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Lo

scontro tra Achille e Agamennone


Riassunto di pagina 165

Si alzò fra loro l’eroe figlio di Atreo, il potente Agamennone, infuriato. Le vene erano gonfie di rabbia terribilmente, gli occhi
rosseggiavano di fiamme; subito guardando storto Calcante gridò: «Indovino di sciagure, mai per me hai predetto un buon augurio,
sempre e solo disgrazie ti è gradito predire: non dici mai una buona parola, né tantomeno la compi! E adesso in mezzo a tutti i Greci
vai blaterando la profezia che per questa ragione il dio che da lontano saetta dà loro la pestilenza, per il fatto che io non abbia voluto
accettare l’infinito riscatto per Criseide: molto io desidero averla in casa, davvero la trovo preferibile a Clitemnestra, benché sia lei la
sposa legittima, perché in nulla è vinta da lei, non di bellezza, di eleganza, di mente, di opere. Ma anche così acconsento a renderla,
se questo è a vantaggio di tutti: io voglio che l’esercito sia in salute e che non muoia. Tuttavia io voglio un dono subito, preparatelo
per me: non io soltanto dei Greci resti privo del mio bottino, perché non è giusto. Dunque guardate tutti quale altro dono mi possa
spettare». Gli rispose di contro Achille divino dalla veloce corsa: «Gloriosissimo figlio di Atreo, avido sopra tutti gli altri, come
possono darti un dono i generosi Greci? In nessun luogo ci sono ricchi tesori ancora da spartire: quelli delle città che abbiamo
bruciato, sono stati tutti divisi. Non è giusto che i guerrieri li mettano di nuovo in comune. Perciò tu cedi ora al dio questa: per noi
Greci tre, quattro volte la riscatteremo se Zeus ci concederà di abbattere la rocca di Troia dalle superbe mura». Gli rispose il potente
Agamennone: «Ah no, no, Achille, per quanto tu sia valente e pari agli dei, non dissimulare la tua intenzione, perché io la intendo e
non puoi persuadermi. Dunque tu pretendi – tu che intanto hai il tuo ricco bottino – che io in questo modo me ne lasci privare e vuoi
farmi rendere questa? Ma se mi daranno un dono i generosi Greci, un dono che si adatti al mio desiderio, sta bene; altrimenti, se
non lo daranno, io stesso verrò a prendermi il tuo, o il dono di Aiace o quello di Odisseo; lo prenderò e lo porterò via. Eccome se si
infurierà colui che avrò raggiunto. Suvvia queste cose potremo trattare anche dopo: adesso, presto, una nave nera sia spinta nel
mare divino, raduniamo i rematori nel numero giusto e imbarchiamo l’ecatombe, facciamo salire la figlia di Crise dalle belle guance:
uno dei capi consiglieri la guidi: Aiace, o Idomeneo, oppure il luminoso Odisseo, o anche tu, figlio di Peleo, tremendo tra tutti gli eroi:
che tu ci renda benigno, compiendo questo rito, Apollo liberatore!». Ma guardandolo torvo Achille dal piede rapido gli disse: «Ah
spudorato, avido di bottino, come può obbedirti volentieri un acheo o marciando o combattendo contro i guerrieri con forza?
Davvero io non sono venuto per i bellicosi Troiani a combattere qui, perché contro di me nulla hanno fatto: mai hanno rapito le mie
vacche o i miei cavalli, ma hanno distrutto il raccolto a Ftia dai bei campi, nutrice di eroi, perché ci separano numerose montagne e il
mare rumoroso. Ma te abbiamo seguito, te insolente, perché tu gioissi cercando soddisfazione per Menelao da parte dei Troiani, per
te, brutto cane; e tu a questo non pensi, non ti tocca minimamente, anzi addirittura minacci che verrai a togliermi il dono per il quale
mi sono sforzato e che mi è stato dato dai figli dei Greci. Però io non ricevo mai un dono che pareggi il tuo, quando i Greci abbattono
una rocca ben popolata dai Troiani; nonostante il peso maggiore in guerra sia sulle mie mani; se poi si giunge alle parti, tu hai
sempre il dono maggiore. Io, al contrario, mi porto via alle navi un dono piccolo e assai caro, dopo essermi sforzato penosamente
nella battaglia. Ma ora me ne andrò a Ftia, perché certo è molto meglio andarsene in patria sopra le navi ricurve. Io non restero qui,
oltraggiato e umiliato, a raccogliere ricchezze per te». Gli rispose allora Agamennone signore di eroi: «Vattene pure se il cuore ti
spinge a farlo: io davvero non starò qui a pregarti di restare con me, perché con me ci sono già altri a farmi onore e, soprattutto, c’è
il saggio Zeus. E tu se per me il più odioso tra i re alunni di Zeus: vuoi sempre fare contesa, guerre e battaglie: se tu sei tanto forte, è
solo perché un dio te l’ha concesso! Vattene pure a casa con le tue navi e i tuoi compagni; torna a regnare sopra i Mirmidoni: non mi
importa di te, non temo la tua ira; anzi dirò questo: siccome Apollo mi porta via Criseide, la rimanderò con la mia nave, scorata dai
miei compagni, mi prenderò al suo posto Briseide dalle guance graziose, e andrò io stesso alla tenda; sì, è il tuo dono, così saprai
quanto più forte di te io sono, e anche un altro tremi di parlarmi da pari a pari, o di affrontarmi a viso aperto». Disse così e il dolore
si aggrumò in Achille, il suo cuore nel petto irsuto gli suggeriva due cose: se, sfilando la spada acuminata via dalla coscia, aizzasse gli
altri compagni e ammazzasse l’Atride o se calmasse l’ira e contenesse il fremito del suo cuore. E mentre si agitava e stava già per
sfilare dalla guaina la sua spada, dal cielo giunse Atena: l’aveva mandata Era dalle bianche braccia, poiché amava ugualmente di
cuore entrambi e di entrambi aveva cura. Gli stette dietro, per la chioma bionda prese il figlio di Peleo, visibile solo a lui: nessuno
degli altri la vide. Restò sbigottito Achille, si girò, riconobbe subito Pallade Atena: i suoi occhi lampeggiarono in modo terribile e
rivolgendosi a lei disse parole alate: «Perché sei venuta, figlia di Zeus egìoco? Forse sei qui per vedere la violenza di Agamennone
figlio di Atreo? Io ti dichiaro e so che questo avrà compimento: per i suoi atti arroganti perderà presto la vita!» E gli parlò la dea
Atena dagli occhi azzurri: «Io sono venuta dal cielo a calmare la tua ira, se tu mi ubbidisci: mi ha inviato la dea Era dalle bianche
braccia, che entrambi ama e cura ugualmente. Avanti, smetti la contesa, non tirare via la spada con la mano: ma ingiurialo a parole,
dicendo come accadrà; così ti dico, infatti, e questo avrà compimento: tre volte tanto splendidi doni si offriranno a te un giorno per
questa violenza; per cui adesso trattieniti, e obbedisci». E disse ricambiandola Achille dal piede veloce: «Dea, è necessario rispettare
una vostra parola, anche chi è molto irato nel cuore: così è meglio: chi obbedisce agli dei, è ascoltato molto da loro». Così sull’elsa
d’argento trattenne la mano pesante, spinse giù nel fodero la grande spada, non disobbedì alla parola di Atena; lei se n’era andata
verso la casa di Zeus egìoco, con gli altri dei.