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Gianni Celati La notte

Il nonno di Pucci era un bravo muratore che a tarda et, rimasto vedovo e solo, aveva affittato un pezzo di terra dietro il cimitero. L si era fatto un giardino dove eseguiva le opere di muratura pi ni, per sua soddisfazione personale: archi a tutto sesto, archi a sesto acuto, archi a sesto ribassato, soffitti a veliera, ogive orientali. Poi aveva piantato le sue essenze preferite, creando vialetti tra le piante, con colonnine di stucchi ornamentali. Aveva anche fatto una fontanella con un piccolo bacino di piante acquatiche. Senza parlare del capannone degli attrezzi, con tutti gli attrezzi ben messi nelle rastrelliere, ogni cosa in ordine perfetto sulle pareti: i martelli con i martelli, i cacciaviti coi cacciaviti, le tenaglie con le tenaglie, tutti a scalare dal grande al piccolo. Il nonno era lunico della famiglia a denire sinceramente Pucci un idiota: Aurelio, noi ci capiamo anche se sei un idiota, vero? Poi i due restavano in silenzio, seduti sul gradino del capannone degli attrezzi, da dove si vedevano i pioppi del cimitero. Ogni tanto il nonno attaccava i suoi sproloqui dissestati: Ah, io ho messo al mondo una glia coi occhi, sai, Aurelio? Ma non capisco perch andata a sposare un tipo come tuo pap. Il padre di Pucci non gli piaceva perch era cos gigantesco: e sempre vestito di nero, con anche la barba nera, e gli ricordava un fascista che trentanni prima gli aveva mollato uno schiaffo: Una donna come la tua mamma, con quel portamento, quel personale! Adesso va con quel Monsignore, vabb.. Ma non capisco perch andata a sposare uno come tuo pap, cos grande e vestito di nero. Come quellaltro l!. Il nonno di Pucci diventando vecchio somigliava sempre di pi al nipote, e

anche lui cadeva in stati pensierosi con la bocca aperta, il labbro pendulo, spalle e braccia cascanti. I due stavano seduti per ore in quel modo, un po addormentati, con la testa penzoloni. Poi delle volte il nonno si risvegliava con lidea ssa che il padre di Pucci fosse magari parente di quel fascista che gli aveva mollato uno schiaffo: Senn, perch deve vestirsi cos di nero, come quellaltro? Cosa dici, Aurelio? Ah, ma se lo ritrovo quello l! Da trentanni quello l per lui voleva dire il tizio con la camicia nera che gli aveva mollato uno schiaffo, anche se non si ricordava pi come si chiamasse, che tipo fosse, se alto o basso, magro o grasso. Si ricordava solo le ditate sulla guancia per lo schiaffo.

Quando lavevano dimesso dal reparto neurologico, Pucci era sui diciannove anni e non se la sentiva pi di abitare con i genitori nel vicolo del voltino, dunque si era trasferito nel giardino di suo nonno, dormendo nel capannone degli attrezzi. Sera portato un vecchio materasso doppio con la paglia dentro, e passava molto tempo sul materasso a fumare. Durante la giornata ogni tanto ascoltava il nonno, poi tornava a sdraiarsi sul materasso, fumando una sigaretta dopo laltra. Ogni giorno a mezzogiorno sua madre arrivava in bicicletta a portargli da mangiare la minestra e la pietanza dentro due gamellini; poi restava l qualche ora a prendersi cura del glio. Da quando il marito era diventato un delegato nazionale del partito cattolico, lei parlava spesso di Dio: Dio ha voluto... Dio provveder di sicuro, vedrai... Credo che Pucci trovasse suo padre meno seccante di sua madre, perch lunica volta che era venuto nel giardino del nonno aveva detto solo una frase: Lascia stare, Lina! Aurelio non ha voglia di parlare, non vedi?. Il padre di Pucci si era rivelato veramente un bravissimo oratore politico, molto apprezzato dai superiori, e adesso vestiva con abiti scuri di buon taglio. Spesso ripeteva la frase di San Paolo: Unusquisque suum onus portabit, con aria compunta ma non untuosa, come uno che aveva preso le sue batoste e sera fatto quellidea. Cerano riunioni sociali nella sede dellassociazione cattolica, e la madre di Pucci faceva parte di un comitato di benecenza, perch era una donna caritatevole. Il padre di Pucci diceva che bisognava

trovare una raccomandazione per sistemare il glio in un convento, se non lo volevano pi allospedale. E di sera, nel buio del letto coniugale, chiedeva alla moglie Lina, potresti chiederlo al Monsignore?: S, gliene parler, rispondeva la signora Pucci, sottintendendo il mercoled, giorno dei loro appuntamenti serali, come tutto il vicolo sapeva.

La madre arrivava in bicicletta verso mezzogiorno a portare il pranzo a Pucci e si metteva subito a brontolare: Guarda qui quante cicche! Aurelio, ma non puoi fumare un po di meno? Ti ammalerai e diventerai un vecchio catarroso!. Vicino al letto per terra ogni giorno cera un mucchio di cicche che lei raccoglieva con la scopa e andava a portare nel deposito di spazzatura del giardino. E sospirava sempre per tutte quelle cicche, dando molto fastidio al glio. Anche quando era steso sul materasso facendo nta di studiare i suoi vecchi libri scolastici, Pucci aveva bisogno di fumare una sigaretta dietro laltra, perch gli piaceva sentirsi intossicato. Dio mio, Aurelio, ma ti sembra che quello sia il posto per fumare? Se ti cade la brace il materasso di paglia prende fuoco!. Era giugno, laria calda nelle ore meridiane, e dopo aver dato da mangiare al glio la signora Pucci si coricava sul materasso per unora o pi. Nel capannone degli attrezzi faceva un bel fresco, e lei stava l a riposarsi col glio, prima di rimettersi in bicicletta e tornare a casa. Adesso che il marito guadagnava bene e non cera pi scarsit di soldi, trovandosi a casa da sola la signora Pucci si sentiva molto pi sola del solito. Non doveva pi cucire le fodere nelle pellicce per il cugino Osvalto, non doveva pi trovare raccomandazioni per il marito. Lunico svago era vestirsi bene e andare a guardare le vetrine del centro, e per il resto non sapeva cosa fare, tranne guardare la televisione, che trovava noiosa. Allora il pomeriggio le sembrava sempre troppo lungo, e pi il pomeriggio diventava lungo pi lei si sentiva sola come in punto di morte. Ecco perch, io penso, aveva trovato quel metodo di restare un po nel giardino del nonno, intanto che dava da mangiare al glio; e poi unora o anche due distesa al fresco sul materasso, a sorvegliarlo che non fumasse troppo. Ma dal giorno in cui una brace duna sigaretta di Pucci era caduta sulla

sottana di sua madre, non cera stata pi tregua. I lamenti contro il fumo non smettevano pi: Guarda coshai fatto! Ti rendi conto? Mhai fatto un buco nella sottana! Poteva venire un incendio! Mi ascolti, Aurelio? Capisci cosa ti dico? Io ti faccio ricoverare di nuovo, sai?. Allora lui aveva preso un mattone e glielo aveva tirato nella schiena. Che dopo lei era dovuta andare da un dottore, e anche allospedale, perch con quel colpo del mattone nella schiena le era venuto del liquido tra le due membrane pleuriche del polmone destro, come le avevano detto. Non era uno scherzo, e ci aveva messo dei mesi a guarire. Quello che urtava Pucci era che sua madre facesse nta che lui non fosse mai stato al manicomio e che non dovesse tornarci. Per non ho pi voglia di parlare dei loro litigi, e sar meglio che smetta. Tra un po parler della notte, la bella notte, che come un buco vuoto dove le cose aspettano soltanto che passi via il farnetico, e il buio e lincerto vengano a dirci che i nostri timorosi desideri si sono tutti assopiti, e il cuore nalmente sazio.

Quando Pucci era tornato allospedale, era stato accompagnato da suo padre che aveva comperato unautomobile di cilindrata 1100, molto pi larga della sua vecchia e scassata vetturetta da venditore ambulante. Il giorno prima la madre era venuta a dire al glio che doveva tornare allospedale perch non era ancora guarito del tutto. Laveva detto anche al nonno di Pucci, il quale aveva risposto: Ma s, cosa vuoi, forse l dentro sta meglio. Poi il nonno si era avviato in bicicletta, perch era gi sera, lui ci vedeva poco e ci teneva a tornare a casa prima di buio. Lina, se il gatto vuole venire dentro, aprigli la porta. Ti saluto Aurelio. Cos erano rimasti da soli Pucci e sua madre, seduti in silenzio per una buona ora sul gradino del capannone degli attrezzi, di fronte il muro che dava sul cimitero. Pucci aveva mangiato la cena nella gamella, mentre sua madre non aveva mangiato niente perch non aveva fame. Non avevano aperto bocca n

quando non era sceso il buio e la madre aveva detto: Aurelio hai visto come si stanno accorciando le giornate?. Era quasi la ne di settembre, lepoca in cui gli scolari si preparavano a tornare a scuola; ma Pucci aveva nito la sua carriera, e neanche nei sogni doveva tornare pi sui banchi di scuola per lesame nale della vita. Nel buio, attraverso le nestre del capannone degli attrezzi del nonno, si vedevano le stelle, mentre arrivavano rumori di macchine dalla circonvallazione. Dietro il muro del giardino, in un frutteto che connava col cimitero, si sentiva il grido dun uccello che non smetteva mai di ripetersi. Forse era unupupa: Uuouu, uouu!. Quel grido dava voglia di lasciarsi andare al sonno. A un certo punto la madre di Pucci aveva voluto fumare anche lei una sigaretta: Aurelio, voglio intossicarmi anchio, di, come te. Magari mi fa male al polmone, ma lo stesso. E dopo nel buio si vedevano le due braci di sigaretta che giravano di qua e di l, muovendosi quasi in accordo, con una punta di bragia che smoriva mentre laltra si gonava nelloscurit. Per il resto il capannone era immerso nelle tenebre, che le stelle non schiarivano neanche un po. Lo stanzone dietro di loro era un buco nero con tutte le cose sprofondate in un abisso. Neanche loro si capiva pi dove fossero, dopo che le braci delle sigarette serano spente. Pucci era andato a stendersi sul materasso, e sua madre laveva raggiunto, poi sera messa a parlare del Monsignor Tal dei Tali: Ha detto che starai benissimo nella tua stanza. Gli infermieri sono avvertiti che devono trattarti bene. E appena possiamo avere una casa tutta per noi, in campagna, in un posto bello con tanti alberi, io ti voglio portare con me, e nessuno me lo impedir. Glielho gi detto al Monsignore. Pucci stava ad ascoltare i suoni duccelli, rumori e fruscii, unauto lontana; e sentiva anche il respiro pesante di sua madre che gli stava addosso, con quella mania di volerlo abbracciare per consolarlo dessere un povero idiota. Era una mania che gli dava fastidio, perch lei era pesante, dunque quando gli stava addosso cos lui sgomitava. Ma quella sera pu darsi che sia andata in un altro modo, siccome Pucci stava attento ai suoni della notte.

Verso mezzanotte i rumori del traffico si erano spenti, e altri uccelli nel frutteto vicino avevano cominciato a fare gridi strani: Ciii-cii, Pii-piipii!, Cirociu-cirociu!. Il glio sonnecchiava facendo suoni strozzati, poi improvvisi ansimi e sussulti. Forse sognava. E io immagino che la signora Pucci si stesse dicendo: Adesso che Aurelio torna al manicomio tutti i nostri problemi familiari sono niti. Era vero: il signor Pucci guadagnava abbastanza per mandare avanti bene la casa, forse anche per comprarsi una casa con giardino, in campagna, grazie al mutuo agevolato delle assicurazioni cattoliche. Ma qui mi sorge lidea che la soluzione di tutti i problemi non riempisse di gioia la signora Pucci mi sembra di no. Quando ora camminava per strada, o guardava le vetrine, o entrava in un negozio per comprarsi qualcosa, i suoi piedi andavano dove dovevano andare secondo le scadenze dellorologio, ma mai tirati da risucchi. I risucchi non vengono per compenso duna mancanza, ma come disperazioni che ti ricordano la mancanza, la vita che manca a tutti, dunque qualcosa di bruciante. Qui il racconto dice che la signora Pucci sera addormentata e aveva fatto un sogno. Sognava che per le strade cerano degli omini lamentosi che spargevano i loro lamenti sui marciapiedi. Vedeva anche le auto avvolte di lamenti, e le case e perno i bambini nelle carrozzelle ingarbugliati allo stesso modo. Sui marciapiedi si inciampava dappertutto e un omino lamentoso diceva: Stia attenta, signora, dove mette i piedi!. Anche nel vicolo del voltino cominciavano ad arrivare quegli omini lamentosi, che si tiravano dietro una coda di lamenti pi lunghi e sparsi come uno strascico. Erano dei cordoni, gi aggrovigliati dentro di s, cio come se ogni lamento fosse un groviglio di lamenti pi piccoli, e disteso per il lungo strisciava come una serpe. Poi questi si ingrovigliavano tra loro, e davano origine a un nuovo omino lamentoso con altri relativi lamenti. La citt era in mano loro. Nella sede dellassociazione cattolica e delle opere di carit tutto era coperto da grovigli lamentosi. E per molto tempo la signora Pucci non era riuscita a levarseli dalla mente. Sembravano la premonizione di qualcosa che stava per succedere, forse qualcosa di ancora peggio che avere un glio idiota.

Dovevano essere le tre, pi o meno. Sembrava che qualcuno camminasse sulla ghiaia dietro al capannone degli attrezzi: Chi sar?. Un miagolio. Era il gatto che voleva entrare per lappare il suo latte. La madre sera alzata, aveva lasciato entrare in gatto, ed era andata a sedersi sul gradino. Subito dopo un altro fruscio, anzi fruscii prolungati, ed erano quelli del materasso di paglia dove il glio si rivoltava. Sparito ogni altro rumore, si sentiva bene quel suono di paglia vecchia e secca, ogni volta che il glio si girava su un anco. A un tratto un rumore secco, qualcosa che cade sulla ghiaia, forse un vaso del nonno. Dopo quel rumore si sentiva ancora meglio il silenzio; e guardando le stelle attraverso la nestra del capannone, pareva che collaborassero alla quiete generale. Poi la madre si era alzata e deve essere andata a sedersi su un muretto in fondo allorto; e si vede che stava l a pensare, senza far neanche un movimento, e pensare, pensare. Quando era tornata nel capannone il glio russava leggermente col naso chiuso. Stava spuntando un po di luce, che arrivava dentro senza lasciar vedere le cose, ma toccando con piccoli riessi qualche punto dello stanzone. Quella luce aveva un colore che si spegneva sui muri e rimbalzava sulle le dei martelli, delle lime, delle tenaglie, tutti ben ordinati nelle loro rastrelliere lungo il muro. La madre sera seduta sullorlo del materasso, ed era rimasta ad aspettare lalba. Qui io invento tutto, si capisce, ma so cosa succede in questi momenti. Tu sei nella tua prigione, guardi dalle inferriate e vedi una punta di luce che viene da oriente; allora vai col pensiero verso quella luce, che non nessuna speranza, solo un giorno uguale a tutti gli altri che sta per cominciare. Ma questo il buono della faccenda: tu aspetti il giorno ancora una volta, senza aspettarti niente, soltanto perch ci sei, e sei l da buon carcerato come se fosse il mattino della tua liberazione.

Alle sette la madre era tornata a casa a preparare la biancheria per il glio. Gli aveva preparato un pacco con maglie e calzerotti per linverno, saponette

profumate, un mazzo di carte da gioco, dolciumi vari, tra cui un sacchetto di caramelle, e un borsino pieno di sigarette. Il padre era sbarcato dal treno alle otto, reduce da un viaggio elettorale, ed era tornato a casa a lavarsi e cambiarsi la camicia. Alle nove era andato a prendere il glio con la nuova automobile 1100, e lo aveva accompagnato allospedale quasi senza atare. Guidava la macchina nuova ammante con molta circospezione, e agli incroci lasciava passare tutti per paura di incidenti. Ogni tanto guardava il glio, che guardava fuori dal nestrino. Quel mutismo metteva a disagio il signor Pucci; il quale ha trovato solo da dirgli, due volte: Fai il bravo, eh, Aurelio?. E il glio rispondeva: S s, guardando da unaltra parte. Allospedale i grandi amici di Pucci erano il ricoverato Garagnani, ebanista, il ricoverato Bonsanti, umanista, e il ricoverato Quaglia, ladro. Garagnani era un pezzo duomo con due spalle come un armadio, calmo, posato, ottimo giocatore di scopone. Bonsanti era scrupoloso, allampanato, rispettava tutte le regole ma come giocatore di scopone una schiappa. Quaglia era piccolotto e faceva ridere con le sue battute spiritose, quando non era depresso. I quattro pi che altro passeggiavano dentro il reticolato del giardino, e stavano a scambiare saluti con altra gente dietro altri reticolati. Per il resto non sapevano mai dove andare, e andavano dove li portavano i piedi, come ai tempi delle passeggiate estive di Pucci con Bordignoni. Non trovavano un buon quarto per giocare a scopone: avevano provato a insegnarlo a Pucci ma non ci avevano cavato niente. Nel tardo pomeriggio andavano a passeggiare nella parte del giardino dove cerano molte piante, col cartellino che indicava il loro nome. Si sedevano tra le piante, una delle quali in particolare interessava a Pucci: era quella chiamata araucaria. Cresceva con dei rami pieni di aghetti come i pini, ma che sembravano le zampe dun ragno messo a testa in gi. Ai quattro piaceva che in cima agli alberi ci fossero uccelli che giravano a vuoto, e che tutto si ripetesse nella sera, pi o meno uguale e senza scopo.

Gianni Celati nato a Sondrio nel 1937. Docente di letteratura angloamericana allUniversit di Bologna, autore di traduzioni di Celine, Melville, Stendhal, Swift, Twain, London, Barthes, Holderlin e altri. Ha esordito come narratore con Comiche nel 1970, presentato da Italo Calvino. Con Narratori delle pianure ha vinto nel 1985 il Premio Cinque Scole e il Premio Grinzane Cavour. Con Avventure in Africa nel 1988 ha ottenuto il Premio Comisso. Nel 1999 alla New York University gli stato assegnato lo Zerilli-Marim Prize for Italian Fiction. Nel 2000 la Toronto University Press ha pubblicato un libro di Rebecca West sul suo lavoro trentennale di narratore, traduttore e saggista.

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associazione culturale doppiozero / via a. oravanti 3 / 20154 milano / www.doppiozero.com La notte / Gianni Celati per doppiozero / pubblicato maggio 2012 / a cura di doppiozero / redazione Luigi Grazioli / progetto graco Paola Lenarduzzi (studiopaola) / impaginazione Paolo Vigorito Il presente le pu essere usato esclusivamente per nalit di carattere personale. Tutti i contenuti sono protetti dalla Legge sul diritto dautore. doppiozero declina ogni responsabilit per ogni utilizzo del le non previsto dalla legge.