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CAPTIVITAS PRAETIUM LIBERTATIS


di Virgilio Ilari (2006)

A Mainardo Benardelli de Leitenburg (1964-2013)


Manibus, oh, date lilia plenis!,

Ero fante a Gorizia, quando mor Gualtiero. Mainardo lo conobbi ventanni dopo, tramite Rino Simeone, un mio studente della Cattolica che avevo segnalato per il plotone geni, come io chiamavo i soldati laureati che, grazie al generale Carlo Jean, non a caso un alpino e non a caso curatore del primo libro di Mainardo1, prestavano allora servizio di leva al Centro Militare di Studi Strategici. Giocavamo allora, fuori tempo massimo, agli Scharnhorst & Gneisenau di unItalia rinata, senza volerci accorgere che la fine della guerra fredda era anche quella della Prima Repubblica, estremo residuo e presidio della nostra patria. Io leggevo la lettera di Clausewitz scritta dopo la sua cattura nelle paludi di Ucker: dobbiamo forse sottrarci al disonore di oggi rifugiandoci nel glorioso passato? Non pu bastarmi che i nostri antenati furono uomini donore e perci stimati; () ogni lode che si tributa a loro, uno scherno in pi che colpisce noi. Ma nelle facce sorridenti degli stremati soldati iraqeni che si arrendevano, per un po dacqua, alla troupe del TG1, riconoscevo quelle dei prigionieri italiani catturati 47 anni prima in Sicilia. Mainardo, oggi in servizio a Baghdad2, ha una ragione in pi per apprezzare il titolo prigionieri della libert che il Museo Diffuso della Resistenza di Torino ha dato alla mostra dedicata nel 2005 ai prigionieri italiani ai piedi dellHimalaya. Il gruppo campi N. 5 di Yol Il 21 aprile 1941, due giorni prima dellarrivo di Gualtiero al Campo 26 di Yol, due capitani anziani del campo 25, Ercole Rossi di Secugnago (MI) e Pio Viale, classi 1899 e 1895, furono falciati dalle guardie per aver intonato lInno a Roma a pochi metri dal cancello dellAla 2: erano veterani della grande guerra e furono poi decorati della medaglia doro al V. M. alla memoria3. Secondo Flavio Conti i prigionieri italiani in
Scritto sotto lo pseudonimo Umwantisi: La guerra civile in Rwanda, Franco Angeli, 1997, con prefazione del gen. Carlo Jean e sponsorizzazione del CEMISS.
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Dove riveste le funzioni di Vice Ambasciatore dItalia dallottobre 2004.

Secondo Flavio Conti, I prigionieri di guerra italiani 1940-1945, Il Mulino, 1986, p. 344 lepisodio sarebbe avvenuto il 28 aprile: Leonida Fazi, testimone oculare, scrive che la canzone intonata dagli ufficiali era lInno a Roma, e forse per questa ragione colloca lepisodio al 21, Natale di Roma; e attribuisce al colonnello Wilson, comandante del campo, la responsabilit di aver ordinato il fuoco contro gli ufficiali che non avevano obbedito allordine di rientrare nelle baracche (La repubblica fascista dellHimalaya, Settimo Sigillo, Roma, 2005, pp. 193-96). Anche Beppe Pegolotti (che per era prigioniero a Ramgarh) accredita la data del 21 (LIndia senza Salgari, in Storia Illustrata, n. 186, maggio 1973). Secondo Fazi furono uccisi a Yol altri 4 prigionieri: il tenente Francesco Italia (del campo 27), freddato il 24 maggio 1943 da

India raggiunsero nel luglio 1943 un massimo di 80-90.000, quasi tutti catturati in Africa Settentrionale o Orientale: circa 30.000, tutti militari di truppa, furono per trasferiti in Inghilterra dove cera fabbisogno di mano dopera, e altre migliaia in Australia, per cui il numero si ridusse nel dicembre 1945 a 33.302: al 28 luglio 1946 ne restavano ancora 14.213 in attesa di rimpatrio. La maggior parte dei prigionieri (con gli ufficiali separati dalla truppa) era detenuta in 28 campi riuniti in 5 gruppi campi4;
N. 1 a Bangalore (a 300 km da Madras: 24.000 uomini in 8 campi e 2 ospedali), N. 2 presso Bhopal (20.000 in 8 campi e 1 ospedale); N. 3 a Ramgarh (a 300 km da Calcutta: 20.000 in 4 campi): N. 4 a Clement Town (12.000 in 4 campi); N. 5 a Yol (10.000 ufficiali in 4 campi e 3.000 soldati in un campo ausiliario).

Esistevano inoltre 10 campi o distaccamenti di lavoro e un campo per 551 generali e colonnelli (a Dehra-Dun, Prem Nagar). Il gruppo di Yol5 era nella valle del Kangra sotto i passi di Talar e Ciott, nel settore occidentale dellHimalaya, verso il Kashmir, una zona salubre, dal clima temperato, con inverno brevissimo e abbondante di acqua e frutta. Il complesso, unarea di 10 kmq situata su una pietraia con forte declivio ad una certa distanza dallomonimo villaggio, era formato da sei campi, tre per 2.400 ufficiali inferiori disposti da Est a Ovest (N. 25, 28 e 27), uno per 120 colonnelli e tenenti colonnelli (N. 26) situato sopra il N. 27, uno per 3.000 soldati di truppa impiegati nei servizi logistici (N. 4) situato sotto il N. 28, e, ancora pi sotto, il campo di smistamento (N. 250), i forni e le prigioni. Leonida Fazi, inizialmente detenuto al campo 28, descrive cos il complesso di Yol;
Quellammasso di baracche e di reticolati, grigio nero e luccicante per le pietre, per il legno vecchio delle baracche, per le lamiere dei tetti e per il filo spinato, era veramente una citt con il suo sindaco, cio il brigadiere generale inglese Laird, i suoi una sentinella mentre passeggiava nel campo; il caporalmaggiore Nilo Riva, ucciso di notte nel recinto dellospedale mentre in preda alla febbre vagava lungo il reticolato: il capomanipolo Calderoni e il sottotenente Petroncini, freddati il 27 maggio 1943 durante un tentativo di fuga (sembra che, scoperti, avessero alzato le mani in segno di resa). In tutto furono uccisi in India dagli inglesi almeno 18 prigionieri, specialmente per tentativi di fuga. Vi furono per altre uccisioni da parte delle squadre clandestine fasciste, di cui 12 solo a Bhopal (Relazione Severino, AUSSME, DS, racc. 3039, cit. in Conti, p. 120).
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Conti, op. cit., pp. 332-49, 436 e 452-53.

Su Yol, v. F. Conti, op. cit., pp. 338-44: cfr. le relazioni del Gen. C. A. Sebastiano Gallina (22 maggio 1943) e del Gen. B. Giacomo Negroni (1 febbraio 1945), in AUSSME, DS, racc. 3039 e 2271-B.

vicesindaci, vale a dire i colonnelli inglesi comandanti dei vari campi, i loro interpreti, cio i colonnelli italiani denominati supervisori, sorta di amministratori di zona privi di qualsiasi potere decisionale ma considerati comandanti del campo dagli italiani, cio dalla popolazione della citt, che sarebbe salita ben presto a circa 8.000 ufficiali prigionieri. E cerano le forze dellordine, cio i vari sottufficiali britannici, i quartiermastri, nonch la truppa indiana () che faceva la guardia sulle mura della citt, vale a dire sulle duplici file di reticolati sorretti da pali di ferro con la sommit 6 piegata anche l verso linterno.

Secondo Fazi, i prigionieri di grado inferiore chiamavano il N. 26 (quello di Gualtiero) Campo Zero oppure Cimitero degli elefanti7, ma il cimitero vero, situato a Dharamsala, ad una ventina di chilometri da Yol, lo chiamavano campo 298. I campi 25, 27 e 28, separati da strade asfaltate, erano suddivisi in 5 ali (Wing), recinti quadrati situati a quote differenti e numerati dallalto in basso 1/A, 1/B, 2/A, 2/B e 3. Questi 15 wing, intervallati da anti-recinti in cui si eseguiva al mattino la conta dei prigionieri, avevano una capienza di 480 posti, distribuiti in 16 baracche in legno con tetto in lamiera (ognuna con 5 camere da 6 posti): in mezzo al recinto, uno spiazzo con un solo lampione (che si spegneva alle 22) e tre capannoni in muratura e legno per le cucine (con mensa e spaccio), le latrine e la lavanderia. Le camere erano mobiliate con sei angareb muniti di zanzariere, sei minuscoli scrittoi a due cassetti e piano ribaltabile e sei seggioloni9. Gli ufficiali del campo N. 26 godevano invece di alloggi individuali, stanze di 3x5 m, con porta, finestra e veranda, arredate con letto, com-scrittoio, tavolino e poltroncina10. Oltre a topi e zanzare, cornacchie, falchi e avvoltoi11, ma anche gatti selvatici, poiane e passeri12 . Fazi ricorda che sopra e di lato al N. 26 cerano gli uffici del comando, gli alloggi delle guardie e tre ospedali, due in muratura per gli inglesi e
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Fazi, op. cit., p. 185. Fazi, op. cit., p. 188.

Secondo Fazi il cimitero di Dharamsala aveva a fine 1944 una settantina di tombe. Con la croce e la scritta dead for country (p. 373). In realt esisteva un campo 29, con poco pi di un centinaio di prigionieri, che formava il gruppo N. 6 (Conti, op. cit., p. 453).
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Fazi, op. cit., p. 188. Gualtiero, lettera del 1 maggio 1942. Fazi, op. cit., p. 190. Fazi, op. cit., pp. 345, 398.

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gli indiani e uno in legno per gli italiani. Secondo altre testimonianze13 le infrastrutture includevano un acquedotto, una centrale elettrica, un inceneritore dei rifiuti, un reparto di punizione, un ufficio postale, un centro studi, un cinematografo, una cabina radio con altoparlanti per le trasmissioni (soprattutto propagandistiche) e un campo sportivo, mentre i servizi pi umili erano svolti da civili indiani. Secondo Fazi le attrezzature dellospedale italiano erano rudimentali14, ma altre fonti attestano una capienza di 350 posti, divisi nei reparti chirurgia, medicina e neurologia, serviti da ufficiali medici italiani, nonch lesistenza di infermerie in ciascun campo. A tutto il 1944 si verificarono 59 decessi, quasi tutti per malattie preesistenti15, ma le piogge eccezionali dellestate 1942 provocarono unepidemia di malaria. Altra conseguenza fu il crollo del ponte di Nagrota (poi ricostruito dagli italiani) e linterruzione dei rifornimenti: fino al ripristino i prigionieri si nutrirono soltanto di carne di montone malamente arrostita16. La razione viveri era uguale per tutti e abbondante: includeva 600 grammi di pane, formaggio, verdura, frutta e carne fresca, ridotta per nel luglio 1944 ad una o due volte la settimana e sostituita da cibi in scatola (sardine, porridge, carne conservata, latte condensato, salsicce)17. Lassistenza spirituale era assicurata da cappellani, uno per campo: ciascuno aveva la sua cappella costruita dai prigionieri. Nellottobre 1944 il delegato apostolico per le Indie soggiorn a Yol per una settimana, e il mese seguente un gruppo di gesuiti vi svolse un ciclo di predicazione18. Anche i cappellani erano per soggetti al regolamento di disciplina: furono puniti anche due salesiani che di notte avevano superato i reticolati per far visita ad un altro cappellano. Le punizioni consistevano in lavori forzati o nella reclusione in calabusch (gattabuia) per un massimo di 28 giorni, inflitta soprattutto a
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Cfr. Conti, op. cit., pp. 338-40. Fazi, op. cit., pp. 186 e 200.

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Conti, op. cit., pp. 339-40. Fazi cita il caso di un giovane guardiamarina, morto di peritonite a seguito di unoperazione di appendicite eseguita da un medico angloindiano, che, ignorando i consigli del medico italiano, si era ostinato a tagliare di testa sua. Un soldato barista mor di improvviso ictus cerebrale. Vi furono anche suicidi per impiccagione. (pp. 370-71). Fazi, op. cit., pp. 200-3. Conti, op. cit., p. 339. Conti, op. cit., p. 340.

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chi tentava la fuga, ed era quasi sempre ripreso. Lunica fuga da Yol che ebbe successo fu quella della M. O. Elios Toschi, il capitano del genio navale inventore, con Teseo Tesei, dei maiali, detenuto al campo 27 insieme ad altri due eroi dei mezzi dassalto della Regia Marina, il STV Luigi Durand de la Penne e il capitano delle armi navali Vincenzo Martellotta19. Dopo ogni fuga, fioccavano le punizioni collettive in barba alla convenzione di Ginevra, che le proibiva: i cancelli di comunicazione fra i recinti venivano chiusi, ridotte le ore di luce, talora centellinata lerogazione di acqua20. Secondo Fazi era vano il ricorso al consolato spagnolo di Bombay e alla Croce Rossa Internazionale, entit lontane e impotenti21: Conti conferma che il consolato spagnolo, sia per la distanza sia per scarsit di personale, arrivava quando gli inglesi avevano gi fatto sparire le prove degli abusi, e ricorda una dichiarazione rilasciata dal rappresentante della Croce Rossa, sig. Huber, ai generali italiani di Dehra-Dun, in cui accusava glinglesi di sabotarlo in ogni modo, facendo slittare le visite trimestrali ai campi e trattenendo le lettere indirizzategli dai prigionieri italiani22. Sopravvivere Nel 1943 fu organizzato a Yol
un centro universitario con materie relative alle facolt di giurisprudenza, lettere, ingegneria e scienze. Nel 1943, quando al comando del campo vi era il colonnello Gambuzza23, i corsi di studio erano diretti dal colonnello Rostagno, con la partecipazione di vari insegnanti e professionisti. Gli stessi colonnelli Gambuzza e
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Catturato il 30 settembre 1940 a seguito dellaffondamento del sommergibile Gondar nelle acque di Alessandria, Toschi raccont la sua vicenda indiana (che lo aveva profondamente segnato sotto il profilo spirituale) in Fuga oltre lHimalaya, Milano, 1968. Negli anni Ottanta lo conobbi di sfuggita allIstituto Studi e Ricerche Difesa, allora presieduto dal senatore socialista Paolo Battino Vittorelli, il quale si era formato nella comunit italiana (e blandamente antifascista) di Alessandria: ascoltando i ricordi appassionati e appassionanti di uno dei collaboratori dellISTRID, lammiraglio Pietro Scagliusi, sommergibilista durante la guerra, Vittorelli gli chiese ad un certo punto, con grande rispetto ma anche con candido stupore antifascista: ma lei, ammiraglio, sul serio voleva vincere la guerra?. Fazi, op. cit., p. 213. Fazi, op. cit., p. 200. Conti, op. cit., p. 336.

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Salvatore Gambuzza era il colonnello pi anziano detenuto a Yol. Cfr. Fazi, op. cit., pp. 269-70.

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Rostagno si recavano a Bombay per acquistare i libri necessari a tali corsi. Molto sentita era infatti la necessit che il governo italiano e la Croce rossa inviassero libri e materiale vario che servisse alle attivit culturali intraprese dai prigionieri24.

Dalle lettere di Gualtiero possibile ricostruire parte della biblioteca del campo 26. Fazi testimonia che biblioteche, formate coi libri gi posseduti al momento della cattura o spediti dai familiari, esistevano anche negli altri campi. Entrambi accennano a rappresentazioni teatrali ma solo Gualtiero a spettacoli cinematografici, che fino allestate del 1945 erano riservati esclusivamente agli ufficiali del 2625. Fazi aggiunge che negli spacci si vendevano anche inchiostro e cannucce con pennini, ma si scriveva sulla carta igienica, composta da foglietti gialli e ruvidi26. A partire dallautunno 1942 fu concesso ai prigionieri di compiere brevi passeggiate sulla parola fuori del campo, senza scorta ma con numerose limitazioni. Diversamente da Gualtiero, che ne scriveva emozionato alla famiglia, Fazi ne usufru, per sua scelta, solo raramente. Del resto le passeggiate concesse agli ufficiali inferiori erano pi limitate di quelle di cui godeva Gualtiero grazie al suo trattamento da tenente colonnello: solo un paio dore e in un tratto di territorio ristretto, durante le quali i prigionieri si erano impegnati, tramite i supervisori, a non fuggire, sulla loro parola donore: accordo che non impediva ai vari gruppi di essere scortati da sentinelle27. Nelle lettere di Gualtiero ricorrono continuamente le locuzioni morale alto e vita monotona e uniforme. Il tema della noia, della vita inutile, della regressione allo stadio infantile, della litigiosit per futili motivi domina ovviamente la memorialistica dei prigionieri, mentre il tema della sessualit omesso o appena accennato. Fazi, che scrive ai tempi di Abu Grahib e Guantanamo, meno reticente: ammette che la donna era il tema fisso delle conversazioni, accenna a coppie omosessuali ma tiene a sottolineare che nel suo wing erano appena un paio [dunque 4 omosessuali su 480 ufficiali, meno dellun per cento, contro la media del 5 di cui favoleggiavano gli etero italiani in epoca anteriore al rapporto Kinsey] confessa la voglia di femmina ma ununica masturbazione, seguita da un senso di orrore e sporcizia, attribuendola al tenente Chichibio, protagonista immaginario del suo
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Conti, op. cit., p. 341. Fazi, op. cit., p. 409. Fazi, op. cit., pp. 206 e 404. Fazi, op. cit., p. 213.

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racconto autobiografico, piantato per lettera da una cinica fidanzata e preoccupato di aver perso, a forza di astinenza, la virilit mentale. Pur fascisticamente refrattario a mezzo secolo di pedagogia freudiana, Fazi accompagna con penose tirate omofobiche, il racconto dettagliato dei travestimenti di Chichibio, appassionato di teatro non solo come autore di testi (Il treno di mezzanotte) ma anche come attore specializzato in personaggi femminili (Ortensia, la zia), e tiene a sottolineare che le attrici fasciste, a differenza delle badogliane, si esibivano solo per i camerati e non anche per gli sghignazzanti inglesi (gli abiti erano acquistati dai baba indiani, ma parrucche e scarpette di legno, col tacco alto erano fabbricate dai prigionieri)28.
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Fazi, op. cit., pp. 214-5. La recita del Treno di Mezzanotte, curata dalla Compagnia del 2/B del Campo 28, era diretta da un tenente napoletano filodrammatico e fu replicata finch, duecento alla volta, tutti i prigionieri del Campo 28 non vi ebbero assistito. Nonostante la rozzezza degli scenari, del palcoscenico, la recitazione sulla cui povert soltanto Chichibio sinnalzava, il pubblico fu entusiasta e riusc a cancellare con limmaginazione tutte le lacune. Un tenente che, in Italia, era critico teatrale, scrisse una serissima e positiva critica del lavoro e della interpretazione che fu affissa, dattiloscritta sulla macchina di cui era fornita lamministrazione, sulle pareti del Circolo. La critica fu oggetto di accese discussioni e Chichibio andava in giro fra le baracche gloriandosi delle congratulazioni. La recita coincise con le notizie delloffensiva inglese sul Mareth del 16 marzo 1943. Esisteva anche unorchestrina, con una tromba e due sassofoni comprati dagli indiani (Fazi, p. 277). Chichibio recit ancora in abiti femminili nel teatro del campo dei Fascisti Repubblicani: Naturalmente scrive Fazi si pose subito un problema grave: contenere il teatro nei limiti invalicabili oltre i quali si sarebbe potuto temere lo spalancarsi del baratro dellomosessualit o, quanto meno, si sarebbe accresciuto il tormento della sessualit repressa in quei giovani e in quegli uomini durante anni di vita monacale. Si ricorreva, per questo, a trucchi sottili. Innanzi tutto, dai copioni venivano accuratamente tagliate o ridotte o trasformate scene e battute amorose mentre, daltra parte, si sceglievano commedie che meno ne presentassero. Ugualmente, veniva abolito ogni contatto fisico fra uominie donne. Le sere di rappresentazione, poi, gli attori che interpretavano parti femminili ricorrevano ad un accorgimento basilare, preso dopo quanto a Chichibio accadde una volta. Un tale, in slip per il gran caldo, si era messo i seni finti, cio un reggiseno imbottito, e la parrucca, sottoponendosi poi al trucco magistrale di un pittore che trasform il suo volto in un grazioso visino di ragazza. Chichibio, voltandosi a caso, si trov dinanzi una donna seminuda ed il suo sangue riboll. Fu un istante, poi Chichibio url contro il malcapitato ma pretese che gli attori-donna si vestissero di tutto punto prima di essere truccati. Fuori scena, del resto, le false donne adottavano il linguaggio pi volgare e scurrile e gli atteggiamenti pi rudi, onde frantumare ogni possibile illusione. A quel tempo, infatti, le donne non avevano ancora la civetteria del parlare grasso e degli atteggiamenti che, nel tempo allora di l a venire, cio lodierno, tanto concorrono a degradare, immiserire e rendere priva di attrattive la femminilit. Si trattava, comunque, di precauzioni eccessive, perch quella gente era assolutamente sana, costruita secondo natura e gli alti motivi cherano lanima del Venticinque si ergevano come insormontabile barriera contro ogni degrado (p. 325). Certo, il sottotenente Frediano Giampaoli, figlio del federale di Milano e catturato in Libia col Raggruppamento Maletti, aveva un viso ben squadrato, dal naso piccolo e

La guerra continua Dalle lettere di Gualtiero, ovviamente autocensurate, non trapelano i suoi pensieri sulla guerra e le sue idee politiche. Soltanto in quelle scritte al padre, di cui ignorava la morte, si rintraccia qualche indizio del suo vero stato danimo. Le notizie sulla guerra le apprendiamo attraverso i giornali locali, scrive l11 novembre 1941. Perch tu non abbia a provare un certo disagio scrive il 7 dicembre con understatement ti dir, babbo caro, daver a mio tempo partecipato piuttosto attivamente alla guerra, tanto da meritarmi la proposta per una decorazione al valor militare, credo medaglia dargento; vi tacevo, miei cari, queste mie attivit, per non tenervi, nel vostro affetto, troppo preoccupati per me. () manca solo la libert, ch si cara, e, a parte questo, il fatto di non poter pi combattere. Il 22 febbraio 1942, ancora al padre: la mia rabbia questa inattivit cui siamo costretti dalla nostra situazione in momenti cos grandiosi e saturi davvenimenti. Il 24 maggio, un mese dopo larrivo a Yol: ricordate la giornata radiosa di 27 anni fa? I primi soldati liberatori in piazza delle Monache?. Come in tutti i campi britannici per prigionieri italiani, esistevano anche a Yol interpreti che i prigionieri chiamavano indiscriminatamente maltesi, anche se solo alcuni avevano tale nazionalit. Fazi sottolinea sarcasticamente gli errori linguistici che commettevano e attribuisce loro, oltre alla funzione di comunicare le pi odiose disposizioni del comando inglese, anche quella di fare propaganda e identificare tra i prigionieri gli elementi disponibili alla cooperazione: Pegolotti li definisce agenti dellintelligence service. Secondo Fazi nellestate del 1943 circolavano clandestinamente a Yol varie copie dattiloscritte della traduzione italiana di un preteso opuscolo di istruzioni per i maltesi emanate il 3 agosto 1942 dal Governo generale dellIndia col titolo Back-ground of Fascism, per sradicare il fascismo dai campi in tutti i modi e produrre un corpo di italiani istruiti ad avere la loro parte nella

dai grandi occhi sognanti e Chichibio avrebbe voluto dargli una parte femminile nella Sera del sabato che stava provando, tre atti impostati sullemigrazione italiana in America (p. 335); ma il teatro del campo fascista non era come quello dei badogliani, dove prigionieri gi ufficiali travestiti da ballerine seminude danzavano con sghignazzanti inglesi (p. 397). Sui seni finti v. pure p. 414.

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ricostruzione della nuova Italia, disposta a riprendere lamicizia che esisteva fra la Gran Bretagna e lItalia prima del regime fascista29. Effettivamente glinglesi crearono gruppi di liberi Italiani e, secondo la relazione Gallina, circolava la voce che intendessero creare ununit di combattimento da impiegare in Birmania. A Delhi funzionava un centro di propaganda antifascista diretto da un colonnello britannico, che si avvaleva di alcuni ufficiali italiani, tra cui il maggiore Carbone, e pubblicava un settimanale e un mensile illustrato (che, secondo Fazi, sintitolava La Diana ed era redatto da un gruppetto di ufficiali traditori); ritenendo che la distribuzione gratuita li avrebbe svalutati, glinglesi cercavano di convincere i prigionieri ad acquistarli30, anche nellevidente intento di comprometterli agli occhi dei commilitoni e di sgretolare cos la coesione nazionale. In realt nei campi circolavano soprattutto giornali inglesi, la Civil and Military Gazette e lo Statesman. Secondo Fazi, la Gazette del 1 maggio 1942 scrisse che il re dItalia aveva dimissionato Mussolini e incaricato Badoglio di negoziare una pace separata, e pochi giorni dopo lo Statesman aggiunse che il capo di SM generale italiano, generale Cavallero, si era recato a Budapest assieme al ministro dellagricoltura Carlo Pareschi per stipulare un accordo antitedesco col ministro del lavoro ungherese31. Secondo Fazi queste notizie suscitavano lilarit dei prigionieri, ancora convinti che la guerra sarebbe stata vinta dallAsse e che sarebbero stati presto liberati dallinsurrezione degli indiani e dalla travolgente avanzata delle armate nipponiche. A tener alto il morale e la fede nella vittoria era soprattutto una radio clandestina, Radio Fantasma: Rodolfo Volpat e i gemelli Biscarini avevano cominciato a costruirla gi al campo di transito di Bhopal e lavevano completata a Yol: era fatta di latta, pezzi di alluminio utilizzati per il condensatore variabile, cartone, stagnola per gli isolanti, filo di rame rubato da impianti elettrici per i collegamenti e le bobine, valvole e pile e per la corrente anodica e lauricolare procurate dalle compiacenti guardie indiane. Riceveva, di notte, i bollettini dellAsse trasmessi in morse, che venivano trascritti, distribuiti nei
Fazi, op. cit., pp. 231-41, in cui sono riportati ampi stralci dellopuscolo. Anche ammesso che non si trattasse di un falso, certamente la traduzione italiana non era esente da stravolgimenti ideologici, come la pretesa direttiva di spiegare lidea demomassonica. Secondo Fazi la copia entrata al campo 28 di Yol sarebbe stata portata da un maggiore indiano, evidentemente affiliato al movimento nazionalista di Chandra Bose.
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Conti, op. cit., p. 334. Fazi, op. cit., pp. 199-200.

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campi e letti la sera, specialmente approfittando delle passeggiate sulla parola:


Finalmente arriv la sera che fu letto il primo bollettino. Quella sera parve a tutti che lItalia si fosse avvicinata, che le speranze fossero divenute pi concrete e lavvenire meno buio mentre invadeva tutti una sensazione vaga di potenza, di superiorit sugli inglesi surclassati da quel miracolo italiano. Ed il miracolo non consisteva tanto nella costruzione di quella radio quanto nella impenetrabile segretezza che lavvolgeva. A quella segretezza concorsero tutti, disperatamente. La radio era il cordone ombelicale che li teneva collegati alla Patria, l pi che mai sentita come Madre, era la vita stessa, la vita vera. Tuttavia, gli inglesi la cercarono, ripetutamente. A pi riprese soldati inglesi, guidati dai maltesi, effettuarono perquisizioni, frugarono, scavarono persino con palanchini32.

Dalla radio scrive Fazi appresero di grandi vittorie dellAsse in Russia e in Africa Settentrionale, il 24 ottobre che si preparava una grande battaglia al confine egiziano, in gennaio della ritirata di Russia, il 16 marzo delloffensiva inglese in Tunisia, il 12 maggio della fine dellAfrica, il 12 giugno della resa di Pantelleria. Il morale precipit, la propaganda inglese si intensific: ma ancora a fine giugno il colonnello italiano comandante del campo 28 (cui, essendo ancora vivente nel 2005, Fazi cambia il nome in Nardinocchi), tenne un discorso agli ufficiali esortandoli a serrare i ranghi, a non perdere la fiducia nel Duce, che (esalt) come uomo, come politico, come soldato, come creatore di unopera illuminata dalla Provvidenza divina. Secondo Fazi, alla notizia dellinvasione della Sicilia (10 luglio) molti pensarono che sarebbe stato linizio della riscossa: il 27 luglio Nardinocchi li riun per informarli della svolta politica, spiegando che, finalmente libera dal fascismo e dalluomo nefasto che laveva asservita, lItalia avrebbe potuto continuare la guerra. Secondo Fazi il discorso provoc tumulti e tensioni, acuite dalla consegna della radio clandestina agli inglesi e dalle misure di defascistizzazione (abolizione del saluto romano, del saluto al duce e del voi, inserimento degli ufficiali della milizia nellesercito).33 I campi dei Badogliani Il 5 settembre si sparse nei campi la voce che dava per imminente una clamorosa notizia: alle dieci del mattino del 9 gli altoparlanti diffusero lannuncio dellarmistizio firmato sei giorni prima a Cassibile e poco dopo, durante la messa, il cappellano preg per la prima volta per la vittoria degli ex-nemici. Secondo Fazi, lo Statesman del 14 settembre e
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Fazi, op. cit., pp. 197-99. Fazi, op. cit., pp. 215-42.

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del 18 ottobre espresse giudizi sprezzanti sul re e Badoglio per aver dichiarato guerra allalleato di ieri, comportandosi cos peggio di Ptain e del governo di Vichy, che, se non altro, non avevano dichiarato guerra allInghilterra. Il 4 novembre Nardinocchi tenne un discorso patriottico e lalzabandiera fu fatto da due soldati vestiti da marinai: nel pomeriggio gli antifascisti intonarono lInno di Mameli inneggiando allamicizia italobritannica: secondo Fazi erano appena una ventina e uno sarebbe stato preso a pedate da una sentinella inglese che gli avrebbe gridato fucking bastard! (Fazi scrive di un vecchio quartiermastro, Tommy, che teneva per i ribelli, li chiamava very soldiers e gentlemen e faceva perquisizioni pro forma, senza sequestrare nemmeno pugnali e pistole: accenna per a traffici coi quartiermastri inglesi). Intanto il comando italiano aveva invitato gli ufficiali a confermare il giuramento di fedelt al re, e quelli che rifiutavano, tra i quali le M. O. Angelo Bastiani, Sigfrido Burroni e Paolo Sabbatini, furono esclusi dalla messa domenicale, dai circoli e dalle passeggiate. La massa restava per inerte, e fu solo la falsa voce che i cooperatori sarebbero stati rimpatriati entro Natale a dividere definitivamente i prigionieri in badogliani e repubblicani. Gi da settembre gli ufficiali della milizia e i pi riottosi venivano trasferiti allAla 3 del Campo 25, previa punizione degli atti dinsubordinazione e delle manifestazioni di fede fascista coi soliti 28 giorni di calabusch. Ai primi di dicembre furono gli stessi ribelli dei vari campi a chiedere di essere concentrati in un campo omogeneo; la richiesta fu accolta, accordando il trasferimento su domanda redatta in italiano e in inglese da presentare entro trenta giorni. Al campo 25, scelto come campo omogeneo, la procedura fu semplificata, facendo sfilare gli ufficiali davanti ai maltesi, capitani Speranza e Zamuth, i quali chiedevano a tutti Fascista?, e registravano chi rispondeva di s. I venticinquisti furono, secondo Fazi, circa 2.000, un quarto del totale, e secondo Conti34 2.500 (di cui 700 della milizia), cio poco meno di un terzo: la differenza dipende forse dal fatto che Conti include nel totale anche i ribelli rinchiusi nellAla 3 del Campo 27. In ogni modo le fonti sono concordi che, a parte la milizia, la categoria che dette il maggior numero di ribelli fu quella degli ufficiali medici, mentre minima fu la dissidenza fascista fra gli ufficiali dellAeronautica e della Marina e gli ufficiali superiori del campo 26.
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Conti, op. cit., p. 342: prima del luglio 1943 anche a Yol i fascisti, organizzati da gerarchi, spadroneggiavano nei campo, imponendo tutte le manifestazioni di carattere fascista, minacciando gli antifascisti, servendosi di una fitta rete di informatori. Gli avvenimenti del luglio e poi settembre 1943 trovarono la massa degli ufficiali impreparata anche a causa della continua propaganda fascista interna ai campi che riusciva a neutralizzare le informazioni inglesi sul reale andamento delle operazioni belliche.

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Dopo la separazione del dicembre 1943 la memorialistica fascista non contiene informazioni sulle ulteriori vicende dei campi badogliani. Flavio Conti le ha potute tuttavia cos ricostruire:
Allorch a met del 1944 fu inviato a comandare i campi di Yol il gen. di brigata Giacomo Negroni, i prigionieri del campo 26 avevano creato una cosiddetta palestra di discussioni politiche, in cui venivano discusse appunto le idee politiche che esistevano in Italia, in riunioni con la partecipazione di centinaia di ufficiali. Spesso lanimosit di tali discussioni sfoci in incidenti, tanto che il gen. Negroni fin col vietarle. () Nel maggio 1944, quando le autorit britanniche chiesero ai prigionieri dei campi 26, 27 e 28 se volevano cooperare, su 7.000, circa 700 si rifiutarono, e solo in seguito allopera di convinzione dei vari ufficiali cooperatori il numero si ridusse a 300. Parte degli ufficiali cooperatori fu utilizzata per inquadrare battaglioni di prigionieri lavoratori e per incarichi in industrie, arsenali, aziende agricole. Per quanto riguarda la truppa, gli avvenimenti del 1943 portarono maggiore confusione che non tra gli ufficiali. In genere i soldati che si trovavano presso i campi ufficiali, come a Yol, seguirono la corrente degli ufficiali, accettando la situazione che si era venuta a creare in Italia. Diversa la situazione dei campi per la sola truppa, nei quali i sottufficiali incaricati del comando potevano svolgere unopera tesa allinasprimento degli animi ed allaccentuazione delle divergenze politiche. Anche la disciplina ne aveva risentito notevolmente e a tale riguardo il comandante del campo gen. Negroni si rivolgeva al ministro della guerra affermando che lo stato danimo dei prigionieri era insofferente alla disciplina per cui era necessario evitare iniziative che potessero esasperare ulteriormente tale situazione. Ad esempio bisognava evitare che giungessero dallItalia richieste di rimpatrio isolate per ufficiali, ex gerarchi o alti funzionari notoriamente fascisti o medici () e che quando si organizzassero i rimpatri complessivi venisse 35 data la precedenza ai cooperatori.

Il campo dei Repubblicani Fascisti36 Al campo 25, ribattezzatosi Campo dei Repubblicani Fascisti, erano aggregati anche 150 soldati volontari, 30 per recinto, che secondo Fazi erano totalmente solidali, anche ideologicamente, con gli ufficiali (ma
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Conti, op. cit., pp. 341-3. Fazi aggiunge che il giornale dei badogliani sintitolava Il Corriere e che il supervisore del campo 27 era il colonnello Gloria, assai rigido coi soldati ribelli che continuavano a prestarvi servizio (p. 333). I moduli per la cooperazione, redatti secondo gli ordini dellAlto Commissario per i prigionieri di guerra, generale Pietro Gazzera (lettera 7-P da Cava dei Tirreni, del 21 marzo 1944) ed emanati dal Quartier Generale (India) del Gruppo V con lettera N. 75085-P.W.Q. del 4 ottobre, furono distribuiti anche al campo 25. Nonostante avessero firmato tutti (tranne 4 soldati) una dichiarazione individuale di rifiuto come fascista, e conseguentemente come cittadino della Repubblica Sociale Italiana e soldato dellAsse, il 3 novembre furono lo stesso interrogati individualmente da un ufficiale britannico (pp. 342-3, cfr. p. 338).

Fazi, op. cit., pp. 242 ss. Cfr. pure Alfonso Guercio, Campo 25, Roma, 1951 (poi Allombra dellHimalaya, Gastaldi editore), e Gabriele Bigonzoni, Ex uomini, Roma, 1956.

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erano anche retribuiti come barbieri, camerieri, falegnami, giardinieri e capimastri). Furono abbellite le baracche, piantati alberelli lungo i vialetti e costruiti un grande stadio in muratura, un bar con liquori dogni marca e botteghe di barbiere. Cerano orchestre, biblioteche circolanti e tre compagnie filodrammatiche nei recinti 1/A, 2/B e 3 (dirette dal regista Mario Terribile, dal capocomico Galvani e dallavvocato Poggi). Si tenevano corsi di lingue, mostre di pittura e scultura (il futurista Enzo Benedetto scolp una vittoria del 1945 e un busto di Mussolini), tornei di scacchi, concerti, incontri di pugilato e scherma (con lame di bamb), gare di atletica, tennis, pallacanestro, pallavolo, partite di calcio tra le squadre Audace, Ardita e Ardente. Circolavano anche monete di latta con cui si pagavano le consumazioni al bar e i biglietti per il teatro. I ricavi erano convertiti in moneta legale vendendo, con la complicit dei quartiermastri e a cambio variabile a seconda della disponibilit di moneta legale, le dotazioni britanniche. Il denaro serviva per acquisti clandestini, come gli strumenti musicali per allestire all1/A un caff concerto, con tanto di orchestrina, tavolinetti, sedie e camerieri in giacca bianca (soldati volontari). Si coltivavano orticelli, si allevavano conigli acquistati dai baba, i contrattori indiani, e il campo era dotato di una macchina di legno che sfornava spaghetti (nel recinto 2/B) e di una distilleria clandestina di grappa, molto apprezzata anche dalle guardie inglesi. Il servizio sanitario era diretto dal maggiore medico Castelli. Naturalmente fu subito rimessa in funzione la radio clandestina e, per reazione allaccusa di Radio Delhi di essersi dichiarati fascisti per non rischiare la pelle al fronte italiano, il 15 ottobre 1944 i venticinquisti consegnarono ai loro comandanti di recinto dichiarazioni individuali indirizzate alla Delegazione di Simla della Croce Rossa Internazionale di non riconoscere larmistizio e di considerarsi soldati e cittadini della RSI tuttora in guerra e prestarono giuramento collettivo alla Repubblica rispondendo inquadrati alla formula letta dal comandante del campo 25, il console della milizia Renato Gambrosier. Fu anche adottata una nuova uniforme, indossata alle conte e alle adunate: bustina, sahariana con cintura, fascetti di latta al bavero, distintivi di grado e nastrini delle campagne con stellette che indicavano le decorazioni al petto, pantaloni e camicia cachi (o nera per gli appartenenti alla milizia). Fazi riconosce che il trattamento deglinglesi nei confronti del campo 25 non era vessatorio, ma stigmatizza invece quello durissimo inflitto nel campo 29 (asiatico) di Bikaneer ad un gruppo di ufficiali fascisti che nel dicembre 1944 furono trasferiti al 25 di Yol37. Secondo Fazi
Fazi, op. cit., p. 364. In quellestate del 43, come gente presa a caso veniva spedita allAla 3 del 25, cos dal 25 gente era stata trasferita a Bikaneer. Gli uni e gli altri
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glinglesi avrebbero volentieri tolto anche al 25 le sentinelle dalle garitte e dai cancelli come era avvenuto negli altri campi, ma i venticinquisti non avevano accettato di impegnarsi sulla parola a non tentare la fuga. Vi furono infatti numerosi tentativi, quasi tutti falliti dopo pochi giorni: qualcuno riusc tuttavia a raggiungere la colonia portoghese di Goa, dove rimase internato, e il tenente Caraffa fugg pi volte a Lahore, dove aveva fatto amicizia con una famiglia indiana, tornando sempre di propria volont al campo e agendo con tale accortezza da non far mai scoprire le sue lunghe assenze e da evitare cos il calabusch (fu preso solo alla vigilia del rimpatrio, per la delazione di una famiglia musulmana). A parte quelle di Caraffa, che se ne andava di giorno travestito da indiano, le altre fughe avvennero sempre di notte e mai durante le passeggiate sulla parola, protratte dallappello del mattino sino a met del pomeriggio: per evitare incidenti coi badogliani, ai repubblicani era stata riservata unarea ad Est dei campi, con limpegno a non allontanarsi pi di due chilometri dal punto di ritrovo, ma i limiti venivano oltrepassati anche di molto. Durante le passeggiate, qualcuno pagava in sigarette gli scugnizzi indiani per spaventare i badogliani salutandoli romanamente e gridando Mussolini good! e Eglish bloody bastards!, passandosi la mano a taglio sulla gola. Diverso era il trattamento riservato ai soldati ribelli, trasferiti da vari campi al 28 di Yol: a differenza degli ufficiali, i soldati, secondo la convenzione di Ginevra, potevano infatti essere obbligati ai lavori manuali e coloro che si rifiutavano erano soggetti alla punizione prevista dal regolamento britannico, cio trasportare, di corsa, sassi da un cumulo allaltro, e, se non ce la facevano o protestavano, venivano punzecchiati con le baionette o colpiti coi frustini. Per protesta contro queste punizioni, gli ufficiali fascisti fecero per un giorno lo sciopero della fame.
rappresentavano lillusorio e maldestro tentativo dei colonnelli [badogliani] di stroncare la ribellione che allora si annunciava gi () I puniti furiono chiusi nel campo 29/O, a parecchi chilometri dalla citt di Bikaneer, in pieno deserto e trattati come pericolosi criminali. Il 23 ottobre, indiani armati irruppero nel campo, prelevarono sette ufficiali, alcuni sottufficiali e soldati e li trasferirono su due piedi in un campetto gi prigione per indiani. Accusa: tramavano in vista del 28 ottobre. Per quanto assurda fosse limputazione, i poveracci rimasero in cella di segretagione per quale settimana () e proprio (loro furono) il primo nucleo del Campo fascista () poi, il 12 gennaio 44, insieme con altri ufficiali, sottufficiali e soldati, (furono mandati) in un campo, il 29/A, che era unala del cosiddetto Campo degli asiatici. Il reticolato, infatti, (li) divideva da un centinaio o poco pi di prigionieri giapponesi, quasi tutti catturati perch feriti () piccoli, vestiti di stracci, affamati () ma gli inglesi li temevano, li trattavano da bestie feroci (i quali ) si consideravano morti a tutti gli effetti () perch prigionieri. Di conseguenza, spiegavano, niente scrivere a casa, niente posta da casa. Solo dopo il rimpatrio, spiegavano, e dopo il processo, se (sarebbero stati) giustificati, (sarebbero tornati) vivi (pp. 364-5).

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Il 3 aprile 1945 la guardia ai campi fu rilevata dai Reali Carabinieri che si trovavano in India prigionieri, e che, a differenza deglinglesi, pattugliavano le passeggiate. I venticinquisti per li rifiutarono e ottennero di conservare le sentinelle indiane. Il 25 aprile ricevettero per lultima volta Radio Sal: da quella tedesca appresero la fucilazione di Mussolini e gli resero il saluto ai caduti in solenne adunata. Gambrosier fu rimosso daglinglesi e sostituito prima dal console Maglietta e poi dal colonnello Carlo Marengo, che godeva di grande prestigio. Questultimo fu per sfiduciato quando, il 1 agosto, tent di eseguire le disposizioni inglesi e italiane che invitavano i repubblicani ad obbedire al nuovo governo: circa un quarto, bollati dagli irriducibili come le Maddalene pentite, firmarono la dichiarazione, che poi molti e lo stesso Marengo tentarono invano di revocare. Alla fine costoro furono trasferiti nei campi badogliani dove furono accolti come paria e Gambrosier torn al comando dei 1.500 irriducibili. Nel marzo 1946, abbandonati dal consolato spagnolo e privi ormai da vari mesi della corrispondenza con le famiglie, di cui molti ignoravano la sorte, i venticinquisti assistettero alla proiezione di cinegiornali alleati sullItalia: dopo aver visto lentrata a Napoli e a Roma, il linciaggio di Carretta nel Tevere e lo scempio di Piazzale Loreto, gli ufficiali inscenarono una manifestazione intonando Giovinezza. Celebrarono poi lanniversario della fine della RSI con una mostra fotografica sulla vita di Mussolini, tredici giorni di agonali dello sport (culminati il 25 aprile in una maratona di 20 km a 16 squadre) e una solenne commemorazione del duce il 28 aprile. Sessantanni dopo Fazi scrive che lItalia era distrutta e la patria era a Yol e non menziona nemmeno il referendum istituzionale. Il rimpatrio avvenne alla fine dellanno: i primi 500 partirono per Bombay il 15 novembre, gli altri mille il 5 dicembre. Sbarcarono a Napoli il 22, accolti al molo Beverello da una banda militare che suonava Funicul funicol e fu messa a tacere dalle proteste dei reduci. Nel febbraio 1947 Chichibio ricevette dal distretto la comunicazione che la sua posizione militare era stata definita con 10 giorni di arresti di rigore. Nel 1980 scrive Fazi38 un venticinquista, il tenente Alfonso Ughi, tornato a Yol in un viaggio di gruppo organizzato dallagenzia Cielmare del generale Pietro Patan, riusc ad entrare nellex-Campo 25, adibito ad alloggiamenti per famiglie dei militari indiani. Trov un lussureggiante giardino, derivato dagli alberelli piantati e il campo sportivo ancora esistente e funzionante. E un anziano ufficiale indiano,

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Fazi, op. cit., p. 369, nt. 1.

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che aveva allora una decina danni, saputo che Ughi era stato al Venticinque, comment, ammirato: Oh! Very good!. Gualtiero, che non partecip mai a rimpatriate del genere, non ebbe alcun rimpianto n di Yol n tantomeno della prigionia, come probabilmente tutti i prigionieri di guerra, ma ogni tanto ricordava le imponenti montagne, gli stupefacenti panorami, la montagna come luogo di congiunzione con il Creato e con s stessi. Una parte della sua vita (cinque anni) che tent di dimenticare e di cui non parl molto. Plaudo pertanto a questo saggio, che mette in luce le sue virt alpinistiche ed il suo amore per la montagna, e che costituisce una delle rare testimonianze documentali dellepopea di Yol. La forza tranquilla e pacata, la sopportazione del lustro di prigionia, il coraggio fisico e spirituale, lamore per la famiglia, la Patria e la montagna che traspaiono dalle Lettere, del tutto esenti dallabituale retorica dellepoca. Lettere sincere, che costituiscono un ponte gettato oltre le sponde di un minaccioso nulla, al di l del silenzio, del potere annichilente della rabbia, del vuoto, dellagra ragione. Le sobrie parole di Gualtiero sono in realt un omaggio allamore ed alla vita, od almeno al surrogato di essa che si vive a Yol. Ogni lettera esprime una solennit sobria e meditata, trasferisce sul lettore odierno un peso specifico che necessario considerare. Chiama in causa lautore, costretto per reggere la pressione opprimente della prigionia, a farsi inconsciamente filosofo, anche se con termini semplici. Vi aleggia sempre la speranza. C, tra le Lettere, una profonda umanit, ma anche unamarezza che tenta di non emergere in maniera evidente. Una voglia di amore, di confidenze, specialmente con la famiglia lontana sono parole che resistono al tempo ed alla corrosione. Sono lettere intime, ma, allo stesso tempo e in una certa misura, aperte e dialogiche. Gualtiero parla con i suoi cari, ma anche con s stesso, con il proprio mondo, le esperienze, i dubbi, le certezze. Finisce per per rivolgersi anche ad un destinatario ideale: il proprio io, in cui molti, forse tutti, posono identificarsi. Lettere solide, che conservano sempre il coraggio naturale del sentimento che proprio ed esclusivo della virilit autentica. Ed il lettore scopre una dolcezza che resiste nonostante tutto, nonostante la prigionia, i sacrifici e lisolamento. Per comunicare con il mondo esterno e anche con s stesso, Gualtiero si muove sul filo sottile sospeso tra una capacit lucida e quasi filosofica di riflessione e, dal lato opposto, uninclinazione allemozione: sentimenti che si congiungono nellazione, nelle continue ascensioni che descrive, a differenza dei suoi compagni di prigionia politicizzati del Campo 25. Ci gli consente di dimostrare sempre nelle sue Lettere una naturalezza che contiene in s in modo del tutto spontaneo la meraviglia.

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Le Lettere da Yol di Gualtiero hanno il potere di evocare la zona dombra tra dolore e anelito vitale, tra vuoto e sogno. Gualtiero, senza volerlo, ha accenti lirici nella descrizione dei paesaggi montuosi dellHimalaya, e dimostra di essere distante da tutti i miseri caroselli e da tutte le fiere in cui giostrano e inciampano schiere di saltimbanchi. Si tratta di un libro di meditazione sulla grandezza, ma anche caducit, delluomo e sullesilit dellesistenza. A, tramite la volont ed il sacrificio, la serenit e lamore, finisce per ribadire che lumanit ancora presente ma solo se riscopre il valore della natura, della montagna e del creato.

Mainardo Benardelli de Leitenburg(1964-2013)


Bernardelli, discendente di una famiglia dellantica nobilit goriziana, era nato nel capoluogo isontino il 18 dicembre 1964, si era laureato in Scienze Politiche allUniversit di Padova nel 1987 e successivamente aveva ottenuto il Master in Relazioni Internazionali nella stessa Universit, nel 1988. A seguito di concorso, era entrato in Carriera diplomatica nel 1991, prestando servizio nelle Ambasciate dItalia a Kampala (1993-1996), LAja (1996-1999), Colombo (19992001) e Baghdad (2004-2006) e, al Ministero degli Affari Esteri in Roma, nelle Direzioni Generali delle Relazioni Culturali, del Servizio per lInformatica e la Cifra e della Cooperazione per lo Sviluppo, dove da ultimo , stato responsabile per gli aiuti demergenza, umanitari ed alimentari. Mainardo Benardelli aveva svolto, nellanno accademico 2007-2008, anche attivit di docenza all Facolt di Scienze Diplomatiche di Gorizia (Universit di Trieste) e allIstituto di Sociologia Internazionale di Gorizia. Lo scorso novembre era finito nel mirino degli spietati sicari del narcotraffico centroamericano, rischiando di essere ucciso semplicemente per qualche presunto contatto galante con lex amante di un potente e spietato boss.

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Bibliografia di Mainardo Benardelli

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Gualtiero Benardelli 1904-1972


Gualtiero Benardelli (Cormns, 22.02.1904 Gorizia, 26.01.1972), funzionario coloniale e diplomatico, partecipa con DAnnunzio al Natale di Sangue del 1920. Laureatosi a Firenze in Scienze sociali, economiche e politiche, frequenta a Pola tra il 1925 e il 1926 il 3 corso Allievi Ufficiali Alpini e presta il servizio di prima nomina presso i Battaglioni Pieve di Cadore e Vestone. Entrato nel Ministero delle Colonie nel 1929, assume servizio a Mogadiscio. Dopo linizio della guerra, costituisce una banda di 300 irregolari, denominata Banda del Commissario Benardelli, con effettivi dei clan dei Merrehan e Digoda, che entrano in operazioni il 10 luglio 1940, nella zona che porta da El Uack a Uager. La Banda si scioglie nel febbraio 1941 ed a Gualtiero, per meriti di guerra, viene conferita la medaglia dargento al valor militare. Dopo la perdita della sua Banda e la caduta di Harar, Gualtiero raggiunge Dalle, ove si arruola volontario, in qualit di Tenente degli Alpini, nel IV Gruppo Bande di frontiera Beni Sciangul. Qui viene nominato Comandante della Banda Tessenei, con la quale prende parte al ripiegamento dal fiume Dabus a Dembidollo, fino alla cattura. Dopo una prima sosta al campo di Mandera, viene imbarcato a Berbera per lIndia, e raggiunge il campo di Yol, nellattuale Stato indiano del Himachal Pradesch. Qui trascorre cinque duri

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anni di prigionia, ma - in permesso temporaneo sulla parola - ha anche la possibilit di compiere alcune ascensioni sulle vette dellHimalaya, narrate in questo libro. Rientrato in Italia nellagosto 1946, riprende servizio a Mogadiscio con lAFIS (Amministrazione Fiduciaria Italiana per la Somalia), dove raggiunge il grado di Vice Segretario Generale. Trasferito al Ministero degli Esteri, presta successivamente servizio nel Katanga quale Console Generale (1960), in Yemen (1961-1968) ed in Honduras (1968-1971) quale Ambasciatore. Grande appassionato di alpinismo, descrive nelle Lettere da Yol le ascensioni compiute con qualche suo compagno di prigionia nelle catena del Dhaula Dhar e del Pangi, sul Gaurijunda, nel Chamba e nel Ladakh o Piccolo Tibet. Altre relazioni sono presentate nei diari qui pubblicati di Giacinto Ferrero, Giovanni Mussio e Luciano Davanzo.