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Luciano

De Crescenzo
LA
DISTRAZIONE
MONDADORI
http://www.lucianodecrescenzo.net
http://www.mondadori.com/libri
ISBN 88-04-49200-7
© 2000 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano
I edizione I libri di Luciano De Crescenzo marzo 2000
I edizione I Miti gennaio 2001
La distrazione
La vita è tutto quello che succede
mentre noi parliamo d'altro.
Oscar Wilde

Elogio della vasca da bagno

Se c'è un luogo al mondo fatto apposta per pensare


questo è la vasca da bagno. Basta restare al buio una
decina di minuti, nell'acqua molto calda, e aspettare: i
pensieri arrivano da soli, in punta di piedi e senza
farsene accorgere. È logico, quindi, che non ci devono
essere in giro telefoni, radio o altre diavolerie del
genere. Il pensare pretende il silenzio più assoluto ed è
uno dei doni più belli avuti da Nostro Signore.
Chi sia stato l'inventore della vasca da bagno non si
sa, eppure trattasi di una delle più importanti invenzioni
del nostro millennio, superiore, a mio avvi so,
alla stessa televisione. Gli antichi romani, per
immergersi nell'acqua calda, o tiepida, avevano isti -
tuzionalizzato le terme (famose più di tutte quelle di
Diocleziano), ma erano pur sempre dei luoghi dove si
andava più per incontrare gli amici e conversare che per
pensare; l'esatto contrario, quindi, di quanto si chiede a
una moderna vasca da bagno.
A parte i rumori, altra nemica della vasca è la fretta.
Chi ha fretta, per cortesia, si faccia la doccia e salti a
piè pari questa breve introduzione.
Nella vasca è d'obbligo la lentezza. Non si debbono
avere appuntamenti di lavoro, scadenze o altri impegni
improrogabili. Si entra immergendosi un pezzo alla
volta e con la dovuta lentezza: prima una gamba, poi
l'altra, e poi il resto. Una volta dentro, infine, è
indispensabile chiudere gli occhi. A rigore, non sa rebbe
nemmeno necessario, dal momento che si sta già al
buio; eppure, Dio solo sa perché, le palpebre abbassate
favoriscono l'incontro con i pensieri. Sembra quasi che
la vasca sia nemica dei sensi: niente tatto, niente udito,
e soprattutto niente vista. Solo immaginazione. Come
dire che il corpo si estrania mentre il cervello continua
a funzionare. A quel punto i neuroni s'incontrano e, una
volta resisi conto che sono soli, parlano tra loro.
«Ciao, come stai?»
«Io bene e tu?»
«Non ce male. Ieri sera abbiamo visto Jessika!»
«Non mi dire, e com'era?»
«Beh, non te la puoi nemmeno immaginare: bella
come il sole. Quando l'abbiamo incontrata eravamo
appena un milione e stavamo discutendo del più e del
meno. Tutto a un tratto è apparsa lei. Ora, mi de vi
credere, da ieri non parliamo d'altro. Questa notte,
infine, mentre "lui" cercava di prendere sonno,
l'abbiamo pensata a lungo e ce la siamo immaginata
nuda, come madre natura l'ha fatta: era un capolavoro!»
«Ho capito. Adesso, però, cambiamo discorso: stanno
arrivando i neuroni tragici. Quelli, lo sai, non sanno
fare altro che pensare al futuro che incombe, e più il
futuro si prospetta tragico, più loro sono contenti.»
«Li conosco, li conosco, e come posso li evito.
Non hanno ancora capito che il segreto della vita è la
distrazione.»
Questi discorsi solo in una vasca da bagno si pos sono
sentire, anche perché i neuroni parlano a voce molto
bassa. 1 loro, infatti, più che discorsi sono bi sbigli. Per
capirli è necessario conoscere il linguaggio neuronico e
restare in silenzio. A quel punto tutto diventa possibile:
ognuno ha l'età che vuole, i soldi che gli servono,
l'ammirazione del prossimo, e perfino le donne più belle
del mondo, e tutto questo gratis. Provare per credere.

II

In pensione

Renato Cazzaniga sta davanti allo specchio e tenta di


farsi il nodo alla cravatta. Prova e riprova ma non è mai
soddisfatto. Il suo problema è riuscire a farsi il nodo
come se lo faceva il dottor Marinucci, il numero due
dell'Alfa Romeo di Milano. Quello sì che era un nodo!
Ed era anche inutile che si affannasse a provare e a
riprovare, tanto lo sapeva che non sa rebbe mai riuscito
a farselo come Marinucci.
«Gennaro, credimi: quello non era un nodo, era una
scultura!» dice al professore Bellavista che lo sta
osservando da almeno cinque minuti. «Era praticamente
perfetto: non un millimetro più largo, non un millimetro
più stretto, e con l'incrocio sempre allo stesso punto, in
modo da far combaciare la fine della striscia inclinata a
sinistra con l'inizio della striscia inclinata a destra.
Insomma, un capolavoro! Lui con quel nodo ci fregava
tutti. Ho sempre pensato che convocava apposta le
riunioni per farcelo vedere, e noi restavamo lì, come
tanti allocchi, in estasi a guardarlo. A quel punto
diventava impossibile contraddirlo su qualsiasi cosa ci
avesse chiesto.»
«Ma perché non ti fai lo scappino?» gli domanda
Bellavista.
«Lo scappino? Io non so come si fa lo scappino.»
«Se ti scansi te lo faccio vedere. Noi a Napoli ce lo
facciamo tutti.»
E così dicendo il professore prende il posto di
Cazzaniga davanti allo specchio, si libera della propria
cravatta e s'infila quella dell'amico.
«Lo faccio a me stesso perché non saprei farlo al
collo di un altro» precisa. «Dopo, però, me lo allento e
te la passo. Lo scappino fu inventato da Edoardo VIII il
giorno in cui abdicò e si mise in borghese. Di venne
duca di Windsor e il suo nodo fu battezzato "nodo di
Windsor".»
«E allora perché si chiama scappino?»
«Perché se ne appropriò un cravattificio di Torino
che si chiamava per l'appunto Scappino. Pur essendo
nato al Nord, però, lo scappino è sempre stato un nodo
del Sud. A Napoli, poi, c'è chi si fa lo scappino semplice
e chi lo scappino doppio. Gli elegantoni, ad esempio, se
lo fanno doppio e soprattutto largo, molto largo, in
modo da coprire quanto più possibile lo sparato della
camicia.»
Certo è che con il professor Bellavista non c'era il
pericolo di annoiarsi. Anche un banale nodo di cravatta
diventava un capitolo di storia. Ma ecco affac ciarsi la
signora Cazzaniga.
«Buonciorno professooore, cradisce un caffè?»
La moglie del dottor Cazzaniga era tedesca e lo si
capiva subito, non appena apriva bocca: le «g» diventavano
«c» e le «o» si allungavano all'infinito come
se avessero l'eco.
«O grazie signora, ma non si disturbi. Io e Renato
stiamo per uscire. Lo prenderemo per strada.»
Fosse stato più sincero avrebbe detto: «Gentile si -
gnora, dal momento che il suo caffè è una vera
schifezza, preferiamo andarcelo a prendere in un bel bar.
Comunque, grazie lo stesso».
Bellavista e Cazzaniga oggi sono grandi amici. Si
conobbero venti anni fa, chiusi in ascensore, per colpa di
un improvviso black-out. Malgrado il tempo trascorso,
però, i loro rapporti sono rimasti quel li di una volta, cioè
formali. Entrambi sono in pensione ed entrambi hanno
superato i sessanta. Per la precisione, Bellavista ne ha
compiuti settanta due mesi fa e Cazzaniga sessantacinque
la settimana scorsa. Oggi poi, lunedì 24 gennaio, è il suo
primo giorno di pensione. Grazie alla liquidazione avuta
dall'Alfa ha acquistato l'appartamento di via Petrar ca,
quello sullo stesso piano di Bellavista. Come dire che ha
deciso, una volta per tutte, di vivere il resto della vita a
Napoli. D'altra parte, la figlia Simona aveva sposato un
dentista napoletano e non c'era ragione perché lui e sua
moglie se ne tornassero a Milano. Magari in questa
decisione aveva influito anche il professore il giorno in
cui aveva detto: «A una certa età vivere vuol dire
rivivere, ovvero provare le stesse emozioni avute in
gioventù, viste però, questa volta, attraverso gli occhi
dei figli».
A Mergellina i due amici si fermano a guardare il
mare. L'aria è così tersa che Capri sembra più vicina del
solito. Quasi un'isola da raggiungere a nuoto.
«Qui» dice Bellavista «bisogna festeggiare la tua
pensione.»
«Ma siamo sicuri che sia una cosa da festeggia re?»
chiede Cazzaniga.
«E perché no? È un giorno importante. Chissà quante
volte hai detto: "Quando andrò in pensione
farò questo e farò quello". Ebbene, quel giorno è arri -
vato. Congratulazioni! Oggi ti puoi permettere tutto
quello che vuoi. Come fai a non esserne contento?»
Cazzaniga non risponde: è perplesso. Poi prende
sottobraccio l'amico e lo stringe più forte che può,
quasi avesse paura di essere lasciato solo. Alla fine non
ce la fa più e si confessa.
«Gennaro, ci pensavo proprio stamattina, mentre mi
facevo la barba. Festeggiare? E perché? Se proprio
debbo essere sincero, io oggi avrei pagato per andare in
ufficio. L'ho capito dalla telefonata che mi ha fatto il
direttore generale...»
«... Chi, Marinucci?» chiede Bellavista.
«No, Marinucci non c'è più: anche lui è andato in
pensione. Parlo di quello nuovo: quel Giannini che mi è
sempre stato antipatico. È un giovanottone alto e
magro. Non avrà nemmeno cinquant’anni. È stato
gentilissimo. A parole si dichiarava dispiaciuto per la
mia partenza, nei fatti, invece, era fin troppo chiaro che
stava pensando: "Finalmente ci siamo tolti dai coglioni
Cazzaniga!". Mi ha ringraziato per aver fatto sempre il
mio dovere, e io lì, come un imbecille, a ringraziarlo a
mia volta, quando sapevo benissimo di non averlo fatto
fino in fondo questo benedetto dovere. Ho lasciato tante
cose a metà: quell'accordo con i tedeschi della
Mercedes... il nuovo centro che dovevamo aprire a
Brindisi, e che è rimasto ancora sulla carta... la
signorina Bertelli che ha la mamma in ospedale e che
mi aveva chiesto qualche altro giorno di ferie...
insomma, tra piccole e grandi, un sacco di cose... e ora
sto qui, a Mergellina, senza avere niente da fare.
Stamattina, mentre mi vestivo, pensavo: "Ma che senso
ha uscire in giacca e cravatta se non debbo andare in
ufficio?".
È come se un generale dei carabinieri continuasse a
indossare la divisa anche dopo il congedo. Pensa che,
volendo, sarei potuto andare in pensione già tre anni
fa... con lo scivolo.»
«Lo scivolo? Che cos’è lo scivolo?»
«È quando ti danno tre anni di stipendio prepaga to e
tu ti dimetti. Gli americani lo chiamano BTR, Bridge to
Retirement, i napoletani, invece, lo hanno ribattezzato
BCV, "Basta che te ne vai".»
«E tu hai rifiutato: perché?»
«Perché non mi sentivo abbastanza preparato ad
affrontare il tempo libero. Chissà? Forse bisogne rebbe
inventare delle scuole specializzate dove s'impara a
starsene con le mani in mano... insomma del le scuole
d'ozio. Io, tra lo stress e la noia, preferisco di gran
lunga lo stress.»
«Va bene,» lo rincuora Bellavista «tu adesso dici
così perché è il tuo primo giorno di pensione. Anch'io,
dieci anni fa ebbi la mia brava crisi. Poi passa, poi ci si
abitua. Si riprendono le vecchie abitudini. Ad esempio,
si riprende a leggere, a sentire la musi ca, a vedere
qualche vecchio film in videocassetta, e soprattutto è
possibile rinverdire le vecchie amicizie. Adesso, però,
basta con le malinconie: andiamo agli chalet e
prendiamoci un prosecchino.»
«Sì, e dopo?» insiste Cazzaniga. «Dopo, che mi
metto a fare? Torno a casa e che faccio? Mi vedo la
televisione? E ti sembra dignitoso vedere la televi sione
alle undici di mattina? Non trovi che sia un pochino
drammatico? Vedi, Gennaro mio, le donne in questo
sono più fortunate di noi: loro hanno sempre una
qualche faccenda da sbrigare. Se non altro hanno la
casa da mandare avanti, e quello è un lavoro serio, un
lavoro che grazie a Dio non finisce mai.
Io invece, ti giuro, non so proprio che fare. E, come se
non bastasse, ho delle tentazioni terribili. Sta* mattina,
ad esempio, vorrei telefonare alla signorina Bertelli per
sapere come sta la mamma...»
«... e tu telefona, chi te lo impedisce?»
«E se poi quella mi dice chi mi ha cercato? Che cosa
è successo di nuovo? Supponiamo, ad esempio, che mi
dica che i sindacati non hanno voluto firma re l'accordo,
quello che ho preparato il mese scorso con Giannini?
No, no, è meglio se non telefono.»
Insomma, Cazzaniga è in pensione ma ha ancora
tutto l'ufficio in testa. Bellavista lo capisce. Anche lui
quando smise d'insegnare passò un momento difficile.
Gli sembrava di essere diventato inutile. Di se stesso
diceva: «Sono uno in più». Una frase che a pensarci
bene è un suicidio. Adesso, però, tocca a lui rincuorare
l'amico.
«Senti Renato, io col tempo mi sono organizzato, ho
trovato altri interessi. Ad esempio, faccio il doposcuola
a tre ragazzi del liceo Umberto. È un modo come un
altro per sentirmi utile. Uno dei miei allievi, Giacomo,
è bravissimo: non parla molto, ma non gli sfugge
niente. Quando mi chiede un chiarimento è sempre a
proposito. Gli altri due, invece, sono un vero disastro.
Peppino non ha mai studiato nella vi ta. Lui di calcio sa
tutto: ti potrebbe dire a memoria le formazioni del
Napoli degli ultimi dieci anni, compresi i nomi dei
giocatori rimasti in panchina, ma se gli chiedi chi è
Leonardo da Vinci ti risponde che è un aeroporto.
Jessika, poi, non ne parliamo: pensa solo ai vestiti, ai
flirt e alle passeggiate che si fa su e giù per via dei
Mille. Eppure, ti confesso, che quando sto con loro la
vita mi sembra più bella.
Ora io non so se tu hai mai visitato una casa di riposo
per anziani, uno di quei posti dove i figli depositano i
genitori per non averli più tra i piedi. Ebbene, a vedere
i vecchietti, curvi sui loro bastoni, che parlano solo di
malattie e di un amico che "purtroppo non è più", ti
viene dentro una malinconia che non ti dico. Se,
invece, stai con i ragazzi e ti metti a sentire i loro
discorsi, magari senza capo né coda, magari futili,
allora, non so perché, ti ritorna dentro la voglia di
vivere e ti senti di nuovo giovane.»

III

Nietzsche

È da più di un anno che il professor Bellavista si


arrangia con il doposcuola, un po' per occupare il
tempo e un po' per arrotondare una pensione che,
diciamo la verità, non è allatto generosa. Come al lievi
ha tre diciottenni: due maschi e una femmina, lutti e tre
belli, anzi bellissimi, com'è di regola a quell'età. I
maschi si chiamano Peppino e Giacomo, e la femmina
Jessika. Jessika con la k ovviamente.
«Domani» dice Peppino entrando e franando sulla
prima poltroncina «dobbiamo portare Nicce. A
proposito professò: come si scrive Nicce?»
«Si scrive Nietzsche,» risponde Bellavista «con
cinque consonanti di seguito, e precisamente con la ti,
la zeta, la esse, la ci e la acca.»
«Mamma mia bella! Quello, il nostro professore, è
capatosta.1 Si è fissato co' Nicce» continua Peppino.
«Dice che è stato il più grande filosofo del secon do
millennio. Sarà, ma io non ci credo. Secondo me,
1 Per tutte le espressioni di gergo si prega di consultare il glossario
posto alla fine del libro.
era uno che si sparava le pose. Il professore, poi, ogni
due minuti ce lo tira in ballo.»
«E fa bene» approva Bellavista. «Con Nietzsche non
si corre mai il rischio di sbagliare: ha detto tut to e il
contrario di tutto.»
I ragazzi tirano fuori i quadernetti d'appunti e
Giacomo, anche detto Giaggià, inforca i suoi occhiali da
miope per poi scrivere Nietzsche in stampatello, in alto,
al centro della pagina. Peppino è in tuta da ginnastica e
gronda sudore: evidentemente ha appena finito di
giocare a pallone. Jessika, invece, indossa un jeans tutto
sdrucito sulle ginocchia e ha un corpetto che le lascia
scoperto l'ombelico. Bellavista lo nota e non può fare a
meno di pensare che una così, ai tempi suoi, al glorioso
liceo Jacopo Sannazaro, l'avrebbero cacciata il primo
giorno di scuola. A lei di Nietzsche non importava un
fico secco e glielo si leggeva in faccia.
«Cominciamo col dire» attacca il professore «che
non c'è mai stato nessuno al mondo più nemico del
prossimo di Nietzsche. Probabilmente era proprio la
parola "prossimo" quella che non sopportava.
"Prossimo" inteso come individuo che ti sta seduto a
fianco in autobus e del quale non puoi fare a meno di
sentire la puzza. Avete presente Gesù? Ebbene,
immaginatevi uno con una mentalità diametralmente
opposta.»
E così dicendo Bellavista si alza e va a prendere un
libro dalla biblioteca che sta alle sue spalle. Il vo lume è
per l'appunto una biografia di Nietzsche e ha in
copertina il suo ritratto.
«Per capirlo a fondo, però,» continua il professore
«bisogna conoscerne bene la vita. Nietzsche è figlio di
un pastore protestante e di una giovane donna, tale
Franziska, che non ha altro desiderio nella vita se non
quello di diventare una buona cristiana. Il filosofo sin
da piccolo è un misantropo: non si unisce agli altri
bambini, non parla e non partecipa a nessun tipo di
gioco. Lui se ne sta zitto zitto in un angolino e si limi ta
a guardare. Sì, d'accordo, ha due amici, tali Wil helm e
Gustav, ma in pratica non se li fila per niente. A
Nietzsche piace fare il capo, o, per dirla con parole sue,
il superuomo. Da giovanotto, poi, sono tre le cose che lo
attraggono maggiormente, e cioè la musica, la poesia e
la solitudine. Per quanto riguarda, invece, la scuola, si
rifiuta di studiare la matematica.»
«Anche a me fa scago la matematica» tiene a precisare
Jessika. «Mi posso, quindi, considerare una tale e
quale a Nietzsche.»
«Aspetta a dirlo, bella mia» l'avverte Bellavista.
«Senti prima come va a finire la sua storia. Allora, co -
me vi stavo dicendo, tranne la matematica, andava bene
in quasi tutte le materie, o, per meglio dire, faceva quel
tanto che bastava per ottenere la promozione. Era
comunque un ragazzino difficile, anche perché gli era
morto il padre quando aveva appena cinque anni, e,
subito dopo, un fratellino di appena due anni. Ora, tanto
per farvi capire il personaggio, un giorno mise la mano
destra sul fuoco di un camino, come Muzio Scevola, e
la tenne ferma finché un compagno non gliela tirò via
con la forza. Quanto a salute, poi, non ne parliamo: se
la passava malissimo. Era continuamente perseguitato
dai mal di testa. All'epoca gli analgesici non erano stati
ancora inventati e il massimo che i medici gli
riuscivano a prescrivere erano le pezze gelate sulla
fronte o le sanguisughe.»
«E a ragazze come stava?» chiede Peppino.
«Direi maluccio» risponde Bellavista. «A venti anni
era ancora vergine, e a questo proposito c'è un aneddoto
che merita di essere raccontato. Un gior no chiese a un
bidello dell'università d'indicargli un buon posto dove
andare a mangiare, e questi, invece che in trattoria, lo
portò in un bordello. In un primo momento Nietzsche
non capì dov'era finito, poi, resosi conto dell'ambiente,
si mise al pianoforte e strimpellò un valzer, salvo a
scappare non appena le prostitute cominciarono ad
applaudirlo.»
«Professore,» lo interrompe Jessika «ma è vero che
anche lei, da pischello, andava nei casini? A me lo ha
detto Peppino.»
«Bei tempi quelli!» sospira Bellavista, alzando gli
occhi al cielo. «Sia chiaro, però, che non rimpiango le
case di tolleranza, ma solo la mia gioventù.»
«Allora è stato lì che ha timbrato per la prima vol -
ta?» insiste Jessika, più curiosa che mai.
«Non so cosa voglia dire "timbrato", ma me lo immagino.
A ogni modo il tutto cominciò in via Nardones,
al numero 68, ai Quartieri Spagnoli, e fu lì che
vidi una donna nuda per la prima volta. Avevo
diciassette anni e per entrare fui costretto a falsifi care
la data di nascita sui documenti con l'aiuto della
scolorina.»
«Oggi, invece,» commenta Peppino ridacchiando
«facciamo tutto fra noi, e quello che più conta è che lo
facciamo "a gratis". Jessika, per esempio, non ha mai
fatto pagare nessuno.»
«E lo puoi dire fotte!» ribatte la ragazza. «Con te,
poi, non lo farei nemmeno per un miliardo.»
«E io nemmeno per cinquemila lire» replica an cora
più dispettoso Peppino.
«Sì, però, adesso basta» chiude il professore.
«Con il vostro permesso riprenderei la lezione. Dunque,
come vi stavo dicendo, Nietzsche a soli ventiquattro
anni ottiene la cattedra di lingua e let teratura greca a
Basilea. Siamo nel 1869. All'università il giovane
professore dà altri segni di squilibrio, se non proprio
con il comportamento almeno con le parole. Un giorno
dice: "Bisogna avere dentro di sé il caos per partorire
una stella che danzi", e, a riprova che lui il caos lo
aveva davvero, aggiunge: "La vita è un cavo teso su un
abisso tra la bestia e il Superuomo". Ovviamente
quando Nietzsche dice "abisso" è come se dicesse
follia. Solo che la follia per lui non è una sventura,
bensì uno stato di grazia, tante vero che fa dire a
Zarathustra: "Amo l'uomo che attraversa l'abisso e lo
amo anche quando cade".»
«Va buò, abbiamo capito» taglia corto Peppino che
preferisce andare sempre per le spicce, «era uscito in
fantasia.»
«Sì, era pazzo, ma era anche un autentico genio. Lui
nell'antitesi Apollo-Dioniso stava tutto dalla par te di
Dioniso. Anzi... era convinto di essere la reincarnazione
stessa del dio dell'ebbrezza. Perfino nell'aspetto era
diverso: portava in testa un cilindro grigio che lo
distingueva da tutti gli altri abitanti di Basilea,
camminava sempre da solo, aveva il viso perennemente
accigliato, e ostentava un paio di baffoni che gli
coprivano le labbra...»
«... a proposito di baffoni,» s'intromette Jessika,
mostrando ai compagni la copertina del libro con il
ritratto del filosofo, «mi chiedo come faceva a ba ciare
una donna con questi due manubri: non s'arravogliava?
»
«E semplice,» le risponde Giacomo ridendo «non
le baciava. Non hai sentito il professore quando ha detto
che andava sempre in bianco?»
«No, non ho detto così» lo corregge Bellavista.
«Anche Nietzsche ebbe le sue brave storie d'amore.
Volendo citarne solo due, ricordiamo quella con Cosima
Wagner e quella con Lou Salomé.»
«Ah, meno male!» sospira Jessika. «Altrimenti mi
sarebbe stato in canna. Pazienza per i baffi.»
«Cominciamo con Cosima Wagner» continua Bellavista.
«Era la figlia del musicista Franz Liszt.
Nietzsche la conosce come moglie di Wagner, ma in
realtà era la sua convivente. A Cosima il professorino
piace, e lui subito ne approfitta per diventare un habitué
di casa Wagner. Ora, detto fra noi, Cosima non era poi
quest'anima santa. Anzi, diciamo pure che se la faceva
un po' con tutti, e che tra questi tutti ci aveva ficcato
anche Nietzsche.»
«Insomma, professò: Nietzsche metteva le corna a
Wagner» riassume Peppino. «Ho detto bene, sì o no?»
«Probabilmente sì, anche se le cose, poi, non furono
così semplici, e ancor meno lo furono con Lou
Salomé.»
«In che senso?» chiede Giacomo.
«Lou Salomé era una bella ragazza russa. Nietz sche
la incontra per la prima volta a Roma, nella basi lica di
San Pietro. Gliela presenta un amico filosofo, il giovane
Paul Rèe. All'epoca lei aveva solo ventuno an ni ed era
bella e intelligente. Lui non fa in tempo a conoscerla
che se ne innamora come uno scolaretto; la vorrebbe
sposare quel giorno stesso, ma Lou è con traria
all'istituto del matrimonio: dice di aver fatto un sogno
bellissimo dove conviveva felice e contenta con due
uomini. Ha inizio così un ménage à trois: Paul Rèe,
Friedrich Nietzsche e Lou Salomé.»
«All'anima dei fetiente!» è il commento immedia to
di Peppino.
«Più che fetenti, diciamo "intellettuali eccentrici"»
corregge il professore.
«Intellettuali fetenti» corregge ancora Peppino.
«Come tu preferisci» capitola Bellavista. «Certo è
che una volta si fecero fotografare in questa posa: Lou
Salomé seduta su un carretto con una frusta in mano e
Nietzsche e Paul Rèe legati alle spranghe al posto dei
cavalli.»
«Beh, contenti loro...» commenta Giacomo.
«Poi un giorno andarono in gita sul lago d'Orta.
Erano in quattro: Nietzsche, Paul Rèe, Lou e la madre
di Lou. A un certo punto la ragazza espresse il
desiderio di salire su una collina chiamata Monte Sacro.
Voleva vedere il lago dall'alto. Sua madre e Paul
preferirono restare a valle: erano troppo stan chi per una
faticaccia del genere. Solo Nietzsche si offrì di
accompagnarla. Ebbene, dovette trattarsi di
un'escursione eccezionale, tant’è vero che Lou Salomé,
qualche anno dopo, ammise di essersi "ammalata
d'amore" sul Monte Sacro, e Nietzsche scris se in una
lettera che era stato il più bel giorno della sua vita.
Quello che poi sia realmente accaduto là sopra non si è
mai saputo.»
«E che volete che sia accaduto, professò? Scopa -
rono!» commenta il solito Peppino. «Altro non rie sco a
immaginare...»
Ma Bellavista lo interrompe: «Gradirei che durante
le lezioni venisse usato un linguaggio più con sono ai
temi trattati».
Al che Jessika, una volta tanto, interviene in dife sa
del compagno.
«Professore, non s'ingrifi: quello Peppino è fatto
così. È un po' tamarro. Lui non conosce le sfumature:
dice sempre pane al pane e vino al vino.»
«Ma che ho detto di male?» protesta Peppino,
guardandosi intorno con aria candida. «Quelli, secondo
me, scoparono. Io ci metterei la mano sul fuoco.
Altrimenti non avrebbero detto che era stato il più bel
giorno della loro vita!»
«D'accordo, ma torniamo a Nietzsche» taglia corto
Bellavista. «La convivenza di Lou con i due fi losofi
non durò molto, anche perché lei li trattava in modo
diverso: in Paul vedeva l'amante e in Friedrich il
filosofo, e questo scatenò la gelosia di entrambi. Ree
chiamava Lou la sua "chioccioletta" e ci andava ogni
sera a letto. Nietzsche, invece, non perdeva occasione
per farle capire che, in quanto donna, non la poteva
considerare né amica né tanto meno filosofa. Ecco,
infatti, cosa pensava dell'altro sesso: "L'uomo deve
essere educato alla guerra e la donna al trastullo del
guerriero". "La felicità dell'uomo è nella frase 'io
voglio', la felicità della donna è nella frase 'egli vuole'".
E per finire: "Se vai da una donna non dimenticare la
frusta".»
«Dio, come mi sta sulle palle 'sto Nietzsche!» sbotta
Jessika. «M'imbarcassi con uno così glielo darei io il
trastullo! Come prima cosa gli toglierei di mano la
frusta e poi me lo sbongolerei un pezzettino alla volta.»
«Io non ho la minima idea di cosa voglia dire "sbongolerei"
» tiene a precisare Bellavista. «Resta il fatto,
però, che Nietzsche considerava le donne incapaci di
amicizia. Lui, sempre in Così parlò Zarathustra, le paragona
ai gatti, agli uccelli, alle vacche e nel migliore
dei casi ai cani. D'altra parte, le donne non hanno altro
in mente che la danza, i gioielli e i vestiti.»
«Non ho capito» chiede ancora Jessika, guardando di
traverso il professore. «Questo lo diceva Nietz sche o lo
sta dicendo lei in questo momento?»
«Ovviamente Nietzsche» risponde Bellavista ammiccando.
«Io, invece, penso l'esatto contrario. La vita
non sarebbe bella se non ci fossero le donne. D'altronde
basta guardarti, anima mia, per capire quanto
perderemmo noi uomini a vivere in un mon do abitato da
soli maschi.»
«Oh, grazie professore: lei è troppo gentile.»
«E, a proposito di donne, non dobbiamo dimenti -
carne un'altra che nella vita di Nietzsche ebbe
un'importanza enorme: la sorella Elisabeth. Tra lei e
Lou Salomé il meno che si possa dire è che non cor reva
buon sangue. Ognuna delle due diceva il peggio
possibile dell'altra, e chissà che proprio questo loro
continuo litigare non abbia contribuito a far perde re la
testa al filosofo. Certo è che un giorno Nietz sche, a
Torino, esce per fare due passi, vede un cocchiere che
frusta un cavallo a sangue, scoppia a piangere e va ad
abbracciare il ronzino. Poi se lo bacia sulla bocca e
cade a terra privo di sensi. È il 3 gennaio del 1889.
Dice Kundera: "Era già lontano dagli uomini". Nei
giorni successivi la madre, con l'aiuto di uno psichiatra,
lo fa ricoverare in una clinica, anzi, per meglio dire, lo
rinchiude in un manicomio. D'altra parte, non aveva
alternative: suo figlio era un pazzo furioso. Adesso vi
leggo quanto viene riportato dal "Krankenjournal" della
clinica di Jena tra i giorni 22 gennaio e 16 luglio.»
E così dicendo Bellavista riprende in mano la bio -
grafia di Nietzsche e ne scorre le ultime pagine.
«11 22 gennaio 1889 il paziente Friedrich Nietzsche
si lamenta per forti dolori di testa. Il 24 gennaio viene
trovato imbrattato di escrementi: se li è spalmati da
solo su tutto il corpo. Il 23 febbraio prende a calci un
altro malato. Il 26 marzo alle tre del mattino canta a
squarciagola e sveglia tutti i degenti del suo reparto. Il
1° aprile sostiene di essersi accoppiato durante la notte
con ventiquattro prostitute. Il 5 aprile fa pipì nello
stivale e si beve l'urina. Il 18 aprile mangia i propri
escrementi...»
«Come sarebbe a dire "mangia i propri escrementi"?»
chiede stupito Peppino. «Che si è mangiato la merda?
Quella sua?»
«Qui dice escrementi» puntualizza Bellavista.
«Gesù, Gesù, Gesù!» esclama Peppino con disgusto.
«Si è mangiato la merda!»
«E continuiamo a leggere: il 10 giugno rompe una
finestra. Il 2 luglio fa pipì nel bicchiere dell'acqua e si
beve l'urina. Il 14, 15 e 16 luglio viene di nuovo trovato
tutto insudiciato di escrementi, e via di questo passo
finché non arriviamo al 25 agosto del 1900 quando, Dio
sia lodato, muore.»
«E noi lo dobbiamo studiare?» chiede Peppino che
non crede alle proprie orecchie.
«Ho capito,» conclude Jessika «era fuori.»
«No, stava dentro,» precisa Bellavista «dentro il
manicomio.»
«Sì, questo l'ho capito, ma io dicevo che era fuori,
fuori di testa, che era pazzo.»
«Diciamo pure che era un pazzo scatenato. Adesso,
però esaminiamo il suo pensiero: Nietzsche, come vi ho
detto, è un aristocratico. Quando parla dei comuni
mortali li considera bruiti, sporchi e cattivi. Per lui il
fatto che una maggioranza soffra è del tutto irrilevante
se in compenso fa emergere il Superuomo. Che muoiano
pure, dice, dieci milioni di francesi
se questo è il prezzo che bisogna pagare per avere un
altro Napoleone. Quindi aggiunge: "Due cose detesto al
mondo più di tutto: il cristianesimo e le donne".»
«Che ce l'abbia con le donne, visto come gli era
andata con Cosima Wagner e con Lou Salomé, lo posso
anche capire» commenta Giacomo. «Ma perché ce
l'aveva col cristianesimo?»
«Perché a suo dire era una religione buona solo per
gli schiavi. Lui la definisce la Grande Menzogna. Il
Superuomo, sostiene, se è davvero "super" non deve
ubbidire a nessuno, e tanto meno a Dio. Il peggiore
consiglio che si può dare a un uomo è quello di amare il
prossimo come se stesso. Sarebbe come accettare l'idea
di essere uguali al prossimo.»

IV

Uno che fa le veci

A Napoli si dice fare filone, a Milano bigiare, a Roma


fare sega, a Firenze fare forca, a Bologna fare fu ghino e
un po' dappertutto marinare la scuola. Alzi la mano chi
non ha mai marinato la scuola. Vuoi per un motivo,
vuoi per un altro, lo abbiamo fatto tutti: o per uscire
con la ragazzina della II B (quella tanto carina che però
non ci stava), o per andare a giocare a pallone, o
semplicemente perché quel giorno c'era un sole che
spaccava le pietre e non ci andava di rinchiuderci in
un'aula sorda e grigia. E poi, vogliamo mettere il
fascino del proibito? Il brivido di poter essere scoperti
da un genitore o da un insegnante? E fu proprio quello
che capitò a Jessika. Insieme alla sua amica Giada e a
due ragazzi più grandi, aveva fatto filone. Erano andati
prima alla Villa Comunale e poi in via dei Mille a dare
un'occhiata alle vetrine. Ma chi t'incontrano a
mezzogiorno in punto, e a meno di un metro di
distanza? La signora Biagini in persona, la
professoressa di latino e greco.
I ragazzi, quando videro la Biagini, stavano camminando
a coppie, avvinghiati l'uno all'altro come se
fossero dei capitoni. Per un paio di secondi nessuno
parlò, poi la professoressa ingiunse alle due ra gazze di
presentarsi il lunedì successivo, alle 12.30 precise,
accompagnate dai rispettivi padri o da chi ne faceva le
veci. E lei, Jessika, alla parola «veci» pensò subito al
professor Bellavista.
«La profia è una stronza!» gli disse. «Per una caz -
zata del genere sarebbe capace di farmi perdere la
matura.»
«Non ho capito: chi è la profia?»
«La Biagini.»
«E la matura?»
«È la maturità.»
«Ma tu, anima mia,» la rimproverò Bellavista «te la
sei pure andata a cercare! Dico io: vuoi fare filone? E
fallo, ma non ti mettere a passeggiare a cento metri dal
liceo! Chiunque avesse percorso via dei Mille quel
giorno ti avrebbe visto. Adesso, però, ti consiglio di
dire tutto a tuo padre.»
«Sì, così mi fotto il ferro.»
«Il ferro?»
«Il motorino.»
«Quale motorino?»
«Quello che papà mi ha promesso per il compleanno.
Lei lo sa quanto è scassambrella mio padre: se viene a
sapere che ho fatto filone addio ferro e addio uscite il
sabato sera! No, no, lei mi deve salvare. Alla stronza
diremo che papà sta malissimo, che ha un tumore, e che
lei è un amico di famiglia. E poi, lasci che glielo dica:
lei c'ha proprio la faccia di uno che "fa le veci".»
Quest'ultima frase lasciò di stucco Bellavista.
«Com'è la faccia di uno che fa le veci?» si chiese, e
avrebbe voluto saperne di più, ma si astenne dal
chiedere maggiori dettagli per paura di sentirsi
rispondere che per fare bene «le veci» bastava avere la
faccia da vecchio, di uno, cioè, che non ha niente a che
spartire con i giovani.
La Biagini con Bellavista fu molto gentile, e non
parlò solo del filone ma anche degli aoristi. Pare, in -
fatti, che Jessika li ignorasse del tutto.
«Caro collega,» disse «io faccio di tutto per portarli
preparati alla maturità, ma i ragazzi d'oggi non ne
vogliono sapere. Sa cosa mi dicono quando chiedo loro
i verbi irregolari?»
«Che dicono?»
«Dicono: "A che servono?". E già perché per loro
una materia o serve o non serve, e se non serve si ri -
fiutano di studiarla. Se si tratta dell'inglese o del
computer tanto di cappello, ce la mettono tutta, ma se
poco poco parlo di verbi irregolari, tipo maino- mai2 o
clépsomai,3 si mettono a ridere.»
«Sinceramente, signora mia,» risponde Bellavista
«non so chi abbia ragione. Gli americani hanno dato
alla scuola un'impronta decisamente pragmatica. Loro
tendono alla specializzazione. Più vanno avanti con gli
studi e più riducono le materie da studiare per meglio
concentrarsi su quelle scelte dallo studente. È come se i
genitori americani avessero detto alla scuola: "Io ti ho
affidato mio figlio e tu me lo devi restituire come il più
bravo informatico di tutti gli Stati Uniti. Altrimenti
perché ti avrei pagato?". Noi italiani, invece usciamo
dal liceo classico che non sappiamo assolutamente
nulla, o, per
2 Essere furioso.
3 Rubare.
meglio dire, che abbiamo l'impressione di aver stu diato
solo materie inutili. A che servono, infatti, il greco, il
latino, la storia e la filosofia? A niente. Ep pure io
ringrazio Nostro Signore, e con Lui il filosofo Giovanni
Gentile, di aver inventato il liceo classico. È questa, per
me, la vera maturità, quella che ti segue per tutta la vita
qualsiasi mestiere tu faccia.»
«Oh, grazie professore, grazie per queste belle pa -
role!» risponde la Biagini, praticamente in estasi. «Lei
sì che ha capito il classico. Ora, però, mi raccomando:
dica ai genitori di Jessika di seguirla un po' più da
vicino questa ragazza. Non è che sia un caso disperato,
per carità... ne ho avute di peggiori. Ma va troppo in
giro con i giovanotti. E poi mi creda: a sentirla parlare
sembra uno scaricatore di porto.»
Usciti dal liceo, Bellavista invita Jessika a prendere
un gelato a piazza dei Martiri.
«Non te lo meriteresti,» le dice «ma oggi ce il sole e
possiamo sederci fuori.»
Lui ordina uno spumone e lei un cono. Poi è Bel -
lavista il primo ad affrontare l'argomento dei flirt con i
compagni di scuola.
«E chi era il ragazzo in questione, quello con cui la
Biagini ti ha beccato: Peppino o Giacomo?»
«Nessuno dei due, grazie a Dio. Era uno tosto, uno
che ho conosciuto alla Gabbia.»
«Alla che?»
«Alla Gabbia... in discoteca.»
«E cosa fa? Studia?»
«No, è un fancazzista.»
«Un che cosa?»
«Un fancazzista, uno che non fa un cazzo.»
«E te ne sei innamorata?»
«Ma di chi? Di quello? Per carità, si vede che non mi
conosce. Io, profio, non m'intrippo: quando proprio mi
ha detto male m'arrapo e prendo una scippacentrella, ma
sì e no mi dura una settimana. E poi, se proprio lo vuole
sapere, l'ho già segato.»
Il professore per un verso è contento che la sua
Jessika lo abbia già mollato, e per l'altro si sente al -
quanto infastidito dal fatto che, seppure per pochi
giorni, lei si sia concessa. Le sue compagne di scuo la,
invece, quelle di quando lui era un ragazzo, o non ci
stavano per niente, o, se ti davano un bacio, era perché
si erano perdutamente innamorate. Non come oggi
dove, un attimo dopo essersi conosciuti, vanno a letto
insieme e chi si è visto si è visto.
«Eppure, l'amore è importante» sospira il profes sore,
come se stesse pensando ad alta voce. «Nessuno ne può
fare a meno.»
«Sarà importante per le locche, ma non per me»
replica Jessika, divertendosi a recitare la parte della
cinica. «Io se vedo un manzo che mi fa l'occhio li quido,
lo sego.»
«E poi come fai a volare?»
«A volare?»
«Sì, a volare» ripete Bellavista. «Un giorno un poeta
disse: "Siamo angeli con un'ala soltanto, e possiamo
volare solo restando abbracciati".»
«E che vuol dire? Che con un'ala sola non ci si al za
da terra?»
«Certo che non si può.»
«E allora doveva dirlo anche alla stronza che pa reva
chissà che avesse visto quando ci ha scoperto
acchiumati. E chi è questo poeta?»
«Ti regalerò un suo libro di poesie.»
«Deve essere uno figo.»
«Non ho capito. Che hai detto?»
«Che questo poeta, questo delle ali, deve essere uno
giusto... uno che ci sta dentro... uno cazzuto... Voi
come dite quando uno è occhei?»
«Che è un poeta.»
I gelati finiscono, ma Bellavista continua a parla re.
Vuol sapere tutto sul conto della sua allieva.
«E ora a fidanzati come stai? Hai giù in testa qual -
cuno?»
«A essere sincera nessuno. Anzi, sa cosa le dico?
Che mi sono proprio rotta: non ne posso più degli
stampini e dei pettinati. Sono stupidi e sono fagiani.
Pensano solo al calcio, alla moto, alle Nike, ai giub -
botti firmati e ad altre stronzate del genere. Tanto per
chiarire, mi trovo meglio a parlare con lei che con uno
di loro. Potessi scegliere io, mi farei uno sui trenta.»

Uno sui trenta

Una cosa è stare sui trenta, pensa Bellavista, e un'altra


averne settanta. Lei, però, la dolce e piccola Jes sika,
quando ha detto che preferiva quelli sui trenta,
lo ha anche guardato negli occhi. Sissignore, «lo ha
guardato negli occhi», ed è stato come se avesse vo luto
dirgli: «Finora ho provato con i ragazzini, adesso voglio
provare con te». A questo punto il problema era come
non starci a pensare. E già, perché un disgraziato, un
over per dirlo alla loro maniera, si chiede: «Ma sono io a
illudermi, o è lei che mi vuole far capire chissà che
cosa? E ora che faccio? Fingo di non aver capito? E se
poi lei pensa che sono uno stupido?».
Questa mattina, come sempre, Bellavista si è svegliato
all'alba. Non sono ancora le sei. Ha aperto il
rubinetto dell'acqua calda e ha atteso con pazienza che
la vasca si riempisse. Ci sarebbero voluti almeno
quindici minuti. Nel frattempo che fare? Sì, d'ac cordo,
avrebbe potuto lavarsi i denti o sbrigare altre cose del
genere, ma il pericolo era quello di mettersi a pensare
prima del momento magico. Ed eccolo lì il momento
magico: la vasca è piena, la luce è spenta,
lui ha gli occhi chiusi ed è immerso fino al collo. Sta
nella posizione ideale di chi non può fare altro che
pensare. Ieri Jessika ha detto: «Potessi scegliere io, mi
farei uno più grande, uno sui trenta», e lui era rimasto
lì, come un ebete, senza nemmeno tentare un approccio
verbale. Avrebbe potuto chiederle: «E se ne avesse
settanta?». Almeno per capire fino a che punto lei era
disposta a sforare. Sennonché adesso, per poterle porre
questa stessa domanda, avrebbe dovuto inventarsi una
nuova scusa, se non altro per farla restare in studio
anche dopo la lezione, e non era facile. Oggi, per
esempio, potrebbe dirle di aver trovato quel libro di
poesie di cui le aveva tanto parlato al bar di piazza dei
Martiri. Poi ci ripensa e si vergogna. Non ha scusanti: è
come se Cazzaniga facesse la corte a sua figlia Patrizia.
Ma insomma, tra lui e Jessika c'erano cinquantadue an ni
di differenza. Dico cinquantadue, non dieci! E che
diamine! E poi, uno come lui, uno con alle spalle una
vita irreprensibile, che perde la testa per una ragazzina
di diciotto anni. Che direbbe il professore Anzalone, il
preside del liceo dove lui ha insegnato per una vita?
D'accordo che si vive una volta sola, ma a tutto c'è un
limite, e lui questo limite lo ha già superato, almeno col
pensiero. Poi ci riflette ancora e si assolve. Qui, dice,
bisogna distinguere tra pensiero e azione. E già perché
una cosa è desiderare e un'altra è agire. Tutto quello che
lui ha fatto finora è stata pura immaginazione, e per di
più all'interno di una vasca da bagno. Non si tratta
quindi di una realtà ma di un sogno. Pur tuttavia gli
resta una curiosità, e cioè quella di sapere se Jessika,
tutto quello che ha detto, glielo ha detto per provocarlo,
o perché spera davvero che lui si dia da fare.
Il buio è totale. A un certo punto ha l'impressione di
vederla seduta sul bordo della vasca. Lei lo sta os -
servando e ride.
«Ti ho fregato profio mio,» gli sta dicendo «hai già
fatto l'occhio liquido, pari pari a quello che mi facevi
ieri mattina, quando mi guardavi mentre mangiavo il
gelato.»
Ormai è almeno una settimana che Jessika gli si
presenta alle sei nella stanza da bagno per tenergli
compagnia. A volte si limita a guardarlo, altre volte,
invece, entra anche lei nella vasca e gli si sdraia ac -
canto.
Oggi pomeriggio, però, l'avrebbe vista sul serio,
ovvero in carne e ossa. L'indomani, infatti, i ragazzi
dovevano portare Bergson, uno dei suoi filosofi pre -
feriti. Glielo aveva preannunciato Giacomo per te -
lefono. Ma vederla a lezione, insieme agli altri, non gli
bastava. Anzi, era più una sofferenza che un piacere.
Lui l'avrebbe voluta tutta per sé, per almeno mezzora, e
lei mai una volta che fosse arrivata con una decina di
minuti di anticipo. Si presentavano sempre in tre, e
sempre in tre se ne andavano. Ma chissà? Forse era
meglio così. Meglio sognare che guardare in faccia la
verità. Finché lui stava nella vasca tutto sarebbe andato
secondo i suoi desideri. Guai, invece, se si fosse
scontrato con la triste realtà della Vita. Ed era proprio
Bergson, il filosofo degli scontri tra la Vita e la
Materia, che glielo ricordava.

VI

Bergson

Il primo ad affacciarsi è Giacomo, carico di libri, poi


entra Peppino, ovviamente in tuta, e per ultima Jessika.
La ragazza, se possibile, è ancora più sexy di ieri. Una
volta toltasi il giaccone, viene fuori con una
magliettina verde pallido che le modella il seno, e che
le sta a tal punto incollata addosso da lasciare
indovinare la posizione esatta dei capezzoli. Poi, come
se non bastasse, ha un paio di calzoncini corti, ma così
corti da non andare un centimetro più in basso
dell'inguine.
Al professore viene in mente quel quadro di Dome -
nico Morelli intitolato Le tentazioni di Sant'Antonio. Il
santo sta rannicchiato nell'angolo di una caverna: ha il
viso rivolto verso l'alto e con gli occhi chiede aiuto al
cielo. Accanto a lui, dal disotto di una stuoia, sbucano
due donne nude: è il Diavolo che gliele ha mandate.
Ebbene, fatte le debite proporzioni, ora è lui,
Bellavista, a trovarsi al posto di Sant'Antonio, e lei,
Jessika, a fare capolino dal tappeto.
«È palloso questo Bergson?» chiede la ragazza,
sbattendo un pacco di libri sul divanetto.
«No, al contrario» risponde Sant'Antonio, cioè
Bellavista «e poi a te dovrebbe piacere: è uno che tra la
razionalità e l'istinto ha optato per l'istinto.»
«Occhei» conclude la ragazza. «Allora diamoci sotto
perché alle cinque e mezzo c'ho un puntello.»
E così naufraga anche la speranza di un possibile
tète-à-tète dopo la lezione. Bellavista, però, fa finta di
niente e attacca con la vita del filosofo.
«Henri Bergson nacque a Parigi verso la metà del -
l'Ottocento. A detta dei critici è stato il più grande
pensatore francese di questi ultimi duecento anni. Fra
l'altro, fu premio Nobel nel 1927. Ha, infatti, al le spalle
una preparazione scientifica di tutto rispetto, e questo
lo si riscontra soprattutto nel suo modo di ragionare che
è essenzialmente binario...»
«... binario in che senso?» chiede Peppino. «Nel
senso di un tram?»
«No Peppino, qui i tram non c'entrano: binario sta
per dualistico. Lui, in ogni ragionamento, proce de
sempre per domande e risposte concatenate. Tipo sì,
no; sì, no; sì, no. Avete capito?»
«No» rispondono in coro Peppino e Jessika.
«Va bene» ricomincia pazientemente Bellavista.
«Allora facciamo qualche esempio. Nel mondo, se -
condo Bergson, esistono due realtà: la Vita e la Ma -
teria. Voi a quale di queste due realtà pensate di ap -
partenere?»
«Io alla Vita, tutti gli altri alla Materia» risponde
Jessika sicura di sé. «Specialmente i maschi sono tutti,
chi più chi meno, materiali. Pensano solo a una cosa.
Più li conosco e più mi fanno schifo!»
«Nossignore,» la corregge Bellavista «non hai capito:
la Materia è costituita solo dalle cose inanima te,
da quelle che non hanno vita. Gli uomini, invece, in
quanto esseri viventi, appartengono alla Vita. Ma
procediamo con ordine. L'intero universo, dice
Bergson, nasce dal conflitto continuo tra la Vita e la
Materia. Ora la Vita tende a salire mentre la Materia
tende a scendere, ragione per cui prima o poi sono
destinate a scontrarsi. Ognuna di loro, però, a segui to
di questi scontri si modifica. È chiaro?»
«No» rispondono sempre in coro Peppino e Jessika.
«Ma santa pace di Dio!» si spazientisce Bellavista.
«La teoria dell'evoluzione, quella di Darwin, l'avete
studiata sì o no? Ebbene, in Bergson la teoria fa an cora
un passo avanti. Secondo il filosofo, non solo l'Uomo
deve adattarsi alla Natura, ma anche la Natura deve
tener conto dell'Uomo. E così torniamo al la
suddivisione iniziale, quella tra Vita e Materia. Per
Bergson la Vita si suddivide in Piante e in Animali, e
questi ultimi (gli Animali), che poi alla fin fi ne
saremmo noi, si suddividono a loro volta in due grandi
raggruppamenti: quelli guidati dall'Intelletto e quelli
dominati dall'Istinto.»
«Mi sbaglio,» chiede Jessika «o quelli dell'Istinto
sono più cazzuti di quelli dell'Intelletto?»
Il professore fa finta di non aver sentilo e va avanti.
«Passiamo ora al concetto di Tempo. Per Bergson ci
sono due tipi di Tempo: il Tempo della Materia e il
Tempo della Vita. Quello della Materia è uguale per
tutti, laddove quello della Vita cambia da persona a
persona, e, a volte, anche da momento a momento.
Tutto dipende da che cosa si sta facendo in quel
momento. Quest'ultimo tipo di tempo Bergson lo
chiama Durata. Ora, per essere più chiari, la Durata non
la si può misurare con gli orologi o con i calendari, ma
solo con gli stati d'animo. Detto con parole ancora più
semplici, non è il Tempo quello
che conta, ma il modo in cui lo si vive. Facciamo
qualche esempio: quando siete in motorino, a un in -
crocio, se provate a guardare fisso il rosso in attesa che
diventi verde, vi accorgerete che non arriva mai. Se
invece, provate a leggere i titoli del "Corriere del lo
Sport" che vi siete appena comprato, il semaforo
diventa subito verde. Insomma: una cosa è passare
un'ora dal dentista e un'altra stare un'ora col pro prio
grande amore. In quest'ultimo caso si dice che il tempo
è volato.»
«E quindi cambia anche cambiando partner?» chiede
Jessika.
«Certo che cambia.»
«Allora io,» continua la ragazza «potrei provare a
imbroscinarmi con uno dei miei amichetti alla Villa
Comunale, e subito dopo venire a casa sua e fare la
stracciamutande con lei. Dopodiché, a seconda di come
mi è sembrato che è volato il tempo, potrei sgamare chi
dei due, se lei o il mio amichetto, m'intrippa di più.
C'ho preso o non c'ho preso?»
Bellavista lì per lì non sa che rispondere. Si rende
conto, però, che Jessika ha capito che cos'era il Tempo
per Bergson. È lui, piuttosto, a non aver ca pito Jessika.
Eppure la verità balza agli occhi. La ragazza si è
accorta di piacergli e si sta divertendo a provocarlo.
Il professore, seppure turbato, vorrebbe continuare la
lezione, quando la moglie, proprio in quel momento, si
affaccia sulla porta dello studio. È vestita di tutto
punto.
«Gennaro,» gli dice «sto andando in farmacia. Quali
sono le medicine che mi hai detto di compra re? Se non
sbaglio, il Glucophage per il diabete e il Cardura per la
pressione?»
«Ma che dici? Io non ho il diabete! Ho solo un po -
chino di glicemia alta. E poi, non vedi che sto facen do
lezione?!»
Avrebbe voluto dire: «Ma che fai? Ti metti a parla re
di malattie davanti ai ragazzi?! Mi fai fare la figu ra del
vecchietto pieno di acciacchi!». Sua moglie, però, non
l'avrebbe capito: per lei la privacy era una parola senza
significato. Meglio, allora, lasciar perdere e riprendere
la lezione.
«Passiamo ora a uno dei libri più strani di Bergson:
Il riso.»
«Il riso?» chiede stupito Giacomo. «Ma perché,
Bergson si occupava anche di comicità?»
«Ho detto "riso", non ho detto "comicità"» precisa il
professore. «Bergson si chiede per quali motivi si ride
e, uno alla volta, sottopone questi motivi a un giudizio
critico. Anche voi, immagino, avrete riso qualche volta.
Ebbene, vi siete mai chiesti: "Ma perché mi sono messo
a ridere?".»
«Giaggià non ride mai,» maligna Peppino «nemmeno
se gli racconto le barzellette sozze. Jessika, invece, le
acchiappa al volo: più sono toste e più lei ci sguazza.
Insomma, è predisposta. Giaggià, al contrario, evita di
ridere per paura che qualcuno se ne accorga. Lui vuole
essere sempre il primo della classe ed è convinto che se
i professori lo vedono ridere, poi non gli danno più i
voti alti.»
«Ma quando mai!» protesta Giacomo. «La verità è
che le tue barzellette fanno pena: non sono diver tenti,
sono solo piene di parolacce!»
«Quanto dice Peppino ha un fondo di verità» con -
corda Bellavista. «Non riferito a Giacomo, s'intende,
ma a tanti illustri personaggi del nostro passato. Il
grande Anassagora consigliava Pericle di non bere
mai alcolici. "Se bevi il vino, gli diceva, ti ubriache rai,
e se ti ubriachi ti metterai a ridere. A quel punto i tuoi
sudditi, vedendoti allegro, non avranno più paura di te,
e tu perderai il potere." Democrito era tenuto in nessun
conto dai contemporanei solo perché spesso gli
scappava da ridere. Di lui si diceva: "È nato ad Abdera,
il paese dove di solito nascono quelli che ridono". La
risata, insomma, squalifica colui che ride. Non a caso i
comici, vedi Totò, e gli scrittori umoristi, vedi
Campanile o Flaiano, vengono rivalutati solo a morte
avvenuta. Come dire che ai critici piace di più l'autore
morto. Pazienza se poi l'anima di Achille confessa
all'amico Ulisse che preferirebbe essere l'ultimo dei
vivi, piuttosto che il primo dei morti. Ma torniamo a
Bergson. I motivi per i quali si ride, dice il filosofo,
sono molteplici, e i primi che cita sono: il
Travestimento, la Deformità, l'Umano, il Distacco, la
Complicità e l'Imprevisto.»
«Scusi, professore, ma non ho capito bene l'ultimo
motivo» lo interrompe Giacomo, smettendo per qualche
attimo di prendere appunti. «Mi sbaglio o ha detto
l'Imprevisto?»
«Sì, l'Imprevisto» conferma Bellavista. «Noi oggi,
però, lo chiamiamo "Paperissima" e ha un grande
successo in televisione. La prima puntata la fece il fi -
losofo Talete nel VII secolo avanti Cristo, quando,
mentre camminava col naso in aria per guardare le
stelle, non vide un fosso pieno d'acqua e ci finì den tro.
L'Imprevisto, in pratica, è tutto quello che accade a un
disgraziato quando questo meno se lo aspetta. Fa ridere,
ad esempio, una porta che si apre all'improvviso e che
va a sbattere contro la faccia di uno che proprio in quel
momento sta per entrare. Ovviamente Bergson non
aveva mai visto "Paperissima",
aveva intuito, però, che l'umorismo è una dote che non
ha pietà per il prossimo. Che quello che si è bec cato la
porta in faccia perda sangue dal naso è cosa di poco
conto se paragonata allo stupore che suscita.»
«Ieri» racconta Peppino «ho visto la signora Cazzaniga
cadere per le scale. Aveva la borsa della spesa
piena di arance. Ebbene, non ci crederete, ma le arance
si sono sparpagliate dappertutto. Alcune sono finite al
piano di sotto. Io le ho dato una mano a raccoglierle,
ma dentro di me mi sono fatto un cuofano di risate! A
proposito, lo sapete che la signora Cazzaniga non ha gli
slip? Lei porta le mutande a calzoncino, come i maschi.
Sarà perché è tedesca.»
«E passiamo alla Deformità e all'Umano» prosegue
imperterrito Bellavista. «Dio solo sa perché, ma anche
tutto ciò che è deforme fa ridere. Si ride dei gobbi, dei
nani, dei ciccioni, delle orecchie a sventola e dei nasi
spropositati. Non a caso i caricaturisti, quando
ritraggono un personaggio, approfittano di qualsiasi
irregolarità, seppure lieve, per accentuarla: il risultato è
garantito. L'importante, però, è che l'oggetto del riso,
anche dopo la deformazione, resti umano. Dice
Bergson: "Un paesaggio può essere bello o brutto ma
non farà mai ridere. Lo stesso dicasi di un mobile, di un
carretto o di un albero. Solo quello che è umano può
innescare la risata". Prendiamo, ad esempio, un cane.
Finché si comporta da cane non farà mai ridere
nessuno, ma se poco poco si mette a imitare un uomo
diventa subito comico. Supponiamo, per un momento,
che io sgridi un cane, e che lui faccia un viso
dispiaciuto, simile a quello di un bambino che ha
appena ricevuto un rimprovero: ebbene, sarà esilarante.
È dunque l'umano che sta nel cane a farmi ridere e non
il suo essere cane.»
«Come la capisco!» concorda Jessika. «Io ho un cane
che si chiama Winnie. È un bracchetto. È simi le a
Snoopy, il cane di Charlie Brown. Lei, professore, ha
presente Snoopy?»
«No.»
«Ora io con Winnie ci parlo, come se dentro ci fosse
una persona. Gli racconto praticamente tutto, pure i
peccati mortali, e lui, anche se non parla, mi risponde
con gli occhi. Qualche volta mi perdona e qualche volta
no.»
Bellavista a questo punto vorrebbe chiedere a Jessika
quali sono i suoi peccati mortali, ma ci ripensa e
riprende la lezione.
«Altro motivo di riso, sempre per Bergson, è il
Distacco. Proprio perché non deve lasciarsi prendere
dalla pietà, colui che ride ha bisogno di sentirsi distaccalo
dall'oggetto del riso. Mi spiego meglio: se io
stasera, a una cena, mi metto a raccontare una bar -
zelletta sui cornuti, rideranno tutti tranne uno dei
presenti che proprio in questi giorni ha qualche problema
in famiglia.»
«Questo è verissimo!» esclama Peppino. «Noi a
scuola abbiamo un compagno che si chiama Capone.
Ora Capone c'ha le corna. Questo lo sanno tutti tranne
lui. Allora succede che ogni volta che Capone entra in
classe ognuno di noi non può fare a meno di pensare:
"Eccolo lì Capone il grande cornutone", dopodiché se la
fa sotto dal ridere. Bergson, quindi, aveva proprio
ragione: non c'è niente che fa ridere di più delle corna.»
«Peppino, come al solito non hai capito» lo rimprovera
Bellavista. «Non è delle corna che parlava
Bergson, ma del Distacco che bisogna avere dalle
corna. Adesso, però, parliamo della Complicità.
Se in questo momento entrasse qui Benigni, noi tutti ci
metteremmo a ridere, anche se lui non facesse nulla di
particolarmente comico. Ci si chiede perché. È presto
detto: rideremmo non di quello che sta facen do adesso,
ma di quello che ha fatto in passato. In altre parole, tra
noi e Benigni, nel corso degli ultimi anni, è nata una
complicità che ci fa ridere ogni qual volta lo vediamo.
Una sera, a Bergamo, ero andato a cena con alcuni
amici in una trattoria. Al tavolo accanto al nostro c'era
un signore dai capelli grigi che parlava ad alta voce e
un gruppo di persone che si sganasciava dal ridere.
Allora io provai a sentire quello che diceva il signore, e
scoprii, con mio grande stupore, che non diceva
assolutamente nulla di divertente. A quel punto mi
chiesi: "Ma perché questi ridono? Sono forse stupidi?",
e la risposta fu: "Nossignore, non sono stupidi. Il fatto
è che si conoscono da chissà quanto tempo". Quelli,
insomma, non ridevano per le cose che il signore dai
capelli grigi stava dicendo in quel momento, ma per le
cose che lo stesso signore aveva detto in passato. In
altre parole, all'interno del gruppo esisteva una
complicità.»
«Se ho ben capito,» dice Giacomo «per ridere bisogna
appartenere allo stesso gruppo, lo, per esempio,
quando sento i comici milanesi rido, ma mai come
quando sento i comici napoletani. Nessuno al mondo mi
ha fatto più ridere di Totò.»
«Hai capito perfettamente» approva Bellavista. «In
tutte le emozioni, sia quelle del riso che quelle del
pianto, l'appartenenza al gruppo è fondamenta le.
Racconta Bergson che un giorno, in una chiesa, durante
i funerali di un bambino morto di polmoni te, tutti i
presenti avevano le lacrime agli occhi, a eccezione
di un uomo che restava impassibile. Qual cuno, allora,
chiese a questo uomo perché non piangesse, e lui
rispose sottovoce: "Perché non appartengo a questa
parrocchia". I comici milanesi, quindi, non potranno
mai farti ridere quanto i napoletani, se non altro perché
sono di un'altra parrocchia.»
«Noi» dichiara Jessika, alzandosi di scatto, «il
gruppo lo chiamiamo ghenga. Se sei della mia ghen- ga
ti piglio, se non sei della mia ghenga ti sego. Adesso,
però, stoppiamoci, anche perché delle altre menate
parleremo la prossima volta.»
I ragazzi se ne vanno. Il professore li accompagna
all'ingresso. Sta per chiudere la porta quando sente
Jessika gettare un urlo.
«Il cel!»
La ragazza risale precipitosamente le scale, entra di
corsa, va nello studio e si riprende il telefonino. Al che
Bellavista la ferma prendendola per un braccio.
«Vorrei darti» le dice «quel libro di poesie, quello
che ti avevo promesso l'altro giorno. Se aspetti un
minuto te lo vado a prendere.»
«Adesso no, ho fretta» risponde lei. «Vuol dire che
le do un colpo di telefono domani mattina e così lei me
lo presta. Magari ci andiamo a prendere un altro gelato
a piazza dei Martiri.»
Dopodiché lo bacia su una guancia, anzi, all'an golo
delle labbra, e scappa via.

VII

Un uomo senza garçonnière

La situazione precipita. Ormai non può più entrare


nella vasca da bagno senza mettersi a pensare a Jessika.
Non fa in tempo a spegnere la luce che già se la vede
davanti sempre più bella. D'altra parte, mettiamoci nei
suoi panni, anzi nella sua pelle, dal momento che è
nudo: come può non pensarla dopo tutto quello che è
successo? Fino all'altro ieri lei si era limitata a
lanciargli dei messaggi più o meno maliziosi. Ieri,
invece, gli aveva stampato sulla guancia, anzi, per
l'esattezza, all'angolo delle labbra, un autentico bacio
con tanto di scrocchio. Ebbene, quando mai un'allieva
bacia un professore? A lui in trentuno anni
d'insegnamento non era mai capitato.
«E adesso che faccio?» pensa. «Racconto tutto a
Cazzaniga? Per carità, quello non mi capirebbe. Co -
minciamo col dire che è un milanese e, come se non
bastasse, anche un ex manager, un uomo d'azienda, uno
tutto di un pezzo. Finirebbe col tirare in ballo l'età mia,
poi quella di lei, e alla fine mi rifilerebbe la solita
paternale.»
Cazzaniga, fra l'altro, era anche un po' bacchetto ne;
basti dire che si faceva la comunione tutte le domeniche
mattina. Racconterebbe ogni cosa alla
moglie,
alla tedesca, e questa, due minuti dopo, lo riporterebbe
pari pari a sua moglie Maria. A quel punto, «apriti
cielo!». Tra l'altro le due signore, da un paio di anni a
questa parte, erano diventate molto amiche per via del
bridge: passavano intere giornate a giocare a carte e a
chiacchierare.
Meglio concentrarsi, allora, su qualche problema
pratico. Come riuscire, ad esempio, a restare solo con
Jessika quel tanto che bastava per capire fino a che
punto era possibile iniziare una storia? Nel suo studio
era da escludere: sarebbe potuta entrare sua moglie da
un momento all'altro. A casa di lei era impossibile, e
per strada neanche a parlarne: non aveva più l'età per
fare certe cose all'aperto. D'altra parte, lui, una
garçonnière non la possedeva, e nemmeno una
macchina per portarla in giro. Erano almeno vent’anni
che non aveva un'automobile e, come prima cosa,
avrebbe dovuto rifare l'esame di guida. Figuriamoci!
Una soluzione possibile poteva essere quella di
chiedere in prestito a un amico, per un paio di ore, un
pied-à-terre. A un amico fidato però... non a uno di
quelli che il giorno dopo lo vanno a raccontare in giro.
Ebbene, l'unico che gli viene in mente è Save rio, il
netturbino che un tempo era stato uno dei suoi allievi
più affezionati. Bei tempi quelli, quando faceva il
Socrate di quartiere, e aveva intorno, che lo seguivano
passo dopo passo, Luigino, Salvatore, donn'Armando, il
dottor Passalacqua e per l'appunto Saverio! Più ci pensa
e più si convince che Saverio è la persona giusta. È uno
che abita da solo in un ammezzato dalle parti di Santa
Maria in Portico, è vedovo e non ha nemmeno un
parente. Quando è di turno lascia l'appartamentino del
lutto libero.
Lui, a casa di Saverio, c'era già stato una volta...
molti anni fa... Era andato a vedere un presepe in sieme a
Salvatore. Si ricorda solo di una stanza da letto, di un
bagno e di un angolo cucina; il tutto molto piccolo in
verità, quel tanto, però, che bastava per avere un po' di
privacy. Magari, alla fine, non sarebbe successo il resto
di niente, ma intanto si sarebbe tolto il pensiero.
L'acqua, nel frattempo, cominciava a farsi fredda.
Gli toccava uscire.

VIII

La donna ideale

Bellavista esce di casa e compra «Il Mattino». Va


subito alle pagine dei «Fittasi» e trova un annuncio che
sembra messo lì apposta per lui: FITTASI QUARTINO
QUARANTA METRI QUADRI VICOLO BELLEDONNE A
CHIAIA PREZZI MODICI. Certo è che il nome del vicolo è
tutto un programma, tanto più che si trova a due passi
dal liceo Umberto. Per quanto economi co, però,
avrebbe comportato quanto meno una spesa di mezzo
milione di lire al mese, cifra che lui, pensionato dello
Stato da due milioni e mezzo, non si può certo
permettere. E poi, fittarlo ora, quando la storia non è
ancora cominciata, gli sembra alquanto prematuro. Una
telefonatina, comunque, tanto per saperne il costo
l'avrebbe fatta.
«Buongiorno professò,» gli dice Salvatore andandogli
incontro «avete letto che adesso vogliono met tere
il braccialetto elettronico a tutti i delinquenti che
stanno agli arresti domiciliari? Ora, dico io, ma perché
una cosa così moderna non la vendono pure ai privati?
Se uno, per esempio, ha qualche dubbio sulla propria
gentile signora, che fa? Le mette il braccialetto e se ne
esce tranquillo anche tutte le sere.
Non lo dico per me, sia chiaro. Mia moglie Rachelina,
voi la conoscete, non è quella che si dice una grande
bellezza. Anzi, se c'è una donna a Napoli al di sopra di
ogni tentazione, questa è proprio mia moglie. Ma lo
dico per tutti quei mariti che hanno avuto la fortuna, o
la disgrazia, e qui dipende dai punti di vista, di avere
una moglie molto provocante. Prendiamo ad esempio la
signora Santanastasio, quella del secondo piano, che
cinque minuti dopo che vede uscire il marito esce anche
lei...»
«... e sarebbe proprio una cosa moderna» lo interrompe
Bellavista. «Tu proponila ai radicali. Anzi
parlane direttamente con Emma Bonino, la farai
contenta. E, a proposito di radicali, hai visto Saverio?»
«Sta in portineria che parla con Luigino e il dot tor
Passalacqua.»
Ora, per chi non lo sapesse, Saverio alle ultime
elezioni aveva fatto il galoppino per i radicali. Gli stava
simpatico Pannella e, durante quell'ultimo mese, si era
dato un gran daffare per promuovere i referendum.
Bellavista entra in portineria. Il primo ad andargli
incontro è Luigino, il poeta.
«Professò, permettete un pensiero poetico:
Valeria mia, Valeria, io te vurria abbracciare.
Volano l'aucielle mmiez'o mare e volano 'e
penziere mieie attuorno a te.» 4
4 Valeria mia, Valeria, io ti vorrei abbracciare. / Volano gli
uccelli in mezzo al mare / e volano i miei pensieri intorno a te.
«E chi è Valeria?» chiede Bellavista.
«Come chi è Valeria?» risponde Luigino scandalizzato.
«Mi meraviglio di voi. È Valeria Marini, l'u nico
esemplare femminile di stampo antico ancora vivente.
Non come quelle mazze di scopa che si vedono sfilare
sulle passerelle di moda. Ma che, sono donne quelle?!»
«Tutto dipende dall'ideale di donna che uno ha in
testa» precisa il professore. «Ma ecco che sta arri vando
il dottor Cazzaniga: così anche lui può dirci la sua.»
Cazzaniga, infatti, è appena entrato. Saluta i pre senti
e s'informa.
«Di che state parlando?»
«Della bellezza delle donne, dottò» risponde Salva -
tore. «Come deve essere la femmina secondo voi? Alta
o bassa, secca o grassa, con le zizze o senza le zizze?»
«Ma ragazzi miei,» si schermisce Cazzaniga «io non
sono un esperto, e poi, come dice la canzone, "non ho
l'età", anzi, per meglio dire, "non ho più l'età". Qui,
invece, abbiamo un esteta come Luigino e soprattutto
uno studioso di Platone come il professor Bellavista.
Lui sì che ci può dire tutto sulla bellezza ideale.»
«E allora ditecelo pure a noi, professò:» chiede
Salvatore «a Platone le donne con le zizze piaceva no, sì
o no?»
«Veramente,» risponde Bellavista «Platone non è mai
sceso in questi particolari. Si è solo limitato a dire che
esiste un modello ideale di bellezza al quale le donne
possono somigliare o meno. Poi, a seconda della
somiglianza, vengono considerate belle o brut te. Questo
è tutto. Purtroppo, col tempo, il modello platonico è
cambiato: non è più quello delle statue
greche o dei dipinti del Rinascimento. Fidia e Tizia no
sono stati sostituiti rispettivamente da Armani e
Valentino. Fosse ancora viva la dea Giunone si sa rebbe
già fatta fare una liposuzione in un beauty center. La
donna ideale, oggi, deve essere sottile come un giunco
e alta a dir poco un metro e ottanta. Che vi piaccia o
meno, è così che stanno le cose.»
«D'accordo, questo lo sappiamo. Ma a noi interessa
sapere com'è fatta la donna ideale che piace al
professor Bellavista.»
«Sinceramente non lo so» risponde Bellavista dopo
averci riflettuto per qualche secondo. «E mi viene
anche il dubbio che non sia tanto un problema di forme
quanto una questione di età. Tutte le donne sono belle
quando sono giovani. Poi subentra l'Entropia, ovvero il
Secondo Principio della Termodinamica, e la situazione
precipita. A Napoli ce un proverbio che dice "Ogni
scarpa addeventa scarpone": il che equivale a dire che
prima o poi il fisico degrada e perfino le donne
bellissime diventano brutte.»
«Qualcuno mi ha raccontato» dice Cazzaniga «che in
Giappone ce una setta religiosa che crede nel
ringiovanimento per contatto fisico. Secondo i seguaci
di questa setta, se un uomo anziano va a let to con una
ragazza molto più giovane di lui, finisce col
ringiovanire di qualche anno dopo ogni rapporto. Se
non sbaglio si chiamano taoisti.»
«Quindi,» conclude Saverio «se un vecchio va a letto
con una minorenne non è un fetentone, come ho sempre
pensato io, ma un taoista.»
«Sì, d'accordo» commenta Bellavista, ignorando la
malignità di Saverio, «ma non ce bisogno di an dare fino
in Giappone per apprendere teorie del genere. Anche in
Italia, che io sappia, c'è stato chi ha
praticato il sesso a scopo terapeutico. Una volta, ri -
cordo, fu trovata una tomba romana sulla quale si
leggeva: "Qui giace Lucio Calpurnio che visse fino a
centodue anni in buona salute grazie al respiro delle
giovani fanciulle". Ebbene, sono convinto che dentro di
noi si nasconda un impulso che ci spinge ver so le
persone più giovani, quasi che il nostro inconscio
desideri tornare alla sua prima adolescenza. D'altra
parte, basta dare uno sguardo alle foto pubblicitarie sui
banchi di un giornalaio per rendersi conto che non c'è
una sola cinquantenne.»
«Quante bello 'o professore!» esclama Salvatore. «Io
me lo starei a sentire per ore e ore, anche se poi, debbo
dire la verità, non sempre lo capisco, e non sempre sono
d'accordo. Mia moglie Rachelina, tanto per fare un
esempio, è sempre stata bruttarella, e quindi è successo
che col passare del tempo invece di peggiorare è
migliorata. Ora sarà che mi ci sono abituato, certo è che
a me piace più adesso di quando me la sono sposata.»
Bellavista, però, non l'ha sentito. Vedendo Save rio
uscire dalla portineria, lo ha rincorso.
«Savé, dimmi una cosa: tu abiti sempre in quell'ammezzato
dalle parti di Santa Maria in Portico? Bene. Sai
perché te lo chiedo? Perché io a casa mia non rie sco più
a concentrarmi. Una volta mia moglie, una volta il
telefono, un'altra volta uno scocciatore che mi è venuto
a trovare, c'è sempre qualcuno che m'impedi sce di
lavorare. Ora, siccome sto scrivendo un piccolo saggio
su Pitagora, se tu un giorno, per esempio lu nedì
prossimo, potessi prestarmi la casa per un paio d'ore,
nel tardo pomeriggio, diciamo verso le sei, quando sei
di turno... io poi ti farei un regalino...»

IX

La prima volta

E finalmente venne il gran giorno, quello della prima


volta. Fissarlo non fu una cosa semplice. Con Giacomo
e Peppino davanti non lo poteva fare né, tanto meno,
telefonando a casa di lei. Cosa avrebbe detto se avesse
risposto il padre? Poi, grazie a Dio, fu proprio Jessika a
telefonare. Era una domenica mattina, e Bellavista non
si lasciò scappare l'occasione.
«Ciao,» le disse «ti ricordi di quel poeta di cui ti
parlai a piazza dei Martiri, mentre ci prendevamo il
gelato?»
« No. »
«Come no? Quello delle ali per volare abbracciati?»
«Ah sì, quello figo.»
«Ebbene, io pensavo di aver perso il suo libro di
poesie. Poi, fortunatamente, l'ho ritrovato. Lo avevo
prestato a un amico. Se tu, però, domani, ti trovi a
passare dalle parti di Santa Maria in Portico, in via
Martucci, davanti al bar Pino, io ti aspetto lì fuori e te
lo presto.»
«A che ora?»
«Tu a che ora potresti?»
«Non so... alle cinque.»
«D'accordo, alle cinque.»
Bellavista arriva all'appuntamento con almeno
mezzora di anticipo. Si apposta in via Martucci, ac -
canto alla colonnina di un telefono pubblico in modo da
poter sorvegliare sia il bar Pino che il portone di
Saverio, situato in via Campiglione. Ha il terrore che
qualcuno lo possa riconoscere. Difatti, non appena vede
avvicinarsi una faccia a lui nota si volta di scat to,
prende la cornetta e finge di telefonare. Evidentemente
non è tagliato per il mestiere di segugio. Poi, se Dio
vuole, arriva Jessika. Lui la vede quando lei è ancora a
cento metri e la riconosce dalla minigonna. La ragazza
si ferma davanti al bar Pino e si guarda intorno. Al che
Bellavista la raggiunge di corsa ma non si ferma. Le
passa accanto e le sussurra: «Seguimi». Quindi entra a
testa bassa nel portoncino di Saverio. Lei lo segue. Lui,
sempre senza voltarsi, sale una decina di scalini e
armeggia alla serratura della prima porta a sinistra.
Apre ed entra. Lei gli va dietro. Ora sono tutti e due al
buio. Il professore pensa: «Adesso o mai più» e si
chiude la porta alle spalle. Con la mano cerca
l'interruttore della luce, prima a destra, poi a sinistra.
Jessika nel frattempo lo ha abbracciato. Lui accende la
luce. Sta per baciarla quando si accorge che lei ha un
anellino d'argento infilato nel labbro inferiore: è un
piercing, una decorazione molto di moda oggi tra i
giovanissimi.
«Ma che ti sei messa sulle labbra?» le chiede sba -
lordito «Che roba è?»
«È un piercing, un anellino portafortuna. Ce lo
siamo messo in quattro: io, Giada, Samantha e Vanessa.
Oggi fa trendy.»
«Farà pure trendy, ma tu da me, a lezione, con questa
porcheria in bocca non vieni.»
«Oh, scusami, ma non avevo capito» ribatte lei, aci -
da. «Noi siamo qui perché dobbiamo fare lezione?»
«No, ma oggi stesso telefono a tuo padre.»
«Così gli dici pure dove ci siamo visti e perché.
Senti, tipo, tu di me non hai capito una beneamata sega:
io faccio sempre tutto quello che mi pare e piace. Se ci
stai occhei, e se non ci stai ciccia. Tanto è peggio per
te.»
Da notare che Jessika è passata dal lei al tu in soli
pochi secondi. Ormai lo tiene in pugno. Conosce le sue
intenzioni e lo ricatta.
«Io lo dicevo per te» si spiega Bellavista, questa
volta, però, in tono più dolce, e rinunciando una volta
tanto a fare il professore. «Cosa pensi possa provare un
ragazzo che ti bacia quando si ritrova un anellino in
bocca?»
«Un ragazzo non ci fa caso. Un over sì.»
«A me, francamente, farebbe senso.»
«E tu provaci e poi me lo dici.»
E così dicendo gli dà un bacio a ventosa con tutta la
lingua, anello compreso.
Bellavista ormai è nel pallone. Ai tempi suoi due
giovani per finire a letto c'impiegavano almeno un
anno, seppure ci riuscivano. C'era prima la presenta -
zione, poi l'incontro in casa di un amico, a un «ballet -
to», poi le passeggiate in via dei Mille, quindi il primo
appuntamento, poi il secondo, poi il terzo, e alla fine la
cosiddetta «dichiarazione». 11 ragazzo era obbliga to a
esternare le proprie intenzioni e la ragazza a ri spondere
con un sì o con un no inequivocabile. Dopodiché si
passava alle vie di fatto, e cioè ai baci e alle carezze.
Oggi, invece, si va dritti alla meta.
«Meglio così» pensa Bellavista. «Meglio che sia lei a
prendere l'iniziativa. Di sicuro è più pratica di me.»
Quel giorno non accadde niente di indimenticabi le o, per
meglio dire, accadde che Bellavista perse completamente la
testa. La notte successiva non chiuse occhio e il giorno
dopo non riuscì a pensare ad altro che a Jessika. Se la
immaginava nuda, con quel corpo liscio, sodo, quasi
maschile, ma anche con quei due seni rivolti verso l'alto.
Non vedeva l'ora che arrivasse il martedì o il venerdì, i
giorni di lezione, per poterla rivedere. Fra l'altro aveva
l'impressione di non ricordare più niente dei suoi filosofi,
quasi che insieme al pudore avesse perso anche la
memoria. Lei, invece, si comportava come se niente fosse:
gli dava del lei in presenza dei compagni e del tu quando
erano soli. Un giorno, poi, nel corridoio, approfittando che
Peppino e Giacomo erano già entrati, gli dette anche un
bacio sulla bocca, a rischio che uno dei due si voltasse
all'improvviso, o che sbucasse sua moglie alle spalle.
Insomma, sudori freddi.
Passano alcuni giorni e si vedono di nuovo, sempre a
casa di Saverio. L'anellino non ce più e Bellavi sta si rende
conto che quella è la volta buona. Ma come cominciare?
L'ammezzato non ha un salottino, un angolo per la
conversazione o un qualsiasi divanetto dove potersi sedere
e parlare. Al di fuori del let to, non c'è in giro nulla. Non
può liberarsi dei pantaloni come se fosse il suo amante
abituale. Ci pensa su per qualche secondo e alla fine, tanto
per entrare in argomento, prova a recitare una frase erotica
che aveva letto una volta in un libro su Pompei.
«Mea vita, meae deliciae, ludamus parumper: hurtc lectum
campum, me libi equotn esse putamus.»5
Ma Jessika non ha nessuna voglia di sorbirsi una
lezione di latino, ragione per cui lo afferra per una
manica e se lo trascina a letto per poi sbarazzarsi dei
jeans. Bellavista francamente non se l'aspettava e,
almeno per i primi minuti, ha qualche problema pratico.
Vuoi perché è la prima volta, vuoi perché è emozionato,
vuoi perché ha un'età, certo è che stenta a mettersi in
azione. Ma lei, la piccola Jessika, non si scoraggia per
così poco.
«Ci penso io» gli sussurra in un orecchio, e tanto fa
e tanto dice che il professore ne esce con tutti gli onori.
«Grazie, tesoro» le dice lui alla fine, abbraccian dola.
«Grazie per avermi fatto sentire ancora una volta
giovane.»
«Ma non dire stronzate: tu non sei affatto un di- no.
Anzi, se proprio lo vuoi sapere, per me sei solo un
ragazzo più grande.»
La cosa incredibile è che lei sembra l'amante esperta
e lui l'imberbe alla sua prima esperienza erotica.
«Ti confesso che per me è stata una grande emozione
» le mormora alla fine il professore. «La tua età,
soprattutto, mi ha messo in crisi... Cerca di ca pire,
tesoro, io non so come spiegartelo... ma men tre fino a
qualche minuto fa il desiderio di te mi impediva perfino
di ragionare, ora... come dire... sono caduto in preda ai
sensi di colpa.»
5 Vita mia, mia voluttà, diamo corso per un po' a questo gio co: sia
questo letto un campo e sia io, per te, un destriero.
«Ai sensi di che?»
«Di colpa, al fatto che ho tanti anni più di te e che ho
l'impressione di essermi comportato come un bruto.»
«Ma no che non sei brutto» lo rassicura lei, che
evidentemente non conosce il significato della paro la
«bruto». «Se però ti dà tanto fastidio questo senso che
dici tu, te lo puoi sempre accannare.»
«Accannare?»
«Sì, togliere.»
«E come?»
«Facendomi un regalo.»
«Un regalo? Che regalo?»
«Un cel» risponde Jessika.
«Un cel? Che cos’è un cel?» chiede Bellavista.
«È un telefonino.»
«Ma non ce l'hai già un telefonino?»
«Sì ma quello lo conoscono tutti: mio padre, mia
madre e tutti i miei amici. Io, invece, ne vorrei uno
segreto, uno solo per me e per te, uno dove solo tu mi
puoi beccare. A proposito, ma tu un cel non ce l'hai?»
«No, ma non ne ho mai sentito il bisogno.»
Ancora cinque giorni e si rivedono di nuovo, sempre a
casa di Saverio. A essere sinceri, però, questa volta
l'incontro non è emozionante come il precedente. Un
po' perché manca la suspense, e un po' perché Jessika
va di fretta, certo è che quando lui s'infila nel letto, lei
resta immobile come una statua.
«A cosa stai pensando?» le chiede il professore.
«A tante cose e a nessuna» risponde lei.
«Ma ti va di fare l'amore?»
«Sì, sì, mi va, però fai presto.»

Lo sanno tutti

Consiglio per i lettori: in amore non scrivete mai let -


tere; prima o poi qualcuno le leggerà e riderà di voi. E
se ve ne arriva una con una frase compromettente, mi
raccomando, stracciatela subito, prima ancora che vi
possa fare del male. Fu per l'appunto quello che capitò
al nostro povero Bellavista il giorno in cui ricevette la
sua prima lettera d'amore. A scriverla era stata lei, la
sua allieva preferita, e la lettera, dopo che per una
settimana era stata tra i libri del professore, finì per
caso nelle mani della signora Maria. Eccone il testo:
Palloccone mio,
tu 6 un'altra cosa. Se un pischello fila con un'anta si
dice che ha il complesso di Edipo, ma se capita a una
cinghiala di non capire + una sega per un dinosauro
come si dice? Oggi mi è bastato nasare il tuo libro x
sentirmi fuori. Non vedo l'ora d'inchiumarti.
La tua Pallocchina
Interrogato in proposito, Bellavista cadde dalle
nuvole: chi fossero questo Palloccone e questa
Pallocchina lui proprio non lo poteva sapere. Probabil -
mente la lettera era stata persa da uno dei suoi allievi e
lui l'aveva raccolta per terra senza farci caso. Fatica
sprecata: Maria Bellavista era troppo furba per ac -
contentarsi di una spiegazione così banale. In quella
lettera si parlava chiaramente di una ragazza giovane
(la cinghiala) che si era innamorata di un dinosauro
(cioè di un vecchio) e, per giunta, il professore l'aveva
dimenticata sulla sua scrivania tra II riso di Bergson e
La nascita della tragedia di Nietzsche.
«Ma perché dovrei essere io il destinatario?» chie se
Bellavista con l'aria più innocente possibile.
«Perché qui di dinosauri ci sei solo tu» rispose la
moglie, più incavolata che mai.
«E con questo? È abbastanza normale che un in -
segnante riceva delle lettere dagli allievi. Io, quando
ero più giovane e insegnavo al Sannazaro, ne ho ricevute
di lutti i tipi.»
«Appunto: quando eri più giovane! Adesso, però, hai
una certa età e sarebbe ora di piantarla con tutte queste
smancerie. Intanto, hai il dovere d'informare subito i
genitori della ragazza. Fai conto che, invece di trovarla
io, la letterina fosse finita nelle mani di suo padre: che
figura avresti latto?»
«Ma di quale figura stai parlando?» urlò il professore.
«lo non ho fatto nessuna figura. Oggi stesso
restituirò la lettera alla mittente e le farò anche un
piccolo rabbuffo perché la cosa non si ripeta. E adesso
per favore basta!»
Ma la signora Bellavista non la smise proprio per
niente. Come prima cosa si confidò con Greta Cazzaniga,
la quale a sua volta, quella sera stessa, ne parlò
col marito.
«Il tuo amico è un crande sporcacciooone,» gli
disse «corre appresso alle ciovani tonne. E anche tu non
me la conti ciusta. Tove siete stati tutti e tue, domenica
scorsa, fino alle tre tel pomericcio?»
«Siamo andati a Ercolano,» risponde l'innocentissimo
Cazzaniga «abbiamo visitato gli scavi.»
«Sì, sì, gli scavi. A me, però, non mi hai portato a
visitare gli scavi.»
Insomma, un casino.
A questo punto fu Cazzaniga a mettere Bellavista
sotto accusa.
«Gennaro, sia chiaro, questi sono fatti tuoi e io non
ci voglio entrare. Ti prego solo di non fare sciocchezze.
Tu magari pensi che Napoli sia una grande città, ma in
questo ti sbagli: Napoli è un insieme di piccoli paesi.
Ebbene, come tu ben sai, in un paese non è possibile
nascondere niente a nessuno. Prima o poi tutti vengono
a sapere tutto.»
« Ma ti assicuro, Renato mio, che non è successo as -
solutamente nulla. Lo sai come sono fatti i ragazzi
d'oggi: sognano a occhi aperti, e quella sciocchina si è
messa a scrivere una lettera. Tutto qui. Sono le nostre
gentili signore a farne un dramma. Io che c'entro?»
«Gennaro, tra di noi dobbiamo essere sinceri. Io ti
capisco. Una volta all'Alfa avevo una segretaria che era
uno schianto. Un giorno la mandai in archivio a
prendere una pratica e lei mi chiese di accompagnar la
perché temeva di non aver capito bene a quale pra tica
mi riferissi. Ebbene, non ci crederai, ma mentre
stavamo laggiù ci fu un black-out. Non feci in tempo,
però, ad accendere un cerino che lei già mi era salta ta
addosso. Mi disse: "È da sempre che ti voglio" e tentò
anche di baciarmi. Ma io non persi il controllo, eppure
Dio solo sa quant'era bella! Con questo non
voglio dire che un uomo non possa avere di tanto in
tanto qualche avventura extraconiugale, a patto, però,
che questo rapporto avvenga lontano da casa, molto
lontano, che so io... con una straniera e in un paese
straniero. Altrimenti si caccia nei guai.»
Lo scandalo, infatti, finì in portineria. Il primo a
parlarne, ovviamente, fu Saverio. Raccontò agli ami ci
che Bellavista gli aveva chiesto in prestito il suo ap -
partamentino «per meglio concentrarsi su Pitagora».
Chi fosse, però, questa Pitagora lui proprio non lo sa -
peva. Aveva avuto solo dei sospetti ma non più di
questo. Finché, un bel giorno, cominciò a capire: il
professore si era intrattenuto nel suo ammezzato per più
di mezzora con una giovane signorina.
«Signori miei, ho visto Pitagora!» annunciò Save rio
a gran voce entrando in portineria. «Ebbè, non ci
crederete, ma Pitagora non è una donna, è una
guaglioncella, una che secondo me non tiene nemmeno
vent’anni. Lui si credeva di farmi fesso, ma con me è
difficile. Io nella vita, se avessi studiato, avrei potuto
fare il detective meglio dell'ispettore Derrick. Li ho
visti entrare tutti e due: uno prima e una dopo, ma si
vedeva dalla faccia che avevano "il marìuolo in corpo".6
Allora mi sono messo a origliare alla porta e, dato che
la casa è piccola, ho sentito anche i sospiri. Poi sono
usciti, sempre uno prima e l'altra dopo. E io, non per
curiosità, ma solo per capire come stavano le cose, sono
entrato e ho trovato tracce inequivocabili di un rapporto
carnale. Il letto smosso, un cuscino per terra e le
lenzuola sottosopra.
6 II complesso di colpa.
Insomma, amici miei, Bellavista e Pitagora ave vano
fatto la schifezza e l'avevano fatta a casa mia!»
«Gesù, Gesù, mi sta crollando il mondo addosso!»
esclamò esterrefatto Salvatore. «Ma come può essere?
Uno come il professore Bellavista, uno che è la
saggezza stessa fatta persona, un filosofo, un uomo di
settant’anni che se ne va a letto con la prima che capita.
Ma, a proposito, chi è questa Pitagora?»
«Ora io non mi vorrei sbagliare,» rispose Saverio,
abbassando un pochino la voce «ma tu li hai mai vi sti
quei tre ragazzi che vengono a studiare dal professore il
martedì e il venerdì? Ebbene, io sarei pronto a giurare
che Pitagora è la ragazza.»
«Ma chi, Jessika?» chiese Salvatore. «Io la conosco
benissimo. Una volta ebbe bisogno della toilette e mia
moglie la fece accomodare.»
«E io continuo a non crederci» obiettò Luigino. «Per
me Bellavista è un poeta: non me lo riesco a
immaginare mentre si sbottona i pantaloni. E se è
successo, allora vuol dire che l'amore non conosce
confini, né di spazio né di tempo. E a questo punto è
mio dovere esternare un pensiero poetico:
L'ammore vero nun sape fa 'e cunte.
L'ammore vero resta sempe giovane.
Tene sulo nu chiuovo fisso: l’anne
passano pe' l'ate e no pe' isso.»7
Applausi dei presenti.
7 L'amore vero non sa fare i conti. / L'amore vero resta sempre
giovane. / Ha solo un chiodo l'isso: gli anni / passano per gli altri e
non per lui.

XI

Giada

Giada sì che era un problema: aveva vent’anni, quasi


ventuno, e frequentava ancora la terza liceo. A diciot to
si era messa con un tossico, un certo Giangi detto
«Veleno», ed era finita nel giro della droga. Arrestata
per spaccio insieme al suo ragazzo, dopo un anno
passato a Nisida per disintossicarsi, era stata obbligata
dal padre a riprendere gli studi ed era diventata la
migliore amica di Jessika, con grande preoccupa zione,
ovviamente, dei genitori di quest'ultima.
«Ti giuro mamma che adesso non si fa più!» ave va
detto Jessika a sua madre. «Nemmeno una paglia si
stizza, te lo giuro! Dovessi tirare le streppe mò mò se ti
sto mollando una bufala. Pensa che sabato alla Gabbia
ci hanno offerto una cala e lei li ha mandati tutti
affanculo.»
La mamma di Jessika non sa che la cala è una pa -
sticca d'ecstasy ma, vuoi per le compagnie della figlia,
vuoi per il linguaggio, vuoi per quello che legge sui
giornali, è davvero avvilita. Un giorno, tormenta ta dai
dubbi, si va a sfogare con Bellavista.
«Professore, ma lei si rende conto dove siamo ar -
rivati? La compagna di banco di mia figlia è una
drogata... è una che è appena uscita dal carcere!»
«No, signora, Nisida non è un carcere, è un cen tro di
recupero» la conforta Bellavista. «Sua figlia, poi, è una
brava ragazza. Ignorante come una capra, non dico di
no, però intelligente. Io, un giorno, ho affrontato con
lei il problema droga, e quello che più mi ha colpito è
stata la sua maturità. "Ho visto troppi ragazzi in manca,
mi ha detto, per farmi segare".»
«In manca?»
«In manca vuol dire in astinenza» precisa il pro -
fessore. «Signora mia, lei deve imparare il linguaggio
dei giovani. Io, a forza di frequentarli, sono di ventato
un gergologo. Come le dicevo, "in manca" vuol dire in
astinenza; "in botta", quando si è sotto l'effetto della
cocaina; "skunkiare" sta per prepararsi uno spinello, e
"stubazzare" sta per fumarselo insieme agli amici.»
«E la "paglia" che cos'è?» chiede la signora.
«È una sigaretta.»
«Ah, meno male.»
Sempre da confidenze avute da Jessika, Bellavista ha
saputo che anche Giada ha una relazione con un uomo
anziano, un over per dirla alla loro maniera. Pare che
sia un ricco commerciante di piazza Mercato,
felicemente sposato e padre di quattro figli.
«E tu come te lo spieghi?» le aveva chiesto Bella -
vista.
«E una storia che è troppo una storia» aveva ri sposto
lei. «All'inizio ci andò solo per farsi dare i dinderi. Pare
che la prima volta gli abbia battuto addirittura un
palo...»
«Un palo?»
«Sì, un milione. Poi, che vuoi che ti dica? Si sarà
acchiocciolata. Lui la chiama ninna, lei lo chiama
nonno. Io c'ho parlato e mi sono accorta che ci sta
dentro di brutto. A vederlo sembra uno ganzo: sempre
in tiro, sempre in giacca e cravatta, e con tutti che ne
parlano occhei. Giada mi ha fatto giurare che non avrei
mai fatto il suo nome. Lui, comunque, si chiama Arturo
Cacciapuoti e ha un negozio di tessuti all'ingrosso.»
A Bellavista la notizia di non essere l'unico amante
anziano di un'allieva della terza C del liceo Umberto I
fece piacere. Era preoccupato, piuttosto, che Jessika si
confidasse troppo con l'amica. La discre zione, diciamo
la verità, non era il loro forte.
«Ti prego, Jessika, di non raccontare mai a nessu no
quello che è successo fra noi. Niente a Giada, niente a
Giacomo e soprattutto niente a Peppino. Io, al solo
pensiero che tua madre, un giorno, lo possa venire a
sapere, mi sento male.»
«Mia madre si preoccupa solo dei tossici. Anzi, sai
che ti dico? Che se sapesse che io e te abbiamo
sbordelliato ne sarebbe addirittura contenta.»
«Non lo dire neanche per scherzo. Io mi sento in
colpa come tu nemmeno puoi immaginare.»
E un giorno Bellavista conobbe Giada: era venuta a
casa sua, a fine lezione, a prendere Jessika. Lei però,
Jessika, era già andata via.
«La puoi chiamare sul cellulare» le disse Bellavi sta.
«Se vuoi, usa pure il mio telefono.»
Giada entrò nello studio e provò a chiamare l'amica,
ma non riuscì a mettersi in contatto. Il telefo nino di
Jessika era disattivato.
«Cazzo!» esclamò. «Mai una volta che questi cazzi
funzionino! E una volta non c'è campo, e un'altra non
sono accesi, e un'altra li trovi occupati, e un'al tra cade
la linea!»
A vederla, Giada, sembrava normale. Oddio normale:
diciamo che lo era come lo può essere una ragazza dei
nostri giorni: anche lei con l'ombelico scoperto, gli
zatteroni e i jeans sdruciti, ma, Dio sia lodato, almeno
senza piercing. Questo dell'ombelico scoperto era per
Bellavista un fenomeno davvero inspiegabile. Gli
anziani ne restavano scioccati e i ragazzi non se ne
accorgevano nemmeno. «E poi mi chiedo» era solito
dire il professore «come mai non sentono freddo?
Siamo in pieno inverno e queste benedette figliole
vanno in giro per strada con la pancia di fuori!»
Mentre Giada tentava di mettersi in contatto con
Jessika, Bellavista le fece le domande di rito.
«Come vai a scuola?»
«Io bene. È la scuola che non va bene.»
«Perché? Cosa c'è che non va?»
«Ho letto che ognuna di noi costa allo Stato quindici
milioni l'anno. La mia scuola, allora, svoltereb be a
darmi subito la matura. Risparmierebbe una cifra e
farebbe contento il vecchio.»
«Immagino che il vecchio sia tuo padre?»
«Sì, è lui il vecchio, però è sempre meno vecchio di
te: lui, perlomeno, ha ancora i capelli neri.»
Questa era Giada: dava del tu a tutti e diceva sempre
quello che pensava.
Bellavista, allora, quasi per vendicarsi di essere stato
chiamato vecchio, decise di metterla in diffi coltà
parlando di droga.
«E con il passato come va? Lo hai mollato quel tuo
ex, quello che spacciava?»
«Sì, ho levato mano. Ma con voi anzianucci il discorso
roba non si può fare. Dovreste prima provare e
poi parlare, e invece avete l'abitudine di sprolo quiare su
tutto e su tutti senza essere mai stati una volta sola a un
rave party.»
«Scusami, ma non sono d'accordo» dissentì subi to
Bellavista. «Secondo me, non è necessario conoscere
queste feste che dici tu per capire che con la droga se
ne parte il cervello.»
«E invece è indispensabile! Una sta lì che le rode il
culo, è incazzata nera, le è scesa già la catena, sta alla
frutta e vorrebbe morire. A quel punto arriva un figlio
di puttana che se la vuole quattare e le offre una cala.
Lei che fa? Se la butta nel cannarone senza farsi troppe
pippe mentali. Tanto, pensa, peggio di così non può
andare.»
«Senti,» la interruppe il professore, intenzionato,
questa volta, a dirgliene quattro, «se proprio lo vuoi
sapere, io sono favorevole alla droga, all'ecstasy e a
tutte quelle porcherie che prendete voi giovani!»
«Come sarebbe a dire, che sei favorevole?» chiese lei
cominciando a insospettirsi.
«Lo sai quanti siamo sulla Terra? Siamo sei mi liardi.
Alla fine del secolo scorso eravamo solo due miliardi.
Come dire che ci siamo triplicati nel giro di cento anni.
Ebbene, se andiamo avanti di questo passo, tra altri
cento anni diventeremo venti miliardi. Ora, la natura
non è in grado di mantenerci tutti, e quindi che fa?
Pensa e ripensa e s'inventa l'ecstasy. Così almeno, dice
la natura, faccio morire i più stupidi. Tutto questo non
te lo dico io, ma te lo dice Darwin. Lui la chiamò Legge
di selezione naturale.
In altre parole, la legge di Darwin sostiene che se sei
stupida ti prendi la droga, e muori prima, se invece sei
intelligente non te la prendi, e muori dopo. Ora, se
permetti, io preferisco che muoiano prima quelli come
te, che sono stupidi, e poi quelli come Giacomo, che
sono intelligenti.
«Jessika me l'aveva detto che sei un po' stronzo. Io
non ci credevo, adesso, però, mi accorgo che c'ha preso
in pieno.»

XII

Bentham

Giacomo arriva a casa Bellavista con un quarto d'o ra di


anticipo. Ha preso otto in filosofia e non vede l'ora di
comunicarlo al professore. È venuto un po' prima per
poterglielo dire di persona. Ha paura che gli amici lo
sfottano. Poppino, ad esempio, lo accusa sempre di
voler fare il primo della classe, e Jessika non perde
occasione per insinuare che lui è ancora vergine proprio
per colpa dello studio. «Questi, comunque, sarebbero
affari miei!» avrebbe voluto ribattere lui, ma contro
certe accuse non ce difesa che tenga. Lo studio, poi,
non c'entrava per niente. Al massimo lo si sarebbe
potuto prendere in giro per l'eccessiva timidezza.
Bastava, infatti, che una bella ragazza gli rivolgesse la
parola perché lui diventasse rosso come un garofano.
«E cosa ti ha chiesto?» s'informa Bellavista.
«Tutto su Schopenhauer, e quando gli ho raccontato
che Schopenhauer considerava la filosofia di Hegel una
zuppa nauseabonda e ripugnante si è messo a ridere. Gli
ho citato quel passo dove definisce Hegel un volgare
ciarlatano. 11 fatto è che il mio professore odia Hegel
più di ogni altro filosofo al mondo
e ha simpatia per tutti quelli che ne parlano male. Io lo
so e, come vedo la possibilità d'infilarci dentro una
qualsiasi malignità nei confronti di Hegel, ne
approfitto.»
«Sei proprio bravo, ma ora dimmi una cosa: hai già
deciso a quale facoltà t'iscriverai il prossimo anno?»
«Questo è il mio problema» confessa Giacomo.
«Certe volte penso che mi piacerebbe continuare con la
filosofia, altre volte, invece, vengo attratto dalla
matematica. Il guaio è che non esiste una fa coltà di
matematica e filosofia.»
«Hai proprio ragione» concorda Bellavista. «An ch'io
ho sempre pensato che le lettere non c'entrano niente
con la filosofia. È la matematica, infatti, quella che
presuppone una mentalità filosofica. Lo zero e
l'infinito, prima ancora di essere due numeri, sono due
concetti filosofici.»
«Mio padre, però, non vorrebbe che facessi né
matematica né filosofia. Preferirebbe che m'iscrivessi a
ingegneria o a medicina. Proprio l'altro ieri mi ha detto:
"Giaggià, se nella vita ti vuoi morire di fame devi fare
il professore!".»
«A chi lo dici!» esclama Bellavista. «Ma ora toglimi
una curiosità: cosa pensi che faranno Peppino e Jessika
dopo la maturità? Secondo te andranno al l'università? E
dove s'iscriveranno?»
«E chi li capisce quelli lì!» risponde Giacomo.
«Peppino vorrebbe fare il calciatore, o, quanto meno,
l'allenatore, e Jessika l'attrice di cinema o la "ve lina" a
"Striscia la notizia". Ma per il momento non fanno che
litigare.»
«A proposito, è un po' di tempo che vedo Peppino e
Jessika beccarsi di continuo. È forse successo qualcosa
che io non so?»
Giacomo non risponde. Evidentemente sa dei fatti ma
non li vuole dire. Ha paura di passare per spia. Poi, data
l'insistenza di Bellavista, si decide a parlare.
«Veda, professore, a settembre è successa una cosa...
Eravamo andati tutti a Paestum per la gita scolastica di
inizio d'anno. Mentre noi, con la Biagini, visitavamo il
tempio di Nettuno, Peppino convinse Jessika a entrare
in una postierla, una specie di antro che sta in mezzo
alle mura, dopodiché ci provò di brutto. Lei, però, lo
mandò subito a quel paese e gli disse: "Puzzi ancora di
latte e vuoi fare già lo sciupafemmine", o qualcosa del
genere. Certo è che da quel giorno Peppino la odia. Ma
eccoli qui: sono arrivati.»
E, difatti, è appena squillato il campanello. La si -
gnora Bellavista va ad aprire e li fa entrare: Peppino è
incavolato nero.
«Mannaggia 'a morte, Giaggià, ma ci vuoi avvisare
che venivi per i fatti tuoi? Ti abbiamo aspettato un
quarto d'ora fuori la stazione della metropolitana come
due imbecilli!»
«Va bene,» taglia corto Bellavista «adesso, però, non
perdiamo tempo. Sedetevi e cominciamo.»
I ragazzi si accomodano. Peppino come sempre è in
tuta da ginnastica mentre Jessika è elegantissima. In
pratica è vestita da signora: ha perfino i tacchi al ti.
Sembra quasi un'altra persona. A vederla, le si
potrebbero dare anche venticinque anni.
Bellavista è incuriosito: vorrebbe chiederle il per ché
di tutta quella eleganza, ma si astiene dal farlo e dà
inizio alla lezione.
«Oggi parleremo degli utilitaristi.»
«Perché si chiamavano così?» chiede Giacomo.
«Perché miravano all'utile, o, per meglio dire, a ciò
che nella vita si pensava fosse l'utile. Il primo
utilitarista della storia fu l'inglese Jeremy Bentham.
Come carattere, diciamolo subito, era un introverso. Era
uno che non amava parlare con gli estranei e nemmeno
con i colleghi. Come scrittore, invece, fu molto
prolifico, ma scriveva solo per se stesso. Non gli
importava che qualcuno lo leggesse, e difatti non
pubblicò mai niente di sua iniziativa. Furono gli al tri,
gli amici, che in un secondo momento, e quasi di
nascosto, passarono i suoi manoscritti agli editori.»
«Ho capito: anche oggi abbiamo l'imbranato di
turno» riassume Peppino, per poi passare al suo argomento
preferito. «Con le donne, quindi, immagi no
che anche Bentham era messo male.»
«Probabilmente sì,» conferma Bellavista «ma non era
quello il problema. Per Bentham il Bene non erano le
donne, ma il piacere spirituale. Per lui il Male era il
dolore, sia quello fisico che quello psichi co, ragione per
cui una situazione diventava più o meno angosciosa a
seconda che comportasse più o meno dolore.»
«E bravo Bentham!» critica Peppino. «Ha fatto la
scoperta del cavolo!»
«E statte zitto Peppì!» lo sgrida Giacomo. «Stai
sempre a parlare, sempre a dire sciocchezze! Sei so lo
capace di farmi perdere il filo.»
«Nasce così» conclude Bellavista «il principio del la
massima felicità collettiva, ovvero della somma delle
felicità individuali. Ed è proprio qui che casca l'asino:
la felicità collettiva non sempre coincide con la somma
delle felicità individuali. In alcuni casi, anzi, è
addirittura il contrario.»
Giacomo non ha afferrato bene il concetto e chiede
maggiori spiegazioni, e anche Jessika e Peppino
vorrebbero saperne di più.
«In che senso il contrario?» chiedono i ragazzi.
«Nel senso che la felicità di un individuo spesso
coincide con l'infelicità di un altro individuo. Ragio ne
per cui quella di un unico essere umano può aumentare
senza che per questo aumenti la felicità collettiva. Per
capirci meglio facciamo un esempio: supponiamo che
io, in questo momento, per essere felice, e comprarmi
tutto quello che desidero, fossi costretto a rubare i soldi
che voi avete in tasca...»
«E che acchiappate, professò?» è il commento
sarcastico di Peppino. «Se siete proprio fortunato, e
indovinate la giornata giusta, arrivate sì e no a ven -
timila lire!»
«Alla fine,» continua Bellavista «io sarei più con -
tento e voi meno. Oppure, supponiamo che la cosa che
più desideri al mondo sia il potere, e che per di ventare
il capo assoluto dell'azienda in cui lavoro dovessi
eliminare il capo che mi sta davanti. Anche in questo
caso il mio piacere si scontrerebbe con quello di un
altro individuo. Insomma, dicono gli utilitaristi, l'unico
modo per accontentare tutti è quello della misura,
ovvero il saper ripartire la felicità generale in tante
felicità individuali.»
«Voi uomini» s'intromette Jessika «parlate sempre di
denaro e di potere, ma a questo mondo ci sono co se
ancora più importanti che, anche volendo, non si
possono smezzare. Prendiamo ad esempio l'amore, e
supponiamo che adesso voi tre: lei, Peppino e Giaggià,
v'innamoriate tutti e tre di me e che io...»
«Ma chi?» la interrompe Peppino. «Noi innamorarci
di te? Ma fammi il piacere! Solo un imbecille si può
innamorare di una come te. Saresti pure ravanabile,
non dico di no, ma da qui a perdere la testa ce ne corre.
La verità è che tu, figlia mia bella, te la tiri un po'
troppo: credi di avercela solo tu.»
«Eppure conosco uno che proprio in questi giorni sta
sotto di brutto per colpa mia» comunica la ragazza
senza, però, guardare Bellavista.
«E chi è? Un evaso dal manicomio?» ironizza Pep -
pino.
«Basta così!» ordina il professore, un po' preoccupato
per la piega che sta prendendo la conversazione.
«Ma vediamo piuttosto se Jessika ha intuito quale fu il
vero inghippo in cui si andò a cacciare Bentham.»
«Volevo dire» chiarisce Jessika «che se tutti e tre vi
siete intrippati della sottoscritta, almeno due saranno
condannati a rosicare, dal momento che io ne potrei
accontentare solo uno.»
«E chi l'ha detto?!» contesta Peppino. «Potremmo
sempre fare l'amore di gruppo: mettiamo tre mate rassi
per terra e poi come capita capita.»
«Calma, ragazzi, calma!» frena Bellavista. «Jes sika
ha capito un dato fondamentale: la felicità di un
individuo inizia lì dove finisce la felicità di un altro
individuo. Allora bisogna chiedersi: qual è il vero
obiettivo che ci dobbiamo pone nella vita? E già perché
se si tratta della felicità individuale è un conto, se si
tratta di quella collettiva è un altro. Tommaso Hobbes,
con il suo homo homini lupus, consigliava a ogni essere
umano di farsi i fatti suoi. Nietzsche, dal canto suo,
credeva nell'appagamento dei "pochi" a scapito dei
"molti", e gli antichi romani erano convinti che il
summum bonum altro non potesse essere che il benessere
di tutti.»
«D'accordo,» interviene di nuovo Jessika «ma mentre
per i soldi, le tasse e le pensioni si può sempre
ricorrere alla misura, per l'amore non c'è niente da fare:
o si ama o non si ama. Ritornando, quindi, all'esempio
di prima, io potrei voler bene solo a uno di voi...»
«... e tanto per sapere,» chiede Giacomo «chi sceglieresti?
»
«Ovviamente il professore» risponde la ragazza
ridacchiando.
Il che provoca l'immediata reazione di Peppino:
«Nun ce sta niente 'a fa: 'e femmene sò tutte zoccole. Chesta,
pure 'e s'arruffianà 'o professore, sarebbe capace 'e dicere
quarsiasi cosa!»8
«Adesso basta davvero» taglia corto Bellavista, alquanto
imbarazzato per la dichiarazione pubblica di
Jessika, «e continuiamo la nostra lezione sugli
utilitaristi. A cercare di risolvere il conflitto tra la fe -
licità individuale e quella collettiva pensarono gli al -
lievi di Bentham e in particolare i due Mill, padre e
figlio: James Mill e John Stuart Mill. Prima, però, di
affrontare il pensiero di questi due signori, cerchiamo
di capire che cos'è la felicità. Per Epicuro non era il
godimento fine a se stesso, ma l'assenza del dolore, e
quelli che lo hanno criticato, dandogli del lo
sporcaccione, erano tutti in malafede. Il vero uti -
litarista, quindi, non mira al piacere tout court, ma al
cosiddetto non-dolore.»
«E con i masochisti come la mettiamo?» obietta
giustamente Giacomo.
«Chi sono i masochisti?» chiede Peppino.
8 Non c'è niente da fare: le donne sono tutte prostitute. Questa, pur di
arruffianarsi il professore, sarebbe capace di dire qualsiasi cosa!
«Quelli che preferiscono il dolore al piacere» risponde
Giacomo.
«Ma perché, esistono?» chiede ancora Peppino.
«Certo che esistono,» risponde Bellavista «e sono la
maggioranza. I cristiani, ad esempio, sostenendo che
"siamo nati per soffrire" e che solo nell'aldilà potremo
vivere la vera vita, sono dei masochisti. E difatti,
mentre Epicuro predica il piacere immedia to, i cristiani
hanno sempre rimandato la felicità a un domani tutto da
venire. Non parliamo, poi, degli islamici: loro si
sentono pressoché obbligati a soffrire e non trovano
pace finché non procurano un po' di sofferenza anche
agli altri, in particolare agli infedeli. In compenso,
però, una volta defunti, vivranno una vita eterna in un
paradiso pieno di attrazioni e andranno ogni sera a letto
con le Uri del Profeta. Insomma, la cultura del dolore
ha sempre avuto numerosi seguaci, ed è di sicuro più
diffusa della cultura del piacere. Perfino certi partiti
politici hanno finito con l'adottarla. Prendiamo, tanto
per citarne uno, il partito comunista: il suo credo non è
la felicità del presente ma quella del futuro. Non a caso
hanno sempre parlato del "sole dell'avvenire".»
«Allora noi siamo delle eccezioni?» conclude Peppino.
«Io, per esempio, se stasera potessi andarme ne in
pizzeria con una certa Barbara, che ha due tette reggae
di questa posta, per poi infrattarmi con lei sulle
campagne dei Camaldoli, non chiederei niente di più
alla vita.»
«E faresti bene» approva Bellavista. «Ma andiamo
avanti con gli utilitaristi. In un certo senso, lo stesso
Socrate potrebbe essere considerato un utili tarista ante
litteram. Basta ricordarsi quella volta in cui, discutendo
con Protagora, definì troppo teorica
l'etica dei sofisti. "Senz'altro," disse "è degna della
massima considerazione, ma è ancora più impor tante la
sua applicabilità alla vita quotidiana."»
«Non ce niente da fare, Socrate è sempre Socra te!»
esclama Giacomo. «Qualsiasi cosa dice, la dice sempre
con i piedi per terra.»
«Proprio così» conferma Bellavista. «Più utilitari sta
di lui non c'è nessuno. I due Mill, comunque, affrontarono
il problema della felicità generale e arri -
varono a questa conclusione: "È possibile ottenere una
relativa felicità media, a patto di punire quelli che
esagerano nei desideri". In altre parole, scopri rono
l'importanza delle leggi che prevengono gli abusi.»
«Professore,» chiede Peppino «io le vorrei fare un
altro esempio: supponiamo che io, adesso, per la mia
felicità individuale, volessi andarmene via perché ho un
appuntamento con degli amici con i quali dovrei
giocare a pallone, a chi recherei dispiacere se me ne
andassi un quarto d'ora prima?»
«A me che ti voglio bene,» risponde Bellavista «e
che non mi rassegno all'idea di vederti crescere
ignorante.»

XIII

L'Angelo azzurro

«Ebbene, non ci crederai, ma io Gennaro l'ho cono -


sciuto proprio grazie al bridge. Ero ancora una ra -
gazzina, quando un bel giorno mi presentarono questo
professor Bellavista. È un grande campione, mi dissero,
e io che volevo imparare a giocare a bridge cominciai a
frequentare il circolo insieme a due mie amiche. Lui per
me era già un vecchio, o almeno così mi sembrava. Per
la precisione aveva trentatré anni e io ventidue. Ma,
nonostante la differenza di età, cominciò subito a farmi
la corte, e così, una partita oggi e una partita domani, lo
sai come vanno poi queste cose, finimmo con lo
sposarci nel giro di sei mesi.»
A parlare è Maria Bellavista. Siamo a casa dei
Cazzaniga e si sta festeggiando la vittoria delle due
signore a un torneo femminile di bridge. Intorno al
tavolo da pranzo sono seduti in sei: i due Bellavista, i
due Cazzaniga, la figlia Simona e il di lei marito
dentista.
«Ora io ti chiedo» continua la signora Maria rivolgendosi
all'amica «come può essere che un uomo,
che una volta è stato un campione, si rincoglionisca da
un giorno all'altro al punto da non essere
più capace di tenere le carte in mano. Insomma, la
settimana scorsa, quando tu stavi a letto con l'in fluenza,
dovendo partecipare al torneo del lunedì, ho avuto la
malaugurata idea di portarmi dietro Gennaro. Ebbene,
roba da non credere: non ho mai apparato tante figure di
niente come quel giorno lì. Ma come? Io ho i miei bravi
dodici punti e apro di un fiori, Gennaro mi risponde due
picche, forzante a manche. Io, allora, avendo aperto col
minimo, chiudo a quattro picche. L'avversario attacca di
kap- pa di cuori e Gennaro, senza il minimo sforzo, si
fa tutte le tredici prese, l'una dopo l'altra. Lo sai che
aveva? Aveva asso kappa donna nove otto e due a
picche, asso quattro e tre a cuori, asso e due a qua dri,
kappa e donna a fiori! Quando gli chiedo come mai, con
tutto quel ben di Dio, non è andato a slam, lo sai che mi
ha risposto? Ha detto: "Ma io veramente, tesoro, non ti
ho sentito quando hai aperto di un fiori. Pensavo che
fossi passata". Ora, dimmi tu: che debbo fare?»
«Nicht, non puoi fare nicht» risponde la signora
Cazzaniga. «Lui non è più un ciocatore, lui un'altra
perzona. Tu tevi avere crante pazienza, ma proprio
crante crante.»
La cameriera filippina porta in tavola il risotto e
Bellavista ne approfitta per cambiare discorso.
«Diciamo la verità: noi napoletani non abbiamo mai
amato il riso, a meno che non ci sia servito sot to forma
di timballo con dentro le polpettine, i piselli, i pezzetti
di uovo sodo, i fegatelli e il fior di latte. Noi lo
chiamiamo sartù.»
«Anche noi in Cermania facciamo qvesto» informa la
signora Cazzaniga.
«A casa mia, quando ero ragazza, ci mettevano
dentro anche le salsicce e i friarielli» aggiunge la
Bellavista. «Poi un giorno mio padre protestò. Disse a
mia madre: "Tu hai deciso di uccidermi, e la cosa più
perfida è che per farlo hai scelto un sistema che non
può essere perseguito dalla legge!".»
«Ma stasera che ce in televisione?» chiede all'improvviso
Simona.
«Rai Tre trasmette un film bellissimo, L'Angelo azzurro
di von Sternberg» le risponde il marito.
«È un film che a occhio e croce dovrebbe avere la
mia età: settant’anni» avverte Bellavista. «La prota -
gonista è la famosa Marlene Dietrich. Ora, che io
sappia, fu la prima volta che si videro al cinema un
paio di gambe di donna completamente scoperte. Mi
ricordo che all'epoca, anche solo andarlo a vedere,
equivaleva ad aver commesso peccato mortale.»
Ed eccoli lì, tutti e sei davanti alla televisione. Il
film mostra il professor Immanuel Rath, un uomo sui
sessanta, insegnante di letteratura al ginnasio civico.
Rath è una persona sensibile. Lo vediamo che si prende
il caffellatte di prima mattina e che si alza per dare un
pezzetto di zucchero al canarino, quando, aprendo la
gabbia, si accorge che il canarino è morto stecchito.
Lui ci resta malissimo, e la came riera, più sbrigativa,
glielo leva di mano per poi gettarlo nella stufa.
«Che bravo questo attore!» dice Cazzaniga. «Come
si chiama?»
«Se non sbaglio Jannings, o qualcosa del genere,»
risponde Bellavista «e più va avanti il film, più lui
diventa bravo. Altro che Marlene Dietrich!»
«E li pareva!» commenta la signora Maria. «Se non
dice ogni tanto una cosa contro le donne, non è lui.»
«Ma come sei polemica!» protesta il professore.
«Oggi, poi, sei insopportabile!»
Il professor Rath entra in classe e trova tutti gli
studenti in grande eccitazione. Si stanno passando di
mano in mano una cartolina che ritrae una balle rina con
le gambe nude: è il messaggio pubblicita rio di un locale
chiamato L'Angelo azzurro. Il professore rimprovera
duramente i ragazzi e si riserva di prendere gli
opportuni provvedimenti, quando, all'uscita, il primo
della classe gli confida in gran segreto che ogni notte
alcuni dei suoi compagni escono di nascosto dal
collegio per andare a vedere «le donnacce». Rath,
allora, decide di coglierli sul fatto. Sennonché, nel
corso dei pedinamenti, finisce nel camerino di Marlene
Dietrich. Lui è arrabbiatissimo, ma lei lo mette subito a
posto. Gli ricorda che è entrato senza nemmeno
chiedere permesso. Al che il professore si scusa e senza
volere le fa cadere di mano la scatolina della cipria. Nel
tentativo, poi, di raccoglierla, finisce con la testa tra le
gambe della ballerina e a quel punto per lui è finita: con
ogni probabilità è la prima volta che vede così da vicino
le gambe di una donna. Indugia inebetito sotto il
tavolino finché lei, la bella Lola, non gli chiede:
«Professore, ma che fa? Perché non si rial za? Quando
ha finito mi mandi una cartolina». Da quel momento la
situazione precipita. Rath perde completamente la testa.
Si ubriaca, finisce nel letto di Lola e, per via dello
scandalo, qualche giorno dopo viene cacciato dal
ginnasio. Per sopravvivere
non trova altro lavoro che vendere le cartoline di Lola
al pubblico in sala.
«Poverino, mi fa una gran pena!» commenta Simo na
durante l'intervallo pubblicitario. «Ormai non è più lui.
Ma io non credo che un uomo si possa ridurre in questo
stato. Mi chiedo come andrà a finire.»
«E come vuoi che vada a finire?» le risponde aci da
Maria Bellavista. «Quando un disgraziato perde la testa
per una donna di quel genere, il suo destino è segnato!»
Nel secondo tempo la compagnia dell'Angelo az zurro
va in tournée e Rath, travestito da clown, di venta
l'assistente del prestigiatore. Dopo cinque anni lo
spettacolo torna nella sua città natale. Vengono appesi
manifesti che ne annunziano l'arrivo. L'attesa è enorme.
Il teatro è pieno zeppo in ogni ordine di posti. Sono
presenti il sindaco, i colleghi del ginnasio e tutti gli ex
allievi del professore. Lui entra in scena fra gli
sghignazzi del pubblico. Sennonché, proprio mentre si
sta esibendo, un attore dietro le quinte si mette a
corteggiare Lola. Rath se ne accorge e ci resta
malissimo. Il prestigiatore, intanto, gli ha estratto dal
cilindro una colomba e, dopo avergli schiacciato in
testa un uovo, gli chiede di fare chicchirichì. Rath in un
primo momento si rifiuta, poi, vedendo il giovanotto
baciare Lola, lancia in aria un chicchirichì terribile e si
precipita sul retro nel disperato tentativo di strangolare
la compagna infedele. Verrà trovato morto, il mattino
dopo, aggrappato alla sua cattedra come un naufrago a
un relitto.
Appare la scritta FINE e nessuno fiata. Tutti, però,
stanno pensando la stessa cosa: il professor Bellavi sta
altri non è che il professor Rath. Anche lui, infat ti, si è
rincoglionito per una donna molto più giovane e anche
lui, prima o poi, finirà col gridare chicchirichì.
«È proprio terribile questo film!» commenta di
nuovo Simona. «Però non è verosimile. Un uomo di
quell'età, e soprattutto un uomo di cultura, non potrebbe
mai ridursi in quello stato!»
«Ma sì che potrebbe!» esplode Maria Bellavista che
ormai non ce la fa più a trattenersi. «A un playboy
magari queste cose non possono succedere, ma a uno
sprovveduto come quel professore, sì. Per dir la in altre
parole, lui ha scoperto il sesso in tarda età, e a quel
punto non è stato più capace di venirne fuori.»
«Jawohl,» commenta la signora Cazzaniga «ma allora
vuol tire che non era così intellicente come tutti noi
cretevamo. Sono mortificata che qvesto Ancelo azzurro
sia tetesco. Chieto scusa.»
«Che sia italiano o tedesco non ha alcuna impor -
tanza» la conforta il marito, dando un'occhiata di sbieco
a Bellavista. «Quello che spaventa, piuttosto, è la vita
con i suoi imperscrutabili disegni. C'è un angelo
azzurro in agguato per ognuno di noi. Prima o poi ci
salterà addosso, e quel giorno dipenderà da noi saper
trovare il modo di uscirne vivi.»

XIV

La distrazione

«Gennaro, ti debbo parlare.»


«Prego, dimmi tutto.»
«Veramente preferirei parlarti per strada. Andiamoci
a prendere un caffè. Oggi tocca a me.»
«No, ti sbagli, tocca a me: ieri hai pagato tu.»
«D'accordo, ma andiamo.»
È molto presto, non sono ancora le sei e trenta.
Cazzaniga non ha quasi dormito al pensiero di quel lo
che avrebbe dovuto dire il giorno dopo a Bellavi sta, e
ora sta lì, più imbarazzato che mai, che non sa
nemmeno come cominciare. Da parte sua il professore
quel discorso se lo aspettava e come. Era sicuro che
Cazzaniga sarebbe venuto da lui alle prime luci
dell'alba per parlargli dell'Angelo azzurro. La sera prima,
infatti, quando si erano salutati, gli era bastato un
rapido sguardo di sbieco per intuire tutto quello che
l'amico gli avrebbe voluto dire e che inve ce, per ovvie
ragioni, non gli aveva detto.
Come sempre vanno agli chalet di Mergellina e si
seggono all'aperto malgrado faccia ancora freddo. Il
locale a quell'ora è deserto: di clienti nemmeno
l’ombra, e tanto meno di turisti. C’è solo un addetto
alla Nettezza urbana che, un attimo prima di dare inizio
alla sua giornata lavorativa, si sta inzuppando un
cornetto alla crema nel cappuccino.
«Uno macchiato per il dottore e uno al vetro per me»
aveva detto Bellavista entrando, per poi ricorda re al
cameriere: «Il mio col dolcificante, per favore».
Il professore a Mergellina era considerato un clien te
di riguardo. Tra l'altro pagava le consumazioni al tavolo
a tariffa ridotta, come se le avesse prese al banco.
Un'attenzione questa che gli era dovuta vuoi per ché
abitava in quel quartiere da più di trent’anni, e vuoi
perché era pur sempre un uomo di cultura.
Bevuti i caffè, Bellavista resta in attesa della pa -
ternale, ma Cazzaniga, non si sa perché, esita a pas sare
all'attacco.
«E allora?» lo sollecita Bellavista. «Mi sbaglio o mi
dovevi parlare?»
«Chiedo scusa per le cose che sto per dirti, ma non
posso fare a meno di tirar fuori tutto quello che in
questo momento mi pesa sullo stomaco, costi quello che
costi.»
«Oddio, Renato, adesso mi preoccupi!» esclama il
professore, fingendosi spaventato. «Ma che ho fatto di
così orribile?»
«No, Gennaro, non scherzare. Ascoltami piuttosto
con attenzione. Cominciamo col dire che non ne faccio
una questione morale ma solo un problema di dignità.
Ieri sera, lo sai, abbiamo visto a casa mia l'Angelo
azzurro. Ebbene, non so se ti sei reso conto di quale fine
abbia fatto quel povero disgraziato...»
«... sì, ma quello era un film...»
«... no Gennaro, non era un film, era la vita, anzi, era
la vita tua! Tutti lo abbiamo pensato... tutti. Io,
nel secondo tempo, al posto della faccia del protago -
nista vedevo sempre la tua. E più lui sprofondava nel
ridicolo, più io immaginavo te in quella stessa
situazione. Tu col naso rosso, fatto a forma di po -
modoro, che urlavi chicchirichì.»
«Renato mio,» gli risponde calmo Bellavista «io so
che queste cose me le stai dicendo perché mi vuoi bene.
Ma, vedi, io e te abbiamo una concezione del la vita
alquanto diversa...»
«... nossignore» lo interrompe di nuovo Cazzaniga.
«Te l'ho già detto un minuto fa: non è della tua moralità
che mi preoccupo ma della tua dignità. Io vorrei che tu
ti rendessi conto che in questo momento l'unico
pericolo che corri non è l'Inferno ma il ridi colo... il
ridicolo in cui ti stai cacciando. La tua rela zione con la
ragazzina è di dominio pubblico. La conosce tua
moglie, mia moglie, mia figlia, mio gene ro, Saverio,
Salvatore, il dottor Passalacqua, Luigino e chiunque si
sia fermato anche per soli dieci minuti in portineria. E
il peggio è che tutti la conoscono nei minimi
particolari: sanno quante volte hai portato la diciottenne
a casa di Saverio, sanno quanto tempo vi siete
trattenuti, e sanno che cosa avete fatto in tutto quel
tempo. Insomma, devi essere più prudente.»
«La prudenza nei vecchi è più oscena della libidine»
sbotta Bellavista.
«Sì, sì, tu continua a fare battute» commenta sco -
raggiato Cazzaniga. «Mettiti, però, anche nei miei
panni. Che faresti se avessi un amico che ha perso la
testa per una quasi minorenne? Cercheresti o no di
dargli una mano? O almeno di farlo ragionare? Io potrei
sempre dire che non sono fatti miei e fregarmene, ma è
più forte di me: ti debbo aiutare!»
Bellavista nel frattempo ha chiuso gli occhi, quasi
che non vedendo Cazzaniga potesse anche non sentirlo.
Tutto quello che l'amico gli sta dicendo gli sembra
scontato. Il suo problema lui lo aveva avver tito il
giorno stesso in cui aveva visto Jessika per la prima
volta: il corpo atletico, snello, le gambe affusolate, la
minigonna inguinale e l'ombelico occhieggiante gli
erano rimasti nel cervello come altrettante pallottole
inesplose. Eppure, malgrado le innumerevoli verità che
Cazzaniga gli stava elencando, era più che mai convinto
di stare nel giusto. Nel medesimo tempo, però, si
rendeva conto che non poteva essere capito da un
borghese doc come Cazzaniga, un uomo tutto d'un
pezzo, uno che aveva lavorato per trentacinque anni di
seguito in un'azienda come l'Alfa Romeo. Comunque,
adesso, qualcosa dovrà pure dirgliela, e difatti ci prova.
«Renato mio, ora tocca a me rispondere, e tu, per
cortesia, ascoltami in silenzio, buono buono, così come
io ho fatto con te. Renditi conto che ci sono anche le
mie ragioni e che queste ragioni non sempre sono facili
da capire.»
Dopodiché avvicina la sedia a quella dell'amico.
«Allora,» comincia «come prima cosa debbo darti
una brutta notizia. Me l'hanno appena comunicata
persone molto in gamba e degne di fede: pare che
dobbiamo morire! Mi hanno detto: "Gennaro, se c'è una
cosa sicura a questo mondo è che dobbiamo morire...
tutti... dal primo all'ultimo... non sappiamo come e non
sappiamo quando, ma dobbiamo morire". Ora, non so te,
ma io ci penso almeno tre volte al giorno. La mattina,
quando scendo per andare al bar, non posso fare a meno
di chiedermi: "Chissà quante altre volte verrò in questo
bar?".
E poi m'immagino Walter, il barman, che un giorno dirà
a uno dei suoi clienti: "Avete sentito? È morto il
professor Bellavista. Veniva qui tutte le mattine a
prendersi il caffè... se lo prendeva col dolcificante
perché aveva una puntina di diabete". Poi penso al tipo
di morte che mi tocca. Spero tanto che si tratti di un
infarto... possibilmente nel sonno. Insomma, io non ho
paura della morte... al limite mi scoccia. Ho paura,
invece, come tutti immagino, del dolore. Finché
l'estremo saluto sarà come uno spegnersi della luce, mi
sta ancora bene: che venga pure quando vuole. Il dolore
no, quello, se possibile, lo vorrei evitare. E a quel punto
mi andrebbe d'incanto l'eutanasia! A mio avviso, un
paese davvero civile dovrebbe consentirla per legge,
almeno da una certa età in poi. D'altra parte, se c'è
qualcosa di sicuro sulla morte è che non fa male. Ho
visto tante persone morire e non ne ho mai visto una
gridare dal dolore. Ogni volta che ho avuto questa
sfortuna mi è sembrato che il morente si fosse solo
addormentato. Quando si nasce, invece, è tutta un'altra
storia: il neonato piange a dirotto, e non si può fare a
meno di chiedersi il perché di tanta disperazione.
Sembra quasi che abbia saputo in anticipo tutto quello
che gli dovrà capitare nella vita. Insomma, che ci piac -
cia o meno, è così che stanno le cose: io ho settant'anni
e stando alle statistiche dovrei viverne altri
cinque... poi... se proprio mi va bene, potrei arrivare
anche a dieci o a quindici...»
«Ma che dici?» lo interrompe Cazzaniga. «La vita si
è allungata e di tanto. Saul Bellow ha avuto un fi glio a
ottantaquattro anni. E poi hanno scoperto il gene
dell'invecchiamento: il P66SHC. Un gene che sta
all'interno delle nostre cellule, e che, una volta
eliminato, ci farà vivere tutti oltre i cento anni. Lo
hanno sperimentato con i topi e ha dato ottimi risultati.
»
«Mah,» risponde dubbioso Bellavista «a prescin dere
che non mi sento un topo, non sono poi così si curo di
voler vivere oltre i novanta. La prospettiva di diventare
un rudere mi terrorizza ancora di più del la morte. Non
sto parlando delle malattie, sia chiaro, ma del fatto di
dover dipendere dagli altri, anche per le cose più
modeste... che so io... il doversi tagliare le unghie dei
piedi, e non riuscire a farlo perché non si è più capaci
di piegarsi. Ma, a parte questo, che siano cinque, dieci
o quindici, gli anni che mi restano, con la velocità con
la quale questi benedetti anni passano, non fa nessuna
differenza. Qui non si fa a tempo a dire Buon Natale
che si è costretti subito a dire Buona Pasqua.
Dell'aldilà, poi, non si sa niente. Ci sarà o non ci sarà
una vita eterna è sempre rimasto un mistero. L'unica
certezza che abbiamo è che ci attende una buca, peraltro
anche stretta, e alcune migliaia di vermi che ci divore -
ranno...»
«Adesso basta!» protesta Cazzaniga. «Ritorniamo a
parlare dell'Angelo azzurro.»
«Ecco, come vedi, ti rifiuti di sentire. Ti rifiuti di
prendere atto della realtà. Ma dal momento che le
uniche cose in cui credi sono i film, mi permetto al lora
di consigliartene uno eccezionale: è intitolato The Dead,
ed è un film di John Huston, tratto da Gente di Dublino
di Joyce.»
«Dato il titolo,» ironizza Cazzaniga «presumo che
non si tratti di un film comico.»
«Certo che non lo è. Proverò a raccontartelo. Nel
primo tempo non succede praticamente nulla.
Il film comincia con una festa: ce il ballo annuale del le
signorine Morkan e, in tutto, tra dame e cavalieri,
saranno presenti una ventina d'invitati. Le donne
parlano del più e del meno e gli uomini non pensa no ad
altro che a bere, magari di nascosto. Poi, ver so la fine
della festa, un tenore canta una canzone, e a questo
punto negli occhi della signora Conroy spuntano due
lacrime. I1 marito se ne accorge ma fa finta di nulla.
Una volta a casa, però, le chiede: "Ti ho visto piangere
mentre il tenore cantava. Cos'è, in particolare, che ti ha
commosso?". E lei, dopo averci pensato su un attimo,
risponde: "Mi è venuto in mente un ragazzo che mi
faceva la corte a scuola. Si chiamava Michael Fury:
aveva diciassette anni e due occhi bellissimi, grandi e
scuri. Me lo sono ricordato perché anche lui mi cantava
quella canzone, La fanciulla di Aughrim". "E lo ami
ancora?" chiede il marito, diventato all'improvviso
geloso. "No di certo," risponde lei "Michael morì quello
stesso anno, e credo di essere stata io la causa della sua
morte. A quei tempi ci volevamo molto bene. Facevamo
delle bellissime passeggiate per le campagne di Galway.
Sennonché un brutto giorno lui si ammalò e io fui
costretta a partire per il collegio. Gli scrissi una lettera
di addio. Faceva un freddo terribile. La sera, prima
della partenza, mentre mi preparavo la valigia, sentii
dei sassolini battere contro i vetri della finestra. Mi
affacciai e lo vidi che mi stava aspettando in giardino in
mezzo alla neve: era venuto a salutarmi. Morì una
settimana dopo di polmonite." A questo punto è il
marito che, nel tentativo di consolarla, le dice: "Vedi,
tesoro, qui ognuno di noi, prima o poi, dovrà lasciare
questo mondo. L'importante, però, è farlo nel
momento giusto, quando si ha ancora nell'animo un
grande amore. Meglio morire con il cuore che sussulta
per una grande emozione che appassire giorno dopo
giorno fino a spegnersi come una candela".»
«Tutto questo è molto commovente,» ammette
Cazzaniga «ma non vedo che cavolo c'entri con il
nostro problema. Noi qui dobbiamo pensare alla vita,
non alla morte.»
«Ed è qui che sbagli» ribatte Bellavista. «La vita e la
morte sono due facce della stessa realtà. Anch'io ho
avuto delle persone alle quali ho voluto molto bene.
Penso, ad esempio, a Mimi della Gala, a Cesa re
Squillante, a Pino Calafato, a Sergio Corbucci...
Avevano tutti, più o meno, la mia età. Poi, uno alla
volta se ne sono andati, chi in un modo, chi in un altro,
e da allora non posso fare a meno di chiedermi: "Ma
dove sono adesso? Che fanno? Mi stanno ascoltando?
Mi stanno vedendo? E se mi stanno vedendo perché non
cercano di mettersi in contatto con me?".»
«Non ho capito dove vuoi arrivare.»
«È presto detto. Se cito i miei amici scomparsi è per
ricordarti che cos'è la vita. Ora, se questo è il futuro che
mi attende, supponiamo che io, oggi, per un solo
giorno, anzi per una sola ora, riesca a essere felice. Che
poi questa felicità si chiami Jessika o Katia non ha
importanza. Dimmi piuttosto perché ci dovrei
rinunciare? Perché vuoi negare a un condannato a morte
l'ultima sigaretta?»
«Per difendere la sua dignità.»
«E, secondo te, un naufrago ha una dignità?»
«Ma tu non sei un naufrago...»
«... e invece lo sono, anzi lo siamo. E ora rispondi a
un'altra domanda: che può fare un disgraziato caduto
a mare se non approfittare del primo pezzo di legno che
gli capita a tiro?»
«Può nuotare.»
«E se viene sommerso da un pensiero?»
«Quale?»
«Quello della morte. A quel punto non ha altra via di
uscita se non quella della distrazione, ovvero il riuscire
a pensare ad altro. Ora, secondo te, perché mia moglie e
tua moglie giocano tutti i giorni a bridge? Te lo dico io:
per distrarsi. E perché tuo genero va a vedere le partite
di calcio? Per distrarsi. E perché Berlusconi si è dato
alla politica? Per distrarsi. E perché tanti italiani ogni
sera si mettono davanti alla televisione e lì restano,
immobili, finché il sonno non se ne impossessa?
Sempre per distrarsi. Le carte, lo sport, i cruciverba, la
musica, e tutte le loro varianti non a caso vengono
chiamate "passatempi". Servono per l'appunto a far
passare il tempo, laddove, al contrario, dovremmo fare
di tutto per fermarlo. "La vita", diceva Oscar Wilde, "è
tutto quello che succede mentre noi parliamo d'altro".
Lei, intanto, la signora Morte, l'orribile camusa, anche
in questo momento ci sta tenendo d'occhio. "Sì, sì,"
dice, "cocchini miei belli, parlate, parlate, distraetevi
pure, tanto ce il Tempo che lavora per me." Ed eccolo
qui il Tempo.»
E così dicendo Bellavista mostra a Cazzaniga il suo
orologio.
«La vedi la lancetta dei secondi? La vedi come gi ra?
Ebbene, questa è la morte. E vuoi sapere per ché?
Perché non si ferma. Noi qui parliamo, ci pren diamo il
caffè, torniamo a casa, e lei, la maledetta, non si è
fermata... mai... nemmeno per un attimo. Ha continuato
a girare con la stessa velocità di prima.
Per ognuno di noi in cielo, o al centro della ter ra, o non
so bene dove, ce un orologio con su scritto il nostro
nome, e accanto al nome ce una data: un anno, un
giorno, un'ora, un minuto... un secondo. Ebbene, che ci
piaccia o meno, quel secondo ci appartiene. Io quando
guardo l'orologio vedo la morte, se invece guardo
Jessika vedo la vita. Lei ride, mi bacia, mi accarezza,
canta, scherza, e io mi dimenti co di tutto: degli anni che
ho, della glicemia alta e della pensione che fatica ad
arrivare alla fine del mese... Per me è come una
medicina.»
«E allora?» chiede Cazzaniga, quasi rivolgendosi a se
stesso.
«Allora l'unica attività da praticare è la distrazio ne.
Avere un qualcosa a cui pensare, un traguardo da
raggiungere, una donna da desiderare. Nell'antica Grecia
ci fu un movimento filosofico chiamato zeticismo. Il suo
fondatore, Brisone di Eraclea, si proponeva di cercare
sempre, a patto di non trovare mai. L'importante, diceva,
è sentirsi impegnati in modo da non avere il tempo di
pensare. D'altra parte, in greco, zeteìn vuol dire
"cercare". All'alpinista piace più scalare la montagna
che non guardare il panorama, altrimenti si farebbe
portare in cima da un elicottero.»
«Sì, ma che c'entra lutto questo con la ragazzina?»
«Ci arrivo subito. Per non pensare al destino che lo
attende, il mio animo deve essere preso da un grande
desiderio, deve avere un pensiero dominante ogni volta
che va a dormire e un pensiero dominante ogni volta che
si sveglia.»
«E questo pensiero non può essere la famiglia? Che
so io: tua moglie, tua figlia, il tuo nipotino?»
«Lo sono senz'altro,» risponde Bellavista «ma sono
pensieri calmi, pensieri ai quali sono abituato da
sempre. Non mi fanno battere il cuore fino a togliermi il
respiro. Quando, invece, sto insieme a Jessika, al buio,
a casa di Saverio, ho l'impressione di scippare degli
attimi al destino, degli attimi che non era no previsti, e
che io, per chissà quale prodigioso equivoco nato in
cielo, sono riuscito ad arraffare. Ora, se hai qualche
consiglio pratico da darmi, dammelo pure.»
«Sì, uno lo avrei» risponde Cazzaniga. «Ricordati
che in amore ci sono sempre due strade: con la prima si
soffre di meno, e con la seconda si soffre di più. Se ti è
possibile, scegli la prima.»

XV

Apollo e Dioniso

«Professore,» dice Giacomo «un giorno lei ci disse che


Nietzsche era convinto di essere la reincarna zione del
dio Dioniso. Qualche giorno dopo, però, leggendo La
nascita della tragedia, ho scoperto che, sempre secondo
Nietzsche, negli spettacoli teatrali la musica
apparteneva a Dioniso e la scenografia ad Apollo. A
questo punto mi chiedo: e la regia a chi appartiene?
Federico Fellini, tanto per fare un nome, era un
dionisiaco o un apollineo?»
«Ovviamente era tutte e due le cose» risponde
Bellavista. «Fellini, infatti, non era solo un regista, era
anche un poeta. Ora, però, esaminiamo il pro blema più
da vicino; un regista non è mai solo quando lavora: ha
sempre al suo fianco l'aiuto regista, gli attori che deve
dirigere, i tecnici che aspettano i suoi ordini e
soprattutto i produttori che gli debbono procurare tutto
quello di cui ha bisogno. È difficile, allora, che in
queste condizioni possa abbandonarsi all'estro,
all'improvvisazione. Non a caso prima d'iniziare un film
si è fatto fare la cosiddetta "sceneggiatura di ferro",
ovvero un promemoria dove è riportata ogni scena che
deve girare con tutte le battute e tutti i movimenti di
macchina. Se ai suoi
tempi il cinema fosse stato già inventato, Nietzsche
avrebbe sicuramente detto che senza l'aiuto di Apollo
un film non si può fare. L'autore delle musiche, invece,
è un signore che lavora da solo in una sala di
proiezione, quindi può improvvisare come e quando
vuole. Io ne ho conosciuti molti e, credetemi, erano
tutti dionisiaci, dal primo all'ultimo.»
«D'accordo» commenta Giacomo, sempre prendendo
appunti sul quadernetto. «Allora, se ho ben capito,
possiamo dire che tutto quello che è frutto
dell'improvvisazione è dionisiaco, e che tutto quello che
è progettato in anticipo è apollineo.»
«Andiamoci piano con queste schematizzazioni,»
dissente Bellavista «e chiariamo una volta per tutte che
vuol dire apollineo e che vuol dire dionisiaco. Zeus, il
signore dell'Olimpo, come tutti i creatori che si
rispettano, plasmò gli uomini impastando la creta con
l'acqua. Solo che lui, di crete, ne aveva due mucchi:
quella di Apollo, permeata di razionalità, e quella di
Dioniso, impregnata di passione. E anche voi, ragazzi
miei, non avete scampo: o siete dionisiaci o siete
apollinei, a seconda che Zeus, nel met tervi al mondo,
abbia esagerato con l'una o con l'altra creta.»
«Io sono dionisiaca!» esclama Jessika, tutta felice di
dichiararsi tale.
«E anch'io lo sono» le fa eco Peppino che non vuole
essere da meno.
Solo Giacomo non si pronuncia. Aspetta, giusta -
mente, di capire quale delle due nature sia la più
conveniente.
«Beh,» consiglia il professore «io, fossi in voi, non
sarei così precipitoso a dichiararmi dionisiaco. Ricordatevi
che, sempre a detta di Nietzsche, il Sublime
lo si raggiunge solo quando le due nature convivono
alla pari nella stessa persona.»
«Che Nietzsche la pensasse in questo modo non mi
meraviglia affatto» commenta Giacomo, sempre più
intrigato dall'argomento. «Su Kant e Schopenhauer,
invece, ho i miei bravi dubbi. Che tipi erano? Erano
apollinei o dionisiaci?»
Al che Peppino non può fare a meno di fulminar lo
con un'occhiataccia. Fosse stato per lui, la lezione
sarebbe già finita. Quel rompipalle di Giaggià, inve ce,
con quella sua mania di volersi sempre mettere in
mostra, ogni due minuti fa delle domande, e ora, per
colpa sua, si sarebbero dovuti sciroppare pure Kant e
Schopenhauer.
Bellavista, invece, è tutto contento di poter soddisfare
le curiosità di Giacomo.
«Schopenhauer» spiega «già nel terzo libro del
Mondo come volontà e rappresentazione ci anticipa cosa
vogliono dire per lui apollineo e dionisiaco. D'altra
parte, non ce lo dimentichiamo, Schopenhauer era una
specie d'ingegnere, uno che ragionava su qualsiasi cosa
gli capitasse a tiro, motivo per cui, al contrario di
Nietzsche (che tutto avrebbe potuto fare nella vita
tranne che l'ingegnere), considerava la musica una
manifestazione apollinea. Non a caso preferiva Mozart
a Wagner. Pazienza, poi, se con Mozart non riusciva
mai a commuoversi.»
«Sì, questo lo so, ma allora come si spiega l'infatua -
zione di Nietzsche per Schopenhauer?» chiede ancora
Giacomo. «Sempre secondo Nietzsche infatti...»
«E adesso basta Giaggià!» sbotta Peppino esasperato.
«Vuol dire che di questo problema parleremo la
prossima volta.»
«D'accordo,» conviene Bellavista «però due parole
su Kant me le dovete far dire: non lo possiamo la sciare
in sospeso come se fosse l'ultimo venuto. Poi vi giuro
che vi lascio andare.»
«Due paiole e basta» Io scongiura Peppino.
«Per Kant, l'apollineo sta al dionisiaco come il
"bello" sta al "sublime". Mi spiego meglio: se a me
piace Jessika per come è fatta, cioè per il suo viso e per
le sue forme, allora posso usare l'aggettivo "bel lo", se
invece me ne innamoro, e ci perdo la testa, al tro
termine non mi è concesso che il "sublime".»
«Sono d'accordo,» dichiara Peppino «ma allora al
nostro liceo, in III B, ce una manza che è ancora più
sublime di Jessika: ha tutto il didietro che senza
esagerare parla.»
«Ma chi? La Frangipane? È una cozza» obietta
Jessika con aria di disgusto. «Ha gli occhi che vanno
ognuno per i cacchi suoi!»
«E a me degli occhi non me ne può fregare di me -
no!» replica Peppino. «lo bado alla sostanza.»
Al che Jessika chiede a Bellavista: « Ma questo
Apollo, che ragionava su lutto e su tutti, si è mai
intrippato, almeno una volta nella vita, per una
donna?».
«Certo: anche a lui è capitato d'innamorarsi: lei si
chiamava Dafne.»
«E ci racconti il fatto» chiede ancora Jessika a cui
interessavano più le storie d'amore che non i discor si
filosofici.
«Dunque, le cose andarono così: un giorno Apollo
vide il piccolo Eros, ovvero il dio Cupido, che si alle -
nava con l'arco e le frecce, e lo sgridò. Gli disse che
alla sua età era pericoloso giocare con le armi, ed Eros
gli rispose più indisponente che mai: "Io sono molto
più forte di te, o divino Apollo: tu puoi colpire lutti gli
umani, io posso colpire anche Apollo". E, difatti,
come lo vide un giorno chiacchierare con una ninfa di
nome Dafne, lo centrò in pieno con una freccia d'oro,
per poi infilzare un attimo dopo anche Dafne con una
freccia di piombo. Ora dovete sapere che le frecce di
Eros erano di due tipi: quelle d'oro facevano
innamorare e quelle di piombo inculcava no il ribrezzo.
E allora che accadde? Che da quel momento Dafne fu
costretta a scappare e Apollo a inseguire. Bellissimo
quel verso delle Metamorfosi di Ovidio dove Apollo,
correndo correndo, le grida: "Ti prego, o cara, di non
fuggire. L'agnella fugge il lupo, la cerva fugge il leone,
le colombe fuggono l'aquila, ma chi ti insegue oggi non
è un nemico, è l'amore! Se mi prometti di correre più
lentamente, io ti prometto d'inseguirti più lentamente
ancora".»
«Che bello!» esclama Jessika. «E come va a finire?»
«Che Apollo la raggiunge, ma proprio nel momento
in cui sta per possederla, lei chiama in aiuto il padre
Peneo, il dio dei boschi, che la trasforma in un albero di
alloro.»
«Adesso, però, basta con Apollo!» interviene Peppino,
al quale la mitologia greca non era mai piaciuta.
«E invece non basta» ribatte il professore. «Voglio
prima rendermi conto se hai capito la differenza tra
apollineo e dionisiaco. A te piace il calcio e sai be -
nissimo che i giocatori non sono tutti uguali. Perciò ti
chiedo: che differenza c'era, secondo te, tra Mara- dona
e Rivera?»
«Un abisso!» risponde Peppino senza esitare.
«Maradona era estro, fantasia, improvvisazione...»
«Quindi era dionisiaco. E Rivera?»
«Rivera, invece, era una specie di direttore d'or -
chestra: si piazzava al centro del campo e comandava
tutta la squadra. Era, come dire, il maestro di tut te le
geometrie...»
«In altre parole era apollineo. Ora io non conosco
bene quelli che giocano oggi, ma dal momento che tu
sei uno storico del calcio, proverò a farti dei nomi e
tu, nome per nome, mi dirai se a tuo parere sono
apollinei o dionisiaci. Cominciamo con Sivori.»
«Non l'ho mai visto giocare, ma da quanto mi hanno
detto doveva essere un dionisiaco.»
«Altafini?»
«Idem.»
«E Beckenbauer?»
«Apollineo che più apollineo non si può.»
«Mazzola?»
«Apollineo.»
«Ronaldo?»
«Dionisiaco.»
«Pelé?»
Peppino esita a rispondere e Bellavista lo precede:
«Tutti e due: apollineo e dionisiaco, e cioè sublime».

XVI

Il gap tecnologico

Giacomo non prende più appunti sul quadernetto. Suo


padre gli ha regalato un portatile e ora usa solo quello.
Anche se deve scrivere un biglietto di auguri, lui prima
lo batte sul computer, poi lo stampa e poi lo spedisce.
«È un PC formidabile» dice mostrandolo con or -
goglio a Bellavista.
«Un PC?» chiede il professore. «Vuoi dire un Par tito
Comunista?»
«No, un Personal Computer. È un Pentium III: ha
otto gigabyte di hard disk e 128 megabyte di ram. È una
bomba! Io prima lavoravo sotto Write, oggi, invece,
sono passato a Word e uso Windows 98 B. Comunque il
mio indirizzo e-mail, nel caso volesse scrivermi, è
giaggià chiocciola mail punto it. »
Bellavista non ha capito niente. Soprattutto la pa rola
chiocciola lo ha messo in crisi. Per non parlare poi
dell'uso osceno delle parole latine e greche pronunziate
«all'americana». Guai a dire in sua presenza «mass
midia» invece di mass media, o «maicrosoft» invece di
microsoft. Obiettava subito che media era il plurale di
medium, e veniva dal latino, e che mikrós veniva dal
greco e voleva dire piccolo.
Quest'abitudine d'infarcire l'italiano con termini inglesi,
oltretutto pronunziati male, gli dava un enorme
fastidio. Un giorno Peppino gli aveva chiesto:
«Professore, ma come si dice "occhei" in america no?»,
e lui gli aveva risposto: «Si dice "occhei", proprio
come in italiano». Oggi, poi, il computer, con tutta la
sua terminologia lo ha messo in crisi. Guar da il suo
allievo e ha l'impressione di parlare con un
extraterrestre.
«Ma a che ti serve?» gli chiede, indicando il PC.
«A navigare.»
«A navigare?»
«Sì, a navigare, e navigare è la cosa più emozionante
che ci sia. Mi sbaglio o furono i romani a dire:
navigare necesse est, vivere non necesse?»
«Furono loro, ma penso che non alludessero a Internet.
Tu, comunque, fammi vedere: come si fa a navigare?»
«È presto detto» lo accontenta Giacomo. «Ieri mi sono
scannerizzato tutto Platone...»
«Come? Hai scannato Platone?»
«No, l'ho scannerizzato.»
«E che vuol dire?»
«Che ho preso tutti i dialoghi di Platone e li ho infilati
in uno scanner.»
«In uno scanner?»
«Lo scanner è una macchina simile a una fotoco -
piatrice» spiega Giacomo, come se stesse parlando a
un handicappato mentale, «solo che, invece di fotocopiare
i testi, li memorizza. Dopodiché risponde a
qualsiasi domanda uno gli fa sugli stessi. Ha capito?»
«Veramente no» risponde avvilito Bellavista.
«Guardi, professore: è molto semplice. Mi faccia una
domanda su un argomento platonico.»
«In quale dialogo Platone sostiene che l'anima è un
carro trainato da due cavalli? Uno dei due cavalli cerca
di portare l'uomo verso l'alto, per farlo pascolare nella
Pianura della Verità, mentre l'altro, il cavallo
deficiente, lo trascina verso il basso.»
«Non è difficile» risponde Giacomo, tutto contento
di poter mostrare la sua bravura. «Basta trovare la
parola giusta. Proviamo con "Pianura della Verità".»
Detto fatto: non fa in tempo a digitare sulla tastie ra
«Pianura della Verità» che sul video gli appare la scritta
«Platone, Opere complete, libro III, edizioni Laterza.
Fedro, XVIII b, pag. 248». Bellavista resta senza parole.
Non vuole, però, darla vinta al mar chingegno, e si
dichiara non del tutto soddisfatto.
«Sì, d'accordo, il Fedro è il dialogo in cui Platone
parla dell'anima, ma questo lo sanno tutti, non mi
meraviglia, quindi, che lo sappia anche il tuo computer.
Io, invece, cercavo quel punto dove il filosofo dice che
quando l'anima di un uomo non si è comportata bene nel
corso di una vita trasmigra nel corpo di una donna, e
che, se anche in questo secondo corpo fallisce la prova,
trasmigra in quello di un animale.»
«E qual è il problema?» chiede Giacomo, sempre più
orgoglioso del suo PC. «Lei, però, mi deve forni re la
parola chiave, una parola, cioè, che non compare molte
volte nei dialoghi, ma che nel medesimo tempo è
indicativa del passo che vogliamo trovare. E già perché
se cerco sotto la voce "donna", o la voce "animale",
chissà quante segnalazioni mi vengono fuori. Si ricorda
per caso, la frase precisa, così come l'ha messa giù
Platone?»
«Lui dice esattamente: "Chi vivesse bene il suo
tempo vi menerebbe una vita felice, ma chi fallisse la
prova trasmigrerebbe in una natura di donna, e chi
fallisse di nuovo in una natura animale".»
«Allora,» propone il ragazzo «proviamo con "trasmigrerebbe".
»
E ancora una volta il computer si fa onore. Sul video
appare la scritta: «Platone, Opere complete, libro VI,
edizioni Laterza. Timeo, XIV b, pag. 391 ».
«Se ho ben capito, allora,» conclude Bellavista «tu
hai tutto Platone in quel coso là.»
«Certo che ce l'ho» risponde Giacomo praticamente
felice «e lei, professore, si deve rassegnare al fatto che
prima o poi i libri non verranno più stampati. Pensi ai
vantaggi che se ne possono ricavare. Le faccio un
esempio: lei, qui, in casa, quanti libri possiede?»
«Ma... il numero preciso non lo so... diciamo che ho
cinque librerie, due nello studio, due in salotto, e una,
più piccolina, in camera da letto. Insomma, penso di
avere qualcosa come tremila libri.»
«Ebbene, lei, volendo, li può compattare.»
«Non ho capito: che cosa dovrei fare?»
«Mi segua: negli Stati Uniti è da poco uscito un li bro
elettronico, chiamato e-book, che può contenere fino a
cinquanta libri dei nostri. Che so io, in un so lo e-book ci
può ficcare tutti i libri di Dostoevskij, di Gogol' e di
Cechov. A vederlo, il libro elettronico si presenta come
un libro qualsiasi; solo che, al posto delle pagine, ha
due schermi a cristalli liquidi. Su quello di sinistra
appare come prima cosa un indice con l'elenco di tutti i
testi contenuti, e su quello di destra una pagina bianca
sulla quale sarà possibile prendere appunti con una
penna ovviamente elettronica. A questo punto lei che
fa? Si sceglie il libro
che desidera leggere, che so io, le Memorie del sottosuolo
di Dostoevskij, e clicca il numero con cui è stato
registrato, dopodiché il libro le apparirà, dalla prima
pagina in poi, sullo schermo di sinistra. Volendo, però,
può andare anche a un'altra pagina oppure cercare un
argomento che più le interessa. Supponiamo, ad
esempio, che voglia sapere se Dostoevskij ha mai
parlato di metempsicosi. Ebbene, basterà digitare la
parola «metempsicosi» sulla tastierina per far apparire
sullo schermo il brano richiesto. Quali i vantaggi?
Innumerevoli. Innanzitutto lo schermo, in quanto
luminoso, può essere letto anche al buio. Poi sarà
possibile scegliere il carattere di stampa che più si
adatta alla nostra vista: se il corpo 10 ci sembra troppo
piccolo, schiacciando un bottoncino potremo passare al
12 o al 14, e infine ci consentirà di recuperare
moltissimo spazio. Lei, ad esempio, invece di avere
cinque pareti impegnate per i libri, se la potrà cavare
con una cinquantina di e-book occupando sì e no un
metro di scaffale.»
«Spero di morire prima» è il commento di Bellavista.
«Come?» chiede Giacomo. «Non ho capito.»
Ma il professore non risponde. Si alza e va a prendere
dalla biblioteca che sta alle sue spalle un vec chio
libro rilegato in rosso e col titolo in oro.
«Lo vedi questo libro?» dice a Giacomo. «È intito -
lato I misteri della jungla nera. È di Emilio Salgari. Me lo
regalò mio padre nel '39, il giorno stesso in cui presi la
licenza elementare. Ora, per favore, chiudi gli occhi e
poggia il palmo della mano su una qualsiasi di queste
pagine. La senti la carta sotto le dita? È un po' ruvida,
ma la senti quante bella? E ora prova a odorarla. Non
trovi che ha un profumo
eccitante? Prova, invece, a odorare il tuo computer e
dimmi di che cosa sa. È in pratica la stessa differenza
che, immagino, ci sia tra far l'amore con una donna o
con una bambola gonfiabile.»
«D'accordo,» insiste Giacomo «ma io penso all'u tilità
del mezzo. Faccia conto che lei una sera, men tre sta
leggendo un testo ne vuole consultare un altro. Con
Internet non ha che da cliccare e ha a disposizione tutti
i libri che vuole.»
«E tu mi vedi la sera, a letto, con il computer sul lo
stomaco, mentre clicco?»
«È solo una questione di abitudine,» cerca di convincerlo
Giacomo «e poi non ci dimentichiamo che il
computer è uno strumento apollineo laddove il toc care e
l'odorare hanno a che vedere con Dioniso.»
«D'accordo, sarà pure apollineo ma è anche pericoloso.
»
«In che senso pericoloso?» chiede Giacomo. «Il
computer, come mezzo di lavoro, è strasicuro.»
«Mi spiego meglio» continua Bellavista. «La civiltà
occidentale nasce in Grecia nel V secolo avanti Cristo
grazie al sole e alla piazza. I greci quando c'e ra il sole
scendevano in piazza e si mettevano a parlare tra loro.
Nacque così l’agoràzein, cioè uno strano fenomeno
chiamato "Risonanza creativa".»
«E cioè?»
«Te la spiego subito: quando due creativi s'incontrano,
le parole dell'uno rimbalzano sulla testa del l'altro
e tornano dietro amplificate. Così facendo, i due
creativi, dopo una mezzoretta che parlano, sono ancora
più creativi di quando si sono incontrati. Ebbene tu, col
video a cristalli liquidi, tutto questo non lo puoi fare.»
«Ma sì che lo posso fare» obietta Giacomo. «Una
delle caratteristiche di Internet è proprio l'interattività,
ovvero la possibilità di colloquiare con un database.»
«Non dico di no,» insiste il professore «ma una cosa
è colloquiare al sole con un altro essere umano, e
un'altra è stare chiuso in una stanza con un video
davanti. Vedi, Giaggià, da quando è nato il mondo
abbiamo sempre avuto due eserciti contrapposti, l'uno
contro l'altro armati. Te ne cito solo alcuni: i romani
contro i barbari, i cristiani contro i musulmani, i
monarchici contro i giacobini, i capitalisti contro i
comunisti, e adesso abbiamo gli uomini contro i
telecosi.»
«I telecosi? Chi sono i telecosi?»
«I telecosi sono i computer, i telefonini, le televi -
sioni e via dicendo» precisa il professore. «E dove si
nasconde il pericolo? In un'unica parola: nella
Solitudine! Col tempo capirai anche tu che la cosa più
terribile che esiste al mondo è la Solitudine. Ognuno di
noi ha bisogno della compagnia di un altro essere
umano, se non altro per amare, per confrontarsi con lui,
e magari anche per cambiare opinione.»
Giacomo non risponde, ma c'è Jessika che ha
qualcosa da eccepire.
«Mi scusi, professore, ma lei, qualche minuto fa, mi
sbaglio o ha detto che l'anima di una donna è una cosa
che sta a metà strada tra l'anima di un uomo e quella di
un animale? Ho capito bene: sì o no?»
«Hai capito benissimo, ma non sono io ad averlo
detto, è stato Platone, nel Timeo. Se non ci credi
chiedilo a Giacomo e lui te lo farà vedere sul computer.
»
«No, no, ci credo. Ma credo pure che siete una
mappata di fetenti: lei, Giaggià e quel maschilista di
Platone. Insomma, profio mio, lei mi vorrebbe far
credere che l'anima di Peppino, solo perché appar tiene a
un uomo, vola più in alto della mia?»
«Uè,» protesta offeso Peppino «ma tu che ne sai
dell'anima mia? Vola più in alto... vola più in basso...
ma pensa all'animaccia tua!»
«Ragazzi, adesso basta: diamo inizio alla lezione.»
Quello del computer, per Bellavista, fu un vero e
proprio trauma. Lui a stento si era convertito alla
macchina da scrivere. Intingere la penna col pennino
nel calamaio era un piacere che gli ricordava i tempi
della scuola elementare. Come dimenticare, ad esempio,
il giorno in cui si era rovesciato sulle gambe tutto
l'inchiostro ed era tornato a casa con le scarpe e i
calzini macchiati? La maestra, la signora Rosati,
quando lo vide scoppiare in lacrime se lo fe ce sedere
accanto per impedire che i compagni lo prendessero in
giro. Oggi, invece, i ragazzini delle elementari vanno a
scuola col computer nello zainetto e col telefonino in
tasca.
In tema di telefonino, poi, merita di essere rac -
contato il viaggio in treno che Bellavista fu costretto a
fare quando dovette recarsi a Roma, al Ministero della
Pubblica Istruzione.
Per non spendere troppo, invece dell'Eurostar aveva
preso l'Intercity. D'accordo, ci metteva trenta minuti in
più, ma per chi sta in pensione trenta minuti non fanno
differenza. Basta portarsi dietro un buon libro e il
tempo passa che uno nemmeno se ne accorge. Lui si
portò Essere e tempo di Heidegger. Non era certo un
libro facile, ma tra l'andata e il ritorno,
pensò, ce l'avrebbe fatta. Non aveva tenuto conto, però,
dei telefonini.
Nello scompartimento, oltre a lui, c'erano tre per -
sone, tutte e tre armate di telefonino. Quando sentì il
primo squillo, vide i suoi compagni di viaggio por tare
di scatto la mano destra alla tasca come se fos sero dei
pistoleri del Far West. Il «chiamato» era il signore
seduto al suo fianco.
«Adesso voglio proprio sentire che cosa ha da dire di
così importante questo scostumato!» pensò Bellavista,
interrompendo la lettura.
Lo «scostumato» parlò con la moglie: «Ciao ca ra...
sì... sì... abbiamo appena superato Aversa».
«Ora» avrebbe voluto dirgli Bellavista «può essere
che una persona civile disturbi la gente solo per da re
alla moglie una notizia così inutile? Se il treno è partito
alle 9 e 50 è normale che alle 10 e 10 abbia appena
superato Aversa. E poi, chi se ne frega se ha superato o
non ha superato Aversa? Ma quando ac cadono cose del
genere la colpa di chi è? Di chi chiama o di chi è
chiamato? Ovviamente di chi è chiamato: se uno entra
in chiesa, al cinema, al ristorante o in treno, come prima
cosa dovrebbe spegnere il cellulare. Ma poi, a pensarci
bene, anche chi chiama ha la sua brava parte di colpa. E
già perché, sapendo di poter disturbare, dovrebbe
telefonare solo in caso di necessità, tipo: "È scoppiato
un incendio a casa tua" oppure "Tua moglie ha avuto un
incidente d'auto e ora è ricoverata al Fatebenefratelli".»
Stava per riprendere la lettura, quando squillò il
secondo telefonino. Questa volta era il giovanotto
seduto di fronte.
«Oh ciao Teresa, che bello sentire la tua voce...
Sto andando a Roma... Sì, sì, anima mia... Lo sai che
penso solo a te...»
Insomma, era un innamorato, anzi un latin lover. Da
come si sdilinquiva nel parlare si capiva che per lui il
telefonino era una protesi sessuale.
«Ma signore mio,» avrebbe voluto dirgli Bellavi sta
«come posso concentrarmi su Heidegger se lei parla
così ad alta voce? Educazione vorrebbe che quando si
viene chiamati sul telefonino per lo meno ci si alzasse
per andare a parlare in corridoio, soprattutto quando si
tratta di una conversazione privata, anzi intima.»
A questo punto il professore, proprio per non subire
altre interruzioni, decise di attendere che intor no a lui
si facesse il silenzio più assoluto. Ma ecco, puntuale
come una cambiale, il terzo cellulare. Questa volta il
«telefonato» era un agente di Borsa: dava consigli su
cosa vendere e su cosa comprare, ma senza mai fare
nomi.
«Quelle sì... quelle saliranno... quelle no... per ca -
rità... lo sai come la penso... tu, comunque, fai sempre
il giardinetto...»
Che cosa fosse il giardinetto Bellavista non lo sa -
peva. D'altra parte lui aveva investito tutta la sua li -
quidazione in BOT e in CCT, proprio perché non capiva
niente di Borsa. Certo, avrebbe potuto tentare qualche
piccolo investimento; ma come fare a sape re quali
fossero i titoli buoni e quali quelli cattivi se quel
benedetto uomo non faceva nomi?
Il viaggio, in pratica, continuò tra un susseguirsi di
telefonate fatte e ricevute, e tutte indistintamente con
parole pronunziate a voce alta. Il più ricercato fu il
latin lover. Le sue frasi d'amore, comunque, non
differivano molto le une dalle altre.
«Ciao Manuela, come stai?... Come è bello sentire la
tua voce... Sto andando a Roma... Lo sai che penso solo
a te...»
Bellavista, alla terza telefonata, fu quasi tentato di
dirgli: «Mi permette una domanda? Ma lei non pensava
solo a Teresa?».
Tutto questo finché il quarto signore, vedendo
Bellavista in silenzio, e senza telefonino, non gli of frì il
suo: «Mi scusi, ma vedo che lei non ha un cellu lare. Se
volesse approfittare del mio per fare un sa lutino a casa,
non faccia complimenti».
Il numero glielo dovette comporre il signore tanto
gentile perché lui s'impicciava con le dita. Non ave va
mai usato un telefonino e non sapeva cosa si dovesse
schiacciare per inviare la telefonata. Venne a rispondere
sua moglie.
«Ciao cara, sono Gennaro... Sì, sto in treno... Abbiamo
appena superato Aversa.»
XVII

Pensando a lei

Ormai la vasca è il luogo deputato per sognare. Non c'è


giorno, infatti, che Bellavista non si faccia il suo bravo
bagno nella vasca. Questi i tempi: spegnimento delle
luci. Immersione nell'acqua calda fino al mento. Tre
minuti, massimo cinque, ed ecco che Jessika gli appare
nel buio. È più sexy che mai. Si avvicina, sorride, lo
guarda, entra nella vasca e gli si sdraia accanto per poi
coprirlo di baci e di carezze. Ovviamente è nuda dalla
testa ai piedi. Chiariamo, però, subito una cosa: lui non
pratica nessuna forma di autoerotismo. Niente altro che
pensiero, immaginazione e tanta fantasia.
Sono le sei. La casa è deserta. Dalla strada non viene
alcun rumore. È ancora troppo presto per i mezzi
pubblici. Napoli alle sei dorme e dorme anche sua
moglie. In genere la signora Maria si alza verso le
dieci. Ed è proprio grazie a questo risveglio differito,
che lui, da una decina di anni a questa par te, consuma
in idilliaca solitudine la sua prima colazione. Per
l'esattezza si sveglia alle cinque e mezzo, gira per casa
nudo, guarda il primo telegiornale di Canale 5, si fa il
bagno nella vasca, va a Mergellina per il cappuccino
(niente cornetto per via della glicemia),
compera il «Corriere della Sera», a volte anche «Il
Mattino», per poi tornare a casa, sdraiarsi sul divano
del salotto e leggere in santa pace i giornali. D'accordo,
si tratta solo di tre ore, ma bastano per fargli
riassaporare il gusto della libertà, quello di quando era
scapolo.
Non sempre, però, le cose vanno così lisce. La set -
timana scorsa, ad esempio, sua moglie, Dio solo sa
perché, si svegliò alle prime luci dell'alba e lo sor prese
in bagno mentre era ancora immerso nella vasca. Lui,
purtroppo, non si era chiuso a chiave, e lei entrò
all'improvviso accendendo la luce.
«Ma che fai qui al buio...?»
«No, niente, stavo riflettendo.»
Fortunatamente la signora non si accorse che c'e ra
Jessika, tutta nuda, sdraiata accanto a lui.
Altre volte, invece, sempre mentre è immerso nel -
l'acqua calda, vede se stesso imputato in un proces so
per molestie sessuali. In quel caso, nel ruolo di giudice,
in toga e tocco, c'è il suo vicino di casa, il dottor
Cazzaniga.
«È lei Bellavista Gennaro, pensionato dello Stato,
nato il 18 novembre del 1929?»
«Sì, sono io.»
«Giuri di dire la verità, tutta la verità e niente al tro
che la verità. Dica: lo giuro.»
«Lo giuro.»
«Lei è accusato di aver avuto rapporti carnali con la
minorenne Mantovani Jessika. Che ha da dire a sua
discolpa?»
«Che la Mantovani Jessika non è minorenne: ha già
compiuto i diciotto anni.»
«Diciassette o diciotto non fa differenza» ribatte
il giudice Cazzaniga. «È pur sempre un atto di plagio
nei confronti di una creatura che ha cinquantadue anni
meno di lei.»
«Senta, signor giudice: quella che lei chiama "la
creatura", mi creda, tutto è tranne che una creatura.
Anzi, se proprio vogliamo dire le cose come stanno, qui
l'unica creatura sono io!»
«Adesso non esageriamo! Sul mio verbale è scrit to
che lei ha portato la Mantovani Jessika in un ammezzato
di tale De Piscopo Saverio, sito in via Campiglione
47, per poi approfittarne sessualmente. È vero
o non è vero?»
«Sì, è vero, ma sono stato pesantemente provocato.»
«In che modo?»
«In primo luogo con le immagini.»
«Come sarebbe a dire "con le immagini"?»
«Signor giudice, lei ha presente quel quadro di Domenico
Morelli intitolato Le tentazioni di Sant'Antonio?
Ebbene...»
«E dalli co' sto quadro di Domenico Morelli! Ne
abbiamo già parlato la settimana scorsa. Ora, sempre
che li abbia, mi porti degli altri argomenti e soprattutto
di più alto spessore.»
«Signor giudice, adesso non so come spiegarlo, ma
le giuro che non è colpa mia se penso sempre al la
Mantovani Jessika. Io quando le sto accanto non ho più
settant’anni, ma quarantaquattro.»
«E perché?»
«Perché settanta più diciotto fa ottantotto, e ottantotto
diviso due fa quarantaquattro. Poi lei, la
Mantovani Jessika, è diabolica... mi provoca. Mi dice
cose che non mi fanno dormire. Anche oggi, ad
esempio, nella vasca, dieci minuti prima che arrivasse
lei, mi ha detto delle cose terribili.»
«Che le ha detto?»
«Che mi pensa sempre, e che non si fa più la doccia
come una volta, che adesso si fa il bagno nella va sca,
proprio come me. Questa mattina poi le ho chie sto: "E
che cosa pensi quando sei nella vasca?", e lei mi ha
risposto: "Che si stava ravanando", che nel gergo
giovanile vuol dire che si stava pomiciando.»
La Jessika reale, però, è molto diversa da quella
immaginata. Da un po' di tempo a questa parte, infatti,
lo sfugge. Lui vorrebbe portarla di nuovo a ca sa di
Saverio e lei, evidentemente, non è d'accordo. Mai una
volta che restasse sola con lui il tempo necessario per
prendere un appuntamento. Eppure basterebbe arrivare a
lezione cinque minuti prima o andarsene cinque minuti
dopo, e invece niente. Una volta le ha fatto anche
l'occhiolino ma lei ha finto di non capire. D'altra parte,
non gli va di telefonarle, né lei, dal canto suo, lo
chiama, per chiedergli un chiarimento su un qualsiasi
argomento filosofico. A lezione, poi, non si stacca mai
dai compagni. Non gli resta quindi che attenderla
all'uscita della scuola e fingere d'incontrarla per caso.
Per contro, non può nemmeno mettersi lì impalato, a
due passi dall'ingresso del liceo, come se fosse uno
studentello al suo primo appuntamento: gli sembrerebbe
di tornare indietro di cinquant’anni. E anche per strada
non è che sia così facile contattarla. Jessika, in pratica,
non cammina mai da sola: è sempre circondata da uno
stuolo di ragazzi e di ragazze. Per poterla avvi cinare
senza problemi deve aspettare che prima sa luti gli
amici.
Bellavista si apposta in via Nisco, una parallela di
via Carducci. Il liceo è a meno di cento metri. Lui sa
che la ragazza per andare a casa dovrà passare da lì. Si
piazza davanti alla UPIM, accanto a un telefono
pubblico, e attende con fiducia.
Ed eccola arrivare: sta tra due amiche di scuola e
ride. Di che riderà, poi, è sempre rimasto un miste ro.
Spesso, infatti, l'ha vista ridere e sempre senza motivo.
Mai una volta che affrontasse un discorso serio, un
argomento impegnativo. Non dico di politica, per
carità, ma almeno una riflessione sulla vita quotidiana,
o un giudizio su un film che ha visto la sera prima in tv.
Niente di niente.
Poi finalmente la vede salutare le compagne e at -
traversare la strada. Sta per andarle incontro quan do
una Mercedes gli taglia la strada e s'inchioda giu sto
davanti a lei. Sull'auto intravede Giada e due
giovanotti. Uno dei ragazzi invita Jessika a salire. Lei
entra e l'auto riparte sgommando. Bellavista re sta lì, al
centro della strada, immobile, come un ebe te, finché un
camioncino non gli strombazza il clac son nelle orecchie
perché si sposti.
Pazienza, la vedrà alle quattro, a casa sua, per la
lezione.

XVIII

Furto d'auto

Peppino e Giacomo sono in ritardo. Poi, finalmente,


arrivano. Sono le quattro e mezzo, e Jessika non è con
loro. Bellavista chiede notizie.
«L'abbiamo aspettata per venti minuti alla ferma ta
della metropolitana ma non se fatta viva» risponde
Giacomo. «L'ho anche chiamata sul telefonino, ma non
risponde.»
«Va bene,» dice Bellavista «aspettiamo altri cinque
minuti e poi cominciamo. Oggi tocca a Heidegger.»
«E sono cazzi!» è il commento pesante di Peppino.
«Come?» chiede il professore che non ha sentito
bene.
«Stavo dicendo che è difficile» si corregge Peppino.
«Almeno così mi hanno detto a scuola. Pare che sia il
più tosto di tutti.»
«Certo che è tosto, ma se ci metti un po' di buona
volontà anche tu lo puoi capire. Comunque, in attesa
che arrivi Jessika, cominciamo con la vita... Allora,
Martin Heidegger nacque a Messkirch, in Germania, nel
1889. Era figlio di un sacrestano, e tanto per cambiare
era anche lui un personaggio strambo. Basti di re che,
quando gli morì la mamma, sulla tomba, invece della
corona di fiori, depose il suo libro Essere e tempo.
Come filosofo, poi, non ne parliamo. Più che nelle
risposte, si specializzò nelle domande. Una volta, in
Francia, iniziò una conferenza con queste parole: Was
ist die Philosophie? Che cos’è la filosofia?»
«E pure a me piacerebbe sapere che cose la filosofia
» chiede Peppino. «O, quanto meno, a che cosa
serve. Era tanto tempo che glielo volevo chiedere.»
«E io te lo dico subito» risponde il professore, tut to
contento che almeno per una volta Peppino si dimostri
interessato. «Nella vita ci sono cose che si sanno e che
fanno parte delia Scienza, e cose che non si sanno, ma
si credono, che fanno parte della Religione. E infine
cose che non si sanno e non si credono, ma sulle quali
si discute. Ebbene, queste ultime rappresentano la
Filosofia. Facciamo degli esempi: l'acqua bolle a cento
gradi. Se tu, Peppino, non ci credi, prova a riempire un
pentolino d'acqua, mettilo sul fuoco e quando vedi
affiorare le prime bollicine infilaci dentro un
termometro. In quel preciso momento ti accorgerai che
segna giusto cento gradi. Questa è la Scienza. Se,
invece, parliamo di vita eterna, c'è chi crede in Dio, chi
in Allah e chi in Manitù, e questa è la Religione. Infine,
se l'argomento su cui stiamo discutendo è la Felicità, ce
chi pensa che la si possa raggiungere con l'Avere e chi
con l'Essere. E allora si parla e si litiga fino alle ore
piccole: tu dici una cosa e io ne dico un'altra, e par -
lando parlando finiamo col fare Filosofia.»
«Se ho ben capito, allora,» conclude Giacomo «la
Filosofia è una cosa che sta a metà strada tra la Scienza
e la Religione.»
«Proprio così, e mentre gli scienziati giurano sui
numeri e i religiosi sul Verbo, i filosofi posseggono, o
almeno dovrebbero possedere, il dono del Dubbio.
Un vero filosofo, infatti, pratica l’aporeîn, l’apátehia e
l'epoché, e cioè il dubbio, l'assenza della passione e la
sospensione del giudizio.»
Squilla il telefonino di Giacomo. È Jessika.
«Uè, che fine hai fatto?» chiede Giacomo. «Ma no!...
Non mi dire... E ora dove stai?... Ma tu che di ci?
Bellavista?... Ma davvero si chiama Bellavista?... Ora lo
chiedo al professore. Tu, comunque, continua a tenere il
telefonino acceso.»
Dopodiché, rivolto al professore: «Jessika è stata
arrestata».
«Come sarebbe a dire "arrestata"?» chiede Bellavista.
«Non lo so, stava in macchina con degli amici e l'au -
to è risultata rubata. Adesso sta presso la compagnia dei
carabinieri di Bagnoli. Lì, a quanto pare, quello che
comanda è un certo capitano Bellavista. Lei, professore,
ha per caso un parente nei carabinieri?»
«Sì, è il figlio di un mio cugino.»
«Ed è lui che ha arrestato Jessika. Secondo me
dovremmo correre subito a Bagnoli.»
Durante il viaggio in taxi, e dopo una seconda te -
lefonata di Jessika, Giacomo racconta meglio come
sarebbero andate le cose.
«Oggi Jessika e Giada, sono state invitate da due
ragazzi per un picnic a Bagnoli. Sennonché la mac china
sulla quale erano salite, è stata fermata dai ca rabinieri.
Dice Jessika che l'auto era stata rubata da uno dei
ragazzi qualche minuto prima. Poi, una vol ta arrivati in
caserma, aveva saputo da un carabiniere che il
comandante si chiamava Bellavista e allora aveva
pensato di telefonare a noi.»
Ricapitolando, i ladri erano i due ragazzi che il
professore aveva visto insieme a Giada in quella
Mercedes, fuori della scuola, e Jessika, pur essendo
innocente, era stata arrestata dai carabinieri. Ora
toccava a lui andarla a salvare.
«Zio Gennaro! E tu che ci fai qua?» chiede il capi -
tano al professore.
«Niente, ho saputo che avete arrestato una mia
allieva per flirto d'auto, e mi sono precipitato.»
«Non è stata arrestata, è stata fermata» precisa il
capitano. «Quale delle due ragazze è la tua allieva?»
«La Mantovani,» risponde Bellavista «quella che ha
solo diciotto anni.»
«Se è per questo, ne ha diciannove: li ha compiuti
domenica scorsa.»
La notizia che Jessika avesse compiuto diciannove
anni al professore fece piacere. Malgrado la
drammaticità della situazione, infatti, non poté fare a
meno di pensare che lui non era più uno che stava con
una diciottenne, bensì con una di diciannove.
Sfumature, certo, ma, sempre secondo la sua morale, un
anno di Jessika contava di più di un anno dei suoi, dal
momento che tra i settanta e i settantuno non c'era tanta
differenza, mentre tra i diciotto e diciannove sì. Ciò
nonostante si rammaricò che la ragazza non l'avesse
informato del compleanno. D'accordo, era capitato di
domenica, ma che ci voleva a fargli una telefonata!
Avrebbe rimediato un regalino, e lui, una volta tanto,
avrebbe potuto darle anche un bacetto in presenza di
Giacomo e Peppino.
«E ora che succede?» chiede il professore.
«Niente: che deve succedere?» risponde il capitano.
«L'autore del furto è il ragazzo che stava alla guida.
Ha confessato subito. Si è giustificato dicendo che
doveva andare a prendere due ragazze a scuola e che, in
quanto privo di macchina, era stato costretto a
prenderne una in prestito. Ha detto proprio così: "una in
prestito". Tra l'altro è un balordo già implicato in altri
furtarelli del genere. Lui di sicuro va dentro. Purtroppo
ci resta pochissimo. Gli altri, invece, li lasciamo liberi
oggi stesso. Finora non l'ho fatto perché ho convocato i
rispettivi genitori. Infatti, non so se lo sai, ma quando
abbiamo a che fare con minorenni, o con maggiorenni
molto giovani, siamo soliti informare le famiglie.»
Proprio in quel momento entra un carabiniere.
«Capitano, di sotto c'è la signora Mantovani Ales -
sandra, la madre della Mantovani Jessika.»
«Falla accomodare in sala d'attesa» dice il capita no.
Poi, rivolto a Bellavista: «Zio, fammi un piacere:
intrattieni tu per cinque minuti la signora. Io, intan to,
faccio un discorsetto ai ragazzi».
Il professore esce e incrocia Jessika. Dietro di lei ci
sono anche Giada e un giovanottone alto quasi due
metri. Jessika, nel vedere Bellavista, sta per get targli le
braccia al collo, ma lui, più svelto, riesce a bloccarla.
Non vuole che il capitano-nipote si faccia strane idee.
Insomma, ha la sua brava coda di paglia. Nel frattempo,
però, sente lo spilungone prendere le distanze
dall'accaduto.
«Capitano, io non c'entro niente con quello lì: si può
dire che nemmeno lo conosco. Io sono un giocatore di
pallacanestro, gioco nella Virtus. Ero andato
all'Umberto per prendere la mia fidanzata quando quello
ci ha invitati a fare un giro in macchina. Questo è
quanto.»
«Per ora siediti là e aspetta» risponde il capitano con
tono burbero. «Poi mi racconterai tutto per filo e per
segno.»
Bellavista, intanto, è rimasto scioccato: ha sentito lo
spilungone dire «la mia fidanzata» e vorrebbe tanto
sapere se si riferiva a Jessika o a Giada. Potrebbe
chiederlo direttamente al capitano, ma teme di tradirsi.
Alla fine non ce la fa più, e chiama il nipote in
disparte: «Tu prima mi hai detto che il ragazzo alla
guida era un pregiudicato».
«Sì, ma per piccole cose.»
«E quell'altro, il giocatore di pallacanestro, come sta
messo?»
«Chi? Il fidanzato di Jessika? Ha la fedina pulita. È
uno sportivo. Tra dieci minuti lo facciamo uscire.»
Con ancora nelle orecchie le parole «il fidanzato di
Jessika», gli tocca ora l'ultima incombenza, quella di
intrattenere la madre dell'allieva. La povera donna ha
gli occhi pieni di lacrime.
«Professore, ma lei ha sentito? Jessika è stata ar -
restata!»
«No, signora, non è stata arrestata: è stata ferma ta
per accertamenti.»
«Sì, ma per furto d'auto. Lei si rende conto della
vergogna? Mia figlia sospettata di essere una ladra!
Quando lo verrà a sapere mio marito succederà il fi -
nimondo.»
«E lei non glielo dica.»
«Ma si può?»
«Certo che si può. Basta non parlare.»
«D'accordo: non glielo dico. Ma Jessika da oggi in
poi deve badare con chi se la fa. Innanzitutto non
deve più frequentare quella Giada. Quella a me non è
mai piaciuta. Pare che il teddy boy che ha commesso il
furto sia un suo amico.»
«Signora,» la corregge Bellavista «oggi non si dice
teddy boy, si dice "tosto".»
«Sì, ma tosto o non tosto, Jessika si deve stare ac -
corta con chi esce: non può salire sulla prima mac china
che capita. E a questo proposito, professore, lei mi deve
aiutare. E già, perché io con mia figlia non riesco più a
comunicare. Se le dico "Jessika, ti devo parlare", lei mi
volta le spalle e se ne va. A questo punto non ho altre
speranze al di fuori di lei. Mentre venivo in taxi,
proprio a questo pensavo: qui l'unico che mi può dare
una mano è il professor Bellavista. Lei si deve chiamare
Jessika a quattr'occhi e le deve dire tutto quello che le
va detto: con chi se la deve fare, quali amicizie
scegliere, e quali no. Faccia conto che sia sua figlia. Le
stia più vicino. Uno di questi giorni, con una scusa
qualsiasi... magari che le deve mostrare un libro di
poesie... la trattenga nel suo studio e le parli a viso
aperto. Lei, a me, questo piacere non me lo può
negare!»

XIX
Freud

«Sabato e domenica Saverio va dalla sorella a Torre


del Greco» dice Bellavista a Jessika. «Abbiamo la ca sa
tutta per noi.»
«Mi spiace, krasto mio, ma il capitolo è chiuso»
risponde lei.
«Come sarebbe a dire "è chiuso"?»
«Che è stato carino, magari anche figo, ma che adesso
non mi va più. Punto, stop, crash, finish.»
«E me lo dici così?»
«E come te lo dovrei dire? Buttandomi in ginoc chio?
Qui tra dieci minuti arrivano Peppino e Giaggià. Se
non te lo dico adesso, quando te lo dico?»
Ovviamente questo annuncio getta il professore nello
sconforto più assoluto. Oggi dovrebbe spiega re Freud,
ma come farcela se il suo Conscio e il suo Inconscio
sono tutti e due nei calzini?
Arrivano i ragazzi. Giacomo si accorge subito che
Bellavista ha un'aria abbattuta.
«Professore,» gli chiede «è sicuro di sentirsi bene? Se
vuole torniamo domani.»
«No, grazie Giacomo, mi sento benissimo. Piuttosto
non perdiamo altro tempo: oggi abbiamo Freud.»
«Ed è lungo?» s'informa Peppino, che, come sempre,
ha la sua brava partita di calcetto che lo aspetta.
«Beh, a volerlo raccontare tutto non basterebbe un
anno intero, tanti sono gli argomenti che ha toccato e i
libri che ha scritto. Io, comunque, proverò a raccon tarvi
almeno i concetti fondamentali, quelli per i quali è
diventato famoso. Cominciamo col dire che in questa
stanza, secondo Freud, non siamo in quat tro ma in otto,
e forse anche in dodici. Di Peppini, lui, ad esempio, ne
vede tre: il Peppino Conscio, il Peppino Rimosso e il
Peppino Latente. A loro volta il Peppino Rimosso e il
Peppino Latente si fondono in un'unica entità e
diventano il Peppino Inconscio.»
«Madonna mia!» non può fare a meno di esclama re
Jessika. «A me già un Peppino mi sembra troppo,
figuriamoci tre!»
«E io, invece, di Jessike ne vedo una sola» ribatte
pronto Peppino. «Quella stronza!»
«Ragazzi, per favore!» li zittisce Bellavista alzando
la voce. «Se avete intenzione di prendervi a paro lacce,
fatelo pure, ma fuori di qui. E adesso, se permettete, io
continuerei con la lezione. Dunque, come vi slavo
dicendo, Freud sostiene che dentro ciascuno di noi c'è
un altro individuo che si chiama l'Io Inconscio, che poi
a sua volta si divide in un Io Rimosso e in un Io
Latente.»
«Che differenza passa tra l'Io Latente e l'Io Ri -
mosso?» chiede Giacomo.
«Che il Latente ha dimenticato alcune cose, laddove
il Rimosso, anche volendo, non riuscirebbe a
ricordarsele.»
«Ma che si può fare per aiutare il Rimosso a ricordare?
»
«E qui sta l'abilità dello psicoanalista. Ma
cominciamo
dal principio: Freud è stato l'inventore della psicoa -
nalisi, ovvero di un metodo d'indagine della psiche.»
«Volete dire "la cura dei pazzi"» semplifica Peppino.
«Nossignore, quella, semmai, sarebbe la psichiatria.
La psicoanalisi è un metodo di lavoro che non ha nulla
a che vedere con nessun'altra attività diagnostica. Con
la psicoanalisi, infatti, non si curano i malati di mente,
ma i sani o, per meglio dire, quelli che credono di esse -
re sani e che invece, pur non sapendolo, sono malati. A
sentire Freud non ci sarebbe un solo individuo a questo
mondo che non sia malato, e per guarirlo l'unico modo
che esiste è quello di farlo uscire allo scoperto. Prima
del suo arrivo, infatti, era il medico a sottoporre il
paziente a una serie d'ispezioni corporali e a fargli delle
domande. Con la psicoanalisi, invece, è il pazien te ad
assumere il ruolo di protagonista. Lo psicoanali sta, se è
davvero bravo, non deve fare assolutamente nulla: deve
solo ascoltare in silenzio e aspettare che l'Inconscio si
faccia vivo da solo.»
«E funziona?» chiede Giacomo.
«Beh, se dopo un secolo la si pratica ancora vuol
dire che a qualcosa serve. Freud scoprì questo modo di
lavorare grazie a una sua paziente, una certa Emmy non
so come, che un giorno, dopo un estenuante
interrogatorio, gli disse: "Senta, dottore, mi faccia un
piacere, se ne stia zitto e non mi tocchi!", dopodiché si
mise a parlare per circa due ore. Freud si limitò ad
ascoltarla, ed ebbe modo di scoprire tut te le angosce
che la tormentavano. Che era successo? Che l'Inconscio
di Emmy, credendosi solo, si era messo a parlare dei
suoi problemi. E questo spiega anche il perché, durante
le sedute, lo psicoanalista si piazza alle spalle del
paziente, proprio per non farsi vedere dall'Inconscio.»
«Insomma, per dirlo alla mia maniera,» conclude
Peppino «lo psicoanalista fa fesso l'Inconscio.»
«L'espressione non è accademica ma rende l'idea»
ammette Bellavista. «Dice Freud: "La distinzione della
psiche in Conscio e Inconscio è il presupposto base per
ogni seria indagine psicoanalitica". Non commettete,
però, l'errore di confondere il Rimosso con l'Inconscio,
o quanto meno di credere che le due presenze
coincidano. A tale proposito Freud è stato molto chiaro.
Nel suo saggio L'Io e l'Es dice testualmente: "Ogni
Rimosso è Inconscio, ma ogni Inconscio non è
Rimosso". Avete capito?»
«No» dichiara Peppino, alquanto provato.
«Un po' di pazienza e capirai» continua Bellavi sta.
«Tu immagina che la psiche sia una grande torta dove il
Conscio è la crema che sta sopra e l'Incon scio le fragole
che stanno dentro. Il problema è come arrivare alle
fragole senza farsi distrarre dalla crema. Ora ci si
chiede: "Ma chi comanda dentro di noi? La crema o le
fragole? Il Conscio o l'Inconscio?". Ebbene, tutto
dipende dal momento che stiamo vivendo. In condizioni
normali, e chiedo scusa a Freud se uso l'aggettivo
"normale", è il Conscio a farla da padrone, e a lasciare
all'Inconscio solo piccoli spazi come il lapsus, il sogno
e la battuta di spirito. Quando, invece, l'individuo è in
preda a una forte emozione, quale potrebbe essere, che
so io, una crisi isterica, o un grande dolore, o un
innamoramento, allora è l'Inconscio a dettare legge.»
«Professore,» chiede ancora Giacomo «ci può fare
degli esempi?»
Bellavista ci pensa un po' e poi prova a fare un'i -
potesi.
«Supponiamo che io oggi m'innamori di Jessika.»
«Ah sì,» esclama Peppino ridacchiando «supponiamo,
supponiamo!»
«Non che io mi limiti a considerarla una bella ra -
gazza, ma che pensi a lei in ogni momento della
giornata. Che me la sogni di giorno e di notte. Voi
come definireste questo mio stato d'animo?»
«Un megarincoglionimento» risponde Peppino senza
un attimo di esitazione.
«Diremo che ha perso la testa» dichiara più educatamente
Giacomo.
«E che altro vuol dire "perdere la testa" se non la -
sciare via libera all'Inconscio?» chiede Bellavista. «Da
quel momento in poi, infatti, ogni mia parola, ogni mio
atto, ogni mio pensiero, non sarebbero più sotto il
controllo della coscienza.»
«Ma se permette,» lo blocca Jessika «esiste anche il
mio Conscio, e non è detto che il mio Conscio deb ba
per forza accettare il suo solo perché lei è il pro fessore
e io l'allieva.»
«D'accordo,» risponde Bellavista «ma in questo caso
non sarebbe il tuo Conscio a rifiutarmi, bensì il tuo
Inconscio. Per avere, invece, maggiori probabi lità di
successo dovrei puntare su altri stimoli, magati più
nascosti, più reconditi, meno evidenti, qua li, ad
esempio, il complesso di Edipo.»
«Professore,» lo interrompe di nuovo Jessika con un
pizzico di cattiveria «non me ne voglia, ma qui non ci
sono stimoli che tengono. Nel mio caso, Con scio e
Inconscio vanno d'amore e d'accordo. Io mi conosco, e
se un fatto non mi va, vuol dire proprio che non mi va!
E a quel punto, mi creda, non ci sono Edipi che mi
possono far cambiare idea.»
Quest'ultima frase è per Bellavista una vera maz zata.
Il poverino cerca di prendere tempo. Si alza in
piedi e finge di cercare un libro nella biblioteca che sta
alle sue spalle, poi tossisce un paio di volte e tor na a
sedersi. Spera così di evitare che Giacomo e Peppino si
accorgano del suo turbamento. Alla fine, altro non può
fare che riprendere la lezione.
«Freud si è molto occupato di sessualità, al punto
tale da essere accusato di "pansessualismo". A suo dire,
tutti gli esseri umani sarebbero sottoposti a due impulsi
primari: l'Eros e il Thanatos. Il primo di vita e il
secondo di morte. Il primo che mira alla prosecuzione
della specie e il secondo che tende alla sua distruzione.»
«Ritornando, quindi, all'esempio di prima,» conclude
Giacomo «lei vorrebbe fare l'amore con Jessika per
metterla incinta, o, in caso di rifiuto, per ucciderla...»
«... o per uccidermi» precisa Bellavista. «L'impul so
di morte, dice Freud, è presente in ognuno di noi. Ma
quanto a questo potete stare tranquilli: non ho alcuna
intenzione di porre fine ai miei giorni. 11 ses so,
comunque, ha nella psicoanalisi un ruolo fondamentale.
Mentre per la medicina tradizionale coincide con il
processo riproduttivo, per Freud non ce nessuna azione
umana che non sia in qualche modo condizionata dal
piacere sessuale. Perfino il rapporto che s'instaura tra lo
psicoanalista e il paziente è di natura sessuale.»
«Come dire che pensiamo tutti alla stessa cosa, cioè a
quella cosa là» commenta Peppino. «E io su questo sono
d'accordo con Freud.»
«In contrasto, però, a "quella cosa là", come la
chiama Peppino, c'è anche il desiderio di morte» aggiunge
Bellavista.
«E io su questo non sono d'accordo» tiene a precisare
Peppino. «Qui, secondo me, Freud ha toppato di brutto.»
«E anch'io non sono d'accordo» dichiara Jessika più
scettica che mai. «E non solo sull'impulso di morte, ma
anche su quello di vita. Per me il sesso ha
un'importanza molto relativa. Io sarei capace di farne a
meno anche per un anno intero. Certo è che se una ha la
fortuna di beccare un bel fico le cose pos sono anche
cambiare, ma qui, con quello che passa il convento, c'è
poco da stare allegri.»
E dicendo «convento», dà uno sguardo circolare a
Peppino, a Giacomo e a Bellavista.

XX

La gelosia

Cantava Oscar Carboni negli anni Quaranta:


No, non è la gelosia, ma è la
passione mia. Quando ti
guardano gli altri io tremo per
te. La tua bellezza la voglio
soltanto per me.
E anche il professore era geloso, geloso di quel ra -
gazzone che aveva intravisto nella compagnia dei carabinieri
di Bagnoli. Ormai non aveva più dubbi: a parte
quello che lo stesso giovanotto aveva detto, anche
Peppino gli aveva confermato che Gianluca (così si
chiamava) era il fidanzato ufficiale di Jessika. A scuola
lo sapevano tutti e lei era anche molto invidia ta dalle
compagne di classe. D'altronde, mettiamoci nei suoi
panni; a un certo punto della vita si era trovata di fronte
a un bivio: da una parte aveva un giocatore di
pallacanestro, alto due metri, con i capelli neri e gli
occhi verdi, e dall'altra un signore anziano dai ca pelli
grigi con la pancetta e due rotoli di grasso intorno ai
fianchi. Che avrebbe dovuto fare? Optare per la
cultura? Ma per carità! Jessika della cultura non se ne
poteva fregare di meno, o, per dirla con parole sue, la
scagava di brutto. Allora perché la prima volta c'era
stata? E vallo a capire. Probabilmente l'aveva diverti ta
il fatto che lui era il professore e lei l'allieva, o magari
era stata incuriosita dall'enorme differenza di età. Avrà
pensato: «Proviamo con l'over: vediamo che effetto fa».
Tutte queste cose Bellavista le sapeva benissimo; il
pensiero, però, che quella specie di energumeno se la
portasse a letto lo faceva star male.
Aveva anche cercato d'invitarla di nuovo a casa di
Saverio, ma lei, una volta perché doveva andare in
palestra, un'altra perché doveva accompagnare la madre
dalla nonna, e un'altra ancora perché si sentiva stanca,
si era sempre rifiutata, finché, l'ultima volta, quella
della lezione su Freud, glielo aveva det to chiaro e
tondo: «Krasto mio, il capitolo è chiuso».
Ora, questa frasettina gli era rimasta nel cervello
come una pugnalata. La notte non riusciva a prendere
sonno. Perché, si chiedeva, il capitolo si era chiuso?
Che cosa era successo? Dove aveva sbaglia to? Lei, poi,
per farsi capire meglio, aveva aggiunto tutta una serie
di paroline prive di senso come «punto, stop, crash e
finish». E questo non era bello. Avrebbe potuto essere
almeno un pochino più umana. Avrebbe potuto dirgli,
che so io, che si era innamorata di un altro. E invece
niente.
Un giorno, mentre Giacomo era andato un attimo in
bagno e Peppino non era ancora venuto, le chiese
maggiori spiegazioni.
«È vero che stai con un certo Gianluca?»
«Lui, come giocatore, è cazzutissimo: è il miglior
realizzatore della squadra.»
«Non t'ho chiesto quanti canestri ha segnato, ma solo
se è o non è il tuo fidanzato.»
«Potrei risponderti che sono cazzi miei» aveva ribattuto
lei, più indisponente che mai. «Ma se a te questa
spiegazione non basta, puoi sempre sfidarlo a duello.
Mi sbaglio o era così che si risolvevano cer ti
problemini ai tempi tuoi?»
«Nossignore, ai tempi miei se una ragazza andava a
letto con più di un uomo si diceva che era una zoc cola,
punto e basta.»
«Complimenti!» rispose lei. «A forza di frequenta re
Peppino stai facendo progressi.»
Un giorno Bellavista confida all'amico di sempre
tutte le sue angosce.
«Renato, la vecchiaia è una grande ingiustizia.»
«Il nostro guaio, Gennaro mio,» risponde Cazzaniga
«non è l'essere vecchi quanto il sentirsi giovani. E tu,
ammettilo, a malapena ti senti diciottenne. Guarda me,
invece: io mi sono abituato all'età che ho, e, a volte, ti
confesso, ne sono addirittura orgoglioso. Dichiaro a
tutti gli anni che tengo, sempre sperando che poi
qualcuno, dall'altra parte, mi dica: "Sessantacinque? Ma
non può essere: non li dimostra affatto. Complimenti
per come se li porta!".»
«Non scherzare» replica Bellavista, più avvilito che
mai. «Io, in questo momento, darei tutto quello che ho:
soldi, laurea, intelligenza, cultura, pur di avere, non
dico tanto, una trentina di anni di meno. A quel punto,
credimi, non ci sarebbe nessun Gianluca capace di farmi
fuori!»
«E chi è Gianluca?»
«È il fidanzato di Jessika: un giocatore di pallaca -
nestro alto due metri.»
«E allora? Prima o poi te lo dovevi aspettare. An zi, sai
che ti dico? Dovresti esserne addirittura con tento. Chissà
che non sia questo l'unico modo per farti tornare normale.»
«E invece ti sbagli. Da quando ho visto quel gio -
vanottone, non riesco più a pensare ad altro. Ieri li ho
anche pedinati.»
«Come sarebbe a dire "pedinati"?»
«Ho sentito Jessika parlare al telefonino con qual cuno e
dargli un appuntamento alle otto precise davanti al cinema
Santa Lucia. Ho intuito che stava parlando con lui e ho
deciso di andarci anch'io.»
«Ma che dici? E se ti vedevano?»
«Non mi potevano vedere: con la scusa di dover fare
una telefonata sono entrato nel ristorante Etto re e da lì
controllavo l'ingresso del Santa Lucia. È arrivata prima lei
e poi lui, dopodiché sono entrati tutti e due nel cinema. Ho
atteso per prudenza ancora qualche minuto, dopodiché
sono entrato anch'io. Davano un film orribile, uno di quei
film ai limiti della pornografia. Alla cassa la cassiera mi
ha anche chiesto se avevo la Carta d'argento, quella che dà
diritto al trenta per cento di sconto, e io ho risposto di no
perché non mi andava di passare per vecchio. Poi sono
entrato al buio e, seppure a fatica, li ho localizzati. Mi
sono seduto dietro di loro, a tre o quattro file di distanza,
in modo da poterli tenere d'occhio senza correre il pericolo
di essere visto.»
«E quando si è accesa la luce... nell'intervallo... che hai
fatto?»
«Ho fatto finta di leggere un giornale. Avevo con me il
"Corriere della Sera" che come tu sai è enorme. Ricordati,
Renato, che quando si fanno questi
tipi di pedinamenti, bisogna sempre portarsi dietro un
"Corriere della Sera".»
«Io, veramente, non ne ho bisogno. Ma poi che è
successo?»
«Per un po' niente, poi, nel secondo tempo hanno
perso ogni forma di pudore: si abbracciavano e si
baciavano in continuazione. Non puoi immaginare
quanto ho sofferto! A un certo punto non ce l'ho fat ta
più e sono uscito. Ebbene, non ci crederai: ma chi
t'incontro all'uscita del cinema... proprio di faccia?
Peppino, il mio allievo Peppino, quello che non ca pisce
niente di filosofia.»
«E che ti ha detto?»
«Mi ha detto: "Professò, ma come, pure a voi piac -
ciono i film di Tinto Brass?".»

XXI

Elogio della doccia

Il bar è gremito di gente e tutti parlano di politica. Non


che a Napoli la politica sia così di moda, per carità, ma
una volta ogni paio di anni, e in particolare quando ci
sono le regionali, può anche diventa re il primo
argomento di conversazione.
«Ovviamente» dice Cazzaniga mentre beve il suo
caffè al vetro «non ti chiederò per chi hai deciso di
votare. Eppure ti confesso che sono stato sempre curioso
di sapere come la pensi. A sentirti parlare, non si
riesce mai a capire se sei di destra o di sinistra.»
«Ma se proprio ieri te l'ho spiegato!» risponde il
professore, stupito. «Il mio partito è il PAT, il Partito
dell'Acqua Tiepida. Le cose in pratica, secondo il mio
modo di vedere, starebbero in questi termini: due sono i
sentimenti che regolano la politica, e precisamente
l'Egoismo e la Solidarietà. Male fece Marx a
sottovalutare la positività dell'Egoismo.»
«Ma come fai a dire che l'Egoismo può essere positivo?
»
«Te lo dimostro in quattro e quattr'otto. Supponiamo
di essere tre amici: io, tu e il dottor Passalacqua. Io
sono molto egoista e voglio guadagnare più di te, ma
anche tu sei molto egoista e vuoi guadagnare
più di me. Passalacqua, poi, non ne parliamo: è il più
egoista di tutti e vorrebbe guadagnare più di me e di te
messi insieme. In altre parole, ognuno di noi vorrebbe
guadagnare più degli altri e, per ottenere questo risultato,
si dà un daffare della Madonna. Tutto ciò aumenterebbe il
PIL, il Prodotto interno lordo, e quindi, alla fin fine, la
ricchezza del Paese. Insomma, pur essendo egoisti,
finiremmo col rendere più ricco il nostro Paese. Questa è
l'ideologia del Mercato o, se preferisci, il motore della Destra.
Certo è che gli Stati che hanno adottato l'Egoi smo
come modello di sviluppo sono diventati tutti ricchi,
laddove quelli che hanno puntato sulla Solidarietà, tipo la
Romania, la Russia, la Bulgaria e l'Albania, sono finiti
tutti in miseria.»
«E questo, secondo te, è successo per colpa della
Solidarietà?» chiede Cazzaniga.
«Non ci sono dubbi. E già, perché i sostenitori della
Solidarietà la pensano in modo completamente diverso da
quelli dell'Egoismo. Dicono i solidali agli egoisti: "Ma che
vi siete messi in testa? Vi volete strafogare tutto voi? E i
poveracci? E gli handicappali? E quelli che non hanno
avuto la fortuna di studiare, che dovrebbero fare secondo
voi: morirsi di fame? Meglio allora se siamo tutti uguali,
tutti dipendenti dello Stato". In questo caso, però, gli
esseri umani, non essendo più motivati a superare il vicino
di casa, si accontenterebbero dello stipendio che hanno e
finirebbero col far deperire il mercato. In altre parole, si
comporterebbero come altrettanti dipendenti comunali.»
«Sì, d'accordo,» obietta Cazzaniga «ma ci sono anche le
soluzioni intermedie.»
«E qui nasce il mio partito: il PAT, il Partito del
l'Acqua Tiepida. Arrivano le elezioni e il cittadino viene
chiamato a scegliere tra Egoismo e Solida rietà, cioè tra
Destra e Sinistra. La cabina elettorale, a mio avviso,
dovrebbe somigliare a una cabina per la doccia e avere
due manopole: la prima con la scritta Egoismo e la
seconda con la scritta Solidarietà. Dopodiché l'elettore
valuta il momento politico che sta vivendo e si regola di
conseguenza. Se pensa che il suo governo, nei cinque
anni in cui ha gestito il potere, abbia esagerato in
Solidarietà, ovvero in pensioni, assistenza sanitaria,
sussidi di disoccupazione o altro, gira la manopola di
destra, altrimenti gira quella di sinistra, e tanto prova e
riprova finché non vede uscire l'acqua giusta. Insomma,
il mio filosofo preferito è Cleobulo, quello che scrisse
sulle mura del tempio di Delfi: "Ottima è la misura".»
«Il difficile» fa presente Cazzaniga «sta proprio
nello stabilire questa benedetta misura. I tuoi allie vi,
per esempio, come la pensano? Per chi votano?»
«Francamente non lo so» risponde Bellavista. «Però
sono ragazzi e, com'è noto, gli esseri umani nascono
rivoluzionari e muoiono pompieri. Diceva Flaiano: "I
giovani vogliono sempre fare le barricate, ma le
vogliono fare con i mobili degli altri". A loro,
comunque, l'acqua tiepida fa schifo. Potendo,
sceglierebbero o quella gelida o quella bollente. Jes sika
ha diciannove anni, dovrebbe quindi votare, ma non
conosco le sue idee politiche. Martedì, comunque, le
chiederò per chi ha votato e te lo farò sapere. Ho paura,
però, che abbia sprecato il suo voto. Il fatto è che vede
troppa televisione. Magari, una sera, avrà visto un
politico parlare un po' meglio degli altri e da quel
momento in poi si sarà schierata.
Oggi, se ci pensi bene, la vera dittatura è la televisione.
Che ci vuole, dico io, a spaventare un pubblico di te -
lespettatori mostrando loro una decina di episodi di
criminalità? Il difficile non sta nel denunciare le co se
che non vanno, quanto nello stabilire delle regole. Ti
faccio un esempio. Se io adesso ti chiedessi: "Meglio
un innocente in galera o un criminale libero", tu cosa
risponderesti?»
«Che non sarebbe nemmeno il caso di chiedermelo:
meglio un criminale libero.»
«E se invece ti chiedessi: "Meglio un innocente in
galera o centomila criminali liberi?".»
«Beh... forse... in questo caso... direi: meglio un
innocente in galera.»
«Come vedi, allora, il problema non è l'essere di
Destra o di Sinistra, quanto il mettersi d'accordo sulla
misura. Nell'esempio che ti ho fatto il Garanti smo, che
è sempre stato una prerogativa della Sinistra, deve
scendere a patti con l'Ordine, che invece è un'esigenza
della Destra. E bada bene a quello che ti dico: le
prossime politiche le vincerà il partito che prometterà
più ordine e sicurezza.»
«Io, a questo proposito, avrei una soluzione» si
sbilancia Cazzaniga.
«Quale?» chiede incuriosito Bellavista.
«Mi affiderei all'elettronica. Il mio motto è:
"L'informatica ci salverà".»
«A te l'Alfa ti ha rovinato. Da quella volta che ti
misero a capo del centro elettronico non hai più ragionato
con la tua testa.»
«Ascoltami e mi darai ragione» prosegue imper territo
Cazzaniga. «Di che cosa ha paura l'italiano medio? Di
essere aggredito per strada, o per le scale di casa, e di
essere minacciato da un'arma... che so
io... da una siringa o anche da un semplice temperi no.
Qualcuno mi ha detto: "Se continua così, tra un paio
d'anni andremo in giro tutti armati". Ma tu mi ci vedi
mentre rientro a casa con una pistola in mano?»
«Francamente no» risponde sorridendo Bellavi sta.
«Sei l'essere più diverso da John Wayne che io abbia
conosciuto.»
«E difatti, l'unica volta che ho sparato nella vita è
stato a diciotto anni, in un Luna Park, a un tirasse gno.
Se, però, con la pistola vado maluccio, con il
telecomando non mi batte nessuno. Se debbo cambiare
canale sono più veloce di qualsiasi pistolero del Far
West. E allora dico: mettiamoci in tasca un bel
telecomando, o un telefonino satellitare, insomma uno
di quegli aggeggi capaci di segnalare la nostra
posizione con non più di tre metri di errore. Nel
momento in cui mi vedo minacciato da un crimina le
premo un tastino e immediatamente parte un messaggio
del tipo: "Aiuto, aiuto, mi chiamo Renato Cazzaniga e
mi trovo in via Petrarca angolo via Stazio. Sono stato
aggredito da un delinquente armato. Venitemi a
salvare". A quel punto la volante più vici na si precipita
e mi salva.»
«Ed è quello il problema: avere una volante vici na»
conclude Bellavista alquanto sconsolato «una volante
che proprio in quel momento sta passando dalle tue
parti. Lo Stato italiano, infatti, se vorrà co prire tutto il
territorio nazionale, senza lasciare spazi incustoditi,
prima o poi dovrà aumentare le forze di Polizia, magari
sottraendole all'Esercito.»
«Tu, allora, sei per l'Ordine?»
«Su questo non ci sono dubbi, ma sempre all'in terno
di una certa misura.»
«Ho capito: non mi vuoi dire per chi voti» conclude
Cazzaniga. «Ma, almeno in passato, mi puoi dire per chi
hai votato?»
«Quasi sempre repubblicano. La prima volta fu negli
anni Cinquanta. Votai Ugo La Malfa e lo votai perché
era antipatico ai miei amici. La Malfa come politico era
una vera frana: diceva sempre la verità. Mai una volta
che avesse promesso "un milione di posti di lavoro".
Era a tal punto pessimista che lo chiamavano
Cassandra. Ma quelli erano altri tempi. Gli schieramenti
all'epoca erano netti: o si stava da una parte o dall'altra,
o con l'America o con l'Unione Sovietica, e noi
dobbiamo il nostro attuale benessere a un gruppo di
politici illuminati, quali appunto La Malfa, De Gasperi,
Ruini e Bonomi che, grazie a Dio, scelsero la parte
giusta. Avessero sbagliato allora, oggi staremmo tutti e
due su un gommone diretti in Francia.»
«Ebbene, non ci crederai,» gli dice sottovoce Cazzaniga
per non farsi sentire dal barista «ma i miei, a
Milano volano Lega. Mio fratello, poi, non ne par liamo:
si candida addirittura.»
«Ma chi, Osvaldo? Il commercialista? Quello che mi
hai presentato l'anno scorso a Natale? Ma come può
essere? Mi sembrava tanto una persona perbene.»
«E lo è, lo è, ma quando parla di politica non ragiona.
È convinto, ad esempio, che i padani siano una
razza superiore. Dice che discendono dai celti. La verità
è che gli sono antipatici i romani. Li odia!»
«E tu digli che quando gli antenati dei padani erano
ancora appesi agli alberi, quelli dei romani erano già
ricchioni.»
«Beh, su questo lui non ha dubbi.»
«Ma digli anche che per diventare ricchione biso gna
raggiungere una certa raffinatezza del gusto.
Un Alcibiade, tanto per fare un nome, non lo s'inventa
dall'oggi al domani.»
«Sono pienamente d'accordo» dice Cazzaniga, al -
quanto mortificato, «e ti dico di più: per me la più bella
frase che ho udito nella vita è quella scritta da Einstein
il giorno in cui dovette compilare il modulo di entrata
per gli Stati Uniti. Alla domanda a quale razza
appartenesse, lui rispose: "umana". Ora, però, se
proprio non mi vuoi dire per chi voti, dimmi almeno
per chi dovrei votare io?»
«Dipende: se vuoi uno spostamento a destra, come
del resto immagino, vota a sinistra.»
«Questa proprio non la capisco.»
«Ma se è così semplice!» spiega pazientemente
Bellavista. «Solo un governo di sinistra può attuare
qualche piccolo spostamento a destra. È l'unico, in fatti,
capace di tenere a freno i sindacati. Se al posto di
D'Alema, in questi ultimi anni, avessimo avuto un
governo Berlusconi, ci sarebbero stati scioperi gene rali
tutti i giorni. Pensa solo a quello che sarebbe successo
quando si è decisa la nostra partecipazione alla guerra
del Kosovo.»
Arrivati al seggio, i nostri amici scoprono di essere i
primi a votare. Eppure erano già le nove e trenta.
«Secondo me,» dice Cazzaniga «questa volta il
partito che vince sarà quello degli astensionisti, e meno
male che non piove.»
«Anch'io ne sono convinto» concorda Bellavista.
«Oggi la differenza tra un partito e l'altro è così pic cola
che nessuno fa più un'alzataccia per salvare la Patria.»
«Con questo che vuoi dire? Che noi italiani non
abbiamo una coscienza politica?»
«Così come stanno le cose, non l'abbiamo» sentenzia
Bellavista. «Ma non preoccuparti: se un giorno
dovessimo affrontare un nemico, che so io... una
squadra di calcio ai campionati del mondo... scenderemmo
tutti per strada con il tricolore.»
«Ed è meglio o è peggio vivere senza una coscien za
politica?»
«È di gran lunga meglio. È un lusso che pochi Paesi
si possono permettere, e noi, Dio sia lodato, siamo tra
questi pochi. Una percentuale di votanti bassa è indice
di grande stabilità politica. Poi, però, a pensarci bene,
chissà che non abbiano ragione quelli che non vanno a
votare.»
«In che senso?»
«Nel senso che due sono le situazioni possibili: o è
in pericolo la libertà del Paese, e allora è obbliga torio
combattere con ogni tipo di mezzo, col voto, con
l'impegno politico, e al limite con le armi, o so no in
gioco solo le poltrone, e allora, se permetti, non ce ne
può fregare di meno.»
«Ma questo è qualunquismo.»
«Certo che lo è» ammette Bellavista. «Ma devi tener
conto anche dell'età di chi vota. E qui torniamo ai nostri
discorsi di sempre: quando si sono superati i settanta,
seguire in tv i politici che si accapigliano è come
vedere dei ragazzi che stanno giocando a Monopoli e
che litigano per impadronirsi del Parco della Vittoria.»
Una volta tornati a via Petrarca, Bellavista e Caz -
zaniga vengono accolti da Salvatore.
«Professò, non per sapere i fatti vostri, ma per chi
avete votato?»
«Salvato,» risponde sbuffando Bellavista «a parte
il fatto che il voto è segreto, ogni volta che ci sono le
elezioni mi fai sempre la stessa domanda! Eppure lo sai:
voto repubblicano.»
«Repubblicano!» esclama scandalizzato Salvatore.
«E non lo dite a nessuno: fate una brutta figura. Qua
una cosa è certa: anche questa volta il Partito
repubblicano arriva ultimo. Voi, invece, dovete vota re
come voto io. Quand'ero giovanotto, alla mia prima
elezione, votai per Achille Lauro, cioè per il Par tito
monarchico popolare, e vinsi. Poi ho sempre votato per
la Democrazia cristiana e ho sempre vinto. L'ultima
volta, invece, alle amministrative, ho votato per i
comunisti, per Bassolino, e ho vinto un'altra volta.
Insomma, io ho un sesto senso: non so come faccio, ma
indovino sempre.»
«E questa, caro Salvatore, perché tu lo sappia,» dice
Bellavista «si chiama coscienza politica.»

XXII

Popper

«Professò, ieri sera a casa mia, come tutti i giovedì,


papà ha organizzato il tavolino di tressette. Io, allora,
durante una pausa, quella quando i giocatori vanno in
cucina per mangiarsi qualcosa, ho chiesto a ognuno di
loro: "Ma voi lo sapete chi era Karl Popper?". Ebbè, mi
dovete credere, tutti e quattro mi hanno risposto: "Mai
sentito nominare". Ora, premesso che sono tutte
persone, compreso papà, che nella vita hanno
guadagnato un cuofano di soldi, mi potete spiegare
perché io, proprio questa sera che c'è Juventus-
Barcellona in televisione, mi debbo mettere a studiare
questo Popper?»
«Per avere poi nella vita la faccia giusta» risponde
Bellavista.
«Come sarebbe a dire "la faccia giusta"?»
«Vedi, Peppino, io adesso non te lo so spiegare, ma
quando conosco una persona, già dalla faccia mi
accorgo se è uno che nella vita ha letto o non ha let to,
se è uno che ha studiato o non ha studiato. Quasi che il
leggere e lo studiare fossero capaci di cambia re la
faccia delle persone. Che poi molte volte la cul tura non
vada d'accordo con il portafoglio, questo è anche vero,
e qui torniamo al solito dilemma: meglio
essere miliardario o vivere una esistenza ricca di
contenuti? Meglio avere o essere?»
«E non si potrebbe fare metà e metà, un po' avere e
un po' essere?» propone Peppino.
«Purtroppo no. Tu comunque studia, e poi ne par -
liamo. Popper è stato l'inventore della teoria dell'Er -
rore, ovvero di un metodo noto anche come lo "sbagliando
s'impara". Immagina di stare in una stanza buia
e di non sapere dove si trova l'uscita. Altro non puoi
fare che incamminarti lungo una direzione, pur sapendo
che prima o poi andrai a sbattere contro una parete.
Ebbene, dice Popper, questi urti ti saranno utilissimi
per poi trovare l'uscita.»
«Ma in quella stanza sono solo?» chiede Giacomo.
«E già perché, se non sono solo, io aspetto che qualcun
altro si avvii e urti contro le pareti, dopodiché, non
appena lo vedo uscire, gli cono dietro.»
«Quindi tu vorresti sfruttare gli errori degli altri»
riassume Bellavista. «Ed è questo il motivo per cui è un
affare studiare, per sapere che cosa hanno fatto gli altri
prima di noi, in modo da capire dove e per ché hanno
sbagliato. Popper, a tale proposito, ha scritto un libro
fondamentale che consiglio a tutti di leggere:
Congetture e confutazioni.»
«E che dice in questo libro?» chiede Peppino.
«Dice che se Jessika fa una congettura, io, Bella -
vista, la posso confutare. Dopodiché lei potrà fare
un'altra congettura e io, a mia volta, un'altra confu -
tazione, finché non arriva una terza persona, che so io,
Giacomo, che ci confuta a tutti e due. L'importante è
che, a forza di congetturare e di confutare, tutti e tre
possiamo avvicinarci alla verità.»
«Cioè all'uscita» conclude Peppino.
«Proprio così» conferma Bellavista. «Ed è questa,
in due parole, la "teoria dell'Errore" di Karl Popper.»
«D'accordo professore» obietta Jessika. «Lei, però,
parte dal presupposto che tutte le persone con cui uno
ha a che fare siano in grado di ragionare. Ma se io, ad
esempio, parlo con un tamarro come Peppino che
confuto? La formazione della Nazionale di calcio?»
«Ma si può sapere che cazzo vuoi da me?» scatta
Peppino. «Stai sempre a criticare, sempre a rompere le
palle! Io poi, secondo te, mi metterei a conget turare con
una zoccola come te, quando so benissimo che le uniche
confutazioni che hai fatto nella vita le hai fatte
scopando!»
Al che Jessika si alza di scatto e cerca di dare uno
schiaffo a Peppino. Giacomo, però, grazie a Dio, si alza
anche lui e fa in tempo a dividerli. Bellavista è avvilito.
«Ragazzi miei,» dice il professore «da come vi
comportate deduco che di Popper non avete capito
assolutamente nulla. Tutta la sua filosofia, infatti, si
basa sul dialogo. Giusti o sbagliati che siano i ragio -
namenti, dice Popper, ci aiutano ad avvicinarci alla
verità. Guai, però, se ci lasciamo prendere dall'emo -
tività. Ora qui mi sembra di capire che tra Jessika e
Peppino è nato un conflitto di natura emotiva, e questo
conflitto, credetemi, non può certo renderli migliori.»
«Professò: non sono stato io a cominciare» prote sta
Peppino. «È lei che ha detto che con me non è possibile
confutare...»
«E tu perché mi hai chiamato "zoccola"?»
«Perché so quello che dico,» replica Peppino «e non
farmi parlare.»
Nuovo scontro e nuovo tentativo di Jessika di aggredire
Peppino. Questa volta, però, Bellavista si ar -
rabbia sul serio.
«Adesso basta: così non si può andare avanti. Se
avete intenzione di seguire la lezione, bene, altrimenti
potete pure andarvene. Almeno per oggi, abbiamo
chiuso.»
Nessuno fiata e il professore riprende la lezione.
«Allora, come vi stavo dicendo, Popper in qualche
modo ci ricorda Socrate. Quando il grande ateniese
sosteneva di essere un ignorante e di cercare la saggezza
attraverso il dialogo, altro non faceva che pa -
ragonare l'ignoranza a una stanza buia e i dialoghi, tutti
fatti di domande e risposte, alle congetture e al le
confutazioni. D'altronde, cos'era la maieutica se non
l'arte di trovare l'uscita?»
«Gira e rigira si torna sempre a Socrate» commenta
Giacomo.
«Già,» annuisce il professore «ma per congettura re e
confutare bisogna osservare delle regole. Innanzitutto è
necessario comunicare in modo semplice e quindi usare
il linguaggio di chi ascolta, e non di chi parla. Se tu
Giacomo, ad esempio, parli con un bambino di cinque
anni, per farti capire, dovrai usare il suo modo di
parlare e non il tuo. Se, invece, parli a un contadino
analfabeta userai un altro linguaggio, e se discuti con
un intellettuale sofisticato un altro ancora. L'importante
è non sfoggiare paroloni difficili solo per fare bella
figura. L'obiettivo deve restare la comunicazione, e
quindi l'essere capito dall'interlocutore. La seconda
regola è quella di non cercare a ogni costo l'originalità.
Spesso è proprio la ricerca dell'insolito a portarci fuori
strada.»
«Vabbè, tutto questo è scontato» conclude Jessika.
«Ma del Popper uomo che ci dice: era bello, era brutto,
era un dongiovanni o che cosa?»
«Cominciamo col dire che è morto di recente, se non
sbaglio nel '98, a novantasei anni. Fisicamente era un
tipo grassoccio con le orecchie a sventola e le gambe
corte, ma così corte che quando stava seduto non
arrivava con i piedi a terra. Odiava la televisio ne. La
riteneva pericolosa per la democrazia. In un saggio
intitolato Cattiva maestra televisione dice testualmente:
"Guardare la televisione può essere pericoloso. È come
ascoltare Dio stesso che parla, e quello che è peggio è
che colui che parla a un certo punto crede di essere
Dio". Dopodiché aggiunge: "Tutti coloro che parlano in
televisione dovrebbero avere una patente, ritirabile non
appena il loro programma scende al di sotto di un
minimo di qualità". Da giovane tu socialista, da
vecchio, invece, criticò duramente il marxismo tino a
diventare il più liberale di tutti i liberali. In proposito io
sarei felice se vi leggeste La società aperta e i suoi
nemici.»
«E che dice in questo libro?» chiede Giacomo.
«Dice peste e corna di Platone. Soprattutto nel primo
volume intitolato II Platone totalitario.»
«Ma come si permette?» commenta Peppino volendo
fare lo spiritoso.
«Vedete ragazzi,» confessa Bellavista «a volte Pla -
tone ci lascia veramente senza parole. Si direbbe quasi
che siano esistiti due Platoni, l'uno diverso dall'altro:
quello del Simposio che parla dell'amore, e quello del
Repubblica che parla della politica. Insomma, roba da
non credere: le idee politiche di Platone erano così
antidemocratiche che, al loro confronto, quelle di Hitler
potrebbero passare per liberali. Quando cercò di
applicarle a Siracusa, il tiranno
Dioniso, pur essendo un tiranno, dopo un paio di giorni
lo prese, lo fece frustare e se lo ven dette come schiavo
al primo mercante di passaggio. "Tanto è un Filosofo"
disse, "e non se ne accorgerà nemmeno."»
«Sì, ma che diceva di così tremendo?» chiede
Giacomo.
«Sosteneva che sopra ogni cosa bisognava perseguire
il bene dello Stato. Tra lo Stato e il cittadino lui non
aveva dubbi: che crepi pure il cittadino, di ceva, purché
la pòlis aumenti il suo prestigio. Altro punto
qualificante del programma politico di Plato ne è quello
dove sostiene che ogni femmina deve es sere messa a
disposizione di tutti gli uomini che la desiderano, e non
di uno solo.»
«E perché?» chiede Peppino a cui la filosofia di
Platone comincia a piacere.
«Perché facendo accoppiare i cittadini a caso, e
soprattutto al buio, i nascituri non avrebbero sapu to di
chi erano figli, e avrebbero amato più lo Stato che i
loro genitori. I neonati, predicava Platone, devono
essere consegnati alla pòlis non appena hanno aperto gli
occhi. Saranno, poi, le strutture pubbliche a curarne
l'educazione per farli diventare cittadini obbedienti e
pronti a tutto. Questo modo di pensare è poi passato
alla storia come "comunismo platonico". È ovvio,
allora, che a un liberale come Popper le teorie politiche
di Platone non potessero piacere. Lui, più di ogni altra
cosa al mondo, amava la tolleranza e il rispetto dei
sentimenti. "Ogni uomo" diceva "deve essere libero di
avere le proprie idee. Pazienza se poi queste idee non
coincidono con le mie."»
«Io l'ho sempre detto che Platone era un maschilista
schifoso» commenta Jessika, più indignata che mai.
«Lui odiava le donne e le considerava un puro oggetto
di consumo. Mi meraviglia solo che il suo tipo d'amore
sia passato alla storia come "amore platonico".»
«Sì, ma il "platonico", nel caso che citi tu, deve es -
sere inteso come "ideale"» spiega Bellavista. «Non
dimenticarti mai che Platone è stato il primo a parlare
del Mondo delle Idee.»

XXIII

La cubista

«Sono stato in una discoteca» confessa Bellavista.


«No, non mi dire!» esclama Cazzaniga.
«Sì, in una discoteca del Vomero. Si chiama la
Gabbia, ma sarebbe stato più giusto chiamarla l'Inferno.
Tu non te la puoi nemmeno immaginare, né io te la
posso raccontare perché a parole non si può.
Innanzitutto il rumore: insopportabile! Loro, i ragazzi,
la chiamano musica techno, ma è una cosa che non ha
niente a che vedere con la musica: non ha un motivo e
non ha le parole. Si sente solo dum, dum, dum, dum,
dum, dum, dum, dum, dum, dum, dum, dum dal
momento in cui entri fino al momento in cui esci. Non
esistono le pause, gli intervalli. È una percussione
continua, ossessionante che, prima ancora che nel
cervello, si ripercuote nello stomaco. A quel punto
qualsiasi cosa tu faccia, che tu ti beva una birra o che ti
mangi una patatina fritta, la devi sempre fare al ritmo
del dum dum. Perfino la vista ne viene condizionata, e
già perché, trovandoti immerso nel buio più assoluto,
l'unica possibilità che hai di vedere chi ti sta di fronte è
data da una lampada flash che si accende e si spegne al
ritmo del dum dum. L'intermittenza buio-luce è tale che
i ballerini sembrano muoversi tutti a scatti: un attimo
prima li vedi con le braccia in allo e un attimo dopo con
le braccia abbassate. Ora, chissà perché mi sono venute
in mente le galere del Seicento, quelle dove i rematori,
incatenati ai banchi, erano costretti a remare al ritmo di
un tamburo, e dove, se sgarravano, seppure di
pochissimo, venivano frustati senza pietà. Nelle
discoteche è il disc-jockey a imporre il ritmo, e i
ragazzi a ubbidire. Dopo cinque minuti che stai là
dentro saresti disposto a confessare qualsiasi cosa.
Roba da ricorrere ad Amnesty International! Dum, dum,
dum, dum, dum! Vedi centinaia e centinaia di giovani
che si muovono ognuno per i fatti propri, senza mai
parlare, senza mai guardarsi in faccia, e con un'aria
triste come se avessero appena saputo della morte di
una persona cara. Dum, dum, dum, dum, dum, dum,
dum, dum.»
«E perché sono tristi?» chiede Cazzaniga.
«Io su questo avrei una teoria» risponde Bellavi sta.
«Nella vita, per essere felici bisogna desiderare. Noi, da
ragazzi, in pratica, desideravamo tutto. Non avevamo i
soldi nemmeno per andarci a mangiare una pizza. Per
quanto riguardava le ragazze, poi, non ne parliamo:
erano una specie di miraggio. Nessuno le aveva mai
incontrate dopo le otto di sera e nessuno le aveva mai
viste nude, nemmeno al cinema. Oggi, invece, i nostri
nipotini non hanno questi problemi. A loro basta
chiedere ai genitori e qualsiasi cosa l'ottengono nel giro
di una settimana. Se poi hanno voglia di fare l'amore, lo
dicono e lo fanno. Per loro è come andarsi a prendere
un caffè. E tutto questo non può che generare infelicità.
Mi viene in mente l'Ode su un'urna greca di John Keats.
Il poeta vede su un vaso attico un uomo che corre dietro
a
una donna, dopodiché, rivolto all'uomo, dice: "O audace
amante, tu giammai potrai baciarla, ma sempre l'amerai
e lei sempre sarà bella".»
«E com'è che sei finito in una discoteca?»
«Mi ci ha portato Peppino. Lui, di filosofia non
capisce niente, ma sul comportamento sessuale dei
giovani d'oggi è un pozzo di scienza. Ha capito che ho
un debole per Jessika e mi dà dei consigli pratici. Sotto
sotto spera che io, vedendola com'è, al natura le, me la
dimentichi. Un giorno mi ha detto: "Profes sò, se volete
vedere Jessika mentre lavora, dovete venire con me. Vi
porto io in un posto".»
«E che lavoro fa?»
«La cubista.»
«La che?»
«La cubista, insieme alla sua amica Giada. Si
chiamano cubiste perché ballano su un cubo, e bal lano
da sole, senza il cavaliere. Jessika balla su un cubo e
Giada su un altro cubo. Ho deciso che sabato prossimo
porto anche te a vedere la Gabbia.»
«Non ci penso nemmeno.»
«No, Renato, tu ci devi venire. Devi capire come
sono fatti i giovani d'oggi. Innanzitutto sono tutti nonparlanti,
anche perché con quella musica assordante non
riuscirebbero mai a farsi sentire. Diciamo piuttosto che
si arrangiano con il linguaggio dei sordomuti. Per dire,
ad esempio, "vuoi mangiare?" raggruppano le dita e se
le puntano sulla bocca. Poi non si guardano mai in
faccia, anche perché la sala non è illuminata. Per capire
con chi stanno ballando debbono aspettare di essere
flesciati da una sciabolata di luce proveniente da un
faro rotante. Infine ballano tutti a occhi chiusi. Oddio,
ho detto "ballano" ma avrei dovuto dire "si agitano
come zombi".
Il brutto è che ognuno di loro lo fa per conto proprio, e
comunque sempre sullo stesso punto. Potrebbero farlo
anche a casa loro, gratis, e senza prendersi nemmeno la
briga di uscire. Basterebbe spegnere le luci e mettere al
massimo il volume dello stereo.»
«E tu hai ballato?»
«Ovviamente no. Ma quando stavo per andarmene
una ragazza con il viso totalmente dipinto, a de stra di
giallo e a sinistra di verde, probabilmente in preda
all'ecstasy, o forse solo ubriaca, mi ha preso per la
giacca e mi ha trascinato in mezzo alla sala: voleva per
forza che io ballassi con lei. Mi ha anche urlato
qualcosa che non ho capito. Avessi avuto quarant'anni
di meno mi sarei pure fidanzato.»
«Ma gli altri, i ragazzi, che ti hanno detto quando ti
hanno visto?» chiede Cazzaniga. «Tu, un uomo anziano,
con i capelli grigi, in un posto come quello. Mi
meraviglio pure che ti abbiano lasciato entrare.»
«Difatti, se non fosse stato per Peppino non ce l'a -
vrei fatta. Lui, però, ha parlato con uno dei gestori e
avrà garantito per me. Gli avrà detto che non ero né un
giornalista, né uno della polizia, né un genitore, ma
solo un curioso. E difatti sono stati tutti molto gentili
con me. Mi hanno offerto anche un buono per una
consumazione.»
«Insomma, è stata un'esperienza. E di Jessika che mi
dici? È brava?»
«Se è per questo è bravissima. Io sono rimasto lì,
incantato a guardarla.»
«In pratica hai fatto come il professor Rath, quel lo
de\V Angelo azzurro, solo che lui, nel film, sentiva la
Dietrich cantare, mentre tu, la Jessika, l'hai vista solo
ballare. E poi dimmi: che altro è successo?»
Il professore non risponde e Cazzaniga intuisce
che doveva essere successo qualcosa di poco piacevole,
qualcosa di cui il suo amico non desiderava parlare.
Allora gli rifà la domanda e per la seconda volta non
ottiene risposta. A quel punto sente il dovere di
insistere.
«Senti Gennaro,» gli dice «io non so se te ne rendi
conto, ma solo parlandone riuscirai a uscire dal
trappolone in cui ti sei andato a cacciare. Sono gior ni
che ti tengo d'occhio e mi accorgo che c'è qualcosa
dentro di te che non funziona. Il mio consiglio è uno
solo: tira fuori il rospo!»
Bellavista resta in silenzio ancora per qualche secondo,
poi si arrende e decide di vuotare il sacco.
«Ho visto il nuovo fidanzato di Jessika.»
«Un altro?»
«Sì, un altro, non sta più con Gianluca, quello del
cinema Santa Lucia. Adesso sta con uno con i baffetti.
Anche lui più alto di me. Ma non è l'averla vi sta con un
nuovo fidanzato che mi ha turbato, quanto il fatto che
mentre quello nuovo la baciava, il primo, il giocatore di
pallacanestro, se ne stava lì a due passi e non le diceva
niente, come se non fossero fatti suoi.»
«E tu che hai fatto?»
«E che potevo fare? Non appena l'ho vista scendere
dal cubo e avviarsi verso la toilette ho cercato di
parlarle, ma il dum dum non me lo permetteva. Allora
mi sono infilato anch'io nella toilette delle donne e le
ho detto: "Ti rendi conto di quello che stai facendo?
Chi è questo che ti ha baciata?". E lei, come al solito,
mi ha risposto: "Sono cazzi miei!". Al che io le ho
chiesto: "E Gianluca?". E lei: "Sono sempre cazzi
miei". Ecco come sono fatti i giovani d'oggi.»
«Beh,» commenta Cazzaniga «io a quel punto me
ne sarei andato.»
«Ed è quello che ho cercato di fare, ma è stato
allora che la ragazza gialloverde mi ha acchiappato. A
liberarmi, però, grazie a Dio, è arrivata Giada. Giada
avrà tutti i difetti che vuoi, però bisogna ammettere
che è sveglia. Aveva visto tutto. Aveva visto Jessika
che si baciava col nuovo fidanzato. Aveva visto me
quando l'avevo inseguita nella toilette e aveva visto la
ragazza bicolore.»
Bellavista soffre al solo ricordo, ma ormai si rende
conto che non può più tirarsi indietro: è costretto a
raccontare ogni cosa nei minimi dettagli. Ed ecco, più
o meno, cosa gli disse Giada.
«Ti rode il culo, eh?»
«No, è che non ce la faccio più a restare qui dentro»
aveva risposto lui. «Tutto questo rumore, tutto questo
fumo...»
«Non è vero: a te ti rode il culo. Hai visto Ricky
sukarsi Jessika e ti sei incazzato. Ma in questo stai
toppando. Tra noi ragazzi è così che si fa: se uno ha
voglia di fare lingua in bocca con qualcuno, lo fa,
senza starci troppo a pensare. Adesso, però,
ammorbidisciti. Jessika non è tua: non te la sei
comprata.
Se stasera vuole battersi Ricky, a te che te ne frega?
Mica scoperanno per tutta la vita! Tu, domani, le
telefoni e te la batti pure tu, sempre che lei abbia
voglia di scopicchiare. Voi over, chissà perché, vi
volete sempre complicare la vita, quando invece tutto
potrebbe andare d'incanto.»
«Vabbè,» si era giustificato Bellavista «ma se uno
ci tiene a una persona, è naturale che non possa restare
indifferente se la vede mentre si sta baciando un
altro.»
«E perché no? Esaminiamo il problema con calma:
tu, una sera, ti sei roncolato Jessika. Complimenti, mi
fa piacere per te! Ma non puoi pretendere di mettertela
sotto tutti i santi giorni. È come se uno che ha vinto al
Superenalotto poi volesse vincere tutte le settimane.
Ebbene, questa sera il sei lo ha fatto Ricky, domani
sera, forse, lo farai tu, oppure lo farà un altro. Dov’è il
problema?»
Giada e Bellavista continuano a parlare a lungo. Poi
la ragazza si accorge di avere fame e chiede al
professore di portarla in una di quelle pizzerie che
restano aperte fino a tardi. Ne trovano una giusto a due
passi dalla discoteca.
«Ma quanto guadagnate in una serata facendo le
cubiste?»
«Dipende dalle discoteche e dall'orario. Alla Gabbia
sono dei morti di fame, al massimo riesci a tirarne fuori
un caravaggione.»
«Un che?»
«Un caravaggione, un centomila. Un modo più
veloce di fare soldi ci sarebbe: quello di darla via a
pagamento. Tu, ad esempio, stasera, se ne avessi voglia,
mi molleresti mezzo palo e io ci starei.»
«Vuoi dire mezzo milione?»
«Meno non si può.»
Cazzaniga, ovviamente, è allibito: si rifiuta di cre -
dere che le ragazze d'oggi siano tutte come Jessika e
Giada.
«E tu che hai fatto? Glielo hai dato il mezzo palo?»
«Ma scherzi? A parte il fatto che non lo avevo, ma
anche se l'avessi avuto, non glielo avrei cello dato. Non
che Giada non sia carina, per carità, ma tutto
questo cinismo, tutto questo considerare il sesso come
una merce di scambio non mi è mai piaciuto.»
«Di' la verità: hai voluto restare fedele al tuo grande
amore.»
«Ma no, Renato, non prendermi in giro. È che il
sesso, alla mia età, è solo un dettaglio. Forse quand'e ro
giovane non la pensavo così. Oggi, invece, se non sento
un qualcosa che mi batte dentro mi rifiuto di farlo. Mi
chiedo: ma chi me lo fa fare?»
«E siccome siamo in argomento, posso farti una
domanda intima?»
«Dimmi tutto, non ho problemi.»
«Dal punto di vista fisico, come sei messo? Sento
dire che va tanto di moda questo Viagra. Tu lo hai mai
preso?»
«No, Renato mio, e sai perché? Perché il nostro
problema non è l'erezione, ma il desiderio. Solo l'idea
di avere accanto Jessika, nuda, con quel suo corpo liscio
come il marmo, mi rimescola il sangue.»
«Io ti confesso che con mia moglie non faccio più
l'amore da non so quanti anni» sospira Cazzaniga.
«Detto in altro modo, considero il sesso come un hobby
del passato. Il Viagra, ad esempio, non me lo prenderei
nemmeno se fossi sicuro dei risultati. Il mio problema è
un altro: è la paura del ridicolo. Ti faccio un esempio:
da ragazzo avrei voluto fare il calciatore professionista
e ho perfino giocato in un campionato dilettanti. Poi,
giunto a una certa età, mi sono dovuto arrendere: gli
acciacchi e qualche chilo di troppo mi hanno convinto
ad appendere le scarpette al chiodo. È come se a un
certo punto avessi avuto la facoltà di vedermi mentre
correvo in mutande. La stessa cosa mi capita con il
sesso: se m'immagino nudo, a sessantacinque anni,
assolutamente non attraente, che ansimo sul corpo di
una donna, mi sento ridicolo.»
«Beato te!» sospira Bellavista. «Io, invece, ho
l'impressione di non poterne fare più a meno. Ma
chiariamo una cosa: io non considero il sesso un piacere
fisico, ma solo una dimostrazione della mia esistenza.
Come dire: "Se faccio l'amore significa che sono ancora
vivo". Ciò nonostante, se invece del Viagra avessero
inventato una pasticchina che non fa più innamorare,
non ci starei a pensare su due volte e me la prenderei.
Anzi, sai che ti dico? Mi piacerebbe addirittura che ci
fosse un vaccino, come quello dell'influenza. Ognuno di
noi, passati i settanta, si fa un'iniezione, e da quel
momento non ha più problemi.»

XXIV

La marziana

Arrivati a questo punto, pensa Bellavista, bisogna


ragionare, o, per meglio dire, bisogna convincersi che
Jessika appartiene a un'altra razza. Non basta esserci
andati due volte a letto per poterla conside rare
un'amante. E poi, anche questo fatto delle «due volte»,
diciamo la verità, era un tantinello esagerato. La
seconda, infatti, quella dove lei gli aveva detto «Fai
presto», non la poteva considerare una vera e propria
seconda volta. Stare con una persona non vuol dire solo
farci l'amore, vuol dire anche parlare, comunicare,
condividere i suoi pensieri, i suoi desideri, e quindi
accettare la discoteca, i discorsi privi di senso, il sapere
vita morte e miracoli di Eros Ramazzotti, il camminare
su e giù per via dei Mille e via dicendo.
È già mezzora che sta dentro la vasca senza riu scire
a vedere Jessika. L'acqua ormai è tiepida. Tra poco sarà
costretto a uscire. Inutilmente si sforza di
immaginarsela nuda accanto a lui che gli sta acca -
rezzando la barba. Niente da fare: lei, questa matti na,
ha deciso di non venire. Il fatto è che per sogna re da
svegli ce bisogno di un minimo di collabora zione da
parte del cervello, e questa volta, chissà
perché, il cervello si è rifiutato di dargli una mano.
Sono almeno venti minuti che gli sta dicendo: «Ras -
segnali, Gennaro, rassegnati: oggi Jessika non viene».
Però, com'era bella ieri sera quando ballava! Il suo
corpo sembrava fatto apposta per quel tipo di musica.
Aveva il bacino indipendente, nel senso che si muoveva
per i fatti suoi, quasi che avesse un'anima a sé stante:
andava su e giù, avanti e dietro, a de stra e a sinistra, e
mimava l'atto sessuale senza un minimo di pudore.
Fosse stata completamente nuda non sarebbe apparsa
così sexy. Era un miracolo della natura. A Napoli, ai
tempi suoi, c'erano le scuole di danza. Quella della
signora Tirabassi, al corso Vittorio Emanuele, era la
più conosciuta di tutte. Lì t'insegnavano qualsiasi tipo
di ballo: dal valzer al tango, dalla mazurka ai balli
cotillon. Ora, che lui sapesse, non ci sono più le scuole
di danza. I corpi delle nostre nipotine nascono già
istruiti: vengono al mondo e si mettono a ballare come
se non avessero fatto altro nella vita. A loro basta
sentire il dum dum per muoversi alla perfezione.
Ebbene, se è vero che in una discoteca, dato il rumore,
è impossibile parlare, è altrettanto vero che lei, Jessika,
con quel bacino semovente era riuscita a trasmettergli
decine e decine di messaggi erotici. A un certo punto,
gli aveva detto: «Krasto mio, ti ricordi della prima
volta che abbiamo fatto l'amore a casa di Saverio? E ti
ricordi che tu all'inizio non sapevi che fare? Ebbene,
fui io quel giorno a insegnarti a ballare. Mi sdraiai
lunga lunga su di te e tanto mi strofinai, e tanto ti
accarezzai, che anche tu cominciasti a muoverti. Ti
ricordi? Dum dum dum dum dum dum dum dum».
Ieri sera Bellavista ha visto in televisione un film di
fantascienza. Un gruppo di marziani sbarca sulla Tetra
e cerca di mettersi in contatto con i terrestri. La voglia
di comunicare è tanta, ma il dialogo si rivela subito
impossibile. I marziani, non avendo né bocca né
orecchie, cercano di dialogare attraverso scariche
elettriche provenienti da un'antenna posta al centro
della fronte. I terrestri, per contro, non avendo nessun
tipo di antenna, cercano di farsi capire parlando a voce
alta in un megafono. Ebbene, grosso modo, quella era la
sua situazione con Jessika. Anche lei era una marziana:
nessuna speranza, quindi, di capire o di farsi capire.
Ora, perché ci sia un rapporto, è necessario un
minimo di conversazione. Supponiamo, ad esempio, che
Jessika acconsentisse a partire con lui per una settimana
ai Caraibi, di che parlerebbero durante il viaggio?
Similia similibus curentur: quello che vale per
l'omeopatia vale anche per i rapporti umani. Non basta
l'erotismo a giustificare un'unione. E poi, alla fin fine,
che cos'è l'erotismo se non una particolare forma di
comunicazione? Non è il piacere fine a se stesso, è
semmai il ritorno del piacere da parte dell'amante che è
entrata in sintonia con l'amato. Tra due esseri umani,
senza un minimo di comunicazione, non può nascere
assolutamente nulla, e allora tanto vale soddisfare il
proprio corpo da soli, senza stare lì a mendicare un
amplesso. Prima, però, di scendere a forme di
autoerotismo, indegne per un uomo del suo livello,
meglio sfruttare la fantasia. D'altra parte, prima di lui,
uomini di ben altro spessore si erano comportati nello
stesso modo. Tanto per citarne solo alcuni, Dante e
Petrarca non avevano mai combinato niente di pratico
con le rispettive Beatrice e Laura, e il povero Leopardi,
avendo un alito pesante, non si era mai avvicinato più
di tanto alla Fanny Targioni Tozzetti.
Ieri Cazzaniga l'avrebbe voluto portare in chiesa.
«Vatti a confessare» gli aveva detto «e vedrai che ti
sentirai meglio.» E lui gli aveva risposto che invece
avrebbe finito col sentirsi peggio e col litigare col
prete. Come avrebbe potuto recitare l'atto di dolore e
promettere di non cadere più in tentazione, quando
sapeva benissimo che non vedeva l'ora di rifarlo? E poi,
non era certo l'Inferno a fargli paura, bensì il Niente.
Fosse Dio ed esistesse il Diavolo! Avrebbe avuto
almeno qualcuno con cui parlare. I suoi, insomma, non
erano peccati capitali, erano solo semplici sofferenze.
Al limite, era lei, la piccola Jessika, a doversi
confessare. Magari, domani, a lezione, proverà a
dirglielo: chissà che non accetti. Le dirà: «Anima mia,
ti andrebbe, domenica prossima, di andarci a fare
insieme la comunione?». E allora sì che avrebbe chiuso
una volta per tutte.
L'acqua è quasi fredda, Bellavista deve uscire dal la
vasca.
XXV

Patrizia

Vigilia di Pasqua drammatica in casa Bellavista. Alle sette


del pomeriggio si presentano, senza preavviso, Patrizia, la
figlia del professore, di anni trentasette, residente a Milano,
e il di lei figlio Salvatore, di anni diciotto, studente
universitario. Motivo: Patrizia ha appena lasciato il marito
Giorgio, di professione ingegnere informatico, pei- provata e
continuata infedeltà coniugale. Lasciamo, però, che sia lei
stessa a raccontarci come sono andate le cose.
«Papà, Giorgio è un fetente, è un farabutto e un disgraziato!
Sono tre mesi che mi tradisce. E il fatto, ormai, è
diventato di dominio pubblico. Io sono la barzelletta dei
salotti milanesi. Mi chiamano "la cornuta napoletana". E poi,
lo vuoi sapere con chi mi tradisce? Con una squinzia che
potrebbe essere sua figlia, una che non ha nemmeno
venticinque anni!»
«È inutile che tu lo dica a tuo padre» commenta sarcastica
la signora Maria. «Magari quella, per lui, è anche un po'
vecchia. Tu, piuttosto, perché non gli stai più vicino la sera,
quando torna dal lavoro?»
«Perché non è di sera che mi tradisce, ma di giorno.
La squinzia lavora nel suo stesso ufficio. Lui, in pratica,
la vede tutte le mattine e vanno pure a mensa insieme.
Due mesi fa mi dice che doveva andare a una
convention a Parigi e poi vengo a sapere che in vece si
era preso tre giorni di ferie e che si era porta ta dietro la
zoccola. Mammà, ma ti rendi conto che se l'è portata a
Parigi! A Parigi, quando a me non mi ci ha mai voluto
portare, nemmeno una volta, nemmeno in viaggio di
nozze. Adesso che vuoi che ti dica? Sono disperata! Mi
voglio uccidere! Lui, però, non la passa liscia: io prima
di suicidarmi ho deciso di rivolgermi a un avvocato. Lo
voglio vedere sul lastrico. Lo voglio distruggere. Ho
qui le prove fotografiche.»
E, così dicendo, corre nella sua ex stanza da si -
gnorina, oggi studio di suo padre, dove ha lasciato le
valigie, per poi tornare con alcune foto che sbatte sul
tavolo davanti agli occhi stupiti del padre e della
madre. Nelle foto si vedono chiaramente Giorgio e una
biondina uscire abbracciati da un albergo.
«E tu come le hai avute queste foto?» chiede an cora
la mamma.
«Ho incaricato un detective specializzato in que sto
genere d'indagini.»
«Volesse il cielo che ci fossero anche a Napoli questi
detective» mormora tra sé e sé Maria Bellavi sta. Poi,
rivolgendosi alla figlia: «Ma per incaricare un
detective, avrai avuto dei sospetti. Insomma, qualcuno
ti avrà messo la pulce nell'orecchio».
«Certo. A raccontarmi tutto per filo e per segno è
stato l'ex fidanzato della zoccola. Un giorno mi vedo
arrivare uno a casa, un giovanotto dai capelli rossi tutto
pieno di lentiggini. Lui, prima si presenta, e poi mi dice
tomo tomo: "Signora, suo marito la tradisce".»
«Immagino te, anima mia! Ti sarà cascato il mon do
addosso.»
«Proprio così. Ma io adesso li voglio rovinare tut ti e
due: ho già chiesto un appuntamento al dottor
Cacciapuoti, il direttore generale della Axolid. Lui,
come prima cosa, mi deve licenziare la squinzia, o,
quanto meno, me la deve sbattere in Sardegna. Poi deve
chiamarsi Giorgio e gli deve fare una bella lavata di
testa, come comanda Iddio!»
«Vacci piano, Patriziella mia» la interrompe Bel -
lavista. «Vedi, nella vita purtroppo queste cose succedono,
poi però, grazie a Dio, passano e si torna a
vivere come prima. Voi avete un figlio giovane e for te
che ha bisogno di avere accanto un padre e una madre.
Non puoi mandare tutto a carte quarantotto per una
storiella di qualche mese. Lascia che parli io a
Giorgio.»
«E di grazia, che gli dici?» chiede Maria Bellavi sta,
più velenosa che mai. «Che è un fetente? Che certe cose
non si fanno?»
Ma il professore fa finta di non aver sentito e de cide
di parlarne con Cazzaniga, cosa che avviene
puntualmente la mattina dopo, il giorno di Pasqua, al
solito chalet di Mergellina.
«Mia figlia esagera» premette Bellavista. «Ha
scambiato una scappatella da niente per una relazione
extraconiugale. Io a te lo posso dire: sto tutto dalla
parte di mio genero.»
«E non me ne stupisco» commenta ironicamente
Cazzaniga. «Pensa, però, anche a tua figlia e a tuo ni -
pote. Cosa immagini possa provare un ragazzo che vede
il padre perdere la testa per una donna che non è sua
madre? A proposito, quanti anni ha tuo nipote?»
«Diciotto.»
«Potrebbe essere il fidanzato ideale per Jessika»
suggerisce Cazzaniga.
«Ma è possibile che non pensiate ad altro che agli
anni che uno ha!» scatta Bellavista, questa volta
davvero stufo. «State continuamente a chiedere:
"Quanti anni ha questo e quanti anni ha quello?", e
nessuno, dico nessuno, che pensi ai sentimenti. Ma lo
sai che qui, a sinistra, abbiamo una cosa che si chiama
cuore e che di tanto in tanto si fa sentire?»
«Non mi dire che sei diventato pure tu uno di quelli
che crede che "al cuore non si comanda".»
«Vedi, Renato mio, io temo che nel campo dei
sentimenti si faccia una confusione terribile tra ses so,
innamoramento, affetto e amicizia. Prendiamo il mio
caso: quello che io provo per Jessika non ha niente a
che vedere con quello che provo per mia moglie: sono
due sentimenti diversi, forse addirittura opposti, ma
sono pur sempre dei sentimenti. Nel mio interesse per
Jessika ce il desiderio di un coipo giovane, l'emozione
del nuovo, e magari il ritorno alle prime esperienze
erotiche, quelle della terza liceo. In quello per Maria,
invece, c'è la voglia di dividere le gioie e i dolori della
vita, il bisogno di starle vicino, e soprattutto la
tenerezza. Ora, se esiste al mondo un sentimento
sottovalutato, questo è la tenerezza. Eppure, se ci pensi
bene, è l'unico stato d'animo che non pretende la
rinunzia delle facoltà mentali, cosa che, invece, non si
può dire dell'innamoramento, dell'erotismo e, in
generale, della sessualità. Qui, nel giro di pochi anni la
vita si è allungata in modo incredibile. All'epoca di
Giulietta e Romeo si viveva mediamente trentadue anni.
Non ci voleva niente a dire a una fanciulla: "Ti amerò
per tutta la vita". Bastava aspettare una decina di anni e
si moriva insieme, l'uno tra le braccia dell'altro. Oggi,
invece, una donna ha una vita media di ottantadue anni.
Ora, dimmi tu: come puoi mantenere inalterato il
desiderio sessuale nei confronti di una persona per
cinquant’anni di seguito? Solo un essere privo di
fantasia può farcela. E allora, che succede? Che, sempre
statisticamente parlando, a ognuno di noi, maschio o
femmina che sia, toccano nel corso di una vita almeno
tre grandi amori. Io lo ripeto sempre ai miei allievi: "Se
volete avere qualche probabilità di arrivare fino in
fondo, senza essere costretti a divorziare, vi dovete
sposare il terzo amore. Mai il primo o il secondo".»
«Ma come fai a capire quando sei arrivato al ter zo?»
chiede Cazzaniga.
«E qui ti do ragione. Gli amori all'inizio sembrano
tutti uguali, tutti immensi, tutti una mazzata terribi le.
Poi, col tempo si lasciano classificare: o ti fanno
soffrire come una bestia, e allora vuol dire che erano
grandi amori, o ti annoiano dopo qualche mese di
convivenza, e allora capisci che erano semplici cotte. È
il dolore, in pratica, che dà la misura dell'amore! In
compenso, però, non è la vecchiaia a essersi allungata
ma la vita di mezzo. Oggi una donna può essere consi -
derata una giovincella almeno fino a quarant’anni.»
«Sì, però, chissà perché, tu te ne sei scelta una di
diciotto...»
«Di diciannove, prego.»
«... diciotto o diciannove non fa differenza. Metti ti
piuttosto nei panni di tua moglie. Come deve sen tirsi la
poverina quando le vengono a dire che suo marito se la
fa con una ragazza molto, ma molto più giovane di lei?»
Bellavista non risponde: teme il rischio di essere
frainteso, e pensa a cosa deve dire per far capire la sua
visione della vita.
«Io credo» dice «che il vero problema stia nelle
consuetudini del luogo in cui si vive. Mi spiego me glio:
presso gli esquimesi una donna può avere più di un
marito perché, essendo scarso il numero delle donne,
per evitare rivalità tra i maschi, si sono adottati modelli
di vita che consentono a tutti gli uomini di avere
accanto una moglie, seppure in condominio. In Arabia
Saudita, invece, accade l'esatto contrario: un uomo può
avere più di una donna senza, per questo, essere
accusato di libertinaggio. Noi italiani, oggi, dovremmo
prendere atto che la durata media del la vita si è
raddoppiata nel giro di un secolo, e quindi modificare
le nostre abitudini in modo da avere una maggiore
libertà nei rapporti di coppia.»
«Non ho capito» chiede Cazzaniga. «Che intendi per
"maggiore libertà nei rapporti di coppia"? Che tua
moglie dovrebbe rassegnarsi all'idea che tu abbia una
relazione con un'altra donna molto più giovane di lei?»
«E perché no? Anzi, dovrebbe esserne addirittura
contenta. Dovrebbe poter dire: "Meno male che mio
marito si è fatto un'amante! Questa sera, poi, lo vedo
anche più allegro del solito; evidentemente gli deve
essere andato bene l'incontro con la ragazza".»
«Posso farti, allora, una domanda? E se fosse tua
moglie ad avere un ragazzino con cui distrarsi, tu ne
saresti contento?»
«A pensarci bene, sì. Lei sarebbe un pochino me no
nervosa e io non potrei essere geloso di un rivale che,
vuoi per età, vuoi per cultura, è così diverso da me.
Chissà che un giorno tutto questo non si avveri.
A quel punto ogni uomo avrebbe due donne e ogni
donna due uomini, ovviamente di età diverse. Sa rebbe
come tornare ai tempi dell'antica Grecia: Socrate,
infatti, pur essendo una persona di altissimo livello
morale, aveva rapporti sessuali con la bellez za di
almeno sei persone, e precisamente con la moglie
Santippe, alla quale peraltro voleva molto bene, con
una bella cameriera diciottenne di nome Mirto, e con
ben quattro allievi maschi, e cioè con Alcibiade,
Agatone, Fedro e Aristodemo.»
«E tu che aspetti?» commenta Cazzaniga, ridendo
sotto i baffi. «Fidanzati anche con Giacomo e Peppino.»

XXVI

Ricky

Il nuovo fidanzato di Jessika si chiama Ricky e lavora


alla Mercedes. Vende la Smart. Venutolo a sapere,
Bellavista dà inizio a un altro dei suoi pedinamenti. Lui
lo vuole vedere in faccia questo Ricky, vuol capire che
ha di tanto speciale da aver fatto perdere la testa alla
donna dei suoi sogni. In realtà, come tutti i gran di
innamorati, Bellavista desidera soffrire, e non si
accontenta di una sofferenza normale, quella del
semplice rifiuto. Nossignore, lui vuole assistere di
persona al tradimento. Ha saputo che Jessika ogni
venerdì pomeriggio, non appena esce dal doposcuola,
corre da questo Ricky per fare lezione di guida, e li
vuole vedere mentre stanno insieme.
A Napoli il Centro Smart è situato in fondo a via
Marina, quasi in periferia. Per arrivarci bisogna
prendere il tram numero 1. È lo stesso tram che Bel -
lavista prendeva da ragazzo quando andava al ginnasio.
Erano gli anni della Seconda guerra mondia le, e una
volta, ricorda, suonò l'allarme proprio mentre stava sul
tram. Il conducente bloccò il mezzo a metà della
Riviera di Chiaia, e lui, insieme a un suo compagno di
scuola, si precipitò in una chiesa.
Una volta scesi nel rifugio del luogo sacro, si trova rono
in mezzo a una cinquantina di persone, tutte
inginocchiate, che recitavano il rosario. C'era anche un
prete che esortava i fedeli a pentirsi.
«Da un momento all'altro» urlava il prete con voce
stridula «potrebbe arrivare una bomba america na e
ammazzarci tutti dal primo all'ultimo, e voi, un attimo
dopo, vi trovereste al cospetto di Dio. Ebbene, fatevi
subito un esame di coscienza. Non correte il rischio di
morire in stato di peccato. Pentitevi fin ché siete in
tempo. Mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa.»
Gli tornano in mente quei giorni e non può fare a
meno di chiedersi: «Ma se morissi adesso, in questo
preciso momento, che so io per un infarto, mentre sto
qui sul tram, con dentro l'anima solo il desiderio di fare
l'amore con Jessika, che fine farei? Perderei o non
perderei il Paradiso?».
No che non lo perderebbe. Il suo, diciamo la verità, è
solo un peccato minore, un peccatuccio da vecchio
rincoglionito, e lui è il primo ad ammetterlo.
Ed ecco il Centro Smart. Bellavista si guarda in torno
per scegliere un punto strategico dove potersi appostare
e si rende conto che questa volta la situazione si
presenta difficile. Difronte al Centro Smart non c'è
assolutamente nulla, non un bar, non un portone, non
una tabaccheria o una cabina telefonica da dove poter
vedere senza essere visto. Ormai lui, nei suoi
pedinamenti, si era abituato alla falsa telefonata. Si
piazzava accanto a una colonnina Telecom e da lì, un
po' consultando un elenco telefonico, un po' fingendo di
telefonare, controllava i movimenti di Jessika. Oggi,
invece, niente di niente. Solo
un garage a più piani, e lui, non avendo un'auto,
nemmeno lì si sarebbe potuto andare a nascondere. Che
fare allora? Questa volta il «Corriere della Sera» non
basta per non farsi vedere. Decide di entrare.
Per un po' si guarda intorno. Di automobili non
capisce niente. Non può fare a meno, però, di notare
come la diversa forma di quelle automobiline, e soprattutto
i loro colori vivaci, gli trasmettono un che di
allegria. Evidentemente sono auto progettate per i
giovanissimi. Più le vede e più si sente un pesce fuor
d'acqua. Si guarda intorno spaesato. Magari quelli del
Centro lo hanno già notato e si staranno chiedendo che
diavolo ci fa qui quel signore anziano? E difatti, dopo
un paio di minuti, ecco avvicinarsi un addetto alle
vendite. È un giovanotto senza baffi e quindi non può
essere Ricky.
«Vorrei sapere i prezzi» dice il professore, fer -
mandosi davanti a una Smart metà rossa e metà ne ra.
«Dovrei fare un regalo a una mia nipotina.»
«Abbiamo tre modelli: il Pure, il Pulse e il Passion»
risponde il giovanotto. «Lei sa già qual è il modello che
piace a sua nipote?»
«Veramente no, ma immagino che sia il più eco -
nomico. Quanto verrebbe a costare?» chiede Bellavista,
che anche nella finzione desidera risparmiare.
«È il Pure, quello che lei sta guardando in questo
momento: sedici milioni e mezzo chiavi in mano. Poi ci
sono eccezionali forme di rateizzazione a tre, a quattro
e anche a cinque anni. Versando, ad esempio, un
congruo anticipo del trenta percento, lei può...»
E mentre il giovanotto lo sommerge di cifre e di
condizioni di pagamento, il professore si guarda intorno
nel timore, e nella speranza, di vedere Jessika.
Cosa le direbbe se la vedesse? Che vuole comprarsi una
Smart? Lui, che non ha nemmeno la patente! Grazie a
Dio, però, lei non si vede. A quel punto due sono le
ipotesi: o quel giorno aveva deciso di non ve nire, o era
già venuta e se ne era uscita con Ricky. D'altra parte, il
suo tram aveva impiegato quasi mezzora per arrivare fin
in fondo a via Marina, laddove lei, specialmente se si
era fatta accompagnare da Giacomo in motorino, poteva
essere arrivata da un pezzo.
«Comunque,» conclude il venditore «se si decide,
chieda di me. Io mi chiamo Santoro e sarei felice di
aiutarla nella scelta. Se nel frattempo vuole consul tare
il dépliant, eccolo qui con tutti i modelli e tutti i colori
disponibili.»
Bellavista prende il dépliant, finge di darci un'oc -
chiata, ringrazia e se ne va. Ormai è rassegnato: oggi il
pedinamento è andato a vuoto. Chissà dove finita quella
disgraziata?
Esce dal Centro e va verso la fermata del tram. Sta lì
da un paio di minuti quando ecco arrivare una Smart. A
bordo ci sono Ricky e Jessika. Lui li vede, ma anche
loro lo vedono. L'automobilina si ferma. Jessika scende.
Attraversa la strada e lo raggiunge alla fermata del
tram.
«Stavo giusto pensando a te» gli dice. «Ci vediamo
domani sera da Saverio, alla solita ora?»

XXVII

Le molestie sessuali

Questa volta la prima a entrare è Jessika. Bellavista la


segue come uno zombie. Ha troppo desiderato questo
incontro per viverlo con il dovuto distacco. Lei, invece,
si muove come a casa sua: entra, apre la finestra per
cambiare l'aria e mette in funzione il mangianastri di
Saverio. Sul comodino ci sono solo canzoni napoletane,
tipo Era di maggio e Anema e core. Meglio di niente,
pensa Jessika. In certe situazioni un pochino di
sottofondo ci vuole.
Bellavista non sa che dire. Si chiede come mai
questa volta sia stata lei a proporgli di tornare da
Saverio. Solo due giorni fa lo aveva trattato uno schifo,
e ora, tutto a un tratto, gli aveva detto "Ci ve diamo
domani?". Valli a capire i giovani d'oggi: cambiano
idea nel giro di ventiquattro ore. A ogni buon conto
comincia a spogliarsi, ma non fa in tempo a sbottonarsi
il primo bottone dei pantaloni che lei lo blocca.
«Che fai, ti spogli? Non trovi che sia un po' squal -
lido vederci solo per scopare?»
«Beh... certo... hai ragione» ammette, suo malgrado,
Bellavista. «Ma vedi, questo appartamentino è così
scomodo che, anche volendo, non sapremmo
dove sederci. Forse dovrei regalare a Saverio un paio di
poltroncine, o un frigo con qualche Coca-Cola.»
«Tu di questo non preoccuparti. Intanto siediti sul
letto. Anzi, se ti va, puoi anche sdraiarti. Ma per il
momento, ti sarei grata se non ti spogliassi. Par liamone
prima.»
«Ma parlare di che?» si chiede il professore. Che lui
muoia dalla voglia di fare l'amore è cosa fin troppo
evidente. Lo sanno anche le pietre. Allora perché star ne
a discutere? È lei, piuttosto, che dovrebbe spiegar gli
come mai un giorno lo rifiuta e un altro lo invita.
«Ieri sera,» comincia Jessika «dopo la lezione, ci
siamo incontrati al Centro Smart. Ora io ti chiedo: lo
sai perché stavo lì?»
Bellavista non risponde, anche perché non saprebbe
che dire se Jessika gli chiedesse perché anche lui si
trovasse da quelle parti.
«Per dare una mano a Giada» continua lei. «Insomma,
detto in due parole, è successo questo: Giada ha
deciso di farsi regalare una macchinina dal suo over,
quel commerciante di piazza Mercato di cui ti parlai
qualche giorno fa. E sai come c'è riuscita?»
«Come?»
«Ricattandolo. Gli ha detto: "Tesoro mio, o mi regali
la Smart, o io ti denunzio per molestie sessuali, e tu
finisci su tutti i giornali".»
«Ma che dici? È terribile!»
«Sì, lo so: è terribile! Ma io non sono come lei. Io
una vigliaccata del genere non la farei mai. Pensa, però,
cosa succederebbe a te se la facessi. Pensa solo ai titoli
sul "Mattino": "PROFESSORE SETTANTENNE MOLESTA
UNA SUA GIOVANE ALLIEVA". Roba da prima pagina!
Cosa direbbero tua moglie, tua figlia, i tuoi amici...?
Direbbero che sei uscito pazzo.»
Proprio in quel momento il mangianastri di Save rio,
sta suonando Malafemmina. Jessika, però, non si accorge
della coincidenza e continua il suo racconto.
«Tu, comunque, non starti a preoccupare: io una cosa
così non la faccio. Tra me e Giada ce un'enorme
differenza. Lei, nella vita, ha conosciuto momenti
terribili... è stata arrestata per spaccio... ha vissuto per
un anno a Nisida... in una specie di carcere minorile...
Tu, però, un pochino dovresti venirmi incontro. Anche
a me piacerebbe farmi la Smart. Sì, lo so, tu non sei
ricco come quello lì, ma una cosina in cambio del mio
amore me la dovresti dare. Ora, grazie a un amico che
ho alla Mercedes, un certo Ricky, oltre all'anticipo che
mi sgancia papà, mi dilazionerebbero il resto in
sessanta rate, tutte da duecentomila. Supponiamo
adesso che io e te per dieci mesi di seguito ci
vedessimo qui, da Saverio. Magari il primo venerdì di
ogni mese. E che tu ogni volta mi mollassi un paio di
caravaggioni, alla fine il tutto ti verrebbe a costare
appena due milioni. Che ne pensi?»
«Che io i due milioni non li l'ho» risponde Bella vista
con un filo di voce.
«D'accordo, adesso non li hai. Ma qui si trattereb be
di versarli un pochino alla volta, a rate. Non te ne
accorgeresti nemmeno.»
«E non si può fare di meno?» propone Bellavista.
«Quanto meno?»
«Tre rate... sempre da duecentomila.»
«Tre sono poche. Diciamo cinque.»
«Vada per cinque, ma adesso fammi contento:
facciamo l'amore?»
«E tu le duecento ce l'hai?»
«Veramente no. »
«E allora quando ce l'hai mi telefoni.»
Jessika se ne va. Ha lasciato Bellavista sul letto
praticamente senza fiato. Lei si rende conto di esse re
stata un po' pesante. Nella vita, però, se una ragazza
non si dà da fare, prima o poi finisce col farsi usare e
basta. D'altra parte, quando si è un dino bi sogna anche
accettare l'idea che per fare certe cosine è necessario
sganciare. A lui ancora ancora è andata bene. Due
caravaggioni al mese per cinque mesi, poi, diciamo la
verità, non sono la fine del mondo.
Si chiude la porta alle spalle e scende i primi gra dini
quando sente provenire dall'ammezzato una specie di
chicchirichì.
«Non può essere un gallo» pensa Jessika. «Sono le
sei del pomeriggio e i galli a quest'ora non cantano.»

XXVIII

Peppino

Peppino si presenta a lezione con più di mezzora di


anticipo.
«Professò, scusate se sono venuto così presto, ma ho
bisogno di alcuni chiarimenti su Heidegger.»
«Su Heidegger? Non è possibile! Ma non ti stava
antipatico Heidegger?»
In effetti il professore non può fare a meno di stu -
pirsi. Da quando conosce Peppino è la prima volta che
lo sente chiedere un approfondimento. Era sempre stato
l'ultimo ad arrivare e il primo a uscire. Il doposcuola
per lui rappresentava un vero e proprio martirio. L'idea
di farglielo fare era stata tutta di suo nonno, Michele
Auriemma, un ex compagno di scuola di Bellavista. II
ragazzo, infatti, l'anno precedente, aveva rischiato di
essere bocciato per la sola filosofia.
Bellavista gli dice: «Scommetto che oggi non hai
nessuna partita di calcetto da giocare, e quindi hai
deciso di approfondire Heidegger. Finirai col diven tare
più bravo di Giacomo».
«No, professò, a essere sincero non è di Heideg ger
che vi voglio parlare, ma di Jessika.»
«Di Jessika?»
«Sì, quella è una stronza!»
«E dalli con le parolacce! Peppino, tu la devi smet -
tere con questo linguaggio...»
«... ma io so tutto.»
«Tutto cosa?»
«Del fatto... adesso non so come dire... del fatto che
voi ci avete messo il pensiero...» farfuglia Peppi no.
«Insomma, che siete stati insieme a casa di Sa verio, che
avete fatto quelle cose lì e che lei, adesso, non gliela
vuole dare più.»
Bellavista impallidisce: era successo quello che
aveva sempre temuto. Jessika non ce l'aveva fatta a
tenere la bocca chiusa. Ovviamente non fa alcun
commento e Peppino ne approfitta per continuare a
vuotare il sacco.
«Ora, se permettete, professò, io vi volevo dare un
consiglio...» continua il ragazzo, per poi bloccarsi un
attimo dopo, quasi che si fosse pentito di aver
cominciato a parlare.
«Quale consiglio?»
«Professò, credetemi: quella è una stronza. Io ne ho
parlato anche con mio nonno...»
«Ma che dici?» balbetta Bellavista. «Lo hai detto a
Michele?»
«Sì, perché in un primo momento avevo pensato che
era più giusto che fosse lui a farvi il discorsetto. So che
siete stati molto amici quando eravate ragazzi. Poi è
stato proprio mio nonno a consigliarmi di parlarvi
direttamente. Mi ha detto: "Peppì, tu uno di questi
giorni, quando non ce nessuno dei tuoi compagni, glielo
racconti pari pari, così come me lo hai raccontato a
me".»
«E tu che cosa gli hai raccontato?» chiede ancora
Bellavista con un filo di voce.
«Che quella è una stronza che più stronza non si
può! Sapete ieri che ha detto? Che la Smart di Ricky è
più comoda della Seicento di Gianluca. Che lei dentro
ci fa le peggio cose. Proprio così ha detto: "Ci facciamo
le peggio cose".»
«Ma tu questi fatti perché me li racconti?» chiede il
professore. «Dovresti essere più solidale con una tua
compagna di scuola.»
«Professò, voi forse non ci crederete, ma io vi vo glio
bene. Io per questo vi do del "voi" e non del "lei" come
fa Giacomo. Ora, io non so com'è successo, ma a forza
di venire qui, a lezione, mi sono affezionato, e non mi
va che qualcuno vi possa prendere per il culo. Ecco
perché la stronza mi sta sui coglioni. Ora scusatemi se
vi parlo così come mi sento, ma quando ci vuole ci
vuole.»
Bellavista lo vorrebbe abbracciare, ma resiste alla
tentazione per mantenere il suo aplomb di professore.
Anzi, decide lì per lì di tranquillizzarlo.
«Ti ringrazio, Peppino, per la tua sincerità, ma non ti
devi preoccupare: è stata solo una piccola sbandata.
Prima o poi mi passerà. A tutti, nella vita, può capitare
una distrazione: l'importante è saperne uscire quando si
è ancora in tempo.»
«Sono felice di sentirvelo dire» conclude Peppino.
«Anche Maradona, una volta, in un Bologna-Napoli del
'90, sbagliò un dribbling. Poi, però, alla fine vincemmo
lo stesso.»

Glossario

accannare = togliere
acchiocciolarsi = rassegnarsi
acchiumati = abbracciati
a gratis = gratis
all'anima dei fedenti = caspita che fetenti
ammoccarsi = entrare
ammorbidisciti = stai calmo
andare di lusso = essere fortunati
andare in bianco = non fare l'amore
andare in para = andare in paranoia
andare a manetta = andare forte
anfibiata = calcio dato con gli anfibi
annaccarsi = rilassarsi
anta = donna sui quaranta
apparare figure di niente = fare brutte figure
appizzata = ragazza con vestito aderente
arraparsi = eccitarsi
arravogliarsi = impicciarsi
babbasone = persona grassa e stupida
battere = farsi una donna
beccare = trovare
becero = volgare
beneamata sega = niente di niente
biadesivo = gay
bigiare = marinare la scuola
bocce = seni
bombarsi = drogarsi
broccolare = abbordare
bufala = grande bugia
buzza = pancione esagerato
buzzicona = ragazza in sovrappeso
cacchi suoi = fatti suoi
cagare = ascoltare
cala = pasticca d'ecstasy
calarsi = drogarsi di ecstasy
calati no = chi fa uso di ecstasy
calla = bugia
cannarone = gargarozzo
capatosta = testa dura
caravaggione = centomila lire
cazzaro = bugiardo
cazzata = sciocchezza
cazzi mma = cattiveria
cazzutissimo = molto bravo
cazzuto - in gamba
cecchinato = bocciato
cel = cellulare
cena bruciapaghetta = cena costosa
centra = sberla
chattare = parlare via Internet
chiachiello = chi non mantiene promesse
chiattillo = attaccaticcio
chissene = chi se ne frega
c'ho preso = ho indovinato
ciccia = pazienza
cinghiala = ragazza
ci sto dentro = mi sta bene
cliccare = fare clic col computer
cofecchie = scappatelle
collare = fare una colletta
columbrina = ragazza leggera
come sei messo? = come stai?
come te la viaggi? = come te la passi?
conigliare = avere paura
cozza = ragazza brutta
cuccare = rimorchiare
cumpa = gruppo
cuofano = un sacco
da paura = terribile
darci sotto = mettiamocela tutta
dare un colpo = telefonare
darla via = concedersi
darsi una mossa = sbrigarsi
data base = banca dati
didietro = deretano
dinderi = quattrini
dino = dinosauro, uomo molto anziano
di questa posta = enormi
dire peste e corna = parlare male
discotarro = burino da discoteca
doblone = mille lire
e-mail = messaggio su Internet
emailàre = inviare una e-mail
essere fuori = non ragionare
essere in botta = stare sotto droga
essere in manca = stare in astinenza
essere nel pallone = non ragionare
essere nessuno = non contare nulla
essere segati a scuola = essere bocciati
è una sega = è uno stupido
faccia da domenica stonata = faccia da scemo
faccio fuga = scappo
fagiano = vanitoso
fancazzista = uno che non fa niente
fa paura = è bello
fare brutto = inveire
fare filone = marinare la scuola
fare forca = marinare la scuola
fare fughino = marinare la scuola
fare le peggio cose = fare le porcherie
fare lingua in bocca = baciarsi
fare l'occhio liquido = avere un'aria rapita
fare scago = fare schifo
fare sega = marinare la scuola
fare trendy = fare tendenza
farsi = drogarsi
farsi il culo = faticare
farsi segare = farsi imbrogliare
fattone = drogato
ferro = motorino
fezzare = fare uno sfregio
fiche = ragazze attraenti
fichetto = figlio di papà
ficone = bel ragazzo
figata = bella cosa
figo = in gamba
figure di niente = brutte figure
fottere = fare l'amore, oppure perdere
friarielli = broccoletti
gabbare = rubare
gancio = appuntamento
ganzo = giovanotto elegante
gasa = piace
gasato = felice
gettare il verme = corteggiare
ghenga = gruppo, banda
giga = un miliardo di byte
gli è scesa la catena = sta giù di corda
grano = denaro
guaglioncella = ragazzina
hard disc = disco fisso
imbarcarsi = iniziare una storia d'amore
imboscato = nascosto
imbroscinarsi = fare le coccole
inchiumare = abbracciare
incrastito = arrabbiato
infrattarsi = nascondersi
ingrifarsi = arrabbiarsi
intripparsi = farsi coinvolgere
krasto mio = bello mio
krastone = bellone
levare mano = smettere
limonare = amoreggiare
locca = stupida
lumare = guardare eccitandosi
madama = polizia
maleparole = parolacce
mandare a cagare = mandare a quel paese
mandare a cade quarantotto = mandare all'aria
mandare affanculo = mandare a quel paese
mannaggia 'a morte = maledizione
manubri = baffi
manza = ragazza
manzo = giovanotto
mappata = insieme, gruppo
marpione = furbo
martellare = corteggiare
matura = maturità
matusa = vecchio
mega = un milione di byte
megafugone = grande fuga
megarincoglionimento = grande confusione mentale
menarsela = darsi importanza
menata = sciocchezza
mezza gamba = cinquantamila lire
mi lotto = mi perdo
mollare = smettere
mò mò = adesso adesso
muleta = una disgrazia
nasare = annusare
navigare = lavorare su Internet
ninna = bambina
non capire una sega = non capire niente non mi
asciugare = non mi scocciare
occhei = va bene over = anziano
paglia = sigaretta
pallocchina = amoruccio
palloccone = amoruccio
palloso = noioso
palo = un milione
parens = i genitori
panare = farsi le coccole
pettinato = ragazzo bene
pezzato = sudato
piacione = bellone
pippe mentali = elucubrazioni
pischello/a = ragazzino/a
pizza = ceffone
plaza = luogo di ritrovo
preciso = perfetto
prenderci in pieno = indovinare
prendere per il culo = prendere in giro
prendere uno zano = sbagliare
prendersi una bresca = prendersi una sbornia
prof = professore o professoressa
profia = professoressa
profio = professore
provarci = tentare un approccio sessuale
provolone = rimorchione
pula = polizia
puntello = appuntamento
quagliare = portarsi a letto una donna
quattare = rimorchiare
quella storia è troppo una storia = troppo bella
rabeghino = tirchio
ram = memoria volatile
rapper = ex hippy
ravanabile = pomiciabile
ravanare = pomiciare
rave party = festa dove accade di tutto
rebbonzo = ubriaco
ricordarsi 'o cippo a Forcella = essere antico
rimasto sotto = drogato
rizza = impennata di motorino
roba = droga
robboso = scroccone
rodersi il culo = arrabbiarsi
rollare = prepararsi una canna
roncolare = fare l'amore
rompersi = annoiarsi
rosicare = restarci male
samenta = incapace
sbarbati = imberbi
sbongolare = fare del male
sbordelliare = fare del sesso
scannerizzare = passare testi nello scanner
scassambrella = noioso
scazzato = annoiato
scendere dal pero = scendere dalle nuvole
schifezza = copula
scippacentrella = sbandata
sciroccato = rincitnillito
sciupafemmine = playboy
sclerato = rimbambito
scoperta del cavolo = una scoperta di nessun
scopicchiare = fare l'amore
scoppiato = pazzo
segare = bocciare, imbrogliare, fregare
se la tirano = fanno le preziose
sfaccimmo = fico
sfigato = sfortunato
sgannare = scoprire
sganciare = tirar fuori dei soldi
simpa = simpatico
skunkiare = prepararsi uno spinello
smezzare = ripartire
sono cazzi = è un problema
sorriso zen = sorriso imperscrutabile
spararsi le pose = darsi importanza
squinzia = ragazza volgare
stampino = ragazzo bene
starci dentro = esserci fino al collo
stare alla frutta = stare alla fine
stare a pezzi = stare male
stare da Dio = stare bene
stare dentro di brutto = essere coinvolto
stare in canna = stare antipatico
stare in tiro = stare in forma
stare lingua in bocca = baciarsi
stare sui coglioni = stare antipatico
stare sulle palle = stare antipatico
stizzare = fumare
stopparsi = fermarsi
stopposo = antipatico
storia malata = situazione difficile
stracciamutande = donna particolarmente focosa
strafogare = abbuffarsi
stubazzare = fumare uno spinello
sturbarsi = scandalizzarsi
svalvolare = andare fuori di testa
svoltare = cambiare vita
sukarsi = baciarsi, succhiare
tabbozzo = malvestito
tale e quale = sosia
tamarro = cafone
taroccato = finto
te la viaggi = ti va bene
tenerlo fatto = averlo in pugno
tette reggae = tette da negra
ti faccio brutto = ti rovino la faccia
timbrare = fare l'amore
tipa = ragazza procace
tirare le streppe = tirare le cuoia
tirarsela = darsi importanza
ti roncolerei = ti farei
ti sei bevuto il cervello = sei impazzito
tomo tomo = calmo calmo
toppare = sbagliare
toppare di brutto = sbagliare molto
tosto = un duro, uno che sa il fatto suo
trippino = pastiglia d'ecstasy
tuzzettaro = discotecaro
una cifra = molto
un caf = un cafone
un deca = diecimila lire
un fico secco = niente
un fottio = molto
uno che ci sta dentro = uno in gamba
uno giusto = uno in gamba
uno occhei = uno in gamba
un over = un uomo anziano
un palo = un milione
uno sbanderno di gente = molta gente
uno tosto = uno in gamba
uscire in fantasia = uscire fuori di testa
vabbè = va bene
va buò = va bene
zauro = cafone
zizze = seni
zoccola = prostituta
x= per
+= più
6 = sei
Indice
7 I Elogio della vasca da bagno
10 II In pensione
17 III Nietzsche
28 IV Uno che fa le veci
34 V Uno sui trenta
37 VI Bergson
47 VII Un uomo senza garsonnière
50 Vili La donna ideale
55 IX La prima volta
61 X Lo sanno tutti
66 XI Giada
72 XII Bentham
81 XIII L'Angelo azzurro
87 XIV La distrazione
98 XV Apollo e Dioniso
104 XVI II gap tecnologico
115 XVII Pensando a lei
120 XVIII Furto d'auto
127 XIX Freud
134 XX La gelosia
139 XXI Elogio della doccia
148 XXII Popper
155 XXIII La cubista
164 XXIV La marziana
168 XXV Patrizia
175 XXVI Ricky
179 XXVII Le molestie sessuali
183 XXVIII Peppino
187 Glossariouyyo