LA GRANDE CRISI
Abbiamo visto che l'America aveva partecipato alla Prima guerra mondiale per i gruppi economici più
grandi e potenti: grandi imprenditori, alta borghesia perché c'erano questi che avevano investito in
Europa. Per cui una sconfitta dei paesi dell'Intesa non avrebbe consentito il risarcimento dei debiti.
Questa situazione economica nonostante l'investimento nella guerra non si era risolta. Molti settori di
ripresa c'erano stati ma vedremo che avevano portato fuori strada molti investitori.
Negli anni Venti, i cosiddetti ‘’anni ruggenti’’, l'economia americana si era spinta a livelli di
produttività mai raggiunti in precedenza. Gli Stati Uniti erano diventati di fronte al mondo intero
l'immagine della prosperità. Milioni di cittadini americani, convinti che la vita del paese e la loro
personale esistenza fossero destinate a un continuo e inarrestabile arricchimento, non avevano
esitato a investire i propri risparmi e spesso a indebitarsi - grazie alla diffusione di mutui e di forme di
credito al consumo come finanziamenti e rateizzazioni - per acquistare beni tipici della nuova società
nella quale le automobili e gli elettrodomestici. (bisognava quindi o abbassare i prezzi o diminuzione o
togliendo posti lavoro o distruggendo i prodotti)
La prosperità statunitense alla fine degli anni Venti nascondeva alcuni problemi strutturali. Innanzitutto,
i redditi erano distribuiti con enormi disparità e per le classi medie e basse stava diventando sempre
più difficile continuare a spendere e ad acquistare tutto ciò che il sistema produttivo offriva. Iniziarono
quindi ad accumularsi scorte di merci invendute e si profilò una crisi di sovrapproduzione: i beni non
riuscivano più a essere acquistati alla velocità alla quale venivano prodotti. Mancava un controllo
dello Stato sul sistema bancario, costituito da numerose piccole banche private, che concedevano i
prestiti senza adeguate garanzie e senza la necessaria solidità finanziaria. In un quadro connotato
dall'idea di una crescita inarrestabile, anche i titoli di borsa avevano continuato ad aumentare il loro
valore, spesso indipendentemente dal reale andamento delle imprese. Molti americani avevano ritenuto
di potersi arricchire grazie alla speculazione cioè traendo vantaggio della variazione nel tempo dei
prezzi dei titoli. Piccoli e grandi risparmiatori anche chiedendo soldi in prestito alle banche, compravano
azioni a un certo prezzo nella speranza di poterle rivendere, e quindi di guadagnare, una volta che
questo fosse cresciuto (e il prezzo cresceva se di un titolo c'era molta richiesta) si trattava per molti
versi di una specie di “gioco d'azzardo” poiché si scommetteva sul rialzo delle azioni. In questo modo il
mercato azionario aveva quasi visto quintuplicare il valore medio dei titoli, si era creata così una bolla
speculativa destinata ad esplodere.
Il 24 e il 29 ottobre del 1929 sono passati alla storia come il giovedì nero e il martedì nero
perché in quei giorni a Wall Street, la Borsa di New York, iniziò una irrefrenabile vendita di titoli.
Molti agenti di borsa cominciarono a liberarsi delle azioni in loro possesso, dal valore ormai assai
elevato, per timore che questo calasse. Fu subito panico: in pochi giorni tutti i titoli di borsa, fino a quel
momento gonfiati dalla speculazione, crollarono, dissolvendo così immense fortune. I titoli
continuarono a scendere.
Gli effetti del crollo di borsa non tardarono manifestarsi sulla vita dei cittadini e sull'economia reale: tra
il 1929 e il 1933 fallirono 5000 banche, dal momento che i loro clienti erano diventati da un giorno
all'altro insolventi(chi aveva perso tutto in borsa non poteva far fronte ai propri debiti) oppure perché
anch'essi avevano investito i soldi dei risparmiatori nella speculazione finanziaria e ora non erano più in
grado di restituirli. La chiusura delle banche causò la contrazione del credito ai privati e alle aziende
e la perdita dei risparmi dei clienti. Fallirono quindi anche 100.000 imprese. Ne derivarono drammatici
effetti su tutta la società americana: calo della produzione, licenziamenti, povertà diffusa,
contrazione della domanda e conseguente caduta dei prezzi dei beni, disperazione.
La crisi colpì anche l'agricoltura. Molti produttori, tentando disperatamente di frenare innanzitutto il
crollo dei prezzi, optarono per la diminuzione dell'offerta attraverso la distruzione dei raccolti. Gli
imprenditori presero talvolta provvedimenti analoghi: negli Stati Uniti migliaia di automobili nuove
furono distrutte.
In ambito industriale si limitò la produzione che diminuì quasi del 50%. L'effetto più grave della
diminuzione della popolazione e dei fallimenti di banche e imprese sulla vita delle persone fu la
disoccupazione, che raggiunse livelli altissimi: il 25% della popolazione rimase senza lavoro (13-15
milioni di persone). Conseguenze a catena della disoccupazione furono un'ulteriore riduzione degli
acquisti (diminuì infatti il numero di persone in grado di spendere), e dunque anche un crollo della
produzione. L'economia si era avvitata in un meccanismo perverso nel quale la crisi
generava sempre nuova e più profonda crisi.
Il presidente Hoover affrontò la grave situazione convinto che la situazione alla crisi economica
dovesse provenire dal volontarismo del mondo imprenditoriale: in altre parole, dovevano essere
intraprese misure di cooperazione, coordinamento e controllo del sistema industriale e produttivo,
decise però autonomamente dagli imprenditori, senza imposizioni da parte del governo federale che
avrebbe dovuto limitarsi a suggerimenti e consigli, ad esempio auspicando l'impegno a mantenere certi
livelli di produzione e di occupazione.