Sei sulla pagina 1di 6

Iliade

1-52
Cantami, o dea, l'ira funesta di Achille, figlio di Peleo, che causò agli Achei dei dolori
infiniti, inviò giù ad Ade tantissime forti anime di grandi e coraggiosi guerrieri, lasciando i
loro corpi là in
balia di cani e uccelli d’ogni genere. Giungeva in questo modo a compimento il volere di
Zeus, fin dal momento in cui si
scontrarono a parole e si erano divisi come dei nemici l’Atride Agamennone, signore di
uomini e Achille il divino.
Ma quale dio/quale fra gli dei fece entrare in contrasto Agamennone e Achille? Apollo che,
furioso con il re, mandò una pestilenza nel campo degli Achei, la gente periva perché
Agamennone aveva offeso Crise (sacerdote di Apollo);questo era andato alle navi degli
Achei per salvare-riscattare la figlia, portando con sè lo scettro e le bende di Apollo e
pregava i Greci, ma in particolare Agamennone e Menelao: "Atridi e voi tutti Achei dai
gambali robusti, che gli dei che abitano il monte Olimpo vi facciano abbattere la città di
Troia e tornare in patria sani e salvi. Accettate il mio riscatto e liberate mia figlia,
rispettando il figlio di Zeus, Apollo che scaglia le frecce."
Così i Greci chiesero che quel generoso riscatto venisse accettato e che fosse eseguito
quanto richiesto dal sacerdote. Il figlio di Atreo (Agamennone), però, non voleva accettare a
richiesta e mandò via il sacerdote in malomodo dicendo: " Vecchio, non voglio vederti
presso le nostre navi ne adesso ne in futuro, perché allora non servirebbero più a nulla ne lo
scettro nè le bende di Apollo! Io non libererò tua figlia/Criseide: trascorrerà la vecchiaia
nella mia casa ad Argo, lontana dalla patria, lavorando al telaio e accorrendo al mio letto.
Ma tu vattene, non mi infastidire se vuoi tornare a casa sano e salvo."
Crise impaurito obbedì al comando e silenziosamente si incamminò lungo la riva del mare
in tempesta; ma poi, allontanatosi, pregò insistentemente il dio Apollo, figlio di Latona dalla
bella chioma:" Prestami attenzione, Apollo, che proteggi le città di Crisa e di Cilla e regni
sovrano sull'isola di Tenedo, se mai hai apprezzato il tempio che ti ho eretto o le grosse
cosce di tori e capre che ho bruciato in tuo onore, esaudisci questo mio desiderio: che gli
Achei paghino le mie sofferenze con le tue frecce/con la tua ira".
pregando chiede questo e il dio lo sentì e venne giù dall'Olimpo, furioso, con l'arco e la
faretra in spalla: i dardi risuonavano al suo muoversi; Scendeva come la notte. Quindi si
appostò lontano dalle navi greche, scoccò una freccia, causando un suono pauroso. Colpì i
muli e i cani veloci ma poi mirò agli uomini; continuamente ardevano i molti roghi dei
cadaveri.

101-171
Detto questo Calcante, si sedette; quindi fra loro si alzò il potente Agamennone, figlio di
Atreo, infuriato; i precordi erano pieni d’ira, e gli occhi sembravano lampeggiare di fuoco;
gridò, guardando male Calcante:
- Indovino del male, non dici mai buoni auguri per me, il cuore ti suggerisce sempre dei
mali, non dici mai buona parola, non la porti mai a compimento! E adesso che sei fra i Greci
profetizzi che per questo motivo Apollo dà loro delle disgrazie, perché io non ho voluto
accettare il riscatto della giovane Criseide: desidero tanto averla in casa, la preferisco a
Clitemnestra, anche se sposa legittima, perché non la supera in niente, non di corpo, non di
aspetto, non di mente, non di opere.Ma acconsento di renderla anche così, se è meglio;
voglio un esercito sano, e che non soccomba. Però preparatemi subito un dono; in modo che
non resti solo io privo di doni fra i Greci, non è equo. Quindi guardate quale altro dono mi
deve toccare. Allora intervenne Achille, dal piede veloce:
-Gloriosissimo figlio di Atreo, avidissimo più di tutti, in che modo ti daranno un dono i
magnanimi Greci? Da nessuna parte vediamo un ricco tesoro comune; quelli delle città
bruciate sono stati divisi. I guerrieri non possono rimetterli in comune. Quindi, ora, dai al
dio la giovane Criseide; poi noi ti daremo un compenso tre o quattro volte maggiore, se
Zeus vorrà darci di abbattere Troia dalle mura fortificate.
Ma Agamennone rispose, ricambiandolo:
-Per quanto tu valga, Achille pari agli dei, non nascondere ciò che pensi veramente, perché
non mi sfuggi né puoi persuadermi. Così pretendi – e intanto la tua parte ce l’hai – che me
ne lasci privare in questo modo, facendomela rendere? Ma se i Greci dal grande animo mi
daranno un dono, adattandolo al mio desiderio, che compensi la perdita, sta bene; se non
sarà così, io verrò a prendere il tuo, o dono di Aiace, o quello di Odisseo.
Ma via, queste cose potremo trattare anche dopo:
ora spingiamo nel mare divino una nave nera di catrame,
raccogliamo rematori in numero giusto, imbarchiamo qui il sacrificio di cento buoi,
facciamo salire la figlia di Crise, guancia graziosa; la guidi uno dei capi consiglieri,
o Aiace, o Idomeneo, oppure Odisseo luminoso, o anche tu, Achille, il più tremendo di tutti
gli eroi, che tu ci renda amichevole Apollo, compiendo il rito.
Ma guardandolo minaccioso Achille dal piede rapido disse:
- Ah vestito di spavalderia, avido di guadagno, come può volentieri obbedirti un greco, o
marciando o battendosi contro guerrieri con forza? Davvero io sono venuto
a combattere qui non per i Troiani bellicosi, non sono colpevoli contro di me: mai le mie
vacche o i cavalli hanno rapito, mai hanno distrutto il raccolto a Ftia dai bei campi, in cui
nascono e crescono eroi, poiché molti e molti nel mezzo ci sono monti ombrosi e il mare
potente.
Ma seguimmo te, o del tutto sfacciato, perché tu gioissi, cercando soddisfazione per
Menelao, per te, brutto cane, da parte dei Troiani, e tu non pensi a questo, non ti preoccupi,
anzi, minacci che verrai a togliermi il dono per il quale ho sudato molto, che i figli dei Greci
me l’hanno dato. Però non ricevo un dono pari a te, quando i Greci gettano a terra un
villaggio ben popolato dei Troiani; ma le mani mie governano il più della guerra
tumultuosa; se poi si venga alle parti,
a te spetta il dono più grosso. Io, dopo che peno a combattere, mi porto indietro alle navi un
dono piccolo e caro. Ma ora andrò a Ftia, perché è molto meglio
andarsene in patria sopra le concave navi. Io non intendo raccogliere beni e ricchezze per te,
restando qui umiliato.
172-245
Allora lo ricambiò Agamennone il signore degli eroi:
- Vattene, se il cuore ti spinge; io non ti pregherò davvero di restare con me, con me ci sono
altri che mi faranno onore, soprattutto c’è il saggio Zeus. Ma tu sei il più odioso per me tra i
re discepoli di Zeus: ti è sempre cara la contesa, e guerre e battaglie: un dio ti ha dato di
essere tanto forte!
Vattene a casa, con le tue navi, con i tuoi compagni, regna sopra i Mirmidoni: di te non mi
preoccupo, non ti temo adirato; anzi, questo dichiaro: poi che Criseide mi porta via Febo
Apollo, io rimanderò lei con la mia nave e con i miei compagni; ma mi prendo Briseide, il
tuo dono, dalla guancia graziosa, andando io stesso alla tenda, così che tu sappia quanto
sono più forte di te, e tremi anche un altro di parlarmi alla pari, o di mettersi di fronte a me.
Disse così; ad Achille venne dolore, il suo cuore nel petto peloso fu incerto tra due decisioni
da prendere: se, sfilando la spada acuta via dalla coscia, facesse alzare gli altri, ammazzasse
l'Atride, o se calmasse l'ira e trattenesse i suoi sentimenti. E mentre questo agitava
nell'anima e in cuore e sfilava dal fodero la grande spada, venne Atena dal cielo; l'inviò la
dea Era braccio bianco, amando ugualmente di cuore ambedue e avendone cura; gli stette
dietro, per la chioma bionda prese il Pelide, a lui solo visibile; degli altri nessuno la vide.
Restò senza fiato Achille, si volse, conobbe subito Pallade Atena: terribilmente gli
luccicarono gli occhi e volgendosi a lei parlò parole fugaci e veloci:
-Perché sei venuta, figlia di Zeus che è armato di egida ,
forse a veder la violenza d'Agamennone Atride?
ma io ti dichiaro, e so che questo avrà compimento: per i suoi atti arroganti perderà presto la
vita! E gli parlò la dea Atena occhio azzurro:
-Io sono venuta dal cielo per calmare la tua ira, se tu mi obbedirai: m'inviò la dea Era
braccio bianco,
ch'entrambi ugualmente ama di cuore e si prende cura.
Su, smetti il litigio, non tirar con la mano la spada:
ma ingiuria solo con parole, dicendo come sarà:
così ti dico infatti, e questo avrà compimento: tre volte tanto splendidi doni a te s'offriranno
un giorno per questa violenza; trattieniti, dunque, e obbedisci. E disse ricambiandola Achille
piede rapido:
-Bisogna rispettare la vostra parola, o dea,
anche chi si sente irato; così è meglio,
chi obbedisce agli dèi, sarà ascoltato anche da loro.
Così sull'elsa (impugnatura spada rifinita) d'argento trattenne la mano pesante,
spinse indietro nel fodero la grande spada, non disobbedì alla parola d'Atena;
ella se n'era andata verso l'Olimpo, verso la casa di Zeus egioco, con gli altri dei.
Di nuovo allora il Pelide con parole ingiuriose investì l'Atride e non trattenne il
risentimento.
-Ubriacone, minaccioso come un cane, ma vile come un cervo, mai vestir
corazza con l'esercito in guerra né andare all'agguato coi più forti nemici degli
Achei osi andare: questo ti sembra morte.
E certo è molto più facile nel largo campo degli Achei
strappare i doni a chi a faccia a faccia ti parla,
re mangiatore del popolo, perché comandi ai buoni a niente;
se no davvero, Atride, ora per l'ultima volta offenderesti!
Ma io ti dico e giuro con piena volontà:
sì, per questo bastone, che mai più foglie o rami
metterà, poi che ha lasciato il tronco sui monti,
mai fiorirà, che intorno ad esso il bronzo ha strappato
foglie e corteccia; e ora i figli degli Achei con giustizia lo porteranno in mano:
manterranno salde le leggi in nome di Zeus. Questo sarà il giuramento da farsi.
Certo un giorno rimpianto per Achille prenderà i figli degli Achei, tutti quanti, e
allora tu non potrai nulla, poiché afflitto aiutarli, quando per mano del
massacratore Ettore cadranno morenti; e tu nei sentimenti più profondi
lacererai, rabbioso per non avermi ricompensato, io che sono il più forte dei
greci.
Così disse il Pelide e scagliò in terra lo scettro disseminato di chiodi d’oro. Poi si
sedette.
“LA MORTE DI ETTORE”
In questo modo rifletteva attendendo, e Achille gli fu accanto, come il guerriero
Apollo, scuotitore dell’elmo, alto muovendo sulla spalla la lancia di Achille,
temibile: il bronzo gli splendeva attorno, come la luce di un fuoco rovente o del
sole che spunta. Appena lo vide, Ettore si spaventò, e, non riuscendo ad
aspettarlo fermo, fuggì lasciandosi alle spalle le porte Scee: Achille lo inseguì,
aiutato dai piedi veloci; come il nibbio nel cielo, che è il più veloce degli uccelli,
insegue senza sforzo una colomba tremolante, che gli fugge sotto, ma il nibbio
gridandole addosso, vola veloce, convinto dal cuore a colpirla, così Achille
correva furente: Ettore rabbrividì sotto le mura dei Troiani e agitava celermente
le gambe.
Andarono oltre la torre difensiva e il fico selvatico ventoso, lungo la strada dei
cocchi, distanziandosi di continuo dal muro, poi giunsero a due belle fonti; dove
sgorgano le sorgenti dell’agitato fiume Scamandro, una emette acqua calda e
attorno ad essa sale fumo di vapore, come se ci fosse un incendio; l’altra anche
d’estate ha una temperatura uguale al ghiaccio, alla grandine o alla freddissima
neve. Nei pressi ci sono lavatoi pieni d’acqua, splendidi, fatti di pietra, dove i
colorati vestiti erano lavati dalle mogli dei Troiani e dalle loro figlie, una volta,
quando c’era la pace, prima che attaccassero gli Achei. I due eroi correvano lì,
uno fuggiva, l’altro inseguiva; un vigoroso fuggiva davanti e uno ancora più
potente lo pedinava da dietro, velocissimo: perché non c’era disputa per il
corpo o la pelle di una preda – sono questi spesso i trionfi ai piedi degli uomini,
ma correvano per la vita di Ettore, addestratore di cavalli. Come verso l’arrivo i
cavalli galoppano con zoccoli veloci, abituati a vincere, cavalcano fulminei,
perché il premio in palio è importante, tripode o donna, per il valore di un
guerriero defunto; così essi attorniarono la rocca di Priamo per tre volte,
velocemente: li osservavano tutte le divinità, e cominciò a parlare Zeus: “Ahimè,
colui che vedo inseguito dietro le mura è un uomo fedele, e sono triste per
Ettore, che mi ha offerto moltissime cosce di buoi nel più alto punto della città;
adesso Achille potente lo insegue rapidissimo attorno alla rocca di Priamo.
Pensate, o dei, se possiamo salvarlo dalla morte, oppure se ormai lo spingiamo
contro il Pelide, sebbene sia forte”. Gli rispose Pallade Atena: “O padre, bianca
saetta, nube bruna, che hai detto? Come vorresti salvare dalla morte, funesto
pianto, un uomo mortale, soggetto sempre al fato? Fai ciò che vuoi, ma noi non
ti stimeremo”. Ribatté Zeus, che controlla i cieli: “Dai, mia terzogenita, non parlo
seriamente: voglio essere benevolo con te. Scendi sulla terra e fa ciò che devi
fare”. Così detto, liberò la desiderosa Atena che scese dall'Olimpo
immediatamente. Achille inseguiva Ettore senza tregua, come un cane in
montagna che insegue un cucciolo di cervo per pianure e per burroni, dopo
averlo stanato: e se quello si nasconde dietro un cespuglio, il cane corre lo
stesso seguendo le tracce finché lo scopre; così Ettore non sfuggiva al veloce
Achille. Ogni volta che pensava di entrare nelle porte dei Troiani, in modo che
l’avessero potuto aiutare, Achille gli si interponeva, costringendolo a girarsi
verso la piana: lui volava sempre alla fortezza. Come non si può fuggire ai
sogni, Ettore non può scampare, Achille non può arrivarci, così l’uno correndo
non poteva prenderlo, l’altro non poteva salvarsi. E come avrebbe potuto Ettore
sfuggire al destino di morte, senza il sostegno di Apollo che lo incitava a
correre? Il Pelide proibiva ai soldati di agire, perché non voleva che le loro
frecce gli rubassero la gloria di aver ucciso Ettore. Ma quando arrivarono la
quarta volta alle fonti,
allora Zeus, agganciò la bilancia d’oro, e vi pose le due chere di morte,
quella d’Achille e quella d’Ettore domatore di cavalli, la tenne sospesa per il
mezzo: d’Ettore precipitò il giorno della morte, e finì giù nell’Ade; l’abbandonò
allora Apollo. Ma la dea Atena raggiunse Achille / e gli disse parole fugaci /
“spero che ora noi due, Achille caro a Zeus / riporteremo grande gloria alle navi
dei Greci / Uccideremo Ettore in battaglia / Ormai non può piu sfuggirci /
nemmeno se Apollo implori Zeus padre degli dei / Tu fermati e prendi fiato / Io
intanto andrò a convincerlo di entrare in duello” / Achille rispetto la richiesta
felicemente / e si appoggiò alla sua asta / La dea raggiunse Ettore / con le
sembianze del fratello Deifobo per aspetto e per voce / Atena gli disse: /
“Fratello davvero il rapido Achille ti stanca / e ti rincorre intorno alla roccia di
Priamo:/ su fermiamoci ad affrontarlo e respingerlo!”

Potrebbero piacerti anche