Esame Economia
Esame Economia
MACROECONOMIA: Questa si riferisce a quelli che sono i principali meccanismi, le principali variabili che regolano la
realtà economica a livello macro. Cosa significa? macro, grande, che coinvolge tutto il paese. Ad esempio, il reddito, la
variabile della crescita (tutti meccanismi che regolano l’economica di tutto il paese). Studieremo inoltre 3 mercati
fondamentali: mercato dei beni, mercato del lavoro e mercato della moneta, secondo un duplice approccio: quello
della teoria neoclassica e quello della teoria keynesiana andando in qualche modo a confrontare queste due diverse
scuole.
MICROECONOMIA: questa studia invece il comportamento dei singoli individui; dunque, passiamo da una visione
macro in cui prendiamo in considerazione le variabili che regolano l’economia di tutto il paese, ad una visione micro,
piccola, dunque focalizziamo l’attenzione su un singolo individuo. In particolare, ci focalizziamo su due operatori
economici: il consumatore ed il produttore. Il consumatore, che generalmente si comporta in modo razionale, ha
come scopo principale quello di massimizzare il suo benessere; il produttore avrà come interesse principale quello di
massimizzare il proprio profitto. Queste due figure operano nel mercato.
PARTE SPECIALE- ECONOMIA DI GENERE: In questa parte studieremo i principali meccanismi di discriminazione che si
generano all’interno del mercato del lavoro. In particolare, parliamo della discriminazione di genere: ovvero
discriminazione del gruppo donne rispetto all’uomo. La discriminazione, all'interno del mercato di lavoro, può avere
diverse forme: ad esempio, differenza di stipendio. Parleremo anche della segregazione di genere, sia verticale che
orizzontale.
Come precedentemente sottolineato, affronteremo l’economia attraverso il confronto dei due approcci: modello
neoclassico e modello keynesiano. Se vogliamo sintetizzare quello che è il cuore dell’idea di questi due diversi approcci
possiamo dire che la scuola neoclassica ha un approccio più liberista, mentre quella keynesiana più interventista. Cosa
vuole dire questo? Nell’idea della scuola neoclassica (smith, ricardo e altri ancora) l’idea è che il mercato da solo, in
qualche modo, possa risolvere i problemi, di risolvere le crisi. Di fatti c’è la teoria che in francese viene definita: la
Laissez-faire (lascia stare), fare in modo che da solo il mercato si riequilibri, si liberi di ogni intervento statale.
Liberista in questo senso, rendere il mercato libero da ogni forma di intervento di carattere statale, governativo. L’idea
keynesiana invece è praticamente l’opposto. Interventisti appunto perché è fondamentale che lo stato intervenga, è
fondamentale che ci siano politiche che si interessano di risolvere crisi e problemi che non sono passeggere. Da questo
punto di vista, lo Stato ha nelle sue mani la chiave fondamentale per bloccare la crisi e favorire una rapida ripresa
economica. Motivo per cui nei momenti di crisi lo Stato non può rimanere a guardare e pensare che il mercato
guarisca da sè, perchè il mercato può impegnare anche molto tempo per correggere spontaneamente una crisi.
TEORIE PRINCIPALE DELL’APPROCCIO NEO-CLASSICO: legge di Say; Teoria Quantitativa della moneta.
TEORIE PRINCIAPLI DEL KEYNESIANO: principio della domanda effettiva; teoria della preferenza della liquidità.
LEGGE DI SAY: Legge degli sbocchi, o anche detta legge di Say, dal nome dell’economista che per primo ne ha dato una
completa esposizione, afferma che è l’offerta dei beni a generare la domanda. È dalla produzione che si genera la
domanda. La variabile fondamentale è la produzione. Prima bisogna produrre e offrire, da questo ne deriva la
domanda. Diciamo subito che keynes invece sostiene che è la domanda a generare l’offerta; quindi, prima c’è una
domanda e poi c’è la produzione. Cambia dunque completamente l’approccio.
L: forza lavoro.
X=f(L) La produzione X è funzione del lavoro. La produzione dipende dalla forza lavoro.
Esistono anche altri fattori produttivi che incidono sulla produzione. Per fattori produttivi si intende gli imput, quei
fattori che danno vita al processo, quel processo produttivo che poi è destinato ad ottenere un risultato (output).
Tradizionalmente i fattori di produzione sono: il capitale; la terra; il lavoro; ma anche ad esempio il management di
un'azienda. Per capitale in questo caso intendiamo la strumentazione tecnica di un'azienda, la tecnologia, le macchine.
Ma qual è il punto della funzione di produzione che verrà concretamente scelto? E’ importante anche capire dunque il
punto effettivo della produzione, quanto verrà prodotto in un sistema. Quanto deve produrre? Nella visione
neoclassica sicuramente quanto deve essere prodotto dipende dall’andamento del mercato del lavoro. Nella funzione
neoclassica, la produzione di merci (X) dipende dall'andamento del mercato del lavoro. Quindi X è funzione della forza
lavoro.
Innanzitutto, dobbiamo chiarire che cosa si intende per domanda di lavoro, nel mercato di lavoro, la domanda di
lavoro da parte degli imprenditori; mentre l'offerta di lavoro la fanno i lavoratori.
Nel grafico abbiamo sull’asse delle ordinate il salario reale che è W su P, cioè
salario su livello generale del prezzo; quindi, è il reale potere d'acquisto che ha il salario rispetto ai prezzi. Sull’asse
dell’ascisse invece N ovvero numero dei lavoratori. Abbiamo questa curva decrescente (quindi all'aumentare di una
variabile l'altra diminuisce) e questa curva di domanda ci dice che più lavoratori disponibili ci sono, più il salario
diminuisce; meno lavoratori disponibili ci sono e più il salario aumenta.
Questa curva decrescente può rappresentare anche la produttività
marginale del lavoro, che è appunto una curva negativa che diminuisce
man mano che il numero dei lavoratori aumenta.
Questa invece è la curva di offerta di lavoro che fanno i lavoratori. È una curva positiva tra le due variabili
(all'aumentare di una variabile aumenta anche l'altra). Aumenta ad esempio il salario, aumenta il numero di
lavoratori. Piu lavoratori offrono il proprio lavoro se ovviamente il salario è sufficiente. Tra la domanda che è una
curva decrescente, e offerta che è una curva crescente, ci sarà un punto di equilibrio. Generalmente la variabile che
oscilla, ed è in grado di portare in equilibrio il sistema, è la variabile prezzo. Quindi il punto in cui la domanda incrocia
l'offerta, quello sarà il punto di equilibrio nel mercato del lavoro.
Abbiamo compreso cosa determina il livello di produzione, ora cerchiamo di comprendere in che modo:” la
produzione genera una domanda di importo equivalente”. In altre parole, dobbiamo comprendere come la spesa
complessiva (la domanda) diviene uguale alla produzione (l'offerta). Ammesso e premesso che rispetto a quanto
espresso nella legge di Say la produzione sia una variabile fondamentale, dobbiamo dirci che questa si trasforma in
reddito che supponiamo vada interamente alle famiglie che a loro volta hanno ceduto la loro forza lavoro, reddito che
sarà in gran parte utilizzato nell’acquisto dei beni di consumo (C); e la parte non utilizzata viene invece risparmiata (S).
Perché si abbia l'eguaglianza tra reddito e spesa è necessario che la parte che non viene consumata dalle famiglie
venga, in altro modo, spesa. Quando le famiglie risparmiano, in un sistema di economia chiuso, dobbiamo immaginarci
che queste mettano i soldi in banca; tuttavia, questi soldi che le famiglie riescono a risparmiare, comunque non sono
immobili, nel senso che le banche comunque li fanno girare. Ad esempio, con i prestiti finanzieranno gli imprenditori.
La spesa complessiva, in un'economia chiusa, può essere definita come C+I. Dove C rappresenta la domanda di beni di
consumo e I che rappresenta la domanda di beni capitali, cioè quella che fanno gli imprenditori. Traducendo quello
che abbiamo detto in formule PRODUZIONE=REDDITO= C+S. Per quanto riguarda la spesa complessiva: SPESA
(DOMANDA)= C+I. Alla fine dopo aver detto che dunque il reddito sarà sempre speso avremo che il reddito sarà uguale
alla spesa, e quindi C+S=C+I. Eliminando i termini comuni il risparmio uguale all’investimento: S=I.
Sia il risparmio che l’investimento sono funzioni del tasso d’interesse. Importante questa cosa perché c’è sempre una
variabile e in questo caso il tasso d’interesse è capace di portare in equilibrio il mercato. Il tasso di interesse è il prezzo
del mercato dei beni. Secondi i neoclassici i soggetti economici decidono subito il risparmio, che è tanto più alto
quanto maggiore è il tasso di interesse. Analogo discorso vale per l’investimento: quanto più è basso, tanto maggiore è
l’investimento. Secondo i neoclassici, il tasso d’interesse assicura l’equilibrio, cioè l’uguaglianza tra Risparmio e
Investimenti.
Come vediamo è una curva decrescente (ogni curva di domanda è una curva
decrescente). Sull’asse delle ordinate abbiamo il tasso di interesse (r),
sull’asse dell’ascisse abbiamo l’investimento. Qui abbiamo una relazione
negativa. All’aumentare della variabile diminuisce l’altra o viceversa.
Perché vi è una curva decrescente? Perché in questo caso il tasso
d’interesse rappresenta proprio il costo della domanda dei beni capitale. Ad
esempio, se chiedere un finanziamento per pagare a rate dei macchinari ha
un tasso d’interesse, se quel tasso di interesse è troppo alto la domanda dei
beni capitali diminuirà. Se il prezzo è troppo costoso diminuisce la domanda logicamente. Piu vantaggioso sarà il tasso
di interesse viceversa gli imprenditori aumenteranno la loro domanda.
Se uniamo i 2 grafici, le due curve come una forbice si incrociano e otteniamo la rappresentazione della teoria
neoclassica dell'interesse: il saggio di interesse dell’equilibrio è determinato dall'incontro tra la funzione del risparmio
e quella dell'investimento. Come possiamo notare l'equilibrio si presenta nel punto B. Anche per quanto riguarda la
relazione risparmio e investimento si mette in moto in situazioni di squilibrio un meccanismo di aggiustamento simile
a quanto descritto per il mercato del lavoro. Se il tasso di interesse ad esempio è troppo alto vi sarà un eccesso del
risparmio che metterà in moto una tendenza alla riduzione del tasso di interesse che spingerà le famiglie a risparmiare
di meno e le imprese a investire di più. Questa tendenza si arresterà solo quando risparmio e investimento torneranno
in equilibrio.
Come si può notare da questa figura abbiamo l’unita di merce i che può
essere venduta ad un determinato valore e questo permette al soggetto
che ha venduto la merce di comprare anche in un momento successivo
un’unità di merce. Dunque, si spezza quel legame diretto della
compravendita immediata che avevamo nel baratto.
Punto di partenza della teoria quantitativa di Cambridge deve essere la considerazione che quando si guarda alla
moneta in termini di stock la domanda diviene la detenzione intenzionale di moneta: domandare moneta significa in
quest'ottica detenerla in una quantità uguale a quella desiderata sulla base del proprio reddito, della propria ricchezza
ecc..(facendo un esempio pratico, io chiederò liquidità in base a quanto io penso di voler spendere e questo
ovviamente dipenderà dal reddito che ho a disposizione). Quindi nella teoria quantitativa della moneta di Cambridge
la domanda di moneta Md dipenderà da k, che è una costante, per P che è il livello generale dei prezzi, moltiplicato
per X che è il reddito: Md=k P X.
L'offerta di moneta è costante. Quindi Ms= M* (significa costante, si legge M star). Ora l'equilibrio nel mercato della
moneta si avrà quando l'offerta di moneta è uguale alla domanda di moneta. Eguagliando domanda e offerta
otteniamo: M*= k P X. È evidente allora che questa versione della teoria quantitativa pone l'accento sul fenomeno
inverso alla circolazione della moneta e quindi si presenta per certi aspetti come l'inverso della versione di Fisher.
Ora risolvendo l’equazione per P, cioè in base al livello generale dei prezzi, così come abbiamo fatto con Fisher avremo
che P=(1/k) (M*/X). Se si considera il valore delle transazioni uguale a quelle del reddito avremo: X=T.
Eguagliando le due funzioni del livello generale dei prezzi (versione di Cambridge e Fisher), risolta in base al livello
generale dei prezzi avremo: P=(1/k) (M*/X) e P=(MV)/T e se X e T sono costanti avremo che V=1\k.
E quest’ultima eguaglianza ci dice che vi è una similitudine tra le due versioni della teoria quantitativa. Esse però si
presentano come modalità invertite di interpretare i meccanismi di domanda e offerta della moneta: l’una guarda la
moneta nel momento in cui passa di mano in mano per finanziare gli acquisti (Fisher); l'altra guarda la moneta nel
momento in cui sosta, in un determinato istante, nel patrimonio dell'individuo in attesa di essere spesa per l'acquisto
di beni e servizi.
IL MODELLO KEYNESIANO: come già detto in precedenza questo si contrappone al modello neoclassico di impronta
liberista. Questo modello si basa sul principio della domanda effettiva che genera l’offerta. Per Keynes la domanda è
quell'elemento fondamentale che è in grado di mettere in moto il circolo virtuoso dell'economia.
È dunque evidente che per comprendere e studiare il funzionamento del sistema economico secondo l’approccio
keynesiano è indispensabile approfondire le componenti della domanda aggregata, che in un’economia chiusa sono
consumo e investimento. Partendo dall’analisi del consumo, nella visione di Keynes il consumo è dato dalla formula:
C= C0+c’X. Il consumo C è la variabile dipendente, dipende da C0, che è il consumo autonomo, ovvero quella parte del
consumo che non dipende dal reddito: normalmente noi consumiamo quanto più è alto il nostro reddito; tuttavia,
esistono beni di prima necessità che noi consumiamo indipendentemente del nostro reddito, anche se questo è
uguale a zero. c’=la propensione marginale al consumo (indica come varia il
consumo in base al reddito.) X=reddito.
Questa è la rappresentazione grafica della funzione del consumo. Sull’asse dell’ordinate abbiamo il consumo, sull’asse
dell’ascisse abbiamo il reddito. Tra queste due variabili abbiamo una relazione positiva perché più aumenta il mio
reddito aumenta il mio consumo. Tuttavia, possiamo notare una cosa interessante; nel punto C0, il punto in cui parte
la funzione del consumo, non può mai essere uguale a zero. Alfa invece rappresenta la pendenza della funzione del
consumo che non è altro che la propensione marginale al consumo.
Concludiamo dicendo che la funzione del risparmio nella teoria keniana si costruisce a partire dalla funzione del
consumo perché il risparmio non è altro che reddito non consumato per cui: S=X - C. Sostituendo il valore di C,
avremo: S=X-(C0 + c’X), facendo passaggi matematici avremo: S=-C0+(1-c)X, dove (1-c)=s’ che è la propensione
marginale al risparmio.
Concluso il discorso sul consumo, parliamo adesso dell’investimento, altra componente della domanda aggregata.
Keynes ha speso gran parte del suo trattato “della teoria generale” nello spiegare la sua teoria dell’investimento. In
poche parole, egli ritiene che l’investimento non dipenda dal tasso d’interesse ma dipenda dagli animal spirits ovvero
l’istinto degli imprenditori di prevedere il futuro, le loro aspettative: se l’imprenditore per natura ha un aspettativa più
positiva tenderanno ad investire di più, al contrario se gli imprenditori hanno una visione più negativa ovviamente
tenderanno ad investire di meno. Per tale ragione nella concezione di Keynes, gli investimenti sono considerati
esogeni cioè costanti per questa ragione I=I* (dato costante).
Un altro modo per ricavare il valore del reddito nazionale è quello di utilizzare direttamente l'equazione del reddito
nazionale andando a sostituire il valore del consumo e dell’investimento nell’equazione: X=C+I
Sostituiamo il valore del consumo che è uguale a X=C0+c’X+i*
Facendo dei passaggi matematici in cui andiamo a risolvere l’equazione per X si ottiene lo stesso risultato ottenuto col
metodo precedente che è X=(1/(1-c’))C0+I*
Altro principio importante è quello del moltiplicatore degli investimenti: questo principio dice che se appunto
aumentano gli investimenti questa cosa avrà un effetto virtuoso proprio sul reddito, l’effetto finale sarà più che
proporzionale: ammettiamo ad esempio che gli investimenti aumentano di 100, l’aumento finale sul reddito sarà
superiore a 100. Da un punto di vista matematico, il valore del moltiplicatore è uguale all'inverso della propensione
marginale al risparmio. La teoria del moltiplicatore degli investimenti è un corollario del principio della domanda
effettiva perché si basa sull’idea che fino a quando ci sono risorse inutilizzate (appunto che possono essere spese), la
spesa attiva produzione e la produzione porta a distribuzione del nuovo reddito; il nuovo reddito viene in grande parte
speso così da attivare produzione aggiuntiva e nuova distribuzione di reddito. Si genera così un circolo vizioso che
mette in moto l’economia: quindi il principio della domanda effettiva possiamo dire che si collega con la
determinazione del reddito di equilibrio e si conclude poi con il principio del moltiplicatore degli investimenti.
Introduciamo adesso il mercato del lavoro nel modello keynesiano: questo è un altro argomento molto importante
che keynes ha interpretato diversamente dalla visione neoclassica. Al centro della sua visione vi ritroviamo
sicuramente l’ampio dibattito che gira intorno al tema della disoccupazione involontaria. (Ricordiamo che nel modello
neoclassico la disoccupazione era visto come un qualcosa di passeggero che da solo il mercato riusciva a riequilibrare.)
Per comprendere le idee dobbiamo chiarire che in primo luogo, nella sua prospettiva il mercato del lavoro è passivo
rispetto al mercato delle merci, cioè il mercato del lavoro segue l’andamento del mercato delle merci, in questo senso
è passivo; altro punto fondamentale è la presenza di disoccupazione involontaria, non esiste un livello di piena
occupazione come avviene nel modello neoclassico quando c’è equilibrio tra domanda e offerta di lavoro, non
esistono crisi passeggere ma persistono nel tempo; altra cosa fondamentale è la sua visione dei salari reali che sono
rigidi verso il basso. Significa che non esiste che il prezzo del mercato del lavoro, che è il salario reale, in qualche modo
sia sempre in grado di oscillare e di portare in equilibrio la domanda e l'offerta di lavoro. Per questa ragione la
variabile prezzo non è una variabile equilibratrice del mercato del lavoro, per questo esiste la disoccupazione, perché il
salario non è libero di flettere verso il basso. Keynes ideologicamente parlando, ritiene che in qualche modo i
lavoratori devono essere tutelati e che devono comunque ricevere un salario che sia dignitoso. Quindi nella sua
visione un ruolo importante è quello dei sindacati. Per tale ragione i sindacati intervengono in qualche modo
all'interno dei meccanismi del mercato, e settano il salario ad un livello dignitoso al di sotto del quale il salario non può
scendere. Nel flusso circolare dell'economia nel modello keynesiano si parte dalla domanda (di beni, di consumo o
beni capitali); la domanda determina la produzione; per esserci produzione è fondamentale che vi sia occupazione; i
lavoratori ovviamente devono essere pagati, e il prezzo del lavoro è appunto il salario.
Questo ci viene spiegato meglio da Keynes nella distinzione tra salari monetari e reali. Il salario monetario detto anche
nominale è la quantità di moneta che il lavoratore riceve in un’unità di tempo. Il salario reale è rappresentato dalla
quantità di beni e servizi che il lavoratore può acquistare sul mercato con il salario nominale percepito. Il salario reale
e monetario coincidono solamente quando i prezzi dei beni e servizi sono costanti nel tempo. Quando invece i prezzi
aumentano, con la stessa quantità di moneta si possono acquistare meno beni e servizi. In altri termini, la
disoccupazione involontaria dipende dall’insufficiente domanda di beni da parte di consumatori: essa infatti determina
scarsi ricavi per le imprese che non hanno propensione ad investire e ad assumere. Notiamo bene dunque come sia un
elemento centrale qui il ruolo ricoperto dalla domanda.
EQUAZIONI PIU’ IMPORTANTI DEL MERCATO DEL LAVORO NEL MODELLO KEYNESIANO:
L=L(X): il lavoro è funzione della produzione. Opposta del modello neoclassico in cui abbiamo X (produzione) che è
funzione del lavoro, qui è praticamente l’opposto. E quindi il lavoro dipende qui dal mercato delle merci.
PMGL=f(L) questa è la funzione derivata dalla inversa della prima formula e ci dice che la produttività marginale del
lavoro è una funzione decrescente del livello di occupazione.
w\P=PMGl è la condizione di equilibrio per il sistema delle imprese. garantisce che esse sono sulla loro curva di
domanda di lavoro essa data le altre equazioni consentirà di determinare il livello di prezzi ma su questo punto si
tornerà più oltre.
Concludendo, l'idea keynesiana sulla disoccupazione si basa sull'assunto che spesso nel capitalismo la disoccupazione
è involontaria, dovuta al basso livello della domanda aggregata e le situazioni di disoccupazione che dipendono da
bassa domanda aggregata possono essere risolte solo attraverso un aumento di essa e non per via di una riduzione dei
salari.
LA MONETA PER KEYNES: per keynes la moneta oltre ad avere la funzione di intermediario di scambi, ha anche la
funzione di riserva di valore. Cosa vuol dire? Si intende un modo alternativo per detenere la ricchezza; i neoclassici
avevano ignorato questa funzione, per keynes la moneta intesa come riserva di valore ha la massima importanza per
spiegare il ruolo che essa ricopre nella macroeconomia. Un'altra importanza differenza si riferisce al ruolo della
domanda di moneta, diciamo che in questo keynes prosegue la tradizione della scuola di Cambridge nel modello
neoclassico, però l’idea innovativa è che fondamentalmente la domanda di moneta può avere 3 motivi diversi… cioè,
perché si domanda liquidità?
Primo motivo è quello transattivo, si domanda moneta per transazioni; per motivo precauzionale, in riferimento a
situazioni inaspettate; per motivo speculativo (vera innovazione di keynes).
Abbiamo qui le 3 equazioni rispettivamente per la domanda di moneta per fini transattivi, precauzionali e speculativi:
Mtr=f(X,P): in pratica io domanderò liquidità se voglio effettuare transazioni e questo dipenderà dal reddito e dal
livello generale dei prezzi, cioè se questi sono accessibili;
Mpr=g(X,P,o): qui la domanda di liquidità è molto simile ai fini di transazione con l’aggiunta di sigma che è l’evento
imprevisto che appunto io non avevo programmato, però preferisco avere della moneta disponibile;
Msp=h(r): questa è la parte più innovativa perché dipende dal tasso di interesse.
La teoria della preferenza della liquidità è un altro baluardo della teoria keynesiana. Per preferenza della liquidità
Keynes intende il fatto di poter detenere la moneta liquida, di poter avere moneta che sia immediatamente
spendibile, perché secondo Keynes ci sono solo due modi per detenere moneta: immediatamente spendibile o
investirla in banca, investirli in titoli. Per Keynes la moneta ha le seguenti proprietà: non frutta un interesse; ha la
proprietà di essere massimamente liquida cioè è immediatamente utilizzabile per estinguere i debiti; ha un valore che
non muta nel tempo (se si prescinde ovviamente dai fenomeni di inflazione e della svalutazione); non ha costi di
immagazzinamento. Alla liquidità si contrappongono i titoli di credito, ovvero il fatto che uno possa usare la moneta e
investirla in prodotti finanziari. Le proprietà dei titoli di credito sono: essi fruttano un interesse; possono essere
convertiti in moneta, ma ciò ha un costo più o meno elevato; hanno un valore che muta nel tempo; non hanno, come
la moneta, costi di immagazzinamento.
Dal punto di vista di equazioni matematiche la domanda di moneta è cosi espressa: Md=Md(X,P, σ,r)
E consideriamo data la funzione di offerta :Ms=M*
Sostituendo la prima e la seconda nella condizione di equilibrio: Ms=Md otteniamo: M*=md(X,P, σ,r)
Per offerta di un bene si intende la quantità dello stesso che gli individui sono disposti a cedere in cambio di un certo
prezzo in un dato istante. Nella maggior parte dei casi l'offerta di un bene cresce all'aumentare del suo prezzo e
viceversa. L’offerta è pertanto una funziona crescente rispetto al prezzo.
LE VARIAZIONI DELL’OFFERTA. Se a mutare in maniera autonoma invece della domanda fosse l'offerta a parità di
prezzo e di quantità domandata si verificherebbe anche in questo caso una variazione del prezzo di equilibrio (si
prendi ad esempio in considerazione un’annata particolarmente produttiva che determina un incremento dell’offerta
di mele o di uva). Questo aumento di offerta, come abbiamo visto nel caso di domanda, comporta uno spostamento
della curva verso destra; al contrario una diminuzione comporta sempre uno spostamento verso sinistra.
Notiamo qui che c’è un aumento dell’offerta; la S si sposta verso destra in S’ e c’è
di fatti la freccia che lo spiega; da questo spostamento nascerà un nuovo punto di
equilibrio che si avrà nel punto E2. E si può notare inoltre in questo caso come
anche se c’è un aumento della quantità in quanto da Q* stiamo a Q2 , il prezzo si
setta a P2 e quindi il nuovo punto di equilibrio in riferimento al prezzo è inferiore
rispetto al prezzo di mercato iniziale. E questo ha un senso in quanto se
ipotizziamo che vi è un aumento dell’offerta significa che c’è più produzione (ci
sono più mele) e quindi riducendoci la scarsità si riduce il prezzo intrinseco. Se
facessimo il discorso inverso e quindi pensiamo che vi è molto meno raccolto, il prezzo aumenterà e vi sarà uno
spostamento della curva verso sinistra.
L’elasticità della domanda può essere maggiore o minore di 1: >1 quando è maggiore di 1 la domanda è elastica, cosa
vuol dire? Vuol dire che basta una piccola variazione del prezzo per determinare una grande variazione della quantità.
(la variazione può essere logicamente sia in positivo che in negativo). E quindi basta un piccolo aumento del prezzo a
determinare una riduzione notevole della quantità domandata o il contrario e cioè basta una piccola diminuzione di
prezzo a determinare una grande variazione della quantità richiesta. Quando invece il valore è <1 minore di 1 la
domanda è considerata inelastica cioè rigida. Nonostante vi sia una variazione importante del prezzo, la quantità
domandata non subisce significative modificazioni. Questo ovviamente si riferisce molto al discorso dei beni di prima
necessità (generi alimentari, medicinali). In altre parole, se ci chiedessimo cosa influenza l’elasticità della domanda
rispetto al prezzo potremmo dire sicuramente che a condizionarne la relazione è la disponibilità di trovare dei beni
sostitutivi.
IL CONSUMATORE
Il primo agente economico che la microeconomia studia è il consumatore. Ovvero, colui che acquista beni e servizi
principalmente per consumo e non per motivi commerciali.
Per studiare comportamento e scelte del consumatore è bene partire da alcune ipotesi che si attengono alla
concezione dell’homo economicus per Adam Smith e il principio della mano invisibile. Cos’è questo principio?
Principio secondo cui siccome tutti gli individui tenderanno a massimizzare la propria utilità personale in automatico
questa cosa porterà al raggiungimento del benessere collettivo. Una concezione che possiamo dirci successivamente è
stata messa profondamente in crisi, con ad esempio John Nash e la sua teoria dei giochi.
E dunque tornando alle caratteristiche del consumatore:
il consumatore ha l'obiettivo di massimizzare il suo benessere, il quale si identifica con le sue utilità.
il consumatore può essere definito un agente economico egoista in quanto sceglie sempre e solo in funzione
del suo interesse individuale.
altro concetto importante è quello della massimizzazione vincolata cioè in base alle risorse che ha a
disposizione tenderà sempre a massimizzare il suo interesse; quindi, non si accontenterà ma arriverà per
l’appunto a massimizzare la sua utilità fino al punto che gli è consentito ovvero fino al punto in cui le sue
risorse glielo consentono.
Ora, il consumatore deve comunque scegliere che tipo di beni ottenere per poter soddisfare la sua utilità.
Per ragioni di semplificazioni ci diciamo che esistono 2 beni, X e Z.
Il reddito del consumatore è comunque dato R=R*; nel senso che è un reddito limitato.
I prezzi dei due beni (X e Z) sono anche essi dati, costanti
In termini matematici l’utilità marginale può essere espressa con quanto segue: UMGx=dU/dX.
PRINCIPIO DELLA SCELTA: tra tutte le alternative disponibili il consumatore sceglie quella che attribuisce il rango più
elevato nel suo ordinamento, quella che gli permetterà di ottenere un livello di benessere maggiore.
PRINCIPIO DI NON SAZIETA’: il consumatore non è mai sazio: un paniere contenente una quantità maggiore di uno dei
due beni a parità dell'altro è sempre preferito ad un paniere che ne contiene una quantità inferiore- DI PIU’ È MEGLIO.
CURVA DI INDIFFERENZA.
Questa è l’insieme di combinazioni dei due beni che arrecano al
consumatore la stessa utilità.
A, C, E che sono tutti parte della stessa curva di indifferenza arrecano la
stessa identica utilità al consumatore. Per cui per quest’ultimo è
indifferente scegliere A, C oppure E.
La curva di indifferenza è convessa con andamento negativo la prima
caratteristica è associata al principio di non sazietà, la seconda
caratteristica è associata a quella dell'utilità marginale decrescente dei
due beni.
La pendenza dell’isocosto è chiamata saggio marginale di trasformazione di z1 per z2. Esso può essere definito come il
numero di unità del fattore z1 che il produttore riuscirebbe ad acquistare con le risorse risparmiate rinunciando
all'acquisto di 1 unità del fattore z2. Da un punto di vista matematico il saggio marginale di trasformazione è uguale al
rapporto tra i prezzi dei due fattori di produzione e dà valore negativo: SMTz1,z2: -(Pz2)/(Pz1).
Questo grafico inerisce alla scelta della tecnica produttiva ottimale. La scelta
ottima o equilibrio dell'imprenditore sarà il punto in cui la retta di isoquanto
scelta dall’imprenditore che ha deciso la quantità che vuole produrre, sarà
tangente alla retta di isocosto, nel punto C. In effetti anche A e B
appartengono alla stessa curva di isoquanto, quindi danno la stessa quantità,
però non sono preferibili dall'imprenditore in quanto il punto A e il punto B
appartengono ad una retta di isocosto maggiore; quindi, ci sono dei costi
maggiori in quei punti. Il punto C, invece, da la stessa quantità dei punti A e B
ma ad un costo minore perché appartiene alla retta di isocosto C2 che ha dei
costi minori. Il punto di ottimo è dunque un punto nel quale la curva di è tangente alla retta di isocosto. In quel punto
le due funzioni hanno la stessa pendenza, questo significa che il saggio marginale di sostituzione tecnica è uguale al
saggio marginale di trasformazione: SMST=SMT.
I COSTI DELL’IMPRENDITORE
Il costo totale complessivo è il costo che l'imprenditore sostiene per realizzare il processo produttivo ed ottenere la
quantità di prodotto desiderata. Esso si ottiene sommando i costi fissi totali e i costi variabili totali. In formule:
CT=CF+CV. I costi fissi (CF) sono quei costi che non variano al variare della quantità prodotta; i costi variabili sono quei
costi che variano al variare della quantità prodotta (CV). Un esempio di costo variabile è la materia prima: se io voglio
produrre più pane, ovviamente dovrò comprare più farina. Quindi il costo della materia prima è un costo variabile
perché varia al variare della produzione. Anche ad esempio l’elettricità è un costo variabile, perché se io voglio far
funzionare dei macchinari, più produco, più i macchinari saranno utilizzati, quindi più elettricità consumerò. Ma anche
la forza lavoro è un costo variabile, perché se io voglio produrre di più, ho bisogno di più lavoratori, e quindi dovrò
pagare più salari. Nel caso invece dei costi fissi, indipendentemente da quanto io voglio produrre, il costo non cambia.
L’esempio tipico è l’affitto del capannone, per esempio, dove l’imprenditore svolge la tua attività produttiva.
Rappresentazione grafica dei costi medi fissi. È una curva negativa. Sull’asse
delle ordinate abbiamo i costi medi fissi, sull’asse delle ascisse abbiamo la
produzione. Man mano che la produzione aumenta, il costo medio fisso si
riduce. Questa è una curva negativa con la caratteristica che non incrocio mai
l'asse delle ordinate, infatti ad un certo punto diventa parallela sia all'asse
delle ordinate che a quella delle ascisse, questo si chiama iperbole equilatera.
Questa funzione ha un andamento decrescente in quanto, se le unità prodotte
sono poche, i costi fissi si ripartiranno su poche unità di prodotto e sarà perciò
molto alta la loro incidenza sul costo medio. Man mano che la quantità
prodotto aumenta, lo stesso costo verrà ripartito tra più unità di merce e la sua incidenza media sarà sempre più
bassa.
L'andamento della curva del costo marginale è strettamente legato all'andamento della
produttività dei fattori della produzione impiegati: se un fattore della produzione più
produttivo, il costo di produzione realizzata con quel fattore si riduce.
La concorrenza perfetta è la forma di mercato più semplice e si tratta in realtà di una forma di mercato di scuola, mai
presente nella realtà, poiché è caratterizzata dagli elementi che difficilmente si realizzano nel mondo reale, tutti nello
stesso momento. Le caratteristiche sono:
Un esempio di concorrenza perfetta potrebbe essere il mercato agricolo, quello di un tempo, dove i beni (ortaggi e
frutta) erano più o meno della stessa qualità, e quindi per il consumatore era assolutamente indifferente rivolgersi ad
un imprenditore piuttosto che ad un altro. Oggi è più difficile che questo si possa realizzare perché le merci hanno
delle differenze di qualità. Un altro esempio potrebbe essere quello dello Street food, se ovviamente ci sono molti
ambulanti e parliamo più o meno dello stesso tipo di bene, cibo, che viene offerto.
Abbiamo detto quindi che in concorrenza perfetta l'imprenditore riceve il prezzo dal mercato, ma sicuramente gode
ancora di un potere discrezionale rispetto alla quantità da produrre. In concorrenza perfetta è molto importante una
condizione: condizione di equilibrio dell'impresa. Questa condizione è il punto in cui il ricavo marginale eguaglia il
costo marginale: RMG=CMG. Questa condizione di equilibrio darà anche il livello di quantità ottima da produrre in
concorrenza perfetta.
IL PROFITTO.
Sappiamo che l'obiettivo del produttore è quello di massimizzare la sua produzione. Il produttore massimizza la
produzione per poter poi massimizzare il profitto. In termini matematici il profitto totale, che si definisce in termini
simbolici con pgreco, è = RT – CT: cioè al ricavo totale – i costi totali. Il profitto può essere positivo quando i ricavi
totali sono superiori ai costi, ma ci può essere anche un profitto negativo; quindi, quando i costi che l'imprenditore ha
affrontato sono superiori ai ricavi. Per poter massimizzare il profitto l'imprenditore può sia aumentare il suo ricavo
totale, o giocando sul prezzo o sulla quantità quando è possibile, oppure può minimizzare i costi. Perché minimizzando
l'elemento che si trova sulla destra dell'equazione, che ha un valore negativo, significa che man mano il valore
assoluto aumenta. Se il ricavo è 10 e il costo totale è 5: 10-5= 5, quindi il profitto finale sarà uguale a 5. Ma se io riesco
a ridurre i costi, quindi anziché 5 li porto a 3: 10-3=7, quindi massimizza il mio profitto minimizzando i costi. Potrò
lavorare anche sul ricavo totale quando mi è possibile, perché il prezzo nella concorrenza perfetta non può essere
fissato dall'imprenditore.
Cap 1. Sez 1: evoluzione della partecipazione femminile al mercato del lavoro. Un dato positivo è che a partire dagli
anni 70, anche in seguito alle lotte sindacali, c’è stato un miglioramento nella partecipazione femminile al mercato del
lavoro. Questo è andato positivo perché se pensiamo a 50, 60 anni fa la partecipazione delle donne era molto bassa.
Bisogna però chiederci in che modo questa partecipazione femminile al mercato del lavoro è aumentata. Innanzitutto,
bisogna dire che solo 10 anni fa in Europa si è registrato un differenziale salariale di genere all’interno del mercato di
lavoro, cioè per qualche ragione c'è un dato di fatto che le donne guadagnano il 16% in meno rispetto agli uomini.
Intanto positivo quindi è sicuramente l'aumento della partecipazione femminile al mercato del lavoro; tuttavia, il lato
negativo è che queste donne guadagnano meno rispetto agli uomini. Perché? Perché non svolgono le stette mansioni.
Questo perché sembra che la possibilità di ricoprire alcuni ruoli, o di poter accedere ad alcune tipologie di lavoro per le
donne sono diverse. Questo differenziale salariale non è più attribuibile, come succedeva in passato, alla volontà di un
soggetto, il datore di lavoro, di voler discriminare. Le donne hanno la stessa possibilità di accesso in termini di settori
occupazionali rispetto agli uomini? Sembrerebbe di no. Questo è il concetto della femminilizzazione dei lavori poveri.
Le donne trovano occupazione dove i salari sono più bassi. Questo spiegherebbe il differenziale salariale. Sembra che
ci siano dei settori altamente femminilizzati e guarda caso la media dei salari è più bassa rispetto ad altri settori.
Femminilizzazione del lavoro poveri anche in riferimento al tipo di contratto che le donne spesso hanno. Secondo dati
ISFOL del ’99 e 2010 confermano che i contratti più precari, part-time, tutto questo lavoro atipico, sono ad
appannaggio delle donne. Sembrerebbe che le donne lavorino con forme contrattuali più precari e questo incide sulla
differenziazione salariale.
Cap 1. Sez 2: femminilizzazione dei servizi. Abbiamo visto quindi che negli ultimi anni la partecipazione delle donne
nel mercato del lavoro aumentato ma soprattutto nel settore del terziario, che è il settore di servizi alla persona.
Importante è la realtà non profit, cioè del terzo settore, che è appunto una realtà terza rispetto al settore pubblico e
privato. Ha autonomia privata, ma ha una serie di caratteristiche che lo avvicinano al settore pubblico. È importante
focalizzarsi su questa realtà perché negli ultimi anni, negli ultimi 30 anni, un aumento della partecipazione femminile è
avvenuta proprio all'interno del terzo settore. Settore che ha una serie di caratteristiche. Si chiama non profit, non
perché tutti i lavoratori che lavorano all'interno delle organizzazioni non vengono pagati, sono ovviamente
regolarmente retribuiti, ma perché se vi è un profitto di queste organizzazioni, questo profitto non andrà nelle tasche
del datore di lavoro, ma verrà riutilizzato per poter migliorare la qualità del servizio. In particolare, parliamo di
cooperativa sociale, impresa sociale, che sono i soggetti che hanno creato più opportunità di lavoro. Le cooperative
sociali possono essere di tipo A, in riferimento ai servizi sociosanitari ed educativi; di tipo B, in riferimento al
reinserimento di soggetti svantaggiati (ex detenuti). Le ragioni per cui le cooperative sociali hanno offerto opportunità
di lavoro per le donne sono varie: sicuramente perché c'è flessibilità, perché comunque le donne hanno sempre il
dilemma fondamentale di conciliare la vita familiare e riproduttiva rispetto lavoro, e molto spesso lo Stato non è in
grado di sostenere le donne in questo duplice ruolo che hanno. Quindi nelle organizzazioni non profit, come
cooperative sociali e imprese sociali, vi sono contratti molto flessibili che ben si adeguano all’esigenza delle donne.
Cap 1. Sez 3: segregazione di genere nel settore non profit. In questa sezione del capitolo uno ci si sofferma sulle
criticità. Nel senso che questa forte femminilizzazione nel settore dei servizi non profit, se accompagnata a dei salari
più bassi rispetto alla media dei salari che si possono percepire nel settore pubblico o privato; se accompagnata a delle
forme di contratto atipiche o abbastanza precarie; quindi, in generale a delle condizioni che sono peggiori rispetto a
quelle degli altri settori, a questo punto la concentrazione delle donne in questo settore diventa una vera e propria
segregazione. La segregazione nel mercato del lavoro è una categoria che rientra nella dimensione della
discriminazione economica. La segregazione è la sovra rappresentazione di un determinato gruppo di lavoratori, ad
esempio donne, gruppo etnico, in uno specifico settore lavorativo: questa è la segregazione orizzontale. C'è poi la
segregazione verticale che invece in maniera verticale non si riferisce al settore economico, ma si riferisce alla
difficoltà di poter acquisire ruoli apicali. Nel settore non profit vi sono entrambe.
Costituzione formale;
vincolo della distribuzione degli utili;
autogoverno;
natura giuridica privata;
rilevanza del lavoro volontario in rapporto alla manodopera complessivamente impiegata nella propria
attività.
Segregazione orizzontale: si riferisce all'allocazione dei lavoratori e delle lavoratrici, si verifica allorquando
si riscontra una sistematica sovra rappresentazione femminile (o gruppo etnico) in determinati settori
occupazionali;
segregazione verticale: si riferisce allocazione dei lavoratori e delle lavoratrici, si verifica allorquando si
riscontra una sistematica sovra rappresentazione femminile (o gruppo etnico) in determinate mansioni o
livelli di inquadramento.
La seconda forma di discriminazione nel mondo del lavoro è la discriminazione salariale diretta dove
fondamentalmente c'era un datore di lavoro che si permetteva all'arbitrio di poter attribuire due diverse retribuzioni a
due gruppi di lavoratori aventi le stesse caratteristiche produttive.
Cap 2. Sez.2: cause della discriminazione. La discriminazione nel mercato del lavoro è la causa o l'effetto? Quello che
si verifica nel mercato del lavoro è anche l'espressione di modelli che derivano dalla società. Quindi la discriminazione
di genere che si verifica nel mercato del lavoro, è l'effetto di ciò che si verifica nella società e che rappresenta la causa.
È importante dire che il fenomeno della discriminazione di genere è un fenomeno complesso che va analizzato sotto
vari punti di vista. Un altro punto fondamentale è quello di cercare di capire se riusciamo a rintracciare le cause della
segregazione, che è la forma più importante di discriminazione nel mercato del lavoro. Cause della segregazione:
Scarsa propensione delle organizzazioni a valorizzare le diversità, questo è un problema fondamentale perché
sia gli uomini che le donne possono essere produttivi ma in maniera differente;
Asimmetria nei carichi e nelle responsabilità domestiche;
Segregazione formativa, se pensiamo che le donne all'università, ad esempio, scelgono un tipo di corsi di
studi che le porteranno ad essere occupate in settori dove la media dei salari è più bassa rispetto ad altri;
Prevalenza di modelli organizzativi che premiano la presenza fisica sul luogo di lavoro a scapito dell’efficienza,
questo va a scapito delle donne perché l'uomo sarà sempre più agevolato nel poter fisicamente prestare più
tempo sul luogo di lavoro.
Cap.2 Sez.3: i differenziali salariali uomo donna. Sono due i concetti importanti: discriminazione da gusti, sempre
studiata da Becker, fa riferimento alle preferenze dei consumatori che sono preferenze sessiste o razziste. (rivolgersi
ad un venditore uomo piuttosto che donna); discriminazione statistica, fa riferimento al problema della simmetria
informativa: Il datore di lavoro si trova ad assumere dei lavoratori e non può a priori sapere se sono produttivi o meno.
In questo caso egli farà riferimento alla produttività media del gruppo di appartenenza. Se dovrà fare, ad esempio, un
colloquio ad un uomo e ad una donna, e dovrà scegliere se assumere un uomo o una donna, non potendo monitorare
la singola produttività, farà riferimento al gruppo. Quindi se 100 uomini all'anno sono più produttive di 100 donne,
verrà assunto l’uomo.
Cap.2 Sez.4: Indicatori della discriminazione. È importante soffermarci sul concetto di indicatore perchè permette di
affermare l’esistenza di un fenomeno, poter misurare quel fenomeno. In questa parte del capitolo due ci si sofferma
su come individuare la segregazione e si analizzano 4 approcci:
L’approccio strutturale: fa riferimento alla difficoltà delle donne di poter progredire in carriera, raggiungere
ruoli apicali. Parte da un dato empirico;
L’approccio situazionale: parte dalle situazioni anche legate alla vita privata;
L’approccio del gatekeeping: è di carattere cospirativo, sembra quasi che siano gli uomini ad ostacolare le
donne;
L’approccio delle differenze di genere: differenze culturali e biologiche.
Cap 2. Sez. 5: le politiche antidiscriminatorie. Una parte dedicata alle pari opportunità e alle azioni positive. Come
sappiamo, esistono una serie di istituzioni a livello nazionale, internazionale, europeo che hanno lo scopo di garantire
e di lavorare per il raggiungimento delle pari opportunità (trattato di Lisbona, Amsterdam ecc). Quindi tutta una serie
di norme che tendono a garantire una parità tra uomo e donna, anche attraverso delle azioni positive, quindi delle
azioni che concretamente possano rimuovere gli ostacoli. Qui è molto importante ricordare l'articolo 3 della
Costituzione italiana:” Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di
sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.”. Non è vero che tutto deve
essere uguale per tutti: a parità di situazioni sicuramente un trattamento deve essere uguale, ma se le situazioni sono
diverse o se ci sono delle esigenze diverse il principio di uguaglianza si applica proprio attraverso trattamenti
differenziati. Per quanto riguarda il “Gender Mainstreaming” questa è una pratica che concerne la possibilità di
inserire la visione di genere all’interno dell’agenda dei politici: il politico prima di fare una legge tiene in
considerazione la visione di genere.
Capitolo 3: analisi quantitativa sulle cooperative sociali (dati ICSI 2007). L'obiettivo è stato quello di studiare le
caratteristiche dell’occupazione femminile nelle cooperative sociali e individuare l'esistenza o meno di eventuali
meccanismi discriminatori di genere. (NON CHIEDE ALL’ESAME MA è IMPORTANTE LEGGERLO). L'indagine ICSI 2007
(indagine sulle cooperative sociali italiane) è stata condotta in Italia da sei gruppi di ricerca appartenenti alle università
di Bergamo, Brescia, Milano, Napoli, Reggio Calabria e Trento. La raccolta dei dati è avvenuta attraverso la
somministrazione di 4 tipologie di questionari, rivolti a lavoratori remunerati, managers e volontari, mentre il quarto
questionario è servito per raccogliere informazioni sull'organizzazione. La banca dati è costituita da 312 cooperative,
sono stati intervistati 3968 lavoratori. L'indagine econometrica sarà condotta esclusivamente su dati relativi ai
lavoratori retribuiti. La cosa importante è soffermarsi sui risultati:
Il settore non profit è un settore fortemente femminilizzato (circa il 75% sono donne): c'è segregazione
orizzontale;
Le donne sono concentrate nell'erogazione dei servizi il 71% (aree che richiedono un minor livello di capitale
umano), e solo 11% nel settore coordinamento, ciò nonostante, sono più qualificate degli uomini: c’è
segregazione verticale;
C'è un differenziale salariale in favore degli uomini del 15%, ma solo il 4,8% di questo differenziale può essere
spiegato facendo ricorso alla discriminazione;
indipendentemente dal livello di soddisfazione, lavorare nelle ONP per le lavoratrici sarebbe una scelta
volontaria, ma all'interno di uno spazio segregante.