Piazza San Marco
Piazza San Marco
L'area Marciana comprende la Basilica di S. Marco, la Torre dell'Orologio, Palazzo Ducale, le Procuratie
Vecchie, Nuove e Nuovissime o Napoleoniche, la Libreria Marciana, la Zecca, la Loggetta del Campanile, il
Campanile.
Attorno al IX secolo l’area Marciana divenne il cuore politico, amministrativo e giuridico della Repubblica.
Il Rio Batario divideva in due lo spazio dell’attuale piazza, prospiciente la Basilica: una parte costituiva il
sagrato della chiesa mentre dall’altro lato del canale si estendeva un vasto orto con la piccola chiesa di San
Geminiano.
Sull’altro lato della pizza, al posto dell’odierna Pizzetta si trovava una darsena, o bacino coperto, che isolava
Palazzo Ducale dalla piazza. In origine il palazzo, con le sue torri angolari, doveva avere l’aspetto simile ad
un castello fortificato. Piazza, chiesa e palazzo costituivano uno degli ultimi esempi di palatium romano,
includente l’abitazione del principe (Palazzo Ducale), il mausoleo (la basilica) e infine la corte d’onore (la
piazza).
La basilica era fiancheggiata a nord-est dalla chiesetta di San Teodoro, primo patrono della città.
La piazza venne risistemata nel XII secolo, in occasione dell’incontro tra papa Alessandro III e l’imperatore
Barbarossa, i due potenti rivali politici dell’epoca.
Il Rio Batario venne interrato e la lunghezza della piazza fu così più che raddoppiata. La darsena fu sostituita
da una piazzetta sulla quale furono erette le due colonne di Marco e Todaro (forma veneziana di Teodoro), i
due santi protettori della città.
La chiesa di San Geminiano fu demolita e ricostruita di fronte alla basilica, al margine estremo della nuova
piazza. Si cominciarono a costruire le prime Procuratie (Procuratie Vecchie). La fisionomia complessiva di
San Marco era dunque fedele allo spirito della fine dell’epoca imperiale. La basilica era coronata da basse
cupole emisferiche, caratteristiche delle chiese bizantine. Il campanile che aveva soprattutto funzioni di
avvistamento, aveva la forma di torre priva di cuspide.
Ricordiamo che una prima chiesa, voluta come sepolcro del santo, viene costruita dopo l'anno 828 quando i
Veneziani trasportano il corpo di San Marco da Alessandria d'Egitto, da dove viene trafugato. Sulla forma di
questa prima chiesa sono possibili solo ipotesi basate sui pochi ritrovamenti archeologici. Sicuramente la
prima san Marco ha dimensioni più piccole rispetto all'attuale. La struttura modificata di questa chiesa è
rappresentata dall'attuale cripta.
La Processione in piazza San Marco è un dipinto a tempera su tela (347x770 cm) di Gentile Bellini, databile
al 1496 e conservato nelle Gallerie dell'Accademia a Venezia.
La scena è considerata tra i primissimi esempi di vedutismo veneziano, con un ampio angolo visuale che
permette di osservare la precisa rappresentazione della piazza e dei partecipanti all'evento. Sullo sfondo
della basilica di San Marco, con i portali ancora splendenti dei mosaici veneto-bizantini che oggi
sopravvivono solo nel portale sinistro; a destra si vedono Palazzo Ducale, con la Porta della Carta con
l'originaria doratura dei marmi, un pezzo del Campanile di San Marco (arretrato per far vedere Palazzo
Ducale) e l'Ospizio Orseolo, demolito per fare spazio alle Procuratie Nuove di Jacopo Sansovino; a sinistra si
notano le Procuratie Vecchie nell'aspetto che avevano prima della ricostruzione nel XVI secolo; si vede
anche l'edificio gotico che venne poi abbattuto per fare posto alla Torre dell'Orologio.
Da notare anche la pavimentazione della piazza in cotto, che venne sostituita dalla quella in trachite con
intarsi di pietra d’Istria, su progetto di Andrea Tirali, nel 1723. Al Tirali si deve anche l’ideazione della
Piazzetta dei Leoncini.
Nel XIV e XV secolo Palazzo Ducale assunse a poco a poco l’aspetto attuale. A cavallo tra il Quattrocento e il
Cinquecento Mauro Codussi edificò la torre dell’Orologio e ricostruì le Procuratie Vecchie, che avevano solo
il piano terra e il primo piano.
Il progetto fu affidato a Jacopo Tatti detto il Sansovino, il quale, divenuto vero e proprio architetto di Stato
(Proto della Repubblica), vi lavorò a partire dal 1529 per più di trent’anni.
Sansovino ripensò complessivamente l’apparato architettonico e scultoreo dell’area Marciana, ridefinendo
l'ingresso in Venezia (che ovviamente avveniva via mare), attraverso il recupero del linguaggio classico
dell’architettura antica greca e romana, in una versione aulica e rigorosa, di grande prestigio formale.
A partire dal 1537 egli completò le Procuratie Vecchie a ovest costruì la Libreria Marciana, ricostruì la Zecca
e la chiesa di San Geminiano ed eresse la Loggetta del Campanile.
La Libreria Sansoviniana venne costruita per accogliere la cospicua biblioteca che il cardinale Bessarione,
patriarca di Costantinopoli e legato papale a Venezia, aveva donato alla Serenissima nel 1468. L’idea era
quella di ricostruire una basilica classica. I lavori vennero avviati nel 1536 ma si dovettero interrompere già
nel 1545 a causa del crollo della volta di una sala interna, “contrattempo” che il Sansovino scontò con alcuni
giorni di prigione e dovette ripagare il danno con denaro proprio. Sansovino infatti proveniente da Roma,
da cui era scappato dopo il Sacco (1527), credeva che anche a Venezia si potesse costruire volte in
muratura. Il terreno palafitticolo di Venezia invece non era abbastanza solido per reggerne il peso. Al posto
della volta in muratura venne eretta una “falsa volta”, fatta di assi piane e ricoperte di stucco. Sopraelevata
di tre gradini rispetto alla piazzetta, la Libreria Sansoviniana si organizza su due piani sovrapposti, un
porticato e un loggiato superiore. Ambedue gli ordini presentano arcate continue, poggianti su pilastri
fiancheggiati da semicolonne, doriche in basso e ioniche in alto. Tra i due piani scorre un architrave
decorato da metope e triglifi e rilievo, mentre a coronamento vi è una trabeazione, riccamente scolpita con
festoni vegetali, putti e maschere. Sulla balaustra dell’attico, per la quale Sansovino prese come modello i
palazzi Capitolini di Michelangelo, poggiano statue raffiguranti divinità olimpiche ed eroi assunti
nell’Olimpo. La decorazione interna e lo scalone sono caratterizzati da uno stile decorativo, manierista,
con luminosità e grazia.
Nel 1554 i lavori vennero interrotti, in corrispondenza della sedicesima arcata, come da progetto del
Sansovino. Tra il 1583 e il 1588 Vincenzo Scamozzi concluse l’edificio aggiungendo le ultime cinque arcate
verso il bacino, accorpando così l’edificio alla Zecca. Tale operazione comportò il trasferimento della
Beccaria, dalla sua posizione accanto alla Zecca in Santa Maria in Broglio e soprattutto seguì un ampia
polemica sulla possibilità, sostenuta dallo Scamozzi, di sopraelevare la Libreria di un piano.
Sede principale dell'attuale Biblioteca Nazionale Marciana, la Zecca fu costruita nel 1536, in luogo di quella
duecentesca. I danni riportati dall'incendio del 1532 e il permanere del rischio del fuoco per la sua struttura
lignea, ne consigliarono la riedificazione in pietra d'Istria. L'opera fu affidata a Jacopo Sansovino che iniziò i
lavori nel 1537 e li portò a termine nel 1547. La Zecca poteva considerarsi il simbolo della supremazia in
campo monetario e di prestigio economico della Repubblica di Venezia. Due funzioni diverse: conio dello
zecchino, la moneta veneziana, e la custodia del tesoro della Repubblica e dei depositi privati.
Fu pensata e realizzata dapprima solamente a due piani, come si può osservare nella veduta del De
Barbari, caratterizzata a piano terra da un bugnato rustico mentre per il piano superiore si adottò lo stile
dorico; l’edificio prevedeva all’interno un ampio cortile (oggi coperto ed adibito a sala di lettura) su cui si
affacciavano, attraverso 30 arcate rustiche, fucine, botteghe e magazzini.
Nel centro del cortile fu posto un pozzo monumentale, disegnato dallo stesso Sansovino, e sormontato da
una statua di Apollo che impugna delle verghe d'oro, opera di Danese Cattaneo (ora nel cortile di Ca'
Pesaro).
Nel 1558 si decise la costruzione di un ulteriore piano, di ordine ionico. La copertura fu realizzata mediante
lastre di piombo.
Quando Scamozzi proseguì l'edificazione della Libreria Sansoviniana verso il molo, fu necessario dotare la
Zecca di un'entrata che la collegasse al portico e che fosse al contempo degna delle importanti funzioni del
palazzo che custodiva.
Lo Scamozzi ideò un andito, in corrispondenza alla diciassettesima arcata del porticato sansoviniano, che
conduceva a un severo portale, in cui presero posto due Telamoni, mentre a simbolica difesa della Zecca si
collocarono due giganti realizzati da Gerolamo Campagna e Tiziano Aspetti.
La loggetta, ai piedi del Campanile, è l'edificio che più d'ogni altro condensa il carattere celebrativo della
nuova sistemazione del centro di San Marco data da Jacopo Sansovino, proto della basilica. Costruita dal
1537 al 1549 su progetto del Sansovino, nel 1569 viene adibita a posto di guardia degli arsenalotti durante
le sedute del Maggior Consiglio.
La loggetta è l'opera sansoviniana meno architettonica e più scenograficamente scultorea che, più di ogni
altra, svolge quell’intento autocelebrativo e magniloquente della Repubblica.
Entro le quattro nicchie Sansovino colloca le statue in bronzo di Minerva, Apollo, Mercurio, la Pace. I rilievi
in marmo, con figurazioni allegoriche, sono opere di seguaci e collaboratori del Sansovino: Venezia sotto
forma di giustizia (al centro), l'Isola di Cipro (a destra), l'Isola di Candia (a sinistra).
Nel 1663, trasformate le arcate laterali in portali, dinanzi all'originaria facciata viene aperto l'ampio terrazzo
esterno a balaustra, chiuso più tardi con l'elegante cancello in bronzo di Antonio Gai (1735 - 37) a cui
spettano anche i rilievi marmorei dei due Putti sulle ali esterne del prospetto. Nell'interno, entro la nicchia
esistente era situato il bel gruppo in terracotta raffigurante la Vergine col putto e San Giovannino, opera del
Sansovino, ora nel Museo Marciano. Nella ricostruzione della Loggetta, compiuta nel 1912 assieme al
Campanile, viene usato quanto più possibile dell'originario materiale architettonico e decorativo,
introducendo però ulteriori rivestimenti marmorei sulle facciatine laterali che originariamente erano state
pensate in laterizio.
La costruzione delle Procuratie Nuove, su progetto dello Scamozzi, iniziò nel 1583 sull'area dell'ospizio
Orseolo e di alcuni edifici che (come si vede nel dipinto del Bellini) arrivavano all'altezza del Campanile di
San Marco. L’assegnazione del progetto allo Scamozzi indica la volontà di procedere con una renovatio
urbis all’insegna dell’architettura di ispirazione romana, colta, erudita (Scamozzi è infatti l’autore de Discorsi
sopra le antichità di Roma) e in continuità con la “vera architettura” palladiana. La costruzione, interrotta
nel 1616 per la morte dello Scamozzi, fu terminata nel 1640 da Baldassarre Longhena.
La progettazione e l’inizio della realizzazione dell’Ala Napoleonica (o Procuratie Novissime) risalgono agli
anni in cui Venezia fa parte del Regno d’Italia (1806-1814) di cui Napoleone è il sovrano, viceré il figliastro
Eugenio di Beauharnais. Viene edificata nell’area ove precedentemente si trovava la chiesa di San
Geminiano (antica, ma riedificata a metà Cinquecento da Jacopo Sansovino) e, ai suoi lati, le prosecuzioni
delle Procuratie Vecchie e Nuove, cioè delle due lunghissime fabbriche che si affacciano sulla Piazza e che
avevano ospitato uffici e residenze di alcune delle maggiori cariche della Repubblica di Venezia. Il nuovo
edificio dovrebbe costituire la sede di rappresentanza dei nuovi sovrani, ma l’impresa avrà termine solo a
metà Ottocento. Ospita quindi, sotto la dominazione austriaca, anche la Corte Asburgica, nelle frequenti
visite a Venezia, e le rappresentanze politiche, militari e diplomatiche del Lombardo-Veneto, di cui Venezia,
assieme a Milano, è all’epoca la capitale. L’Ala Napoleonica, con la doppia facciata monumentale, il portico,
l’arioso Scalone, la ricca Sala da Ballo, viene progettata dagli architetti G. A. Antolini, Giuseppe Soli e
Lorenzo Santi. Quest’ultimo nel terzo decennio dell’Ottocento sistema e ordina tutto il complesso del
Palazzo Reale che si espandeva anche lungo le Procuratie Nuove, fino alla Libreria Marciana, a parte
dell’edificio della Zecca, al Giardinetto Reale. I soli edifici che non avessero mai subito modifiche, i
trecenteschi magazzini del grano (grani di Terranova) che si elevavano di fronte al bacino, adiacenti alla
Zecca, vennero infatti demoliti in epoca napoleonica per far posto ai giardini reali (1807).
Bibliografia
• “Venezia” Collana “Libri per viaggiare” del Touring Club Italiano 1993
• Franco Mancuso “Venezia è una città. Come è stata costruita e come vive” 2009 Corte del
Fontego editore
• Manfredo Tafuri “Venezia e il Rinascimento” Einaudi
Sitografia
• http://marciana.venezia.sbn.it
• http://www.basilicasanmarco.it/
IL PALAZZO DUCALE DI VENEZIA
I primi insediamenti stabili nella laguna veneta risalgono con ogni probabilità a un momento successivo alla
caduta dell’Impero Romano d’Occidente (476). Col tempo, questi insediamenti diventano sempre più
duraturi, tanto da essere considerati vere e proprie postazioni d’avamposto dell’Impero Bizantino. All’inizio
del IX secolo, quella che ormai viene configurandosi come la città di Venezia acquista una maggiore
autonomia, favorita dalla lontananza della capitale e sottolineata anche dal punto di vista religioso. La
devozione a Teodoro, santo patrono orientale, viene sostituita dal culto dell’apostolo Marco, le cui spoglie
mortali, secondo una storiografia di origine più tarda, sarebbero state conservate nella città lagunare.
Nell’anno 810 il doge Angelo Partecipazio sposta la sede del governo dall’isola di Malamocco alla zona di
Rivoalto (l’attuale Rialto). A questa fase risale la scelta di far edificare qui il palatium duci, il Palazzo Ducale.
Si può ipotizzare che il modello potesse essere il palazzo di Diocleziano di Spalato, anche se delle strutture
del IX secolo nulla è sopravvissuto. Il Palazzo.
Non sappiamo dunque come doveva essere l’antico palazzo; probabilmente l’area che oggi occupa era
costituita da un agglomerato di costruzioni di diversa forma e destinazione, protetto e circondato da una
consistente muraglia rafforzata agli angoli da massicce torri e isolato da un canale. Resti delle fortificazioni
e delle torri angolari sopravvivono ancor oggi. Nelle numerose strutture edilizie che affollavano quest’area,
alla quale si accedeva da una grande porta fortificata, collocata più o meno all’altezza della Porta della
Carta, trovavano posto uffici pubblici, il palazzo di giustizia e le carceri, l’abitazione del Doge, scuderie,
armerie e altro ancora. Se ne può ritenere una testimonianza sommaria il tracciato merlato che si riconosce
nella prima pianta di Venezia giunta fino a noi, opera di fra’ Paolino.
Nel X secolo il palazzo è parzialmente distrutto da un incendio. La ricostruzione che ne segue è voluta dal
doge Sebastiano Ziani (1172-1178). Grande riformatore, il doge ristruttura radicalmente l’intera area di
Piazza San Marco. Realizza, per il palazzo, due nuovi corpi di fabbrica: uno verso la piazzetta, per ospitare le
funzioni legate alla giustizia e uno verso il Bacino, per le funzioni di governo. L’antico castello chiuso e
fortificato viene dunque sostituito con una costruzione più aperta verso la città, per aderire alle nuove
esigenze di una struttura politica, economica, sociale in espansione. Probabilmente l’aspetto che acquisisce
Palazzo Ducale in questo periodo è quello dei maggiori edifici dell’epoca, con le forme peculiari
dell’architettura veneto-bizantina, di cui un esempio tipico è il Fontego dei Turchi (attualmente sede del
Museo di Storia Naturale). Di questa fase della costruzione sono sopravvissute solo poche tracce,
individuabili sostanzialmente in un resto di basamento d’Istria e in pavimentazioni in cotto a spina di pesce.
Il Palazzo trecentesco
Un nuovo ampliamento si rende necessario alla fine del XIII secolo. Nel 1297, mutamenti politici – la
cosiddetta “serrata del Maggior Consiglio” – determinano un considerevole aumento del numero delle
persone aventi diritto a partecipare all’assemblea legislativa, da quattrocento a milleduecento. I lavori che
condurranno Palazzo Ducale all’aspetto che ci è familiare iniziano intorno al 1340 sotto il doge Bartolomeo
Gradenigo (1339 – 1343) e interessano l’ala verso il molo. Per questa fase dei lavori sono documentati
anche alcuni degli artefici coinvolti: nel 1361 ad esempio, si nominano un certo Filippo Calendario tajapietra
e un Pietro Basejo magister prothus. Nel 1365 il pittore padovano Guariento viene chiamato a decorare la
parete orientale della sala con un grande affresco, mentre l’esecuzione del finestrato è opera dei Delle
Masegne. Il Maggior Consiglio si riunisce qui per la prima volta nel 1419.
Solo nel 1424, sotto il doge Francesco Foscari (1423 – 1457), si decide di proseguire quest’opera di
rinnovamento anche nell’ala verso la piazzetta, quella destinata al “Palazzo di Giustizia”. Il nuovo edificio si
configura come il proseguimento del “Palazzo del Governo”: al piano terra presenta all’esterno un porticato
e al primo piano logge aperte, anche sul lato verso il cortile; allo stesso livello della sala del Maggior
Consiglio vi è un vasto salone, detto della Libreria (poi dello Scrutinio). I finestroni e il coronamento a
pinnacoli riprendono i medesimi motivi decorativi che caratterizzano la facciata sul molo. La facciata sulla
piazzetta viene completata con la costruzione della Porta della Carta (1438 – 1442), ad opera di Giovanni e
Bartolomeo Bon. A partire dalla Porta della Carta si avviano i lavori di costruzione dell’androne Foscari, che
si protraggono per alcuni anni e vengono conclusi sotto il doge Giovanni Mocenigo (1478 – 1485).
Nel 1483 un grosso incendio divampa nel lato del palazzo affacciato sul canale, che ospita l’Appartamento
del Doge. Si rendono così necessari importanti lavori, affidati ad Antonio Rizzo, che introduce nel Palazzo il
nuovo linguagggio della Rinascenza. Viene costruito su questo versante un edificio nuovo, con un corpo di
fabbrica che si erge lungo il Rio, dal Ponte della Canonica al Ponte della Paglia. I lavori negli appartamenti
ducali si concludono entro il 1510. Nel frattempo, Antonio Rizzo è sostituito dal “maestro” Pietro
Lombardo, sotto la cui direzione vengono realizzate la decorazione scultorea della facciata e la Scala dei
Giganti; poi, nel 1515 succeduto da Antonio Abbondi “lo Scarpagnino”. Palazzo Ducale viene completato
solo nel 1559. La posa in opera di due grandi statue di Sansovino, Marte e Nettuno, sulla Scala dei Giganti,
avvenuta nel 1567, si può dire sancisca la fine di questa importante fase di lavori. Nel 1574 un altro
incendio distrugge però quest’ala, danneggiando in particolare la Sala delle Quattro Porte, l’Anticollegio, il
Collegio e il Senato, fortunatamente senza intaccare le strutture portanti. Si procede immediatamente alla
risistemazione delle parti lignee e dell’apparato decorativo.
Nel 1577 un altro devastante incendio coinvolge la Sala dello Scrutinio e la Sala del Maggior Consiglio,
distruggendo irrimediabilmente i dipinti che le decoravano, opere di artisti tra cui Gentile da Fabriano,
Pisanello, Alvise Vivarini, Carpaccio, Bellini, Pordenone, Tiziano. Si procede velocemente a un restauro delle
strutture dell’edificio, che conserva l’aspetto originale, che si conclude tra il 1579 e il 1580 quando è doge
Niccolò da Ponte.
Le prigioni e gli altri interventi seicenteschi
Sino a quel momento il Palazzo Ducale aveva ospitato, oltre all’Appartamento del Doge, la Sede del
Governo e i Tribunali, anche le prigioni (al piano terra, a destra e sinistra della porta del Frumento). Solo
nella seconda metà del XVI secolo Antonio da Ponte ordina la costruzione delle Prigioni Nuove, costruite da
Antonio Contin intorno al 1600 e collegate al palazzo dal Ponte dei Sospiri. Il trasferimento delle prigioni
libera spazi al piano terra del Palazzo Ducale e permette la ristrutturazione dell’area del cortile all’inizio del
XVII secolo. Viene realizzato, nella parte del palazzo di giustizia affacciata sul cortile, un porticato analogo a
quello della facciata di rinascimentale che gli sta di fronte; inoltre, sul lato del cortile opposto all’ala sul
molo, a fianco dell’arco Foscari, viene eretta un’ulteriore facciata marmorea ad archi, sormontata da un
orologio (1615), su progetto di Bartolomeo Manopola.
Le funzioni del Palazzo Ducale, simbolo e cuore della vita politica e amministrativa lungo tutto l’arco della
millenaria storia della Repubblica di Venezia, non possono che cambiare a partire dal 1797, anno in cui la
Serenissima cade. Da allora si succedono in città la dominazione francese e quella austriaca , fino
all’annessione all’Italia, nel 1866. In questo periodo il palazzo diviene sede di diversi uffici, oltre a ospitare
per quasi un secolo (dal 1811 al 1904) la Biblioteca Nazionale Marciana e altre importanti istituzioni
culturali della città. A fine Ottocento, l’edificio presenta evidenti segni di degrado: il governo italiano
decreta allora un ingente finanziamento per provvedere a un radicale restauro. In quell’occasione si
procede alla rimozione e sostituzione di molti capitelli del porticato trecentesco, che, restaurati,
costituiscono oggi il corpus del Museo dell’Opera. Vengono inoltre trasferiti tutti gli istituti, ad eccezione
dell’Ufficio statale per la tutela dei monumenti, che ancor oggi vi risiede, come Soprintendenza per i Beni
Ambientali e Architettonici di Venezia e Laguna. Nel dicembre del 1923 lo Stato, proprietario dell’edificio,
affida al Comune di Venezia la gestione del palazzo, aperto al pubblico come museo. Dal 1996 Palazzo
Ducale è a tutti gli effetti parte del sistema dei Musei Civici di Venezia.