FareGeografiaPolitica AgnewMuscarà
FareGeografiaPolitica AgnewMuscarà
1
Introduzione
Per geografia politica si intende comunemente lo studio di come la geografia influenzi la politica.
Per molto tempo ciò ha significato tentare di illustrare come le caratteristiche fisiche della Terra –
la distribuzione dei continenti e degli oceani, delle catene montuose e dei fiumi – influissero sui
modi in cui l’umanità suddivideva il mondo in unità politiche quali gli Stati e gli imperi, e come
queste unità si contendessero il potere e l’influenza globali (ad es., Bassin 2003). Oggi il
significato prevalente di geografia politica è cambiato notevolmente. Da un lato, la geografia
odierna riconosce le differenze sociali ed economiche fra i luoghi senza ascriverle
necessariamente a differenze della geografia fisica. Dall’altro, la politica abbraccia oggi anche le
questioni dell’identità politica (in che modo i gruppi sociali definiscano se stessi e i propri
obiettivi politici) e dei movimenti politici (perché questo movimento o partito politico sia iniziato
in un dato luogo e perché si associ a questa o a quella distribuzione geografica del voto). Ancor
più significativo è il fatto che per “geografia” si intenda oggi la selezione e la classificazione di
alcuni temi e questioni – dalla denominazione dei continenti alla suddivisione del mondo in
regioni, fino all’identificazione di alcune regioni come “strategicamente” più o meno importanti –
più che un insieme di fatti oggettivi incontestabili. In questa prospettiva la conoscenza non può
essere facilmente separata dal potere. Chi detiene il potere e ha la capacità di comandare gli altri
può stabilire la nozione stessa di geografia. Da questo punto di vista il significato di geografia
politica si è completamente rovesciato: oggi è diventato lo studio di come la politica influenzi la
geografia.
Da questo punto di vista, la geografia politica offre un modo diverso di pensare al mondo,
rispetto a quello offerto dalle vecchie e sempre più abusate coppie di opposti come libertà/ordine
o universale/particolare che sono al cuore della filosofia politica e della politica comparata
contemporanee. Essa vede emergere gli usi politici dello spazio via via che la politica “organizza
concretamente gli spazi della libertà, della cittadinanza, del far rispettare la legge e dell’efficacia
delle istituzioni. La politica estende gli spazi del potere, traccia linee di esclusione, disegna i
confini interni ed esterni, determina centri e periferie, gli ‘alti’ e i ‘bassi’, e articola gli spazi della
produzione e del consumo” ([Link] 2010, 5).
È tuttavia bene chiarire che nonostante questo “nuovo” modo di intendere la geografia politica si
sia ampiamente consolidato, quello vecchio continua a esistere. Infatti le visioni della geografia
politica ispirate a un determinismo di tipo fisico ed economico (come: “la politica riguarda sempre
qualcos’altro”) sono tutt’altro che esaurite, come vedremo oltre.
Questo libro è uno studio critico, necessariamente selettivo, su come e perché la geografia
politica, nell’acquisire significati diversi, sia cambiata. In senso lato esso è la storia di una deriva
da un significato predominante o monista rispetto all’oggetto di questo campo, e come esso sia
inteso, verso un ambito di studio più pluralista sia in senso teorico sia in senso sostanziale. Il
“making” nel titolo originale (inteso come il processo del prodursi della geografia politica) è
quindi di importanza vitale, e indica che questo libro verte sulle persone, sui contesti storici e
sugli studi accademici che hanno prodotto i diversi significati di geografia politica nel corso degli
anni. La geografia politica non è semplicemente un “ramo” della geografia: sarebbe come dire che
la disciplina è emersa alla fine dell’Ottocento già pienamente articolata in tutte le sue suddivisioni
interne. Essa è stata invece “creata” secondo i modi in cui l’effettiva geografia del mondo è stata
implicata dalla pratica politica dell’ultimo secolo da tutti gli studiosi della politica, inclusi i molti
che sono divenuti figure di spicco della politica stessa. La geografia politica è, quindi, un insieme
di idee politiche e scientifiche sul rapporto reciproco fra geografia e politica che trova
fondamento in varie discipline, in particolar modo la geografia e le scienze politiche ma anche la
sociologia, l’antropologia, l’etnografia e le relazioni internazionali.
L’obiettivo di questo libro è tracciare lo sviluppo di tali idee, presentare alcuni degli autori più
importanti e la loro influenza in ambito accademico e politico, identificare alcune delle questioni
filosofiche e teoriche oggi cruciali all’interno della geografia politica, e indicare alcuni dei temi
fondamentali di crescente rilevanza all’inizio del XXI secolo.
Oggi un gran numero di “questioni di interesse pubblico” di grande peso e visibilità hanno aspetti
profondamente geografici. Riconoscere questi aspetti o esserne consapevoli spesso aiuta a
comprendere situazioni ed eventi altrimenti inspiegabili, molto più che riportare semplicemente i
1
Fare Geografia Politica
“fatti” come avviene di solito. Ecco il nocciolo della geografia politica contemporanea: decifrare i
modi in cui considerazioni di ordine geografico entrano in ogni tipo di politica. Tali
considerazioni, tuttavia, non rappresentano il “senso comune” della maggior parte di ciò che
viene comunemente inteso per conoscenza, storia e scienze sociali nel mondo. Il senso comune,
per citare Duncan Watts (2011, 3-4), è “squisitamente adattato alla gestione della complessità che
insorge nelle situazioni di tutti i giorni… Ma le ‘situazioni’ che coinvolgono corporation, culture,
mercati, Stati-nazione e istituzioni globali hanno un tipo di complessità molto differente da quella
delle situazioni di tutti i giorni. In questo caso, il senso comune pare soggetto a un numero di
errori che ci fuorviano sistematicamente”. Siamo tutti troppo propensi ad accettare spiegazioni
convenzionali come “tutti i conflitti etnici sono il prodotto di antichi odii” o “la politica globale
non è altro che il perseguimento di ‘interessi nazionali’ definiti in modo razionale”. Il punto è
che tendiamo a proiettare sul comportamento di gruppi e istituzioni in altri luoghi, anche molto
diversi dal nostro, ciò che funziona individualmente (per noi stessi, nella nostra vita quotidiana) e
la “saggezza” convenzionale, spesso non riconosciuta, che abbiamo acquisito nel tempo. Questa
è la ragione per cui sono sorti ambiti specializzati che servono a colmare tali lacune nel senso
comune. La geografia politica, quindi, è un campo che esiste per aiutare a comprendere come il
mondo funzioni politicamente oltre i limiti del cosiddetto senso comune.
Passando dall’astratto al concreto, consideriamo ora alcune questioni di interesse pubblico, scelte
in modo arbitrario dagli accadimenti degli ultimi dieci anni, per sottolinearne gli aspetti geografici
e il ruolo che questi svolgono nel costituire tali accadimenti come “problemi pubblici”. Guardare
a questi da un punto di vista geografico ci aiuta dunque a comprenderli meglio. Tra l’altro tali
esempi ci aiutano anche a capire perché nel corso del tempo la geografia politica abbia affascinato
molti studiosi:
• Descrivere gli Stati Uniti come divisi sin dagli anni Ottanta in Stati rossi (repubblicani) e Stati
blu (democratici) è divenuto un classico del “senso comune” sulla politica nazionale americana.
Questo perché nelle elezioni presidenziali i voti sono calcolati Stato per Stato dove vengono
attribuiti al candidato del partito che vi ha ottenuto la maggioranza. Si può così costruire una
carta che è rossa e blu dal punto di vista dei voti dei cosiddetti “grandi elettori”. Ma alcuni
commentatori sono andati ben oltre, sostenendo come il Paese sia divenuto geograficamente
polarizzato tra i due principali partiti politici alla scala degli Stati. Vi è molto dibattito su quanta di
questa polarizzazione geografica sia reale. È facile mostrare che, sebbene in tutte le elezioni alcuni
Stati si siano allontanati da un partito in direzione di un altro, quando i dati siano analizzati alla
scala delle contee o delle circoscrizioni elettorali, la maggior parte degli USA sia in realtà “viola”.
Spesso sono pochi i punti percentuali che separano i candidati dei due partiti, persino in quelli
che possono essere considerati (in termini di collegi elettorali) gli Stati rossi o blu più radicati. Per
alcuni autori ciò significa dunque una polarizzazione geografica elettorale assente o modesta. Per
costoro, sono le élite e gli attivisti dei partiti a essere divenuti sempre più polarizzati, specie nel
caso della deriva ideologica del Partito Repubblicano verso destra. La polarizzazione della politica
americana non è affatto un fenomeno geografico/popolare. Esso è geografico solo in apparenza
dato che gli elettori hanno sempre più a che fare con candidati più polarizzati politicamente di
quanto non avvenisse prima. Molti studi tuttavia ritengono, con notevole evidenza empirica, che
gli Americani si siano “riordinati” (il cosiddetto Big Sort), attraverso migrazioni e spostamenti
delle diverse identità, in enclavi elettorali sempre più omogenee, nelle quali il partito di minoranza
è divenuto sempre più marginale. Così non solo la politica americana è divenuta sempre più
polarizzata ideologicamente (e per raggiungere qualsiasi consenso politico nella Capitale), ma il
Paese stesso è sempre più polarizzato politicamente in senso geografico, alla scala delle contee,
dei suburbs e dei comuni, e non alla scala delle sezioni o delle macroregioni che ne
caratterizzavano la polarizzazione geografica prima della Guerra civile americana.
• L’Eurozona è stata formata alla fine degli anni Novanta da una maggioranza di Stati membri
dell’Unione Europea. Il processo di unificazione monetaria, in cui l’euro ha sostituito le valute
preesistenti negli Stati che vi hanno aderito, era un atto dichiaratamente politico: progettato per
significare un’unione ancor più profonda di quella che negli anni Quaranta e Cinquanta aveva
ispirato i fondatori della futura Unione Europea. Sfortunatamente, le regole che governavano il
comportamento fiscale degli Stati membri non erano basate in modo rigoroso su norme imposte
centralmente. E non vi era una struttura in grado di creare titoli di Stato per l’Eurozona sui quali
fondare il buon nome di tale zona come insieme per il mercato globale dei titoli di Stato. Di
2
John Agnew e Luca Muscarà
conseguenza, a seguito del collasso finanziario mondiale del 2007-2008, le economie nazionali più
deboli d’Europa rimasero prive della possibilità di svalutare le proprie valute nazionali (essendo
divenute parte di un’area valutaria più ampia) e le economie nazionali più forti (come la
Germania) dovettero confrontarsi con la realtà del salvataggio dei membri più deboli, via via che
gli spread sulle rendite dei titoli nazionali si allargavano inesorabilmente. Le cosiddette ‘economie
periferiche’ dell’Europa occidentale e meridionale (Irlanda, Grecia, Portogallo, Spagna, Cipro e
Italia) si ritrovarono in una posizione particolarmente svantaggiata. Una profonda frattura
geografica all’interno dell’Eurozona doveva qualcosa in parte a storie comparate di sperperi
governativi, corruzione ed evasione fiscale, ma al cuore della crisi vi erano anche le più deboli
condizioni strutturali di quelle economie al momento del loro ingresso nell’Eurozona (in
particolare una tendenza a usare la svalutazione come strumento per la gestione economica e una
propensione a una politica clientelare che interferì con le riforme del mercato del lavoro, delle
pensioni e altre ancora). L’adozione dell’euro senza la simultanea adozione di un’unione politica e
di una integrazione fiscale europee sembra aver preparato il terreno a un disastro. A tutto ciò si
sono poi sommate le speculazioni di investitori globali sulle probabilità che specifici Stati
riuscissero o meno a gestire con successo le proprie debolezze economiche, oltre che i “verdetti”
sulla loro solvibilità offerti dalle agenzie di rating, le quali nel chiedere maggiori sacrifici a quei
Paesi hanno finito non solo per impedirne la crescita economica ma anche per eroderne la
sovranità fiscale e minare governi democraticamente eletti. La crisi dell’Eurozona e dell’Unione
Europea è dunque, in primo luogo e innanzitutto, una crisi geografica tra centro e periferia in
mancanza di quel tipo di unione fiscale che esiste negli Stati Uniti per gestire economie regionali
divergenti.
• Le cosiddette Rivoluzioni Arabe avvenute nel 2011 a seguito di proteste popolari a vasta scala
contro dittature consolidate da tempo nel mondo arabo, dal Marocco al Bahrein, sono state
largamente interpretate nel mondo esterno come una risposta al crescente disincanto delle
giovani popolazioni nei confronti di dittatori sorpassati, a una crescente disoccupazione, alla
diffusione della tv satellitare con notiziari sul mondo arabo, e all’uso dei social network (da
Twitter a Facebook) per mobilitarsi all’interno e tra gli Stati. Questi caratteri comuni senza
dubbio esistono. Tuttavia, tra i vari Paesi coinvolti, vi sono anche delle differenze notevoli nei
caratteri sociali e geografici che influenzano il modo in cui tali proteste si sono manifestate e ciò
che hanno (o non hanno) potuto ottenere. Ad esempio in Tunisia e in Egitto, gruppi di
opposizione, relativamente ben organizzati (islamisti inclusi) e con base nei principali centri
urbani, sono stati in grado di rovesciare dittatori al potere da diversi decenni, senza per questo
modificare necessariamente anche i regimi di governo insediati (i gruppi di interesse o istituzionali
dominanti – come ad esempio i militari). Al tempo stesso, in Libia una società a base tribale si è
dimostrata molto più resistente al cambiamento sia degli uomini sia del regime, e lo Yemen, un
Paese estremamente povero e fratturato geograficamente da divisioni nord/sud e
montagna/pianura, si è dovuto confrontare con il disintegrarsi di qualsiasi tipo di governo
centrale piuttosto che semplicemente con un cambiamento di personale e regime. Pertanto,
un’analisi adeguata delle Rivoluzioni Arabe deve prestare attenzione a qualcosa di più che alla
semplice generalizzazione di un caso agli altri, ed evitare di attribuire troppo peso ai caratteri
comuni, a discapito di un approccio geografico e comparato più ricco. Tale analisi dovrebbe poi
comprendere anche il modo in cui altri Stati sono intervenuti appoggiando od opponendosi alle
proteste (come Francia e Gran Bretagna in Libia e Arabia Saudita nel Bahrain).
• Un clima favorevole e la facile accessibilità alle fonti d’acqua fanno del Punjab il “granaio”
dell’India. Ma il livello della falda acquifera è diminuito di circa dieci metri dal 1973, e tale
diminuzione è diffusa sia sul lato indiano sia su quello pakistano della regione. Lo stesso dicasi
per la falda acquifera del Sahara nord-occidentale che è condivisa da Algeria, Tunisia e Libia.
Ciascuno di questi casi è un esempio della classica “tragedia dei beni comuni”. Ogni agricoltore
estrae acqua a piacere, senza tener conto dell’impatto collettivo. La crescente scarsità stimola
ancor di più questa dinamica anziché impedirla. Via via che l’accesso all’acqua diviene più
difficile, ognuno si mette alla ricerca dell’acqua per proprio conto. Potenti organizzazioni
contadine e prezzi al ribasso ne incoraggiano lo spreco, soprattutto in agricoltura. Il problema si
aggrava poi quando una stessa falda acquifera è condivisa da due o più Stati, considerato che già
difficile è coordinarsi all’interno di uno Stato solo. Quasi il 96% dell’acqua potabile terrestre si
trova nella falda acquifera, e circa metà di essa sta a cavallo di confini internazionali. Ciò crea un
3
Fare Geografia Politica
4
John Agnew e Luca Muscarà
islamici, in particolare in Inghilterra e Stati Uniti, Breivik giustificava le proprie azioni come i
primi passi di una crociata per riconquistare l’Europa rispetto a quella che egli, e i siti web ai quali
si ispirava, consideravano come una “invasione” islamica dell’Europa. Più che un nazionalista
norvegese in senso stretto, ossia che si identifica con un’agenda tradizionalmente nazionalista,
Breivik può plausibilmente essere considerato come una sorta di “macronazionalista” europeo, o
un caso europeo speculare ai jihadisti di al-Qaeda, che hanno una visione espansionista sul piano
territoriale di un mondo che ugualmente ritengono di avere perduto. Considerazioni di scala
geografica collegate alle visioni e alle immaginazioni dei loro protagonisti sono essenziali per
comprendere questo tipo di pensiero e i movimenti politici nel mondo associati ad esso.
• Come si è visto nel film “Zero Dark Thirty” (2012) di Kathryn Bigelow, il 1 maggio 2011, due
elicotteri americani Black Hawk decollavano dalla pista militare di Jalalabad nell’Afghanistan
orientale, per penetrare nello spazio sovrano pakistano per circa 120 miglia e raggiungere il
nascondiglio di Osama bin Laden ad Abbottabad. Essi trasportavano un commando di forze
speciali della Marina americana precedentemente giunto dalla Virginia, passando attraverso la
Germania. Il nascondiglio segreto di bin Laden in una cittadina non lontana dalla Capitale del
Pakistan era stato individuato dagli analisti della CIA dopo che un satellite aveva acquisito
l’immagine di un SUV bianco, che apparteneva a uno dei corrieri di bin Laden, parcheggiato
all’esterno di un grande complesso otto mesi prima. Era la conclusione di uno degli eventi sinora
più scioccanti del XXI secolo: gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 alle Torri Gemelle a
New York e al Pentagono a Washington. Rivendicati da una rete ombra di terroristi islamisti con
base in Afghanistan, gli attacchi rappresentavano il più eccezionale esempio dell’accresciuta
importanza della guerra asimmetrica tra potenti Stati, da un lato, e gruppi di fanatici che
esprimono una qualche sorta di ideologia religiosa o globale, ora in grado di proiettare le proprie
azioni criminali nel mondo grazie alle moderne tecnologie degli aerei a reazione e dei telefoni
cellulari, dall’altro. L’apparente leader della rete responsabile dell’11 settembre, chiamato al-
Qaeda, era un miliardario saudita, Osama bin Laden, che aveva iniziato la propria carriera come
militante politico contro l’occupazione sovietica dell’Afghanistan negli anni Ottanta. Nel contesto
della Guerra fredda, era stato un alleato americano contro il nemico sovietico. Ora bin Laden era
rapidamente divenuto come l’uomo più ricercato dal governo americano nel mondo. Nonostante
le invasioni americane di Afghanistan e Iraq negli anni seguenti fossero state a volte motivate con
la caccia a bin Laden e alla sua organizzazione, è oggi ampiamente condiviso che divennero delle
distrazioni rispetto a quell’obiettivo. Le due guerre sono frutto di una logica americana
sorpassata, prigioniera di una concezione della politica mondiale fondata sul rapporto tra Stati.
Mentre bin Laden rappresentava un nuovo fenomeno: il capo di una rete di militanti con fonti
ampiamente distribuite di sostegno finanziario e intelligence, da parte di elementi nei circoli
governativi e militari in Medio Oriente e Asia sud-orientale (in particolare Arabia Saudita e
Pakistan). Un problema fondamentale per gli Stati Uniti era appunto che i governi di questi ultimi
due Paesi fossero entrambi considerati “alleati”, quando in effetti non lo erano affatto. Certo,
dopo l’attacco americano all’Afghanistan di fine 2001, bin Laden aveva abbandonato quel suo
“porto sicuro” per nascondersi in Pakistan, dove sarebbe rimasto sino al maggio 2011. Dagli
elementi disponibili si comprende come, per trovarlo, fosse stata impiegata poca energia fino
all’elezione della prima amministrazione Obama nel 2008. Infine, nel raid all’interno del territorio
pakistano la notte del 1 maggio 2011, il commando di forze speciali volava dall’Afghanistan sino
al suo nascondiglio ad Abbottabad, un complesso situato a meno di due chilometri dalla più
prestigiosa accademia militare pakistana. Bin Laden veniva ucciso in un assalto alla casa e più
tardi il suo corpo gettato nel Mar d’Arabia. Il raid e l’omicidio erano seguiti in diretta da un
pubblico entusiasta alla Casa Bianca grazie a un collegamento televisivo satellitare con il sito
dell’operazione. “Prendere bin Laden”, come l’intero evento fu ben presto etichettato, richiedeva
la raccolta furtiva di informazioni da parte dell’intelligence all’interno del territorio di un “alleato”
(anche se ora sembra non proprio esemplare), violare la sovranità territoriale del Paese senza
neppure informarne il governo. Al tempo stesso, un altro Paese vicino, l’Afghanistan, forniva
involontariamente la base dell’operazione, poiché esso si trovava ancora alle prese con una guerra
della quale gli USA erano il maggiore protagonista e che era iniziata poco dopo l’11 settembre
con la presunta ricerca dei responsabili degli attacchi terroristici. Il cadavere di bin Laden veniva
gettato in mare per evitare qualsiasi possibilità che una sepoltura a terra potesse divenire luogo di
pellegrinaggio dei suoi adepti. Osama bin Laden ora è morto, ma la guerra che egli ha contribuito
5
Fare Geografia Politica
Tutte le importanti questioni di interesse pubblico citate come esempi diventano più chiare
quando esse siano inserite in un contesto geografico. Tale contesto non solo permette di
integrare i fatti in un quadro più eloquente, ma indica anche quanto i fattori geografici possano
essere cruciali per capire a fondo i fenomeni politici, dal terrorismo globale e dai conflitti etnico-
religiosi alla politica del degrado ambientale, alla politica dei partiti americani, fino alle possibilità
di attuare una sanatoria per gli immigrati clandestini. Il punto è di pensare in termini cartografici,
mediante mappe che non solo situino le varie storie, ma colleghino i luoghi e le regioni inerenti a
esse (Foucher 2011). Tali mappe possono essere “mentali”, su carta, o sullo schermo di un
computer. La cartografia infatti è la “tecnologia” o metodologia più specifica alla riflessione
geografica di ogni genere, anche se negli anni recenti essa è divenuta meno apparente in geografia
politica di quanto non fosse prima. Esiste una mappa che mette insieme i fatti relativi
all’uccisione e alla sepoltura in mare di bin Laden nel maggio 2011. Vi sono mappe che illustrano
chi viva dove nella zona nord di Belfast, dove si trovino i beni e i mali pubblici in Italia, come sia
strutturata ed operi l’Eurozona, come siano iniziate e si siano diffuse le Rivoluzioni Arabe, e
quando essa sia realizzata correttamente, come la politica dei partiti americani sia polarizzata
geograficamente. Naturalmente, le cartografie sono entità costruite, pertanto esse sono
invariabilmente selettive e dunque vanno sempre considerate con cautela.
Le diverse questioni di interesse pubblico, tuttavia, possono essere esaminate in molti modi
differenti. Le cartografie sono necessariamente selettive, come indica l’esempio degli Stati
rossi/Stati blu americani. Le relazioni evidenziate vanno selezionate in base a dei criteri. Come
vedremo più tardi, i geografi politici hanno operato le proprie scelte in molti modi diversi, che
riflettono teorie anche molto differenti su come il mondo funzioni. La creazione della geografia
politica è soprattutto la storia del modo in cui essi hanno affrontato teorie e scelte e di come ciò
abbia influito su quanto essi hanno deciso di studiare.
I quattro capitoli principali di questo libro coprono le seguenti aree. Il capitolo 2, intitolato
“come viene fatta la geografia politica”, introduce il prodursi della geografia politica considerando
in particolare quattro aspetti: come essa sia stata prodotta da autori con particolari legami alle
concentrazioni di potere; come l’enfasi su argomenti e prospettive teoriche si sia evoluta dalla
fine del XIX secolo a oggi; come differenti significati di “politico” ne abbiano informato le linee
guida nel corso degli anni; e infine perché la geografia politica continui ad avere importanza
all’inizio del XXI secolo.
Il capitolo 3, “Il canone storico”, si concentra su alcuni dei testi classici della geografia politica
pubblicati dalla fine dell’Ottocento alla Seconda guerra mondiale. Abbiamo scelto di concentrarci
su alcune delle grandi figure dell’epoca e sulla loro rilevanza, cercando di collocare sia le loro idee
che la loro influenza nel contesto dell’epoca, caratterizzata dalla rivalità interimperiale.
Il capitolo 4, “Reinventare la geografia politica”, illustra i temi e le prospettive centrali nella
nuova geografia politica che ha iniziato a farsi strada dagli anni Sessanta. Quest’ultima si è
6
John Agnew e Luca Muscarà
allargata ben oltre la tradizionale attenzione per gli Stati nazionali, i loro confini e i contesti
globali in cui si trovavano, in direzione di un interesse più generale per la creazione dei confini
come processo attraverso il quale il potere si esprime geograficamente, a qualsiasi scala geografica
ciò avvenga – locale, regionale, nazionale o globale. Da questo punto di vista, la geografia politica
si è ridefinita come lo studio delle pratiche politiche che producono i confini e dell’impatto di tali
confini sul potere e sul benessere di diversi gruppi sociali. Per sottolineare il nuovo significato
acquisito dalla geografia politica, vengono forniti alcuni casi empirici e vengono analizzate alcune
delle affermazioni teoriche più importanti. Il paesaggio intellettuale viene progressivamente
attraversato da tre “correnti” interpretative, che rappresentano posizioni filosofiche e politiche
ben distinte: l’analisi spaziale negli anni Sessanta, le prospettive politico-economiche negli anni
Settanta e le prospettive postmoderne dalla fine degli anni Ottanta e negli anni Novanta. Al
tempo stesso, la portata empirica di ciò che veniva considerato “geografia politica” si ampliava
dalla geopolitica e dalla spazialità (geografia interna) degli Stati (gli interessi classici) alle geografie
dei movimenti sociali e politici, dei conflitti etnici e dei nazionalismi, delle relazioni tra luogo e
politiche dell’identità. Ogni nuova “corrente” apparentemente portava con sé nuovi argomenti di
studio. Qui si è tentato di collegare le varie correnti alla fluidità intellettuale e politica della fine
della Guerra fredda, agli enormi cambiamenti in Europa e Nord-America degli anni Sessanta e
Settanta, e al recente emergere di un mondo più globalizzato in cui le consuete teorie politiche e
sociali sembrano aver perso molto del loro valore intellettuale.
Infine il capitolo 5, “L’orizzonte”, dopo aver fornito un’interpretazione del nuovo contesto
geopolitico post-Guerra fredda emerso a partire dal 1990, identifica tre insiemi di questioni che
risaltano all’orizzonte intellettuale: la politica globale dell’ambiente naturale; il problema del
rapporto tra potere e scala geografica in un mondo in via di globalizzazione e la questione della
scelta morale nell’organizzazione geografica della politica.
Qui diversi casi empirici e descrizioni di libri specifici vengono usati per fornire esempi del tipo di
analisi generata da questi nuovi temi. Con ciò non si vuole sostenere che altre questioni, come ad
esempio quelle trattate nel capitolo 4, siano oggi meno importanti, ma semplicemente che queste
tre rappresentano la maggiore sfida nel contesto politico dell’inizio del XXI secolo. La geografia
politica non è mai stata altro che il riflesso del proprio tempo.
7
2
Come si crea la geografia politica
• Potere e conoscenza
• Storia e Linguaggio della Geografia Politica
• Il significato del « politico »
• E’ ancora importante la geografia « politica » ?
- Vignetta 1: I narcotrafficanti non rispettano i confini nazionali
- Vignetta 2: Perchè Israele e Palestina non possono coesistere sullo stesso territorio
- Vignetta 3: Hail Ruthenia ! Revival e rivolte etnico-regionali
- Vignetta 4: Filatelia e riconoscimento degli Stati
- Vignetta 5: Pirateria e Stato fallito in Somalia
- Vignetta 6: Quel che non ti ammazza, ti tempra: quartieri, «destino» e politica
In questo capitolo proponiamo quattro diversi punti di vista su come sia stata “creata” la
geografia politica, in particolare nel corso degli ultimi cent’anni. Ciascuno di essi rinvia ad alcune
questioni generali indispensabili per una piena comprensione dei capitoli successivi:
1. riteniamo che la conoscenza sia sempre situata. Essa si colloca in specifici contesti storico-
intellettuali e di potere che influenzano sia gli approcci sia le interpretazioni. L’espressione
geografia politica si riferisce significativamente agli effetti di mediazione della geografia sulla politica.
2. presentiamo una breve storia della geografia politica come disciplina e delle varie prospettive e
temi adottati, in modo da orientare il lettore verso gli argomenti dei capitoli successivi.
3. esaminiamo i diversi significati attribuiti all’aggettivo “politico” e suggeriamo che, nella
maggior parte dei casi, ciò che viene definito politico abbia un suo carattere distintivo e, quindi,
che abbia senso distinguere una geografia politica.
4. dimostriamo perché il rapporto fra geografia e politica sia rilevante nel mondo contemporaneo
e, quindi, le ragioni per le quali i lettori dovrebbero essere interessati a questo libro. Ci siamo
avvalsi di sei esempi tratti dal mondo contemporaneo per trarre alcune conclusioni specifiche su
come la relazione della geografia con la politica continui a essere importante, oggi forse più che
mai.
POTERE E CONOSCENZA
I geografi politici, come molti altri studiosi di scienze sociali, sono diventati sempre più sensibili
alla critica secondo la quale essi osserverebbero il mondo da specifiche “posizioni” sociali e
geografiche – ad esempio in quanto americani, bianchi, maschi, omosessuali, cattolici (e così via).
Nonostante si sforzino di sostenere con coerenza teorica e prove empiriche le prospettive che
applicano a particolari situazioni, essi non possono in buona fede affermare di essere
completamente disinteressati o imparziali. Nel mondo dell’attività umana non esiste un “punto di
vista delocalizzato” (astratto) che si possa invocare per asserire che questa o quella prospettiva sia
migliore di un’altra. Ciò non significa, di conseguenza, che tutte le istanze conoscitive siano
equivalenti. Sostenere che la conoscenza sia prodotta in contesti storico-geografici equivale a dire
che tutta la conoscenza è semplicemente relativa, ossia iscritta in uno specifico contesto storico-
geografico e/o in una specifica posizione sociale. Il punto è che dovremmo prestare molta
attenzione ai limiti contestuali insiti in ogni istanza conoscitiva (Agnew e Livingstone 2011).
Un tempo, invece, prevaleva in modo quasi assoluto una visione fortemente naturalistica della
conoscenza, e la prima generazione di geografi politici – come Friedrich Ratzel in Germania e
Halford Mackinder in Gran Bretagna – la utilizzarono per mascherare i loro punti di vista
intrinsecamente nazionalistici. Nondimeno, era quella un’epoca in cui la devozione totale alla
propria Nazione era un atteggiamento largamente diffuso tra gli accademici di ceto medio-alto
che scrissero gran parte della geografia politica in Europa occidentale e negli Stati Uniti. Il
contesto storico-geografico è quindi importante per comprendere come la geografia politica sia
stata “creata” nel corso degli anni, alla stessa stregua di altre discipline accademiche.
John Agnew e Luca Muscarà
Nello specifico, è chiaro che uomini appartenenti all’alta borghesia europea e americana hanno
dominato a lungo l’intera vicenda. Infatti l’emergere degli “intellettuali” come classe di persone in
Europa e in America settentrionale è associato alla professionalizzazione, commercializzazione e
legittimazione della conoscenza da parte di potenti istituzioni (Stati, università, imprese) che
erano e sono tuttora ampiamente dominate da uomini bianchi provenienti da ceti sociali
privilegiati. Solo negli ultimi trenta o quarant’anni uomini bianchi di diversa estrazione sociale,
donne, individui cresciuti in società post-coloniali (come in India e in Africa) e altri outsider
(incluse persone provenienti da Paesi come l’Australia, la Cina e il Giappone) sono entrati a far
parte del tempio sacro dell’accademia in generale e degli studi di geografia politica in particolare.
Ciò è importante per due ragioni. Primo, significa che, fino a poco tempo fa, la comprensione di
concetti chiave della geografia politica quali il potere, la creazione dei confini e la territorialità ha
rispecchiato le conoscenze e le pratiche di coloro che a lungo hanno dominato all’interno di
grandi potenze mondiali come Francia, Germania, Gran Bretagna e Stati Uniti. Mentre coprivano
i loro resoconti sotto il mantello della “realtà oggettiva” e della “scientificità” essi servivano
diversi interessi nazionali con i quali si erano esplicitamente allineati. Altrove, come in Italia,
Russia e Giappone, lo sviluppo della geografia politica, pur accompagnato da novità e differenze
di enfasi, tendeva comunque a seguire i binari intellettuali predisposti dalle correnti di pensiero
proprie degli Stati più forti nella gerarchia globale.
La combinazione fra dichiarazione di oggettività e servizio agli interessi nazionali ha avuto un suo
fondamento specifico, nella pretesa implicita di offrire un “punto di vista delocalizzato”. Ossia
l’idea che il mondo tutto possa essere conosciuto nella sua interezza, a prescindere dalla
posizione geografica e intellettuale di chi lo studia. Ma, come ha fatto notare il filosofo Thomas
Nagel (1986, pp. 25-8), non ci potrà mai essere una completa oggettività; vi è sempre una
“incompletezza” della realtà oggettiva. In altre parole, la realtà oggettiva non esaurisce la realtà,
semmai “qualsiasi concezione oggettiva della realtà deve includere un’ammissione della sua stessa
incompletezza”. Per Nagel la soluzione è quella di “arricchire la nozione di oggettività”
accludendo i propri punti di vista e quelli altrui in modo da incorporare i giudizi soggettivi. Nagel
conclude che “insistere in ogni caso che il resoconto più oggettivo e distaccato di un fenomeno
sia quello corretto porta facilmente a conclusioni riduttive. Ritengo che la seducente attrazione
dell’idea di una realtà oggettiva sia fondata su un errore. Non è un dato di fatto. La realtà non è
semplicemente la realtà oggettiva”.
Quindi, pur riconoscendo la possibilità di una conoscenza non totalmente soggettiva, Nagel
suggerisce che la ricerca dell’oggettività totale sia inutile. Non ci potrà mai essere un punto di
vista delocalizzato che non sia allo stesso tempo profondamente localizzato. E la storia della
geografia politica sembra certamente confermare l’opinione di Nagel.
Tuttavia, il fatto che la provenienza sociale degli studiosi di questa disciplina si sia diversificata,
non solo amplia la gamma delle posizioni geografiche e intellettuali dalle quali osservare le varie
questioni che interessano la disciplina, ma aumenta anche la possibilità di ridefinire le questioni
stesse. Ad esempio, distanziandoci da un’attenzione esclusiva verso gli Stati come se fossero
sempre esistiti e fossero tuttora l’unica fonte di potere nella vita quotidiana, possiamo aspettarci
di veder entrare nel campo una serie di “soggettività” molto distinte che possono “arricchire” la
realtà oggettiva in nuovi modi, trascendendo e superando gli interessi nazionali che in passato
hanno regnato sovrani, dato il minore attaccamento dei nuovi studiosi agli interessi di una
specifica Nazione e in particolare delle grandi potenze del tempo, considerata l’accresciuta
internazionalizzazione accademica in cui gli studiosi si muovono oggi tra università situate in
diversi Paesi, e tenuto conto della maggior varietà di università ed esperienze educative coinvolte
nell’impresa.
La seconda ragione per la quale un reclutamento più variegato nelle fila dei geografi politici è
importante per il tipo di conoscenza che si produce è che da tempo la geografia politica si
presenta come attività di problem-solving, ossia di soluzione di problemi, ricercata dai potenti per
aiutarli a risolvere i loro dilemmi. Tale impeto tecnocratico esiste da sempre: le scienze sociali e
naturali sono state caratterizzate da un’istanza tecnica o di controllo fin dai loro inizi come
discipline universitarie nel XIX secolo (Stanley 1978). E da sempre questa istanza ha incontrato
un dissenso. Nell’Europa dell’Ottocento, ad esempio, studiosi radicali come Peter Kropotkin ed
Elisée Reclus fornirono le basi per un approccio critico alla geografia politica. Tuttavia ciò era
prematuro, essendo quello un periodo di forte rivalità fra Nazioni e imperi, e poco opportuno
9
Fare Geografia Politica
per quanti fossero impegnati a professionalizzare la geografia e altre discipline, come le scienze
politiche, nei fiorenti sistemi universitari delle grandi potenze. Per attrarre finanziamenti
governativi e dal mondo degli affari era necessario che le nuove discipline fornissero a queste
istituzioni capacità di problem-solving e non critiche, ossia risposte pratiche e non ulteriori
domande. Solo di recente sono state riscoperte “figure minori”, come Reclus e Kropotkin, ed è
stato loro accordato un notevole rispetto (ad esempio Clout 2005), anche se in genere si è
preferito elogiarne l’indipendenza intellettuale e il radicalismo politico a scapito di una disamina
critica delle loro idee (vedi, ad esempio, D. Miller 1986 sui limiti dell’analisi sociale di Kropotkin).
Fu l’emergere di prospettive critiche nella teoria sociale, inizialmente nella sociologia della
conoscenza e in alcune versioni del marxismo occidentale, e più tardi e con maggior forza con il
femminismo e alcuni rami della filosofia post-strutturalista, a contribuire ad allontanare la
geografia politica dalla sua attenzione per il problem-solving in favore degli Stati e per l’agiografia dei
fondatori. Vari studiosi, di area femminista e non, hanno messo in discussione alcuni assunti che
prima erano dati per scontati: come il fatto che le azioni umane siano razionali (piuttosto che
dettate dall’affettività e dalle emozioni) e la nozione che esista un pubblico nazionale omogeneo
(presumibilmente maschile) al quale si è riferito a lungo il discorso teorico-politico (ad esempio
I.M. Young 1987; Massey 1994; Kofman 2008). Il problem-solving dovrebbe tener conto anche della
capacità di specificare a quali soggetti siano riferiti i problemi ai quali si dà preminenza e, ancor
più importante, come tali problemi vengano definiti e affrontati.
Studiosi di area femminista, in gran parte donne ma non solo, hanno quindi contestato l’idea che
il problem-solving debba essere al centro dell’interesse accademico, prima che siano stati presi in
considerazione i modi in cui, e per conto di chi, esso viene realizzato.
Il punto è che fino a non molto tempo fa non si era compresa l’importanza del rapporto fra
conoscenza e potere. Da autori come il filosofo francese Michel Foucault (ad esempio 1980) e il
critico letterario palestinese-americano Edward Said (ad esempio 1978) abbiamo appreso che la
conoscenza è costituita da “discorsi” o insiemi di idee, termini e proposizioni che appaiono in
specifici contesti storico-geografici (come la Vienna alla fine del XIX secolo, la Parigi degli anni
’70 o la Siena del 2010) e che persistono perché vengono adottati da altri e diventano parte di un
“senso comune” che definisce una disciplina o un ambito di studio (come la geografia politica).
Ciò non significa poi che tutta la produzione di conoscenza debba essere ridotta alla provenienza
sociale e geografica di chi la produce. A partire dall’Illuminismo europeo del XVII e XVIII
secolo, vi sono sempre state correnti di pensiero che hanno contestato e minato le concezioni
dominanti della conoscenza. In una prospettiva storica di ancor più lungo periodo vi sono
sempre stati degli outsider critici dello status quo intellettuale. Un crescente “sospetto” verso le
istanze di conoscenza consolidate e gli interessi sociali da esse appoggiati è dunque un carattere
fondamentale della storia intellettuale moderna. La costruzione sociale della conoscenza in
contesti storico-geografici specifici non equivale al determinismo sociale tout court. Da questo
punto di vista, anzi, ciò non significa che tutte le affermazioni si equivalgano: il progresso in
geografia politica resta possibile (Bassett 1999).
I discorsi, di cui parla Foucault, possono costituire sia degli stimoli sia dei limiti: ad esempio ci
permettono di elaborare progetti di ricerca, e allo stesso tempo indirizzano la riflessione in alcune
direzioni piuttosto che in altre. Nell’ambito generale delle scienze sociali anglo-americane,
soprattutto dal secondo dopoguerra, la riflessione fondata su concetti geografici non ha ricevuto
molta attenzione. Al tempo stesso, fino agli anni ’60, la geografia politica si è occupata perlopiù di
esaminare la creazione della carta politica mondiale e l’emergere di sfere di influenza delle grandi
potenze, trascurando invece i suoi presupposti teorico-politici. Questo era il discorso dominante,
che rispecchiava l’epoca in cui era comparso: il nuovo mondo degli Stati dopo il tramonto del
colonialismo europeo e lo svolgersi quotidiano della Guerra fredda. Solo grazie all’arrivo di nuovi
studiosi di diversa formazione e provenienza, all’emergere di un’economia mondiale globalizzata
e alla fine della Guerra fredda è stato possibile accogliere nuove prospettive. La stessa instabilità
sociale e politica mondiale di oggi incoraggia quel tipo di sperimentazione intellettuale che ha
sempre più caratterizzato la geografia politica nel suo passato recente.
Per ribadire il concetto, ciò non vuol dire che l’originalità di un autore e l’innovazione intellettuale
in generale siano determinate unicamente dal luogo e dall’epoca in cui tale autore si colloca: i casi
di Kropotkin e Reclus indicano in modo evidente i limiti di una spiegazione contestuale. Il punto
è semmai che i contesti tendono a imporre dei limiti su ciò che si riesce a pensare e a scrivere.
10
John Agnew e Luca Muscarà
Ad esempio, molti socialisti e anarchici di fine Ottocento trovavano il colonialismo non solo
accettabile ma addirittura encomiabile per la possibilità di portare il “progresso” in regioni che
essi consideravano “arretrate” e ottenebrate. Oggi gli intellettuali del mondo occidentale tendono
invece a rifiutare l’idea che le differenze etniche abbiano basi biologiche, mentre all’inizio del XX
secolo tale idea era ritenuta non solo accettabile ma addirittura essenziale per la comprensione del
mondo. Spostando poi il nostro sguardo su altri temi, le dispute interne all’Islam sul trattamento
delle donne pongono seri problemi a quanti, in Europa e in America settentrionale, credano che
il capitalismo e lo Stato moderno occidentali siano le uniche fonti di oppressione nel mondo. Di
fronte alle crisi ecologiche globali, in alcuni ambiti si è diffusa l’idea che lo sviluppo economico
non debba essere valutato solo in relazione alla specie umana, ma che pure le altre specie
debbano essere prese in considerazione quando si valutano i suoi effetti (come la riduzione della
biodiversità). Tutti questi sono esempi di come i contesti storico-geografici condizionino la
possibilità di ricercare diversi tipi di conoscenza e limitino l’esplorazione delle idee che possono
essere usate per tali scopi.
Nonostante una storia di prospettive contrastanti e “rotture” discorsive dovute all’influenza dei
contesti, l’espressione “geografia politica” ha mantenuto un certo grado di coerenza nel tempo e
nello spazio. Tale coerenza presenta tre dimensioni. La prima è l’attenzione persistente su un
insieme di concetti comuni – in particolare quelli di confine, territorio, Stato, Nazione, sfera di
influenza e luogo – anche in presenza di variazioni di significato e di diverse applicazioni dei
concetti (ad esempio all’interno di uno stesso Stato invece che solo tra Stati diversi). Al tempo
stesso è più che ragionevole sostenere che tali concetti erano in uso e di interesse ben prima che
l’espressione “geografia politica” venisse adottata. Quindi sono i concetti a costituire il campo di
studio in quanto tale, e non l’etichetta che li tiene insieme.
Figure chiave della storia del pensiero politico quali Platone, Aristotele, Sun Tzu, Machiavelli,
Bodin, Hobbes, Pascal, Montesquieu, Madison, Herder, Rousseau, Hegel, Marx e Gramsci hanno
sollevato questioni relative a statualità, cittadinanza e alla distribuzione geografica del potere; in
qualche modo possono essere ritenuti (fra le altre cose, naturalmente) dei proto-geografi politici.
Tuttavia persiste la sensazione che a partire dalla fine dell’Ottocento si sia sviluppata una
divisione del lavoro accademica – che ha prodotto fra le altre una nicchia chiamata “geografia
politica” – che si è istituzionalizzata attraverso corsi universitari, conferenze, organizzazioni e
riviste accademiche.
La seconda dimensione è la priorità teorica data al tentativo di scoprire i modi in cui la geografia
(definita in vari modi, dalla geografia fisica del mondo alla distribuzione dei gruppi etnici e delle
risorse economiche) medii fra gli esseri umani da un lato e le organizzazioni politiche dall’altro.
Vi è una tendenza costante a insistere sul fatto che la politica non possa essere compresa
adeguatamente se non si considerano i contesti geografici entro i quali essa si svolge, dalla
geopolitica globale, a un estremo della scala, fino alla politica locale, all’altro estremo. Ciò che si
intende per “geografico” è certamente cambiato nel corso degli anni: una volta veniva inteso
quasi unicamente in termini fisici, oggi viene interpretato prevalentemente nei termini
dell’organizzazione umana della superficie terrestre. Tuttavia, nonostante queste differenze,
l’impegno comune a situare la politica in un quadro geografico è rimasto costante.
Infine, vi è una sociologia delle specializzazioni accademiche che si manifesta nelle organizzazioni
professionali (come il Political Geography Specialty Group della Association of American
Geographers, o il Political Geography Committee della International Political Science
Association) e nelle riviste dedicate a questa materia (come Political Geography e Geopolitics). Tutto
ciò rispecchia come la formazione post-lauream sia organizzata in modo da spingere gli studenti in
specifici “settori di conoscenza” preparandoli a lavorare, pubblicare e insegnare in una data
specializzazione disciplinare. Secondo questa logica, i geografi politici formano una specie di
“tribù intellettuale” all’interno della quale vengono condivise alcune norme di pratica accademica
– su come fare ricerca, come scrivere gli articoli, per chi questi articoli vengano scritti – che si
distinguono da quelle adottate in ambiti contigui quali le “relazioni internazionali”, la “geografia
culturale” e la “geografia economica”. Visto lo status relativamente marginale della geografia
come disciplina accademica nell’educazione superiore, in particolare negli Stati Uniti,
“l’indottrinamento” degli studenti in questa disciplina è probabilmente meno problematico che in
altri ambiti più dominanti dell’accademia, dove singole ortodossie intellettuali hanno grande
influenza. Ciò nonostante, permane comunque il rischio che, incoraggiando alcune norme
11
Fare Geografia Politica
disciplinari a scapito di altre, si finisca per ridurre la capacità di innovazione intellettuale. Tuttavia
non vi sono molte tracce di ciò (se mai ve ne sia alcuna) nella geografia politica contemporanea. Il
suo carattere eterodosso suggerisce che “l’indottrinamento” degli studenti nella disciplina non ha
funzionato troppo. La maggior parte di quest’opera è occupata dal tentativo di organizzare e di
descrivere la varietà del campo disciplinare contemporaneo, piuttosto che dall’inculcare quelle
“verità” dominanti che sembrano caratterizzare così tante materie.
Nondimeno, la geografia politica può essere definita come un campo di studi coerente, anche
quando le prospettive teoriche differiscano e gli autori impieghino diversi termini per indicare ciò
che fanno. Le etichette disciplinari sono sempre più problematiche: il presente testo potrebbe
essere usato anche in insegnamenti intitolati “Luogo e Politica” o “Geopolitica”. Comunque sia,
se un corso universitario esamina l’intersezione fra geografia e politica, allora tratta di geografia
politica o di qualche suo aspetto!
Come gran parte della terminologia e delle classificazioni delle scienze sociali, nella sua accezione
corrente l’espressione geografia politica nasce nella Germania di fine Ottocento, pur essendo stata
usata per la prima volta per iscritto dal philosophe francese Turgot nel 1750. In questo periodo
della storia intellettuale europea iniziano a emergere le moderne scienze sociali, un periodo in cui
“lo studio delle forze soggiacenti che plasmano la volontà umana si sostituì all’idea di un’azione
umana al cuore delle scienze politiche oggi superate” (Wokler, 1987, p. 327). La vecchia idea di
una politica che plasma il mondo, esplicita negli affreschi del Lorenzetti di cui si è discusso nella
prefazione, veniva ora sostituita da una nuova idea di politica plasmata da altre forze come
l’ambiente e l’economia. Tuttavia la nascita di una specializzazione della geografia accademica
nota come geografia politica è riconducibile al geografo tedesco Friedrich Ratzel e a un suo
articolo del 1885 sulla “nuova carta politica dell’Africa”. Nel 1897 Ratzel pubblica il primo libro
intitolato Politische Geographie (geografia politica). Politicamente unificata da poco, la Germania
dell’epoca è il centro di tentativi di razionalizzare il sapere sociale nell’interesse dello sviluppo
dello Stato, attraverso le sovvenzioni di quest’ultimo alle università e il loro consolidamento come
istituzioni di ricerca e non solo di insegnamento. In breve tempo lo stesso accade anche nelle
altre grandi potenze: Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti. In questi ultimi, atenei quali la Johns
Hopkins University di Baltimora e la University of Chicago sono plasmate direttamente sul
modello dell’università di ricerca tedesca, con la sua enfasi sull’iper-specializzazione e sulla
formazione degli studenti post-lauream come futuri ricercatori.
Intesa come scrittura e studio della Terra nel suo insieme, la geografia è una disciplina antica, ma
essa viene integrata nelle università relativamente tardi. Ancora a metà del XIX secolo solo in
Germania vi sono cattedre e insegnamenti di geografia consolidati (Sandner 1994). I primi
dipartimenti di geografia in Gran Bretagna, Stati Uniti e Francia sono creati fra il 1880 e il 1910.
Anche in Italia la nascita delle prime cattedre universitarie di geografia è dello stesso periodo. Di
conseguenza, la definizione e la pratica delle specializzazioni disciplinari arriva tardi. Nel caso
della geografia ciò è ulteriormente complicato dal fatto che molti dei suoi proponenti la
considerano una materia “integrante” e obiettano al fatto che essa venga suddivisa in
specializzazioni, anche quando ciò sia necessario ai fini della ricerca.
In Francia, ad esempio, Vidal de la Blache si oppone all’idea di geografie separate, ciascuna con il
proprio aggettivo. A suo parere esiste una sola geografia, o nessuna. Anche se nell’Europa di
lingua tedesca vi è una lunga tradizione di “geografia di Stato” che si differenzia da una
“geografia regionale” basata sulle divisioni naturali, intenta a dimostrare come le caratteristiche
sociali e naturali siano collegate ma spesso in contraddizione con i pattern geografici della
statualità esistenti, la sua naturalizzazione dello Stato era incompleta. Solo con Ratzel “lo Stato si
impossessa della geografia e ne diventa l’oggetto supremo” (Farinelli, 2001, p. 44). Ratzel è il
primo a identificare una geografia politica separata, pur sostenendo l’assoluta centralità della
geografia dello Stato nella geografia tout court. Nel mondo intellettuale al quale appartiene, la
politica non è un ambito distinto ma l’ambito centrale associato completamente allo Stato. Ratzel
è quindi un teorico del suo tempo, in cui il nuovo “Stato aristocratico-borghese”– per usare
l’espressione di Farinelli – è in ascesa nell’organizzazione generale dello scibile e non solo in
relazione alla geografia ufficiale.
12
John Agnew e Luca Muscarà
Naturalmente questo è anche un periodo di ripresa del colonialismo europeo, soprattutto con i
tentativi della Germania di recuperare terreno rispetto alla Gran Bretagna e alla Francia nella
costruzione di un impero, dopo la sua riunificazione (1871) e seguita alla sconfitta francese nella
Guerra franco-prussiana (1870).
Nel suo libro del 1897, Ratzel considera come concetti fondamentali la superficie o lo spazio
occupato dallo Stato e la sua posizione (Lage) nella carta politica mondiale. Radicato in uno spazio
particolare, uno Stato esprime una relazione materiale con quello spazio attraverso il “suolo”
(idea che il cancelliere tedesco Bismarck aveva usato senza troppe cautele per sostenere
l’unificazione della Germania) e una relazione spirituale mediante le peculiarità del gruppo
nazionale che lo occupa. Tuttavia gli Stati prosperano solo se si espandono in altri territori,
esprimendo la loro vitalità e il loro “livello culturale” superiore. Secondo Ratzel, le dimensioni di
uno Stato sono una misura del suo livello culturale. Non è chiaro invece se egli consideri la guerra
l’inevitabile meccanismo di espansione. L’intero approccio ratzeliano, comunque, poggia sull’idea
che la posizione di uno Stato rispetto ad altri Stati lo renda più o meno vulnerabile alla loro
espansione. Ne consegue che la Germania è più vulnerabile della Gran Bretagna, dato che è
circondata da altri Stati su tutti i lati. La combinazione di vitalità e vulnerabilità geografica della
Germania produce il suo bisogno di espansione.
Anche se Ratzel e altri studiosi di simili vedute considerano i loro scritti come “scientifici”,
rispecchianti cioè leggi o processi naturali che trascendono le capacità umane, sono al tempo
stesso consapevoli che il loro lavoro serve agli obiettivi degli Stati in cui vivono. Per Ratzel,
quindi, è necessario offrire una spiegazione “scientifica” del perché la Germania abbia bisogno di
uno spazio maggiore di quello che occupa al momento. Per Halford Mackinder, in Gran
Bretagna, è necessario usare un modello globale che evidenzi alcuni “fatti naturali”, relativi alla
distribuzione dei continenti e degli oceani, a dimostrazione del fatto che la Germania e/o la
Russia, nel cuore dell’Eurasia, rappresentano una minaccia per il vulnerabile impero britannico in
gran parte disseminato ai margini del continente eurasiatico. Questa unione fra pretese di
oggettività scientifica e ragioni nazionali specifiche caratterizza la geografia politica in tutto il
periodo di intensa rivalità tra imperi, che vede Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti da un lato
contrapposte alle potenze emergenti di Germania, Giappone e Italia dall’altro. Le idee
geopolitiche di Ratzel e Mackinder ebbero un richiamo ancor maggiore in questi ultimi Paesi che
non per i primi, poiché fornivano una sorta di guida generale all’azione per chiunque tentasse di
mettere in discussione lo status quo geopolitico.
In questo contesto nasce il termine “geopolitica”. Coniato dal politologo svedese Rudolf Kjellén
nel 1899, esso si riferisce all’uso delle conoscenze geografiche per servire gli obiettivi di specifici
Stati nazionali. Tuttavia Kjellén è impegnato a contestare le pretese dei nazionalisti norvegesi (la
Norvegia era parte della Svezia fino al 1905) secondo i quali la catena dei Monti Scandinavi
costituisce un confine naturale fra due popoli distinti, argomentando invece che mari e fiumi
sarebbero molto più significativi. Il termine geopolitica viene poi applicato ai modelli formali dei
contrasti fra grandi potenze basati sulla loro posizione globale relativa e sul loro bisogno di
stabilire sfere di influenza territoriali per alimentare la propria spinta espansionistica da vari
studiosi tedeschi negli anni Venti e Trenta del secolo scorso, e in particolare da Karl Haushofer.
Attraverso questa formalizzazione, l’idea ratzeliana degli Stati come entità organiche non
determina ma certamente influisce sulla politica estera tedesca dopo l’ascesa dei nazisti al governo
della Germania nel 1933. Dalla Seconda guerra mondiale l’associazione con il nazismo conferisce
alla parola geopolitica una connotazione negativa. Pur venendo usata informalmente negli anni
Cinquanta e Sessanta in riferimento alla struttura geografica delle relazioni internazionali, è solo
negli anni Settanta che la parola ritorna a far parte del lessico della geografia politica. Oggi essa è
usata soprattutto con riferimento ai modi in cui le élite della politica estera e il grande pubblico
costruiscono immagini geografiche del mondo e le usano come modelli per la politica mondiale.
Tuttavia vi sono anche quelli, più spesso storici e giornalisti che non geografi professionisti, che
impiegano il termine sia per riferirsi a posizioni di determinismo ambientale vecchio stile (come
in Mackinder) sia per introdurre le conseguenze dirette di specifici “fattori geografici” nelle loro
storie sulle imprese di leader eroici e sui dilemmi con i quali si confrontano i loro Stati in diverse
parti del mondo (ad esempio Black 2009; Kaplan 2010).
Una corrente di pensiero che mostra invece una visione più pragmatica degli scopi della geografia
13
Fare Geografia Politica
politica rispetto a quella della Geopolitik tedesca si sviluppa principalmente negli Stati Uniti dopo
la Prima guerra mondiale, ma è presente anche in Francia e altrove. Secondo tale prospettiva, è
necessario identificare i problemi politico-geografici (quali il colonialismo, la protezione delle
minoranze, la cooperazione internazionale, le materie prime e i confini nazionali) ed esaminare
attentamente la loro incidenza nel mondo e il loro peso nella politica mondiale.
Il principale fautore di questo ruolo della geografia politica è l’americano Isaiah Bowman. Si tratta
di una forma di geografia statuale in cui vengono poste poche o nessuna domanda sullo Stato in
sé (e in questo senso Ratzel è un pensatore più interessante, comunque si giudichino le sue idee) e
che dedica invece grande attenzione ai pressanti problemi pratici di quel periodo in un contesto
definito soprattutto dalla logica dell’autodeterminazione nazionale del Presidente americano
Woodrow Wilson e dal suo impegno a favore di istituzioni internazionali per garantire la
sicurezza collettiva, come la Società delle Nazioni. Il fatto che più tardi Bowman preferisca
distinguere la geografia politica dalla geopolitica dipende dalla sua interpretazione della geografia
politica più come geografia di Stato che non come geografia degli Stati. Timoroso del duplice
significato di “politico” nella geografia politica (esso potrebbe riferirsi sia a una prospettiva da
una determinata posizione politica sia a un’enumerazione delle condizioni in cui la politica viene
praticata), Bowman è più incline alla seconda per meglio definire il proprio lavoro come
scientifico e imparziale.
Il timore di Bowman che la geopolitica possa contaminare la geografia politica, tuttavia, si rivela
fondato. Anche se geografi politici americani come Bowman, Richard Hartshorne e altri
contribuiscono allo sforzo bellico americano durante la Seconda guerra mondiale con una propria
linea di sintesi geografica, la geografia politica emerge dagli anni del conflitto doppiamente
infangata. Mentre il governo americano adotta una propria logica geopolitica con l’inizio della
Guerra fredda con l’Unione Sovietica, ogni discussione apertamente geopolitica è associata ai
peggiori eccessi dell’espansionismo nazista. Con il risultato di ghettizzare i geografi politici, che
non trovano il modo di difendersi, mentre politologi e storici della diplomazia si inventano delle
geopolitiche molto personali senza di fatto mai usare quel termine (basate su idee come il
“contenimento” dell’Unione Sovietica, “l’effetto domino” che collega avvenimenti distanti dagli
Stati Uniti alla madre patria, e la “sicurezza nazionale” che identifica un interesse generale al di
sopra di quello di ogni singolo cittadino). Tutto ciò inoltre scoraggia qualsiasi partecipazione dei
geografi a questioni politiche, anche nelle forme di coinvolgimento relativamente benevole come
quelle di Isaiah Bowman. Anche se negli Stati Uniti e altrove si continua a insegnare geografia
politica, e si continuano a pubblicare libri di testo modellati prevalentemente su quelli di
Bowman, questi anni producono ben poco che possa essere descritto come ricerca empirica o
pensiero critico sulla geografia degli Stati o più in generale sulla politica. Certamente negli Stati
Uniti e altrove nel mondo anglofono la geografia politica diventa il “figlio ribelle”, come afferma
negli anni Cinquanta il geografo culturale Carl Sauer, e la “moribonda acqua stagnante” che il
geografo economico Brian Berry descrive negli anni Sessanta. In un certo senso, naturalmente,
una specie di “geografia politica” non analizzata ma influente sopravvive: quella praticata dalle
élite della politica estera negli Stati Uniti e nel mondo.
L’eccezione che conferma la regola è Jean Gottmann, un geografo ebreo di origini russo-ucraine
cresciuto in Francia. In quel periodo però il suo lavoro ha ben poca influenza nel mondo
anglofono. Il suo brillante libro del 1952, La politique des États et leur géographie, in cui dimostra
grande perspicacia, si basa su un modello di sviluppo degli Stati che egli poi continuerà ad
approfondire per tutta la sua carriera. Secondo Gottmann, la compartimentazione politica del
mondo è il risultato dell’interazione fra forze di cambiamento esterno (circulation) che muovono
persone, beni, idee e informazioni, e sistemi di credenze e simboli basati sul territorio
(iconographies) che compongono le identità collettive e creano le comunità. Il relativo equilibrio fra
questi due insiemi di forze determina il grado di apertura o chiusura di un “sistema” di Stati. Tale
approccio storico alla geografia politica a quel tempo è poco in voga, a causa dell’enfasi
preponderante data da figure di spicco come Hartshorne e Stephen Jones alle funzioni
apparentemente perpetue svolte dai confini nazionali e a causa della distinzione ossessiva fra
ambito “geografico” e ambito “storico”, quest’ultimo presumibilmente studiato da non-geografi.
Nel 1961 Gottmann pubblica la sua opera più importante, Megalopolis, un libro che implicitamente
dimostra come alla base della geografia politica abbia avuto luogo uno spostamento storico, dagli
Stati nazionali alle reti di città (vedi capitolo 4).
14
John Agnew e Luca Muscarà
Gottmann rimane a lungo un iconoclasta. Privo per molti anni di un incarico universitario stabile
sia in Francia sia in Nord America, per parecchio tempo si sposta da una parte all’altra
dell’Atlantico. La sua stessa mobilità ed esperienza biografica probabilmente spiegano il suo
approccio critico. Caso raro per un geografo politico, Gottmann non è prigioniero di orizzonti
nazionali e anche la sua familiarità con la teoria sociale e politica contribuiscono a una
comprensione delle idee politico-geografiche molto più profonda di quella di tutti i geografi
politici dichiarati che lo precedono. Nel suo pensiero, il politico non è un semplice riflesso
dell’economico o dell’ambientale, ma ha diritto a una sua autonomia e a un suo primato.
Si può oggettivamente affermare che Jean Gottmann è il primo vero intellettuale della geografia
politica. Tuttavia, come teorico di questo campo, già alla fine degli anni Sessanta non è più il solo.
Il quinquennio 1965-1970 segna infatti una ripresa di interesse per la geografia politica come
qualcosa di più di un semplice elenco descrittivo delle particolarità relative ai confini e alle
caratteristiche degli Stati. Inizialmente questo revival è caratterizzato da due elementi: il primo è
l’uso di dati elettorali e la divisione in circoscrizioni elettorali per verificare quelle affermazioni
secondo le quali la geografia influirebbe sul comportamento politico al momento del voto (in
particolare il cosiddetto “effetto quartiere”, cioè l’impatto delle tradizioni locali di voto sulla
scelta elettorale); l’altro è un interesse per la geografia storica del processo di formazione degli
Stati in Europa. I protagonisti di questo revival hanno provenienze accademiche diverse e si
incontrano e discutono in luoghi come il Committee on Political Geography della International
Political Science Association.
Nei primi anni Settanta, figure come Kevin Cox, David Reynolds e Richard Morrill negli Stati
Uniti, Ron Johnston in Nuova Zelanda (poi in Gran Bretagna), Peter Taylor in Gran Bretagna,
Paul Claval in Francia, Stein Rokkan in Norvegia e Jean Gottmann (stabilitosi infine alla Oxford
University) fondano una “nuova” geografia politica, prendendo le distanze da gran parte di
quanto avvenuto in precedenza e stabilendo come obiettivo principale quello di integrare la
geografia politica nel corpo principale delle scienze sociali. Molta di questa nuova geografia
politica si richiama strettamente all’analisi spaziale che negli anni Sessanta ha conquistato la
disciplina della geografia nel mondo anglofono, e si basa sulla ricerca di modelli geografici e sulla
teorizzazione delle loro origini (O’Loughlin 2003). Gran parte di quella teorizzazione attinge dal
pensiero socio-psicologico sulle intenzioni politiche (come nel caso dello studio dei
comportamenti elettorali) o dalla sociologia comparata della formazione degli Stati (come nel
caso del lavoro di Rokkan sull’Europa). Ciò che rende nuova e singolare questa geografia politica,
tuttavia, è il suo allontanarsi da un’attenzione incentrata sugli Stati nazionali e la sua apertura
verso: a) le geografie della produzione di confini interni agli Stati; b) le geografie elettorali (anche
se la tradizione francese della sociologia elettorale aveva adottato un approccio ecologico ai
risultati elettorali fin dai primi del Novecento, essa tendeva a correlare gli esiti a caratteri locali
durevoli come geologia e suoli); c) le geografie dei conflitti fra gruppi sociali. Essa può essere
quindi interpretata sia come una reazione alle rivolte politiche e sociali della fine degli anni
Sessanta, sia come il tentativo di affrontare questi avvenimenti in modo conforme ai canoni
accademici dell’epoca.
Tale prospettiva comunque non dura a lungo nella geografia politica dominante. La geografia
“radicale” sviluppatasi in risposta alla Guerra del Vietnam e alle lotte per i diritti civili della fine
degli anni Sessanta muove varie critiche all’analisi spaziale, bollandola come conservatrice,
teoreticamente limitata ed eurocentrica. Al suo posto emergono delle prospettive politico-economiche
che attingono da Marx e da diversi altri pensatori (in particolare dal sociologo americano
Wallerstein) e identificano le radici della territorialità politica nella storia dell’economia mondiale
capitalista e nella competizione globale fra grandi potenze. Da un lato, studiosi associati alla
geografia radicale come Yves Lacoste, Richard Peet, David Harvey, Doreen Massey e Neil Smith
acquisiscono autorevolezza. Dall’altro figure della geografia politica già affermate come Peter
Taylor e Kevin Cox adottano varie prospettive politico-economiche nella propria ricerca. Ciò che
questi studiosi hanno in comune è una visione critica della società e della politica mondiale
contemporanee in quanto inique e gerarchiche, un desiderio di comunicare ai teorici sociali critici
di altre discipline l’importanza di meccanismi politico-geografici quali i confini e i rapporti centro-
periferia nella creazione e nel mantenimento di disuguaglianze strutturali, e un impegno
nell’attivismo politico, seppur spesso confinato alle aule universitarie. Più problematico resta lo
statuto del “politico” nelle prospettive politico-economiche, dato che i principali autori di questa
15
Fare Geografia Politica
La politica ha a che fare con le lotte per il potere per esercitare il controllo sugli altri e su se stessi,
per soddisfare gli interessi, esprimere le identità o ottenerne il riconoscimento. Questa definizione
è ampiamente accettata, anche se con ampie differenze rispetto al peso relativo di controllo,
interessi o identità. Vi è molto meno accordo invece sulle origini del “politico” e sulla sua
importanza rispetto ad altre dimensioni della vita umana quali quella economica o culturale. Fino
a poco tempo fa, i geografi politici apparivano piuttosto agnostici o indifferenti rispetto alla
natura del politico (Painter 2008). Essi avevano la tendenza a interpretare gli Stati come singola
fonte e unico interesse del potere, e a considerare il potere come capacità di coercizione, senza
però affrontare, salvo in rare occasioni, la questione di dove questi geografi si situassero al di là di
questa blanda accettazione di nozioni comuni a giornalisti e a molti politici. I libri di testo di
geografia politica prendono raramente in considerazione il significato del politico, dimostrandosi
totalmente ignari della necessità di esaminare criticamente l’aggettivo che insistono ad aggiungere
al termine geografia.
Nella pratica hanno prevalso due concezioni, quella statalista e quella liberal. La prima interpreta lo
Stato (nazionale) come singola fonte delle identità e degli interessi, e le persone come gli agenti di
16
John Agnew e Luca Muscarà
quell’impresa collettiva rappresentata dallo Stato. La politica è un affare molto serio, in cui il
politico è l’arena di autorità in cui vengono prese decisioni assolute e viene esercitato il controllo.
Se il teorico inglese del primo periodo moderno Thomas Hobbes è uno dei rappresentanti di
questa prospettiva, nel XX secolo essa trova l’espressione più chiara negli scritti di Carl Schmitt.
Secondo Schmitt, l’essenza del politico risiede nella distinzione fra “amici” – associati a una
particolare “forma di esistenza” – e “nemici”, che si oppongono a questa forma di esistenza e
sono pronti a negarla avendone la possibilità (Schmitt 1996). Sia le politiche totalitarie, come
quelle della Germania nazista e dell’Urss stalinista, sia le politiche di sicurezza nazionale, come
quelle di entrambe le parti durante la Guerra fredda, facevano riferimento a questo significato del
politico. Eppure se ne possono riconoscere elementi anche nelle geopolitiche derivate dagli scritti
di Ratzel e Mackinder. Una versione potenzialmente più benigna sarebbe la visione civica
nazionalista o patriottica che considera come essenza del politico “l’amore per la propria patria” e
che richiede un senso molto preciso di chi sia dentro e chi fuori dal progetto comune (Viroli,
1995).
Un concetto del politico simile come logica, ma più pluralista, si riscontra fra i cosiddetti
comunitaristi o fautori dell’idea comunitaria. Secondo questo punto di vista, la politica consiste
nell’associarsi ad altri per esprimere delle identità e perseguire quegli interessi comuni che tali
identità vanno a definire. In questo caso l’oggetto di affezione, significato e appartenenza è il
gruppo socio-politico (e la sua espressione in particolari istituzioni) piuttosto che uno Stato in sé.
Molta della letteratura sul multiculturalismo nelle scienze sociali contemporanee si rifà a questo
significato del politico, nonostante sia spesso accompagnata da politiche liberal (che normalmente
prevedono il sostegno del governo a questo o quel gruppo) (ad es., I. M. Young 1990).
Nel corso degli anni, entrambe le prospettive, statalista e comunitarista, hanno entrambe avuto
come principale bersaglio quella liberal. Secondo quest’ultima, la politica non dovrebbe mai
riguardare il controllo o l’identità ma piuttosto le procedure di discussione e compromesso fra i
particolari interessi di diversi individui e delle coalizioni in cui questi si uniscono.
Classicamente associata a teorici quali John Locke e James Madison, questa prospettiva ha forse
nel filosofo americano John Rawls il suo esponente contemporaneo più illustre. Gli interessi
promanano dalla società, per cui lo Stato esiste per gestire e dirimere le dispute fra interessi
privati. La politica quindi è necessaria, ma se diventa troppo “rigida” mina la capacità di
armonizzare le divisioni all’interno della società. Essa ha a che fare con chi ottenga cosa, dove, e,
soprattutto, come. La prospettiva liberal si è tuttavia frammentata. Da un lato, vi sono coloro che
sottolineano la supremazia delle ragioni e degli interessi economici individuali in politica,
dall’altro vi sono quelli, come alcune femministe liberal, che sottolineano il pluralismo di
differenze di origine sociale che conferiscono potere ad alcuni gruppi (ad esempio agli uomini) a
svantaggio di altri. Nella geografia politica, l’analisi spaziale tende a basarsi su assunzioni liberal
sia riguardo lo Stato che riguardo il primato delle ragioni economiche individuali.
Le visioni “classiche” del politico, comunque, sono state sempre più bersagliate da due diverse
posizioni. La prima, affine alla critica politico-economica che durante gli anni Settanta ha
acquisito un ruolo importante in geografia politica, interpreta il politico come supplementare o
complementare all’economico, considerato “in ultima istanza” ciò che determina la natura della
moderna società capitalista. In questa prospettiva, il dominio dei capitalisti come classe sia
all’interno degli Stati sia nei conflitti tra Stati per l’accumulazione del capitale a scala globale è ciò
che fa andare avanti il mondo. La politica è interpretata come il prezzo da pagare perché le altre
classi possano entrare nella “vita pubblica” legittimando così lo Stato nazionale e le competizioni
internazionali che questo Stato genera. Anche se spesso essa considera l’ambito politico come
meramente “funzionale” a quello economico, per voce di alcuni teorici (come il sociologo
britannico Michael Mann), questa prospettiva si è allargata a considerare la relativa autonomia
dello Stato da singoli imperativi di classe e l’emergere di gruppi burocratici con identità e interessi
propri. Due giganti della storia del pensiero sociale ora appaiono implicati più che estranei: Max
Weber, il sociologo della burocrazia, a complementare Karl Marx, il teorico dell’accumulazione
del capitale.
La seconda posizione è più radicale in quanto si distanzia sia dalle visioni classiche sia dalla critica
politico-economica. La sua maggiore differenza risiede nell’interpretazione del potere come
legittimante oltre che meramente coercitivo (ad esempio Allen 2002, 2003). In questa prospettiva,
il politico è la possibilità di azione: la capacità di agire, resistere, cooperare e assentire, nonché la
17
Fare Geografia Politica
Il mondo è certamente “più piccolo” di una volta, se non altro per la facilità con cui
informazioni, denaro, beni e persone possono muoversi intorno al globo. A partire
dall’espansione degli europei nel resto del mondo iniziata alla fine del Quattrocento, e nonostante
alcuni luoghi sulla superficie del globo rimangano ancora isolati, l’interconnessione fra luoghi
attraverso transazioni economiche e culturali è sempre più intensa e importante nella vita
quotidiana di ognuno. Nel mondo di Internet, della tv satellitare, delle catene di produzione
globali e dei mercati finanziari mondiali interconnessi, il “vecchio mondo” degli imperi rivali,
delle politiche nazionaliste e via dicendo, viene spesso considerato al tramonto. Ma questa
“compressione spazio-temporale” del mondo di cui si sente tanto parlare oggi implica anche
l’imminente crollo dei confini politici che segnano tuttora la carta del globo? Significa anche la
riduzione dei conflitti fra gruppi sociali per le spoglie del dominio politico e militare? O
l’aumento di uguaglianza fra luoghi nella distribuzione globale del potere, e la fine delle identità
politiche fondate sulla territorialità?
18
John Agnew e Luca Muscarà
O invece è solo che la geografia politica mondiale sta subendo diversi stress da cambiamento
economico e tecnologico che influiscono sul significato e sui ruoli del territorio, dei confini, delle
sfere di influenza, delle geografie etniche e politiche fondate sull’importanza del luogo? Nel
contesto storico odierno, quale fra le concezioni del significato di “politico” sopra citate è più
ragionevole? Le classiche prospettive statalista e liberal stanno perdendo la loro presa teorica?
Sarà utile tenere a mente tali interrogativi leggendo questo libro.
Nel resto del presente capitolo presentiamo sei casi o storie per esplorare alcune questioni di
estrema importanza nel mondo contemporaneo, che contengono tutti elementi geografico-
politici rilevanti. Anche se le storie selezionate per illustrare i punti salienti di tali questioni
potranno forse apparire peculiari o esotiche al lettore, si tratta di fatto di questioni che vengono
costantemente riportate dai quotidiani. Il nostro obiettivo qui è di dimostrare come si possa trarre
grande vantaggio dal pensare in termini geografico-politici diverse situazioni che di solito non
vengono considerate tali. Nel nostro mondo caratterizzato da Internet, le questioni dell’accesso
alla politica, della creazione dei confini, dell’espressione di sé e della creazione di identità
attraverso il controllo territoriale sono ancora assai vive. Questi esempi sono tutti sviluppati con
un maggior livello di approfondimento rispetto a quelli offerti nel primo capitolo. In questo caso
il focus è molto più analitico e non puramente allusivo.
Ciò che emerge con chiarezza in tutti questi casi è che la geografia politica ha ancora un’enorme
importanza nella vita delle persone, anche se in modo diverso dal passato. Prendiamo ad esempio
uno dei principali problemi della società americana contemporanea, quello della
tossicodipendenza e del traffico illecito che la alimenta. Si può sostenere che sostanze legali come
tabacco, bevande alcoliche e farmaci siano tutte nocive se ne si abusa, e che se lo stesso statuto
fosse esteso alle sostanze attualmente considerate illecite ciò potrebbe condurre a un approccio
più “razionale” nel ridurre la dipendenza dalle droghe e i loro effetti sociali ampiamente negativi.
Comunque sia, la politica ufficiale degli Stati Uniti rispetto a questo problema, a partire dalla
presidenza di Nixon del 1969-1974, è stata quella di perseguire una “guerra alla droga” attraverso
campagne pubblicitarie interne volte a sensibilizzare il pubblico rispetto ai pericoli legati
all’assunzione di droghe e attraverso tentativi di ridurre l’importazione delle droghe nel Paese.
Una delle principali caratteristiche di questa politica americana è quindi quella di ridurre l’accesso
alle droghe illegali, come eroina e cocaina, riducendone l’offerta e facendone aumentare il prezzo.
Ciò si basa sull’idea che se si riescono a bloccare i rifornimenti prima che giungano negli Stati
Uniti allora l’uso di droghe potrà essere ridotto. I confini degli Stati Uniti diventano quindi la
“prima linea” nella guerra contro la droga. Ma gli stessi flussi di droga non sono organizzati su
base nazionale. Essi formano una trama globale che sfida sempre più l’idea di un mondo politico
diviso in modo netto dai confini tra Stati. Allo stesso modo, gli sforzi per ridurli si fondano sulla
cooperazione e a volte sull’intervento oltreconfine della polizia e delle forze armate dai Paesi di
destinazione/consumo, come gli Stati Uniti verso, i Paesi produttori, come la Colombia o il
Messico. Vi è una dimensione globale, non semplicemente internazionale, del narcotraffico
mondiale e delle misure per combatterlo.
Il problema della droga è immenso, ed è anche un importante fattore della globalizzazione
economica mondiale, risvolto quest’ultimo che sfugge a chi si ostina a concentrarsi sulle
statistiche nazionali del commercio legale per sostenere che l’economia mondiale è ancora
internazionale e non in via di globalizzazione.
Il business mondiale della droga ha una sua geografia distintiva nella quale i principali flussi di
eroina provengono principalmente dall’Afghanistan e dall’Asia sudorientale, mentre la cocaina
proviene dall’America meridionale andina e le metanfetamine da una varietà di luoghi. Tutti i
flussi portano ai principali Paesi consumatori in Europa e in Nord America, dove si trovano la
maggior parte dei tossicodipendenti e degli utilizzatori a scopo ricreativo. Una interessante
tendenza degli anni recenti è quella che vede il narcobusiness sempre più localizzato, via via che
la marijuana coltivata in casa e le metanfetamine sostituiscono eroina e cocaina, e i rifornimenti di
quest’ultima tendono ora a provenire da catene di fornitura più brevi rispetto a vent’anni fa. Il
Nord America resta il maggiore mercato singolo di consumo della cocaina, con quasi il 40% della
domanda globale, ed esso genera anche la maggior parte dei profitti del narcotraffico (UNODC
2010). Ad esempio, solo il 3% del valore del traffico di cocaina negli Stati Uniti va ai produttori e
ai trafficanti dei paesi andini, mentre il 70% dei profitti va agli spacciatori di livello intermedio e ai
consumatori. Nel 2009 l’Afghanistan era la fonte dell’89% degli oppiati illeciti, destinati
19
Fare Geografia Politica
principalmente all’Europa occidentale e alla Russia, che assieme consumano quasi metà
dell’eroina mondiale. Il flusso di eroina segue tre principali percorsi di distribuzione: la rotta
balcanica (attraverso Iran, Pakistan, Turchia ed Europa sudorientale) verso l’Europa occidentale;
la rotta settentrionale (attraverso le repubbliche dell’Asia centrale) verso la Russia; e la rotta
meridionale (attraverso il Pakistan) verso il resto del mondo (ad esempio Iran, Cina, Africa
orientale e meridionale, ecc.) per via aerea e via mare (UNODC 2010). Nell’ultima decade c’è
stato un boom nel consumo di eroina in Africa orientale, un’esplosione nell’uso di cocaina in
Africa occidentale e America Latina, e un aumento nell’abuso di droghe sintetiche in Medio
Oriente e nel Sud-Est asiatico. I tossicodipendenti si stanno spostando dal mondo sviluppato al
mondo in via di sviluppo, contribuendo a un aumento dei tassi di criminalità, violenza,
corruzione e alla diffusione dell’HIV/AIDS. Il narcotraffico genera inoltre instabilità politica
nelle aree di transito in America Latina e Africa orientale.
Il primo caso illustra sia l’ascesa di un nuovo attore della politica mondiale, il narcotrafficante, sia
la sfida che questo attore e il narcotraffico pongono ai confini consolidati del mondo, facendo
riferimento a un film Traffic (2000). In questo caso i confini territoriali hanno ancora importanza,
ma in quanto sfida per essere oltrepassati in modo surrettizio e dietro ai quali ricchi utenti sono
raggruppati, più che come barriera che può essere infranta solo militarmente, come nel classico
significato geopolitico.
Traffic (2000), film polemico e di grande successo, pone con intelligenza la domanda: dove si
trova esattamente la prima linea nella guerra alla droga? Dov’è stata tracciata la linea fra
protagonisti e antagonisti, bene e male, alleati e nemici? È lungo il confine militarizzato che
separa nominalmente gli Stati Uniti dal Messico, come normalmente si immagina? O il fronte
della battaglia è circoscritto a una scala più personale, in famiglia, e la linea viene tracciata alla
porta del bagno?
In questo film, spin-off di una produzione britannica omonima, da critico sociale dichiarato il
regista Steven Soderbergh esplora con occhio critico la guerra alla droga che gli americani
combattono da oltre 30 anni. Egli afferma chiaramente che gli sforzi e le strategie attuali sono
inefficaci e futili, visto che la richiesta di droghe illegali è a un massimo storico e la catena
dell’offerta sembra infinita e dotata di ubiquità, difficile da identificare e impossibile da sradicare.
In un’apparizione straordinaria nel ruolo di un politico ambiguo, l’exgovernatore del
Massachusetts William Weld offre uno spunto di saggezza riguardo al problema della droga negli
Usa: “Non si risolverà mai dalla parte dell’offerta”. Il commento di Weld durante un cocktail
party a Washington rivolto al nuovo “zar della lotta alla droga”, interpretato da Michael Douglas,
sottolinea uno dei temi centrali del film: nonostante si spendano quasi 18 miliardi di dollari
all’anno la guerra americana alla droga è un fallimento, principalmente perché nessuna quantità di
denaro e di sangue versato riuscirà a interrompere veramente il traffico di sostanze illecite.
“È una forza di mercato imbattibile”, secondo il personaggio Eddie Ruiz – lo spacciatore medio
che accetta di collaborare dopo il suo arresto da parte degli agenti federali. “È più facile da
trovare dell’alcol” è il mantra dei personaggi giovani, inclusa Caroline Wakefield, la sedicenne
eroinomane che, ironicamente, è anche figlia dell’appena designato zar della droga.
Tuttavia, nessuna di queste crude realtà viene completamente ammessa, mentre lo zar della droga
intraprende il suo ruolo continuando a sostenere la politica nazionale di difesa delle frontiere, di
aumento dei controlli doganali e di divieto militarizzato. Contemporaneamente, Soderbergh
illustra la futilità della guerra putativa in “trincea”, dove un detective idealista di San Diego,
interpretato da Don Cheadle, insegue instancabilmente i trafficanti – fra i quali un ricco “uomo
d’affari” che vive in un elegante sobborgo di San Diego – anche dopo aver assistito all’assassinio
del suo collega e di un informatore chiave.
Dall’altra parte del confine, il Messico è rappresentato in toni color seppia come un luogo oscuro
dove la corruzione scorre libera e un poliziotto onesto è raro quanto la moderazione in una crack
house. Eppure un poliziotto di Tijuana, interpretato da Benicio del Toro, riesce in qualche modo a
rimanere incorruttibile e anche eroico, lottando ostinatamente contro i cartelli della droga e il
governo corrotto. Nonostante sia testimone dell’uccisione del suo collega e amico e la sua vita sia
20
Fig. 1: Il mercato transnazionale della droga. Sopra: flussi globali di eroina di orgine
asiatica (in tonnellate); sotto: principali flussi globali di cocaina nel 2008 (in tonnellate).
Fonte: UNODC (2010, 70, 100).
John Agnew e Luca Muscarà
appesa a un filo, il suo approccio pragmatico e altruista viene fondamentalmente rivendicato alla
fine del film, quando un campo da baseball per ragazzi viene illuminato grazie ai suoi sforzi
“sinceri”. Il simbolismo del campo illuminato in mezzo al caos oscuro della guerra alla droga è un
messaggio forte per quanti, nel mondo reale, invocano un approccio meno combattivo.
In numerose interviste il regista del film Steven Soderbergh insiste che il film non aveva lo scopo
di far cambiare la politica sulla droga, ma dice anche che i tempi per un cambiamento sono
maturi e che il film aiuterà in questo senso. Soderbergh aveva ragione sul fatto che i tempi siano
maturi. Nell’ambito delle politiche sulla droga stanno succedendo strane cose che sarebbero parse
impossibili fino a pochi anni fa. Al luglio 2014 ventitre Stati hanno approvato misure che
legalizzano l’uso della marijuana per scopi medici negli USA. George Pataki, governatore
repubblicano di New York tra il 1995 e il 2006, ha proposto di alleggerire le condanne irrogate
dalle leggi draconiane sulla droga del suo Stato. Il generale Barry McCaffrey, zar nazionale della
droga tra il 1996 e il 2001, insiste che si smetta di chiamare “guerra” la campagna antidroga,
echeggiando la frase del personaggio di Michael Douglas nella scena finale del film: “non so
come si possa muover guerra contro la propria famiglia”.
Se la futilità della guerra alla droga mette in dubbio il significato dei confini nazionali, altre
situazioni politiche odierne sembrano invece convalidare la loro continua importanza presso
diversi gruppi anche quando, esaminando con maggiore attenzione le specifiche situazioni,
potrebbe sembrare il contrario. Il caso 2: “perché Israele e Palestina non possono coesistere sullo
stesso territorio” esamina uno dei conflitti più irrisolvibili del mondo, dando particolare
attenzione alla difficoltà di stabilire uno Stato per la Palestina con un territorio non frammentato
sul quale esso possa esercitare la propria sovranità. Tuttavia, la realtà economica della situazione è
che una nuova “Palestina”, ovunque essa si collochi, sarà comunque dipendente da Israele per
una vasta gamma di servizi e per il lavoro di gran parte della sua popolazione. Forse, nel lungo
termine, l’unica via d’uscita da questa impasse sarebbe che entrambe le parti accettassero un
unico Stato in cui il potere fosse condiviso. Per ora, tuttavia, questa eventualità è molto lontana.
Noi [palestinesi] nel 1948 siamo stati spossessati e sradicati, loro [israeliani] pensano di aver conquistato
l’indipendenza servendosi di mezzi giusti. Noi ci ricordiamo che la terra che abbiamo lasciato e i territori
che stiamo cercando di liberare dall’occupazione militare fanno tutti parte del nostro patrimonio nazionale;
loro pensano che siano di loro proprietà per decreto biblico e diasporica affiliazione. Oggi, in base a
qualsiasi criterio, noi siamo le vittime della violenza; loro sono convinti di esserlo. Non esiste
semplicemente alcun terreno d’intesa, alcun discorso comune, alcun luogo possibile per un’autentica
riconciliazione. Le nostre rivendicazioni si escludono a vicenda. Persino l’idea di una vita comune e
condivisa nello stesso pezzetto di terra è impensabile. Ciascuno di noi pensa alla separazione, forse anche a
isolare e dimenticare l’altro (Said 2000, p. 214).
Questo commento misurato suggerisce che gli accordi di Oslo e il conseguente “processo di
pace” basato su una soluzione geografico-politica anacronistica per delle popolazioni mescolate
che rivendicano lo stesso territorio, abbiano danneggiato ulteriormente gli sforzi per la pace, la
riconciliazione in generale e le aspirazioni del popolo palestinese in particolare.
Secondo Said, l’occupazione di Gaza e della Cisgiordania dura da troppo tempo (dal 1967) e i
negoziati per la pace si sono protratti senza ottenere grandi risultati. Anche se l’obiettivo dei
palestinesi fosse solo l’indipendenza, essa oggi non è in alcun modo più vicina, e la sofferenza dei
civili ha oltrepassato ogni limite di sopportazione. Di conseguenza, il mondo esterno continua ad
assistere al circolo vizioso del lancio di sassi nelle strade e del rinnovato sostegno all’Intifada da
un lato, e del particolarismo ed espansionismo israeliano ritrincerato sotto la bandiera del
sionismo dall’altro. Inoltre, la rappresentazione erronea da parte dei media ha sostanzialmente
9
Fare Geografia Politica
Fig. 2: Carta della popolazione di Cisgiordania e Gaza, che illustra gli insediamenti
palestinesi e israeliani e le tre zone degli accordi di Oslo.
Fonte: ridisegnata da Margalit (2001, 22)
10
John Agnew e Luca Muscarà
11
Fare Geografia Politica
Certo, i palestinesi controllano i propri insediamenti urbani, ma gli israeliani controllano tutte le
strade che li collegano e quindi tutti i loro movimenti”.
Tuttavia è la carta geografica del processo di pace a illustrare nel modo più drammatico le
distorsioni prodotte e sistematicamente dissimulate dal discorso premeditato sulla pace e dai
negoziati bilaterali. La strategia di Oslo era di frammentare e suddividere in tre zone – A, B e C –
un territorio palestinese già diviso, secondo una logica concepita e controllata interamente dalla
parte israeliana. “Fino a tempi recenti”, afferma Said, “i palestinesi stessi non disponevano di
alcuna cartografia”. Non disponevano di proprie carte dettagliate a Oslo, e nel team di
negoziatori non vi era nessuno sufficientemente familiare con la geografia dei territori occupati da
poter contestare le decisioni e offrire soluzioni alternative. Tale carenza di conoscenza geografica
insieme alle rivendicazioni israeliane di un manifest destiny – destino palese – biblico, hanno
prodotto questa organizzazione territoriale frammentata. Le conseguenti tensioni hanno inoltre
giustificato l’ininterrotto controllo da parte delle forze di difesa israeliane.
Nel lessico delle tre zone (vedi figura 2.2), la zona A è sotto la piena giurisdizione palestinese,
quella B è sotto la parziale giurisdizione palestinese, e quella C sotto il pieno controllo civile e
militare israeliano. Come illustra la cartina, non solo varie parti della zona A sono separate l’una
dall’altra, ma sono anche circondate dalla zona B e, più fatalmente, dalla zona C. Nell’Area B,
Israele ha permesso all’Autorità nazionale palestinese di aiutare a controllare le zone dei villaggi
più importanti, in prossimità degli insediamenti dei coloni costantemente in crescita. Nonostante
la condivisione nominale del mantenimento dell’ordine pubblico, Israele di fatto controlla tutti i
permessi di transito nella zona B. Nella zona C, che rappresenta il 60 per cento della
Cisgiordania, ha invece mantenuto tutto il territorio per sé, per costruire ulteriori insediamenti,
aprire altre strade e stabilire zone di addestramento militare. Jeff Halper vede in questo ingegnoso
inganno “una matrice di controllo da cui i palestinesi non si libereranno mai”.
La componente di Gaza della zona A è molto più grande principalmente perché, con i suoi
terreni aridi e la sua popolazione densa e ribelle, veniva considerata inadatta all’insediamento
israeliano, che era felice di tenersi le terre agricole migliori e cedere tutte le altre. Israele si è infine
sbarazzato di Gaza nel suo insieme nel 2005 demolendo tutti i propri insediamenti. In
Cisgiordania tuttavia le chiusure e gli accerchiamenti dettati dalla suddivisione in tre zone hanno
trasformato intenzionalmente le terre palestinesi in puntini assediati che costellano la cartina.
Nell’ottobre 2000 Amira Hass, corrispondente dai territori palestinesi per il quotidiano israeliano
Ha-aretz, riassumeva la situazione succintamente, usando gli argomenti propri degli anni
dell’apartheid in Sud Africa. In effetti, undici anni dopo che queste parole sono state scritte non è
cambiato molto, a parte la costruzione del muro e ulteriori insediamenti di coloni israeliani in
quello che nel 1993 era considerato “territorio palestinese”:
Dopo più di sette anni, Israele detiene il controllo amministrativo e militare del 61,2 per cento della
Cisgiordania e del 20 per cento circa della Striscia di Gaza (zona C), e il controllo militare di un altro 26,8
per cento della Cisgiordania (zona B). […] Tale controllo è ciò che ha permesso a Israele di raddoppiare il
numero di coloni in dieci anni, di ampliare i loro insediamenti, di continuare la sua politica discriminatoria
che riduce l’accesso alle risorse idriche a tre milioni di palestinesi, di ostacolare lo sviluppo urbano
palestinese in gran parte della Cisgiordania, e sigillare un’intera Nazione in aree delimitate, intrappolate in
un reticolo di strade di raccordo riservate soltanto agli ebrei. In questi giorni di rigide restrizioni di transito
all’interno della Cisgiordania, appare evidente l’intento con cui ogni strada è stata pianificata: in modo da
permettere libertà di movimento a 200.000 ebrei mentre tre milioni di palestinesi rimangono imprigionati
nei loro bantustan fino a quando non si piegheranno alle esigenze di Israele.
In aggiunta alle osservazioni della Hass, va sottolineato che le principali falde acquifere per
l’approvvigionamento idrico di Israele sono sotto i territori occupati della Cisgiordania; che la
“Nazione intera” della Palestina non include i quattro milioni di profughi ai quali viene
categoricamente negato il diritto di ritornare, anche se qualsiasi ebreo in ogni parte del mondo
gode del diritto assoluto di “ritornare” in qualsiasi momento; che le limitazioni di movimento
sono tanto severe a Gaza quanto in Cisgiordania e che la cifra della Hass dei 200.000 ebrei in
Cisgiordania (ora 305.000) che godono di libertà di movimento non include i 150.000 ebrei-
israeliani portati a “giudaizzare” Gerusalemme-est.
Tanto per esacerbare la situazione, la lentezza del processo di pace viene giustificata dagli
americani e dagli israeliani con la salvaguardia della sicurezza di Israele, mentre la sicurezza della
12
John Agnew e Luca Muscarà
Il conflitto israelo-palestinese ha ovviamente le sue particolarità, non ultime quella che Israele
stesso rappresenta una “soluzione” alla persecuzione degli ebrei in Europa e nel mondo e che,
prima dell’avvento di Israele, la Palestina non aveva alcun passato come Stato. In questo caso,
inoltre, le rivendicazioni territoriali sono qualcosa di più che semplicemente etniche o nazionali,
visto che i siti religiosi a Gerusalemme – il Muro del Pianto per gli ebrei, la moschea di Al Aqsa
per gli arabi musulmani – sono simbolicamente fondamentali nell’impasse fra le due parti. La
principale debolezza dei palestinesi è che non hanno uno Stato e che Israele è maldisposto a
concedere loro un vero Stato, anche laddove ciò avesse un senso – cosa che Edward Said nega.
L’“offerta” attuale è quella di una riserva frammentata su un territorio prevalentemente non
fertile.
Lo Stato quindi ha ancora importanza, anche se spesso in modi paradossali e imprevisti, ed è per
questo che gruppi dal Quebec fino al Baluchistan vogliono il proprio. Lo Stato conta ancora sia
per ottenere riconoscimenti delle differenze nazionali che altrimenti rimarrebbero soggiogate o
non riconosciute dagli altri, sia perché il mondo è ancora largamente organizzato in termini di
Stati per una vasta gamma di attività, dai sistemi postali e monetari al welfare e all’organizzazione
militare. I tre casi illustrati di seguito mettono in luce tali dispute. Il Caso 3 utilizza un esempio
specifico in Europa orientale per trarre alcune conclusioni sul riconoscimento nazionale, in
questo particolare caso nascente. Il Caso 4 illustra un punto alquanto diverso, e cioè che la
statualità esista virtualmente oltre che effettivamente, nel senso che il riconoscimento de facto di
13
Fare Geografia Politica
un’attività gestita da uno Stato, in questo caso i francobolli, conferisca alle rivendicazioni di uno
Stato un certo grado di legittimità. In altre parole, la statualità ha a che fare tanto con il
riconoscimento esterno quanto con l’organizzazione interna. È un fatto tanto sociale quanto
materiale. L’esempio dei francobolli emessi dall’enclave armena del Nagorno-Karabagh, situata
nella parte azera del Caucaso, è lo spunto per illustrare la vitalità dell’idea di Stato in un contesto
globale che lo considera ancora di grandissima importanza. La stranezza di questi due casi
suggerisce, tuttavia, che quando la condizione statuale venga pretesa così semplicisticamente o
riconosciuta implicitamente (seppur venga realizzata in modo discutibile), essa debba essere
considerata diversamente dalla condizione statuale propria delle grandi potenze o degli Stati con
efficienti politiche di welfare. Naturalmente la variabile distribuzione geografica del potere degli
Stati, sia all’interno che all’esterno dei propri confini, è da tempo un attributo della carta politica
del mondo. Mentre il numero degli Stati prolifera, essa è una caratteristica che non va
dimenticata. Oggi siamo a 193 e il loro numero continua a crescere. Alcuni di questi Stati sono
ben poca cosa nei termini della loro efficacia sul terreno. Il Caso 5 riguarda uno degli aspetti di
quello che è probabilmente lo Stato più “fallito” al mondo: la Somalia. Con il collasso
dell’autorità centrale e la conseguente incapacità di pattugliare i propri territori, l’esplosione della
pirateria al largo delle sue coste è divenuta un mezzo alternativo di sostentamento per tutti coloro
che avevano perduto insieme allo Stato anche le proprie tradizionali attività (ad esempio la pesca).
Il Caso 5 suggerisce che la statualità può essere più fragile di quanto la maggior parte del discorso
dominante in geografia politica e in altri ambiti disciplinari di solito non ritenga.
“Ruteni dei Subcarpazi emergete dal vostro sonno profondo”; inizia così l’inno dell’aspirante
Nazione rutena. La … cosa? I … chi? Da … dove? Il luogo è la “Rutenia”, un fazzoletto di terra
incuneato fra Ucraina a est, Slovacchia e Ungheria a ovest, Polonia a nord e Romania a sud. I
“ruteni” o “russini” sono un popolo slavo-orientale – dello stesso ceppo di russi, bielorussi e
ucraini – che per tutta la propria “storia” moderna sono stati governati da popoli limitrofi.
Principalmente agricoltori e boscaioli, vivono sulle colline coperte da foreste alle falde dei Monti
Carpazi, e come afferma Timothy Garton Ash (1999) “non vi è nulla di certo per quanto riguarda
le loro origini, la loro cultura, lingua e politica”. Che possa apparire o meno comico, i ruteni e i
loro rappresentanti chiedono a gran voce maggiore attenzione e autonomia all’interno dell’attuale
Ucraina, Stato di per sé ricostituitosi nel 1991. E così, mentre individui sparsi in tutta la regione e
anche negli Stati Uniti si autoproclamano i “curdi dell’Europa centrale”, le richieste dei ruteni per
un proprio Stato ci conducono nel cuore di uno dei problemi fondamentali della politica
internazionale contemporanea. Nel decennio seguito alla fine della Guerra fredda, in condizioni
di ritrovata libertà e liberalismo politico, sono riemerse in tutta Europa nazionalità represse e a
volte solo parzialmente formate che formulavano aspirazioni politiche.
La storia della Rutenia è sotto ogni aspetto tipica dell’Europa orientale. Tuttavia anche in Europa
occidentale vi sono nazionalità più o meno formate che hanno le più varie aspirazioni,
dall’autonomia a un proprio Stato: ad esempio Scozia, Galles, Catalogna e Paesi Baschi. Inoltre,
tali pretese non si manifestano solo in Europa. La UNPO, Organizzazione di Nazioni e Popoli
non rappresentati, ha un sito su Internet in cui sono elencate cinquanta entità simili in tutto il
mondo, tra le quali l’Abcasia, gli aborigeni australiani, i baluchi, i curdi, i tibetani e i kosovari. Si
tratta di una questione saliente sia nei regimi dittatoriali che nelle democrazie, e si esprime con
vari gradi di violenza. Uno dei grandi interrogativi che la Rutenia presenta all’Europa è se le ex-
Repubbliche sovietiche, caratterizzate come sono da presenze etniche a macchia di leopardo, al di
là del caso del Caucaso, possano intraprendere la sanguinosa via dell’ex-Jugoslavia.
Per gran parte della loro storia moderna, i ruteni sono vissuti nell’Austria-Ungheria. Quando
l’impero si frammentò dopo la Prima guerra mondiale, si ritrovarono fra Polonia, Ungheria,
Romania, Jugoslavia e Unione Sovietica, ma concentrati maggiormente nel nuovo Stato della
Cecoslovacchia. Quest’ultima, la più democratica e liberale di questi Stati, conferì loro notevole
autonomia linguistica e politica, in una provincia denominata Russia subcarpatica, che durante la
Seconda guerra mondiale, in quanto appendice della Slovacchia, fu pedina di Hitler, degli
ungheresi, e poi finì per diventare oblast, o provincia, dell’Ucraina nell’Unione Sovietica di Stalin.
14
John Agnew e Luca Muscarà
Fig. 3: La Rutenia nel suo contesto regionale. Fonte: Garton Ash (1999, 54)
Ciò che rende la questione rutena particolarmente significativa nel discorso contemporaneo è che
i ruteni, secondo la tesi di Samuel Huntington riguardo a un imminente “scontro delle civiltà”, si
trovano a cavallo fra due grandi linee divisorie in Europa, l’una religiosa e l’altra geopolitica. La
divisione religiosa è quella fra Cristianità occidentale (cattolica o protestante) e orientale
(ortodossa). I ruteni appartengono alla chiesa ortodossa oppure alla chiesa greco-cattolica, che
segue il rito ortodosso ma riconosce l’autorità del Papa. In termini geopolitici, i ruteni sono su
entrambi i lati della nuova frontiera orientale della Nato, con minoranze di una certa entità in
Ungheria e Polonia (Paesi membri), e nella Slovacchia (in attesa di ammissione). Inoltre, viste le
ambizioni espansioniste dell’Unione Europea, è probabile che entro pochi anni la Rutenia si
troverà direttamente sulla frontiera orientale dell’UE. Basta un minimo esercizio di
immaginazione per vedere nel futuro uno Stato ruteno indipendente, appena separato da una
Ucraina instabile e priva di direzione, che aspira a entrare sia nella Nato che nell’UE.
La situazione dei ruteni non è comparabile a quella dei curdi o dei kosovari. Per adesso chiedono
semplicemente i diritti fondamentali di una minoranza, come l’istruzione nella propria lingua.
Chiedono che il “ruteno” sia incluso come opzione nel censimento dell’Ucraina, e che le
compagnie statali di legname smettano di disboscare selvaggiamente le loro amate colline –
simboli, insieme agli alberi, del loro patrimonio nazionale. I ruteni sperano di prevenire che
l’oblast della Transcarpazia venga incorporata in una nuova provincia più grande governata da
Lvov. Inoltre continuano a cercare maggiore cooperazione oltrefrontiera, in quella che è già
l’Euroregione dei Carpazi. Gli sforzi della Slovacchia volti a placare gli eurocrati a Bruxelles sulle
questioni dei diritti delle minoranze aumenteranno certo il malcontento nella vicina Ucraina.
La storia dei ruteni durante il secolo scorso e la loro esperienza nella geopolitica della regione
possono essere riassunte perfettamente da una famosa barzelletta dell’Europa orientale. La
barzelletta racconta di un vecchio che dice di essere nato nell’impero austro-ungarico, di aver
frequentato le scuole in Cecoslovacchia, di essersi sposato in Ungheria, di aver lavorato gran
parte della sua vita in Unione Sovietica e di vivere ora in Ucraina. “Ha viaggiato molto”,
15
Fare Geografia Politica
CASO 4: FILATELIA
E RICONOSCIMENTO DEGLI STATI
16
John Agnew e Luca Muscarà
interamente compresa nella Repubblica dell’Azerbaigian. Nel 1988, quando l’Unione Sovietica
iniziò a traballare, il Karabagh dichiarò la propria indipendenza dall’Azerbaigian e
successivamente richiese a Mosca un riconoscimento diplomatico e istituzionale. Nonostante la
tendenza generale a optare per una ripartizione a livello di repubbliche, Mosca si oppose alla
rivendicazione di autonomia del Karabagh relegandola a questione di politica interna
all’Azerbaigian. Nel 1991 però i cittadini del Karabagh votarono per l’indipendenza dall’Urss,
esacerbando le tensioni fra civili, e gradualmente gli scontri si intensificarono. Nel 1991-1992 gli
azeri assediarono Stepanakert, la capitale del Karabagh, e occuparono gran parte della regione.
Poi gli armeni, sostenitori dell’irredentismo del Karabagh, contrattaccarono, riconquistando entro
il 1993-1994 quasi tutta la regione. Il conflitto creò circa 600.000 profughi azeri.
Nel maggio 1994, quando venne imposta una tregua grazie alla mediazione russa, si contavano
25.000 morti e un numero imprecisato di ulteriori profughi. A seguito dell’accordo di tregua, il
Karabagh ha una sua giurisdizione ed elegge democraticamente un presidente e un’assemblea di
rappresentanti. Ha le proprie forze armate, un “rappresentante” diplomatico nella vicina Armenia
e inoltre emette visti e stampa francobolli per il proprio sistema postale (vedi figura 2.5).
Tuttavia, secondo le due maggiori pubblicazioni filateliche, Scott’s Catalogue e Linn’s Stamp News,
ciò non è sufficiente a rendere legittimi i francobolli, in quanto “il Karabagh non è uno Stato”.
Negli ambienti filatelici è convenzione che, per essere legittimo e internazionalmente
riconosciuto, un francobollo debba essere emesso da un “Paese” internazionalmente
riconosciuto. Dunque filatelici e appassionati respingono i francobolli del Karabagh sostenendo
che siano solo delle “Cenerentole”. Una marca che si finge francobollo “vero” di un “vero”
Paese viene chiamata “Cenerentola”, presumibilmente perché non è quello che sembra, ma
appunto solo una fantasia effimera. Linn’s Stamp News pubblica regolarmente un elenco di Paesi
Cenerentola per mettere in guardia i collezionisti. In questo elenco vi sono circa 400 Paesi, da
Alexandria e Atlantis a Zenovia e Zulia, e anche diverse ex-Repubbliche sovietiche, la cui
produzione di francobolli viene considerata una mera caccia al profitto – una truffa per estorcere
valuta forte a filatelici ingenui. Tuttavia, dalle pagine dell’American Philatelist, Matthew Karanian
(2000) sostiene che i francobolli del Karabagh siano di fatto pienamente legittimi, in quanto sono
utilizzati per anticipare i costi di spedizione e sono accettati dalle amministrazioni postali di altri
Paesi. Inoltre, dato che vengono emessi con le denominazioni necessarie a pagare le tariffe postali
e in quantità ragionevoli, non sfruttano i collezionisti e di conseguenza dovrebbero essere
rispettati come gli altri francobolli “non-Cenerentola”.
L’unica alternativa che il Karabagh ha per gestire la propria posta è di dipendere da una
amministrazione postale straniera e usare i francobolli di un altro Paese, come l’Armenia o
l’Azerbaigian. Come abbiamo già detto, però, da vent’anni il Karabagh è coinvolto in una guerra
secessionista con l’Azerbaigian e non c’è da sorprendersi se quest’ultimo non gli garantisce l’uso
dei propri servizi postali. Il Karabagh invece riceve assistenza dalla vicina Armenia, con la quale
ha anche legami religiosi La posta viene trasportata su ruota lungo tortuose strade di montagna
fino in Armenia, dove poi viene smistata come se fosse posta armena ma senza l’aggiunta di
francobolli armeni.
Anche se questa soluzione incrementa le tensioni con l’Azerbaigian, è di fatto perfettamente
legale e non unica. Una situazione simile esiste infatti da tempo fra Turchia e Repubblica turca di
Cipro, anch’essa regione coinvolta in una disputa secessionista. Anche se la “comunità
internazionale” non riconosce la Repubblica turca di Cipro come Stato sovrano, la sua posta
viene di fatto consegnata. Anche i palestinesi usano i propri francobolli nei territori occupati di
Gaza e della Cisgiordania. La posta a destinazione internazionale viene inviata in Egitto e in
Giordania e smistata in quei Paesi. La “comunità internazionale” riconosce la legalità dei
francobolli palestinesi anche se la Palestina non è ancora internazionalmente riconosciuta come
uno Stato-nazione sovrano. Nel 2000 lo Scott’s Catalogue ha aggiunto questi francobolli palestinesi
al proprio catalogo di francobolli “legittimi”, un evento riportato anche dal New York Times. Lo
Scott’s Catalogue si rifiuta di includere anche i francobolli del Karabagh. Il Karabagh non è
riconosciuto ufficialmente dalla comunità internazionale come Stato-nazione, non è membro
dell’Onu e ha relazioni soltanto con l’Armenia, e anche quest’ultima non lo riconosce
“ufficialmente”. Eppure questa regione separatista ottiene il riconoscimento de facto della sua
amministrazione postale da parte della comunità internazionale ogni volta che una lettera venga
consegnata al di fuori dei suoi confini.
17
Fare Geografia Politica
Fig. 4: Il Nagorno-Karabagh.
Fonte: ridisegnato da O’Lear (2001, 306)
E, come osserva Karanian (2000, 266): “Tale riconoscimento dovrebbe certamente aiutare a fare
sì che i francobolli del Karabagh siano inclusi nei cataloghi ufficiali”. Il passo è breve perché tale
riconoscimento contribuisca anche ai tentativi del Karabagh di formare uno Stato.
Esso è oggi un Stato de facto, le trattative per reintegrarlo nell’Azerbaigian si sono interrotte nel
2011, così più si va avanti e più diverrà facile ottenere il riconoscimento esterno, che è la base per
uno status de jure. Più di recente ciò che è avvenuto è che le immagini e il nome Karabagh
appaiono ora nei francobolli armeni! Ciò è proprio quello che volevano per tutto questo tempo
gli irredentisti del Karabagh: il riconoscimento del proprio territorio come una exclave armena,
non certo i francobolli in sé. Ma quest’ultimi hanno contribuito alla causa facendo girare il nome
e l’idea del Karabagh in un ambito più vasto. Fonti: Karanian (2000).
Uno dei eventi più curiosi degli ultimi tempi è stato il revival della pirateria quale rilevante
fenomeno globale. Di solito si pensa alla pirateria come caratteristica del primo periodo moderno
quando navigatori perlopiù inglesi e olandesi catturavano navi spagnole per chiederne un riscatto
(vedi Thomson 1994), o alle rive Cinesi durante il XIX secolo nel momento in cui il governo
imperiale perse la sua presa sulle zone marittime del Paese. Pur non riguardando solo il Corno
d’Africa, è al largo delle coste della Somalia, nel mare Arabico e all’ingresso del mar Rosso, che
questo revival è stato più intenso. La pirateria è simbolica sia di Stati che assoldano navi corsare
per fare il loro lavoro sporco (come nell’Inghilterra elisabettiana) sia del collasso dell’ordine
centrale (come nella Cina del tardo impero). La pirateria somala ricade nettamente in quest’ultima
fattispecie. Secondo l’International Maritime Bureau Piracy Reporting Center, nei primi sei mesi
del 2011 ci sono stati 243 incidenti di pirateria e rapina armata in mare in tutto il mondo, 154 dei
quali hanno avuto origine in Somalia. Nel 2005 solo una manciata di navi erano state attaccate, e
l’anno seguente un solo incidente era stato riportato. Da allora, gli attacchi dei pirati somali sono
saliti a 50 nel 2007, 111 nel 2008, 204 nel 2009, e 219 nel 2010. Anche l’ammontare dei riscatti
pagato dalle società armatrici è aumentato. Nel 2007 il riscatto medio era nell’ordine delle
centinaia di migliaia di dollari, mentre nel 2011 era di oltre 5 milioni di dollari, con il risultato che
la pirateria è oggi considerata la seconda principale fonte di reddito in Somalia (dopo le rimesse
della diaspora somala) con oltre 200 milioni di dollari l’anno (Middleton 2011). Alla fine del 2008
18
John Agnew e Luca Muscarà
l’UE ha dato il via all’operazione Atalanta, presto seguita dalla Combined Task Force 151 (CTF-
151), istituita da oltre venti Paesi (tra i quali Australia, Canada, Grecia, Paesi Bassi, Arabia Saudita,
Singapore, Corea del Sud, Pakistan, Spagna, Regno Unito, Stati Uniti, Turchia, e altri) per
pattugliare un’area di circa due milioni di chilometri quadrati compresi tra il Golfo di Aden e la
costa orientale della Somalia. Questi sforzi sono coordinati con quelli delle flotte indipendenti di
Cina, Russia, Malaysia, Giappone e India. In risposta a tali sforzi, i pirati hanno esteso l’area
geografica dei loro attacchi verso nord, est e sud della costa somala. Inizialmente la pirateria si era
sviluppata in due luoghi principali: ad Eyl in Puntland (il secondo Stato non riconosciuto emerso
nel 1998 dalla frammentazione della Somalia, il primo è il Somaliland a nord) e Harardhere nella
regione centrale. Se in quest’ultima la pirateria risultava direttamente dalla completa assenza dello
Stato, ad Eyl essa si è sviluppata in conseguenza della decisione dell’amministrazione locale di
usare la locale flotta da pesca per combattere lo sfruttamento incontrollato e illegale delle risorse
marine somale da parte di numerose flotte straniere (provenienti da Africa, Asia ed Europa),
sfruttamento che si era notevolmente diffuso dopo il collasso dello Stato centrale nel 1991.
Quando nel 2007–2008 l’amministrazione del Puntland ha cessato di pagare gli stipendi a questa
specie di “guardia costiera”, molti dei suoi membri si sono convertiti alla pirateria, producendone
di conseguenza il boom. Se i primi attacchi erano concentrati a circa cinquanta miglia nautiche
dalla costa, l’uso di “navi madre” (spesso scafi già sequestrati e riforniti di acqua e carburante, dai
quali lanciare attacchi) ha permesso ai pirati di operare a maggiori distanze dalle loro coste, a
volte anche oltre le mille miglia: verso nord—nel mar Rosso, nelle acque al largo dell’Oman, nel
mare d’Arabia, nell’Oceano Indiano e fino alla costa occidentale dell’India e alle Maldive—e a
sud—al largo delle coste di Kenya, Tanzania, Madagascar e Mozambico. Nonostante la marina
indiana abbia catturato circa 120 pirati all’inizio del 2011, ciò non ha ridotto il numero degli
attacchi, e manca ancora un inquadramento giuridico del problema. Dove dovrebbero essere
portati i pirati catturati e dove dovrebbero essere processati dopo essere stati presi in custodia? Se
la risposta iniziale è stata quella di aumentare il numero delle navi da guerra che pattugliano l’area,
la capacità dei pirati di adattarsi rapidamente mostra che ciò non è sufficiente, specie
considerando che pescatori apparentemente indaffarati possono trasformarsi repentinamente in
pirati quando un bersaglio si avvicina. Secondo il World Development Report 2011, il costo
economico diretto della pirateria marittima è stimato tra i 6 e gli 11 miliardi di dollari, compresi
riscatti, assicurazioni e rerouting. Mentre gli sforzi globali per contenere e contrastare il fenomeno
sono stati stimati tra 1,7 e 4,5 miliardi di dollari nel 2010. La pirateria è quindi divenuta un gran
business, del quale beneficiano in molti, comprese le società di vigilanza. Si ritiene che molti dei
“mandanti” dei pirati siano all’estero, e che solo il 30 per cento dei ricavi provenienti dai riscatti
in effetti arrivi infine in Somalia. Nondimento si tratta di un’enorme somma di denaro, se si
considera che il reddito medio pro-capite in Somalia è di circa un dollaro al giorno. Due elementi
sono all’opera in questo caso di massiccio aumento della pirateria: il collasso dello Stato somalo,
che va collocato nel suo contesto storico, e la notevole disponibilità, al largo delle coste, di
bersagli da catturare e per i quali chiedere un riscatto, per uomini le cui occupazioni tradizionali
sono scomparse. Questo caso, tuttavia, è rappresentativo di un fenomeno molto più ampio che è
stato notato solo negli anni recenti, nonostante esso sia in atto da qualche tempo e anzi stia forse
aumentando: l’accresciuto numero di “spazi non governati” nei quali sono sorte delle alternative
all’autorità degli Stati per sostituirsi alla corruzione e all’inefficacia degli Stati nel mondo (Clunen
e Trinkunas 2010). Questi vanno da aree con sollevazioni politiche persistenti, come le Filippine
meridionali e la Colombia, a regioni dominate da gang criminali, come la Calabria e il Napoletano
in Italia, parti delle città brasiliane, e ampie zone del Messico, e luoghi con forti tensioni settarie e
di clan nei quali il governo centrale non riesce a controllare gran parte del territorio nazionale
ufficiale, come in Iraq, Pakistan, Afghanistan, Siria e Libia.
Dopo l'apertura del Canale di Suez (1869), la costa del Corno d'Africa ha acquisito maggiore
importanza per le potenze europee a causa della sua posizione geografica. Alla Conferenza di
Berlino del 1884-1885, i britannici, che si erano garantiti una buona parte della costa che si
affaccia sul Golfo di Aden, hanno favorito la colonizzazione italiana lungo la costa di fronte
all'Oceano Indiano, per impedire alla Francia di espandere il proprio impero in Africa orientale al
di là di un piccolo territorio (l’attuale Gibuti).
19
Fare Geografia Politica
Fig. 5: L’espansione geografica della pirateria somala tra 2005 e 2011. La carta mostra il
progressivo estendersi degli attacchi verso aree sempre più lontane dalla costa somala. I
dati sono aggiornati al marzo 2011. Fonte: ridisegnata da Geopolicity (2011).
20
John Agnew e Luca Muscarà
Inoltre, hanno consentito all’Etiopia, un impero africano di religione cristiana copta indipendente
da millenni, di ottenere la regione dell'Ogaden, abitata da etnia somala, come ricompensa per il
suo aiuto nella battaglia di Aden. Il popolo somalo è stato quindi diviso tra sovranità differenti
per un lungo periodo di tempo, con l'unica eccezione del breve periodo di esistenza dell’Africa
Orientale Italiana, quando Mussolini occupò l’Etiopia (1936-1941). La Repubblica di Somalia
divenne formalmente indipendente nel 1960, riunendo in un solo Stato le ex-colonie della
Somalia italiana e del Somaliland britannico. La sua bandiera, una stella bianca su campo azzurro,
simboleggia la speranza in una futura riunificazone dei cinque gruppi etnici somali: quelli delle ex-
Somalie britannica, italiana, francese, più l'etnia somala dell’Ogaden etiopico e quella nel Distretto
federale del nord-est del Kenya. Nel contesto della Guerra fredda, dato che l'Etiopia era alleata
degli Stati Uniti, dal 1962 l'Unione Sovietica iniziò a interessarsi al nuovo Stato somalo
rifornendolo di aiuti militari. All'interno del giovane Stato, gli anni Sessanta videro un notevole
dibattito su come risolvere il problema della dipendenza dagli aiuti stranieri. Nel 1969, Siad Barre,
generale in capo dell'esercito, uccise il presidente e prese il potere con un colpo di stato. Gli
effetti della dipendenza economica dall'estero, tuttavia, continuarono, nonostante la politica del
"socialismo scientifico" di Barre e i tentativi di ammodernamento. Nel frattempo, verso la metà
degli anni Settanta, sullo sfondo di una siccità devastante, l'Etiopia cambiò regime, ed esso si
schierò con l'URSS. Barre tentò di approfittarne per conquistare l’Ogaden, ma fallì, quando
l'Unione Sovietica si schierò contro il dittatore. A poco a poco la Somalia si rivolse così verso
l'orbita americana, tuttavia la sconfitta dell’Ogaden segnò l'inizio della fine del regime di Barre. La
decisione del dittatore di militarizzare i clan somali si rivelò controproducente, creando le basi
della futura frammentazione territoriale e la sua rivale, l'Etiopia, armò l'opposizione interna a
Barre attraverso il Movimento Nazionale Somalo (SNM). Già nel 1988, a causa di problemi
interni che ne avrebbero presto causato il crollo, l'Unione Sovietica si ritirò dal Corno. Una
conseguenza fu che l'Etiopia dovette ritirare il proprio appoggio alla SNM, che a sua volta lanciò
un'offensiva contro il dittatore. La temporanea unione con altre due organizzazioni
dell'opposizione, spinse Barre, già ridimensionato a semplice "sindaco di Mogadiscio", a fuggire
dalla capitale nel gennaio del 1991. Ciò avvenne tuttavia in un contesto di distrazione generale,
dato che tutti i media internazionali erano concentrati sulla Prima Guerra del Golfo in Kuwait e
sulla dissoluzione dell'Unione Sovietica (Elden, 2009). Il crollo del regime di Barre divenne il
collasso dello Stato somalo. Le tre organizzazioni si divisero, e la SNM, che deteneva già il
controllo della maggior parte della Somalia britannica, dichiarò indipendente la Repubblica del
Somaliland, pur senza ottenerne il riconoscimento internazionale. Il crollo dell’unità territoriale
somala produsse ulteriori fratture tra le fazioni "militari", spesso secondo linee tribali,
approfondendo così divisioni dovute a precedenti dispute socio-economiche. Mentre un'alleanza
tra clan divenne impossibile, una nuova disastrosa siccità colpì la Somalia. Mogadiscio, simbolo e
crocevia delle risorse nazionali, fu contesa tra due sottoclan, senza che uno riuscisse a prevalere
sull’altro. La catastrofe umanitaria che ne seguì costrinse gli Stati Uniti a intervenire nel 1992 con
l’invio di una forza multinazionale (UNOSOM) per vigilare su una tregua temporanea tra fazioni
e promuovere il reinsediamento di un governo legittimo (Operazione Restore Hope). Il mandato
di UNOSOM, tuttavia, divenne ben presto politico, nel momento in cui essa prese le parti di uno
dei leader delle due fazioni e tentò di eliminare l’altro, mentre pesanti combattimenti esplosero
nella capitale. Nel corso della battaglia di Mogadiscio (1993), uomini armati somali colpirono tre
elicotteri Black Hawk della Delta Force statunitense, abbattendone due. In due giorni di
sanguinosi combattimenti, diciotto rangers Usa e cinquecento civili furono uccisi. L'impatto di
questo evento (poi ritratto in un film di Ridley Scott), insieme all'incapacità di raggiungere un
accordo, spinsero l'ONU a dichiarare il fallimento della missione e a ritirare le proprie forze,
lasciando la Somalia al suo destino dal 1995. Già prima della caduta del regime di Barre, la
Somalia era stata a lungo in una situazione di emergenza umanitaria quasi permanente. In una
regione spesso colpita da siccità e inondazioni (più frequenti negli ultimi decenni a causa del
cambiamento climatico globale) con conseguenti carestie, epidemie ed epizoozie, i problemi
ereditati dai periodi coloniale e postcoloniale furono immensamente aggravati da due decenni di
guerra civile seguiti al crollo del regime di Barre. L'iniziale conflitto armato generalizzato che ne
seguì tra 1991 e 1992 produsse un esodo di tre milioni di persone, quasi metà della popolazione
somala dell’epoca. Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità, nel 2011, su una popolazione
stimata in circa sette o otto milioni di abitanti, circa 3,2 milioni, pari a circa il 43 per cento del
21
Fare Geografia Politica
totale, hanno bisogno di assistenza e aiuti umanitari per sopravvivere. Molti sono i rifugiati che
hanno abbandonato Mogadiscio e la Somalia centro-meridionale in cerca di sicurezza. La sola
guerra civile che ha avuto luogo in seguito all'invasione etiope del dicembre 2006 ha prodotto
quasi diecimila vittime. Nel 2007 i combattimenti nella sola Mogadiscio hanno prodotto quasi
quattrocentomila rifugiati. Il loro numero è aumentato del 77 per cento solo nel 2008, e il
Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) stima all’interno della Somalia circa
mezzo milione di rifugiati al 2011, mentre quasi altrettanti sono fuggiti in Kenya, Yemen, Etiopia
e Gibuti a causa della guerra e della carestia. Mentre la popolazione somala continua a subire le
conseguenze di una guerra civile cronica che è il prodotto della storia coloniale e postcoloniale
della Somalia, ogni ulteriore tentativo di ricostruire lo Stato difficilmente potrà riuscire, fino a
quando non verrà dato maggior potere a una società civile che è sopravvissuta per decenni a una
sequenza quasi ininterrotta di emergenze ambientali, guerra civile e catastrofi umanitarie. In
particolare, servono alternative concrete per i giovani (circa la metà della popolazione somala ha
meno di 25 anni), che non hanno mai visto né pace né sicurezza, per non dire uno Stato
funzionante. Tra le molte responsabilità degli "attori esterni", non c'è solo la "politica delle
identità" che troppo spesso ha legittimato un gruppo a scapito degli altri. C'è anche la
stigmatizzazione della stessa identità somala, oggi come pirati, ieri come terroristi, sempre come
migranti, e le spiegazioni della perdurante crisi come dovuta alle divisioni interclaniche o al
nazionalismo che trascurano il fatto che questi sono gli effetti piuttosto che le cause (Verhoeven
2009 ). Il fanatismo religioso, la rivalità interclanica, e la violenza nazionalista sono aspetti diversi
di una stessa estrema reazione di autodifesa da parte di una comunità che si senta continuamente
minacciata.
Originariamente pescatori che tentavano di proteggere le acque territoriali nazionali dagli abusi
delle flotte straniere dopo il crollo del regime di Barre, ai quali si è poi aggiunto un eterogeneo
gruppo di uomini armati disoccupati, i pirati hanno trovato un percorso che offriva loro delle
opportunità direttamente collegate all’economia mondiale (Bahadur 2011). Per il momento, la
pirateria somala non si fermerà, specialmente considerando che i costi appaiono ancora
relativamente "abbordabili" per gli armatori. Pare così improbabile che il problema possa essere
risolto con la repressione militare in alto mare. Essa può solo limitare il problema. Nessuna
soluzione duratura potrà essere trovata senza affrontare le cause politiche, economiche e sociali
della pirateria a terra. Aiutare l'economia e l'industria della pesca locali, e ricostruire un ordine
sociale in Puntland potrebbe alleviare il fenomeno, ma la soluzione non verrà fino a quando il
problema politico della Somalia non verrà risolto: un groviglio complesso di interazioni storiche
multiscalari che vede intrecciarsi attori alla scala locale, nazionale, internazionale e globale.
Fonti: Verhoeven (2009); Geopolicity (2011); Middleton (2011); Bahadur (2011).
La geografia politica dunque si è ampliata ben oltre l’interesse specifico verso i territori e i confini
degli Stati. E’ stato il mondo a spingerla in questa direzione. Troppi fenomeni correlati
all’organizzazione (e alla disorganizzazione) politica dello spazio non corrispondono più alle
vecchie forme spaziali. Questa specializzazione studia oggi la distribuzione geografica generale del
potere, le relazioni di quest’ultima ad altre geografie – ad esempio quelle legate a etnia, classe,
genere e orientamento sessuale – e come queste geografie producano interessi e politiche
identitarie. Nonostante ampie zone del mondo siano sempre più integrate, le ineguaglianze
politiche fra luoghi occupati da gruppi sociali differenti, anziché diminuire, si sono acuite. La
“nuova” economia mondiale privilegia le regioni e le località posizionate meglio rispetto ad altri
“nodi propizi”, e dimentica altri luoghi e i loro relativi abitanti.
All’interno di città globali quali Los Angeles, Londra e Parigi, esattamente come nelle regioni
emarginate, ad esempio alcune zone del sud d’Italia o le vecchie cittadine tessili del nord della
Gran Bretagna, esistono aree di grave svantaggio economico e sociale in cui molte persone si
trovano intrappolate non solo dalle scarse possibilità di lavoro ma anche da una carenza di
capacità di pressione politica nei confronti delle istituzioni politiche locali e nazionali. Se in alcune
parti del mondo, come a Karachi in Pakistan, le persone paiono sempre più pensare a se stesse e
agire politicamente in quanto membri di gruppi etnici (vedi ad esempio Green 2011), altrove
l’etnicità si interseca con la classe sociale producendo non solo una segregazione delle residenze
ma condizionando la stessa politica. Uno di questi luoghi, e cioè la zona di Los Angeles spesso
chiamata “South-Central”, è il soggetto del sesto e ultimo caso, Quel che non ti ammazza, ti tempra.
22
John Agnew e Luca Muscarà
Illustrando le difficoltà legate a vivere in questo posto, il caso mostra come l’attivismo politico
abbia un ruolo potenziale anche all’interno dei luoghi disperatamente poveri e isolati dai
principali centri di potere della società americana.
Questa storia ha una rilevanza più ampia rispetto alla questione generale di come il potere e la
resistenza ad esso facciano parte della vita delle persone all’interno dei confini degli Stati (vedi ad
esempio Herbert 2006, 2011). In questo caso i confini rilevanti sono quelli di un quartiere di una
grande metropoli. Ma a influenzare le circostanze di vita e le prospettive degli abitanti possono
essere i confini di una qualsiasi regione o località. I confini sono importanti ogni qualvolta essi
demarchino differenze di potere e opportunità fra gruppi di persone in rapporto ai mercati e alle
istituzioni governative. Nell’area metropolitana di Los Angeles, il potere politico è disseminato in
un gran numero di municipi, distretti speciali e agenzie pubbliche. All’interno della città di Los
Angeles, un’entità dalla forma bizzarra che si estende dalla San Fernando Valley a nord fino al
porto di Los Angeles a sud, la politica dominante è quella dell’etnia.
Il Westside e la Valley sono ancora in gran parte bianche, l’Eastside è ormai popolato
prevalentemente da latino-americani e South-Central, di prevalenza afro-americana a partire dagli
anni ’40, è sempre più latinoamericana. Nelle elezioni del sindaco del 2001, il candidato
appoggiato principalmente da bianchi e afro-americani (James Hahn) ha sconfitto il candidato
appoggiato da latino-americani e bianchi (Antonio Villaraigosa). Quest’ultimo ha avuto la sua
rivincita nelle elezioni successive quando anch’egli riuscì a mettere assieme una coalizione
elettorale multi-etnica di maggior successo. Ma la politica elettorale nasconde il fatto che, fra i
quartieri di Los Angeles, esistono drammatiche differenze etniche e di classe. Los Angeles è una
città ad alta segregazione, dove la qualità dei servizi pubblici e le prospettive individuali sono in
gran parte determinate dalla zona in cui si risiede. In altre parole, dove una persona viva non è un
fattore casuale nella vita di quella persona. Come mostrano numerosi studi empirici, le
opportunità nella vita non sono semplicemente distribuite alla scala nazionale (nonostante vivere
negli Stati Uniti dia quasi a tutti una condizione di partenza migliore rispetto alla Somalia) ma lo
sono più fondamentalmente alla scala locale. La salute, il reddito, le prospettive educative, di
occupazione e politiche future hanno tutte le proprie radici nei (e attorno ai) luoghi in cui si vive
(vedi ad esempio Newburger, Birch e Watcher 2011). I quartieri di residenza stabiliscono i
parametri delle opportunità nella vita e del potenziale successo dell’azione politica. È il campo in
cui le differenze razziali, etniche e di classe si uniscono nel determinare il potere che la persona
può esercitare nella propria vita e in quella degli altri. Questa è la geografia politica della vita
quotidiana per la gente comune.
CASO 6:
QUEL CHE NON TI AMMAZZA, TI TEMPRA
“South-Central” è quella zona di Los Angeles che il resto della città reputa come il quartiere più
pericoloso. Nel corso del 2000, nella parte di South-Central pattugliata dalla divisione sud-est del
Dipartimento di polizia di Los Angeles, sono state uccise 76 persone, comprese 23 vittime sotto i
21 anni. Se nel 2000 la percentuale più alta degli omicidi commessi a Los Angeles (200 su un
totale di 544) avveniva in questa zona, al 2009 la situazione era migliorata (41 su un totale di 330).
Gran parte delle vittime nel 2000 erano giovani maschi afro-americani. Le vittime del 2009
avevano una composizione più diversificata, che riflette sia la maggior eterogeneità della
popolazione nell’area sia la diminuzione del numero di omicidi commissionati da boss delle
bande criminali. Nel complesso, la maggior parte di queste morti non erano casuali, ma la
conseguenza di uccisioni “iniziatiche” delle gang e di lotte fra gang e trafficanti di droga per il
controllo del territorio. Naturalmente, in entrambi gli anni considerati, persone innocenti si sono
trovate in alcuni casi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Tra il 2000 e il 2009 il quartiere ha
anche notevolmente perso popolazione. In un quartiere dove le offerte di lavoro regolare sono
diventate sempre più rare, il business della droga soddisfa una domanda di occupazione, ma porta
con sé anche conseguenze devastanti in termini di giovani vite spezzate e di alti tassi di
carcerazione nel fiorente settore delle prigioni della California.
Normalmente, le descrizioni di quartieri come South-Central si fermano qui. Aree come queste
sono principalmente simboli di patologia sociale. Eppure, nello stesso periodo in cui 76 giovani e
ragazzi venivano uccisi,
23
Fare Geografia Politica
quasi 200 studenti si diplomavano alla Locke High School, i bambini sguazzavano in piscine di plastica
gonfiabili, la musica di Dio addolciva l’aria sopra le chiese lungo Broadway e una musica sincopata
rimbombava dai finestrini delle macchine di passaggio. La gente andava a lavorare, gestiva le proprie
attività, cresceva i propri figli, pianificava il proprio futuro. E un vecchio portava il suo cavallo a passeggio
lungo Avalon Boulevard. ‘Qui c’è amore ovunque’, dice il ventunenne William Henagan Jr., aspirante
regista di video. E anche pericolo. ‘Quel che non ti ammazza, ti tempra’, conclude delle sue esperienze. ‘Io
la vedo così’. Fonte: Stewart (2001, 10).
Ecco dunque un evidente paradosso. Come racconta Jocelyn Stewart, abitante del quartiere, la
vita lì produce una “folle miscela di immagini, il meglio e il peggio delle persone, un fiume nel
deserto”. Ma ciò che lei vede soprattutto è la gente che insegue ancora il “progresso”, che
significa cercare di migliorare se stessi e la propria famiglia da un punto di vista sia individuale
che collettivo. I residenti più anziani vennero ad abitare qui perché la discriminazione nel lavoro e
nella disponibilità di alloggi li aveva esclusi dagli altri distretti. Anche se in California qualsiasi
contratto o documento discriminatorio che ostacolasse la vendita di case a membri di particolari
gruppi (ebrei, neri, ecc.) fu proibito nel 1948, allora South-Central era già prevalentemente afro-
americana e così è rimasta: isolata e ghettizzata all’interno della metropoli. Negli anni Sessanta le
sommosse e la chiusura di varie fabbriche, ad esempio la General Motors e la Goodyear situate
nei sobborghi limitrofi, danneggiarono gravemente l’economia locale. Fra il 1970 e il 1985 la zona
perse 70.000 posti di lavoro non specializzato. Fu in quel periodo che arrivò la droga; le gang
24
John Agnew e Luca Muscarà
locali si appropriarono del suo commercio diventando distributori per il resto della città e per i
sobborghi. I risvolti negativi del traffico di droga e della guerra alla droga si riversarono su South-
Central, come su tutti i quartieri simili. Negli anni Ottanta il crack (cristalli di cocaina da fumare,
che danneggiano il cervello all’istante) generò poi un nuovo mercato locale. Con l’aumento dei
profitti, le gang sono diventate più forti e più violente. Sempre più giovani sono finiti in prigione,
e la loro assenza è divenuta una caratteristica tangibile del quartiere. Ma alcuni continuano ad
avere un senso della comunità, in particolare coloro che si rifanno alle vecchie tradizioni di
attivismo e volontariato. Alcuni curano gli orti e i giardini, altri offrono sostegno e consigli ai
ragazzini senza padre. La massiccia immigrazione latino-americana, inoltre, ha rivitalizzato il
quartiere, anche se, come nota la Stewart: “In questa comunità ormai mista, i latino-americani e
gli afro-americani a volte si sopportano in silenzio, a volte si scontrano apertamente. Ma hanno
anche tanto in comune che li lega” (Stewart 2001, 16). Di conseguenza, l’attivismo politico è
aumentato drasticamente, e le persone hanno iniziato “a unirsi per lottare contro i problemi
anziché fra di loro”. Negli ultimi dieci anni, la Community Coalition locale si è impegnata a
limitare la diffusione dei negozi di alcolici, a migliorare le scuole, a fare sì che i tossicodipendenti
dal crack siano curati anziché incarcerati, a cambiare le modalità di mantenimento dell’ordine
pubblico nel quartiere da un modello militarizzato a uno comunitario.
Tuttavia, come tutti a South-Central ben sanno, in qualsiasi momento “una pallottola ti può
colpire prima che tu te ne accorga” (Stewart 2001, 17). La domanda più fatale che un giovane può
rivolgere a un altro è “Da dove vieni, homie?”. Se la domanda viene fatta da un membro di una
gang, significa: da che parte stai, e per che cosa sei preparato a uccidere o morire?
Ma ha anche un significato profondamente geografico. Riguarda la vita in quartieri dove la società
più vasta non offre più molto, eccetto un servizio di polizia e una domanda per le droghe che vi
circolano. L’ultima parola va a Jocelyn Stewart:
Immagina di vivere in una comunità conosciuta principalmente per i suoi morti e feriti. Se sei nato qui, sai
che c’è molto di più: quelli che piantano i giardini, aggiustano i sedili delle biciclette e tengono d’occhio i
bambini del quartiere; quelli che rendono omaggio ai morti lavorando sodo, anima e corpo, per mantenere
questa comunità viva. Se qualcuno ti chiede di parlare del posto da dove vieni, queste sono le persone a cui
pensi: quelle che cambiano il paesaggio, quelle che reggono il cielo.
Fonte: Stewart (2001, 35).
25
3
Il canone storico
La geografia politica aveva una storia già prima che questo termine entrasse in uso
nell’ultimo decennio dell’Ottocento. Con la sua idea di “aritmetica politica” e la sua opera
Political Anatomy of Ireland, ad esempio, l’inglese William Petty – vissuto nel XVII secolo –
può essere considerato un precursore della geografia politica di fine Ottocento. Nella Francia
di metà Settecento, Anne-Robert-Jacques Turgot usò per primo il termine “geografia politica”
riferendosi ai rapporti fra fatti geografici – tutte le caratteristiche fisiche e umane nella loro
distribuzione spaziale – e l’organizzazione della politica. Evidentemente anche molte delle
grandi figure della storia del pensiero politico, dagli antichi greci Platone, Aristotele e
Tucidide, al fiorentino Machiavelli fino ad autori quali Hobbes, Locke, Montesquieu, Turgot,
Madison, Rousseau, Hegel e Marx avevano espresso idee sulla territorialità politica e sugli
effetti della posizione geografica e dell’accesso alle risorse, sui conflitti e sulla guerra, che
possono essere considerati elementi fondamentali della geografia politica. Osservando le
realtà concrete che le élite politiche del loro tempo si trovavano ad affrontare, essi offrirono le
proprie soluzioni, nel contesto dei relativi periodi storici. La grande opera di Tucidide, La
Guerra del Peloponneso, tratta dei due decenni di guerra fra Atene e Sparta (431-411 a.C.) e
presenta per la prima volta l’idea della contrapposizione fra potere marittimo e potere
continentale che futuri geografi politici, come ad esempio Halford Mackinder, adottarono
come principio organizzativo fondamentale. I fondatori della geografia politica in quanto tale,
hanno quindi potuto attingere a una tradizione di molti secoli di pensiero in questo ambito,
per le loro ricerche e i loro scritti.
È tuttavia chiaro che sia il pensiero dei fondatori della disciplina sia quello degli studiosi
successivi non può non essere strettamente correlato al periodo in cui fu formulato. Sebbene
tutti questi autori avrebbero probabilmente auspicato che il proprio lavoro potesse assumere
un valore perenne e trascendere la loro posizione storica e geografica, ovviamente non
potevano non essere condizionati, nel bene e nel male, dal contesto storico-culturale nel quale
operavano. Questo capitolo inizia con un riassunto generale del contesto geopolitico fra il
1875 e il 1945, periodo caratterizzato da una forte rivalità fra grandi potenze, in cui la
geografia politica si affermò come disciplina accademica. La seconda sezione del capitolo
mette in luce una importante continuità di tutto questo periodo, un’idea naturalizzata della
conoscenza, che prevalse nella geografia in generale e nella geografia politica in particolare.
Tuttavia vi furono anche differenze significative fra Paesi e sui concetti dominanti fra i
geografi politici del tempo.
Dunque la scelta dei protagonisti e delle opere nel processo di creazione della geografia
politica di questo periodo dovrà offrire un ventaglio di punti di vista. Chiaramente non è
possibile prendere in esame tutti gli scritti di questo periodo, ma si è tentato di selezionare un
26
cosiddetto “canone storico”: quelle opere e quegli autori che hanno avuto maggiore influenza
in quell’epoca e nelle successive. Al tempo stesso si prenderanno in considerazione anche
concetti e autori marginali, poiché evidenziano i limiti dell’originalità del pensiero quando
questo non riesca a collegarsi con l’ethos o lo Zeitgeist di un’epoca e con il modo in cui
quest’epoca viene poi tramandata. Tutto ciò suggerisce inoltre che non è possibile
raggruppare in una stessa categoria studiosi diversi semplicemente in quanto vissero nello
stesso periodo.
Nel gruppo degli autori e dei testi fondamentali abbiamo incluso, da un lato, i fondatori
Friedrich Ratzel e Halford Mackinder e, dall’altro, i critici Paul Vidal de la Blache ed Elisée
Reclus. Seguono la sezione sul wilsonianismo e la geografia politica americana, incentrata
principalmente su Isaiah Bowman; quella su spazio, razza ed espansione, che tratta
principalmente di Karl Haushofer e della creazione di una geopolitica italiana e giapponese; e
la sezione su geopolitica e geografia politica, con discussioni sui testi di Bowman, Albert
Demangeon, Yves Marie Goblet e Jacques Ancel; e infine una discussione del ruolo dei
geografi politici durante la Seconda guerra mondiale. La conclusione apre poi la strada alla
discussione della geografia politica del dopoguerra.
La fine dell’Ottocento rappresentò il periodo sia della massima espansione degli imperi
europei sia dell’emergere di due nuove grandi potenze extraeuropee: gli Stati Uniti e il
Giappone. Spronate dal colonialismo di Germania e Italia, che si erano appena unificate, le
grandi potenze europee, in particolare Gran Bretagna e Francia, rafforzarono le proprie
ambizioni colonialiste, mentre l’Europa cessava di essere l’unico centro dell’imperialismo
globale. Al tempo stesso, come fece notare il geografo politico Halford Mackinder nel 1903,
si concluse definitivamente l’espansione relativamente facile degli imperi mondiali negli
“spazi aperti” – iniziata con il viaggio di Cristoforo Colombo nel 1492. Ormai l’espansione di
un impero in qualsiasi regione, eccetto quelle polari, doveva avvenire a scapito di un altro
impero. L’aumento del numero di grandi potenze e la diminuzione dello spazio in cui queste
potevano espandersi rappresentava un notevole pericolo per le potenze vecchie e nuove, a
meno di riuscire a elaborare delle strategie per valorizzare e proteggere i relativi possedimenti
dalla minaccia rappresentata dalle altre.
Naturalmente quegli “spazi aperti” erano quasi invariabilmente occupati da popoli che
soccombettero all’inganno, alla prodezza militare e alle malattie degli europei. Per secoli la
storia aveva bollato tali popoli come rappresentanti di civiltà inferiori a quella europea; ora,
essi venivano anche classificati come appartenenti a razze naturalmente inferiori. Nel contesto
politico di intensa rivalità interimperiale, quindi, si innestò una nuova spiegazione della
gerarchia politica globale, basata su una crescente accettazione del determinismo ambientale e
razziale. A partire da questo periodo, il “successo” europeo venne spiegato nei termini delle
caratteristiche climatiche e/o razziali degli europei rispetto a quelle dei popoli che essi
avevano conquistato o dominato. Mentre in passato erano stati chiamati in causa Dio o la
Provvidenza, ora invece l’organizzazione politica globale veniva spiegata attraverso le
caratteristiche naturali delle diverse regioni del mondo e dei loro rispettivi abitanti, fornendo
inoltre spunti su come meglio pianificare il futuro successo di questo o quell’impero.
L’inimicizia fra grandi potenze non era basata unicamente sulla pura ostinazione o sulla
volontà di potenza di questo o quel gruppo interno, come il settore militare o i fabbricanti di
armi. Fra il 1875 e il 1945 vi fu grande instabilità economica mondiale, dovuta sia all’arrivo
sulla scena di nuove grandi potenze intenzionate a farsi spazio nei mercati controllati da altre,
sia alla diminuita capacità della Gran Bretagna, la maggiore potenza commerciale e coloniale,
di sostenere l’economia mondiale senza danneggiare la propria posizione coloniale. Vale la
pena di esplorare più a fondo questo aspetto, perché esso fornisce il contesto storico in cui
nacque la geografia politica.
Fra il 1815 e il 1875 la Gran Bretagna godeva di una superiorità navale che le permetteva di
imporre le proprie politiche commerciali e monetarie in tutto il mondo, e sosteneva un
27
insieme di dottrine – vantaggio comparato, libero scambio e regime monetario aureo – che,
pur sembrando universali, avvantaggiavano gli interessi britannici. Tale combinazione di
“Concerto europeo” ed egemonia britannica sul resto del mondo iniziò a sfaldarsi dopo il
1870, quando altri Stati con grandi risorse economiche e militari iniziarono a competere con
la Gran Bretagna. Fra questi la Germania era di gran lunga il più importante, e le sue capacità
non si sarebbero potute tradurre in un ruolo politico globale primario senza danneggiare sia il
Concerto che i flussi globali di commercio e capitale incentrati sulla Gran Bretagna.
Parallelamente, la crescente produzione industriale degli Stati Uniti e degli altri Stati europei
insidiava la preminenza industriale britannica, e spinse imprese e governi del Regno Unito a
implementare l’uso di barriere non tariffarie e del commercio coloniale per limitare il libero
scambio globale e la competizione dei prezzi. Di conseguenza vi fu un’erosione del sistema
commerciale e finanziario centrato sulla Gran Bretagna e l’emergere di un insieme di Stati
imperiali competitivi che suddividevano il mondo in zone secondo un monopolio territoriale.
Un altro risultato fu una polarizzazione delle grandi potenze in due gruppi sempre più
antagonisti. Il primo, capeggiato dalla Gran Bretagna e dalla Francia (con il tacito sostegno
degli Stati Uniti), puntava a mantenere la combinazione di libero scambio e imperialismo
tipica dell’epoca precedente. Il secondo, guidato dalla Germania, puntava ad espandere i
propri possedimenti coloniali e a scalzare il dominio finanziario britannico. Tale divisione
emerse con chiarezza nell’ultimo decennio dell’Ottocento, ed ebbe come espressione più nota
la “rivalità anglo-tedesca per la supremazia sul mare”, o la competizione fra Gran Bretagna e
Germania per stabilire chi riuscisse a costruire nel minor tempo le navi da battaglia più
grandi.
La rivalità economica interimperiale fu alimentata in modo consistente dai crescenti
nazionalismi. L’estensione dei sistemi ferroviari intorno alle capitali nazionali, il ruolo
sempre maggiore dei governi nelle attività economiche e la scolarizzazione elementare di
massa produssero un sentimento crescente che gli Stati-nazione fossero delle “comunità di
destino”. I confini degli Stati sembravano definire delle unità naturali, i cui limiti geografici
erano il prodotto delle differenti “vitalità” e “capacità” nazionali. Questa visione venne
contrastata dai crescenti movimenti socialisti e anarchici, che consideravano come categoria
centrale la classe e non la Nazione.
Anch’essi, però, spesso soccombettero al nazionalismo diffuso, organizzandosi a livello
nazionale e considerando l’impero come fenomeno positivo nel quadro dell’evoluzione del
mondo industriale. Il “socialismo in un solo Paese” era già ben avviato prima della
Rivoluzione russa del 1917 e del successivo impiego del termine in difesa dell’impero
all’interno della futura Unione Sovietica.
Grazie al nuovo imperialismo, la fine dell’Ottocento fu caratterizzata da un’enorme crescita
dell’economia mondiale (Wolf, 1982). Regioni dentro e fuori l’Europa divennero
specializzate nella produzione di materie prime, prodotti alimentari, stimolanti (caffè, tè,
oppio, ecc.) e manufatti a una scala senza precedenti nella storia mondiale. La
specializzazione industriale regionale in Europa, Giappone e Stati Uniti era incentivata dalla
specializzazione regionale nella produzione di materie prime altrove. La depressione
economica mondiale fra il 1883 e il 1896, dovuta fra l’altro alla minore redditività del settore
manifatturiero in seguito all’ingresso di molti nuovi produttori nel mercato globale,
incoraggiò una ripresa degli investimenti nella produzione di materie prime. Già nel 1900 il
mondo non era solo suddiviso formalmente in imperi coloniali (come nel caso di India, Sud-
est asiatico e Africa) o sotto il dominio commerciale di una o più delle grandi potenze (come
nel caso di Cina e America Latina), ma una quota sempre maggiore delle risorse mondiali era
inquadrata in un’economia mondiale specializzata geograficamente. Le banane in America
Centrale, il tè a Ceylon (Sri Lanka) e il caucciù in Malaya sono solo tre esempi dell’intensiva
specializzazione regionale dei beni di consumo che si sviluppò in quegli anni.
Questo fu anche un periodo di grande innovazione tecnologica. Dal 1880 al 1914 “una serie
di profondi cambiamenti tecnologici e culturali mutarono radicalmente il modo in cui il tempo
e lo spazio erano pensati e percepiti” (Kern, 1983, p. 23). Invenzioni quali il telegrafo, il
telefono, l’automobile, il cinema, la radio e la catena di montaggio comprimevano le distanze,
riducevano i tempi e minacciavano le gerarchie sociali. La diffusione globale delle ferrovie e
28
l’invenzione dell’aeroplano furono le novità che forse minarono maggiormente il pensiero e
la pratica convenzionali legati al tempo e allo spazio. Il senso di “un mondo che si chiudeva”
non era quindi né illusorio né semplicemente il risultato del rinnovato espansionismo
coloniale.
Col senno di poi, si può interpretare la Prima guerra mondiale come l’inevitabile conseguenza
della competizione fra la Germania e le potenze dominanti come la Gran Bretagna. Se in quel
periodo gli atteggiamenti militaristi e i nazionalismi fossero stati meno marcati, forse la
guerra si sarebbe potuta evitare. La possibilità che altre potenze si alleassero a loro spinse i
principali contendenti a una iniziale avventatezza generale, della quale si pentirono una volta
che il massacro industrializzato causato dalla guerra fu evidente. Il Giappone e l’Italia
cercarono di trarre tutti i vantaggi possibili, quindi si distanziarono dalla Germania. Gli Stati
Uniti, con la loro gigantesca economia nazionale, rimasero divisi sull’atteggiamento da tenere
verso questa guerra. Nel conflitto con la Spagna fra il 1898 e il 1900, anche gli Usa si erano
messi alla ricerca di possibili colonie; nel 1917 si erano finalmente schierati con la Gran
Bretagna, e nel primo dopoguerra vissero un grande dibattito pubblico interno fra quanti – in
primo luogo il Presidente Woodrow Wilson – sostenevano un internazionalismo fondato
sull’accettazione della necessità di negoziare anziché combattere per le differenze nazionali, e
i cosiddetti “isolazionisti”, convinti che il Paese non dovesse svolgere un ruolo attivo globale.
Tuttavia, le lezioni della Prima guerra mondiale non furono ben impartite né prontamente
apprese. La Seconda guerra mondiale può essere considerata, per molte delle stesse ragioni,
come una ripetizione della Prima. I trattati di pace, e specialmente il Trattato di Versailles,
non contribuirono a risolvere le tensioni che avevano alimentato la guerra. Al contrario,
aggiunsero nuove fonti di ostilità fra le principali potenze europee, in particolare infliggendo
alla Germania, a causa del suo ruolo all’inizio del conflitto, riparazioni economiche e perdite
territoriali eccessive, che generarono un grande risentimento fra i tedeschi. Inoltre, i nuovi
Stati emersi in Europa orientale non solo aumentarono la probabilità che si formassero
alleanze bilaterali (come tra Francia e Polonia o tra Gran Bretagna e Cecoslovacchia), ma
introdussero anche una serie di nemici della Germania in una regione che aveva una
consistente popolazione di lingua tedesca e numerosi interessi economici tedeschi. Il
cosiddetto cordon sanitaire (zona cuscinetto di piccoli Stati) che fu creato tra la Germania e la
Russia nell’Europa orientale dopo il collasso degli imperi russo, austroungarico e ottomano,
più che risolvere qualcosa, servì da tentazione per entrambe le parti per successivi terrificanti
interventi (fig. 3.1)
La guerra produsse numerosi e rilevanti cambiamenti nella politica mondiale. L’intervento
americano si era rivelato decisivo sul piano militare. Il Giappone veniva ora riconosciuto
come una grande potenza asiatica, avendo già avviato quella strategia di costruzione dell’
impero che avrebbe poi condotto al conflitto con gli Stati Uniti e le potenze europee nel 1941.
In Russia, dopo il crollo del regime zarista del 1917, si era costituito un nuovo tipo di Stato
basato su un’economia statalista, che si considerava e veniva considerato antagonista
all’economia mondiale capitalista. Né il Giappone né la Russia sovietica furono prontamente
incorporati in ciò che rimaneva del sistema finanziario e commerciale mondiale dominato dai
britannici.
Dopo aver sostenuto attivamente, nell’immediato dopoguerra, quel sistema di sicurezza
collettiva chiamato Società delle Nazioni, gli Stati Uniti non parteciparono alla sua
realizzazione. Così, i cambiamenti prodotti dalla Prima guerra mondiale, più che indicare una
strada per la pace, spianarono il terreno per un secondo conflitto. Il culmine venne raggiunto
con la rimilitarizzazione dell’economia tedesca da parte del regime nazista dopo il 1933. Il
fatto che la Seconda guerra mondiale abbia comportato l’alleanza fra Germania, Italia e
Giappone, le tre grandi potenze con le economie più autarchiche e le classi dirigenti più
intolleranti verso lo status quo globale, dimostra in quale misura la rivalità interimperiale sia
stata il fattore scatenante alla base dello scoppio della guerra.
Naturalmente la successiva sconfitta di questi Paesi da parte di Stati Uniti, Unione Sovietica e
Gran Bretagna rappresentò anche la sconfitta dell’approccio coloniale alla gestione globale
delle ricchezze e del potere (vedi capitolo 4).
29
Fig. 3.1 Il “Cordone Sanitario”
LA CONOSCENZA NATURALIZZATA
La geografia nacque come disciplina universitaria alla fine dell’Ottocento, in parte grazie allo
sviluppo delle società geografiche nazionali, dedicate all’esplorazione geografica, allo studio
di popoli esotici e all’apertura di territori stranieri al commercio e/o alla conquista, e in parte
per esigenze di rappresentazione cartografica e di studio dei territori nazionali, al fine di
trasmettere le basi fisiche dell’identità nazionale insegnate nelle ormai numerosissime scuole
elementari dell’epoca. Sotto questo aspetto, naturalmente, la geografia era una delle tante
30
materie di studio con radici antiche che vennero reinventate sotto l’antica denominazione per
servire le necessità dello Stato e della costruzione dell’impero: dall’antropologia, che
misurava le differenze fisiche fra gruppi umani, alla letteratura, che glorificava il genio
letterario nazionale, fino alla storia, che raccontava di storie nazionali nobili e distintive.
Anche le nuove discipline, come la sociologia, l’economia e le scienze politiche, trovarono a
loro volta una nicchia al servizio della Nazione.
I fondamenti epistemologici venivano contestati in molte di queste discipline, geografia
compresa. Ad esempio, erano ancora in voga interpretazioni volontaristiche della Nazione,
ma esse venivano sempre più soppiantate da concezioni della Nazione del tipo “sangue e
suolo”. L’idealismo, sia nella sua variante trascendentale, di marca hegeliana, sia in quella
pragmatista, importante fra gli americani, aveva anch’esso i suoi fautori, che spesso lo
contaminavano con elementi materialistici, derivati dalla biologia e/o dall’economia politica.
Le nozioni di “volontà”, “spirito” e “coscienza” – collegate a soggetti collettivi quali Nazione,
classe e razza – coesistevano con le opinioni che tali entità fossero fatti mentali più che
fenomeni reali. Nelle classi dominanti si diffusero paure di un possibile “degrado” razziale e
sociale, e il sentimento che gli improvvisi cambiamenti sociali ed economici del XIX secolo
stessero minacciando l’ordine sociale costituito, ormai sempre meno aristocratico (fondato
sulla figura del proprietario terriero) e sempre più borghese (legato al commercio).
Tuttavia, in tutte le nuove discipline la spinta verso una “naturalizzazione” dell’istanza
conoscitiva – ossia la volontà di spiegare i fenomeni umani e sociali perlopiù, se non
completamente, in termini di processi naturali, mutuati dalla fisica e/o dalla biologia –
continuava ad acquisire prestigio e importanza. In altre parole, si cercava di ricondurre la
spiegazione nell’ambito di un’oggettività, scevra dal discutibile ambito “umano” in cui
valori, interessi e identità erano soggetti a interpretazioni divergenti, e quindi meno
dipendente dall’“opinione degli esperti”. Successive interpretazioni hanno spesso “appiattito”
troppo le complessità di questo periodo storico. Così, sebbene la naturalizzazione della
conoscenza fosse la spinta dominante, essa veniva frequentemente abbinata ad altri elementi
per evitare di essere classificata semplicemente come “idealista” o “materialista”. La
naturalizzazione delle istanze conoscitive aveva due premesse necessarie. La prima era la
separazione dell’istanza scientifica dalla posizione soggettiva dello studioso. Veniva infatti
rivendicata una conoscenza universale che trascendeva qualsiasi particolare punto di vista
nazionale, di classe, di genere o etnico. Quindi, anche in presenza di un particolare interesse
nazionale, questo veniva inquadrato in una prospettiva che lo poneva in un ambito naturale
piuttosto che in uno politico o sociale. Questo “punto di vista delocalizzato” non era
assolutamente una novità, ma svolse un ruolo molto importante per le nuove discipline
universitarie nel sostenere la loro pretesa competenza e pertinenza nell’affrontare i problemi
dell’epoca. La seconda premessa era la tendenza a spiegare i fenomeni politici e sociali
usando argomenti derivati dalle scienze naturali. Ad esempio, il principio di selezione
naturale elaborato da Charles Darwin venne assimilato dalla cultura popolare e da discipline
come la geografia, in larga misura, all’idea della “sopravvivenza del più forte”, che andò a
sostenere non solo le concezioni organiciste dello Stato-nazione (lo Stato come organismo),
ma anche l’idea di competizione, degrado e dominio razziali. Gran parte di ciò che veniva
interpretato come darwinismo sociale era tuttavia ispirato alle precedenti idee sull’evoluzione
di Jean Baptiste Lamarck. Rispetto alla variazione di lungo periodo ipotizzata dalla teoria
darwiniana, tali idee erano più aperte verso le conseguenze dirette dell’ambiente fisico sui
processi sociali e – punto cruciale – tenevano in maggior conto l’impatto della “volontà” o
dell’intervento esterno nella creazione di organismi più efficienti. Ciò permise di collegare
nella stessa materia di studio elementi apparentemente contraddittori, ad esempio le razze
intese come categorie biologiche classificate secondo il grado di “coscienza” di ciascuna,
nozione per la quale non esisteva assolutamente alcuna prova scientifica. Idee di questo tipo
erano ampiamente condivise dalle élite, non ultime le nuove élite accademiche, in tutte le
grandi potenze. Non si vuole con ciò condannare Darwin tout court. In effetti l’approccio di
Darwin al cambiamento naturale come radice dell’ordine sociale potrebbe pure essere usato
per sostenere, come fece il geografo russo Peter Kropotkin che, ai fini dell’evoluzione, la
cooperazione è assai più efficace della competizione, almeno sul piano umano – un’idea
31
riemersa di recente (Nowak con Highfield 2011). Comunque sia, Darwin stesso può essere
considerato la principale prova dei limiti della conoscenza naturalizzata. Non solo è possibile
riscontrare in Darwin significati contraddittori e persino affermazioni vuote (Fodor e Piattelli
Palmarini 2010); ancor più significativo, dal punto di vista della conoscenza naturalizzata, è
“l’intrinseca instabilità della prosa di Darwin, riscontrabile tanto nella sua ‘sintassi, quanto
nella sua semantica’, che ha dato origine a reazioni radicalmente diverse” (Finnegan 2010,
259 che cita Beer 2000, xxxviii; più in generale vedi Livingstone 2007).
La moderna geografia politica emerse alla congiunzione fra le necessità pratiche della
formazione dello Stato e dell’impero da un lato, e l’estensione delle idee biologiche e
ambientali all’ambito della politica mondiale dall’altro. La geografia politica quindi esibiva
entrambe le caratteristiche della naturalizzazione della conoscenza. In primo luogo, mentre i
suoi esponenti cercavano di illustrare come i caratteri della geografia fisica determinassero
la formazione di Stati e imperi, essi stessi si proponevano anche come problem-solvers per il
proprio Stato o impero. Ad esempio Mackinder fornì un modello geopolitico globale, ma era
interessato principalmente alle implicazioni che quel modello aveva per il futuro dell’impero
britannico.
Il fatto che il futuro dell’impero possa aver ispirato il suo modello e non viceversa, è
un’ipotesi che pare non sia mai stata presa in considerazione né da Mackinder stesso o da altri
suoi contemporanei, né da molti studiosi successivi. In secondo luogo, per effetto di una
trasposizione dalla biologia evoluzionista, lo Stato territoriale europeo acquisì lo status di
organismo con le sue corrispettive richieste e necessità. Eppure questa idea aveva radici più
antiche e alquanto diverse. Anche i filosofi idealisti tedeschi della fine del Settecento e
d’inizio Ottocento, come Fichte e Hegel, interpretavano lo Stato come un’entità o un essere
dotato di una propria vita. Da qui alla concezione ratzeliana dello Stato come organismo il
passo era breve, e fu reso possibile dall’appropriazione di idee derivate dalla biologia da parte
delle scienze sociali di fine Ottocento. Ciò che conferì ulteriore plausibilità a questa
concezione fu l’opinione che gli Stati fossero coinvolti in una lotta per la sopravvivenza in un
mondo geopoliticamente “chiuso”, in cui uno Stato poteva ormai trarre beneficio per sè solo a
scapito di altri.
L’intera atmosfera culturale dell’epoca favorì la visione naturalistica della politica e della
società e rese l’aspetto fisico della geografia particolarmente adatto a spiegare il carattere e il
comportamento dello Stato. Quattro sono gli aspetti del pensiero dominante nella geografia
politica di questo periodo strettamente legati al contesto storico, sia politico che intellettuale:
l’identificazione dello Stato con la Nazione, i confini politici naturali, il nazionalismo
economico, e il carattere determinante della posizione geografica e/o delle condizioni
ambientali.
In Europa la fine del XIX secolo fu un’epoca di profondi rivolgimenti sociali. Massicci flussi
di persone si muovevano simultaneamente all’interno dell’Europa e in tutto il mondo,
l’urbanizzazione esplodeva, l’accresciuta mobilità del capitale minava i circuiti finanziari
locali e spezzava i modelli consolidati di investimento, e forti movimenti di rivolta contro
questi cambiamenti e i loro effetti presero forma con i sindacati e le organizzazioni per il
diritto delle donne al voto. Una reazione a questi eventi fu quella di cercare di ricreare su
scala nazionale l’armonia sociale locale che aveva presumibilmente caratterizzato i tempi
passati. Allo stesso modo in cui i sociologi, ad esempio il francese Emile Durkheim,
sostenevano un ordine morale nazionale che rimpiazzasse quelli religiosi e locali in via di
sparizione, i geografi politici in Germania, Francia e Gran Bretagna parteciparono tutti al
tentativo di conferire allo Stato contemporaneo un carattere organico associandolo alla
Nazione. Una comunità mitica, in cui ogni strato sociale conosceva il proprio posto e il
proprio ruolo nell’insieme, venne proiettata sulla Nazione, fungendo da ideale sul quale
costruire un
ordine geopolitico più stabile. In altre parole si voleva ricreare nel presente nazionale un
passato locale organico. In tale ordine non vi era spazio per le differenze culturali all’interno
dei confini degli Stati. A ogni “razza” veniva assegnato un posto confacente. In questo
contesto, gli ebrei, essendo culturalmente distinti e sparsi in tutta Europa, rappresentarono un
particolare problema, e vennero identificati sempre più in termini di razza e non di religione
32
o etnia. In questo senso va ricordato il caso davvero ironico di Durkheim, ebreo francese
assimilato e fautore di un nuovo ordine morale nazionale. Il geografo politico tedesco Ratzel
viene spesso considerato il fondatore della teoria ecologica delle razze in cui gli ebrei
risultano essere la razza più fuori posto. Sander Gilman commenta così la posizione di Ratzel
riguardo agli ebrei:
In Medio Oriente furono produttivi (ad esempio creando il monoteismo) ma in Europa non hanno
alcun significato culturale. Luogo e razza vengono collegati nella logica del tedesco in Africa o
dell’ebreo in Europa. Vengono presentati come immagini speculari, infatti se il tedesco in Africa
“cura”, l’ebreo in Europa “infetta” (Gilman, 1992, pp. 183-4).
Questa linea di pensiero, in cui gli ebrei e altri popoli caratterizzati da mobilità e diffusione
geografica venivano definiti come elementi contaminanti, avrebbe poi avuto conseguenze
devastanti negli anni Trenta con l’ascesa al potere dei nazisti in Germania, che tentarono di
eliminare fisicamente quanti non rientravano nel loro immaginario geopolitico
territorializzato fondato su categorizzazioni razziali (e che oggi è ampiamente considerato
falso sul piano biologico e dunque per nulla “naturale”).
Il fatto che Ratzel stesso possa essere considerato un proto-nazista è invece tutt’altra
questione. L’enfasi ratzeliana sulle circostanze ambientali esterne lo differenzia dal razzismo
genetico insito nell’ossessione dei nazisti per il Volk tedesco. Inoltre, Ratzel era favorevole
alla costruzione dell’impero tedesco al di fuori dell’Europa, negando il fatto che la Germania
potesse espandersi nel Vecchio continente. Naturalmente, ciò non era certo rassicurante per
chi, al di fuori dell’Europa, veniva comunque considerato di razza inferiore, se non per
ragioni genetiche almeno per ragioni ambientali, rispetto ai “padroni” tedeschi (o europei).
Un secondo elemento dominante nella geografia politica del periodo era l’idea che ciascuno
Stato avesse o dovesse avere dei “confini naturali”. Ciò significava, evidentemente, che non
tutti i confini politici erano “giusti”, e lo status quo territoriale che aveva caratterizzato il
Concerto europeo venne apertamente messo in discussione. Ciò significava inoltre che tutti i
membri di una Nazione o gruppo etnico putativi avevano il diritto di vivere entro i confini del
proprio Stato. Infine, ciò offrì la possibilità di usare i caratteri della geografia fisica per
determinare l’area naturale dello Stato.
I conservatori svedesi, come Kjellén, contestavano l’indipendenza della Norvegia dalla
Svezia sulla base del fatto che le montagne scandinave non rappresentavano un confine
naturale, alle quali preferivano invece mari e fiumi. L’arbitrarietà di questa classificazione è
indicativa delle strumentalizzazioni politiche di tali rivendicazioni. Il concetto nazista di
Lebensraum, “spazio vitale” (adottato da Ratzel), che sottintendeva il “diritto” dei popoli
vitali (come i tedeschi) a espandersi in aree non sfruttate in modo abbastanza efficiente dagli
attuali abitanti, venne usato per giustificare la conquista della Mitteleuropa (Europa centro-
orientale). Esso si basava appunto sulla nozione di confini naturali.
Un terzo elemento nella geografia politica dell’epoca era il nazionalismo economico.
L’economia nazionale esisteva per sostenere la comunità nazionale. Le idee liberiste o di
libero scambio venivano considerate contrarie alla stabilità e fonti di decadenza sociale.
Questa prospettiva fu ampiamente condivisa dalle élite politiche emergenti in tutta Europa, in
Giappone e, in misura minore, negli Stati Uniti. Due fondatori della geografia politica, lo
svedese Kjellén e l’inglese Mackinder, sottoscrissero entrambi con entusiasmo questo
elemento del “conservatorismo organico” dell’epoca.
Lo Stato-nazione (ed eventualmente il suo impero) veniva definito come l’unità fondamentale
per tutte le transazioni economiche. Gli individui e le imprese erano subordinati alle più
importanti necessità dello Stato-nazione.
Autori molto diversi, come l’economista inglese Hobson e il geografo politico inglese
Mackinder, erano concordi nel definire organicamente gli interessi nazionali come la forza
motrice della crescita economica.
Secondo Hobson, però, l’impero sacrificava l’economia “interna”, mentre per Mackinder
l’impero era il mezzo per mantenere le basi economiche del potere militare, essenziale per la
sopravvivenza nazionale. La Gran Bretagna che aveva costruito un impero ora richiedeva
33
all’impero di sostenere il suo dominio globale. Nel contesto del suo tempo, Mackinder aveva
probabilmente ragione. Il problema a lungo termine, naturalmente, era che il discorso di un
imperialismo benevolo dipendeva dall’asservimento sistematico di un gran numero di persone
per le quali l’impero marittimo britannico era tutto fuorché un esercizio di benevolenza.
Comunque fosse, quello che trovava d’accordo Mackinder e molti altri era l’unità organica di
un’economia nazionale (o imperiale) come entità in sé.
Il nazionalismo economico non era certo una novità. Nei secoli XVII e XVIII, il discorso
economico era dominato dalle dottrine del “cameralismo” (fautore di un’autarchia estrema) e
del “mercantilismo”. Secondo queste dottrine, strutture monopolistiche come una forte
regolamentazione da parte del governo e imprese commerciali governative erano essenziali
alla crescita economica. La crescita economica in questione, naturalmente, era quella della
Nazione. Già nel XIX secolo il mercantilismo si era naturalmente trasformato
nell’imperialismo, vista la difficoltà di raggiungere una crescita economica sostenuta
all’interno di confini territoriali statici.
Mentre la Gran Bretagna e la Francia praticavano un “imperialismo di libero scambio” (una
strana combinazione fra pratiche restrittive all’interno dei loro imperi e un alto grado di libero
scambio fuori da essi), le potenze emergenti come la Germania erano costrette ad adottare,
almeno inizialmente, una politica protezionista tesa a salvaguardare le loro industrie dalla
competizione internazionale. Poi anch’esse avrebbero potuto crescere economicamente
attraverso l’espansione territoriale, cioè acquisendo un impero coloniale.
Anche questi aspetti venivano ora considerati di natura biologica. Con la “fine della frontiera”
in America settentrionale e il coinvolgimento di tutte le masse territoriali del globo nel
mercato mondiale, il controllo del territorio appariva come un requisito cruciale alla crescita
economica. L’idea di un “sistema chiuso” era vitale alla plausibilità dell’analogia biologica.
Solo in un simile scenario poteva svolgersi quel gioco a somma zero in cui ciascuna entità
organica si contendeva una fetta più grande della “torta” economica. Fu questo che portò ad
abbinare natura e Nazione: in presenza di una natura “fissa”, ciascuna Nazione poteva
crescere solo a scapito delle altre. La teoria che la “torta” si potesse ingrandire grazie
all’innovazione e al miglioramento della produttività veniva contemplata solo da una
minoranza, e non ottenne molto favore fino al secondo dopoguerra.
Infatti, la Grande depressione degli anni Trenta non fece altro che rafforzare la logica delle
economie nazionali-imperiali in competizione. Il corporativismo statale che si sviluppò negli
anni Venti e Trenta nell’Italia fascista, nella Germania nazista, in Spagna e in Portogallo
sollevò lo Stato dal peso di dover garantire i diritti agli individui e ai gruppi e lo lasciò libero
di perseguire una “causa migliore”: quella di garantire gli interessi dello Stato (e delle sue
élite dominanti).
L’ultima caratteristica della geografia politica naturalizzata che si sviluppò dal 1890 in poi fu
l’enfasi sul carattere determinante del luogo e/o delle condizioni ambientali. Il relativo
successo di diversi Stati nella competizione globale veniva spiegato semplicemente in termini
di vantaggi assoluti della posizione geografica e di condizioni ambientali superiori. Si
pensava che gli Stati “marca” (situati ai margini delle masse continentali) possedessero
vantaggi intrinseci rispetto agli Stati “interni” perché avevano meno Stati confinanti e quindi
meno avversari potenziali. Gli Stati fondati sulla potenza marittima o navale erano dunque
superiori a quelli fondati sulla potenza terrestre o continentale nel controllo degli oceani, che
erano il mezzo primario di mobilità globale. Secondo Mackinder, solo l’avvento delle ferrovie
poteva mettere in discussione tale predominio. Infatti l’estesa massa dell’Eurasia interna, il
cosiddetto Heartland, avrebbe ulteriormente acuito la difficoltà di unire e controllare il
cosiddetto crescent (Mackinder) o rimland (Spykman), dove erano appunto situate molte
delle colonie dell’impero britannico.
Anche i più dichiarati anti-naturalisti furono sedotti dallo Zeitgeist, o spirito del tempo. Un
esempio classico è quello del filosofo tedesco Heidegger, che nel 1935 scrisse del Volk o
popolo tedesco “intrappolato” in Europa centrale:
Siamo presi nella morsa. Il nostro popolo, il popolo tedesco, in quanto collocato nel mezzo, subisce la
pressione più forte; esso, che è il popolo più ricco di vicini e di conseguenza il più esposto, è insieme
34
il popolo metafisico per eccellenza (Heidegger, 1966[1968], pp. 48-9).
Come molti dei geografi universitari della sua generazione in Germania e altrove, Friedrich
Ratzel (1844-1904) aveva studiato scienze naturali. Frequentò le università di Jena, Berlino e
Heidelberg. Dopo una carriera giornalistica, nel 1886 assunse la cattedra di geografia
all’Università di Lipsia, dove rimase fino alla morte. Egli visse da vicino il processo di
unificazione della Germania, e questa esperienza lo differenziò dagli studiosi precedenti e
successivi. Dopo la laurea, frequentò le lezioni di biologia evoluzionista di Ernst Haeckel, e
più tardi strinse una profonda amicizia col biologo Moritz Wagner, che sosteneva
l’importanza dell’isolamento e della migrazione nella creazione delle specie. Il determinismo
ambientale e lo spazio erano quindi i temi centrali della biologia alla quale Ratzel fu esposto.
La sua opera più consistente, Anthropogeographie (in due volumi rispettivamente del 1882 e
del 1891), collocava infatti la nuova geografia umana in un contesto naturalistico ispirato al
lavoro di Wagner. Anche il suo opus magnum del 1897, Politische Geographie, aveva un
orientamento simile (Livingstone, 1992, p. 199).
Ratzel viaggiò molto come corrispondente, anche in America settentrionale, e fu uno scrittore
molto prolifico. Alla sua morte lasciò una bibliografia di circa 1.250 titoli, inclusi 24 libri, più
35
di 540 articoli, oltre 600 recensioni di libri e 146 brevi biografie (Kasperson e Minghi, 1969,
p. 6). Egli trattò gli argomenti più vari, con uno stile di scrittura aggressivo che faceva poco
uso di cautele e aggettivi. Come molti che si considerano più scrittori che comunicatori, egli
scrisse in uno stile che sacrificava la chiarezza all’effetto. Ciò fece sì che il suo lavoro fosse
fonte di molte controversie, sia sul significato dei termini impiegati che sul carattere generale
dei suoi argomenti. Spesso il suo uso di un termine era incoerente, ad esempio “organismo”
[riferito allo Stato, N.d.R.] al quale dava a volte un senso fortemente biologico, altre volte un
senso più figurativo (implicando con ciò un’analogia più debole).
Detto questo, vi sono due elementi della geografia politica ratzeliana che sembrano piuttosto
chiari. Il primo è la proposta di riorganizzare la geografia in generale intorno alla geografia
dello Stato. In questo senso, fondando la geografia politica, egli in effetti rifondò la geografia
nel suo insieme. I luoghi, le regioni, gli spazi, i paesaggi e tutti gli altri concetti associati al
pensiero geografico erano ora subordinati allo Stato. Lo Stato era “il più grande risultato
ottenuto dall’uomo sulla terra” e “l’apice di tutti i fenomeni legati alla diffusione della vita”
(Ratzel, 1923, pp. iv e 2). In questo senso il suo libro del 1882-1891, spesso considerato
separatamente dal resto della sua opera, è invece chiaramente antesignano di quello del 1897.
Il secondo elemento è che il “politico” della geografia politica è limitato allo Stato. L’idea che
il politico permeasse la società non era certo contemplata da Ratzel. Lo Stato “aristocratico-
borghese” (Farinelli, 2001) dominava ormai la società, e Ratzel riconobbe la stretta relazione
che quindi esisteva fra sapere geografico, da un lato, e Stato, dall’altro. Egli ammetteva
apertamente il ruolo che la geografia doveva svolgere nel sostenere il “nuovo” Stato in modo
da apparire sia significativa che legittima agli occhi degli amministratori dello Stato. Il sapere
geografico doveva sempre servire un progetto politico, e in quel momento il progetto politico
era lo Stato-nazione.
Dall’elenco dei capitoli di Politische Geographie (1897) si può cogliere il sapore della
geografia politica ratzeliana: 1. Lo Stato e il suolo; 2. Il movimento e lo sviluppo storico degli
Stati; 3. Le leggi fondamentali di crescita spaziale degli Stati; 4. La posizione; 5. Lo spazio; 6.
Il confine; 7. La relazione fra suoli e acqua; 8. Montagne e pianure. A differenza della
maggior parte dei teorici politici precedenti, che definivano gli Stati e altre organizzazioni di
governo come entità politico-legali, Ratzel – attratto dal riduzionismo biologico in voga al
suo tempo – concepì lo Stato come organismo vivente, il cui territorio variava nel tempo, a
seconda della sua vitalità sociale e demografica.
Normalmente, la geografia politica di Ratzel viene introdotta come incentrata su sette “leggi”
di crescita spaziale dello Stato, riassunte nell’importante articolo dal titolo omonimo “Die
Gesetze des räumlichen Wachstums der Staaten”, pubblicato nel 1896 in Petermanns
Mitteilungen (e tradotto in inglese da Kasperson e Minghi, 1969, pp. 17-28). Questo scritto
risulta più chiaro del voluminoso ma ellittico Politische Geographie. Ridotte a brevi
affermazioni, le sette “leggi” – o tendenze, dato che così sembra intenderle Ratzel – sono le
seguenti: (1) le dimensioni di uno Stato aumentano parallelamente alla sua cultura; (2) la
crescita degli Stati avviene necessariamente in seguito ad altre manifestazioni di crescita dei
popoli; (3) la crescita dello Stato procede mediante l’annessione di membri più piccoli
all’insieme mentre il rapporto della popolazione con la terra diviene sempre più stretto; (4) il
confine è l’organo periferico dello Stato, rappresenta la fonte della sua crescita e la sua
fortificazione, e partecipa di tutte le trasformazioni dello Stato-organismo; (5) nella sua
crescita lo Stato mira a inglobare posizioni politicamente vantaggiose; (6) le spinte iniziali
alla crescita spaziale degli Stati provengono dal loro esterno; (7) la tendenza generale verso
l’annessione territoriale viene trasmessa da Stato a Stato e continua ad aumentare di intensità.
Per quanto non sia chiaro il significato che Ratzel attribuisse ai termini “legge” e
“organismo”, pare comunque irrefutabile che la sua visione dello Stato-organismo in
espansione fosse basata sull’ideale di un Grossraum, o “grande spazio”, quale fattore
indicativo del dinamismo e della vitalità dello Stato. Nel contesto della prima legge, egli
quindi asserì:
Nella stessa logica in cui l’area dello Stato cresce parallelamente alla sua cultura, troviamo infatti che i
popoli a un livello di civiltà inferiore sono organizzati in Stati piccoli. Più scendiamo nel livello di
36
civiltà, più le dimensioni degli Stati diminuiscono. Quindi le dimensioni di uno Stato diventano anche
uno dei metri del suo livello culturale (Ratzel, citato in Kasperson e Minghi, 1969, p. 19).
Qui Ratzel abbina l’imperativo della grandezza in chiave naturalizzata all’obiettivo politico
tedesco di costruzione dello Stato e di espansione imperiale. Ciò era ovviamente in
contraddizione con gli aspetti di omogeneità etnica e di precisa delineazione territoriale,
centrali nella teoria convenzionale dello Stato-nazione, ma concordava con la teoria della
frontiera degli insediamenti come valvola di sicurezza sociale, elaborata nello stesso periodo
da Frederick Jackson Turner negli Stati Uniti, oltre che con il clima politico imperialista di
fine Ottocento. Seguendo l’argomento malthusiano della popolazione e delle risorse ma
abbinandolo ai temi attuali della biologia evoluzionista, Ratzel usò l’analogia biologica dello
Stato come organismo che, con l’aumentare della sua popolazione, era soggetto
all’esaurimento delle risorse e quindi doveva espandersi o morire. In altre parole:
Ratzel credeva di aver rivelato la legge naturale della crescita territoriale degli Stati e fu felice di
spiegare l’impeto espansivo delle potenze europee in Africa come manifestazione della loro ricerca di
Lebensraum (spazio vitale). La storia imperiale era la narrazione spaziale di una lotta per la
sopravvivenza (Livingstone, 1992, p. 200).
L’aspetto naturalistico della teoria ratzeliana rischia tuttavia di essere sopravvalutato. La sua
opera fu ispirata tanto all’imperialismo dell’epoca e all’euforia seguita all’unificazione della
Germania quanto all’attrazione intellettuale verso le tesi della biologia evoluzionista. Il
naturalismo gli fornì un comodo involucro in cui contenere ciò che per molti aspetti è un
pensiero particolarmente idealista. Il primo a fare questa osservazione fu, a quanto risulta,
Jean Gottmann (1952). La Politische Geographie e altri lavori sono intrisi di un linguaggio
che potrebbe provenire direttamente dalle pagine di Fichte o Hegel, nonostante l’uso
frequente di metafore biologiche. Ad esempio, Ratzel cerca di associare la crescita spaziale
dello Stato allo sviluppo di ciò che egli chiama coscienza spaziale popolare (o concezioni
spaziali); “organico” veicola sia il senso dell’individualità del Volk sia l’idea che lo Stato sia
qualcosa di simile a un organismo; e la terra e il popolo vanno a costituire un insieme naturale
una volta che la necessità del popolo (Nazione) venga soddisfatta (Dijkink 2001).
Ratzel è stato a lungo considerato uno dei fondatori della geografia politica, ma la sua
reputazione ha sofferto molto per il suo essere associato ai geopolitici tedeschi della
generazione successiva e all’espansionismo nazista. Ciò che collega Ratzel al nazismo è una
visione idealista dello Stato nella veste materialista della biologia evoluzionista. Ciò che li
separa è il tipo di biologia alla quale si riferivano, per Ratzel centrata sul ruolo delle
circostanze ambientali esterne, e per i nazisti centrata sulle caratteristiche genetiche di razza
(Bassin, 1987a, Bassin 1987b). Ratzel fu in larga misura un prodotto del proprio tempo e
luogo ed è in tale contesto che va compreso (Mercier 1995, Muscarà 2001), non in quello dei
nazisti che più tardi si appropriarono di alcune sue idee e termini per i propri scopi. Ad
esempio i suoi studi sulle migrazioni andrebbero rivalutati (Raffestin 1988).
37
Oltre a essere un geografo universitario, Mackinder fu un politico e un pubblicista per la
geografia accademica. Laureato in biologia a Oxford, nella sua vita collezionò importanti
meriti: chiamato a ricoprire la prima cattedra di geografia dell’Università di Oxford, fu
direttore del Reading College (poi Reading University), fu il primo a scalare la vetta del
Monte Kenya (1899), divenne rettore della London School of Economics (1903-08), membro
del parlamento nelle file dei conservatori (1910-22), e alto commissario britannico in Russia
meridionale durante la prima parte della Guerra civile russa (1919-20). Come protagonista
storico della geografia e più specificamente della geografia politica, Mackinder viene
ricordato in particolare per tre pubblicazioni. La prima è il suo discorso alla Royal
Geographical Society di Londra nel 1887, intitolato “On the scope and methods of
geography”, in cui sosteneva che la geografia dovesse svolgere il ruolo di “ponte” conoscitivo
fra mondo naturale e mondo umano. In questo senso egli racchiudeva nella geografia politica
l’insieme di ciò che viene oggi considerata geografia umana, indicando che nel mettersi al
servizio dello Stato la geografia avrebbe superato la sua potenziale dicotomia. In questa
ottica, Ratzel e Mackinder erano di vedute ugualmente imperialistiche rispetto alla posizione
della geografia politica in seno alla geografia e in relazione alla politica mondiale.
La seconda pubblicazione, anch’essa presentata oralmente alla Royal Geographical Society,
questa volta nel 1904, si intitolava “The geographical pivot of history” e lo consacrò quale
“fondatore” della geografia politica.
Nell’articolo, che Mackinder successivamente revisionò diverse volte, egli sosteneva che le
potenze marittime erano in declino rispetto a quelle continentali a causa dell’avvento delle
ferrovie, e che nella massa continentale eurasiatica esisteva un’area – che egli denominò pivot
area, “area perno”, e poi Heartland, “cuore della terra” – che sarebbe diventata il centro
del potere mondiale (vedi figure 3.2 e 3.3).
L’unico modo per evitare il declino delle potenze marittime era di prevenire che l’area perno
cadesse nelle mani di una potenza continentale. Se una potenza avesse ottenuto il controllo
dell’area perno, ciò le avrebbe garantito l’accessibilità al resto dell’Eurasia e quindi il
dominio del mondo. Questo argomento aveva ovvie implicazioni per la sostenibilità
dell’impero britannico, che dipendeva dal controllo dei corridoi marittimi e dell’accesso
via mare all’India e altrove, ai margini della grande massa territoriale eurasiatica.
38
Fig. 3.3 Le diverse versioni dell’area perno, poi Heartland.
La terza pubblicazione, Democratic Ideals and Reality (1919) articola una sua geografia
politica più completa. In esso egli indica l’Europa centrale come la chiave della politica di
equilibrio globale. Se in questo modo Mackinder sviluppava ulteriormente il concetto di area
perno in quello di Heartland, buona parte del libro offriva pronostici significativi rispetto alla
crescente centralizzazione del potere politico e alla tentazione che essa offriva a
“organizzatori spietati” (come i bolscevichi) impegnati a manipolare popolazioni poco istruite
per “fini non democratici”.
Anche se Mackinder fu il primo a non voler suddividere la geografia in specializzazioni
disciplinari, egli viene comunque considerato come uno dei fondatori della geografia politica,
per diverse ragioni. Innanzitutto egli usò le condizioni fisico-geografiche – o, dal suo punto di
vista, le “realtà” – per prevedere il corso e le prospettive della politica mondiale. Ispirato da
precursori come il greco Tucidide o l’ufficiale di marina americano Alfred Mahan, il suo
modello geopolitico che contrapponeva potere marittimo e potere continentale era pensato per
ogni epoca, nonostante egli lo utilizzasse per offrire rimedi politici all’impero britannico. Ciò
solleva la questione dei limiti del determinismo implicito nelle “realtà” fisiche che egli
descrisse. Infatti, in modo simile a Ratzel, Mackinder usò rivendicazioni naturaliste per
promuovere un pensiero decisamente idealista. Nel caso di Mackinder si trattava di un
39
“avvertimento” di quanto sarebbe successo all’impero britannico se la natura avesse seguito il
proprio corso! Mackinder era di fatto un determinista ambientale riluttante.
In secondo luogo, Mackinder non era principalmente uno studioso dedito alla speculazione
astratta, ma un “uomo d’azione”. In tutte le sue attività egli fu un riformista, votato alla
“causa” della geografia come disciplina e all’impero britannico come progetto politico-
economico. Come nota il suo biografo Brian Blouet (1987), tutti i suoi scritti hanno la qualità
di un “manifesto”. I suoi principali saggi erano scritti per essere letti a maestose assemblee.
Egli riuscì a condensare i suoi messaggi in semplici assiomi, come ad esempio nel famoso
passaggio tratto da Democratic Ideals and Reality (1919, p. 150):
Tale combinazione di semplici formule e scopi politici contribuì notevolmente alla diffusione
delle idee di Mackinder, che diventarono molto più famose fra politici e non-geografi di
quelle di altri geografi contemporanei (Parker 1982; Blouet 1987). Stranamente Mackinder
non viene neanche menzionato in un libro che esplora la connessione fondamentale fra
geografia e impero (Godlewska e Smith, 1994). Eppure è difficile trovare un candidato
migliore di Mackinder per mettere in evidenza questa connessione.
Infine, le idee di Mackinder, e in particolare il suo concetto di “perno”, sono parse avere una
qualità presciente che le generazioni successive hanno trovato affascinante. Esse conducono
la politica mondiale fuori dalla contingenza storica, in un ambito di prevedibilità geografica:
la geografia vince sulla storia. L’idea del perno venne raccolta non solo dagli studiosi tedeschi
negli anni Venti (anche se usata a fini molto diversi da quelli concepiti da Mackinder), ma
pure la politica americana di “contenimento” dell’Unione Sovietica nel secondo dopoguerra
potrebbe essere interpretata come fondata sulle basi “scientifiche” offerte dalla tesi
mackinderiana dello Heartland (vedi Gray 1989).
Tuttavia sarebbe un errore considerare Mackinder il “gemello” inglese di Ratzel. Anche se le
loro teorie condividevano la retorica biologica dell’epoca, quest’ultima in Mackinder è molto
più smorzata. Mackinder fu molto più orientato verso l’impero britannico in quanto interesse
politico-economico che non in quanto organismo biologico (vedi la precedente discussione
sul nazionalismo economico). Il suo “determinismo spaziale” diede più importanza alla
distribuzione dei continenti e degli oceani che alle caratteristiche climatiche o razziali delle
diverse regioni. Anzi, la sua enfasi sul perno geografico avrebbe potuto essere criticata per il
fatto che non prendeva in considerazione le carenze relative al clima e alle risorse di quella
regione. In gran parte dei suoi scritti, Mackinder eluse il determinismo ambientale estremo
che costituì invece la cifra fondamentale dei discepoli di Ratzel, americani e non (come Ellen
Churchill Semple, Ellsworth Huntington e Griffith Taylor). Con ciò non si vuole sostenere
che egli non condividesse le opinioni convenzionali su razza e sviluppo, semmai che queste
non figurarono in modo predominante nei suoi scritti. Coloro che criticarono Mackinder per il
suo “imperialismo”, ad esempio H. J. Fleure, avevano generalmente opinioni su clima e razza
molto più deterministe delle sue.
Mackinder si considerava anche un riformista politico, e usò il suo modello geopolitico per
rivolgere consigli politici al “Principe”. Egli non fu certo un politico radicale: la sua nozione
di “democrazia” era gerarchica e paternalista. Tuttavia egli aveva una visione attivista dello
Stato molto più simile a quella dei social-democratici che non a quella dei conservatori tipici
della sua epoca. Al tempo stesso, abbracciò uno statalismo tipicamente inglese. Mackinder
visse da intellettuale un periodo in cui in Gran Bretagna si cercavano di evitare sia le tendenze
idealiste che reificavano lo Stato, sia le tendenze individualiste (e liberal) che lo screditavano
del tutto (Bentley 1996, pp. 52-3). La nuova visione poteva ad esempio riconoscere che lo
Stato avesse un proprio territorio e che avesse bisogno di un territorio grande, anche un
impero; ma insisteva anche, come fece Mackinder, sul fatto che gli Stati fossero costituiti da
40
un mosaico di regioni o territori più piccoli ciascuno con le proprie caratteristiche, e che i
confini dello Stato fornissero dei “bastioni” entro i quali perseguire obiettivi sociali e politici.
Da questo punto di vista, Mackinder fu più vicino al pensiero di Patrick Geddes, Sidney e
Beatrice Webb, H. G. Wells e altri riformisti “fabiani” [fautori di un socialismo non
rivoluzionario, N.d.T.] che non a quello di Ratzel e dei suoi accoliti. Quindi, per quanto si
possano riscontrare in Mackinder e Ratzel tentativi simili di integrare la geografia fisica e
quella umana usando il linguaggio organico-evoluzionista di Lamarck e Darwin, i loro
contesti furono ben diversi.
La caratteristica cruciale della geografia politica mackinderiana, quasi sempre occultata nelle
discussioni sul suo modello geopolitico, fu il tentativo di far quadrare due aspetti dell’impero
britannico che a fine Ottocento erano diventati sempre più contraddittori. Dopo tutto, la sua
geografia politica si ispirava direttamente alla causa dell’impero. Da un lato vi era l’aspetto
britannico dell’impero: l’impero come commercio, potenza marittima, democratico o libero, e
in espansione. Dall’altro lato vi era il suo aspetto imperiale e transnazionale: l’impero come
conquista militare, multireligioso, al servizio della Gran Bretagna e basato su una gerarchia
razziale e sociale. Mackinder descrisse l’impero britannico come una specie di “comunità di
destino”, in cui tutti i residenti potessero in qualche modo condividerne i frutti. Ma questa
posizione era insostenibile. Non vi era alcun modo di creare un’identità imperiale che
riuscisse a integrare le due versioni di impero. Un’impresa basata sull’ineguaglianza sociale e
geografica non poteva essere tramutata in un’entità omogenea dotata di un fine
onnicomprensivo. Nel concentrarsi sul ruolo dell’Altro, del perno o dello Heartland, come
minaccia esterna, egli omise di identificare in modo chiaro cosa esattamente avrebbe potuto
tenere insieme l’impero che tanto amava. Pare che egli non abbia mai contemplato l’ipotesi
che la sua disintegrazione potesse provenire più dall’interno che dall’esterno a causa
dell’insostenibilità della sua identità imperiale.
41
moderne in Francia (vedi alle pagine seguenti).
In secondo luogo, Vidal interpretava l’identità nazionale francese non in termini di etnia o di
limitazioni ambientali dirette (come superficie e posizione), ma di fusione dei modi di vita
(genres de vie) intorno al genius loci nazionale. Il processo storico era ben più complesso
rispetto alla sola storia dell’estensione del potere politico da parte dello Stato. Era piuttosto la
conversione culturale di “contadini in cittadini francesi”, per riprendere il titolo del libro di
Eugen Weber (1967), pubblicato molti anni dopo. Vidal fu il successore intellettuale del
filosofo del Settecento Herder, secondo cui le persone portavano il “marchio” del Paese in cui
vivevano (Claval 1994). Tuttavia, non era una questione di scelta. Era il modo in cui la
“natura” si manifestava nella vita umana.
In terzo luogo, Vidal condivideva con gran parte delle élite francesi la paura che la Francia
fosse una grande potenza in declino (Heffernan 1994). La sua visione culturalmente
espansionista della francesità, quindi, poteva essere usata per approvare l’espansione
coloniale. Naturalmente questa impresa veniva presentata come mission civilisatrice più che
come conquista.
Infine, riferendosi alla geografia, nel Tableau Vidal preferì l’aggettivo “umana” a “politica”,
poiché credeva che l’aspetto economico stesse diventando sempre più importante, e che
quindi separare il politico dagli altri aspetti della vita avesse meno senso che in passato. Così,
anche se Vidal usò la “Francia” come milieu per la sua geografia politica, egli negò
esplicitamente lo Stato-centrismo assoluto che animava la geografia politica di Ratzel e
Mackinder. Nonostante le specificità contestuali del suo lavoro, Vidal aprì a una concezione
del “politico” più allargata – al di là della geografia dello Stato – anche opponendosi all’idea
di una geografia politica come disciplina separata.
42
regolare sul quotidiano francese Le Figaro egli offrì per venticinque anni una intensa analisi
del mondo anglosassone e dei grandi problemi internazionali del suo tempo. Nondimeno solo
di recente il suo impatto sulla geografia accademica è stato riconsiderato (Sanguin 1985;
2010). In effetti, Siegfried insegnò al Collège de France (1933-1946) e soprattutto a Science
Po (1910-1959), una scuola – secondo Sanguin – creata dopo la sconfitta francese nella guerra
franco-prussiana per bilanciare la percepita superiorità della scienza tedesca, e per preparare
una nuova élite da destinare ai ranghi del governo francese, secondo il modello dei
Departments of Government delle università americane.
Questo “geografo politico francese non convenzionale” (Sanguin 1985) dipinse i suoi grandi
affreschi delle democrazie del tempo usando un metodo comparativo e con una profonda
preoccupazione sociale:
Le sue fonti non sono tanto nella scuola di Vidal o nella geografia tedesca, ma nella tradizione che
risale a Montesquieu e Tocqueville. E anche se nella sua opera sulla Francia occidentale eglì seguì
il metodo regionale di Vidal, vi è un accento molto maggiore sulla organizzazione politica dei
luoghi, che fu ulteriormente sviluppato nella sua ricerca sulla psicologia delle nazioni. In questo
ambito, all’ispirazione da Michelet e Tocqueville (sulla psicologica collettiva del popolo
americano) egli aggiunse la sua personale conoscenza della scienza economica, la sua capacità di
dominare gli strumenti statistici, nel quadro del grande equilibrio dell’economia di mercato
mondiale (Sanguin 2010, 53-4).
Provenendo da una ricca famiglia borghese della Normandia (suo padre Jules era un
importatore di cotone che ebbe una importante carriera politica), l’attività di famiglia e la sua
infanzia trascorsa nella grande città portuale di Le Havre contribuirono in effetti alla sua
apertura verso il mondo esterno. Gran viaggiatore, affascinato dalla diversità delle culture e
delle società, egli combinò gli interessi in diversi ambiti come la geografia politica, le
relazioni internazionali, la sociologia elettorale, e soprattutto quella che egli chiamò la
“psicologia delle nazioni”. “Ho preso l’abitudine di affrontare ogni studio come un viaggio…
il mio metodo è quello del reporter”, scriveva infatti Siegfried, che cercò sempre di
confrontarsi direttamente con luoghi, persone, e istituzioni, dato che niente poteva sostituirsi
al contatto diretto e all’esperienza personale dei diversi luoghi. Alcuni geografi francesi gli
rimproverarono di essere troppo poco teorico, dato che, come osserva Sanguin, “né nei suoi
libri, né nei suoi corsi universitari egli formulò una dottrina che svelasse le leggi della
politica” (Sanguin 2010). In effetti, come Claval (1998) ha osservato, Siegfried appartiene a
una generazione che si fidava poco delle teorie esplicite o delle generalizzazioni. Da un altro
punto di vista, come ha scritto Gottmann (1987), la maggior parte dei suoi scritti erano
centrati su aspetti regionali, dato che egli considerava la varietà del mondo troppo vasta e
troppo complessa per consentire di elaborare rapidamente delle teorie generali.
Infine, secondo Le Lannou (1975), l’intera opera di Siegfried ruota intorno a una crisi
geopolitica, quella del cambiamento nelle relazioni tra l’Europa e il resto del mondo dopo il
grande sviluppo economico degli Stati Uniti seguito alla Prima guerra mondiale. Le opere più
importanti di Siegried, come il Tableau politique de la France de l’Ouest sous la Troisième
Republique (1913) – frutto dalla sua personale esperienza politica (quattro falliti tentativi di
candidarsi a Le Havre) – e il Tableau de partis en France (1930), gli guadagnarono la
reputazione di pioniere della geografia elettorale in Francia, specialmente tra gli scienziati
politici. Tra i geografi politici, secondo Sanguin, la sua eredità può essere rintracciata
nell’opera di Gottmann, suo assistente per oltre un decennio a Science Po, soprattutto nei
volumi di quest’ultimo Megalopolis (1961) e The Significance of Territory (1973); nella
sociologia elettorale di François Goguel (1983), e più tardi, nella geografia elettorale di Yves
Lacoste (1986), che rivaluta l’approccio micro-regionale di Siegfried. Infine, anche nella
geografia sociale francese a partire dagli anni Sessanta.
Nel periodo precedente al primo conflitto mondiale, fra i geografi americani dominava un
43
determinismo ambientale estremo. Figure come Ellsworth Huntington, Robert De Courcy
Ward ed Ellen Churchill Semple rappresentarono il nucleo dirigente della geografia
americana per quanto riguarda la concezione naturalizzata della conoscenza nella sua forma
più pura. La tesi di Frederick Jackson Turner, secondo la quale l’esperienza di una frontiera
degli insediamenti che avanzava costantemente attraverso l’America settentrionale era il
carattere distintivo della società americana, rispecchiava questo determinismo. Fra gli
intellettuali e i gruppi di immigrati più assimilati, in particolare quelli di origine europea nord-
occidentale, predominavano idee di gerarchia razziale e la convinzione che si dovesse limitare
l’immigrazione per evitare il rischio di un “degrado” razziale. Le dottrine e leggi americane
che regolavano l’eugenetica e l’“incrocio fra razze” – e che prevedevano la sterilizzazione
forzata e il controllo dei matrimoni nei gruppi considerati “inferiori” – furono percepite dai
nazisti tedeschi come modelli utili per attuare ciò che essi avevano in mente (Kühl 1994).
Anche se tali idee incontrarono il favore delle élite del Nord-Est (e in università come
Harvard, Yale e Vassar), in quanto potevano spiegare perché gli europei nord-occidentali
amministrassero tutto nel Paese, spesso non si conciliavano con altri aspetti dell’“esperienza
americana”. In particolare, fin dalla rivoluzione, e in modo più accentuato dopo la Guerra
civile del 1860-64, l’ideologia politica americana dava particolare rilievo a due differenze fra
Stati Uniti e Vecchio Mondo, che rendevano problematico il determinismo ambientale (e
razziale) sia da un punto di vista storico che morale (Rosenberg 1982).
La prima differenza era un accento sul libero commercio e l’ideale di una Nazione pacifica.
Questi erano gli ingredienti principali del particolarismo americano: frontiere aperte,
commercio pacifico e nessun esercito permanente ma solo una guardia nazionale. Ancorato
nel liberalismo individualista, questo elemento del pensiero popolare era antitetico allo
statalismo dell’Europa contemporanea. La seconda differenza era l’idea degli Stati Uniti
come “esperimento sociale”. Nonostante le profonde contraddizioni, in particolare il razzismo
virulento associato alla storia dello schiavismo americano, questa idea rifletteva la visione
degli Stati Uniti come luogo di nuove opportunità, in cui le persone, provenienti da ogni dove,
potevano rifarsi una vita dal nulla.
Woodrow Wilson, Presidente degli Stati Uniti dal 1913 al 1921, era politicamente e
intellettualmente fedele a questa visione del particolarismo americano, pur essendo un bianco
del sud, tendenzialmente favorevole a un’interpretazione della storia americana dopo la
Guerra civile simile a quella illustrata in The Birth of a Nation (1915), il famigerato film a
favore del Ku Klux Klan di D. W. Griffith. Le persone, anche se intellettuali di spicco, non
sempre sono coerenti. Wilson era fautore di una “missione” americana nel mondo. Egli
credeva che l’assetto territoriale degli Stati Uniti fosse completo, una volta raggiunto il
Pacifico e definite delle frontiere sufficientemente stabili con il Canada e il Messico.
L’America era divenuta ora un “modello” per il resto del mondo: “quante più democrazie vi
erano nel mondo, tanto più si sarebbe diffusa l’egemonia ideologica dell’America.
Un mondo dominato dal capitalismo liberal avrebbe rappresentato l’estrema difesa della
Repubblica americana” (Perlmutter 1997, 32). Le conseguenze più importanti di questa
ideologia sarebbero state la Società delle Nazioni (l’ultimo dei famosi Quattordici punti
wilsoniani ai trattati di pace di Versailles) e le politiche mondiali volte a garantire la sicurezza
collettiva attraverso i trattati internazionali. Ma Wilson non era un politico innocente:
“Wilson fu uno dei primi presidenti americani machiavellici. Pur sembrando ingenuo,
moralista ed evangelico, fu il primo a compiere azioni americane segrete, e i suoi interventi in
Messico nel 1913 e nella Rivoluzione russa nel 1919 dimostrano quanto questo professore di
scienze politiche di Princeton non fosse certo un santo” (Perlmutter 1997, 34).
In questo contesto nacque una vera e propria geografia politica americana, associata
innanzitutto alla figura di Isaiah Bowman (1878-1950). Primo consigliere territoriale della
delegazione americana alla Conferenza di pace di Parigi nel 1919, direttore della American
Geographical Society e, dopo il 1935, presidente della Johns Hopkins University, Bowman
spostò l’attenzione della geografia politica dalle discussioni generiche e in gran parte
speculative sulla statualità alla struttura empirica dei territori dello Stato. Nell’opera di
Bowman si rilevano due influenze cruciali: l’esperienza americana come modello per il
mondo intero, l’idea che la Prima guerra mondiale fosse stata il disastroso prodotto del
44
militarismo competitivo, i cui problemi irrisolti avrebbero dovuto essere affrontati mediante
una “pace scientifica” (N. Smith 2003, 113). Nel suo libro The New World: Problems in
Political Geography, pubblicato la prima volta nel 1921, Bowman si occupò in particolare
delle conseguenze di quel conflitto, e propose uno schema comune (che comprendeva confini,
condizioni economiche, problemi politici pressanti, demografia e così via) per analizzare
ciascuno dei 35 Paesi e regioni mondiali, in altre parole un dizionario geografico delle
condizioni politicamente rilevanti nel mondo di allora.
The New World rappresentava tanto una ricapitolazione della vecchia geografia statuale del
XIX secolo quanto una reazione contro il determinismo ambientale di Ellsworth Huntington e
altri “neo-ratzeliani” americani. Infatti sembra che Bowman rimase ambiguo rispetto a quanto
allontanarsi dal determinismo ambientale nel quale pure si era formato ad Harvard
(Livingstone 1992, 250). Fu tuttavia assegnando particolare importanza alla “neutralità”
scientifica del naturalismo, piuttosto che al ruolo specifico di questo o quel fattore biologico
in sé, che egli lasciò un segno profondo nella geografia politica. In questo senso Bowman fu
uno dei primi policy scientists americani, che metteva a disposizione la propria conoscenza
come problem-solver per gli “interessi nazionali” americani.
L’approccio “inventariale” sviluppato da Bowman diventò un classico nei libri di testo
pubblicati dagli anni Venti fino alla Seconda guerra mondiale, a dimostrazione dell’influenza
duratura che egli esercitò sulla disciplina (vedi ad esempio Boggs 1940; Pearcy e Fifield
1948). Pur essendo scritto da una prospettiva americana, il libro di Bowman affrontava i
problemi emersi in conseguenza dei cambiamenti radicali nelle caratteristiche strutturali degli
Stati (nuovi confini, nuove distribuzioni etniche, nuovi modelli di comunicazione, ecc.) da un
punto di vista pratico, offrendo non speculazioni teoriche ma soluzioni ai problemi reali del
mondo. Faceva dunque appello all’immaginario pragmatico di molti americani e, al tempo
stesso, era funzionale al progetto di offrire un “nuovo ordine mondiale” in cui i problemi
sarebbero stati risolti razionalmente (cioè non militarmente) attraverso l’applicazione di una
conoscenza sistematica. Durante la Seconda guerra mondiale, Bowman sostenne con forza
l’idea che, una volta terminato il conflitto, il colonialismo europeo dovesse rientrare o essere
comunque limitato (N. Smith 1994, 2003).
L’orientamento generale di Bowman venne sviluppato ulteriormente da altri, ad esempio
Derwent Whittlesey (ad Harvard), Stephen Jones (a Yale) e Richard Hartshorne
(all’Università del Wisconsin), con la differenza che questi studiosi interpretarono gli “area-
studies politici” non in termini totalmente descrittivi ma piuttosto come casi speciali di
regioni definite mediante processi politici, come ad esempio “il marchio dell’autorità
centrale” (Whittlesey) o le “forze centripete e centrifughe” (Hartshorne). Ciò che unì queste
figure fu il rifiuto del determinismo, in contrapposizione a una concenzione in cui le
condizioni ambientali erano viste solo come influenti ma non determinanti, e una preferenza
per l’espansione commerciale di stampo americano in antitesi con l’imperialismo su base
territoriale di matrice europea.
Tuttavia le analogie fisico-biologiche applicate alla politica mondiale continuarono a essere
usate in alcuni scritti, in particolare nei libri di testo.
Ad esempio, Samuel Van Valkenburg, professore di geografia alla Clark University di
Worcester, Massachusetts, pubblicò nel 1939 un libro di testo dedicato a Isaiah Bowman. Nel
libro egli espresse opinioni piuttosto favorevoli sull’influenza della geografia politica nella
Germania del tempo, nonostante si dichiarasse “un risoluto sostenitore della democrazia”
(Van Valkenburg 1939, viii); diede priorità all’“elemento fisico” nella geografia politica
(considerandolo più importante degli elementi economico e umano); usò la Francia come
“esempio” di geografia politica, dedicando un’intera sezione del libro alle “colonie” e
adattando la “teoria degli stadi”, elaborata dal geografo fisico di Harvard William Morris
Davis, al “pattern politico del mondo” (vedi figura 3.4). La teoria degli stadi pare oggi più
uno strumento descrittivo che una spiegazione. Van Valkenburg utilizza proprio il termine
“spiegazione”, e tuttavia sembra eluderla completamente dopo averla menzionata (vedi la
citazione più sotto). Si spera che gli studenti dell’epoca abbiano colto tale scarsa convinzione.
45
CITAZIONI DA THE NEW WORLD (EDIZIONE 1928)
DI ISAIAH BOWMAN
Per affrontare i problemi di oggi, gli uomini al governo degli Stati Uniti non solo hanno
bisogno di innato buon senso e del desiderio di trattare gli altri lealmente. Essi hanno bisogno,
più di ogni altra cosa, di studiare i materiali storici e geografici che sono andati a costituire
quella rete di fatti, rapporti e tradizioni che chiamiamo politica estera. Dato che non
abbiamo formato un personale esteri permanente, i nostri principi amministrativi sono ancora
antiquati. Quindi anche le nostre intenzioni più nobili spesso falliscono… (p. iii).
Di fronte agli eventi storici del periodo in cui viviamo, è ragionevole pensare che venga data
maggiore attenzione non alla guerra mondiale e ai trattati di pace che l’hanno conclusa – per
quanto ricercati, complessi e rivoluzionari si siano rivelati i termini stabiliti nei trattati stessi –
ma semmai al profondo cambiamento che ha avuto luogo negli atteggiamenti mentali e
spirituali dei popoli che compongono questo nuovo mondo. Si è affermato uno spirito critico
che vuole indagare sulle cause, sfidare il mondo ereditato dal passato, e che ha una profonda
diffidenza verso molte delle istituzioni esistenti. Gli effetti della guerra sono stati di portata
talmente vasta che gli uomini si sono trovati di fatto in un nuovo mondo… (p. 1).
L’amore per la patria non implica l’odio per gli altri Paesi. Il patriottismo dovrebbe esprimersi
nell’orgoglio per gli ideali del proprio Paese. Se esso ha un sistema avanzato di leggi e ordine,
di cooperazione regionale, di buona volontà internazionale; se ha protetto i deboli e sostenuto
le arti della pace; se la sua influenza è stata benefica – ecco, tutte queste sono cose di cui si
può essere fieri. Ma il patriottismo cieco attaccabrighe rappresenta oggi una delle cose più
pericolose nel mondo, proprio perché il mondo è ormai altamente organizzato e la guerra
colpisce il processo cooperativo, lo spirito e gli strumenti stessi dell’organizzazione mondiale
(pp. 5-6).
Esiste una spiegazione della stabilità e dell’instabilità politica? Il mondo attuale offre molti
esempi di Paesi che vogliono attuare cambiamenti politici, mentre altri sembrano soddisfatti
delle condizioni esistenti e difendono lo status quo. Le espressioni “have countries” e “have-
not countries” sono ben note, così come lo è la tendenza di alcuni degli “have-nots” a
diventare “haves”. Tale divisione degli Stati in due gruppi non è soddisfacente, perché diversi
“have-nots” sembrano perfettamente soddisfatti, mentre alcuni degli “haves” vogliono di più.
46
L’autore, perfettamente consapevole dei rischi insiti nelle generalizzazioni, ha comunque il
coraggio di presentare un’altra spiegazione per le interrelazioni fra Paesi e i cambiamenti
dell’ordine politico mondiale. Questa spiegazione si basa sul ciclo dello sviluppo politico
delle Nazioni, suddiviso in quattro stadi e cioè la giovinezza, l’adolescenza, la maturità e la
vecchiaia (vedi figura 3.4). Dopo il completamento, il ciclo si può rinnovare, possibilmente
con un cambiamento dell’estensione politica, mentre può anche essere interrotto in qualsiasi
momento e fatto regredire a uno stadio precedente. L’elemento del tempo (la durata di ogni
stadio) varia notevolmente da Nazione a Nazione e dipende dal carattere dello Stato; dunque
non è possibile fare alcuna previsione relativa al passaggio da uno stadio all’altro… (p. 5).
Se l’aumento delle dimensioni fisiche di uno Stato era secondo Ratzel una conseguenza della
maggiore “vitalità” nazionale, secondo Rudolf Kjellén (1864-1922), il politologo svedese che
per primo impiegò il termine “geopolitica”, esso era il risultato logico di un’inevitabile
competizione fra Stati per il potere. Questa idea e altre simili, ad esempio quella di “istinto
geopolitico” che collegava le popolazioni nazionali ai loro Stati, attrasse l’attenzione di alcuni
geografi tedeschi del primo dopoguerra. Attivi negli ambienti nazionalisti e poi nazisti, questi
geografi, riuniti intorno alla rivista Zeitschrift für Geopolitik, diedero vita alla cosiddetta
“scuola geopolitica tedesca”. Pur non essendo una scuola in senso proprio, essa unì il concetto
ratzeliano di Stato-organismo, rielaborato da Kjellén, al modello strategico globale di
Mackinder. Questo letale abbinamento di idee piacque al caposcuola Karl Haushofer (1869-
1946) e ai suoi seguaci perché offriva una semplice spiegazione e un’apparente soluzione alla
pesante condizione vissuta dalla Germania dopo la Prima guerra mondiale. Da un lato, i
termini imposti alla Germania dopo la sua sconfitta non prendevano assolutamente in
considerazione la minaccia che essa aveva a lungo rappresentato per la Gran Bretagna e per lo
status quo globale. Dall’altro lato, l’espansione della Germania in quanto Stato densamente
popolato a scapito dei vicini meno vitali veniva giustificato dalla sua necessità di spazio
vitale, o Lebensraum, inteso come diritto e dovere dello Stato di “provvedere a uno spazio e a
risorse vasti per il proprio popolo” (Harwig 1999).
Uno dei modelli formali ideati da Haushofer e dai suoi colleghi raggruppava i popoli
imperiali e quelli colonizzati all’interno di cosiddette “pan-regioni”. Per quanto elaborato, al
fine di un possibile superamento dell’effettiva distribuzione globale del potere in quel
momento, questo esercizio cartografico di fatto esprimeva in forma estrema l’assunzione,
47
allora molto diffusa, che il mondo fosse costituito da raggruppamenti razziali facilmente
suddivisibili in due “tipi” di popoli. Gli uni (i colonizzati) esistevano per servire gli altri (i
colonizzatori) (vedi figura 3.5).
Una tendenza comune per illustrare le credenziali naturaliste di quanto proponevano era l’uso
di cartografie che mostravano la lotta darwiniana (così come appariva loro) tra Grandi
Potenze da un lato, e Stati più piccoli dall’altro, che costituivano sia le loro potenziali prede,
sia un cordon sanitaire per tenere a bada gli avversari. Le frecce erano usate per mostrare i
“punti di pressione” più probabili di cui le Grandi Potenze potevano disporre per combattersi
tra loro e contro gli Stati più piccoli. Molta della cartografia politica dell’epoca assunse questa
forma dinamica.
L’influenza politica di Haushofer e della sua scuola, il loro debito nei confronti di Ratzel e
altri, e il ruolo della geografia politica tedesca nel discorso che puntava ad annichilire ebrei e
popoli colonizzati sono ancora fonte di grande dibattito (ad esempio W. D. Smith 1986;
Danielsson 2009). Anche se l’arrivo dei nazisti al potere nel 1933 e il successivo regime
totalitario diedero un certo prestigio alla Geopolitik, i principi di quest’ultima non erano
esattamente conformi al sempre più stridente razzismo e antisemitismo del regime. Anzi, la
Geopolitik caldeggiava un’alleanza con l’Unione Sovietica (realizzata brevemente a partire
dal 1939 ma poi infranta dall’invasione tedesca dell’Unione Sovietica nel 1941), immaginava
l’Europa centrale come una federazione multietnica e, almeno fino agli anni ’30, dava ben
poca attenzione alla “questione razziale”. (Del resto, sarebbe stato difficile per Haushofer
assumere le posizioni antisemite di Hitler, se si considera che sua moglie era ebrea). Anche
se gettarono le basi per una stridente logica Stato-centrica associata a concetti come quello di
Lebensraum, difficilmente queste idee possono essere considerate fondative della politica
nazista. Semmai, ad avere una maggiore influenza sul nazismo, furono altri geografi tedeschi,
ad esempio Albrecht Penck, con la loro enfasi sulla necessità di “unificare” le sacche sparse
di insediamenti di etnia tedesca a est, di definire delle frontiere “naturali” per la Germania più
realistiche di quelle di Weimar (successive alla Prima guerra mondiale), e di trasformare la
Germania dallo Stato borghese quale era diventato in un Völkisch Reich rivitalizzato. Tuttavia
anche Penck non arrivò a proporre la miscela fatale di antisemitismo, purezza razziale,
antibolscevismo (anti-comunismo) e Lebensraum come concetto razziale che Hitler, ideatore
e custode del pensiero nazista, perseguì.
Ciò che Haushofer, da un lato, e Penck, dall’altro, avevano in comune con i nazisti e gli altri
nazionalisti tedeschi, era un risentimento verso i termini imposti alla Germania dal Trattato di
Versailles – in particolare le riparazioni economiche e i “riaggiustamenti” dei confini, come il
“corridoio di Danzica” in Polonia e la restituzione dell’Alsazia-Lorena alla Francia – e le
ripercussioni negative che questi ebbero sulla società tedesca. Essi utilizzarono idee
geografiche per articolare le proprie preoccupazioni nazionaliste. Penck (1916, p. 227)
esemplificò la loro posizione molto chiaramente quando scrisse: “La conoscenza è potere, la
conoscenza geografica è potere sul mondo”. Eppure Haushofer credeva ugualmente, come
Ratzel e Mackinder prima di lui, che le sue idee geopolitiche avessero una validità più
generale. In questo egli fu un vero erede della strana alleanza fra conoscenza naturalizzata e
intento idealista, che già apparivano nella geografia politica di Ratzel. Egli non si considerava
semplicemente un propagandista per una Germania espansionista. Claude Raffestin (2001)
sostiene ragionevolmente che l’ontologia politica amico-nemico, elaborata da Carl Schmitt,
fosse alla base della cartografia geopolitica realizzata da Haushofer e dai suoi collaboratori.
L’uso di simboli geometrici e frecce non solo riduce luoghi e punti a un piano di “politica
pura” (per usare un termine schmittiano); esso aspira inoltre a rendere universali quelle che
altrimenti apparirebbero come carte che rappresentano la situazione “unica” della Germania.
Rispetto alla traduzione della geografia in strategia, il punto di vista delocalizzato e quasi
“divino” implicito nelle carte usate dai geopolitici tedeschi rappresentava un tentativo di
prevedere l’equilibrio di potere fra Stati rivali piuttosto che un tentativo di analizzare i
contesti geografici di tali Stati nella loro complessità (Raffestin 2001, p. 32).
In altri Paesi, come il Giappone e l’Italia, che dopo la Prima guerra mondiale avevano
risentimenti simili alla Germania rispetto al proprio status nel contesto globale, si
svilupparono forme analoghe di pensiero geopolitico. In Italia la dittatura fascista di
48
Mussolini fu ispirata dal risentimento per la sistemazione territoriale nell’Europa del
dopoguerra e dall’idea di ricreare l’antico Impero romano nell’Italia del XX secolo (Gambi
1994). “La nuova Italia deve essere pronta a riaffermare con coraggio il suo ruolo storico al
centro di una nuova Europa” (Heffernan 1998, 139). È interessante notare che ci volle tempo
prima che si sviluppasse una geopolitica italiana autonoma: infatti la prima rivista dedicata
esclusivamente alla geopolitica italiana venne pubblicata solo nel 1939. Ciò fu in parte dovuto
alle divisioni interne fra ideologi fascisti riguardo alla relativa importanza da accordare
all’eredità romana e all’espansionismo territoriale rispetto alla creazione di un’economia
nazionale più autosufficiente. Ciò rispecchiava inoltre l’incoerenza del fascismo come
ideologia che si definiva più in termini di opposizione a qualcosa – antisocialista,
antidemocratica, antiparlamentare, ecc. – che non in termini di una posizione precisa. Infine,
ciò indicava che il fascismo italiano aspirava alla leadership europea attraverso la diffusione
del fascismo nelle altre Nazioni del continente. Sia la geopolitica tedesca che il nazismo non
ebbero mai, e non avrebbero mai potuto avere, la stessa aspirazione.
Diversamente dalla Geopolitik, la geopolitica italiana era più mediterranea che eurasiatica o
globale, si asteneva da qualsiasi argomento razziale e tendeva a mettere l’accento sul
fascismo come ideologia che gli altri Paesi potevano adottare piuttosto che sulla “superiorità”
nazionale italiana. Con i tedeschi aveva in comune lo stile di presentazione, in particolare
l’uso di cartografie suggestive che ponevano in una luce estremamente positiva le
rivendicazioni territoriali italiane, e un’affinità, da parte di alcuni gerarchi fascisti, per alcuni
elementi del passato romano e della sua eredità imperiale, che assumevano una valenza quasi
mistica. Una delle figure di spicco della geopolitica italiana, Ernesto Massi, dopo la Seconda
guerra mondiale si riabilitò nell’ambito della geografia italiana, divenendo presidente della
Società Geografica Italiana. Anche se continuò a essere attivo nel movimento neofascista
italiano, si adattò alla “nuova Europa” diventando un fautore dell’unificazione europea e del
ruolo dell’Italia al suo interno. Infatti, colonialismo a parte, la vecchia visione fascista
dell’Europa e la nuova Europa potrebbero non essere così lontane, soprattutto se quest’ultima
non riuscirà a democratizzarsi adeguatamente. Massi non dovette cambiare molto la sua
opinione per trovare posto nella geografia politica italiana del dopoguerra. Haushofer, dal
canto suo, avrebbe incontrato molte più difficoltà.
In modo non dissimile da quella europea, la geografia accademica in Giappone iniziò a
svilupparsi alla fine del XIX secolo, proprio quando il Paese stava iniziando a proiettare le
proprie ambizioni imperiali all’estero. Dopo la restaurazione Meiji, l’insegnamento della
geografia aveva assunto un ruolo importante nella costruzione dell’identità giapponese,
nell’immaginario popolare. Tuttavia nel contesto del forte orientamento verso l’Occidente che
caratterizzava il Giappone dell’epoca, le idee della geopolitica occidentale divennero centrali.
Lo stesso Ratzel aveva avuto un prolungato interesse per il Giappone (Miyakawa 2001), come
anche i geopolitici tedeschi degli anni Venti. Le loro idee si diffusero rapidamente in
Giappone, dove si radicarono saldamente, soprattutto nei circoli militaristi.
Date le enormi perdite umane sostenute da entrambe le parti a seguito dell’invasione
giapponese della Manciuria cinese del 1931-32 (progettata a beneficio dell’industria
nazionale e per distogliere l’attenzione dai problemi economici e sociali interni), concetti
tedeschi come quello di Lebensraum offrirono al governo un pretesto comodo da opporre alle
preoccupazioni domestiche e alla vasta condanna internazionale che l’invasione aveva
provocato (Takeuchi 1994). Alla fine degli anni Trenta la geopolitica era divenuta popolare,
con un certo numero di “scuole”, come la scuola di Kyoto, largamente orientata verso una
distinta versione della geopolitica centrata sul Giappone, che rifiutava il determinismo
ambientale e proponeva la creazione di una “sfera di co-prosperità della Grande Asia
Orientale”. Un’altra scuola era costituita da accademici che si ispiravano alla geopolitica
tedesca per giustificare l’espansione imperiale del Giappone. Subito prima dell’inizio della
guerra nel Pacifico, questi gruppi si unirono con altri dotati di un background più critico per
creare la nuova Società di Geopolitica Giapponese, inaugurata nel 1941. Secondo Takeuchi,
l’eterogenea composizione di questa Società si rifletteva nella mancanza di una ideologia e
una metodologia coerenti. Nondimeno i loro argomenti apparentemente “esercitarono una
qualche influenza sui burocrati e sugli organismi amministrativi responsabili delle politiche
49
belliche”. La Società pubblicava una rivista che trattava argomenti che andavano dagli aspetti
spaziali delle strategie della guerra nel Pacifico e dalle descrizioni delle aree occupate a studi
“condotti in nome dell’efficienza economica e della pianificazione regionale a vasta scala
nella sfera autarchica dell’Asia orientale” (Takeuchi 1994, 200). Takeuchi spiega che alcuni
dei suoi critici iniziali furono drasticamente limitati dalla natura totalitaria del regime
giapponese. Ad esempio Keishi Ohara fu licenziato dal suo posto di docente nel 1937, per
avere tra l’altro criticato la naturalizzazione della geopolitica e la sua visione organica dello
Stato. Alla fine della Seconda guerra mondiale, un Giappone demilitarizzato, occupato dagli
Stati Uniti e con un imperatore deprivato del potere politico, purgò i suoi geopolitici più
eminenti, più per la loro influenza sociale che per qualsiasi preoccupazione sul significato
delle loro teorie.
Sia nella versione mackinderiana che nelle versioni successive influenzate da Ratzel e
Kjellén, la geopolitica non mancò mai di oppositori. Secondo alcuni di essi, le interpretazioni
“ortodosse” erano fallaci. Il politologo olandese-americano Nicholas Spykman (1944), ad
esempio, ribaltò la logica di Mackinder, sostenendo che fosse il controllo del rimland
eurasiatico ad essere cruciale e non quello dello Heartland. Altri ritenevano invece
che l’America settentrionale fosse il nucleo globale emergente, in particolare dopo l’avvento
della potenza aerea (ad esempio de Seversky 1950). Durante il secondo conflitto mondiale vi
furono molti appelli per l’elaborazione di una geopolitica “americana” da contrapporre a
quella tedesca che sosteneva i vantaggi strategici di un’America settentrionale “insulare”.
Karl Wittfogel (1896-1988), marxista tedesco e più tardi autore di Oriental Despotism (1957),
criticò la geopolitica per il fatto che ignorava il contesto economico delle politiche delle
grandi potenze e non coglieva il vero peso dei “fattori naturali” nel determinare il carattere
dello sviluppo politico-economico. Il suo obiettivo, tuttavia, era di preparare una geopolitica
marxista alternativa alle geopolitiche nazionaliste. Dopo la Seconda guerra mondiale un
propositore molto più autorevole di una geopolitica in una prospettiva americana fu Edmund
Walsh. Egli combinò il suo ruolo di docente dei futuri diplomatici americani alla Georgetown
University di Washington DC (cattolica e gestita dai gesuiti) con la sua profonda antipatia per
la Rivoluzione russa e la “marcia globale del comunismo mondiale”, per adottare le sue stesse
parole. Interpretando il conflitto fra Stati Uniti e Unione Sovietica in termini religiosi e
apocalittici, Walsh cercò di convincere gli strateghi e i diplomatici americani che quello non
era semplicemente un conflitto fra potenze secolari ma “una lotta fra due grandi moralità
opposte” (Walsh 1952 citato in Gallagher 1962, 142; vedi anche Ó Tuathail 2000b).
Secondo altri ancora, la geopolitica era una mutazione maligna della geografia politica. In
Francia, i numerosi allievi di Vidal de la Blache erano particolarmente ostili alla geopolitica
(G. Parker 2001). Essi erano convinti che gli Stati non potessero essere studiati isolandoli dal
resto dei fenomeni della geografia umana (città, agricoltura, commercio, ecc.). Sostenevano
inoltre che gli Stati rispecchiassero le Nazioni che pretendevano di rappresentare e fossero
soggetti a cambiamenti di scopo e attività nella misura in cui i flussi di popolazione, il
commercio e altri sviluppi minavano ed erodevano i confini consolidati fra gli Stati. In questa
prospettiva, anche i fattori fisici erano soggetti a cambiamenti di ruolo. Ad esempio, secondo
Albert Demangeon (1872-1940), uno degli allievi di Vidal, per gran parte della propria storia
il Reno aveva rappresentato più un fattore di unità che una frontiera internazionale
(Demangeon e Febvre 1935).
Per Yves Marie Goblet (1934) il costante cambiamento e la fluidità della carta politica
mondiale indicavano che fosse erroneo trattare gli Stati esistenti come entità permanenti,
senza considerare le forze di interdipendenza che causavano cambiamenti nello schieramento
delle Nazioni e degli Stati, forze di cui tutti erano consapevoli ma che nessuno sembrava
teorizzare. La geografia politica doveva quindi concentrarsi sulla diversità delle
configurazioni politiche territoriali storiche e geografiche, piuttosto che su uno Stato ideale.
La geopolitica negava tale varietà e giustificava l’ampliamento territoriale da parte dei grandi
50
Stati a scapito dei piccoli. Un altro degli allievi di Vidal, Jacques Ancel (1882-1943), tuttavia,
pensava che il termine geopolitica dovesse essere espropriato e usato in altro modo. Secondo
Ancel (1936), la geopolitica non era qualcosa di distinto e separato, ma piuttosto un ramo
della geografia politica stessa: una “geografia politica esterna”. Egli affermò l’idea di
contrapporre la geografia politica alla geopolitica, sostenendo che la geografia politica
francese era carente nella disamina della struttura interna degli Stati e si concentrava invece
troppo sul colonialismo, sulla competizione fra grandi potenze e sull’organizzazione
geografica della politica internazionale. Per molti aspetti il punto sollevato da Ancel sarebbe
accettato dalla maggior parte dei geografi politici contemporanei, ma a quel tempo la sua voce
rimase estremamente isolata, salvo che per Owen Lattimore, uno specialista della Cina e delle
sue frontiere asiatiche interne che, sia pure con un registro differente e senza far ricorso a
etichette, sostenne argomenti simili per gli Stati Uniti (ad esempio Lattimore 1940).
Negli Stati Uniti, Bowman (1942) teneva a sottolineare con forza la differenza fra la sua
geografia politica “neutrale” e “oggettiva” e la geopolitica “rozzamente di parte”. Tuttavia la
sua geografia politica era fortemente impegnata nella causa “partigiana” degli Stati Uniti.
Bowman e molti altri geografi universitari svolsero un ruolo importante nello sforzo bellico
americano (Kirby, 1994), ma la retorica della scienza come base per la prescrizione di
politiche fu vitale sia alla carriera di Bowman sia all’immagine della geografia che egli
propose nel contesto universitario americano. Egli dovette quindi rinnegare la geopolitica.
Eppure, così facendo, rinnegava l’idea stessa che la geografia politica potesse avere qualcosa
di sistematico da dire sulla politica mondiale, semplicemente perché la geografia politica di
Bowman non comprendeva i temi che la geopolitica, per quanto problematicamente e
inadeguatamente, cercava di affrontare. Una possibilità era rappresentata dalla geopolitica
alternativa di Ancel; un’altra dall’approccio storicista alla geografia politica introdotto da
Whittlesey. Entrambe erano però anatema per Bowman, in quanto si allontanavano
dall’istanza della conoscenza naturalizzata sulla quale egli aveva costruito la propria autorità
di “scienziato”. Sfortunatamente tale autorità era la stessa rivendicata da Haushofer e dalla
sua cerchia in Germania. Come Livingstone ha appropriatamente osservato: “La frontiera
territoriale fra scienza e politica fu uno di quei confini che Bowman non riuscì mai a
tracciare” (Livingstone 1992, 253).
Nonostante la loro mobilitazione in tutto il mondo per lo sforzo bellico della Seconda guerra
mondiale, raramente geografi di quasiasi tipo riuscirono ad avere un impatto sullo
svolgimento della guerra o sulle politiche del dopoguerra. Due eccezioni sono Mackinder e
Bowman, nel caso di quest’ultimo grazie alla sua reputazione come consigliere di Wilson
durante la Prima guerra mondiale e alla Conferenza di Pace di Parigi. Bowman non tentò
soltanto di smantellare i fondamenti della Geopolitik tedesca con il suo articolo del 1942.
Dopo che lo storico militare Edward Mead Earle ristampò in quello stesso anno l’articolo di
Mackinder Democratic Ideals and Reality del 1919, Bowman ebbe l’idea di chiedere al
geografo britannico in pensione di considerare se il suo concetto strategico di Heartland
avesse perso di significato, tenuto conto delle nuove condizioni implicate dalla moderna
guerra e in vista dei futuri trattati di pace. In un articolo pubblicato sulla rivista Foreign
Affairs, Mackinder (1943) affermò che il concetto era ancora più utile di quanto non lo fosse
stato venti o quarant’anni prima (vedi figura 3.3). Continuando a sottolineare l’importanza
della posizione centrale della Russia in Eurasia, non solo egli ne anticipò il futuro ruolo
egemonico, ma portò pure l’attenzione sul fatto che nel dopoguerra un’alleanza tra Stati Uniti,
Gran Bretagna e Francia avrebbe potuto evitare qualsiasi futuro attacco tedesco a occidente,
mentre la Russia avrebbe potuto evitarlo a oriente. In effetti, queste potenze assunsero il
controllo del potere a Berlino e in Germania nel 1945, anche se, dopo l’inizio della Guerra
fredda, la possibilità di cooperazione tra Stati Uniti e Unione Sovietica non avrebbe certo
potuto realizzare le speranze espresse da Mackinder nel 1943 durante il momento più critico
della guerra. Nondimeno quell’articolo potrebbe aver contribuito a influenzare il concetto di
51
un’alleanza strategica Nord Atlantica, della quale dal 1949 la NATO divenne traduzione
pratica.
Intanto il “geografo di Roosevelt” (Bowman) continuò a lavorare durante la guerra per il
Dipartimento di Stato, oltre che su questioni top-secret come consulente del governo e nella
pianificazione postbellica, su una serie di questioni chiave: la divisione della Germania, alla
quale egli si oppose senza successo; la decolonizzazione degli imperi britannico e francese,
sulla quale, nonostante alcune differenze, egli condivideva la visione del presidente Roosevelt
della loro importanza economica per quello che Neil Smith ha ironicamente chiamato il
“lebensraum americano” (2003, 371). In effetti Smith ha interpretato il principale contributo
di Bowman come geografo politico alle due guerre mondiali, ai diversi presidenti degli Stati
Uniti, e ai trattati di pace come indicativo del “preludio” alla globalizzazione americana, un
approccio alla potenza mondiale più economico che territoriale. Secondo Smith (2003, 319),
il fiore all’occhiello della sua opera durante la guerra “fu senza dubbio la creazione
dell’ONU, largamente considerata come una seconda chance verso una organizzazione
politica internazionale dopo il fallimento della Società delle Nazioni, sia in Europa sia al
Senato americano”.
Se Mackinder e Bowman furono due geografi eccezionalmente di successo dal punto di vista
dell’impatto delle loro idee e della loro opera, meno eccezionale ma pur sempre importante fu
il contributo di molti altri geografi alla guerra, dato che ogni Paese coinvolto nel conflitto
aveva i suoi “servizi” geografici. Tuttavia, esso fu ovviamente diverso a seconda dei Paesi.
Nell’Unione Sovietica, i geografi furono pienamente mobilitati solo dopo il 1941, sotto la
direzione dell’Istituto di Geografia dell’Accademia delle Scienze dell’URSS e in
cooperazione con l’antica Società Geografica Russa. Il loro contributo allo sforzo bellico fu
duplice: da un lato fornirono conoscenze geografiche sulle aree dove l’Armata Rossa era
impegnata a combattere (incluse Romania, Ungheria, Germania, Norvegia, Finlandia,
Turchia, Afghanistan e Turkestan cinese); dall’altro “la difesa in profondità tradizionalmente
adottata dai russi richiedeva che tutte le risorse nelle retrovie fossero mobilitate appieno e nel
modo più razionale” (Gottmann 1946b, 161). Forse il contributo più notevole dei geografi
sovietici fu lo studio di come mobilitare per lo sforzo bellico le risorse economiche negli
Urali, in Siberia e soprattutto in Kazakistan (Hooson 1964). In quest’ultimo caso fu intrapreso
un enorme sforzo cartografico che divenne la base del maggiore esperimento di pianificazione
regionale mai tentato all’epoca.
Francia e Stati Uniti offrono differenti storie del servizio prestato dai geografi in tempo di
guerra, che meritano forse qualche dettaglio in più. In Francia, il periodo 1939-1945 vide
succedersi la guerra, la sconfitta, l’occupazione nazista e la liberazione. Tra il settembre 1939
e il giugno 1940, un gruppo scientifico operava presso la sezione geografica dello Stato
maggiore francese sotto la direzione di André Cholley. Dopo la sconfitta, l’intensa attività
cartografica pianificata dal servizio geografico dell’esercito francese fu sospesa e lo stesso
ufficio venne smilitarizzato e ribattezzato Institut National Géographique. La maggior parte
della nuova cartografia fu allora prodotta dal servizio cartografico africano dell’esercito, che
continuò il lavoro sul campo per alcuni anni, specialmente nel Sahara. Durante l’occupazione,
e con il Paese diviso in due amministrazioni, due generazioni di geografi francesi pagarono un
pesante tributo alla guerra, soprattutto considerando che “la tradizionale rivalità tra le scuole
francese e tedesca li rendeva maggiormente esposti rispetto ad altri casi” (Gottmann 1946a,
80). Nella prima generazione di vidaliani, Demangeon e Sion morirono subito dopo la
débacle. Molti furono arrestati dalla Gestapo e incarcerati o deportati nei campi di
concentramento. Jacques Ancel morì dopo essere stato detenuto a Drancy, mentre Musset
sopravvisse a due anni trascorsi nell’infame campo di Buchenwald. Tra i “nipoti” di Vidal,
alcuni guidarono la resistenza, come Pierre Gourou di Bordeaux, vice presidente del Comitato
regionale di liberazione, mentre altri sfuggirono all’arresto, come Gottmann, che si rifugiò
negli Stati Uniti, dove si unì a La France Libre di De Gaulle e lavorò per l’intelligence
americana. Dopo lo sbarco alleato in Normandia rientrò in Francia, mentre da Algeri altri
geografi svolsero ugualmente un ruolo attivo nello sforzo bellico. Durante l’occupazione, la
geografia politica francese ovviamente rimase indietro. Per recuperare rispetto agli sviluppi
avvenuti in molti Paesi belligeranti e rilanciare la disciplina, nel 1945 fu creata una cattedra di
52
geografia politica alla Sorbona. In effetti durante la guerra l’unica cattedra di geografia
economica e politica era quella del Collège de France, tenuta da André Siegfried, che aveva
sospeso la sua serie di studi sulle democrazie anglosassoni per pubblicare nel 1943 una
geografia umana e politica del Mediterraneo.
Nonostante tutte le difficoltà, la guerra non interruppe la produzione scientifica francese, e
furono pubblicati nuovi studi regionali, specie sulle colonie francesi, dal Maghreb
all’Indocina, oltre che su quelle di altri Paesi. Sul piano più teoretico, la geografia francese si
stava avvicinando alla biologia e alla sociologia. Alla volta del 1945 l’esigenza di una
“geografia sociale” divenne comune tra i geografi francesi. La geografia politica fu eclissata.
Gottmann che tentava di gettare un ponte tra gli Stati Uniti e la Francia, riteneva che essa
stesse echeggiando gli sviluppi americani, dove Bowman scriveva: “Ogni geografo deve
essere educato a comprendere la struttura delle società umane, come funzionino, perché il
sistema sociale ed economico di una nazione è espressione della conoscenza, dell’idealismo,
degli standard e del dinamismo del suo popolo. E’ questo in effetti il principale impianto
energetico nazionale” (Bowman 1945, 214).
Negli Stati Uniti i geografi godevano ovviamente di una situazione piuttosto diversa rispetto
ai loro colleghi francesi, e non solo perché studiosi come Bowman erano consultati dal
Dipartimento di Stato e dallo stesso presidente. Durante la guerra, ogni disciplina accademica
partecipava allo sforzo bellico e anche la geografia fu particolarmente attiva. Nell’estate del
1943, 224 specialisti della disciplina erano impiegati a tempo pieno nella Capitale, e un certo
numero part-time, al punto che si diceva vi fossero più geografi a Washington di quanti non
ve ne fossero mai stati in qualsiasi altra città. Secondo Chauncy D. Harris (1997), la loro
capacità di fornire informazioni su luoghi specifici era particolarmente preziosa per l’Office
of Strategic Services (OSS), il Ministero della Guerra, la Foreign Economic Administration, il
Board on Geographic Names, e il Dipartimento di Stato. Oltre metà di essi lavorava per
l’intelligence, raccogliendo dati o analizzando foto e cartografie. E la maggior parte di essi
proveniva dalle Università di Chicago e Clark, ma anche dalle università della California, del
Michigan e del Wisconsin. Richard Hartshorne, proveniente da quest’ultima, dirigeva un
gruppo di settantasette geografi presso la Divisione di ricerca e analisi dell’OSS. Altri
cinquantacinque operavano nella divisione dell’intelligence militare al Ministero della
Guerra, 17 alla Commissione sui nomi geografici, 12 alla Foreign Economic Administration
(già Bureau of Economic Warfare), e 12 presso l’Ufficio del Geografo al Dipartimento di
Stato. Quest’ultimo, creato nel 1921, dopo varie riorganizzazioni interne era divenuto
indipendente solo due mesi prima di Pearl Harbor. Sin dal 1924 era stato diretto da Samuel
Boggs, che lo aveva potenziato e plasmato per trent’anni. Se nel 1940 Bowman aveva
consigliato al presidente Roosevelt di estendere il limite orientale dell’emisfero occidentale al
meridiano dei 25º ovest di longitudine, dopo che gli Stati Uniti erano entrati in guerra,
l’Ufficio del Geografo suggerì al Congresso di includere la Groenlandia e le isole Aleutine
nello stesso emisfero per gli scopi della dottrina di Monroe, fino a spingerne i limiti più
occidentali alla linea internazionale del cambio di data. In conseguenza di tali attività
applicate, l’importanza dell’informazione geografica nella pratica dell’analisi della politica
estera vi apportò nuovi finanziamenti. Alla volta del 1944 l’Ufficio impiegava ottantotto
persone e aveva sviluppato consistenti capacità cartografiche (Dillon 2005).
Molti cartografi lavoravano anche per la divisione di intelligence militare del ministero della
Guerra, e trentotto erano alla divisione cartografica dell’OSS sotto la guida Arthur H.
Robinson. La divisione Euroafricana raccoglieva dati sul Nord Africa, l’Italia e altre parti
dell’Europa su un’ampia gamma di argomenti (dai porti e i trasporti alla topografia, clima,
industria, rifornimenti, agli studi urbani) nella fase di preparazione della liberazione.
Gottmann, grazie al suo background francese, fu consulente a Washington tra l’altro sulle
relazioni della Francia di Vichy con la Germania nazista; sulla geografia del Marocco, del
Libano e della Siria; e sulle rotte strategiche del deserto del Sahara.
Secondo Harris (1997), la guerra diede nuovo impulso al campo della cartografia favorendo la
creazione di nuovi dipartimenti di geografia e nuove cartoteche, e rafforzò l’organizzazione
professionale della geografia e la sua rappresentanza in ambito governativo. Essa ebbe anche
un notevole impatto sulle carriere e gli interessi dei geografi, favorendo il lavoro di squadra
53
con un obiettivo comune grazie alle continue interazioni e scambi tra colleghi, sviluppando la
necessaria multidisciplinarietà, per non dire della severa autodisciplina e necessità di
rispondere a scadenze rigidissime. In alcuni casi aprì dei percorsi inaspettati: David
Lowenthal (2005) ritiene che il suo interesse per la geografia del paesaggio derivi dalla sua
esperienza nella Francia del 1945 nell’ambito dell’Intelligence Photographic Documentation
Project dell’OSS, un progetto di studio dettagliato del paesaggio e degli insediamenti umani
sul terreno. Ciò che l’esperienza bellica non poté fare fu di fornire molte basi intellettuali (se
mai ne fornì alcuna) per orientare la geografia politica verso nuove direzioni che si
staccassero da quella concezione naturalizzata della conoscenza che l’aveva fatalmente
caratterizzata sin dalla fine dell’Ottocento. Anzi, il forte nazionalismo che la guerrà rivelò e
contribuì a intensificare rendevano ancor più difficile trascendere la mentalità nazionalistica
che aveva a lungo assillato la disciplina.
CONCLUSIONI
54
politica mondiale guidata quasi esclusivamente dalla competizione fra grandi potenze e dalla
rivalità fra imperi. Naturalmente le due guerre mondiali iniziarono in Europa, ma il resto del
mondo figurava da tempo e in modo crescente nelle macchinazioni dei potenti, e non solo
come oggetto passivo del desiderio di questi ultimi, ma come partecipante attivo sia della
propria vittimizzazione sia della propria incipiente liberazione.
Tali continuità non erano facilmente superabili. Al contrario, molti elementi di queste
continuità sopravvivono ancora nella geografia politica e non solo in essa: la spinta a
naturalizzare le istanze conoscitive per appropriarsi di una veste scientifica, una visione del
mondo etnocentrica che interpreta come arretrate tutte le altre al confronto con la modernità
euro-americana, e l’aspirazione a influenzare le politiche nazionali per confermare il successo
della disciplina e ottenere l’ascolto dei leader politici. Tuttavia, come il prossimo capitolo
cercherà di dimostrare, dopo la Seconda guerra mondiale vi furono anche molti cambiamenti.
55
John Agnew e Luca Muscarà
4
La reinvenzione della geografia politica
• Eclissi
• Sommario
• Il contesto geopolitico della Guerra fredda
• Il dilemma della geografia politica del dopoguerra
• Perché una reinvenzione
• Tre correnti teoriche
• Le tre correnti e le elezioni presidenziali americane del 2008
• Prospettive e aree di studio
o Geopolitica
o Spazialità degli Stati
o Geografie dei movimenti sociali e politici
o Luogo e politiche delle identità
o Geografie del nazionalismo e del conflitto etnico
• Attraversare lo spartiacque teorico
La fine della Seconda guerra mondiale fu molto diversa dalla fine della Prima. Nel 1919, alla
Conferenza di pace di Parigi, insieme a storici, economisti e altri specialisti, numerosi
geografi provenienti da Gran Bretagna, Francia, Stati Uniti, Yugoslavia e altri Paesi, diedero
il loro parere ai Big Four per le questioni territoriali. La Prima guerra vide tre imperi sconfitti
e ottomila chilometri di nuovi confini tracciati a dividerne territori e popolazioni. Il principio
dell’autodeterminazione nazionale stabiliva che a ciascun popolo indipendente dovesse
corrispondere un proprio territorio. Tuttavia esso era rispettato solo quando si armonizzava
con il disegno strategico generale, che verteva sulla creazione del cosiddetto cordon sanitaire
(vedi figura 3.1) allo scopo di evitare futuri espansionismi della Germania verso est o della
Russia rivoluzionaria verso ovest, mediante una fascia di Stati cuscinetto. Così fu riesumata la
Polonia e furono create la Cecoslovacchia, un’Austria separata dall’Ungheria, la Yugoslavia,
la Grande Romania, ecc. Ad Ucraini, Armeni, Curdi, Ebrei, ecc., l’indipendenza fu invece
negata.
Nei nuovi Stati-nazione indipendenti, la decisione su dove tracciare tanti nuovi confini
risultava complicata dal fatto che la corrispondenza tra etnie e territori erano tutt’altro che
univoche sul terreno per l’esistenza di regioni etnicamente miste come i Balcani (Muscarà
2005a). Nelle diverse delegazioni nazionali i geografi diedero dunque il loro contributo per
risolvere tali questioni, ma non sempre furono ascoltati. Le iniziali aspirazioni americane a
una « pace scientifica » si rivelarono illusorie, una volta che il presidente americano Wilson
dovette confrontarsi con le ambizioni nazionali e la consumata astuzia dei politici europei.
Così si ebbero risultati assai dubbi come con la Prussia orientale e il « corridoio di Danzica ».
Bowman, primo consigliere territoriale di Wilson a Versailles, riuscì a ripristinare la Polonia,
mentre la contesa italo-yugoslava per il porto adriatico di Fiume divenne un vero e proprio
« caso ». Così egli rientrò da Parigi trasformato: « un animale politico per il quale la scienza
era divenuta il principale strumento » (N. Smith 2003, 69). Ciò lo rese una figura potentissima
nell’accademia americana, ma creò una tensione tra aspetti scientifici e politici nella stessa
geografia politica che ebbe effetti particolarmente deleteri in Germania (ovviamente più
politicizzata).
Tuttavia nel 1945, morto Roosevelt, suo sponsor, né Bowman né alcun altro geografo
riuscirono a influire sul nuovo ordine geopolitico postbellico. La guerra aveva frammentato
l’opera dei geografi in una miriade di compiti specialistici e, con il cambio generazionale, la
loro capacità di operare alla scala globale diminuì. I geografi furono sostituiti dagli « area
experts » (esperti di singoli Paesi, privi di una visione geografica generale). Del resto, dopo il
1945, la produzione di confini perse gran parte dell’importanza che ebbe nel 1919. Molti
nuovi confini dipesero dal dispiegamento militare sul campo a fine conflitto (oltre che dagli
accordi di Yalta del 1945 tra Usa, Unione Sovietica e Gran Bretagna). Ora, l’Unione
56
Fare Geografia Politica
Sovietica pretendeva il proprio cordon sanitaire sulla maggior parte dell’Europa orientale, e
le armi nucleari ben presto modificarono gli equilibri tra potenze e la stessa geopolitica alla
scala globale. In ambito accademico e tra i politici, il disprezzo per le idee della Geopolitik
finì per danneggiare l’immagine della geografia politica stessa. E all’interno di quest’ultima,
il ripudio della geopolitica da parte di geografi politici come Bowman fu doppiamente
problematico. Non solo impedì loro di studiare la “geografia politica esterna” e quindi di
offrire suggerimenti sulla politica estera al proprio e ad altri governi (per quanto tali
suggerimenti potessero essere lontani da una prospettiva haushoferiana), ma finì per causare
anche un rinnovato disconoscimento del “politico” nella geografia politica, facendoli
regredire a tecnici specializzati in questioni di confini territoriali, anziché promuoverli a
partecipanti critici degli eventi fondamentali del proprio tempo. Come avevano dimostrato i
tedeschi, la teoria era pericolosa. Accusata di “speculazione” e di politicizzazione, la
geografia politica cadde così rapidamente nell’oscurità politica e nell’irrilevanza intellettuale.
ECLISSI
Mentre gli Stati Uniti assumevano un ruolo politico globale, i geografi politici americani
rifiutarono di partecipare ai nuovi orizzonti che si aprivano o di offrire strumenti intellettuali
per esaminare e criticare quello che presto divenne il senso comune americano sulle questioni
mondiali. E altrove la situazione era analoga, se non peggiore.
In Unione Sovietica la geografia politica formalmente non esisteva, nonostante leader politici
e alti ranghi del Partito comunista esprimessero una geografia politica “pratica” sia nel
domare le rivolte interne sia nel reprimere il dissenso nella nuova sfera di influenza in Europa
orientale. In gran parte dell’Europa occidentale l’interesse per ristabilire la geografia come
disciplina universitaria portò a ripudiare la sua associazione con la politica internazionale e a
porre l’accento sul suo ruolo di problem-solving alle scale regionale e urbana in modo più
tecnocratico che politico.
L’atmosfera politica dell’epoca ebbe un ruolo significativo nel declino della geografia
politica. Fra il 1945 e il 1949 si costruì un nuovo ordine geopolitico sulla base di valori, miti,
slogan e orientamenti politico-economici dei due Paesi dominanti: Stati Uniti e Unione
Sovietica. La genealogia intellettuale della geografia politica non si confaceva a questo
mondo nuovo. Primo, nella loro retorica, entrambe le parti offrivano un concetto del politico –
liberal gli Stati Uniti, marxista l’Unione Sovietica – diverso da quello statalista che aveva
dominato a lungo la geografia politica. Inoltre, il mondo intero fu coinvolto nel conflitto
bipolare, dividendosi come mai era stato prima. Tutte le parti in causa consideravano il
conflitto più ideologico che territoriale, nonostante gli evidenti aspetti geografici (la “cortina
di ferro” che divideva l’Europa, la partizione del mondo in tre: Usa e alleati, Urss e alleati, e
un “Terzo Mondo” costituito principalmente da ex-colonie sulle quali Usa e Urss si
contendevano l’influenza, ecc.). Naturalmente, se la disciplina fosse stata più flessibile e in
contatto con le correnti intellettuali delle aree di studio contigue, come le scienze politiche o
la storia della diplomazia, avrebbe potuto offrire una risposta più positiva. Inoltre vi era pure
un rischio personale per quegli studiosi che mettevano in discussione il sapere convenzionale.
Negli Usa quanti offrivano visioni alternative rischiavano di dover comparire nelle
commissioni parlamentari di inchiesta che indagavano su presunte “attività anti-americane”, o
di incontrare difficoltà nell’ottenere cattedre e posizioni accademiche. Sta di fatto che in
Europa occidentale e negli Usa, durante gli anni Cinquanta, non emerse nulla di nuovo dalla
geografia politica che non fosse basato sul sapere convenzionale stabilito da Bowman e da un
piccolo gruppo di suoi colleghi, fra i quali Richard Hartshorne (1950) e Stephen Jones (1954).
Ancora più importante negli Stati Uniti dei primi anni della Guerra fredda fu la vera e propria
esplosione della prospettiva behaviorista (comportamentista) nella politica e nelle relazioni
internazionali. In quest’ottica, gli Usa elaborarono un “norma” globale di comportamento
individuale e collettivo alla quale venivano comparate le altre parti del mondo per stabilire il
loro grado di deviazione rispetto alla norma americana. Con gli studi sulle “attrattive del
comunismo” (loro) sulla “cultura civica” (nostra) e sul “carattere autoritario” (ancora loro), le
scienze sociali americane vennero ridefinite in termini behavioristi, e smisero di considerare –
57
John Agnew e Luca Muscarà
SOMMARIO
Questo capitolo ha diversi obiettivi. Primo, esso vuole offrire un’idea del contesto geopolitico
nel quale la geografia politica si trovò dopo la Seconda guerra, pur avendo, ironicamente,
(salvo qualche eccezione) ben pochi strumenti per comprenderlo. Secondo, esso esamina le
cause della reinvenzione della geografia politica dagli anni Sessanta. Non una causa unica, ma
58
Fare Geografia Politica
59
John Agnew e Luca Muscarà
maggiori perdite umane e la sua economia era stata quasi interamente organizzata per la
produzione militare. La sua dipendenza dalla pianificazione centralizzata significava che essa
non era molto adatta alla produzione di beni di consumo. Nei quattro anni di guerra, la
produzione industriale degli Stati Uniti aveva superato il valore d’anteguerra di tutte le altre
potenze industriali messe assieme, mentre queste ultime uscivano dal conflitto con territori ed
economie devastati. Così fu relativamente semplice per la potenza americana riconvertire la
propria industria alla produzione civile. Del resto, il cosiddetto “Arsenale della Democrazia”
non prese neppure in considerazione l’ipotesi di ridurre la produzione, poiché se da un lato
ciò avrebbe causato disoccupazione, col rischio, come già accaduto negli anni Trenta, di
innescare proteste sociali (considerate la strada certa per il comunismo), dall’altro
esportazioni e investimenti esteri offrivano alle imprese americane la possibilità di creare
nuovi mercati ben oltre i propri confini.
Come nella maggior parte d’Europa, in Unione Sovietica la guerra aveva prodotto immense
devastazioni ed enormi perdite umane. Nondimeno, fra il 1943 e il 1947, durante la dittatura
stalinista, essa sviluppò una formidabile economia militare, che richiedeva l’esistenza di una
forte minaccia esterna. La recente esperienza dell’invasione nazista rendeva facile convincere
la popolazione sovietica dell’esistenza di un pericolo esterno. Insieme a questo senso di
minaccia esterna, la popolazione si identificava con regimi e movimenti rivoluzionari che si
contrapponevano a un ritorno del capitalismo nel mondo “come-niente-fosse”. All’interno del
blocco sovietico la paura dell’America fu usata per giustificare una repressione brutale del
dissenso politico attraverso un vasto sistema di campi di concentramento (i cosiddetti gulag).
I “nemici del popolo” potevano essere deportati per le ragioni più futili, condannati e bollati
con termini del lessico igienico-biologico simili a quelli applicati dai nazisti agli ebrei e ad
altri considerati “razzialmente inferiori”: parassiti, feccia della società, contaminatori, “erba
cattiva” che dovevano essere “continuamente purificati” con lunghi periodi di
imprigionamento coatto. Così la Guerra fredda ebbe una doppia radice: negli Stati Uniti si
radicò nella paura che, se non si fosse ristabilito rapidamente il commercio internazionale, la
Grande Depressione degli anni Trenta avrebbe potuto ripetersi, mentre in Unione Sovietica
essa si radicò nella paura che l’esperimento sovietico di pianificazione territoriale economica
e sociale sarebbe fallito se non fosse riuscito a rispondere adeguatamente alla sfida
rappresentata dalla strategia di “contenimento” americana.
Per gli standard europei, Usa e Urss erano degli Stati ben strani. Entrambi erano nati a seguito
di rivoluzioni intrise di ideologia; entrambi rivendicavano mandati popolari che
trascendevano particolari interessi di etnia, di classe o di Nazione; entrambi si proponevano
come esempi edificanti di una sperimentazione politico-economica in un mondo, come quello
del dopoguerra, sprofondato nella povertà e nella depressione. L’eterogeneità etnica e sociale
all’interno dei due Paesi rendeva difficile stabilire precisamente cosa significasse essere
“americano” o “sovietico”, e quindi la minaccia del “non americano” o dell’“anti-sovietico”
divenne centrale nelle definizioni ufficiali dell’identità nazionale. In entrambi i casi, la
minaccia esterna proveniente da una superpotenza equivalente e speculare spinse le
popolazioni e gli intellettuali, verso un consenso politico per un’idea di “sicurezza nazionale”
definita in modo molto ampio (Robin 2001).
La principale conseguenza di questo condiviso senso di vulnerabilità fu una reciproca
idealizzazione; agli occhi dell’altro ciascuno divenne un avversario superpotente. Per i
sovietici gli Stati Uniti divennero sinonimo di capitalismo, per gli americani l’Unione
Sovietica diventò sinonimo di comunismo. Ciascuna parte diventò per l’altra la
manifestazione geografica di un’economia politica diametralmente opposta. Ciascuna parte
era inoltre vista dall’altra come eccezionalmente potente, come una vera minaccia priva dei
difetti umani e delle disfunzioni istituzionali cha ciascuna vedeva in se stessa. Tale
riduzionismo geopolitico serviva specifici interessi interni: in Unione Sovietica costrinse i
potenziali dissidenti ad aderire al monolitico apparato statale; negli Usa produsse consenso
per le politiche economiche di diffusione del consumo di massa, per un settore militare (e
relativa voce di bilancio) in continua crescita, e per un’opposizione a qualsiasi politica interna
(normalmente di sinistra) che potesse essere interpretata come sovversiva. In poche parole, il
riduzionismo politico erose la democrazia statunitense: in patria, essere americano significava
60
Fare Geografia Politica
avere opinioni politiche molto ristrette; all’estero, significava avere una posizione fortemente
antisocialista e antisovietica (normalmente non si distingueva fra le due).
Tuttavia, l’aspetto cruciale che distinse nettamente gli Stati Uniti dall’Unione Sovietica fu che
il processo di rappresentanza politica e la politica della giustizia americani offrirono anche la
possibilità, a quanti fino ad allora erano stati quasi sempre esclusi dalla vita pubblica, di avere
voce in politica, quando iniziarono a sfidare la realtà delle rivendicazioni effettuate per loro
conto. Così, il movimento per i diritti civili degli afro-americani e altri movimenti che
miravano ad affermare i diritti di vari gruppi, dalle donne agli omosessuali, potevano
richiamarsi alla Costituzione e al Bill of Rights per pretendere un trattamento equo in tutto il
Paese, soprattutto se gli Stati Uniti erano veramente quella “patria della libertà” che
sostenevano di essere nel discorso americano della Guerra fredda.
Nel quadro geopolitico che emerse dalla fine degli anni Quaranta in poi, l’ideologia della
Guerra fredda sviluppò le seguenti caratteristiche principali: un conflitto centrale sistemico-
ideologico sull’organizzazione economica e politica; “tre mondi” di sviluppo in cui le sfere di
influenza americana e sovietica (rispettivamente Primo e Secondo Mondo) si contendevano
l’influenza nel Terzo Mondo delle ex-colonie e degli Stati non allineati; un appiattimento
dello spazio globale in blocchi “amici” e “rivali” in cui i modelli idealizzati del capitalismo
democratico e del comunismo regnavano astratti da ogni differenza geografica (“lì è tutto
così”); e infine la naturalizzazione del conflitto ideologico mediante parole chiave del
linguaggio geopolitico quali “contenimento” (containment), “effetto domino” (che collegava
eventi molto distanti alla patria, secondo l’immagine delle tessere del gioco del domino che
cadono una dopo l’altra) e “stabilità egemonica” (ciascuna parte ha bisogno di un leader che
imponga la disciplina agli alleati).
Non è esagerato sostenere che nei cinquant’anni successivi al 1945 l’influenza americana fu
al centro del boom di quello che può essere considerato un capitalismo “di interazione”, che
andava oltre l’approccio territorializzato fino ad allora dominante nell’economia mondiale,
come era stato nella rivalità interimperiale del periodo 1875-1945. Inizialmente basato
sull’espansione del consumo di massa nei Paesi industrializzati europei, nordamericani e in
Giappone, più tardi esso coinvolse la riorganizzazione dell’economia mondiale intorno a un
aumento massiccio del commercio di manufatti e investimenti esteri diretti. Abbandonando
l’imperialismo territoriale, “il capitalismo occidentale… risolse l’annoso problema della
sovrapproduzione, eliminando così quello che Lenin interpretava come il principale incentivo
all’imperialismo e alla guerra” (Calleo 1987, 147). La forza motrice era il consumo di massa
nel mondo industrializzato e in particolare negli Stati Uniti. I prodotti di settori come
l’immobiliare, l’automobilistico, l’alimentare, l’intrattenimento di massa, i prodotti casalinghi
e gli elettrodomestici, venivano consumati da numeri sempre crescenti di persone all’interno
dei Paesi produttori. Il Welfare State aiutò a sostenere la domanda attraverso la
redistribuzione dei redditi e del potere d’acquisto. Se fra la fine del XIX e l’inizio del XX
secolo la prosperità dei Paesi industrializzati dipendeva dalle condizioni favorevoli del
commercio con il mondo sottosviluppato in Asia, Africa e America Latina, ora la domanda
veniva stimolata internamente. Inoltre, fino agli anni Settanta, i profitti del commercio di gran
parte delle materie prime e delle risorse alimentari tendevano a diminuire, il che significava
che i prezzi di tali beni diminuivano anche quando aumentava il costo delle importazione di
manufatti. Ciò ebbe ripercussioni negative sul Terzo Mondo, ma incoraggiò alcuni Paesi ad
adottare un’industrializzazione basata sulle esportazioni, che risultò redditizia una volta che
essi riuscirono a trovare mercati in cui esportare i loro prodotti (come nel caso di Taiwan,
Messico, Corea del Sud e Cina). La conseguente globalizzazione della produzione ha
lentamente minato la possibilità di identificare in modo chiaro i prodotti con i loro luoghi di
produzione, in quanto diverse fasi della produzione sono situate in Paesi diversi a seconda del
rapporto fra costi e benefici che offrono ai produttori. D’altra parte, non è chiaro quanto
sostenibile sia un’economia mondiale che preveda una divisione fondamentale fra luogo di
produzione, in particolare dei manufatti, da un lato, e luogo di consumo, dall’altro.
Un fattore vitale nel consentire agli Stati Uniti di conquistare un ruolo dominante
nell’economia mondiale, anche quando l’economia statunitense non era nettamente superiore
alle altre, fu il persistente, benché storicamente episodico, conflitto politico-militare con
61
John Agnew e Luca Muscarà
l’Unione Sovietica. La tensione fra le due superpotenze crebbe di intensità alla fine degli anni
Quaranta e di nuovo all’inizio degli anni Ottanta, periodi in cui ciascuna percepiva l’altra
come particolarmente ostile e minacciosa, e all’inizio degli anni Sessanta, quando il progresso
dei sovietici nel campo della tecnologia satellitare e missilistica pose un serio problema al
governo statunitense. La metà degli anni Settanta fu invece il periodo di maggiore
cooperazione o distensione, in cui gli obiettivi Usa di ritirarsi dal disastro militare del
Vietnam e tagliare la spesa militare coincisero con l’interesse dell’Urss a stabilizzare la
propria spesa militare. Entrambe le parti si imbarcarono in disavventure militari che ebbero
poi importanti conseguenze interne. Per gli Stati Uniti si trattò del Vietnam, dove, a un
impegno con il governo del Vietnam del Sud alla fine degli anni Cinquanta, fece seguito un
imponente dispiegamento di truppe, accompagnato da una crescente opposizione da parte
della popolazione americana, che non ebbe mai un’idea precisa delle ragioni di questa guerra.
Le dichiarazioni ufficiali secondo le quali la guerra serviva a prevenire la diffusione del
comunismo non convinsero molti, fra i quali non pochi veterani del Vietnam, che vedevano il
conflitto come una guerra civile fra fazioni rivali e non come una manifestazione locale della
Grande Lotta Globale fra Bene (gli Usa) e Male (l’Urss). Il grande errore militare dell’Urss fu
invece l’intervento in Afghanistan nel 1979, col quale i sovietici volevano costituire in quel
Paese un governo alleato per contrastare le opposizioni religiose ed etniche appoggiate dagli
Stati Uniti. Anche in questo caso, l’opinione comune all’interno dell’Urss che l’intervento
avesse poco a che fare con la sicurezza nazionale sovietica o con il perseguimento di nobili
ideali contribuì al fallimento militare dell’operazione.
Anche nei periodi di distensione, come la fine degli anni Settanta, la Guerra fredda servì a
dividere il mondo in due sfere di influenza e a creare alleanze all’interno di questo schema
geopolitico (vedi figura 4.1).
Fig. 4.1 L’ordine bipolare della Guerra Fredda divise il mondo in due “sfere di
influenza”, una centrata sugli Usa e una sull’Urss. La carta mostra la situazione al 1982.
Dato che Usa e Urss erano le principali potenze nucleari, tale situazione conferì una generale
stabilità al mondo per un lungo periodo, nonostante numerose “guerre limitate” nel Terzo
Mondo che videro le due superpotenze intervenire o armare dei sostituti per prevenire che il
Paese in questione venisse “convertito” dalla superpotenza rivale. Tuttavia, per quanto fossero
materialmente deboli, i Paesi del Terzo Mondo – il cui numero, dalla fine della Seconda
guerra mondiale, si era moltiplicato con il ritiro delle potenze europee e il processo di
62
Fare Geografia Politica
63
John Agnew e Luca Muscarà
considerata tanto pericolosa. Come ben sapeva il poeta inglese John Milton, Satana non deve
essere solo maligno ma anche seducente.
64
Fare Geografia Politica
65
John Agnew e Luca Muscarà
aveva conferito un alto profilo alla geografia politica) rafforzò ulteriormente il vincolo alla
prospettiva naturalista. Questo tentativo era volto a dimostrare la buona fede intellettuale della
disciplina, chiarendone la “natura” sulla base della definizione fornita dalla scuola tedesca (in
particolare da Hettner) e adottando la terminologia delle “scienze dure” che, a differenza di
quelle “soft” come la geografia, faceva una gran bella impressione ai funzionari statali e agli
imprenditori che assegnavano finanziamenti, con argomenti liberamente costellati da termini
come “distinguere fatti e opinioni”, “oggettività”, “disinteresse” e “metodo scientifico”.
Le università di ricerca americane del dopoguerra, però, rimasero particolarmente indifferenti
alle pretese di scientificità della geografia, vista la sua manifesta incapacità di fornire allo
Stato risultati di ricerca neutrali sui quali basare delle politiche pubbliche pragmatiche. Il
focus della geografia era semplicemente troppo ampio o “generalista”, e il suo metodo
semplicemente troppo diverso da quelli delle scienze di laboratorio che godevano del più alto
prestigio (vedi ad esempio Martin-Nielsen 2010). Louis Menand (2001, 45) riassume la
situazione con le seguenti parole: “le tendenze negli studi che dimostravano maggiore rigore
empirico e teorico furono preferite e divennero la corrente principale della pratica
accademica; le tendenze che rispecchiavano un approccio generalista e ‘umanistico’ furono
spinte ai margini della professione, così come le tendenze i cui assunti e fini apparivano
politici”. James Bryant Conant, chimico e presidente di Harvard, responsabile ultimo della
chiusura di quel dipartimento di geografia, fu anche uno dei principali ideatori del sistema di
finanziamento federale alle università che orientò gli atenei a fornire conoscenze giudicate
utili per combattere la Guerra fredda (Geiger 1993; Graham e Diamond 1997). Se, come una
volta Ambrose Bierce ha ironicamente notato, “la guerra è il modo in cui Dio insegna la
geografia agli americani”, allora la Guerra fredda si sarebbe dimostrata l’eccezione alla
regola.
Vi furono tuttavia pure alcuni studiosi che offrirono direzioni relativamente nuove in
geografia politica, cosa che indica come l’atmosfera dell’epoca non fosse l’unico fattore che
relegava questa disciplina ai margini del mondo accademico. Le loro carriere si svolsero al di
fuori dei principali orientamenti accademici tradizionali, nonostante essi mantenessero
contatti personali e intellettuali con protagonisti della corrente tradizionale come Hartshorne.
Rispetto ai tipici geografi americani ed europei, essi avevano una formazione molto più ampia
e legami con studiosi dalle esperienze molto più variegate. Sono esemplari in particolare i casi
di Jean Gottmann e di Harold e Margaret Sprout.
Come accennato nel capitolo 2, Jean Gottmann (1915-94) fu un iconoclasta. Nomade
linguistico e accademico, per oltre vent’anni mantenne una “transumanza” tra le due sponde
dell’Atlantico. Due volte profugo, la prima da Kharkov, in Ucraina, verso la Francia dopo la
rivoluzione russa, e la seconda dalla Francia verso gli Stati Uniti dopo l’invasione nazista,
Gottmann fu un vero e proprio cittadino del mondo, sia nella vita che nella professione. Egli
fu il primo geografo politico di spicco la cui riflessione non fosse motivata da
un’appartenenza nazionale. Infatti, pur essendo favorevole alla costituzione dello Stato di
Israele, egli elaborò una geografia politica veramente cosmopolita. Gottmann ebbe due platee
ben oltre i confini della geografia accademica: la prima era costituita da esperti in relazioni
internazionali, la seconda da urbanisti e architetti (Muscarà 1998). Anche se Gottmann
concepiva il suo contributo alla geografia politica come strettamente collegato a quello alla
geografia urbana, le sue idee ebbero un impatto distinto sulle due comunità. Il suo
“disadattamento” rispetto alla geografia accademica sia in Francia sia negli Stati Uniti spiega
in parte sia la poca attenzione che gli fu tributata nelle storie della disciplina, sia il suo scarso
interesse a ingraziarsi l’opinione dominante in geografia politica.
Dopo la sua morte, negli anni Novanta, prima in Francia e Italia, poi in misura crescente
anche nel mondo anglofono, vi è stata una riscoperta del valore teoretico della geografia
politica di Gottmann soprattutto riguardo alle sue riflessioni sulle coppie di concetti
iconografia/movimento (ad esempio Prevelakis 1996; Sanguin 1996; Sanguin e Prevelakis
1996; Muscarà 1996; 2001; 2005b; 2009; Hubert 1998; Bruneau 2000; Eva 2001),
centro/periferia (Agnew 2002); alla relazione tra la sua geografia politica e la sua geografia
urbana (Agnew 2003b); al concetto di territorio (Johnston 2003; Muscarà 2005b; Agnew
2009; Elden 2010) sino all’importanza della nozione di accessibilità (Labussière 2011).
66
Fare Geografia Politica
Il suo esordio in geografia politica avviene sotto la guida di Demangeon nella Parigi degli
anni Trenta, epoca in cui i geografi francesi criticavano pubblicamente la Geopolitik tedesca
(vedi capitolo 3). Per questo Gottmann fu sempre ben consapevole dei rischi connessi al
determinismo ambientale. Tuttavia solo dopo una notevole quantità di lavoro empirico
durante la guerra per i governi americano, francese e le Nazioni Unite, poté sviluppare una
riflessione teorica che proseguì dagli anni Cinquanta in varie forme sino agli anni Settanta e
Ottanta. La sua concezione del politico era più comunitaria che statalista o liberal e situò la
propria geografia politica nel solco della geografia vidaliana, che attribuiva potere esplicativo
ai flussi del movimento umano (e ai crocevia da essi generati). Nei primi lavori teorici (1947,
1952) Gottmann considera come la compartimentazione politica del mondo sia il prodotto
dell’interazione fra (1) forze di cambiamento esterno (circolazione) che muovono persone,
beni, informazioni e idee e (2) sistemi di credenze e simboli (iconografie) che consentono alle
comunità di riconoscersi in una identità condivisa e territorialmente definita attraverso un
“ormeggio comune” allo spazio terrestre. Le iconografie possono comprendere elementi della
storia sociale, religiosa o politica di una comunità (questi ultimi esemplificati dalla bandiera,
dall’inno, dalla valuta, dai francobolli, dai confini nazionali, dalla Capitale, come da specifici
siti “sacri” alla patria). Tuttavia ciò che conta non sono tanto i contenuti di una iconografia,
quanto l’azione che essa esercita sui sistemi della circolazione, azione visibile sui confini che
si distendono o si irrigidiscono rispecchiando così la maggiore o minore tolleranza verso gli
stranieri, sino al punto da dettare l’espulsione dal territorio di tutti i portatori di iconografie
reputate “incompatibili” con la preservazione dell’identità locale o nazionale. In questo senso,
Gottmann (1966) definisce una geografia politica come repartition des accès (ripartizione
dell’accessibilità).
Dagli anni Settanta, la sua riflessione si sviluppa quindi intorno al concetto di territorio. Egli
associa la tensione fra circolazione e iconografie a un’opposizione che rinvia alla filosofia
classica e alla storia antica: quella fra la città-Stato ideale di Platone, un’entità territoriale
chiusa, protetta e ampiamente autosufficiente, e la rete di città alessandrine, un sistema aperto
e accessibile costituito da nodi interconnessi. Se la prima rappresenta il prevalere
dell’iconografia, nella seconda la forza preponderante è invece la circolazione. La
compartimentazione politica del mondo è dunque un prodotto dell’interazione tra sistemi del
movimento e sistemi di resistenza al movimento (iconografie). La distribuzione del potere
politico è dunque vista più in termini di tendenze dinamiche che non di condizioni o stati
permanenti (Gottmann 1952, 1973, 1980).
Parte dell’eleganza dell’approccio di Gottmann, e una ragione per cui esso è stato riscoperto
dalla geografia politica contemporanea è la sua enfasi sulla contingenza storica e il rifiuto di
vedere un sistema di Stati-nazione come la forma definitiva dell’organizzazione politica
globale.
Dato che il comportamento politico delle persone è un fatto morale, profondamente radicato
nella psicologia umana, come aveva suggerito per primo André Siegfried, l’oscillazione tra le
due polarità non solo è collegata agli imperativi socio-economici ma corrisponde a due
motivazioni psicologiche fondamentali: l’apertura del territorio al movimento è guidata dalla
ricerca di opportunità, mentre la sua chiusura in nome di un’iconografia è guidata dalla
ricerca di sicurezza. Sicurezza e opportunità sono dunque le due principali funzioni del
territorio e le due principali motivazioni alla base del comportamento di una data comunità.
Anche se di solito esse coesistono simultaneamente, in specifiche condizioni storiche e
geografiche una può prevalere sull’altra, influenzando l’accessibilità relativa ai diversi
territori.
In tempo di pace, comunità che non si sentano minacciate potranno essere più aperte alle
opportunità fuori dai loro confini, massimizzando l’importanza del movimento e
dell’accessibilità, e aumentando la tolleranza nei confronti della diversità culturale e delle
idee innovative. Simmetricamente, quando prevalga la paura, come in tempo di guerra, la
ricerca di sicurezza richiederà di aumentare il controllo su chi o cosa abbia il diritto di accesso
allo spazio della comunità, fino all’estremo di dettare la chiusura dei confini agli stranieri,
come accadde in Giappone (1639-1853) nel periodo Edo con lo shogunato Tokugawa (vedi ad
esempio, Perrin 1979). Tale chiusura potrebbe non essere motivata solo dalla sicurezza fisica,
67
John Agnew e Luca Muscarà
ma soprattutto essere una reazione di autodifesa per ridurre l’impatto delle culture straniere su
una data identità, come nel caso giapponese. Infatti, per oltre due secoli, solo agli olandesi e
ai cinesi era consentito di commerciare con il Giappone, sia pure confinati in una piccola isola
costruita ad hoc nel porto di Nagasaki (anch’esso un porto sviluppato dai portoghesi nella
seconda metà del XVI secolo). Quando la norma divenne un mondo di Stati-nazione,
l’apertura e la chiusura dei confini nazionali riflesse non solo il bisogno di sicurezza fisica ma
anche quello di autodifesa psicologica dell’identità e della cultura di una comunità dalle
pressioni straniere, cosa che implica un maggior attaccamento a quegli insiemi di simboli
astratti che costituiscono il cemento di una comunità.
In questa prospettiva Gottmann perviene a considerare il territorio un “dispositivo
psicosomatico”. Questo termine implica che il territorio sia un’estensione non tanto del corpo
individuale (nell’accezione di Marshall McLuhan secondo cui le tecnologie sono estensioni
del corpo umano) quanto del corpo politico e in quanto tale ne rispecchi le motivazioni
psicologiche prevalenti. La sua funzione è quindi quella di fornire un certo grado di
separazione, di essere un medium indispensabile per mediare tra le differenti comunità
(Gottmann 1973). Secondo questa intepretazione, dopo la Seconda guerra mondiale il
territorio iniziò a incorporare una funzione “sociale” internazionale per fornire la necessaria
mediazione tra differenti comunità nazionali. La crescente globalizzazione dell’economia
mondiale rafforzò questa tendenza. A questo proposito, Gottmann mise in guardia anche
rispetto al fatto che non è possibile immaginare la fusione di tutte le iconografie in una sola. Il
territorio deve comunque fornire “un certo grado di separazione” tra le diverse comunità al
fine di preservare le loro iconografie, per proteggerne le differenze. Da questo punto di vista e
alla luce dell’ordine bipolare post-1945, Gottmann aderì alla visione secondo la quale le armi
nucleari dovevano essere gestite dalla comunità internazionale. Egli riteneva che una
comunità mondiale stesse lentamente emergendo dalle reti di città piuttosto che come
consolidamento degli Stati-nazione esistenti (Gottmann 1994).
Il suo libro Megalopolis (1961) è l’esempio di questa logica. Nell’estendere la scala
dall’analisi da una singola città alla costa urbanizzata del nordest degli Stati Uniti, vista come
un sistema unitario regionale/urbano, egli fu il pioniere del nuovo paradigma delle future
città-regioni globali (Agnew 2003b). Nel contesto ideologico della Guerra fredda,
Megalopolis fu lodato da alcuni e contestato da altri che videro in esso una dimensione
ideologica favorevole agli Stati Uniti. In effetti, quest’opera non può essere compresa
adeguatamente senza tener conto del collegamento tra geografia politica e geografia
urbana/regionale. I governi americani temevano l’impatto potenziale di un attacco nucleare
alle città americane (Farish 2010), specialmente dove queste fossero molto concentrate come
nel Nordest. Nel suggerire a Gottmann per il nome di questa regione lo stesso prefisso
“mega” usato per misurare il potere distruttivo delle nuove bombe all’idrogeno degli anni
Cinquanta (megatoni), Robert Oppenheimer, figura chiave nella storia della fisica americana e
delle armi nucleari, era ben consapevole che il corridoio urbano tra Boston e Washington,
studiato dal geografo, corrispondeva alla scala distruttiva delle nuove armi. Più tardi egli
presentò Gottmann a una Fondazione che per cinque anni finanziò lo studio da cui ebbe
origine il libro. Oppenheimer e Gottmann condividevano una visione più ampia di Megalopoli
che andava oltre l’aspetto tecnocratico. Se Oppenheimer riteneva che il nucleare dovesse
essere gestito politicamente alla scala internazionale, al di là dello Stato-nazione, Gottmann
pervenì a vedere nella crescita megalopolitana una tendenza che avrebbe a lungo termine
contribuito alla nascita di un nuovo ordine politico basato su una comunità globale di città.
“Preparando il terreno per una comunità mondiale”, egli scrisse in un libro che rifletteva sulle
implicazioni politiche di Megalopolis: “sono convinto che il mondo dovrà diventare una
comunità di città prima di diventare, se mai possibile, una comunità di nazioni” (Gottmann
1994).
Se Gottmann rappresenta un taglio netto con gran parte della geografia politica degli anni ’50,
Harold e Margaret Sprout appaiono, almeno a prima vista, ben integrati nella corrente
dominante. Affiliati al Center for International Relations della Princeton University, i coniugi
Sprout, nei loro numerosi libri pubblicati fra il 1939 e il 1978 (Sprout e Sprout 1939, 1943,
1962, 1965, 1978), fanno spesso riferimento agli scritti di Bowman, Hartshorne e altre figure
68
Fare Geografia Politica
della corrente principale. La loro opera forse più importante, The Ecological Perspective on
Human Affairs (1965), attinge da una serie di saggi pubblicati negli anni Cinquanta. Ciò che
distingue il lavoro degli Sprout è la loro rilettura della divisione fra geografia fisica e umana
nei termini di una prospettiva “ecologica” che indaga i modi in cui gli effetti ambientali
vengono spesso interpretati da professionisti (e studiosi) come motori della politica
internazionale. Essi propongono un approccio behaviorista che incorpora sia tali percezioni
che le limitazioni esercitate dai fattori ambientali sull’attuazione di politiche implementate
tenendo conto delle percezioni degli effetti stessi.
La distinzione fra (1) processi decisionali e (2) risultati operativi e i diversi ruoli svolti dai
fattori ambientali – popolazione, risorse, ecc. – per entrambi i coniugi è fondamentale.
Secondo Harold e Margaret Sprout è qui che il determinismo ambientale diventa
particolarmente problematico, perché presuppone che i risultati politici possano essere
previsti in base alle condizioni relative all’ambiente e alla posizione geografica. Essi criticano
inoltre le idee psicologiche e sistemiche in voga fra gli studiosi americani di relazioni
internazionali, sostenendo che la poca attenzione data al milieu geografico in cui i leader
politici elaborano le proprie politiche riduca la possibilità che le decisioni abbiano gli effetti
desiderati. Questa prospettiva è influenzata da un “possibilismo” simile a quello affermato da
Vidal de la Blache, ma consono all’orientamento behaviorista delle scienze sociali americane
degli anni Cinquanta e Sessanta, che rifugge dalle interpretazioni stataliste e opta per
un’interpretazione liberal del politico che conferisce un ruolo importante ai leader politici e
all’opinione pubblica e quindi evidenzia “l’infruttuosità delle previsioni deterministe” (Sprout
e Sprout 1965, 199).
Jean Gottmann e i coniugi Sprout offrirono delle vie d’uscita dall’impasse in cui era caduta la
geografia politica. Se Gottmann sviluppò una geografia politica influenzata dalla sua
profonda conoscenza della teoria politica e dalla convinzione – basata sulla sua esperienza
personale – che la territorialità politica fosse sempre storicamente contingente, gli Sprout
fornirono un modo di preservare l’aspetto fisico nella geografia politica inserendolo nel
contesto della percezione e del processo decisionale umani.
In entrambi i casi, tuttavia, il fatto che questi studiosi non avessero stretti legami con la
geografia accademica e fossero orientati verso altre aree di studio (per esempio le relazioni
internazionali e l’urbanistica nel caso di Gottmann), che non avevano necessariamente un
orientamento teoretico verso le questioni che esaminavano, limitò la loro influenza e fece sì
che la corrente dominante della geografia politica restasse più o meno invariata dai tempi di
Bowman.
La geografia nel suo insieme si rianimò negli anni Sessanta. Ciò dipendeva soprattutto dalla
massiccia espansione dell’educazione superiore in Nord America e in Europa occidentale, e
dal desiderio di offrire delle conoscenze sul mondo agli insegnanti in modo da gettare le basi
perché gli studenti potessero divenire cittadini educati. Ma dipendeva anche dagli sviluppi che
avevano reso la disciplina più “scientifica” e dunque più interessante per le agenzie
governative finanziatrici. Inizialmente i “nuovi” geografi non prestarono molta attenzione alla
geografia politica. Essi erano ossessionati dal modellizzare l’impatto della distanza sulla
distribuzione spaziale degli insediamenti, dei flussi migratori da luogo a luogo, e della
localizzazione delle industrie e dell’uso agricolo dei terreni. Questi temi si adattavano bene
sia ai metodi quantitativi grazie ai quali i nuovi geografi rivendicavano una misura di
“scientificità”, che all’analisi spaziale che essi consideravano come il futuro centro
dell’attenzione della disciplina nel suo insieme. A parte la rilevante eccezione del processo
elettorale, il campo della geografia politica non sembrava offrire molto materiale utile alla
ricerca di “leggi spaziali”. La sua attenzione quasi esclusiva per lo Stato non era consona agli
interessi urbani e per gli affari interni allo Stato della nuova geografia. Le scienze politiche
non offrivano quei modelli di localizzazione forniti invece dall’economia e dalla sociologia
alle loro relative specializzazioni disciplinari. I libri di testo continuarono a esaminare la
geografia di singoli aspetti della politica, come i confini, le capitali, le aree amministrative, le
69
John Agnew e Luca Muscarà
circoscrizioni elettorali, le geostrategie degli Usa, ecc., ma senza interessarsi a come le parti si
rapportassero all’insieme. Non riuscendo ad affrontare la perdita della propria base fisica-
determinista, la geografia politica aveva perso la strada. A prima vista, né la geografia né altre
discipline erano in grado di offrire delle soluzioni. Fino alla fine degli anni Sessanta le
prospettive erano deprimenti, eppure era in arrivo un rimedio.
Per prima cosa, bisogna sottolineare che a tale rimedio non contribuirono tanto gli sforzi
intellettuali dei geografi politici o di altri studiosi, quanto le condizioni politiche e sociali
esterne. Gli eventi della fine degli anni Sessanta in America settentrionale e in Europa
occidentale portarono la politica pratica in primo piano nella vita quotidiana sia della gente
comune che del mondo accademico. Le rivolte razziali, le marce per i diritti civili, le
dimostrazioni contro la Guerra del Vietnam e le ribellioni studentesche di quel periodo ebbero
un profondo impatto sulle scienze sociali. Questi eventi portarono le questioni politiche al
centro dell’attenzione in tutte le discipline, come mai era accaduto prima. Nella geografia
questa tendenza si espresse in tre modi. In primo luogo le questioni inerenti alla distribuzione
del potere vennero integrate nell’analisi dei fenomeni economici e sociali, come la
distribuzione residenziale secondo parametri razziali e di classe nelle città americane e la
distribuzione globale dello sviluppo economico. Tali fenomeni non venivano più interpretati
come effetti del mercato o risultati di una libera scelta, ma semmai come conseguenze di una
parzialità sistematica dimostrata dalle istituzioni politiche, per esempio le amministrazioni
locali e le circoscrizioni scolastiche, nel distribuire i servizi pubblici. In quest’ottica, tutta la
geografia divenne geografia politica, almeno di un certo tipo. Dal mantra secondo cui gli
“Stati sono tutto” si era ora passati alla rivendicazione che “tutto è politico”.
Un’altra espressione della qualità politica del periodo fu la politicizzazione della geografia
attraverso un’analisi pubblica della disciplina stessa: chi la gestisce, per chi e con quali fini?
Negli anni Sessanta l’istruzione universitaria era aumentata in modo massiccio, sia negli Stati
Uniti che altrove. Una conseguenza importante di questa crescita fu l’integrazione nel corpo
degli studenti e nei ranghi degli insegnanti di persone di estrazione sociale più bassa, che fino
ad allora erano state perlopiù escluse. Esse non sempre accettavano le norme di condotta
personale e le opinioni politiche prevalenti che si erano sviluppate negli ambienti accademici
durante gli anni del dopoguerra. Esse inoltre contestarono l’accettazione benigna dello Stato e
della gerarchia geopolitica internazionale come “fatti naturali”. Un esempio significativo è il
francese Yves Lacoste, che elaborò una nuova “geopolitica” basata sulla critica alla vecchia
geopolitica in quanto essenzialmente contributo della geografia alla guerra fra Stati potenti e
insistette sulla spazialità irriducibile della politica sia all’interno che fra gli Stati stessi e
sull’importanza di usare la scala geografica (locale, nazionale, globale, ecc.) come metodo di
analisi politico-geografica (vedi ad esempio Lacoste 2001). La geopolitique di Lacoste è uno
dei risultati più evidenti della politicizzazione esplicita della geografia politica che emerse nei
primi anni Settanta (Claval 2000; Hepple 2000).
Questo periodo fu inoltre caratterizzato da un drastico aumento della mobilità accademica,
soprattutto nel mondo anglofono, che portò persone di provenienze sociali e nazionali molto
diverse in quei Paesi, per esempio Stati Uniti, Canada e Australia, più attivi nel reclutare
nuovi laureati e personale tecnico-amministrativo. Tuttavia la politicizzazione non era
semplicemente disinteressata o idealista, in quanto era in gioco la capacità della disciplina di
esercitare un potere sul conferimento delle cariche, sui canali di pubblicazione, sulle
reputazioni professionali e sulla sua influenza esterna. L’espansione delle università ebbe
l’effetto di incrementare notevolmente il numero di studenti e professori e il volume di
ricerche e pubblicazioni e incoraggiare nuove tendenze e “nicchie” intellettuali, fornendo più
opportunità di lavoro per i laureati e ottenendo accesso a sovvenzioni per la ricerca e a borse
di studio.
Infine, la geografia politica venne scoperta da una generazione di studiosi che non avevano
grande interesse o familiarità con le radici di questa disciplina, e che tendevano a vederla
ingenuamente come qualcosa che essi stavano inventando e non come un vecchio
insegnamento al quale essere introdotti. Privi dell’antica ossessione di definire i confini
disciplinari, essi cercarono ispirazione in altri campi di studio e la trovarono nell’economia,
nella sociologia radicale, nell’antropologia, nella storia economica e, addirittura, nelle scienze
70
Fare Geografia Politica
71
John Agnew e Luca Muscarà
politica sia alla spazialità degli Stati che alla geografia della politica mondiale.
Nel 1980 la geografia politica era ormai riemersa come un’impresa multidisciplinare dopo il
lungo letargo del dopoguerra. Questa tendenza era destinata ad approfondirsi ulteriormente
durante il decennio seguente, con un aumento di nuove ricerche (evidenziato dalla creazione
di nuove riviste, come Political Geography Quarterly, poi ribattezzata Political Geography,
fondata nel 1982 da Peter Taylor), con gli sviluppi teoretici della disciplina al di là dell’analisi
spaziale in diverse direzioni, in particolare quelle associate alle prospettive politico-
economiche e, più recentemente, agli approcci postmoderni di vario tipo. È alle tre correnti
teoriche e ai diversi temi di indagine della geografia politica contemporanea che rivolgeremo
ora la nostra attenzione.
Gli anni Sessanta furono il momento della “svolta spaziale” in geografia, in cui lo spazio o la
distanza si affermarono come “variabili” della disciplina (come l’“economico”
nell’economia). Le vecchie definizioni, per esempio quella regionale e quella ambientale,
furono scartate, almeno temporaneamente. L’iniziale revival della geografia politica, che
coincideva con questi sviluppi, prese anch’esso una direzione analitico-spaziale. Si
realizzarono ricerche sul decadere degli effetti di influenza reciproca fra votanti nella scelta
del partito politico all’aumentare della distanza e sugli “effetti di campo” da parte di fattori
esterni quali impianti tossici e altri “vicini indesiderabili” sulla decisione di partecipare a
proteste politiche locali. Vi fu inoltre un notevole interesse per l’impatto che i metodi di
delimitazione delle circoscrizioni esercitavano sui risultati elettorali; per la modellizzazione
degli effetti di decadimento all’aumentare della distanza relativi alla possibilità che uno Stato
entrasse in guerra; e per l’organizzazione spaziale delle amministrazioni locali e regionali.
Questi interessi, e l’approccio analitico-spaziale che condividono, persistono ancora oggi,
rinnovati dall’introduzione dei Geographical Information Systems (GIS o Sistemi Informativi
Geografici), della cartografia digitale e dei database spaziali (ad esempio O’Loughlin 2003;
Agnew et al. 2008), ma non sono predominanti come lo furono allora.
Un buon esempio della logica teorica alla base dell’approccio analitico-spaziale è fornito da
Kevin R. Cox e David R. Reynolds (1974). Dopo una breve discussione sulla generale
assenza di considerazioni geografiche negli studi su potere e conflitti, gli autori individuano
due fattori che a loro avviso rendono sempre più importante il tema dello spazio negli studi
politici: l’effetto crescente delle esternalità sugli individui nelle società industriali (effetti su
terzi che non sono parti in gioco in una transazione), e l’adozione di prospettive “sistemiche”
nelle scienze politiche che tendono ad aumentare l’attenzione data ai risultati del processo
politico (chi vince dove) piuttosto che al processo politico stesso. Così, anche se in passato la
politica poteva essere interpretata come “astratta dallo spazio”, ora ciò non è più possibile.
L’attenzione per gli insediamenti urbani e per le configurazioni spaziali prodotte da fattori
esterni distingue nettamente questo approccio da quelli precedenti (si pensi agli effetti dei
fumi emessi dalle ciminiere di una fabbrica oppure ai benefici legati al fatto di risiedere
all’interno del bacino di utenza di un liceo di buona qualità). Questa logica, tuttavia, non è
specifica né della scala urbana né degli effetti locali esterni di questo tipo, e può essere
ampliata fino a interpretare le relazioni nazionali e internazionali, come in Cox (1979).
Con gli anni Settanta nella geografia si manifestò invece a un calo di interesse per la
prospettiva analitico-spaziale. Nel contesto di un lungo periodo di crisi economica e politica
in molti Paesi occidentali, molti studiosi si rivolsero a prospettive teoretiche in grado di
abbracciare la situazione attuale e offrire nuove interpretazioni di vecchi temi. In quest’ottica
un’economia politica rinnovata si dimostrò di grande interesse. Attingendo soprattutto agli
scritti di economia politica marxisti e neomarxisti, gli studiosi inquadrarono i fenomeni
politico-geografici in termini di configurazioni globali di sviluppo diseguale e di processi che
a loro avviso producevano queste configurazioni. Una variante di questo approccio, e cioè la
teoria dei sistemi mondiali di Immanuel Wallerstein, ebbe grande influenza sulla geografia
politica. Essa è stata divulgata nel libro di testo di Peter J. Taylor (1989) e in numerose altre
pubblicazioni di Taylor e altri. Questa prospettiva, teoreticamente eclettica, elabora i suoi
72
Fare Geografia Politica
principi fondamentali attingendo da pensatori tanto diversi quali Fernand Braudel, Karl Marx
e Karl Polanyi. Essa tende a spiegare la maggior parte dei fenomeni in base a dove essi siano
localizzati all’interno di una divisione del lavoro globale (centro, periferia, semiperiferia)
prodotta dai meccanismi storici dell’economia mondiale capitalista. Tuttavia la lista delle
prospettive emerse nella geografia politica è molto varia, e include prospettive che aderiscono
strettamente al marxismo ortodosso (ad esempio Harvey 1993) e mettono in primo piano i
processi di pura e semplice accumulazione del capitale, fino ad altre che esplorano i poteri
autonomi degli Stati (ad esempio Mann 1984; Skocpol 1994). Ciò che le unisce tutte è la
visione dello spazio come una superficie sulla quale processi politico-economici (di qualsiasi
tipo) sono iscritti e integrati, ma che è comunque essenziale al risultato dei processi stessi (ad
esempio nel fornire la “correzione spaziale” alla diminuzione dei profitti spostando altrove gli
investimenti, o definendo i limiti spaziali dell’autonomia dello Stato, ecc.).
Gli anni Ottanta non alleviarono il senso di crisi, e questa volta le conseguenze per la
geografia politica furono ancora più profonde. Nel corso degli anni molti studiosi avevano
messo in discussione le pretese delle “teorie forti” e delle “grandi narrazioni” nelle scienze
sociali, facendo notare come esse andassero al di là delle prove empiriche fornite a loro
sostegno. Altri avevano suggerito che la conoscenza fosse più il prodotto del linguaggio e
delle modalità di approccio che non dei “fatti” indipendenti riguardanti il mondo. Di
conseguenza, uno degli indirizzi critici, associato in particolare al femminismo e alla ricerca
post-coloniale, mise in evidenza la parzialità di un sapere comunque “situato”. In questo
senso, il sapere è, almeno in parte, funzione del punto di vista o della posizione soggettiva
nella quale è situato uno studioso, soprattutto è funzione della sua esperienza storica del
potere relativa ad altri e, quindi, della sua capacità di raccontare la storia di chiunque (Krishna
1993). Un’altra posizione critica mise in evidenza il ruolo del linguaggio e della scrittura
nell’offrire significato ai lettori. In quest’ottica, il mondo è scritto, non scoperto o esplorato
(Barnes e Duncan 1992). In altre parole, da questo punto di vista post-strutturalista e
decostruzionista, ciò che fa chi scrive è riciclare metafore e tropi più che scoprire nuova
conoscenza. Infine, un’altra tendenza critica individuò l’inconsistenza di ogni pretesa di
raccontare “storie” di altre persone e dei loro luoghi. Anche le narrative “emancipatrici”, le
storie raccontate a beneficio degli interessi e delle identità degli altri, implicano una ricerca di
trascendenza che limita e disciplina le aspirazioni dei presunti beneficiari. Secondo questo
punto di vista di tradizione postmoderna, il rispetto per l’ironia, l’ambiguità e i paradossi
dell’esistenza rimangono le uniche garanzie contro l’imposizione di un ordine sugli altri.
Nella misura in cui ciò sia possibile, si cercano storie che i gruppi condividano per
comprendere la storia della loro identità. In ultima istanza, però, un individuo non potrà mai
“parlare per gli altri” (Alcoff 1991-92).
Questi che abbiamo citato, tuttavia, sono indirizzi critici distinti, e l’uso del termine
“postmoderno” per abbracciarli tutti è problematico (Duncan 1996). Si è scelto di usare
questo termine per indicare l’idea comune a tutti questi indirizzi, ossia che la conoscenza è sia
politica sia profondamente compromessa dal linguaggio e dalle convenzioni sociali delle
discipline accademiche e dei contesti storico-geografici (Gregory 1989). Alcuni autori si
muovono con incertezza nell’ambito critico del loro lavoro, senza rendersi conto che è
proprio questo a individuarli filosoficamente. Nel procedere oltre la critica, si è manifestata
una crescente attenzione per la questione dell’“identità” – la relazione del soggetto a gruppi
sociali più grandi e al mondo – e su come le risposte a essa dipendano dal contesto culturale
(linguaggio, comprensione, esperienza, ecc.).
Le tre “correnti” sopra delineate continuano a fiorire all’interno della geografia politica
contemporanea. Mentre hanno permeato la disciplina, esse hanno anche aiutato a stimolare e
delineare un certo numero di aree di studio distinte all’interno della geografia politica. Ai temi
consueti della geopolitica e della spazialità (od organizzazione geografica) degli Stati e di
altre comunità politiche, a partire dagli anni Sessanta si sono aggiunti altri tre temi: le
geografie dei movimenti sociali e politici (compresa la geografia elettorale); luoghi e politiche
dell’identità; e le geografie del nazionalismo e del conflitto etnico. I nuovi temi riflettono la
reinvenzione della geografia politica ben al di là dei suoi protagonisti dell’inizio del XX
secolo e della loro duplice ossessione per la geopolitica e il territorio degli Stati.
73
John Agnew e Luca Muscarà
Per aiutare a comprendere le principali caratteristiche delle tre prospettive teoriche, potrà
essere utile offrire un esempio empirico che identifichi in che modo ciascuna di esse può
contribuire a interpretare uno stesso fenomeno.
Il sistema federale americano ha due caratteristiche importanti. La prima è di essere un
sistema redistributivo sul piano fiscale: il governo federale riscuote le imposte (soprattutto la
tassa federale sui redditi) dalla popolazione e dalle imprese in tutto il Paese e poi restituisce il
denaro agli Stati direttamente e indirettamente (ai Comuni e attraverso progetti specifici).
L’altra è che i presidenti degli Stati Uniti sono eletti dai vari Stati mediante Collegi elettorali
piuttosto che direttamente: vi è una ponderazione intrinseca al sistema che, aggiungendo al
numero dei rappresentanti due senatori per ogni Stato (a prescindere dalle dimensioni della
sua popolazione), si allontana da un voto strettamente popolare. Nondimeno, il voto popolare
di solito (ma non sempre, come sappiamo dal 2000) va in parallelo in larga misura al
cosiddetto voto elettorale. Nel 2008 durante la corsa alla presidenza degli Stati Uniti, Barack
Obama ha sconfitto il repubblicano John McCain sia nel voto popolare sia in quello elettorale.
Il voto a favore di Obama non era però uniforme: andava da un minimo del 30 per cento in
Wyoming a oltre il 90 per cento nel District of Columbia. Diverse ipotesi state avanzate per
spiegare il perché della vittoria di Obama e perché abbia vinto in modo così poco uniforme.
Un’ipotesi plausibile, soprattutto alla luce del modo in cui Obama è stato ritratto da molti dei
suoi oppositori dopo la sua elezione, è che egli rappresenti interessi e identità di elettori
favorevoli a un governo federale relativamente potente. Presumibilmente, ciò includerebbe
coloro che beneficiano maggiormente delle attività redistributive del governo federale su base
pro-capite. Se così fosse, ci si potrebbe aspettare di vedere una alta correlazione geografica
tra voto per Obama nel 2008 nei singoli Stati e importi che ogni Stato riceve dal governo
federale rispetto a quanto invia a Washington mediante le imposte. Se rappresentiamo
graficamente le due variabili e osserviamo su una carta la loro intersezione Stato per Stato, è
tuttavia possibile vedere un pattern diverso da quello che ci si potrebbe aspettare (figura 4.2).
La spesa federale collegata alla riscossione delle imposte è di solito più alta in quegli Stati
dove McCain ha riscosso molti più voti di Obama. Il Texas è l’unico Stato nel quale vi è stato
un consenso elettorale elevato per McCain e che ha ricevuto meno di un dollaro per ogni
dollaro inviato al governo federale sotto forma di imposte. In effetti, la correlazione tra le due
variabili in questione (percentuale di voti per Obama per Stato nel 2008 e relazione tra spesa
federale e dollari di tasse federali inviate dagli Stati nel 2005) è negativa, con un rapporto pari
allo 0,44 per cento. Obama in genere ha ottenuto risultati peggiori in quegli Stati che avevano
ricevuto più denaro dal governo federale rispetto a quanto avevano inviato come imposte che
non viceversa. Come si spiega questa correlazione dall’apparenza contro-intuitiva?
Consideriamo una alla volta come le tre prospettive teoriche per vedere possono interpretare
la carta e il grafico in questione. Da una prospettiva analitico-spaziale dovremmo respingere
subito l’ipotesi. Secondo tale prospettiva, risultati negativi come questo non sono molto
interessanti. Dovremmo subito rivolgere la nostra attenzione verso altre variabili in grado di
spiegare meglio il successo nazionale di Obama sulla base di un sostegno differenziato nel
Paese. L’analisi spaziale si basa esattamente sulla ricerca di sovrapposizioni nei pattern
geografici che come minimo suggeriscano alcune relazioni causali tra le variabili considerate.
Solo se i punti fossero tutti o in gran parte limitati agli Stati rappresentati con tonalità più
scure nella figura 4.2 avremmo una correlazione evidente. Dove non vi sia sovrapposizione,
come in questo caso, allora vi è un problema. In questa prospettiva, il risultato pare poco
interessante o non degno di ulteriori studi. Nella migliore delle ipotesi, abbiamo un modello
teorico impreciso: molte altre variabili ignote potrebbero essere all’opera in questo caso per
produrre i risultati negativi che vediamo sulla carta. Dato che non abbiamo dati su di esse,
non possiamo dire nulla al riguardo. Siamo completamente condizionati dalle variabili
disponibili e dalla strategia adottata di incrociare le due variabili sulla carta per capire come si
relazionino.
74
Fare Geografia Politica
Fig. 4.2 Percentuale di voti per Obama nelle presidenziali del 2008 e spesa federale per
dollari di tasse che ciascuno stato a inviato a Washington nel 2005.
75
John Agnew e Luca Muscarà
Da una prospettiva economico-politica invece, tutto diviene più complesso. Qualsiasi dato
rappresentato sul grafico e sulla carta è invariabilmente limitato e problematico per arrivare a
ciò che ci interessa. In questo caso tutto dipende dal modo in cui il ruolo del governo federale
figura nell’elezione di Obama. I dati rappresentati sulla carta sono solo la punta dell’iceberg,
per così dire, di questo processo che dobbiamo esplorare per poterlo spiegare. Sì, gli Stati
differiscono in termini di spesa federale e voto per Obama, ma essi sono correlati
storicamente e istituzionalmente. Non possono essere pensati semplicemente come pattern
spaziali che si sovrappongono su una carta. Vanno considerati due fattori: le caratteristiche
degli Stati dal punto di vista di entrate/uscite e come gli Stati ricevano i finanziamenti sulla
base del loro potere relativo nel governo federale. In primo luogo, come si vede nella figura
4.2 non si considerano le differenze nello sviluppo economico tra gli Stati. A prescindere
dalle rispettive propensioni nel voto presidenziale, possiamo aspettarci che gli Stati più poveri
ricevano più finanziamenti federali in rapporto alla loro popolazione rispetto agli Stati più
ricchi. I risultati dunque dipendono in parte da questa differenza. Alcuni Stati ricevono più
dollari perché sono più poveri, non perché abbiano una opinione più elevata del governo
federale rispetto a quegli Stati che ricevono meno dollari e che pertanto preferirebbero un
presidente più favorevole ad aumentare la spesa federale. In secondo luogo, come è ben noto,
il finanziamento di ritorno agli Stati dipende molto dai modi in cui il Congresso americano è
organizzato. Quegli Stati che dispongano di potenti presidenti nelle commissioni di Camera e
Senato, ad esempio, storicamente ricevono dal governo federale più dollari. Interpretare come
l’economia nazionale abbia uno sviluppo economico diseguale e come le istituzioni politiche
lo incrementino attraverso la distribuzione di denaro pubblico suggerisce come non vi sia una
relazione diretta tra spesa federale e voto per questo o quel candidato alla presidenza. Certo,
l’efficacia dei rappresentanti al Congresso conta molto di più di chi sia il Presidente degli
Stati Uniti per quanto riguarda la relazione tra governo federale e Stati. Da questo punto di
vista, la figura 4.2 è una semplificazione di un processo assai più complesso e che non può
mai essere ridotto a due sole variabili, come nella carta in questione. Le elezioni presidenziali
semplicemente non pesano molto sulle relazioni tra Washington e gli Stati Usa.
Infine, in una più ampia prospettiva postmoderna, la carta e il grafico in figura 4.2 possono
essere interpretati come un tentativo di “vendere” una storia che probabilmente oscura almeno
un’altra storia più interessante, anche se nella prospettiva analitico-spaziale essa è “negativa”.
In nessun caso vi è una verità assoluta in gioco. Rappresentare i dati in un grafico o in una
carta può richiedere un certo sforzo, ma non è chiaro se ciò possa essere qualcosa di più che
un semplice modo per raccontare una storia o costruire una narrazione che ci aiuti a spiegare
il mondo (e pertanto ci aiuti a lavorare nel mondo). Ma tale storia o narrazione non è più vera
di altre più anedottiche che ispirano le azioni di personaggi potenti in grado di produrre
cambiamento, nonostante queste abbiano uno statuto meno “scientifico”. È la relazione tra
potere e conoscenza (perché sono stati raccolti questi dati, chi si cela dietro a queste storie,
ecc.) e non la natura della conoscenza stessa (quali informazioni siano coinvolte come questa
informazione venga analizzata, ecc.) ad attirare dunque l’attenzione. La storia che la figura
4.2 dovrebbe raccontare è quella di Obama come presidente federalista, la cui posizione sulle
spese federali sarebbe un surrogato rispetto all’affiliazione ideologica al federalismo (la
dottrina di un governo federale più forte rispetto ai singoli Stati enunciata da padri fondatori
degli Usa come John Adams o Alexander Hamilton). In primo luogo, come mostra la carta,
Obama ha ottenuto risultati di gran lunga peggiori negli Stati che hanno ricevuto più denaro
dal governo federale. Si tratta di parti del Paese tradizionalmente ostili a un ruolo più forte del
governo federale: gli Stati della vecchia confederazione e le roccaforti libertarie della regione
compresa tra le montagne Rocciose a Est e la catena delle Cascate e la Sierra Nevada a Ovest.
Il messaggio della carta è forte e chiaro: non è possibile leggere l’ideologia o l’identità
politica a partire da una carta dei presunti interessi economici. In secondo luogo, la narrazione
federalista non è quella che ha informato la campagna elettorale né di Obama né del suo
antagonista nel 2008. Essa è emersa dopo le elezioni (come osservato nella descrizione
dell’ipotesi sopra), quando gli oppositori di Obama all’estrema destra del Partito
Repubblicano nel movimento Tea Party hanno abbandonato il conservatorismo favorevole a
un governo forte, sostenuto durante la presidenza di G. W. Bush, per ritrarre Obama come
76
Fare Geografia Politica
unico responsabile dell’enorme deficit del governo federale (quando almeno metà di esso
proviene dalle guerre dell’èra Bush e dalla spesa per l’assistenza sanitaria gratuita di
Medicare e buona parte del resto dipende dagli sforzi successivi al 2008 per stimolare
l’economia americana dopo la crisi finanziaria del 2007-2009). Non molto altro di quel deficit
può essere imputato alle presunte inclinazioni federaliste di Obama in quanto tali. Al di là
dell’appello alle origini della storia americana come se accadesse oggi (Lepore 2010), la
narrazione di un’America prigioniera tra due campi in guerra tra loro ha altre fonti più recenti.
La narrazione comprende anche uno sforzo eroico di situare ideologicamente Obama
all’interno di un quadro discorsivo come erede dell’era dei diritti civili, nella quale il governo
federale si era rafforzato, e come afro-americano all’interno di una concezione liberal del
ruolo del governo federale. Nel fare appello alla retorica dei “diritti degli Stati” da parte di
quelle icone del segregazionismo degli Stati del Sud come il governatore dell’Alabama
George Wallace alla fine degli anni ’60 e alla “strategia per il Sud” che faceva leva sulla razza
per reclutare nel Partito Repubblicano elettori bianchi disaffezionati negli Stati del Sud negli
anni in cui Richard Nixon era il presidente degli Stati Uniti, questa narrazione raggiunse il
suo apogeo durante le elezioni del Congresso del 2010 e nel dibattito sull’aumento del tetto
del debito nazionale nel 2011. La figura 4.2 quindi può essere interpretata come un’immagine
che parla della mancanza di collegamento tra interessi economici e le varie divisioni e fazioni
della politica americana contemporanea, che parla degli usi di un certa lettura dei periodi
eroici della storia americana per informare i dibattiti sull’attualità (come l’analogia tra Tea
Party e il periodo dell’indipendenza americana da una potenza imperiale arrogante come la
Gran Bretagna, e le espressioni federalista e antifederalista che essa ha prodotto), e sull’uso di
argomenti causali a posteriori (come il proiettare un argomento relativo al 2010 sulle elezioni
del 2008 da parte del Tea Party e il classificare i politici come federalisti e antifederalisti,
confondendo spesso questi ultimi con i sostenitori degli articoli della Confederazione pre-
1787) per cercare di spiegare il risultato elettorale. La prospettiva postmoderna dunque è sia
una critica degli altri tentativi di spiegazione (e di come essi non siano in grado di collegarsi
all’effettivo dibattito politico del tempo, ma se ne discostino ponendosi a lato e al di sopra di
esso con le loro spiegazioni) sia un modo per offrire una interpretazione in termini delle
narrazioni (dominante e subordinata) che animano la politica vera e propria, comprese quelle
prese a prestito da altre prospettive teoriche.
La tabella 4.1 illustra un tentativo di classificazione incrociata fra i tre tipi di prospettive e le
cinque aree tematiche della geografia politica. In ciascuna voce della tabella viene indicato un
esempio di articolo o libro conforme a una particolare combinazione fra una prospettiva e
un’area tematica. Nel descrivere tali esempi nelle pagine seguenti, l’auspicio è che emerga
con chiarezza la struttura degli approcci e dei temi della geografia politica.
Gli esempi sono descritti brevemente eccetto per i tre seguenti, che vengono approfonditi
maggiormente: Rokkan (prospettiva analitico-spaziale), Osei-Kwame e Taylor (politico-
economica), e Ó Tuathail (postmoderna). Questi sono tre esempi fondamentali dei tre tipi di
approccio alla geografia politica. Tutti gli esempi qui forniti sono pubblicati in una antologia
(Agnew 1997a) che può essere consultata per leggere gli articoli integrali o degli estratti
consistenti di pubblicazioni più corpose.
Geopolitica
L’interesse per la geopolitica si rianimò solo negli anni Ottanta, benché il linguaggio
esplicitamente geopolitico utilizzato negli anni dell’amministrazione Nixon (1969-1974)
avesse incoraggiato un certo ritorno a questo tema (Hepple 1986). Uno dei migliori tentativi
pionieristici di ricollegare la politica estera Usa e la geopolitica è un saggio scritto da Alan K.
Henrikson nel 1980. L’autore usa un modello centro-periferia della centralità politica globale
per avvalorare la tesi di uno spostamento, nella percezione da parte degli americani, della
centralità degli Usa negli affari internazionali. In altre parole, la storia della politica estera
77
John Agnew e Luca Muscarà
Altri studiosi, come Saul Cohen (1973), Patrick O’Sullivan (1986), John O’Loughlin (1986) e
Jan Nijman (1992), hanno pure fornito importanti contributi alla geopolitica partendo da
prospettive analitico-spaziali, anche se con minore enfasi sulla percezione della centralità
78
Fare Geografia Politica
nazionale o sull’uso della cartografia, sottolineando invece fattori globali “oggettivi”, come
l’accesso alle risorse, la contiguità degli Stati rivali, ecc. come elementi che condizionano le
relazioni geopolitiche.
Una delle critiche che si potrebbero avanzare a questo approccio è il fatto che esso trascura il
contesto economico mondiale nel quale le politiche estere si inquadrano geograficamente.
L’assurgere dell’America a un ruolo globale predominante deve più di qualcosa alla sua
posizione economica. Tuttavia, nel raggiungere una centralità politica globale, gli Stati Uniti
hanno anche modificato la natura della competitività che a lungo ha contraddistinto le dispute
globali, esportando oltre i propri confini gli interessi specificamente nazionali di espansione
economica (Agnew 1999). Di conseguenza, sembra che ora la potenza economica sia a pieno
titolo tanto importante quanto la sua traduzione in potenza militare e in influenza politica. La
competizione fra Stati oggi appare spesso tanto (o più) “geoeconomica” che “geopolitica”.
Ma forse le condizioni globali sono mutate ancora più profondamente. Stuart Corbridge
(1994), per esempio, sostiene che il contesto globale sia cambiato al punto che gli Stati non
sono più gli unici attori della politica mondiale. Anche vari tipi di organismi di
regolamentazione internazionali e imprese private sono ormai di diritto protagonisti della
politica mondiale, mentre l’ultimo decennio ha assistito all’ascesa di Cina, Brasile, Russia,
India e Sud Africa, aumentando la varietà e la complessità dell’“economia geopolitica” del
mondo contemporaneo e sfidando il dominio dei suoi tre centri globali – Stati Uniti, Unione
Europea e Giappone. Per ora, comunque, l’economia mondiale resta dominata e collegata da
flussi di capitale e da collegamenti finanziari e commerciali che promanano da centri come
Londra, New York e Tokyo verso luoghi distanti in tutto il mondo. In questo contesto, il
mondo non è spinto da una competizione fra Stati a somma zero (chi vince piglia tutto), ma
dalla relativa abilità di insinuare località e regioni nei circuiti del capitale globale (Florida
2011, Gilbert 2011). Molti Stati hanno di fatto ben poca – se non alcuna – capacità di
stimolare o ritardare lo sviluppo economico. Con tali “quasi-Stati” e sovranità incerte anche
tra i più potenti, vi è l’opportunità sia di un mondo meno militarizzato sia di nuove instabilità
politiche (come quelle rappresentate dalle reti internazionali del terrorismo e dai movimenti
politici di stampo religioso).
Così, questo tipo di economia politica storica, che afferma il ruolo delle mutevoli condizioni
storiche nella politica mondiale, si è sviluppata solo in tempi relativamente recenti.
Prospettive più consolidate sottolineano invece l’importanza costante della “geopolitica del
capitalismo” e vedono la condizione attuale solo come l’ultima di una serie di
riorganizzazioni del business (il “capitale”) a diverse scale geografiche per risolvere la
tendenza a lungo termine alla diminuzione dei tassi di profitto, senza ricercare costantemente
una “correzione spaziale” (Harvey 1982). Nel frattempo, altri punti di vista, come quelli dei
teorici dei sistemi mondiali e dei fautori dei modelli ciclici della storia, sottolineano invece
l’emergere di nuovi Stati egemonici dalle ceneri delle epoche passate, dovuto –
rispettivamente – alla conglomerazione dei vantaggi tecnologici (Taylor 1989; Wallerstein
1993; Derluguian e Greer 2000) o ai minori impegni militari relativi alla capacità economica
nazionale (Kennedy 1987). La guerra al terrorismo degli anni 2000 esemplifica forse questa
tendenza in cui consistenti risorse (inclusi fondi presi a prestito all’estero) vengono investite
in spesa militare, facendo aumentare in modo massiccio il deficit pubblico (insieme agli
effetti dei bail out dalla crisi finanziaria del 2008) in assenza di aumenti nelle entrate per
coprire l’aumentata spesa. Di conseguenza, il debito nazionale Usa è triplicato rispetto a
quello dell’anno 2000, mentre la percentuale dello stesso detenuta all’estero è aumentata fino
a raggiungere quasi un terzo del totale. Dato che le prospettive di ripagare questo debito
impediscono una crescita complessiva dell’economia, l’egemonia americana così come è stata
esercitata va incontro a una significativa erosione, mentre un notevole spostamento nel potere
globale verso i Paesi creditori, come la Cina, è già in atto, un segnale dell’avvento di una
geopolitica globale meno centrata su una sola potenza economica dominante (Agnew 2009).
Come illustra Corbridge (1994) all’inizio del suo articolo, la fine della Guerra fredda è
coincisa non solo con un improvviso aumento di interesse per la geopolitica da una gamma di
prospettive diverse, ma anche con un’esplicita contestazione degli assunti geografici e del
linguaggio su cui sono basate le pratiche della politica estera. Su questa linea si è sviluppata
79
John Agnew e Luca Muscarà
una geopolitica critica che mette al centro i modi in cui politici e media rappresentano i luoghi
e il loro significato strategico (Ó Tuathail e Agnew 1992; Ó Tuathail 1996). Influenzata da
autori post-strutturalisti quali Foucault, Derrida, Virilio, Baudrillard e Deleuze, essa si
concentra sulla decostruzione delle strategie discorsive usate per rendere comprensibili le
“situazioni”, “crisi” e “guerre” di politica estera rispetto sia a un “quadro generale”, sia a
eventi passati interpretati come analogie degli eventi attuali (ad esempio
Monaco/pacificazione e Vietnam/sabbie mobili, nel discorso della politica estera
statunitense). I principali autori considerati sono “intellettuali dell’arte di governo”, in
particolare leader politici e loro consiglieri/profeti, come quelli provenienti da influenti “think
tank” (McGann 2007, 2011).
Alcuni autori hanno sottolineato i modi in cui le rappresentazioni geopolitiche popolari
servano ad ancorare le identità nazionali (Campbell 1992; Sharp 2000; Mamadouh 2008).
Altri si sono concentrati maggiormente sul modo in cui le rappresentazioni inquadrino i
conflitti che esplodono come sfida agli attori dominanti della politica mondiale. È a uno di
questi autori che rivolgeremo ora la nostra attenzione, in un caso di studio situato proprio alla
fine della Guerra fredda.
Gearóid Ó Tuathail (1993) fornisce un’analisi dettagliata della crisi e della Prima guerra del
Golfo del 1990-91 seguendo due linee principali: 1) la collocazione della “situazione” del
Golfo nel quadro generale della fine della Guerra fredda e il desiderio da parte dei politici
statunitensi di “riterritorializzare” gli Usa come unica superpotenza, e 2) la guerra come
esempio di “smaterializzazione” del luogo attraverso l’uso di nuove armi altamente
tecnologiche e la visione in tempo reale della guerra sugli schermi televisivi di tutto il mondo
come un tipo di war game in cui il luogo dove si svolge la guerra è accessorio alla
dimostrazione della capacità tecnologica. Le due linee vengono sviluppate in relazione ai
discorsi e alle azioni dei politici statunitensi, in particolare del Presidente George H. W.
Bush. Ó Tuathail (1993, 6) riconosce che l’invasione irachena del Kuwait dell’agosto 1990
“aveva origini regionali complesse”, ma che la “conseguente narrazione di questo evento
come “crisi del Golfo” minacciosa e di portata globale va ricollegata ai dilemmi posti agli
Stati Uniti e alla sicurezza atlantica dalla fine della Guerra Fredda”. La Guerra Fredda aveva
strutturato sia la politica mondiale che la società americana, a partire dalla suddivisione del
mondo, dall’orientamento delle forze armate, dall’organizzazione della produzione militare e
dal contenimento del dissenso politico. La crisi del Golfo offriva l’opportunità di scrivere una
nuova “narrazione della minaccia generale” che rimpiazzasse quella ormai persa e rendesse
gli “Stati Uniti” nuovamente significativi come attori della politica mondiale. A questo fine
politici e commentatori ufficiali statunitensi usarono “strategie ricorrenti di assimilazione
linguistica”. Quelle di particolare rilievo nell’offrire le “ragioni” per l’intervento americano
erano collegate (1) al petrolio in generale, alla difesa dell’Arabia Saudita, al controllo che
l’Iraq avrebbe esercitato sull’offerta petrolifera mondiale se gli fosse stato permesso di
occupare il Kuwait e (2) alla ricerca di un “nuovo ordine mondiale” basato sul diritto e sulla
difesa delle sovranità esistenti (come quella del Kuwait). Le strategie di particolare rilievo nel
situare la crisi e la guerra in relazione all’esperienza americana passata includevano analogie
con la Seconda guerra mondiale (con paragoni fra il dittatore iracheno Saddam Hussein e
Hitler) e il Vietnam (essendo ormai superata la “sindrome” dell’opposizione popolare
americana alle guerre di stampo coloniale grazie alle prospettive di vittoria nel Golfo).
Tale enfasi discorsiva era arricchita da un resoconto sul ruolo della televisione e delle
tecnologie militari nel rendere la Guerra del Golfo uno spettacolo assolutamente nuovo
rispetto alle guerre del passato. Usando le parole del teorico francese Paul Virilio, che
somigliano stranamente a quelle dei futuristi italiani del primo Novecento, Ó Tuathail afferma
che la Guerra del Golfo offre “la provocatoria dimostrazione dell’eclissi del luogo ad opera
della velocità” (1993, 18). Più che basarsi sul contenimento e lo strangolamento, la strategia
di guerra statunitense si affidava ad attacchi aerei con missili e altre armi per battere il
vantaggio difensivo degli iracheni, come evidenziato dalle drammatiche immagini dei
bombardamenti di precisione da parte delle forze alleate che tutti potevano osservare in
televisione. Ó Tuathail diffida dell’idea che questo sia un tipo di guerra assolutamente nuovo
in cui le vecchie regole non sono più valide. Ma sostiene che l’effetto finale delle strategie –
80
Fare Geografia Politica
discorsive e tecnologiche – perseguite durante questa guerra sia stato di “cancellare il luogo”
sia nel senso di de-umanizzare il conflitto e nascondere agli osservatori le conseguenze
veramente terrificanti di una guerra altamente tecnologica, sia nel senso di sottovalutare la
grande varietà culturale dei luoghi sottoposti ad azioni belliche. Che ciò sia del tutto nuovo,
naturalmente, è materia di discussione. Ó Tuathail ci ricorda che, nonostante i recenti
cambiamenti nei meccanismi dell’economia mondiale, la geopolitica rimane strettamente
collegata al fare la guerra. Come guida e ispirazione, l’immaginario geopolitico moderno
riduce i luoghi a punti su una carta che poi cessano di avere qualità proprie e contano
solamente in un calcolo guidato dal desiderio globale. Questa visione non è nuova, anzi ha
una lunga genealogia che rimanda all’incontro dell’Europa con il resto del mondo dal XVI
secolo in poi (Agnew 1998). Tuttavia, i contenuti di questa visione sono soggetti a
cambiamenti. La sfida per lo studente di geopolitica è quella di individuare ciò che cambia e
ciò che rimane invariato in ogni dato momento, e di capire se tali variazioni possano essere
interpretate in termini puramente rappresentativi o se rispecchino interessi e identità che
vengono mascherati anziché evidenziati dalle costruzioni discorsive. Il linguaggio è tanto
retorico e persuasivo quanto rappresentativo, e dunque non è così rivelatore delle motivazioni
e dei desideri quanto potrebbe apparire a prima vista. La ricchezza teoretica del tentativo di Ó
Tuathail di collegare il potere discorsivo a quello tecnologico rivela quanto l’affidarsi all’uno
escludendo l’altro possa essere limitante.
La spazialità degli Stati è, con la geopolitica, l’area di studio più consolidata della geografia
politica, anche se è spesso chiamata in modi diversi, come: territorialità, geografia della
formazione dello Stato e geografia delle aree amministrative (federalismo incluso). La
spazialità degli Stati si riferisce sia alla delimitazione esterna che all’organizzazione
territoriale interna degli Stati. Le rivendicazioni di confine, le dispute di frontiera e
l’organizzazione territoriale sono da tempo aree di ricerca importanti della geografia politica
(Kasperson e Minghi 1969; Sack 1986; Newman e Paasi 1998). Inoltre, un’ampia porzione
della letteratura è dedicata alle amministrazioni locali, quali attori sub-statuali, e alle
caratteristiche geografiche specifiche dei sistemi federali (Paddison 1983). Questo tipo di
lavoro continua a prosperare, ma oggi vi è un crescente interesse per la spazialità inerente al
moderno sistema degli Stati – costituito da sovranità in competizione, che rivendicano una
totale giurisdizione sulle popolazioni nei loro territori – e per come questa situazione sia
venuta a crearsi.
Tuttavia tale interesse non si è generato indipendentemente dal contesto storico. Lo Stato
territoriale moderno è oggi messo in discussione in modi che, solo una ventina d’anni fa,
sarebbero stati impensabili. In piena Guerra fredda, un insieme di fenomeni iniziò a mostrare
la lenta erosione di quella che tradizionalmente era considerata la sovranità dello Stato: la
globalizzazione della finanza e della produzione, l’esplosione di flussi di migranti e di
profughi in fuga dal crollo degli Stati (da Afghanistan e Iraq a Sudan e Libia), la dissoluzione
degli Stati “forti” dell’Unione Sovietica e dell’Europa orientale, l’emergere di forme di
governo sovranazionali (come l’Unione Europea) e globali (come l’Fmi, le agenzie dell’Onu,
il G8, G2, G20) per far fronte a problemi contemporanei – mettendo così in luce la crescente
necessità di una governance globale più capace – e il rapido aumento di conflitti etnici e
regionalisti all’interno degli Stati e fra Stati (vedi capitolo 5). L’immagine di una territorialità
“fissa” dell’organizzazione politica non è più scontata, e ciò ha incoraggiato una ricerca delle
radici storiche dello Stato territoriale come forma di governo, e una riflessione sul fatto che la
sovranità di Stato sia ancora, o solo in parte, il principio regolatore delle relazioni
internazionali.
La crescente popolarità delle concezioni di potere meno Stato-centriche e coercitive ha inoltre
contribuito a contrastare le idee convenzionali relative allo Stato e al suo controllo della
popolazione e del territorio. Tali concezioni rispecchiano i cambiamenti dell’organizzazione
territoriale e delle immagini storiche della statualità. Innanzitutto, l’aumento dei livelli
regionali di governo all’interno degli Stati ha portato a un crescente decentramento del potere,
81
John Agnew e Luca Muscarà
normalmente concentrato nelle burocrazie centrali delle città capitali. In secondo luogo, il
senso che la storia della statualità sia stata più complessa di quanto indurrebbero a pensare le
descrizioni dominanti fornite dalle scienze sociali, ha ispirato delle prospettive più incentrate
sulla debolezza che sulla forza del potere dello Stato. Il mondo contiene una gamma di forme
di Stato che non possono essere ridotte a un unico modello. A livello più generale, gli Stati
non hanno mai avuto il monopolio esclusivo dell’esercizio della violenza che gran parte della
teoria politica potrebbe indurci a credere.
L’idea che vi sia necessariamente un legame fra comunità politica e territorio è un’idea antica
nella teoria politica occidentale. Tuttavia, solo con l’emergere dello Stato territoriale moderno
nell’Europa del XVI secolo si sviluppò uno stretto collegamento fra i due. Solo da allora
cittadinanza e territorio sono state congiunte. Tale collegamento è diventato così scontato che
gran parte del dibattito in geografia politica ha presunto che la sovranità territoriale fosse un
ideale ormai realizzato e si è rivolta a questioni relative alle caratteristiche dell’apparato
statale o delle istituzioni politiche associate ai diversi tipi di Stato (capitalista-socialista,
democratico-autoritario, ecc.). Tale approccio ha dei vantaggi, non ultimo il fatto che le
questioni relative a diritti di cittadinanza, accesso alle istituzioni e ruolo degli Stati nel
legittimare le divisioni sociali hanno ricevuto un’attenzione critica. Tuttavia questo
orientamento interno alla disciplina trascura i fondamenti geografici dello Stato stesso e il
ruolo critico della distinzione interno/esterno che è un attributo essenziale della statualità
moderna. La delimitazione netta dei territori da parte degli Stati è una delle differenze chiave
fra l’organizzazione politica moderna di stampo europeo e le forme di governo che in passato
prevalevano nelle società nomadi, tribali, imperiali, assolutiste e feudali del mondo.
Stein Rokkan (1980) ha studiato per anni le radici storiche della statualità in Europa.
Nell’articolo citato egli ne rintraccia lo sviluppo dal crollo dell’Impero romano fino al XX
secolo. Il suo obiettivo è di illustrare i vari elementi spaziali coinvolti nella formazione dello
Stato (soprattutto come siano emerse le aree centrali degli Stati) e il ruolo dell’urbanizzazione
e della posizione relativa in Europa (centrale, periferica marittima o periferica continentale)
nello sviluppo dello Stato. Rokkan pone quindi l’esperienza dei particolari Stati all’interno
dell’esperienza dell’Europa nel suo insieme, diversamente dalla maggior parte degli studi
precedenti, che sceglievano un caso ideale, di norma Francia o Gran Bretagna, e
interpretavano tutti gli altri Stati in base a questi. La caratteristica principale dell’approccio di
Rokkan è il suo essere tipologico. Egli elabora una semplificazione o un modello geografico
dell’Europa nel suo insieme, con fasce nord/sud ed est/ovest che delineano l’impatto
regionale e locale di eventi storici che hanno interessato l’intero continente, in particolare: il
crollo dell’impero romano e la successiva configurazione etnica dell’Europa; la diffusione del
feudalesimo e l’emergere di una fascia urbana centrale dalle Fiandre a Nord fino all’Italia a
Sud; gli effetti della Riforma protestante e la conseguente Controriforma cattolica; e
l’imposizione di modelli unitari e federali di governo. La carta politica europea è dunque
interpretata come conseguenza di una serie di processi determinanti – economici, militari-
amministrativi e culturali – che si sono svolti sull’intero continente, ma che hanno esercitato
effetti locali e regionali distinti sulle diverse tipologie di Stati e sulla loro struttura interna.
Anche se non vi è un’unica carta generale che possa rappresentare tutti i diversi processi,
Rokkan fornisce comunque una matrice analitico-spaziale dell’Europa dalla quale si possono
desumere tali processi, a partire dai risultati illustrati sulla carta (la figura 4.4 è una
cartografia di tale matrice). Si tratta di una manovra classica della prospettiva analitico-
spaziale: ragionare all’indietro dalla forma spaziale attuale (come si presenti la carta
geografica) alla combinazione di processi che l’hanno prodotta. Ciò che differenzia questa
ricerca da altre dello stesso tipo è la sua enfasi sulla storia, nel senso che si interpreta la carta
come risultato cumulativo di secoli di “shock” che hanno interessato l’intero continente e che
hanno avuto effetti diversi in luoghi diversi a seconda delle diverse accumulazioni di shock
precedenti. L’aspetto più rilevante di questa cartografia della formazione degli Stati in Europa
è come essa abbini le “caratteristiche sistemiche” (dimensioni fisiche, struttura urbana –
presenza di una o più città dominanti, divisione o unità linguistica, sviluppo dello Stato-
nazione, posizione verso il mare/verso il continente e storia delle città-Stato) ad esempi
empirici effettivi di combinazioni di tali caratteristiche sistemiche.
82
Fare Geografia Politica
Essa è quindi uno strumento sia per osservare l’Europa nel suo insieme sia per comprendere
le traiettorie delle sue diverse parti, sempre in relazione all’insieme.
In alcune ricerche, Tilly (1990) e altri (Tilly e Blockmans 1994) affermano che l’approccio
analitico-spaziale di Rokkan omette alcune cause importanti dell’emergere degli Stati
territoriali in Europa. Il loro approccio politico-economico sottolinea le relative capacità
militari (basate soprattutto sui sistemi fiscali) e la crescita differenziata del capitalismo
industriale e mercantile nelle varie parti d’Europa, ma interpreta anche lo Stato come attore
emergente in sé e non semplicemente come “strumento” di classi sociali come i capitalisti
industriali, o i commercianti. Alcuni studiosi, come Wallerstein (1974) e Anderson (1974)
hanno conferito – anche se in modi diversi – maggiore importanza allo sviluppo del
commercio e delle nuove classi sociali, mentre altri hanno sottolineato l’emergere
dell’autonomia statale come una delle caratteristiche della formazione dello Stato moderno.
Forse il migliore esempio di questa prospettiva è offerta da Michael Mann (1984). Il punto
centrale affermato da Mann (1984, 187) è che “lo Stato sia essenzialmente e semplicemente
un’arena, un luogo, eppure proprio questo fatto sia la fonte della sua autonomia”. Egli intende
dire che la territorialità stessa dello Stato moderno (e non i gruppi all’interno della società
come le classi sociali) è ciò che gli conferisce una grande autonomia, in quanto attraverso il
83
John Agnew e Luca Muscarà
controllo del territorio esso dispiega un potere infrastrutturale; lo Stato risponde alle richieste
provenienti dall’interno della società, e la società a sua volta risponde alla fornitura dei beni e
dei servizi infrastrutturali da parte dello Stato. Solo lo Stato può esercitare un potere
autoritario all’interno di un territorio circoscritto, mentre gli altri gruppi sociali non hanno
questa capacità. Oltre al potere dispotico che diversi gruppi possono esercitare se prendono il
controllo dello Stato, quindi, lo Stato trae vantaggio dal potere infrastrutturale solo in quanto
è un’impresa territoriale. Di conseguenza “dove gli Stati sono forti, le società sono piuttosto
territorializzate e centralizzate” (Mann 1984, 213).
Nelle società agricole e industriali complesse la territorialità è quindi necessaria, perché lo
Stato penetra nella vita dei gruppi sociali, mentre tali gruppi cedono i loro poteri allo Stato in
cambio di vari favori. A sua volta, la territorialità dello Stato garantisce loro una certa
autonomia in relazione alla società. I suoi poteri non sono riducibili a quelli di un qualsiasi
gruppo, perché lo Stato può fare per tali gruppi cose che esso non è in grado fare da solo
(potere infrastrutturale). Il potere dispotico esercitato dalle élite dello Stato è diverso dal
potere infrastrutturale. In quanto deriva dal ruolo sociale delle élite stesse, è generalmente
precario, e non può insinuarsi nella quotidianità della vita sociale come il potere
infrastrutturale. Naturalmente il successo dello Stato come attore autonomo dipende dal grado
in cui i suoi poteri gli siano stati legittimamente conferiti dalla popolazione. Da una
prospettiva postmoderna generale, una tesi come quella di Mann serve precisamente (pur se
inavvertitamente) a questo scopo, naturalizzando e normalizzando “lo Stato” in quanto attore
nella vita delle persone. Una prospettiva di stampo post-coloniale vi aggiungerebbe inoltre
che la statualità è accompagnata da violenza. L’esperienza di indipendenza politica delle ex-
colonie degli imperi europei mette in evidenza la natura arbitraria del processo di
delineazione dei confini implicito nella statualità e le difficoltà che questa delineazione
presenta per coloro che vivono vicino ai confini stessi. Le persone devono scegliere di stare
da una parte o dall’altra; non vi è un’identità “di confine” riconosciuta, solo un’identità di
Stati in competizione. Sankaran Krishna (1994) utilizza la metafora dell’“ ansia cartografica”
per illustrare come i discorsi relativi alla “Nazione” indiana vengano usati per definire i
confini dello Stato indiano. L’India viene definita nei termini di una carta fisica che cerca di
evocare un “originale storico”, una “patria” che non è mai esistita prima del dominio
coloniale britannico. Così, quanti vivano vicino ai confini dell’India sono coinvolti in un
esercizio di ricerca di identità spaziale che è l’essenza della condizione di Stato-nazione:
astrarre dalla storia un insieme di confini stabili e legittimi che fissino al suo posto la storia
dello Stato e gli garantiscano un posto nel futuro. La carta, quindi, è un tentativo di rispondere
in modo definitivo all’ansia che deriva dall’essere “perennemente sospesi nello spazio fra ‘ex-
colonia’ e ‘non-ancora-Nazione’” (Krishna 1994, 508).
Questa tesi ci riporta al problema di come in Occidente la riflessione sul governo in generale
e sulla democrazia in particolare, sia normalmente incentrata sullo Stato (Legg 2011, Larner
2011). Ma la spazialità dello Stato si fonda principalmente sull’escludere preoccupazioni
relative all’esterno e sulla penetrazione dello Stato nella società. Come insegnava Machiavelli
ne Il principe, la politica è possibile solo all’interno dei confini dello Stato: al di fuori di essi
opera solo la ragion di Stato. Gli attributi spaziali dello Stato moderno, quindi, sono molto più
rilevanti nelle grandi questioni politiche della cittadinanza e della democrazia di quanto non si
creda di solito. Essi sono al centro dei dibattiti sulle possibilità di governo democratico in un
mondo in cui molte decisioni che influenzano tutti quotidianamente sono oggi sempre più
emanate da sedi del potere distanti, ben oltre la portata delle autorità territoriali (vedi cap. 5).
Gran parte della politica riguarda la mobilitazione di gruppi di persone per ottenere beni
pubblici (e rimuovere i “mali” pubblici) o il risarcimento di ingiustizie da parte di
organizzazioni economiche e politiche, fra le quali la più importante è normalmente lo Stato.
Beni pubblici sono le politiche e l’apporto di regole e risorse a beneficio di specifici gruppi e
luoghi. I movimenti sociali spesso nascono spontaneamente intorno a questioni particolari in
luoghi specifici. A volte si espandono fino a inglobare altri gruppi di persone che condividono
84
Fare Geografia Politica
85
John Agnew e Luca Muscarà
cartograficamente, gli autori partono dalla distribuzione spaziale dei voti al Partito socialista e
procedono a ritroso, cercando le cause che presumibilmente hanno impedito al Partito di
espandersi a livello nazionale o di rafforzarsi nelle sue roccaforti iniziali. Essi identificano
due fattori che operano in modo articolato nel nord-est degli Usa e minano le prospettive del
Partito socialista nelle elezioni del 1912: il gap crescente fra i salari degli operai specializzati
e non specializzati nelle grandi città, che divise la classe operaia; e la diversità industriale
nelle grandi città, che riduceva il numero relativo di operai non specializzati nell’industria
pesante, settore che più stimolava la militanza politica. Il Partito ebbe successo soprattutto
nelle città più piccole dove forte era la presenza dell’industria pesante; non riuscì a stabilire
una base nelle grandi città e ciò ostacolò la sua espansione nazionale. Tipico di molte ricerche
di geografia elettorale (ad es., Cox 1972, Johnston 1990; O’ Loughlin 2003; Cimpel et al.
2008), tale ragionamento analitico-spaziale può essere criticato in quanto riduttivo nel suo
cercare cause potenziali che operano in modo articolato attraverso lo spazio.
Gli approcci politico-economici, invece, inquadrano la variazione spaziale dell’attività dei
partiti politici o dei movimenti sociali all’interno di una teoria politico-economica dominante.
Il successo o il fallimento dei partiti viene interpretato in base ai cicli dell’economia e
all’equilibrio delle forze sociali in qualsiasi dato momento. Un buon esempio di questo
ragionamento strutturale è un articolo di Peter Osei-Kwame e Peter J. Taylor (1984). Nel
quadro della teoria dei sistemi mondiali, gli autori sostengono che tra il 1954 e il 1979 la
posizione del Ghana nella divisione del lavoro globale abbia costretto i suoi partiti politici a
confrontarsi su quale strategia economica fosse più vantaggiosa per il Paese (sostituzione
delle importazioni con la produzione o esportazione dei prodotti di base) e, al tempo stesso, a
fare leva su clientele di etnie diverse e con interessi diversi nella produzione di beni
d’esportazione (come il cacao). Gli autori analizzano quantitativamente i risultati elettorali
per individuare un certo numero di sotto-periodi in cui sono prevalsi partiti diversi, il più delle
volte grazie al fatto di avere isolato all’opposizione il partito più rappresentativo del gruppo
etnico Akan (Ashanti) – strettamente identificato con le piantagioni di cacao e, quindi, il più
contrario alla strategia economica “semiperiferica” di sostituzione delle importazioni con la
produzione, sostenuta dai partiti al governo. Il forte conflitto politico protrattosi per tutto il
periodo fra Nkrumah del Convention People’s Party e Busia dell’United Party si basa su tale
divisione, dove il primo rappresenta la centralizzazione e il protezionismo governativi e il
secondo il decentramento, la liberalizzazione e l’apertura al commercio. Ma era anche una
politica di parte, nel senso che i centralisti dovevano andare a caccia di voti per mettere
insieme una coalizione di luoghi contro i liberisti, la cui base geografica restava relativamente
stabile nel tempo. Gli autori sostengono che questo pattern sia facilmente riscontrabile in altri
Stati “periferici” ed ex-colonie in cui i partiti politici devono lavorare con un numero limitato
di alternative di politica economica in presenza di profonde divisioni etniche.
Basandosi su uno stesso insieme di circoscrizioni elettorali per facilitare la comparazione dei
risultati elettorali nel tempo, gli autori usano l’analisi fattoriale per illustrare come – salvo
nelle elezioni del 1969 in cui vinsero le regioni del cacao degli Akan (e degli Ashanti) – i
risultati favorirono sempre i partiti con una forte base elettorale nelle altre regioni non
produttrici di cacao, con concentrazioni diverse a seconda del periodo. Considerando i colpi
di Stato avvenuti nel 1966 e nel 1972, i due studiosi stabiliscono 4 sotto-periodi con elezioni
regolari: 1954-55, 1960, 1969 e 1978-79 (fig. 4.5). In Ghana non vi sono comportamenti
“normali” o stabili di voto, ma una serie di distinte mobilitazioni basate su coalizioni
differenti in vari luoghi del Paese. Nel 1954-55 una “mobilitazione nazionale” per il partito di
Nkrumah (punteggi fattoriali positivi) si distribuì piuttosto equamente nel Paese, sia pur con
una concentrazione nella sua zona di origine nel sud-ovest, e un’opposizione (punteggi
fattoriali negativi) nella regione centrale Ashanti (centro-occidentale) e nel nord. Nel 1960
Nkrumah vinse un referendum sulla nuova costituzione repubblicana e fu eletto presidente. In
questo caso si produsse una “mobilitazione di Stato” simile a quella precedente ma con
un’opposizione al nord, nel Kumasi (Ashanti) e nelle aree urbane a sud. Nel 1969, con l’esilio
di Nkrumah, oppose le etnie Akan (liberisti) agli Ewe del sud-est (centralisti). In questo unico
caso, vinsero i liberisti, poi destituiti nel 1972 da un colpo di Stato militare. Le elezioni nel
1978 e 1979 indicarono l’emergere di una “nuova mobilitazione centralista”, che contrappose
86
Fare Geografia Politica
la regione Akan (punteggi fattoriali positivi) e le fazioni centraliste, ora dominanti nel sud-
ovest e nel nord (punteggi fattoriali negativi).
Un resoconto strutturale della politica dei partiti come questo esclude la possibilità che vi sia
una mobilitazione dovuta a più cause o spontanea. La posizione del Ghana nell’economia
mondiale e la correlazione fra produzione per il mercato mondiale ed etnia sono interpretate
come le forze trainanti della mobilitazione politica. Tuttavia, altri autori hanno illustrato come
i conflitti relativi alle risorse, gli interventi governativi e la resistenza alle strutture di potere
consolidate possano emergere anche quando risorse politiche e strutture di opportunità non
siano ampiamente disponibili (Pred 1990; Staeheli 1994). Da questo punto di vista, il relativo
successo dei partiti politici e dei movimenti sociali non può essere ridotto alla sola posizione
all’interno della divisione del lavoro globale.
Fig. 4.5 Carta di Osei-Kwame e Taylor delle unità elettorali costanti del Ghana 1954-1979 e
cartogrammi con i diversi pattern dei punteggi fattoriali per un’analisi fattoriale T-mode.
Le unità costanti sono costruite aggregando le circoscrizioni elettorali per aree comuni. Il cartogramma
situa ogni unità costante il più vicino possibile alla sua reale posizione geografica. Ogni circoscrizione
è ridotta alle stesse dimensioni. I cartogrammi dei punteggi fattoriali utilizzano le aree costanti per
rappresentare le aggregazioni dei voti per i diversi partiti /raggruppamenti politici di tutte le elezioni. I
titoli dei cartogrammi indicano le caratteristiche principali di ogni elezione o gruppo di elezioni.
87
John Agnew e Luca Muscarà
Fra gli studiosi che svolgono ricerche di tipo “post-coloniale” vi è la tendenza a contestare
l’importanza data alle sole considerazioni economiche nell’analisi della mobilitazione
politica. Rappresentativo di questo approccio è un articolo di Paul Routledge (1992), in cui
egli fornisce un resoconto geografico di un movimento sociale locale in India. Per Routledge
tale movimento emana da un “terreno di resistenza” (un insieme di condizioni locali) contro i
poteri di coercizione, cooptazione e “seduzione” dello Stato. Il movimento in questione si è
dedicato a contrastare i tentativi del governo indiano di stabilire impianti militari (il National
Testing Range, una base missilistica) nel distretto di Balasore (Baliapal) nell’Orissa, nel nord-
est dell’India. L’autore ricostruisce sia l’azione diretta del movimento contro l’allestimento
della base missilistica che le fonti dell’attivismo locale, e interpreta questo movimento come
risposta dei gruppi locali più coinvolti all’apparente “militarizzazione” dell’Orissa (fig. 4.6).
Fig. 4.6 Posizione dell’Orissa in India e di Baliapal e dei siti militari nello Stato indiano.
La tesi di Routledge, comunque, è che vi sia una geografia alle origini di questo movimento
sociale. Egli individua una serie di condizioni locali e localizzative che avrebbero contribuito
alla mobilitazione delle popolazioni locali contro i programmi dello Stato; fra queste, la più
importante è uno specifico “senso del luogo” che non può essere ridotto né a una serie di
interessi materiali locali né a esternalità locali (adottando la terminologia analitico-spaziale).
Il linguaggio del movimento è strettamente connesso a questo sentimento per il luogo o a
questa identificazione con il luogo attraverso le canzoni e le rappresentazioni usate in attività
politiche come dimostrazioni e costruzione di barricate. Questo caso indica con forza che
l’azione politica collettiva, almeno in India, prevede dei codici culturali che sono strettamente
inerenti al luogo. Routledge offre un’interpretazione simile di altri movimenti sociali in India,
collegandone la crescita alla democratizzazione della società indiana e all’opposizione
popolare verso le depredazioni di uno Stato oppressivo.
La tesi di Tocqueville in Democracy in America secondo cui vi sono maggiori opportunità
politiche quando la società è più forte dello Stato ed esista un notevole “patriottismo locale”,
sembra fortemente supportata da questa analisi del caso indiano. Forse la recente erosione
della partecipazione politica in molti Paesi occidentali è dovuta proprio alla diminuzione di
opportunità locali e al declino delle identità locali. Al tempo stesso, la geografia delle
organizzazioni politiche (i modi in cui strutture di governo, partiti politici e movimenti sociali
si organizzano nello spazio) appare sempre meno in grado sbilanciata rispetto alla complessità
culturale e alla mutevole geografia economica attuali. Resta da verificare se collegarsi nel
cyberspazio o aprire canali istituzionali a scale locali e sovranazionali aiuterà a ravvivare la
partecipazione politica. Naturalmente, una minore partecipazione politica potrebbe anche
essere dovuta a un calo ciclico piuttosto che a una tendenza strutturale, come è accaduto in
passato. La tendenza alla crescita dei movimenti sociali dagli anni Sessanta fino al 1984,
soprattutto in Europa e negli Stati Uniti, era probabilmente insostenibile.
88
Fare Geografia Politica
Molti dei movimenti sociali per i diritti civili, l’ecologia, i diritti delle donne e degli
omosessuali e le proposte religiose che emersero in Europa e in America settentrionale negli
anni Sessanta non erano motivati unicamente dalla volontà di soddisfare degli “interessi” ma
anche, più fondamentalmente, dalla volontà di affermare delle “identità”. Essi riguardarono la
lotta per il riconoscimento pubblico di identità stigmatizzate o represse all’interno della
società allargata. Gran parte della politica contemporanea, quindi, è una politica dell’identità,
che si impegna a ottenere il riconoscimento e la legittimità di identità sociali diverse.
L’apparente natura strumentale dei movimenti sociali più vecchi, come i sindacati, ha
oscurato il fatto che essi comprendono anche le lotte per il riconoscimento e per il rispetto.
Ciò nonostante, l’interesse per l’identità è un fenomeno tipicamente moderno, se non del tutto
recente (Calhoun 1994). Quando all’interno della società prevalgono “schemi identitari”
onnicomprensivi come quelli basati sulla parentela, allora non vi sono grandi problemi. Ma se
viviamo in un mondo in cui le reti sociali sono diffuse e vi è un consenso culturale limitato,
allora gli individui si trovano davanti alla difficoltà di stabilire la propria identità in relativo
isolamento. Le politiche dell’identità riguardano la lotta per l’affermazione delle differenze di
identità collettive all’interno di una società in cui tali differenze o non sono autorizzate o non
vengono riconosciute.
Le identità vengono create attraverso le narrazioni delle proprie esperienze che le persone
raccontano a se stesse e agli altri. In questo modo le persone si percepiscono come parti di
collettività più ampie che condividono delle storie. Le persone si presentano l’una all’altra in
base a storie e raccontano storie l’una dell’altra. Queste narrazioni rappresentano dei tentativi
di creare un sé unificato, comprensibile agli altri. Le vite e le storie si intrecciano per
diventare identità. In quest’ottica, l’identità riguarda la connessione fra un “sé” e una
comunità di comunicatori o narratori attraverso i quali ciascuno si identifica (Mackenzie
1976, Lovell 1998). La lotta per l’identità in un mondo instabile è la conseguenza del crollo
degli schemi identitari relativamente semplici e totalizzanti nei quali ognuno “conosce il
proprio posto”. La crescente comunicazione attraverso distanze sempre più grandi e il
collasso delle comunità fondate sulle tradizioni hanno infranto i processi convenzionali di
identificazione. Eppure, è interessante notare come anche in questo mondo sia possibile
affermare che “coloro che condividono un luogo condividono un’identità” (Mackenzie 1976,
130). Ciò è vero per diverse ragioni. Innanzitutto perché anche mentre le persone si
impegnano politicamente per affermare identità che non sono necessariamente specifiche a un
luogo, lo fanno all’interno di un “campo geografico” di significato condiviso, come il
territorio di uno Stato (Calhoun 1994, 26; Sen 2006). In secondo luogo perché, mentre lottano
per un’identità, gli individui normalmente condividono altre identità, fra le quali le più
importanti sono spesso quelle delle persone con le quali vivono. Le persone hanno identità e
appartenenze molteplici, che derivano dai mondi sociali sovrapposti in cui vivono la propria
vita (Calhoun 1994, 26). Terzo, perché la comunicazione, l’interazione sociale e le reazioni a
eventi distanti sono tutte filtrate dalle routine e dalle esperienze del quotidiano, che per gran
parte delle persone sono ancora geograficamente delimitate. Anche se non sempre sono
rigidamente localizzati, gli “spazi sociali condivisi” definiscono ancora i limiti
dell’adeguatezza di date identità (Mackenzie 1976, 131). Infine, le “geografie immaginarie”
sono importanti per molte identità, come per esempio quella degli “afro-americani”, che ha
radici nella diaspora africana, nella schiavitù e nel sud degli Usa, ed espressione attuale nel
“ghetto nero” e nelle identità migranti di gruppi dispersi e che si trovano a metà strada fra
mondi sociali diversi (Mohanty 1991; Davies 1994; Morley e Robins 1995). I luoghi sono
quindi condivisi, anche solo nell’immaginario.
Il concetto di identità non è comunque privo di problemi (ad esempio, Detienne 2003). Il
termine stesso pare implicare una qualche solidità e permanenza che le politiche dell’identità
tentano di affermare. Tali politiche non avrebbero senso se le identità fossero già forti e non
soggette alla denigrazione da parte di “altri” più forti. Il pericolo insito nell’ “essenzializzare”
le identità non significa che le identità siano socialmente costruite “sul nulla” senza alcuna
89
John Agnew e Luca Muscarà
relazione significativa alle “differenze naturali”. Dato che gran parte della discriminazione
razziale si basa su reazioni a differenze, come ad esempio il colore della pelle, non sorprende
che un’identità “afro-americana” implichi un riferimento al colore della pelle (blackness). Ciò
non vuol dire che esistano reali differenze negli insiemi di caratteri che costituirono
l’armamentario della geografia politica classica e della “scienza razziale” dell’inizio del XX
secolo. Come ha dimostrato la genetica, il DNA umano è sorprendentemente simile anche tra
i gruppi etnici più geneticamente “distanti”, come i Pigmei dell’Africa subtropicale e i Maori
della Nuova Zelanda. I cosiddetti tratti “razziali” sono semplicemente il prodotto a lungo
termine di strategie di adattamento dell’organismo umano a diversi ambienti e climi. Ciò
significa dunque soltanto che tali differenze sembrano definire le differenze sociali e culturali
che alimentano le identità. In questo caso la storia e l’aspettativa di discriminazione sono più
importanti di qualsiasi altra cosa.
Infine, il rapporto fra identità e interessi è ambiguo. Il problema teorico risiede nel tracciare
una linea troppo precisa fra i due, come se le identità e gli interessi dovessero per forza essere
contrapposti. Infatti, la mobilitazione e l’azione politica in qualsiasi caso particolare non
possono normalmente essere ridotte all’uno o all’altro fattore.
Anche considerando il tenore genericamente postmoderno del concetto di identità, in
particolare il fatto che essa sia costituita da storie piuttosto che da caratteri psicologici o da
interessi economici, il rapporto della geografia con le politiche dell’identità è stato affrontato
da ciascuna delle tre grandi correnti del pensiero geografico-politico. Ciascun tipo di
prospettiva, tuttavia, tende a concentrarsi su un aspetto specifico del rapporto. La prospettiva
analitico-spaziale si concentra sui confini (sociali e giurisdizionali) che aiutano a definire le
identità politiche. Gli approcci politico-economici sono più interessati ai processi di
inclusione ed esclusione spaziale che contribuiscono a creare le circostanze nelle quali i
gruppi possono acquisire le identità. Le prospettive postmoderne, a grandi linee, privilegiano i
modi in cui le identità vengono espresse attraverso i tentativi di associare le identità ai
luoghi.
Alexander B. Murphy (1993) offre un esempio di approccio incentrato sulla connessione
causale fra delimitazione dei confini e mantenimento/formazione dell’identità. I confini
giurisdizionali all’interno degli Stati, in questo caso fra il nord del Belgio di lingua olandese
(fiamminga) e il sud del Belgio francofono, vengono interpretati come elementi che
alimentano fortemente le identità dei gruppi che già risiedono nelle diverse regioni. Mentre il
raggiungimento dell’“identità etnica”, che stava particolarmente a cuore ai fiamminghi
(storicamente meno potenti), ha assunto un ruolo sempre più dominante nella politica belga,
una delle soluzioni è stata quella di delegare le funzioni governative alle regioni, rafforzando
così le differenze fra regioni e identità dei due gruppi. I confini regionali all’interno del
Belgio, quindi, hanno rafforzato se non addirittura offerto una nuova base per le identità
sociali che si sono intrecciate sempre più nella politica interna belga. Da questa prospettiva, i
confini possono essere visti come rappresentativi della reciproca accettazione di diverse zone
di interazione e di pratica per gruppi sociali all’interno di un Paese.
Da un punto di vista politico-economico, però, questo approccio rimane indifferente a quali
interessi siano stati serviti maggiormente e a quale logica si rifaccia la necessità di definire dei
confini così rigidi. Piuttosto che concentrarsi sui confini stessi, una prospettiva politico-
economica guarderebbe prima di tutto ai processi di inclusione ed esclusione spaziale che
vengono rappresentati dalle delimitazioni di confine. Questo è l’approccio adottato da Löic J.
D. Wacquant (1994) nella sua ricerca sui ghetti neri di oggi nelle metropoli americane. Anche
se non divisi politicamente dalle zone centrali delle città, i ghetti sono mondi sociali
effettivamente separati in cui prevalgono processi sociali ed economici alquanto diversi da
quelli delle aree circostanti. Fino a trent’anni fa i ghetti neri, per esempio Harlem a New
York, Southside a Chicago e South-Central a Los Angeles, erano di fatto separati. Ma i nuovi
“iperghetti” hanno perso la mescolanza di classi sociali che avevano in passato, e i loro
rapporti con la società allargata sono cambiati. Fedele alla prospettiva politico-economica,
Wacquant considera cruciali ai fini di questa trasformazione le pressioni esercitate dalla
società allargata, mentre a suo avviso i cambiamenti interni hanno avuto solo degli impatti
indiretti. Usando come caso specifico quello di Chicago, Wacquant dimostra che il “nuovo”
90
Fare Geografia Politica
L’identità del senza tetto (o dell’emarginato) è vitale al suo senso del sé. La perpetuazione di quel
senso del sé e dell’identità può dipendere dalla perpetuazione dei processi che lo hanno creato… La
mera ricerca delle politiche dell’identità come un fine in sé (piuttosto che come una lotta fondamentale
per rompere con un’identità che internalizza l’oppressione) potrebbe servire a perpetuare anziché a
sfidare la persistenza di quei processi che hanno creato quelle identità in primo luogo.
Una coincidenza fra identità e interessi apparentemente più felice è quella descritta da
Benjamin Forest (1995), nel caso di un gruppo di omosessuali che hanno adottato come
strategia per de-stigmatizzare e ottenere un riconoscimento diffuso della propria identità
quella di creare una nuova municipalità a West Hollywood, in California, nel 1984. Forest
esamina la copertura data dalla stampa gay alla notizia della fondazione di una nuova
giurisdizione amministrativa locale e vi individua diversi temi che mettono in relazione
l’“omosessualità” e il luogo. Come “luogo gay”, West Hollywood è diventato un’àncora
concreta per un’identità astratta che altrimenti sarebbe rimasta intangibile e minacciosa per
gran parte della popolazione. Dunque un’identità omosessuale è stata affermata e
pubblicizzata come non minacciosa, associandola con l’ottenimento dell’indipendenza
politica di un’area fino ad allora non riconosciuta della contea di Los Angeles, incuneata fra
la città di Los Angeles e Beverly Hills.
Il luogo era cruciale per questa campagna perché ha permesso di riunire delle caratteristiche
dell’omosessualità che normalmente rimangono distinte, sia alcuni cliché (creatività,
sensibilità estetica, ecc.) sia altre di solito non attribuite alla comunità (maturità, impegno,
ecc.). È stata quindi costruita una narrazione morale che rappresentava un’alta concentrazione
di uomini gay in un luogo come un fenomeno positivo piuttosto che negativo. Questo caso è
un’illustrazione dell’opinione più generale di come le rappresentazioni dei luoghi
contribuiscano alla creazione e alla ricreazione delle identità, uno dei temi principali del
pensiero postmoderno e postcoloniale in geografia politica (ad esempio Duncan e Ley 1993;
Thrift e Pile 1995; Nuttal et al. 1996).
Le politiche dell’identità possono riguardare razza, etnia od orientamento sessuale, ma in ogni
caso hanno legami importanti con i luoghi in cui le identità in questione sono definite e
perseguite. Cosa si trae dalle politiche dell’identità e come si costruisce il ruolo della
geografia nel suo operare, dipenderà comunque dalla prospettiva teorica adottata. Come le
identità stesse, i significati attribuiti al ruolo della geografia nelle politiche dell’identità
vengono fortemente contestati.
La parola “nazionalismo” nasce nel tardo Settecento, sebbene vi sia un’accesa disputa sul
fatto che esso debba essere considerato un fenomeno del tutto moderno o con radici più
antiche. Il nazionalismo ha assunto diverse forme ed è quindi difficile formulare una
definizione che le comprenda tutte, tuttavia ciò non ha impedito a molti di tentare di farlo. In
91
John Agnew e Luca Muscarà
questo tentativo sono prevalsi due approcci: il primo interpreta il nazionalismo come
un’ideologia politica che esalta la “Nazione” in quanto valore centrale e nella quale gli
“interessi nazionali” prevalgono su tutti gli altri (Breuilly 1982; Hobsbawm 1990); il secondo
interpreta il nazionalismo come forza sociale autonoma o come variabile causale della storia
che, emersa inizialmente in Gran Bretagna e/o Germania, si è diffusa attraverso un duplice
processo nel quale le élite hanno imitato i “modelli” esistenti e le masse si sono allontanate
dalle identità consolidate, dapprima nel resto dell’Europa e poi in tutto il mondo.
L’appartenenza a un popolo o Volk riconduce al filosofo tedesco Hegel, ma l’enfasi
sull’imitazione delle élite è un’innovazione più recente (Greenfeld 1992).
Se il primo approccio è problematico perché dissolve il nazionalismo nelle sue particolari
manifestazioni e lo interpreta come una conseguenza dell’emergere della modernità, il
secondo lo è altrettanto in quanto reifica il “popolo” a entità primordiale e considera il
nazionalismo come un’eredità naturale del passato piuttosto che come qualcosa che richiede
di essere continuamente riarticolato e rinnovato. Ciascun approccio trascura una o più
caratteristiche chiave che l’altro invece valorizza. Da un lato, il nazionalismo è un tipo di
politica pratica che mobilita i gruppi facendo leva sulle identità e sugli interessi comuni, ma
dall’altro è anche un insieme di idee relative alla “Nazione” come unico riferimento di
un’identità che nasce con il conferimento della sovranità al popolo (come in Francia e negli
Stati Uniti), per diffondersi poi altrove come “autodeterminazione nazionale” principalmente
su basi etniche. In altre parole, se le politiche del nazionalismo hanno a che fare con il
perseguimento di presunte identità e interessi condivisi di un popolo che occupa un territorio
comune, il senso di comunità che lo giustifica si fonda sulla leva e sul richiamo ad un passato
nazionale mitico.
In quest’ottica il nazionalismo è un tipo di politica che dipende dalla rivendicazione di una
legittimazione non politica per ottenere il controllo di uno Stato e perseguire altri fini, per
esempio espandere il territorio nazionale o escludere chi non si ritiene condivida questo
passato comune. Il rapporto con la statualità è cruciale. Solo con l’avvento dello Stato
territoriale la Nazione emerge come la forma naturale e unitaria alla quale lo Stato deve
aspirare. L’idea dello “Stato-nazione” al centro del nazionalismo presuppone la creazione di
un’uniformità culturale (come nel nazionalismo etnico di tradizione tedesca) oppure di una
“religione” civile basata su un mito di fondazione e un insieme di istituzioni “speciali” (come
nel nazionalismo di tradizione americana).
Negli ultimi anni, soprattutto con la fine della Guerra fredda e con il conseguente
sconvolgimento delle relazioni internazionali e il possibile dissolversi degli Stati esistenti, il
nazionalismo si è associato strettamente alla proliferazione dei conflitti etnici, anche se molti
dei conflitti definiti con l’aggettivo “etnico” hanno anche altre cause (fra le quali casta, classe
e regione). Molti Stati sono multietnici e quindi soggetti a questa pressione. La
burocratizzazione e la corruzione degli Stati esistenti, le disparità economiche regionali e lo
scongelamento dei confini imposti dalla Guerra fredda hanno contribuito all’aumento
improvviso di conflitti fra etnie e comunità. Tali conflitti sono particolarmente difficili da
risolvere quando coinvolgano rivendicazioni territoriali contrastanti, poche alternative
identitarie e competizione economica inter-etnica. La violenza è un fattore importante, in
quanto convalida una rivendicazione e spinge gli altri ad accettare un conflitto inter-etnico
come un gioco in cui “chi vince piglia tutto”. Senza la protezione del tuo Stato non esiste
alcuna garanzia contro la violenza diretta verso di te da parte di altri gruppi (Agnew 1989,
Kaufman 1998).
Eppure, gli Stati hanno iniziato sempre più a venire incontro ai movimenti etnici e regionalisti
che si battono per la secessione o l’autonomia regionale. Spesso i movimenti si accontentano
di molto meno e sono soddisfatti quando ottengono una devolution dei poteri alle regioni,
diritti linguistici e riconoscimento della propria “differenza”. Di conseguenza, il numero di
conflitti etnici (e collegati) è in diminuzione (Gurr 2000). Tuttavia, anche se una parte dei
conflitti degli anni Novanta hanno trovato soluzione, come in Bosnia, Kosovo, Papua Nuova
Guinea o Sri Lanka, una serie di conflitti importanti e apparentemente irrisolvibili – per
esempio quello israelo-palestinese o quelli nel Caucaso russo, in Nigeria, Baluchistan e
Burma – indicano che è bene fare attenzione prima di trarre conclusioni affrettate. Fino a
92
Fare Geografia Politica
quando esisteranno Stati multinazionali e identità etniche distinte ci saranno tensioni fra
questi due soggetti. È anche chiaro, tuttavia, che molti gruppi etnici riescono a cooperare fra
loro senza che si scateni una violenza a larga scala (Fearon e Laitin 1996).
Come i gruppi nazionali (ed etnici) affermino e mantengano i propri confini territoriali è
questione molto dibattuta. Normalmente essa viene affrontata indirettamente nei limiti dei due
approcci generali al nazionalismo prima descritti: lo strumentalismo e il primordialismo.
Daniele Conversi (1995) offre un’alternativa analitico-spaziale a questi approcci non
geografici, riunendo tre teorie – quella etno-simbolica, quella transazionale e quella
omeostatica – intorno alla questione della definizione dei confini. Egli interpreta il
nazionalismo come fondato su un processo di categorizzazione sociale in cui i gruppi si
identificano per contrapposizione ad altri gruppi, e in cui gli indicatori etnici pre-esistenti
servono a differenziarli gli uni dagli altri. Il contenuto “etnico” interno e la segmentazione
spaziale prodotti dai confini territoriali, quindi, interagiscono per offrire il fondamento per un
particolare nazionalismo (degli eccellenti casi che usano più o meno questo approccio sono
presentati in Sahlins 1989 e Kürti 2001). Ci si può affidare più al contenuto, all’opposizione o
all’antagonismo tra frontiere, ma in ogni caso: “il nazionalismo è una lotta per la definizione
dei confini spaziali e, cioè, per il controllo di una particolare terra o di un particolare suolo”
(Conversi 1995, 329). Molti recenti conflitti ai quali è stata data un’etichetta di “etnici”
sembrerebbero ricadere in questa categorizzazione, e ad essi è stata dedicata molta ricerca
analitico-spaziale (ad esempio, O’Loughlin e Raleigh 2008; O’Loughlin e Witmer 2011).
Conversi è particolarmente interessato a come i confini fissino il nazionalismo, ma non
prende assolutamente in considerazione le condizioni materiali nelle quali emergono e
fioriscono vari tipi di nazionalismi. Colin H. Williams (1989), invece, usa una versione della
teoria dei sistemi mondiali per inquadrare una discussione sull’esplosione dei movimenti
separatisti etnici che ha avuto luogo in tutto il mondo a partire dagli anni Settanta.
Egli usa i casi emblematici dei nazionalismi separatisti di Spagna, Francia e Nigeria per
avvalorare la tesi che la rinascita del nazionalismo in veste separatista rappresenti
“l’espressione delle aspirazioni delle minoranze insoddisfatte durante il periodo critico della
formazione dello Stato” (Williams 1989, 340). I cambiamenti nell’economia politica del
capitalismo, soprattutto la rinnovata attrattività di aree molto piccole con la globalizzazione,
ora rendono possibile a quei gruppi male assimilati dagli Stati esistenti di affermarsi con le
proprie forze. Una gamma di fattori locali contribuisce per ciascun caso – per esempio le
conseguenze della Guerra civile del 1936-40 in Spagna per il nazionalismo basco, e l’iper-
centralizzazione dello Stato francese per il nazionalismo còrso – e ciò indica che le cause
materiali non possono essere l’unico fattore responsabile. Altre prospettive politico-
economiche tenderebbero a dare maggiore enfasi al grado di assimilazione culturale forzata,
di sfruttamento economico e di repressione militare subìto dai gruppi minoritari.
Molti studiosi sono rimasti delusi dalle tipologie (etnico contrapposto a civico, separatista
contrapposto a sciovinista, integrale [fascista] contrapposto a unificante, ecc.) e dagli elenchi
di condizioni ai quali le prospettive analitico-spaziali e politico-economiche tendono a ridursi.
Secondo queste voci critiche, è importante considerare come venga ricordato il passato etnico
o nazionale al quale l’identità odierna attinge. Come viene rielaborata e reinventata la pretesa
originale di primordialità in modo da animare le aspettative delle persone? Secondo questo
indirizzo postmoderno, la produzione e la configurazione dell’immaginario nazionale nei
film, nella letteratura, nei paesaggi e nei monumenti rappresentano i modi in cui le identità
nazionali vengono forgiate e rimodellate.
I sacrifici della guerra e l’eroismo degli attivisti politici nazionalisti sono i temi più frequenti
della commemorazione mediante monumenti. Nuala Johnson (1995) esamina il ruolo di tali
monumenti nell’identità nazionale irlandese. Questa autrice sostiene che forme del paesaggio
come le statue non solo servono a richiamare costantemente alla memoria un passato
collettivo, ma aiutano inoltre a “spazializzare” la memoria pubblica collegando la storia della
Nazione a siti specifici e concreti all’interno della Nazione stessa. Ciò ricorda a tutti, per
quanto distanti dall’effettivo campo di battaglia, la comunanza con i loro connazionali. La
Nazione stessa può essere rappresentata in forma di statua, spesso al femminile: una fanciulla
eroica o madre adorante, che significa la “terra” per la quale sono stati compiuti tanti sacrifici.
93
John Agnew e Luca Muscarà
La Johnson sottolinea tuttavia che il significato delle statue non è chiaro anche quando queste
sono evidentemente celebrative o fortemente connotate dalla logica del “genere”. Esse sono
soggette a interpretazioni contrastanti rispetto a ciò che dicono del passato, quindi sono
sempre possibili reinterpretazioni che possono condurre a nuove visioni del passato. Da
questo punto di vista, é chiaro che il nazionalismo non é mai iscritto definitivamente nella
pietra, anche se le statue lo sono.
Le interpretazioni del nazionalismo e dei conflitti etnici variano quindi notevolmente a
seconda delle tre prospettive generali. Tuttavia ciò che appare con crescente evidenza è che
queste tre prospettive, anziché essere totalmente antagoniste nei loro assunti e approcci,
offrono invece delle possibili complementarietà, nonostante gli orientamenti diversi e le voci
distinte. Il fatto che comunque rimangano prospettive separate dimostra il continuo impatto
delle appartenenze a differenti tradizioni di pensiero e la suddivisione in tribù intellettuali (a
causa dell’educazione, delle politiche editoriali, delle abitudini mentali, delle bibliografie,
ecc.) che contribuisce a spaccare la disciplina anziché a unirla in un dialogo comune.
94
Fare Geografia Politica
95
© John Agnew e Luca Muscarà 2014
Capitolo 5
L’Orizzonte
Se il periodo delle rivalità interimperiali e la Guerra fredda offrivano una singola narrazione alla
quale ricondurre i principali fatti geopolitici e geoeconomici, i venticinque anni trascorsi dal 1990
sembrano finora sfuggire a una definizione univoca paragonabile, nonostante vari tentativi – dal
« momento unipolare », alla « Guerra al terrorismo », dall’« ascesa della Cina o dei Brics », alla « crisi
economico-finanziaria » -- di imporre una narrazione dominante. Si tratta certo di una fase di
transizione dall’ordine geopolitico bipolare a un ordine multipolare, ma esso pare ancora
influenzato da continuità che derivano dalla stessa Guerra fredda. Così, continuiamo a chiamarlo
Dopo-Guerra fredda.
Intanto, mentre la visione di una geopolitica interamente imperniata sullo Stato è messa in crisi sia
dall’esistenza di nuove reti transnazionali sia da attività di place-making (produzione di luoghi),
nuove identità politiche, già intrappolate nell’ordine bipolare della Guerra fredda, emergono alla
ricerca di una propria espressione territoriale, spesso a scale geografiche diverse rispetto a quelle
del periodo precedente.
Pur restando collegata ad approcci e dibattiti del passato, la geografia politica
contemporanea si è così sviluppata sempre più in relazione ai nuovi avvenimenti e tendenze della
geopolitica. Sin dalla fine della Guerra fredda, essa ha in genere riconosciuto la crescente rilevanza
geopolitica delle questioni connesse sia alla globalizzazione sia alle nuove identità politico-
territoriali. Tuttavia, una differenza fondamentale rispetto alla relativa semplicità dei periodi
precedenti è la maggior complessità del contesto geopolitico nel quale essa viene oggi riplasmata,.
Un’inevitabile schiacciamento prospettico caratterizza ogni tentativo di interpretare
storicamente il presente. La difficoltà è accresciuta dall’aumento di complessità per il moltiplicarsi
degli attori rilevanti, per la diffusa tendenza dei media a esagerare (e travisare) i fatti pur di catturare
l’attenzione, per la disinformazione usata come arma e per la mancanza di documenti che sono e
verosimilmente resteranno segreti per decenni.
Pur con la consapevolezza che il bersaglio è mobile, nella sezione seguente sul contesto
geopolitico Dopo-Guerra fredda sono evidenziati alcuni caratteri dominanti della geopolitica globale
dal 1990 a oggi. Essi sono: l’emergere di un mondo sempre più interdipendente, di identità alla
ricerca di propri territori, della Guerra al terrorismo, della crescente domanda di democrazia e della
crisi del modello territoriale di organizzazione politica. Vediamoli uno alla volta.
95
Fare Geografia Politica
96
© John Agnew e Luca Muscarà 2014
privilegiate dalle reti globali della finanza, dell’industria e della produzione culturale: New York,
Londra e Tokyo divennero così centri finanziari globali.
Diversamente dal secondo dopoguerra, la fine della Guerra fredda colse i “vincitori”
impreparati: non vi era alcun piano per il “nuovo ordine mondiale” o per la ricostruzione
economica dei Paesi “sconfitti”, né essa fu seguita da alcun trattato di pace. In effetti, pareva quasi
non ve ne fosse bisogno: l’inattesa scomparsa del nemico aveva improvvisamente trasformato
l’America nell’unica superpotenza mondiale. Così l’entusiasmo dei “vincitori” produsse ben presto
una serie di interpretazioni utopiche. Già nel 1990, mentre il giornalista americano Charles
Krauthammer annunciava che gli Stati Uniti erano entrati nel loro “momento unipolare”, Edward
Luttwak teorizzò l’emergere di un nuovo mondo fondato sulla geoeconomia vista ora come il
principale mezzo di una nuova politica estera e di relazioni internazionali “senza frontiere”, in cui
la “grammatica del commercio” avrebbe sostituito i metodi militari come primo “strumento
dell’arte di governare”. Eppure la Guerra fredda lasciava moltissimi strascichi, a partire
dall’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq di Saddam Hussein (1990), che provocò l’intervento
militare americano, mentre il presidente Bush senior annunciava un “nuovo ordine mondiale”, in
cui Stati Uniti e Onu assumevano il ruolo globale di garantire pace, sicurezza e libertà.
Nonostante l’esplodere di conflitti in Kuwait, Bosnia e Somalia, vi fu un fiorire di teorie
“sulla fine” che dichiaravano: la fine della Storia (Fukuyama 1992), la fine della Geografia (O’Brien
1992), la fine dello Stato-nazione (Ohmae 1995), la fine dei territori (Badie 1995), come se
l’avvento di una globalizzazione imperniata sugli Stati Uniti avesse prodotto un’eclissi totale della
geopolitica.
Nell’euforia della “vittoria”, vebbe istituita una sorta di equazione ideologica tra Stati Uniti
e globalizzazione, vista come inevitabile americanizzazione del mondo. L’identità americana poteva
ora proiettarsi sull’intero globo, mentre un mondo di nuove opportunità si apriva al di là della
Cortina di Ferro. Il regime “di accesso ai mercati” della globalizzazione, considerato sempre più
come sostituto della politica, avrebbe collegato direttamente la dimensione locale ai mercati globali.
Singole regioni avrebbero così potuto rafforzare la propria posizione aumentando la capacità di
attrarre imprese multinazionali e globali oppure sarebbero rimaste isolate. Tuttavia ciò importava
poco ai “vincitori” della Guerra fredda: l’equazione ideologica giunse al punto da naturalizzare
l’intero processo, come se la globalizzazione americana fosse la risposta all’interrogativo sul destino
stesso della specie umana (Caracciolo 2011). Il mondo “senza frontiere” che stava emergendo
sarebbe stato un mondo americano. Così appariva negli anni Novanta il risultato finale della
Guerra fredda. Come vedremo, tutto questo non durò a lungo.
97
Fare Geografia Politica
I Balcani, etnicamente misti, attraversarono una serie di conflitti identitari (Thual 1995;
Dijkink 1996). Dopo l’indipendenza della Slovenia (1991), Serbi e Croati si scontrarono; poi
scoppiò la guerra in Bosnia, dove le identità etniche e religiose erano particolarmente mescolate.
Gli accordi di pace di Dayton (1995) lasciarono irrisolte alcune questioni territoriali e uno scontro
tra separatisti nazionalisti e comunità internazionale proseguì a lungo (Dahlman e Ó Tuathail 2006;
Toal e Dahlman 2011). Anche in Kosovo, vi fu un conflitto identitario, innescato dalla lotta per
l’indipendenza dell’etnia albanese, maggioranza della popolazione, poiché i Serbi, pur essendo
minoranza, consideravano quella regione come luogo di origine della propria comunità nazionale
(Klemencic 1999).
I governi dell’Europa occidentale furono colti impreparati. Incapace di fermare la pulizia
etnica in Bosnia ad opera di una Yugoslavia dominata dalla Serbia o di concordare una linea
politica comune tra Stati membri, a Sarajevo l’Europa dovette chiedere la mediazione di Stati Uniti
e Onu. Al di là di quanto affermavano le élites, vi era in effetti un’ambiguità nell’identità europea: i
Balcani erano in Europa o no? (Balibar 2002).
Per il governo degli Stati Uniti, la fine dell’Unione Sovietica significò che il “problema”
europeo era stato risolto. Tuttavia, nella condivisa euforia ideologica per la “vittoria”, l’Europa non
si rese conto di tale cambiamento di priorità strategiche americane e continuò a pensare a se stessa
come se l’ordine della Guerra fredda fosse ancora in vigore, almeno dal punto di vista di una
continua protezione militare americana. A cinquant’anni dalla sua nascita, la Nato ebbe il suo
battesimo del fuoco con la “guerra umanitaria” condotta contro la Yugoslavia di Milosevic per
proteggere gli Albanesi del Kosovo.
In Europa occidentale, la memoria dei regimi totalitari e di due guerre mondiali, la Cortina
di Ferro, e quarant’anni di “americanizzazione” non avevano prodotto un’identità politica unificata,
mentre le politiche linguistiche europee avevano di fatto rafforzato le diverse identità nazionali
(Muscarà 2012). Se durante la Guerra fredda la Nato era il pilastro militare della strategia americana
in Europa, il pilastro politico-economico era stato il processo di integrazione europea sostenuto
dagli Stati Uniti, avviato nel 1957 con la Comunità Economica Europea (Cee). Così, specie dopo la
riunificazione della Germania, l’obiettivo di una identità politica europea unitaria fu considerato
raggiungibile portando avanti un processo di integrazione economica già pianificato. La Cee si
trasformò in Unione Europea nel 1993, le frontiere tra gli Stati membri furono abolite con il
trattato di Schengen (1995) e la maggior parte delle valute nazionali vennero sostituite dall’Euro
(2002). Intanto il numero degli Stati membri passò dai 12 del 1991, ai 28 del 2013 soprattutto con
l’inclusione dei Paesi dell’Europa orientale. Tuttavia mancava ancora un’identità politica condivisa.
Nel “nuovo ordine mondiale” anche l’Africa perse di significato strategico. Alle tragedie
della colonizzazione europea e di una decolonizzazione definita come una “gigantesca nota a pie’
pagina nella Guerra fredda” (Gallagher 1982), con la fine dell’ordine bipolare (e del sostegno
sovietico) si aggiunsero le crisi in Somalia, Etiopia e Zaire/Congo (Kinshasa). Guerre civili
esplosero in Rwanda (con il tragico genocidio di 800.000 persone), Angola, Liberia, Sierra Leone,
Etiopia-Eritrea e Sudan. È difficile trovare uno Stato africano che non fosse coinvolto nella Guerra
fredda e dunque anche dalla fine di questa. Pure quando la posta in gioco riguardava il controllo di
risorse strategiche (come il petrolio in Nigeria), gli scontri su quali identità etniche (e religiose)
dovessero prevalere su quali territori continuarono. Una delle poche buone notizie fu l’abolizione
dell’apartheid (regime di separazione razziale) in Sud Africa (1994).
In Asia, la fine dell’ordine bipolare vide il ritorno alla Cina di Hong Kong, ex-colonia
britannica (1997). Anche il confine tra le due Coree venne a trovarsi sotto crescente pressione,
dopo che la Corea del Nord iniziò a sviluppare armi nucleari, fatto tuttora potenzialmente critico.
Nel “nuovo ordine mondiale”, l’Onu favorì l’indipendenza politica di Timor Est (2002)
dall’Indonesia, risultato di una decolonizzazione ritardata.
Il Medio Oriente restò una priorità strategica per gli Usa, sia per lo storico sostegno a
Israele, sia per la crescente necessità di mantenere stabili rifornimenti petroliferi, specie dopo la
98
© John Agnew e Luca Muscarà 2014
1 La rivoluzione khomeinista del 1979, quando il clero sciita vi stabilì una teocrazia in nome del diritto islamico, era una reazione
alla modernizzazione accelerata di marca americana vissuta come minaccia all’identità tradizionale, con il risultato che gli Usa
persero un alleato chiave anche per la sua posizione geografica nella loro strategia di containment dell’Urss.
2 Il mutamento negli interessi strategici degli Stati Uniti riguardò anche il vicino Pakistan, che riuscì a riconquistarne l’attenzione
solo quando il suo confronto con l’India – che risaliva alla Partition dell’India britannica nel 1947 – toccò il proprio apice dopo che
entrambi i Paesi iniziarono i test nucleari (1998), seguiti nel 1999 da un nuovo breve conflitto tra i due eredi dell’India britannica.
99
Fare Geografia Politica
tra i quali l’Arabia Saudita e altri Stati “conservatori” del Golfo Persico.
Il mattino dell’11 settembre 2001, l’America si svegliò in un incubo che superava ogni
immaginazione. I media – già sul luogo poco dopo il primo attentato, trasmisero dal vivo a
centinaia di milioni di persone in tutto il mondo le immagini del secondo aereo dirottato che si
schiantava contro la seconda Torre. Mentre le immagini della tragedia del crollo di entrambe le
Torri venivano ritrasmesse ininterrottamente sugli schermi, lo shock per gli attacchi divenne
globale. Negli Stati Uniti, fu come se un velo fosse stato squarciato: il territorio americano non era
inviolabile. L’identità americana ne fu prodondamente toccata. La reazione che ne seguì può esser
compresa con la teoria di Gottmann (vedi cap. 4). Il bisogno di sicurezza colpì subito la
circolazione: tutte le strade e i ponti per Manhattan furono bloccati; i confini terrestri furono posti
in stato di massima allerta; lo spazio aereo fu bloccato e l’aviazione civile rimase a terra per tre
giorni. Mentre i server delle reti di news e le reti telefoniche si bloccavano per il sovraccarico, il
Nasdaq e la Borsa di New York furono chiusi per una settimana. La globalizzazione americana
sembrava essersi arrestata. Come predice il “dispositivo psicosomatico” di Gottmann, l’America
reagì alla crisi identitaria cercando poi di rafforzare la propria iconografia nazionale: in un’onda di
patriottismo reattivo tutto il Paese si riempì di bandiere americane. Episodi di intolleranza e
xenofobia colpirono chiunque avesse un aspetto medio-orientale.3
La cosmogonia manichea di Osama bin Laden e della sua rete terrorista, che associava
l’America al Male, produsse una nuova variante del pensiero bipolare. Del resto, nell’
amministrazione di Bush junior vi erano molti Cold-Warriors, abituati da decenni di Guerra fredda a
pensare in termini binari.4 Il governo americano interpretò gli attentati terroristici come un atto di
guerra che richiedeva una risposta militare. Questa si sarebbe articolata su tre pilastri principali
(Caracciolo 2011): il primo era proiettare la paura americana oltre i confini: la rete terrorista globale
doveva essere combattuta ovunque, per un tempo indefinito e con ogni mezzo possibile (Gregory
2011). In quanto minaccia asimmetrica, richiedeva inoltre sorveglianza elettronica, monitoraggio
delle transazioni finanziarie, identificazione su base etnica, controlli biometrici ai confini,
extraordinary renditions e “tecniche di interrogatorio spinto” (tortura). Dalla sera dello stesso tragico
giorno, il nuovo nemico ebbe il volto di bin Laden e della sua organizzazione al-Qa’eda (nome di
un campo di addestramento degli arabi afgani). Il secondo pilastro consisteva nel lanciare una
“Guerra globale al Terrore” per ristabilire il prestigio internazionale degli Stati Uniti e rassicurare
l’opinione pubblica domestica. La dimostrazione di forza si ebbe con le invasioni di Afghanistan
(2001) e Iraq (2003), segnando il passaggio dal momento unipolare degli anni Novanta
all’unilateralismo degli anni Duemila (persino l’offerta di aiuto da parte della Nato fu rifiutata), in
un solipsismo regressivo che annunciava il ritorno a una geopolitica territoriale vecchio stampo. La
giustificazione era quella di combattere gli “Stati canaglia” che presumibilmente offrivano asilo ai
terroristi e, nel caso dell’Iraq, avevano armi di distruzione di massa. La rappresentazione di questi
Paesi come appartenenti a un “asse del Male” (che includeva anche l’Iran e la Corea del Nord)
echeggiava il linguaggio impiegato contro il nemico sovietico. Il terzo pilastro fu l’ossessione per la
sicurezza domestica e la ricostruzione degli Stati Uniti come “fortezza” inespugnabile, con la
creazione del Department of Homeland Security e il Patriot Act. In nome della sicurezza, si
giustificarono l’erosione delle libertà civili fondamentali americane, del diritto internazionale e dei
diritti umani universali (R. Jones 2011).
La Guerra al Terrore americana è un buon esempio di come l’affrontare problemi
complessi in termini di sicurezza nazionale tenda a dare priorità a una concezione territoriale della
sovranità rispetto ad altre modalità spaziali possibili. La guerra in Iraq fu discutibilmente la
conseguenza diretta del confondere il nemico terrorista, organizzato in modo spazialmente
distribuito (al-Qa’eda), con uno Stato territoriale (l’Iraq), dimenticando che gli attentati dell’11
settembre 2001 erano anche un attacco all’economia mondiale e a tutti i suoi attori non territoriali
3 Temendo di essere scambiati per arabi, molti ebrei di New York si chiusero in casa. Un americano di origine indiana, scambiato
per musulmano per il suo turbante Sikh, fu ucciso in Arizona.
4 Poco più tardi, il “bisogno” di un nemico assoluto portò anche alcuni di loro a vedere nella Cina la principale minaccia.
100
© John Agnew e Luca Muscarà 2014
(banche, borsa, investitori, ecc.), oltre che al territorio sovrano degli Stati Uniti (Agnew 2009, 107-
8). Di conseguenza, i primi tre anni dopo gli attentati del 2001 furono un vero incubo geopolitico
mondiale. Alla risposta militare dell’amministrazione Bush corrispose un drammatico aumento di
atti terroristici nel “Vecchio Mondo”. In nome della “sicurezza nazionale”, la libertà di stampa,
essenziale per una democrazia sana, fu limitata: dall’informazione “spin-doctored” ai corrispondenti di
guerra “embedded” nell’esercito. I media divennero uno strumento per distorcere la realtà,
manipolare le emozioni e incanalare i sentimenti del pubblico (Connolly 2002, Ó Tuathail 2003). E
anche se va respinta l’idea che esista un controllo dei media da parte dello Stato di tipo
cospiratorio, il ruolo da essi svolto nel “promuovere il mito di identità collettive antagoniste” fu
quantomeno di complicità (Jones e Clarke 2006), mentre la Guerra al Terrore divenne spettacolo
mediatico.
Una volta dichiarata la “vittoria” militare sull’Iraq (2003), il fatto che gli Stati Uniti non
fossero preparati a governare il Paese conquistato e dovessero farlo, minò il consenso domestico e
portò a mettere in discussione l’intera strategia sulla quale l’invasione dell’Iraq si era fondata. Dato
che non furono rinvenute armi di distruzione di massa, la nuova giustificazione divenne quella di
costruire la “democrazia”. Tuttavia se la semplice conquista militare non è in grado di per sé di
creare stabilità politica, figuriamoci quale democrazia potrà creare! Dal 2004 a oggi terrorismo e
guerra civile hanno trasformato l’Iraq in un vero incubo. Inoltre, dato che l’invasione dell’Iraq
avvenne in violazione del diritto internazionale, la dottrina dell’ “attacco preventivo” di Bush
produsse una crescente ondata di antiamericanismo anche in Europa. Ciò suggerì la necessità di
costruire una politica estera più multilaterale rispetto all’unilateralismo precedente. Alla fine del
2006 il ministro della difesa Rumsfeld fu licenziato, e si introdusse un nuovo approccio per
pacificare l’Iraq con la strategia della “controinsurrezione” del generale Petraeus, basata su un
“aumento” delle truppe e una dettagliata “conoscenza del terreno sociale del conflitto” (Gregory
2008, Packer 2006). Gli strateghi militari ora pensavano fosse necessario “disaggregare” (Kilcullen
2009), ridimensionare e differenziare le insurrezioni (Ó Tuathail 2010), mentre specifici media
lanciavano campagne per familiarizzare il pubblico con l’idea che, anche se la pace restava lontana,
vi era comunque un lento progresso in quella direzione.
La fede nella superiorità militare e tecnologica americana alla base delle invasioni di
Afghanistan e Iraq aveva messo in luce l’estrema immaturità politica della visione dei leader
statunitensi: l’idea irrealistica che la democrazia fosse esportabile con le armi fu peggiorata
dall’essenzializzazione e semplificazione dell’intero mondo musulmano come se esso fosse un
“altro-da-sé”, rispetto agli Usa, unico e ostile (Burke 2011). Le istituzioni di governo globale
esistenti ne risultarono indebolite: la già problematica ontologia dell’Onu fondata sugli Stati
nazionali risultò ulteriormente delegittimata dall’invasione dell’Iraq. La durata e le conseguenze
della guerra in Iraq erano state molto sottovalutate, per non dire del danno alla reputazione globale
degli Usa come difensori delle libertà civili e dei diritti umani, alla luce delle centinaia di migliaia di
militanti detenuti come sospetti e dei numerosi casi di tortura e maltrattamento (Watson Institute
2011). Così, centinaia di milioni di arabi/musulmani pacifici restarono ostaggio degli atti di una
piccola minoranza per oltre un decennio (al Qassemi 2011).
Avendo trascurato le cause del terrorismo, la risposta ufficiale americana finì col rafforzarlo
danneggiando lo stesso processo di globalizzazione in cui gli Usa avevano sino ad allora investito.
E se l’accresciuta sorveglianza ha impedito nuovi attentati di jihadisti islamisti di vasta portata in
territorio americano, il numero di atti terroristici è cresciuto nel resto del mondo (vedi tabella 5.1).
Una stima al ribasso del costo umano dei conflitti in Iraq, Pakistan e Afghanistan calcola 225.000
morti e 365.000 feriti tra 2001 e metà 2011 (inclusi diecimila militari e personale di sicurezza
privato). Il modus operandi dei terroristi fu imitato in Europa, Asia e Africa: da Madrid a Londra, da
Bali a Mosca gli attacchi suicidi si moltiplicarono. Il tragico assedio della scuola elementare a
Beslan, nell’Ossezia del Nord (2004) da parte di separatisti ceceni, imbevuti di radicalismo
islamista, che sequestrarono oltre 1.200 bambini uccidendone molti, provocò la risposta del
governo russo, che, in un tentativo di salvataggio abortito, uccise almeno quattrocento ostaggi.
101
Fare Geografia Politica
Tab.5.1. Attacchi terroristici 2001-2010, per numero di vittime e eventuale matrice nazionalista
102
© John Agnew e Luca Muscarà 2014
Nota: questa selezione non include i confitto Israelo-Palestinese, la guerra civile in Somalia, la guerra in
Afghanistan, i 1.778 attentati suicidi in Iraq (2003-2011), e le oltre 40.000 vittime del terrorismo in Pakistan.
103
Fare Geografia Politica
veniva riorientato in nome dell’ossessione per la sicurezza, in un processo che continua ancora
oggi, poco è stato fatto per migliorare la capacità di risposta a disastri domestici come quelli causati
dall’Uragano Katrina (2005) o dallo sversamento di petrolio nel Golfo del Messico (incidente della
Deepwater Horizon, 2010).
Inoltre, il prolungato sforzo bellico, finanziato attraverso prestiti esteri, almeno altrettanto
quanto attraverso prestiti domestici, ha finito col gravare sul debito pubblico americano. Già
all’epoca dell’invasione dell’Iraq, Agnew (2003a) aveva messo in guardia dall’insostenibilità
economica della strategia “imperiale” come modo per preservare l’egemonia americana. Un recente
studio ha stimato i costi di dieci anni di guerre americane in Iraq, Afghanistan e Pakistan in una
cifra tra i 3,2 e i 4 trilioni di dollari (più un altro trilione in ulteriori interessi sino al 2020). I costi di
guerra non sono peraltro stati bilanciati da un aumento delle entrate. Certo, l’amministrazione
Bush ha ridotto le aliquote fiscali marginali per i più ricchi proprio mentre le guerre erano in corso.
Le distorsioni del sistema finanziario statunitense, già presenti nel 2001 (scandalo Enron) ed
emerse nel 2007 con la crisi dei mutui subprime, scossero le fondamenta del sistema finanziario
globale.
La crisi dei mutui è stata spiegata dall’economista e vincintore del premio Nobel Joseph
Stiglitz (2008, 2010) come il risultato di “un pattern di disonestà da parte delle istituzioni finanziarie
e di incompetenza da parte dei politici”, in cui la comunità degli investitori è divenuta vittima dei
complessi strumenti finanziari che essa aveva creato. La crisi che ne è seguita fu combattuta dal
governo americano con il riscatto pubblico di quelle banche e società che avevano pesanti
responsabilità nell’aver prodotto la crisi stessa. Un importante contributo da parte della Cina e di
altri Stati con economie più sane aveva temporaneamente impedito una ulteriore globalizzazione
della crisi. Tuttavia i problemi del debito nazionale Usa, combinati con un generale senso di
incertezza dei mercati finanziari, hanno riacceso la crisi nell’estate del 2011, arrivando talvolta a
minare la stessa sovranità di alcuni Stati-nazione, come la Grecia, ora soggetti a politiche imposte
da organizzazioni internazionali come il Fmi e sovranazionali come la Banca Centrale Europea.
104
© John Agnew e Luca Muscarà 2014
pare sinora essere fallita. Vi è una nuova generazione che chiede libertà e democrazia, gli stessi
valori sui quali l’Occidente era stato costruito, e un futuro migliore, usando i social network per
comunicare e organizzare le proteste. E al-Qa’eda non c’entra nulla (vedi fig. 5.1).
Fig. 5.1. La carta della “Primavera araba” mostra natura e corso delle proteste in Nord Africa e Medio
Oriente tra inverno 2010 ed estate 2011. Fonte: ridisegnata da varie fonti
Le proteste popolari che hanno riempito le piazze delle città in Giordania, Algeria,
Mauritania, Sudan, Marocco, Yemen, Bahrain, Oman, Libia, Libano, Iraq, Kuwait e Arabia Saudita,
per un momento sembrarono destabilizzare l’intero Nord Africa, il Medio Oriente e anche oltre.
Per salvaguardarsi, il monarca saudita dispensò subito denaro e benefici alla popolazione, fornì
supporto militare per sedare le proteste in Bahrain (secondo alcuni supportate dall’Iran sciita, arci-
nemico dell’Arabia Saudita sunnita), mentre offriva rifugio agli ex leader di Tunisia e Yemen. In
Siria, alleata dell’Iran, le proteste (che furono le ultime a manifestarsi) seguite da una sanguinosa
repressione, hanno precipitato il Paese in una guerra civile senza che tuttavia il regime di Assad sia
stato deposto, ma producendo invece una frammentazione territoriale che ha visto nel 2014
l’emergere dell’ISIS (Islamic State in Syria and Iraq) autoproclamatosi “Califfato islamico”.
In tutto ciò, il governo degli Stati Uniti era rimasto in silenzio sino a metà maggio 2011.
Mentre le leadership di Tunisia ed Egitto crollavano, l’amministrazione Obama non si mosse in
loro sostegno (nonostante l’Egitto fosse un alleato chiave degli Usa in relazione a Israele). Gli
egiziani proseguirono nel cambiamento di regime.5
Invece in Libia, paese ricco di petrolio, quando il Consiglio di Sicurezza dell’Onu votò la
risoluzione n.1973 a sostegno dei ribelli contro il regime di Gheddafi e scoppiò la guerra, gli Stati
Uniti ritirarono rapidamente missili e bombardieri e trasferirono il controllo alla Nato, lasciando a
Francia (e Regno Unito) il compito di guidare quello che è stato definito da alcuni (incluso il
regime di Gheddafi) come un tentativo neocoloniale di ristabilire la potenza franco-britannica nel
Mediterraneo. Oltre alla confusione europea che ciò produsse (la Germania si oppose alla guerra, la
Russia si astenne e la Turchia tentò inutilmente di contrastarla), il comportamento Usa nei
confronti di Egitto e Libia è stato spiegato con il motivo di evitare troppi impegni militari in
periodo pre-elettorale (Kennedy 1987), che avrebbero pesato ulteriormente su un bilancio federale
già in difficoltà. Tuttavia per altri analisti, il caso della Libia segnala un apparente disimpegno degli
Usa nel Mediterraneo. L’uso di una maggior attenzione nella scelta delle priorità strategiche degli
5 Le elezioni del 2012 portarono alla vittoria il presidente Morsi con i Fratelli Musulmani e la nuova costituzione egiziana fu
trasformata in senso religioso e restrittivo delle libertà. Tuttavia gli egiziani scesero nuovamente in piazza Tahrir e nell’estate 2013
anche il nuovo governo fu rovesciato.
105
Fare Geografia Politica
Stati Uniti (gli oceani Pacifico e Indiano, rispetto all’Atlantico e al Mediterraneo) potrebbe
significare che Obama si è reso conto che gli Usa non possono più permettersi di svolgere il ruolo
di poliziotto globale, o si trattava semplicemente di evitare di impegnare l’esercito americano in
vista delle elezioni del novembre 2012?
Con la nuova dottrina dello “smart power” (un mix di idealismo internazionale soft power e di
vecchio realismo hard power) sarebbe controproducente farsi carico del compito di garantire la
stabilità globale, se poi ad avvantaggiarsene sono un numero di potenze emergenti. Se Cina, Russia,
India, Brasile e altre Stati stanno sfidando l’egemonia Usa, la miglior strategia potrebbe essere
quella di ritirarsi dai quadranti non essenziali, lasciando a partner e rivali il compito di farsene
carico, in una sorta di deregolamentazione geopolitica-geostrategica che preannuncia un ritorno a
una politica mondiale fondata sull’equilibrio di potenza. Nel rendersi conto che gli Stati Uniti
potrebbero mantenere una capacità di influenza, ma non mirare al pieno controllo del resto del
mondo (se mai lo hanno avuto), alcuni studiosi di scuola realista hanno suggerito che Obama
potrebbe aver accettato i consigli di Friedman e Luttwak (2009): consentire un certo grado di
anarchia nel sistema internazionale serve a tenere impegnati i concorrenti a tutto vantaggio degli
Stati Uniti (Dottori 2011).
Nondimeno, il sostegno americano nei confronti di Israele, a prescindere dal
comportamento dei governi israeliani, pare indicare che i cambiamenti sostanziali della politica Usa
in Medio Oriente sono pochi, nonostante i costi di vent’anni di militarizzazione americana del
Golfo Persico siano stati messi in discussione da alcuni (Stern 2010). Resta da vedere se, dopo
l’uccisione di Osama bin Laden, gli sviluppi in Afghanistan confermeranno l’ipotesi di un
mutamento di paradigma nella politica estera Usa che ponga fine al “momento unipolare” degli
Stati Uniti sia nella sua variante globalizzante degli anni Novanta che nella variante della Guerra al
terrorismo/Epoca della guerra permanente degli anni Duemila. Se lo spettro del declino
dell’egemonia aleggia sul ruolo degli Stati Uniti nel mondo (Zakaria 2008, 2011), la strategia del
“guidare da dietro le quinte” (come è stata battezzata la politica di Obama in Libia) potrebbe
consentire di prendere tempo e al tempo stesso di rallentare l’ascesa dei nuovi contendenti
nell’arena economica mondiale. Tuttavia ciò parrebbe superato dagli eventi causati dalla crisi
Ucraina del 2014, che hanno per ora prodotto un riavvicinamento di Russia e Cina.
106
© John Agnew e Luca Muscarà 2014
sviluppi nei trasporti e nelle comunicazioni hanno consentito di estendere le relazioni di contiguità
e distanza, dando vita a reti transnazionali. Lo stesso processo di globalizzazione opera a questa
scala. Anche se la moderna evoluzione di queste tecnologie risale al XIX secolo (Hugill 1999), solo
a partire dalla Seconda Guerra mondiale l’innovazione tecnologica in queste e altre aree è andata
avanti rapidamente, con la diffusione del trasporto aereo di massa e la containerizzazione, gli
strumenti di analisi ed elaborazione dell’informazione (personal computer, business software, e-
commerce, ecc.), e le telecomunicazioni (internet, tv satellitare e telefonia cellulare), spesso prodotti
della ricerca militare della Guerra fredda. L’esplosione di movimento che il mondo ha visto negli
ultimi sessant’anni non sarebbe stata possibile senza queste tecnologie di compressione spazio-
temporale. La rapida circolazione di persone, informazioni, capitali e merci nel mondo, già
aumentata esponenzialmente negli anni Settanta e Ottanta, è esplosa dagli anni Novanta, quando la
fine dell’ordine bipolare della Guerra Dredda ha incontrato la rivoluzione digitale.
Certo, come già osservato, la globalizzazione ha le sue radici ideologiche nella
sponsorizzazione americana di un’economia del “mondo libero” durante la Guerra fredda. Nell’èra
del dopo Guerra fredda essa giunse a sfidare continuamente le forme esistenti di organizzazione
politica a diverse scale – ad esempio in termini di sovranità territoriale e di governance politica alle
scale globale, nazionale, regionale e urbana. L’emergere di un “mondo di flussi” fondato su reti
transnazionali ha pertanto minato il predominio del “mondo dei territori” che caratterizzava
l’ordine geopolitico della Guerra fredda. Già negli anni Novanta, i rimedi geopolitici della Guerra
fredda, dalle strategie militari del containment all’immaginare l’esistenza di avversari territoriali fissi ai
sistemi di comando e controllo, divennero opinabili. Costruite molto più in termini di nodi e reti
che non di blocchi territoriali, le reti transnazionali di interazione spaziale sfidarono apertamente la
capacità degli Stati di incanalare e limitare le transazioni attraverso e all’interno dei propri confini.
La rappresentazione della spazialità della politica mondiale interamente in termini di Stati
territoriali è stata sfidata anche da una seconda tendenza intrinseca all’esperienza umana dello
spazio e che ugualmente era stata limitata in precedenza dall’accento sullo Stato-nazione della
Guerra fredda: quella del place making (produzione di luoghi). I luoghi sono posizioni naturali che
hanno assunto un significato sociale e psicologico nella misura in cui radicano visioni e progetti
politici nello scenario della vita quotidiana. I luoghi possono essere raggruppati in territori durante
il processo di formazione di uno Stato e possono anche essere collegati tra loro nello spazio come
una rete (Agnew 2009, 35). Come abbiamo visto nel cap. 4, le identità si esprimono spesso
attraverso le loro associazioni con i luoghi e con le attività di place-making. La fine della Guerra
fredda si è accompagnata a un’esplosione di conflitti identitari di ordine etnico, religioso e culturale
a una scala sconosciuta fino ad allora. Tutti questi conflitti implicano degli sforzi per riplasmare i
luoghi a misura dei programmi politici dei gruppi in questione. Alcuni di essi sono il risultato di
discrepanze tra i confini etnici e quelli dello Stato, che in alcuni casi hanno una lunga storia (dal
Kashmir alla Spagna, dall’Irlanda alla Cecenia russa, al Turkestan orientale cinese); altri riflettono la
mancanza di un fondamento politico dopo il comunismo diverso dalle differenze nazionali o
etniche (come in Jugoslavia). Infine, altri ancora sono una reazione alla sfida posta alle identità
tradizionali dalla globalizzazione, soprattutto nella forma dei radicalismi religiosi, come il jihadismo
islamista in Medio Oriente e il fondamentalismo protestante negli Stati Uniti (ma anche il mondo
cattolico ha le sue tendenze radicali).
Con la fine della Guerra fredda, in Europa orientale tutte quelle identità, in precedenza
represse o marginalizzate dal conflitto dominante, produssero un’esplosione di proteste politiche e
sociali. Si potrebbe persino considerare il peso di tutto ciò nel contribuire ad accelerare il collasso
dell’Unione Sovietica a partire dall’anello esterno della sua “sfera di influenza”. Finché il mondo
resta caratterizzato da Stati territoriali, non c’é da stupirsi che queste identità negate, limitate in
precedenza nelle loro attività di place-making dallo status quo geopolitico, abbiano iniziato ad
emergere nel momento in cui un vuoto di potere ha lasciato loro spazio. Nel prendere una
posizione nazionalista, la loro proiezione territoriale ha provocato un numero di conflitti identitari
e una valanga di cambiamenti geopolitici. Specie in quei casi in cui le etnie si erano storicamente
107
Fare Geografia Politica
mescolate in uno stesso territorio e veniva ristabilito un senso fondativo del luogo, la ricerca di
indipendenza nazionale di una comunità si è scontrata con quella della comunità vicina (come in
Bosnia e Kosovo). Paradossalmente, non appena tali identità europee orientali ebbero successo nel
raggiungere la propria indipendenza e nell’acquisire il proprio Stato nazionale, esse chiesero di
divenire membri dell’Unione Europea, riconoscendo così implicitamente il bisogno di una scala
sovranazionale di regolamentazione politica in un mondo in via di globalizzazione.
Ciò non significa che il nazionalismo sia l’unico esito possibile delle attività di place-making.
Nella misura in cui i processi identitari sono profondamente radicati in un senso del luogo,
dovunque l’esperienza umana e la sua comprensione superino gli orizzonti locali e si riconosca la
similarità della condizione umana, le attività di place-making possono persino aumentare di scala sino
a divenire ricerca di un’identità cosmopolitana condivisa, fondata su un senso del luogo in cui
l’intera Terra viene riconosciuta come patria della specie umana. Certo, lo sviluppo della
consapevolezza ambientale negli ultimi cinquant’anni ha spesso trasceso le questioni locali nella
forma di una preoccupazione per l’ambiente globale. Ciò può essere visto come un’espressione
post-nazionale di place-making. Intanto, il mescolarsi di popolazioni dalle differenti origini etniche,
nazionali e religiose nelle aree sviluppate, industriali e postindustriali del mondo, resta con sé le
speranze, le paure e gli odii dei luoghi di origine, mantenendo in contatto alcuni di essi. Le identità
in questo caso divengono sempre più diasporiche (disperse nel mondo) e multiple (ad es. Sen
2006). Se questo processo potrebbe contribuire a una maggior tolleranza e comprensione delle
differenze, dove esso abbia luogo troppo rapidamente o troppo drammaticamente esso potrebbe
anche produrre un risultato opposto, come si vede spesso nel caso dei flussi migratori. I migranti
potrebbero rifiutare di integrarsi nella comunità ospitante tanto quanto questa potrebbe sviluppare
un’intolleranza simmetrica nei confronti dei “non-autoctoni” (gli outsider) e della loro iconografia
(come si è visto nel caso del referendum del 2009 che ha bandito la costruzione di minareti in
Svizzera) e ciò in alcuni casi potrebbe raggiungere estremi xenofobi, come con alcuni partiti
populisti europei di estrema destra.
Rispetto alla sfida che la globalizzazione e la connessa modernizzazione hanno posto alle
società tradizionali, un risentimento verso la diffusione dei valori consumistici e del kitsch cultural-
popolare americano (come in molti film di Hollywood e show televisivi americani) o verso la
politica estera degli Stati Uniti ha assunto diversi gradi di intensità, operando in una varietà di modi
all’interno di quelle culture e identità che più si sono sentite minacciate. Nella misura in cui la
religione è una componente fondamentale di molte identità, il radicalismo religioso può essere
considerato come una reazione di autodifesa identitaria. La più evidente di queste reazioni a partire
dagli anni Novanta è stata l’esplosione di un radicalismo islamico del tipo “Jihad contro McWorld”
(Barber 1994) diretta alla cultura, ai valori e alle politiche americane, specialmente quelle a sostegno
di Paesi non graditi ai loro vicini, come Israele. Con gli anni Duemila, il crescente uso di attentati
suicidi nel terrorismo islamista ne è divenuto l’espressione più estrema. Ma anche negli Stati Uniti
vi è disagio nei confronti di ciò che viene considerato cultura popolare americana o occidentale. E
anche questo sta avendo i suoi effetti politici con la crescita di gruppi populisti dedicati a ristabilire
qualche immagine “più antica” della società americana. È importante notare allora che anche se si
basa su un’opposizione radicalizzata alle differenze culturali o religiose in quanto tali, come nel
caso degli immigrati islamici, questo meccanismo psicologico opera anche più in generale. Al di là
del caso specifico del Jihadismo, esso è riscontrabile nella distruzione dei Buddha di Bamiyan da
parte dei Talibani (2001), nell’omicidio del leader israeliano Yitzhak Rabin (1995) per mano di un
ebreo fondamentalista (interrompendo il processo di pace israelo-palestinese di Oslo), nella visione
manichea del presidente Bush junior di un mondo come terreno di scontro tra il Bene e il Male
(oltre che nel ruolo svolto dai Cristiani evangelici americani a sostegno di questa dottrina).
Dato che ogni credo religioso sviluppa un attaccamento a specifici luoghi sacri che
acquisiscono storicamente un significato simbolico per i credenti, tali reazioni di autodifesa
implicano specifiche proiezioni territoriali. Nel caso degli Stati-nazione, esse possono prendere la
forma dell’ “ansia cartografica” (Krishna 1994) verso i confini che sono visti come essenziali per la
108
© John Agnew e Luca Muscarà 2014
definizione delle identità nazionali, come abbiamo discusso nel cap. 4. Più in generale, come Jean
Gottmann (due volte rifugiato politico) sapeva sin troppo bene, le reazioni di autodifesa possono
giungere all’estremo di dettare la completa chiusura dei confini e l’espulsione (o eliminazione) dal
territorio di tutti i portatori di identità o credo differenti. Ciò è riscontrabile nell’obbiettivo del
radicalismo religioso di espellere tutti gli “infedeli” dalle terre musulmane al fine di ristabilire il
califfato islamico. E tra gli infedeli non vi sono solo i seguaci di altre religioni ma pure quei
coreligionari considerati deviati, al punto che tra gli arabi musulmani, gli adepti di bin Laden sono
comunemente chiamati takfiri, o “coloro che chiamano miscredenti gli altri musulmani”. Allo
stesso modo ciò é riscontrabile alla base del desiderio dei nazionalisti europei e dei nativisti
americani, ossessionati dai pericoli culturali posti dagli immigrati musulmani (o dagli stranieri in
generale), di espellerli, desiderio che è aumentato in modo esponenziale dal 2001.
Dalla fine della Guerra fredda, queste dinamiche hanno messo in discussione la tradizionale
spiegazione dell’organizzazione spaziale della politica fondata su territori delimitati e discreti.
Nondimeno, territorialità e sovranità in quanto tali non sono sparite. Il punto è che lo Stato
territoriale, una creazione europea del XVI secolo, detiene sempre meno il monopolio sull’esercizio
della violenza, sul controllo delle transazioni, e sembra essere sempre meno fondamento delle
identità politiche rispetto al passato, almeno in molte parti del mondo. Tuttavia i teorici della
velocità e del cyberspazio o quelli del “mondo piatto” non considerano il fatto che gli eventi
accadono comunque in qualche luogo, in un mondo che resta ancora diviso politicamente in unità
territoriali di qualche tipo, e che per giunta è lacerato da divisioni etniche, culturali e religiose,
rafforzate dalle reazioni di autodifesa delle identità che si sentano minacciate. Più che scrivere di
flussi contro territori e di velocità che trascende lo spazio, quindi, sarebbe più appropriato dire che il
regime associato alla Guerra fredda, con le sue sovranità territoriali stabili e sfere di influenza
relativamente fisse, si è spostato verso un regime territoriale misto costituito da flussi tra nodi di
reti, regolamentazioni territoriali e costruzioni di identità a (e attraverso) una gamma di scale
geografiche – locale, regionale, nazionale e delle regioni globali.
Il coesistere di spazialità del potere differenti e la loro interazione a scale diverse hanno
quindi prodotto una crescente complessità geografica, più difficile da comprendere e da gestire. Sin
dagli anni Novanta, sono emerse diverse forme di resistenza ad aspetti della globalizzazione in
diversi luoghi. L’esplosione del radicalismo islamico può essere analizzata in termini di
interscambio tra nuove forme di interazione spaziale prodotte dalla globalizzazione e specifiche
forme di place-making associate al revival di nozioni tradizionali di vita sociale. Mentre il terrorismo
islamista negli anni Novanta assume la forma di reti transnazionali, sfruttando le reti di
telecomunicazioni globali, la Guerra al Terrore americana e la sua ossessione per la sicurezza dei
confini hanno tentato di riterritorializzarne la minaccia. Il flusso della Storia pare scalzare tali
tentativi, come mostrano gli sviluppi più recenti. La crisi finanziaria globale emersa nel 2007 e i
movimenti sociali e politici democratici che hanno attraversato gli Stati del Mediterraneo
meridionale e del Medio Oriente nel 2011 suggeriscono che diverse forme di organizzazione
spaziale stiano evolvendo in un mondo di sette miliardi di persone che ancora fatichiamo a
comprendere adeguatamente, mentre cambiamento climatico e disastri come la fusione dei reattori
nucleari di Fukushima del marzo 2011 mettono in evidenza più che mai l’assenza di una governance
globale adatta alla scala dei problemi che l’umanità deve affrontare.
Questo complesso scenario globale definisce dunque il contesto geopolitico in cui la
geografia politica si svilupperà nel futuro immediato. Esso è molto diverso da quelli in cui la
geografia politica fu prima “inventata” e più tardi reinventata. Al tempo stesso non tutto è nuovo.
Anche se i “rischi senza frontiere” sembrano proliferare, molti caratteri della politica restano
relativamente immutati, come pure molti aspetti chiave della psicologia umana e dell’identità di
gruppo.
Esamineremo ora alcuni degli argomenti emergenti in geografia politica. Il modo in cui essi
verranno affrontati sarà oggetto del prodursi della geografia politica nella prima parte del suo
secondo secolo di vita. Naturalmente, il processo del prodursi di una disciplina è di per sé un
109
Fare Geografia Politica
processo incerto. Man mano che il contesto geopolitico cambia, anche quello che facciamo e il
modo in cui lo facciamo, mutano. Ciò che appare chiaro, e la ragione per cui questa sezione è così
estesa e complessa, è che nel mondo post Guerra fredda le sfide che i geografi politici devono
affrontare sono solo divenute più grandi di quanto non siano mai state in passato.
UN ORIZZONTE MOBILE
Per individuare ciò che è “all’orizzonte” della geografia politica è necessario intuire quali tra le
tendenze recenti abbiano più probabilità di distinguersi per la loro aderenza al contesto geopolitico
emergente. Con ciò non si vuole affermare che vi siano temi che non hanno futuro in geografia
politica, né si vuole presentare un inventario enciclopedico di tutte le tendenze contemporanee
nelle aree di studio. Alla luce del contesto geopolitico che abbiamo appena discusso, si vuole
piuttosto rivolgere l’attenzione verso l’odierno prodursi della geografia politica, per mostrare
quanto la ridefinizione e la rielaborazione di questa disciplina siano effettivamente in atto. Non
intendiamo quindi semplicemente confermare quelle che riteniamo siano le tendenze più recenti e
ignorare i temi che hanno dominato in passato, bensì illustrare come esista un flusso di influenze
reciproche tra il contesto geopolitico contemporaneo e il prodursi della geografia politica.
Vi sono nuovi “temi” che non vanno semplicemente ad aggiungersi alla lista identificata nel
cap. 4 (geopolitica, luoghi, politica delle identità, ecc.), ma sollevano problemi metateorici e
metodologici (quali concetti usare, come fare ricerca e così via) anche rispetto a temi consolidati.
Ciò riguarda soprattutto due dei tre nuovi temi esplorati in questo capitolo, ossia la scala geografica
e la geografia politica normativa; tuttavia ciò potrebbe essere vero anche per il primo tema, la
geografia politica dell’ambiente, se non altro perché, ad esempio, i movimenti ambientalisti
sollevano questioni importanti per quanto riguarda temi consolidati quali la geopolitica e le
geografie dei movimenti politici e sociali.
Per comprendere quanto segue è dunque importante considerare due condizioni
fondamentali. La prima è che tra i fautori delle tre principali “correnti” teoriche è iniziato a
emergere un dibattito anziché un dialogo fra sordi (alcuni esempi sono citati alla fine del cap. 4).
Ciò potrebbe riflettere la de-radicalizzazione e la normalizzazione di quelle che un tempo erano
considerate prospettive totalmente opposte, due fenomeni che hanno accompagnato il
riconoscimento professionale e l’acquisizione di uno status intellettuale più elevato da parte dei
suoi esponenti. Inoltre l’emergere di questo dibattito potrebbe dipendere anche dal mutare dei
tempi: instabilità e incertezza geopolitiche rendono sempre meno sostenibili le certezze teoriche
delle diverse posizioni (pur se si tratta solo della “certezza dell’incertezza” espressa da alcuni
indirizzi postmoderni). Se un crescente eclettismo teorico sembra al tempo stesso più necessario e
più plausibile grazie al fatto che studiosi con una formazione più ampia di quelli delle generazioni
passate si occupano di un mondo sempre più volatile e geograficamente complesso, in alcuni casi
l’instabilità geopolitica del dopo-Guerra fredda potrebbe produrre una tendenza opposta: un
irrigidimento dei confini tra prospettive per difendersi dalle “eresie”.
La seconda condizione fondamentale è che il mondo a cui la geografia politica si riferisce
direttamente è lacerato da divisioni identitarie (religiose, nazionali, locali, o economiche) che
assumono forme molto diverse dai sistemi ideologici mondiali e coloniali incentrati sullo Stato che
caratterizzarono il periodo della rivalità tra imperi (1875-1945) e la Guerra fredda (1945-89), le due
epoche in cui la geografia politica fu prima creata e poi reinventata. Da un lato, come già
sottolineato, l’economia mondiale e molti movimenti politici (inclusi quelli religiosi) sono
organizzati in termini di reti spaziali più che di blocchi territoriali. Dall’altro, i leader degli Stati
dominanti e dei movimenti politici esprimono rivendicazioni sul welfare di enormi aree geografiche
e delle loro popolazioni (come l’Occidente, il mondo islamico, ecc.) come se queste fossero entità
omogenee. Queste rivendicazioni sono spesso imbevute di una forte nostalgia per un periodo del
passato (il califfato islamico medievale, un’età dell’oro del capitalismo di Stato, il Welfare State
europeo) e per l’idea di un territorio “puro”, libero da contaminazioni “straniere”, ma devono di
fatto confrontarsi con un mondo in cui persone di origini culturali diverse sono sempre più
110
© John Agnew e Luca Muscarà 2014
L’ottocentesca unità olistica di geografia fisica e geografia umana/politica era stata largamente
dimenticata dopo la Seconda guerra mondiale, visto il grande imbarazzo intellettuale causato dal
diffondersi della conoscenza naturalizzata nel Canone storico della geografia politica (vedi cap. 3).
Le implicazioni politiche del determinismo ambientale avevano infatti impedito a molti geografi di
sviluppare nuovi ponti teorici verso le questioni legate all’ambiente fisico, lasciando la geografia
contemporanea ai margini dei dibattiti su “natura e cultura” e su “natura e società”. Se i coniugi
Sprout furono una delle poche eccezioni notevoli (vedi cap. 4), i geografi politici lavorarono in
direzioni diverse, astenendosi dall’approfondire questi temi, salvo con semplici analogie biologiche
e fisiche (come nella prospettiva analitico-spaziale), o occupandosi di ambiente solo per temi quali
l’accesso alle risorse naturali (come nella prospettiva politico-economica).
I movimenti ambientalisti degli anni Sessanta e Settanta favorirono un rinnovato interesse
disciplinare per i temi dell’ambiente, coniugato spesso alle implicazioni per lo sviluppo, nella
prospettiva politico-economica. Alla fine degli anni Ottanta e nei primi anni Novanta questo
interesse aveva raggiunto anche la prospettiva postmoderna/critica (vedi cap. 4), specialmente con
la crescente attenzione verso il tema della sicurezza ambientale, affrontando argomenti come il
modo in cui le teorie politiche si colleghino con l’ambiente, la politica dei movimenti e dei partiti
politici “verdi” e lo studio delle politiche ambientali (Carter 2007). Dagli anni Duemila, un certo
numero di tendenze ha rafforzato la percezione che il ritorno dell’ambiente all’orizzonte della
geografia politica potesse riconquistare una centralità crescente.
Anche la geografia si è sviluppata separatamente dalla geografia politica e solo di recente
alcuni suoi specialisti sono giunti a rendersi conto di quanto essa fosse influenzata dalle dinamiche
della Guerra fredda. Infatti, dalla seconda metà degli anni Settanta in poi la comunità in rapida
crescita degli studiosi di scienze della Terra iniziò a ricevere crescenti finanziamenti dal governo
degli Stati Uniti e dai suoi alleati, dopo che alcuni leader politici avevano iniziato a preoccuparsi
delle potenziali conseguenze di vari problemi ambientali sugli equilibri della Guerra fredda.
Inoltre, l’accesso a tecnologie dapprima sviluppate nell’ambito di programmi militari, come i
satelliti di osservazione della Terra e, a partire dagli anni Ottanta, i centri di supercalcolo e le reti
informatiche, allargò metodi e strumenti disponibili in questo ambito. Così una comunità delle
scienze della Terra sempre più dominante finì per assorbire in modo crescente molti aspetti della
geografia fisica. A causa di tale egemonia, alimentata non poco da un vantaggio tecnologico, la
111
Fare Geografia Politica
modellizzazione del clima divenne sempre più importante, al punto da offrire indicazioni sulle
politiche globali per rispondere al “problema” del riscaldamento climatico di origine antropica,
che a sua volta divenne sempre più politicizzato.
Dato che nel discorso dominante il cambiamento climatico è considerato conseguenza di
una modernizzazione della natura e della società (come afferma anche il principio fondamentale
dello “sviluppo sostenibile”), solo di recente, nella comunità degli studiosi di scienze della Terra si
è diffuso un appello a superare le divisioni disciplinari e ad affrontare direttamente l’epistemologia
del clima da una prospettiva geografica (p.e. Hulme 2008, 2009a, 2009b, 2010; Bailey 2008). Man
mano che le difficoltà a integrare le dimensioni sociali e umane del cambiamento climatico
divennero più evidenti, un’epistemologia che tenesse conto delle dimensioni culturali e politiche
del clima iniziò a essere vista come un importante contributo per colmare il gap tra discipline.
Toccando un dibattito centrale della geografia politica contemporanea, Hulme ha riconosciuto
come il vantaggio di un simile approccio per la comunità degli studiosi del cambiamento climatico
verrebbe dalla capacità dei geografi “di comprendere i dettagli del modo in cui conoscenza, potere
e scala siano inseparabili” (Hulme 2008, che cita Cox 1997). Tra gli appelli provenienti dall’interno
della geografia politica vi è stato anche quello di “reintrodurre la natura nella geografia politica”
(Cox, Low, e Robinson 2008, 183–262).
Un’altra ragione a favore di un ritorno dell’ambiente nella geografia politica proviene dalla
generale ignoranza delle dispute e delle risoluzioni che ebbero luogo nella stessa disciplina a
proposito della conoscenza naturalizzata (cap. 3). Via via che la complessità continua ad
aumentare, le spiegazioni monocausali paiono attrarre ancora molti, con il rischio di un rinnovato
determinismo ambientale o “neodeterminismo”, come è stato chiamato da alcuni: dal diffondersi
di un determinismo neo–ambientale (vedi Sluyter 2003; Merrett 2003; Judkins, Smith, e Keys
2008), a quelle varianti in cui le condizioni fisiche sono considerate cause dirette delle differenze
nello sviluppo economico e politico (p.e., Landes 1998; Sachs 2000, 2005), a quelle, più vicine
all’ecologia tradizionale, come nel caso del Worldwatch Institute, che rintracciano una relazione di
causa-effetto tra “consumismo globale” e una vasta gamma di disastri ambientali ([Link] 1981,
1999). In tutti questi casi, per rendere conto dei problemi contemporanei di ambiente e sviluppo
globali, viene accordato un ruolo marginale all’economia politica, all’innovazione culturale, o agli
accordi istituzionali. Come se gli ultimi cento anni di geografia politica e tutti i dibattiti sul
determinismo ambientale e i ruoli di mediazione svolti dalle narrazioni e dalle istituzioni non
fossero mai esistiti. Inutile dire che una priorità per la geografia politica dovrebbe essere proprio
quella di contribuire a correggere questa lacuna, evitando quelle trappole concettuali che già si
sono dimostrate sbagliate empiricamente e pericolose politicamente.
Se la geografia politica della Guerra fredda ha trascurato il rapporto politica-ambiente, gli
esempi che presentiamo qui mostrano come la geografia politica possa essere utilmente impiegata
in relazione a differenti aspetti dell’ambiente: dall’analisi di come la distribuzione geografica
diseguale delle risorse possa contribuire ai conflitti, alle politiche dell’ambiente, al collegamento tra
ambiente e problemi dello sviluppo. Inoltre, vedremo come il tema sempre più pervasivo del
cambiamento climatico – oggi forse tanto pervasivo quanto il discorso sulla sicurezza nel dibattito
pubblico – abbia molteplici collegamenti ai temi dello sviluppo, della sicurezza, della governance e
delle sue scale, e a molti altri. Considereremo alcuni esempi: dai conflitti per le risorse, alla
sicurezza ambientale, ad alcune implicazioni della sicurezza climatica in relazione alla sovranità
degli Stati, ai conflitti violenti, e alla sicurezza umana. Rispetto al passato, la differenza è che oggi
geografi e altri scienziati sociali reclamano sempre più il tema dell’ambiente fisico come proprio
argomento di studio. La stessa idea di natura è considerata oggi fondamentalmente “politica”.
112
© John Agnew e Luca Muscarà 2014
Iraq (2003, 2014) Georgia (2008), Libia (2011), Mali (2013) e Siria (2014). Le “zone critiche” dove
sono possibili conflitti per le risorse, come Medio Oriente e Asia Centrale, sono l’oggetto
principale della pianificazione militare del governo degli Stati Uniti (Klare 2001). Se i rifornimenti
mondiali di petrolio sono ovviamente causa di potenziali conflitti, più dubbio è invece il fatto che
questi ultimi possano essere innescati direttamente da carestie e siccità (Rogers 2000; Lowi e Shaw
2000). Ad esempio, Wolf e Hamner (2000, 123) notano che “gli Stati non sembrano scendere in
guerra per l’acqua”. Vi è infatti il rischio di presumere che conflitti per le risorse debbano
invariabilmente aggravarsi sino a divenire vere e proprie guerre.
Nondimeno, i collegamenti tra ambiente, popolazione e confronti militari meritano di
essere indagati, non ultimo per vedere come le istituzioni riescano a mediare tra condizioni
geografico-fisiche e conflitti tra gruppi e tra Stati (Homer-Dixon e Blitt 1998; Lowi e Shaw 2000).
In un mondo sempre più globalizzato, “rischi” di ogni sorta, oltre a quelli militari tradizionali,
stanno giungendo a dominare la riflessione su sicurezza e conflitti (Albert 2000; Ó Tuathail
2000a). Dato che le risorse naturali si trovano inevitabilmente in determinati siti, una lunga
tradizione ha collegato la loro disuguale distribuzione geografica alla geopolitica, esempio, tra
l’altro, di come le prospettive analitico-spaziale e politico-economica possano di fatto
congiungersi. Tale congiunzione è infatti stata a lungo oggetto di attenzione da parte di quei
geografi economici e politici che si ispirano all’approccio del materialismo (storico). L’esempio
classico è quello del ruolo del petrolio in geostrategia e geopolitica, dal tentativo di Hitler di
occupare il Caucaso durante la Seconda guerra mondiale alla Guerra del Kuwait, alla conseguente
militarizzazione Usa del Golfo Persico, alla rinnovata centralità dello “heartland petrolifero” (Iseri
2009; Güney e Gökcan 2010), ai recenti casi di Libia, Mali e dell’ISIS.
Se dal 2001 la sicurezza militare dal “terrorismo” è divenuta una priorità politica, anche la
sicurezza energetica ha assunto una posizione centrale tra le preoccupazioni politiche e sono
numerosi i tentativi di interpretare la geopolitica americana in Medio Oriente come risultante della
competizione globale per il petrolio, con una particolare svolta nel discorso dopo l’inizio della
Guerra al terrorismo (p.e., Le Billon e El Khatib 2004). Come hanno mostrato le recenti guerre in
Libia e in Mali, tale preoccupazione potrebbe non riguardare solo gli Stati Uniti. Tuttavia, un
conto è soppesare per ciascun caso il ruolo di specifiche risorse nelle decisioni geopolitiche in
relazione ad altri fattori (ideologie, alleanze, psicologia politica e percezione del rischio), e un
conto è attribuire alla competizione per le risorse potere esplicativo assoluto, operazione che
inevitabilmente ricade nel neodeterminismo.
All’intersezione tra geografia politica e risorse, un ottimo esempio di come evitare tale
rischio, quando si indaghi la relazione tra petrolio e conflitti alla scala internazionale, è offerto da
un classico studio sulla Nigeria (M. J. Watts 2004). Lo Stato africano non solo è il tredicesimo
produttore mondiale di petrolio, ma è pure un Paese la cui crescita economica dipende
interamente dal petrolio. I tentativi di numerosi Stati del delta del fiume Niger di controllare il
petrolio (e le entrate che derivano da esso), insieme alla lotta per l’autodeterminazione di
minoranze nazionali – nel contesto di una crisi di potere nella regione, mentre insicurezza e
violenza lacerano sempre più le comunità al loro interno e una disputa sui ricavi provenienti dallo
sfruttamento dei giacimenti al largo (che oppone Stato federale e alleanza degli Stati federati
litoranei) – potrebbero facilmente portare a rappresentare il petrolio come una sorta di
maledizione per la Nigeria. Nondimeno, partendo dalle osservazioni di Mamdani (2000), nella
misura in cui il petrolio “è una risorsa nazionale sulla quale è possibile costruire rivendicazioni di
cittadinanza” e tenuto conto che “il contributo del petrolio alla guerra e all’autoritarismo è
costruito su dinamiche politiche preesistenti (ossia precedenti alla scoperta del petrolio)”, Watts
giunge alla conclusioni che il petrolio sia “un idioma per fare politica, inserito in un paesaggio
preesistente di forze, identità, e forme di potere” (2004, 73, 75, 76).
113
Fare Geografia Politica
Un altro tema che collega ambiente fisico e geografia politica è quello del cambiamento climatico
globale con le sue molteplici implicazioni. Il riscaldamento del clima colpisce un’ampia gamma di
sistemi naturali in tutto il mondo. Persino variazioni relativamente piccole nella temperatura
atmosferica media globale modificano il ciclo dell’acqua (pur con una gamma di conseguenze
molto differenti e una distribuzione geografica delle stesse molto disuguale). Ad esempio, se alla
scala globale il riscaldamento dell’atmosfera produce un aumento delle precipitazioni, sull’Oceano
Atlantico si rileva un aumento di intensità e frequenza degli uragani, oltre che della loro estensione
geografica, e nel Mediterraneo e nel Sahel esso produce invece un aumento della desertificazione.
Non tutto il riscaldamento atmosferico è dannoso: alle alte latitudini, come in Russia e in Canada,
si prevede un aumento dei terreni coltivabili. Nella criosfera, il riscaldamento dell’atmosfera
implica lo scioglimento dei ghiacci. È dimostrato che la maggior parte dei ghiacciai mondiali si stia
ritirando, e nel caso di quelli dell’Himalaya occidentale e centro-settentrionale, ciò riguarda decine
di milioni di persone che dipendono almeno in parte dallo scioglimento dei ghiacci per la loro
acqua potabile. Le previsioni di quando tali cambiamenti possano realizzarsi restano in larga
misura incerte, ma uno scioglimento protratto di ghiacciai e ghiacci continentali produrrebbe una
delle conseguenze più temute e pubblicizzate: l’aumento del livello del medio mare che andrebbe
a minacciare aree densamente popolate come delta fluviali, insediamenti costieri e Stati situati su
piccole isole, colpendo centinaia di milioni di persone.
In particolare, la percezione delle conseguenze politiche ed economiche dello scioglimento
dei ghiacci risulta amplificata nell’oceano Artico. Le proiezioni relative agli aumenti della
temperatura media globale alla fine del secolo (fortemente intensificato nell’Artico) vedono una
consistente riduzione del ghiaccio marino (già osservata durante il minimo di settembrep tra il
2007 e il 2013). Ciò ha già catalizzato l’attenzione di molti geografi politici sull’Artico, considerato
oggi una nuova arena di potenziali conflitti per l’estrazione di risorse e la navigazione marittima
(p.e., Dodds 2008, 2010; Powell 2008, 2010; Dittmer et al. 2011). La migliorata accessibilità a
quell’oceano e le sue implicazioni hanno dato il via a uno “corsa all’Artico” tra i cinque Stati
rivieraschi (Canada, Groenlandia, Norvegia, Russia, e Stati Uniti) che, in conseguenza della
riduzione dei ghiacci marini, ricaverebbero diretti benefici dall’estensione della propria sovranità
su un’area maggiore del fondo dell’oceano Artico. Lo storico tentativo di ridurre il dinamico
ambiente artico a una “divisione fissa tra terra e mare” è complicato ulteriormente dalle
rivendicazioni delle popolazioni indigene del Nord, oltre che dalla posizione dell’Unione Europea,
che mette in discussione la logica Stato-centrica di sviluppo della regione (Gerhardt et al. 2010).
Potrebbe essere invece un’opportunità di sperimentare un modello di governance transnazionale
(O. Young 2009).
La Russia ne ha rivendicato la sovranità per prima, con l’invio nel 2007 di un sottomarino
sul fondo dell’oceano, dove ha piantato una bandiera russa in titanio al Polo Nord. Il Canada ha
protestato che nel XXI secolo non è possibile rivendicare la sovranità semplicemente andando in
giro a piantare bandiere, come poteva accadere nel 1500. Intanto, per non sbagliare, tutti gli Stati
rivieraschi hanno inviato spedizioni scientifiche per migliorare la carta topografica del fondo
dell’oceano (fino a poco fa relativamente sconosciuta a causa della copertura dei ghiacci). In
particolare, la Russia punta a dimostrare il collegamento tra la catena sommersa dei Monti
Lomonosov e la piattaforma continentale siberiana, cosa che le permetterebbe di estendere la
propria Zona di sfruttamento Economico Esclusivo (Eez) in modo da includervi il Polo Nord (la
Eez è calcolata in duecento miglia marine dalla “linea di base”, tuttavia nell’Artico la topografia di
quest’ultima è ancora controversa). Pertanto, nuovi dati sismici e batimetrici potrebbero dare
ragione a una o all’altra parte, consentendo alle specifiche commissioni di prendere una decisione
nel quadro della Convenzione Onu sulla Legge del Mare (Unclos).
In effetti, la riduzione del ghiaccio marino ha già migliorato l’accessibilità di ciascuno dei
Paesi rivieraschi alle rispettive Eez, e le molteplici rivendicazioni di estensione delle sovranità
puntano a massimizzare le possibilità di sfruttamento dei combustibili fossili che potrebbero
esistere sotto al fondo dell’Artico, a vantaggio dell’uno o dell’altro. Recenti stime geologiche
114
© John Agnew e Luca Muscarà 2014
suggeriscono che esse potrebbero rappresentare circa il 30% di tutto il gas naturale e il 13% di
tutto il petrolio che ancora restano da scoprire. Un recente studio, basato sull’attuale estensione
delle Eez e avvalendosi del nuovo Arctic Transport Accessibility Model (ATAM), ha calcolato per il
periodo 2045–2059 un aumento dell’accessibilità marittima di cui beneficerebbero specialmente
Groenlandia (+28%), Canada (+19%), Russia (+16%), e Stati Uniti (+5%). Se la Unclos
consentirà la massima estensione plausibile delle Eez le quote nazionali di ciascuno di questi Stati
aumenterebbero rispettivamente del 37%, 32%, 29% e 11% (Stephenson, Smith e Agnew 2011).
Considerando l’attuale dipendenza da combustibili fossili e gli aumenti del loro prezzo, tali cifre
spiegano l’enorme interesse degli Stati rivieraschi a espandere la propria sovranità sull’Artico,
anche se ciò aumenterà certamente il rischio di danni ambientali dovuti a sversamenti e scarichi.
La riduzione del ghiaccio marino nell’Artico significa anche un miglioramento nei
trasporti marittimi, visto che numerose rotte stanno già aprendosi per un periodo dell’anno più
lungo. Le rotte trans-artiche offrono il potenziale beneficio di significativi risparmi di distanza: la
rotta del Mare del Nord tra Rotterdam e Yokohama presenterebbe una riduzione del 40%
(rispetto a quella attuale attraverso il Canale di Suez) e il Passaggio a Nordovest tra [Link] e
Yokohama una riduzione del 33% (rispetto all’attuale rotta via Canale di Panama). Si prevede che,
con la considerevole diminuzione del ghiaccio marino, alla volta del 2045-2059, Canada,
Groenlandia, Russia e Stati Uniti potranno godere quasi tutto l’anno dell’accesso marittimo alle
rispettive Eez (con navi rompighiaccio leggere) e di maggiori velocità di percorrenza all’interno
delle regioni già accessibili oggi. Da qui una disputa di sovranità che oppone il governo del
Canada (che rivendica il Passaggio a Nordovest all’interno delle proprie acque territoriali interne)
e gli Stati Uniti (che sostengono come esso sia invece uno stretto internazionale). La disputa non è
ancora stata risolta, ma se la posizione canadese verrà riconosciuta, questo Stato avrà il diritto di
impedire il transito alle navi degli altri Stati (Gerhardt et al. 2010).
Figg. 5.2 e 5.3. Tempo di percorrenza verso l’insediamento più vicino a novembre con trasporto multi-
modale (navi a doppio scafo, strade invernali, strade, ferrovia, a piedi) per il periodo base (2000–2014, a
sinistra) e a metà del secolo (2045–2059, a destra). Per isolare gli impatti dovuti al cambiamento climatico,
si è supposto che tutti gli insediamenti umani e le infrastrutture di trasporti permanenti all human non
siano mutate nel tempo intercorso tra i due periodi. A metà del secolo, le tonalità scure all’interno del
continente indicano un tempo di percorrenza più lungo verso l’insediamento più prossimo (TTNS) dovuto
al ridotto potenziale delle strade invernali. Sugli oceani, le tonalità più chiare indicano dei tempi di
navigazione TTNS più brevi dovuti alla riduzione dei ghiacci marini. Le aree che restano inaccessibili a
metà del secolo sono rappresentate in nero. Le linee tratteggiate sono rotte trans-artiche.
115
Fare Geografia Politica
Intanto, si è scoperto un ulteriore impatto dello scioglimento del ghiaccio sui trasporti
artici (Stephenson, Smith, and Agnew 2011). Tutti gli Stati artici dovranno confrontarsi anche con
la riduzione delle “strade invernali” continentali, quelle autostrade ghiacciate temporanee
indispensabili per le comunità remote che vivono lontano dalle rotte navigabili o dalle coste. Non
solo esse resterebbero isolate, vi sarebbe un impatto pure sulle attività estrattive e sulle industrie
dell’energia e del legno di queste regioni. Nel sottolineare l’acuta sensibilità biofisica dell’Artico al
cambiamento climatico, lo studio evidenzia anche i pericoli dovuti a rappresentazioni semplificate
delle risposte sociali ad esso e l’importanza di una maggior collaborazione interdisciplinare tra
specialisti di scienze della Terra e geografi politici.
116
© John Agnew e Luca Muscarà 2014
globale, le colture intensive e lo sfruttamento commerciale del legname stanno creando dei “punti
critici” ecologici in tutto il mondo in cui la sopravvivenza di molte specie animali e vegetali è in
grave pericolo; la sicurezza militare ha prodotto un’insicurezza ambientale sempre maggiore (si
veda il possibile ruolo dei laboratori militari americani nell’allarme antrace del 2001, le
preoccupazioni legate allo smaltimento delle armi nucleari, biologiche e chimiche, e gli effetti
collaterali delle guerre sulla salute ) nonché l’incorporazione delle questioni ambientali, e del clima,
tra i problemi generali della sicurezza.
In effetti, le conseguenze sociali, politiche ed economiche degli sconvolgimenti climatici
sono da tempo oggetto di preoccupazione per le comunità dell’Intelligence e della Difesa negli
Stati Uniti e altrove. Sin dagli anni Duemila, mentre la sicurezza diveniva una priorità nazionale
nel quadro della Guerra al terrorismo, essa è giunta fino a incorporare nell’ambito delle sue
preoccupazioni anche il cambiamento climatico. Nel 2007 questo tema è stato persino incluso tra
le questioni di sicurezza alle quali il Consiglio di Sicurezza dell’Onu doveva dare risposta. Così, i
militari hanno iniziato a considerare con attenzione le conseguenze dei cambiamenti climatici sulle
comunità locali, specialmente in termini di violenza e conflitti potenziali che potrebbero
aggravarsi sino a divenire guerre, oltre al rischio correlato di migrazioni dovute al clima.
Se è verosimile che un effettivo aumento della consapevolezza ambientale si sia verificato
per almeno una parte della comunità militare (che tra i propri compiti comprende anche gli sforzi
di soccorso alle aree e alle popolazioni colpite da disastri), nondimeno le attività belliche
nell’insieme restano responsabili di numerosi problemi ambientali. È stato stimato infatti che esse
contribuiscano a circa il 10% delle emissioni di anidride carbonica mondiali; grandi danni
ambientali dovuti alle esercitazioni militari sono stati documentati in numerosi siti – un esempio
per tutti è quello dell’isola di Vieques, in Puerto Rico, usata per oltre sessant’anni come poligono
di tiro – , per non dire delle conseguenze immediate e indirette della guerra sull’ambiente e il
paesaggio. Questi problemi ricadono nell’area di studi della cosiddetta “ecologia della guerra” e si
ritiene abbiano implicazioni di natura politica sia per le politiche che per la pianificazione militari
(come mostrano le recenti strategie “verdi” nelle operazioni delle forze armate americane). Ciò
potrebbe contribuire anche alla trasformazione e al recupero di ex siti militari per scopi di
conservazione (p.e., Machlis e Hanson 2008).
Nondimento, la cosiddetta securitizzazione delle questioni ambientali, e del cambiamento
climatico in particolare, ha infastidito molti ambientalisti e altri studiosi come una sorta di
invasione di campo, soprattutto se si considera che l’ambiente è da tempo uno dei principali
ambiti di critica morale della modernizzazione. Così, non c’è da meravigliarsi che l’appropriazione
dell’ambiente come questione di sicurezza abbia incontrato le critiche degli scienziati sociali e di
alcuni geografi politici in particolare. Una risposta immediata è stata quella di collegare sicurezza
climatica e biopolitica (p.e., Dalby 2011) o di mettere in luce come l’operazione di appropriazione
dei temi ambientali nel quadro delle politiche per la sicurezza e le regolamentazioni governative
per le popolazioni umane siano al servizio del discorso dominante di combattere la “naturale”
anarchia del mondo (p.e., Barnett 2009). Se numerosi studi hanno indagato la relazione tra
questioni climatiche e conflitti violenti, la sua relazione causa-effetto è stata contestata come
speculativa e non dimostrata, soprattutto in considerazione dell’elevata variabilità delle risposte
sociali al cambiamento. Così, tale presunta relazione causale è stata spiegata invece come una
forma di neodeterminismo, oggi in continua espansione.
Inoltre, secondo Nordas e Gleditsch (2007), quest’ambito potrebbe essere indagato in
molti modi dai geografi politici: accoppiando i modelli climatici con modelli dei conflitti allo
scopo di predire dove si potrebbero sviluppare zone critiche di conflitto dovuto al clima; oppure
considerando che tipo di violenza potrebbe derivare dal cambiamento climatico (come in Rwanda
e Darfur); o bilanciando gli effetti positivi e negativi del cambiamento climatico e delle strategie di
adattamento correlate; o disaggregando gli effetti del cambiamento climatico nei modelli di
conflitto sia in termini di variazioni geografiche sia di tipi di cambiamento (aumento delle
precipitazioni totali, ma alcune aree diventano più secche); e mettendo a fuoco le conseguenze
117
Fare Geografia Politica
non solo per i Paesi ricchi ma anche per quelli poveri (verosimilmente i più colpiti) – sebbene ci
possa essere un serio rischio di determinismo nell’affidarsi troppo all’uso di modelli di conflitto.
Analizzando il collegamento tra clima e migrazioni già esposto da Norman Myers (1993), alcuni si
sono resi conto che quest’ultime potrebbero in effetti essere innescate da cause più complesse,
inclusi cibo, acqua e salute, piuttosto che dal cambiamento climatico di per sé (Eakin 2006).
Mentre almeno nel caso degli Stati su piccole isole, come le Maldive, le conseguenze del
cambiamento climatico potrebbero non produrre necessariamente dei rifugiati climatici, visto che
gli abitanti di queste isole chiedono politiche che consentano loro di restare dove sono, anche nel
caso di un aumento del livello del mare. A fronte dei tentativi di ricondurre i nuovi problemi della
sicurezza climatica dentro alle vecchie concezioni della sicurezza nazionale ambientale, Liverman
(2009) propone di collegare il cambiamento climatico alla più ampia agenda di sicurezza umana
anziché a quella della sicurezza nazionale, come con i temi della sicurezza idrica e alimentare.
Sicurezza idrica
Un’altra risorsa scarsa spesso considarata come possibile causa di conflitti geopolitici è l’acqua, al
punto che l’accesso all’acqua potabile è da alcuni considerato come la maggior causa di crisi
mondiale del 21 secolo (p.e., Chartres e Varma 2010). Dalla regione del Sud-Ovest servita dal
fiume Colorado ai Grandi Laghi americani, dal Medio Oriente alla Cina, dalla regione
dell’Himalaya all’Africa, molti esempi confermano che l’accesso all’acqua è un problema
fondamentale per molti. Così, il semplice collegamento che di solito viene istituito tra disponibilità
locale di acqua ed effetti geograficamente differenziati del cambiamento climatico cela il fatto che
il problema mondiale dell’acqua è soprattutto un problema politico (Agnew 2010).
Confrontando disponibilità e consumo d’acqua, i tre paesi più popolati – Cina, India e Usa
– spiccano come i maggiori consumatori di acqua. In termini relativi, l’uso di acqua pro-capite
negli Usa è circa il triplo che in Cina e in India. In Africa centrale, relativamente ricca di risorse
idriche, il consumo è solo il 2 % di quello dell’americano medio. Tali differenze pro-capite
dipendono dalle relative dimensioni della popolazione, dalla diversa capacità di sfruttare la falda
acquifera e distribuire l’acqua e dal tasso complessivo di uso in relazione alla disponibilità. Le
generalizzazioni ricavate dal confronto tra disponibilità e consumo di acqua dicono che la
distribuzione della popolazione mondiale non corrisponde a quella delle risorse idriche: vi sono
drammatiche differenze nell’abilità di sfruttare le risorse idriche disponibili e pertanto esiste un
deficit idrico significativo alla scala mondiale (vedi fig 5.4).
118
© John Agnew e Luca Muscarà 2014
Figura 5.4. Sicurezza idrica nel mondo. Dal confronto tra disponibilità e consumo di acqua è possibile
stimare il rischio di sicurezza idrica per ciascuno Stato. Fonti multiple.
Tuttavia, la visione apocalittica secondo cui l’acqua produrrà inevitabilmente conflitti in tutto il
mondo è deterministica (Agnew 2010), come quegli studi che, seguendo un approccio di
ispirazione wittfogeliana, presumono che l’acqua richieda un controllo centralizzato o dispotico
sugli acquedotti (p.e., Solomon 2010). O quelli che considerano l’acqua come variabile
indipendente del conflitto geopolitico (p.e., Pomeranz 2009 sul bacino idrografico del Grande
Himalaya tra India e Cina). O quelle narrazioni in cui l’acqua è vista come parte di un più vasto
dramma della crescita urbana ed economica contro la natura, un alleato strumentale delle élites
contro un presunto status naturale. In tutte e tre le narrazioni, all’acqua è accordato un potere di
causa indipendente che prescinde dalla politica come deliberazione, processo decisionale,
negoziato e responsabilità. Eppure è ben noto che raramente o mai conflitti per l’acqua divengono
guerre, se non altro perché l’acqua stessa può essere condivisa e una governance cooperativa può
consentire delle soluzioni di tipo win-win piuttosto che dei risultati a somma zero.
119
Fare Geografia Politica
tempo con caratteri unici. Infatti, secondo il Rapporto 2014 dell’IPCC, le quantità di emissioni di
CO2 in atmosfera sono ormai tali che, anche invertendo subito la rotta, la temperatura continuerà
ad aumentare.
Se ciò permette di comprendere la percezione erronea che parte del pubblico e molti
decisori politici (o dei principali attori) hanno del problema, Phyllis Mofson (1999) forse
risponderebbe invece che la ragione per cui è difficile trovare un accordo sulle politiche di
riduzione delle emissioni globali dipende dalle relazioni tra complessità dell’ambiente e struttura di
governance gerarchica che dovrebbe occuparsene. Il suo concetto di “gerarchia ecopolitica”
permette di rappresentare proporzioni e attributi dei problemi ambientali (Fig. 5.5): se la
complessità degli ecosistemi aumenta risalendo verso il vertice della gerarchia geografica, così
aumentano anche il numero di attori, giurisdizioni politiche e dunque barriere alla risoluzione di
particolare problema. In altre parole, più alti sono i livelli della gerarchia cui è associato un
problema più difficile sarà la sua soluzione. Così il cambiamento climatico globale è molto più
difficile da gestire rispetto a un problema di inquinamento locale. Ciò non significa che i problemi
ambientali locali o regionali non possano essere anch’essi complessi e difficili da gestire (R.W.
Williams 1999). Nondimeno, l’attuale approccio al cambiamento climatico e la sua (mancanza di)
governance sono discutibili al di là del solito discorso dei negazionisti climatici.
Di fronte all’assenza di qualcosa che possa anche di lontano somigliare agli attributi di una
governance del sistema Terra, Hulme (2009b) ricorda come il significato sociale del clima sia
mutato storicamente e geograficamente. Dall’iniziale concezione (tipica della Guerra fredda)
secondo cui gli esseri umani possono modificare le proprietà del clima, una comunità di scienziati
della Terra sempre più egemonica ha promosso la discutibile idea che il clima futuro sia
predicibile con migliori dati e modelli di calcolo più potenti e dunque che una stabilizzazione
globale del clima sia di fatto possibile. Hulme e altri hanno messo in discussione tale approccio,
incentrato sulle politiche di mitigazione, che feticizza il biossido di carbonio e hanno suggerito
invece di concentrarsi maggiormente sulle politiche di adattamento, a diverse scale di governance,
120
© John Agnew e Luca Muscarà 2014
al di sopra e al di sotto dello stato-nazione, con un numero di passi più piccoli in modo pluralista
e policentrico, occupandosi anche degli altri gas di serra, diversi dal CO2. Per Hulme, oltre
venticinque anni di tentativi di ridurre le emissioni di CO2 son falliti per l’approccio universalistico
adottato, che culturalmente deriva proprio dalla Guerra fredda. La narrazione dominante si é
fondata sulla minaccia del caos climatico, per evitare il quale, dagli anni Novanta, gli scienziati
della Terra hanno promosso una soluzione autoritaria basata su una governance globale
centralizzata (l’Onu) che punta a vincolare in un trattato globale quasi duecento Stati affinché
riducano la parte più difficile delle proprie emissioni, quella risultante dall’energia basata su
combustibili fossili (che pesa per metà del problema). Invece, “il mondo non ha una meta-
narrazione—sia essa offerta dalla scienza, dall’ideologia o dalla religione—in grado di offrire un
fondamento universalmente accettato sul quale costruire un regime di governance centralizzata
globale” (Hulme 2010, 18).
Non è negazionismo climatico: l’aumento complessivo della temperatura atmosferica
globale è un fatto. Hulme però interroga in modo radicale la scelta riduzionista di ridurre il futuro
della Terra a un singolo problema universale (il cambiamento climatico) da risolvere con un
singola soluzione universale (ridurre le emissioni di CO2) mediante un meccanismo top-down
globale imposto da una singola autorità centralizzata. Se esiste ampio consenso scientifico sul
riscaldamento climatico, il futuro potrebbe non essere riducibile a questo discorso singolare sul
clima, nonostante le simulazioni prodotte dai modelli di calcolo divengano sempre più sofisticate.
A questo scopo, è utile prendere un po’ di prospettiva storica. Hart e Victor (1993) hanno
mostrato come il problema del cambiamento climatico sia emerso durante la Guerra fredda.
Dopo la Conferenza Onu di Stoccolma (1972), l’effetto serra iniziò a essere considerato come un
problema dalle potenziali implicazioni geopolitiche. Ciò contribuì a garantire finanziamenti per la
ricerca sul clima, consentendo di sviluppare le attuali teorie sul cambiamento climatico di origine
antropica. Se un primo collegamento tra armi nucleari e cambiamento climatico come “minacce
confrontabili per la civiltà” fu istituito da von Neumann (1955), un aumento della consapevolezza
ambientale potrebbe essere messo in relazione con l’inquietante nozione che l’invenzione della
fissione nucleare ha capovolto l’ordine storico che da sempre vedeva l’umanità come
inevitabilmente sottoposta alla natura. Ciò potrebbe aver ispirato la ricerca di analoghi casi: come
quello del danno ambientale che l’umanità avrebbe prodotto, prima con l’inquinamento e poi con
l’effetto serra. Al di là degli eccessi apocalittici, l’ascesa dei movimenti ambientali parrebbe essere
il riflesso di questa consapevolezza del rovesciamento dell’ordine umanità-natura e, insieme,
espressione di un senso di colpa collettivo. Visto che per la popolazione è stato finora impossibile
intraprendere un’azione politica per ridurre una proliferazione nucleare che ha cumulato
sufficiente potenza da distruggere innumerevoli volte l’intero pianeta, dato che ciò è appannaggio
di militari, industrie e vertici politici al di là di ogni possibilità di controllo democratico, almeno
per le questioni ambientali vi è la speranza che un’azione politica dal basso possa contribuire a
cambiare qualcosa (non solo attraverso un mutamento dei comportamenti individuali, ma anche
perché corporation e politici si sono resi conto che sono questioni delicate che se trascurate
rischiano di far perdere loro rispettivamente clienti e voti).
Comunque sia, resta il fatto che buona parte del discorso dominante sul cambiamento climatico e
le sue conseguenze geografiche affonda le proprie radici nell’hybris relativa a soluzioni centralizzate
e ingegneristiche top-down a problemi ambientali e militari tipici della Guerra fredda.
Sicurezza nucleare
L’invenzione del nucleare militare diede origine a un movimento politico di fisici coinvolti nella
costruzione della bomba che puntavano a sottrarre agli Stati (e ai militari) la giurisdizione
sull’arma atomica a favore di un controllo internazionale (ad es. Boyer 1985, 1994, 2012). Tali
speranze si rivelarono subito utopiche e in effetti accadde il contrario di quanto Einstein, Böhr o
Oppenheimer auspicavano: con la Guerra fredda si realizzò una spaventosa corsa al nucleare che
121
Fare Geografia Politica
non si è ancora arrestata, nonostante i trattati di non-proliferazione abbiano posto alcuni limiti
(p.e., Zuckerman 1982, Deudney 2007).
In questo contesto di rimozione del problema dalla coscienza collettiva, l’alternativa pacifica del
nucleare “civile” fu subito vista come utile e rassicurante, e da allora le centrali per la produzione
di energia nucleare hanno continuato a moltiplicarsi. Da allora il dibattito si è concentrato
soprattutto sull’energia che, è parsa a molti un’alternativa economica ai combustibili fossili.
Tuttavia tale asserzione è sempre stata problematica dato che non solo l’industria nucleare
richiede in genere pesanti finanziamenti governativi, ma perché confrontando i costi di
produzione dell’energia non sono mai considerati i costi della gestione di scorie e incidenti
nucleari. Dopo la lunga crisi seguita al disastro di Chernobyl (1986), poco prima del disastro di
Fukushima (2011) apparvero nuovi sostenitori dell’energia nucleare che la proponevano come
alternativa pulita ed economica ai combustibili fossili, visto che è quasi priva di emissioni di
anidride carbonica. Tuttavia non menzionavano il problema delle scorie.
Le conseguenze della fusione di tre reattori e del deposito di scorie nella centrale nucleare
giapponese restano largamente ignote. Il peggior incidente tecnologico della storia ha implicazioni
che oltrepassano di gran lunga il Giappone, basti considerare che ha prodotto il più grande rilascio
accidentale di radionuclidi mai avvenuto nell’oceano che, colpendo gli ecosistemi marini, può
entrare nella catena alimentare. L’incidente ha modificato programmi e politiche nucleari di
Germania, Svizzera e Italia e verosimilmente condizionerà il futuro dell’industria nucleare.
Tuttavia nonostante in Giappone sia nato un dibattito sull’uso dell’energia, il governo giapponese
ha proposto di riaprire un certo numero di centrali, provocando notevoli preoccupazioni e
proteste in diversi segmenti della popolazione. Si presume che i geografi politici inizieranno a
lavorare sulle numerose implicazioni, inclusa una delle questioni più trascurate: la geografia
politica dei siti di smaltimento delle scorie radioattive (Macfarlane 2011). Nel caso delle barre di
plutonio esauste, la radioattività declina a livelli ritenuti sicuri soltanto dopo ventiquattromila anni.
Tenuto conto che la storia umana registrata risale a circa seimila anni, Schell (2001) suggerisce di
fare una pausa e riflettere almeno per i prossimi dodicimila anni. Nessuno è in grado di garantire
un contenitore di scorie radioattive perfettamente sigillato in un’area geologicamente sicura per un
periodo così lungo.
Una lezione che dobbiamo apprendere da Fukushima è che la percezione umana del
rischio è assai lontana dall’essere perfetta. Gli impianti nucleari sono progettati sulla base di
un’analisi della sicurezza basata sul concetto di resistere ad “eventi credibili.” Nel caso di
Fukushima, la magnitudo del terremoto (M9) e l’altezza delle onde dello tsunami da esso generato
(14 metri) hanno oltrepassato la definizione di evento credibile sulla quale l’impianto era stato
progettato. Sfortunatamente, le metodologie probabilistiche per la valutazione del rischio avevano
difficoltà a incorporare tutti i dati geologici disponibili e a interpretarli in un più ampio contesto e
la Tepco, che operava la centrale, aveva ignorato poco prima del terremoto due allarmi
provenienti dai geologi sui pericoli cui andava incontro l’impianto. Oggi, 31 Stati operano 437
impianti nucleari, e altri sessantacinque hanno espresso interesse ad avviare programmi nucleari
per la produzione di energia (Iaea 2010). Naturalmente, la ragione ufficiale del loro interesse é la
produzione di elettricità “pulita” (senza emissioni di anidride carbonica). Tuttavia poiché la
distanza tra una centrale nucleare per uso civile e una in grado di produrre armi nucleari non é poi
molta, una volta che un’impianto civile sia in funzione, è plausibile che un numero di Stati possa
avere piani per sviluppare armi atomiche e dotarsi così di capacità geopolitiche di deterrenza,
come ad esempio per i piani dell’Iran per l’arricchimento di uranio ad uso civile – e come mostra
chiaramente il recente accordo per lo sviluppo di energia nucleare tra Stati Uniti e Arabia Saudita
che, asserendo di voler produrre elettricità, risulta sospetto, se si considera che quest’ultima
possiede uno dei maggiori depositi di combustibili fossili al mondo.
Come abbiamo brevemente cercato di mostrare, resta ancora molta strada prima che la
geografia politica possa riconquistare l’ambiente fisico nel proprio ambito epistemologico, e in
così tante direzioni, soprattutto considerando come la politicizzazione del cambiamento climatico
122
© John Agnew e Luca Muscarà 2014
contrasti con l’attuale depoliticizzazione della sfera pubblica in cui esso dovrebbe essere discusso
(Swyngedouw 2010). Il dibattito sulla sicurezza idrica e nucleare potrebbe essere al centro di una
geografia politica ambientalmente informata. Più in generale, per comprendere meglio come le
preoccupazioni per la natura rimangano tra i fondamenti epistemologici della disciplina, potrà
essere utile richiamare l’importanza complessiva dell’ecologia politica e culturale. Bruno Latour
(2004) ha mostrato come la stessa idea di natura in Occidente sia una rappresentazione sociale
storicamente situata, e dunque politica nella sua essenza: “la Natura non è un particolare ambito
della realtà, ma il risultato di una divisione politica . . . che separa ciò che é obbiettivo e
indiscutibile, da ciò che è soggettivo e disputabile”, fornendo così la distinzione occidentale tra
un’idea di natura (intesa come oggettiva) e una di società (intesa come soggettiva). Di
conseguenza, “non possiamo caratterizzare l’ecologia politica come una crisi della natura, ma
come una crisi dell’oggettività.” (2004, 231, 22)
SCALA GEOGRAFICA
In geografia politica, la scala geografica viene di solito pensata come predominio, fisso o
emergente, di un livello sugli altri nell’organizzazione e nel comportamento politici. La scala
nazionale e quella globale hanno una posizione privilegiata come scale geografiche alle quali si
ritiene sia determinata la politica. Nel primo caso, perché un’ontologia spaziale fondata sugli Stati
elimina le fonti autonome di agenzia politica alle altre scale. Nel secondo caso, un’ontologia
spaziale che enfatizza le relazioni globali, sia geopolitiche sia economiche, elimina molta se non
tutta l’autonomia delle altre scale, salvo quella che risulta dalla posizione relativa di uno Stato o di
una regione nella geopolitica globale o all’interno della divisione globale del lavoro. Ciascuna scala
è inoltre vista in termini di aut/aut. Ciascuna esclude che l’altra possa essere ugualmente causa in
sé significativa, a eccezione del momento in cui si produce nell’altra. Ne consegue che le altre
scale geografiche ricevono scarsissima attenzione.
Tali concezioni ortodosse della scala geografica sono state messe in dubbio dalle recenti
tendenze nella politica, nell’economia e nell’ambiente mondiali, in particolare dall’emergere di
nuove potenti reti di città globali (p.e., Beaverstock, Smith e Taylor 2000), reti politiche globali (di
società transnazionali, migrazioni internazionali, trafficanti di droga, gruppi terroristici, ecc.) (p.e.,
Held 2000), convenzioni regionali transfrontaliere (p.e. Blatter 2001) e movimenti politici che si
occupano di questioni globali su vasta scala, relative all’ambiente fisico, alla globalizzazione, ai
diritti umani e al controllo degli armamenti (p.e., Princen e Finger 1994, Price 1999). Tutte queste
iniziative e reti non limitano le proprie attività a una sola scala, ma tendono a operare su più livelli
in modo trans-scalare. Col senno di poi, ora anche il passato sembra meno singolarmente
nazionale o globale di quanto apparisse una volta (una brillante descrizione di questo fenomeno si
può trovare in Wolf 1982). Fino a poco tempo fa i geografi politici erano intellettualmente
prigionieri della geopolitica di fine Ottocento. La centralità dello stato-nazione in geografia
politica ha permesso a lungo che il dominio della scala nazionale restasse fuori discussione. Negli
ultimi decenni, specialmente con l’emergere di una scala globale e la crescente attenzione per le
scale locali come quelle regionale e urbana, i geografi politici sembrano aver iniziato a guardare al
passato in termini di processi che operano su più livelli in modo trans-scalare. Ciò pare avere
buone possibilità di diventare un elemento importante di una geografia politica non ossessionata
dallo Stato, ma ugualmente non fissata sul globo (vedi Marston 2000). Nel sottolineare la
relazione storicamente mutevole di scala e sovranità (Claval 2006), la scala viene collegata anche al
modo in cui la governance è organizzata, come nel caso della governance climatica, o dei conflitti
identitari discussi sopra.
In modo ancor più radicale, per quanto riguarda la ridefinizione di ciò che si intende per
“scala”, alcuni hanno messo in discussione il carattere bi-dimensionale della nozione di spazio in
geografia politica. Nel suo appello a favore di una “geopolitica verticale,” ad esempio, Graham
123
Fare Geografia Politica
(2004) osserva giustamente un “appiattimento” del discorso geopolitico quando esso trascuri di
considerare lo spazio aereo associato con la statualità (e le sue violazioni). Allo stesso modo,
Alison Williams (2007, 2010) osserva che lo “spazio di battaglia” contemporaneo delle attività
militari richiede ai geografi di impegnarsi maggiormente con la dimensione aerea della geostrategia
e della guerra. In effetti, il predominio di una concezione “terrestre” del territorio è ancor più
problematico di quanto non sia semplicemente la dimensione aerea, nonostante il fatto che gli
Stati-nazione hanno a lungo rivendicato la propria sovranità su altri ambiti – dal “mare aperto”
all’atmosfera (come nello scambio delle quote di emissioni di CO2 tra Stati, previste dal Protocollo
di Kyoto). Una concezione troppo ristretta della territorialità ha impedito ai geografi politici di
considerare l’effettiva estensione delle rivendicazioni di sovranità nello spazio esterno, in
particolare quelle associate al controllo della basse orbite terrestri, che sono il fondamento sia dell’
“astropolitik” contemporanea degli U.S.A. (MacDonald 2007, Sage 2008) sia di reti e costellazioni
satellitari di telecomunicazioni che sono una delle infrastrutture indispensabili della
globalizzazione (Verger 2002). Persino lo spettro elettromagnetico si aggiunge a quegli aspetti
trascurati dello “spazio planetario” che meriterebbero più attenzione da parte di geografi politici
impegnati nel tentativo di riorientare la disciplina oltre una concezione astratta dello Stato e verso
una concezione più ampia della politica resa possibile dal concetto di scala.
Prima di fornire alcuni esempi della posta in gioco riguardo al prendere più seriamente la
scala geografica è importante offrirne una definizione. Se la scala cartografica si riferisce alla scala
dell’informazione o alla densità dell’informazione su una mappa (in relazione alla porzione di
spazio rappresentato), essa riguarda il livello di risoluzione geografica al quale si pensa, si studia o
si agisce su un dato fenomeno. Convenzionalmente, attributi come locale, nazionale, regionale e globale
sono usati per comunicare questa idea di scala. Non è la quantità di informazione sulla mappa che
importa, quindi, ma la scala alla quale un dato fenomeno è inquadrato geograficamente. Infatti la
terminologia usata per descrivere la scala geografica adottata è imprecisa. L’espressione “scala
locale”, ad esempio, può riferirsi ad aree di dimensioni notevolmente diverse, e anche
l’espressione “scala globale” potrebbe non significare mondiale, ma semplicemente una
dimensione geografica superiore a quella “continentale”. Vi è infatti una certa arbitrarietà dei
termini, salvo che ciascuno di essi assume significato in relazione agli altri. Con tali limiti, la scala
geografica viene imposta al mondo e non è inerente a esso. Ma dato che questi termini sono
alquanto universali, quasi ovunque ci si è abituati a pensare e a organizzarsi politicamente facendo
riferimento a simili concezioni di scala geografica.
L’idea di scala geografica è analoga all’idea dei livelli di analisi, in cui una o un’altra scala è
considerata chiave per spiegare un dato fenomeno. La dottrina “riduzionista” presuppone che il
livello più basso sia sempre il migliore, mentre l’olismo presuppone invece che l’insieme sia
sempre maggiore della somma delle parti e dunque che la scala più ampia sia preferibile. Il
riduzionismo osserva gli individui, gli atomi o le reti neurali isolatamente per spiegare il
comportamento umano. L’olismo osserva il Capitalismo, la Cultura o il Sistema mondiale. L’idea
di “emergenza”, invece, suggerisce che molti fenomeni di interesse geografico-politico non
possano essere adeguatamente compresi né in termini di riduzionismo né in termini di olismo. I
fenomeni, semmai, avvengono trasversalmente a più livelli o scale. In quest’ottica è raro riuscire a
trovare una spiegazione completa a un’unica scala. Dalle decisioni su cosa votare alle strategie
militari, le influenze su quanto avviene tengono conto di diverse scale geografiche, da quella
localizzata a quella globalizzata, e il “bilancio” di quali fattori siano più importanti cambia al
fluttuare dell’impatto relativo di influenze vicine e lontane.
Nelle ultime due decadi vi è stato un notevole dibattito teorico sul concetto di scala.
L’approccio politico-economico enfatizza la scala in quanto costrutto sociale che incorpora ed
esprime il potere in termini di dominio di una scala sull’altra, da quella globale a quella locale.
L’approccio post-strutturalista enfatizza il carattere relazionale della scala e il modo in cui le scale
vengono rappresentate ed entrano nei diversi discorsi. Non necessariamente le due prospertive si
escludono a vicenda nella loro comprensione della scala (e dello spazio). Come ha osservato Paasi
124
© John Agnew e Luca Muscarà 2014
(2004), reti relazionali e spazi territoriali delimitati possono coesistere. Quindi, i due approcci
possono in effetti essere complementari (MacKinnon 2011), anche se privilegiano rispettivamente
delle spiegazioni dirette e intellettualmente mediate delle causalità.
Tre esempi possono servire a illustrare l’importanza della scala geografica nella geografia
politica contemporanea. Il primo riguarda il crescente ruolo svolto dalle città e dalle loro reti
transnazionali nella governance del clima. Il secondo è il mutevole “equilibrio” delle scale
geografiche in politica elettorale, con riferimento all’Italia tra il 1948 e il 2011. Il quarto esempio è
relativo al ruolo del sistema della finanza globale emergente, che collega le principali città globali e
i centri bancari offshore, nell’allentare i vincoli di regolamenti finanziari e mercati valutari
nazionali e, di conseguenza, nel minare la corrispondenza tra territori nazionali e flussi finanziari.
In ciascun caso, tuttavia, è più l’intersezione di processi trans-scalari che non il predominio di una
singola scala (ossia reti globali contro Stati o scale locali) all’opera nell’analisi.
Le risposte al cambiamento climatico a scala urbana sono stato tra le prime a sfidare i
tradizionali approcci che considerano la comunità internazionale e lo sviluppo di
programmi, come i soli luoghi delle politiche globali per l’ambiente. Allo stesso modo, gli
studiosi hanno riconosciuto che il contesto all’interno del quale gli attori urbani stanno
rispondendo alla questione é plasmato in modo critico da strutture e processi di governo
che hanno luogo ad altre scale e attraverso molteplici reti. Tali approcci multi-livello sono
stati usati per analizzare la natura della governance del cambiamento climatico e le sue
implicazioni in termini di riconfigurazione dell’autorità politica all’interno e oltre lo Stato.
In effetti, già dagli anni Settanta, alcune città in Nord America e in Europa si sono
impegnate nella prevenzione e nel controllo dell’inquinamento dell’ambiente, e dagli anni
Novanta numerose città di medie e piccole dimensioni hanno avviato politiche pionieristiche a
partire dai concetti di sviluppo sostenibile e di efficienza energetica. Negli anni Duemila, un
crescente numero di città globali e vaste aree metropolitane, anche nel Sud globale, ha iniziato a
sperimentare una gamma di iniziative per affrontare la mitigazione del cambiamento climatico,
nel quadro di reti transnazionali di azione politica come Cities for Climate Protection, Climate Alliance,
Energie-Cités, U.S. Mayors Climate Protection Agreement, European Covenant of Mayors, C40, e Resilience
Network.
Per Brenner (2004), reti transnazionali di azione politica che hanno come obiettivo di
limitare il cambiamento climatico possono contribuire a un ridimensionamento complessivo della
scala statuale. Bulkeley (2010, 240) osserva che non è chiara “la misura in cui lo Stato stia
venendo riconfigurato in modo fondamentale attraverso tale processo o il governo del
cambiamento climatico stia avendo luogo attraverso una geografia alternativa di autorità e risorse
che opera intorno alle pratiche di Stato esistenti.” In effetti, quando tali reti transnazionali hanno
tentato di promuovere in modo sistematico politiche sull’energia rinnovabile, o sulle quote di
emissione di CO2, o sull’efficienza energetica, o sul trasporto pubblico, hanno scoperto che le
città preferiscono affrontare tali questioni con maggior autonomia. E in ogni caso, ad eccezione
125
Fare Geografia Politica
6La vulnerabilità di un’area urbana in relazione ai suoi attributi fisici, economici e sociali potrà essere maggiore o minore anche a
seconda della percentuale della sua popolazione in condizioni di povertà e alla quota di PIL nazionale generata dalla città stessa.
126
© John Agnew e Luca Muscarà 2014
suggestioni dei politici. Tali influenze tendono a co-variare trasversalmente nei luoghi. Anche i
partiti hanno un’organizzazione notevolmente diversa a seconda dei luoghi che, di conseguenza,
determina quanto essi riescano a comunicare con successo i propri messaggi ai loro potenziali
sostenitori. Il modo in cui si combinano tutte queste influenze incide sulla distribuzione
geografica del voto: il massimo grado di frammentazione dell’elettorato dà luogo a un pattern
locale; una maggiore omogeneità dell’elettorato in un’area contigua si riflette in un pattern
regionale; mentre si ottiene un pattern nazionale quando vi sia un insieme di preferenze
ampiamente condivise in tutte le circoscrizioni elettorali (Agnew, 2002).
Alla fine della Seconda guerra mondiale, il Partito comunista italiano (Pci) era tra i più
forti in Europa. La posizione geografica dell’Italia, sul confine della Cortina di Ferro, rendeva ciò
un enorme rischio nel quadro dell’ordine bipolare della Guerra fredda: un governo comunista
avrebbe spostato l’Italia fuori dall’alleanza occidentale, verso la sfera sovietica. Per questo i
governi americani esercitarono forti pressioni sulla Democrazia cristiana (Dc) (partito di centro
legato al Vaticano, con forte base territoriale grazie alle reti locali della Chiesa Cattolica) al fine di
impedire al Pci di entrare in qualsiasi governo nazionale. Dopo quasi due decenni in cui la Dc
amministrò il Paese quasi da sola, dal 1963 si ebbe un’apertura a partiti di sinistra non comunisti e
nacquero coalizioni di governo di centro-sinistra. Ciò aumentò la polarizzazione ideologica del
Paese negli anni Settanta. Ma il bando imposto dagli Usa al Pci continuò sino al crollo dell’Urss e
solo a metà degli anni Novanta ex-membri dell’ormai defunto Pci sconfessarono pubblicamente il
comunismo, dando vita a un nuovo partito ed entrando infine in un governo nazionale.
In tale contesto, la politica elettorale italiana dal dopoguerra può essere interpretata in
termini di tre “regimi” politico-geografici in cui le macroregioni italiane hanno mostrato diversi
gradi di similitudini e differenze elettorali, nei diversi periodi. Il primo (1947-1963) mostrava un
pattern regionale di consenso ai principali partiti politici. Il secondo (1963-1976) vide il Pci
espandersi dalle sue roccaforti regionali alla scala nazionale tanto da competere con la Dc. Ciò
ebbe cause diverse a seconda dei luoghi, ma il risultato fu la nazionalizzione dei due partiti
principali. Il terzo periodo, dal 1976, vide un crescente supporto ai partiti minori, inclusi partiti
regionalisti come la Lega Nord, la “ ritirata” geografica e la disintegrazione politica del Pci e della
Dc e una configurazione più localizzata del voto in generale, che rispecchiava la crescente
disomogeneità della crescita economica e del cambiamento sociale e, dopo il 1992, la crisi del
sistema partitico.
Per il periodo 1947-1963, Galli e Prandi (1970) hanno suddiviso il Paese in sei zone sulla
base dei consensi per i tre principali partiti, Pci, Dc e Partito socialista italiano (Psi), e della forza
delle due principali culture politiche, quella socialista e quella cattolica (Fig. 5.6):
I. Il Triangolo industriale, negli anni Cinquanta comprendeva il nord-ovest (Piemonte,
Liguria e Lombardia), dove socialisti, democristiani e comunisti si contesero i voti.
II. La Zona bianca, copriva il nord-est: il Veneto (tranne la provincia di Rovigo) più le
province di Brescia, Bergamo, Trento e Udine. La Dc godeva di un’ampia maggioranza in Veneto,
mentre l’opposizione era divisa fra diversi partiti.
III. La Zona rossa, comprendeva l’Italia centrale: Emilia Romagna, Toscana, Umbria e
Marche, con le province di Mantova, Rovigo e Viterbo, e poche eccezioni: le province di
Piacenza, Lucca (una “isola bianca” ) e Ascoli Piceno. Il Pci dominava soprattutto nelle campagne
ma sempre più anche nei centri urbani.
IV. Il Sud, comprendeva Lazio, Campania, Abruzzi e Molise, Puglia, Basilicata e Calabria.
Storicamente la zona più povera e più segnata da politiche clientelari, era dominata da Dc e partiti
di destra, che dovettero fare i conti col crescente successo di Pci e Psi.
V. e VI. Sicilia e Sardegna, con orientamenti politici più complessi di quelli del sud
peninsulare: il Pci aveva buone basi nelle province meridionali della Sicilia (nelle aree delle miniere
di zolfo), mentre la Sardegna aveva un suo partito regionalista molto forte.
127
Fare Geografia Politica
Fig. 5.6. Le zone elettorali in Italia, intorno al 1963. Fonte: Galli e Prandi (1970)
Solo in due di queste zone, quella “bianca” e quella “rossa”, esistevano “egemonie” culturali
(modelli di costruzione del consenso basati sui partiti) fortemente radicate. Tuttavia alle elezioni
del 1953, il voto mostrò una notevole aggregazione a livello macroregionale con il Pci al centro, il
Partito nazionale monarchico (Pnm) e il Movimento sociale italiano (Msi) al sud e in Sicilia, la Dc
nel nord-est e nel sud. Negli anni ‘50 la politica italiana espresse un regime macroregionale che
rispecchiava una simile condizione dei rapporti politici, economici e sociali a scala regionale.
Il secondo periodo (1963-1976), segnò una rottura del pattern macroregionale degli anni ‘50. Vi
furono due spostamenti elettorali netti: il voto al Pci si espanse oltre la zona rossa (e si consolidò
al suo interno), soprattutto nel nord-ovest industriale e in alcune parti del sud, e l’egemonia
democristiana nella zona bianca si disintegrò, con l’affermazione di partiti minori in alcune aree
128
© John Agnew e Luca Muscarà 2014
129
Fare Geografia Politica
adattarsi alla nuova economia. In grandi aree del sud e del nord-ovest, il Pci non riuscì a
capitalizzare i precedenti successi. Nel sud non aveva il controllo dei finanziamenti statali spesso
usati per “oliare” la politica, né fu capace di conquistarsi un seguito duraturo. Nel nord-ovest la
sua principale avanguardia sindacale aveva perso di importanza economica, mentre altri partiti
erano riusciti a organizzarsi meglio e i problemi specifici degli immigrati meridionali, che in
precedenza avevano sostenuto il Pci, non erano più un fattore importante dell’agenda politica.
Pure la nascita delle regioni amministrative in tutta Italia a partire dal 1970 contribuì a rafforzare
la localizzazione degli interessi e le autonomie locali. Ovunque i partiti avessero raggiunto una
certa forza e legittimità attraverso il controllo delle amministrazioni regionali, riuscirono anche a
costruire coalizioni regionali per la politica nazionale basate sul perseguimento di interessi locali. Il
Pci, ad esempio, beneficiò della sua partecipazione alle giunte regionali in Emilia Romagna,
Toscana e Umbria, ma perse consensi altrove, a favore di Dc o Psi, perché non controllava
l’offerta di lavoro con il voto di scambio e per incapacità di stabilire agende politiche regionali.
I precedenti successi di Dc e Pci, rispettivamente nelle zone bianca e rossa erano in parte
fondati su istituzioni sociali con le quali i due partiti erano affiliati (sindacati, cooperative,
associazioni, parrocchie, ecc.), oltre che su un certo isolamento sociale. Tuttavia, gli orientamenti
mutevoli di queste istituzioni e l’avvento del consumismo aprirono nuove possibilità ai partiti
minori. Dalla fine degli anni ‘60, i legami fra Dc e Pci e le rispettive organizzazioni di supporto, in
particolare i legami fra il Pci e i sindacati, si erano indeboliti. I partiti stessi furono in parte
responsabili di questo. Per espandersi a livello nazionale, dovettero spesso abbandonare, o almeno
limitare, la leva ideologica che funzionava così bene nelle tradizionali roccaforti. In alcune aree
dovettero rispondere pure a “nuovi” movimenti, come i Verdi, che li indussero ad adottare
ideologie e forme di organizzazione essenzialmente locali e di parte. In generale, i partiti non
“viaggiano” facilmente. Quindi, quando si paragona nord-est e centro Italia, si solleva la questione
della compatibilità fra il “carattere” del partito e il “carattere” locale. Come ha rilevato Stern
(1975, p. 223) negli anni ‘50 e ‘60, Dc e Pci esercitarono la maggiore influenza nella “zona bianca”
nel nord-est e nella “zona rossa” nel centro. Si trattava di:
due forme molto diverse di egemonia politica, ciascuna con caratteristiche distinte che
richiedono forme di mantenimento notevolmente contrastanti. La varietà democristiana,
prospera nell’Italia nord-orientale, è alimentata efficacemente da organizzazioni sociali
stabili che minimizzano la presenza della politica nella vita della comunità. Per contro, la
variante comunista, prospera nel centro Italia, fa leva sul fatto che le questioni politiche
richiedono l’attenzione della cittadinanza locale, riaffermando così costantemente il
senso di legittimità relativamente recente alla base del controllo da parte del Pci.
Naturalmente, queste egemonie avevano sempre radici locali, e in alcuni luoghi il loro
potere è stato molto netto e persistente, come mostrano alcuni studi su Bologna e Vicenza.
Il 1992 segnò la fine del sistema dei partiti emerso nel secondo dopoguerra. In seguito alla
fine della Guerra fredda e alle dispute sul significato e l’opportunità del termine comunista, il Pci si
divise in due nuovi partiti, il maggiore, Partito democratico della sinistra (Pds) e il minore, di
marca più radicale, Partito della rifondazione comunista (Prc). Le inchieste giudiziarie sulla
corruzione dilagante nello loro operazioni, travolsero il Psi e la Dc si disintegrò in tre partiti
distinti: il Partito popolare al centro-sinistra e i due più piccoli al centro-destra. L’Msi fascista
rinacque come Alleanza nazionale, partito conservatore “post-fascista”, e nel 1994 un nuovo
partito, Forza Italia, organizzato dal magnate dei media Silvio Berlusconi, cercò di rimpiazzare la
Dc al centro-destra. La proliferazione di partiti più piccoli non si è fermata, ma un nuovo sistema
elettorale, in vigore dal 1994, costrinse i partiti a cercare alleati prima delle elezioni in modo da
competere in modo più efficace per il 75 per cento dei seggi assegnati col sistema uninominale. Il
rimanente 25 per cento dei seggi restava assegnato con il vecchio sistema proporzionale. Con la
Lega Nord federalista/separatista quale potente forza elettorale in molte parti del nord, tutti i
130
© John Agnew e Luca Muscarà 2014
partiti mostrarono una base largamente locale o regionale, tranne Forza Italia e il Pds (poi
divenuto Ds, Democratici di Sinistra). E anche questi ultimi dovettero coalizzarsi con altri per
andare al governo. Data la forza locale dei diversi partiti, il consenso a tutti i partiti nel 2001 fu
ovviamente più localizzato di quanto non lo fosse nel 1976 o negli anni ‘50.
Le elezioni di 2006, 2008 e 2013 hanno visto una serie di cambiamenti: nella legge
elettorale, con l’introduzione del premio di maggioranza (attribuzione di un certo numero di seggi
extra a chi ottiene la percentuale di voti più alta); nel nome degli stessi partiti (i Ds divenuti Partito
Democratico (Pd), Forza Italia e An uniti nel Partito della Libertà (PdL). Nel 2001 e 2008 le
elezioni furono vinte due volte da Berlusconi alleato con la Lega Nord, mentre nel 2006 un’alleanza
incentrata sul Pd e guidata da Romano Prodi sconfisse la coalizione di Berlusconi. In generale, le
recenti elezioni hanno visto un’accresciuta polarizzazione regionale del voto. Nel 2008, la maggior
parte dell’Italia settentrionale votò Lega Nord o PdL, mentre il Pd perse terreno pur restando
forte in Italia centrale (vedi fig. 5.7). Il Sud fu cruciale per il risultato: il Pd perse molte località a
favore del PdL. Tuttavia, all’interno di questa divisione in macroregioni, vi è anche molta
localizzazione e frammentazione. La Lega Nord in effetti estese la propria presenza geografica, a
spese del Pd in Piemonte e superando il PdL nel Veneto, con segnali di penetrazione anche in
alcune province dell’Emilia-Romagna tradizionalmente dominate dal Pd, e aumentò la propria
capacità di condizionare Berlusconi.
Dopo che Berlusconi fu costretto a dimettersi nel 2011, per essere sostituito da un
“governo tecnico” guidato da Monti con l’appoggio di Pd e PdL, nuove elezioni nel 2013 hanno
visto l’ascesa di un nuovo gruppo, il Movimento 5 Stelle (M5S) guidato dal comico televisivo
Beppe Grillo. Questo movimento nazionale che raccoglie il voto di protesta sia a destra che a
sinistra ha una sua localizzazione, spesso nei comuni della cintura di centri più grandi, pare
dunque radicato secondo una logica centro/periferia in aree a diverso titolo più periferiche.
In conclusione, la storia della politica elettorale italiana dal 1947 può essere spiegata
adeguatamente solo attribuendo un ruolo centrale alle complesse relazioni tra scale geografiche
(nazionale, regionale e locale) e distribuzione del voto (Agnew 2002, Shin e Agnew 2008).
Fig 5.7. Il voto alle elezioni 2008 per i tre principali partiti (a sinistra Pd, al centro PdL, a destra LN) per
decile a scala provinciale. Fonte: autori.
131
Fare Geografia Politica
132
© John Agnew e Luca Muscarà 2014
America settentrionale, Europa occidentale e Asia orientale, più qualche centro isolato altrove. Il
mondo del Dopo-Guerra fredda ha assunto una struttura geografica radicalmente diversa, ma ciò
non significa che ciascun luogo sia intercambiabile con qualsiasi altro (figura 5.8). In realtà, è vero
il contrario. Durante la Guerra fredda entrambe le parti rivali erano incentivate a sostenere
almeno un minimo sviluppo economico all’interno delle rispettive sfere di influenza e nei Paesi
che cercavano di attrarvi, nella contesa contro l’altra parte (Stati Uniti o Urss). Venuta a mancare
questa interferenza politica, i mercati tendono a premiare regioni e località che hanno vantaggi
decisivi rispetto ad altre (manodopera specializzata, accesso alle tecnologie, disponibilità di
capitali). Richard Gordon (citato in Castells 1996, p. 393) riassume efficacemente questo aspetto:
Il risultato è un pattern di sviluppo economico sempre più diseguale alla scala mondiale e
crescenti diseguaglianze di reddito all’interno degli Stati (Picketty 2013), dato che i luoghi che
beneficiano della nuova economia (soprattutto industrie ad alta tecnologia, banche, assicurazioni e
finanza) prosperano, mentre gli altri restano indietro (ad es., Milanovic 2011). In molti Stati la
politica ha favorito quei gruppi che meglio si sono adattati al “nuovo mondo” lasciando indietro
gli altri (ad es., Hacker e Pierson 2010).
Fig. 5.8 Mutamento geografico dell’egemonia dopo la Guerra fredda. A: Egemonia dell’ordine geopolitico
bipolare della Guerra fredda. B: Egemonia dell’ordine geopolitico del Dopo-guerra fredda.
133
Fare Geografia Politica
134
© John Agnew e Luca Muscarà 2014
delle crisi valutarie sulle economie asiatiche del 1997-98 (Wade 1998-99). Così mentre persino il
“regime globalista” in cui Stati Uniti, Gran Bretagna, e qualche altro Paese ha fortemente
investito, ha attraversato violenti strappi, altre parti del mondo, soprattutto Cina e Brasile, hanno
mostrato una maggior resilienza e paiono nel complesso destinati a diventare centri relativamente
più importanti dell’economia mondiale negli anni a venire (Agnew 2009).
Infine, l’immagine di un mondo globale libero formato da cyber-reti finanziarie non si
basa tanto sull’evidenza empirica, quanto su un entusiasmo per un “mondo senza confini”
profetizzato sin dall’inizio della storia dell’uomo.
Si tratta di una specie di escatologia secolarizzata, che si fonda sulla convinzione che il
fatto di conoscere ed essere connessi agli altri generi automaticamente comprensione reciproca e
riduca i conflitti. Eppure il mondo in via di globalizzazione è un mondo incredibilmente iniquo e
diseguale, come abbiamo affermato in precedenza. La connettività ha certamente l’effetto di
rendere consapevoli le persone – che hanno accesso ai nuovi mezzi di comunicazione globali nei
luoghi più poveri – di quanto diverse siano le loro vite da quelle che vedono sulla tv satellitare o
su Internet. Al tempo stesso, l’assenza di conflitti semplici e generalizzati (come la Guerra fredda)
sembra aver distolto l’attenzione dei media europei e statunitensi dall’ambito globale e distante
verso quello locale e nazionale (Moisy 1997, Archetti 2008). L’aprirsi delle reti finanziarie globali,
quindi, non è accompagnato da un aumento di interesse nell’opinione pubblica per la dimensione
globale. È ironico che, proprio nel momento in cui il mondo intero è stato compresso dalle nuove
tecnologie di comunicazione, per molte persone l’ambito locale sia diventato socialmente più
importante. Scoprire degli altri distanti, quindi, può spesso incoraggiare a rivolgersi più verso casa
(vedi oltre, sezione: “Prendersi cura di lontani sconosciuti”).
Tuttavia, vi sono delle eccezioni. La globalizzazione sta anche mobilitando alcuni a lottare
contro ciò che considerano rapine ad opera della finanza globale, che si organizzano politicamente
in coalizioni transnazionali e protestano durante gli incontri internazionali che ne simbolizzano i
meccanismi (summit del G8, incontri dell’Fmi e della Banca Mondiale, ecc.; vedi tabella 5.2).
Queste persone agiscono globalmente in difesa di identità e interessi locali e nazionali. Di
conseguenza, le scale geografiche vanno sempre pensate in termini relazionali: nessuna scala esiste
separata dalle altre. Mostrare come le diverse scale si intersechino la finanza sul piano materiale e
su quello discorsivo – e dunque da una varietà di prospettive teoriche che dovranno contendersi
tra loro la capacità di persuadere gli altri della loro efficacia – sarà un elemento fondamentale
nell’agenda della geografia politica degli anni a venire.
Tabella 5.2. Un mondo di proteste. Siti delle principali manifestazioni anti-globalizzazione, 1999–2010.
Fonte: autori.
135
Fare Geografia Politica
Per molto tempo la geografia politica ha evitato di preoccuparsi molto dei propri presupposti, per
esempio di definire il ruolo delle condizioni fisico-ambientali nell’organizzazione politica, o delle
origini storico-geografiche della statualità, o della “necessità” dell’impero, o dell’“ovvietà”
dell’espansione territoriale, e così via, e delle loro conseguenze per l’umanità. Vengono subito in
mente due ragioni per questa carenza di interesse verso i fondamenti normativi del pensiero
politico. La prima è stata la coincidenza fra l’emergere della geografia politica sia classica che
analitico-spaziale e le forti pressioni verso metodi di analisi naturalistici, empirico-descrittivi e
positivisti-predittivi. La “scienza”, in un’accezione stranamente ridotta, tendeva a determinare
l’idea stessa di comprensione. L’interesse per ciò che era normativo – il giudizio implicito rispetto
a ciò che è “giusto” e “corretto” nelle questioni politiche – veniva considerato soggettivo,
ideologico e speculativo a confronto con l’analisi scientifica, che invece si atteneva strettamente ai
“fatti” e che vedeva la teoria come conseguenza dell’osservazione e non antecedente a essa, e
quindi in grado di condizionare la natura stessa dei medesimi. In quest’ottica, il normativo era
puramente una questione di preferenze politiche personali e non aveva un ruolo in quella che
veniva considerata la dottrina “oggettiva”. È in questo modo che la geografia politica è stata
intellettualmente menomata della possibilità di analizzare criticamente i propri concetti e assunti
fondativi.
La seconda ragione dell’assenza di una geografia politica normativa è stata lo stretto
legame fra disciplina e ragion di Stato. Per fare carriera – diventare membri di organizzazioni e
associazioni nazionali prestigiose, ottenere cariche in università importanti, ricevere finanziamenti
per la ricerca o avere influenza politica – era necessario accettare lo status quo politico, evitando di
metterlo in dubbio. Quindi, a differenza dei concetti sui quali si è incentrata la teoria politica
dominante – gli interessi, il potere e la sovranità – i concetti su cui si è fondata la disciplina –
territorio e territorialità, spazio e luogo, Stati-nazione e statualità, nazionalismo, sovranità e
identità nazionali, potere ed egemonia, scala geografica e reti, violenza e confini – sembrano
retrospettivamente aver ricevuto ben poca attenzione.
Questa afasia teoretica ha iniziato finalmente a dissolversi negli anni Settanta, con varie
critiche all’analisi spaziale da prospettive analitico-filosofiche (ad es., Sack 1986) e marxiste (ad es.,
Harvey 1973). Tuttavia un atteggiamento critico verso i presupposti normativi si è affermato
pienamente nella disciplina solo negli anni Novanta, con gli studi delle opinioni convenzionali
sulla territorialità dello Stato (ad es., Agnew 1994 e 1999, Taylor 1994); sul linguaggio della politica
estera (ad es., Ó Tuathail e Agnew 1992); sulle concezioni del potere (ad es., Allen 1999); sulla
violenza dei confini nazionali (Paasi 1995, Conversi 1999, Newman, 2001); e su luogo e identità
politica nella pratica democratica (Entrikin 1999).
Qualsiasi cosa si pensi della cosiddetta corrente postmoderna, va riconosciuto che essa ha
incoraggiato una visione molto più critica della disciplina e di chi la studia, anche se il suo
atteggiamento è di per sé cinico rispetto alla possibilità di migliorare la condizione umana (o
planetaria). Negli anni Duemila, mentre i cambiamenti geopolitici offrivano uno tsunami di
ragioni di indagine critica, il dibattito è prosperato, focalizzandosi su nozioni come: impero
([Link] 2003); egemonia (Agnew 2005); biopolitica e geopolitica (Legg 2011); sovranità,
globalizzazione e territorio (Agnew 2009, Elden 2009); spazi della democrazia (Barnett e Low
2004, Purcell 2008); e su come “troppo localismo” (nel senso di mancanza di consapevolezza
morale indotta da orizzonti socio-geografici limitati) possa consentire all’ingiustizia di svilupparsi
(Sack 2003).
Attualmente, quattro aree sembrano particolarmente importanti per l’ulteriore sviluppo di
una geografia politica normativa, in cui si discuta degli effettivi cambiamenti nel mondo della
politica e di importanti assunti della geografia politica come disciplina, anche se essi non ricevono
ancora la dovuta attenzione: la democrazia transnazionale, le armi e la guerra, il prendersi cura di
lontani sconosciuti e Stati democratici e libertà intellettuale.
136
© John Agnew e Luca Muscarà 2014
Democrazia transnazionale
Nel pensiero politico moderno, il concetto di spazio politico è stato quasi sempre associato
all’idea di territorialità dello Stato; la politica riguarda modalità di governo all’interno dei territori o
degli spazi ben delimitati degli Stati moderni, e i pattern di conflitto e di cooperazione fra essi.
Molta della riflessione sulla democrazia è rimasta “intrappolata” dal suo essere orientata verso gli
Stati e il loro presunto monopolio della vita politica.
Plausibilmente, però, questa interpretazione del legame fra politica e luogo è problematica
da un punto di vista sia storico sia geografico. Il rapporto fra Stato e territorio non solo è
relativamente recente, ma non ha mai conquistato completamente altri tipi di geografia politica nel
mondo, come i sistemi clanici basati su reti e i sistemi politici imperiali delle città-Stato o di tipo
centro-periferia (Agnew 1994). Ad esempio, gli studi che riguardino i “quasi” Stati o gli Stati
“falliti” in zone così diverse come l’Africa orientale, l’Asia centrale o il Medio Oriente, spesso non
colgono il fatto che l’assenza di una burocrazia statale funzionante in tutto il territorio di un dato
Stato non implica che non vi sia una politica o delle situazioni di governance alternative che operino
localmente o non territorialmente attraverso reti di qualche tipo, come le “Corti Islamiche” di
Mogadiscio nel periodo tra il ritiro delle truppe americane (1995) e l’invasione etiopica (con il
sostegno Usa) della fine del 2006.
Da questo punto di vista, lo “spazio politico” non può essere ridotto alla territorialità dello
Stato, per due ragioni. La prima è che gli Stati sono sempre e ovunque contestati da forme di
politica che non aderiscono ai confini dello Stato in questione. Ad esempio, alcune zone hanno
politiche claniche o clientelari, altre hanno politiche etniche o irredentiste orientate verso
l’autonomia o la secessione, altre ancora sostengono movimenti politici che lottano contro le
attuali disposizioni costituzionali, inclusa la distribuzione dei poteri governativi fra diversi livelli di
governo all’interno dello Stato. La seconda ragione è che i confini dello Stato sono sempre più
permeabili a un’ampia gamma di flussi di idee, investimenti, beni e persone che espongono i
territori a influenze che sono fuori dalla portata dei poteri governativi attuali (nonostante
l’imperativo della sicurezza nell’ultimo decennio abbia contribuito a rafforzarli).
Un numero sempre maggiore di studiosi ritiene che il territorio dello Stato, la società e la
sovranità del popolo non siano più coincidenti, e ciò indebolisca la ricerca di democrazia alla scala
degli Stati nazionali. Ad esempio, secondo David Held (1999, p. 102), uno dei più autorevoli
fautori della democrazia cosmopolita, quando la presunta autonomia dello Stato-nazione
territoriale viene insidiata, lo è anche la base stessa della democrazia:
Se democrazia significa “governo del popolo”, cioè determinazione delle decisioni pubbliche
da parte di membri ugualmente liberi della comunità politica, allora la base per la sua
giustificazione è nella promozione e nell’accrescimento dell’autonomia, sia per gli individui in
quanto cittadini sia per la collettività.
L’unica risposta sarà quella di creare nuove istituzioni oltre lo Stato che rispecchino il raggio
d’azione geografico crescente delle forze che i governi nazionali non riescono più a controllare
efficacemente. La forma assunta da tali istituzioni potrebbe variare da versioni più articolate di
federalismo americano (vedi Agnew 2001a) e life worlds ampliati (Habermas 1998) fino alla
democratizzazione delle “città-regioni globali” (Scott 1998).
Prima di accettare la logica della globalizzazione come un nuovo approccio alla
democrazia, bisogna però esaminare una serie di obiezioni. La prima è che la natura deliberativa
della democrazia richiede un “terreno comune” o un senso del luogo su cui basare un progetto di
eguaglianza politica e un impegno verso un comune scopo. La territorialità ha servito a lungo
questo scopo vitale nella teoria democratica, fornendo uno spazio pubblico dove ancorare gli
obiettivi astratti della democrazia (Thaa 2001). Cercare di alimentare la partecipazione politica che
rafforza la deliberazione collettiva è già abbastanza difficile all’interno dei confini degli Stati dotati
di istituzioni politiche ben consolidate e di una storia di pratica democratica; anche in presenza di
137
Fare Geografia Politica
una “società civile” entusiasta, i risultati democratici non sono garantiti (Chambers e Kopstein
2001). La seconda obiezione è che nella democrazia il bene pubblico rimane necessariamente
contestabile e soggetto a rivendicazioni e discussioni contrapposte (Dahl 1999). Per discutere di
bene pubblico è tuttavia necessaria una sfera pubblica condivisa e una comunicazione efficace,
che a sua volta richiede un alto grado di comprensione reciproca (p.e., Manin 1987). Quest’ultima
è molto più probabile all’interno di una popolazione contigua che in una rete diffusa. La terza
obiezione è che non è chiaro se la globalizzazione abbia già minato la sovranità popolare (Yack
2001). Le pietre miliari nella storia della sovranità popolare – la rivoluzione inglese del 1688, le
guerre d’indipendenza nelle Americhe, la rivoluzione francese del 1789, la “primavera dei popoli”
in tutta Europa nel 1848, la decadenza degli imperi coloniali europei dopo la Seconda guerra
mondiale, la dissoluzione dell’Urss nel 1989-92 – sono anche eventi fondamentali nella storia
della democrazia. Questo simbolismo non potrà essere scalzato facilmente. Le identità politiche
sono ancora prevalentemente identità nazionali e la politica democratica poggia ancora in modo
significativo sui territori nazionali (p.e., Cerny 1999; C. Brown 2001). Quarto punto, le reti che i
fautori della democrazia transnazionale indicano quali possibili basi per trascendere i parametri
territoriali della teoria democratica convenzionale presentano gravi problemi di “legittimità”. Le
organizzazioni non governative (Ong) spesso pretendono di rappresentare gli interessi di questo o
quel gruppo e in cambio indirizzano sostegno economico, competenze e informazioni offerti da
donatori ai gruppi in questione (Hudson 2001). Ma in che misura è legittima questa pretesa? E a
chi rendono conto le Ong? Quali punti di vista rappresentano effettivamente? E che ruolo
devono svolgere nelle politiche dei Paesi in cui operano? La capacità delle reti transnazionali di
offrire un’alternativa alle convenzionali forme di rappresentanza territoriale resta disputabile.
Nel frattempo, la violenza politica nel mondo che ha caratterizzato gli anni Duemila
sembrerebbe avere, almeno temporaneamente, eclissato le speranze di democrazia transnazionale
e i suoi tentativi di reinquadrare le attività umane al di là dei particolarismi morali e nazionali in
termini di leggi, diritti e responsabilità, per quanto riguarda i diritti umani, i principi di uguale
rispetto per le necessità vitali degli esseri umani, o i regimi ambientali internazionali. Tuttavia
come ricorda giustamente Held (2009, p. 536), i passi più importanti del XX secolo verso il
cosmopolitismo, che hanno alterato la sovranità degli Stati in modo formale – dal sistema Onu
all’Ue, dalle leggi di guerra al, più di recente, Tribunale Criminale Internazionale sono stati
“intrapresi sullo sfondo di formidabili minacce all’umanità – prima fra tutte, il Nazismo, il
fascismo e lo stalinismo… a fronte di forti tentazioni a fingere che nulla fosse e a difendere solo la
posizione di alcuni Paesi e nazioni”.
Gli anni Dieci del Duemila paiono un momento particolarmente appropriato per
ripensare la governance globale contemporanea, proprio a causa delle difficoltà dell’attuale sistema
internazionale nel far fronte al numero crescente di sfide globali che “collegano il destino delle
comunità nel mondo” e richiedono di essere affrontate su basi transnazionali: dai problemi
ambientali (cambiamento climatico, biodiversità, sicurezza idrica, sicurezza della catena
alimentare), alle questioni legate alla sicurezza umana (povertà, conflitti, prevenzione delle
pandemie, ecc.) alle questioni di regolamentazione (come la proliferazione nucleare, lo
smaltimento delle sostanze tossiche, le norme per la finanza, le tasse e il commercio). Come
suggerisce Held, la possibilità di godere di una cittadinanza molteplice a diverse scale, in modo
simile a come gli europei sono oggi simultaneamente cittadini dell’Ue e di uno dei suoi ventotto
Stati membri, potrebbe essere un passo giusto in questa direzione, nonostante le numerose
tensioni che attraversano oggi l’Europa.
Se i confini che demarcano le differenti scale di governance sono spesso contestati, come
quelli tra le scale europea e nazionale (ossia degli Stati membri), così come, alla scala subnazionale,
lo sono i confini amministrativi, affrontare la complessità di tali confini è preferibile alla violenza
geopolitica o a soluzioni fondate sul mercato che portano a un aumento drammatico della
diseguaglianza geografica. Affrontare le sfide per la democrazia a tutte le scale, dunque, sarà una
delle questioni principali per la geografia politica negli anni a venire.
138
© John Agnew e Luca Muscarà 2014
Armi e guerra
Il potere politico fuori dai confini dello Stato è spesso considerato come proiezione di forza da
parte di uno Stato contro uno o più Stati. Due idee hanno a lungo espresso questa visione. La
prima è l’idea che oltre i confini del proprio spazio interno e ordinato viga l’anarchia, e che essa
possa essere gestita solo mediante una vigile preparazione alla guerra. In assenza di una rilevante
macchina da guerra pronta a colpire gli avversari prima che essi possano colpire, uno Stato è
vulnerabile alla conquista e alla sottomissione. La seconda è l’idea molto diffusa che gli Stati siano
in competizione tra loro a causa della scarsità di risorse e che entrino in guerra per strappare il
controllo di tali risorse ad altri Stati. È stato ampiamente riconosciuto che queste idee si fondano
su antichi caratteri della società umana, quali le fantasie maschili di controllo e dominio sugli altri
e il bisogno di dimostrare la prodezza individuale in guerra, e che quindi esse siano contestabili
(Enloe 1990, Goldstein 2001, Sharp 2002).
A partire dalla Guerra fredda, infatti, gli Stati più potenti militarmente sono stati reticenti a
usare la forza l’uno contro l’altro e, in misura minore, contro Stati più deboli. Una delle
conclusioni plausibili che se ne possono trarre è che gli assunti ortodossi non siano più validi né a
livello empirico né a livello normativo (Deudney 1995, Kaldor 1999). Si crea così la possibilità di
un mondo in cui le dispute fra gli Stati più potenti abbiano meno probabilità di sfociare nell’uso
massiccio di violenza. La vecchia questione morale sull’uso della forza come soluzione ai conflitti
umani assume nuovi significati in un contesto storico in cui l’efficacia della guerra tra Stati è
fortemente contestata. É importante sottolineare che ciò non indica necessariamente che la
violenza politica totale sia in diminuzione. Anzi, esiste una tendenza parallela verso un aumento
dei conflitti interni che accompagna il crollo dell’autorità statale in diversi Stati7. Ciò conferma
semmai il fatto che il monopolio nell’uso della forza da parte dello Stato è sempre più
problematico sia all’interno, sia al di fuori dei confini dello Stato.
Da un certo punto di vista, quindi, l’uso della forza militare da parte di potenti Stati l’uno
contro l’altro sembra avere un’efficacia sempre minore, nonostante gli Stati più potenti continuino
a intervenire su quelli più deboli (Goldstein 2011). Tre cambiamenti nella tecnologia militare e due
cambiamenti nell’economia mondiale sono cruciali per questa tendenza, nonostante i forti
interessi nella produzione di armi e l’invenzione di minacce che li giustifichino da parte degli Usa
e di altre grandi potenze. Il primo cambiamento nella tecnologia militare riguarda l’impatto delle
armi nucleari, che non solo hanno introdotto la deterrenza reciproca ma hanno anche diffuso nei
potenziali contendenti la nozione che una possibile escalation nella violenza organizzata tra Stati
porterebbe a una guerra nucleare. Il potenziale distruttivo senza precedenti delle armi nucleari e il
loro probabile impatto negativo (attraverso la radioattività ritardata) sia sui vincitori sia sui vinti, fa
sì che chi detiene queste armi limiti paradossalmente le proprie opzioni militari al solo possesso di
tali armi ed, evocando l’eventualità di una rapida escalation, controlli sia gli alleati sia gli avversari.
Alzando la posta in gioco nei confronti di potenziali aggressori, le armi nucleari sembrano favorire
inoltre azioni militari difensive a scapito di azioni di conquista.
Anche prima dell’avvento delle armi nucleari, un secondo aspetto della guerra moderna ha
iniziato a intaccarne le basi razionali di impiego. Oggi i costi politici ed economici della guerra fra
avversari con forze ragionevolmente equilibrate eccedono qualsiasi possibile beneficio collettivo
(a favore delle popolazioni nazionali) che potrebbe derivare dall’esito della guerra. Vi sono
naturalmente interessi interni che dipendono ancora dalla guerra e dalla preparazione alla guerra
(fabbricanti di armi, alti ranghi militari, ecc), salvo che attualmente la guerra richiede investimenti
altissimi che di per sé non garantiscono risultati favorevoli. Le guerre civili che hanno visto
l’intervento americano in Vietnam e dell’Urss in Afghanistan e gli attacchi terroristici agli Usa nel
2001 ci ricordano che, anche nei conflitti asimmetrici, non necessariamente la parte meglio armata
esce vittoriosa. Sempre per quanto riguarda l’ambito militare, il terzo fattore è un crescente rifiuto
7 Tra i principali Stati Falliti vi sono Sudan del Sud, Somalia, Repubblica Centrafricana, Congo (RD), Sudan, Chad, Afghanistan,
Iraq, Yemen, Syria, Haiti, Pakistan, Zimbabwe, ecc. Fonte: [Link]
139
Fare Geografia Politica
dei costi umani della guerra moderna a vasta scala e dei benefici evanescenti che essa genera, fra le
popolazioni più benestanti del mondo. L’uso della forza militare è oggi in crisi di legittimazione.
La perdita anche di un singolo pilota o soldato da parte statunitense può dar luogo oggi a un
radicale ripensamento dell’impegno di forze americane. Ciò rispecchia probabilmente la crescente
visibilità degli eventi bellici in un’epoca incentrata sull’immagine. Anche se la guerra in televisione
è spesso trattata come spettacolo o intrattenimento, la sua natura micidiale e terribile risulta
comunque immediatamente palese, come non lo è mai stata per i civili durante precedenti fasi
della moderna guerra tecnologica (almeno negli Usa). Al tempo stesso vi è disillusione verso i
“frutti” della guerra, e i sacrifici paiono spesso sproporzionati ai vantaggi. L’inconcludenza
politica di molte guerre recenti (come quelle contro l’Iraq – per il Kuwait nel 1991, e per le “armi
di distruzione di massa” nel 2003 o “l’intervento” della Nato in Kosovo nel 1999) hanno
alimentato lo scetticismo (vi è poi pure il problema opposto dell’overdose di immagini, un effetto
di saturazione che può rendere insensibili alla violenza quando questa sia continuamente reiterata).
Anche la democratizzazione delle decisioni di politica estera in molti Paesi probabilmente accresce
i dubbi (Gelpi e Griesdorf 2001). La politica estera, una volta riservata a piccole élite, è oggi
sempre più soggetta alla contestazione e al dibattito pubblico in modi impensabili quarant’anni fa.
L’importanza dell’opinione pubblica negli ambiti della politica interna ed estera è aumentata in
tutto il mondo. In questo contesto, l’obiettivo di ottenere un cambiamento politico con mezzi
non violenti è diventato sempre più socialmente accettabile. L’esito vittorioso della non violenza
(la strategia di resistenza passiva attuata dal Mahatma Gandhi in India negli anni Venti e Trenta, le
marce per la libertà e i diritti civili di Martin Luther King negli Usa negli anni Cinquanta e
Sessanta, l’opposizione non violenta alla Guerra del Vietnam, le “rivoluzioni di velluto” dell’Est
europeo nel 1989 e numerosi movimenti per il cambiamento sociale e ambientale nell’India
contemporanea) e i cambiamenti di regime in Tunisia ed Egitto del 2011 testimoniano come si
possano ottenere risultati politici scegliendo deliberatamente di non fare ricorso alla violenza (p.e.,
Bondurant 1958, Fairclough 1987, Tollefson 1993, Brinton e Rinzler 1990, Routledge 1994).
Infine, la guerra è lungi dall’essere stata una costante nella storia moderna. Studi recenti
indicano che se il XX secolo è stato teatro delle due guerre più devastanti in assoluto, periodi
precedenti, come il XVIII secolo, sembrano esser stati relativamente pacifici. La lezione impartita
da questa nota storica è che le guerre da evitare assolutamente e a ogni costo sono quelle fra
grandi potenze (p.e., Hayes 2002). La ricerca sul ciclo globale della violenza dimostra che esso ha
poca o nessuna correlazione con tutta una serie di possibili cause (spesa militare, crisi
economiche, ecc.) e che l’agenzia politica è di primaria importanza nel dare luogo a guerre
distruttive, sottintendendo inoltre come anche le armi devastanti che producono tali risultati
possano essere rifiutate. Si consideri ad esempio la poco nota decisione del Giappone di bandire
le armi da fuoco nel 1637 (Perrin 1979). Anche se alcuni caratteri particolari della società
giapponese del tempo hanno ovviamente avuto un ruolo importante nel rifiuto di una tecnologia
già ampiamente in uso dopo la sua introduzione dall’Europa nel 1543 – le dimensioni e il dominio
della classe guerriera dei samurai, i cui codici cavallereschi e le cui tecniche di combattimento con
la spada erano minacciati dal moschetto; l’improbabilità di subire attacchi stranieri con armi da
fuoco dato l’isolamento geografico; l’attaccamento alla spada come simbolo culturale; e il rifiuto
generale delle idee straniere, come la Cristianità e le usanze commerciali occidentali, insieme alle
armi da fuoco – questo esempio indica come sia possibile operare scelte che rifiutino l’inevitabilità
della escalation nell’adozione e nell’uso della tecnologia militare.
A fianco delle tendenze legate alle armi e all’ambito militare appena menzionate vi sono
altre due tendenze collegate all’economia mondiale. Attualmente la competizione tra Stati
comporta non tanto la conquista del territorio di un altro Stato per impossessarsi delle sue risorse,
quanto la conquista dei benefici della crescita economica globale per il proprio territorio.
Nonostante la guerra americana in Iraq (2003), l’intervento NATO in Libia (2011) e quello a guida
francese in Mali (2013) possano a vario grado essere interpretate come guerre per le risorse, il loro
inizio e il loro decorso suggerisce una maggiore complessità nelle motivazioni. L’inserimento nelle
140
© John Agnew e Luca Muscarà 2014
reti finanziarie e delle multinazionali globali è oggi un fattore cruciale per lo sviluppo economico
nazionale. Alcune eccezioni aiutano a illustrare quella che è ormai la regola prevalente. L’invasione
irachena del Kuwait nel 1990 mirava alla conquista delle risorse di quel Paese, ma di fatto ha
messo in evidenza la grande mobilità delle risorse del Kuwait – riserve petrolifere a parte – oltre i
confini dello Stato. Infatti, il governo kuwaitiano in esilio ha contribuito molto alla liberazione del
Kuwait sanzionata dall’Onu grazie al suo accesso costante a una grande entità di investimenti
esteri con i quali poteva retribuire le forze statunitensi. Al tempo stesso, secondo molti autorevoli
commentatori, le maggiori minacce con le quali i Paesi più sviluppati quali gli Stati Uniti devono
confrontarsi sono rappresentate sempre più dai flussi di immigranti che minano l’omogeneità
culturale nazionale e possono celare potenziali terroristi, che dalle armi di questo o quello Stato
(eccetto, forse, per i cosiddetti “Stati canaglia” quali lo Corea del Nord) (vedi Shapiro 1999; Ó
Tuathail 2000b). La paura di un’ondata di migrazioni e di profughi come conseguenza della guerra
in Libia del 2011 è stata un problema importante in Europa, che ha diviso Italia, Francia,
Germania e altri Paesi, su chi dovesse sopportarne il peso e su come regolamentare i flussi.
In secondo luogo, il cambiamento tecnologico permette di sottrarsi al dilemma di Stati in
competizione per le stesse risorse che in precedenza poteva essere motivo di guerra fra Stati.
Nell’attuale era del capitalismo informatizzato, le attività più produttive e remunerative non sono
più quelle ad alto dispendio di risorse, come l’industria pesante e l’agricoltura intensiva, ma
semmai la manifattura altamente tecnologica, come l’elettronica e le biotecnologie, e settori del
terziario quali turismo, finanza e servizi alla persona. Tali attività vengono sfruttate al meglio
creando economie esterne in distretti di imprese (come nella Silicon Valley californiana) oppure
entrando nelle reti globali di lavoro specializzato e di produzione su misura (p.e., Scott 1998). Il
mondo contemporaneo non è più un mondo in cui territorialmente più grande significa
automaticamente migliore sul piano economico o politico. Ed è quindi un mondo in cui l’uso
della forza militare per ottenere obiettivi razionali, quali maggiori risorse o per far fronte alle
minacce anarchiche provenienti da altri Stati, non sembra essere così ragionevole quanto un
tempo. In un mondo di rapida circolazione economica il legame razionale fra Stati territoriali e
forza militare appare ormai ridimensionato. In questo contesto, l’etica delle armi e della guerra
può iniziare ad assumere un ruolo più centrale di quello avuto in passato.
141
Fare Geografia Politica
Nel contesto di un mondo che si dice sia sempre più piccolo, in cui i luoghi non sono più
considerati zone spaziali a sé stanti, sono prevalse due risposte etiche. La prima è stata quella di
riprendere l’idea kantiana di una singola “umanità” come reazione a un mondo apparentemente
più unito ma anche più minaccioso (a livello ambientale, sociale, ecc.) e un’etica cosmopolita
(incentrata sui diritti comuni e sull’imparzialità della giustizia) adatta a esso. Alla base di questa
prospettiva vi è l’idea che le possibilità offerte dalla vita agli individui siano fondamentalmente il
risultato di dove si nasce e, quindi, una conseguenza più della sorte o del caso che del valore o del
merito. Come afferma Stuart Corbridge (1998, p. 37):
Nella misura in cui questi Altri potremmo essere stati Noi (i benestanti), e nella misura in cui
le loro vite sono inestricabilmente legate alle nostre, vi sono buone ragioni per occuparsi dei
loro diritti e delle loro necessità in quanto nostri simili in una maniera che ci riporta ai
“nostri” stessi privilegi e risorse.
Una seconda risposta etica è stata quella di argomentare che questa visione di una comune
umanità sia in buona parte illusoria e che nel mondo contemporaneo l’interconnessione conviva
con profonde differenze. La globalizzazione economica mondiale è altamente iniqua, per molti
aspetti addirittura più iniqua di ciò che ha rimpiazzato; e quindi il prendersi cura non implica
semplicemente l’incoraggiare i potenti a preoccuparsi dei diritti individuali e del trattamento
compassionevole di altri che essi non conoscono “personalmente” (sebbene ciò non debba essere
escluso). Rispondere moralmente agli altri è, semmai, una capacità che si apprende. Bisogna
quindi riconoscere che la risposta morale non è un atto di volontà razionale ma una capacità di
concentrare la propria attenzione su un altro e una capacità di riconoscere l’altro come reale.
Questo riconoscimento non è né naturale né pre-sociale ma piuttosto qualcosa che nasce dalle
relazioni e dai legami. Nel contesto dei rapporti (globali) Nord-Sud, quindi, le strategie
richiederebbero un’attenzione continua e sostenuta verso le vite, le relazioni e le comunità di
persone nei Paesi in via di sviluppo, più che verso i loro diritti individuali o il raggio e la natura dei
nostri doveri nei loro confronti (Robinson 1999, pp. 46-7).
Una seconda implicazione, che nasce dall’interrogare la geografia del prendersi cura di
Hume, è la necessità di comprendere il fatto che gli altri possano avere pratiche e discorsi morali
diversi dai “nostri”. In altre parole, il nostro prendersi cura deve essere consapevole di ciò che
altri considerano importante. Ciò non significa necessariamente appoggiare il relativismo morale –
“va bene tutto” - su questioni come il sacrificio rituale delle vedove, la clitoridectomia o il lavoro
minorile, ma implica comunque accettare la realtà di un mondo in cui esistono codici morali
differenti. David Smith (1999, pp. 122-3) offre diversi buoni esempi di discorsi morali specifici,
facendo notare come in alcune lingue non esistano termini equivalenti all’etica del riconoscimento
e della responsabilità, che dominano invece le concezioni occidentali di moralità, e come esistano
orientamenti verso il sé e verso la società allargata molto differenti. In Mongolia, ad esempio, il
discorso morale fa ampio ricorso all’uso di figure storiche eroiche come guida di comportamento
piuttosto che a regole astratte, ed è orientato verso ciò che è favorevole per sé, piuttosto che verso
la solidarietà per gli altri, che si riscontra in altri codici morali (Humphrey 1997). Smith – citando
Jacobson-Widding (1997) – spiega che per il popolo dei Fulani in Nigeria settentrionale
142
© John Agnew e Luca Muscarà 2014
143
Fare Geografia Politica
un’indifferenza popolare rispetto a ciò che essi fanno, a meno che ciò non metta a repentaglio il
benessere e il potere dello Stato che fornisce il contesto in cui la libertà intellettuale stessa viene
esercitata. Questa è la visione piuttosto classica di sinistra dell’“intellettuale critico” nella società
contemporanea americana. Ma non tutti i Paesi ricchi producono intellettuali critici o investono
molto nell’istruzione universitaria. La semplice combinazione di ricchezza e indifferenza quindi
non fornisce basi sufficienti per lo sviluppo di un pensiero critico. Io sosterrei che il pensiero
critico sia piuttosto il prodotto della tolleranza e del cosmopolitismo negli ambiti istituzionali in
cui esso si sviluppa. La tolleranza è importante perché permette di elaborare concezioni
alternative di comprensione e di pensiero e di diffonderle. Essa fornisce uno spazio pubblico in cui
gli intellettuali possono discutere fra loro, e quindi offre il requisito sociale cruciale perché lo
studioso possa argomentare una tesi contro altre tesi alternative. Se non esiste questa possibilità, le
concezioni convenzionali non vengono mai messe alla prova. Il cosmopolitismo è importante
perché presuppone un mondo più grande di quello in cui la gente vive quotidianamente e un
senso della necessità di accettare positivamente, e in qualche modo apprezzare, le diverse forme
culturali che tale mondo assume. Anche essendo “prodotti” del proprio ambiente, gli intellettuali
critici devono essere capaci di porsi al di là del “senso comune” dei mondi in cui sono cresciuti.
Se non dimostrano tale capacità, non possono legittimamente considerarsi “critici”.
Detto ciò, né tolleranza né cosmopolitismo possono essere compresi indipendentemente
dal contesto socio-politico. Entrambi possiedono una loro geografia storica. Nel corso della storia
umana, tolleranza e cosmopolitismo, prerequisiti della libertà intellettuale, si sono spostati
geograficamente. Ad esempio, una volta il mondo arabo, o perlomeno le sue classi dominanti,
erano caratterizzati da entrambi i valori, ma oggi non lo sono più da tempo – benché la recente
apertura segnalata dalle proteste nella regione offra un rinnovato spazio alla speranza. Una
qualche forma di democrazia liberale è una condizione necessaria perché possano esistere
tolleranza e cosmopolitismo, anche se in sé non è sufficiente, perché spesso la democrazia in
quanto tale dà voce solo a coloro che fanno parte della maggioranza. Le risorse, l’importanza
conferita a un’istruzione pluralista e la presenza di garanzie contro la persecuzione sono anch’esse
necessarie perché entrambi possano prosperare. L’importanza della democrazia liberale nel
legittimare e consolidare la tolleranza è un dettaglio scomodo per chi tra noi trova ancora molto
da criticare nella sua pratica. Accettare la tolleranza come virtù richiede più di un insieme di
condizioni materiali e istituzionali che portano a essa, inclusa la democrazia. Richard Dees (1999)
sostiene che, per accettare la tolleranza come virtù, i gruppi devono vivere una specie di
“conversione”. Paragonando la Francia e la Gran Bretagna del primo periodo moderno, egli
interpreta questa conversione come assolutamente contestuale o geografica. Perché questa
conversione possa avere luogo, gruppi con diversi credenze devono avere la possibilità di
mescolarsi fra loro (perlomeno sul piano dello scambio economico); inoltre, avere un nemico in
comune contribuisce a ridurre l’odio fra di essi creando un avversario esterno; una grande
diversità fra gruppi rivali riduce la minaccia che ciascuno subisce da qualsiasi altro; e una maggiore
autonomia individuale allenta i vincoli interni al gruppo e crea la possibilità di legami intellettuali e
politici alternativi. In assenza di un contesto così articolato la tolleranza non può radicarsi.
Tolleranza e possibilmente cosmopolitismo sembrano svilupparsi solo in contesti nei quali
le identità culturali non siano seriamente minacciate (vedi la discussione di Gottmann al cap. 4).
Il cosmopolitismo naturalmente ha diversi punti in comune con la tolleranza, ma non è la
stessa cosa, anche se alcuni sembrano suggerirlo (p.e., Walzer 1997). Si possono tollerare qualsiasi
tipo di gruppo locale e le sue idee senza accettare il principio fondamentale del cosmopolitismo,
cioè il fatto che si debba guardare al di fuori della propria esperienza o identità per comprenderle.
I gruppi in esilio, i residenti all’estero, gli immigrati e le persone di passaggio possono essere i più
efficaci portatori di cosmopolitismo, perché traggono un’etica positiva dall’appropriazione
culturale, ma per fare ciò è necessario avere un luogo. E se l’apertura ad altri mondi e alle loro
idee è una caratteristica di questa concezione, un’altra è l’apprezzamento degli ambiti in cui le idee
vengono condivise e rielaborate. Gli ambiti più importanti sono le grandi città cosmopolite
144
© John Agnew e Luca Muscarà 2014
(Ignatieff 1993), che sono state a lungo e rimangono tuttora i luoghi in cui si incontrano e si
scontrano diverse visioni del mondo. Da questo incontro e scontro emerge il cosmopolitismo. In
tutto il mondo, tuttavia, il cosmopolitismo appare come un privilegio riservato a coloro che
vivono entro i confini relativamente sicuri degli Stati ricchi e sviluppati e che apprezzano la vitalità
della diversità culturale. Dalla fine della Guerra fredda tali confini sembrano spesso meno sicuri di
quanto non fossero. Altrove, in particolare fra gli individui affascinati dai fondamentalismi
religiosi mossi dall’idea delle apocalissi o dei percorsi di redenzione ciò stimola la paura e l’odio.
Per questi ultimi il cosmopolitismo e la tolleranza sono ugualmente spregevoli, simboli di hybris e
idolatria. Oggi tali sentimenti attraversano un po’ tutto il mondo. Ian Buruma e Avishai Margalit
(2002, p. 4) citano un aneddoto significativo:
C’è un tema ricorrente nei film prodotti dai Paesi poveri in cui un giovane uomo o una
giovane donna di un villaggio remoto si avventurano verso la grande città, indotti dalle
circostanze a cercare una nuova vita nel mondo più vasto e ricco. Le cose fin da subito
prendono una brutta piega. Il giovane è solo, perso, diviene povero, viene coinvolto in
attività criminali o è costretto a prostituirsi. Normalmente la storia finisce con un gesto
terribilmente violento, un tentativo vendicativo di colpire al cuore la città estranea,
arrogante e indifferente. In questa storia vi sono echi della vita di Hitler a Vienna, della vita
di Pol Pot a Parigi, di quella di Mao a Pechino e di quella di molti giovani musulmani al
Cairo, Haifa, Manchester o Amburgo.
Ironicamente, gli intellettuali critici (anche se solo di rado quelli più cosmopoliti) sono spesso stati
complici del rifiuto dei valori della tolleranza e del cosmopolitismo, trovando invece molto da
elogiare in varie forme di dispotismo e tirannia. E come mai? Avendo respinto la ragione di Stato,
nella ricerca di un’alternativa, essi si rivolgono ai regimi ottusi, mediocri e psicologicamente
oppressivi nei quali vivono. Si può trattare di un atteggiamento del tutto passivo, il rifiuto di
individuare le ragioni di conflitto nel mondo al di fuori di quelle immediatamente familiari e più
prossime. Ma si può manifestare anche in modo più attivo, come in ciò che Mark Lilla chiama il
“richiamo di Siracusa” (Lilla 2001, pp. 193-216), cioè la tentazione dell’intellettuale di seguire il
cammino di Platone verso l’antica città greca di Siracusa, per istruire il tiranno Dioniso.
Anche se Lilla tende a mettere in primo piano la “vita interiore” degli intellettuali e la loro
attrazione verso la politica dei vincitori, molti dei casi specifici che egli ha studiato, dal fautore del
nazismo Carl Schmitt e dal filo-nazista Martin Heidegger, ai filo-comunisti Walter Benjamin e
Alexandre Kojève fino al nietzscheano Michel Foucault e al “marxista spirituale” Jacques Derrida,
mostrano tre caratteristiche comuni: un’attrazione verso la spiegazione totalizzante che pone la
fede in un’unica causa – ordine divino, lotta di classe, autorità o Volk, discorso o linguaggio tout
court; un’urgenza di imporre questa visione sugli altri, malgrado le loro critiche di altri intellettuali
in quanto pedine dei potenti; e l’illusione che le identità collettive e individuali si costruiscano
nell’isolamento geografico piuttosto che essere costituite dal reciproco contatto e dal successivo
distacco. È triste che nessuno di questi intellettuali che si dichiarano critici abbia capito che la loro
libertà di pensare e diffondere le proprie idee dipenda proprio dalle condizioni socio-politiche che
essi aborrivano e volevano distruggere. Lilla (2001, p. xi) illustra molto bene questo punto:
I regimi fascisti e comunisti sono stati accolti a braccia aperte da molti intellettuali europei
per tutto il XX secolo, come pure innumerevoli movimenti di “liberazione nazionale” che
si sono immediatamente trasformati in tirannie classiche, che hanno portato sofferenze a
tanti popoli sfortunati in tutto il mondo. Per l’intero XX secolo la democrazia liberale è
stata raffigurata in termini diabolici come la vera dimora della tirannia – la tirannia del
capitale, dell’imperialismo, del conformismo borghese, della “metafisica”, del “potere”, e
anche del “linguaggio”.
145
Fare Geografia Politica
È ormai tempo che gli intellettuali riconoscano ed esaminino le condizioni socio-politiche che
rendono loro possibile lavorare in libertà e che stiano in guardia contro il “richiamo di Siracusa”
analizzando i ruoli di tutti gli attori che devono essere presi in considerazione, non solo quelli
vicini e meglio conosciuti i cui crimini e misfatti possono essere più evidenti ma forse anche meno
disonesti di quelli più lontani e meno familiari (Milosz 1955). Esaminare criticamente i contesti
politici della tolleranza e del cosmopolitismo è un compito vitale della geografia politica affinché
questa disciplina non resti intrappolata nel campanilismo nazionale entro il quale si è nascosta così
a lungo. Se nel mondo del dopo-Guerra fredda le sfide appaiono in qualche modo differenti da
quelle del passato, non ultimo perché la carta politica di un mondo diviso in Stati territoriali non è
più l’unico schema con cui organizzare la politica come un tempo, il terreno intellettuale appare
così tanto più vario e interessante.
Conclusione
In questo capitolo si è cercato di individuare e descrivere tre aree in cui attualmente si sta
“producendo” la geografia politica. Dalle politiche dell’ambiente all’articolazione delle idee sul
ruolo di mediazione della scala geografica nella politica, fino al vivace interesse per gli aspetti
geografici nelle questioni politiche normative, la geografia politica sta rinascendo. Nondimeno,
questo non è un fenomeno nuovo e, come si è cercato di mostrare, la disciplina è stata ricreata
numerose volte per tenere il passo coi tempi e le mutevoli geografie che essa vuole mappare.
Ciò non significa che tutto stia cambiando, anzi. Anche quando siano collocati in nuove
prospettive, molti dei vecchi temi restano di grande interesse. La storia non ha certo aiutato la
geografia politica. Il rifiuto del suo classico determinismo ambientale dopo la Seconda guerra
mondiale portò la disciplina a un lungo periodo di ibernazione. Durante la Guerra fredda la
conoscenza descrittiva che essa poteva fornire non era molto richiesta perché la natura ideologica
di quel conflitto riduceva i luoghi a mere pedine su una scacchiera globale. Con la fine della
Guerra fredda, le questioni al centro dell’osservazione della geografia politica sono di nuovo
tornate alla ribalta. Anche se l’orizzonte diffonde il proprio richiamo, è tuttavia necessario che più
persone si muovano verso di essa, affrontando i temi qui esposti (e altri più vecchi). L’impresa è
aperta a qualsiasi soluzione, finché il mondo rimarrà il luogo pericoloso e complicato che è oggi.
Una delle principali differenze con il passato recente è la complessità del contesto
geopolitico in cui la geografia politica viene oggi “ricreata”. Questo è stato il tema principale della
prima parte del capitolo. Piuttosto che una singola storia o narrazione come quelle istituite per le
epoche precedenti, non vi è oggi un solo tema che si imponga su tutti gli altri. Abbiamo cercato di
sottolineare quelli che ci paiono essere alcuni tra i principali caratteri della geopolitica globale dal
1990 a oggi. Li abbiamo identificati in un mondo interdipendente emergente, in identità in cerca
di un territorio, nella Guerra al terrorismo, nelle crescenti domande di democrazia e autogoverno,
e nella crisi del modello territoriale di organizzazione politica. Insieme queste tendenze
preannunciano un mondo in cui sia le prospettive teoriche consolidate sia la ricerca empirica
fondamentale non sono più tanto certe come sembravano una volta, ai tempi apparentemente
semplici della Guerra fredda. I nuovi temi che abbiamo identificato sono quelli che riflettono il
mutato contesto geopolitico in cui la geografia politica si produrrà. Solo il futuro potrà semmai
dirci quali di questi diverrà il leitmotif di quest’epoca.
146
© John Agnew e Luca Muscarà 2014
6
Conclusione
L’approccio
Anche se questo libro copre, oltre ai concetti fondamentali su cui si basa la geografia
politica, molti dei suoi autori di riconosciuta influenza, esso non si addentra nelle “vite
interiori” delle figure e non considera che la geografia politica sia costituita unicamente
da influenze intellettuali, che caratterizzano i Grandi Pensatori o la storia delle idee per
illustrare come le aree di indagine si modifichino e si sviluppino. Si è scelto invece di
sottolineare l’importanza del “contesto geopolitico” nell’evoluzione a lungo termine della
disciplina.
La geografia politica ha sempre dovuto trovare giustificazioni nella sua rilevanza per gli
affari internazionali e le questioni pubbliche, in parte perché, a differenza di discipline
come la chimica e la fisica, ha sempre trattato temi fortemente legati agli “eventi del
mondo reale”. Al tempo stesso, essa è sempre stata legata alla pratica della politica, sia
quella effettiva che quella potenziale, ed è quindi logico pensare alla creazione della
geografia politica nei termini dei “tempi” in cui si sono svolte le ricerche ed effettuati gli
studi.
Si è inoltre cercato di dimostrare come il dove e il chi produca la geografia politica siano
due fattori determinanti per la natura di ciò che viene fatto. Lo spostamento del “centro
di gravità” della disciplina dalla Germania pre-Grande guerra alla Gran Bretagna e agli
Stati Uniti contemporanei ha senza dubbio influito sull’allontanemanto della disciplina da
un fulcro dell’attenzione centrato esclusivamente sulla geografia della statualità. Il
reclutamento di persone con provenienze ed esperienze sociali, nazionali, sessuali ed
etniche molto diverse nelle fila della geografia politica ne ha inoltre certamente ampliato
la portata empirica e l’estensione teoretica della disciplina, come la discussione relativa
alle concezioni del “potere” hanno chiarito nel capitolo 2. La geografia politica si è
malamente “scottata” con il determinismo ambientale. Nonostante altri determinismi
abbiano minacciato di prendere il sopravvento – quello “economico”, sotto forma di
economia politica, ad esempio – e lo stesso determinismo ambientale abbia vissuto una
sorta di revivale, la disciplina si è sempre più andata definendo nei termini di un
“politico” relativamente autonomo. La critica dello stato-centrismo a partire dagli anni
Novanta del Novecento ha solo favorito questa tendenza con l’estendersi della
preoccupazione alle manifestazioni del potere che operano nella vita quotidiana.
Ma quest’enfasi esterna sul contesto sul contesto storico-geografico ha i suoi limiti. Per
147
Fare Geografia Politica
prima cosa, vi sono sempre stati individui o scuole di pensiero controcorrente rispetto ai
tempi, e ciò conferma che l’autorevolezza ha certamente un suo peso, come dimostrano
i casi di Reclus e Vidal e più tardi di Jean Gottmann. Vi è autonomia di azione nella vita
intellettuale come nella politica, anche se essa è sempre soggetta a forti influenze sociali.
Infine, tutto non risiede semplicemente nel cambiamento. Le nuove “correnti” teoriche o
prospettive politiche non eliminano quelle precedenti. Una volta stabiliti, i punti di vista
teoretici mettono radici profonde e possono continuare a dare frutti anche quando
vengano eclissati da nuovi punti di vista. Essi possono apparire anacronistici se applicati
alle nuove condizioni, come nel caso del determinismo ambientale visto con gli occhi di
oggi, ma servono a ricordarci delle prospettive una volta ampiamente accettate che
potrebbero in certe circostanze riacquisire rilevanza nella vita intellettuale.
Così, oltre alla minore importanza della statualità, cos’altro è cambiato in profondità nel
prodursi della geografia politica nell’ultimo secolo? Dall’indagine generale svolta nei
capitoli precedenti, sembrano emergere quattro cambiamenti principali, che hanno
attraversato la disciplina nel suo insieme. Naturalmente, molte differenze teoretiche
permangono e non saranno facilmente incorporate in un unico standard accademico.
Il primo di questi cambiamenti è un lento ed esitante spostamento dal “punto di vista
delocalizzato” oggettivista, che nasconde identità sociali e interessi politici precisi, verso
un apprezzamento più sottile di come la conoscenza sia sempre “situata”, ossia l’idea che
la conoscenza sia sempre parziale e soggettiva, anche quando aspira a convincere gli altri
di una spiegazione “veritiera”. Questo riconoscimento è stato fondamentale nel
permettere una comprensione più critica dei vari fenomeni studiati dalla disciplina. I primi
anni della geografia politica erano intellettualmente meno astrali, soprattutto perché i
maggiori studiosi nascondevano i propri obiettivi di parte dietro una maschera di
completa oggettività, usando i “fatti della natura” per celare le proprie opinioni politiche,
sociali e razziali.
Il secondo cambiamento è stato una tendenza a muoversi dalla spiegazione naturalista in
termini di cause ambientali o sociali a un’enfasi sulla mediazione politica nei contesti
storico-geografici. In questo senso, la geografia politica evidenzia un ritorno a concezioni
pre-illuministe del politico come in sé legato ai poteri di associazione e impegno
dimostrati nel discorso e nell’azione politica piuttosto che agli effetti coercitivi di
“strutture” che spingono gli individui a comportarsi in questo o quel modo. Tale
comprensione behaviorista del potere, comune alle concezioni stataliste e comunitarie e
anche ad alcune concezioni liberal del politico, è sottoposta a crescente contestazione da
parte di posizioni che sottolineano le capacità e le prestazioni umane invece che i limiti e
le carenze di fronte a “forze” travolgenti di qualche tipo, siano esse culturali o
economiche.
I concetti fondativi della geografia politica un tempo erano dati per scontati e ricevevano
pochissima attenzione da parte dei suoi practicioners, i quali si preoccupavano di
sviluppare resoconti descrittivi empirici dei diversi “problemi” associati con i confini, le
strategie globali, o i conflitti etnici, ad esempio. Un terzo cambiamento è stata l’intensa
attenzione attribuita ai concetti centrali della disciplina – territorio, confine, governance,
luogo, Stato, Nazione, Stato-nazione, sovranità, geopolitica, e così via. Non solo questi
concetti formano il cuore della geografia politica in sé, ma gran parte di essi erano stati
ignorati anche dalla corrente dominante della teoria politica.
Infine, la geografia politica è sempre più caratterizzata da un interesse per la contingenza
storica piuttosto che per la spiegazione determinista. Con ciò si intende dire che la
148
© John Agnew e Luca Muscarà 2014
Il prodursi della geografia politica dalla fine dell’Ottocento fino al XXI secolo evidenzia
ancora una sorta di paradosso. Nonostante essa abbia goduto, in una fase del suo
sviluppo, di una pessima reputazione all’interno dell’accademia e nel mondo, i temi che
essa studia hanno sempre avuto grande rilevanza, anche se in periodi come la Guerra
fredda ciò non era sempre evidente. Ora i temi che essa studia sono sfidati dall’idea di un
nuovo mondo “senza confini” che starebbe producendosi. Mentre il globo si avvia a
diventare una gigantesca capocchia di spillo in cui il luogo dove siamo situati non conta
più nulla, la connettività, l’interdipendenza, la cultura globale e il cyberspazio stanno
dislocando quegli spazi territoriali delimitati e quei luoghi radicati che costituiscono il
leitmotif della geografia politica. Ci auguriamo che dagli esempi tratti dall’attualità nel
capitolo 1 sulla politica americana, sulla cosiddetta Guerra al Terrore, sugli scontri settari
a Belfast, sulla politica dei disastri e delle carestie; dai più sviluppati casi del capitolo 2 sul
traffico globale di droga, sull’intrattabilità territoriale del conflitto Israelo-Palestinese, sul
separatismo etnico in Europa centrale e nel Caucaso, sulla pirateria somala e lo “Stato
fallito” della Somalia; e dagli altri esempi presentati in questo libro, ci auguriamo che ci si
renda conto che questo mondo-capocchia di spillo esiste solo nella fantasia. In realtà il
mondo è ancora saturo di drammi politici che possono essere compresi adeguatamente
solo se inseriti in un contesto geografico, e così continuerà a essere a meno che non
diventi una sfera levigata in cui non esiste più alcuna resistenza ai movimenti umani, o in
cui sono sparite tutte le attuali ineguaglianze e divisioni territoriali. Poco probabile.
La maggiore sfida resta quella mirabilmente posta dal Lorenzetti nel suo magnifico ciclo
di affreschi senesi del XIV secolo di cui si è parlato nella prefazione” come comprendere
e gestire il conflitto tra buon governo e malgoverno nella città e nella campagna. I mezzi
geografici attraverso i quali il potere è oggi distribuito e concentrato e gli effetti sulle
diverse persone e sui diversi luoghi sono tanto importanti oggi, sia pure in modi diversi e
a diverse scale, di quanto non fossero ai tempi del Lorenzetti. Ciò rende questo ambito di
studi più rilevante che mai. Il fatto che altri ambiti raramente vedano il collegamento tra
la questione della governance e la geografia del potere sottolinea comunque la persistente
difficoltà di far riconoscere all’esterno il significato intellettuale della disciplina.
La geografia politica è stata ed è rimasta a lungo ai margini dell’università, nel senso che,
almeno dopo i tempi di Mackinder e Bowman, essa si è allontanata dall’ “orecchio del
principe” (o del politicamente influente) situandosi nell’ambito popolare. Nonostante
abbia avuto i suoi sovversivi, come Kropotkin e Reclus, solo di recente essa è divenuta
sovversiva come disciplina, almeno nel senso di interrogare le intenzioni e i piani dei
potenti. Ovviamente, questa può essere considerato una debolezza. Solo pochissimi
geografi politici hanno voce sui media nazionali. Ad esempio, David Newman ha una sua
rubrica regolare sul Jerusalem Post, un fatto che suggerisce quanto importante sia una
prospettiva politico-geografica in quel contesto (oltre a mostrare la sua capacità di sfidare,
provocare ed educare la sua audience). Tuttavia anche i margini hanno le loro virtù. Non
dobbiamo investire in regimi di governo che poi ci trascurino. Possiamo mantenere una
149
Fare Geografia Politica
sana distanza dalle sedi del potere dove siamo aperti a nuove idee piuttosto che riciclare
costantemente quelle vecchie che servono interessi e identità diversi da quelli intellettuali.
In un pungente memoir, Tony Judt (2010, 206) cattura in modo molto geografico la posta
in gioco dello stare ai margini, invocando il cosmopolitismo (discusso nel cap. 5):
Preferisco i margini, quel luogo in cui i Paesi, le comunità, le lealtà, le affinità, e le radici
sbattono scomodamente gli uni contro gli altri – dove il cosmopolitismo non è tanto
un’identità quanto una normale condizione di vita. Un tempo questi luoghi
abbondavano. Ancora nel XX secolo vi erano molte città che comprendevano al loro
interno una molteplicità di comunità e lingue – spesso reciprocamente antagoniste, che
a volte si scontravano, ma in qualche modo coesistevano. Sarajevo era una di queste.
Alessandria un’altra. Tangeri, Salonicco, Odessa, Beirut e Istambul altre ancora – così
come località più piccole come Chernovitz o Uzhhorod. Secondo gli standard del
conformismo americano, New York ricorda aspetti di queste perdute città cosmopolite:
ecco perché vivo qui.
Tuttavia, come lo stesso Judt osserva poco dopo (2010, 207-8), scrivendo del mondo di
oggi letteralmente e non metaforicamente, siamo ancora lacerati da divisioni e animosità
che paiono sempre minare il cosmopolitismo (per quanto condizionale) che favoriamo:
Ho la sensazione che stiamo entrando in un periodo di guai. Non sono solo i terroristi,
i banchieri, il cambiamento climatico a mettere a repentaglio il nostro senso di sicurezza
e la nostra stabilità. La globalizzazione stessa – la terra “piatta” di tante fantasie
pacificatrici sarà fonte di paura e incertezza per miliardi di persone che si rivolgeranno
ai propri leader chiedendo protezione. Le “identità” diverranno cattive e ristrette, tirate,
mentre indigenti e sradicati busseranno alle mura sempre più alte delle gated communities
da Delhi a Dallas.
Essere “Danesi” o “Italiani”, “Americani” o “Europei” non sarà solo un’identità; sarà
un rifiuto e un rimprovero verso quanti ne sono esclusi. Lo Stato, lungi dallo
scomparire, potrebbe star per divenire una cosa a sé stante: i privilegi della cittadinanza,
la protezione dei diritti di residenza di chi ha i documenti, verranno branditi come
“briscola” politica. Demagoghi intolleranti nelle democrazie consolidate richiederanno
dei “test” – di conoscenza, di linguaggio, di attitudine – per determinare se i disperati
nuovi arrivi si meritino un’ “identità” inglese, olandese o francese. Lo stanno già
facendo. In questo nuovo secolo coraggioso sentiremo la mancanza dei tolleranti, dei
marginali: la gente che sta ai margini, la mia gente.
È più verosimile che i nostri tentativi cosmopoliti di comprendere questo mondo che si
sta producendo possano aiutarci a gestirlo di quanto non avverrebbe se divenissimo
partigiani delle divisioni in questione. Questa è forse la lezione più importante che
possiamo ricavare dal fatto di conoscere qualcosa sul prodursi della geografia politica:
nessuna singola storia può rendere conto della varietà e della diversità del mondo.
Questa è la virtù del pluralismo teoretico.
E comprendere il significato ontologico delle differenze per la geografia politica potrà
contribuire forse al difficile compito di tradurre e mediare tra esse. Anche questo è
essenziale per il futuro prodursi della geografia politica.
150