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Chaaria è per noi un sogno da realizzare giorno per


giorno, un posto in cui vorremmo che tutte le persone più
povere e sofferenti potessero essere accolte con
competenza e con carità.
Vorremmo essere capaci a fare di più per questa gente
che non ha davvero nulla e che soffre per malattie
terribili e spesso facilmente curabili … se solo ci fossero
mezzi diagnostici e terapeutici, come in Italia.
Sarebbe bello che tutti i poveri potessero essere accolti
e curati, e che a nessuno si dovesse dire: “Vai altrove,
perché non possiamo risolvere il tuo problema”.
Andare altrove cosa significa per persone che hanno già
camminato per 12 – 14 ore?
Andare altrove … sì, ma dove?
Gli ospedali pubblici non hanno medicine e quelli privati
sono così costosi da essere irraggiungibili per i poveri.
Ecco perché ostinatamente pensiamo che il Signore sia
contento di Chaaria. Osiamo sperare che anche il
Cottolengo sia orgoglioso di un ospedaletto per molti versi
simile alla Volta Rossa, dove forse non c’era tutto, ma dove
la carità l’anelito era verso tutti i poveri.
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“…crediamo fortemente che da soli


non possiamo fare nulla
ma, con l’aiuto del Signore,
tutto è possibile a chi ha fede!”
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Chaaria, Luglio 2001

C arissimi amici,

dopo un lungo silenzio desidero ora cercare di scrivervi poche righe che
possano servire a continuare il nostro cammino di comunione ed il nostro comune
ideale di far crescere il servizio sanitario per i poveri di questo angolo di Africa.

Prima di tutto sento doveroso e giusto ringraziare tutti i membri


dell’associazione “Sviluppo e Pace” ed in particolare il Dr. Enrico Postini e la
Signora Maria Teresa Monte, ma anche tutte quelle persone che prestano la loro
opera materiale.
E’ infatti attraverso lo sforzo congiunto di Sviluppo e Pace e dell’associazione
fondata dal Dr. Gallini a Terni, che siamo riusciti a ricevere due containers
contenenti un sacco di materiale utile per il nuovo ospedale; inoltre le stesse
associazioni hanno curato la spedizione di un altro container che stiamo aspettando
in questi giorni.

Il nostro grazie va poi a tutti i volontari che sono venuti a dare il loro
contributo personale di servizio qui a Chaaria.
Ci sono stati medici ed infermieri, semplici operai e specializzati in qualche
settore (elettricisti, ecc.); tutti hanno portato una grande ventata di rinnovamento e
di stimolo a fare la cose sempre meglio. Tutti si sono distinti per encomiabile
impegno e dedizione.
Il volontariato a Chaaria andrà forse studiato meglio, ma certo è un fenomeno
positivo che porta tanto bene alla Missione ed al servizio.
Se mi è concessa un’unica osservazione, vorrei dire che i volontari a Chaaria
faranno sempre una bella esperienza nella misura in cui, pur cercando di dare del
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loro meglio, non vorranno imporre se stessi o il loro giudizio; nella misura in cui,
pur apportando il proprio personale contributo al miglioramento della nostra
struttura, sapranno apprezzare quanto sino ad ora abbiamo realizzato.

Concludendo queste osservazioni vorrei dire che ci sono graditi volontari con
grande spirito di adattamento, con grande voglia di aiutarci a migliorare e con tanta
umiltà.
L’ultima considerazione sui volontari la trarrei da una esperienza purtroppo
dolorosa sia per gli interessati che per l’intera Comunità: mi riferisco alla
tentazione di trovare qui avventure sentimentali…

Vi comunico infine un progetto futuro che è ormai di prossima attuazione:


allestiremo una piccola radiologia che speriamo pienamente funzionante con il
mese di ottobre. L’ecografia è ormai un servizio molto attivo e fiorente;
disponiamo di tre sonde che ci permettono di eseguire ecografie addominali,
transvaginali e di superficie (mammella, tiroide, testicoli).

Concludo ora questa lettera con un grazie per Loredana Bosso, che
dall’Italia continua a lavorare per tessere la fitta rete di connessioni e di aiuti e per
organizzare nel migliore dei modi gli arrivi dei volontari.. Un altro grazie va pure a
tutti coloro che ci aiutano a raccogliere fondi tramite il progetto Buon Samaritano.
È inutile ripetere quanto denaro si spende per mantenere un ospedale con un buon
livello di prestazioni e di personale. A tutto ciò si aggiunge che qui non abbiamo
contributi da parte dello Stato e che la gente è sempre povera e spesso in miseria
totale.
L’ultimo pensiero vorrebbe essere spirituale: penso che Chaaria sia un
sogno gradito al Signore, in cui ci sforziamo di servire i più poveri tra i poveri.
A Chaaria desideriamo assicurare umanità e professionalità a tutti coloro che non
si possono permettere altre strutture. E siccome Gesù ci ha detto di essere presente
nel più piccolo e nel più diseredato, noi crediamo fortemente che il nostro lavoro
quotidiano sia un continuo servizio reso a Gesù stesso. Crediamo anche che S.
Giuseppe Benedetto Cottolengo sia contento di Chaaria, dove ci sforziamo di fare
dei poveri i nostri padroni e dove vorremmo che nessuno se ne andasse senza avere
ricevuto le nostre attenzioni e il nostro lavoro.

Grazie a tutti per il vostro sostegno!

Fratel Beppe
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Chaaria, Agosto 2001

Carissimi amici,

in questa breve lettera, desidero semplicemente raggiungervi per


assicurarvi che la nostra comunione continua, e che siamo sempre determinati a
perseguire il nostro sogno di un ospedale per i poveri di Chaaria. In questo sogno
rimaniamo uniti: voi con la vostra preghiera ed il vostro sostegno economico, noi
con il nostro impegno ed il nostro entusiasmo.
Nell’ultima lettera scritta nella raccolta vi dicevo che la parte più
embrionale del nostro sevizio è la chirurgia. Infatti è così, soprattutto per il fatto
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che ancora non abbiamo una sala operatoria. Nonostante tutto possiamo dire che
abbiamo cercato di fare del nostro meglio anche per quanto riguarda la chirurgia.
Abbiamo iniziato con piccolissime cose, come le suture per tagli e lacerazioni, in
seguito ci siamo accorti che con un minimo di sterilità, potevamo fare di più.
Attualmente un gran numero di pazienti può trovare risposta ai propri
problemi chirurgici ... anche se non possiamo per ora fare nulla per le patologie
addominali. C'è stato comunque un incremento costante sia nel numero di
prestazioni, sia nell'elenco di nuove operazioni. Di questo rendiamo grazie al
Signore e a tutti coloro che sono venuti a darci una mano e ad insegnarci cose
nuove.
Siamo sempre convinti che il nostro lavoro sia una goccia nel mare della
sofferenza umana ... ma una goccia importante che può cambiare la vita di molti.
E' vero che l'Africa avrebbe bisogno di importanti riforme politiche per risolvere la
situazione sanitaria ... ma ostinatamente crediamo che anche il nostro piccolo
lavoro è significativo per i poveri di questa zona.

Fratel Beppe Gaido


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Chaaria, Settembre 2001

Carissimi amici,

in questa breve lettera, desidero condividere con voi una grandissima


gioia ad un notevole successo per Chaaria: dopo due anni di trattative siamo stati
finalmente riconosciuti come centro per la diagnosi e la cura della tubercolosi.
E' stato un cammino lungo e difficile, in cui siamo stati messi a dura
prova dalle strutture governative che si sono sempre dimostrate refrattarie e non
interessate al nostro servizio.
In Kenya la terapia della TBC è data gratuitamente alle persone ammalate,
è stata sponsorizzata completamente dal governo degli U.S.A. ed è distribuita sotto
il controllo completo del governo locale. Le organizzazioni non governative non
possono curare la TBC, a meno di non essere riconosciute e supervisionate dagli
organi governativi. Dunque, i farmaci ci sono in notevole quantità, ma la
distribuzione è carente e disorganizzata, con il risultato che molti poveri affetti da
TBC muoiono senza riuscire ad approvvigionarsi dei farmaci che di per sé
sarebbero gratuiti.
Altro elemento da considerare è che la TBC sta diventando un problema
allarmante per il Kenya. L'incremento dei casi di TBC va di pari passo con
l'incremento dei casi di HIV. I malati non trattati sono contagiosi e si pensa che per
ogni malato che tossisce in una stanza ne vengano infettati altri dieci. La TBC è
dunque una vera "peste sociale”, che, insieme all’HIV, sta portando via le forze
migliori della nazione. Curare tale malattia è quindi importantissimo anche dal
punto di vista della prevenzione di nuove infezioni.
Il nostro laboratorio ci permette la ricerca dei bacilli nell'escreato, e presto
speriamo di poter essere in grado di fare delle buone lastre del torace.
Abbiamo ora un repartino di isolamento con cinque letti per gli uomini e
cinque per le donne. Là dovremo ricoverare i malati più gravi, finché non saranno
in grado di assumere le terapie a casa.

Speriamo che anche questo nuovo impegno per la cura della TBC porti qualche
beneficio a questa tribolata popolazione.
Concludo questa lettera allegando una citazione tratta da un libro scritto negli
anni '70 da un chirurgo volontario impegnato in prima linea in un ospedale del
Kenya: “bush” (la «brousse» nell’Africa francofona) è per definizione la sterminata
campagna incolta del continente africano.
Bush Hospitals (hopitaux de brousse, up-country hospitals, rural hospitals) sono
quegli innumerevoli ospedali missionari o statali sparsi nel bush, isolati, separati
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dalle comunità più grandi da strade malagevoli, sovente da piste impraticabili


durante la stagione delle piogge, dotati di corrente elettrica per mezzo di un
generatore autonomo a nafta, poveri di acqua potabile.
Il tipico bush hospital ha 50-100 letti, un solo medico, raramente due, e
uno staff locale non qualificato, guidato negli ospedali missionari da due, tre
religiose europee in genere infermiere diplomate. Molto raramente è disponibile
un apparecchio radiologico.
I compiti e le funzioni del bush hospital sono molteplici:
1) innanzitutto esso è l'unico Pronto Soccorso, l'unico rifugio sanitario al
servizio di una popolazione enorme, dispersa su un'area immensa, che ad esso per
lo più può arrivare soltanto con lunghi viaggi disagevoli, a piedi, a spalle di un
congiunto, su una bicicletta, nel cassone di un autocarro, nella land-rover squassata
della Polizia o di un turista di passaggio, su un lentissimo bus. Il bush hospital deve
pertanto fare fronte a tutte le emergenze mediche, chirurgiche, ostetriche,
traumatologiche, rese usualmente più gravi dal ritardo con cui il paziente arriva e
dai disagi del viaggio;
2) in secondo luogo l'ospedale deve curare le malattie acute e croniche che
richiedono un riposo a letto, una terapia e un controllo protratto nei giorni, oppure
uno studio diagnostico più impegnativo. Per questo necessita anche di un
laboratorio al quale può essere destinato il più brillante dei suoi infermieri dopo un
periodo di addestramento. Ai malati cronici, quali i tubercolotici ad esempio, si
deve assicurare una cura protratta ambulatoriale e domiciliare al termine del
ricovero ospedaliero;
3) nello stesso tempo il bush hospital ha una divisione ostetrica a cui
affluiscono prevalentemente casi di patologia ostetrica, fra cui le frequentissime
emorragie abortive e post-partum, le gravide ad alto rischio, i pregressi cesarei, e
poi le donne più evolute della collettività;
4) contemporaneamente gran parte del tempo è assorbito dall'attività di
routine dell'ambulatorio ove si cura la più comune frequentissima patologia acuta
(malattie da raffreddamento, gastroenteriti minori, esantemi infantili meno
pericolosi, ecc.);
5) ma il bush hospital è pure l'unica struttura sanitaria della zona e alla sua
gente così lontana deve andare incontro, rendersi più accessibile e disponibile,
uscendo periodicamente per i villaggi dei dintorni e offrendo con una ambulanza
un mezzo di trasporto per i malati e per i loro congiunti da e per l'ospedale; ancora,
all'ospedale di bush è affidata la funzione socialmente più importante, la
prevenzione.
Di qui il compito di svolgere un'educazione sanitaria e igienica,
insegnando ad esempio le norme della profilassi delle malattie infettive e
parassitarie e delle malattie nutrizionali frutto di povertà ma anche di errate
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abitudini alimentari. Questa attività preventiva si esercita anche nelle visite


prenatali alle gravide, nel periodico controllo dei bambini più piccoli (pre-school
clinic) e nelle vaccinazioni infantili, nelle vaccinazioni di massa in corso di
epidemie.
Questo sommario elenco delle funzioni dell'ospedale di bush e quindi dei
compiti del medico che vi lavora e che ne è responsabile dà un’idea della
complessità di questo lavoro" (Merlo - "Chirurgia Pratica”).
Pur essendo stato scritto molti anni fa, non vi sembra una bella
descrizione di Chaaria?

Ciao

Fratel Beppe Gaido


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Chaaria, Novembre 2001

Carissimi amici,

desidero inviarvi un articoletto che avevo preparato per la


circolare dei Fratelli, ma che penso gradito ad ognuno di voi che ha
prestato il suo servizio a Chaaria. Sono riflessioni semplici, e non
pensate per la pubblicazione. Sono sgorgate dal cuore ed è così che
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ve le offro. Spero che vi piacciano e facciano crescere la nostra


comunione ed il nostro entusiasmo.
Colgo l'occasione per inviare a tutti i miei più cari auguri di buon
Avvento e Buon Natale del Signore. Ad ognuno anche la speranza di
un nuovo anno pieno di speranza e di gioia nello Spirito Santo.
Di Chaaria posso dirvi che sta piovendo a dirotto, e ciò costituisce
una vera benedizione per la nostra gente che può sperare in un buon
raccolto. L'ospedaletto è in questo momento abbastanza sotto-
occupato, sia perché le strade sono diventate praticamente
impraticabili, sia perché durante la stagione della semina i nostri
poveri pensano di più a zappare, a seminare e a sarchiare che non a
curare la propria salute. Ciononostante abbiamo regolarmente una
quarantina di ricoverati, ed un 100 - 150 pazienti ambulatoriali

Con l'arrivo di Luca Audero, di Livio e di Franco è inoltre iniziata


a Chaaria l'attività odontotecnica e sono già state prodotte le prime
dentiere. Con il mese di Dicembre si riprenderà inoltre l'attività di
MOBILE CLINIC, che vedrà il nostro staff uscire una volta al mese
per raggiungere una località molto povera (KIAMURI, nei pressi di
RIKANA, THARAKA DISTRICT), dove ci dedicheremo alla
vaccinazione a tappeto dei neonati. Si è infatti notato che in quella
zona la copertura della vaccinazione è estremamente bassa, dal
momento che gli ospedali sono troppo lontani, e le mamme non
portano i bambini per tale pratica importantissima di prevenzione.

Da più di tre mesi ci prendiamo cura di una bimba orfana, che


abbiamo battezzato MARY RITA: la sua mamma è morta qui da noi
di malaria quando era incinta di 7 mesi. Prima di morire essa ha
partorito la piccolina che pesava non più di 1100 gr. Noi l'abbiamo
tenuta in incubatrice per più di un mese, ed ora l'abbiamo qui in
attesa di una buona famiglia disponibile all'adozione. Anche se l'idea
non è ancora completamente matura, stiamo pensando ad un “asilo-
nido” per bimbi orfani come lei ... pregate per questa idea.
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Da ultimo, con gioia vi comunico che Fratel Lorenzo ha iniziato


l'attività di Fisioterapia e riabilitazione, ed abbiamo già allestito una
palestra provvisoria, nella ex - room 3: l'attività è rivolta tanto ai
nostri buoni figli, quanto alle persone ricoverate (traumi, emiplegie,
paralisi varie).

IL NOSTRO SOGNO PER CHAARIA

Sono appena ritornato in Kenya dopo l'esperienza forte e


arricchente del nostro Capitolo Generale, dove ho potuto rituffarmi
nei problemi e nelle speranze di tutta la Congregazione, ed ho più
chiaramente collocato la nostra esperienza di Chaaria all'interno della
rete delle nostre comunità di fratelli e nel contesto globale della
Piccola Casa.
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Mi è stato chiesto di mettere per iscritto qualche riflessione sulla


nostra presenza in Africa, che possa essere di aiuto alla comunione
fra le varie comunità operanti in diversi continenti, ed è con questo
spirito di familiare ed amichevole conversazione con i Fratelli, che
intendo comunicare alcune idee.

Non intendo descrivere per l'ennesima volta che cosa si fa a


Chaaria ... è già stato detto più volte durante e prima del Capitolo.
Voglio semplicemente scrivere a tutti quello in cui fortemente
crediamo e cerchiamo di rendere fecondo ogni giorno.
Prima di tutto noi sentiamo che la spiritualità cottolenghina è viva e
attuale e può insegnare molto anche alla cultura africana. La gente è
affascinata dal nostro modo di servire i poveri e di stare con loro
giorno e notte. Essi sono molto impressionati dalla testimonianza
silenziosa della carità che non predica nelle Chiese o sulle piazze, ma
rende presente la Buona Notizia attraverso i fatti e il concreto aiuto.

L'OSPEDALETTO

Con il piccolo ospedale stiamo cercando di rispondere alle esigenze


sanitarie di una vasta area davvero molto povera; abbiamo aperto le porte
della nostra Missione a malati sempre più gravi ed abbiamo cercato di dar
loro il meglio, senza risparmiare nulla tanto di fatica fisica e mentale,
quanto di investimenti economici che la Piccola Casa ha generosamente
donato. Sappiamo che i poveri sono Gesù ed è per questo che il nostro
servizio rimane aperto 24 ore su 24, e per 7 giorni alla settimana; il nostro
Centro, sempre operante nel servizio, vuole esprimere anche
concretamente il nostro anelito di servire il Signore nei poveri fino al
sacrificio della vita e senza trattenerci nulla.

Chaaria è dunque una esperienza forte in cui si lotta per la vita tutti i
giorni, e tutti i giorni si incontra anche la morte. Si vedono bimbi nascere
e morire nella medesima giornata; si assiste al dramma di chi non ha soldi
per dar da mangiare ai propri bambini e a quello di chi spende cifre esose
per far fuori un feto non desiderato. Si vedono persone morire di malattie
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curabilissime in altre parti del mondo, semplicemente perché qui


mancano mezzi e fondi per medicine, macchinari e personale.

In questa situazione di forti contrasti e di evidente povertà noi cerchiamo


di dire a tutti che Dio esiste e che è un Padre buono, il quale ha mandato
noi per aiutare tutti coloro che non hanno nulla. Senza la nostra Missione
per molti non ci sarebbe alcuna possibilità di ricevere cure sanitarie, molti
bambini morirebbero a casa senza speranza; in una parola; qui sarebbe
ancora più duro credere nella Divina Provvidenza, che invece è oggi
glorificata dalla nostra gente che dice: “Dio ci ha donato questo
ospedale".
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IL CENTRO DEI BUONI FIGLI

Con il gruppo dei Buoni Figli noi ripetiamo a questa società che la vita va
difesa ad ogni costo. In Kenya ancora non esistono servizi per handicappati
mentali e la gente ha la tendenza a segregarli, a nasconderli o a considerarli dei
maledetti o degli "stregati".
Non esiste una sensibilità sociale nei loro confronti, dal momento che essi non
sono produttivi e sono un grave peso per una società che non ha soldi neppure
per eliminare la miseria dal Paese, o per assicurare un sistema sanitario gratuito a
tutti i Cittadini.
A questa società in cui per altro il rispetto per la vita sta deteriorandosi e
si assiste ad un pauroso aumento dei casi di aborto criminale, o di omicidio
perpetrato per i motivi più banali, il nostro centro per Buoni Figli dice a caratteri
cubitali che la vita è dono di Dio per se stessa e che essa va sempre rispettata
curata e promossa, al di là della produttività o della bellezza.

Molti sono coloro che hanno ritrovalo la fede semplicemente visitando il


Cottolengo, ed altrettante sono le famiglie poverissime che hanno benedetto Dio
quando il loro figlio è stato accolto tra di noi; tanti buoni figli gravi ed
abbandonati da tutti possono ora vivere una vita dignitosa e testimoniare a tutti
che Dio ha cura anche di loro.

Con le attività occupazionali, quali la scuola speciale o il lavoro. Chaaria


intende dire a questa società che “anche i piccoli hanno il diritto” di sviluppare
tutte le loro possibilità anche se minime, mentre con la catechesi e la preghiera
liturgica noi riconosciamo il germe di vita eterna seminato nei cuori di ogni
creatura, anche la più povera e limitata.

LA SHAMBA

L'attività agricola è da noi ritenuta molto importante e parte integrante


della testimonianza della nostra Missione. Chaaria si trova in una zona
depressa in cui non ci sono industrie né posti di lavoro, per cui
normalmente la gente mangia quello che riesce a coltivare nel proprio
piccolo campo. Senza un pezzo di terra è quasi impossibile sopravvivere,
e quindi la terra è considerata il bene primario ed uno dei più grandi doni
di Dio.
Sarebbe una grande contro-testimonianza se noi lasciassimo incolti gli
acri di terra che la Divina Provvidenza ci ha dato; se noi comprassimo a
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Meru tutto il cibo che ci è necessario, la gente ci classificherebbe come


ricchi, e ci sentirebbe troppo diversi da loro.
La shamba dunque dice alla gente di Chaaria che noi pure dobbiamo
lavorare per avere un po' di granoturco nei nostri granai; anche noi
dobbiamo sperare in una buona stagione delle piogge per non perdere tutto
ciò che abbiamo seminato.
La popolazione quindi vede che alla Missione il Fratello lavora come loro
ed ha gli stessi problemi; la nostra attività agricola e zootecnica può anche
insegnare loro a introdurre nuove colture, a cambiare metodi e a
incrementare la produttività dei loro piccoli appezzamenti di terreno, a far
sì che gli animali da cortile producano di più e maggiormente
contribuiscano al miglioramento delle condizioni di vita delle famiglie.
Anche i Fratelli che lavorano nella shamba o nella stalla, lo fanno per i
poveri a cui procurano il cibo quotidiano, ed inoltre condividono la vita dei
contadini della nostra zona che mangiano solo quello che la terra riesce a
produrre per loro.
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IL SOSTEGNO MATERIALE AI POVERI

Il Santo Cottolengo non chiudeva le porte a nessuno e voleva che nella portineria
della Piccola Casa ci fosse sempre un po' di cibo da distribuire ai mendicanti che
venivano per chiedere qualcosa. Egli temeva di mandare via Gesù a mani vuote se
qualche povero non avesse trovato quello che cercava alla Piccola Casa.
Anche qui da noi ogni giorno decine di persone povere bussano alle porte del
nostro cuore per avere un aiuto materiale: può trattarsi di persone che non hanno da
mangiare o di diseredati che disperatamente cercano un lavoro, o di mamme
ansiose di trovare un po' di soldi per mandare i figli a scuola. È nostro quotidiano
impegno cercare di ascoltare ogni persona che si accosta a noi con un problema:
non sempre abbiamo la forza e la capacità di risolvere le loro difficoltà, ma la
carità ci insegna che anche l'accoglienza e l'ascolto possono in parte guarire un
cuore ferito. Quando possibile cerchiamo di dare quello che ci viene chiesto, e se
non possiamo, ci sentiamo impotenti e pensiamo che solo Dio può risolvere
problemi tanto grandi e complessi.
Grazie alla Piccola Casa e a tante generose offerte, molti trovano qui un lavoro
(magari saltuario), delle somme di denaro che permettono loro di affittare un pezzo
di terra o di mandare i figli a scuola o del cibo da distribuire ai bimbi affamati della
loro famiglia.
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AIUTARE CHI AIUTA I POVERI

La nostra comunità è anche centro di formazione dove cerchiamo di


condividere le ricchezze della nostra spiritualità sia con i laici che qui
lavorano, sia con i giovani che desiderano entrare nella nostra famiglia
religiosa. Grazie al Capitolo ci è ora ancora più chiaro quanto importante
sia il dovere di formare gli altri, per aiutarli a diventare i servi dei poveri,
secondo lo spirito ed il cuore di San Giuseppe Cottolengo.
Per questo sentiamo di dover investire molte delle nostre energie
nell’impegno formativo, al fine di moltiplicare il bene e di "rendere i
Fratelli idonei a compiere il ministero" di carità loro affidato. Il Signore è
molto buono con noi e ci sta benedicendo sia attraverso molti giovani che
bussano alle porte della nostra comunità (attualmente abbiamo 4 aspiranti
presenti nel Centro), sia attraverso laici impegnati cristianamente che, pur
essendo regolarmente assunti, vogliono essere responsabili con noi della
fedeltà al carisma cottolenghino.
Pur con le dovute differenze, mi sento di poter dire che in questo senso
Chaaria è molto simile a Mappano, dove i Fratelli sono primariamente
impegnati in tale ruolo di guida e di formazione per i dipendenti. La nostra
Missione è in qualche modo vicina anche a Torino, dove i Fratelli
quotidianamente cercano quel delicato equilibrio tra necessità della
formazione dei giovani ed esigenze urgenti di servizio.

LA FRATERNITA' E LA PREGHIERA

Tutto quanto scritto sopra costituisce parte del nostro ideale di vita
e del sogno che intendiamo pian piano realizzare qui in Kenya.
Ovviamente la nostra vita quotidiana, con tutti i nostri problemi e
peccati personali e comunitari, è ben lontana dal mettere
completamente in pratica quanto ho condiviso con tutti voi. Siamo
sempre lontani dall'ideale e sempre portati in basso dal nostro uomo
vecchio. Per questo sentiamo il bisogno di una forte vita di preghiera
che ci aiuti a perseverare nella nostra fedeltà quotidiana. Sappiamo
bene che preghiera e carità vanno di pari passo, e che, senza l'aiuto di
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Dio e la forza dello Spirito Santo, non possiamo essere fedeli al


progetto esaltante della spiritualità cottolenghina.
Ogni volta che la nostra vita interiore cala, anche il nostro servizio
diventa stanco e nervoso, perché Dio solo può donarci la capacità di
essere fedeli. Pur essendo molto incoerenti, vogliamo dunque
condividere con tutti i Confratelli il nostro anelito contemplativo, che
si esprime nella frenesia delle nostre giornate.
Anche la comunità è essenziale alla vita del "Missionario", che si
trova in una cultura diversa dalla propria, ed in ambienti spesso
nuovi ed inesplorati. La fraternità ci aiuta a mantenere la nostra
castità, ci insegna a pregare meglio e con più regolarità, e ci salva dal
pericolo di costruire i nostri piccoli regni di servizio dove soltanto
noi possiamo comandare. Senza la comunità sarebbe molto difficile
resistere e mantenersi fedeli.
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Chaaria, dicembre 2001

Carissimi Amici,

buon anno 2002 che speriamo pieno di benedizioni dal Signore.


Noi stiamo tutti bene e cerchiamo di fare del nostro meglio per servire Gesù nei più
poveri. A volte non è facile e siamo un po’ sopraffatti dalle necessità e dal troppo
lavoro, ma, come dice Gandhi, “l’importante è fare tutto quello che possiamo,
senza guardare al risultato”. Anche Madre Teresa ci dice che ciò che conta non è
fare tutto, ma l’amore con cui fai quel poco di cui sei capace.
Indubbiamente Chaaria è cresciuta e ci sono tanti nuovi servizi che danno un
grande aiuto alla popolazione. Siamo riconoscenti al Signore che sempre ci manda
nuovi pazienti, come segno della sua benedizione su Chaaria. Penso sempre che, se
non fossimo nella volontà di Dio, il nostro ospedale sarebbe vuoto e la gente non
sarebbe contenta di noi … invece siamo sempre strapieni. Nel 2001 abbiamo avuto
6100 ricoveri ospedalieri, contro i 4800 del 2000. I pazienti ambulatoriali sono stati
più di 90.000. Nuove branche sono cresciute, come la chirurgia, l’ecografia, la
chemioterapia per tumori, il servizio ai pazienti con tubercolosi, ecc.
Ma ci sono 2 aree in cui particolarmente metto il mio cuore: i malati di AIDS e gli
orfani.
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Oggi voglio condividere qualcosa sugli orfani, mentre per quanto riguarda l’HIV
scriverò più tardi.
Stiamo attualmente seguendo 3 orfani, e penso che questo sia un nuovo settore
dove Dio ci vuol chiamare.

STELLA è una splendida bimba di 8 anni, affetta da AIDS e orfana di entrambi i


genitori.
Attualmente si trova a casa dagli zii paterni. E’ molto fragile ed il suo corpo
dimostra non più di 5-6 anni. E’ spesso ammalata di malaria e necessita di
trasfusioni di sangue. Noi la trattiamo come una nostra figlia, la ricoveriamo tutte
le volte che è malata, aiutiamo gli zii a pagare la scuola …, ma cerchiamo di
tenerla nella famiglia d’origine al fine di non sradicarla completamente.
Stella è una bambina molto intelligente e speriamo che il Signore possa concederle
una lunga vita e magari anche il miraolo della guarigione.

JEDIDA è una bambina rimasta gravemente cerebrolesa; dopo un attacco di


meningite i genitori, invece di portarla all’ospedale la portarono dallo stregone.
Quando ormai era in condizioni terribili (la bimba ha 4 anni e pesa 4 Kg), ce la
lasciarono qui dicendo che sarebbero venuti a vederla regolarmente. Da allora
nessuno è mai venuto, e Jedida sta ormai quasi morendo sola e senza famiglia.
La nutriamo con sondino naso-gastrico, le curiamo i decubiti, e certamente ce la
terremo fino a quando morirà.

MARY-RITA è una bellissima bambina di circa 4 mesi. La sua mamma si chiama


Camilla Mukomwenda e fu ricoverata da noi in luglio per malaria cerebrale.
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Abbiamo tentato a lungo di salvarla, ma il coma è diventato sempre più profondo.


Per un mese e mezzo è stata ricoverata senza che nessuno venisse a visitarla. Un
giorno abbiamo deciso di andare in macchina a cercare qualche parente. Abbiamo
viaggiato per 40 Km lungo una strada terribile e siamo giunti in una isolata
capanna di fango, dove abbiamo trovato un uomo completamente pazzo e violento.
La capanna era così mal messa da farci temere che sarebbe caduta da un momento
all’altro.
Da quel giorno abbiamo perso ogni speranza in un possibile reinserimento di
Camilla o della futura creatura.
Quando ormai il coma di Camilla sembrava irreversibile, abbiamo indotto il
travaglio ed abbiamo estratto una piccola bimba di circa 1 Kg. L’abbiamo messa in
incubatrice per 2 mesi … ora la piccola è stata battezzata, è sanissima e pesa più di
4 Kg. L’unico punto interrogativo è il futuro: che cosa faremo di Mary Rita quando
crescerà? Camilla morì pochi giorni dopo il parto.

Abbiamo anche iniziato un rapporto di collaborazione con l’unico orfanotrofio


gestito dalla diocesi di Meru.
Di là ci mandano gli orfani, quando sono molto piccoli e necessitano
dell’incubatrice; noi li teniamo fino all’età di 6 mesi, li curiamo in incubatrice e li
svezziamo. All’età di 6 mesi ritornano in orfanotrofio, dove una suora li assiste
come una mamma e inizia le pratiche di adozione.

Gli orfani sono molti in Kenya, in parte a motivo dell’AIDS che uccide i genitori,
in parte a causa dell’alta mortalità materna al parto. Chissà?! Forse essi sono un
nuovo campo che si sta aprendo davanti a noi. Pregate anche voi, affinché
comprendiamo la volontà di Dio al riguardo.
Concludendo, vi ricordo solo il fatto che l’80% dei nostri “Buoni Figli” sono anche
orfani e abbandonati dalla famiglia. Pure per loro, quindi, cerchiamo di essere
buoni genitori e segni credibili dell’amore di Dio.

Ciao! Preghiamo gli uni per gli altri.

Buon anno

Fratel Beppe

P.S. Prima che spedissi la lettera, Jedida è morta ed è certamente andata dritta in
paradiso. Ora abbiamo un angelo in più che prega per noi dal cielo. Ho ringraziato
il Signore che se l’è presa, perché negli ultimi giorni la sua sofferenza è stata
terribile.
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Chaaria, dicembre 2001

UN NUOVO SERVIZIO A CHAARIA

Carissimi amici,
con questa breve lettera desidero informarvi un po’ sull’attività avviata a favore dei
malati di AIDS. Si tratta di una goccia, ma speriamo che sia utile per ridurre un
tantino le sofferenze di questi pazienti ancora condannati alla stigmatizzazione e
all’isolamento nella cultura keniota.

PREMESSA
Da tempo si sa che l’80% dei casi
di AIDS si trova nell’Africa
subsahariana, dove per altro
l’organizzazione sanitaria è
fatiscente e continua a degradare
dai tempi dell’indipendenza dal
colonialismo.
In Africa ancora si registra un
continuo aumento di nuovi casi di
infezione e si constata il totale
fallimento delle campagne di
sensibilizzazione e di
prevenzione, messe in atto tanto
dalle Chiese, quanto dai Governi, quanto dalle organizzazioni internazionali (ONU,
OMS, UNICEF, ecc).
Fino al 2001 in Kenya non c’era alcuna possibilità di comprare i farmaci antivirali,
che tanto hanno contribuito al miglioramento delle condizioni di vita dei malati
europei ed americani… e anche oggi, un mese di terapia anti-HIV costa circa 7000
scellini, mentre la media nazionale degli stipendi è sui 3000 scellini al mese,
soltanto il 20% della popolazione ha un lavoro dipendente e molti poveri devono
sopravvivere con circa 50 scellini al giorno.
Tra i Paesi più colpiti dall’AIDS, il Kenya è tristemente al quinto posto nel mondo,
mentre il distretto di Meru ha attualmente il primato nazionale nell’incremento dei
nuovi casi (18% nel 1998; 30% nel 2000).
Anche a Chaaria i casi di malattia sono molto frequenti, e non c’è giorno che passi
senza diagnosticare almeno 3 o 4 nuovi casi.
Le ragioni sono complesse: certamente la miseria e l’ignoranza; poi il crollo dei
valori tradizionali, quali la famiglia e la fedeltà coniugale; infine una cultura in cui
il sesso ricopre una importanza estesissima.
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I PRIMI PASSI

Fin dal 1998 ci siamo accorti che molti pazienti erano estremamente defedati e non
potevano essere aiutati da nessuna delle comuni terapie a nostra disposizione.
Molti di loro erano tanto scheletrici da ricordarci l’AIDS, al solo guardarli in
faccia. Ci siamo quindi procurati il materiale per i test anti HIV, e ci siamo resi
conto che davvero ci trovavamo di fronte al grande flagello del 20° secolo. I dati
sono diventati sempre più allarmanti, soprattutto quando abbiamo cominciato le
terapie trasfusionali: per avere una sacca di sangue sicuro era necessario testare 3-4
donatori. Molte volte il donatore sieropositivo era il padre di un bimbo anemico, e
con tristezza dovevamo testare anche la mamma ed il piccolo, con il terribile
risultato di avere tutta una famiglia colpita dall’AIDS.
Spesso i pazienti in stadio terminale non venivano più accolti dalle famiglie, che li
ritenevano dei corrotti e dei peccatori… Da tutto ciò è nato il pensiero che il
Cottolengo ci stava chiamando a fare qualcosa di più in questo campo così vasto e
così scoperto di servizi

IL SERVIZIO DI “COUNSELLING”

E’ stato il primo passo da noi


attuato, per entrare in
comunicazione con i pazienti
affetti dalla malattia. Per
“counselling” si intende un
dialogo prolungato e personale
con il malato, al fine di
renderlo capace di accettare
l’esecuzione del test HIV e
l’eventuale risultato positivo
dell’esame.
Si tratta di una attività molto
delicata ed importante, che noi
abbiamo organizzato tenendo
conto delle direttive dello Stato e delle Chiese: il dialogo deve essere aperto e
franco, ma deve essere anche coperto dalla massima riservatezza al fine di evitare
il rischio che i malati si sentano traditi dall’ospedale in un campo tanto delicato e
personale. Inoltre deve essere aperto alla speranza e non deve mai essere vissuto
dal paziente come un tribunale in cui si viene giudicati.
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Il “counselling” è normalmente diviso in due sezioni che chiamiamo


rispettivamente “pre” e “post-counselling”. Il “pre-counselling” ha il fine
principale di convincere la persona sulla necessità di essere testata per l’AIDS, e
sull’opportunità di parlare di un eventuale risultato positivo con tutte le persone
che potrebbero essere a rischio (per esempio le mogli).
Il “post-counselling” è invece soprattutto dedicato al sostegno psicologico di chi
deve ricevere un responso che in Africa ancora corrisponde ad una condanna a
morte entro 5 anni. Si cerca di dar loro speranza; ci si rende disponibili all’aiuto
ogni volta che la malattia peggiorerà e si renderanno necessarie cure sanitarie più
aggressive; si offre la possibilità di farmaci antiretrovirali almeno a quelle
pochissime persone che possono aiutarci a comprarle. Si parla di Dio e di vita
eterna, e si cerca di inculcare un cambio di comportamento che diventi anche un
mezzo di riduzione della diffusione dell’AIDS nella società: si cerca di dire loro
che d’ora in avanti non dovranno più contagiare nessuno, e che saranno
responsabili di sistemare al meglio tutti i problemi della loro famiglia prima
dell’incontro con il Signore.
Non è una attività semplice e non è assolutamente gratificante: molte volte ci si
deve fermare al “pre-counselling” perché la persona preferisce la tecnica dello
struzzo e non vuole saper nulla a proposito dell’HIV. Altre volte il “post-
counselling” crea reazioni violente o comunque assolutamente negative: qualcuno
urla e piange disperatamente; altri si
chiudono in un assoluto mutismo che
rende impossibile il dialogo; altri
dicono: “se ce l’ho io, perché non gli
altri…” e si ripromettono di contagiare
quante più persone possibile.
E’ comunque un servizio importante
in cui crediamo, ed in cui è anche
possibile far passare un po’ di
catechesi in cuori che forse a volte
hanno dimenticato Dio per un tratto di
strada, ed hanno bisogno di ritrovarlo.

VISITE AMBULATORIALI PER MALATI CHE GODONO DI DISCRETE


CONDIZIONI GENERALI.

Il nostro intento è di rimanere in contatto con questi malati, assicurando le cure


necessarie a trattare le infezioni opportunistiche, e cercando di dare aiuto
psicologico ed anche economico quando necessario. Per adesso purtroppo non
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possiamo dare loro i farmaci antiretrovirali, perché ci verrebbe a costare così tanto
che il nostro ospedale collasserebbe in brevissimo tempo. Però possiamo curare
molti dei loro problemi, come la TBC, la diarrea irrefrenabile, il dimagrimento
continuo, ecc.
Stiamo anche seguendo un gruppo di bambini malati di AIDS, che sono orfani a
causa della malattia: a loro vorremmo procurare anche delle adozioni a distanza
che aiutino i loro parenti a mantenerli, a mandarli a scuola, e ad assicurare le cure
mediche necessarie.

RICOVERO DI MALATI DI AIDS IN STADIO TERMINALE.

E’ la parte più importante,


perché quando queste persone
non sono più autosufficienti, le
famiglie davvero non possono
prendersene cura: immaginate
cosa vuol dire abitare in una
capanna di fango costituita da
una sola stanza, dove bambini e
adulti condividono il poco
spazio, e dove tutti dormono su
una stuoia messa sulla nuda
terra.
Un malato terminale in questa
situazione diventa praticamente
impossibile da seguire e da curare (pulizia, decubiti, diarrea).
In più c’è lo stigma, per cui una famiglia che ha in casa un malato di AIDS viene
isolata dal resto del villaggio. La gente poi non conosce con precisione i
meccanismi di trasmissione dell’HIV, per cui teme che anche solo la normale vita
di tutti i giorni possa essere una pericolosa possibilità di contagio per tutti coloro
che vivono sotto lo stesso tetto.
Noi cerchiamo di ricoverarli e di garantire loro il massimo di trattamento a noi
possibile: curiamo le infezioni opportunistiche, diamo loro buon cibo, li teniamo
puliti, assicuriamo una assistenza spirituale. Quando stanno meglio, è nostra
opinione sia bene per loro tornare nelle loro case, almeno per un po’…ma quando
sono vicini alla fine, li vogliamo qui con noi, affinché possano morire in modo
dignitoso e umano.
E’un servizio difficile e costoso, perché ci impegna per lungo tempo, ma, se la
nostra spiritualità ci vuole servi dei poveri anche con il sacrificio della vita,
davvero siamo sulla strada giusta.
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HOME BASED CARE (SERVIZIO DOMICILIARE).

E’ questa la parte più nuova e più allo stato embrionale, in quanto stiamo
muovendo soltanto i primi passi in tale area per noi ancora in gran parte
inesplorata. L’idea che ci portiamo dentro è che l’ospedale in se stesso non basta
perché i malati hanno anche bisogno del rientro in casa e della continua
frequentazione delle persone a loro più care. Essi inoltre devono molte volte poter
sistemare situazioni economiche e relazionali precarie, e non ultimo devono
pensare al loro futuro incontro con il Signore.
Stiamo dunque pensando
ad organizzare visite
domiciliari, probabilmente
con l’aiuto anche delle
Suore, attraverso cui poter
tenere i contatti con le
persone che sono passate
per il nostro ospedale,
magari aiutandoli in cose
molto semplici come
l’igiene personale o la
risistemazione della capanna, oppure offrendo la nostra parola di conforto, oppure
ancora portando loro le terapie necessarie senza obbligarli a venire fino a Chaaria
che spesso dista molti chilometri dalle loro case. Speriamo che anche questo nuovo
settore porti a qualche miglioramento nelle condizioni di vita dei pazienti HIV.
E’ davvero molto poco quello che riusciamo a fare nel campo dell’AIDS,
ma siamo molto motivati a continuare e crescere sempre di più nel nostro impegno.
Gesù ha avuto una particolare predilezione per i lebbrosi, ed in questo modo ci ha
dato un esempio che vogliamo seguire: oggi in Kenya i malati di HIV sono
davvero tra i più poveri e sono ancora rigettati dalle famiglie e dalla società, nello
stesso modo in cui lo erano i lebbrosi della Palestina ai tempi di Cristo… e noi
vogliamo essere al loro fianco, solidali con loro, capaci di aprire loro le porte della
Missione e soprattutto del nostro cuore.
Sarebbe bello poter anche comprare i farmaci anti-HIV, in modo da rendere il
nostro servizio più significativo e completo… ma per fare questo abbiamo bisogno
di molti fondi, e sappiamo che non sempre per la Piccola Casa è possibile sopperire
a tutte le nostre richieste a favore dei poveri. Se guardassimo al nostro cuore, a
Chaaria bisognerebbe costruire una casa forse più grande di Torino… ma noi
saremo contenti di ogni aiuto, piccolo o grande, che ci renderà capaci di sollevare
qualche sofferenza in più.
Fratel Beppe
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Chaaria, gennaio 2002

Carissimi amici,
buon anno nuovo nel Signore.
Spero che tutti stiate bene e che il nuovo anno porti gioia e prosperità ad
ognuno di voi.
Vorrei dirvi alcune parole su ciò che Chaaria non è, al fine di aiutare i volontari a
fare una esperienza il più positiva possibile, evitando false attese e frustrazioni.
Molte volte infatti nelle precedenti lettere abbiamo insistito su ciò che si fa, su
quello che abbiamo migliorato, sulle nuove costruzioni o terapie in atto…Ora è
forse meglio parlare un poco di tutto quello che non si riesce a fare qui alla
Missione.
1) Chaaria è al momento una struttura soprattutto sanitaria ed assistenziale; i
volontari sono per lo più impegnati nell’ospedale o nella cura dei Buoni
Figli. Tali attività assorbono le nostre giornate a ritmi veramente pieni e
vertiginosi, per cui ci rimane ben poco tempo da dedicare ad altre attività.
Pur riconoscendo l’importanza di attività sociali sul territorio (come visite
domiciliari nelle capanne, per esempio), dobbiamo constatare che il tempo
a disposizione per questo è poco, ed è saltuario… I volontari che fossero
interessati primariamente a tale tipo di esperienza sociale potrebbero
sentirsi frustrati nel constatare quanto poco tempo sarà concesso alle
uscite tra le capanne. La nostra azione sociale si realizza soprattutto
attraverso l’aiuto sanitario offerto a tutti i poveri che bussano alla nostra
porta, attraverso la presa in carico totale degli handicappati mentali da noi
ospitati e attraverso l’aiuto economico alle famiglie in difficoltà…. C’è
chi dice che in tal modo si fa una esperienza separata dalla vita reale della
gente, e che si rischia di stare in Africa senza prendere veramente
coscienza della cultura locale; non so se queste critiche sono vere oppure
no: so però che la popolazione ha bisogno di aiuto e che l’ospedale di
Chaaria è qualcosa di veramente significativo che ha cambiato la vita di
molti. So che una mamma con un bambino morente per anemia ha
bisogno di sapere che c’è una struttura attrezzata per le trasfusioni, e
questo è ciò che cerchiamo di fare per lei in ospedale. Il servizio
domiciliare potrà essere organizzato in futuro se il Signore ci manderà un
numero sufficiente di vocazioni che ci permettano di iniziare e di portare
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avanti con continuità tale nuova area di impegno. Infine posso dire che
anche ora in ospedale, attraverso il nostro lavoro tra i sofferenti, noi
possiamo diventare loro amici, condividere tante esperienze che altrimenti
ci sfuggirebbero, e giungere a comprendere le loro problematiche più
intime.
2) Chaaria non può assicurare a tutti i volontari la visita ad un Parco. Al
Parco ci andremo se sarà possibile, ma sarà sempre prioritario nel nostro
cuore il servizio all’ammalato e al povero abbandonato. Anche la visita ai
villaggi circostanti e alle altre Missioni cottolenghine sarà organizzata
ogni qualvolta ci sarà possibile, tenendo conto delle necessità primarie del
nostro servizio.
3) Chaaria è una esperienza totalizzante in cui spesso i ritmi di lavoro sono
continui ed estenuanti, di conseguenza non c’è molto tempo libero. E’
però bene ripetere che ognuno contribuirà nella maniera a lui più
congeniale. C’è chi vuole dare tutta la propria giornata al servizio, e c‘è
chi ha bisogno di spazi più estesi di recupero fisico, spirituale e psichico.
Ognuno potrà organizzarsi liberamente i propri orari.
4) Chaaria è una esperienza di vita comunitaria e di condivisione totale tra
Fratelli della Comunità e volontari: si vive sempre insieme, si lavora
insieme, si mangia insieme. Questo richiede una buona dose di
adattamento e di pazienza reciproca, perché ognuno è diverso e porta con
sé pregi e difetti: i Fratelli non sono perfetti, così come non lo sono i
volontari. Si tratta dunque di saper stare insieme prendendo da ognuno ciò
che è buono e perdonando ciò che possiamo definire imperfezione o
difetto. Per stare bene insieme è importante un buon spirito di adattamento
e la capacità di non giudicare.
5) Chaaria è soprattutto una esperienza di vita in cui cerchiamo di volerci
bene e di servire i poveri mettendo a loro disposizione tutto quello che
siamo e tutto quello che abbiamo. Stando qui per un po’ si riscoprono
valori spesso dimenticati, come quello della povertà e della vita semplice,
senza troppe possibilità di comunicazione con l’Europa, senza sprechi e
senza televisore. Il nostro sforzo è quello di diventare una famiglia per
tutti i poveri che serviamo e incontriamo, e allo stesso tempo quello di
creare rapporti di amicizia significativi con tutti i volontari che vengono a
darci una mano.
6) Noi crediamo fortemente che valga la pena spendere la propria vita ed
anche la propria salute a servizio di coloro che sono meno fortunati di noi.
Crediamo che servire i piccoli e gli abbandonati è servire Gesù, ed è allo
stesso tempo una ottima strada per la purificazione e per la santità
personale e comunitaria.
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Dopo questo lungo elenco di punti in cui ho cercato di spiegare ciò che
Chaaria non è, vorrei dire a tutti coloro che desiderano venire da noi, che sono i
benvenuti: quello che possiamo promettere fin da ora è la nostra amicizia ed il
nostro calore fraterno, il nostro aiuto per un graduale inserimento e la condivisione
delle nostre esperienze e della nostra giornata. A tutti i volontari promettiamo un
cuore caldo che li accoglierà a braccia aperte, non nasconderà che ci sono anche
dei difetti e dei problemi qui in Missione, ma sarà sempre aperto all’amicizia verso
tutti.
Soprattutto possiamo promettere che a Chaaria i volontari troveranno tantissimi
poveri veramente bisognosi e malati, e saranno loro la ricompensa per ognuno.
Davvero i poveri sono coloro che ci riempiono il cuore e alla fine dell’esperienza ci
fanno esclamare:” Ero venuto per donare qualcosa e invece mi rendo conto di aver
ricevuto molto di più di quanto ho effettivamente dato”.
Ciao! pregate per noi e per la nostra comunità e, se ne avete la possibilità, venite a
condividere qualche tempo con noi, per aiutarci a completare il ”nostro sogno per
Chaaria”.
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CONCLUSIONE

E' difficile scrivere quanto si cerchi di vivere con tutte le proprie


forze giorno dopo giorno, ma spero di essere riuscito a comunicare
qualcosa di profondo della nostra ricerca di autenticità e di fedeltà.
E' bello sentirci una sola famiglia che condivide ansie e aspirazioni di
tutti gli altri Fratelli; e lo spirito di famiglia cresce nella misura in cui
ci conosciamo e condividiamo esperienze e vissuti. Tale raccolta di
lettere vuole essere un nostro piccolo contributo in tale linea.
Il Signore aiuti tutti noi ad allargare il nostro cuore a tutte le genti,
perché noi siamo chiamati a portare il lieto messaggio ed a
testimoniare la carità di Cristo fino agli estremi confini della terra.
Pregate per noi e noi faremo altrettanto.

Fratel Beppe Gaido e


Comunità Fratelli Cottolenghini in Chaaria
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