“Il corpo docile” di Rosella Postorino:
riassunto trama
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Il corpo docile è un romanzo di Rosella Postorino, nota al grande pubblico
per Le assaggiatrici (vincitrice del Premio Campiello 2018) e per la sua ultima opera Mi limitavo ad
amare te (finalista del Premio Strega 2023).
Pubblicato nel 2013 da Einaudi, Il corpo docile è disponibile nell’edizione Universale Economica
Feltrinelli da maggio 2022.
Trama
Dopo una scossa di terremoto che ha fatto tremare Roma e il carcere di Rebibbia, Milena, una giovane
volontaria dell’associazione Lahore che aiuta le donne detenute e i loro figli, incontra un giornalista
navigato, Lou Rizzi, intenzionato a scrivere un articolo sui bambini di Rebibbia.
Tra i due scatta un interesse reciproco che si trasforma in attrazione tra poli opposti, come il mondo
fuori il carcere, dove Lou Rizzi – al contrario di Milena – si muove con disinvoltura, e il mondo
dentro il carcere, che Milena conosce in ogni fibra del suo corpo perché è nata dietro le sbarre, dove
ha vissuto i suoi primi anni di vita.
“Se il corpo di Lou Rizzi scava in quello di Milena – il corpo di una bambina nata in galera, i corpi
della galera: radunati in massa, segregati, addomesticati. I corpi docili di noi detenuti. Decidono
quando e quanto dobbiamo mangiare, quando e quanto dobbiamo dormire, quando e quanto
dobbiamo parlare. Si chiama civiltà. Una pena senza dolore. No, senza spettacolo di dolore. Non ci
vede nessuno. Se non te lo dico, Lou Rizzi, tu non lo sai. Le cose esistono solo se le dici, e tu che non
ci credi”.
Da volontaria nel carcere di Rebibbia, Milena si prodiga per regalare momenti di felicità ai figli delle
detenute, che una volta a settimana hanno la possibilità di fare esperienza nel mondo al di là dei
cancelli dell’istituto penitenziario.
Milena si affeziona così a Marlonbrando, un bambino che soffre di attacchi di panico, poiché a breve
– come è accaduto a Milena da bambina – sarà separato dalla madre, la detenuta Ivona.
“La notte sognò di tenere Marlon, di dover badare a lui perché la madre non poteva, di esserne
felice, di fargli fare la pipì nel bagno di casa. E poi il bambino era piccolissimo, le stava in una mano,
lo fasciava tra i giornali, un cartoccio di cibo, aveva paura di fargli male, di perderlo negli scarichi,
sparito”.
Quando Ivona evade con Marlonbrando – sfruttando il cedimento di un muro di cinta sollecitato dal
sisma – chiede aiuto a Milena, che la nasconde in casa di Eugenio, amico d’infanzia e volontario
come lei nel carcere di Rebibbia. Tra Milena ed Eugenio scorre un legame viscerale sbocciato in
tenera età in prigione, dove entrambi hanno vissuto i primi anni di vita insieme alle madri detenute.
“Eppure le guardie niente, passavano solo la sera, e quando annunciavano: Terapia, Eugenio e
Milena erano stanchi, si dimenticavano di giocare. La madre di Milena invece allungava la mano,
afferrava il confetto con una specie di zampata, come per paura, ogni sera, che la guardia cambiasse
idea. Prima che fosse troppo tardi la madre ingoiava il sonnifero quotidiano, lì in piedi, davanti alla
blindata, senz’acqua. Poi metteva il pigiama alla figlia. Eugenio si addormentava solo se c’era anche
Milena”.
Nascosto con la madre nell’appartamento di Eugenio, Marlonbrando ha un malore che costringe
Milena – partita in treno per raggiungere Eugenio latitante da diversi giorni – a rientrare a Roma e a
fare i conti con l’attrazione per Lou Rizzi, i sentimenti per Eugenio e l’evasione non denunciata di
Ivona col figlio.
Nel frattempo, la madre di Milena – una ex-detenuta soprannominata la Romantica che ha scontato
la sua pena per il tentato omicidio del marito – è tornata a vivere con la figlia e scrive numerose lettere
sulla sua vita in carcere.
“Non riuscivo a dormire. Mi avevano spogliato nuda, e mio marito non c’era. Mia figlia accucciata
dentro e un dito che andava a farle cucù. E io che avevo la nausea, le vertigini per mesi. Quel corpo
pieno di smagliature rosa che avrei potuto recuperare e di smagliature bianche che ormai non c’era
niente da fare, e io che glielo volevo lasciare in consegna, alle guardie, smagliature e figlia compresa,
occupatevene voi, fatemi riposare”.