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capitolo 1, v. 277, "Don Abbondio non era nato con un cuor di leone" (litote). capitolo 1, v.

279, "un animale senza artigli e senza zanne, che pure non si sentisse l'inclinazione d'esser divorato". capitolo 2, v. 33,"Assaporato dolorosamente"(ossimoro). capitolo 2, v. 360,"Modestia un po' guerriera"(ossimoro). capitolo 3, v. 163,"Come se mettesse grano in uno staio"(similitudine). cap. 3, v. 277,"Come un materialone sta sulla piazza guardando al giocator di bussolotti, che, dopo essersi cacciata in bocca stoppa e stoppa e stoppa, ne ricava nastro e nastro e nastro, che non finisce mai". cap. 4, v. 46 " come due cavalli bizzarri, condotti a mano da un cocchiere, col quale sanno, per esperienza, che non si pu vincerla, pure fanno, di tempo in tempo, qualche sgambetto, che scontan subito, con una buona tirata di morso. cap. 5, v.223-225 anafora cap. 8, v.276-279 similitudine cap. 8, v.422, " come nibbio i pulcini da un'aia deserta". cap. 8, v.603-637 anafora ( Addio monti) cap. 9, v.110-112 climax cap. 9, v.119,"due occhi, neri neri anch'essi". cap. 9, v.160 ( anacoluto ) cap. 10, v.122 climax cap. 10, v.462-464 similitudine cap. 10, v.615-617 anafora. Inserisce anche delle litoti (non era nato con un cuor di leone - riga 249), delle metafore (animale senza artigli e senza zanne - riga 251), delle similitudini (come un vaso di terracotta - riga 319) e dei latinismi (parenti - riga 320 - da parens,ntiltre le ho trovate qui -- http://www.comune.bologna.it/iperbole/ll http://www.comune.bologna.it/iperbole/ll (in fondo) questo invece l'elenco di tutte le figure retoriche: http://it.wikipedia.org/wiki/Categoria:F riassunti offerti da fatti anche bene http://www.promessi-sposi.it/personaggi/pL'origine

della divisione in caste della societ indiana risale alla penetrazione degli arii (o indoeuropei) in India nel corso del secondo millennio a.C. Essa si ricollega a divisioni funzionali e rituali (per esempio tra sacerdoti e guerrieri) presenti in molte popolazioni indoeuropee le cui tracce sono ben riconoscibili sia nel mondo greco antico sia in quello celtico o germanico. Nel caso dell'India gli invasori forse recepirono anche stratificazioni sociali gi consolidatesi nella elaborata civilt dell'Indo, cui essi si sovrapposero. Il meccanismo castale fu inizialmente usato per tener separati i ruoli dei dominatori da quelli dei dominati, com' chiaramente indicato dal termine sanscritovarna (colore) che indica tradizionalmente le principali suddivisioni e che riflette la originaria differenza razziale tra indoeuropei (chiari) e indigeni (scuri), marcando in maniera ancora oggi percettibile, nell'India del nord, il colore della pelle degli appartenenti alle due caste superiori rispetto agli altri. L'istituzionalizzazione del sistema castale, che lo rese un perno nella vita sociale e religiosa degli indiani e nell'organizzazione economica professionale, avvenne tuttavia con molta gradualit nel corso del primo millennio a.C. e nei primi secoli dell'era volgare. Allora fu codificata la distinzione fondamentale, in ordine gerarchico, tra brahmani (sacerdoti), kshatrya(guerrieri), vaishya (mercanti e artigiani) e shudra (servi), cui si aggiungevano i "fuori casta", genericamente indicati come paria o intoccabili, esclusi dal novero castale per la spregevolezza dell'occupazione o per aver perso, violandone le norme, l'appartenenza alla casta e, con essa, i diritti sociali e i ruoli nella ritualit religiosa. Le caste, infatti, impongono una serie assai complessa di regole, tra cui, principale, l'endogamia (la possibilit cio di sposarsi solo all'interno della casta), e numerose disposizioni di purezza rituale, tra cui

l'astensione da certo cibo (i brahmani dovrebbero essere rigorosamente vegetariani) o il divieto di contaminazione con caste inferiori (attraverso rapporti sessuali o anche semplicemente con il contatto fisico, o con la spartizione di cibi e bevande ecc.). esclusa comunque in via di principio, qualsiasi mobilit intercastale e in aree rurali ancora frequente una distribuzione spaziale tra caste diverse all'interno di uno stesso villaggio, con quartieri separati e pozzi separati. La suddivisione in quattro caste si and a sua volta spezzettando in "sub-caste", tutte altrettanto rigidamente escluse le une dalle altre, basate su fattori specifici quali la lingua, la professione esercitata, la provenienza geografica originaria, la specifica affiliazione a una setta religiosa induista e cos via. Secondo una stima generica il numero attuale delle caste si aggira intorno a duemila e oltre. Ma una piccola parte soltanto della popolazione ascrivibile alle prime due caste, mentre la massa rientra nella quarta e i "fuori casta", noti con il nome di harijan (figli di Dio) attribuito loro da M.K. Gandhi, sono molte decine di milioni. Al sistema delle caste si opposero le grandi religioni nate in India sul tronco induista, dal buddhismo (VI secolo a.C.) ai sikh (XVI secolo), sino ad alcune correnti riformiste del XIX e XX secolo. Ma esse rimasero, nella societ indiana, nettamente minoritarie, mentre religioni esterne, come l'Islam (presente in India dal X secolo) o il cristianesimo, finirono con l'assorbire al proprio interno stratificazioni sociali che riflettono in maniera anche assai elevata la rigidit propria del sistema castale induista. Il sistema pare essersi rafforzato, adattandosi e razionalizzandosi in direzioni professionali/clientelari nell'ultimo secolo: accettato da Gandhi (che si preoccup di smussarne alcune asperit umilianti come la segregazione degli intoccabili) fu ufficialmente bandito nel 1950 dalla Costituzione dell'India indipendente (che anzi prescrive protezioni e garanzie specifiche per le caste pi basse, i "fuori casta" e le trib primitive) ma nei fatti si svilupp sia in riferimento al sistema elettorale maggioritario sia rispetto alle divisioni del mondo del lavoro sia, nei ceti pi elevati e pi colti, come garanzia di status.
adre_cristoforo.htm

s che in latino significa ge

Nellatto di entrare, il frate, per non scoraggiare i tre protetti (i quali per la verit speravano poco dalla sua missione), quantunque facesse presente che non c nulla da sperare da don Rodrigo, confida tuttavia che per aiutarli ha gi in mano un filo (si riferiva alle informazioni che gli avrebbe fornite il vecchio servitore). Ma Renzo, che vorrebbe conoscere il dialogo nei minimi particolari, trattenendo malamente la furia che lo domina, tempesta il frate di domande, che a sua volta riferisce il contenuto del colloquio, ma fa notare di non essere in grado di ripetere letteralmente le parole di don Rodrigo, in quanto: le parole delliniquo che forte, penetrano e sfuggono. Detto ci, esorta tutti alla calma, ed in modo particolare Renzo, e si avvia verso il convento. Ma Renzo molto inquieto, furioso; sembra avere il demonio in corpo. Lucia tenta di calmarlo, dice che bisogna aver fede in padre Cristoforo, che prima o poi far trionfare la giustizia. Per Renzo, che giunto al limite di ogni sopportazione, insensibile alle esortazioni di Lucia, manifesta propositi vendicativi! intende fare giustizia da s. E nelle sue parole c una tale determinazione, che Lucia, onde evitare il peggio, acconsente che il matrimonio si faccia cos come lha prospettato Agnese. Il colloquio fra i tre vivace, secco, vibrante: un capolavoro di sottigliezza psicologica. A questo punto si danno la buona notte e Renzo, ormai placato, lindomani discute con Agnese fin nei minimi particolari il piano da attuare per il matrimonio. Si decide poi di mandare Menico, un ragazzetto sveglio, al convento di Pescarenico, da padre Cristoforo, per sapere se avesse notizie da comunicare circa le intenzioni di don Rodrigo. (Il frate le avrebbe ricevute come sappiamo dal vecchio servitore di don Rodrigo). Intanto don Rodrigo, che la sera precedente era stato canzonato dal cugino, conte Attilio, chiama il Griso e gli ordina con tono rabbioso che prima di domani, quella Lucia deve trovarsi in questo palazzo . A tale ordine il Griso assicura il suo padrone, con risposte intelligenti e perspicaci, che tutto sar eseguito secondo il suo volere. A questo punto bisogna dire che il Griso, il capo dei bravi, un professionista del male: la sua vita costellata di azioni abominevoli. Accorto e intelligente pi del suo padrone, riceve ordini da costui e d consigli. Egli organizza per primo il rapimento di Lucia con scrupolosit e accortezza; fra laltro, per non essere riconosciuto, si traveste da pellegrino, studia pazientemente i punti strategici del paese e li sorveglia con i suoi uomini. Infatti quella mattina, intorno alla casa di Lucia vi uno strano avvicendarsi di persone, figure losche, accattoni, gente ambigua. Lo stesso Griso, con unimprontitudine che rasenta lincredibile, si introduce nella casa di Lucia, per chiedere la carit, dando in qua e in l certocchiate da spione . Di quanto hanno architettato don Rodrigo e il Griso, viene a conoscenza il vecchio servitore, il quale, pur consapevole a quale rischio si espone, in sul calar del

sole, si reca al convento, per informare padre Cristoforo, come aveva promesso. Nel frattempo Renzo, Tonio e Gervaso, si avviano verso losteria, per concertare i dettagli dellimpresa, come da accordo precedente. Qui trovano un bravo innanzi alla porta e altri due allinterno dellosteria che, con aria sorniona, spiano chiunque entri. Ci insospettisce Renzo, tanto che chiede alloste chi fossero quei due; ma loste, falsamente, dice di non conoscerli; per, quando uno di quei bravi chiede alloste notizie di Renzo, Tonio e Gervaso, egli ne fa una descrizione esauriente. Nondimeno Renzo, insospettito, raccomanda prudenza ai due fratelli e, una volta terminata la cena, pagato il conto, tutti e tre se ne vanno. Fatti pochi passi, Renzo si accorge che seguito dai due cheran nellosteria: ci aumenta i suoi sospetti. Egli infatti corre il

nitori). Don

Abbondio, ancora convalescente per la febbre causata dalla paura, per nulla sospettoso di quanto fra poco accadr, trascorre il tempo dedicandosi beatamente alla lettura, quando Perpetua, dopo un breve colloquio con Tonio, (lui dalla strada, lei dalla finestra), si reca dal curato, per riferire che Tonio vorrebbe pagare il suo debito. Superati i primi attimi dincertezza, don Abbondio acconsente che sia fatto entrare, dopo che gli stato largamente assicurato che si tratta veramente di Tonio, di cui pensa al saldo del debito. A questo punto, per il susseguirsi di tanti e cos complessi avvenimenti, la narrazione risulterebbe carente di chiarezza, se il Manzoni non fosse maestro impareggiabile nellarte del dire. Nel momento in cui, dunque, Perpetua apre il portone, per permettere lingresso a Tonio e a Gervaso, ecco spuntar dimprovviso Agnese che attira a s, un po lontano dalluscio, la domestica, con argomenti ben preordinati, che la riguardano personalmente. Ci consente a Renzo e Lucia lingresso furtivo alle spalle dei due testimoni. Tutti e quattro cos salgono silenziosamente per le scale. Giunti sul pianerottolo, i due sposi si appoggiano al muro, mentre Tonio a voce alta dice: Deo gratias . Don Abbondio lo riconosce, lo invita ad entrare, ed egli tira a s il fratello. Tonio svolge la sua parte con disinvoltura e bravura: le sue battute sono un capolavoro di abilit. La conversazione fra i due si svolge con calma e naturalezza, quando, allimprovviso, giungono Lucia e Renzo; questi riesce a pronunziare interamente la formula del matrimonio, ma don Abbondio, ora tanto diverso da quello che era, con inconsueta rapidit, prima ancora che anche Lucia riesca a pronunciare la formula per intero, altrimenti il matrimonio sarebbe valido, provoca tale baldoria e tale caos, che tronca la parola a Lucia, quindi fugge e si rinchiude in unaltra stanza. Renzo intanto insegue il curato, Lucia prega Renzo di andar via, Tonio striscia a terra, in cerca della ricevuta rilasciata da don Abbondio; questi a voce alta invoca

aiuto; e lo sentono Perpetua e il sagrestano. La prima, conosciuta la voce, corre verso il suo padrone, il sagrestano, lungi dal desiderio di introdursi nella mischia, non trova soluzione migliore, se non quella di suonare le campane a martello. Mentre in casa di don Abbondio si tenta il matrimonio, i bravi, secondo un piano ben prestabilito dal Griso, frugano la casa di Lucia, per rapirla. In questo frangente vi giunge Menico, latore di un messaggio di padre Cristoforo, che per incappa nelle grinfie dei bravi. E in questo momento che si odono i tocchi delle campane. I bravi cercano di disperdersi con la fuga, ma il Griso li riunisce e, ostentando una certa indifferenza, li guida verso il palazzotto del suo padrone; mentre Menico, una volta libero, di corsa si avvia verso il campanile, sicuro di trovar qualcuno. E trova infatti Agnese, Renzo e Lucia, ai quali comunica che la casa stata messa a soqquadro, e quindi consiglia tutti di recarsi al convento di Pescarenico, come vuole padre Cristoforo. Mentre savviano verso il convento, la gente, destata dal suon delle campane, incomincia ad affollare la piazza della chiesa ed a chiedere ansiosamente cosa fosse accaduto; ma don Abbondio, visto che Renzo e Lucia si sono allontanati, calma quella gente, dicendo che ora non c pi nessuno, che ogni pericolo cessato. Intanto i tre fuggiaschi , mandato Menico a casa con la ricompensa promessa, giungono al convento, dove sono attesi da padre Cristoforo. Questi consiglia le donne di andare al convento di Monza e Renzo al convento di Milano. In questo capitolo, forse il pi complesso del romanzo, la ricchezza degli episodi viene mirabilmente sincronizzata, per cui si potrebbe chiedere se ci sia o no un fondamento di verit. Ci per ha una importanza relativa; quello che interessa che lautore riesce a dar vita e concretezza ad un numero cos imponente di personaggi, sfoggiando uno stile e una chiarezza veramente sorprendenti. Chi mai avrebbe potuto impostare una scena cos grandiosa, con tanta nitidezza, se non un uomo dotato di una grande mente? Il linguaggio del Manzoni come una sinfonia in crescendo, come un mare che progressivamente da calmo diventa mosso, e quindi tempestoso, e poi ritorna mosso, ed infine calmo. Non altrimenti potrebbe definirsi lavvio silenzioso di Renzo e Lucia, il parlottare di Agnese e Perpetua, lagitarsi di don Abbondio, il suono delle campane, la ritirata dei bravi, la partecipazione del paese, ed infine il ritorno alla calma. Finalmente i tre viaggiatori, dopo una sera tanto agitata, per il matrimonio fallito, e il viaggio durato una notte intera, giungono a Monza. Qui, fatta colazione, la compagnia, con tanta tristezza nellanima, si separa: Renzo si avvia verso Milano; Agnese e Lucia, guidati dal buon barocciaio, verso il convento, dove il padre guardiano, apprendendo dalla lettera che la sorte delle donne sta tanto a cuore a padre Cristoforo, le conduce al monastero della signora, onde procurar loro col asilo. Diciamo subito che la signora, di cui parla il padre guardiano, Gertrude, figlia di un principe, alla quale lautore, per tracciarne li profilo, dedica questo capitolo e quello seguente. Gertrude vittima innocente dellorgoglio del padre, di un padre perfido ed indegno, che la costringe a divenire monaca, pur sapendo che in lei non c tale vocazione; tutto questo perch ossessionato dalla insufficienza di mezzi, idonei a conferire decoro al suo casato. E animato da questi insani propositi, fa subire la stessa sorte ai fratelli cadetti, di modo che tutte le sostanze restino al primogenito.

Essa resta rinchiusa in convento per otto lunghi anni, fino a quattordici anni, et in cui pu pronunciare i voti. In tale periodo sono orditi inganni su inganni. Per distoglierla dal suo naturale istinto di partecipare alla vita attiva del mondo, si lascia intravedere la possibilit di raggiungere la pi alta carica della comunit. Ma un eventuale privilegio di supremazia in convento una consolazione evanescente, perch quando le compagne parlano di feste, di nozze, di vestiti e di pranzi, ella sente pesare un destino avverso su di s, e spera in quei momenti di poter negare il consenso di prendere il velo, e quindi potersi maritare e godersi il mondo . Per questo Gertrude; consigliata anche da una sua amica fidata, si decide a scrivere una lettera al padre, manifestando timidamente le sue intenzioni di non prendere il velo. Per questa lettera, alla quale il padre non risponde, Gertrude ammonita dalla superiora per un grave fallo commesso, che per non viene rivelato. Dopo otto anni di permanenza in monastero, giunge il tempo, come vuole la regola, di tornare in famiglia, prima del voto. Qui accolta da tutti con indifferenza e diffidenza. La tattica del principe, che nulla chiede e nulla impone, chiara: far capire alla figlia che in convento, anche se destinata ad un umiliante accoramento, sta meglio che in casa. Tutti la guardavano come unindegna, come se fosse rea chiss di quale misfatto. Quando, poi, la cameriera la sorprende che aveva scritto un biglietto diretto al paggio, e che invece va a finire nelle mani del padre, i suoi guai aumentano. Per prima cosa rinchiusa, come se fosse un soggetto pericoloso, dentro una camera e sorvegliata a vista, mentre il paggio subito licenziato. Tappata in quella stanza e sorvegliata da quella dispettosa guardiana, che laveva sorpresa col biglietto in mano, sente uno struggimento insopprimibile, un bisogno prepotente di vedere altri visi, di sentire altre parole, desser trattata diversamente . Perci, nella speranza di commuovere il padre, non osando affrontarlo personalmente, gli scrive una lettera, implorando il perdono I contrasti, tra ci che si agita nellanimo di Gertrude e ci che le viene detto di fare, si accavallano con una rapidit impressionante. I peccati, le passioni e le responsabilit trovano sempre una valida attenuante, in quanto ella stata succube, e lo tuttora, dellegoismo e della violenza morale altrui. Tuttavia lautore, con impareggiabile finezza psicologica, dice che Gertrude, rifacendosi alla religione, avrebbe potuto condurre una vita meno agitata, avrebbe potuto mettere a tacere le sue passioni e gli istinti; ma aggiunge che presso i signorotti la religione non n sentita, n compresa nella sua essenza. Il principe, dunque, ricevuta la lettera della figlia la fa venire da lui e si dispone a battere il ferro, mentre caldo. Quando ella si trova al suo cospetto, con atto di umilt chiede perdono. Allora il principe, con inconsueta dolcezza ed usando tutta labilit di cui capace, risponde che il perdono non basta chiederlo, bisogna meritarlo. E si dilunga a parlare del suo errore, asserendo che tale errore un ostacolo alla vita del secolo, che piena di pericoli per lei.... A questo punto Gertrude pronunzia un s! ma un s da non interpretare come il consenso a farsi monaca; per la malvagit del padre lo fa apparire come tale, e quindi fuor di s per la gioia, non parla pi di colpa e di vergogna e chiama la famiglia, a cui partecipa con esultanza la decisione della figlia. Ora tutti sono gentili con lei e ne lodano il giudizio, mentre nel suo intimo Gertrude indispettita. Il giorno dopo si va a Monza, nello stesso convento in cui si trova adesso, ma prima della partenza il principe, con modi affabili e minacciosi in pari tempo, la istruisce molto bene, perch superi le prove che dovr sostenere, e fa presente anche di non parlare di imposizione, specie al cospetto del vicario. E cos la povera Gertrude, pensando che ritornare a casa significherebbe riprendere una vita dinferno

e di terrore, senza averne volont e vocazione, costretta a dire: mi fo monaca di mio genio, liberamente . Mentre Gertrude esaminata circa le sue intenzioni di farsi monaca, il padre sulle spine, travagliato dal dubbio che la figlia, anche involontariamente, possa tradirsi; ma quando lesaminatore incontra il principe, si compiace con lui delle buone disposizioni in cui aveva trovata la sua figliola . Se tale notizia motivo di gioia per il principe, per Gertrude un rammarico incessante, come precipitare nellabisso. Ella deplora e commisera la sua giovinezza e la sua bellezza, destinate a strugersi in un lento martirio. Con un animo cos tormentato, ella prova avversione e odio per tutti: la sua condotta molto strana: ora rigorosa e austera, ora spensierata e sconveniente. Se per Gertrude costretta a rinunciare alle gioie del mondo, tuttavia nel monastero gode di distinzioni e privilegi , e fra questi, quello di potere abitare un quartiere contiguo alla casa di un certo Egidio, un giovane nefasto e scellerato. Tra i due si stabiliscono dei rapporti intimi, e ci da la forza a Gertrude di soffocare, ma non di spegnere, i suoi tormenti. Ella diventa infatti, pi tranquilla, quasi normale. Per tutto ci ha breve durata; presto ritorna ai soliti dispetti e ai soliti capricci: sente fortemente la prigione claustrale. Le suore, comunque, ormai abituate, tollerano questo suo comportamento fluttuante, attribuendolo al suo carattere bisbetico e leggero. Ma un giorno Gertrude, venuta a diverbio con una conversa, e maltrattatala, questa fa qualche allusione e aggiunge che un giorno parler. Da l a poco la conversa non si vista pi: si fanno allora delle ricerche ovunque, persino in Olanda, ma non se ne sa niente. Eppure, bastava che si scavasse l vicino, per trovarla. Ora Lucia e Gertrude, alla distanza di un anno di quanto avvenuto, si trovano luna di fronte allaltra. La monaca, intrepida e disinvolta, la tempesta di domande circa la persecuzione di don Rodrigo e la preferenza data a Renzo, e fa trasalire, stupire ed arrossire la povera Lucia. La quale, quando al cospetto della madre, confida tutto; ma Agnese risponde che i signori han tutti un po del matto . Due sentimenti religiosi quindi, quello di Lucia e quello della Gertrude, che vanno su due binari opposti. Luna ricca di pudore e di fervore morale, laltra sfrontata, malvagia, corrotta, capace di commettere qualsiasi azione indegna. Questo uno dei motivi, per cui ci si deve preoccupare per lavvenire di Lucia, affidata alla protezione di Gertrude, anche se Agnese e la figlia sono felici di aver trovato, dopo tante tribolazioni, un luogo ospitale e al riparo da ogni inganno, secondo la loro convinzione.

Mentre don Rodrigo in impaziente attesa dellarrivo del Griso, si abbandona a delle oziose considerazioni intorno a Lucia e a delle possibili conseguenze del suo rapimento. Quindi, quando, finalmente, il Griso gli si presenta con aspetto dimesso, e lo informa del fallimento della spedizione, don Rodrigo, non abituato alle sconfitte, prova una cocente delusione. Alluno e allaltro per nasce il sospetto che qualcuno abbia fatto la spia. Anche lironico cugino conte Attilio, che non perde occasione per beffeggiarlo, di questo avviso: anzi polarizza i suoi sospetti su padre Cristoforo, e si rammarica con don Rodrigo, per non aver saputo dargli una lezione, quando venuto ad importunarlo. Al riguardo il conte Attilio comunica al cugino che penser a

punire quel frate impiccione, chiedendo lintervento del conte zio del Consiglio segreto, e annuncia la sua prossima partenza per Milano. Intanto lautore, con profondo spirito dosservazione, con ragionamenti sottili e con la ben nota impareggiabile maestria, descrive come il Griso, incaricato dal suo padrone di svolgere indagini, sia venuto a conoscenza di quanto avvenuto la notte precedente. E quando a don Rodrigo viene riferito che Lucia e Renzo sono separati: che luna si trova al convento di Monza, laltro si avvia verso Milano, nel suo intimo prova una grande allegrezza. Due pensieri balenano nella sua mente: mandare il Griso a Monza, alla ricerca di notizie pi precise intorno a Lucia, e impedire a Renzo che torni da lei. Nel frattempo Renzo, con lanimo amareggiato per il distacco da Lucia, e con il desiderio di vendetta, e la rabbia contro don Rodrigo, colpevole di tante disavventure, alle porte di Milano. Egli, purtroppo, vi giunge in un giorno di sommossa. La strada che percorre cosparsa di farina e di pani. Ne prende qualcuno e prosegue. E vede gente carica di farina e di pane, e pi avanti una confusione di persone. Tutto ci lo incuriosisce e gli d una sensazione di piacere. Ma non si immischia nel tumulto, si reca invece al convento dei cappuccini, indicato da padre Cristoforo. Qui chiede di padre Bonaventura, e poich momentaneamente assente, il frate portinaio, che gli aveva aperto, consiglia Renzo di aspettarlo in chiesa. Ma questi, piuttosto che seguire il consiglio del frate, si avvia verso il luogo della sommossa, e per poco non ne travolto. Questo capitolo dominato da uno stile nitido, da un ragionamento vigoroso e da una successione di fatti di non secondaria importanza. Non sembra fuori luogo premettere che il Manzoni fu appassionato studioso di economia politica e autore di piccole opere storiche. Non meravigli, dunque, se nel romanzo si inseriscono vicende storiche, che in definitiva ne sono un complemento. Per il secondo anno consecutivo vi una tale scarsit di raccolto, che il pane scarseggia, ed aumenta paurosamente il prezzo. La popolazione in fermento, non crede alla carestia ed esige che siano presi adeguati provvedimenti dallautorit. E quanto la gente chiede, trova lapprovazione del gran cancelliere Antonio Ferrer, rappresentante del governatore di Milano, don Gonzalo Fernandez, impegnato a comandare lassedio di Casale Monferrato. Il gran cancelliere con non lodevole decisione, almeno per quei tempi di carestia, abbassa il prezzo del pane ad un tal limite, che il popolino ne fa abbondanti provviste.

I fornai brontolano; per loro la situazione insostenibile; e poi, continuando cos, il pane finir presto. Allora i decurioni informano don Gonzalo che, nellimpossibilit di venire, nomina una giunta che decide di rincarare il pane; tale decisione naturalmente gradita ai fornai, ma il popolo si oppone, diventa furioso; vuota le gerle dei garzoni e assale un forno, malgrado il ridicolo intervento del capitano di giustizia. La situazione tale, quando Renzo come si detto prima piuttosto che attendere padre Bonaventura in chiesa, arriva, spinto dalla curiosit, nel mezzo del tumulto. La gente discute concitatamente, incolpa lautorit; si sente vittima del suo sopruso. E allora la violenza aumenta: si distruggono frulloni e madie e si devastano i forni. Il popolo sempre pi concitato; reclama giustizia; e decide di andare dal vicario e di saccheggiarne la casa. Mentre la folla, dunque, con questi sentimenti bellicosi si avvia verso la casa del vicario, anche Renzo, vinto ancora una volta dalla curiosit, vi si reca; anzi, se finora stato semplice spettatore, dora innanzi diverr uno degli attori principali.