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BIBLIOTECA DEL DIPARTIMENTO DI ARCHEOLOGIA E STORIA DELLE ARTI - SEZIONE ARCHEOLOGICA UNIVERSIT DI SIENA

COMUNE DI MINUCCIANO DEPARTAMENTO DE GEOGRAFA, PREHISTORIA Y ARQUEOLOGA REA DE ARQUEOLOGA UNIVERSIDAD DEL PAS VASCO/EUSKAL HERRIKO UNIBERTSITATEA

FONDAZIONE MONTE DEI PASCHI DI SIENA


Progetto Archeologia dei Paesaggi Medievali
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BIBLIOTECA DEL DIPARTIMENTO DI ARCHEOLOGIA E STORIA DELLE ARTI - SEZIONE ARCHEOLOGICA UNIVERSIT DI SIENA

ARCHEOLOGIA E STORIA DI UN CASTELLO APUANO:


Gorfigliano dal medioevo allet moderna
a cura di

JUAN ANTONIO QUIRS CASTILLO

con contributi di ROC AROLA, MONICA BALDASSARI, MADDALENA BELLI, LORENZO CALVELLI, PAOLO CESARETTI, MARGARITA FERNNDEZ MIER, LUCIA GIOVANNETTI, SONIA GOBBATO, ILARIA ISOLA, CARLO MONTANARI, COSTANZA PERROTTA, EZEQUIEL M. PINTO GUILLAUME, SARA PISANI, GIULIO PREDIERI, JUAN ANTONIO QUIRS CASTILLO, ELENA SCALERA, SARA SCIPIONI, SERGIO SFRECOLA, CLAUDIO SORRENTINO, DANIELA STIAFFINI, GIOVANNI ZANCHETTA e con la collaborazione di NEUS GASUL, GIANLUCA PESCE, ROBERTO RICCI, IZADI SALSAMENDI

ALLINSEGNA DEL GIGLIO

Autori R.A. M.Ba. M.Be. L.C. P .C. M.F.M. L.G. S.G. I.I. C.M. C.P . E.M.P .G. S.P . G.P . J.A.Q.C. E.S. S.S. S.S. C.S. D.S. G.Z. Disegni
I disegni delle ceramiche (Figg. 85, 86, 87, 89, 91, 92, 94, 95, 100) sono stati riprodotti a scala 1:4, e sono numerati seguendo la numerazione dei cataloghi allegati allo studio delle singole classi ceramiche. Le tavole a colori sono raggruppate alla fine del volume. Le Figg. 149 e 150 e la Tav. 1 sono pubblicate con autorizzazione num. 144V/9019 dellArchivio di Stato di Lucca, su concessione del Ministero per i Beni Culturali e Ambientali. Le Figg. 28, 47 e le tavole 5a, 5b, 6a, 6b ci sono state fornite da G. Casotti e le Figg. 25, 160, 162 e 209 sono state fornite da L. Casotti.

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Roc Arola Arnal Monica Baldassari Maddalena Belli Lorenzo Calvelli Paolo Cesaretti Margarita Fernndez Mier Lucia Giovannetti Sonia Gobbato Ilaria Isola Carlo Montanari Costanza Perrotta Ezequiel M. Pinto Guillaume Sara Pisani Giulio Predieri Juan Antonio Quirs Castillo Elena Scalera Sara Scipioni Sergio Sfrecola Claudio Sorrentino Daniela Stiaffini Gianni Zanchetta

Ringraziamenti
Lintervento nel castello di Gorfigliano stato possibile grazie allinteresse e allincoraggiamento di tutta una serie di istituzioni e persone che, nonostante la limitatezza dei mezzi a disposizione, hanno contribuito in modo decisivo alla sua realizzazione. In primo luogo dobbiamo ricordare il ruolo decisivo svolto dal Comune di Minucciano, promotore e finanziatore delliniziativa e delledizione del presente volume. In particolare doveroso segnalare il ruolo trainante del sindaco, rag. Ugo Casotti, che riprese liniziativa gi proposta a suo tempo dal precedente sindaco Davini, concretizzandola e portandola a termine con grande determinazione. Tutto il

personale del Comune ha inoltre appoggiato e sostenuto oltre i propri doveri il progetto archeologico, tra cui ricordiamo in particolare Giovanni Casotti, che ha avuto un ruolo determinante nel buon funzionamento del cantiere. Un altro contributo decisivo stato offerto da Don Alberto Batolomei, parroco di Gorfigliano, e dagli entusiasti volontari che da anni operano nel ripristino e salvaguardia della Chiesa Vecchia presso il castello e degli edifici annessi. Il coinvolgimento nelliniziativa di una parte notevole degli abitanti di Gorfigliano stato decisivo per la buona riuscita dellintervento, in particolare come informatori e collaboratori nello studio dellassetto attuale del villaggio e del suo territorio, tra i quali Amilcare Paladini, Nicola Casotti, Giovanni Casotti hanno messo a disposizione anche fotografie e immagini del castello. Non dimentichiamo inoltre lappoggio continuo di Mons. Giorgetti, Umberto Paladini e Luca Paladini al progetto. Inoltre, il contributo della Banca di Credito Cooperativo della Garfagnana stato decisivo per ledizione del presente volume. Come in altre occasioni questo lavoro non si potrebbe aver condotto a termine senza lappoggio e linteressamento di G. Ciampoltrini, P. Notini e G. Rossi, che hanno agevolato in diverso modo la realizzazione delle indagini e fornito la documentazione degli interventi realizzati previamente dal Gruppo Archeologico Garfagnana. Allo scavo hanno partecipato studenti, laureati e ricercatori procedenti da diverse universit italiane e spagnole, tra i quali vanno segnalati i seguenti: Juan Antonio Quirs, Sonia Gobbato, Lucia Giovanetti, Rossana de la Cruz Fernndez, Elisa Grassi, Olivia Ratti, Valeria Vitari, Daniele Vasta, Neus Gasull Casanova, Roc Arola Arnal, Jordi Vil Llorach, Llus Garcia, Cecilia Gennai, Giacomo Savelli, Laura Savelli, Sebastiana Minore, Chiara Fioramonti, Francesca Vezzoli, Simona Lunatici, Salvatore Sidoti, Costanza Perrotta, Beln San Pedro Veledo, Luis Mur, Esther De Antonio, Begoa Sendino, Enrico Gabrielli, Giulia Carta, Andrea de Pascale, Elena Cecconi, Francesca Cecconi, Noelia Real Munilla, Iraitz Lizarraga Gomez, Oihane Arinabarreta Etxaburu, Izadi Salsamendi Serrano e Lorenzo Calvelli. Alla fase dello studio dei reperti e del sito di Gorfigliano hanno partecipato numerosi amici, alcuni dei quali contribuiscono direttamente alledizione del presente volume, e tra i quali si devono ricordare Roberto Ricci, Giulio Predieri, Sergio Sfrecola, Gianluca Pesce, Fernn Alonso (), Gran Possnert, Mariano lvarez, Margarita Fernndez Mier, Miranda lvarez, Ezequiel M. Pinto, Gianni Zanchetta, Ilaria Isola, Elena Cecconi, Carlo Montanari, Sara Scipioni, Paloma Uzquiano, Gianluca Pesce, Lucia e Bruno Giovannetti, Monica Baldassarri, Maddalena Belli e Dino Magistrelli. Inoltre, alledizione del volume hanno collaborato in diverso modo, oltre ai singoli autori, Neus Gasull, Izadi Salsamendi, Gianluca Pesce, Roc Arola e Sergio Castelletti. Ringraziamo inoltre per la visione del testo e i loro suggerimenti D. Moreno e F.J. Fernndez Conde. Un ringraziamento particolare va infine a R. Francovich e T. Mannoni, per il sostegno e i consigli, decisivi per la riuscita del progetto. Vogliamo dedicare questo volume alla memoria di Isabella Ferrando Cabona, vera pioniera dellarcheologia medievale dellAppennino, e della quale abbiamo tanto imparato.

INDICE

PRESENTAZIONI di Ugo Casotti, Pietro Fassi, Marcello Pera PREFAZIONE di Riccarco Francovich
I. IL 1. 2. 3. 4. 1. 2. 3. 4. 5.
SITO DI

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GORFIGLIANO

Il progetto di Gorfigliano: Introduzione Il villaggio di Gorfigliano nellalta Garfagnana Idocumenti scritti di et medievale Questionario iniziale della ricerca
GEOLOGICO E GEOMORFOLOGICO

II. INQUADRAMENTO

Il progetto Gorfigliano: Introduzione Inquadramento generale Levoluzione generale del complesso apuano ed appenninico Cenni sulle rocce affioranti Aspetti geomorfologici 5.1 Idrografia 5.2 Morfologia 6. Rapporti tra insediamento e morfologia 7. La geologia nellintorno della Chiesa Vecchia di Gorfigliano III. 1. LE LO SCAVO DEL CASTELLO
SEQUENZE STRATIGRAFICHE

1.1 1.2 1.3 1.4 1.5 1.6 1.7 1.8 2.1 2.2 2.3 2.4 2.5 3. I

Introduzione La strategia dellintervento. La diagnosi archeologica. Ricognizione preliminare del territorio castellano Definizione di una strategia di scavo Il settore 1000. La sommit del castello La chiesa dei Santi Giusto e Clemente Il Settore 2000. Il borgo meridionale Il settore 3000. Il borgo orientale.
E TIPOLOGIE COSTRUTTIVE

2. TECNICHE

I materiali lapidei La calce Il legno Le tecniche murarie di Gorfigliano e i confronti territoriali Tipologie costruttive a Gorfigliano

REPERTI ARCHEOLOGICI

3.1 3.2

Reperti ceramici Indagini archeometriche sulle ceramiche del castello di Gorfigliano (Minucciano, Lucca) 3.3 I metalli 3.4 Reperti numismatici 3.5 I vetri di Gorfigliano
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3.6 Il materiale osteologico animale degli scavi nel castello di Gorfigliano (Minucciano, Lucca) 3.7 I molluschi 3.8 Analisi archeobotaniche IV. DAL CASTELLO AL VILLAGGIO IN ET MODERNA 1. INTRODUZIONE 2. LO
SPAZIO AGRARIO DI

GORFIGLIANO: UN

ESEMPIO DI

ARCHEOLOGIA

AGRARIA

2.1 Che cosa larcheologia del paesaggio? 2.2 Metodologia di lavoro 2.3 Il villaggio di Gorfigliano Appendice: Elaborazione su base etimologica dei toponimi del territorio di Gorfigliano 3. LARCHITETTURA 3.1 3.2 3.3 3.4 3.5
DI

GORFIGLIANO

IN ET POSTMEDIEVALE

Introduzione La metodologia dindagine La gestione dei dati: la creazione di una piattaforma GIS I risultati della lettura Conclusioni

4. ARCHEOLOGIA E STORIA DELLA MOMTAGNA DELLA GARFAGNANA E DELLE SUE RISORSE. IL CASO DI GORFIGLIANO NEL PI AMPIO CONTESTO APUANO E APPENNINICO 4.1 4.2 4.3 4.4 4.5 4.6 VA . Per una lettura del paesaggio montano della Garfagnana: strategie e mezzi di ricerca Archeologia e storia forestale nella Valle del Serchio: linee di tendenza Oltre il Casale: lo sfruttamento economico della montagna apuana di Gorfigliano Archeologia delle aree di alpeggio Uno sdoppiamento insolito del borgo matrice: Capanne di Gorfigliano Conclusioni

MODO DI CONCLUSIONE

1. A modo di conclusione 1.1 La nascita del villaggio altomedievale di Gorfigliano 1.2 La nascita del castello 1.3 Il secondo incastellamento: Il rinnovamento del XII secolo 1.4 Allevamento e signorie nelle Apuane nel medioevo 1.5 Dal castello signorile al villaggio contadino Appendice: STATUTI BIBLIOGRAFIA TAVOLE
A COLORI DI

GORFIGLIANO

DELLANNO

1630

Ogni comunit, pur piccola che sia, ha necessit di crescere, svilupparsi e progredire: tutto questo sar pi facile prendendo coscienza delle proprie origini, della propria identit culturale. Il passato e la storia sono per ogni collettivit come le radici di un albero: offrono, ad un tempo, sostegno e linfa di rinnovamento e da queste possono nascere nuovi e promettenti frutti. Ci quanto avvenuto per il Comune di Minucciano di cui ho attualmente lonore di essere il primo cittadino. Documenti scritti, scavi archeologici effettuati in seguito a studi e valutazioni scientifiche, ritrovamenti anche occasionali, dimostrano infatti che anche un piccolo territorio di montagna come questo, lontano dai grandi insediamenti di pianura, possiede un ricco e interessante passato. Dimostrano ci, a livello materiale, il rinvenimento di molte statue stele preistoriche, i risultati degli scavi presso lospedale medievale di Tea e quelli pi recenti condotti presso il Castello di Gorfigliano (denominato Chiesa Vecchia o Casa dagli abitanti), questi ultimi editi nelle pagine che seguiranno. E sicuramente altri siti ancora da scoprire ed esplorare potranno nel futuro arricchire, al riguardo, le nostre conoscenze. Lamministrazione che attualmente presiedo crede che la scoperta e la divulgazione del passato possa non solo accrescere il senso di appartenenza al proprio territorio della popolazione locale, ma anche offrire un importante stimolo di conoscenza di questa zona per i visitatori, vicini e lontani. Per questo offrire ad essi la possibilit di fruire di percorsi archeologici attrezzati, inseriti nelle tante bellezze paesaggistiche della Garfagnana, pare un significativo contributo, solo apparentemente marginale, allo sviluppo dellintera regione. questo infatti il caso di uno spaccato di storia della Toscana minore che, affiancandosi alla storia pi illustre e meglio nota dei centri maggiori (per densit demografica, importanza politica, economica ed artistica), , al pari di questi, comunque degno di essere conosciuto e fatto conoscere: in una parola, valorizzato. LAmministrazione che rappresento sostiene che un equilibrato sviluppo economico e turistico della Garfagnana debba prima di tutto basarsi su solide conoscenze di tipo scientifico. Principalmente per questo, pur nella ristrettezza delle risorse, ci siamo per anni impegnati nel sostenere lattivit di ricerca nel sito del castello di Gorfigliano; attivit che riteniamo utile, suscettibile di ulteriori sviluppi e sorprese e sicura fonte di arricchimento anche economico della zona. Non spetta a me illustrare i sorprendenti risultati che le ricerche archeologiche hanno prodotto; questo compito affidato agli studiosi che si sono impegnati nella stesura dei testi, presentandoli in maniera sintetica, nel pieno rigore scientifico. Il popolo di Minucciano e soprattutto gli abitanti di Gorfigliano potranno da tale importantissimo volume trarre motivo di orgoglio per le proprie origini ed per questo che ringrazio tutti coloro, citati nelle pagine che seguiranno, che hanno contribuito, in vario modo, alla sua realizzazione. Ma un grazie particolare va al Professor Juan Antonio Quirs Castillo e alle Dottoresse Lucia Giovannetti e Sonia Gobbato per il loro contributo fondamentale di studio, ricerca e lavoro anche manuale e per il loro sentimento di affetto e attaccamento mostrato nei confronti di questa nostra terra. Al lettore auguro di poter trarre dalla lettura gli spunti di riflessione e le emozioni di cui io stesso ho potuto godere. UGO CASOTTI Sindaco di Minucciano
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con grande onore che saluto questa bella e importante pubblicazione dedicata alla storia di Gorfigliano. In primo luogo, mi sia concesso, perch Gorfigliano stato per secoli avamposto strategico della Repubblica di Lucca, parte quindi di una storia condivisa, che oggi, proprio attraverso questa ricerca, viene ulteriormente approfondita e indagata. Poi perch questo lavoro, meritoriamente promosso dal Comune di Minucciano, il frutto di una esemplare collaborazione istauratasi fra universit, istituzioni e volontari. Un aspetto tanto pi apprezzabile visto lampio coinvolgimento avuto nelle ricerche dagli abitanti del paese: testimonianza questa, di quellattaccamento alle radici e alla storia che, fuori dalle nostre terre, sono molti a invidiarci. Unattitudine del resto ampiamente dimostrata anche dal forte legame conservato con i paesi dorigine dalle famiglie emigrate, e dallostinazione e dallamore con cui, spesso a fronte anche di non poche difficolt, i tanti centri dellAlta Garfagnana continuano a essere vissuti. Per la qualit dei contributi, la molteplicit degli approcci metodologici, lampiezza, larticolazione e lorganicit dellimpianto, sono convinto che questopera segni un punto dapprodo importante per Gorfigliano e, pi in generale, per gli studi sugli insediamenti montani della Toscana nordoccidentale. Un risultato per il quale vanno i miei pi sentiti e sinceri complimenti al Sindaco Ugo Casotti PIETRO FAZZI Sindaco di Lucca

Mentre quasi tutte le terre di Garfagnana, dalla seconda met del XV secolo, si erano avviate a diventare dominio estense, una piccola porzione di territorio montuoso, estrema propaggine della Garfagnana apuana gravitante attorno al borgo fortificato di Minucciano, rimaneva saldo dominio della Repubblica di Lucca. Nel dicembre 1463 Minucciano fu riconosciuto sede di Vicaria da parte del Governo cittadino e per i secoli successivi, riflettendo quanto era avvenuto durante il Medioevo, questo comparto montano, nel quale il castello di Gorfigliano si pone, continu la sua storia a fianco di Lucca, la sua citt. Questo forte e privilegiato legame storico fra la mia citt e questo angolo della Garfagnana apuana mi hanno reso particolarmente vicine le pagine di questo volume. Ne ho potuto apprezzare la chiarezza, la profondit e la completezza di contenuto nel tentativo, assolutamente riuscito, di illuminare la storia di un castello medievale, poi borgo moderno e contemporaneo e del proprio territorio. MARCELLO PERA Presidente del Senato

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PREFAZIONE

Lo scopo principale della ricerca, curata e diretta dal fase di analisi sul campo fino alledizione, da Juan Antonio Quirs, stata quella di dotare di profondit storica i paesaggi storici negli aspri territori della montagna appenninica dove i contrasti sociali sono stati ben radicati; signorie forti in grado di accedere alle risorse chiave nellorganizzazione dello spazio, dagli gli alpeggi alle aree di pascolo, sostituite posteriormente da comunit contadine assai dinamiche e, comunque, frammentate al loro interno dove sopravvivono differenze sociali e orientamenti produttivi contrastanti. Si tratta di una comunit contadina, quella di Gorfigliano, che fino al seicento non dispone sostanzialmente di documentazione scritta,. In questo contesto larcheologia diventa lo strumento prioritario per dotare di profondit storica vicende e processi sociali che, nonostante la vicinanza in termini cronologici, non trovano riscontro in altre fonti. Ci troviamo di fronte, quindi, di un ulteriore esempio della necessit di un archeologia sofisticata capace di elaborare modelli storici autonomamente, e non solo destinata a confermare o confutare le fonti scritte, considerate speso pi redditizie in termini di ricerca storica. Con questa ricerca Quirs ha voluto affrontare da una parte la storia delle societ medievali e moderne di un territorio apparentemente conservativo e poco trasformato negli ultimi secoli (alcuni continuano a pensare che addirittura le sedi abitate di et romana siano ancora quelle odierne) includendo a pieno titolo le trasformazioni del paesaggio, dallaltra ha voluto definire un modello di analisi territoriale in grado di utilizzare in forma critica e dialettica diversi registri informativi. Lapproccio metodologico complessivo della ricerca presenta caratteri innovativi e sicuramente originali. Si voluto integrare un approccio archeologico tradizionale (scavo dellabitato di Gorfigliano e studio dei reperti rinvenuti; ricognizione della valle dellAcqua Bianca) con unavvicinamento di carattere regressivo ispirato ad altre esperienze europee con lo scopo di capire nella lunga durata la trasformazione degli spazi agrari e delle forme doccupazione del suolo. Partendo dal prendere in considerazione la valle come ununica area da sottoporre ad indagine, il responsabile della ricerca ha voluto ricostruire le vicende storiche di uno dei villaggi di montagna meno documentati negli ultimi mille trecento anni, privilegiando la dimensione spaziale rispetto a quella temporale. In questo quadro il lavoro integrato di professionalit assai diverse (storici, botanici, architetti, geologi, etnografi, biologi, archeologi,..) stato essenziale per raggiungere gli ambiziosi obiettivi totalizzanti del progetto. Il volume porta un contributo concreto alla ricostruzione dei paesaggi storici introducendo innovative tematiche quali lo studio delle aree di alpeggio, degli spazi agrari o delle forme sociali duso dello spazio dellintera valle dellAcqua Bianca. Il sito di Gorfigliano era gi noto agli studiosi dellaltomedioevo grazie allesistenza di una serie di documenti dei secoli VIII-X che permettevano di intuire lesistenza, in questi secoli, di un abitato accentrato nel quale si inseriva una sede curtense, incastellata poco prima del mille. C. Wickham, nel suo ormai ben noto volume su La montagna e la citt, aveva dedicato alcuni cenni alla vicenda di uno dei villaggi pi marginali della valle del Serchio, situato nel cuore degli Alpi Apuani e ai piedi del Monte Pisanino. Ora le indagini archeo11

logiche hanno fatto emergere le tracce di questa occupazione altomedievale, anche se compromesse dalle successive e pi solide fasi doccupazione. Tra gli aspetti pi significativi relativi alla circolazione di manufatti allinterno del villaggio, nelle fasi di fine X secolo, la presenza di ceramica depurata di provenienza lucchese, confermando un modello gi individuato da Federico Cantini nel caso del castello di Montarrenti, dove era stata rinvenuta appunto ceramica senese, definendo un quadro di produzione e circolazione assai articolato gi prima del mille. Tuttavia, uno dei risultati pi interessanti del progetto di Gorfigliano stato quello di evidenziare in modo analitico la presenza di un processo di incastellamento e di un modello signorile molto simile a quello verificato nella Toscana meridionale e assai diverso da quello costruito prevalentemente attraverso una interpretazione delle fonti scritte per altre aree della Lucchesia e in genere della Toscana settentrionale. Lautore inoltre riuscito ad evidenziare limportanza delle signorie impostate sullallevamento, in concorrenza con gli interessi delle comunit contadine locali come criterio di base dellorganizzazione sociale dello spazio in questi secoli. Lo scardinamento delle strutture signorile a seguito dellegemonia dei centri urbani nel corso del bassomedioevo ha comportato, infatti, una profonda modificazione dello spazio di montagna, apparentemente assai stabile e rigido nei confronti delle comunit locali. La nascita degli alpeggi e la modificazione degli usi sociali dei pascoli, delle selve e degli spazi di coltivazione sono sicuramente gli effetti pi significativi di queste profonde trasformazioni in atto nel corso del bassomedioevo e dellet moderna. Lo studio integrato di registri informativi cos variegati quali la toponomastica, le fonti scritte di et moderna, lo studio dei parcellari o degli edifici hanno permesso di tracciare le fasi formative di questo nuovo abitato e delle dinamiche sociali in atto nei secoli pi recenti. In sostanza si tratta di un volume che apporta un contributo innovativo alla ricostruzione dei paesaggi di et postclassica, aprendo prospettive di ricerca ancora poco percorse dallarcheologia dei paesaggi in Toscana. RICCARDO FRANCOVICH

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I. IL SITO DI GORFIGLIANO

1. IL PROGETTO GORFIGLIANO: INTRODUZIONE


Lindagine archeologica condotta nel castello e nel territorio di Gorfigliano nata allinterno di un progetto di pi ampio respiro intrapreso dalla met degli anni novanta nel settore nordoccidentale dellAppennino Toscano, indirizzato allo studio archeologico della formazione dello spazio medievale nei territori di montagna. Il territorio indagato, appartenente alla diocesi medievale di Luni fino allanno 1853, attualmente compreso tra le provincie di Lucca e Massa-Carrara e ubicato ai piedi delle Alpi Apuane (Fig. 1). In particolare la nostra attenzione si concentrata sulla Garfagnana e la Lunigiana orientale, un vasto territorio montano di oltre 650 kmq articolato in ampie valli allungate e occupate ancora oggi essenzialmente da villaggi accentrati, anche se la diffusione delle case sparse, in particolare lungo le strade, ha avuto un notevole sviluppo negli ultimi secoli. Si tratta del settore probabilmente pi abrupto di tutta la Toscana, caratterizzato da forti dislivelli e pendenze molto pronunciate, in quanto si passa dal livello del mare ai quasi 2000 m di altitudine in pochi chilometri di distanza. unarea relativamente marginale nel contesto della scacchiera urbana regionale, anche se comunque la presenza di alcuni centri urbani si fatta sentire in diverso modo: mentre la Valle del Serchio ha gravitato sulla citt di Lucca almeno dallaltomedioevo, la Valle Aulella non ha subito in modo cos marcato linflusso urbano. Questa differenza territoriale molto significativa allora di verificare le forme di sviluppo e di trasformazione delle strutture di potere locali nella montagna in rapporto con le citt e i loro gruppi dirigenti. Allinterno di questo progetto sono state condotte ricerche archeologiche di siti paradigmatici come quello dellospedale di Tea (QUIRS CASTILLO 2000), ma si voluto dare una rilevanza significativa allanalisi estensiva delle forme di occupazione del territorio. Trattandosi di uno spazio di ridotta visibilit archeologica in superficie, stato preciso ricorrere a strategie danalisi mirate e indirizzate ad affrontare problematiche specifiche, sviluppando strumenti adeguati. Le ricerche condotte sulle forme doccupazione
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stagionale delle aree di pascolo nellalta Garfagnana attraverso larcheologia forestale (GIOVANNETTI 1999-2000), o delle forme insediative ancora abitate attraverso larcheologia dellarchitettura nella Valle del Lucido, seguendo esperienze precedenti sviluppate in seno allIstituto di Storia della Cultura Materiale (GOBBATO 2003), costituiscono due esempi molto significativi di questo percorso di ricerca. Dietro tutte queste problematiche, che spaziano dallarcheologia delle strade allanalisi delle forme insediative come indicatori delle strutture di potere, si trova ununica proposta interpretativa delle societ montane medievali e postmedievali, che mette in risalto le complesse formule dinterazione tra le comunit locali e le diverse forme di dominio di carattere signorile o padronale da parte di ceti provenienti dallesterno delle comunit locali. Lattenzione degli studiosi si accentrata essenzialmente in fenomeni chiavi come la nascita dei villaggi medievali o la formazione della signoria rurale a seguito della dissoluzione delle strutture statali, fenomeno che si focalizzato in termini archeologici attraverso lanalisi di processi cos complessi come quello dellincastellamento e dei suoi antecedenti. Le numerose ricerche condotte su queste problematiche negli ultimi due decenni sono cos significative da aver cambiato la percezione e il significato degli stessi effetti della signoria rurale in numerose regioni e delle complesse trasformazioni sociali nellaltomedioevo (cfr. ad es. FRANCOVICH, GINATEMPO 2000; FRANCOVICH, HODGES 2003b). Si deve sottolineare tuttavia come i percorsi di analisi archeologica della formazione e dello sviluppo delle signorie hanno messo laccento essenzialmente sulle forme di rappresentazione e sulla retorica del potere, e in modo particolare sulle strutture insediative e sui segni del potere, lasciando in un secondo piano lo studio della stessa essenza del potere delle signorie rurali. Questo problema, sollevato gi da diversi autori (BARCEL 1995, p. 64), pu avere effetti molto negativi per lo sviluppo di unarcheologia del potere, poich alla fine si riesce a vedere e a leggere soltanto quello che i signori volevano che fosse visto e fosse letto. Questo gioco di specchi rischia di obbligare ad affidarsi a pochi indicatori per capire come funzionavano e come si formavano le signorie, delle quali i castelli rappresentano soltanto uno degli elementi compositivi.

Fig. 1 Ubicazione di Gorfigliano nel contesto della Toscana nordoccidentale.

Per tanto costruire unarcheologia del potere che ponga al centro del suo interesse lanalisi dei processi di produzione e delle forme di controllo sociale di questi processi da parte dei signori costituisce una strategia privilegiata per approfondire la natura profonda delle signorie rurali. Questo tipo di ricerca stata condotta con successo in quei contesti nei quali possibile analizzare in termini archeologici gli stessi processi di produzione, come nel caso dei castelli minerari esplorati nel distretto delle Colline Metallifere della Toscana meridionale (FRANCOVICH, WICKHAM 1994). Metodologicamente si impone il problema di come lavorare sulle strutture produttive basate sullallevamento e sullagricoltura. Rispetto allattivit
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mineraria, che lascia tracce archeologiche evidenti, sotto forma di aree di estrazione e lavorazione del minerale, le strategie di ricerca da adottare in questo caso debbono fare leva sullanalisi regressiva delle forme di sfruttamento delle risorse agricole e silvopastorali, documentate attraverso la lettura dellesistente, e dello studio sistematico dei reperti botanici e zoologici. Si tratta di una strategia impiegata con successo in altri contesti di montagna (ad es. FERNNDEZ MIER 1999 con approccio archeologico; NOBILI 1980 con approccio documentario), e che permette di integrare e inserire lo studio tradizionale degli archeologi quello insediativo in un quadro pi coerente che mette al centro della ricerca la produzione contadina.

Limitarsi allanalisi esclusiva ed isolata delle aree di abitazione senza tener conto delle forme di potere esercitate dai signori rischia di diventare uno sforzo tanto impegnativo quanto inutile (BARCEL et alii 1988, p. 202). Per portar a termine queste premesse teoriche si partito da unipotesi da verificare. Sappiamo che nella Toscana nord-occidentale, con leccezione di casi specifici dove la struttura signorile era particolarmente forte, le comunit locali, che compaiono compatte e solidamente radicate alla fine dellaltomedioevo, hanno mantenuto durante tutto il medioevo un alto grado di autonomia nellorganizzazione della produzione, che si traduce nel possesso diretto della terra e unincidenza soltanto limitata delle forme signorili. Questa premessa, che potrebbe funzionare bene per una buona parte della Garfagnana (WICKHAM 1997, p. 161), non pu comunque essere generalizzata facilmente per la Lunigiana orientale, dove invece il peso delle strutture signorili sembra molto pi saldo gi nei secoli XIXII (NOBILI 1982). In entrambi i contesti territoriali lintervento signorile si comunque manifestato dallesterno puntando su precisi indirizzi produttivi. Nel nostro caso, si cercato dindividuare queste attivit produttive attraverso le quali i signori sono riusciti a dirigere e condizionare lassetto insediativo e produttivo del territorio preso in esame. Ci sono, infatti, certi orientamenti economici qualificanti di questo territorio, in particolare lallevamento commerciale di natura transumante o la presenza di signorie stradali, che hanno avuto un ruolo centrale nella storia della diocesi di Luni (QUIRS CASTILLO 2000). Tenendo conto di queste premesse, si cercato di analizzare archeologicamente in diverse situazioni locali lo sviluppo di queste strategie signorili, senza escluderne altre, per riuscire a mettere in luce le forme di estrazione delle rendite signorili e le risposte offerte dalle comunit locali alla pressione di questi ceti dirigenti. Una volta abbordata la questione delle signorie stradali nel sito di Tea, stato identificato il villaggio di Gorfigliano come il laboratorio nel quale portare a termine lindagine e approfondire le problematiche inerenti la formazione e dissoluzione delle signorie di montagna vincolate allo sfruttamento delle risorse agro-silvo-pastorali. Lopportunit di condurre questo tipo dindagine scaturita dalliniziativa del Comune di Minucciano, che, come promotore e finanziatore nel villaggio di Gorfigliano, permise di attuare in modo intensivo la ricerca su unintera valle, quella dellAcqua Bianca, concepita come un unico sito archeologico da indagare in modo integrale. Il disegno dellintervento archeologico ha preteso, infatti, di integrare lanalisi archeologica delle
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sedi abitate con lanalisi delle strategie produttive attraverso lo sviluppo di unarcheologia agraria e forestale indirizzata allidentificazione e alla decodificazione del paesaggio signorile e contadino. Da questo punto di vista si intende larcheologia agraria e forestale come una pratica dellarcheologia della produzione incentrata nello studio dei processi di controllo signorile delle attivit produttive e basata sullanalisi delle forme sociali di controllo ed intervento sui processi produttivi. Lo studio diretto delle aree produttive agrarie o forestali risulta sicuramente complesso e difficile in mancanza di strutture materiali suscettibili di essere datate archeologicamente. Si , quindi, definita una strategia di studio basata su un approccio regressivo che ricorre a metodi dindagine quale letnografia o la geografia storica, che sono in grado di contribuire alla ricostruzione del ciclo produttivo dellallevamento e delle principali pratiche agricole del periodo preindustriale, e di riproporre attraverso lanalisi dei parcellari larticolazione delle unit agrarie che compongono le strutture produttive dei singoli villaggi. Limpiego incrociato delle fonti scritte det moderna (estimi, statuti bassomedievali) si dimostrata unefficace forma di avvicinamento allanalisi dellorganizzazione agraria dei territori di montagna. Tuttavia, diventa anche imprescindibile impiegare la fonte archeologica quale mezzo per la ricostruzione delle trasformazioni del paesaggio e dellinsediamento nel periodo preso in considerazione. Le singole ricerche si sviluppano intorno allo studio delle aree produttive (basandosi sullanalisi della storia dei parcellari di villaggi campioni) e lo studio delle aree di residenza. Recenti esperienze condotte su questo territorio hanno messo in luce limportanza dello studio degli ecofatti presenti allinterno delle sequenze stratigrafiche come forma danalisi degli orientamenti produttivi e delle modificazioni avvenute in et altomedievale (QUIRS CASTILLO 1998). Quindi, la disponibilit di un numero importante di siti scavati stratigraficamente ove disporre di reperti botanici e zoologici da sottoporre ad analisi specifiche, diventata una delle priorit del presente progetto, e rappresenta la principale strada per costruire larcheologia agraria. Un altro elemento qualificante di questa ricerca quello di potenziare lanalisi temporale rispetto a quella spaziale, cio, cercando di individuare i fenomeni sociali strutturali nella lunga durata in una valle campione trattata in modo integrale. A questo proposito, si voluto utilizzare un doppio approccio analitico: quello progressivo basato sullo scavo dellabitato scomparso, e quello regressivo che parte dal villaggio attuale verso il passato. Questa strategia ci ha obbligato non soltanto a capire le signorie rurali, ma anche le forme di dominio padro-

nale postmedievale e la dinamica sociale di una comunit contadina di montagna nellarco di circa 1200 anni. Per questo motivo la ricerca non stata concepita come uno studio di archeologia medievale, postmedievale, dellarchitettura, agraria, forestale, etc. Lapproccio teorico di questa ricerca si ispirato direttamente alla cosiddetta archeologia globale sviluppatasi allinterno dellIstituto di Storia della Cultura Materiale di Genova (Mannoni, CABONA, FERRANDO CABONA 1988; MANNONI 1994), e che ha costituito sempre un referente obbligato per tutti quelli che hanno lavorato in questo territorio. vero che forse il concetto globale applicato alla ricerca archeologica pu condurre a dei problemi interpretativi, come di fatto avvenuto (TOUBERT 1995, p. 19; MANNONI 1995, pp. 634-635). Ma al di l di qualsiasi considerazione di carattere critico su posizioni che in effetti possono essere influenzate da una impronta neopositivista, nella scelta metodologica e strategica seguita nella ricerca di Gorfigliano possibile rintracciare una base teorica e concettuale omogenea che ha indirizzato il tipo dinterventi realizzati. Si voluto rinunciare ad uno studio totale, in modo che numerose tematiche siano state lasciate appositamente per la seconda fase dei lavori. C stata, tuttavia, la volont di mettere al centro dellindagine una particolare attenzione sulla storia sociale della valle seguendo le linee di ricerca appena enunciate.

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Le ricerche sul fenomeno dellincastellamento hanno conosciuto negli ultimi anni un notevole sviluppo in tutta la Lucchesia, in particolare nella Garfagnana, ma in modo minore nella Lunigiana. Le diverse ricerche condotte con le fonti scritte da C. Wickham e, sul versante archeologico, dal Gruppo Archeologico Garfagnana e da singoli ricercatori come G. Ciampoltrini, P Notini, L. Giovannetti o . lo scrivente hanno contribuito a mettere in luce una realt assai articolata e complessa. In un contesto nel quale C. Wickham (1996) ha convincentemente sostenuto la debolezza delle signorie della Lucchesia, tranne in settori periferici, la ricerca archeologica ha individuato lesistenza di un notevole numero di sedi incastellate che comunque sembrano aver svolto un ruolo assai poco significativo nella ridefinizione dellassetto insediativo. Anche se in realt le differenze territoriali sono molto marcate (QUIRS CASTILLO 1999a), si dispone di un quadro di sintesi abbastanza dettagliato. Tuttavia, larcheologia dei castelli non riuscita a superare nel territorio di Lucca un livello mera16

mente esplorativo, in quanto al momento mancano quasi completamente gli scavi in estensione, tranne qualche eccezione rappresentata dagli interventi realizzati alle Verrucole (GIOVANNETTI , NOTINI 1998; CIAMPOLTRINI, NOTINI 2000; CIAMPOLTRINI, NOTINI, ROSSI 2002) o a Gorfigliano. Questa limitazione potrebbe spiegare lassenza di notizie relative a fasi doccupazione altomedievali precedenti alla fondazione dei castelli lucchesi, con leccezione dei casi di Terrazzana (QUIRS CASTILLO 1999a) e di Gorfigliano. Per questo motivo risulta assai complesso approfondire archeologicamente tematiche specifiche. Nel caso concreto dellalta Garfagnana, le recenti ricognizioni realizzate da L. Giovannetti nel territorio delle pievi di Castello, Careggine (diocesi di Luni) e Pieve Fosciana (diocesi di Lucca), hanno permesso di identificare lesistenza di ventun castelli, dei quali soltanto sei sono noti nella documentazione scritta (GIOVANNETTI 1998). Alcuni di loro sono stati oggetto di scavi di diversa entit, come quelli di Castelnuovo, Capriola di Camporgiano, Bacciano o le Verrucole da parte di autori come T. Mannoni, G. Ciampoltrini, P. Notini o la stessa L. Giovannetti, ma tranne lultimo si tratta di saggi assai limitati. Questa ricerca ha evidenziato comunque, notevoli differenze rispetto ai modelli castrali accentrati e fortificati dominanti nella vicina Lunigiana orientale. La maggioranza dei siti identificati nellalta valle del Serchio sorge a quote piuttosto elevate (ben 15 superano i 700 m di altitudine) e si tratta di strutture di piccole dimensioni realizzate su spianamenti artificiali e dotati da perimetri murari che raramente racchiudono una superficie superiore ai 600-700 mq. Con frequenza le strutture interne sono poco sofisticate, riconducibili alla tipologia castellana con torre posta nel punto pi elevato e in posizione centrale rispetto al recinto, che trova una ampia diffusione nella Liguria orientale (MANNONI 1984). La maggior parte dei quasi cinquanta castelli noti in questo territorio della Garfagnana sorta separata dagli agglomerati gi esistenti, su posizioni elevate apparentemente non occupate in precedenza, in modo particolare nella valle del Serchio. Questo fatto da leggere principalmente in termini di inserimento di un nuovo ceto signorile che riesce a insediarsi in modo stabile in questi settori di montagna nei pressi dei villaggi altomedievali concentrati gi esistenti. Come in altre zone della Toscana, alcuni castelli nacquero su corti preesistenti: questo il caso di Gorfigliano o Sala nella valle del Serchio, o di Regnano, Ponzanello, Monte, Viano e probabilmente Casola nella valle Aulella. Tuttavia, questi castelli sono delle eccezioni, almeno nella Garfagnana. Questa morfologia incastellata si caratterizza per

la sua lunga durata, poich la gran parte di questi castelli sono sopravvissuti fino ai nostri giorni come abitati accentrati dotati di una certa entit demografica. infatti possibile che siano da ricondurre a questo modello diversi borghi murati ubicati nella Lunigiana orientale. Non va comunque sottovalutato leffetto che ha avuto nella Valle Aulella e nei suoi affluenti il secondo incastellamento o la realizzazione dei borghi di fondazione tra i secoli XII-XIV (GALLO 1991), frutto dellaffermazione delle signorie tardive ma incontrastate dai poteri urbani. Tuttavia, la mancanza di indagini archeologiche intensive impedisce di valutare la genesi di questi castelli e la loro distribuzione nel territorio. Ma tornando alla Garfagnana, pochi dei rari castelli sorti su centri curtensi sono suscettibili di essere indagati archeologicamente, e Gorfigliano uno di loro. Per questo motivo, lindagine condotta a Gorfigliano rappresenta un campione significativo di una morfologia incastellata poco frequente nella Garfagnana, ma assai diffusa nella vicina Lunigiana.

2. IL VILLAGGIO GARFAGNANA

DI

GORFIGLIANO NELLALTA

Il villaggio di Gorfigliano ubicato nel cuore delle Alpi Apuane e appartiene al territorio del Comune di Minucciano, di cui ha sempre rappresentato una delle frazioni di maggiori dimensioni (Fig. 2). Labitato situato nella parte terminale di una vallata delimitata a N dal corso del Serchio di Minucciano (dal 1953 interrotto da uno sbarramento artificiale che ha dato vita al Lago di Gramolazzo), ad E dal Monte Cuccuruzzolo, a SE dallUmbriana e dal Cogozzolo, a S dalle principali vette delle Apuane (Monte Roccandagia, Monte Cavallo, Pizzo Maggiore e Monte Pisanino di 1946 m), a W dal monte Calamaio, chiamato dialettalmente la Calamaia, e dal Monte Castri. Landamento della vallata si articola lungo il corso del torrente Acqua Bianca, che scorre prima in direzione SW-NE (zona della conca morenica ai piedi delle Apuane, detta Il Piano), e poi in senso N-S fino a sfociare nella valle del Serchio di Minucciano. Questo territorio, di ca. 5 kmq, cos definito almeno dal Seicento, ha unidentit sociale e geografica molto netta, che ha marcato la storia del villaggio dal momento della sua costituzione nellaltomedioevo. Laccesso alla vallata avviene attualmente dal lato N tramite la provinciale che da Piazza al Serchio porta a Minucciano, anche se prima della costruzione di questa via (1902) la principale arteria di comunicazione della valle era rappresentata dalla mulattiera che, attraversando il monte di Roggio
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porta al territorio di Vagli e a Camporgiano. Seguendo la viabilit attuale e rimontando la valle dellAcqua Bianca sono presenti alcune abitazioni disposte lungo la via del fondo della valle, formando gruppetti di dimensioni limitata come Foresto (Fig. 3), Piana, Molino, Rimessa fino ad un incrocio che divide in due la strada: una rimonta verso lattuale villaggio di Gorfigliano (Fig. 4), nucleo accentrato e disposto ai piedi del Pisanino; la seconda strada, proseguendo il tracciato del canale Acqua Bianca, passa in prossimit di un nucleo di capanne, in gran parte di legno, nel luogo detto Pesciola, per proseguire nelle localit di Gretamassa e di Segheria circondando il gi menzionato Piano per collegarsi nuovamente con il villaggio. Il Piano una vasta area pianeggiante dedita fino a pochi decenni fa alla coltivazione, anche se nellattualit utilizzato quasi esclusivamente a prato. Il limite del Piano costituito a N dal villaggio, e nelle restanti parti dagli scoscesi pendii della valle morenica che hanno dato origine al Piano stesso (Fig. 5). Il profondo canale che si trova a S del Piano attualmente intasato da detriti e da materiali di risulta della estrazione del marmo nelle vicine cave del Monte Pisanino, chiaramente visibili dallo stesso Piano, attive dagli inizi del Novecento e responsabili della profonda trasformazione sociale ed economica del villaggio nellultimo secolo a discapito della struttura produttiva agro-silvo-pastorale dei secoli precedenti (Fig. 6). Il paese di Gorfigliano ospita al giorno doggi poco meno di mille abitanti, e si tratta quindi del nucleo abitato di maggiori dimensioni del comune di Minucciano. In realt Gorfigliano stato in epoca postmedievale, e forse anche medievale, uno dei villaggi di maggiori dimensioni dellalta Garfagnana. Ancora agli inizi del XX secolo era, insieme a Vagli di Sotto (870) la comunit pi densamente abitata della Garfagnana con i suoi 808 abitanti, esclusi i villaggi di Castelnuovo (3180) e Pieve Fosciana (1437), secondo il censimento dellanno 1901 (ROMBY 1987). Tuttavia, la formazione dellattuale villaggio accentrato di Gorfigliano recente, giacch in et medievale il castello da cui trae origine labitato aveva unaltra ubicazione. Allimbocco della valle dellAcqua Bianca, su un colle di quota m 736 s.l.m. si trova, infatti, il vecchio castello, in gran parte ridotto allo stato di rudere (Tav. 1, Fig. 7). Il sito archeologico designato come Chiesa Vecchia dagli abitanti del posto si colloca sul lato sinistro del torrente Acqua Bianca, ed sovrastato dal Monte Castri e dal Monte Calamaio, contrafforti del Monte Pisanino. Attualmente si presenta come un villaggio abbandonato e invaso dalla vegetazione (Fig. 8), fatta eccezione per il pianoro sommitale dove sono pre-

Fig. 2 Il territorio di Gorfigliano.

Fig. 3 Localit Foresto, Gorfigliano.

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3. I

DOCUMENTI SCRITTI DI ET MEDIEVALE

Fig. 4 Vista generale del villaggio di Gorfigliano.

senti le strutture della chiesa di San Giusto, della canonica e del campanile che, a seguito dei lavori condotti negli ultimi venti anni da parte di alcuni volontari locali, sono state ricostruite. Nei pendii del colle sono ancora rintracciabili i resti di diverse abitazioni, gran parte delle quali abbandonata da lungo tempo. Secondo gli stessi abitanti del villaggio, il definitivo abbandono del castello fu sancito dai danni del violento terremoto del settembre 1920, cui segu il quasi completo trasferimento degli abitanti a valle. Tuttavia, alcune case rimassero abitate fino agli anni sessanta del secolo scorso, e non sembra possibile attribuire labbandono del castello medievale agli effetti del terremoto, poich si trattato in realt di un processo lungo e complesso. Lesistenza di questo castello nota grazie ai documenti scritti, essendo Gorfigliano il primo castello signorile attestato documentalmente nella Garfagnana e nella Lunigiana orientale. La documentazione conservata ha costituito, infatti, un elemento fondamentale nella definizione della strategia di studio del sito di Gorfigliano e nel tracciare un questionario di ricerca iniziale. J.A.Q.C.
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Una prima considerazione che preciso fare nel momento di addentrarsi nellanalisi di Gorfigliano, e in genere della storia sociale della valle dellAcqua Bianca, che la documentazione scritta conservata riferita a questo territorio molto lacunosa. Infatti, di fronte a unimportante serie di documenti conservati appartenenti al periodo altomedievale, mancano quasi completamente riferimenti per il resto del periodo medievale, e soltanto nei secoli postmedievali e moderni ricompaiono diverse fonti relative a Gorfigliano1. Sono numerose le vicende che hanno condizionato la conservazione differenziale di queste fonti scritte (scomparsa degli atti della Vicaria di Minucciano, vicende politico-amministrative, mancanza di documentazione privata,), ma di fatto questa una realt molto comune in numerosi territori della Lucchesia, anche se non mancano villaggi e valli dotati di una continuit documentale molto pi abbondante di quella riscontrata nella montagna. Il primo documento che cita Gorfigliano (Curfiliano) un atto di vendita risalente all8 gennaio 793 (MDL V/2, n. 239, pp. 139-140) fra i pi antichi conservati per questo territorio nel quale emergono alcune delle caratteristiche salienti dellassetto insediativo dellalta Valle del Serchio nellaltomedioevo. Nel sopracitato documento, mediante il quale Rachiprando, rettore della chiesa di San Giovanni ed esecutore testamentario del defunto Walprando, uno dei possidenti laici pi eminenti della Garfagnana altomedievale (WICKHAM 1997, pp. 58-59), vende al Vescovo di Lucca la met delle vaste propriet fondiarie del testatore, sono infatti menzionate diverse localit, indicate con il loro toponimo spesso preceduto dal sostantivo loco, (tra le quali, appunto, Gorfigliano con le sue due relative case masserizie): sono 17 in totale, sparse nellalta Garfagnana e nella contigua Valle del Lucido, delle quali ben 9 risultano localizzabili con certezza in quanto sopravvissute da insediamenti odierni, mentre 3 sono state individuate con probabilit alla luce di una recente analisi toponomastica (BARONI 1998, p. 173, n. 27). Pur avendo a che fare con la casualit delle fonti scritte altomedievali, peraltro avare, come noto, di particolari descrittivi e nellincertezza interpretativa di termini quali vicus e, pi ancora locus (GINATEMPO, GIORGI 1998, p. 22), presenti nel documento in questione cos come nelle altre, nu1. Il volume di storia locale di CASOTTI , GIORGIETTI 1985 raccoglie numerose notizie relative a Gorfigliano di epoca medievale e postmedievale.

Fig. 5 Vista del Piano di Gorfigliano da S.

Fig. 6 Cave di marmo del bacino dellAcqua Bianca.

mericamente abbondanti, fonti scritte riguardanti la Garfagnana dei secoli VIII-X, sembra comunque plausibile pensare, sulla scorta di queste, ad un tipo di insediamento tendenzialmente accentrato2, intervallato da un paesaggio agrario strutturato in piccole aziende contadine (case massariciae)3.
2. Lassenza documentaria della microtoponomastica rapportabile a case sparse stata considerata una buona prova a favore dellaccentramento insediativo (WICKHAM 1997, p. 45). 3. La localizzazione geografica di questi poderi sempre espressa, nella documentazione in oggetto, in rapporto al relativo centro abitato pi vicino; cos ad esempio, il documento del 793 prima visto cita una casa in Curfiliano () Alia casa in Magliano (). Wickham, nella sua lucida analisi socioeconomica sulla Garfagnana altomedievale, scaturita da una dettagliata disamina della documentazione scritta, ha rilevato come le case masserizie, in generale risultato della frantumazione di un fondo, in quanto unit, difficilmente

La conferma che Gorfigliano si configurasse come villaggio gi nellaltomedievo, presso cui si localizzava una curtis di propriet della chiesa Domini et Salvatoris di Lucca, proviene dalla successiva documentazione di IX secolo, attestante, fra laltro, laffermazione del sistema curtense in Garfagnana4. Il contratto di livello datato il 4 dicembre 820 (MDL V/2, n. 438, p. 263), medianpotevano essere disgregate (): la menzione di casa et res (massaricia) va quindi probabilmente intesa come un insieme di terre sparpagliate sul territorio di un villaggio, cosicch formule quali casa et res illa in loco ubi residet Auriperto massario sarebbero state sufficienti allidentificazione in seno a una determinata comunit (WICKHAM 1997, p. 37). 4. Le caratteristiche dellorganizzazione curtense nella valle del Serchio stata analizzata a pi riprese da WICKHAM 1997, pp. 79 ss. e ANDREOLLI 1993.

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Fig. 7 Vista generale della Chiesa Vecchia di Gorfigliano.

te il quale Aufridi, rettore della chiesa Domini et Salvatoris di Lucca allivella a Magiolo avitatore in loco Corfiliano una casa et res () cum fundamento curte orto terris vineis ec. cultum posta in suprascripto loco Corfiliano esprime, infatti, obblighi chiaramente curtensi5 e, al contempo, permette di localizzare la cellula dominica, di pertinenza del citato ente ecclesiastico urbano, proprio nei pressi di questo centro6. Con un analogo contratto di sette anni pi tardo, risalente al 25 agosto 827 (MDL V/2, n. 492, p. 296), il medesimo rettore allivella ad Ansprando filio qd. Magiolo, anchegli avitatore in Curfiniano finibus Carfaniense, quella casa et res () posta in eodem loco Curfiliano un tempo residenza del tale Magnifridulo, il massaro documentato nel 793: gli obblighi da osservare da parte di Ansprando sono pressoch i medesimi rispetto a quelli cui sottostava il padre ma si rileva, per questi, un sensibile aumento delle settimane lavorative che da due passano a sette7. In sintesi nellarco di 34 anni, dal 793 all827, sono documentate ben quattro case masserizie
5. Magiolo ha lobbligo di sottostare alla iustitia domnica in suprascripto loco Carfaniana (cio Corfiliano), a recare, presso questo centro dominico, ogni mese di maggio, un berbice, 10 sestari di segale e a prestare 2 settimane lavorative lanno (una per la fienagione, laltra per la mietitura). 6. Cos nel testo: Et pro iustitia reddere debeamus () in suprascripto loco Carfaniana (cio: loco Corfiliano), in ipsa curte memorate Eccl. S.Salvatoris (). 7. () Angaria vero vobis per sing. Annos facere debeamus ebdomadas septem in suprascripto loco (..). inoltre significativo segnalare che il censo richiesto in una misura locale, in uso nel ristretto territorio in cui la curtis di Gorfigliano si inserisce.

tutte geograficamente vicine al loco Corfiliano, per le quali come non accade spesso siamo in grado di ricostruire la successione dei livellari, formalmente dipendenti (come si evince dagli ultimi due documenti esaminati) da una curtis di propriet dellente ecclesiastico urbano di Domini et Salvatoris, ma nella sostanza verosimilmente controllate dallepiscopio8, oltre a diversi beni del proprio vescovato come compare nei polittici della seconda met del secolo (LUZZATI 1979, pp. 217218, 231, 234-236, 240). Ma oltre ai proprietari ecclesiastici, dal X secolo abbiamo notizie dellesistenza a Gorfigliano di altri proprietari laici che hanno ricevuto concessioni livellari di beni appartenenti alla propria chiesa lucchese. La documentazione di questo secolo mette in rilievo come la parte dellalta Garfagnana dove si localizza Gorfigliano, rientri nella sfera di interesse prima fondiario e poi, con il maturare di forme signorili propriamente dette, anche politico, delle due famiglie dei Da Careggine e dei Cunimondinghi che in questarea daranno vita ad unarticolata rete di centri fortificati9: Il 12 ottobre 939 (MDL V/2, n. 1268, pp. 173175) Rodilando, figlio di Chunimondo10 riceve a

8. Durante il IX secolo i vescovi imposero il proprio dominio in modo ancor pi energico su tutte le loro chiese: essi comparvero sempre pi spesso in qualit di locatori delle case dipendenti al posto di rettori e pievani (WICKHAM 1997, p. 79). 9. Per una generale sintesi distributiva dei castelli dellalta Garfagnana si rimanda a GIOVANNETTI 1998. 10. Personaggio capostipite dei signori detti, da lui, Chunimondinghi, il 24 marzo 883 (MDL, V/2, n. 926, p. 567) aveva ricevuto dal vescovo lucchese Gherardo il livel-

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Fig. 8 Vista del colle dove si ubica la Chiesa Vecchia di Gorfigliano.

livello dal vescovo Gherardo molti beni dellepiscopio posti nelle immediate vicinanze di Lucca cos come in Garfagnana, tra cui sono due case masserizie in loco et finibus Carfaniana ubi dicitur Curfiliano. Questo livello sar ancora ripetuto per due volte consecutive nel 983 (MDL V/2, nn. 1539-1540, pp. 422-426) dal vescovo Teudegrimo in favore di Gottifredo, figlio di Rodilando e di Rodilando figlio di Berardo. I legami di parentela fra tali personaggi lasciano trasparire la stretta vicinanza politica fra questa emergente famiglia rurale e lepiscopio ed il carattere di ereditariet secondo cui si tramandavano i medesimi beni fondiari, per i quali emerge chiaramente una notevole dispersione territoriale in tutto lambito diocesano11. Il 21 luglio 995 (MDL, V/2, n. 1702, pp. 578-579) sono invece quindici le case massaricie, tra cui quattro poste nellarea di Gorfigliano, di

lo della curtis, allora gi in rovina, di Sala, anchessa propriet della chiesa Domini et Salvatoris e da porre, dubitativamente, nellarea di Piazza al Serchio dove nel successivo XI secolo saranno significativamente documentati tre castelli privati di pertinenza di questa famiglia. 11. La frammentazione territoriale dei possessi fondiari dei gruppi familiari di elevato rango sociale e la continuit del potere pubblico marchionale sono stati considerati, dagli storici che si sono occupati della Lucchesia, i maggiori ostacoli al consolidamento delle signorie rurali le quali, dunque, si sarebbero realizzate tardi; non prima della fine dellXI secolo (per questo cfr. WICKHAM 1997, pp. 103 ss. con ampia bibliografia precedente).

pertinenza della chiesa di San Martino di Careggine, ad essere allivellate ai fratelli Albericho/ Albitio e Winighildo/Winitio12 antenati dei signori Da Careggine. Infine, in un momento posteriore attestata nel castello di Gorfigliano, come in diverse altre localit della valle del Serchio, la sede pontificia come proprietaria di terreni, per i quali la pi antica attestazione risale al 1085-1086 (FABRE, DUCHESNE 1910, p. 345). Sulla base di questa documentazione, relativamente abbondante, Gorfigliano appare come un villaggio gi accentrato nellaltomedioevo nel quale sono attestati lesistenza di diversi proprietari, nessuno dei quali sembra avere un dominio completo sullabitato, come daltronde ricorrente in quasi tutta la Toscana settentrionale in questo periodo (WICKHAM 1997). Spunta comunque lesistenza di una sede curtense, le cui tracce comunque si perdono nella documentazione dal IX secolo. Per questo motivo non ci molto chiaro che rapporto possa esistere tra questa sede curtense e la fondazione del castello di Gorfigliano, docu-

12. Figli di Fraolmo che nel 980 ricevette a livello la curtis vescovile di Santa Maria di Vitoio (presso Camporgiano) (WICKHAM 1997, p. 112). Ancora agli inizi del XI secolo compaiono come proprietari di beni a Gorfigliano (GHI LARDUCCI 1991, pp. 69-71, n. 24, a. 1019). Per altri proprietari a Gorfigliano cfr. anche AAL ++B 82, a. 1063.

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mentato per la prima volta in un documento del 1 luglio 997, costituendo il primo castello privato noto di tutta lalta Garfagnana e della Lunigiana orientale. Il documento che riporta la prima menzione dellesistenza del castello13 assai oscuro e di interpretazione controversa, in modo che non risulta possibile stabilire se la fondazione castellana sia da attribuire ai signori Cunimondinghi, come vorrebbero autori come Wickham (1997, p. 130), o al vescovo di Lucca, come vorrebbe A. Spicciani14. Resta in fatto che comunque gli esponenti della futura signoria dei Cunimondinghi appaiono presto vincolati a questa sede castrense (WICKHAM 1997, p. 111). Purtroppo dal momento nel quale si consolidano le strutture signorili Gorfigliano scompare dalla documentazione e si vengono a rompere i legami sociali con la citt di Lucca. Per analogia con gli altri centri fortificati della Garfagnana (GIOVANNETTI 1998, pp. 292-295), sembra ragionevole inquadrare nei secoli X-XIII lo sviluppo signorile e la sua decadenza come risultato dalla raggiunta supremazia del comune cittadino sul proprio contado gi dalla met del Duecento. Le uniche notizie conservate di questi secoli fanno riferimento allesistenza nel XIII secolo di una chiesa interna al castello, in quanto citata come cappella di Corsigiano (dipendente dalla Pieve di Castello, attuale Piazza al Serchio) nellestimo della
13. M.D.L., V/3, Appendice, n 72, pp. 94-95; riedito da SPICCIANI 1994. Questo documento breve recordationis oggetto di un saggio interpretativo (SPICCIANI 1994) stato definito enigmatico (Ibidem, p. 877) per costituire lepilogo di precedenti accordi (fra il vescovo di Lucca Gherardo e i nobili Cunimondo/Cunizo del fu Sighifrido e Sisemundo del fu Sisemundo) non chiaramente espressi nello stesso e per celare, con ogni probabilit, contenuti e comportamenti tipologicamente, anche se non formalmente feudali. Da questa fonte sembra ricavabile che il castello di Gorfigliano fosse stato concesso dal vescovo a Cunimondo come garanzia per un altro adempimento da eseguire da parte dello stesso presule: la cessione della met della pieve di San Cassiano di Gallicano posta nella bassa Garfagnana (Ibidem, pp. 894-895). Una volta ceduta la pieve la concessione del castello sarebbe stata revocata. Il rifiuto di Sisemondo, espresso in questo atto, sia di ricevere la carta annullata del castello, sia il livello della pieve (concessione pure molto ambita dallaristocrazia lucchese del tempo) forse motivata dalla non volont, da parte sua, di essere obbligato, per bilanciare lo scambio, ad eventuali controprestazioni di assistenza, magari di carattere militare e qui torna il sospetto di vincoli di natura feudale da fornire al vescovo (Ibidem, p. 908). 14. Il vescovo di Lucca del resto, in senso cronologico, il primo edificatore di castelli anche in questa estremit settentrionale del territorio diocesano: la precoce menzione documentaria del castello vescovile di Campori (posto in vicinanza della pieve di Fosciana), risale, infatti, al 957; un altro castello di pertinenza dellepiscopio, prossimo al passo delle Forbici importante per il suo probabile, ma non documentato, ruolo stradale quello di Verrucchio attestato per pi tardi, nella bolla di Alessandro II, papa e vescovo di Lucca, del 1072 ca. (GIOVANNETTI 1998, pp. 292- 299).

diocesi di Luni del biennio 1296-1297 (PISTARINO 1961, p. 81)15. In conclusione, le fonti scritte mostrano lesistenza a Gorfigliano di una convergenza di interessi fondiari molto articolati almeno dallaltomedievo, dove compaiono proprietari di estrazione urbana di prima importanza e, in particolare, una curtis di propriet ecclesiastica. Come per i castelli di Campori, Castelvecchio, San Donnino e San Michele, certo numericamente inferiori rispetto ai centri fortificati sorti ex-novo, si coglie, pure nella carenza di puntuali prove documentarie, una certa continuit tra le due forme di potere: quella curtense e quella castrense, in un contesto di villaggio accentrato. L.G.

4. QUESTIONARIO

INIZIALE DELLA RICERCA

Tenuto conto del marco teorico della ricerca e delle informazioni offerte dalle fonti scritte, stato redatto da parte del gruppo responsabile dellindagine un questionario iniziale di ricerca articolato nelle seguenti questioni: 1. Un primo obiettivo da raggiungere quello di conoscere le fasi di occupazione dellabitato, cercando di capire la formazione dellabitato accentrato nellaltomedievo, lubicazione della sede curtense e la sua articolazione spaziale e quella del castello del X secolo, seguendo tutte le indicazioni fornite dalle fonti scritte. Si voluto in particolare dare la priorit a una strategia di scavo in estensione per cercare di ottenere un registro archeologico qualitativamente superiore a quello disponibile nei castelli lucchesi finora indagati, tenendo conto delle caratteristiche geomorfologiche del colle dove ubicato il castello. 2. Un secondo aspetto fondamentale stato quello di cercare di caratterizzare in termini archeologici le basi delle signorie rurali dellalta Garfagnana, prestando una particolare attenzione allanalisi degli ecofatti come indicatori privilegiati delle strategie produttive, impostate sia dai contadini che dai signori in un sistematico confronto dialettico da analizzare nel contesto della lunga durata. A questo proposito si disegnato un modello di campionamento degli ecofatti e si formato un gruppo di ricercatori di diversa formazione per affrontare la definizione del progetto di ricerca.
15. La presenza di edifici di culto compresi dal recinto castellano del resto documentata, sia storicamente che dal punto di vista archeologico, in numerosi altri castelli del territorio della Garfagnana (GIOVANNETTI 1998, pp. 312-314).

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3. Una particolarit qualificante della realt di Gorfigliano quella della traslazione della sede abitativa, processo che praticamente non trova confronti in tutto lAppennino toscano nordoccidentale. Studiare per tanto le fasi e le cause della traslazione del villaggio, sia dal punto di vista dellabitato che dellarcheologia agraria divenuto un altro obiettivo principale della ricerca. In realt, soltanto con un approccio integrale che permettesse di considerare tutta la valle dellAcqua Bianca come un unico sito archeologico sarebbe possibile cogliere le trasformazioni di una societ periferica e marginale come quella di Gorfigliano. Tenendo in mente queste tre problematiche principali, stata disegnata una strategia dindagine articolata in una prima fase diagnostica danalisi preliminare della morfologia del castello e dellabitato attuale, che hanno permesso di identificare le principali problematiche e formare dei gruppi di ricerca. La prima fase della ricerca stata realizzata nel corso degli anni 1999-2003 dal Comune di Minucciano in collaborazione con lIstituto di Storia della Cultura Materiale e lUniversidad del Pas Vasco/Euskal Herriko Unibersitatea. Nei primi tre anni sono stati realizzati i lavori di campagna, mentre i seguenti

due anni sono stati dedicati allo studio, la discussione e lelaborazione dei dati ottenuti. In questa sede si presentano i risultati di questa prima fase, che si confida possa avere presto un suo seguito. Il presente volume diviso essenzialmente in quattro parti principali. Nella prima si presenta un quadro naturalistico di riferimento, facendo attenzione in modo particolare al contesto geologico e geomorfologico in rapporto con le forme insediative; nella seconda parte si presentano i risultati degli scavi condotti nella Chiesa Vecchia negli anni 1999-2001. La presentazione delle sequenze stratigrafiche individuate e dei reperti archeologici individuati accompagnata da tutta una serie di contributi specialistici dedicati allanalisi particolareggiata dei diversi materiali archeologici individuati nel corso dei lavori. Nella terza parte si presentano gli studi realizzati sul villaggio attuale di Gorfigliano e sugli spazi agrari e forestali della valle dellAcqua Bianca, adottando quindi una prospettiva di carattere regressiva. Infine, un ultimo capitolo pretende, a modo di conclusione, richiamare alcune delle principali tematiche poste dallo studio condotto finora a Gorfigliano. J.A.Q.C. LUCIA GIOVANETTI, JUAN ANTONIO QUIRS CASTILLO

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II. INQUADRAMENTO GEOLOGICO E GEOMORFOLOGICO

1. IL PROGETTO GORFIGLIANO: INTRODUZIONE


Le strategie di sussistenza e lo sfruttamento di un territorio da parte delluomo sono sempre state fortemente condizionate e spesso limitate dalle risorse che il territorio era in grado di mettere a disposizione (DIAMOND 1997). Queste risorse e la loro facilit di sfruttamento sono strettamente vincolate alle caratteristiche del substrato geologico, alla sua morfologia ed al clima (ROBERT 1998), in una parola al contesto ambientale. Daltra parte le vie di comunicazione naturali, funzionali agli scambi di idee e beni materiali, sono il risultato dei processi geologici e morfologici che hanno modellato il paesaggio. Questi tre fattori, geologia, morfologia e clima, interagiscono tra di loro in modo molto stretto ed interdipendente. Le caratteristiche del substrato geologico sono importanti, ad esempio, per lo sviluppo di attivit estrattive (sia per fini metallurgici sia per lestrazione lapidea) e nel definire caratteristiche e fertilit dei suoli. Questultimo elemento , a sua volta, strettamente legato al clima, quindi al tipo di vegetazione e localmente, alla morfologia (ad es. BIRKERLAND 1984). Daltra parte dal clima dipendono in gran parte anche le attivit agro-pastorali che sono legate in larga misura alla distribuzione e quantit delle precipitazioni e alla temperatura. Un altro aspetto che ha un forte peso sullo sviluppo delle attivit di sussistenza riguarda la frequenza di eventi naturali catastrofici che un determinato territorio pu subire (terremoti, eruzioni vulcaniche, alluvioni, frane etc.). I primi, sono strettamente collegati al contesto geologico e geodinamico a scala regionale, gli altri ad eventi catastrofici e possono dipendere da variazioni climatiche a scala pi globale. Gli assetti geologici e morfologici locali possono accentuare gli effetti di fenomeni che avvengono a scala pi ampia. Ad esempio, un determinato tipo di substrato roccioso pu essere particolarmente predisposto alla formazione di frane che pu essere ulteriormente accentuata da una forte acclivit dei versanti montuosi (fattore di predisposizione morfologico locale), da fenomeni esterni come un terremoto oppure da condizioni climatiche caratterizzate da elevate precipitazioni che favoriscono i processi di dissesto. La frequenza e magnitudo di eventi naturali catastrofici possono rapidamente portare al degrado di un territorio com25

promettendo strategie di sussistenza ed economie che si erano affermate progressivamente nel tempo (FAGAN 2000). In tutto questo va inoltre considerato leffetto prodotto dallo sfruttamento delluomo delle risorse naturali che, a partire certamente dal neolitico, diventato un elemento importante nel definire levoluzione del paesaggio ed anche del suo possibile degrado. Non banale in questo contesto ricordare che, gran parte del paesaggio mediterraneo come noi oggi lo conosciamo, non pu essere considerato un paesaggio naturale. Lo studio dellevoluzione storica ed archeologica di un territorio necessita quindi di una prima base di tipo geologico-geomorfologico che inquadri le caratteristiche ambientali nel suo complesso per poi andare a definire i tratti salienti dellinterazione delluomo con il territorio stesso. Daltro lato lo studio storico ed archeologico pu fornire preziose informazioni sui processi naturali, come la ricostruzione della frequenza dei terremoti, eruzioni vulcaniche e alluvioni (BOSCHI, GUIDOBONI 1991; LAMB 1995; BUONORA 1998; CAMUFFO 1987; CAMUFFO, ENZI 1995), la cui conoscenza e ricorrenza pu essere utile per una migliore comprensione dei processi naturali e utilizzabile anche a fini predittivi. Nelle pagine seguenti si delineano i caratteri geologici e geomorfologici principali dellarea del bacino di drenaggio del Serchio di Gramolazzo e, in particolare, del suo principale affluente di destra, il Torrente dellAcqua Bianca. La scelta di discutere complessivamente il bacino idrografico deriva dal fatto che il bacino imbrifero non rappresenta solamente una unit idrografica e morfologica ben definibile ma spesso racchiude anche un contesto ambientale, culturale e abitativo ben riconoscibile ed omogeneo almeno nelle sue linee essenziali (QUIRS CASTILLO, ZANCHETTA 1994). Fatto ci andremo ad analizzare per sommi capi i rapporti tra morfologia, geologia ed abitato ed infine getteremo uno sguardo pi dettagliato sul sito ove sorge adesso la Chiesa Vecchia di Gorfigliano, sede dellantico castello.

2. INQUADRAMENTO

GENERALE

Il bacino idrografico del Serchio di Gramolazzo fa parte del sistema di affluenti di destra del Fiume Serchio, questultimo uno dei sistemi idrogra-

Fig. 9 Schema idrografico semplificato di principali affluenti di destra del Fiume Serchio.

fici pi importanti della Toscana. I principali affluenti di destra del Serchio in questa zona hanno tutti circa un andamento SW-NE, almeno nel loro tratto terminale (Turrite Cava, Turrite di Gallicano, Turrite Secca e Torrente Edron, Fig. 9) con valli relativamente strette ed incassate. Solo il Serchio di Gramolazzo ha una valle affluente come la Valle dellAcqua Bianca, con un estesa pianura in direzione SW-NE, che si estende fino nella zona di Gramolazzo (oggi in parte coperta dal lago), che ne rende favorevole linsolazione. Nella porzione orientale il corso del fiume risulta nuovamente pi incassato e stretto assumendo anche un andamento meandriforme forse sovraimposto. Lo spartiacque del bacino permette, seppur in maniera non agevolissima, collegamenti a nordovest con Minucciano e la Valle di Equi Terme ed a sud-est verso il bacino di Vagli (bacino del Torrente Edron). I ripidi bastioni formati dallallineamento di vette M. Mirandola, M. Pisanino (il pi alto delle Alpi Apuane con i suoi m 1946 s.l.m.), Pizzo Maggiore e Pizzo Altare rendono ardui i collegamenti verso ovest con la Valle di Orto di Donna se si eccettua la Foce di Cardeto (m 1680 s.l.m.), un caratteristico intaglio fra il M. Cavallo ed il Pizzo Altare. Linsieme delle vette fra cui emergono le culmina26

zioni del Monte Pisanino, Tambura Roccandagia, caratterizzato da aspre ed articolate forme, contrasta decisamente con la morfologia pi dolce presente verso nord-est tra M. Umbriana, M. Cucurruzzo, M. Nibbio. Per comprendere lassetto fisiografico illustrato per sommi capi necessario gettare uno sguardo di insieme allevoluzione geodinamica di questo settore durante le varie fasi tettoniche che hanno generato la catena a falde dellAppennino settentrionale ed in particolare le Alpi Apuane.

3. LEVOLUZIONE

GENERALE DEL COMPLESSO APUANO ED APPENNINICO

Le Alpi Apuane rappresentano una finestra tettonica nella catena a falde dellAppennino settentrionale, attraverso la quale affiorano le unit esterne fino alle formazioni paleozoiche con le loro coperture metamorfiche (CARMIGNANI , G IGLIA , KLIGFIELD 1978, CARMIGNANI, KLIGFIELD 1990). Attualmente si riconoscono in maniera semplificata tre grosse unit tettoniche (Fig. 10; CARMIGNANI, GIGLIA 1984). Le prime due sono (unit liguridi e unit della Falda Toscana) sovrascorse al disopra

Fig. 10 Schema tettonico-strutturale delle Alpi Apuane (ridisegnato e semplificato da CARMIGNANI, GIGLIA 1984). 1) Unit Liguri; 2) Falda Toscana. Unit metamorfica delle Apuane: 3) Lias medio-Oligocene; 4) Trias superiore-Lias inferiore; 5) Substrato pre-carbonatico (Paleozoico-Trias) .

del complesso metamorfico durante le fasi deformative relative alla tettonica appenninica. Secondo Carmignani e Kligfield (CARMIGNANI , KLIGFIELD 1990) si possono riconoscere due principali eventi deformativi. Il primo una deformazione compressiva duttile legata alla collisione continentale del basamento sardo-corso con il basamento africano con la messa in posto delle falde Liguri e Toscana e metamorfismo delle successioni autoctone in facies di scisti verdi. Una seconda fase, invece, deforma la strutturazione precedente e i contatti tettonici tra le varie unit alloctone (falde Liguri e Toscane) con una deformazione distensiva duttile. Questa fase si piazza intorno ai 14-11 Ma fa. Una fase deformativa distensiva di tipo fragile, sviluppatasi tra il Pliocene inferiore (3-4 Ma?)-medio ed il Pleistocene medio (fino circa 0,2 Ma), forma sistemi di faglie ad alto angolo (OTTRIA, MOLLI 2000). La risalita del nucleo metamorfico apuano e la sua progressiva messa a nudo legata alla tettonica distensiva, ed stata attribuita a circa 3 Ma (CARMIGNANI, KLIGFIELD 1990). In questo contesto si viene a definire una unit mor27

fologico-strutturale, il massicio metamorfico apuano, caratterizzata da una aspra morfologia fortemente contrastante con gli adiacenti settori dove affiorano i litotipi delle successioni delle falde Liguri e Toscana che originano un paesaggio molto pi dolce. Il passaggio tra queste morfologie contrapposte spesso brusco a causa della natura tettonica dei contatti tra le varie unit spesso costituiti da faglie dirette ad alto angolo che nella zona di studio si identificano con la fascia di faglie rilevabile a ovest della chiesa vecchia di Gorfigliano e dei M. Calamaio-M. Castri, con andamento circa NW-SE.

4. CENNI

SULLE ROCCE AFFIORANTI

Dal punto di vista geologico le rocce del substrato presenti allinterno del bacino idrografico del Serchio di Gramolazzo appartengono a tre grossi raggruppamenti sovrapposti che corrispondevano in origine a differenti domini paleogeografici. Dal punto di vista tettonico lunit pi alta

(cio la successione di rocce che si trovano oggi geometricamente sovrapposte alle altre) rappresentata dalle successioni liguri. Sono caratterizzate tipicamente da rocce di tipo ofiolitico (sostanzialmente rocce vulcaniche ed intrusive di fondo oceanico) e da sedimenti di mare profondo che rappresentano loriginario oceano mesozoico Ligure. In questa zona affiorano principalmente le rocce appartenenti al complesso del M. Penna-Casanova (CARMIGNANI et alii 2000) una complessa successione di brecce, arenarie, argilliti e basalti. Le unit liguri sono sovrapposte alla Falda Toscana, una unit sviluppata principalmente su basamento continentale tra il Triassico e lOligo-Miocene. Nellarea di studio affiorano diverse formazioni di questa successione. La pi estesa certamente quella del Macigno, unarenaria quarzoso-feldspatica di et tardo Oligocenica. A queste si associano le successioni prevalentemente calcaree e calcareo-dolomitiche del Calcare Cavernoso, Calcari e marne a Rhaetavicula contorta, del Calcare Massiccio, Calcari ad Angulati. Nellarea affiorano anche le formazioni della copertura mesozoiche dellautoctono apuano, che rappresentano una sorta di corrispettivo della Falda Toscana per in facies metamorfica. Tra queste si riconoscono i Grezzoni (dolomie ricristallizzate del Norico), Brecce di Seravezza (brecce poligeniche metamorfiche ad elementi marmorei e dolomitici). Queste due formazioni sono limitate al Monte Tambura. Le formazioni che sono invece maggiormente estese sono quelle dei Marmi e dei marmi dolomitici. Su tutte queste successioni e lungo i fondovalle si sviluppano, in modo pi o meno discontinuo coltri di depositi pi recenti generalmente riferibili al quaternario o al massimo al tardo Pliocene. Si tratta per lo pi di rocce incoerenti o semi coerenti. Le pi antiche sono relative a conglomerati e ghiaie prevalentemente a clasti di Macigno con intercalazioni di sabbie e limi. Questi depositi sono stati interpretati come sviluppatisi durante le prime fasi di distensione andando a formare il riempimento del cos detto Graben di Sermezzano, (FEDERICI, RAU 1981). Numerosi sono anche i resti di depositi di origine glaciale o fluvio-glaciale, frequenti anche in altre parti delle Alpi Apuane (FEDERICI 1981). Questi sono principalmente depositi conglomeratici o ghiaiosi ricchi di matrice e poco selezionati che si rinvengono sia lungo il fondovalle principale del Serchio di Gramolazzo, sia nellAcqua Bianca ed in valli minori. Alluvioni fluviali, organizzate anche in diversi ordini di terrazzi sono visibili lungo il fondovalle o a mezza costa nei rilievi. La Fig. 11 riporta uno schema geologico semplificato dellarea di studio.
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5. ASPETTI

GEOMORFOLOGICI

5.1 Idrografia
La rete idrografica della valle di Gorfigliano prevalentemente sviluppata, per cause litologiche e strutturali, nella parte inferiore della valle stessa in cui scorrono tre corsi dacqua a carattere perenne. Il corso dacqua principale, il Fosso dallAcqua Bianca, delimita, orientato in direzione SW-NE, il lato destro della Piana di Gorfigliano. Il fiume subisce poi una brusca deviazione verso SSE-NNW alla confluenza con il Rio Vitellino, fino ad immettersi, in localit Forcola, nellinvaso artificiale di Gramolazzo (Fig. 11). Il Rio Vitellino ed il Fosso Montagna sono i due affluenti di destra dellAcqua Bianca ed hanno portata decisamente inferiore. Nella parte alta della valle, a forte acclivit, dove affiorano quasi esclusivamente rocce carbonatiche, la circolazione idrica superficiale scarsissima a causa della limitata copertura vegetale e del notevole sviluppo di fenomeni carsici epigei ed ipogei. In Carcaraia, ad esempio, linfiltrazione stata stimata intorno al 90% delle precipitazioni (PICCINI, PRANZINI 1989), due corsi dacqua presenti nella zona, il Rio Ventagio ed il Rio Rondegno, hanno quindi uno spiccato carattere torrentizio con elevati coefficienti di deflusso e traggono la loro alimentazione principale da imponenti solchi di ruscellamento provenienti dal M. Tambura e da una piccola rete di tipo subdendritico posta nei versanti orientali degli Zucchi e del M. Pisanino. Sono numerose le sorgenti che bordano il perimetro della pianura di Gorfigliano concentrate fra quota m 675 e 775 s.l.m., il cui acquifero sembra costituito da una piccola porzione di marmi (PICCINI, PRANZINI 1989), da detriti e depositi morenici che poggiano su un substrato impermeabile costituito prevalentemente dagli Scisti Sericitici della serie metamorfica apuana. Nonostante la grande estensione areale degli affioramenti carbonatici, che costituiscono un acquifero di notevole importanza, non esistono nel bacino dellAcqua Bianca sorgenti carsiche di portata rilevante. La maggior parte delle acque meteoriche cadute nella zona vengono, infatti, assorbite e convogliate per via sotterranea oltre i confini del bacino idrografico. La parte alta della Carcaraia viene drenata verso il litorale tirrenico, alimentando la sorgente del F. Frigido (Forno), mentre la zona pi settentrionale contribuisce ad alimentare le sorgenti di Equi Terme (GUIDOTTI, MALCAPI 2002). Se fenomeni di cattura, da parte del F. Frigido, di acque di bacini contigui, fra cui

Fig. 11 Carta geologica semplificata del bacino del Serchio di Gramolazzo e relativa legenda (ridisegnato e modificato da CARMIGNANI et alii 2000).

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parte di quello dellAcqua Bianca e, del conseguente deflusso sotterraneo da NE a SW, possono essere imputabili alla differenza di quota tra il fondo delle valli del versante NE e quello del versante NO del massiccio apuano: in Garfagnana il livello di base carsico si trova sopra i 500 m di quota, mentre nel versante marino scende fra i 200 e i 300 metri (PICCINI, PRANZINI 1989), risulta pi complesso spiegare come parte delle acque della Carcaraia riescano ad oltrepassare la sinclinale di Orto di Donna e a raggiungere la zona di Equi. Lipotesi pi probabile ammette lesistenza di una struttura minore in grado di risollevare porzioni carbonatiche consentendo lattraversamento della sinclinale in direzione EW (PICCINI 2002).

5.2 Morfologia
La valle di Gorfigliano pu essere suddivisa per i caratteri morfologici in due parti nettamente distinte: la parte alta costituita quasi esclusivamente da affioramenti carbonatici, con versanti ovunque fortemente acclivi che possono raggiungere in prossimit delle creste i 60 di inclinazione, in cui predominano i processi di gelifrazione, con abbondante produzione di detrito grazie alla forte escursione termica presente a queste quote, e i fenomeni carsici ampiamente sviluppati sia in superficie che in profondit, favoriti dallalta piovosit dellarea. Il paesaggio caratterizzato dalla quasi totale assenza di copertura vegetale e suolo con unaltissima concentrazione di doline, la densit media di tutta la Carcaraia di circa 320 d/km, ed altre micro e macro forme carsiche epigee. Il versante N del Monte Tambura rappresenta la zona di maggiore concentrazione dei fenomeni carsici profondi di tutto il massiccio Apuano. Qui noto un altissimo numero di cavit sotterranee, la maggior parte delle quali rappresentate da pozzi verticali ostruiti da detrito. Allo stato attuale delle esplorazioni ne sono state catastate circa 130 e nonostante fra queste solo una ventina superino i 100 m di profondit in questarea che si aprono alcune delle maggiori grotte italiane come lAbisso Roversi, il Complesso Saragato-Aria Ghiaccia, lAbisso Manipulite con uno sviluppo planimetrico complessivo maggiore di 50 km. La morfologia della maggior parte delle condotte, la scarsit di depositi e concrezioni ed il persistente stillicidio evidenziano il ruolo di zona di trasferimento e lattuale stato di attivit di queste grotte. Il paesaggio di questa parte della valle fortemente modificato dallazione antropica, il bacino dellAcqua Bianca forma infatti, con quelli contigui di Orto di Donna, Arnetola e Boana il comprensorio estrat30

tivo della Garfagnana. Attivo dal 1910 costituito attualmente da quattro cave in produzione, e disseminato di moltissimi fronti di ogni dimensione ormai inattivi. La morfologia comune a tutte le cave del bacino quella a cielo aperto con coltivazione sviluppata principalmente sul versante e, anche se in un unico caso, in misura non trascurabile, sul crinale che separa le valli marmifere di Gorfigliano e Resceto. Lescavazione avviene procedendo dallalto verso il basso per abbattimento di gradini di dimensioni variabili. Nelle cave di minore estensione areale, lattivit estrattiva avviene su un unico gradino che viene completamente asportato prima di procedere allattacco della roccia sottostante. Nel caso delle cave di dimensioni maggiori (es. cava Piastramarina situata sul crinale in corrispondenza di Passo della Focolaccia), la coltivazione avvenuta per gradini multipli. La grande modificazione morfologica dovuta allazione estrattiva non legata unicamente al fronte di cava e alle numerose strade di arroccamento e disimpegno, ma anche alle discariche del materiale di scarto, localmente dette ravaneti. In questa zona la quantit di materiale avviato alla commercializzazione varia da valori minori del 20% ad un massimo del 40% del totale estratto, la parte rimanente viene scaricata lungo il versante al di sotto del piano di cava. Lalta quota dei siti di coltivazione rende i costi di trasporto estremamente elevati limitando la commercializzazione ai soli blocchi regolari di dimensioni maggiori. La grande quantit di materiale scavato durante la preparazione del taglio (il cosiddetto cappellaccio, costituito da una piccola parte di suolo ed alcuni metri di spessore di roccia intensamente fratturata) e tutto ci che, per dimensioni o qualit non conveniente trasportare a valle, viene giornalmente gettato oltre il piano di cava, lungo il versante, dalle pale meccaniche. Questo comportamento costituisce unalta fonte di inquinamento e di degrado dellintero bacino marmifero, innescando forti problematiche di stabilit dei versanti. Non rara, infatti la mobilizzazione di grandi quantit di materiali, che periodicamente investono le sedi stradali di arroccamento alla cava, specialmente in concomitanza con i forti eventi di pioggia frequenti nella zona (BARONI, BRUSCHI, RIBOLINI 2000). La parte bassa della valle risulta caratterizzata da un ampia superficie sub pianeggiante la piana di Gorfigliano, dove lantico profilo ad U della valle di origine glaciale ancora parzialmente individuabile nonostante la presenza di coni detritici e alluvionali, depositi franosi, fluviali, fluvioglaciali e glaciali, che tendono ad obliterarne le forme rivestendo sia i fianchi sia il fondovalle (ISOLA 1994-95). Sono presenti diverse superfici terrazzate, legate al corso dacqua principale, organizzate in almeno due ordini di terrazzi, che, bench discontinui,

si susseguono lungo i due lati della valle, dalla confluenza con il Rio Vitellino fino allo sbocco nel bacino artificiale di Gramolazzo. Alla confluenza dei corsi dacqua secondari con la valle principale, sono presenti numerosi conoidi di deiezione, gran parte dei quali risultano incisi e pensili rispetto allattuale fondovalle. Se nella parte alta della valle i processi criergici favoriti dalle condizioni climatiche locali, dalla notevole acclivit dei versanti e dalla scarsa copertura vegetale, hanno favorito lo sviluppo di crolli con la formazione di coni e falde di detrito, nella parte bassa della valle, dove le unit metamorfiche sono sostituite dalle falde Toscana e Liguri, i processi dovuti alla gravit sono evidenziati da un susseguirsi di fenomeni franosi attivi e quiescenti che interessano i due versanti della valle fino alla confluenza con il lago di Gramolazzo. La tipologia degli eventi franosi si differenzia in funzione dei litotipi interessati. Nel caso del Macigno prevalgono i fenomeni superficiali rototraslativi a spese della porzione apicale alterata e delle coperture di suolo e colluvioni che localmente possono anche essere molto sviluppate. Nei versanti carbonatici prevalgono le frane di crollo a spese delle porzioni di roccia pi fratturata ed acclive, come nel versante del M. Tontorone dove il crollo di unampia porzione proveniente dalle formazioni carbonatiche della Falda Toscana ha prodotto una diga naturale lungo il corso del Rio Vitellino con la formazione di un lago di sbarramento. Le unit liguri sviluppano invece, prevalentemente frane di tipo complesso che interessano profondamente il versante generando una morfologia molto caratteristica. Un esempio quello del versante tra Gramolazzo ed Agliano dove un sistema di frane complesse ha modellato il pendio oggi quasi interamente coltivato a prato. A testimonianza del passato glaciale di questarea rimangono diverse placche di depositi lungo il versante occidentale della valle ed alcuni lembi di cordoni morenici latero-frontali che emergono dai depositi fluviali e fluvioglaciali nella parte centrale della valle il cui profilo risulta oggi fortemente modificato dallattivit agricola ed edilizia. Uno schema degli elementi morfologici principali presenti nellarea e riportato in Tav. 2.

6. RAPPORTI
MORFOLOGIA

TRA INSEDIAMENTO E

interessante, a questo punto descrivere, per sommi capi, quelli che sono i rapporti tra il contesto abitativo, in particolare degli abitati pi consistenti, e lassetto morfologico. Su questa base possibile definire due gruppi principali: insediamenti
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di mezza costa (ad esempio Canapaia di Sotto, Agliano, La chiesa Vecchia di Gorfigliano) ed insediamenti vallivi (Gramolazzo e Gorfigliano). Gli insediamenti di mezza costa sono principalmente localizzati tra le quote 700-750 m s.l.m. su culminazioni e/o ripiani morfologici che, ad una analisi pi dettagliata, sembrano facenti parte di antiche e pi ampie superfici oggi fortemente dissecate dallerosione e smembrate dallattivit tettonica recente. I lembi di tali superfici non sembrano avere subito un controllo litostrutturale dal momento che sono distribuiti su litologie differenti. Inoltre, si pu ipotizzare per la loro formazione unorigine fluviale dal momento che sulla superficie spianata sono talvolta preservati depositi ghiaioso-sabbiosi pi o meno selezionati. Lo sviluppo di abitati su lembi di paleosuperfici fluviali un elemento non nuovo nel contesto dei sistemi vallivi appenninici (per esempio si veda QUIRS CASTILLO, ZANCHETTA 1994). Bisogna comunque notare come labitato di mezza costa (sia quello sparso che concentrato) sia decisamente pi sviluppato nei settori relativi al versante destro della valle dellAcqua Bianca e a quello sinistro del Serchio di Gramolazzo, in particolare sui rilievi formati da litotipi dellalloctono ligure. Questo, in parte dovuto al fatto che queste rocce danno origine a morfologie pi dolci rispetto a quelle carbonatiche e al Macigno, per la loro maggiore erodibilit e per il forte modellamento effettuato dai fenomeni gravitativi. infatti frequente che agglomerati di case si trovino sul corpo di antiche frane, oppure che tali depositi siano intensamente coltivati. Ci deriva dal fatto che in molti casi i corpi di frana sono meno acclivi rispetto ai terreni circostanti. Tali accumuli sono formati da roccia fortemente degradata facilitando lo sviluppo delle coltivazione rispetto a terreni caratterizzati da una coltre di suolo pi sottile. Un esempio a questo riguardo riferibile al caso del piccolo insediamento di Foresto che sembra situato su un corpo di frana. Linsediamento vallivo pu essere localizzato sulle alluvioni terrazzate (ad esempio Gorfigliano) oppure su speroni di roccia sopraelevati rispetto al fondovalle (Gramolazzo) o talvolta sulla parte distale di conoidi alluvionali. Questo probabilmente riflette anche una necessit di tipo pratico di evitare le piene dei corsi dacqua. A questo quadro molto generale si associa un abitato sparso a cui pi difficile dare un inquadramento morfologico poich, costituito, almeno in parte, da un edificato funzionale per alcune attivit particolari che ne vincolano strettamente lubicazione. Ancor pi complessa lindagine della collocazione dellinsediamento sparso di origine recente (sia di tipo abitativo che industriale) spesso sviluppato in maniera caotica e poco regolamentata.

7. LA GEOLOGIA NELLINTORNO DELLA CHIESA VECCHIA DI GORFIGLIANO


La Chiesa Vecchia di Gorfigliano (m 736 s.l.m.), situata in sinistra orografica del Torrente dellAcqua Bianca, non lontano dalla confluenza con il Serchio di Gramolazzo, ubicata su di uno sperone roccioso di Macigno, scontornato, verso ovest da una sorta di sella. Questa sella si formata in corrispondenza del passaggio stratigrafico tra Macigno e la formazione prevalentemente argillitica della Scaglia Toscana. possibile che il contrasto di erodibilit tra queste due formazioni abbia controllato la formazione di questa sella. In tutta questa zona le bancate di strato hanno immersione prevalente verso NNE con inclinazioni spesso superiori ai 50. Alle spalle di questo sperone si ergono i versanti calcarei (formazione del Calcare Massiccio) del Monte Calamaio (m 1040 s.l.m.). Questo versante, con andamento molto regolare e grossolanamente di forma triangolare, trova un perfetto gemello verso NW nel versante del Monte Castri. Questi possono essere interpretati come versanti strutturali (PUTZOLU 1994-95) originati dallinterazione dei processi esogeni di erosione e trasporto con lattivit di sistema di faglie ad andamento circa NW-SE ubicate subito a nord-ovest della Chiesa Vecchia di Gorfigliano (si veda anche Fig. 11). Come abbiamo accennato in un precedente paragrafo la Chiesa Vecchia di Gorfigliano morfologicamente ubicata su di una culminazione locale appartenente in origine ad un paleosuperficie situata oggi tra i m 760-740 s.l.m. Questa delimitata, in senso orario partendo da nord, dal Serchio di Gramolazzo, dallAcqua Bianca, dal Monte Calamaio e dal Fosso di Sirchia. Questa paleosuperficie, oggi fortemente dissecata e smantellata, limitata da ripidi versanti soggetti localmente a processi di dilavamento sia diffuso che con-

centrato originando spesse coltri detritiche e detritico-colluviali. A questo si aggiungono fenomeni di dissesto per frana evidenziabili anche sui versanti dello sperone della Chiesa (Tav. 2). Attualmente i processi pi intensi di erosione sono ben visibili sulla sinistra orografica dellincisione torrentizia che limita lo sperone roccioso verso nord. I piccoli bacini che in parte drenano lo sperone roccioso generano diversi conoidi attualmente attivi che testimoniano come parte del materiale eroso da questi versanti viene progressivamente allontanato e immesso nel sistema vallivo principale. I depositi detritici, colluviali, o anche gli stessi conoidi alluvionali, potrebbero raccontarci molto, se indagati adeguatamente dal punto di vista stratigrafico, sullevoluzione che lo sperone roccioso delle Chiesa Vecchia di Gorfigliano ha subito nel tempo, anche a causa dellattivit antropica. Questi depositi, infatti, potrebbero registrare con estremo dettaglio le fasi di disboscamento, abbandono o cambio duso di un territorio, fattori che influiscono in maniera a volte decisiva sui processi di erosione, sui loro tassi ed anche, sia pur in misura minore, sui meccanismi di trasporto. Adeguatamente integrati con i dati archeologici e storici potrebbero permettere una lettura integrale del territorio ristretto della Chiesa Vecchia e soprattutto descrivere quelle fasi che nel record archeologico sono poco rappresentate perch fortemente dilavate, ma che comunque sono rappresentate da accumuli di sedimenti ai piedi del versante. auspicabile che in un prossimo futuro si possano effettuare ricerche anche in tale direzione. ILARIA ISOLA*, GIOVANNI ZANCHETTA**
* San Marco, Via delle Ville 39, 55100 Lucca; e-mail: ilisola@tin.it. ** Dipartimento di Scienze della Terra, Universit di Pisa, Maria 53, 56126 Pisa; e-mail: zanchetta@dst.unipi.it.

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III. LO SCAVO NEL CASTELLO DI GORFIGLIANO

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1. LE SEQUENZE STRATIGRAFICHE

1.1 INTRODUZIONE
In questa sede si presenteranno i risultati delle prime tre campagne di scavo realizzate nel castello di Gorfigliano, affidando ai futuri interventi la risoluzione delle problematiche rimaste insolute1. Come gi premesso, il castello di Gorfigliano villaggio fortificato caratterizzato da continuit insediativa e da notevoli dimensioni costituisce il tipo di fortificazione meno rappresentato in Garfagnana al contrario della vicina Lunigiana. Questi caratteri, ai quali si deve aggiungere lubicazione in unarea di montagna, hanno condizionato la strategia dintervento adottata. Ad oggi stata portata a termine solo una prima fase diagnostica con lo scavo di una superficie limitata del castello se paragonata alla sua dimensione complessiva la quale, nel periodo di massima espansione, doveva aggirarsi intorno ad un ettaro pur sulla base di un calcolo approssimativo reso tale dalla mancanza di parti rilevanti del recinto murario, soprattutto sul lato orientale. Con una superficie indagata appena inferiore al 5% di quella totale, occorre considerare con prudenza i risultati ottenuti con un campione ancora esiguo. Come si detto, il villaggio fortificato di Gorfigliano si trova nel comune di Minucciano (provincia di Lucca), su un colle di m 736 s.l.m. designato con i toponimi La Chiesa (carta I.G.M., scala 1:25.000) e La Chiesa Vecchia, oppure Casa dagli abitanti del posto. Ubicato poco meno di 1 km a nord rispetto al nucleo odierno di Gorfigliano e sulla sinistra idrografica del Torrente Acqua Bianca (o Serchio di Gramolazzo), sovrastato, ad occidente, dai Monti Castri e Calamaio, contrafforti del Pisanino che, con i suoi 1946 m, rappresenta la cima pi elevata delle Alpi Apuane (Fig. 12). La collina sulla quale il villaggio fortificato si impianta, di base ellittica, presenta pendii assai scoscesi, mentre la sommit caratterizzata da due piattaforme di diversa quota; quella alta (745 m) dove si erge la torre castellana, trasformata in

campanile nel XVIII secolo, e quella pi bassa (730 m), di maggiore superficie, oggi occupata da diversi edifici, tra i quali la chiesa (da cui il toponimo odierno) e ladiacente canonica (Fig. 13). Lungo i versanti si distribuiscono i resti di numerose strutture con crolli di diversa entit, ma la visibilit del complesso profondamente compromessa dalla presenza di un fitto bosco nel quale prevalgono piante di castagno, spesso secolari. Nel settore settentrionale si estende invece una cerreta di impianto recente; in quello occidentale e orientale, dove si localizzano le case abitate fino al secolo scorso, oltre ai rovi permangono vecchie siepi di bussolo a scandire antichi spazi divisori e delimitare tracciati viari. Il castello fu insediato dallet medievale fino allavanzato XX secolo quando il suo spopolamento si concluse definitivamente a favore del nucleo odierno di Gorfigliano, localizzato ai margini del Piano, ampio deposito morenico di vocazione agricola. Gli studi di storia locale (CASOTTI, GIORGETTI 1985) e la memoria orale fanno risalire labbandono del castello al 1920, a seguito dei danni del rovinoso terremoto che sconvolse la Garfagnana e la vicina Lunigiana: da allora soltanto poche case rimasero abitate fino agli anni 60 del Novecento2. Gran parte dei siti incastellati scavati in ambito regionale ha interessato villaggi abbandonati nella fase finale del medioevo, in modo che gli interventi postmedievali non hanno intaccato le sequenze pi antiche. Nel caso di Gorfigliano, invece, si dovuto ricorrere ad una strategia diversa, che incidesse non soltanto nel villaggio abbandonato, ma anche in quello ancora in uso. Una prima serie dindagini archeologiche sul sito di Gorfigliano era stata condotta, a pi riprese, dal Gruppo Archeologico del Centro Studi Carfaniana Antiqua da parte di ricercatori locali. Allaprile 1983 si data il ritrovamento, fra la chiesa e il campanile di un contesto trecentesco, dal quale emerso un Castruccino (denaro lucchese coniato dal 1316 al 1328) (ROSSI 1998, p. 393); inoltre, altri saggi, ancora inediti, sono stati condotti sulla sommit del colle, ai piedi della torre da parte di P Notini . diversi anni fa. Nellanno 1996 lo stesso P Notini .
2. Sugli effetti del terremoto dellanno 1920 sullarchitettura e sulla rete insediativa nella zona pi immediata, FER RANDO C ABONA , C RUSI 1980.

1. Gli scavi sono stati condotti nel triennio 1999-2001 con campagne di 4-5 settimane ogni anno, finanziati unicamente dal Comune di Minucciano. Le responsabilit dei singoli saggi sono state affidate a Sonia Gobbato, Lucia Giovannetti, Roc Arola, Elisa Grassi e Giulia Carta.

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Fig. 12 Ubicazione del castello di Gorfigliano nel contesto della valle dellAcqua Bianca.

condusse, insieme a L. Giovannetti, una ricognizione complessiva sul sito di Gorfigliano nel contesto della tesi di laurea condotta da questultima intorno al problema dellincastellamento nellalta valle del Serchio (GIOVANNETTI 1998). Ma gli scavi in estensione sul sito e lanalisi archeologica del territorio di Gorfigliano hanno avuto inizio nellanno 1999 nellambito del progetto promosso dal Comune di Minucciano in collaborazione con lIstituto di Storia della Cultura Materiale e lUniversidad del Pas Vasco/ Euskal Herriko Unibersitatea.

1.2 LA STRATEGIA

DELLINTERVENTO

Diversi anni fa T. Mannoni, in un acuto contributo dedicato alla metodologia di scavo archeologico nelle zone montuose della Liguria e della Lunigiana, metteva in risalto le particolarit degli interventi realizzati nei contesti di montagna, dove le condizioni e i meccanismi sedimentari e di erosione influiscono in modo determinante nella natura dei depositi (MANNONI 1970). In questi casi i
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Fig. 13 Vista della sommit del castello di Gorfigliano.

Fig. 14 Terrazzi postmedievali nel settore settentrionale del castello.

manufatti abbandonati dalluomo seguono le vicende fisiche del suolo stesso, con la conseguenza che solo lo studio dellevoluzione di tale elemento naturale pu chiarire il significato della loro giacitura (MANNONI 1970, p. 49). Il castello di Gorfigliano, per posizione geografica e caratteristiche geo-morfologiche, rientra allinterno di questa categoria di siti. I processi postdeposizionali hanno pesantemente condizionato la composizione delle sequenze stratigrafiche conservate nelle quali non quindi raro registrare delle discontinuit imputabili non solo allintensit dei processi erosivi, in verit in parte frenati dalla morfologia terrazzata del colle, ma anche a diversi sbancamenti e riempimenti attuati con terreno di riporto, in diversi punti del sito, in et postmedievale e contemporanea. Allinterno del villaggio si sono osservate diverse giaciture rispecchianti la casistica prospettata dallo stesso Mannoni (Fig. 14): si va dalle aree culminanti di bassa pendenza, caratterizzate da potenze limitate con presenza di terreni autoctoni, alle aree di scarsa acclivit dove convergono i materiali di colluvio obliteranti gli strati relativi alle fasi di occupazione (MANNONI 1970). Un altro fattore di forte influenza sulla definizione della strategia dellintervento stato la ridotta visibilit archeologica del sito a causa della fitta copertura forestale (Fig. 15), della continuit duso di alcune zone, della presenza di crolli lungo i versan37

ti e dei pesanti restauri moderni condotti sulla piattaforma sommitale. Elementi questi che hanno fatto scartare a priori strumenti diagnostici quali la fotografia aerea. Sono state escluse le indagini magnetiche ed elettriche sia per il tipo di composizione geolitologica che per la forte pendenza del sito e la mancanza di finanziamenti specifici. Si deciso, quindi di realizzare unindagine diagnostica con il doppio scopo di ottenere elementi utili per ricostruire in modo soddisfacente lassetto complessivo del villaggio e di redigere un primo rilievo del castello, oltre a valutare la potenzialit dei depositi archeologici presenti allinterno del villaggio. Questa indagine si basata sullesame diretto delle strutture superstiti in elevato, lo studio della toponomastica e delle mappe catastali del villaggio, la raccolta delle fonti orali e la realizzazione di una pulizia generale della vegetazione infestante i fianchi terrazzati per giungere ad una lettura complessiva della morfologia del colle. In modo parallelo si proceduto ad unanalisi fitomorfologica della vegetazione presente allinterno del recinto del castello. In questo modo stato possibile studiare landamento del recinto murario e le sue fasi costruttive, e verificare il numero di abitazioni presenti, discernendo i muri ad esse pertinenti da quelli di contenimento dei terrazzamenti. Si quindi proceduto alla realizzazione di alcuni saggi esplorativi di diversa entit destinati a

Fig. 15 Bosco di castagni nel settore settentrionale del castello di Gorfigliano.

valutare i depositi in pi punti ritenuti rilevanti nellarticolazione topografica e spaziale del castello (porta di San Paolo, il cimitero, terrazzi del lato settentrionale, piattaforma sommitale, etc.), che hanno guidato la realizzazione dei saggi di scavo. J.A.Q.C.

Dallanalisi di superficie, lanalisi del costruito e la realizzazione di sondaggi puntuali sono nate le seguenti osservazioni, inerenti i tre principali elementi che caratterizzano il castello (Fig. 16). a) IL
RECINTO

1.3 LA DIAGNOSI ARCHEOLOGICA. RICOGNIZIONE


PRELIMINARE DEL TERRITORIO CASTELLANO

Dopo due campagne di ricognizioni condotte nel febbraio 19963 e nellottobre 19994, supportate dallo studio della toponomastica e delle mappe catastali relative al villaggio ma anche dalla raccolta delle fonti orali, stata possibile una sommaria ricostruzione dellassetto complessivo del villaggio, da cui sono derivati un preliminare rilievo del sito e la scelta dei settori da indagare stratigraficamente. Le indagini diagnostiche sono, comunque, continuate lungo tutta la durata dellindagine archeologica tramite la realizzazione di una decina di sondaggi distribuiti in pi parti del castello, indirizzati alla valutazione della potenzialit dei depositi archeologici.

3. Realizzata da P. Notini e L. Giovannetti. 4. Realizzata da L. Giovannetti, S. Gobbato e J.A. Quirs Castillo.

Landamento del circuito murario, ricostruibile con buona approssimazione, consente di stimare la superficie massima del castello intorno ai 1000 mq. I resti pi consistenti di questo si conservano sul lato settentrionale e nord-occidentale, mentre incerta la sua identificazione sui lati meridionali e orientali soprattutto per la difficolt di discernerlo dai muri dellabitato sviluppatosi dissimmetricamente su tali versanti. Muovendo dalla sommit vediamo che i muri del recinto si collegano ai lati W e N della torre; quello di andamento E-W sal, dandosi allangolo di tale struttura (Fig. 16, n. 1), si conserva per circa 10 m in lunghezza e unaltezza massima di 1,60 m (sp.= 60 cm). costituito da filari di pietre arenarie e calcari marnosi legati da abbondante malta ad inerte ghiaioso (Fig. 17) e termina in una torre semicircolare in aggetto, di diametro non precisabile, conservata per unaltezza di 1,60 m: solo alla base presenta accenni di paramento regolare mentre per il resto costituita da pietre di varie dimensioni disposte irregolarmente. Oltre tale struttura il muro di cinta prosegue con andamento N-S con grosse lacune; meglio conservato in elevato , invece, nei pressi dellunica porta
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Fig. 17 Recinto murario del settore meridionale del castello prima dellinizio degli scavi.

Fig. 16 Pianta generale del castello di Gorfigliano: 1. Torre medievale, trasformata in campanile nel XVIII secolo; 2. Porta di San Paolo; 3. Chiesa di San Giusto; 4. Canonica, con resti della cisterna medievale; 5. Oratorio del SS Corpo di Cristo; 6. Borgo meridionale, settore 2000; 7. Borgo settentrionale, settore 3000; 8. Cimitero.

di accesso al castello dove si localizza anche una feritoia (Fig. 16, n. 2). Ancora conosciuta come Porta di San Paolo, questingresso conserva soltanto il suo piedritto sinistro, in quanto che quello destro, ancora esistente agli inizi degli anni 80 (Fig. 18), stato demolito recentemente da un mezzo meccanico. La porta si lega alla cinta muraria realizzata con bozze disposte a filari, di et medievale. I probabili esigui resti del recinto del fianco meridionale del colle (che hanno permesso la ricostruzione del suo andamento relativamente a questa parte) sembrerebbero quelli messi in luce nel 1996 da una frana ma oggi nuovamente interrati. Tornando alla torre, il muro che, dal lato N di essa prosegue con andamento N-S, si conserva per 10 m in lunghezza e per un elevato di soli 60 cm (da cui possibile notare la medesima tecnica a filari regolari) prima di essere inglobato nella recente struttura della canonica, adiacente alla chiesa, ampliata e rimaneggiata nel XVIII secolo. La
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parte restante del perimetro (di andamento prima SW-NE poi NW-SE) si conserva con una certa continuit, anche se per scarsa altezza, presentando unaltra torre semicircolare aggettante allestremit settentrionale dove presente unaltra feritoria (Fig. 19), ed stata realizzata con una tecnica costruttiva molto irregolare, frutto di ristrutturazioni postmedievali. In base allanalisi dei resti del recinto si possono dunque distinguere lesistenza di, almeno, due diverse fasi costruttive: alla prima fase, la pi antica, plausibilmente da collegare alla ristrutturazione del castello avvenuta nel corso del XII secolo, appartengono le murature realizzate in filari regolari situate nel settore meridionale del recinto (alcuni tratti in prossimit della torre, della chiesa e della porta di accesso al castello); alla seconda fase, pi recente e frutto della ristrutturazione dellimpianto murario precedente e di successivi ampliamenti di questo, appartengono invece quelle murature realizzate con paramento irregolare che si riscontrano principalmente nel settore settentrionale ed orientale del recinto. Sempre a questa seconda fase appartengono le due torrette angolari in aggetto dal recinto murario. b) LAREA
SIGNORILE

Larea sommitale, nettamente differenziata dal resto del castello non solo topograficamente ma anche per limportanza delle sue costruzioni, identificabile come area signorile secondo una morfologia ben attestata in altri siti incastellati toscani. Per la maggior parte dei castelli presenti nellalta Garfagnana non si coglie bene, come in questo caso, la gerarchizzazione sociale dello spazio in quanto generalmente sono entit di piccole dimensioni, nelle quali larea signorile finisce per identificarsi con lintero spazio incastellato (GIOVANNETTI 1998).

Fig. 18 Porta di San Paolo, nellattualit (a) e prima dellinizio dei lavori rei restauri (b).

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Fig. 19 Feritoia aperta nel settore settentrionale del tracciato murario del castello di Gorfigliano.

Fig. 21 Vista del Oratorio del SS Corpo di Cristo presieduto da un tasso. Fig. 20 Vista della chiesa di San Giusto e Clemente di Gorfigliano.

Lo spazio sommitale di Gorfigliano si articola su unampia piattaforma di 6030 m, nella quale spiccano attualmente i grandi volumi della chiesa dei SS. Giusto e Clemente (Fig. 20), delladiacente canonica e del prospiciente seicentesco oratorio del SS Corpo di Cristo (Fig. 21). Sulla guglia di quota maggiore, in forte risalto sullo spazio circostante, si erge il campanile ricavato dalla ristrutturazione della torre castellana nella seconda met del Settecento (Fig. 16, n. 1; Fig. 22). La veste attuale della chiesa dei SS. Giusto e Clemente (Fig. 16, n. 3) risale al primo trentennio del XVIII secolo (1706-1730): la sua quasi completa ricostruzione in tale fase, con un considerevole aumento volumetrico rispetto a quello delledificio originario, documentata da diverse date incise su alcune bozze del paramento (CASOTTI, GIORGETTI 1985, p. 60). Solamente nel perimetrale S stato possibile individuare alcuni lacerti murari eseguiti in tecnica a filari, costruiti direttamente sulla roccia e verosimilmente riconducibili alla chiesa medievale.
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La canonica (Fig. 16, n. 4), realizzata in concomitanza della riedificazione e dellampliamento della chiesa, un edificio di pianta rettangolare di 1712 m, a due piani, addossato alla chiesa da sud e impostato sul lato occidentale del recinto murario come provato dalla presenza di una feritoria di tipologia bassomedioevale. Lampliamento settecentesco della chiesa e la costruzione della canonica hanno completamente stravolto lassetto planimetrico originario dellarea signorile: gli unici elementi medievali inglobati allinterno del complesso canonicale sono una cisterna e alcuni lacerti murari di difficile lettura, realizzati con tecnica costruttiva a corsi regolari. Tutte queste costruzioni sono state oggetto dagli anni 80 di una opera di ricostruzione che ha cancellato in modo definitivo la possibilit di condurvi indagini stratigrafiche esaustive. c) I
BORGHI

Labitato si sviluppato piramidalmente, secondo la tipica disposizione a pendio dei centri appenninici, ai piedi dellarea signorile, su tutti i lati tranne quello settentrionale, troppo acclive e di non buona

Fig. 22 Torre castellana di Gorfigliano.

Fig. 24 Portale spogliato nellanno 2000 dalla sua chiave settecentesca, appartenente ad una delle case del borgo meridionale del castello di Gorfigliano.

Fig. 23 Casa ubicata nel borgo settentrionale di Gorfigliano.

esposizione solare. Ancora oggi sono ben visibili i resti di alcune costruzioni postmedievali sui versanti meridionale e orientale del colle rappresentanti larea di pi recente abbandono (Fig. 16, n. 6). Dai resti materiali percepibile uno spostamento, con conseguente riduzione dellabitato, dai fianchi
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orientali a quelli meridionali; infatti, mentre nella prima parte si distinguono abitazioni monocellulari di pianta rettangolare, per la maggior parte interrate se non ridotte a bassi ruderi (Fig. 16, n. 7; Fig. 23), nella seconda rimangono ancora in piedi una decina di abitazioni, ancora conservatesi in elevato per le quali gli elementi architettonici e la tecnica muraria indicano una datazione non anteriore al XVII secolo (Fig. 24). Inoltre, nel settore nordorientale, stato impiantato, nel corso del XIX secolo, un cimitero (Fig. 16, n. 8), oggi in disuso perch sostituito da uno nuovo, sorto nel fondovalle. Le testimonianze orali raccolte presso gli abitanti pi anziani dei luoghi vicini, confermano il progressivo spopolamento del borgo la cui fine pare sancita (fatta eccezione per poche abitazioni) dai danni del terremoto del 1920 e un particolare utilizzo dellarea nord-orientale, gi occupata dallabitato medievale, per il ricovero degli animali e per scopi agricoli (orti). Tuttavia le vicende architettoniche dellabitato medievale e di quello postmedievale, la ricostruzione della viabilit interna e lorganizzazione planimetrica generale rimango-

Fig. 25 Fotografia storica del castello di Gorfigliano.

no ancora da comprendere mediante i futuri interventi di scavo (Fig. 25). Dai resti architettonici individuati percepibile una complessa trasformazione dello spazio interno del castello durante i secoli bassomedievali e moderni unitamente ad una dinamica di abbandono ancora da puntualizzare. Non stato finora possibile realizzare una quantificazione delle unit abitative presenti allinterno del villaggio, giacch lo stato di conservazione dei resti non lo permette, tuttavia, grazie alle fonti scritte, si pu cogliere una prima evoluzione demografica della comunit di Gorfigliano. In funzione delle evidenze disponibili sono stati distinti due borghi, con limiti comunque di carattere arbitrario, in funzione del tipo di strutture individuate: 1. Borgo orientale, delimitato su un lato dalla cortina muraria di andamento NE-SW si estende per , circa 4.000 mq, su un forte pendio organizzato in diversi terrazzi occupati da un bosco di castagni e di cerri. Sono evidenti le tracce di murature appartenenti a strutture, ormai non pi identificabili planimetricamente, e di anomalie topografiche proprie della presenza di costruzioni di diversa entit. Lunica costruzione ancora conservata, la casa dei Brugiati, non pi abitata. 2. Borgo meridionale, di circa 3500 mq, occupato da diverse case disposte sul pendio terrazzato, che sono state in uso fino alla seconda met
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del XX secolo e oggi si trovano in stato di rudere. Larticolazione del pendio non si presta alla realizzazione di saggi archeologici in estensione, anche se ancora possibile rilevare lorganizzazione planimetrica delle abitazioni superstiti e degli spazi aperti ad esse relativi attraverso la lettura dei resti conservati in elevato. La vegetazione presente di carattere residuale. L.G., J.A.Q.C.

1.4 DEFINIZIONE

DI UNA STRATEGIA DI SCAVO

Tenendo conto delle indicazioni ottenute attraverso lindagine diagnostica e le problematiche definite nel questionario iniziale di ricerca, stata definita una strategia di campionamento che permettesse, con le risorse disponibili, di dare risposta alle domande poste. Come stato ricordato di recente nel caso di Montarrenti (FRANCOVICH, HODGES 2003, pp. 13-17), il campionamento di un villaggio caratterizzato da una lunga durata occupazionale pone dei problemi non indifferenti dovuti alle profonde trasformazioni urbanistiche e morfologiche che hanno subito gli abitati nel corso dei secoli. Gorfigliano, in particolare, nonostante sia abbandonato in alcuni settori soltanto da alcuni decenni, conserva le tracce di pi momenti occupazionali in modo frammentato,

come attestato dalle indagini diagnostiche preliminari. Inoltre, ci sono alcuni criteri che sono stati considerati nel momento di stabilire la strategia di campionamento. Da un punto di vista metodologico si cercato, entro le limitazioni poste dai mezzi disponibili e dallarticolazione morfologica e topografica sempre accidentata del castello, di realizzare saggi in grandi aree. Questa scelta metodologica, seguita ormai da decenni nello scavo di villaggi abbandonati di certe dimensioni, non ha avuto, nonostante tutto, un particolare sviluppo nei siti medievali di Lucca o della Lunigiana, dove si pu parlare indubbiamente di scavi limitati e realizzati su estensioni molto ridotte, tranne in alcune eccezioni. Nel caso di Gorfigliano, come si vedr di seguito, non sempre stato possibile scavare aree molto importanti, in modo particolare nel borgo settentrionale, dove si dovranno incentrare gli sforzi dei prossimi anni. Tuttavia, siamo convinti che soltanto il ricorso a questo tipo di strategie ci permette di comprendere i complessi fenomeni postdeposizionali che hanno cancellato in modo significativo tratti rilevanti delle sequenze stratigrafiche nei siti di montagna e permette di rintracciare elementi appartenenti a labili strutture come quelle individuate nel settore 1000. Si voluto dare inoltre una notevole importanza allo studio degli ecofatti, come stato segnalato nel questionario iniziale della ricerca. Questa preoccupazione stata anche presente allora di determinare la morfologia e lestensione dei singoli saggi, e nel disegno di una strategia di campionamento. I livelli di vita sono stati setacciati a secco in modo quasi integrale, tranne in alcuni casi dove si campionato intorno al 80% del totale. Il resto dei depositi sono stati setacciati soltanto in modo selettivo, dando prelazione ai crolli e ai riporti agricoli rispetto ai livelli dabbandono e altre forme sedimentarie. Con tutti questi criteri si disegnata una strategia di campionamento che ha interessato circa il 5% dellestensione complessiva del villaggio, da considerare ancora esigua ma in grado di fornire risposte piuttosto precise ad alcuni dei quesiti posti (Fig. 26). Come si detto il villaggio diviso essenzialmente in due parti: 1. una piattaforma sommitale assai articolata e occupata dalle principali costruzioni ancora in elevato (chiesa, canonica, torre), dove si individuato il settore signorile (settore 1000). In questo settore sono state identificate delle aree dotate di una buona potenzialit archeologica che sono state sottoposte ad indagini in estensione (saggio 1100), mentre che altri sondaggi hanno dato dei risultati negativi.
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Fig. 26 Pianta dei saggi realizzati nel castello di Gorfigliano.

2. i settori abitativi disposti sui pendii della collina, che possono essere a loro volta distinti in un borgo meridionale occupato ancora da diverse costruzioni (settore 2000), e uno settentrionale dove queste mancano quasi completamente costruzioni (settore 3000). I saggi realizzati in entrambi i settori sono indirizzati sia alla ricostruzione della sequenza insediativa nellabitato contadino e alla verifica dei livelli di occupazione altomedievali e nel momento dellincastellamento (saggi 2100, 2200), che allanalisi morfologica e topografica del castello nel periodo basso e postmedievale, in corrispondenza con la sua trasformazione e posteriore abbandono a favore del nuovo villaggio di Gorfigliano (saggi 3200, 3500). Anche in questi settori sono stati realizzati diversi sondaggi che con frequenza non hanno riportato informazioni utili sullo sviluppo insediativo dellabitato. La grande estensione del sito e le limitazioni imposte dalle sue dimensioni e lubicazione dei saggi ci hanno fatto ricorrere ad altri indicatori utili per stabilire collegamenti e rapporti indiretti tra le se-

PERIODI Periodo 1. Secoli VIII-X Periodo 2. Secolo X Periodo 3. Secoli XII-XV

FASI Fase 1a (Capanne della curtes) Fase 1b (Abbandono Capanne) Fase 2 (Incastellamento) Fase 3a (Costruzione strutture) Fase 3b (Livelli di vita) Fase 3c (Abbandono strutture) Fase 3d (Riutilizzo parziale)

Periodo 4. Secoli XV-XVI

Fase 4a (Ricostruzione delle mura) Fase 4b (Costruzione strutture) Fase 4c (Restauro di case)

Periodo 5. Secolo XVII

Fase 5a (Fasi di occupazione) Fase 5b (Abbandoni) Fase 5c (Risistemazione agricola)

Periodo 6. Secolo XVIII

Fase 6a (Ricostruzione della chiesa) Fase 6b (Ricostruzione della torre) Fase 6c (Risistemazione agricola) Fase 6d (Trasformazione dellabitato) Fase 6e (Modificazioni dellabitato)

Periodo 7. Secolo XIX Periodo 8. Secolo XX

Fase 7a (Trasformazione case borgo) Fase 7b (Riporti agricoli) Fase 8a (Ultimo utilizzo insediativo) Fase 8b (Restauri anni 80)

Fig. 27 Sequenza stratigrafica del castello di Gorfigliano.

quenze individuate nei singoli saggi. Uno di questi criteri stato lutilizzo di analogie tra le tecniche e i materiali costruttivi utilizzati, relazione supportata dallanalisi di 38 campioni di malta eseguita da Roberto Ricci. Le analisi sono state realizzate al microscopio ottico stereoscopico in luce riflessa su porzioni di campione prelevate in quantit opportuna da un punto di vista mineralogico-petrografico, dimensionale e granulometrico5. Lo studio delle malte stato eseguito soprattutto per fornire un supporto allindagine stratigrafica, e in questo senso i risultati hanno permesso la suddivisione in gruppi con composizione analoga che si sono integrati bene con lesame stratigrafico. Attraverso queste analisi stato possibile collegare attivit edilizie carenti di continuit stratigrafica identificate nei singoli settori del castello, oltre a contestualizzare nella sequenza la chiesa di Gorfigliano. A seguito si presentano, in modo sintetico, le sequenze dei principali saggi e letture degli elevati che sono state realizzate a Gorfigliano (Fig. 27). Nella presentazione dei diversi saggi si fatto riferimento alla periodizzazione della Fig. 27, che copre una larga diacronia compresa tra let carolingia e il XX secolo. J.A.Q.C.

1.5 IL SETTORE 1000. CASTELLO (Fig. 28)

LA

SOMMIT DEL

Il primo settore ad essere indagato globalmente stato il pianoro sommitale a quota m 746 s.l.m., di circa 200 mq di estensione, al centro del quale si colloca la torre campanaria (55 m di base). Diversi motivi hanno determinato questa scelta: si presentava come lunica parte dellarea signorile non troppo pesantemente rimaneggiata, almeno in apparenza, dai recenti lavori di restauro e dotata di una certa potenza stratigrafica, ancora quantificabile dalle sezioni esposte presenti sul versante meridionale e gi testata, diversi anni fa, dal Gruppo Archeologico Garfagnana con il rinvenimento di materiali ceramici, databili al periodo medievale6. Il pianoro, livellato in superficie da diversi riporti di terreno, mostrava, allinizio dellintervento, una leggera inclinazione verso sud con la conseguenza che, su questo versante, parevano convergere i depositi di migliore qualit e potenza. La presenza di uno strapiombo sui lati S ed E della piattaforma lasciava invece intuire un fenomeno di costante erosione e dunque una sua originaria maggiore estensione7.
6. Si ringraziano Paolo Notini e Guido Rossi per tutte le notizie riguardanti questi interventi e per aver permesso di prendere visione dei reperti ancora inediti allora rinvenuti. 7. Con ogni probabilit la stessa piattaforma fu ridotta di dimensioni in occasione della ristrutturazione settecentesca della torre castellana.

5. Queste analisi sono state eseguite da R. Ricci allinterno di un programma pi ampio di ricerche condotte sulla Toscana nord-occidentale, i cui risultati sono gi stati parzialmente editi (RICCI 2002).

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Fig. 28 Vista dellarea signorile del castello di Gorfigliano.

Ci sono, infatti, indizi per pensare che questarea fosse pi ampia nelle prime fasi doccupazione del villaggio, poi tagliata e ridotta in occasione della riorganizzazione dellassetto urbanistico complessivo dellarea signorile in et moderna. Tenendo conto di tutte queste circostanze e leccezionalit dei depositi rinvenuti in questo saggio (saggio 1100), lo scavo ha interessato in modo completo tutta la piattaforma sommitale, seguendo la strategia dindagine in estensione. In questo saggio sono emerse sei fasi doccupazione comprese tra lalto Medioevo e il XX secolo con unalta percentuale di residualit nei reperti degli strati pi recenti a denotare lintensa attivit di riorganizzazione dellarea avvenuta in tempi moderni. Fase 1 Alla pi antica fase di frequentazione dellarea riconducibile una serie di 23 buche da palo di diverse dimensioni, afferenti a pi strutture lignee disposte su tutto il pianoro (Fig. 29). La precaria conservazione della stratigrafia relativa a questa fase, impedisce di comprendere appieno lorganizzazione planimetrica di queste strutture, databili nellaltomedioevo. Gli unici lembi di livelli duso ad esse relative si sono conservati nella parte a sud della torre, mentre negli altri saggi le buche di palo si trovano isolate sulla superficie rocciosa. Tenendo conto di queste limitazioni, stato possibile identificare le tracce di quelle che sembrano, almeno, tre capanne diverse conservate soltanto in modo parziale, sia per lintensa attivit erosiva dei versanti che per le alterazioni causate dalle successive fasi di vita. Come ricorrente in scavi simili,
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non stato possibile fornire uninterpretazione precisa dellarticolazione planimetrica di queste strutture, e ci si limiter in questa sede ad una loro presentazione di carattere descrittivo. Tecnicamente sono strutture molto simili, costruite a livello del suolo, carenti di basamento e realizzate con armatura di pali ed elevato in materiale deperibile. Questo tipo di capanna presente in altri siti coevi della Lucchesia, come nel castello di Terrazzana (QUIRS CASTILLO 1999a, p. 79), o in altri siti toscani quali Montarrenti, Scarlino, Campiglia Marittima o Radda in Chianti, per segnalare soltanto i pi significativi (VALENTI 1994; BIANCHI 2003; CANTINI 2003). La struttura pi facilmente riconoscibile (capanna 1) ubicata a sud della torre attuale, e si conserva in modo parziale (Fig. 30). La struttura stata realizzata a partire dal livellamento artificiale del substrato roccioso (arenaria molto alterata) per la creazione di un vasto pianoro. Su questa sistemazione sono state documentate sette buche di palo di diverse dimensioni e profondit, che definiscono il perimetro di un fondo di capanna di almeno 15 mq (US 1143, 1145, 1147, 1149, 1159, 1161). Non stato possibile interpretare planimetricamente questa struttura giacch non si conservano n il limite meridionale n quello occidentale. Tuttavia, da quanto conservato, si pu affermare che si tratta di una struttura di pianta ellittica con il lato maggiore orientato E-O di dimensioni similari ad altri contesti toscani coevi. Questa struttura fu realizzata mediante scheletro ligneo di pali di quercia e castagno, stando alle

Fig. 29 Piante delle tre prime fasi doccupazione della sommit del castello di Gorfigliano (area 1000).

Fig. 30 Vista della capanna 1 rinvenuta nella sommit del colle.

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Fig. 31 Dettaglio del focolare us 1163 della capanna 1 di Gorfigliano.

analisi antracologiche dei carboni presenti nel riempimento delle buche, nelle quali erano originariamente infissi e stabilizzati mediante scaglie litiche. I carboni di frassino e olmo rintracciati in una di queste buche potrebbero invece essere ricondotti ad altre zeppe lignee o rinforzi successivi, oppure allostruzione della buca stessa a seguito dellabbandono della capanna. Il pavimento era costituito da un battuto ricavato sul livellamento della roccia, caratterizzato da scura terra argillosa con abbondanti carboni (US 1142, 1158, 1164) cui si relazionava un focolare (US 1163), formato da tre lastre darenaria affiancate e disposte di piatto, parzialmente rimosse a seguito degli interventi successivi (Fig. 31). Le 14 buche da palo (US 1206, 1211, 1223, 1217, 1233, 1215, 1213, 1227, 1225, 1221, 1209, 1219, 1229, 1231) documentate ad est della suddetta struttura, di diverse dimensioni e forme ma con riempimenti piuttosto simili (terreno sciolto a matrice sabbiosa, rare pietre o scisti, grumi di malta e, in pochi casi, anche carboni) appartengono ad una seconda capanna (capanna 2), autonoma rispetto alla precedente, dato lo spazio divisorio esistente tra loro e con andamento N-S del suo presunto lato maggiore (Fig. 32). La forte erosione cui questo settore del pianoro andato incontro dopo labbandono della capanna ha determinato il ribassamento delloriginario piano di calpestio e dunque la perdita di quei livelli di vita e delloriginaria profondit delle buche stesse. Pur non essendo possibile per questa struttura determinare le caratteristiche planimetriche da sottolineare la peculiare presenza, tra le buche di maggiori dimensioni, di allineamenti di buche di minor diametro, nelle quali, verosimilmente, si inserivano pali pi piccoli. A N della torre, dove la potenza stratigrafica assai ridotta e pesanti sono stati gli interventi recenti, si conservano soltanto due buche di palo, di cui una di notevole diametro (US 1194) ma di
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Fig. 32 Tracce della capanna 2 rinvenuta nella sommit del colle.

Fig. 33 Tracce della capanna 3 rinvenuta nella sommit del colle.

scarsa profondit, in posizione centrale nellarea. Vedendole in relazione alle altre buche e dunque alle altre due capanne, probabile che queste costituissero le uniche tracce rimaste della capanna 3. Probabilmente, le buche di minori dimensioni a questa afferenti furono con pi facilit cancellate dagli interventi successivi (Fig. 33). La determinazione della cronologia di questa fase di occupazione ha presentato notevoli difficolt,

Campione US 1158

Riferimento laboratorio Ua 18045

Et carbonio 14 (anni BP) 1020 40

Et calibrata (cal AD) 1 sigma 980-1040 (65,3%) 1140-1150 (2,9%) 890-980 (68,2%) 890-1030 (68,2%)

US 1162 Ua 18046 Somma di probabilit di Ua-18045 e 18046

1120 40

Et calibrata (cal AD) 2 sigma 890-930 (5,2%) 950-1070 (74,8%) 1080-1160 (15,4%) 780-1020 (95,4%) 780-1050 (88,1%) 1080-1160 (7,3 %)

Fig. 34 Risultati delle datazioni radiocarboniche realizzate per le buche di palo delle capanne di Gorfigliano (calibrazioni realizzate con il programa Oxcal 3.5).
Atmospheric data from Stuiver et al. (1998); OxCal v3.5 Bronk Ramsey (2000); cub r:4 sd:12 prob usp[chron]

Sum Somma Ua 18046 112040BP Ua 18045 102040BP Sum Somma 400CalAD 600CalAD 800CalAD 1000CalAD 1200CalAD 1400CalAD

Calibrated date

Fig. 35 Distribuzione di probabilit delle datazioni radiocarboniche calibrate realizzate per le capanne di Gorfigliano.

dovuto al fatto che gli unici e rari materiali archeologici rintracciati nei livelli di vita della capanna 1 non consentono di stabilire una cronologia precisa, da situare, in ogni modo, al volgere dellaltomedioevo. Nonostante lesistenza di un supporto documentale risalente alla fine dellVIII secolo, quando si menziona lesistenza di diverse case in Curfiliano (a. 793), o di abitanti nel loco Corfiliano finibus Carfaniense (a. 820), si ritenuto opportuno cercare di ottenere una cronologia di natura archeologica ed evitare facili identificazioni con il registro scritto. Per questo motivo sono state eseguite, presso lUniversit di Uppsala in Svezia, analisi radiocarboniche attraverso la tecnica AMS sui carboni rinvenuti nei livelli duso (US 1158) e nei riempimenti di due delle buche di palo della capanna 1 (US 1162). I campioni appartengono, quindi, sia a legna presente nella fase doccupazione della capanna, che ai materiali costruttivi impiegati nella sua realizzazione. rilevante sottolineare come la data pi antica appartenga ai carboni appartenenti ai pali della capanna piuttosto che alla legna, anche se una maggior precisione nella datazione radiocarbonica soltanto potr avvenire a seguito dellaumento del numero dei campioni presi in considerazione (Figg. 34, 35). anche rilevante sottolineare che le analisi antracologiche hanno permesso di individuare limpiego di castagno per la realizzazione delle capanne, in contrasto con altre strutture coetanee come quelle di Campiglia Marittima, realizzate invece in Quercia (BIANCHI 2003).
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Come si osserva, la somma della probabilit di entrambi le datazioni permette di ubicarla tra la fine dellVIII e la met dellXI secolo (a 2 sigma). Per riuscire ad stabilire con maggior precisione la cronologia di questa capanna saranno necessarie ulteriori analisi, da confrontare eventualmente con la seconda capanna. infatti possibile che uno dei pali analizzati sia stato sostituito in un momento posteriore rispetto alla fondazione. Tuttavia, questa datazione completamente compatibile con labitato attestato dai documenti gi menzionati della fine del VIII e gli inizi del IX secolo. Fase 2 La fase immediatamente successiva rappresentata dallabbandono delle capanne altomedievali e la costruzione di una nuova struttura in pietra databile al X secolo. Nuovamente i depositi pi significativi sono stati rinvenuti nel lato S della torre, al di sopra delle capanne 1 e 2, e anche in questa occasione le tracce individuate sono assai scarse per cercare di interpretare planimetricamente larticolazione delle costruzioni appartenenti a questo periodo (Fig. 29). Sullo strato di abbandono della capanna 1 erano presenti evidenti tracce dattivit di cantiere, in quanto stata rinvenuta della calce anche allinterno del riempimento di alcune delle buche di palo in uso nella fase precedente. In questa fase furono costruiti uno o diversi edifici, apparentemente rettangolari, di difficile interpretazione planimetrica. Si conservano soltanto le trac-

ce di due murature di andamento perfettamente perpendicolare tra loro: una sul lato S di circa 4 m di lunghezza e 50 cm di spessore, con andamento N-S (US 1120); una seconda situata a nord della torre, presenta una lunghezza di 2,5 m, e una orientazione E-W (US 1169). Le caratteristiche dei materiali, delle tecniche costruttive e della loro posizione stratigrafica attestano, senza genere di dubbi, la loro contemporaneit. Purtroppo, la presenza della torre ha comportato la parziale distruzione di queste strutture, impedendo di conoscerne la planimetria (Fig. 36). Potrebbero, comunque, appartenere ad un unico grande edificio del quale mancano completamente le tracce del muro perimetrale E, e di quello meridionale. In questo caso si tratterebbe di una struttura rettangolare di dimensioni superiori ai 12 m di larghezza per 4 m di lunghezza. In alternativa, si tratterebbe di due strutture differenti, ma comunque disposte secondo una pianificazione regolare, assente nella fase precedente. Al momento, comunque, non esistono criteri per escludere nessuna delle due proposte. Entrambe le murature sono state fondate direttamente sulla roccia, e realizzate con pietre spaccate provenienti dal substrato roccioso, legate con una malta gialla piuttosto friabile, con numerosi inclusi. Lo spessore delle murature, le tecniche costruttive e la carenza di crolli permettono di pensare che lelevato di queste edificazioni era ancora realizzato con materiali deperibili non pi conservati, come frequente in altri castelli coetanei toscani (CUCINI, FRANCOVICH, PARENTI 1989), potendo trattarsi quindi di capanne con basamento in muratura. Sono stati rinvenuti diversi livelli di vita associati ad entrambe le murature. Sul lato S della torre sono stati individuati dei livelli doccupazione ai lati della muratura 1120, anche se con caratteristiche sedimentologiche molto diverse. Sul lato occidentale, interpretato come linterno dellambiente, sono state rinvenute le tracce di un focolare (US 1140, 1141), caratterizzato dallarrossamento di unampia superficie, realizzato sulla roccia e privo di suoli in fase conservati. Sul lato orientale della muratura sono stati invece individuati due strati (US 1138, 1126), ricchi di materiali archeologici ed ecofatti, di grande rilevanza per la conoscenza di questa fase doccupazione. Dallaltro lato della torre sono stati documentati due piani duso di limitata estensione. Il primo un sottile livello terroso con carboni e concotti (US 1189), coperto da un piano pavimentale in calce (US 1188) molto dura e consistente, rinzaffata contro la muratura US 1169. La presenza di questi livelli sul lato N del muro, che dovrebbe corrispondere al perimetrale N della struttura, rende probabile la presenza di
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Fig. 36 Tecnica costruttiva della muratura US 1119 (fase 2).

un altro ambiente su questo lato del pianoro, le cui murature non si sono conservate. Per quanto riguarda la cronologia di questa fase, il ritrovamento di un denaro battuto a Pavia negli ultimi anni del 900, le caratteristiche della muratura e dei reperti rinvenuti permettono di collocare loccupazione del sito tra la fine del X e gli inizi dellXI secolo. Possiamo collegare questa fase di occupazione, con la comparsa dellarchitettura in pietra, e con le notizie documentarie, che attestano lesistenza nellanno 997 di un castello de Corfiliano. Fase 3a Nel corso del XII secolo, probabilmente nella prima met, lintero pianoro subisce una profonda trasformazione con la costruzione della torre, tuttora esistente, che provoca la demolizione parziale della struttura di X secolo (Fig. 29). Oltre alla torre viene costruita una serie di ambienti, di cui si conservano limitate porzioni di muratura e lacerti di suoli, probabilmente destinati ad uso abitativo. Nel corso del XII secolo viene inoltre costruita la cinta muraria che con andamento E-W , scende dalla torre e chiude il pianoro presente a sud-ovest del pendio. La struttura originaria della torre (US 1807) era a base quadrata di 5 m di base e di almeno 9 m di altezza distribuita su tre piani (Tav. 3). La leggibilit del paramento compromesso dai restauri che si sono succeduti nel corso del tempo, gli ultimi dei quali hanno comportato la chiusura di lesioni e la stuccatura dei giunti con cemento. Il lato W e linterno della torre sono quelli che permettono una migliore lettura della tecnica muraria medievale. La muratura si presenta in bozze di arenaria locale disposte in filari orizzontali daltezza variabile e legate con una malta bianca di calce di buona qualit (Fig. 37). Un dato comunque accertato la mancanza di un ingresso riconoscibile, in quanto lattuale stato

Fig. 38 Feritoia al primo piano della torre medievale di Gorfigliano.

Fig. 37 Tecnica costruttiva della fase medievale della torre.

Fig. 39 Feritoia al secondo piano della torre medievale di Gorfigliano.

ricavato posteriormente, e non ci dato a sapere se ha cancellato le tracce di quello originale (US 1855). Lunica apertura originale costituita da una serie di quattro feritoie conservate nel secondo piano della torre (Figg. 38, 39), che presentano una morfologia similare ad altre attestate in zona nel corso dei secoli XII-XIII (GALLO 1998). Il vano interno della struttura misura al pian terreno 1,641,76 m, mentre procedendo in altezza esso si amplia progressivamente per lassottigliarsi dei muri; al primo piano lo spessore dei lati N e E, misurabile grazie alle feritoie qui presenti, gi rispettivamente di 1,16 e 1,10 m. I solai dei piani in elevato, 3 in totale, si impostano su riseghe aggettanti, partendo dal basso, rispettivamente 50, 20 e 10 cm. La torre di Gorfigliano, in modo analogo ad altre strutture dei secoli XI e XII nellambito apuano e nel suo intorno, si caratterizza essenzialmente per la sua semplicit e le dimensioni ridotte in pianta nella base e la notevole altezza. Questo tipo di struttura normalmente era adibita a funzione residenziale, e per quanto riguarda la morfologia
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non si sono potute vedere differenze n territoriali n cronologiche tra le torri di base circolare e quelle quadrate (GALLO 1993-94, pp. 333-359). La torre di Gorfigliano trova confronti con quella di pianta quadrata e fondo cieco di San Giorgio di Filattiera con ingresso sopraelevato, datata nellXI secolo (CABONA, MANNONI, PIZZOLO 1982), o con quella di Zeri (GALLO 1995). Linterno della torre stato parzialmente scavato, cercando di individuare elementi utili per definire la cronologia della sua costruzione (Fig. 40). Tenendo conto dellandamento inclinato della roccia di base, si deciso di scavare soltanto la met meridionale. Al di sotto di un primo deposito sterile di formazione recente stata messa in luce una profonda fossa tagliata direttamente nella roccia per la fondazione della torre (US 1153). Allinterno del riempimento della fossa di fondazione (US 1152) stato trovato un frammento dolla di caratteristiche analoghe a quelle trovate allesterno della torre, databile ai secoli XI-XII. Al momento della costruzione della torre e a sud di questa fu ripristinato lambiente esistente con an-

Fig. 41 Tecnica costruttiva della muratura US 1120 (fase 3a).

Fig. 40 Fondazione della torre castellana di Gorfigliano.

teriorit, con la costruzione di una muratura fondata direttamente sulla roccia (US 1119), con andamento parallelo alla torre stessa, che reimpiega il muro US 1120 come perimetrale W formando , con esso un nuovo ambiente. La muratura, che stata realizzata con bozze regolari disposte in filari orizzontali (Fig. 41), raggiunge quasi 7 m di lunghezza, lasciando unapertura di circa un metro che pu essere identificata come laccesso allambiente. Allinterno della struttura sono stati individuati dei suoli (US 1131, 1205), plastici e di colore scuro, con abbondanti carboni, dai quali provengono delle ceramiche senza rivestimento ad impasto calcitico, tipiche delle fasi dellXI-XII secolo dei castelli dellalta Garfagnana. Si tratta di un ambiente destinato ad uso abitativo dato il rinvenimento di forme ceramiche e di oggetti personali, come una piccola fibbia in bronzo, oltre a chiodi da mobili. Probabilmente fu realizzato un nuovo ambiente anche sul lato N della torre, dove sono state rinvenute tracce di una muratura, consistenti in una limitata porzione di malta con le impronte di due pietre (US 1172), e le tracce di due piani a nord della struttura US 1169, US 1189 e US 1188. molto probabile che in questa fase edilizia fosse
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Fig. 42 Scala daccesso allambiente signorile ubicato sulla sommit del castello.

costruito sul lato E della piattaforma sommitale un nuovo edificio terrazzando il pendio, e collegato con lambiente 1 attraverso una rampa di scale rinvenute proprio sul limite del pianoro (US 1201). La scala (Fig. 42), conservata soltanto in tre gradini, stata realizzata con la stessa malta impiegata nella costruzione della torre e dellambiente, come testimoniato dalle analisi eseguite. Un saggio realizzato alla base del pianoro, in corrispondenza della suddetta scala, non ha per restituito alcuna traccia di strutture, evidenziando

Fig. 43 Tela seicentesca conservata presso la chiesa di Gorfigliano che rappresenta lassetto del castello in questo periodo.

solo la roccia affiorante in superficie. Larea, che sembra occupata da un grande edificio di et moderna secondo una raffigurazione del villaggio datata nellanno 1657, stata probabilmente rasata e ripulita fino alla roccia in occasione dei lavori realizzati successivamente (Fig. 43). Si pu comunque ipotizzare lesistenza nel medioevo nellarea sommitale di un edificio signorile assai articolato su pi piani e di importanti dimensioni, conservato nellattualit in modo parziale. Come si detto prima, nel corso del XII secolo viene inoltre costruita la cinta muraria che con andamento E-W, scende dalla torre e chiude il pianoro presente a sud-ovest del pendio (Fig. 44). Questa cinta viene realizzata in due momenti costruttivi, tesi evidentemente a superare il notevole dislivello presente fra i due pianori e rappresentati dalle US 1123 e 1207. La prima parte della cinta, US 1123, che riguarda pi direttamente questo saggio, realizzata con una tecnica abbastanza regolare con bozze di arenaria e calcare, con occasionale travertino e ciottoli, disposti su filari orizzontali e paralleli e legati con abbondante malta di calce, di colore grigio, tenace e ricca di inclusi. La parte pi bassa della cinta (US 2107), presenta una tecnica costruttiva migliore, con filari e bozze pi regolari, oltre a prediligere il calcare bianco come materiale da costruzione. Nel punto di contatto tra le due murature, la US 2107 presenta uno spigolo vivo, realizzato probabilmente per rettificare la muratura che proprio da questo spigolo gira leggermente verso nord per collegarsi alla torre. In sintesi, i dati disponibili confermano limportanza della ristrutturazione subita nella prima met del XII secolo nella sommit del castello, che ha comportato la ridefinizione quasi completa di tutti gli elementi costitutivi linsediamento di Gorfigliano.
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Fig. 44 Andamento del recinto murario del XII secolo, con la torre sulla sommit.

Fase 5a Successivamente, mentre la torre rimane in uso, i due ambienti sommitali disposti ai suoi piedi vengono abbandonati e demoliti. I pesanti interventi settecenteschi hanno provocato lasportazione di gran parte del deposito bassomedievale impedendo di determinare con pi sicurezza il momento o le cause di questi cambiamenti. Sono state rinvenute tracce eterogenee e piuttosto labili, databili tra labbandono e la fase settecentesca, tra cui parte del crollo dellambiente S (US 1124, 1192) nel quale vengono realizzate alcune buche di funzione non determinabile (US 1207, 1130, 1135). In seguito al crollo dei due ambienti si formano due livelli databili in base ai reperti rinvenuti, tra il XIV e il XVI secolo, individuati sul limite sud dellarea (US 1190) e a nord della torre (US 1175). Fase 6b Ai lavori di risistemazione della torre castellana, trasformata in campanile nellanno 1762, come

Fig. 45 Lapide che ricorda la trasformazione della torre castellana in campanile nellanno 1762.

recita la lapide murata sopra lingresso8, si lega una profonda trasformazione dellarea sommitale del castello con la ricostruzione della chiesa e della canonica (Fig. 45). Liscrizione affissa sullingresso attuale della torre campanaria attesta come il restauro di questa fosse autorizzato dalla Repubblica di Lucca che permise di intervenire su una struttura da tempo svuotata delle sue originarie funzioni difensive-abitative e in procinto di crollare (turrim hanc vetustate collabentem) conferendole una nuova funzionalit. Gli interventi pi sostanziali furono il suo rialzamento, raggiungendo i 16 m attuali, e laggiunta di cornici angolari e marcapiani ornamentali. Gli ultimi due nuovi piani, il superiore dei quali contenente la cella campanaria, furono dotati di finestroni a tuttarco e furono realizzati con una tecnica costruttiva irregolare, senza corsi. Particolarmente interessante il livello relativo al cantiere settecentesco (US 1116 e 1176), che copre la rasatura del muro medievale US 1119 e la scala US 1201, nel quale si conservano due grosse buche riempite con quelli che sembrano gli scarti della lavorazione della malta. Pi precisamente nella buca US 1178 si documentato un riempimento costituito quasi essenzialmente da sabbia sciolta con qualche frammento di scorie ferrose, mentre nella buca US 1198, si sono rinvenute grosse concrezioni di malta molto tenace nella quale,
8. TURRIM HANC VETUSTATE COLLABENTEM/AD ENIXAS COMUNITATS CORFILIANI PRECES/ INSTAURARI ATQUE IN ECCLESIAE UNUM CONVERTI/ CUM ONERE TAMEN MANUTENTIONIS/ET RESERVATO SIBI PLENARIO AC SUPREMO IURE/REPUBLICA LUCENSIS PERMISIT/IV NONAS APRILIS 1762.

Fig. 46 Trincea realizzata in occasione del restauro della torre castellana nel XVIII secolo.

oltre ad inclusi di notevoli dimensioni, compaiono numerosi carboni. Lintero piano US 1176 presentava ampie chiazze di calce. A questo intervento sono rapportabili le trincee a ridosso dei perimetrali della torre funzionali allerezione dei cantonali e verosimilmente al rinforzo delle preesistenti fondazioni (US 1127, US 1136, US 1197). Queste trincee (Fig. 46), riempite con la risulta dello scasso nella roccia e materiale costruttivo eterogeneo, hanno obliterato le originarie fosse di fondazione della torre medievale. Una buca (US 1173), assai profonda e probabilmente relativa ai ponteggi costruiti intorno alla torre si conserva lungo il lato N e nel suo riempimento sono stati rinvenuti alcuni frammenti di coppi laterizi. La cinta US 1123, al momento di questa ristrutturazione ancora presente in elevato, fu tagliata dalle nuove fondazioni della torre e poi reintegrata con una nuova muratura (US 1104). A seguito di questi lavori diversi livelli di terreno furono riportati su tutta larea per regolarizzare il piano intorno alla torre: si tratta della US 1170, nella parte orientale e meridionale del pianoro,
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caratterizzata da un terreno molto sabbioso con scaglie di pietra e malta e dunque residuale del cantiere e delle US 1103, US 1116, US 1166, invece caratterizzate da terreno scuro, probabilmente proveniente da una zona ortiva. La risistemazione della sommit del castello comport infine la costruzione di una muratura poligonale perimetrale, di contenimento del pendio, oggi conservata soltanto in modo parziale sul lato S (US 1806), con paramento dotato di ununica faccia vista e realizzato con ciottoli di arenaria e blocchi di calcare spaccati e di forma allargata, disposti in modo irregolare. Fase 8b I lavori di restauro realizzati nel corso del Novecento per rimediare ai danni causati dal terremoto del 1920 e gli ultimi interventi ricostruttivi realizzati negli anni Ottanta dai volontari del paese per il recupero globale dellarea sommitale hanno pesantemente intaccato i depositi antichi. Nellarea 1100, in particolare, questi interventi si sono concentrati nella parte nord e ovest del pianoro con la costruzione di un potente muro di contenimento in cemento armato e pietra, realizzato in modo scalare e in parte contro roccia (US 1179). Non a caso su questo lato non si conservano le tracce dei livelli settecenteschi sebbene sia da supporre che i riempimenti (US 1167, 1168) utilizzati per il livellamento di superficie finale provengano dagli stessi scavi effettuati in loco dai volontari come confermerebbe il materiale in essi rinvenuto. Discussione Nonostante la limitata estensione del saggio qui analizzato (ca. 150 mq), si tratta dellunico settore del castello dove sono state identificate le tracce pi antiche dellinsediamento di Gorfigliano. Come risulta frequente in altri siti toscani coevi, e in modo particolare nei castelli, la leggibilit delle strutture di et carolingia risulta con frequenza compromessa dagli interventi successivi, e Gorfigliano non costituisce uneccezione. I documenti scritti riferiscono dellesistenza sia di case che di un gran dominio presso questa localit, ma al momento lintervento archeologico non stato in grado che di offrire le tracce di tre costruzioni ubicate sulla sommit del colle, e sulle quali non possibile stabilire larticolazione planimetrica o la loro funzionalit. Non si deve escludere che in prossimit delle capanne fossero presenti strutture non abitazionali, come indubbiamente la capanna 1, destinate allimmagazzinamento di derrate o prodotti agricoli o pastorili, tenendo conto che non sono state identificate strutture simili e che sappiamo che la piattaforma era di dimensioni superiori allattuale.
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Dai documenti conservati possibile pensare che gi in questo momento Gorfigliano fosse un villaggio concentrato, con un certo livello daggregazione di ceti contadini intorno alla sede curtense di propriet della chiesa lucchese di Domini et Salvatoris. Anche la seconda fase abitativa identificata, realizzata con basamenti in pietra ed elevati in materiali deperibili trova confronti con altre situazioni rinvenute nella Toscana meridionale (CUCINI, FRANCOVICH, PARENTI 1989; BIANCHI 2003). La ridefinizione urbanistica della fase seguente la principale causa che le tracce di questa fase doccupazione siano ancora una volta limitate a questa piattaforma sommitale. Tuttavia, le frequenti menzioni di case, una decina, che compaiono nei documenti scritti del periodo confermano lentit del villaggio ubicato sul colle di Gorfigliano. Un dato rilevante che emerso nel corso dello scavo di questo settore, e che trover riscontro nel resto del castello, limportanza delle trasformazioni subite dal castello nel corso del XII secolo. Questo fenomeno, che dobbiamo collegare con il chiamato secondo incastellamento, che ha avuto un notevole sviluppo nella Lunigiana in confronto con la Garfagnana, si coglie nel rinnovamento dellarchitettura signorile e, in questo caso, anche con la costruzione di una torre di pianta quadrata nella sommit del villaggio e di altri settori che definivano unarticolata area signorile. Mancano quasi completamente le tracce relative al periodo bassomedievale e rinascimentale, che vanno ricercate in altri saggi realizzati nel castello. Lassenza di questi livelli doccupazione dovuta, essenzialmente, alla loro distruzione nel contesto della trasformazione della torre castellana in campanile nellanno 1762. Questa trasformazione riflette in realt il rinnovamento materiale e funzionale della sommit del villaggio e, in generale, di tutta larea signorile nel XVIII secolo. La funzione abitativa e rappresentativa, che da secoli caratterizzava il settore signorile del castello, ora cancellata dallo spostamento dellabitato al nuovo villaggio. In questo contesto si consolida il vecchio castello come area essenzialmente religiosa, e non un caso che gli abitanti dellattuale villaggio di Gorfigliano conoscano il castello come la Chiesa Vecchia. Le trasformazioni delle torri castellane in campanili fu un fenomeno molto frequente in altri castelli vicini, come ad esempio a Puglianella, Minucciano e Casola in Lunigiana, nel corso del XVIII secolo, quando stata costruita la maggior parte dei campanili ancora oggi conservati in tutta la valle del Serchio. S.G.

Fig. 47 La chiesa di Gorfigliano prima dei restauri condotti negli anni 80.

1.6 LA CHIESA DEI SANTI GIUSTO E CLEMENTE


La lettura archeologica di gran parte dellarea signorile fortemente compromessa, sia per la ininterrotta continuit duso che per le importanti modifiche apportate anche nel corso dei restauri realizzati negli ultimi venti anni (Tav. 4). In particolare, il piazzale della chiesa stato oggetto di sterri di diversa natura che hanno portato alla luce resti umani e, secondo le informazioni degli stessi operai che hanno condotto i lavori, di un forno che ben potrebbe corrispondere alla fossa per la gettata delle campane9. Ma se i depositi sotterrati sono fortemente compromessi, la lettura archeologica si incentrata in questo caso sui depositi in elevato. Anche in questo caso la lettura non stata agevolata dai restauri, in parte ancora da concludere, che hanno cancellato per sempre aspetti significativi della storia edilizia delle strutture ancora conservate in elevato. Intorno al piazzale della chiesa sono distribuiti sul lato occidentale la canonica, allinterno della quale sono presenti le tracce di una cisterna dove sono stati rinvenuti materiali archeologici dei secoli XI-

XII10, e la chiesa dei SS. Giusto e Clemente. La chiesa stata restaurata negli anni 80 secondo un progetto di I. Mocci, e si tratta di un edificio pluristratificato anche se reso uniforme dalla stuccatura dei giunti e dallo stesso progetto di restauro (Fig. 47). Tuttavia, ancora possibile realizzare in modo puntuale alcune osservazioni di natura stratigrafica. La canonica, invece, stata cos modificata da rendere quasi impossibile lidentificazione della sua sequenza costruttiva, comunque anchessa molto articolata (Tav. 5a). Infatti, lunico muro ancora leggibile, il perimetrale occidentale coincidente con landamento delle mura, mostra la complessit della sequenza costruttiva. Sul lato opposto al piazzale della chiesa si trova il seicentesco oratorio del SS Corpo di Cristo, anche quello molto modificato e reso uniforme dagli interventi recenti.

Note storiche
Lesistenza di un edificio di culto allinterno del castello di Gorfigliano documentata a partire dal
10. Si ringrazia P. Notini per questa notizia. Questi reperti sono ancora inediti. La notevole diffusione di queste strutture nella vicina Lunigiana permette di pensare che sia un elemento definitorio e costitutivo delle strutture signorili di questo periodo (GALLO 1993-94, pp. 408-428).

9. Secondo la tradizione nel Settecento furono fuse due campane nel sagrato della chiesa con il metallo offerto dal popolo (CASOTTI , GIORGETTI 1985, p. 75).

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Fig. 49 Muratura della chiesa medievale ancora visibile nellatrio dellattuale canonica.

1926, bench gravemente danneggiata dal terremoto di 6 anni prima. Nel 1933, fu costruita lattuale chiesa di Gorfigliano e l confluirono tutti gli arredi ancora utilizzabili del vecchio edificio (CASOTTI, GIORGETTI 1985, pp. 64, 77-80).

Lanalisi degli elevati della chiesa e della canonica


Fig. 48 Tecnica costruttiva della chiesa medievale nello scantinato dellattuale canonica.

XIII secolo. Nellelenco degli edifici religiosi presenti nella diocesi di Luni dellanno 1296-1297, redatto per la riscossione delle decime ecclesiastiche, compare infatti una cappella di Corsigiano (errore di trascrizione per Corfigliano) come dipendente dalla Pieve di Castello, odierna Pieve di S. Maria di Piazza al Serchio (PISTARINO 1961, p. 81). Ancora negli anni 1298-1299 presente come cappella di Corsiliano (PISTARINO 1961, p. 90). Altre pi tarde notizie sulla chiesa si ricavano dalla Visita Pastorale del 1584 quando risulta in precarie condizioni strutturali (al contrario sono buone quelle della canonica) e troppo piccola per contenere tutti i suoi 450 fedeli (MAGISTRELLI 2000, pp. 238240)11. Tuttavia, soltanto nel XVIII secolo la chiesa fu completamente ricostruita ed ampliata, come testimoniato dalle numerose iscrizioni e lapidi ancora oggi presenti sulledificio. Anche se a partire dal 29 agosto 1711 si inizi ad officiare nelloratorio di SantAntonio, fondato qualche decennio prima, alle Capanne di Gorfigliano, la chiesa vecchia rimase in uso fino al

11. Altre informazioni sulla storia moderna e contemporanea della chiesa e delle sue dotazioni sono in CASOTTI, GIOR GETTI 1985, pp. 59-73.

Le murature pi antiche individuate (US 1804, 1805, 1808, fase 3a) formano parte della navata laterale meridionale della chiesa attuale, e costituiscono lunica traccia relativa alla chiesa medievale. La muratura, che fondata direttamente sulla roccia come si osserva nello scantinato delladiacente canonica (Fig. 48), stata realizzata con bozze di arenaria e calcare disposte in filari orizzontali e paralleli di altezza diversa, presentando notevoli analogie con la tecnica costruttiva presente nella torre gi analizzata. La stessa tecnica costruttiva stata individuata in una muratura visibile nellossario conservato sotto labside attuale (US 1801), e che potrebbe delimitare lestensione ad ovest delledificio. Le murature conservate non permettono tuttavia di ricostruire lassetto originale delledificio. Sicuramente il piano pavimentale della chiesa e, in generale, di tutto il piazzale antistante era pi basso rispetto allattuale. Sappiamo inoltre che sul lato S esisteva una porta architravata con arco di scarico (US 1815) ancora visibile parzialmente nelle fotografie scattate nel corso dei restauri (Tavv. 5b, 6b). stato accertato che la facciata attuale era arretrata di circa 4 metri rispetto a quella attuale, ma purtroppo non possibile conoscere larticolazione volumetrica della chiesa medievale che sicuramente era molto pi piccola dellattuale (Fig. 49). Non sappiamo, ad esempio, se le murature conservate appartengono allunica navata del57

Fig. 50 Troniera quattrocentesca presente nella muratura meridionale della chiesa di Gorfigliano.

Fig. 51 Portale cinquecentesco proveniente della chiesa di Gorfigliano.

ledificio, o se aveva invece tre navate come nella situazione attuale. Per quanto riguarda la cronologia di questo edificio, lanalogia con le tecniche costruttive della torre permette dipotizzare una sua attribuzione nel corso del XII secolo, quando tutto il settore signorile del castello fu ampliato e riformato. Appartengono ad una fase posteriore (fase 4a) alcuni interventi di minor entit che sono stati rintracciati, sia su i paramenti medievali che su quelli che delimitano lattuale canonica, anche se in questo caso le difficolt della lettura ancora maggiore. Sul paramento medievale stato collocata una troniera (US 1809) che, per tipologia, si pu datare nel corso del XV secolo (GALLO 1998, p. 112), e che da collegare alla ricostruzione del recinto murario e il rafforzamento delle strutture difensive del castello testimoniato proprio in questo secolo in pi parti del castello (Fig. 50). probabile che possano appartenere a questa fase altri interventi puntuali, come lapertura di una finestra rettangolare (US 1816), che illuminava linterno della navata. Non ci sono invece indicazioni di altri interventi che sono stati condotti nel periodo rinascimenta58

le e che conosciamo soltanto in modo indiretto. Ad esempio, nellanno 1531 fu collocato un nuovo portale dingresso, ora conservato nella chiesa dellattuale villaggio di Gorfigliano (Fig. 51). Attraverso la Visita Pastorale dellanno 1584 sappiamo anche che esisteva gi la canonica, sebbene con tutta sicurezza il suo assetto era notevolmente diverso a quello attuale (MAGISTRELLI 1975, p. 402). Ma lintervento di trasformazione pi rilevante avvenuto nel corso del XVIII secolo (fase 6a), quando ledificio fu ampliato e modificato raggiungendo la volumetria attuale. Le visite pastorali rammentano con anteriorit lo stato di degrado della chiesa, la sua antichit e la necessit di condurre dei lavori di restauro. Perfino una lapide conservata attualmente nellabside, e che ricorda linizio dei lavori nellanno 1706, descrive ledificio come antiquitus, informe et vetustate corruptus12. Attra-

12. HOC SACELLVM ANTIQUITUS/INFORME ET VETUSTATE CORRUPTUS/BARTHOLOMEUS LORIUS/DE ALBIANO RECTOR/FUNDITUS REFICI CURAVIT/ MAGNIS SUMPTIBUS OPERA/ETLABORE COMUNITATIS/ MDCCVI.

Fig. 52 Iscrizione nella facciata della ricorda relativa ai lavori di ricostruzione nellanno 1719.

Fig. 54 Allargamento della facciata della chiesa nel XVIII secolo.

Fig. 53 Finestra nella facciata principale della chiesa relativa alla sua collocazione nellanno 1752.

verso questa ed altre lapidi e date incise, stato possibile situare la cronologia delledificazione negli anni 1706-1752 circa (Figg. 52, 53)13.
13. Un altra epigrafe situata presso laltare maggiore, e ricorda linizio dei lavori: TEMPORE DOMINI BEATI / ET MICHAELIS PANCIETTI / OPERARIORUM 1706.

Il nuovo edificio, che reimpiega la muratura della chiesa anteriore nel lato S presenta tre navate, coperta con una volta a botte realizzata con travertino, ed di ampie dimensioni. Come si detto, la facciata stata allargata verso est (US 1803, 1830), e anche labside stata ampliata (Fig. 54). In questo caso, e tenendo conto dellubicazione della chiesa precedente sulla caduta del pendio, stato necessario realizzare unimponente opera di fondazione della nuova abside (US 1811, 1838), che ha comportato la costruzioni di grandi spazi voltati, impiegati come ossari. Anche nella navata settentrionale stato possibile ricavare spazi per ossari grazie al rialzamento generale del piano di calpestio. Le murature relative a questa fase edilizia sono state realizzate con materiali eterogenei, in parte reimpiegati dalledificio precedente smontato, e in parte con bozze, ciottoli e blocchi spaccati di materiali locali. Lapparecchiatura irregolare, anche se esiste con frequenza una tendenza a formare filari suborizzontali, e si ricorre a zeppe e materiali irregolari. Questa muratura era coperta da un intonaco bianco, come compare ancora nei documenti iconografici conservati della prima met del XX secolo, anche se il restauro posteriore ha scrostato tutte le murature, lasciandole a vista. In modo parallelo alla ricostruzione della chiesa fu ristrutturato il piazzale antistante la canonica addossata alla chiesa. Secondo la rappresentazione iconografica del castello datata nel 1657 gi citata (Fig. 43), la canonica aveva tre archi, e la chiesa aveva un campanile impostato sul lato N. Dopo il terremoto dellanno 1920 e il progressivo abbandono del castello, la chiesa ha conosciuto, come il resto delle strutture del vecchio villaggio, una fase di abbandono che ha comportato il crollo e la distruzione di parti significative, sia della stessa chiesa che della canonica (Tav. 5b). Come si detto, dagli anni 80 del XX secolo stata portata avanti unimportante opera di restauro nel59

Fig. 55 Tracce di abitazione impostata sul pendio abbandonata nel periodo postmedievale nel borgo meridionale del castello di Gorfigliano.

lintero complesso, ancora in corso (fase 8), che ha ripristinato parzialmente le strutture, modificando comunque larticolazione precedente di alcune parti significative della chiesa. S.G., J.A.Q.C.

1.7 IL SETTORE 2000. IL BORGO MERIDIONALE


Orientato a sud, si tratta dellultimo settore del castello che rimasto abitato fino al 1960 circa, e dove si ubicano le tracce pi evidenti di strutture e abitazioni ancora conservate in elevato. Nonostante il degrado e lo stato dabbandono di queste costruzioni, ancora riconoscibile lassetto urbanistico del villaggio e la sua organizzazione interna. Il settore delimitato ad ovest e a sud dal tracciato delle mura medievali, che scorre lungo la rottura del pendio fino alla porta di San Paolo, conservata in modo parziale. Tutto il pendio, che presenta una forte pendenza, terrazzato, conformando pianori lunghi e stretti collegamenti pronunciati. Le strutture ancora riconoscibili sono distribuite a maglie larghe, lasciando spazi intermedi dediti una volta a coltivazioni come le patate, i fagioli e il granturco, come ricordano ancora gli abitanti che si sono trasferiti di recente al nuovo villaggio di Gorfigliano. Ci sono anche delle murature in elevato, soprattutto verso la sommit del settore, adoperate come sostegni dei terrazzi
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agricoli, che appartenevano in precedenza a case crollate e abbandonate (Fig. 55). Le abitazioni ancora leggibili, impostate sul pendio, raggiungono in alcune occasioni i tre piani, e hanno subito diverse modifiche e ampliamenti (Fig. 56). Le tre principali costruzioni ancora conservate, conformate in occasioni da diversi corpi di fabbrica addossati, sono state tutte datate in base alla tecnica costruttiva in et postmedievale. In una di esse era presente fino allanno 2000 un portale di arenaria datato, per confronto cronotipologico, entro il XVIII secolo (Fig. 24). Altri portali datati sempre nel XVIII secolo e provenienti da case ubicate in questo settore sono stati reimpiegati nei restauri recenti della chiesa e della canonica (Fig. 57)14. La stessa continuit delloccupazione del settore ha compromesso il disegno di una strategia dintervento, che permettesse dindagare la complessit della sequenza di vita. In questa occasione si proceduto ad una ricognizione delle murature e si sono individuati soltanto alcuni spazi che presentavano indizi utili per la realizzazione di saggi in estensione. Sono stati cos realizzati alcuni saggi nella sommit del settore, ai piedi dellarea signorile e della torre che presiede il castello (saggi 2100 e 2200),
14. In particolare facciamo riferimento a tre portali murati attualmente nella canonica; due sono chiavi di arco, e un terzo appartiene ad una porta architravata. Due di essi sono datati negli anni 1733 e 1766, mentre un terzo, carente di data incisa si pu situare per tipologia nel corso del XVIII secolo.

Fig. 57 Portale settecentesco reimpiegato nel restauro della canonica.

Fig. 56 Abitazione del borgo meridionale del castello di Gorfigliano restaurata dopo il terremoto dellanno 1920.

Fig. 58 Vista generale del settore 2100.

e un altro pi limitato stato condotto nei pressi della Porta di San Paolo, destinato ad ottenere elementi utili per determinare la cronologia dellopera muraria (saggio 2300), e che ha avuto comunque esito negativo per i pesanti lavori condotti in occasione dei recenti restauri.

1.7.1 Il saggio 2100


I saggi 2100 e 2200 sono stati aperti, come si detto, ai piedi dellarea sommitale del castello, immediatamente sotto al saggio 1100 (Fig. 58). Entrambi i saggi si dispongono su uno spiazzo pianeggiante inclinato verso sud-ovest. Dalle fonti orali sappiamo che questo luogo del castello noto come prato dei Giovacchini, in riferimento ai suoi proprietari, che erano gli abitanti della settecentesca casa situata pi a valle. In questo prato si coltivava grano o granturco, e patate e fagioli in modo alternato. Questa pratica agricola, che deve essere rimasta in uso fino al completo abbandono del villaggio, si riscontra in pi punti del castello. Lubicazione privilegiata di questo spiazzo, situato in prossimit della sommit e delimitato da un recinto murario realizzato con una tecnica costrutti61

va medievale ha permesso lapertura di saggi in grandi aree. Il saggio 2100, di oltre 100 mq fu aperto nel limite del settore 2000, dove il recinto murario che scende dalla torre situata nella sommit del castello delimitando il settore piega verso sud formando un angolo retto, proseguendo verso la porta di San Paolo (Fig. 59). Posteriormente il saggio stato ampliato a sud (saggio 2200) di altri 40 mq circa, i cui risultati non vengono presentati in questa sede, essendo ancora da completare. Entrambi i saggi realizzati nel menzionato prato dei Giovacchini sono delimitati a sud da una muratura appartenente probabilmente ad una abitazione crollata da tempo, configurando un terrazzo associato alla gi menzionata casa settecentesca disposta pi a valle. Con la realizzazione di questi saggi si cercato di delimitare lestensione degli abitati altomedievali e medievali identificati nel settore 1100, oltre a definire le fasi di trasformazione di questarea del castello fino alla sua conversione in spazio di coltivazione. Anche se il deposito stratigrafico non particolarmente potente, ed ben evidente lazione dei dilavamenti delle superfici, stato possibile recuperare una sequenza abbastanza articolata, che

Fig. 59 Pianta generale del settore 2100.

documenta la trasformazione dellarea dallet medievale allabbandono del castello. Bisogna segnalare che esiste una differenza tra le stratigrafie conservate allinterno degli edifici rispetto a quelle ubicate allesterno, dove lazione del dilavamento stata pi incisiva, causando la quasi completa scomparsa di depositi in situ. Fase 3a Le tracce pi antiche rinvenute in questo settore di scavo appartengono a strutture databili nel XII secolo. molto probabile che con anteriorit ci siano stati altri depositi e costruzioni appartenenti alle fasi doccupazione precedenti documentate sulla sommit del castello, ma le trasformazioni realizzate in et romanica hanno completamente compromesso la loro conservazione. La prima operazione documentata in questo settore del castello stata la regolarizzazione del pendio con tagli nella roccia, in modo da ottenere terrazzi paralleli al pendio, con piani orizzontali per la costruzione delle nuove strutture (US 2134, 2164). Nel settore indagato sono stati ricavati due terrazzi, che definiscono due unit edilizie ben differenziate di dimensioni pi o meno similari. In seguito fu realizzato il perimetro murario (US
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2107) che delimitava a nord e ad ovest il saggio. Si tratta di una muratura realizzata con bozze di arenaria e di calcare disposte in filari orizzontali e paralleli di altezza diversa, che presenta strette analogie con la torre e la porta di San Paolo. La muratura, fondata direttamente sulla roccia, stata datata nel corso del XII secolo grazie ai reperti rinvenuti allinterno della sua fossa di fondazione (US 2106). La terrazza superiore era occupata da una costruzione (ambiente 1) delimitata a nord dalle mura suddette, e a sud da una muratura conservata in pochi filari daltezza (US 2135). Il lato E era invece delimitato dal taglio eseguito nella roccia, mentre non stata identificata traccia alcuna di muratura di chiusura sul lato opposto. Nel tratto settentrionale in prossimit delle mura la roccia stata tagliata (US 2118) in modo da definire una piattaforma di 23 m rialzata da 15 a 50 cm sul piano pavimentale del resto dellambiente, a sua volta leggermente inclinato verso valle (Fig. 60). Allinterno di questambiente erano presenti alcune fosse e buche di palo (US 2119, 2124, 2125), che probabilmente reggevano la copertura lignea ad unica falda inclinata verso ovest. Sempre allinterno dellambiente stato realizzato un pic-

Fig. 60 Vista dellambiente superiore del settore 2100.

colo canale alla base del taglio che delimita la terrazza (US 2164), utilizzato come scolo di liquidi provenienti da unapertura passante presente nella muratura 2135, larga circa 2519 cm. Allesterno di questo vano, a valle, presente una seconda canaletta di scolo (US 2121, 2159) parallela alla precedente, coperta da una serie di lastre di scisto (US 2117), conservate soltanto in parte, e che conclude in una sorta di depressione situata al di fuori dellambiente (Fig. 61). Le analogie delle malte e delle tecniche costruttive delle murature 2107, 2135, 1801 e 1139 permettono di datare questa attivit edilizia entro il XII secolo. I livelli duso rintracciati allinterno dellambiente (US 2114, 2120, 2151, 2160), non hanno infatti restituito materiali utili per determinare la sua cronologia, trattandosi essenzialmente di battuti di terra molto depurata di circa 7 cm di spessore. inoltre da segnalare come alla base del taglio 2118 sia stato documentato uno scarico di ceneri e carboni appartenenti ad un presunto focolare, anche se mancano le tracce di rubefazione (US 2115). Questi livelli duso erano coperti da un crollo di lastre di tetto, formate da scisti di notevoli dimensioni (US 2113, 2148). La stessa posizione delle lastre conferma lesistenza di una copertura a falda unica in quanto concentrate sul lato W allesterno del, lambiente. Nello stesso crollo sono stati rinvenuti diversi chiodi, utilizzati per fissare le lastre allarmatura lignea. Il crollo del tetto era coperto da quello delle pareti che delimitavano lambiente (US 2110, 2112). Ledificio rimase in uso almeno fino
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Fig. 61 Canale di scolo 2117 pertinente alla struttura medievale rinvenuta nel settore 2100.

al XIV secolo, come indicano i materiali rinvenuti allinterno dei crolli dellambiente e nel riempimento della canaletta US 2121. Nella terrazza inferiore, si conservano le tracce di una struttura che presenta un assetto simile a quella superiore (ambiente 2). Si tratta infatti di una costruzione che sfrutta landamento del recinto murario del castello, ed impostata sul pendio (Fig. 62). Sul taglio della roccia fu costruita la muratura 2133 con una tecnica similare a quella dellUS 2135, che si lega alle mura, delimitando in questo modo un ambiente al quale si accedeva probabilmente dal lato S, dove la struttura non si conserva pi. Lambiente cos ricavato presenta una pianta rettangolare di 2 m di larghezza, e almeno 8 m di lunghezza. Lintensit del dilavamento naturale e delle trasformazioni posteriori non hanno permesso di conservare i livelli di vita. Per quanto riguarda la sua cronologia, la contemporaneit con la costruzione delle mura permette di attribuire anche questo ambiente al XII secolo. infine da segnalare la presenza di un focolare (US 2167), apparentemente isolato, non vincolato a nessuna costruzione, tra gli ambienti appena descritti. In sintesi, siamo in presenza di due ambienti posti scalarmente su due diversi terrazzi apparentemente non collegati tra loro. Mentre si pu ipotizzare per lambiente 2 una funzione abitativa, anche se mancano completamente i livelli di vita, resta pi complessa lidentificazione della funzionalit dellambiente 1 (Tav. 7a). Apparentemente si presenta come un edificio chiuso soltanto da tre parti, con linterno articolato su due alture e caratterizzato da un sistema di canalette per lo scolo delle acque. Dovendo escludere una funzione di carattere produttiva, la presenza del sistema di canalette potrebbe far pensare a una serie di stalle, che comunque non trova confronti con altri contesti analoghi15. Non si deve escludere comunque una funzione abitativa, tenendo conto la presenza di quello che sembra un focolare, anche se a questo punto non risulta semplice stabilire la funzione del dislivello interno dellambiente, e il fatto che ledificio non fosse completamente chiuso da murature. Riteniamo quindi pi probabile che abbia rivestito una funzionalit ausiliare o di servizi nei confronti proprio di questo settore signorile. Fase 3d In seguito ad un primo abbandono, lambiente 1 fu ripristinato e riutilizzato, come testimonia la presenza di un livello duso (US 2126) che copre
15. Canalette di scolo si riscontrano in stalle come quelle individuate nel villaggio di Monte Zignago (B IASOTTI et alii 1985, pp. 219-221), anche se sono molto diverse da quelle documentate in questo ambiente.

Fig. 62 Vista dellambiente inferiore del settore 2100.

il crollo del vano. Non stato possibile determinare la cronologia di questa seconda fase doccupazione, poich completamente carente di reperti archeologici. Probabilmente appartiene allo stesso momento doccupazione, anche se non esiste una continuit stratigrafica che permetta di stabilirlo con sicurezza, la costruzione di un muro che poggia direttamente sul taglio nella roccia (US 2108), delimitando lambiente ad est. Questa muratura stata realizzata con bozze reimpiegate e provenienti dal crollo della struttura precedente, come dimostrato dalla presenza di grumi di malta, mentre la muratura legata da terra. Al momento si conserva per un altezza di circa 75 cm, ma probabilmente era pi alto. Fase 4a In un momento posteriore, che si potuto situare nel corso del XV secolo, si proceduto a rafforzare il recinto murario, in modo particolare nellangolo NW del settore. Alle mura medievali stata addossata una torre semicircolare (US 2111) realizzata con scaglie e bozze irregolari di calcare locale spaccate e legate con abbondante malta bianca (Fig. 63). Al suo interno sono stati disposti dei riempimenti costruttivi (US 2132, 2144) destinati a rafforzare la stessa torre, che non hanno restituito materiali utili per stabilire la cronologia di questa attivit edilizia. Tuttavia, il parallelo esistente con le tecniche costruttive e, soprattutto, lanalogia esistente con il recinto murario costruito nel borgo settentrionale (US 3503) permettono di collocare la costruzione di questa torre nel corso del XV secolo, quando tutte le difese del castello di Gorfigliano sono ricostruite e rinforzate. Fase 5b Nel corso del XVII secolo si sono formati una serie di strati dabbandono (US 2102 = US 2136, US 2147, US 2150) che hanno completamente obliterato lambiente 1 e segnato labbandono del64

Fig. 64 Riporti agricoli rinvenuti nel settore 2100.

Fase 6c Un nuovo riporto di natura agricola viene a ricoprire tutte le strutture del settore, raggiungendo, in certi punti, uno spessore di 150 cm (US 2101, 2130). Si tratta di un livello di terra nera molto depurata, allinterno del quale sono stati rinvenuti materiali archeologici databili entro la seconda met del XVIII secolo. Questo assetto agricolo, rimasto inalterato praticamente fino ad oggi, caratterizza unorganizzazione del borgo S del tipo a maglie larghe con rade abitazioni intervallate da spazi relativamente ampi di coltivazione.
Fig. 63 Torre semicircolare addossata al recinto murario medievale nel settore 2100.

lambiente 2. Proprio dai livelli di abbandono di questultima costruzione, interessata dal crollo parziale della muratura US 2133, sono stati rinvenuti materiali databili al XVII secolo (US 2139). Fase 5c In concomitanza dellabbandono di questi ambienti avviene la trasformazione dellarea in terrazzi di solo utilizzo agricolo. Lambiente 2, che come si visto ha subito il crollo parziale delle sue strutture, viene ripristinato in questo periodo ma soltanto come terrazzo duso agricolo. Sulla distruzione della muratura US 2133 si realizza nel XVII secolo, la struttura 2141, come testimoniato dai materiali rinvenuti nel riempimento della nuova fossa di fondazione. Nella terrazza superiore, invece, si ritrovano una serie di riporti di terra scura e depurata (US 2138, 2146, 2109) di poca potenza, nei quali sono presenti numerosi materiali archeologici di cronologie molto diverse. In questo modo si completa in modo definitivo la trasformazione di entrambe le strutture, ridotte da questo periodo in avanti, in semplici terrazzi destinati alla coltivazione.
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Discussione Il saggio 2100 con il suo ampliamento 2200 rappresenta, ad oggi, lo spaccato pi significativo per la conoscenza della storia insediativa del castello, sia per la sua grande estensione, sia per il tipo di deposito, in grado di sintetizzare, in modo assai continuo, la trasformazione di aree abitative in spazi agricoli come riscontrabile, ma molto pi frammentariamente, in altri punti del sito. Nonostante ci si trovi ai piedi della piattaforma sommitale del castello colpisce la mancanza di tracce riferibili alloccupazione altomedievale. A causa di tale lacuna pare definitivamente compromessa la possibilit di determinare lestensione e le caratteristiche del pi antico nucleo di capanne; del resto tutti gli spazi sommitali paiono profondamente trasformati nelle fasi successive e in particolare nel XII secolo. In questo periodo, infatti, avviene la ridefinizione urbanistica del castello con un profondo impatto sui fragili elementi materiali di et altomedievale che solo si sono conservati in minima parte sulla sommit del colle. Nel corso del XII secolo assistiamo ad una vera e propria rifondazione del villaggio con la costruzione della torre (e probabilmente della chiesa), del recinto murario pi antico e la sistemazione a gradoni dei fianchi del colle come riscontrabile sul lato

meridionale. Si viene cos a creare un urbanesimo costituito da case compatte disposte a gradoni sui pendii del castello che trova confronti con altri villaggi coevi scavati in ambito regionale. Queste opere sono rimaste in uso, sia pure con varie modifiche e trasformazioni, per tutto il periodo medievale e parte di quello rinascimentale. Le principali trasformazioni riscontrate in questo periodo corrispondono, come si visto, al rafforzamento del sistema difensivo attraverso la costruzione del torrione semicircolare. Questo tipo di elemento difensivo si documenta in altre opere coetanee, come stato osservato ad esempio nei casi di Verrucole o di Castelnuovo (GIOVANNETTI, NOTINI 1998; CIAMPOLTRINI, NOTINI 2000), rimanendo nellambito geografico dellalta Garfagnana. Le trasformazioni pi sostanziali di questa area del castello datano comunque al XVII secolo quando sembra strutturarsi un tipo di insediamento a maglie larghe, dove, sui terrazzi fra le abitazioni, trovano ampio spazio le coltivazioni agricole: tutto ci in significativa concomitanza con il fenomeno di progressivo spopolamento del villaggio fortificato e la parallela crescita di quello aperto, disposto in prossimit del Piano. R.A., S.G.

In forma preliminare si proceduto a realizzare una ricognizione generale per stabilire la natura, agricola o abitativa di questi terrazzi anche attraverso la lettura di sezioni esposte, carotaggi manuali o piccoli sondaggi. Da tutto ci, individuando con sicurezza solo 5 unit abitative che tendono a disporsi per lungo sui vari pianori, si potuta appurare per un numero significativo di essi la natura agricola confermando, come per il versante meridionale e relativamente alle fasi post-medievali, un modello urbanistico scarsamente chiuso, inframmezzato da ampie zone di coltivazione. Per meglio conoscere lestensione del villaggio in et medievale e le modalit di formazione del paesaggio attuale sono stati infine realizzati due saggi dai quali, data lestensione limitata, emergono le seguenti preliminari constatazioni.

1.8.1 Il saggio 3200


Il settore di scavo 3200 ha interessato, per una superficie totale di circa 40 mq, una parte di due contigui terrazzi posti quasi alla base delle pendici orientali del colle, sovrastanti, di pochi metri, il cimitero e dunque ancora verosimilmente interni al circuito murario (Figg. 65, 66). Larea indagata coincide con una porzione di due cellule abitative addossate: lo scotico dellhumus superficiale (US 3201) ha fatto emergere la cresta del muro US 3203 di andamento E-W che, formando un angolo con il perimetrale disposto ai limiti del pendio verso valle (US 3204), caratterizza lambiente occupante il pianoro di quota maggiore (ambiente 1) rispetto al quale un secondo ambiente (ambiente 2), collocato sul terrazzo inferiore, viene ad addossarsi mediante il muro US 3205 che, in fase con il muro US 3214, vi forma un angolo non conservatosi nel paramento esterno (Fig. 65). Mentre i limiti settentrionali e orientali del saggio di scavo sono stati rispettivamente forniti da US 32033205 e 3214, il limite occidentale stato fatto coincidere con la fine del pianoro e quello meridionale arbitrariamente fissato a circa 3 m dal limite N ma successivamente ampliato di 1,5 m in corrispondenza di un nuovo ambiente (ambiente 3), individuato quasi allo scadere dei tempi di scavo16. La scelta di scavare questarea stata dettata dalla

1.8 IL

SETTORE

3000. IL

BORGO ORIENTALE

Si tratta del settore abitativo pi ampio del castello anche se la quasi completa assenza di abitazioni visibili rende difficile la comprensione della sua articolazione urbanistica. delimitato dalla cortina muraria del castello, tranne nel lato a valle, dove si perdono completamente le tracce del suo andamento. Come si detto in precedenza, le caratteristiche costruttive delle mura sono molto diverse rispetto a quelle che delimitano il borgo meridionale, ponendo la questione della loro cronologia. Alla base nord-orientale del pendio indagato si trova il vecchio cimitero di Gorfigliano, utilizzato fino agli anni Trenta del Novecento ma anchesso oggetto di recenti restauri, con un impianto databile al XIX secolo sulla base delle lapidi presenti sulle tombe. stato verosimilmente costruito a seguito delleditto di St. Cloid e labbandono delle deposizioni negli ossari interni alla chiesa. Non da escludere che proprio il suo impianto abbia obliterato il recinto murario di questo lato. Tutto il versante rientrante in questo settore di indagine presenta una forte pendenza e unorganizzazione complessiva a terrazzi, spesso delimitati da muri a secco realizzati contro il pendio per ovviare a frane e fenomeni di dilavamento e conservatisi per altezze variabili.
66

16. Langolo nord-occidentale dellambiente 1, non stato invece scavato in quanto occupato da una grossa pianta di castagno le cui radici, estese nella restante superficie di scavo, hanno creato un fattore di disturbo per tutta la sequenza stratigrafica. Anche la met orientale dellambiente 2 non stata indagata a causa del potente strato di crollo non rimovibile per motivi di sicurezza e per le forze e i tempi a disposizione. In questa parte, dunque, lo scavo stato integrale solo relativamente alla porzione nord, immediatamente in connessione con lingresso qui emerso.

Fig. 65 Pianta generale del settore 3200.

Fig. 66 Sezioni di scavo del settore 3200.

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Fig. 67 Ambiente 1 e 3 del settore 3200 a scavo quasi ultimato. Da notare il focolare (US 3240) in fase con il muro (USM 3240).

Fig. 68 Ambiente 1 del settore 3200. Il battuto pavimentale in calce (US 3218) parzialmente conservato, corrisponde allultima fase di utilizzo della struttura.

Fig. 69 Ambiente 1 del settore 3200. Particolare del focolare (US 3240) contenente i resti delle ultime combustioni.

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Fig. 70 Ambiente 2 (interno) del settore 3200. Particolare della porta di accesso e del battuto pavimentale US 3216 corrispondente allultima fase di vita prima dellabbandono della struttura.

necessit di conoscere stratigraficamente almeno unabitazione campione del borgo, ricavando dati sulla tipologia insediativa, la cultura materiale ed elementi cronologici utili a definire le sequenze di occupazione e quelle successive di abbandono di tale versante del villaggio. Dal saggio sono emerse le 4 fasi di vita delle cellule abitative occupanti i due pianori, distribuite nellarco cronologico che va dal XVI secolo o fine del precedente (fondazione dellambiente 1) allo scorcio del XVIII-inizi XIX secolo (abbandono di entrambe le strutture). Tutte le opere murarie delimitanti gli ambienti si presentano, in linea con le caratteristiche riscontrate nelle murature post-medievali del borgo, in tecnica irregolare con il prevalente impiego di bozze di varie dimensioni di arenaria macigno e, in minor misura, calcare e abbondante malta come legante. Fase 4b In questa fase, con probabilit da collocare tra la fine del XV e gli inizi del XVI secolo, sul pianoro di quota maggiore viene fondato lambiente 1, delimitato da US 3204 e US 3203, questultimo verosimilmente formante un angolo, non indagato a causa della presenza di una grossa pianta di castagno, con US 3209, di cui rimangono scarse tracce (Fig. 68). Tale ambiente si configura come una cucina per la presenza di un focolare (US 3240) in fase con US 3204 cui infatti si lega (Fig. 69), delimitato da pietre disposte in circolo e legate da abbondante malta, di cui si conserva,
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parzialmente, il solo filare inferiore ma con tracce dellattacco del superiore e, internamente, lo strato di cenere e carboni delle ultime combustioni precedenti il suo interramento. La base del focolare, poggiante sulla roccia di base (US 3249), livellata al momento della costruzione dellambiente, segna dunque il livello del piano di calpestio della fase pi antica di vita dellambiente del quale, per il resto, non rimangono tracce. Lunico riferimento cronologico, ma da considerare come terminus post quem, dato da un frammento di forma aperta di maiolica arcaica monocroma bianca di fase tarda (fine XV secolo) recuperato dallo svuotamento della fossa di fondazione relativa al muro a secco US 3238 poggiante al muro US 3204 rispetto al quale si dispone perpendicolarmente e alla distanza di circa 1 m dal focolare. Con una sola faccia vista e di andamento ellittico, tamponando la roccia di base per unaltezza di oltre 1 m, questo muro caratterizza un ambiente interrato (ambiente 3, Fig. 70), del quale per non si potuto capire la funzione data la ristrettezza dellarea indagata, cui verosimilmente si accedeva dallalto, mediante una botola in legno. Si pu pensare che fungesse da dispensa per gli alimenti, utilizzata anche nelle fasi successive di vita dellambiente. Infatti il suo abbandono pare datarsi al XIX secolo per i reperti ceramici rinvenuti nel riempimento (US 3239), costituito da grosse pietre e bozze, miste a grumi consistenti di malta, analogamente al crollo dei muri perimetrali della struttura (US 3202).

Fase 4c Il battuto pavimentale (US 3230), caratterizzato da un andamento piuttosto irregolare con infiltrazioni di malta proveniente dalle pietre del crollo e interessato da diversi tagli (US 3231, 3232, 3233, 3234, 3235, 3237), alcuni imputabili alle radici delle piante occupanti larea, si forma, previa obliterazione del focolare, nel corso del XVI secolo come attestano i frammenti di ceramica marmorizzata di produzione pisana in esso rinvenuti. Si pu supporre che in questo secolo, o forse nel corso di quello successivo, nel pianoro pi basso, avvenisse la costruzione dellambiente 2 mediante laddossamento al preesistente US 3204 del muro US 3205. In questo si dispone un accesso con relativa soglia (US 3207) nelle vicinanze dellangolo formato con US 3214, che, assai degradato ma ancora visibile dal lato esterno, si conserva per una lunghezza massima di m 10. Il primo sottile piano di calpestio sopra la roccia di base, relazionabile a tale ambiente, coincide con la US 3223, priva di materiali datanti e caratterizzata da annerimento diffuso, carboncini e piccole scorie di riduzione di minerale ferroso indicatrici di unattivit legata al fuoco ma di natura non meglio precisabile, data lesiguit della superficie indagata. Nellambiente 1 questa fase di vita si chiude con il sottile strato di vita nerastro (US 3210) ricco di carboncini, piuttosto degradato e non uniformemente distribuito sullintera superficie, anche perch interessato da due grandi depressioni laterali, il cui riferimento cronologico, ancora allorizzonte di XVI secolo, offerto da un frammento di ingobbiata monocroma lionata. Fase 6d La vita nei due ambienti continua senza cesure e alla met del XVIII secolo si pu datare con certezza lultimo strato di vita (US 3216) caratterizzante lambiente 2 e precedente di qualche decennio la fase di abbandono e crollo di entrambe le cellule abitative. Da esso derivano, infatti, frammenti di maiolica montelupina a spirale verde. Nellambiente 1 lultima fase di utilizzo, non disponente di una datazione autonoma ma verosimilmente coeva alla suddetta, coincide invece con un battuto in calce (US 3218) che, sia pure con uno spessore variabile da pochi millimetri ad alcuni centimetri e diverse lacune, interessa quasi tutta larea indagata. Non da escludere che questa US sia legata ad unoperazione di restauro che interess i muri dellabitazione viste le macroscopiche analogie con lo spesso strato di malta distribuito a mo di intonaco sulla faccia vista orientale del muro US 3204. Fase 8a Labbandono delle due cellule collocabile nel corso del XIX secolo come suggeriscono i materiali
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ceramici recuperati fra le pietre del crollo (US 3202); questultimo, imputabile a fattori di degrado naturale, risulta molto pi consistente allinterno dellambiente 2 verosimilmente perch sfruttato per colmare la differenza di quota dei due terrazzi ottenendo cos un piano artificiale funzionale alla successiva messa a coltura dellarea. Antecedentemente il crollo dellambiente 2, ma quando gi era avvenuto il prelievo degli stretti cantonali dellingresso, di cui rimane lincasso, questultimo fu in parte tamponato mediante un muretto a secco costituito da pietre in arenaria (US 3213), nel probabile estremo tentativo di arginare la selvaggia spoliazione dellabitazione. Successivo alla fase di abbandono e crollo dellabitazione e verosimilmente costruito riutilizzando le pietre dei perimetrali della casa e in funzione dellimpianto del castagneto domestico, il muro a secco di contenimento del pendio posto a brevissima distanza e parallelamente a US 3209. Discussione Questo intervento di scavo ha confermato, almeno in un caso specifico, la correlazione fra gli ambienti disposti su terrazzi contigui e dunque la tendenza della crescita dellinsediamento per addossamenti di ambienti in modo scalare, sfruttando i naturali sbalzi di quota del pendio, secondo quanto riscontrabile in altri borghi storici ancora vitali della Garfagnana e, pi in generale, dei territori montani17. I limiti dello spazio indagato hanno per ostacolato la piena comprensione dellarticolazione degli ambienti della casa e delle loro funzioni. Il focolare e la probabile vicina dispensa interrata sono gli unici elementi per affermare che, relativamente alla fase pi antica, lambiente 1 fungesse da cucina. Una simile funzione pare attribuibile anche al posteriore ambiente 2, coincidendo questo con il piano terreno e lingresso dellabitazione. La sicura presenza di un piano superiore, data laltezza dei muri superstiti, lascia infatti presumere che qui si disponessero le camere da letto. Relativamente allambiente 1 la pi scarsa conservazione dei muri e la rilevante opera di asportazione del materiale di crollo per rendere utilizzabile larea a scopo agricolo, non permettono al contrario di appurare la presenza originaria di un eventuale piano superiore. Il tetto dei due corpi di fabbrica fu realizzato in lastre di arenaria di cui rimane un accumulo visi-

17. Se rimane ancora da tracciare uno studio dinsieme sullarchitettura e lurbanistica degli agglomerati rurali della Garfagnana, a livello generale si possono tuttavia per questi rilevare le medesime caratteristiche strutturali proprie dei borghi appenninici di pendio della vicina Lunigiana, al contrario oggetto di pionieristici e basilari studi sulledilizia storica (FERRANDO CABONA , C RUSI 1980; FERRANDO CABONA , C RUSI 1981).

bile, nellambiente 1, nella sezione dellangolo non scavato e, in ambiente 2, nello spazio compreso tra i perimetrali US 3204 e 3205; strati entrambi posizionati al di sotto del crollo US 3202. Il procedimento di aggregazione di corpi di fabbrica che, in questo caso, nel chiaro intento di fare economia di murature, porta alladdossarsi della nuova casa (ambiente 2) alla vecchia (ambiente 1), come percepibile nei rapporti fra le murature US 3204 e 3205, pare caratterizzare lespansione edilizia dei borghi basso medievali della Garfagnana con un significativo riscontro anche a livello documentario. Se labitato dei secoli centrali del Medioevo, dunque, dallevidenza in negativo offerta da questo saggio, pare interessare le quote pi elevate del colle, fra la fine del XV e linizio del successivo, almeno relativamente al versante orientale, lo stesso risulta sceso fino quasi alla base, secondo una crescita per anelli concentrici e per accostamento scalare di nuovi corpi di fabbrica ai preesistenti18. In tale periodo dunque, in significativo contrasto con la maggior parte dei castelli del territorio per i quali gi dal secolo precedente riscontrabile, su base archeologica, il fenomeno dellabbandono, assistiamo al pieno sviluppo insediativo di Gorfigliano. Se i risultati dellindagine dimostrano che, in relazione a questo versante, la contrazione e il progressivo abbandono inizia nel corso dellOttocento, quando del resto era gi da tempo avviata la trasformazione delle capanne del Piano in abitazioni stabili, un vicino esemplare di castagno di ben 9 m di circonferenza di base (dunque di impianto anteriore allabbandono degli ambienti), lascia intravedere una stretta relazione fra case e spazi selvati anche prima dellinizio dellabbandono del villaggio. A motivazioni agricole e non pi abitative sono evidentemente legate le alte concentrazioni di terreni ad elevata componente organica individuabili sia internamente sia esternamente ai perimetrali delle abitazioni, rasati a tale scopo. A seguito di questa trasformazione i crolli delle varie abitazioni sono stati in genere asportati quasi del tutto e verosimilmente reimpiegati altrove come materiale edile oppure riutilizzati per livellare gli sbalzi di quote (come accade per lambiente 2) ottenendo cos pi estesi terreni pianeggianti adatti alle coltivazioni. L.G.
18. probabile che anche nel caso di Gorfigliano, riscontrandosi una situazione di pendio accentuato, laggregazione, proprio per la necessit di compensare i dislivelli, tenda ad apparire pi spontanea e meno legata ad una conformazione predeterminata come accade in molti borghi lunigianesi (e della Garfagnana) (MAFFEI 1990, p. 136).

Fig. 71 Cinta muraria del castello di Gorfigliano del XV secolo coperta dalle murature settecentesche della chiesa.

1.8.2 Il saggio 3500


Ai piedi dellarea signorile nel settore settentrionale, dove si trova un accentuato pendio terrazzato occupato da un fitto castagneto e dove stato identificato il borgo N di Gorfigliano, sono stati condotti alcuni saggi esplorativi indirizzati alla conoscenza della potenzialit archeologica e dellarticolazione dellurbanesimo del sito. Il terrazzo ubicato immediatamente al di sotto della piattaforma superiore dove presente la chiesa di San Giusto occupato da un ampio spiazzo delimitato a nord dalle mura del villaggio, che scendono dalla chiesa (Fig. 71), a ovest dal muro a retta del terrazzo superiore, ad est dalla caduta del pendio che conforma la morfologia terrazzata e da uno stretto muro ove presente una porta dacceso a sud. Questo spazio cos delimitato relazionato con la vicina costruzione situata nel terrazzo inferiore, la casa dei Brugiati, che stata abitata fino al 1920 circa da questa famiglia ancora residente nel villaggio di Gorfigliano , dopo di che si ridotta a ricovero di bestiame. Da fonti orali sappiamo che questo spiazzo stato dedicato alla coltivazione di fagioli, patate e grano dagli stessi Brugiati. Nellattualit occupato da prateria e vegetazione residua71

Fig. 72 Pianta generale del settore 3500.

le, poich soggetta a regolare pulizia da parte dei volontari che operano nel contesto della chiesa. La morfologia dello spiazzo molto pronunciata, anche se sono evidenti le recenti manomissioni causate dai lavori di restauro condotti negli anni 80 nella vicina chiesa. Tenendo conto della morfologia del suddetto spiazzo e dalla sua ubicazione si deciso di realizzare un saggio nellangolo NE, dove la potenza stratigrafica notevole, con lo scopo di delimitare lestensione delloccupazione medievale del castello, datare la costruzione del circuito murario ancora conservato sul lato settentrionale e conoscere la cronologia delle trasformazioni che hanno delineato la morfologia terrazzata attuale del borgo settentrionale. Questo settore di scavo permette, quindi, di integrare le informazioni ottenute attraverso i diversi saggi realizzati nellarea 3000 e quelli provenienti dal resto del castello (Figg. 72, 73). stato cos realizzato nellanno 2000 il saggio denominato 3500, di forma trapezoidale e di estensione limitata (30 mq) dovuto alla notevole potenza stratigrafica presente nello spiazzo, che raggiungeva oltre tre metri. Il saggio delimitato
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Fig. 73 Sezione stratigrafica del settore 3500.

Fig. 74 Tracce dellabitazione medievale rinvenuta nel settore 3500 del castello di Gorfigliano.

Fig. 75 Particolare della tecnica costruttiva dellabitazione medievale rinvenuta nel settore 3500 del castello di Gorfigliano.

a nord dalle mura del villaggio e ad est dai limiti del terrazzo. stato inoltre realizzato un saggio nei pressi della menzionata casa dei Brugiati (settore 3400), che non ha offerto risultati significativi, poich la costruzione delle terrazze ancora presenti ha modificato profondamente lassetto precedente, e non si conservano depositi archeologici. Dallo scavo del settore 3500 sono emerse cinque fasi doccupazione: dal periodo bassomedievale, cui si data la fondazione della prima casa testimoniata, fino al XX secolo. Fase 3a Le tracce doccupazione pi antiche rinvenute corrispondono a una struttura muraria (US 3527) conservata soltanto per pochi filari, di andamento perpendicolare al pendio appartenente ad una abitazione di non definibile articolazione planimetrica (Fig. 74). La muratura stata realizzata con scaglie e blocchi irregolari di arenaria locale murati a secco o con terra, disposti in apparecchiatura senza filari (Fig. 75). possibile interpretare questa costruzione come una abitazione impiantata sul pendio simile a quelle rintracciate nel borgo meridionale, tenendo conto della tecnica con la quale stata costruita e della sua associazione con un livello doccupazione (US 3531) carente di materiali datanti. Questo sottile livello duso copriva due buche realizzate nella roccia appartenenti a strutture o divisioni interne dellambiente dabitazione, oltre ad una sorta di vespaio realizzato con lastre di scisto legate con calce (US 3528). Fase 3b Sui livelli duso della fase precedente sono state rinvenute le tracce di un crollo di lastre di tetto e di pietre appartenenti alle pareti (US 3524, 3525) che segnano labbandono e il collasso di questa abitazione. Allinterno di questo crollo sono stati rinvenuti alcuni frammenti di maiolica arcaica e
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Fig. 76 Particolare della tecnica costruttiva del recinto murario quattrocentesco us 3503.

di graffita arcaica padana tardiva che hanno permesso di datare il crollo delledificio intorno alla met del XV secolo (NEPOTI 1992, pp. 317-323). Tra il materiale di crollo, come ricorrente in altri punti del castello, si registra una significativa presenza di lastre di copertura dei tetti in argilloscisti locali in alcune delle quali sono state identificate le tracce dei chiodi con cui erano fissate alle capriate lignee. Fase 4a Su questo crollo stato rinvenuto uno strato compatto di colore giallastro (US 3521), interpretato quale attivit di cantiere per la realizzazione del recinto murario conservato ancora in elevato (US 3503). Si tratta della cinta muraria identificata nel corso della ricognizione diagnostica menzionata che, partendo dalle fondamenta della Chiesa di San Giusto e Clemente, delimita il lato N del castello, e che si conserva ancora in precarie condizioni. Le sue caratteristiche costruttive avevano gi permesso di stabilire la sua posteriorit rispetto allandamento del recinto medievale attestato nel borgo S e nei pressi della Porta di San Paolo (Fig. 76).

Fig. 77 Particolare della sistemazione rinascimentale del settore 3500.

La struttura stata fondata direttamente sui crolli dellabitazione medievale e sul livello di cantiere prima segnalato, che stato datato dai materiali archeologici nel corso della seconda met del XV secolo. La muratura stata realizzata con materiali locali di forma irregolare, appena spaccati e legati con malta bianca, dura e tenace il cui spessore si aggira intorno ai 65 cm. Attraverso lanalisi delle malte e dei materiali costruttivi stata confermata la sua contemporaneit con il restauro del recinto murario nel settore 2100 (US 2140), e la costruzione della torretta semicircolare angolare (US 2111). Fase 4b Di poco successive allimpianto del recinto risultano due murature (US 3513, 3514) con andamento perpendicolare al pendio, conservate per tre soli filari daltezza e con probabilit costituenti divisori interni di case probabilmente addossate al recinto murario, dimostrando la continuit della funzione abitativa di questo settore del castello anche in tale fase (Fig. 77). Queste murature, realizzate a secco con pietre irregolari di provenienza locale, e con uno spessore di 40 cm, si fondano direttamente sui crolli e i livellamenti delle strutture anteriori. Le tracce di malta rinvenute su alcune delle scaglie e bozze che le compongono fanno pensare ad un fenomeno di reimpiego lapideo avvenuto da altre, non identificate, costruzioni in abbandono. La mancata individuazione dei livelli di vita associati a queste strutture ha reso impossibile stabilire il tipo di funzione svolta dagli ambienti da esse definiti.
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Fase 7b Lassetto attuale del pianoro disposto a gradoni dovuto invece a unimportante serie dinterventi realizzati nel corso della fine del XVIII secolo e gli inizi del XIX secolo, destinati a trasformare questo spazio abitativo in area di coltivazione. Sulle strutture gi descritte sono stati disposti tutta una serie di strati di riporto di diversa entit, composizione e colorazione, che testimoniano la loro diversa provenienza, destinati a creare uno spazio di coltivo (US 3505, 3506, 3507, 3508). Allinterno di questi strati sono stati recuperati numerosi frammenti di ceramica di piccole dimensioni, resti di pasto e resti umani provenienti dagli ossari della chiesa soprastante. Sia i materiali che la presenza di questi resti umani, da collegare ai restauri e ampliamenti condotti nelladiacente chiesa nella prima met del XVIII secolo, hanno permesso di datare questa attivit al volgere tra il XVIII e il XIX secolo. Appartiene allo stesso momento la realizzazione dei diversi muri di terrazzamento (US 3504, 3509) che definiscono lassetto attuale di questo settore del castello, testimoniando la definitiva trasformazione dellarticolazione degli spazi, nei quali le aree di abitazione sono sempre pi rade, alternate con spazi di coltivazione sempre pi ampi in un villaggio in via di abbandono in favore del nuovo nucleo di Gorfigliano. Fase 8b Infine, si potuto osservare lesistenza di un ultimo strato di riporto caratterizzato dalla presenza di calcinacci e resti di materiali da costruzione, riconducibile ai lavori di restauro condotti nelladiacente chiesa

Periodi Periodo 1 secc. VIIIX

Fasi Fase 1a (Capanne della curtes) Fase 1b (Abbandono Capanne)

Periodo 2 X sec. Periodo 3 secc. XIIXV

Fase 2 (Incastellamento) Fase 3a (Costruzione strutture)

US 1142, 1143, 1145, 1147, 1149, 1155, 1157, 1158, 1159, 1161, 1163, 1164, 1187, 1194, 1209, 1211, 1213, 1215, 1217, 1219, 1221, 1223, 1225, 1227, 1229, 1231, 1233, 1235 1144, 1146, 1148, 1150, 1156, 1160, 1162, 1186, 1193, 1208, 1210, 1214, 1216, 1218, 1220, 1222, 1224, 1226, 1228, 1230, 1234 1120, 1126, 1138, 1140, 1141, 1169, 1180, 1181, 1195, 1202 1118, 1119, 1123, 1139, 1152, 1153, 1154, 1172, 1201, 1204, 1205, 1206, 1207, 1240, 1801, 1804, 1807, 1808, 1815, 1810, 2105, 2106, 2107, 2117, 2119, 2121, 2124, 2125, 2127, 2133, 2134, 2135, 2164, 2213, 2219, 2218, 3527, 3528, 3529, 3533, 2163, 2161, 2131, 2166, 2304, 2305 1131, 1188, 1189, 3531, 2114, 2115, 2120, 2123, 2160, 2167, 2166 1121, 1124, 1192, 3524, 3525, 2110, 2112, 2162, 2157, 2113, 2148, 2122, 2158, 2156, 2165 2108, 2126 1818, 1809, 1810, 1816, 1817, 2111, 2132, 2140, 3503, 3518, 3519, 3521, 3522, 3523, 3526, 3530, 3532 2204, 2205, 2202, 2212, 2209, 3240, 3241, 3244, 3247, 3209, 3203, 3242, 3204, 3243, 3246 3206, 3205, 3207, 3214, 3221, 3222, 3226, 3227, 3229, 3224, 3230, 3231, 3232, 3233, 3234, 3235, 3248, 3251, 3252, 3253, 3254, 3255, 3256 1129, 1130, 1175, 1182, 1183, 1190, 1203, 1212, 3512, 3513, 3514, 3515, 3516, 3517 2102, 2136, 2147, 2150 2109, 2128, 2146, 2137, 2138, 2145, 2153, 2141, 2149, 2142, 2143, 2154, 2139 1803, 1811, 1812, 1826, 1827, 1828, 1830, 1831, 1833, 1834, 1835, 1836, 1837, 1838 1103, 1104, 1105, 1106, 1107, 1108, 1109, 1110, 1112, 1113, 1114, 1115, 1116, 1117, 1125, 1127, 1136, 1137, 1170, 1171, 1173, 1174, 1176, 1177, 1196, 1197, 1198, 1199, 1200, 1238, 1239, 1241, 1244, 1252, 1253, 1503, 1806 2101, 2130, 2214, 2215, 2217, 3213, 3210, 3223, 3236 3216, 3218, 3213 3202, 3211, 3212, 3215, 3239, 3220, 3250 3504, 3505, 3506, 3507, 3508, 3509, 3510, 3511,3520 1101, 1102, 1132, 1133, 1134, 1135, 1151, 1168, 1179, 1185, 1236, 1237, 1242, 1245, 1250, 1501, 2103, 2104, 2200, 2203, 2206, 2211, 2301, 2302, 3201, 3208, 3501, 3502 1813, 1814, 1819, 1820, 1822, 1823, 1824, 1839, 1840, 1841, 1842, 1843 1184, 1805, 2118, 2159, 2155, 2151, 2210, 2144, 3238, 3228, 3237, 1232, 2152, 1832, 1111, 1128, 1178, 1243,

Fase 3b (Livelli di vita) Fase 3c (Abbandono strutture) Periodo 4 secc. XVXVI Fase 3d (Riutilizzo parziale) Fase 4a (Ricostruzione delle mura) Fase 4b (Costruzione strutture) Fase 4c (Restauro di case) Periodo 5 XVII sec. Fase 5a (Fasi di occupazione) Fase 5b (Abbandoni) Fase 5c (Risistemazione agricola) Periodo 6 XVIII sec. Fase 6a (Ricostruzione della chiesa) Fase 6b (Ricostruzione della torre)

Periodo 7 XIX sec. Periodo 8 XX sec.

Fase 6c (Risistemazione agricola) Fase 6d (Trasformazione dellabitato) Fase 6e (Modificazioni dellabitato) Fase 7a (Trasformazione case borgo) Fase 7b (Riporti agricoli) Fase 8a (Ultimo utilizzo insediativo)

1166, 1167, 1246, 1249, 2207, 2208, 1825, 1829,

Fase 8b (Restauri anni 80)

Fig. 78 Sequenza stratigrafica del castello di Gorfigliano, con indicazione delle singole US.
Periodo Periodo 1 secc. VIII-X Periodo 2 X sec. Periodo 3 secc. XII-XV Fase Fase 1a (Capanne della curtes) Fase 1b (Abbandono Capanne) Fase 2 (Incastellamento) Fase 3a (Costruzione strutture) Fase 3b (Livelli di vita) Fase 3c (Abbandono strutture) Fase 3d (Riutilizzo parziale) Fase 4a (Ricostruzione delle mura) Fase 4b (Costruzione strutture) Fase 4c (Restauro di case) Fase 5a (Fasi di occupazione) Fase 5b (Abbandoni) Fase 5c (Risistemazione agricola) Fase 6a (Ricostruzione della chiesa) Fase 6b (Ricostruzione della torre) Fase 6c (Risistemazione agricola) Fase 6d (Trasformazione dellabitato) Fase 6e (Modificazioni dellabitato) Fase 7a (Trasformazione case borgo) Fase 7b (Riporti agricoli) Fase 8a (Ultimo utilizzo insediativo) Fase 8b (Restauri anni 80) Elemento di datazione C14 Moneta Ottone III (983-1002) Ceramica Ceramica grezza (us 2106) Graffita arcaica padana prima met XV (us 3525) Graffita policroma Marmorizzata Slip ware, graffita policroma Graffita policroma Graffita policroma Graffita policroma Epigrafi nella chiesa Epigrafe della torre (a. 1762) Taches noires Taches noires, terraglia nera

Periodo 4 secc. XV-XVI Periodo 5 XVII sec. Periodo 6 XVIII sec.

Periodo 7 XIX sec. Periodo 8 XX sec.

Terraglia Terraglia Porcellana Fonti orali

Fig. 79 Sequenza stratigrafica datata del castello di Gorfigliano.

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durante gli anni 80 del Novecento. da sottolineare la presenza in questi depositi di un numero discreto di materiali antropologici in posizione secondaria, provenienti probabilmente dal piazzale. Discussione Tenendo conto la limitata estensione dellarea indagata e le profonde trasformazioni subite in et postmedievale, possibile stabilire alcune conclusioni in via provvisoria. Come per larea sommitale e il versante meridionale del colle, anche il settore in oggetto ha restituito tracce, sebbene meno chiare, di un abitato medievale con strutture di impianto presumibilmente simili a quelle rinvenute nel pianoro sottostante la torre. Per queste resta per ancora da stabilire se fossero ubicate allinterno o allesterno del recinto murario originario, infatti, il saggio ha permesso di confermare che il tracciato murario, ancora parzialmente conservato in elevato, entro il quale si dispongono, stato realizzato in Et Rinascimentale. Al momento, la totale mancanza di tracce di un circuito precedente, orienterebbe dunque verso la seconda possibilit. I lavori di ricostruzione e ampliamento del recinto murario riscontrabili in questo, come in altri settori del castello, a seguito dei quali fu raggiunto un perimetro di circa 500 m, portano in primo piano limpegno profuso nel rafforzamento della difesa di Gorfigliano nel corso del XV secolo. Questo periodo del resto un momento nevralgico nella storia politica della Garfagnana che vede la maggior parte dei Comuni dellalta valle del Serchio passare dalla dominazione lucchese a quella estense (DE STEFANI 1923, pp. 170-204; BEDONI 1993). In questo quadro il territorio dellattuale comune di Minucciano, nel quale Gorfigliano rientra, manterr la sua fedelt a Lucca e, dal 1463, diverr sede di Vicaria (AA.VV 1988, p. 134). Confinando ad orien.

te con il comune estense di Vagli con il quale frequenti e aspre erano le liti legate soprattutto agli sconfinamenti di pascolo, probabile che dallo stesso governo lucchese partisse liniziativa di potenziare le difese di Gorfigliano, con un verosimile sostegno finanziario e limpiego di maestranze dalla citt stessa. Significativamente altri villaggi fortificati dellalta Garfagnana conosceranno, nello stesso momento, interventi di riparazione e ricostruzione delle opere difensive medievali (GIOVANNETTI 2000) e vecchie fortezze prime fra tutte quelle di Castelnuovo, Verrucole e Camporgiano , saranno riadattate secondo i canoni dellarchitettura militare rinascimentale (GIOVANNETTI, NOTINI 1998; CIAMPOLTRINI, NOTINI, ROSSI 2000). Unaltra riflessione finale che ci offre questo saggio e quelli condotti nella sua prossimit quello relativo allimportanza della risistemazione del villaggio in et postmedievale, che ha comportato un nuovo impianto urbanistico a seguito della costruzione del nuovo recinto e, soprattutto, dopo le profonde trasformazioni subite dallabitato nel corso dei secoli XVIII e XIX. Queste trasformazioni, ben analizzate nel saggio 3200, si traducono in questo caso con la realizzazione prima di alcuni edifici di limitata portata e, a seguito, con la sua trasformazione in spazio di coltivazione causando linterro profondo delle strutture medievali. Evidentemente queste trasformazioni sono da relazionare con il progressivo consolidamento del nuovo villaggio di Gorfigliano, destinato a polarizzare nel corso dei secoli tutto labitato della comunit, come si analizzer in dettaglio nei seguenti capitoli. R.A., J.A.Q.C. ROC AROLA, LUCIA GIOVANNETTI, SONIA GOBBATO JUAN ANTONIO QUIRS CASTILLO

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2. TECNICHE E TIPOLOGIE COSTRUTTIVE


Le analisi condotte sulle murature del castello di Gorfigliano sono state effettuate per cogliere cronologicamente le diverse fasi di crescita del sito, le caratteristiche tecniche, esecutive e i materiali propri di ogni tipologia muraria. I dati raccolti hanno permesso di tracciare, in modo preliminare, la storia costruttiva del sito e di rapportarla con altri casi dello stesso contesto territoriale della Garfagnana e, pi ampiamente, della Toscana. Ma prima di entrare nello studio dettagliato delle diverse tecniche costruttive attestate necessario soffermarci brevemente sui materiali costruttivi che sono stati impiegati negli edifici del castello di Gorfigliano. tifica, essenzialmente, con lastre di pietra scistosa, attestate a livello archeologico dal XII secolo e ancora oggi presenti in significativa continuit sulle ultime case superstiti del borgo e in alcuni rari esempi nellodierno villaggio di Gorfigliano. Grazie alle fonti orali sono state individuate alcune di queste cave storiche, la maggior parte delle quali concentrate lungo le pendici del monte Calamaio e dunque a non grande distanza dal castello3.

2.2 LA CALCE
Una delle peculiarit delle murature di Gorfigliano che, fatta eccezione per quelle a secco di terrazzamento, sono state generalmente realizzate, fin dallalto Medioevo, utilizzando un legante a base di calce che al contrario non risulta per altri coevi villaggi e abitazioni appenninici dove luso diffuso di questo si generalizza solo a partire dalla fine del basso Medioevo4. Tuttavia sono diversi i castelli della Toscana centromeridionale nei quali sono stati individuati cinte e murature di abitazioni legate in malta risalenti agli ultimi secoli dellaltomedioevo. Questo il caso della prima cinta della curtis di Montarrenti (CANTINI 2003), o delle capanne di X secolo di Campiglia Marittima (BIANCHI 2003). In questi siti si voluto vedere un collegamento stretto tra limpiego di questa tecnica in un momento cos precoce e la presenza di certi poteri locali, contesto sociale che trova riscontro anche nel caso di Gorfigliano. Le analisi archeometriche realizzate per Gorfigliano da parte di R. Ricci hanno mostrato la natura selvatica della calce impiegata, in quanto ottenuta attraverso la cottura di rocce calcaree in rudimentali fornaci dove non avveniva la separazione tra pietre e combustibile (MANNONI 1976, p. 298). Tenendo conto di queste particolarit tecniche, verosimile pensare che la calce fosse via via realizzata in piccole strutture convenientemente di3. Queste le localit di estrazione delle lastre: Piastraio, Loco del Gian, Corbelletta (per le piastre verdi); mentre probabile che la cava in localit Sopra la Pesciola, pi vicina al nucleo moderno di Gorfigliano, sia stata aperta quando il castello era gi caduto in abbandono. 4. Come dimostrano i casi di Anteggi, sullAppennino Ligure (CABONA , CONTI , FOSSATI 1976), Terrazzana, Lignana in quello pistoiese (QUIRS CASTILLO 1999a) dove le murature sono a secco e ancora in relazione ad abitazioni quattrocentesche nei pressi della pieve lunigianese di Codiponte (FERRANDO C ABONA , CRUSI 1980).

2.1 I

MATERIALI LAPIDEI

Il colle sul quale ubicato il castello delimitato a ovest da una faglia che lo separa dalla finestra tettonica apuana e si situa sulla formazione di tipo Toscano autoctona e, in particolare, su argilliti policrome (scaglia toscana) e su affioramenti di arenarie quarzoso-feldspatiche (macigno)1. Significativamente tutti i principali materiali costruttivi impiegati appartengono a questo orizzonte e dunque estratti dalla stessa altura del castello, secondo una tendenza attestata per altri villaggi medievali di ambito appenninico2. Tracce di attivit di estrazione sono del resto riscontrabili sia nei fronti aperti nei pressi dellarea sommitale, sia nei fianchi a monte di vari terrazzi per cui logico pensare che la stessa realizzazione di questi ultimi per impiantarvi unabitazione fornisse buona parte del materiale costruttivo ad essa necessario. Soltanto nelle fasi edilizie pi tarde sembrano entrare in gioco materiali specifici provenienti da aree esterne al castello e destinati a funzioni particolari: il caso del travertino presente nel versante SO del Monte Calamaio nei luoghi noti come Loco del Berto, Loco del Gian e Canal di Careggine impiegato nella ricostruzione settecentesca della chiesa e delladiacente canonica o del marmo, i cui pi vicini bacini si situano nellalta valle del Torrente Acqua Bianca, eccezionalmente attestato per soglie di finestre sempre in relazione a queste fasi. Il materiale lapideo per la copertura dei tetti si iden1. Cfr. la Cartografia geologica dItalia (F 96, Massa). 2. il caso, ad esempio, del villaggio di Monte Zignago (BOATO et alii 1990).

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stribuite in prossimit di affioramenti calcarei e aree boscose secondo anche quanto confermato, per il periodo postmedievale e moderno, dallo studio degli spazi produttivi del territorio di Gorfigliano, dalla disamina della cartografia storica e dalla raccolta delle fonti orali5. stata identificata una di queste fornaci o corbane di impianto post-medievale ai piedi del castello in un pessimo stato di conservazione6, anche se stato possibile osservare la sua diffusione attraverso la cartografia storica, come si tratta in un altro capitolo del presente volume.

Gorfigliano lesistenza di capanne di legno coperte da paglia, che costituiscono il nucleo intorno al quale si consolider lodierno villaggio di Gorfigliano. Alcune di queste costruzioni si conservano ancora, e sono state analizzate in un altro capitolo del presente volume (Fig. 80).

2.4 LE TECNICHE MURARIE DI I CONFRONTI TERRITORIALI

GORFIGLIANO

2.3 IL

LEGNO

Nonostante le costruzioni realizzate unicamente in legno siano state individuate soltanto nella prima fase doccupazione, a Gorfigliano si continuato ad utilizzare in modo massiccio questo materiale fino ai nostri giorni. Le analisi antracologiche hanno mostrato che si sono utilizzati prevalentemente le querce e i castagni come materiali da costruzione utilizzati nella realizzazione delle capanne di et altomedievale, anche se non si rinunciato ad utilizzare a modo di zeppe o per funzioni costruttive non ben identificate altre specie quali la vite. Il peso del legno fu preponderante anche nella fondazione del castello nel X secolo, sebbene compaia associato alla pietra. Quando nel XII secolo si generalizza larchitettura in pietra nel castello, questa non implica un abbandono dellarchitettura in legno. Anche se finora non sono state identificate nel castello costruzioni di queste caratteristiche, sono abbondanti le notizie documentarie riguardanti la realizzazione di costruzioni in legno, non soltanto in Garfagnana, ma anche in diversi luoghi della Lucchesia (ad. es. SEVERINI 1985, p. 37, n. 56). Almeno dal XVII secolo attestata nel Piano di

Lanalisi delle murature conservate in elevato e di quelle messe in luce nei vari saggi di scavo ha permesso di identificare lesistenza di almeno quattro principali tipologie costruttive, distinte sulla base di criteri di carattere tecnologico. In questa sede si deciso di esaminare solo le pi evidenti seriazioni cronotipologiche per non cadere in una eccessiva schematizzazione e dare invece spazio allanalisi socioeconomica del processo architettonico (Fig. 81). A. Il primo gruppo di murature (tecnica A) stato realizzato con bozze di arenaria e, in modo meno consistente, di calcare, disposte su filari orizzontali e paralleli di altezza variabile, nei quali raramente si ricorre a lastre e scarti di lavorazione utilizzati come zeppe. Le bozze sono state spaccate e spianate sulla faccia vista ma soltanto in modo occasionale presentano tracce di rifinitura realizzata con strumento a punta, bench il degrado dei materiali non permetta quasi mai di affermare ci con sicurezza. Negli angolari si ricorre allimpiego di conci ben squadrati e spianati in superficie ma la posa in opera non sempre regolare, cosicch i giunti hanno dimensioni variabili. Le sezioni, di uno spessore di circa 60 cm nel caso dei muri perimetrali, mostrano un nucleo costituito da pietrame di risulta ordinato per piani corrispondenti ai corsi dei paramenti in vista e il legante utilizzato calce bianca ed aderente. B. Il secondo gruppo (tecnica B), allinterno del quale si pongono alcune varianti, costituito da murature realizzate con pietre di piccole e medie dimensioni di calcare e arenaria spaccate e grossolanamente spianate in superficie. I materiali si dispongono formando strati irregolari (B1) o filari sub-orizzontali (B2), con uso frequente di zeppe di dimensioni molto variabili, e quindi con giunti irregolari. Non si osservano mai tracce di rifinitura nei componenti lapidei. Le sezioni presentano spessori variabili, sempre comunque intorno ai 40-60 cm, e sono composte da materiale di risulta. C. Il terzo gruppo costituito da murature realizzate con materiali regolari di piccole o medie dimensioni, ricavati dagli affioramenti presenti in
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5. Nel paese di Gorfigliano si conserva memoria di molte di queste fornaci, dette localmente corbane (inchiesta di L. Calvelli). Lultima corbana ad essere stata in funzione si trovava alla curva della Segheria, e sfruttava il sasso bastardo o bardiglietto che cascava gi dalle finestre dellUscilo durante le piogge invernali: produceva una calce bianca molto resistente. Altre corbane erano localizzate soprattutto sul Monte Calamaio, a Pianza, sul Canale di Careggine, ad Arneto, nonch altrove, a Campomorto, alla Pesciola, al Mulin del Gera e al Fornello. Dalle localit Groppaia e Cerreta proviene infine un particolare tipo di pietra lavica (attualmente usata per scopi decorativi!), con il quale si produceva una calcina che risultava per molto fiacca e di qualit decisamente inferiore rispetto a quella prodotta con il sasso della Calamaia. Vedi anche GAVARINI, PEDICONE 2000. 6. Ricognizione realizzata da Andrea Da Pascale e Costanza Perrotta.

Fig. 80 Capanna realizzata in legno presente nel villaggio di Gorfigliano.

loco per semplice sfaldatura (C1) o per sbozzatura sommaria (C2). Sono disposti su filari sub-orizzontali e non presentano tracce di rifinitura superficiale. Le sezioni sono anchesse realizzate con materiali di risulta e si aggirano intorno ai 40-80 cm di spessore, con variazioni significative. D. Infine nel quarto gruppo (tecnica D) rientrano le murature caratterizzate da disposizione caotica delle pietre, di varie dimensioni e prive di lavorazione, abbondanza di malta e presenza di 7 cordoli in mattoni o in cemento armato a intervalli di altezza regolari, introdotte per Regio Decreto a seguito del terremoto dellanno 1920 (FERRANDO CABONA, CRUSI 1980, p. 248) e dunque documentanti lestrema fase di vita del borgo prima dellabbandono. Verosimilmente, con questa tecnica furono realizzate le ristrutturazioni delle abitazioni danneggiate dal terremoto. Secondo la recente proposta di classificazione realizzata da Mannoni (1998), sono da considerare come tecniche da muratore le tecniche B e C, mentre quella A, caratterizzata da un maggior sviluppo della fase di preparazione dei materiali litici, da considerare come una tecnica da muratore realizzata con materiali prefabbricati o, ancora meglio, da sbozzatore. Osservando la distribuzione delle diverse tipologie costruttive per periodi (Fig. 82), pur tenendo conto che la classificazione si limitata alle sole murature realizzate in pietra, notiamo che la tecnica A esclusiva della fase 3 (XII secolo); la B e la C almeno una delle due, se non entrambe , si distribuiscono assai uniformemente dal periodo 2
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al 7, mentre la D caratterizza, per il suddetto motivo, il volto delle ultime abitazioni del villaggio ristrutturate dopo il terremoto del 1920. Questa distribuzione, constatata unendo i dati da scavo a quelli scaturiti dallanalisi dellarchitettura ancora in elevato del villaggio, mostra la spiccata continuit di determinate tradizioni costruttive nellultimo millennio. Le tecniche B e C, con le relative varianti, sono di gran lunga le pi attestate e la loro generalizzata presenza prova il largo e costante dominio, qui, della tecnica da muratore. Del resto non solo per il caso specifico di Gorfigliano, ma per il territorio della Garfagnana in generale, registrabile una tendenza costruttiva molto conservativa, frutto di culture costruttive locali assai affermate e radicate, sia nel periodo medievale sia nelle fasi successive7. In questo quadro risalta notevolmente limpiego della tecnica A, contrassegnata da proprie peculiarit tecnologiche, relativamente alla sola fase 3, in significativa coincidenza con la temperie di rinnovamento edilizio e monumentale che invest il villaggio durante il XII secolo. A seguito di questo riassetto generale, dietro il quale si cela un preciso disegno costruttivo da parte dei Cunimondinghi, signori del castello, attraverso la ripianificazione e la ricostruzione dellarea sommitale e del sottostante borgo, sorsero infatti la torre e la

7. Ci quanto emerge dallo studio condotto dallo scrivente nel territorio della Garfagnana nellambito della schedatura dellarchitettura storica realizzata per lAtlante delle Tecniche Costruttive Tradizionali, coordinato da R. Parenti.

Fig. 81 Campioni delle principali tecniche costruttive attestate nel castello di Gorfigliano.

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A Periodo 1 (altomedioevo) Periodo 2 (secolo X) Periodo 3 (secoli XII-XV) Periodo 4 (secoli XV-XVI) Periodo 5 (secolo XVII) Periodo 6 (secolo XVIII) Periodo 7 (secolo XIX) Periodo 8 (secolo XX)

B (soltanto in legno) X

X X X X X

X X X X X X

Fig. 82 Distribuzione cronologica delle tipologie costruttive individuate nel castello di Gorfigliano.

chiesa, fu realizzato il circuito murario e venne adottata una tipologia di abitazione uniforme. Questa tecnica costruttiva, improntata su una certa cura formale dei componenti lapidei e sulla regolarit dei corsi, tanto da far pensare allapporto di artigiani specializzati, verosimilmente esterni rispetto allambito tecnico locale, trova un generalizzato riscontro in quasi tutti gli altri castelli dellalta Garfagnana, a tal punto da poter essere considerata il fossile-guida murario del fenomeno dellincastellamento in questo territorio8. Come confermano i dati stratigrafici raccolti per Gorfigliano, questa tipologia risulta immediatamente successiva alle strutture realizzate con la prevalenza di materiale deperibile e precedente lintroduzione delle tecniche murarie pi caotiche, nelle quali la mancanza di lavorazione dei componenti lapidei e le loro variabili dimensioni inducono ad un maggior impiego di legante e di zeppe regolarizzanti (GIOVANNETTI 1998, p. 316). In questi termini la tecnica A si lega alla fase edilizia principale e pi rappresentativa della storia materiale del castello, corrispondente, a livello storico, alla piena maturit e presa di posizione politica dei suoi domini loci. Diversi autori hanno chiamato lattenzione sullo stretto rapporto che esiste in diversi castelli Toscani e del nord dItalia tra la comparsa delle tecniche realizzate da maestranze specializzate, e in particolare dalle tecniche realizzate a filari, con lazione dei signori nel controllo dei processi di produzione e nella riorganizzazione delle strutture insediative (BIANCHI 1995; BIANCHI 1996; BIANCHI 2003; B ROGIOLO , Z ONCA 1989; B ROGIOLO 1996). In particolare, le osservazioni realizzate a Gorfigliano rispecchiano i modelli magistralmente studiati da Giovanna Bianchi nella Toscana meridionale e Tirrenica in siti quali la Rocca San Silvestro, Campiglia, Rocchette, etc.9. Tuttavia, possibile notare che il caso di Gorfigliano, anche se queste osservazioni si possono far

estensive ad altri settori della Toscana settentrionale come la Valdinievole e altre zone della Lucchesia, presenta alcune differenze rispetto ad altri contesti regionali della Toscana meridionale e tirrenica. Prima di tutto colpisce, qui, il grado nettamente inferiore di monumentalit nellarchitettura signorile: se a Gorfigliano sono del tutto assenti tecniche murarie da scalpellino realizzate con conci ben squadrati, sicuro indizio dellapporto di manodopera specializzata itinerante10, le stesse costituiscono una rara presenza nel quadro dei siti fortificati della zona, significativamente impiegate per i soli edifici di rappresentanza, quali le chiese e, in modo assai raro, anche nelle torri (GIOVANNETTI 1998, p. 315). Il quadro delle tipologie murarie dei castelli della Garfagnana mostra analogie con quanto riscontrabile in altri settori della Lucchesia come la Valdinievole (QUIRS CASTILLO 1998), le Seimiglia o la Versilia (QUIRS CASTILLO 1999a) e nella vicina area lunigianese (GALLO 1993-94, pp. 440-479) dove, tra la met dellXI e il XIII secolo, due tipi di tecniche corrono in parallelo: quella appunto realizzata con conci di notevoli dimensioni, presente in pochi contesti monumentali (Aghinolfi, Montedivalli, Verrucola, Filattiera), e quella realizzata con bozze regolari ma non squadrate, invece molto pi diffusa nel territorio11. Anche nella Liguria orientale si ritrovano quasi con esclusivit tecniche costruttive da sbozzatore nei secoli XI-XII. Si deve tenere conto che in questo territorio il concetto di castello si materializza nella presenza di una torre o anche di una semplice recinzione costituita da fossati e palizzate in legno, con un attardamento riscontrabile nello sviluppo delledi-

8. Si tratta del tipo 2 della classificazione GIOVANNETTI 199596 e pi sinteticamente GIOVANNETTI 1998, p. 308, fig. 11. 9. La sintesi pi recente dei numerosi lavori realizzata dalla Bianchi sono ora sintetizzati nella sua tesi di dottorato, ancora inedita (BIANCHI 2002).

10. Si fa riferimento, ad esempio, al tipo I identificato a Rocchette Pannochieschi (BIANCHI 1994, p. 259), al tipo IIa di Rocca San Silvestro (BIANCHI 1995, p. 367), assai ricorrente nei castelli maremmani. 11. Un caso rilevante di architettura castellana in conci, questa volta nel versante marittimo lunigianese, il castello Aghinolfi (GALLO 1997). La struttura pi antica conservata in elevato che, secondo le recenti indagini archeologiche, ingloba una precedente torre a pianta circolare, un torrione ottagonale realizzato con unaccurata apparecchiatura in conci di medie dimensioni classificata come opera pseudoisodoma la cui datazione, supportata dal metodo del radiocarbonio, si pone tra la fine dellXI e tutto il XII secolo.

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lizia in pietra (MANNONI 1984, p. 199; BENENTE 1997, pp. 78-79). Soltanto in aree di forte influenza e dominio urbano sono attestate tecniche da scalpellino, come quelle presenti nella fase del XII secolo nella cortina del castello di Ripafratta (Fig. 83), opera di artigiani pisani (REDI 1990), o a Nozzano, castello costruito dal Comune di Lucca. Daltra parte, prima della met del XII secolo non attestata la diffusione di queste tecniche da costruzione neanche nei castelli pi complessi ed articolati della Maremma (BIANCHI 2003, pp. 278-279). Nel caso concreto di Gorfigliano, si pu intravedere la presenza di maestranze esterne alla comunit locale e itineranti, che intervengono nel castello con un bagaglio tecnologico assai meno sofisticato di quello impiegato nelle coeve costruzioni ecclesiastiche del contado o di quello impiegato negli stessi abitati fortificati della Maremma pisana (BIANCHI 1996). Tuttavia, le caratteristiche dellintervento, la sua ampiezza, pianificazione e dimensione ci mostrano lesistenza di un cantiere piuttosto articolato attraverso il quale i signori di Gorfigliano affermano i loro segni di potere nel periodo di massima espansione della signoria.

2.5 TIPOLOGIE

COSTRUTTIVE A

GORFIGLIANO
Fig. 83 Cinta muraria del castello di Ripafratta realizzata in conci perfettamente squadrati e in bozze regolari (XII secolo).

I dati stratigrafici desunti dai saggi di scavo appena esposti, unitamente alle informazioni ricavate dallanalisi delle sopravvivenze di superficie hanno permesso di identificare alcuni tipi edilizi caratterizzanti il castello di Gorfigliano. Esaminando il loro percorso evolutivo possibile cogliere le fasi salienti della vita materiale del complesso fortificato di Gorfigliano raggiungendo alcuni punti fermi che, confrontati con i risultati emersi dalle ricerche intensive ed estensive condotte su altri castelli della Garfagnana, offrono un importante contributo alla conoscenza globale del fenomeno dellincastellamento in questo territorio.

2.5.1 Il complesso torre-recinto: la definizione dello spazio castellano nel XII secolo
Le evidenze offerte dal saggio 1100 relativamente alla fase 3a, permettendo di cogliere la contemporaneit e la stretta relazione fisica esistente fra la torre castellana sommitale e le mura che, infatti, si dipartivano dai suoi angolari NW e SE, confermano come a monte della loro realizzazione avvenuta nel corso del XII secolo, stesse un ben preciso progetto: i due principali elementi difensivi del castello, ma, per il forte impatto visivo,
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anche simbolici, sorsero nello stesso momento segnando la nascita del vero e proprio nucleo fortificato di Gorfigliano sulla base di un preesistente e poco definibile abitato capannicolo. A livello archeologico, quindi possibile cogliere gli elementi in pietra caratterizzanti la fortificazione di Gorfigliano con uno scarto cronologico di poco pi di un secolo dalla sua prima attestazione documentaria come castello. Oltre ai dati stratigrafici ricavati dal suddetto saggio e da quello condotto nel vano interno della torre (diversamente il saggio nei pressi della Porta di San Paolo non ha apportato elementi utili), altri particolari tipologici ancora percepibili in elevato attestano lunit strutturale fra la torre e il tratto di recinto che interessa, sia pure in modo assai lacunoso, il versante meridionale. Si tratta del paramento murario a filari regolari (tecnica A) e delle caratteristiche delle feritoie che, esternamente, si presentano come strette aperture rettangolari, mentre strombate internamente, tali da consentire il posizionamento di una persona di guardia (Figg. 38, 39). Nonostante sussistano forti dubbi sullidentificazione dellandamento del recinto originario a par-

tire dallangolare NW della torre e relativamente a tutto il versante settentrionale e orientale del colle, quanto dato ancora di vedere sufficiente per far rientrare Gorfigliano nel modello di fortificazione pi attestato in Garfagnana, costituito cio da un recinto cingente una torre sommitale, anche se per questo caso notiamo uninsolita congiunzione fra questi due elementi con una conseguente vistosa dissimmetria nella planimetria del castello. La ragione di ci pare essenzialmente naturale: lo strapiombo presente sul fianco occidentale dellaltura non necessitava certo di essere compreso entro il circuito artificiale la cui realizzazione, dunque, fu qui risparmiata. Se la tecnica costruttiva del recinto, sia in faccia vista, sia in sezione, e il suo spessore (60 cm) trovano numerosi confronti ancora in elevato negli altri circuiti murari dei castelli tipologicamente pi antichi della Garfagnana (GIOVANNETTI 1998, p. 315), la torre di Gorfigliano, invece, grazie alla sua avvenuta trasformazione in campanile nella seconda met del XVIII secolo, rappresenta, fra tutte, quella meglio conservata in pianta e in alzato. Con base quadrata di 5 m di lato (vano interno: 1,641,76 m) e unaltezza massima di 9 m ha i suoi pi immediati riscontri nella torre di San Giorgio di Filattiera (Fig. 84), anchessa di simile planimetria (3,753,9 m), datata stratigraficamente allXI secolo (CABONA, MANNONI, PIZZOLO 1982, p. 336) e in quella del castello di Zeri (GALLO 1995). Verosimilmente avrebbe potuto svolgere anche funzioni abitative rese possibili da un ampliamento della superficie interna per il progressivo assottigliamento dei perimetrali in relazione ai due piani superiori caratterizzati da solai lignei sostenuti da riseghe della muratura. Significativamente al primo di questi corrispondono, sui lati W e N, feritoie di ampiezza maggiore rispetto a quelle presenti nel piano terreno; di fatto piccole finestrelle rettangolari. Territorialmente pi vicino, ma solo in relazione alle dimensioni di base e alla posizione topografica, il raffronto con la torre del castello della Capriola (Comune di Camporgiano), ubicata nel pianoro di quota 523,8 m e, ancora alla fine degli anni Sessanta, registrabile sulla base di tracce in negativo lasciate sulla roccia dai suoi perimetrali in muratura (GIANNICHEDDA 1989, pp. 413-414). Per questa struttura, di 6 m di lato e spazio interno di 2,43 m, fu a suo tempo supposta, ma non appurata archeologicamente, la contemporaneit con il sottostante nucleo di capanne invece assegnato, grazie ai dati di scavo, al corso del XII-XIII secolo (GIANNICHEDDA 1989, p. 421; NOTINI et alii 1996, pp. 279-282). Se dunque la maggior parte dei castelli della Garfagnana a partire dal XII secolo sono dotati di solide torri in muratura, per le quali il caso di Gorfigliano
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pare emblematico e i cui schemi strutturali si ripeteranno anche nelle torri isolate che, in un secondo tempo e con funzione di raccordo visivo, sorgeranno in pi punti del territorio12, nel XV secolo si verifica lintroduzione delle torri a pianta semicircolare in aggetto dal recinto castellano, realizzate in tecnica muraria caotica, ricca di malta. Per Gorfigliano questa datazione stata ricavata dal saggio 2100 (fase 4a), dal quale tra laltro percepibile laggiunta per addossamento della nuova torre al vecchio circuito murario. Similmente nel castello delle Verrucole (Comune di San Romano) un frammento di graffita emiliana inglobato nella struttura muraria della torre semicircolare della cortina sud-orientale ha permesso di datarne limpianto allultimo quarto del Quattrocento (CIAMPOLTRINI, NOTINI, ROSSI 2000, p. 288). I castelli dellalta Garfagnana presentanti queste strutture sono numericamente ridotti (quasi eccezioni)13 e nella maggior parte dei casi le torrette semicircolari risultano unaggiunta al recinto pi antico, dunque frutto di interventi di ristrutturazione avvenuti allo scadere del Medioevo. A Gorfigliano questo fenomeno coincide anche con lampliamento del circuito murario: relativamente al versante settentrionale come emerso dal saggio 3500 (fase 4a) e secondo una tecnica costruttiva irregolare. Sullo scorcio del XV secolo, per volont del Governo di Lucca e non pi dei domini loci da tempo decaduti, si ha dunque lultimo significativo intervento costruttivo sul recinto di questo castello, probabilmente interpretabile come risposta politica e militare al subentrare del dominio estense nel vicino territorio di Vagli e in molti altri comuni dellalta Garfagnana.

2.5.2 Le tipologie abitative di Gorfigliano: uno sguardo diacronico


Il primo documento scritto disponibile per Gorfigliano risalente al 793 e contenente citazioni di generiche case ha trovato un riscontro archeologico sul pianoro sommitale del colle del castello (saggio 1100) dal quale sono emerse le labili tracce di un abitato capannicolo prevalentemente indiziato da buche di palo, direttamente ricavate

12. Per unanalisi pi dettagliata di queste strutture si rimanda a CIAMPOLTRINI , N OTINI , R OSSI 1998, pp. 285-286 per la torre di Montaltissimo e GIOVANNETTI 2000, pp. 388 ss. per la torre del Sillico, trasformata in rocca durante la fase di dominazione estense. 13. Si tratta dei castelli: San Donnino, Roccalberti, Dalli di Sopra, Verrucole, Sillico e Rocca Soraggio (GIOVANNETTI 1998, p. 311).

nella roccia di base. La datazione per queste strutture, di pianta ellittica ampia oltre 15 mq e interamente costruite in materiale deperibile con telaio portante in legno di quercia e castagno, si colloca fra i secoli VIII-X. In relazione a questa prima fase di vita del villaggio emerge gi la tendenza riscontrabile nei successivi periodi, vale a dire il modellamento artificiale del pendio mediante tagli della roccia di base al fine di creare pianori adatti ad essere insediati. Proprio a diretto contatto della roccia di base si pone il primo livello pavimentale in terra battuta cui si associa un semplice focolare formato da lastre di arenaria accostate. Nello stesso modo che in altri contesti regionali, si pu pensare che costruzioni di questa natura siano da attribuire agli stessi abitanti costruttori del villaggio, trattandosi di culture costruttive pienamente ancorate nelle comunit contadine (BIANCHI 2003, p. 261). Questa tipologia abitativa tipicamente altomedievale (VALENTI 1994) attestata anche nel vicino castello della Capriola, posto su un colle di quota 523 m morfologicamente simile a quello di Gorfigliano ma interpretabile in senso prettamente militare (CIAMPOLTRINI, NOTINI, ROSSI 2000, p. 282) dove la durata di queste strutture precarie cui sono da relazionare numerosi frammenti di concotto recante le impronte di canne e rami e probabile sede della guarnigione armata del castello, si spinge fino al XIII secolo. Comunque, lo studio della architettura in legno e di materiale deperibile altomedievale nella Lucchesia ancora agli inizi, dovuto allassenza di ritrovamenti archeologici significativi. Finora si dispone soltanto di tracce di queste costruzioni, oltre ai siti segnalati, a Lucca (CIAMPOLTRINI, NOTINI 1990), Pescia (MILANESE, QUIRS CASTILLO 1997), San Lorenzo a Vaiano (MILANESE, PIERI 1997), Montecatini (M ILANESE , B IAGINI , B ALDASSARRI 1997), Terrazzana, Valle Caula (QUIRS CASTILLO 1999a) e Fucecchio (VANNI DESIDERI 1986). Limpossibilit di individuare larticolazione planimetrica di queste capanne non permette di far confronti con altre tipologie ben definite (V ALENTI , F RONZA 1997; VALENTI 1996, pp. 159-218). Nel X secolo, in significativa coincidenza della prima attestazione documentaria del castello de Corfiliano (a. 997) si data anche la prima costruzione con zoccolo in pietra e alzato in materiale deperibile le tracce del cui cantiere si dispongono sullo strato di abbandono della capanna 1 proponendo unennesima situazione confrontabile con altri contesti della Toscana centro-meridionale come nel caso di Montarrenti (CANTINI 2003, pp. 231-232), di Scarlino (CUCINI, FRANCOVICH, PARENTI 1989, pp. 65-65); o di Campiglia Marittima (BIANCHI 2003) e della stessa
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Fig. 84 Torre di San Giorgio di Filattiera, Massa-Carrara.

Garfagnana14. Notizie su strutture realizzate in tecnica mista sono comunque riscontrabili anche nella documentazione scritta lucchese almeno dallVIII secolo sia in citt (BELLI BARSALI 1973, pp. 491-492) che nel territorio rurale, come nel caso della piana di Lucca a Gurgite, dove si menziona in un contratto agrario lobbligo di manutenzione di una casa recludendum cum petra et tabula (a. 773, MDL V/2), fino allattestazione nel X secolo nel castello di Moriano di case a due piani dotate probabilmente di basamenti in pietra (ad es. MDL V/3 1482). Tuttavia, soltanto dalla fine del X secolo si diffondono nella citt di Lucca delle costruzioni attestate a livello documentario con la formula a petra et calcina seu harena constructi, presenti nel territorio rurale soltanto dallXI secolo in strutture di carattere

14. Per strutture realizzate prevalentemente in legno nel castello della Capriola cfr. CIAMPOLTRINI, NOTINI, ROSSI 1998, pp. 279-280).

signorile pi complesse e sofisticate (QUIRS CASTILLO 2002, p. 95). Questo il caso della casa solarita seo turre super se abentes ad petre et calcina seo arena constructa attestata a Castiglione nellanno 1033 come propriet del vescovo, e altri siti indagati archeologicamente nella Lucchesia. A Gorfigliano la petrificazione completa dellarchitettura attestata soltanto dal XII secolo. Strutture rettangolari di circa 16 mq di superficie, realizzate interamente in muratura, anchesse dotate di un focolare a livello del piano di calpestio, e tetto ad unico spiovente ricoperto da lastre di arenaria15 sono invece emerse dal saggio 2100, nel pianoro posto ai piedi meridionali della torre. Databili al XII secolo trovano un parallelo nel modello edilizio pi diffuso nei secoli X-XV nella vicina Lunigiana, impostato sul pendio16 e realizzato a un solo piano in pietra (FERRANDO CABONA 1990, p. 164) e possono essere rapportate alla fase costruttiva pi rilevante della storia signorile del castello in quanto pianificata dai suoi signori e contrassegnata da una notevole durata visto che i primi strati di abbandono risalgono al XVII secolo. Da quanto testimoniato finora, queste edificazioni impostate sul pendio sono autonome, configurando un urbanesimo molto articolato nel quale si potevano alternare le unit abitative con altre edificazioni ausiliari secondo un modello ben attestato in villaggi appenninici coevi quale Monte Zignago o Terrazzana. Vengono a mancare, invece, strutture abitative disposte a schiera, invece attestate dal Quattrocento in villaggi quali Minucciano o Casola di Lunigiana (FERRANDO CABONA, CRUSI 1980, pp. 258 ss.). Nellarco cronologico di quattro secoli si colgono dunque, a livello archeologico, tre diverse tipologie abitative la cui evoluzione sostanzialmente contrassegnata da un progressivo passaggio del materiale ligneo a quello lapideo. Se per questo sito nel XII secolo i precari schemi costruttivi altomedievali appaiono dunque soppiantati da pi solide case in muratura, verosimile pensare che continuassero a coesistere modelli di abitazioni misti. Questo del resto quanto emerge, a livello documentario e ancora alla fine del Trecento, per il vicino territorio di Massa di Lunigiana
15. La tecnica della copertura dei tetti in lastre di arenaria adesso relegata agli insediamenti pi conservativi quali i borghi storici (ne offre un bellesempio San Pellegrino in area appenninica) e gli alpeggi. 16. La disposizione dellabitato sul pendio ha in questa zona una lunga tradizione, archeologicamente nota a partire dallet ligure (CIAMPOLTRINI, NOTINI 2000). Le abitazioni impostate sul pendio costituiscono, comunque, un modello abitativo ampiamente esteso in tutto lAppennino Toscano settentrionale, come nella Valdinievole (QUIRS CASTILLO 1999a, pp. 53-58), e pi generalmente in tutta la montagna mediterranea dallet medievale (CAGNANA et alii 2001, p. 134).

dove alcuni nuclei abitati si contraddistinguono per case completamente in muratura e tetto in piastre e altri, invece, per case partim murata et partim de tabulis (LEVEROTTI 1982, pp. 247-250). E tutto ci mentre la contrapposizione funzionale e strutturale fra casa e capanna gi ampiamente viva e percepita. Non stato possibile invece analizzare in modo esauriente a Gorfigliano le strutture residenziali dellarea signorile del castello, in quanto assai trasformate nelle fasi successive. Si conoscono altre strutture analoghe in castelli vicini, come ledificio di funzione sconosciuta realizzato in pietra e pareti interne divisorie in legno di fine XI-inizi XII secolo rinvenuto nella sella esterna alla cinta muraria del castello della Capriola (CIAMPOLTRINI, Notini, Rossi 1998, p. 280), la domus communis dei Gherardinghi a Verrucole identificata grazie ad attestazioni documentarie degli anni 80 del Duecento nellarea poi occupata dalla Rocca Tonda della fortezza rinascimentale e al grande edificio in muratura a filari, con un minimo di due piani ancorati ad uno spuntone roccioso, presente nel castello di Bacciano databile alla prima met del XIII secolo (CIAMPOLTRINI, NOTINI 2000, pp. 188-190). La progressiva crescita del borgo di Gorfigliano procedendo dallalto verso il basso lungo i fianchi del pendio stata dimostrata dal saggio 3200 da cui emersa parte di un nucleo abitativo impiantato fra la fine del XV secolo o gli inizi del successivo in significativa concomitanza con lampliamento del recinto murario nel versante settentrionale del colle. Rispetto alle strutture pi antiche si nota adesso una planimetria molto pi ampia e articolata anche su pi piani in elevato, con la presenza di un vano (probabile dispensa) ricavato tagliando la roccia di base. Questultimo afferente allambiente della cucina cos interpretato grazie alla presenza di un focolare delimitato da pietre disposte in circolo e legate con malta. I perimetrali sono interamente in muratura, con aspetto caotico e abbondanza di malta, rifiniti con elementi lapidei riquadrati in relazione alle aperture; il tetto realizzato in lastre di arenaria. Laddossamento alla prima cellula abitativa di un ambiente posto sul pianoro sottostante avvenuta un secolo dopo circa, propone chiaramente le modalit di crescita di questi borghi: attraverso laccostamento di nuovi corpi di fabbrica ai preesistenti sfruttando le differenze di quote offerte dal pendio. Tutto ci trova, a livello documentario, un significativo riscontro: nello statuto della Vicaria di Castelnuovo Garfagnana del 147617, dunque solo di
17. Cap. 60: Delle finestre le quali shanno fare sopra quello del suo vicino per havere il lume (NESI , R AGGI, R OSSI 1993, p. 118).

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pochi decenni anteriore allimpianto della cellula abitativa pi antica, risulta codificata la tendenza ad una serrata articolazione di case solariate (cio a pi piani) di varia altezza, mediante condivisione di muri (muri comuni) e spazi aperti (corti cio le aie o orti), situazione questa che spiega lobbligo, in determinati casi, di graticolare (cio munire di inferiate in legno o ferro) le finestre, in altri, addirittura, di murarle18. Dalla vivacit di questa evidenza scritta si possono tra laltro intuire quali implicazioni sociali derivassero dallabitare in stretta vicinanza e soprattutto dalla salvaguardia degli spazi aperti tra le case, come appunto le aie, funzionali alla trasformazione dei prodotti agricoli e gli orti19.

18. Riportiamo per esteso i passi pi significativi di questo capitolo: Vogliamo che ciascuno sia lecito si nel suo muro, come nel muro commune, sopra il terreno, sopra la Casa pi bassa del Vicino, di fabbricarvi le Finestre et Luminari, per onde riceva Lume in Casa sua: purche dette Finestre si debbino graticolare, con Ferrate, con graticole di legno; ne si debba per dette Finestre gettar cosa niuna: et se esse saranno sopra la Corte Terreno discoperto , Horto del Vicino, ne siano lontane per braccia cinque; et similmente quando e siano sopra il Tetto della Casa del Vicino, ne siano lontane per braccia quattro. Concediamo per che se alcuna Finestra sar sopra il tetto della Casa del Vicino lontana per dieci braccia pi, non faccia di mestiero graticolarla; pur che fuor dessa non si getti cosa alcuna. M se la Finestra sia sopra la Corte , Horto, altro Terreno discoperto del Vicino, siane quanto si voglia lontana debbasi graticolare: purchella non vi si faccia meno alta di braccia cinque dalla parte di fuora, et quattro sia dal Solaio distante dalla parte di dentro: di qualit che non si possa per dette Finestre riguardare sopra il Terreno discoperto desso Vicino.() Et quando avvenisse poi, chel vicino sopra del suo terreno volesse fabbricare, et chegli vi edificasse, , vero che la casa sua pi bassa ergesse in alto; et chegli si volesse accostare, et haver lappoggio del muro, dove fussino le Finestre; debbansi in tutto et per tutto chiudere et murare, non ostante prescrittione di qual si voglia tempo, che si potesse in qualunche maniera allegare. Et quando il muro non fusse Commune sia tenuto quegli che vorr fabbricare, pagare la met del muro non commune. 19. Laggregazione di spazi chiusi (case e stalle) e spazi aperti (aie e orti) formano la caratteristica principale dei villaggi rurali della Garfagnana, ancora spesso chiaramente leggibile nonostante le profonde trasformazioni avvenute negli ultimi decenni. Due esempi di borghi rispettivamente posti nel versante apuano (Minucciano) e appenninico della Garfagnana

Nella complessa dinamica costruttiva di tali borghi dunque ipotizzabile che i due ambienti indagati nel saggio 3200 costituissero parti di unit abitative indipendenti, quindi non necessariamente collegate internamente mediante una scala lignea, n appartenenti a membri di una medesima famiglia. Gli esempi di case ancora sopravvissute in elevato nel borgo meridionale, di pi recente abbandono, permettono di constatare la lunga durata di tale fenomeno di crescita per aggregazione di corpi di fabbrica. In queste ultime tra laltro ancora ben percepibile la funzionalit dei vari ambienti posti a quote del pendio diverse: in relazione al pianoro di quota minore si situa in genere la stalla le cui aperture si riducono allingresso, di dimensioni maggiori rispetto a quello dellabitazione e a piccole finestre rettangolari; nel soprastante pianoro troviamo il pianterreno della casa le cui presenze ricorrenti sono un camino a parete rifinito con stipiti in pietra arenaria lavorati e una o pi nicchie sempre ricavate nei perimetrali. Infine collegato a questo ambiente di ingresso-cucina mediante una scala in legno interna il piano-notte sostenuto da solaio ligneo su travi portanti inglobati nella muratura delle pareti. L.G., J.A.Q.C. LUCIA GIOVANNETTI, JUAN ANTONIO QUIRS CASTILLO
(Sassorosso), pi conservativi rispetto ad altri, mostrano una significativa analogia nelle relazioni spaziali fra i suddetti ambienti. Per entrambi si rileva infatti la disposizione della stalla-fienile di fronte o a fianco della casa, mentre laia lastricata tende a creare fra di loro un nesso pi organico. La posizione marginale di alcune stalle rispetto al nucleo insediativo originario pare invece essere stata indotta, a seguito della progressiva espansione dellabitato, dallesaurirsi degli spazi interni disponibili. La fascia degli orti posta immediatamente allesterno del nucleo abitato e sfrutta la vicinanza delle stalle per il concime. (per Minucciano cfr. MARTINELLI, NUTI 1974, pp. 62 ss.). Sulla scorta di questi esempi, posti peraltro nei due opposti versanti montani della Valle, non pare azzardato pensare che i borghi con case a corte costituiscano, qui come in Lunigiana, il tipo insediativo prevalente e di pi antica tradizione (BOCCARDO 1990, p. 67) e che i successivi sviluppi e ingrandimenti siano sempre riferibili ad un sistema di aggregazione che, prendendo per centro tale spazio scoperto, tenda a circondarlo e a recingerlo (MAFFEI 1990, p. 137).

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3. I REPERTI ARCHEOLOGICI
Nel corso dello scavo archeologico di Gorfigliano sono stati recuperati pi di 4300 frammenti ceramici e altri reperti archeologici, che si caratterizzano essenzialmente per il loro elevato grado di frammentazione e le dimensioni minute. Questa frammentazione molto rilevante nei contesti di et bassomedievale e postmedievale, giacch sono numerosi i riporti rinvenuti che contengono materiali di questi secoli, per i quali non stato possibile ricostruire profili completi. I criteri seguiti per lo studio dei reperti archeologici sono diversi secondo la loro tipologia, ma si disegnato un sistema di informazione per la loro gestione. A questo proposito si utilizzata una scheda informatizzata ispirata a quella dello studio dei reperti del contesto dellOspedale di Santa Maria della Scala di Siena (MILANESE 1991), che permette il ricorso a criteri di quantificazione diversificati. Tenendo conto dellimportanza che acquista la quantificazione dei reperti, in modo particolare in un sito come Gorfigliano dove molti materiali si trovano in giacitura secondaria, si voluto ricorrere a una strategia diversificata che combini la quantificazione numerica, per peso e per numero minimo (ORTON, TYERS, VINCE 1997, pp. 35-36). In modo parallelo si proceduto al disegno delle forme e dei decori pi significativi, che sono poi confluiti in un breve catalogo allegato allo studio delle singole classi di reperti. Una volta realizzato questo primo approccio ai reperti ceramici, emersa la necessit di realizzare delle analisi archeometriche degli impasti ceramici con lo scopo di riuscire ad ottenere una classificazione pi approfondita e stabilire le aree di provenienza dei singoli reperti. In realt la necessit di questo tipo di approccio era stata gi evidenziata nel corso di altri lavori realizzati nella valle del Serchio, e in particolare nel caso dello scavo dellOspedale di Tea (QUIRS CASTILLO 2000), poich finora sono assai scarsi gli studi realizzati di questa natura. Inoltre, lubicazione della Garfagnana tra grandi aree di produzione (Toscana, Emilia, Liguria), sottoposta a diverse dominazioni politiche nel corso del medioevo e del postmedioevo, poneva il problema sullincidenza in termini commerciali di questi settori e la sua conoscenza attraverso la circolazione dei materiali ceramici. Ma lo studio archeometrico si posto anche come un momento di conoscenza di gran rilevanza per lo studio dei modelli produttivi della ceramica e dei modelli di consumo nella lunga durata. Per questo motivo sono stati presi in considerazione 66 campioni ceramici provenienti sia del
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castello di Gorfigliano che dallOspedale di Tea, che sono stati sottoposti ad analisi petrografiche da parte della Societ LARA di Genova. Attraverso un dialogo serrato interdisciplinare si sono potuti individuare diversi raggruppamenti che hanno permesso di intravedere la provenienza dei materiali e la loro incidenza in termini quantitativi attraverso la banca dati informatizzata. A seguito si presentano i reperti ceramici attraverso la discussione delle singole classi di produzione, seguendo una classificazione di carattere tecnologico (ceramica priva di rivestimento, ceramica invetriata, ceramica ingobbiata, ceramica graffita, ceramica smaltata, terraglia, porcellana). A modo di conclusione si realizzata, inoltre, unanalisi contestuale finale, dove si sono evidenziate le principali tendenze storiche riscontrate nello studio archeologico. Per quanto riguarda i restanti reperti archeologici (litici, malte, antracologici, vetri, monete, faunistici, malacologici) sono stati affidati allanalisi di specialisti nei diversi settori. Il lungo elenco di autori che hanno partecipato alla stesura del volume attesta lintenzione di integrare letture variate e diversificate su questi materiali. Con tutti gli autori si cercato di stabilire un dialogo interdisciplinare tendente al dibattito sugli aspetti interpretativi dei singoli registri informativi. Entro il limite del possibile e della capacit degli autori si sono volute integrare nelle diverse sezioni del volume, e in modo particolare nelle conclusioni, le principali informazioni ottenute da questi studi. Tuttavia anche certo che la complessit e leterogeneit dei contributi presenti possono aver portato a non sfruttare appieno le potenzialit offerte da tutti i contributi, e quindi sar necessario un maggior impegno nella seconda fase dei lavori archeologici di Gorfigliano. I reperti antropologici meritano unultima precisazione. Gli scavi condotti ai piedi della chiesa hanno permesso di recuperare un numero limitato di resti antropologici in posizione secondaria, frutto degli intensi lavori di restauro e ampliamento realizzati nel corso del XVIII secolo. Unanalisi preliminare condotta da Elena Cecconi ha permesso di fare una prima classificazione, anche se la loro scarsa entit, la loro posizione in giacitura secondaria (non in connessione anatomica) non ha permesso la realizzazione di uno studio complessivo. Soltanto allinterno degli ossari presenti nella Chiesa, costruiti nel corso del XVIII, si conservano i resti di centinaia di individui che costituiscono un importante campione di riferimento per lo studio antropologico degli abitanti di Gorfigliano di et medievale e

postmedievale. Lasciamo comunque per una seconda fase di lavoro lanalisi di questi reperti. J.A.Q.C.

3.1 I REPERTI CERAMICI1


3.1.1 Ceramica priva di rivestimento (Fig. 85)
La ceramica priva di rivestimento restituita dai saggi in condizioni di alta frammentariet, suddivisibile in tre classi sulla base degli impasti: a) ad inclusi calcitici (188 frammenti), b) sabbiosa (76 frammenti), e c) depurata (92 frammenti); tipologicamente riconducibile a forme chiuse da cucina (olle) e da mensa (boccali), e aperte (testi e catini). La classe ad inclusi calcitici2, rappresentata da testi (n. 1) e olle dal bordo estroflesso, fondo sabbiato (n. 2-4) e una foggiatura frequentemente ottenuta con il tornio lento3 quella pi ricorrente nei contesti di IX-XII secolo venuti alla luce, accompagnando quindi la nascita e le prime fasi di sviluppo del castello, in linea con i dati archeologici disponibili per il contesto geografico in cui Gorfigliano si pone, inerenti siti incastellati (GIANNICHEDDA 1989, CIAMPOLTRINI , N OTINI, R OSSI 1998; GIOVANNETTI 1995-96) ma anche altri centri religiosi e abitativi (NOTINI et alii 1994; CIAMPOLTRINI, N OTINI , R OSSI 1996; NOTINI et alii 1998) attivi in Garfagnana nei secoli centrali del Medioevo. Nel gruppo di olle lunica differenza rilevabile data dalla resa del bordo che pu essere a terminazione arrotondata (n. 2) oppure appiattita (n. 3), questultima probabilmente pi funzionale a sostenere un eventuale coperchio. Queste tipologie, per forme e impasto, trovano ampi riscontri nei contesti indagati in Garfagnana negli ultimi anni rappresentando una costante dei primi due secoli dellincastellamento4. Pi anomala invece la presenza di

due testi nella fase 2 di X secolo5 dal momento che questo tipo di manufatto, assai diffuso in tutti i giacimenti medievali del restante Appennino Toscano (QUIRS CASTILLO 1998, p. 188) e Ligure, stato finora considerato assente nei contesti medievali della Garfagnana (CIAMPOLTRINI 1984, pp. 300-301; CIAMPOLTRINI, N OTINI ROSSI 1998, p. 288) 6. La classe ad impasto sabbioso 7, numericamente meno incisiva, almeno nel caso di Gorfigliano, rispetto alla classe ad inclusi calcitici, testimoniata da olle a bordo estroflesso e orlo a sagoma profilata (nn. 5, 7) 8 e fondo costantemente piano (n. 6). Decisamente isolata, rispetto alla suddetta olla e a quella con bordo ripiegato ad angolo retto ed orlo ingrossato (tipo 19: MANNONI 1975, p. 36, fig. 21, 1-2) che, nel territorio della Garfagnana se non proprio a Gorfigliano stando alle attestazioni finora rilevate, rappresenta il tipo pi frequente, appare invece lolla con orlo modanato a becco di civetta (n. 7), caratterizzata dal motivo della filettatura sulle pareti esterne ottenuta a pettine. Questo tipo, infatti, sembra contrassegnare lambito urbano di Lucca9 e il suo pi vicino territorio10. La ceramica depurata rappresentata soprattutto da frammenti minuti di pareti di boccali; lunico parzialmente ricostruibile (n. 9), presente nella US 1126 (fase 2), per il quale si avanza lipotesi di una capaci-

1. I numeri dei reperti che compaiono nei cataloghi allegati allo studio delle singole classi ceramiche corrispondono a quelli delle figure che illustrano questo capitolo. 2. Detta anche vacuolata (o ad impasto vacuolato come in MANNONI 1975, p. 24) per effetto della dissoluzione degli inclusi di calcite spatica triturata, aggiunta come degrassante intenzionalmente soprattutto quando si presenta in granuli medi e grandi (MANNONI 1974, pp. 181-182), a seguito della cottura o, pi frequentemente, di una permanenza in suoli acidi (N OTINI et alii 1994, pp. 171-172). Per questo motivo la vacuolarit risulta, il pi delle volte, una conseguenza postdeposizionale pi che non una conseguenza legata al processo di cottura del manufatto. Questa calcite si caratterizza per un basso indice di trasmissione del calore, anche se maggiore di quello dei gabbri. 3. Tipo 9 in MANNONI 1975, fig. 10, p. 24. 4. Si vedano, ad esempio, le olle recuperate dallo strato 5 del saggio condotto nel piano terra della rocca di Castelnuovo, datato alla 2 met dellXI secolo, o, al pi tardi, agli inizi del

XII secolo (CIAMPOLTRINI, NOTINI, ROS SI 1998, p. 263, fig. 7, nn. 6, 10) e quelle caratterizzanti i contesti di XI-XIII sec. del castello della Capriola (Ibidem, figg. 20-21, pp. 271-272). 5. Per la forma cfr. MANNONI 1975, p. 146, fig. 112, 1.Puntuali confronti provengono anche ma senza riferimenti stratigrafici dal castello di Farnocchia (Stazzema), nel vicino territorio apuo-versiliese (ABELA 1995, fig. 178-30-31, p. 187). 6. Sono da segnalare i due testi, tipologicamente simili a quello in oggetto, emersi dallo strato di crollo dellospedale di S. Nicolao di Tea (GOBBATO , GRASSI , QUIRS C ASTILLO 1988, p. 219, fig. 5, 10) e lesemplare (privo di riferimenti stratigrafici) pertinente alle fasi di vita medievali della rocca di Sillico (GIOVANNETTI 2000, p. 399, tav. I, 2). 7. Per ceramica a impasto sabbioso si intende il tipo definito da MANNONI 1975, p. 35 come foggiato al tornio veloce con fine impasto sabbioso differenziandosi dalla ceramica depurata per presentare un dimagrante sabbioso che, seppur fine, visibile ad occhio nudo. 8. Questo caso presente come materiale residuo in uno strato di deposito recente (US 2203) ha analogie nella resa del bordo allolla proveniente dallo strato 3 (XI-XII secolo) del castello della Capriola (GIANNICHEDDA 1989, p. 419, tav. V fig. 13). , 9. Corpo ovoide e labbro pendulo modanato a becco di civetta sono caratteristici delle olle restituite dagli scavi di Corte dellAngelo e Palazzo Lippi di XII secolo (CIAMPOLTRINI 1992, p. 723, fig. 31, 1-2). Con una pi elaborata versione di labbri modanati si presentano le restituzioni urbane di Lucca di XIII secolo (Piazza della Grotta: CIAM POLTRINI 1996, fig. 1, 5-6). 10. CIAMPOLTRINI , N OTINI 1987, fig. 13, 106, 160; Prive di filettatura ma con una medesima elaborazione dei bordi, riconosciute come afferenti alla sfera culturale lucchese alle soglie del X secolo, sono anche tre olle recupero di superficie dalla Capriola ( IAMPOLTRINI , NOTINI, ROSS I 1998, p. C 272, fig. 21, 1-2).

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Fig. 85 Ceramica priva di rivestimento rinvenuta nel castello di Gorfigliano (il n. 12 riprodotta a scala 1:2).

t originaria di circa 80 dl, costituisce la forma da mensa in acroma di pi antica datazione relativamente al periodo medievale finora rinvenuta in Garfagnana 11. Questo dato cronologico pare moti11. Altri boccali (significativamente sempre in associazione alle olle ad inclusi calcitici) sono infatti emersi dal gi citato saggio nella Rocca di Castelnuovo (strato 5 della 2 met dellXI secolo-inizi del XII secolo, dal vecchio sondaggio effettuato presso la torre di Petrognano (IV strato; XII secolo) e dal castello della Capriola (CIAMPOLTRINI, NOTINI, ROS SI 1998, p. 263, fig. 7, 1-3); infine dallo scavo nellarea della canonica di Pieve Fosciana, contesto ben databile, anche grazie ai relativi reperti numismatici, nel periodo a cavallo fra XII (2 met)

vare le diversit formali intercorrenti fra lesemplare in questione e gli altri di circa due secoli pi tardi richiamati per confronto: lassenza del collo e la consistente larghezza dellansa del primo non si riconoscono nei secondi, al contrario caratterizzati da collo cilindrico e pi stretta ansa. Si intravedono, in questo modo, problemi evolutivi di base che, allo stato delle ricerche, non sono ancora risolvibili.
e XIII sec. (inizi) (CIAMPOLTRINI, NOTINI, ROS SI 1996, p. 304, fig. 5, 1-3). Questi tipi sono attestati anche in contesti urbani di XII da Lucca (Corte dellAngelo e Palazzo Lippi) (CIAMPOLTRINI 1992, p. 723, fig. 31, 6-7).

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Anche due forme aperte in depurata, peraltro di difficile ricostruzione grafica per la piccolezza dei frammenti e avulse dal proprio contesto in quanto provenienti da depositi relativamente recenti (US 3501, 2203), trovano insolito posto fra i molto pi abbondanti boccali12. Si tratta di un probabile catino a pareti sottili e bordino estroflesso arrotondato (n. 10) come suggerisce un confronto dalla Valdinievole (QUIRS CASTILLO 1999a, fig. 14, 12) e di un fondo con piede sagomato (n. 11). Infine comparse isolate, difficilmente interpretabili nel loro reale significato ma ovviamente esterne allambiente della cucina, sono due fuseruole, rispettivamente a impasto depurato (n. 12) e sabbioso (n. 8) e da un frammento di tubolo (n. 13) in depurata ancora dalla US 1126 (fase 2), con evidenti tracce di regolarizzazione della superficie interna ed esterna a coltello come lesemplare, anchesso frammentario, pertinente allabitato trecentesco di Verrucole (CIAMPOLTRINI, NOTINI 2000, p. 182). In sintesi sono le US 1126, 1138 (entrambe databili al X secolo) e lUS 1131 (XII secolo), in quanto relative a livelli di vita, ad offrire i contesti ceramici di ceramica priva di rivestimento pi significativi, anche dal punto di vista numerico, da cui si ricavano due importanti spaccati di cultura materiale, entrambi relativi a momenti centrali della vita del castello di Gorfigliano. Nel X secolo (US 1126 e 1138) gli oggetti ceramici di cui unabitazione era dotata consistevano in alcune olle (in numero minimo di sei), due testi tutti caratterizzati da impasto a inclusi calcitici, un boccale in acroma depurata e una non ricostruibile forma ad impasto sabbioso. Allo scorcio del XII secolo (US 1131) il panorama delle forme non sostanzialmente mutato a sottolineare la lunga tenuta di questi tipi ceramici: si riscontrano le medesime olle a inclusi calcitici (in numero minimo di 4) con le stesse caratteristiche dei bordi e del fondo (sabbiato) e la minoritaria presenza del boccale, solamente testimoniata da due minuti frammenti di pareti. Lunico elemento che diversifica i due contesti offerto dallolla ad impasto sabbioso che, per i suoi connotati estetici (orlo modanato a becco di civetta e pareti filettate) presupponenti tecniche di produzione di diversa matrice rispetto a quelle della ceramica calcitica, ma con le medesime finalit pratiche, viene a vivacizzare il monotono corredo tradizionale. I risultati delle analisi sugli impasti condotte su diversi campioni di grezze da Gorfigliano13 unita-

mente a quelli su altri frammenti dallo scavo dellospedale medievale di San Nicolao di Tea14 permettono alcune considerazioni sui possibili ambiti di produzione di questi manufatti, dando cos maggiore consistenza e puntualit alle supposizioni avanzate al momento della loro prima edizione (QUIRS CASTILLO et alii 2000, p. 160). La classe ad inclusi calcitici, secondo lesame di laboratorio, si presenta unitaria (V gruppo) e la calcite macinata che la caratterizza deriva dai marmi triassici delle Alpi Apuane. Risulta cos confermata una produzione di ambito locale circoscritta alla vallata del Serchio, alla Versilia e alla Lunigiana orientale (aree immediatamente a ridosso del massiccio apuano) (GIANNICHEDDA, QUIRS CASTILLO 1997) analogamente a quanto emerso per la medesima classe ceramica recuperata nel non lontano sito di Gronda di Luscignano (MS) (DAVITE 1988, p. 401). La capillare diffusione di tale manufatto lascia dunque ipotizzare piccoli centri di produzione sparsi nel territorio che foggiavano manufatti tipologicamente unitari, verosimilmente secondo una produzione di tipo casalingo, dato che per molti pezzi constatabile lesecuzione al tornio lento quando non a mano. Ma questa definizione non certo sufficiente a far luce sui loro dettagli tecnologici e organizzativi (BROGIOLO, GELICHI 1988, p. 223) che, per il momento, rimangono totalmente sconosciuti. La certezza che comunque i prodotti ceramici ottenuti con laggiunta di calcite apuana per conferire resistenza al fuoco coprissero lintero fabbisogno interno di questa sub-regione data dallassenza delle grezze ad impasto gabbrico, di analoga funzione, ben attestate invece in tutto il territorio orientale di Lucca (QUIRS CASTILLO 1999a, p. 72) e della Lunigiana occidentale (MANNONI 1974, p. 191). Per le ceramiche ad impasto sabbioso e depurato i possibili ambiti di produzione che le analisi lasciano intravedere non sono invece altrettanto unitari. Per quelle ad impasto sabbioso relative a Gorfigliano si riconoscono infatti due raggruppamenti (gruppi II B e III B) che, rispettivamente, non escludono zone limitrofe alla Garfagnana e indirizzano verso larea di pianura dello sbocco del Serchio. In altre parole possibile che la produzione di olle di questo impasto, tecnicamente evolute rispetto a quelle ad inclusi calcitici (MANNONI 1975, p. 35), si collocasse nel contesto urbano e peri-urbano di Lucca come del resto lasciava gi presupporre lolla a pareti filettate e orlo sagomato (n. 7) proveniente dalla US 1131, la cui peculiare forma, attestata soprattutto in contesti lucchesi, riconducibile alla mano di artigiani specializzati.

12. La rarit delle forme aperte figuline in ambito lucchese stata sottolineata da CIAMPOLTRINI 1998, p. 215. 13. Si tratta di 5 frr. di ceramica ad inclusi calcitici, 3 ad impasto sabbioso e 4 di depurata.

14. Si tratta di 1 fr. di ceramica ad inclusi calcitici, 1 ad impasto sabbioso e 3 di depurata.

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La ceramica depurata, le cui forme chiuse da mensa, in associazione alle forme da cucina ad inclusi calcitici e impasto sabbioso, dominavano anche in Garfagnana prima dellintroduzione dei boccali in maiolica arcaica, indirizza anchessa verso centri di produzione esterni a questo ambito rurale. Un unico frammento di boccale, proveniente dalla US 1192 (fase IIIc) di Gorfigliano e un altro dai contesti bassomedievali di Tea sono infatti con sicurezza da considerare di produzione pisana (gruppo I A) mentre tutti i restanti, rientrando nei gruppi III A e III B, riconducono ancora allo sbocco in pianura del Serchio e dunque allarea lucchese. In tal senso lipotesi di una produzione pisana per il boccale dalla US 1126 avanzata a suo tempo (QUIRS CASTILLO et alii 2000, 160, in part. nt. 33) viene smentita e al suo posto si sostanzia un rapporto commerciale privilegiato fra Lucca e il suo entroterra gi nel X secolo. Significativamente lUS 1126 (X sec.), rapportabile alla nascita di Gorfigliano come castello e dunque entit politica signorile, contenendo frammenti di ceramica depurata e ad impasto sabbioso dello stesso gruppo III, suggerisce limmagine di Lucca impegnata, in questo periodo, a rifornire il suo entroterra montuoso dei contenitori fini di cui una mensa, anche la pi ordinaria, doveva essere provvista nonch dei manufatti da cucina ad impasto sabbioso, tecnologicamente e formalmente pi accurati rispetto alle diffuse produzioni locali caratterizzate da calcite spatica. Catalogo
Impasto ad inclusi calcitici 1. US 1126. Testo con parete bassa, bordo ispessito e fondo sabbiato; impasto di colore chiaro (beige-rosato) e lisciatura sulla superficie interna. 2. US 1126. Olle con bordo caratterizzato da lieve estroflessione con terminazione arrotondata; impasto di colore scuro. 3. US 1126. Orlo svasato e bordo quasi piatto (forse funzionale a sostenere un coperchio) di olla; sono presenti sottili striature sulle superfici ed annerimenti da esposizione al fuoco. Impasto di colore scuro. 4. US 1126. Fondi piano sabbiato pertinente ad unolla caratterizzata da corpo ovoidale, di diametro e spessore delle pareti variabile da 0,6 a 1,4 cm. Impasto scuro. Impasto sabbioso 5. US 2203. Olla con breve orlo estroflesso e bordo profilato, corpo globoso; tracce di lisciatura a panno interna; impasto beige con annerimenti da fumo superficiali. 6. US 2136. Olla con fondo piano e pareti inclinate, si scorgono due righe ravvicinate lasciate internamente dal tornio; lisciatura a panno esterna; impasto rosato nel lato interno, e grigio in quello interno. 7. US 1131. Bordo di olla con breve labbro obliquo e orlo modanato a becco di civetta, con pareti filettate

esternamente; corpo globulare ed impasto di colore grigio esternamente, mentre rosato allinterno. 8. US 2214. Fuseruola di forma sferoide schiacciata, conversata per met. Impasto rosato, ruvido al tatto, con millimetrici inclusi e pagliuzze di mica. Impasto depurato 9. US 1126. Boccale parzialmente ricostruibile con breve collo, orlo lievemente svasato, bordo piatto inclinato allesterno, bocca trilobata, e ampia ansa a nastro complanare allorlo con lieve solcatura mediana. Fondo piano dove sono evidenti i segni del distacco a cordicella. Impasto fine (micaceo) a nucleo grigio e di colore marrone chiaro in prossimit delle superfici. 10. US 2130. Forma aperta con bordo estroflesso e orlo arrotondato; pareti sottili; impasto rosa. 11. US 3501. Forma aperta con fondo a disco sagomato; pareti sottili. Lievi solcature da tornio interne; impasto di colore rosa acceso. 12. US 1126. Fuseruola di forma bitroncoconica e con sottile linea incisa in prossimit del punto di massima espansione del corpo 13. US 1126. Fr. di tubulo con pareti interne ed esterne regolarizzate a coltello.

3.1.2 Ceramica invetriata


La ceramica invetriata versa in condizioni di alta frammentariet; si contano 827 frammenti dai quali si ricostruiscono 11 forme (Fig. 86). Le attestazioni di questa tipologia ceramica nel caso di Gorfigliano iniziano dal periodo 3c (XIV-XV sec.) ma i reperti che consentono una pi articolata discussione provengono dalle US inquadrabili nel corso del XVIII secolo, identificabili con riporti di terreno agricolo (US 1176, 2130, 3506, 1116) e da quelle costituenti depositi recenti ( US 2201, 2203, 3502). Pertanto se possibile farci unidea assai dettagliata del corredo di invetriate in uso nel villaggio nel periodo finale delle sue vicende insediative, quando sicuramente queste dominavano sugli altri generi, rimane al contrario in ombra il momento in cui la stessa ceramica inizi ad affiancarsi alla grezza segnando, come noto, un sensibile miglioramento tecnologico nella cottura dei cibi. Se in altri contesti archeologici toscani questa introduzione avviene nel corso del XIII secolo (GRASSI 1999), nel caso di Gorfigliano e pi in generale della Garfagnana, come di norma in ambiti rurali pi marginali (FOSSATI, M ANNONI 1981, p. 247), pare slittare al secolo successivo 15.
15. La lentezza nel processo di sostituzione dellacroma con il pentolame invetriato risulta evidente, ad esempio, dalle restituzioni dellospedale medievale di S. Nicolao di Tea (Argegna, Com. di Minucciano) (GRAS SI 2000, pp. 190-191) e dai contesti trecenteschi del castello di Verrucole (Com. di San Romano) dove prevalgono ancora nettamente le forme nude sulle invetriate rappresentate solo da un tegame e una probabile pentola (CIAMPOLTRINI , N OTINI 2000, p. 182).

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Fig. 86 Ceramica invetriata e ingobbiate chiare rinvenute nel castello di Gorfigliano.

Nel corredo domestico di invetriate di Gorfigliano che offre, per le suddette caratteristiche dei conteSempre in Garfagnana non compare linvetriata nel contesto di Pieve Fosciana databile a cavallo fra XII e XIII secolo (CIAMPOLTRINI , N OTINI , ROS SI 1998) nel villaggio abbandonato in loc. Bivio, presso Vagli di Sotto ( OTINI et alii N 1998) mentre se questa classe attestata nel castello della Capriola in contesti anteriori al XIII secolo, riveste tuttaltro significato e funzione rispetto alle pi tarde tipologie da cucina (per il boccalino: tipo 26 in MANNONI 1975,

sti di rinvenimento, un quadro piuttosto statico senza possibilit di seriazioni cronotipologiche, prevalgono nettamente i manufatti ad uso cucina: in particolare pentole e tegami, quasi sempre interessati da incrostazioni carboniose sulle pareti ester-

p. 41; per la scodella ad invetriatura verde solo interna: CIAMPOLTRINI , N OTINI , ROS SI 1998, p. 93, fig. 21 e per lanforetta di colore avana: Ibidem, p. 278, 21, 6).

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ne ad indicarne un utilizzo a diretto contatto con la fiamma del focolare. In base ad un esame macroscopico dei pezzi si rileva, pur variando le forme, una certa omogeneit nelle caratteristiche dellimpasto e dunque un ambito di produzione tipologicamente differenziato nel quale per pare costante nel tempo limpiego di determinate argille16. Ricorrono infatti le medesime caratteristiche di durezza e frattura irregolare con cottura generalmente ossidante condotta in atmosfera omogenea; i colori degli impasti variano da beige a rosa acceso e le superfici si presentano scabre per laffioramento degli inclusi, prevalentemente quarzitici, con ogni probabilit aggiunti intenzionalmente per garantire la refrattariet e dunque la buona tenuta dei pezzi. Nella maggior parte dei reperti si riscontra inoltre mica polverizzata. Quanto al rivestimento vetroso questo interessa generalmente solo la parte interna del recipiente per ovvi motivi di risparmio sconfinando anche esternamente ma solo limitatamente al bordo e allattacco superiore delle anse quando presenti; solo nel caso di un fondo piano, verosimilmente riferibile ad un tegame (n. 21), la vetrina stesa anche sulle pareti esterne 17. Questultima per lo pi trasparente, molto sottile e ben assorbita e solo in pochi manufatti colorata in verde e marrone mediante laggiunta di ossidi metallici. Le analisi condotte su due campioni di invetriate da Gorfigliano, come del resto supposte analogie con le altre regioni del centro e del nord Italia dove fornaci che producono ceramica di uso comune fioriscono abbondantemente e ovunque nel periodo post-medievale, (ARDITI, G OBBATO 2000 e GELICHI, LIBRENTI 1997, pp. 186-190) orientano verso una produzione circoscritta alla vallata del Serchio (cfr. III gruppo della classificazione di Sfrecola in questo volume). Tuttavia siamo ancora lontani dal poter identificare fornaci da ceramica nelle vicinanze di Gorfigliano e al momento abbiamo certezza solamente di una, attiva a partire dagli inizi dellOttocento fra Pieve Fosciana e Castiglione, sul corso del fiume Esarulo, i cui prodotti, caratterizzati da spessa invetriatura tendente al marrone sopra ondulazioni di ingobbio bianco, non sembrano per raggiungere questo centro18.
16. Il costante utilizzo di unargilla refrattaria di colore rosso-arancio e con piccolissimi inclusi bianchi stata ad esempio osservata per i manufatti prodotti in una fornace a Roma (PANNUZI 2001, p. 187). 17. In vero la limitatezza della superficie conservata lascia dei leciti dubbi interpretativi. 18. Le produzioni di invetriate di questa fornace, menzionata anche dallo storico locale R. Raffaelli nella seconda met dellOttocento ( AFFAELLI 1879, 243), sono in corso R di studio da parte di Paolo Notini che ringrazio per avermi mostrato i relativi materiali. Il panorama della distribuzione di questi manufatti nel territorio rimane ancora da definire.

Scendendo nei dettagli delle forme, la pi attestata la pentola a fondo piano di scarso diametro, con corpo globoso impostato su piede pi o meno alto, brevi anse a nastro (di larghezza variabile da 2,4 a 4 cm) attaccate appena sotto il breve orlo estroflesso (nn. 14, 15), spesso interessate da una digitatura centrale in prossimit dellattacco superiore che meglio le salda allorlo (n. 16). Le pareti vanno assottigliandosi a mano a mano che si procede verso lalto e quasi una costante sono i larghi solchi lasciati internamente dal tornio. Diverse sono le attestazioni di questa forma di larga diffusione, sicuramente di lunga durata e fortuna (MANNONI 1970a, tav. IX) anche nel territorio della Garfagnana nel Post-medioevo. I pi diretti confronti con le pentole di Gorfigliano, pur non supportati da una datazione stratigrafica, provengono dalla Rocca del Sillico (GIOVANNETTI 2000, p. 400, tav. II, 7-8;11) e dal Convento di San Francesco (GIOVANNETTI 2002, p. 285, tav. VI, 4-5) posti entrambi a pochi km da Pieve Fosciana. I precedenti di queste pentole invetriate che, almeno nel caso di Gorfigliano, parrebbero riferibili allo scorcio del XVIII secolo, si riscontrano, nella versione monoansata, tra i materiali restituiti dal saggio condotto nel mastio della Rocca di Castelnuovo Garfagnana con termine cronologico post-quem fissato alla seconda met del Quattrocento (CIAMPOLTRINI, N OTINI, ROSSI 2000, p. 313, fig. 21, 5). Laltra tipologia di pentola presente a Gorfigliano, caratterizzata da corpo cilindrico, fondo convesso, bordo ingrossato internamente e piccole anse a bastoncello rappresentata da un esemplare ricostruibile quasi per intero (n. 19) e da diversi altri bordi, talvolta solcati esternamente da due righe parallele, di cui per non si conservano le anse (n. 20), fa significativamente la sua comparsa anche negli strati di fine Settecento delle Verrucole (CIAMPOLTRINI, N OTINI, R OSSI 2002, p. 239, fig. 15, 9) e trova stringenti confronti, per forma, impasto (di colore rosso fegato e ricco di inclusi quarzitici) e rivestimento vetroso (trasparente e molto sottile), con manufatti rinvenuti a Savona (Priamr) e Genova (rispettivamente: BANDINI, D E FERRARI 1994, p. 70, fig. 1; MILANESE 2001, p. 66, fig. 52) collocabili fra la seconda met del XVIII e gli inizi del XIX secolo per i quali rimane al momento ancora incerta lattribuzione a centri di produzione provenzali o liguri. A completare le funzioni delle pentole appena descritte, per la cottura di cibi asciutti, troviamo i tegami, in tre varianti: 1) a pareti inclinate, fondo piano e orlo appuntito, leggermente estroflesso (n. 22) che, in taluni altri casi diffusi nel vicino territorio, sono corredati anche di beccuccio versatoio (GIOVANNETTI 2002, p. 285, tav. VI, 2 e CIAMPOLTRINI, N OTINI, R OSSI 2002, p. 241, fig. 17) que93

stultimo integro da contesti databili fra Cinque e Seicento dalle Verrucole); 2) come il suddetto ma con piccole prese a sezione triangolare; 3) sempre a fondo piano ma a pareti pressoch diritte (n. 21). In vero, per questultimo, lesiguit della superficie conservata lascia molte perplessit ricostruttive anche se probabile che termini in un semplice orlo arrotondato come certi bassi tegami attestati a Verrucole in strati della fine del Settecento (CIAMPOLTRINI, N OTINI , R OSSI 2002, p. 239, fig. 15, nn. 7, 8). La possibilit di trovare confronti assai puntuali fra i manufatti invetriati di Gorfigliano e quelli di altri pi antichi contesti scavati in Garfagnana, come Verrucole e la Rocca di Castelnuovo , essa stessa, una prova tangibile dellimmobilismo che caratterizza questa classe ceramica, del resto da tempo rilevato anche per altri ambiti geografici19. Il recupero ceramico dallarea del baluardo di S. Donato Vecchio a Lucca (ABELA, GUIDI 1991) permette inoltre di constatare stringenti analogie fra i manufatti invetriati da cucina in uso in citt a partire dallo scorcio del Basso Medioevo e quelli diffusi a Gorfigliano e, pi in generale, nel territorio della Garfagnana. A Gorfigliano le forme aperte (pentole e tegami) prevalgono decisamente su quelle chiuse (olle), rimanendo cos la piccola olla dal corpo filettato (n. 23), probabilmente utilizzata come contenitore da mensa e/o da dispensa, data anche la mancanza di tracce di incrostazioni carboniose sul corpo, un caso isolato. Tutto ci, unitamente allassenza dei coperchi, almeno nei contesti indagati, permette di avvicinare la situazione di questo centro a quella registrata in molti altri villaggi fortificati della Toscana Meridionale sia pure relativamente a fasi cronologiche pi alte (GRASSI 1999, p. 433). Infine, le riscontrabili analogie fra il pentolame invetriato in uso per la preparazione dei cibi a Gorfigliano verosimilmente in associazione a paioli metallici ancora utilizzati fino a qualche decennio fa per la cottura delle basilari polente di farina gialla e di castagne, per loro natura non restituiti dagli scavi ma ben rappresentati, ad esempio, nella raccolta etnografica di San Pellegrino, e quello proprio di complessi militari (Rocca di Castelnuovo, fortezza di Verrucole e Rocca del Sillico) e religiosi (Convento di San Francesco) testimoniano lomo19. Le forme del pentolame con il secolo XV si uniformano in tutto il territorio ligure e probabilmente anche oltre i suoi confini; i manufatti di uso comune seguono schemi funzionali e di linea uniformi in tutto il territorio (MANNONI 1970a, p.. 313). Sulla lunga durata dei recipienti invetriati in associazione a tegami di varia foggia fino a tutto il XVIII secolo anche in contesti emiliani cfr. GELICHI , L IBRENTI 2001, p. 23.

geneit, almeno nellambito delle dotazioni da cucina, nei diversi contesti sociali. Unoccasione di approfondimento su questa classe ceramica in relazione alle fasi post-medievali potr essere fornita, in futuro, dallindividuazione di eventuali fabbriche locali che i risultati delle analisi condotte su alcuni dei campioni di Gorfigliano sembrano indiziare. Catalogo
14. US 1176. Pentola con bordo estroflesso e diritto sul quale si impostano anse simmetriche a nastro digitate. Internamente presenta sottili righe da tornio. Impasto sabbioso fine di colore marrone chiaro con radi inclusi quarzitici. Rivestimento vetroso interno di colore marroncino; esterno nudo. 15. US 1116. Fondo piano di pentola, ventre ovoide, breve bordo svasato e doppie anse a nastro contrapposte. Impasto duro di colore arancio, con abbondanti inclusi quarzitici. Linterno rivestito di vetrina marroncina, sottile e aderente che ricopre anche parzialmente lorlo e lansa. 16. US 2201. Anse simmetriche a nastro impostate appena sotto lorlo che si presenta diritto e interessate da una digitatura in prossimit dellattacco superiore. Impasto fine sabbioso di colore rosato con radi inclusi bianchi. Rivestimento vetroso trasparente interno sconfinante anche esternamente sullansa (G IOVANNETTI 2000, p. 400, tav. II, 7-8, 11). 17. US 2130. Pentola con fondo piano; ampie solcature da tornio interne. Fine impasto sabbioso di colore mattone chiaro con radi inclusi quarzitici. Spesso strato di vetrina di colore marrone, a tratti saltata allinterno; esterno nudo lisciato con un panno. 18. US 3502. Come 17 ma con vetrina interna spessa di colore verde cupo. 19. US 2203. Pentola con corpo cilindriforme e pareti sottili, fondo concavo; bordo appuntito con sagomatura interna, corte anse simmetriche a bastoncello quasi aderenti al corpo. Impasto color camoscio con molti inclusi quarzitici anche affioranti in superficie rendendola scabra. Rivestimento vetroso interno con colature irregolari anche sulla superficie esterna nuda (BANDINI, DE FERRARI 1994, p. 70, fig. 1; MILANESE 2001, p. 66, fig. 52). 20. US 2101. Pentola con pareti sottili e leggermente arcuate in direzione del fondo; bordo rastremato e sagomato internamente, mentre allesterno interessato da due linee parallele incise a punta sottile. Impasto di colore camoscio scuro con inclusi quarzitici affioranti anche in superficie che la rendono scabra. Rivestimento vetroso interno; esterno nudo. 21. US 3506. Tegame con fondo piano sul quale si impostano pareti diritte. Fine impasto sabbioso con minutissimi inclusi quarzitici. Vetrina interna ed esterna trasparente, molto sottile ma coprente. Sul fondo si notano pesanti incrostazioni carboniose (CIAMPOLTRINI, NOTINI, ROSSI 2002, p. 239, fig. 15, nn. 7, 8). 22. US 2130. Tegame con pareti inclinate e bordo appuntito, leggermente estroflesso, fondo piano. Impa-

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sto sabbioso di colore beige con inclusi quarzitici. Spesso rivestimento vetroso interno marroncino che assume tonalit madreperlacee sulla tesa; esterno nudo con minute righe parallele da lisciatura a panno. 23. US 2130. Olletta dal bordo estroflesso ed arrotondato appena sotto il quale si impostano due piccole anse simmetriche a nastro con digitatura saldate a crudo al corpo emisferico dopo che questo era stato filettato. Impasto sabbioso di colore beige con frequenti inclusi quarzitici. Sottile stato di copertura vetrosa trasparente solo interna.

L.G.

3.1.3 Ceramica ingobbiata


INGOBBIATE CHIARE La ceramica cosidetta ingobbiata chiara si contraddistingue dalle forme monocrome, per il tipo di rivestimento, che, analogamente ai prodotti graffiti e dipinti, una vetrina incolore o con tonalit leggermente paglierine, che grazie allingobbio sottostante risulta bianca. Per questo motivo in molte pubblicazioni compare anche sotto la definizione di ingobbiata monocroma bianca. Dallo scavo di Gorfigliano provengono 395 frammenti di questo tipo ceramico, pari a 1,500 kg, che corrispondono al 9% della ceramica totale, con valori quindi che si avvicinano molto a quelli della ceramica ingobbiata monocroma. Nellesame delle produzioni ingobbiate sono stati classificati in questa categoria molti frammenti, che per le loro dimensioni potrebbero anche appartenere alle zone non decorate di forme dipinte e graffite. Le analogie formali e tecnologiche con le tipologie decorate non permettono infatti di distinguerle se non in casi in cui il frammento conserva tracce anche minime di decorazione o si tratti di forme ricostruibili. La distribuzione di questi reperti nelle aree di scavo abbastanza omogenea, con una maggiore attestazione nei livelli di riporto settecenteschi. Come per gli altri tipi ceramici postmedievali, anche in questo caso non abbiamo materiale che proviene dai livelli duso. Dallesame di questo campione si evidenzia la predominanza assoluta delle forme aperte (Fig. 86), circa 70, di cui riconoscibili tre piatti e tre ciotole, mentre documentato un numero minimo di 10 forme chiuse, di cui tre boccali. Le forme delle ingobbiate chiare riprendono in genere i tipi propri delle produzioni graffite. Si tratta di un fenomeno ampiamente documentato nelle fabbriche che producono forme decorate, sia ingobbiate che smaltate, dove la produzione di versioni monocrome permette di differenziare lofferta, anche dal punto di vista economico. Gli studi realizzati negli ultimi anni hanno evi95

denziato comunque la riduzione morfologica in alcune di queste produzioni con linserimento di nuove forme, generalmente pi funzionali20 (GOBBATO 1996). Tra le forme aperte sono attestate soprattutto ciotole con cavetto emisferico su piede a disco, e piatti senza tesa, ma con bordo estroflesso. Per quanto riguarda invece le forme chiuse sono stati rinvenuti beccucci versatoi relativi a boccali con bordi trilobati, e anse a nastro, la cui morfologia trova stretti confronti con i tipi graffiti. Larea di provenienza di questo materiale sicuramente emiliana, prodotto nelle stesse fabbriche da cui provengono le ceramiche graffite e ingobbiate monocrome. Confronti stringenti con produzioni emiliane databili tra la met del XVI e la met del XVII secolo si osservano ad esempio per la forma 28, attestata anche con decorazione dipinta policroma e in monocromia gialla-marrone 21. Catalogo
24. US 1176. Ciotola con cavetto emisferico, bordo rettilineo con orlo arrotondato. Impasto rosa cuoio, duro e depurato. Rivestimento interno con vetrina incolore, sottile e poco aderente su ingobbio bianco, esterno nudo. 25. US 3507. Forma chiusa con ventre globulare, su fondo a disco concavo, esternamente scanalato. Impasto rosa cuoio, tenero con inclusi bianchi. Rivestimento con vetrina incolore, sottile e cavillata su ingobbio bianco allesterno, e sola vetrina allinterno. 26. US 2101. Forma aperta su fondo piano. Impasto rosa, duro e depurato. Rivestimento con vetrina incolore, sottile e aderente su ingobbio bianco. 27. US 2130. Boccale con collo svasato e orlo arrotondato, conserva lattacco dellansa a nastro. Impasto rosa chiaro, duro e depurato. Rivestimento esterno con vetrina incolore, sottile e brillante su ingobbio bianco, allinterno vetrina marroncina. (G ELICHI , M INGUZZI 1986, p. 89, tav. XXXVI, n. 4) 28. US 3501. Piatto con bordo estroflesso non distinto dal cavetto. Impasto cuoio, tenero con inclusi rossi. Rivestimento interno con vetrina incolore, sottile e poco aderente su ingobbio bianco (CORNELIO CAS SAI 1992, p. 195, fig. 5, nn. 2 e 4). 29. US 2101. Ciotola con bordo dal profilo leggermente carenato, orlo arrotondato e cavetto emisferico. Impasto rosa cuoio, duro e depurato. Rivestimento interno con vetrina incolore, sottile e poco aderente su ingobbio bianco. 30. US 2130. Fondo su piede concavo con esterno sagomato, di forma aperta. Impasto rosa, duro e depurato. Rivestimento interno con vetrina incolore, sottile e

20. evidente la semplicit di produrre forme saltando la fase della decorazione, mentre pi significativa ladozione di nuove forme. 21. Vedi il n. 38 delle ceramiche ingobbiate monocrome

aderente su ingobbio bianco (CORNELIO CAS SAI 1992, p. 195, fig. 5, nn. 6 e 10) 31. US 2130 Ciotola con profilo carenato e orlo arrotondato. Impasto rosa cuoio, tenere, con vacuoli. Rivestimento interno con vetrina incolore, sottile e poco aderente su ingobbio bianco. 32. US 1167 Forma aperta su fondo con piede piano, leggermente distinto allesterno dal cavetto. Impasto cuoio rosato, duro con inclusi bianchi. Rivestimento interno con vetrina incolore, sottile e aderente su ingobbio bianco Si tratta probabilmente di un piatto (NEPOTI 1992, p. 305, fig. 8.76, anche se in questo caso si tratta di forme con vetrina verde) 33. US 1170. Piccola ciotola con cavetto dal profilo carenato e alto piede svasato con fondo piano. Impasto cuoio rosato, tenero con inclusi rossi. Rivestimento interno con vetrina incolore, poco aderente su ingobbio bianco (GELICHI MINGUZZI 1986, p. 87, tav XXXIV, 22, attestata nelle forme graffite)

INGOBBIATE MONOCROME La ceramica ingobbiata monocroma rinvenuta nel castello di Gorfigliano costituisce un gruppo di 285 frammenti, pari a un peso di circa 1,500 kg, e corrispondenti al 7% del materiale ceramico totale. Bisogna comunque sottolineare che come nel caso delle ingobbiate chiare, le ridotte dimensioni della maggior parte dei frammenti impediscono di determinare in molti casi se si tratti di forme totalmente monocrome o con decorazioni graffite al centro del cavetto o sui bordi. Questo tipo di ceramica, che affianca le produzioni graffite o dipinte, si concentra nei livelli di riporto agricoli della fase 6c, provenienti soprattutto dai settori 2100 e 2200, dove questa attivit documentata in modo pi consistente. Sporadica e occasionale la sua presenza nei livelli di cantiere e duso delle case del borgo, soprattutto nei secoli XVII e XVIII; mentre solo due frammenti provengono dai lavori di ricostruzione della cinta muraria databili al XVI secolo. Grazie alle analisi petrografiche realizzate su una discreta quantit di campioni si potuto determinare che la maggior parte delle ingobbiate monocrome rinvenute a Gorfigliano provengono dallarea emiliana, e pi precisamente dallarea modenese o da aree limitrofe alla Garfagnana. Esiste poi un gruppo pi ridotto di prodotti caratterizzati da un corpo ceramico carbonatico, tenero e di colore cuoio chiaro, che trova confronti con scarti di fornace dellarea costiera romagnola22. Si tratta di una conferma di ci che emerge dalle ricerche archeologiche realizzate nel resto dellal-

ta Garfagnana dove risulta dominante la presenza di prodotti emiliani, con una modesta concorrenza da parte delle ceramiche toscane (CIAMPOLTRINI, N OTINI, ROSSI 2000). Secondo i dati editi sullEmilia Romagna, la produzione di forme ingobbiate monocrome non graffite si afferma soprattutto a partire dalla seconda met del XVI secolo, mutuando il repertorio formale dei prodotti decorati, ma con laggiunta di nuovi tipi funzionali (GELICHI, LIBRENTI 1997, p. 198). Dallo studio di questo gruppo ceramico emerge la presenza di circa 80 forme aperte, di cui 4 ciotole, 5 catini, 2 piatti e 4 forme chiuse (Fig. 87). La maggior parte di queste forme rivestita con una vetrina di buona qualit di colore giallo-marrone, talvolta lionata, mentre pi raro lutilizzo di vetrine verdi, che, data la frammentariet dei reperti, non possiamo determinare se questa diversa colorazione indichi anche una differenziazione morfologica 23. I frammenti relativi alle forme chiuse indicano la presenza di boccali con fondo piano e piede esternamente sagomato e con ansa a nastro, mente non abbiamo elementi per determinare il tipo di collo e se erano dotate di beccuccio versatoio. Le forme aperte presentano variazioni nel cavetto e nel bordo ma si caratterizzano tutte per il fondo con piede a disco concavo. Sono attestati solo due piatti con tesa confluente e bordo estroflesso (n. 37), mentre la forma decisamente pi frequente quella del catino con bordo carenato e orlo estroflesso (nn. 38-41), che sembra derivare dalle ciotole della graffita a stecca monocroma, tipiche dellarea ferrarese (NEPOTI 1992, p. 312, fig. 12, nn. 99-100). Per questa forma non sono stati trovati confronti in area emiliana, e non si esclude una produzione locale, databile tra il XVII e il XVIII secolo24. interessante inoltre che questo tipo di forma non compaia neanche tra le ingobbiate graffite o dipinte, o nelle monocrome chiare, trattandosi forse di una forma peculiare di una produzione monocroma di diffusione locale. Tra le forme con rivestimento lionato presente una piccola ciotola, con profilo carenato e dotata di due anse ad occhiello contrapposte. Catalogo
34. Recupero superficiale. Catino troncoconico, con bordo rettilineo e orlo arrotondato. Impasto arancio

22. Si fa riferimento al gruppo IV identificato da Sergio Sfrecola, vedi Par. 3.2 in questo stesso Capitolo.

23. Nei contesti emiliani, e specialmente in quelli ferraresi si osserva infatti una differenziazione morfologica con lutilizzo preferenziale di vetrine verdi soprattutto in grandi contenitori funzionali come catini e versatori (N EPOTI 1992, pp. 302-307). 24. Una fabbrica che produce ceramiche ingobbiate e maculate documentata a Castiglione di Garfagnana, nel XVIII secolo (MILANESE 1994a, p. 90).

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Fig. 87 Ceramica ingobbiata monocroma e policroma rinvenuta nel castello di Gorfigliano. tenero, depurato. Rivestimento interno con vetrina gialla, sottile e aderente, su ingobbio bianco. 35. US 3202. Forma aperta su fondo con piede a disco concavo, distinto allesterno dal cavetto. Impasto cuoio rosato, duro, con inclusi di chamotte. Rivestimento interno con vetrina gialla, sottile e poco aderente su ingobbio bianco. 36. US 2130. Forma aperta con cavetto emisferico su piede a disco concavo, distinto allesterno. Impasto rosa arancio, tenero, con inclusi bianchi e vacuoli. Rivesti-

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mento interno con vetrina gialla, sottile e poco aderente, su ingobbio bianco. 37. US 2130. Piatto con tesa confluente, bordo estroflesso e orlo appuntito. Impasto cuoio rosato, duro con vacuoli. Rivestimento interno con vetrina gialla, sottile e aderente su ingobbio bianco. 38. US 3506. Catino o ciotola con profilo carenato, bordo estroflesso e orlo arrotondato. Impasto rosa arancio, tenero, con inclusi bianchi. Rivestimento interno con vetrina gialla, sottile e cavillata su ingobbio bianco. 39. US 2130. Catino o ciotola con profilo carenato, bordo estroflesso e orlo arrotondato. Impasto rosa cuoio, duro depurato. Rivestimento interno con vetrina gialla, spessa e aderente su ingobbio bianco. 40. US 2207. Catino o ciotola con profilo carenato, bordo estroflesso e orlo appuntito. Impasto cuoio rosato, duro, con inclusi rossi e bianchi. Rivestimento interno con vetrina gialla, sottile e poco aderente su ingobbio bianco. 41. US 3210. Catino con profilo carenato, ma meno accentuato rispetto alle forme precedenti, bordo estroflesso e orlo arrotondato Impasto rosa cuoio, duro con inclusi bianchi arrotondati. Rivestimento interno con vetrina gialla, sottile e aderente su ingobbio bianco. 42. US 2203. Forma aperta su fondo con piede a disco concavo. Impasto arancio, tenero e depurato. Rivestimento interno con vetrina gialla, sottile e aderente su ingobbio bianco. 43. US 3202. Ciotola con bordo estroflesso e orlo appuntito, cavetto dal profilo carenato e doppia ansa ad occhiello contrapposta. Rivestimento interno ed esterno con spessa vetrina gialla e lionata, aderente e cavillata, su ingobbio bianco (GELICHI, MENGUZZI 1986, p. 67, tav. XVIII, n. 8, nella versione graffita).

140 120 100 80 60 40 20 0 Forme aperte

XVI secolo XVIII-XIX secolo

Forme chiuse

Fig. 88 Attestazione della ceramica ingobbiata policroma nel periodo postmedievale.

INGOBBIATA POLICROMA La ceramica ingobbiata policroma proveniente dal castello di Gorfigliano rappresentata da 133 frammenti, pari a circa 750 grammi di peso, rinvenuti in gran parte nei livelli di riporto agricolo sette e ottocenteschi. La maggior parte dei frammenti appartiene a forme aperte, e in particolare a catini o ciotole, e solamente 22 frammenti sono riconducibili a boccali (Fig. 88). La quantificazione di questa classe potrebbe comunque essere leggermente alterata per la presenza di piccoli frammenti, appartenenti forse alle coeve produzioni graffite. Le analisi realizzate sugli impasti permettono di delimitare larea appenninica e modenese come zona di provenienza di queste ceramiche, anche se non escludiamo la presenza di prodotti di area pisana come attestato dal campione n. 64. Le caratteristiche degli impasti, piuttosto omogenei, e dei rivestimenti impedisce per di distinguere per il momento le ceramiche emiliane da quelle pisane. Lesemplare pi antico individuato proviene dal riempimento della torre semicircolare US 2111,
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appartenente alla ristrutturazione delle mura nel corso del XV secolo. Si tratta del fondo di una forma aperta con piede a disco e il cavetto piuttosto schiacciato forse attribuibile ad un piatto. Limpasto e il rivestimento sono di buona qualit sebbene la decorazione sia realizzata con colori molto diluiti, di cui si intravede solo una linea verde. Lo studio del resto del materiale ha permesso di individuare due gruppi principali. Il primo composto da forme aperte con una decorazione in giallo e verde o solo in verde, che affiancano nel corso del XVI secolo le produzioni graffite, imitando talvolta le ultime forme e decorazioni di maiolica arcaica. Laltro gruppo, numericamente meno rilevante, rappresentato da catini con una decorazione affrettata ma molto caratteristica, dipinta in verde scuro e barbottina, che, presente anche nella versione graffita, viene prodotta nella Toscana settentrionale nel corso del XVIII secolo. Tra i prodotti databili al XVI secolo abbiamo un gruppo di forme aperte decorate in verde e giallo, il cui motivo meglio identificato quello del graticcio dentro un ovale, che trova confronti in area bolognese ma anche in diversi centri emiliani (NEPOTI 1991, p. 330), riprendendo motivi della coeva produzione graffita. Gli altri frammenti sono invece decorati con bande in giallo e verde, che formano probabilmente un motivo di tipo geometrico. A bande anche la decorazione che compare sui boccali, anche se si tratta per lo pi di piccoli frammenti che non ci permettono di ricostruire il tipo di forma. Per quanto riguarda le forme aperte si conservano soprattutto fondi su piede concavo, mentre pochi sono gli orli, riconducibili a piccole ciotole con bordo estroflesso e un catino con bordo a fascia ingrossato (n. 47). Una produzione a parte sembra essere quella delle ingobbiate con decorazione in monocromia verde,

con motivi raggiati e bande orizzontali sotto lorlo, che presenta talvolta esemplari di buona qualit. Si tratta di motivi tratti evidentemente dalla produzione tardiva della maiolica arcaica. Anche in questo caso si tratta soprattutto di ciotole su fondo a piede concavo e orlo estroflesso. In un solo caso (n. 50) lorlo ingrossato verso linterno potrebbe appartenere ad un piccolo catino. Gli impasti si presentano piuttosto omogenei e depurati con una colorazione sul rosa aranciato, e i rivestimenti, che coprono quasi sempre solo linterno della forma, sono piuttosto scadenti con ampi distacchi di vetrina. I motivi sono tracciati in modo molto corsivo, con colori spesso molto diluiti. Un solo frammento di ciotola presenta invece una decorazione geometrica in monocromia azzurra, rivestito con una vetrina di qualit che copre lintera forma. Le dimensioni sono piuttosto ridotte per permettere una migliore identificazione della forma e quindi una sua attribuzione, sebbene la produzione di ingobbiate dipinte in blu sia ampiamente attestata nel Ferrarese e nel Modenese (GELICHI, L IBRENTI 1997, p. 198). Questi prodotti che affiancano le ceramiche graffite costituiscono una produzione minore dal punto di vista quantitativo che tende a scomparire nella seconda met del cinquecento, soppiantata dalle marmorizzate e maculate. Un esempio caratteristico dellandamento di questa produzione rappresentato dallo scavo della fornace di San Giovanni in Persiceto dove le ingobbiate policrome costituiscono gran parte della produzione nella prima met del XVI secolo, per ridursi notevolmente nella seconda met (GELICHI 1986b, p. 60). La diffusione di queste ceramiche in Garfagnana comunque rilevante, facendo supporre la loro produzione in ambito locale, insieme alle graffite e alle invetriate. Infine un gruppo pi ridotto di ingobbiate policrome, di soli 14 frammenti appartiene ad una produzione databile tra il XVIII e il XIX secolo, che comincia ad essere nota in seguito alla pubblicazione di diversi rinvenimenti nel nord della Toscana, inclusa la Garfagnana (MILANESE 1994a). Si tratta quasi esclusivamente di catini troncoconici con orlo estroflesso e le linee del tornio ben marcate allesterno della forma, su fondi con piede piano o concavo. Gli impasti sono sempre piuttosto depurati, mentre il rivestimento che copre solo linterno della forma, pu variare molto nella qualit. Questa produzione presenta due varianti, una graffita e laltra solo dipinta. Tra gli esemplari dipinti abbiamo un grande catino con decorazione a girandola in verde al centro del cavetto, forse da associare ad un frammento di orlo con dipinto un ricciolo in verde (n. 52). Unaltra decorazione attestata quella a
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pennellate in verde sul bordo che trova confronti con un esemplare rinvenuto nella fortezza delle Verrucole (n. 53; CIAMPOLTRINI, NOTINI, ROSSI 2002, fig. 21, n. 2). In alcuni frammenti per, di piccole dimensioni, ricorre il motivo di pennellate in verde e rosso, analogo a quello delle forme graffite. Questa produzione stata finora attribuita a non meglio precisati centri del Valdarno, dove la sua diffusione sembra rilevante. Le analisi realizzate su di un campione di Gorfigliano indicano per come area di provenienza la pianura emiliana, dimostrando quindi la possibilit della diffusione di questo tipo di ingobbiata policroma anche in area transappenninica dove per il momento non sono noti confronti editi. Catalogo
44. US 2132. Forma aperta con fondo su piede a disco concavo. Impasto rosa aranciato, duro con diffusi vacuoli, presenta un annerimento esterno per esposizione al fuoco. Rivestimento interno con vetrina giallo paglierino, aderente e cavillata su ingobbio bianco. Decorazione interna poco visibile, di cui si distingue una linea dipinta in verde molto diluito che attraversa il cavetto. Emilia, XV secolo (seconda met?). 45. US 1167. Forma aperta su fondo con piede piano. Impasto rosa aranciato tenero, con piccoli inclusi bianchi e rossi. Rivestimento interno con vetrina giallo paglierino, sottile e aderente su ingobbio bianco. Della decorazione dipinta solo si conserva parte di una fascia orizzontale in giallo a met della parete del cavetto. Emilia, XVI secolo. 46. US 2201. Forma aperta su fondo con piede a disco concavo. Impasto rosa aranciato, tenero con schiarimento superficiale. Rivestimento interno con vetrina incolore, sottile e aderente su ingobbio bianco. Decorazione centrale con graticcio in giallo e verde, con colori molto diluiti. Emilia, XVI secolo (NEPOTI 1991, p. 330, n. 352). 47. US 2139. Catino con bordo a fascia ingrossato, carenato. Impasto arancio duro, con inclusi di chamotte. Rivestimento interno con vetrina giallo paglierino sottile e poco aderente, su ingobbio bianco, allesterno vetrina marroncina. Decorazione limitata al cavetto con pennellate in verde. Emilia, XVI secolo. 48. US 3202. Forma aperta su fondo con piede a disco. Impasto rosso duro, depurato. Rivestimento interno con vetrina incolore sottile e aderente su ingobbio bianco. Decorazione interna con raggiera in verde al centro del cavetto. Emilia, XVI secolo. 49. US 1116. Ciotola con cavetto emisferico e bordo ingrossato. Impasto rosa arancio, duro, depurato. Rivestimento interno con vetrina incolore, sottile e poco aderente su ingobbio bianco. La decorazione consiste in macchie e colature verdi sulla superficie interna. 50. US 3508. Catino con orlo ingrossato e appiattito. Impasto arancio, duro depurato. Rivestimento interno con vetrina incolore, sottile e aderente su ingobbio bian-

co. Decorazione formata da una fascia sotto lorlo che si incrocia con una linea che attraversa il cavetto, in verde. Emilia, XVI secolo. 51. US 1167. Ciotola con orlo ingrossato ed estroflesso. Impasto arancio, duro e depurato. Rivestimento interno con vetrina incolore, spessa e brillante su ingobbio bianco. Decorazione interna con pennellate in verde, che formano probabilmente un motivi geometrico. Emilia, XVI secolo. 52. US 3202. Forma aperta su fondo con piede a disco. Impasto rosso, duro con inclusi bianchi. Rivestimento interno con vetrina incolore, sottile e brillante su ingobbio bianco, che ricopre anche lesterno della forma. Decorazione interna con girandola in verde. Area valdarnese, XVIII-XIX secolo (MILANESE 1994b, p. 205, fig. 12). 53. US 3502. Catino con orlo estroflesso con le linee del tornio marcate allesterno. Impasto arancio, duro con vacuoli. Rivestimento interno con vetrina incolore, sottile e aderente su ingobbio bianco. Decorazione con pennellate in verde sulla tesa. Valdarno, XVIII-XIX secolo (CIAMPOLTRINI, NOTINI, ROSSI 2002, p. 243, fig. 21, n. 2).

S.G. MARMORIZZATA La classe della ceramica marmorizzata, cos definita per gli effetti decorativi conferiti ai pezzi dallabbondante uso di ingobbio, sparso a pennellate ondulate sotto il rivestimento vetroso, introdotta nelle officine pisane nella seconda met del XVI secolo (BERTI 1994a, p. 373; BERTI 1997, p. 46) rappresentata a Gorfigliano da 97 frammenti dai quali sono parzialmente ricostruibili una decina di forme, tutte aperte ( Fig. 89). Questi sono stati principalmente rinvenuti decontestualizzati negli strati di riporto agricolo notando una particolare concentrazione nei settori di scavo 3500 e 3200. Proprio due frammenti di marmorizzata permettono di circoscrivere entro il XVI secolo lUS 3230 costituente il battuto pavimentale relativo allabitazione messa in luce nella parte bassa del borgo orientale, nei pressi del vecchio cimitero. Sulla base delle caratteristiche cromatiche del rivestimento vetroso e del sottostante ingobbio si riconoscono nel nostro caso tre gruppi di marmorizzate: 1) a bicromia bianco-marrone, ottenuta attraverso ingobbio bianco e copertura con vetrina piombifera incolore; 2) a bicromia giallo-marrone risultato di un rivestimento vetroso di colore giallognolo sopra ingobbio bianco; 3) a policromia bianco-verde-marrone effetto delluso congiunto di ingobbi di queste tonalit sotto vetrina trasparente. I primi due gruppi costituiscono senzaltro i pi numerosi. Nel primo sono ben identificabili alcuni tipi morfologici della pi antica produzione pisana dello scorcio del XVI secolo; soprattutto scodelle a calotta, prive di tesa (n. 54: cfr. BERTI 1994a, p. 390, fig. 30, tipo Ac 7; n. 55: cfr. Ibidem, p. 389,

fig. 29, Tipo Ab 3) o a tesa appena accennata (n. 56: cfr. Ibidem, p. 389, fig. 28, tipo Ab 2), tutte caratterizzate da un buon rivestimento vetroso anche nella parte esterna, di frequente recante la medesima decorazione marmorizzata dellinterno. In questi casi sono osservabili lassottigliamento delle pareti e il loro buon modellamento, peculiarit che, unitamente alla raffinatezza del rivestimento, fanno della marmorizzata la classe di maggior pregio fra le ingobbiate (BERTI, TONGIORGI 1982, p. 173), evidentemente destinata, anche nel caso di Gorfigliano, a soddisfare le mense pi ricercate. Il secondo gruppo, differisce tipologicamente dal primo oltrech per la tonalit di colore, per un pi limitato effetto marmorizzato relativamente ad alcuni pezzi, spesso ridotto a brevi tratti o a macchie e per un rivestimento esterno di pi scadente qualit: abbiamo generalmente solo vetrina molto assorbita ma sono diversi i casi nei quali questa assente. I tipi morfologici riconoscibili orientano verso produzioni probabilmente di una fase pi avanzata rispetto alle precedenti come sembra indiziare una loro minore cura formale, per le quali risulta difficile avanzare larea di provenienza. Le forme permangono a calotta con bordino in lieve aggetto (n. 57: cfr. BERTI 1994a, p. 379, fig. 1, tipo Aa) o semplicemente arrotondato, fondo piano leggermente concavo (n. 58: cfr. Ibidem, p. 382, fig. 13b), pareti caratterizzate da uno spessore generalmente maggiore rispetto ai tipi del I gruppo. Il terzo gruppo il pi esiguo, con pochi frammenti e talmente minuti da impedire unanalisi morfologica, fatta eccezione per due forme. Si tratta di una scodella a pareti sottili e bordo arrotondato (n. 60) e di una ciotola presentante fondo piano (n. 61). Le analisi di laboratorio (campione n. 62; cfr. Sfrecola in questo volume) non escludono unarea di produzione emiliana ed in particolare del modenese. Significativamente le produzioni marmorizzate caratterizzate nella finitura da ferraccia, ramina e manganese sono quelle di Carpi (GELICHI, L IBRENTI 1997, p. 200) Catalogo
Ingobbio bianco sotto vetrina trasparente 54. US 2130. Recipiente tronco-conico, bordo arrotondato e lievemente estroflesso. Impasto duro e depurato di colore rosso mattone. Analogo rivestimento di buona qualit sia interno sia esterno (cfr. BERT I 1994a, p. 390, fig. 30, tipo Ac 7; seconda met XVI secolo). 55. US 2214. Recipiente tronco-conico, bordo ingrossato esternamente. Impasto duro e depurato di colore rosso mattone. Analogo rivestimento di buona qualit sia interno sia esterno (BERTI 1994a, p. 389, fig. 29, Tipo Ab3, seconda met XVI secolo). 56. US 3505. Scodella a piccola tesa percorsa da un

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Fig. 89 Ceramica marmorizzata, maculata e slip ware rinvenuta nel castello di Gorfigliano.

solco sottile. Impasto duro e depurato di colore rosso mattone. Effetto marmorizzato solo allinterno; esterno con spessa vetrina trasparente almeno nella parte superiore del pezzo (Cfr. BERT I 1994a, p. 389, fig. 28, tipo Ab 2, seconda met XVI secolo). Ingobbio bianco sotto vetrina gialla 57. US 3202. Scodella a calotta, fondo piano, bordino lievemente in aggetto verso lesterno. Impasto duro rosato con minuti inclusi bianchi. Il rivestimento vetroso, molto spesso, travalica appena il bordo; per il resto lesterno nudo con tracce da lisciatura a panno (BERT I 1994a, p. 379, fig. 1, tipo Aa; GIOVANNETTI 2002, p. 283, tav. IV, 6). 58. US 3202/I. Recipiente a corpo emisferico, fondo leggermente concavo. Impasto rosato, duro e depurato. Lingobbio si presenta a macchie e striature sporadiche. Il rivestimento vetroso interessa solo linterno. La superficie esterna si presenta scabra; sul fondo concrezioni di argilla in prossimit dei margini (BERT I 1994a, p. 382, fig. 13, b). 59. US 3202/I. Fondo piano leggermente concavo. Impasto rosato e depurato. Rade striature di ingobbio allinterno. Spessa vetrina interna e allesterno, ma qui assai assorbita, tranne che sul piede. Ingobbio biancoverde-marrone sotto vetrina trasparente Ingobbio bianco-verde-marrone sotto vetrina trasparente 60. Recupero superficiale. Scodella a pareti sottili culminanti in un bordo arrotondato. Impasto rosato e depurato. Allinterno ingobbio bianco con diverse striature in

verde e marrone sotto vetrina trasparente. Esterno nudo. 61. US 2206. Ciotola a fondo piano. Impasto depurato di colore rosa. Ingobbio bianco con larghe e diffuse pennellate ad ingobbio in diverse tonalit di ramina e ferraccia. Spesso e cavillato rivestimento vetroso interno. Esterno nudo.

MACULATA La classe ceramica della maculata cosiddetta per presentare maculazioni di ingobbio sotto vetrina, produzione da mensa prevalentemente espressa da forme aperte, assai diffuse nelle fasi post-medievali e in relazione alla quale diversi centri di produzione sono in via di definizione (M ILANESE 1994a), rappresentata a Gorfigliano da 10 frammenti circoscrivibili entro il XVIII secolo ( Fig. 89). Questi provengono dagli strati tardi di riporto agricolo e dalle unit stratigrafiche legate al cantiere di ristrutturazione della torre sommitale condotto nella seconda met del Settecento. Sono da essi parzialmente ricostruibili tre forme aperte, nelle seguenti varianti concernenti il rivestimento: a) esterno nudo ed interno con rada maculazione in verde sbiadito su ingobbio bianco (nn. 62-63); b) interno come sopra ed esterno con sottile strato di ingobbio bianco (n. 64); c) esterno ed interno con il medesimo spesso rivestimento e stessa decorazione maculata in verde cupo.

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Dagli scarsi contesti post-medievali noti della zona ricaviamo confronti per la scodella con accenno di tesa e labbro estroflesso (n. 64). Infatti esemplari pressoch identici si riscontrano fra i materiali di scarico dello scorcio del XVIII secolo dal castello di Verrucole (CIAMPOLTRINI, N OTINI , R OSSI 2002, p. 243, fig. 21, 5) e, senza per un riferimento stratigrafico, dal convento di San Francesco di Pieve Fosciana (GIOVANNETTI 2002, p. 283, tav. IV, 2). In questultimo contesto ritroviamo significativamente anche il grande catino privo di tesa con maculazioni in verde pi intenso e spesso rivestimento di vetrina trasparente sia allinterno sia allesterno (Ibidem, p. 283, tav. IV, 4) attestato a Gorfigliano da quattro minuti frammenti. Nel caso dei materiali di Verrucole la medesima scansione del piede a disco, la sequenza di costolature da tornio allesterno, limpasto depurato di colore rosso-mattone e le caratteristiche del rivestimento hanno permesso di identificare un gruppo omogeneo, verosimilmente riconducibile ad un unico centro manufatturiero (CIAMPOLTRINI, N OTINI, R OSSI 2002, p. 247). Nel complesso, pur in assenza delle analisi degli impasti di questi specifici casi ma su analogia con le altre classi di larga diffusione come lo slip ware e linvetriata, possiamo ritenere le forme in maculata qui presenti il prodotto di botteghe di ambito sub-regionale, ubicate nella stessa Garfagnana e/oppure nelle sue immediate vicinanze. Non sembra per da escludere a priori anche un possibile apporto dalle fabbriche dOltreappennino considerando lampia attestazione di maculate a macchie verdi registrata in particolare nellarea fra Argenta e la Romagna (GELICHI, LIBRENTI 1997, p. 200). Catalogo
62. US 3506. Catino a pareti tendenzialmente verticali e bordino arrotondato leggermente estroflesso. Impasto depurato di colore rosso cuoio. Allinterno ingobbio bianco sotto vetrina sottile con macchie in verde appena percettibili. Esterno nudo con colature di vetrina e larghe solcature da tornio. 63. US 2132. Catino a breve tesa estroflessa e corpo emisferico. Impasto depurato di colore rosa. Copertura ad ingobbio interna con tracce quasi evanidi di maculazione sotto vetrina ormai scomparsa. Esterno nudo. 64. Recupero superficiale. Catino a corpo emisferico; breve tesa e bordo leggermente estroflesso a terminazione arrotondata. Impasto depurato di colore rosso cuoio. Rivestimento di ingobbio bianco esterno ed interno dove sono macchie in verde tenue; rivestimento vetroso solo interno. Allesterno colature di vetrina e larghe solcature da tornio (MILANESE 1994b, p. 205, fig. 10; per la forma e la decorazione GIOVANNETTI 2002, p. 283, tav. IV, 2 e CIAMPOLTRINI, NOTINI, ROSSI 2002, p. 243, fig. 21,5).

SLIP

WARE

La classe dello slip ware recipienti invetriati allinterno e solo parzialmente allesterno, decorati ad ingobbio con semplici linee parallele o ondulazioni (GELICHI, LIBRENTI 1994, p. 17) rappresentata a Gorfigliano da 37 frammenti di minute dimensioni (Fig. 89). Questo tipo di ceramica fa la sua prima comparsa nel periodo 5a (XVII secolo), nellUS 3515, con un minuto frammento di parete al limite della leggibilit recante un tratto di ingobbio bianco di forma circolare sotto vetrina marrone; mentre allesterno vetrina paglierina molto deteriorata. Ma le pi consistenti attestazioni si concentrano nel periodo 6c (XVIII secolo), decontestualizzate in riporti di terreno di natura agricola, e in misura molto minore, nei successivi periodi 7 e 8 (XIX-XX secolo). Lunica forma molto parzialmente ricostruibile quella di unolla o pignatta ansata (o biansata ?) con ansa a nastro, presentante digitatura nel punto di contatto con il bordo che si presenta breve e leggermente ingrossato, decorato al culmine con striscia sottile e continua di ingobbio giallognolo (n. 65). Per tipologia, rivestimento (vetrina marrone spessa e brillante sia allinterno sia allesterno), decori lineari e ondulati (?) ma corsivi, pare avvicinarsi allesemplare rinvenuto negli strati di fine XVIII secolo nel castello di Verrucole (CIAMPOLTRINI, N OTINI, R OSSI 2002, p. 244, fig. 22), rappresentante un contenitore adatto sia ad uso cucina sia mensa, in coesistenza con il pi abbondante pentolame invetriato. La maggior parte dei rimanenti frammenti di Gorfigliano costituiscono pareti sottili pochi millimetri, plausibilmente relative alla suddetta tipologia di contenitore, tutti caratterizzati da spesso rivestimento vetroso sia interno sia esterno (per lo meno nella parte superiore del pezzo) e decorazione ad ingobbio, resa a sottili ed assai ravvicinate righe parallele con un colore variabile dal bianco al giallo tenue. La presenza di incrostazioni carboniose su due di questi pezzi testimoniano un loro utilizzo per la cottura dei cibi a riverbero del focolare. Confronti stringenti per decorazioni, tipo di rivestimento e impasto (almeno ad unanalisi macroscopica) provengono da Lucca, dal nucleo di materiali recuperato dal baluardo di San Donato Vecchio tra i quali sono stati significativamente segnalati alcuni scarti di lavorazione testimonianti una produzione in loco (ABELA, GUIDI 1991, p. 19, tav. I). Isolato appare invece il frammento di pomello relativo ad un coperchio, in vero molto deteriorato, di cui rimane lattacco cilindriforme, per presentare una disordinata maculazione scura sotto la spessa vetrina marrone; ma che per for-

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ma non sembra discostarsi dagli omologhi in invetriata largamente diffusi nelle cucine post-medievali (GELICHI, L IBRENTI 1998, p. 28, tav. 5, 14). Chiaramente complessa, anche alla luce delle considerazioni generali condotte sulla proliferazione dei centri di produzione di ceramiche non smaltate nel corso del XVII secolo e dei mercati sub-regionali ad essi connessi (MILANESE 1994a; MILANESE, QUIRS CASTILLO 1994 per il caso della Valdinievole), rimane ad oggi la definizione delle possibili botteghe che rifornirono Gorfigliano e pi in generale la Garfagnana di questo genere di ceramica. A tal proposito i due campioni di slip ware fatti analizzare rientrano nei gruppi II B e III B (campioni n. 53 e n. 36; cfr. classificazione di S. Sfrecola in questo volume) che, rispettivamente, non escludendo zone limitrofe alla Garfagnana e indiziando larea di sbocco in pianura del Serchio, orientano proprio verso centri di produzione geograficamente non lontani da Gorfigliano. Catalogo
65. US 3202. Pentola caratterizzata da breve orlo arrotondato, con ansa a nastro digitata e saldata al bordo. Impasto rosato, duro contenente millimetrici inclusi bianchi. Spessa vetrina marrone interna ed esterna; sottile striscia di ingobbio biancastro corrente sul bordo (CIAMPOLTRINI, NOTINI, ROSSI 2002, p. 244, fig. 22, fine XVII secolo).

L.G.

3.1.4 Ceramica graffita


GRAFFITE A PUNTA POLICROME Sotto la definizione di ceramica graffita a punta policroma si presentano quei prodotti ingobbiati, la cui decorazione ottenuta tramite lincisione con un punta pi o meno fine dellingobbio, e successivamente dipinti con pennellate in verde, giallo o blu. Per quanto riguarda il XV e XVI secolo diventa pi complicato distinguere queste ceramiche da quelle a fondo ribassato, dato che le due tecniche decorative convivono spesso nelle stesse forme, soprattutto nei prodotti pi riccamente decorati di provenienza emiliana. Per questo motivo questi ultimi sono stati compresi in questa categoria, lasciando per la classe delle graffite a fondo ribassato, quelle ceramiche che utilizzano in modo prevalente questa tecnica e che si identificano soprattutto con le produzioni monocrome cinque e seicentesche. Le ceramiche ingobbiate e graffite costituiscono il gruppo pi rilevante tra i reperti rinvenuti nel castello di Gorfigliano, e in particolare le graffite a punta policrome rappresentano il 14% del totale,

per un peso complessivo di circa tre chilogrammi. Queste ceramiche provengono quasi esclusivamente dai livelli di riporto per la sistemazione agricola del castello e dagli strati di riempimento per la ristrutturazione della torre. Solo in rari casi appartengono a contesti in fase, come il frammento di scodella di graffita arcaica padana rinvenuta in un crollo delledificio medievale documentato nellarea 3500 (n. 67), associata a maiolica arcaica tarda. Il particolare tipo di giacitura, soggetto a ripetuti movimenti di terra e arature, la causa dellelevato grado di frammentazione di queste ceramiche, per le quali solo in pochi casi si pu risalire alla forma e al tipo di decorazione. Per questo motivo risulta molto alta la percentuale di materiale che non stato possibile identificare, il 37 per cento del totale. Trattandosi di ceramica quasi esclusivamente residuale la sua classificazione stata realizzata attraverso le caratteristiche tecnologiche degli impasti e dei rivestimenti, e soprattutto con i motivi decorativi e le forme, quando questi erano riconoscibili. Si dovuto quindi ricorrere alla bibliografia nota per le attribuzioni sia delle distinte produzioni che per la collocazione cronologica dei materiali, per i quali sono risultati molto utili i confronti con i reperti analoghi rinvenuti in altri contesti della Garfagnana. La campionatura per lanalisi degli impasti stata realizzata secondo i gruppi identificati in base soprattutto alla decorazione, data la grande omogeneit almeno apparente dei corpi ceramici, nei quali si distinguono chiaramente i prodotti pisani, per i quali era superflua lanalisi petrografica. Un problema ancora aperto per le ceramiche graffite sia di area valdarnese, esclusa Pisa, che per lEmilia-Romagna infatti lattribuzione della provenienza, presentando impasti, rivestimenti e decorazioni molto simili, soprattutto nel XV e XVI secolo. Gli studi realizzati negli ultimi anni, soprattutto sul versante emiliano e romagnolo, su reperti di scavo e scarti di fornace evidenziano questa profonda omogeneit della produzione, con solo alcune minime differenze morfologiche e decorative. Per questo motivo si tentato, attraverso lanalisi petrografica degli impasti, di definire la provenienza di questi materiali, che circolano nellalta valle del Serchio. Sebbene non siano stati esaminati tutti i reperti, risulta piuttosto significativo il risultato secondo il quale la quasi totalit dei campioni sia attribuibile alla pianura emiliana, e in particolare quella modenese, e ad aree limitrofe alla Garfagnana25. Ciononostante data lomogeneit degli impasti e dato che lanalisi non ha interessato tut-

25. Vedi la relazione di S. Sfrecola e G. Predieri in questo stesso Capitolo.

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ti i reperti rinvenuti, non escludiamo la possibile presenza di prodotti valdarnesi. Come si pu osservare dal grafico della Fig. 90, lattestazione di ceramica graffita policroma di produzione emiliana-modenese piuttosto costante tra il quattro e il settecento con un picco nel corso del XVII secolo. Questi valori rispecchiano per una realt pi complessa dove si affiancano e alternano produzioni molto diverse tra loro. Nei valori del quattrocento sono compresi due frammenti di graffita arcaica padana, databili nella prima met del secolo e le produzioni cosiddette rinascimentali della seconda met, con un nucleo relativamente povero quantitativamente ma piuttosto ricco dal punto di vista qualitativo e decorativo, con prodotti di probabile provenienza ferrarese. A partire dal XVI secolo iniziano ad affiancarsi alle forme rinascimentali, eredit diretta della tradizione del secolo anteriore, le prime produzioni di uso corrente, con decorazioni pi affrettate e rivestimenti pi scadenti che testimoniano la fondazione di nuove fabbriche dislocate nelle aree rurali, secondo un fenomeno ben documentato in Emilia e pi in generale nellItalia centro-settentrionale (GELICHI, L IBRENTI 1997). Questo fenomeno trova la sua massima espressione nel XVII secolo, con la diffusione di numerose botteghe lungo lappennino modenese e forse anche nellalta valle del Serchio, sebbene a riguardo non disponiamo ancora di riscontri archeologici. Ci si rispecchia evidentemente nella presenza cospicua di graffita policroma nel castello di Gorfigliano per questo periodo, con un tipo di prodotto che evidentemente rispondeva alle esigenze di una classe media locale, facendo diretta concorrenza alle forme provenienti da fabbriche pi lontane, e perci evidentemente pi costose. La situazione si ridimensiona nel corso del XVIII secolo a causa del parziale spopolamento del castello ma anche per la comparsa di nuovi prodotti ceramici di ampia diffusione come le taches noires (vedi conclusioni di questo capitolo). Per quanto riguarda i prodotti pisani, questi fanno la loro comparsa solo nel XVI secolo con poche forme, mentre pi decisa la loro presenza nel secolo seguente con le ceramiche decorate con uccellino o ramo fiorito centrale, che rappresentano nella produzione pisana una delle classi che ha riscosso pi successo ed stata ampiamente esportata. Passando ad una discussione pi analitica della classe vediamo come le prime ceramiche graffite che compaiono tra i reperti del castello di Gorfigliano sono due scodelle che possiamo classificare nel gruppo della graffita arcaica padana (Fig. 91). Si tratta di una produzione molto diffusa nella pianura padana a partire dalla met del XIV secolo, sebbene i frammenti rinvenuti a Gor-

70 60 50 40 30 20 10 0 XV XVI XVII XVIII

Fig. 90 Quantificazione delle graffite a punta policrome per secoli e provenienze (in nero i materiali provenienti da Pisa e tratteggiati quelli emiliani).

figliano sono probabilmente databili nella prima met del Quattrocento. Le due scodelle presentano caratteristiche tecnologiche, sia di impasto che di rivestimento, molto simili. Entrambe sono decorate con un motivo ad archetti sulla tesa e con una decorazione centrale di tipo vegetale stilizzato, dipinte con pennellate dense in verde e bruno. Difficile determinare se questi frammenti appartengono alla fase arcaica di questa classe o alla fase tardiva, collocabile intorno alla met del XV secolo. Secondo gli studi realizzati dal Nepoti sui materiali di Ferrara, una delle discriminanti potrebbe essere il rivestimento esterno, presente con una vetrina sottile nelle forme pi antiche (NEPOTI 1992, p. 323). In entrambi i frammenti rinvenuti compare questo rivestimento sebbene la forma carenata del n. 67 trovi confronti pi diretti nella graffita arcaica padana tardiva (NEPOTI 1992, p. 319, fig. 16, nn. 149-150). A conferma di questa attribuzione sarebbe anche il motivo decorativo centrale con foglie cuoriformi che sembrano comparire proprio nella fase pi tarda di questa produzione. Il frammento n. 66 appartiene invece probabilmente alla fase arcaica dato che la forma della scodella con cavetto emisferico sembra scomparire in questultimo periodo produttivo (NEPOTI 1992, p. 318, fig. 15, nn. 136-137). Per quanto riguarda i contesti di provenienza il n. 66 fa parte dei materiali residuali rinvenuti negli strati di riporto settecenteschi dellarea 2100, mentre il n. 67 proviene dallabbandono della struttura medievale dellarea 3500, in fase con un frammento di maiolica arcaica tarda. La produzione di ceramica graffita aumenta decisamente in Emilia Romagna nella seconda met del Quattrocento quando si affermano i tipi cosiddetti rinascimentali. Tra i frammenti pi antichi di questa produzioni abbiamo due pareti di ciotole emisferiche nei quali presente il motivo a foglie accartocciate su fondo tratteggiato, che

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Fig. 91 Ceramica graffita a punta policroma rinvenuta nel castello di Gorfigliano.

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fanno da contorno a un motivo centrale dentro una cornice polilobata (nn. 69-70). Entrambi i pezzi sono databili nella seconda met del XV secolo, e pi precisamente nel terzo venticinquennio, e trovano stretti confronti con prodotti ferraresi (NEPOTI 1992, p. 193, nn. 22-23). A questo stesso periodo appartengono quattro boccali molto frammentati, dei quali uno conserva attraverso vari frammenti non contigui la ricca decorazione a foglie accartocciate e dentellate su fondo tratteggiato e solo laccenno del profilo di una figura che costituiva il motivo decorativo centrale della forma (n. 72). Gli altri tre boccali invece sono rappresentati da esigui frammenti per i quali non possibile ricostruire la decorazione. Solo nel n. 73 si conserva parte del medaglione centrale con una conchiglia, che potrebbe interpretarsi come lo stemma araldico della famiglia modenese dei Rangoni, nel quale compare questo simbolo (NEPOTI 1991, nn. 243 e 158). comunque significativa la presenza di queste forme chiuse, che generalmente risultano pi diffuse proprio nellarea emiliana, tra Modena e Ferrara, mentre sono pi scarse in Romagna (NEPOTI 1991, p. 115). Questo dato, supportato dalle analisi petrografiche, conferma la possibile provenienza modenese di questi materiali. Particolarmente diffuse nella seconda met del XV e agli inizi del XVI secolo sono una serie di ciotole con profilo leggermente carenato e bordo estroflesso, che si caratterizzano per lassenza di decorazione allesterno, mentre linterno decorato con un motivo centrale entro medaglione con busti maschili e femminili, figure animali, scudi, cuori insanguinati e motivi geometrici, associati a una fascia di nastro spezzato o sinusoidale sul bordo (nn. 78-79: NEPOTI 1992, pp. 332-334, n. 278). Questa produzione ancora presente a San Giovanni in Persiceto intorno alla met del XVI secolo (GELICHI, M INGUZZI 1986, p. 128, tav. XLI, nn. 1-3). Tra il materiale della seconda met del XV secolo sono documentate a Gorfigliano alcune piccole scodelle con tesa, decorate con sequenze con embricature di penne o petali (nn. 80-81). Questo tipo di decorazione, pressoch assente nelle produzioni romagnole e ferraresi, dove compare pi tardi e su fondo ribassato, invece ben documentato con numerosi scarti rinvenuti a Campogalliano, che presentano strette analogie con le forme rinvenute in Garfagnana, tra cui il rivestimento esterno con ingobbio e vetrina. Questo decoro si associa inoltre ad una precoce comparsa del colore blu (RONZONI 1983, p. 117, tav. VII, i). Con il XVI secolo alcuni dei motivi pi tipici della produzione quattrocentesca si conservano ma con tratti pi affrettati e modelli pi ripetitivi (Figg.

91, 92). questo il caso di alcune forme aperte che presentano una decorazione centrale entro medaglione, con raffigurazione di busti e scudi, su uno sfondo che va perdendo la rotellatura e le campiture a rosette, e con una siepe sempre pi stilizzata. Anche le pennellate di colore si fanno pi occasionali e lesterno della forma sovente privo di rivestimento. Si tratta probabilmente di prodotti attribuibili a fabbriche decentrate dove la domanda si accontentava di ceramiche meno elaborate. I frammenti rinvenuti a Gorfigliano (nn. 87-88) trovano stretti confronti con la produzione di San Giovanni in Persiceto datata nella seconda met del XVI secolo, e si ricollegano alla produzione di ciotole iniziata nel secolo precedente (nn. 78-79; GELICHI, MINGUZZI 1986, pp. 130131, tav. XLII, nn. 1-4). Deriva da modelli decorativi del XV secolo anche la sequenza della tesa del frammento n. 84, probabilmente delle foglie dentellate, per il quale non sono stati trovati confronti in ambito emiliano, mentre lunica decorazione analoga si ritrova in prodotti lucchesi cinquecenteschi. Il XVI secolo si caratterizza in Garfagnana per larrivo massiccio di una serie di boccali, con una decorazione piuttosto stilizzata, con bande verticali nel corpo e fiammelle a raggiera sul collo, motivo ripreso anche in alcune forme aperte. Questa produzione ben nota, grazie al rinvenimento di scarti di fornace a Modena e a Carpi, della seconda met-fine del XVI secolo (REGGI 1971, nn. 251-253; RIGHI 1974, tavv. LVII e LIX). I nostri frammenti sembrano forse un po pi tardi, per la minor accuratezza del disegno e soprattutto per il rivestimento esterno che non ricopre interamente la forma, lasciando il piede nudo. Intorno alla met del XVI secolo si afferma il motivo dello scudo araldico, spesso associato a decorazioni di contorno su fondo ribassato, decorazione molto ricorrente tra le produzioni graffite sia emiliane e romagnole che toscane. In Garfagnana sono noti frammenti analoghi, ed in particolare lo scudo araldico con stella a otto punte dipinta in giallo, attestato anche a Lucca (NOTINI, R OSSI 1993). Compaiono inoltre nella seconda met del secolo forme aperte, soprattutto ciotole, con decorazioni geometrico-floreali, tracciate con pochi tratti graffiti e sottolineate da alcune pennellate in verde e giallo. A questa produzione appartiene gran parte dei frammenti rinvenuti a Gorfigliano, che per le loro dimensioni non permettono una maggiore identificazione del decoro. Nella seconda met del cinquecento arrivano a Gorfigliano anche le prime importazioni di ceramiche graffite di produzione pisana, tra le quali spicca un piatto in cui la decorazione tarda della corona si associa ancora alle filettature con tratti-

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Fig. 92 Ceramica graffita a punta policroma rinvenuta nel castello di Gorfigliano.

ni obliqui, che generalmente sono invece attribuite alla prima fase di questa produzione, quando la corona era pi elaborata (BERTI, TONGIORGI 1982). Sono poi attestati diversi frammenti riconducibili invece alla pi tipica produzione del fiore stilizzato e delluccellino posato, che continua anche nella prima met del XVII secolo. Questa tipologia propriamente pisana, presenta unimitazione anche sul versante emiliano, e pi precisamente modenese, con piatti che presentano gli stessi motivi centrali della ceramica pisana, ma associati ad una sequenza sul bordo totalmente originale, rappresentata da una serie di archetti con un punto o un trattino centrale. Lo stesso tipo di decoro si ritrova come motivo periferico anche in fiasche e boccali di produzione carpigiana (REGGI 1971, nn. 354 e 357). Al XVII secolo probabilmente attribuibile anche un piatto rinvenuto nel castello (n. 99), per il

quale non sono stati trovati confronti, ma che sembra derivare da una produzione seicentesca bolognese, dove la decorazione geometrica-floreale tracciata con maggiore elaborazione e dipinta in policromia verde, giallo e azzurro. La produzione di ceramica graffita nel corso del XVII secolo limita decisamente la variet morfologica e decorativa, con forme e decori sempre pi stilizzati e affrettati. Questa tendenza si accentua ancora di pi nel corso del secolo successivo, con forme solamente aperte in cui la decorazione graffita si limita a pochi tratti e filettature che sottolineano i motivi ottenuti con rapide pennellate in verde e rosso. Questo tipo di ceramica documentata ampiamente nella valle dellArno, a Lucca, e in tutta la Garfagnana. Uno dei frammenti analizzati riconduce la sua produzione allarea modenese, anche se non si esclude per questa classe una provenienza locale, attribuibile alle fabbriche che

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nel corso del settecento sono attive in tutto lambito rurale dellItalia centrosettentrionale. Tra i frammenti riconducibili a questa classe, che documentata a Lucca ancora agli inizi del XIX secolo (ABELA, BIANCHINI 2001), presente un esemplare di sicura provenienza pisana. Catalogo
Area emiliana-modenese. Graffita arcaica padana (prima met-met XV secolo) 66. US 2130. Scodella con breve tesa confluente, bordo appiattito e cavetto emisferico. Impasto rosa, duro, con alcuni vacuoli. Rivestimento interno con vetrina giallo paglierino su ingobbio bianco; allesterno vetrina spessa e aderente. Decorazione interna con motivo vegetale stilizzato e sequenza di archetti sulla tesa. Emilia, prima met del XV secolo (NEPOTI 1992, p. 318, fig. 15, nn. 136-137). 67. US 1170. Scodella con tesa confluente, bordo appiattito e cavetto carenato. Impasto rosa, duro, con alcuni vacuoli e rari inclusi millimetrici neri. Rivestimento interno con vetrina giallo paglierino su ingobbio bianco; allesterno vetrina spessa e aderente, che non copre la fascia immediatamente sotto il bordo. Decorazione graffita allinterno della forma con un motivo vegetale stilizzato nel cavetto e sequenza di archetti sulla tesa, dipinta con pennellate dense in verde e giallo. Emilia, met del XV secolo (NEPOTI 1992, p. 319, fig. 16, nn. 149-150). Area emiliana-modenese. Graffita rinascimentale (metseconda met XV secolo) 68. US 3522. Scodella con tesa confluente e cavetto emisferico. Impasto rosa chiaro, duro e depurato. Rivestimento interno con vetrina giallo paglierina su ingobbio bianco ed esterno con vetrina incolore. Il rivestimento e limpasto sono praticamente identici a quelli del n. 72. Decorazione nel cavetto a foglie frastagliate su fondo tratteggiato. Ferrara, secondo venticinquennio del XV secolo (NEPOTI 1991, pp. 189-190, n. 15). 69. US 2101. Ciotola con cavetto emisferico. Impasto rosa, duro, con alcuni vacuoli. Rivestimento interno ed esterno con vetrina giallo paglierina, spessa e aderente su ingobbio bianco. Decorazione nel cavetto con serie di foglie polilobate su fondo tratteggiato che contornano una cornice polilobata, dipinta in verde e giallo; allesterno sequenze di archetti. Emilia, seconda met del XV secolo (NEPOTI 1991, pp. 198-199, n. 33). 70. US 3515. Ciotola con bordo appuntito e cavetto emisferico. Impasto rosa, duro, depurato. Rivestimento interno ed esterno con vetrina giallo paglierina, spessa e aderente su ingobbio bianco. Decorazione interna con fascia con tralcio di foglie contrapposte, che il Reggi identifica come di quercia, su fondo tratteggiato, dipinta in verde e giallo; allesterno serie di archetti. Ferrara, seconda met del XV secolo (NEPOTI 1991, p. 214, n. 60; REGGI 1971, p. 46, n. 38). 71. US 2130. Scodella con tesa confluente e bordo appiattito. Impasto rosa aranciato, duro con rari vacuoli. Rivestimento interno ed esterno con vetrina giallo pa-

glierina, sottile e aderente su ingobbio bianco. Decorazione interna sotto il bordo con una fascia con nastro sinusoidale intrecciato su fondo tratteggiato, dipinta in verde e giallo: allesterno sequenza di archetti sotto una fascia verde. Emilia, seconda met del XV secolo (NEPOTI 1991, p. 214, n. 60; REGGI 1971, n. 59) 72. US 3515. Boccale formato da cinque frammenti non contigui, con ansa a nastro e orlo trilobato. Impasto rosa chiaro, duro e depurato. Rivestimento esterno con vetrina giallo paglierino, sottile e aderente; interno con vetrina incolore, sottile. Decorazione esterna con un medaglione centrale con un profilo umano, e motivi di contorno tra i pi diffusi nella ceramica rinascimentale di questo momento: le foglie dentellate e le foglie accartocciate su fondo tratteggiato che coprono lintera superficie della forma, graffite con una punta fine. Ferrara, seconda met del XV secolo (NEPOTI 1991, p. 201, n. 37). 73. Recupero superficiale. Boccale. Impasto rosa, duro e depurato. Rivestimento esterno con vetrina incolore, sottile e aderente, su ingobbio bianco; interno con vetrina incolore. Decorazione esterna con un medaglione del quale si conserva la raffigurazione di una conchiglia, forse da ascrivere ad uno scudo araldico, su fondo rotellato, dipinta in verde e giallo. Emilia, seconda met del XV secolo (NEPOTI 1991, nn. 243 e 158). 74. US 2130. Boccale. Impasto arancio rosato, duro e depurato. Rivestimento esterno con vetrina incolore, sottile e aderente, con la superficie granulosa, su ingobbio bianco; interno con vetrina incolore. La decorazione esterna, non ricostruibile, sicuramente parte di una scena figurata, dipinta in verde e giallo. Emilia, seconda met del XV secolo. 75. US 2201. Forma aperta con cavetto schiacciato. Impasto arancione, duro e depurato. Rivestimento interno ed esterno con vetrina incolore su ingobbio bianco. Decorazione allinterno con motivo centrale figurato su sfondo rotellato, inserito dentro una cornice polilobata, circondata da un motivo con foglie accartocciate o dentellate su sfondo ribassato. Emilia, seconda met del XV secolo (NEPOTI 1991, n. 29). 76. US 1190. Forma aperta con tesa. Impasto rosa, duro e depurato. Rivestimento interno ed esterno con vetrina incolore, spessa e finemente cavillata allinterno, pi sottile allesterno, su ingobbio bianco. Decorazione con il motivo di contorno definito della robbiana con foglie dalloro o a squame. Emilia, fine XV secolo (REGGI 1971, p. 59, n. 127). 77. US 1101. Forma aperta con tesa, con bordo ingrossato. Impasto rosa, duro e depurato. Rivestimento interno con vetrina incolore, spessa e poco aderente su ingobbio bianco grigiastro; allesterno vetrina incolore. Decorazione interna di contorno con cordone a nodi. Ferrara, fine del XV secolo (NEPOTI 1991, p. 221, n. 72). 78. US 1167. Ciotola carenata con orlo leggermente estroflesso e bordo appuntito. Impasto rosa, duro e depurato. Rivestimento interno ed esterno con vetrina incolore, sottile e aderente su ingobbio bianco. La decorazione allinterno costituita da una fascia con nastro spezzato lungo il bordo che contornava probabil-

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mente un motivo figurato centrale, dipinto in giallo. Emilia, fine del XV-inizi del XVI secolo (NEPOTI 1991, pp. 232-233, nn. 99-100). 79. US 1167. Ciotola carenata con orlo leggermente estroflesso e bordo appuntito. Impasto aranciato, duro e depurato. Rivestimento interno ed esterno con vetrina incolore, sottile e aderente su ingobbio bianco. La decorazione allinterno costituita da una fascia con nastro spezzato lungo il bordo che contornava probabilmente un motivo figurato centrale, dipinto in giallo. Il frammento presenta un foro di riparazione. Emilia, fine del XV-inizi del XVI secolo (NEPOTI 1991, pp. 232233, nn. 99-100). 80. US 1176. Scodella con tesa confluente. Impasto rosa, duro con alcuni inclusi millimetrici bianchi. Rivestimento interno ed esterno con vetrina incolore, sottile e aderente su ingobbio bianco. La decorazione interna presenta probabilmente nel cavetto un motivo figurato sul sfondo con siepe molto stilizzata, e sulla tesa sequenza di embricature di penne o petali, dipinti con pennellate in verde, giallo e blu. Modena, fine del XVinizio del XVI secolo (CIAMPOLTRINI, NOTINI, ROSSI 2000, p. 31, fig. 23, nn. 1-2). 81. US 2214. Forma aperta con ampia tesa. Impasto rosa, duro con alcuni inclusi millimetrici bianchi. Rivestimento interno ed esterno con vetrina incolore, sottile e aderente su ingobbio bianco. Della decorazione si conserva la sequenza di embricature di penne o petali sulla tesa, dipinti in verde e giallo. Modena, fine del XV-inizio del XVI secolo (CIAMPOLTRINI, NOTINI, ROSSI 2000, p. 31, fig. 23, nn. 1-2). 82. Recupero superficiale. Scodella con tesa confluente e bordo ingrossato. Impasto arancio, duro e depurato. Rivestimento interno ed esterno con vetrina incolore, sottile e aderente su ingobbio bianco. Della decorazione si conserva la sequenza di embricature di penne o petali sulla tesa, alternati a fiori stilizzati, dipinti in verde e giallo. Si tratta probabilmente di una variante dei tipi precedenti. Modena, fine del XV-inizio del XVI secolo. 83. US 1190. Ciotola con orlo estroflesso e bordo arrontondato, cavetto carenato. Impasto rosa, duro e depurato. Rivestimento interno ed esterno con vetrina giallo paglierino su ingobbio bianco. Decorazione interna con fascia di contorno con raggiera di fiammelle, dipinta in giallo e verde. Questo tipo di motivo accompagna di solito un medaglione centrale con il trigramma bernardiniano. Emilia, fine del XV-inizi del XVI secolo (NEPOTI 1991, p. 223, nn. 74-75; REGGI 1971, nn. 168-156). Area emiliana-modenese. Graffita a punta policroma (XVI secolo) 84. US 1101. Forma aperta con tesa con bordo ingrossato e arrotondato. Impasto arancio, duro e depurato. Rivestimento interno con vetrina incolore, sottile e aderente su ingobbio bianco; esterno con vetrina incolore. Decorazione sulla tesa con una sequenza di motivi vegetali, derivanti probabilmente dalle foglie dentellate del quattrocento. Emilia o Lucca?, fine del XVprima met del XVI secolo (BERTI 1993, p. 190, fig. 3). 85. US 3507. Forma aperta con tesa con bordo ingrossato. Impasto cuoio rosato, duro, con rari vacuoli. Ri-

vestimento interno con vetrina incolore, spessa, poco aderente e finemente cavillata su ingobbio bianco; allesterno vetrina incolore, sottile e aderente. Decorazione sulla tesa con il motivo della rosetta gotica tripartita, dipinta in giallo e verde. Emilia, fine del XVmet del XVI secolo (GELICHI, MINGUZZI 1986, p. 186, fig. 16, n. 5; REGGI 1971, n. 82). 86. US 1205. Forma aperta con tesa, con bordo ingrossato. Impasto rosso, duro con alcuni inclusi bianchi. Rivestimento interno con vetrina incolore, sottile e aderente su ingobbio bianco; allesterno vetrina incolore sottile. La decorazione sulla tesa presenta una sequenza di archetti capovolti, formati da tre linee concentriche. Emilia, met-seconda met del XVI secolo (MINGUZZI 1986, p. 72, tav. XXI, n.Bs 18; in questo caso gli archetti sono pero disposti nel senso opposto). 87. US 2139. Ciotola con orlo appuntito e cavetto emisferico. Impasto rosa chiaro, duro, con rari inclusi bianchi. Rivestimento interno con vetrina giallo paglierino, sottile, cavillata su ingobbio bianco; esterno nudo. Decorazione interna con motivo della ghirlanda sullorlo e al centro una scena figurata su sfondo con siepe stilizzata, dipinta con scarse pennellate in verde e giallo diluito. possibile che il motivo centrale sia rappresentato da uno scudo. Emilia, seconda met del XVI secolo (GELICHI, MINGUZZI 1986, tav. XLII, nn. 1-4, per la forma tav. XXXV, n. 4). 88. US 2130. Catino con bassa carena, bordo ingrossato e ripiegato allesterno e cavetto troncoconico. Impasto rosa chiaro, duro, con rari inclusi bianchi. Rivestimento interno con vetrina giallo paglierino, sottile, cavillata su ingobbio bianco; esterno nudo. Decorazione interna con una fascia con nastro spezzato sullorlo e al centro motivo figurato su sfondo con prato fiorito, dipinto con limitate pennellate in verde e giallo diluiti. Emilia, seconda met del XVI (GELICHI, M INGUZZI 1986, tav. XLII, nn.1-4, per la forma tav. XXXVIII, n. 6 e NEPOTI 1991, p. 117, fig. 38, n. 154). 89. US 2214. Ansa a nastro di boccale. Impasto rosa, tenero e depurato. Rivestimento con vetrina giallo paglierino, sottile e aderente su ingobbio bianco. Decorazione esterna con una linea ondulata tra due serie di linee parallele e verticali, dipinta con bande orizzontali in verde e giallo alternate. Modena o Carpi, seconda met-fine del XVI secolo (REGGI 1971, nn. 251-253; RIGHI 1974, tavv. LVII e LIX). 90. US 2130. Boccale su piede sagomato, ventre ovoide, collo verticale distinto, con orlo trilobato. Impasto arancio chiaro, duro e depurato. Rivestimento esterno con vetrina giallo paglierino, sottile e aderente su ingobbio bianco, escluso il fondo; allinterno vetrina incolore, sottile e irregolare. Decorazione esterna a bande ondulate alternate a linee verticali, marcate da pennellate in verde; sul collo motivo derivante dalla raggiera di fiammelle, dipinte in verde e giallo. Modena o Carpi, seconda met-fine del XVI secolo (REGGI 1971, nn. 251-253; RIGHI 1974, tavv. LVII e LIX). 91. US 2201. Boccale su fondo sagomato. Impasto arancio chiaro, duro e depurato. Del rivestimento esterno si conservano solo alcune gocciolature con il colore giallo, e allinterno vetrina incolore, sottile e irregola-

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re. La decorazione esterna riconducibile alla tipologia dei frammenti precedenti, della quale si conservano le estremit delle linee verticali. Modena o Carpi, seconda met-fine del XVI secolo (REGGI 1971, nn. 251253; RIGHI 1974, tavv. LVII e LIX). 92. US 1167. Boccale su fondo sagomato. Impasto rosa chiaro, duro e depurato. Del rivestimento esterno si conservano solo alcune gocciolature in giallo e verde su ingobbio bianco che copre la forma fino al piede; allinterno vetrina incolore, sottile e brillante. La decorazione esterna rappresentata da alcune linee orizzontali tracciate rapidamente. Modena o Carpi, seconda met-fine del XVI secolo. 93. US 1103-1116-1134. Scodella ricomposta parzialmente da tre frammenti con cavetto emisferico e tesa confluente. Impasto rosa aranciato, duro e depurato. Rivestimento interno con vetrina gialla paglierino, sottile e poco aderente su ingobbio bianco; esterno con vetrina giallo paglierino. La decorazione sia nel cavetto che sulla tesa rappresentata dal motivo derivante dalla raggiera di fiammelle, molto stilizzato e dipinto in verde e giallo. Modena o Carpi, seconda met-fine del XVI secolo. 94. US 2214. Forma aperta su fondo con piede a disco sagomato. Impasto arancio, abbastanza tenero, con alcuni inclusi bianchi. Rivestimento interno ed esterno con vetrina giallo paglierino, sottile e opaca su ingobbio bianco. Decorazione interna con uno scudo araldico campito con stella a otto punte, dipinto in giallo e verde. Provenienza ignota, XVI secolo (NOTINI, ROSSI 1993, fig. 1, n. 3). 95. US 1103. Ciotola con bordo arrotondato e cavetto emisferico. Impasto rosa aranciato, duro e depurato, con schiarimento superficiale allesterno. Rivestimento interno con vetrina incolore, sottile e poco aderente su ingobbio avorio. Decorazione interna con un motivo geometrico-vegetale stilizzato, dipinto in verde e giallo. Emilia, seconda met del XVI secolo (GELICHI, MINGUZZI 1986, pp. 130-131, tav. XLII, n. 5). 96. US 1166. Ciotola con bordo arrotondato e cavetto emisferico. Impasto arancio, duro e depurato. Rivestimento interno con vetrina incolore, sottile e poco aderente su ingobbio avorio; allesterno colature di vetrina. Decorazione interna con un motivo geometrico-vegetale stilizzato, dipinto in verde e giallo. Modena, seconda met del XVI secolo (GELICHI-LIBRENTI 1998, p. 87, fig. 42). 97. US 2208. Catino con cavetto troncoconico carenato, e orlo ingrossato ripiegato allesterno. Impasto arancio, duro con vacuoli. Rivestimento interno con vetrina incolore, sottile e aderente su ingobbio bianco; esterno con vetrina incolore, sottile. Decorazione interna con un motivo non identificato, di tipo geometricovegetale. Emilia, met del XVI secolo (per la forma GELICHI, MINGUZZI 1986, tav. XVII, nn. 4 e 7). Area emiliana-modenese. Graffita a punta policroma tarda (XVII secolo) 98. US 2201. Piatto con tesa indistinta, e bordo appuntito. Impasto rosa cuoio, duro e depurato. Rivestimento interno con vetrina giallo paglierino, sottile e aderente su ingobbio bianco. Decorazione interna sulla tesa con

sequenza di archetti con un punto centrale. Modena o Carpi, XVII secolo (NOTINI, ROSSI 1993, fig. 2, n. 7) 99. US 2206. Piatto con tesa confluente, orlo estroflesso e bordo appuntito. Impasto arancio, duro e depurato. Rivestimento interno con vetrina gialla su ingobbio bianco; esterno nudo. Decorazione interna con riccioli graffiti alternati a bande dipinte in giallo e verde. Emilia, XVII secolo (NEPOTI 1991, p. 290, n. 251; REGGI 1971, n. 322) Area emiliana-modenese. Graffita a punta policroma (XVIII-XIX secolo) 100. US 2214. Forma aperta su fondo con piede a disco. Impasto arancio, tenero e depurato. Rivestimento interno con vetrina incolore, sottile e aderente su ingobbio avorio. Decorazione interna con una croce graffita sottolineata da pennellate alternate in verde e rosso. Emilia o Garfagnana, XVIII-inizi XIX secolo 101. US 1116. Catino con cavetto emisferico, doppia gola esterna e bordo estroflesso. Impasto arancio, duro, depurato. Rivestimento interno con vetrina giallo paglierino, sottile e aderente su ingobbio avorio; esterno con vetrina incolore, molto sottile. La decorazione consiste in due linee concentriche graffite che racchiudono una sequenza con doppie pennellate alternate in rosso e verde. Emilia o Garfagnana, XVIII-inizi XIX secolo Area Pisana 102. US 2130. Forma aperta su piede a disco sagomato. Impasto rosso, duro con alcuni vacuoli. Rivestimento interno con vetrina giallo paglierina, spessa e aderente, su ingobbio avorio; esterno rivestito con la stessa vetrina. Decorazione interna con un motivo centrale entro medaglione, forse una stella o una girandola, e in parete una sequenza con il motivo tardo della corona che si ripete su due fasce divise da filettature tratteggiate. Pisa, met del XVI-inizio del XVII secolo (BERTI 1994a, figg. 2-3; ALBERTI, TOZZI 1993, p. 611, n. 19). 103. US 2130. Catino o piatto con breve tesa estroflessa e solcata. Impasto rosso, duro con alcuni vacuoli. Rivestimento interno con vetrina giallo paglierina, spessa e aderente, su ingobbio avorio; esterno rivestito con la stessa vetrina. Decorazione interna con una filettatura tratteggiata sotto lorlo. Pisa, met del XVI-inizio del XVII secolo (BERTI 1994a, figg. 2-3; ALBERTI, TOZZI 1993, p. 611, n. 19). 104. US 2130. Piatto con ampia tesa confluente e orlo leggermente estroflesso. Impasto rosso, duro e depurato. Rivestimento interno con vetrina giallo paglierina, spessa e aderente, su ingobbio avorio; esterno rivestito con la stessa vetrina. Decorazione interna con tre filetti sotto lorlo. Il motivo centrale potrebbe essere quello delluccellino posato o del fiore stilizzato. Pisa, fine del XVI-prima met del XVII secolo (Berti 1994a, p. 383, fig. 15, tipo B1). 105. US 3201. Forma aperta su fondo con piede a disco sagomato. Impasto rosso, duro e depurato. Rivestimento interno con vetrina giallo paglierina, spessa e aderente, su ingobbio avorio; esterno rivestito con la stessa vetrina. Decorazione interna con motivo centrale riconducibile al tipo delluccellino posato, dipinto in verde e arancio. Pisa, fine del XVI-prima met del XVII secolo (BERTI 1994a, p. 383, fig. 15, tipo F4).

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106. US 2201 Piatto con ampia tesa confluente e orlo leggermente estroflesso. Impasto rosso, duro e depurato. Rivestimento interno con vetrina giallo paglierina, spessa e aderente, su ingobbio avorio; esterno rivestito con la stessa vetrina. Decorazione interna con tre filetti sotto lorlo e laccenno della decorazione centrale in verde e arancio. Il motivo centrale potrebbe essere quello delluccellino posato o del fiore stilizzato. Pisa, fine del XVI-prima met del XVII secolo (BERTI 1994a, p. 383, fig. 15, tipo B1). 107. US 2203. Forma aperta su fondo con piede a disco sagomato. Impasto rosso, duro e depurato. Rivestimento interno con vetrina giallo paglierina, spessa e aderente, su ingobbio avorio; esterno rivestito con la stessa vetrina. Decorazione interna con motivo centrale riconducibile al tipo delluccellino posato, dipinto in verde e arancio. Pisa, fine del XVI-prima met del XVII secolo (BERTI 1994a, p. 383, fig. 15, tipo F4). 108. US 2204. Piatto con tesa confluente e orlo leggermente estroflesso. Impasto rosso, duro e depurato. Rivestimento interno con vetrina giallo paglierina, spessa e aderente, su ingobbio avorio; esterno rivestito con la stessa vetrina. Decorazione interna con sequenza con corona stilizzata entro filettature. Pisa, fine del XVI-prima met del XVII secolo (BERTI 1993, p. 191, fig. 5). 109. US 2201. Piatto con tesa confluente. (XVIII secolo) Pisa. Impasto rosso, duro e depurato. Rivestimento interno con vetrina giallo paglierina, spessa e aderente, su ingobbio avorio; esterno con colature di ingobbio. Decorazione interna con sequenza di doppie pennellate in verde e rosso, tra filettature concentriche. Pisa, XVIII secolo (BERT I, TONGIORGI 1982, p. 169, fig. 13).

GRAFFITA A STECCA La ceramica graffita a stecca rinvenuta nel castello di Gorfigliano rappresentata da un esiguo gruppo di 48 frammenti, appartenenti esclusivamente a forme aperte e provenienti da livelli di riporto sette e ottocenteschi. Nella maggior parte dei casi non possibile, per le dimensioni dei frammenti, ricostruirne la forma o i motivi decorativi principali, sebbene si tratti per lo pi di prodotti di larga diffusione per i quali esistono confronti sia in ambito emiliano che pisano (Fig. 94). Si tratta di forme ingobbiate monocrome o policrome decorate attraverso la graffitura della superficie interna con una stecca. una produzione piuttosto diffusa tra il XVI ed il XVII secolo, tra i centri del nord e centro Italia. In area emiliana sembra caratteristica dellarea modenese-carpigiana la produzione di graffita a stecca cinquecentesca con le complesse decorazioni, attestate tra i reperti di Gorfigliano (NEPOTI 1991, n. 129). La particolare posizione di Gorfigliano ha evidenziato la compresenza di materiali di produzione emiliana accanto ai pi noti prodotti pisani, come daltra parte si potuto osservare anche per altre classi ceramiche (Fig. 93). Mentre le forme cin-

quecentesche si caratterizzano per decorazioni di varia complessit, con motivi geometrici o vegetali stilizzati che coprono la maggior parte della superficie, con il XVII secolo la decorazione si limita ad una serie di tratti a girandola al centro della forma, delimitata talvolta da motivi di contorno. Il colore prevalente il giallo o marrone, anche se attestato il verde, mentre documentato un solo piatto con decorazione policroma. Tra le produzioni emiliane del XVI secolo risaltiamo la presenza di piccole scodelline emisferiche con breve tesa confluente, ricoperte con vetrina verde o gialla, che si caratterizzano per una decorazione sul bordo con barrette verticali (nn. 110-112). Questo tipo di forma e decorazione, di cui purtroppo non si conservano i motivi centrali, non trova per ora confronto con i materiali editi di area emiliana, anche se sembra per la sua originalit, un prodotto di alcune fabbriche circoscritte, forse sul versante modenese. Allarea carpigiana e modenese sono invece sicuramente ascrivibili alcuni frammenti di forme aperte con una ricca decorazione geometrica (nn. 113, 114 e 117; NEPOTI 1991, n. 326). Le graffite a stecca cinquecentesche di produzione pisana sono invece leggermente inferiori di numero, con 14 frammenti, tutti di forme aperte tra le quali prevalgono quelle con rivestimento in giallo, mentre una forma presenta vetrina incolore e una verde. I motivi sono quelli pi noti della prima met del XVI secolo con girandola centrale ed elementi scalari come decorazione di contorno. Per quanto riguarda le produzioni pi tarde del XVII secolo molto probabile che si diffondano in questa parte della Garfagnana, ceramiche provenienti dalle piccole fabbriche che proprio a partire dal Seicento iniziano a documentarsi sul versante emiliano dellAppennino. Lanalisi realizzata su un campione di questi prodotti evidenzia infatti rilevanti affinit con larea circumlocale appenninica. Le graffite a girandola rappresentano accanto alle graffite policrome un prodotto di ampia diffusione, per il quale non escludiamo una produzione locale affiancata alle forme da cucina, ma per la quale non abbiamo ancora riscontri archeologici. Le forme e i decori ricordano molto da vicino i prodotti pisani, per cui i confronti citati provengono essenzialmente dai cataloghi elaborati da Graziella Berti e Liana Tongiorgi. Solo due delle forme individuate sembrano di produzione pisana, soprattutto per la qualit dei rivestimenti, mentre gli impasti sono meno depurati e omogenei, rispetto alle graffite del secolo precedente. Nella categoria delle graffite a stecca includiamo una serie di bordi, 72 frammenti, decorati con filettature in monocromia verde e gialla, la cui limitata estensione impedisce di determinare il tipo di decorazio-

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20 Emilia 18 16 14 12 10 8 6 4 2 0 XVI secolo XVII secolo Pisa

Fig. 93 Attestazione della ceramica graffita a stecca di produzione emiliana e pisana nei secoli XVI-XVII.

ne centrale. La rappresentazione delle graffite monocrome in Emilia e in area pisana e valdarnese sembra piuttosto scarsa rispetto alle produzioni policrome, e le ceramiche documentate presentano di solito una decorazione estesa quasi allintera forma. La semplicit di questi bordi che dovevano accompagnare un decoro limitato alla parte centrale della ceramica, unitamente alla loro forma, si tratta quasi sempre di orli di tazze o ciotole con bordi estroflessi o piatti, ci fa supporre la loro appartenenza alle graffite a stecca, e specialmente alla produzione pi tarda. Naturalmente non possiamo esserne del tutto sicuri, ma non si riteneva opportuno presentarli come semplici graffite monocrome, anche perch le loro dimensioni non ci forniscono dati utili alla discussione di questa classe. Catalogo
110. US 2130. Scodella con tesa confluente e cavetto emisferico. Impasto rosa, duro con inclusi rossi anche macroscopici. Rivestimento interno con vetrina gialla su ingobbio avorio, esterno nudo. Decorazione interna sulla tesa ottenuta con serie di tratti orizzontali graffiti con una stecca dalla punta larga. Emilia, XVI secolo. 111. US 2101. Scodella con tesa confluente e cavetto emisferico. Impasto rosa aranciato, tenero con piccoli vacuoli. Rivestimento interno con vetrina gialla, sottile e poco aderente su ingobbio bianco; esterno nudo. Decorazione sulla con fascia con tratti verticali e filettatura allinterno del cavetto. Emilia, seconda met del XVI secolo (GELICHI, M INGUZZI 1986, tav. XXIII, Bs38). 112. US 2130. Scodella con tesa confluente e cavetto emisferico. Impasto grigio, duro con piccoli vacuoli, probabilmente stracotto. Rivestimento interno con vetrina verde, sottile e aderente su ingobbio grigio; esterno nudo. Decorazione sulla con fascia con tratti verticali e filettatura allinterno del cavetto. Emilia, seconda met del XVI secolo (GELICHI, MINGUZZI 1986, tav. XXIII, Bs38). 113. US 3506. Forma aperta con tesa con bordo arro-

tondato. Impasto rosa, duro e depurato. Rivestimento interno con vetrina gialla, spessa e brillante su ingobbio bianco; esterno nudo. Decorazione interna con motivo della palmetta graffito a stecca sulla tesa. Emilia, seconda met del XVI secolo (NEPOTI 1991, p. 313, n. 308). 114. US 3102. Forma aperta con tesa con bordo arrotondato. Impasto rosa, duro e depurato. Rivestimento interno con vetrina giallo scuro, spessa e aderente, su ingobbio bianco; esterno con vetrina sottile e aderente. Decorazione interna con fascia con linee verticali tratteggiate, ottenute a fondo ribassato. Si tratta di un motivo solitamente associato ad una decorazione centrale di tipo geometrico graffita a stecca. Emilia, XVI secolo seconda met (GELICHI, MINGUZZI 1986, p. 74, tav. XXIII, Bs 41; S IVIERO, MUNARI 1974, p. 66, n. 76). 115. US 2130. Forma aperta con bordo estroflesso e orlo arrotondato, con cavetto carenato. Impasto arancio, tenero e depurato. Rivestimento interno con vetrina verde, sottile, e poco aderente, su ingobbio bianco; esterno nudo. Decorazione interna con una fascia con tratti verticali entro filettature. Emilia, seconda met del XVI secolo (GELICHI, MINGUZZI 1986, tav. XXIII, Bs38). 116. US 2130-2214. Catino con bordo estroflesso e orlo appuntito. Impasto arancio, tenero con vacuoli. Rivestimento interno con vetrina giallo paglierino, sottile e cavillata, su ingobbio bianco; esterno nudo con colature di vetrina. Decorazione interna con archetti entro filettature, dipinti con macchie di colore verde. 117. US 1170. Forma aperta su fondo piano con esterno sagomato. Impasto arancio, duro e depurato. Rivestimento interno con vetrina marrone, spessa e aderente su ingobbio bianco; esterno nudo. Decorazione interno con motivo geometrico realizzato a stecca. Emilia (Modena?), XVI secolo (GELICHI, LIBRENTI 1997, fig. 11, n. 10). 118. US 2214. Forma aperta. Impasto arancio duro, con piccoli inclusi bianchi. Rivestimento interno con vetrina verde, spesso e coprente su ingobbio bianco, esterno nudo. Decorazione al centro del cavetto con sbaffi dalle estremit appuntite. Presenta un foro di riparazione. Pisa, XVI secolo (BERTI, TONGIORGI 1982, tav. III/6). 119. US 1116-2130. Piatto ricomposto da 5 frammenti non contigui, con breve tesa confluente e orlo arrotondato, cavetto emisferico e fondo piano. Impasto arancio duro, con piccoli inclusi bianchi. Rivestimento interno con vetrina giallo scuro, aderente e brillante su ingobbio bianco avorio, esterno nudo. Decorazione al centro del cavetto con motivo formato da serie di ponticelli, che si ripete anche sulla tesa, delimitata da filettature. Pisa, XVI secolo (BERTI , TONGIORGI 1982, fig.6, e tav. III/2, tipo 1b). 120. US 2130. Forma aperta su fondo piano. Impasto rosa chiaro, tenero con inclusi rotondeggianti rossi anche macroscopici. Rivestimento interno con vetrina giallo limone, sottile e poco aderente su ingobbio bianco avorio. Decorazione al centro del cavetto con una girandola graffita a stecca. Area appenninica, XVII secolo (BERTI 1994a, p. 388, fig. 26/4). 121. US 2203. Forma aperta su fondo con piede concavo. Impasto arancio tenero con piccoli inclusi bianchi. Rivestimento interno con vetrina giallo ocra, sottile e poco aderente su sottile ingobbio rosato. Decorazione

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Fig. 94 Ceramica graffita a stecca e a fondo ribassato rinvenuta nel castello di Gorfigliano. al centro del cavetto con girandola graffita a stecca. Pisa (?), XVII secolo (BERTI 1994a, p. 388, fig. 26, n. 4). 122. US 2201. Forma aperta su fondo con piede concavo. Impasto rosa, abbastanza duro e depurato. Rivestimento interno con vetrina gialla, spessa e aderente su spesso ingobbio bianco. Decorazione al centro del cavetto con girandola graffita a stecca. Area appenninica, XVII secolo (BERTI 1994a, p. 388, fig. 26, n. 10). 123. Recupero superficiale. Forma aperta su fondo piano. Impasto arancio, duro, con sporadici inclusi bianchi, anche macroscopici. Rivestimento interno con vetrina gialla, sottile, aderente su ingobbio bianco avorio. Decorazione al centro del cavetto con girandola realizzata con brevi virgolette. Pisa, XVII secolo (BERTI 1994a). 124. US 2201. Forma aperta su piede concavo. Impasto rosa, tenero e depurato. Rivestimento interno con vetrina marrone, spessa e poco aderente su ingobbio rosato. Decorazione al centro del cavetto con girandola graffita a stecca. Area appenninica, XVII secolo (BERTI 1994a, p. 388, fig. 26, n. 8). 125. US 2130. Ciotola con bordo estroflesso e orlo ingrossato. Impasto rosso, duro e depurato. Rivestimento interno con vetrina giallo marrone, sottile e aderente su ingobbio rosato. Decorazione allinterno del bordo con tre linee parallele incise a punta. Il frammento presenta un foro di riparazione. 126. US 2130. Ciotola con bordo retto e orlo ingrossato. Impasto arancio, tenero con inclusi bianchi. Rive-

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stimento interno con vetrina giallo chiaro, sottile e poco aderente, su ingobbio bianco. Decorazione allinterno del bordo con tre linee parallele incise a punta. 127. US 2206. Ciotola con bordo retto e orlo ingrossato. Impasto arancio, duro con numerosi inclusi millimetrici bianchi. Rivestimento interno con vetrina verde, spessa e aderente su ingobbio bianco. Decorazione allinterno del bordo con tre linee parallele incise a punta.

S.G. GRAFFITA A FONDO


RIBASSATO

La classe della graffita a fondo ribassato, cos definita per essere interessata dalla tecnica di asportazione di ingobbio a tratti sottili e paralleli mettendo a nudo il corpo ceramico e creando motivi ornamentali di natura geometrica e vegetale (BERTI 1993, p. 198), rappresentata a Gorfigliano da 71 minuti frammenti. Sono tutti pertinenti a pareti e bordi di forme aperte per le quali risultano dunque identificabili a grandi linee solo i motivi decorativi periferici. Lanalisi dei pezzi inoltre resa ancor pi complessa dallo stato del rivestimento, in molti casi deteriorato quando non in gran parte saltato. Tra i reperti leggibili identificabile la prima produzione di graffita a fondo ribassato attuata dalle botteghe di Pisa inquadrabile nel corso del XVI secolo, ritenuta qualitativamente migliore rispetto alla successiva (BERTI 1993, p. 198) ed espressa da grandi piatti dotati di tesa con decoro secondario a tralcio vegetale (n. 128: BERTI, TONGIORGI 1982, p. 158, figg. 8-13; n. 129: BERTI 1993, p. 193, figg. 9-10). Non stupisce che, nel nostro caso, di questultimo siano presenti tre diverse varianti costituendo esso un motivo di grande persistenza e versatilit nellambito degli ateliers pisani (BERTI, TONGIORGI 1982, p. 157). La conferma dellappartenenza di questi esemplari alla fase pi antica della produzione pisana, oltrech dallesame tipologico, viene dallanalisi di laboratorio che ha con sicurezza permesso di inserire uno di questi nel gruppo I A (campione n. 65; cfr. SFRECOLA in questo volume). Pi attestata rispetto alla suddetta risulta a Gorfigliano la successiva produzione pisana collocabile fra fine XVI-prima met del XVII secolo. Ad essa appartengono pi che altro i grandi catini con orlo estroflesso a formare una piccola tesa decorata da motivi geometrici (n. 130: BERTI 1994a, p. 382, tipo Aa; ABELA 1994, p. 37, tav. VI, n. 33) di contorno a decori centrali consistenti generalmente in scudi, nel nostro caso perduti; resi in modo corsivo. Esempi di questo tipo sono stati rinvenuti anni fa anche da sterri nei pressi di Castelnuovo (NOTINI, ROSSI 1994, p. 193, fig. 1, n. 5). A fianco di queste sicure produzioni pisane si inseriscono diversi frammenti non classificabili con fa-

cilit soprattutto per il pessimo stato di conservazione. Di questi si leggono molto parzialmente semplici decorazioni periferiche lineari e a trattini paralleli obliqui (BERTI 1994a, fig. 7, 2 a 2; 2 d a 2; 2 b d 4), attribuibili ad una fase produttiva avanzata chiaramente ispirata alla precedente ma di esecuzione molto pi corsiva, probabilmente frutto di altre botteghe dislocate della Toscana centro settentrionale (BERTI 1993, p. 201). Le analisi dellimpasto condotte su una forma aperta di corpo emisferico, brevissima tesa riflessa a formare un accenno di piccolo ricciolo e copertura di vetrina di colore giallognolo su interno ed esterno, non escludono una produzione emiliana e in particolare modenese (campione n. 66, cfr. S. Sfrecola in questo volume), indicando in questo modo unaffluenza di tali manufatti da mensa anche dai territori doltreappennino oltrech dai centri toscani. Infine i fori funzionali alla riparazione dei pezzi rotti mediante grappe in ferro riscontrati su molti di questi frammenti lasciano pensare ad un lungo riuso di tali forme, attestando indirettamente il valore ad essi attribuito da parte dei loro utilizzatori. Catalogo
128. US 2130. Bordo arrotondato. Impasto duro e depurato di colore cuoio. Ingobbio bianco sotto vetrina trasparente sia allinterno sia allesterno. Allinterno si intravede parte del motivo del tralcio vegetale delimitato verso lalto da tre cerchi concentrici. Pisa, XVI secolo (BERTI , TONGIORGI 1982, p. 158, figg. 8-13). 129. US 2130. Bordo arrotondato. Impasto duro e depurato di colore tendente allarancione. Ingobbio bianco sotto vetrina trasparente molto deteriorata sia allinterno sia allesterno. Allinterno si intravede la culminazione di un motivo a tralcio vegetale compreso fra tre cerchi concentrici (ABELA 1991, p. 25, tav. V; BERTI 1993, figg. 9-10, p. 193). 130. US 2210. Parte di piccola tesa. Impasto duro e depurato di colore tendente allarancione. Ingobbio bianco sotto spessa vetrina trasparente. Decorazione a motivo geometrico entro doppi cerchi concentrici sormontati da sequenza di trattini obliqui paralleli (BERTI 1994a, p. 382, tipo Aa; ABELA 1994, tav. VI, n. 33; ABELA 1997: 20; tav. II, 5; BERTI,TONGIORGI 1982, fig. 10, 12: 160).

3.1.5 Ceramica smaltata


MAIOLICA ARCAICA26 La maiolica arcaica restituita dai saggi di scavo e recuperata in superficie in condizioni di altissi26. Si ringrazia vivamente la Dott.ssa Graziella Berti per aver preso visione del materiale fornendoci preziosi consigli e spunti di studio e riflessione.

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ma frammentariet, pone per questo motivo grandi difficolt di analisi sia a livello formale sia degli schemi decorativi. Basti dire che dei 97 frammenti totali si distinguono 49 come appartenenti a boccali di cui solo uno parzialmente ricostruibile e 24 forme aperte delle quali ne sono leggibili appena 7. Inoltre, fatta eccezione per 4 frammenti rapportabili ai livelli di abbandono delle strutture del periodo 3c (XV secolo), tutti gli altri costituiscono materiali residuali, emersi dai riporti di terreno di natura agricola. Nel complesso nelle forme aperte prevalgono nettamente le scodelle monocrome a bordo assottigliato frutto di una fase di produzione cronologicamente avanzata e standardizzata (Fig. 95). Tre esemplari (dalle US 2130 e US 2165) sono invece con sicurezza riconducibili allo schema decorativo della raggiera (IV gruppo di: BERTI 1997, tav. 75, fig. 26, p. 115) anchesso in auge a partire dalla seconda met del XIV secolo. Il frammento proveniente dallUS 2207, con motivo decorativo irriconoscibile, presentando esterno nudo, pare invece legato alla produzione del Valdarno fiorentino, ancora della seconda met dello stesso secolo; oppure a imitazioni di quei precisi modelli da parte delle officine lucchesi (BERTI, CAPPELLI 1994, p. 200; 203). In sintonia con i dati relativi alle forme aperte, anche le decorazioni lineari e diluite che si notano su ci che resta delle forme chiuse, sebbene non classificabili con puntualit, sembrano testimoniare un repertorio alquanto standardizzato e qualitativamente ormai livellato. Alla luce di tutto ci, dunque, non troviamo elementi per poter affermare, da parte del castello di Gorfigliano, una precoce ricezione di maiolica arcaica, nel momento in cui questa, prodotta da pochi centri-guida (BERTI, CAPPELLI, FRANCOVICH 1986, p. 484) costituiva ancora un manufatto di pregio e dunque elitario. Nettamente isolata appare la presenza di maiolica arcaica blu con tre soli frammenti di pareti pertinenti a forme chiuse dalle US 2201 e 2203, non ricostruibili n a livello morfologico n decorativo. Se le conclusioni tratte dallo studio morfologico e decorativo di questi pezzi sono per forza di cose limitate, i risultati delle analisi degli impasti introducono invece degli importanti elementi di novit nel panorama dei centri produttivi che rifornirono di maiolica arcaica questo villaggio nel Basso Medioevo, almeno a partire da una fase inoltrata del XIV secolo. Infatti, i cinque campioni analizzati, pertinenti sia a forme chiuse sia aperte, monocrome e decorate, rientrano tutti nel gruppo I, varianti D-B (cfr. classificazione Sfrecola) orientanti verso unarea di produzione emiliana ed in particolare modenese. Vengono cos confermate le supposizioni avanzate in occasione del-

ledizione preliminare della prima campagna archeologica a Gorfigliano (QUIRS CASTILLO et alii 2000, p. 161) ma anche in relazione ad alcune delle maioliche arcaiche rinvenute nello scavo dellospedale medievale di Tea per le quali, date le caratteristiche tecnologiche gi rilevabili ad un esame autoptico, era di fatto fortemente dubbia unattribuzione agli atelier Pisani 27. Se in altri contesti dellalta valle del Serchio sono state rinvenute maioliche arcaiche con sicurezza attribuite allambito pisano (NOTINI et alii 1994, p. 184, fig. 4; CIAMPOLTRINI,NOTINI, ROSSI 1998, pp. 274-276) e lucchese (CIAMPOLTRINI, NOTINI 2000, p. 183, fig. 11, 2-5), nel caso di Gorfigliano e pi in generale dellalta Garfagnana le analisi degli impasti prospettano dunque lapporto di nuovi centri fornitori dislocati in area emiliana, ma ancora da individuare. Significativamente stato notato come proprio nei decenni a cavallo fra la prima e la seconda met del XIV secolo siano proliferate un po ovunque botteghe che diffondevano maioliche arcaiche, ormai divenute oggetto di largo consumo, anche in aree marginali e ruralizzate (BERTI, CAPPELLI 1994, p. 203; CHIESI 1998, p. 186). In questo panorama anche la rara presenza di maiolica arcaica blu, variante tipica dellEmilia e in particolare di Bologna a partire dalla prima met del XIV secolo (NEPOTI 1986, p. 412), sembrerebbe inserirsi coerentemente. Da questi dati archeometrici dunque, gi con la maiolica arcaica si preannuncia quella vivace corrente commerciale fra la Garfagnana e lEmilia attestata poi in abbondanza dai successivi generi ingobbiati e graffiti. Catalogo
131. US 1111. Orlo di ciotola con bordo leggermente ingrossato. Impasto duro di colore rosso, depurato. Linterno rivestito con smalto bianco molto cavillato, lesterno con vetrina marroncina. 132. US 1116. Orlo di ciotola con bordo leggermente ingrossato. Impasto duro, di colore cuoio, depurato. Linterno e lesterno sono rivestiti con smalto grigiastro, non omogeneo. 133. Recupero superficiale. Fondo di ciotola dal piede

27. Ad unanalisi macroscopica questi frammenti si caratterizzano per una sottile copertura di smalto di colore grigio, decisamente assorbito che in un caso di forma aperta presenta fitti micropori e in due forme chiuse risulta esteso anche allinterno almeno relativamente alla scarsa superficie conservata. Le facce principali di queste ultime sono interessate da due linee sottili tracciate in manganese diluito, esigua parte di un non decifrabile schema decorativo. Il colore degli impasti che si presentano depurati varia invece dal cuoio chiaro allarancione.

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Fig. 95 Ceramica smaltata rinvenuta nel castello di Gorfigliano. ad anello. Impasto depurato di colore rosa. Rivestita internamente da uno spesso strato di smalto grigio monocromo e allesterno da unaltrettanto spessa vetrina di colore marrone. 134. US 3201. Bordo di ciotola a pareti sottili e orlo appuntito. Impasto depurato di colore beige. Sottile copertura stannifera allinterno di colore grigio e ruvida al tatto. Esterno nudo recante righe sottili da lisciatura a panno.

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135. US 2201. Orlo di ciotola dal bordo appuntito e corpo emisferico. Fine impasto sabbioso di colore beige. Smalto grigio e coprente steso allinterno e allesterno poco al di sotto dellorlo. La restante superficie si presenta nuda. 136. US 3202. Orlo di ciotola dal bordo sottile e appuntito. Repentino ispessimento delle pareti appena sotto lorlo. Impasto depurato di colore marrone chiaro. Smalto grigio e coprente allinterno; spessa vetrina marrone allesterno. 137. US 2130. Orlo di ciotola dal bordo arrotondato e corpo emisferico. Fine impasto sabbioso di colore marrone chiaro. Smalto grigio e coprente allinterno ed esternamente poco al di sotto dellorlo; esterno nudo con sbaffi di vetrina. 138. US 3500. Boccale dal fondo piano e svasato. Impasto depurato di colore rosa, con radi inclusi bianchi che talvolta dissoltisi, hanno lasciato dei vacui. Sottile e trasparente rivestimento vetroso allinterno; allesterno lo stesso si localizza nella gola fra corpo del recipiente e piede.

Maiolica ligure

4% 9% 32%

Maiolica emiliana Maiolica di Montelupo Maiolica monocroma Maiolica non identificata

34%

21%
Fig. 96 Attestazioni delle ceramiche smaltate rinascimentali e moderne.

ZAFFERA A RILIEVO I soli 9 minuti frammenti di zaffera a rilievo rilevati a Gorfigliano provengono dagli strati superficiali del settore 2100 e sono attribuibili ad uno stesso boccale non ricostruibile, caratterizzato da impasto depurato, colore cuoio chiaro e del quale rimane tra laltro unesigua parte dellansa a bastoncello. Quanto dato di leggere della sintassi decorativa (gocciole in blu cobalto a rilievo e motivi geometrici in manganese, su copertura stannifera bianca) permette di inserire questo esemplare nel repertorio pi diffuso e corrente, prodotto in area fiorentina fra la fine del XIV secolo e la met del successivo (BERTI 1997). A Gorfigliano lincidenza di questo genere ceramico di pregio pare assolutamente modesta se non addirittura sporadica riflettendo le tendenze riscontrate in ambito urbano lucchese (BERTI, C APPELLI 1994, p. 202). L.G. MAIOLICA
RINASCIMENTALE E MODERNA

Le maioliche rinascimentali e moderne rinvenute nel castello di Gorfigliano costituiscono un piccolo gruppo di 116 frammenti per un totale di circa 849 grammi, che rappresentano il 3% delle ceramiche raccolte (Fig. 96). In mancanza di livelli duso postmedievali, tutta la ceramica smaltata rinascimentale e moderna decontestualizzata, provenendo da strati di crollo, successivi allabbandono delle case del borgo, e in riporti per la sistemazione agricola delle aree abbandonate. Data la conformazione del castello in unaltura si pu affermare che questi movimenti di terra siano circoscritti allarea dellabitato o ai versanti

esterni alle mura, dove venivano gettati i rifiuti domestici, permettendoci cos di interpretare questi materiali come quelli effettivamente utilizzati dagli abitanti del castello nel postmedioevo. quindi possibile ricostruire un ipotetico corredo da mensa, senza poter distinguere per ambiti privilegiati tra i vari settori dello scavo. Il materiale stato suddiviso secondo il luogo di provenienza e successivamente per cronologia. Sono stati cos individuati tre gruppi principali, che si riferiscono alle produzioni di Savona, Montelupo e un terzo pi genericamente indicato come emiliano. Un quarto gruppo costituito dalle maioliche monocrome che sono produzioni comuni alle maggiori manifatture in et moderna, e per le quali non stato possibile distinguere le localit di provenienza. La condizione altamente frammentaria dei reperti, dovuta principalmente al tipo di deposito, ha inoltre impedito la classificazione di quasi un terzo del materiale. Il peggiore stato di conservazione riguarda soprattutto le tipologie pi antiche, oggetto di frantumazioni successive causate dallattivit continua di aratura dei terreni a orto dove probabilmente si trovavano in origine, mentre pi grandi e meglio conservati sono i frammenti delle ceramiche pi recenti, soprattutto settecentesche, quindi di poco anteriori alla formazione delle terrazze agricole, utilizzate come castagneto domestico e prato. Come accade per le produzioni graffite, le maioliche rinascimentali di manifatture toscane e emiliane presentano una grande omogeneit di impasti, rivestimenti e in diversi casi di decorazioni. In questa occasione si preferito realizzare una analisi mineralogica delle produzioni graffite data la loro rilevanza numerica rispetto alle altre classi e la difficolt di attribuzione dei prodotti postmedievali. Gli obbiettivi e i tempi di

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questa pubblicazione non hanno infatti permesso di affrontare analisi fisico-chimiche sistematiche su tutte le classi, che speriamo di poter realizzare prossimamente, con lavanzare delle ricerche archeologiche sul territorio. Come si pu osservare nella Fig. 96 il gruppo decisamente pi rilevante costituito dalle maioliche di Montelupo, seguito dalle maioliche monocrome, mentre risulta pi sporadica la presenza di maioliche di produzione ligure e emiliana. La distribuzione risulta abbastanza omogenea per tutte le classi, con una maggiore concentrazione nei settori 3000 e 2200 dove pi consistenti sono stati i riporti agricoli. Confrontando la distribuzione nel tempo delle tipologie individuate (Fig. 97), in base alle fabbriche di provenienza dei singoli tipi, si osservano forti squilibri tra il 500 e il 700. Il XVI secolo si caratterizza infatti per la presenza nel castello di poche forme smaltate, tutte di buona qualit e policrome, appartenenti alle produzioni rinascimentali pi note delle fabbriche liguri, toscane e emiliane. Il rapporto percentuale tra i vari tipi evidenzia una attestazione diversificata tra le tre produzioni, ma con valori piuttosto vicini, con una leggera prevalenza dei tipi emiliani, sicuramente inseriti nel flusso commerciale di prodotti graffiti che provengono dallEmilia con continuit a partire dal XIV secolo. Dal punto di vista numerico si tratta comunque di presenze molto occasionali e poco importanti, forse da attribuire a contesti socioeconomici medio alti, presenti nel castello in questo periodo. La scarsa presenza di maioliche in ogni caso un fenomeno piuttosto comune in aree rurali, anche se si tratta di contesti privilegiati, cos come pi in generale in area emiliana data la forte concorrenza esercitata dai prodotti graffiti. Per il XVII secolo assistiamo a un rilevante vuoto nella presenza di maioliche, con la solo attestazione di un frammento di maiolica ligure e uno di produzione montelupina, che potrebbe per collocarsi anche nella seconda met del secolo precedente (n. 300). A questa lacuna seicentesca contrasta la situazione documentata per il XVIII secolo, quando si registrano i pi alti valori di presenza di forme smaltate nel castello, e in particolare nelle case settecentesche che occupano larea 3000. Le uniche produzioni attestate sono le maioliche di Montelupo, con la presenza quasi esclusiva di un tipo decorativo e morfologico, associate a forme monocrome. Scompaiono invece completamente sia le produzioni liguri che quelle emiliane, attestate solo nel XVI secolo. Per quanto riguarda la Liguria nel corso del XVIII secolo si impone come prodotto di esportazione la taches noires, che affianca i prodotti smaltati nelle case settecentesche di Gorfigliano, mentre

30 Maiolica ligure Maiolica di Montelupo 25 Maiolica emiliana Maiolica monocroma

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15

10

0 XVI XVII XVIII

Fig. 97 Le maioliche nel postmedioevo.

le forme smaltate policrome e monocrome sembrano avere una distribuzione pi regionale. In Emilia invece la produzione dei famosi bianchi faentini, provoca la scomparsa gi alla fine del XVI secolo delle maioliche policrome, spiegando quindi lassenza di questi prodotti a partire del seicento (GELICHI, LIBRENTI 1997). Anche nelle manifatture di Montelupo si osserva una riduzione nella produzione dei tipi smaltati nel corso del seicento, crisi che per sembra continuare anche nel settecento, con la fabbricazione quasi esclusiva di prodotti pi standardizzati e correnti, come le spirali verdi (BERTI 1986). Maiolica ligure La maiolica ligure attestata a Gorfigliano con soli 5 frammenti di piccole dimensioni distribuiti in quasi tutti i settori di scavo. Si tratta di produzioni a smalto berettino databili tra il XVI e il XVII secolo, sebbene le ridotte dimensioni dei frammenti impediscano di definire con pi precisione le tipologie decorative e quindi la loro cronologia. Si tratta di 5 forme, di cui 4 aperte e 1 chiusa, che si caratterizzano per un impasto bianco avorio, tenero e depurato e per lo smalto spesso e cavillato, che tende a staccarsi dal corpo ceramico. Gli unici due frammenti meglio identificabili sono un piatto con la decorazione calligrafica tipo C (n. 139), secondo la classificazione del Farris, e un secondo piatto con un decoro figurato, che potrebbe rientrare nelle produzioni con raffigurazioni di scene e paesi del XVII secolo (n. 141). Questi pochi frammenti costituiscono le prime importazioni dalla Liguria, attestate nel castello, aprendo un mercato che si rafforzer nel corso

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del XVIII secolo con le importazioni di taches noires. Si tratta di un fenomeno piuttosto generalizzato che vede i prodotti savonesi e albisolesi diffondersi in Europa e nelle Americhe proprio a partire dal XVI secolo. Le maioliche con decoro calligrafico sono tra le forme pi standardizzate di questa produzione, mentre pi significativa la presenza di una maiolica con decoro figurato. Altrettanto interessante il rinvenimento di un frammento di boccale, forma poco estesa al di fuori dellambito ligure. Maiolica di Montelupo La maiolica proveniente dalle fabbriche dellarea di Montelupo, rappresenta il gruppo pi consistente tra le smaltate rinascimentali e moderne con 40 frammenti, pari a circa 430 grammi di peso. I reperti si distribuiscono in forma abbastanza omogenea nelle aree 2000 e 3000, dove i riporti agricoli sono pi consistenti. Da questi settori provengono anche i 3 frammenti pi antichi, riconducibili alla produzione di italo moresca, o secondo la recente ridefinizione del Berti, a decoro azzurro prevalente. Si tratta di tre boccali decorati in blu e bruno, con motivi geometrici di contorno e con impasti cuoio chiaro, caratteristici della fase avanzata di questa produzione, probabilmente la seconda met del XV secolo. Nove frammenti di piccole dimensioni appartengono invece alle pi classiche produzioni cinquecentesche di Montelupo, sebbene anche in questo caso, rischiando di essere ripetitivi, non si potuto identificare il tipo di decoro date le ridotte dimensioni dei frammenti e della perdita frequente dei rivestimenti. Per questo motivo non si esclude che questi frammenti possano in parte essere riconducibili alle produzioni posteriori del XVII secolo. Le forme attestate sono 7, di cui 4 chiuse, forse boccali, e tre forme aperte. Tra queste risulta interessante la presenza di una crespina, il cui decoro, sebbene lacunoso, sembra avvicinarsi ai motivi delle grottesche, databile quindi alla fine del XVI secolo (Tav. 9, n. 146). Lunico pezzo ben riconoscibile, sia come forma che come decoro, il n. 148, un piatto con una decorazione policroma della foglia di vite, che rappresenta una variante della tipologia monocroma in blu. Questo piatto si colloca cronologicamente tra la fine del XVI e gli inizi del XVII secolo. Una importante assenza di questi prodotti caratterizza il seicento, soppiantati da altre classi ceramiche, come la graffita. In questo secolo potrebbe comunque collocarsi il piatto con la decorazione a foglia di vite e altri non identificati. Il settecento, e in particolare la seconda met, appare invece come un secolo di grande movimento ceramico, caratterizzato oltre che dalle impor-

tazioni di taches noires dalla Liguria, da un importante numero di maioliche di Montelupo. Compaiono in questa fase 21 forme aperte, soprattutto catini o catinelle, decorate con il motivo delle spirali verdi. Allinterno di questo gruppo che si presenta molto omogeneo come impasti e decori, compaiono esemplari con i rivestimenti poco uniformi, che lasciano affiorare il colore dellimpasto e dai decori pi diluiti, forse riferibili a prodotti non di prima qualit. Oltre al tipo spirali verdi presente un piatto con la decorazione del mazzetto verde anchesso della seconda met del XVIII secolo. Come molti altri frammenti di maiolica, anche questo piatto presenta una riparazione, attivit diffusa in ambito rurale per prolungare la vita della forma, nella difficolt di sostituirla con una nuova. Alcuni frammenti, il cui decoro non stato identificato, potrebbero collocarsi in questa fase della produzione di Montelupo che si caratterizza per impasti pi rossastri e per una decorazione limitata al centro del cavetto e talvolta sul bordo. Si tratta sempre della forma del catino, con bande arancio e gialle sullorlo e nel cavetto, dove racchiudono un motivo a punti e gocce in verde o azzurro (nn. 147, 157, 159). La diffusione della maiolica di Montelupo in ambito toscano nel postmedioevo, soprattutto nei secoli XVI e XVII, interessa soprattutto i centri urbani che si trovano lungo la valle dellArno, mentre la sua presenza pi sporadica nelle zone periferiche o rurali, e quasi sempre giustificata da un tipo di contesto privilegiato (MILANESE 1994a, fig. 3). Si osserva inoltre un calo importante nella percentuale delle attestazioni di produzioni smaltate in presenza di prodotti altamente competitivi, quali le graffite, che invadono il mercato di determinate aree, come accade in Garfagnana. Questo andamento documentato dai ritrovamenti archeologici trova una ulteriore conferma nel castello di Gorfigliano, dove la presenza di ceramiche smaltate rinascimentali percentualmente poco rilevante. Risulta invece molto interessante limportante presenza di maioliche valdarnesi nella seconda met del XVIII secolo, insieme con altre ceramiche di ampia diffusione come la taches noires. Maiolica emiliana Tra le ceramiche smaltate rinvenute nel castello di Gorfigliano sono stati identificati alcuni frammenti di probabile produzione emiliana. Anche in questo caso risulta difficile trovare confronti con il materiale edito, per lalto grado di frammentazione dei reperti, sebbene alcuni elementi come il tipo di rivestimento e gli impasti, escludano la provenienza ligure o toscana, giustificando una possibi-

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le produzione emiliana. Si tratta di solo 10 frammenti, per un peso totale di 29 gr., riconducibili a 5 forme, di cui 4 chiuse, probabilmente boccali, e 1 aperta. Queste ceramiche si caratterizzano per un impasto bianco avorio, depurato, che in alcuni casi presenta inclusi puntiformi neri e rossi, e per il rivestimento sempre piuttosto spesso e cavillato. Le decorazioni presenti sono policrome, in giallo, arancio e blu su fondo bianco, tranne in un frammento che appartiene ai tipi con decorazione in blu su smalto berettino. Il frammento pi significativo un fondo di forma aperta (n. 164) con una ricca decorazione a girali nel cavetto. La scarsa presenza di prodotti smaltati emiliani si spiega, come per la maiolica di Montelupo, per la posizione periferica di Gorfigliano e per la forte concorrenza sul mercato dei prodotti graffiti. Negli stessi contesti urbani e rurali dellEmilia Romagna lattestazione percentuale della maiolica rispetto ad altre ceramiche quasi sempre bassissima, con valori non molto pi alti di quelli riscontrati per Gorfigliano (GELICHI, L IBRENTI 1997). Secondo questa stima i 10 frammenti rinvenuti rappresentano quindi un elevato status sociale dei suoi proprietari, data la collocazione del castello in posizione marginale rispetto alla pianura. Significativa invece lassenza nel XVII secolo dei famosi bianchi faentini, che hanno in Emilia unampia diffusione, causando la scomparsa delle maioliche policrome. Lo studio non ha per il momento permesso di individuare le localit di provenienza di queste maioliche. In seguito al rinvenimento infatti di scarti di fornace in altre localit oltre che a Faenza si evidenziato un panorama molto pi complesso sulla produzione delle ceramiche smaltate in Emilia, ancora non del tutto analizzato, soprattutto per larea emiliana (NEPOTI 1992). Larrivo di questi materiali comunque conferma linserimento di Gorfigliano sulle vie commerciali che da Modena attraversavano lAppennino e rifornivano di prodotti emiliani le mense dei castelli del Ducato modenese. Maioliche monocrome Il 21% delle ceramiche smaltate rinascimentali e moderne di Gorfigliano rappresentato dalle maioliche monocrome. Si tratta di 24 frammenti per un peso totale di circa 250 grammi, formato da 12 forme aperte, 1 chiusa e 1 acquasantiera. Tutte queste forme si caratterizzano per un impasto bianco con tonalit che vanno dallavorio al rosato, e un tipo di rivestimento di ottima qualit, spesso e aderente, di color bianco latte o bianco grigiastro. Le dimensioni dei frammenti permettono di affermare che si tratti di forme non decorate.

La produzione di maioliche monocrome accanto alle forme policrome si osserva in quasi tutte le principali manifatture postmedievali, in Liguria, in Toscana e in Emilia Romagna, tra il XVII e il XVIII secolo (GELICHI, L IBRENTI 1997, BERTI 1986). In tutti questi casi le nuove ceramiche, piuttosto che costituire la versione non decorata delle forme policrome, presentano nuovi repertori morfologici e anche tecnologici. Le maioliche monocrome sono rappresentate infatti, oltre che dalle pi comuni forme da mensa, anche da contenitori per conserve, vasi, grandi orci, contenitori igienici, ecc. Daltra parte si caratterizzano per rivestimenti e impasti di ottima qualit che aumentano la robustezza di queste forme, soggette a urti e alluso, probabilmente pi delle forme decorate. Queste caratteristiche tecnologiche sono una vera innovazione nel caso delle fabbriche di Montelupo, la cui produzione rinascimentale e ancora postmedievale utilizza dei rivestimenti molto sottili e poco aderenti. Questo giustifica la presenza consistente di questo tipo ceramico in un contesto come Gorfigliano, accanto a prodotti come le taches noires, pi funzionali e sicuramente pi economici delle maioliche policrome, in una fase in cui il castello si era trasformato in un borgo contadino. Le forme attestate a Gorfigliano sono quasi esclusivamente piatti, concentrati nei settori dellarea 3000, provenienti dai corredi settecenteschi delle ultime abitazioni. Si tratta di forme con cavetto basso, in un caso senza tesa differenziata, su fondi piani o concavi. Si conserva anche una ciotola con parete verticale che trova confronto con produzioni settecentesche di Montelupo (n. 169). invece documentata una sola forma chiusa, di piccole dimensioni, probabilmente un boccale (n. 166). Singolare stato invece il rinvenimento di unacquasantiera proveniente dal crollo di una delle case settecentesche, molto semplice e priva di qualsiasi decorazione dipinta o a rilievo (n. 168). Catalogo
Maiolica policroma ligure 139. US 3239. Piatto con bordo svasato e ripiegato verso lesterno, con orlo arrotondato. Impasto bianco avorio, compatto e duro. Rivestimento interno ed esterno con smalto di color azzurro, spesso e cavillato. Presenta allinterno un filare di foglioline disposte a coppie e allesterno archetti incrociati, dipinti in blu. La decorazione riconducibile al tipo calligrafico a volute tipo C. Savona, prima met del XVI secolo (FARRIS, F ERRARESE 1969; VARALDO 1992, fig. 30b, per la forma e fig. 11 per il decoro) 140. US 2200. Boccale su piede svasato. Impasto bianco avorio, compatto e tenero. Rivestimento interno ed esterno con smalto, spesso, cavillato, di color azzurro allesterno e bianco allinterno. Non si conservano, date

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le dimensioni del frammento, elementi decorativi. Savona, XVI secolo. 141. US 3507. Piatto con tesa confluente distinta dal cavetto da una carenatura. Impasto bianco avorio, compatto e tenero. Rivestimento interno ed esterno con smalto azzurro, spesso e cavillato. Presenta sulla superficie interna una decorazione in blu che rappresenta una scena figurata non identificata. Savona, XVII secolo. Maiolica policroma di Montelupo 142. US 2101. Forma chiusa con collo distinto dal ventre probabilmente ovoide. Impasto cuoio, tenero con vacuoli. Rivestimento interno ed esterno con smalto bianco, sottile e aderente. La superficie esterna decorata con motivi geometrici in blu, dai contorni molto sbavati. Potrebbe trattarsi di una italomoresca o seconda la nuova denominazione della classe, ceramica a decoro in azzurro prevalente. Montelupo, XV secolo 143. Recupero superficiale. Forma aperta su fondo con piede a disco (?). Impasto cuoio, tenero con vacuoli. Rivestimento interno ed esterno con smalto bianco, sottile e poco aderente. La superficie interna decorata con un motivo a raggiera in blu campito in parte con il giallo. 144. US 2201. Forma chiusa. Impasto cuoio chiaro, tenero con rari vacuoli. Rivestimento esterno con smalto bianco, sottile e cavillato. Linterno ha perso la coperta. Il frammento presenta una decorazione a fasce verticali blu, gialle e verdi, con barrette oblique marroni. Si tratta probabilmente di una maiolica valdarnese del XVI secolo, sebbene lesiguit del frammento impedisca una maggior precisione cronologica. 145. Us 3101. Piatto con tesa confluente. Impasto cuoio chiaro, tenero e compatto. Rivestimento interno ed esterno bianco, sottile e poco aderente. Allinterno si conserva una decorazione in blu non identificata. Per la tipologia dellimpasto e del rivestimento pu comunque includersi nella produzione di Montelupo del XVI secolo. 146. Us 3507. Forma con pareti ondulate, probabilmente una crespina. Impasto bianco avorio, tenero con alcuni vacuoli. Rivestimento interno ed esterno con smalto bianco, sottile e cavillato. La superficie interna presenta un decoro non identificato in giallo, arancio, blu e verde, sottolineato da tratti in manganese; lesterno presenta una serie di bande in blu e arancio. Sebbene le ridotte dimensioni dei frammenti non permettano una definizione pi precisa, il decoro ricorda il genere della raffaellesca, Montelupo, fine XVI, inizi XVII secolo (BERTI 1986, p. 385, n. 35). 147. US 3203. Forma aperta su fondo con piede a disco. Impasto rosa cuoio, duro con vacuoli e qualche incluso di chamotte. Rivestimento interno ed esterno con smalto bianco, sottile, meno omogeneo allesterno. Presenta sulla superficie interna una decorazione limitata al centro del cavetto con bande concentriche arancioni, gialle e azzurre che racchiudono una fascia a punti allungati azzurri. (BERT I 1986, n. 138). Il decoro di confronto con il motivo centrale degli spirali verdi, sebbene in questo frammento si apprezza uno spazio bianco tra il cavetto e una possibile decorazione del bordo. Montelupo, XVIII secolo. 148. US 2206. Piatto con bordo estroflesso e orlo arrotondato. Impasto cuoio chiaro, tenero e compatto. Ri-

vestimento interno ed esterno con smalto bianco, sottile e poco aderente. Decorazione interna con tralci con frutta e foglie di vite e motivo di contorno sullorlo formato da una fascia con barrette. Il decoro, noto come foglie di vite, dipinto in verde, blu, giallo e senape su fondo bianco. Allesterno una serie di fasce concentriche in bruno manganese. Montelupo, seconda met del XVI-inizi del XVII secolo (R ICCI 1985, p. 395, tipo140I e G). 149. US 3101. Forma aperta. Impasto cuoio rosato, duro con alcuni vacuoli. Rivestimento interno ed esterno con smalto bianco, sottile e poco aderente. La superficie interna decorata con il motivo delle spirali verdi, di cui si conserva la parte della cerchiatura del cavetto in giallo e in minima parte il decoro della parete. Il frammento presenta un foro di riparazione. Montelupo, seconda met del XVIII secolo (BERTI 1986, p. 399, n. 366). 150. US 3506. Forma aperta. Impasto cuoio chiaro, duro con alcuni vacuoli. Rivestimento interno ed esterno con smalto bianco, sottile e poco omogeneo. La superficie interna decorata con il motivo delle spirali verdi. Il frammento presenta un foro di riparazione con residui del filo di ferro. Montelupo, seconda met del XVIII secolo. 151. US 3507. Catino. Impasto cuoio chiaro, duro con alcuni vacuoli. Rivestimento interno con smalto bianco, abbastanza spesso e uniforme, mentre allesterno si presenta lacunoso con colature gialle e verdi. La superficie interna decorata con il motivo delle spirali verdi, dipinto in verde, giallo con barrette in bruno. Montelupo, seconda met del XVIII secolo. 152. US 2130. Forma aperta. Impasto cuoio rosato, duro con alcuni vacuoli. Rivestimento interno con smalto bianco, sottile e poco aderente, lesterno ha perso la coperta. La superficie interna decorata con il motivo delle spirali verdi. Montelupo, seconda met del XVIII secolo. 153. US 2130. Catino con bordo estroflesso e orlo arrotondato, cavetto abbastanza profondo. Impasto cuoio, tenero con alcuni vacuoli. Rivestimento interno con smalto bianco, sottile e uniforme, poco aderente. La superficie interna decorata con il motivo delle spirali verdi, dipinto in verde, giallo con barrette in bruno. Montelupo, seconda met del XVIII secolo. 154. Recupero superficiale. Forma aperta con fondo apodo leggermente concavo. Impasto cuoio, duro con alcuni vacuoli e inclusi puntiformi rossi. Rivestimento interno ed esterno con smalto bianco, abbastanza spesso e uniforme, che ha assunto tonalit grigiastre a seguito di una esposizione al calore o per il tipo di deposizione. La superficie interna decorata con il motivo delle spirali verdi, dipinto in verde, giallo, arancio e con barrette in bruno. Montelupo, seconda met del XVIII secolo. 155. US 2130. Catino con bordo estroflesso e orlo arrotondato. Impasto cuoio chiaro, duro con alcuni vacuoli e inclusi puntiformi rossi. Rivestimento interno con smalto bianco, sottile e uniforme, mentre allesterno si presenta lacunoso. La superficie interna decorata con il motivo delle spirali verdi, dipinto in verde,

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giallo, arancio con barrette in bruno. Montelupo, seconda met del XVIII secolo. 156. US 3505. Catino con bordo estroflesso e orlo arrotondato. Impasto rosa chiaro, duro con alcuni vacuoli e inclusi puntiformi neri. Rivestimento interno ed esterno con smalto bianco, sottile e uniforme. La superficie interna decorata con il motivo delle spirali verdi, dipinto in giallo con barrette in bruno. Montelupo, seconda met del XVIII secolo. 157. Recupero superficiale. Piatto con bordo estroflesso e orlo arrotondato. Impasto rosa chiaro, duro con vacuoli e millimetrici inclusi rossi e neri. Rivestimento interno ed esterno con smalto bianco, sottile, poco aderente. La superficie interna decorata con fasce concentriche in giallo e arancione sul bordo. Potrebbe essere associato ad un motivo centrale in verde. Montelupo, XVIII secolo. 158. US 2130. Piatto con breve tesa piana, distinta dal cavetto schiacciato, su fondo con piede concavo. Impasto cuoio rosato, duro, con vacuoli e inclusi rossi allungati. Rivestimento interno con smalto bianco, sottile, omogeneo e abbastanza aderente, allesterno lacunoso. Presenta una decorazione centrale con un motivo vegetale, un ramo con foglie allungate, e sul bordo archeggiature dipinte in verde, noto come mazzetto verde. La forma composta da due frammenti non contigui, che presentano ciascuno un foro di riparazione. Montelupo, seconda met del XVIII secolo (BERTI 1986, n. 132; MILANESE 1994, fig. 5). 159. US 3215. Piatto. Impasto rosa chiaro, compatto, duro con occasionali inclusi rotondeggianti bianchi. Rivestimento interno ed esterno con smalto bianco grigiastro, sottile e cavillato, poco omogeneo sulla superficie esterna, lasciando trasparire il colore dellimpasto. Presenta una decorazione sulla superficie esterna limitata probabilmente al centro del cavetto con un motivo in verde non identificato dentro cerchiatura in giallo, circondato con gocce triangolari in verde. Montelupo, seconda met del XVIII secolo (BERTI 1986, n. 141). 160. Recupero superficiale. Catino con breve tesa confluente, distinta dal cavetto probabilmente emisferico. Impasto rosso, duro, con vacuoli. Rivestimento interno ed esterno con smalto bianco verdognolo, spesso e cavillato. La superficie interna decorata con monticelli capovolti alternati in verde e giallo, e delimitati da due bande in giallo sul bordo. Si tratta probabilmente di una derivazione tarda del motivo a monticelli di Montelupo, visto il tipo di smalto e impasto pi caratteristico delle produzioni settecentesche. Maiolica policroma di probabile produzione emiliana 161. US 2201. Boccale formato da 6 frammenti provenienti dallo stesso strato ma non contigui. Impasto bianco avorio, compatto, tenero, con occasionali inclusi rossi puntiformi. Rivestimento interno ed esterno bianco azzurrognolo, spesso e cavillato. Allesterno presente una decorazione dipinta a fasce orizzontali alternate in blu, giallo e arancio, attraversate da barrette marroni. Lesiguit dei frammenti non permette di determinare la forma e il motivo decorativo. Emilia, XVI secolo (?). 162. US 3506. Boccale su fondo con piede sagomato e ventre probabilmente globulare. Impasto bianco avorio, duro, con vacuoli. Rivestimento interno ed esterno con

smalto bianco, spesso ed omogeneo. La superficie esterna decorata con un ovale in bruno circondato da una fascia in blu e giallo, che racchiude un motivo dipinto in giallo, non identificato. Emilia, XVI secolo (?). 163. US 2201. Forma chiusa. Impasto bianco avorio, compatto, tenero, con occasionali inclusi rossi puntiformi. Rivestimento interno con smalto grigiastro, spesso dalla superficie granulosa. Rivestimento esterno con smalto azzurrognolo, spesso e cavillato. Della decorazione si conserva solamente una linea dipinta in blu. Emilia, XVI secolo (?). 164. US 3507. Piattino su fondo con piede concavo. Impasto bianco avorio, tenero, con inclusi puntiformi neri. Rivestimento interno ed esterno con smalto bianco, spesso e aderente. La superficie interna decorata al centro del cavetto da un motivo calligrafico e pseudoepigrafico in blu (sembra di poter leggere una B gotica), racchiuso da bande concentriche in giallo e arancio e con un decoro sulle pareti in blu non identificato. Emilia, XVI secolo (?). 165. US 3507. Forma chiusa. Impasto Bianco avorio, duro con inclusi puntiformi neri. Rivestimento interno ed esterno con smalto azzurro scuro, spesso e omogeneo. La superficie esterna decorata con una serie di linee curve in blu. Emilia, XVI secolo (?). Maiolica monocroma 166. US 2109. Forma chiusa su fondo piano con piede sagomato, appena distinto dal ventre ovoide. Impasto bianco avorio, duro e compatto. Rivestimento interno ed esterno con smalto bianco, spesso, aderente, escluso il fondo. 167. US 2214. Piatto su fondo con basso piede ad anello. Impasto bianco avorio, duro con alcuni vacuoli. Rivestimento interno ed esterno con smalto bianco, spesso e omogeneo. 168. US 3202. Acquasantiera. Impasto giallo chiaro, duro, con vacuoli e occasionali inclusi puntiformi neri. Rivestimento interno ed esterno con smalto bianco, spesso e aderente, escluso il retro, nudo con alcune colature. Montelupo. XVIII secolo. 169. Recupero superficiale. Ciotola con bordo estroflesso e orlo arrotondato, con pareti verticali e fondo del cavetto piano. Impasto bianco avorio, duro e compatto. Rivestimento interno ed esterno con smalto bianco grigiastro, spesso e aderente.

3.1.6 Taches noires


La ceramica cosiddetta taches noires una produzione ben nota del centro ligure di Albisola (SV) documentata tra gli anni 20 del XVIII e la prima met del XIX secolo28 (CAMEIRANA 1977; MILANE-

28. La denominazione di questa classe ceramica, suggerita da Giuseppe Liverani nel 1970, deriva dal prefetto francese di Montenotte Chabrol de Volvic, che nel 1824 descrive questa produzione per una relazione statistica delle attivit di questo dipartimento, a cui apparteneva Albisola (CHABROL DE V OLVIC 1824).

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120 100 80 60

160 140 120 100

40 20 0 6b 6c 7 8a Rec
80 60 40 20 0

Fig. 98 Distribuzione della Taches noires nelle singole fasi.


Se,

BIAGINI, V EntURA 1994). Le attestazioni archeologiche di questa classe ceramica indicano per nella seconda met del XVIII secolo il periodo di maggior produzione e di diffusione di questi prodotti, che si trovano oltre che in tutta Europa, anche in varie localit del Nord America. Questa produzione che si caratterizza per la sua semplicit tecnologica, presenta un ricco repertorio formale, coprendo tutte le forme del servizio da mensa, ma anche con pentolame da cucina e forme accessorie e pi artistiche come immagini religiose, acquasantiere, vasi da fiori e veilleuse. Ciononostante le forme maggiormente commercializzate sono soprattutto i piatti, fondi e piani, che costituiscono la parte pi rilevante di questa manifattura. Tutta la produzione si caratterizza per il rivestimento piombifero, addizionato di ossido di ferro, che produce nella vetrina una colorazione variabile tra larancio chiaro al marrone scuro. La decorazione realizzata a pennello, consiste in bande ondulate tracciate in modo casuale sulla superficie principale della forma. Questo il tipo di decoro pi ricorrente, anche se sono attestati motivi complessi o figurativi, limitati per a prodotti realizzati su commissione. La Taches Noires presente nel castello di Gorfigliano con 325 frammenti, per un peso di circa 1,2 chilogrammi, corrispondenti all8% della ceramica rinvenuta. La maggior parte dei frammenti, 167, decontestualizzata, provenendo da strati che sono il risultato di movimenti di terra allinterno del castello, soprattutto relativi ai lavori svolti nellarea tra il XIX e il XX secolo, quando il borgo era quasi del tutto abbandonato. Una parte considerevole di questo materiale, 156, proviene invece dai livelli settecenteschi, di riorganizzazione interna del castello e dagli ultimi livelli abitativi (Fig. 98). Come si osserva dalla Fig. 99 la presenza di taches noires si concentra soprattutto nei settori dellarea 1100 e in quelli dellarea 3000. Nel primo caso si tratta di livelli di cantiere relativi alla ristrutturazione della torre come campanile della nuova chiesa, lavori ben databili cronologicamente dalle fonti

1100

2100

2200

3100

3200

3500

Fig. 99 Distribuzione dei rinvenimenti di Taches noires nel castello.

scritte e epigrafiche, che si concludono nellanno 1762. I frammenti provenienti da questi livelli, soprattutto riempimenti seguiti ai lavori di scavo e fondazione del nuovo campanile, sono infatti molto frammentari e sono riconducibili a diverse forme. quindi presumibile che provengano da depositi che si trovavano probabilmente alla base della torre. La scarsa presenza di questa classe nelle aree adiacenti alla torre, settori 2100 e 2200, conferma inoltre linterpretazione stratigrafica di un abbandono di questa zona nella prima met del XVIII secolo e la successiva rioccupazione agricola. Decisamente diversa la situazione dellarea 3000, dove una parte di questi prodotti proviene dai livelli duso e dagli abbandoni delle case che ancora nel XVIII secolo occupano questo versante del colle (settore 3200). La maggior parte dei frammenti proviene invece dai riporti agricoli che si formano nelle aree abbandonate in questo periodo, ma che sono comunque attribuibili alle discariche delle case settecentesche, i cui resti sono ancora in parte visibili in questo versante del colle (settore 3100, 3500). Da questi contesti provengono le forme meglio conservate con 12 piatti ricostruibili e 1 tegame. Tenendo conto dellalto grado di frammentariet delle ceramiche provenienti dai contesti di riporto e dai recuperi, si calcolato un numero minimo di forme dalla quantificazione degli orli, verificando la possibilit di ricondurre alla stessa forma pi frammenti. Si cos ottenuto il numero minimo di 49 piatti, di cui 6 fondi o catini, e 2 tegami. Lincidenza particolarmente bassa dei tegami abbastanza comune nelle aree rurali, dove questo tipo di forma era sostituito da prodotti invetriati locali, di pi facile approvvigionamento e sicuramente pi economici. I piatti, forma evidentemente molto diffusa sulle

123

mense del castello, presentano una certa variet morfologica negli orli. I piatti piani si caratterizzano per la breve tesa confluente pi o meno differenziata dal cavetto schiacciato e poco profondo, che solo in alcuni casi presenta una leggera carenatura esterna. I fondi sono sempre piani, talvolta differenziati dal cavetto con un piede concavo. Tutti i frammenti di taches noires individuati presentano lo stesso impasto, rosso, compatto e duro, con frattura granulosa e inclusi arrotondati di colore bianco, la cui omogeneit riflette il processo quasi industriale della sua produzione. Il rivestimento altrettanto omogeneo con vetrine di ottima qualit, abbastanza spesse e distese uniformemente allinterno delle forme, mentre si presentano pi lacunose allesterno nella zona del fondo. Le vetrine si caratterizzano per due tonalit predominanti, una di color marrone, quella maggiormente documentata, e laltra di color miele. La decorazione, tracciata nella maggior parte con un pennello di medio spessore, consiste in bande leggermente ondulate, che formano allinterno delle forme individuate disegni informali, che solo in un paio di casi si possono osservare nella loro totalit, dato la elevata frammentariet dei pezzi presentati. Le poche differenze morfologiche e di rivestimento non sembrano per rappresentare scansioni cronologiche allinterno della produzione, che si presenta soprattutto per la forma del piatto come molto omogenea. Per quanto riguarda la sua cronologia il continuo apporto dei dati archeologici ha permesso di definire per il momento la sua produzione tra gli anni 20 del XVIII secolo, fino alla met del XIX, anche se negli ultimi decenni sembra attestata solo in Francia (MILANESE, BIAGINI, VENTURA 1994, pp. 337-338). Per quanto riguarda Gorfigliano la taches noires arriva intorno alla met del XVIII secolo, dato che una parte dei materiali proviene dai livellamenti realizzati intorno alla torre, a conclusione dei lavori per la sua ristrutturazione che terminano nel 1762 29. Si tratta quindi di una attestazione piuttosto precoce nel panorama descritto per le esportazioni di questa ceramica, che si diffonde in forma consistente nella seconda met del XVIII secolo, giustificata dalla posizione di Gorfigliano allinterno di un mercato attivo e vivace tra Toscana, Liguria e Pianura Padana, anche se non sappiamo attraverso quale centro di smistamento. Il resto del materiale, data la sua posizione in livelli decontestualizzati non ci permette maggiori definizioni cronologiche.

Catalogo30
170. US 1116. Ciotola frammentaria con cavetto emisferico e orlo ingrossato. Rivestimento interno ed esterno con vetrina marroncina, brillante e sottile con alcune impurit. La decorazione presente sulla superficie interna resa con larghe pennellate di bruno manganese. 171. US 1116. Forma aperta su fondo con piede piano. Rivestimento interno ed esterno con vetrina marroncina, brillante e sottile con alcune impurit. La decorazione presente sulla superficie interna resa con larghe pennellate di bruno manganese. 172. US 1116. Scodella con tesa confluente e bordo ingrossato. Rivestimento interno ed esterno con vetrina marroncina, brillante e sottile con alcune impurit. 173. US 1103-1111-1116. Piatto frammentario con tesa confluente, appena distinta dal cavetto poco profondo. Rivestimento interno ed esterno con vetrina giallognola, brillante e aderente. La decorazione sulla superficie interna resa con limitate e strette pennellate in bruno manganese. 174. US 3202. Piatto piano ricostruito per circa 2/3 della forma, con tesa confluente, orlo appuntito, leggermente differenziata dal cavetto poco profondo, su fondo concavo. Rivestimento interno ed esterno con vetrina marroncina, brillante e sottile con alcune impurit. Il decoro informale consiste in due bande tracciate a pennello medio (M ILANESE, BIA GINI , VENTURA 1994, fig. 3, n. 7). 175. US 3501. Tegame con bordo estroflesso e orlo ingrossato e appuntito, parete verticale su fondo piano. Rivestimento interno ed esterno con vetrina di color miele, cavillata. Decorazione interna con pennellate in bruno manganese. (MILANESE, BIAGINI , VENTURA 1994, fig. 7, nn. 1 e 5). 176. US 3506. Piatto piano con tesa confluente, orlo ingrossato e arrotondato, cavetto schiacciato leggermente differenziato allinterno. Rivestimento interno ed esterno con vetrina marroncina, brillante e sottile con alcune impurit. Decorazione interna con pennellate in bruno manganese. (MILANESE, BIAGINI, VENTURA 1994, fig. 3, nn. 2-3). 177. US 3506. Piatto fondo o catino con breve tesa confluente con orlo arrotondato ed estroflesso, leggermente differenziato dal cavetto emisferico. Rivestimento interno ed esterno con vetrina di color marroncino, brillante e cavillata. Decorazione interna con pennellate in bruno manganese. (MILANESE, BIAGINI , VENTURA 1994, fig. 3, n. 10). 178. US 3506. Piatto piano con tesa confluente e orlo ingrossato e arrotondato, il cavetto schiacciato si differenzia dalla tesa con una carenatura esterna. Rivestimento interno ed esterno con vetrina marroncina, cavillata. Decorazione interna con pennellate in bruno manganese. (MILANESE, BIAGINI, VENTURA 1994, fig. 3, n. 8).

29. La sicurezza di questo dato ci proviene dalla stratigrafia dato che uno degli strati di livellamento composto nella sua quasi totalit dai resti del cantiere, con grandi quantit di calce, scaglie della lavorazione dei cantonali del campanile e scorie di ferro (US 1170).

30. Data la totale omogeneit di impasti, rivestimenti e decorazioni, nel catalogo si descriveranno solamente le forme e particolarit rilevate.

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179. Recupero superficiale. Piatto piano con cavetto schiacciato su fondo piano. Rivestimento interno ed esterno con vetrina marroncina, cavillata. Decorazione interna con pennellate in bruno manganese. (MILANESE , BIAGINI, VENTURA 1994, fig. 3, n. 7). 180. Recupero superficiale. Catino, con bordo svasato, appiattito e orlo arrotondato, cavetto probabilmente emisferico. Rivestimento interno ed esterno con vetrina marroncina, cavillata. (MILANESE, BIAGINI, VENTURA 1994, fig. 6, n. 2).

3.1.7 Terraglia nera


La terraglia nera unaltra importante produzione albisolese, che sorge probabilmente alla fine del XVIII secolo allinterno delle stesse fabbriche della taches noires. Con questa classe condivide infatti il tipo di impasto e molte forme, ma si differenzia per il rivestimento che in questo caso completamente nero, o marrone molto scuro, ottenuto con una miscela di manganese alla vetrina piombifera (CAMEIRANA 1970). La terraglia nera soppianta la taches noires nei primi decenni del XIX secolo, senza per raggiungere lo stesso successo e i livelli di fabbricazione della ceramica settecentesca. La diffusione della terraglia nera si osserva infatti soprattutto nellambito ligure, mentre risulta piuttosto scarsa sul mercato desportazione. Questo fenomeno si spiega per una forte crisi economica che si documenta nelle attivit ceramiste di Albisola, causata dallimposizione alla fine del XVIII secolo di un dazio sullimportazione di ceramica da parte della Spagna e dalle guerre napoleoniche che provocano la fluttuazione del prezzo del piombo, indispensabile per i rivestimenti vetrosi, oltre a rendere meno sicure le vie di comunicazione e di commercio (CAMEIRANA 1970). Per far fronte a questa situazione di instabilit gli stessi ceramisti albisolesi stabiliscono un rigido regolamento, che limitava ad una determinata quantit la produzione annuale di ceramica. Il numero stesso delle fornaci risulta quasi dimezzato tra il 1789 e il 1806, come attestano le fonti scritte (CAMEIRANA 1970). La terraglia nera presente a Gorfigliano con soli 35 frammenti, per un totale di 118 grammi, per lo pi di piccole dimensioni, che rappresentano solo l1% della ceramica rinvenuta in tutto il castello. Come si pu osservare nella Fig. 101 la sua presenza si concentra nei livelli di abbandono delle case sei e settecentesche, fase 7a, e negli strati di riporto realizzati per la risistemazione agricola che interessa parte del borgo, fase 7b. Un numero importante di frammenti proviene dai recuperi e dai riporti pi recenti del XIX secolo. Questa ceramica, insieme alla taches noires, costituisce, no-

nostante la sua scarsa attestazione, un indicatore cronologico importante per questa fase di abbandono del borgo, che coincide con la crescita del villaggio postmedievale. La sua distribuzione allinterno del castello (Fig. 102), sebbene il numero dei frammenti sia poco rilevante, riflette quello che si osservato per la taches noires, con una presenza maggioritaria nei settori 1100, 3200 e 3000, mentre attestata con un solo frammento nel settore 2100. Tranne nel caso del settore 3200, i cui frammenti provengono da livelli di crollo di unabitazione, i restanti frammenti sono documentati in strati decontestualizzati, per cui valgono le osservazioni proposte per la taches noires. Lanalisi dei frammenti ha evidenziato la presenza di un numero minimo di 21 forme, determinato dallalta frammentariet dei pezzi e della loro dispersione nei vari settori di scavo, impedendo la possibilit di ricostruire dei profili o ricondurre pi frammenti alla stessa forma (Fig. 100). La forma pi attestata il piatto con tesa con bordo arrotondato, distinta dal cavetto troncoconico su fondo piano. A una forma pi elaborata appartiene un bordo di un catino con decorazione a rilievo, baccellata, realizzata a stampo, che imita forme analoghe dellargenteria genovese (CAMEIRANA 1970). stata inoltre rinvenuta una piccola ansa ad ala, con profilo poligonale, realizzata a stampo, con decorazione a rilievo, appartenente a una scodella con doppie presine. Questi esemplari, insieme con un frammento di una forma chiusa non identificabile ci mostrano un contesto, sebbene scarso da punto di vista numerico, abbastanza ricco per quanto riguarda le tipologie di contenitori rappresentati, che costituivano evidentemente un complemento pregiato del servizio da mensa. Questo conferma linterpretazione di questa classe, considerata come pi pregiata rispetto alla taches noires. Catalogo
181. US 1111. Piatto frammentario con tesa confluente. Impasto duro, cuoio rosato con inclusi micromillimetrici bianchi e vacuoli allungati. Rivestimento interno ed esterno con vetrina nera, brillante e aderente, pi spessa sulla superficie interna. 182. US 3202. Piatto con fondo piano e tesa confluente leggermente differenziata allinterno dal cavetto troncoconico. Impasto arancio, compatto, duro con occasionali inclusi bianchi. Rivestimento interno ed esterno con vetrina di color nero, spessa, aderente e brillante, pi lacunosa allesterno del fondo (CAMEIRANA 1970, tipoA). 183. US 3502. Piatto con tesa confluente, orlo arrotondato, non differenziata dal cavetto, con una decorazione baccellata realizzata a stampo. Impasto arancio, compat-

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Fig.100 Taches noires, Terraglia nera e Terraglia rinvenuta nel castello di Gorfigliano.

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14 12 10 8 6 4 2 0 7a 7b 8a Rec

14 12 10 8 6 4 2 0 1100 2100 3200 3500 Rec

Fig. 101 Distribuzione della terraglia nera nelle diverse fasi doccupazione.

to, duro con occasionali inclusi bianchi. Rivestimento interno ed esterno con vetrina di color nero, spessa, aderente e brillante (CAMEIRANA 1970, tese piatto tipo B). 184. US 3502. Ansa ad ala con profilo poligonale e decorazione a rilievo, realizzata a stampo, appartenente ad una ciotola con doppie prese. Impasto arancio, compatto, duro con occasionali inclusi bianchi. Rivestimento con vetrina di color nero con sfumature marroni, spessa, aderente, con addensamenti nelle pieghe del decoro (CAMEIRANA 1970).

Fig. 102 Distribuzione dei rinvenimenti di Terraglia nera nel castello di Gorfigliano.

3.1.8 Terraglia
La terraglia ad uso inglese una classe ceramica molto diffusa in Italia soprattutto a partire dal XIX secolo. Questa ceramica che si caratterizza per limpasto bianco e poroso, rivestito con vetrina trasparente uninvenzione inglese della met del XVIII secolo. Nella seconda met del 700 questi prodotti circolavano gi in tutta Europa, fomentando limpianto dove ci fosse possibile di fabbriche, che ebbero pi o meno fortuna. Tra le pi rinomate fabbriche di terraglia alluso di Inghilterra sono documentate quelle di Este, Savona, Napoli, Venezia, solo per citarne alcune, dove i modelli morfologici e decorativi inglesi erano imitati ma anche arricchiti dal repertorio tradizionale e dal gusto locale. Se sono abbondantemente studiati e catalogati i servizi pi pregiati e noti di questa classe, databili soprattutto tra il XVIII e il XIX secolo, rimane ancora molto lacunosa la conoscenza di quella terraglia che pi comunemente si trovava sulle mense, e che caratterizza quasi tutta la sua produzione. Per questo motivo risulta difficile a tuttoggi attribuire gran parte di questi prodotti a tipologie o a fabbriche note, se non si in presenza di marchi distintivi. Industrie di produzione della terraglia si diffondono infatti rapidamente in tutta Italia nella prima met del XIX secolo, affian-

cando e, in molti casi, soppiantando la produzione smaltata e ingobbiata nelle aree periferiche e rurali, perdurando fino agli inizi del 1900. La terraglia diviene cos una ceramica duso comune, soprattutto con modelli standardizzati monocromi o con decorazioni realizzate a decalcomania, la cui meccanica fabbricazione permetteva un forte abbattimento dei prezzi. Le continue imitazioni degli originali inglesi ma anche dei prodotti italiani, insieme con la conservazione per lunghi periodi delle forme e dei decori, creano inoltre confusione nelle cronologie di questi manufatti. Per quanto riguarda la Garfagnana le aree di approvvigionamento potevano essere diverse ed difficile a questo livello dello studio e per la scarsit di materiale poter indicare con sicurezza anche solo una di queste fonti. Le ipotesi sono diverse e vanno dalle produzioni savonesi, seguendo il flusso di esportazioni che aveva segnato il XVIII e gli inizi del XIX secolo, a quelle dellarea modenese che come si visto, dal medioevo larea di approvvigionamento preferenziale per la Garfagnana. A Sassuolo, centro ceramico del modenese, sorge proprio verso la met del XIX secolo una rinomata fabbrica di terraglie, che presenta nel suo tariffario del 1846 i prezzi per il trasporto dei suoi prodotti, testimoniando quindi una certa circolazione delle sue ceramiche, anche se non conosciamo larea della loro diffusione 31. La terraglia attestata nel castello di Gorfiglia-

31. Chiunque far caricare articoli di questa Fabbrica e condurli nei diversi luoghi dello Stato dovr pagare centesimi 60 per ogni migliocome pure cent.20 per lopportuno certificato che la Fabbrica rilascer, acci le cose acquistate possano liberamente circolare per lo Stato (LIVERANI 1977, p. 252).

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30 25 20

25 20 15

15 10 5 0 7a 7b 8a rec
10 5 0 1100 1500 2200 3100 3200 3500 rec

Fig. 103 Distribuzione della terraglia nelle singole fasi doccupazione (A), e nei singoli setttori di scavo (B).

no con soli 52 frammenti per un totale di 175 grammi, che rappresentano l1% della ceramica totale. La maggior parte dei reperti proviene inoltre da livelli decontestualizzati, legati ai lavori realizzati intorno alla chiesa nel XX secolo, che hanno comportato importanti movimenti di terra (Fig. 103A). Il materiale rinvenuto, che si data tra la seconda met del XIX e la prima met del XX secolo, proviene probabilmente dalle discariche e dagli orti delle ultime case abitate nel borgo, che vengono abbandonate intorno alla met del 1900. La Fig. 103B ci dimostra come la distribuzione di questa ceramica si concentri soprattutto nelle aree 1100 e 3500. Per quanto riguarda la prima, bisogna ricordare che tutto il settore intorno alla torre stato oggetto di successivi rimaneggiamenti e riporti negli ultimi secoli, ed quindi molto probabile che il materiale provenga dallarea sottostante dove ancora nel XIX secolo esistevano case dabitazione. Lo stesso si pu dire per larea 3500, dove si osservano una serie importante di riporti, realizzati per la sistemazione a terrazze degli spazi vuoti tra le case, destinati a orti e a castagneto. Nonostante la provenienza decontestualizzata del materiale, queste ceramiche ci indicano comunque una continuit duso di alcune parti del borgo, dove si continuava a vivere ancora tra la fine del XIX e gli inizi del XX secolo. Il confronto inoltre con la quasi completa assenza di porcellana nel castello, mostra levidente predominanza della terraglia, che rimane il prodotto da mensa preferito, accanto alle maioliche tarde probabilmente fino alla fine dell800. La carenza di materiale edito di confronto per questo periodo nellalta Garfagnana impedisce di verificare se questa situazione si deve a scelte precise da parte degli ultimi abitanti del castello, o se si tratti di un fenomeno pi generalizzato che sposta larrivo della porcellana al 900 avanzato. Dati lelevato grado di frammentariet e la disper-

sione di questi reperti nel castello, stato possibile individuare un numero minimo di 29 forme, tra cui 8 piatti, 2 tazzine, 1 tazza, 2 vasi, 2 forme chiuse e 15 forme aperte (Fig. 100). Gli impasti sebbene leggermente variabili nella colorazione, si presentano sempre porosi, leggeri privi di inclusi e generalmente di colore bianco. Per quanto riguarda i rivestimenti si osserva invece lutilizzo di una vetrina incolore piuttosto sottile nelle forme decorate, mentre pi spessa e cavillata in quelle monocrome, da attribuire forse a una fase pi tarda della produzione o semplicemente ad una differente destinazione duso. I catini individuati presentano ad esempio il secondo tipo di rivestimento. La forma pi documentata il piatto, di cui per si conservano quasi esclusivamente frammenti della tesa, impedendo una ricostruzione del fondo o del cavetto e la distinzione tra piatti piani e fondine. Al piatto associata la forma di una tazza abbastanza capiente, forse da brodo, come sembra indicare lansa laterale, e il catino, con tesa o con bordo estroflesso. Interessante sono alcuni frammenti del servizio da caff, tra cui un piattino e due tazzine, e due forme chiuse, di cui una potrebbe essere una caffettiera. Poche sono le decorazioni individuate, tra cui la colandine che ha permesso di riconoscere alcuni pezzi di un probabile servizio, con due piatti, un piattino e una forma chiusa. Si tratta di uno dei decori cinesizzanti pi sfruttati dalle fabbriche inglesi nel settecento, che viene ampiamente imitato in Italia nella seconda met del XIX secolo, da importanti manifatture come la Richard (PINNA 1985, p. 451). Dal punto di vista cronologico una buona parte della terraglia rinvenuta nel castello si data nel XIX secolo, probabilmente la seconda met, sulla base del dato stratigrafico. In particolare si includono in questa fase alcuni piatti con un decoro con motivi vegetali o con gocce in blu sulla tesa, la cui decorazione di difficile identificazione, per le ridotte dimensioni dei frammenti.

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Catalogo
Terraglia non decorata 185. US 1111. Piatto con tesa a profilo ondulato, distinta dal cavetto. Impasto bianco, poroso, duro. Rivestimento interno ed esterno con una vetrina incolore, sottile e aderente. 186. US 1111. Catino con breve tesa con orlo ingrossato. Impasto bianco, poroso e duro. Rivestimento interno ed esterno con una vetrina incolore, sottile e aderente (PINNA 1985, tav. LIX, 716). 187. US 2132. Tazza, forse da brodo con bordo assottigliato e orlo appuntito, indistinto dal cavetto emisferico. Sotto lesterno del bordo si conserva lattacco di una piccola ansa a nastro, presumibile che avesse una seconda nel lato opposto. Impasto bianco avorio, poroso e tenace. Rivestimento interno ed esterno con una vetrina incolore, che sullimpasto avorio assume una colorazione crema chiaro. 188. US 3501. Fondo frammentario, probabilmente ad anello, di forma aperta, con inciso a stampo il marchio, di cui solo si possono leggere le lettere G e C della sigla della manifattura. Impasto bianco, poroso, duro. Rivestimento interno ed esterno con vetrina incolore, spessa e cavillata. 189. US 3501. Catino o vaso con bordo ripiegato verso lesterno con orlo ingrossato. Impasto bianco, poroso, duro. Rivestimento interno ed esterno con vetrina incolore, spessa e cavillata. 190. US 3501. Tazzina con orlo appuntito e corpo cilindrico. Impasto bianco, poroso e tenace. Rivestimento interno con vetrina incolore e esterno con vetrina marrone, opaca e coprente. 191. US 3501. Forma aperta su fondo piano apodo. Si tratta probabilmente di un piatto. Impasto bianco avorio, poroso e tenace. Rivestimento interno ed esterno con vetrina color crema, sottile e cavillata. 192. US 3505. Piatto con tesa confluente e orlo arrotondato. Rivestimento interno ed esterno con vetrina incolore, sottile (PINNA 1985, tav. LVI, 671) Terraglia decorata 193. US 1116. Tazzina di forma troncoconica con orlo appuntito. Impasto bianco, poroso, duro. Rivestimento interno ed esterno con una vetrina incolore, sottile e aderente. Allesterno decorata con un filetto dorato sotto il bordo. 194. US 1116. Piatto piano con ampia tesa confluente con orlo arrotondato, distinto dal cavetto poco profondo. Impasto bianco, poroso e duro. Rivestimento interno ed esterno con una vetrina incolore, sottile e aderente. La superficie interna presenta una decorazione a decalcomania in bruno manganese, con motivi di contorno del tipo colandine. Il pezzo costituisce servizio con i numeri 195, 196, 197 e 198 (PINNA 1985, tav. LVI, 674, fig. 119, n. 39a). 195. US 1236. Forma chiusa con parete allesterno scanalata. Impasto bianco, poroso e tenace. Rivestimento interno ed esterno con vetrina incolore, sottile e leggermente cavillata. Presenta una decorazione in manganese sulla superficie esterna realizzata a decalcoma-

nia, in cui si intravede una colonna e forse il tetto di una pagoda. Potrebbe trattarsi di una caffettiera o altra forma analoga decorata con il motivo della colandine, e appartenente a un servizio insieme con i numeri (194, 196, 197, 198); PINNA 1985, fig. 119, n. 39a) 196. Recupero superficiale. Piattino di tazza con tesa confluente e orlo arrotondato. Impasto bianco, poroso e duro. Rivestimento interno ed esterno con vetrina incolore, sottile e cavillata. La superficie interna decorata con volute e motivi vegetali, tipiche del contorno del motivo tipo colandine (CASTELLI, D EFERRARI, L AVAGNA, RAMAGLI, TRUCCO 1989, fig. 53) 197. Recupero superficiale. Piatto piano con tesa confluente, ingrossata al centro e orlo appuntito, distinta dal cavetto poco profondo. Impasto bianco, poroso e duro. Rivestimento interno ed esterno con vetrina incolore, sottile e cavillata. La superficie interna decorata con volute e motivi vegetali, tipiche del contorno del motivo tipo colandine (PINNA 1985, tav. LVI, 677, fig. 119, n. 39a). 198. Recupero superficiale. Piatto con fondo piano. Impasto bianco, poroso e duro. Rivestimento interno ed esterno con vetrina incolore, sottile e cavillata. La superficie interna conserva tracce di una decorazione floreale che potrebbe appartenere al motivo tipo colandine. 199. US 2200. Forma chiusa. Impasto bianco, poroso e tenace. Rivestimento interno ed esterno con vetrina incolore, sottile e brillante. Presenta sulla superficie esterna una decorazione a nido dape in blu, realizzata a decalcomania. Le ridotte dimensioni del frammento non permettono di osservare il motivo a cui associata questa decorazione. 200. US 3505. Piatto con breve tesa confluente, con orlo arrotondato, distinta dal cavetto. Impasto bianco, poroso e tenace. Rivestimento interno ed esterno con vetrina incolore, sottile e brillante. Presenta sulla tesa una decorazione con motivi vegetali in blu chiaro, realizzata a decalcomania. 201. US 3507. Piatto con tesa confluente e orlo arrotondato, distinta dal cavetto. Impasto bianco, poroso e tenace. Rivestimento interno ed esterno con vetrina incolore, sottile e leggermente cavillata. Presenta sulla tesa una decorazione a gocce in blu.

3.1.9 Porcellana
La porcellana rinvenuta nel castello di Gorfigliano proviene unicamente da due riporti superficiali, ubicati sul lato N della torre, che risultano molto disturbati da recenti interventi, tra cui linserimento di catene nella struttura a seguito del terremoto del 1920 e successivamente per la collocazione di un parafulmine sulla torre, con il conseguente scavo alla sua base per il cavo della messa a terra. I frammenti rinvenuti sono attribuibili a due piatti, di cui uno quasi intero, con decorazione floreale stampata, databili entrambi nella seconda met del XX secolo.

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La scarsa attestazione di questa classe, praticamente assente dalla stratigrafia, una ulteriore conferma del generale stato di abbandono che vive il castello nel corso del XX secolo. I pochi frammenti documentati sono sicuramente attribuibili allultima casa abitata nel castello, e abbandonata negli anni sessanta del XX secolo, localizzata nei pressi della torre. S.G. LUCIA GIOVANNETTI, S ONIA GOBBATO, JUAN ANTONIO QUIRS CASTILLO

3.1.10 Riflessioni finali sulle ceramiche di Gorfigliano


INTRODUZIONE Dopo aver realizzato una discussione analitica per ogni singola classe ceramica, si ritenuto opportuno presentare in modo contestuale i materiali rinvenuti, evidenziando la circolazione e uso delle ceramiche nel castello di Gorfigliano per ogni periodo, confrontando questo contesto con la situazione pi generale della Garfagnana e dellItalia settentrionale. Il caso di Gorfigliano offre infatti un interessante spaccato della cultura materiale di un villaggio appenninico che comprende un arco cronologico piuttosto ampio, compreso tra il IX e il XX secolo. I reperti rinvenuti durante lo scavo provengono nella stragrande maggioranza da livelli di riporto, frutto di risistemazione agricola allinterno del villaggio o a seguito dei lavori di ricostruzione dellarea intorno alla chiesa. Gli unici contesti duso documentati riguardano le fasi di vita e di abbandono delle capanne e poi successivamente delle prime strutture in tecnica mista localizzate sulla sommit del castello ai piedi della torre, databili tra il IX e il X secolo. Per quanto riguarda il bassomedioevo, la continuit insediativa del villaggio ne ha quasi del tutto cancellato le tracce, conservando unicamente i poveri livelli duso di una casa del XIV secolo rinvenuta a valle della chiesa parrocchiale e a ridosso delle mura (area 3500). Dobbiamo quindi passare al XVIII secolo per documentare i livelli di vita di una delle ultime case del borgo, posta a ridosso del cimitero ottocentesco, abbandonata probabilmente nella prima met del XIX secolo (area 3200). Per ricostruire quindi i contesti materiali dei secoli intermedi e soprattutto per completare quelli documentati, che, tranne che per quelli altomedievali, si presentano comunque piuttosto scarsi, si dovuto ricorrere alle ceramiche rinvenute nei livelli di riporto. In questo modo poco possiamo apportare allo studio cronotipologico delle classi analizzate, se non in casi molto puntuali, mentre si pu ricostruire un quadro sulla circolazione e produzione della ceramica medievale e postmedievale in questarea dellAppennino toscano.

Nella sintesi che presentiamo stata realizzata una serie di quantificazioni per illustrare la presenza delle varie classi ceramiche per ogni periodo individuato con lindagine archeologica. Per la particolarit dei contesti queste quantificazioni tengono conto dei materiali in fase ma anche dei reperti residuali dei periodi posteriori, databili cronologicamente nella fase considerata. In diverse occasioni queste quantificazioni non considerano invece alcune classi che sono comunque testimoniate per determinati periodi: si tratta di classi ceramiche di lunga durata, per le quali impossibile definirne la scansione temporale, non avendo tra laltro agganci di tipo stratigrafico, e per le quali risulterebbe quindi del tutto aleatoria una loro ripartizione nei diversi secoli. Le quantificazioni presentate riguardano il peso e il numero dei frammenti, mentre stato escluso il possibile conteggio delle forme per i secoli postmedievali, data lelevata frammentariet della ceramica e la carenza dei contesti duso. S.G. PERIODO 1 (S ECOLI VIII-IX) I materiali ceramici rapportabili alla pi antica fase di occupazione del villaggio di Gorfigliano, compresa fra lVIII e il X secolo, consistenti in pochi e non ricostruibili frammenti di ceramica a inclusi calcitici e depurata, preannunciano i tipi di impasto ricorrenti nei secoli successivi. Questi contesti, peraltro scarsissimi qualitativamente e quantitativamente, non mostrano infatti analogie con quelli altomedievali della zona che ad oggi rimangono dunque solamente rappresentati dal nucleo da Monte Croci (Piazza al Serchio) e da pochi altri recuperi da grotte (CIAMPOLTRINI 1990, pp. 689693; CIAMPOLTRINI 1996). Un confronto assai significativo proviene invece dal non lontano sito di Gronda (MS) in Alta Valle Aulella. Anche in questo villaggio, infatti, gi nei secoli IV-VI, troviamo attestate olle ad inclusi calcitici e boccali in depurata, in una percentuale nettamente inferiore dei secondi rispetto alle prime e rispettivamente frutto di produzioni locali e di importazione dallarea pisana (DAVITE 1988). PERIODO 2 (X SECOLO) I successivi contesti di X secolo, vale a dire le US 1126 e 1138, costituenti i battuti pavimentali della struttura abitativa rinvenuta sul pianoro sommitale del castello, entrambi sicuramente ascrivibili al X secolo, consentono un quadro pi leggibile e articolato del suddetto. I materiali riscontrati (alcune olle a corpo globulare e orlo svasato e due testi tutti caratterizzati da impasto a inclusi calcitici, un boccale in acro-

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ma depurata e una non ricostruibile forma ad impasto sabbioso) si inseriscono coerentemente nel panorama della cultura materiale propria del periodo di nascita e sviluppo dei castelli in Garfagnana come in particolare confermano i dati stratigrafici emersi dal Castello della Capriola e dalla Rocca di Castelnuovo (CIAMPOLTRINI, N OTINI, ROSSI 1998, figg. 7, 20, 21) e i recuperi a seguito della ricognizione generale delle alture incastellate ( GIOVANNETTI 1995-96). La sola presenza del testo costituisce un elemento di novit che pare al momento maggiormente avvicinare il caso di Gorfigliano ai siti rurali di area lunigianese e ligure. Lassociazione della moneta battuta a Pavia tra il 983 e il 1002 alle forme ceramiche costituenti lUS 1126 oltrech fornire un assai puntuale appiglio cronologico spia di flussi commerciali interessanti Gorfigliano gi a partire da questa fase; flussi commerciali del resto indirettamente testimoniati dai risultati delle analisi di laboratorio condotte sui manufatti in depurata. Infatti le officine ceramiste lucchesi in questo periodo risultano approvvigionare lentroterra montuoso di quei minoritari boccali da mensa destinati a completare il corredo di ogni abitazione. Alle olle ad inclusi calcitici frutto di produzioni locali secondo ancora quanto dicono le analisi sulla composizione dei corpi ceramici , si affiancano dunque prodotti di ambito urbano riproponendo, anche per questo specifico caso, il doppio registro produttivo riscontrato nei castelli della Toscana meridionale per i quali, per, la citt rifornitrice per eccellenza risulta Pisa (BOLDRINI, GRASSI 1997, pp. 354-357). PERIODO 3 ( SECOLI XII-XIV) La lunga durata di questi tipi ceramici confermata, a Gorfigliano, dal contenuto della US 1131, altro battuto pavimentale circoscrivibile al XII secolo. Infatti il panorama delle forme non sostanzialmente mutato e si riscontrano le medesime olle a inclusi calcitici (in numero minimo di 4) con le stesse caratteristiche dei bordi e del fondo (sabbiato) e la minoritaria presenza del boccale, solamente testimoniata da due minuti frammenti di pareti. Lunico elemento che diversifica questo pi tardo contesto dai precedenti di X secolo offerto dallolla ad impasto sabbioso che, per i suoi connotati estetici (orlo modanato a becco di civetta e pareti filettate) e sulla base di confronti di ambito urbano (CIAMPOLTRINI 1992, p. 723, fig. 31, 1-2) pare anchessa esser stata foggiata da vasai di Lucca. Associazioni di olle a inclusi calcitici e boccali monoansati a impasto depurato compaiono ancora nei contesti di Pieve Fosciana (CIAMPOLTRINI, NOTINI, ROSSI 1996, p. 304) e della torre di Petrognano (GIO-

VANNETTI 1995-96) di poco pi tardi, in quanto collocabili a cavallo fra XII e XIII secolo. Nel momento in cui i domini loci in fase di ascesa e significativamente mantenenti un solido legame con la realt politica urbana (WICKHAM 1997), davano vita ai propri centri incastellati in Garfagnana, anche a livello materiale pare dunque corrispondere un privilegiato rapporto commerciale fra Lucca e questo territorio. Sembra ribadire tale concetto lassenza di pentole acrome, a corpo emisferico e foro di sospensione appartenenti alla sfera di produzione emiliana e pi in generale padana invece rinvenute in alcuni castelli della Garfagnana posti nel versante appenninico e in stretta relazione coi passi verso lEmilia (GIOVANNETTI 2000, p. 114, figg. 54-55). Oltre alla chiusura verso i traffici padani che almeno sulla base dei dati ceramici , traspare per Gorfigliano in relazione alle fasi di VIII-XII secolo, colpisce anche la totale mancanza di manufatti esotici che invece fanno la loro comparsa in contesti privilegiati del vicino territorio. A Pieve Fosciana, infatti, frammenti di ceramica siriana (Raqqa) o egiziana, suppellettili in bronzo e ferro e molti bicchieri in vetro, accompagnano il corrente corredo acromo da cucina (CIAMPOLTRINI, NOTINI, R OSSI 1996, p. 310): quello che, nelle varie abitazioni di Gorfigliano, pare invece costituire lunico standard. Gli strati sociali pi abbienti di questo castello, risiedenti sulla sommit dellaltura, non si mostrarono dunque ricettivi nei confronti di tali beni di lusso, diversamente da quanto stato riscontrato, sia pure con diversit da caso a caso, in relazione ad altri centri fortificati toscani della costa tirrenica meridionale (BOLDRINI, GRASSI, M OLINARI 1997). Nel periodo di transizione dal dominio signorile a quello del Comune di Lucca, corrispondente alla terza fase di occupazione del villaggio (secoli XIIXV), assistiamo a importanti elementi di svolta nella cultura materiale del castello con la comparsa dei manufatti da mensa e cucina dotati di rivestimento. Dai livelli di abbandono delle precedenti strutture sono infatti emersi frammenti di maiolica arcaica molto minuti (a scapito della ricostruzione delle forme) e di invetriata da fuoco. La natura dei contesti non consente una datazione autonoma ed dunque su base analogica con altre situazioni del vicino territorio, in particolare del castello della Capriola e di Verrucole (CIAMPOLTRINI, N OTINI 2000, p. 182), che, anche a Gorfigliano, dobbiamo verosimilmente collocare nellavanzato XIII secolo linizio della diffusione di questi generi. Le analisi sugli impasti di alcune delle maioliche arcaiche rinvenute hanno introdotto importanti elementi di novit sulla discussione di questa classe ceramica in relazione allalta valle del Serchio. Infatti

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tutti e cinque i campioni analizzati indiziano unarea di produzione emiliana ed in particolare modenese, evidenziando un afflusso di questo genere ceramico non solo da Pisa ma anche da officine impiantate nei territori dOltre-appennino e probabilmente attive dopo la met del XIII secolo come suggerirebbe la sintesi regionale offerta da Sergio Nepoti per lEmilia Romagna (NEPOTI 1986, p. 412-413). In questo senso risulta significativa anche lattestazione di maiolica arcaica blu, come noto produzione tipica di questa regione e in particolare di Bologna a partire dalla prima met del XIV secolo (NEPOTI 1986, p. 412) ma decontestualizzata in strati di riporto agricolo di XVIII secolo (fase 6c). Con questi dati alla mano, nel caso particolare di Gorfigliano ma anche dellospedale medievale di S. Nicolao di Tea, viene meno il concetto di dominio della maiolica arcaica di produzione pisana come invece ben sottolineato per gli altri siti della Garfagnana (NOTINI et alii 1994; CIAMPOLTRINI, N OTINI, R OSSI 1998) e si sostanzia un rapporto commerciale fra la Garfagnana e lEmilia molto prima rispetto la fase di dominazione estense della Valle, dal lato materiale simboleggiata dalla massiccia affluenza della ceramica graffita. Evidentemente la dominazione politica del Comune sul suo contado non tale da impedire i traffici commerciali oltreappenninici a dimostrare che questi ultimi si mostrano slegati da motivazioni di ordine politico. Pi in generale si prospetta la necessit di procedere, in futuro, non solo con una classificazione della maiolica arcaica rinvenuta in Garfagnana sulla base di schemi tipologico-decorativi bens anche e soprattutto su analisi archeometriche. Sicuramente questa problematica, adesso solo accennata, sar da approfondire magari contando su rinvenimenti pi consistenti e leggibili di quelli di Gorfigliano, arrivando in questo modo a pi puntuali interpretazioni di natura economica. Anche nella terza fase di occupazione del castello non compaiono manufatti ceramici di pregio e significativamente minima risulta lincidenza di forme chiuse in zaffera a rilievo rilevate come elementi residuali in depositi agricoli della fase 6c (XVIII secolo). L.G. PERIODO 4 ( MET DEL XV-XVI
SECOL O)

I dati relativi alla seconda met del XV secolo sono piuttosto scarsi, con la presenza di due graffite arcaiche padane, di un ridotto gruppo di graffite rinascimentali di probabile produzione estense o ferrarese e di alcuni frammenti di italo-moresche provenienti da Montelupo. A queste si affiancano le ultime produzioni di maioliche arcaiche monocrome. Tutte queste ceramiche, soprattutto le graffite, sembrano riflettere un ambito socioeconomico piut-

tosto elevato, da individuare in una classe dirigente del castello. Rimane per da chiarire quali siano le ceramiche in uso tra i ceti medi in questo periodo, tenendo conto che mancano le importazioni pi diffuse in questo momento lungo la costa, come le maioliche spagnole. possibile che gli abitanti del castello utilizzino ancora forme in legno associate ad alcuni prodotti acromi o invetriati, insieme con le ultime produzioni graffite e smaltate di tradizione medievale, la cui incidenza doveva comunque essere poco importante. Gli studi sulla cultura materiale nellItalia centro settentrionale hanno infatti evidenziato come a partire dal XVI secolo che avviene un fondamentale cambiamento nel corredo da mensa e da cucina, con ladozione sempre maggiore di forme in ceramica rivestita al posto del legno o del metallo, fenomeno che si diffonde nelle aree rurali anche pi periferiche (GELICHI, L IBRENTI 1997, p. 188). Il primo dato che emerge con forza dalle quantificazioni realizzate in base al numero di frammenti e al loro peso per questo periodo , infatti, la notevole differenziazione e aumento dei prodotti decorati a partire dal XVI secolo (Fig. 104). Decisamente pi scarsi sono invece i dati riguardanti le ceramiche da cucina e da dispensa, la cui lunga durata impedisce di definire con chiarezza la diacronia morfologica. Sono, infatti, presenti poche pentole invetriate, mentre sono del tutto assenti le forme da dispensa prive di rivestimento. A questo aumento numerico nella presenza di prodotti rivestiti si associa la diversificazione delle aree di provenienza di queste ceramiche, con una nettissima predominanza dei prodotti ingobbiati e graffiti di area emiliana, seguiti dalle produzioni pisane, mentre episodiche sono le attestazioni di area ligure e valdarnese. Per quanto riguarda le importazioni dallarea emiliana bisogna sottolineare la diffusione di prodotti di Modena e Carpi, mentre le ceramiche ferraresi o estensi si mantengono su valori molto ridotti. inoltre significativa la presenza di importazioni da Pisa che in questo secolo si fa pi presente, con alcune tra le produzioni pi diffuse come le graffite a stecca e le prime marmorizzate, che convivono con le stesse classi provenienti dallEmilia. Le maioliche sono ancora rappresentate da poche forme, soprattutto chiuse, tra cui prevalgono ancora le produzioni di area emiliana. Il confronto fra le due quantificazioni evidenzia una certa omogeneit, sebbene i rapporti tra alcuni valori si accentuino nella tabella del peso, e si invertono nel caso delle marmorizzate. Significativa inoltre la presenza di ununica forma aperta di produzione pisana di graffita policroma. Soffermandoci un momento sulla circolazione e la provenienza dei reperti ceramici rinvenuti nel pe-

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ME ML MM GSP GSE GFP GFE IME IMP IP GPP GPE IF 0 100 200 300 400 500 600 700 800 900

XVI sec. Peso XVI sec. N. frammenti XV sec. Peso XV sec. N.frammenti

Fig. 104 Quantificazione numerica della ceramica del periodo 4 (IF = invetriata da fuoco; IP=Ingobbiata policroma; GPE = graffita policroma emiliana; GFP=graffita policroma pisana; IMP = marmorizzata pisana; IME = marmorizzata emiliana; GFE = Graffita a fondo ribassato emiliana; GFP = graffita a fondo ribassato pisana; GSE = graffita a stecca emiliana; GSP = graffita a stecca pisana; MM = maiolica di Montelupo; ML = maiolica ligure; ME = maiolica emiliana).

riodo rinascimentale a Gorfigliano (Fig. 105), i dati disponibili mostrano limportanza dei materiali prodotti in area emiliana, in linea con altri contesti vicini come Nicciano e Camporgiano. A questo proposito va sottolineato come proprio tra il 1429 e il 1451 gran parte della Garfagnana passa sotto dominio estense, mentre soltanto la Vicaria di Minucciano, alla quale appartiene Gorfigliano, rester sotto il dominio lucchese (PUCCIINELLI 1987). interessante osservare come la circolazione delle ceramiche emiliane non risenta comunque di questi nuovi confini politici, dato che ampiamente documentata anche nei comuni lucchesi, come Gorfigliano, raggiungendo la stessa citt di Lucca, spesso in percentuali dominanti rispetto ad altri prodotti ceramici, come le graffite pisane o le maioliche valdarnesi (CIAMPOL TRINI, NOTINI, ROSSI 2000, pp. 314-315). Come infatti si pu osservare nel grafico (Fig. 105), in un momento in cui Gorfigliano ancora sotto il dominio lucchese, la maggior parte del materiale rivestito e da mensa in uso nel castello di provenienza emiliana, con pochi prodotti di alta qualit probabilmente ferraresi, e la restante parte di pi probabile area modenese. Ci rispecchia una situazione generalizzata per lalta Garfagnana, che grazie al dominio estense, presentava flussi commer-

1% 5% 1%

Garfagnana Emilia Pisa Montelupo Liguria

28%

65%

Fig. 105 Calcolo delle provenienze ceramiche del periodo 4.

ciali privilegiati con larea emiliana. Il castello di Gorfigliano infatti in questo momento realmente accerchiato dai possedimenti estensi. In questo panorama che rispecchia ci che avviene negli altri centri della valle del Serchio, bisogna comunque sottolineare il carattere modesto di queste importazioni emiliane rispetto ai pregiati corredi da mensa rinvenuti nella rocca di Camporgiano o nel castello delle Verrucole, avvicinando Gorfigliano ad un

133

MM ML GG GFP GFE GPP GPE IF 0 50 100 150 200 250 300 350

Peso Numero frammenti

400

450

Fig. 106 Quantificazione numerica della ceramica del periodo 5 (IF = invetriata da fuoco; GPE = graffita policroma emiliana; GPP = graffita policroma pisana; GFE = graffita a fondo ribassato emiliana; GFP = graffita a fondo ribassato pisana; GG= graffita a girandola; MM= maiolica di Montelupo; ML=maiolica ligure).

contesto pi urbano come Castelnuovo (CIAMPOLN OTINI, R OSSI, 2000, pp. 300-301). La presenza privilegiata di prodotti emiliani non impedisce comunque la circolazione di altre ceramiche, anche se con percentuali decisamente inferiori. Tra queste la presenza pi importante rappresentata dalla ceramica pisana, soprattutto con forme graffite o ingobbiate, mentre decisamente poco attestate sono le maioliche provenienti da Montelupo e dalla Liguria. Poco sappiamo sulle produzioni locali, di cui si sono rinvenuti solo alcuni frammenti di invetriate da fuoco. Supponiamo che la produzione duso comune e da cucina fosse pi importante di quanto appare dalle quantificazioni, occulta probabilmente dalla scarsa conoscenza di questo materiale e dallelevato grado di frammentazione e residualit che caratterizza i livelli cinque e seicenteschi. Il panorama che ci offre il repertorio ceramico quindi quello di un ambiente sociale piuttosto omogeneo con un importante e probabilmente numeroso ceto medio, che si muove in un ambito commercialmente molto vivace.
TRINI,

PERIODO 5 (XVII SECOL O) Il XVII rappresenta nella storia del castello di Gorfigliano una fase di transizione tra il riassetto rinascimentale e la sua conversione in area prevalentemente ecclesiastica che si sviluppa in modo parallelo al consolidamento del nuovo villaggio di Gorfigliano. Dal punto di vista della cultura materiale questo secolo si caratterizza per unimportante diminuzione quantitativa delle cerami-

che presenti (Fig. 106). Scompaiono i prodotti di pregio sia graffiti che smaltati, per lasciare spazio a produzioni pi correnti, realizzate probabilmente nelle numerose fabbriche documentate in questo secolo lungo lAppennino modenese (GELICHI, L IBRENTI 1997, pp. 186-190). Si tratta infatti di prodotti ingobbiati e graffiti con decorazioni affrettate, tra cui prevalgono i boccali decorati a bande provenienti da Carpi (REGGI 1971; RIGHI 1974) e i piatti con il fiore stilizzato ad imitazione dei motivi pisani di probabile area modenese (NOTINI, R OSSI 1993, p. 198). Sul versante pisano compaiono le forme aperte con la decorazione con luccellino o il fiore centrale, sebbene in numero decisamente inferiore rispetto ai prodotti emiliani. Scompaiono quasi totalmente le maioliche decorate di Montelupo o di area ligure, che sembrano mantenere un ruolo marginale e forse privilegiato sulle mense del castello, e compaiono le prime maioliche monocrome, provenienti probabilmente da area emiliana. Insieme a queste maioliche compaiono le ingobbiate monocrome, che iniziano a diffondersi nel corso del XVI secolo, e le ingobbiate chiare esclusivamente di produzione emiliana, e pi concretamente di area modenese e appenninica. Queste forme prive di decorazione si affiancano numerose ai prodotti decorati, attraverso una produzione e distribuzione capillare nel territorio, che le vede associate a contenitori duso invetriati o privi di rivestimento. Le fornaci che le producono mantengono quasi inalterate forme e decorazioni tra il XVII e il XVIII secolo, impedendo nella maggior parte dei casi, soprattutto con materiali molto frammentati e in

134

SW

Peso Numero frammenti

TN

MM

IM

IPE

GPE

IF

200

400

600

800

1000

1200

1400

1600

1800

2000

Fig.107 Quantificazione numerica della ceramica del periodo 6 (IF = invetriata da fuoco; GPE = graffita policroma emiliana; IPE = ingobbiata policroma emiliana; IM = marmorizzata; MM = maiolica di Montelupo; TN = Taches noires; SW = slip ware).

assenza di contesti duso, di poter attribuire una chiara diacronia a questi reperti. Lanalisi dei materiali di questo evidenzia un calo importante nella presenza e nella qualit dei prodotti che si acquistano e circolano nel castello, con una netta prevalenza di ceramiche il cui raggio di provenienza e produzione si circoscrive allarea appenninica, dove le fonti scritte documentano proprio nel XVII e nel XVIII secolo una rilevante moltiplicazione delle fabbriche di ceramiche. Questo fenomeno spiegabile per il progressivo abbandono del villaggio, e lo spostamento dei suoi abitanti nel nucleo a valle delle Capanne, evidenziato dalle fonti scritte, dallo studio dellarchitettura e dai contesti di scavo. In questo periodo si abbandonano infatti importanti porzioni del castello, che vengono adibite a pascolo o trasformate in aree di coltivo, con importanti riporti di terreno. PERIODO 6 (XVIII SECOL O) Il XVIII secolo rappresenta per il castello di Gorfigliano un periodo relativamente florido con la ricostruzione della chiesa parrocchiale, ampliata per limportante crescita demografica registrata nel nuovo villaggio, e la conversione della torre in campanile. Anche nel borgo si documenta la ristrutturazione di alcune case e la creazione di nuove aree a destinazione agricola, nonostante il progressivo abbandono del castello. Il panorama dei manufatti che costi-

tuiscono la mensa e la cucina delle ultime case del borgo si presenta nettamente distinto dal periodo precedente (Fig. 107). Come si pu osservare dalla tabella delle quantificazioni abbiamo una predominanza importante delle forme da cucina, rappresentate dalle pentole e tegami in invetriata da fuoco, dai tegami in taches noires, e dalla comparsa dei prodotti in slip ware. I tegami in taches noires, che rappresentano solo una minima parte delle forme da fuoco, sono importati da Albisola insieme con i pi numerosi piatti, mentre il resto delle pentole e tegami sono da attribuire a fabbriche locali o appenniniche. Queste fabbriche non sono ancora state identificate nel territorio della Garfagnana, mentre sul versante dellAppennino modenese le fonti testimoniano una distribuzione capillare di questi impianti, che producono ceramiche duso comune, invetriate e ingobbiate, secondo una tendenza che riguarda un po tutta lItalia centrosettentrionale in et moderna (GELICHI, L IBRENTI 1997). Decisamente pi ridotto il numero delle forme da mensa, tra le quali spiccano i piatti in taches noires dalla Liguria e quelli in maiolica policroma, provenienti da Montelupo, questi ultimi presenti quasi unicamente con la serie decorata a spirali verdi. Con valori decisamente inferiori completano il servizio da mensa le ceramiche graffite, le ingobbiate policrome e le marmorizzate di provenienza probabilmente modenese, o dalle stesse fabbriche appenniniche che producono le forme da fuoco. Tra queste ceramiche ingobbiate troviamo le for-

135

me chiuse che completano il servizio da mensa, rappresentato quasi esclusivamente da piatti. Non dobbiamo inoltre dimenticare le maioliche monocrome bianche che sono attestate in discreta quantit nei riporti agricoli di questo periodo, insieme con le ingobbiate monocrome e chiare, difficilmente quantificabili per questo periodo. Dallanalisi dei materiali risulta quindi un abbandono delle importazioni dallEmilia, sostituite dalle pi economiche produzioni locali o subregionali, che riescono a soddisfare le richieste pi diversificate ma anche pi modeste degli abitanti del castello, affiancate da alcune delle ceramiche pi diffuse e commercializzate tra il XVIII e il XIX secolo, le taches noires. Interessante la presenza di un gruppo cospicuo ma molto omogeneo di maioliche di Montelupo, forse da mettere in relazione con una importazione circoscritta nel tempo. Altrettanto significativa la scomparsa delle produzioni pisane, che sembrano esaurirsi con il XVII secolo (BERTI 1993). Il quadro delle provenienze dei reperti rinvenuti a Gorfigliano appartenente a questo periodo presenta quindi notevoli differenze rispetto ai secoli anteriori. I valori osservati per il periodo 4 sono in questo secolo invertiti, con i tre quarti dei prodotti utilizzati nel castello che provengono da fabbriche locali o prossime allAppennino, venendo a mancare la differenziazione di provenienza tra le ceramiche da cucina e quelle da mensa. Bisogna inoltre tenere in considerazione che il valore attribuito nel grafico ai prodotti emiliani (Fig. 108), vale a dire ingobbiate e graffite policrome, potrebbe formare comunque parte di questa produzione appenninica-locale. Si osserva inoltre una minor variet nelle provenienze della ceramica, sebbene questo non debba necessariamente indicare un calo nei contatti commerciali, ma piuttosto una situazione forse marginale del castello, che andrebbe confrontata con contesti duso coetanei del nuovo nucleo postmedievale. Lanalisi ceramica ci mostra quindi un ambiente molto diverso da quello cinquecentesco, formato essenzialmente da contadini che ancora non hanno lasciato il castello, e che comprano i loro prodotti in gran parte sul mercato locale e tra questi soprattutto forme da cucina, acquistando in modo pi occasionale ceramiche di importazione per la mensa. PERIODO 7 (XIX SECOL O) Il periodo 7 corrisponde allabbandono di gran parte delle ultime case del borgo nel corso del XIX secolo. In questo caso, a differenza dei periodo precedenti, disponiamo di alcuni buoni contesti rappresentati dai crolli delle case suc-

20%

Garfagnana Emilia Montelupo Liguria

4% 5%

71%
Fig. 108 Calcolo percentuale delle provenienze delle ceramiche del periodo 6.

cessivi allabbandono, nei quali sembrano piuttosto ridotti gli inquinamenti e i reperti residuali. Proprio il tipo di contesto ha permesso la restituzione per questo periodo forme quasi completamente ricostruibili, e si sono potute includere anche classi ceramiche di lunga durata come le ingobbiate chiare e monocrome nel calcolo quantitativo. Dalla quantificazione di questi contesti (Fig. 109) emerge soprattutto limportante rilevanza della ceramica marmorizzata, con catini di produzione emiliana, o molto pi probabilmente di area appenninica. Continuano a rivestire un ruolo rilevante nella mensa di queste case i piatti in taches noires, associati ad alcune rare forme in terraglia nera, sempre di produzione albisolese. Scompaiono invece completamente le maioliche policrome con solo qualche eccezionale forma monocroma bianca. Tra le forme da mensa continuiamo a trovare i prodotti ingobbiati, nella versione monocroma o policroma, che finiscono per sostituire le produzioni graffite. Importante anche la presenza di forme da cucina, sia da fuoco che da dispensa, tra le quali prevalgono, sebbene non eccessivamente le pentole invetriate, accanto agli scaldini e ai tegami in slip ware e ai grandi catini in ceramica maculata. Come per il periodo precedente, anche in questo caso ci troviamo di fronte ad una produzione duso comune, sia per la cucina che per la mensa, molto diversificata nei rivestimenti e nelle forme, anche se con decorazioni affrettate, provenienti probabilmente dalle stesse fabbriche localizzabili in area appenninica. significativa lassenza della terraglia ad uso inglese, attestata nei riporti del XX secolo. Questo dato ci permette di datare questi contesti entro la met del XIX secolo, quando ancora i prodotti

136

SW IM MC

IP IM

IC TeN

TN Peso IF 0 100 200 300 400 Numero frammenti 500 600

Fig. 109 Quantificazione numerica della ceramica del periodo 7 (IF = invetriata da fuoco; TN = Taches noires; TeN = terraglia nera; IC = ingobbiata chiara; IM = ingobbiata monocroma; IP = ingobbiata policroma; MC = maculata; IM = marmorizzata; SW = slip ware)

invetriati di Albisola sembrano reggere la concorrenza delle economiche terraglie. In questo periodo si osserva unaccelerazione nellabbandono del castello, con la formazione di importanti crolli, ora coperti dalla vegetazione, e la sopravvivenza solo di alcune sporadiche abitazioni. Questo spiega anche la diminuzione quantitativa dei reperti rinvenuti. PERIODO 8 (XX SECOL O) Per il periodo 8 abbiamo solo materiali decontestualizzati, provenienti dai livelli formatisi sopra i crolli delle case e gli ultimi riporti agricoli, rimaneggiati dalle recenti opere di ristrutturazione. Non si ritiene quindi opportuno in questo caso presentare una tabella con la quantificazione dei reperti, nellimpossibilit di distinguere i rifiuti delle case abitate tra il XIX e il XX secolo, dai materiali residuali dei periodi anteriori. Risulta comunque significativa la comparsa della terraglia ad uso inglese, sia monocroma che decorata, in particolare con forme databili alla seconda met del XIX secolo. Queste ceramiche, insieme ad alcune sporadiche porcellane, provengono sicuramente dai corredi delle ultime case del castello, abbandonate nel corso del 1900. S.G. SONIA GOBBATO, LUCIA GIOVANNETTI

3.2 I NDAGINI ARCHEOMETRICHE SULLE CERAMICHE DEL CASTELLO DI G ORFIGLIANO (MINUCCIANO, L UCCA)
Su un gruppo piuttosto cospicuo di ceramiche provenienti dalla Garfagnana e pi precisamente dalle aree archeologiche del Castello di Gorfigliano (Fig. 111) e dellOspedale di Tea (Fig. 110), nel Comune di Minucciano (Lucca), si condotta una ricerca sugli impasti ceramici mediante analisi mineralogiche in sezione sottile al microscopio in luce polarizzata (Tav. 10). Le indagini sono state eseguite su sessantasei frammenti appartenenti a determinate tipologie ceramiche, comprendenti: grezze, depurate, maioliche arcaiche, graffite, ingobbiate, invetriate, marmorizzate e slip ware, inquadrabili cronologicamente tra il X ed il XVIII secolo. I risultati ottenuti hanno permesso di rilevare per gli impasti ceramici sei principali raggruppamenti minero-petrografici, che sono stati confrontati con la cartografia e bibliografia geologica ed in alcuni casi con campioni di sicura provenienza. In generale dai risultati emersi i raggruppamenti individuati, confortati anche dai dati archeologici, presentano caratteristiche mineralogiche riscontrabili con i sedimenti derivanti dal trasporto ed elaborazione dei materiali dellAppennino Tosco-emiliano.

137

Num 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11

Posizione stratigrafica e descrizione US 6 Fr. parete olla ceramica grezza calcite spatica US 3 Fr. parete forma chiusa ceramica grezza, "impasto sabbioso" US 3 Fr. orlo testo, calcite spatica US 515 Fr. parete brocca ceramica depurata, impasto 1 US 56 Fr. parete brocca ceramica depurata, impasto 2 US 505 Fr. parete brocca ceramica depurata, impasto 3 US 124 Fr. parete forma aperta, ceramica invetriata da fuoco US 502 Fr. orlo catino ceramica ingobbiata US 124 Fr. parete boccale "Maiolica Arcaica", impasto 1 US 10 Fr. parete boccale "Maiolica Arcaica", impasto 2 US 502 Fr. orlo ciotola "Maiolica Arcaica" monocroma

Cronologia XI -XIII XI-XII XI-XII XI-XII XI-XII XI-XII XIV-XV XVI-XVII XIV XIV-XV XV

Fig. 110 Catalogo dei campioni di materiali: Ospedale di Tea (Minucciano, Tea).

Num. 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66

Posizione stratigrafica e descrizione US 3525 Fr. orlo con tesa ciotola ceramica graffita a punta US 3507 Fr. orlo ciotola ceramica graffita a punta US 1103 Fr. tesa e corpo ceramica graffita a punta US 1116 Fr. tesa e corpo ceramica graffita a punta US 3507 Fr. parete boccale ceramica graffita a punta US 1116 Fr. parete boccale ceramica graffita a punta US 1116 Fr. parete ciotola ceramica graffita a punta US 1116 3 Fr. orlo piatto ceramica graffita a punta monocroma US 1116 Fr. orlo ciotola ceramica graffita a punta US 2101 Fr. fondo piatto ceramica graffita a fondo ribassato (decoro araldico) US 1116 Fr. orlo piatto ceramica graffita (decoro "fioraccio") US 3516 Fr. orlo ciotola ceramica ingobbiata, invetriata all'esterno US 1116 Fr. orlo ciotola ceramica ingobbiata, nuda all'esterno US 3507 2 Fr. fondo a disco ciotola ceramica ingobbiata monocroma nuda esterno US 3507 Fr. orlo ciotola ceramica ingobbiata monocroma, nuda esterno US 1190 Fr. orlo ciotola ceramica ingobbiata monocroma, anche all'esterno US 3507 Fr. orlo tegame? ceramica invetriata, nudo all'esterno US 3515 Fr. parete ciotola "maiolica arcaica" monocroma, invetriata all'esterno US 3515 Fr. orlo boccale "maiolica arcaica", schiarimento superficie? US rec. Fr. orlo "maiolica arcaica" forma aperta, invetriata all'esterno US 2104 Fr. boccale "maiolica arcaica", smalto all'interno US 1175 Fr. boccale "maiolica arcaica", invetriato all'interno US 1116 Fr. parete tegame invetriato, nudo all'esterno US 1103 Fr. fondo boccale invetriato, nudo all'esterno US 3505 Fr. parete forma chiusa "slip ware", invetriato all'interno US 1126 Fr. orlo testo ceramica grezza, calcite spatica US 1114 Fr. parete forma chiusa ceramica grezza, calcite spatica US 1131 Fr. parete forma chiusa ceramica grezza, calcite spatica US 1131 Fr. parete forma chiusa ceramica grezza, calcite spatica US 1205 Fr. fondo forma chiusa ceramica grezza, "impasto sabbioso" US 1126 Fr. parete forma chiusa ceramica grezza, calcite spatica US 1126 Fr. parete forma chiusa ceramica grezza, "impasto sabbioso" US 1131 Fr. parete forma chiusa ceramica grezza, "impasto sabbioso" US 3524 Fr. parete forma chiusa ceramica grezza bassomedievale US 1192 Fr. parete forma chiusa ceramica depurata US 1131 Fr. parete brocca ceramica depurata US 1126 Fr. parete brocca ceramica depurata US 1108 Fr. parete brocca ceramica depurata US 3202 Fr. orlo catino ceramica marmorizzata tarda US 2207 Fr. forma aperta ingobbiata monocroma US 2203 Fr. forma aperta ingobbiata monocroma US 3508 Fr. olletta in slip ware Rec. Fr. graffita a stecca US 2101 Fr. invetriata da fuoco US 1005 Fr. invetriata da fuoco US 1012 Fr. graffita policroma A US 2130 Fr. ingobbiata policroma A US 3501 Fr. graffita a stecca A US 2130 Fr. graffita policroma B US 2130 Fr. ingobbiata policroma B US 2201 Fr. marmorizzata B US 3507 Fr. graffita policroma C US 2201 Fr. ingobbiata policroma C US 2201 Fr. graffita a fondo ribassato C US 2101 Fr. graffita a fondo ribassato D

Fase 3c 7b 6b 6b 7b 6b 6b 6b 6b 6c 6b 5 6b 7b 7b 5 7b 5a 5a 8a 5a 6b 6b 7b 2 6b 3b 3b 3a 2 2 3b 3c 3c 3b 2 6b 7a 8a 8a 7b 6c 6b 6b 6c 8a 6c 6c 6c 7b 6c 6c 6c

Fig. 111 Catalogo dei campioni di materiali: Castello di Gorfigliano (Minucciano, Tea).

138

In particolare per il gruppo primo, si rilevato un impasto fine caratterizzato da argille ferriche alluvionali con abbondanti lamine micacee. Una maggior suddivisione ha consentito di individuare quattro sottogruppi, che si discostano per lievi differenze mineralogiche. Il confronto con campioni ceramici di sicura provenienza pisana (1), ha consentito per il sottogruppo A) di trovare una stretta analogia dimpasto. Per i restanti sottogruppi non si esclude, in base anche alle tipologie ceramiche, una provenienza emiliana, in particolare dalla pianura modenese, dove sono presenti nei sedimenti ferrettizzati minerali derivanti dalle argille appenniniche, ricche soprattutto in illite, con componenti non argillosi costituiti in prevalenza da quarzo, con feldspati accessori e talora con calcite e dolomite in tracce ( BERTOLANI et alii 1982; PALMONARI et alii 1974). Il secondo gruppo si differenzia prevalentemente dal I per la massa di fondo illitica; in particolare il sottogruppo B presenta abbondanti granuli residuali dorigine metamorfica, che, in sintonia con i dati archeologici, non esclude zone limitrofe allarea della Garfagnana. Il terzo gruppo caratterizzato prevalentemente da abbondanti cristalli di quarzo e granuli dorigine metamorfica, pu trovare riscontro con le argille ferriche alluvionali presenti allo sbocco in pianura della Valle del Serchio, nellarea di Lucca. Il quarto gruppo si differenzia nettamente dai restanti raggruppamenti per la massa di fondo prevalentemente carbonatica, che trova corrispondenze con i depositi lacustri o marini, presenti in aree costiere, ma non troppo distanti dagli apporti terrigeni fluviali; troverebbe inoltre similitudine anche con gli scarti di fornace di Forl, Ferrara e Rimini (DAMBROSIO, M ANNONI, SFRECOLA 1986). Il quinto gruppo rappresentato da calcite macinata che pu essere messa in relazione con i marmi triassici presenti nelle Alpi Apuane, che costituiscono il primo tratto dellAntiappennino tirrenico nella Toscana nordoccidentale (province di Massa-Carrara e Lucca). Il Campione 17 si discosta dai restanti gruppi per la presenza di grossolani calcari arrotondati ed attualmente risulta molto problematico, senza una corrispondenza con campioni di sicura provenienza, suggerire precise aree dapprovvigionamento, basandosi solo sui dati analitici. La ricerca preliminare condotta su un numero piuttosto consistente di ceramiche di differenti tipologie e prodotte in un ampio periodo cronologico, non certamente da considerarsi conclusa. Allo stato attuale lo studio ha fornito significativi raggruppamenti mineralogici, che in alcuni casi, mediante il confronto con campioni dattribuzione certa, ha suggerito possibili aree di

provenienza. Risulta indispensabile quindi, data anche lestensione del territorio in esame, con aree geologicamente omogenee, la realizzazione di unampia banca dati, mediante limpiego dulteriori analisi complementari di tipo chimico e mineralogico su scarti di fornace e campioni di sicura provenienza, alfine di caratterizzare e confrontare con maggior precisione gli impasti ceramici. Gruppo I
A) Impasto con granulometria fine e ben classata di dimensioni medie 0,08 mm, caratterizzato da granuli di origine metamorfica (-), selce (- -), quarzo (++), feldspati (-); la massa di fondo ricca di ossidi di ferro ed abbondanti lamine fini di muscovite e poca biotite. Talora presente poca chamotte rossa. Campioni: 6 7 10 19 46 64 65 B) Impasto con granulometria fine di dimensioni medie 0,08 mm; si osservano pochi granuli pi grossolani di 0,15 mm, di quarzo (+), feldspati (+); la massa di fondo contiene ossidi di ferro ed abbondanti lamine fini di mica (Tav. 10, Foto 1) Campioni: 8 14 18 (presenta un ingobbio con abbondanti cristalli silicei e lamine micacee, spesso 0,06 mm ed un rivestimento vetroso spesso 0,05 mm) 20 (presenta un ingobbio con abbondanti cristalli silicei, spesso 0,10 mm ed un rivestimento vetroso spesso 0,07 mm) 22 23 (presenta un ingobbio con abbondanti cristalli silicei, spesso 0,16 mm ed un rivestimento vetroso spesso 0,06 mm) 25 26 - 30 31 (presenta un rivestimento a smalto, opacizzato con biossido di stagno, spesso 0,14 mm) 32 (presenta un rivestimento a smalto, opacizzato con biossido di stagno, spesso 0,10 mm) 33 57 58 59 60 -) massa di fondo ferrico-carbonatica e granulometria del dimagrante pi fine Campioni: 21 (presenta uno strato di ingobbio micaceo con cristalli silicei spesso 0,10 mm ed una vetrina discontinua spessa 0,08 mm) 62 63 C) Impasto depurato con pochi cristalli silicei; la massa di fondo contiene ossidi di ferro ed abbondanti lamine di muscovite e biotite di dimensioni finissime. Campioni: 12 (presenta un ingobbio con abbondanti cristalli silicei spesso 0,37 mm ed un rivestimento vetroso spesso 0,24 mm) 15 (presenta un ingobbio con abbondanti cristalli silicei spesso 0,18 mm ed un rivestimento vetroso spesso 0,07 mm) D) Impasto con granulometria ben classata di dimensioni medie 0,20 mm, caratterizzato da quarzo (+), feldspati (-); la massa di fondo ricca di ossidi di ferro ed abbondanti lamine di muscovite e biotite di dimensioni medie e fini (Tav. 10, Foto 2). Campioni: 11 13 (Tav. 10, Foto 3, presenta un ingobbio con abbondanti cristalli silicei spesso 0,22 mm ed un rivestimento vetroso spesso 0,12 mm) 16 27 (presenta un ingobbio micaceo con cristalli silicei spesso 0,16 mm ed un rivestimento vetroso spesso 0,10 mm) 28 29 (presenta un rivestimento a smalto, opacizzato con biossido di stagno, spesso 0,14 mm) 50 61 66

139

Gruppo II
A) Impasto con granulometria di dimensioni medie 0,10 mm, con pochi clasti di dimensioni 0,5 mm, caratterizzato da granuli di origine metamorfica (-), quarzo (+), feldspati (-), chamotte (-); la massa di fondo illitica (Tav. 10, Foto 4). Campioni: 24 54 B) Impasto con granulometria di dimensioni medie 0. 15 mm, caratterizzato da granuli di origine metamorfica (+), quarzo (+), feldspati (-); la massa di fondo illitica. Campioni: 41 43 44 53

mm, caratterizzato da granuli di origine metamorfica (-), calcari grossolani arrotondati (+), quarzo (+), feldspato (+); la massa di fondo contiene ossidi di ferro. Campione: 17

GIULIO P REDIERI*, S ERGIO SFRECOLA*

3.3 I METALLI
Il repertorio degli oggetti in metallo, restituiti dallo scavo del castello di Gorfigliano, conta un totale di oltre 360 pezzi. Dal punto di vista quantitativo si annota unalta percentuale (oltre il 96%) di reperti in ferro, rispetto alluso limitato di leghe di rame od altri metalli, e ci, a causa dellelevato grado di ossidazione di tale materiale, comporta lalta frammentazione degli oggetti, molti dei quali restano tipologicamente non identificabili. Per quanto riguarda la divisione funzionale i reperti metallici del castello di Gorfigliano, cos come comunemente avviene per i contesti di abitato, si caratterizzano per la vastit delle funzioni rappresentate (vedi Fig. 114); tuttavia il carattere peculiare del sito, che vede una lunga continuit di vita, fa s che il corredo degli oggetti in metallo restituito dallo scavo sia abbastanza povero e, per certe categorie funzionali addirittura assente o rappresentato da pochi pezzi sporadici. chiaro che in assenza di abbandoni repentini, o comunque definitivi, la gran parte degli oggetti in metallo che in ogni caso possiede un alto potenziale di riutilizzo, quali manufatti, o in ultimo come materia prima sia rimasta in uso. Questidea interpretativa, che d ragione dello scarso numero di attestazioni riguardanti gran parte delle categorie funzionali, pu esser ritenuta valida tanto per gli strumenti duso in ferro, per i quali sono la continuit funzionale delle tipologie morfologiche e spesso le grandi dimensioni degli oggetti a giocare a favore del riutilizzo del manufatto, quanto per i piccoli elementi dornamento e di vestiario in lega di rame o in metallo prezioso, sui quali la ricchezza del materiale costituente o la particolarit della forma (decori, trattamenti superficiali etc.) pu risultare basilare nello spiegare linnescarsi di una sorta di tesorizzazione del bene. Ritengo, dunque, si possa a ragione ipotizzare che, durante il lungo arco cronologico di vita dellinsediamento, nelle
* Laboratorio Analisi Ricerche Archeometriche (LARA, Genova). Si ringrazia la Dott.ssa F. Grassi che ha contribuito alla ricerca fornendo due campioni ceramici di sicura produzione pisana (Brocca pisana, Rocca San Silvestro seconda met XIII sec.; Maiolica Arcaica, Castello di Donoratico fine XIV secolo).

Gruppo III
A) Impasto con granulometria di dimensioni medie 0,20 mm, caratterizzato da granuli di origine metamorfica (+), quarzo (-), feldspati (+); la massa di fondo contiene ossidi di ferro. Campioni: 34 47 48 49 B) Impasto con granulometria di dimensioni medie 0,40 mm, caratterizzato da granuli di origine metamorfica (+), quarzo (+), feldspati (-); la massa di fondo contiene abbondanti ossidi di ferro, con lamine fini di mica (Tav. 10, Foto 5). Campioni: 2 9 35 36 45 55 56 C) Impasto con granulometria fine di dimensioni medie 0,1 mm, classazione sufficiente, caratterizzato da quarzo (+), feldspati (-); la massa di fondo contiene abbondanti ossidi di ferro, con lamine fini di mica (Tav. 10, Foto 6). Campioni: 4 5

Gruppo IV
Impasto con granulometria molto fine di dimensioni medie 0,05 mm, caratterizzato da calcari (-) e quarzo (++); la massa di fondo carbonatica con lamine di muscovite e biotite di fini dimensioni (Tav. 10, Foto 7). Campioni: 51 (presenta un ingobbio, parzialmente vetrificato, con pochi cristalli di quarzo spesso 0,18 mm ed un rivestimento vetroso spesso 0,12 mm) 52 (presenta un ingobbio, parzialmente vetrificato, con pochi cristalli di quarzo spesso 0,20 mm ed un rivestimento vetroso spesso 0,10 mm)

Gruppo V
Impasto con granulometria grossolana di dimensioni medie 1,25 mm, caratterizzato da calcite macinata; la massa di fondo birifrangente con finissime lamine di muscovite e biotite (Tav. 10, Foto 8). Campioni: 3 37 -) massa di fondo annerita. Campioni: 1 38 39 40 42

Gruppo VI
Impasto con granulometria fine di dimensioni medie 0.18 mm con pochi granuli di dimensioni medie 1,0

140

fasi medievali, come in quelle posteriori il medioevo, le unit abitative siano state letteralmente ripulite da tutto ci che in qualche modo poteva essere ancora utilizzato. Non a caso, infatti, gli oggetti pi rappresentati risultano quelli legati alle strutture abitative, quali i chiodi, i ganci, i serramenti e altri elementi da applicazione a funzione specifica non definibile, ma comunque probabilmente assemblati a parti di arredo o di infissi. Il dato appena descritto limita considerevolmente lanalisi funzionale degli spazi indagati e non permette di esaminare a pieno leconomia di consumo nelle diverse fasi cronologiche dellinsediamento. Inoltre, la scarsit di strumenti duso, sia domestico sia artigianale non permette dindividuare specifiche attivit lavorative allinterno del castello e, anche per quanto riguarda in particolare gli strumenti artigianali, il repertorio dei metalli non fornisce elementi determinanti per la definizione dello strumentario riguardante le successive fasi di cantiere edile. Infine, sempre rimanendo allosservazione delle assenze, si sottolineano altri due elementi fondamentali; da una parte la completa assenza di manufatti riferibili alle attivit agricole, che nellambito del castello di Gorfigliano, credo rappresenti unulteriore prova di quanto ipotizzato sopra; dallaltra lattestazione esclusivamente sporadica di armi di tipo medievale, che figura quale anomalia nel panorama dei repertori di castelli, i quali, per quanto spesso in territori non interessati da eventi bellici, in genere, almeno nelle fasi bassomedievali, ospitano una guarnigione di armati. Dal punto di vista cronologico, come spesso avviene per i manufatti metallici, anche in riferimento ai medesimi fenomeni di riutilizzo, si nota una forte residualit. Infatti, per quanto gran parte del materiale provenga dai livelli associabili alle fasi posteriori al XVI secolo, si percepisce abbastanza chiaramente la presenza di oggetti relativi a contesti medievali o tuttal pi quattrocenteschi, sebbene la stessa continuit tipologica di determinati manufatti ostacoli la netta quantificazione dei reperti residui. Del resto circa questa problematica i contesti stratigrafici e le associazioni a materiale ceramico forniscono un elemento basilare per la datazione di parte del repertorio. In particolare una maggiore percentuale di residualit si attesta nelle stratigrafie di riporto relative alle risistemazioni agricole del XVII e del XIX secolo e nelle stratigrafie recenti. Considerando il fattore residualit, si ottiene una distribuzione pi uniforme delle attestazioni, nelle varie fasi del sito, per quanto si constati comunque una debole presenza di restituzioni nelle fasi curtensi dellinsediamento, databili anteriormente al X secolo. Questultimo dato deriva sicuramente in parte dal carattere dello scavato che si limita ad

unarea pi ristretta rispetto ai saggi relativi alle fasi successive, ma in parte da un fattore legato alla produzione metallurgica, sia oggetti che materia prima, la quale, fino allXI secolo, rimane vincolata ad ambiti territoriali ristretti e a modesti livelli tecnologici, oltre che orientata in gran parte alla produzione di metallo monetabile. Tale dato, inoltre, si allinea perfettamente con quanto comunemente attestato nei contesti di abitato in gran parte dellambito territoriale toscano. Poste queste premesse, ci si accosta al materiale di Gorfigliano con lintenzione di presentare in forma completa i reperti identificabili, seguendo la scansione dei contesti cronologici di ritrovamento. PERIODO I Come abbiamo gi accennato sopra, le capanne individuate nellarea sommitale dellinsediamento hanno restituito una modestissima quantit di reperti in metallo, pari circa all1% del totale dei metalli. Si tratta di quattro piccoli oggetti per lo pi frammentari, restituiti dai livelli di vita e di abbandono della capanna 1. In particolare dal livello duso (1142) provengono due frammenti non identificabili in ferro, mentre dalle stratigrafie di abbandono (11461150) provengono un chiodo in ferro e una lamina di applicazione in lega di rame frammentaria e tipologicamente non identificabile. PERIODO II (Fig. 112) Nel X secolo, periodo relativo alla costruzione del castello in pietra, le attestazioni di manufatti metallici crescono considerevolmente, anche tenuto conto delle dimensioni dellarea scavata. Dai livelli di vita (1126-1138) di una delle strutture individuate nellarea sommitale proviene un modesto corredo contenente 20 oggetti in ferro. In tale gruppo di reperti, oltre ai chiodi, spicca la percentuale abbastanza elevata degli elementi relativi al cavallo, costituiti da 3 chiodini da ferratura (n. 1) riferibili al tipo con testa a chiave di violino32 e da un ferro di cavallo (n. 2) con bordi a profilo lineare, con estremit prive di tacco33. Insieme ai chiodi di medio-piccole dimensioni, pro-

32. Il tipo a chiave di violino in genere si associa agli esemplari pi antichi di ferri da cavallo e da mulo ed spesso lunico tipo attestato fino al X secolo e comunque il tipo di riferimento anche per lXI e il XII secolo, quando cominciano ad entrare in uso le forme pi semplici a testa rettangolare. Per alcuni confronti in ambito toscano vedi BELLI 2002, p. 149 e BELLI 2003, pp. 59-60. 33. Non si attestano a Gorfigliano i ferri da cavallo con bordi a profilo ondulato, i quali costituiscono la morfologia relativa ai primi secoli medievali, associata ai chiodini a chiave di violino.

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Fig. 112 Reperti metallici rinvenuti nel castello di Gorfigliano (periodi 2-5).

babilmente da riferire a parti di mobilio o di infissi anche lelemento di serratura (n. 3), costituito da un boncinello articolato a un gancio a cerniera34. Fra lo strumentario si attesta esclusivamente un frammento di lama di coltello (n. 4), con dorso diritto e taglio parallelo. Purtroppo la frammentazione del pezzo non permette di distin-

guerne il tipo di immanicatura, tuttavia le medie dimensioni e la forma elementare della lama conducono ad ipotizzarne una funzione polivalente e comunemente usato nelle attivit domestiche. PERIODO III (Fig. 112) La fase del pieno bassomedioevo, individuata in unarea estesa anche alle parti sottostanti il pianoro sommitale, non ha restituito una quantit di oggetti sufficiente allanalisi dei corredi relativi alle abitazioni. Si tratta di 20 reperti, fra i quali spicca

34. Si tratta di un sistema di chiusura comunemente usato sia in associazione ad una vera e propria serratura, sia, da solo, per la chiusura di mobili.

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lalta presenza di oggetti in ferro che rappresentano il 95% del totale. Per quanto riguarda la generale distribuzione dei reperti larea sommitale ha restituito un totale di 11 elementi, provenienti da tutte e tre le fasi di costruzione, vita ed abbandono delle strutture individuate, larea 3000 ha restituito esclusivamente 3 reperti provenienti dalle fasi di costruzione e di abbandono delle strutture, mentre larea 2000 ha restituito 6 chiodi associabili esclusivamente ai livelli di abbandono. Tali reperti forniscono pochi indizi riguardo la funzione delle strutture indagate, tuttavia luso abitativo sia della struttura individuata sullarea sommitale, sia di quella situata nel borgo recato in traccia da alcuni oggetti particolari. Dal piano duso (1205) e dai livelli di abbandono (1192) di uno degli ambienti individuati sullarea sommitale, oltre a numerosi chiodi di medio-piccole dimensioni, abbinabili allarredo della casa, provengono due fibbie entrambe riferibili al vestiario della persona. La prima (n. 7) frammentaria, in ferro, di medie dimensioni e di forma rettangolare, con staffa con traversa superiore a sezione rettangolare, ardiglione non conservato. Si tratta di una morfologia elementare, a carattere polifunzionale, ma comunemente usata per la chiusura di cinture di cuoio. La seconda (n. 8) una fibbia di piccole dimensioni, in lega di rame, di forma rettangolare, con traverse laterali a sezione circolare e traversa superiore spessa, trattata con decoro a linee incise, lardiglione non si conserva. In genere questo tipo prevede larticolazione ad una placchetta doppia, passante, la quale veniva applicata a cuoio con rivetti o cucita su stoffa. Le piccole dimensioni dellesemplare fanno ipotizzare un uso su calzature o su piccoli lacci da vestiario. La morfologia del tipo rimanda ad un ambito cronologico di XIII secolo (BELLI 1997-98, p. 237, tipo 10c; GAMBARO 1990, pp. 400-401, tav. XIV, n. 69) Dalla casa del borgo nord (area 3000) provengono i due oggetti frammentari (n. 6), in ferro, di applicazione a supporti lignei o di assemblaggio a strumenti domestici35. PERIODO IV (Fig. 112) La scarsit di restituzioni relative alla fase databile ai secoli XV-XVI deriva in parte dal carattere dello scavato che si identifica in unampia attivit di interventi edilizi, ai quali, spesso, non si asso-

ciano i relativi contesti di vita. Come abbiamo accennato nella parte introduttiva, le ampie stratigrafie di cantiere, che in questa fase sono sostanziali, non hanno comunque restituito strumenti metallici particolari. Fra i 6 oggetti in ferro riferibili alla fase e provenienti perlopi dallarea 3000, oltre ai chiodi, si sottolinea la presenza di un ferro di cavallo (n. 11), frammentario e di una grappa (n. 10) da legno della quale rimane comunque difficile identificare la funzione specifica. PERIODO V (Fig. 112) Nel XVII secolo le attestazioni di manufatti metallici crescono sensibilmente. Alla fase si attribuisce un totale di 60 manufatti, restituiti in maggior parte (46 attestazioni) dalle stratigrafie di abbandono e di risistemazione agricola dellarea 2000. Per quanto solo una minima parte di oggetti possa essere attribuita ad un ambito cronologico certo e ristretto, si pu comunque ipotizzare che il gruppo contenga una considerevole quantit di reperti associabili al corredo tardo medievale delle case. Purtroppo lalta frammentazione dei pezzi comporta unelevata percentuale di non identificabili. Fra gli oggetti in ferro si contano 36 chiodi (n. 12) di varie dimensioni, attribuibili in minima parte alla travatura e in massima parte allarredo. Abbastanza ben attestato risulta ancora luso del cavallo, con unalta presenza di chiodini da ferratura (n. 13) del tipo a testa alta, rettangolare, forma che gi dalla fine dellXI secolo si affianca al tipo con testa a chiave di violino, diventando la pi comunemente usata dai secoli centrali del bassomedioevo. Lo strumentario domestico attestato in minima parte da vari ganci, fra cui un gancio ad uncino (n. 14) a funzione specifica non definibile36, mentre si sottolinea la presenza di alcuni elementi di chiusura e di applicazione riferibili al vestiario. Fra le fibbie, lunica integra (n. 15) e tipologicamente identificabile di medie dimensioni, in ferro con staffa di forma pressoch esagonale, a sezione circolare, ispessita in corrispondenza della traversa superiore, e ardiglione avvolto. Si tratta ancora una volta di una morfologia elementare, difficile da ancorare ad una cronologia definita e ad una funzione specifica determinata. Sempre parte di abbigliamento sono i bottoni (nn. 17, 18), in lega di rame. Il primo del tipo globulare, con picciolo sommitale per lapplicazione, prodotto tramite la saldatura di due semisfere cave, forma comunemente attestata dal XIII secolo, soprattutto nellabbigliamento femminile, dove in genere usato per la chiusura o

35. Il n. potrebbe essere una fascetta dapplicazione come un frammento di manico di un qualche strumento o contenitore e anche il n. potrebbe riferirsi sia allapplicazione a mobilio, sia ad un frammento di immanicatura di coltello.

36. In genere questi ganci sono utilizzati come perni di snodo per la sospensione di strumenti tramite catene.

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anche il semplice decoro (nei tipi a bubbolino) delle vesti in corrispondenza degli avambracci e delle spalle37. Il secondo, che conserva la sola semisfera superiore, con il picciolo dapplicazione, rappresenta una variante del tipo precedente, probabilmente di passaggio dalla forma globulare al bottone schiacciato, che viene pi comunemente usato dalla fine del medioevo38. La frammentazione del pezzo non permette lidentificazione certa della placca in ferro (n. 19), la quale, tuttavia, sia per la sezione leggermente bombata, sia per la presenza di quattro rivetti di applicazione a testa piatta, potrebbe riferirsi ad unarmatura in piastra del tipo della corazzina39, interpretazione che, anche a fronte della minima presenza di armi nel contesto totale del castello, va comunque presa con cautela. PERIODO VI (Fig. 113) I 90 reperti metallici restituiti dal periodo VI, databile al XVIII secolo, si distribuiscono abbastanza uniformemente fra larea sommitale e larea 2000, mentre le case dellarea 3000 hanno restituito solo una minima parte di pezzi. I reperti dellarea sommitale provengono dai livelli di cantiere funzionali alla ricostruzione della torre, mentre il gruppo degli oggetti restituiti dallarea 2000, si associa alla fase di risistemazione agricola e contiene un certo numero di residui. Gli unici reperti funzionalmente riferibili al cantiere dellarea sommitale sono 24 chiodi in ferro, perlopi di medie dimensioni, due ganci ad L (n. 20), di piccole dimensioni, un anello di catena, in ferro, di forma circolare (n. 22) e un oggetto di non chiara identificazione (n. 12), simile ad una pinza, ma probabilmente funzionale quale grappa da legno. Sempre dalle stratigrafie di cantiere dellarea 1000, inoltre, provengono quattro fibbie, di cui tre in ferro e una in lega di rame, ed una chiave. La fibbia n. 6, in ferro, di medie dimensioni, con staffa di forma ovale e traversa di base diritta rappresenta un tipo a lunga continuit di vita e a funzione polivalente, ma perlopi associabile alla chiusura dei lacci da cintura. La stessa forma si ritrova

37. Per alcuni confronti in ambito toscano vedi: AMICI 1986, tav. 5, nn. 8-14; AMICI 1989, p. 469, tav. XIX, n. 25; BELLI 1997-98, tav. XXX, n. 1-2; BELLI 2002, tav. 14, n. 1; BELLI 2004, tav. 1, n. 1; BUERGER 1975, pp. 207-208, fig. 12; CIAMPOLTRINI 1984, pp. 304-306, figg. 9-10; VANNINI 1985, p. 468. 38. Per un confronto vedi LEBOLE DI GANGI 1993, p. 471, tav. 5, n. 43. 39. Per le armature in piastra vedi i lavori di Mario Scalini, fra cui, fra i pi recenti quello riguardo alle corazzine provenienti dalla Rocca di Campiglia Marittima: S CALINI 2004.

nellesemplare, n. 8, sempre in ferro, ma di pi piccole dimensioni, usato probabilmente per le calzature. Il medesimo uso si pu abbinare alla piccola fibbia in lega di rame (n. 9), con staffa circolare, filiforme, frammentaria e priva di ardiglione, mentre lesemplare n. 2, in ferro, di medie dimensioni, ma di forma pi massiccia pu riferirsi tanto al vestiario, quanto alla bardatura del cavallo40. Luso del cavallo altres attestato dalla presenza di due chiodini da ferratura del tipo a testa rettangolare (n. 3). La chiave n. 17 in ferro, del tipo bernarda, con presa ad anello, canna a sezione quadra ed ingegno rettangolare asimmetrico. Le medie dimensioni del pezzo e il tipo di ingegno fanno ipotizzare un uso su una parte di mobilio. I manufatti provenienti dalle stratigrafie di riporto per le sistemazioni agricole dellarea 2000 recano la traccia di un corredo domestico abbastanza completo, costituito da ganci (es. n. 21), da elementi di serratura (chiave, serratura e cardine; nn. 16, 18, 19) da porta e da strumenti domestici (nn. 13, 14, 15). Fra questi si sottolinea la presenza di due coltelli, uno frammentario di medie dimensioni, usato probabilmente per la mensa ed uno di grandi dimensioni, del tipo con immanicatura ad innesto, con codolo rastremato a sezione quadra, impostato in linea col taglio e lama triangolare. Le dimensioni delloggetto e la particolare posizione del manico rispetto alla lama informano sulluso del coltello, atto alla battitura, pi che al taglio e dunque probabilmente funzionale alla macellazione e preparazione delle carni. Sono inoltre ancora documentati elementi di ferratura riferibili a muli (ferri n. 4), elementi di vestiario, quali la fibbia rettangolare n. 7, in ferro, a carattere polivalente e la piccola placchetta di applicazione n. 10, in lamina di lega di rame, abbinabile al decoro di vesti o cinture41. Particolare la presenza di un frammento di cuspide di freccia (n. 5), di cui si conserva esclusivamente la gorbia, le quali dimensioni fanno ipotizzare che si tratti di un tipo abbastanza massiccio, probabilmente usato su frecce da balestra. Fra i pochi reperti attribuibili alla fase 6e, di costruzione di un nuovo ambiente, nellarea 3000, si sottolinea il rinvenimento di una punta di trapano (n. 11), di medie dimensioni, con corpo a sezione circolare, proveniente dallo strato di vita (US 3216) dellambiente 2.

40. Per un confronto vedi C OLARDELLE-V ERDEL 1993, fig. 147, n. 9. 41. Per un confronto vedi DMIANS D ARCHIMBAU D 1980, p. 511, tav. 476, n. 15.

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145

Fig. 113 Reperti metallici rinvenuti nel castello di Gorfigliano (periodi 6-8).

Categorie funzionali chiodi strutture serramenti domestico coltelli artigianale agricolo cavallo armi applicazioni vestiario ornamento persona NON ID. Totale periodo

P1 1 1 2 4 (1.09%)

P2 8 1 1 4 2 4 20 (5.46%)

P3 14 1 2 3 20 (5.46%)

P4 4 1 1 6 (1.63%)

P5 36 6 2 2 6 8 60 (16.39%)

P6 56 7 1 1 3 8 1 2 7 3 90 (24.59%)

P7 18 2 2 1 3 26 (7.10%)

P8 116 1 2 6 1 2 6 134 (36.61%)

Totale categoria 253 2 8 3 3 5 27 3 8 17 29 366

Fig. 114 Tabella distributiva dei reperti metallici rinvenuti nel castello di Gorfigliano.

PERIODO VII (Fig. 113) Il periodo VII non conta molti esemplari (totale 26), tuttavia i livelli di abbandono delle case del borgo restituiscono alcuni oggetti riferibili al corredo domestico, fra i quali, oltre ad alcuni frammenti in ferro di lamine non chiaramente identificabili (n. 27), ma forse funzionali allapplicazione a mobilio, si sottolinea la presenza di una forchetta (n. 25) in lega di rame e di una lucerna (n. 26) in lamina. Dalle stratigrafie, invece riferibili alla fase 7b di risistemazione agricola provengono 14 elementi in ferro, molto frammentati, costituiti da chiodi di medie dimensioni, da un frammento di ferro di cavallo o di mulo (n. 24) e da piccoli frammenti non identificabili. Periodo VIII (Fig. 113) Con 134 attestazioni, le stratigrafie recenti costituiscono il periodo di maggior restituzione di materiale metallico, anche se, dal punto di vista funzionale, i reperti relativi a tale fase abbracciano un numero abbastanza basso di categorie funzionali. Col crescere delle attestazioni, infatti, cresce considerevolmente anche il numero dei chiodi, che, nel gruppo, rappresenta circa l86,5% del totale. Tralasciando la presenza sporadica di elementi da ferratura e di piccoli frammenti riferibili in generale allarredo delle case, il repertorio si caratterizza per quattro oggetti fondamentali. In primo luogo si attesta la presenza di una cuspide di freccia (n. 31), sicuramente residua, in quanto riferibile ad un tipo abbastanza comune nel periodo bassomedievale e caratterizzato da un corpo molto lungo e affusolato (nel nostro caso frammentario), indistinto dalla gorbia avvolta, e ben separato tramite una strozzatura dalla punta piramidale a sezione triangolare. Tale morfologia a corpo sottile rendeva queste cuspidi praticamente inefficaci contro un armamento difensivo in placche di ferro e questo rappresenta la ragione principale della pressoch comune caduta in disuso

del tipo nel corso del XIV secolo (DE LUCA , F ARINELLI 2002).

Gli altri tre elementi caratterizzanti del repertorio sono strumenti artigianali. Col numero 33 si identifica una raspa di medie dimensioni con corpo a sezione triangolare ed immanicatura a codolo stretto, mentre il numero 34 rappresentato da uno scalpello, abbinabile alla lavorazione del legno e costituito da un corpo a sezione quadra con terminazione superiore rastremata, atta allimmanicatura su di un manico ligneo. Loggetto n. 32, sempre in ferro, una sorta di raschietto o, data la profondit dei denti, pettine da lana; la parte superiore prevede una immanicatura su manico ligneo a rivetti, per i quali si conservano due fori. MADDALENA BELLI

3.4 I REPERTI NUMISMATICI


I reperti numismatici rinvenuti sino ad oggi nel Castello di Gorfigliano permettono di formulare solo alcune considerazioni generali, che devono tenere conto della relativa esiguit del numero di pezzi rinvenuti, oltrech del tipo di giacitura nella quale le monete sono state trovate durante le operazioni di scavo. Tutti gli esemplari, ad eccezione dellottolino di Pavia, sono stati infatti scoperti durante la rimozione stratigrafica di depositi formatisi tramite operazioni di riporto artificiale di terreno: erano dunque in giacitura secondaria e mescolati a materiali di differente cronologia (Fig. 115). In casi come questi la moneta perde parte del suo valore informativo sia dal punto di vista del post quem cronologico (rappresentato dalla data della sua emissione e messa in circolazione), sia per quanto riguarda la migliore cognizione delle dinamiche che hanno portato questi oggetti ad essere immobilizzati nel deposito antico e dei pro-

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US Contesto 1126 Fase 2 (fine X-XI sec.), livello d'abbandono dell'ambiente 1 1170 Fase 6b (2a met XVIII sec.), livello di riporto realizzato alla fine dei lavori di ricostruzione della torre 1237 Fase 8a (2a met XX sec.), livello di formazione in occasione dei restauri recenti della chiesa di Gorfigliano 3501 Fase 8a (2a met XX sec.), livello di formazione in occasione dei restauri recenti della chiesa di Gorfigliano 3507 Fase 6c (XIX sec.), strato di riporto di terreno agricolo disposto sopra abbandono delle strutture rinascimentali

Zecca, autorit Pavia, Ottone III Massa di Lunigiana, Alberico I Cybo Mal. Principe I di Massa Milano, Maria Teresa dAustria Bologna, anonima pontificia Ferrara, anonima attr. a Niccol II

Nominale Denaro Duetto o Da 2 quattrini Soldo

Metallo Argento Mistura

Datazione 983-1002 1596

Rame

1777

Quattrino

Mistura

2a met XIV1a met XV sec. Fine XIV secolo

Quattrino

Mistura

Fig. 115 Le monete rinvenute con lo scavo archeologico del sito.

cessi formativi del deposito stesso (STHAL 1989, SUCHOLDOSKI 1998). Tuttavia, anche in tali situazioni le monete portate alla luce con lo scavo possono offrire informazioni interessanti e contribuire a ricostruire il quadro della circolazione monetaria nellarea in oggetto nei secoli compresi tra il X e il XVIII secolo. Anzitutto colpisce lassenza di nominali di zecche molto importanti e vicine al sito di ritrovamento. Per il momento infatti non sono state rinvenute monete di Lucca, n di Pisa o di Genova. Tutti gli esemplari medievali di Gorfigliano provengono da localit delloltregiogo appenninico e possono testimoniare i contatti di questarea con la Garfagnana ed in particolare la posizione del castello, che doveva trovarsi presso una delle vie di collegamento tra la Tuscia e lItalia padana. A tale proposito interessante la presenza del denaro pavese, che daltro canto sembra confermare la circolazione della monete di questa zecca in Garfagnana gi testimoniata dal ritrovamento di un altro esemplare analogo, avvenuto presso il Castello di Colle la Formicola nel 1930 (ROSSI 1998, p. 372). Altre attestazioni di denari pavesi si hanno anche in aree limitrofe come in alcune localit della Lunigiana (ad esempio sul Monte Liberio, GALLO 2002, p. 339). Il dato non sorprendente se si pensa che i denari pavesi, insieme con i coevi lucchesi, fino al XII secolo rappresentarono le principali monete di zecca italiana circolanti nellItalia centro-settentrionale. Anche se vero che in questa zona i tipi monetali documentati archeologicamente, che di solito accompagnano le fasi di incastellamento (XIXII secolo), sono rappresentati da denari di officina lucchese, non bisogna scordare che i pavesi, soprattutto sino alla fine dellXI secolo, circolarono liberamente insieme alle monete della citt del Volto Santo. Sia la documentazione archivistica, sia quella archeologica infatti confermano la penetrazione del denaro pavese anche nelle zone meridionali della penisola fino dalla prima et ottoniana (vedi ROVELLI 1995, p. 83-86). Solo le svalutazioni del XII secolo, accompagnate dallaper-

tura di nuove zecche in ambito interregionale, ridussero la moneta pavese ad essere usata nei mercati locali, come del resto avvenne tra la fine del XII ed il XIII secolo anche alla produzione monetale di Lucca (HERLIHY 1974; BALDASSARRI 2000). I rinvenimenti noti ed in particolare i ripostigli, comunque, confermano una lunga durata di circolazione per gli ottolini del X secolo, che di frequente si trovano immobilizzati, e per ci ancora in corso, con esemplari battuti da altre zecche italiane posteriormente al 1150 (ROVELLI 1995, pp. 8889). Abbastanza comune il ritrovamento dei quattrini ferrarese e bolognese, entrambi databili tra la fine del XIV secolo e gli inizi di quello successivo, che sembrano avere avuto unabbondante produzione ed una circolazione piuttosto ampia in tutta lItalia centro-settentrionale. Nelle zone pi circoscritte della Lunigiana e della Garfagnana deve aver circolato il duetto (corrispondente ad un terzo di bolognino) fatto coniare da Alberico I Cybo Malaspina posteriormente alla sua elevazione a Principe di Massa. Secondo le ipotesi ricostruttive di Ricci questo nominale rientrerebbe tra le monete di Alberico appartenenti al terzo ed ultimo periodo di emissione (1593-1618), secondo lo studioso caratterizzato da una certa ripresa dellattivismo albericiano in fatto di coniazioni (RICCI 1989, pp. 8-9). Per quanto il lavoro di Ricci sia accurato dal punto di vista storico-numismatico, tuttavia non affronta il problema delle aree di circolazione (RICCI 1991), sopratutto per quanto riguarda i nominali minori delle serie massesi, ed in conseguenza non agevole dare una valutazione pi precisa del ritrovamento di questo duetto a Gorfigliano. La moneta pi tarda rinvenuta si data al 1777 e appartiene alle coniazioni milanesi al nome di Maria Teresa dAustria. Anche per quanto riguarda il periodo postmedievale dunque prevalgono le produzioni lombarde ed emiliane, che sottolineano la particolare collocazione geo-politica, ma anche economica di questo territorio prossimo allAppennino tosco-emiliano.

147

4 3

5
Fig. 116 Monete rinvenute nel castello di Gorfigliano (scala 1:1).

Tutti questi reperti provengono da strati di riporto che cominciano ad invadere il sito dopo il XVI secolo, quando il castello viene abbandonato e gradualmente diventa sede di attivit agricole. Come tali fanno parte di associazioni piuttosto ampie di materiali, disparati sia per variet cronologica sia per localit di provenienza (Emilia, Liguria, Toscana settentrionale). Catalogo (Fig. 116)
c. = cerchio o contorno; g = peso espresso in grammi; mm = diametro massimo e minimo del tondello espresso in millimetri; = asse dei conii espresso in gradi su angolo giro di 360; s.c. = stato di conservazione 1. US 1126, fase 2 Pavia, Ottone III di Sassonia, 983-1002, denaro Argento, 16.5 mm, 1.130 g, 335, s.c. buono D/()PIVS() OTTO in croce intorno a globetto, in c. perlinato R/+IHPERATOR in c. perlinato PAPIA in croce intorno a globetto, in c. perlinato CNI, IV, p. 482, n. 18, tav. XI, n. 13 2. US 1170, fase 6b Massa di Lunigiana, Alberico I Cybo Malaspina principe, 1596, duetto o da due quattrini Bassa mistura, 18.518 mm, 1.385 g, 360, s.c. mediocre D/ALBEC()MA96, in c. perlinato Stemma Cybo semiovale in cartella sormontato da corona a 5 punte, senza c. R/ SANTVS // P()VS Santo nimbato, stante in piedi, di fronte, che inter-

seca leggenda in alto e in basso, senza c. CNI, XI, p. 228, n. 153, tav. XIV, n. 15 RICCI 1991, p. 335, n. 33 var. 3. US 1237, fase 8a Milano, Maria Teresa Imp. dAustria, 1777, soldo Rame, 23 mm, 7.350 g, 360, s.c. mediocre D/ M.(THER)ESIADCRIHBRAADMED Busto dellImp. coronata a destra. Sotto iniziale S (per Schmllinitz) R/UN//SOLDO//1777., in ghirlanda di palma e di alloro annodata con nastro in basso CNI, V, p. 396, n. 97, Tav. XXV, n. 19 4. US 3501, fase 8a Bologna, Pontificia, anonima, 2a m. XIX-1a m. XV, quattrino Mistura, 15.514.5 mm, 0.390 g, 360, s.c. mediocre D/ (segno) (BON)ONIA Due chiavi decussate con quattro occhielli, forse non legate, fiocco pendente sulla leggenda R/ Illeggibile Santo seduto, di fronte, con pastorale nella sin. e citt sulla des. appoggiata sul ginocchio CNI, X, p. 30, nn. 73-74, tav. II, n. 15 var. 5. US 3507, fase 6c Ferrara, anonima, attribuita a Nicol II, 1361-1388, quattrino Bassa mistura, 16 mm, 0.870 g, 350, s.c. mediocre D/ + DE FE RA RA aquiletta Scudo semiovale con arme della citt, in c. perlinato R/ S. MAVR // ELI (VS), in c. perlinato Santo stante in piedi, di fronte, nimbato e mitrato, che interseca la leggenda in alto e in basso, senza c. CNI, X, p. 420, n. 7

MONICA BALDASSARRI

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Periodo 3

Fase 3a

3b 3c 4 5 4b 4c 5b

5c 6 6b

6c 6d 6e 7

8a

US 2114 2120 2126 2160 2115 2158 2210 3515 3237 2150 2147 2136 2139 2102 1103 1116 1174 3505 3210 3216 3201 3202 3215 3239 1236 2206 3502 1101 3501 TOTALE

Fiale 2

Bicchieri/Calici

Calici

Vago

Scarti

Fr. n.i 6 10 3 1 5 1 3 1 2 1 3 1 3 2 1 5 3 1 1 1 1 1 1 2 1 60

2 4

1 1

1 2

Fig. 117 Quantit numerica e tipologia dei reperti vitrei in relazione alla sequenza stratigrafica.

3.5 I VETRI

DI

GORFIGLIANO

Tra i materiali provenienti dallo scavo di questo sito documentata una modestissima presenza di manufatti vitrei. Nonostante limportanza, ormai accertata, di considerare il materiale vitreo proveniente da contesti abitati perch attestante il consumo di vasellame vitreo usato nella vita quotidiana (STIAFFINI 1991, p. 177; STIAFFINI 1999, pp. 95-97), i frammenti vitrei provenienti da questo contesto per la loro scarsit numerica e frammentariet non arrecano un utile contributo n alledizione dei risultati dello scavo del sito in esame, n alla pi vasta problematica delluso e del consumo degli oggetti vitrei in epoca medievale e post-medievale in area italiana. Nonostante ci, per la completezza delle informazioni deducibili da questa ricerca archeologica si danno qui di seguito i risultati che si sono potuti ricavare dal materiale vitreo rinvenuto in questo contesto. Dal sito in esame sono stati recuperati complessivamente settantuno frammenti di vasellini vitrei per lo pi costituiti da minutissimi pezzettini, dei quali solo undici frammenti (per un minimo di otto esemplari) sono riconducibili a forme identificabili, oltre a un piccolo vago di collana ed a un probabile scarto di lavorazione del vetro (Fig. 117). La maggior parte dei frammenti vitrei provengono dagli strati relativi al periodo 3, databile alle fasi di vita e poi di abbandono del sito riferibili al XII-XV secolo (Fig. 118). Si tratta di ben ventot-

to frammenti, di cui solo due identificabili come fiale fusiformi. Pi precisamente, venti frammenti di pareti di spessore molto sottile (variabile da 0,2 a 0,4 millimetri), privi di motivi decorativi, per lo pi di vetro incolore (diciannove frammenti incolori, uno incolore con sfumature verde chiaro) sono stati ritrovati in strati relativi alla fase 3a, inerente alla costruzione delle strutture; cinque frammenti di pareti molto sottili (0,3 millimetri di spessore), di vetro incolore, privi di decorazione, non riferibili ad alcuna forma identificabile, sono stati recuperati nella fase 3b, relativa ai livelli di vita, dellabitato dal XII-XV secolo; tre frammenti, dei quali un frammento pertinente ad una parete di vasellino vitreo non identificabile, di spessore ugualmente sottile ed incolore, e due frammenti di pareti prossime al fondo di due fiale fusiformi (una di vetro verde, laltra incolore) sono stati recuperati negli strati relativi alla fase dellabbandono delle strutture (fase 3c). Quindi gli unici frammenti riferibili ad una forma identificabile, per tutto larco cronologico dal XII al XV secolo, sono due frammenti di pareti, prossime al fondo, di due fiale a corpo fusiforme (cat. nn. 1-2). Si tratta di due frammenti, riferibili a due esemplari (uno di vetro incolore, laltro di vetro verde), di piccole fiale a corpo cilindrico molto allungato e fondo apodo, con base probabilmente convessa. La forma trova il suo antecedente tipologico nei balsamari in uso fin dal I-II secolo d.C., nati come contenitori di unguenti, profumi o sostanze medicamentose da usare in

149

25 Fiale Bicchieri/Calici 20 Calici Vago Scarti Non id 15

10

0 Fase 3a Fase 3b Fase 4b Fase 5b Fase 6b Fase 6d Fase 6e Fase 7 Fase 8a Fase 3c Fase 4c Fase 5c Fase 6c

Fig. 118 Tipologia di vetri rinvenuti a Gorfigliano.

vita, ma associati ben presto al rito funerario per lusanza di cospargere linumato di balsami, e rinvenuti in grande quantit (STIAFFINI, BORGHETTI 1994, pp. 47-56; DE TOMMASO 1999, pp. 115-136) nelle sepolture dal I al III secolo d.C. Anche se nei contesti tra tarda antichit e altomedioevo (dal IV al X secolo) il balsamario appare in modo pi sporadico, il tipo continua ad essere prodotto e usato sia nei contesti in vita che nel rito funebre, tramandando di fatto la forma delle fiale fusiformi al medioevo, epoca nella quale la sua funzione prevalentemente legata ai contesti in vita, adoperata, ad esempio, per contenere sostanze medicamentose o essenze profumate e vendute insieme al contenuto nelle spezierie (STIAFFINI 1999, pp. 120-122). Se da un lato, quindi, mi sembra particolarmente significativo il rinvenimento dei due frammenti di fiale negli strati relativi allet medievale, perch costituisce una ulteriore attestazione della sopravvivenza della forma in epoca medievale ed il suo uso nella vita quotidiana; dallaltro lato mi sembra singolare che in questo contesto e in questa fase cronologica non siano stati ritrovati frammenti relativi a vasellame vitreo da mensa, soprat-

tutto bicchieri che costituiscono in genere la maggioranza dei reperti recuperati negli strati archeologici relativi allepoca medievale, soprattutto nei contesti abitativi (STIAFFINI 1999, pp. 96-116). Allo stato attuale delle ricerche si possono avanzare solo alcune ipotesi. Si pu pensare che gran parte dei ventisei minutissimi frammenti di pareti di spessore sottile (da 0,2 a 0,4 millimetri) potrebbero essere pertinenti ad alcuni esemplari di bicchieri di vetro, caratterizzati in epoca medievale dai sottilissimi spessori delle pareti e il resto dei frammenti sia stato gettato negli immondezzai o avviato al riciclo del vasellame vitreo usato e rotto presso le officine vetrarie per un nuovo ciclo produttivo (STIAFFINI 1999, pp. 32-34). Anche ammesso che i ventisei frammenti corrispondano a ventisei esemplari, il numero dei pezzi appare comunque cos esiguo per il vasto arco cronologico considerato, da dare adito ad una seconda ipotesi: ovvero che in questo contesto, durante il medioevo, si usassero prevalentemente recipienti potori diversi dal vetro, ad esempio, in ceramica o in stagno. Ancora pi critica appare la situazione della presenza del vasellame vitreo per il periodo 4, rela-

150

tivo alla frequentazione dellarea durante il XVXVI secolo. Si tratta del rinvenimento di tre frammenti di pareti non riferibile ad alcune forme per lo pi di vetro incolore (due frammenti incolori, uno celeste chiaro) rinvenuti nella fase 4b riferibile alla costruzione della struttura, e un frammento non identificabile di vetro incolore rinvenuto nella successiva fase del restauro della casa (fase 4c). Di poco superiore la quantit numerica dei frammenti provenienti dal periodo 5, relativo al XVII secolo. Si tratta di nove frammenti recuperati negli strati pertinenti allabbandono dellarea verificatosi nel XVII secolo (fase 5b) e pi precisamente tre frammenti di pareti (due di vetro incolore, una di vetro azzurro) non riconducibili a forme identificabili, sei frammenti, per un numero minimo di tre esemplari, di tre forme potorie di vetro incolore e di quattro frammenti di pareti di vetro sottilissimo ed incolore non riconducibile a forme identificabili rinvenuti nella risistemazione agricola del sito avvenuta durante il XVII secolo. Per quanto concerne i pochi frammenti di bordi e pareti riconducibili a forme identificabili recuperati in questi strati si deve osservare quanto segue. Si tratta di sei frammenti di vasi potori (per un numero minimo di tre esemplari) recuperati nella fase di abbandono del XVII secolo (fase 5b). Per lesiguit dei frammenti conservati (relativi ai bordi e alle pareti), non possibile stabilire se si tratti di un bicchiere a corpo tronco-conico o cilindrico su fondo apodo, oppure allo coppa di un calice su stelo. Essendo entrambe le forme attestate nello stesso ambito cronologico, si preferito optare per la pi generica definizione di bicchieri/calici. attestata sia la presenza del bicchiere/calice a parete liscia, con orlo arrotondato, supposta parete di forma tronco-conica soffiata a canna libera (cat. n. 3) (US 2147) che del bicchiere/calice con decorazione geometrica reiterante impressa a stampo in fase di soffiatura (US 2147, 2136). Di notevole interesse lesemplare decorato da una serie di piccoli cerchietti, del quale restano quattro frammenti fra bordo e pareti non combacianti ma inerenti alla stessa forma (cat. n. 5) (US 2136), mentre lattestazione del recipiente decorato da grosse bolle dato da un frammento di parete (cat. n. 4) (US 2147). In tutti i tre casi si tratta di vasi potori di uso comune, venduti sul mercato a prezzi contenuti, correntemente prodotti in aree toscane ed in particolare a Pisa nelle officine vetrarie di Giovanbattista Guerrazzi che provvedevano, come attestano le fonti documentarie, al rifornimento del mercato lucchese e lunigianese (STIAFFINI 1993, pp. 365-374; STIAFFINI 1995, pp. 89-98). Lesiguit delle attestazioni materiali non permette

di avanzare alcuna ipotesi su una maggiore presenza di vasellame vitreo da mensa in et post-medievale rispetto al medioevo anche se questa tendenza sembrerebbe trovare una conferma nei ritrovamenti relativi al secolo successivo. Infatti negli strati pertinenti al periodo 6 (XVIII secolo) sono stati recuperati quindici frammenti di vetro, fra i quali un bordo di bicchiere/calice (cat. n. 7) e uno stelo di calice (cat. n. 6). Pi precisamente dalla fase 6b, relativa alla ricostruzione della Torre del 1762, provengono sei frammenti di vetro (due di vetro incolore, due celesti ed uno verde) relativi a pareti di forma non identificabili; della fase 6c, pertinente alla risistemazione agricola del sito, sono stati portati alla luce sei frammenti, dei quali cinque relativi a pareti di forma non identificabile e per lo pi incolori (un frammento di vetro verde e quattro incolori) e un grosso stelo di calice con nodo di vetro incolore (US 3505); del periodo 6d, pertinente alla trasformazione delle case, proviene un frammento di bordo di bicchiere/calice di vetro incolore, a parete liscia (US 3210); mentre degli strati del periodo 6e (costruzione nuovo ambiente) sono stati recuperati soltanto tre frammenti di pareti non identificabile rispettivamente di vetro incolore, verde chiaro e celeste. Di notevole bellezza lo stelo di calice di vetro pieno, decorato da un nodo centrale sottolineato da tre nervature concentriche (cat. n. 6) che ricorda gli steli di alcuni massicci calici settecenteschi conservati nelle maggiori collezioni museali italiani (OMODEO 1970, p. 113, n. 2; p. 127, n. 27; p. 130, n. 33). Con i vasi potori del XVIII secolo cessano le attestazioni di vasellame vitreo da mensa provenienti da questo contesto. Infatti della fase di abbandono delle case del borgo, avvenuta durante il XIX secolo (periodo 7, fase 7) si ha la sola presenza di un vago di collana di pasta vitrea (cat. n. 8) e quattro frammenti di pareti non identificabili per lo pi di vetro incolore (tre frammenti incolore e uno verde). Dai depositi pi recenti, ascrivibili al XX secolo (periodo 8, fase 8a), si ha lattestazione di cinque frammenti di pareti non identificabili per lo pi di vetro incolore (quattro frammenti incolori e uno celeste), uno stelo di calice decorato da un nodo (US 3501) e un probabile scarto di lavorazione del vetro (US 1236). Lo stelo di calice, in gran parte frammentato, di una tipologia molto comune (cat. n. 9) non aggiunge niente alla nostra conoscenza ed anche il ritrovamento del probabile scarto di lavorazione del vetro, che in genere desta lattenzione negli studiosi del vetro perch indice di una produzione vitrea nella zona, in questo caso gran parte della sua importanza perch proveniente da uno strato di recente formazione.

151

Catalogo
Periodo 3 Fiale 1. Periodo 3, fase 3c, US 2210 Vetro verde, bolle daria piccola, sparse. H. cons. 1,2 cm; spess. 0,6 cm Porzione di parete in prossimit del fondo 2. Periodo 3, fase 3c, US 2210 Vetro incolore, bolle daria piccolissime o piccole, sparse, molte H. cons. 1,5 cm; spess. 0,5 cm. Porzione della base, priva del fondo convesso Periodo 5 Bicchieri/calici 3. Periodo 5, fase 5b, US 2147 Vetro incolore, bolle daria, piccole e sparse; patina di giacitura brunastra H. cons. 2,1 cm; spess. orlo 0,4; spess. parete 0,2 cm Porzione di bordo, orlo arrotondato, bordo diritto, parete con probabile andamento tronco-conico 4. Periodo 5, fase 5b, US 2147 Vetro incolore, bolle daria piccole e sparse H. cons. 2 cm; spess. 0,2 Porzione di parete in prossimit del bordo. Decorazione impressa a stampo in fase di soffiatura costituita da una serie reiterante di grosse bolle 5. Periodo 5, fase 5b, US 2136 Vetro incolore, bolle daria, piccole, sparse, molte H. cons. 2,5, spess. parete 0,2; spess. orlo 0,3 Porzione di bordo, orlo arrotondato, bordo diritto di vetro non decorato, parete leggermente cilindrica con decorazione impressa a stampo in fase di soffiatura costituita da una serie reiterante di piccoli cerchietti Periodo 6 Calici 6. Periodo 6, fase 6c, US 3505 Vetro incolore H. cons. 2,3 cm Porzione di stelo di calice di vetro piano decorato da un nodo centrale sottolineato da tre nervature concentriche Bicchieri/calici 7. Periodo 6, fase 6d, US 3210 Vetro incolore, bolle daria poche e sparse H. cons. 3,5 cm, spess. parete 0,3 cm; spess. orlo 0,5 cm Porzione di bordo, orlo arrotondato, bordo diritto, corpo presumibilmente tronco-conico Periodo 7 Vago di collana 8. Periodo 7, fase 7, US 3202 Vetro verde chiaro Diam. 0,5 cm. Vago di collana di pasta vitrea con foro pervio, priva di decorazione

Periodo 8 Calice 9. Periodo 8, fase 8a, US 3501 Vetro incolore H. cons. 2 cm 10. Porzione di stelo a corpo cilindrico cavo, decorato da un nodo schiacciato

DANIELA STIAFFINI

3.6 IL MATERIALE

OSTEOLOGICO ANIMALE DEGLI SCAVI NEL CASTELLO DI G ORFIGLIANO (MINUCCIANO LUCCA)

Il materiale osteologico animale, recuperato nelle tre campagne di scavo condotte dal 1999 al 2001 nel Castello di Gorfigliano (Minucciano Lucca), con la sua distribuzione numerica e quantitativa e la sua ripartizione per parti ossee, uneccellente testimonianza della presenza in loco di diverse specie animali nei vari momenti di frequentazione del sito e rappresenta uno spaccato di vita anche socio-economico, che illustra luso e lo sfruttamento di questi animali da parte delle genti del luogo Il materiale osteologico assomma complessivamente a 1647 reperti dei quali 1179 (il 71,6%) sono risultati costituiti da schegge e da frammenti non determinabili. La distribuzione per campagne di scavo riportata nella Fig. 119, e la ripartizione per specie animali riportata nella Fig. 120. Considerando i dati illustrati nella Fig. 120, si evince che la Fauna domestica quella che ha la massima importanza ed totalmente surclassante quella selvatica, con una percentuale di presenze che tocca l87,8% dellinsieme dei reperti ossei: le specie domestiche sono il fulcro della attivit primaria delleconomia di sussistenza e di vita nella economia locale. Esaminando luso e il consumo degli animali domestici, si vede che la maggior parte di essi sono stati usati direttamente dalluomo come fonte primaria sia per lalimentazione (carne, latte, formaggi: bovini, ovicaprini, suini; carne e uova: il pollame domestico) sia per il lavoro (agricolo e da soma, da trasporto: bovini, equidi). Ci sono anche altri animali con compiti diversi: i cani sia per la guardia sia anche da compagnia come il gatto. La Fauna selvatica, con i suoi pochi reperti, appena 58 (il 12,2%), rappresenta una attivit secondaria, spesso anche testimoniata anche solo da qualche esemplare unico: infatti alcuni animali sono presenti solo in una singola fase, spesso anche con un solo reperto del tutto occasionale. Fra questi animali selvatici ci sono quelli che hanno avuti rapporti diretti con luomo, che ne ha fatto

152

1999 2000 2001 Totale

Reperti non determ. 102 727 350 1179

% 51,3 76,8 69,9 71,6

Reperti determ. 97 220 151 468

% 48,7 23,2 30,1 28,4

Totale 199 947 501 1647

Fig. 119 Materiale osteologico rinvenuto a Gorfigliano.


1999 % 6,2 35,1 37,0 2,1 6,2 2000 % 5,0 49,1 27,3 0,5 1,8 7,7 0,5 0,5 0,9 1,4 0,9 4,5 2001 % 11,3 32,4 36,4 0,7 0,7 18,5 Totale % 87,8 7,3 40,8 32,3 0,6 1,3 0,9 12,2 4,5 0,6 0,2 0,6 0,6 1,7 0,4 8,2

n.r. FAUNA DOMESTICA Bos taurus L. Ovis vel Capra Sus scrofa L. Felis catus L. Equus caballus L. Equus asinus L. FAUNA DOMESTICA Gallus gallus Cervus elaphus L. Capreolus capreolus L. Lepus europaeus Pallas Epimys rattus L. Microfauna Anfibi indeterm. Aves indeterm. Totale 87 6 34 36 2 6 10 3 2 8 97

n.r. 201 11 108 60 1 4 19 17 1 1 2 3 2 10 220

n.r. 122 17 49 55 29 1 1 28 151

n.r. 410 34 191 151 3 6 4 58 21 3 1 3 3 8 2 38 468

3,1 2,1 8,2

Fig. 120 Le specie animali presenti a Gorfigliano.

oggetto di attivit venatoria (Cervo, Capriolo, Lepre e gli uccelli), ma ci sono anche i normali abitatori dellambiente naturale quali micromammiferi e anfibi. Sono stati individuati 8 periodi di occupazione che vanno dal VIII-X sec. (periodo 1) fino al XX sec. (periodo 8) con una complessa serie di fasi. La distribuzione stratigrafica del materiale osteologico viene illustrata nella Fig. 121. La ripartizione dei reperti per specie animale e la loro distribuzione stratigrafica per periodo sono riportate nella Fig. 122. Per la determinazione del materiale osseo e le valutazioni sulle et di morte si sono utilizzati il Barone (1974) per il materiale scheletrico, il Silver (1969) e il Wilson (1982) per i denti e le usure dentarie Visto che nei vari periodi la quantit numerica del materiale osteologico si presenta in maniera molto varia, in quanto il luogo a volte non stato frequentato o abitato con continuit per cui la quantit stessa e il tipo di animali cambia notevolmente da momento a momento, si dato maggior peso ed importanza a quei livelli di vita ove il materiale osseo risultato essere abbastanza consistente quantitativamente da essere significativo. Il confronto percentuale tra le varie specie stato fatto quindi solo per i periodi 8 (XX sec.), 6 (XVIII sec.) e 3 (XII-XV sec.). Come si evince dalla tabella la Fauna domestica sempre presente in tutti i periodi ma non sempre nella stessa quantit e tipo di animale. Infatti in tutte le varie fasi del lungo periodo di frequentazione del Castello, gli animali domestici sono sempre presenti anche se in quantit a volte molto

variabili (Fig. 123) e rappresentano, come si gi visto, lattivit primaria di economia di sussistenza e di vita delle genti del luogo. I Capro-ovini e i Suini sono le specie animali sempre presenti in tutte le fasi, con una prevalenza dei primi (46,6%) sui secondi (36,8%): ad esse, il pi delle volte si accompagna il Gallo (5,1%). I Bovini hanno una presenza pi ridotta (8,3%), spesso anche il pi delle volte con un numero piuttosto esiguo di reperti. Ci sono attestazioni di uso degli Equidi, ma con presenze molto saltuarie: il Cavallo (1,5%) si trova appena in due momenti: compare infatti solo nel periodo 2 (X sec. vita del castello) e nel periodo 6 (XVIII sec., fase 6b ricostruzione della torre). LAsino ha una presenza minima (1,0%); di esso si hanno infatti solo quattro reperti, in quattro periodi diversi che sono il periodo 3 (XII-XV sec.), il periodo 4 (XV-XVI sec.), il periodo 5 (XVII sec.) e nel periodo 6 (XVIII sec.). Il gatto (0,7%) compare solo nel periodo 6 (XVIII sec., fase 6b-ricostruzione della torre). Per quanto riguarda la composizione dei gruppi pi importanti degli animali domestici, la situazione appare molto variegata ed eterogenea. Il gruppo dei Capro-ovini si presenta composito: accanto a pochi individui giovani (et di qualche mese) ci sono due gruppi pi consistenti uno costituito da esemplari semi-adulti (met dai 18 ai 20 mesi) e laltro da animali adulti (et dai 24 mesi) a cui si affianca anche qualche bestia vecchia (et oltre i 5 anni). Anche i Suini presentano un gruppo molto composito: ci sono pochi esemplari gio-

153

Periodo 1 Fase 1a Fase 1b Periodo 2 Periodo 3 Fase 3a Fase 3b Fase 3c Periodo 4 Fase 4 Fase 4b Fase 4c Periodo 5 Fase 5a Fase 5b Fase 5c Periodo 6 Fase 6b Fase 6c Fase 6c Fase 6d Periodo 7 Fase 7a Periodo 8a Totale

VIII X Capanne Abbandono capanne X XII XV Costruzione strutture Livelli di vita Abbandono strutture XV XVI Ricostruzione delle mura Costruzione strutture Restauro di case XVII Intervento in 1100 Abbandoni Risistemazione agricola XVIII Ricostruzione della torre Risistemazione agrcola Trasformazione delle case Costruzione nuovo ambiente XIX Abbandono della casa XX

Framm. non determ. 14 7 7 45 109 59 4 46 85 31 46 8 135 49 31 55 557 89 461 2 5 101 101 133 1179

Framm. determ. 5 2 3 33 63 27 5 31 31 14 14 3 40 11 11 18 196 71 121 4 42 42 58 468

totale 19 9 10 78 172 86 9 77 116 45 60 11 175 60 42 73 753 160 582 2 9 143 143 191 1647

Fig. 121 La stratigrafica e il materiale osteologico di Gorfigliano.


1 n.r. 1 1 1 2 3 2 n.r. 2 10 18 3 33 3 n.r. 3 30 17 1 2 1 1 6 3 64 % 4,6 46,9 26,6 1,6 3,1 1,6 1,6 9,4 4,6 4 n.r. 5 14 7 1 2 2 31 5 n.r. 24 8 1 1 1 5 40 6 n.r. 19 75 60 3 3 1 7 1 3 24 % 9,9 37,5 30,7 1,6 1,6 0,5 3,6 0,5 1,6 12,5 196 7 n.r. 1 18 13 3 1 2 1 42 8 n.r. 4 19 27 3 1 3 57 % 7,0 33,3 47,4 5,3 1,7 5,3

Bos taurus L. Ovis vel Capra Sus scrofa L. Felis catus L. Equus caballus L. Equus asinus L. Gallus gallus Cervus elaphus L. Capreolus capreol. L. Lepus eur.Pallas Epimys rattus L. Microfauna Anfibi Aves TOTALE

Fig. 122 Distribuzione delle specie animali per periodi stratigrafici.


n.r. A)-Fauna domestica Bos taurus L. Ovis vel Capra Sus scrofa L. Felis catus L. Equus caballus L. Equus asinus L. Gallus gallus 34 191 151 3 6 4 21 8,3 46,6 36,8 0,7 1,5 1,0 5,1 % B)-Fauna selvatica Cervus elaphus L. Capreolus capreolus L. Lepus europaeus Pallas Epimys rattus L. Microfauna Anfibi Avifauna 3 1 3 3 8 2 38 5,2 1,7 5,2 5,2 13,8 3,4 65,5 n.r. %

Fig. 123 Raffronto tra le diverse specie animali.

vani (et sui 12 mesi) mentre il gruppo pi numeroso quello delle bestie adulte (et dai 24 ai 36 mesi): attestata anche una componente pi vecchia con qualche esemplare oltre i 5 anni. I Bovini sono rappresentati solo da esemplari adulti, come pure gli Equidi. La Fauna selvatica ha restituito appena 58 reperti (il 12,2%). Il solo gruppo dellAvifauna il pi rappresentato (65,5%) ed anche quello che ha

la maggior diffusione nei vari periodi. Tutti gli altri animali selvatici hanno presenze del tutto occasionali e spesso rappresentate da un unico reperto. Il Cervo ha dato solo tre reperti, uno nel periodo 6 (XVIII sec.), uno nel periodo 3 (XIIXV sec.) e uno nel periodo 1 (VIII-X sec.). Il Capriolo attestato solo da un unico reperto nel periodo 7 (XIX sec. abbandono della casa). La Lepre d tre reperti, tutti nel periodo 6 (XVIII

154

Periodo 1 = 5 reperti Ovis vel Capra 1a 1b 1 Totale 1 Periodo 2 = 33 reperti Bos taurus L. Totale 2 Periodo 3 = 63 reperti Bos taurus L. 3a 3b 3c Totale 1 1 1 3 Ovis vel Capra 13 4 13 30

Sus scrofa L. 1 1 Ovis vel Capra 10 Sus scrofa L. 7 9 16

Cervus elaphus L. 1 1 Sus scrofa L. 18 Equus asinus L. 1 1 Gallus gallus 1 1 2

Microfauna 1 1 2 Equus caballus L. 3

Totale 2 3 5 Totale 33 Micro fauna 6 6 Aves 2 1 3 Totale 14 14 3 31 Totale 11 11 18 40 Aves 24 24 Aves 1 1 Totale 57 Totale 71 121 4 196 Totale 42 42 Totale 27 5 31 63

Cervus elaphus L. 1 1

Epimys rattus L. 1 1 Aves 2 2 Aves 3 2 5 Cervus elaphus L. 1 1

Periodo 4 = 31 reperti Bos taurus L. 4a 3 4b 1 4c 1 Totale 5 Periodo 5 = 40 reperti Ovis vel Capra 5a 6 5b 5 5c 13 Totale 24

Ovis vel Capra 8 6 14 Sus scrofa L. 4 3 1 8 Sus scrofa L. 23 36 1 60

Sus scrofa L. 2 3 2 7 Equus asinus L. 1 1 Equus caballus L. 3 3 Sus scrofa L. 13 13 Sus scrofa L. 27

Equus asinus L. 1 1 Gallus gallus 1 1 Felis catus L. 3 3

Gallus gallus 1 1 2 Anfibi 1 1 Gallus gallus 5 2 7

Periodo 6 = 196 reperti Bos Ovis vel taurus L. Capra 6b 7 28 6c 12 44 6e 3 Totale 19 75 Periodo 7 = 42 reperti Bos taurus L. 7c 1 totale 1 Periodo 8a = 57 reperti Bos taurus L. Totale 4

Equus asinus L. 1 1

Lepus europ. Pallas 1 2 3

Ovis vel Capra 18 18 Ovis vel capra 19

Gallus gallus 6 6

Capreolus capreolus L. 1 1 Anfibi 1

Epimys rattus L. 2 2 Aves 3

Gallus gallus 3

Fig. 124 Attestazioni delle diverse specie animali nelle singole fasi.

sec.) ma uno viene dalla fase 6b e due dalla fase 6c. Viene riportata, infine, la ripartizione delle varie specie animali nei vari periodi, fase per fase (Fig. 124). CLAUDIO SORRENTINO (coordinatore), ELENA SCALERA, P AOLO CESARETTI, SARA PISANI, COSTANZA P ERROTTA*

3.7 I MOLLUSCHI
Gli scavi del Castello di Gorfigliano, situato su di uno sperone roccioso ad una altezza di m 730 s.l.m., hanno restituito i resti di 497 molluschi di cui 496 sono gasteropodi terrestri tuttora viventi
* I lavori sono stati eseguiti presso il Laboratorio Fauna del Dipartimento di Scienze Archeologiche, Universit degli Studi di Pisa.

ed uno un gasteropode marino fossile. Il sito di indagine situato a circa 20 km dal mare allinterno dellAppennino Toscano in un contesto economico-culturale considerato come una situazione marginale (WICKHAM 1988, pp. 17, 24 e 62). Lecosistema attualmente presente nel circondario di Gorfigliano quello della foresta decidua. La Fig. 125, presenta la lista di tutte le specie di molluschi rinvenuti e la loro frequenza, insieme ai nomi scientifici sono stati anche riportati quelli comuni inglesi e francesi. Nella Fig. 126 mostrata, invece, la distribuzione dei molluschi terrestri rinvenuti nelle varie fasi identificate durante gli scavi archeologici. abbastanza evidente come la percentuale di gasteropodi terrestri commestibili non tale da giustificare la loro presenza come resti di alimentazione. Infatti, prendendo spunto da questa tabella, dove si va un significativo aumento della quantit di molluschi. Nel periodo 6 (XVIII) e successive il numero di esemplari nuovamente scarso. Sembrerebbe che tra il XII e il XVII secolo luso dello spazio favorisse sia

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Specie Gasteropodi terrestri Caecilioides acicula (Mller 1774) blind snail caecilianelle Oxychilus sp. (Fitzinger 1833) glass snail zonite vitre Cepaea nemoralis (Linn 1758) banded wood snail escargot des buissons Camplylaea (= Chilostoma) planospira (Lamark 1822) flat-spired arianta Helix pomatia (Linn 1758) European garden snail escargot de Bourgogne Papillifera papillaris (Mller 1774) papillate door snail clausilie papilleuse Discus rotundatus (Mller 1774) rounded disk snail Helicodonta obvoluta (Mller 1774) cheese snail Vitrea sp. (Fitzinger 1833) crystal snail zonite crystalline Cochlicella barbara (Linn, 1758) pointed snail Chondrula tridens (Mller 1774) three-toothed snail maillot trois dents Pirenella sp. (Gray 1847)

individui 221 115 52 46 20 18 10 7 3 3 1 1 497

% 44 23 10 10 4 4 2 1,6 0,6 0,6 0,2 0,2

Fossile gasteropodo marino Totale

Fig. 125 Elenco dei molluschi da Gorfigliano.


specie Commestibili Cepaea nemoralis Helix pomatia Campylaea planospira Helicodonta obvoluta per 1 5 per 2 2 2 5 2 per 3 3 3 1 6 per 4-5 24 1 36 33 per 6 13 5 5 7 27 per 7-8 5 11 2 16 nd totale 52 20 46 7 125 45% [25%] [221] 2 115 18 10 3 2 1 150 [371] 65% [75%] 1 1 0,3% [0,2%]

Subtotale Non-commestibili Caecilioides acicula * Oxychilus sp. Papillifera papillaris Discus rotundatus Vitrea sp. Cochlicella barbara Chondrula tridens

219 2 1 3 3 1 380 106 14 10 1 1

2 4 2

Subtotale Fossile Subtotale Pirenella sp.

10

1 1

Abreviazioni: nd = non determinati (senza riferimento stratigrafico). Note: * = introduzione moderna. I valori dentro le staffe [ ] includono gli esemplari del C. acicula (moderni).

Fig. 126 Distribuzione cronologica dei molluschi da Gorfigliano.

la presenza di un numero pi elevato di individui che una maggiore ricchezza di specie. Analizzando in maniera pi approfondita le associazioni faunistiche rinvenute dal punto di vista ecologico-ambientale (Fig. 127) possibile osservare come il mollusco che pi pu essere associato ad un habitat igrofilo e boscato il Discus rotundatus. Allinterno del gruppo igro-mesofilo lelemento pi importante rappresentato dallOxychilus sp, al quale si aggiungono, in alcuni casi la Vitrea sp. e lHelicodonta obvoluta. Nel complesso le forme mesofile sono dominanti, tra cui di gran lunga la pi importante la Caecilioides acicula che prevale su C. nemoralis e H. pomaia. Anche se, lo ribadiamo, C. acicula potrebbe essere in parte un intruso pi recente. Nel

complesso cosa ci suggeriscono le associazioni rinvenute (cfr. PINTO-GUILLAUME 2002, pp. 50-52)? Sembrerebbe che siamo in presenza di un habitat che varia da igro-mesofilo a meso-xerofilo, con la dominanza del primo rispetto al secondo. Questo potrebbe essere in buon accordo con la presenza della foresta umida e decidua presente a Gorfigliano. Lattuale vegetazione dellambiente circostante costituita essenzialmente da un terreno boscoso di querce e castagni. Lanalisi archeobotanica ci indica che queste specie arboree sono state dominanti fin dalla prima occupazione del sito (VIII sec.) e continuano ad esserlo fino ai nostri giorni (QUIRS CASTILLO et alii 2000). Il tipo di ecosistema a Gorfigliano anche conosciuto come Quercetum, caratterizzato da suo-

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specie presenti Caeciliodes acicula Oxychilus sp. Cepaea nemoralis Campylaea planospira Helix pomatia Papillifera papillaris Discus rotundatus Helicodonta obvoluta Vitrea sp. Cochlicella barbara Chondrula tridens

ambienti preferiti / vegetazione sotterraneo, anche giardini zone aperte, muri secchi, giardini indifferente, macchie, giardini inclinati, muri secchi, giardini indifferente, macchie, giardini muri o habitat rocciosi terreno boscoso legne vecchie, radici, entre pietre zone aperte a terreni boscosi inclinati, muri secchi, giardini zone aperte, sotto foglie, macchie

tipo di terreno Or, CaCo Or, CaCo alto CaCo CaCo alto CaCo

CaCo

habitat Mes Ig-Mes Mes Mes-Xer Mes Mes-Xer Ig Ig-Mes Ig-Mes Mes-Xer Mes-Xer

Nri [221] 115 52 46 20 18 10 7 3 3 1

Abreviazioni: Nri = Numero relativo di individi; Or = organico; CaCo = Terreni carbonatici. Ig = Igrofile; Mes = Mesofile; Xer = Xerofile. Sommario habitat Nri %

Ig 10 4

Ig-Mes 125 45

Mes 72 [221] 26

Mes-Xer 68 25

Abreviazioni: Nri = Numero relativo di individi. Ig = Igrofile; Mes = Mesofile; Xer = Xerofile.

Fig. 127 Caratteristiche ecologiche delle specie rinvenute negli scavi di Gorfigliano.

li marrone-neri ricchi di una grande quantit di sostanze nutrienti e da unalta diversit biologica (MARCUZZI 1979, 93-94). Un altro elemento di comprensione delle associazioni a molluschi terrestri la presenza della chiesa. Il periodo in cui abbiamo il pi alto numero di molluschi e la maggiore abbondanza di specie e proprio i periodi 4 e 5, che stata suggerita come la fase delle trasformazioni medievali tardive del sito tra il XV ed il XVII secolo. Possiamo quindi suggerire che: 1) parte dei molluschi potrebbero essere stati introdotti dal clero per il loro consumo. Purtroppo la zona di scarico delle cucine a Gorfigliano non stata ancora identificata; 2) unaltra ipotesi suggerisce un incremento dellattivit di giardinaggio e di orto, che comporta laumento di determinate specie di grosse dimensioni, spesso dannose. Durante il medioevo lorto ha svolto un ruolo importante nelleconomia di sussistenza (ROUCHE 1999, pp. 441-443). In aggiunta, numerosi chiostri, tra i secoli XVII e XX hanno coltivato e avuto i molluschi terrestri come componente della loro dieta (WILDHABER 1950, pp. 158 e 161). Nonostante ci lipotesi che parte dei molluschi rinvenuti nello scavo a Gorfigliano siano resti di pasto dovrebbe essere considerata con cautela poich le evidenze sono ancora scarse. pi plausibile che laumento del numero di specie e di individui durante i periodi 4-6 sia da imputare al cambio di destinazione degli spazzi, messi a coltura durante il periodo tra il XVI ed il XVIII. EZEQUIEL M. PINTO-GUILLAUME*

3.8 ANALISI ARCHEOBOTANICHE


Introduzione
Nellambito delle campagne di studio archeologico del sito di Gorfigliano (localit Chiesa Vecchia), furono rinvenuti numerosi frammenti di legno carbonizzato che sono stati sottoposti ad analisi antracologica al fine di trarne informazioni sia per la ricostruzione dellambiente circostante, sia come fonte di notizie su aspetti delleconomia e della tecnologia della societ locale in diversi periodi storici. Naturalmente, il valore di questi dati tanto maggiore quanto pi essi vengono integrati con tutte le altre fonti disponibili (archeobotaniche, archeologiche, storiche, paleoambientali, etc.): solo una visione complessiva della documentazione pu valorizzare i singoli contributi specialistici.

Lineamenti vegetazionali
Linterpretazione delle tracce della vegetazione del passato non pu prescindere dalla conoscenza della copertura vegetale attuale, sia per un confronto floristico diretto, sia come espressione delle condizioni ecologiche (clima, grado di naturalit, attivit umane, etc.). Per questa area geografica, ci si pu basare sullo studio di FERRARINI (1972) che descrive in dettaglio i tipi di vegetazione presenti sulle Alpi Apuane e zone limitrofe e li riporta in una carta della vegetazione a scala 1:50.000; di questa, utilizziamo uno stralcio che riguarda i dintorni di Gorfigliano per un raggio di circa 2,5-3 km (Tav. 11). Si tratta di un territorio fondamentalmente boscoso, con pre-

* Istituto Svedese di Studi Classici a Roma, Via Omero 14, 00197 Roma, email: pinto.guillaume@tiscali.se.

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valenza di formazioni di latifoglie mesofile, pi o meno termofile. Le pianure di fondovalle presso Gorfigliano e Gramolazzo sono occupate da coltivi e centri abitati (attualmente, in buona parte anche da un ampio specchio dacqua); al di sopra dei 1500 m, lungo la dorsale M. Pisanino-M. Tambura, compaiono aspetti di vegetazione ipsofila, rappresentati soprattutto da formazioni erbacee discontinue su litosuoli e rupi. Tra i boschi submontani e montani, il castagneto certamente uno dei pi estesi, soprattutto sul versante orientale della valle; si tratta di un tipo di coltivazione forestale che ha rivestito una importanza particolare, soprattutto nel passato, e che quindi ha un ruolo fondamentale, come si vedr, anche nella discussione dello studio antracologico. Il castagneto stato impiantato al posto di boschi misti di querce, carpini, frassini o di faggeti, per cui occupa diverse fasce altitudinali, rappresentando un aspetto colturale di sostituzione di questi diversi tipi forestali. Un lembo di castagneto, presente oggi sulla rocca del castello, mostra una composizione floristica molto interessante per la sua corrispondenza con gli spettri antracologici: oltre al Castagno, dominante, sono presenti il Ciliegio (Prunus avium), lAmareno (P. cerasus) il Prugnolo (P. spinosa), la Roverella (Quercus pubescens), il Maggiociondolo (Laburnum anagyroides), il Nocciolo (Corylus avellana), lAcero (Acer campestre), il Sambuco ( Sambucus nigra), il Ginepro (Juniperus communis), il Frassino (Fraxinus ornus) (E. GABRIELLI, com. pers.). Va segnalata anche la presenza locale di Tasso (Taxus baccata) e Bosso (Buxus sempervirens): si tratta di specie sempreverdi che frequentemente si trovano piantate presso chiese, santuari e cimiteri (spesso insieme ad altre quali Agrifoglio (Ilex aquifolium) e Cipresso (Cupressus sempervirens), con un evidente riferimento al sacro e alleternit. Si estendono su ampie superfici anche i boschi a Cerro (Quercus cerris) e carpini (Carpino nero, Ostrya carpinifolia e Carpino bianco, Carpinus betulus), mentre il Cerro compare anche da solo, con copertura discontinua, su praterie secondarie. Al di sopra degli 800 m di quota, su substrato sia siliceo sia calcareo, il tipo di bosco pi comune il faggeto in cui al Faggio (Fagus sylvatica) dominante si pu accompagnare il Carpino bianco. Anche il Faggio, in molti casi, si trova in formazioni aperte che sono in realt delle praterie alberate, in passato utilizzate per il pascolo. Praterie pseudoalpine a dominanza di Graminacee possono derivare appunto da faggete diradate e/o ceduate (con Brachypodium pinnatum, Sesleria tenuifolia, etc.), oppure da brughiere a mirtilli, diradate dal pascolo (con Nardus stricta, Anthoxantum odoratum, Brachypodium pinnatum, etc.).

Lungo il crinale appenninico, prevalentemente al di sopra dei 1500 m, anche la cotica erbosa diviene discontinua e la roccia scoperta colonizzata da specie pioniere che formano cespi isolati o zolle discontinue; grazie allisolamento di queste vette e alla presenza di substrati diversi, si tratta degli ambienti pi interessanti e di pregio dal punto di vista fitogeografico. Anche in questarea, la vegetazione risente delluso plurisecolare e si trova oggi in una fase particolare, dovuta allabbandono di gran parte delle pratiche che lhanno plasmata fino ad un recente passato: il castagneto da frutto si va perdendo in larga misura, a favore del ceduo invecchiato, le praterie secondarie tendono a rimboschirsi con specie opportuniste (specialmente Carpino nero e Frassini). Prima delle riforme del XVIII sec., le risorse forestali costituivano la maggiore fonte di sostentamento per gli insediamenti al di sopra dei 500 m ed erano sfruttate in maniera intensiva ed articolata, anche grazie al diverso regime di propriet che prevedeva unampia porzione di gestione comune, scomparsa del tutto nel XX secolo. NICE (1952) cita valori del 90% per la propriet privata e del 10% per la comunale; secondo lo stesso autore, alla met del XX sec. nelle Alpi Apuane il bosco rappresentava il 45% del paesaggio rurale, nellambito del quale il castagneto costituiva circa la met ed il 95% delle fustaie; il limite superiore del castagneto coincideva con il limite altimetrico delle abitazioni permanenti e, trattandosi di castagneti da frutto con tappeto erboso, venivano sfruttati anche come pascolo di ovini (4 mesi allanno) e di bovini (1,5 mesi). Due alberi di castagno, con una produzione media di 1-2 q. di castagne ciascuno in ambiente montano, bastavano a garantire lalimentazione di un uomo per un anno. A parte il frutto, inoltre, il castagno forniva legname, carbone vegetale e foglia. Alla luce di queste considerazioni, i risultati delle analisi antracologiche assumono un particolare interesse.

Criteri e metodi di studio


La campionatura dei resti di legno carbonizzato stata condotta a vista, a cura degli archeologi che hanno condotto gli scavi, con raccolta a mano dei frammenti o con setacciatura a secco per il recupero del materiale pi minuto. Per lanalisi antracologica, sono stati presi in considerazione in tutto 49 campioni, corrispondenti ad altrettante Unit Stratigrafiche; alcuni erano costituiti da centinaia di carboni, altri solo da pochi frammenti. Ad oggi, ne sono stati analizzati 37 (75%), scelti in maniera che fossero rappresentate la maggior parte di US e tutte le fasi di insediamento individuate. Questa costituisce dunque una relazione preliminare, sulla

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Fig. 128 Curva tassonomica relativa allUS 1205.

Fig. 129 Curva tassonomica relativa allUS 1175.

base di risultati che riteniamo tuttavia rappresentativi delle tracce antracologiche disponibili. Losservazione dei caratteri anatomici utili per lidentificazione stata condotta su frattura fresca del carbone secondo i tre piani principali (trasversale, longitudinale radiale, long. tangenziale). Sono stati esaminati in tutto 1519 frammenti di carbone, nellambito di 37 unit stratigrafiche diverse (Fig. 78); il numero per campione non omogeneo, a causa delle diverse quantit rinvenute: per ogni US sono stati determinati da un minimo di 12 (US 1218 e 1234) ad un massimo di 150 frammenti (US 1158). Per lidentificazione, ci si riferiti agli atlanti di Schweingruber (SCHWEINGRUBER 1990a; SCHWEINGRUBER 1990b), Greguss (GREGUSS 1959) e allo studio di Cambini (CAMBINI 1967). Per definire il numero minimo di frammenti esaminati che possa garantire la rappresentativit del campione si sono costruite, come ormai consuetudine, alcune curve tassonomiche: queste variano da un campione allaltro, permettendo di individuare il limite a partire da cui la ricchezza specifica si stabilizza, superato il quale i risultati ottenuti non giustificano il tempo dedicato allanalisi. Per es., nel caso dellUS 1205 che presenta una notevole ricchezza floristica, la maggior parte dei taxa oltre a quelli dominanti, compare dopo lanalisi dei primi 50 frammenti; lanalisi di unulteriore parte del campione (fino a 128 carboni) ha portato allindividuazione di tre soli nuovi taxa poco comuni in questa US (Fig. 128). Per la US 1175, la curva si stabilizzata dopo soli 10 taxa, cosicch il conteggio stato interrotto dopo 50 frammenti (Fig. 129). Per commentare questi dati, vengono utilizzati schemi sintetici in cui gli spettri sono disposti secondo un ordine stratigrafico e cronologico, riferito alle fasi definite dallo studio archeologico e da datazioni radiocarboniche; larco temporale esplorato spazia dal VIII-X (periodo 1) al XIX secolo AD (periodo 7). Riguardo ai campioni delle 17 fasi esaminate, per 5 il conteggio supera i 100 frammenti, per 10

supera i 50 e in due casi al di sotto di 50 (Figg. 130-131). Poich per gli standard antracologici attuali si tratta di quantit relativamente modeste, si preferisce riportare i soli valori numerici, rinunciando per il momento a quelli percentuali. Come di consueto, il termine taxon (plurale taxa) si riferisce ad un livello tassonomico non definito (specie, genere, famiglia, etc.).

Analisi antracologica
La quantit di resti di legna carbonizzata molto variabile: se la si analizza per ciascuna US, tenendo conto del contesto attribuito a ciascuna, sembra che in corrispondenza dei livelli pi rimaneggiati (buche di palo, fasi di crollo, riempimenti) il numero di carboni sia sempre molto modesto; viceversa, la quantit di carbone massima negli strati relativi a fasi di costruzione (capanne, castello, ampliamento di mura o del borgo) (Fig. 131). Anche la ricchezza floristica in accordo con quanto sopra osservato (Fig. 131): il numero di taxa per strato massimo in relazione ai periodi di attivit e di espansione, mentre scende vistosamente negli strati detritici. Le dimensioni dei frammenti sono sempre modeste (per lo pi inferiori a 1 cm3), tali cio da consentirne lidentificazione, ma non deduzioni sullimpiego; spesso, per, sono stati riconosciuti rami di piccolo diametro che indicano chiaramente un uso come combustibile. I taxa individuati sono complessivamente 19, con un certo margine di approssimazione dovuto ad incertezze nel distinguere piccoli frammenti di taxa con struttura anatomica molto simile come Carpinus e Ostrya o Rosaceae. Non si sono potuti determinare in tutto 28 carboni (1,8%), soprattutto a causa di perdita delle strutture anatomiche caratteristiche (aspetto vetroso o altro). Le uniche Gimnosperme presenti appartengono al genere Juniperus (Ginepro); tutte le altre sono la-

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Fig. 130 Diagramma antracologico sintetico: i risultati dellanalisi antracologica sono raggruppati per fasi di insediamento. Il diagramma stato realizzato mediante il programma GpalWin (Goeury 1997)

Fig. 131 Variet floristica e quantit di carboni identificati in ciascuna delle US analizzate.

tifoglie, pi o meno mesofile. Solo 4 o 5 possono riferirsi a piante con portamento arbustivo o lianoso (Prunus, Sambucus, Viburnum, Juniperus, Vitis, Leguminosae). Ad una prima osservazione, la distribuzione dei taxa nelle diverse US pu apparire relativamente omogenea; tuttavia, sembrano emergere delle correlazioni tra fasi di occupazione e spettri antracologici. A questo proposito, vale la pena di ricordare che, soprattutto nel caso

dello studio dei carboni di un sito, di cruciale importanza la comprensione del contesto archeologico in cui essi sono stati ritrovati (BOURQUINMIGNOT et alii 1999); effettivamente, nel nostro caso, sembra di poter leggere queste tracce come effetti delle attivit svolte nel sito, siano esse coltivazione di specie legnose, lavorazione di materiali di carpenteria o disboscamento per ampliamento delle colture, ecc. Il rischio quello di la-

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Fig. 132 Cerchie strette (A) e cerchie larghe (B) nella sezione trasversale di legno carbonizzato di Castagno.

sciarsi trasportare da un eccesso di determinismo antropico, cos come pu accadere, invece, per il determinismo ambientale nel caso di vegetazione spontanea di siti non insediati. Certamente, ci si deve chiedere in ogni caso che significato si possa attribuire alla presenza di frammenti di carbone in uno strato: per lo pi, un dato abbastanza sicuro la testimonianza della presenza della specie nei dintorni, soprattutto se derivano da focolari. Lincendio di strutture evidenzia specialmente il materiale da costruzione, cos come la combustione di scarti di cantiere. Abbiamo cercato quindi di correlare il tipo di occupazione nei diversi periodi, ricostruito dalle ricerche archeologiche (QUIRS Castillo et alii 2000) con le tracce antracologiche, in modo da evidenziare un eventuale significato di causa/effetto. Tra le entit arboree, spicca per quantit e diffusione il Castagno (Castanea); questa, senza dubbio, la specie pi abbondante e pi costante a testimonianza, evidentemente, della sua ininterrotta presenza nei dintorni della rocca di Gorfigliano e del suo intenso utilizzo. Come noto, il castagneto una coltura forestale che stata diffusa, fin dai primi secoli DC, a scapito del bosco di latifoglie collinare e submontano (ROTTOLI, NEGRI, 1998; QUIRS CASTILLO 1998); in effetti, il livello pi antico (che tra laltro anche il pi ricco per numero di carboni, fase 1a VIII-X sec.) mostra, accanto al Castagno predominante, una quantit non molto inferiore di Querce decidue (tipo Roverella, Rovere o Cerro) che gi nella fase 1b crollano a valori molto bassi, per scomparire quasi del tutto a partire dalla fase 5c (XVII sec.). Nellesposizione dei dati, non abbiamo distinto il castagno domestico da quello selvatico, come invece stato fatto nel caso di ricerche precedenti, anche nello stesso sito (FOSSATI 1982, 1990; QUIRS CASTILLO et alii 2000); innanzitutto, bisogne-

rebbe definire che cosa si intende con questi due termini: se, cio, per selvatico si debba intendere il ricaccio da ceppaia dopo una ceduazione o la pianta nata spontaneamente da seme e se nellambito del domestico esistano differenze tra il legno delle ramificazioni principali degli esemplari da frutto e quello dei rami potati periodicamente. Certamente esistono differenze anatomiche, che abbiamo rilevato qui ed in altre occasioni specialmente nel caso del Castagno, tra porzioni di legno a rapido accrescimento (cerchie ampie) ed altre a crescita lenta (strette) (SCIPIONI, 2000; PRONO, 2000; M ONTANARI et alii 2002) (Fig. 132): ci appare chiaramente dal numero di cerchie annuali per centimetro di raggio. Non sembra tuttavia facile discriminare tra effetti dovuti ai fattori biologici e ambientali e conseguenze delle cure colturali. La situazione rilevata a questo proposito per i carboni di Gorfigliano quella illustrata nella Fig. 133: su 30 spettri considerati, si nota chiaramente una prevalenza di cerchie larghe (2,5-4 mm); se andiamo a vedere la corrispondenza di questi picchi con le fasi di occupazione, sembrerebbe di notare una certa corrispondenza del legno a rapido accrescimento con i periodi di costruzione (castello del X, ampliamento delle mura del XV-XVI, con focolare e riempimento connessi, ma anche con riporti e crolli del XVIII-XIX). Se le cerchie larghe indicano legno selvatico (FOSSATI 1982; FOSSATI 1990), questo coinciderebbe con il materiale da costruzione che certamente fu impiegato (travature, tavolame, ponteggi) e con i suoi scarti che verosimilmente potevano essere utilizzati come combustibile. Il maggior numero di cerchie strette (c. 0,5 mm) sono state osservate in corrispondenza delle capanne dellVIII-X e ancora in una fase a cavallo tra il XVI e il XVII sec. (occupazione della sommit, restauro di case). In tutti questi casi, comunque, erano compresenti

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Fig. 133 Frequenza dei diversi tipi di cerchie annuali (ampie, medie, strette) nei resti carbonizzati di Castagno, in relazione al numero totale di frammenti di questa specie.

frammenti dei due tipi e altri con cerchie di dimensioni intermedie; esclusivamente cerchie larghe sono presenti nella fase 1b (abbandono capanne), in due US successive. Da quanto esposto, non chiaro se e fino a che punto queste indicazioni si possono interpretare correttamente, ma certo che varrebbe la pena di approfondire largomento, con sperimentazioni mirate; sarebbe molto utile avere anche indicazioni pi precise sullimpiego del legno da cui questi resti derivano, dal momento che il selvatico doveva essere prevalentemente utilizzato come materiale da costruzione, mentre gli scarti del domestico (potature o abbattimento di esemplari non pi produttivi) fornivano combustibile. Tra le querce decidue, il Cerro (Quercus cerris) spesso riconoscibile dai resti carbonizzati, per lo meno secondo i criteri distintivi indicati da Cambini (CAMBINI 1967); come sopra accennato, tuttavia, linsieme delle querce decidue mostra un nettissimo andamento discendente, venendo a mancare quasi del tutto nel XIX sec. Una tendenza analoga sembra evidente anche per le querce sempreverdi (Leccio), bench la presenza molto pi sporadica fornisca indicazioni meno sicure. Carboni di Faggio (Fagus) sono presenti quasi costantemente, ma abbondano solo tra il X-XII e nel XVII sec. possibile che la quantit di carboni di latifoglie quali Querce e Faggio abbia a che fare con la gestione degli spazi montani e, particolarmente per questultimo, con lespansione delle aree di pascolo alle quote elevate; la piccola quantit di carboni di faggio presente nel XIV-XVI sec. cadrebbe in effetti in un periodo di maggiore pressione pastorale, originata dalla transizione dalla gestione signorile alla comunitaria dellallevamento. Anche i resti di Carpino nero, Carpino bianco e Nocciolo (Corylus) mostrano un andamento analogo. Secondo uninterpretazione ecologica classica, dallambiente di piana alluvionale del vicino

fondovalle proveniva probabilmente il legno di Pioppi e Salici (Populus/Salix), Ontano (Alnus) e forse Acero (Acer) i cui resti carbonizzati sono stati osservati di frequente, ma sempre in quantit modeste (Fig. 130). Tuttavia, come si visto nei lineamenti vegetazionali, molte di queste specie sono tuttora presenti anche sulla rocca di Gorfigliano. Ancora minori sono i ritrovamenti di specie arborescenti o arbustive (Sorbus, Laburnum, Sambucus, Viburnum, Leguminose); quantit scarse ma costanti di cfr. Prunus potrebbero riguardare sia specie arbustive spontanee (es. Prugnolo), sia specie coltivate (es. Ciliegio, Amareno) che sono presenti anche oggi nel sito. Degna di nota la comparsa, in buona quantit ma isolata, del Ginepro (Juniperus): il Ginepro comune una specie che invade tipicamente gli ambienti rurali abbandonati ed significativo che le uniche sue tracce carbonizzate si osservino in corrispondenza di una fase di abbandono delle colture agrarie (XVII sec.). Sporadica e testimoniata da pochi frammenti, ma di grande interesse, anche la presenza di specie legnose chiaramente coltivate quali il Noce (Juglans) (Fig. 134) e la Vite (Vitis) (Fig. 135): il primo si ritrova tardivamente, in una fase di risistemazione agricola del XIX sec., cui corrisponde il minimo assoluto (pochi frammenti) di Castagno. La Vite, invece, compare precocemente nella fase 1b (VIII-X) e scompare dopo il XVII sec.; ci potrebbe corrispondere allo spostamento del villaggio e della coltivazione della Vite verso la piana (in localit Capanne), oppure al suo effettivo abbandono, in favore di altre. I carboni della US 1182 (fase 5a) sono solo 4 frammenti di medie dimensioni (1-2 cm3), tutti di Vite, ritrovati in un livello di uso; il contesto degli altri due ritrovamenti di riempimento di buca di palo (US 1193) e di ceneri di focolare (US 2115). Questa cronologia per la Vite sarebbe in accordo con il

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Fig. 134 Sezione trasversale di legno carbonizzato di noce (Juglans).

Fig. 135 Sezione trasversale di legno carbonizzato di Vite (Vitis).

tipo di economia ipotizzata: la vite era coltivata in sede curtense come fonte di reddito indirizzato allautoconsumo e nel periodo signorile si indirizzava alla fornitura dei mercati urbani, mentre la sussistenza delle popolazioni locali era garantita essenzialmente dalla castagnicoltura e dalle altre attivit connesse (risorse forestali, allevamento). I risultati di queste analisi antracologiche si possono confrontare con quelli dei siti di FilattieraSorano (Massa) (ROTTOLI, NEGRI 1998) e di Luni (CASTELLETTI 1977) in Lunigiana; il periodo storico (I-VI sec. d.C e II a.C.-XI sec. d.C.) ed il contesto ambientale non sono gli stessi, ma si prestano ugualmente ad alcune considerazioni, anche alla luce di quanto ha gi osservato Quirs Castillo (QUIRS CASTILLO 1998). Nel caso di Filattiera, infatti, gli spettri differiscono floristicamente poco dai nostri, rispecchiando un ambiente simile, per la posizione a quota minore ed in fondovalle, ma pi lontana dal mare. interessante notare, tra il II ed il VI sec., la presenza di Abete bianco (Abies), che non stato per ora trovato a Gorfigliano; si tratta di una specie che ha svolto un ruolo di primo piano nel popolamento forestale olocenico, il cui legno spesso difficile da distinguere da quello del Ginepro; nel nostro caso, tuttavia, lidentificazione del Ginepro sembra certa (Fig. 136). A Filattiera, la comparsa del Castagno e la sua progressiva sostituzione delle querce decidue si registra tra il I e il II sec., con la massima presenza nel V-VI, risultando quindi complementare rispetto alla finestra storica di Gorfigliano. Gli autori, forniscono un quadro generale delle tracce (macroresti) di Castagno in Italia, nellambito del quale si possono ora inserire anche quelle di Gorfigliano e di Tea. A proposito di questultima localit, vale la pena di segnalare che sono in corso di studio anche i resti di legno carbonizzato recuperati negli scavi

Fig. 136 Sezione longitudinale radiale di legno carbonizzato di Ginepro (Juniperus).

dellOspedale medievale di Tea, un sito non molto lontano da Gorfigliano, posto a 950 m sullo spartiacque tra Lunigiana e Garfagnana, il cui studio archeologico gi stato pubblicato (QUIRS CASTILLO 2000): le analisi antracologiche preliminari da noi svolte su 7 US relative ai sec. XI, XIII, XVI, confermano la grande abbondanza di Castagno che risulta in alcuni campioni la specie arborea dominante; sono per presenti, e talvolta in prevalenza, anche Leccio e Pino. A Luni, carboni di Castagno compaiono con una certa abbondanza in strati dei sec. VIII-XI (CASTELLETTI 1977), quindi in un periodo intermedio, di raccordo tra i reperti di Filattiera e quelli di Gorfigliano. Risulta presente (1 solo frammento) anche lAbete ma in quel caso, accanto a molte specie mesofile (tra cui il Faggio) evidente una

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buona componente mediterranea (Pinus cfr. pinea, Pistacia lentiscus, Cistus cfr. salvifolius, Erica arborea/scoparia, Arbutus unedo). Durante gli scavi di Gorfigliano, sono stati rinvenuti solo pochi resti carpologici: sono una ventina di semi nella US 2139 e una met di seme nella US 3512. Si tratta esclusivamente di Leguminose, per la maggior parte tipo Vicia sativa e, in due casi, Vicia faba var. minor (Favino); significativa la presenza di Favino e di Veccia in corrispondenza di una fase (US 2139, fase 5c) di risistemazione agricola del XVII sec. Anche da questo punto di vista i dati concordano, per tipologia, con quelli di Filattiera. CONCLUSIONI Lanalisi dei carboni recuperati nellambito degli scavi archeologici della rocca di Gorfigliano, anche se non del tutto conclusa, ha permesso di incrementare notevolmente le precedenti conoscenze in proposito (QUIRS CASTILLO 2000), offrendo un ampio quadro della copertura vegetale legnosa nei dintorni del castello. Laccuratezza degli studi archeologici e storici e della cronologia (QUIRS CASTILLO 2000) fornisce un quadro socio-economico indispensabile per una corretta interpretazione delle tracce archeobotaniche. Le informazioni ricavate coincidono, a volte in maniera impressionante, con le attivit che erano presumibilmente svolte nel sito e nei suoi din-

torni, confermando puntualmente le ipotesi basate su dati storici ed archeologici. Il bosco, ed in particolare la castagnicoltura, sembra aver rappresentato, con continuit, la principale fonte di sussistenza, accompagnandosi, fino al VI sec., alla coltivazione della Vite che aveva, evidentemente, un significato economico diverso. Il fatto che il Castagno fosse dominante gi nelle fasi pi antiche (fase 1a, a capanne, VIII-X sec.), bench insieme alle Querce, indica come la sua coltivazione locale risalga almeno allalto medioevo, in accordo con quanto risulta dalle altre ricerche svolte in questarea. Alcuni aspetti che sarebbe utile approfondire ancora sono: a) lorigine dei carboni (contestualizzazione), per affinarne linterpretazione; b) la possibilit di distinguere il legno di Castagno domestico da quello selvatico; c) ulteriori informazioni sullambiente, complementari a quelle antracologiche, che si possono ottenere per mezzo di altri studi paleoambientali, in particolare pollinici: i terreni sedimentari del fondovalle potrebbero conservare tracce utilissime da questo punto di vista; d) maggiori informazioni sulle specie coltivate, specialmente erbacee, attraverso il recupero e lo studio di abbondanti resti carpologici. CARLO MONTANARI, S ARA SCIPIONI*

* Dip.Te.Ris. Laboratorio di Palinologia e Archeobotanica e LASA, Universit di Genova.

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IV DAL CASTELLO AL VILLAGGIO IN ET MODERNA .

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1. INTRODUZIONE

Come stato sottolineato nellintroduzione del volume, si voluto abbordare lo studio del villaggio di Gorfigliano in termini globali, considerando lintera valle dellAcqua Bianca come un unico sito archeologico in grado di fornire informazioni utili per lo studio della societ locale. Il modello teorico di partenza stato quello di abbinare lanalisi della valle in termini regressivi partendo dallattuale e in termini tradizionali partendo dal passato attraverso lanalisi delle forme insediative abbandonate e le forme fossili di articolazione sociale del territorio. Qualche anno fa D. Moreno, G.F. Croce e C. Montanari, riflettendo intorno al concetto di archeologia rurale, si chiedevano come mai le ricerche sul villaggio medievale o, pi recentemente quelle aperte sullarcheologia del territorio non siano giunte a definire in termini precisi i contenuti (fini, mezzi e metodi) di un archeologia rurale. Gli stessi autori rispondevano alla domanda sottolineando il peso che avevano avuto nella definizione delle problematiche storiche e archeologiche certi modelli geografici culturali che avevano portato a valutare sostanzialmente la tipologia geografica delle forme insediative, tralasciando altri studi sulloccupazione e la concezione integrale delle aree rurali, che invece hanno avuto un ruolo essenziale in altre tradizioni archeologiche europee (MORENO, CROCE, MONTANARI 1992, p. 159). In questa ricerca si voluto sperimentare un approccio nel quale si potesse affiancare allo studio delle dinamiche insediative che comunque costituiscono al momento lo strumento di maggior potenzialit archeologica per la comprensione del mondo rurale in termini archeologici lanalisi degli spazi produttivi in termini sociali. Nonostante lattenzione prestata agli aspetti naturalistici in diversi contributi del presente volume e la propria ubicazione di Gorfigliano in un spazio di montagna che impone certi condizionamenti ecologici, il principale contributo offerto dai saggi che si raccolgono in questa sezione del volume limportanza decisiva che le dinamiche sociali hanno avuto nella costruzione dei paesaggi signorili e comunitari che si sono riscontrati nellanalisi diacronica di questo villaggio. In questa ricerca si utilizzata una pluralit di registri informativi che vanno dalle fonti orali e letnografia, alla toponomastica e lo studio delle sue

etimologie, alle carte storiche e le fonti scritte. Si prestata unattenzione particolare alle fonti orali come registro fondamentale per limpostazione di unanalisi regressiva. Per questo motivo stata intervistata la maggior parte degli abitanti dei paesi, sia per la ricerca di toponimi, la conoscenza delle pratiche agrarie, lidentificazione di diversi luoghi, etc. La toponomastica stato inoltre presa in considerazione dai diversi autori, prestando un attenzione particolare alla sua georeferenziazione, alla sua identificazione nelle fonti scritte e alla sua interpretazione etimologica. Per quanto riguarda le carte storiche, le numerose liti di sconfinamento che sono avvenute nel corso dei secoli XVII-XVIII tra Gorfigliano e Vagli hanno prodotto sia da parte di Lucca che dagli Estensi una importante e interessante serie di carte che rappresentano, con diverso grado di attendibilit il territorio, labitato e gli spazi produttivi di Gorfigliano. Per quanto riguarda invece lo studio delle fonti scritte, anche se sicuramente non sono state esplorate in modo esauriente, sono stati presi in considerazioni diversi registri e documenti conservati presso lArchivio di Stato di Lucca (come ad esempio i locali statuti dellanno 1630, trascritti in appendice), i registri dellarchivio parrocchiale locale, il Catasto Napoleonico conservato presso larchivio comunale locale, oltre ad altre fonti di diversa entit. Una delle principali difficolt che si sono riscontrate stata quella di fare una corretta lettura dei diversi registri informativi. Come stato pi volte sottolineato dai diversi autori il linguaggio delle cose e il linguaggio delle parole, parlate o scritte, spesso sono diversi, e la loro decodificazione e integrazione in un discorso comune richiede un approccio metodologico corretto e un modello teorico danalisi adeguato. La lettura che si propone in questa sede dovr essere, quindi, sottoposta ad ulteriore verifiche. Per portare a termine questa ricerca non tradizionale si formato un gruppo di lavoro che ha studiato il territorio di Gorfigliano in modo parallelo alla realizzazione degli scavi nella Chiesa Vecchia. La parte sostanziale della ricerca e la sua impostazione stata realizzata da Lorenzo Calvelli, che ha avuto un ruolo trainante nella costruzione di questa proposta danalisi. Nellanno 2001 si sono

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affiancati allo studio S. Gobbato per quanto riguarda lanalisi dellarchitettura, L. Giovannetti per larcheologia forestale e M. Fernndez Mier per gli spazi agrari. Sono stati scelti in questa prima fase di lavoro tre settori di ricerca dotati di una entit propria, in quanto partono da una metodologia, unimpostazione teorica e un modello danalisi molto diversi. In effetti, i tre contributi che conformano questa sezione del volume hanno una loro autonomia teorica, e addirittura in occasioni abbordano alcuni argomenti coincidenti da diversi punti di vista. Tuttavia, si ritiene che, tenendo conto anche della natura sperimentale si voluto dare a questa ricerca, che questa autonomia contribuisca ad arricchire il discorso interpretativo. Il primo contributo riguarda lo studio degli spazi agrari e dei cicli di produzione, sia attraverso lanalisi dei parcellari che ricorrendo a fonti di natura etnografica e documentaria di diversa entit. Si tratta di una linea di ricerca che non conta finora con una tradizione significativa di studi a livello regionale (ad es. STOPANI 1983), e che si pone come un approccio di grande potenzialit per lo sviluppo dellarcheologia postclassica del mondo rurale. Nel secondo contributo si voluto, invece, realizzare unanalisi estensiva dellarchitettura postmedie-

vale dellabitato, collegando in modo ideale il villaggio sepolto della Chiesa Vecchia con quello sorto nei secoli moderni presso le principali aree di vocazione agricola della valle. Questa linea di studi conta invece con una maggior tradizione di ricerche nellambito Apuano e Appenninico, in modo particolare grazie alle esperienze condotte dallIscum nella vicina Lunigiana orientale (ad es. FERRANDO CABONA, CRUSI 1980b, 1981; GOBBATO 2003). Infine, nellultimo contributo si mette a fuoco il problema della gestione degli spazi produttivi nellalta valle del Serchio alla luce dellarcheologia forestale, dando una particolare importanza al fenomeno della nascita degli alpeggi e allo sdoppiamento dei villaggi nel contesto dei quali sorge il villaggio di Gorfigliano. Anche in questoccasione larcheologia forestale pu contare su delle esperienze molto rilevanti nellambito Appenninico (ad es. MORENO 1990), ma in questa sede la ricerca stata notevolmente arricchita dallanalisi integrata con gli spazi dediti allallevamento. Da queste ricerche sono emersi aspetti chiavi per la comprensione dellarticolazione diacronica della societ della valle dellAcqua Bianca e sono stati posti numerosi problemi che aprono nuovi indirizzi di ricerca futuri. JUAN ANTONIO QUIRS CASTILLO

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2. LO SPAZIO AGRARIO DI GORFIGLIANO: UN ESEMPIO DI ARCHEOLOGIA AGRARIA

2.1 CHE COSA LARCHEOLOGIA DEL PAESAGGIO?


2.1.1 Introduzione
(la) arqueologa de las zonas de residencia no basta para revelar la lgica de la produccin impuesta por los feudales a travs de la renta, ni permite poder, finalmente, acceder a la comprensin de los sistemas de tcnicas mediante los cuales los campesinos llevan a cabo sus procesos de trabajo, ni tampoco permite, en consecuencia, evaluar los grados de mediacin a que son sometidos por la exigencia de la renta (BARCEL 1995, p. 64) Con queste parole il medievista Miquel Barcel ha posto in risalto una caratteristica dellarcheologia medievale dei paesi mediterranei che di anno in anno si rende pi evidente e che contrasta con lo sviluppo subito da questa stessa disciplina nei paesi dellEuropa settentrionale. Ne emerge la necessit di costruire unarcheologia che si occupi della formazione della signoria rurale non solo attraverso ci che tradizionalmente considerato un sito archeologico (abitati, chiese, necropoli e centri di potere), ma anche a partire dalle aree di produzione, dando vita ad una vera e propria archeologia agraria. Negli ultimi trentanni larcheologia medievale mediterranea ha cercato, con impegno diseguale a seconda dei paesi, di analizzare il fenomeno della nascita e del funzionamento delle signorie rurali a partire dallanalisi della riorganizzazione dellabitato, trascurando tuttavia i luoghi in cui concretamente si generava la rendita signorile, le tecniche utilizzate dai contadini ed il ruolo svolto dai signori mediante limposizione di norme e colture. Un rapido sguardo alla bibliografia medievale italiana rivela precisamente questa carenza: dalla pubblicazione dellopera di TOUBERT (1973) sullincastellamento nel Lazio medievale si sviluppata unintensa attivit archeologica attorno ai castelli che ha consentito una migliore conoscenza dellargomento nonch la possibilit di documentare le strutture precedenti a questi insediamenti1. Ciono1. Tra i principali contributi si possono sottolineare i volumi collettivi di COMBA, S ETTIA 1981; FRANCOVICH , MILANESE 1989; BARCEL, TOUBERT 1998; F RANCO VICH, G INATEMPO 2000).

nostante mancato uno studio archeologico del paesaggio medievale che aiutasse a capire larticolazione degli spazi agrari e le forme di sfruttamento, tema trattato invece da diversi studiosi a partire dalla documentazione scritta2, ma di rado verificato sul terreno a partire dal paesaggio attuale e mediante il metodo regressivo3. Sono comunque da sottolineare lesistenza di importanti eccezioni rappresentate dai contributi scaturiti negli anni 70 da geografi storici quali Diego Moreno, Massimo Quani, che hanno dato un importante contributo alla nascita dellarcheologia forestale e degli spazi agrari di et moderna e contemporanea, adesso confluite allinterno dellarcheologia postmedievale. Nellambito dellarcheologia medievale meritano, invece di essere sottolineati per la loro importanza gli studi condotti sulle aree metallurgiche, i cui spazi produttivi si caratterizzano per una maggior visibilit archeologica. I contributi realizzati a questo proposito da parte dellUniversit di Siena attraverso numerose ricognizioni e scavi, tra i quali va richiamato quello della Rocca San Silvestro (LI), rappresentano indubbiamente gli apporti pi significativi in questo settore (FRANCOVICH 1991; FRANCOVICH, WICKHAM 1994). Un altro gruppo di lavoro che sta prestando particolare attenzione al territorio di et medievale quello di Genova, attivo sin dagli anni della nascita dellarcheologia globale del territorio (MANNONI 1981; Mannoni, Cabona, Ferrando Cabona 1988). Di recente si sta infine sviluppando una linea di lavoro sui paesaggi agrari medievali per opera dellUniversit di Padova (Prof. Gian Pietro Brogiolo), che interpreta con grande efficacia i dati forniti dalla fotografia aerea (MANCASSOLA, S AGGIORO 1999b). Queste considerazioni si riflettono nella scarsa importanza ricoperta dallarcheologia agraria di epoca medievale nellambito dellarcheologia del paesaggio: una debolezza che contrasta con lampio sviluppo cui hanno assistito negli ultimi anni le ricer2. A tal proposito bisogna sottolineare opere come quella di FUMAGALLI, R OSSETTI 1980 e, ovviamente, i lavori di Emilio Sereni che hanno fornito uninteressante visione dinsieme da utilizzare come base di partenza per studi di carattere regionale o micro-territoriale: S ERENI 1961, 1981. 3. La necessit di aprire gli studi sullincastellamento verso le zone di coltivazione stata recentemente posta in risalto anche da Pierre Toubert ( OUBER T 1998). T

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che relative allepoca romana, dove si analizzato il fenomeno delle centuriazioni 4, e che si oppone inoltre alla proliferazione di studi dedicati alle forme del paesaggio in Francia (GUILAINE 1991) 5 e, soprattutto, nellEuropa Settentrionale ( VERHULST 1995).

2.1.2 Gli studi di archeologia agraria in Europa


La tradizione di studi nordeuropea ha avuto inizio negli anni venti con lidentificazione in Gran Bretagna di parcellari protostorici ed ha ottenuto grande sviluppo a partire dagli anni cinquanta in Germania, Scandinavia, nei Paesi Bassi e nella stessa Inghilterra. Sono appunto queste le correnti storiografiche che si sono maggiormente occupate dei paesaggi medievali, interessandosi in primo luogo dellanalisi del micro-rilievo (le impronte lasciate sul terreno dalle pratiche agricole, identificabili al di sotto dellattuale manto boschivo e prativo) e sviluppando unampia bibliografia relativa a quelli che Marc Bloch ha definito i regimi agrari: il bocage (TAYLOR 1967) e lopenfield (ROWLEY 1981; HURST 1984; JOHNSON 1993). Qual stato invece il percorso svolto dallindagine agraria della Scuola degli Annales6 a partire dai suoi lavori precursori? La storiografia francese degli anni trenta ha avuto grande importanza per lo studio della storia del paesaggio. Allopera di Bloch (BLOCH 1931) si devono aggiungere i lavori di Ren Dion (DION 1934) e di Andr Dlage (DLAGE 1934), che comportarono la reazione contro una visione deterministica del paesaggio, un avvicinamento agli spazi rurali e lintroduzione di studi di carattere diacronico. La storiografia successiva sempre stata debitrice verso questi lavori ma, dal punto di

4. I primi studi sul paesaggio agrario di et romana in Italia sono collegati ai contributi di Andrea Carandini. Un ruolo importante stato svolto anche dagli studi realizzati dalla British School of Archaeology (BARKER 1986). In seguito questi lavori si sono indirizzati prevalentemente al fenomeno delle centuriazioni ( Misurare la terra 1983), senza per dare particolare evidenza allevoluzione di queste nel periodo medievale, come hanno giustamente sottolineato M AN CASSOLA, S AGGIORO 1999. Nel campo dellarcheologia del paesaggio, in due delle opere di riferimento pubblicate in Italia negli anni novanta ( ERNARDI 1992; C AMBI , TERRENATO B 1994) si vedono giustamente rispecchiate la variet di progetti relativi allet antica e limportanza che ha avuto il tema delle centuriazioni. 5. Unopera recente con contributi che rendicontano le tendenze della ricerca in Francia e offrono bibliografia specializzata lannata 2001, 153-154, della rivista tudes rurales. 6. opportuno tener presente che a discapito della ricca bibliografia relativa agli spazi agrari medievali nel Nord Europa, tanto la linea di ricerca spagnola quanto quella italiana risultano debitrici soprattutto nei confronti della storiografia francese.

vista archeologico, solamente negli anni ottanta si cominciato a produrre un numero rilevante di contributi: i primi, molto centrati sulla storia dellinsediamento e i successivi, dalla met del decennio, con maggior attenzione per i campi coltivati. Il tema che di fatto ha suscitato linteresse di questi ricercatori dagli anni ottanta in poi stato quello dei catasti e delle centuriazioni: per affrontarlo si utilizzata come strumento di lavoro fondamentale la fotografia aerea. Nomi come Monique ClavelLvque7, Grard Chouquer8, Franois Favory (1994) o Antoine Perez (1995), mettono in risalto questo tipo di indagine, il cui corrispondente in Italia rappresentato principalmente dalla serie di volumi Misurare la terra, pubblicata a Modena. Tali studi hanno come oggetto le forme del paesaggio, intese come il risultato della razionalizzazione delle pratiche produttive, e messe in relazione con lo sviluppo delle forze di produzione e delle tecniche agricole. In questo genere di approccio assume grande importanza la prospettiva diacronica, la longue dure, e in tale ottica si studia levoluzione del paesaggio nel corso di lunghi periodi di tempo e si polarizza lattenzione sugli elementi che permangono e sul loro riuso. Questi studi implicano ovviamente la scelta di uno spazio concreto come quadro di analisi, facendo coincidere in tal modo la regione studiata con loggetto stesso della ricerca. In relazione a questi lavori di morfologia agraria si andato sviluppando un approccio legato alle discipline naturalistiche, che potremmo definire con lespressione archeologia ambientale. Questa linea investigativa sostiene che le ipotesi avanzate dagli studi di morfologia agraria dovrebbero mantenersi in sospeso poich raramente esse sono verificabili sul terreno. Di conseguenza tali studi collocano al centro dellindagine elementi concreti delle morfologie agrarie (le chiusure dei confini, le fosse di drenaggio, i sistemi di irrigazione, i terrazzamenti, etc.) e compiono interventi archeologici su questi elementi onde comprenderne la micro-stratigrafia 9.

7. C LAVEL-L VQUE 1983, 1995; C LAVEL-L VQUE, J OUFFROY , VIGNOT 1994. 8. C HOUQUER 1996-97; 2000; C HOUQUER, FAVORY 1980, 1991. 9. Un buon esempio di questo tipo di studi quello realizzato sulle fosse di delimitazione (tanto di drenaggio che di irrigazione) degli appezzamenti in diversi punti della valle del Rodano ( ERGER 2000). In essi sono state utilizzate molteB plici metodologie di analisi (antracologia, palinologia, carpologia, fitologia) onde poter ricostruire levoluzione dei sistemi idraulici storici tenendo conto dellinterazione tra i parametri paleo-idrologici e quelli culturali responsabili delle tracce osservate. Questi sistemi artificiali, realizzati dalluomo, sono da esso controllati ma subiscono anche gli effetti degli eventi idro-climatici, le piene del fiume o i periodi di magra, che ne modificano il funzionamento. Partendo dallanalisi di questi sistemi possibile ricostruire le fluttuazioni degli acquiferi e la loro evoluzione.

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Si aperto in questo modo un interessante dibattito teorico tra due orientamenti caratterizzati da una forma radicalmente distinta di vedere ed analizzare lo spazio e da una diversa concezione del tempo. Il primo indirizzo di studi si occupa delle forme del paesaggio sulla lunga durata, con le loro discontinuit e le loro persistenze: in esso il concetto spaziale svolge un ruolo preferenziale poich si pensa che queste forme permettano di arrivare a comprendere la struttura sociale. Il secondo orientamento, di stampo naturalista, mantiene al centro del proprio interesse elementi morfologici concreti, bench su scala territoriale maggiore, e compie innanzitutto ricerche di storia geologica, adoperandosi per capire come i processi naturali influiscano su una realt morfologica creata dalluomo. Nel caso di Gorfigliano un lavoro di tipo ambientale fornirebbe una grande quantit di dati: uno degli spazi pi importanti dellorganizzazione agraria del villaggio il Piano, una struttura agraria di openfield situata al margine del torrente Acqua Bianca ed attraversata da piccoli ruscelli, suoi affluenti, che fungono anche da limite tra le distinte unit formative del Piano stesso. possibile che le azioni generate dai diversi processi naturali (piene, scarsezza idrica) sulle strutture agrarie costruite dalluomo (chiusure delle particelle, solchi realizzati dallaratro, fosse di drenaggio, fosse di irrigazione etc.) abbiano generato uninteressante stratigrafia, che ci permetterebbe di ricostruire in maniera puntuale alcuni elementi morfologici del terreno. Tale ricostruzione non avrebbe senso, tuttavia, se lasciassimo in disparte lo spazio a cui essa si accosta e le societ che hanno creato questi elementi agrari e che li hanno mantenuti in vita fino ai nostri giorni, se, cio, non ci domandassimo il perch di questa continuit. Simili tipologie di intervento archeologico possono infatti ricoprire grande interesse nella misura in cui forniscono una cronologia alla costruzione ed alluso degli elementi agrari, ma non possono tuttavia risultare fine a se stesse e non devono essere prese come elementi isolati allinterno dellorganizzazione agraria complessiva di ununit di occupazione.

Archeologia delle forme o archeologia ambientale: che rapporto ha tutto questo con limpostazione prospettata inizialmente? Oggetto di studio sono le forme che compaiono nel paesaggio e raramente attraverso tali forme si giunge alla societ che le genera: i contadini che lavorano in quei campi o le autorit che impongono coltivazioni, introducono nuove tecniche o riorganizzano e strutturano i campi. Come ha recentemente sottolineato Julin Ortega (ORTEGA 1998, p. 42), malgrado i passi avanti verificatisi negli ultimi anni nel campo dello studio del paesaggio, lattenzione si concentrata sullo studio dei campi piuttosto che sui contadini, si privilegiata lecologia del bosco rispetto alla storia del suo sfruttamento, sono state preferite le tecniche di infrastruttura idraulica alle forme di ripartizione sociale dellacqua. La maggior parte dei ricercatori ha costantemente rifiutato il tema della strutturazione del paesaggio come cornice e mezzo di produzione e riproduzione di una certa forma di organizzare le relazioni sociali. Nonostante lo sviluppo dellarcheologia agraria, non si ancora dato vita a ci che Ortega ha definito archeologia rurale: unarcheologia nella quale il tema centrale di analisi siano i contadini, le forme di lavoro, lorganizzazione del calendario produttivo, la distribuzione del prodotto etc. Concludendo, con parole di Diego Moreno, si tratta di scegliere il livello di aggregazione della struttura sociale, cui corrispondono i processi tecnici di produzione, distribuzione e consumo che interagiscono con i processi ambientali, siano, questi ultimi, i cicli biogeochimici che strutturano un ecosistema, siano i processi microbiologici di una fermentazione (MORENO 1990, p. 30).

2.2 METODOLOGIA DI

LAVORO

2.1.3 Proposta di lavoro: unarcheologia rurale


Quanto stato finora esposto rende evidente che negli ultimi anni sono andati cambiando il punto di vista, la prospettiva ed il concetto di specializzazione da cui si affronta lo studio del paesaggio: dallanalisi di grandi territori per comprendere la loro evoluzione, si scesi al dettaglio dei lavori puntuali su singole forme agrarie, riducendone al massimo la storia geologica ed entrando in un dibattito in cui la specializzazione e la scala di analisi giocano un ruolo fondamentale.

La premessa da cui partiamo che bisogna avvicinarsi al paesaggio considerandolo il risultato dellazione collettiva di un gruppo sociale insediato nello spazio. Dobbiamo quindi cercare di capire lorigine di questo paesaggio nel corso del tempo, distinguendo i fattori che lo hanno generato, analizzando la sua evoluzione ed identificando le persistenze e le modificazioni che ha sofferto attraverso le pratiche agrarie. Queste intervengono sullambiente naturale e, nel momento in cui lo trasformano, lo dotano di una strutturazione e di una funzionalit, dando luogo ad un sistema socioeconomico che, solitamente, si traduce nellattribuzione di una nomenclatura complessa. Con questa definizione di ci che consideriamo debba essere unarcheologia del paesaggio stiamo al tempo stesso definendo il tipo di fonti da utilizzare: il paesaggio attuale, analizzato con metodo regressi-

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vo; la documentazione orale che ci informa delle pratiche agrarie; la documentazione scritta che offre, assieme a molti altri dati, la cronologia di alcuni processi specifici; e la toponimia, la cui analisi permette di desumere, almeno in parte, la logica con cui si attua lo sfruttamento dello spazio secondo la prospettiva della societ che ad esso d vita.

2.2.1 Il tempo e lo spazio


Prima di passare in rassegna le fonti da utilizzare necessario impostare due questioni fondamentali relative alloggetto di studio: quelle relative al tempo e allo spazio. IL TEMPO Le analisi dello spazio agrario in Francia hanno messo in luce la persistenza di elementi agrari molto antichi nel paesaggio attuale e la necessit di impostarne lo studio su periodi di tempo molto ampi onde comprendere i fenomeni nella loro totalit. Negli anni trenta Marc Bloch richiam lattenzione sul paesaggio visibile considerandolo un paesaggio creato attorno allanno mille, un paesaggio quindi sostanzialmente medievale. Sebbene questiniziale impostazione immobilista sia stata ormai superata, rimane evidente ancor oggi limportanza che detiene il paesaggio medievale nella configurazione del paesaggio attuale. Ciononostante, a seguito di studi sulle centuriazioni e sui parcellari dellet del ferro, si potuta anche rilevare linfluenza che strutture pi antiche continuarono ad esercitare nella disposizione del paesaggio medievale. Non bisogna inoltre pensare che questo si sia mantenuto inalterato nel corso dei secoli successivi; al contrario, si deve immaginare che il paesaggio medievale abbia subito modifiche a livello di ingrandimento, arretramento e trasformazione. Tali modifiche risultano percettibili soltanto mediante studi di lunga durata e difficilmente si potrebbero riscontrare in analisi di carattere sincronico. Nel caso dello spazio pertinente a Gorfigliano questo primo avvicinamento alla sua storia agraria concorda con lattivit archeologica svolta nel castello, che non si occupata solamente della fase medievale ma, tenendo presente la continuit dellinsediamento sino agli inizi del ventesimo secolo, ha contemplato fenomeni di lunga durata, per tracciare levoluzione del sito nella sua complessit temporale. Dal punto di vista della relazione esistente fra lantico castello, il nuovo nucleo di popolazione sorto in et moderna e la realt dello spazio agrario che circonda questi due insediamenti, necessario considerare che lo spazio attualmente analizzato a partire dalle mappe catastali e dalla ricostruzione del-

la tradizione orale si riferisce al nuovo sito di Gorfigliano. La cartografia storica, al contrario, testimonia lutilizzo di questo spazio contemporaneamente allesistenza del castello come unit abitativa. Dobbiamo pertanto analizzare come due nuclei insediativi che si susseguono nel tempo (seppur coesistendo per un certo periodo) interagiscono con lorganizzazione di un medesimo spazio agrario, la cui morfologia iniziale, sviluppatasi in et medievale, ancor oggi in esso riconoscibile. LO
SPAZIO

Alla scelta di una cornice temporale si affianca quella di una cornice spaziale. Considerando che il paesaggio il risultato dellazione collettiva di un gruppo sociale insediatosi in uno spazio, se oggetto dellanalisi questo gruppo sociale, i limiti spaziali saranno determinati dal suo stesso quadro di riproducibilit. Stabilire una territorialit concreta significa delimitare un territorio, regolare lutilizzo del suolo allinterno di questa demarcazione conformemente alle potenzialit offerte dallambiente naturale, determinare i centri di potere, dare vita ad una morfologia per questa regolamentazione delluso nonch a forme di impiego e di controllo della popolazione che rimane vincolata a questo territorio. Significa, in breve, gerarchizzare lo spazio (OREJAS 1998, p. 15). Da questo punto di vista, la scelta di una cornice spaziale di analisi sar determinata dallunit economica da studiare. Nel nostro caso, abbiamo scelto la realizzazione di uno studio micro-territoriale: lo spazio economico spettante ad ununit abitativa, il castello di Gorfigliano, che si qualifica come una cellula socio-economica e che detiene pertanto unidentit ed un valore autonomo. Posto che il nostro obiettivo sia arrivare a comprendere le logiche produttive associate a questa comunit, lambito prescelto deve essere necessariamente il suo spazio duso e dimpiego e, appunto per questo, il quadro di studio deve essere micro-territoriale. Ci non implica la decontestualizzazione della ricerca, ma vuole piuttosto che questa si inserisca in una problematica territoriale pi ampia, di scala regionale, e, soprattutto, allinterno di una determinata prospettiva storica: in questo caso lo studio dellincastellamento nellAppennino Toscano e lanalisi delle logiche produttive dettate dai signori feudali, che a loro volta si concretizzano in una precisa forma di organizzazione dello spazio agrario. In rapporto alla cornice spaziale opportuno porre in risalto un ulteriore elemento, relativo alla topografia dello spazio scelto: il trattarsi in questo caso di uno spazio di montagna. La formazione della signoria nelle societ di montagna stata poco studiata, soprattutto dal punto di vista dellarcheologia agraria, e risulta evidente che

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gli spazi di montagna richiedono criteri di analisi specifici. In questi casi dobbiamo infatti prendere in considerazione non solo gli spazi agricoli, i luoghi dove si coltivano i cereali, argomento prioritario della maggior parte delle indagini agrarie cui si alludeva nel paragrafo precedente, ma anche gli spazi adibiti allallevamento, pi difficili da studiare in quanto meno inclini a trasmettere resti su cui compiere interventi archeologici precisi10. Come emerger dallanalisi dello spazio agrario di Gorfigliano, le zone di montagna esigono una precisa distinzione tra luoghi destinati alla coltivazione dei cereali e luoghi destinati allallevamento, adeguandosi ciascuna di queste pratiche alle possibilit offerte dal terreno: per tale motivo nelle zone di montagna hanno maggiori possibilit di sviluppo i sistemi economici silvo-pastorali. In questo genere di societ come giustamente sostiene Chris Wickham, malgrado il determinismo geografico non aiuti a comprendere le linee di sviluppo necessario, o anche naturale, la geografia fornisce nondimeno un elemento essenziale alla logica della situazione, un elemento attraverso il quale la percezione sociale di un ambiente viene trasferita in azione. Come la tecnologia, o come le maggiori relazioni produttive, la geografia agisce da costrizione, da tendenza; se non stabilisce percorsi obbligati, per lo meno ne rende alcuni pi plausibili (WICKHAM 1997, p. 17). Queste imposizioni stabilite dalla natura hanno portato alcuni studiosi ad ipotizzare il carattere rigido degli spazi di montagna, dovuto a frontiere ecologiche insormontabili e al fatto che tanto le condizioni ecologiche ed orografiche quanto le coltivazioni determinano i procedimenti di lavoro ed i sistemi di recinzione (BARCEL 1995, p. 67). Senza arrivare a cadere in determinismi geografici, evidente che la montagna impone dei limiti ad alcune attivit che si troveranno poi riflessi sulla struttura sociale.

quale insist sulla necessit di utilizzare le mappe catastali attuali come fonte storica per ricostruire i paesaggi medievali. Il procedimento prevede di partire dalla situazione paesaggistica attuale e, mediante il ricorso al maggior numero possibile di fonti, di fare luce sulla complessit che la caratterizza. Sebbene questo metodo sia stato inizialmente formulato in Francia, sono stati i geografi tedeschi del periodo post-bellico che lo hanno portato al suo massimo sviluppo, indicandone al tempo stesso le linee-guida di indagine 11. LA CARTOGRAFIA
ATTUALE

2.2.2 Il paesaggio rurale e la sua interpretazione: il metodo regressivo


Il metodo principale per avvicinarsi alla comprensione dei paesaggi antichi il metodo regressivo, formulato gi negli anni Trenta da Marc Bloch, il
10. In questo senso un inevitabile punto di riferimento sono i lavori realizzati sulla montagna di Enveig, nei Pirenei francesi (RENDU 2000). Questi contributi cercano di comprendere in maniera dinamica lorganizzazione e la morfologia dei pascoli, la suddivisione delle diverse capanne dei pastori in montagna, la ripartizione sociale e tecnica degli alpeggi di alta quota e i modi di gestione delle risorse attraverso tecniche di datazione molto specializzate, distinguendo tra periodi di maggiore e minore intensit di utilizzo pastorale degli alpeggi di alta quota.

In primo luogo opportuno procedere allanalisi delle carte catastali e della fotografia aerea al fine di distinguere gli elementi costitutivi del paesaggio: gli elementi funzionali, quelli che ancora svolgono la funzione originale per la quale furono elaborati; gli elementi arcaici, che hanno in parte perso questa funzione, ma che ancora si mantengono operativi ( questo il caso della maggior parte delle strutture che formano il paesaggio agrario di Gorfigliano); gli elementi fossili, che formano ancora parte del paesaggio, ma che hanno completamente esaurito la propria funzione. La maggiore o minore presenza di questi elementi nella morfologia attuale ci permette di distinguere tre tipi di paesaggio: il paesaggio attuale, nel quale la maggioranza degli elementi mantiene una funzione allinterno della vita rurale; il paesaggio reliquia, nutrito di elementi arcaici che pi o meno conservano la propria funzione originale, adattata per alle esigenze della vita rurale moderna; il paesaggio fossile, che non ha alcuna relazione con il paesaggio attuale e che solo si conserva mimetizzato al di sotto del manto vegetale. Per portare a termine questa analisi in zone in cui perdura lo sfruttamento dello spazio un compito di primaria importanza costituito dallo studio della struttura delle particelle (NOBILI 1980, p. 58; CHOUQUER 2000): esse devono essere distinte sulla base di forma e dimensioni e raggruppate con criterio tipologico, onde poter riconoscere gli schemi organizzativi che delimitano pi vaste unit di impiego disposte al di sopra dei singoli appezzamenti. Un esempio che serve ad illustrare limportanza dellanalisi delle parcelle ci viene offerto dal registro del 1627 dei beni appartenenti alla Chiesa di Gorfigliano, nel quale appaiono non solo il nome della parcella e la sua destinazione, ma anche un disegno con la forma e i confini della stessa. In tal modo si pu apprezzare la distinta morfologia che

11. In riferimento alla metodologia facciamo seguito alle indicazioni fornite da VERHULST 1995, pp. 21-22, 32-35.

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acquisiscono le parcelle assegnate ai cereali, di forma allargata, quelle destinate alla canapa e al prativo, di forma quadrata, e quelle destinate alla castanicoltura, che hanno dimensioni maggiori. Possiamo inoltre osservare come alcune di queste parcelle, di propriet ecclesiastica nel primo quarto del diciassettesimo secolo, si siano preservate sino al giorno doggi e possano ancora essere identificate, conservando la loro forma ed estensione originarie12. Le parcelle costituiscono le unit di cui si compone un parcellario. Il loro raggruppamento d vita a forme intermedie, generalmente designate da un unico toponimo, spesso delimitate da sentieri, la cui unitariet determinabile sia per la struttura della propriet che per il regime di sfruttamento e per le colture che esse ospitano. Nel caso di Gorfigliano la struttura intermedia pi evidente il Piano, lo spazio deputato alla coltivazione dei cereali. Queste forme intermedie si articolano fra loro dando vita a forme globali di organizzazione che possiedono una coerenza interna di funzionamento e in cui sono incluse tanto le aree di sfruttamento intensivo quanto quelle di uso comune. A Gorfigliano ci sarebbe rappresentato dallintero spazio agrario spettante al castello in quanto unit di occupazione e sfruttamento. Sono proprio questi due ultimi elementi quelli che si analizzano ed individuano attraverso lo studio dei parcellari, nel tentativo di capire la loro logica di funzionamento a partire dallo studio dettagliato delle parcelle e di come queste si uniscono in gruppi. Considerando tutti questi elementi possiamo ritenere il paesaggio di Gorfigliano un paesaggio arcaico giacch, come vedremo nella sua analisi, la maggior parte degli elementi in esso identificabili svolge tuttora, con maggior o minore intensit e a seconda delle zone, la funzione a cui era stata inizialmente destinata, a dispetto del lento abbandono che hanno sofferto le pratiche agricole dallinizio del XX secolo a causa dellapertura delle cave di marmo. Laffermarsi dellattivit estrattiva marmifera ha infatti avuto come conseguenza un relativo allontanamento dalle occupazioni agricole, ma non la loro totale cessazione. Questo processo ha determinato la destrutturazione della complessa intelaiatura cui erano soggette alcune unit dello spazio agrario, passando lattivit agraria a ricoprire un ruolo secondario, svolto primariamente da donne, vecchi e bambini, poich gli uomini

salivano a lavorare in cava. Tutto ci ha favorito il mantenimento della maggioranza degli elementi facenti parte di un sistema originariamente ben strutturato, sebbene essi abbiano in parte perduto la propria funzione primigenia. IL RIFLES SO DELLE P RATICHE
AGRICOLE NELLA MORFOLOGIA DEL TERRITORIO

In secondo luogo esaminiamo limpronta morfologica e topografica lasciata sul territorio dai lavori agricoli realizzati dalluomo. Questi possono essere suddivisi, secondo Lon Aufrre, in costruzioni agrarie iniziali, collegate alla suddivisione del suolo (i muri di pietra o le siepi vive che delimitano le parcelle) e costruzioni agrarie secondarie, associate allo sfruttamento del suolo (terrazzamenti, fosse di drenaggio, sistemi di irrigazione etc.). A questi elementi, nei quali effettivamente identificabile un intento costruttivo, va aggiunto il micro-rilievo prodotto dai lavori agricoli, a sua volta oggetto di analisi da parte dellarcheologia agraria (sono i billons et sillons, le crtes de labour e il rideau de culture della bibliografia francese). Queste strutture residue ci permettono di fare un passo avanti nella conoscenza della morfologia dei parcellari, consentendoci inoltre di capire le tecniche e le pratiche di lavoro impiegate dai contadini. Lo studio di tutti questi elementi stato realizzato a partire dalla ricognizione sistematica di tutto il territorio, dove essi sono stati localizzati, cartografati (utilizzando come base la mappa catastale a scala 1:2000) e posti in relazione con le informazioni fornite dallanalisi delle particelle e delle forme intermedie di organizzazione dello spazio. Analogamente si dato inizio ad un esame tipologico degli stessi elementi che auspichiamo di poter estendere ad altre localit della Garfagnana, onde ricavare il maggior numero possibile di informazioni mediante il raffronto fra diverse zone. M.F.M. L ETNOGRAFIA In terzo luogo analizziamo i dati provenienti dallinchiesta orale. Non entreremo nel merito della discussione sullassenza di cronologia dei dati forniti dalletnografia. Risulta evidente, tuttavia, che, per quanto riguarda il parcellario attuale, tutto ci che si riferisce alle tecniche di lavoro e ai sistemi di coltivazione si mantiene vivo nel registro orale e pu essere recuperato a partire dallinchiesta etnografica. Alla stregua del paesaggio attuale, questi dati rappresentano un materiale da cui cominciare al momento di tracciare la ricostruzione dei paesaggi e delle tecniche antiche. La concreta problematica che caratterizza il caso di Gorfigliano per

12. Questo si constata ad esempio nella zona di Camporlenza, dove una particella appartenente alla Chiesa nel secolo XVII, presente in un registro in cui si fornisce una descrizione dei suoi confini ed un abbozzo della sua forma, pu essere tuttora identificata, poich conserva ancor oggi la forma e alcuni dei confini originari.

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la precoce destrutturazione sofferta dalle pratiche agro-pastorali a causa dellapertura delle cave di marmo: un evento che favor il passaggio in secondo piano di queste pratiche allinterno del quadro economico globale. Questo aspetto connota Gorfigliano come uneccezione nel contesto della Garfagnana, dal momento che gli altri villaggi della regione hanno conservato in misura maggiore la propria attivit agricola e tutto ci che ad essa collegato si mantenuto vivo nella memoria collettiva, tanto da poter essere da noi utilizzato come materiale da riscontro. Bisogna inoltre tener presente che un approccio antropologico realizzato mediante lindagine etnografica fornisce una visione globale della struttura sociale e delluniverso mentale legato alla forma di organizzare lo spazio in un determinato frangente storico. Cos come nel paesaggio attuale permangono forme antiche, in esso sono contenuti molti elementi arcaici che possiamo recuperare a partire dal loro perpetuarsi nella memoria collettiva, visto che non si deve dimenticare che tutto ci che si riferisce ai processi di lavoro contadino e alle tecniche impiegate, raramente appare nella documentazione scritta, soprattutto nella documentazione medievale. Per raccogliere le informazioni di natura etnografica stata formulata uninchiesta specifica che ha permesso di ricavare dalla memoria degli abitanti di Gorfigliano i principali aspetti relativi alle attivit tradizionali (propriet, regime di sfruttamento, colture, lavori stagionali etc.) caratterizzanti ciascuna delle diverse unit agrarie, senza tralasciare ci che collegato alla transumanza e alle occupazioni tradizionali. In base a questa inchiesta durante le estati degli anni 2000 e 2001 stato intervistato un ampio campione di popolazione nel tentativo di produrre un rapporto il pi esaustivo possibile su queste pratiche, obiettivo difficile da raggiungere a causa dellinfluenza che su di esse ha esercitato da ormai lungo tempo lapertura delle cave di marmo 13. I dati ottenuti dallinchiesta orale sono stati analizzati e confrontati con le informazioni fornite da diversi trattati di agricoltura, alcuni di carattere generale (LANDESCHI 1770; SISMONDI 1801; HEUZE 1864)14 e altri riferibili pi specificamente
13. Un sincero ringraziamento a tutte le persone che hanno contribuito al buon successo dellindagine etnografica. Grazie in particolare ad Amilcare Paladini per le erudite informazioni a noi comunicate, a Luigi Jacopi per la sua generosa ed infaticabile assistenza sul campo, ad Aldo Paladini per averci pazientemente trasmesso tante delle sue conoscenze e al Dott. Diego Calaon (Universit di Venezia per aver riletto le bozze di questa sezione. 14. I trattati di agricoltura realizzati nei secoli XVIII e XIX sono un materiale di grande valore per comprendere quanto si riferisce alle tecniche agricole e costituiscono perci una fonte irrinunciabile per gli studi di archeologia agraria. Un buon approccio agli stessi fornito da BLANCHEMANCHE 1990, 1991.

alla Garfagnana, che hanno permesso un avvicinamento qualitativo alla storia delle tecniche agricole. Fra questi contributi emerge, per la magistrale precisione scientifica, la monografia sul circondario di Castelnuovo Garfagnana redatta da Carlo De Stefani e contenuta negli Atti della Giunta per lInchiesta Agraria, presieduta da Stefano Jacini (DE S TEFANI 1883) 15 . Il notevole valore storico dei materiali dellinchiesta Jacini, pi volte apprezzato da parte della critica novecentesca16 , emerge in tutta la sua interezza in contributi specifici come questo sulla Garfagnana: si tratta infatti di affondi tematici dedicati ad una singola area geografica, spesso redatti da eruditi locali che disponevano di competenze specifiche e di numerose informazioni di prima mano. La relazione di De Stefani si segnala ancor oggi per il vasto arco di tematiche toccate allinterno delle sue 130 pagine: essa spazia infatti da analisi di carattere geo-climatico e demografico a considerazioni sullandamento dellindustria e del commercio. Per quanto concerne poi lesame delle pratiche agricole le pagine di De Stefani ricoprono un ruolo fondamentale: esse, infatti, testimoniano con apprezzabile rigore scientifico una serie assai diversificata di azioni e consuetudini che raramente si sono protratte fino al giorno doggi e che solo tramite il raffronto con le testimonianze orali possono essere ricostruite con esauriente compiutezza. L.C. LA TOPONOMASTICA Alla stregua della documentazione orale, un elemento che risulta imprescindibile ai fini della ricostruzione del paesaggio la toponomastica. Mediante le pratiche agricole luomo non attua soltanto una trasformazione dellambiente, dan-

15. Cfr. GIOVANNETTI 1999-2000, pp. 1-5. Allepoca dellInchiesta (1877-1885) il distretto dellAlta Val di Serchio si trovava sotto la giurisdizione di Massa-Carrara: per tal motivo la relazione di De Stefani venne inserita fra le scritture sullOttava Circoscrizione, comprendente il territorio delle province di Porto Maurizio (Imperia), Genova e, appunto, Massa. Lopera di De Stefani, premiata dalla commissione esaminatrice con la somma di lire 500, venne preferita ad altri pur cospicui lavori (ad esempio RAFFAELLI 1879) e fu pubblicata nel 1883 allinterno del X volume degli atti dellInchiesta, curato dal deputato radicale e vicepresidente della giunta Agostino Bertani. Sulla particolare posizione da questi occupata allinterno dellInchiesta Agraria cfr. Di Porto 1967. Per unottima sintesi complessiva delle circostanze inerenti genesi e sviluppo dellInchiesta cfr. CARACCIOLO 1958, 1976; N OVA CCO 1963. 16. Cfr. CARA CCIOLO 1958, pp. 3-5. Di recente i materiali contenuti nellarchivio dellInchiesta Agraria sono stati catalogati e recensiti da PA OLONI, R ICCI 1998.

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do vita ad un sistema specifico, ma attribuisce anche un toponimo che si cristallizza come tale, si perpetua e pu giungere fino ai nostri giorni. In tale maniera nella micro-toponimia possiamo individuare nomi che si riferiscono non solo ad aspetti geografici (solitamente i pi attestati) ma anche ad antroponimi e a precise pratiche agrarie: il taglio degli alberi, il dissodamento per mezzo del fuoco, il dissodamento semplice17, la presenza o assenza di strutture collegate alla pastorizia etc. Si tratta di una serie di segnali che offre ragguagli circa la percezione dellambiente propria della societ che ne fissa la toponomastica. Per tale motivo la raccolta sistematica dei microtoponimi a partire dalle fonti orali rappresenta una tappa obbligata dellanalisi di un territorio. I dati ottenuti vengono poi raffrontati con la documentazione scritta medievale e post-medievale al fine di comprendere la logica interna di ciascuna zona e il nesso esistente con le diverse societ che in essa hanno vissuto. In tal modo la toponomastica allora una fonte essa stessa (al di l delluso che se ne fa per localizzare sul terreno i fatti ricavati dalla documentazione darchivio) per lo studio dei termini e dei sistemi locali di attivazione delle risorse e delle loro trasformazioni (MORENO 1990, p. 39). Tenendo presente ci, non bisogna dimenticare che il sistema micro-toponimico di un nucleo di abitazione possiede una stratificazione cronologica molto complessa e difficile (sebbene non impossibile) da determinare e che nel mantenimento o nella scomparsa di un toponimo intervengono molti fattori di natura sociale difficilmente identificabili. Nel caso di Gorfigliano disponiamo, a cominciare dal secolo XVII, di una buona documentazione che ci permette di avanzare alcune ipotesi a partire dal registro toponimico, confrontando la documentazione antica con quella del registro orale. La lista di toponimi che si allega allAppendice 1, ordinata con criterio etimologico, stata raccolta a partire tanto dalla documentazione antica quanto dallinchiesta orale. Il corpus di mappe storiche relative al territorio di Gorfigliano, prodotte in occasione di liti di confine con altri nuclei di popolazione, fornisce inoltre unimportante serie di toponimi, riferibili specialmente alle aree montuose e agli spazi di uso comune, situati nelle zone pi distanti dal centro abitato e raramente menzionati nei registri dei secoli XVII, XVIII e XIX. Linchiesta sistematica sulla cartografia catastale attualmente vigente ha permesso di raccogliere la maggior parte dei toponimi attuali e, una volta cartografati, di studiarli in paralle-

lo con la documentazione scritta, permettendo cos di dimostrarne la persistenza nel corso del tempo, quanto meno a partire dal secolo XVII. Nel suo complesso questa serie di informazioni, proveniente dalle mappe catastali, dalla fotografia aerea, dallinchiesta etnografica e dalla toponomastica, ha consentito di raggiungere un buon livello di conoscenza, qualitativo e quantitativo, dellorganizzazione dello spazio agrario nellultimo secolo: un ottimo punto da cui partire per interpretare in ottica storica, tramite luso della documentazione scritta, le tappe che hanno portato alla sua formazione. M.F.M.

2.2.3 Le fonti scritte


Sfortunatamente, per quanto riguarda lepoca medievale, i documenti riguardanti lo spazio oggetto del nostro studio sono scarsi e poveri di informazioni, non esistendo esplicite allusioni alle unit dello spazio agrario che gettino luce sul suo ordinamento. Una situazione differente presenta invece il periodo post-medievale, specialmente a partire dal secolo XVII. Per ricostruire levoluzione dello sfruttamento dello spazio agrario di Gorfigliano un ruolo di primaria importanza sicuramente svolto dalla documentazione scritta conservata presso le istituzioni locali: la parrocchia di San Giusto e Clemente ed il municipio di Minucciano 18. Tale documentazione consiste principalmente in una serie di terrilogi o registri di possedimenti terrieri, che permettono di determinare nel corso dei secoli lentit e leffettivo utilizzo dei beni appartenenti alla Chiesa di Gorfigliano, agli enti ecclesiastici ad essa collegati e ad alcuni proprietari terrieri del paese. Nella presente analisi sono stati elaborati i dati relativi a tre momenti fondamentali della storia dellabitato, per i quali la documentazione archivistica risulta particolarmente cospicua e ben articolata: 1. I primi decenni del XVII secolo. 2. La fine del XVIII secolo. 3. Il periodo napoleonico. IL TERRITOLOGIO
DEL

1627

Il pi antico documento che descrive dettagliatamente il patrimonio immobiliare della chiesa parrocchiale di Gorfigliano rappresentato da un

17. In riferimento alla toponimia collegata ai dissodamenti in Italia si segnalano il lavoro di S ERENI 1981.

18. Nella trascrizione delle fonti scritte limpiego di maiuscole e minuscole, gli accenti, la punteggiatura e gli altri segni diacritici sono stati normalizzati in base alluso corrente. Le abbreviazioni sono state sciolte, ad eccezione di quelle utilizzate pi di frequente e a tuttoggi diffuse.

176

Fig. 137 Pagina del territologio dellanno 1627. Archivio Parrocchiale di Gorfigliano.

Estimo overo martilogio19, datato 9 giugno 1627, commissionato dallallora rettore Giovampedro Paladini. I dati, contenuti in un massiccio volume cartaceo rilegato in pelle, furono raccolti e verificati da tale Piero Finelli, forse un esperto agrimensore, convocato da un paese limitrofo appositamente per tale compito, come conferma con chiarezza la stessa intestazione del registro: Misurati et rivisti tutti li loghi dela chiesa di Corfigliano da me Piero di Antonio Finelli di Nicciano, perticati et disegneati in questo libro come si vede20. Il proposito di individuare e delimitare con esattezza la consistenza dei beni ecclesiastici di Gorfigliano risulta nascere da unesigenza di natura prettamente economica, espressa con chiarezza dallo stesso Finelli in unannotazione introduttiva posta a principio dellEstimo: [] considerando la gran necessit et bisogno di rivedere et riconoscere li suoi beni dali particolari et fargli misurare, extimare per li huomeni o vero

stimatori di detto comune, e perch non sono mai stati riconosciuti da li rectori passati, essi beni sono stati usurpati, ch non si ritrovono, n non ci chiarezza di sorte alcuna21. Risulta evidente che alla base del rilevamento dei beni ecclesiastici di Gorfigliano si trova dunque la volont del rectore moderno di distinguere il proprio operato da quello dei suoi antecessori, la cui negligenza aveva dato adito ad una serie di occupazioni illecite da parte di alcuni privati. Tali occupazioni sollecitarono lintervento di un gruppo di stimatori, alle dipendenze forse dellautorit comunale, che si peritarono in una nuova misurazione dellestensione e dei confini di ogni singolo possedimento dellistituzione religiosa. Nelle successive trenta pagine dellestimo vengono quindi presentati, caso per caso, i dati relativi a tutti gli appezzamenti di pertinenza della Parrocchia, classificati in quattro grandi categorie sulla base del loro utilizzo: 1) campi; 2) canapali; 3) pradi; 4) selve (Fig. 137). A queste quattro fondamentali categorie di terreno corrispondono evidentemente altrettanti tipi di prodotto agricolo finale: 1) cereali; 2) canapa; 3) fieno; 4) castagne. pero necessario osservare che le propriet della Chiesa non sono suddivise in maniera equa fra le suddette tipologie di sfruttamento agricolo. Come emerge dal grafico (Fig. 138), infatti, la maggior parte dei beni ecclesiastici composta da appezzamenti di
21. Ibid., c. 4r.

19. APG, Terrilogio Parrocchiale 1627, c. 4r. Per il termine martilogio cfr. la voce medievale martillogium (utilizzata nel 1344 a Benevento con valenza di inventario, registro) e quella martellogium, (attestata nel 1313 a lAquila) indicante proprio un libro inventario dei censi e della propriet della chiesa. Cfr. GDLI, IX, 1975, s.v. Martelogio. 20. APG, Terrilogio Parrocchiale 1627, c. 3r. Particolare interesse potrebbe rivestire il vocabolo loghi, con cui nel dialetto locale vengono solitamente definiti alcuni appezzamenti di terreno circoscritti e recintati (testimonianza orale).

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Campia Canapale Prativa Selvata

Fig. 138 Tipologia di terreni nel Territologio dellanno 1627.

2. Numero progressivo identificante il singolo possedimento. 3. Tipo di terreno (campo, canapale, prado, selva). 4. Toponimo preceduto dalla preposizione (semplice o articolata) con cui esso viene comunemente designato (es. a padula, al ciregio, nel conpenso)24. 5. Nomi dei proprietari degli appezzamenti confinanti, determinati in base ai punti cardinali, in senso orario a partire da E. Nei casi in cui la parcella abbia un confine di carattere fisico (canali, fiume, vie comunali) questo viene espressamente menzionato. 6. Superficie approssimativa dellappezzamento in pertiche quadrate. 7. Rendita dellappezzamento in staia25. Un primo conteggio dei dati contenuti nellEstimo permette di individuare approssimativamente 110 toponimi diversi, dei quali circa 15 rappresentano la forma complessa di un toponimo attestato anche nella sua forma semplice (es. al Campomorto, alla Costa del Campomorto; a Padula, al pianelletto da Padula, da imo il pianello da Padula)26. Al momento attuale stato possibile verificare la persistenza di circa il 90% di questi toponimi negli odierni registri del catasto e, principalmente, nella memoria degli abitanti del paese27. I
REGISTRI DEL

carattere boschivo (54%), a cui seguono quelli prativi (27%), quelli cerealicoli (16%) e, infine, quelli destinati alla coltivazione della canapa (3%). Il lungo elenco dei possessi ecclesiastici comprende ben 160 appezzamenti ed inizia comprensibilmente con quello che riveste maggiore importanza agli occhi della comunit, allinterno del quale sono ubicati labitazione del parroco ed il santuario intitolato ai Santi Giusto e Clemente: Chiesa, canonica, orto con 2 porchette, arboli, vite. A levante confina mastro Cesare, a meridione via dela chiesa, a ponente le mura castellane, a settentrione dette mura22. Ricca di dettagli la rappresentazione grafica connessa a tale descrizione, nella quale possibile riconoscere con sufficiente chiarezza lantico borgo di Gorfigliano, circondato dalla cinta muraria medievale (Tav. 12). Sulla falsariga di questa prima registrazione si succede poi lelenco di tutte le restanti propriet terriere del beneficio parrocchiale, per ognuna delle quali vengono forniti i seguenti dati: 1 Rappresentazione grafica dellappezzamento, per ogni lato del quale si fornisce la lunghezza lineare in pertiche modenesi23. In alcuni casi viene inoltre abbozzata una caratterizzazione dei terreni circostanti, qualora questi si distinguano per qualche peculiarit morfologica (canali, vie, fiume).
22. Ibid., c. 5r. 23. Dal momento che lagrimensore Piero Finelli proviene da Nicciano, paese limitrofo a Gorfigliano ma sottoposto alla giurisdizione della casa dEste, le misure lineari e di superficie da questi adoperate sono quelle in uso nel Ducato di Modena, adottate del resto nella maggior parte dei territori della Garfagnana. Come avverte lo stesso Finelli nel frontespizio dellEstimo (APG, Terrilogio Parrocchiale 1627, c. 3r), la pertica bracia cinque ala canna. Essa equivale dunque a metri 3,13829, dal momento che la misura pi antica del braccio da tela modenese, sancita dagli statuti cittadini del 1547, corrispondeva a metri 0,627658 (MARTINI 1883, p. 370).

1787

Nel 1787 ebbe luogo a Gorfigliano una piccola rivoluzione che riguard la gestione delle propriet terriere di pertinenza degli enti ecclesiastici: si ab-

24. La necessit di indicare larticolo o la preposizione che sono soliti accompagnare i nomi di luogo rappresenta un principio fondamentale degli studi di toponomastica, riconosciuto sin dalle prime inchieste di fine 800: cfr. gi il vivace intervento di BIANCHI 1890, pp. 271-290, part. pp. 285-287. 25. Lo staio modenese, misura di capacit utilizzata per gli aridi, corrispondeva a due mine ed equivale a litri 63,2502. La mina, unit di misura per gli aridi, consisteva in un cilindro avente il diametro eguale allaltezza di 8 once cube del braccio, forma e dimensioni prescritte dagli antichi statuti, e serviva tanto per i cereali quanto per tutte le altre sostanze solide ( ARTINI 1883, p. 370). Come segnala il M Finelli (APG, Terrilogio Parrocchiale 1627, c. 3r), va pertiche 100 alo staio di misura riquadrata: lagrimensore stabilisce cio una rendita teorica fissa degli appezzamenti, in base alla quale lo staio viene fatto equivalere al prodotto di un podere agricolo di cento pertiche quadrate. Le cifre frazionali delle rendite sono indicate in pertiche e quarti di staio (corrispondenti a 25 pertiche). 26. Altre 8 voci rappresentano invece localit la cui forma semplice non documentata, ma tuttavia ricostruibile in via teorica o mediante il ricorso alle testimonianze orali o a fonti scritte pi recenti. 27. Per lorigine etimologica dei toponimi documentati nellestimo del 1627 si rinvia allo studio etimologico complessivo della toponomastica di Gorfigliano, contenuto alla fine di questo capitolo.

178

Campia Canapale Prativa Selvata Mista

Fig. 139 Tipologia di terreni nei registri dellanno 1787.

bandon infatti lantico sistema delle grasce28, e si adottarono nuovi contratti di locazione, in virt dei quali la conduzione dei livelli venne assegnata su base triennale mediante unasta pubblica: Lanno 1787 essendo i beni dellOpera, Compagnia ed Altari della Chiesa, cio di questa Chiesa Parrocchiale, stati messi al publico incanto a danaro, come si vede in questo libro, con contratti triennali []29. Il sistema, tuttavia, si rivel di difficile applicazione, soprattutto per quanto riguardava la riscossione dei canoni: dopo due soli cicli triennali esso venne quindi abbandonato e rimpiazzato con il precedente metodo delle grasce. Un prezioso ricordo del tentativo di modifica del processo di allocazione delle terre si per conservato sino ai nostri giorni e consiste in una serie di repertori cartacei, nei quali, con particolare accuratezza, sono registrati alla data del 1787 tutti i possedimenti di pertinenza della chiesa di Gorfigliano (Opera) e degli altari in essa eretti (Santissimo Rosario, San Rocco, Maria Santissima Vergine del Patrocinio). Linsieme dei dati provenienti da questi quattro registri permette di stilare un elenco di circa 270 appezzamenti, suddivisi, come nellEstimo del 1627, in quattro principali tipologie di terra: 1) campia; 2) campia ad uso di canapale; 3) prativa; 4) selvata. Anche in questo caso (Fig. 139) le propriet ecclesiastiche non sono equamente distribuite secondo le quattro categorie agricole: come dimostra il grafico, la porzione di terra selvata rappresenta infatti pi della met degli appezzamenti documentati (55%). Seguono, in misura minore, la terra

campia, quella prativa e quella campia ad uso di canapale (rispettivamente 20%, 14% e 8% del totale). In ultima istanza sono attestate alcune parcelle di tipologia mista, formate da terreni di natura eterogenea (campia e prativa, prativa con gronde di castagno) che rappresentano per soltanto una percentuale minima del numero complessivo dei possedimenti registrati (2,5%). Un primo raffronto con i dati emersi dallEstimo del 1627 permette di affermare che, a distanza di circa 150 anni, si segnalano alcune variazioni sostanziali nella distribuzione tipologica dei terreni di propriet ecclesiastica. Sono infatti da registrare una drastica riduzione dei terreni destinati ad uso di prato (dal 27% al 14%) ed un contemporaneo aumento di quelli assegnati allo sfruttamento agricolo intensivo (dal 16% al 20%). Particolarmente elevata risulta inoltre la crescita del numero di appezzamenti utilizzati per la produzione della canapa (dal 3% all8%). In rapporto alla toponomastica, i registri terrieri del 1787 contengono complessivamente una serie di 140 nominativi. Di questi quasi 30 rappresentano la forma complessa di un toponimo iniziale a sua volta attestato (ad es. al Fornello, nel pianello del Fornello), mentre unaltra decina di casi documenta invece toponimi complessi la cui forma semplice solamente ricostruibile ricorrendo a fonti scritte pi tarde ed ai risultati dellinchiesta orale (ad. es. al canale della Pisciana). Oltre un terzo dei toponimi compresi nei registri del 1787 gi presente nellEstimo del 1627: si tratta principalmente di localit importanti, la cui ubicazione facilmente individuabile anche da parte della popolazione attuale di Gorfigliano. Circa 65 toponimi semplici sono invece qui attestati per la prima volta: di essi circa il 95% sopravvive a tuttoggi, nelle denominazioni delle particelle catastali e nella memoria dei paesani. IL CATASTO NAPOLEONICO Durante il periodo napoleonico, un decreto varato il 13 aprile 1807 sanc ufficialmente listituzione del Catasto del Regno dItalia, con il quale si intendeva avviare il processo inteso alla formazione del nuovo catasto particellare (PAVANELLO 1981, p. 29). Si tratta di un evento di particolare importanza per la storia di molti piccoli centri rurali: per la prima volta, infatti, viene registrata la consistenza di tutti i beni immobili del territorio e non pi soltanto di quelli di pertinenza delle istituzioni ecclesiastiche. I fascicoli del catasto napoleonico relativi a Gorfigliano, compilati a mano su moduli prestampati, sono attualmente conservati presso lArchivio Comunale di Minucciano, nella cui circoscrizio-

28. Il termine individua genericamente la corresponsione di un tributo in natura da parte degli affittuari di un appezzamento agricolo) 29. APG, Opera di Gorfigliano. 1787, c. 4r.

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ne municipale Gorfigliano rientrava, allora come adesso, pur essendone frazione demograficamente maggioritaria. In tutto si trovano catalogate 565 parcelle di terreno, suddivise anchesse secondo la quadripartizione precedentemente incontrata nei registri ecclesiastici pi antichi. Il grafico (Fig. 140) illustra la ripartizione tipologica del numero totale di parcelle censito negli incartamenti del catasto napoleonico. Le quote percentuali non variano in maniera sensibile rispetto ai dati contenuti nei registri ecclesiastici del 1787. Si possono comunque notare, a livello di andamento generale, una lieve crescita del numero di spazi per la coltura dei cereali, unulteriore diminuzione dei terreni destinati alla sola produzione di fieno (dal 14% al 12%) e un contemporaneo aumento dei suoli di natura eterogenea, tra cui spicca unelevata percentuale di terre selvate e prative (54% del totale dei terreni compositi). Si tratta di dati che, nella sostanza, confermano la tendenza generale gi documentata alla fine del XVIII secolo: accentuata diminuzione dei suoli prativi, aumento dei terreni destinati allagricoltura intensiva, conferma della presenza di un cospicua quantit di spazi destinati alla produzione di fibre tessili (canapa). Per quanto riguarda invece la propriet, nel catasto napoleonico possibile individuare due categorie di individui: 1) i privati cittadini, con 465 parcelle; 2) gli enti ecclesiastici, con 100 parcelle. evidente che il numero totale di parcelle di pertinenza delle istituzioni ecclesiastiche risulta notevolmente ridotto rispetto alla cifra riportata nei registri terrieri del 1787, dove erano censiti circa 270 appezzamenti. possibile che nei fascicoli del 1811 non si trovassero registrate tutte le propriet appartenenti alla chiesa, ma non da escludere che la loro consistenza fosse effettivamente diminuita in seguito alle ingenti confische effettuate durante il regime napoleonico. Per quanto concerne i terreni appartenenti a privati, si conta un totale di diciotto proprietari, tra i quali gli appezzamenti non risultano per distribuiti in maniera equa. Emergono infatti i nomi di alcuni grandi possidenti (Arcangelo Nicolai, Giovanni Matteo Ferri, Giovanni Matteo Casotti) che detengono almeno 50 parcelle di terreno a testa. Fa loro seguito unampia fascia media di persone che possiedono dalle 20 alle 40 parcelle: in questa fascia rientrano circa dieci individui, tra cui si segnala anche la presenza di due donne. Un ultimo gruppo riguarda infine i piccoli proprietari, che dispongono solitamente di una decina scarsa di appezzamenti pro capite. Nellelenco si contano anche persone proprietarie di solo uno o due lotti di terreno. Per facilitare la comprensione di quanto esposto finora, lultima tabella (Fig. 141) permette di se-

Campia Canapale Prativa Selvata Mista

Fig. 140 Tipologia di terreni nel Catasto Napoleonico.


1627 16% 3% 27% 54% 1787 20% 8% 14% 55% 2,50% 1811 23% 7% 12% 50% 9%

Campia Canapale Prativa Selvata Mista

Fig. 141 Tabella riassuntiva degli usi agrari in et postmedievale a Gorfigliano.

guire, in maniera indicativa, landamento diacronico dello sfruttamento del territorio di Gorfigliano nel corso dei secoli XVII-XIX. Sebbene i dati registrati non possano essere considerati esaustivi a causa della loro diversa provenienza e dellincompletezza delle informazioni riportate, comunque doveroso mettere in risalto alcune indubbie tendenze di massima. Rispetto alla situazione dei primi decenni del 600 si nota infatti, gi a partire dalla fine del XVIII secolo, una netta inversione nel rapporto fra terreni destinati alla cerealicoltura e terreni sfruttati per la produzione del fieno. La percentuale di terra campia aumenta ancora durante il periodo napoleonico, cos come diminuisce la quota totale di prati. Allo stesso tempo si assiste ad un consistente incremento dei lotti utilizzati per la coltivazione della canapa e ad unimprovvisa impennata della quota di appezzamenti misti, tra cui spiccano tuttavia quelli di terra selvata e prativa. A livello ipotetico si pu suggerire che questi cambiamenti siano dovuti in prima istanza ad un incremento della popolazione dellabitato, per il quale poteva essersi resa necessaria una maggiore quantit di nutrimento derivato dalle colture cerealicole. Un aumento demografico risulta inoltre presumibile sulla base del maggior numero di campi adibiti alla produzione della canapa, la cui fibra, utilizzata a scopo tessile, sempre stata prevalentemente destinata a soddisfare le esigenze locali. Non da escludere infine che un peso rilevan-

180

te nellaumento dei terreni assegnati allo sfruttamento agricolo intensivo sia dovuto allintroduzione di alcune colture precedentemente sconosciute nella regione, quali in primo luogo quelle del mais e della patata30. GLI STATUTI
DI

G ORFIGLIANO

DEL

1630

Rispetto ai dati contenuti nei registri parrocchiali e nel catasto napoleonico gli statuti rurali della comunit di Gorfigliano, redatti nel 1630, trasmettono una serie di informazioni decisamente differente. In essi infatti si riporta ci che riguarda lamministrazione e luso dello spazio del villaggio, con particolare attenzione per i beni comunali31. La redazione degli statuti nella prima met del secolo XVII si inserisce in un ampio processo che per la Garfagnana ebbe inizio nel 1271 con gli statuti dei Gherardinghi delle Verrucole. In questo processo le distinte comunit rurali codificarono per iscritto le proprie norme giuridiche e amministrative che restarono poi in vigore senza sostanziali variazioni fino alla conquista napoleonica nel 1796 (SPAGGIARI 1993). Le informazioni contenute negli statuti risultano di primaria importanza al fine di comprendere la struttura dello spazio agrario ed il suo funzionamento in et post-medievale: grazie a questi documenti, infatti, possibile distinguere i differenti ambiti che componevano lo spazio agrario, la loro destinazione e le norme consuetudinarie che ne disciplinavano il funzionamento32. La struttura che presentano questi statuti generalmente simile: in essi trovano spazio innanzitutto gli obblighi degli abitanti dei villaggi cui seguono, in seconda istanza, le proibizioni, le norme di vita pubblica e gli usi civici. Nonostante questa struttura uniforme, le disposizioni riferite alle distinte unit che definiscono lo spazio agrario sono pi o meno esplicite a seconda delle localit. Cos, negli statuti di Vallico di Sotto, SantAnastasio o Rontano (MARTINELLI 1976, p. 51) si insiste molto sugli spazi destinati ai cereali e alla viticoltura, mentre nel caso concreto di Gorfigliano ci si sofferma prevalentemente sugli spazi boschivi e, in particolare, su quanto concerne luso e limpiego del castagno: in tal modo, vengono a riflettersi negli statuti le diverse tendenze economiche delle varie comunit. Le informazioni che emergono da questa fonte co30. Cfr. infra i paragrafi dedicati alle coltivazioni agricole del circondario di Gorfigliano. 31. ASL, Statuti delle Comunit soggette, Fasc. 32. (BONGI 1872, p. 44). Il testo stato integralmente trascritto in appendice. 32. Un buon esempio dellutilizzo degli statuti per ricostruire lo spazio agrario tradizionale fornito da MART INELLI 1976.

stituiscono un importante complemento a quelle fornite dai registri del 1627, 1787 e 1811: se in questultimi, infatti, possiamo accostarci alla struttura caratterizzante le colture agricole e la propriet privata (nei primi due casi quella ecclesiastica e nellultimo quella dei singoli possessori di appezzamenti terrieri), gli statuti forniscono invece notizie riguardanti le norme comunitarie che disciplinano lo sfruttamento degli spazi di utilizzo collettivo e i divieti a cui sottoporre il bestiame per la protezione delle aree coltivate, fra cui sono da includersi anche le selve di castagno. In tal modo gli statuti rappresentano la codificazione di una norma consuetudinaria inerente lutilizzo e lo sfruttamento del terreno, la cui gestazione non databile con precisione, ma che ci aiuta a capire come si struttura lo spazio agrario, andando in cerca di una razionalit basata sulle condizioni geografiche proprie di ciascuno spazio, la cui complessa struttura risulta gi definita, quanto meno, nel secolo XVII, allatto della redazione degli statuti stessi. L.C. In sintonia con le premesse avanzate nellintroduzione e basandoci sulle fonti storiche e sulla metodologia di lavoro precedentemente esposte, nelle pagine seguenti affronteremo lanalisi dello spazio agrario di Gorfigliano partendo dalla comprensione dellintero territorio pertinente alla comunit, per procedere poi, in un secondo momento, allanalisi delle singole unit agrarie che lo configurano, descrivendo quanto riguarda la loro morfologia, il loro utilizzo, il loro sfruttamento e le coltivazioni a cui esse erano destinate. Questo ci permetter di capire il funzionamento complessivo del territorio nella complementariet dei suoi componenti e, al tempo stesso, di determinare tanto le modificazioni (e la loro cronologia) quanto le persistenze proprie di questa struttura, mettendole in relazione con gli interessi dei gruppi sociali che vi operarono.

2.3 IL VILLAGGIO DI GORFIGLIANO


2.3.1 La delimitazione di uno spazio complesso
Lo spazio compreso nel territorio della comunit di Gorfigliano corrisponde per intero con la valle dellAcqua Bianca, la quale si estende dalle immediate vicinanze del centro abitato, sulle sponde del torrente, sino alle aree di pascolo ad alta quota. Il territorio si estende dunque dai 650 m di altitudine dei punti meno elevati fino ai 1946 m del monte Pisanino. Allinterno di questo tratto, salendo gradualmente in quota, si distribuiscono le diverse

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unit dello spazio agrario, dalle zone destinate ai cereali fino agli alpeggi, passando per prati e selva in un ampio spazio morenico (ISOLA, Z ANCHETTA, in questo volume). Risulta impossibile ricostruire il territorio spettante al castello di Gorfigliano nel Medio Evo, ma tuttavia possibile avanzare alcune ipotesi per il periodo post-medievale. Il confine sud-orientale di Gorfigliano coincide con la frontiera fra il Ducato di Modena e la Repubblica di Lucca, in un settore occupato da unimportante zona di pascolo. La lotta tra Gorfigliano e Vagli per il possesso della Valle di Carcaraia, che come dire la lotta fra Lucca e Modena, produsse uninteressante cartografia che ci permette, da un lato, di constatare la persistenza sino ad oggi di buona parte dei toponimi annotati nelle mappe, dallaltro di porre in evidenza quanto essenziali fossero le zone di pascolo montano, tanto per i villaggi coinvolti nel conflitto, quanto in generale per i due stati. Purtroppo questa cartografia accenna soltanto sommariamente ai confini delle propriet di Gorfigliano con quelle degli altri nuclei insediativi. Tuttavia, tenendo conto dei dati forniti dalla documentazione di et moderna inerente i possedimenti ecclesiastici, possiamo intuire il limite che separava il territorio di Gorfigliano da quello delle altre comunit: arrivava fino a La Piana, la zona situata ai piedi del castello, confinando i suoi terreni a nord con quelli di Gramolazzo e rimanendo incluso allinterno di questo territorio lo spazio indicato con i toponimi Canipaia di Sotto e Canipaia di Sopra. Secondo questi dati, il territorio di cui usufruiva Gorfigliano nel secolo XVII coinciderebbe sostanzialmente con quello che attualmente gli appartiene, delimitato dalla linea di dorsale e che potremmo indicare sulla cartografia corrente seguendo questo percorso: La Piana, Negoreto, Fucicchiola, Monte Castri, Picco della Mirandola, Monte Pisanino, Pizzo Maggiore, Monte Cavallo, Passo della Focolaccia, Monte Tombaccia, Giovo, Monte di Roggio, Vallescura, Monte Cucuzzolo e ancora La Piana33. Tutto questo territorio forma un insieme ben definito dai fattori geografici che delimitano la testa della valle alla cui entrata era ubicato il castello di Gorfigliano. inoltre probabile che esso coincida con il territorio di pertinenza del castello stesso in epoca medievale, sebbene questo sia un assunto difficilmente dimostrabile con i dati di cui disponiamo attualmente. La documentazione medievale inerente Gorfigliano estremamente limitata quanto a riferimenti
33. I territori che descriviamo sono approssimativi, ma ci servono per farci unidea dello spazio controllato da questo nucleo insediativo, cos come delle caratteristiche geografiche dello stesso.

che possano fornire dati relativi a questa territorialit. Ciononostante in zone non molto lontane, come, ad esempio, la valle del torrente Aulella, lanalisi dei parcellari dello spazio appartenente a Viano, comune di Fivizzano, ha messo in evidenza che fu attorno al 1200 che si definirono i territori dei villaggi e si stabil una precisa regolamentazione degli usi e diritti sui beni comunali compresi dentro questi territori (NOBILI 1980, p. 75). Nel suo esame della Garfagnana nellalto medioevo Wickham (WICKHAM 1997, pp. 150-154) sostiene che i confini dei comuni siano gi chiaramente stabiliti nel secolo XII: questo dato connesso, fra laltro, ad una crescente importanza dellidentit territoriale che si consolida progressivamente una volta che lo stato abbandona la forma onnicomprensiva tipicamente carolingia, trasformandosi nel nucleo su cui si rafforza la societ locale e nella base sulla quale i confini della signoria rurale e dei comuni assumono una maggior coerenza. Tale fenomeno documentato in tutta la Lunigiana e in altre parti di Europa34. In Garfagnana esso inoltre collegato allo sviluppo, documentato dal secolo XII, di uneconomia silvo-pastorale, nella quale rivestono grande importanza gli spazi di uso collettivo e la loro gestione: rispetto ad essa si pu ritenere che abbia luogo non tanto lorigine del comune, quanto il suo consolidamento come istituzione giuridica e amministrativa dalla quale viene esercitato il controllo degli spazi di propriet collettiva35. In sintonia con questi dati, il territorio precedentemente delimitato, gestito dal comune in et moderna, cos come permettono di intravedere gli statuti redatti nel 1630 e come lo descrive Marino Berengo (BERENGO 1965, pp. 320-356) per il XVI sec. per la lucchesia, avrebbe unorigine medievale, collegata al consolidamento del comune come ente territoriale e giuridico e allassestamento di uneconomia basata sullo sfruttamento delle risorse di propriet comunale. Fino ai secoli XVII-XVIII il centro nevralgico di questo territorio fu costituito dal castello. Gi dal

34. Bibliografia specifica relativa a questo tema fornita da WICKHAM 1995, p. 153, n. 9. Per le similitudini geografiche fra i due territori importante segnalare gli studi realizzati nelle Asturie (nord-ovest della Penisola Iberica), che hanno stabilito una cronologia per il consolidamento delle territorialit dei villaggi nella seconda met del XII secolo, momento in cui nella documentazione si menzionano molto precisamente i confini relativi a ciascun villaggio, definendo un circuito al cui interno sono ubicate le diverse unit che ne costituiscono lo spazio agrario: dai campi coltivati fino ai pascoli di montagna. Si stabiliscono delle territorialit che si impongono come referente spaziale e che rimpiazzano un altro tipo di ordinamento territoriale che rispondeva ad antichi sistemi insediativi e di sfruttamento del territorio, i quali cessano di essere funzionanti dinnanzi alla strutturazione di nuovi orientamenti economici ( ERNANDEZ M IER 2002, pp. 51-61). F 35. Cfr. supra: il capitolo relativo alla cartografia storica.

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secolo XVII, tuttavia, documentata lesistenza di un insediamento nella zona attualmente occupata dal paese nuovo di Gorfigliano: la cartografia storica conservata allArchivio di Stato di Lucca permette infatti di riscontrare la presenza di un abitato situato alle pendici del castello, tra questo e il Piano, denominato Capanne di Gorfigliano. Ignoriamo gli elementi che caratterizzavano questo insediamento nel secolo XVII; certo comunque che esso era formato da capanne costruite di legno e paglia, la cui esistenza era probabilmente correlata allo sfruttamento agricolo del Piano. Una denominazione analoga ricevono infatti le costruzioni appartenenti a Vagli ubicate a Campocatino, unimportante zona di alpeggio. Una morfologia simile a quella di Gorfigliano si pu quindi osservare a Vagli di Sopra, dove ai piedi del castello compare una serie di costruzioni denominate capanne. Nel caso di Gorfigliano, dopo il lento abbandono del castello, il luogo occupato da queste fin per trasformarsi nel nucleo dellinsediamento moderno. Limpianto urbanistico attuale di Gorfigliano ci permette di avanzare unipotesi circa la sua lenta crescita. Il nucleo pi antico del villaggio coinciderebbe con il settore settentrionale del rione denominato Bagno36, dal quale si dipartono tutti i sentieri: quello che si dirige al castello e sale fino a Pianellaccio (uno dei pascoli della comunit) e i tre che si dirigono verso il Piano, verso Vagli e verso gli alpeggi di Carcaraia. proprio tale rete di sentieri che rende plausibile localizzare in questarea la porzione pi antica del villaggio, quella da cui si distribuivano gli spazi e pertanto centro della griglia viaria. sempre qui, inoltre, che troviamo due ampi spazi appartenenti alla chiesa: Prato Santa Maria probabilmente associato ad una maest e SantAntonio collegato ad un piccolo oratorio. A partire da questo nucleo iniziale il villaggio segue una crescita lineare in relazione ad uno dei tracciati che delimitava il Piano. Come si diceva, dal rione di Bagno si dipartivano tre sentieri diretti al Piano: uno si addentrava al suo interno a partire da Prato Santa Maria; un altro lo delimitava da est verso sud mentre un terzo lo bordeggiava con andamento NE-SW. Questultimo usciva dal rione di Bagno e svoltava lungo la parte superiore della zona denominata Castiglione, fungendo da delimitazione a questa unit agricola, per poi dirigersi verso la Valle di Carcaraia, cos come emerge dalla cartografia del secolo XVII. Attorno a questo sentiero si collocano i rioni che sembrano sorgere dal progressivo allargamento di Gorfigliano: Culiceto, Tarpini, Cerretolo e Piastraio. Il secondo sentiero si dipar36. Letimologia del toponimo Bagno richiama una localit ricca di acque, il che ne spiegherebbe la scelta come nucleo originario dellinsediamento.

tiva da Gorfigliano delimitando il Piano a partire da nord e si divideva poi in due: un ramo continuava fino a Vagli e un altro proseguiva parallelamente al corso dellAcqua Bianca, demarcando il confine orientale del Piano fino ad unirsi con quello che lo delimitava a ovest. Negli ultimi tempi si inoltre assistito alla graduale trasformazione di alcune zone del Piano pi prossime al centro abitato dove si proceduto alla costruzione di case: un fenomeno verificatosi ad esempio nelle zone denominate Canale da Rio e Colletto. La realizzazione della strada carrabile (e ferrata) con un tracciato totalmente innovativo ha infine favorito la nascita di un nuovo rione: la Pesciola. La morfologia appena descritta permette di proporre nei confronti dellurbanistica di Gorfigliano, una cronologia relativa che si vede corroborata dallo studio architettonico del centro abitato: se le costruzioni del nucleo originario del villaggio sono databili al secolo XVII, quelle situate nelle immediate vicinanze del sentiero offrono invece una cronologia a cavallo fra il XIX e la prima met del XX secolo37.

2.3.2 Lo spazio agrario di Gorfigliano


Le informazioni che fornisce lanalisi congiunta dei parcellari e della documentazione scritta permette di riconoscere due zone distinte nella disposizione dello spazio della comunit: i dintorni del castello e la zona attualmente occupata dal nucleo di Gorfigliano (Figg. 142, 143). Queste due aree risultano separate fra loro da un leggero restringimento della valle dellAcqua Bianca, situato fra la testa della valle e il punto di congiungimento fra il torrente ed il Serchio di Gramolazzo, in una fascia che la documentazione dei registri precedentemente menzionati indica come terra selvata. In queste zone possibile apprezzare una disposizione territoriale simile, che si ritrova in molti i nuclei della Garfagnana, legata sia alle esigenze produttive della collettivit sia alle potenzialit e alla morfologia caratteristiche della montagna. Nelle vicinanze del centro abitato sono situati gli spazi destinati ai vari tipi di coltura (cereali, canapa e prodotti dellorto). Ai bordi di questa zona si trovano i prati, nei terreni pi umidi prossimi al corso dellAcqua Bianca. Questa prima struttura rilevabile in entrambi i nuclei (il castello e Gorfigliano) sebbene risulti evidente che, pur ripetendo questa organizzazione, essi svolgono funzioni complementari: lo spazio agricolo pi importante si trova infatti nei pressi di Gorfiglia37. Cfr. infra, Par. Cap. IV.3.4. 38. Nelle Asturie nel caso di strutture territoriali analoghe

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Fig. 142 Struttura del parcellario del Piano di Gorfigliano.

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Fig. 143 Struttura del parcellario del castello di Gorfigliano.

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Fig. 144 Vista del Piano di Gorfigliano da Sud.

no (il Piano), mentre alle pendici del castello ubicata la canapaia di dimensioni maggiori. Un terzo anello che circonda queste due zone rappresentato dal terreno riservato al castagno, il quale occupa la maggior parte del territorio ascrivibile alla comunit di Gorfigliano: un dato che, gi a prima vista, permette di cogliere limportanza che questa coltura ricopriva allinterno delleconomia rurale. Infine si incontrano gli alpeggi, i pascoli comunali situati nella fascia pi elevata della montagna utilizzati nel periodo estivo.

2.3.3 Gli spazi agricoli: il Piano di Gorfigliano e i dintorni del castello


A Gorfigliano lo spazio agricolo per eccellenza come si constata anche nella cartografia del XVII secolo costituito dalla zona denominata il Piano (Fig. 144), situata a sud dellinsediamento attuale, in una conca morenica alle pendici delle Alpi Apuane che costituisce il settore del territorio comunitario pi adatto per la coltivazione dei cereali. Si tratta di uno spazio ben definito tanto dai sentieri quanto dalla morfologia che caratterizza le sue particelle: a ovest delimitato dal sentiero che conduceva agli alpeggi situati nella Valle di Carcaraia. A sud e a est si estende invece fino al fiume e, secondo la cartografia storica, al suo margine correva un sentiero che si congiungeva con laltro nella sua parte finale. A nord esso confina invece con le case del villaggio: questa la zona che ha subito i maggiori cambiamenti a causa della costruzione di abitazioni in parcelle che precedentemente erano destinate alla ce-

realicoltura. Il perimetro esterno del Piano doveva essere circoscritto da una recinzione con muretti a secco o con siepi vive (dati che non abbiamo potuto constatare), che si rendeva necessaria non solo per delimitare il terreno destinato ai cereali, ma anche per proteggere questultimo da qualsiasi elemento che potesse compromettere il raccolto, specialmente dagli animali 38. Questa importante superficie era divisa in due grandi zone, il Piano di qua e il Piano di l, dal Canale di Rio. Laccesso al Piano si realizzava mediante piccoli sentieri che si addentravano al suo interno dipartendosi dai tracciati viari principali, andando a servire dentro il Piano zone variamente denominate: Casina, Ceppa, Fossa, Preda, Bonaceto, Rio, Boddarella, Pozzoli, Colletto e Catri39. Questi sentieri secondari permettevano laccesso ai terreni agricoli situati allinterno del Piano, ma non raggiungevano tutte le parcelle, fatto che rendeva necessario listituzione di diritti di passo. Una fisionomia tale nasconde di fatto unestrema parcellizzazione: il territorio infatti formato da una grande quantit di piccole particelle agrarie di forma stretta e allungata, separate fra loro da pietre conficcate nel suolo (termi), che danno vita a piccoli terrazzamenti che permetto-

esistono diverse tecniche per portarne a termine la chiusura perimetrale: una siepe viva, una fossa, alberi o un bosco basso (FERNANDEZ CONDE 1993, p. 109). 39. Letimologia di questi termini deriva in quasi tutti i casi da fattori geografici che alludono alle caratteristiche del terreno (cfr. appendice etimologica).

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no di salvare lo scarso dislivello esistente fra il sentiero degli alpeggi e il corso dellAcqua Bianca. A volte la separazione fra le parcelle si realizza inoltre mediante rialzamenti (poggi, definiti in Francia rideaux de cultures). Questi potevano essere costruiti intenzionalmente o essere il risultato del graduale ed involontario accumulo di terra nella parte bassa della parcella causato dallazione progressiva dellaratro, il cui tracciato trasversale favorisce lo scivolamento della terra verso le parti pi basse. Lorigine di questi poggi pu risalire inoltre ad una semplice striscia di terreno lasciata senza coltivazioni o ad un sentiero. Quando poi esiste una certa pendenza si richiede la presenza di un piccolo muro o di una siepe che trattengano la terra spostata (ZADORA RIO 1991, p. 173). Tale accumulo progressivo pu dar vita a poggi di considerevoli dimensioni, il ch non si d nel caso di Gorfigliano. Si pu inoltre tentare di eludere la loro formazione con diversi metodi: uno collegato con la forma allungata e stretta che adottano le parcelle, poich in questa maniera si evita di tracciare molti solchi in pendenza e, conseguentemente, di spostare molta terra; come norma generale si procedeva allavvicendamento del tracciato dei solchi verso il basso e verso lalto, cos come documentato in alcune zone dellInghilterra. Unaltra soluzione consiste nel modificare la posizione dei mucchietti di terra: dopo ogni raccolto, il nuovo monticello occupa lo spazio di due antichi solchi e in una pendenza moderata il risultato laccumulo di terra nella parte bassa del campo e, a lungo andare, una stabilizzazione del suo profilo. Nonostante questi metodi volti a evitare lo spostamento del terreno, con il tempo il contadino deve spesso portare su a carriole la terra accumulatasi nella parte inferiore della parcella poich altrimenti la parte alta della stessa ne risulterebbe sprovvista (BLANCHEMANCHE 1990, p. 54). In tal modo la mera separazione tra diversi terreni mediante rialzamenti finisce per trasformarsi in un elemento pi accentuato che genera una topografia particolare e che permette, ancor adesso, di identificare gli spazi che a suo tempo ospitavano la coltivazione dei cereali. Questo tipo di micro-rilievo stato documentato in zone della Gran Bretagna, della Francia, della Germania (ZADORA RIO 1991, pp. 173-174) e del nord della Spagna (FERNANDEZ MIER 1999, p. 267). In alcune zone si attribuisce a questo fenomeno una cronologia anteriore al Medio Evo, trovandosi esso associato a campi di epoca proto-storica e romana. Ciononostante i micro-rilievi di et medievale si distinguono per essere collegati a parcelle allungate e raggruppate fra loro in campi di openfield (ZADORA RIO 1991, p. 174), lo stesso ordinamento che presenta il Piano di Gorfigliano.

Questo assetto territoriale che a Gorfigliano coincide con il Piano, riceve in Garfagnana la definizione generica di casale, cos come si riscontra negli statuti rurali del secolo XVII40, dove si individuano entrambi i termini. Il vocabolo casale allude in tutti i villaggi al terreno destinato alla coltura dei cereali, della canapa, della vite e di tutti gli altri prodotti che richiedono maggior impegno e presenza da parte del contadino (MARTINELLI 1976, p. 36). Cos nella Pianura Padana il termine serve a designare la principale zona di cerealicoltura allinterno dello spazio agrario dei villaggi. Questa accezione sembra differire da quella che si attribuisce al vocabolo in et medievale: Casale significava in genere lappezzamento di terra su cui era (o doveva essere edificata) la casa, e su cui venivano distribuite le colture, distinto dal rimanente del fondo, lasciato, spesso, in balia della palude (FUMAGALLI 1985, p. 27). I rimandi documentari forniti da Vito Fumagalli per determinare tale significato datano per al secolo XII. Cos come lo troviamo negli statuti del XVII secolo il lemma sembra aver perso il suo significato originario collegato agli spazi edificati (a cui si riferisce letimologia latina casa), per passare a designare, in Garfagnana, una parte di ci che esso indicava in et medievale: i campi agricoli destinati ai cereali. Lestensione che presenta il Piano, cos come la sua estrema parcellizzazione, mettono in risalto la necessit di norme molto precise che regolino il funzionamento di tutti i processi lavorativi collegati alla coltivazione dei cereali. Infatti, sebbene dai sentieri principali se ne dipartissero di minori che si addentravano nel Piano, questi ultimi non servivano tutti i terreni: dovevano pertanto esistere diritti di passo da una particella allaltra, i cui tempi di utilizzo saranno stati regolamentati dalla comunit. Malgrado ci queste norme non sembrano essere state raccolte negli statuti del secolo XVII, che si occupano soprattutto di ci che riguarda la selva e gli spazi comunali, dando limpressione che il funzionamento del Piano, non avendo subito alcun cambiamento nel suo sistema di utilizzo ed essendo le particelle di propriet privata, non avesse bisogno di essere regolato mediante degli statuti. La cartografia del XVII secolo segnala lassoluta dedizione del Piano alla produzione agricola. Ciononostante, una pi minuziosa analisi della sua morfologia assieme allo studio dei dati forniti dai

40. ASL, Statuti delle Comunit soggette, Fasc. 32: [] e similmente chi lasciasse andare di qualsivoglia tempo dette bestie per il casale cio per il piano et per i canepali e prati la pena sia di bolognini quattro per ciascheduna bestia grossa et per le minute bolognini 1 per ciascheduna et ciascheduna volta.

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registri dei secoli XVII, XVIII e XIX, suggerisce una cronologia relativa per quanto riguarda il suo processo di formazione. Lo spazio che sembra comporre un primo nucleo e che risponderebbe ad unazione collettiva congiunta di messa a frutto del terreno si estenderebbe a nord a partire dal confine con le case del villaggio (da Prato Santa Maria e Bagno), fino al fiume a sud e ad est. Al contrario, a ovest il confine sarebbe rappresentato da un strada vicinale, denominata via della Preda, dalla quale si dipartono due sentieri secondari. Il terreno situato fra questo sentiero e quello che porta agli alpeggi, la zona denominata alla Rossola, sembra corrispondere ad un ampliamento posteriore, che fece forse seguito ad un dissodamento di terreni collocati ai margini dello spazio gi coltivato e diede vita ad una rete viaria che ne favor lo sfruttamento, avvalendosi dei sentieri gi esistenti e creandone di nuovi, specialmente per servire le particelle. A tal proposito informazioni aggiuntive vengono offerte dalletimologia del toponimo alla Rossola che, secondo autori come Silvio Pieri (PIERI 1898, p. 102), rappresenterebbe una forma dialettale riferita ad una variet di castagna e sarebbe dunque indicativa del tipo di vegetazione presente nella zona. Analoga morfologia di allargamento dello spazio agricolo ipotizzabile per le zone denominate al Burrone (rispetto alla Rossola) e a Pretalata (rispetto al Burrone). In tal modo questo settore del Piano si convertirebbe nel luogo in cui viene portato a termine lampliamento delle aree agricole in localit che, come indica letimologia dei toponimi che allude in entrambi i casi alla presenza di pietre, non sono le pi adatte qualitativamente per lo sfruttamento agricolo. inoltre importante sottolineare che questi blocchi di parcelle che vengono annessi alle unit preesistenti ricevono un unico toponimo in relazione a tutta una zona, in modo che lazione di dissodare un terreno viene a coniugarsi con quella di assegnarli un nome. Questo fenomeno conferma lipotesi del dissodamento congiunto di pi spazi delimitati e non di singole azioni individuali. Le tesi della progressiva messa a frutto delle zone pi lontane del Piano avallata dai dati forniti dalla documentazione di et moderna. Nei tre registri, infatti, la Rossola e il Burrone risultano contenere sia parcelle destinate alla cerealicoltura che spazi prativi ed aree selvate. A Pretalata, invece, tanto nel diciassettesimo quanto nel diciottesimo secolo, sono unicamente attestate porzioni di selva, mentre nel XIX secolo vi menzione di campi coltivati. Qualcosa di simile avviene con i territori situati ad est del sentiero degli alpeggi, nella zona denominata alla Saglienta e a Canale da Rio, dove i registri dei secoli XVII-XIX testimoniano la presenza di cam-

pi, prati e selve. evidente che si tratta di una delle zone in cui viene portato a compimento lallargamento degli spazi agricoli a scapito delle aree selvate, mediante la tecnica del debbio. Si tratta di un processo gi documentabile nel XVII secolo nel caso della Rossola e del Burrone, che ha invece inizio a cavallo fra XVIII e XIX secolo nel caso di Pretalata. Questa cronologia relativa, oltre a fornire ragguagli circa il processo di ampliamento dello spazio agricolo, ci permette di osservare che, quantomeno in questa zona, questi ampliamenti non sono frutto dellazione di privati che attuano dissodamenti nelle aree di selva. Essi corrispondono piuttosto ad un azione pianificata di ampliamento dello spazio agricolo: si tratta infatti di un territorio di ampie dimensioni, sottratto al monte in maniera collettiva 41, mediante un intervento in cui un ruolo importante deve essere stato svolto dal comune. Per quanto riguarda le colture che accoglieva questosettore, la tradizione orale testimonia la coltivazione di grano, granturco, patate e fagioli, mentre le fonti del XVII secolo attestano per tutta la Garfagnana luso di segale, vecce, orzo, spelta, scandella, miglio e panico (MARTINELLI 1976, p. 39). Ciascuna di queste coltivazioni ha un proprio ciclo produttivo, che determina i lavori da realizzare e ne indica il calendario, cos come individua una perfetta strutturazione del funzionamento del Piano combinando i diversi cereali per ottenere il maggior numero possibile di raccolti senza con ci impoverire il terreno. A prescindere dal fatto di funzionare come ununit di sfruttamento e di essere il luogo che accoglie le principali colture agricole, esiste una zona del Piano, la pi prossima al corso dellAcqua Bianca (Pozzoli, Catri), nella quale documentato luso a prativo di alcune particelle. Questa scelta appare logica se si tiene conto del fatto che si tratta di zone umide che, essendo collocate ai margini del Piano, non interferiscono con il funzionamento degli spazi agricoli. Tutti questi elementi ci permettono di comprendere la fisionomia del Piano: sebbene esso si configuri come una sola unit di sfruttamento, il paesaggio al suo interno non uniforme, coesistendo zone di agricoltura intensiva accanto a prati e ad aree destinate alla produzione della canapa (come testimonia il catasto napoleonico), restando per il tutto situato in settori diversi. Un altro elemento che si
41. Il catasto napoleonico rivela lesistenza di otto parcelle appartenenti a diverse persone nella zona denominata a Rio (sei di campi e due di selva), quattro al Burrone (tre di campi e una di prato), nove alla Saglienta (tre di campi e sei di selva) e sette a Pretalata (sei di selva e una di campi), il ch ci indica che non si tratta di luoghi isolati, ma che formano invece parte di un insieme.

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distingue allinterno del paesaggio del Piano il luogo denominato la Macea, una delle piccole aree adibite allaccumulo di pietre provenienti dalle bonifiche del Piano, che aveva carattere comunale. probabile che questarea sia un residuo di uno spazio comune pi ampio incluso nel territorio dissodato, non sfruttato immediatamente ma riservato a momenti di necessit di ampliare il seminativo o di crescita demografica. Questi spazi comunali non dissodati allinterno di ununit agricola come il Piano sono paragonabili a luoghi con destinazione analoga documentati in altre regioni, per i quali disponiamo di maggiori informazioni relative a morfologia e funzionamento42. I dati finora esposti, provenienti tanto dalla ricognizione sul campo quanto dalla documentazione scritta, ci permettono di capire come si proceduto nel corso dei secoli ad una progressiva messa a frutto della conca alluvionale situata alle pendici delle Apuane, potendo stabilire una cronologia relativa di una zona rispetto allaltra. Ciononostante dobbiamo tener presente che non si tratta di un processo cos lineare come ce lo mostra la pianta: saranno infatti esistiti momenti di arretramento degli spazi coltivati, di abbandono delle zone e di nuova messa a frutto delle stesse, fenomeni che sempre si danno in quegli spazi che occupano una posizione periferica allinterno delle aree agricole, in questo caso la zona pi recentemente sottratta al monte. Si tratta dei luoghi pi distanti dal centro abitato, quelli per cui si rende necessario investire pi tempo negli spostamenti, quelli che si abbandonano per primi nel caso di mancata necessit di terra da coltivare, per ovvie ragioni di rapporto tra rendimenti ottenuti e ore di lavoro impiegate. Questi movimenti di arretramento ed avanzamento, non sono precisabili ricorrendo ai dati attualmente esistenti: per individuarli sarebbe necessario portare a termine interventi archeologici in settori che ci aiuterebbero ad accertare questi processi, lavori di ricerca che speriamo poter eseguire in future campagne di scavo. Il Piano la zona dove si concentra la maggior parte delle terre lavorative, ma nei tre registri dei secoli XVII-XIX sono documentati anche altri spazi adibiti ad uso agricolo, situati negli immediati paraggi del castello. questo il caso del territorio denominato alla Picella43, situato ai piedi del castello, tra il sentiero che unisce il castello al nuovo insediamento ed il fiume. Si tratta di uno
42. Anche le heras asturiane del XV secolo presentano un paesaggio eterogeneo: ne esistevano con prati, con spazi destinati alla sarchiatura, con spazi improduttivi (peedos) e anche con abbondante presenza di alberi (F ERNNDEZ CONDE 1993, p. 111). 43. Ancora una volta letimologia del toponimo si riferisce al tipo di albero esistente prima del dissodamento di questo territorio: il pino.

spazio attualmente molto trasfigurato in quanto ospita dagli anni 30 il nuovo cimitero. Al suo interno si pu osservare la persistenza di varie parcelle di piccole dimensioni aventi una morfologia simile a quella che caratterizza i terreni del Piano: strette, allungate e tutte con il medesimo orientamento. Potrebbe quindi trattarsi di un piccolo casale situato nelle vicinanze del castello. Inoltre, cos come succede nel Piano, questarea non contraddistinta da un paesaggio uniforme: accanto ai campi destinati alla cerealicoltura sono infatti attestate zone per la coltivazione della canapa nel XVII secolo, prati e canapai nel XVIII secolo e solo prati nel XIX. Nei pressi di questa zona localizzato il toponimo Pianza, per il quale non possediamo dati per il XVII secolo, ma che, tanto nel XVIII quanto nel XIX ci si presenta come uno spazio di terreno agricolo, sebbene le sue parcelle abbiano dimensioni maggiori e non corrispondano alla morfologia precedentemente descritta. Questo fatto sembra essere collegato alla natura del terreno, poich esso situato su di un pendio soleggiato, notevolmente inclinato, che rende necessaria la presenza di un sistema di terrazzamenti. Il processo impiegato per la creazione di questi terrazzamenti fu descritto in maniera molto precisa nel secolo XVIII da Giovanni Battista Landeschi (LANDESCHI 1770) in riferimento ai terreni della Lucchesia. Nella parte bassa della particella si procedeva alla costruzione di un ciglione, nel quale venivano piantati germogli di diversi arbusti. Alla distanza di 15 o 29 metri si procedeva poi alla costruzione di un altro ciglione e si proseguiva in tal senso sino alla parte pi alta della particella. Linnalzamento dei ciglioni era reso possibile grazie alla terra raccolta nella parte bassa della parcella, che veniva scelta e lavorata in modo che non risultasse n troppo compatta n troppo leggera. Il miglior periodo per portare a termine questi lavori erano i mesi di marzo e aprile poich in questo momento che i ciglioni si assestano pi rapidamente. Essi venivano poi ricoperti con zolle e cespi per impedirne il dilavamento a causa del flusso di acqua piovana. Alla fine si costruiva uno scolo alle pendici di ciascun ciglione destinato ad evacuare lacqua verso una fossa principale che scorreva dalla parte alta dello spazio terrazzato. In tal modo nella costruzione di questi terrazzamenti svolgevano un ruolo fondamentale tanto il ciglione costruito con cespi o con pietra a secco, quanto il sistema di scoli per canalizzare lacqua44.
44. Un buon lavoro sulle diverse forme di costruzione dei terrazzamenti agricoli realizzato a partire dallarcheologia quello che si sta portando a termine in Galizia (Spagna settentrionale), analizzando la morfologia delle terrazze e cercando di ricostruirne una precisa cronologia (C RIADO BOADO , BALLESTEROS ARIAS 2002).

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Vasti spazi dissodati suddivisi in pi particelle fanno pensare ad un lavoro pianificato, nel quale interviene lintera collettivit, e non al prodotto di unazione individuale. I terrazzamenti, infatti, fanno sempre parte di un sistema ampio, realizzandosi la loro trasformazione in maniera congiunta e coordinata, poich per costruire muretti e pareggiare il terreno necessario collaborare con coloro che utilizzano le particelle circostanti. Nel caso dei terrazzamenti di Gorfigliano, data la situazione di abbandono che attualmente li caratterizza, per poterne conoscere cronologia e processo di formazione sarebbe necessario intervenire con saggi archeologici pi puntuali che ne documentino le tecniche costruttive, rivelando il preciso momento della loro realizzazione e leventuale nesso che li lega al contiguo castello. A pi riprese abbiamo fatto riferimento ad azioni congiunte da parte della collettivit verificatesi al momento della messa a frutto dei terreni: questo almeno sembrano suggerire gli scarsi dati in nostro possesso. Collettiva sembra essere stata anche liniziale pratica di disboscamento volta a creare, mediante la tecnica del debbio, nuovi spazi destinati allallevamento o allagricoltura e definiti, in dialetto locale, fornelli. Si tratta di terreni originariamente improduttivi, solitamente privi di vegetazione arborea e posti in alta quota, che venivano prima spellati e poi dissodati. Le poche stoppie ricavate da questa operazione venivano lasciate a seccare e successivamente bruciate sul posto con laggiunta di legna di ontano ed altro. Le ceneri venivano poi seppellite favorendo la concimazione del suolo, che risultava comunque assai povero e si esauriva nel giro di pochi anni 45. Il sistema dei debbi, meno attestato nelle testimonianze orali rispetto a quello dei carvati, ricordato soprattutto da alcuni toponimi del circondario di Gorfigliano, quali appunto a Debbio, al Borono da Debbio, al Borello da Debbio46. Nei momenti in cui il territorio del Piano non risultava sufficiente per soddisfare il fabbisogno alimentare della popolazione locale, si era soliti ricorrere al sistema dei carvati47: appezzamenti di terreno seminativo localizzati ad altitudini pi elevate, ottenuti tramite il disboscamento della precedente macchia di cerri o carpini, nei quali venivano generalmente coltivati grano e patate e, a volte,

anche il segale. Si ricorda lesistenza di carvati in numerose localit: ai Campatelli, sul Cogozzolo e al Grotto Forato verso est, al Pianellaccio, a Fanaccia, a Pianza e ai Campi del Comparin verso nord-ovest 48. M.F.M.

2.3.4 Le coltivazioni di Gorfigliano e il loro ciclo agricolo 49


Seguitando a lavorare secondo i criteri del metodo regressivo i dati dellinchiesta orale sono stati raffrontati con la documentazione scritta contenuta negli archivi locali (parrocchia e comune)50 e con gli statuti rurali redatti dalla comunit di Gorfigliano, approvati il 31 maggio 1630 e attualmente conservati presso lArchivio di Stato di Lucca51. Queste fonti, seppur assai eterogenee per genesi e tipologia, hanno permesso di constatare la permanenza fino ad oggi di alcune modalit di sfruttamento del territorio gi attestate nel periodo post-medievale52. Allo stesso tempo, sempre operando in prospettiva diacronica, stato possibile accertare lintroduzione di nuove pratiche agricole e verificare il cambiamento di destinazione produttiva di alcune zone del territorio di Gorfigliano, verso le quali latteggiamento della collettivit non si mantenuto costante nel corso dei secoli. Gli abitanti di Gorfigliano ricordano che fino a tutti gli anni sessanta il Piano era interamente sfruttato da quattro colture agricole principali: frumento, granturco, patate e fagioli. Nei campi queste coltivazioni si alternavano secondo un sistema di avvicendamento biennale, che prevedeva ladozione di una normativa comune da parte di tutta la collettivit. Lintero territorio del Piano era infatti diviso in due porzioni di dimensione omogenea, il cui confine era rappresentato dal corso del Canale di Rio: la met nord-orientale, pi prossi48. Il sistema dei carvati praticato nel circondario di Gorfigliano richiama da vicino listituzione dei terratici di propriet comunale, piccoli appezzamenti di terreno, dislocati il pi delle volte in zone di difficile accesso e di non facile coltivabilit, che venivano concessi in uso ai privati, previo pagamento di un canone ( ARTINELLI 1976, p. 40). M 49. Per non perdere il carattere di spontaneit delle informazioni desunte dallinchiesta etnografica si scelto di riportare in corsivo alcune frasi direttamente pronunciate dalle persone intervistate. In altri casi il carattere corsivo indica invece la voce dialettale con la quale si designano comunemente oggetti ed azioni caratteristiche della zona. 50. Cfr. supra, Par. 2.2.3. 51. ASL, Statuti delle Comunit soggette, Fasc. 32. Cfr. BONGI 1872, p. 44. 52. Sullutilizzo delle fonti archivistiche locali per la ricostruzione della storia della Garfagnana in epoca post-medievale cfr. MARTINELLI 1976, p. 36; GIOVANNETTI 1999-2000; CALVELLI 2002, pp. 143-144.

45. Sulla pratica del debbio in ambito ligure appenninico cfr. S ERENI 1953 e MARTINELLI 1976, p. 40. 46. Le ultime due localit sono gi documentate nellEstimo parrocchiale del 1627. 47. Il vocabolo deriva dal verbo dialettale calvare, nellaccezione di disboscare per mettere a coltivazione (GDLI, II, 1962, s.v. calvare). Cfr. DE S TEFANI 1883, p. 726.

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ma al centro abitato, era perci chiamata Piano di qua; la sezione sud-occidentale, che si estendeva sino alle falde del Pisanino, era invece denominata Piano di l53. La coltivazione del frumento era spesso abbinata a quella delle patate, mentre i campi di mais erano costantemente accostati da filari di fagioli. Una volta stabilito che, per un determinato anno, la met del Piano sarebbe stata destinata ad un certo abbinamento di colture, laltra met veniva automaticamente adibita alla coltivazione delle altre due specie. Lanno successivo si procedeva in maniera inversa seminando granturco e fagioli laddove in precedenza si trovavano grano e patate, e viceversa. Data lingente parcellizzazione del territorio di Gorfigliano, questo sistema non risultava penalizzante per nessuno, dal momento che ogni famiglia era solita detenere numerosi poderi in entrambe le sezioni del Piano54. IL CICL O AGRICOLO DI MAIS
E FAGIOLI

Come osserva De Stefani nella monografia sul Circondario di Castelnuovo, in Garfagnana la piantagione del granturco serve di punto di partenza agli avvicendamenti biennali di moltissimi terreni55. Al principio del ciclo agricolo del mais veniva infatti praticata la concimazione del terreno, che serviva poi per tutto il biennio della rotazione. Lo sterco era portato nei campi ed ammonticchiato per modo che il terreno intermedio ne possa venire quasi coperto, non gi a qualche altezza, ma in maniera che la superficie appaia quasi nereggiante 56. Dopo aver concimato e vangato il terreno, apparentemente senza un ordine prestabilito (chi prima chi dopo), si procedeva alla semina del granturco, che avveniva solitamente ai primi di maggio. Con una marra di grosse dimensioni (maron) si scavava un foro nel terreno e vi si collocava un chicco di mais; ricoperta la cavit si proseguiva poco pi avanti con la medesima operazione. Ogni 4-6 file di granturco si seminava un filare di fagioli: anche in questo caso si praticava un buco nel suolo in cui venivano inseriti solitamente cinque fagioli secchi dellannata precedente.

Dopo circa un mese si svolgeva latto della roncatura: il terreno veniva zappettato, i gambi mal cresciuti venivano estirpati e dati alle bestie assieme alle erbacce che si cavavano a mano o col maron57. I piantoni di mais venivano rincalzati in modo che sviluppassero una duplice radice e non corressero il rischio di cadere una volta cresciuti. Le pianticelle di fagiolo venivano invece chiappate due a due e legate attorno ad un palo di legno; il loro frutto era pronto da cogliere nel primo autunno58. Tra settembre e ottobre si raccoglievano anche le pannocchie, che venivano poste al sole ad essiccare per poi essere scartocciate e sgranate. I chicchi, dopo esser stati messi a loro volta ad asciugare al sole, erano portati a macinare presso uno dei tanti mulini del paese. Una volta raccolte le pannocchie, nei campi restavano i culmi (zingoni) delle piante di mais, che venivano prontamente strappati via e messi a macerare per poi essere successivamente utilizzati come concime. Le modalit di questa operazione sono ben descritte da De Stefani nella sua relazione: abitudine comune invece togliere gli zingoni del granturco dai campi, quando non li mettono per lettiera, al quale scopo servono male, e sdraiarli per traverso ai viottoli vicinali, specialmente quando piovuto; cos gli animali e gli uomini, con poco loro divertimento, vi passano sopra e li stiacciano. Quando sono ben triti e mezzi marciti li usano senzaltro per concime59. La coltivazione del fagiolo, oltre a trovarsi spesso abbinata con quella del mais, era anche praticata in maniera a s stante in alcuni terreni situati in prossimit del corso dellAcqua Bianca. Ci avveniva in particolare nella localit definita per lappunto agli Orti60: un terreno posto alle pendici del Roccandagia e per questo particolarmente ombreggiato e al tempo stesso ricco di acque correnti. La possibilit di irrigare con regolarit le specie ivi seminate rende la zona particolarmente adatta alla coltura intensiva delle leguminose. Altri campi di fagioli si trovavano, secondo le fonti orali, lungo tutto il corso del fiume: anche in questo caso si trattava ovviamente di superfici irrigue ma, a differenza degli orti di propriet privata, questi appezzamenti rientravano spesso nella categoria dei beni comunali. Sebbene le persone intervistate non ricordassero con precisione le modalit di sfruttamento di que57. Come nota giustamente De Stefani ( ibid .), questa operazione, per le modalit con cui veniva praticata, meglio si direbbe sarchiatura. 58. DE S TEFANI 1883, p. 678, afferma che rispetto ai fagioli coltivati nelle fagiolaie, quelli che seminano col granturco sono pi piccoli, di buccia pi dura e di colore brizzolato. 59. DE S TEFANI 1883, p. 726. 60. Il toponimo gi attestato nei registri del Catasto Napoleonico.

53. Lesistenza di questa bipartizione gi testimoniata nei registri parrocchiali del 1787, nei quali si annota che lAltare di San Rocco, eretto nella parrocchiale dei Santi Giusto e Clemente, possedeva tra laltro una porzione di terra campia nel Piano di l. 54. Sul frazionamento della propriet in Garfagnana cfr. DE S TEFANI 1883, pp. 748-749; MARTINELLI 1976, p. 36. 55. DE S TEFANI 1883, p. 718. MARTINELLI 1976, p. 40 menziona invece il ricorso a rotazioni seminative su base triennale nelle quali alle colture di mais e frumento era affiancata quella della mestura di grano e segale. 56. DE S TEFANI 1883, p. 674.

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sta tipologia di terreno, il raffronto con alcune informazioni contenute nella monografia di De Stefani permette di avanzare con sufficiente sicurezza alcune ipotesi relative a questo genere di coltura. Lerudito sostiene che sogliono coltivar nelle ghiare i poveri ed altri del comune nel cui territorio esse si trovano, giacch queste per tradizione immemorabile sono state considerate di propriet comune. Chi vuol lavorare fa una croce od altri segni sul suolo, e mette dei termini di pietra che indicano la presa di possesso: comincia a levare i sassi ed a pulire il terreno occupato che pu essere largo da 5 a 20 metri quadrati o pi, e lo circonda con un muricciolo di sassi; vi manda poi lacqua delle piene acciocch alzi alquanto la terra. Per tal guisa lalveo dei torrenti frastagliato come da un reticolato geometrico. A maggio colla vanga fanno nel terreno dei solchi longitudinali poco profondi nei quali spargono del letame e mettono i fagiuoli ad una certa distanza gli uni dagli altri coprendoli poi colla terra []. Quando le piante sono un poco sviluppate le sarchiano, le rincalzano e vi mettono dei piccoli pali o brocche di castagno che poi legano due a due acciocch quelle vi si possano avviticchiare. Nellagosto e nel settembre colgono i fagiolini o fagiuoli in erba che sono eccellenti e li vendono o li mangiano per s. Quando ve n bisogno hanno cura di annacquare la coltivazione, ci che per la posizione sua riesce molto facile, e dentro lautunno raccolgono i fagiuoli ed estirpano la pianta lasciando il terreno in riposo. I fagiuoli secchi li mangiano poi in minestra. I terreni cos disposti li chiamano fagiolaie e seguitano a coltivarli per anni e anni fin che una piena non li distrugga61. IL CICLO AGRICOLO
DEL FRUMENTO

Ripuliti i campi dai resti della coltivazione del granturco, i contadini aravano nuovamente la terra e, allo stesso tempo, procedevano alla semina del frumento. Questa operazione avveniva di solito nel mese di ottobre. Nel giugno dellanno successivo il grano era pronto per essere mietuto: si segavano le spighe e le si battevano nelle aie. I chicchi, raccolti in sacchi di canapa, venivano portati ai mulini, mentre la paglia avanzata veniva utilizzata per coprire i tetti delle capanne. Dedotta la percentuale che il mugnaio tratteneva per la propria prestazione (la molenda, corrispondente circa al 10% del prodotto finito), una famiglia ricavava mediamente 10-15 chili di farina allanno. Una volta riportata a casa la farina veniva riposta nelle madie per poi essere setacciata: la semola era de-

stinata alla bestie, mentre il fiore veniva utilizzato per impastare il pane. Le modeste rendite della coltivazione del frumento permettono di capire perch a Gorfigliano il pane sia sempre stato considerato un bene di lusso, riservato esclusivamente ai giorni di festa. Non tutte le famiglie, inoltre, disponevano di un forno: per questo motivo si ricorreva spesso al forno di qualche vicino, il cui utilizzo veniva compensato lasciando in pagamento una forma di pane. Dopo aver raccolto il grano, si dissodava di nuovo il terreno e lo si ripuliva delle radici rimaste, che solitamente venivano bruciate sul posto. Nei campi si seminavano infine le rape (i cosiddetti rapi bianchi), che costituivano lultima specie agricola coltivata allinterno del ciclo di rotazione biennale. Venivano cavate a dicembre e di esse si mangiava soltanto la foglia: le radici della pianta venivano infatti conservate al buio nelle cantine e fatte poi a pezzetti per essere utilizzate come foraggio per le bestie. Limportanza delle rape nel quadro complessivo della produzione agricola di Gorfigliano doveva essere notevole, se gi negli ordinamenti locali del 1630 si incontra una lunga sezione dedicata alle regole e ai divieti inerenti la coltivazione di questa pianta: e perch malamente per la strettezza del paese si pu andare senza far danno per li canapali e rape, per sintenda prohibito il poter zappare e seminare e svelgere le rape et le canipe fino non sar deputato per partito dalli 24 del Comune il giorno per zappare e svelgere le canipe et rape respettivamente, sotto pena di Soldi 2 per ciascheduno e ciascheduna volta. E la pena di chi cogliesse rape fuora dal suo sia Soldi 1 per ciascheduno e ciascheduna volta. E nelli due giorni che saranno stati destinati a cavare le rape non sia lecito alli forastieri passare per il Piano di Gorfigliano fuori dalle strade maestre, sotto pena di Soldi 2 per ciascuno e ciascuna volta62. La rapa, specie commestibile ma di scarso interesse per lalimentazione della comunit umana, costituiva dunque una delle principali fonti di nutrimento per gli animali del villaggio, soprattutto durante il periodo invernale. La rilevanza di questa coltura ulteriormente confermata dalle disposizioni anticamente vigenti presso altri centri della Garfagnana e dettagliatamente illustrate negli statuti rurali locali: questi, per sopperire ad eventuali carenze di foraggio, imponevano spesso ad ogni famiglia della collettivit di coltivare ogni anno una determinata quantit di rape da usarsi come alimento per le bestie 63.
62. ASL, Statuti delle Comunit soggette, Fasc. 32. 63. Cfr., per i riferimenti bibliografici ad altri statuti della Garfagnana, DE S TEFANI 1883, p. 685.

61. DE S TEFANI 1883, p. 678.

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IL CICLO AGRICOL O DELLA PATATA La patata, la cui introduzione in Val di Serchio viene fatta tradizionalmente risalire alla figura di un prete di Soraggio che era stato cappellano militare durante le guerre napoleoniche64 , costituisce, a partire dai primi decenni dellOttocento, uno degli alimenti fondamentali della dieta della Garfagnana. Allinizio della primavera i contadini vangavano i campi destinati a questa coltivazione e vi scavavano con il maron una serie di solchi longitudinali nei quali veniva posto il concime. Le patate, conservate come seme dallannata precedente e ormai ricche di germogli, venivano tagliate in tre o quattro parti, ognuna delle quali era dotata di almeno un tallo. Tra la fine di aprile e i primi di maggio si procedeva quindi alla semina: i pezzi di patata venivano collocati nel terreno e ricoperti di terra. Quando erano alte allincirca quattro dita, le pianticelle venivano sarchiate e rincalzate, dopodich non venivano sostanzialmente pi toccate fino al periodo della raccolta. Questa avveniva di solito alla fine di agosto o ai primi di settembre, a seconda delle annate. Le patate venivano allora cavate, lasciate ad asciugare al sole per una giornata e, infine, riposte in luoghi secchi e allombra, affinch non marcissero, n tallissero. Le pi piccole e quelle tagliate dalla zappa o mangiate dalle talpe venivano messe in disparte per poi essere usate come alimento per i maiali. Nella tradizione culinaria garfagnina, oltre che per gli utilizzi alimentari pi consueti, la patata viene anche largamente impiegata in aggiunta alla farina di frumento nella preparazione del pane bianco. L. C.

2.3.5 Gli spazi di coltivazione: la canepaia


Gli spazi dediti ai cereali si completano con quelli destinati alla coltivazione della canapa, che sono ubicati generalmente nella prossimit dei corsi di acqua, poich una volta tagliata la canapa necessario farla marcire in pozze. Una parte del Piano al Colletto era dedicata nei secoli XVIII e XIX alla coltivazione della canapa, costituendo in questo modo una unit autonoma rispetto ai cicli di produzione agricola dei periodi estivi e primaverili. Tuttavia, larea principale per la coltivazione della canapa era ubicata ai piedi del castello, sulle rive del torrente Acqua Bianca, nelle zone denominate in Camporlendo (o Camporlenza), al Palmento, alla Treggiaia, ai Canipai e alla Picela,
64. Cfr. DE S TEFANI 1883, p. 679.

dove la sua produzione attestata gi dai secoli XVII al XIX. Questo spazio delimitato dallantica strada verso Gramolazzo a ovest, dal torrente a nord e a est, e dalla Picella a sud65. La morfologia di questo spazio caratterizzata da una estrema frammentazione, con parcelle quadrate separate da cippi (termi), molto diverse da quelle strette ed allungate dei campi di cereali, anche se ne condividono lamorfologia esterna. Si tratta di un ampio spazio adibito ad ununica coltivazione, delimitato da strade con diversi collegamenti interni, che obbliga a stabilire delle norme di funzionamento per quanto riguarda la coltivazione e il raccolto di questa pianta. Si conoscono alcune di queste norme soltanto grazie agli Statuti dellanno 1630, pi volte citati, nei quali si vieta laccesso degli animali al casale, ai canepai e ai prati66, definiti in questo modo come luoghi chiusi. Esistono alcune zone la cui toponimia fa riferimento alla coltivazione della canapa, come nel caso di alla Canipaia ubicata in prossimit di Verrucolette (Fig. 145), per le quali, tuttavia, la documentazione postmedievale fa riferimento soltanto alla presenza di prati. Questa discordanza sembra indicare che, quando questo spazio fu messo a coltura, esso fu utilizzato per la coltivazione della canapa e che soltanto in un secondo momento questa fu sostituita dalla produzione di fieno. Si inoltre potuto accertare che tra i secoli XVII e XVIII a Gorfigliano aumentato in modo rilevante lo spazio dedicato alla canapa, che passa del 3 al 8% del totale delle propriet menzionate, conservandosi questa percentuale ancora agli inizi del XIX secolo. Questa crescita della produzione della fibra tessile attestata anche in altre zone dItalia dal XVIII secolo, come ad esempio nellEmilia Romagna (DEBBIA 1991, p. 83), ed probabilmente dovuta ad una maggior richiesta da parte dei centri urbani. M.F.M. IL CICLO AGRICOLO
DELLA CANAPA

Il ciclo produttivo della canapa, di struttura assai semplice e analogo a quello che si svolgeva in molte altre localit della Garfagnana, seguiva indicativamente il seguente andamento. Nella seconda met di aprile, dopo aver arato e concimato il ter65. Se per ala Picella e in Camporlenza documentata la produzione della canapa sin dal 1627, al contrario gli appezzamenti al Fiume e al Colletto sembrano essere inizialmente adibiti ad uso prativo, mentre in seguito essi verrebbero destinati al coltivo della canapa. Tale constatazione conferma nella sostanza quanto supposto precedentemente circa levoluzione generale dello sfruttamento del territorio di Gorfigliano nellarco dei secoli XVII-XIX. 66. Cfr. p. 162.

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Fig. 145 Vista generale della Canipaia di Sopra.

reno, si seminava la canapa spargendola colla mano fitta fitta e pareggiando poi collerpice il lavoro fatto 67. Nei mesi successivi le piante non erano oggetto di particolari cure, dal momento che esse per natura avevano la meglio sulle altre specie vegetali. Verso agosto, quando le foglie ingiallivano e tutta la pianta iniziava ad avvizzire, la canapa veniva sbarbata e affastellata in mazzetti, che venivano lasciati per un breve periodo in piedi nei campi a seccare. Successivamente essa era messa a macerare per una decina di giorni in pozze dacqua (bozzi), dopodich veniva asciugata e battuta con un coltello di legno (gramola). Veniva poi filata e infine tessuta per farne biancheria, sacchi e indumenti di vario genere. Una delle ultime abitanti del paese vecchio possedeva un telaio e produceva lenzuola e altri capi in canapa per buona parte della popolazione locale. L.C.

2.3.6 Origine e cronologia dei campi di coltivazione


Casale il nome che ricevono nella documentazione postmedievale della Garfagnana gli spazi dediti alla coltivazione dei cereali, noti genericamente in Europa come openfield (o come Gewannflur nel sud-est della Germania) e attestati lungo un ampio arco geografico (RSENER 1990, pp. 61-64). Essi possono presentarsi sia concentrati in un unico blocco di particelle parallele (che occupano la maggior

parte dello spazio agrario), sia raggruppati in singole unit delimitate da strade. Tali unit possono essere caratterizzate da un medesimo orientamento delle particelle, ma anche da appezzamenti aventi andamento trasversale, configurandosi in questultimo caso unit di orientamento perpendicolare fra loro (ZADORA RIO 1991, p. 183). In Alsazia e in diverse zone dellInghilterra le particelle allungate possono avere oltre 2 km di lunghezza. In Francia questo tipo di paesaggio di campi aperti generalizzato dal centro della Bretagna fino al litorale atlantico, nei campi dellArmorica (TROCHET 1993, p. 13) e nel sud del Belgio. In Spagna tale assetto agrario caratteristico degli spazi di atlantici, con morfologie simili a quelli della Garfagnana. In Galizia questi campi ricevono il nome di agras (BOUHIER 1979, p. 214), nelle Asturie vengono chiamati eras (GARCA FERNNDEZ 1980, pp. 91-94) e nella Liebana agros (GARCA SAHAGN, 1986, p. 25). In tutti questi territori il sistema agrario dei campi aperti presenta particolarit specifiche. Esiste infatti una differenza rilevante tra i campi aperti dellEuropa settentrionale, le cui particelle costituiscono lelemento centrale dello spazio agrario e possono avere fino a 1-2 km di lunghezza, e quelli della costa atlantica francese e della regione cantabrica spagnola. Questi ultimi che sono pi simili al casale della Garfagnana presentano dimensioni minori e svolgono un ruolo assai diverso rispetto allo spazio agrario complessivo. Nonostante queste differenze esistono tuttavia elementi comuni che conferiscono un carattere di conformit a tutte queste morfologie: Gli openfield sono generalmente delimitati da una chiusura comune, la cui manutenzione ri-

67. DE S TEFANI 1883, p. 682.

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sulta sempre a carico della comunit locale. Gli openfield sono normalmente divisi in due o tre spazi principali, in modo che tutti i vicini possiedano almeno una particella in ognuno di questi spazi. Questa divisione collegata al sistema di rotazione delle coltivazioni: esso pu essere a base biennale (cereale dinverno e cereale destate), come nel caso delle Asturie (FERNNDEZ MIER 1999, p. 268) e di Gorfigliano68, o triennale (cereale dinverno, cereale di primavera e riposo), come, ad esempio, nella maggior parte dei villaggi della Germania (RSENER 1990, p. 61). Le particelle allinterno degli openfield non sono marcate da una struttura di frazionamento interna che le divida in modo netto le une dalle altre. Ad esse si accede attraverso collegamenti interni e, quando questi non arrivano a tutte le particelle, attraverso le propriet degli altri vicini. Le particelle sono raggruppate in aree adibite alla stessa coltura. Il contadino non libero di scegliere cosa vuole coltivare, ma deve sottostare alla rotazione biennale o triennale stabilita per tutti i campi di coltivazione. Si tratta quindi, secondo la definizione di Jean Ren Trochet, di una rotazione collettiva, che non necessariamente richiesta da tutti i tipi di rotazione biennale o triennale. Mentre infatti la rotazione triennale un sistema basato sullalternanza di maggese e cereali primaverili e invernali, la rotazione collettiva coincide con limposizione di raggruppare le terre per mettere in atto la rotazione triennale collettiva (TROCHET 1993, p. 49). Le terre vengono coltivate in modo sia individuale che collettivo, in quanto esse devono sottostare allordinamento stabilito dalla comunit o dal signore, che decidono quando si semina e quando si procede al raccolto69. Luso individuale si riferisce alla coltivazione del cereale ma, una volta avvenuto il raccolto, lopenfield occupato dagli animali di tutti i proprietari di particelle (il cosiddetto sovescio).

Qualora uno dei vicini non avesse ancora raccolto i cereali, sar lui stesso a doversi occupare di evitare che gli animali li danneggino. Diversi decenni di ricerche intorno allorigine di questo sistema di coltivazione hanno permesse di formulare molteplici ipotesi sulla morfologia allungata delle particelle. Alcune tesi hanno rilevato limportanza dellaratro a vomere e del versatoio; altre invece hanno sottolineato il peso dellidentit comunitaria; altre, infine, hanno chiamato in causa le successive frammentazioni territoriali (ZADORARIO 1991, p. 184). Attualmente il principale oggetto di dibattito risiede nel capire se la messa a coltivazione e la pianificazione del sistema siano fasi contemporanee o se invece si tratti di una ripianificazione realizzata su strutture agrarie precedenti (dovendo nel qual caso stabilirne cronologicamente la genesi). Si cerca inoltre di capire se la comparsa delle divisioni interne dellopenfield in spazi di coltivazioni omogenea avvenga nello stesso momento in cui si stabilisce il sistema o se si tratti invece di uninnovazione successiva. probabile che questultima questione sia la pi rilevante per quanto riguarda il caso di Gorfigliano. Nella descrizione del Piano si infatti potuto osservare come, dietro lapparente uniformit esistente, sia possibile stabilire una cronologia relativa tra diverse zone. In quelle pi recenti gli spazi destinati ai cereali sono abbinati a prati e selve, il ch denota lesistenza di una prima delimitazione del parcellario, realizzata a seguito di una divisione, allinterno della quale potevano sussistere spazi duso comune, come avviene nel caso de La Macea, luogo dove si aggruppavano i ciottoli provenienti dalla bonifica dei campi da coltivare. Un paesaggio costituito da unit di coltivazione cos eterogenee si riscontra anche nel nord della Spagna. Le eras delle Asturie, le agras galleghe o gli agros cantabri hanno conservato, allo stesso modo che i campi della Garfagnana, un sistema di rotazione collettiva fino alla met del XX secolo. La loro origine per attestata sin dallet medievale (solitamente almeno dal XII secolo). La documentazione conservata ha quindi permesso di vedere come allinterno di questi openfield si mantengano aree incolte che possono essere considerate come spazi da utilizzare nel caso di un aumento demografico o di carenza di aree coltivabili (FERNNDEZ CONDE 1993, p. 111). Per quanto riguarda la cronologia relativa che associa le particelle e il loro limite esterno, nelle Asturie la pratica coincideva con il delimitare inizialmente un ampio spazio e procedere poi a parcellizzarne linterno, come mostra la morfologia degli appezzamenti conservatisi (FERNNDEZ MIER 1999, p. 271). In Inghilterra, invece, le par-

68. I dati raccolti a Gorfigliano attraverso le fonti orali dimostrano lesistenza di un sistema di rotazione biennale. In altri settori della Garfagnana, tuttavia, attestata per il XIX secolo una rotazione di tipo triennale (MARTINELLI 1976, p. 40). 69. Non sono abbondanti gli esempi di questo tipo di regolamento. Un caso significativo rappresentato dagli Ordinamenti di Llanes (1775) e Boal (1781) nelle Asturie, dove si stabilisce il 20 di novembre come data dinizio della semina del cereale dinverno, in modo da impedire la presenza delle bestie allinterno dellopenfield (GARCA FERNNDEZ 1980, pp. 106-112).

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ticelle di piccola estensione rappresentano il risultato della frammentazione di terreni di dimensioni inizialmente maggiori dovuta allintroduzione di diverse tipologie di coltivazione (HALL 1981). Una conclusione che accomuna le diverse ricerche condotte in Europa comunque la constatazione dellesistenza di una vera e propria pianificazione della produzione, eseguita sia dallalto da parte dei signori che dal basso da parte della comunit di villaggio. Questo fenomeno non corrisponde alla semplice giustapposizione di una serie di azioni individuali conferenti ordine ad uno spazio, ma rappresenta una deliberata riorganizzazione dei paesaggi agrari che si snoda parallelamente alla formazione dei villaggi. Questa meccanismo di pianificazione documentabile in diversi villaggi inglesi dello Yorkshire, primo fra tutti Wharram Percy e in seguito nei vicini Wharram-le-Street, Towthorpe, Raisthorpe, Burdale e Thixendale. In essi si riscontrato come, nel corso dei secoli VIII-IX, abbia luogo un accentramento insediativo e una conformazione del paesaggio agrario in campi aperti con particelle strette ed allungate che talvolta raggiungevano 1 km di lunghezza (HALL 1983). Anche nella zona di Holderness attestata dal XIII secolo lesistenza di campi regolari, risultato di una pianificazione che dimostra come i contadini confinanti allinterno del villaggio lo erano anche nei campi di coltivazione ( HARVEY 1981). In Francia questa pianificazione visibile nei parcellari della Piccardia e della Beauce, dove il paesaggio si configura come il risultato di una radicale riorganizzazione della rete insediativa si passa da un insediamento sparso ad uno accentrato e degli spazi di produzione attraverso il sistema degli openfield (FERDIRE, F OURTEAU 1979). I parcellari radiocentrici di Berry hanno un origine simile e sono il frutto di un riassetto, operato nel corso dei secoli XI-XIII, che trasform radicalmente il paesaggio ereditato dallantichit (QUERRIEN 1994). Anche nel nord della Spagna documentata la presenza di spazi pianificati, come stato osservato da Abel Bouhier per la Galizia. In questo caso si sottolineato che la presenza delle agras non sarebbe possibile senza forme di associazione dei contadini, che decidono di mettere a coltivazione spazi guadagnati al bosco e alle selve (BOUHIER 1979, p. 293). Nel caso delle Asturie stato possibile mettere in relazione la comparsa di questi spazi con quella dei villaggi medievali, che sorgono in aree pi adatte alla coltivazione dei cereali che allo sviluppo di uneconomia silvo-pastorale (FERNNDEZ MIER 1996, pp. 290-306; FERNNDEZ MIER 1999, p. 264). Per quanto riguarda la cronologia di questi fenomeni si tradizionalmente ritenuto che questo assetto degli spazi di coltivazione fosse da mettere in relazione con i primi colonizzatori che ave-

vano occupato collettivamente il territorio in et germanica, suddividendolo in abitati e aree di produzione secondo un piano preciso (RSENER 1990, p. 64). Tuttavia, le ricerche pi recenti tendono a sottolineare il carattere tardivo di questi parcellari, evidenziando come essi siano il risultato di una lunga evoluzione, il cui inizio non pu essere anticipato oltre i secoli XI-XIII. Il paesaggio altomedievale, caratterizzato da un assetto insediativo sparso e con abitati di piccole dimensioni, da spazi di coltivazione dei cereali ridotti e ubicati in prossimit delle selve (utilizzate anche come aree di pascolo), cedette il passo ad un ambiente dominato da villaggi accentrati, con spazi di coltivazione nuovi, frutto del lavoro comunitario, come testimonia la morfologia dei parcellari. La cronologia di questo cambiamento varia a secondo delle regioni: esso infatti attestato nel sud-ovest della Germania dai secoli XI e XII; in Inghilterra alcuni studi lo hanno datato ai secoli VIII-X, mentre in alcune regioni del Belgio esso stato circoscritto ai secoli IX-XIII (VERHULST 1995, p. 55). Anche in alcune zone della Francia questo processo ha inizio dal XII secolo (TROCHET 1993, p. 53), mentre nelle Asturie esso individuabile a partire dal XII secolo, sebbene alcuni autori lo anticipino agli inizi del X secolo (AGUAD NIETO 1988, p. 22) 70. Le cause che hanno portato alladozione di questo tipo di divisione delle particelle sono molto dibattute. La storiografia tedesca considera di grande rilevanza ladozione del sistema di rotazione triennale, dovuta allaumento demografico e allintensificazione della produzione. Lincremento delle superfici messe a coltura a discapito delle selve comunali sarebbe stato realizzato da parte dellintera comunit contadina ed avrebbe comunque avuto un rallentamento nei secoli XI-XIII per mancanza di nuovi spazi, ci che comport la necessit di sfruttare al massimo quelli gi esistenti. In questo contesto si rese necessario ricorrere ad un nuovo sistema di coltivazione basato sulla rotazione triennale, impedendo ladozione di coltivazioni individuali e imponendo una rotazione collettiva nella quale erano regolati aspetti come i diritti di passo, il sistema di coltivazione e lintegrazione tra risorse agricole e allevamento. Da questo punto di vista, ladozione dellopenfield rappresenta una soluzione inevitabile per far fronte alla crescita demografica e agricola del XII secolo. Questo processo si svolge parallelamente alla dissoluzione del sistema curtense, in un contesto in cui si allenta la pressione signorile sui contadi70. Gli elementi cronologicamente pi antichi di questo mutamento sono stati rinvenuti in Galizia, dove le ricerche archeologiche hanno permesso di datare alcuni spazi agrari fra i secoli VII-VIII ( RIADO BOADO, BALLESTROS A RIAS 2002). C

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ni che, in un quadro di maggiore autonomia, potenziano le istituzioni comunitarie. In questo modo acquista un ruolo centrale la vita della comunit contadina, che si trover ad assumere un ruolo da protagonista al momento di risolvere i conflitti economici, giuridici ed organizzativi derivati della minor presenza dei signori nella societ rurale (RSENER 1990, pp. 64-71). Di fronte a questa ipotesi, che associa la nascita dellopenfield e lintroduzione della rotazione triennale alla dissoluzione della signoria, altri autori hanno invece sostenuto una posizione contraria, associando la ristrutturazione degli spazi agrari alliniziativa signorile, che in questo modo cercava di ottenere, pi che una maggior produttivit, la possibilit di accentrare le rendite accedendovi pi facilmente. Questa posizione sostenuta da Miquel Barcel che, seguendo Cooter, considera che i ricavi dellagricoltura basata sul dissodamento col fuoco nei boschi fossero maggiori di quelli ottenuti dallagricoltura intensiva basata sul sistema di rotazione triennale. Per questo motivo soltanto una causa esterna avrebbe potuto spingere i contadini ad abbandonare la prima pratica agraria a beneficio di unagricoltura che generava proventi pi limitati. Questo stimolo esterno da identificare nellazione delliniziativa signorile, che avrebbe ritenuto pi agevole riscuotere le proprie rendite da campi ben strutturati che da parcelle sparse, per le quali risultava difficile tanto conoscere lentit dei rendimenti quanto stabilire lidentit dei proprietari. Questa imposizione autoritaria della gestione agricola implicava unerosione dellautonomia contadina, con un controllo intensivo su cosa si produce, dove si produce, come si produce, quanto si produce e quando si produce (BARCEL 1988, pp. 75, 220-222). Esistono casi esemplificativi che sostengono questultima ipotesi. Trochet ha sottolineato che in diversi parti dellEuropa, come ad esempio la Francia orientale, linteresse signorile verso un aumento della produzione cerealicola fu la causa principale dellaffermazione dellopenfield, tanto che la rotazione triennale considerata come un indicatore della solidit delle signorie. Altrove, tuttavia, lintroduzione dei campi aperti sembra corrispondere ad uniniziativa contadina facente seguito allaumento della domanda di cereali, registrabile a partire dal XIII secolo (TROCHET 1993, p. 50). In Francia, un caso paradigmatico delliniziativa signorile rappresentato dai parcellari radiocentrici di Berry71. Si tratta di terre dominicali o di stabilimenti ecclesiastici dove le par71. Questi parcellari, seppur privi delle caratteristiche degli openfield in quanto in essi non presente la rotazione collettiva, sono tuttavia rappresentativi di uno spazio di coltivazione pianificata di et medievale.

celle radiocentriche sono il risultato dellazione signorile, indirizzata a delimitare un territorio nel quale si procede alla redistribuzione delle particelle. Per ogni parcellario radiocentrico non esiste che un castello, ubicato al suo centro. Questa morfologia, una volta chiarito che non era dovuta n alla rioccupazione di terre abbandonate, n alla messa a coltura di nuovi terreni, n allimposizione di una rotazione collettiva, ha potuto essere identificata come la concreta espressione di uno strumento di controllo della popolazione e delle sue attivit. La disposizione radiale della rete stradale rafforza infatti il ruolo religioso, amministrativo ed economico della sede centrale, ubicata nel cuore del parcellario (QUERRIEN 1994, pp. 347-348). Analogamente, sono da attribuire alliniziativa signorile le presuras della Castiglia altomedievale, risultato dellespansione signorile del regno asturiano nei territori castigliano e leonese. Il processo di repoblacin va inteso, pi che come loccupazione di luoghi non abitati, come un fenomeno di appropriazione globale della terra mediante lapporto di nuovi abitanti sotto legida dei poteri politici del regno (ESTEPA 1985, pp. 38-40). Nelle Asturie la documentazione non consente di affermare con sicurezza che la strutturazione dello spazio in eras debba attribuirsi alliniziativa signorile. Risulta per significativo che in alcuni documenti si faccia riferimento alla Senrra del Re72 per designare gli spazi di openfield, ci che pone in evidenza una realt simile a quella che troviamo nelle presuras di Castiglia e Len (FERNNDEZ MIER 1996, p. 313). Un problema rilevante al quale si finora dedicata scarsa attenzione quello di stabilire quando e come hanno avuto luogo la destrutturazione di questi spazi, la scomparsa della rotazione collettiva e lo sviluppo di un sistema di coltivazione autonomo. In Garfagnana e nel nord-est della Spagna questi eventi si sono verificati nel corso del XX secolo. In altre regioni, invece, il processo di chiusura ed individualizzazione degli spazi agrari, il cosiddetto bocage, comport la fine degli openfield diversi secoli prima73. La vitalit di questo sistema quindi dovuta alla solidit delle signorie rurali: soltanto dopo la loro completa dissoluzione e la ristrutturazione delle comunit contadine si sono create le condizioni per la dissoluzione di questo sistema di gestione degli spazi agrari.

72. Nelle Asturie la terminologia impiegata per designare questi spazi molto diversificata. Sebbene il termine era sia quello pi diffuso, la documentazione altomedievale predilige quello di senrra. 73. Ampie zone della Francia caratterizzate da un paesaggio di bocage devono la propria origine a spazi di openfield progressivamente circoscritti e frammentati ( ROCHET 1993). T

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Fig 146 Vista del Piano di Gorfigliano.

Le ricerche condotte in Europa sugli openfield, nonostante la frammentazione e la dispersione dei dati, indicano quindi unorigine medievale, facendo risalire tale articolazione agraria ai secoli centrali del medioevo e identificandola come frutto di unazione pianificata, che la maggior parte degli studi attribuisce alle signorie rurali. Limposizione di questo assetto produttivo si attua parallelamente allaffermazione di uneconomia cerealicola, che viene a sostituire quella silvo-pastorale, propria del periodo altomedievale. I dati relativi a Gorfigliano e alla Garfagnana permettono di collegare lo stabilimento di alcune norme duso con gli avvenimenti che, nei secoli altomedievali, seguirono lo sviluppo della rete insediativa e la definizione degli spazi di coltivazione (Fig. 146). Lipotesi pi plausibile, tenendo conto delle scarse informazioni disponibili, che il riordinamento degli spazi di produzione e la stabilizzazione delle aree di coltivazione siano direttamente connessi con le trasformazioni dellassetto insediativo. La comparsa dei castelli presuppone la creazione di nuovi centri di controllo della produzione e della distribuzione: in questo senso il loro effetto non si limita alla riorganizzazione dellinsediamento e dellurbanizzazione dei villaggi, ma si estende oltre, verso gli spazi agrari. Non esistono in realt dati che ci permettano di stabilire la contemporaneit tra la strutturazione degli spazi di coltivazione del Piano o dei dintorni del castello e la comparsa di questultimo. Tuttavia, alcuni indicatori posteriori relativi allattivit

economica della Garfagnana permettono quantomeno di formulare questa ipotesi. A partire del XII secolo, a seguito della ricostruzione del castello, si assiste alla riorganizzazione dei processi di produzione da parte della signoria locale attraverso lo sviluppo di un allevamento transumante di carattere commerciale (QUIRS, CASTILLO et alii 2000, p. 172). La documentazione tardomedievale attesta lappropriazione da parte dei signori degli spazi collegati allallevamento74, mentre gli statuti postmedievali delle comunit contadine registrano diverse forme di gestione degli spazi forestali e del pascolo montano, aree che, essendo rientrate in possesso dellautorit comunale, devono essere difese dallattacco dei privati. Tuttavia in questo periodo non esistono documenti che si riferiscano unicamente agli spazi agrari. Questi sembrano dunque funzionare in modo ben strutturato, senza che si renda necessaria la creazione di nuove norme che ne regolino lutilizzo, indizio questo della precoce articolazione delle aree agricole e delle loro norme di funzionamento. Lassenza di dati concreti inerenti alla realt locale suggerisce il ricorso alla massima prudenza, ma indica anche le future linee di sviluppo che la ricerca archeologica dovr intraprendere. Per stabilire il momento concreto a cui attribuire la strutturazione dei campi di coltivazione e dei si-

74. questo il caso del cosiddetto Statuto dei Gherardinghi, datato allanno 1271.

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stemi di terrazzamento si rendono necessarie indagini archeologiche specifiche che analizzino le diverse tipologie territoriali esistenti, la loro distribuzione e le tecniche costruttive. Tali interventi dovranno essere abbinati ad analisi archeometriche che permettano di stabilire la cronologia della costruzione degli spazi agrari. evidente che le informazioni reperibili a Gorfigliano mediante il ricorso al metodo regressivo ci consentono di avanzare nella conoscenza delle strutture agrarie e, per certi aspetti, di stabilire la cronologia relativa di determinati processi. Nuovi studi intensivi sugli spazi produttivi si rendono tuttavia necessari onde poterne stabilire la cronologia assoluta. Tali risultati potranno successivamente essere messi in relazione con le dinamiche insediative, in modo da poter avanzare di pari passo nello studio dei tre campi di osservazione che definiscono il fenomeno dellincastellamento: lassetto insediativo, i campi di coltivazione e il sistema di circolazione ed immagazzinamento dei prodotti in eccedenza (TOUBERT 1998, p. XVI75). M.F.M. MARGARITA FERNNDEZ MIER (UNIVERSIDAD DE LEN), L ORENZO CALVELLI (UNIVERSIT DEGLI STUDI DI VENEZIA)*

APPENDICE
Proposta di elaborazione su base etimologica dei toponimi del territorio di Gorfigliano attestati dalle fonti scritte76
1. TOPONIMI LEGATI A NOMI DI PIANTE (FITOTOPONIMI)
Betoglietti, Betoletti (a). (lat. BETULA). Bitiolo. (lat. BETULA). Etimologia incerta. Il toponimo non inoltre attestato nella sua forma semplice. a imo bitiolo. Canipai (ai). (lat. CANNABIS). Canipaia, Canapaja (alla). (lat. CANNABIS). al Colletto dalla Canipaia.

75. Cfr. anche FRANCOVICH , GINATEMPO 2000, part. capp. I, VII). * La traduzione allitaliano di questo contributo stata curata da L. Calvelli. 76. Per non alterare la natura dei toponimi si preferito avvalersi, nel loro caso, della trascrizione diplomatica delle fonti. Tra parentesi si inoltre indicata la preposizione, semplice o articolata, mediante la quale solitamente introdotto il toponimo. Nelle singole voci alletimologia dei termini segue un elenco delle attestazioni delle forme complesse dei toponimi stessi, qualora esse siano state riscontrate.

al colettino dela canipaia. nella Prata alla Canipaja. Castagnoli (ai). (lat. CASTANEA). Indica probabilmente una localit nella quale erano localizzati vivai di giovani piante di castagno. Cfr. Novelli. Castagnolo (al). (lat. CASTANEA). Ceggiaio, cegaio (al). (lat. CICER). Etimologia incerta, forse derivante dalla voce dialettale cegio. Ceppa (alla). (lat. med. CIPPUS). Toponimo che allude evidentemente alla presenza nella zona di un tronco dalbero tagliato. Ceregiolo (al). (lat. CERASUS). Ceretolo (al). (lat. CERRUS). Certopiano (in, a). (lat. CERRUS, PLANUS). Etimologia non sicura proposta da PIERI 1898, p. 84. Ciregio (al). (lat. CERASUS). Farnio, farno (al). (lat. FARNUS). Fenale (al). (lat. FAENUM). Etimologia incerta. Indica un rilievo presso il quale era forse in uso praticare il taglio e la raccolta del fieno. Fragaia (alla). (lat. FRAGUM). Etimologia dubbia. Ignitani, Ontani (agli). (lat. ALNUS; lat. med. ALNETANUS). Legoreto (in). (lat. ILEX?). Etimologia incerta. nel Pianello di Legoreto. nella Caldia di Legoreto. Legni (a, ai). (lat. LIGNUM). Machia (alla). (lat. MACULA). Nel dialetto locale indica solitamente una foresta folta di fagacee o betulacee (cerri, carpini etc.). Cfr. PASQUALI 1938, p. 65. Moricina (a). (lat. MORUM). Etimologia molto incerta. Cfr. infatti PASQUALI 1938, pp. 173-174, dove si riporta che nel dialetto della Lunigiana il medesimo termine indica una muraglia a protezione contro limpeto dei fiumi e dei torrenti. Noce della Folagnana (alla). (lat. NUX, FULICA?). Letimologia del secondo elemento del toponimo risulta molto incerta. Folagnana potrebbe derivare dal nome della folaga, volatile tipico per delle zone costiere. Come aggettivo del dialetto lucchese, derivato dal colore del volatile, flago indica lacqua che non pi limpida, ma non anche torba affatto (Nieri 1902, p. 78). Novelli (alli, ne). (lat. NOVUS). Indica verosimilmente una localit nella quale erano localizzati vivai di giovani piante di castagno. Cfr. PIERI 1898, p. 96; PASQUALI 1938, pp. 66-67. Orti (agli). (lat. HORTUS). Picella (alla, nella). (lat. PICEA). Cfr. PASQUALI 1938, p. 69. Pomi (ai). (lat. POMUM). Prado grande (al). (lat. PRATUS, GRANDIS). Prato marono (a). (lat. PRATUS, ?). Il secondo elemento del toponimo si riferisce forse a qualche caratte-

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ristica cromatica del suolo della localit. alla Fonte di Prato Morone. Rossola (alla). (lucch. ROSSOLA). Voce dialettale indicante una variet di castagna. Cfr. PIERI 1898, p. 102. Stirpaia, Streppaja (alla). (lat. STIRPS). Vignarella (alla). (lat. VINEA).

2. TOPONIMI GEOGRAFICI SEMPLICI


Aqua (in) (lat. AQUA). Aqua bianca (al). (lat. AQUA, germ. BLANK). Idionimo del corso dacqua principale della valle di Gorfigliano, deve la propria genesi alla presenza di scorie di marmo bianco nelle acque che scendono dalla sommit delle Alpi Apuane. Acqua nea (in). (lat. AQUA, ?). Aqua Pretina (in). (lat. AQUA, PETRA). In questa localit erano ubicate alcune cave di arenaria utilizzate per la fabbricazione di soglie, stipiti, piedritti e mensole. ala iara di naqua pietrina. Aqua scoglia (in). (lat. AQUA, SCOPULUS). Indica verosimilmente la presenza di rocce lungo il corso di un torrente. Acqua Sparta (in). (lat. AQUA, PARTIRE). Indica probabilmente la ramificazione in pi corsi dacqua di un bacino fluviale. al pianello di naqua sparta. al Canale dAcqua Sparta. Aqualino (al). (lat. AQUA). Localit caratterizzata dalla presenza di acque stagnanti? Aquarini (agli). (lat. AQUA). Localit caratterizzata dalla presenza di acque stagnanti? Coincide probabilmente con il toponimo precedente. Bagno (al, nel). (lat. BALNEUM). Toponimo indicante la presenza di fonti dacqua. Bicocata. (lucch. BISCOCCA, ?). Etimologia incerta. Biscocca vuol dire una fetta di terra, uno scampolo di terreno fatto a ghirone (scil. triangolare), che non quadrato a uso campo a modo e verso, che come una zeppa (NIERI 1902, p. 33). Borella (alla). (lat. med. BORRA; tosc. BORRO). Cfr. PASQUALI 1938, pp. 118-119. Borello (al). (lat. med. BORRA; tosc. BORRO). Cfr. PASQUALI 1938, pp. 118-119. Borodella (la). (lat. med. BORRA; tosc. BORRO). Unetimologia meno probabile potrebbe far derivare il toponimo dalla voce dialettale bodda, con metatesi (cfr. Boddarella). Borra, Bora (alla). (lat. med. BORRA; tosc. BORRO). Cfr. PASQUALI 1938, pp. 118-119. Borrono, Borone, Barone (al). (lat. med. BORRA; tosc. BORRO). Caldanello. (lat. CALIDUS). Toponimo non attestato nella sua forma semplice. Indica molto probabilmente una localit esposta a meridione o comunque normalmente caratterizzata da temperature pi elevate rispetto a

quelle delle zone circostanti. Cfr. PIERI 1898, p. 121; PASQUALI 1938, p. 100. Cfr. Fredda, Freddano. alla Borra di Caldanello. Campacio (al). (lat. CAMPUS). Campi (ne). (lat. CAMPUS). Campiglia (a). (lat. CAMPUS). al pianello di campiglia. Campo Marino (in) (lat. CAMPUS, MARINUS). Campo putrico. (lat. CAMPUS, PUTRIDUS). Localit caratterizzata dalla presenza di acque stagnanti. Campomorto (a, al). (lat. CAMPUS, MORI). a imo la selva del campo morto. ala costa del campo morto. Campori (a). (lat. CAMPUS). Canala (nella). (lat. CANALIS). Canale (al, nel). (lat. CANALIS). Canaletto (al). (lat. CANALIS). Cavazzone, Covazzone (al, a). (lat. AQUATIO?). Toponimo indicante forse abbondanza dacque. Cogozzolo (al). (lat. med. CUCUTIUM). Toponimo indicante la sommit di un rilievo. Colle (al). (lat. COLLIS). Colletti (ai). (lat. COLLIS). Colletto (al). (lat. COLLIS). Colli (a). (lat. COLLIS). nella strada de Colli. Colli Curti (a). (lat. COLLIS, CURTUS). a Imo colli curti. Costa (alla, nella). (lat. COSTA). Toponimo generico indicante solitamente un terreno in lieve pendenza. Cfr. PASQUALI 1938, pp. 123-124. in Cima la Costa. Costa del campo (alla). (lat. COSTA, CAMPUS). Duertigli, Dovertio, Doverti (a, in) (lat. DUO, VERTEX). Etimologia incerta. Indica forse unaltura caratterizzata dalla presenza di due sommit contigue. ala rava de dioutogli. ala fonte di aduerte. Fiume (al). (lat. FLUMEN). Toponimo coincidente con Acqua Bianca. Fontanella (alla). (lat. FONS). Forcola (alla). (lat. FURCULA). Il toponimo indica solitamente una biforcazione o uno stretto valico fra due rilievi montuosi. Foresto (al). (lat. med. FORESTIS). Laggettivo sinonimo di selvaggio e disabitato. Il toponimo potrebbe quindi riferirsi al tipo di vegetazione della localit o alle caratteristiche di qualche individuo che vi abitava (forse qualcuno non originario del luogo). Fossa (nella). (lat. FOSSA). Fossappio (a, al). (lat. FOSSA). Etimologia incerta. nel Piano a Fossappia. Fosso (di qua dal). (lat. FODERE).

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Fracassata (alla) (fr. FRACASSER; lat. FRANGERE). Il toponimo allude probabilmente ad una localit particolarmente dissestata. Fratta (alla). (lat. FRACTUS). Toponimo molto diffuso, indica solitamente o una folta macchia di sterpi o una spaccatura nella roccia. Fredda (alla). (lat. FRIGIDUS). Toponimo molto diffuso che indica localit esposte a settentrione o comunque caratterizzate da una temperatura pi bassa rispetto a quella delle zone circostanti. Cfr. PASQUALI 1938, p. 101. Cfr. Caldanello, Freddano. Freddano (al). (lat. FRIGIDUS). Cfr. supra. Gretamassa, Grata Massa (a, alla) (lat. GRETUS, MASSA). Cfr. LUCIANI, 1979, p. 248. nel poggio di grata massa. Gropaia (alla). (germ. *KRUPPA). Toponimo indicante solitamente il dorso di un rilievo oppure la presenza di un terreno irregolare. Cfr. PASQUALI 1938, p. 128. a Imo la Groppaia. Groppa Sasso (a). (germ. *KRUPPA, lat. SAXUM). Groppola Rosa (a). (germ. *KRUPPA, lat: ROSA). Localit forse caratterizzata dalla presenza di rocce di color rosaceo. Grotto Selvatico (al). (lat. med. CRUPTA, SILVATICUS). Iara (alla). (lat. GLAREA). Toponimo rifacentesi ad una voce dialettale indicante il letto ghiaioso di un corso dacqua. Lama (nella). (lat. LAMINA). Toponimo molto comune in Garfagnana, indicante genericamente ogni valletta con le sponde assai vicine e poco elevate, PIERI 1898, p. 152. Secondo REPETTI, 1835, p. 632 questo nomignolo di Lama suole applicarsi bene spesso a talune di quelle Forre di poggi, i di cui fianchi scoscesi sono stai corrosi e dilamati da uno o pi corsi dacque. Cfr. PASQUALI 1938, pp. 129-130. Lazza (alla). (lat. LABES; lucch. LEZZA). Indica la corrispondenza o prossimit del toponimo con una zona colpita da una frana o smottamento. Lungo (nel). (lat. LONGUS). Potrebbe riferirsi allestensione di un appezzamento di terreno. Magna Grorta. (lat. MAGNUS, CRUPTA). Etimologia e attestazione del toponimo sono incerte. Potrebbe alludere alla presenza, nei pressi della localit, di una cavit naturale di grandi dimensioni. Mazzanelli (ne). (lat. MEDIANUS). Cfr. Mezzano. Mezzano (al, nel). (lat. MEDIANUS). Il toponimo individua verosimilmente una localit a mezza quota di un rilievo. nel Mezzano di mezzo. Monte Calvo (a). (lat. MONS, CALVUS). Monte Bianco (al). (lat. MONS, germ. BLANK). Padul Freddo (in). (lat. PALUS, FRIGIDUS). Localit forse caratterizzata dalla presenza di acque stagnanti, probabilmente esposta a settentrione. In realt la presenza presso questo toponimo di sole terre selvate rende labile tale etimologia.

Padula (a). (lat. PALUS). Localit forse caratterizzata dalla presenza di acque stagnanti. In realt la presenza presso questo toponimo di sole terre selvate rende labile tale etimologia. al pianello da padula. da imo il pianello da padula. al pianelletto da padula. Penna (alla). (lat. PINNA; lucch. PENNA). Toponimo molto comune in tutta la Garfagnana e Lucchesia. La voce dialettale indica un fianco di monte o colle, che vien gi a picco (PIERI 1898, p. 160). Pezzetti (a). (lat. med. PETTIA). Toponimo indicante forse unaccentuata frammentazione del terreno in molteplici appezzamenti di modeste proporzioni. Piana (alla). (lat. PLANUS). Piano (nel). (lat. PLANUS). nel Piano di l. Pianello (al, nel). (lat. PLANUS). Pianza (a). (lat. PLANUS). Toponimo diffuso anche in altre localit della Garfagnana. PIERI 1898, p. 132, propone unetimologia dalla base aggettivale *planciu. Piastra (alla). (lat. med. EMPLASTRARE; fr. PLATRE). Il toponimo indica assai verosimilmente un affioramento di rocce scistose, spesso utilizzate come lastre nella copertura dei tetti degli edifici. Piastraia (alla). (lat. med. EMPLASTRARE; fr. PLATRE). Cfr. supra. Piastraio (al). (lat. med. EMPLASTRARE; fr. PLATRE). Cfr. supra. Pisciana (alla). (voc. onomat.). Il toponimo di derivazione onomatopeica richiama probabilmente la presenza nella zona di copiose acque correnti. Cfr. PASQUALI 1938, pp. 176-177. al Canale della Pisciana. nel Pianello della Pisciana. Poggion (al). (lat. PODIUM). Indica di solito unaltura tondeggiante di grosse proporzioni. Polle (alle). (lat. PULLARE). Il toponimo richiama la presenza di una serie di vene dacqua potabile, che spesso scaturiscono dal suolo con un getto zampillante. Pozzori, Pozzoli (a) (lat. PUTEUS). Localit caratterizzata dalla presenza di acque stagnanti? Pozzuolo (al). (lat. PUTEUS). Preda (alla, nella). (lat. PETRA?). Etimologia non del tutto sicura. Cfr. comunque PASQUALI 1938, p. 133, per il quale prda lesito normale di PETRA nellAlta e Media Val di Magra. Pretalata (a). (lat. PETRA; LATUS). Localit caratterizzata dalla presenza di una pietra di ampie dimensioni? nel Pianello da Pretolata. Rava (alla). (lat. LABES; lucch. RAVA). La voce dialettale individua la presenza nella zona di una frana o di un precipizio scosceso e dirupato (NIERI 1902, pp. 164165). Ravoni (a, ne). (lat. LABES; lucch. RAVA). Cfr. supra.

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Rio, Rii (a). (lat. RIVUS). Lidronimo indica il principale corso dacqua che attraversatrasversalmente la conca morenica del piano per poi sfociare nellAcqua Bianca. ala borra del colle da rio (oppure Coldario). al Canale da Rij. al Pianello da Rij. Rio de Fonte (a). (lat. RIVUS, FONS). Saglienta (alla). (lat. SALIRE; it. ant. SAGLIENZA). Il toponimo indica la presenza di un terreno in pendio o forse, ancor pi precisamente, linclinazione in salita di una strada (GDLI, XVII , 1994, s.v. salienza). al canale de la saglienta. Spiace (nella). (it. ant. PIAGGIA; lat. PLAGIA). Cfr. PASQUALI 1938, p. 133. Strinata (alla). (it. STRINARE). Laggettivo sostantivato potrebbe indicare una traccia lasciata sul terreno da una gelata (GDLI, XX, s.v. strinata) o, pi in generale, una localit privata della vegetazione a causa del fuoco, del gelo o della siccit (GDLI, XX, 2000, s.v. strinare). Tauli, Tavoli (a). (lat. TABULA). Etimologia incerta. Trave (al). (lat. TRABS). Etimologia non chiara. Unbriano (in). (lat. UMBRA; UMBRIA). Etimologia non chiara. Vagliolanesa, Vaglianesa, Viglionolesa (in, a). (lat. VALLIS). Etimologia non chiara. In alternativa in via del tutto ipotetica ci si potrebbe ricondurre alla voce dialettale lucchese vegliumata, che indica tutta quella tritumaglia e quel briciolame che il fiume porta quando fa piena, che sono foglie, stecchetti, scheggie, fieno, erbacce, gusci e simili robe spicinate o di natura loro minute (N IERI 1902, p. 247). Valla, Valle (alla, nella). (lat. VALLIS). Valle cavo (in, a) (lat. VALLIS, CAVUS). in fondo Vallecavo. nel Pianel di Vallecavo. Valle pauolo (in). (lat. VALLIS). Il secondo elemento del toponimo potrebbe, a livello congetturale, derivare dallantroponimo Paolo. Vena. (lat. VENA). Toponimo non attestato nella sua forma semplice. I toponimi composti indicano comunque, con ogni probabilit, la prossimit del sito ad una vena dacqua. Meno convincente letimologia da avena (cfr. PIERI 1898, p. 79), che trasformerebbe la voce in un fitotoponimo di difficile attestazione in una zona semi-montuosa tradizionalmente ricoperta da selve di castagno. Cfr. Vaneto? al Canale della Vena. nella costa della Vena. Veruca (a) (lat. VERRUCA). Il toponimo individua un rialzo del terreno o una picola altura. Corrisponde probabilmente alla zona dellattuale abitato di Verrucolette. nella Caldia di Verruca.

3. TOPONIMI GEOGRAFICI LEGATI ALLATTIVIT DELLUOMO


Arato (all). (lat. ARARE). Carbonaia (alla) (lat. CARBO). nel Poggio della Carbonaja. Chiosa (alla, nella). (lat. CLAUSUS). Toponimo forse indicante una localit recintata. Crocetta (alla). (lat. CRUX). Debbio (a). (it. DEBBIO). Il vocabolo, attestato in Toscana e in Corsica, indica loperazione con cui si riduce a coltura e si concima un terreno bruciandovi sterpi e stoppie (GDLI, IV, 1966, s.v. Debbio). Cfr. PASQUALI 1938, pp. 125-126. al borello da debbio. al borono da debbio. nel Borone del Debbio. Fornello (al). (lat. FURNUS). Il toponimo deriva forse della presenza nella zona di un fornace per la calcina (ma nel dialetto locale tali fornaci si chiamano corbne). Cfr. PASQUALI 1938, p. 171. al pianello del fornello. Inchiusa (nell). (lat. IN, CLAUSUS). al pianelletto sopra linchiusa. Maest (alla). (lat. MAIESTAS). Richiama la presenza nella zona di un tabernacolo o piccolo edificio religioso. sotto la Maest nel Piano. Murata (alla). (lat. MURUS). Ponti (a). (lat. PONS). Preta fitta (a). (lat. PETRA, FIGERE?). Toponimo indicante forse la presenza di una pietra infissa nel terreno con funzione di termine o segnacolo. Termo (al, a). (lat. TERMINUS). Treggiaia (alla). (lat. TRAHEA; it. TREGGIA). Il termine treggia indica in Toscana e in Liguria un carro rustico senza ruote, o una slitta di proporzioni abbastanza grandi, trainato da buoi o altri animali, per il trasporto di foraggi o anche di persone su percorsi impervi e in forte dislivello (VLI, V, 1994, s.v. Treggia). Il toponimo, molto diffuso in Garfagnana, indica dunque assai probabilmente un sentiero atto alla treggia e impresso dal suo solco (PIERI 1898, p. 192). Troco (al). (germ. TROG). Toponimo che richiama la presenza di una pila o abbeveratoio, solitamente in pietra o ricavata da un tronco dalbero vuotato. a Imo al Troco. Via Piana (alla). (lat. VIA, PLANUS). sotto la via piana. Via vecchia (alla). (lat. VIA, VETULUS).

4. TOPONIMI LEGATI ALLE CONDIZIONI DI POPOLAMENTO


Baracca (alla). (sp. BARRACA). Baselica, vaselica (a, in). (gr. basilik). Cfr. PASQUALI 1938, p. 155. ala coronella dela baselica. Casavecchia. (lat. CASA).

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Casina (a). (lat. CASA). Castiglione (in). (lat. CASTRUM). Metato (al). (lucch. METATO). Molino vechio (al). (lat. med. MOLINUM, VETULUS). Palmento (al, nel). (lat. med. PALMENTUM). Etimologia incerta. Indica ciascuna delle due macine di un mulino ad acqua (GDLI, XII, 1984, s.v. Palmento). NellItalia centrale e meridionale indica inoltre una vasca utilizzata per la pigiatura e la fermentazione di mosti e oli, nonch un edificio o locale che ospita tale vasca (ibid.). Perticha (alla). (lat. PERTICA). nel Poggio della Pertica. Villa (alla). (lat. VILLA). a somo ala villa sotto al pomo. in cima ala villa. in fondo la Villa.

Grotta del Longino (alla). (lat. med. CRUPTA). Luogo del Gogio (al). (lat. LOCUS). Per altri toponimi derivati dal lat. locus cfr. PASQUALI 1938, p. 130. Maist del Prete (alla). (lat. MAIESTAS). Metato del Cristofano (al). (lucch. METATO). Noce del Prete (alla). (lat. NUX). Pianello del Borchio (al). (lat. PLANUS). Pianello dellAnero (al). (lat. PLANUS). Poggio del Rossino (nel, al). (lat. PODIUM). Prado del barbiero (al). (lat. PRATUS). Prado del moruccio (al). (lat. PRATUS). Prato del Pancetto (al). (lat. PRATUS). Rava del Baldo (nella). (lat. LABES; lucch. RAVA). Selva del marionario (alla). (lat. SILVA). Toponimi coincidenti con antroponimi Casciano (a). (lat. CASSIANUS). Il toponimo, pi volte attestato in Garfagnana, viene tradizionalmente fatto derivare dal nomen latino della gens Cassia (cfr. PIERI 1898, p. 39). Franceschina (alla). Santin Caiai (al). Il toponimo richiama anche lattivit praticata dallindividuo che diede il nome alla localit. al Fosso del Santin Cojajo.

5. TOPONIMI LEGATI A NOMI DI SANTI (AGIOTOPONIMI)


San bachetto (a). Il toponomo allude verosimilmente al culto di San Bacco, martirizzato nel 303 assieme a San Sergio. nel Pianello di San Bacchetto. Santo Antonio (a). Santa Maria (a).

6. TOPONIMI LEGATI A NOMI DI ANIMALI (ZOOTOPONIMI )


Bodarella (alla). (lucch. BODDA; carr. BODA; tosc. BOTTA). La voce dialettale significa rospo, quindi il toponimo indica verosimilmente la presenza di acque stagnanti. Calecetto, Culeceto (a). (lat. CULEX). Etimologia incerta. Potrebbe indicare una localit infestata dalle zanzare. Non inoltre da escludere unetimologia dal lat. CAULICULUS, piccolo stelo, gambo. Cervoria (alla). (lat. CERVUS). Etimologia incerta. Colombora (alla). (lat. COLUMBUS). Cfr. PASQUALI 1938, p. 87, secondo cui il toponimo designa un dirupo scosceso popolato da colombi selvatici. Torda (alla). (lat. TURDUS?). Etimologia incerta. Vitellino (al). (lat. VITULUS).

8. TOPONIMI DI CLASSIFICAZIONE INCERTA


Ambino (in). Bil (al). (carr. BIL, BILOK, it. ALLOCCO). Il toponimo allude probabilmente al nomignolo di un individuo in qualche modo collegato a questa localit. Bono aceto, Buonaceta, Bonaceto (a, al). (lat. BONUS, ACETUM). Etimologia incerta. Toponimo attestato anche in altre localit della Garfagnana (Magnano). Cfr. NIERI 1898, p. 197. Camporlenza, Camporlenzo, Camporlendo (in, a). (lat. CAMPUS). Capi (ne). Catri (a). Compegnola, Compegnolo (in, al). Compendolo (nel). Conpenso (nel). (lat. CUM, PENSARE). Etimologia incerta. Darneto (a). Cfr. PIERI 1898, p. 204. Fanti (a). (lat. FARI ?). Etimologia del tutto incerta. Inugureta. Iola (alla, nella). (lat. AREOLA; vers. NAJLA). Etimologia alquanto incerta. Il toponimo potrebbe derivare da una concrezione con larticolo della vocale iniziale del vocabolo aiola: allaiola > alla iola. Cfr. PASQUALI 1938, pp. 150-151. Isolesa, Solesa (all, ali). (lat. INSULA). Etimologia del tutto incerta.

7. TOPONIMI COMPOSTI DA ANTROPONIMI


Borello di rafagnagio (al). (lat. med. BORRA; tosc. BORRO). Buca del Vaglin (alla). (lat. med. BUCA). Campitelli dela luca (ai). (lat. CAMPUS). Canale del Botta (nel). (lat. CANALIS). Canale di Furone (nel). (lat. CANALIS). Capanna del gia mora (alla). (lat. med. CAPANNA). Castagni del Bandito (ai). (lat. CASTANEA). Cerretella della Riccia (alla). (lat. CERRUS).

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Lagliena (alla). (lat. PLENUS ?). Etimologia del tutto incerta. Mozzo?, Mazzo? (al). Mucia, Mucea (alla). (lat. MUCUS). Etimologia del tutto incerta. Possico (a). Per il suffisso -ico cfr. Soltico. Cfr. PIERI 1898, p. 215. Primaria, Primoria (a). (lat. PRIMUS). Etimologia non sicura. ala costa da primora. Reggiano (al). (lat. REGIUS). Il toponimo ricorda forse la provenienza da Reggio Emilia di un individuo in qualche modo collegato a questa localit. Rota (nella). (lat. ROTA?, RUMPERE?). Etimologia non chiara. Sassapice (a). (lat. SAXUM, PINSERE?). Etimologia non sicura. nel Poggio di Sassapiggia. Scaffella (nella). (lat. SCAPHA?). Etimologia molto incerta. Il toponimo potrebbe indicare la presenza di una condotta o di una fossa. Scorta (nella). (lat. EX, CORRIGERE?; lat. EX, CURTUS?). Etimologia non chiara. Il toponimo potrebbe fare riferimento ad una qualche riserva di materiale (legname?), oppure indicare labbreviamento di un tragitto (GDL, XVIII, 1996, s.v. scrta , scrta). Seggiale (al). (lat. SEDILE). Etimologia non sicura. Soltico (a). Per il suffisso -ico cfr. Possico. Tabugio, Tabuscio (al, nel). (lat. TABUM?). Etimologia del tutto incerta. Taruto (al). Telo (a). (lat. TELA). Etimologia non sicura. Teso (al). (lat. TENDERE). Etimologia non sicura. Coincide forse con la voce precedente. Cfr. il toponimo la Tesa sul Pisanino, che indica originariamente una bandita o un luogo chiuso. Cfr. PASQUALI 1938, p. 114. Treco (a).

Vaneto, Vannetto, Vaneta (a). PIERI 1898, p. 79, propone una poco convincente interpretazione come fitotoponimo derivante da avena. al pianello di vaneta, nel Pianello di Vaneto. ala borella dela chiesa da vaneta. Vanni (ne). Verdallo (a). (lat. VIRIDIS). Etimologia non chiara.

Quadro riassuntivo dei risultati dellindagine sulla toponomastica di Gorfigliano


Numero dei toponimi
Numero totale di toponimi presenti nelle fonti scritte Numero di toponimi semplici attestati Numero di toponimi composti di cui anche attestata la forma semplice Numero di toponimi composti di cui non attestata la forma semplice 269 215 51 3

Categorie dei toponimi


(sono stati presi in considerazione i toponimi semplici e la base dei toponimi composti la cui forma semplice non attestata) Agiotoponimi 3 Antroponimi semplici 3 (1 dubbio) Antroponimi complessi 21 (6 dubbi) Fitotoponimi 29 (8 dubbi) Geografici semplici 96 (14 dubbi) Geografici legati allattivit delluomo 16 Popolamento 10 (1 dubbio) Zootoponimi 6 (3 dubbi) Di incerta classificazione 34 Totale 218

LORENZO CALVELLI

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3. LARCHITETTURA DI GORFIGLIANO IN ET POSTMEDIEVALE

3.1 INTRODUZIONE
Il villaggio attuale di Gorfigliano si trova alle pendici del sistema montuoso che delimita a ovest la valle dellAcqua Bianca, sviluppatosi lungo la strada che gi dal medioevo collegava il castello con il Piano, e con le aree di sfruttamento pastorale della Carcaraia. La Gorfigliano moderna si forma, infatti, intorno ad un nucleo di capanne, localizzate nel limite settentrionale della pianura dellAcqua Bianca, identificate come un insediamento temporaneo, dipendente dal castello e collegato allo sfruttamento agricolo del Piano. Questo primo nucleo, e parte del suo posteriore sviluppo, rappresentato graficamente, in forma pi o meno dettagliata, dalla cartografia storica, dove compare per la prima volta nel XVII secolo. Lintenzione di comprendere e contestualizzare lintera evoluzione del castello di Gorfigliano ha portato inevitabilmente alla decisione di realizzare uno studio archeologico del villaggio postmedievale. Le fonti orali e scritte ricordano infatti spesso il progressivo abbandono del castello da parte dei suoi abitanti, che si trasferiscono nel corso dei secoli nella localit alle capanne. Questabbandono che inizia presumibilmente intorno al 1500, termina negli anni 60 del XX secolo, quando lultima famiglia lascia lormai inospitale castello, dove non arrivavano ne acqua ne elettricit1. Ma fin dallinizio delle indagini archeologiche non era del tutto chiaro come fosse avvenuto questo spostamento della popolazione, dato che a prima vista ledilizia conservata in elevato nel castello e quella del borgo sembravano coetanee. Inoltre linterpretazione generale di questo fenomeno sosteneva come labbandono definitivo del castello fosse stato causato dal terremoto del 1920, mentre le prime osservazioni sembravano indicare un abbandono massiccio ma non definitivo in un epoca anteriore a questa data. Si quindi deciso di realizzare unanalisi esaustiva dellarchitettura del castello e del borgo, auspicando che con1. Lacquedotto e lelettricit sono stati portati negli anni 90 del XX secolo con linizio dei lavori di recupero della chiesa dei SS. Giusto e Clemente, come attesta la lapide posta a memoria sopra la fontana nella piazza della chiesa, grazie allopera di P. Palladini.

frontandole si sarebbero potute definire meglio le fasi e le motivazioni di questo processo. Lanalisi delledilizia storica permette, infatti, di ottenere in modo relativamente rapido e soprattutto non distruttivo elementi per determinare la cronologia di gran parte dellarchitettura di un borgo, delineandone levoluzione e i caratteri dominanti. Questa ricerca si inserisce tra laltro in una ricca tradizione di studi delledilizia storica e dellinsediamento, iniziata in Lunigiana negli anni settanta del XX secolo e proseguita tra Lunigiana e Garfagnana nellultimo decennio.

3.2 LA

METODOLOGIA DINDAGINE

Nel corso della ricognizione del villaggio postmedievale di Gorfigliano si adottata una metodologia di lettura e schedatura degli edifici, sperimentata nella vicina valle del Lucido nel corso del 1999-2000 (GOBBATO 20012. Lo studio realizzato in quelloccasione si ispira ai lavori compiuti negli anni settanta in Lunigiana dallIstituto di Storia della Cultura Materiale di Genova, dove attraverso lanalisi delledilizia storica, affiancata dai dati ottenuti da altre discipline storiche e scientifiche, si affrontato il problema della storia dellinsediamento dalla preistoria al giorno doggi (FERRANDO CABONA, GARDINI, MANNONI 1978; FERRANDO CABONA, CRUSI 1981). Naturalmente questo tipo di studio, dovendo coprire un arco cronologico molto ampio e unestensione territoriale notevole, ha dovuto adottare tecniche di indagine pi agili e soprattutto pi flessibili, focalizzando quegli elementi realmente utili alla finalit dello studio. Nel caso della Lunigiana si disponeva dei risultati di alcuni scavi archeologici disseminati nel territorio e realizzati nel corso degli anni sessanta e settanta, che furono successivamente completati da una ricognizione esaustiva delledilizia dei centri storici. Attraverso queste indagini si sono documentati i tipi edilizi, le tecniche costruttive, tipologie delle aperture, cercando di delineare levoluzione cronologica e ti-

2. Si tratta della tesi di specializzazione in Archeologia tardoantica e medievale discussa dalla scrivente nel 2001 presso lUniversit di Pisa, nella quale si affrontato lo studio dellinsediamento nella valle del Lucido (Fivizzano, MS).

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pologica di ogni centro abitato. Queste prime ricognizioni, parallelamente alle indagini che si stavano realizzando a Genova, hanno permesso di creare e definire i primi strumenti adottati poi dallarcheologia dellarchitettura. Un aspetto particolarmente rilevante di questi studi pionieri stato linteresse verso ledilizia postmedievale che costituisce gran parte del patrimonio storico del paesaggio rurale, ampliando quindi lambito di studio fino al XX secolo. Proprio in quegli anni stata promossa la rivalutazione delledilizia rurale, medievale e postmedievale, fino ad allora messa in secondo piano rispetto alledilizia cittadina e monumentale, con la scusa della presunta omogeneit e lunga durata delle tecniche edilizie in ambito extraurbano e della conseguente scarsa utilit del suo studio. Queste ricerche iniziali, che hanno trovato un primo punto di incontro nel convegno Per una storia delle dimore rurali, svoltosi a Cuneo alla fine del 1979 (edito nel numero VI di Archeologia Medievale, nellanno 1980), sebbene ancora molto diversificati, hanno evidenziato la ricchezza e la variet delledilizia rurale, e la necessit di studiare linsediamento extraurbano per completare la conoscenza del nostro passato e del paesaggio Da allora si sono moltiplicati gli studi sulledilizia e linsediamento postmedievale, in gran parte della nostra penisola, anche se si tratta generalmente di studi parziali di singole realt o edifici, tra i quali le ricerche compiute dallIstituto di Storia della Cultura Materiale in Lunigiana rimangono tra gli esempi pi significativi e rappresentativi. Per quanto riguarda la Garfagnana gli strumenti di analisi dellarchitettura si sono meglio affinati negli ultimi decenni con studi per lo pi inediti riguardanti le tipologie delle aperture, le tipologie edilizie e le tecniche costruttive. Tra questi, uno dei pi vicini a Gorfigliano uno studio realizzato negli anni 1994 e 1995 sulledilizia storica dellAlta e Media Valle del Serchio, con il fine di realizzare un atlante delle tecniche costruttive3. Questa ricerca che si svolse in circa 20 comuni della Garfagnana, prese come esempio per unanalisi pi esaustiva il centro abitato di Minucciano. Successivamente stata realizzata una tesi di laurea in architettura sulla prima cronotipologia delle aperture in Garfagnana (CECCHI 1994-95), e una sul centro abitato di Giuncugnano, entrambi ancora inedite. Data la mole di lavoro e la scarsit dei mezzi che quasi sempre caratterizza questo tipo di iniziative, non stato possibile affrontare una lettura archeologica esaustiva di tutta ledilizia presente nel centro
3. Si tratta del progetto Atlante dei Tipi Costruttivi Murari, promosso dal Comitato Nazionale per la Prevenzione del Patrimonio Culturale dal Rischio Sismico, del Ministero per i Beni Culturali e Ambientali; diretto da Roberto Parenti e realizzato da Juan Antonio Quirs Castillo.

abitato, con una approfondita individuazione delle unit stratigrafiche che compongono ogni singolo edificio e la loro relativa interpretazione. Si proceduto quindi, nella valle del Lucido come a Gorfigliano, ad una rapida schedatura degli edifici, nei quali si cerca di individuare dove possibile la fase originaria di costruzione e gli interventi posteriori di maggior rilievo, come sopraelevazioni e ricostruzioni, o inserimento e sostituzione di aperture. Si registrano inoltre le tecniche costruttive impiegate, con una particolare attenzione ai materiali costruttivi e ai tipi di leganti che ci forniscono informazioni importanti sullambiente tecnico a cui appartiene ledificio. Un aspetto importante di queste schedature la documentazione delle aperture, portali e finestre, che come si visto presentano delle caratteristiche morfologiche e dimensionali abbastanza specifiche e riconoscibili di periodi e ambiti territoriali. Spesso, inoltre, si osserva in Lunigiana e in Garfagnana labitudine di scolpire negli architravi o nei conci angolari, la data di costruzione delledificio che ci fornisce un ottimo elemento datante per il tipo di apertura, e ci permette di elaborare cronotipologie sempre pi complesse e precise (Fig. 147). In questo modo, lanalisi stratigrafica di dettaglio stata realizzata soltanto nel caso di edifici particolarmente rilevanti. Nella valle del Lucido si realizzata una lettura stratigrafica del palazzo comunale di Vinca, edificio trecentesco che conserva ancora gran parte delle fase originaria, e della pieve di San Martino di Viano, che presenta interessanti fasi di cantiere medievali. Nel caso di Gorfigliano si sono invece realizzate letture stratigrafiche solo nel castello, e in particolare nella chiesa dei Santi Giusto e Clemente, per evidenziare i resti delledificio medievale, nascosto dalla ricostruzione e ampliamento settecentesco (cfr. Cap. III.1.6). Il villaggio postmedievale presenta infatti unedilizia abbastanza omogenea e in gran parte coperta da intonaco. In questi casi si fatto ricorso allanalisi configurazionale, che consiste nella osservazione di tutti gli elementi visibili che compongono ledificio, tipo di aperture, balaustre, distribuzione dei vani, scale, etc., e relazionandoli per analogie definire alcune delle sue fasi costruttive, senza pero poter individuare con sicurezza la cronologia iniziale della struttura (MANNONI 1998). questo il caso di molti edifici del XIX secolo, che ristrutturati pi recentemente, sono stati rivestiti con un intonaco che ha lasciato in vista solo le aperture e i portali in alcuni casi datati. Le analogie o le differenze tra questi elementi ci possono indicare la presenza di una fase costruttiva unitaria, databile spesso attraverso la tipologia delle stesse aperture, o diverse attivit edilizie. Oltre che determinare levoluzione planimetrica del villaggio attraverso la definizione cronologica dei singoli edifici, risultano fondamentali anche

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Fig. 147 Cronotipologia dei portali del villaggio postmedievale di Gorfigliano realizzata a partire delle aperture datate.

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altre osservazioni come la definizioni di tipi edilizi che ci permettono di distinguere una casa di contadini da una di commercianti o salariati, attraverso la forma delledificio e dalla presenza o assenza di strutture di servizio come metati (essiccatoi di castagne), stalle o spazi come le aie, e la loro distribuzione nel tessuto urbanistico. Nel caso di Gorfigliano questo stato uno degli aspetti rilevanti per capire levoluzione del villaggio. fondamentale inoltre considerare ledificio, non come un oggetto isolato, ma come il prodotto di una determinata societ, che riflette nel suo operato le sue conoscenze e la sua complessit. Lo studio dei materiali impiegati, dalla pietra al mattone alla calce, delle tecniche costruttive e delle rifiniture, ci permette di definire oltre al ruolo socioeconomico del committente anche il livello tecnologico raggiunto o a sua disposizione, della presenza in zona di maestranze specializzate, e di strutture fisse o temporanee legate alla lavorazione e trasporto dei materiali. Al di l quindi della lettura stratigrafica, un edificio ci pu offrire uno spaccato della societ in cui stato costruito. Il confronto infine tra i vari edifici e la loro distribuzione ci permette di delineare lo sviluppo urbanistico di un centro abitato e le fasi di questo sviluppo. Le caratteristiche architettoniche in alcuni casi ci informano inoltre sulla funzione delledificio, sui cambiamenti duso che ha vissuto, e sulla classe sociale dappartenenza, indicando, allinterno dellabitato, aree dedicate ad una determinata attivit o a un particolare gruppo sociale. I dati delle fonti storiche e le fonti orali ci aiutano in molti casi a comprendere meglio queste trasformazioni, e le caratteristiche socioeconomiche di alcuni edifici e del centro storico in generale. I risultati che otteniamo dai singoli centri abitati ci aiutano a questo punto a ricostruire lo sviluppo e larticolazione socioeconomici del territorio in cui sono comprese.

3.3 LA

GESTIONE DEI DATI: LA CREAZIONE DI UNA PIATTAFORMA GIS

Per una migliore gestione dei dati si ritenuto opportuno ricorrere alla sistematizzazione informatizzata dei dati raccolti durante la ricognizione delledilizia storica. stata quindi creata una banca dati utilizzando il programma FileMaker Pro 5 , con la creazione di una scheda nella quale fossero brevemente indicate tutte le caratteristiche relative al singolo edificio o struttura architettonica. Ogni scheda presenta una doppia numerazione, costituita dal numero dinventario progressivo e dal numero di particella catastale dedotto dalla map-

pa, fornita dal comune di Minucciano, e utilizzata come base di riferimento per la ricognizione. La scheda contiene prima di tutto i dati relativi alla posizione geografica e amministrativa delledificio, con lindicazione della localit e della sua posizione allinterno del centro storico. I campi successivi, precedenti la descrizione, servono per disporre in modo codificato dei principali elementi che definiscono ledificio nelle sue caratteristiche architettoniche e funzionali e nella sua vita costruttiva. Per prima cosa viene indicata la destinazione duso originaria e attuale, dalla semplice abitazione, a bottega, metato, oratorio, ecc. Il campo seguente riguarda gli elementi datanti che comprendono le iscrizioni, le tipologie delle aperture o le tecniche costruttive. Un elemento importante per definire la potenzialit archeologica delledificio lindice di visibilit, con il quale si indica in modo approssimativo il grado di leggibilit delle murature: dagli edifici con le murature completamente a vista a quelli con visibilit nulla, per la presenza di intonaci coprenti. Il primo problema incontrato stata la necessit di inserire in una unica scheda gli elementi relativi a tutte le fasi costruttive delledificio. Si pensato infatti inizialmente di creare una seconda banca dati contenente le fasi individuate, nella quale confluissero quindi anche eventuali schede relative alle aperture e collegata alla scheda delledificio. Questo tipo di soluzione, gi adottata nel progetto di Campiglia Marittima (BIANCHI, NARDINI 2000; BIANCHI 2003), richiede per un programma molto flessibile e soprattutto un impegno notevole per quanto riguarda la compilazione delle schede. Si quindi preferito procedere allinserimento dei dati relativi alle singole fasi, unitamente alle caratteristiche costruttive e alle tipologie delle aperture, in un campo ampio dedicato alla descrizione delledificio, non escludendo la possibilit futura di completare la schedatura con una seconda banca dati. I dati nel campo descrizione vengono sintetizzati nei campi precedenti. Con il campo riservato alle aperture si indicano, infatti, le sigle di riferimento dei portali o delle finestre, a cui segue il numero di fasi costruttive individuate e la cronologia complessiva delledificio. Ampi campi sono anche quelli dedicati alle fonti scritte e alle fonti orali che in molti casi hanno integrato lanalisi delledificio. Fondamentali per la ricostruzione e visualizzazione dellevoluzione urbanistica del centro sono le fasi costruttive individuate nelle singole case, la cronologia iniziale e le varie ristrutturazioni. Per questo stato inserito un campo per ogni fase, in totale quattro dato che la maggior parte degli edifici non possiede pi fasi costruttive, individuando una serie di fasce cronologiche, definite alla fine della ricognizione. Nel caso di Gorfigliano si sono documentati solo rari casi di strutture relati-

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ve ai secoli XVII e XVIII, e al contrario una ricca edilizia nei secoli successivi con la possibilit di una periodizzazione pi complessa. Per questo motivo la prima fascia cronologica individuata molto ampia, rispetto alle successive e pi recenti che comprendono dai 30 ai 50 anni. Infine un dato raccolto nella banca dati il tipo di tecnica costruttiva con cui costruita la fase iniziale delledificio, sempre dove questa sia visibile e il tipo di materiale costruttivo che in generale risulta di provenienza locale, e, data la ricchezza geomorfologica, cambia da una zona allaltra del villaggio, corrispondendo agli affioramenti in sito. Le tecniche costruttive, come si vedr pi avanti, sono molto uniformi data la omogeneit riscontrata nelle tipologie edilizie e nelle cronologie unicamente postmedievali. I dati raccolti nella banca dati sono stati a questo punto elaborati attraverso la creazione di una piattaforma GIS. La piattaforma scelta, ArcView della societ ESRI, uno standard nellambito dei programmi di gestione territoriale (GIS), e quindi presenta certi vantaggi per lacquisizione dei dati. Per prima cosa stato necessario inserire una pianta vettoriale del centro storico, in cui fossero posizionati precisamente gli edifici. La ricognizione ha evidenziato delle discrepanze tra la mappa catastale, realizzata nel 1951 e le dimensioni e distribuzione reale degli edifici. Oltre a questa mappa catastale si quindi utilizzata la cartografia in scala 1:2000, elaborata dalla Regione Toscana con laereofotogrammetria, disponibile sul sito Internet della Regione. In questo caso, per, linterpretazione delle immagini aeree presenta alcuni problemi, poich la restituzione fotografica non risulta sempre del tutto corretta, oltre a dare una visione dallalto degli edifici, che spesso uniforma le differenze costruttive visibili da terra. Si quindi ridisegnata la planimetria del centro storico, integrando le informazioni provenienti dalle due cartografie, e correggendole con i dati raccolti durante la ricognizione. Ogni edificio viene quindi rappresentato da un poligono autonomo, che riproduce la pianta della struttura, mentre a parte sono state digitalizzate con linee le vie e gli spazi aperti riconoscibili nel tessuto urbanistico del centro abitato. La banca dati a questo punto riversata in formato dbf in Arcview, utilizzando il numero di inventario come identificatore delledificio e quindi del poligono. Il sistema ci permette a questo punto di elaborare, attraverso domande mirate, carte tematiche con le varie fasi costruttive del centro storico, oppure la distribuzione delle tipologie edilizie, delle tecniche murarie o delle aperture. Naturalmente pi ampia e diversificata la tipologia di dati raccolti e inseriti nella banca dati, pi ampia sar la gamma di carte tematiche possibili. Si possono, in-

fatti, registrare oltre alla definizione pi generica delle tecniche costruttive, dalle rifiniture e lavorazione dei materiali costruttivi, fino alle dimensioni dei conci, le caratteristiche dei leganti, i reimpieghi, ecc. inoltre possibile aggiungere alla banca dati delle schede, una banca dati di immagini e rilievi sempre associabili ai poligoni di riferimento, in modo da risolvere il limite che il programma ha nella ricostruzione tridimensionale degli edifici.

3.4 I

RISULTATI DELLA LETTURA

La ricognizione delledilizia del villaggio di Gorfigliano ha presentato fin dallinizio una serie di problemi e limiti, che impediscono una ricostruzione dettagliata dellevoluzione del centro urbano, soprattutto per i secoli iniziali della sua formazione. Innanzitutto lostacolo maggiore e pi ricorrente la presenza di edifici intonacati che non permette di datare la loro costruzione se non in presenza di aperture e indicatori cronologici assoluti o attraverso la relazione stratigrafica con edifici di cronologia nota. Questo come si evidenzia nel GIS corrisponde a circa 248 edifici su un totale di 472, distribuiti in forma abbastanza omogenea in tutto labitato (Tav. 13a). Si inoltre osservato un reimpiego di elementi sei e settecenteschi, soprattutto immagini religiose e architravi, che potrebbero provenire dalle case abbandonate del castello, o dai primi edifici che costituivano il villaggio originario, riutilizzati nelle nuove costruzioni. Questo infatti uno dei problemi che interessa in generale lintero centro abitato, che presenta unedilizia molto recente, frutto di ricostruzioni o costruzioni ex-novo, databili soprattutto a partire dalla prima met del XIX secolo (Tav. 13b). La mancanza di fasi relative al XVI e XVII secolo, quando si probabilmente consolidato il villaggio postmedievale, impedisce di individuare con precisione il suo nucleo originario e la sua evoluzione partendo esclusivamente dalledilizia. Il confronto per dei tipi edilizi, che hanno in alcuni casi mantenuto la forma originale, unitamente allosservazione del tessuto urbano e al confronto con la cartografia della fine del XVII secolo4, permettono di elaborare una ipotesi attendibile della nascita e della crescita del villaggio postmedievale di Gorfigliano, che dovrebbe trovare maggiori conferme con indagini archeologiche del sottosuolo, da realizzarsi in alcuni punti chiave del centro abitato. Il villaggio attuale di Gorfigliano presenta una for4. ASL, Offizi sopra le Differenze di Confine, filza 572, n. 26.

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ma allungata, derivata dal suo sviluppo lungo la strada che dal castello raggiunge il Piano. Questa strada, probabilmente di origine medievale, rappresentata nella cartografia del XVII secolo come via che va in Ventaggio e Carcaraia, dove si trovavano le aree di pascolo e i carvati di Gorfigliano. Ad un certo punto presso il Piano, la via principale, si biforca, formando due vie che scorrono nei limiti settentrionale e meridionale del Piano, circondandolo, e congiungendosi allestremit meridionale di questo, dove nuovamente si separa per raggiungere i monti della Carcaraia da un lato e le cave e lalpeggio di Campocatino dallaltro. Questa biforcazione rappresentata gi nella cartografia antica, sebbene la seconda strada in questo caso attraversa il torrente per raggiungere le localit di Vagli. Ma questo elemento risulta particolarmente utile per la localizzazione del borgo postmedievale di Gorfigliano nella cartografia antica. Labitato si articola in vari rioni o frazioni, che rappresentano probabilmente le varie fasi di successivo ampliamento del nucleo originale, e che tendono quasi sempre a non invadere i terreni coltivati, mantenendosi lungo il limite nordoccidentale del piano (Fig. 148). Esistono in realt due livelli di toponimi: quelli che indicano quartieri pi o meno estesi e allinterno di questi una quantit di microtoponimi che possono indicare anche una singola casa. I primi sono piuttosto noti allinterno del paese, mentre i secondi sono pi difficilmente rintracciabili e per questo motivo non si potuto realizzare una loro documentazione esaustiva. Molti di questi toponimi sono inoltre noti nelle fonti scritte postmedievali, ed alcuni sono sicuramente preesistenti allo stesso borgo, indicando lutilizzazione del suolo o le sue caratteristiche litologiche, come ad esempio Novelli, Piastraio o Grotte5. Risulta comunque significativa, come si pu osservare dalla figura, la maggiore concentrazione di questi microtoponimi nella parte a nord delloratorio di SantAntonio, mentre nel borgo pi meridionale i toponimi vanno indicando aree sempre pi grandi, che coincidono con le frazioni di pi recente formazione.

3.4.1 Le Capanne di Gorfigliano


Come gi accennato pi volte, il villaggio attuale di Gorfigliano si originato da un nucleo di capanne localizzato presso il limite settentrionale del Piano, ad una quota inferiore rispetto al castello medieva-

5. Come si spiega pi avanti nel testo il termine Novelli si riferisce ad una coltivazione di piccole piante di castagno, Piastraio indica invece la zona di affioramento di lastre di scisto e con Grotte la popolazione locale intende ancora oggi il tipo di calcare che affiora alle falde del Monte Calamaio, dove sorge lomonimo rione.

le. Si tratta di un insediamento temporaneo, utilizzato probabilmente dagli abitanti del castello per conservare i prodotti del lavoro agricolo nel Piano, per la loro trasformazione e come riparo per il bestiame. Il caso delle Capanne di Gorfigliano per piuttosto anomalo nel panorama appenninico e alpino, dato che normalmente gli insediamenti stagionali si collocano a quote notevolmente superiori rispetto al nucleo di provenienza, e presso le aree di pascolo estivo (vedi Cap. IV.4.4). Le fonti scritte non indicano con precisione ne a quando risale la formazione di questo primo nucleo ne quando questo si trasformi in centro urbano. Le prime preziose testimonianze ci provengono dalla cartografia storica, che, grazie a ripetute liti sul tracciato dei confini tra i territori di Gorfigliano e Vagli, ci offre uninteressante raccolta di carte datate al XVII secolo. La localit Le Capanne di Gorfigliano compare per la prima volta in una carta dellanno 1639 conservata presso lArchivio di Stato di Modena6, dove rappresentata con lo stesso simbolo che si utilizza per le capanne di Vagli. Compaiono nuovamente in una carta del 1656 proveniente dallo stesso Archivio, e disegnate sempre in forma stilizzata, localizzate e distribuite in modo sparso ai due lati della strada che scende dal castello al Piano, prima della sua biforcazione. Gli studi realizzati sugli insediamenti stagionali o alpeggi in Garfagnana hanno evidenziato come le prime testimonianze scritte si datino a partire dal XVI secolo, tra cui le pi antiche riguardano proprio Vagli di Sotto. quindi plausibile pensare che le capanne di Gorfigliano siano coetanee a quelle di Vagli, e che questo nucleo si costituisca, nelle forme rappresentate, intorno al XVI secolo. Nel corso del 1600 le fonti scritte e cartografiche ci mostrano importanti cambiamenti nel Piano, che consistono in un maggior sfruttamento agricolo dellarea, e il consolidarsi del nucleo delle Capanne in villaggio stabile che termina con la costruzione delloratorio di SantAntonio. Tra le prime mappe dove compaiono le Capanne e le seguenti passano circa 30 anni, durante i quali deve essersi accelerato questo processo, dato che il villaggio compare pi esteso e articolato. Ritroviamo la rappresentazione della capanne di Gorfigliano in una carta del 1686 di Giovan Francesco Gabrielli, in cui si presenta una veduta prospettica del centro abitato senza lindicazione del sistema viario relazionato. Interessante notare il notevole aumento del numero di edifici rispetto alle carte anteriori e la rappresentazione delloratorio di SantAntonio, di recente costruzione7. Particolarmen-

6. ASM, Mappario Estense-Confini, n.19. 7. ASL, Offizi sopra le Differenze di Confine, filza 572, n. 28.

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Fig. 148 I rioni del villaggio postmedievale di Gorfigliano.

te interessanti risultano anche due carte del 1687, provenienti entrambe dallArchivio di Stato di Lucca8. Nella prima le capanne di Gorfigliano sono

8. ASL, Offizi sopra le Differenze di Confine, filza 572, nn. 125 e 126.

rappresentate in primo piano ad un livello inferiore rispetto al castello (Fig. 149). I due abitati sembrano disegnati in modo che pensiamo verosimile, soprattutto confrontandole con altre raffigurazioni del castello, dove si riconoscono la chiesa con il porticato della canonica e la torre in posizione sopraelevata. Esaminando in dettaglio le capanne,

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Fig. 149 Rappresentazione cartografica di Gorfigliano dellanno 1687 (ASL, Offizi sopra le Differenze di Confine, 572, n. 125).

sebbene non sia rappresentato loratorio, sembra di poter distinguere una serie di edifici con un solo accesso sul lato breve, le capanne appunto, ed altri invece dotati di almeno due piani con diversi accessi e finestre: le case. Laltra carta forse la pi interessante per il grado di dettaglio del paesaggio agrario con cui sono relazionate le capanne; rappresentate come due serie di case a schiera lungo la via, con loratorio verso la parte finale del borgo e alcune case disposte lungo le pendici, retrostanti ledificio religioso e separate da questo da un prato o spazio agricolo (Fig. 150). Se le mappe cartografiche sono attendibili il primo nucleo di capanne e poi del villaggio deve localizzarsi lungo la strada prima di giungere alla sua biforcazione. Lanalisi archeologica realizzata nel centro storico ha evidenziato effettivamente una importante differenza nella tipologia edilizia delle case e nella forma del tessuto urbano nella zona corrispondente ai rioni di Calcinaio, SantAntonio, Grotte rispetto al nucleo superiore e distaccato dei Novelli, ma soprattutto a quelli inferiori di Bagno, Santa Maria, Culiceto, etc. Oltre alla presenza delloratorio, che costituisce lelemento principale, sebbene non il pi antico, e che sanci-

sce lindentit autonoma del primo nucleo del villaggio, bisogna sottolineare la presenza in questa parte del borgo dellunico edificio databile con una certa sicurezza al XVII secolo e la concentrazione di elementi reimpiegati di questo periodo.

3.4.2 Le prime attestazioni architettoniche del XVII secolo


Si potuto identificare con una certa sicurezza solo unedificio civile databile al XVII secolo, localizzato nella parte alta del rione Le Grotte, ai limiti del bosco (Fig. 151). Lelemento caratterizzante che ci permette di identificare la fase seicentesca di questo edificio il portale ad arco con rifinitura a punta, databile per confronto con esemplari della Lunigiana al XVII secolo (Fig. 152; Fig. 147, tipo B2; FERRANDO CABONA 1990, tipo FG\1, p. 155). Ledificio ha subito varie riforme nel corso del XIX e XX secolo, prima del suo definitivo abbandono, con linserimento e sostituzione delle aperture e laggiunta di un nuovo corpo di fabbrica. suggestiva la coincidenza della posizione di questo edificio con le case rappre-

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Fig. 150 Rappresentazione cartografica di Gorfigliano dellanno 1687 (ASL, Offizi sopra le Differenze di Confine, 572, n. 126).

Fig. 151 Edificio seicentesco nel rione Le Grotte di Gorfigliano.

Fig. 152 Portale dacceso di edificio seicentesco di Gorfigliano.

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Fig. 153 Oratorio di SantAntonio di Gorfigliano.

sentate dietro loratorio nella mappa cartografica del 1687. Si pu osservare inoltre che lo spazio tra queste case, che si trovano in cima a via delle Grotte, e loratorio tuttora in gran parte occupato da un prato e piccoli orti, e che le costruzioni che vi insistono parzialmente sono tutte di recente costruzione, confermando lattendibilit e il dettaglio della mappa. La presenza di queste case al limite del bosco in un momento in cui si suppone che il villaggio non fosse ancora densamente abitato, potrebbe essere giustificato dallo sfruttamento dello stesso bosco, dove tuttora presente un importante nucleo di capanne. Nel 1677 si costruisce loratorio di SantAntonio praticamente al centro del villaggio, in unarea probabilmente rimasta libera dalle nuove costruzioni, che si presentano in questo secolo come sparse (Fig. 153). La cronologia della sua fondazione ci proviene da una serie di donazioni realizzate tra il 20 e il 25 giugno del 1677, conservate presso larchivio Parrocchiale della Chiesa dei Santi Giusto e Clemente a Gorfigliano9. Nel 1711 il visitatore
9. I fondi documentali sono stati studiati da L. Calvelli, al quale si deve lindividuazione dei documenti di donazione concentrati in pochi giorni, che permettono di datare la fondazione delloratorio.

delegato Monsignor Girolamo Malatesta in visita alloratorio dispone che vi sia celebrata la messa domenicale e che si insegni il catechismo. Nella visita pastorale del 1728 risulta per ancora da terminare il soffitto (CASOTTI, GIORGIETTI 1985, p. 64)10. Ledificio orientato a ovest, si presenta molto omogeneo, a unica navata con abside semicircolare. Lingresso principale si apre verso la strada, con un portale a timpano in marmo, affiancato da due finestre rettangolari. Posteriormente si aggiunge il campanile a vela, nellangolo sudest della facciata, forse nel corso del XIX secolo. Sono, infatti, presenti in facciata due lapidi con le date 1820 e 1892, sebbene non siano stati identificati gli interventi costruttivi ad esse relativi. Decisamente pi recente la costruzione dellampio porticato in legno che si addossa alla facciata coprendo la strada carrozzabile, realizzato per offrire riparo ai fedeli. La costruzione di un edificio religioso nel nucleo delle capanne ci attesta il consolidamento del nuovo villaggio, che si dota in questo modo di un tempio pi comodo rispetto alla chiesa parrocchiale, che risulta, dopo il definitivo trasferimento al piano, piuttosto lontana, soprattutto nei mesi invernali11. Il resto delledilizia che costituisce questa parte del borgo si data principalmente al XIX secolo, frutto di una ristrutturazione generale. comunque significativa la presenza di un portale del 1639 reimpiegato in una casa costruita nel 1841 (Fig. 147, tipo B1). Si tratta di un grande portale ad arco con rifinitura a bugnato, su alte basi lisce e con stemma al centro dellarco, ai lati del quale sono le sigle dei probabili proprietari e la data 1639 (Fig. 154). Il portale, che proviene quasi sicuramente dal castello, la testimonianza della presenza di unarchitettura di rilievo, e quindi di un ceto medioalto allinterno dellantico villaggio, confermata anche dai reperti archeologici rinvenuti, sebbene sia per ora impossibile identificare ledificio da cui proviene questo portale. Suggestiva lidea che gli stessi proprietari una volta abbandonato il castello agli inizi del XIX secolo, abbiano trasferito qui il portale. Una delle due iniziali che fiancheggiano lo stemma, la T, si potrebbe sciogliere in Tognoli, famiglia documentata a Gorfigliano nei secoli scorsi, e il cui nome rimasto ad indicare il borgo in cui sorge questa casa. Data lesiguit del documento architettonico, la domanda quindi che ci si pone come fossero le case

10. I resoconti delle visite pastorali a Gorfigliano sono conservati presso la Biblioteca del Seminario di Sarzana. 11. Interessante inoltre la cronologia di questo processo che si avvicina molto a quello osservato in altri insediamenti stagionali, come nellalpeggio del Puntato o in quello di Campaiana, che si dotano di un edificio religioso tra il 1679 e il 1686. Per un maggiore approfondimento vedi il Cap. IV.4.4.

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La ricognizione ha evidenziato nel borgo alcuni edifici, di difficile datazione, che potrebbero rispondere a questo modello e si conservano in zone periferiche del borgo iniziale. Si tratta di case disposte sul pendio, articolate su due o pi piani, con accessi indipendenti, formati solitamente da grandi architravi monolitici senza stipiti, destinando i piani superiori ad abitazione e quelli inferiori a stalle, secondo un modello documentato gi nel bassomedioevo. Dal punto di vista urbanistico sembrano rompere larticolazione lineare della fase otto e novecentesca, e sono quasi tutte abbandonate o crollate. Questi edifici presentano comunque ampie ricostruzioni ottocentesche, quando probabilmente continuano ad essere utilizzate come stalle o fienili, ma la loro forma costruttiva molto diversa dalle capanne in legno attestate a Gorfigliano, e ricorda piuttosto le case degli alpeggi. Una di queste case conserva nellaccesso alle stalle un architrave datato al 1789, forse riutilizzato. La povert di questi edifici, nel senso di carenza di architravi o stipiti lavorati nelle aperture, spiegherebbe inoltre la scarsa presenza di elementi reimpiegati databili al XVI e XVII secolo.

3.4. Il 1800: secolo di rinnovamento


Fig. 154 Portale seicentesco reimpiegato in un edificio dellanno 1840.

anteriori alla ridefinizione ottocentesca del borgo e come possibile che cos poco si conservi della fase seicentesca. Una possibile spiegazione che il progressivo e lento trasferimento dal castello al piano abbia portato gli abitanti a vivere inizialmente nelle stesse capanne o nei caselli, che, a differenza delle prime, sono costruiti in pietra ed erano generalmente adibiti alla lavorazione dei prodotti. possibile che queste strutture siano state in parte trasformate e ampliate, rinviando cos il momento della costruzione di una vera casa in pietra. Nel vicino centro di Agliano si conservano ancora delle stalle o capanne con aie e copertura in paglia, disposte sul pendio, che potrebbero essere adattate anche alluso abitativo. Lo stesso si osserva anche a Minucciano e nella stessa Gorfigliano si conservano tipologie di capanne realizzate in pietra. Un confronto interessante ce lo offre lAppennino genovese, dove nel corso del XVI e XVII secolo si osserva una colonizzazione della montagna con la trasformazione delle cassine di uso accessorio e distribuite nei boschi, in case di residenza permanente. Queste strutture in pietra disposte sul pendio si ampliano con laggiunta di un secondo corpo di fabbrica, in genere di dimensioni superiori, che si copre con un tetto di lastre (MORENO, DE MAESTRI 1974).

Una buona parte delledilizia della parte alta del borgo viene costruita nel corso del XIX secolo, conseguenza probabile del gi avanzato abbandono del castello12, come evidenziato anche dalla sequenza archeologica dello scavo. Sembra inoltre che oltre ai nuovi tipi edilizi il borgo venga organizzato e articolato secondo una specie di pianificazione, forse determinata dalle preesistenti capanne. Questo processo interessa soprattutto il versante orientale della strada con la costruzione di una serie di case a pi piani, con pianta rettangolare, stretta e allungata, con il lato breve confinante con la strada e disposte perpendicolarmente a questa (Tav. 14a). Sul lato meridionale, esposto a sud, si trovava laia lastricata da cui si accedeva alla casa. Eventuali strutture di servizio come metati erano collocati negli spazi liberi tra le case, sparsi o aggruppati, mentre le capanne per il fieno e il bestiame si trovavano, e si trovano tuttora, allesterno, ai limiti del borgo, concentrate in nuclei pi o meno compatti. Le prime case, costruite presso la strada, hanno originato nel giro di pochi anni una successione di nuovi corpi di fabbrica con le rispettive aie, addossandosi agli edifici pi antichi. Il borgo si articola quindi
12. Nel Libro dei Resiconti dellOpera, conservato presso lArchivio Parrocchiale si riporta la seguente nota, datata forse al 1825: che abbandonato il paese, gi 3 anni non si trova pi chi faccia lofficio di suonare le campane p. 35.

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Fig. 155 Case a schiera con aia ottocentesche nel centro di Gorfigliano.

con una serie di schiere di case parallele poste a una distanza sufficiente per lasciare spazio alle aie e alla viabilit tra di esse (Tav. 15a). Le case di questa fase si presentano molto omogenee. Si tratta di edifici di due o pi piani, con uno o due accessi verso laia di propriet, e numerose finestre (Fig. 155). Scompare tra laltro la stalla a pianterreno, caratteristica della casa contadina medievale e delle supposte capanne. Le aperture molto semplici presentano sempre architrave e stipiti molto stretti, con rifinitura liscia o a punta, che conserva talvolta un sottile nastrino (Fig. 147, tipo C/D4 e 5). Alcuni di questi portali sono datati con lanno inciso allinterno di un cartiglio, variamente sagomato, posto al centro dellarchitrave (Fig. 156). Le cronologie che ci offrono questi portali permettono di circoscrivere questo fenomeno tra il 1810 e il 1889, con una concentrazione di edifici che si datano intorno alla met del secolo. Si tratta per lo pi di nuove costruzioni che riutilizzano probabilmente parte del materiale delle case anteriori, anche se il tipo di tecnica costruttiva molto omogenea e non permette di individuare questi reimpieghi. I vari fronti di case possono inoltre rappresentare la crescita di singole famiglie, dato che si osserva in tutta questa parte del borgo un numero importante di toponimi, derivati da cognomi personali, che delimitano piccoli rioni formati da 4 o 5 case e che si sovrappongono ai pi generici toponimi dellarea. Nel versante superiore della strada si osserva la presenza di un importante edificio relativamente vicino

Fig. 156 Portale caratteristico delle case a schiera con aia ottocentesche.

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alloratorio, con un gran portale ad arco, e uno stemma centrale con il simbolo delleucarestia, datato al 1810 (Fig. 157; Fig. 147, tipo C1). Le aperture che si aprono al piano superiore sono tutte dello stesso tipo con breve mensola modanata, mentre al centro della facciata una nicchia semicircolare con una immagine religiosa. Presenta inoltre un accesso laterale costituito da un passaggio voltato databile al 1832, addossato al lato meridionale, che comunicava la via con una corte interna. La forma planimetrica irregolare delledificio, come si pu osservare soprattutto nella parte retrostante, fa pensare che si tratti dellaccorpamento di strutture pi antiche, uniformate, secondo una prassi piuttosto diffusa a partire dal XVIII secolo, con linserimento di aperture della stessa tipologia e rivestendo le facciate con un intonaco, che nasconde cos la storia delledificio. Questa struttura, adibita nel corso del XX secolo a caserma, era, secondo fonti orali, propriet degli stessi Tognoli che costruirono un po pi a monte il palazzo con il portale seicentesco reimpiegato. Sebbene non sia stato possibile confermare questa fonte, la morfologia e cronologia di questo palazzo rispondono al fenomeno di accentramento delle propriet terriere e delle attivit commerciali, che si osserva nel resto dellarea appenninica (GOBBATO 2000). Gli studi sullinsediamento in Lunigiana e nel restante comune di Minucciano (MARTINELLI, NUTI 1974) hanno evidenziato come questo fenomeno che compare con il XVII secolo, si protrae in molti centri fino al XIX e incluso al XX secolo, quando si aggiunge lo sfruttamento minerario a quello agricolo. Nel caso di Gorfigliano questo edificio pu rappresentare lampliamento della stessa famiglia Tognoli, o la comparsa di un altro gruppo di elevata capacit economica. Lanomalia di Gorfigliano proprio la mancanza di edifici analoghi nel corso del XVII e XVIII secolo quando questo fenomeno socioeconomico decisamente pi evidente, ma oltre al problema della conservazione, questa carenza pu in questo caso essere spiegata dal fatto che in questi secoli il nuovo villaggio era ancora in via di definizione sia sociale che architettonica. Al XIX secolo risale anche il mulino meglio conservato del villaggio, ancora in uso fino a pochi decenni fa (Tav. 15d). Sorge in localit Molino, da cui evidentemente ha preso il nome e che forma ora un nuovo rione sviluppatosi lungo il fiume, alle pendici del castello. Il mulino costituito da una piccola struttura in pietra su due piani, con accessi separati. Dallaia della casa dei proprietari si accede al primo piano, utilizzato come magazzino, mentre dalla parte a valle si entra nel piano dove ancora si conservano le macine, una per il grano e una per le castagne. Il mulino si alimenta attraverso una gora che proviene dal torrente e che attraversa laia della casa, coperta da

Fig. 157 Palazzo del 1810 nel centro di Gorfigliano.

lastre di scisto. Questa struttura si colloca ai bordi dellaia della casa dei proprietari che probabilmente associavano allattivit del molino, altre pratiche agricole come indica anche il metato addossato alla casa padronale. La casa rientra nella tipologia degli edifici a schiera gi descritti con un portale datato al 1800, ma la cui data non si legge completamente. La casa stata poi ampliata nel 1949 con un nuovo corpo di fabbrica costruito con la nuova tecnica antisismica. Questo non lunico molino documentato; diverse di queste strutture, databili comunque nel postmedioevo, si conservano ancora lungo il fiume, anche se abbandonate e isolate, testimoniando limportanza della coltivazione del grano e della raccolta delle castagne per gli abitanti di Gorfigliano. Il villaggio come ci appare quindi verso la fine del XIX secolo un centro quasi esclusivamente contadino, ampliato probabilmente grazie allimportante crescita demografica, registrata nel corso del secolo, che si riflette anche nellaumento dei terreni destinati alla coltivazione dei cereali e della canapa rispetto alle aree di pascolo (cfr. Cap. IV .2.2.3). Dai censimenti della popolazione della vicaria di Minucciano nel postmedioevo emerge infatti con forza questa crescita demografica: si passa da un aumento di 67 individui tra il 1744 e il 1832, a un aumento di 746 tra questa data e il 1871 (ROMBY

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Fig. 158 Esempio di tipologia edilizia caratteristica dellampliamento del villaggio alla fine dellOttocento.

1987), dati nei quali sembra rilevante il tasso demografico di Gorfigliano, come si potuto osservare anche in censimenti posteriori. A questo bisogna aggiungere la maggior parcellizzazione dei terreni agricoli e quindi la frammentazione della propriet privata, che emerge dai documenti, e che riflette un fenomeno riscontrato anche in Lunigiana, dove alla fine del XIX secolo ogni abitante possedeva un pezzo di bosco e un piccolo campo da coltivare (PELLEGRINETTI 1979).

3.4.4 Lampliamento verso sud


La saturazione demografica documentata nel XIX secolo determina la maggiore espansione del centro abitato e la diffusione di case rurali isolate, poste in prossimit dei poderi coltivati. Questa crescita edilizia inizia a Gorfigliano negli anni 90 del XIX secolo, prima dellintroduzione dellattivit mineraria, la quale, agli inizi del 1900, da un ulteriore impulso a questo processo. Si osserva, infatti, la comparsa di alcune case costruite lungo lattuale via don Mario Tucci e la via

Vittorio Emanuele, che presentano forti analogie dal punto di vista morfologico con le case della fase anteriore (Fig. 158). Oltre ad alcune case isolate, che invadono parzialmente larea coltivata, si osserva la presenza di piccoli nuclei di edifici, articolati intorno ad unaia comune centrale, probabilmente piccole aziende familiari (Tav. 14b). Questa struttura si localizza soprattutto nella localit Lochi detta anche al Capannello, indice della presenza di capanne, e alle pendici del Castiglione. possibile che parte di questa attivit edilizia interessi in questo periodo il rione di Culiceto che, sebbene non conservi edilizia chiaramente databile, presenta un tessuto urbano piuttosto concentrato e compatto, lontano dalla viabilit principale, come un nucleo separato del villaggio. Gli spazi inoltre esistenti tra le case potrebbero essere stati a suo tempo aie. Un ulteriore ampliamento del borgo documentato nella parte superiore del nucleo originario, in localit Comparino, dove troviamo unaltra schiera di case, perpendicolare alla strada e con unaia sul lato meridionale, datate ai primi anni del XX secolo. Si tratta degli unici casi in cui ancora ben riconoscibile lorganizzazione agricola della casa e la presenza dellaia, elemento che tende a scomparire nelle costruzioni di poco posteriori. Tra le case isolate che sorgono lungo lattuale via don Mario Tucci, si distingue un edificio costruito sul pendio e datato intorno agli anni 90 del XIX secolo, che presenta il portale e le finestre, della tipologia pi semplificata, decorate con un fiore a quattro o pi petali posto al centro dellarchitrave (Fig. 159; Fig. 147, tipo C/D1). Probabilmente in questa fase il villaggio doveva presentarsi molto compatto nella parte alta e decisamente pi sparso nel resto del suo territorio, con alcuni nuclei ben delimitati, come quelli della localit ai Lochi. Le capanne continuano ad essere un elemento fondamentale nel tessuto urbano, con raggruppamenti importanti ai margini dellabitato, anche se da questo momento cominciano ad essere inglobate allinterno del villaggio. Questo il caso ad esempio delle capanne che si trovano allinterno della biforcazione della strada, in unarea sicuramente coltivata e che comincia con la fine del XIX secolo ad essere colonizzata dalle case. Altrettanto succede per limportante nucleo di capanne che si trova alle pendici di Castiglione, nel versante settentrionale, probabilmente troppo ripido per la sua coltivazione e quindi adibito a strutture di servizio.

3.4.5 Le cave e il ritorno degli emigrati


Nellanno 1900 iniziano i lavori per costruire le infrastrutture per lestrazione del marmo nel bacino dellAcquabianca (Fig. 160), per conto

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Fig. 159 Portale decorato della fine dellOttocento.

della Societ delle cave di Minucciano o Societ Anonima Marmifera di Minucciano, cui il 17 aprile del 1901 succeder la Societ Marmifera Nord-Carrara (CASOTTI, GIORGETTI 1985, pp. 5152). Compaiono cos le strutture della segheria nellestremit meridionale del Piano (Fig. 161), alle quali giungono i blocchi di marmo estratti nelle cave del bacino dellAcquabianca, attraverso una via di lizza e da qui caricate con un argano sui vagoni della nuova linea ferroviaria a scartamento ridotto Acquabianca-Nicciano, inaugurata il 21 giugno del 1902. Le nuove segherie funzionano grazie ad una cabina di 30000V, situata lungo la linea ferroviaria, che trasforma lenergia proveniente dalle centrali di Vagli e la distribuisce al paese. Lungo la ferrovia, presso la localit Acquascoglia, si costruisce una rimessa per i treni con un laboratorio di fabbri e meccanici per la loro manutenzione. Questa struttura, trasformata e ampliata dopo la sostituzione della ferrovia con lattuale strada carrozzabile, ha dato origine ad un nuovo rione, separato dal paese. Anche il villaggio subisce profonde trasformazioni dovute allarrivo degli impiegati e degli addetti alle cave. Vengono costruiti nuovi edifici per ospitare gli ingegneri e i dirigenti della societ marmifera, gli uffici e strutture di servizio. A tal fine viene letteralmente colonizzato il promontorio di Castiglione, destinato fino a quel momento a coltivo, come attestato nei documenti dellinizio del

Fig. 160 Cartolina storica che raffigura il Piano di Gorfigliano nei pressi della segheria, con gli scarti di marmo.

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Fig. 161 Segheria di marmo ubicata ai piedi del bacino marmifero dellAcqua Bianca.

Fig. 162 Palazzo costruito dalla Societ Marmifera Nord-Carrara sul colle di Castiglione.

XIX secolo13 (Fig. 162). Il toponimo Castiglione aveva fatto pensare fin dallinizio delle ricerche alla possibile presenza di un insediamento medievale anche al centro del villaggio attuale, in posizione dominante rispetto al Piano. La totale as-

13. Nel catasto napoleonico del 1808-1815 risultano tre campi in localit Castiglione, uno di propriet del Patrocinio e due di propriet privata.

senza di edilizia anteriore al XX secolo e la presenza di ampi spazi aperti, potrebbero indicare che se realmente il colle stato occupato da un abitato o una fortificazione, questi devono essere stati abbandonati gi in antico, senza lasciare ne traccia ne memoria della loro esistenza se non nel toponimo. Bisogna anche considerare che il nome della localit potrebbe essere collegato alla forma di questo colle che sorge isolato al limite settentrionale del Piano.

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Fig. 163 Tipologia di apertura degli inizi del XX secolo a Gorfigliano.

Fig. 164 Case costruite nel rione Novelli agli inizi del XX secolo.

Domina il promontorio un palazzo intonacato, che ospitava gli ingegneri della Nord-Carrara, e nel quale si osserva lintroduzione di un nuovo tipo di apertura, che sembra imitare i portali sei e settecenteschi con ampio architrave modanato (Fig. 163). La ricognizione ha evidenziato come questo tipo sia utilizzato anche in altre case del villaggio, insieme ad altre tipologie di portali (Fig. 147, tipo D5, 3), che trovano stretti confronti in centri vicini come Nicciano, mentre sono del tutto assenti sul versante Lunigianese. Queste innovazioni che si datano nel primo ventennio del XX secolo sono probabilmente da attribuire allarrivo di maestranze esterne, portate dalle societ marmifere, che introducono modelli nuovi, adottati dagli scalpellini locali e in parte da questi modificati. Altri edifici sono collocati sulle pendici del Castiglione, dove troviamo accanto ai palazzi anche edifici di minor pregio, destinati ad alloggiare gli operai o gli uffici. In questo caso la Nord-Carrara riutilizza strutture anteriori, ampliandole. Nei palazzi compaiono tra laltro gli unici esempi di portali in marmo bianco, mentre si diffonde nel paese luso di listelle di marmo nelle cornici delle finestre e delle porte. Parallelamente alle trasformazioni edilizie introdotte dallapertura delle cave, si assiste alla co-

struzione di nuove case da parte degli abitanti di Gorfigliano emigrati nella seconda met del XIX secolo, e tornati agli inizi del successivo per investire nel paese di origine le proprie fortune, grazie anche al rinnovamento economico della valle. Grazie quindi al nuovo e importante flusso di ricchezze che si riversa su Gorfigliano, in pochi anni il paese cresce lungo i principali assi viari, con la creazione di nuovi rioni, anche se non si esclude la possibilit della preesistenza di case sparse. Si vanno riempiendo in questo periodo gli spazi vuoti lasciati lungo la viabilit maggiore, si ristrutturano case nella parte alta del borgo e si costruisce soprattutto nel rione Culiceto e nei nuovi rioni dei Lanini e dei Novelli14 (Fig. 164). Le case lungo la strada, che conservano in gran parte la muratura a vista, presentano laccesso dalla strada con portali ad arco con la chiave appuntita o sagomata, talvolta decorato con elementi vegetali. La tipologia di questi portali come delle aperture ricorrente, associata a forme pi

14. Il toponimo Novelli indica verosimilmente una localit nella quale erano localizzati vivai di giovani piante di castagno (PIERI 1898; PASQUALI 1938, pp. 66-67).

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Fig. 165 Albergo della famiglia Pancetti degli inizi del XX secolo.

semplici con architrave, analoghe a quelle ottocentesche, con poche variazioni, e con la presenza frequente di sigle e date, talvolta incise su di una pietra accanto allingresso o su di un cantonale. In queste case si completamente persa la funzionalit agricola-contadina, conservandosi solo in forma occasionale il metato (Tav. 15c). Alcune eccezioni sono da individuare nel nuovo rione dei Novelli, dove si conservano ancora spazi probabilmente ad uso agricolo, legati probabilmente alla lontananza di questo rione del villaggio e alla sua vicinanza al bosco. Nella parte nuova del villaggio, allincrocio tra via del Bozzo e via Vittorio Emanuele si osserva la concentrazione di una serie di edifici che presentano identiche finiture e aperture e rivestite con lo stesso intonaco. Si tratta delle strutture commerciali fondate dalla famiglia Pancetti, il cui capostipite, emigrato nel XIX secolo in Uruguay, torn a Gorfigliano agli inizi del 1900 investendo in case e terreni. Accanto allo sfruttamento delle cave e ai canoni agricoli, i Pancetti aprirono un albergo, un mulino elettrico, e varie rivendite (Fig. 165; Fig. 147, tipo D1, D2, D3) nel primo decennio del XX secolo. Si ripropone quindi in questo secolo il fenomeno di accentramento delle risorse, che si era documentato nel secolo precedente. Si tratta di un fenomeno abbastanza frequente nei principali centri di questo settore della montagna e anche del fondovalle, fomentato dallaumento improvviso di risorse economiche e umane, portate dalla nuova attivit mineraria.

Un confronto significativo lo troviamo ad esempio a Gragnola nella valle del Lucido, dove proprio agli inizi del XX secolo compaiono nuove famiglie provenienti dalle grandi citt, per investire nella campagna e concentrando nuovamente la propriet terriere. Ma anche a Vinca e a Monzone dove lattivit estrattiva porta ad un aumento importante della popolazione locale, soprattutto accanto alla nuova segheria. un processo per di breve durata; segnato dalle due guerre mondiali e dalla forte emigrazione che colpisce la campagna proprio nel dopoguerra, soprattutto a seguito della parziale chiusura e meccanizzazione delle cave e delle segherie. Anche la famiglia Pancetti abbandon presto le attivit commerciali e i suoi discendenti si spostarono nelle grandi citt. Gorfigliano quindi vive in questi primi decenni del XX secolo uno dei suoi momenti pi floridi con un importante aumento demografico. Limpiego della maggior parte della manodopera locale nelle cave, non provoca per labbandono dellattivit agricola, che sebbene inferiore al secolo precedente, continua con lo sfruttamento del piano e con lallevamento soprattutto ovino, con pochi capi allinterno del paese e grandi greggi che praticano la transumanza tra le alpi di Gorfigliano e la piana di Lucca e la Maremma. Per questo motivo si osserva una importante differenziazione tipologica nelledilizia, tra i nuclei che ancora si dedicano allagricoltura, pienamente o in forma residuale, e le nuove case dei cavatori. Accanto a queste due tipologie principali cominciano a comparire le prime case degli emigra-

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ti: piccoli palazzi isolati dal tessuto urbano. Queste generale ricchezza permette di inaugurare nel 1933 la nuova chiesa parrocchiale nella localit Prato Santa Maria, rimasta fino a quel momento libera da costruzioni. Il progetto del nuovo tempio, finanziato dagli abitanti e dalla Societ Nord-Carrara, si rende necessario dopo i crolli causati dal terremoto del 1920 nella antica chiesa parrocchiale, diventata quindi inagibile. La popolazione approfitta della situazione per costruire una nuova chiesa nel villaggio, abbastanza grande per contenere i numerosi fedeli di Gorfigliano. Ledificio presenta una unica navata con abside rettangolare, reimp