Latino
Latino
VITA: nasce a Padova nel 59 da una famiglia benestante in un momento in cui la cerchia
degli intellettuali si sta allargando oltre Roma.
OPERA: scrive un testo di storia il cui argomento sono le guerre civili si contano 142 libri
forse 150 a noi sono pervenuti35 libri e alcuni frammenti.
STRUTTURA: 1-10 prima decade
: 11-20 seconda
: 21-45 terza
: poi III e IV non pervenute
Ci sono dei riassunti chiamati periocae.
ANDAMENTO; annalistico ma esamina cose diverse avvenute quell’anno senza un
controllo accuratissimo delle fonti alla Tucidide. Si immerge nel passato per consolarsi
dell’epoca di Augusto grazie agli EXEMPLA degli uomini virtuosi.
INTENTO: moralistico: bisogna ritrovare la virtus dei tempi andati: bisogna difendere
Roma e i romani a scapito della stessa propria vita.
FONTI: Pittore Polibio Quadrigario.
MITICA RIEVOCAZIONE; trova piacere nel rievocare gli antichi exempla reali ma non c’è un
controllo scrupoloso sulla verità: non è questo il suo intento. L’esaltazione di questo
passato idealizzato é scaturita dalla concezione negativa del presente.
POSIZIONE POLITICA: repubblicano esaltatore della repubblica conservatore contrario
all’ unione politica tra populares e senatori. Si pronuncia contro le lotte intestine e vede la
corruzione della classe dirigente MA si oppone a rivendicazioni agrarie della plebe questi sono
punti di contatto con il regime augusteo.
RAPPORTO CON AUGUSTO: Augusto non era repubblicano ma di fatto si era dichiarato
restauratore di questa, non aveva fatto nulla contra mores maiorum , CRITICA LA
CLASSE DIRIGENTE.
STORIOGRAFIA: era in mano all’elitè romana ma lui è diverso: non era un senatore era un
moralista,
I DECADE: lotte patrizi e plebei le colora come lotte ottimati e popolari c’è una
attualizzazione del conflitto.
STILE: grande pathos e drammaticità. Dai discorsi dei personaggi si attingono gli exempla.
SALLUSTIO TESTO NOTO
LATINO
Omnis homines, qui sese student praestare ceteris animalibus, summā ope niti
decet, ne vitam silentio transeant veluti pecora, quae natura prona atque ventri
oboedientia finxit. Sed nostra omnis vis in animo et corpore sita est: animi
imperio, corporis servitio magis utimur; alterum nobis cum dis, alterum cum
beluis commune est. Quo mihi rectius videtur ingeni quam virium opibus gloriam
quaerere et, quoniam vita ipsa, quā fruimur, brevis est, memoriam nostri quam
maxume longam efficere. Nam divitiarum et formae gloria fluxa atque fragilis est,
virtus clara aeternaque habetur. Sed diu magnum inter mortalis certamen fuit,
vine corporis an virtute animi res militaris magis procederet. Nam et, prius quam
incipias, consulto et, ubi consulueris, mature facto opus est. Ita utrumque per se
indigens alterum alterius auxilio eget.
ITALIANO
Tutti gli uomini che ambiscono ad essere superiori agli altri esseri animati, è
opportuno che si sforzino con sommo impegno per non passare la vita senza far
parlare di sé come gli animali da gregge, che la natura plasmò piegati a terra e
obbedienti al ventre. Ma ogni nostra capacità è collocata nell'animo e nel corpo:
dell'animo usiamo il comando, del corpo piuttosto l'esecuzione; un elemento è
per noi comune con gli dei, l'altro con le bestie. Motivo per cui mi sembra più
giusto cercare la gloria con i mezzi dell'ingegno che con quelli delle forze e,
poiché la vita stessa, di cui godiamo, è breve, rendere il ricordo di noi il più
possibile lungo. Infatti la gloria delle ricchezze e della bellezza è fuggevole e
fragile, la virtù si mantiene gloriosa ed eterna. Ma a lungo ci fu tra i mortali una
grande contesa, se l'attività militare ricevesse vantaggio più dalla forza fisica o
dalla capacità della mente. Infatti c'è bisogno sia, prima che tu inizi, di
riflettere, sia, una volta che tu abbia riflettuto, di agire al momento giusto. Così
entrambi gli elementi, manchevoli per conto proprio, hanno bisogno uno
dell'aiuto dell'altro.
LATINO
Falso queritur de natura sua genus humanum, quod inbecilla atque aevi brevis, forte
potius quam virtute regatur. Nam, contra reputando neque maius aliud neque praestabilius
invenias magisque naturae industriam hominum quam vim aut tempus deesse. Sed dux
atque imperator vitae mortalium animus est. Qui ubi ad gloriam virtutis via grassatur,
abunde pollens potensque et clarus est neque fortuna eget, quippe probitatem, industriam
aliasque artis bonas, neque dare neque eripere cuiquam potest; sin captus pravis
cupidinibus ad inertiam et voluptates corporis pessum datus est, perniciosa libidine
paulisper usus, ubi per socordiam vires tempus ingenium diffluxere, naturae infirmitas
accusatur: suam quisque culpam auctores ad negotia transferunt. Quod si hominibus
bonarum rerum tanta cura esset, quanto studio aliena ac nihil profutura multaque etiam
periculosa ac petunt, neque regerentur magis quam regerent casus et eo magnitudinis
procederent, ubi pro mortalibus gloria aeterni fierent.
ITALIANO
A torto il genere umano si lamenta della propria natura, perché debole e di breve durata,
sia governata più dal caso che dalla virtù. Perché al contrario, a pensarci bene, non
potresti trovare niente né più grande né più eccellente e (potresti trovare) che alla
natura manca più l’operosità degli uomini che la forza o il tempo. Ma è l’animo la guida e
il capo supremo della vita dei mortali. E questo, quando procede verso la gloria per la
via della virtù, è molto vigoroso e potente e illustre e non ha bisogno della fortuna,
perché non può né dare né togliere a nessuno l’onestà, l’operosità e le altre buone
qualità; se invece (l’uomo), catturato da male passioni, si è dato rovinosamente
all’inerzia e ai piaceri del corpo, dopo aver goduto per poco tempo di una pericolosa
sfrenatezza, quando per mancanza di energia sono svanite le forze, il tempo, l’ingegno,
si accusa la debolezza della natura; i colpevoli addossano ciascuno la loro colpa agli
eventi. Che se gli uomini avessero tanta cura delle buone qualità, quanto è l’ardore con
cui cercano le cose estranee e che a niente gioveranno e molte anzi pericolose, non
sarebbero governati (dagli eventi ) più di quanto governerebbero gli eventi e
giungerebbero a tal punto di grandezza, che invece di mortali, diventerebbero immortali
per la gloria.
LATINO
Igitur iis genus aetas eloquentia prope aequalia fuere, magnitudo animi par, item gloria, sed alia
alii.
Caesar beneficiis ac munificentia magnus habebatur, integritate vitae Cato.
Ille mansuetudine et misericordia clarus factus, huic seueritas dignitatem addiderat.
Caesar dando subleuando ignoscendo, Cato nihil largiendo gloriam adeptus est. In altero miseris
perfugium erat, in altero malis pernicies.
Illius facilitas, huius constantia laudabatur.
Postremo Caesar in animum induxerat laborare, vigilare; negotiis amicorum intentus sua
neglegere, nihil denegare quod dono dignum esset; sibi magnum imperium, exercitum, bellum novum
exoptabat, ubi virtus enitescere posset.
At Catoni studium modestiae, decoris, sed maxime seueritatis erat; non divitiis cum divite neque
factione cum factioso, sed cum strenuo virtute, cum modesto pudore, cum innocente abstinentia
certabat; esse quam videri bonus malebat: ita, quo minus petebat gloriam, eo magis illum
assequebatur.
ITALIANO
Dunque, essi, furono pressoché uguali per età, nascita e eloquenza, pari per grandezza d’animo,
parimenti per fama ma era diversa per ciascuno dei due.
Cesare era considerato grande per i suoi privilegi e la sua generosità, Catone per la sua integrità
di vita.
Quello fu reso famoso dalla mitezza e generosità, a questo aveva aggiunto dignità il rigore
morale.
Cesare conseguì la gloria con la prodigalità, con il soccorso prestato ad altri, con il perdono,
Catone non elargendo niente. Nell’uno c’era rifugio per i miseri, nell’altro la rovina per i malvagi.
Di quello era lodata la condiscendenza, dell’altro la tenacia.
Insomma, Cesare si era proposto di lavorare, vegliare e di trascurare i propri interessi per gli
affari degli amici, non rifiutava niente che fosse adatto per essere dato in dono. Per sé
desiderava un grande potere, un esercito, una nuova guerra in cui il suo valore avesse la
possibilità di risplendere.
Catone, invece, aveva amore per la modestia, la dignità e la severità. Non lottava col ricco per la
ricchezza, né col fazioso per gli intrighi; ma con il valoroso per la virtù, con il modesto per il
pudore, con l’onesto per l’integrità. Preferiva essere retto più che sembrarlo, così che egli
quanto meno inseguiva la fama, tanto più se la guadagnava.
LATINO
Sed in iis erat Sempronia, quae multa saepe uirilis audaciae facinora commiserat. Haec
mulier genere atque forma, praeterea uiro liberis satis fortunata fuit; litteris Graecis,
Latinis docta, psallere saltare elegantius quam necesse est probae, multa alia, quae
instrumenta luxuriae sunt. Sed ei cariora semper omnia quam decus atque pudicitia
fuit; pecuniaean famae minus parceret, haud facile discerneres; lubido sic accensa, ut
saepius peteret uiros quam peteretur. Sed ea saepe antehac fidem prodiderat, creditum
abiurauerat, caedis conscia fuerat: luxuria atque inopia praeceps abierat. Verum
ingenium eius haud absurdum: posse uersus facere, iocum mouere, sermone uti uel
modesto uel molli uel procaci; prorsus multae facetiae multusque lepos inerat.
ITALIANO
Ma si trovava fra loro Sempronia, che spesso aveva compiuto imprese degne dell’audacia
maschile. Questa donna fu fortunata per stirpe e bellezza, ed inoltre per marito e per figli;
istruita nelle lettere latine e greche sapeva cantare e ballare con troppa raffinatezza rispetto
a quanto si conveniente ad una donna di buoni costumi, conosceva molti altri espedienti che
sono mezzi di licenziosità; ma le fu caro tutto più che la decenza e la pudicizia; non si sarebbe
potuto distinguere facilmente se avesse meno riguardo per il denaro o per la reputazione; era
così presa dalla passione amorosa da cercare gli uomini più spesso di quanto non ne venisse
cercata. Ma ella prima di allora aveva mancato spesso alla promessa fatta, aveva negato con
un falso giuramento di aver ricevuto del denaro in prestito, era stata complice di assassinio:
era caduta molto in basso per la sfrenatezza e la mancanza di denaro. La sua intelligenza,
però, non era limitata: sapeva comporre versi di poesia e far ridere, usare un tono modesto,
insinuante o provocante; insomma era dotata di molte arguzie e di molto spirito.
LATINO
Igitur initio reges (nam in terris nomen imperi id primum fuit) divorsi pars ingenium, alii
corpus exercebant: etiam tum vita hominum sine cupiditate agitabatur; sua cuique satis
placebant. Postea vero quam in Asiā Cyrus, in Graeciā Lacedaemonii et Athenienses coepere
urbis atque nationes subigere, lubidinem dominandi causam belli habere, maxumam
gloriam in maxumo imperio putare, tum demum periculo atque negotiis compertum est in
bello plurumum ingenium posse. Quod si regum atque imperatorum animi virtus in pace ita
ut in bello valeret, aequabilius atque constantius sese res humanae haberent neque aliud alio
ferri neque mutari ac misceri omnia cerneres. Nam imperium facile iis artibus retinetur,
quibus initio partum est. Verum ubi pro labore desidia, pro continentiā et aequitate lubido
atque superbia invasere, fortuna simul cum moribus inmutatur. Ita imperium semper ad
optumum quemque a minus bono transfertur. Quae homines arant, navigant, aedificant,
virtuti omnia parent. Sed multi mortales, dediti ventri atque somno, indocti incultique vitam
sicuti peregrinantes transiere; quibus profecto contra naturam corpus voluptati, anima oneri
fuit. Eorum ego vitam mortemque iuxta aestumo, quoniam de utrāque siletur. Verum enim
vero is demum mihi vivere atque frui animā videtur, qui aliquo negotio intentus praeclari
facinoris aut artis bonae famam quaerit. Sed in magnā copiā rerum aliud alii natura iter
ostendit.
ITALIANO
Quindi all'inizio i re (infatti nel mondo fu quello il primo nome del potere) comportandosi
diversamente esercitavano parte l'ingegno, altri il corpo: allora la vita degli uomini si
svolgeva ancora senza avidità; a ciascuno piacevano sufficientemente i propri beni. Ma dopo
che in Asia Ciro, in Grecia gli Spartani e gli Ateniesi iniziarono a sottomettere città e
popolazioni, a considerare motivo di guerra il capriccio del dominare, a identificare la
massima gloria nel massimo dominio, allora infine col pericolo e con le situazioni si
comprese che in guerra moltisimo può l'ingegno. Che se la virtù dell'animo dei re e dei
comandanti valesse in pace così come in guerra, le situazioni umane si svolgerebbero in
modo più giusto e più stabile né vedresti una cosa spostarsi da una parte un'altra da un'altra,
né tutto cambiare ed essere sovvertito. Infatti il potere si mantiene facilmente con quelle arti
con le quali all'inizio è stato procurato. Ma una volta che si sono diffuse in luogo della fatica
l'inerzia, in luogo della moderazione e dell'equità la sfrenatezza e la superbia, la fortuna
cambia insieme con i costumi. Così il potere si trasferisce sempre dal meno capace a tutti i
migliori. Le attività che gli uomini svolgono quando arano, navigano, costruiscono,
dipendono tutte dalla capacità. Ma molti mortali, dediti al ventre e al sonno, hanno trascorso
la vita da ignoranti e incolti come viandanti; per loro certamente, contro natura, il corpo fu
motivo di piacere, l'anima di peso. La loro vita e morte io le considero allo stesso modo,
poiché di entrambe si tace. Ma effettivamente a me sembra che viva infine e che sfrutti la
mente colui che occupato in qualche attività cerca la fama di un'impresa gloriosa o di una
buona arte. Ma nella grande varietà di situazioni la natura mostra a qualcuno un percorso, a
qualcuno un altro.
LATINO
Qui ubi primum adolevit, pollens viribus, decora facie, sed multo maxime ingenio validus, non se
luxu neque inertiae corrumpendum dedit, sed, uti mos gentis illius est, equitare, iaculari; cursu
cum aequalibus certare et, cum omnis gloria anteiret, omnibus tamen carus esse; ad hoc
pleraque tempora in venando agere, leonem atque alias feras primus aut in primis ferire:
plurimum facere, [et] minimum ipse de se loqui. Quibus rebus Micipsa tametsi initio laetus
fuerat, existimans virtutem Iugurthae regno suo gloriae fore, tamen, postquam hominem
adulescentem exacta sua aetate et parvis liberis magis magisque crescere intellegit,
vehementer eo negotio permotus multa cum animo suo voluebat. Terrebat eum natura mortalium
auida imperi et praeceps ad explendam animi cupidinem, praeterea opportunitas suae
liberorumque aetatis, quae etiam mediocris viros spe praedae transversos agit, ad hoc studia
Numidarum in Iugurtham accensa, ex quibus, si talem virum dolis interfecisset, ne qua seditio
aut bellum oriretur, anxius erat.
ITALIANO
Questo(Giugurta) non appena crebbe, essendo esuberante nelle forze di bell’aspetto ma valido
molto di più nell’ingegno non diede se stesso da dover essere corrotto dal lusso ne dall’inerzia.
Ma come è costume di quel popolo cavalcava e tirava d’arco; gareggiava nella corsa con suoi
coetanei e precedendo tutti nelle abilità era tuttavia caro a tutti ; a ció passava la maggior
parte del tempo nella caccia colpiva il leone e altre fiere per primo o tra i primi. Lavorava
moltissimo e parlava di se pochissimo. Da questi fatti micipsa sebbene all’inizio fosse stato
contento , ritenendo che il valore di giugurta sarebbe stato di gloria al suo regno tuttavia dopo
che capì che il giovane uomo cresceva di giorno in giorno essendo trascorsa la sua vita(in etá
avanzata) e (participio essere sottinteso) essendo i suoi figli ancora piccoli,mosso
violentemente da questa preoccupazione macinava molte cose col suo animo.
Temeva la natura dei mortali sfida dei poteri e precipitosa a soddisfare il desiderio dell’animo.
Inoltre l’opportunità della sua età ormai avanzata e dell’età dei suoi figli, che spinge anche gli
uomini non ambiziosi presi dalla speranza di un bottino, a ciò gli atteggiamenti dei numidi trepidi
nei confronti di giugurta dai quali era in ansia se avesse ucciso un tale uomo con l’inganno che
qualche sedizione o guerra potesse nascere.
compiti vacanze
Paucis interiectis diebus Sex. Tarquinius inscio Collatino cum comite uno Collatiam
venit. Ubi exceptus benigne ab (iis) ignaris consilii cum post cenam in hospitale
cubiculum deductus esset, amore ardens, postquam satis tuta circa sopitique omnes
videbantur, stricto gladio ad dormientem Lucretiam venit sinistraque manu mulieris
pectore oppresso "Tace, Lucretia" inquit; "Sex. Tarquinius sum; ferrum in manu est;
moriere, si emiseris vocem." Cum pavida ex somno mulier nullam opem, prope mortem
imminentem videret, tum Tarquinius fateri amorem, orare, miscere precibus minas,
versare in omnes partes muliebrem animum
Passati pochi giorni Sesto Tarquinio con un compagno ignaro Collatino giunse in
Collazia. Dove fu ospitato dagli ignari dell’intenzione, dopo che fu condotto dopo
cena nella camera da letto degli ospiti , ardendo d’amore, dopo che sembrava che
intorno fosse tutto sicuro e tutti fossero sopiti, stretto il gladio, si recó da
Lucrezia che dormiva ed esercitando una pressione sul petto della donna con la
mano sinistra disse << Taci, Lucrezia, sono sesto Tarquinio, ho un ferro in mano;
morirai se emettari un suono>> vedendo la donna spaventa a destata dal sommo
nessuna cosa e la morte quasi imminente, allora Tarquinio confessó il suo amore
parló, mescolava le minacce alle preghiere e le versava in tutte le parti dell’animo
della donna.
Interiacio,is,ieci,iectum,ere
[Link] duxi ductum ere
Stringo,is strinxi strictum ere
Dormo, dormis dormii dormitum ire
Morior, eris,mortus sum, mori
Immineo,es , ere
Fateor,fateris fassus sum,eri
Ubi obstinatam videbat et ne mortis quidem metu inclinari, addit ad metum dedecus:
cum mortua iugulatum servum nudum positurum ait, ut in sordido adulterio necata
dicatur. Quo terrore cum vicisset obstinatam pudicitiam velut vi victrix libido,
profectusque inde Tarquinius ferox expugnato decore muliebri esset, Lucretia maesta
tanto malo nuntium Romam eundem ad patrem Ardeamque ad virum mittit, ut cum
singulis fidelibus amicis veniant; ita facto maturatoque opus esse; rem atrocem
incidisse. Sp. Lucretius cum P. Valerio Volesi filio, Collatinus cum L. Iunio Bruto venit,
cum quo forte Romam rediens ab nuntio uxoris erat conventus. Lucretiam sedentem
maestam in cubiculo inveniunt.
Quando la vede a ostinata a non piegarsi neppure dinnanzi alla minaccia di morte
disse che avrebbe posto con la morta il servo nudo sgozzato perché si dicesse che
fosse stata uccisa in sordido adulterio.
Avendo vinto con questo terrore la ostinata pudicizia con la forza, la lividire fu in
apparenza vincitrice, è giunto lí Tarquinio essendo fiero poiché espugnato il decoro
della donna, Lucrezia afflitta invió a Roma al padre e ad ardea al marito il
medesimo messaggio per tale disgrazia, perché venissero con singoli fidati amici,
cosí era opportuno maturato il fatto (que?), era accaduta una atroce sciagura.
Spurio Lucrezia a di accompagnato da Publio Valerio, figlio di Voleso, e Collatino da
Lucio giunio Bruno, con cui per caso tornando a Roma a Roma era giunto per il
messaggio della moglie. Trovarono Lucrezia seduta mesta nella camera da letto.
Incido,is,incidi,incisum,ere
Redeo,is,ii,itum ire
Adventu suorum lacrimae obortae, quaerentique viro "Satin salve?" "Minime" inquit;
"quid enim salvi est mulieri amissa pudicitia? Vestigia viri alieni, Collatine, in lecto
sunt tuo; ceterum corpus est tantum violatum, animus insons; mors testis erit. Sed
date dexteras fidemque haud impune adultero fore. Sex. est Tarquinius qui hostis
pro hospite priore nocte vi armatus mihi sibique, si vos viri estis, pestiferum hinc
abstulit gaudium." Dant ordine omnes fidem; consolantur aegram animi avertendo
noxam ab coacta in auctorem delicti: mentem peccare, non corpus, et unde consilium
afuerit culpam abesse. "Vos" inquit "videritis quid illi debeatur: ego me etsi peccato
absolvo, supplicio non libero; nec ulla deinde impudica Lucretiae exemplo vivet."
Con l’arrivo dei suoi le lacrime sgorgarono, e all’uomo che chiedeva <<Satin in buona
salute?>> ella rispose < proprio no>>; << cose c’è infatti de certo alla donna
tralasciata la pudicizia? Impronte di un uomo sconosciuto, o Collatino, sono nel tuo
letto; il corpo restante è tanto violato, l’animo innocente; la morte sarà testimone
Tuttavia date la mano destra e fiducia che questo sarà all’adultero impunito(la
morte). Il sesto é il Tarquinio che nemico al posto di ospite la notte prima armato
armato con la violenza ha conseguito questo piacere pestifero per me e per sé se
voi siete uomini. Tutti danno per ordine fiducia. E sono consolati avvertendo la
mesta afflizione dell’animo dalla costrizione nell’autore del delitto: la ma mente
peccava non il corpo e dove non c’è consenso la colpa manca. <<voi>> disse
<<vedrete che cosa gli sarà dato: io anche se assolvo il peccato non mi sottraggo
alla pena; inoltre alcuna cosa sfrontata viva dopo l’esempio di Lucrezia.
Sedeo,es,i,sessum,ere
Oborior,Iris,obortus sum,iri
Quaero is quaesi quaesitum ere
Adverto,is adversi adversum,ere
Absolvo,is absolvi,absolutum,ere
Cultrum, quem sub veste abditum habebat, eum in corde defigit, et prolapsa
in volnus moribunda cecidit. Conclamat vir paterque.
Si inflisse nel cuore un coltello che teneva celato sotto la veste e abbattutasi
morente sulla ferita cadde morente. Marito e padre levarono grida di dolore
Brutus illis luctu occupatis cultrum ex volnere Lucretiae extractum, manantem cruore
prae se tenens, 'Per hunc' inquit 'castissimum ante regiam iniuriam sanguinem iuro,
vosque, di, testes facio me L Tarquinium Superbum cum scelerata coniuge et omni
liberorum stirpe ferro igni quacumque dehinc vi possim exsecuturum, nec illos nec
alium quemquam regnare Romae passurum'. Cultrum deinde Collatino tradit, inde
Lucretio ac Valerio, stupentibus miraculo rei, unde novum in Bruti pectore ingenium
Bruto occupati quelli nel lutto estratto il coltello dalla ferita di Lucrezia, tenendolo
grondante di sangue davanti a sè disse << per questo castissimo sangue giuro
davanti alla ingiuria regia, e voi dei faccio miei testimoni possa io Lucio Tarquinio
superbo con la scellerata coniuge e tutta la stirpe dei figli perseguitare in ogni dove da
ora in avanti col fuoco e colla spada violentemente, diede poi il coltello a collatino, poi a
Lucrezia e Valerio, che si stupivano per quel miracolo, il nuovo animo nel petto di
bruto.
Ut praeceptum erat iurant; totique ab luctu versi in iram, Brutum iam inde ad
expugnandum regnum vocantem sequuntur ducem.
Come era precetto giurarono; e tutti versati nell’ira dal lutto, Bruto ormai seguivano
come guida che incitava a espugnare il regno
Abdo,is abdidi,abditum,ere
Defigo,defigis,defixi,defictum,ere
Cado,is ,cecidi,ere
Extraho,is,traxi,tractum,ere
Patior,eris,passus sum,i
Trado,is tradidi,traditum ere
Stupeo,es,ui,ere
Quod pertinaciter studes et hoc unum agis, ut te meliore m cotidie
facias, et probo et gaudeo, nec tantum hortor ut perseveres sed etiam
rogo. Illud autem te admoneo, ne eorum more qui non proficere sed
conspici cupiunt facias aliqua quae in habitu tuo aut genere vitae
notabilia sint; asperum cultum et intonsum caput et neglegentiorem
barbam et indict um argento odium et cubile humi positum et quidquid
aliud ambitionem per versa via sequitur evita. Satis ipsum nomen
philosophiae, etiam si modest e tractetur, invidiosum est: quid si nos
hominum consuetudini coeperimus excerpere?
Dal momento che ti impegni tenacemente e tralasciate tutte le cose fai
solo questo affinche tu renda te stesso migliore di giorno in giorno, sia io
lo approvo sia ne sono lieto e non solo ti esorto a perseverare ma anche
te lo chiedo. Ammonisco tuttavia te di cio: conformemente al costume di
coloro che non desiderano migliorare ma farsi vedere non fai alcune cose
che nel tuo atteggiamento o nel tuo modo di vivere sono appariscenti: evita
un aspetto trasandato, una capigliatura non curata una barba troppo
incolta, un odio dichiarato per l argento, un giaciglio posto a terra e
qualsiasi cosa che segue la ambizione per una via perversa. Abbastanza e
detestato il nome della filosofia anche se praticato con modestia ; che
cosa accadra se non riusciamo a toglierci dalla consuetudine degli uomini?
Studeo,es, studui,ere
Gaudeo,es,gavisus sum,gavisum,gaudere
Hortor hortaris,hortatus sum,hortari
Proficio,proficis,profeci, profectum,proficere
Conspicio,exi,ectum,ere
Tracto,as,avi,atum,are
Excerpo,is,excerpsi,excerptum,ere
Coepio,coepis,coepere
Cupio,cupis,cupii,cupitum cupere
Indico,is,indixi,indictum,indicere
Intus omnia dissimilia sint, frons populo nostra conveniat. Non splendeat
toga, ne sordeat quidem; non habeamus argentum in quod solidi auri
caelatura descenderit, sed non putemus frugalitatis indicium auro
argentoque caruisse. Id agamus ut meliorem vitam sequamur quam vulgus, n
on ut contrariam: alioquin quos emendari volumus fugamus a nobis et aver
timus; illud quoque efficimus, ut nihil imitari velint nostri, dum timent ne
imit anda sint omnia. Hoc primum philosophia promittit, sensum communem, h
umanitatem et congregationem; a qua professione dissimilitudo nos separ
abit. Videamus ne ista per quae admirationem parare volumus ridicula et o
diosa sint.
Dentro sia tutto diverso,la nostra fronte si adatti a quella della gente.
Non splenda la toga, e neppure sia sordida, non abbiamo argrnto in cui sia
discesa una cesellatura di oro massiccio ma non conserviamo indizio di
frugalita essere privi di oro o di argenti. Facciamo in modo di seguire una
vita migliore di quella del volgo, non in modo che sia contraria altrimenti
quelli che vogliamo che si correggano li allontaniamo da noi e li scostiamo ;
ma produciamo anche quel risultato cioe che non. Vogliono imitare niente di
noi mentre temono che non siano da imitare tutte le cose. Per prima cosa
cio promette la filosofia senso comune umanita e socievolezza e da
questa professione la diversita ci terra lontani. Prevediamo che queste
stesse cose attraverso le quali vogliamo procurarci ammirazione non siano
ridicole e odiose.
Splendeo,es,ere
Sordeo,es,ere
Descendo,is,descendi, descensum
Careo,es,ui,carere
[Link],promisi,promissum,promittere
Abeo,is,ii itum,ire
[Link],volui velle
Nolo non vis nolui nolle
Malo mavis malui malle
Puto as avi atum are
Tum e imia corporis magnitudine in vacuum pontem Gallus processit et quantum ma ima voce
potuit «Quem nunc» inquit «Roma virum fortissimum habet, procedat agedum ad pugnam, ut
noster duorum eventus ostendat utra gens bello sit melior».
Diu inter primores iuvenum Romanorum silentium fuit, cum et abnuere certamen vererentur et
praecipuam sortem periculi petere nollent, tum T. Manlius L. filius, qui patrem a ve atione tribunicia
vindicaverat, e statione ad dictatorem2 pergit; «Iniussu tuo» inquit, «imperator, e tra ordinem
nunquam pugnaverim, non si certam victoriam videam: si tu permittis, volo ego il i beluae ostendere,
quando adeo fero praesultat hostium signis, me e ea familia ortum quae Gallorum agmen e rupe
Tarpeia deiecit3». Tum dictator «Macte virtute» inquit «ac pietate in patrem patriamque, T. Manli,
esto. Perge et nomen Romanum invictum iuvantibus dis praesta».Armant inde iuvenem aequales;
pedestre scutum capit, Hispano cingitur gladio ad propiorem habili pugnam.
TRADUZIONE DI MANLIO TORQUATO
Allora gallo dalla straordinaria grandezza del corpo procedette sul ponte deserto e con quanto
fiato avesse in gola disse ora l’uomo fortissimo che ha Roma, proceda verso la battaglia da
portare a termine di modo che il nostro successo possa far dei due il popolo che è migliore in
battaglia.
A lungo tra i giovani Patrizi romani ci fu silenzio, non usando rifiutare la gara e non volendo.
Bramare la straordinaria sorte del pericolo, allora Tito ma Niglio figlio che aveva vendicato il
padre dalla vessazione dei tribuni della plebe, si diresse dalla guarnigione E presso il dittatore e
disse senza il tuo ordine o generale mai combatterò fuori dalla tua volontà neppure se vedessi
la vittoria certa se tu mi permetti io. Voglio mostrare a quella bestiadal momento che così fiero
saltella in segno di scherno davanti alle insegne nemiche, io fui alzato da quella famiglia che la
schiera dei Galli gettò dalla rupe tarpea. Allora il dittatore disse Tu sia onorato con virtù e pietà
nel padre e nella patria o Tito Manlio vai e offre il nome dei romani come popolo mai vinto
Con gli dei favorevoli. I compagni li aiutarono il giovane ad armarsi prese lo scudo davanti e si
cinse con un ferro ispanicoPiù adatta allo scontro prossimo.
Peropportune mihi redditae sunt litterae tuae quibus flagitabas, ut tibi aliquid e scriptis meis mitterem,
cum ego id ipsum destinassem. Addidisti ergo calcaria sponte currenti, pariterque et tibi veniam recusandi
laboris et mihi e igendi verecundiam sustulisti. Nam nec me timide uti decet eo quod oblatum est, nec te
gravari quod depoposcisti. Non est tamen quod ab homine desidioso aliquid novi operis e spectes. Petiturus
sum enim ut rursus vaces sermoni quem apud municipes meos habui bibliothecam dedicaturus. Memini
quidem te iam quaedam adnotasse, sed generaliter ideo nunc rogo ut non tantum universitati eius attendas,
verum etiam particulas qua soles lima persequaris. Erit enim et post emendationem liberum nobis vel
publicare vel continere.
TRADUZIONE
A proposito a me è stata consegnata la tua lettera Per la quale mi sollecitavi a inviarti qualcosa
tra i miei scritti, ma io questo stesso avevo stabilito. Aggiungesti dunque calce volontariamente a
chi già correva, e ugualmente sia offristi a te perdono di rifiutare la fatica e a me il ritegno di
esigerla. Infatti nè timidamente come a me conviene usufruire di ciò che è offerto nè a te
essere opresso ciò che affannava. Tuttavia non è che ti aspetti da un uomo ozioso qualcosa di
una nuova opera. Ti sto per chiedere infatti se di nuovo vaghi nel discorso che presso i cittadini dei
miei municipi ritenni che si sarebbe dedicato alla biblioteca. Mi ricordai certamente che tu già
qualcosa avessi annotato, ma generalmente per questo motivo ora ti chiedo non tanto di prestare
attenzione alla totalità, bensì i particolari che sei solito ad aver sempre perseguito oppure a
perseguire sempre. Noi avremmo infatti il libro anche dopo la correzione da pubblicare e conservare.
COMPLETIVE
Quod ut ut non int ind quonimus? Timendi
MANLIO TORQUATO
Armatum adornatumque adversus Gallum stolide laetum et – quoniam id quoque memoria dignum
antiquis visum est – linguam etiam ab inrisu exserentem producunt. [6] Recipiunt inde se ad
stationem; et duo in medio armati spectaculi magis more quam lege belli destituuntur, nequaquam
visu ac specie aestimantibus pares. [7] Corpus alteri magnitudine eximium, versicolori veste pictisque
et auro caelatis refulgens armis; media in altero militaris statura modicaque in armis habilibus magis
quam decoris species; [8] non cantus, non exsultatio armorumque agitatio vana sed pectus
animorum iraeque tacitae plenum; omnem ferociam in discrimen ipsum certaminis distulerat. [9] Ubi
constitere inter duas acies tot circa mortalium animis spe metuque pendentibus, Gallus velut moles
superne imminens proiecto laeva scuto in advenientis arma hostis vanum caesim cum ingenti sonitu
ensem deiecit
TRADUZIONE
Lo schierarono armato e rifornito contro gallo che gioiva stolidamente e poichè Anche questo agli
antichi sembrò essere degno di memoria (Gallo) che in segno di scherno tirava fuori la lingua. Poi si
ritrovarono presso la guarnigione e due armati in mezzo furono posti più per il costume dello
spettacolo che per la legge della guerra , Niente affatto stimabili pari per il viso o le sembianze, il
corpo dell’uno il ustre per la grandezza, rifulgendo per le armi cesellate d’oro e la veste dipinta di vari
colori, nell’altro media statura militare e Modica nelle armi maneggevoli più che di aspetto della
[Link] il canto non l’esortazione e l’agitazione delle armi vana ma è il petto o sentimento degli
animi E dell’ira tacita pieno, Tutta la ferocia era stata disposta Nello stesso momento della lotta.
Quando oppure dove si posero tra le due schiere un tot vicino ai mortali. Essendo sospesi gli animi
tra la speranza e la paura, il gallo come se. La sua mole abbattendosi da sopra Proiettato con la
mano sinistra lo scudo verso le armi del nemico che stava sopraggiungendo Scagliodi taglio la spada
invano Con cioè producendo un suono prorompente
Cruel world was the very motive of the entire album : it set the tone for the record, kanas
favorite,
Originally malincolia. He never says anything because he’s very quite but eventually she worked the
song
Shades of cool e body’s an underground giazz sound she’s a big fan
Brooklyn baby causal loose feeling, reminiscing the days while she listened to his bf vinyls it was a
nod.
West coast is an extension of her feelings it started with the the west coast based song, cruel
world, Brooklyn was west coast but slower.
Sad girl because there are things beyond her control sometimes she does things she wants above
things that she should do. Similar shades of cool.
Pretty when you cry: the intention was really there: emotion over the sound. Record organic,
different,
Money power glory is a sarcastic response to what she felt was going on she would get infamy
rather than fakm.
Fuck my way up to the top: problematic to talk about, an element of surprise about the way
things were going which is reflected by the boa calls being soft but the. Beat very hard, there I a
sense of confusion , she was confused.
Old money: most idealic, based on fanatic snapshots, channeling something nostalgic
Other woman start with giazz and end it with giazz, Nina Simone. What has shaped her.
actors and actions
Share my body and my mind with you It’s a new begging for her, a new
That's all over now
SHE : shared her body and
Did what I had to do mind , did what she had to do.
'Cause you're so far past me now She’s finally happy now that
Share my body and my life with you he’s gone. Got her little party
That's way over now dress on, she’s the best, crazy.
There's not anymore I can do His Bible and gun . She found
You're so famous now
Got your bible, got your gun another man
And you like to party and have fun HIM: he’s Far past her NOW. .
And I like my candy and your women He’s so famous. he likes to
I'm finally happy now that you're gone party and have fun, likes her
Got my little red party dress on
Everybody knows that I'm the best
candy and his women ,
I'm crazy bourbon suburban G wild free.
Get a little bit of Bourbon in 'ya Dance in circles around her,
Get a little bit suburban he’s crazy FOR HER
And go crazy
Because you're young, you're wild, you're free
You're dancing circles around me
You're fucking crazy
Oh, you're crazy for me
I shared my body and my mind with you
That's all over now
I did what I had to do
I found another anyhow
Shared my body and my mind with you
That's all over now
I did what I had to do
I could see you leaving now
I got your bible and your gun
And you love to party and have fun
And I love your women and all of your heroin
And I'm so happy now that you're gone
Got my little red party dress on
Everybody knows that I'm a mess
I'm crazy
Get a little bit of Bourbon in 'ya
Get a little bit suburban
And go crazy, yeah yeah
Because you're young, you're wild, you're free
You're dancing circles around me
You're fucking crazy
Oh, you're crazy for me
Got your bible and your gun
You like your women and you like fun
I like my candy and your heroin
And I'm so happy, so happy now you're gone
Got my little red party dress on
Everybody knows that I'm the best
I'm crazy, yeah yeah
Get a little bit of Bourbon in 'ya
Get a little bit suburban
And go crazy, yeah yeah
Because you're young, you're wild, you're free
You're dancing circles around me
You're fucking crazy
Oh oh, you're crazy for me
Oh oh, ou're crazy for me
Placuit igitur oratorem ad plebem mitti Menenium Agrippam, facundum virum et quod inde oriundus
erat plebi carum. Is intromissus in castra prisco il o dicendi et horrido modo nihil aliud quam hoc
narrasse fertur: tempore quo in homine non ut nunc omnia in unum consentiant, sed singulis
membris suum cuique consilium, suus sermo fuerit, indignatas reliquas partes sua cura, suo labore
ac ministerio ventri omnia quaeri, ventrem in medio quietum nihil aliud quam datis voluptatibus
frui; conspirasse inde ne manus ad os cibum ferrent, nec os acciperet datum, nec dentes quae
acciperent conficerent. Hac ira, dum ventrem fame domare vellent, ipsa una membra totumque
corpus ad extremam tabem venisse. Inde apparuisse ventris quoque haud segne ministerium esse,
nec magis ali quam alere eum, reddentem in omnes corporis partes hunc quo vivimus vigemusque,
divisum pariter in venas maturum confecto cibo sanguinem. Comparando hinc quam intestina
corporis seditio similis esset irae plebis in patres, flexisse mentes hominum.
Quin immo fortasse hanc ipsam cunctationem nostram in alterutram sententiam emendationis ratio
deducet, quae aut indignum editione dum saepius retractat inveniet, aut dignum dum id ipsum
experitur efficiet. Quamquam huius cunctationis meae causae non tam in scriptis quam in ipso
materiae genere consistunt: est enim paulo quasi gloriosius et elatius. Onerabit hoc modestiam
nostram, etiamsi stilus ipse pressus demissusque fuerit, propterea quod cogimur cum de munificentia
parentum nostrorum tum de nostra disputare.
TRADUZIONE
Che anzi forse la qualità della correzione determinerà questa nostra stessa incertezza verso l’una o
l’altra sentenza che o troverà il discorso indegno della pubblicazione mentre lo riprenderete in mano
oppure degno lo renderà mentre tenta proprio ciò.
Tuttavia le cause di questa mia incertezza si trovano non tanto negli scritti quanto nel genere
stesso della materia letteraria. Infatti è un po’ troppo glorioso ed elevato per così dire. Questo
impreziosire la nostra modestia anche se lo stile sarà semplice e trattenuto Per il fatto che siamo
costretti a trattare riguardo sia alla generosità dei nostri padri sia riguardo alla nostra generosità
In tanta tamque corrupta civitate Catilina, id quod factu facil umum erat, omnium flagitiorum atque
facinorum circum se tamquam stipatorum catervas habebat. Nam quicumque inpudicus, adulter, ganeo
manu, ventre, pene bona patria laceraverat quique alienum aes grande conflaverat, quo flagitium aut
facinus redimeret, praeterea omnes undique parricidae, sacrilegi, convicti iudici s aut pro factis iudicium
timentes, ad hoc, quos manus atque lingua periurio aut sanguine civili alebat, postremo omnes, quos
flagitium, egestas, conscius animus exagitabat, i Catilinae proxumi familiaresque erant. Quod si quis
etiam a culpa vacuus in amicitiam eius inciderat, cotidiano usu atque il ecebris facile par similisque
ceteris efficiebatur. Sed maxume adulescentium familiaritates adpetebat: eorum animi molles etiam et
fluxi dolis haud difficulter capiebantur. Nam ut cuiusque studium ex aetate flagrabat, ali s scorta
praebere, ali s canes atque equos mercari; postremo neque sumptui neque modestiae suae parcere,
dum il os obnoxios fidosque sibi faceret. Scio fuisse nonnullos, qui ita existumarent: iuventum, quae
domum Catilinae frequentabat, parum honeste pudicitiam habuisse; sed ex ali s rebus magis, quam
quod cuiquam id compertum foret, haec fama valebat.
In una città così grande e tanto corrotta Catilina, ciò che era facile a farsi, aveva attorno a se
mucchi di tutti i deliquinenti e i facinorosi come guardie del corpo. Infatti erano molto vicini e
amici di Catilina chiunque impudico adultero aveva dissipato nell’osteria nella violenza nel ventre quasi
tutti i beni paterni, e chi aveva determinato un grande debito con cui pagare un fatto criminoso
o un delitto, inoltre tutti da ogni parte assassini sacrileghi, condannati in giudizio o che temevano
davanti alle loro azioni un giudizio, a ciò chi la violenza e la lingua alimentava con lo spergiuro o
col sangue civile, infine tutti quelli che un’azione malvagia, la povertà, la coscienza agitava.
Perciò se qualcuno (altro) anche privo di colpa( innocente) era caduto nellamicizia di lui, diventava
uguale e simile a tutti gli altri, con la frequentazione quotidiana e delle azioni il ecite.
Tuttavia soprattutto ricercava le amicizie dei giovani: i loro cuori, deboli ancora e non stabili erano
catturati facilmente dalle lusinghe.
Infatti come il desiderio di ciascuno per l’età di manifestava, Catilina agli uni offriva le prostitute,
ad altri regalava cani e cavalli, infine non risparmiava ne il denaro ne il suo buon nome, finché pur
di renderli rendeva quelli asserviti e fedeli a se.
Io so per certo che ci sono stati alcuni tali che così stimavano tale gioventu che frequentava la
casa di Catilina che aveva avuto la pudicizia poco onestamente, ma questa diceria valeva da altre
cose più di quello che a qualcuno era noto per certo.
Redimo redimis redemi redemptum ere
Convinco Vincis vici victum vincere
Alo is alui altum ere
Incido invidia incidi incidere
Incido incidis incidi incisum incidere
Peto petis petii petitum ere
Praebeo es bui bitum ere
Parco is peperci persum parcere
Vallo es ui itum ere
Proemio 406
Ritratto di Sempronia 479
Confronto Cesare e catone
Ritratto di Catilina 477
CICERONE AD FAMILIARES
Io credo che l’inverno abbia impedito che
avessimo meno di certo riguardo a te che
cosa facessi o, ancora più importante, dove
fossi.
Tutti ciononostante dicevano (credo ciò che
volevano) che tu fossi in Siria, e disponessi di
truppe.
Questa cosa perciò era creduta con più
facilità perchè sembrava simile al [Link]
nostro Bruto certamente consegui una
impareggiabile lode. Fece cose tanto notevoli
altrettanto inattese come quelle, essendo
gradite di per sè, più stimabili per la celerità.
Poiché se tu tieni le cose che noi riteniamo,
la Repubblica è assicurata da un ingente
sostegno.
Infatti dalla costa estrema della Grecia fino
Già era complessivamente assediato da poche truppe, all’Egitto, saremo difesi dall’autorità suprema
poichè Antonio teneva la bononia con una grande ottimi cittadini e dalle truppe. Sebbene, se
scorta. Tuttavia il nostro Irzio si trovava a claterna, non mi deludeva, la cosa stava così : il
al foro Cesare cornelio, ciascuno dei due con un saldo discrimine di tutta la guerra sembrava posto
esercito, e pansa a Roma allestì immense truppe dal nelle mani di Bruto. Questo se, come
reclutamento dell’Italia. L’inverno aveva finora speravamo, fosse venuto allo scoperto a
impedito che si facesse alcuna impresa Modena, non sembrerebbe esserci nient’altro d
restante (da fare).
9] Igitur domi militiaeque boni mores colebantur; concordia maxima, minima avaritia erat; ius
bonumque apud eos non legibus magis quam natura valebat. Iurgia discordias simultates cum
hostibus exercebant, cives cum civibus de virtute certabant. In suppliciis deorum magnifici,
domi parci, in amicos fideles erant. Duabus his artibus, audacia in bello, ubi pax evenerat
aequitate, seque remque publicam curabant. Quarum rerum ego maxima documenta haec
habeo, quod in bello saepius vindicatum est in eos, qui contra imperium in hostem pugnaverant
quique tardius revocati proelio excesserant, quam qui signa relinquere aut pulsi loco cedere
ausi erant; in pace vero quod beneficiis magis quam metu imperium agitabant et accepta iniuria
ignoscere quam persequi malebant.
[10] Sed ubi labore atque iustitia res publica crevit, reges magni bello domiti, nationes ferae et
populi ingentes vi subacti, Carthago aemula imperi Romani ab stirpe interiit, cuncta maria
terraeque patebant, saevire fortuna ac miscere omnia coepit
Allora in pace e in guerra si coltivavano i buoni costumi, la concordia era al massimo grado,
l’avidità era al minimo, la legge è l’onestà valevano presso di loro non tanto per le leggi quanto per
la natura. [2] Esercitavano contro i nemici ostilità, discordie e contese, i cittadini combattevano
contro gli altri cittadini per riguardo alla virtù. nelle offerte agli dei erano splendidi, in casa
parsimoniosi/ sobri nella vita privata, nei confronti degli amici erano fedeli. [3] Con queste due
abilità, l’audacia in guerra, l’equità, quando si era compiuta la pace, curavano sia se stessi sia lo
Stato. [4] Io di queste cose ho come massima documentazione queste cose, cioè che in guerra ci si
vendicò più spesso contro coloro che avevano combattuto i/ contro i nemici (andando) contro ad
un ordine e che, richiamati, erano usciti dal combattimento troppo lentamente, piuttosto che coloro
che avevano osato lasciare le insegne o,scacciati, abbandonare il luogo; [5] in pace invero, poiché
esercitavano il comando più con i benefici che con la paura, e ricevuta un offesa, preferivano
perdonare piuttosto che punire.
[10.1] Ma quando lo Stato crebbe con il lavoro e con la giustizia , furono sottomessi in guerra
grandi re, nazioni barbare e furono assoggettati con la forza grandi popoli, Cartagine, emula
dell’impero romano, andò in rovina dalle fondamenta, erano aperti tutti i mari e le terre, la fortuna
incominciò ad inferire e a sconvolgere tutte le cose.
Conmitto conmittis conmisi conmissum conmittere Vivo vivis vixi victum ere
Doceo doces docui doctum docere Intendo is intendi intentum ere
Psallo psallis psalli psallere Quaero quaeris quaesivi quaesitum ere
Parco is peperci parsum ere Ostendo is ostendi ostentum ere
Cerno is crevi cretum cernere
Peto is petii petitum ere
Accendo accendis accendi accensum ere
Prodo is didi ditum ere
Moveo es movi motum ere
PRODUZIONE LeTTERARIA: 41 30: sermones o satire nel primo 10 satire nel secondo 8. Il secondo libro
e pubblicato nel trenta stesso anno in cui pubblica gli epodi in cui c’è traccia di una crisi per la
sconfitta dei cesariani vista come sconfitta personale.
23 pubblica tre libri di odi che comprendono 88 liriche incomplete . Nel 17 carmen secolare e nel 13
quarto libro delle odi nel 13.
Negli stessi anni delle odi scrive le espostole . Il primo libro dove ci sono venti complimenti viene
pubblicato nel venti il secondo libro con solo due espostole viene scritto tra il 19 e il 13. Alcuni
fanno rientrare nelle espitole lars poetica in cui parla sia della ars che dell artefice c’è l’importante
tema della armonizzazione della ars e dellingenium.
Propemptikon: mevio prendi viaggio e affonda in viaggio ma non sappiamo chi è: sembra un attacco
alla persona ma fino a un certo punto, non si sa niente di questo, per alcuni è una sorta di
scherzo.
Due libri uno dieci l’altro otto. DATE?.
Nella vulgata Orazio e il poeta dellewuilibrio, Catullus e il giovane pulsavo, che esplode di vita. Lui è
il poeta della maturità , e anche un moralista , il moralismo di Orazio nasce da un buon senso
pratica, la sua filosofia nasce dalle esperienze concrete . C’è un moralismo , un atteggiamento
bonario, non aggressivo, riflessivo . Questo mutamento e dato da una cosa della vita ?
FILOSOFIA:
E una morale bonaria basata appunto anche su un buon senso, sulla tradizione famigliare sulla
quotidianità .
Non ti preoccupare della ammirazione della folla : è una morale per pochi elitaria. L’elemento elitario
dell’intelletto e del comportamento mroale e proprio di Orazio . Detesto il volgo profano , quello
che non ha accesso alla profondità delle cose, e una filosofia per pochi.
La satira curiosamente e tutta romana non casualmente lui si è rifatto alla aggressività della
arcadia?
Autarkeia: epicureiana, e la indipendenza dalla voluptas, la capacità di non abbandonarsi ai piaceri
attraverso una autosufficienza interiore .
Metriotes capacità di stare nel giusto mezzo in medio stat virtus.
Sono elementi filosofici antichi ma si riconoscono come centrali nella filosofia di Orazio.
Influsso epicureismo, capiamo quindi anche l’atteggiamento di moralismo bonario di buon senso vs
rigorismo degli stoici .
Ci sono anche delle satire in cui si parla della corrispondenza intellettuale della Unione di spiriti, cioè
della filia come condivisione di interessi e visione comune del mondo .
SECONDO LIBRO
scompare l’elemento autobiografico che nel primo libro permetteva di porsi come modello positivo
in opposizione ai modelli Messi in scena. A questo punto l’io del poeta appare meno sicuro delle sue
verità, più problematico: prevale la forma dialogica rispetto a quella narrativa: non è che non C’è
presa di posizione, vengono recepiti più punti di vista, ma ci accorgiamo che questo è condannato.
Contenutisticamente è differente rispetto al primo libro.
35
Pochi e pressappoco ciascuno cittadino ottimo era d’accordo con Annone., ma la maggior parte vinse
quella migliore, come spesso accade. Annibale mandato in Spagna per prima cosa subito con il suo
arrivo volse a sè tutto l’esercito, i soldati veterani credettero che Amilcare da giovane fosse stato
restituito a loro vantaggio. Lo riconobbero poichè aveva (letteralmente avente) lo stesso identico
vigore nel volto e l’ardore negli occhi e lineamenti del viso. E poi brevemente fece in modo che Il
padre si recasse da lui nel minor tempo possibile per conciliare il favore(dei soldati) OPPURE fosse nei
suoi confronti di minor peso possibile per conciliare il favore (dei soldati).
Mai fu adatta pari natura in merito a cose completamente diverse l’obbedire e il comandare. E così
non facilmente capiresti chi dei due fosse più caro alL’esercito o al generale.
Nè a Struve Ale preferiva mettere a capo qualcun altro quando. Bisognava agire più fortemente e
strenuamente, nè i soldati confidarono o osarono di più sotto un’altra guida. Moltissimo di audacia
per affrontare i pericoli E moltissimo di avvedutezza c’era tra questi stessi pericoli. Da nessuno
sforzo o il corpo poteva essere stremato o l’animo poteva essere [Link] per capacità di
sopportare il caldo il [Link] misura del mangiare e del bere veniva determinata dal bisogno naturale
non dall’ingordigia. I momenti del sonno e della veglia non erano distinti nèdal giorno nè dalla notte.
Ciò che avanzava. Nelle azioni da sbrigare era dato alla quiete. E quelli ne da un morbido giaciglio nèdal
silenzio erano procurarti.a molti spesso lo videro che giaceva a terra coperto dal mantello militare tra
le sentinelle e le guarnigioni dei soldati
H
Livio libro quinto
[41] Romae interim satis iam omnibus, ut in tali re, ad tuendam arcem
compositis, turba seniorum domos regressi aduentum hostium obstinato ad
mortem animo exspectabant. Qui eorum curules gesserant magistratus, ut in
fortunae pristinae honorumque aut uirtutis insignibus morerentur, quae
augustissima uestis est tensas ducentibus triumphantibusue, ea uestiti medio
aedium eburneis sellis sedere. Sunt qui M. Folio pontifice maximo praefante
carmen deuouisse eos se pro patria Quiritibusque Romanis tradant.
A Roma frattanto ormai essendo tutti abbastanza intenti a difendere la cittadella come in una tale
situazione (per quello che era possibile) una folla di vecchi tornati a casa aspettavano l’avvento dei
nemici con animo ostinato alla morte.
coloro che tra essi avevano detenuto magistrature curuli Per morire con addosso le insegne
dell’antica fortuna degli onori e del valore, la veste che è augustissima per coloro che guidano i
carri e celebrano trionfi vestiti sì di quella si sedettero Nel mezzo della casetta su seggiole di
Avorio.
Ci sono coloro che tramandano che Marco folio pontefice massimo pronunciando una
preguiera(voto sacro) di essere devoti alla patria e ai quiriti romani cittadini romani
tŭĕor], tŭēris, tuitus sumtŭēri, mŏrĭor], mŏrĕris, mortuus sum, mŏri sĕdĕo], sĕdes, sedi, sessum, sĕdēre
compōno], compōnis, composui, compositum, compōnĕre praefor], praefāris, praefatus sum, praefāri
LE ODI
Sono poesie di altissimo livello.
MODELLO: alceo per l’amore è per il simposio. In Orazio il simposio e però una convenzione letteraria , non è più
fisicamente.
Anacreonte per la malinconia, la percezione del tempo che fugge.
Saffo: motivi lirici e metrici , ma non per l’intensità della passione vs equilibrio oraziano. Saffo vs alceo, vince
alceo.
Pindar o: poesia sublime, impegnata , voli pindarici: si eleva con salti anche di ordine temporale contenutistico .
Lars la tecnica : arriva a certi risultati solo in virtù di una tecnica puntigliosa
IMITATIO
Poesia allusiva: dove ci sono richiami testuali ad altri autori. La poesia di Orazio e fortemente allusiva. Non è una
citazione peddisequa aderenza a forma istituzionalizzata di un genere con tecniche specifiche : appellativi ,
narratore onnisciente etc... quando parliamo di imitazione vuol dire anche riprendere in maniera marcata gli
elementi costitutivi del genere lirico di questi autori. Vengono recepite le tecniche che caratterizzano il genere
lirico. Quindi non è un recepire senza creatività: e un recepire gli stilemi del genere e poi esprimersi anche
coerentemente col proprio ambiente la prioria attività etc.. vengono adattati temi squisitamente contemporanei :
l’amore dei romani giovinetti espressi attraverso un genere , e quindi una serie di tecniche specifiche, IMITATE.
Ego primus: io per primo ho trasferito la poesia eolica nei ritmi italici. La rivendicazione di originalità e proprio
riferita al momento in cui afferma di fare riferimento alla poesia greca. Abbiamo solo frammenti dei lirici greci ,
quindi non capiamo fino a che punto è stata praticata questa IMITATIO , per esempio, non sappiamo quanto
intensivamente abbia citato questi autori, perché mancano molte opere complete. Possiamo supporr che
fosse ,però, piuttosto frequente . Questo però non significa una citazione peddisequa senza originalità : si declina la
poesia a un ambito squisitamente romano, esprimendosi attraverso un genere imitato.
LEX OPERIS
Scrive in un genere le cui regole vengono rispettate, tuttavia deve tenere conto le aspettative del destinatario, e
sodisfando queste aspettative, il destinatario stesso riuscirà a fare il confronto tra l’autore e gli autori precedenti
imitati.
TEMI
Estrema varietà metrica e di temi . Tema dell’erotismo che non vede un coinvolgimento passionale, piuttosto
l’amore viene associato alla giovinezza, al tempo perduto , e di conseguenza un motivo da cui bisogna prendere le
distanze quando si cresce. Egli dunque guarda a questo momento con una certa malinconia. Alcune altre volte
vengono rappresentate con modalità stereotipate : l’incontro le sceneggiate le schermaglie e così via...
tema religioso: e visto in ottica epicurea.
Tema del Simposio: e una finzione letteraria dovuta dall aderenza ad un genere greco che invece prevedeva il
simposio fisicamente. Tema gnomico: sulla morte sul tempo, connesso al simposio. E qui che riconosciamo la sua
visione del mondo. Angolus: dimensione protetta e intima dove l’autore si rifiugiamdsi mali del mondo.
FILONI
1)motivi ricorrenti
2)filosofia, ideologia: epicureismo. È percepito come il poeta come il poeta dell’equilibrio . La sua visione del mondo
e nata da una ricerca acquisita precedentemente : e quindi un dato, non viene spiegato nei dettagli , sono frutto di
uno studio individuale . Autarcheia e metriotes. Questo equilibrio però è precario: sempre sottoposto alla dolorosa
fugacità del tempo, all’attesa della morte. Funestus veternus: elemento depressivo .
Capre diem: nonostante il tempo fugga (elemento depressivo) , bisogna comunque cogliere l’attimo, ricercare
quello di positivo che ti offre il mondo ogni giorno. PERCHÈ NON SPIEGA ??
Cicerone de officis
E poiché non furono attribuiti gli stessi uffici ai dispari per età e Alcune cose sono dei giovani e le altre sono dei
vecchi. Qualche cosa bisogna dire riguardo a questa distinzione. Cosí È proprio dell’adolescente i maggiori di età
venerare e da questi designare ottimi e probissimi. Della cui avvedutezza e autorità aspirino ardentemente.
L’inesperienza infatti dell’età giovanile deve essere rafforzate retta dalla saggezza degli anziani anziani
tuttavia soprattutto questa età dalle passioni bisogna contenere e bisogna che venga esercitata nella fatica e
nella pazienza sia dell’animo sia del corpo affinché di quelli sia. Negli uffici civili che in quelli di guerra fiorisca
la operosità. E anche volendo a sciogliere gli spiriti E concedersi alla letizia, assicurino l’intemperanza, si
ricordini e della discrezione, poiché sarà più facile, se in cose di tale genere i più anziani non fossero favorevoli
a prendere parte. Poi sembra che gli anziani debbano diminuire le fatiche del proprio corpo devono anche
aumentare gli esercizi della mente , devono invero adoperarsi ad aiutare sia gli amici sia i giovani e soprattutto
lo stato col consiglio e com la saggezza.
I vecchi poi non devono evitare nulla più dal darsi alla pigrizia e allineezia . Inverno la lussuria come e turpe
per ogni età così e vergognosissima per la vecchiaia .
CICERONE DE FINIBUS
Non ero ignaro del fatto che, consegnando scritta in latino quella che i filosofi di sommo ingegno e squisita
facezie trattarono in idioma greco, questo nostro lavoro avrebbe incontrato un vasto dissenso. Infatti a
qualcuno non sarà gradito che tutto questo sia oggetto di speculazioni filosofiche , anche a chi non è assai poco
dotto. Alcuni invece non biasimano tanto questo, se è fatto piacevolmente( per dilettarsi) , tuttavia nom
stimano che sia necessario profondere impegno o energie in questo . Saranno anche coloro che sia pure dotti
nelle lettere greche , ma dispregiatori di quelle latine, coloro che dicano di preferire adoperarsi(consumere +
operam)nel leggere le lettere greche. Infine io suppongo che ci saranno alcuni altri che mi chiameranno (lett.
congiuntivo) ad altre lettere , e negano che questo modo di scrivere, seppur elegante mente , si addica alla mia
persona e alla mia dignità .
Non eram nescius, Brute, cum, quae summis ingeniis exquisitaque doctrina philosophi Graeco sermone
tractavissent, ea Latinis litteris mandaremus, fore ut hic noster labor in varias reprehensiones incurreret.
nam quibusdam, et iis quidem non admodum indoctis, totum hoc displicet philosophari. quidam autem non
tam id reprehendunt, si remissius agatur, sed tantum studium tamque multam operam ponendam in eo
non arbitrantur. erunt etiam, et ii quidem eruditi Graecis litteris, contemnentes Latinas, qui se dicant in
Graecis legendis operam malle consumere. postremo aliquos futuros suspicor, qui me ad alias litteras
vocent, genus hoc scribendi, etsi sit elegans, personae tamen et dignitatis esse negent.
O mecenate di stirpe regale o miorifugio e dolce onore , ci sono alcuni a cui piace aver raccolto la polvere di
Olimpia con il carro e la meta evitata con le ruote arroventate , e quelli che una gloriosa vittoria trasportano
agli dei , signori della terra/o signori della terra. A questo piace se la folla dei Quiriti volubili fa gara a
sollevarlo con triplici cariche, a quello se ha nascosto nel proprio granaio ogni cosa sia spazzata via dalle aie di
Libia .
Chi gioisce nel solcare col sorchuello i campi paterni neppure promettendo i tesori di attalo lo comviceresti a
solcare ilmmarr di Cipro come uno spaventato navigante con una nave cipria . Il mercante che teme lafrico
che lotta con i flutti dell'Icario. Il mercante loda lamtranquillita e e i campi del suo paese. Eppure subito ripara
le barche sconquassate insofferente a una condizione di povertà.
C'è colui il quale non disprezza ne i bicchieri di vecchio massico ne togliere una parte dal giorno lavorativo ,e
ora distese le membra sotto un verde corbezzolo presso la sorgente di una fonte sacra dolcemente , a molti
piacciono gli accampamenti e il suono della tuba misto al corno e le guerre . A me edera premio Delle ffronti dei
dotti mi .....
Poesie epistolari. Lettere in metri. Il secondo libro ha caratteristiche molto specifiche di contrnuto rispettoal
primo. Nel primo molti versi: 1000 sono disomogenei. Nel secondo stessi versi ma meno epistole. Li chiama
sermones, satire , per il contenuto moralistico. Si avvicina a al secondo libro Delle satire : la posizione dell'autore
che scrive queste esposto le non e solida, la morale è una ricerca. Sappiamo che e un epicureo, ma qui appare più
eclettico, recepisce le posizioni di varie filosofie.
L'autore passa da momenti a espressioni di grande serenità a momenti in cui parla di strenua inerzia
( ossimoro) , viene rappresentata la sua insatibilita emotiva.
Nel secondo libro appare più chiara la sua visione politica. Lars poetica era un trattato che non rientra in questo
secondo libro ma nei codici appare dopo, andate a vederlo stop!
VIRGILIO
Mantovano, del nord Italia come Catullo e Livio. Con Cesare viene allargata lamclasse dirigente e inclusa
quella del nord Italia. Non e un caos quindi che questa società esprima anche dei poeti e degli scrittori.
Virgilio no alto, ma era quella la società.
Nasce nel 70 vicino a Mantova . Si dice che avesse avuto una formazione presso filosofi epicureo vicino a
Napoli. Possibile probabile formazione epicureo .
La vita stessa di Virgilio risente molto evidentemente Delle vicende storiche a lui contemporanee. In seguito
ai conflitti tra triumviri gli vengono a un certo punto sequestrate Delle terre perché venissero distribuite ai
veterani, che poi gli verranno restituite. E di questo evento ci sono echi nella prima egloga.
Appartiene al circolo di mecenate e a un certo punto entra anche Virgilio nel circolo di mecenate , aveva
ancora un protettore presumibilmente asilio pollione. Come prima opera scrive i bucolica Carmina tra il 49
e il 32 e parla esplicitamente degli eventi del 41. La seconda opera sono le teoriche e si sa che nel 29
Ottaviano le lesse . È in questo momento ma nel circolo di mec nwte. Abbiamo poi l'Eneide un poema epico i
dodici libri. Augusto segue l'evolversi della vicenda redazionale, e molto interessato. Virgilio mobilità
l'impero romano e la gens iulia che discenderebbe da Enea. Il testo e quasi completo , c'è qualche verso non
limato perché non ha dato l'ultima mano dato che muore nel 19.
LE BUCOLICHE
canto dei bovari. Suddiviso in poemetti scelti, o egolghe . Il genere viene dal mondo greco. Anche se è la
prima volta che ci si rifà al genere [Link] Augusto nasce qualcosa di diverso: la letteratura greca
viene visto come,e un classico. Non viene soltanto imitata. Presso i tolomei, teocrito e il fondatore della
poesia bucolica . Toscana e Sardegna c'erano Delle fare poetiche di gente appartenete al popolo.
Presumibilmente il genere bucolico nasce da questo, viene preso qualcosa che si esprime in ambiente
popolare e viene innalzato, anche se e una poesia un po' facile e orecchiabile, motivo per cui si latini non era
molto piaciuto. Al canto popolare subentra un canto più lungo, continuato. Teocrito narra vicende di amore
di gente della campagna pastori e contadini che cantano soprattutto lemproprie pene di amore, viene poi
messo in atto un processo di idealizzazione: troviamo nel genere bucolico sia la rappresentazione di un
paesaggio arcadico , ed è un locusta amoenus, è un paesaggio idealizzato, hanno invece tratti popolari i
personaggi che agiscono, mantengono qualche elemento realistico che agiscono su uno sfondo della
campagna idealizzata . Nei componimenti teocritei c'erano si composizioni ambientate in campagne ma nel
rispetto della varietà , poikilia, c'erano anche Delle poesie BUCOLICHE ambientate in città. Qui no.
Virgilio costruisce non solo una situazione idillica con una idealizzazione ancora maggiore rispetto a quella
di teocrito ma costruisce una campagna inventata, e c'è consonanza tra questa e i personaggi, che sono
idealizzato, sono ingenui. Parlano dei paesaggio , che e quindi descritto e filtrato da loro. Parlano di Roma
come distante e strana. Ci sono quindi Delle differenze con teocrito e imitatori (III sec a.C) .
La campagna e un luogo fuorimdalle lotte civili , dal contrasto degli uomini, ( Epicuro) , l'Arcadia e questo
luogo di evasione filosofiche attraverso la poesia si realizza comoletamente. Quello che rappresenta Virgilio
è un mondo governato dalla metriotes e dalla autarkeia.
L'idea dei libri viene dalla poesia netoerica catulliana. Si vede comando anche i versi che c'è una simmetria
tra le varie parti, e un libro che ha una sua organicità e una sua struttura specifica, questo e tipicamente
neoterico.
La poesia teocritea è una poesia allusiva . Ci si riferisce al mondo ellenistico ( teocrito). C'è il tema
dell'amicizia , poesia di circolo, come la poesia catulliana era la poesia dei suoi amici.
Abbiamo spesso citazioni di personaggi di questo circolo letterario.
Virgilio prima Bucolica
Meliboeus Melibeo
Tityre, tu patulae recubans sub tegmine fagi Titiro, tu, sedendo all'ombra di un frondoso faggio,
silvestrem tenui Musam meditaris avena;
nos patriae finis et dulcia linquimus arva. noi lasciamo la patria e i campi amati;
nos patriam fugimus; tu, Tityre, lentus in umbra noi la patria fuggiamo: tu, Titiro, placido
formosam resonare doces Amaryllida silvas. 5 fai riecheggiar
Insegni alla selvatra le selvela ilbella
a cantare nome di Amarillide bella.
amarllida.
Tityrus Titiro
O Meliboee, deus nobis haec otia fecit. Melibeo, questa pace è il regalo di un Dio.
namque erit ille mihi semper deus, illius aram Sempre sarà per me come un Dio; e spesso dai nostri ovili
saepe tener nostris ab ovilibus imbuet agnus. un tenero agnello tingerà di sangue il suo altare.
ille meas errare boves, ut cernis, et ipsum Egli, come vedi, permise, ai miei armenti di errare nei prati,
ludere quae vellem calamo permisit agresti. 10 a me di suonar, per diletto, il flauto campestre.
Meliboeus Melibeo
Non equidem invideo, miror magis; undique totis Non ho invidia, credimi, meraviglia piuttosto,
usque adeo turbatur agris. en ipse capellas tale è il subbuglio che regna dovunque tra i campi.
protenus aeger ago; hanc etiam vix, Tityre, duco. Io stesso, a fatica, spingo le mie caprette, e questa
hic inter densas corylos modo namque gemellos, la porto a stento con me1: qui tra i folti noccioli ha lasciato,
spem gregis, a, silice in nuda conixa reliquit. 15 sulla nuda pietra, due piccoli, appena sgravati, speranza del gregge.
saepe malum hoc nobis, si mens non laeva fuisset, Questa sventura, del resto, se fossimo stati più accorti,
de caelo tactas memini praedicere quercus. ci era stata predetta, ricordo, dalle querce colpite dal fulmine.
sed tamen iste deus qui sit da, Tityre,nobis. Ma chi è questo Dio: Titiro, dillo anche a noi.
Tityrus
Titiro
Urbem quam dicunt Romam, Meliboee, putavi
Melibeo, la città che chiamano Roma, credevo,
stultus ego huic nostrae similem, cui saepe
da stolto, somigliasse alla nostra, dove spesso,
solemus 20
noi pastori, conduciamo i teneri parti del gregge.
pastores ovium teneros depellere fetus.
I cagnolini sapevo simili ai cani, i capretti alle madri:
sic canibus catulos similes, sic matribus haedos
così le piccole cose solevo comparare alle grandi.
noram, sic parvis componere magna solebam.
Ma questa è tanto cresciuta tra le altre città,
verum haec tantum alias inter caput extulit urbes
quanto il cipresso tra i flessuosi viburni.
quantum lenta solent inter viburna cupressi. 25
Meliboeus Melibeo
Et quae tanta fuit Romam tibi causa videndi? E quale ragione fu tale da spingerti a Roma?
Tityrus
Titiro
Libertas, quae sera tamen respexit inertem,
La libertà che, infine, si avvide di me che languivo,
candidior postquam tondenti barba cadebat,
quando la barba, radendomi, già cadeva più bianca.
respexit tamen et longo post tempore venit,
Si avvide infine di me e, dopo tanto tempo, è arrivata,
postquam nos Amaryllis habet, Galatea reliquit. 30
da quando mi tiene Amarilli, e Galatea mi lasciò.
namque - fatebor enim - dum me Galatea tenebat,
Fino a che, lo confesso, ebbi in cuor Galatea,
nec spes libertatis erat nec cura peculi.
di libertà disperavo, né avevo mente al danaro:
quamvis multa meis exiret victima saeptis
sebbene vittime opime uscissero dai miei recinti
pinguis et ingratae premeretur caseus urbi,
,
non umquam gravis aere domum mihi dextra
non rincasavo già mai con la destra pesante di bronzo2.
redibat. 35
Meliboeus Melibeo
Mirabar quid maesta deos, Amarylli, vocares, E non capivo, Amarilli, perché mesta invocassi gli Dei,
cui pendere sua patereris in arbore poma. per chi lasciassi dagli alberi pendere i frutti:
Tityrus hinc aberat. ipsae te, Tityre, pinus, Titiro era lontano di qui, e i pini stessi e le fonti
ipsi te fontes, ipsa haec arbusta vocabant. e questi stessi arbusti te, invocavano, Titiro.
1
Tityrus Titiro
Quid facerem? neque servitio me exire licebat 40 Che cosa avrei fatto? Uscir di servitù non sapevo,
nec tam praesentis alibi cognoscere divos. né conoscere altrove numi tanto propizi.
hic illum vidi iuvenem, Meliboee, quot annis Là, Melibeo, vidi quel giovane, in onore del quale
bis senos cui nostra dies altaria fumant, dodici giorni ogni anno fumano i nostri altari.
hic mihi responsum primus dedit ille petenti: Là, non pregato3, mi diede il responso al quale anelavo:
'pascite ut ante boves, pueri, submittite tauros.' 45
Meliboeus Melibeo
Fortunate senex, ergo tua rura manebunt Fortunato vecchio4! Rimarranno i tuoi campi5,
et tibi magna satis, quamvis lapis omnia nudus e grandi abbastanza per te, sebbene la nuda roccia
limosoque palus obducat pascua iunco. e limacciosi giunchi palustri invadano i prati.
non insueta gravis temptabunt pabula fetas Inusitati pascoli non tenteranno le femmine gravide
nec mala vicini pecoris contagia laedent. 50 né alcun male verrà dai contagi di un gregge vicino.
fortunate senex, hic inter flumina nota Fortunato vecchio! Qui, tra fiumi conosciuti
et fontis sacros frigus captabis opacum; e sacre fonti cercherai 6 il ristoro de
hinc tibi, quae semper, vicino ab limite saepes Là, dalla siepe vicina, dove le api si pascono
Hyblaeis apibus florem depasta salicti del salice in fiore, sentirai spesso, suadente,
saepe levi somnum suadebit inire susurro; 55 giungere il sonno con lieve sussurro.
hinc alta sub rupe canet frondator ad auras, Là, sotto un alto dirupo, al cielo canterà il potatore,
nec tamen interea raucae, tua cura, palumbes mentre le roche colombe che ami, e la tortora,
nec gemere aeria cessabit turtur ab ulmo.
Tityrus Titiro
Ante leves ergo pascentur in aethere cervi
et freta destituent nudos in litore pisces, 60 il mare lascerà i pesci sulla nuda spiaggia
ante pererratis amborum finibus exsul
aut Ararim Parthus bibet aut Germania Tigrim,
quam nostro illius labatur pectore vultus. prima che dal mio cuore svanisca il volto di lui.
Meliboeus Melibeo
At nos hinc alii sitientis ibimus Afros, Noi ce ne andremo, invece, chi tra i Libi assetati,
pars Scythiam et rapidum cretae veniemus Oaxen 65 7 , rovinoso di fango,
et penitus toto divisos orbe Britannos. fino ai remoti Britanni, divisi dal mondo.
en umquam patrios longo post tempore finis Potrò mai, rivedendo dopo lungo tempo la patria,
pauperis et tuguri congestum caespite culmen, e la povera capanna dal tetto coperto di zolle,
post aliquot, mea regna, videns mirabor aristas? nel mio regno, contemplare di nuovo8 le spighe?
impius haec tam culta novalia miles habebit, 70 Un empio soldato avrà questi fertili campi,
barbarus has segetes. en quo discordia civis un barbaro queste messi? A che la discordia ci trasse,
produxit miseros; his nos consevimus agros! sventurati coloni: seminammo per loro!
insere nunc, Meliboee, piros, pone ordine vites. Ma innesta ora i peri9, Melibeo, ordina le viti in filari.
ite meae, felix quondam pecus, ite capellae. Andate, gregge felice un tempo, andate caprette:
non ego vos posthac viridi proiectus in antro 75 Non più, ormai, adagiato in un verde riparo,
dumosa pendere procul de rupe videbo; di rovi.
carmina nulla canam; non me pascente, capellae, Non più canterò; non più, pascolando con me,
florentem cytisum et salices carpetis amaras. brucherete il cìtiso in fiore e il salice amaro.
Tityrus Titiro
Hic tamen hanc mecum poteras requiescere noctem Tuttavia questa notte potevi dormire con me
fronde super viridi. sunt nobis mitia poma, 80 sopra morbide fronde; abbiamo frutti maturi,
castaneae molles et pressi copia lactis, tenere castagne e latte rappreso10 in abbondanza.
et iam summa procul villarum culmina fumant Ma11 già, lontano, si leva dal sommo delle case il fumo
maioresque cadunt altis de montibus umbrae.
2
NOTE
[1]
.
[2] Ossia di monete, che venivano prodotte, di regola, o con il bronzo o con il rame.
[3] Per primo, cioè prevenendo la richiesta di Titiro; non pregato.
[4] cum,
(o dum) eris senex
Amarilli e Galatea.
[5] Sottinteso, ovviamente, (a te).
[6] Captabis
temperato e senza caratteristiche naturali tali da simbolizzare una regione del mondo lontana, estranea e per
qualche verso minacciosa. Più facile pensare ad un fiume
regioni
(Plutarco, Aless., 57), e attraversato da Alessandro Magno nella sua a. ..Flumen Oxus quia
limum vehit, turbidus semper, insalubris est potui
VII, 13).
[8] Post aliquot post longum tempus
Virgilio, visens patrios fines tectum post aliquot (regna mea regna
rivedendo, dopo altri regni, il mio. Quindi: dopo un lungo esilio, potrò rivedere la patria e la mia terra
.
[11]
le ombre della sera e incombe la notte, e ciascuno deve far fronte da sé stesso alle proprie difficoltà.
[Link]
3
Dopo filippi potere a Ottaviano e prima di azio del
27.
Nel 29 si da notizia che Ottaviano avesse sentito
queste georgiche.
Contraddizioni INTRODUZIONE : per diadi. L’introduzione del primo libro e molto lunga, e quasi
una digressione, e anche quella del terzo libro. Anche gli altri due libri hanno
una introduzione ma molto più breve .
Digressione finale
SECONDA: peste del norico, che aveva colpito I bestiami, e descrive con grande
partecipazione emotiva la morte di questo bestiame .
Ci sono poi le digressioni del secondo e del quarto più brevi. Vita agreste e poi di
Aristeo delle alpi. Che avrebbe inventato l’allevamento delle api.
Ci sono dei testi cupi, che trattano della guerra civile e della peste del bestiame
lunghi, che si contrappongono a momenti più ariosi e lievi . Questo riflette la
complessità e la contraddittorietà della vita. Di elementi di segno opposto. Non
c’è un propendere da una parte piuttosto che dall’altra. Il discorso rimane
aperto.
C’è la famosa teodicea del lavoro. Il lavoro e il dono di dio. Nell’età dell’oro la
terra dava i suoi frutti spontaneamente ma poi la vita dell’uomo diventa in
quinta a dalla malinconia, dall’eternus, dalla depressione di questa vita
monotona. E quindi dio ha mandato la benedizione del lavoro. Qui c’è una
contraddizione estrinseca.
Nella digressione di aristeo . Si parla anche di Orfeo che non avendo obbedito
agli dei ( elementi di religione tradizionali) , aristeo invece è un modello di vita:
è colui che obbedisce tenacemente ai precetti degli dei fino a ottenere la
rigenerazione delle api. Si pensava che le api nascsssero dalla putrefazione dei
corpi. Sembra prevalere Orfeo e aristeo ha anche elementi positivi. Orfeo ha
vinto tutta la natura, tutti gli animali sono conquistati dalla sua poesia ma deve
accettare la poesia, c’è una cosa ma il lato oscuro della cosa stessa.
Aristeo viene premiato dagli dei con lo sciame, ma suoi atti negativi
determinano il grande dolore di orfeo(?).
28/4/2021 GEORGICHE
Aristeo segue i precetti divini anche lui ,ma soffre. È una rappresentazione
Quadro storico poliedrica.
In età ellenistico le cose però cambiano un po’: nel senso che le opere
didascaliche ci sono, ma non hanno una vera volontà didascalica. Sono opere
di poesia . In epoca alessandrina c’era no manuali in prosa. Questo è un modo
di esprimere poesia. Nucandro di colofone.?. Aratro e fenomena .
Ci sono degli elementi Lucreziano come l’eleos, la descrizione della peste che
compare anche in Lucrezio, c’è la celebrazione della primavera .
Giove dona il lavoro. All’uomo Piace il frutto senza lavoro ma sono troppo
inerti.
La terra. L’argomento .
Traicio, is,traieci,traiectum,ere..
4) Tuttavia vorrei che tu finché ciò potrai fare non smettessi di scrivermi.
Scribo, is,psi,ptum
9) Tiberio Gracco sarà lodato tanto a lungo finché resterà il ricordo delle
imprese dei romani.
QUESTIONARIO:
Aveo addiscere
Il testo viene scritto ma non è un cesareide, non è una lode alla famiglia,
tuttavia riconosciamo una giustificazione del potere di Augusto, ma le
modalità escono dalle aspettative.
Già nella tradizione romana c’era stato un grande poema epico, da un autore
Lodare Augusto . Imitare omero .
citato anche da cicerone, il padre ennio, che aveva scritto gli annales(lode),
l’eneide si colloca in un solco della tradizione seppur in maniera
No ennio.
estremamente innovativa. I. Grammatici antichi ritengono che l’intenzione
che vitgilio voleva imitare omero e lodare Augusto. No Ennio.
È un opporsi delle origini nobili grazie a cui greci e romani sono sullo stesso
Mettersi alla pari
piano, così come lo erano greci e troiani.
ENEIDE
Ascanio-iulo Figlio di enea iulo , quindi capostipite gens iulia. Ascanio- iulo. Risponde a
esigenze di politica estera e interna innquedto senso.
Da una parte questa lectio viene sussulta, 48 libri dei poemi omerici, e dell’altra
Influenza omerica struttura il precetto dei grammatici alessandrini. Erano molto più ampi.
Medias res. Analessi. No
formularita. Riferimenti di Virgilio in posizione mediana: se il mdeollo agisce potentemente le fildesioni in
contenuto. ambito alessandrini non vanno sprecato .
Catabasj giochi funebri. agisce forte,ente strutturalmente la vicenda inizia in medias res , abbiamo la
Scudo. Riferimenti testuali. allessi, la narrazione che Ulisse fa presso i farci e poi contenuti che vengono
ripresi. C’è la catabasi, nel V giochi funebri, anche nel poema epico. Le armi
No oggettività. forgiate nel VI. ( armi di vulcano).
Agisce sulla struttura anche per esempio una componente eziologica, di ricerca
delle cause per i nomi geografici, capo palinuro, scomparso nocchiero oalinuro.
Caieta dove viene seppellita la nutrice.
Mito e storia h storia Prima parte, a metà odissea, seconda : Iliade. Rispetto ai poemi omerici si
contenuta nel mito configura con continuazione dei poemi di omero : il filone della figura di enea
trova un suoi. I lupo e. Una sua continuazione . Iliade : distruzione citta, qui
fondazione. Inversioni per vari motivi elencati.
Fatum
Differenze: riduzione della formularita . Per ricordare. Ora e evidente, la
Enea non si contrappone formularita e il ritorno di versi uguali diminuisc rdrasticamrnte.
Soggettività epica Virgilio introduce un contenitore mitico: che sussume al suo interno un
evento storico. C’è una distanza temporale che è profonda. Di grande
spessore. Come delle ripercussioni ideologiche non da poco . La storia e
guardata da lontano , perché gli eventi non sono esito di un evento storico, ma
fissati ab eterni dalla divinità. Da uno spessore ideologico, questa scelta di
inserire la vicenda storica nella orofidnta del mito, da uno spessore ideologico
notevole. Sono i tempi di omero etc...
Il fato: enea e mosso dal rispetto della volontà divina, adempie a cose ben
precise ciò che si verifica si deve verificare. Adempie alle sue missioni perché
questo è voluto dal fato.
Adesione empatia del narratore Virgilio nei confronti della sofferenza dei
vinti .
Lode di Augusto e dell’ imperium Romano, che nella testa di Virgilio sono due
cose analoghe.
Per primo profugo dsl fato venne i. Italia l non è stato il primo neanche
secondo la tradizione, primo vuole indicare primo per il fato secondo il fato.
Narrami ke cause : e sembra che ci sia quasi uno stupore nella stessa ? Che
nasce dall’atteggiamento razionalistico. Virgilio e un epicureo, qua ormai ci
stiamo avvicinando a posizioni che non sono più epicuree. Una dea infierisce
per così lungo tempo con un virum insigne per pietà. C’è un atteggiamento
quasi di stupore, gli sembra un paradosso. Questo non è della tradizione
omerica o della componente razionalistica epicurea, ma piuttosto rimarca
l’atteggiamento filosofico problematico rispetto al la vicenda trattata, perché
gli dei agiscono così? Non è un caso che sia capitato li.
COMPITI ESTIVI LATINO
Atque utinam, ut mihi illa videor videre in foro atque in causis, item nunc, quem ad modum ea reperirentur, possem
vobis exquirere! Sed de me videro; nunc hoc propono, quod mihi persuasi, quamvis ars non sit, tamen nihil esse
perfecto oratore praeclarius; nam ut usum dicendi omittam, qui in omni pacata et libera civitate dominatur, tanta
oblectatio est in ipsa facultate dicendi, ut nihil hominum aut auribus aut mentibus iucundius percipi possit. [34] Qui
enim cantus moderata oratione dulcior inveniri potest? Quod carmen artificiosa verborum conclusione aptius? Qui
actor imitanda quam orator suscipienda veritate iucundior? Quid autem subtilius quam crebrae acutaeque sententiae?
Quid admirabilius quam res splendore inlustrata verborum? Quid plenius quam omni genere rerum cumulata oratio?
Neque ulla non propria oratoris res est, quae quidem ornate dici graviterque debet.
E volesse il cielo che , come a me sembra di vedere quelle cose nel foro e nelle cause , così ora, allo
stesso modo in cui venissero scoperte quelle cose , possa io inquisire voi! Ma riguardo a me vedrò ;
ora propongo cio , che mi persuasi , benché arte non sia , cioè che tuttavia niente è piu illustre
dell’oratore compiuto . Infatti affinché/ benché ometta l’uso concreto (o pratico ) del dire , chi in
ogni civiltà pacificata e libera prevale (ATT) , tanto diletto c’è nella facoltà del parlare , che
nessuna cosa possa essere percepita piu gioiosa o per le orecchie o per le menti degli uomini .
Quale suono infatti puo essere trovato piu dolce di quello dell’orazione ben ritmata ? Quale carme
più atto alla artistico epilogo delle parole?
Chi è più piacevole l’attore nella verità da piu dell’oratore nel sopportarla ( attore imita verità è
oratore la) ? Che cosa tuttavia più arguto / raffinato delle sentenze dense di frasi e ingegnose ? Che
coa è piu ammirabile che la “cosa” ornata dallo splendore delle parole? Che cosa più pieno che un
‘orazione ricolma di cose di ogni genere? E nessuna cosa è non propria / impropria dell’oratore , la
quale cosa che certamente deve essere detta con eleganza e serietà .
[IX] [35] Huius est in dando consilio de maximis rebus cum dignitate explicata sententia; eiusdem et languentis populi
incitatio et effrenati moderatio eadem facultate et fraus hominum ad perniciem et integritas ad salutem vocatur. Quis
cohortari ad virtutem ardentius, quis a vitiis acrius revocare, quis vituperare improbos asperius, quis laudare bonos
ornatius, quis cupiditatem vehementius frangere accusando potest? Quis maerorem levare mitius consolando? [36]
Historia vero testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntia vetustatis, qua voce alia nisi oratoris
immortalitati commendatur? Nam si qua est ars alia, quae verborum aut faciendorum aut legendorum scientiam
profiteatur; aut si quisquam dicitur nisi orator formare orationem eamque variare et distinguere quasi quibusdam
verborum sententiarumque insignibus: aut si via ulla nisi ab hac una arte traditur aut argumentorum aut sententiarum
aut denique discriptionis atque ordinis, fateamur aut hoc, quod haec ars profiteatur, alienum esse aut cum alia aliqua
arte esse commune:
Di questo è la sentenza spiegata con dignità nel consigliare riguardo alle cose massime ; di lui si
dice che sia l’incitamento del fiacco popolo sia la moderazione del popolo slegato con la medesima
possibilità sia frode degli uominifino alla rovina e l’integrità fino alla salvezza . Chi è in grado di
esortare alla virtu piu ardentemente , chi piu acremente di richiamare dai vizi , chi di vituperare gli
improbi piu aspramente , chi di lodare i buoni più elegantemente, Chi può distruggere la cupidigia
più veemente accusando ) , Chi sollevare dal dolore consolando piu mitemente?
La storia invero libro del tempo, luce della verità vita della memoria e maestra di vita , annuncio di
antichità , com quale altra voce se non quella dell’oratore viene affidata alla eternità ? Infatti se c’è
qualche altra arte che sia in grado di professare la conoscenza delle parole delle faccende e delle
leggende ; o se è detto che qualcuno se non l’oratore componga l’orazione e la vari e distingua
propriamente coi segni delle parole e delle frasi ; o se alcuna via se non da questa unica arte è
tramandata la via della conoscenza degli argomenti o delle frasi o inoltre della spiegazione o
dell’ordine , mostriamo oppure questo che questa arte insegna , che sia alieno o con un altra arte in
Ma se in questa una è quella ragione e dottrina non si coloro i quali sono delle altre arti sono parlati bene,
Questionario Cicerone, de oratore II, 33-37
Comprensione
1. Quali sono i pregi dell'eloquenza menzionati nel passo?
La eloquenza procura diletto tanto che non non è possibile percepiremdommosmkemtemomcom l’udito
niente di più piacevole. Non esiste niente di più delicato nessun canto più delizioso Ok c’è niente di più
perfetto ne niente di più compiuto. Non c’è materia che non appartenga allorwtore . M
2. Nelle parole di Antonio si allude a tre delle cosiddette parti dell'oratoria: l'inventio, la dispositio e
l’elocutio. In che cosa consiste ciascuna di essa?
Elocutio : deve scuotere il popolo e ricondurlo alla calma quando e in preda al panico .
Esposizione
3. Dopo aver individuato nel passo il riferimento ai tre generi dell'oratoria (deliberativo, giudiziario e
dimostrativo) esponi oralmente, in circa quattro minuti le loro caratteristiche. (fai precedere questo
ultimo esercizio da uno schema)
Ma se in questa unica c’è quella ragione e quella dottrina se quelli che parlavano bene di altre arti non è
proprio di questa unica cioè che è meno di altro , ma come locatore rgiuardo a quelle cose che sono tipiche
delle altre arti che conobbe soltanto quelle come ieri crasso diceva può parlare più riccamente così delle,
altre arti gli uomini dicono priprio quelle cose piu ornatamente , se dissero qualcosa che proviene da questa
arte
DE OFFICIS I
Nec vero illa parva vis naturae est rationisque, quod unum hoc animal sentit, quid sit ordo, quid sit quod deceat,
in factis dictisque qui modus. Itaque eorum ipsorum, quae aspectu sentiuntur, nullum aliud animal
pulchritudinem, venustatem, convenientiam partium sentit; quam similitudinem natura ratioque ab oculis ad
animum transferens multo etiam magis pulchritudinem, constantiam, ordinem in consiliis factisque
conservandam putat cavetque ne quid indecore effeminateve faciat, tum in omnibus et opinionibus et factis ne
quid libidinose aut faciat aut cogitet. Quibus ex rebus conflatur et efficitur id, quod quaerimus, honestum, quod
etiamsi nobilitatum non sit, tamen honestum sit, quodque vere dicimus, etiamsi a nullo laudetur, natura esse
laudabile.
E invero quella forza della natura e della ragione e non e piccola poiche soltanto questo l’animale sente, quale
sia l’ordine e che cosa sia cio che è appropriato e quale il modo nei fatti e nelle parole; e cosi di questi stessi le
cose che percepiscono all’apparenza cioe la bellezza la antichità la convenienza delle parti, nessun altro
animale le sente; la natura e la ragione dagli occhi allanimo trasferendo questa similitudine anche molto di piu
la bellezza la constanza lordine nelle decisioni e nei fatti ritiene da conservare e bada a non fare qualcosa
indecorosamente ne in maniera effemminiate , allora in tutti sia nelle opinioni sia nei fatti a non fare ne pensare
qualcosa con libidine . DA queste cose suscita ed è provocato cio , che discuteremo , l’onestà che benché non sia
nobilitata e tuttavia onesta , e cio che diciamo con verità , benché non sia lodato da nessuno , natura essere
lodabile?
Ita exercitus inde domos abducti. Princeps Horatius ibat, trigemina spolia prae se gerens; cui soror virgo, quae
desponsa, uni ex Curiatiis fuerat, obuia ante portam Capenam fuit, cognitoque super umeros fratris paludamento
sponsi quod ipsa confecerat, soluit crines et flebiliter nomine sponsum mortuum appellat. movet feroci iuveni
animum comploratio sororis in victoria sua tantoque gaudio publico. Stricto itaque gladio simul verbis increpans
transfigit puellam. "Abi hinc cum immaturo amore ad sponsum," inquit, "oblita fratrum mortuorum uiuique, oblita
patriae. Sic eat quaecumque Romana lugebit hostem." Atrox visum id facinus patribus plebique, sed recens meritum
facto obstabat. Tamen raptus in ius ad regem. Rex ne ipse tam tristis ingratique ad volgus iudicii ac secundum iudicium
supplicii auctor esset, concilio populi advocato "Duumuiros" inquit, "qui Horatio perduellionem iudicent, secundum legem
facio."
Così gli eserciti vennero ricondotti in patria. Orazio per prima andava, portando dinnanzi a se triplici spoglie; a
costui la sorella vergine , la quale era stata promessa a uno dei curiazi , fu chi veniva incontro davanti alla
porta capena, Riconosciuta sopra le spalle del fratello la divisa dello sposo che essa stessa aveva fatto, sciolse i
capelli e flebilmente chiamo per nome lo sposo morto. Il lamento della sorella mosse l’animo del giovane feroce
nella sua vittoria e nel tanto grande gaudio pubblico. E così stretto il ferro Non appena trafisse la fanciulla
biasimandola a parole disse “ vattene da qui con amore immaturo allo sposo avendo dimenticato i fratelli morti
e quello vivo e la [Link]ì vada qualsiasi romanaChe si piange il nemico. L’atroce delitto sembra orribile
senatori e alla plebe, ma il recente onore si contrapponeva al fatto. Tuttavia trascinato in giudizio presso il [Link]
re stesso affinché non fosse propugnatore E di un giudizio infausto e ingiusto per il popolo e propugnatore e
della esecuzione in conformità al giudizio, convocata l’assemblea popolare disse: e fornita alla legge rendo. Di
un viri coloro che accusarono Orazio di alto tradimento.
Romae interim satis iam omnibus, ut in tal'i re, ad tuendam arcem compositis, turba seniorum
domos regressi aduentum hostium obstinato ad mortem animo exspectabant. Qui eorum curules
gesserant magistratus, ut in fortunae pristinae honorumque aut uirtutis insignibus morerentur, quae
augustissima uestis est tensas ducentibus triumphantibusve, ea uestiti medio aedium eburneis sellis
sedere. Sunt qui M. Folio pontifice maximo praefante carmen deuouisse eos se pro patria
Quiritibusque Romanis tradant. Galli et quia interposita nocte a contentione pugnae remiserant
animos et quod nec in acie ancipiti usquam certauerant proelio nec tum impetu aut ui capiebant
urbem, sine ira, sine ardore animorum ingressi postero die urbem patente Collina porta in forum
perueniunt, circumferentes oculos ad templa deum arcemque solam belli speciem tenentem. inde,
modico relicto praesidio ne quis in dissipatos ex arce aut Capitolio impetus fieret, dilapsi ad praedam
uacuis occursu hominum uiis, pars in proxima quaeque tectorum agmine ruunt, pars ultima, uelut
ea demum intacta et referta praeda, petunt; inde rursus ipsa solitudine absterriti, ne qua fraus
hostilis uagos exciperet, in forum ac propinqua foro loca conglobati redibant; ubi eos, plebis
aedificiis obseratis, patentibus atriis principum, maior prope cunctatio tenebat aperta
quam clausa inuadendi; adeo haud secus quam uenerabundi intuebantur in aedium uestibulis
sedentes uiros, praeter ornatum habitumque humano augustiorem, maiestate etiam quam uoltus
grauitasque oris prae se ferebat simillimos dis. ad eos uelut simulacra uersi cum starent, M.
Papirius, unus ex iis, dicitur Gallo barbam suam, ut tum omnibus promissa erat, permulcenti
scipione eburneo in caput incusso iram mouisse, atque ab eo initium caedis ortum, ceteros in
sedibus suis trucidatos; post principium caedem nulli deinde mortalium parci, diripi tecta, exhaustis
inici ignes.
A Roma frattanto, Fintanto che quella era la situazione , cioè che tutti erano ormai sufficientemente preparati a
vigilare laRocca, La moltitudine degli anziani Tornati nelle case aspettavano l’avanzata nemica preparato l’animo
alla morte.
Questi di loro avevano esercitato la carica di magistrati curuli , Di modo che morissero sotto i segni della onore o
della virtù e della antica fortuna, Vestiti si con la veste augustissimo prolessi e attrazione di chi guida i carri sacri
o è in trionfo e ci sedettero al centro del sedie Bronze Dei templi. Sono costoro che pronunciando marco folio Il
pontefice massimo di offrire un voto un Carmen , fruirono se stessi per la patria e i qui riti romani.
I galli sia poiché si erano rilassati trascorsa la notte dalla battaglia sia poiché non avevano combattuto nella
schiera pericolosa durante la battaglia, ne allora prendevano la città con impeto o forza, senza ira, senza ardore
degli animi e assalita la città, il giorno dopo liberandosi la Porta collina giunsero nel foro. Volgendo attorno lo
sguardo ai templi degli dei e la sola rocca la quale teneva la specie della guerra.
Quindi lasciato poco aiuto di modo che nessuno tra i superstiti dalla rocca o dal Campidoglio fosse attaccato ,
Divisi per il bottino per strade dove non si incontrava nessuno è una parte sì affrettava A qualsiasi moltitudine di
abitazioni , una parte alla più lontana, come cercarono quella bottino è ancora intatto e copioso . Li inoltre
atterriti dalla stessa solitudine affinché la insidia del nemico lì rendesse vaganti, nel foro e nei luoghi vicino al
foro tornavano riuniti.
Li la prudenza, aperta più che chiusa dell’ invadere , teneva loro ,assediati gli edifici del popolo ; da qui l’inizio
alzato della strage , alcuni nelle proprie sedi trucidati,
Così non diversamente da coloro che provano venerazione guardavano gli uomini che erano seduti in mezzo si
vestiboli delle case , oltre che ornato e portamento più solenne di un atteggiamento umano ma anche con
atteggiamento maestoso p che mostravano nel volto e nella gravità dell’atteggiamento stando rivolti verso di loro
come verso statue, m papirio, uno di quelli , si dice che avesse indotto all’ira a un gallo che accarezzava la sua
barba come allora a tutti era stata fatta crescere ( che allora tutti portavano fluente)colpitolo con il bastone
d’avorio sul capo , e da qui sorse linizio della strage , gli altri nei loro seggi sono trucidati , le abitazioni vennero
saccheggiate e date alle fiamme dopo esser state svuotate di ogni avere.
1. I soldati si erano schierato davanti ai rispettivi
accampamenti, senza timore per il presente, ma non senza
ansia, poiché era in gioco l'egemonia, affidata al valore e
alla fortuna di così pochi uomini. E dunque seguono tutti in
piedi e con grande tensione quello spettacolo per loro
affatto piacevole.
Fra le esortazioni dei rispettivi popoli che ricordavano che gli dei, la patria, i genitori e i concittadini tutti, quelli
rimasti nelle città e quelli in armi, tenevano in quel momento gli occhi fissi alle loro armi e alle loro braccia, essi,
animosi già per natura e infiammati dalle grida di incitamento, s'avanzano in mezzo ai due eserciti.
Cum sui utrosque adhortarentur, deos patrios, patriam ac parentes, quidquid civium domi, quidquid in exercitu
sit, illorum tunc arma, illorum intueri manus, feroces et suopte ingenio et pleni adhortantium vocibus in medium
inter duas acies procedunt.
Atrox visum id facinus patribus plebique, sed recens meritum facto obstabat.
5
differenze :
2) Manlio sfida l’avversario per orgoglio , Orazio uccide la sua stessa sorella perchè e la cosa giusta da
fare( almeno dal suo punto di vista)
1) processo
3) morte
I testi , di per loro, hanno la medesima struttura testuale ; differiscono tuttavia nellintento che gli autori
fanno trapelare mediante l’uso di due modalità espositive dissimili.
Lo storico padovano racconta in un’ottica tutta maschile di un guerriero, Orazio, che punisce la sorella
impudica che ha tradito i valori tradizionali della famiglia romana: ella non pensa infatti alla morte dei i
fratelli a causa dell’amore immaturo per un curiato .
Dionigi di alicarnasso fa emergere la sofferenza della donna, mettendo in luce inumanità del gurrriero. Si può
quindi dire che è molto lontano dallo spirito patriottico ligiano.
LIVIO V 41
1) la contrapposizione tra Roma e i barbari: se i nobili sacrificano se stessi sugli altari degli dei, i barbari sono
proprio coloro che gli uccidono non capendo la solennità del gesto.
2) I barbari sono Bigo Tete dal sacrificio dei nobili, ciononostante quando uno di questi sbatte il bastone sulla
testa di uno di essi avrà inizio lo sterminio .
3 ) prolessi
4) passivo + nom.
Completive :soggetto o complemento oggetto/ nome.
Soggettive
Oggettive
Interrogative indirette
Quod e ut completivo
Esempi
Puto Ciceronem magnum oratorem esse Credo che
Cicerone sia un grande oratore
Putabam Ciceronem magnum oratorem esse Credevo
che C. fosse un grande oratore
Puto Ciceronem magnum oratorem fuisse Credo che
C. sia stato un grande oratore
Putabam Ciceronem magnum oratorem
fuisse Credevo che C. fosse stato un…
Puto Ciceronem magnum oratorem fore (= futurum
esse) Credo che C. sarà un grande oratore
Putabam Ciceronem magnum oratorem fore redevo
C
che C. sarebbe stato un ……
TEMPORALE
• CUM, UBI, UT + indicativo =quando
• CUM PRIMUM, UBI PRIMUM, UT PRIMUM = non
appena
• DUM + ind. pres. = mentre
+ ind. imperf. /perf. = finché
• DONEC, QUOAD, QUAMDIU + ind. = finché
• ANTEQUAM, PRIUSQUAM + ind. = prima che
• POSTQUAM + ind. = dopo che
• QUANDO + indicativo = quando, allorché
• QUOTIENSCUMQUE + ind. = ogni volta che
• CUM + congiuntivo = mentre, dopo che
(è una delle funzioni
del “cum narrativo”)
• PARTICIPIO CONGIUNTO
• ABLATIVO ASSOLUTO
RELATIVA
INTERROGATIVA INDIRETTA
a) semplice:
• QUIS, QUID (= chi, che cosa) + congiuntivo
• UBI + congiuntivo (= dove)
b) disgiuntiva:
• UTRUM … AN = se…. o
• -NE … AN = se…. o
• / …… AN = se…. o
c) retorica:
• -NE / NUM se
=
• NONNE = se non
COMPARATIVA
……………………… QUAM
……………………… MAGIS QUAM
……………………… POTIUS QUAM
……………………… MELIUS QUAM
DI UGUAGLIANZA:
SIC…..UT
ITA…..UT
SIC…..QUEMADMODUM
TALIS…..QUALIS
TANTUM…..QUANTUM
TAM…..QUAM
TOT…..QUOT
TOTIENS…..QUOTIENS
SIMILIS, AEQUUS, PAR, IDEM, ALIUS, CONTRA……………… ATQUE/ AC + INDICATIVO
IDEM……….QUI,QUAE, QUOD + INDICATIVO
ECCETTUATIVA
nisi + indicativo
si non + indicativo
si minus + indicativo
sin, si autem, sin autem, + indicativo
nisi vero, nisi forte + indicativp
praeter quam quod + indicativo
AVVERSATIVA
CUM + congiuntivo (“ cum avversativo”) = laddove, al contrario, mentre, invece…
1
Questo che cosa è, che relazione c’è con la principale, come si traduce
tenenda praeterea est omnis antiquitas exemplorumque vis, neque legum ac iuris civilis scientia neglegenda est.
Nam quid ego de actione ipsa plura dicam? quae motu corporis, quae gestu, quae vultu, quae vocis conformatione
ac varietate moderanda est; quae sola per se ipsa quanta sit, histrionum levis ars et scaena declarat; in qua cum
omnes in oris et vocis et motus moderatione laborent, quis ignorat quam pauci sint fuerintque, quos animo aequo
spectare possimus? Quid dicam de thesauro rerum omnium, memoria? Quae nisi custos inventis cogitatisque rebus
et verbis adhibeatur, intellegimus omnia, etiam si praeclarissima fuerint in oratore, peritura. [19] Quam ob rem
mirari desinamus, quae causa sit eloquentium paucitatis, cum ex eis rebus universis eloquentia constet, in quibus
singulis elaborare permagnum est, hortemurque potius liberos nostros ceterosque, quorum gloria nobis et dignitas
cara est, ut animo rei magnitudinem complectantur neque eis aut praeceptis aut magistris aut exercitationibus,
quibus utuntur omnes, sed aliis quibusdam se id quod expetunt, consequi posse confidant.
[VI] [20] Ac mea quidem sententia nemo poterit esse omni laude cumulatus orator, nisi erit omnium rerum
magnarum atque artium scientiam consecutus: etenim ex rerum cognitione efflorescat et redundet oportet oratio.
Quae, nisi res est ab oratore percepta et cognita, inanem quandam habet elocutionem et paene puerilem.
La forza degli esempi e tutta la storia antica deve essere conservata, e non deve essere trascurata la dottrina del
diritto civile e delle leggi. Infatti Che cosa io potrei dire in più su questo stesso porre? Questa deve essere
moderata con l’atteggiamento del corpo coi gesti con l’espressione del volto con la modulazione della voce e il
timbro . Questa unicamente per se stessa la scena e la leggera arte degli attori mostra quanto sia grande ; in
questa sforzandosi tutti nel disciplinare la bocca la voce e i movimenti, chi ignora quanto pochi siano e fossero
stati, coloro dei quali con animo pacificato possiamo essere spettatori? Che cosa potrei dire dello scrigno di tutte le
cose, la memoria? Questa se non e adoperata a custode trovate e pensate le cose e le parole, capiamo tutte quante
le cose, anche se sono state illustrissime, come destinate a morire. perciò smettiamo di ammirare quale sia la
causa della scarsezza degli eloquenti, consistendo l’eloquenza da tutte quante quelle cose, in cui singolarmente è
fondamentale da studiare , e esortiamo piuttosto i nostri figli liberi e gli altri, di cui la gloria e la dignità a noi è
cara, a comprendere la grandezza della cosa con l’animo e non con i precetti o i maestri o le esercitazioni di cui
fanno uso tutti quanti, ma con gli altri con cui chiedere a se ciò che confidano di potere conseguire.
E a mio parere, nessuno potrà essere un oratore colmo di ogni lode, se non avrà una profonda conoscenza di tutte
le cose importanti e delle arti: la parola infatti deve sbocciare ed uscire dalla consapevolezza delle [Link] se
la cosa non è percepita e compresa dall’oratore, ha un discorso vacua e quasi puerile.
[6] Ac mihi quidem saepe numero in summos homines ac summis ingeniis praeditos
intuenti quaerendum esse visum est quid esset cur plures in omnibus rebus quam in
dicendo admirabiles exstitissent; nam quocumque te animo et cogitatione
converteris, permultos excellentis in quoque genere videbis non mediocrium artium,
sed prope maximarum. [7] Quis enim est qui, si clarorum hominum scientiam rerum
gestarum vel utilitate vel magnitudine metiri velit, non anteponat oratori
imperatorem? Quis autem dubitet quin belli duces ex hac una civitate
praestantissimos paene innumerabilis, in dicendo autem excellentis vix paucos
proferre possimus? [8] Iam vero consilio ac sapientia qui regere ac gubernare rem
publicam possint, multi nostra, plures patrum memoria atque etiam maiorum
exstiterunt, cum boni perdiu nulli, vix autem singulis aetatibus singuli tolerabiles
oratores invenirentur. Ac ne qui forte cum aliis studiis, quae reconditis in artibus
atque in quadam varietate litterarum versentur, magis hanc dicendi rationem, quam
cum imperatoris laude aut cum boni senatoris prudentia comparandam putet,
convertat animum ad ea ipsa artium genera circumspiciatque, qui in eis floruerint
quamque multi sint; sic facillime, quanta oratorum sit et semper fuerit paucitas,
iudicabit.
Nam mores et instituta vitae resque domesticas ac familiaris nos profecto et melius tuemur et lautius, rem vero
publicam nostri maiores certe melioribus temperaverunt et institutis et legibus. quid loquar de re militari? in qua
cum virtute nostri multum valuerunt, tum plus etiam disciplina. iam illa, quae natura, non litteris adsecuti sunt,
neque cum Graecia neque ulla cum gente sunt conferenda. quae enim tanta gravitas, quae tanta constantia,
magnitudo animi, probitas, fides, quae tam excellens in omni genere virtus in ullis fuit, ut sit cum maioribus
nostris comparanda?
Infatti noi proteggiamo i costumi e le istituzione della vita e le faccende domestiche e i familiari sia
meglio sia con più onore , e di certo i nostri antenati moderarono la repubblica con migliori istituzioni
e leggi . Cosa potrei dire della guerra? In questa i nostri ebbero notevole rilievo tanto in virtu quanto
più anche in disciplina. Quelle cose che con la natura Non hanno conseguito attraverso gli studi ne con
la dottrina dei greci ne con altra gente sono da comparare. Infatti quale autorità tanto grande quale
tanto grande costanza e grandezza d’anima , integrità lealtà quale così tanto eccellente valore in ogni
ambito esistette in alcuni tale che possa essere comparato ai nostri antenati.
Una volta destituito del tutto dai compiti di avvocato e di senatore mi sono ritirato come tu mi hai
esortato a fare a quegli studi che sepolti nel cuore trascurati a causa della situazione politica, interrotti
da lungo tempo finalmente ho ripreso e poiché la ragione e la disciplina ( la teoria e la applicazione della
teoria) questo , essendo tenuti assieme di tutte le arti dallo studio e dalla conoscenza che si dice
filosofia/ che è detta filosofia ho ritenuto che ciò dovesse essere spiegato da me , non perché non potesse
essere percepita / non si potesse apprendere la filosofia tramite le lettere e i sapienti greci. Ma perché ho
sempre ritenuto che noi abbiamo trovato le cose tutte più sapientemente dei greci o quelle ricevute dai
greci li abbiamo fatte più di quelli migliori quelle che hanno ritenuto degni di studio su cui lavorare.
LUCREZIO
DE RERUM NATURA
L'inno a Venere (I, vv. 1-43)
Il proemio del grande poema didascalico di Lucrezio, il De rerum natura, è
fondamentale per introdurre i temi fondamentali alla base dell’operazione
letteraria, filosofica e culturale che il poeta si prefigge con la propria opera.
L’apertura del testo è così dedicata all’invocazione a Venere (“Aeneadum
genetrix”), dea dell’amore e principio vitale della continuità dell’esistenza, alla
quale Lucrezio chiede innanzitutto intercessione affinché circonfonda di lepos
(v. 15 e v. 28; ovvero di grazia e bellezza poetica) il proprio arduo impegno
di divulgazione e spiegazione della filosofia di Epicuro (341-270 a. C.) nel
mondo romano.
La seconda richiesta è poi quella che la dea, simbolo di pace, si rivolga al dio
della guerra Marte per assicurare a Roma un periodo di pace in una
situazione drammatica come quella delle guerre civili (v. 41: “hoc patriai
tempore iniquo”).
Non manca la dedica e la captatio benevolentiae del protettore patrizio, Gaio
Memmio (v. 26: “Memmiadae nostro”; v. 42: “Memmi clara propago”), che
diventa il destinatario ideale del progetto di Lucrezio: presentare e
diffondere l’epicureismo tra le élites culturali di Roma, invitandole alla scoperta
di una filosofia estranea al mos maiorum ma che per Lucrezio doveva costruire
l’asse portante delle conoscenze scientifiche e degli insegnamenti etici del
nuovo ceto dirigente.
Lo stile di questo proemio è particolarmente sublime, come richiede
l’importanza del momento e la solennità dell’argomento: troviamo allora
genitivi singolari e plurali con desinenze arcaiche (in -ai e in -um), forme
particolari e poco usate di sostantivi e verbi, l’uso di allitterazioni e di serie
di aggettivi in successione, la costruzione di immagini tanto elaborate
quanto memorabili, l’attenzione nella scelta delle congiunzioni
subordinanti per scandire le proprie argomentazioni scientifico-filosofiche.
Attraverso questo stile elevato e retoricamente elaborato, Lucrezio vuole
trasmettere al proprio lettore il senso di novità straordinaria della
parola e degli insegnamenti di Epicuro (presentati ad esempio nel proemio del
secondo libro), e invitarlo in un difficile viaggio (estetico e gnoseologico al
tempo stesso) mai intrapreso prima da alcun esser umano.
Metro: esametro dattilico.
Testo
1. Aèneadùm genetrìx 1, | hominùm divùmque 2 volùptas 3,
2. àlma 4 Venùs, | caelì subtèr | labèntia 5 sìgna
3. quaè mare nàvigerùm, | quae tèrras frugiferentis
4. còncelebràs, | per tè quoniàm | genus òmne animàntum
5. còncipitùr | visìtque 6 exòrtum | lùmina sòlis:
6. tè 7, dea, tè fugiùnt | ventì, te nùbila càeli
7. àdventùmque tuùm, | tibi suàvis daèdala 8 tèllus
8. sùmmittìt florès, | tibi rìdent aèquora pònti
9. plàcatùmque nitèt | diffùso lùmine caèlum.
10. Nàm simul 9 àc speciès | patefàctast vèrna dièi
11. èt reseràta vigèt | genitàbilis àura favòni 10,
12. àeriaè primùm | volucrès te, dìva, tuùmque
13. sìgnificànt initùm | percùlsae còrda tuà vi.
14. Ìnde feraè pecudès 11 | persùltant pàbula 12 laèta
15. èt rapidòs | tranànt amnìs: | ita càpta lepòre 13
16. tè sequitur cupidè | quo quàmque indùcere pèrgis.
17. Dènique pèr maria àc montìs | fluviòsque rapàcis 14
18. fròndiferàsque domòs | aviùm campòsque virèntis
19. òmnibus ìncutièns | blandùm per pèctora amòrem
20. èfficis ùt 15 cupidè | generàtim 16 saècla propàgent.
21. Quaè quoniàm rerùm | natùram sòla gubèrnas
22. nèc sine tè quicquàm | diàs in lùminis òras
23. èxoritùr | neque fìt laetùm | neque amàbile quìcquam,
24. tè sociàm studeò | scribèndis vèrsibus èsse,
25. quòs ego dè rerùm | natùra pàngere cònor 17
26. Mèmmiadaè nostrò 18, | quem tù, dea, tèmpore in òmni
27. òmnibus òrnatùm | voluìsti excèllere rèbus.
28. Quò magis aèternùm | da dìctis, dìva, lepòrem;
29. èffice ut ìntereà | fera moènera mìlitiài 19
30. pèr maria àc terràs | omnìs sopìta quièscant;
31. nàm tu sòla potès | tranquìlla pàce iuvàre
32. mòrtalìs, | quoniàm bellì | fera moènera Màvors 20
33. àrmipotèns regit, ìn | gremiùm qui saèpe tuùm se
34. rèicit aèternò | devìctus 21 vùlnere amòris,
35. àtque ita sùspicièns | teretì cervìce repòsta
36. pàscit amòre avidòs | inhiàns in tè, dea, vìsus
37. èque tuò pendèt | resupìni spìritus òre.
38. Hùnc tu, dìva, tuò | recubàntem còrpore sàncto
39. cìrcumfùsa supèr, | suavìs ex òre loquèllas
40. fùnde petèns placidàm | Romànis, ìncluta, pàcem 22.
41. Nàm neque nòs agere hòc | patriài tèmpore inìquo
42. pòssumus aèquo animò | nec Mèmmi clàra propàgo
43. tàlibus ìn rebùs | commùni dèsse 23 salùti.
TRADUZIONE
1. Genitrice della stirpe di Enea, gioia di uomini e dei,
2. Venere che dai la vita, che sotto gli astri scorrenti
3. del cielo rendi popoloso il mare colmo di navi e la
4. terra fertile di messi, poiché ogni genere di viventi
5. nasce da te e, sorta, contempla la luce solare:
6. te, dea, te fuggono i venti, te e la tua avanzata il cielo
7. nuvoloso, per te la terra industriosa fa sgorgare fiori,
8. per te sorridono le vaste superfici del mare
9. e, placato, splende il cielo di una diffusa chiarezza.
10. Non appena s’è spalancato lo splendore primaverile
11. dei giorni e, libero, prende forza il Favonio fecondo.
12. come primi gli uccelli preannunciano te, dea, e il tuo
13. arrivo, i cuori toccati dalla tua energia vitale.
14. Poi bestie feroci e greggi scorrazzano per pascoli felici
15. e guadano rapidi torrenti: così, preso dalla magia,
16. chiunque, ardente, ti segue ovunque lo porti.
17. Infine, per mari e monti e fiumi impetuosi, e per le
18. magioni frondose degli uccelli e per i campi
19. verdeggianti, infondendo a tutti per i petti un dolce
20. amore, fa che con passione le stirpi propaghino
21. secondo il genere. Poiché tu sola reggi la natura
22. delle cose, e nulla sorge senza te nei divini mondi
23. della luce, né accade alcunché di lieto o piacevole,
24. te voglio come compagna per comporre i versi
25. che io provo a scrivere sulla natura delle cose,
26. per i discendenti di Memmio, che tu, dea, hai voluto
27. si distinguessero, ornata d’ogni dote. Tanto più, o dea,
28. concedi un fascino infinito ai miei versi; intanto
29. fa’ che le selvagge azioni di guerra riposino tutte
30. in pace, per mari e terre; infatti, tu sola puoi aiutare
31. i mortali con una serena pace, poiché i crudi onori
32. della guerra li governa Marte, potente in armi,
33. che spesso poggia il capo sul tuo grembo, vinto da
34. eterna ferita d’amore; così, sollevando gli occhi,
35. col collo armonioso reclino, ammirando te, dea,
36. nutre gli avidi occhi d’amore, e dal tuo viso pende
37. il respiro di lui che è riverso. Quando lui è sdraiato
38. sul tuo sacro corpo, tu, dea, abbracciandolo da sopra,
39. proferisci dalle labbra dolci parole, chiedendo
40. per i Romani, o gloriosa, una serena pace. Infatti,
41. né io posso accingermi con spirito tranquillo
42. in un tempo infelice, né l’illustre stirpe di Memmio
43. può mancare in tale situazione alla comune salvezza
NOTE
1 Aeneadum genetrix: il De rerum natura si apre con un patronimico
solenne, che ha una doppia funzione specifica: da un lato, c’è il richiamo
esplicito ai valori e alla tradizione della cultura romana (Venere è salutata come
“genitrice” ed origine della stirpe di Enea) e alla poesia epica, dato che nella
scelta dell’aggettivo c’è un chiaro rimando al poeta Ennio (239-169 a.C.);
dall’altro si apre qui (per chiudersi al v. 20) la cosiddetta aretalogia di Venere
(dal greco areté, “virtù divina” e logía, “studio, discorso”), ovvero un inno delle
qualità attribuite ad una divinità e delle sue azioni venerabili. Questa sezione,
oltre a garantirsi le simpatie del pubblico del tempo e a inserire l’opera in un
determinato contesto storico-letterario, vuole soprattutto celebrare Venere
come simbolo di un piacere vitale che, secondo i canoni
dell’epicureismo, si oppone ai moti di distruzione, impersonati da
Marte. Le due divinità (che un epicureo ortodosso come Lucrezio avrebbe
dovuto rigettare) sono così “raffigurazioni poetiche dei due contrapposti,
universali movimenti degli atomi, che producono, rispettivamente,
l’aggregazione e la disaggregazione, la costruzione e la distruzione, la
vita e la morte, il piacere e il dolore, la pace e la guerra, e via di
seguito per analoghe determinazioni” (F. Giancotti, Note, in Tito Lucrezio
Caro, La Natura, Milano, Garzanti, 2003, p. 414).
2 divumque: forma arcaica del genitivo plurale della seconda declinazione
al posto di divorum, assai frequente in Lucrezio.
3 voluptas: la voluptas è, nella mitologia greco-latina, un attributo
convenzionale di Venere (o Afrodite), che era appunto la dea della bellezza e
dell’amore; nella prospettiva epicurea di Lucrezio, la dea è quel “piacere” che
costituisce il fine della vita umana.
4 alma: altro epiteto tradizionale di Venere; l’aggettivo almus, -a, -um deriva
dal verbo alo, alis, alui, alitum, alere, “nutrire, alimentare, far crescere” ed
indica quindi una forza cha dà e trasmette la vita. È quindi questa la
prerogativa che contrappone Venere a Marte “armipotens” (v. 33), come il
poeta spiega nella scena ai vv. 29-40.
5 labentia: Lucrezio intende lo scorrimento lento degli astri (“signa”) lungo
la volta celeste; proprio per questo usa il termine labentia, che deriva da labor,
laberis, lapsus sum, labi, “scivolare, scorrere dall’alto al basso”.
6 visitque: il verbo viso, visis, visi, visum, visere, “andare a vedere, visitare
qualcuno, contemplare con attenzione” è la forma frequentativa di video,
vides, vidi, visum, videre.
7 te: è tipico delle invocazioni rituali alle divinità l’uso del pronome di
seconda persona singolare (v. 6, v. 12, v. 16), la serie di attributi ed
apposizioni tipiche (“genetrix”, v. 1; “voluptas”, v. 1; “alma” v. 2; “dea”, v. 6),
la formula per chiedere qualcosa in cambio della preghiera (“efficis ut”, v. 20;
“effice ut”, v. 29).
8 daedala: il termine è un grecismo da daídalos, “creatore, artefice”; il nesso
sostantivo + aggettivo “daedala tellus”, oltre che letterariamente raffinato,
è anche molto significativo dal punto di vista della rappresentazione, poiché la
terra è creatrice diretta di bellezza e di vita attraverso i suoi frutti.
9 Nam simul: la congiunzione, parallelamente a “inde” (v. 14) , “denique” (v.
17) e “quoniam” (v. 21), è tipica del registro prosastico, ed indica quindi
come Lucrezio, per articolare il proprio discorso, anche termini estranei al
linguaggio della poesia.
10 Costruzione: “et aura genitabilis favoni viget reserata”. Il Favonio è un
vento primaverile caldo e secco, che spira da ovest e che in antichità era
identificato con lo Zefiro. Il nome deriva dal verbo faveo, faves, favi, fautum,
favere, “proteggere, essere propizio, far crescere”.
11ferae pecudes: tra i due termini, è probabilmente da sottointendere la
congiunzione “et”.
12 pecudes persultant pabula: si noti la forte allitterazione di “p”, caratteristica
dello stile arcaizzante di Lucrezio).
13 capta lepore: l’espressione è cruciale per l’operazione letterario-didascalico
che Lucrezio si prefigge con il suo poema: da un lato c’è infatti la difficoltà
ermeneutica della dottrina epicurea e il suo contenuto potenzialmente
rivoluzionario per la mentalità romana; dall’altro il godimento estetico
dell’opera letteraria, che deve contribuire a rendere più dolce - come
spiegato nel famoso passo sul miele e l’assenzio in De rerum natura, I, vv.
921-950 - le asprezze dei concetti filosofici del maestro. Ad un livello più
profondo, il termine lepos caratterizza però per Lucrezio i due grandi oggetti
della sua scrittura poetica: la Natura, che è attraversata dal principio vitale, e
la poesia, che deve necessariamente trasmettere al lettore l’emozione, la
passione e la tensione morale del suo autore. Secondo un ordine compositivo
molto calibrato, il termine compare al v. 28, prima della nuova richiesta a
Venere.
14 rapacis: da intendere per “rapaces”, e coordinato a “fluviosque”.
15 efficis ut: dopo le celebrazioni del potere vivificante di Venere, giunge la
richiesta formulare di perpetuare la vita nelle generazioni successive e, più
avanti (vv. 32-40) di placare Marte e assicurare un lungo periodo di pace a
Roma.
16 generatim: si tratta di un arcaismo.
17 quos ego de rerum natura pangere conor: il verso, che indica il titolo del
poema, contiene da un lato un rimando intertestuale al poema di
Empedocle e all’opera principale di Epicuro, il Perì phýseos (“Sulla Natura”),
suddiviso in trentasette libri ma giunto a noi solo in forma molto frammentaria.
È assai probabile che il discepolo Lucrezio abbia studiato il pensiero del
maestro in due sillogi, la Piccola Epitome e la Grande Epitome.
18 Memmiadae nostro: si tratta dell’indicazione del destinatario dell’opera,
identificabile in Gaio Memmio, nobile romano e governatore della Bitinia tra 57
e 56 a. C.; stando ad una Familiares (XIII, 1) di Cicerone, l’intento
pedagogico di Lucrezio nel dedicargli il De rerum natura non fu dei più felici:
Memmio, esiliato ad Atene dopo una condanna per brogli elettorali, decise di
edificare un’abitazione sopra le rovine della casa di Epicuro. Il termine
“Memmiadae”, particolarmente solenne e affine all’“Aeneadum” del v. 1, è
scelto anche per ragioni metriche, dato che il nome “Memmio” (composta da
una sillaba lunga, una breve e un’altra lunga) è incompatibile con il piede
dell’esametro.
19 moenera militiai: si noti l’allitterazione (come più avanti “moenera
Mavors”, v. 32) e la desinenza arcaica del genitivo in -ai, entrambi elementi
stilistici che elevano il tono letterario della pagina.
20 Mavors: nominativo arcaico per “Mars”; come prima per Venere, anche
qui la scelta di una divinità tradizionale è da intendere come un simbolo
dell’impulso alla morte e alla distruzione che per l’epicureismo è intrinseco
alla Natura stessa. Se l’evocazione del dio della guerra, “armipotens” (v. 38), è
qui funzionale a evocare indirettamente il clima di guerra per cui il poeta
invoca l’intervento di Venere, il parallelismo più ampio sarà tra questo proemio
e la chiusura del sesto libro sulla tragica pestilenza di Atene.
21 devictus: il significato del verbo devinco, devincis, devici, devictum,
devincere, “vincere totalmente, sbaragliare, sottomettere” è particolarmente
forte e pregnante: Marte è insomma soggiogato dalla forza d’amore.
22L’immagine dei vv. 32-40 presta molta attenzione ai rapporti plastici e
spaziali tra i due amanti, Venere e Marte.
23 Qui è sottointeso il verbo "potest".
Testo originale Traduzione a fronte
Illud in his rebus vereor, ne forte rearis A questo proposito temo ciò , che tu per caso pensi di introdurti
impia te rationis inire elementa viamque nei principi empi di una dottrina e di intraprendere la strada del
indugredi sceleris. Quod contra saepius illa delitto. Al contrario troppo spesso quella superstizione ha dato
religio peperit scelerosa atque impia facta. luogo ad azioni scellerate ed empie. In questo modo in Aulide i
Aulide quo pacto Triviai virginis aram capi scelti dei Danai, fior fiore degli eroi, macchiarono
Iphianassai turparunt sanguine foede orribilmente l’altare della vergine Trivia con il sangue di
ductores Danaum delecti, prima virorum. Ifigenia. E non appena a costei la benda posta intorno alle
Cui simul infula virgineos circum data comptus chiome verginali scese da una parte e dall’altra delle guance
ex utraque pari malarum parte profusast, allo stesso modo e non appena si accorse che il padre triste
et maestum simul ante aras adstare parentem stava davanti agli altari e che presso costui i
sensit et hunc propter ferrum celare ministros sacerdoti nascondevano la spada e che i cittadini alla sua vista
aspectuque suo lacrimas effundere civis, piangevano, muta per la paura caduta sulle ginocchia cercava
muta metu terram genibus summissa petebat. la terra. E non poteva giovare a lei infelice in una
Nec miserae prodesse in tali tempore quibat, situazione del genere il fatto di aver donato per prima il nome
quod patrio princeps donarat nomine regem. di padre al re; infatti, fu sollevata dalle mani degli uomini e fu
Nam sublata virum manibus tremibundaque ad aras condotta tremante verso gli altari, non perché potesse
deductast, non ut sollemni more sacrorum essere accompagnata in un luminoso imeneo, dopo aver
perfecto posset claro comitari Hymenaeo, compiuto il rito solenne secondo le tradizioni, ma pura
sed casta inceste nubendi tempore in ipso impuramente nel momento stesso delle nozze cadesse a terra
hostia concideret mactatu maesta parentis, come triste vittima, per il colpo del padre, affinché fosse data
exitus ut classi felix faustusque daretur. una partenza fortunata e favorevole alla flotta. A così grandi
Tantum religio potuit suadere malorum. mali la superstizione poté indurre.
E non mi sfugge (il fatto) che è difficile illustrare
in versi latini le oscure scoperte dei Greci,
specialmente perché bisogna esporre molti
(concetti) con parole nuove, a causa della
povertà della lingua e della novità
dell’argomento; ma tuttavia i tuoi meriti (14)
e lo sperato piacere di una dolce amicizia
(mi) spingono a sopportare fino in fondo
(efferre) qualsiasi fatica e (mi) inducono a
trascorrere sveglio (vigilare) notti serene,
cercando con quali parole e con quale poesia
io possa finalmente spandere nella tua
mente una chiara luce, grazie alla quale tu
possa penetrare con lo sguardo (convisere)
in profondità i segreti (della natura).
Ma quel genere umano fu nei campi molto
più duro, come era naturale, perché l'aveva creato la dura
At genus humanum multo fuit illud in arvis
terra,
durius, ut decuit, tellus quod dura creasset, e costituito all'interno da ossa più grandi e più solide,
et maioribus et solidis magis ossibus intus tenuta insieme attraverso le viscere da nervi robusti,
fundatum, validis aptum per viscera nervis, e tale da non essere colpito facilmente né dal caldo né dal
nec facile ex aestu nec frigore quod caperetur freddo
nec novitate cibi nec labi corporis ulla. né dalla novità del cibo né da alcuna infermità del corpo.
multaque per caelum solis volventia lustra E per molti lustri di sole che volgevano attraverso il cielo
volgivago vitam tractabant more ferarum. protraevano la vita secondo l'errabondo costume delle fiere.
nec robustus erat curvi moderator aratri E non c'era alcun robusto guidatore del curvo
quisquam, nec scibat ferro molirier arva aratro, né sapeva smuovere i campi col ferro
nec nova defodere in terram virgulta neque altis né piantare in terra nuovi virgulti né tagliare
arboribus veteres decidere falcibus ramos. con le falci i vecchi rami degli alti alberi.
quod sol atque imbres dederant, quod terra crearat Ciò che avevano dato il sole e le piogge, ciò che la terra
sponte sua, satis id placabat pectora donum. aveva prodotto
glandiferas inter curabant corpora quercus spontaneamente, questo dono placava i petti a sufficienza.
plerumque; et quae nunc hiberno tempore cernis Tra le querce cariche di ghiande perlopiù curavano
i corpi; e quei corbezzoli che ora vedi nel tempo invernale
arbita puniceo fieri matura colore,
diventare maturi con un colore di porpora,
plurima tum tellus etiam maiora ferebat. allora la terra li portava anche più numerosi e più grandi.
multaque praeterea novitas tum florida mundi Inoltre allora la fiorente giovinezza del mondo produsse
pabula dura tulit, miseris mortalibus ampla. molti cibi rozzi, abbondanti per i miseri mortali.
at sedare sitim fluvii fontesque vocabant, Ma fiumi e fonti [li] chiamavano per calmare la sete,
ut nunc montibus e magnis decursus aquai come ora lo scorrere dell'acqua dai grandi monti
claricitat late sitientia saecla ferarum. reclama da lontano le assetate generazioni delle fiere.
denique nota vagis silvestria templa tenebant Inoltre allignano nei silvestri spazi delle ninfe noti
nympharum, quibus e scibant umore fluenta ai vagabondi, dalle quali sapevano che i fluidi torrenti
lubrica proluvie larga lavere umida saxa, d'acqua, scorrevoli con ampio flusso, lavavano le umide
umida saxa, super viridi stillantia musco, pietre,
et partim plano scatere atque erumpere campo. le umide pietre, che sopra stillavano di verde muschio,
e [sapevano che] in parte affioravano e sgorgavano nel
campo pianeggiante.
necdum res igni scibant tractare neque uti Ancora non sapevano trattare le cose col fuoco né servirsi
di pelli e vestire il corpo con spoglie di animali,
pellibus et spoliis corpus vestire ferarum,
ma abitavano i boschi e i monti cavi e le foreste
sed nemora atque cavos montis silvasque colebant e nascondevano tra i cespugli le ruvide membra
et frutices inter condebant squalida membra costretti a evitare le sferzate dei venti e le piogge.
verbera ventorum vitare imbrisque coacti. E non potevano badare all'interesse comune né sapevano
nec commune bonum poterant spectare neque ullis servirsi tra di loro di consuetudini o leggi alcune.
moribus inter se scibant nec legibus uti. Quello che di preda la sorte aveva offerto a ciascuno,
quod cuique obtulerat praedae fortuna, ferebat istintivamente
sponte sua sibi quisque valere et vivere doctus. ciascuno la prendeva per sé, ammaestrato a cavarsela e
sopravvivere.
E Venere nei boschi congiungeva i corpi degli amanti;
• et Venus in silvis iungebat corpora amantum;
infatti conquistava il favore di ciascuna o il reciproco
• conciliabat enim vel mutua quamque cupido desiderio
• vel violenta viri vis atque inpensa libido o la violenta forza e la passione sfrenata dell'uomo
• vel pretium, glandes atque arbita vel pira lecta. o una ricompensa, ghiande e corbezzoli o pere mature.
• et manuum mira freti virtute pedumque E confidando nel mirabile vigore delle mani e dei piedi
• consectabantur silvestria saecla ferarum inseguivano le silvestri generazioni delle fiere
• missilibus saxis et magno pondere clavae. con sassi da lanciare e col grande peso della clava
• multaque vincebant, vitabant pauca latebris; molte ne vincevano, poche ne evitavano nei nascondigli;
• saetigerisque pares subus silvestria membra simili ai setolosi cinghiali abbandonavano nude alla terra
• nuda dabant terrae nocturno tempore capti, le membra silvestri, sorpresi dal tempo notturno,
• circum se foliis ac frondibus involventes. avvolgendosi intorno foglie e fronde.
• nec plangore diem magno solemque per agros E non cercavano per i campi con grande pianto
il giorno e il sole [= la luce del giorno], aggirandosi
• quaerebant pavidi palantes noctis in umbris,
impauriti nelle ombre della notte,
• sed taciti respectabant somnoque sepulti, ma aspettavano tacendo e immersi nel sonno
• dum rosea face sol inferret lumina caelo. che il sole portasse le luci al cielo con la rosea fiaccola.
• a parvis quod enim consuerant cernere semper Poiché infatti fin da piccoli erano abituati a vedere sempre
• alterno tenebras et lucem tempore gigni, che le tenebre e la luce nascono a tempo alterno,
• non erat ut fieri posset mirarier umquam non era [possibile] che potesse avvenire che mai si
• nec diffidere, ne terras aeterna teneret stupissero
• nox in perpetuum detracto lumine solis. o temessero che una notte eterna occupasse
in eterno le terre, sottratta la luce del sole.
Sed magis illud erat curae, quod saecla ferarum Ma si preoccupavano più di questo, che le generazioni delle fiere
infestam miseris faciebant saepe quietem. spesso rendevano il riposo pericoloso ai miserabili.
eiectique domo fugiebant saxea tecta E cacciati dalla dimora fuggivano dai ripari sassosi
spumigeri suis adventu validique leonis all'arrivo di un cinghiale spumeggiante o di un forte leone
atque intempesta cedebant nocte paventes e nella sfavorevole notte, terrorizzati, abbandonavano
hospitibus saevis instrata cubilia fronde. ai terribili ospiti i giacigli ricoperti di fronda.
Nec nimio tum plus quam nunc mortalia saecla Né allora troppo più che adesso le generazioni mortali
dulcia linquebant lamentis lumina vitae. abbandonavano tra i lamenti le dolci luci della vita.
unus enim tum quisque magis deprensus eorum Infatti allora di più qualcuno di loro, sorpreso,
pabula viva feris praebebat, dentibus haustus, offriva alle belve un cibo vivente [pl.], divorato coi denti,
et nemora ac montis gemitu silvasque replebat e riempiva i boschi e i monti e le foreste col gemito
viva videns vivo sepeliri viscera busto. vedendo che vive viscere venivano immerse in un vivo sepolcro.
at quos effugium servarat corpore adeso, Ma quelli che la fuga aveva salvato, [pur] col corpo straziato,
posterius tremulas super ulcera tetra tenentes in seguito, tenendo i palmi tremanti sopra le orribili
palmas horriferis accibant vocibus Orcum, piaghe, invocavano l'Orco con orribili voci,
donique eos vita privarant vermina saeva finché le selvagge contorsioni li privavano della vita,
expertis opis, ignaros quid volnera vellent. mancanti di aiuto, ignari di cosa volessero le ferite.
at non multa virum sub signis milia ducta Ma un solo giorno non dava alla morte molte migliaia
una dies dabat exitio nec turbida ponti di uomini condotti sotto le insegne, né le turbolente distese
aequora lidebant navis ad saxa virosque. del mare sbattevano navi e uomini contro gli scogli.
nam temere in cassum frustra mare saepe coortum Ma alla cieca, a vuoto e invano il mare spesso sollevatosi
saevibat leviterque minas ponebat inanis, infuriava e facilmente interrompeva le vane minacce,
nec poterat quemquam placidi pellacia ponti né la subdola lusinga del mare calmo poteva
subdola pellicere in fraudem ridentibus undis. trarre in inganno qualcuno con le onde sorridenti.
improba navigii ratio tum caeca iacebat. Allora la funesta arte della nave giaceva nascosta.
tum penuria deinde cibi languentia leto Inoltre allora la penuria di cibo dava alla morte
membra dabat, contra nunc rerum copia mersat. le membra languenti, ora al contrario [le] sommerge l'abbondanza del
illi inprudentes ipsi sibi saepe venenum cose.
vergebant, nunc dant [aliis] sollertius ipsi. Quelli, ignari, spesso si versavano da soli
il veleno, ora essi stessi lo danno agli altri più scaltramente.
Laelius: Ego vero non gravarer, si mihi ipse confiderem; nam et praeclara res est et sumus, ut dixit Fannius,
otiosi. Sed quis ego sum? aut quae est in me facultas? doctorum est ista consuetudo, eaque Graecorum, ut iis
ponatur de quo disputent quamvis subito; magnum opus est egetque exercitatione non parva. Quam ob rem
quae disputari de amicitia possunt, ab eis censeo petatis qui ista profitentur; ego vos hortari tantum possum
ut amicitiam omnibus rebus humanis anteponatis; nihil est enim tam naturae aptum, tam conveniens ad res
vel secundas vel adversas.
Lellone: a dire il vero io non mi sentirei appesantito , se io stesso potessi contare su me; infatti sia cosa illustre e
sia siamo come dice fannio liberi. Tuttavia che cosa sono io? E quale è la facoltà in me? Dei dotti e abitudine ,
quella dei greci , che sia posto di cosa discutono quanto prima e possibile. E un impegno enorme e necessita di
non poco esercizio . Per tanto possono dibattere sulla amicizia queste stesse cose da loro richieste coloro che le
dichiarano io ritengo .io voi posso esortare voi a punto tale che l’amicizia anteponiate a tutte le cose umane.
Nulla infatti è tanto atto della natura quanto sia nella buona e nella cattiva sorte.
Sed hoc primum sentio, nisi in bonis amicitiam esse non posse; neque id ad vivum reseco, ut illi qui haec
subtilius disserunt, fortasse vere, sed ad communem utilitatem parum; negant enim quemquam esse virum
bonum nisi sapientem. Sit ita sane; sed eam sapientiam interpretantur quam adhuc mortalis nemo est
consecutus, nos autem ea quae sunt in usu vitaque communi, non ea quae finguntur aut optantur, spectare
debemus. Numquam ego dicam C. Fabricium, M'. Curium, Ti. Coruncanium, quos sapientes nostri maiores
iudicabant, ad istorum normam fuisse sapientes. Quare sibi habeant sapientiae nomen et invidiosum et
obscurum; concedant ut viri boni fuerint. Ne id quidem facient, negabunt id nisi sapienti posse concedi.
Ma questa prima di tutto sono convinto che se non nei buoni l’amicizia non può essere. E non taglio cio a vivo, come
quelli che dissero queste cose in maniera più fine, forse veramente, ma con poca utilità [Link] infatti che non
ci sia alcun uomo buono al di fuori del [Link] pure… Ma la sapienza interpretano quella che fino ad ora nessun
mortale ha conseguito, noi tuttavia quelle cose che sono nell’uso e nella vita comune, non quelle che si immaginano e
si desiderano noi dobbiamo guardare… Io direi che Caio Fabrizio Curio e con un Canio che i sapienti nostri maggiori
giudicavano, e siano stati sapienti secondo la norma di [Link]ò se hanno della sapienza solo il nome è invidioso e
oscuro. E ma ammettono che quelli sono stati virtuosi. Ma non fanno neppure questo sosterranno che ciò non può
essere concesso se non al saggio.
[Link] mia chiacchierata si rivolge a uomini imperfetti,
Ad imperfectos et mediocres et male sanos hic meus deboli e non ragionevoli, non a
sermo pertinet, non ad sapientem. Huic non timide nec chi possiede la saggezza. Costui non deve camminare con
pedetentim ambulandum est: tanta enim fiducia sui incertezza né a piccoli passi; infatti ha
est, ut obviam fortunae ire non dubitet nec umquam tanta fiducia in sé che non esita ad andare incontro alla sorte e
loco illi cessurus sit. Nec habet ubi illam timeat, quia non dovrà mai cederle il passo. Né
non mancipia tantum possessionesque et dignitatem, ha ragione di temerla, perché non solo gli schiavi e i
sed corpus quoque suum et oculos et manum et possedimenti e la posizione ma anche il suo
quicquid cariorem vitam facit seque ipsum inter corpo e gli occhi e la mano e tutto ciò che rende più cara la vita
precaria numerat, vivitque ut commodatus sibi et e persino se stesso annovera tra i
reposcentibus sine tristitia redditurus. beni fuggevoli e vive come se fosse stato affidato a se stesso in
2. Nec ideo vilis est sibi, quia scit se suum non esse; concessione e disposto a restituirsi
sed omnia tam diligenter faciet, tam circumspecte, senza malumore a chi lo reclamasse. 2. E non per questo si
quam religiosus homo sanctusque solet tueri fidei ritiene poco importante - perché sa di
non appartenersi - ma svolgerà tutti i suoi compiti con tanta
commissa.
diligenza, con tanta attenzione quanto
3. Quandoque autem reddere iubebitur, non queretur un uomo coscienzioso e responsabile è solito tutelare le cose
cum fortuna, sed dicet: "Gratias ago pro eo quod rimesse alla sua coscienza. 3. E
possedi habuique. Magna quidem res tuas mercede quando poi gli sarà ingiunto di restituirle, non si lamenterà con
colui, sed, quia ita imperas, do, cedo gratus libensque. la sorte ma dirà: "Sono grato di ciò
Si quid habere me tui volueris etiamnunc, servabo; si che ho posseduto e ho avuto in uso. Ho curato le tue cose con
aliud placet, ego vero factum signatumque argentum, grande profitto, ma poiché così
domum familiamque meam reddo, restituo." stabilisci, ecco che te le do, cedo, grato e volentieri. Se vorrai
Appellaverit natura, quae prior nobis credidit, et huic che io tenga ancora ora qualcosa di
dicemus: "Recipe animum meliorem quam dedisti; tuo, lo conserverò; se decidi diversamente, io allora argenteria,
non tergiversor nec refugio. Paratum habes a volente denaro, casa, servitù ti rendo, ti
quod non sentienti dedisti: aufer." restituisco." Poniamo che la natura reclarni le cose che per
4. Reverti unde veneris quid grave est? Male vivet prima ci aveva affidato: noi le diremo:
quisquis nesciet bene mori. Huic itaque primum rei "Riprenditi un animo migliore di quello che mi hai dato; non
sto a tergiversare o a rifiutarmi; ho
pretium detrahendum est et spiritus inter vilia
pronto da darti spontaneamente ciò che tu mi desti mentre ne
numerandus. Gladiatores, ut ait Cicero, invisos
ero inconsapevole: prenditelo." [Link]
habemus, si omni modo vitam impetrare cupiunt; c'è di grave a tornare da dove sei venuto? è destinato a vivere
favemus, si contemptum eius prae se ferunt. Idem male chi non saprà morire bene.
evenire nobis scias: saepe enim causa moriendi est Dunque occorre prima di tutto togliere valore a questa cosa e
timide mori. considerare la vita tra le cose di poco
5. Fortuna illa, quae ludos sibi facit: "Quo, inquit, te conto. Come dice Cicerone, ci sono insopportabili i gladiatori,
reservem, malum et trepidum animal? Eo magis se vogliono in ogni modo impetrare
convulneraberis et confodieris, quia nescis praebere la grazia della vita; li applaudiamo, se ostentano il disprezzo di
iugulum. At tu et vives diutius et morieris expeditius, essa. Sappi che anche a noi accade
qui ferrum non subducta cervice nec manibus la stessa cosa; spesso infatti è causa di morte la paura di
oppositis, sed animose recipis." morire. 5. Proprio la sorte, che ama
6. Qui mortem timebit, nihil umquam pro homine vivo scherzare, dice: "A che scopo dovrei risparirtiarti, animale
faciet; at qui sciet hoc sibi cum conciperetur statim meschino e tremebondo? Tanto più
condictum, vivet ad formulam et simul illud quoque profondamente ti farai ferire e trapassare, perché non te la
senti di porgere la gola; tu invece vivrai
eodem animi robore praestabit, ne quid ex iis quae
più a lungo e morirai in maniera più rapida, tu che aspetti la
eveniunt subitum sit. Quicquid enim fieri potest quasi
spada non sottraendo il collo né
futurum sit prospiciendo malorum omnium impetus mettendo davanti le mani, ma con coraggio." 6. Chi avrà paura
molliet, qui ad praeparatos exspectantesque nihil della morte non farà mai nulla da
afferunt novi, securis et beata tantum spectantibus uomo che vive; invece chi saprà che questa condizione è stata
graves veniunt. stabilita subito nel momento in cui
egli è stato concepito, vivrà secondo i patti e
contemporaneamente con la stessa forza d'animo si
prodigherà, perché nulla delle cose che accadono sia
improvvisa.
[Link] mortem timebit, nihil umquam pro homine vivo faciet; at qui sciet hoc sibi cum conciperetur statim condictum,
vivet ad formulam et simul illud quoque eodem animi robore praestabit, ne quid ex iis quae eveniunt subitum sit.
Quicquid enim fieri potest quasi futurum sit prospiciendo malorum omnium impetus molliet, qui ad praeparatos
exspectantesque nihil afferunt novi, securis et beata tantum spectantibus graves veniunt.
7. Morbus est, captivitas, ruina, ignis: nihil horum repentinum est. Sciebam in quam tumultuosum me contubernium
natura clusisset. Totiens in vicinia mea conclamatum est; totiens praeter limen immaturas exsequias fax cereusque
praecessit; saepe a latere ruentis aedificii fragor sonuit; multos ex iis quos forum, curia, sermo mecum contraxerat, nox
abstulit et iunctas sodalium manus copuatas interscidit: mirer ad me aliquando pericula accessisse, quae circa me
semper erraverint?
Magna pars hominum est quae navigatura de tempestate non cogitat. Numquam me in re bona mali pudebit auctoris:
Publilius, tragicis comicisque vehementior ingeniis quotiens mimicas ineptias et verba ad summam caveam spectantia
reliquit, Inter multa alia cothurno, non tantum sipario fortiora et hoc ait:
Cuivis potest accidere quod cuiquam potest.
Hoc si quis in medullas demiserit et omnia aliena mala, quorum ingens cotidie copia est, sic aspexerit tamquam
liberum illis et ad se iter sit, multo ante se armabit quam petatur. Sero animus ad periculorum patientiam post pericula
instruitur.
Avrà timore della morte nulla mai come un uomo vivo farà; chi invece capirà che ciò quando è stato concepito è
stato pattuito in merito a se , vivrà secondo l’accordo, e si adopererà anche quello con la forza dell’anima, così
che niente sia improvviso tra quelle cose che avvengono (lett. al passivo; affinché gli eventi procedano per il loro
naturale corso). infatti guardando tutto ciò come se potrà avvenire saprà alleviare l’angoscia di tutte le disgrazie,
l’angoscia che non porta A chi è preparato e se l’aspetta non portano niente di inaspettato, mentre giungono con
tutto il loro peso su chi si sente sicuro e spera solo nelle cose [Link] parlando di un morbo, prigionia, rovina,
e incendio: niente di ciò avviene [Link] sapevo in quale tumultuoso locale mi ha chiuso la [Link]
volte tra i miei vicini è stato [Link] la torcia il c’ero ha preceduto oltre la soglia esequie [Link]
mi hai misurato accanto il suono edificio che [Link] tra quelli che il foro la curia il mio discorso aveva
radunato gli ha portati via la notte: mi dovrei forse meravigliare che una buona volta siano toccati a me i pericoli che
mi sono sempre stati accanto?
una grande parte dell'umanità che mentre si accinge a navigare non pensa alla tempesta. lo non mi vergognerò mai di
citare un cattivo autore in un caso felice. Publilio più vigoroso dei talenti tragici e comici ogni volta che ha
rinunciato alle sue buffonerie da mimo e alle parole dirette alle ultime file del pubblico, tra molte altre frasi di tono
più elevato di quello tragico, non solo di quello del mimo, disse anche questo: A chiunque può capitare ciò che può
capitare a qualcuno. Chi si sarà impresso questo principio nel profondo dell'animo e guarderà tutte le disgrazie altrui,
delle quali tutti i giorni c'è grande abbondanza, così come se esse avessero la strada spianata anche verso di lui, si
annerà molto primadi venire assalito; troppo tardi si prepara l'animo a sopportare i pericoli dopo che questi si sono
presentati.
Quello mangia più di quanto ci sta, e con frenetica avidità riempì il ventre ricolmo ormai non più capace
di digerire , così che in un conato più grande rispetto all’atto dell’ ingestione vomiti tutte le cose. Ma agli
schiavi infelici non è possibile aprire bocca neppure in questa occasione per parlare; anche al minimo
bisbiglio erano colpiti con la verga, e Neppure gli imprevisti, come un colpo di tosse uno sternuto o un
singhiozzo, sono esclusi dalla frusta; E con un grave male viene punito il silenzio interrotto da una
qualche parola. Così accade che parlino del padrone costoro ai quali non è permesso parlare in presenza
del padrone. Invece quelli per i quali c'era possibilità di parola non solo in presenza dei padroni, ma anche
con loro, la cui bocca non veniva cucita, erano disposti a porgere il collo per il padrone, a rivolgere sulla
propria testa un pericolo che lo minacciava; nelle cene parlavano, ma sotto tortura tacevano. E poi si cita
un proverbio della stessa arroganza, cioè che ci sono altrettanti nemici che schiavi: non li abbiamo nemici,
ma li rendiamo. Tralascio per ora altri comportamenti crudeli, disumani, per il fatto che ne abusiamo
neppure come uomini, ma come bestie. Quando ci siamo distesi per cenare, uno deterge gli sputi, un altro,
messo sotto al divano, raccoglie gli avanzi degli ubriachi. Un altro taglia volatili costosi; attraverso il
petto e le cosce muovendo con tratti sicuri la mano abile stacca i pezzi, sventurato, lui che vive per
quest'unica cosa, (cioè) per tagliare il pollame in maniera raffinata, se non che è più infelice chi insegna
questo a motivo di piacere di chi impara per necessità.
Alius vini minister in muliebrem modum Un altro che si occupa del vino adornato a
ornatus cum aetate luctatur: non potest maniera femminile combatte con l’età .
effugere pueritiam, retrahitur, iamque
militari habitu glaber retritis pilis aut penitus
Non può sfuggire alle trasformazioni cui sta
evulsis totā nocte pervigilat, quam inter andando incontro, è trattenuto, con l’aspetto di
ebrietatem domini ac libidinem dividit et in uno che dovrebbe andare a combattere
cubiculo vir, in convivio puer est. Alius, cui militare , glabro, con i peli rasati o strappati,
convivarum censura permissa est, perstat rimane sveglio per tutta la notte, che divide tra
infelix et exspectat quos adulatio et l’ebrezza del padrone e il suo piacere e in
intemperantia aut gulae aut linguae revocet camera da letto e un uomo e nel banchetto un
in crastinum. Adice obsonatores quibus ragazzo.
dominici palati notitia subtilis est, qui sciunt
Colui al quale è stata affidata la cinseura dei
cuius illum rei sapor excitet, cuius delectet
aspectus, cuius novitate nauseabundus erigi convitati rimane fermo , sventurato, e osserva
possit, quid iam ipsā satietate fastidiat, quid quelli che laudlaaione e intemperanza e la
illo die esuriat. Cum his cenare non sustinet mancanza di controllo o della gola o della
et maiestatis suae deminutionem putat ad lingua richiameranno in futuro.
eandem mensam cum servo suo accedere. Di
melius! Quot ex istis dominos habet! Stare Aggiungi i cuochi ai quali è conoscenza sottile
ante limen Callisti dominum suum vidi et del palato del padrone che sanno il sapore di
eum qui illi impegerat titulum, qui inter
che cosa lo compiaccia, dalla novità di cosa
re i c u l a m a n i c i p i a p ro d u x e r a t , a l i i s
intrantibus excludi. Rettulit illi gratiam possa essere sssere alzato in preda alla nausea.
servus ille in primam decuriam coniectus, in Cosa gli dia fastidio per la sazietà stessa e di
quā vocem praeco experitur: et ipse illum che cosa abbia voglia in quel giorno . Con
invicem apologavit, et ipse non iudicavit questi non tollera cenare e considera una
domo suā dignum. Dominus Callistum diminuzione del suo prestigio accostarsi alla
vendidit: sed domino quam multa Callistus! stessa tavola col proprio schiavo. Che gli dei ci
Vis tu cogitare istum quem servum tuum assistano ! Quanto tra questi ha come padroni !
vocas ex isdem seminibus ortum eodem frui Ho visto stare il suo padrone, davanti alla
caelo, aeque spirare, aeque vivere, aeque
mori! tam tu illum videre ingenuum potes
soglia di Calliste, e colui che a lui aveva affisso
quam ille te servum. Varianā clade multos il cartello della vendita il quale lo aveva
splendidissime natos, senatorium per condotta tra gli schiavi di scarto essere tenuto
militiam auspicantes gradum, fortuna fuori dagli altri che entravano. Gli rese il
depressit: alium ex illis pastorem, alium favore(ironico) a lui quello schiavo spinto alla
custodem casae fecit. Contemne nunc eius prima decuria (blocco) nel quale il banditore
fortunae hominem in quam transire dum prova la voce. E egli stesso lo respinse a sua
contemnis potes. Nolo in ingentem me volta e non lo ritenne degno della propria casa .
locum immittere et de usu servorum
Il padrone vendette callisto ma al padrone
disputare, in quos superbissimi,
crudelissimi, contumeliosissimi sumus . quante volte la fece pagare.
Haec tamen praecepti mei summa est: sic Insomma pensa che quello che tu chiami tuo
cum inferiore vivas quemadmodum tecum schiavo nato dagli stessi semi gode dello stesso
superiorem velis vivere. Quotiens in mentem cielo e respira e vive e muore come te. E tu
venerit quantum tibi in servum tuum liceat, puoi vedere lui libero tanto quanto tu schiavo.
veniat in mentem tantundem in te domino
tuo licere. 'At ego' inquis 'nullum habeo
dominum.'
Bona aetas est: forsitan habebis. All’indomani del, la sconfitta di varo la fortuna
Nescis quā aetate Hecuba servire depresse molti nati da famiglie nobili i quali
coeperit, quā Croesus, quā Darei aspiravano all’accesso in senato tramite il servizio
mater, quā Platon, quā Diogenes? militare
Vive cum servo clementer, comiter Rese l’uno pastore l’altro custode della baracca la.
Disprezza luomo nella cui condizione puoi cadere
quoque, et in sermonem illum admitte
mentre puoi disprezzarlo.
et in consilium et in convictum. Hoc Nom voglio addentrarmi in un quest’azione ambia
loco acclamabit mihi tota manus e discutere sul trattamento degli schiavi verso i
delicatorum 'nihil hac re humilius, quali noi siamo molto si er I molto crudeli e molto
nihil turpius.' Hos ego eosdem brutali.
deprehendam alienorum servorum Queste cose sono la summa del mio precetto : vivi
osculantes manum. Ne illud quidem con lifnrrirormnello stesso modo in cui vuoi che il
videtis, quam omnem invidiam uselriror viva con te.
maiores nostri dominis, omnem Ogni volta che ti sia venuto in mente quanto ti sia
contumeliam servis detraxerint? lecito nei confronti del tuo schiavo a te che sei
padrone che altrettanto è lecito su di te il tuo
Dominum patrem familiae
padrone . Ma io non ho alcun padrone dice
appellaverunt, servos - quod etiam in Lucillio. E un buon momento, rose un giorno ne
mimis adhuc durat - familiares; avrai noi.
instituerunt diem festum, non quo
solo cum servis domini vescerentur,
sed quo utique; honores illis in domo
gerere, ius dicere permiserunt et
domum pusillam rem publicam esse
iudicaverunt. 'Quid ergo? omnes
servos admovebo mensae meae?'
Quocumque me verti, argumenta Dovunque mi giro, vedo prove della
senectutis meae video. Veneram in mia vecchiaia. Ero andato nella mia
suburbanum meum et querebar de villa di periferia e mi lamentavo delle
impensis aedificii dilabentis. Ait spese dell'edificio diroccato. Il fattore
vilicus mihi non esse neglegentiae mi dice che non è colpa della sua
suae vitium, omnia se facere, sed trascuratezza, che lui fa tutto, ma la
villam veterem esse. Haec villa inter villa è vecchia. Questa villa crebbe tra le
manus meas crevit: quid mihi mie mani: che cosa accadrà a me, se i
futurum est, si tam putria sunt sassi della mia età sono così fradici? [2]
aetatis meae saxa? [2] Iratus illi Arrabbiato con lui, colgo la prima
proximam occasionem stomachandi occasione di sfogarmi. "Si vede" dico
arripio. ‘Apparet’ inquam ‘has "che questi platani sono trascurati: non
platanos neglegi: nullas habent hanno fronde. Quanto sono nodosi e
frondes. Quam nodosi sunt et contorti i rami, quanto sofferenti e
retorridi rami, quam tristes et squallidi i tronchi! Questo non
squalidi trunci! Hoc non accideret si accadrebbe se qualcuno li zappasse
quis has circumfoderet, si irrigaret.’ intorno, se li irrigasse." Giura sul mio
Iurat per genium meum se omnia genio tutelare che lui fa tutto, che in
facere, in nulla re cessare curam nessuna cosa la sua cura viene meno,
suam, sed illas vetulas esse. Quod ma che quelli sono vecchi. Che resti tra
intra nos sit, ego illas posueram, noi, io li avevo piantati, io ne avevo
ego illarum primum videram visto il primo fogliame. [3] Rivoltomi
folium. [3] Conversus ad ianuam verso la porta "Chi è costui?" dico
‘quis est iste?’ inquam ‘iste "questo decrepito e giustamente
decrepitus et merito ad ostium avvicinato all'ingresso? Infatti guarda
admotus? foras enim spectat. Unde fuori. Da dove hai fatto venire costui?
istunc nanctus es? Quid te Che piacere ti ha preso di far sepellire
delectavit alienum mortuum un morto altrui?" Ma quello "Non mi
tollere?’ At ille ‘Non cognoscis me?’ conosci?" dice; "Io sono Felicione, al
inquit; ‘Ego sum Felicio, cui solebas quale eri solito portare le statuette; io
sigillaria afferre; ego sum Philositi sono il figlio del fattore Filosito, il tuo
vilici filius, deliciolum tuum’. amico di giochi." "Costui" dico "è
‘Perfecte’ inquam ‘iste delirat: completamente fuori di senno: uno
pupulus, etiam delicium meum spauracchio è diventato anche mio
factus est? Prorsus potest fieri: amico preferito? Certamente può
dentes illi cum maxime cadunt.’ [4] capitare: gli cadono proprio adesso i
Debeo hoc suburbano meo, quod denti." [4] Devo questo alla mia villa di
mihi senectus mea quocumque periferia, (cioè) il fatto che dovunque
adverteram apparuit. mi fossi rivolto mi è apparsa evidente la
Complectamur illam et amemus; mia vecchiaia. Abbracciamola e
plena est voluptatis, si illa scias uti. amiamola; è piena di piacere, se la sai
Gratissima sunt poma cum fugiunt; sfruttare. Graditissimi sono i frutti
pueritiae maximus in exitu decor quando se ne vanno; la bellezza della
est; deditos vino potio extrema puerizia è massima alla sua fine; a
delectat, illa quae mergit, quae quelli che sono dediti al vino piace
ebrietati summam manum imponit; l'ultimo bicchiere, quello che inebria,
che dà l'ultimo ritocco all'ubriachezza;
quod in se iucundissimum omnis
voluptas habet in finem sui differt.
Iucundissima est aetas devexa iam,
non tamen praeceps, et illam quoque
in extremā tegulā stantem iudico
habere suas voluptates; aut hoc ipsum
succedit in locum voluptatium, nullis
egere. Quam dulce est cupiditates
fatigasse ac reliquisse!
O ignaros maiorum suorum, quibus non mors ut optimum inventum naturae laudatur
expectaturque, sive feiicitatem includit, sive caiamitatem repeiiit, sive satietatem ac
iassitudinem senis terminat, sive iuveniie aevum, dum meiiora sperantur, in fiore deducit, sive
pueritiam ante duriores gradus revocat, omnibus finis, muitis remedium, quibusdam votum, de
nuHis meiius merita quam de iis ad quos venit antequam invocaretur! Haec servitutem invito
domino remittit; haec captivorum catenas ievat; haec e carcere educit quos exire imperium
impotens vetuerat; haec exsulibus, in patriam semper animum oculosque tendentibus, ostendìt
nihii interesse infra quos quis iaceat; haec, ubi res communes fortuna male divisit et aequo
iure genitos alium aiii donavit; exaequat omnia. Haec est post quam nihiì quisquam alieno fecit
arbitrio; haec est in qua nemo humilitatem suam sensit; haec est quae nulii non patuit.
O ignari dei loro mali, quelli che ‘non elogiano e non attendono la morte come il più bel ritrovato
della natura, sia che concluda una vita felice, sia che allontani la calamità, sia che ponga
termine alla sazietà e alla stanchezza della vecchiaia, sia che stronchi la giovinezza in fiore,
mentre si sperano cose sempre più belle, sia che richiami a sé la puerizia prima di affrontare
passi più difficili, (la morte è) per tutti la fine, per molti il rimedio (alle sofferenze), per taluni
(l’adempimento di) un ardente desiderio, e da nessuno essa merita gratitudine più che da coloro
presso cui giunge non invocata! Questa libera dalla schiavitù contro la volontà del padrone;
questa toglie le catene ai prigionieri; questa conduce fuori dal carcere coloro cui un potere
dispotico vietava di uscirne; questa dimostra agli esuli, rivolti sempre con la mente e lo sguardo
verso la patria, che non interessa affatto sotto quale terra uno giaccia sepolto: e, mentre la
fortuna ripartisce male i beni comuni (a tutti) e li dona in modo diverso a quelli che pur sono
nati con uguali diritti, la morte eguaglia ogni cosa. Questa è quella che dopo di essa nessuno fa
niente per arbitrio altrui; questa è quella in cui nessuno si accorge della propria inferiorità;
questa è quella che a tutti è aperta.
Liberos coniugesque et graues senio parentes traxerunt. Alii longo errore iactati non iudicio elegerunt locum sed
lassitudine proximum occupauerunt, alii armis sibi ius in aliena terra fecerunt; quasdam gentes, cum ignota
peterent, mare hausit, quaedam ibi consederunt ubi illas rerum omnium inopia deposuit. 4. Nec omnibus eadem
causa relinquendi quaerendique patriam fuit: alios excidia urbium suarum hostilibus armis elapsos in aliena
spoliatos suis expulerunt; alios domestica seditio summouit; alios nimia superfluentis populi frequentia ad
exonerandas uires emisit; alios pestilentia aut frequentes terrarum hiatus aut aliqua intoleranda infelicis soli uitia
eiecerunt; quosdam fertilis orae et in maius laudatae fama corrupit. 5. Alios alia causa exciuit domibus suis: illud
utique manifestum est, nihil eodem loco mansisse quo genitum est. Adsiduus generis humani discursus est; cotidie
aliquid in tam magno orbe mutatur: noua urbium fundamenta iaciuntur, noua gentium nomina extinctis prioribus
aut in accessionem ualidioris conuersis oriuntur. Omnes autem istae populorum transportationes quid aliud quam
publica exilia sunt?
Si portano dietro i figli, le mogli, i genitori appesantiti dalla vecchiaia. Alcuni, gettati un lungo errare, non si
scelsero con proprio giudizio una sede, ma per la stanchezza occuparono quella più prossima; altri, con le armi, si
conquistarono il diritto di una terra straniera. Alcune popolazioni, avventurandosi verso terre sconosciute, furono
inghiottite dal mare, altre si stabilirono là dove la mancanza di tutto le aveva fatte fermare. (4) Non tutti hanno
avuto gli stessi motivi per abbandonare la loro patria e cercarne un'altra: alcuni, sfuggiti alla distruzione della loro
città e alle armi nemiche e spogliati dei loro beni, si volsero ai territori altrui; altri furono cacciati da lotte intestine;
altri furono costretti a emigrare per alleggerire il peso di un'eccessiva densità di popolazione; altri ancora sono stati
cacciati dalla pestilenza o dai frequenti terremoti o da altri intollerabili flagelli di una terra infelice, altri, infine, si
sono lasciati attirare dalla notizia di una terra fertile e fin troppo decantata. (5) Ognuno ha lasciato la sua casa per
una ragione o per l'altra. Questo, però, è certo: che nessuno è rimasto nel luogo dove è nato. Incessante è il
peregrinare dell'uomo. In un mondo così grande ogni giorno qualcosa cambia: si gettano le fondamenta di nuove
città, nascono popolazioni con nuovi nomi,via via che si estinguono quelle che c'erano prima o si incorporano con
altre più forti. Ma tutti questi spostamenti di popoli che cosa sono se non esili in massa?
16] Ergo in virtute posita est vera felicitas. Quid haec tibi virtus suadebit? Ne quid aut bonum aut malum
existimes, quod nec virtute nec malitia continget; deinde, ut sis inmobilis et contra malum [et] ex bono, ut qua fas
est, deum effingas. Quid tibi pro hac expeditione promittit? Ingentia et aequa divinis: nihil cogeris, nullo
indigebis, liber eris, tutus indemnis; nihil frustra temptabis, nihil prohibeberis; omnia tibi ex sententia cedent,
nihil adversum accidet, nihil contra opinionem ac voluntatem. "Quid ergo? Virtus ad beate vivendum sufficit?"
Perfecta illa et divina quidni sufficiat, immo superfluat? Quid enim deesse potest extra desiderium omnium
posito? Quid extrinsecus opus est ei, qui omnia sua in se collegit? Sed ei, qui ad virtutem tendit, etiam si multum
processit, opus est aliqua fortunae indulgentia adhuc inter humana luctanti, dum nodum illum exsolvit et omne
vinculum mortale. Quid ergo interest? Quod arte alligati sunt alii, adstricti [alii], districti quoque: hic, qui ad
superiora progressus est et se altius extulit, laxam catenam trahit, nondum liber, iam tamen pro libero.
Nella virtù è contenuta la vera felicità. in che cosa ti convince questa virtù? a stimare bene oppure male ciò che
attiene alla virtù e alla malvagità ; poi che tu sia irremovibile sia nell'opporti al male sia dal bene che tu imiti il dio
in ciò che e giusto. che premio tu promette questa impresa ? privilegi grandi e pari di un dio : a niente sarai
costretto, non mancherai di nulla , sarai libero, indenne e sicuro non tenterai di fare niente si frustrante e niente ti
ostacolerà . tutto andrà secondo il tuo desiderio nulla ti sarà avverso ne contrario al tuo intento e alla tua volontà. in
che modo dunque la virtù e sufficiente per vivere beatamente? essa (letta quella) è perfetta e divina, quindi
sufficiente, anzi addirittura superflua? che cosa può mancare infatti a chi è escluso dalla bramosia di ogni cosa?
quale (bene) esterno può essere necessario a chi dentro se soddisfa(contiene) ogni cosa? ma a colui che tende alla
virtù e anche se ha fatto una lunga strada, abbisogna di qualche (forma) di fortuna finché si sforza tra le cose
umane, (dum??) non scioglie quel nome e ogni vincolo mortale. che cosa dunque e diverso? che questi sono legati
fermamente e invece a chi ha cercato di arrivare più in alto si è allentata la catena e anche se non è ancora libero e
come se lo fosse
Si quis itaque ex istis, qui philosophiam conlatrant, quod solent, dixerit: "Quare ergo tu fortius loqueris quam
vivis? Quare et superiori verba summittis et pecuniam necessarium tibi instrumentum existimas et damno moveris
et lacrimas audita coniugis aut amici morte demittis et respicis famam et malignis sermonibus tangeris? Quare
cultius rus tibi est, quam naturalis usus desiderat? Cur non ad praescriptum tuum cenas? Cur tibi nitidior supellex
est? Cur apud te vinum aetate tua vetustius bibitur? Cur aurum disponitur? Cur arbores nihil praeter umbram
daturae conseruntur? Quare uxor tua locupletis domus censum auribus gerit? Quare paedagogium pretiosa veste
succingitur? Quare ars est apud te ministrare nec temere et, ut libet, conlocatur argentum, sed perite struitur et est
aliquis scindendi obsonii magister?" Adice si vis: "Cur trans mare possides? Cur plura quam nosti? [Cur] turpiter
aut tam neglegens es, ut non noveris pauculos servos, aut tam luxuriosus, ut plures habeas quam, quorum notitiae
memoria sufficiat?" Adiuvabo postmodo convicia et plura mihi, quam putas, obiciam, nunc hoc respondeo tibi:
Nutrire
non sum sapiens et, ut malivolentiam tuam pascam, nec ero. Exige itaque a me, non ut optimis par sim, sed ut
Malvagi
malis melior: hoc mihi satis est cotidie aliquid ex vitiis meis demere et errores meos obiurgare. Non perveni ad
sanitatem, ne perveniam quidem; delenimenta magis quam remedia podagrae meae compono, contentus, si rarius
accedit et si minus verminatur: vestris quidem pedibus comparatus, debiles, cursor sum. Haec non pro me loquor --
ego enim in alto vitiorum omnium sum --, sed pro illo, cui aliquid acti est.
Infiniti dichiarativi
1)Premessa in cui specifica due facoltà dell’uomo quale sono e il rapporto. Anzi deve instaurarsi .
2) a cosa vuole indurre l’autore ( si tratta di una comunicazione persuasiva)
3) attraverso quali strumenti cerca di conseguire tale obbiettivo? ( di natura testuale( non retorica) o retorica)
4) tecnica della occupatio.
Nella mia vita di Nomento sono sempre fuggito: che cosa pensi? Dalla città? Piuttosto dalla febbre
e anche una piuttosto insidiosa; mi aveva già messo le mani addosso. Il medico diceva che fosse
agli inizi dai movimenti delle vene sia incerti sia tali da turbare il normale modo. Subito ordinai
che fosse preparato il veicolo e, nonostante Paolina fosse contraria, mi ostinari di partire. Avevo
questo sulla bocca del mio padrone Gallione, che avendo iniziato ad avere la febbre in Arcaia,
scese subito dalla nave dicendo che non fosse un male del corpo, ma del luogo. Questo lo dissi alla
mia Paolina, che mi raccomanda sempre la mia salute. Infatti, sapendo che lo spirito di lei è rivolto
nel mio, inizio, per consolare lei, a consolare me. E pur avendomi la vecchiaia restituito come più
forte, perdo questo beneficio dell'età. Mi viene in mente infatti che in questo vecchio ci sia un
adolescente a cui bisogna prestare attenzione. E così perché io non arrivo a quella affinchè mi ami
con più forza, ella ottiene che io ami me più diligentemente. Bisogna che gli affetti onesti siano
assecondati; e nel frattempo, anche se le cause premono, lo spirito va richiamato nell'onore dei
suoi anche con fatica e trattenerlo nella propria beca, essedo necessario vivere per un uomo buono
non quanto giova ma quanto è necessario: quello che non ritenga la moglie o un amico tanto
grandi da perire insieme a loro in vita più a lungo, che inisterà a morire, è molle. L'animo imponga
se stesso quando lo esige il bene dei propri cari, e non tanto se vuole morire, ma se inizia, smetta e
assecondi i propri cari.
È proprio di un animo saggio tornare alla vita per un motivo diverso, perché grandi uomo spesso
lo fecero: ma infatti ciò stimo che sia proprio delle grandi personalità, curare con attenzione la
propria vecchiaia, della qualeil frutto più grande è la propria tutela meno preoccupata e una vita
più animata, se sai che per qualcuno ciò che è tuo è dolce, utile e preferibile. In sé questa cosa ha
un godimento non mediocre. Che cosa c'è di più gradevole di essere tanto caro alla moglie che
diventi più caro presso ciò? La mia Paolina può imputare a me i suoi timori ma anche i miei.
In Nomentanum meum fugi -- quid putas? urbem? immo febrem et quidemsubrepentem; iam manum mihi
iniecerat. Medicus initia esse dicebat motisvenis et incertis et naturalem turbantibus modum. Protinus itaque
pararivehiculum iussi; Paulina mea retinente exire perseveravi. Illud mihi inore erat domini mei Gallionis, qui
cum in Achaia febrem habere coepisset, protinus navem escendit clamitans non corporis esse sed loci
morbum. [2]Hoc ego Paulinae meae dixi, quae mihi valetudinem meam commendat. Nam cumsciam spiritum
illius in meo verti, incipio, ut illi consulam, mihi consulere. Et cum me fortiorem senectus ad multa reddiderit,
hoc beneficium aetatisamitto; venit enim mihi in mentem in hoc sene et adulescentem esse cuiparcitur. Itaque
quoniam ego ab illa non inpetro ut me fortius amet, <ame> inpetrat illa ut me diligentius amem. [3]
Indulgendum est enim honestisadfectibus; et interdum, etiam si premunt causae, spiritus in honorem
suorumvel cum tormento revocandus et in ipso ore retinendus est, cum bono virovivendum sit non quamdiu
iuvat sed quamdiu oportet: ille qui non uxorem, non amicum tanti putat ut diutius in vita commoretur, qui
perseverabitmori, delicatus est. Hoc quoque imperet sibi animus, ubi utilitas suorumexigit, nec tantum si vult
mori, sed si coepit, intermittat et <se>suis commodet. [4] Ingentis animi est aliena causa ad vitam reverti,
quodmagni viri saepe fecerunt; sed hoc quoque summae humanitatis existimo, senectutem suam, cuius
maximus fructus est securior sui tutela et vitaeusus animosior, attentius <curare>, si scias alicui id tuorum esse
dulce, utile, optabile. [5] Habet praeterea in se non mediocre ista res gaudiumet mercedem; quid enim
iucundius quam uxori tam carum esse ut propter hoctibi carior fias? Potest itaque Paulina mea non tantum
suum mihi timoreminputare sed etiam meum.
Nella mia vita di Nomento sono sempre fuggito: che cosa pensi? Dalla città? Piuttosto dalla febbre
e anche una piuttosto insidiosa; mi aveva già messo le mani addosso. Il medico diceva che fosse
agli inizi dai movimenti delle vene sia incerti sia tali da turbare il normale modo. Subito ordinai
che fosse preparato il veicolo e, nonostante Paolina fosse contraria, mi ostinari di partire. Avevo
questo sulla bocca del mio padrone Gallione, che avendo iniziato ad avere la febbre in Arcaia,
scese subito dalla nave dicendo che non fosse un male del corpo, ma del luogo. Questo lo dissi alla
mia Paolina, che mi raccomanda sempre la mia salute. Infatti, sapendo che lo spirito di lei è rivolto
nel mio, inizio, per consolare lei, a consolare me. E pur avendomi la vecchiaia restituito come più
forte, perdo questo beneficio dell'età. Mi viene in mente infatti che in questo vecchio ci sia un
adolescente a cui bisogna prestare attenzione. E così perché io non arrivo a quella affinchè mi ami
con più forza, ella ottiene che io ami me più diligentemente. Bisogna che gli affetti onesti siano
assecondati; e nel frattempo, anche se le cause premono, lo spirito va richiamato nell'onore dei
suoi anche con fatica e trattenerlo nella propria beca, essedo necessario vivere per un uomo buono
non quanto giova ma quanto è necessario: quello che non ritenga la moglie o un amico tanto
grandi da perire insieme a loro in vita più a lungo, che inisterà a morire, è molle. L'animo imponga
se stesso quando lo esige il bene dei propri cari, e non tanto se vuole morire, ma se inizia, smetta e
assecondi i propri cari.
È proprio di un animo saggio tornare alla vita per un motivo diverso, perché grandi uomo spesso
lo fecero: ma infatti ciò stimo che sia proprio delle grandi personalità, curare con attenzione la
propria vecchiaia, della qualeil frutto più grande è la propria tutela meno preoccupata e una vita
più animata, se sai che per qualcuno ciò che è tuo è dolce, utile e preferibile. In sé questa cosa ha
un godimento non mediocre. Che cosa c'è di più gradevole di essere tanto caro alla moglie che
diventi più caro presso ciò? La mia Paolina può imputare a me i suoi timori ma anche i miei.
La formazione epicurea di Virgilio influenza la sua opera letteraria attraverso temi come la serenità della vita campestre e l'autosufficienza, concetti centrali nelle sue opere come le Bucoliche e le Georgiche, in cui esprime il desiderio di evasione dalle lotte civili e dal caos urbano, creando un paesaggio idealizzato e pacifico che riflette la filosofia epicurea . Tuttavia, Virgilio non adotta un approccio epicureo ortodosso; infatti, la sua opera presenta anche elementi di altre influenze filosofiche, come lo stoicismo, che si manifestano nel tema della providenza e dei destini individuali, come nell'Eneide . Le Georgiche, in particolare, pur ispirandosi a modelli epicurei come quelli di Lucrezio, integrano una complessa visione della vita e delle attività agricole, che riflette la saggezza stoica e la celebrazione della resilienza umana ."}
Virgilio rappresenta la missione di Enea come un viaggio divino finalizzato a fondare Roma, simboleggiando la gloriosa origine di una stirpe eroica. Enea affronta diversi ostacoli, incluse tempeste causate dagli dei ostili come Giunone, tentazioni romantiche come l'amore con Didone e battaglie con i popoli latini. Queste prove servono a illustrare il destino inesorabile e il cammino difficile verso la grandezza predestinata di Roma .
L'amicizia per Lucrezio riveste un'importanza significativa all'interno della filosofia epicurea, di cui egli è un adepto. Epicuro stesso indicava l'amicizia come uno dei beni più preziosi per assicurarsi una vita felice e senza timori, poiché essa permette di raggiungere e mantenere atarassia, la tranquillità dell'animo, priva di paure e dolori . In questo contesto, l'amicizia è strettamente legata alla saggezza, in quanto uno dei mezzi attraverso cui l'uomo può esercitare e coltivare le virtù epicuree, conducendo una vita conforme all'insegnamento filosofico che promuove la ricerca del piacere stabile e duraturo, escludendo desideri vani e timori infondati . Inoltre, l'amicizia offre un supporto reciproco, semplificando la pratica quotidiana di questa saggezza ."}
Virgilio utilizza la poesia bucolica come strumento per rappresentare una realtà sociale idealizzata e riflettere le tensioni sociali del suo tempo. Nelle sue Bucoliche, Virgilio crea un paesaggio arcadico, un locus amoenus, in cui i pastori vivono lontano dai conflitti civili e dagli scontri tra gli uomini, rappresentando una forma di evasione filosofica che rimanda agli ideali epicurei di autarkeia e metriotes . Questa idealizzazione si contrappone alle problematiche concrete della società romana, come la distribuzione delle terre ai veterani dopo i conflitti tra triumviri, evento che toccò direttamente Virgilio . Sebbene i suoi scritti non abbiano intento didascalico come manuali di agricoltura, richiamano valori italici tradizionali di frugalità e autosufficienza, in un contesto comunque influenzato dalle contraddizioni della sua epoca . In questo modo, Virgilio riesce a rappresentare un mondo idilliaco, ma intrinsecamente legato alle realtà e ai temi sociali del suo tempo.
Il Fato gioca un ruolo cruciale nella vicenda di Didone nell'Eneide, delineando il contrasto tra realizzazione del destino collettivo e resistenza personale. Enea è guidato dal rispetto della volontà divina per fondare Roma, missione cui neanche gli dei possono opporsi . Didone rappresenta coloro che si oppongono senza successo al Fato, guidata dal furor che la porta a contrastare il destino inevitabile . La relazione tra Didone e Enea è destinata a fallire poiché Enea, pur combattuto, deve seguire il volere divino e partire, causando la disperazione e la morte della regina . Il contrasto tra Enea che obbedisce al Fato e Didone che lo sfida evidenzia la tragedia personale contro l'ineluttabilità del destino collettivo ."}
Le principali differenze tra la rappresentazione della campagna in Virgilio e Teocrito risiedono nella maggiore idealizzazione e creazione di un'Arcadia mitologica da parte di Virgilio. Mentre Teocrito alterna scene di campagna e città con una varietà di rappresentazioni, Virgilio mantiene un costante sfondo di fuga e serenità, enfatizzando un'Arcadia come rifugio spirituale dagli sconvolgimenti del mondo romano. La consonanza tra personaggi idealizzati e paesaggi idilliaci in Virgilio contrasta con la variabilità e il realismo di Teocrito .
Virgilio usa il potere della parola nell'Eneide attraverso un linguaggio ricco e simbolico per trasmettere temi epici di destino e sacrificio. La sua abilità di narrare le vicende di Troia e i viaggi di Enea con dettagli vividi e descrizioni potenti rende la storia coinvolgente e drammatica. Enea stesso racconta le sue esperienze, offrendo una prospettiva in prima persona che mette in rilievo le sue emozioni e il suo eroico impegno verso il Fato, enfatizzando al contempo il pathos e il sacrificio personale .
Enea rappresenta un modello di moralità nell'Eneide principalmente attraverso il suo rispetto e adesione al fato e alla volontà divina, dimostrando un impegno costante a realizzare la sua missione predestinata di fondare la futura stirpe romana. Egli incarna la pietas, un concetto romano che implica obblighi non solo verso gli dei ma anche verso la famiglia e la comunità. Enea è costantemente guidato dal rispetto per il fato, illustrando un inevitabile destino politico che preannuncia la nascita dell'impero romano . Inoltre, la sua capacità di mettere da parte i desideri personali, come dimostrato nell'episodio con Didone, evidenzia la sua devozione alla missione storica e spirituale che gli è stata affidata, nonché la sua determinazione a perseguire ciò che è giusto e necessario, pur con grande sacrificio personale .
In 'De rerum natura', Lucrezio critica la superstizione accusandola di generare azioni violente e irrazionali. Egli esemplifica questa critica attraverso il sacrificio di Ifigenia, un atto atroce giustificato dalla superstizione religiosa. Lucrezio usa questo esempio per illustrare come le credenze irrazionali possono condurre a scelte disumane, promuovendo invece una comprensione razionale del mondo come superiore e liberatrice .
Il termine 'devictus' significa 'soggiogato totalmente' o 'sconfitto', con un senso di sottomissione completa. Nel contesto di Lucrezio, è utilizzato per descrivere come la forza dell'amore possa soggiogare Marte, il dio della guerra, evidenziando la potenza e l'influenza dell'amore sopra forze apparentemente invincibili. Questo uso artistico accentua i temi epicurei di piacere e desiderio nel poema di Lucrezio .