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Streghe, paganesimo e tradizioni popolari in Piemonte e

Lombardia. E anche in Veneto.

Tratto dal web:


Roberto Corbella - Massimo Centini
La STREGONERIA
in INSUBRIA
Tradizione popolare, Inquisizione
e riti pagani tra Lombardia e Piemonte
MACCHIONE EDITORE
Via Salvo D'Acquisto, 2
21100 Varese
Tel. e fax 0332.232.387
editore@macchione.it
http//www.macchione.it
ISBN 978-88-8340-492-4

INDICE
pag. 7
Premessa
13
Le druide: antenate delle streghe insubriche
(R. Corbella)
38
San Massimo vescovo contro i demoni
(M. Centni)
56
La questione longobarda
(R. Corbella)
66

Il malocchio: una forma di stregoneria sempre attuale


(R. Corbella)
74
La "fisica"
(R. Corbella)
82
Il fenomeno dei Benandanti
(R. Corbella)
93
I processi a carico dei Benandanti
(R. Corbella)
98
Riti a sfondo sciamanico nel Piemonte del XV secolo
(M. Centini)
118
La "caccia alle streghe" in Ossola, Ticino e Varesotto
(R. Corbella)
139
L'Inquisizione a Milano
(R. Corbella)
151
Il "caso Monteviasco"
(R. Corbella)
161
Le streghe lombarde: "straniere pericolose"
(M. Centini)

164
Le streghe bergamasche tra storia e folklore
(M. Centini)
181
La Valcamonica...
(M. Centini)
190
Streghe e stregoni tra Ceresio e Verbano nel XX secolo
(R. Corbella)

PREMESSA
La stregoneria, non solo quella dell'Insubria, ha tante facce:
molteplici aspetti che coinvolgono ambiti diversi, lasciando
intravedere un'ampia e diversificata struttura nella quale
sono radicati fatti storici, tradizioni, miti e leggende che ne hanno
ampiamente contrassegnato l'apparenza e un retroterra che dominio
dell'immaginario.
Prima di andare avanti per necessario riflettere brevemente
su un aspetto importante: le fonti storiche sulla stregoneria. Tralasciando
quindi tutto il patrimonio mitico-leggendario, le fonti dalle
quale possibile trarre importanti informazioni sull'argomento sono:
documenti relativi ai processi intentati contro le streghe; libri e manuali
ad uso degli inquisitori; saggi teologici e giuridici di imminenti
personaggi della Chiesa, ma anche di laici, pr e contro la persecuzione
delle streghe; immagini dell'universo della stregoneria realizzate
dagli artisti, soprattutto tra la fine del XIV e l'inizio del XVII secolo.
Inoltre sulla base delle informazioni provenienti da queste
fonti si evince che: la stregoneria una pratica antichissima; la stregoneria
presuppone un legame con il demonio; molte sono le pratiche
magico-rituali che hanno caratterizzato l'attivit delle streghe
(dalla riunione sabbatica, alla metamorfosi in animale, il volo, ecc.);
l'aggettivo stregonesco utilizzato per indicare esperienze e forme
che hanno qualcosa a che vedere con il mondo della magia, dell'incantesimo,
del male.
Se lasciamo da parte i clamori della mitologia e delle errate ricostruzioni
storiche, spesso alimentate da intenzioni falsamente populistiche,
o da dirette volont anticlericali, abbiamo quindi modo di riferirci
a fonti oggettive che ci offrono l'immagine concreta della caccia

alle streghe. Queste fonti offrono un affresco attendibile sul modo in


cui la stregoneria venne considerata e interpretata dalla gente attraverso
le memorie lasciateci da personaggi che, si presuppone, non fossero
vittime di illusioni e di paure immotivate.
Senza dubbio - a livello generale - la stregoneria certamente
un tema che si presta a numerose interpretazioni, suscita suggestioni,
fa riemergere aspetti oscuri del nostro passato, ma pu anche
essere oggetto di luoghi comuni e vittima di numerosi preconcetti.
Non va inoltre dimenticato che, in particolare gli aspetti rituali
della stregoneria, sono ancora oggetto di studio e molte delle
loro sfaccettature sono avvolte dal mistero. Analizzando i documenti
sulla stregoneria possibile anche constatare che spesso la caccia
alla strega fu il risultato di effettivi disagi interni di societ che, disperatamente,
cercavano un capro espiatorio per dare un senso al
proprio malessere. Ma non furono secondarie motivazioni religiose,
interpretazioni giuridiche e teologiche, colme di superstizione e
ossessionate dalla paura del diavolo e del male.
Si deve inoltre considerare che la grande caccia alle streghe
non fu solo il risultato della repressione attuata dalla Chiesa, ma
coinvolse anche il potere laico e il mondo protestante: una crociata
contro il male che un cattolici e protestanti.
Questa la definizione tecnica di stregoneria secondo il Grande
Dizionario della Lingua Italiana di Salvatore Battaglia: "complesso di
credenze superstiziose e di pratiche magiche a esse legate, attestate
dalla preistoria ai giorni nostri (ancora presso popolazioni primitive),
esercitate da streghe e stregoni e per lo pi intese a danneggiare la comunit
(e spesso appaiono connesse nell'immaginario popolare a misteriosi
contatti di coloro che praticano tali arti con il demonio o con
le forze del male). Con significato attenuato: occultismo, spiritismo.
In senso concreto: pratica magica, incantesimo, fattura, malia".
Gi da questa breve definizione abbiamo modo di comprendere
alcuni aspetti precisi:
- la stregoneria una pratica antichissima;

- la stregoneria presuppone un legame con il demonio;


- l'aggettivo stregonesco utilizzato per indicare esperienze e
forme che hanno qualcosa a che vedere con il mondo della magia,
dell'incantesimo, del male.
Ne consegue quindi che la strega colei che "pratica la magia
nera e che la superstizione popolare immagina ispirata da forze
demoniache, capace di compiere incantesimi, di trasformarsi in animale,
di partecipare a misteriosi riti notturni, ecc. In senso pratico:
maga, indovina, negromante".
In genere il termine strega, per quanto riguarda la lingua italiana,
collegato al latino strix (uccello notturno), anche se l'etimologia
incerta.
I termini francesi sorciere/sorcire si collegano a sortes, cio alla
tradizione di trarre auspici che era dominio dei maghi e delle fattucchiere.
Di contro l'inglese wizard/witch deriva dal sassone wicca/
wicce, che corrisponde a saggio/saggia e anche a sapiente; di simile
significato anche il tedesco hexer/hexe.
II modello della strega e la sua fisionomia vennero definendosi,
secondo stereotipi ancora oggi diffusi, a partire dal XIV secolo, quindi
in concomitanza con l'inizio della grande persecuzione. Anche se
tali definizioni risultavano (e risultano) caratterizzate da peculiarit sostanzialmente
unificate, vi furono comunque varianti determinate da
motivazioni di carattere locale. Importante, l'influenza della lotta all'eresia
che certo costitu un humus favorevole alla persecuzione delle
persone che si diceva si fossero alleate con Satana.
Nella sostanza: anche se le accuse erano quasi sempre le stesse,
il tipo di reazione a livello di repressione poteva cambiare in relazione
al luogo in cui si verificavano i casi di stregoneria.
Valutando in generale il fenomeno con gli strumenti
delle moderne scienze sociali, si potrebbe postulare che le streghe
fossero persone occupanti aree marginali, verso le quali si proiettava
l'aggressivit di una collettivit travolta da problematiche
intrinseche: ad esempio le streghe erano riconosciute colpevoli

dei malesseri che colpivano un singolo o l'intera comunit.


Naturalmente le interpretazioni esclusivamente sociologiche
non possono dare una risposta totale al fenomeno stregoneria.
Infatti, se certamente le streghe non volavano, o si mutavano in animali,
e molto probabilmente non possedevano neppure i mezzi per
causare tempeste e far morire gli animali a distanza, non va neppure
escluso a priori che esistessero sacche di dissidenza religiosa dedite
alla magia e forse praticanti il satanismo.
Per correttezza va comunque considerato che quelle pratiche,
bollate come "culto del diavolo", in realt potevano essere esperienze
religiose pagane, rimaste impigliate nella cultura tradizionale,
anche molto tempo dopo la diffusione del Cristianesimo.
Sulla base delle osservazioni fin qui poste in rilievo, abbiamo
modo di sintetizzare il quadro generale sulla realt della stregoneria:
- le streghe erano persone che praticavano esperienze dirette a
celebrare Satana e orientate a colpire gli uomini, in dichiarata opposizione
al Cristianesimo;
- la strega fu una donna riconosciuta amante di Satana, anche
in ragione di comportamenti in opposizione alle regole sociali condivise
(tra le donne accusate di stregoneria c'erano prostitute, medichesse,
erboriste, levatrici e persone con situazioni familiari in contraddizione
alle norme: ad esempio vivevano more uxorio)-,
- la donna definita strega era l'ultima esponente di una tradizione
religiosa precristiana e pertanto perseguita perch portatrice
di esperienze rituali in antitesi con il Cristianesimo. Le antiche divinit
pagane furono cos equiparate a Satana e ai demoni, secondo
un metodo attuato da ogni religione dominante nei confronti delle
precedenti, o di quelle dissidenti.
La strega comunque non mai stata un personaggio definito
nitidamente, i suoi confini sfumano, si fanno evanescenti e sibillini.
Tutto ci naturalmente fa parte della sua identit e, per quanto
le indagini degli studiosi continuino ad indagarne la storia, il suo
mistero non sar mai completamente chiarito, suscitando immagi-

ni che spaventano e affascinano. Va considerato che l'"idea" della


strega che spesso presente nella cultura contemporanea, stata
condizionata luoghi comuni che non sempre trovano riscontri nelle
fonti storiche.
In realt, la cultura si avvale di stereotipi visivi che hanno il
ruolo di fornire un'identit, per quanto fittizia, ai soggetti della storia,
siano essi protagonisti o semplici comprimari.
Possedendo un'immagine fissa e ricorrente, si accerta un'esistenza,
si chiariscono delle funzioni, si ipotizza un'evoluzione. Spesso per
questi stereotipi visivi sorgono in seno a consuetudini interpretative
che hanno tratto numerose delle loro prerogative dall'immaginario e
in esso hanno trovato il modo per esprimersi ed amplificarsi. In genere
per la storicit di queste prerogative trova solo piccole e momentanee
occasioni per ottenere una verifica nella storia e quasi sempre
trae la sua linfa dal mondo del mito e della leggenda.
Il caso della strega non si sottrae a questa tradizione visiva, infatti
ne abbiamo una chiara testimonianza osservando l'ampia iconografia
che, dal XIV secolo fino ad oggi, ha rappresentato l'aspetto delle
adepte di Satana. Dalla "ritrattistica" sui generis fino alle composizioni
in cui le streghe appaiono colte nelle loro molteplici attivit specifiche,
la storia dell'arte e dell'illustrazione ci consente di verificare alcuni
temi ricorrenti, che contrassegnano il soggetto qui esaminato:
a) in genere la strega spesso brutta, vecchia e vestita con
scarsa cura per la propria femminilit (fino al XVII secolo);
b) dal XVII secolo lo stereotipo subisce una parziale evoluzione
e la strega pu anche apparire in opposizione al tipo descritto in a;
c) dalla fine del XVIII secolo si va definendo anche un modello
tendente a porre in rilievo la forte carica sensuale della strega,
con i conseguenti rivolgimenti dello stereotipo descritto in a.
In genere, le varie rappresentazioni della strega, via via definite
nel corso dei secoli, pur subendo delle modificazioni in relazione
a condizionamenti contingenti, hanno prodotto un modello figura-

tivo entrato a far parte della cultura, con toni anche in contrasto
con le fonti. Infatti i documenti sulla stregoneria - in particolare i
processi - propongono un'"immagine" della strega non sempre
sovrapponibile all'interpretazione iconografica.
Nelle fonti spesso ritroviamo delle streghe giovani, il cui
aspetto - stando alle sommarie descrizioni - risulta ben lontano
dallo stereotipo della "vecchia, brutta" e, di conseguenza, "cattiva"...
Come si evince da questa sommaria "carta d'identit" della
strega, i temi che possono essere oggetto di riflessione sono molteplici:
in questa occasione cercheremo, razionalmente, di offrire una
panoramica sulle stregoneria in terra d'Insubria, tenendo conto delle
tante problematiche che il tema suggerisce. Naturalmente non
tratteremo "tutti" i casi, ma riporteremo una serie di testimonianze
che possano offrire un quadro esaustivo dell'argomento.
Abbiamo quindi strutturato il libro cercando di far convivere
fonti storiche con leggende e testimonianze che ci consentono di
constatare come una certa idea di stregoneria sia rimasta impigliata
nelle credenze, in alcuni riti e soprattutto nell'immaginario della
gente dell'Insubria.
Gli autori

LE DRUIDE:
ANTENATE DELLE STREGHE INSUBRICHE
(R. Corbella)
Senza dubbio, nell'immaginario collettivo, la categoria dei
sacerdoti celti era costituita da soli uomini: maschi attempati,
con lunghi capelli e barba bianchi. Insomma figure che si cristallizzano
intorno al diffuso e romantico stereotipo del druido.
In effetti non sappiamo se tra i Celti vi fosse, in ambito religioso,
una precisa distribuzione di ruoli in relazione al sesso, come
invece si verificava in numerose altre religioni dell'antichit. Probabilmente
no: tra i popoli celti, perci anche tra i nostri antenati insubri,
la donna aveva un ruolo preminente nella societ ed era perfettamente
equiparata all'uomo. Questo quanto traspare non solo
dalle fonti letterarie antiche irlandesi e bretoni, ma soprattutto dalla
tradizione orale diligentemente trasmessaci dai monaci evangelizzatori
nei loro manoscritti agli inizi della cristianizzazione delle isole
britanniche. Va tenuto conto che anche le fonti greche e latine non
hanno nascosto il ruolo importate svolto dalle donne in seno alla
civilt celtica, dove occupavano una posizione di rilievo, usufruendo
di libert del tutto assenti in altre culture.
Le fonti storiche non consentono di stabilire con la dovuta
chiarezza se effettivamente fosse attiva una classe sacerdotale femminile
indipendente dal suo contrapposto maschile; in passato tale
credenza era diffusa, non sempre con la dovuta lucidit critica ed
esagerandone l'importanza.
Ci era probabilmente dovuto alla volont di individuare, a
tutti i costi, una connessione con l'universo mitico religioso femminile
a cui, tra Ottocento e Novecento, spesso si collegavano figure

provenienti dal mondo mitico e folkloristico quali ninfe e fate.


Al di l delle contaminazioni e degli azzardi determinati dal
comparativismo, va osservato che nelle fonti classiche non troviamo
un termine femminile che possa essere correlato al nostro druida, lo
troviamo per nelle fonti irlandesi dei primi secoli dopo Cristo:
sono le cosiddette Bran Dru.
Pomponio Mela, nel De Chorographia, fa riferimento alle Gallicenae:
nove sacerdotesse britanniche, sacre vergini, che vivevano in
un tempio dedicato ad un oracolo gallico. Esse sapevano provocare
magicamente le tempeste marine, trasformarsi in animali a loro volont,
curare ferite e malattie considerate incurabili dagli altri sacerdoti
ed erano anche in grado di predire il futuro. Le Gallicenae, in
seguito, con la mediazione della tradizione epica, sono entrate a far
parte di ballate e leggende, sempre per senza possedere alcun referente
preciso nella storia.
Thomas Downing Kendrick, nel suo saggio The Druidsa a
Study in Keltic Prehistory (1927), narra che a "Cluain Feart (Clonfert)
esisteva una comunit di druide che erano in grado di suscitare tempeste,
causare malattie e uccidere i nemici per mezzo di maledizioni
soprannaturali", ma si tratta di una descrizione del tutto scollegata da
ogni possibile connessione con la realt, che di fatto rimanda all'immagine
delle strega medievale, alla quale erano spesso attribuite accuse
come quelle riconosciute alle druide di Cluain Feart.
Possono essere scoperte effettive connessioni tra le druide e le
leggende celtiche sulle fate e le streghe nella tradizione cristiana, il
che si evince in particolare dalla letteratura apologetica.
Senza dubbio, pur constatando la presenza di numerosi elementi
tendenti a creare una stretta connessione tra alcune donne
celtiche e il sacro, dalla tradizione letteraria greco-romana non riusciamo
comunque a far riemergere l'immagine della druida.
Possiamo tratteggiarla interpretando alcune immagini presenti
nell'isola di Mona (oggi isola di Man), o recuperando, qua e
l, presenze dell'epica e del folklore. Ma di fatto, nelle fonti, non c'

nulla di concreto che sia nella condizione di dare ragione alle ipotesi.
Secondo i celti Leponti, Oscela, Orobi ed Insubri che abitavano
le nostre terre prima dell'invasione e della colonizzazione
romana, le pozze di acqua purissima e trasparente che si trovavano
nel fitto della foresta erano soggette ad una maledizione: chiunque
si fermava a fissarne le acque veniva irresistibilmente attratto da
esse, vi cadeva dentro e annegava.
I torrenti di montagna sono tutto un susseguirsi di vortici d'acqua
lucente che si torcono in fondo a forre di roccia generando rapide,
formando mulinelli e risucchi violenti. Questi torrenti e ruscelli
delle montagne prealpine, quali il Tinella, la Cavallizza, il Rancina, il
Torregione, il Gesone, creano aspre gole di roccia calcarea o di porfido
perse in una selva primordiale. Pietra, foresta, tenebre. Un unico
grande labirinto. Qui le trib ceke adoravano la trina dea delle acque
Belisama e nella cascata di Fermona o del Pesech i druidi gettavano le
offerte sacrificali in un turbinio di schiuma ed onde.
Secondo i celti, questi luoghi particolari erano infestati da
creature femminili dai poteri sovrumani che, in un secondo tempo,
il folklore ne trasformer il ricordo mutandole in "Fate". La tradizione
locale popolare, residuo di antichissime credenze, in Irlanda,
Bretagna e Galles, ultime regioni d'Europa dove ancora viva la lingua
celtica, vuole che questi esseri misteriosi ed ultraterreni non
siano altro che antiche sacerdotesse ceke, vissute prima della globalizzazione
religiosa provocata dal Cristianesimo, che rifiutarono di
farsi battezzare dai sacerdoti del nuovo Dio e cos furono colpite dalla
maledizione divina: trasformate in esseri fatati sarebbero state costrette
a vivere eternamente in quei luoghi. Altri autori contemporanei di
San Patrizio1, riferivano che le sacerdotesse della Dea Brigit, incapaci
di competere con San Patrizio ed il suo dio, preferirono effettuare una
trasformazione da donne terrene in esseri magici immortali, piuttosto
che scomparire dal mondo dei viventi e perdere per sempre il loro
potere magico, mistico ed esoterico.
In ogni caso, questa terra celtica di cui fa parte l'Insubria racchiu-

de tutto un mondo di credenze e leggende particolari: nel Parco del Ticino,


a Sesto Calende, vi sono alcuni grandi affioramenti rocciosi incisi
che precedono un masso gigantesco chiamato la "Preja Buja"2.
La "Preja Buja"3, che oggi dichiarata monumento naturale
nazionale, si erge enorme ed impressionante nelle vicinanze dell'oratorio
di San Vincenzo che sorge sulle rovine di una probabile costruzione
paleocristiana a sua volta sostituente un tempietto familiare
romano4 edificato su di un luogo di culto celta-ligure: siamo
di fronte ad una catena di sacralit diluita nel tempo.
Riconosciuto quale antichissimo centro di culto della civilt
celta di Golasecca, il suo immenso potere di misteriosa energia pagana
ha fatto sorgere una corona di cappelle ed oratori cristiani di
antica origine che, circondandola, ne contengono la potenzialit
spirituale negativa. Nel XIX secolo il folklore locale lo aveva definito
quale luogo stregato dove nelle notti di plenilunio streghe e demoni
si scatenavano nel sabba infernale. La "Preja Buja" in realt
un'importante realt archeologica e le sue stranissime incisioni potrebbero
essere tra le pi antiche dell'arco alpino. Il masso, un erratico
di pietra verde scura trascinato dove ora dal ghiacciaio nel
periodo Quaternario, faceva parte di una pi grande roccia che si
frantumata dividendosi in diversi massi sparsi nei dintorni. La
"Preja Buja" stata poi lavorata rozzamente dall'uomo, che l'ha scavata
alla base e sopra sino a darle vagamente l'aspetto di un grande
orso col muso che punta verso il lago; muso su cui sono stati ingegnosamente
evidenziati occhi, naso e bocca, sagomando fratture e
sporgenze naturali. Su di esso vi sono incisioni preistoriche che
potrebbero essere collegate al culto sciamanico di epoca neolitica
che qualcuno collega alla Dea Madre. Sono disegni a geometria
composta, figure di carattere simbolico che forse riproducevano
situazioni reali, oppure semplicemente motivi decorativi con valenza
apotropaica per protezione magica dei campi coltivati, dei villaggi,
dei recinti del bestiame. Alla sinistra della "Preja Buja" un'altra
grande roccia reca incisioni geometriche dello stesso stile; inoltre vi

una larga e lunga incisione inclinata e ben lucidata che parrebbe


uno masso a scivolo per riti femminili di fertilit5. Davanti al masso
principale, due rocce pi piccole presentano altre incisioni di notevoli
dimensioni. A breve distanza, nel ftto sottobosco, appoggiato
al monte, vi un grande macigno ricoperto di grandi incisioni con
sotto un piccolo rifugio che poteva contenere una persona rannicchiata.
L'effetto visivo totale di queste incisioni talmente enigmatico
e ripetitivo da far pensare ad un linguaggio criptico. La tipologia
delle incisioni di Sesto Calende piuttosto rara in Nord Italia:
essa ha qualche attinenza solo con quelle che sono state rinvenute a
Ruciagli, in Val Pellice (Piemonte), che il Priuli6 data attorno al
2000 a.C. Certamente sono antecedenti alla cultura di Canegrate7.
Essendo queste incisioni collegate probabilmente ad un culto di
duplice valenza religiosa: alla Dea Madre, vista come terra e anche
come acqua benefica, erano dedicati i rituali effettuati da sacerdotesse
celtiche (druide) non sopra alle rocce ma dinanzi ad esse, quasi
che queste fossero pale d'altare. Sappiamo che questo territorio fu
molto popolato nella preistoria perci un complesso sacrale di tale
fatta, una vera e propria cattedrale all'aperto, doveva essere un santuario
importante per le trib insubri stabilite sulla sponda orientale
del Verbano e sul Ticino. Con ogni probabilit, il culto della
"Preja Buja" si protrasse dal tardo Neolitico sino al trionfo del
Cristianesimo nel 400 d.C., forse segretamente sopravvisse ancora a
lungo. L'energia esoterica e metafisica che emanava questo monolito
doveva essere potente; durante il tardo Impero Romano, e per
tutto il Medioevo, queste rocce che allora si trovavano in mezzo a
un'intricata foresta, originarono credenze la cui eco ancora viva. Nel
folklore popolare, convivente con il credo religioso, era diffusa la credenza
che in quel luogo, a San Silvestro, la regina delle fate si ponesse
sul masso pi alto (la "Preja Buja") e tutte le altre creature femminili
fatate si sistemassero intorno, riunite in assemblea per giudicare e
punire chi, umano o fatato, avesse trasgredito all'ordine naturale della
Creazione. In questi casi il colpevole veniva trasformato in una gros-

sa pietra o in un albero. Cos succedeva che quando una persona del


luogo si recava al bosco per fare provvista di legna, sul far della sera,
incontrava queste splendide fate intente a chiacchierare, pettinarsi i
lunghi capelli, ridere e giocare. Figuratevi la sorpresa del buon uomo
e la sua costernazione quando, alla sua vista, le medesime fate volavano
via veloci con ali colore d'arcobaleno8.
Oltre alla "Preja Buja" anche altre grandi rocce con incisioni
rupestri presenti tuttora nel territorio insubre e risalenti all'Et del
Bronzo9 parrebbero utilizzate quale fulcro da sacerdotesse per rituali e
sacrifici di tipo orgiastico che poi lasciarono talmente il segno nella
memoria storica e nel Dna del popolo da essere ricordate ancora nel
XX secolo, sia pure trasfigurate, e le streghe del passato.
Infatti, i vecchi di Albate (Como) raccontavano che in certe
notti particolari strane figure femminili ammantate di scuro salivano
dal sentiero di Muggi verso i contrafforti del monte Tre Croci.
Giunte a met strada, nello spiazzo aperto tra gli alberi, le figure si
gettavano su di un masso di arenaria lungo e basso, simile per forma
ad una balena spiaggiata, sfregandosi contro e rotolandosi su di esso,
quindi si spogliavano mostrando di essere donne, giovani e vecchie;
ignude iniziavano a ballare una danza selvaggia in equilibrio sul masso,
pestandolo con i calcagni. Dalla pietra allora si levavano lingue di
fiamma che illuminavano satanicamente la scena. Cos esse proseguivano
nella loro orgia per tutta la notte lanciando strani versi fino
alle prime luci dell'alba; a quel punto, esauste, si rivestivano e scivolando
tra gli alberi scomparendo come nebbia nel bosco10.
Il lungo e basso masso ornato di incisioni da sempre chiamato
"Sass di Strii" (Sasso delle streghe)11. Oggi lo si pu raggiungere
facilmente da Albate per comoda strada sterrata. Che il masso
si trovi proprio al centro di un quadrivio gi un fatto importante
per provare la sua antichit e per il suo significato apotropaico: per
i celti il quadrivio era il regno magico di Lug12, il divino, beffardo,
artigiano ingannatore, assimilato al greco Ermes. Il creatore delle
arti, ma anche il mistico signore dell'occulto. Apportatore di ric-

chezza per i suoi seguaci ai quali chiedeva in cambio riti misteriosi


e terribili. Il "Sass di Strii" venne esorcizzato nel medioevo scolpendo
su di esso 4 piccole croci.
Anche il grande masso detto "Pedana dur Ciappin Negher"
(Pedana del Diavolo) sul monte Pelada a Lentate (frazione di Sesto
Calende), era ritenuto un tempo sede di presenze demoniache e collegato
a una strega immortale. La leggenda dice che qui il diavolo
compare da secoli sotto le attraenti forme di una bellissima donna
nuda di colore scuro, che in passato attirava i contadini ed anche i
frati del convento di Lentate13, inducendoli al peccato, probabilmente
con loro gran piacere; la montagna fu quindi esorcizzata nel
XVI secolo ma la diabolica strega non se ne and. Anzi ricomparve
pi frequentemente nei secoli seguenti fino al 1950, questa volta
insidiando con grande successo (sempre sotto forme femminili) i
giovani maschi locali. Il masso, considerato il ricettacolo di questa
espressione larvale femminile diabolica, di forma allungata, non
molto alto ma di dimensioni ragguardevoli14. Come si vede dalla
loro disposizione geografica, questi massi-altari dedicati ad un antico
culto di fertilit dalla forte valenza sessuale e risalenti al periodo
storico Celto-Ligure (2000-300 a.C.), sono tutti collegati a culture
liguri e proto-celtiche15.
Le sacerdotesse che con ogni probabilit eseguivano i riti che
si svolgevano davanti a questi massi istoriati di incisioni simboliche,
furono chiamate "druide"16 dai conquistatori romani, mentre il
nome usato dai Galli continentali, tra cui i nostri antenati Insubri
e Leponti, era Bna Deruyd, ovvero "Donna che conosce la quercia"
(Donna saggia); invece tra i popoli celti del nord, quali irlandesi e
scozzesi, il loro nome era "Bran Dru", sempre con lo stesso significato.
Queste donne formavano una particolare categoria del sacerdozio
celta, anche se dire sacerdozio un termine errato: in realt
queste donne facevano parte degli "Aos Dana", la gente dotata, per
esse non possedevano tutte le prerogative della loro controparte
maschile, i druidi, ma erano pi simili alle sciamane siberiane o

degli amerindiani. La loro funzione era quella di curare gli appartenenti


al villaggio, oppure lanciare il malocchio e con appositi rituali
provocare la rovina di una o pi persone. Insomma guaritrici e
maghe, il che le avvicina al nostro concetto di streghe, solo che erano
streghe istituzionalizzate protette e riverite. Al contrario di quello
che l'immaginario collettivo ci ha abituato a considerare, cio
l'immagine di un sacerdote canuto, barbuto e chiomato, vestito di
una lunga tunica candida e con un falcetto d'oro in mano, questa
sua controparte femminile vestiva di nero o completamente nuda,
col corpo tinto di blu scuro, i lunghissimi capelli sciolti ed arruffati,
gli occhi arrossati e spiritati e spesso i denti erano limati a punta
come quelli di una belva. Dai racconti celtici sappiamo che queste
sciamane amavano muoversi a scatti con grazia felina e mandavano
suoni gutturali e inquietanti17. Insomma non dovevano essere certo
un bello spettacolo e probabilmente da ricordi ancestrali di esse
derivato l'archetipo iconografico della nostra strega. Durante alcune
cerimonie, per indossavano un ampio manto di piume (il
"Tuigen") di anatra e di cigno, in pi avevano una gonna di pelle di
bue e un singolare copricapo fatto con la testa e il collo imbalsamati
di un cigno. Questo abbigliamento ci ricorda sia l'importanza che
gli uccelli acquatici avevano nella mitologia e nell'arte della cultura
celta di Golasecca, sia quella dell'elmo ornato da una testa di cigno
in bronzo tipico delle etnie celto-liguri piemontesi e provenzali preromane.
Si accompagnavano con un'oca, la quale pare servisse loro
a interpretare e divinare il futuro. Era compito delle Bna Deruyd di
pugnalare alla schiena il vecchio re sacro, divenuto impotente, e leggere
il futuro della trib interpretando le convulsioni del moribondo
18. I romani, solitamente indifferenti alle propensioni religiose
dei popoli a loro sottomessi e generalmente tolleranti, giustamente
videro nella classe sacerdotale celta un pericolo per la loro egemonia,
per cui combatterono aspramente queste donne-sciamane come
pure i loro corrispettivi maschili e per indicarle utilizzarono il
sostantivo dispregiativo che serviva ad indicare una donna che pro-

duceva incantesimi: strix ovvero civetta, allocco. Da questi termini


deriva il nostro termine "strega".
Queste sciamane celte erano suddivise in ragione delle loro diverse
specialit di cui purtroppo si persa l'esatta nomenclatura e
tipologia. Sappiamo dalle fonti irlandesi altomedievali che le indovine
o profetesse erano chiamate "Bna faith", per cui evidentemente vi
dovevano essere vari gradi tra esse. Un'altra notizia che trapela dalle
cronache tarde che divenute anziane venivano preposte alla custodia
ed ai rituali concernenti i pozzi o le sorgenti sacre e chiamate
Cailleach. L'uomo che desiderava acquisire particolari poteri magici
legati alla sacralit dell'acqua, doveva baciare la Cailleach se essa accettava
il bacio, era obbligato a giacere e accoppiarsi con lei. Atto ricco
di simbologia perch la Cailleach simboleggiava non solo la Dea trina
potente Signora delle acque19, ma anche divinit della guerra e delle
stragi; psicopompa signora della morte: la "Morrigna", le tre sorelle
fuse in un solo essere, la nera e spaventosa creatura genesi e nemesi,
allo stesso tempo, dell'umanit celta20.
La "Morrigna" o dea Morrigan, associata al corvo, anzi potremmo
affermare che il corvo sia in realt la sua trasformazione, il
suo alter-ego, ed sintomatico come nell'immaginario popolare la
figura della strega sia spesso legata a questo uccello. La "Morrigna"
ha forti connessioni con la dea-uccello presente nelle ceramiche e
sulle incisioni rupestri in un arco di tempo che va dal Neolitico all'Et
del Bronzo; dobbiamo ricordare come il corvo (perci la
"Morrigna") sia oltre che una divinit legata alla morte anche un
simbolo di rinascita o rigenerazione. Dea-uccello, allora, simbolo
del volo pi alto, tra le nubi apportatrici di pioggia benefica, umidit
che d la vita, e questo altro viso della triade divina fa capo a
Brigit. In alcuni testi epici irlandesi essa appare ai guerrieri come la
"Lavandaia del guado", colei che lavando armi e armature sporche
di sangue decide chi tra gli eroi dovr morire nel successivo combattimento.
Questa dea colei che lavando l'anima dei guerrieri
morti li prepara per la reincarnazione. Dal punto di vista simbolico

e ideale cos facendo essa spinge la mente dell'eroe verso nuove


avventure, nuove conoscenze21.
Tra i celti vi un'unit di contenuti che accomunano zone
apparentemente eterogenee come la Renania, la Francia, l'arco alpino,
la Pianura Padana, l'Irlanda, la Scozia e la Galizia, tra essi sono
presenti anche le tracce di un culto estatico orgiastico legato ad una
divinit femminile e praticato soprattutto da donne. Questo culto
comprendeva, tra altri rituali, un "viaggio" notturno probabilmente
ottenuto tramite ingestione di allucinogeni verso mondi al confine
tra la vita e l'aldil e si potrebbe individuare nella divinit che
presiedeva a questi riti femminili la dea celtica dei cavalli Epona,
associata al viaggio mortuario, il cui culto era molto forte e presente
nelle terre appena citate. Epona era spesso raffigurata con una
cornucopia, rivelandosi quindi inoltre una dea dispensatrice di ricchezze,
cibo e buona fortuna, in questo molto simile alle varie "Signore
del Gioco" (Abundia, Richella) citate spesso come loro protettrici
dalle streghe medievali.
Ma ad Epona si collegano altre divinit celtiche tipiche delle
terre di cui abbiamo parlato, ossia le Matres. Ad esse sono state dedicate
una grande quantit di iscrizioni rinvenute nel basso Reno,
in Francia, in Inghilterra e nell'Italia Settentrionale. Assieme alle
iscrizioni, sono stati rinvenuti bassorilievi che rappresentano queste
Matres come tre donne sedute che, come Epona, esibivano simboli
di prosperit e fertilit: una cornucopia, un cesto di frutta, un bambino
in fasce. Le iscrizioni fanno spesso riferimento a contatti diretti
con le divinit, facendo cos pensare proprio ad un culto di natura
estatica. Come Epona, queste dee erano protettrici delle partorienti
e legate al mondo dei morti, tanto che a volte vengono associate
alle Parche. Divinit quindi connesse al fato, concetto che ci
rimanda alla parola"Fata".
Un'altra divinit celta collegata alle Bran Dru e molto celebre
in Irlanda, era la dea Brigit, figlia di Dagda22, fu protettrice
della poesia, della metallurgia e anche della medicina. Altri suoi no-

mi erano Belisama (Lucente Estate), consorte del dio della luce solare
Beleos e Sulevia (Acqua di Salute).
Il nome di Brigit considerato un'eredit indoeuropea e il
fatto che riporti spesso tre nomi diversi, la pone in relazione alla
triade delle Tre Madri (Matres) a cui abbiamo accennato precedentemente.
Il suo nome richiamato dai fiumi Brent nel Middlesex e
Braint ad Anglesey, mentre nella forma Brigantia era invocata dalla
trib dei Brigantes, il cui territorio copriva sei contee dell'Inghilterra
settentrionale. L'immagine di Brigit ci giunta attraverso alcune
raffigurazioni; in una, gi tarda e risalente al III secolo d.C., appare
con le vesti di una matrona romana e quindi equiparabile alla
dea Minerva. Queste Bran Dru o Bna Deruyd erano le uniche persone,
tra i celti, che possedevano l'autorit e il potere di togliere i
Geas agli uomini che ne erano afflitti. Il Geas una proibizione, un
tab che il celta doveva rispettare se voleva essere fortunato e protetto
dagli dei nella vita: per alcuni la proibizione di cibarsi delle
carni di un animale particolare, per altri l'obbligo di andare nudi in
battaglia23, o di non frequentare donne. Secondo la cultura celta,
molte persone nascono con Geas personali e non sanno di averli, in
questo caso solo la Bna Deruyd pu rivelarglieli e impedire cos che
essi li rompano inconsciamente e cadano cos in un ciclo ricorrente
di sfortuna. L'idea del tab, del Geas, collegato alla Grande Dea
Anu, la Dea della Terra, in un modo che ancora oggi non si riusciti
a svelare: parrebbe che nella mitologia celtica una persona che
anche inconsciamente rompesse o turbasse l'ordine della natura,
venisse "punito" con l'attribuzione di un tab, penitenza rituale per
ripristinare l'armonia naturale creata da Anu al momento della formazione
della Terra. A volte anche oggetti particolarmente preziosi
erano soggetti a Geas-. la lancia dell'eroe non deve toccare per terra
o egli sar sconfitto, la coppa sacra deve essere spostata solo dopo
averla avvolta in tre strati di stoffe preziose altrimenti perder il suo
magico potere24. Infrangendo il Geas si mette in pericolo l'esistenza
stessa dell'oggetto nonch le sue caratteristiche magico-esoteri-

che. Le Bna Deruyd gi da bambine si distinguevano dalle altre fanciulle


in ragione dei loro poteri: la loro funzione nell'ordinamento
cosmico era quello di essere le depositarie della saggezza ancestrale,
conoscitrici e mediatrici tra l'uomo ed i poteri occulti. Le Bna
Deruyd studiavano, tra l'altro, astrologia, cosmologia, fisiologia, teologia
e medicina erboristica. Ognuna di esse possedeva una bacchetta
di salice rosso che, secondo la tradizione, poteva trasformare un
uomo in un verme o in una mosca25. Studiavano oralmente "dalla
bocca del maestro" e tenevano tutto a memoria. Ogni parte della loro
conoscenza era applicata alla pratica giornaliera, sia che si trattasse
di conoscere il periodo favorevole alla semina dei cereali, o di curare
le malattie infantili, oppure regolare la fertilit di una donna, saldare
un arto fratturato, compiere rituali che provocassero la sconfitta
di un nemico. Insomma si diceva di loro che fossero "samildanach",
letteralmente detentrici di molte abilit. Vivevano sole, a
qualche distanza dal villaggio. Non avevano rapporti sessuali con
uomini se non una sola volta all'anno, giorno in cui esse stesse andavano
da chi avevano scelto e con cui passavano la notte e l'indomani
ritornavano alla loro capanna-tempio. Era loro costume d'abbattere
il tetto dell'abitazione ogni anno e quindi ricostruirlo prima che
il sole tramontasse. Tale rito probabilmente simboleggiava la distruzione
e la rinnovazione del mondo26.
Dobbiamo pensare a queste sciamane anche come un punto
di riferimento per il popolo: una saggia donna di conoscenza superiore
e inusuali abilit, il cui consiglio era cercato in tutte le questioni
pratiche e religiose della vita di tutti i giorni. Una figura di riferimento
che sapeva radunare la gente per le celebrazioni comuni e
la cui parola era legge, anche per il timore che incutevano le sue misteriose
capacit di maga e profetessa.
Per concludere, la druida, quale depositaria di saggezza e conoscenze
paranormali, era senza dubbio in una posizione di riguardo
nella trib, superiore anche al Rix o alla Rigana, A seconda della sua
abilit nel giocare il proprio ruolo, essa poteva essere quasi divinizzata.

Da tutte queste informazioni raccolte, dobbiamo supporre


che queste druide formassero una classe professionale che sintetizzava
magia, sciamanesimo e tecniche mnemoniche spirituali27.
Secondo Giulio Cesare, il sistema religioso sacerdotale celta
nacque in Britannia e da l si estese alla Gallia. Ancora ai suoi tempi,
i druidi e le druide galliche solitamente si recavano in Britannia
per imparare e perfezionarsi. Effettivamente, nei paesi anglosassoni
ed in Irlanda il druidismo sopravvisse (pi o meno clandestinamente)
fino al 400-600 d.C.28.
Ma gli storici e gli annalisti greci e romani come videro le
Druide e soprattutto riuscirono a comprenderne l'importanza e il
ruolo nella societ celta che essi si apprestavano a colonizzare e
distruggere? Alla luce delle testimonianze lasciateci dagli autori classici
dobbiamo dire che frequentemente, come avvenne per tante
istituzioni celtiche, la loro figura fu travisata e il pi delle volte confusa
con l'istituzione della Regaa, la regina sacra divinizzata che
conduceva il suo popolo in battaglia combattendo lei stessa con abilit
e ferocia. Per capire meglio come questi scrittori dell'antichit
(che mai di persona conobbero druidi e druide, ma scrivevano sempre
con notizie di seconda o terza mano) fossero personalmente
portati a far fare bella figura ai loro compatrioti romani e a distruggere
l'immagine dei celti, ritenuti barbari e selvaggi, riportiamo di
seguito i passi dei testi classici concernenti druide e regine.
Strabone pone in rilievo {La Geografa IV, 5), rifacendosi a
Posidonio, che in "un'isola alla foce della Ligeris" (Loira) vi era una
"trib di donne", spesso travolte da una sorta di furore.
Questo tema ci rimanda a Tacito che negli Annali (XXIXXXX),
quando narra la presa dell'isola di Mona del 61 d.C., fa riferimento
a donne simili a Furie che impugnavano delle fiaccole. Per
Tacito e Plinio il Vecchio (Historia Naturalis II, 75), si tratta di
Anglesey, centro di culto druidico e rifugio dei ribelli di Roma; per
per Giulio Cesare {De Bello Gallico V, 13) "insula appellatur Mona"
sarebbe l'attuale isola di Man.

Rileggiamo il passo di Tacito, poich risulta particolarmente


utile per il tema delle druidesse:
"In quel momento era al governo della Britannia Paolino Svetonio,
che nell'arte militare la voce pubblica, che non lascia mai
alcuno che eccella senza termine di confronto, giudicava emulo di
Corbulone, e che, assoggettando i Britanni, bramava eguagliare la
fama del rivale, conquistatore dell'Armenia. Svetonio si prepar,
dunque, all'assalto dell'isola di Mona, forte dei suoi abitanti e rifugio
di profughi; fabbric navi piatte destinate a fondi di mare bassi
e malsicuri, in esse pose la fanteria, seguita dalla cavalleria, che pass
a guado; dove le onde erano pi alte, spinse a nuoto i cavalli.
Stava sulla spiaggia la schiera dei nemici, densa di uomini e
d'armi, percorsa da donne, coperte di nere vesti al modo delle Furie
e che, sparse le chiome, agitavano delle fiaccole; intorno stavano i
Druidi, che levate al cielo le mani, lanciavano preghiere e maledizioni
contro di noi e non lo strano loro aspetto colpirono i soldati
al punto che questi, in un primo tempo, col corpo paralizzato si
esponevano alle ferite, come avessero tutte le membra legate. Poi
scossi dagli incitamenti dei capi e facendo stimolo a se stessi, per
non dare spettacolo di paura dinanzi ad una massa di donne e d'invasati,
si lanciarono contro di loro, li abbatterono e li travolsero
nelle loro stesse fiamme. Dopo di ci fu imposto ai vinti un preludio,
e furono abbattuti i boschi sacri ai loro riti superstiziosi e selvaggi,
poich essi consideravano precetto divino che i loro altari
fumassero di sangue di prigionieri, e che si dovesse consultare gli
di, servendosi di viscere umane" (Tacito, Annali, XXIX; XXX).
Il testo pone in evidenza un dato importante: queste donne
sembrava svolgessero un ruolo rituale da non confondere con quello
dei druidi. Infatti le donne "coperte di nere vesti" apparentemente
sono pi vicine alla figura della donna guerriera, combattente alla
stessa stregua dell'uomo, piuttosto che a quella del capo religioso.
Lo storico Lampridio, nella biografia dedicata ad Alessandro
Severo (LIX, 6), narra che l'imperatore fu messo in guardia da una

"profetessa druidica" sull'affidabilit del proprio esercito. Sullo stesso


tenore l'esperienza di Diocleziano che, secondo quando narrato
nella Vita dell'imperatore Numeriano di Vopisco (XIV, 2), ebbe da
una "druidessa" indicazioni sul suo futuro. Inoltre, sempre secondo
Vopisco ( Vita di Aureliano XLIV, 4), Diocleziano ebbe modo di
rivolgersi alle dryades per ottenere indicazioni concrete da attuare
nel corso della sua politica dinastica.
Teniamo conto che quelle "donne nere" combattenti, furiose
e ben lontane dalla figura femminile classica, ebbero un effetto
molto forte nell'immaginario degli invasori, destinato a lasciare un
segno profondo nella memoria collettiva.
Cos Plinio il Vecchio: "le donne dei Britanni dopo essersi cosparse
il corpo (di unguento nero) si presentano nude in alcune cerimonie
imitando il colore degli etiopi" (Historia Naturalis XXII, 2).
Anche Strabone {La Geografa III, 2) non trattenne il suo stupore
di osservatore occidentale davanti all'opera delle donne cimbre,
che seguivano i loro uomini in guerra, spingendoli addirittura
allo scontro con azioni frenetiche negli accampamenti, suonando
strumenti e agitando le armi (tutto un iterie. potrebbe essere posto
in relazione ad una sorta di danza rituale).
E comunque importante ricordare che quando si parla di
druidesse, nella cui immagine entrano in gioco, ma anche in conflitto,
concetti e figure prive di fonti, tracciare una demarcazione
precisa tra la storia e la leggenda risulta un compito arduo. Infatti
intorno alla druidessa si coagulato tutto un humus che stato soprattutto
alimentato da due fattori specifici:
- l'enfatizzazione (come nel caso di Tacito) della donne attive
in battaglia;
- la ricostruzione letteraria di tradizione romantica, alimentata
dalla volont di porre in rilievo l'emancipazione femminile presso
i Celti, quasi sempre considerata necessit per sopravvivere alla
pressione degli invasori.

La condizionante letteraria non va per solo connessa al vivace


universo romantico, in quanto anche nelle fonti pi antiche,
l'idea della donna guerriera, spesso relazionata alla divinit, occupa
un ruolo importante.
Tale situazione fu probabilmente la causa che spinse Tacito ad
affermare: "non la prima volta che i Britanni sono stati guidati in
battaglia da una donna".
Per gli storici moderni, "le saghe sostengono anche l'idea che le
donne fossero guerriere. In molte storie compaiono delle regine-guerriere,
tra le quali emerge Medb del Connacht che comandava personalmente
il proprio esercito e che personalmente trucid l'eroe guerriero
Cethren in combattimento. Scthach, una donna con funzioni
di campione, fu la principale maestra di Cchulainn per quanto concerne
le arti della guerra, sua sorella, Aoife, fu un'altra famosa guerriera
e, per quanto grande fosse l'eroe Cchulainn, egli dovette ricorrere
all'inganno per avere ragione del suo valore. Tra i Fianna di Fionn
Mac Cumhail, che costituivano una lite di guerrieri, troviamo in
veste di campione un'altra donna, Credne. Art si trov in difficolt
nel domare la guerriera Coinchend. Ancora una donna con funzioni
di campione, Estiu, ebbe un ruolo preminente nella storia di Suibhne
Geilt durante il periodo trascorso a Snmh D En (in inglese Swim
Two Bird) che costitu la fonte di ispirazione del romanzo comico
classico di Flann O'Brien, At Swim Two Birds 29.
Va osservato che nelle fonti non mancano riferimenti a donne
che svolsero ruolo di combattenti: Dione Cassio indica Boudicca, a
cui si affianca la contemporanea Cartimandua posta a capo dei
Briganti britanni e vissuta tra il 43 e il 69 d.C.
Di Boudicca ci fornisce alcune indicazioni anche Tacito nella
Vita di Agricola: "sotto la sua guida, donna di stirpe regale (perch nel
comando non tengono conto del sesso) si levano tutti in armi e danno
la caccia ai soldati sparsi nelle guarigioni e, espugnati i presidi, attaccano
la colonia stessa, centro dell'oppressione, e nel loro furore di
vincitori i barbari non rinunciano a nessuna atrocit" (XVI).

Tacito indica questa donna come la moglie del re degli Iceni,


Prasutago, e ne pone in rilievo le sue doti di coraggio e fermezza.
Pat il supplizio e le sue figlie furono stuprate (AnnaliXIV, 37).
Dione Cassio specifica che questa donna possedeva uno
sguardo che incuteva paura e la sua voce era roca; era piuttosto alta
e la sua testa era coperta da una folta chioma di capelli rossi. In
genere stringeva sempre in una mano una lunga lancia.
Di Cartimandua, Tacito (Historiae III, 45) delinea l'immagine
di una donna libera da vincoli imposti dal marito, Venuzio, che
la regina tradiva regolarmente con vari amanti, fino a quando decise
di cacciarlo per sostituirlo con Vellocato, spasimante di turno.
Quanto ci sia di attendibile in tale ricostruzione tutto da dimostrare.
In un'altra occasione {Annates XII, 40) lo storico latino offre
un'immagine molto diversa della regina, di cui sono poste in rilievo
le straordinarie capacit politiche che raggiunsero la massima
espressione nella rivolta antiromana del 61 a.C.
"I Briganti, sotto il comando di una donna, sono riusciti ad
incendiare una colonia e espugnare accampamenti. Se l'ebbrezza
della vittoria non li avesse infiacchiti, davvero avrebbero potuto
scuotere il giogo" ( Vita di Apuleio 31). Il fatto relativo alla presa
della colonnia di Camulodunum, di cui abbiamo notizia anche
negli Annales (XII, 31).
Tacito e Plutarco ricordano le vicende di una donna gallica,
Eponina, moglie di Giulio Sabino dei Lingoni30, che prese parte
alla sollevazione dei Galli nel 69 d.C. Fu uccisa dai Romani insieme
al consorte.
Significativo il legame di Eponina con Epona, dea celtica
dei cavalli, che ha svolto un ruolo certamente non limitato nella
formazione delle tradizioni moderne intorno alla funzione sacrale e
mitica della donna celtica.
Ritornando espressamente alla posizione delle donne in seno
alla cultura celtica, ricordiamo che, come osservava Tacito, "in Britannia
non vi sono norme che escludono le donne dal trono o dalla

guida degli eserciti": ma ci costituiva, per i Greci e i Romani, un


fatto difficile da comprendere.
Tacito, che parlando delle donne simili alle Furie dell'isola di
Mona non diceva nulla che potesse correlarle alle druidesse, nel
descrivere i Brutteri (definiti "trib teutonica") indica la profetessa
Veleda, vissuta ai tempi di Vespasiano, "oggetto di venerazione e
oracolo della Germania" (Tacito in alcune occasioni chiama Celti i
Germani).
Tacito ci conferma il ruolo di Veleda, indicata spesso dai commentatori
come druidessa: "Pensano che anzi che le donne abbiano in
s qualcosa di sacro e profetico: non osano disprezzarne i consigli o trascurarne
i vaticini. Sotto il divo Vespasiano abbiamo visto molti e per
lungo tempo adorare Velleda come una divinit. Pi anticamente
Albruna e parecchie altre furono venerate non certo per adulazione n
per elevarle al rango di divinit" (Tacito, Germania, Vili).
Veleda era un'autorit in campo politico e "fu scelta come
arbitro nel contrasto tra i Tenteri e gli abitanti di Colonia, collocati
sulle opposte rive del Reno, insieme a Giulio Civile. Tacito afferma
che nessun ambasciatore aveva il permesso di vedere personalmente
Veleda. I Legati, comunque, non furono ammessi alla sua
presenza. Per accrescere la venerazione dovuta alla sua figura, veniva
negato ogni accesso alla sua persona. Ella risiedeva nella parte
alta di una torre elevata. Un parente prossimo, appositamente scelto,
le trasmise alcune domande, e riport da quel santuario risposte
oracolari, come un messaggero che si fosse messo in contatto con
lei" (P. Berresford Ellis - "Celtic women: Women in celtic society
and literature" - London 1995).
possibile che Tacito abbia visto Veleda quando, nel 70, fu
condotta prigioniera a Roma, ed ormai non era pi "riverita come
divinit dalle sue genti".
Secondo Tacito per non era la sola, prima di lei altre donne
furono considerate profetesse e depositarie del sacro come Aurinia
e Ganna.

Quest'ultima, secondo Dione Cassio, era una "vergine dei


Celti" che succedette a Veleda e accompagn Masyos, re dei Senoni
in un'ambasciata a Domiziano (81-96 d.C.).
Tornando alle druide propriamente dette, Bna Deruyd o
Bran Dru, ricordiamo che mentre nelle Gallie esse erano gi state
perseguitate dalla legge romana all'epoca della conquista, erano in
parte sopravissute e equiparate a fattucchiere, mammane e praticone.
Con il trionfo del Cristianesimo facile immaginare come, nel
vortice demonizzante sostenuta contro il paganesimo da parte degli
evangelizzatori, ci siano finite anche quelle figure femminili in sospensione
tra mitologia e religione, alcune delle quali appunto indicate
genericamente come druidesse.
In Irlanda, l'ultimo dei liberi paesi celti, i romani non misero
mai piede e il Cristianesimo giunse tardi, solo nel 400 d.C., prima
con Palladius, un sacerdote proveniente dalla Gallia Transalpina e
quindi con Patrizio, un vescovo britanno romanizzato che in seguito
venne santificato31. San Patrizio cercava di condurre al Cristianesimo
gli irlandesi con la dolcezza e la convinzione. Da buon britanno
credeva fermamente nella parit tra uomo e donna e rispettava
le druide, come dimostra l'episodio del suo incontro con due
druide impegnate a compiere un rituale magico, Ethne e Feldem,
figlie del re dell'ovest d'Irlanda e custodi di una fontana sacra "Esse
chiesero a Patrick: Chi il tuo Dio? E dove ? E nei cieli o sulla terra,
o sotto la terra, o sopra la terra, o nei mari, o nei torrenti?
giovane? bello? Ha figli o figlie? uno degli immortali?
e Patrick le prese per mano per rispondere alle loro domande e per
insegnare loro la vera fede; e disse loro che andava bene che si unissero
al Re della Gloria, essendo figlie di un re della terra".
San Patrizio quindi invoc le dee d'Irlanda che "Non gli
risposero essendo addormentate nella morte, allora egli spos le due
sacerdotesse a Cristo, nostro marito..."32.
Come si evince, si ben lungi dalla persecuzione contro le
sacerdotesse pagane portata avanti con ferocia dai primi vescovi cri-

stiani dopo la loro "vittoria" sul paganesimo ottenuta con l'editto


costantiniano! Infatti, il primo sinodo organizzato in Irlanda da San
Patrizio, comminava la scomunica a chiunque perseguitasse una
strega, una druida. Infatti, l'articolo 16 di questo primo sinodo recita:
"Un cristiano che crede che nel mondo esistano le incantatrici,
ossia le streghe, e che accusa una persona di esserlo, deve essere scomunicato
e non pu essere pi accolto in chiesa fino a quando - per
sua stessa affermazione - abbia revocato la criminale accusa ed
abbia di conseguenza fatto debita penitenza con pieno rigore"33.
Riguardo a ci la Chiesa celtica cattolica irlandese pu a buon
diritto ritenersi unica. A un periodo pi tardo appartiene un Inno
attribuito a San Patrizio, in questo caso l'evangelizzatore chiede a
Dio protezione contro le "druidesse", indicate con toni che le pongono
sullo stesso piano delle streghe. Questa duplicit si spiega con
il fatto che San Patrizio, notoriamente contro la violenza, intendeva
portare rispetto alle antiche usanze del paese che era giunto ad
evangelizzare, soprattutto perch i cristiani in Irlanda ai suoi tempi
erano una minoranza ed egli intendeva procedere con diplomazia
nella sua opera di conversione. Perci V Inno era principalmente ad
"uso interno" e inteso a mettere in guardia contro rigurgiti pagani.
Secondo alcuni autori moderni irlandesi, tra cui Berresford
Ellis, addirittura Santa Brigida, la pi famosa santa irlandese, ebbe
un passato nell'universo dei druidi, rinnegato in parte - con il
riconoscimento dell'autorit del Cristianesimo:
"Brigit era una ban-dru prima della sua conversione al Cristianesimo.
Si dice che ella sia nata intorno al 455 d.C. presso Faughart,
vicino a Newry, nella Contea di Down. Anche il padre, Dubhtach,
era un druido. La sua nascita e la sua educazione, secondo la tradizione,
furono immerse in un clima di simbolismo druidico; si supponeva
che ella fosse stata nutrita con il magico latte delle mucche
dell'aldil. Divenuta cristiana, ordinata da Mael (calvo o tonsurato),
il vescovo di Ardagh. Si registra come sua prima fondazione religiosa
quella di Drumcree, situata all'ombra di un'alta quercia. An-

che la sua fondazione a Kildare era basata sul valore simbolico della
quercia, essendo nota come cill-dara, la chiesa della quercia: in questo
luogo la santa mor nel 525"34.
In Inghilterra ed Irlanda sono ancora diffusi i "pozzi di Santa
Brigit": luoghi in cui il folklore ha rivisitato l'antica tradizione celtica
delle sorgenti sacre.
Cos vediamo come il culto irlandese di Brigit fu soppiantato,
con il diffondersi del Cristianesimo, da quello di Santa Brigida,
venerata a Kildare (toponimo che guarda caso significa "Tempio
della quercia") e fondatrice dell'ordine monastico delle Brigidine,
che ebbe vita fino al 1620. L'ordine aveva il compito di educare le
fanciulle; la festa della santa aveva luogo, come per Brigit, in occasione
delle calende di febbraio e a Kildare diciannove monache avevano
il compito di mantenere acceso un fuoco perenne. Questa tradizione
perdur fino al 1220.
Possiamo considerare queste druide, pi che sacerdotesse,
sciamane che ritroviamo nelle Gallie (ovvero anche in Insubria), in
Britannia, in Irlanda e praticamente in tutto il mondo celta, come
antenate e prototipi della strega presente nel nostro substrato popolare
fino a tutto il secolo ventesimo? Probabilmente s. L'idea della
donna connessa con il magico e l'inconscio in quanto madre e depositaria
dei segreti della Terra, il cui ciclo di ambedue legato alle fasi
lunari, per l'uomo guerriero e cacciatore della prima Et del Ferro
rappresentava un grande mistero insondabile ed era oggetto di timore
e soggezione per cui ecco che il profilo della druida-sciamana veniva
divinizzato e contemporaneamente temuto. Poich essa in contatto
diretto con le forze oscure della natura la guaritrice ma anche colei
che ti pu portare alla morte con un semplice malefcio, con un batter
di ciglia! Cos che il passaggio dalla divinizzazione alla demonizzazione
avviene naturalmente con il Cristianesimo, ed anche chi cristiano
non approfitta della forza travolgente del nuovo Dio per
usarlo come arma per debellare non solo lo sciamanesimo femminile,
ma soprattutto il potere occulto della donna e sottometterla al ma-

schio togliendole la magia, l'unica arma che possedeva. Nei paesi nordici
di tradizione celta, per diversi secoli, n la chiesa n lo stato
riuscirono efficacemente a perseguire le cosiddette streghe, nonostante
la spinta del clero di Roma e questo perch questa forma di sciamanesimo
era cos radicata nel costume gaelico da essere ritenuta, sia
dal popolino che dai nobili, indispensabile per la societ irlandese e
scozzese.
L'inquisitore che partecip all'unico processo per stregoneria
avvenuto in Irlanda fu accusato dal popolo che il vescovo locale
decise di processarlo per eresia e l'inquisitore fugg ad Avignone, alla
sede del papa Giovanni XXII, allora antipapa. Nel 1324, Richard de
Lendrede tent di accusare e processare Alice Kyteler per stregoneria.
Non riusc ad arrestarla e cos fece bruciare sul rogo la sua
domestica, Petronilla di Meath. Il vescovo metropolita Alexander de
Bickor in conseguenza di ci accus Richard de Lendrede di eresia.
Egli fugg ad Avignone dove Giovanni XXII gli diede un certificato
che dichiarava la sua innocenza, ma i suoi possedimenti vennero
confiscati. Egli fece ritorno in Irlanda nel 1339, ma nel 1349 fu
nuovamente accusato di eresia. Dopo questi tentativi, per fortuna
falliti sul nascere, la persecuzione contro le streghe non ebbe luogo
in Irlanda e neppure in Scozia fino alla Riforma protestante.
Fu allora che il seme della lotta contro le streghe venne gettato:
John Knox pubblic lo Squillo di tromba contro il mostruoso governo
delle donne mentre si trovava ancora a Ginevra e lo fece pubblicare
non solo in Irlanda ma anche in Scozia. In risposta Reginald
Scot scrisse La scoperta della stregoneria (1584) che negava l'esistenza
delle streghe. Tuttavia con il re Giacomo I d'Inghilterra (che fece
pubblicare la Bibbia tradotta in inglese, che utilizzata ancora oggi)
ebbe inizio la persecuzione e tra il 1590 e il 1650 furono "ritualmente"
sterminate circa 3.000 persone con l'accusa di stregoneria.

NOTE
1 II miglior testo su questi argomenti quello di Liam de Paor, Saint Patrick's
World, Dublin 1993.
2 Nei tempi antichi vi fu una grande inondazione nella zona di Sesto Calende e
l'acqua del lago sal fino a lambire le colline. Una madre e i figlioletti che fuggivano
sotto il temporale furono colpiti dal fulmine e rimasero pietrificati: questa
l'origine leggendaria del gruppo di massi erratici che in un secondo tempo furono
chiamati "Preja Buja".
3 II nome Preja buja di etimologia incerta in dialetto lombardo-occidentale
significherebbe "pietra scura" ma potrebbe anche avere il significato di "preghiera
pagana". Nel mio volume Magia e Mistero nella terra dei Celti, Macchione
Editore, Varese 2004, descrivevo cosi le incisioni presenti sul monolite: "...un cerchio
che racchiude al centro una coppella, un emiciclo con al vertice una coppella,
ed attraversato da un raggio ricurvo, un lungo canale incurvato verso l'alto.
Queste incisioni, molto grandi (20-40 cm.) si trovano a 1,30-1,60 metri dal
suolo. Verso la cima sulla gobba vi una piccola coppella. Sulla facciata che guarda
a monte vi sono due strani disegni grandi in basso che spuntano dalla base:
uno a linee curve sembrerebbe ricordare una serpe in movimento, l'altro, complesso,
formato da semicerchi, cerchi ed un elisse ricorda un idolo stilizzato tipo
le statue steli della lunigiana. Un'altra incisione simile, ma pi piccola posta alla
stessa altezza sull'estrema sinistra... A tre metri d'altezza in posizione impossibile,
in bilico sulla parete a picco inciso un cerchio! Forse le cerimonie si svolgevano
rivolti a questa facciata. Sul ripiano superiore (il "tetto" della roccia) oltre ad alcune
coppelle vi incisa una fantastica sequenza di grandi forme quadrate, circolari
ed ovoidali disposte senza ordine apparente tra cui un segno ad "8" ed un piccolo
cerchio con inscritta una croce".
4 Tempietto familiare perch facente parte di una struttura pi ampia, probabilmente
una villa i cui resti sono tuttora sepolti nel grande prato che si estende sulla
sinistra dell'attuale chiesetta
5 Un rituale propiziatorio della fertilit femminile molto comune prevedeva che
la donna si lasciasse scivolare su questi particolari massi di modo che la fertilit
della terra entrasse in lei. Proibito dalla Chiesa Cattolica, questo rito rimase segretamente
in uso nel territorio insubrico fino a met del XX secolo.
6 Cfr. E Coppiati - A. De Giuli - A. Priuli, Incisioni rupestri e Megalitismo nel
Verbano, Cusio, Ossola, Domodossola 2003.
7 La cultura di Canegrate fu una civilt dell'Italia preistorica che si svilupp a panire
dall'Et del bronzo recente (XIII secolo a.C.) fino all'Et del Ferro, nella Pianura
Padana in Lombardia occidentale, in Piemonte orientale e in Canton Ticino. Il
nome deriva dalla localit di Canegrate dove, nel XX secolo, furono rinvenute circa

cinquanta tombe con ceramiche e oggetti metallici. La Cultura di Canegrate rappresenta


l'irrompere di una prima ondata migratoria di popolazioni celtiche provenienti
dal nord delle Alpi che, oltrepassati i valichi alpini, si infiltrarono e si stabilirono
nell'area padana occidentale. Portatori di una nuova ideologia funeraria, soppiantarono
il vecchio culto dell'inumazione ed introdussero la cremazione.
8 Tradizione raccolta da Enrico Filippini per T'Archivio per lo Studio delle
Tradizioni Popolari", 19, 1900.
9 Cultura di Canegrate (1200 a.C.).
10 R. Corbella, Magia e Mistero nella terra dei Celti, Macchione Editore, Varese 2004.
11 E un monolito di 12 metri di lunghezza su cui sono incise 160 coppelle grandi
e piccole, alcune singole, altre unite da lunghi canali filiformi che a volte si perdono
sulla pietra o con lunghe code che le fanno sembrare comete, altre ancora
unite da solidi canaletti ben scavati. Due composizione ricordano la costellazione
dell'Orsa maggiore.
12 Per un esauriente riscontro sulla figura di Lug cfr. P. MacCana, Celtic Mythology,
London 1970; L. Gregory, W.B. Yeats, Complete Irish Mythology, London 1902.
13 C. Ranci, La sponda magra. Leggende del Lago Maggiore, Milano 1931.
14 Come al solito si tratta di un antico altare celta recante incisioni rupestri tra
cui 13 coppelle, 3 di esse inserite in uno scavo a forma di clava da cui fuoriesce
un lungo filiforme, una chiara allusione sessuale rinforzata da 6 forme vulvari
completano il raggruppamento. Sul colmo del masso troviamo una coppella di
dimensioni e profondit ragguardevoli ed un incisione quadrangolare simile a
quelle del Sass de Preja Buja.
15 A A . W , Coppelle e dintorni, in Atti del convegno del Parco Regionale della Spina
Verde & Archeologia Comense, Cavallasca 2002.
16 II sostantivo Druida deriva dal gallico Deruidus, irlandese Drui, gallese Derwydd.
Tutti questi fonemi hanno in comune la radice sanscrita Veda = Conoscenza. Nello
stesso tempo i celti facevano derivare mitologicamente la Conoscenza Magica da un
mitico albero di quercia che perci era chiamato in gallico Dervo, in irlandese Daur,
in gallese Derw. Anche il vocabolo celta per indicare il legno (Fid) molto simile a
quello che era usato per indicare la Saggezza (Fios). Questa stretta connessione fonetica
suggerisce che per i celti il sacerdote era intimamente collegato al mondo vegetale:
infatti Druida potrebbe essere tradotto come "Conoscitore degli alberi" oppure
"Saggio dell'albero". Una nuova interpretazione darebbe un altra etimologia: Daur
= Quercia anche sinonimo di Porta, intesa come entrata metafsica verso un
mondo esoterico, avremmo cos il "Saggio della Porta della Conoscenza", cfr. C.
Matthews, The Way of the Celtic Tradition, Shaftesbury (Dorset) 1989.
17 Un'antica cronaca irlandese (300 d.C. circa) cos descrive la Bran Drui in azione:
"Il suo mento ed il suo naso erano lunghi ed arcuati (...) ed essa era nera come la
schiena di uno scarafaggio. Essa era vestita solo con un mantello di lana grigio scuro

e i capelli spettinati erano cos lunghi che le giungevano alle ginocchia. Le labbra
aveva contorte. Essa giunse e si appoggi con una spalla allo stipite della porta, guard
il Re e scagli il malocchio su di lui". Non sembra una descrizione della nostra
classica immagine popolare della strega?
T.P. Cross, C.H. Slover, Ancient Irish Tales, Dublin 1936.
18 Molte trib celte erano a governo matrilineare e guidate da una Regana (regina)
considerata una semidea, essa rappresentava la Madre Terra. La Regana si
accompagnava ad un famoso guerriero che diveniva il Rix (re) sacro e che a Beitane
(la festa di primavera) doveva accoppiarsi pubblicamente e cerimonialmente
con lei: il Rix simboleggiava il cielo, la Regana la terra, il pene era il fulmine e
la vagina la sorgente, la sperma dell'uomo simboleggiava la pioggia che rendeva
fertili i campi. Quando il Rix, invecchiando, non riusciva pi ad accoppiarsi egli
veniva ucciso cerimonialmente pugnalandolo nella schiena.
19 C. Matthews, King Arthur and the Goddess o f t h e land Rochester 2002.
20 C. Matthews, The Way o f t h e Celtic Tradition, Shaftesbury (Dorset) 1989.
21 C. Matthews, op. cit., 1989.
22 Dagda: divinit che in Gallia era chiamata Dagdadevos e che i romani equiparavano
a Dis Pater, con Cernunnos era una delle pi antiche divinit indoeuropee.
23 Ad esempio questo era il Geas dei guerrieri sacri, i Gaeseti degli Allobrogi, che
combatterono contro i romani a Telamone.
24 Probabilmente da questa Coppa Sacra, misterioso oggetto rituale druidico che
permetteva a chi la usava di entrare in diretta connessione con gli Dei, derivata
la leggenda cristiana del Graal.
25 Anonimo Irlandese del III sec. (J. O'Donovan traduttore), Sanas Chormaic,
Calcutta 1868.
26 Anonimo Irlandese op. cit. (Fantasiosamente ripreso in un testo di G.V. Caligari
- "Il druidismo nell'antica Gallia" Fratelli Drucker, Padova-Lipsia 1904).
27 P.W. Joyce, A social History ofAncient Ireland 1903.
28 B. Cunliffe, The Ancient Celts, Oxford, 1997.
29 Flann O'brien: "At swim two birds", Dublin, 1968 - Pubblicato in Italia da
Adelphi e Bompiani con il titolo: Una pinta di inchiostro irlandese, 1939 (P. Berresford
Ellis, 1997).
30 I Lingoni erano un popolo celtico della Gallia, stanziato tra i fiumi Senna e
Marna (Francia). Alcuni di loro migrarono attorno alle Alpi, stanziandosi nella
Gallia Cisalpina (Italia settentrionale), alla foce del Po nella zona del ferrarese
(Emilia), attorno al 400 a.C.
31 L. De Paor, Saint Patrick's World, Dublin 1993.

32 L. Gregory, Books ofSaints and Wonders, London, 1903.


33 L De Paor, op. cit.
34 P. Berresford Ellis, 1997.

SAN MASSIMO VESCOVO CONTRO I DEMONI


(M. Centini)
Il diversificato complesso di fonti sull'effettiva presa di posizione
degli evangelizzatori contro le reminiscenze di culti
pagani, molto ampio e si conforma intorno ad una serie di motivi
ricorrenti, sui quali si innestano naturali variazioni locali1.
In genere, le formule sono stereotipate, ma nei loro multiformi
aspetti pongono nitidamente in evidenza la tendenza della Chiesa
dei primi secoli a collegare ogni forma religiosa precristiana al
culto del diavolo.
In questo senso un importante contributo per la conoscenza
dei rapporti tra Cristianesimo delle origini e culti pagani del IV e V
secolo, ci giunge dalla raccolta dei Sermoni di San Massimo, vescovo
torinese che dal pulpito si impegn dialetticamente ad abbattere
la diffusa fede autoctona: "quoties mandavit idem Deus idolorum
sacrilegia destruenda"2.
Infatti furono proprio le prese di posizione del Cristianesimo
delle origini a creare un territorio particolarmente fertile alla tradizione
che collocava ogni manifestazione cultuale non cristiana nel
gorgo del culto dei demoni. Gorgo dal quale prese forma anche l'accesa
lotta contro le streghe.
L'unica fonte storica in grado di offrirci una notizia su San
Massimo, la testimonianza di Gennadio, del V secolo, che nel suo
elenco degli scrittori cristiani pone il prelato tra i pi colti e profondi
conoscitori delle Sacre Scritture3.
Massimo forse non fu originario di Torino: ne abbiamo
infatti un indizio rilevante nei suoi Sermoni in cui afferma:
"come dal giorno in cui presi a stare con voi, non ho cessato di

richiamarvi tutti i comandamenti del Signore" {Sermone 33).


Gennadio ci comunica che Massimo "moritur Honorio et
Teodosio uniore regnantibus"; quindi il vescovo torinese mor tra il
408 (inizio del regno di Teodosio II) e il 423 (fine del regno di Onorio).
Non comunque da escludere la possibilit che vi fossero due
vescovi successivi, entrambi chiamati Massimo: il primo fu il celebre
santo,vissuto tra il 370 o 380 circa fino al 420; per l'altro invece il
periodo indicato sarebbe posto tra il 451 e il 465. Secondo alcune
fonti non documentabili, pare che a Massimo I successe Amatore, ma
mancano oggettivi riferimenti storici per confermare l'ipotesi.
Infatti, ritroviamo la firma di Massimo vescovo di Torino nei
verbali dei Concilii di Milano (452) e di Roma (465).
Se valutiamo alcuni scritti attribuiti a San Massimo, in effetti
isoliamo alcune indicazioni che segnalano una cronologia posteriore
al 450. L'omelia 94, In reparatione ecclesiae Mediolanensis, non
pu essere datata prima del 452, quando cio questa chiesa fu dedicata;
l'identica osservazione per il Sermone 107 "nel quale si nomina
Eutiche che cominci solo nel 448 a spargere i suoi errori; infine
l'Omelia 10 e i Sermoni 37 e 43 che contengono frasi chiaramente
imitate da San Leone Magno"4.
L'atteggiamento fortemente repressivo di San Massimo nei confronti
delle pratiche pagane, impone un'importante osservazione cronologica:
le sue espressioni non combinano con la legge del 391, poich
San Massimo parla di distruggere gli idoli, mentre Valentiniano II
e Teodosio I, nella legge suddetta vietano solo di praticare il culto idolatrico.
E quindi probabile che egli alludesse alla legge fatta da Onorio
nel 399, che prescriveva di distruggere gli idoli5.
Dall'esame dei Sermoni di San Massimo traspare senza dubbio
l'immagine di un ecclesiastico attivamente impegnato a diffondere le
basi dogmatiche di una Chiesa ancora giovane, certamente non priva
di concreti problemi dopo essersi staccata dalla diocesi vercellese.
La diocesi torinese assunse un'autonomia ecclesiastica tra la
fine del IV e l'inizio del V secolo, quando alla morte del vescovo

Eusebio, si stacc dalla diocesi di Vercelli. Le parole del vescovo


torinese sono sapientemente articolate intorno ad una struttura
metaforica comunque sempre chiara, che si avvale di puntuali
rimandi alla Sacra Scrittura per meglio supportare l'immagine quasi palpabile - evocata.
Calato nella quotidianit e nelle problematiche della collettivit,
San Massimo us un linguaggio che non si affidava all'astrazione
e nei suoi Sermoni ritroviamo un frequente invito alla carit e
alle elemosine.
Appellandosi in vari modi alla sensibilit dei suoi fedeli, fino
a considerarsi "speculator" (sentinella), Massimo sent certamente
molto forte la responsabilit affidatagli e in pi occasioni ebbe
modo di porre in evidenza la sua amarezza nel riscontrare scarse
adesioni tra i suoi uditori.
L'accesa lotta contro il paganesimo, condotta con vari mezzi
e con azioni decise6, un altro degli aspetti che rivelano l'impegno
catechistico del vescovo torinese. Il tutto attuato con una personalissima
convinzione dell'approssimarsi della fine del mondo:
"Gerico (...) abbattuta con suono delle trombe (...) come sotto il
titolo d'una singola citt rappresentato il mondo, cos nel susseguirsi
dei sette giorni sono contrassegnati i periodi di settemila anni
lungo i quali le trombe delle predicazioni sacerdotali proclamano al
mondo la sua distruzione e minacciano il giudizio, come scritto:
Poich il mondo e quanto in esso perir, ma chi fa la volont del
Signore rimarr in eterno" {Sermone 92; cfr. lGv 2,17).
Da un punto di vista tematico, la campagna attuata dal vescovo
per abbattere il paganesimo si concretizz contro gli idoli e gli
altari pagani {Sermoni 91; 107; 108), contro le pratiche simboliche
effettuate in occasione dell'eclissi lunari {Sermoni 30; 31) e contro
le calende di gennaio {Sermoni 63; 68).
Se ci affidiamo alle affermazioni di San Massimo, sembrerebbe
che certe forme magico-rituali tipiche del paganesimo avessero nella
sua diocesi una notevole diffusione, in particolare nelle campagne cir-

costanti, dove evidentemente il Cristianesimo tard a sedimentarsi.


In un primo caso (Sermoned\), San Massimo, sfruttando come
monito la formula della fine del mondo, a cui in effetti ebbe modo di
richiamarsi pi volte, entra nel vivo di una questione cultuale dominata
da un forte sincretismo, in cui vibrano ancora i riverberi della religiosit
naturalistica: "Non si deve poi tacere come soprattutto a quanti
sono sterili, vada rammentato l'approssimarsi della fine del mondo,
l'imminente sopraggiungere del giorno del giudizio ed il fuoco della
Geenna7. Ciascuno di noi dovr rendere ragione delle sue azioni e
della sua vita e non soltanto della sua ma anche di quella dei suoi subordinati
{cfr. Mt 5,29; Me 9,43, n.d.a). Mi rammarico, perci che voi
anche se non sono i vostri peccati a danneggiarvi - sarete per vincolati
dalle colpe di quanti dipendono da voi.
In realt, fatta eccezione di pochi devoti, difficilmente la campagna
di ciascuno risulta incontaminata dagli idoli; difficilmente un
possedimento si pu ritenere immune dal culto dei demoni. Dovunque
si offende l'occhio, dovunque ferita un'anima veramente devota.
Puoi volgere lo sguardo dappertutto e scorgi o altari del demonio
o segni sacrileghi dei pagani o teste di animali fissate ai confini dei
campi; con la differenza che senza testa chi pur essendo al corrente
di quanto avviene sui suoi possedimenti non lo impedisce. Senza dubbio
senza testa quel tale che per un atteggiamento distorto ha gli
occhi stralunati come quelli di un animale ucciso ".
L'affermazione del vescovo emblematica e pone bene in
chiaro la difficolt di sradicare totalmente, nel IV-V secolo, il paganesimo
dalle campagne torinesi.
Resta il fatto che, al di l dell'interpretazione dei non meglio
identificati "altari dei demoni e segni sacrileghi", come le "teste di animali
fissate ai confini dei campi", bisogna comunque constatare che
tutti questi "segni pagani", fanno parte di un patrimonio apotropaico
antichissimo e tuttora segnalato dagli studiosi del folklore.
Infatti, sugli architravi delle cascine e delle stalle, ancora oggi,
non raro incontrare parti di crani di bovidi o capridi inchiodati in

quelle particolari posizioni perch ritenute validi strumenti contro


il malocchio. Secondo quanto riportato da Plinio {Nat. Hist.,
XIX, 10), una testa equina posta su un palo ai lati di un campo o di
un pascolo, aveva il ruolo di proteggere da ogni sventura l'area che
risentiva dei benefici influssi del simbolo.
In un'altra occasione (Sermone 107), San Massimo ci offre
una pi articolata visione della persistenza del paganesimo, che da
un lato aveva mantenuto integri i suoi aspetti peculiari e le sue forme
rituali, dall'altro invece si era fatto composito, diventando un'eterogenea
espressione religiosa.
In questo particolare contesto, "intolleranza e persecuzioni
verso i dissidenti furono la conseguenza negativa d'una concezione
della religione che era caratterizzata dalla mentalit antica e che si
protrasse nei suoi effetti nel Sacro Romano Impero medievale e sino
alle soglie dell'et moderna"8.
"Giorni fa, o fratelli, avevo ammonito la vostra carit perch
da uomini devoti e santi foste in grado di rimuovere dai vostri poderi
ogni contagio degli idoli ed aveste a distruggere dalle campagne
tutto l'inganno del paganesimo. Non certo conveniente che teniate
Cristo nel cuore e nelle vostre dimore reniate l'anticristo; che
quando voi nelle chiese adorate Dio, quelli della vostra famiglia nei
tempietti venerino il diavolo9. E nessuno si ritenga giustificato con
dire: Non ho comandato che facessero cos, non ho ordinato. In
realt chiunque al corrente che nei suoi possedimenti sono compiuti
atti sacrileghi lui stesso a comandarli".
Le testimonianze del vescovo, confermano l'esistenza di luoghi
destinati al culto pagano in area rurale che, a differenza della
citt, fu pi legata alla tradizione religiosa precristiana, secondo i
canoni del conservatorismo contadino.
Massimo consider colpevoli anche quanti - e non dovevano
essere pochi - tolleravano la persistenza dei culti pagani; lasciare
impuniti certi "atti sacrileghi", per il vescovo corrispondeva ad una
tacita accettazione degli stessi. A sostegno della sua idiosincrasia per

l'ignavia di certi cristiani, il vescovo ricorse pi volte alla Lettera ai


Romani in cui San Paolo, elencando le tante aberrazioni dei pagani,
conclude sottolineando che tali peccatori "sono degni di morte,
non solo se le fanno, ma danno il loro consenso approvando chi le
compie" (Rm 1,32).
"Tu dunque o fratello, quando vedi che un tuo contadino10
sacrifica e non glielo proibisci, pecchi e non perch gli hai dato la
possibilit, bens perch lo hai permesso ".
In questa affermazione di San Massimo contenuta un'importante
testimonianza della sopravvivenza delle forme precristiane
nelle campagne ("un tuo contadino sacrifica"): il male profondo
dell'idolatria, contaminava le campagne intorno la citt, dove una
gran quantit di "altari di legno ed idoli di pietra" offrivano un fertile
territorio per il diavolo e per gli "dei insensibili"...
"Quando il contadino sacrifica il proprietario contaminato.
Non pu non essere macchiato quando prende un cibo che un contadino
sacrilego ha coltivato, che una terra imbrattata di sangue ha prodotto,
che un tetro granaio ha conservato. Dove abita il diavolo, infatti,
tutte le cose sono inquinate ed esecrabili: nelle case, nei campi, nei
contadini. Non v' nulla che sia immune all'empiet quando tutto si
trova in mezzo all'empiet. Se entrerai nella stanza dei servi vi troverai
dei ceppi -bruciacchiati e dei carboni spenti, un adeguato sacrificio
del demonio: supplicare con cose morte una morta divinit".
Il peccato del pagano poteva risultare aggravato dal vino, che
nei Sermoni appare un'ulteriore caratterizzazione dell'anomalia e
della trasgressione religiosa: "se poi esci in campagna, vedi oggetti
di culto analoghi: altari di legno ed idoli di pietra. Qui su altari putridi
si presta culto a degli dei insensibili. Se poi presti maggiore
attenzione e noti un contadino aggravato dal vino, devi sapere che
- come dicono - si tratta di un pazzo affetto dal demone Diana o
di un aruspice. Una divinit insensata, appunto, suole avere un
pontefice delirante. In effetti, un sacerdote del genere con il vino si
dispone alle ferite in onore della sua dea in modo che da ubriaco il

disgraziato non percepisca la sua sofferenza. E tutto questo essi


fanno non soltanto per intemperanza, ma con l'intenzione di soffrir
meno per le ferite in quanto in preda al vino".
La credenza del cosiddetto "Dianaticus" ebbe una notevole
affermazione per tutto il medioevo, assumendo caratterizzazioni
intrinseche fortemente sincretistiche, fino ad essere uno dei "segni"
dominanti nell'ambito della caccia alle streghe11.
Consapevole della forte componente diabolica insita nel culto
pagano correlabile al "Dianaticus", il vescovo nel suo Sermone di
fatto si allineava alla politica demonizzante atta a porre in cattiva
luce le tradizioni religiose precristiane, al punto di ironizzare sulla
forma cultuale, accentuandone le prerogative violente e sanguinarie:
"Descriviamo un siffatto indovino: ha la testa arruffata di capelli
acconciati in modo femmineo, il petto nudo, le gambe sono
cinte a met dal pallio; disposto per il combattimento come fosse
un gladiatore ha nelle mani una spada. Eppur peggiore di un gladiatore
perch questo costretto a lottare contro un altro, egli indotto
a combattere contro se stesso.
Quello colpisce gli organi altrui, questo dilania le proprie
membra. E, se si pu dir cos, quello spinto alla crudelt dal
maestro dei gladiatori, questo dalla divinit. Ma giudicate voi stessi
se egli cos abbigliato ed insanguinato da questo suo tagliarsi sia
un gladiatore o un sacerdote? Se, pertanto, per la devozione religiosa
dei sovrani stata abolita l'onta pubblica dei gladiatori, cos anche
questi gladiatori di pazzia, per il rispetto della cristianit, siano
cacciati dalle loro dimore"12.
Nell'ampia raccolta dei Sermoni di San Massimo, ne troviamo
alcuni sull'eclissi lunare che produsse molta agitazione tra i torinesi,
causando fenomeni di isteria collettiva, in cui ancora si agitava il
demone del paganesimo.
Tra le varie prese di posizione di Massimo, quella contro le irrazionali
manifestazioni popolari che si verificarono in occasione
dell'eclissi, certamente dimostra in concreto quali dimensioni rag-

giunse un aspetto della superstizione nel V secolo. interessante


notare come il vescovo sia riuscito a mantenere un atteggiamento di
distacco, senza scivolare nella mera demonizzazione, ma attribuendo
una gran parte delle cause di tali manifestazioni ad un poco
morigerato consumo del vino.
Massimo per non si affid alla sola ironia e infine cerc di
individuare nella vicenda un aspetto metaforico, destinato comunque
a svolgere un ben preciso ruolo pastorale
"Verso sera si sono avute tali grida concitate di popolo da far
giungere la sua empiet sino al cielo. Quando domandai che significasse
tutto quel rumore, mi dissero che le vostre grida prestavano
soccorso alla luna in travaglio, aiutata nella sua eclissi13 dalle vostre
urla. Da parte mia risi, e restai sorpreso della vostra leggerezza per il
fatto che voi, come cristiani devoti, prestavate aiuto a Dio. In effetti
gridavate perch a causa del vostro silenzio quell'elemento non
andasse in rovina. Prestavate dunque aiuto a Dio come se Egli non
fosse per nulla in grado, senza le vostre grida, di preservare gli astri
che aveva creato. Fate proprio bene nel prestare soccorso alla divinit
in modo che col vostro aiuto possa governare il cielo. Ma se volete
farlo pi comodamente dovreste stare svegli tutte le notti. Non
pensate, per, quante volte la luna, proprio mentre voi dormivate,
ha sofferto senza tuttavia precipitare dal cielo? E non forse vero che
verso sera si oscura sempre mentre mai in travaglio verso il mattino?
Ma, secondo voi, essa ha l'abitudine di essere in pena soltanto
alla sera, quando il ventre appesantito dalla cena abbondante e la
testa sconvolta da coppe sempre pi ricolme. proprio allora che
per voi la luna in azione, quando anche il vino agisce. Allora, dico,
secondo voi offuscato dagli incantesimi il globo della luna quando
dai calici vengono offuscati anche gli occhi. Da ubriaco, dunque,
come puoi vedere quando a riguardo della luna avviene in cielo se
non vedi quanto a tuo riguardo avviene in terra? (...) Questo proprio
quanto afferma Salomone: L'insensato si muta come la luna (Sir
27,12, n.d.a) (...) Il tuo mutamento dunque pi grave di quello

della luna: la luna patisce la perdita della luce, tu la perdita della salvezza
(...) Non voglio allora che tu, o fratello, sia come la luna nel
suo venir meno; voglio invece che tu sia come lei quando piena e
salda! A proposito del giusto, infatti scritto: Come la luna salda in
eterno testimone fedele nel cielo {Sai 88,38, n.d.a.)".
Nel Sermone 31, Massimo ritorna a parlare dell'eclissi e dopo
una premessa che si riallaccia a quanto gi sottolineato nel Sermone
precedente, il vescovo paragona la Chiesa alla luna attraverso l'impostazione
metaforica che caratterizza il suo linguaggio: "giorni fa, o fratelli,
abbiamo continuato a contraddire quanti ritengono che la luna
possa essere rimossa dal cielo per gli incantesimi dei maghi (...) Abbiamo
esortato costoro perch lasciato da parte l'errore pagano, ritornino
tanto prontamente alla sapienza quanto prontamente la luna perviene
alla sua pienezza (...) Se allora Cristo pi opportunamente
paragonato al sole, non paragoneremo forse la Chiesa alla luna? Di
fatto essa, come la luna, per brillare tra le genti trae luce dal sole di giustizia
attraversata dai raggi di Cristo, ovvero dalle predicazioni degli
apostoli, acquista lo splendore d'immortalit di quel sole".
Nella riflessione finale che conclude questo Sermone, ancora
l'esortazione ad abbandonare le adulazioni della magia a dominare
l'impegno pastorale di Massimo. Il riferimento ai maghi che si opposero
a Mos (2 Tim 3,8) e a Paolo (At 13,6-11) oifre ancora una volta
l'opportunit al vescovo di paragonare ogni pratica magico-simbolica
al paganesimo e quindi di demonizzarne le manifestazioni: "In realt
gi i maghi Jamnes e Mambres nel resistere ai segni e ai prodigi di
Mos desideravano distruggere la Chiesa, eppure l'incantesimo degli
stregoni non pot danneggiare le parole divine. Gli incantatori infatti
non possono nulla quando cantato l'inno di Cristo. Per questo quando
Simon Mago fece opposizione a Paolo dinanzi al proconsole Sergio
Paolo, attaccava sicuramente la barca della Chiesa e tentava di sconquassarla
con malefici artefici eppure fu confutato con tal forza da non
vederci pi oltre che per la malattia inerente alla magia anche per la
perdita degli occhi. In tal modo gli venne contemporaneamente sot-

tratto l'incantesimo e la vista. Non meritava certo d'avere gli occhi del
corpo chi non meritava d'avere gli occhi del cuore".
L'atteggiamento irrazionale della popolazione in occasione dell'eclissi
non va comunque visto come un caso isolato e sorge da tutta
una serie di credenze presenti in particolare nella cultura popolare.
ancora il vescovo a fornircene un esempio: "in effetti se alla
luna non fosse stato dato dal Creatore una sua finalit, non esisterebbe
in tutte le cose il mutamento che conosciamo. In realt quando
la luna cala, il mare si ritrae e quando essa cresce quello aumenta
(...) Inoltre, persino dei pesci si afferma che sono pi in carne
quando la luna piena mentre risultano vuoti e ridotti di peso
quando essa decresce".
Sostanzialmente, le superstizioni legate alle eclissi lunari si
basavano su credenze che collegavano tali fenomeni ai sortilegi dei
maghi e delle streghe. Si riteneva quindi necessaria la partecipazione
di tutta la collettivit, che con urla e schiamazzi avrebbe cos
"supportato" l'astro aiutandolo a non morire.
Le pratiche adottate dal popolo per "sorreggere" la luna, non
vanno interpretate solo come un'azione magica o una forma di religiosit
deviata e volutamente opposta al Cristianesimo, sono soprattutto
espressioni di un corpus quasi "comportamentale", che era parte integrante
nel rapporto tra uomo e soprannaturale (o presunto tale).
Quindi, malgrado le spiegazioni di dotti14 che avevano gi
identificato nell'eclissi lunare un fatto del tutto naturale e le azioni
demonizzanti della Chiesa, il popolo continu per molto tempo a
guardare al cielo come allo specchio dell'umore degli dei. Un universo
a parte, che confermava agli uomini la costante presenza delle divinit
nelle cose quotidiane, nelle pi semplici manifestazioni della
natura, nei segni soprannaturali difficili da comprendere con i soli
strumenti forniti dalla Chiesa.
Va comunque ricordato che l'astro ha mantenuto inalterato il
proprio simbolismo per molto tempo, creando spesso singolari legami
con l'universo del mistero e dell'occulto: "Gli egiziani pensavano che

l'eclissi di luna corrispondesse al divoramento dell'astro da parte della


scrofa celeste. Ancora oggi si racconta che gli abitanti del villaggio di
Puyvendran, in Dordogna, scontenti delle notti buie, decisero di fare
imprigionare la luna piena. Una sera, mentre essa si specchiava nello
stagno di un fabbro, venne fatta inghiottire da un'enorme scrofa che
vi era stata attirata con della crusca gettata in acqua"15.
La credenza che certe creature fossero in grado di divorare la
luna, era notevolmente affermata nelle tradizioni della Transilvania,
in cui spesso i varcolaci, sorta di stregoni (strigoi) molto simili ai
vampiri, erano ritenuti in grado di salire fino al cielo per divorare
l'astro notturno: "si crede che i varcolaci siano diversi da qualsiasi
altro essere sulla terra. Essi causano le eclissi di luna, ed anche del
sole salendo nel cielo e divorando sia il sole che la luna. Alcuni credono
che essi siano degli animali pi piccoli dei cani. Altri ancora
credono che essi siano dei dragoni, o qualche sorta di animale con
molte bocche, che succhiano come una forza tentacolare, altri che
siano degli spiriti e possono essere chiamati anche pricolici. Essi
hanno origini diverse; alcuni dicono che siano delle anime di bambini
non battezzati, o di bambini nati da genitori non sposati,maledetti
da Dio e trasformati in varcolaci (...) salgono al cielo con il filo
e divorano il sole e la luna (...) Essi attaccano i corpi celesti, mordono
la luna, cos che essa appare coperta di sangue, o fin quando
non ne resta alcuna parte (...) Come mai, allora la luna ritorna intera
dopo un eclisse se stata divorata? Alcuni dicono che, poich la
luna realmente pi forte dei varcolaci, essi possono solo morderla,
ma alla fine la luna esce vincitrice, poich il mondo morirebbe
se la luna fosse realmente inghiottita"16.
Un'altra delle azioni rituali poste al centro delle accuse di
paganesimo dal vescovo di Torino, riguarda le ambigue celebrazioni
contro le calende di gennaio: "quanti, dopo aver celebrato con
noi il Natale del Signore, si dedicano alle feste dei pagani disponendosi,
dopo quel celeste banchetto, ad un pasto di superstizione (...)
Pertanto, chi vuol essere partecipe delle realt divine, non dev'esse-

re in compagnia degli idoli. La relazione con l'idolo, poi, si esprime


nell'inebriare la ragione con il vino, nel colmare di cibo il ventre,
nel torcere le membra mediante i balli (...) Come potete dunque
disporvi a celebrare religiosamente l'epifania del Signore dopo che
- per quanto stava in voi- celebraste con grande devozione le calende
di Giano? Giano, infatti, fu un uomo costruttore di una rocca
che detta Gianicolo ed in onore del quale dalle genti sono state
dedicate le calende cosiddette di gennaio. Pertanto, chi solennizza
le calende di gennaio pecca, perch tributa ad un uomo morto l'omaggio
da rendere alla divinit" (Sermone 63).
Massimo sottolinea che tale culto sacrilego si esprimeva in
particolare nelle campagne - atteggiamento peraltro noto e evidente
anche nei Sermoni citati in precedenza - ma, per la prima volta,
avverte i suoi fedeli di evitare non solo: "la comunanza con i pagani,
ma anche quella con i giudei. Persino i colloqui con essi costituiscono
un grave peccato".
L'affermazione suona un po' eccessiva e trasuda smaccatamente
quell'antisemitismo che, come ha puntualmente osservato
Padovese, si stacca dal modus operandi di un evangelizzatore per
eccellenza, Sant'Ambrogio: "siamo sollecitati a non sfuggire quanti
sono separati dalla nostra fede e dalla nostra comunit"17.
Nel Sermone 98, entrando nel vivo della questione sulle calende,
San Massimo puntualizza: "Per volere di Dio stato giustamente
disposto che Cristo nascesse nel mezzo delle feste pagane e
che il fulgore della vera luce avesse a brillare tra le tenebrose superstizioni
degli errori. Ci avvenne perch gli uomini, immersi nelle
loro vuote superstizioni, vedendo brillare la giustizia della pura divinit,
avessero a dimenticare i passati sacrilegi e non avessero a praticare
quelli futuri. Qual la persona saggia che, comprendendo il
mistero della nascita del Signore, non condanna l'ebrit delle feste
Saturnali e non evita la lascivia delle calende? (...) Vuote superstizioni
celebrano il giorno delle calende e vogliono godersela in modo
che poi ne deriva per loro tristezza maggiore".

La festa della nascita di Cristo, sovrapponendosi ai Saturnali


in modo pi o meno diretto, tendeva ad offuscarne il ruolo religioso,
assegnando alla tradizione cultuale pagana una collocazione in
bilico tra superstizione e culto demoniaco.
Secondo un'interpretazione piuttosto diffusa, il Natale di.
Cristo risultava il sostituto delle festivit pagane del solstizio invernale,
come quello di Giovanni Battista aveva occultato i riti del solstizio
estivo18.
Sull'origine dei Saturnali romani le fonti non sono certe: sappiamo
che nella Roma imperiale fra il 17 e il 23 dicembre si eleggeva
un rex Saturnaliorum, si dava largo spazio ai banchetti, alle
danze e spesso alle orge, inoltre era ammesso pubblicamente il gioco
d'azzardo e i ruoli sociali si invertivano. Il tutto era forse una sorta
di recupero della mitica Et dell'Oro in cui regn Saturno.
Secondo Macrobio, le statuette di argilla (sigilloria) e le candele
che si donavano in occasione dei Saturnali, erano di fatto dei sostituti
dei sacrifici cruenti, sicuramente affermati in tempi precedenti19.
San Massimo puntualizza sul ruolo prettamente materialista
del dono, affermato spesso seguendo una sterile tradizione pagana:
"Che poi questo, che di buon mattino ciascuno se ne va per strada
con un piccolo regalo ovvero con doni augurali e si dispone a
salutare l'amico prima con il dono che con il bacio, offrendo le labbra
al bacio e mettendo la mano nella mano, ma non per rendere
una testimonianza di amore, bens per sciogliere un tributo all'avarizia
(...) Come per molti conta di pi l'adulazione presente che la
remunerazione futura. Infatti, hanno pi a cuore il bacio del superiore
che la gloria del Salvatore. Il bacio, poi, non va chiamato bacio,
poich interessato. Anche Giuda Iscariota, infatti, baci cos
il Signore, ma mentre si preparava a tradirlo".
La tradizione dei Saturnali romani ebbe epigoni anche nell'alto
medioevo, determinando accese accuse da parte della Chiesa
delle origini.
Una tra le prime azioni del Cristianesimo (V secolo) rin-

tracciatale in un sermone di Asterio (Amasea, Cappadocia), diretto


ad evidenziare il ruolo quasi diabolico della questua praticata da
uomini mascherati nei giorni precedenti l'Epifania20.
Ancora massiccia, circa un secolo dopo, la lotta contro i cortei
mascherati che, con la loro azione simbolica, presentavano le antiche
tradizioni cultuali dei Saturnali. Il tutto in un periodo particolarmente
delicato, in cui si spegne l'anno vecchio e si profila quello nuovo.
Cesario di Arles, in pi occasioni, ebbe modo di testimoniare
lo sdegno dei religiosi contro certe pratiche di chiaro sapore pagano,
in particolare le strenne21 e i cortei mascherati22.
La mascherata poteva diventare una "pretesa sacrilega di trasformare
la creazione divina e di abolire la distanza radicale dell'uomo dalla
bestia, o dell'uomo dalla donna: due linee di demarcazione che la
civilt giudaico-cristiana, forse pi di ogni altra, ha difeso con la massima
fermezza"23.
San Massimo conclude il suo Sermone con una nota che non
pu non farci pensare a certi atteggimenti "divinatori" ancora vivi
nelle tradizioni contadine connesse alle calende: "che senso ha poi,
che trascorso il giorno, come se per esempio cominciassero a vivere
all'inizio dell'anno, se ne vadano fuori citt a raccogliere auspici e a
ricercare presagi? E a partire da ci che valutano per s la prosperit
o la durezza dell'intero anno?".
Premesse per alcune tradizioni che, come molti sanno, sono
rimaste invariate nel corpus della cultura popolare, ma che il vescovo
torinese riteneva: "cose inette e ridicole (...) inutili e dannose...".

NOTE
1 Un indicativo esempio per il Piemonte: Philiberti Pingonii Sabaudi, Augusta
Taurinorum, Taurini opud Haeredes Nicolai Bevilacquae, 1672.
2 Parte di questo capitolo proviene dal mio saggio Streghe, roghi e diavoli. Iprocessi di
stregoneria in Piemonte, Cuneo 1995, pagg. 58-71.
3 Gennadio, De viris illustribus, cap. 41, a cura di E. C. Richardson, Lipsia 1896.
4 E Gallesio, a cura, ISermoni di San Massimo, Torino 1915, pag. 14. L'autore fa
riferimento all'edizione S. Maximi Episcopi taurinensis Opera, Roma 1748. Per
un'edizione recente: San Massimo: la vita cristiana. Esperienze di comunit con Dio
e con i fratelli. Sermoni, a cura da L. Padovese, Casale Monferrato 1989; C. de
Filippis Cappai, Massimo. Vescovo di Torino, Torino 1995.
5 "Quante volte proprio Dio comand di distruggere le contaminazioni degli
idoli e mai ci siamo preoccupati di questo dovere. Abbiamo sempre dissimulato,
sempre ci siamo rifiutati! In seguito stata un'ordinanza imperiale a sollecitarci.
Rendetevi conto di come questo accrescimento dell'autorit umana rappresenti
un'offesa nei confronti di Dio" (Sermone 106).
6 "Il padre non sempre bacia il figlio. Quando si castiga chi si ama si esercita nei
suoi confronti un atto di amore. Anche l'amore ha le sue ferite che sono tanto pi
dolci quando pi amorosamente sono inferte" (Sermone 80).
7 Geenna risulta la trascrizione popolare di Ge-Hinnon, che significa "Valle dell'Hinnon":
un'area a sud-ovest di Gerusalemme, utilizzata come discarica per i
rifiuti della citt. NeW Antico Testamento, la zona chiamata "Valle dei Figli di
Hinnon", poich li si sacrificavano i bambini alle divinit pagane: "Si! I figli di
Giuda hanno agito malvagiamente ai miei occhi, oracolo del Signore! Hanno collocato
le loro abominazioni nella casa della quale stato invocato il mio nome,
contaminandola, e hanno costruito sulle alture di Tofet, nella Valle di BenHinnon, per bruciare i loro figli e le loro figlie con il fuoco (...) non si dir pi
Tofet e Valle Ben-Hinnon, bens Valle del Massacro e si seppellir in Tofet perch
non vi sar altro posto" (Grl, 30-32).
Sulla memoria di questa tradizione idolatrica, gli abitanti di Gerusalemme considerarono
la Geenna sinonimo di luogo infernale, arso dalle fiamme e invaso
dalla putrefazione (Is 66, 24; Mt 5, 22; Me 9, 47-48).
8 M. Sordi, Impero romano e cristiano, in A A . W , Problemi di storia delle chiesa,
Milano 1970. interessante ricordare che nel IV-V secolo erano attive "bande di
fanatici" che si erano arrogate il compito di rimuovere gli idoli pagani, prima
ancora di una effettiva legislazione. Tutto era condotto con spirito purificante e
con la convinzione che ci avrebbe garantito il paradiso. "E che non si trattasse
di episodi isolati e di non lievi conseguenze confermato dal canone sesto del
sinodo di Elvira, in cui si legge che non deve essere considerato martire colui che

viene assassinato nell'atto di distruggere un idolo; dichiarazione che lascia trapelare


l'ansia dei vescovi dinanzi al manifestarsi di una sorta di guerra santa", C. de
Filippis Cappai, op. cit., pag. 57. ,
9 Con la demonizzazione delle reminiscenze di culti antichi ancora vivi nelle campagne,
ci che precederftemente era religione, rito diffuso e legalizzato, diventava
anomalia, ma soprattutto peccato contro Dio, perch il culto delle divinit in effetti
corrispondeva al culto del diavolo. Massimo considera contaminante il culto
pagano effettuato in ambito agricolo e nel suo Sermone, sottolinea l'eroismo del
martire Alessandro e dei suoi compagni, uccisi ad Anaunia perch cercarono di
impedire una lustratio agri. Il rito (Catone, Sull'Agricoltura, 141) consisteva in una
processione diretta dal contadino capofamiglia e con l'uccisione di vittime sacrificali,
ogni 29 maggio. Nella seconda met del V secolo la lustratio agri fu sostituita
dal vescovo di Vienne Mamerto con le rogazioni.
10 San Massimo ritorna, nel Sermone 107, sul peccato compiuto da quanti, pur
sapendo della diffusione di pratiche pagane, non fanno nulla per vietarle: "del resto,
chi al corrente che nella sua campagna si sacrifica agli idoli e non lo vieta, anche se
egli risiede lontano nella citt, nondimeno quella empia profanazione lo raggiunge;
e quantunque sia il contadino a starsene presso gli altari pagani, l'esecrabile contaminazione
retrocede sino al proprietario. Infatti ne reso partecipe se non per la connivenza,
certo per conoscenza. Crediamo dunque che torni a vostro vantaggio quando
nei vostri poderi impedite il culto sacrilego". L'opinione che i proprietari cristiani
avessero il dovere di convertire i loro dipendenti pagani, era diffusa gi all'inizio
del IV secolo, come risulta di 41 canone del Concilio di Elvira. La diffusione dei
culti pagani evidentemente non era facile da arrestare, nonostante "la legge del 392,
che sia stata esplicita nel precisare i divieti: sacrifici, offerte ai Lari, ai Penati, al Genio,
aruspicina, magia. N essa aveva trascurato di circostanziare le proibizioni in
materia di culti campestri, per cui chi aveva avvolto un albero con sacre bende o
aveva eretto un'ara di zolle o bruciato incenso dinanzi a simulacri o, ancora, chi aveva
fatto offerte veniva considerato reo di sacrilegio e punito con l'esproprio della casa o
del terreno dove era stato consumato il rito superstizioso, se di sua propriet, multato
se era dimostrata l'appartenenza ad altri. Se il proprietario poi risultava complice,
a lui era riservata la medesima pena" C. de Filippis Cappai, op. cit., pagg. 55-56.
11 II culto lunare di Diana, considerata una dea della fertilit (venerata come
venatrix e nutrix) forse nell'area geografica in cui oper il vescovo Massimo aveva una discendenza celtica e trovava effettive connessioni con la tradizione cultuale
delle Matrone. "Le epigrafi attestano il culto di Diana in Piemonte, tra cui,
per l'area torinese, quella di Chieri e di Pino Torinese; a Torino un'iscrizione
posta sulla facciata della chiesa dello Spirito Santo ricorda la tradizione secondo
la quale l sarebbe sorto un tempio sacro a quella dea. Infine che Diana potesse invasare
conducendo a manifestazioni di follia, come ricorda Orazio, si comprende facil-

mente ricordando che essa era assimilata alla luna, donde l'aggettivo lunticas usato
da Massimo pu valere anche come invasato da Diana, cos come cerritus significava
invasato da Cerere, cio folle", C. de Filippis Cappai, op. cit., pag. 57.
12 In questa affermazione del vescovo rintracciamo un importante elemento cronologico:
infatti dalle sue parole abbiamo modo di constatare che negli anni in
cui parlava i giochi dei gladiatori erano stati aboliti. Poich sappiamo che fu
Onorio a sopprimere definitivamente le pratiche nel 404-405, dobbiamo ovviamente
porre il Sermone oltre questo periodo.
13 Le rituali chiassate che accompagnavano le eclissi di luna, pare fossero piuttosto
diffuse: indubbiamente curiosa l'affinit tra l'episodio di San Massimo e un
caso analogo accaduto nel IX secolo in Germania e riportato da J.C. Schmitt. In
quel periodo l'arcivescovo di Magonza Rabano Mauro "una notte, tra l'imbrunire
e l'inizio della notte" fu messo in allarme da "una cos spaventosa vociferazione
del popolo che la sua irreligione sembrava dover penetrare in cielo. Quando
chiesi loro cosa volevano ottenere con quella chiassata, mi risposero che le loro
grida dovevano venire in soccorso della luna sofferente che si sforzavano di aiutare
durante la sua eclissi".
Quella gente non si contentava di far chiasso, brandendo armi, tirando frecce
verso la luna e scagliando torce accese verso il cielo gettava un vero grido di guerra
"Vinceluna" (vinca la luna).
"Mi misi a ridere e mi stupii che, nelle loro semplicit, quei cristiani andassero in
aiuto di Dio come se, malato e debole, fosse incapace, senza l'aiuto delle nostre voci,
di difendere l'astro da lui creato", Medioevo superstizioso, Roma-Bari 1982, pag. 79.
Sul legame tra la luna e i culti demoniaci e stregoneschi, va ricordato che spesso le
divinit femminili considerate la guida delle adepte di Satana, erano identificate con
la luna. Un astro "associato alla donna per la ciclicit con cui si manifesta, cme
Diana amava la notte ed incarnava, nello stesso tempo, una delle forme della triplice
Ecate, la dea della magia adorata con riti misterici, atti soprattutto ad eccitare l'immaginazione.
Ecate, onorata in Efeso, con danze di donne insieme alla schiera delle
sue seguaci, anime senza sepoltura o morte anzitempo, in cerca di pace", S. Abbiati,
A. Agnoletto, M. R. Lazzari, La stregoneria, Milano 1984, pag. 22.
14 Plinio ci offre un'importante documentazione sull'impegno, da parte degli uomini
colti e razionali dell'antichit, di interpretare scientificamente l'eclissi lunare: "fra
i romani il primo che espose al popolo la causa delle eclissi di Sole e di Luna fu
Sulpicio Gallo che, in seguito, fu console insieme a M. Marcello (166, n.d.a), ma
allora era tribuno militare. Un giorno prima della battaglia in cui Perseo fu sconfitto
da Paolo, invitato dal comandante a parlare davanti alle truppe riunite, predisse
un'edissi, liberando cos l'esercito dall'apprensione. Dell'argomento in seguito
tratt anche in un volume apposito (un trattato andato perduto, n.d.a).
Fra i greci il primo a studiare questa materia fu Tlete di Mileto ( a l f i l o s o f o ioni-

co la tradizione ha attribuito la capacit di predire l'eclissi, n.d.a.) che, nel quarto


anno della quarantottesima olimpiade, annunci l'eclissi di Sole che avvenne
sotto il regno di Aliatte nel 170 di Roma.
In seguito Ipparco {astronomo greco attivo a Rodi e Alessandria nel IIsecolo a. C n.d.a)
giunse a predire tutte le eclissi di Sole e di Luna che si sarebbero verificate in un arco
di ben seicento anni. Questi uomini mirabili, di impegno quasi sovraumano, scoprirono
le leggi che regolano i moti di divinit tanto grandi e liberarono dal terrore la
misera mente degli uomini che, in tutte le eclissi, paventavano il manifestarsi di
delitti ed una specie di morte degli astri (anche le sublimi voci poetiche di un
Pindaro e di uno Stesicoro provarono orrore davanti al venir meno del Sole) ed in
quelle di Luna, sospettavano la presenza di incantesimi e di pratiche magiche e perci
venivano in aiuto all'astro in travaglio con urla e strepiti. Preso da terrore per l'eclissi
anche il generale ateniese Nicia, ignorando la vera causa del fenomeno, non os
far uscire la flotta dal porto e provoc cos la rovina della potenza di Atene (forse si
tratta dell'eclissi del27agosto 413 a.C., n.da.)", Plinio, Storia naturale, II, 9.
Lo Pseudo-Eligio, neli' Indiculus superstitionum et paganorum, specificava: "nessuno
deve temere di avviare una nuova impresa con la luna nuova: Dio ha fatto la
luna perch segni il ritmo del tempo e attenui le tenebre della notte; non per
impedire il lavoro di nessuno o per provocare la follia dell'uomo, come ritengono
gli stolti, secondo cui gli indemoniati soffrono per via della luna. Nessuno
deve chiamare signori il sole o la luna, n farsene degl'idoli. Sono infatti creature
di Dio e servono ai bisogni degli uomini eseguendo l'ordine di Dio".
15 A. Lamontellerie, Les Astres dans un village de Dordogne, in B.S.M.E, LX, 83,
citato da J. Bril, Lilith o l'aspetto inquietante del femminile, Genova 1990.
16 I. Otescu, Credimele Taranului despre Cer si Stele, riportato in A. Murgogi, The
Vampire in Romania, in "Folklore", Londra 1926, voi. 27, pag. 321.
17 L. Padovese, op. cit., Sant'Ambrogio, Exameron, dies III, ser V 15, 55, Biblioteca
Ambrosiana, Roma 1978.
18 E. Lupieri, Giovanni Battista tra storia e leggenda, Brescia 1988.
19 Macrobio, Saturnaliorum convivio, I, 15, 16.
20 A. De Gubernardis, Storia comparata degli usi natalizi in Italia e presso gli altri
popoli indo-europei, Milano 1878.
21 Secondo M. Meslin le strenaee.rano legate all'organizzazione sociale romana basata
sul clientelismo; tra la fine di un anno e l'inizio di un altro, il patronus distribuiva
le sue elargizioni per ottenere i favori dei propri clienti: un atteggiamento decisamente
in contrasto con l'ideale cristiano della carit, Lafte des calendes de Janvier
dans l'empire romain. tude d'un rituel de nouvel An, Bruxelles 1970.
22 Cesario di Arles, Sermons au peuple, 175, t. I., pah. 255, Parigi 1971.
23 J. C. Schmitt, op. cit., pag. 84.

LA QUESTIONE LONGOBARDA
(R. Corbella)
N:
rello studio della stregoneria in Insubria vi un periodo
che purtroppo stato spesso volutamente ignorato: l'alto
Medioevo e pi precisamente l'epoca longobarda che va grosso modo
dal 500 al 1000 d.C., calcolando anche il periodo dei vari ducati longobardi
che furono assimilati ma non distrutti dalla colonizzazione
franca e dalla Chiesa di Roma loro alleata che li aveva guardati con
sospetto, se non apertamente avversati. Questo perch i Longobardi,
pur essendo stati convertiti al Cristianesimo, continuavano a conservare
le loro pi arcaiche usanze pagane adorando divinit che facevano
parte del loro bagaglio di antiche tradizioni norrene1.
Una parte importante nei loro antichi riti soprattutto era
occupata dalla vipera: i cronisti ci raccontano come l'adorassero sottoforma
di idolo in oro o altro metallo prezioso, inoltre, la ponevano
nelle proprie abitazioni sulla porta o al di sopra del camino a
scopo apotropaico, oppure dipingendola sugli scudi2; ancora con
un rituale che ci ricorda le loro origini nomadi: appendendo una
pelle di serpente ad un albero sacro3; il rito prevedeva che uomini e
donne passassero sotto la spoglia del serpente e gli toccassero la testa
come segno di devozione.
Vi sono diversi pareri sull'aspetto simbolico con cui veniva
rappresentato questo animale divino e totemico: secondo alcuni essa
aveva due teste, secondo altri era alata. Probabilmente ambedue
le immagini si sono sovrapposte e formavano quell'icona del drago
che tanta fortuna avr nella cultura medievale.
Sicuramente il culto longobardo della serpe avr trovato facilmente
il modo di collegarsi agli epigoni di culti precedenti romani4.

In un altro rito che univa il culto degli alberi con quello della
serpe, i Longobardi appendevano la pelle e carne di una vipera - da
' poco uccisa ed a cui era stato tolto sommariamente lo scheletro - ai
rami di un albero sacro; quindi cavalcando velocemente al rovescio
cio con la parte anteriore del corpo rivolto verso la coda dell'animale,
dovevano strappare con una lancia dei brandelli dell'animale
appeso all'albero, brandelli che poi, in un modo ricordante la comunione
cristiana, essi mangiavano tutti insieme5.
L'Historia Langobardorum, di Paolo Diacono la pi importante
fonte per la conoscenza delle tradizioni longobarde. Purtroppo
questo testo molto lacunoso e le informazioni che ci d sulle tradizioni
di questo popolo sono filtrate attraverso la tradizione storiografica
romana. Paolo Diacono, che scrive nel 700, per inserire la storia
del suo popolo nell'ambito del mondo classico a cui pensava di appartenere,
ha proceduto ad un lavoro di autocensura mediante una scelta
accurata di quegli episodi della storia longobarda, delle sue saghe e
miti, che pi si adattavano ad un pubblico cristiano-romano, eliminando
tutto ci che potesse essere troppo sfacciatamente pagano e
germanico6. Ma nonostante questo lavoro di "pulizia etnica", nel
testo di Paolo Diacono e nelle altre poche fonti dell'epoca compaiono
alcuni elementi relativi agli usi tribali di questo popolo che sono
utilissimi e importanti sotto il profilo etnografico e antropologico:
consentono infatti di scoprire attraverso essi una connessione con il
mondo della magia e sulle streghe.
In particolare alcuni capitoli dX Historia relativi alle origini
della stirpe longobarda offrono un raffronto interessante con la tradizione
indoeuropea germanico-norrena. Nei miti di fondazione e
migrazione di questi popoli indoeuropei, rivestiva sempre un ruolo
di primaria importanza una coppia di fratelli gemelli semidivini.
Uno dei due fratelli immortale e guerriero, mentre l'altro un
agricoltore ed mortale. Quest'ultimo aspetto, ammantato da una
componente pi prettamente religiosa, presente anche nella figura
femminile che si aggiunge ai due fratelli7. Questa figura di an-

tenato divino femminile una sciamana. Essa la madre dei due


giovani condottieri: nei primi testi chiamata sacerdotessa mentre in
un testo pi tardo, XHistoria Langobardorum (cod. Goth., IX sec.),
detta "profetessa" in realt la progenitrice della sciamana longobarda,
l'antenata alto medievale delle nostre streghe. Essa nel mito rappresenta
quindi la funzione mantico-magico-religiosa e risulta determinante
in quello che si configura come il mito di genesi della stirpe longobarda.
Si tratta del celebre episodio, - stigmatizzato da Paolo Diacono
come "una ridicola favola di Godan e Frea"8 in cui Gambara prega
la moglie di Odino, Frea, di intercedere affinch il dio concedesse ai
suoi figli una vittoria sugli aggressori Vandali.
Un aspetto interessante collegato alla sfera magico-religiosa
quello relativo alla persistenza tra i longobardi dell'antropofagia rituale
e dell'offerta agli dei delle teste recise dei nemici. Il cannibalismo
e la conservazione dei crani sono tuttora dei fenomeni ben attestati
presso alcune etnie dei nostri tempi e considerate "primitive"9.
Il culto dell'antropofagia rituale longobarda non apparteneva
ai tempi mitici dell'emigrazione, ma persisteva ancora durante il
regno di Alboin, il sovrano-eroe con cui ha inizio la fase "italiana"
di sedentarizzazione e formazione del regno. Il cranio del nemico
veniva affidato a tre sciamane di nobile famiglia e queste donne procedevano
ad una serie di riti10 con i quali annullavano la capacit
dello spettro del decapitato a tornare sulla terra per esigere vendetta.
L'anima del defunto veniva inoltre "domata" e convinta a servire
come spirito protettore il suo uccisore, ci mediante un banchetto
rituale durante il quale le tre sciamane cucinavano parte della
carne del morto e se ne cibavano insieme ai guerrieri pi importanti.
Dopo di che le sciamane (chiamate in longobardo Spacone)11
utilizzavano la calotta cranica per farne una coppa in cui bere. Quel
singolare tipo di coppa, era chiamata "skala" in longobardo. Nella
narrazione di Paolo Diacono si nomina il trofeo cranico mentre non
c' traccia del cannibalismo rituale: l'avvenuta cristianizzazione dei
Longobardi sconsigliava evidentemente di ritenere possibile che un

simile rito avesse avuto luogo in una corte regale ormai "civilizzata".
In realt, presso i Longobardi queste pratiche rituali di tipo canni' balistico sono esplicitamente menzionate nell'Editto di Rothari nei
capitoli riguardanti le streghe (capp. 197-198); inoltre appaiono
citate come prassi normali presso altri popoli germanici e scandinavi
dai quali i longobardi infatti discendevano12. Le sciamane longobarde
e in seguito le streghe lombarde-ticinesi che da loro derivano,
effettuavano culti, per incrementare la fecondit del gregge: si trattava
di una danza molto veloce e spiritata accompagnata da un canto
strano, definito dai primi vescovi scandalizzati "nefandum". In questa
cerimonia magica veniva uccisa una capra di cui si immolava la testa
su di un palo sacro ("pertica" in longobardo) simile a quelli innalzati
sulle loro tombe13. Questo rito magico collegato al mito di
Thor/Donar: il dio con uccide due capri di cui fa conservare le ossa e
le pelli, con essi sfama se stesso e i compagni, quindi con il suo martello
sacro consacra pelli e ossa resuscitando i due animali14.
Durante le loro emigrazioni, i Longobardi, ancora pagani,
portarono seco dal nord una forma di sciamanesimo tribale istituzionalizzato
che si poneva all'interno di una tradizione norrena15
risalente al Neolitico, nella quale la strega o stregone erano al contempo
sciamani e sacerdoti, ricoprendo contemporaneamente il
ruolo di maghi, indovini, guaritori e sacerdoti custodi delle sacre
scritture e del culto.degli dei.
Nel mondo germanico a cui appartenevano i nostri antenati
longobardi, il soprannaturale e l'organizzazione magica aveva origine
in un territorio spirituale e mentale di confine, che giace in qualche
punto tra la religione, con i suoi rituali precisi, i suoi dogmi e
le sue regole ed il profondo buio del mistero e della ricerca personale
tra paure e desideri inconsci.
L'attrazione verso la magia, verso il potere che va al di l delle
normali capacit dell'uomo, oggi pu essere anche un'aspirazione
di conoscenza intellettuale, ma a quei tempi era certamente la
risposta dell'umile e del debole alle forze apparentemente invinci-

bili della natura. La domanda importante a cui dobbiamo dare


una risposta : il praticante e la praticante longobardi di arti magiche
appartenevano ad una precisa gerarchia? Inoltre, seguivano una
tradizione che potremmo anche definire scuola ("Scola" in longobardo)
16?
A prima vista sembrerebbe che le "Spacone" fossero dei personaggi
isolati, sia che vivessero soli nella foresta e agissero su richiesta
del popolo che li pagava per i loro incantesimi o cure, oppure fossero
come sacerdoti-maghi della "sippe"17 e agissero solo a beneficio
della loro gente in particolari momenti di crisi. Dai testi consultati,
molto spesso trattanti temi leggendari, parrebbe che questi sciamani
fossero quasi sempre donne: infatti, dopo che i longobardi vennero a
contatto con la cultura romana e iniziarono ad usare il latino come
lingua colta, ecco che il termine "Spacona" venne sostituito da quello
di "Strix" e in un secondo tempo con il volgare "Striga".
Chi gi in giovane et si sentiva portato verso il mondo oscuro
della magia, si recava da una sciamana, la quale, in cambio di
favori e danaro trasmetteva alla discepola tutta la sua conoscenza
magico-esoterica. Poteva essere quella forza gentile e benevola che
serve all'amore ed alla procreazione oppure il potere oscuro e terrorizzante
che provoca la sventura dell'avversario, il malocchio e l'uso
di un'emissario": un proprio doppio animale (uno spirito ausiliare?)
che compie vendetta uccidendo per conto nostro. A volte la strega
sceglieva un bambina che le sembrasse introversa, solitaria e particolarmente
dotata e la "allevava" addestrandola e trasmettendogli
tutto il suo potere. La discepola diveniva prima l'assistente, poi la
sostituta della strega-sacerdote sino a prenderne il posto. Spesso i
discepoli erano diversi e, completato il tirocinio, si dirigevano verso
altri territori per praticare in proprio.
Oltre all'insegnamento per far "crescere" l'allieva, necessitavano
rituali di iniziazione terrificanti e dolorosi, vere e proprie morti
e rinascite18.
Non sappiamo se vi fossero anche delle vere scuole di magia

dove si preparasse una classe sacerdotale pagana germanica. Non ve


ne traccia nei testi pi antichi, cos come mancano testi scritti
riguardanti incantesimi o rituali magici. Nelle saghe trasmesse oralmente
e quindi tramandate dalla tradizione, qualche volta si accenna
ad una misteriosa caverna di roccia situata su un monte di cui
non conosciamo il nome e tanto meno l'ubicazione, questa caverna
era nota come "scuola nera". Pare non vi fossero maestri o custodi,
ma le formule e i riti erano scritti sulle pareti. Secondo le leggende
si doveva vivere l per tre anni e ripartire nel giorno e nel mese stesso
nel quale si era arrivati, pena la morte.
Col passare dei secoli e l'affermarsi del Cristianesimo si narra
che la "scuola nera" fu chiusa e nessuno ne conoscesse pi l'ubicazione.
Qualcuno per aveva ricopiato le formule magiche su pergamena
scrivendole in latino volgare e se ne trassero due manoscritti:
il "libro grigio" che serviva per incantesimi ordinari ed il "libro
rosso" con i sortilegi pi tremendi. E da notare che si diceva che con
il "libro rosso" si potevano evocare gli antichi dei e piegarli al proprio
volere. La tradizione orale racconta come pi tardi, tra il 1100
e il 1300, molti preti cristiani ed anche alcuni papi durante lo scisma
avignonese, divennero maghi e segretamente praticarono occultamente
la magia imparata dai due libri.
La tradizione germanico-longobarda sosteneva che dopo la
morte della strega il suo libro magico fosse sempre sepolto da un
suo accolito in un luogo segreto, soprattutto se essa era anche una
sacerdotessa dell'antica religione.
Il neofita che avesse avuto sentore che la data persona defunta
fosse stata una strega, doveva recarsi sulla sua tomba, invocarne
lo spettro, costringerlo a parlargli e a rivelargli dove era sepolto il
libro degli incantesimi.
Con la cristianizzazione totale dei longobardi questi usi segreti
andarono perdendosi in quanto furono fortemente osteggiati dall'autorit
ecclesiastica.
Mantenere il segreto non ebbe pi tanta importanza e attraver-

so la tradizione trasmessa con leggende e fiabe, veniamo a conoscere


vita, miracoli e nomi di molti di questi stregoni-sacerdoti. Il libro grigio
e quello rosso sono mai esistiti o sono solo leggende tardo medievali?
Contenevano l'antica sapienza germanica o erano testi degenerati
di stregoneria spicciola? La "scuola nera" realmente esistita? Forse
era una grotta-labirinto iniziatico?
Possiamo presumere che vi fosse una vera scuola sacerdotale a
cui, tra il 400 e il 700 d.C., si riferivano tutte le genti di stirpe germanica,
longobardi compresi, e che essa forniva una confraternita di sacerdotesse
che poi si inserirono nelle pieghe del Cristianesimo per sopravvivere
indisturbate, tramandandosi la loro antica sapienza almeno
fino al 1300 e formando una confraternita segreta all'interno della religione
cristiana.
Questa era, nei secoli precedenti, la vera casta sacerdotale germanica
con la sua gerarchia, le sue scuole e i suoi testi scritti? Sono
domande che restano per ora senza risposta.
Solo una scoperta archeologica che riportasse alla luce la "scuola
nera" potrebbe offrire nuove indicazioni. Ma se la scuola nera
fosse in realt un luogo della mente, un sito dove si giunge in stato
di trance per avere lampi di conoscenza e percorrere passo dopo
passo il labirinto dell'inconscio?
Lo sconosciuto compilatore dell'Editto rothariano19 assume
una posizione incredula e scettica a riguardo della stregoneria, ma
nonostante ci appare evidente che la questione ritenuta molto
importante se nel capitolo 376 dell'Editto, si sancisce la condanna
di chiunque uccida una donna, ritenendola una strega, sia essa di
alto o basso rango. Addirittura, nel passo seguente, il re Rothari
contempla la possibilit che l'uccisore della "Striga" possa essere un
longobardo del pi alto lignaggio, uno iudex, legalmente punibile
nell'identico modo. Per cui non sorprender certo che, la fede nella
stregoneria e nelle pratiche delle "Strigae divoratrici di uomini"
fosse oltremodo diffusa nella cultura dei longobardi nonostante
fosse ufficialmente condannata dal re. A loro onore bisogna dire che

i longobardi pi evoluti avvertirono presto la necessit proibire e


arginare queste usanze tradizionali legate alla magia nera.
Per la societ longobarda il momento decisivo di svolta, in
senso filo-cattolico e anti-pagano, venne con il regno di Liutprand
(713-735), re cristiano e cattolico per definizione, che introdusse
sul piano politico-legislativo, per la prima volta nella storia longobarda,
leggi fortemente punitive nei confronti degli ultimi pagani e
di chi adorasse anche nascostamente le divinit arcaiche. Viene imposto
il divieto di consultare indovini e incantatori; proibito adorare
e portare offerte alle sorgenti ed agli alberi un tempo considerati
sacri. Per contrappasso Liutprand aumenta enormemente i privilegi
accordati alle istituzioni religiose cristiane, sancendo cos tra
l'altro l'inviolabilit del diritto ecclesiastico. La sciamana-strega longobarda
passa da istituzione tribale a iniqua rappresentante di un
paganesimo demoniaco al tramonto della sua storia: con Liutprand
la sua condanna irreversibile20.

NOTE
1 Cfr. J. Misch, Die Langobarden, 1970.
2 Forse questo culto longobardo della vipera alla base della vera origine del simbolo
del "Biscione" che orna lo stemma visconteo?
3 Come i celti anche i germani credevano nella sacralit degli alberi e nel loro
potere magico. In particolare la quercia, la betulla e l'agrifoglio erano considerati
possenti conduttori di magia e tratto d'unione tra questo e gli altri mondi
paralleli metafsici.
4 Ad esempio, Iside, filtrata attraverso una revisione romano-imperiale mostrata
come divinit in grado di controllare i serpenti.
5 La comunione cristianapotrebbe derivare da antichi riti sciamanici di cannibalismo
rituale. Nell'ambito eurasiatico tuttora il rito di mangiare insieme nel corso
di cerimonie religiose, presente nei culti Shivaiti (India e Nepal) e nella cerimonia
buddista dello Tzog che il pi simile alla comunione cristiana durante il
quale ci si comunica con un pezzetto di carne e un sorso di vino (Tibet).
6 Altre informazioni possono esser tratte anche dall'Editto di Rothari del 643 col
quale si procedette, al tempo stesso, alla codificazione delle leggi e alla conservazione
dei costumi e tradizioni longobarde; ved. anche il catalogo Origo gentis
Langobardorum (VIII sec.).
7 G. Dumezil, L'idologie tripartite des Indo-Europens, Bruxelles, Collection
Latomus, voi. XXXI, 1958; ibidem, Mythes et dieux des Germains, essai d'interprtation
comparative, Parigi 1939.
8 P. Diacono, Historia Langobardorum, I, 8.
9 La raccolta di teste trofeo e susseguente esposizione dei crani quali simboli di
valore e per impadronirsi delle propriet magiche del nemico ucciso, tuttora
presente presso popolazioni quali i Naga dell'Assam, gli Jivaro dell'Amazzonia e
i Dayak del Borneo.
10 L'immolazione del teschio un rito propiziatorio tipico dei popoli cacciatori
del Nord Europa.
11 II termine "Spacona" poi passato nel dialetto lombardo e quindi all'italiano
(spaccone-a) non pi col significato di sciamana-strega, ma indicante una persona
vanagloriosa che ostenta le proprie prodezze fsiche e intellettuali.
12 Queste pratiche di cannibalismo rituale sciamanico erano prassi comune tra i
Sassoni (il popolo germanico pi affine ai Longobardi), i Visigoti, gli Alemanni
e i Vichinghi Norvegesi.
13 Le "pertiche" erano pali ornati di disegni incisi e recanti alla sommit scolpito un
corvo se posti sulla tomba di un uomo, una colomba se la sepoltura era quella di una
donna. A Velate (Varese) uno di questi cimiteri era sul monte San Francesco.

14 Riportato nel poema antico germanico Gylfaginning.


15 Con la parola "Norreno-a" si intende indicare l'antico areale nordico dell'attuale
Scandinavia pi l'Islanda, la Danimarca e parte della Germania, territori
interessati ad una stessa cultura e religione.
16 Nell'antico germanico (longobardo e franco) il termine "Scola" indicava non
solo un luogo di insegnamento ma soprattutto una consorteria, un'associazione
di persone dedite tutte allo stesso mestiere, o alle stesse arti praticate da fanciulli,
imparando cosi il mestiere a cui si restava poi legati per tutta la vita. Celebre
fu ai tempi di Carlomagno la "Scola" franca di cavalleria pesante da cui uscirono
i famosi "Paladini".
17 Clan allargato composto da pi famiglie che si ritenevano imparentate, nucleo
base della societ germanica primitiva.
18 J. de Vries, Altgermanische Religionsgeschichte, (1 edizione) Voi. I; A. Hofler,
Kultische Geheimbunde der Germanen, FranKfurt 1934.
19 L'editto di Rpthari fu la prima raccolta scritta delle leggi dei Longobardi, promulgato
da re Rothari nel 643.
20 Paolo Diacono, Historia Langobardorum.

IL MALOCCHIO:
UNA FORMA DI STREGONERIA SEMPRE ATTUALE
(R. Corbella)
Dopo il 1950 si ebbe un impatto culturalmente violento
fra i modi di vita ancora arcaici delle piccole comunit
dell'Insubria, in cui si era mantenuto intatto quel tessuto di tradizioni
riguardanti la stregoneria, la magia ed il sovrannaturale, e la
forte espansione industriale verificatasi nella fascia di Pianura
Padana adiacente ai rilievi. Questa modernizzazione forzata comport
un aumentato fabbisogno di generi di consumo voluttuari,
nonch di comodit impensabili un tempo. L'abitante del territorio
rurale lombardo, fino a poco prima spinto dalla necessit di pensare
solo in termini di sopravivenza e ad accettare il distacco dalla
modernit, lavorando in fabbrica a fianco con l'operaio di citt, in
contatto con un mondo materialmente pi evoluto del suo, non si
accontent pi del necessario ma desider ottenere il superfluo per
s e la sua famiglia. Nel secondo dopoguerra, con i nuovi stimoli e
bisogni dell'era moderna, giunse anche un'ondata di scetticismo e
razionalit che port scoramento, diniego della tradizione e soprattutto
vergogna di essere ancora legato alle credenze e superstizioni
degli avi. Un altro motivo che condusse alla caduta in disuso delle
tradizioni fu dovuto all'abbandono del dialetto che venne sradicato
come vergognosa usanza di una volta. In quel periodo post-bellico
di fame e ricostruzione, anche l'emigrazione di artigiani specializzati
interna (dalla campagna alla citt) ed esterna (verso la Svizzera, la
Francia e la Germania) stagionale od annuale1 contribu pesantemente
alla confusione delle genti italiche, tanto diverse tra loro, ed
al loro sradicamento dalle tradizioni locali. Gli emigrati di quei

tempi, lavorando sodo, riuscirono ad accumulare delle discrete fortune.


Per, la maggior parte di essi non torn pi in paese, ma si
sistem stabilmente presso i centri urbani dove si trovavano i posti
di lavoro2. Questo fattore lacer e distrusse il gi debole tessuto
sociale del micromondo rurale e fu motivo di maggiore confusione
ed allontanamento dalle tradizioni degli avi. All'abbandono delle
piccole comunit rurali montane, dove pi forte era il permanere
dei modelli tradizionali di vita, si aggiunse il susseguente taglio trasversale
di un turismo dedito all'acquisto di seconde case da utilizzare
per pochi mesi all'anno. Un turismo apportatore soprattutto di
solitudine spirituale ed alieno all'antico tessuto sociale. Se da un
lato questo turismo ha riportato in parte la vita (una vita fittizia ritmata
dalle stagioni, o meglio dai giorni legati al "tempo libero") l
dove si paventava l'abbandono totale di paesi un tempo floridi, dall'altro
ha dato il colpo di grazia non solo al permanere di una cultura
tradizionale ormai incapace di sostenere la concorrenza di modelli
internazionali urbani, ma anche alla conservazione di un patrimonio
di tradizioni e usanze che queste popolazioni alpine avevano accumulato
in secoli di storia3. In questa situazione di confusione e sradicamento
nonostante tutto sopravvissero segretamente le leggende
nella magia, basata sulla credenza che vi potessero essere persone,
donne o uomini, che con essa potessero agire nel bene o nel male
intervenendo nell'ordine naturale delle cose e nelle vite di altre persone
per mutarle e deviarle a loro capriccio, in modo da ottenerne un
beneficio personale. Queste credenze, dopo aver covato sotto la cenere
come braci ardenti, durante il periodo "razionale" del Boom economico
degli anni '60, uscirono nuovamente allo scoperto in modo
drastico nel periodo di crisi dei valori che si ebbe quando, dopo il
1980, raggiungendo il culmine del razionalismo superficiale del "non
credere a nulla" e del "Dio morto", inizi immediatamente la parabola
discendente del materialismo mentale per essere sostituito da
una nuova spinta spirituale di ricerca.
Bisogna dire che il fenomeno delle streghe di Lentate e Gola-

secca era unico nel territorio che oggi fa parte del Parco Naturale
della valle del Ticino: infatti pi si scende verso la pianura e pi si
attenua il fenomeno stregonesco. Parrebbe che per quanto riguarda
la cultura del magico e dell'esoterico, i contadini della pianura fluviale
non abbiano prodotto manifestazioni di particolare rilevanza
in rapporto a quanto si pu osservare nei comprensori montani. Rileviamo
perci il paradosso di una societ sensibile al tema della
morte, ai santi, succube dell'autorit clericale spesso in modo superstizioso,
ma che non produsse quel volume di credenze esoteriche
legate al magico che sarebbe logico attendersi dagli agricoltori, legati
come sono ai capricci del tempo e alla fertilit della terra. La spiegazione
potrebbe essere fornita da una facilit di controllo e un ruolo
sempre vigile ed attento da parte della chiesa locale, abilissima nel
ricondurre nel culto religioso cattolico dei santi delle manifestazioni
dichiaratamente pagane. Il resto deve averlo fatto il naturale scetticismo
che insorge spontaneo in una societ ancora agricola, ma
urbanizzata o perlomeno situata a ridosso di grossi centri urbani
moderni ed industrializzati. Tra questa popolazione rurale di pianura
(gallaratese, bustocca) esistono ancora manifestazioni scaramantiche
diffuse tra il popolino, ma non cos rilevanti da pesare sul
comportamento individuale e perci degne di essere citate. Per,
anche in questo contesto positivista, vi un aspetto segreto e ben
nascosto che merita attenzione: quello dell'esercizio della magia
personale, spicciola, detta "malocchio" effettuata da alcune donne
particolari, quali vedove senza figli e vecchie abbandonate dai figli
emigrati in citt. In questo caso la magia viene usata quale forma di
rivalsa verso le altre donne della comunit, le pi fortunate. Infatti,
nella pianura insubrica di estrazione agricola c'era (ed esiste tuttora)
la convinzione che alcune donne gettassero il "malocchio" o
"maldocchio"; cos come si pensava che vi fossero altre persone,
sempre di sesso femminile, capaci di levarlo. Ma c'erano anche signore
a cui veniva riconosciuta una valenza sia attiva che passiva nel
"fare malia" e "contro malia"4.

questo un mondo esclusivamente femminile nel quale gli


agenti sono quasi sempre e solo donne e dal quale la componente
maschile della comunit quasi esclusa. I fattucchieri sono una sparuta
minoranza rispetto alle fattucchiere e curiosamente i pochi uomini
intervistati che ammettevano, con reticenza s'intende, di saper
fare il malocchio erano tutti omosessuali.
Che questa forma di stregoneria sia un triste appannaggio
femminile?
Si sono avuti casi di ragazzi con tendenze omosessuali che
sono stati sospettati di "gettare il malocchio", proprio a causa del
loro comportamento e aspetto femmineo e perci isolati, ma rispettati
e temuti. A volte anche un fanciullo che aveva gli occhi di due
diversi colori era considerato portatore di "malocchio" e capace anche
inconsciamente di provocare malattie e sfortuna fissando una
persona. Un ragazzo di questo tipo non doveva mai essere accarezzato
sulla testa o provocato, perch altrimenti si rischiava di scatenare
in lui la "malia" negativa5.
Il "malocchio" di cui stiamo scrivendo ed in cui si crede ancora
nel nostro territorio, non la cosiddetta "fisica" alpina e prealpina
alla quale abbiamo dedicato il capitolo successivo. Il "malocchio"
semplicemente una capacit acquisita da alcune donne di interferire
nella vita altrui in senso paranormale negativo, ma alla quale
qualunque persona di sesso femminile pu accedere. Il "malocchio"
non ha radici ben definite nell'antica tradizione popolare e neppure
relazionato in qualsiasi modo a sopravvivenze pagane, o perlomeno
collegate ad una qualsivoglia religione alternativa. La donna
che pratica il "malocchio" non ha poteri particolari, non pu trasformarsi
in animale, o comparire e sparire a piacere, influire sulla
natura o sugli agenti atmosferici (come nel caso della "fisica"): pu,
su richiesta d'altri o per mero interesse personale, eseguire delle semplici
pratiche, generalmente di magia imitativa e solitamente a base di
formule che arrecavano danno ad una persona specifica.
Nel caso del "malocchio" la candidata a divenire "maga" (usia-

mo questa parola un poco arbitrariamente non esistendo in queste


comunit agricole di pianura, e non a caso, un termine per definire
questa "professione") doveva avere alcune caratteristiche precise6,
molto diverse tra loro: essere la terza figlia di una "maga", nipote della
medesima, nata nei giorni dei solstizi ed altro.
Considerando che non esistono assolutamente fonti scritte
riguardanti questa particolare forma di stregoneria, gli informatori
consultati mi hanno per dato versioni di rituali d'iniziazione all'uso
del "malocchio" cos perfettamente simili tra loro da far pensare
alla presenza di specie di consorteria di praticanti a tutt'oggi molto
attiva e particolarmente chiusa verso gli estranei. La trasmissione di
formule e rituali avveniva sempre da madre a figlia e, solo in un
secondo tempo, si potevano iniziare alla tecnica di gettare il "malocchio"
altre donne meritevoli di fiducia, ma al di fuori della stretta
cerchia familiare. I riti_e le formule sono generalmente para-cristiani,
ovvero come nel Vodoo o nella Santeria brasiliana, utilizzano
santi e figure del Vangelo quali mentori e forze trascendentali da cui
derivare il potere sopranaturale con cui attuare il maleficio. Questo
fatto in se parrebbe addirittura una contraddizione: usare figure
religiose che sono un esempio illustre di bont suprema per danneggiare
il prossimo. In realt, nella mentalit di chi getta il malocchio
vi la convinzione egoistica che egli il buono e l'avversario da colpire
il cattivo, per cui i santi a cui ci si appella lo aiuteranno a
compiere la vendetta o a favorire gli affari a danno di un altro che
il nemico per antonomasia. Mentre la strega tradizionale solitamente
"sta dall'altra parte", ovvero rifiuta il Dio cristiano e si appoggia,
se non direttamente al demonio, perlomeno a divinit del
passato o a forze paranormali quali spiriti della foresta o delle acque,
la fattucchiera (o il fattucchiere) che usa il malocchio solitamente
una fervente cristiana, oserei dire una bigotta, per cui i suoi spiriti
protettori che sono anche le sue armi vengono scelti tra i suoi santi
preferiti. Non per niente i pi potenti fattucchieri nel gettare il
malocchio su qualcuno, molto spesso invocano in loro aiuto la pi

potente santa di tutte: nientemeno che la santa Madre di Cristo.


L'iniziazione di una fattucchiera consisteva principalmente nell'insegnamento
di una formula rituale che la neo maga si impegnava
solennemente a non rivelare a nessuno se non alla propria "erede"
dell'arte negromantica. Ovviamente questa formula (o formule?)
non sono note e, al di l di quanto detto sopra, non siamo riusciti
ad accertarne la tipologia. Vogliamo per riferire una delle poche
formule per levare il "malocchio" d'amore di cui siamo giunti in
possesso. Premettiamo che in questo caso la "maga" dopo averci
offerto il caff, che ci venne versato non nella tazza ma nel piattino
e avere posto al centro del tavolo una pietra, di colore verde scuro e
perfettamente ovale, accese una candelina profumata di fronte ad
una fotografia della vittima di "malocchio" e al buio completo recit
questa formula: "Malia vai via - esci fuori dalla fotografia- con
l'aiuto di Maria, di Ges e Santa Lucia - fai dispetto a Satanasso entra dentro questo sasso"; il sasso, l'indomani, venne gettato in
uno scolo d'acqua piovana posto dietro la chiesa7. Qui si potrebbe
arguire che, trattandosi di un incantesimo per scacciare il malocchio,
i nomi dei santi sono in fin dei conti un ragionevole scongiuro,
ma in un altro caso a cui abbiamo assistito dopo la cerimonia del
caff e della candela, la fattucchiera sput sulla fotografia della persona
da fatturare e la infilz tre volte con uno spillone declamando:
"Trinit e san Gregorio riducete la casa di costui in un mortorio
sant'Antonio e sant'Ignazio fate morire costui nello strazio".
In questo tipo di negromanzia, purtroppo tuttora in voga, vi
sono delle specializzazioni che potremmo definire i "santi al contrario",
il santo ritenuto protettore di un particolare gruppo di esseri
viventi viene utilizzato, mediante appositi riti, per procurare il male
ai suoi protetti. Ad esempio, sant'Antonio, protettore degli animali,
invocato "al rovescio" per far ammalare e morire il bestiame del
contadino nostro rivale; sant'Espedito, che protettore degli studenti,
eccolo diventare il mezzo per distruggere il primo della classe,
odiosamente secchione. A volte a queste sconclusionate filastroc-

che pseudo religiose potevano far seguito indicazioni aggiuntive


quali l'ordine di procurarsi peli o capelli di colui o colei che si voleva
ammaliare. Alcuni dei sistemi ritenuti pi efficaci per "fare la fattura"
consistevano nel far cadere alcune gocce del proprio sangue
sulla fotografa della futura vittima del "malocchio", ma il modo pi
potente di gettare il malocchio su una persona consisteva nell'"ungere"
di nascosto il nemico con alcune gocce del proprio sudore o
fargli bere qualche goccia della propria sperma se lo stregone era
maschio, o mestruo, se la strega era femmina, mescolata al vino. I
dolci "affatturati" erano un altro modo per far ingerire nascostamente
alla vittima queste sostanze umane che si pensava procurassero
il "malocchio". Normalmente le donne dedite al "malocchio"
esercitavano a pagamento anche l'arte della cartomanzia, oppure
sapevano leggere il futuro nei fondi di caff. Logicamente secondo
la tradizione, chi fa il "malocchio" lo pu anche togliere e questo ha
spinto persone senza ritegno a giocare sulla credulit della gente per
guadagnare anche ingenti cifre. Si sceglie la vittima: una persona
ingenua e credulona, della quale ci si finge amici. Quindi si fa in
modo di nascondergli in casa o nei vestiti qualcosa di inquietante:
un insetto trafitto da aghi, un talismano strano, mettendolo in un
luogo in cui la vittima lo ritrovi facilmente. Quando poi il poveretto
avr una piccola avversit naturale, ecco che si inizier ad insistere
sulla storia della fattura, del nemico segreto ed altre bagiannate
indisponenti. Quando la vittima sar sufficientemente spaventata,
gli si rivela che conosciamo un modo per liberarlo per sempre dalla
fattura e ci si fa pagare lautamente per farlo. Cosa si pu dire a conclusione
di questo capitolo? Purtroppo questa forma di stregoneria
ancora oggi segretamente diffusa, comunque stanno nascendo
nuove forme quali il "malocchio" tramite il telefono, posta elettronica
o addirittura il televisore...

NOTE
1 In merito all'argomento si consiglia la visione di uno studio approfondito a cura di
P. Frigerio, B. Galli, A. Trapletti, Le valli varesine e l'emigrazione delle maestranze d'arte,
contenuto in Emigrazione e territorio: tra bisogno e ideale, Varese 1994.
2 I proventi derivati dall'emigrazione, che metteva in circolo nuove risorse e
soprattutto il miglioramento delle vie di comunicazione, che rendevano pi facili
i contatti con Luino, fecero s che gli abitanti dei piccoli centri montani in un
primo tempo aumentassero. Con il sopraggiungere della moderna era industriale,
si ebbe un rapido e impressionante declino della popolazione stanziale.
3 P. Astini Miravalle, L. Giampaolo, Monteviasco, storia di un paese solitario,
Varese 1974.
4 Inf. M. Franzetti - Gornate (1995).
5 Inf. E. Brugherio - Laveno (2001).
6 Queste caratteristiche variano a seconda degli informatori che abbiamo interpellato
e dei vari paesi. Informatori: G. M. di Busto Arsizio, P. Gavazzi di Somma
Lombardo, A. G. e Filomena B. di Cassano Magnano.
7 Inf A. Rossetti - Gavirate (1972).

LA "FISICA"
(R. Corbella)
La tradizione orale riferita alle streghe ed alla stregoneria
occulta nell'Insubria non omogenea: nell'area prealpina
occidentale prevaleva la credenza nell'esistenza degli "stroligh" e della
"fisica", nella pianura si credeva pi genericamente alle "strie" ed al
"malocc". La parola chiave dialettale per penetrare nei misteri del
mondo fantasticamente pauroso della magia "fisica"1. Il lettore a
questo punto deve essere come un bambino desideroso di conoscere
ma non di capire, perch la fisica non va compresa o analizzata con
metro scientifico o semplicemente razionale. La magia, di cui la fisica
solo un ramo minore, la si accetta e la si prende come una curiosit
folkloristica tipica di un mondo nordico che Celti e soprattutto
Longobardi ci hanno lasciato in retaggio2.
Con questa parola si indica tutto ci che non si comprende
ma che ha un grande potere paranormale al di l della conoscenza
umana, una forza soprannaturale inspiegabile e che travalica religione,
modernit e scienza, benevola o malefica a seconda dei casi e del
modo con cui la si utilizza. Un potere le cui radici affondano nel
passato degli dei pagani collegati alla natura e soprattutto a particolari
luoghi in situazioni che riemergono nell'anima popolare dalle
profondit dell'inconscio, del caos primordiale.
Gli "striunasc" (stroligh, strie, striur) secondo la tradizione popolare
delle Prealpi, erano quelle persone che attraverso un apprendistato
doloroso e stravolgente, avevano acquisito capacit paranormali tali
da poter interagire con forze cosmiche sconosciute, richiamando in
vita poteri ancestrali ultraterreni e utilizzandoli per i loro scopi.
Essendo questa stregoneria legata a forme metafisiche natura-

li, logico che tra i protagonisti delle storie che abbiamo registrato
vi siano gli animali. Sono parte dell'immaginario popolare, dell'ignoto,
per cui il loro ruolo e potere, molto forte e relativamente facile
da realizzare dagli adepti, per velato di mistero riguardo alla sua
sorgente. Alcuni "stroligh" parlano vagamente di un "sciur di beest"
(Dio degli animali), n dio n demonio che, se invocato in modo giusto,
concederebbe alla "stria" di trasformarsi o apparire sotto forma di
un animale innocuo, in modo da poter compiere le sue malefatte senza
destare sospetti, ritornando poi alla forma umana quando fosse sicura
di non essere osservata3.
Quasi tutti gli informatori mi hanno confermato che esisteva,
in un tempo molto remoto, un sistema di utilizzo "diverso" della
forma animale. "Entrare" con la mente nel corpo di un animale domestico,
amato dalla futura vittima del maleficio, serviva alla "stria"
per fare la fsica buja, una sorta di malocchio che qualcuno compiva
a danno di altri, grazie a rituali assolutamente misteriosi e non
rivelabili ma tramandati da "stria a stria" e, si diceva, contenuti in
un misterioso manoscritto detto semplicemente "Il libro" (ur liber
griss)^. La fisica si esplica in svariati modi e lo scopo sempre quello
di agire attraverso un "medium" provocato ad arte (animali,
rumori, apparizioni, voci, fenomeni atmosferici) per ottenere facilmente
qualcosa che danneggi l'avversario e porti fortuna e benefcio
a chi si avvale del mezzo magico. Il linguaggio della fisica, non
sempre immediatamente intelligibile, ma si incanala in passaggi
sotterranei, si muove sotto sembianze cangianti, alimenta diversi
stati d'animo. L'idea della fsica, in qualche modo, resta comunque
collegata al sacro: alcune chiese e cappellette isolate vengono citate
come luoghi maledetti dove "si sente la fisica a fior di pelle", quelli
che la sanno fare in quei luoghi possiedono un potere tanto forte
quanto misterioso. La "fsica fa stravega", cio ti fa vedere cose che
non esistono. Spesso gli animali del vicino che passavano accanto a
certe edicole di santi venivano "incantati", cio non facevano pi
latte, o dimagrivano fino alla morte. Perch la strega attraverso i ri-

tuali particolari della "fisica" pu impadronirsi esotericamente di


una cappella o edicola votiva cristiana, costringendo il santo l raffigurato
(il suo doppio spirituale) a legarsi a lei e a obbedirgli in
tutto e per tutto, anche compiendo le peggiori malvagit. Ad esempio,
San Grato il protettore dai fulmini: se la strega si impadronisce
magicamente tramite la fsica di una cappella dedicata a questo
santo, lo costringer a lanciare saette e fulmini su cose e persone a
lei ostili. Il protettore trascendentale spinto dalla fisica ad agire
come braccio armato della strega, che ha compiuto il giusto rituale
di "cattura", rovesciando la sua "protezione" e trasformandola in
terribile minaccia perch costretto ad assecondare il volere della
strega che lo ha legato a s momentaneamente5.
Secondo le regole (ma ci sono regole nella magia?) della "fsica",
ognuno di noi ha un suo doppio che vive in un mondo parallelo
al nostro, etereo inconsistente ed inconcepibile ai nostri comuni
cinque sensi. Questo doppio possiede poteri che vanno al di l della
pi fervida immaginazione superando tutte le barriere di tempo, gravit
e forma tangibile o intangibile. Con questi poteri, detti appunto
fisica, la strega pu fare ci che vuole e nemmeno il Dio dei cristiani
pu fermarla perch se vero che la fisica legata ai vecchi Dei pagani
della natura e anche pur vero che essa rappresenta il lato oscuro del
nuovo Dio cristiano, che attraverso i suoi santi li ha sostituiti. Tanto
vero che, sempre secondo le tradizioni popolari, sarebbero i preti i
migliori depositari delle tecniche e dei rituali della fisica. La fisica serviva
spesso a fini pratici: una strega in ritardo col pagamento dell'affitto
quando vedeva giungere l'incaricato alla riscossione "faceva la
fisica" alle portiere dell'auto del malcapitato, che restava cos bloccato
all'interno. Si racconta di una strega che blocc in quel modo un
messo comunale per tre giorni senza che nessuno riuscisse a farlo uscire
dall'auto stregata. Nello sciamanesimo indoeuropeo, che sta alla
base della fisica, il mondo nel quale viviamo solo il primo e pi
materialistico di una serie di tre mondi paralleli, che compenetrano e
avviluppano il pianeta Terra. Le forme di vita presenti sui tre mondi

sono dissimili tra loro come forma e sostanza, ma legate inscindibilmente


le une alle altre: ogni forma di vita terrestre ha il suo doppio
sugli altri due mondi e ad ogni azione di una forma vivente corrisponde
una reazione dei suoi due doppi eterei, dotati di poteri magici
e sovrannaturali presenti negli altri due mondi paralleli invisibili. I
tre mondi sono il vertice di un triscele che ruotando provoca un vortice
di energia cosmica pura da cui ha origine ogni azione che noi
attribuiamo alla magia ed alla fsica. Questa rotazione crea la spirale
del potere magico. Il primo mondo quello degli umani, animali,
vegetali, minerali materiali e palpabili. Il secondo mondo quello dei
folletti, gnomi, fate, esseri immateriali ma altamente sviluppati. Capaci
di rigenerarsi e vivere per eoni, dotati di grandi poteri paranormali.
Il terzo mondo solo essenza, luce, pura vibrazione ed energia:
l ogni essere presente sul primo mondo (la Terra) ha il suo doppio
pura anima e pura energia superiore. Un mondo senza principio n
fine dove tutto possibile e non esiste contrario. E in questo mondo
che ognuno di noi ha il suo potere puro e magico con cui attuare cose
al di l della conoscenza umana6.
Il mezzo per poter contattare ed utilizzare questo potere appunto
ci che gli stroligh insubri chiamavano fsica. La donna-strega
andava nel bosco di notte, si spogliava nuda e si strofinava contro
il tronco dell'agrifoglio per ottenere il potere di fare la fisica e cos gettare
il malocchio sulle rivali. Una protezione contro la fisica costituita
da un rametto di pungitopo posto sopra il camino oppure la carlina
inchiodata sulla porta. In novembre, chi riteneva di essere vittima
della fisica raccoglieva rami di agrifoglio che poneva sulla soglia
per tenere lontano il "malocchio"; poi, a dicembre, l'agrifoglio vecchio
veniva bruciato e si diceva che quando si bruciava un rametto di
quella pianta moriva la strega che aveva fatto la fsica.
Vi erano alcune regole rituali per evitare di restare vittime della
fsica: non si doveva mai portare il bestiame agli alpeggi estivi di venerd;
non si seminava nei giorni con le lettera "R" perch altrimenti le
piantine colpite da una probabile fisica divenivano cibo per i vermet-

ti (detti in dialetto cario), se grandinava per evitare che fosse un


segno di fsica con un segno di croce si "rompeva l'aria"7.
Quando una strega voleva fare la fsica ad una famiglia, con
una scusa andava a trovarli e quindi rovesciava del sale o del tabacco
a terra: cos il malocchio avrebbe colpito gli abitanti di quella casa.
Una fisica molto potente da usare per fare del male ai giovani
uomini era quella detta di sant'Espedito. Questo santo protettore
degli studenti adolescenti raffigurato con un corvo accanto ai piedi:
prendendo una penna di corvo e, dopo avere completato su di
essa i rituali della fisica, la poneva sotto il materasso del giovinetto
che voleva colpire, ecco che questi perdeva la memoria e per quanto
studiasse non riusciva pi a tenere a mente le lezioni, inoltre era
perseguitato da un terribile mal di testa che lo faceva impazzire.
Questo uno di quei casi che con la fisica si costringeva un santo
ad agire al contrario, negativamente.
A volte una strega residente in un paese voleva che un'altra strega
sua amica di un'altra localit facesse la fisica ad un suo nemico: cos
che lei non fosse incolpata, ma risultasse al di sopra di ogni sospetto.
In questo caso gli mandava a dire: Vieni a volo d'uccello. importante
questo modo di dire perch l'uccello, falco, corvo o gufo,
raffigurava il mondo della magia, del mistero. Nei casi pi tragici si
diceva che una strega con la fisica potesse fare ammalare una persona
a distanza e farla cos morire a poco a poco nell'arco di alcuni mesi.
La fisica usata dalle streghe o da certi preti poteva anche servire
a scopi benefici: a Brusino nella via detta ancora oggi "streccia
du scrii" vivevano alcune streghe di fama, alla fine del 1800 un certo
Rinaldi detto "ur Besanell", perch nato a Besano, ogni giorno col
suo calesse doveva trasportare le merci da Porto a Brusimpiano.
Quest'uomo era un gran bestemmiatore. Un giorno il cavallo che
tirava il carro del Besanell si blocc a met strada e per quanto il
carrettiere lo frustasse o lo incitasse, sembrava trasformato in pietra.
Il prete, stanco di sentirlo bestemmiare, gli aveva fatto la fsica! Solo
al calar della notte il cavallo gir su se stesso e, col rischio di rove-

sciare il carretto, torn da dove era venuto. I giorni seguenti accadde


la stessa cosa. Ur Besanel disperato, perch il suo lavoro di trasportatore
andava a rotoli, promise al prete della chiesa di San Martino
di Brusino che se riusciva a togliergli il malocchio non solo non
avrebbe mai pi bestemmiato, ma addirittura avrebbe costruito una
piccola cappella dedicata a San Giuseppe in ringraziamento. Il prete
accett e fece la fisica contraria: da allora il cavallo non si ferm pi
e tutto torn normale come prima. In fondo questa fisica fu benefica:
come una madre punisce, a volte duramente, poi infine perdona
conservando intatto tutto il suo potere intriso di magia, di fattura, di
religiosa eresia. I parroci dei paesini di montagna di una volta consigliavano
ai loro parrocchiani che temevano la fsica, poich avevamo
offeso in qualche modo una presunta strega, un metodo rituale per
proteggersi soprattutto la notte. La protezione consisteva nella seguente
filastrocca: "A letto a letto me ne vo, l'anima a Dio la do. La
do a Dio e a San Silvestro che mi guardin nel mio letto: il mio letto
da quattro canti che li guardino i quattro santi: due da piedi e due da
capo e Ges Cristo da ogni lato"8.
Nessuno dei nostri interlocutori dichiara ufficialmente di conoscere
queste pratiche rituali, ma tutti si limitano a raccontare ci
che essi hanno appreso da mamme, nonne e persone anziane. E praticamente
impossibile farsi raccontare qualche episodio in cui il
narratore stesso sia stato protagonista: vi sempre paura o timore
reverenziale. Nei racconti persone e nomi non sono direttamente riferiti
se non con preghiera di non rivelarli mai. Comunque, in qualche
caso l'informatrice lascia intendere che anche lei qualche volta
ha usato la fisica per intimorire o danneggiare una rivale. Da tutto
ci emerge un dato costante: la fisica si faceva per invidia, cattiveria
o anche per ottenere giustizia e raddrizzare torti subiti. La fsica non
un aspetto stregonesco paranormale presente solo in Lombardia e
Piemonte, infatti la ritroviamo con il nome "phisica" o "phusica"
anche in tutto il territorio della Confederazione Elvetica nonch in
Francia e nella Spagna nord-orientale.

NOTE
1 Cornelio Agrippa Von Nettesheim (1486-1535) uno dei primi filosofi che
trattano dell'arte della fisica stregonesca. Agrippa considerava la fisica come parte
della filosofia occulta, ovvero sinonimo di magia. Nei capitoli iniziali del suo libro
sulla Magia naturale Agrippa aveva delineato il piano dell'opera chiarendo
che l'Essere era costituito da tre mondi: quello Elementare, quello Celeste e quello
Religioso. Di essi si occupano le tre scienze della fsica (magia naturale), della
matematica (magia celeste) e della teologia (magia cerimoniale). In particolare la
mgia ha il compito di tradurre queste tre scienze in atto.
2 Per James Frazer la magia dominio su forze impersonali e si contrapporrebbe
alla religione, perch questa comporta la subordinazione a forze sovrumane ma
personali. La scuola sociologica francese vede invece nella religione un atteggiamento
positivo della comunit di fronte al sacro, mentre nella magia indica un
atteggiamento antisociale dell'individuo di fronte alla comunit.
3 E. Lot-Falck, Les rtes de chasse chez lespeuples sibriens, Parigi 1953; in questo saggio
si affronta con particolare attenzione l'interazione sciamanica uomo-animale.
4 La storia dell'occultismo conosce due tipi di "libri magici": i Grimoires e le Clavicole.
I Grimoires sono lo strumento per realizzare operazioni di magia bassa e
di magia nera, con le Clavicole operazioni di magia alta. I Grimoires sono una corruzione
del francese "grammaires" vale a dire grammatiche. I Grimoires erano
tipici della magia bassa e della magia nera ed erano quelli usati da streghe e stregoni.
Nei Grimoires si trovano le formule e i rituali legati alla fisica; il Libro Grigio
citato dalle nostre streghe, si riferisce probabilmente ad un Grimoires. Le Clavicole
invece derivano il loro nome dal latino e significano piccole chiavi. Tale nome
viene attribuito ai libri della magia alta o magia bianca. Con le Clavicole si identificano
quelle forze mistiche ma razionali espresse per mezzo di segni e simboli
che servono ad evocare gli spiriti, ma soprattutto a proteggere dalle infiltrazioni
negative durante le esperienze con le scienze occulte.
L'insieme di questi libri stato definito dalla Chiesa "Biblioteca del Diavolo" e
questo suo atteggiamento si spiega - oltre che per fatti dottrinari - anche sotto
l'aspetto pi squisitamente storico: ad esempio, per i rapporti con Io gnosticismo,
la Chiesa, ebbe fin dalle origini (II-IV sec.), il problema delle eresie e, quindi
quello dell'esistenza di libri contrari alla ortodossia, o comunque non contenuti
in un canone (non rivelati).
5 All'inizio del XX secolo, Marcel Mauss sosteneva, tra l'altro, che la magia pu
realizzare uno stretto collegamento tra iniziato ed alleati soprannaturali, a qualunque
religione essi appartengano. In altre parole, l'iniziazione magica avrebbe
lo scopo di determinare nell'adepto-iniziato una possessione virtuale ambivalente
da parte di forze sovrannaturali.

6 Per approfondire questa interessante teoria vedere l'intera opera di Oberto


Airaudi nelle collane "Incontri" e "Cibale" della Casa Editrice Horus di Torino.
7 Esiste una branca di "magia naturale" della quale quasi impossibile stabilire i
confini o le limitazioni, poich si interseca anche con le grandi religioni tradizionali:
Cristianesimo (Esorcismo), Islam (Sufi), Ebraismo (Cabala), Induismo
(Tantrismo) e Buddismo (Vajrayana).
8 Con questo scongiuro il letto considerato uno spazio sacro, inviolabile dalle
forze del male perch protetto da quattro santi, uno per ogni angolo. C. Lapucci,
Il libro delle filastrocche, Milano 1997.
* Tutte le notizie sulla fsica sono state raccontate all'autore dalla nonna materna,
Dolores Peroni, medium e visionaria, che sapeva fare la fisica e leggeva il futuro
nei fondi di caff e da Don Emilio Barbosi suo indimenticabile "prefetto" e insegnante
di religione in collegio, nonch studioso per diletto di folklore.

IL FENOMENO DEI BENANDANTI


(R. Corbella)
Margaret Murray, una studiosa influenzata da J. Frazer1, nel
1921 espresse una sua tesi sul fenomeno della stregoneria
nel medioevo che a quei tempi fu presa poco sul serio.
Secondo Margaret Murray, gli atti di magia e i convegni notturni
descritti dalle imputate, non erano parti favolosi di menti alterate
e neppure false confessioni estorte con la forza, ma erano veri
rituali segreti di una religione antichissima, un culto preceltico, preromano
e soprattutto precristiano, dedicato alla fertilit. Logicamente
questo antico culto pagano era visto dai giudici, in massima
parte ecclesiastici, solo come una perversione maligna ispirata da
Satana in persona che avevano rifiutato Cristo per legarsi al demonio.
Per alcuni giudici pi illuminati, quelle unioni erano un'alterazione
mentale in donne deboli, perci facilmente influenzabili
soggette a possessione diabolica. La tesi della Murray, quando enunciata
era probabilmente troppo avanzata per i suoi tempi, per cui
venne subito respinta sia dagli storici che dagli antropologi. In tempi
recenti questa tesi stata riabilitata, tanto che oggi nessuno studioso
dubita pi che le cosiddette orgie di streghe nel sabba non
siano altro che una trasformazione in chiave medievale di antichi riti
di fecondit agreste. Nel suo libro I Beneandanti, lo storico Carlo
Ginzburg2, rivaluta le affermazioni della Murray, dimostrando
l'antica presenza, nel Veneto e soprattutto nel Friuli, di un culto
della fertilit, in cui compaiono delle curiose figure di stregoni: i
Benandanti, gelosi custodi di rituali segreti di fecondit e che si presentavano
come difensori dei raccolti e della fertilit dei campi,
soprattutto contro i malefici delle streghe e quelli dovuti al maloc-

chio. Questo culto continu certamente sino agli inizi del XIX
secolo: presenza inequivocabile di un retaggio protostorico che si
perdeva nella notte dei tempi. I Benandanti erano in primo luogo
degli stregoni, benefici ma pur sempre stregoni, riuniti in una setta
vera e propria con regole e statuti tramandati oralmente. Si riunivano
per congreghe per cos dire "regionali", nel senso che vi appartenevano
tutti i Benandanti che vivevano in un dato territorio. Dai
processi che furono loro intentati a partire dal 1570, si evince che
queste singolari figure di streghe e stregoni pensavano che la prosperit
e l'abbondanza dei raccolti dell'anno successivo dipendevano
sopratutto da una cerimonia beneaugurale complessa e antichissima,
che essi dovevano compiere alla fine dell'inverno, tra febbraio
e marzo. Proprio nel periodo in cui cadeva l'antica festa celtica di
Imbolc, di cui riprendevano alcuni rituali. Il loro rito di fecondit
pi conosciuto era quello della battaglia. I Benandanti, ritenevano
di essere predestinati divinamente alla loro condizione, pensavano
che se avessero rifiutato il loro stato di stregoni sarebbero stati maledetti
per l'eternit e avrebbero rotto l'equilibrio cosmico. Sapevano di
essere stati scelti da Dio per combattere le streghe malvagie e soprattutto
per presiedere alla fertilit del suolo. Perci erano moralmente
obbligati a partecipare a quelle battaglie rituali simboliche che permettevano
di sconfiggere il malocchio e portare, mediante la loro vittoria,
l'abbondanza e la ricchezza delle messi. Tutti i Benandanti avevano
dalla nascita un elemento in comune, un segno divino caratteristico
che li marchiava: l'essere nati con la camicia, cio partoriti
ancora avvolti nella membrana amniotica. Gi agli inizi del Cristianesimo
in area culturale celtica si parlava di questa anomalia: essa era
chiamata la "lorica"3, l'armatura, e si pensava che il portatore fosse
protetto da tutti i tentativi del demonio di impadronirsi della sua
anima. Evidentemente, con il passare dei secoli questo fatto venne
trasformato dall'immaginario popolare e, non sappiamo per quale
motivo, assunse caratteristiche stregonesche e quindi diaboliche.
Quest'oggetto (la "camicia") si riteneva proteggesse magica-

mente i guerrieri dai colpi dell'avversario, allontanasse il malocchio


e i nemici. Addirittura si reputava che aiutasse persino gli avvocati
a vincere le cause. Era un oggetto dalle virt magiche: e per accrescere
queste virt alcuni portavano in chiesa i resti rinsecchiti di essa
chiusi in una teca e nel giorno del loro genetliaco usavano farvi celebrare
sopra delle messe. Come abbiamo visto oltre ai poteri magici
e sacrali consolidati della "camiciola", vi era anche quello speciale di
predestinare gli individui che erano nati entro di essa, volenti o nolenti,
al destino di stregoni ed alla professione di Benandanti.
Questa particolarit anatomica della loro nascita li legava a
doppio filo ad un destino al quale era impossibile sottrarsi, perch
era il loro stesso popolo che ve li costringeva, ben lieto di avere al
suo servizio un essere anomalo, capace, tramite il suo potere innato,
di incrementare i raccolti e proteggerli dagli insetti nocivi, dalla
grandine e dalla tempesta, scongiurare la siccit e, cosa di gran lunga
pi importante per quei tempi oscuri, soprattutto salvarli dal
malocchio. Il bambino nato "con la camicia" apprendeva subito dalla
comunit di essere un predestinato, nato sotto un "pianeta" speciale,
un individuo dotato di poteri unici. Al culmine dell'adolescenza,
quando pi forte era in lui la tempesta ormonale, improvvisamente
un gioved notte egli sarebbe caduto in un sonno profondo,
una specie di catalessi o "trance", un letargo misterioso che
poteva durare anche diversi giorni. Un vero e proprio stato di morte
apparente durante la quale egli viveva un'esperienza di "uscita" dal
corpo in piena coscienza ed entrava in un mondo parallelo, un universo
pauroso, popolato da tutti gli incubi contadini e i timori collettivi
di quell'epoca. Eventi destinati in futuro a ripetersi per anni
con piccole varianti: il terrore della carestia, la speranza di un buon
raccolto, l'orrore della guerra, il pensiero di un oltretomba e i dubbi
sulla vita ultraterrena a cui il Cristianesimo, perso col rinascimento
l'abbrivio ingenuamente glorioso del medioevo, non sapeva pi
dare risposta. Il Benandante durante questa "trance" si ritrovava a
partecipare o assistere a strane cerimonie e magie rituali, con parte-

cipazioni paranormali che, pur essendo puramente oniriche, avevano


la caratteristica di sembrare una realt effettiva. Di conseguenza
i Benandanti non mettevano mai in dubbio la fisicit e verit di
quei convegni a cui essi, dicevano, si erano recati e avevano partecipato
in "spirito", uscendo con la mente dal loro corpo e ritornandovi
ad esperienza conclusa4.
Quindi, dopo questa prima esperienza sciamanica5 di quando
in quando, se c'era bisogno di loro per ripristinare l'armonia cosmica,
essi udivano risuonare nella loro mente un rullo di tamburo, il che
costituiva un invito coercitivo ad uscire in spirito dal proprio corpo,
per recarsi a fronteggiare una schiera di streghe malefiche.
Dalle testimonianze offerte dai processi contro i Benandanti,
emerge il complesso problema del rapporto tra stregoneria e associazioni
segrete giovanili: si noti che i Benandanti entrano nella loro
compagnia - e il termine stesso significativo - in un'et precisa,
corrispondente all'incirca all'inizio della pubert, e la abbandonano
dopo un certo tempo; inoltre va sottolineato il carattere militare di
questa sorta di associazione, provvista di un capitano, ecc..
Dalla prima "chiamata", fino all'et di circa quarantacinque
anni, i Benandanti avrebbero partecipato a quelle battaglie visionarie;
l'esito decideva dell'abbondanza o della scarsit del raccolto di
quell'anno.
Combattendo contro le streghe, i Benandanti avevano la possibilit
di identificarle: ci li rendeva molto stimati nelle comunit;
inoltre, si riteneva conoscessero il destino dei morti, pur avendo
l'obbligo di non svelarlo.
Come agivano i Benandanti per assicurare coi loro riti alla comunit
un buon raccolto e scongiurare il malocchio? Due gruppi di
adepti di sesso diverso (i Benandanti tutti uomini contro le loro avversarie
donne che fingevano di essere streghe) simulavano uno
scontro simbolico: le donne armate di fasci di spighe di sorgo e gli
uomini muniti di mazze di finocchio si battevano ritualmente danzando
e frustando gli avversari con le loro "armi" vegetali. Di volta

in volta gli uomini cantavano a seconda del risultato che volevano


ottenere: "Noi ci battiamo per il frumento... ci battiamo per l'avena...
e per la biada... col combattere che facciamo salviamo la vite e
il vino". Questo combattimento rituale veniva eseguito per quattro
volte in quattro giorni e ogni volta si combatteva per un tipo di raccolto
diverso: se vincevano i Benandanti di quei frutti in quell'anno
vi sarebbe stata abbondanza, se perdevano sarebbe stata carestia.
Inoltre, essi si battevano simbolicamente sulle reni con rami di
finocchio e di sorgo per stimolare il proprio potere generativo e, per
analogia, la fertilit dei campi della comunit.
Sul costume di combattere finte battaglie durante le quali la
cosa importante era l'atto scaramantico di battere o frustare parti
del corpo come rito di fertilit, vi sono molte testimonianze in tutta
la cultura indoeuropea. Fino a tutto il XX secolo, nei paesi di cultura
germanica si usava battere, al principio della primavera o alla
fine dell'inverno, uomini o animali con piante o rami d'albero: uso
che pu essere interpretato simbolico della cacciata degli spiriti
maligni dell'inverno ostili al rinnovarsi della vegetazione. Tra i celti
alla festivit di Imbolc, alla fine dell'inverno quando si faceva uscire
il bestiame dalle stalle per portarlo sui pascoli, si usava far saltare
gli adolescenti maschi attraverso il fuoco e fustigarli con rametti di
salice, al fine di far uscire gli spiriti folletti dai loro corpi resi pigri
dall'inverno, rendendoli obbedienti e sani per il resto dell'anno. Pi
modernamente, in questa tradizione si voluto vedere un rituale
sciamanico volto a comunicare agli uomini fustigati le virt dell'albero
il cui rametto veniva usato come frusta6.
I Lupercali erano tra i pi antichi riti eseguiti dagli antichi
romani: in essi i sacerdoti (i Luperci) correvano attorno al colle Palatino
frustando i passanti che, non solo ne erano felici per il ptere
fecondante della fustigazione sacra, ma spesso molti di loro chiedevano
di ricevere i colpi, soprattutto le donne che cos speravano di
rimanere incinte o di essere a lungo feconde. Queste dei celti e dei
latini erano cerimonie che avevano luogo all'inizio della primavera,

quando la natura si risveglia ed erano volte a propiziare la fecondit


di uomini, animali e soprattutto della terra.
Per quanto riguarda i culti agrari medievali, non ci resta molto,
al di l di leggende orali passate nella tradizione popolare e rimaste
in forma fantasiosa nei racconti ottocenteschi, purtroppo ci
restano pochi testi scritti che ci illuminino sul soggetto dei Benandanti.
Nel medioevo praticamente vi erano solo due grandi classi
sociali: i contadini e tutti gli altri. Pochi sapevano scrivere, chi scriveva
era generalmente legato in qualche modo alla Chiesa, per cui
in questi scritti non si trova molto di interessante: aride cronache
vescovili, vite di santi, elenchi di battezzati, attestati di compravendita
fondiaria. Del punto di vista contadino non ci resta nulla di
scritto fino ai testi originali prodotti nel XVIII-XIX secolo7.
La discriminante tra religione delle citt e culti nelle campagne
merita una breve parentesi. Quando, dopo Costantino, il Cristianesimo
divenne prima "religione dominante" e poi "unica religione autorizzata",
il nuovo culto fu quasi esclusivamente cittadino, mentre i gli
abitanti dei piccoli villaggi agresti, soprattutto in montagna, continuarono
ad adorare segretamente i loro antichi dei, tra cui Cernunnos
l'antica divinit celta ed il suo epigone greco-romano Pan, il dio pastorale
coperto di peli, mezzo uomo e mezzo animale con gambe di capro,
corna e zoccoli biforcuti che lasci in eredit le sue sembianze al
nemico di Cristo, il Diavolo. Pan, il dio dei non-cristiani, diviene cos
l'antidio dei seguaci di Ges, diventa la rappresentazione di Satana.
Non sappiamo sino a che punto questo fatto influenz il fenomeno
popolare e contadino dei Benandanti.
Fino al XIX secolo erano in voga due concezioni opposte sul
problema della streghe, stregoni e Benandanti: da parte dei cristiani
tradizionalisti si credeva che queste persone fossero tutte senza distinzioni
adepte di un culto dedicato al demonio, d'altra parte gli "illuminati"
o razionalisti che sostenevano essere in realt solo delle fantasie
di vecchie frustrate ed ignoranti, donnette facili preda dei vaneggiamenti
dell'Inquisizione, che gli facevano confessare i loro presun-

ti, ma in realt esclusivamente fantasiosi ed onirici, omaggi a Satana.


Nel 900 d.C. il Canon Episcopi, importante testo ecclesiastico,
affermava senza ombra di dubbio che stregonerie, malocchio,
sabba, culto del diavolo, erano solo fantasie, sogni di donne deboli
di mente8.
La tesi della fantasia e del sogno, prevalse nella Chiesa fino a
met del 12009 dopo di che, a seguito del proliferare di Catari e
Valdesi, iniziarono le persecuzioni contro tutto ci che anche minimamente
potesse insidiare il potere economico e politico della
Chiesa trionfante.
Nel frattempo le credenze dei Benandanti si erano andate
evolvendo nel tempo. Se fino al 1500 i testi relativi ad essi narravano
delle battaglie simboliche come del residuo di un culto agrario,
un secolo pi tardi i testimoni raccontarono il loro culto in modo
tale da renderlo simile alla stregoneria legata ad un rituale pi o
meno satanico: Secondo questi testi (in gran parte estrapolati da
cronache giudiziarie) la congregazione eseguiva un rito il cui punto
culminante era il solito bacio sul sedere al diavolo nel corso di un
sabba sfrenato; era opinione diffusa che il diavolo desse il potere di
far le malie, di fare ammalare bambini e rivali, provocare le tempeste.
Se essi non effettuavano i malefici il diavolo si vendicava di loro.
Il giudizio sui Benandanti velocemente si evolve in peggio. Se
prima essi erano visti come maghi combattenti per il bene e la fertilit,
ed erano considerati i nemici delle streghe, quelli che tolgono
fatture e malocchio, dopo la fine del XVI secolo il popolino e la
Chiesa videro nei Benendanti stregoni capaci di fare malefici. Ecco
dunque le accuse rivolte contro di loro: i Benandanti, si mormora,
mettono talismani dentro i materassi di chi vogliono fare ammalare,
preparano pozioni per fare impazzire o uccidere, fanno il malocchio
con fatture che pongono sotto lo stipite della porta delle loro
vittime, seguono un culto diabolico e regolarmente organizzano orge
sfrenate alla presenza di satana in persona.
Chi furono in realt i Benandanti del periodo pi tardo? Essi

continuano ad affermare di contrapporsi a streghe estregoni, di lavorare


per ostacolarne i disegni malefici, di curare le vittime delle loro
fatture. Per non diversamente dai presunti avversari, i "cattivi", anche
loro asseriscono di recarsi in sogno a misteriosi raduni notturni, di cui
non possono far parola sotto pena di essere bastonati, cavalcando lepri,
gatti e altri animali. Ecco quindi lo "strigozzo", il "gioco" o "corso",
insomma il sabba, che viene immaginato come un luogo dove si pratica
soprattutto un sesso sfrenato, non solo con donne, ma anche sodomia
e accoppiamenti con animali e con creature mostruose. D'altronde
risaputo che al sabba pu arrivare gente che si tramutata in
animale per potere meglio godere. Il sabba l'opposto della messa.
Lussuria contro castit.
Chi frequenta il sabba si autoesclude ed in contraddizione
con la chiesa. Al sabba non si devono mai nominare Dio o i santi,
altrimenti si far adirare gli spiriti demoniaci che lo dirigono.
Ormai il passo compiuto ed i Benandanti non si distinguono
pi dai comuni stregoni. L'Inquisizione inizia a processarli e dopo
i primi processi, nessuno parla pi di battaglie simboliche. Ben
presto nelle riunioni della congrega, fantastiche o reali che fossero,
gli inquisitori vedranno solo messe nere e riti satanici. I Benandanti
si riuniscono ormai solo per scambiarsi ricette per fatture e vanterie
di malvagit compiute. Se fanno sogni collettivi, vi si vedono intenti
solo a baciare il sedere a Satana. Nel XVIII secolo dei veri
Benandanti restava ormai solo un ricordo.
Furono un fenomeno del Friuli, del Cadore e delle adiacenti
regioni slave e in Insubria? Dato il comune retaggio celtico-germanico
certamente in antico essi furono presenti tra noi. Nonostante i
secoli trascorsi nella tradizione popolare, in un certo qual modo fiabesco
e appannato da troppi pregiudizi, figure simili ai Benandanti
compaiono nel folklore dell'Ossola e del Ticino: nati con la "camicia",
dediti ad una vita errabonda quali negromanti e praticoni di una certa
medicina popolare, essi sono solo di sesso maschile e ufficialmente
svolgevano lavori quali l'arrotino o il calzolaio ambulante che permet-

teva di errare di paese in paese, senza una base fissa. Il lavoro tradizionale
per nasconde il loro vero mestiere: combattere le fatture ed il
malocchio in cambio di una manciata di denaro. In Ossola ed in
Ticino li chiameranno "matlosa", dal tedesco heimatloss i vagabondi
senza patria. Nel 1890 se ne contavano ancora parecchi.

NOTE
1 Margaret Alice Murray (1863-1963) egittologa inglese che con il suo libro
Witch Cult in Western Europe (1921) ha posto le basi per teorizzare la presenza di
una religione precristiana, collegata al culto della dea madre e comune a tutta
l'Europa, che produsse una resistenza segreta clandestina contro il Cristianesimo
protrattasi sino ai tempi moderni. Le tesi della Murray, ebbero anche il ruolo di
influenzare sia il movimento femminista che la cosidetta "New Age".
2 Nel saggio I Benandanti. Ricerche sulla stregoneria e sui culti agrari tra Cinquecento
e Seicento (Torino 1966) Carlo Ginzburg ha reperito negli archivi friulani
dell'Inquisizione veneta i documenti relativi ad una serie di processi, avviati in
seguito ad una segnalazione di un sacerdote: questi aveva rifrito di persone che
quattro volte all'anno volavano in spirito ad una battaglia con le streghe.
3 Nei testi sciamanici del nord-europa (vichinghi, irlandesi, lapponi) l'officiante
recita all'inizio la formula: "Entro nella corazza del dio...", lo stesso accade nello
sciamanesimo amerindiano e nelle formule del primitivo Cristianesimo celta
dove si parla della "lorica" o armatura di protezione dai demoni ottenuta indossando
una reliquia o un particolare abbigliamento consacrato. Ved.: R.H.
Lowie, The Crow Indians (1923); A.L. Kroeber, Handbook ofindians of California
(1919); C. Matthews, The celtic Devotional (1980); Anonimo Islandese, Nijls Saga,
Rekiyavik Archives (manoscritto).
4 Nel Buddismo Vajrayana tibetano e nella pi antica religione Bon, quest'esperienza
di uscita dal corpo della mente, viaggio spirituale con visualizzazioni ed
esperienze oniriche e rientro nel corpo, una pratica comune legata a molte divinit
Dharmapala.
5 Lo sciamano vero, sia esso asiatico, europeo o amerindiano, si sente chiamato a
ripristinare l'ordine microcosmico nel contesto del suo popolo quando l'armonia
distrutta da agenti negativi esterni o interni. Questo egli fa con appropriati
rituali, se non lo facesse il suo spirito protettore lo punirebbe. Archivio Corbella
- manoscritto A/3: intervista con il padre adottivo dell'autore, lo sciamano
Tashunka Wasichun dei Sichangu Lakota (South Dakota 1961).
6 R. Corbella, Celti e Magia e mistero nella terra dei Celti, Macchione editore.
7 W. Mannhardt, Wald und Feld eulte (1875); il Mannhardt raccolse un gran
numero di testimonianze tedesche su questo ed altri riti agrari.
8 Questo il testo: "Esistono certe donne depravate, le quali si sono volte a Satana
e si sono lasciate sviare da illusioni e seduzioni diaboliche, credono e affermano
di cavalcare la notte certune bestie al seguito di Diana, dea dei pagani, e di una
moltitudine di donne; di attraversare larghi spazi di terre grazie al silenzio della
notte e ubbidire ai suoi ordini e di essere chiamate alcune notti al suo servizio.

Ma volesse il cielo che soltanto loro fossero perite nella loro falsa credenza e non
avessero trascinato parecchi altri nella perdizione dell'anima. Moltissimi, infatti,
si sono lasciati illudere da questi inganni e credono che tutto ci sia vero, e in tal
modo si allontanano dalla vera fede e cadono nell'errore dei pagani, credendo che
vi siano altri di o divinit oltre all'unico Dio",
9 Un grande giurista della chiesa, Francesco Giovanni Graziano, nel XII secolo,
inser le tesi riguardanti le streghe del Canon Espicopi in una raccolta di documenti
ufficiali.

I PROCESSI A CARICO DEI BENANDANTI1


(R. Corbella)
L'Inquisizione, creata per combattere gli eretici, rivolse sempre
di pi i suoi mezzi contro chiunque si opponesse al
credo cattolico, comprendendo nel mucchio anche chi credeva ad antichi
riti agrari. Il tutto fu aggravato dalla riforma protestante. Dal
XVI secolo, ci furono regolari ispezioni dei vescovi anche nelle parrocchie
pi sperdute. Giravano per i monti facendo precise domande
su tutto e tutti: il minimo sospetto di non-ortodossia bastava a farti
finire sotto processo. Nella repressione contro i protestanti finirono
cos anche i Benandanti, perseguitati fino a tutto il 1600.
I processi iniziarono intorno al 1575-1580; gli inquisitori che li
arrestarono e interrogarono vennero per la prima volta a conoscenza
delle loro credenze e particolarit. Secondo gli stessi inquisitori queste
persone, chiamate nei testi canonici dei procedimenti giudiziari
"Beneandanti", erano tutti bambini "nati con la camicia", ovvero avvolti
nella membrana amniotica, tradizionalmente individui dotati di
poteri che gli stessi giudici ritennero straordinari.
Gli inquisitori volevano sapere se i Benandanti partecipassero,
come le streghe, al famigerato sabba; in effetti gli inquisitori erano in
buona fede, essendo ingannati dalla definizione di "stregoni beneandanti"
usata dalla gente comune, in particolar modo dai contadini.
Gli inquisitori cercarono pressantemente di accumulare testimonianze
contro gli imputati interrogando, in molti casi spaventando con
minacce di torture, i contadini che si erano serviti dei Benandanti per
salvare o incrementare il raccolto. In pratica per fu assai difficile
ottenere da questi testimoni risposte coerenti e precise che fornissero
quelle notizie che premevano agli inquisitori. In realt, tutte le depo-

sizioni fornite dai contadini ai prelati della Santa Inquisizione sono


molto ricche di particolari sulla vita quotidiana, sul loro lavoro e sulle
loro superstizioni spicciole (per esempio leggiamo: "Se mi more la
gallina gli certa che San Espedito che non la ha guardata bene").
Queste testimonianze sono utili per uno studio antropologico ma
purtroppo sono molto marginali rispetto allo scopo dell'inchiesta
che, ricordiamolo, era quello precipuo di colpevolizzare i Benandanti
accumunandoli alle streghe e a tutti i presunti adoratori di Satana.
Logicamente, come sempre in queste persecuzioni, vi era anche
un risvolto economico notevole: la Chiesa in generale e i parroci
locali erano altres preoccupati dal fatto che il contado, in tempi
di carestia o per impetrare la grazia del buon raccolto, si rivolgesse
ai pi economici Benandanti piuttosto che versare alla parrocchia
pingui offerte e ex-voto d'oro e argento perch il curato sistemasse
le cose con una messa. Insomma per colpa dei Benandanti per la
curia "il piatto piange".
Osserviamo, ad esempio, alcuni particolari dell'inchiesta effettuata
da un parroco friulano di nome Sgabarizza, per capire fino a
che punto c'entrasse la stregoneria con i cosiddetti Benandanti.
Questo parroco ha appreso che in un villaggio non lontano, Iassico,
vive un certo Paolo Gasparutto, il quale cura gli stregati e afferma di
andar vagabondo la notte con strigoni et sbilfoni (folletti)
Incuriosito, il prete l'ha fatto chiamare. Il Gasparutto ammette di
essere stato chiamato per curare un bimbo e di avere dichiarato al
padre del fanciullo infermo che il detto figliolino era stato dalle streghe
fatturato, ma che nel tempo della fatura andorono li vagabondi
et lo cavorono di mano alle dette streghe, et che se non gli I'havessero
cavato dalle mani sarebbe restato morto, quindi gli ha insegnato un
incantesimo atto a guarirlo. Incalzato dalle domande dello
Sgabarizza, il Gasparutto raccont che ogni gioved sera andava insieme
con gli altri Benandanti in pi campagne dove combattevano,
giocavano, saltavano, et cavalcavano diversi animali, et facevan diverse
cose fra loro; et... le donne battevano con le cane di sorgo gl'home-

ni che erano con loro, et li quali non havevano in mano altro che
mazze di fnochio. Sconcertato da questi strani discorsi, il parroco si
rec subito a Cividale per confidarsi con l'inquisitore o col vicario patriarcale,
e, imbattutosi nuovamente nel Gasparutto, lo fece portare
nel convento di San Francesco per farlo inquisire. Alla presenza del
padre inquisitore, il Gasparutto conferm senza alcuna esitazione il
proprio racconto, fornendo nuovi particolari sui Benandanti di cui
faceva parte. Il Gasparutto addirittura si offr di farli assistere ai loro
misteriosi raduni notturni. Gli inquisitori conclusero che esistevano,
a quanto pareva, stregoni, come appunto il Gasparutto, che sono
boni, detti vagabondi et in loro linguaggio benandanti i quali impediscono
il male, mentre altri stregoni lo fanno. La sostanza di queste
deposizioni dello Sgabarizza viene confermata da Pietro Rotaro,
padre del fanciullo curato da Paolo Gasparutto. Sospettando che il
fanciullo fosse stato stregato, egli si era rivolto a Paolo, poich questi
ha nome d'andar con detti strigoni, et esser delli bene andanti... et...
li streghoni et le streghe quando si partano vanno a far del male, et
bisogna che sian seguitati da quelli benandanti per impedirli . Anche
a lui il Gasparutto ha parlato a lungo dei raduni notturni, aggiungendo,
su richiesta dei giudici,- particolari sul modo in cui Paolo afferma
di recarsi ai convegni, e cio in spirito e a cavallo di vari animali,
come lepri, gatti e cosi via. Il Rotaro aggiunge di aver inteso dire che
anche a Cividale vi uno di questi stregoni: un certo Battista Moduco,
che chiacchierando sulla piazza ha affermato di essere benandante
e di uscire anch'egli la notte del gioved per andare ai loro raduni.
Viene allora chiamato a testimoniare Troiano de' Attimis, nobile
cividalese. Questi conferma di aver appreso dal cognato, chiacchierando
in piazza, che in Brazzano erano di questi streghoni, et che
anco in Cividale, poco discosto da ni, ne era uno; allora Troiano,
scorgendo Battista Moduco, gli aveva chiesto se per caso fosse anche
lui uno di quegli stregoni. Il Moduco rispose che era un Benandante,
e che la notte di gioved, andava con gli altri in certi luoghi l a far
baldoria, ballare, mangiare e bere. Il Troiano non lo interroga pi,

pensando tra s, e lo dir poi agli inquisitori, che i racconti del Moduca
sono tutte fanfaronate. Di fronte a queste testimonianze, l'inquisitore
Giulio d'Assisi dovette concordare con la sprezzante conclusione
del nobile cividalese, ovvero che in fondo queste storie dei
Benandanti erano solo fole e balordaggini di menti malate. Con questa
deposizione, infatti, gli interrogatori suscitati dalle confidenze del
Gasparutto s'interrompono. Per iniziativa di un altro inquisitore, le
inchieste e gli interrogatori sui Benandanti riprenderanno cinque
anni, dopo il 27 giugno 1580; il frate inquisitore Felice da Montefalco
riprende la causa lasciata a mezzo dal suo predecessore, facendo
comparire nuovamente davanti a s Paolo Gasparutto, uno dei due
che si erano proclamati Benandanti. L'uomo dichiara subito di non
capire per quale motivo sia stato chiamato. Si sempre comportato
da buon cristiano, confessandosi e comunicandosi ogni anno dal suo
parroco; non ha mai sentito dire che nel paese ci sia alcuno che viva
da lutherano, et viva malamente quindi per si lascia andare ad alcune
mezze frasi che, in sostanza, ripetono quanto aveva dichiarato cinque
anni prima. La stessa cosa avviene con l'altro interrogato, il Moduco.
A questo punto non certo difficile immaginare lo sconcerto
dell'inquisitore che si trova davanti a questi Benandanti, persone evidentemente
in buona fede convinte di fare del bene, ma d'altro canto
per tanti versi simili a veri e propri stregoni. Eppure essi dichiarano
di battersi contro gli stregoni e si atteggiano a difensori della fede cattolica.
Di fronte a queste affermazioni degli imputati, l'inquisitore
cerca di scavare nel profondo ed esige ulteriori particolari, e sopratutto
i nomi di altri Benandanti, poich i due hanno sempre affermato
di non essere i soli rappresentanti della categoria. Il Moduco rifiuta di
rivelarli perch teme la loro vendetta, e dice che, se anche egli ormai
si staccato dal gruppo, ritiene tuttora valido il giuramento d'obbedienza
e segretezza fatto a, suo tempo. Soltanto di fronte a nuove
obbiezioni del frate cede e rivela due nomi, tra cui quello di una
donna che aveva tolto il latte a certo bestiame. A questo punto termina
l'interrogatorio del Moduco; evidentemente le sue risposte non

l'hanno messo troppo in cattiva luce dinanzi all'Inquisizione, giacch


fra Felice lo rimette in libert. Peggio va a finire per il Benandante
Giacomo Tech di Cividale, che viene arrestato e trattenuto per lungo
tempo in carcere; molti altri Benandanti inquisiti e processati verranno
condannati chi alla prigione chi a remare sulle galere della Serenissima.
Le pene saranno sempre abbastanza lievi: da qualche mese a
due anni. Questo trattamento piuttosto blando in un epoca di roghi e
supplizi, fu dovuto soprattutto alla pertinace lentezza del Sant'Uffizio
di Aquileia, nonch, per fortuna, alla sua particolare trascuratezza in
materia di Benandanti, considerati per lo pi fantasiose creature
inventate da contadini ignoranti. Infine, nel 1649 il Beneandante Michele
Soppe afferm che i suoi poteri gli erano stati conferiti dal diavolo
nel sabba, ma che servivano per combattere le streghe. Poich
ormai i tempi dell'Inquisizione volgevano al termine, rimase impunito.
Purtroppo dagli interrogatori e dai processi, che non erano certo
rivolti a fini puramente conoscitivi, non riusciamo a trarre molte notizie.
Ma anche dalla parte degli inquisiti non vi fu chiarezza: messi alle
strette con ripetuti ed approfonditi interrogatori (durante i quali per
non si fece mai uso di tortura), i Benandanti iniziarono a fornire risposte
evasive attingendo al folklore ed alle superstizioni generali del loro
tempo. Ad esempio, generalmente, ammisero di recarsi al sabba ma
solo per giustificare la loro conoscenza delle streghe.
Solo se teniamo conto della differenza fra gli schemi mentali
dell'inquirente e quelli dell'interrogato, possiamo permetterci di
ricostruire, sia pure con una certa approssimazione, i costumi e le
idee dei Benandanti.
NOTE
1 Tutto il materiale di questo capitolo tratto dai resoconti dei processi raccolti
nel saggio di C. Ginzburg, I Benandanti. Ricerche sulla stregoneria e sui culti agrari
tra Cinquecento e Seicento, Torino 1966.

RITI A SFONDO "SCIAMANICO"


NEL PIEMONTE DEL XV SECOLO
(M. Centini)
All'interno dei complessi rapporti tra la stregoneria e gli
animali, oltre a tutta una serie di contatti eminentemente
rituali, ne troviamo anche alcuni il cui ruolo primario sembrerebbe
soprattutto di ordine pratico. Per, solo scandagliando con attenzione
gli aspetti intrinseci della tradizione, si scorge un sostrato
pi articolato, che rivela reminiscenze di manifestazioni rituali pagani.
Spesso si tratta di forme deviate e maturate in seno ad una
realt popolare, che con ogni mezzo cercava di non perdere i propri
atavici legami con la tradizione naturalistica.
Ci riferiamo alla presunta capacit delle streghe di resuscitare
gli animali mangiati attraverso una misteriosa manipolazione dei
loro resti...
Una traccia di grande interesse sull'argomento rintracciabile
nel verbale redatto dall'inquisitore in occasione di un processo per stregoneria
che, nel novembre 1474, port al rogo due donne di Levone
(in provincia di Torino), Antonia De Alberto e Francesca Viglone,
condannate per orribili delitti: dal classico "ammascamento" all'omicidio
di bambini, dal furto di animali al culto del diavolo.
Ecco alcuni frammenti del processo che riportano con chiarezza
la tradizione qui indagata: "d'essere andate (si accusa Antonia
e Francesca, n.d.a.) coi loro complici in grandissima comitiva talora
di pi e talora di meno, coi loro maestri, amanti e demoni infernali,
di notte tempo e con altri della setta degli stregoni, dei quali alcuna
volta ve n'era cento, altre volte duecento, cinquecento e settecento
e pi, ed anche tanti da non potersi pi numerare e conoscere, al

Pian del Roc, sul monte Soglio, al luogo detto al Porcher, nel prato
Aviglio, nella Cepegna, nel prato Lanceo, e in altri molti e diversi
luoghi, nei quali menavano danze e facevano le loro sinagoghe, al
suono ed ai canti dei demoni infernali, ballavano con essi e cogli
altri tutti della loro setta (...) D'essere le predette, andate di notte
tempo in corso presso Torino, nel prato Aviglio, ove intervenne
tanta gente della setta degli stregoni che era una moltitudine senza
fine, la quale appena si sarebbe potuta contare. E dopo di aver ballato
al modo solito, alcuni di essi andarono ivi presso in una mandria
ove presero due manzi, che furono scorticati nello stesso prato
Aviglio, e stregati ed ammaliati in modo che dovessero morire fra
breve tempo determinato. Dopoch ne ebbero mangiate le carni
uno della societ proclam che tutti quelli che avevano delle ossa le
prendessero, le quali involte nelle pelli dei manzi dissero: Sorgi,
Ranzola, ed i manzi risuscitarono (...) "'.
Nell'ambito della nostra ricerca delle tracce di rituali sciamanici
che possano essere riscontrati nelle pratiche della stregoneria, il
caso appena citato appare emblematico, poich propone lo svolgimento
di un banchetto sabbatico conclusosi con un ambiguo rituale,
contrassegnato da temi richiamanti pratiche caratteristiche del
medicine man.
Al di l del furto di alimenti da parte di pseudo congreghe
notturne, quanto risulta particolarmente interessante proprio l'aspetto
rituale che caratterizza la fine del banchetto: "due manzi, che
furono scorticati nello stesso prato Aviglio,e stregati ed ammaliati in
modo che dovessero morire fra breve tempo determinato. Dopoch
ne ebbero mangiate le carni uno della societ proclam che tutti
quelli che avevano delle ossa le prendessero, le quali involte nelle
pelli di manzi dissero: Sorgi, Ranzola, ed i manzi resuscitarono".
Il caso reperibile anche in documenti relativi a processi per
stregoneria, in particolare quelli celebrati in aree rurali: le ossa degli
animali uccisi, dopo essere state poste all'interno delle loro pelli,
formando un fagotto, erano percosse con dei bastoni dai parteci-

panti al sabba. Alla fine del rito, gli animali riprendevano vita...
Ad esempio, nel 1519 a Modena si svolse un processo per
stregoneria in cui una certa Zilia fu accusata, sulla base delle testimonianze
raccolte, di aver frequentato ad un sabba (ad cursum) in
cui i partecipanti, dopo aver mangiato un bue, ne raccolsero le ossa
nelle pelli dell'animale "et veniens ultimo domina cursus, baculo
percussit corium bovis et visus est reviviscere bos"2.
La testimonianza sulla vicenda fu rilasciata all'inquisitore
Giovanni da Rodigo, ma dietro questo nome in realt si celeva il
domenicano Bartolomeo Spina (1474-1576). L'identificazione di
questo personaggio non sarebbe in fondo determinate se nella
Quaestio de strigibus 3, scritta dallo Spina, non trovassimo una precisa
indicazione sulla magia delle ossa e delle pelli riconducibile
proprio al processo celebrato a Modena contro la Zilia.
Questi i frammenti dei due documenti che ci interessano particolarmente:
"mentre erano sul posto vide in quel luogo molti altri,
e mangiavano e bevevano e tra tutti mangiarono un intero bue
cotto le cui ossa tutti gettavano sulla pelle del bue, e giungendo infine
la signora (domina cursus), con un bastone percosse la pelle del
bue e fu visto il bue rivivere" (Processo contro Zilia);
"infatti dicono che, dopo aver mangiato qualche grasso bue
(...) quella Signora ordina che tutte le ossa del bue morto vengano
raccolte sopra la pelle stesa di quello e, rivoltandola sopra le ossa per
le quattro parti, le tocca con la bacchetta. Il bue ritorna in vita come
prima e la Signora ordina che venga ricondotto nella stalla" ( Quaestio
de strigibus).
Leggermente diversa la versione rintracciabile negli atti di un
processo per stregoneria celebrato nel 1505 in Val di Fiemme, in cui
le accusate, durante l'interrogatorio, ammisero di essersi riunite al
sabba dove mangiarono vacche e vitelli, che il diavolo richiam in
vita attraverso il rito delle pelli e delle ossa4.
A differenza delle altre testimonianze note, nel caso del processo
trentino il rituale era coordinato dal diavolo e non dalla domina

ludi, Signora Oriente o domina cursus, come risulta nelle altre fonti.
Una variante non da poco, che attribuisce ad una figura maschile il
compito di catalizzatore all'interno di un rito di tradizione nordica
r.he^come vedremo, ha nel dio Thor l'archetipo iniziale.
Anche se conosciamo alcune opere precedenti la Quaestio in
cui si fa riferimento al rito della resurrezione5, dal raffronto delle
fonti appare abbastanza chiaro che il testo dello Spina risent profondamente
della testimonianza della strega modenese.
Per inciso va detto che nelle fonti a noi note sulla resurrezione
dei buoi e dei vitelli, gli animali riportati in vita erano condannati
ad un esistenza breve, quasi la loro immagine fosse una fantasmagoria
prodotta dal diavolo e senza alcun riferimento alla realt.
In un caso anche detto che gli animali resuscitati "unquam sunt
bona pr labore".
Bartolomeo Spina rifiutava di considerare le visioni delle streghe
e i loro voli, mentre le magie erano ritenute frutto di "pr parte
quaestionis falsa"; per l'inquisitore era peccato attribuire al diavolo
i poteri delle donne datesi a Satana e "delusione omnia contingunt".
Di contro per dimostr particolare attenzione per gli episodi relativi
alle ossa e alle pelli di bue.
Questa specifica attenzione potrebbe essere dovuta al fatto
che il fenomeno della resurrezione di animali in certi casi fu interpretato
come un fatto riportabile sul piano della realt, come testimoniano
le tesi di alcuni studiosi coevi allo Spina.
Nel suo trattato De incantationibus, Pietro Pomponazzi specificava
che "se ci infatti parso veramente a qualcuno, e non fu
detto a mo' di favola, tali animali non erano realmente morti, come
volte si visto ai tempi nostri (...) se fu vera resurrezione, non fu
tuttavia opera dei demoni, ma di Dio stesso"6.
Vi era quindi, nella coscienza para-scientifica del periodo, il
bisogno di interpretare, senza rinunciare alla riflessione teologica,
come un fatto possibile anche certi fenomeni magico-stregoneschi,
quale appunto la resurrezione degli animali.

Per lo Spina il fenomeno era frutto di una finzione determinata


dai demoni che producevano un corpo fittizio da porre all'interno
delle pelli degli animali: l'artificio per era destinato ad avere
una breve durata in quanto, quasi sempre, gli animali resuscitati
morivano nelle loro stalle dopo alcuni giorni: "quasi macie in horsas
exsiccentur ex toto".
Per l'autore del De Strigibus, la resurrezione dei buoi effettuata
dal diavolo con la mediazione delle streghe, sarebbe un tentativo di
scimmiottare l'esperienza straordinaria di san Germano, che resuscit
un vitello offertogli da una famiglia di poveri contadini7.
Come nel caso sacrilego delle streghe, anche in questa tradizione
agiografica il santo ottenne la sorprendente resurrezione semplicemente
toccando le ossa del vitello avvolte nella pelle.
Le pi antiche fonti che possediamo sullo specifico miracolo
di san Germano sono costituite da una Vita Germani e una raccolta,
Miracula Germani, entrambi del IX secolo, redatti dal monaco
Eirico (citato anche come Enrico) d'Auxerre8.
fQuesta sommariamente la vicenda: Germano, vescovo di
Auxerre, nella prima parte del V secolo, durante un suo viaggio in
Britannia, chiese ospitalit al re ma gli fu negata. Del tutto opposta
la reazione di un contadino locale, che se pur povero offr al vescovo
la sua casa e prepar una lauta cena con l'unico vitello che possedeva.
Alla fine del banchetto, Germano ordin "ut ossa vituli collecta
diligentius super pellicolam eius ante matrem in praesepio
componat" e cos il vitello ritorn in vita9.
Da Jacopo da Varagine apprendiamo anche che San Germano
ebbe modo di incontrare le "bonis illis mulieribus quae de nocte
incendut" che avrebbero apprezzato le mense ordinate: queste figure
si contrappongono ai diavoli, che disordinatamente si gettavano
su tavole e cibi di ogni specie10.
Nella vicenda di san Germano percepiamo chiaramente l'intenzione
di cristianizzare un mito che, secondo l'agiografo, divent
prova oggettiva della potenza divina. L'esperienza ha per un prece-

dente veterotestamentario, che, se pur con valenze evocatrici diverse,


ritroviamo in una visione del profeta Ezechiele: "fu su di me la
mano del Signore e il Signore mi fece uscire in spirito e mi fece fermare
in mezzo alla pianura: essa era piena di ossa! Mi fece girare da
ogni parte intorno ad esse; erano proprio tante sulla superfcie della
pianura, si vedeva che erano molto secche. Mi disse: Figlio dell'uomo,
possono rivivere queste ossa? Io dissi: Dio, mio Signore, tu lo
sai! Mi disse: Profetizza alle ossa e di' loro: Ossa secche, ascoltate la
parola del Signore; cos dice Dio, mio Signore a queste ossa: Ecco,
10 vi infonder lo spirito e vivrete" (37, 1-5).
Il mito della resurrezione dalle ossa rintracciabile anche in
altre religioni, in cui, nella sostanza, il ruolo evocativo ha nell'azione
magica un topos sostanzialmente invariato11. Cos, ad esempio,
11 Corano-, "vi fu un uomo che, passando presso una citt distrutta
fino alle sue fondamenta, si chiese: Potrebbe Dio ridare vita a questa
citt? Subito Dio lo fece morire e lo tenne in quella condizione
per cento anni. Alla fine del centesimo anno lo resuscit e gli chiese:
Quanto tempo pensi di essere rimasto cos? Un giorno od una
parte di giorno, fu la risposta. No! Disse Dio, ci sei rimasto cent'anni.
Guarda il tuo cibo e la tua bevanda essi sono ancora come li hai
lasciati. Ma del tuo asino sono rimaste solo le ossa: ed ora Noi le
rivestiamo di carne e lo riportiamo alla vita. Abbiamo voluto darti
un Nostro Segno, affinch tu ti renda conto della Nostra
Onnipotenza" (II, 259).
In genere il rito della resurrezione attraverso le ossa rivela una
diffusione geografica molto ampia, che indica come il principio
vitale delle ossa abbia occupato una posizione rilevante nella tradizione
spirituale di molte culture religiose.
NelXHistoria Brittorum, scritta nel Vili secolo, non menzionato
l'episodio delle ossa e delle pelli, per nel testo detto che San
Germano, prima di iniziare a mangiare, ordin ai commensali di
non spezzare alcun osso dell'animale mangiato12. Secondo alcuni
interpreti13, l'imposizione di non spezzare alcun osso dell'animale

mangiato, corrisponderebbe ai tab tipici del simbolismo rituale dei


cacciatori.
Siamo al cospetto di un motivo che ancora ci riconduce alle
culture, in cui i rituali apotropaici connessi alla caccia, svolgevano
un ruolo fondamentale nell'apparato magico-religioso.
Tale tradizione imponeva che le ossa della preda uccisa, integre
e non fratturate, fossero raccolte nelle pelli e quindi seppellite,
poich si pensava che lo spirito della vittima potesse ritornare presso
i resti per incarnarsi e ridare vita all'animale.
Questa tradizione aveva quindi la funzione di garantire l'abbondanza
della selvaggina, attraverso la simbolica rinascita delle
prede uccise: un espediente per la conservazione delle specie cacciate
e di conseguenza utile per provvedere al mantenimento della
comunit.
Nelle culture venatorie, i popoli cacciatori praticavano riti
tendenti ad annullare simbolicamente la morte della selvaggina, attraverso
danze mascherate, inumazione o esposizione delle ossa della
vittima: azioni che ridavano allegoricamente la vita all'animale
morto, la cui uccisione avrebbe turbato l'ordine naturale14.
Le pratiche simboliche che fanno parte della cosiddetta "finzione
rituale"15, si connettono alla credenza che gli animali uccisi
durante la caccia, possano vendicarsi. Questi riti sono dominati dal
primigenio senso di colpa, che viene cos in qualche modo esorcizzato
mediante l'iter coreutico della cosiddetta finzione post-venatoria.
La ricostruzione rituale assume il compito di stabilire un
buon rapporto con la vittima, allo scopo di evitare la sua vendetta
o una reazione negativa da parte degli altri animali appartenenti alla
specie; infine, di ristabilire i rapporti con la divinit, messi eventualmente
in crisi dall'uccisione dell'animale, f
Esperienze rituali del genere sono rintracciabili nell'antichit
classica, in particolare nei Bauphonia, in cui il sacrifico del bue era
ritualmente strutturato in modo da eliminare il senso di colpa, trasferendolo
dal gruppo umano all'oggetto materiale con il quale si

dava la morte (ascia) che veniva poi estromessa dal gruppo16.


La realizzazione di feticci di animali, o addirittura il seppellimento
rituale dei resti delle vittime della caccia, tenderebbe a confermare
l'esistenza di pratiche definite e connesse alla concezione
della caccia come fatto trasgressivo dell'ordine cosmico. Le diverse
forme di rituale post-venatorio servono quindi per decolpevolizzare
il cacciatore, in modo tale da ritenere inesistente la sua azione, o
almeno trasformata.
Con la finzione rituale, attivata dalla consapevolezza di agire
recitando, si invalidano quelle pratiche venatorie considerate un
animalicidio. Attraverso atti e discorsi di riconciliazione (che si rivolgono
all'animale chiamandolo nonno, vecchio, amato zio, buon
padre, tendenti quindi ad umanizzare l'animale cacciato), l'uomo
annulla la propria violenza, giustificandola.
In qualche caso il cacciatore finge di incontrare casualmente
l'orso: "sei venuto a me principe-orso, tu vuoi che ti uccida...vieni,
dunque, la tua morte pronta, ma io non l'ho cercata"...
In altre occasioni, quando ormai l'animale era stato ucciso e
scuoiato, i cacciatori si riuniscono e cantano: "ti sei arrampicato su
un ontano, sei scivolato e ti sei ucciso. Mangiavi le bacche, sei caduto
dalla roccia e ti sei ucciso. Mangiavi le bacche del sorbo, sei caduto
e ti sei ucciso, Mangiavi dei lamponi, sei affondato nella palude
e ti sei ucciso".
La pratica venatoria, quasi sempre un'attivit collegata a precise
necessit alimentari, stata demonizzata forse sulla base di
paure radicate nel pi profondo dell'inconscio; tale atteggiamento
appare poi riaffermato in modo gi incisivo in epoca classica, come
evidenziano numerose testimonianze letterarie. Nei tempi antichi
"quando gli uomini offrivano soltanto frutti della terra, non sacrificavano
agli dei gli animali n si alimentavano di essi"17.
Nella mentalit primitiva l'uccisione di un animale era spesso
una sorta di scontro tra realt apparente e soprannaturale: con la
caccia l'uomo, limitato da ferree regole connesse alla sua condizio-

ne, in qualche modo consapevolmente intaccava un equilibrio superiore.


Questa alterazione volontaria andava esorcizzata, poich
"modificare l'ambiente, la natura, il ritmo del mondo animale, pur
nella indispensabilit imposta dalla legge della sopravvivenza, provocare
l'ira o comunque l'intervento delle forze superiori che governano
il mondo. L'uomo cosciente di tutto ci, ha dovuto ingraziarsi
queste forze per renderle comprensive ed il meno possibile ostili,
attraverso complessi rituali"'8.
Risulta quindi evidente come il valore religioso e mitico dell'animale
sia pi forte del solo valore pratico; pertanto l'uccisione ha il s
qualcosa dell'animalicidio, un concetto molto evoluto che si esprime
chiaramente nel passaggio dallo stato di Natura a quello di Cultura.
Tra alcune popolazioni africane era diffusa la credenza che le
anime dei bufali e dei leopardi uccisi potessero vendicarsi dei loro
carnefici uccidendoli o traendoli in inganno durante la caccia.
Alcuni rituali funerari praticati con i resti di animali selvatici
(basti citare le sepolture di crani d'orso o le cerimonie con le corna
di cervi) che si crede fossero gi diffusi nelle ultime fasi del Paleolitico,
andrebbero quindi letti come cerimoniali post mortem atti in
qualche modo a favorire l'oggettiva rinascita dell'animale. Questo
sviluppo rituale potrebbe essere in parte una messa in scena voluta
dal cacciatore per risollevarsi dell'animalicidio19.
Queste forme di riconciliazione sono gi state studiate dagli
antropologi all'interno delle diverse culture, in ognuna delle quali si
rilevano atteggiamenti e comportamenti eterogenei, in linea con la
realt culturale locale e con le problematiche mitico-religiose interne.
Appare ben chiaro che alla base di tutto questo c' l'ancestrale
convinzione di un'affinit tra uomo e animale. Questa consapevolezza
insorge nell'uccisore osservando il comportamento dell'animale
cacciato, che nel tentativo di sottrarsi alla morte, si comporta
in modo molto simile all'uomo.
Siamo quindi di fronte ad un cerimoniale che rappresenta "la
risposta ritualizzata e tradizionale a una dimensione di malessere del

proprio stato culturale nella sua dimensione di difficolt, nel suo


urto di insopportabilit, malessere che l'impianto di finzione rituale
non consolida, ma esorcizza e rende sopportabile"20.
E indubbiamente di grande interesse constatare come il rituale
delle ossa e delle pelli delle culture di caccia fosse praticato anche
dalle streghe, con identiche modalit, in alcune riunioni sabbatiche.
La resurrezione degli animali cacciati, sulla quale esiste una
specifica letteratura etnologica21, conferma ancora una volta come
certe espressioni dei culti pagani22 fossero ben assestate nelle forme
simboliche pi ermetiche presenti nel meccanismo del sabba, e
penetrate nella stregoneria popolare senza variare il proprio apparato
rituale.
Se gradatamente cerchiamo di ricomporre il mosaico della
nostra indagine, per porre all'interno di una sola dimensione rituale
pagana la vicenda delle ossa chiuse all'interno delle pelli,
dobbiamo necessariamente far riferimento alla resurrezione dei
capri del dio Thor.
La vicenda che ci interessa in questa occasione raccolta
neW'Edda, e propone delle sorprendenti analogie non solo con la
magia attuata dalle streghe, ma risulta particolarmente aderente al
noto miracolo di San Germano: "a sera giunsero presso un contadino
e l ebbero alloggio per la notte. Verso l'ora di cena Thor prese
i suoi capri e li abbatt tutt'e due, poi vennero scuoiati e messi in
pentola (...) Thor invit il contadino, sua moglie e i loro figli a
mangiare con lui (...) poi Thor stese la pelle dei capri presso il fuoco
e disse al contadino e ai suoi di gettare su quelli pelli tutte le ossa.
Thialfi, il figlio del contadino, afferr l'osso della coscia di un capro
e lo divise con il coltello e lo spezz per prenderne il midollo. Thor
trascorse la notte in quella casa. E nel crepuscolo prima di giorno si
alz, si vest, prese il martello Miolnirr, lo lev in alto e consacr la
pelle dei capri, e i capri si levarono in piedi; ma uno di essi zoppicava.
Thor lo not e disse che il contadino o qualcuno dei suoi non
dovevano aver fatto attenzione nel maneggiare le ossa di un capro,

lo riconosceva dal farro che l'osso della coscia era rotto"23.


Un aspetto che ben si inquadra nel contesto della nostra analisi,
quello relativo al rapporto esistente tra il dio Thor e la fertilit24:
un rapporto che ancora una volta non stona con l'episodio delle ossa
e delle pelli, ma che anzi la supporta notevolmente, rivelando intrinseche
connessioni con la figura del Signore degli Animali25.
"Al martello di Thor appartiene tuttavia la potenza di far rinascere,
con esso egli rende la vita ai capri macellati quotidianamente
per il banchetto degli dei, purch le ossa siano conservate intatte,
raccolte nelle pelli dell'animale"26.
Di fatto quindi, attraverso convergenze e sovrapposizioni, il
mito primitivo non fu mai cancellato27, subendo una profonda trasformazione
nella testimonianza agiografica di san Germano e una
repentina demonizzazione nella stregoneria28.
Pertanto, se nel dio Thor possiamo scorgere i riflessi del mitico
Signore degli animali della tradizione venatoria pi antica, di
contro abbiamo modo di vedere in san Germano un personaggio
cristiano in cui ancora permangono le tracce del medesimo mito,
anche se in un contesto (quello del mondo gallo-romano) leggermente
diverso da quello scandinavo29.
E interessante notare che l'avvertimento di San Germano di
non spezzare le ossa dell'animale mangiato, ci offre delle opportunit
per ampliare la riflessione intorno alla questione qui affrontata.
Ne abbiamo testimonianza attraverso Propp: "tra i Lopari (abitanti
della penisola di Kola) se per caso un osso veniva mangiato da
un cane, il cane veniva ucciso e l'osso della renna era sostituito dal
corrispondente osso del cane"30.
La tradizione reperibile anche nelle credenze della stregoneria
in cui si riferisce che "domina ludi precipit eis quod servent ossa"31.
Ma l'esempio pi interessante riscontrabile nella deposizione
rilasciata dalla presunta strega Pierina de Bugatis (1390), in cui, come
al solito, troviamo il mito della resurrezione degli animali attraverso il
rito delle ossa e delle pelli effettuato dalla "Signora Oriente".

Ma se l'artefice della pratica, nel riporre le ossa si fosse accorta


che ne mancava qualcuna, la sostituiva con del legno di sambuco
32...
Anche nella tradizione leggendaria armena troviamo una vicenda
che riconduce a questo motivo: un invitato ad una festa si trattenne
una costola di bue che gli era stata offerta. In seguito, gli spiriti che
raccolsero tutte le ossa dell'animale per farlo rivivere, furono costretti
a sostituire la costola mancante con un ramo di noce33.
E di certo interessante segnalare che nella Roma classica si riteneva
che le striges riempissero di paglia i corpi delle loro vittime. Da
Burcardo di Worms sappiamo che le streghe ponevano al posto del
cuore di quanti avevano subito il loro maleficio "stramen aut lignum".
Anche in alcuni processi per stregoneria del XVI secolo troviamo
traccia di azioni del genere, in cui le inquisite confessarono
di aver asportato il cuore di quanti avevano ucciso e di aver inserito
stracci e paglie all'interno del corpo34.
L'analogia offre l'occasione per scorgere una vivida continuazione
del mito penetrato nella stregoneria attraverso vie che si
sovrappongono e si intersecano, riportando in superfcie esperienze
rituali di tradizione sciamanica.
Anche il. fatto che nella deposizione della de Bugatis si facesse
riferimento alla "Signora Oriente", di certo un'indicazione preziosa
destinata a porre in luce la consapevolezza da parte della strega
di essere di fronte ad una figura per cos dire "esotica".
Alla vicenda fin qui descritta corre in parallelo la documentazione
etnologica sulla consuetudine di avvolgere i cadaveri all'interno
di pelli di animale, un riferimento di certo ricco di stimolanti
occasioni di riflessione35. Inoltre va ancora detto che i rituali con
parti di animali uccisi, hanno nelle culture di natura un forte ruolo
iniziatico, che da un lato corrisponde all'evocazione dell'animale
ucciso e di conseguenza al suo perdono, dall'altro introduce l'iniziando
all'interno di una nuova dimensione in cui il rapporto con
la morte (simbolica) molto stretto36.

In sostanza quindi, due linee del mito nordico si sarebbero


diffuse sia a livello popolare laico nella tradizione della stregoneria,
sia a livello di culto cristiano nella tradizione di San Germano.
Mentre per il secondo caso la trasformazione risulta abbastanza
naturale, appare qui complicato capire come la divinit pagana Thor
abbia potuto riversarsi nella Domina ludi ritualmente attiva ad cursus.
La chiave di volta, secondo alcuni interpreti, potrebbe essere
ricercata nella figura di Perchta.
Infatti va considerata la possibilit che questa divinit, della
quale la Domina ludi probabilmente era una delle molte personificazioni,
condividesse con Thor il potere di richiamare in vita gli
animali, cos come pare condividesse con Odino la funzione di guida
dell'esercito furioso.
La tipologia proposta dalla documentazione qui osservata ci
consente di stabilire che la struttura della vicenda presenta alcune
varianti formali reperibili nelle diverse fonti, ma che nella sostanza
non alterano la struttura ricorrente della fenomenologia:
a) il documento pi antico (1390) sul mito proviene dal processo
milanese contro la Bugatis, in cui ad operare la Domina
ludi, mentre risulta che gli animali resuscitati "unquam sunt bona
pro labore";
b) nel processo piemontese di Levone (1474) la resurrezione
era effettuata con l'ausilio di un rito praticato da "uno della societ"
e gli animali morirono dopo alcuni giorni;
c) anche nei processi trentini (1505) i buoi resuscitati erano
destinati a morire nel giro di pochi giorni, solo che ad effettuare il
rito era il diavolo;
d) nel processo modenese del 1519 l'azione magica era dominio
della Domina cursus. Il rito permetteva la resurrezione degli animali
precedentemente mangiati, per non abbiamo notizia sulla
loro sorte futura;
e) nella Quaestio de strigibus (1522) i buoi resuscitati dalla
Domina cursus erano destinati a morire entro i tre giorni successivi;

f) in testimonianze coeve (Visconti; Rategno) il fenomeno


considerato del tutto illusorio e privo di oggettivi riscontri nella realt.
Fin qui l'aspetto del rituale delle ossa e delle pelli connesso alla
stregoneria, con chiari riferimenti alla tradizione sciamanica. Ma, sulla
scorta dei contributi dell'indagine etnografica, va comunque sottolineato
che l'uso rituale di ossa propone evidenti connessioni con il corpus
di pratiche sciamaniche legate al complesso iter iniziatico. Ci riferiamo
in particolare alla tradizione relativa allo squartamento simbolico
del futuro sciamano, che deve appunto subire tale esperienza prima
di acquisire ufficialmente il ruolo di medicine man.
Anche se non sono presenti solo in aree culturali dominate
dalla fenomenologia sciamanica, i miti e i riti sulle ossa dell'animale
ucciso sembrerebbero infatti riconducibili all'iter simbolico che
permette allo sciamano di conoscere la propria vocazione: un percorso
basato sull'esperienza di essere fatto a pezzi, di osservare il
proprio scheletro e quindi rinascere totalmente ricomposto.
Il rito del "tagliare a pezzi" il corpo, "di cuocerlo in un recipiente,
mangiarne le carni, berne il sangue, aprirne il ventre e sostituire
i visceri, inserirvi delle pietre sacre, tutti motivi che hanno
nella tradizione sciamanica siberiana una evidenza paurosa, si ritrovano
con una coesione diversa o minore, estesi dall'Australia ai Papua
Kiwai, ai Dayaki di Borneo; n esiteremmo a riconoscerli alla
base di miti e rituali greci: oltre che nei miti di Pelope, di Medea,
anche perfino in tutto il culto Dionisiaco. E questa estensione impressionante,
tutta radicata in esperienze estatiche, oniriche, visionarie,
non pu che confermare il ruolo che ebbe, ed ha ancora, l'attitudine
visionaria dell'uomo"37.
Dall'ambito sciamanico la tradizione sembrerebbe essersi diffusa
in contesti anche diversi, senza peraltro perdere la sua forte
matrice simbolica, che la pone in diretta relazione con l'universo
della magia. In effetti lo smembramento e la ricomposizione estatica,
sono prerogative determinanti all'interno della cultura sciama-

nica e attraverso un itinerio di cui ci sfuggono le linee di trasmissione,


pu essere penetrato anche nella cultura della stregoneria.
Le esperienze iniziatiche di molte tradizioni sciamaniche, sia
quelle della famiglia altaica che quelle della famiglia uralica, hanno
nello smembramento rituale un punto di riferimento molto preciso,
preludio alla metamorfosi dell'uomo, non pi semplice mortale, ma
creatura in qualche modo prescelta, pi vicina alla sua divinit.
Il tema dello smembramento e ricomposizione si anche
riversato nella fiaba, con caratteristiche correlabili ancora alla tradizione
iniziatica: "lo sciamano samoiedo Djuhadie racconta della sua
iniziazione: Vagavo nell'altro mondo e vidi un fabbro completamente
nudo che soffiava su un fuoco, il quale, vedendomi, mi afferr
con un gancio. Ero talmente spaventato, che pensai di essere
morto. L'uomo mi tagli la testa; taglio a pezzi il mio corpo e lo
mise in un paiolo, dove lo fece cuocere per tre giorni. Quando ogni
osso fu separato dalla carne, il fabbro mi disse - Guarda le tue ossaAllora vidi un fiume in cui galleggiavano le mie ossa, che venivano
pescate dall'uomo con un gancio. Quando ebbe recuperato tutto il
mio scheletro, lo pul e lo ricopr di carne ed il mio corpo divent
di nuovo come prima"38.

NOTE
1 Archivio Storico di Torino, Materie criminali, Mazzo 1, fascicolo 1.
2 Archivio di Stato di Modena, Inquisizione di Modena e di Reggio, Processi, b.2; 1.4.
3 Bartolomeo Spina, Quaestio de strigibus, una cum Tractatu de praeminentia Sacrae
Theologiae, et quadruplici Apologia de Lamis contra Ponzinibium, Roma 1576.
4 A. Panizza, Iprocessi contro le streghe nel Trentino, in "Archivio trentino", VII,
1888; Vili, 1889; 1890.
5 Abbiamo indicazioni in Girolamo Visconti e in Bernardo Rategno. Per entrambi
la resurrezione degli animali era un'esperienza fantastica del tutto priva di
realt. Visconti (1460): "Dopo aver mangiato, radunate le ossa, la Signora del
gioco toccando con un bastone i resti di tale animale fa in modo che sembri rivivere.
Ma ci chiaramente falso, poich secondo il pensiero teologico il diavolo
non pu risuscitare i morti, quindi sembra che siffatto gioco sia un'illusione,
anche perch tali persone al mattino hanno cos fame e sete come se non avessero
mangiato: segno manifesto di inganno, come volevasi dimostrare". Rategno
(1505): "Ma se veramente quei vitelli furono cucinati e mangiati, in nessun
modo si pu fare s che un diavolo, anzi tutti i diavoli, insieme con tutta la potenza
loro, valgano a richiamarli in vita; giacch resuscitare un corpo morto proprio
di infinita potenza, e questa spetta a Dio solo, mentre in nessun modo pu
competere al diavolo. Ne deriva che se quel pranzo fu vero e reale, necessario
convenire che la resurrezione successiva sar fantastica e illusoria; oppure che
tanto il pranzo era fittizio e immaginario quanto illusoria la resurrezione; e cos,
giacch il diavolo sottomise a s una prima volta le streghe mediante il rinnegamento
delle fede cristiana, mostra loro di volta in volta, traendole in inganno nei
sogni o con apparizioni fantastiche".
Giovan Francesco Pico della Mirandola nel dialogo Stryx sive de ludificatione daemonum
(1523) ricorda che, negli incontri sabbatici, i partecipanti mangiavano e
bevevano senza ritegno, il cibo era costituito dai buoi rubati nelle case dei contadini
ma "non manca di registrare, a tal proposito l'inganno ( p r a e s t i g i u m ) della
pelle ravvolta del bue gi mangiato che si rizza in piedi ( c o m p l i c a t a e p e l l i s comesti
iam bovis et exsurgentis in pedes). proprio Dicaste, l'inquisitore del dialogo, a
liquidare con una lapidaria sentenza la credibilit della resurrezone dei buoi: De
bobus videntur ludibrio', M. Bertolotti, Le ossa e le pelli dei buoi. Un mito popolare
tra agiografia e stregoneria, in "Quaderni storici", 1979, N. 41, pag. 473.
6 E P. Pomponazzi, De naturalium effectuum admirandorum causis, seu de incantationibus
liber, in Pomponatii Opera, Basilea 1567.
7 Probabilmente, le fonti di Bartolomeo Spina erano costituite dallo Speculum
historiae di Vincenzo di Beauvais e dalla Legenda aurea di Jacopo da Varagine.

8 Nella pi antica biografa su san Germano di Costanzo di Lione (V secolo) non


riportato il miracolo della resurrezione del vitello: Costance de Lyon, Vie de
Saint Germain d'Auxerre, a cura di R. Borius, Parigi 1965.
9 Eirico d'Auxerre, Miracula Germani, in Acta Sanctorum Julii, t.VII, 1731.
10 Jacopo da Varagine, Legenda aurea vulgo Historia Lombardica dieta ad optimorum
librorumfdem recensuit, Bratislava 1908, pag. 864.
11 Ad esempio, Il Libro dei Morti egizio, CXXV.
12 "Praecepit sanctus Germanus ut non confringeretur os de ossibus eius", ELot,
Nennius et l'Historia Brittonum. Etude critique d'une edition des diverses versions de
ce texte, in "Bibliothques de l'Ecole des Hautes Etudes. Sciences historiques et
philologiques", 263, 1934.
13 M. Bertolotti, op. cit., pag. 476.
14 Secondo M. Eliade, "le ossa, il cranio in particolare, hanno notevole valore
rituale (probabilmente perch si crede che racchiudano l'anima o la vita dell'animale,
e che il Signore degli Animali far crescere carne nuova, a partire appunto
dallo scheletro); per questa ragione il cranio e le ossa lunghe vengono esposti su
rami e su alture; presso alcune popolazioni si invita l'anima dell'animale ucciso
verso la sua patria spirituale (...) vi anche l'uso di offrire agli Esseri Supremi un
pezzo di ogni animale ucciso o il cranio e le ossa lunghe;", Storia delle credenze e
delle idee religiose, Firenze 1980, pag. 18.
15 Per finzione rituale si intende un comportamento che, in specifici contesti culturali,
attiva, secondo schemi rituali fissi e collettivamente condivisi, una serie di
procedure che invalidano fittizziamente, un atto compiuto in precedenza e avvertito
come fatto negativo, colpa o infrazione.
16 M. Eliade, op. cit., pag. 21.
17 Porfirio, De Abst., II, 29.
18 A. Lobeck, Aglophmus, Vol.I, pag. 67.
19 A. Priuli, La raffigurazione della caccia nella preistoria dei popoli, Ivrea 1988,
pagg. 241-242.
20 I. Paulson, Le religioni dei popoli artici, in Storia delle religioni. Ipopoli senza
scrittura, a cura di H.C. Puech, Bari 1978, pag. 360.
21 A. M. Di Nola, Antropologia religiosa. Introduzione al problema e campioni di
ricerca, Roma 1984, pag. 262.
22 J. G. Frazer, Spirit of the Corn and of the wild, Londra 1913.
23 A. Friedrich, Afrikanische prestertumer, 1939.

24 Snorri Sturluson, Edda, a cura di G. Dolfini, Milano 1975, pagg. 96-97


25 B. Branston, Gli dei del nord Milano 1962.
26 R. Pettazzoni, L'essere supremo nelle religioni primitive, Torino 1957.
27 A. Seppilli, op. cit., pag. 330.
28 "Il nostro mito non deper con il passaggio da un'economia di caccia ad un'e-

conomia agricola, ci anche per l'importanza che gli animali continuavano a rivestire
laddove alla coltivazione si affianca l'allevamento. Non sembra casuale, al
proposito, che Thor sia ospitato nel suo viaggio da un contadino. Il particolare
va considerato alla luce di quanto sopra si diceva circa la caratterizzazione, non
esclusiva, di Thor come dio dei campi e protettore dei contadini. Al suo martello
Miolnirr sono pertinenti cospicui significati di fecondit: esso fa rinascere,
come sappiamo, i capri macellati; ma il martello di Thor veniva pure posto sul
grembo della sposa nei riti nuziali, per assicurarne la fertilit. Tali elementi
rimandano al legame simbolico tra il martello e il fulmine, quest'ultimo contenendo,
unitamente alla pioggia, l'idea di una forza fecondatrice, segno e mezzo
di rinascita", M. Bertolotti, op. cit., pag. 482.
29 La persistenza di motivi precristiani all'interno di culti di santi evangelizzatori
0 di martiri, poi diventati, ad esempio, santi patroni, abbastanza frequente nella
religiosit popolare. L'agiografia intrisa di leggenda, la fantasia e non ultimi gli
interventi delle chiese locali, intenzionate a mettere a punto certe tradizioni religiose
sulle quali si fondava il culto collettivo, hanno sicuramente favorito la formazione
di una sorta di mitologia cristiana, che a sua volta ha anche permesso a
certe manifestazioni folkloriche di ramificarsi. E cos intorno ad alcuni santi sono
sorti culti e pratiche popolari che riverberano paganesimo, rivelati un forte sincretismo
in sospensione tra l'evocazione spirituale e i rituali pi arcaici.
1 miracoli attribuiti al santo - che sul piano laico ritroviamo in leggende e fiabe, sotto
forma di fatti soprannaturali effettuati da un personaggio straordinario dotato di
poteri magici - a livello psicologico allontanano la tensione tra uomo e divino,
garantendo una possibilit di "comunicazione" privilegiata, attraverso una figura che
di fatto non ha perduto le sue connotazioni terrene, caricandosi di simbologie molteplici,
spesso condizionate dalla realt locale in cui la credenza si attestata.
30 V. Ja Propp, Edipo alla luce del folklore. Quattro studi di etnografa storico-strutturale,
Torino 1975, pag. 19. Indubbiamente interessante l'esempio rintracciabile
in una fiaba voguli, in cui il rito della resurrezione degli animali incontrato
nelle vicende di stregoneria, assume nel folklore dei popoli nordici una' valenza
pedagogica molto importante. "Nella casa c'era un vecchio con una vecchia:
Siediti, nipotino - gli dissero - sii nostro ospite.
La vecchia and fuori e ritorn con delle oche e delle anatre. Le spium e le mise
a cuocere. Quando la fragrante carne delle oche e delle anatre fu pronta, essa la
sistem in due scodelle di legno. Una scodella la diede a Mir-susne-chum.
Mangia bene nipotino - gli disse ma non rompere le ossa.
Mangiarono e bevvero. La vecchia raccolse in una sola scodella le ossa rimaste e
le port fuori. Dietro la casa c'era un lago on acqua viva. La vecchia gett le ossa
in quel lago, e dall'acqua si levarono in volo anatre vive e oche vive.

Bene disse Mir-susne-chum adesso so che tutto nel mondo rinasce, muore e

ancora rinasce... solo, non si devono rompere le ossa. Allora la nostra terra sar
sempre ricca", L. Vagge Saccorotti, Miti e leggende dei popoli siberiani, Milano
1994, pag. 140.
31 Girolamo Visconti, Lamiarum sive striarum opusculum, 1460.
32 Pierina de Bugatis conferm di partecipare al "gioco" condotto da una donna
chiamata Horiens. Ecco come il Bonomo riporta le fasi salienti della deposizione
resa dall'imputata: "all'assemblea prendono parte anche uomini vivi e morti,
eccetto per i decapitati e gli impiccati, i quali non osano levarvi il capo. Ivi si
uccidono animali le cui carni si mangiano e se ne ripongono le ossa nelle pelli: la
Signora Oriente, percuotendo con la sua bacchetta queste pelli, li risuscita.
Oriente e tutte le sue seguaci vanno per le case dei ricchi, dove mangiano e bevono,
e quando trovano abitazioni pulite e ordinate quella le benedice. Dio non
mai nominato: la Signora insegna alle sue compagne le virt delle erbe e risponde,
dicendo sempre la verit, alle loro domande sulle malattie, sui furti e i malefici,
ordinando di non dire assolutamente nulla a nessuno di quel che si fa nell'assemblea.
Ecco la ragione per cui sebbene richiesta dal confessore, non ha fatto
mai parola del giuoco dianiano. Dichiara di credere la Oriente padrona della sua
societ come Cristo padrone del mondo. La seconda deposizione, resa il 21
luglio 1390, all'inquisitore Beltramino, offre ancora qualche aggiunta. Pierina
ripete l'operazione fatta agli animali, aggiungendo che se nel riporne le ossa nelle
pelli ci si accorge che non sono tutte, al loro posto si mette legno de sambria.
Quando vuol recarsi all'assemblea chiama lo spirito Lucifelus il quale accorre
subito presentandosi in forma d'uomo, la porta al giuoco e la istruisce in quello
che lei desidera. Richiesta se si sia data al diavolo, risponde affermativamente,
precisando che in premio aveva ricevuto da esso, che se l'era cavato da una mano,
un po' di sangue, quanto pu contenerne un cucchiaio, e con questo sangue il
diavolo aveva scritto come ella gli si fosse data. Ci era avvenuto all'et di trent'anni,
ma fin da quando ne aveva sedici andava al giuoco di Diana. La prima
volta vi era andata controvoglia in luogo di una sua zia, che altrimenti non avrebbe
potuto morire. Conclude, dichiarando che dal giorno in cui si era data al diavolo
non aveva pi potuto confessarsi e pregare l'inquisitore di salvarle l'anima",
G. Bonomo, Caccia alle streghe, Palermo 1959, pag. 17; E. Verga, Intorno a due
inediti documenti di stregheria milanese del secolo XIV, in "Rendiconti del Regio
Istituto lombardo di scienze e lettere", s. II, 32, 1889.
33 C.E Coxwell, Siberian and other folk-tales, Londra 1925.
34 Sull'imbottitura di paglia dell'animale ucciso, si ha notizia anche nei
Bouphonia classici, M. Harva, Morvalaisten Muinaisuski, Parva 1942, pag. 9.
35 "Tra gli Osseti si racconta che Soslan riesce a espugnare una citt facendosi chiudere
nella pelle di un bue appositamente ucciso, e fingendosi morto. Nelle varianti
circasse della stessa leggenda Soslan viene schernito brutalmente, come se fosse

morto davvero: Ehi, mago dalle gambe storte, i vermi brulicano su di te! Soslan, che
ha le ginocchia vulnerabili in seguito a un tentativo fallito di assicurargli l'immortalit
quand'era bambino, infatti un mago, una specie di sciamano, uno che capace
di andare vivo nell'aldil e tornare. Per questo pu resuscitare dalla pelle di bue in
cui stato avvolto", C. Ginzburg, Storie notturne, Torino 1989, pag. 241.
36 "Il grande pericolo della vita che il nutrimento degli uomini fatto interamente
di anime. Tutte le creature che dobbiamo uccidere e mangiare, tutte quelle
che dobbiamo abbattere e distruggere per farci gli indumenti, hanno un'anima;
un'anima che non muore con il corpo e che deve pertanto essere pacificata
nel timore che si vendichi su di noi per averle sottratto il corpo", K. Rasmussen,
Intellectual Culture of the Hudson Bay Eskimos, Copenhagen.
37 A. Seppilli, op. cit., pag. 56.
38 V. Dioszegi, A samanthit emlkei a magyar npi muveltsghen, Budapest 1958,
pag. 142; V. Ja Propp, op. cit., 1982; A. D. Afanasjev, Antiche fiabe russe, Torino
1953; W. Denton, Serbian Folkbre, Londra 1874; G. Pitr, Fiabe, novelle e racconti
popolari siciliani, Palermo 1870; P. E. Guarnerio, Primo saggio di novelle sarde,
1883; P. Sbillot, Comes populaires de la Haute-Bretagne, Parigi 1880; Th. KochGrunberg, Favole e miti dellAmazzonia, Milano 1982; S. Thompson, La fiaba nella
tradizione popolare, Milano 1966; A. Steiner, Sciamanismo e folclore, Parma 1980.

LA "CACCIA ALLE STREGHE"


IN OSSOLA, TICINO E VARESOTTO
(R. Corbella)
La persecuzione dei "diversi", dissidenti e libertari, da parte
della Chiesa con l'appoggio spesso incondizionato del
potere civile, uno dei pi tragici capitoli della storia europea. La
cosiddetta "caccia alle streghe", col suo terribile costo di vite umane,
un fenomeno storico di diffcile valutazione per la deliberata
distruzione delle fonti storiche primarie attuata, nel XVIII e nel
XIX secolo dall'autorit ecclesiastica. In Lombardia l'archivio dell'Inquisizione
dello Stato di Milano, che era conservato a Santa Maria
delle Grazie, fu appositamente bruciato nel giugno 1788. Per
fortuna fascicoli di processi per stregoneria erano stati dimenticati
dalla burocrazia dell'epoca in archivi militari, cittadini o presso privati.
Grazie ad essi, alla diaristica e alla corrispondenza processuale
del 1500-600, in possesso di collezionisti, possibile ricostruire, sia
pure in modo lacunoso la storia di uno dei pi terribili eccidi della
storia. La Chiesa cattolica in Insubria inizi presto, nel 1416, a perseguitare
in modo sistematico le cosiddette streghe: viene inviato a
Como l'inquisitore Antonio da Casale, che, con una fitta rete di
delatori, nel corso dell'anno fa arrestare centinaia di donne sotto
l'accusa di stregoneria. A questo punto il solerte sacerdote organizza
degli assurdi "processi di massa" contro le streghe: ben 300 donne
vengono riconosciute colpevoli di stregoneria e di avere avuto rapporti
carnali col demonio. Le poverette vennero consegnate al braccio
secolare perch fossero bruciate. Non una di loro si salv dal
rogo. Tutto questo in un solo anno! Nel 1416, togliendo le domeniche,
praticamente don Antonio da Casale fece bruciare una stre-

ga al giorno. Parte del Canton Ticino nel 1431 era ancora sotto l'influenza
del Ducato di Milano ed in quell'anno che iniziarono i
processi per stregoneria in Val Leventina. Poco pi tardi inizieranno
numerosi processi anche in Valtellina. I processi si intensificheranno
all'epoca di Francesco Sforza. Papa Paolo III, nella scia
della Controriforma, per la difesa del Cattolicesimo contro i movimenti
Luterani e Calvinisti che stavano provocando la frattura e la
diaspora del Cristianesimo, il 21 luglio 1542, istitu la Congregazione
della Santa Inquisizione della Eretica Provit, per mezzo
della quale la Chiesa Cattolica inizi la caccia agli eretici. Purtroppo
l'episcopato cattolico approfitt di questa occasione per tentare di
sterminare i cosiddetti "diversi": non solo spiriti liberi e critici della
chiesa ma anche vagabondi, matti, donne di facili costumi, od
anche semplicemente malati cronici che davano fastidio alle buone
famiglie cattoliche. La bolla di Papa Paolo III sosteneva: "diamo ai
cardinali-inquisitori il potere di investigare contro quanti si allontanano
dalla via del Signore e dalla fede cattolica, o la intendano in
modo diverso, o siano in un modo qualunque sospetti di eresia, e
contro i seguaci, fiancheggiatori e difensori; come contro chi presta
loro aiuto, consiglio e favori".
In tutte le valli montane sia del futuro Canton Ticino che
dell'Ossola e del Luinese, la miseria imponeva ai valligiani di emigrare
stagionalmente al di l delle Alpi, nei cantoni tedeschi della
nascente e pi fiorente Confederazione Elvetica, dove lavoravano
come muratori, scalpellini, spazzacamini o pastori, durante il periodo
primaverile-estivo. A partire dal tardomedioevo e per molti secoli
a venire, su ordine dei rispettivi vescovi, questi lavoratori stagionali
che attraversano il Passo del San Bernardino, Gries e dell'Arbola,
furono costretti a presentare un "attestato di frequenza alla Santa
Messa" di una chiesa cattolica d'oltralpe, per dimostrare di non
avere abbracciato una nuova fede o di non essere atei. Se non adempivano
a questa regola, al ritorno a casa, rischiavano di essere inquisiti,
torturati e bruciati sul rogo. Inoltre, le loro misere propriet

venivano confiscate dalla parrocchia e la loro famiglia ridotta in servaggio.


Questa fu l'origine delle grandi propriet terriere montane
detenute dall'Episcopato svizzero o lombardo-piemontese. In questa
ottica persecutoria cadde logicamente anche la stregoneria, ormai
da tempo equiparata all'eresia. La stregoneria non stata una forma
di superstizione, ma la traccia rimasta di tradizioni culturali celtagermaniche.
Questa persistenza spingeva gruppi di persone eredi di
una sapienza antica pre-cristiana a utilizzarla segretamente per scopi
personali che, di volta in volta, potevano avere diverse applicazioni.
In tempi in cui era assente una qualunque forma di medicina istituzionale
e alla portata di tutte le borse (solo i ricchi potevano permettersi
cure mediche spesso di dubbia efficacia, ma molto costose), la
povera gente di montagna si affidava a donne e uomini che tenevano
viva l'efficace medicina erboristica degli antenati. Logicamente vi
erano streghe "buone" e streghe "cattive" ovvero sapienti che curavano
con dedizione il prossimo e chi invece approfittava di potere e
conoscenza, per guadagnarci e si prestava per denaro a fare fatture,
incantesimi e magia nera. Queste persone formarono una confraternita
segreta, misteriosa e soprattutto molto potente che, utilizzando
l'antica conoscenza riportava un soffio liberatorio di paganesimo in
una popolazione oppressa da tutti i poteri.
In questa realt storica prende forma un universo di paure,
allucinazioni e leggende popolari che non attecchiscono solo tra le
classi pi ignoranti e arretrate, ma che in breve tempo coinvolgono
in buona fede anche personaggi di spicco non solo del potere religioso
e civile. La persecuzione delle streghe porter nelle nostre
montagne un'atmosfera di sospetto, paura e fanatismo che assente
invece nella Pianura Padana.
Mentre nel resto dell'Insubria prealpina l'atteggiamento dell'Inquisizione
fu certamente pi tollerante che in altre regioni d'Europa,
il Mendrisiotto e il Luganese, a quell'epoca dal punto di vista
religioso pur sempre sottoposti alla Diocesi di Como, ma propriet
dei tre Cantoni di Uri, Svitto e Unterwald, si fecero notare per la fe-

roce applicazione della tortura e per la durezza delle pene che furono
sempre capitali. Parrebbe che il potere politico locale rappresentato
dal Landfogto 1, che, dopo la recente acquisizione della regione
aveva bisogno di rafforzare una dimensione istituzionale ancora in
fase di assestamento, utilizzasse la persecuzione delle streghe, con
tutta la sua ferocia, ad uso di avvertimento e controllo sociale di un
territorio ancora ostile e da domare.
All'origine dei processi per stregoneria ci sono spesso delle semplici
voci che indicano qualcuno come strega o stregone, soprattutto
a causa di alcuni atteggiamenti considerati, per l'epoca, eccentrici e
devianti dalla morale comune. Altro motivo di accusa il possesso di
una conoscenza medica superiore, tipico della guaritrice che guadagna
bene con i suoi rimedi e perci si attira l'invidia dei compaesani
sospettosi. Dai documenti processuali risulta che le imputate svolgono
le loro azioni malefiche sempre nell'ambito del villaggio natio:
niente voli a cavallo di scope o trasferimenti di anima in corpi d'animali
per raggiungere il luogo, lontano, del sabba. Tutto oltremodo
casalingo e si limita a localit "maledette" raggiungibili con una
comoda passeggiatina. Insomma il diavolo della porta accanto!
1514. Nel territorio di Lugano e Mendrisio si verifica una
grande caccia alle streghe, si parla di 300 donne arse sul rogo. E un
episodio famoso, spesso citato in seguito negli scritti contro l'Inquisizione,
ma poco documentato. Mendrisio fu il borgo che ospit i
processi per stregoneria. La condanna capitale per, rogo o decapitazione,
veniva sempre eseguita dopo una "parata" per un percorso stabilito
che toccava tra l'altro Chiasso e Balerna. Al contrario di ci che
avveniva nel resto d'Europa, l'esecuzione della sentenza non avveniva
in piazza ma in aperta campagna, spesso in un vallone sinistro e fuori
mano. Si pensava che avendo le streghe incontrato il diavolo in una
localit naturale boschiva, era logico che venissero bruciate nello stesso
contesto, quasi per negare l'appartenenza di queste poverette alla
societ paesana. La valletta di Carcera, tra Mendrisio e Rancate, era
uno dei luoghi preferiti per le esecuzioni. Il primo processo di cui si

ha notizia scritta, con relativa condanna, ebbe luogo nel 1536 e ne fu


protagonista una certa Margherita del Castello di Stabio. Tra l'altro
essa accusata da una comare sua vicina di aver partecipato al sabba
(in dialetto: "barlott"). Accusa grave e pericolosa in quanto la vicina,
per confermarla, doveva anch'essa essere stata presente all'orgia infernale.
Purtroppo questi processi seguono tutti lo stesso copione, l'incriminata
nega per cui sottoposta a torture inumane: il curio in cui
la poveretta con le mani legate dietro la schiena viene issata e quindi
lasciata cadere a strappo di modo da sconnettere le giunture delle
ossa, i tratti di corda nei quali la sospetta viene "stirata" atrocemente,
l'aculeo dove la presunta strega con dei pesi attaccati ai piedi fatta
sedere su un grande cuneo aguzzo che la penetra profondamente nel
sesso o nell'ano squarciandola, i vari morsetti con cui le si frantuma
dita, caviglie, piedi e cos via. Se, stravolta dal dolore confessa, bene,
condannata, ma se resiste la si condanna lo stesso perch evidentemente
solo il diavolo pu darle la forza di resistere a tanto strazio. Praticamente
non c'era modo di uscirne vive! In questi processi per stregoneria
la procedura giudiziaria si attivava sulla base di semplici sospetti
e della conseguente delazione: anche una semplice denuncia era
recepita dal Landfogto come indizio sicuro di colpevolezza. I processi
di stregoneria erano divisi in tre momenti per procedura: l'ascolto delle
testimonianze, l'interrogatorio degli accusati, la sentenza finale.
Queste accuse oggigiorno ci farebbero sorridere: nel 1626 un
testimone afferma che l'accusata ha messo la mano sopra la spalla di
una sua mucca la quale da allora rimasta paralizzata; in un altro
caso una donna accusata di aver ballato con ben tre diavoletti alti
"come un grande cane" e muniti di zampe di asino, corna e coda a
ciuffo: uno si chiamava Angelino, gli altri due Cornino e Bizab.
Fra i sortilegi accreditati alle streghe vi era l'aver provocato la grandine
e l'uccisione di bambini mediante il soffio di una polverina
nera, far precipitare vacche nell'abisso per mezzo del sortilegio,
paralizzare braccia col semplice tocco delle dita, saltare a pi pari su
un crocefisso. Ed sulla base di queste testimonianze che si stabili-

va in modo inequivocabile che la sospettata era una strega! Anche


negli atti processuali della Valle di Blenio, le streghe erano accusate
della totalit delle disavventure che turbavano l'equilibrio della
valle: dalla caduta di valanghe ai danneggiamenti di raccolti o alle
epidemie del bestiame. E da notare come gli atti di stregoneria, presubimilmente
subite dai valligiani, non uscissero mai dal contesto
rurale. L'elenco di queste poverette condannate a morte "per stregoneria
ed eresia", come recita la formula d'accusa, lungo: ricordiamo
tra le altre Bellasina di Castello, Mayneta di Guglielmetti, Algerina
di Obino, Pina di Obino, Margherita de Bossi. Ma vi sono
anche uomini come Tognino de Cordila "che suonava il timpano e
la viola ai sabba" accusati di stregoneria. Sembrerebbe per che gli
uomini, se confessi, se la cavassero meglio delle donne (misoginia
dei giudici?): infatti Domenico Colonnetto di Vacallo viene liberato
sotto pagamento di cento scudi d'oro di cauzione (un vero patrimonio
per quei tempi) e la promessa che non si vendicher dei suoi
accusatori. In effetti nel Cinquecento, la caccia alle streghe in Canton
Ticino fu violenta e decine di donne furono condannate e uccise
in pochi anni. Bisogna far presente che, a causa di un accordo tra
i tre Cantoni, nonostante le Diete di Ilanz del 1524 e del 1526, che
avevano proclamato la libert di culto nella vicina Repubblica delle
Tre Leghe2, per secoli il Cattolicesimo rimase l'unica confessione
consentita dalle autorit in Canton Ticino: i Luterani erano costretti
a emigrare o, se restavano, venivano accusati di eresia. Non bisogna
per pensare che i Landfogti fossero legati alla gerarchia ecclesiastica
diocesana. Infatti, ad esempio, nel 1532, Bernardino della
Croce, vescovo di Como, chiese inutilmente alla Dieta di Baden (a
cui apparteneva il Landfogto di Riva San Vitale) di poter punire i
sacerdoti che non adempivano ai loro obblighi e soprattutto erano
tiepidi nella caccia a streghe e stregoni. Nel corso del primo Concilio
provinciale della chiesa milanese indetto da Carlo Borromeo
viene approvato il decreto De magicis artibus, veneficiis divinationibusque
prohibitis che proibisce, pena la morte, qualunque forma di

cura magica e divinazione. Questo decreto praticamente scatena la


caccia alle streghe nelle sue forme pi crudeli e violente, ma nel
Canton Ticino gli stessi sacerdoti cattolici sono restii a portare
avanti un'inquisizione che andrebbe a urtare molti aspetti della cultura
alpina, sempre in bilico tra rigurgiti di paganesimo e sincretismo
cristiano. Di conseguenza con l'appoggio dell'autorit centrale
svizzera, si imped alla Santa Inquisizione di varcare i confini della
Confederazione elvetica.
Nel 1571, Carlo Borromeo volle costringere i preti ticinesi
all'obbedienza, ma il Landfogto di Mendrisio invi gli sbirri armati
contro gli inquisitori comaschi, mandati da Carlo Borromeo, che da
Chiasso erano entrati in Ticino. La Dieta Elvetica, tra il 1572 ed il
1581, dimostr chiaramente di non volere seguire la gerarchia ecclesiastica
italiana sulla strada della persecuzione. Promulg un editto
nel quale si obbligava i commissari preposti ai processi per stregoneria
di non procedere a tortura di sorta e tantomeno a condanne,
prima che l'accusato non avesse scelto un procuratore che lo difendesse
e le autorit avessero avvertito la famiglia del sospettato. Pi
tardi, la Dieta elvetica si oppose energicamente all'introduzione
dall'Italia della Santa Inquisizione nel Canton Ticino e nei Grigioni,
giudicando che l'autorit civile locale fosse abbastanza forte e in grado
di processare e punire le persone sospette senza intrusioni clericali.
Questa volta San Carlo Borromeo tent l'atto di forza (era il quarto
tentativo) ma gli fu concesso solo di effettuare una visita pastorale,
per cui raggiunse le tre valli superiori ticinesi e l'ospizio del passo
del San Gottardo. Finalmente, nel 1583, Carlo Borromeo riusc ad
aggirare l'ostacolo diplomatico e con la scusa di una visita pastorale
atta ad imporre rigidamente i dettami del Concilio di Trento per
combattere il protestantesimo nelle valli svizzere di lingua italiana.
Giunto in Val Mesolcina, si scaten facendo arrestare e processare
per stregoneria centocinquanta persone in un sol colpo. Tra l'altro
questo fu uno dei processi per stregoneria meglio documentati della
storia della caccia alle streghe. Vi erano un centinaio di donne tra gli

arrestati e tutti furono sadicamente torturati fuori dalla legge elvetica.


In conclusione undici furono condannati al rogo, tra cui lo stesso
parroco (riconosciuto stregone) e dieci donne considerate ree confesse
di stregoneria. Furono bruciati appese a testa in gi.
Nel 1500, anche nel territorio di Varese l'ossessione della stregoneria
e la conseguente caccia alle streghe raggiunse momenti di
frenesia a dir poco inquietanti: i sacerdoti giravano per la contrada,
di loro giurisdizione ecclesiastica, armati di archibugi e spada guidando
gruppi di "bravi", anche loro armati di tutto punto e assoldati
apposta per la caccia alle streghe. Queste bande armate parrocchiali
su semplici delazioni attaccavano di sorpresa le case, sfondavano
la porta, e dopo aver saccheggiato l'abitazione, trascinavano
via la donna sospettata per processarla e bruciarla sul rogo. Non
sempre per a queste ronde anti-streghe andava tutto liscio. A Domo,
in Valtravaglia, un parroco venne ucciso con un colpo d'arma
da fuoco dai parenti della presunta strega che non avevano nessuna
intenzione di cedere alla violenza. Non sappiamo il seguito della
storia ma si presume che strega e familiari siano riusciti a fuggire in
luoghi pi ospitali.
Sempre in Valtravaglia, nel settembre del 1586, Carlo Borromeo
chiede la cattura a Dumenza (Luino) di Domenica di Scappi,
detta la Gioggia, "denontiata al offitio della Sanctissima Inquisitione
per stria notoria". Dell'arresto venne incaricato un sacerdote,
tale Giovanni Antonio Melli che, aiutato da alcune guardie, arrest
per stregoneria "la Gioggia". Mentre conduceva la donna in carcere,
il sacerdote venne aggredito e ferito gravemente dai parenti della
presunta strega. La Gioggia di cui si detto, venne pi tardi catturata
e condannata al rogo, il notaio Silvestro Scappi che l'aveva difesa
al processo, fu poi indagato perch sospetto di eresia ma si salv.
In un altro caso, due donne di Cossano, madre e figlia, sospettate
di stregoneria furono inquisite, torturate, processate ma prosciolte
dall'accusa. Il clima di sospetto ed il timore che le idee della
Riforma luterana si infiltrassero tra la popolazione lombarda era tal-

mente forte che anche i mercanti e i nobili che avessero viaggiato in


paesi protestanti, al ritorno a casa, dovevano presentarsi in chiesa
durante la messa e pubblicamente professare la loro fede cattolica.
Recentemente, presso l'archivio di stato di Milano, stato rinvenuto
un fascicolo riguardante un caso di stregoneria accaduto nel
1520 a Venegono Superiore. Dagli atti giudiziari del processo emergono
l'invito alla delazione, l'uso della tortura, ferocemente applicata
anche oltre ci che i regolamenti dell'epoca consentivano, la
volont perversa degli inquisitori che tentarono con ogni mezzo di
convincere l'inquisita a chiamare a correo altre persone. Inoltre, si
nota chiaramente l'impossibilit oggettiva di difendere l'accusata
poich il difensore sarebbe stato accusato a sua volta di eresia. In
questo caso, a Venegono, le persone sospettate di stregoneria furono
ventuno, dodici vennero prosciolte, due abiurarono, sette furono
condannate al rogo.
Si giunse alla farsa macabra di una imputata morta in prigione
a seguito delle torture subite della quale venne riesumato il cadavere
ormai putrefatto che poi fu arso sul rogo. singolare che sette
fra le persone indagate presentassero difetti fisici, come se l'aspetto
influenzasse i delatori.
Particolarmente sospette erano le ostetriche poich si pensava
che, se streghe, potessero uccidere i neonati prima del battesimo per
offrirne il corpo al demonio durante i sabba, sia a Venegono sia nel
caso di Cossano una delle sospette ostetrica. Nel caso di Venegono
anche un uomo, figlio e fratello di una delle presunte streghe, viene
accusato di essere uno stregone. Egli per riceve la pena pi mite:
l'esilio (che questo fatto adombri un caso di corruzione?). Durante
il processo queste sette donne incriminate si autoaccusarono principalmente
dell'uccisione per mezzo di magia che avveniva toccando
la vittima con la mano "unta": bambini, ragazzi, buoi, porci e vari
animali. Inoltre, si riconoscono colpevoli essenzialmente di crimini
a sfondo sessuale dichiarando di essersi accoppiate con due diavoli
che chiamarono Martino e Angelino e di avere partecipato ai sabba.

(La storia ha inizio con l'arresto, in un casolare vicino a Monza, di


un certo Giacomo da Seregno, il quale sotto tortura denuncia la
presenza di streghe a Venegono. Giacomo da Seregno verr condannato
per eresia e stregoneria e poco dopo arso sul rogo. Da questo
fatto le autorit iniziano un'inchiesta che porter all'arresto di alcune
donne di Venegono^
La prima chiamata in giudizio e costretta a confessare fu Margherita
Fornasari, accusata con la figlia Caterina di essere strega ed
eretica. Sotto tortura le due donne dichiarano di essere state avvicinate
da "un bell'uomo vestito come un signore" che le aveva convinte
a darsi al diavolo, promettendo loro che dal momento che fossero
entrate nella congrega delle streghe avrebbero avuto ricchezza e
potere e sarebbero "state bene". Malgrado Margherita confessi subito,
tutto quanto le viene addebitato, con l'accortezza di non coinvolgere
nessun'altra persona; dai verbali apprendiamo che Margherita
mor improvvisamente, probabilmente a seguito delle torture
subite. Segu l'interrogatorio della figlia Caterina Fornasari a cui
l'inquisitore chiede se provasse piacere durante il coito con il demonio
e se l'atto sessuale fosse simile a quello provato con suo marito.
Caterina rispose: "No, nell'atto vero e proprio provavo meno piacere
di quanto ne provassi con mio marito, perch il membro del demonio
non era n duro n rigido, come quello di un vero corpo,
e quando era nella vulva risultava freddo, mentre nei preliminari,
negli abbracci, nei baci, nelle tenerezze e carezze d'ogni tipo, Martino
(il demonio) mi procurava maggior piacere, perch lui mi dava
l'illusione di prediligermi sinceramente e profondamente".
Nelle confessioni, le "streghe" di Venegono affermano che per
le loro magie si servivano sempre dello stesso unguento, il quale serviva
sia per uccidere che per volare, anzi, scendendo in particolari,
dichiarano che per volare se lo spalmavano nella vulva dove veniva
assorbito attraverso le secrezioni vaginali.
Notiamo come una di queste imputate, Elisabetta Oleari, si
proclam innocente dall'inizio alla fine del processo, resistendo alle

torture pi terribili. Per costringerla a confessare, le vengono perfino


praticati esorcismi (che in realt sono altre torture pi raffinate)
ma lei sopporta fino allo svenimento ogni genere di tormento, ma
non confessa. Sicura della sua innocenza sperava cos di riuscire a
cavarsela e a convincere gli inquisitori della sua buona fede. Purtroppo
anche questo fu inutile, perch in ogni caso, secondo gli
inquisitori, la colpevolezza di Elisabetta era gi ampiamente provata
dalle testimonianze delle altre donne. Certamente fu sotto la sofferenza
inaudita provocata dai tormenti che queste sette donne confessarono
crimini che non avevano commesso e raccontarono ci
che i loro aguzzini volevano sentire. Dobbiamo ricordare che gli
inquisitori erano prodighi di promesse di perdono e misericordia,
qualora la strega avesse mostrato pentimento e confessato i suoi crimini.
Bastava che, ottenuta la confessione, l'inquisitore vincolato da
queste promesse di clemenza abbandonasse il processo e al suo
posto subentrasse un altro inquisitore, che non ne era vincolato e
perci condannava l'imputata senza nessuna piet. Anche in questo
processo di Venegono, ad un certo punto l'inquisitore, frate Battista
da Pavia, abbandona e a lui subentra un altro inquisitore: Michele
d'Aragona. Il quale, non riconosce le promesse fatte dal predecessore
e le manda tutte al rogo3.
1605. Un caso di stregoneria sul lago di Varese. Questo strano
caso avvenne attorno al 1605-1607 ne protagonista involontario
un certo Antonio Binda detto "Tugnin", pescatore professionista
con base a Groppello di Gavirate. Possedeva una bella barca da
pesca a fondo piatto del tipo detto "Nonna" o "Lucia"; secondo il
manoscritto se la cavava piuttosto bene nel suo mestiere. Un mattino
trov la barca ormeggiata al contrario di come l'aveva lasciata la
sera e questo accadde per l'intera settimana. Pareva che qualcuno
l'avesse usata di notte, anche se lui la sera portava via sia i remi che
la vela e senza l'attrezzatura per navigare. Si decise a legare alla barca
un grosso cane da guardia. Ma il mattino dopo era ancora ormeggiata
al contrario. La notte seguente il pescatore si nascose nei pres-

si e a mezzanotte vide tre figure di donne incappucciate e avvolte in


lunghi mantelli avvicinarsi alla barca. Quando il cane balz in avanti
ringhiando e abbaiando la prima donna della fila gesticol in aria
e il cane si blocc immobile come se fosse stato una statua, evidentemente
si trattava di streghe che con la "fisica" avevano bloccato
l'animale. Le donne salirono sulla barca che, come per miracolo,
part da sola e si diresse verso la palude dove il Brabbia confluisce
nel lago. L'indomani la barca era al solito posto. Alla sera il pescatore
si nascose sotto alcuni sacchi sul fondo della barca e a mezzanotte,
quando salirono a bordo le tre streghe, le sent mormorare un
incantesimo, quindi la barca part da sola e si aren tra le canne
della palude. Sulla riva illuminata dalla luna altre quattro streghe
attendevano le loro consorelle. Venne acceso un gran fuoco e le
donne bevvero, mangiarono e ballarono nude intorno ad esso. D'un
tratto comparve un uomo alto, grande, nudo e tutto tinto di rosso
che le possedette carnalmente una dopo l'altra. A quel punto Tugnin,
che nascosto sulla barca aveva visto tutto, ebbe paura e prefer
rincantucciarsi sotto i sacchi. L'orgia sabbatica and avanti ancora
fino all'alba, quando le donne risalirono sulla barca che magicamente
le riport a Groppello. Tugnin aspett che esse fossero sbarcate e
allontanate prima di uscire dal nascondiglio e correre dal prete ad
informarlo di tutto. Alla domenica seguente i curati di tutti i paesi
rivieraschi sparsero del sale benedetto davanti alla porta delle loro
chiese. Si sa che le streghe sono prese da delirio se mettono i piedi
sul sale benedetto per cui sette donne rifiutarono di entrare in chiesa.
Erano sette donne irreprensibili tra cui la nipote del parroco di
Bodio e la stessa moglie di Antonio Besozzi. Accusate di stregoneria
vennero arrestate e sottoposte ad interrogatorio: confessarono di recarsi
al sabba, di incontrare il demonio e di avere rapporti sessuali
con esso. Ma negarono recisamente di avere mai fatto magia nera o
di avere affatturato qualcuno. Alle poverette and bene i tempi
erano mutati e gli inquisitori (almeno in questo caso) erano propensi
alla clemenza: queste donne infatti furono condannate ad essere

esorcizzate e a trascorrere alcuni mesi in un convento di clausura.


Nel 1621 in Valle Vigezzo, voluta dal pretore Giacomo Guidizone,
si scaten una spietata caccia alle streghe. Alcuni fatti poco
chiari avevano fomentato nella popolazione un autentica paura isterica,
basata sul pregiudizio e sulla malafede nei confronti di vagabondi
e strani individui che si aggiravano in vallata, considerati diabolici.
Il pretore ordin quindi una serie di provvedimenti restrittivi
dettati dal desiderio di quietare la cittadinanza. Consigli ai consoli
di allargare le prigioni in ogni paese, rendendole pi sicure e
organizzare ronde composte da uomini abili alle armi. I consoli non
solo applicano alla lettera i suoi suggerimenti ma perfino si procurano
gli strumenti di tortura nella vicina Svizzera. Diverse sono le
localit dove si pensava che le streghe incontrassero il demonio e
svolgessero i loro sabba: raduni di streghe effettuati sul monte Cervandone
e alla conca e il laghetto di "Sass di stri" sopra Arvogno,
sotto il quale si riunivano le streghe facendosi piccolissime e il famosissimo
"Pian di stri", posto alle falde del monte Gridone.
Tra Druogno e Santa Maria Maggiore si incontra il "Piano
delle Lutte", che per la fantasia popolare un altro luogo di ritrovo
delle streghe.
Le streghe ticinesi, vigezzine o cannobine erano unite in una
misteriosa congregazione segreta detta "Stremmia" e seguivano precise
regole e durante la settimana ogni giorno era dedicato ad un
maleficio diverso. Il luned svolgono le male di poco conto: azzoppano
i cavalli, rendono sterili le vacche, fanno ammalare i bambini.
Al marted rovinano le famiglie, fanno litigare i coniugi e fomentano
dissidi ed incomprensioni. Al mercoled streghe e stregoni ammaliano
le loro vittime giovani e piacenti e le obbligano a congiungersi
carnalmente con loro. Gioved riservato alla preparazione dei
filtri e delle magie particolari, alle pratiche abortive e a tutti gli altri
malefici importanti. Venerd si riuniscono in luogo segreto i caporioni
di streghe e stregoni per definire le modalit per il sabba che
si terr la notte del sabato al "U1 bai di stri", dove streghe e strego-

ni tutti parteciperanno nudi all'orgia sfogando le loro lussuriose


voglie, ballando come indemoniate e "dulcis in fundo" incontrando
a mezzanotte il loro Signore: Belzeb in persona. In questo sabba le
streghe sono descritte come da manuale: grinzute, scarmigliate, orribili
a vedersi, libertine sfrenate dedite agli amplessi pi immondi.
Esse hanno la propriet di tramutarsi in caproni, gatti, gufi, cani,
topi, uccelli, galline. Prima di uscire di nascosto la sera, si ungono
mani, piedi e sedere con un olio magico che d la propriet di volare.
Se la svignano volando su per il camino per eludere la sorveglianza
dei vicini di casa. Il sabba orgiastico del sabato notte, che si svolgeva
alle falde del monte Gridone, in cui si faceva ampio uso di erbe
e funghi che potevano indurre eccitazione psichica accompagnata
da allucinazioni, si protraeva fino a quando il campanile di Olgia,
posto proprio di fronte alla montagna, suonava l'Ave Maria del
mattino dopo. La domenica anche le streghe si riposano.
Sembrerebbe evidente che sia i sabba che gli incontri carnali
con il diavolo, citati cos spesso da queste donne, non fossero altro
che delle proiezioni evidenti di desideri che la realt quotidiana
della vita di queste contadine, sottomesse e trattate spesso come bestie,
negava e reprimeva in linea con la cultura dell'epoca, profondamente
misogina.
Il sabba, che si svolgeva di norma una volta alla settimana, a
volte il gioved ma sopratutto il sabato, era qualcosa che a noi moderni
sembrerebbe una allegra scampagnata notturna con finale boccaccesco.
Infatti le streghe si trovavano di notte in una radura appartata
tra i monti e cucinavano dentro grandi pentoloni carne di
pollo e di maiale, a cui aggiungevano a parte pane e uova sode, il tutto
portato da casa. Dopo aver allegramente mangiato e bevuto vino in
abbondanza, si scatenavano a ballare e saltare con i loro amanti, finendo
la serata "a copulare". Nei processi non troviamo per traccia
degli uomini che prendevano parte al sabba, ma abbiamo solo notizia
di alcuni diavoli che alla fine si accoppiavano con tutte le streghe
presenti. Del resto gli inquisitori erano convinti che gli uomini pre-

senti al sabba fossero veramente demoni e pertanto sarebbe stato


impossibile sottoporli a un processo e... condannarli! Nel loro furore
giustizialista, neppure in un'occasione a questi inquisitori mai
venuto in mente che, per quanto riguardava le presenze maschili ai
sabba, non si trattasse di demoni ma di uomini in carne ed ossa, che
da bravi furboni altro non facevano se non spassarsela beatamente
con delle donne istericamente convinte che fossero diavoli.
Intanto vediamo come veniva descritto il diavolo dalle streghe
negli atti processuali di quei tempi: "Uomo grande e deforme
con le corna di un becco in capo, le zampe di capra e i piedi asinini,
un sesso smisurato e grossissimo con cui copulava carnalmente
con streghe e stregoni"4.
Per il popolino, molto distante dalle dispute teologiche sulle
varie eresie, le streghe erano semplicemente persone considerate possedute
dal demonio: per essere adepti di Satana la condizione principale
era di aver rinnegato Dio e aver accettato il diavolo come
padrone. Si diceva che il rituale stregonesco richiedesse di calpestare
il crocefisso. Tra gli incantesimi usati dalle streghe di quell'epoca che
ci sono stati tramandati, ve ne sono alcuni che utilizzano le piante.
La corteccia, le bacche e le foglie della sanguinella ( Cornus Sanguineei)
servivano alle streghe durante il sabba per preparare un unguento
velenoso che faceva impazzire chi ne era unto. La "fresessa", soprannome
della felce femmina, era considerata in Ticino l'arma preferita
delle streghe e dei "possenti", cio gli stregoni. La strega, raccolte
le felci se le sfregava violentemente tra le mani ecco che si accumulavano
in cielo nubi temporalesche. A quel punto, la strega strappava
una radice di felce e con essa indicava la direzione dove voleva
che si sfogasse il maltempo. Si dice che lentamente le nubi si accumulassero
sulla valle o sul casolare che la donna intendeva colpire.
Ora la strega raccoglieva altra felce: sfregandola rapidamente provocava
una pioggia torrenziale, seguita da grandine violenta che rovinava
le colture. Se ne spezzava lo stelo ecco che le saette si abbattevano
sul villaggio o su una casa presa di mira, a volte provocando

incendi. Se la strega voleva uccidere qualcuno si recava in vista dell'abitazionedella


vittima recando con s una felce; con un rapido colpo
di coltello tagliava la foglia in due parti nette: si racconta che la
vittima si accasciasse al suolo fulminato da un colpo apoplettico.
Una storia, raccolta in vai Colla, narra di un "possente" che
con questo metodo uccise alcune persone che riteneva nemici e distrusse
diverse case. Poi, sconvolto dai risultati di ci che aveva fatto
con la sua magia nera, si mise a piangere e per il rimorso decise di
ritirarsi in convento. Una strega di Tesserete, vissuta nel 1500, era
cos potente da scatenare la grandine dove e quando voleva con una
furia tale da restarne anch'essa allibita. In un'occasione decise di
vendicarsi di un gruppo di abitanti di alcuni casolari situati alle
falde del monte Bigorio. La donna scaten una grandine cos violenta
e dai chicchi tanto grossi che le case furono sommerse fino al
primo piano da un gigantesco cumulo di ghiaccio; gli abitanti ci
misero quasi un giorno per scavarsi un'uscita di salvezza tra i blocchi
di ghiaccio. Per sottrarsi da queste stregonerie, i poveri contadini
avevano due mezzi: raccogliere subito una manciata di grandine
e gettarla sul fuoco, in questo modo, per la "legge degli opposti", la
grandine cessava subito; oppure come prevenzione porre rametti di
ulivo benedetto ai quattro punti cardinali del luogo da proteggere.
Un altro modo di scatenare il fulmine a comando contro i nemici
era quello usato dalle streghe della Valmaggia: la donna cercava
prima di tutto un "Sass d'ia Lsna" (un sasso del fulmine), un
masso erratico la cui composizione fosse stratigrafica e ondulata,
trovatolo vi girava quattro volte intorno a occhi chiusi, quindi vi si
sdraiava sopra sfregando sulla pietra le parti intime e in seguito vi
incideva sopra le iniziali di chi voleva colpire e sputava loro sopra.
A questo punto non le restava che aspettare il primo temporale, certa
che un fulmine avrebbe colpito e incenerito il nemico.
I "rattucell", "ratapignatta" erano i nomi che i nostri antenati
davano ad alcuni tipi di pipistrelli che ritenevano fedeli alleati
delle streghe ticinesi e da loro usati come messaggeri di morte.

Quando un "ratapignatta" ti volava attorno al capo egli ti "segnava"


e se non ti facevi benedire entro la giornata da un prete esorcista eri
destinato a morte in breve tempo sicura. Anche il ghiro (il "cuccioletto
del diavolo") era considerato amico delle streghe e si mormorava
che veniva mandato da loro a spiare la casa dove viveva la vittima
da colpire con un incantesimo.
Le streghe ticinesi sapevano anche, con la magia, tenere lontani
dalla loro casa gli intrusi ed i curiosi. Il metodo era semplice, la
strega si recava al primo quadrivio della strada che portava alla sua
abitazione e l creava dei "cagnolitt": ovvero dopo aver pronunciato
alcune formule magiche vi gettava una manciata di frammenti di
legno del ceppo usato la notte di Ognissanti, tenute da parte per
questa evenienza. Quando il visitatore importuno arrivava si trovava
innanzi degli strani batuffoli di stoppa e segatura che ai suoi
occhi impauriti prima si facevano grandi grandi poi piccoli piccoli
per quindi animarsi e balzare sul malcapitato graffiandolo e mordendolo
a sangue finch non fuggiva a gambe levate. Nelle vallate
interne Antigono e Divedr, soprattutto nel territorio tra Croceo e
Baceno, l'Inquisizione lasci un segno indelebile della sua crudele
"funzionalit": decine di persone bruciate vive o uccise dopo torture
inenarrabili, altre decine lasciate morire di fame e sete nelle fredde
celle delle segrete del palazzo del vescovo di Novara. In queste
valli remote dimenticate dall'autorit civile, nel XVI e XVII secolo
vi erano ancora molte famiglie che seguivano gli antichi culti celti e
retici legati alle rocce sacre coppellate e alle fonti. Culti atti a favorire
la fertilit delle donne e del bestiame. Reminiscenze di antiche
conoscenze della natura. Inoltre, questi montanari, quando erano
cristiani, non riuscivano a capire perch ci dovessero essere differenze
tra cattolici e luterani e ci si dovesse odiare per tale differenza,
cos continuavano ad assumere lavoranti stagionali elvetici che seguivano
la religione riformata di Calvino.
Fu la fama di questa libert di culto che condusse, nel 1560, le
bande armate dei soldati prezzolati dal vescovo di Novara a cercare e

catturare, in valle Antigono, gli eretici e le streghe. Di eretici dichiarati


ne trovarono pochi, ma in compenso rinvennero un gran numero di
quei liberi montanari, che furono considerati stregoni, nonch una libera
morale sessuale che mal si adattava all'austero spirito della Controriforma.
Non era raro il caso che i sacerdoti di questi paesi tenessero
in canonica due o pi concubine con i figli avuti da esse.
Don Domenico Zuffo, parroco di Crodo, fu processato quattro
volte per condotta immorale e violenta e ogni volta scacciato
dalla parrocchia e poco dopo reintegrato nella carica. Nella colleggiata
di Domodossola, nel 1579, fu ucciso un prete che teneva
nascosti in canonica libri di magia nera, incantesimi ed altre formule
di stregonerie.
Dal 1574 al 1575 si ebbe il picco della caccia alle streghe della
valle Antigono. Il vescovo di Novara, Buello, fece processare, torturare
e bruciare sul rogo decine di povere montanare. Nel 1609-1620 vi
fu la seconda grande epurazione contro le presunte streghe del territorio
da Crodo a Formazza: un centinaio di donne furono processate
e condannate quali streghe. Le poverette furono rinchiuse a Bascap
nei sotterranei del vescovado, dove vennero ripetutamente stuprate e
seviziate dalla soldataglia e quindi lasciate morire di fame e di stenti.
All'Alpe Devero, dominata dal monte Cervandone, luogo prediletto
dai demoni del sabba, esiste ancora il "Lago delle streghe", un luogo
paesaggisticamente incantevole, dove le streghe durante tutto il XVI
secolo, tenevano i loro sabba infernali. L, su di una grande roccia, vi
traccia di innumerevoli riti di "scivolamento": le donne che volevano
avere figli, dopo avere effettuato complessi rituali con formule
magiche, si spogliavano e nude scivolavano lungo il masso; in questo
modo pensavano che lo spirito della roccia penetrasse in loro e le rendesse
fertili. Anche i bambini gracili che stentavano a crescere venivano
denudati e fatti scivolare lungo la pietra, cos che lo spirito buono
li "allungasse" facendoli crescere sani e forti. La forma di questo macigno,
col suo taglio in mezzo e la cavit oscura nel centro, ricorda l'organo
sessuale femminile ed l'ideale per evocare segreti riti di inizia-

zione stregonesca. Le streghe, catturate in queste valli e imprigionate


a Novara, confesseranno che il diavolo si presentava loro proprio
davanti a questa roccia e che usava come altare per le "messe nere"
blasfeme un masso quadrangolare posto a breve distanza. Queste
affermazioni portarono gli inquisitori a incidere due croci e le loro
iniziali sulla roccia maledetta5.
Arrestate e messe sotto tortura, le donne di Devero, Formazza,
Baceno e Croveo dichiararono non solo di conoscere ed incontrare
periodicamente il demonio, ma anche che esso era il loro
amante e con lui volavano al sabba. Il demonio, affermarono, era
nero, peloso, cornuto e con le orecchie a sventola e le faceva ballare
nude suonando il violino, in pi era dotato di un enorme membro
virile doppio e biforcuto col quale le penetrava contemporaneamente
davanti e di dietro. Anzi aggiunsero che il demonio si duplicava
all'infinito finch ognuna di loro aveva il suo diavolo personale
col quale copulava fino allo sfinimento. Per quanto riguardava gli
stregoni, essi si accoppiavano con diavolesse. Dalle testimonianze
fortunosamente rimaste di questi processi, si evince una cosa certa:
la mentalit contorta e morbosa degli inquisitori che mostrano una
curiosit perversa, chiedendo continuamente i minimi dettagli anatomici
degli accoppiamenti, facendosi descrivere ripetutamente
forme, misure e sensazioni.
Queste streghe, prima di recarsi ad incontrare il demonio, si
ungevano di una pomata di cui inutilmente i preti inquisitori cercano
di scoprire la ricetta. Studi recenti6 hanno evidenziato che
questo unguento altro non era che un potentissimo allucinogeno
composto da sostanze di origine vegetale psicoattive, quali la belladonna,
cicuta e soprattutto stramonio e ammanita mijscaria, non
escludendo anche l'oppio, gi coltivato nelle regioni alpine dall'epoca
del tardo impero romano. Questi e certamente altri ingredienti
di cui si persa la conoscenza, venivano manipolati e mescolati con
un eccipiente grasso, probabilmente strutto di maiale. Essendo ad
alta tossicit, la crema non poteva essere presa per via orale ma veni-

va spalmata sulle parti del corpo pi irrorate dal sangue o a stretto


contatto con le ghiandole linfatiche (mucose vaginali, inguine,
ascelle, collo), in modo da assorbirne velocemente la sostanza allucinogena
e diffonderla nell'intero organismo raggiungendo terminali
nervosi e cervello. L'effetto di queste droghe produceva sensazioni
di euforica leggerezza, di librarsi nell'aria e nello stesso tempo
una forte carica sessuale libera da freni inibitori. Da qui derivava forse
l'affermazione di queste streghe che dicevano di volare al sabba sulle
spalle dei propri demoni o a cavallo della tradizionale scopa. Anche le
sensazioni copulatone e orgiastiche probabilmente non erano altro
che pratiche masturbatone esaltate e esagerate dalle visioni prodotte
dall'unguento. Purtroppo, alla fine del 1700, per timore che il vento
libertario della Rivoluzione francese giungesse anche in Piemonte e
che le carte relative ai processi alle streghe potessero essere usate come
prove d'accusa verso la Chiesa cattolica, gran parte dei manoscritti
sugli interrogatori e processi dell'archivio del vescovado di Novara
furono opportunamente bruciati dai solerti Gesuiti. Per nostra fortuna
molte copie di quegli incartamenti processuali, dimenticati nei
polverosi archivi delle piccole parrocchie montane, sono state rinvenute
ai nostri giorni e studiate a fondo.

NOTE
Per tutte le notizie di processi per stregoneria si rimanda a: ASCMi, Registro della
sentenza criminali. Cimeli, 147, f.51rss Milano.
1 Dal tedesco Landvogt. magistrato con pieni poteri incaricato dai tre Cantoni del
controllo politico e giuridico del territorio ticinese. La maggior parte dei
Landvogt provenivano da Lucerna o Zug.
2 Oggi Cantone dei Grigioni.
3 A. Marcaccioli Castiglioni, Streghe e roghi nel ducato di Milano, Milano 2000.
4 Processo a Mayneta di Castello, udienza del 2 giugno 1543.
5 A testimonianza del persistere del culto della pietra legato alla Dea Madre e alla
fertilit ancora oggi nel Canton Grigioni i massi erratici sono chiamati "Moma
velha" (Madre antica).
6 G. Beccarla, Le streghe di Baceno, Antiquarium Mergozzo 1997.

L'INQUISIZIONE A MILANO
(R. Corbella)
Secondo il Cathalogus chronologicus fi-dei questor Mediolani
nell'anno 1218 inizi a Milano l'attivit del tribunale dell'Inquisizione
contro "maghi, streghe, patari ed eretici". 22 aprile
1233 Breve di Gregorio IX che affida ai domenicani la giurisdizione
sul Nord Italia per quanto riguarda i processi penali contro gli
eretici, affiancandoli ai vescovi.
Chi sono in realt queste streghe lombarde del 1200? Sono
per lo pi donne disgraziate o vedove abbandonate da tutti. Spesso
relegate in una posizione marginale, donne che trovano nei loro poteri
una capacit di rivalsa, soprattutto se hanno subito una condanna
sociale per deformazioni, gravidanze illegittime, malattie neuropsichiche.
Vivono ai margini della comunit professando un'arte
medica di rango inferiore; sono guaritrici che si servono di una conoscenza
segreta che viene dai poteri delle sostanze naturali, ma
sono anche in grado di fornire filtri d'amore o veleni che, accompagnati
da rituali magici, possono colpire i nemici dei loro clienti.
La Chiesa afferma la presenza del demonio in tutti gli aspetti della
stregoneria e, attraverso il potente strumento teorico del Martello
delle streghe, legittima ed esige processi e roghi. del 12 giugno
1233 la bolla Vox in Roma di papa Gregorio IX, nella quale per la
prima volta vengono citate e condannate le pratiche di stregoneria,
in questo caso relative alla sola Germania. Si parla di omaggio al
demonio, profanazione dei sacramenti, balli, banchetti e orge sessuali,
metamorfosi dell'uomo in animale. Nel 1320 Bernardo Gui,
nel suo Manuale dell'Inquisitore, cita, al capitolo VI, "sortilegi, divinazioni
e invocazioni" facendo rientrare le pratiche di stregoneria

nell'ambito dell'eresia. Ormai sicuro: teologicamente chi strega


anche eretica! Con la bolla Super illius specula di papa Giovanni XXII,
del 1327, viene istituita una prima forma di Inquisizione; inoltre, la
bolla conferisce validit universale alle precedenti raccomandazioni
indirizzate a chiese locali per la lotta alla stregoneria. Con questa bolla
inizia ufficialmente la caccia alle streghe da parte della Chiesa. La
prima vittima di cui abbiamo notizia Carlo Geno di Gaspare Grassi
da Valenza, accusato di essere "pubblico negromante e incantatore di
demoni" nel 1385 condannato dal podest di Milano ad essere torturato
ed arso. La condanna viene eseguita nel Broletto Nuovo, davanti
a una grandissima folla. E la prima esecuzione capitale a Milano
per reati legati alla stregoneria. Nel 1390 l'inquisitore di Sant'Eustogio,
fra Beltramino di Cernuscullo, condanna al rogo di Sibillia
Zanni per stregoneria. Sibillia Zanni, come Pierina de' Bugatis, che
verr condannata due mesi dopo, confessa di aver partecipato al "gioco
di Diana, che chiamano Erodiade". Le due donne affermano di
aver chiamato Madama Horiente la Signora del Gioco.
Gerolamo Visconti, vicario della provincia domenicana di
Lombardia dal 1465 al 1478, anno della sua morte, scrive nel 1470 i
due trattati sulle streghe intitolati Lamiarum sive striarum opusculum
e Opusculum de striis. I due manoscritti si basano sui processi per stregoneria
svoltisi a Milano in Sant'Eustorgio in quegli anni. Nei trattati
si afferma con decisione che il gioco di Diana, Erodiade e Horiente
vera stregoneria voluta dal demonio, si verifica realmente e non
una semplice illusione. Anche Giordano da Bergamo tratta di streghe
scrivendo la Quaestio de strigis. Ormai un crescendo di isteria antistregonesca.
La stregoneria anche utilizzata come capro espiatorio
nei momenti di crisi istituzionale. Nel 1470 viene processata e condannata
al rogo Caterina de Pilli detta Ruggiera da Bergamo, strega
confessa. Ci vogliono quattro mesi prima che venga messa in atto la
sentenza, quando Caterina de Pilli sta per salire sul rogo l'esecuzione
della strega fu rinviata su richiesta del duca Galeazzo Maria Sforza,
che era molto interessato ad assistere all'avvenimento. Infatti il nobi-

le signore di Milano assister a Monza all'esecuzione.


Negli anni 1483-85 vengono celebrati a Bormio numerosi
processi contro le streghe che avranno grande risonanza in Europa
a seguito delle numerose persone coinvolte. E del 1484 una nuova
bolla pontificia per ribadire il pericolo insito nelle attivit stregonesche:
si tratta della Summis desiderantes affectibus di papa Innocenzo
VIII. Con essa si la realt effettiva del sabba e perci si sollecita
un'azione pi energica contro le streghe. Da questa bolla proviene
il mandato pontifcio ai domenicani tedeschi Sprenger e Istitoris di
redigere un testo definitivo sulla stregoneria e i metodi per combatterla.
Ne uscir il famoso Malleus maleficarum, il pi autorevole
manuale contro le streghe ad uso degli inquisitori che rester in
auge per secoli a venire.
Alla fine del XV secolo, da Pallanza viene a cercare fortuna a
Milano una certa Antonia, che presto si fa una certa fama come guaritrice.
Purtroppo desta i sospetti di un curato che la denuncia come
strega. Inquisita, torturata e processata viene bruciata in Broletto.
Nel 1496 Giovanni da Beccaria informa Ludovico il Moro,
sempre curioso di situazioni paranormali, di aver conosciuto a Sondrio
uno stregone di 80 anni, di eccelsa arte e conoscenza negromantica,
che avrebbe potuto rivelare al duca "qualche malignitade".
E nel 1505 dall'inizio del XVI secolo si cerca, da parte delle
menti pi illuminate (e coraggiose), di chiarire razionalmente il
problema dell'operato delle cosiddette streghe e far luce su di esse.
Infatti Samuele di Cassinis pubblica a Milano un opuscolo nel quale
si nega la realt degli atti di cui erano accusate le streghe e si afferma
che probabilmente si tratta di invenzioni di menti esaltate. Ci
vuole un anno prima che qualcuno lo contraddica. Sar il domenicano
pavese Vincenzo Dodo a difendere il punto di vista della
Chiesa e dei suoi inquisitori. Quasi a ribadire la ferrea volont delle
istituzioni ecclesiastiche a proseguire sulla strada dei roghi. Dieci
anni dopo viene bruciata in piazza Sant'Eustorgio una certa strega
di nome Giovannina. Nell'agosto dell'anno 1517 si abbatterono su

Milano una serie di terribili tempeste che presto provocarono un'inondazione.


Prese corpo subito la leggenda che quelle tempeste fossero
state provocate da sette streghe che si trovavano in carcere, alcune
di Orago, altre di Lomazzo, le poverette vennero bruciate nella
stesso giorno. Sempre in Sant'Eustorgio, nel 1519, viene bruciata la
strega Simona Oster, che abitava e operava a Porta Comasina e
qualche anno dopo viene bruciata Lucia da Dissono, anche lei accusata
di stregoneria. Dopo aver assistito ad alcuni processi per stregoneria
tenuti a Bologna, Giovan Francesco Pico della Mirandola
scrive il dialogo Strix, sive de ludificazione Daemonum nel quale,
mostrandosi in questo caso veramente ottuso e al di sotto della sua
fama, sostiene la tesi dell'esistenza di poteri reali nelle streghe e di
una reale partecipazione del demonio ai loro raduni. Anni dopo gli
risponde Gerolamo Cardano pubblicando il De subtilitate. Nel libro
XVIII intitolato De mirabilibus. Cardano suggerisce, parlando della
stregoneria, che siano le carenze di alimentazione che provocano disturbi
mentali nelle donne accusate di essere streghe e descrive le sostanze
allucinogene con le quali vengono composti gli unguenti.
Ancora nel 1550, nella zona che si stendeva tutto attorno al
Duomo di Milano, vi era un quartiere costituito da un ammasso di
catapecchie di legno, capanne di argilla, pietre, mattoni, coi tetti di
paglia, traversato da vicoli strettissimi dove scorrevano rigagnoli di
fetidi liquami. Tuguri poverissimi dalle piccole finestre, luridi e puzzolenti.
Era qui che, arrabattandosi nella miseria, viveva il vero
popolo milanese, artigiani e operai, che ingrassavano col loro lavoro
la ricca minoranza parassitaria, locale e straniera, che deteneva il
potere in nome della Spagna. Alle spalle del Duomo vi era il mercato
della frutta e della verdura. Il "Verziere", un mercato di miserabili.
Un mondo in cui sopravvivevano i pi forti ed i pi furbi e
dove la prostituzione in tutte le sue varianti pi laide era di casa. I
signori, quando passavano tra quei tuguri, erano sempre accompagnati
da guardaspalle armati: i cosiddetti "bravi" di manzoniana
memoria. Quartieri che erano anche tane di streghe, cio di quelle

donne che conoscevano i modi di curare con le erbe e interpretavano


i segni magici della natura, la grande madre. Leggevano il futuro,
guarivano gli ammalati, aiutavano a fare nascere i bambini o a
abortire, preparavano filtri d'amore e veleni, a seconda della richiesta.
Le streghe di Milano si trovavano a "Ca di Tencitt"1. Da l, la
notte del sabato, le streghe a cavallo delle loro scope volavano via
per andare al sabba, a ballare, cantare, far baldoria e adorare Belzeb.
Si mormorava che quella che guidava la "Stremma"2 saliva sui
tetti delle catapecchie e si metteva ad urlare, per chiamare le altre
streghe al sabba. Quando erano tutte salite tra le tegole, dava il
segnale ed esse partivano in volo insieme. In via Laghetto vi era un
piccolo lago alimentato dalle acque dei Navigli dove giungevano i
barconi carichi, tra l'altro, dei massi di marmo per la Fabbrica del
Duomo e del carbone usato per riscaldare le case dei ricchi. Vi abitavano
i lavoratori pi infimi della scala sociale e si diceva che la
maggior parte delle loro donne erano streghe, "cattive femine" accomunate
da un identico destino e con la volont di sfuggire ad una
vita di oppressione e di fame con le visioni provocate dagli allucinogeni,
e dalle evocazioni del demonio. Erano comunque accettate
e benvolute tra il popolino perch svolgevano la funzione di guaritrici,
ma anche temute per la loro capacit di operare magie e servire
da tramite con gli spiriti invisibili.
Purtroppo quando non servivano pi alla nobilt o semplicemente
quando queste streghe si facevano troppo potenti e pericolose
per le loro conoscenze, ecco che venivano denunciate all'Inquisizione
quali adoratrici del demonio, dedite al sacrificio di bambini
e allo spargimento di pestilenze.
Il 1500 per i lombardi un secolo di guerra, sofferenze, fame
e pestilenze. Queste, a causa delle pessime condizioni igieniche, colpiscono
soprattutto la citt di Milano. La gente protesta e si raduna
nottetempo a criticare i governanti. A volte questi raduni di protesta
degenerano in tumulti contro le classi privilegiate, tra le quali
al primo posto il clero. Forse proprio per scongiurare gli assem-

bramenti notturni del popolo affamato e deviare l'attenzione dei


semplici che,J nel 1580, in piena Controriforma con l'Inquisizione
che infura e miete vittime anche fra le classi pi alte, la confraternita
della Santa Croce progetta una colonna in pietra di Baveno, con
tanto di Cristo Redentore in cima.
Tali cippi servivano per scacciare le antiche entit, quei maledetti
demoni che, evocati dagli stregoni, giungevano a tormentare
gli uomini e sedurre le donne sottoforma di diavoli. Ogni diavolo,
demonio o farfarello aveva la sua specialit. Queste colonne venivano
piazzate di preferenza nei quadrivi, considerati luoghi a forte
rischio magico gi ai tempi dei romani. Viene deciso di erigere il
"Sacro pilastro" nel bel mezzo del Verziere, quartiere notoriamente
abitato da streghe, da dove si diceva esse partissero per recarsi al
sabba. La colonna, debitamente benedetta, avrebbe dovuto avere il
potere di tenere a bada le streghe. Il "Sacro pilastro" del Verziere ci
mette quasi un secolo ad essere eretto: le autorit civili litigano con
quelle religiose. Viene eretta ma crolla subito al suolo. Allora si demolisce
la prima met della colonna e si sbattono in galera i muratori
innocenti, quasi fossero alleati delle streghe. Rimessa in piedi
nel 1611, precipita a terra ancora un paio di volte durante i lavori
di innalzamento. Colpa delle maledizioni scagliatele contro dalle
streghe del quartiere? Non si sa. Alla fine fu inaugurata in pompa
magna nel 1673 tra il tripudio di vescovo, preti e chierici.
Nel 1569 Carlo Borromeo, nella sua ossessione di scoprire e
distruggere tutte le streghe, attraversa la Brianza inutilmente, finch
tra Grandate e Civate, le sue spie gli segnalano alcune donne in
odore di stregoneria. La sua milizia personale, anche a costo di inimicarsi
il potere politico, assale di sorpresa i cascinali e arresta e tortura
le povere donne sospettate. Poco dopo egli organizza il solito
processo-farsa a Lecco contro otto di loro. Le donne ritrattano. Si
apre un aspro contrasto tra il Borromeo, che insiste per la condanna
al rogo, e il Senato milanese che, stanco di tanti macelli in nome
della Chiesa, vorrebbe l'assoluzione delle donne. Alla fine cede il

Senato e le donne sono condannate e giustiziate. Federico Borromeo


viene consacrato arcivescovo di Milano nel 1598. Entra in Milano
il 27 agosto. Sotto suo consiglio il Senato della citt di Milano
pens di istituire un carcere apposito solo per le streghe nella Torre
dell'Imperatore, antica fortezza dell'epoca del Barbarossa, situata
nell'attuale via Santa Croce. In due anni vengono versate a questo
scopo le prime 3252 lire nel Banco di Sant'Ambrogio. Il cardinale
Federico mostra subito di non essere da meno del cugino Carlo, facendo
dello sterminio di streghe e eretici uno scopo del suo apostolato.
Il periodo nel quale Federico Borromeo fu arcivescovo di
Milano (1595-1631) coincise con il culmine della caccia alle streghe
in citt. Il Tribunale dell'Inquisizione, dalla met del Cinquecento
venne alloggiato nella chiesa di Santa Maria delle Grazie, l,
dove teneva anche l'archivio dei casi e degli atti processuali, lavorava
senza posa per inviare le povere sventurate ai roghi della Vetra.
Ci si pu rendere conto dell'entit del fenomeno considerando il
calendario delle esecuzioni di streghe in piazza Vetra in questo periodo:
nel 1599, tre giorni prima di Natale, viene bruciata sul rogo
Marta de Lomazzi; nel 1601 la seguono Isabella Arienti, detta la
Fabene e Gabbana la Montina, due donne considerate streghe dal
cardinale, ma guaritrici ed erboriste dal popolo. In quell'anno vi
furono a Milano molte altre esecuzioni per strangolamento e decapitazione,
dopo tortura eseguita in piazza e che non sono state registrate
nei documenti ufficiali. Proprio nel 1601 fra Agostino Galamini
da Bresighella, inquisitore generale, emana l'Editto generale per
il Santo Officio dell'Inquisizione di Milano, che impone a tutti i cittadini
l'obbligo di denunciare, per non anonimamente, streghe,
eretici e giudei. Cos l'editto descrive le pratiche di stregoneria: "far
sacrificio al Demonio, o giurare fedelt, o esercitare incanti, magie,
maleficii, stregherie, sortilegii, et altre azioni simili, o pur tentare
rimedii, o medicamenti diabolici, con segni o parole incognite, o
portando sopra di se anelli, o altre cose per attirare la buona sorte".
Nel 1608 si giunge allo scontro di Federico Borromeo con il

demonio in persona! Il fattaccio avviene a Claro, presso Poleggio;


durante una visita pastorale del cardinale in Ticino a Biasca, egli
viene a sapere che Claro un luogo prediletto dalle streghe per i loro
raduni e sabba. Il Borromeo vi si reca sfidando le streghe, che gli
mandano contro il diavolo. Dopo un epico scontro tra urla e saette
tonanti, il cardinale Federico ne esce vincitore e pianta una croce intimando
ai diavoli e alle streghe di non ritornare pi in quel luogo.
I diavoli si vendicheranno nell'agosto del 1613 assalendo il cardinale
sul monte Piottino e scatenando una terribile tempesta.
Il governatore di Milano Juan de Velasco invia una lettera nel
1608 a Francesco de Castro, ambasciatore della Spagna presso il Papa,
dove lamenta l'inerzia dell'Inquisizione lombarda contro le streghe
e descrive gravissima la situazione di Milano infestata da streghe
malefiche. Pi tardi lo stesso governatore mander una lettera
ai magistrati cittadini raccomandando loro l'acquisto della Torre
dell'Imperatore, in disuso, al fine di istituirvi un carcere dove rinchiudere
le streghe lombarde.
Intanto nel 1611 sempre in piazza Vetra (che comincia ad
essere soprannominata "la Vetera d'ia carna brusada") vengono bruciate
sul rogo altre streghe: Doralice de' Volpi e Antonia de' Santini.
Nel marzo 1617 sale sul rogo Caterina de Medici, accusata di aver
fatto malefci al suo padrone, il senatore Melzi. Per l'occasione viene
costruita per la prima volta una "baltresca", ossia un palco sopraelevato
per l'esecuzione, che consentiva alla grande folla dei presenti,
assiepata nella piazza, di assistere comodamente a tutte le fasi delle
torture ed allo strangolamento3 della strega che precedeva il rogo.
Caterina de Medici era di Broni, a servizio da Alvisio Melzi, senatore,
conte palatino, vicario di provvisione, luogotenente regio e
consulente dell'Inquisizione. La poveretta era solo colpevole di essersi
sottratta alle proposte indecenti di un certo capitano Vaccallo,
carissimo amico del Melzi. Tutto inizia con una strana malattia di
Alvisio Melzi. Il quale non riesce a capire l'origine di quei suoi
malesseri. I medici chiamati a consulta non riescono a trovare una

cura. Cos il suo amico capitano VaccaJlo insinua nella mente di Alvisio
il sospetto di essere stato stregato proprio dalla sua donna di
servizio, Caterina Medici. La poveretta, che aveva quarantaquattro
anni e quindi, per l'epoca, era una vecchia zitella, anni prima aveva
servito a casa del Vaccallo e lui aveva provato a farle .la corte, Caterina
per l'aveva respinto e deriso, offendendo cos il vendicativo
capitano in maniera inqualificabile. Caterina non potendo pi stare
dal Vaccallo era andata a lavorare dall'Alvisio Melzi. E cos che la
malattia misteriosa di quest'ultimo d modo al Vaccallo di vendicarsi
della donna dichiarandola strega e responsabile delle sofferenze
del suo padrone. Sotto la tortura, la poveraccia prima resiste negando
ogni addebito, quindi quando lo strazio diventa insostenibile
cede e confessa tutto: afferma che aveva firmato un patto con
Lucifero, di essere andata al sabba volando su una scopa, sparso
malefici e lanciato il malocchio; rovinato famiglie, succhiato il sangue
di infanti. Era, insomma, una vera strega. L'ultima sua impresa
era stata la malattia del padrone, ma ora si pentiva e voleva tornare
a Dio. Venne prima torturata in pubblico: le sue carni furono straziate
dalle tenaglie roventi, quindi, poich si trattava di una strega
pentita, fu strangolata prima di essere bruciata. Sulla stessa "baltresca",
nel 1620, verranno bruciate sul rogo altre due streghe: Angela
dell'Acqua e Maria de' Restelli. Il 12 novembre 1641 ebbe luogo
l'ultima esecuzione di streghe in piazza Vetra: salgono sul patibolo
Anna Maria Pamolea e la sua serva Margarita Martignona, accusate
di essere dedite alla stregoneria e al culto del diavolo. Purtroppo
di queste donne sappiamo solo i nomi, non la storia, n i dettagli
dei capi d'accusa. Di fronte ad una folla entusiasta, le due donne furono
torturate con le tenaglie roventi, invece di garrottarle il boia
decide di impiccarle ma al primo tentativo la corda si spezz e si
accese una disputa violenta fra il boia, accusato d'incapacit e alcuni
cavalieri presenti tra il pubblico. Tutto ci davanti alle due vittime
sanguinanti e con le carni straziate. Finalmente il boia si decise:
le strangola e quindi le arde sul rogo. Il palco della "baltresca" era in

assi di legno, alto circa un metro, grande decine di metri quadrati.


Sopra vi era un armamentario di strumenti di tortura per causare il
pi possibile dolore e sofferenza. Il palco era circondato un'inferriata
per evitare che la gente si avvicinasse troppo o vi salisse sopra per
impadronirsi di brandelli di carne delle vittime, reliquie ritenute
miracolose per curare certe malattie.
Un'altra zona di piazza Vetra era dedicata ai roghi di seconda
serie. Vi si bruciavano persone di poco conto quali sodomiti e blasfemi.
Non tutte le streghe venivano arse in piazza Vetra: le signore nobili
accusate di stregoneria avevano il privilegio di non dover subire la
pubblica tortura e venivano bruciate in piazza Mercanti, come tempo
prima Maifreda, cugina di Matteo Visconti. Purtroppo la grande Milano
diede i natali anche ad uno dei pi celebri e feroci guardiani della
fede: il famoso e per fortuna ormai dimenticato, Francesco Maria
Guaccio, frate dell'ordine di Sant'Ambrogio ad Nemus, famosissimo
cacciatore di streghe, nonch giudice del tribunale dell'Inquisizione,
che fece bruciare talmente tante povere donne che lui
stesso disse di averne perso il conto. Di frate Guaccio si hanno ben
poche notizie, non si sa n la sua data di nascita, forse mor a Milano
nel 1640. Fu considerato un luminare in materia di streghe e
di diavoli, comp numerosi viaggi di studio su questa materia, aggiornamento
e perfezionamento in tutta l'Europa. Pi volte, fu consulente
consigliere ed esperto in materia, sia in Italia che all'estero.
Fu chiamato nel ducato di Kleve, in Germania, Io convoc per un
importante processo di stregoneria: quello contro il duca Giovanni
Guglielmo. Fu su precisa richiesta inoltrata dalla Curia ambrosiana
che Guaccio raccolse tutto il materiale possibile su streghe e magie
in uno dei pi celebri libri del suo tempo: il Compendio Maleficarum
(stampato nel 1608 a Milano), divenuto subito il testo base
dell'Inquisizione. L'opera divisa in tre libri: la parte pi estesa
riguarda le modalit delle attivit stregonesche e lo svolgimento del
sabba. Ma Francesco Maria Guaccio si distingue soprattutto per il
suo fanatismo e la sua ferocia. Il suo libro un un manuale il cui

scopo quello di offrire un'esposizione semplice e chiara di una materia


che ormai aveva assunto le caratteristiche di un labirinto di
idee e distinguo di diffcile interpretazione. Una materia su cui ci si
scontrava nelle universit, nei conventi e nei tribunali. Egli, citando
ben 322 testi ecclesiastici sulla stregoneria, con l'aiuto di elaborazioni
semplificanti, offre all'aguzzino uno strumento di lavoro
semplice da usare subito per lo sterminio delle streghe. Frate Guaccio
non si pone neppure per un attimo il problema di indagare e
approfondire questioni di natura teorica: per lui le streghe esistono
e poich perch servono il demonio, sono il male peggiore dell'umanit
e devono essere distrutte totalmente e fisicamente. La fine
ufficiale della caccia alle streghe in Lombardia, almeno da parte delle
istituzioni, del 1749, siamo in pieno Illuminismo, finalmente si
apre tra i dotti dell'epoca un ampio dibattito sull'esistenza delle
streghe: esse esistono realmente o sono il prodotto di un compendio
tra terrore clericale e allucinazione collettiva?
Questa diatriba emerge per la prima volta ufficialmente con
il libro di Girolamo Tartarotti Congresso notturno delle Lammie nel
quale, pur illustrando situazioni tradizionali, si sostiene l'idea dell'inesistenza
reale della stregoneria. Pi tardi ha definitivamente successo,
con gli scritti di Scipione Maffei, la posizione illuminista che
considera il fenomeno una credenza fantastica, opera di "cervelli
pazzi e teste strambe". Il clero non si esprime ufficialmente lasciando
aperta la porta all'idea della "partecipazione diabolica" alla questione
"streghe". Finalmente, nel 1788, per timore sia di rappresaglie
da parte dell'intellighenzia rivoluzionaria, che per evitare ricatti
e denuncie, per volere dell'imperatore Giuseppe II, dopo aspre
contese con la Curia milanese e soprattutto coi Gesuiti, tra giugno
e agosto vengono bruciati dai gendarmi nel chiostro di Santa Maria
delle Grazie, tutti i documenti relativi all'Inquisizione di Milano,
che coprivano un periodo di oltre quattro secoli di vergogna.

NOTE
1 Cio "casa degli sporchi", che esiste ancora in via Laghetto. I "tencitt" erano i
conciatori di pelli, i facchini e i carbonai.
2 La congrega segreta delle streghe, da cui deriva il verbo dialettale "Stremire":
spaventare.
3 In realt, secondo l'uso spagnolo, si trattava di un "garrottamento" uno strangolamento
particolarmente lento e molto doloroso.
Per il testo di questo capitolo sono state utilizzate le seguenti fonti: ASCMi,
Registro della sentenze criminali. Cimeli, 147, f.53 ss - Giovanni Andrea Prato,
Storia di Milano, Milano - Michela Zucca, Streghe, diavoli e sibille - Atti del Convegno
- Como, 18-19 maggio 2001 - Comune di Como, Cultura e Musei, Biblioteca,
NODO libri.

IL "CASO MONTEVIASCO"
(R. Corbella)
Monteviasco un piccolo incantevole paese di montagna
della Val Veddasca. Per lungo tempo stato isolato
dagli altri nuclei abitati della valle a causa della sua posizione di nido
d'aquila, raggiungibile solo percorrendo sentieri impervi ed una
ripida scalinata. La difficolt dei suoi abitanti a rapportarsi coi paesi
vicini fece nascere molte leggende1. Monteviasco nel medioevo era
una terra di discordie per il possesso dei pascoli tra i locali e gli abitanti
del Malcantone (Svizzera), terra di confine quindi e chiusa in
s stessa con poche famiglie e limitato rapporto con l'esterno.
L'unico piccolo nucleo abitato con cui gli abitanti di Monteviasco potevano
interagire era Piero (praticamente una frazione del precedente),
ed in un secondo tempo il gruppo di baite edificate attorno ai
mulini situati nel vallone del torrente Giona. Dagli abitanti di Curiglia
e Dumenza la Viaschina, Monteviasco e Piero vennero considerati
in passato un covo di briganti e stregoneria e ancora pochi anni
prima dell'abbandono dei due paesi, attorno al 1950, si mormorava
sottovoce che proprio il prete era il pi potente "striun" di tutti e che
per diventare parroco di questo strano paese bisognava avere relazione
con il "Vescuv dur Bocc" (il "vescovo del caprone" ovvero il diavolo)
che avrebbe favorito il suo allievo controllando segretamente la
curia in modo sopranaturale e cos fargli avere l'incarico.
Dove non arrivava la grazia divina in Val Veddasca si usava la
magia. Una delle ultime "stroligh" di Monteviasco aveva il potere di
trasformarsi in qualunque animale volesse: un grande caprone nero
("Becc" o "Bocc") che d'improvviso si materializzava uscendo dal
folto del bosco e caricando il montanaro con cui aveva litigato e

precipitandolo nell'abisso. Oppure trasformatasi in una grossa serpe


sorgeva dal nulla sul sentiero per terrorizzare ed azzoppare le vacche
del vicino a cui voleva male. In un altro caso si affermava che un
"Pre stroligh" (prete-stregone) era solito trasformarsi in maialino
per seguire e avvicinare la persona (donna o ragazzo poco importava)
desiderata sessualmente: se la vittima prescelta toccava o carezzava
il maiale ecco che cadeva in un torpore letargico e lo "stroligh",
ritrasformatosi in uomo, se ne approfittava libidinosamente. Altre
"fisiche" attribuite al prete consistevano nel provocare l'apparizione
di animali: cani e gatti mostruosi per spaventare il parrocchiano
poco ligio ai dieci comandamenti. Nei racconti dei montanari frequente
la comparsa di qualche enorme gatto nero che balzava
improvvisamente fuori dal fuoco o di cagnolini-fantasma che seguivano,
digrignando i denti, fino a casa il giovanotto troppo disinvolto
con la sua ragazza. In questi casi il giovane, il giorno dopo, aveva
una forte febbre. Un parroco lott contro le idee politiche comuniste
di un montanaro usando la fisica: ogni volta che il poveretto cercava
di incollare un manifesto elettorale il prete appariva sotto le
spoglie di un grosso cane spaventoso e minaccioso, il parrocchiano
sovversivo non riusciva a scacciarlo perch il cane vedendo il bastone
scompariva subito, per ricomparirgli alle spalle e mordergli le
natiche. In questi casi si credeva che se si picchiava l'animale rimaneva
ferito il prete. In molti racconti il "Pre stroligh" usando la
"fisica" provocava valanghe e frane per castigare il parrocchiano gaudente
di cui invidiava la vita allegra e libertina oppure faceva perdere
l'orientamento al boscaiolo poco religioso che non andava mai a
messa: sotto effetto del maleficio girava stordito sempre attorno alle
stesse piante in cerchio, fino ad impazzire. La tradizione vuole che
questa arte magica fosse utilizzata molto dai parroci di Maccagno; ci
accadeva all'inizio del Novecento, ai tempi delle prime idee socialiste,
per tenere i fedeli sottomessi al loro volere mediante il timore di questi
poteri malefici sovrannaturali. La perpetua, ovvero la zitella che
accudiva alla casa del parroco, la cosiddetta "mie dur pre" (moglie

del prete), considerata generalmente donna perfida e cattiva, era spesso


identificata come strega esperta capace di compiere i peggiori
malefici. Si diceva che i preti "striun" insegnassero alle loro perpetue
come utilizzare "ur liber gris"2 per compiere malefici terribili contro i
parrocchiani ribelli o poco devoti.
Si racconta che, nell'ultima decade del 1800, una nota perpetua
del prete di Monteviasco usasse la fisica per provocare piogge torrenziali,
o spaventosi rumori e strane apparizioni, in modo da impedire
che i ragazzi e le ragazze non sposati (i "Murus") si incontrassero
segretamente in campagna per fare all'amore. Oppure provocava frane
sul sentiero per bloccarlo ed impedire che un parrocchiano sposato
commettesse adulterio con una bella fanciulla di altro alpeggio.
Frane magiche che svanivano nel nulla appena il reprobo girava sui
tacchi e tornava a casa dalla legittima consorte.
Un "montino" chiamato "ur Feliss"3 era un "mangiapreti" tornando
da militare, ancora in divisa, davanti alla porta di casa gli comparve
dinanzi un essere mostruoso cornuto e zannuto, il Felice prese
la scure e gli diede addosso con innumerevoli colpi violenti per poi
accorgersi che, per la gran paura che lo aveva preso, aveva in realt
demolito il suo stesso portone di casa. Il prete per punirlo gli aveva
fatto la fisica mostrandogli un'immagine che in realt non esisteva.
La fisica veniva fatta dal parroco anche ai ragazzi e alle giovani
che amavano troppo andare a ballare. In questo caso la magia
li costringeva, quando erano a Messa, durante il Sanctus a starnazzare
come dei galli e delle oche, con loro grande vergogna4.
Un uomo detto "ur Sapint" (il sapiente), perch aveva studiato
sino ai primi anni del liceo, aveva un'amante, una donna di facili
costumi che egli manteneva a Luino in cambio dei suoi favori sessuali;
il prete ne era venuto a conoscenza, cos come sapeva sempre tutti
i segreti del paese, e decise di punirlo facendogli la fisica.
In montagna vi era l'abitudine di alzarsi dal letto prima dell'alba
per andare all'alpe dve vi erano le bestie, cos da giungervi
allo spuntare del sole. Una notte "ur Sapint" sent una forza miste-

riosa imporgli di alzarsi. Non si sa come sia avvenuto: qualcosa gli


aveva messo in testa l'idea che era venuta l'ora di andare dalle mucche.
Per raggiungere le bestie bisognava passare per forza davanti al
cimitero. Arrivato al camposanto, vide aprirsi il cancello e uscirne
un fantasma tutto bianco e spaventoso che gli si gett addosso, in
quel momento si sent battere al campanile l'una dopo mezzanotte:
l'uomo si fece prendere dal panico e fugg. "Ur Sapint" non ha mai
voluto raccontare ci che aveva visto, limitandosi a parlare vagamente
della sua gran paura incolpandone il prete. Lo spavento fu
cos forte che "ur Sapint" decise di chiudere per sempre la sua relazione
con la donna di Luino.
! Di ognuno di questi racconti vi sono diverse versioni. Un
uomo aveva litigato con il prete e per vendetta, scrisse sulla porta
della canonica: Morte al prete. La domenica dopo il parroco durante
la predica tuon: Coloro che hanno scritto "morte al prete!"
fra non molto morte troveranno. In capo a pochi giorni il malcapitato
mor schiacciato da un albero caduto.
Un mandriano di Piero aveva avuto da dire con la perpetua
ed era stato da lei maledetto; poco tempo dopo cadde la neve e il
colpevole dovette necessariamente portare le bestie ad abbeverarsi al
torrente e cos si fece aiutare da altri due amici. Ma non fecero in
tempo ad arrivare al torrente quand'ecco che cadde un slavina: uno
si salv, quello che aveva avuto il diverbio con la perpetua rimase
sotto la valanga, il terzo riusc ad uscirne scavando con le mani nella
neve. Le capre erano sparite sotto la valanga. La gente del paese
corse e scav quando sent, una voce provenire da sotto la neve dire
Piano con quelle pale, che sono vivo!. Gli uomini andarono dal
curato chiedendogli di aiutare l'uomo anche se aveva litigato con
lui, ma si sentirono rispondere: "Ha maltrattato la mia perpetua !
Me ne frego!". Gli astanti pregarono il parroco di punire il colpevole
ma lasciarlo vivere. Il prete allora concluse: Se Domineddio lo
perdona, da me perdonato!. Miracolosamente la neve si smoll e
fu possibile estrarre il poveretto salvo anche se ferito.

/ Ma dove le arti magiche del prete si mostrano di pi nella


narrazione di quella grande bufera che invest il paese, la cui origine
fu attribuita dal prete, gli spiriti maligni. Corse perci a suonare
le campane, poi usc sul sagrato per controllare l'andamento della
tempesta ed ecco che improvvisamente un colpo di vento, gli fece
volar via il cappello. Il sacrestano si mise a rincorrerlo ma il parroco
lo ferm con queste parole: Lassa sta, che chi l'ha porta via el
porter!. Nel frattempo i presenti, impauriti dalla violenza del
vento corsero a casa a bruciare come atto scaramantico l'ulivo benedetto.
Dopo poco, quasi per potenza magica, il temporale si plac
e il cappello torn a posarsi da solo sul capo del prete5.
A Monteviasco negli anni dal 1910 e il 1950 vi furono numerosi
casi di stregoneria molto ben documentati dalla tradizione
orale: la strega pi famosa era la Lina6. Bella donna giovane dallo
sguardo impenetrabile, mai sazia d'amore a cui piaceva accoppiarsi
con ogni uomo che la incapricciasse, senza badare se fosse sposato
o scapolo. Tra l'altro si diceva fosse capace di trasformarsi in gufo e
volare di notte rapidamente da un alpeggio all'altro allo scopo di
gettare il malocchio e "fatturare" le rivali in amore o entrare nel letto
del montanaro prescelto. Per fare ci la Lina si spogliava e cosparso
il corpo con una polvere magica si trasformava in volatile alzandosi
in volo. Fu proprio questa "abilit" nel volo che la trad: una
mattina fu trovata nuda e tremante di freddo incastrata tra i rami
pi alti di un enorme faggio che si protendeva sull'abisso. Non riusciva
pi a scendere. Era successo che, mentre come gufo volava
verso casa, un violento acquazzone aveva lavato via la polvere magica:
lei era ritornata donna ed era precipitata nel vuoto, per sua fortuna
atterrando tra i rami dell'albero. In tutte le tradizioni culturali
del mondo, nell'immaginario popolare vi la credenza che alcune
persone siano dotate della capacit di trasformarsi in animali
attraverso pratiche magiche e, come animali, pur mantenendo l'intelligenza
umana e la mente, i ricordi, la capacit e la lucidit della
loro precedente personalit, possono agire in modo da utilizzare il

loro nuovo corpo di cui hanno preso possesso, con tutti i vantaggi:
forza e velocit animalesche, ma soprattutto la capacit di volare.
Questa credenza fa parte probabilmente di un bagaglio inconscio di
pratiche arcaiche rimaste come retaggio popolare dell'et celtica e
romana. Apuleio, vissuto a Roma nel 170 d.C., autore di un romanzo
in latino Le metamorfosi, anche conosciuto come L'asino d'oro,
tra l'altro descrive una di queste trasformazioni che pare tratta
dai racconti popolari che mi hanno dettato i miei informatori montanari
parlando di streghe. Apuleio scriveva: "...verso le prime ore
della notte, la strega Panfila comincia con lo svestirsi di tutti gli
abiti, e aperto un armadio, ne trae numerosi vasetti. A uno di questi
leva il coperchio, ne toglie l'unguento, se ne spalma a lungo le
mani, poi si unge interamente dai piedi sino alla sommit dei capelli,
e parlando sommessamente alla lucerna, muove le membra tremando
tutta. A mano a mano che si scuote, le spuntano molli
piume poi forti penne, il naso le si indurisce e le si incurva, le
unghie diventano uncini. Panfila diventa un gufo. Poi, fatto uscire
un lamentoso strido, la strega saltella in terra e tutt'a un tratto, levatasi
in volo, fugge ad ali spiegate".
Questo il racconto di un'unzione di una strega e suo seguente
acquistare forma animale, che sembra proprio un brano di racconto
moderno. La casistica perfetta: vi l'unguento o polverina magica,
e il seguente tramutarsi in animale, guarda caso come la Lina, in
un uccello, un gufo. Ricordiamoci l'etimologia del termine "strega"
derivante proprio dal nome latino del gufo: "strix-strigis" da cui l'italiano
strega. La credenza nelle unzioni che provocano trasformazioni
animalesche erano ritenute credibili nel periodo gallo-romano e vennero
credute vere per altri 2900 anni e forse qualcuno ci crede ancora
oggi! Apuleio, per le sue asserzioni, venne a sua volta accusato di
essere un mago e dovette difendersi in tribunale.
La credenza nella magia nera e nelle streghe era molto radicata
in Val Veddasca come in tutta l'area prealpina lombarda. Cos
scriveva in Superstizioni popolari dell'alto contado milanese F.

Cherubini, nel 1843: "Il volgo crede ancora nelle streghe. Qualche
vecchia accorta fa tesoro di siffatta credenza, e ottiene ci che
le occorre da' poveri contadini...".
La tradizione orale del varesotto non omogenea, nell'area
prealpina prevale la credenza nell'esistenza degli "stroligh" e della
"fisica", nella pianura si crede pi genericamente al "malocchio". Per
tornare alla Lina, strega emblematica della Val Veddasca, gli episodi
della sua esperienza magica avvengono soprattutto in localit
"Mulini di Piero". Era molto legata a quel luogo anche perch
molte delle sue "malie" le faceva (o diceva di farle) a Indemini, paesino
svizzero in fondo alla valle dove essa diceva di avere l'amante.
La Lina era magicamente collegata agli alberi e una delle suoi incantesimi
era quello di far urlare le piante quando le si tagliava. Un
taglialegna dell'epoca rifer che quando tentava di abbattere un
albero particolarmente imponente per fare carbonella o per vendere
il legname a Luino, al primo colpo di scure la pianta urlava come
un essere umano: "Se non avessi bisogno di questa attivit per mantenere
la mia famiglia, cambierei lavoro. Questi alberi sembrano
avere un'anima e una voce. Quando la sega penetra il legno vivo, io
sento la loro sofferenza! Allora smetto e provo a tagliarne un altro
ma anche questo urla come un bimbo sgozzato e io non ce la faccio
a sopportarlo e corro a casa...".
In realt, il mattino dopo il tentato abbattimento, la Lina si
presentava a casa del malcapitato taglialegna e si offriva di togliere
la fattura al suo bosco in cambio di una piccola somma di denaro.
L'uomo accettava e dopo aver pagato era sicuro che gli alberi non
avrebbero pi urlato.
Pi recente la storia della "Pora Ghti", la povera Margherita,
che fu una strana strega: in effetti nessuno la incolpava di malefici
o di lucrare sui suoi poteri veri o presunti. Anzi essa era forse
vittima di questi strani accadimenti. Ghti frequentava poco la chiesa
e si sussurrava praticasse segretamente la "Religiun d'arbur" (il
culto degli alberi), ovvero probabilmente i resti di un antico culto

celtico precristiano, i cui frammenti sono rimasti nella memoria popolare


come superstizioni. La sua vita fu quella solita: lavoro, matrimonio,
prole. Per diventata anziana cominci a fare magie benefiche:
preparava sortilegi per far riconciliare gli innamorati, o per curare
un bambino anemico, o che non cresceva bene perch vittima
dell'invidia di qualcuno che gli aveva gettato il malocchio. Si vantava
di essere in grado di trasformarsi in animale, ma di non essere in
grado di controllare i suoi poteri, che avevano il sopravvento e la costringevano
a fare cose che non voleva fare. Un brutto giorno, dopo
la benedizione alla chiesa della Madonna della Serta, Ghti, giunta
alla fontana, vide comparire due esseri che "non erano n uomini n
bestie ma avevano qualcosa di tutti e due", sembravano fatti di
fumo, l'avvolsero come in una nebbia e la portarono via. Qualche
ora dopo ci si accorse della sua assenza e si suonarono le campane.
Per tutta la notte la si cerc in paese o su per la montagna, ma senza
trovarla. Il marito, che era via a lavorare, fu subito avvertito dai
parenti. La trovarono due giorni dopo nel bosco nuda su di un noce
che cantava come un uccellino. Un'altra volta si trasform in un
"ratt de niscira"7 cerc di farsi notare inutilmente in questa forma
cadendo sui piedi di una donna che andava al mercato. Un'altra
volta si dice che si trasform in corvo e per una settimana non torn
a casa. Alla fine il postino che veniva da Maccagno, prima di giungere
a Piero, sent una donna piangere e lamentarsi. Giunto a Monteviasco
avvert il prete che con la croce e alcuni volonterosi corsero
per aiutare la povera Ghti. Il sacerdote giunto alla "Gra"8 da
dove venivano i lamenti, fece entrare una donna che aiutasse la
Ghti a rimettersi gli abiti. Lei piangeva e gridava dicendo che i diavoli
l'avevano convinta a diventare corvo. Il prete la calm e proib
agli altri di parlarle, o di farsi raccontare ci che era successo. Per un
poco stette bene e non si trasform. Ma la primavera dell'anno
seguente per fare la legna and al monte, nel suo bosco, con una
compagna e spar sotto gli occhi dell'altra donna esterefatta. Fu trovata
agli Aghe, trasformata in un cagnolino che girava per i prati.

I figli cercarono di uccidere l'animale con una rastrellata senza sapere


che sotto le spoglie animali vi era la loro madre. Il parroco, dopo
ogni metamorfosi, si recava a benedirla con l'ostensorio e l'acqua
santa. L'ultima volta che si trasform in un animale fu ritrovata
nuda, morta attaccata, alla trave di una cascina in rovina. Attenzione
abbiamo scelto questo lembo di Verbano come esempio emblematico
di una situazione comune a tutti gli altri centri di montagna
prealpina costretti dalla natura ad un regime di isolamento
che favoriva la psicosi stregonesca che non risparmiava neppure i sacerdoti
(non tutti s'intende, i pi combatterono queste idee con
forza e determinazione). L'unico motivo che ci ha fatto descrivere
situazioni e personaggi propri della Veddasca stata la facilit a reperire
in loco fonti su queste tradizioni9.

NOTE
1 Una su tutte: Monteviasco sarebbe stato fondato nel XVI secolo da un gruppo
di mercenari dediti al brigantaggio che si rifornirono di donne rapendole ai paesi
vicini. In realt, ritrovamenti archeologici hanno dimostrato che Monteviasco era
gi un importante centro religioso celta nel 300 a.C.
2 Libro Grigio: misterioso testo che si diceva contenesse tutte le formule magiche
da usare per fare la "fisica".
3 Montino: abitante di Monteviasco, "ur Feliss": il Felice.
4 Per i montanari prealpini il canto del gallo fuori orario ha significato di malaugurio
e il verso delle oche si dice che porti la malattia in casa. G. Tassoni nel libro
Tradizioni popolari nel dipartimento del Lario, scrive: "...quando sentono i contadini
ed altra gente rozza cantare le galline alla foggia dei galli, il che dicasi cantare
in gallesco, lo hanno per cattivo augurio, e perch cessi la loro mala ventura
hanno in costume di vendere una tale gallina e di correre col danaro dal Parroco
onde celebri una messa".
5 Qui abbiamo il "vento maligno" di E. De Martino in Sud e magia (Milano
1959): oscura presenza demoniaca che viene dominata dalla forza religiosa che si
sprigiona dal prete.
6 Soprannome datole a Indemini, non siamo riusciti a sapere il vero nome.
7 Si tratta del moscardino, piccolo roditore fulvo dorato che, come i ghiri, nella
credenza popolare collegato al diavolo.
8 Cascinotto dove si essiccavano le castagne.
9 II miglior testo su Monteviasco resta: G. Astini, Monteviasco, storia di un paese
solitario. Societ Storica Varesina, Varese 1974.

LE STREGHE LOMBARDE:
"STRANIERE PERICOLOSE"
(M. Centini)
Le credenze spesso si nutrono di luoghi comuni e stereotipi
che lasciano tracce profonde nella tradizione, tracimando
nel folklore e nella leggenda. Indicative, per quanto riguarda
l'idea di stregoneria che qui si analizza, alcune leggende raccolte
in Garfagnana.
Pare che in un passato ilio tempore, quello tipico della leggenda
e della fiaba, per il periodo della raccolta delle castagne si portassero
in quell'area toscana molte donne che provenivano anche da
lontano per lavorare come coglitrici. Numerose erano indicate come
"Lombarde" e non di rado guardate con un certo sospetto. Si tenga
conto che in genere la regione posta oltre l'Appennino Tosco-Emiliano
era genericamente detta "Lombardia". Una prima leggenda
locale narra che in quei tempi in localit Madonnina della Neve
lavorava presso una famiglia una Lombarda il cui comportamento
era per tale da suscitare qualche sospetto. Infatti non prendeva mai
parte alle funzioni religiose, e dopo cena era solita appartarsi. Una
sera il padrone di casa volle seguirla e la trov addormentata su una
tavola con la bocca aperta. Prov a chiamarla ma senza ottenere
alcuna risposta: la donna pareva morta!
Ad un tratto un topolino si avvicin alla Lombarda e le entr
in bocca. A quel punto la donna si svegli improvvisamente e si
stup molto vedendo l'uomo che la osservava. Il padrone le domand
dove fosse stata ed essa cerc di sorvolare sulla questione, ma
visto che l'altro incalzava divenendo aggressivo disse si essere stata
in un paese vicino a "rovinare un ragazzo".

"Rovinare" un modo di dire che si rinviene spesso nelle dichiarazioni


delle streghe e in pratica corrisponde, a grandi linee, al
concetto di fattura.
Ritornando alla nostra Lombarda, apprendiamo dalla leggenda
che l'uomo obblig la strega a ritornare dove era stata per riparare
il male fatto. Si addorment e il topolino usc dalla sua bocca:
il ragazzo rovinato era salvo.
Dopo quella tragica esperienza il padrone allontan per sempre
quella coglitora che fece ritorno nella "sua" Lombardia.
Vi sono altre vicende di questo tenore, in cui gli animali demoniaci
che entrano nella bocca delle Lombarde possono essere di altro
tipo: ricorrente, accanto al topo, il moscone. Si tratta, come noto,
di due animali parassiti e dannosi, ampiamente demonizzati nella cultura
contadina, spesso utilizzati come emblema del diavolo.
In un'altra leggenda, sempre della Garfagnana (O. Guidi, Gli
streghi, le streghe... Antiche credenze nei racconti popolari della Garfagnana,
Lucca 1977), si narra di un boscaiolo che colp un fastidiosissimo
gatto con un'accetta. Dopo qualche mese, passando per la Lombardia,
si sent chiamare da un uomo senza un braccio. Si avvicin e
costui gli comunic di essere uno "strego" che quando faceva parte
della congrega degli stregoni si mutava in gatto e andava in giro a disturbare
i contadini.
Anche in questo caso, la metamorfosi in gatto costituisce uno
dei modelli ricorrenti nelle credenze sulla stregoneria, rinvenibile in
varie localit e quasi sempre contrassegnata da identiche peculiarit.
Quanto ci pareva significativo sottolineare la presenza, in
queste leggende, del tema dello straniero demonizzato, secondo
uno schema presente in tutte le culture e in ogni paese.
La violazione dei limiti territoriali esaspera naturalmente il
concetto di separazione tra centro e periferia, determinando paure
ataviche: il tema dei confini (fisici e culturali) coincide sempre con
quello dell'identit, che risulta tanto pi sentito quando la solidit
di quei confini viene a mancare. Infatti, fino a quando una societ

concepita come una struttura architettonica od organica, basata su


un concetto di spazio inalterabile e separato dall'esterno con confini
naturali e inalienabili, il problema dell'identit culturale non
completamente sentito.
La "spazialit dell'esserci" rivela soprattutto quanto sia robusto
il legame tra l'identit e il luogo: se tale status viene alterato dalla presenza
di portatori di cultura diversa, si rompe un equilibrio delicatissimo
e consolidato. Scattano reazioni non sempre razionali, ma
soprattutto si cercano spiegazioni anche soprannaturali per cogliere in
foto le cause che possono aver condotto alla disarmonia collettiva.
Il bisogno di trovare un'origine al disagio culturale oltre gli spazi
delimitati di quella che considerata la regolarit nasce dal malessere
della societ, che per giustificare le proprie anomalie riversa le sue frustrazioni
su figure "altre". L'ambiguo atteggiamento nei confronti dell'altro
pu produrre reazioni diverse, che variano dal timore e dalla
volont di evitare ogni contatto, fino alla consapevolezza della necessit
di distruggere "fisicamente" il portatore dell'alterit.

LE STREGHE BERGAMASCHE TRA STORIA E FOLKLORE


(M. Centini)
di Brescia), furono due aree particolarmente coinvolte nell'accesa
lotta contro la stregoneria. Lotta che si concretizz in una serie di
azioni contro le adepte di Satana il cui effetto fu la condanna al rogo
per un elevato numero di persone (donne nella prevalenza), considerate
membri della setta diabolica.
L'area geografica corrispondente all'attuale Bergamasca, vista
la sua collocazione territoriale, di certo non fu indenne dagli influssi
provenienti dalle zone attigue, anche se, sulla base delle fonti storiche
disponibili, il territorio bergamasco risulta aver risentito in
modo minore dell'influsso della caccia alle streghe.
Innegabilmente per, come peraltro si verific in altre aree,
anche nella Bergamasca la strega ebbe una posizione molto forte
nell'immaginario, trovando una propria fisionomia mitica, attraversata
da un profondo sincretismo culturale.
Di questo status abbiamo due tracce molto vivide che hanno
il loro focus in una figura e in un luogo: la prima la donna del zoch
e il secondo il Passo del Tonale.
Secondo un'interpretazione che sembra essere condivisa da
numerosi studiosi della stregoneria, la singolare figura della donna del
zoch (o zck), ben attestata nella cultura locale di alcune aree lombarde,
viene tradizionalmente paragonata alla nota Donna del Gioco e
acquisisce peculiarit mitiche che ne fanno una "volgarizzazione della
Erodiade, o Diana, citata gi nel Canon Episcopi, una sorta di residuo
di divinit pagana consacrata alla danza e di rango appena inferiore a
ome ben noto anche al di fuori della storiografa uffcia'le, Valtellina (diocesi di Como) e Valcamonica (diocesi

Satana"1. Un personaggio a cui era attributo il potere "di attraversare


larghi spazi di terre grazie al silenzio della notte profonda" e che le
streghe "ai suoi ordini" consideravano "la loro signora" e "chiamate
certe notti al suo servizio" ( Canon Episcopi)2.
"La dona del zch sarebbe una specie d'innocuo fantasma
notturno di sesso femminile che, sotto vesti di contadina, si mostrava
in atto di lavare vicino a una fontana o a qualche ruscello. Per
altri, lo stesso spettro era visibile anche lungo le siepi delle stradette
solitarie o sotto gli alberi, in aperta campagna: ma il curioso si
che, per alcuni, aveva la facolt di allungarsi, in breve tempo, fino a
raggiungere cospicue verticali".
Cos Carlo Traini descrive dona del zch (la donna del gioco)
nel libro Leggende bergamasche 3.
Sull'etimologia di questa singolare figura dell'immaginario
contadino gli esperti di linguistica e conoscitori delle sottili alchimie
dei dialetti, hanno suggerito alcune tesi interpretative che si sostanziano
in due ipotesi di traduzione:
- zch = gioco;
- zch come alterazione di lch (luogo).
Ne consegue che la tradizione potrebbe essere: la Donna del
gioco o la Donna del luogo. Anche se apparentemente la seconda
versione sembrerebbe essere l'interpretazione pi razionale, forse
l'eco di una figura storico-mitico ormai diffcile da contestualizzare
vista l'assenza di fonti precise, in realt la prima versione a porsi
come ipotesi di maggiore interesse poich si connette ad un'altra (?)
Donna del gioco di cui abbiamo una vivida traccia nei documenti
relativi alla caccia alle streghe.
Nella nutrita messe di materiali sulla stregoneria, costituita da
documenti processuali, lettere, testimonianze di inquisitori e di studiosi
dell'epoca, troviamo frequentemente l'accusa rivolta alle presunte
donne del diavolo di partecipare al cosiddetto "Buon gioco".
"Al raduno o gioco (ludum) queste persone pestifere vanno fisicamente,
ben sveglie e pienamente padrone dei propri sensi (...) co-

munque ci vadano, sia a piedi, sia portate dal diavolo, cosa vera che
realmente e veracemente, e non con la fantasia o Ilusoriamente, rinnegano
la fede cattolica, adorano il diavolo, calpestano la croce, commettono
numerose e nefandissime oscenit", cos Bernardo Rategno da
Como nel De strigis (1510), commentava la pratica del "gioco".
Un "gioco" che nell'interpretazione inquisitoriale fu accomunato
al sabba, punto culminate dei rituali praticati dalle streghe per
celebrare Satana, ma la cui effettiva fisionomia ancora oggetto di
discussione tra gli studiosi.
Significativamente, in numerose delle dichiarazioni rilasciate
dalle donne accusate di stregoneria, viene indicato che il rito (/cium) era in qualche modo diretto da una Donna del gioco: una
figura che risulta totalmente priva di connotazioni diaboliche, anzi,
su pi livelli, sembrerebbe riallacciarsi all'immagine di divinit femminili
pagane e connesse alla fertilit.
Osservando le fonti medievali, si constata che le "donnae
nocturnae" in realt erano esseri generalmente considerati buoni
("bonae res"), apportatrici di benessere, in cui erano presenti i riverberi
di creature silvestri femminili assorbite nella tradizione folklrica
e diventate spesso le ben note fate e ninfe di molte leggende.
Nei primi secoli, il Cristianesimo considerava chi credeva in
queste figure vittima delle illusioni diaboliche, ma non per questo
coinvolta in alcun commercio con Satana.
In efftti, anche nella trattatistica cristiana precedente la grande
caccia alle streghe, abbiamo concrete testimonianze sul ruolo
positivo delle "buone donne", a cui, secondo una diffusa ritualit
agreste, erano richieste indicazioni e intercessioni.
Jacopo da Varagine, nella Legenda aurea (XIII secolo), ci riferisce
dell'abitudine delle popolazioni nordiche di porre offerte alimentari
propiziatrici destinate alle "bonis mulieribus" che avanzavano
di notte.
In seguito, con la pressione esercitata dalla caccia alle streghe,
la Domina ludi dei primi secoli fu associata ad una figura grondan-

te culti del diavolo, il cui punto di fuga nell'interpretazione fortemente


demonizzante degli inquisitori era assegnato alla primitiva
Ecate. Questa divinit, venerata in origine nel Vicino Oriente, nel
mondo classico divenne la Signora delle arti magiche; in suo onore
si allestivano dei banchetti nei crocevia e per questa sua particolare
collocazione era anche raffigurata con tre o quattro facce.
Il suo legame con i crocevia la colleg con gli spiriti malvagi
che notoriamente si ritrovavano in tali luoghi nelle notti deputate
al cueto del diavolo. La sua figura fu sempre pi legata al male,
diventando dea delle ombre ed evocata nella magia nera.
Da numerose fonti sulla stregoneria, in genere atti processuali,
denunce e documenti sinodali, apprendiamo che spesso le streghe
lombarde avevano come luogo dei loro incontri il passo del Tonale,
in alcune occasioni detto "Montagna di Venere". Quale nome
pi adatto per porre in evidenza l'alterit di un luogo delle streghe
se non correlarlo ad una divinit femminile pagana?
A vederlo oggi, con i suoi impianti, i tanti alberghi, i negozi
e con i suoi mercatini improvvisati, sembra cos difficile immaginarlo
avvolto dalle nebbie della leggenda creata da una mitologia
popolare che si perde nel passato lontano.
"Credo non sia fuori di luogo il riferire che nel passaggio dalla
Valle Sabbia alla Valle Camonica dalla parte del monte detto CroceDomini, avvi una montagna appellata Gauri, che resta a mano dritta
partendo da Bagolino, ultimo paese della Sabina Valle. Col fino al
giorno d'oggi da que' semplici montanari si asserisce essere quella stata
di stregoni stanza, e quel monte di maligni spiriti dimora"4.
Nell'economia dell'argomento qui affrontato, ci pare importante
segnalare che in un documento del 1620 il Croce Domini
risulti indicato come "Mons Cros Demonia".
Il passo del Tonale, posto tra la Valcamonica e la Val di Sole,
fu fin dal passato considerato "reggia di Plutone, che serve di teatro,
per farvi lor circoli, e diabolici tripudij ad un gran numero di streghe
e Negromanti". Cos indicava padre Gregorio Brunelli ricordando che

al passo streghe e stregoni convergevano cavalcando capre, cavalli e


anche gatti, oltre ad ogni altra specie di animali fatati.
Sempre da documenti processuali, apprendiamo che una strega
bergamasca, certa Onesta, ci andava sopra una capra; un'altra,
Pincinella, cos descriveva il viaggio: "Meteva le gambe in spalla al
me Zullian et in una Ave Maria el me ge aveva port, et alcune volte
veniva un demonio in forma o di cavallo o di capra, e s me portava
e cussi li altri".
Spesso il loro numero era elevatissimo: il nostro cronista
parla di circa duemila adepti di Satana che giungevano dalla Valtellina,
Val Seriana e Val Trompia. Un accusato di stregoneria giunse
addirittura ad affermare che in certe occasioni si erano contate
fino a quattromila persone danzati intorno ai fal del sabba.
Il Tonale era "il luogo preferito dalle streghe della Valtellina
per le radunanze, scelto pure dalle streghe delle prossime altre terre,
in ispecie della Valcamonica, al qual monte si associano ancora oggi
tradizioni paurose di infernali congreghe, di notturne tregende"5.
Il passo ritorna in molte dichiarazioni delle streghe e non, il
che naturalmente sorregge la nomea diabolica di questo luogo. Ad
esempio, tra i documenti dei processi celebrati a Sondrio nel 1523,
il nome del Tonale ritorna con frequenza: "da poij la dieta Catelina
monta a cavallo sopra uno bastone unto de un certo unguento che
la dieta Margherita non sapeva da qual compositione fusse facto,
supra il qual bastone la dieta Catelina fece anchora montare dreto
de leij la soprascritta Margarita, et cossi tutte doij fumo portate nel
loco del Tonale, dove se faceva el zogo del bariloto". E ancora.
"Bartolomeo Scarpatetto, de sette anni, fu condocto parte per man
et in parte in brazo per la dieta Iohannina sua amita al zogo del bariloto
che se faceva in Tonai"6.
Nel 1603 l'inquisitore Ignazio Lupi {Nova lux in edictum S.
Inquisitionis) indicava che il passo del Tonale, da lui battezzato
"Montagna di Venere", ospitava il gioved tutte le streghe della bergamasca
che in quel luogo si davano abitualmente convegno, con

loro i diavoli che "nei barlotti del Tonale eran per lo pi circa quaranta;
erano vestiti chi di turchino, chi di verde, chi di meschino et
di pelle (...) erano mascherati"7.
Emblematica la memoria del Mariani che, nel 1673, cos
descriveva quel luogo infernale: "Dal monte di Cles mi richiameria il
monte Tonai in capo a Val di Sole, e mi faria voglia di salirvi, se non
altro, per di l vagheggiar un tratto di Gallia Cisalpina, e notar il
Passo che fa per le Valli Camonica e Tellina: ma perch ha fama questo
monte di servir ad un gran numero di streghe e negromanti, per
farvi di lor diabolici tripudij, e circoli non debbo hazardarmi di porvi
piede: quando non havessi pi, che armata la mano d'essorcismi,
anco di buon legno per sgombrarne que' tanto inuqi, e perfidi prestigiatori:
se ben io non creddo in tal monte tante cose. Anzi vengo
d'intendere da chi ha visto, come nella sommit di Tonai, dove s'apre
una vasta e bella prateria, sorge nel mezzo piantatavi solennemente,
anni sono, la Santa Croce: segno manifesto che sgombrate del tutto
le parti avverse e a forza di quel nuovo trino disfatto ogni circolo d'incantesimo,
non pi v'annida e sibila l'antico Serpente"8.
La tradizione che riconosceva nel passo del Tonale il luogo
consacrato per eccellenza al sabba lombardo continu per molto
tempo: all'inizio del XX secolo lo storico Spinetti scriveva, "che la
tradizione della ridda dei demoni e delle streghe sia sparita dalla
Valle, non neppure da immaginarsi. Il Tonale ancora per il volgo
ignorante della Valtellina e Valcamonica il luogo del Congresso
degli spiriti e degli stregoni, come lo pure il Painale e la Valle del
Togno per Sondrio e per gli altri paesi di questa regione"9.
Quindi vi erano Lombardia altri luoghi che, pur essendo di
tono inferiore al Tonale, erano considerati un ricettacolo di streghe
e demoni.
In Valtellina il sabba si svolgeva al prato di Gambaro, nei
castelli di Moncucco e Grumello, sul monte Camino vicino a Sondrio,
al prato di Privilasco sopra Poschiavo e lungo l'Adda, sotto Ponte.
In questo caso a darne notizia fu padre Bernardo Rategno da Co-

mo (attivo come inquisitore all'inizio del XVI secolo): "un tale fu per
caso visto e riconosciuto poco prima del sorgere del giorno in un
certo luogo da due persone fededegne, nei pressi di alcuni vigneti non
lontani da Ponte, verso l'Adda, partecipare al gioco delle streghe".
Malgrado tutto, chiss per quale strana alchimia della fantasia,
ai 1883 metri del passo del Tonale toccato il primato destinato
a trasformare questo valico nel luogo deputato per streghe e diavoli.
La sua aura magica non stata cancellata neppure degli echi
della Grande Guerra, riverberando qua e l nelle leggende narrate
dai pi anziani.
Al di l della tradizione leggendaria che aleggia intorno al Tonale,
comunque importante osservare che quel luogo presente nelle
fonti storiche relative alla caccia alle streghe. Ad esempio, sappiamo
che nel 1499, tre preti camuni - Martino Raimondi di Ossimo; Ermanno
de Fostinibus di Breno; Donato de Buzolo di Paisco Loveno furono trasferiti a Brescia poich accusati di recarsi al Tonale con olio
santo e ostie consacrate, dove avrebbero effettuato una serie di riti atti
a rendere "demoniaci" quei prodotti; inoltre i tre preti erano anche
accusati di rifiutarsi si somministrare l'estrema unzione.
Gli storici, fino al XIX secolo, offrivano del Tonale una visione
fortemente travolta dalla leggenda: nei testi coevi si trovano
infatti descrizioni di chiara impostazione romantica, con numeri
strepitosi: ad esempio, 2.500 streghe che ogni notte si riunivano al
passo per celebrare il sabba. La tradizione si basava ed enfatizzava
testimonianze gi esasperate ab origine: nel XVI secolo, Carlo
Miani, scriveva che al Tonale gli "stregoni" mangiavano e bevevano
ed erano intrattenuti da bellissime ragazze.
Significativo il mezzo adottato da una donna bergamasca per
raggiungere il Tonale in breve tempo: "meteva le gambe in spalla al
me Zulian, et in una Ave Maria el me aveva gi port, at alcune
volte veniva un demonio in forma odi cavallo o di cavra e s me portava
e cussi li altri"10.
Il Tonale ricorre anche nei processi celebrati a Sondrio nel

1523: "la dieta Catelina monta a cavallo sopra un bastone unto de


un certo unguento che la dieta Margarita non sapeva de qual compositione
fusse facto, supra il qual bastone la dieta Catelina fece
anchora montare dreto de leij la soprascritta Margarita. Et cossi tutte
e doij fumo portate nel loco de tonale, dove se faceva al zogo del
barilotto (...) Bartolomeo Scarpatetto, all'et di sette anni, fu condotto
parte per man et parte in brazo per la dieta Iohannina sia
amita al zogo del barilotto che se fava in tonai".
Nel XVII secolo, M. Mariani scriveva: "questo monte (ilpasso
del Tonale, n.d.a.) di servir ad un gran numero di streghe e negromanti,
per farvi or loro diabolisi tripudij, e circoli, non debbo azzardi a porvi
piede: quando non havessi pi, che armata la mano d'essorcismi, anco
di buon Legno per isgombrare que' tano inqui, e perfidi prestigiatori:
se ben io non creddo di tal monte tante cose"11.
A dominare nell'interpretazione che ebbe la sua affermazione
soprattutto in ambiente romantico, era la volont di individuare
oggettive relazioni tra i "barilotti" del Tonale e gli echi di esperienze
cultuali di origine pagana: "Tonale deriverebbe dal notturno
lupercale dei maghi e delle fate (tunn-ahal)"12. Ci in relazione al
fatto che "nell'antichit pagana il passo era consacrato al dio
Tonante Pennino, ed ivi si allestivano feste in suo onore, il popolino
ha creduto che vi fossero inscenati anche i sabba fra le lamie e i
demoni, versioni sacrileghe di quelle remote cerimonie"13.
Lasciando a latere gli aspetti eminentemente folkloristici, e
orientandoci in direzione della storia, constatiamo che per trovare
le prime tracce sulla stregoneria nella Bergamasca dobbiamo ritornare
all'inizio del XIV secolo; risale infatti al 1304 un breve accenno
a "strigonecci e malefizii" segnalati in alcune aree del territorio
diocesano14.
Sar necessario attendere oltre un secolo e mezzo per incontrare
fonti che si esprimano con maggiore ufficialit: del 1457 un
Breve di Calisto III in cui si richiedeva di intervenire contro le streghe
"in progresso a Bergamo e a Brescia". Segno che il fenomeno

cominciava a destare qualche preoccupazione. Anche i due successivi


pontefici (Alessandro VI e Giulio II) segnalarono la pericolosit
della "provincia lombarda", poich "terra fortemente infetta di
stregoneria".
Spesso le vicende che avevano un'origine nella realt, subivano
comunque un'enfatizzazione attraverso la voxpopuliche si incuneava
tra storia e leggenda diffondendosi attraverso la voce dei cronisti.
Emblematiche in questo senso le memorie riportate da padre
Donato Calvi, nella sua Effemeridi sacra e profana di quanto di memorabile
sia successo a Bergamo (1676).
Eccone un esempio indicativo: "Vien riferito in questo mese
{16gennaio 1517, n.d.a.) il memorando evento di questa giovinetta
bergamasca che, seguitando le pedate della malefica madre, nuda
si ritrov in Venetia in casa d'alcuni suoi parenti.
Fu cos il fatto.
Nella notte del giorno d'hoggi, trovandosi la fanciulla con la
madre a letto in Bergamo, sent quella (che credea la figlia addormentata
e non era) levarsi pian piano dal letto e portarsi in un angolo
della casa. L'osserv la figlia e vide che, trattasi la camisa e cavato
di sotto i mattoni un vasetto d'unguento, con esso s'and ongendo
il corpo, indi, preso un bastone a tal fine preparato, vi sal sopra
a cavallo e aperta la finestra fuori se ne vol.
La figlia, curiosa di vedere il fine della madre, levatasi dalle piume,
fece il medesimo che fatto haveva quella, onde, sopra il bastone
salita fu pur fuori della finestra a volo portata e nello stesso luogo trasferita
ove la madre aerasi condotta. Questa era una casa in Venetia
d'alcuni suoi parenti, ove la scelerata strega, pi volte andata per ammaliare
un bambino, mai potuto havea sortir l'intento perch sempre
armato col segno della Croce et Sante orationi trovato l'haveva.
All'arrivo della figlia conturbata la madre cominci a minacciarla,
onde la giovinetta atterrita e spaventata prese ad invocare il
nome di Dio e della B. Vergine, s che la madre disparve e la misera
spogliata nuda et sole ivi rimase, trovata la mattina e conosciuta

da' parenti che poi, inteso il fatto, scrissero a Bergamo ove la maliarda
vecchia riport dalla Santa Inquisizione la ben meritata pena".
Il racconto di padre Calvi trova una corrispondenza nella letteratura
giuridico-teologica del XV-XVI secolo, che indicava nel
volo della streghe una pratica diffusa e variabilmente interpretata,
ma sempre considerata effetto dell'azione diabolica.
La credenza confermata in un'altra testimonianza del Calvi
(riferita a fatti accaduti nel 1533) e riguardante una certa "Spadona",
indicata come strega e artefice di una serie di fenomeni
soprannaturali, anche dopo la sua morte.
"Mor in Foipiano di Vall'Imania una donna chiamata Spadona,
comunemente creduta e praticata strega. Segu la sua morte
alla sette della notte, e in quel punto che mor fu udito uno scoppio
terribile che pareva rovinasse la casa; corsero genti e gittata in
terra la porta (perch sola abitata e niuno al batter rispondeva), trovarono
la rea femmina ignuda morta per distesa, ma nera come un
carbone e co' denti inchiavati. Li aprirono per forza la bocca, in cui
pareva sentirsi qualche moto, e n'usc un serpe lungo mezzo braccio,
che trasse seco horribil puzzo e in un tratto svan. Fu in un
bosco sepolta e in casa le fur trovate sette calvarie di piccoli fanciulli,
con ossa infinite de morti, gruppi di capelli, un crocefisso di cera
con aghi trapunto, et aktri magici arnesi. Il tempo s'oscur e tutto
il giorno seguente fu come notte tenebrosa".
L'immagine che scaturisce dalla precedente descrizione risulta
contrassegnata da un'aura contesa tra la fiaba e l'horror, vi sono
infatti tutti gli ingredienti per assegnare alla Spadona il ruolo di
strega secondo un modello pi letterario che storico. Nell'ambiente
in cui viveva vi erano crocifissi trafitti con spilli secondo un modus
operandi caratteristico della magia nera; crani (calvarie) di bambini,
ossa umane, ecc. Questa donna, comunque, condusse la propria
esistenza con una certa libert, visto che fin i suoi giorni presumibilmente
per cause naturali nella propria casa.
Non risultano azioni legali a suo carico, quindi vi la possi-

bilit che la vicenda descritta dal Calvi fosse influenzata dalle tradizioni
e dalle leggende locali.
In realt, nell'area bergamasca, si ha notizia di condanne a
morte comminate a streghe dalla met del XV secolo alla met del
XVIII, anche se la mancanza di documenti costituisce un'importante
ipoteca allo studio15.
Come sempre, la mancanza di fonti processuali non rappresenta
la prova che la stregoneria non sia stata perseguita, ma rende
comunque diffcile il compito del ricercatore, ansimante nel suo
instancabile tentativo di reperire indizi e tracce. In qualche caso la
ricerca d i suoi frutti proponendo fonti indirette, non legate alla
pratica giuridica, ma comunque di rilevante valore documentario.
Uno di questi frutti stato raccolto da Tomaso Ghigliazza che, oltre
vent anni fa, aveva pubblicato la "letera data a Clusun a d 17 dezembrio
1518, scrita per uno da Francesco Rovello, drizata a Ser
Hironimo Querini f di Ser Pietro".
Si tratta di un documento di notevole interesse che vale la
pena di rileggere:
"Magnifico Signor mio! Dominica passata, de imposition dil
Magnifico podest Domino Vetor Querini essendomi transferito a
Gromo, loca dila valle distante di Clusn miglia 6 in circa, dove si ritrovava
il reverendo Inquisitor nominato missir Fra Zuan Batista di
l'ordine di San Domenego, da Brexa, persona in vero molto docta et
maxime in theologia, per caxon di prozeder contro alcune stige di quel
loco, et gi cinque erano state retenute, et essendo st presente al costituto
di una di quella, mi ha parso satisfaction del debito di particolar
notitia far partecipe Vostra magnificentia acci quella di meraviglia si
stupefza. Et invero dir cussi, che se io cum li propri occhi et orecchie
non avesse udito et visto, dubioso seria di prestargli fede.
Dunque, gionto che fui al dito loco di Gromo, e verso sua paternit
usate le debite cerimonie, mi disse: Sete opportuno venuto, et ne
ho piazr, ch sarete testimonio al costituto di questa scelleratissima
femina. Et voltando li occhi vidi una di et di anni 50 in circa, di

comune statura, rubiconda in volto, pi presti grassa che altramente,


inzenochiata avanti sua paternit. Et, interrogata de plano senza tortura,
admonita cum omni diligentia dal prefato reverendo Inquisitor se
era deliberata dir la verit et redusi a la debita penitentia, overo volesse
expectar di essere torturata, risposte esser prompta a dirla. Et la sub
stantia del costituto in brevit questa, che longo seria puntualmente
et per ogni minima interogation narar il tutto".
La donna confess che "dal 1503 reneg la fede" venne avvicinata
dal diavolo che la indusse ad entrare a far parte della congrega
delle streghe. Il diavolo, con l'apparenza di un giovane, le disse:
"monta qui sopra questa capra, che se ne andremo. Et subito si trasmut
in capra. Sopra la qual montata, in puoco spatio gionse in
monte Tonl (...) Et da poi tutti li piaceri (...) Havute polveri di pi
sorte, tra le qual una getata sopra qualche corpo a poco a poco mancando
moriva, et cum questa polvere fece morire creature cinque,
tra li qual uno figliuolo di uno suo fratello: et la sera avanti fusse per
morir, essa Honesta {nome delle strega, n.d.a.) cum uno diavolo portarono
via de cuna quella creatura, et in loco suo si posse uno diavolo
trasformato in la propria effigie di quello fu levato. Et che poi
quel diavolo fu seppellito; et quella creatura rubata portata in esso
monte Tonl, ne fu fatto rosto et poi mangiata. Et che il mangiar
loro era tutto di carne humana; et che in tal monte vi erano portate
dieci in quindici creature robate in lochi molti di essi lontanissimi.
Et che quando essa Honesta voleva andar in monte Tonl, gietava
una altra qualit di polvere sopra le tempie del marito, et quello
profondamente dormiva fino la matina seguente.
Insuper, che ogni anno se confessava et comunicava, non palesando
per la renegatin, et che subito receputo in boca il Sacramento,
secundo la commission impostali, se '1 trava di boca et li
dava di piedi sopra.
Ancora che, per inimititia, pi volte ha pregato il diavolo, a
tempo che le biave maturaveno, in esse dovesse tempestar, et che la
tempesta veniva cum tanta ruvina che devastava fino a li ultimi

nodi ussivano di la terra di quelle biave. Questo quanto ho inteso


per il costituto".
Le informazioni che possibile trarre da questa lettera sono
tali da tracciare un quadro nel quale la stregoneria risulta presente
nell'area bergamasca. Vi sono tutti gli elementi intrinseci: dall'incontro
con il diavolo al volo, all'uso di polveri magiche, all'antropofagia,
alle azioni contro la comunit, ecc. Non manca poi il ben
noto volto al monte Tonale.
Non questa la sede per dibattere sul se e sul come e neppure
se quanto dichiarato dalle streghe corrispondesse al vero, o fosse
il risultato di allucinazioni di diverso tipo. Di certo sappiamo che,
nella Bergamasca, le streghe non erano frutto della leggenda o di
speculazioni atte ad individuare una sorta di capro espiatorio a cui
far riferimento per dare un senso ai disagi di una societ che cercava
una risposta alle proprie inquietudini.
A sorregge molte delle idee sui poteri delle streghe, contribu
uno studioso presumibilmente bergamasco: Giordano da Bergamo.
Pochissime le notizie che lo riguardano: sappiamo che entr nell'ordine
dei Domenicani di Bologna il 31 marzo 1462, fu predicatore e docente
di teologia nel 1470: da quell'anno dimor a Verona dove scrisse
il suo trattatello Questio de strigis edita a venerabili theologie magistro
lordane de Bergamo, ordinis praedicatotum. L'opera, realizzata tra il
1469 e il 1471, non fu mai pubblicata: alcune sue parti sono per state
riportate a partire dal XIX secolo in numerosi studi sulla stregoneria.
Il testo del dotto domenicano di fatto una lunga lettera scritta
al padre Agostino Spica da Cortona: globalmente il contenuto non
si allontana dall'idea allora dominante in fatto di stregoneria.
Giordano da Bergamo non era contrario alla condanna delle
streghe, che considerava colpevoli di stringere il patto con Satana,
nello stesso tempo era per molto perplesso, perch considerava
quello della stregoneria un universo nel quale giocavano un ruolo
dominante la fantasia, la superstizione e l'ignoranza.
Sostanzialmente il teologo assunse una posizione che potremmo

definire "moderata", guardando con occhio critico ad alcune pratiche


repressive allora utilizzate. La sua riflessione verte soprattutto sulla
capacit del diavolo di creare illusioni e stravolgere la verit.
Le streghe sarebbero strumenti per attuare i piani malvagi di
Satana: il loro connubio con il diavolo, al quale si piegano per mettere
in atto le attivit distruttive, va punito, anche se i loro presunti
poteri sono frutto della superstizione, come gi indicato a suo
tempo dal Canon Episcopi16.
Nella sue lettera a Agostino Spica (di fatto una risposta a
domande che gli erano state poste dal destinatario), Giordano da
Bergamo individua quattro punti salienti:
1. Che cosa dobbiamo credere delle streghe e degli stregoni.
2. Se tali persone, come comunemente si soliti ritenere, possano
tramutarsi in gatti o in qualunque altro genere di animali.
3. Ritenuto ci impossibile, bisogner intendere come i diavoli,
o con la loro partecipazione queste streghe, determino questi
fatti illusori.
4. Da ultimo, se possiamo mostrare senza peccato una tale fede.
Relativamente al primo punto, Giordano da Bergamo scrive:
"tali donne sono solite essere chiamate maliarde dalle male
che procurano; presso altri, invero, vengono chiamate erbarie, da
consimili effetti".
Sul secondo punto il teologo esclude ogni possibile mutazione,
che considera "insostenibile" e per dimostrare la validit del proprio
assunto riporta un breve passo del Canon Episcopi-, "chiunque
crede possibile che una creatura cambi in meglio o in peggio, o
assuma aspetti o sembianze diverse per opera di qualcuno che non
sia il Creatore stesso che ha fatto tutte le cose e per mezzo del quale
tutte le cose sono state fatte, indubbiamente un infedele, e peggiore
di un pagano".
Sul potere del diavolo (terzo punto) Fra Giordano consapevole
del ruolo svolto dal potere illusionistico di Satana: "lo stes-

so diavolo pu illudere le streghe in tre modi e servirsi di esse per


i suoi scopi, e cio a) con l'illusione, b) con il turbamento nel
sonno, c) con il trasporto da un luogo ad un altro (...) Il diavolo
(...) mostra dinanzi agli occhi una figura con colori, dai quali appare
qualcosa che non esiste (...) inganna le stesse streghe tanto da
accoppiarsi talvolta con loro. Infatti i diavoli, nei corpi assunti, si
trasformano ora in incubi per le donne, ora in succubi per gli
uomini, come afferma espressamente Agostino e il santo Dottore.
Perci, anche le stesse streghe confessano affermando sempre che il
membro del diavolo o il suo seme sono freddi".
La versione razionale dell'autore della Questio de strgis non
esclude un suo atteggiamento possibilista sull'esistenza di relazioni
concrete tra il diavolo e le streghe: "in certi giorni o notti con un particolare
unguento cospargono un bastone e lo cavalcano e immediatamente
vengono trasportate nei luoghi stabiliti dal diavolo. Oppure,
ungono anche se stesse sotto le ascelle o nelle precise parti del corpo
dove si formano i peli, portando a volte simili unguenti con certi brevi
sotto i capelli, cose che sono tutte superstizioni e non concorrono
affatto al loro trasporto. E per questo, una volta vidi delle streghe, catturate
dagli inquisitori, essere rasate in tutte quelle parti del corpo in
cui crescono i peli, cosa che mi sempre dispiaciuta. Infatti, non grazie
a tali ungenti o bastoni che possono essere trasportate, ma tutto
accade per virt del diavolo che trasporta le streghe".
Sul quarto punto, Giordano da Bergamo specifica che un
uomo di fede pu credere "solo a quanto risponde a verit", credere
ad altro (volo, potere di comandare la pioggia, metamorfosi in
animale, ecc.) segno di "una fede pericolante".
Per Giordano da Bergamo non chiarisce che cosa "risponde
a verit", lasciando la questione delle streghe esposta alle adulazioni
di un fuorviarne relativismo.

NOTE
1 M. Prevideprato, Tu hai reneg la fede. Stregoneria e Inquisizione in Valcamonica
e nelle Prealpi lombarde dal XVal XVIII secolo, Nadro di Ceto 1992, pag. 38.
2 II Canon Episcopi una breve istruzione ai vescovi sull'atteggiamento da assumere
nei riguardi della stregoneria. Originariamente fu attribuito al concilio di
Andra (314), in realt un testo pi tardo, risalente presumibilmente all'867.
3 C. Traini, Leggende bergamasche, Bergamo 1979, pag. 69. Nelle varie tradizioni la
Dona del zoch descritta in modo diverso: fantasma, scheletro, cacciatrice, filatrice o
lavandaia; in alcuni casi avrebbe un'altezza rilevante. Certe tradizioni la descrivono
coma una ragazza molto bella che viveva nel bosco, coperta solo dei lunghi capelli.
Si diceva inoltre che avesse il potere di ammaliare con il solo sguardo.
4 G. Gambara, Geste de' Bresciani durante a Lega di Cambrai, Brescia 1821, pag. 67.
5 V. Spinetti, Le streghe in Valtellina, Sondrio 1903, pag. 51.
6 F. Odorici, Storie bresciane, Brescia 1860, voi. IX, pagg. 94-106.
7 In numerosi documenti dell'Inquisizione che si riferiscono ai presunti riti diabolici
praticati dalle streghe al Tonale, si fa riferimento ai cosiddetti "barilotti".
Un sinonimo di sabba, cio la cerimonia satanica che si svolgeva in luoghi isolati
e lontani da occhi indiscreti.
Nelle prediche di San Bernardino, streghe e stregoni sono infatti detti "quelli del
barilotto", in particolare perch il "barilotto" avrebbe svolto una funzione pratica
molto specifica nell'ambito del rito: "Chiamansi quelli del barilotto. E questo
nome si perch eglino pigliaranno un tempo dell'anno uno fanciullino, e tanto
il gittano de mano in mano che elli si muore. Poi che morto, ne fanno polvare
e mettono la polvare in uno barilotto, e danno poi bere di questo barilotto a
ognuno; e questo fanno perch dicono che poi non possono manifestar niuna
cosa che ellino faccino. Noi aviamo uno frate del nostro Ordine, in quale fu di
loro, e hamme detto ogni cosa, che tengono pure pi disonesti modi ch'io creda
che si possino tenere".
8 M. Mariani, Trento con il Sacro Concilio et altri notabili, Trento 1673 (rist.
1970), pag. 319.
9 V. Spinetti, op. cit., pag. 48.
10 M. Marin Sanudo, I Diari, v. XXV, col. 62. Nello studio dei processi della
Valcamonica il contributo di Marin Sanudo (1466 -1536), noto anche con il
nome italianizzato di Marino Sanuto il giovane) particolarmente importante.
Quest'autore, storico e politico veneziano, raccoglie le formazioni dei suoi Diari:
un'opera composta di 58 volumi che abbraccia un arco cronologico compreso tra
la fine del XV secolo e i primi trentasei anni del successivo.
11 G. Odorici, Le streghe della Valtellina e la Santa Inquisizione, Milano-Venezia
1862, pagg. 94-106.

12 M. Mariani, op. cit., pag. 319.


13 B. Favallini, I Carmini e la loro Valle, Brescia 1877, pag. 148.
14 T. Ghigliazza, Il mistero delle streghe bergamasche. Nota preliminare, in "La
Rivista di Bergamo, anno XXXII, n. 4, 1981, pagg. 5-9.
15 Effettivamente noto che circa quattrocento quaderni delle sentenze criminali
riguardanti la Bergamasca (in cui erano contenuti anche gli atti dei processi per stregoneria)
furono mandati al macero, probabilmente tra il XVIII e il XIX secolo.
16 Anche se vengono indicate altre fonti pi antiche, la prima versione certa che
fa riferimento al Canon Episcopi il Canone di Reginone di Prum (Libri duo de
synodalibus causis et disciplinis ecclesiasticis) del 906.

LA VALCAMONICA
(M. Centini)
Nella storia della caccia alle streghe, la Valcamonica occupa
un ruolo rilevante poich fu teatro di vicende che
hanno rappresentato una traccia importante nel quadro della persecuzione
della donne di Satana.
Purtroppo sappiamo che al nutrito corpus di studi e ricerche
sull'argomento, non si affianca per una corrispondente documentazione
archivistica, che possa cos descrive l'attivit inquisitoria
praticata in quei territori in cui si diceva fossero attive le streghe. In
effetti, chi ha condotto indagini sui processi del 1510-1518 ha dovuto
fare i conti con una quasi assente documentazione originale: ab
origine i documenti avrebbero avuto la loro sede nelle parrocchie ma
poi, verso la fine del XIX secolo, un parroco della valle avrebbe raccolto
tutta la documentazione processuale per bruciarla... Un'azione
condotta con la volont di eliminare tracce che rappresentavano un
utile contributo agli attacchi degli anticlericali. Ad oggi, per quanto
sappiamo, vi ancora del materiale relativo ai processi del 1518
nell'Archivio di Stato di Venezia.
Pi cospicue informazioni provengono dai documenti relativi ai
processi contro streghe e stregoni celebrati dal 1518 a cui fecero seguito
altri casi, susseguitisi fino alla seconda met del XVIII secolo1.
"Signori miei, son stato in Valcamonica per consultare le streghe
di quel locose mi saprebbon di Turpin la cronica mostrar per
forza d'incantato foco;una vecchiarda in volto malinconicarispose
allor con un vocione roco: - Gnaffe, che s tu lo vedrai di botto; entra
qui tosto meco e non far motto"... Cos, Teofilo Folengo (14951544)2, pur nel tracciato dissacrante caratterizzante la sua linea poe-

tica, poneva in evidenza lo stretto legame tra le streghe e la


Valcamonica: luogo in cui le schiave di Satana avrebbero avuto il
loro territorio deputato.
In realt, accanto al corpus leggendario e tradizionale, quest'area
lombarda stata "realmente" trattata come il luogo in cui le streghe
furono effettivamente attive e degne dell'attenzione dei giudici.
Va preliminarmente osservato che, in Valcamonica, il Cristianesimo,
diffusosi alla fine dell'impero romano, non si afferm in
profondit e quindi non coinvolse sacche di autonomia religiosa
ancora strettamente legate al paganesimo.
L'indosincrasia per la nuova religione, determinata soprattutto
da motivazioni di ordine culturale e solo secondariamente di carattere
fideistico, fu certamente alla base della formazione di un humus che
favor il mantenimento di culti precristiani e anche, se pur in misura
minore, l'affermazione delle idee eterodosse anticattoliche.
Quando, nel 1510, Silvestro Mazzolini Prierias (1456/571523) giunse in Valcamonica per occuparsi delle streghe, si trov al
cospetto di una credenza radicata da tempo e perseguita, in forme
diverse, da almeno mezzo secolo. L'esperienza dell'inquisitore fu
determinate per la realizzazione del suo noto trattato De strigimagarum
daemonumque mirandis, ultimato intorno al 1520, in cui l'autore
propone il termine strgimagx per indicare le esponenti di una
setta di nuova formazione (si spinge ad indicare una data: 1404) che
si differenza dalle streghe genericamente considerate come le donne
datesi a Satana e praticanti magia nera.
Sappiamo infatti che tra il 1450 e il 1455, a Ponte di Legno e
Edolo, si parlava del zoch, del gioco della buona societ e soprattutto di
streghe e stregoni che avevano il loro luogo deputato al Passo del
Tonale (ved. il capitolo "Le streghe bergamasche tra storia e folklore").
Nel mese di dicembre 1485, l'inquisitore domenicano Antonio
da Brescia aveva denunciato la presenza in Valcamonica di
"eresia stregonica" segnalando che le streghe attive in quella zona
commettevano atti sacrileghi sulla croce, adoravano il diavolo e

soprattutto "sacrificavano bambini e neonati al Maligno"3.


Il 23 giugno 1505, a Cemmo, furono mandate sul rogo sette
donne e un uomo con l'accusa di stregoneria. Nel 1510, a Edolo,
alcune streghe furono arse vive perch accusate di aver causato la
siccit attraverso l'uso della magia.
"In Pisogne e in Edolo furono bruciate sessanta streghe e alcuni
stregoni che assaltavano huomini, donne, animali, seccavano
prati, herbe etc. coi loro incantesimi. Quando furono menati dal
fuoco, dicevano che non lo temevano, che avrebbero fatto miracolo,
loro era apparso il diavolo. Assurde accuse, ma allora i pi le credevano
ond' a lodarsi la prudenza del governo di Venezia in tali
occasioni (...) il vescovo Zane d'altra parte avuto eccitamenti dalla
Valle Camonica, v'and con un suo domenicano e fece abbracciare
alcune streghe ad Edolo"4.
"In Valcamonica et etiam qui a Bressa et per tutto lo mondo
sparsa questa triste eresia et abnegazione del Signore Dio e dei
Santi. Et sono gi brusati in Valcamonica in quattro luoghi circa 64
persone, maschi et femmine, at altrettanti e pi ne sono in presone
(...) et ne sono circa 5000, cosa inestimabile"5.
Con il 1510 si concluse la prima fase della caccia alle streghe
in quest'area lombarda.
Per alcuni anni vi fu un periodo di apparente tranquillit; poi
la caccia riprese con maggiore virulenza a partire dal 1518, parallelamente
alla riconquista della Valcamonica da parte di Venezia. Gi
nei primi mesi del 1518, in valle, fissarono la loro dimora in cinque
pievi camune altrettanti inquisitori: Bernardino de Grossis (Pisogne),
Giacomo de Galani (Rogno), Valerio de Boni (Breno), Donato
de Savallo (Cemmo), Battista Capurione (Edolo). Tra il mese di
giugno e di luglio, dello stesso anno, furono arse sul rogo numerose
persone, il cui numero non facilmente individuabile con precisione
nelle fonti: si passa da sessanta ad ottanta (di cui un quarto
costituito da uomini)6.
Nella rete inquisitoriale finirono anche persone che erano

importati membri della comunit: messer Pasino, cancelliere del


Tonale, un anonimo indicato come "corriere del primo in Francia e
Spagna" e una certa Agnese riconosciuta come "capitana delle fattucchiere"
7.
Evidentemente la situazione risult eccessiva se, il 31 luglio,
il Consiglio dei Dieci di Venezia (informato dei fatti meno di un
mese prima) impose il blocco dell'attivit dell'Inquisizione in
Valcamonica.
Nel 1518, il castellano di Breno, Carlo Miani, scrivendo a
Venezia, poneva il risalto che: "a Breno alcune donne tormentate
confessarono di haver fatto morir homini infiniti mediante polvere
avuta dal demonio, la quale sparsa in aria faceva sorgere procelle e
con essa una asser d'aver ucciso 20 persone".
Nelle fonti viene anche posto in evidenza che alcune giovani,
spinte dalle madri streghe, avevano tracciato croci nella terra e sulle
quali sputavano e urlavano insulti e bestemmie. Tale pratica determinava
l'apparizione del demonio (a cavallo) che le guidava fino al
Tonale dove erano approntati banchetti di straordinaria ricchezza. La
loro sottomissione a Satana garantiva bellezza ed eterna giovinezza.
Abbiamo una lettera del 1 agosto 1518 in cui Giuseppe
Orzinuovi, funzionario veneto "di terraferma", scriveva a Ludovico
Quercini sulla situazione registrata in Valcamonica: "et pare che da
quel tempo in qua siano trasferite le strigaria de albania in questa valle
camonica; tanto che li moltiplicata de tempo in tempo la maledizione,
che se ora non se li feva condigna provisione, el morbo de tale
peste andava tanto avanti che tutta quella valle, monte e piano, quei
poveri sacerdoti et secolai, fati i fedeli parte di le Maest divina et de
loro senza pi baptesimo che baptizzati et consequenter dediti ad
opere diaboliche, dotti da fascinar li omini, strigar fantolini".
Il 25 settembre dello stesso anno, il nunzio pontificio
Altobello Averoldi, segnalava un reo confesso, un certo pre Betin,
il quale afferm di aver partecipato ai sabba del Tonale. La questione
proseguir fino a quando, il 27 luglio 1521, il Consiglio dei

Dieci stabil la sospensione dei processi in Valcamonica8.


Le fasi di questa seconda ondata della caccia alle streghe
camune sono alquanto articolate e complesse9: la ricostruzione
risulta problematizzata dalla mancanza di fonti e dall'amalgama
prodotta, come spesso accade, dall'unione tra le vicende storiche e
le ricostruzioni della tradizione popolare. Sembra che, in
Valcamonica, l'ultima donna ad essere condannata a morte per stregoneria
sal sul rogo nel 1799...
Le streghe camune furono accusate di "invocare consapevolmente
il diavolo; calpestare e rinnegare la fede e disprezzare le cose
sacre quali croce e sacramenti; colpire gli uomini con la morte o le
malattie ". In fondo, non erano n peggio, n meglio di altre: erano
l'espressione di un malessere sociale che convertiva nella figura della
donna malvagia, le ansie, le paure e le angosce di una comunit travolta
dalle inquietudini del proprio tempo.
La repressione delle streghe camune risulta dominata dalla
presenza di un tema fondamentale nella caccia alle donne di Satana:
l'origine rurale delle accusate.
Non improbabile che le donne allora accusate di stregoneria
fossero "macilente, pallide", con gli occhi "fuori dalle orbite" e
presentassero "un'alta bile e melanconia (...) taciturne e folli, e poco
differiscono da quelle che si ritengono possedute dal demonio: salde
nelle loro opinioni, risultano cos risolute che se soltanto si pensasse
quanto impavidamente e con quale costanza riferiscono cose che
non accaddero mai n potrebbero accadere, le si riterrebbe pur tut1n
tavia vere .
Gli studiosi pongono in rilievo che comunque l'idea di stregoneria
era spesso anche correlata ad un problema di interpretazione:
"Pu essere interessante osservare che, proprio nei decenni in
cui la Valcamonica percorsa dalla caccia alle streghe, a Bergamo e
nel vicino Bergamasco attestata la presenza di guaritrici che, con
incantesimi e pratiche superstiziose, curano le vittime delle male e
coloro che si ritenevano pesti dai morti"11.

Comunque nella seconda parte del XV secolo, la stregoneria


dest gi una certa inquietudine tra la popolazione camuna e indusse
la chiesa locale a correre ai ripari. Come gi osservato, fu tra il
1510 e il 1518 che la lotta conto il male raggiunse il suo vertice: certamente,
allora, la comunit riconosceva nella strega l'origine dei
malesseri che laceravano l'esistenza dei singoli e della collettivit,
rispondendo alla logica del capro espiatorio, che costituisce un tema
ricorrente nella sociologia della stregoneria.
Indicative le informazioni provenienti dal poema epico Geste de
Bresciani durante la lega di Cambrai di Gianfrancesco Gambara (1820),
che in riferimento ai casi di stregoneria camuna del 1510, scriveva:
"Il primo fu che in Edolo e in Pisogne
Della Valle Camuna bei paesi
Molti stregon mostrando le vergogne
E ben sessanta streghe in roghi accesi,
Al suon di trombe, pifferi, e zampogne.
Gittati furo, ed arsi: allorch presi,
E il fuoco gli arrostiva, essi gridavano
Che pel demonio lieti di morte andavano".
Pur nell'invenzione letteraria, il Gambara si rifaceva a fonti che
descrivevano eventi realmente accaduti: nello specifico si appoggiava
agli Annali di Brescia dal 1030 al 1530 in cui si legge:
"Furono abruciate in Pisogne, et in Edolo sessanta streghe, et
alcuni stregoni, che assaltavano homeni, donne et animali, seccavano
prati, herbe, etc. co' loro incantamenti. Quando furono menate
al fuoco, non lo timevano dicendo, che avrebbero fatto miracoli &
loro era apparso il Diavolo in loro prigione inaccessibile".
Il silenzio delle fonti archivistiche coeve sui casi del 1510
rende diffcile la valutazione dei fatti, di certo i roghi accesi ebbero
un ruolo importante, non solo sul piano della realt, ma anche su
quello immaginario. Infatti, l'idea che la Valcamonica fosse uno dei
luoghi deputati per le streghe divenne un leitmotiv ricorrente e

destinato a creare un modello di demonizzazione di cui abbiamo


tracce significative nelle fonti.
Nel folklore locale si narra che il concilio di Trento avesse definitivamente
risolto il problema delle streghe confinandole tutte a
Pisogne. Inoltre, la credenza che i membri della setta stregonesca
continuassero le loro attivit al Passo del Tonale rimasta viva nel
tempo fino ad oggi.
In conclusione e razionalizzando gli elementi forniti dalle
fonti, possiamo, in modo sommario, individuare nella caccia alle
streghe in Valcamonica le seguenti fasi12:
9 dicembre 1485, l'inquisitore domenicano Antonio da
Brescia denunci al Senato veneziano l'esistenza dell'"eresia stregonica"
in Val Camonica.
23 giugno 1505, presso Cemmo, sette donne e un uomo condannati
arsi sul rogo.
1510, presso Edolo alcune streghe arse sul rogo perch ritenute
colpevoli di aver causato la siccit con l'ausilio dei loro sortilegi.
Primi mesi del 1518, giunsero in Valcamonica cinque inquisitori
che fissarono la loro dimora in altrettanti pievi camune.
Tra giugno e luglio del 1518, furono arse tra le 62 e le 80 streghe
(tra cui 20 uomini). Subirono la condanna a morte anche tre
personaggi di spicco della societ stregonesca: tale Agnese "capitana
delle fattucchiere", messer Pasino "cancelliere del Tonale" e un tale
anonimo che era il corriere del primo in Francia e Spagna.
31 luglio 1518, il Consiglio dei Dieci a Venezia, informato
sull'accaduto (14 luglio), impose il blocco dell'attivit dell'Inquisizione
in Valcamonica.
1 agosto, Giuseppe da Orzinuovi, funzionario veneto di Terraferma,
scrivendo a Ludovico Quercini specificava: "et pare che da
quel tempo in qua siano trasferite le strigaria de albania in questa
valle camonica".
25 settembre, Altobello Averoldi, nunzio pontificio, condusse
al cospetto del collegio un reo confesso: si trattava di certo "pre

Betin", il quale afferm presso il Passo del Tonale si svolgevano i


sabba delle streghe. La testimonianza determin che i vescovi di
Famagosta, Mattia Ugoni, e Capodistria, Bartolomeo Assonica, fossero
nominati delegati per i processi nell'area; il vice inquisitore, fra
Lorenzo Maggi, riprese autonomamente l'attivit giudiziaria: tale
atteggiamento determiner il suo richiamo a Venezia per dar conto
della sua condotta.
28 settembre 1520, dopo due anni di disputa, Luca Tron,
Savio del Consiglio dei Pregadi (o Consiglio dei Rogadi, pi comunemente
Senato, era un organo costituzionale della Repubblica di
Venezia) si oppose alla persecuzione della stregoneria. La presa di
posizione del Tron dar origine:
21 marzo, il Consiglio dei Dieci impose pi rigide norme per
i processi da parte dell'Inquisizione.
27 luglio, il Consiglio dei Dieci impose la definitiva sospensione
dei processi in Valcamonica.

NOTE
1 II primo processo di cui c' giunta documentazione risale al 1455, anche se gi
in precedenza si svolsero vicende analoghe.
2 T. Folengo, Orlandino, I, stanza 12.
3 Archivio di Stato di Venezia, Reg. Senato Terra, n. 9, f. 164; cfr. R. Putelli,
Miscellanea di Storia e d'Arte Camuna da inediti documenti, Breno 1929, pag. 30.
4 C. Cocchetti, Brescia e sua provincia, Milano 1856.
5 M. Marin Sanudo, I Diari, v. XXV, pag. 586. Nello studio dei processi della
Valcamonica il contributo di Marin Sanudo (1466-1536), noto anche con il
nome italianizzato di Marino Sanuto il giovane), particolarmente importante.
Quest'autore, storico e politico veneziano, raccoglie le formazioni dei suoi Diari:
un'opera composta di 58 volumi che abbraccia un arco cronologico compreso tra
la fine del XV secolo e i primi trentasei anni del successivo.
6 F. Murachelli, Cemmo, storia di una pieve camuna, Esine 1978, pagg. 386-387.
7 M. Prevideprato, Tu hai reneg la fede. Stregoneria e Inquisizione in Valcamonica
e nelle Prealpi lombarde dalXValXVIII secolo, Nadro di Ceto 1992, pag. 77.
8 R.A. Lorenzi, Medioevo camuno. Propriet classi societ, Brescia 1979, pag. 80.
9 Per un'analisi dettagliata sull'argomento si rimanda ai gi citati studi di M. Prevideprato
e di R.A. Lorenzi.
10 G. Tartarotti, Del congresso notturno delle Lammie, Rovereto-Venezia 1749, Lib.
LXXX, pag. 570.
11 R.A. Lorenzi, op. cit., pag. 17512 Nella realizzazione di questa cronologia ci siamo avvalsi dei seguenti studi: M.
Bernardelli Curuz, Streghe bresciane: confessioni, persecuzioni e roghi fra il XV e il
XVIsecolo, Desenzano, 1988; M. Prevideprato, op. cit.-, R.A. Lorenzi, Sante medichesse
e streghe nell'arco alpino, Bolzano, 1994; P.L. Milani, a cura, Ci chiamavano
streghe, Bari 2009.

STREGHE E STREGONI TRA CERESIO E VERBANO


NEL XX SECOLO
(R. Corbella)
Nell'area prealpina insubre dopo il ventennio fascista, che
peraltro non aveva apportato grandi cambiamenti di
base rispetto alla mentalit contadina legata alla tradizione, si ebbe
apertamente il ritorno alle usanze collegate alla magia. Il fascismo
ufficialmente ignor tutti questi fenomeni. Nonostante i gerarchi e
lo stesso Mussolini si affidassero spesso ai consigli di famosi veggenti
(uno su tutti: il famoso Rol di Torino), ufficialmente la cosa rientrava
nell'ambito del privato. Solamente ogni tanto, in casi particolarmente
eclatanti e il pi spesso su istigazione dell'autorit ecclesiastica,
se un paranormale turbava l'ordine pubblico lo si rinchiudeva
per qualche anno in manicomio.
Nel secondo dopoguerra si svilupp da noi una magia pi
moderna, ma pur sempre nell'ambito della tradizione dell'occulto e
del richiamo ad ancestrali credenze che affondavano le loro radici
nel substrato celta e longobardo del popolo insubre. Questo port
anche al ritorno delle credenze sulle streghe e in generale sulla "fsica",
credenze che non erano mai morte ma semplicemente erano
rimaste sepolte in un limbo di complice clandestinit. Soprattutto
nel Canton Ticino, Valdossola e Varesotto questa situazione incoraggiata
dai prodomi del movimento neo-pagano (che sfocer anni
pi tardi nella cosiddetta New-Age) e da un affievolirsi delle pratiche
cristiane pi strettamente legate ai dogmi della Chiesa Cattolica,
port ad un rifiorire di elementi collegati alla stregoneria del
passato, che particolarmente interessante da osservare. Negli anni
seguenti il boom economico, si potevano annoverare sulla sponda

orientale del Verbano numerose donne che, dal popolo ma spesso


anche da parroci ignoranti, erano considerate streghe. Non sappiamo
come si fossero guadagnate questa triste fama, ma certo che
generalmente erano piuttosto temute nel circondario. Questo fatto
portava virtualmente al loro isolamento in seno alla comunit. La
situazione in cui vissero queste donne rendeva certamente molto
triste la loro vita, tristezza mitigata dal potere che dava loro la credenza
della gente nei loro supposti poteri soprannaturali.
Streghe del Verbano occidentale - Tra il 1900 e il 1980 l'idea
che alcune donne (ed anche qualche uomo) fossero dotate di
poteri magici particolari, ottenuti tramite "patti" con esseri trascendentali,
era ancora ben radicata nei territori montani prealpini del
Vergante e dell'Ossola, sulla sponda piemontese del Lago Maggiore.
Se le donne ritenute streghe generalmente non avevano connotazioni
particolari, nel campo maschile tra gli "striun" si trovano
molto spesso preti e frati, ad esempio i frati del monte Mesma a
Ameno (Vergante) erano, fino a pochi anni fa, spesso accusati dalla
gente del paese di essere "stroligh". Logicamente sono giudizi
espressi a mezza voce, in segreto, perch il timore reverenziale che
questi religiosi incutonom sia per il loro effettivo "potere" sulle cose
divine, che per il supposto potere magico, li rende partecipi di
rispetto e timore reverenziale. Il monte Mesma, per la sua posizione
elevata (i rituali della fsica si fanno sempre dall'alto), era ed
tuttora circondato da uno strano fascino composto di attrazione per
la sua spiritualit cristiana ma anche per i molti misteri e paure legate
al passato remoto. Infatti il Mesma sempre stato un modello di
intreccio tra fisicit e anima: una montagna vibrante di un suo
corpo spirituale particolare. Oggi sulla vetta, si erge un convento
edificato nel 1600, grande complesso monumentale, con un percorso
processionale ornato da alcune artistiche cappelle. Il convento fu
edificato sui ruderi di un castello trecentesco, al quale sono attribuite
influenze negative e diaboliche, giustificate da un certo numero di

apparizioni spettrali. Che questo fosse un territorio particolarmente


"segnato"1 era noto al popolino gi agli albori del 18002. Un territorio,
quello che gravita attorno al monte, che presenta tra l'altro un
notevole interesse archeologico: sono stati rinvenuti numerosi reperti
di origine celtica-golasecchiana3, nonch materiale dell'epoca gallica
di La Tne (IV secolo a.C.) e romano-imperiale. Le pendici del
monte sono ricche di boschi di castagno e soprattutto di quercia,
ritenuta l'albero sacro ai Druidi.
Qui, nel Verbano occidentale, "strie" e "striun", preti e frati,
erano considerati i depositari del vero sapere magico sopranaturale,
fosse esso buono o malvagio. Che in un testo come questo dedicato
alle streghe si debba parlare anche di "striun" maschi, equiparati
alle "strie" femmine, non deve stupire: nel folklore popolare nordinsubrico,
di derivazione celto-germanica, chi usava la magia era
sempre considerato "femminile" ed effettivamente tutti gli "striun"
famosi che ho conosciuto, o di cui mi hanno parlato i miei informatori,
erano omosessuali. In secondo luogo, frati e preti erano
"strani" per il loro voto di castit, incomprensibile alla gente comune,
che per certi atteggiamenti femminei derivati dalla lunga permanenza
in seminario. Per questi motivi, i sacerdoti, nell'immaginario
contadino erano parificati sessualmente alle donne, o perlomeno
a strani esseri androgini.
Si diceva che queste persone si servissero della fisica4, il loro
segreto potere esoterico-magico, anche per ottenere lasciti testamentari
in punto di morte: donazioni di terreni particolarmente
produttivi, oppure case che potevano poi utilizzare o rivendere,
come ci stato riferito da testimoni diretti.
Gli esempi diretti che citer in questo testo sono tutti di prima
mano e mi sono stati riferiti negli anni 1990-2000 da persone
intervistate5 durante il lavoro di raccolta di testimonianze che ho
compiuto per un precedente mio libro sul folklore.
La credenza nella magia nera e nelle streghe era molto radicata
in tutta l'area prealpina lombardo-piemontese. Dobbiamo riba-

dire che sembrerebbe che la religione cristiana si sia affermata completamente


nelle Prealpi piuttosto tardi rispetto al resto della penisola
italiana: come da sempre, il montanaro, individualista e chiuso
nel suo mondo legato agli arcani misteri di una natura splendida ma
diffcile, ha inconsciamente sincretizzato la parola del Vangelo con
l'ideale pagano del "Deus loci", la divinit locale e personale legata
alla montagna, a volte alla casa, pi raramente agli antenati. Un dio
protettore del microcosmo territoriale. Ecco perch presso i popoli
di montagna hanno pi successo questi dei locali, ribattezzati con il
nome di santi cristiani, in alcuni casi mai esistiti nella realt storica,
che vengono implorati per ottenere risultati concreti e materiali.
Mai le edicole o le cappelle di montagna, quelle davanti a cui si fa
la "possa", ovvero ci si siede appoggiando la gerla ad un masso e si
recita una preghiera beneaugurale, sono dedicate a Dio Padre, ma
al "Signur", cio Ges Cristo, o ai santi locali che velano culti pagani
improntati sui fenomeni naturali.
Caso classico quello delle varie "Madonne Nere" e "Madonne
del latte", che sono presenti nell'immaginario religioso montano:
una antica divinit ctonia, forse equiparabile alla celtica Anu
o Danu, che probabilmente si integra con l'antica Dea Madre preistorica.
Oppure il culto di San Grato, protettore dai fulmini e dalle
tempeste, che cela Taranis, Dio celta delle tempeste e delle vette
montane. L'alpigiano piemontese crede ancora in "Taran" e se lo
immagina oggi come un "fultt", che reca in mano una ruota che
rotolando produce il tuono e il fulmine, effettivamente gli attributi
antichi della divinit originale. Una delle "fisiche" pi in voga tra
le streghe piemontesi, era quella di procurarsi un frammento di un
albero colpito dal flmine e nasconderlo nel portico della casa di qualcuno
a cui volevano male. Quindi, in un giorno di tempesta, si recavano
su un punto elevato e gridavano in dialetto: "Cristiano, che ti fulmini
l'ira di Taran": si dice che, nove volte su dieci, poco dopo un flmine
incendiava la cascina del malcapitato preso di mira.'
Questa idea radicata nella mente del popolino accomuna la

cultura prealpina al mondo nordico6. In un racconto orale di Gurro


(Val Cannobina), uno "stroligh" famoso di Falmenta consiglia, al
suo giovane discepolo di magia nera, di farsi prete, cos poi sar
riverito e considerato al di sopra di tutti i sospetti, in modo da potere
segretamente svolgere il suo vero lavoro di stregone e tramite esso
diventare ricco. Questo a conferma di come la tradizione degli
"stroligh" maschi sia un archetipo germanico spiccatamente
Norreno, ereditato dalla cultura Longobarda; anche in Baviera e in
Norvegia abbiamo storie uguali a questa. Per chiarezza bisogna per
anche ricordare che alcune di queste tradizioni magiche prealpine,
sono simili ad altre della montagna provenzale.
Il Vergante uno dei luoghi dove abbiamo raccolto il pi
grande numero di testimonianze di stregoneria attuale. Sembrerebbe
che l vi sia un concentramento di streghe (o supposte tali) da
"Guiness dei Primati". Prima che in quel territorio l'agricoltura intensiva
lasciasse il posto al pi redditizio lavoro nella fabbrica, nelle
lunghe giornate estive, le donne falciavano il fieno e lasciavano i
neonati sull'erba, all'ombra dei faggi, ma dovevano esercitare una
stretta e continua vigilanza perch si diceva che le streghe erano
sempre in agguato per rapire gl'infanti e portarseli nei loro antri sotterranei:
grotte e balme perdute nel folto del bosco.
La "Cilsc" era una delle streghe del Vergante pi famose di
quei tempi. Era una poveretta pelosa come una scimmia e brutta
come la notte. Un po' per il suo aspetto e un po' per le sue idee poco
ortodosse, se ne era andata dal paese e abitava in una caverna, attrezzata
a casa, poco sopra Casale Corte Cerro, al "frn d'ia Cusc", si procurava
di che vivere curando con le erbe e facendo malie d'amore su
commissione, oltre che lavorando a maglia per i negozi di Gozzano.
Unico suo passatempo erano i venerd sera che passava bevendo
vino e grappa all'osteria. Durante una nottata di queste, era stata
sedotta da qualcuno di bocca buona e in seguito aveva partorito un
bambino con il suo stesso aspetto selvaggio. Una notte rap un neonato
in paese e vi sostitu il suo pargolo, ma sia la madre a cui era

sparito il bimbo che le altre donne del posto rifiutavano di allattare


quel mostriciattolo e la strega-madre, intenerita dai pianti del piccolo
che giungevano fino alla spelonca, torn a riprenderselo pronunciando
la frase: "Tegn al t pupin e damm al me plusin" (tieni
il tuo pupo e dammi il mio pulcino).
A Casale Corte Cerro, le streghe (pare ce ne fossero alcune fino
a pochi anni fa) si spostavano rapidamente, col favore delle tenebre,
volando sui classici manici delle scope e lanciando grida acute. Molti
cittadini benpensanti, tuttora giurano di averle viste svolazzare nella
luce del crepuscolo. Questi testimoni dicono che quando volano le
loro gambe si trasformano momentaneamente in zampe di gallina e
quindi tornano normali dopo l'atterraggio. Periodicamente, queste
streghe si riuniscono all'Alpe Urcia per celebrare i loro riti demoniaci:
in quelle occasioni assumono l'aspetto di bellissime fanciulle al
fine di adescare i giovani pastori sprovveduti e usarli per soddisfare le
loro voglie. La valenza sessuale unita alla magia nera una peculiarit
dei racconti stregoneschi del Verbano occidentale7.
Ad Ameno, Sovazza, Coiromonte, Carpugnino e Gignese vi
erano delle "strie" specializzate nella "fisica del falco": succedeva
spesso che passasse in cielo un rapace e improvvisamente a qualcuno
gli si incendiasse la stalla senza motivo apparente, se non si
accorreva in fretta a spegnere l'incendio, in modo anomalo, le fiamme
si propagavano alla casa. Era una "stria" che con la forza della
fisica aveva mandato il fuoco a punire la rivale, o la famiglia che non
le aveva portato rispetto. Quando succedeva che un cascinale bruciasse
per magia, le fiamme bruciavano il legno con un fuoco che
non emanava calore. Questi fatti avvenivano sempre dopo il passaggio
di un falco. Una "stria" che voleva bloccare il passaggio notturno
di indesiderati visitatori, si trasformava in un gigantesco asino
dagli occhi fosforescenti, oppure in rovi, siepi, per bloccare improvvisamente
il sentiero e non permetterne il valico: il confine magico
non poteva essere oltrepassato. Un ragazzo di Ameno aveva la fidanzata
dall'altra parte del paese; alla sera, andando a trovarla, passato

il ponte sull'Agogna, in mezzo alla strada trov dei rovi tanto ftti e
con lunghe spine aguzze, tali da non permettergli il passaggio.
Estrasse il coltello e tagli il rovo che bloccava la strada. Il giorno
dopo si vide una donna, sospettata di essere "stria", tutta tagliuzzata
malamente. Costei, che odiava il ragazzo, non paga della punizione,
tent ancora di fermarlo cambiando sembianze: infatti la sera
dopo, il giovane nello stesso posto si trov di fronte a un asino che
bloccava il ponte. Il ragazzo colp l'asino con una forte bastonata e
improvvisamente l'asino spar; il giorno dopo la stessa "stria" di prima
fu ricoverata in ospedale con una spalla rotta. Un'informatrice mi raccontava
che c'era uno di Colazza che aveva la fidanzata all'alpeggio,
ma per due o tre sere non aveva potuto andarla a trovare perch trovava
il sentiero sbarrato da una enorme siepe spinosa. Infuriato and
a prendere la roncola e le tagli. Il giorno dopo, trov sua sorella maggiore,
che non vedeva di buon occhio quella relazione, con un braccio
tagliato.
A Carona, negli anni '30, la perpetua del prete era una vecchiaccia
sporcacciona e "stroliga", che si diceva si accoppiasse con i
giovani dopo averli ammaliati con arti magiche; quando doveva fare
la fisica ai bei ragazzi per stupidirli e attirarli a s, con una scusa saliva
sul campanile della chiesa e da l lanciava il maleficio. L'incantesimo
si spandeva nell'aria e penetrava nell'orecchio del giovinetto
prescelto che sentiva un desiderio irrefrenabile di recarsi in canonica
quando il prete era via e la perpetua tutta sola. L si diceva che la strega
si mostrava al ragazzo con un ingannevole aspetto di fanciulla bellissima
e solo a accoppiamento concluso riprendeva le sembianze
poco invitanti della vecchia perpetua.
Si era negli anni '50 a Magognino, e un uomo che andava a
trovare l'amante percorrendo il vecchio sentiero nel bosco, quando
arrivava alla cappella di San Grato incontrava un tacchino che gli
camminava davanti per tutto il tragitto e poi, giunti a Carona, a casa
della donna amata, faceva il suo verso e cercava di aggredirlo, ogni
volta l'uomo gli tirava un sasso e il tacchino scompariva. Questo fatto

successe pi volte fino a che un giorno il tacchino si trasform in un


grande uccello di fuoco ed incendi tutti i cespugli a bordo sentiero
ustionando il poveretto. Evidentemente quel tacchino era in realt
uno "stroligh" geloso dei due innamorati. Ancora negli anni '60, nelle
sere d'estate, i giovani del Vergante, che giravano i paesi a cercare
ragazze, spesso si trovavano a dovere affrontare la fsica fatta contro di
loro da vecchie donne inacidite, invidiose della loro giovent. Ecco
un caso divenuto famoso in tutto il territorio: su di un ponte, una sera,
apparve un grosso serpente nero, enorme e minaccioso. Stupefatti
e impauriti, i giovani tentarono la fuga ma vennero inseguiti dall'animalaccio
per un centinaio di metri: era chiaro che il serpente era l
proprio per impedire loro il passaggio. Ci si verific per molte sere.
Cos una sera, uno di quei ragazzi prese coraggio e cerc di uccidere
il rettile maligno con un falcetto che aveva con s. Con movimento
deciso cerc di tagliargli la testa, ma il colpo (fortunatamente per la
"stria") non fu preciso e la bestia riport solo un taglio alla gola e
scomparve. Il giorno dopo, in paese si seppe che la signora P .C. era
stata ricoverata all'ospedale con una profonda ferita alla gola. Quella
falcettata avrebbe potuto esserle fatale, infatti se fosse stata uccisa
mentre era ancora trasformata in serpente, non avrebbe pi potuto
riprendere possesso del proprio corpo e avrebbe vagato per sempre
imprigionata in un oscuro mondo ultraterreno.
Alcune vecchie un tempo erano tremende, non permettevano
che le loro figlie si fidanzassero con chi volevano. Si faceva la fisica
contro le persone per invidia, cattiveria, ignoranza.
G. P. racconta: "Al mio vicino, anni fa, successo qualcosa di
straordinario: aveva un figlio di pochi anni che giocava spesso nel
cortile della cascina. Un giorno il bambino stava giocando quando,
all'improvviso, un maiale attraversa il cortile correndo. All'inizio
nessuno ci fece caso, era normale allora che le bestie non si tenessero
sempre nei recinti. Un'ora dopo il passaggio della bestia, per il
bambino misteriosamente si ammal di febbre altissima e il medico,
subito chiamato, non seppe dare una spiegazione. Questo fatto

si ripete ancora tante volte, finch un giorno il padre del bimbo,


appena vide arrivare il maiale lo colp alla coscia con un forcone, l'animale
scapp via strillando e non lo si vide pi e il bambino guar
completamente. Il mio vicino poi seppe che in paese la vecchia tabaccaia,
la signora V. B. da qualche giorno stava male perch aveva
avuto una coscia trapassata da un atrezzo di ferro. Mia nonna and
a trovarla e la tabaccaia le disse sottovoce: D a quel disgraziato del
tuo vicino che ha salvato suo figlio. D'ora in poi lo lascer in pace!"
La V. B. sapeva fare la fisica.
C'erano due ragazzini a Lorcallo che in estate alla sera andavano
sempre a rubare ciliegie dalla pianta. Una sera notano un porcello
che li aspettava sotto l'albero. Il maiale digrignava i denti e
faceva rumori strani. Uno dei due ragazzi prese un bastone e diede
una bella legnata alla bestia che scomparve all'istante. L'indomani i
due amichetti seppero che la padrona del frutteto era a letto perch
aveva ricevuto una brutta bastonata. Era noto che questa signora era
una "stria" e faceva la fisica.
Anche la Val Vigezzo, da tempi antichissimi, era afflitta da un
gran numero di streghe: ce ne erano a Santa Maria Maggiore, a
Druogno, ma soprattutto a Craveggia dove si radunavano alla Colma
una volta al mese la notte di sabato, vicino alla chiesetta di San
Rocco, a ballare nude ed accoppiarsi coi diavoli intorno ad un
masso recante incisioni preistoriche: il "Sass d'ia Lesna" (Sasso del
fulmine). Durante queste orge, le streghe di Craveggia usavano adorare
un'antica immagine preistorica murata in un cascinotto vicino:
una piccola lastra di pietra recante un bassorilievo celta della prima
Et del ferro (IV secolo a.C.) raffigurante un uomo nudo itifallico
a braccia aperte. La cosa ebbe fine quando il parroco fece "evirare"
la statuetta per trasformarla in un rozzo crocefisso8. Secondo una
diceria popolare, le "strie" pi cattive si trovavano all'inizio della
valle, a Montecrestese, anzi qualcuno afferma tuttora che l tutte le
donne sono o sono state streghe. Le streghe di Montecrestese ne
combinavano di tutti i colori: lanciavano il malocchio sui poveri

valligiani, scambiavano i bimbi nelle culle con mostriciattoli figli di


orchi, facevano deporre alle galline uova di pietra, annodavano tra
loro le code dei cavalli, succhiavano il latte dalle mucche e dalle capre
fino a renderle asciutte. Con il loro potere magico facevano ballare le
case come se ci fosse un terremoto, in modo tale che si rovesciavano
tutti i mobili e rompevano tutte le stoviglie e la gente terrorizzata correva
all'aperto. Alcune volte, all'uscita dalla messa, bastava un loro
gesto e le persone a cui avevano giurato odio si trovavano improvvisamente
in mutande, senza calzoni o gonna. Usavano la fisica dell'"
Incub": mediante un incantesimo creavano un essere inesistente,
bellissima donna o uomo dotato di virilit eccezionale, in relazione
del sesso della vittima prescelta, che compariva dopo la mezzanotte
nel letto a fianco del (o della) malcapitato/a e si accoppiava furiosamente
con esso/a fino a lasciarla stremata, sfinita e dolorante, quindi
T'Incub" svaniva nel nulla. Questa procedura si ripeteva fino a che il
poveretto (che al mattino non ricordava nulla di quello che gli era
successo) non si ammalava gravemente per consunzione. Allora la
strega si presentava ai famigliari proponendosi di salvarlo togliendoli
la fattura in cambio di una grossa somma di denaro.
Le streghe di Montecrestese, una volta al mese, al plenilunio,
inforcavano la classica scopa e volavano fino al laghetto di Panelatte,
in Val Vigezzo, dove tenevano il loro sabba. L decidevano chi dei
loro concittadini era da "fatturare" per punirlo ma soprattutto per
ricattarlo. Si dice che le streghe abbiano l una tana segreta dove
riposarsi dopo l'orgia: un grande masso erratico in cui hanno ricavato
magicamente una camera in cui potersi nascondere e riposare.
L dentro, protette dalle pareti di roccia, possono riposarsi al sicuro
e ben nascoste prima di tornare a valle e riprendere la loro vita di
donne comuni.
Pure a Migiandone, nella bassa Val d'Ossola erano specialisti
nel fare la fsica: una donna abitava in un alpeggio sperduto, mentre
una sua cognata, che aveva l'alpe pi in basso, sub l'attacco del
fuoco. La donna corse gi ad aiutarla a spegnere le fiamme e not

un falco appollaiato su di un pruno. La donna tir un sasso all'uccello


e questo si trasform in una ragazza bellissima completamente
nuda, con i lunghi capelli biondi sciolti sulle spalle e gli occhi
chiari. La visione dur alcuni minuti poi la ragazza spar ed al suo
posto vi fu un falco che sbatt le ali e prese il volo. Molti dichiararono
che quella ragazza era una "stria" di Premosello, famosa per la
sua malignit e per la sua abilit nel praticare la fsica9.
Streghe del Verbano orientale - Ad Angera vi furono due di
queste streghe che raggiunsero un'ambigua fama: la stria Luminina
e la stria Bruvela. Queste due donne furono temute soprattutto dalle
giovani madri, perch i bambini erano i loro bersagli preferiti in caso
di diatribe con gli adulti. Ad esempio la stria Luminina abitava nella
stessa casa di una giovane vedova con un figlio piccolo. Luminina
non aveva bisogno di fare la spesa: qualunque cosa le occorresse gliela
comprava la vedova per timore delle sue arti magiche. Una volta
la giovane vedova si dimentic di fare la spesa alla vecchia, alle rimostranze
di Luminina si scus dicendo che quel giorno andava di fretta.
"Te la do io la fretta!" sussurr Luminina e da quel giorno molte
cose strane accaddero in casa della vedova. Il latte del bambino, nel
biberon, improvvisamente si riempiva di pezzetti di stracci sporchi,
i cucchiai si ricoprivano di ruggine da un'ora all'altra e gli oggetti si
muovevano senza che nessuno li toccasse, quindi sul corpo del bambino
comparivano strani segni rossi e il povero piccolo strillava come
se lo stessero spellando. Questi erano tutti segni del malefcio in atto.
La povera vedova corse da Luminina e si gett ai suoi piedi piangendo
e pregandola di perdonarla. Rabbonita la strega gli disse: "D'ora
in avanti quando esci a far compere mi chiederai sempre se ho bisogno
di qualcosa e me lo procurerai".
La vedova accett ed il bambino fu salvo e crebbe bello, vispo
e sano. La Stria Bruvela fu un'altra strega di Angera degli inizi del XIX
secolo. Era molto temuta perch se qualcuno le mancava di rispetto
lei gli faceva istantaneamente la fisica e al poveretto capitavano una

disgrazia dietro l'altra. Bruvela sedeva spesso su un gradino in piazza,


davanti alla chiesa parrocchiale e anche se pioveva a dirotto o nevicava,
lei non si bagnava e il terreno tutto attorno a lei restava sempre
asciutto. Un giorno un ragazzo per prenderla in giro continuava a
passarle davanti gettando in aria e riprendendo al volo una moneta.
Bruvela fece un gesto e la moneta cadde dritta in gola al ragazzo, soffocandolo,
tant' che dovette essere portato di corsa all'ospedale.
Riuscirono a salvarlo ma rest muto per il resto della sua vita.
Un uomo, passandole davanti la sgrid perch sedeva sul suo
muretto: "Andate a casa - le grid - non vedete che sta per piovere!".
"Io lo vedo e rincaso ma sei tu che non ci vedrai mai pi, cos imparerai
a impicciarti dei fatti tuoi!", rispose la strega ridendo e andandosene.
L'uomo and a fare le sue commissioni e quando torn a casa
fu preso da un forte mal di testa. And a dormire e il mattino dopo
si svegli completamente cieco e rimase per sempre cos10.
Sempre in Angera, viveva, fino a poco tempo fa un curioso per' sonaggio a met tra lo stregone e il pranoterapeuta: era nato in Istria
e quindi era venuto ad abitare ad Angera. Per la sua nascita istriana
era soprannominato Gino "Pula" (ovvero di Pola) ed era dotato di
quelle che si chiamavano le "mani calde", egli infatti guariva molti
malanni imponendo le mani sulla parte del corpo inferma e declamando
strane litanie in una qualche lingua straniera, che egli diceva
essere il linguaggio delle fate. A volte le guarigioni che effettuava avevano
del miracoloso. Era un uomo semplice e buono e raccontava che
il suo potere gli veniva dall'aver frequentato da ragazzo i folletti degli
alberi: gli "Abolic"11. Quando sentiva che il suo potere veniva meno,
aspettava un giorno di temporale e, fra i tuoni e i fulmini correva nei
boschi o nei frutteti e l, diceva, vedeva e comunicava con gli "Abolic"
che gli trasferivano nelle mani nuovo potere.
In Val Leventina un personaggio particolare fu l'Agnese.
Agnese Bernasconi era considerata una "Matlosa"12 perch la madre
era una rom venuta dalla Francia a lavorare in Ticino. Il padre era
un pastore, fiero socialista anticlericale che aveva dato quel nome

alla figlia in memoria di Agnese di Altanca, una poveretta vittima


dell'Inquisizione nel 143213. Agnese da bambina pass pi tempo
con le capre che a scuola. Non sappiamo da chi impar a curare le
malattie con le erbe ma per quanto riguarda la pranoterapia essa
afferm sempre che fin da bambina aveva avuto "i man cald" (le
mani calde), ovvero era in grado di guarire imponendo le mani sulla
parte malata ed era molto esperta a dare sollievo al dolore mediante
particolari massaggi. Certo che anche da ragazzina sapeva guarire
le capre e le pecore talmente bene che i pastori del circondario
le portavano bambini e animali da curare. All'et di vent'anni lasci
la famiglia e and ad abitare in citt dove faceva la lavandaia,
soprattutto curava in casa i poveretti che non avevano i soldi per
pagarsi il dottore o per acquistare le medicine. Le si attribuirono
diverse guarigioni miracolose e inoltre, essendo una bella ragazza di
costumi liberi era molto corteggiata dai giovanotti. Insieme al successo
come donna e come guaritrice, vennero le calunnie delle malelingue:
si disse che si sapeva di certo che "Giugaa er fsica", cio che
faceva la magia nera per far innamorare di s e far impazzire gli
uomini, nonch debellare le rivali. Il fatto che per molti anni fosse
stata Capraia, faceva dire al parroco locale che "st dnn e i s cuvra
i i prm parnt dru Diuvra"14. Un giovane confess al prete di
Olivone che era andato molte volte a fare l'amore con l'Agnese, finch
una notte dopo l'amplesso mentre se ne stavano tutti e due nudi
a giocare, ecco che lui la afferr per la lunga treccia di capelli neri ma
con suo grande spavento si trov aggrappato al corno di una grande
capra nera che lo fissava con occhi di brace. Logicamente il ragazzo
scapp via e corse dal prete a confessarsi.
Da allora in poi la fama di strega di Agnese fu consolidata, anche se
continu a curare e a guarire le persone (ma anche a portarsi i
bei ragazzi a letto) divenne invisa alle autorit e soprattutto al
parroco, che fece di tutto per cercare di allontanarla. Alla fine ci
riusc: Agnese Bernasconi fece i bagagli e, preso il "Postale"15, scomparve
per sempre. Di lei non si ebbe pi notizia. Voci ricorrenti dice-

vano che fosse emigrata in Francia, in un villaggio sui Pirenei.


In Valcuvia vi fu negli anni '30-'50, un anomalo concentrarsi
di storie collegate alla stregoneria. Alcune donne di Cuvio e di
Casale venivano tacciate di essere streghe e di fare la "fisica" per
appropriarsi dei beni altrui: Pare che la cosa funzionasse in questo
modo: queste "strie" sceglievano la loro vittima tra i possidenti locali
particolarmente vulnerabili alle grazie muliebri, vedovi o scapoli
che vivevano da soli. La vittima veniva avvicinata e circuita nei giorni
di mercato dopo di che la donna, del gruppetto delle streghe,
verso la quale avesse mostrato simpatia trovava modo di incontrare
il malcapitato sul sentiero, al pascolo o anche in casa finch non
riusciva a impadronirsi di un ciuffo di capelli dell'uomo. A quel
punto la strega fingeva di essere occupata altrove e faceva in modo
di non incontrare pi la vittima prescelta. Pochi mesi dopo la strega
e le sue accolite iniziavano a "fare la fisica" al pover'uomo utilizzando
i suoi capelli o altri resti, quali unghie o peli, e si dice che i
rituali e gli incantesimi fossero tanto forti che in capo a poche settimane
l'uomo era come rimbambito. Inoltre, le cose strane che gli
succedevano in casa o sui campi erano tali da spingerlo a vendere i
propri averi per trasferirsi in altro paese. A quel punto la strega
ricompariva e compiangendo il poveretto e fingendo di consolarlo,
faceva in modo di acquistare a poco prezzo i beni in vendita, oppure
in cambio di un'ingente somma di denaro toglieva il maleficio. Il
luogo prediletto da questa consorteria stregonesca era la localit
della vecchia miniera abbandonata sul monte Nudo detta Pozz
Pian. L si svolgevano i sabba: infatti fino a pochi anni fa, nessuno
aveva il coraggio di girare per la cresta del monte Nudo dalla sera
dopo il 2 novembre fino a primavera, perch nei mesi invernali si
affermava che su quel monte succedevano cose strane. A volte il
cielo si incupiva d'improvviso che pareva gi notte e si scatenava il
finimondo. Strane luci si scorgevano al Pozz Pian dove la gente credeva
che le streghe eseguissero i loro misteriosi riti. Queste streghe
erano il terrore del circondario: la loro conoscenza della magia le

rendeva potentissime e nessuno sapeva chi fossero. Praticavano incantesimi


crudeli: alcune persone erano rimasei storpiate dal loro
malocchio, altre fulminate; nei casi pi lievi facevano morire tutte
le bestie di qualche poveretto o il suo raccolto di grano si seccava16.
In una storia del 1950, la moglie di un allevatore di Casalzuigno era
una "stria" famosa, che usava le sue arti magiche per aumentare il
suo gregge di capre a spese di quello dei vicini. Tutti la temevano e
nessuno aveva il coraggio di affrontarla17. Tranne la perpetua del
parroco, anche lei "stria", che per punirla trasform il suo gregge in
modo tale che la donna quando la mattina apr le stalle, invece di
capre, trov ad accoglierla una processione funebre di spettri coi
ceri in mano. Terrorizzata la strega si gett nel trogolo per l'abbeverata
e quando si rialz il suo volto si era tramutato nel muso di una
capra e solo dopo avere fatto dure penitenze, la perpetua gli rese le
sembianze umane.
Anche Dumenza, nell'alto luinese, era conosciuta per ospitare
alcune streghe particolari: si diceva che esse fossero nientemeno
che alcune suore che, all'insapute dell'autorit ecclesiastica, adoravano
Belzeb e compivano malefci per arricchirsi.
Pare che il locale santuario di Trezzo dedicato a Maria Vergine
Assunta sia in realt pervaso di simbolismo satanico e massonico e
servisse da base a queste suore-streghe per le loro malefatte. Per eseguire
liberamente i loro riti blasfemi, le suore (a cui si erano unite
alcune donne del luogo), si ritrovavano a breve distanza dal santuario,
nei boschi, in una radura ai piedi del piccolo monte Clivio;
secondo la voce popolare il rito di iniziazione delle nuove adepte
prevedeva l'accoppiamento della donna con un caprone, in linea
con la migliore tradizione satanica. Cosa ci fosse di vero in queste
storie degli anni dell'immediato dopoguerra non lo sappiamo, un
fatto per che negli anni '80 il convento venne chiuso, le suore
rimaste trasferite e sostituite, dopo qualche tempo, da un gruppetto
di frati. Almeno questo quanto riferisce la gente del posto.
Le "strie de Lenta" (Lentate -Sesto Calende) praticavano il

maleficio nascondendo una piuma di corvo sotto il materasso della


vittima designata: la poveretta cominciava a star male, aveva forte
febbre, andava in delirio e lentamente si spegneva. A meno che, per
combattere il maleficio, non si ricorresse ad un'altra "stria", pagandola
bene perch eseguisse i rituali atti ad allontanare il misterioso
male dalla povera vittima. Queste streghe di Lentate erano solite
drogare e quindi rapire un giovanetto e utilizzarlo per i loro sfrenati
sabba, che si tenevano nei boschi di Golasecca al "Sass de Biss
(pietra dei serpenti). Il ragazzo solitamente impazziva per l'esperienza
subita e ci volevano mesi di preghiere ed esorcismi da parte del
parroco per farlo tornare normale. Il "Sass de Biss" un affioramento
roccioso ricoperto di incisioni preistoriche: soprattutto coppelle
e impronte di piedi. E chiamato cos perch si riteneva, secndo
un'antica leggenda, che il "Ciapin negher" (il Diavolo) nelle notti
di luna nuova estive vi radunasse le vipere del luogo e a loro ordinasse
chi dovevano mordere. In realt il luogo un antico santuario
longobardo a cielo aperto collegato al culto delle serpi, un culto
domestico molto popolare prima e dopo la cristianizzazione18.
Quando a Lentate c'era ancora il convento, si diceva che queste
streghe amavano turbare i fraticelli comparendo per magia nelle
loro celle nude e vogliose19.
La "Vulpa" era una donna di eccezionale bellezza che viveva
da sola all'inizio del XX secolo a Biandronno, in una bella villa in
stile Liberty. Proveniva dalla Toscana e si diceva fosse una contessa
e che fosse rimasta vedova dopo pochi giorni di matrimonio. La
"Vulpa" (volpe) era chiamata cos anche per i suoi splendidi capelli
rossi, che come una fiammata le illuminavano il volto. Era considerata
una strega un poco particolare e sui generis: in effetti usava la
magia solo per ammaliare i bei giovani (che probabilmente erano
ben contenti di essere ammaliati!), proletari o contadini, e condurli
in luoghi appartati dove far l'amore con discrezione, senza che n
i concittadini n i suoi servitori se ne accorgessero. Tra le sue cosiddette
"vittime" si cita anche un giovane prete che gett la tonaca alle

ortiche per lei. Cominci a correre voce che per invaghire i giovani
di s ed approfittarsi di loro, soprattutto quando fu un poco avanti
negli anni, la contessa usasse la magia e soprattutto la fisica, tramite
la quale non solo legava a s e faceva impazzire d'amore gli uomini, ma
anche si trasformava in una volpe (da qui il sopranome) per raggiungere
l'amato velocemente ed in incognito. A conferma di ci le donnette
pettegole facevano notare come il colore del pelo della bestia corrispondeva
al colore dei suoi capelli! Si mormorava che essa usasse
anche la magia nera per colpire terribilmente chi gli si rifiutava, facendogli
capitare qualche disgrazia che lo rendesse menomato o addirittura
lo conducesse alla morte. Questa strana donna lasci il paese allo
scoppio della Prima Guerra Mondiale ed emigr in Argentina.
Streghe del Ceresio - Della "stroliga" di Arcisate pi importante
e della quale si conosce a sommi capi la storia non ci rimasto
il cognome, sappiamo solo che era detta "Maria la sperlusciona"
(Maria la spettinata). Abitava nella cascina a ridosso della montagna
detta appunto "C di stroligh"20. Come strega era celebre in tutta la
Valceresio. Praticamente faceva l'erborista e i suoi rimedi erano
molto efficaci. Purtroppo non si limitava a guarire la gente: si proclamava
una "Donna di Mammone" e forniva a pagamento filtri
d'amore e malefici per far star male uomini e bestie. Leggeva il futuro
nei fondi di caff e proclamava di essere anche capace di far grandinare
a comando sui campi coltivati di chi voleva lei. Venne bastonata
crudelmente da qualche ignorante paesano inferocito che credeva
di essere stato da lei "fatturato" perch il fulmine gli aveva incendiato
il fienile o la grandine gli aveva rovinato il raccolto; il malcapitato
pagava per questa bastonatura con inspiegabili gravi incidenti:
uno impazz e si suicid, altri divennero ciechi o paralitici. Si
dice che, nelle notti senza luna, alla Maria piacesse andare a danzare
nuda nel vecchio cimitero abbandonato di Viggi e che l cogliesse
l'erba "Pirimpina" che usava nei suoi malefci. La storia di questa
donna esemplare: nata da un connubio illegale venne affidata

ancora in fasce alle suore di un convento di Varese che, quando la


bimba ebbe una decina d'anni e non mostrava alcuna tendenza religiosa,
la mandarono a servizio presso una famiglia benestante di
Ponte Tresa. A tredici anni la ragazzina scapp e per alcuni anni
visse e vagabond in Svizzera (Cantone Vallese) facendo la serva e,
alcuni dicono, occasionalmente la prostituta. A venticinque anni
ricomparve ad Arcisate e and ad abitare dal vecchio erborista detto
lo "stroligo" che viveva al limitare del bosco, nella casa omonima21.
Chi scrive ha avuto occasione di visitare la "C di stroligh" quando
era ormai abbandonata da decenni ed in rovina; soprattutto colpiva
il colore delle stanze: le pareti erano tutte dipinte di un rosso
acceso con lunghe striature e fiammate di giallo e arancione! Maria
la sperlusciona era detta cos per il suo aspetto trasandato. Visse con
lo Stroligo more uxorio per alcuni anni e da lui impar tutti i segreti
delle erbe medicinali. Morto il vecchio, essa si sistem nella cascina
e l riceveva le visite di gente sofferente. Lo scrivente aveva dieci
anni quando, con le mani piene di porri e verruche, fu portato dalla
"Maria Stria" (come era chiamata dietro le spalle "Maria la sperlusciona").
Mi trovai dinanzi una donna piccola, grassoccia, vecchia e
laida che forse un tempo era stata carina. La Maria Stria mi guard
le mani e quindi mi fece alcune domande di prammatica che ora
non ricordo. Poi mi forn la sua "ricetta" contro porri e verruche.
Dovevo aspettare che morisse un animale domestico (il giorno
seguente per fare in fretta mia madre uccise un coniglio) e assolutamente
da solo dovevo portarlo sotto un albero di salice in una notte
serena, con la luna, seppellirlo ai piedi della pianta e quindi cogliere
trecento foglie di salice e sfregarle fortemente una ad una sui miei
porri pronunciando una formula che ora non ricordo. Feci tutto per
bene secondo le istruzioni, anche se con comprensibili brividi di
paura: qualche giorno dopo i porri si essiccarono e quindi scomparvero.
Logicamente era stato il salicidato contenuto nelle foglie a
curarmi ma Maria la sperlusciona era fatta cos: amava ammantare
i suoi rimedi fitoterapia di un'aria di mistero e rituale magico. Una

stradina della Valceresio, quella che porta a Brusinetto, detta


ancor oggi "re strecia di strii" (stradina delle streghe) e vi , da parte
degli abitanti, un certo timore a percorrerla a piedi di notte. Si dice
che per anni era stata abitata da alcune donne dedite alla magia
nera. A Brusimpiano un bambino sano e vispo, dopo che una
donna di quella via, considerata strega, lo adocchi (gli fece il
malocchio), cadde ammalato. Ogni giorno deperiva ed i genitori
erano disperati. Il padre chiese aiuto alla perpetua del prete del santuario
di Ardena, una donna che, dicevano, se ne intendeva di esorcismi.
Questa gli disse che l'unico rimedio contro le streghe era far
bollire gli abiti del bambino nell'acqua benedetta per allontanare il
maleficio. I genitori non erano superstiziosi, ma l'amore per la loro
creatura era tanto grande che provarono anche questo rimedio.
Mentre l'acqua bolliva entr nella casa un gatto nero. Il padre subito
prese una roncola e la scagli con violenza colpendo il gatto ad
una zampa. Proprio in quel momento, a Brusino, la donna considerata
strega fu vista zoppicare e poco dopo cadere morta fulminata
da un colpo apoplettico. Il bambino ritrov tutta la sua salute
ed il paese fu liberato dalla strega22.
Guaritori e sensitivi - Magia e stregoneria sono andate sempre
di pari passo nella tradizione popolare. Per l'immaginario collettivo
dell'uomo qualunque del XX secolo, chi aveva a che fare con
la magia era decisamente qualcuno da evitare o comunque da tenere
lontano anche se molto spesso faceva comodo servirsi di queste
persone sperando di perseguire i propri scopi reconditi e ottenere
risultati poco legali, senza rischiare di persona. E per questi motivi
che ancora oggi vi una larga percentuale di persone che crede nella
stregoneria. Ma non si deve credere solo all'aspetto negativo della
negromanzia: dobbiamo chiarire che in tempi moderni vi sono state
anche alcune streghe benefiche che gratuitamente, o in cambio di
piccole somme, agivano per il bene degli altri a scopi positivi e che
mai hanno fatto uso dei loro supposti poteri per danneggiare qual-

cuno. il caso dello "striun de Sri" (Cittiglio), un prete spretato per


amore, che assieme alla sua compagna, una famosa "stroliga", bella
donna un poco attempata con degli splendidi capelli neri (l'avevano
soprannominata la "spagnola"), su richiesta parlava coi morti e
li faceva interagire a favore dei loro parenti viventi. La donna faceva
le sue "fattur par ciama i mort" mentre l'uomo andava in trance
e con voce mutata dava predizioni del futuro e ottimi consigli
pratici al cliente. Questa coppia di "strolig" non voleva denaro in
pagamento, ma si accontentava di un dono in natura: un pezzo di
formaggio, un cestino di frutta, una bottiglia di vino23. Essi dicevano
che il potere della divinazione gli era stato concesso dal "Buon
Dio" per aiutare gli altri e perci non dovevano farsi pagare per le
loro prestazioni. Anche famosi attori, giocatori di basket, industriali,
un celebre pittore, ricorsero al loro aiuto per ottenere lumi sul
futuro prossimo, e aiuti per prendere decisioni su problemi anche
di notevole importanza. Chi scrive ha assistito ad una seduta di evocazione
dello spettro di una povera donna morta in circostanze
misteriose e posso assicurare che, pur non capendo come fosse possibile,
lo spettro rivel attraverso il tramite dello "stroligo" alcuni
importanti fatti che portarono al ritrovamento, da parte dei figli
della defunta, di una notevole somma di denaro che si credeva
andata perduta. Non possibile determinare su che basi la coppia
effettuasse le sue predizioni ma la questione inquietante era che ci
azzeccava sempre! Dobbiamo pensare ad un reale potere paranormale?
Da notare che questa coppia di stregoni non nomin mai n
Ges Cristo, n alcun santo quale loro ispiratore, ma invocava sempre
un generico "Buon Dio". Che questi fosse il dio cristiano o una
antica divinit locale non lo si mai saputo24.
Anche la "stria de Mumbell" (Laveno) e la "stroliga de Sunii"
(Sunia-Verbania) mettevano le loro arti magiche solo al servizio del
bene e si rifiutavano di fare la fsica contro qualcuno. Queste persone
erano benestanti (la strega di Sunia possedeva una ben avviata
fabbrichetta di mobili) per cui concedevano gratuitamente i loro

servizi e parevano veramente dotate di poteri paranormali impressionanti.


A volte hanno guarito adulti e bambini da malattie considerate
incurabili. In segreto mi raccontarono che i loro strani poteri,
di cui neppure essi si capacitavano, gli venivano dall'avere fin da
bambini rifiutato istintivamente il Cristianesimo, sputando nascostamente
l'ostia consacrata quando i genitori gli facevano fare la
comunione, e di avere invece seguito la "vegia religiun d'piant i
besti" (la vecchia religione degli alberi e degli animali) che un anziano
parente gli aveva segretamente rivelato. Si tratta di un evidente
caso di ritorno ad un paganesimo ancestrale25. Tranne questi pochi
esempi di "strie" buone, in tutti i casi di stregoneria di cui ho raccolto
testimonianze dirette appare chiaro che in queste storie
"moderne" lo scopo ultimo sempre quello di eliminare, o perlomeno
danneggiare, un rivale o una persona antipatica e nel contempo
ottenere un buon risultato economico con poco sforzo. Prima
del 1980 questi racconti erano storie quotidiane che spesso la gente
si sussurrava in segreto. C'erano tante "strie" nei piccoli borghi
montani, esse si conoscevano bene tra loro e la gente, pur avendone
paura spesso ricorreva ad esse per far fare qualche maleficio contro
un nemico, o proteggere s ed i suoi dalle malie degli altri. La
stregoneria, vera o immaginaria, faceva parte della vita del paese e
con le streghe bisognava sempre fare i conti. Per lo pi le si ignorava
e si evitava di parlare di esse con gli stranieri, i "Milanss"; inoltre
si aveva molta prudenza nei rapporti interpersonali con donne
di famiglie non imparentate, perch non si sa mai: anche la vicina
di casa tanto simpatica di notte poteva inforcare la scopa e via...
volare verso il sabba pi vicino!

NOTE
* Le informazioni orali provengono dall'"Archivio Roberto Corbella" o dalT'Archivio Orienteoccidente". Gli informatori vengono elencati con l'iniziale del
nome ed il cognome completo oppure solo con le iniziali, segue il nome del paese
dove stata registrata la testimonianza, l'anno di registrazione.
1 II "Segno" una particolare situazione in cui viene a trovarsi una persona, o un
luogo, scelti da esseri sopranaturali per divenire di loro dominio e dove l'influenza
benefica del Cristianesimo non pu nulla.
2 15 maggio 1811: circolare della Pubblica Istruzione ai professori di liceo del
Regno Italico "Sulle diverse costumanze, pregiudizi e superstizioni che si mantengono
nelle Campagne".
3 Civilt di Golasecca: importante cultura celta che si svilupp in Insubria dal
1000 al 300 a.C.
4 Ved. capitolo "La fisica".
5 Queste interviste servivano a raccogliere materiale per i miei volumi sul folklore
insubrico Creature del mistero e Fantasmi nostri.
6 In Islanda e Norvegia, come evidenziato da racconti e leggende popolari, si
pensa che i preti (in questo caso pastori protestanti), dopo il seminario, vadano
segretamente a lezione di magia nera da qualche celebre sciamano locale.
7 Molti uomini di mezz'et da noi interrogati ci hanno descritto in termini schiettamente
erotici in tutti i particolari questi "incontri" stregoneschi, aggiungendo
di aver agito come in un sogno: capivano esattamente ci che stava succedendogli
ma non potevano reagire.
8 Questo bassorilievo, fino a qualche anno fa, era ancora visibile alla Colma di
Craveggia presso la cappella di San Rocco.
9 Archivio R. Corbella conversazione con Caterina Steyt Dorf (1976).
10 Ricordiamo che questi fatti o supposti tali avvennero tra il 1950 e il 1980.
AA.W., L'albero del tempo, Angera 2003.
11 Gli Abolic sono degli spiritelli minuscoli, tipo di folletti della tradizione verbanese,
che si cibano di frutta. Dotati di grandi poteri paranormali essi si mostrano
agli uomini solo durante i temporali estivi.
12 Imbastardimento, ticinese da Heimat-loss. Senza patria. Erano chiamati cos in
Svizzera i vagabondi e i non appartenenti alla Confederazione Elvetica.
13 La strega Agnese di Altanca (Poschiavo) confessa nel 1432 che Lucifero le
apparso in forma di becco, offrendole pane e formaggio in cambio di un terzo del
raccolto di fieno di tutta la valle. Per questo motivo venne giustiziata. Certo che
a quei tempi diavoli e streghe si accontentavano proprio di poco!

14 Ovvero: "questa donna e le sue capre sono le prime parenti del Diavolo".
Evidentemente la carit cristiana non era molto seguita da quel sacerdote!
15 II sistema di trasporto pubblico svizzero con corriere si chiama "Postale" perch
collegato alle Poste Elvetiche.
16 Inf. A. Rossetti - Gavirate (1972).
17 Inf. A. Rossetti, D. Binda, G. Peregalli - Gavirate, Cuveglio (1972).
18 Paolo Diacono, Histora Longobardorum.
19 C. Ranci, La sponda magra, Milano 1931.
20 La C di stroligh si trovava subito sopra Arcisate all'inizio della vecchia mulattiera
che conduce al "Passo del Vescovo". Ora stata abbattuta.
21 Su questo misterioso e singolare personaggio non si riusciti ad avere notizie
precise. Alcuni dicono fosse un ex-medico radiato dall'albo che per campare si era
adattato a fare l'erborista. Per altri era una specie di "guru" legato a pratiche sataniche.
22 Inf. L.M. - Brusimpiano (2008).
23 Gavirate - Archivio Orienteoccidente; inf. L. Lazzari, L. Derla - Fascicolo 31 b
anno 1996.
24 Inf. C. Sailer - Como (1939).
25 Molti casi di ritorno al paganesimo puro e semplice si sono avuti tra il 1959
ed il 1980 nella zona di Laveno Mombello e della Valtravaglia. Si tratta in genere
di persone con una buona istruzione, esperienze alternative e una fierezza anticlericale
di libert anarchica. Generalmente sono simpatizzanti di movimenti autonomisti
e si riconoscono nella cultura tradizionale celta irlandese.

L'archetipo della strega insubre: la Druida "Bna Deruyd", sacerdotessa e guaritrice


celta con la sua oca sacra, la nudit affermazione della sua appartenenza
alla Grande Madre Terra (ricostruzione R. Corbella)

Sciamanesimo nordico nella stregoneria longobarda: la Spakona, diretta antenata


della strega lombarda, "Donna di potpr~s~~Stessa, evoca gli spiriti dei morti
mediante il suono del tamburo scia~ 'menti sono ripresi da quelli
rinvenuti nelle tombe longobarde ricostruzione R. Corbella)