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(e oltre)
fotografia
Alma Mater Studiorum – Università di Bologna (UNIBO)
45 pag.
Arthur Cravan nel 1914 dice: “Com’è vero che sono uno che si diverte, preferisco mille volte di più
la fotografia alla pittura e la lettura del Matin alla lettura del Racine”.
Queste parole possono essere prese come sintesi della filosofia dadaista e dobbiamo tenere in
considerazione che la concordanza tra fotografia e produzione di un certo movimento deve essere
riscontrata per prima cosa nella poetica.
Se volessimo interpretare la citazione di Cravan dovremmo intendere che la fotografia viene
considerata antiartistica e, quindi, legata al Dadaismo perché:
- La fotografia è estranea al sistema tradizionale delle belle arti questo non significa
escludere la fotografia dal sistema dell’arte in generale
- La fotografia non è uno sviluppo della pittura per i dadaisti non si pone il problema di un
paragone tra le due cose che sono considerate opposte e slegate totalmente
- La fotografia riesce a rendere arte la vita stessa la fotografia non ha nulla a che vedere
con il quadro anche perché sta dalla parte della vita
- La fotografia è già implicitamente dadaista riguarda le poetiche complessive
Per analizzare il rapporto tra fotografia e dadaismo prendiamo in considerazione la figura di
Duchamp che esplora anche i rapporti tra tecnologia e arte le prime sperimentazioni proto-
dadaiste avvengono in America grazie al contatto con Stieglitz attorno alla Galleria 291 e alla rivista
“Camera Work”. La polemica nei confronti dei fotografi pittorialisti viene indicata da Paul Havilard
quando dice: “Questi fotografi hanno cercato di fare della fotografia un’ancella delle arti maggiori,
Quando consideriamo Duchamp come fotografo dobbiamo tenere presente che siamo di fronte ad
un artista che utilizza la fotografia e non un classico fotografo che tende all’arte.
Il fotografo-fotografo è generalmente un operatore rigidamente legato alle specificità tecniche del
mezzo e pensa di utilizzarle con opportuna maestria per produrre arte credere che esista
un’artisticità della fotografia che va per conto proprio.
L’artista che utilizza la fotografia, invece, appare disinteressato agli apparati tecnici. Per esempio,
Duchamp ha delegato a Man Ray la realizzazione pratica delle proprie opere. Troviamo un rifiuto
totale della manualità tanto che non viene mai considerato un autore fotografico. Duchamp,
privilegiando il piano della concettualità, non ritiene indispensabile per un artista l’esercizio della
manualità. Negli anni ’70 si riscopre il mito di Duchamp e tanti sono gli artisti che hanno utilizzato
il mezzo fotografico senza scattare direttamente le immagini.
Marcel Duchamp
- Tonsure, 1919 = Duchamp si fa ritrarre da Man Ray di spalle con la nuca rasata a forma di
stella cometa può essere considerato un primo tentativo di Body Art con complicità
fotografica.
- Ritratti di Rrose Selavy, 1921 = quello che interessa a Duchamp non è la ricerca di una
particolare originalità stilistica del ritratto ma la possibilità di sostenere l’effettiva esistenza
del personaggio, rendendolo credibile e certificandone l’esistenza.
Roland Barthes dice che: “Il tratto inimitabile della fotografia (il suo noema) è che qualcuno ha
visto il referente (anche se si tratta di oggetti) in carne e ossa, o anche in persona”.
Quindi, se possediamo una fotografia di Rrose Selavy vuol dire che lei esiste e più ritratti esistono e
più questa equivalenza viene verificata, per questo Duchamp si fa fare molte fotografie così.
- Wanted 2000 Reward, 1923 = intrico di identità per chiudere il cerchio dei ritratti del suo
alter ego. La fotografia ritrae Marcel Duchamp “al naturale” ma nella scritta viene ricercato
un uomo di nome George conosciuto anche come Rrose Selavy.
Arturo Schwartz ha riscontrato che: “Le opere ottiche di Duchamp si riallacciano alla nozione di
rappresentare una dimensione superiore nei termini di una inferiore”.
- Allevamento di polvere, 1920 = immagine scattata all’opera Grande Vetro che era stata
abbandonata nello studio dell’artista per molto tempo si tratta di un ready-made perché
Duchamp si appropria della fotografia fatta da Man Ray e la fa diventare qualcosa di altro.
Francis Picabia
Il nonno era un fotografo amico di Nadar e dei fratelli Lumiere. Forse proprio per questo lui si
tiene lontano dal mezzo fotografico perché era considerato un mero sostituto della pittura.
Picabia, invece, utilizza la sua mano per realizzare opere secondo moduli secchi e impersonali della
macchina fotografica.
- La fille née sans mère, 1915 = pubblicata su “Camera Work”
Man Ray
Pseudonimo dell’americano Emmanuel Radnitzsky, fotografo nel senso pieno del termine. Per
quanto lo riguarda è difficile inserirlo in un gruppo definito perché si situa a metà tra Surrealismo e
Dadaismo. Cronologicamente sarebbe da collocare in area surrealista anche se si era formato nel
clima del Dada newyorkese sotto l’ala di Duchamp e Picabia.
A livello di tecniche artistiche si opta per l’interscambiabilità senza alcun privilegio o preferenza
perché il senso rimane legato all’idea e non alla sua effettiva produzione. Proprio per questo
motivo lui si presenta come sapiente utilizzatore dell’obiettivo ma anche come audace
sperimentatore (ricordiamo l’utilizzo della tecnica della solarizzazione chiamati rayographs).
Anche in questo caso sorgono problemi se si considera la fotografia in relazione alla pittura.
Lui stesso è contraddittorio su questo argomento e dice: “Nonostante i suoi aspetti meccanici, la
fotografia mi aveva sempre affascinato in quanto modo di dipingere con la luce e le sostanze
chimiche”. Il termine “nonostante” va in netto contrasto con ciò che pensavano Duchamp e
Picabia che consideravano l’aspetto meccanico della fotografia un pregio; inoltre, secondo
Duchamp la pittura andava superata e non solo riformata come dice Man Ray.
Un’altra dichiarazione di Man Ray dice: “La sua duttilità (della macchina fotografica) equivale a
quella del pennello, esattamente. La fotografia sta alla pittura come l’automobile sta al cavallo”.
Possiamo capire che la fotografia viene considerata una sorta di miglioramento della pittura ma
non un cambiamento.
Nel testo di una conversazione radiofonica tenuta da Man Ray nel 1943 possiamo ascoltare:
“Il mio interesse per la fotografia nasce dal fatto che essa aggiunge, in una maniera nuova, luce e
chimica alla tavolozza del pittore. Un giorno Picasso, che conosceva il mio interesse universale per
tutte le forme di espressione, mi chiese perché non facessi acqueforti. Risposi che la fotografia è
l’acquaforte moderna, l’acquaforte con luce e argenti chimici. La fotografia può risultare
soddisfacente, come mezzo, al pari di qualunque altra forma di espressione più antica e
riconosciuta. Può completare le possibilità del pittore proprio come il disegno e l’incisione
integravano un tempo quelle del pittore e dello scultore. Sono certo che Albrecht Durer e Leonardo
da Vinci avrebbero dato la mano destra per una delle nostre moderne ed efficienti macchine
fotografiche”.
Quindi, Man Ray ha sempre interpretato la fotografia come un prolungamento della pittura e non
riesce totalmente a distaccarsi dalla sudditanza al sistema pittorico.
Man Ray, inoltre, introduce un altro concetto che è quello della differenza tra “fare provato”
legato alla pittura e “fare pubblico” legato alla fotografia e questo ci fa capire come la fotografia
possa essere considerata una pratica di relazione Man Ray attribuisce un voto ad ogni ritratto
fotografico che ha fatto ad amici e conoscenti per esprimere numericamente la simpatia reciproca.
Prendiamo in considerazione anche la produzione che cerca di elaborare un’identità della
fotografia autonoma e differenziata rispetto al quadro:
- Oggetti d’affezione, 1923 = il titolo della raccolta ci fa capire che si tratta di un qualcosa di
più complesso di una semplice riproduzione di ready-made. C’è la volontà di indicare una
Attorno al fotomontaggio si unisce Dadaismo e fotografia anche se risulta comunque una pratica
molto ambigua. Ne aveva parlato inizialmente Henry Peach nel 1869 in “Pictorial Effect in
Photography” indicandolo come metodo per avvicinare il lavoro del fotografo a quello del pittore.
Questo per svincolarsi dalle critiche di Boudelaire e per dimostrare che anche la fotografia poteva
ricostruire liberamente la realtà avvicinandosi ai meccanismi propri della pittura.
Il fotomontaggio viene, quindi, praticato fin dai primi anni di vita della fotografia ma prende piede
nel 1920 all’interno del Dada berlinese. Possiamo dire che il fotomontaggio si lega bene ai principi
dell’ala moderata del dadaismo che è tipico europeo e che si discosta dalle istanze radicali di
Duchamp e degli americani in genere.
Il fotomontaggio si trova a metà tra il rifiuto dei canoni estetici tradizionali e il richiamo esercitato
dal sistema pittorico.
Raoul Hausmann afferma: “Chiamammo fotomontaggio questo procedimento, in quanto esso
esprimeva la nostra avversione a voler far parte dell’artista. Noi ci consideravamo ingegneri,
asserivamo di essere costruttori e di “mostrare” i nostri lavori come fa un fabbro”.
John Heartfield invece dice: “Il pittore dipinge con i colori, io dipingo con le fotografie”.
Si ripropone ancora una volta l’interrogativo già visto in precedenza: fotografia come pittura
tecnologicamente aggiornata o radicale ribaltamento del sistema?
Anche se si considera il fotomontaggio all’interno del cinema non si trova una risposta univoca
perché si prende in considerazione solo il cinema di Ejzenstejn ovvero il cosiddetto “cinema di
montaggio” che è un cinema pittorico per eccellenza.
All’interno del Dada berlinese sono stati Raoul Hausmann e Hannah Hoch a rivendicare
l’invenzione del fotomontaggio anche se si dovrebbe usare il termine “utilizzazione in arte”. I loro
lavori sono volutamente disarticolati e rimandano alla destrutturazione cubista e alla violenza
comunicativa di matrice espressionista.
Hannah Hoch
La Hoch integrava spesso il fotomontaggio con interventi di pittura o inserimenti di diversi
materiali di recupero:
- Taglio con il coltello da dessert attraverso l’ultima epoca della cultura weimeriana del
pancione in Germania, 1919 = fotomontaggio di grandi dimensioni con un affollamento
disarticolato di immagini metafora perfetta dei disagi, delle contraddizioni e dei
fermenti di quell’epoca in Germannia
Hellmuth Herzfelde
Dimostra in tutti i modi avversione verso il nazionalismo che si stava diffondendo e assume il nome
di John Heartfield è stato uno dei più convinti rappresentanti dell’ala politicizzata del Dadaismo.
Questa forte connotazione ideologica ha caratterizzato le sue opere volte a dissacrare gli ipocriti
valori del militarismo, del nazionalismo e della morale borghese.
L’aspetto più interessante del suo lavoro è la modalità di circolazione delle immagini che non è più
affidata ai normali circuiti artistici ma attraverso i canali dell’industria editoriale. Tutto avviene in
August Sander
Dal 1910 inizia a ritrarre contadini, commercianti, operai, artisti, industriali, insegnanti, militari e
aristocratici con l’idea di costruire un gigantesco archivio per rappresentare secondo “tipi” l’intero
popolo tedesco. Nel 1929 pubblica il volume “I volti della società” che viene distrutto dai nazisti, si
salvano solo i negativi che Sander recupera dopo la guerra. Benjamin non considera le fotografie di
Sander dei ritratti perché non hanno intenzione psicologica ma vogliono rappresentare dei tipi e
degli archetipi. Le figure stanno al centro, sono frontali con lo sguardo rivolto all’obiettivo e lo
sfondo è sempre leggermente fuori fuoco per consentire al soggetto di emergere. Questo
approccio è straniante e richiama alla poetica metafisica.
Sander, inoltre, non nasconde la sua ammirazione per la tecnica del dagherrotipo e dice: “La
tradizione autentica della fotografia è quella dell’immagine unica: com’era il dagherrotipo”.
Nella sua visione macchina fotografica e autore diventano complici, si sostengono a vicenda.
A fare da tramite tra Sander e la Metafisica è il gruppo di pittori tedeschi che si riunisce sotto la
formula del “Realismo magico” (etichetta lanciata nel 1925 da Franz Roh). Il clima magico è
l’espressione più vicina a quell’elemento di sospensione metafisica ricercato dagli italiani. Rispetto
agli italiani, però, i tedeschi risultano più fotografici.
Eugene Atget
Eugene Atget può essere considerato un “pittore mancato” perché si è rivolto alla fotografia per
ripiego dopo aver tentato di emergere nell’ambito della pittura. In seguito, ha iniziato a
sperimentare il mezzo fotografico in maniera molto meccanica, senza aggiungere elementi pittorici
a posteriori (come invece hanno fatto ad esempio Constant Puyo e Robert Demachy).
Lui non si è mai voluto definire artista ma semplice produttore di documenti.
Per questi motivi ha da subito suscitato le attenzioni di Breton anche se di fatto non ha mai
militato all’interno del gruppo surrealista e non ha mai avuto contatti diretti perché è morto nel
1927. Man Ray, però, ha fatto pubblicare nel 1926 quattro sue fotografie in un paio di numeri de
“La Revolution surrealiste” ma non firmate dall’autore. Nel 1931, Walter Benjamin in “Piccola
storia della fotografia” lo ha consacrato come precursore della fotografia surrealista dicendo: “Le
fotografie parigine di Atget precorrono la fotografia surrealista, avanguardia di quell’unica
colonna veramente cospicua che il Surrealismo è riuscito a mettere in marcia”.
Il caso di Atget è, in ogni caso, particolare perché c’è chi è arrivato a definirlo artista e chi lo ha
sempre considerato fuori dall’arte ed è ciò che accomuna tutti gli autori della cosiddetta fotografia
di “grado zero”. Con questo termine si intende l’utilizzo della macchina fotografica posta in modo
apparentemente innocente e casuale di fronte al mondo che riesce a rivelarlo in maniera
automatica. È qualcosa di diverso rispetto alla fotografia “diretta” di Stieglitz e Strand.
Il problema sorge sempre quando si utilizza il mezzo fotografico nella sua sola componente
automatica, senza aggiungere elementi posteriori si pensa che così facendo si tolga artisticità.
Negli anni Settanta, Walker Evans parla della “fotografia documentaria”, ovvero quella di “grado
zero”, dicendo: “Documentario? Ecco una parola molto ricercata e ingannevole. E non veramente
chiara. Il termine esatto dovrebbe essere stile documentario. Un esempio di documento in senso
letterale sarebbe la fotografia di un crimine scattata dalla polizia. Un documento ha un’utilità
mentre l’arte è davvero inutile. Perciò l’arte non è mai un documento anche se può adottarne lo
stile”. Questo ci fa capire che lo stile documentario è una cosa diversa rispetto alla fotografia
documentaria quindi il “grado zero” è uno stile che si modella sulle caratteristiche di automatica
oggettività del mezzo.
I caratteri surrealisti dell’opera di Atget sono:
- I temi = scorci anonimi, edifici senza pregio, botteghe e negozi dei quartieri sconosciuti
della Parigi di inizio secolo
- Occhio freddo e distaccato
Man Ray
Lui può essere considerato il continuatore della poetica tra Dadaismo e Surrealismo ricordando
l’ambiguità portata avanti tra fotografia e pittura. Anche in riferimento alla poetica surrealista, nel
1935 dice: “Solo il Surrealismo è stato sin qui la forza che ha saputo estrarre dalla camera oscura le
vere forme luminose, grandiose” in questa affermazione troviamo ancora la considerazione
della fotografia come elemento di derivazione pittorica.
Breton in “Il Surrealismo e la pittura” riguardo Man Ray afferma: “Per chi sappia guidare con
perizia la barca fotografica nel quasi incomprensibile vortice delle immagini, c’è la vita da
riafferrare”. L’entusiasmo dei surrealisti per l’opera di Man Ray si concentra principalmente sulle
immagini realizzate senza macchina fotografica ovvero i cosiddetti rayographs per il loro
procedimento fortemente automatico con un prevalere finale del nero che ribalta la normale
condizione dell’immagine. Tristan Tzara scrive la prefazione al volume “Les Champs delicieux”
intitolandola “La fotografia alla rovescia” scrivendo: “Quando tutto quello che si chiama arte fu
pieno di reumatismi, il fotografo accese le mille candele della sua lampada, e la carta sensibile
assorbì a poco a poco il nero ritagliato da qualche oggetto di uso comune”.
L’accostamento tra scrittura automatica e rayographs fa venire in mente un analogismo con la
tecnica del frottage la cui applicazione alla pratica artistica viene rivendicata da Max Ernst.
Secondo lui la caratteristica fondamentale consisteva nella riduzione al “limite estremo”
dell’autore che diventa una sorta di spettatore che assiste alla nascita della sua opera
osservandone varie fasi di sviluppo. Fotografia e frottage richiamano il principio dell’impronta
ovvero di quella traccia generata automaticamente dal soggetto.
Walker Evans
Una traccia di collegamento diretto tra Evans e la cultura surrealista è data dal suo soggiorno
parigino del 1926 dove probabilmente aveva avuto modo di conoscere Atget tanto che l’influenza
di Atget sulla fotografia di Evans è innegabile ed è da lui stesso evocata in un saggio del 1931
quando dice: “In molte delle sue fotografie [Atget] offre dei punti di aggancio che dovevano essere
afferrati dai surrealisti più ortodossi. Le sue caratteristiche generali consistono nella comprensione
lirica della strada, una capacità d’osservazione allenta, un’inclinazione particolare per i segni del
tempo sulle cose”. La sua vicinanza alla poetica surrealista è indicata in due momenti chiave della
sua carriera:
- Rapporti con il gruppo di “Camera Work” capitanato da Alfred Stieglitz rifiuto ad aderire
alla linea neopittorialista. Evans segue il principio di registrazione oggettiva e impersonale.
- Rapporti instaurati per la campagna fotografica promossa dalla Farm Security
Administration sotto la regia di Roy Stryker tra 1935 e 1938 documentazione della vita
nelle zone rurali statunitensi. Per smuovere l’opinione pubblica venivano enfatizzati gli
aspetti più drammatici della vita nelle campagne. Questa richiesta si allontanava dal
carattere oggettivo delle fotografie di Evans con “stile documentario”.
Quindi, Evans è un perfetto “surrealista a distanza” perché è lontano dal contesto parigino ma in
sintonia con esso. Nel 1929 Evans è tra i primi artisti a realizzare un autoritratto in photo boot o
photomaton – il primo era stato Magritte nel 1928.
Nel 1938 a New York sale sulla metropolitana e con una piccola macchina fotografica scatta delle
istantanee di nascosto facendo ritratti ai viaggiatori di fronte a lui: “Volendo affermare in modo
inequivocabile che le sessantadue persone di erano trovate lì insieme senza saperlo, e allo stesso
modo si erano poste davanti a un obiettivo che le fissava in maniera impersonale in un preciso
momento e che tutti questi individui, inquadrati nel mirino, erano stati fotografati senza il minomo
intervento umano al momento dello scatto”.
Nelle sue fotografie quindi possiamo trovare casualità, anonimato, automatismo produttivo,
irrilevanza autoriale e voyeurismo confermato quando dice: “Una sera Walker parlò a Diane della
sua natura do voyeur, di cultore di fantasie sessuali. Aveva un baule particolare dove teneva la sua
collezione di materiale pornografico. Non c’era molto, fotografie “sporche” che aveva comperato a
Parigi, un film di una donna sotto la doccia che lui trovava molto eccitante”.
René Magritte
La fotografia surrealista raccoglie le esperienze dadaiste e metafisiche e una figura di
collegamento tra questi due mondi può essere Magritte che, insieme a Dalì, risulta protagonista
del Surrealismo di ispirazione dechirichiana in pittura ma in fotografia riesce ad elaborare delle
innovazioni. Si può addirittura arrivare a pensare ad una sorta di anticipazione della performance e
la fotografia entra in gioco come complice imprescindibile. Lui arriva a creare delle situazioni
paradossali che sono anche troppo forzate e utopiche.
Pesanti accuse sono state mosse dal cinema nei confronti della fotografia e, in particolare,
Ejchenmaum dice: “La semantica di una singola fotografia, priva di un contesto, situata fuori dalla
proposizione, e perciò priva di un qualsiasi piano lessicale, è povera e astratta”.
Magritte ribalta questa critica e la povertà semantica della fotografia diventa uno stimolante
elemento estetico per una sorta di anti-narrazione basata sull’incertezza e l’oscurità della trama.
Cecil Beaton
Più autorevole rappresentante del Surrealismo implosivo e citazionista che, pur definendosi
fotografo puro nell’ambito della moda e della ritrattistica ebbe contatti diretti con l’avanguardia di
Breton. Beaton sviluppa il citazionismo di Breton perché non si specializza in uno stile unico ma la
sua fotografia era intrisa della propria creatività in vari e differenti ambiti.
Beaton non voleva apparire come un tecnico dell’obiettivo ma piuttosto come un inventore di
atmosfere o come un costruttore di sogni capace di dare credibilità a riferimenti non omogenei. Il
suo surrealismo è proseguito anche oltre quando nel 1940-50 è stato inviato a Oriente dal governo
britannico non ha mai fatto una semplice e pura documentazione ma il risultato delle sue
fotografie è stato una sorta di evasione fantastica nell’esotico, nella percezione di un mondo
esteticamente distante e differente: “E’ possibile, credo, che ad alcuni lettori piaccia fuggire
assieme a me per poche ore lontano dall’ambiente quotidiano”.
Nel 1937 era stato nominato fotografo ufficiale della casa reale inglese e negli anni ’50 approda ad
Hollywood arrivando a disegnare i costumi e le scenografie per le versioni cinematografiche dei
musical Gigi (1958) e My Fair Lady (1964).
Nel 1974 dice: “Avevo in mente di fare qualcosa di completamente differente dalle solite
fotografie, qualcosa di nuovo, di molto pregnante. Ecco volevo che la gente non assomigliasse a sè
stessa”.
Salvator Dalì
Il Surrealismo di Dalì è molto vicino a quello di Beaton tanto che per esemplificare le proprie teorie
Dalì si riferiva alle caratteristiche della fotografia perché era capace di materializzare l’integrazione
tra sogno e realtà che rimaneva il fine essenziale della poetica surrealista.
Dobbiamo partire da una considerazione che con “pittorialismo” la critica ha sempre etichettato
una produzione simile alla pittura impressionista ma è stato un errore perché si è attribuita una
categoria generale quale il pittorialismo ovvero l’essere simile alla pittura ad una particolare
interpretazione della pittura ovvero l’Impressionismo. In questo modo sembra che il pittorialismo
Edward Weston
Il suo lo potremmo considerare un passato da pittorialista “cattivo” prima di conoscere il gruppo di
Stieglitz. Il suo obiettivo è la ricerca di della “vera natura del mezzo” ovvero di quel carattere
originale che permetta di distinguere la fotografia da qualsiasi altro mezzo espressivo. Ritorna,
quindi, la differenza tra occhio naturale e occhio meccanico e dice: “Ogni mezzo espressivo impone
i suoi limiti all’artista, limiti intrinseci agli strumenti, ai materiali o ai procedimenti utilizzati. La
macchina fotografica può davvero mettere in grado di vedere attraverso l’occhio, aumentandone
la capacità fino a vedere più di quanto normalmente veda”.
Le possibilità dell’obiettivo fotografico sono quelle di evidenziare la struttura delle cose: “Si può
rappresentare l’aspetto fisico delle cose: la pietra è dura, la corteccia è ruvida, la carne è viva,
volendo, le si può rendere più dure, più ruvide e più vive. In una parola abbiamo il bello
fotografico”. Ovviamente, anche per lui si deve prendere le distanze dal pittorialismo storico come
già fatto da Strand e Steichen: “La parola pittorico mi irrita rispetto a come intendo io il fare
immagini. Non abbiamo già abbastanza immagini – arte da calendario – opera più o meno raffinata
di centinaia di migliaia di pittori e incisori? La fotografia che segua questo criterio può solo essere
una povera imitazione di una forma d’arte già brutta”.
Anche in questo caso vediamo la distinzione tra una pittura “cattiva” dalla quale bisogna prendere
le distanze e una pittura “buona” che può essere un punto di riferimento per il fotografo. La
questione tecnico-meccanica viene posta come fondamento della qualità formale della fotografia.
Weston fonda il Gruppo f/64 insieme a Adams, Cunningham e Lange i cui lavori propongono delle
fotografie con grande nitidezza e lucentezza del tono. Questi elementi apparentemente specifici
della fotografia sono legati alla poetica del Neoplasticismo e del Costruttivismo: “Al giorno d’oggi il
fotografo non deve necessariamente far sembrare la sua fotografia un acquerello. Perché sia
considerata arte, ma deve conformarsi alle regole di composizione”. Il termine “composizione” era
diventato un elemento fondante della produzione d’Avanguardia di Mondrian e Malevic.
Ansel Adams
Grande divulgatore del credo neopittorialista di ispirazione modernista. Nel 1948 esce la prima
edizione di Camera and Lens, un testo dove si può comprendere la sua poetica con importanza del
concetto di visualizzazione: “Il termine visualizzazione si riferisce all’intero processo emotivo-
mentale che concorre a creare un’immagine fotografica e, come tale, è uno dei più importanti
concetti della fotografia. Questo processo comprende la capacità di prevedere quale sarà il
risultato prima ancora di effettuare l’esposizione, così da scegliere quelle procedure che
contribuiranno al raggiungimento dell’effetto cercato”.
Adams considera l’atto fotografico come un’esperienza di organizzazione del caos naturale e per
descriverlo ricorre alla divisione lessicale della lingua inglese:
- Shapes = forme naturali esiste a prescindere dall’azione dell’uomo
Il neopittoricismo che si sviluppa tra secondo e terzo decennio del Novecento deve la sua fortuna
alla presenza di fotografi puri insieme ad artisti-fotografi. Questa distinzione serve a separare gli
operatori pluristrumentali da quelli che utilizzano il solo mezzo fotografico.
Laszlo Moholy-Nagy
Lo possiamo inserire nel gruppo dei multimediali perché si cimenta in diversi campi della ricerca
estetica. Si è occupato di fotografia, pittura, scultura, design, grafica, cinema e scenografia.
L’impianto base del suo pensiero si sbilancia verso l’ipotesi di postarticità: “Poco importa se la
fotografia produca o meno una forma d’arte. L’unica vera misura del suo valore futuro verrà data
dalle sue regole di base e non dalle opinioni dei critici d’arte”.
Il suo interesse per la visione lo porta a sviluppare un’attenzione particolare per la fotografia
rispetto ad altri strumenti. Individua nel mezzo fotografico la possibilità di accedere in modo
diretto e immediato all’alfabeto visivo costituito da linee, forme e colori. La “supremazia assoluta”
della pura forma rispetto al tema figurativo derivava dalla possibilità di fare a meno della nostra
esperienza intellettuale e associativa e il mezzo fotografico lo offriva in maniera più corretta
rispetto alla rappresentazione manuale-pittorica. La pura immagine ottica è intesa come
modulazione di luce, luogo nel quale si articolano le unità minime del linguaggio visivo.
Passando dalla teoria alla pratica ha privilegiato la produzione di fotogrammi che diventano, in
realtà, la massima espressione del pittorialismo dell’artista. Il suo pittorialismo è rintracciabile
anche nelle immagini prodotte con la macchina fotografica: “Abbiamo acquisito una nuova
sensibilità nei confronti della qualità del chiaro scuro, del bianco luminoso, del passaggio dal nero
al grigio pieno di liquida luce, della precisa magia della texture più delicata: sia che si tratti dello
scheletro di una costruzione in acciaio o della schiuma del mare, e tutto questo viene fissato in un
centesimo o in un millesimo di secondo”.
Il soggetto viene ridotto a mero pretesto perché di per sé non conta nulla e viene ridotto a pura
sintassi formale. L’esaltazione della tecnologia e del mezzo fotografico nasconde il desiderio di
rifare la pittura. Il mezzo cambia e si rinnova ma l’obiettivo rimane lo stesso.
Albert Renger-Patzsch
Nato in Germania, contribuisce a caricare il dibattito attorno alla fotografia. Si dimostra desideroso
di valorizzare la specificità fotografica antipittorica: “Lasciamo stare gli artisti e cerchiamo di creare
la fotografia che durerà nel tempo grazie al suo valore fotografico, poiché la sua caratteristica
esclusivamente fotografica non è stata mutuata da un’altra arte”.
Si impegna in un lavoro di semplificazione delle forme naturali per poter dimostrare la coincidenza
tra queste e le strutture degli oggetti creati dall’uomo.
Andrè Kertesz
Vicino al gruppo surrealista, maestro di Brassai subisce il fascino della cultura modernista trasferita
in fotografia sotto forma di composizioni dal taglio minimalista. Nel suo lavoro confluiscono il
Nagy è stato docente al Bauhaus e quindi ha contribuito alla diffusione dell’uso della fotografia al
suo interno anche se l’insegnamento viene attivato solo con Walter Peterhans nel 1929. Il Bauhaus
conferma che la fotografia può essere considerata neopittoricismo tecnologico. Lo “stile
fotografico” Bauhaus è esistito e risulta chiaramente identificabile.
Peterhans continua a proporre ai suoi allievi una fotografia formale e compositiva chiaramente
debitrice alla tradizione pittorica: “Tramite il chiaro scuro, l’ordine spaziale, la distribuzione della
profondità di campo, un’immagine appare un’immagine che una precisa tecnica fa derivare
dall’analisi dell’oggetto”.
Gyorgy Kepes
Seguace di Navy, direttore del dipartimento visivo del New Bauhaus nel 1937. Esploratore di
angolature e prospettive particolari attraverso cui la fotografia poteva portare un originale
contributo nella costruzione della new vision.
Florence Henri
Allieva di Leger a Parigi nel 1924 e poi di Navy e Albers in Germania. Sempre in bilico tra fotografia
e pittura, a Parigi aveva uno studio adibito a ritrattistica e fotografia pubblicitaria. Nelle pubblicità
specialmente con nature morte si può comprendere il suo allineamento alla poetica neoplastica-
costruttivista. I suoi lavori non pubblicitari vengono sempre intitolati “Composizione” perché:
“Troverete senza dubbio che la parola composizione ritorna spesso sulle mie labbra. Dipende dal
fatto che questa idea è tutto per me”.
La sua fotografia vuole rimandare solo a se stessa: “Vorrei far capire che ciò che io voglio innanzi
tutto con la fotografia è comporre l’immagine come faccio con i quadri. Bisogna che i volumi, le
linee, le ombre e la luce obbediscano alla mia volontà e dicano ciò che io voglio far dire loro. E
questo nel controllo strettissimo della composizione perché io non cerco né di raccontare il mondo
né di raccontare i miei pensieri. Tutto quello che io conosco e il modo in cui lo conosco è fatto
anzitutto di elementi astratti: sfere, piani, griglie le cui linee parallele mi offrono grandi risorse”.
Il suo obiettivo sarebbe quello di riproporre le composizioni come Malevic o Mondrian con
elementi figurativi ridotti al minimo e riconducibili ad elementi geometrici.
La fotografia pone l’ostacolo della referenza mondana che gli oggetti continuano ad esprimere.
Henri allora introduce uno o più specchi, secondo il concetto cubista della ripartizione dell’oggetto
in più punti di vista contemporanei, complicando la riconoscibilità degli oggetti.
George Hoynungen-Huene
Diventa fotografo nella sede parigina di Vogue, trasferisce i parametri dello stampo modernista nel
campo della moda. Alcuni suoi lavori appaiono una citazione diretta a Mondrian o Malevic.
Nel 1961 Umberto Eco scrive un saggio dal titolo “Di foto fatte sui muri” in cui dice: “La camera
fotografica che sino ad ora aveva trovato scene ed eventi figurativi ora viene invitata a trovare
occasioni informali, macchie, graffiti, tessiture materiche, colorate, graffi, scrostature, secrezioni,
gromme, striature, lebbre, escrescenze, microcosmi di ogni specie approntati dal caso sui muri, sui
marciapiedi, nella fanghiglia, sulla ghiaia, sui legni di vecchie porte, sulle massicciate o nelle colate
di catrame non ancora steso, variamente calpestato e rappreso”.
Inoltre, dice: “Il fotografo colto e sensibile, attento alle tendenze stilistiche della pittura
contemporanea, gira per la strada e individua accadimenti materici di indubbia suggestività”.
La fotografia pone attenzione a soggetti non figurativi per non perdere il passo con la ricerca di
punta di quegli anni denominata Espressionismo astratto e informale. Il saggio di Eco permette di
chiarire la questione metodologica della gestione tra pittura e fotografia.
Secondo Eco c’è un legame tra Informale e ready-made come se esistesse un informale “naturale”
già esistente che deve solo essere individuato e recuperato. Eco pensa all’opera informale come
ad una riproposizione del caos materiale presente in natura. Se così fosse la fotografia avrebbe
una posizione privilegiata nell’interpretazione di tale poetica.
Non convince, però, l’interpretazione naturalistica dell’Informale perché le fotografie sono, all’atto
pratico, assimilabili ad un quadro informale, quindi la fotografia non da nessun apporto
innovativo. Sono fotografie che funzionano come quadri e non come ready-made.
Quindi siamo di fronte a due mezzi (fotografia e pittura) e un’unica macropoetica ovvero
l’Informale. I mezzi sono diversi ed Eco si sente in dovere di richiamare la presunta specificità della
macchina fotografica mettendola in relazione con il ready-made duchampiano: “La fotografia che
lavora sul materiale originario offertole dalla natura, ha molto in comune con l’operazione del
passante che scopre il sasso. Quando arti diverse si trovano a sviluppare la stessa tematica e a
guardare le cose secondo la stessa intenzione, non ne deriva mai una semplice coincidenza di
risultati”.
Secondo Eco sarebbero informali le fotografie che visivamente somigliano ad un quadro informale
ma quindi dove possiamo trovare la differenza tra fotografia e pittura?
Barilli e Calvesi focalizzano la loro osservazione sull’aspetto performativo e di relazione con il
mondo dell’arte informale indicando che i caratteri stilistici non sono autosufficienti perché
permettono di vedere allude delle esperienze umane, del vivere. Quindi, queste tracce di esistenza
possono essere colte se si pensa alla sua matrice manuale ma si fa più fatica se ci si vuole
rapportare alle fotografie dove il simbolico viene a perdere la sua forza originaria.
I casi di fotografie elencati da Eco come assimilabili all’Informale lo sono in maniera superficiale
perché possono vantare una somiglianza di superficie con la pittura informale ma in ogni caso
forniscono un’interpretazione molto ingenua e limitata di quella poetica.
Quindi, si deve usare come termine di raffronto e di verifica dell’Informale la poetica stessa del
movimento il punto di raffronto deve essere l’informalità e non l’Informale.
Secondo questo principio si possono ritenere informali fotografie che non assomigliano ai quadri
informali ma che ne riprendono i cardini della poetica.
Possiamo indicare che gli stessi parametri ideali perseguiti dai pittori dell’Informale si ritrovano
nelle intenzioni generali dei fotografi di reportage.
Robert Frank
Nato in Svizzera nel 1924 ed emigrato negli Stati Uniti nel 1947 scatta fotografie on the road
fondate sull’indistinto di cui consta il tessuto reale del nostro modo di guardare.
Per Cartier-Bresson il gesto fotografico serviva come esercizio epifanico per far emergere il senso
particolare e nascosto della realtà.
Per Frank: “I fatti non hanno più significato, e d’altronde non vi sono fatti. Oppure, ed è lo stesso, i
significati possibili sono talmente numerosi che è inutile scegliere. Alle fotografie chiuse succedono
fotografie aperte, aperte a tutti i significati possibili compreso quello di non averne”.
William Klein
Impegnato a fare fotografie incomprensibili quanto la vita, corregge la poetica bressoniana del
“momento decisivo” scegliendo di non scegliere nessun momento particolare. Le sue fotografie
appaiono cariche di sfocature, con la grana in evidenza, con forzature grandangolari
integrazione manuale di alcune carenze della macchina fotografica.
Nino Migliori
Fotografo attento al modello pittorico del tempo. Ha sperimentato varie tecniche fotografiche per
arrivare a risultati simili a quelli dei pittori informali. Le sue fotografie informali rimangono però
prive di significato e vengono considerate come mero referenzialismo alle opere pittoriche.
Minor White
La sua poetica prevede l’unione di elementi naturali crudi con una loro interpretazione spirituale.
Mario Giacomelli
Ha focalizzato il proprio occhio sulle ritmiche ondulazioni del paesaggio collinare nativo. Le
fotografie vengono poi valorizzate da una stampa volutamente tenuta sui toni cupi e drammatici:
“Io non vedo una porta, vedo una massa marrone, poi mi accorgo che c’è una latta attaccata che
ha sopra dei segni, dei graffi. Vedi la porta come una cosa che ha vissuto, vecchia, e vedi i graffi su
questa latta, che è di ferro; eppure, anche lei è morbida, nel senso che è dolce, registra le cose;
l’uomo che l’ha graffiata, e senza saperlo ha lasciato il segno, ha scritto anche lui qualcosa del suo
passaggio”.
Quindi, anche per quanto riguarda l’Informale si tratta di pittorialismo ovvero di una fotografia
impegnata a verificare la propria identità sul solco autorevole e codificato della pittura.
Negli anni Sessanta cambia il rapporto tra fotografia e pittura perché se prima erano due cose
separate che seguivano una stessa poetica ora iniziano veramente ad intrecciarsi.
A inizio decennio l’opera-manufatto era ancora centrale protagonista ma l’artista pop inizia ad
utilizzare l’immagine fotografica come uno dei tanti oggetti usuali della quotidianità.
Gillo Dorfles dice: “L’uso della resa fotografica varia da artista ad artista: più netto e cronachistico
in Warhol, più pittorico e compositivo in Rauschenberg, denuncia comunque l’importanza di valersi
di queste immagini prefabbricate, già captate e già divenute patrimonio comune”.
Daniela Palazzoli dice: “la fotografia è per l’artista pop materiale bruto che entra a far parte della
tela, prima sotto forma di collage e poi sotto forma di serigrafia e di riporto fotografico su tela”.
La fotografia viene assunta nell’opera pop come emblema della contemporaneità ma è un
qualcosa di limitante per la fotografia stessa, quindi, bisogna capire se ci sono connessioni tra il
complessivo apparato teorico della fotografia e la poetica generale della Pop Art.
Nel 1964 Marshall McLuhan in “Gli strumenti del comunicare” diffonde lo slogan “Il medium è il
messaggio” si impone di porre l’attenzione sui significati strutturali espressi dai mezzi anziché
solo sui contenuti comunicativi.
La Pop Art ha in comune con la fotografia l’estroversione e l’istantaneità. La Pop Art guarda fuori,
verso il mondo così come lo fa la fotografia che ha sempre qualcuno davanti all’obiettivo.
Diane Arbus
Autrice non immediatamente riconducibile all’area pop. La prendiamo in considerazione in quanto
negli anni Sessanta inizia a delinearsi un clima di contaminazione tra artisti che usano anche la
fotografia e i cosiddetti “fotografi puri” che per decenni sono stati nettamente separati.
L’arte inizia a dimostrarsi disposta ad allargare i propri orizzonti e allo stesso tempo la fotografia
smette di rivendicare una specificità linguistica indispensabile e irrinunciabile.
La Arbus considera la fotografia un atto globale di relazione col mondo e ha dichiarato più volte
che: “Il procedimento stesso ha una sorta di perfezione, una sorta di penetrazione, alla quale noi
non siamo più, generalmente, sottomessi; alla quale non sottoponiamo più il nostro prossimo. Noi
siamo più indulgenti verso gli altri rispetto all’apparecchio fotografico. L’apparecchio è un po'
freddo, un po' duro”.
David Bailey
Lega la sua carriera alla moda contribuendo a rinnovare un linguaggio troppo snobistico ed elitario
l’approccio nuovo di Bailey alla foto di moda contribuiva a sradicare l’idea che la moda fosse un
passatempo da ricchi, decadente e irraggiungibile in quanto elitaria.
Tutto questo riguarda più che altro l’atteggiamento complessivo di Bailey nei confronti della moda
e il suo considerarla merce tra le merci proprio per questo la carica di richiami erotici e sessuali.
Il miglior contributo linguistico di Bailey alla cultura pop è avvenuto fuori dal sistema della moda
perché nel 1965 ha pubblicato “David Bailey’s Box of Pin-Ups” ovvero un contenitore nel quale
trovavano posto singole stampe, ritratti di personaggi-icone dell’Inghilterra degli anni ’60. In linea
con la cultura pop, che focalizza l’attenzione sul singolo oggetto avulso dal contesto, le singole
individualità si livellavano tra loro senza più distinzione psicologica o sociale per questo i ritratti
fotografici erano tutti frontali con lo stesso sfondo neutro alle spalle.
Edward Ruscha
Andy Warhol
Alla domanda “Che cosa è la Pop Art?” lui risponde: “La Pop Art è amare le cose ed essere come
una macchina perché solo così si può continuare a fare la stessa cosa”.
La sua volontà è quella di riscattare la fotografia dalle tante accuse di meccanicità e di ripetitività
antiauratica porta a compimento quel riscatto iniziato dagli autori del Surrealismo e del
Dadaismo.
Ogni elemento della produzione di Warhol può trovare riscontro nella poetica pop:
- Elevata varietà e stravaganza di soggetti affrontati la fotografia è il medium più corretto
per raccogliere dati all’infinito
- Tema del doppio e della copia facilitato dalla presenza della fotografia che permette di
duplicare, sostituire, sdoppiare etc…
Warhol arriva poi a dire: “Vorrei tanto avere una memoria fotografica, darei qualsiasi cosa per
averla” lui ha definitivamente liberato la fotografia da tutti gli equivoci connessi al persistere di
un’identità pittorica. Grazie alla fotografia ha portato a compimento il progetto di
commercializzazione dell’arte, di abbassamento dell’estetico e di annullamento dell’individualismo
creativo.
- Esaltazione dell’automaticità operativa storicamente questo elemento era stato quello
che aveva rappresentato il maggiore ostacolo per il riconoscimento artistico della
fotografia ma ora c’è la possibilità di usare liberamente l’automaticità produttiva in un
contesto complessivo di arte che non imponeva più all’artista di produrre materialmente
l’opera
Negli anni Settanta assistiamo al ribaltamento da “fotografia come arte” a “arte come fotografia”
perché è l’arte che esce dai propri canoni tradizionali pittorici per approdare in categorie che
ricalcano quelle del medium fotografico.
Nasceva però un altro motivo di tensione a livello teorico ovvero la questione del ruolo assunto dal
mezzo fotografico nei confronti della Body Art, della Narrative Art e della Conceptual Art la
fotografia è un elemento necessario alla riuscita stessa dell’opera oppure è un umile servitore?
Daniela Palazzoli riguardo l’arte concettuale dice: “Le modalità di apparizione dell’immagine
debbono essere quanto più vili possibili affinché non offuschino l’atteggiamento mentale di cui
sono una registrazione che solo conta. Come si vede, dunque, questo tipo di fotografia non
differisce affatto dall’atteggiamento aristocratico dei pittori romantici che consideravano la
fotografia un sottoprodotto dell’immagine”.
Riguardo la Body Art invece dice che: “La fotografia che rimane è presentata come reportage
dell’avvenimento che non è certo riconoscibile nelle immagini banali e talvolta addirittura
squallide, in cui esso è stato fissato”.
Per il Concettuale la questione è controversa perché si deve tenere presente la tendenza alla
smaterializzazione dell’opera con conseguente espansione del piano mentale che è denominatore
comune a tutte le ricerche artistiche di questi anni.
Inoltre, all’interno del campo del Concettuale la critica ha diviso due tendenze:
- Concettuale mondano nella riduzione dell’opera all’idea tiene presente, comunque, un
intervento di relazione con l’esterno
- Concettuale analitico infinito gioco di rimandi interni al linguaggio
Sol LeWitt in “Paragraphs on Conceptual Art” dice: “Le idee possono essere espresse con numeri,
fotografie o parole” ci fa capire che ogni segno non rimanda solo ad altri segni ma può avere
relazione con qualcosa di esterno.
1) BODY ART
CORPO REALE/FISICO
Bruce Nauman
Making Faces, 1968 grazie al medium fotografico registra e cataloga tutta una serie di forzature
mimiche ed espressive che altrimenti risulterebbero effimere e troppo precarie per essere prese in
considerazione
Arnulf Rainer
Pratica una sorta di ginnastica estrema per avere consapevolezza di ciò che il corpo può arrivare a
fare e dice: “Il gesto, il dinamismo corporeo o la cinetica del volto non sono per me né un gioco, né
un utensile teatrale né tantomeno un rituale, bensì coscienza, la forma di comunicazione più
fondamentale dell’uomo”.
Nei suoi lavori ha inserito anche delle pennellate di gusto espressionista per evitare l’eccessiva
staticità: “Rimasi comunque deluso dalla rigidità di alcune foto. Avevano documentato troppo
poco. Quindi fui sollecitato a dipingervi sopra il dinamismo e la tensione che non trovavo nelle
fotografie”.
Gillo Dorfles sostiene che i segni inseriti da Rainer siano delle vere e proprie aggressioni al corpo
dell’artista traslato in fotografia: “Segni, sgorbi, pennellate, con le quali Rainer infierisce sulla
fotografia della sua persona che ne viene così sconciata, deformata, resa più laida”.
Giuseppe Penone
Svolgere la propria pelle, 1970 mappatura dell’epidermide attraverso la pellicola fotografica.
Interessante il legame etimologico tra pelle e pellicola.
Rovesciare i propri occhi, 1970 l’artista si applica un paio di lenti specchiate e quindi nei suoi
occhi è possibile vedere quello che lui sta vedendo.
Gina Pane
Lei fa una serie di rituali interventi autolesionisti al fine di aprire piccole ferite sul proprio corpo.
Per lei: “Il corpo che è, al tempo stesso, progetto/materiale/esecutore di una pratica artistica,
trova il suo supporto logico nell’immagine, attraverso il mezzo fotografico”.
La fotografia è usata come “oggetto sociologico, capace di cogliere sul vivo quella dialettica per cui
un comportamento diventa significativo”.
Es) Luthi, Self Portrait, 1970 richiamo a Rrose Selavy, l’artista si ritrae nei panni femminili e la
fotografia ha l’obiettivo di creare dubbi sull’appartenenza ad uno o all’altro sesso.
I’ll be your mirror, 1972 invita lo spettatore a specchiarsi nella fotografia dove troviamo l’artista
in bilico tra femminile e maschile.
The Numbergirl, 1973 sequenza di 20 immagini con trasformazioni e cambi di identità. Luthi a
proposito dice: “La vita in sé è piuttosto monotona e noiosa e banale. Nell’arte io posso articolare e
formulare me stesso come nella vita non potrei mai… questa assenza di compromessi che io posso
vivere nell’arte ti dà una libertà, nella testa e nell’anima, così incredibile che in qualche modo riesci
a sopportare anche la vita”.
William Wegman
Un tentativo di sintesi tra i due filoni della Body Art la troviamo nell’opera di questo artista i cui
lavori sono stati da lui stesso definiti “Dog Art” ovvero arte da cani in duplice accezione,
volutamente kitsch e grottesca ma anche perché sviluppata con la partecipazione del suo cane
Man Ray. Le performance con il suo cane hanno necessariamente bisogno di essere stabilizzate in
foto e video. Il tutto con profonda autoironia per desacralizzare le performance di Body Art solite a
quei tempi.
Francesca Woodman
È difficile inserire la sua attività in un filone perché per lei l’immaginario non è un’altra dimensione,
diversa e separata, parallela alla realtà ma ne è una particolare declinazione. Il suo immaginario è
molto fisico e il suo corpo è in costante tensione tra verifica e fuga.
“Vorrei che le mie fotografie potessero ricondensare l’esperienza in piccole immagini complete
nelle quali tutto il mistero della paura, o comunque ciò che rimane latente agli occhi
dell’osservatore, uscisse, come se derivasse dalla sua propria esperienza”.
2) NARRATIVE ART
Ha ripreso i due assi di poetica più autorevoli del Novecento:
- Proust uso destrutturante della memoria
- Joyce epifanizzazione del quotidiano
Christian Boltanski
Una sua opera importante sono due fotografie con la scritta che ci indica che sono state scattate
nel 1946 e nel 1969 e rappresentano Boltanski bambino che gioca con dei cubetti di legno e gli
Peter Hutchinson
Il suo lavoro vuole riappropriarsi della realtà attraverso un processo di recupero e valorizzazione di
ciò che in prima battuta non parrebbe degno di attenzione: “Io vedo il mondo attraverso quel
mezzo fluido e abbracciante il tempo che sono le parole, e quel mezzo fisso, che blocca il tempo,
quel è l’immagine visiva di un istante della fotografia. Con l’uso di questi due metodi si può
avvicinare una nuova realtà”.
Es) Nude Beach, 1974 lo spettatore partecipa dello stupore che l’artista prova quando nota dei
piccoli particolari senza importanza su una spiaggia nudista.
Bill Beckley
The bathroom, 1977 installazione composta da uno specchio, due immagini e un testo. Testo e
fotografia non sono amalgamati.
Mac Adams
“Chi vede non è mai certo di ciò che vede. Credo che ci sia una sorta di qualità ineffabile per certi
gesti. Voglio dire che può succedere di sentire che una persona non ti ama, ma senza poterlo
spiegare. Eppure, ti accorgi che c’è qualcosa che non va. Ecco io vorrei ottenere questo. Mi piace
l’idea che la gente si interroghi esaminando tutta la serie di sensazioni prodotte dall’oggetto”.
Partendo da oggetti di assoluta quotidianità, l’artista costruisce inquietanti storie.
Es) The Toaster, 1976 dittico con tostapane e frullatore. Si intravede riflessa una donna in
abbigliamento intimo che si accinge a preparare un toast e poi il corpo di una donna distesa a
terra, forse uccisa con la fetta di pane bruciata.
Es) The Palm, 1978 in una spiaggia tropicale un corpo giace ai piedi di una palma con accanto
un machete e una noce di cocco mentre sullo sfondo una donna sta correndo.
Duane Michals
“La parola chiave non è fotografia, né pittura, né scrittura, è espressione. Quando voi guardate le
mie fotografie guardate i miei pensieri”.
L’obiettivo è quello di esprimere la fantasia e il sogno con suspence e tensione real dreams.
Franco Vaccari
Le sue opere sono basate sul fatto che si fa pedinare fotograficamente mentre fa azioni normali.
Lui conia il termine “esposizione in tempo reale” riferendosi al carattere di work in progress delle
sue operazioni.
Es) 700 km di esposizione, 1972 concepito per una mostra in Austria, monotona serie di
fotografie di mezzi di trasporto merci ripresi da dietro sul percorso fatto dall’artista per recarsi a
Graz. L’obiettivo era quello di usare il mezzo fotografico per porre attenzione all’esperienza del
viaggio, del percorso.
Es) Omaggio all’Ariosto, 1974 una polaroid del suo viaggio viene attaccata alle cartoline
illustrate acquistate in vari posti.
Es) Lascia su queste pareti una traccia fotografica del tuo passaggio, 1972 i visitatori sono
invitati a farsi una fotografia nella cabina - usa la cabina telefonica per ribaltare completamente
3) CONCEPTUAL ART
Anche in questo caso si possono definire due filoni paralleli:
- Mondano
- Analitico
Joseph Kosuth
Es) Uno e tre tre elementi vengono accostati per creare un cortocircuito logico-linguistico
(l’oggetto, la sua descrizione a parole e una foto a grandezza naturale). In questo caso la fotografia
può essere considerata nella sua artificialità perché è un linguaggio tra i linguaggi.
Es) One and Three Photographs, 1966 in questo caso la relazione si instaura tra due fotografie
identiche e la descrizione dell’oggetto da vocabolario. Quale tra le due immagini è l’oggetto e
quale il segno? Kosuth arriva a dimostrare la perfetta interscambiabilità tra fotografia e reale.
Kenneth Josephson
Usa lo stratagemma del quadro dentro al quadro per evitare l’inganno anche se in questo modo
viene accettato e usato consapevolmente.
Mario Cresci
Anche lui usa la foto dentro la foto aggiungendoci l’elemento emozionale. Ha fatto una serie di
ritratti agli abitanti di Tricarico in Basilicata facendogli tenere in mano i ritratti dei parenti e dei
defunti.
Ugo Mulas
Es) Verifiche, 1970 il tema delle sue fotografie è la fotografia stessa. Questa operazione sembra
confermare che la fotografia per esistere ha bisogno di un contatto con l’esterno e con il mondo.
Emilio Isgrò
Le sue opere consistono in esagerati ingrandimenti di ritratti di personaggi famosi riconoscibili solo
dal titolo perché l’ingrandimento annulla ogni possibilità di identificazione del soggetto.
Douglas Huebler
Fa una serie di rilevamenti spazio-temporali con vari titoli:
- Duration Pieces
- Variation Pieces
- Location Pieces
Tutte le fotografie erano antiartistiche, sono foto qualsiasi e il loro ruolo è solo quello di fare da
supporto ad un lavoro mentale richiesto al fruitore. In questo caso abbiamo anche l’aggiunta della
componente della casualità perché lo scatto è svincolato da qualsiasi necessità pratica.
Es) Veduta di Parigi, 1970 12 fotografie anonime delle strade parigine. Non testimoniano luoghi
significativi ma segnano lo spazio temporale della passeggiata.
David Lamelas
Posiziona un apparecchio fotografico al bordo della strada che fotografa ad una distanza
temporale uguale. Il risultato è una serie di scatti uguali ma diversi, perché la posizione è la stessa
ma le cose che accadono in quello spazio cambiano.
Giulio Paolini
Es) Autoritratto, 1970 dittico nel quale l’immagine dell’artista è il riflesso speculare
Es) Giovane che guarda Lorenzo Lotto, 1967 opera composta dalla riproduzione dell’opera di
Lotto e da una scritta
Possibilità di concepire la macchina fotografica come un’entità dotata di effettiva autonomia che si
pone in grado di fare cose per conto proprio.
“La fotografia dà modo allo stesso autore di assistere al quadro: la visione è la cosa già vista
dall’obiettivo”.
Giovanni Anselmo
Es) Entrare nell’opera, 1971 autore ripreso da dietro e dall’alto mentre cammina in una vasta
radura impugnando un lungo cavo con il quale sta facendo scattare la macchina fotografica.
Negli anni Ottanta non ci si pone più il problema della competizione tra fotografia e pittura. La
fotografia non viene presa molto in considerazione perché c’è un ritorno alla pittura e alla
manualità. All’orizzonte emerge un nuovo problema legato alla contaminazione tra ricerca artistica
e industria culturale. La fotografia viene abbandonata dalle operazioni artistiche che riscoprono la
pittura, come la Transavanguardia e l’Anacronismo, ma viene utilizzata nel campo della moda e
della pubblicità.
Una questione da analizzare è la differenza tra fotografo puro e artista-fotografo. Negli anni
Ottanta queste due figure che sono state per decenni separate iniziano a mescolarsi con libertà.
Questo fenomeno si lega perfettamente alla perdita d’identità denunciata dall’artista di quegli
anni.
Un altro elemento da tenere in considerazione è il riscatto della cultura kitsch. Alessandro Mendini
teorizza l’oggetto banale e propone un design capace di assecondare il gusto medio delle masse. Il
fenomeno del kitsch come di quel pezzo raro che viene portato in tutte le tasche è paragonabile al
mezzo fotografico che raggiunge chiunque.
Robert Mapplethorpe
La sua carriera inizia come artista interessato alla fotografia con lavori che potremmo definire new
dada. Passa poi ad essere un fotografo puro anche per l’elevata qualità tecnica delle sue
fotografie. Con la mostra “The Popular Image” del 1963 si assiste per la prima volta ad una
Helmut Newton
Fotografo di moda per Vogue, Elle, Marie Claire apprezza il lavoro lento, con esposizione lunga e
pose studiate. Il cambiamento avviene nel 1975 con la sua prima mostra in una galleria parigina e
la pubblicazione del libro “White Women”. Il comune denominatore di questa svolta è
l’esagerazione che lo fa approdare al kitsch: “Sono un buon fotografo di categoria B, la categoria B
è fantastica. Non c’è niente che dia un piacere peccaminoso come andare al cinema di pomeriggio
e vedere un buon B-movie” il kitsch e la categoria B sono dei modi per liberarsi dalla questione
arte.
L’opera di Newton non va considerata solo a livello formale ma soprattutto concettuale.
Es) Jenny Kapitan, Pension Dorian, 1977 il suo sguardo da voyeur è freddo e distaccato e la
rappresentazione del corpo nudo arriva ad essere qualcosa di postumano, robotico e
artificializzato.
Bruce Weber
Rappresenta la nuova figura di operatore che si muove con disinvoltura tra industria culturale e
ricerca artistica. Lavora nel campo della moda e approda nelle gallerie con i ritratti di divi
americani cinematografici. Come Newton sembra misurarsi con gli stereotipi, in questo caso
maschili, e inserisce forti spinte di ambiguità.
Es) Atleti in attesa delle olimpiadi emblema della virilità, le fotografie introducono il dubbio,
l’indecisione fino ad arrivare ad un’evidente ambiguità sessuale.
Viene messa in crisi l’identità sessuale pregressa e consolidata Newton presenta l’immagine di
una donna forte e dominante, Weber quella di un uomo con una dubbia virilità.
Cindy Sherman
Il suo interesse per la fotografia non è mai stato rivolto all’aspetto costruttivo e oggettuale del
mezzo fotografico ma alle possibilità di sviluppo concettuale. Il suo concettualismo, però, recupera
le componenti formali e pittoriche che erano state censurate.
La sua ricerca, inoltre, è legata anche alla citazione ma il suo rifarsi ad altro deve essere inteso
come contaminazione trasversale con il presente.
Es) Film Stills, 1977 si presenta come tanti fotogrammi estratti da B-movies degli anni ’50 e ’60.
Il suo citazionismo è trasversale perché pone insieme l’alto con il basso e assume a soggetto il
kitsch e lo stereotipo non usandoli con spirito vendicativo come aveva fatto il Pop.
Nella sua attività troviamo un continuo riferimento al mondo del cinema che è strumento
concettuale per eccellenza perché l’autore non è l’operatore ma il regista quindi non colui che
segue materialmente la ripresa ma colui che la progetta e la dirige (non il braccio ma la mente).
Come per il cinema anche per le opere della Sherman lei non è l’autrice perché sta davanti alla
macchina fotografica e dirige le riprese. Il soggetto è sempre lei ma si trasforma assumendo tante
identità diverse: “Quando non lavoravo ero così ossessionata dal cambiare identità, che lo facevo
comunque, anche senza avere una macchina fotografica pronta, senza che ci fosse qualcuno a
guardarmi, senza dover andare da nessuna parte”.
Con la sua attività il confine tra fotografia di realtà e illusione diventa sempre più labile.
Es) Backscreen Projections, 1980 ritratti di fronte a fondali precedentemente fotografati e si
crea l’effetto di studio cinematografico con lo sfondo finto che corre dietro le persone.
Inizia anche a lavorare per riviste di moda ma la sua ampia varietà di tipi analizzati non viene vista
di buon occhio perché la moda non riesce ancora, in quei tempi, a prendersi in giro: “Ho
incominciato a prendere in giro non i vestiti ma la moda in genere. Mi sono disegnata delle cicatrici
sul viso per apparire veramente brutta. E ho usato quella sostanza che si applica sui denti per farli
sembrare marci. Mi piaceva molto l’idea che questo sarebbe apparso su Vogue France, in mezzo a
tutte quelle bellissime donne”.
Es) History Portraits, 1988-90 rifacimento aberrante di immagini saccheggiate nel corso di
quattro secoli di produzione pittorica. Si tratta di una citazione completamente inversa perché la
sensazione è che sia il presente a perturbare il passato. La Sherman non tenta di assomigliare
all’originale ma esagera fino ad arrivare al grottesco.
Negli anni ’90 inoltre analizza la natura polimorfa e non omologabile dei vari comportamenti
sessuali usando degli alter ego artificiali come bambole, manichini e volti di gomma.
Sandy Skoglund
Per la nascita di una nuova onda nella fotografia italiana intorno ad un gruppo di fotografi negli
anni ’80 ci sono degli elementi comuni:
- l’individuazione del territorio operativo comune del paesaggio vengono analizzati
paesaggi instabili, privi di riferimenti precisi e assoluti e che richiamano quel territorio di
abbandono delle ideologie e di creazione di un “pensiero debole”
- l’utilizzato un tono linguistico basso, descrittivo e interpretativo controtendenza
espressiva
- la creazione un legame stretto con l’ambito letterario segnato da una svolta in senso
minimalista-descrittivo nascono i libri-catalogo
Questa ondata di novità aveva avuto un precedente internazionale nel 1975 con la mostra New
Topographics, Photographs of a Man-Altered Landscape curata da William Jenkins. Il gruppo che si
crea intorno a questa mostra persegue l’idea di una fotografia descrittiva, oggettiva, impersonale e
tematicamente attenta all’intreccio tra natura e artificio proposto dal paesaggio contemporaneo.
Autore comune a questi due gruppi (internazionale e italiano) è Walker Evans la cui figura è
diventata il punto di riferimento per tutta la fotografia mondiale.
Luigi Ghirri
Figura chiave della new wave fotografica italiana degli anni ’80. Inizialmente concettuale, sembra
poi approdare ad una fotografia concentrata sull’oggetto-immagine, sul paesaggio e sulla
costruzione stessa dell’immagine. Bisogna fare attenzione, di fronte a fotografie esteticamente
belle come quelle di Ghirri, a ricordare che la dimensione esperienziale per lui è molto importante:
“Fotografare è soprattutto rinnovare lo stupore. E così, guardando prima nel mondo, poi sulla
lastra e poi nell’immagine finale, manifestare la meraviglia del gesto che si compie”.
Per lui il paesaggio: “Non è là dove finisce la natura e inizia l’artificiale, ma una zona di passaggio,
non delimitabile geograficamente, ma più un luogo del nostro tempo, la nostra cifra epocale”
questo ci fa capire che per lui il paesaggio è una condizione del nostro vivere nel mondo.
Nella sua dichiarazione di poetica dice: “A volte nelle nuvole si possono riconoscere le parvenze di
animali, oggetti, il profilo di un volto… Le figure ai nostri occhi appaiono precise anche se in effetti
sono incerte, mutevoli, lontane dall’essere definite… Questo lavoro sul paesaggio italiano vorrei
che apparisse un po' così, come questi disegni mutevoli; anche qui una cartografia imprecisa, senza
punti cardinali, che riguarda più la percezione di un luogo che non la sua catalogazione o
descrizione”.
Gabriele Basilico
Anche la poetica di Basilico sembra fondata sugli stessi presupposti relazionali di Ghirri: “Ho
scoperto che fare delle foto significa avere dei rapporti con le persone, le cose; io credo che un
Gli anni ’90 sono caratterizzati da un atteggiamento di recupero verso modalità linguistiche e
procedure operative praticate in passato con la differenza di un cambio di oggetto recupero di
una concettualità piena e totale.
Gli anni ’80 hanno visto una mescolanza di concettualità e pittoricismo ma non è mai stata
completamente abbandonata. Nonostante le continuità si è registrato un salto tra gli anni ’80 e gli
anni ’90 e che si basa sul clima anti-ideologico e di totale libertà che aveva caratterizzato già la fine
degli anni ’70 e che aveva superato l’atteggiamento didattico e pedagogico del fare arte
precedente. “Partecipazione” e “presenza” sono concetti chiave per gli artisti degli anni ’90
significa far si che la pratica artistica scaturisca da un’esperienza diretta e l’artista si presenta come
un protagonista che interviene perché anche lui ha vissuto quella cosa. Questo ci permette di
giustificare la massiccia presenza della fotografia nell’arte di fine secolo la fotografia è il mezzo
più veloce e semplice per catturare subito immagini reali.
A questo si lega anche al fatto che la fotografia è l’unico mezzo che gli permette di assecondare il
loro bisogno di produrre arte in presenza con partecipazione diretta.
Barthes nell’incipit di “Camera chiara” scrive: “Un giorno, molto tempo fa, mi capitò sottomano
una fotografia dell’ultimo fratello di Napoleone, Girolamo (1852). In quel momento, con uno
stupore che da allora non ho più potuto ridurre, mi dissi: sto vedendo gli occhi che hanno visto
l’Imperatore”. Addirittura, Barthes indica una doppia capacità di presenza della fotografia:
- immediata = che si stabilisce tra spettatore e realtà esibita dall’immagine
- di recupero = in un secondo momento si può recuperare la presenza originaria del soggetto
Per quanto riguarda il tema del presenzialismo, Rosalind Krauss ha trovato le origini dell’uso della
fotografia fatto da Duchamp: “Duchamp non credeva semplicemente che la fotografia stesse
diventando onnipresente nella cultura di massa del XX secolo, la sua analisi della fotografia era
interamente condizionata dal fatto che le priorità strutturali dell’indice erano completamente
diverse da quelle delle altre forme di rappresentazione. Le catene di sostituzione simbolica erano
diventate l’obiettivo della tradizione pittorica e iconica, questi codici che non soltanto potevano
rendere esplicito il senso del quadro ma potevano anche interiorizzarlo nell’opera stessa, queste
operazioni di simbolizzazione o di sostituzione erano, nell’analisi di Duchamp, estranee all’azione
dell’indice”.
Quindi possiamo riassumere che:
- l’interesse per la fotografia non è legato alla moda
- la categoria propria della fotografia è l’indicalità
La relazione con il mondo proposta dagli allievi dell’Accademia di Dusseldorf è oggettiva e ruota
attorno alla cattedra di Bernhard Becher.
Bernhard Becher
Il ciclo di lavori più convincenti riguarda una lunga serie di ritratti generazionali anonimi.
Thomas Ruff
La sua volontà è quella di segnalare la propria diversità rispetto a Becher ma le coincidenze
rimangono molto evidenti convinzione che l’obiettivo fotografico eserciti un livello di
straniamento tale da rendere inutile ogni ulteriore intervento da parte dell’autore.
Questi principi erano già stati espressi in precedenza da August Sander. Tra il secondo e il terzo
decennio del Novecento il fascino dell’impassibilità oggettiva dell’apparecchio fotografico era
molto evidente e si intrecciava con altri valori espressi dalla lezione duchampiana.
Es) Portraits, 1980 i soggetti delle fotografie non pretendono di elevarsi a tipi ma anzi sembra
che si voglia affermare l’appartenenza ad un unico grande gruppo.
Questi soggetti interpretano perfettamente la Generazione X di Douglas Coupland ovvero la
generazione degli anni ’60 priva di identità sociale definita. Ruff nei confronti di questa
Candida Hofer
Focalizza la sua attività su interni di edifici quali biblioteche, musei, teatri tutti ripresi da un rigido
punto di vista centrale. Le sue immagini sono basate sul gigantismo delle fotografie anche di
diversi metri bisogno di una fruizione dell’opera non solo ottica ma corporea.
Thomas Struth
Il suo sguardo viene attirato dai riti e dai comportamenti della tribù e alla fine emerge una sorta di
comunità passiva. L’intuizione geniale è stata quella di verificare questa condizione all’interno dei
grandi musei internazionali; quindi, in luoghi che ci parrebbero carichi di infinite sollecitazioni
emozionali denuncia del turismo dell’arte con pubblico indifferenziato e indifferente.
Ovviamente la condizione del luogo viene determinata dal soggetto e dai suoi comportamenti.
Andreas Gursky
La sua poetica di impassibilità e distacco è determinata da un effettivo allontanamento di sguardo
dal soggetto. Vengono ripresi degli edifici a forte distanza. Viene descritto un mondo lontano del
quale possiamo essere solo essere spettatori a distanza e dove non si può intervenire.
Massimo Vitali
Descrive gli affollati spazi del divertimento e del tempo libero. Sposta in alto il punto di vista. Il
distacco consapevole e ragionato porta ad una forma massima di partecipazione.
Reineke Dijkstra
Riprende con un punto di vista frontale-centrale i corpi incerti, antieroici di adolescenti sul
bagnasciuga appena usciti dall’acqua. Corpi in bilico tra infanzia e maturità tra realtà e finzione
dell’apparire molto lontani dai modelli imposti dall’industria culturale.
Per quanto riguarda l’Io psicologico siamo di fronte ad un approccio più sentimentale affidato ad
un altro gruppo degli anni ’90 con Nan Goldin, Wolfgang Tillmans e Nobuyoshi Araki. Per la loro
attività potremmo parlare di album di famiglia perché è in quel contesto che si trovano parenti,
amici che vengono seguiti con affetto e partecipazione nei diversi momenti dell’esistenza.
Tra il fotografo e il soggetto si cerca di non mettere nessun elemento divisorio e prevale solo
l’esserci, il coinvolgimento affettivo testimoniato dall’esercizio stesso del gesto fotografico.
A questo punto forse sarebbe più corretto parlare di “Io comportamentale” perché l’impressione è
che la mediazione tra noi e il mondo avviene per via corporale, tramite azioni e contatto diretto.
Nan Goldin
Negli anni ’70 inizia ad essere apprezzata quando presenta le sue immagini come proiezioni con
accompagnamento di canzoni evocative. Nella seconda metà degli anni ’80 scrive The Ballad of
Wolfgang Tillimans
Anche lui accumula sulle pareti le fotografie creando installazioni particolari. Le sue fotografie
ritraggono amici durante i rave parties in case e locali vari. I montaggi sono apparentemente
disordinati e sfuggono dai classici principi di equilibrio compositivo.
Le modalità espositive delle fotografie richiamano l’ancestrale problema del paragone con la
pittura. Anche in questo caso la fotografia rifiuta qualsiasi tipo di identificazione con il quadro e
quindi inizia a nascere l’idea di rinunciare alla cornice e all’eventuale passpartout.
Nobuyoshi Araki
Si afferma tardi come artista dopo un inizio di carriera come fotografo tradizionale. Tra il 1983 e il
1985 ha fatto una serie di scatti nei locali di prostituzione di un quartiere di Tokyo diffusi poi nel
libro Tokyo Lucky Hole che doveva essere una sorta di reportage sociale ma che diventa anche un
diario di pulsioni erotiche e comportamenti sessuali. Stilisticamente le immagini sono di tono
basso e trattano un tema scabroso e imbarazzante con modi familiari nei quali ognuno si
riconosce. La complessa questione dell’atto fotografico inteso come metafora dell’atto sessuale
era stata sondata da lui già negli anni ’70 quando aveva analizzato il suo rapporto con la moglie
nella serie Sentimental Journey e Winter Journey fotografando il proprio privato in maniera quasi
ossessiva dal giorno delle nozze fino alla morte della moglie.
Negli anni ’90 si assiste alla riproposizione di stili già affrontati nel corso degli anni ’70 ma che
vengono modellati sulla nuova società moderna.
1) Neo-Body Art
Sherin Neshat
La pratica fotografica per lei è un mezzo per confrontarsi con la complessità dell’identità femminile
nel proprio paese ovvero l’Iran. Ha anche documentato le immagini dei rotocalchi delle donne
combattenti in Iran e Iraq tra 1980 e 1988 dicendo: “Donne bellissime. Avvolte nei chador con
questi fucili enormi fra le mani. Immagini forti, scioccanti, contraddittorie ma anche assolutamente
ipnotiche”.
Es) Women of Allah, 1993-97 rientrata negli Stati Uniti decide di usare il suo stesso corpo per
esprimere le contraddizioni riscontrate nella sua terra natale. Indossa il chador e imbraccia le armi
e riporta versi d’amore iraniani sulle parti del corpo non coperte.
Jeffrey Deitch nel 1992 introduce il termine “Post Human” indicando una mostra collettiva che
raccoglieva le ricerche innovative dell’ingegneria genetica, della chirurgia estetica e della cosmesi
Orlan
Per quanto lo riguarda dovremmo parlare di performance chirurgiche, iper-medium nel quale
confluiscono computer, video, trasmissioni satellitari e fotografia. Tutto questo apparato
tecnologico denunciava la presenza del fotografo come violazione del provato. La sua attività
elimina le pareti della sala operatoria rendendo pubblica e glorificando l’artificializzazione del
corpo.
Yasumasa Morimura
Interventi meno traumatici e più ironici sono quelli testimoniati con la dichiarazione esplicita di
muoversi da artificiale ad artificiale.
Es) Self-portraits as Acress lavoro che si rifà alle fotografie di promozione cinematografica
artificializzata e stereotipata delle dive del grande schermo.
Morimura abbraccia il tema dell’ibridazione di genere maschile e femminile ma anche di cultura
occidentale e orientale.
Mariko Mori
Le sue performance sono ispirate al fenomeno dei cosplayers ovvero giovani adolescenti travestiti
da personaggi di anime e manga. L’artista si è travestita da geisha per incarnare le contraddizioni
esistenti in Giappone tra il ruolo della donna e l’avveniristico sviluppo tecnologico: “Nel costruire il
virtuale, la libertà di dare corpo alle proprie visioni ideali, di scegliere una propria immagine
dell’ambiente, dà all’artefice la possibilità di controllare la realtà. Di farla essere o non essere in un
certo modo”.
2) Neo-Narrative Art
Dopo aver parlato di Neo-Body Art possiamo passare a considerare un altro movimento che si è
sviluppato negli anni Novanta sulla scorta delle esperienze degli anni Settanta è la neo-Narrative
Art. La struttura narrativa che attrae è quella della candid-camera noi siamo soliti considerare
solo la componente comica ma in realtà si fonda sull’invadente autonomia del mezzo fotografico
capace di narrare la realtà senza controlli e censure.
Anne Zahalka
Open House, 1995 serie di fotografie a soggetto domestico corredate da una nota che indica
precisamente giorno, ora e minuti della ripresa. I protagonisti, completamente ignari di essere
Sam Taylor-Wood
Five Revolutionary Seconds, 1995-97 utilizza una fotocamera in grado di riprendere a 360° per
comporre un grande affresco di cinque metri di un interno di un loft nel quale vivono delle
persone. Nonostante vivano insieme queste sembrano comportarsi come estranee e rimangono
isolate o in difficile rapporto costretto con i conviventi. Il punto di forza di questo lavoro è l’effetto
combinato di fotografia e cinema.
Jeff Wall
Il debito per lui sta nei confronti del cinema fino ad arrivare a ribaltare la direzione di rapporto che
in genere si attribuisce ai due mezzi perché dice: “Penso anche che, dal punto di vista artistico, la
fotografia fondi se stessa sulla base del cinema e non viceversa” nel suo pensiero l’estetica
fotografica ha finito per impoverire la dialettica tra realtà e finzione.
Nella sua poetica la fotografia per valere dovrebbe diventare cinema o assumerne la filosofia
narrativa adottando i principi della costruzione e della messa in scena.
Il suo lavoro, però, si concentra sul singolo fotogramma rinunciando alla catena narrativa e
all’intreccio. Il risultato è una fotografia sospesa, irrisolta con soggetti non clamorosi.
Es) Housekeeping, 1996 una donna delle pulizie in divisa sta uscendo da una camera
perfettamente sistemata. La scena è insignificante e banale ma c’è la sensazione che stia per
accadere qualcosa. L’enfasi è aumentata dall’uso dei light boxes ovvero cassette retroilluminate
usate per rendere più drammatica la scena e per rifarsi al fascino narrativo del cinema.
Sophie Calle
La sua poetica si lega, invece, alla letteratura. Il titolo per la sua grande antologica al Centre
Pompidou ne 2003 è stato M’as-tu vue che è un’espressione usata dagli attori per chiedere pareri
sulla propria performance. La sua poetica si fonda sull’intreccio tra vita vera, scrittura e fiction e
nella distinzione tra realtà e finzione che nel suo caso arrivano ad essere indistinguibili.
Negli anni ’80 è ancora troppo debitrice dei lavori della Narrative Art tradizionale:
es) Suite Venitienne, 1980 pedinamento di uno sconosciuto nelle strade veneziane
es) L’Hotel, 1981 resoconto di ricognizioni in incognito delle stanze di hotel dopo essersi fatta
assumere come cameriera.
Negli anni Novanta la sua attività si sposta alla ricerca della distinzione tra realtà e finzione:
es) Gotham Handbook, New York, istruzioni per l’uso, 1994 Auster aveva descritto la vita di
Sophie Calle sotto lo pseudonimo di Maria e lei gli chiede di proseguire il romanzo e quindi di
proseguire la sua vita. Lui le dà un testo con delle istruzioni per la sua vita e da lì nasce una
performance di relazione con i passanti che lei conduce occupando una cabina telefonica di
Manhattan per una settimana. La fotografia insieme alla scrittura rimane il mezzo privilegiato per
raccontare la sua vita ma in modo incerto e sfumato perché non è vita vera ma fiction.
A tenere banco negli anni Duemila è ancora il dibattito tra natura e artificio già presente nel
decennio precedente. Gillo Dorfles ha sintetizzato la questione dicendo: “Il conflitto tra artificio e
Come abbiamo già detto la dialettica natura-artificio era già stata analizzata nel corso degli anni
’90 e molti artisti che citiamo ora sono già attivi nel decennio precedente.
Terry Richardson
In questo caso possiamo parlare di “diario pubblico” e il suo lavoro è basato sull’intreccio tra vita
privata, impegno nella moda e ricerca personale. Tutte le sue fotografie di temi differenti sono
David LaChapelle
Apparentemente molto diverso dagli altri in realtà anche lui non vuole raccontare la condizione
dell’artificializzazione della vita dall’esterno ma dall’interno assumendola come forma del proprio
lavoro. La sua fotografia è pura esaltazione dell’artificio e della messa in scena, è finzione che non
si maschera ma si presenta per quello che è. La poetica dell’artificio non viene espressa attraverso
i soggetti ma principalmente sul piano del linguaggio teso a negare la condizione di naturalità.
Quello che emerge dai suoi lavori è un modo di guardare il mondo con un linguaggio basato su
continue sproporzioni compositive, uso di colori freddi, di luci aggressive il linguaggio
fotografico è il vero protagonista della scena. Per i suoi lavori è corretto parlare di stile neo-pop
non tanto per la tipologia di soggetti coinvolti ma per il modo in cui vengono narrati.
Altro riferimento che si fa per la sua opera è al Surrealismo e anche in questo caso non si sta
parlando della stravaganza dei soggetti ma del modo di narrare stravolgendo i consueti codici
narrativi e proponendo accostamenti e combinazioni spiazzanti.
La centralità del linguaggio si nota anche quando c’è un cambio brusco di soggetti e si passa da
soggetti legati al mondo della moda, dei divi, delle merci e di stereotipi erotici per approdare alla
narrazione delle gesta di un odierno Cristo in terra.
Es) Jesus is my Homeboy, 2003 si narrano le gesta di un nuovo Cristo
Es) Deluge, 2006 riprende la scena del diluvio universale di ispirazione michelangiolesca
Troviamo un esasperato realismo fotografico esasperato dallo sguardo artificiale di LaChapelle.
Philip-Lorca diCorcia
Es) Strangers, 1990 avviamento della poetica dell’artificializzazione del mondo.
Es) Streetworks, 1997
Es) Head significativo contributo alla dialettica natura-artificio.
Lui è solitamente considerato tra gli ultimi interpreti della street photography ma ha ribaltato il
senso storicamente attribuito a questo genere.
Roger Ballen
Anche per le sue immagini si può parlare di un evidente mescolamento di realtà e finzione. Il suo
lavoro viene fatto principalmente nelle zone degradate del distretto di Gauteng e tratta una serie
di ribaltamenti spiazzanti invece di rappresentare la condizione di disagio della popolazione
nera discriminata presenta dei bianchi poveri e disagiati che abitano quella regione. La cosa
spiazzante è che non si capisce se ci si trovi di fronte a fotografie di denuncia o un teatrino allestito
per compiacere un gusto estetico perverso perché l’esibizione del dolore si unisce ad una ricercata
architettura dell’immagine. È in questo elemento che gioca il rapporto tra realtà e finzione.
Hiroshi Sugimoto
Impegnato a riflettere sulla complessità di sviluppo del principio di verità in fotografia.
Es) Dioramas, fine anni ’70 realizza finti scenari esotici con piante e animali
Es) Chamber of Horrors, 1994 fotografa alcune macabre rappresentazioni al museo delle cere di
Londra
Il ritratto rappresenta il massimo esempio di valore di certificazione e di verità universale della
fotografia e lui ci porta a riflettere su come un ritratto di cera, una volta fotografato, appaia ancora
più vero di quanto non lo sia in origine.
Li Wei
Esponente delle manipolazioni offerte da Photoshop e protagonista di paradossali e funamboliche
performance certificate da scatti fotografici:
es) 29 levels of Freedom, 2003 risucchiato fuori dalla finestra di un grattacielo mentre alcuni
amici tentano di trattenerlo
es) Li Wei Falls to the Car, 2003 piantato come un palo sul cruscotto di un’autovettura
es) Li Wei falls to 2007, 2007 in Perfetto equilibrio a testa in giù su un pilone di cemento a molti
metri di altezza rispetto al suolo
Sfrutta il valore di certificazione riconosciuto alla fotocamera per mettere in scena l’assurdo e
l’impossibile ma come avevano già fatto i futuristi e i dadaisti o i surrealisti con le
protoperformance. I suoi lavori non sono frutto di un lavoro di postproduzione ma di sue proprie
abilità anche rischiose esercitate in ripresa. Le riprese sono realizzate con attrezzature digitali e
non analogiche e questo ci permette di ribadire che:
- La fotografia ha sempre potuto mentire e lo continua a fare
- La fotografia continua ad essere attestatrice di verità anche se digitale
Gregory Crewdson
Si può parlare di “naturalità” per quanto riguarda il procedimento e la costruzione del lavoro
perché poi la vena narrativa si svolge tutta per via citazionista pescando nel cinema.
Le sue fotografie sono sviluppate sullo sfondo dell’America di provincia in contesti
apparentemente tranquilli che, però, si possono trasformare in ben altro nascono atmosfere
cupe, enigmatiche, inquietanti.
Man Ray and Marcel Duchamp held different philosophical views on photography and painting. While Duchamp saw the mechanical aspects of photography as strengths, believing painting should be transcended rather than simply reformed, Man Ray considered photography as a way to paint using light and chemicals. He viewed it as an extension of painting, comparable to the evolution from horse to automobile, suggesting a form of improvement but not replacement .
Man Ray's distinction between "faire provato" (private doing) related to painting, and "faire pubblico" (public doing) linked to photography, redefined the role of photography as a relational practice. Photography was seen as engaging and public, moving beyond the artist’s solitary expression to involve spectatorship and interaction. This concept highlights photography’s societal and interactive dimensions, diverging from painting's traditional private introspection .
Christian Boltanski uses photography to explore themes of memory and the passage of time. One of his works involves photographs representing childhood scenes, juxtaposed with the same objects found years later, demonstrating how photography can capture and recover lost time, offering a tangible connection to past moments .
Sherin Neshat uses photography as a medium to address the complexities and contradictions of female identity within Iranian culture. Her iconic series "Women of Allah" combines traditional female garb with modern symbols of power, like weaponry, and Persian poetry, creating a juxtaposition that highlights issues of identity, rebellion, and sociopolitical dynamics within her cultural context .
Man Ray considered photography an extension of painting, offering a new palette through light and chemicals akin to the progression from etching to photography. He perceived it as augmenting the painter's potential, much like drawing and engraving historically complemented painting and sculpture, and saw it as a modern equivalent of traditional techniques, thus not a replacement but an enhancement .
Photomontage served as a bridge by merging photographic and painterly practices—particularly aligning with European Dadaists. Originally suggested by Henry Peach as a method to align photography more closely with painting, photomontage allowed for creative reconstruction of reality, challenging traditional perceptions and enabling closer adherence to Dada principles, notably the blend of mechanical processes with artistic creativity .
Mariko Mori used photography to highlight cultural contradictions in Japan by adopting personas like geisha characters, which emphasized conflicts between traditional female roles and advanced technological evolution. Her work manipulated virtual reality concepts, allowing contemporary reflections on identity, technology, and cultural norms, symbolizing control over the surrounding reality through fanciful imagery .
Susan Sotang defines photography as 'naturally surreal' because it captures reality in a form that automatically doubles and dramatizes it, offering a limited yet poignant reflection on modern sensitivity. This inherent surreal nature of photography aligns with surrealism's goals to transcend reality through imagination and perception, providing a conceptual basis for using photography in capturing surrealist imagery .
Duchamp's approach to photography and ready-mades is grounded in the idea of representing higher dimensions using lower-dimensional forms. Arturo Schwartz observed that Duchamp's optical works are aimed at illustrating higher dimensions through lower-dimensional terms, as in his ready-mades, where he takes a photograph by Man Ray and transforms it conceptually into a different form .
Surrealists integrated the concept of ready-mades by using photography to make realistic even the non-representational and expanded operational boundaries. Man Ray’s works like "Le Violon d’Ingres" showed how photography could create an imaginary yet realistic integration of disparate elements, thereby pushing the boundaries initially set by Duchamp’s ready-mades .