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POLITICA ECONOMICA

Deve avere come obiettivo il benessere della collettività. La cosiddetta economia del benessere
è quel campo delle scienze economiche che cerca di misurare e raggiungere il benessere
collettivo. Nei secoli ci sono state scuole di pensiero interventiste (che ritenevano, cioè, che lo
Stato dovesse avere un ruolo attivo nell’economia al fine di migliorare il raggiungimento
dell’interesse pubblico) e scuole di pensiero liberiste (che ritenevano, invece, che tale intervento
non fosse necessario).

Tra le prime figurano i mercantilisti. Essi affermavano che la ricchezza dello Stato fosse
strettamente collegata alla quantità di moneta, motivo per cui si riteneva fosse necessario
incrementare le esportazioni e contemporaneamente diminuire le importazioni.

A porsi in antitesi con il mercantilismo fu Adam Smith, che affermava che per ottenere elevati
livelli di benessere non occorreva un ruolo attivo dello Stato. Secondo Smith, infatti, l’interesse
pubblico veniva automaticamente perseguito quando il singolo individuo, mosso da un istinto
egoistico, faceva ciò che riteneva giusto per il perseguimento del suo interesse personale. E’,
infatti, il profitto a spingere gli imprenditori ad offrire beni desiderati dai consumatori, senza che lo
Stato intervenga. La concorrenza tra gli imprenditori fa sì che nel mercato sopravvivano solo coloro
che riescono a soddisfare la domanda, al prezzo più basso possibile, aumentando, così, anche il
benessere pubblico.

La teoria di Smith non raccolse favori unanimi tra i pensatori sociali del XIX sec., che vivevano in
un momento storico caratterizzato da sperequazione sociale e da disoccupazione. A porsi in
antitesi a Smith fu l’economia marxiana, scuola fondata da Marx ed Engels che riteneva che il
male della società risiedesse nella proprietà privata del capitale. Marx era un convinto sostenitore
della necessità di un ruolo maggiore dello Stato nel controllo dei mezzi di produzione.

In mezzo a chi sosteneva che lo Stato dovesse essere poco presente in economia e chi, invece,
propendeva per un controllo totale dello Stato sui mezzi di produzione, c’era chi, come gli
utilitaristi, riteneva che l’oggetto dell’economia fosse la teorizzazione del benessere. Uno dei
principali pensatori utilitaristi fu Jeremy Bentham, che affermava che lo scopo del governo fosse
la massima felicità dei propri cittadini. Egli sosteneva che il benessere della collettività fosse il
risultato della somma delle utilità di ogni singolo individuo.

Un’altra dottrina che si occupò del concetto di utilità fu la dottrina marginalista (o scuola
neoclassica), che affermava che il gradimento che un individuo prova dal consumo di un bene
tende a diminuire in seguito al consumo di ogni singola unità aggiuntiva del medesimo bene. Il
valore di un bene deriva dall’importanza che il consumatore attribuisce al prodotto stesso: più il
prodotto è desiderato, più vale. Capofila dei marginalisti fu Leon Walras, primo teorizzatore
dell’Equilibrio Economico Generale: non è fondamentale capire l’equilibrio raggiunto, ciò che
conta è capire come arrivare ad un punto di equilibrio efficiente, dal quale non ci si potrà spostare
per migliorare le proprie condizioni, senza che ciò comporti il peggioramento di quelle degli altri
operatori del mercato. Tale teoria venne, poi, ripresa da Vilfredo Pareto. Egli escludeva la
possibilità di sommare le utilità di individui diversi, in quanto riteneva che l’utilità non può essere
misurata. Ciò che è necessario, secondo Pareto, è che l’individuo abbia la possibilità di mettere a
confronto alternative di consumo e poter esprimere, così, liberamente delle preferenze in merito a
tali alternative, al fine di raggiungere la cosiddetta Pareto efficienza.

Gli studi di Walras e Pareto non riscossero, almeno all’inizio, grande successo. Tra la fine del XIX
sec. e i primi decenni del XX sec., invece, risultò dominante l’insegnamento di Alfred Marshall,
creatore dell’idea di Equilibrio Economico Parziale, il quale ebbe il merito di introdurre i concetti
di Surplus del Consumatore e Surplus del Produttore.

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Il modo di ragionare e di fare politica dei primi decenni del XX sec. furono guidati dai principi della
teoria neoclassica, che esaltava la concorrenza perfetta e rifiutava l’interventismo statale. La
grande crisi degli anni ’30, però, scoppiata negli USA e diffusasi rapidamente anche in Europa,
costrinse scienza e politica a cambiare opinione. La moneta iniziò ad essere vista non più come un
semplice mezzo per gli scambi, ma come un’arma potente che poteva condizionare il
funzionamento dei mercati reali delle merci e del lavoro. Il fallimento delle imprese finanziarie e
delle banche provocò il fallimento anche delle imprese produttrici di merci da esse finanziate, e
masse enormi di lavoratori si ritrovarono improvvisamente senza lavoro. Tale evento cambiò
radicalmente il modo di vedere il ruolo dello Stato nell’economia. Si diffuse, infatti, l’opinione
secondo cui il mercato, lasciato libero, aveva funzionato male e che quindi fosse necessario un
intervento dello Stato per correggere tale malfunzionamento, per stabilizzare l’economia. La
disoccupazione non era l’unico problema che i governi si erano trovati a dover fronteggiare: i
risparmiatori persero tutto il loro denaro, molti agricoltori scoprirono che i loro prodotti venivano
venduti a prezzi talmente bassi che non era più loro consentito di far fronte ai debiti… Era
necessario, quindi che lo Stato utilizzasse tutti gli strumenti necessari per garantire tassi di crescita
e livelli di benessere. Questo stava alla base del pensiero di Keynes, per cui l’economia era una
scienza sociale che non poteva dare spiegazioni universali e perennemente applicabili a tutte le
società del passato e del futuro, come, invece, sostenuto dai neoclassici, in quanto le condizioni
che prevedeva riguardavano il breve periodo, ma avrebbero potuto variare in circostanze differenti.
Il punto di partenza della teoria keynesiana ipotizza la presenza di un equilibrio di sottoccupazione
in cui il reddito è interamente speso ed investito. Graficamente:

Y=reddito
C=consumi
I=investimenti

La diagonale a 45° individua i punti di equilibrio in cui il reddito è interamente speso in consumi ed
investimenti: Y=C+I
Solo il punto e è compatibile con la piena occupazione del reddito. Ma Keynes non era di questo
avviso: secondo lui la realtà mostra situazioni protratte di sottoccupazione con equilibrio
corrispondente al punto S, in corrispondenza del quale solo una parte delle risorse è
effettivamente impiegata nella produzione del reddito. La restante parte resta disoccupata.
Grazie all’intervento pubblico, invece, la spesa per investimenti, rappresentata dalla retta AC,
trasla la funzione di domanda verso l’alto, portando l’equilibrio dell’economia verso la piena
occupazione: il nuovo punto di equilibrio K, infatti, risulta più vicina al punto e.

Le funzioni dello Stato sono principalmente 3:


• Stabilizzazione: lo Stato deve garantire piena occupazione e prezzi stabili attraverso
strumenti di politica fiscale o monetaria.
• Allocazione: lo Stato interviene in tema di allocazione delle risorse, sia in maniera diretta
acquistando ad esempio beni, sia in maniera indiretta attraverso imposte e trasferimenti.
• Distribuzione: lo Stato interviene nella distribuzione del reddito e della ricchezza tra i
membri della collettività.

ECONOMIA DEL BENESSERE


La prima questione che l’economia del benessere affronta è la scelta organizzativa di un sistema
economico, ossia cosa si deve produrre, in che modo ecc… E’ compito degli economisti analizzare
e scegliere quale sia la miglior combinazione possibile. La maggior parte di essi condivide il ricorso
al criterio dell’efficienza paretiana quale strumento capace di valutare e confrontare le alternative.
Nel momento in cui non sarà più possibile variare una determinata allocazione delle risorse in
modo da rendere migliore la condizione di qualcuno, senza che questo comporti un
contemporaneo peggioramento di condizione di qualche altro individuo, significa che sarà stata
raggiunta l’allocazione efficiente in senso paretiano (situazione di ottimo paretiano).

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Sono 4 gli assiomi dell’Economia del Benessere:
• Completezza: se un individuo si trova di fronte a 2 beni, X e Y, egli potrà preferire X a Y,
oppure Y ad X o, infine, potrà essere indifferente sia ad X che ad Y.
• Transitività: se un individuo si trova di fronte a 3 beni, X, Y e Z, e preferisce X ad Y e Y a
Z, allora preferirà anche X a Z.
• Riflessività: secondo questo assioma un paniere di beni è debolmente preferito a se
stesso.
• Monotonicità: dati 2 panieri, quello dei 2 che contiene una quantità maggiore di almeno
uno dei beni, ma quantità uguale di tutti gli altri, sarà preferito all’altro paniere. Il
consumatore non è mai pienamente soddisfatto, troverà sempre un paniere strettamente
migliore.

Il concetto di efficienza paretiana ha una fondamentale proprietà, quella dell’individualismo, che


può essere visto in 2 modi differenti: sia come considerazione esclusiva del benessere del singolo
e non della collettività, sia in riferimento al fatto che ogni singolo individuo è il miglior giudice dei
propri bisogni e delle proprie necessità.

Legata all’economia del benessere è la teoria dell’Equilibrio Economico Generale, che ha come
scopo quello di illustrare il modo in cui vengono determinati prezzi e quantità in un’economia
decentrata. Per far ciò si presuppone che i soggetti assumano comportamenti razionali: per i
consumatori l’obiettivo finale è quello di massimizzare le preferenze dati i loro vincoli di bilancio,
per le imprese è quello di massimizzare i profitti. Una determinata situazione soddisfa la teoria
dell’equilibrio economico generale quando raggiunge la posizione di ottimo paretiano,
soddisfacendo condizioni di efficienza nello scambio, nella produzione e nella composizione del
prodotto. Per soddisfare queste 3 condizioni gli economisti usano la curva delle possibilità di
utilità, che rappresenta graficamente il beneficio che un individuo ottiene dal consumo di un
determinato bene.

L’inclinazione della curva è negativa in quanto maggiore sarà l’utilità di X, tanto minore sarà il
livello massimo conseguibile dal soggetto Y.

EFFICIENZA NELLA PRODUZIONE: il principio di Pareto afferma che un soggetto, considerato


come individuo razionale, a parità di fattori produttivi, preferirà la tecnica di produzione che gli
consentirà di ottenere una maggiore quantità di beni.

La retta di isocosto rappresenta le diverse combinazioni dei fattori produttivi, che costano
all’impresa sempre lo stesso importo. L’inclinazione di tale retta sarà data dal prezzo relativo dei 2
fattori di produzione presi in considerazione (in questo caso terra e lavoro).
I 2 isoquanti, invece, descrivono le diverse combinazioni di fattori produttivi che consentono di
produrre la stessa quantità di output. L’inclinazione dell’isoquanto prende il nome di saggio
marginale di sostituzione tecnica (TRS), e rappresenta la quantità di un input a cui si rinuncia al
fine di aumentare di un’unità l’impiego di un altro input, mantenendo costante il livello produttivo.

TRS1 t,l = TRS2 t,l

L’impresa massimizzerà la sua produzione nel punto in cui l’isoquanto è tangente alla retta di
isocosto. In quel punto, il TRS sarà uguale al prezzo relativo degli input.

EFFICIENZA NELLO SCAMBIO: la condizione affinché lo scambio o distribuzione dei beni sia
Pareto-efficiente è compiuta nel momento in cui il saggio marginale di sostituzione (SMS) tra 2
beni del soggetto X sarà uguale all’SMS del soggetto Y per gli stessi beni. L’SMS rappresenta il
quantitativo di beni a cui si deve rinunciare per aumentare di un’unità l’utilizzo dell’altro bene,
tenendo costante il livello di benessere del soggetto preso in considerazione.

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SMS1 1,2 = SMS2 1,2

L’efficienza nello scambio implica che tali beni siano distribuiti in modo tale che non esistano altre
combinazioni di distribuzione capaci di migliorare la situazione di qualcuno senza peggiorare
quella di qualcun altro. Tale condizione è soddisfatta in regime di concorrenza perfetta.
I consumatori prendono le loro decisioni in base al vincolo di bilancio, ossia l’ammontare di
reddito che un individuo può spendere per l’acquisto dei propri beni. L’inclinazione della retta di
bilancio sarà data dal prezzo relativo dei 2 beni presi in considerazione. Tutte le combinazioni dei 2
beni che si trovano sulla retta di bilancio o alla sua sinistra saranno acquistabili; tutte quelle alla
destra di tale retta, invece, non saranno possibili.
Legato al concetto di vincolo di bilancio è quello di curva di indifferenza, che rappresenta le
combinazioni che danno al consumatore lo stesso livello di utilità.

Nei punti B, A, D e C, trovandosi essi sulla stessa curva di indifferenza, il soggetto avrà lo stesso
livello di utilità. Il punto F, invece, trovandosi su una curva di indifferenza più elevata, sarà preferito
agli altri punti perché darà un livello di utilità maggiore. Il punto più gradito, però, sarà il punto E,
ossia il punto in cui la curva di indifferenza sarà tangente alla retta di bilancio e dove il saggio
marginale di sostituzione tecnica sarà uguale al rapporto tra i prezzi dei 2 beni. In condizione di
concorrenza perfetta, i prezzi sono uguali per tutti i consumatori, quindi ogni consumatore avrà lo
stesso SMS.

EFFICIENZA NELLA COMPOSIZIONE DEL PRODOTTO: è soddisfatta quando il saggio


marginale di trasformazione (MRT) tra 2 beni è uguale al saggio marginale di sostituzione.

SMS = MRT

Considerando le tecniche di produzione, verrà rappresentata la curva delle possibilità di


produzione.

Il livello di utilità sarà massimo nel punto in cui la curva di indifferenza risulterà tangente alla curva
di possibilità di produzione, ossia nel punto E, dove SMS=MRT.
Il MRT è l’inclinazione della curva di possibilità di produzione e indica l’ammontare aggiuntivo di un
bene che può essere prodotto riducendo di un’unità la produzione di un altro prodotto.

In una situazione ideale di concorrenza perfetta, tutte e 3 le condizioni richieste dal principio di
efficienza paretiana risultano soddisfatte, quindi ci si troverà in una situazione in cui non sarà
possibile, mediante modifiche delle condizioni di produzione e di scambio, migliorare il benessere
di un individuo senza diminuire quello di un altro soggetto. Le allocazioni Pareto-efficienti sono
infinite e possono essere illustrate in un grafico il cui piano viene definito Grande Frontiera
dell’Utilità, con andamento decrescente in quanto non è possibile aumentare il benessere di un
individuo senza ridurre quello di un altro individuo.

Per poter trovare il punto in cui è espresso il massimo benessere collettivo, ossia il punto di
Ottimo Sociale, è necessario ricorrere alla funzione di benessere sociale, espressa come:

W = W(U1;U2)

La curva di indifferenza sociale individua quali siano le combinazioni di beni il cui consumo
fornisce all’individuo lo stesso livello di utilità: una società deriverà il proprio benessere dall’utilità
ottenuta sommando l’insieme di combinazioni di utilità dei singoli membri che la compongono.

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Tutte le combinazioni di utilità che si trovano sulla curva di indifferenza sociale W2 danno un livello
di benessere sociale più elevato rispetto alle combinazioni situate invece sulla curva di indifferenza
sociale W1.
Affinché si possa giungere a determinare l’Ottimo Sociale, è necessario, però, che l’utilità
marginale sociale prodotta dall’incremento di un’unità addizionale di bene sia uguale per ogni
individuo.

L’Ottimo Sociale sarà raggiunto nel punto Z, in cui la curva del benessere sociale più elevata, W3,
risulterà tangente alla Grande Frontiera dell’Utilità.

FUNZIONE DEL BENESSERE DI BENTHAM: secondo Bentham la società ha il compito di


massimizzare la somma delle utilità dei suoi membri, trascurando totalmente il modo in cui il
benessere collettivo venga distribuito tra gli individui.

W = U1+U2

La curva di indifferenza sociale sarà, in questo caso, una linea retta, in quanto a prescindere da
quali siano i livelli di utilità U1 e U2, la collettività sarà sempre disposta a scambiare un’unità di
utilità di U1 per un’unità di utilità U2.

FUNZIONE DEL BENESSERE EGUALITARIA: in base a tale teoria, ogni individuo della
collettività deve raggiungere lo stesso livello di benessere.

U1 = U2

La funzione del benessere egualitaria sarà rappresentata da una semiretta che interseca il piano a
45°. Solo i punti che risiedono sulla retta R potranno essere presi in considerazione (ossia i punti A
e D). il punto D, inoltre, sarà preferito al punto A in quanto avrà un maggiore livello di benessere
collettivo.

FUNZIONE DEL BENESSERE DI RAWLS: secondo Rawls il benessere della società dipende
esclusivamente dal benessere dell’individuo più povero. La società potrà, quindi, migliorare la sua
situazione complessiva solo se verrà aumentato il benessere del più povero, mentre non trarrà
alcun vantaggio da un aumento di benessere degli altri individui.

W = min (Uh) h=1,2

Tale funzione sarà rappresentata da curve di indifferenza sociale ad angolo retto, il cui angolo si
trova sulla semiretta che interseca il piano a 45°. Nel punto A, i 2 individui godono dello stesso
livello di utilità, ma in caso di aumento delle risorse e conseguente assegnazione delle stesse ad
U2, l’equilibrio si sposta nel punto C.

EQUILIBRIO ECONOMICO PARZIALE: quando si fa riferimento al concetto di Equilibrio


Economico Generale, si ipotizza un sistema economico caratterizzato dall’interdipendenza tra tutti i
soggetti e i mercati dei beni, ma nella realtà tale impianto teorico risulta di complessa applicazione.
Per questo è stato elaborato il concetto di Equilibrio Economico Parziale, che si basa sull’analisi di
un singolo mercato per volta, in cui viene prodotto un singolo bene. Tale equilibrio viene
determinato dal prezzo di equilibrio che sarà in grado di eguagliare la domanda e l’offerta relative
al singolo mercato.

L’intersecazione della curva di domanda con la curva di offerta di un bene rappresenta la


cosiddetta croce marshalliana, al cui centro c’è il punto di equilibrio del mercato (E).

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Il surplus del consumatore è la differenza positiva tra il prezzo che un individuo è disposto a
pagare per ricevere un determinato bene e il prezzo di mercato dello stesso bene. A sinistra del
punto E il consumatore è disposto a pagare il prezzo D per la prima quantità del bene, poi prezzi
via via minori per quantità successive. Finché la curva di domanda si trova sopra quella di offerta, il
consumatore è disposto a pagare un prezzo superiore a quello offerto dall’impresa; l’impresa,
quindi, aumenterà la sua offerta, chiedendo via via un prezzo più alto, fino ad offrire la quantità Q’
al prezzo P’. Il surplus del consumatore, quindi, sarà pari all’area del triangolo P’ED.

Il surplus del produttore, invece, è dato dalla differenza positiva tra il prezzo di un dato bene
pagato al produttore ed il prezzo che il produttore sarebbe stato disposto ad accettare per quantità
inferiori di quel bene. A sinistra del punto E il produttore è disposto a vendere ad un prezzo
inferiore a quello che il consumatore è disposto a pagare; ciò consente al produttore di aumentare
la quantità offerta, fino ad offrire la quantità Q’ al prezzo P’. Il surplus del produttore sarà pari
all’area del triangolo P’EF.

In un contesto di Equilibrio Economico Parziale, la somma del surplus del consumatore e quello
del produttore è il massimo possibile, e perché ciò sia possibile è necessario che i prezzi siano
fissati ad un livello diverso rispetto a quello ottimale ottenibile in condizioni di concorrenza perfetta
(P’).
Nel caso in cui subentri un nuovo prezzo P’’, superiore al prezzo P’ ottenibile in regime di
concorrenza perfetta, la somma dei 2 surplus sarà inferiore a quella massima ottimale, con una
conseguente perdita di benessere complessivo rappresentata dalla somma dei 2 triangoli G e H. Il
surplus netto del produttore, però, aumenterà in quanto all’originario triangolo C si aggiungerà
anche il triangolo B.

Due sono i teoremi fondamentali dell'economia del benessere:


1) un sistema economico di mercato che assume la forma di concorrenza perfetta assicura il
raggiungimento di una situazione di ottimo paretiano. La validità della conclusione è però
legata alla circostanza che non si verifichino situazioni che possono generale il fallimento
del mercato.
2) modificando opportunamente le dotazioni iniziali con particolari strumenti di redistribuzione,
imposte o sussidi in somma fissa (lump sum tax), un’economia concorrenziale consente di
raggiungere qualsiasi stato sociale Pareto efficiente sulla frontiera massima dell’utilità. Si
riesce quindi a raggiungere l'obiettivo dell'equità, che corrisponde all'intersezione fra la
curva di benessere sociale più alta e la frontiera delle utilità possibili.

Il primo teorema costituisce una formalizzazione della teoria della mano invisibile: ogni equilibrio
di concorrenza perfetta, infatti, assicura un'allocazione efficiente delle risorse. D'altra parte, la
validità del teorema presuppone condizioni difficilmente realizzabili: in presenza di situazioni di
fallimento del mercato, un intervento dello Stato a difesa del mercato concorrenziale risulta allora
essenziale.
Il secondo teorema, che costituisce l'inverso del primo, è stato invocato come giustificazione
teorica del socialismo di mercato: se lo Stato redistribuisce le risorse iniziali fra i soggetti
economici, e lascia a questi libertà d'iniziativa, i meccanismi di mercato assicureranno un equilibrio
economico di concorrenza perfetta.

LE VARIABILI MACROECONOMICHE E LA FUNZIONE DI PRODUZIONE

IL PNL, RNL, PIL

Il prodotto nazionale lordo è costituito dalla somma di tutti i beni e servizi finali prodotti in un
Paese in un anno. Per sommarli è necessario prima moltiplicare le quantità prodotte per i rispettivi
prezzi. E’ importante che vengano computati solo i beni e i servizi finali. Supponiamo, infatti, che in
un determinato anno venga prodotta una determinata quantità di grano, che viene trasformata in

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farina, che a sua volta viene trasformata in una determinata quantità di pane. Solo il pane va
incluso nel reddito nazionale perché solo esso è il prodotto finale, mentre grano e farina sono
prodotti intermedi.

Il reddito nazionale lordo, invece, è costituito dalla somma di tutti i redditi percepiti dai soggetti
che hanno partecipato al processo produttivo nell’anno considerato, ed è sempre uguale al PNL.
Consideriamo il fornaio che ha un ricavo pari ad € 1,90, costi per l’acquisto di farina pari ad € 1 e
quindi un valore aggiunto pari ad € 0,90. Egli utilizzerà il suo valore aggiunto per pagare l’affitto dei
locali, gli interessi alle banche che gli hanno prestato il denaro per acquistare i macchinari che
utilizza, i salari agli operai che lavorano nella sua impresa, le imposte allo Stato ecc… Solo ciò che
rimane dopo aver sostenuto tutte queste spese costituirà il profitto.
Lo Stato, che attraverso le imposte percepisce reddito dai soggetti economici, ne redistribuisce una
parte ad altri soggetti mediante le pensioni, i sussidi di disoccupazione ecc… Tali redditi prendono
il nome di trasferimenti e non vanno inclusi nel reddito nazionale in quanto chi li riceve non
partecipa al processo produttivo.

Il prodotto interno lordo, infine, è costituito dal valore dei beni e dei servizi finali prodotti in un
dato periodo di tempo. E’, in sostanza, la somma del valore aggiunto, dato dalla differenza tra il
valore della produzione di un’impresa e il valore dei beni intermedi che l’impresa stessa usa nella
produzione, in un dato periodo di tempo. Guardando al PIL dal lato del reddito, esso può essere
definito come la somma dei redditi dell’economia in un dato periodo di tempo.
Esistono 2 tipi di PIL:
1) nominale: è la somma delle quantità dei beni finali valutati al loro prezzo corrente.
2) Reale: è la somma delle quantità di beni finali valutati a prezzi costanti, non correnti. E’ il
PIL che permette di misurare la grandezza di un’economia. Nel valutare la performance di
un’economia da un anno all’altro, gli economisti guardano al tasso di crescita del PIL reale:
nei periodi di crescita positiva del PIL si parlerà di espansione; duranti i periodi di crescita
negativa, invece, si parlerà di recessione.

DISOCCUPAZIONE: è costituita dal numero di persone che non hanno un lavoro, ma lo stanno
cercando. L’occupazione, invece, è data dal numero di persone che hanno un lavoro. La somma
delle persone occupate e di quelle disoccupate costituisce la forza lavoro.

INFLAZIONE: corrisponde all’aumento del livello generale dei prezzi. Il tasso di inflazione è il
tasso a cui il livello dei prezzi aumenta nel tempo. Sono 2 gli indicatori del livello dei prezzi:
1) Deflatore del PIL: è definito come il rapporto tra PIL nominale e PIL reale nell’anno t.
2) Indice dei prezzi al consumo: esprime il costo in dollari di un dato paniere di beni e
servizi nel corso del tempo. Il paniere viene rivisto ogni 10 anni circa e tenta di
rappresentare il paniere di consumo di un tipico consumatore urbano.

Se un’elevata inflazione significasse un incremento proporzionale di tutti i prezzi e i salari


(inflazione pura), essa non avrebbe rilevanza per gli economisti. Ma nella realtà l’inflazione pura
non esiste. Durante le fasi inflattive, infatti, non tutti i prezzi e i salari aumentano
proporzionalmente; ciò significa che l’inflazione andrà ad influenzare la distribuzione del reddito. Le
variazioni dei prezzi relativi, inoltre, generano un clima di incertezza, rendendo più difficile per le
imprese prendere decisioni sul futuro, come quelle sugli investimenti produttivi.

Per studiare l’andamento dell’attività economica nel breve periodo, gli economisti si concentrano
sulle interazioni tra produzione, reddito e domanda:
• Le variazioni della domanda di beni provocano variazioni della produzione.
• Le variazioni della produzione comportano variazioni del reddito.
• Le variazioni del reddito portano a variazioni della domanda di beni.

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Per capire cosa determini la domanda di beni, è necessario scomporre il PIL in consumo,
investimento e spesa pubblica. L’investimento è la somma dell’investimento non residenziale,
consistente nell’acquisto di nuovi impianti o macchinari da parte delle imprese, e dell’investimento
residenziale, determinato dall’acquisto di nuove case o appartamenti da parte degli individui. La
spesa pubblica, invece, è quella che lo Stato e gli enti pubblici affrontano per acquistare beni e
servizi. Per calcolare la spesa totale è necessario sommare queste 3 voci (consumo, investimenti
e spesa pubblica), escludere le importazioni e aggiungere, invece, le esportazioni. La differenza tra
beni prodotti e beni venduti in un anno prende il nome di investimento in scorte: se la produzione
eccede le vendite, le scorte di magazzino aumentano; se, invece, la produzione è inferiore alle
vendite, le scorte si riducono.

I beni prodotti vengono portati sul mercato, dove ci sono consumatori che intendono acquistarli.
Quando la domanda di un bene è inferiore all’offerta, il prezzo del bene diminuisce. Ciò determina
un aumento della quantità domandata e una riduzione di quella offerta, e il processo continua
finché il prezzo non raggiunge un valore di equilibrio che rende uguali domanda e offerta. La
quantità prodotta di un bene dipende dalle quantità impiegate dei fattori produttivi (terra, capitale e
lavoro) e questa relazione viene espressa mediante la funzione di produzione:

Y = F (K,L)

Dove Y rappresenta il PNL, K il capitale e L il numero dei lavoratori impiegati.

LA DOMANDA DI BENI E LA FUNZIONE DEL CONSUMO


La domanda di beni può essere rappresentata dalla seguente equazione:

Z = C+I+G+X-IM

Dove Z è, appunto, la domanda di beni, C è il consumo, I rappresenta gli investimenti, X le


esportazioni e IM le importazioni.
Le decisioni di consumo dipendono da molti fattori, ma la determinante principale è sicuramente il
reddito disponibile. La funzione del consumo sarà:

C = C(Yd)

Dove C è il consumo e Yd è il reddito disponibile. C è caratterizzato da 2 parametri:


1) C1: rappresenta la propensione marginale al consumo. Esprime l’effetto sul consumo
che ha un euro aggiuntivo di reddito disponibile.
2) C0: rappresenta il consumo desiderato in corrispondenza di un reddito disponibile nullo.

La funzione del consumo potrà, quindi, anche essere scritta come:

C = C0+C1(Yd)

LE CATEGORIE ECONOMICHE

Sono le famiglie, le imprese, lo Stato, le banche, la banca centrale, il resto del mondo.

FAMIGLIE: rappresentano le fondamentali unità di base cui si fa riferimento in alternativa al


singolo individuo. Decidono quando e cosa acquistare, quanto risparmiare e come investire.
Offrono lavoro e risparmio.

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IMPRESE: svolgono un ruolo fondamentale nella produzione. Decidono cosa e quanto produrre,
come produrre. Offrono posti di lavoro e danno possibilità di investimento ai risparmiatori.

STATO: rappresenta l’organizzazione complessiva della PA. Il settore pubblico interfaccia il


sistema produttivo producendo direttamente beni e servizi, vendendo titoli di Stato alle famiglie,
attraverso l’imposizione fiscale. Quando il gettito fiscale non riesce a coprire le uscite per un certo
anno si registra un disavanzo pubblico che, se ripetuto in anni successivi, diventa debito
pubblico, corrispondente all’ammontare complessivo di titoli di debito che lo Stato ha emesso e
collocato sul mercato interno ed internazionale.

BANCHE: hanno una funzione intermedia tra le famiglie e gli investitori. Decidono quanto credito
fornire e a chi fornirlo, offrendo titoli e capitali.

BANCA CENTRALE: stabilisce l’offerta di moneta attraverso operazioni sul mercato finanziario,
nonché dettando regolamenti e normative a cui le banche devono adeguarsi. Offre capitali alle
banche e coordina e regolamenta il sistema internazionale finanziario.

RESTO DEL MONDO: rappresenta l’insieme dei paesi con cui si possono intrattenere relazioni
commerciali.

LA DOMANDA AGGREGATA

Keynes fu il primo a parlarne. L’equazione è la seguente:

Y = C+I+G±𝑵𝑿

Dove Y indica il prodotto interno o reddito nazionale e comprende tutti i beni e servizi prodotti dal
settore industriale nell’unità di tempo; C indica il consumo delle famiglie; I indica gli investimenti
effettuati dalle imprese; G indica la spesa pubblica e NX indica il risultato netto del commercio
estero, dato dalla somma algebrica delle esportazioni e delle importazioni.

AD = C+I+G±𝑵𝑿 = 𝒀

La curva di domanda aggregata AD è una retta parallela all’asse delle ascisse. Il punto di
intersezione tra AD e la retta a 45° AD=Y è il punto di equilibrio E. Se la produzione si troverà ad
un livello più basso di questo punto si verificherà una riduzione delle scorte; se la produzione,
invece, si troverà ad un livello più alto le imprese saranno costrette ad accumulare scorte.

Keynes concentrò l’attenzione sui fattori che determinano la spesa per consumi. Un soggetto con
un determinato reddito annuo destinerà una parte di tale reddito al consumo ed una al risparmio.
La relazione tra il consumo di un individuo e il suo reddito prende il nome di funzione del
consumo. Quanto più elevato è il reddito, tanto più elevato sarà il suo consumo. All’aumentare del
reddito, però, il consumo crescerà sempre meno.

La funzione del consumo non parte dall’origine degli assi, ma ha intercetta positiva sull’asse delle
ordinate. Se partisse dall’origine, infatti, ciò significherebbe che quando il reddito è uguale a 0,
anche il suo consumo sarebbe uguale a 0. L’individuo con reddito pari a 0, invece, consumerà una
parte della ricchezza accumulata in passato oppure contrarrà un debito per poter consumare.

2 concetti fondamentali nella teoria Keynesiana sono la propensione marginale al consumo


(MPC) e la propensione media al consumo (APC). La MPC è l’aumento che registra il consumo
di un individuo quando il suo reddito aumenta di una unità.

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∆𝑪
MPC =
∆𝒀

L’APC, invece, è la quota di reddito che l’individuo devolve al consumo.

𝑪
APC =
𝒀

La propensione marginale al consumo, secondo Keynes, nei Paesi ricchi è piuttosto bassa, perché
le persone, avendo già un reddito abbastanza elevato, quando hanno un aumento di reddito, ne
risparmiano una parte notevole. Bassi investimenti e una bassa propensione marginale al
consumo determinano un basso livello di reddito nazionale e di occupazione. Per le economie
industrializzate, quindi, non esistono forze interne al sistema economico capaci di portarlo alla
piena occupazione. Per garantire a tutti un lavoro, quindi, è necessario un intervento dello Stato
che accresca il volume degli investimenti e la propensione marginale al consumo. Un aumento di
questi 2 fattori, infatti, farà crescere il reddito nazionale e l’occupazione. L’intervento dello Stato
potrà consistere in una diminuzione delle imposte sui beni di consumo, nel rendere meno onerose
per l’acquirente le vendite a rate di tali beni, redistribuendo il reddito dai più ricchi ai più poveri
mediante un’imposizione fiscale progressiva, aumentando le esportazioni delle imprese ecc…

LA FUNZIONE DEL RISPARMIO


Il risparmio di una nazione rappresenta la differenza tra il reddito ed il consumo.

S = C-Y

La funzione del risparmio sarà:

S = sY b

Dove s è la propensione marginale al risparmio (MPS), ossia l’incremento che il risparmio


∆!
registra quando il reddito aumenta di un’unità ( )
∆!

IL MODELLO IS-LM

La presenza della moneta influenza i comportamenti degli operatori economici, soprattutto


attraverso le variazioni del tasso di interesse, ossia il prezzo del denaro. Le famiglie, una volta
percepiti i loro redditi, devono stabilire se detenere l’intero ammontare per il consumo oppure
acquistare titoli in cambio di un interesse. Quanto più alto sarà il tasso di interesse, tanto più le
famiglie saranno invogliate ad impegnare il loro reddito nell’acquisto di titoli. Questo si traduce in
una riduzione dei consumi a favore del risparmio. Le imprese, dal canto loro, dovranno decidere
l’ammontare degli investimenti da effettuare. Se non dispongono di capitale proprio o se questo è
insufficiente, esse venderanno titoli e su questi titoli pagheranno un interesse. Immaginiamo che il
governo cerchi di attuare una politica fiscale espansiva per sostenere i consumi: potrebbe
accadere che il risultato della crescita di spesa e reddito faccia aumentare la domanda di moneta
liquida. Il tasso di interesse aumenterà e ciò si ripercuoterà negativamente sulle decisioni di
investimento delle imprese. Il modello IS-LM spiega proprio questa relazione. La curva IS
garantirà l’equilibrio sul mercato dei beni per ogni livello di reddito e di tasso di interesse; la curva
LM, invece, si costruirà sul mercato finanziario, ossia quel mercato dove si vendono e comprano
attività finanziarie.

Il primo grafico è la rappresentazione di equilibrio tra la curva AD e la retta a 45°. La AD risente del
tasso di interesse pari a i’ nella curva AD* e pari a i’’ nella curva AD*’. I 2 punti di equilibrio E* e E**
sono punti della retta IS. La differenza tra la curva AD* e la curva AD*’ è dovuta al fatto che in AD*

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il tasso di interesse è più alto. In AD*’, invece, il tasso si abbassa, aumentando, così, gli
investimenti. Con maggiori investimenti, aumenta il reddito e la curva AD si sposta, quindi, verso
l’alto. La curva IS, una volta tracciata, mostra un’inclinazione negativa, e ciò in quanto più alti livelli
di reddito richiedono riduzioni del tasso di interesse.

La domanda di moneta del modello IS-LM prende in considerazione le variabili reali e questo
perché gli individui richiedono moneta in funzione dei beni che possono acquistare con questa: se i
prezzi aumentano, essi richiederanno più moneta. Le variabili reali sono quelle variabili al netto
dell’inflazione e si ottengono dividendo il valore nominale della variabile per il livello dei prezzi. La
domanda di moneta reale dipende dal livello del reddito e dal tasso di interesse. Il primo stabilisce
il livello del consumo e, quindi, la domanda di moneta per realizzare quel consumo; il tasso di
interesse, invece, indica il livello di costo aggiuntivo che l’individuo decide di consumare invece di
investire in attività finanziarie. Se il tasso di interesse è molto basso, il costo della detenzione di
moneta è anch’esso basso, cioè l’individuo non sarà invogliato ad acquistare titoli che rendono
poco. Man mano che il tasso di interesse sale, invece, tenere moneta in forma liquida diventa
sempre più oneroso, quindi l’individuo sarà indotto a ridurre al minimo la quantità di moneta nel
portafoglio, fino al minimo consentito dalle esigenze giornaliere. L’equazione della domanda di
moneta sarà:

Md = kY-hi

Dove k indica le variazioni del reddito e h il tasso di interesse. Aumenti del reddito spostano la
curva in alto a destra.

L’offerta di moneta, invece, sarà rappresentata da una retta parallela all’asse delle ordinate.
All’aumentare del reddito, se la quantità di moneta resterà uguale, aumenterà il tasso di interesse.

Combinando l’equazione della domanda di moneta con l’offerta di moneta, all’aumentare di k e h


l’inclinazione della curva LM aumenterà in quanto piccole variazioni di reddito richiedono ampie
variazioni di tasso di interesse e viceversa.

Dopo aver costruito le curve IS e LM il passaggio finale sarà quello di combinarle per raggiungere
l’equilibrio simultaneo nel mercato dei beni e delle attività.

Nel punto E le quantità di beni prodotti sono quelle desiderate dagli acquirenti, non ci sono
variazioni involontarie delle scorte, la domanda e l’offerta di moneta si equivalgono e il mercato
delle obbligazioni è in equilibrio.

LA DISOCCUPAZIONE

Con il termine disoccupazione si fa riferimento essenzialmente alla disoccupazione involontaria,


che sorge quando vi sono lavoratori potenziali disposti ad occuparsi al tasso di salario reale
vigente, o anche ad uno leggermente inferiore, ma la domanda di lavoro è insufficiente per
occuparli. Secondo gli standard internazionali il disoccupato deve:
• Essere rimasto senza lavoro per cause di forza maggiore.
• Non avere un’altra attività remunerata.
• Essere alla ricerca di un lavoro.
• Essere disponibile a lavorare subito.

Il fenomeno della disoccupazione è legato ad alcune variabili sociologiche:


• Età: è inversamente correlata ai tassi di disoccupazione. I giovani sono oggi i più
penalizzati, mentre in passato lo erano gli anziani.
• Sesso: i tassi di disoccupazione femminile sono maggiori.

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• Istruzione: la probabilità di trovarsi disoccupati è inversamente correlata agli anni di studio.
Per i laureati il rischio di perdere il posto è minimo, sebbene a volte siano costretti a
cercarlo più a lungo.
• Etnia: quando subentrano difficoltà economiche, le minoranze etniche vengono licenziate
prima della manodopera indigena.
• Occupazione e professione: proprio perché gli impieghi più prestigiosi sono in genere più
sicuri, chi li perde può rimanerne più sconvolto di chi perde un impiego di basso livello, con
la differenza che avrà maggiori mezzi per affrontare l’evento.
• Reddito e status: hanno una notevole influenza perché, consentendo al disoccupato di
attendere più a lungo, rendono l’offerta di lavoro più selettiva.
• Zone e località: dove il mercato offre maggiori opportunità, i disoccupati sono più attivi e
disponibili ad accettare impieghi di basso livello, sapendoli transitori. Dove, invece, il
mercato è asfittico, i disoccupati hanno meno iniziativa e sono meno disponibili verso le
poche occasioni esistenti, in quanto la scarsità di lavoro fa loro preferire l’attesa
dell’impiego sicuro, generalmente nel settore pubblico. La disoccupazione si correla a volte
anche con le dimensioni della località.

Da un punto di vista algebrico, la relazione che intercorre tra il tasso di disoccupazione


complessivo (u) e i tassi di disoccupazione relativi ai diversi gruppi che compongono la
forza lavoro (𝒖𝒊 ) è espressa dalla seguente equazione:

u = 𝒘𝟏 𝒖𝟏 +𝒘𝟐 𝒖𝟐 +…+𝒘𝒏 𝒖𝒏

dove w indica la forza lavoro totale che rientra in ciascun gruppo (data dalla somma tra coloro che
si dichiarano occupati e coloro che si dichiarano disoccupati). Il tasso di disoccupazione
complessivo, quindi, è dato dalla media ponderata dei tassi relativi ai vari gruppi. Esso può variare
per 2 motivi:
1) Una variazione dei tassi di disoccupazione relativi ai singoli gruppi.
2) La crescita di un gruppo caratterizzato da un tasso di disoccupazione superiore o inferiore
alla media.

Il bacino della disoccupazione è caratterizzato da flussi in entrata e in uscita. Sono 4 le ragioni


che possono portare un soggetto a far parte di questo bacino:
1) è alla ricerca della prima occupazione oppure è tornato a cercare un impiego dopo non
averlo fatto per oltre 4 settimane.
2) può aver lasciato il suo impiego precedente ed essere, quindi, alla ricerca di una nuova
occupazione.
3) può essere stato allontanato temporaneamente dal suo posto di lavoro perché in esubero,
e sia, quindi, in attesa di essere richiamato.
4) può aver perso l’impiego perché licenziato o perché l’impresa presso cui lavorava ha
cessato l’attività.

I fattori che determinano il tasso naturale di disoccupazione sono la durata e la frequenza della
disoccupazione.
La durata si riferisce all’intervallo di tempo consecutivo durante il quale un individuo rimane senza
lavoro; essa può dipendere dall’organizzazione del mercato del lavoro, compresa l’esistenza o
meno di agenzie di collocamento, di centri per l’avviamento dei giovani al lavoro, oppure dalla
composizione demografica della forza lavoro o, ancora, dalla volontà dei disoccupati di continuare
a cercare un impiego migliore (che dipende, in parte, anche dal fatto che ricevano o no un sussidio
di disoccupazione).
La frequenza, invece, si riferisce a quante volte, in media, in un dato periodo di tempo, i lavoratori
rimangono disoccupati. Essa dipende, principalmente, dalla variabilità della richiesta di lavoro da

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parte delle imprese, nonché dal tasso di crescita della forza lavoro (più è rapida maggiore sarà il
tasso naturale di disoccupazione).
Il valore del tasso naturale di disoccupazione u* è pari alla media ponderata dei tassi naturali
relativi ai vari gruppi che compongono la forza lavoro:

u* = 𝒘𝟏 𝒖 ∗𝟏 +𝒘𝟐 𝒖 ∗𝟐 +…+𝒘𝒏 𝒖 ∗𝒏

I sussidi possono influire sul tasso di disoccupazione, facendolo aumentare, per 2 ragioni:

1) consentono di prolungare la ricerca di lavoro. Più alto sarà il replacement ratio, ossia il
rapporto tra il reddito netto percepito da un individuo quando è disoccupato e quello
percepito quando lavora, meno urgenza avranno i disoccupati di trovare un nuovo impiego.
2) In presenza di un’”assicurazione” contro la condizione di disoccupazione, la perdita del
posto di lavoro ha conseguenze meno gravi.

I principali costi della disoccupazione sono la perdita di produzione, e gli effetti indesiderati
sulla distribuzione del reddito. Chi non riesce a trovare un lavoro, infatti, non produce, quindi la
disoccupazione riduce la quantità di beni a disposizione della collettività. I costi, inoltre, ricadono
prevalentemente sulle persone che rimangono senza lavoro, sui giovani, sulle fasce più povere
della popolazione e su coloro che sono alla ricerca della prima occupazione. Altre conseguenze
della disoccupazione sono la perdita di qualificazione, il danno psicologico (un’alta
disoccupazione, infatti, è spesso connessa con tassi elevati di suicidio), la frantumazione delle
relazioni sociali, la perdita di motivazioni, la disuguaglianza fra razze (quando i posti di lavoro
sono scarsi, infatti, i gruppi più colpiti sono spesso le minoranze, soprattutto alcune parti delle
comunità di immigrati).

CURVA DI PHILLIPS

La curva di Phillips è un’analisi macroeconomica degli anni ’50 che mette in relazione il tasso di
inflazione con il tasso di disoccupazione. Quanto più basso è il tasso di disoccupazione, tanto più
alto sarà il tasso di crescita dei prezzi e dei salari.

Tra il tasso di inflazione e il tasso di disoccupazione esiste una relazione inversa. E’ sempre
possibile far andare un’economia a tassi di disoccupazione bassi purché si accetti una crescita dei
prezzi. La piena occupazione delle risorse spinge al rialzo i prezzi dei fattori produttivi e del salario;
il rincaro dei costi di produzione viene, poi, traslato sul prezzo di beni e servizi finali, generando
così inflazione. Al contrario una situazione di disoccupazione spinge al ribasso i salari, riducendo
anche il prezzo finale di beni e servizi.

L’INFLAZIONE

L’inflazione è il processo di costante e generalizzato rialzo dei prezzi, che determina una
diminuzione del potere di acquisto della moneta. Tale potere di acquisto è dato dalla quantità di
beni e servizi che si può acquistare con un’unità di moneta. Più sono elevati i prezzi, minore sarà
la quantità di beni che si possono acquistare.
Esistono vari tipi di inflazione:

• INFLAZIONE DA DOMANDA: è un aumento dei prezzi generato da un eccesso della


domanda di beni e servizi in rapporto alla relativa offerta. Quando la produzione non è in
grado di soddisfare la domanda di un mercato di un bene, il prezzo di mercato del bene
aumenta fino a riportare in equilibrio la quantità offerta con la quantità domandata,
generando, così, inflazione.

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Il livello dei prezzi è pari a 𝑃! , il prodotto interno è pari a 𝑌! . Il punto di intersezione tra le curve
della domanda 𝐴𝐷! e dell’offerta aggregate AS avviene nel tratto verticale della curva di offerta
aggregata: ciò significa che il sistema opera in pieno impiego dei fattori produttivi. Un eventuale
spostamento della curva di domanda aggregata in 𝐴𝐷! produce l’aumento dei prezzi da 𝑃! a 𝑃! .

• INFLAZIONE DA COSTI: è un fenomeno che trae origine da una crescita elevata dei costi
di produzione e dei profitti in rapporto ai guadagni. Un aumento dei salari superiore alla
produttività del lavoro, ottenuto dai sindacati con la contrattazione, induce gli imprenditori
ad aumentare i prezzi di vendita dei beni, in modo da lasciare inalterato il margine di
profitto. Ciò danneggia i lavoratori in quanto l’incremento salariale risulta vanificato in
conseguenza dell’aumento dei prezzi. Essi, perciò, chiederanno un nuovo aumento che, a
sua volta, determinerà un successivo aumento dei prezzi. Oltre che dalle variazioni del
costo del lavoro, l’inflazione da costi può essere causata anche da una crescita dei prezzi
delle materie prime.

Una variazione dell’offerta comporta uno spostamento del tratto ascendente della curva di offerta
verso l’alto. Il tratto verticale della curva, invece, rimane invariato in quanto la capacità produttiva
del sistema non è cambiata. Al livello dei prezzi 𝑃! le imprese potranno, così, offrire solo la
quantità di prodotto 𝑌! . Ma per poter incrociare la curva di domanda aggregata sarà necessario
creare un nuovo punto di equilibrio con la quantità 𝑌! e il livello dei prezzi 𝑃! , con conseguente
inflazione.

• INFLAZIONE IMPORTATA: è connessa con un prolungato aumento delle esportazioni,


stimolate da un eccesso di domanda del paese estero, da un cospicuo afflusso di capitali
dall’estero che stimoli, così, la domanda, oppure da un aumento del costo di materie prime
e semilavorati acquistati dall’estero.

• INFLAZIONE DA PROFITTI: si verifica quando tutte le imprese possono aumentare i


prezzi senza perdere clienti perché si aspettano che anche i concorrenti avranno lo stesso
comportamento.

• INFLAZIONE STRUTTURALE: è legata alla diversa produttività tra settore industriale e


settore dei servizi. Nel settore industriale, che è un settore dinamico, soggetto alla
concorrenza estera, le imprese accrescono la produttività con nuovo capitale o progresso
tecnico, e possono, quindi, pagare maggiori salari senza aumentare i prezzi. Il settore dei
servizi, invece, che è protetto dalla concorrenza estera, non ha stimoli diretti ad accrescere
la produttività. I lavoratori di questo settore, quindi, cercano di adeguare i propri salari a
quelli del settore industriale. Per mantenere gli stessi margini di profitto, visto l’aumento dei
salari le imprese aumentano i prezzi dei servizi offerti. Questo aumento dei prezzi
determina, a sua volta, una riduzione del salario reale dei lavoratori dell’industria che
vedranno diminuire il loro potere di acquisto e chiederanno, quindi, nuovi aumenti salariali e
così via…

Gli effetti dell’inflazione dipendono dall’entità dell’inflazione stessa. Si assiste alla fuga dell’oro,
che viene portato e speso all’estero. A causa delle successive emissioni, aumenta, poi, così, la
quantità di moneta in circolazione. La popolazione privilegia il denaro liquido, perde la propensione
al risparmio e, anzi, impiega somme risparmiate in precedenza. Dà inizio alla corsa agli acquisti,
facendo in tal modo aumentare la velocità di circolazione della moneta. La ricchezza si sposta da
un ceto sociale ad un altro. Le imprese diminuiscono la forza lavoro provocando, così, altra
disoccupazione.

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A seconda dell’intensità dell’inflazione si parlerà di inflazione strisciante, aperta o robusta,
galoppante, iperinflazione.

STRISCIANTE: consiste in un lento ma continuo aumento dei prezzi, con una forbice annua che
va dall’1 al 5%.
APERTA O ROBUSTA: ha incrementi del livello dei prezzi superiori a quelli dell’inflazione
strisciante. Questo tipo innesca la cosiddetta spirale inflazionistica, ossia il fenomeno a catena
che dà vita ad un circolo vizioso di inflazione crescente.
GALOPPANTE O CRONICA: è caratterizzata da incrementi del livello dei prezzi molto elevati, che
oscillano tra il 10 e il 30%.
IPERINFLAZIONE: l’aumento del livello dei prezzi è fuori controllo.

CALCOLO: l’inflazione si misura attraverso la costruzione di un indice dei prezzi al consumo, uno
strumento statistico che misura le variazioni nel tempo dei prezzi di un insieme di beni e servizi,
chiamato paniere, rappresentativo degli effettivi consumi delle famiglie in uno specifico anno. La
misura viene ripetuta in un secondo tempo, procedendo, poi, così, al calcolo dell’aumento o della
diminuzione percentuale del valore del paniere. Supponiamo che il valore del paniere 1 in un dato
momento sia 100; il valore successivo dell’indice verrà calcolato con la seguente proporzione:

𝑽𝑷𝟏 𝑽𝑷𝟐
=
𝟏𝟎𝟎 𝑿𝟐

dove VP1 e VP2 sono il valore del paniere al tempo 1 e 2 e X2 è il valore dell’indice da calcolare.
Al tempo 3 si calcolerà la proporzione successiva e così via...

𝑽𝑷𝟏 𝑽𝑷𝟑
=
𝟏𝟎𝟎 𝑿𝟑

POLITICA ANTINFLAZIONISTICA: si intende l’insieme delle misure volte al rallentamento del


fenomeno inflazionistico. Solitamente si adotta una politica economica che rallenti i consumi interni
attraverso l’utilizzo della politica fiscale e della politica monetaria. La politica fiscale incide sul
reddito e sull’occupazione attraverso l’aumento della pressione fiscale, provocando una
contrazione della domanda globale. Se lo Stato aumenta le imposte, infatti, i cittadini avranno
meno reddito da poter spendere e diminuiranno la loro domanda di beni. La politica monetaria,
invece, consiste in misure che influenzino e regolino l’approvvigionamento monetario di
un’economia attraverso strumenti messi in atto dalla Banca Centrale.
Riguardo al tipo di politica antinflazionistica più efficace, sono diverse le posizioni delle scuole del
pensiero economico. Secondo i monetaristi l’inflazione è un fenomeno da attribuire all’aumento
della quantità di moneta in circolazione, causato dall’eccessiva offerta da parte delle autorità
monetarie. Un rimedio consiste, quindi, nell’aumentare la quantità di moneta in circolazione ad un
tasso equivalente a quello dell’aumento del reddito reale del sistema economico. I Keynesiani,
invece, partono dal presupposto che un’inflazione da costi possa innescare una rincorsa tra salari
e prezzi, per cui ad un aumento dei salari corrisponde un aumento dei costi e quindi dei prezzi. Per
arrestare tale fenomeno, quindi, essi propongono: blocco dei prezzi e dei salari (perseguibile solo
nel breve periodo), patto sociale o altre forme di concertazione tra le parti sociali, incentivi fiscali.

LA POLITICA ECONOMICA E MONETARIA DELL’UE

Con la nascita della Comunità Europea si è resa necessaria la collaborazione tra i vari Stati
membri nella conduzione delle rispettive politiche economiche e monetarie nazionali. Nel 1979,
quindi, è entrato in vigore il Sistema Monetario Europeo (SME), un meccanismo creato al fine di
stabilire tra le economie degli Stati membri relazioni di cambio stabili e una disciplina comune nel
campo della politica economica e monetaria. L’elemento cardine dello SME era rappresentato dalla
European Currency Unit (ECU), il cui valore era dato dalla media ponderata delle diverse monete

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nazionali. L’esperienza dello SME è terminata con l’adozione della moneta unica a partire dal
1/01/1999, perché non ha più ragione di essere un meccanismo di stabilizzazione dei cambi. Il
problema della stabilità monetaria, però, si è posto per le monete degli Stati che non partecipano
alla moneta unica, i quali devono garantire una stabilità nel tempo e rispettare il vincolo di
permanenza nello SME per almeno 2 anni per poter partecipare in futuro all’euro. Per questi motivi
nel corso del 1996 sono state presentate alcune proposte per l’istituzione di un meccanismo di
cambio tra l’euro e le monete degli Stati non partecipanti, il cosiddetto SME-2. Esso ha lo scopo di
evitare che le monete non partecipanti all’euro possano deprezzarsi, svantaggiando indirettamente
le altre economie, nonché di favorire il loro graduale avvicinamento alla moneta unica.

La definizione della politica economica è di competenza degli Stati membri. Il Consiglio ha il


compito di orientare tali politiche approvando periodicamente una raccomandazione contenenze
indirizzi di massima. In caso di inottemperanza, le raccomandazioni possono essere rese
pubbliche, con conseguenze negative sulla credibilità dello Stato.
Nel caso in cui uno Stato membro si trovi in difficoltà economiche, causate da circostanze
eccezionali che sfuggono al suo controllo, l’UE può concedere assistenza finanziaria. La crisi
finanziaria mondiale e la recessione economica che hanno colpito il mondo nel corso degli ultimi
anni hanno compromesso seriamente la crescita economica e la stabilità finanziaria, provocando
un grave deterioramento delle posizioni di disavanzo e del debito degli Stati membri. Per
disavanzo pubblico si intende la differenza negativa tra entrate e uscite del settore pubblico in un
determinato esercizio finanziario. Esso è considerato eccessivo se il rapporto tra il disavanzo
pubblico e il PIL superi il 3% e se il rapporto tra debito pubblico e PIL sua superiore al 60%.
Scostamenti possono essere anche tollerati, a patto che il superamento della soglia del 3% sia
eccezionale e temporaneo e che il rapporto tra disavanzo pubblico e PIL nonché tra debito
pubblico e PIL stiano diminuendo in maniera sostanziale e continua.
Se uno Stato membro non rispetta i vincoli appena esposti, viene attivata una procedura di
preavviso ed eventualmente anche sanzionatoria:
• La Commissione prepara una relazione, possibile anche solo nel caso in cui essa ritenga
che sussista un semplice rischio.
• Il Comitato economico e finanziario formula un parere su tale relazione.
• La Commissione trasmette un parere direttamente allo Stato e ne informa il Consiglio.
• Il Consiglio, deliberando a maggioranza qualificata su proposta della Commissione, dopo
aver considerato le osservazioni che lo Stato membro interessato ritenga di formulare,
decide se esiste un disavanzo eccessivo. In caso di esito positivo formula raccomandazioni
allo Stato per far cessare tale situazione entro un determinato periodo di tempo. Se lo Stato
non dà seguito alle indicazioni del Consiglio, tali raccomandazioni potranno essere
divulgate.
• Se lo Stato non ottempera alle indicazioni del Consiglio, inoltre, possono essere applicate
diversi tipi di sanzioni: si può chiedere che lo Stato interessato pubblichi informazioni
supplementari prima di emettere obbligazioni o altri titoli; si può invitare la BEI a
riconsiderare la sua politica di prestiti verso lo Stato in questione; si può richiedere la
costituzione di un deposito infruttifero di importo adeguato presso l’UE oppure infliggere
ammende.

Se lo Stato corregge il disavanzo, il Consiglio può adottare una decisione in cui constata che la
situazione di disavanzo eccessivo non è più presente.

SEBC E BCE

La politica monetaria dell’UE è gestita dal Sistema Europeo delle Banche Centrali (SEBC) e
dalla Banca Centrale Europea (BCE).

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SEBC: ha una struttura federale. E’ composta dalla BCE e dalle Banche Centrali Nazionali (BCN).
Ha il compito di mantenere stabili i prezzi e sostenere le politiche economiche generali dell’UE.
Esso definisce e attua la politica monetaria dell’UE, svolge operazioni sui cambi, detiene e
gestisce le riserve ufficiali in valuta estera degli Stati membri, promuove il regolare funzionamento
dei sistemi di pagamento. Gli strumenti che può utilizzare per svolgere i propri compiti sono:
• Operazioni di mercato aperto: sono finalizzate alla manovra dei tassi di cambio e alla
gestione della liquidità del sistema. Consistono in acquisti e vendite di titoli con successivo
patto di riacquisto; acquisti e vendite a titolo definitivo; emissioni di certificati di debito;
emissione di swap in valuta; raccolta dei depositi vincolanti.
• Operazioni su iniziativa delle controparti: sono finalizzate ad immettere o assorbire
liquidità nel brevissimo termine.
• Riserva obbligatoria: si applica ai soli istituti di credito della zona euro allo scopo di
stabilizzare i tassi di mercato monetario, determinare il fabbisogno strutturale di liquidità nel
sistema, incidere sul processo di creazione della moneta.

BCE: è una vera e propria banca centrale, con funzioni operative. Ha il diritto esclusivo di
autorizzare l’emissione di banconote all’interno dell’area dell’euro. La sua indipendenza è sancita
dal Trattato e dallo Statuto. Né la BCE, né le BCN possono accettare istruzioni dalle istituzioni o
dagli organi dell’UE, dai governi degli Stati membri o da qualsiasi altro organismo.
La gestione finanziaria della BCE è tenuta distinta da quella dell’UE; ha, infatti, un bilancio proprio
e il suo capitale è versato dalle BCN dell’area dell’euro. Ha il diritto di adottare regolamenti
vincolanti nella misura necessaria per lo svolgimento delle funzioni attribuite al SEBC. Fornisce al
pubblico e ai mercati in modo aperto, chiaro e tempestivo tutte le informazioni rilevanti su strategia,
valutazioni e decisioni di politica monetaria, nonché sulle proprie procedure. Tale trasparenza
rende la politica monetaria della BCE credibile ed efficace.
Il Consiglio Direttivo è il principale organo decisionale della BCE, e comprende i 6 membri del
Comitato Esecutivo più i governatori delle BCN dei 19 Paesi dell’area euro. Ha il compito di
adottare indirizzi e prendere decisioni, nonché di formulare la politica monetaria per l’area euro.
Viene convocato 2 volte al mese a Francoforte. I verbali delle riunioni non vengono pubblicati, ma
le decisioni vengono spiegate nel corso della conferenza stampa che si tiene dopo la prima
riunione del mese, tenuta dal Presidenze assistito dal Vicepresidente.
Il Comitato Esecutivo comprende il Presidente e il Vicepresidente della BCE più altri 4 membri
nominati dal Consiglio Europeo a maggioranza qualificata. Ha il compito di preparare le riunioni del
Consiglio Direttivo, di attuare la politica monetaria dell’area euro e di gestire gli affari correnti della
BCE.
Il Consiglio Generale comprende il Presidente e il Vicepresidente della BCE più i governatori
delle BCN dei 27 Stati membri dell’UE. Ha funzioni consultive, raccoglie informazioni statistiche,
redige il rapporto annuale della BCE, elabora condizioni di impiego dei dipendenti della BCE ecc…
Esso verrà sciolto quando tutti gli Stati membri introdurranno la moneta unica.

LA POLITICA ECONOMICA E MONETARIA DEGLI USA: FEDERAL RESERVE SYSTEM

Il Federal Reserve System è la banca centrale degli USA. Oggi è costituito da un’agenzia
governativa centrale, il Board of Governors of the Federal Reserve System, con sede a
Washington, composto da 7 governatori nominati dal Presidente degli USA in carica per 14 anni
non rinnovabili, e da 12 Federal Reserve Bank regionali.
Uno dei principali componenti del Federal Reserve System è il Federal Open Market Committee
(FOMC), composto di 12 membri (i 7 membri del Board of Governors, il Presidente della Federal
Reserve Bank di New York e, a rotazione, da 4 dei rimanenti 11 Presidenti delle altre Federal
Reserve Bank regionali). Esso definisce le operazioni di mercato aperto, il principale strumento
che la FED ha per influenzare i tassi d’interesse sui mercati monetari e finanziari. Le operazioni di
mercato aperto consistono nella vendita e nell’acquisto di titoli di Stato nel mercato aperto, ossia in
Borsa. I titoli oggetto di transazione sono quelli statali, vale a dire buoni del Tesoro e obbligazioni

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emesse dalle agenzie amministrative. Il FOMC e il Board of Governors sono gerarchicamente
equiparati.

I compiti della FED sono principalmente 4:

1) Stabilire la politica monetaria nazionale al fine di perseguire il massimo impiego, la stabilità


dei prezzi e moderati tassi d’interesse a lungo termine.
2) Supervisionare e regolare le istituzioni bancarie per assicurarne la sicurezza e proteggere i
diritti dei consumatori.
3) Mantenere la stabilità del sistema finanziario e contenere il rischio sistemico che può
nascere nei mercati finanziari.
4) Fornire servizi di tesoreria per le istituzioni depositanti, il governo degli USA e le istituzioni
ufficiali straniere.

Per svolgere tali compiti, la FED può ricorrere non solo alle operazioni di mercato aperto definite
dal FOMC, ma anche alla moral suasion (controllo verbale), alla fissazione del tasso di sconto
e alla fissazione dei livelli minimi delle riserve. La FED è prestatrice nei confronti delle banche
commerciali, alle quali concede prestiti o sconti. Attraverso il tasso di sconto la FED indica
l’interesse da pagare per tali sconti o anticipazioni da parte delle banche che intendono servirsene.
Maggiore sarà il tasso di sconto, minore sarà la richiesta di prestiti, con il risultato di ottenere una
restrizione di credito presente nel sistema. Inoltre le banche aumenteranno il tasso di interesse
applicato dei confronti della clientela. Viceversa una diminuzione del tasso di sconto renderà più
appetibili i prestiti per le banche commerciali, con il risultato di incentivare la disponibilità del
credito. Per quanto riguarda, invece, le riserve, la FED ha il potere di obbligare le banche
commerciali a detenere riserve minime presso i caveaux delle banche oppure presso la Federal
Reserve Bank del distretto di appartenenza. Un aumento del coefficiente di riserva obbliga le
banche a vendere titoli liquidi nel mercato e ad ottenere prestiti da altre banche per aumentare la
consistenza delle riserve. Ciò determinerà una diminuzione della liquidità totale presente nel
sistema bancario o, nel caso di riduzione del coefficiente obbligatorio, ad un aumento della liquidità
del sistema.

L’indipendenza della FED riguarda l’inamovibilità riconosciuta a favore dei membri del Consiglio
Direttivo, l’autonomia finanziaria e di gestione interna.

LO SPREAD
Lo spread è dato dalla differenza tra il rendimento offerto dai titoli emessi dallo Stato italiano
rispetto a quello offerto dai titoli emessi dallo Stato tedesco. Indica la capacità dello Stato di
rimborsare gli interessi ed il debito contratto verso i propri investitori. Il parametro di riferimento
utilizzato per calcolare giornalmente il valore dello spread è costituito dai Titoli di Stato di durata
decennale (BTP italiani e Bund tedeschi).
I fattori che causano un aumento o una riduzione dello spread sono molteplici. 2 tra i più importanti
sono:

• Affidabilità espressa dagli investitori: lo spread aumenta quando gli investitori


preferiscono il Bund tedesco a quello italiano in quanto lo ritengono più affidabile. Al
contrario lo spread diminuisce quando gli investitori acquistano più volentieri i nostri BTP.
• Impatto dei Credit Default Swap (CDS): i CDS sono contratti di assicurazione stipulati tra
una società CDS e un investitore di titoli obbligazionari, il quale intende proteggere il suo
investimento da possibili eventi che potrebbero danneggiarlo economicamente.
L’assicurato (l’obbligazionista) paga periodicamente un premio di assicurazione alla società
CDS, ricevendo in cambio la copertura verso una serie di rischi.

La bufera finanziaria che si è abbattuta sull’Italia sta avendo effetti pesanti non solo sulla
sostenibilità del debito pubblico, ma sull’intera produzione nazionale, rallentata dalla difficoltà delle

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imprese di riuscire ad attingere al mercato creditizio. Le stime della Banca d’Italia ritengono che la
causa di questo fenomeno sia da ricercare nell’aumento del costo del denaro dovuto proprio
all’aumento dello spread. Aumentando il costo del denaro le banche sono costrette, se non
vogliono lavorare in perdita, a trasferire il maggior costo del denaro su imprese e famiglie. Costo
del denaro elevato e pesante imposizione fiscale da parte dello Stato sono oggi le 2 cause
principali che hanno costretto molte imprese a chiudere perché impossibilitate a produrre reddito.

PATTO DI STABILITA’ E DI CRESCITA

È un quadro di norme stabilite al fine di coordinare le politiche di bilancio nazionali nell’ambito


dell’Unione economica e monetaria (UEM), rafforzando in questo modo il percorso di integrazione
monetaria. E’ costituito da 2 parti, una preventiva e una dissuasiva. Nella parte preventiva è
stata inserita una serie di disposizioni indirizzate a tutti i Paesi membri, in cui è sancito l’obbligo per
ciascuno Stato di presentare annualmente un programma di stabilità nel quale vengano indicate le
strategie e le politiche economiche che verranno adottate al fine di evitare che nei bilanci si
formino disavanzi eccessivi. Sono, inoltre, inseriti i 3 possibili giudizi che il Consiglio Europeo può
emettere in riferimento a ciascun programma:

• Positivo: quando non vi siano incongruenze che impediscano il raggiungimento


dell’obiettivo primario previsto dal Patto.
• Early Warning: quando si rilevino presupposti che possano determinare un disavanzo
eccessivo. E’ un allarme preventivo.
• Early Policy Advice: lo Stato viene richiamato al rispetto degli obblighi previsti dal Patto.

Nella parte dissuasiva, invece, sono inserite le possibili procedure adottabili nei confronti dei Paesi
membri che non rispettino l’obbligo del disavanzo.

ORGANISMI INTERNAZIONALI E POLITICHE A SOSTEGNO DELL’EUROZONA

Nella concitazione delle continue emergenze emerse in alcuni Stati dell’UE, è sorta la necessità di
istituire nuovi strumenti di intervento e di sostegno finanziario agli Stati in crisi, che hanno
consentito di attenuare il rischio di default per molti paesi europei, provando ad evitare il rischio di
contagio per l’intera Eurozona. I primi ad essere istituiti sono lo European Financial Stabilisation
Mechanism (EFSM) e lo European Financial Stability Facility (EFSF), nati nel 2010 per reagire
alla crisi che colpì la Grecia, il Portogallo e l’Irlanda. Successivamente, nel 2012, a seguito della
crisi in Spagna, è stato istituito lo European Stability Mechanism (ESM).

EFSF: creato per salvaguardare la stabilità finanziaria in Europa, fornendo assistenza straordinaria
agli Stati membri dell’area euro in difficoltà. E’ una società di capitali con sede legale a
Lussemburgo. Può decidere di emettere obbligazioni o altri strumenti di debito per reperire i fondi
necessari alla salvaguardia degli Stati in difficoltà, ad un tasso di interesse inferiore rispetto a
quello che potrebbero offrire gli stessi Stati in difficoltà. Le emissioni vengono garantite fino ad un
massimo di 440 miliardi di Euro. Dal giorno in cui viene presentata la richiesta da parte dello Stato
membro possono trascorrere dalle 3 alle 4 settimane affinché il Consiglio sviluppi un programma di
sostegno ed invii degli esperti della Commissione, dell’FMI e della BCE nello Stato richiedente, al
fine di accertarne i presupposti per la concessione. Una volta accertate le condizioni di
concessione e successivamente all’approvazione del programma da parte dell’Eurogruppo,
verranno immessi sul mercato gli strumenti finanziari necessari alla raccolta dei fondi.

EFSM: è un programma di finanziamento previsto per gli Stati membri che stiano affrontando
difficoltà finanziarie, fornito attraverso fondi raccolti sui mercati finanziari per mezzo della vendita di
titoli obbligazionari garantiti solo con il bilancio dell’UE, e amministrati autonomamente dalla
Commissione Europea. È un fondo molto più piccolo rispetto all’EFSF. Può erogare, infatti, un
massimo di 60 miliardi di Euro. Grazie alle sue ridotte dimensioni, i procedimenti decisionali sono
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molto più rapidi. Lo Stato richiedente deve fornire al Consiglio Europeo una valutazione del suo
fabbisogno finanziario, integrandola con un programma di aggiustamento economico e finanziario
contenente tutte le misure da attuare per ristabilire la stabilità finanziaria. La Commissione
Europea valuterà la condizione generale dello Stato richiedente e la validità del programma prima
di concedere l’approvazione del finanziamento.

ESM: l’aiuto viene concesso allo Stato richiedente dopo un’analisi scrupolosa sulla sostenibilità del
debito pubblico effettuata dalla Commissione Europea, insieme al Fondo Monetario Internazionale
(FMI) e alla BCE. Il capitale iniziale a disposizione dell’ESM è di 700 miliardi di Euro, reperibili
grazie alle emissioni di titoli obbligazionari necessari per dare successivamente assistenza agli
Stati in difficoltà finanziaria.

FONDO MONETARIO INTERNAZIONALE (FMI): è un’istituzione finanziaria universale composta


dai Governi di 187 Paesi con sede legale a Washington. E’ stato istituito nel 1944 con l’obiettivo di
promuovere la cooperazione monetaria internazionale, facilitare l’espansione del commercio
internazionale, promuovere la stabilità negli scambi e un sistema dei tassi ordinato, fornire
assistenza finanziaria agli Stati membri con difficoltà nella bilancia dei pagamenti. Sono 3 gli
strumenti utilizzati per perseguire i propri scopi:

1) Attività di sorveglianza sulle politiche di cambio ed economiche degli Stati membri,


finalizzata ad individuare elementi da correggere.
2) Assistenza finanziaria fornita attraverso l’erogazione di prestiti a medio e lungo termine agli
Stati in difficoltà.
3) Assistenza tecnica agli Stati membri.

Gli organi dell’FMI sono principalmente 3. Il Consiglio dei Governatori è composto da 187
membri e si riunisce una volta all’anno. Prende decisioni in tema di aumento delle quote e di
ammissione di nuovi membri. Il Consiglio Esecutivo è composto dai governatori dei 24 Stati
membri che hanno maggiormente contribuito al Fondo. Definisce gli indirizzi strategici del Fondo e
ha funzione consultiva. Il Direttore Operativo, infine, dirige il Consiglio Esecutivo. Viene eletto
ogni 5 anni.

FONDO EUROPEO PER GLI INVESTIMENTI (FEI): è stato istituito nel 1994 per favorire il
sostenimento, la crescita e lo sviluppo delle piccole e medie imprese attraverso l’erogazione di
capitali di rischio. Il suo azionista di maggioranza è la Banca Europea per gli Investimenti (BEI),
che detiene il 62% del capitale sociale complessivo. Il 29% delle restanti azioni è detenuto dall’UE,
mentre il rimanente 9% è posseduto da 30 banche ed istituzioni finanziarie europee provenienti
dagli Stati membri. Gli organi principali sono, anche in questo caso, 3. L’Assemblea Generale è
composta dai rappresentanti della Commissione Europea, della BEI e da una delegazione che
rappresenta i 30 istituti di credito che partecipano al capitale sociale del Fondo. Autorizza il Fondo
ad effettuare le operazioni finanziarie, approva il regolamento interno, approva il bilancio
d’esercizio, decide la destinazione degli eventuali utili del Fondo. Il Consiglio di Amministrazione
è, invece, composto da 7 membri nominati dall’Assemblea Generale. Prepara le proposte da
presentare all’Assemblea e fissa, per ciascuna operazione di finanziamento, le condizioni generali
per l’assunzione delle partecipazioni. L’Amministratore Unico dirige il Fondo. Resta in carica 5
anni ma il suo mandato è rinnovabile.

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