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Esame Economia

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ISTITUZIONI DI ECONOMIA.

Il corso si compone di 3 parti:

MACROECONOMIA: Questa si riferisce a quelli che sono i principali meccanismi, le principali variabili che regolano la
realtà economica a livello macro. Cosa significa? macro, grande, che coinvolge tutto il paese. Ad esempio, il reddito, la
variabile della crescita (tutti meccanismi che regolano l’economica di tutto il paese). Studieremo inoltre 3 mercati
fondamentali: mercato dei beni, mercato del lavoro e mercato della moneta, secondo un duplice approccio: quello
della teoria neoclassica e quello della teoria keynesiana andando in qualche modo a confrontare queste due diverse
scuole.

MICROECONOMIA: questa studia invece il comportamento dei singoli individui; dunque, passiamo da una visione
macro in cui prendiamo in considerazione le variabili che regolano l’economia di tutto il paese, ad una visione micro,
piccola, dunque focalizziamo l’attenzione su un singolo individuo. In particolare, ci focalizziamo su due operatori
economici: il consumatore ed il produttore. Il consumatore, che generalmente si comporta in modo razionale, ha
come scopo principale quello di massimizzare il suo benessere; il produttore avrà come interesse principale quello di
massimizzare il proprio profitto. Queste due figure operano nel mercato.

PARTE SPECIALE- ECONOMIA DI GENERE: In questa parte studieremo i principali meccanismi di discriminazione che si
generano all’interno del mercato del lavoro. In particolare, parliamo della discriminazione di genere: ovvero
discriminazione del gruppo donne rispetto all’uomo. La discriminazione, all'interno del mercato di lavoro, può avere
diverse forme: ad esempio, differenza di stipendio. Parleremo anche della segregazione di genere, sia verticale che
orizzontale.

Come precedentemente sottolineato, affronteremo l’economia attraverso il confronto dei due approcci: modello
neoclassico e modello keynesiano. Se vogliamo sintetizzare quello che è il cuore dell’idea di questi due diversi approcci
possiamo dire che la scuola neoclassica ha un approccio più liberista, mentre quella keynesiana più interventista. Cosa
vuole dire questo? Nell’idea della scuola neoclassica (smith, ricardo e altri ancora) l’idea è che il mercato da solo, in
qualche modo, possa risolvere i problemi, di risolvere le crisi. Di fatti c’è la teoria che in francese viene definita: la
Laissez-faire (lascia stare), fare in modo che da solo il mercato si riequilibri, si liberi di ogni intervento statale.
Liberista in questo senso, rendere il mercato libero da ogni forma di intervento di carattere statale, governativo. L’idea
keynesiana invece è praticamente l’opposto. Interventisti appunto perché è fondamentale che lo stato intervenga, è
fondamentale che ci siano politiche che si interessano di risolvere crisi e problemi che non sono passeggere. Da questo
punto di vista, lo Stato ha nelle sue mani la chiave fondamentale per bloccare la crisi e favorire una rapida ripresa
economica. Motivo per cui nei momenti di crisi lo Stato non può rimanere a guardare e pensare che il mercato
guarisca da sè, perchè il mercato può impegnare anche molto tempo per correggere spontaneamente una crisi.

TEORIE PRINCIPALE DELL’APPROCCIO NEO-CLASSICO: legge di Say; Teoria Quantitativa della moneta.

TEORIE PRINCIAPLI DEL KEYNESIANO: principio della domanda effettiva; teoria della preferenza della liquidità.

LEGGE DI SAY: Legge degli sbocchi, o anche detta legge di Say, dal nome dell’economista che per primo ne ha dato una
completa esposizione, afferma che è l’offerta dei beni a generare la domanda. È dalla produzione che si genera la
domanda. La variabile fondamentale è la produzione. Prima bisogna produrre e offrire, da questo ne deriva la
domanda. Diciamo subito che keynes invece sostiene che è la domanda a generare l’offerta; quindi, prima c’è una
domanda e poi c’è la produzione. Cambia dunque completamente l’approccio.

Dunque, produzione che genere reddito il quale crea occupazione e


allo stesso tempo le famiglie possono domandare. Si innesca un
circolo virtuoso. La legge di Say è anche detta legge degli sbocchi,
questo significa che per ogni produzione ci sarà sempre uno sbocco.

FUNZIONE DI PRODUZIONE: X=f(L) oppure X=X(L)


Questa è l’equazione della funzione di produzione.

X: variabile indipendente. Produzione.

L: forza lavoro.

X=f(L) La produzione X è funzione del lavoro. La produzione dipende dalla forza lavoro.

Esistono anche altri fattori produttivi che incidono sulla produzione. Per fattori produttivi si intende gli imput, quei
fattori che danno vita al processo, quel processo produttivo che poi è destinato ad ottenere un risultato (output).
Tradizionalmente i fattori di produzione sono: il capitale; la terra; il lavoro; ma anche ad esempio il management di
un'azienda. Per capitale in questo caso intendiamo la strumentazione tecnica di un'azienda, la tecnologia, le macchine.

Sull’asse delle ordinate avremo X, che è la produzione; sull’asse


delle ascisse avremo N, il numero dei lavoratori. In questa
rappresentazione grafica il capitale è costante. Esiste una
relazione positiva, ad aumentare di una variabile aumenta anche
l’altra. Dunque, più N, cioè piu lavoratori ci sono nel sistema, più
aumenta X, cioè la produzione totale. Abbiamo detto anche che
questa relazione è positiva ma con andamenti decrescenti. Che
significa? Abbiamo detto che è una curva concava, sembra quasi
una grotta; è vero che man mano che il numero dei lavoratori
aumenta, aumenta anche la produzione totale, ma l’incremento
è via via sempre inferiore. Questa è la legge dei rendimenti marginale decrescenti. Un esempio pratico che possiamo
fare può essere il caso di un supermercato, il quale ha disposizione 5 casse con 2 dipendenti. E’ normale che
assumendo il terzo dipendente, o anche il quarto e il quinto che possono utilizzare le altre casse, è una scelta
produttiva, pero se continuiamo ad assumere altri cassieri senza avere altre casse, è normale che l’incremento che
può dare il lavoro del sesto cassiere è sempre via via inferiore, perché non abbiamo capitale a disposizione. Quindi
l'incremento che può avere assumendo l'ennesimo cassiere, sulla produzione totale, è sempre via via più inferiore.

Ma qual è il punto della funzione di produzione che verrà concretamente scelto? E’ importante anche capire dunque il
punto effettivo della produzione, quanto verrà prodotto in un sistema. Quanto deve produrre? Nella visione
neoclassica sicuramente quanto deve essere prodotto dipende dall’andamento del mercato del lavoro. Nella funzione
neoclassica, la produzione di merci (X) dipende dall'andamento del mercato del lavoro. Quindi X è funzione della forza
lavoro.

Innanzitutto, dobbiamo chiarire che cosa si intende per domanda di lavoro, nel mercato di lavoro, la domanda di
lavoro da parte degli imprenditori; mentre l'offerta di lavoro la fanno i lavoratori.

Nel grafico abbiamo sull’asse delle ordinate il salario reale che è W su P, cioè
salario su livello generale del prezzo; quindi, è il reale potere d'acquisto che ha il salario rispetto ai prezzi. Sull’asse
dell’ascisse invece N ovvero numero dei lavoratori. Abbiamo questa curva decrescente (quindi all'aumentare di una
variabile l'altra diminuisce) e questa curva di domanda ci dice che più lavoratori disponibili ci sono, più il salario
diminuisce; meno lavoratori disponibili ci sono e più il salario aumenta.
Questa curva decrescente può rappresentare anche la produttività
marginale del lavoro, che è appunto una curva negativa che diminuisce
man mano che il numero dei lavoratori aumenta.
Questa invece è la curva di offerta di lavoro che fanno i lavoratori. È una curva positiva tra le due variabili
(all'aumentare di una variabile aumenta anche l'altra). Aumenta ad esempio il salario, aumenta il numero di
lavoratori. Piu lavoratori offrono il proprio lavoro se ovviamente il salario è sufficiente. Tra la domanda che è una
curva decrescente, e offerta che è una curva crescente, ci sarà un punto di equilibrio. Generalmente la variabile che
oscilla, ed è in grado di portare in equilibrio il sistema, è la variabile prezzo. Quindi il punto in cui la domanda incrocia
l'offerta, quello sarà il punto di equilibrio nel mercato del lavoro.

Graficamente avremo questo tipo di rappresentazione


ovvero una sorte di forbice: dove si incontrano le due
curve vi sarà un punto di equilibrio e il punto di equilibrio del salario reale cioè quello deciso dal mercato. E in questo
punto, inoltre, sempre nella visione neoclassica avremo un punto di piena occupazione e dunque non esiste
disoccupazione. In questa visione, quando c’è equilibrio non c’è disoccupazione se non in momenti di crisi passeggeri,
ma il sistema è in grado da solo di equilibrarsi. Le imprese, dunque, spingono la propria richiesta di lavoro sino al
punto in cui la produttività marginale del lavoro è uguale al salario reale, sino al punto, cioè, nel quale verificata la
seguente condizione: W/P=PMGL. Quindi questo è anche il punto che determina la quantità che deve essere prodotta
all'interno di un determinato sistema economico.

Possiamo vedere che quanto effettivamente deve essere prodotto


all’interno di un sistema economico, il punto esatto, dipenderà dall’equilibrio esistente all’interno del mercato del
lavoro: quindi vediamo come nella visione neoclassica il mercato del lavoro è fondamentale perché la produzione
dipende proprio da quest’ultimo.

LA LEGGE DI SAY E L’EQUILIBRIO RISPARMIO-INVESTIMENTO:

Abbiamo compreso cosa determina il livello di produzione, ora cerchiamo di comprendere in che modo:” la
produzione genera una domanda di importo equivalente”. In altre parole, dobbiamo comprendere come la spesa
complessiva (la domanda) diviene uguale alla produzione (l'offerta). Ammesso e premesso che rispetto a quanto
espresso nella legge di Say la produzione sia una variabile fondamentale, dobbiamo dirci che questa si trasforma in
reddito che supponiamo vada interamente alle famiglie che a loro volta hanno ceduto la loro forza lavoro, reddito che
sarà in gran parte utilizzato nell’acquisto dei beni di consumo (C); e la parte non utilizzata viene invece risparmiata (S).
Perché si abbia l'eguaglianza tra reddito e spesa è necessario che la parte che non viene consumata dalle famiglie
venga, in altro modo, spesa. Quando le famiglie risparmiano, in un sistema di economia chiuso, dobbiamo immaginarci
che queste mettano i soldi in banca; tuttavia, questi soldi che le famiglie riescono a risparmiare, comunque non sono
immobili, nel senso che le banche comunque li fanno girare. Ad esempio, con i prestiti finanzieranno gli imprenditori.
La spesa complessiva, in un'economia chiusa, può essere definita come C+I. Dove C rappresenta la domanda di beni di
consumo e I che rappresenta la domanda di beni capitali, cioè quella che fanno gli imprenditori. Traducendo quello
che abbiamo detto in formule PRODUZIONE=REDDITO= C+S. Per quanto riguarda la spesa complessiva: SPESA
(DOMANDA)= C+I. Alla fine dopo aver detto che dunque il reddito sarà sempre speso avremo che il reddito sarà uguale
alla spesa, e quindi C+S=C+I. Eliminando i termini comuni il risparmio uguale all’investimento: S=I.

Sia il risparmio che l’investimento sono funzioni del tasso d’interesse. Importante questa cosa perché c’è sempre una
variabile e in questo caso il tasso d’interesse è capace di portare in equilibrio il mercato. Il tasso di interesse è il prezzo
del mercato dei beni. Secondi i neoclassici i soggetti economici decidono subito il risparmio, che è tanto più alto
quanto maggiore è il tasso di interesse. Analogo discorso vale per l’investimento: quanto più è basso, tanto maggiore è
l’investimento. Secondo i neoclassici, il tasso d’interesse assicura l’equilibrio, cioè l’uguaglianza tra Risparmio e
Investimenti.

GRAFICO DELLA DOMANDA DEI BENI CAPITALI O INVESTIMENTO

Come vediamo è una curva decrescente (ogni curva di domanda è una curva
decrescente). Sull’asse delle ordinate abbiamo il tasso di interesse (r),
sull’asse dell’ascisse abbiamo l’investimento. Qui abbiamo una relazione
negativa. All’aumentare della variabile diminuisce l’altra o viceversa.
Perché vi è una curva decrescente? Perché in questo caso il tasso
d’interesse rappresenta proprio il costo della domanda dei beni capitale. Ad
esempio, se chiedere un finanziamento per pagare a rate dei macchinari ha
un tasso d’interesse, se quel tasso di interesse è troppo alto la domanda dei
beni capitali diminuirà. Se il prezzo è troppo costoso diminuisce la domanda logicamente. Piu vantaggioso sarà il tasso
di interesse viceversa gli imprenditori aumenteranno la loro domanda.

GRAFICO OFFERTA DI BENI CAPITALI O RISPARMI.

Come vediamo ha un andamento crescente e quindi c’è una relazione positiva.


Il che significa che all’aumentare di una variabile aumenta anche l’altra.
Sull’asse delle ordinate abbiamo il tasso d’interesse e sull’asse delle ascisse il
risparmio. Significa che all’aumentare del tasso di interesse aumenta il
risparmio. Il risparmio è delle famiglie quando decide di non consumare tutto il
reddito. Il tasso di interesse è visto come un premio in questo caso. Cioè più è
alto, più le famiglie sono incentivate a mettere i soldi in banca e risparmiare.
Marshall (studioso neoclassico) l’ha definito come prezzo (inteso come premio) dell’attesa, astenersi oggi dal consumo
per poter consumare il doppio domani.

GRAFICO EQUILIBRIO INVESTIMENTO E RISPARMIO.

Se uniamo i 2 grafici, le due curve come una forbice si incrociano e otteniamo la rappresentazione della teoria
neoclassica dell'interesse: il saggio di interesse dell’equilibrio è determinato dall'incontro tra la funzione del risparmio
e quella dell'investimento. Come possiamo notare l'equilibrio si presenta nel punto B. Anche per quanto riguarda la
relazione risparmio e investimento si mette in moto in situazioni di squilibrio un meccanismo di aggiustamento simile
a quanto descritto per il mercato del lavoro. Se il tasso di interesse ad esempio è troppo alto vi sarà un eccesso del
risparmio che metterà in moto una tendenza alla riduzione del tasso di interesse che spingerà le famiglie a risparmiare
di meno e le imprese a investire di più. Questa tendenza si arresterà solo quando risparmio e investimento torneranno
in equilibrio.

LA TEORIA QUANTITATIVA DELLA MONETA


Fino a questo momento abbiamo studiato come funziona il mercato del lavoro e dei beni. Oggi studieremo come
funziona il mercato della moneta nella visione neoclassica. Per introdurre l'argomento del ruolo della moneta nel
sistema economico secondo la prospettiva neoclassica conviene ricordare che la moneta fa la sua apparizione nella
storia umana quando gli scambi aumentano e assumono un ruolo sempre più importante nella vita economica e
sociale di cittadini. La prima funzione della moneta è quella di essere un intermediario degli scambi. Questa è una cosa
molto importante perché prima quando l’economia era molto rudimentale era sufficiente un’economia di baratto (si
scambiava una cosa per ottenerne un’altra) e in questa economia più elementare c’è un soggetto possessore di una
merce i che desidera scambiarla con un certo numero di unità della merce j deve per così dire essere così fortunato da
incontrare un operatore disposto a cedere quella certa quantità di j in cambio di unità di i. (Per fare un esempio
pratico: se io ho 3 mele e desidero avere delle arance e c’è un'altra persona che ha 3 arance, nell’economia di baratto
devo essere fortunata a trovare la persona disponibile che è disposto a cedere le sue arance per avere le mie mele).
Quando poi gli scambi commerciali diventano più vivi, l’economia di baratto non era più sufficiente per soddisfare i
bisogni degli individui e nacque dunque l’esigenza di avere uno strumento che facilitasse lo scambio: LA MONETA: la
moneta spezza il legame tra le due operazioni di compra-vendita e rende possibile per il possessore della merce i
procurarsi attraverso la vendita di essa, un generico potere di acquisto che potrà poi utilizzare quando vuole per
acquistare (ovviamente anche da un soggetto diverso da quello che ho acquistato da lui la merce i) la merce j.

Come si può notare da questa figura abbiamo l’unita di merce i che può
essere venduta ad un determinato valore e questo permette al soggetto
che ha venduto la merce di comprare anche in un momento successivo
un’unità di merce. Dunque, si spezza quel legame diretto della
compravendita immediata che avevamo nel baratto.

In questa visione neoclassica, la funzione della moneta è quella di


intermediare gli scambi. È opportuno prendere in considerazione la
teoria quantitativa della moneta nella versione di Fisher, espressa in
termini di FLUSSI. Abbiamo fondamentalmente un'equazione: MV=PT. M= quantità di moneta in circolazione
moltiplicato per V che è la velocità di circolazione della moneta riferita ad un certo intervallo di tempo (quindi quante
volte la banconota passa da mano di un individuo ad un altro); P= è il livello generale dei prezzi; T= quantità di
transazioni che avvengono in un determinato periodo di tempo. Possiamo dire che il lato sinistro MV rappresenta
l'offerta di moneta, ovvero il flusso di moneta offerte in cambio di merci in un certo intervallo di tempo. Mentre il lato
sinistro PV rappresenta il valore monetario del flusso di merci e quindi rappresenta, il flusso di domanda di moneta
nello stesso intervallo di tempo. Quindi possiamo dire che il lato sinistro rappresenta l'offerta di moneta, mentre il lato
destro rappresenta la domanda di moneta.
Il flusso è una grandezza che misura in qualche modo i movimenti monetari in un determinato intervallo di tempo.
Una realtà che possiamo distinguere dalla variabile stock la quale considera la moneta in un determinato momento
preciso, considera il concetto di ricchezza.
Per i neoclassici la teoria quantitativa della moneta è una teoria del livello generale dei prezzi. Questo significa che
l'offerta di moneta ha decisa dalle autorità governative determina a livello generale dei prezzi. Questa cosa può
verificarsi innanzitutto se prendiamo in considerazione due importanti asserzioni: la prima è che V=la velocità di
circolazione delle monete è costante perché dipende dalle abitudini di pagamento; T= è costante perché il suo valore è
determinato dalla legge di Say, quindi nel settore reale dell'economia. Quindi se V e T sono considerati costanti, alla
fine l’uguaglianza risulterà soltanto tra M e P. M dunque determina il livello generale dei prezzi. Date queste ipotesi
dall’equazione si ricava: P=(MV)/T. Dunque, P che è la variabile dipendente, dipende da M che è la quantità di moneta
in circolazione decisa delle autorità governative (le autorità governative decidono quanti biglietti immettere nel
sistema). Diciamo che c’è anche una logica a questo tipo di relazione perché quindi l’offerta di moneta è collegata al
livello generale dei prezzi: il motivo è sempre legato al concetto di scarsità, cioè quanti più biglietti di banconote le
autorità decidono di immettere nel sistema economico, tanto più il valore intrinseco della banconote diminuisce;
quindi come dire se prima con una banconote di 10 euro potevo comprare una serie di cose, se ci sono più biglietti in
circolazione significa che quella banconota ha perso di valore e quindi avrò bisogno di 2 banconote per comprare lo
stesso ammontare di merci.

Teoria quantitativa della moneta (di Cambridge). Anticipa la visione keynesiana.

Punto di partenza della teoria quantitativa di Cambridge deve essere la considerazione che quando si guarda alla
moneta in termini di stock la domanda diviene la detenzione intenzionale di moneta: domandare moneta significa in
quest'ottica detenerla in una quantità uguale a quella desiderata sulla base del proprio reddito, della propria ricchezza
ecc..(facendo un esempio pratico, io chiederò liquidità in base a quanto io penso di voler spendere e questo
ovviamente dipenderà dal reddito che ho a disposizione). Quindi nella teoria quantitativa della moneta di Cambridge
la domanda di moneta Md dipenderà da k, che è una costante, per P che è il livello generale dei prezzi, moltiplicato
per X che è il reddito: Md=k P X.
L'offerta di moneta è costante. Quindi Ms= M* (significa costante, si legge M star). Ora l'equilibrio nel mercato della
moneta si avrà quando l'offerta di moneta è uguale alla domanda di moneta. Eguagliando domanda e offerta
otteniamo: M*= k P X. È evidente allora che questa versione della teoria quantitativa pone l'accento sul fenomeno
inverso alla circolazione della moneta e quindi si presenta per certi aspetti come l'inverso della versione di Fisher.
Ora risolvendo l’equazione per P, cioè in base al livello generale dei prezzi, così come abbiamo fatto con Fisher avremo
che P=(1/k) (M*/X). Se si considera il valore delle transazioni uguale a quelle del reddito avremo: X=T.
Eguagliando le due funzioni del livello generale dei prezzi (versione di Cambridge e Fisher), risolta in base al livello
generale dei prezzi avremo: P=(1/k) (M*/X) e P=(MV)/T e se X e T sono costanti avremo che V=1\k.
E quest’ultima eguaglianza ci dice che vi è una similitudine tra le due versioni della teoria quantitativa. Esse però si
presentano come modalità invertite di interpretare i meccanismi di domanda e offerta della moneta: l’una guarda la
moneta nel momento in cui passa di mano in mano per finanziare gli acquisti (Fisher); l'altra guarda la moneta nel
momento in cui sosta, in un determinato istante, nel patrimonio dell'individuo in attesa di essere spesa per l'acquisto
di beni e servizi.

IL MODELLO KEYNESIANO: come già detto in precedenza questo si contrappone al modello neoclassico di impronta
liberista. Questo modello si basa sul principio della domanda effettiva che genera l’offerta. Per Keynes la domanda è
quell'elemento fondamentale che è in grado di mettere in moto il circolo virtuoso dell'economia.

Nel grafico vediamo chiaramente la contrapposizione. Abbiamo da un


lato la domanda di beni e servizi da parte delle famiglie, dei consumatori,
imprenditori; questa domanda detta anche spesa determina la
produzione che determinerà reddito e occupazione. Quindi la produzione
determina nuovi fattori lavorativi, quindi più famiglie, lavoratori, possono
lavorare, ricevendo così un salario, che rappresenta per loro il reddito con
cui a loro volta potranno domandare altri beni di consumo, ed ecco che si
genera il circolo vizioso dell’economia.

È dunque evidente che per comprendere e studiare il funzionamento del sistema economico secondo l’approccio
keynesiano è indispensabile approfondire le componenti della domanda aggregata, che in un’economia chiusa sono
consumo e investimento. Partendo dall’analisi del consumo, nella visione di Keynes il consumo è dato dalla formula:
C= C0+c’X. Il consumo C è la variabile dipendente, dipende da C0, che è il consumo autonomo, ovvero quella parte del
consumo che non dipende dal reddito: normalmente noi consumiamo quanto più è alto il nostro reddito; tuttavia,
esistono beni di prima necessità che noi consumiamo indipendentemente del nostro reddito, anche se questo è
uguale a zero. c’=la propensione marginale al consumo (indica come varia il
consumo in base al reddito.) X=reddito.
Questa è la rappresentazione grafica della funzione del consumo. Sull’asse dell’ordinate abbiamo il consumo, sull’asse
dell’ascisse abbiamo il reddito. Tra queste due variabili abbiamo una relazione positiva perché più aumenta il mio
reddito aumenta il mio consumo. Tuttavia, possiamo notare una cosa interessante; nel punto C0, il punto in cui parte
la funzione del consumo, non può mai essere uguale a zero. Alfa invece rappresenta la pendenza della funzione del
consumo che non è altro che la propensione marginale al consumo.

Concludiamo dicendo che la funzione del risparmio nella teoria keniana si costruisce a partire dalla funzione del
consumo perché il risparmio non è altro che reddito non consumato per cui: S=X - C. Sostituendo il valore di C,
avremo: S=X-(C0 + c’X), facendo passaggi matematici avremo: S=-C0+(1-c)X, dove (1-c)=s’ che è la propensione
marginale al risparmio.

Questa è la rappresentazione grafica della funzione di risparmio. Sull’asse


dell’ordinate abbiamo il risparmio, sull’asse dell’ascisse il reddito e anche in
questo caso una relazione positiva. Tuttavia bisogna notare che in questo
caso il risparmio parte da un valore negativo che corrisponde a -C0 cioè al
consumo autonomo perché dobbiamo considerare che un individuo per
vivere deve comunque consumare almeno quella parte del consumo
autonomo, quindi il risparmio già parte da un valore negativo; il coefficiente
beta è la propensione marginale al risparmio.

Concluso il discorso sul consumo, parliamo adesso dell’investimento, altra componente della domanda aggregata.
Keynes ha speso gran parte del suo trattato “della teoria generale” nello spiegare la sua teoria dell’investimento. In
poche parole, egli ritiene che l’investimento non dipenda dal tasso d’interesse ma dipenda dagli animal spirits ovvero
l’istinto degli imprenditori di prevedere il futuro, le loro aspettative: se l’imprenditore per natura ha un aspettativa più
positiva tenderanno ad investire di più, al contrario se gli imprenditori hanno una visione più negativa ovviamente
tenderanno ad investire di meno. Per tale ragione nella concezione di Keynes, gli investimenti sono considerati
esogeni cioè costanti per questa ragione I=I* (dato costante).

Vediamo adesso la rappresentazione grafica degli investimenti nella sua


teoria. Come vediamo gli investimenti sono questa linea orizzontale che non dipende da niente altro essendo esogeno
ed è i*; e sull’asse dell’ordinate abbiamo il risparmio e investimento e sull’ascisse il reddito. La linea positiva che parte
da un valore negativo è la curva del risparmio come studiato anche precedentemente. Il punto in cui la linea del
risparmio incrocia la linea degli investimenti è il punto di equilibrio tra risparmio e investimento che è completamente
diverso dal modello neoclassico. Nello stesso punto avremo anche il valore del reddito di equilibrio perché un'altra
cosa molto importante per keynes è proprio la determinazione del reddito di equilibrio che si ottiene eguagliando il
risparmio con l’investimento o anche attraverso il diagramma a croce keynesiano. Prima di introdurre questo
diagramma, analizziamo le equazioni più importanti per la determinazione del reddito di equilibrio quando si
considera l’investimento uguale al risparmio. E sappiamo che S=I

Dato che: S=C0+(I-c’)X e I=I*


Risolvendo quest’equazione per X otterremo il reddito di equilibrio e avremo che X=(1/(1-c’))C0+I*

Un altro modo per ricavare il valore del reddito nazionale è quello di utilizzare direttamente l'equazione del reddito
nazionale andando a sostituire il valore del consumo e dell’investimento nell’equazione: X=C+I
Sostituiamo il valore del consumo che è uguale a X=C0+c’X+i*
Facendo dei passaggi matematici in cui andiamo a risolvere l’equazione per X si ottiene lo stesso risultato ottenuto col
metodo precedente che è X=(1/(1-c’))C0+I*

Andiamo a vedere adesso la rappresentazione grafica di questo metodo a


croce. (D-diagramma a croce).
In questo grafico avremo il consumo e l’investimento sull’asse delle ordinate
e il reddito nazionale sull’asse dell’ascisse; c’è poi una retta che ha
andamento positivo (C+I) che rappresenta consumo+investimenti, ha
andamento positivo perché man mano che aumenta consumo e investimento
aumenta anche il reddito. Il reddito di equilibrio in questo caso sarà la
bisettrice, questa retta che taglia l’angolo in due parte uguali, il punto in cui la
bisettrice interseca la retta C+I, in quel punto avremo il valore del reddito di
equilibrio che corrisponde ad Xe.

Altro principio importante è quello del moltiplicatore degli investimenti: questo principio dice che se appunto
aumentano gli investimenti questa cosa avrà un effetto virtuoso proprio sul reddito, l’effetto finale sarà più che
proporzionale: ammettiamo ad esempio che gli investimenti aumentano di 100, l’aumento finale sul reddito sarà
superiore a 100. Da un punto di vista matematico, il valore del moltiplicatore è uguale all'inverso della propensione
marginale al risparmio. La teoria del moltiplicatore degli investimenti è un corollario del principio della domanda
effettiva perché si basa sull’idea che fino a quando ci sono risorse inutilizzate (appunto che possono essere spese), la
spesa attiva produzione e la produzione porta a distribuzione del nuovo reddito; il nuovo reddito viene in grande parte
speso così da attivare produzione aggiuntiva e nuova distribuzione di reddito. Si genera così un circolo vizioso che
mette in moto l’economia: quindi il principio della domanda effettiva possiamo dire che si collega con la
determinazione del reddito di equilibrio e si conclude poi con il principio del moltiplicatore degli investimenti.

Introduciamo adesso il mercato del lavoro nel modello keynesiano: questo è un altro argomento molto importante
che keynes ha interpretato diversamente dalla visione neoclassica. Al centro della sua visione vi ritroviamo
sicuramente l’ampio dibattito che gira intorno al tema della disoccupazione involontaria. (Ricordiamo che nel modello
neoclassico la disoccupazione era visto come un qualcosa di passeggero che da solo il mercato riusciva a riequilibrare.)

Per comprendere le idee dobbiamo chiarire che in primo luogo, nella sua prospettiva il mercato del lavoro è passivo
rispetto al mercato delle merci, cioè il mercato del lavoro segue l’andamento del mercato delle merci, in questo senso
è passivo; altro punto fondamentale è la presenza di disoccupazione involontaria, non esiste un livello di piena
occupazione come avviene nel modello neoclassico quando c’è equilibrio tra domanda e offerta di lavoro, non
esistono crisi passeggere ma persistono nel tempo; altra cosa fondamentale è la sua visione dei salari reali che sono
rigidi verso il basso. Significa che non esiste che il prezzo del mercato del lavoro, che è il salario reale, in qualche modo
sia sempre in grado di oscillare e di portare in equilibrio la domanda e l'offerta di lavoro. Per questa ragione la
variabile prezzo non è una variabile equilibratrice del mercato del lavoro, per questo esiste la disoccupazione, perché il
salario non è libero di flettere verso il basso. Keynes ideologicamente parlando, ritiene che in qualche modo i
lavoratori devono essere tutelati e che devono comunque ricevere un salario che sia dignitoso. Quindi nella sua
visione un ruolo importante è quello dei sindacati. Per tale ragione i sindacati intervengono in qualche modo
all'interno dei meccanismi del mercato, e settano il salario ad un livello dignitoso al di sotto del quale il salario non può
scendere. Nel flusso circolare dell'economia nel modello keynesiano si parte dalla domanda (di beni, di consumo o
beni capitali); la domanda determina la produzione; per esserci produzione è fondamentale che vi sia occupazione; i
lavoratori ovviamente devono essere pagati, e il prezzo del lavoro è appunto il salario.
Questo ci viene spiegato meglio da Keynes nella distinzione tra salari monetari e reali. Il salario monetario detto anche
nominale è la quantità di moneta che il lavoratore riceve in un’unità di tempo. Il salario reale è rappresentato dalla
quantità di beni e servizi che il lavoratore può acquistare sul mercato con il salario nominale percepito. Il salario reale
e monetario coincidono solamente quando i prezzi dei beni e servizi sono costanti nel tempo. Quando invece i prezzi
aumentano, con la stessa quantità di moneta si possono acquistare meno beni e servizi. In altri termini, la
disoccupazione involontaria dipende dall’insufficiente domanda di beni da parte di consumatori: essa infatti determina
scarsi ricavi per le imprese che non hanno propensione ad investire e ad assumere. Notiamo bene dunque come sia un
elemento centrale qui il ruolo ricoperto dalla domanda.

EQUAZIONI PIU’ IMPORTANTI DEL MERCATO DEL LAVORO NEL MODELLO KEYNESIANO:

L=L(X): il lavoro è funzione della produzione. Opposta del modello neoclassico in cui abbiamo X (produzione) che è
funzione del lavoro, qui è praticamente l’opposto. E quindi il lavoro dipende qui dal mercato delle merci.

w(salario)=w*, cioè è esogeno, cioè è dato, non può variare.

PMGL=f(L) questa è la funzione derivata dalla inversa della prima formula e ci dice che la produttività marginale del
lavoro è una funzione decrescente del livello di occupazione.

w\P=PMGl è la condizione di equilibrio per il sistema delle imprese. garantisce che esse sono sulla loro curva di
domanda di lavoro essa data le altre equazioni consentirà di determinare il livello di prezzi ma su questo punto si
tornerà più oltre.
Concludendo, l'idea keynesiana sulla disoccupazione si basa sull'assunto che spesso nel capitalismo la disoccupazione
è involontaria, dovuta al basso livello della domanda aggregata e le situazioni di disoccupazione che dipendono da
bassa domanda aggregata possono essere risolte solo attraverso un aumento di essa e non per via di una riduzione dei
salari.

LA MONETA PER KEYNES: per keynes la moneta oltre ad avere la funzione di intermediario di scambi, ha anche la
funzione di riserva di valore. Cosa vuol dire? Si intende un modo alternativo per detenere la ricchezza; i neoclassici
avevano ignorato questa funzione, per keynes la moneta intesa come riserva di valore ha la massima importanza per
spiegare il ruolo che essa ricopre nella macroeconomia. Un'altra importanza differenza si riferisce al ruolo della
domanda di moneta, diciamo che in questo keynes prosegue la tradizione della scuola di Cambridge nel modello
neoclassico, però l’idea innovativa è che fondamentalmente la domanda di moneta può avere 3 motivi diversi… cioè,
perché si domanda liquidità?
Primo motivo è quello transattivo, si domanda moneta per transazioni; per motivo precauzionale, in riferimento a
situazioni inaspettate; per motivo speculativo (vera innovazione di keynes).

Abbiamo qui le 3 equazioni rispettivamente per la domanda di moneta per fini transattivi, precauzionali e speculativi:

Mtr=f(X,P): in pratica io domanderò liquidità se voglio effettuare transazioni e questo dipenderà dal reddito e dal
livello generale dei prezzi, cioè se questi sono accessibili;
Mpr=g(X,P,o): qui la domanda di liquidità è molto simile ai fini di transazione con l’aggiunta di sigma che è l’evento
imprevisto che appunto io non avevo programmato, però preferisco avere della moneta disponibile;
Msp=h(r): questa è la parte più innovativa perché dipende dal tasso di interesse.

La teoria della preferenza della liquidità è un altro baluardo della teoria keynesiana. Per preferenza della liquidità
Keynes intende il fatto di poter detenere la moneta liquida, di poter avere moneta che sia immediatamente
spendibile, perché secondo Keynes ci sono solo due modi per detenere moneta: immediatamente spendibile o
investirla in banca, investirli in titoli. Per Keynes la moneta ha le seguenti proprietà: non frutta un interesse; ha la
proprietà di essere massimamente liquida cioè è immediatamente utilizzabile per estinguere i debiti; ha un valore che
non muta nel tempo (se si prescinde ovviamente dai fenomeni di inflazione e della svalutazione); non ha costi di
immagazzinamento. Alla liquidità si contrappongono i titoli di credito, ovvero il fatto che uno possa usare la moneta e
investirla in prodotti finanziari. Le proprietà dei titoli di credito sono: essi fruttano un interesse; possono essere
convertiti in moneta, ma ciò ha un costo più o meno elevato; hanno un valore che muta nel tempo; non hanno, come
la moneta, costi di immagazzinamento.

In termini di equazione avremo che il titolo di credito corrisponderà a Pem


che rappresenta il titolo di credito al momento dell’emissione=R che è il
rendimento che questo titolo di credito darà dopo un anno diviso 1+r che
rappresenta il tasso di sconto. Quindi R su 1+r rappresenta il rendimento del primo anno + il rendimento del secondo
anno (quindi R su (1+r) elevato al quadrato) +tutto il numero degli anni che noi decidiamo di bloccare il titolo.
Ovviamente il rendimento finale non è certo perché quando facciamo un investimento c’è sempre un rischio dato
dall’oscillazione dei mercati finanziari perché il tasso d’interesse in qualche modo è condizionato dall’andamento dei
mercati finanziari. L’idea è che si fa un investimento quando anche la previsione sul futuro è positiva.

Abbiamo quindi chiarito cosa si intende per moneta e titolo di credito,


rappresentiamo adesso graficamente la domanda di moneta.
La domanda di moneta per fini speculativi è inversamente proporzionale al tasso
di interesse. In questo grafico sull’asse dell’ordinate abbiamo il tasso di
interesse, sull’asse delle ascisse abbiamo la moneta. La domanda di moneta è
sempre una curva decrescente, quindi, c’è una relazione inversa tra tasso
d’interesso e domanda di moneta. Perché c’è questa relazione negativa? Perché
qui il tasso d’interesse è visto come un premio, quanto più alto il tasso d’interesse tanto più le persone saranno
incentivate ad investire i propri soldi. Quando invece è più basso il tasso d’interesse le persone saranno più incentivate
a godersi la liquidità e a non investire i loro soldi.
C’è però da dire una cosa che è abbastanza interessante che si verifica nella realtà di coloro che hanno una certa
esperienza e prevedere gli andamenti futuri. Talvolta accade che quando il tasso d’interesse aumenta molto anziché
attrarre le persone, queste sono invogliate a liberarsi dei titoli di credito perché sapranno che da quel momento in poi
ci sarà un crollo del tasso di interesse e questo vale anche per l’opposto e cioè quando il tasso d’interesse sarà molto
basso, in qualche modo le persone sono incentivate ad acquistare prodotti finanziari perché sapranno che da quel
momento in poi il tasso d’interesse avrà qualche impennata e quindi il valore del titolo aumenterà molto.

Questo è il grafico dell’equilibrio del mercato di lavoro. Alla domanda di moneta


aggiungiamo l’offerta di moneta che è una retta verticale perché appunto data
costante M* perché decisa dalla banca centrale; il punto in cui domanda di
moneta e offerta di moneta si incontrano si avrà l’equilibrio di mercato dove
abbiamo il tasso d’interesse d’equilibrio.

Dal punto di vista di equazioni matematiche la domanda di moneta è cosi espressa: Md=Md(X,P, σ,r)
E consideriamo data la funzione di offerta :Ms=M*
Sostituendo la prima e la seconda nella condizione di equilibrio: Ms=Md otteniamo: M*=md(X,P, σ,r)

MICROECONOMIA. (IL MERCATO ED IL SUO EQUILIBRIO)


Come già accennato in precedenza, la microeconomia studia il comportamento del singolo individuo.
Partiamo con la definizione di mercato e ci diciamo sostanzialmente che questo è il luogo in cui avviene lo scambio tra
compratore e venditore. Esiste mercato qualora un bene sia scarso. Questo perché se un individuo potesse sempre
comunque ottenere ciò di cui ha bisogno, non esisterebbe mercato. Per semplicità possiamo affermare che in generale
dall'interazione tra domanda ed offerta si ottiene il prezzo di mercato ovvero il prezzo al quale viene scambiato un
bene in un dato istante. Tale prezzo viene definito prezzo di equilibrio.

Questa è la rappresentazione grafica del mercato delle merci. Noi già


conosciamo questo grafico ma è importante sottolineare che da oggi in
poi affronteremo questo tipo di analisi focalizzandoci in particolare sul
comportamento degli individui, in particolare il consumatore e il
produttore. Qui notiamo un prezzo sull’asse dell’ordinate e una quantità
x sull’asse delle ascisse; la domanda data da una retta decrescente e l’offerta data da una retta crescente; nel punto in
cui domanda e offerta si incontrano abbiamo il prezzo di equilibrio (p*) e la quantità di equilibrio (q*) che viene
espressa nel punto E. Per domanda
di un bene si intende la quantità dello stesso che i compratori desiderano acquistare in corrispondenza di un certo
prezzo in un dato istante. Nella maggior parte dei casi la domanda di un bene aumenta al ridursi del suo prezzo e
viceversa. La domanda è pertanto una funzione decrescente rispetto al prezzo. A quanto detto fin ora possiamo però
aggiungere delle precisazioni: vi possono essere delle eccezioni alla regola che si presentano ad esempio con l’effetto
snob dei consumatori in riferimento ad alcuni beni di lusso... (in genere più costoso ed esclusivo è un prodotto, più
persone di quella classe lo vorranno.) Qui se il prezzo diminuisce troppo, la domanda anziché aumentare si riduce e se
il prezzo aumenta, la domanda aumenta. Parliamo pertanto di una realtà opposta a quella presentata fin ora. A questo
si aggiungono anche delle possibili variazioni di domanda: una modifica del prezzo di equilibrio potrebbe derivare dai
mutamenti delle preferenze dei consumatori. Se ad esempio il bene X divenisse un bene di moda probabilmente a
parità di prezzo e di offerta aumenterebbe la domanda. (Questo determina uno spostamento della curva di domanda
verso destra con una conseguenza sul prezzo e quantità di equilibrio. Casi del genere nella realtà ce ne sono tanti,
anche se consideriamo prodotti che hanno una certa sensibilizzazione rispetto all’ambiente, prodotti che hanno avuto
un boom e hanno portato un aumento di domanda. Ma anche semplicemente bisogni che nel crescere mutano.)

Rappresentazione grafica dell’aumento di domanda. Come possiamo notare


abbiamo D e d1(domanda); ipotizzando che per le ragioni appena spiegate la
domanda aumenta vediamo che la curva subisce uno spostamento verso destra e di
fatti c’è la freccia rappresentata; la conseguenza dello spostamento è che la retta
D1 incrocerà la curva di offerta S in un altro punto che non è più E ma E1e con un
nuovo prezzo di equilibrio che corrisponde a P1 e una nuova quantità di equilibrio
che corrisponde a Q1. Ovviamente ragionamento analogo ma apposto si
verificherebbe nel caso di una riduzione di domanda; in tal caso la curva di domanda si sposterebbe verso sinistra ed il
nuovo equilibrio sarebbe ottenuto in corrispondenza di un prezzo più basso e di una quantità minore.

Per offerta di un bene si intende la quantità dello stesso che gli individui sono disposti a cedere in cambio di un certo
prezzo in un dato istante. Nella maggior parte dei casi l'offerta di un bene cresce all'aumentare del suo prezzo e
viceversa. L’offerta è pertanto una funziona crescente rispetto al prezzo.
LE VARIAZIONI DELL’OFFERTA. Se a mutare in maniera autonoma invece della domanda fosse l'offerta a parità di
prezzo e di quantità domandata si verificherebbe anche in questo caso una variazione del prezzo di equilibrio (si
prendi ad esempio in considerazione un’annata particolarmente produttiva che determina un incremento dell’offerta
di mele o di uva). Questo aumento di offerta, come abbiamo visto nel caso di domanda, comporta uno spostamento
della curva verso destra; al contrario una diminuzione comporta sempre uno spostamento verso sinistra.

RAPPRESENTIAMO GRAFICAMENTE QUANTO DETTO:

Notiamo qui che c’è un aumento dell’offerta; la S si sposta verso destra in S’ e c’è
di fatti la freccia che lo spiega; da questo spostamento nascerà un nuovo punto di
equilibrio che si avrà nel punto E2. E si può notare inoltre in questo caso come
anche se c’è un aumento della quantità in quanto da Q* stiamo a Q2 , il prezzo si
setta a P2 e quindi il nuovo punto di equilibrio in riferimento al prezzo è inferiore
rispetto al prezzo di mercato iniziale. E questo ha un senso in quanto se
ipotizziamo che vi è un aumento dell’offerta significa che c’è più produzione (ci
sono più mele) e quindi riducendoci la scarsità si riduce il prezzo intrinseco. Se
facessimo il discorso inverso e quindi pensiamo che vi è molto meno raccolto, il prezzo aumenterà e vi sarà uno
spostamento della curva verso sinistra.

ELASTICITA’ DELLA DOMANDA.


Un ultimo concetto fondamentale è per l'appunto quello di elasticità della domanda. Questo descrive il rapporto tra
prezzo e domanda mostrando quanto sia “sensibile” la domanda ad un eventuale cambiamento di prezzo. “in che
modo la quantità domandata varia a variare del prezzo del bene x”?

Da un punto di vista algebrico questa viene indicata con:

Epsilon che è uguale al rapporto tra le due variazioni.

L’elasticità della domanda può essere maggiore o minore di 1: >1 quando è maggiore di 1 la domanda è elastica, cosa
vuol dire? Vuol dire che basta una piccola variazione del prezzo per determinare una grande variazione della quantità.
(la variazione può essere logicamente sia in positivo che in negativo). E quindi basta un piccolo aumento del prezzo a
determinare una riduzione notevole della quantità domandata o il contrario e cioè basta una piccola diminuzione di
prezzo a determinare una grande variazione della quantità richiesta. Quando invece il valore è <1 minore di 1 la
domanda è considerata inelastica cioè rigida. Nonostante vi sia una variazione importante del prezzo, la quantità
domandata non subisce significative modificazioni. Questo ovviamente si riferisce molto al discorso dei beni di prima
necessità (generi alimentari, medicinali). In altre parole, se ci chiedessimo cosa influenza l’elasticità della domanda
rispetto al prezzo potremmo dire sicuramente che a condizionarne la relazione è la disponibilità di trovare dei beni
sostitutivi.

RAPPRESENTAZIONE GRAFICA DOMANDA


RIGIDA E FLESSIBILE
Nel primo caso parliamo per l’appunto di una domanda
inelastica dove la variazione del prezzo determina una
variazione della domanda molto poco significativa; la stessa
invece variazione nel caso di una domanda elastica notiamo
bene come determina una variazione della domanda molto
significativi.

IL CONSUMATORE

Il primo agente economico che la microeconomia studia è il consumatore. Ovvero, colui che acquista beni e servizi
principalmente per consumo e non per motivi commerciali.
Per studiare comportamento e scelte del consumatore è bene partire da alcune ipotesi che si attengono alla
concezione dell’homo economicus per Adam Smith e il principio della mano invisibile. Cos’è questo principio?
Principio secondo cui siccome tutti gli individui tenderanno a massimizzare la propria utilità personale in automatico
questa cosa porterà al raggiungimento del benessere collettivo. Una concezione che possiamo dirci successivamente è
stata messa profondamente in crisi, con ad esempio John Nash e la sua teoria dei giochi.
E dunque tornando alle caratteristiche del consumatore:

 il consumatore ha l'obiettivo di massimizzare il suo benessere, il quale si identifica con le sue utilità.
 il consumatore può essere definito un agente economico egoista in quanto sceglie sempre e solo in funzione
del suo interesse individuale.
 altro concetto importante è quello della massimizzazione vincolata cioè in base alle risorse che ha a
disposizione tenderà sempre a massimizzare il suo interesse; quindi, non si accontenterà ma arriverà per
l’appunto a massimizzare la sua utilità fino al punto che gli è consentito ovvero fino al punto in cui le sue
risorse glielo consentono.

Ora, il consumatore deve comunque scegliere che tipo di beni ottenere per poter soddisfare la sua utilità.
Per ragioni di semplificazioni ci diciamo che esistono 2 beni, X e Z.
Il reddito del consumatore è comunque dato R=R*; nel senso che è un reddito limitato.
I prezzi dei due beni (X e Z) sono anche essi dati, costanti

FUNZIONE DI UTILITA’ TOTALE


Per comprendere la funzione di utilità totale possiamo immaginare di dividere un bene in tante dosi: il consumatore
tra un’utilità dal consumo di ciascuna dose del bene. Si chiama utilità totale la somma delle utilità che l’individuo trae
da ciascuna dose di bene consumato. È in altri termini, la relazione che esiste tra il consumo di un bene e la sua utilità
che da un punto di vista di equazioni può essere rappresentata con U=U(X).
Nell’utilità totale la relazione che esiste tra consumo di un bene e utilità è sicuramente positiva.

Possiamo rappresentare graficamente quanto detto:


Qui abbiamo sull’asse delle ordinate l’utilità totale; sull’asse delle ascisse
abbiamo X ovvero il bene. Adesso se ipotizzassimo che il consumatore consumi
il primo bene questo arreca utilità 1 e così via col 2 e 3. c’è sicuramente una
relazione quindi positiva.

Adesso, immaginiamo che il nostro consumatore tragga un’utilità totale U1 da


un certo numero di dosi di un dato bene. Se egli consuma un’unità in più del
bene, la sua utilità totale subisce un incremento che chiameremo utilità
marginale. L’utilità marginale di un bene è decrescente: questo vuol dire che
diminuisce man mano che aumenta il consumo del bene stesso. Sull’asse
dell’ordinate ritroviamo qui l’unità marginale; sull’asse delle ascisse abbiamo
invece il bene e il consumo del bene con una curva per l’appunto decrescente
che incontra il punto C sull’asse dell’ascisse che corrisponde in effetti al principio
di sazietà. Per comprenderci, possiamo riportare un esempio quotidiano. Un
individuo percepisce un certo bisogno: ad esempio ha fame. Consumare una dose di cibo gli dà una grande
soddisfazione ma via via che aumenta di una dose il consumo del cibo la sua soddisfazione diminuisce perché egli è
sempre più sazio quindi ha soddisfatto il suo bisogno e quindi si arriverà al punto in cui un'ulteriore dose di cibo non gli
procurerà più nessun beneficio.

In termini matematici l’utilità marginale può essere espressa con quanto segue: UMGx=dU/dX.

ORDINAMENTO DELLE PREFERENZE.


Il sistema delle preferenze di un consumatore è un insieme di relazioni tra
coppie di alternative che utilizziamo per descrivere cosa il consumatore
preferisce di più. È bene a questo punto fare un accenno ai diversi approcci
sul concetto di preferenza. PRINCIPIO DELL’ORDINAMENTO DELLE
PREFERENZE composto da completezza+transatività+riflessività: il
consumatore è in grado di classificare in un ordine di preferenza tutte le
alternative potenzialmente disponibili. Il principio ammette di classificare alternative che arrecano al consumatore lo
stesso godimento.

PRINCIPIO DELLA SCELTA: tra tutte le alternative disponibili il consumatore sceglie quella che attribuisce il rango più
elevato nel suo ordinamento, quella che gli permetterà di ottenere un livello di benessere maggiore.

PRINCIPIO DI NON SAZIETA’: il consumatore non è mai sazio: un paniere contenente una quantità maggiore di uno dei
due beni a parità dell'altro è sempre preferito ad un paniere che ne contiene una quantità inferiore- DI PIU’ È MEGLIO.
CURVA DI INDIFFERENZA.
Questa è l’insieme di combinazioni dei due beni che arrecano al
consumatore la stessa utilità.
A, C, E che sono tutti parte della stessa curva di indifferenza arrecano la
stessa identica utilità al consumatore. Per cui per quest’ultimo è
indifferente scegliere A, C oppure E.
La curva di indifferenza è convessa con andamento negativo la prima
caratteristica è associata al principio di non sazietà, la seconda
caratteristica è associata a quella dell'utilità marginale decrescente dei
due beni.

SAGGIO MARGINALE DI SOSTITUZIONE (SMS)


Per saggio marginale di sostituzione si intende la quantità di bene X che il consumatore è disposto a cedere per
ottenere una maggiore quantità di bene Z, in modo tale che la sua soddisfazione risulti inalterata.
In termini matematici il saggio marginale di sostituzione corrisponde al rapporto tra le due variazioni; ovviamente ha
un valore negativo e cioè come varia Z al variare di X, se Z aumenta X diminuisce e viceversa. Questo saggio marginale
inoltre corrisponde anche al rapporto tra le due utilità marginali.

Qui possiamo parlare di “mappa di curve” o “famiglia di curve” perché


ritroviamo la presenza di molteplici curve di indifferenza che hanno una serie
di caratteristiche.
In primo luogo, sappiamo che hanno tutte un andamento negativo ma sono
anche parallele tra di loro e cioè non si incontrano e man mano che ci si
allontana dall’origine degli assi l’utilità arrecata, ad esempio sulla curva di
indifferenza U1 sarà maggiore rispetto all’utilità arrecata dalla curva di
indifferenza U3. Quindi, tutti i punti che fanno parte della curva di
indifferenza U1 saranno sicuramente da preferire rispetto ai punti che si trovano sulla curva di indifferenza U2 o U3 e
sicuramente un consumatore che si comporta in maniera razionale sceglierà la curva U1 (ovviamente permettendo
sempre che vi sia una disponibilità economica).

LIMITI DEL CONSUMATORE.


Nel perseguire il proprio obiettivo il consumatore si scontra con dei limiti perché il suo reddito è limitato, solo un parte
dei panieri di beni astrattamente possibili è a lui effettivamente accessibile. Ora, ammettendo che il consumatore che
percepisce un reddito non ha desiderio di risparmiare né ha la possibilità di avere un prestito dalla banca, da un punto
di vista matematico l’equazione del reddito corrisponderà a R=Px X+Pz Z. (P=MERCE).

RAPPRESENTAZIONE GRAFICA VINCOLO DI BILANCIO


Possiamo notare nel grafico che sull’asse dell’ordinate vi è appunto Z ovvero il
paniere dei beni Z (ad esempio mele); sull’asse dell’ascisse abbiamo X ovvero il
paniere dei beni X (arance) e abbiamo questa retta negativa che è il vincolo di
bilancio; questa retta negativa intercetta in un punto preciso l’asse delle ordinate
e delle ascisse. Il punto in cui intercetta l’asse delle ordinate è uguale al rapporto
tra il reddito e prezzo del bene z; il punto in cui intercetta l’asse delle ascisse è
uguale al rapporto tra il reddito e prezzo del bene x. Cosa importante da notare
in questo grafico è che tutta l’area che si trova al di sotto di questa retta è tutta un’area che il consumatore può
scegliere in quanto vi sono punti a lui accessibili. Di contro, invece tutti i punti che si trovano al di sopra di questa retta
sono irraggiungibili perché la sua disponibilità economica non lo permette. In microeconomia il vincolo di bilancio è la
rappresentazione dei panieri di beni e servizi che il consumatore è in gradito di acquistare in relazione al suo reddito e
ai prezzi dei beni e servizi. Supponendo di avere due beni (X e Z), ogni volta che il consumatore sceglie di acquistare
più unità del bene X dovrà rinunciare a parte delle unità di Z e viceversa; per questa ragione possiamo notare nel
grafico vi è una rappresentazione di retta negativa. Questo meccanismo viene definito saggio marginale di
trasformazione: il quale misura il numero di unità di bene X che il consumatore riesce ad acquistare con le risorse
risparmiate rinunciando all’acquisto di unità del bene Z.

EFFETTI DI VARIAZIONE DEL PREZZO DEL BENE X

Cosa succede ad esempio quando il prezzo del bene X varia? Ipotizzando ad


esempio una diminuzione di prezzo (arance costano 1kg invece che 2kg) in
pratica il vincolo di bilancio ruoterà verso destra e qui l’area del consumatore che
ha a disposizione aumenta così come aumenta la possibilità di comprare più beni
X (più arance). Caso inverso, anziché costare 2kg aumenta a 4kg il vincolo di
bilancio ruoterà verso sinistra: questo comporterà la presenza di un nuovo spazio
molto ridotto in cui il consumatore potrà operare le sue scelte, ovviamente
anche la quantità di arance che potrà comprare saranno minori.

EFFETTI DI VARIAZIONE DEL PREZZO DEL BENE Z

Ipotizziamo in questo caso che ad aumentare o a diminuire siano le mele (prezzo


del bene Z). Anche in questo caso, come nel caso precedente, parliamo di
rotazione del vincolo di bilancio con la differenza che però in questo caso
l’intercetta sull’asse delle ascisse resta costante. Ipotizzando una diminuzione del
prezzo del bene Z, il vincolo di bilancio si sposterà verso destra o verso l’alto con
una maggiore area a disposizione del consumatore e anche una maggiore quantità
di mele a disposizione. Nel caso invece il prezzo aumenti, abbiamo un’ipotesi
inversa. Avremo una rotazione del vincolo di bilancio verso sinistra e quindi lo
spazio a disposizione sarà ridotto con una ridotta possibilità di acquistare il bene Z.

AUMENTI DEL REDDITO


Ipotizziamo qui di avere il prezzo dei due beni costanti. In questo caso il
vincolo di bilancio se vi sarà un aumento del reddito non subirà una
rotazione ma una translazione verso destra mantenendo la stessa
proporzione per entrambi i beni, avendo un aumento del reddito vuol dire
che il consumatore avrà la possibilità di acquistare più unità del bene X e Z;
se dovesse invece diminuire il reddito il vincolo di bilancio traslerà verso
sinistra e quindi si ridurrà lo spazio a disposizione per il consumatore per
operare le sue scelte.

SCELTA OTTIMA DEL CONSUMATORE.


Qui si può parlare anche di equilibrio del consumatore. Essendo il reddito
una risorsa economica limitata, il principale problema del consumatore
consiste nella ripartizione del reddito nelle varie decisioni di acquisto che gli
consentono di soddisfare i propri bisogni. La combinazione delle quantità di
beni acquistati è detta scelta ottima del consumatore quando consente a
quest’ultimo di massimizzare i suoi bisogni nel pieno rispetto del vincolo di
reddito. La scelta ottima, il punto ottimo del consumatore se facciamo
riferimento a questo grafico, sarà il punto in cui il vincolo di bilancio è tangente alla curva di indifferenza nel punto C.
Il quale sarà l’unico punto di equilibrio per il consumatore. Sicuramente per il principio di non sazietà il consumatore
preferirebbe scegliere qualsiasi punto che si trova sulla curva di indifferenza U3 perché abbiamo detto che vi è
un’utilità maggiore man mano che ci allontaniamo dall’origine degli assi ma questa curva U3 non è proprio
raggiungibile, non rientra nello spazio di accesso del consumatore perché è al di fuori del vincolo di bilancio. I punti A e
B potrebbero essere scelti dal consumatore ma non sono punti di equilibrio perché fanno riferimento alla curva di
indifferenza U1 quindi minore per il principio di non sazietà non sono punti di equilibrio perché il consumatore può
ancora massimizzare la sua utilità e quindi l’unico punto in cui egli può trovare una piena soddisfazione è il punto C e
quindi il punto in cui il vincolo di bilancio riesce a spingersi fino al punto massimo. Nel punto di equilibrio la retta di
bilancio e la curva di indifferenza hanno la stessa inclinazione (ovvero pendenza) e ciò significa che il saggio marginale
di sostituzione (SMS) è uguale al saggio marginale di trasformazione (SMT) che in formula può essere espresso con:
(UMz/UMx)-(Pz/Px)

TEORIA DEL PRODUTTORE.


L'imprenditore nell'economia capitalistica è il produttore che organizza mezzi e uomini per ottenere merci che
venderà sul mercato. Egli deve affrontare due problemi fondamentali (come produrre e quanto produrre): la scelta di
come produrre possiamo anche definirla scelta della tecnica produttiva; quindi, cercare di capire quali sono i fattori
produttivi che devono essere implementati, quelli più efficienti; nel secondo caso invece parliamo di scelta della
quantità da produrre. Mentre nel primo caso ci riferiamo a delle questioni che sono interne all'impresa, tenuto conto
dei suoi vincoli (costi, prezzi), nel secondo caso il produttore fa riferimento al confronto con l’esterno, ovvero il
numero di altre imprese concorrenti e con le forme di mercato in essere. A differenza del consumatore, il produttore
ha come obiettivo principale quello di massimizzare la produzione. La funzione di produzione ci dice che X (prodotto) è
funzione di una serie di fattori produttivi: X= f (z1; z2;…..; zn): dove z1,z2 e zn sono i fattori produttivi che concorrono a
realizzare il prodotto X. I fattori principali, che già conosciamo, sono il lavoro, terra, capitale e organizzazione
imprenditoriale.

PRODUTTIVITA MEDIA E MARGINALE


In formule, definiamo la produttività media di un generico fattore j come il rapporto tra la quantità complessiva di
prodotto e la quantità utilizzata del fattore j: PMEj= X/zj.

Invece, la produttività marginale di un generico fattore j la possiamo definire come il


rapporto tra variazione di prodotto e variazione della quantità utilizzata del
fattore j, o meno correttamente, ma in modo più chiaro, come il contributo che
l'incremento di un'unità di fattore j dà alla produzione complessiva.

Questa è la rappresentazione grafica della funzione di produzione, produttività


media e marginale. La funzione di produzione, nel grafico di sopra, di breve
periodo: sull'asse delle ordinate abbiamo la produzione totale, sull'asse delle
ascisse il numero dei lavoratori, quindi ipotizziamo che il capitale sia costante.
C’è una relazione positiva tra le due variabili. La curva ha prima un andamento
che possiamo definire convesso, poi diventa pian piano concava, cioè l'impatto
che ha l'assunzione di più lavoratori, in un primo momento, sulla produzione
totale è sicuramente positivo; poi ad un certo momento, tende ad avere un
andamento positivo ma in maniera decrescente. Questo significa che sicuramente aumentando il numero dei
lavoratori, la produzione totale aumenta, ma con incrementi sempre più decrescenti. Il grafico di sotto invece
rappresenta l'andamento della produttività marginale. La produttività marginale ha una tendenza più forte, c'è sempre
una prima parte positiva, quindi crescente, poi ad un certo punto diviene negativa, perché mostra gli incrementi sulla
produzione totale che man mano tendono a ridursi. L'altra curva invece rappresenta la produttività media, è meno
ripida, perché appunto rappresenta il rapporto tra produzione totale e impiego dei fattori produttivi.

Questo grafico rappresenta le combinazioni possibili dei fattori della


produzione. Sull'asse delle ordinate abbiamo un fattore di produzione che
può essere, ad esempio, il capitale; sull'asse delle ascisse come z2
intendiamo ad esempio, il lavoro. I vari punti sono delle combinazioni che
possono essere scelte dal produttore dei due fattori produttivi che arrecano un certo livello di quantità. Visto che
l'obiettivo principale del produttore è quello di massimizzare la sua produzione, la combinazione che si trova quanto
più lontano dagli assi, per esempio la combinazione del punto D, E, F, sarà sicuramente da preferire alla combinazione
del punto B o C che arrecano una quantità prodotta inferiore.

Questa è la curva di isoquanto. Sull’asse delle ordinate abbiamo z1 che è un


fattore di produzione, ad esempio il capitale; sull’asse delle ascisse abbiamo z2
che è un altro fattore di produzione, ad esempio il lavoro. Tutti i punti di questa
curva sono combinazioni possibili dei due fattori di produzione che arrecano lo
stesso livello di quantità prodotta. Quindi per il produttore è assolutamente
indifferente scegliere il punto A,C o E perché tutti i punti che si trovano su
questa retta rappresentano combinazione dei fattori di produzione che
producono la stessa quantità. Ad esempio, nel punto A avremo un maggior
impiego del fattore z1 è un minore impiego del fattore z2; nel punto C l'impiego
dei due fattori è simile; nel punto E avremo un minore impiego del fattore z1 e un maggiore impiego del fattore z2; ma
comunque la quantità prodotta è la stessa.
Se vogliamo dare una definizione più dettagliata possiamo dire che la curva di isoquanto rappresenta l'insieme delle
combinazioni delle quantità dei due fattori della produzione che danno luogo allo stesso prodotto totale. Il rapporto di
sostituzione tra i due fattori è chiamato saggio marginale di sostituzione tecnica di z1 per z2. Esso è definito come il
numero di unità di fattore z1 che il produttore deve procurarsi per sostituire una unità di fattore z2 in modo da
lasciare inalterato il livello di produzione:

Questo grafico rappresenta una famiglia di isoquanti. Anche la famiglia di


isoquanti ha una serie di caratteristiche. Sono curve convesse con andamento negativo; sono parallele tra di loro; tutti
i punti lungo ogni curva hanno lo stesso livello di produzione, ma man mano che ci allontaniamo dall’origine degli assi,
la curva di isoquanto i2 arreca un livello di produzione maggiore rispetto a i1. Anche in questo caso vale il principio di
non sazietà: se il produttore si comporta in modo razionale sceglierebbe sempre la curva di isoquanto che è più
lontana dall'origine degli assi, però ovviamente deve fare i conti con i suoi vincoli, cioè i costi e i prezzi dei fattori di
produzione.
Quindi anche il produttore va incontro a dei vincoli importanti. In questo caso parleremo di retta di isocosto. Il vincolo
a cui il produttore andrà incontro sarà il prezzo dei fattori di produzione, ipotizziamo il salario per i lavoratori, ma
anche far funzionare i macchinari ha un costo, anche l'impiego della materia prima ha un costo. La retta di isocosto la
possiamo definire come l'insieme delle possibili combinazioni dei fattori produttivi che implica lo stesso costo totale.
Da un punto di vista matematico la possiamo definire come C* (DATO, COSTANTE) uguale al Pz1 (prezzo del fattore
produttivo 1) x il fattore produttivo 1 + il prezzo del fattore produttivo 2 x il
fattore produttivo 2: C*=Pz1 Z1+ Pz2 Z2.
Graficamente la retta di isocosto è una retta decrescente che intercetta in un punto l’asse delle ordinate e in un punto
l’asse delle ascisse. Anche in questo caso tutti i punti al di sotto della retta di isocosto rappresentano possibili
combinazioni dei due fattori di produzione che sono accessibili per il produttore; tutti i punti che sono al di sopra della
retta di isocosto rappresentano combinazioni di punti di impiego due fattori di produzione che non sono accessibili per
il produttore.

La pendenza dell’isocosto è chiamata saggio marginale di trasformazione di z1 per z2. Esso può essere definito come il
numero di unità del fattore z1 che il produttore riuscirebbe ad acquistare con le risorse risparmiate rinunciando
all'acquisto di 1 unità del fattore z2. Da un punto di vista matematico il saggio marginale di trasformazione è uguale al
rapporto tra i prezzi dei due fattori di produzione e dà valore negativo: SMTz1,z2: -(Pz2)/(Pz1).

Questa è una famiglia di isocosti. Man mano che ci allontaniamo


dall'origine degli assi le rette di isocosti rappresentano combinazioni degli
input, ovvero dei due fattori produttivi, che presentano un costo
maggiore per l’impresa.

Questo grafico inerisce alla scelta della tecnica produttiva ottimale. La scelta
ottima o equilibrio dell'imprenditore sarà il punto in cui la retta di isoquanto
scelta dall’imprenditore che ha deciso la quantità che vuole produrre, sarà
tangente alla retta di isocosto, nel punto C. In effetti anche A e B
appartengono alla stessa curva di isoquanto, quindi danno la stessa quantità,
però non sono preferibili dall'imprenditore in quanto il punto A e il punto B
appartengono ad una retta di isocosto maggiore; quindi, ci sono dei costi
maggiori in quei punti. Il punto C, invece, da la stessa quantità dei punti A e B
ma ad un costo minore perché appartiene alla retta di isocosto C2 che ha dei
costi minori. Il punto di ottimo è dunque un punto nel quale la curva di è tangente alla retta di isocosto. In quel punto
le due funzioni hanno la stessa pendenza, questo significa che il saggio marginale di sostituzione tecnica è uguale al
saggio marginale di trasformazione: SMST=SMT.

Questo grafico mostra gli effetti di un aumento del prezzo di un


fattore di produzione (z2), ad esempio il lavoro che diventa per
qualche ragione più costoso, ad esempio perché i sindacati
intervengono nella contrattazione, impongono un salario maggiore.
In questo caso la retta di isocosto ruoterà verso sinistra; quindi, il
punto in cui intercetta l'asse delle ordinate è fisso. In questo caso ci
sarà un nuovo punto di equilibrio per il produttore, che non sarà più
il punto A, ma il punto B; quindi, ci sarà una nuova curva di
isoquanto, quindi la quantità in qualche modo si riduce, che sarà
tangente ad una nuova retta di isocosto che è inferiore nel punto B.
Ovviamente la stessa cosa la possiamo considerare se ipotizziamo
l'aumento del prezzo del fattore di produzione z1, come i macchinari, il capitale. In questo caso, da un punto di vista
grafico il discorso è inverso. Perché in questo caso il punto in cui l’intercetta resta fissa è la parte che incrocia l’asse
delle ascisse.

In questo grafico invece ipotizziamo che i prezzi di due fattori di


produzioni sono costanti, però varia la spesa. Ovviamente se la
possibilità di spesa aumenta, la retta di isocosto varia, aumenta, si
sposta verso destra; se invece si riduce, la retta di isocosto si sposta
verso sinistra. Ovviamente in base a come si sposterà anche la retta di isocosto avremo un nuovo punto di equilibrio,
ad esempio il punto A,C,B, ovvero tutti i punti in cui la retta di isocosto è tangente alle rispettive curve di isoquanto.
Unendo insieme i vari punti di ottimo avremo invece il cosiddetto sentiero dell’espansione dell’impresa.

I COSTI DELL’IMPRENDITORE
Il costo totale complessivo è il costo che l'imprenditore sostiene per realizzare il processo produttivo ed ottenere la
quantità di prodotto desiderata. Esso si ottiene sommando i costi fissi totali e i costi variabili totali. In formule:
CT=CF+CV. I costi fissi (CF) sono quei costi che non variano al variare della quantità prodotta; i costi variabili sono quei
costi che variano al variare della quantità prodotta (CV). Un esempio di costo variabile è la materia prima: se io voglio
produrre più pane, ovviamente dovrò comprare più farina. Quindi il costo della materia prima è un costo variabile
perché varia al variare della produzione. Anche ad esempio l’elettricità è un costo variabile, perché se io voglio far
funzionare dei macchinari, più produco, più i macchinari saranno utilizzati, quindi più elettricità consumerò. Ma anche
la forza lavoro è un costo variabile, perché se io voglio produrre di più, ho bisogno di più lavoratori, e quindi dovrò
pagare più salari. Nel caso invece dei costi fissi, indipendentemente da quanto io voglio produrre, il costo non cambia.
L’esempio tipico è l’affitto del capannone, per esempio, dove l’imprenditore svolge la tua attività produttiva.

Questa è la rappresentazione grafica dei costi fissi. Sull'asse delle ordinate


abbiamo i costi fissi, sull'asse delle ascisse abbiamo la quantità prodotta. C0
rappresenta i costi fissi che una è una retta orizzontale. Man mano che
aumentiamo la produzione, il valore di X aumenta; il valore dell’ordinata, del
costo fisso rimane lo stesso. Quindi non importa quanto aumenterà la
produzione, perché il valore del costo fisso è sempre lo stesso.

Questo grafico invece rappresenta i costi variabili. Sull'asse delle ordinate


abbiamo i costi variabili; sull'asse delle ascisse abbiamo la quantità prodotta. Qui
c’è una relazione positiva, però questa curva ha un doppio andamento:
dall’origine degli assi fino al punto A ha un andamento positivo, però la curva
tende ad essere concava (quindi aumenta in maniera positiva ma con incrementi
decrescenti); dal punto A in poi la curva mantiene l’andamento positivo, però
diviene una curva convessa (aumenta con incrementi più che proporzionali).
Questo duplice andamento lo possiamo spiegare attraverso la relazione che esiste con la produttività marginale,
perché ciò che avviene rispetto ai costi è l'opposto a ciò che avviene rispetto alla produttività marginale. Quindi se un
sistema è produttivo e funziona bene significa che man mano diventa sempre meno costoso per l’imprenditore; se
invece il sistema diventa sempre meno produttivo, automaticamente diventa più costoso per l’imprenditore.

Questa è la rappresentazione grafica dei costi totali. Sull'asse delle


ordinate abbiamo i costi variabili, i costi fissi e i costi totali; sull'asse delle
ascisse abbiamo la produzione. Poi c'è la retta orizzontale che
rappresenta i costi fissi; poi abbiamo questa curva, la curva dei costi
variabili, che ha un andamento positivo, quindi sicuramente
all'aumentare della produzione i costi aumentano, però la particolarità è
che ha un andamento inizialmente concavo fino al punto F e poi man
mano che la produzione aumenta i costi aumentano in maniera più che
proporzionale. Poi abbiamo un’altra curva, che è in nero più calcato, che
è la retta dei costi totali, che non è altro che la traslazione della curva dei costi variabili facendola partire dal livello dei
costi fissi; quindi, rappresenta la curva dei costi variabili + quella dei costi fissi.
Ora parliamo dei costi medi. Questi prendono in considerazione il costo in media e sono ottenuti dividendo le
categorie del costo totale (costo fisso+costo variabile) per il numero di unità prodotte. Riprendendo l’equazione in
precedenza, quindi CT=CV+CF, il costo medio totale sarà uguale a costo fisso+costo variabile diviso X che è la
produzione.

Rappresentazione grafica dei costi medi fissi. È una curva negativa. Sull’asse
delle ordinate abbiamo i costi medi fissi, sull’asse delle ascisse abbiamo la
produzione. Man mano che la produzione aumenta, il costo medio fisso si
riduce. Questa è una curva negativa con la caratteristica che non incrocio mai
l'asse delle ordinate, infatti ad un certo punto diventa parallela sia all'asse
delle ordinate che a quella delle ascisse, questo si chiama iperbole equilatera.
Questa funzione ha un andamento decrescente in quanto, se le unità prodotte
sono poche, i costi fissi si ripartiranno su poche unità di prodotto e sarà perciò
molto alta la loro incidenza sul costo medio. Man mano che la quantità
prodotto aumenta, lo stesso costo verrà ripartito tra più unità di merce e la sua incidenza media sarà sempre più
bassa.

COSTI MEDI VARIABILI


Molto importante è il costo marginale, questo è un costo medio variabile. Esso misura la variazione (o aumento) del
costo totale dovuta a un incremento unitario di produzione:

L'andamento della curva del costo marginale è strettamente legato all'andamento della
produttività dei fattori della produzione impiegati: se un fattore della produzione più
produttivo, il costo di produzione realizzata con quel fattore si riduce.

Questi due grafici rappresentano la relazione tra produttività e


costi variabili. In particolare, produttività marginale e produttività media, costo marginale e costo medio. In effetti un
grafico è il simmetrico del altro. Come possiamo notare, la curva della produttività marginale, quella che ha una
tendenza più repentina, è crescente, quindi nella parte in cui la produttività aumenta, il costo marginale diminuisce;
poi quando arriva al punto B, la produttività diminuisce e dal punto B, se guardiamo al costo marginale che
corrisponde al punto A, il costo marginale inizia a salire, perché quando il sistema non è più produttivo diventa solo un
costo per l’imprenditore. Stessa cosa dicasi per la produttività media e il costo medio che hanno un andamento
simmetrico; la parte in cui la produttività aumenta, arriva ad un punto di massimo, ovviamente corrisponde ad un
costo medio la parte decrescente che raggiunto il punto di minimo poi comincia a salire e corrisponde alla parte in cui
la produttività media inizia a scendere. I due grafici sono simmetrici.

Questa è la rappresentazione grafica dei costi di lungo periodo. Bisogna


fare una distinzione tra breve periodo e lungo periodo: quando abbiamo
parlato della funzione di produzione, abbiamo sempre fato l’ipotesi che era
uno scenario di breve periodo, dove un fattore di produzione,
generalmente il capitale, era considerato costante e variava solo la forza
lavoro; in uno scenario di lungo periodo invece possiamo ipotizzare che
l’imprenditore possa progettare e variare i fattori produttivi, quindi in un
ottica di lungo periodo possiamo anche immaginare che l’imprenditore possa ampliare il capannone, comprare più
macchinari. I vari fattori produttivi sono variabili. Nell’ottica di lungo periodo l’imprenditore riesce meglio ad
ammortizzare i costi e questa cosa graficamente si può tradurre in questa curva in neretto. Questa curva viene
costruita considerando i punti di minimo delle varie curve di costo medio. Le varie curve di costo medio rappresenta il
costo medio del breve periodo che nel punto di minimo tocca questa curva, che è detta fontiera dei costi di lungo
periodo, perché l’ideale è che l’imprenditore possa sempre operare in una condizione in cui i costi siano al minimo per
poter massimizzare il suo profitto.

RICAVO E CONCORRENZA PERFETTA.


Il ricavo dell'impresa è un elemento molto importante per la scelta imprenditoriale in riferimento alla quantità ottima
da produrre e vendere per massimizzare il profitto. Le opzioni di scelta dell'imprenditore sono però fortemente
condizionate dalla forma di mercato, ovvero da quell'insieme di condizioni di contorno relative alla tipologia e al
numero dei consumatori e alle caratteristiche e quantità dei concorrenti, che determinano fortemente vincoli
opportunità dell'azione imprenditoriale.
Il ricavo totale è l'incasso complessivo che il produttore realizza vendendo la merce ed è quindi, dato dalla
moltiplicazione del prezzo per la quantità: RT=p*X (l’asterisco sta per la moltiplicazione). Ricavo non significa profitto,
perché il ricavo viene ricavato dalla vendita, mentre il profitto è la parte dell’utile che va nella tasca dell’imprenditore.
Il ricavo medio è l'incasso che media il produttore guadagna da ogni singola unità venduta ed è sempre uguale al
prezzo: RM=RT/Z= (p*X)/X= p.
Il ricavo marginale è la variazione del ricavo totale dovuta alla variazione della quantità venduta del prodotto:

La concorrenza perfetta è la forma di mercato più semplice e si tratta in realtà di una forma di mercato di scuola, mai
presente nella realtà, poiché è caratterizzata dagli elementi che difficilmente si realizzano nel mondo reale, tutti nello
stesso momento. Le caratteristiche sono:

 Molteplicità di produttori e consumatori;


 Omogeneità del prodotto;
 Assenza di barriera all’entrata e all’uscita;
 Perfetta informazione, significa che l'imprenditore conosce esattamente i gusti di chi compra, e allo stesso
tempo i consumatori conoscono perfettamente le caratteristiche dei beni che stanno comprando;
 I produttori sono prince-takers, cioè non hanno alcun potere di incidere sul prezzo; il prezzo è deciso dal
mercato;
 Efficienza allocativa, rappresenta la possibilità di poter produrre al minimo costo possibile e allo stesso tempo
non ci sono sprechi.

Un esempio di concorrenza perfetta potrebbe essere il mercato agricolo, quello di un tempo, dove i beni (ortaggi e
frutta) erano più o meno della stessa qualità, e quindi per il consumatore era assolutamente indifferente rivolgersi ad
un imprenditore piuttosto che ad un altro. Oggi è più difficile che questo si possa realizzare perché le merci hanno
delle differenze di qualità. Un altro esempio potrebbe essere quello dello Street food, se ovviamente ci sono molti
ambulanti e parliamo più o meno dello stesso tipo di bene, cibo, che viene offerto.

Questa è la rappresentazione grafica della curva di domanda in


concorrenza perfetta. Nella parte sinistra abbiamo il mercato, con
domanda e offerta. Il punto in cui si incrocia domanda e offerta, dà vita al
prezzo di equilibrio. Da questo punto, dal prezzo di equilibrio, vediamo
che in riferimento al grafico di destra, che è il grafico della concorrenza
perfetta, si setta il prezzo che la concorrenza perfetta riceve dal mercato.
Infatti c’è P* (costante): al variare della quantità non cambia il prezzo. In
questo caso la curva di domanda è una linea orizzontale, costante. La
curva di domanda corrisponde anche al ricavo medio che è uguale al e
ricavo marginale, ma questo succede solo in concorrenza perfetta.

Abbiamo detto quindi che in concorrenza perfetta l'imprenditore riceve il prezzo dal mercato, ma sicuramente gode
ancora di un potere discrezionale rispetto alla quantità da produrre. In concorrenza perfetta è molto importante una
condizione: condizione di equilibrio dell'impresa. Questa condizione è il punto in cui il ricavo marginale eguaglia il
costo marginale: RMG=CMG. Questa condizione di equilibrio darà anche il livello di quantità ottima da produrre in
concorrenza perfetta.

Questo grafico mostra la determinazione della quantità ottima in


concorrenza perfetta. La curva rossa è la curva del costo marginale; la
retta viola, quella orizzontale, è la retta della domanda che corrisponde
nella concorrenza perfetta anche al ricavo medio e marginale. Il punto in
cui si incrocia una curva e retta avremo q1 che rappresenta la quantità
ottima da produrre in concorrenza perfetta.

IL PROFITTO.
Sappiamo che l'obiettivo del produttore è quello di massimizzare la sua produzione. Il produttore massimizza la
produzione per poter poi massimizzare il profitto. In termini matematici il profitto totale, che si definisce in termini
simbolici con pgreco, è = RT – CT: cioè al ricavo totale – i costi totali. Il profitto può essere positivo quando i ricavi
totali sono superiori ai costi, ma ci può essere anche un profitto negativo; quindi, quando i costi che l'imprenditore ha
affrontato sono superiori ai ricavi. Per poter massimizzare il profitto l'imprenditore può sia aumentare il suo ricavo
totale, o giocando sul prezzo o sulla quantità quando è possibile, oppure può minimizzare i costi. Perché minimizzando
l'elemento che si trova sulla destra dell'equazione, che ha un valore negativo, significa che man mano il valore
assoluto aumenta. Se il ricavo è 10 e il costo totale è 5: 10-5= 5, quindi il profitto finale sarà uguale a 5. Ma se io riesco
a ridurre i costi, quindi anziché 5 li porto a 3: 10-3=7, quindi massimizza il mio profitto minimizzando i costi. Potrò
lavorare anche sul ricavo totale quando mi è possibile, perché il prezzo nella concorrenza perfetta non può essere
fissato dall'imprenditore.

Questa è la rappresentazione grafica del profitto positivo in concorrenza


perfetta. Vi è curva del costo marginale (CMG); la retta che rappresenta il
ricavo marginale (RMG); e la curva dei costi medi totali (CMT). Se i costi
medi totali si trovano al di sotto della retta del ricavo marginale, significa
che c'è profitto, (p1 x q1). L’area dei costi totali corrisponde al rettangolo c1
x q1. Se noi sottraiamo i costi totali al ricavo totale c'è una differenza che
corrisponde proprio al rettangolino che rappresenta il profitto.

Questo grafico mostra invece il profitto negativo, quindi l'ipotesi in cui i


costi sono più elevati di ricavi. In questo caso la curva del costo medio
totale è al di sopra del ricavo marginale e infatti l'area dei costi che
corrisponde al rettangolo c2 x q2 è superiore all'area dei ricavi che
corrisponde a p2 x q2. Il rettangolino in questo caso rappresenta una
perdita.

Questo grafico mostra un'ipotesi di perdita sostenibile, perché non è detto


che quando ci sia un profitto negativo automaticamente l'imprenditore
debba uscire dal mercato. In questo caso vi è l'aggiunta di un'altra curva,
quella dei costi medi variabili (CMV). In questa situazione sembra che
conviene restare nel mercato, anche se c'è un momento in cui vi è un
profitto negativo. Quando il ricavo è in qualche modo capace di coprire parte
dei costi, conviene restare.
PARTE SPECIALE
Questo libro si concentra sul tema della discriminazione di genere nel mercato del lavoro. Si parlerà in particolare di
segregazione di genere nel mercato del lavoro. Si parlerà anche di una analisi delle cooperative no profit.

 Capitolo 1: evoluzione della partecipazione femminile al mercato del lavoro;


 Capitolo 2: discriminazione di genere nel mercato del lavoro;
 Capitolo 3: analisi quantitativa delle cooperative sociali e i lavori retributivi.

Cap 1. Sez 1: evoluzione della partecipazione femminile al mercato del lavoro. Un dato positivo è che a partire dagli
anni 70, anche in seguito alle lotte sindacali, c’è stato un miglioramento nella partecipazione femminile al mercato del
lavoro. Questo è andato positivo perché se pensiamo a 50, 60 anni fa la partecipazione delle donne era molto bassa.
Bisogna però chiederci in che modo questa partecipazione femminile al mercato del lavoro è aumentata. Innanzitutto,
bisogna dire che solo 10 anni fa in Europa si è registrato un differenziale salariale di genere all’interno del mercato di
lavoro, cioè per qualche ragione c'è un dato di fatto che le donne guadagnano il 16% in meno rispetto agli uomini.
Intanto positivo quindi è sicuramente l'aumento della partecipazione femminile al mercato del lavoro; tuttavia, il lato
negativo è che queste donne guadagnano meno rispetto agli uomini. Perché? Perché non svolgono le stette mansioni.
Questo perché sembra che la possibilità di ricoprire alcuni ruoli, o di poter accedere ad alcune tipologie di lavoro per le
donne sono diverse. Questo differenziale salariale non è più attribuibile, come succedeva in passato, alla volontà di un
soggetto, il datore di lavoro, di voler discriminare. Le donne hanno la stessa possibilità di accesso in termini di settori
occupazionali rispetto agli uomini? Sembrerebbe di no. Questo è il concetto della femminilizzazione dei lavori poveri.
Le donne trovano occupazione dove i salari sono più bassi. Questo spiegherebbe il differenziale salariale. Sembra che
ci siano dei settori altamente femminilizzati e guarda caso la media dei salari è più bassa rispetto ad altri settori.
Femminilizzazione del lavoro poveri anche in riferimento al tipo di contratto che le donne spesso hanno. Secondo dati
ISFOL del ’99 e 2010 confermano che i contratti più precari, part-time, tutto questo lavoro atipico, sono ad
appannaggio delle donne. Sembrerebbe che le donne lavorino con forme contrattuali più precari e questo incide sulla
differenziazione salariale.

Cap 1. Sez 2: femminilizzazione dei servizi. Abbiamo visto quindi che negli ultimi anni la partecipazione delle donne
nel mercato del lavoro aumentato ma soprattutto nel settore del terziario, che è il settore di servizi alla persona.
Importante è la realtà non profit, cioè del terzo settore, che è appunto una realtà terza rispetto al settore pubblico e
privato. Ha autonomia privata, ma ha una serie di caratteristiche che lo avvicinano al settore pubblico. È importante
focalizzarsi su questa realtà perché negli ultimi anni, negli ultimi 30 anni, un aumento della partecipazione femminile è
avvenuta proprio all'interno del terzo settore. Settore che ha una serie di caratteristiche. Si chiama non profit, non
perché tutti i lavoratori che lavorano all'interno delle organizzazioni non vengono pagati, sono ovviamente
regolarmente retribuiti, ma perché se vi è un profitto di queste organizzazioni, questo profitto non andrà nelle tasche
del datore di lavoro, ma verrà riutilizzato per poter migliorare la qualità del servizio. In particolare, parliamo di
cooperativa sociale, impresa sociale, che sono i soggetti che hanno creato più opportunità di lavoro. Le cooperative
sociali possono essere di tipo A, in riferimento ai servizi sociosanitari ed educativi; di tipo B, in riferimento al
reinserimento di soggetti svantaggiati (ex detenuti). Le ragioni per cui le cooperative sociali hanno offerto opportunità
di lavoro per le donne sono varie: sicuramente perché c'è flessibilità, perché comunque le donne hanno sempre il
dilemma fondamentale di conciliare la vita familiare e riproduttiva rispetto lavoro, e molto spesso lo Stato non è in
grado di sostenere le donne in questo duplice ruolo che hanno. Quindi nelle organizzazioni non profit, come
cooperative sociali e imprese sociali, vi sono contratti molto flessibili che ben si adeguano all’esigenza delle donne.

Cap 1. Sez 3: segregazione di genere nel settore non profit. In questa sezione del capitolo uno ci si sofferma sulle
criticità. Nel senso che questa forte femminilizzazione nel settore dei servizi non profit, se accompagnata a dei salari
più bassi rispetto alla media dei salari che si possono percepire nel settore pubblico o privato; se accompagnata a delle
forme di contratto atipiche o abbastanza precarie; quindi, in generale a delle condizioni che sono peggiori rispetto a
quelle degli altri settori, a questo punto la concentrazione delle donne in questo settore diventa una vera e propria
segregazione. La segregazione nel mercato del lavoro è una categoria che rientra nella dimensione della
discriminazione economica. La segregazione è la sovra rappresentazione di un determinato gruppo di lavoratori, ad
esempio donne, gruppo etnico, in uno specifico settore lavorativo: questa è la segregazione orizzontale. C'è poi la
segregazione verticale che invece in maniera verticale non si riferisce al settore economico, ma si riferisce alla
difficoltà di poter acquisire ruoli apicali. Nel settore non profit vi sono entrambe.

Per quanto riguarda le caratteristiche delle organizzazioni non profit:

 Costituzione formale;
 vincolo della distribuzione degli utili;
 autogoverno;
 natura giuridica privata;
 rilevanza del lavoro volontario in rapporto alla manodopera complessivamente impiegata nella propria
attività.

CLASSIFICAZIONE DI DISCRIMINAZIONE DI GENERE NEL MERCATO DEL LAVORO.


Cap2. Sez 1.: la discriminazione. In questa sezione del capitolo uno si affronta il concetto di discriminazione. È un
concetto molto ampio, che non si riferisce sono alla discriminazione di genere. Innanzitutto, bisogna dire che la parola
discriminazione non nasce con un'accezione negativa, perché significa distinguere. Quando parliamo di
discriminazione non facciamo riferimento solo a quella economica ma anche a quella giuridica, o sociale. Il concetto di
discriminazione economica è stato affrontato da Becker, però lui si è soffermato molto sul fenomeno razziale. Noi
utilizziamo il modello di Becker per affrontare un po’ tutte le dicotomie della discriminazione. Becker Dice che si parla
di discriminazione economica quando il fenomeno discriminatorio è tale da influenzare i salari e l'allocazione dei
lavoratori. Quando parla di influenzare i salari, Becker fa riferimento al differenziale salariale tra due gruppi che non è
motivato da ragioni oggettive. Quando fa riferimento alla locazione, fa riferimento alla posizione di alcuni lavoratori in
determinati settori, quindi si riferisce alla segregazione. La discriminazione esiste quando ad un gruppo di persone è
corrisposta una retribuzione inferiore rispetto ad un altro gruppo che ha più o meno le stesse caratteristiche. La
discriminazione economica si distingue in base a dei meccanismi che si generano prima di accedere al mercato del
lavoro: discriminazione ex ante o pre-mercato del lavoro; o invece quando il soggetto già entra nel mercato del
lavoro, in questo caso il meccanismo discriminatorio nasce all'interno del mercato del lavoro: discriminazione ex post
o all’interno del lavoro.
La discriminazione ex ante o pre-mercato del lavoro fa riferimento alle caratteristiche acquisite prima di entrare nel
mercato del lavoro come la scolarità, le capacità di apprendimento o altre abilità trasmesse dai background familiari e
sociali. Ad esempio, in riferimento ai background familiari, si intendono tutte quelle caratteristiche che la famiglia di
origine trasmette all’individuo. Per esempio, se il padre decide di insegnare una potenziale professione solo al figlio
maschio, piuttosto che alla figlia femmina, in questo caso la discriminazione di genere non nasce all’interno del
mercato del lavoro, ma nasce nella famiglia.
La discriminazione ex post o nel mercato del lavoro, analizza invece i meccanismi discriminatori che si verificano
all'interno del mercato del lavoro e in particolare cosa avviene a persone che hanno già in precedenza acquisito un
certo ammontare di caratteristiche produttive. La letteratura si sofferma su due fenomeni importanti per quanto
riguarda la discriminazione nel mercato del lavoro: segregazione e la discriminazione salariale diretta.

Di segregazione già ne abbiamo parlato in precedenza ma è importante sottolinearlo:

 Segregazione orizzontale: si riferisce all'allocazione dei lavoratori e delle lavoratrici, si verifica allorquando
si riscontra una sistematica sovra rappresentazione femminile (o gruppo etnico) in determinati settori
occupazionali;
 segregazione verticale: si riferisce allocazione dei lavoratori e delle lavoratrici, si verifica allorquando si
riscontra una sistematica sovra rappresentazione femminile (o gruppo etnico) in determinate mansioni o
livelli di inquadramento.

La seconda forma di discriminazione nel mondo del lavoro è la discriminazione salariale diretta dove
fondamentalmente c'era un datore di lavoro che si permetteva all'arbitrio di poter attribuire due diverse retribuzioni a
due gruppi di lavoratori aventi le stesse caratteristiche produttive.

Cap 2. Sez.2: cause della discriminazione. La discriminazione nel mercato del lavoro è la causa o l'effetto? Quello che
si verifica nel mercato del lavoro è anche l'espressione di modelli che derivano dalla società. Quindi la discriminazione
di genere che si verifica nel mercato del lavoro, è l'effetto di ciò che si verifica nella società e che rappresenta la causa.
È importante dire che il fenomeno della discriminazione di genere è un fenomeno complesso che va analizzato sotto
vari punti di vista. Un altro punto fondamentale è quello di cercare di capire se riusciamo a rintracciare le cause della
segregazione, che è la forma più importante di discriminazione nel mercato del lavoro. Cause della segregazione:

 Scarsa propensione delle organizzazioni a valorizzare le diversità, questo è un problema fondamentale perché
sia gli uomini che le donne possono essere produttivi ma in maniera differente;
 Asimmetria nei carichi e nelle responsabilità domestiche;
 Segregazione formativa, se pensiamo che le donne all'università, ad esempio, scelgono un tipo di corsi di
studi che le porteranno ad essere occupate in settori dove la media dei salari è più bassa rispetto ad altri;
 Prevalenza di modelli organizzativi che premiano la presenza fisica sul luogo di lavoro a scapito dell’efficienza,
questo va a scapito delle donne perché l'uomo sarà sempre più agevolato nel poter fisicamente prestare più
tempo sul luogo di lavoro.

Cap.2 Sez.3: i differenziali salariali uomo donna. Sono due i concetti importanti: discriminazione da gusti, sempre
studiata da Becker, fa riferimento alle preferenze dei consumatori che sono preferenze sessiste o razziste. (rivolgersi
ad un venditore uomo piuttosto che donna); discriminazione statistica, fa riferimento al problema della simmetria
informativa: Il datore di lavoro si trova ad assumere dei lavoratori e non può a priori sapere se sono produttivi o meno.
In questo caso egli farà riferimento alla produttività media del gruppo di appartenenza. Se dovrà fare, ad esempio, un
colloquio ad un uomo e ad una donna, e dovrà scegliere se assumere un uomo o una donna, non potendo monitorare
la singola produttività, farà riferimento al gruppo. Quindi se 100 uomini all'anno sono più produttive di 100 donne,
verrà assunto l’uomo.

Cap.2 Sez.4: Indicatori della discriminazione. È importante soffermarci sul concetto di indicatore perchè permette di
affermare l’esistenza di un fenomeno, poter misurare quel fenomeno. In questa parte del capitolo due ci si sofferma
su come individuare la segregazione e si analizzano 4 approcci:

 L’approccio strutturale: fa riferimento alla difficoltà delle donne di poter progredire in carriera, raggiungere
ruoli apicali. Parte da un dato empirico;
 L’approccio situazionale: parte dalle situazioni anche legate alla vita privata;
 L’approccio del gatekeeping: è di carattere cospirativo, sembra quasi che siano gli uomini ad ostacolare le
donne;
 L’approccio delle differenze di genere: differenze culturali e biologiche.

In riferimento agli indicatori generici della discriminazione vi sono:

 L’accesso al mercato del lavoro e a determinate professioni;


 Il riconoscimento di titoli di studio e della performance nel lavoro: non è lo stesso tra uomini e donne.
 Gli sviluppi di carriera: quindi la difficoltà per le donne di ricoprire ruoli apicali;
 L’inserimento nei flussi strategici delle informazioni: molte lavoratrici risentono del fatto che sono escluse dai
flussi strategici di informazioni;
 Il riconoscimento del lavoro realmente svolto.

Cap 2. Sez. 5: le politiche antidiscriminatorie. Una parte dedicata alle pari opportunità e alle azioni positive. Come
sappiamo, esistono una serie di istituzioni a livello nazionale, internazionale, europeo che hanno lo scopo di garantire
e di lavorare per il raggiungimento delle pari opportunità (trattato di Lisbona, Amsterdam ecc). Quindi tutta una serie
di norme che tendono a garantire una parità tra uomo e donna, anche attraverso delle azioni positive, quindi delle
azioni che concretamente possano rimuovere gli ostacoli. Qui è molto importante ricordare l'articolo 3 della
Costituzione italiana:” Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di
sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.”. Non è vero che tutto deve
essere uguale per tutti: a parità di situazioni sicuramente un trattamento deve essere uguale, ma se le situazioni sono
diverse o se ci sono delle esigenze diverse il principio di uguaglianza si applica proprio attraverso trattamenti
differenziati. Per quanto riguarda il “Gender Mainstreaming” questa è una pratica che concerne la possibilità di
inserire la visione di genere all’interno dell’agenda dei politici: il politico prima di fare una legge tiene in
considerazione la visione di genere.

Capitolo 3: analisi quantitativa sulle cooperative sociali (dati ICSI 2007). L'obiettivo è stato quello di studiare le
caratteristiche dell’occupazione femminile nelle cooperative sociali e individuare l'esistenza o meno di eventuali
meccanismi discriminatori di genere. (NON CHIEDE ALL’ESAME MA è IMPORTANTE LEGGERLO). L'indagine ICSI 2007
(indagine sulle cooperative sociali italiane) è stata condotta in Italia da sei gruppi di ricerca appartenenti alle università
di Bergamo, Brescia, Milano, Napoli, Reggio Calabria e Trento. La raccolta dei dati è avvenuta attraverso la
somministrazione di 4 tipologie di questionari, rivolti a lavoratori remunerati, managers e volontari, mentre il quarto
questionario è servito per raccogliere informazioni sull'organizzazione. La banca dati è costituita da 312 cooperative,
sono stati intervistati 3968 lavoratori. L'indagine econometrica sarà condotta esclusivamente su dati relativi ai
lavoratori retribuiti. La cosa importante è soffermarsi sui risultati:

 Il settore non profit è un settore fortemente femminilizzato (circa il 75% sono donne): c'è segregazione
orizzontale;
 Le donne sono concentrate nell'erogazione dei servizi il 71% (aree che richiedono un minor livello di capitale
umano), e solo 11% nel settore coordinamento, ciò nonostante, sono più qualificate degli uomini: c’è
segregazione verticale;
 C'è un differenziale salariale in favore degli uomini del 15%, ma solo il 4,8% di questo differenziale può essere
spiegato facendo ricorso alla discriminazione;
 indipendentemente dal livello di soddisfazione, lavorare nelle ONP per le lavoratrici sarebbe una scelta
volontaria, ma all'interno di uno spazio segregante.

Con questo grafico cerchiamo di capire se per le


donne, lavorare nelle organizzazioni no profit, sia
una scelta volontaria o involontaria. Qui facciamo
un'interpretazione, che viene fatto attraverso la
teoria del Capability Approach di Amartya Sen
(economista indiano) e Martha Nussbaum.
Questo grafico rappresenta un insieme: la parte
blu è lo spazio delle opportunità, dove l'individuo
può muoversi e operare le proprie scelte, e gli
uomini nel fare questo hanno uno spazio più
ampio. La parte rosa invece rappresenta lo spazio
più segregante in cui possono muoversi le donne.
Se ipotizziamo che la parte rosa rappresenta tutte
le alternative del mondo del lavoro da parte delle lavoratrici, dove in media ci sono dei salari più bassi, anche
l'economia sociale, quindi il settore del non profit, rientrerebbe all'interno dello spazio segregante. Quindi la
scelta o meno delle donne di lavorare all’interno di questo settore, anche se sembra libera e volontaria, di fatto è
una scelta non secondo libertà. Infatti Sen dice che una scelta può essere considerata secondo libertà se viene
ampliato lo spazio in cui un soggetto può operare le sue scelte.

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