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Pluralities

Pluralismo culturale e società nella postmodernità


Direttore
Carmelina Chiara C
Università degli Studi “Roma Tre”

Comitato scientifico
Marco B
Università degli Studi “Roma Tre”
Maddalena C
Università Cattolica del Sacro Cuore
John T
City University of New York
Roger F
University of California Santa Barbara

La collana si avvale di un sistema di selezione/valutazione delle proposte


editoriali con referee anonimi double blind.
Pluralities

Pluralismo culturale e società nella postmodernità

Ricostruire una società che sta cambiando


è come cambiare le ruote ad un treno in corsa.
K M, Uomo e società in un’età di ricostruzione

La collana si propone di analizzare alcune sfide presenti nella società post-


moderna legate ai fenomeni del pluralismo culturale. Oggi le diversità delle
culture e delle identità rappresentano la linfa e il fondamento della vita
democratica. Si vogliono perciò analizzare ed evidenziare, con la pubbli-
cazione e la diffusione nell’università di testi che le affrontino in termini
teorici ed empirici, le dimensioni della cultura, che disegnano i cambiamenti
della società.
Aspetti specifici di questo approccio, necessariamente interdisciplinare,
sono: le culture religiose e multireligiose, le culture di genere, il dialogo
interculturale e interreligioso, le culture giovanili, le dinamiche di costru-
zione della cittadinanza, i fenomeni multiculturali e migratori, i processi di
socializzazione nelle istituzioni familiari ed educative, il mutamento in atto
nella società, le dimensioni culturali e sociali delle “età della vita”.

The series puts forward an analysis of the many challenges present in post–modern
society due to the phenomenon of cultural pluralism. Today the diversity of cultures and
identities represent the lymph and the foundation of democratic life. It is, therefore, necessary
to analyse and highlight, through the publishing and the diffusion in the University of texts
which confront, in theoretical and empirical terms, the dimensions of the cultures which
influence social change.
The specific focus of the approach which is of necessity interdisciplinary is: religious
and interreligious cultures, gender studies, the intercultural and interreligious dialogue,
youth culture, the dynamic building of citizenship, the phenomenon of multiculturalism and
migration, the process of socialisation of family and educational institutions, the current
social changes and the cultural and social dimensions of the “age of life”.
Elena Bettinelli
Somatismo culturale
Irruzione del corpo e declino dell’oralità
Copyright © MMXV
Aracne editrice int.le S.r.l.

www.aracneeditrice.it
info@aracneeditrice.it

via Quarto Negroni, 


 Ariccia (RM)
() 

 ----

I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica,


di riproduzione e di adattamento anche parziale,
con qualsiasi mezzo, sono riservati per tutti i Paesi.

Non sono assolutamente consentite le fotocopie


senza il permesso scritto dell’Editore.

I edizione: dicembre 


A Franco
con amore infinito e indicibile
Indice

 Introduzione

Parte I
Corpi che comunicano

 Capitolo I
Il contesto generato dai media
.. L’attuale cultura dei media: uno spazio concettualmente di-
sarticolato,  – ... Individualità disgiunte in connessione,  –
.. Oralità primaria e secondaria,  – .. Corpo alfabetico e
corpo orale. Marcel Jousse e l’antropologia del gesto,  – .. La
parola e la sua sensorialità. La competizione di vista, udito e
olfatto,  – ... Parola: vista, scrittura, astrazione,  – ... Pa-
rola: udito, coralità, concretezza,  – ... Sensi e oggettività, 
– .. Corpo, oralità, scrittura: il desiderio, il caos e la mancan-
za,  – ... Il caos della neo-oralità,  – .. L’alfabetizzazione
secondaria. Il “nuovo” corpo,  – ... Il “corpo vistoso”, .

 Capitolo II
Corpi nella rete
.. I corpi della rete,  – ... Flash mob,  – ... Selfie:
autoscatto ergo sum,  – .. Il digitale irreversibile, .

 Capitolo III
Il corpo e il contesto in cui agisce
.. La trasmissione culturale,  – .. Comunicazione non ver-
bale. Fisicità dell’inconscio culturale,  – ... La rivoluzione
aptica: un tocco senza il contatto,  – ... Consumo dell’effime-
ro: la dialettica dell’“usa e getta”,  – .. Il corpo taccuino di


 Indice

memoria e identità,  – .. Linguaggio e contesto: relazione


subordinata o paritaria?,  – .. Contesto e culture. Una cul-
tura “a media contestualizzazione”,  – ... Pensiero olistico e
pensiero analitico ,  – ... Scrittura e teatro,  – .. Cronemi-
ca: tempo lineare, sovrapposto e la memoria come costruzione
della realtà, .

Parte II
Corpi che consumano

 Capitolo I
L’importanza del corpo
.. Il consumo come fatto culturale e storico,  – .. Cronemi-
ca e prossemica del consumo: mondi che si auto-rappresentano
e tabù incrinati,  – .. Corpo e valori. Ambivalenza senza
fine,  – .. Lucidità e ottundimento post-industriale,  –
.. La trappola del desiderio: potenza e paradosso,  – ... An-
tinomie,  – ... Maschile/femminile,  – ... Pubblico/priva-
to,  – ... Attività/passività,  – .. L’indole pubblicitaria:
narrazione conformista e spregiudicata,  – ... Un racconto
diacronico del consumo,  – .. Il corpo-massa,  – .. Natu-
ra e cultura: repulsione per il rischio, fascino del pericolo, 
– .. Dimore post-moderne: lusso, simulazione, paura,  –
... Fascino algido,  – ... Oppressione claustrofobica subac-
quea e sotterranea,  – ... L’incontro di natura e acrofobia,  –
... Indigenza, rupofobia, nosofobia. Irrealtà del reale,  – .. Il
corpo tecnologia di se stesso, .

 Epilogo

 Riferimenti bibliografici


Introduzione

L’espressione “somatismo culturale” testimonia un ruolo rivisi-


tato del corpo nei sistemi di trasmissione informativa e cultu-
rale attestandone una rinata centralità nei circuiti comunicativi
attuali.
Il presente lavoro si articola in due parti: la prima riflette
sulla concezione dei media tradizionali, oralità e scrittura, così
come sono stati recepiti dal paradigma cognitivo, sociale e cul-
turale istituito dalla telematica e dalle dinamiche comunicative
di rete.
La seconda parte “processa” la fisicità in quanto destinataria
di una logica di produzione e consumo che coinvolge i sensi in-
canalandoli in forme di esperienza identitaria e culturale aperte
ad un nuovo assetto simbolico.
Il primo capitolo tratta il contesto generato dai media.
I sistemi che incanalano la socialità in Rete, sebbene inclini
ad una forma di “coralità” partecipativa, non testimoniano una
nuova forma di “oralità”; bensì si ritiene che l’intera società stia
sperimentando una profonda crisi di questa, congiuntamente ad
un utilizzo modificato della scrittura. La comunicazione online
si attua infatti secondo i canoni di un testo scritto, tuttavia
è sprovvista della tradizionale metodologia di acquisizione e
trasmissione della conoscenza così come viene “somministrata”
dal medium scritturale.
In Internet i meccanismi di attribuzione del senso sono
debordanti la realtà ed eccedenti la gestione delle informa-
zioni; i “navigatori” solcano mondi immaginati, veicolati da
rappresentazioni di cui è spesso arduo individuare la fonte.
L’assorbimento informativo, il confronto fra quanto è visio-
nabile, avviene senza la possibilità di certificare, accreditare la


 Introduzione

fonte originaria. Tale situazione conduce fin troppo frequen-


temente ad un apprendimento ondivago e scomposto di in-
formazioni. Per quanto concerne invece il fenomeno ormai
diffusissimo dei “network sociali”, sia ha talora l’impressione
che il confronto avvenga sulla scorta di un parlare disordinato,
accavallato che non si concede né all’ordine orale e soprattutto
non utilizza congruentemente gli strumenti e l’ordine lineare
della scrittura.
Il risultato ottenuto è simile ad una serie di testi sgrammati-
cati, scomposti, ellittici, vernacolari che testimoniano un più
che abbondante utilizzo dei sostituti iconici dell’espressione
motoria e facciale. Rappresentano tentativi poco riusciti di una
sorta di paralinguaggio tradotto in forma scritta, cristallizza-
ta dunque, ma che rimane disarticolata nella forma e nella
funzione.
Non si ha oralità online, perché il medium interposto appare
francamente inadeguato al contesto dell’oralità, caratterizzato
secondo tradizione da compresenza fisica e visibile comunica-
zione non verbale. I sistemi di interazione sincrona, per quanto
ampiamente utilizzati e percepiti alla stregua di insostituibile
modalità di connessione sociale, non soddisfano tali criteri.
L’oralità d’altra parte è stata prosciugata e ridotta troppo
spesso ad una sorta di parlare distratto in cui codifica e deco-
difica raramente si congiungono a generare un contesto di
effettiva condivisione e partecipazione empatica.
Anche il mondo delle comunicazioni interpersonali sem-
bra non godere di buona salute. Qualora si condivida un me-
desimo contesto fisico, emergono pesanti lacune di natura
cognitiva, espressiva e anche culturale nell’utilizzo adegua-
to ed efficace dei cosiddetti aspetti dinamici dell’interazione:
la comunicazione non verbale, le diverse competenze a que-
sta connesse, cinesica, paralinguistica, posturale, prossemica.
Esse risultano inadeguate, a dispetto dei corsi di formazione
distribuiti generosamente in tal senso e il termine “comuni-
cazione” che campeggia un po’ ovunque, propalato in modo
quasi ossessivo.
Introduzione 

La configurazione complessa dell’andamento culturale ha


generato sovrapposizione dei codici e la coincidenza di con-
testi comunicativi un tempo disgiunti. Si è prodotta una si-
tuazione culturale inedita, affrontata con titubanza e senso di
inadeguatezza.
Di fatto, non possiamo auto rappresentarci con i requisiti di
una cultura socializzata ai canoni orali: un individuo orale non
è cosciente di questo, non ragiona sugli strumenti e sui codici
interpretativi propri all’oralità: egli semplicemente la pratica,
la applica in modo irriflessivo. È l’alfabetizzazione invece a
problematizzare, processando accuratamente, dettagliatamen-
te, entrambi i codici (orale e alfabetico), decretandone raggio
d’azione, convenienza, congruenza e limiti.
La socializzazione cognitiva delle società odierne a matrice
tecnologica è dunque fondata sulla scrittura e l’oralità ha un
ruolo ancillare, definita per l’appunto “oralità secondaria”. Ma
anche la scrittura sembra avere perso gran parte dell’autorità
che le era stata riconosciuta.
Da qui l’ipotesi che, attraverso la pratica sociale, sia emersa
una sorta di alfabetizzazione secondaria avente un percorso ana-
logo a quello tracciato per l’oralità: anche la scrittura in qualche
modo supporta un ruolo ancillare, a latere di qualcos’altro.
Il corpo, silenzioso in mezzo ad una congerie di media il cui
utilizzo richiede competenze di natura astratta e simbolica – la
cui popolarità è in recessione – reclama una attenzione nuova.
È diventato vistoso, un “oggetto” biologico prestato al cul-
turale da decorare, esibire, attraverso cui provocare, un canale
espressivo e narrativo attraverso cui “urlare” senza sonorità.
Il corpo è il “testo unico” della società telematizzata, in cui
convergono problematiche, contraddizioni, dubbi, falsificazio-
ni, rifiuti, fascinazione, gioco, narrazione di sé. È il referente
principale di un assetto societario che non può da tempo de-
finirsi “orale” poiché dominato dalla scrittura di cui però ha
perso l’ordine, la linearità e la disciplina, prontamente sostitui-
te dall’irruzione di metodologie cognitive non lineari, foriere
entusiaste di grande inventiva e altrettanto caos.
 Introduzione

L’ordine orale, comunitario, è stato smantellato, sostituito


da una cultura eminentemente digitale, individuale. Tuttavia
(questa è l’ipotesi dell’alfabetizzazione secondaria), la cultu-
ra tecnologica ha superato anche la fase alfabetica, lineare,
sequenziale a favore di un ordine cognitivo che deriva dalla di-
gitalizzazione, ma che procede in modo assemblativo, secondo
le acclamate logiche ipermediali e ipertestuali.
Il corpo preme di essere recuperato e valorizzato, di entra-
re a titolo di protagonista in una rappresentazione gravida di
promesse, ma lacunosa ed entropica.
Come già accennato, non si tratta di un corpo partecipe ai
tradizionali contesti di condivisione orale-aurale. È un corpo
in cui si è resa definitiva la rivoluzione culturale operata dal
digitale. È un corpo che si esprime secondo modalità digitali.
Un corpo a pezzi. . .

Le tecnologie di controllo hanno segnato la rivincita della corporeità.


Non del corpo in quanto totalità bensì delle sue parti che possono
essere oggetto di monitoraggio grazie ai potenti zoom delle teleca-
mere o all’utilizzo di dispositivi biometrici. Ricordiamo brevemente
che questi ultimi consentono la verifica automatica dell’identità di
un individuo attraverso la valutazione di caratteristiche fisiche, come
l’impronta digitale, le particolarità del volto o dell’iride, o il tracciato
delle vene. (Fonio, , )

La rivoluzione definitivamente operante dell’alfabetizzazio-


ne e della scrittura impone che la trasmissione della conoscen-
za venga incanalata secondo la logica relazionale istituita dalla
scrittura: la modalità incorporata culturalmente è quella della
discontinuità. Il circolo, a seconda delle visioni, “caldo”, del-
le relazioni comunitarie è stato inciso dalla linea spezzata che
domina il circuito dei codici in uso.
Al di là di quanto comportano le necessità di monitorag-
gio del singolo individuo, a cui i tasselli fisici si prestano
docilmente, anche il modo di usare il corpo, di autoperce-
pirlo come involucro del sé, di concederlo come oggetto
culturale al circuito delle comunicazioni-celebrazioni col-
Introduzione 

lettive, risente di un profondo mutamento tecnologico e


cognitivo.
In Finlandia, Paese che gode di un sistema educativo tra i
più apprezzati e riconosciuti, si legge, dal  verrà abolita la
scrittura corsiva. I bambini scriveranno le lettere dell’alfabeto
non più secondo una progressione continua, al tempo stesso ge-
stuale, cognitiva, posturale, ma vi sarà una sequenza di simboli
irriducibilmente disgiunti, ognuno bastante a se stesso.
Tutto questo non può che significare un mutamento incisivo,
deliberato, che riguarda non soltanto il tipo di grafia, ma implica
un cambiamento nella concezione del corpo, del gesto, del
movimento, del sotteso processo elaborativo.
Nel sistema culturale organizzato dalla scrittura, essa era
soprattutto gesto, disciplina, controllo. Come trattato dall’an-
tropologia del gesto di Marcel Jousse, imparare a scrivere
significava acquisire non soltanto una competenza cogniti-
va e simbolica, ma soprattutto rappresentava una disciplina
corporea: il gesto doveva essere guidato, “addomesticato”
alla bella grafia attraverso un movimento controllato, lento,
continuo.
Si trattava di un ordine digitale per quanto riguarda il ver-
sante astratto e cognitivo; permaneva tuttavia una educazione
motoria “continua”, analogica quindi, nel tracciato fisico che la
penna, estensione della mano, imprimeva sul foglio.
Nell’alfabetizzazione secondaria che qui si suppone emer-
gente, l’alfabeto inteso come una sequenza lineare di simbo-
li ordinatamente disposti secondo un metodo fisso, appare
qualche cosa di cui non si sente l’urgenza, al contrario, viene
progressivamente derubricata.
Dalla mano si è passati alla scrittura, dalla penna si è passati
al tasto. La continuità del gesto tipica della scrittura appare una
competenza obsoleta: si tratta di un mutamento corporeo e co-
gnitivo al tempo stesso, un brainframe (De Kerckhove, ), una
cornice cerebrale, un modo di fare, pensare e percepire il mondo
in modo diverso dai brainframes (primo fra tutti quello alfabetico,
responsabile della prospettiva lineare) che lo hanno preceduto.
 Introduzione

Esaminiamo una figura nota e ricorrente, il “nativo digitale”


così come pensato da Marc Prensky (), colui che ne ha
coniato l’espressione nel .
Egli non è individuo orale, ma nemmeno alfabetico e non
soltanto perché il grande sviluppo di sistemi multi e ipermediali
ha reso obsolete le classiche modalità lineari di acquisizione,
gestione, distribuzione e rilascio dell’informazione. L’altalena
fra disgiunzione e connessione è giunta, attraverso una climax
di complessità, ad un punto in cui non è possibile ragionare in
termini di compresenza.
Le competenze che non si ritengono più valide, il “magaz-
zino degli oggetti obsoleti” ha una fisionomia assai più chiara
del laboratorio attraverso cui coltivare competenze emergenti
e necessarie.
Abbiamo quindi maggior consapevolezza di ciò che stiamo
accantonando, piuttosto che una chiara visione delle doti in-
trinseche al nativo digitale, da recuperare, stimolare e riversare
in un lucido progetto di riordino dell’apprendimento.
Dunque, non siamo da tempo una cultura orale, ma nemme-
no alfabetica, dal momento che sequenzialità e linearità sono
state espunte dalle finalità propedeutiche della rete, bersagli co-
gnitivi che modularità, connessione, ipermedialità, interattività
hanno preso di mira in modo convinto.
Si è fatto accenno più volte e in numerosi contesti alla ne-
cessità di giustapporre modalità elaborative solo apparente-
mente antagoniste, in modo da far fronte in maniera efficace
alla complessità relazionale e cognitiva che la nostra cultura
quotidianamente propone.
In questo senso sono emerse le nozioni di “mente bicul-
turale” o “multiculturale”, di “recupero dell’analogico”, della
“parte destra del cervello” o ancora di “biemisfericità”, ma è
più semplice individuare l’(apparentemente) superfluo, rispetto
alla redazione di un progetto educativo convinto, coerente e
flessibile, da proiettare in un prossimo futuro. Con tutta pro-
babilità si è afflitti da una sorta di presbiopia culturale che non
consente di scorgere quanto si trova a distanza ridotta o già in
Introduzione 

atto perché facente parte di un vissuto contestuale ancora non


classificato né tantomeno elaborato.
Le dinamiche di socializzazione e di acquisizione cognitiva
coinvolgono più o meno attivamente la fisicità. Ma sembra che
il corpo “digitalmente acculturato” non regga bene il gioco dei
rapporti interpersonali, i contesti “faccia a faccia”, la comunica-
zione che raccoglie in totalità armonica ascolto, visione, parola,
movenza, gestualità. È alla ricerca di un rango nuovo in cui si
senta a suo agio, riconosciuto, gratificato.
Si è reso promotore di alcune categorie espressive, oramai
difficilmente esprimibili. In una cultura in cui ogni cosa è in li-
nea di principio sostituibile, veicola identità, trasmette senso di
appartenenza. Reclama con forza l’esserci mediante la strategia
della percezione vistosa: si racconta attraverso tatuaggi, piercing,
ricami, appendici strane, talora aggressive, certamente posticce,
estensioni che simulano esteticità immaginate, quasi vi fosse
tra gli interlocutori la necessità di interporre prolungamenti
fittizi poiché i sensi sono congelati, inadeguati ad esprimere e
registrare con la dovuta sensibilità e accuratezza.
La letteratura di settore ci ha indotto a concepire le estensio-
ni come un ausilio tecnologico e sensoriale, ora esse ricoprono
anche un ruolo estetico in funzione comunicativa.
Il corpo si fa protesi di se stesso, si rende nel contempo
mezzo e contenuto del messaggio, attraverso segni che calcano
ed espongono eventi unici, morte e rinascita, riti di passaggio si-
gnificativi. Lo fa entro un assetto sociale, istituzionale, familiare
che non ritiene necessario o non è in grado di ascoltare, che par-
la senza troppa convinzione e ancor meno perizia, presagendo
il disagio dell’incomprensione o dell’equivoco.
Il corpo ha sostituito l’oralità primaria e anche secondaria
in una forma di oralità “fisica” cristallizzata e sempre attiva che
non necessita di (rischiosi) confronti diretti e feedback continui.
Parlare del recupero del corpo non è qualche cosa di nuovo,
tutt’altro.
Il corpo ha da sempre accompagnato la cultura nelle sue
fasi di sviluppo antropologico. Ha significato nella sua interez-
 Introduzione

za, si è reso semanticamente perno delle relazioni strutturali,


personali, spaziali, organizzative, familiari e sacrali delle società.
Ma il corpo nelle reti, tema del secondo capitolo, risorge in
una veste inedita: non si tratta del corpo-scrittura disciplinato e
“algebrosato” ( Jousse, ), non è il corpo in trance, in bilico fra
mondi sensoriali, soggetto di scarificazione antropologica vera
e propria, cionondimeno esso “urla” la sua pregnanza, la sua
insostituibilità, esige una attenzione che nessun medium tradi-
zionale è in grado di garantire. È un corpo eccessivo, vistoso,
vetrinizzato che si impone all’altrui campo visivo.
La trasparenza nella rete è un concetto subdolo in cui il
trinomio identità, occultamento, immagine non riesce a trovare
un equilibrio che non sia pericolante.
Sempre di più si invoca una corrispondenza tra identità fisi-
ca e identità proposta virtualmente. Un nome dichiaratamente
fittizio non è gradito, tuttavia l’occultamento dei tratti fisici
ha fatto della dimensione online il luogo ideale di gioco, speri-
mentazione, inganno eteroinflitto e autoinflitto; tuttavia il peso
dell’ambiguità si fa sempre più pressante e sprona l’identità
corporea ad una sorta di coming out.
Il corpo allora diventa attore di una rappresentazione sce-
nica organizzata dai canoni del digitale (flash mob), una tribù
nomade, a rapida dissolvenza che tuttavia esige venga vista,
osservata, ripresa, così come le performance messe in atto e
viralmente tramesse.
Il flash mob è una scena, (digitale quindi), un frame uni-
co la cui coreografia è stata organizzata tramite dispositivi
mobili, ma rappresentata attraverso la materia più concreta
e analogica di cui disponiamo: il nostro corpo. Una sorta di
retroscena portato alla ribalta, con tanto di alone regressivo e
infantile, ma dotato di una portata simbolica estremamente
incisiva.
Analoga finalità è connaturata nel fortunato selfie, una testi-
monianza che si è, attuata tramite scatto digitale, facilmente
cancellabile. L’irruzione del corpo in una cultura digitalizzata
funge da vaccino al pericolo di cadere nell’oblio, nel non-detto,
Introduzione 

nella non-esistenza decretata dal cestino virtuale in cui tutto


prima o poi rischia di finire.
Assieme al valore d’uso, al valore di scambio, ecco appari-
re il valore della memoria “ancora disponibile”, da razionare
accuratamente. Cose insignificanti possono occupare una me-
moria sostanziosa e rendere inutilizzabili i nostri meccanismi
di archiviazione. Parsimonia indotta dall’angoscia della perdita,
della cancellazione, del non-trovare-più: un lutto agghindato da
vesti post-moderne.
Il corpo ha da sempre rivestito un ruolo preminente, affasci-
nante, complesso, sfumato e irriducibile allo stesso tempo.
Il terzo capitolo riflette sul corpo e il contesto in cui trova
collocazione.
Il corpo alfabetizzato e “evoluto” interagisce, ragiona e ma-
nipola con dimestichezza le nuove tecnologie, artefatti minu-
tissimi, indossabili; possiede una abilità gestuale encomiabi-
le, una motricità fine tale da essere paragonata a quella di un
abile chirurgo. I dispositivi mobili, palmari, iPad, touch screen,
. . . richiedono attenzione, sensibilità, senso della proporzione
nelle misure e una incorporazione automatica del concetto
di scala – il gesto si può tradurre in una azione dall’ampiezza
sovra o sottodimensionata sullo schermo.
Allo stesso tempo appare “manovrato” da un individuo gof-
fo e sgraziato, dalla corporeità ingombrante e disattenta, im-
memore della presenza di altri individui in un mondo popolato
da soggetti che condividono un medesimo standard culturale,
abitudinario, prossemico, motorio, temporale.
I “vecchi” prolungamenti strumentali del corpo, si stanno
riducendo a qualcosa di “usa e getta”, ulteriore testimonianza
dell’effimero. Il corpo dimostra comunemente destrezza nei
confronti degli affezionati dispositivi tecnologici, ma spesso
non sa trattare adeguatamente oggetti classici, magari dotati di
una certa patina culturale – la stilografica, la posata importante,
il bicchiere fragile e sottile; in compenso si trova a suo agio con
“cose” che durano poco, si sostituiscono con il corrispettivo più
promettente o vengono riciclate.
 Introduzione

Ci sono discreti motivi per ritenere che le generazioni più


giovani si stiano socializzando a movimenti estremamente fun-
zionali, alla velocità e alla comunicazione fulminea, ma siano
indenni ad una disciplina del corpo che implichi compostezza,
lentezza, riflessione, forma. Si assiste al trionfo del riciclaggio,
anche del gesto asservito al riciclaggio.
La cultura alfabetica poneva il corpo al centro del sistema
di trasmissione e riproduzione conoscitiva e culturale, ma edu-
cava ad una sorta di anestesia corporea in funzione della pro-
duzione di qualche cosa di astratto e simbolico, immaginato. Il
bambino alfabetico, ricorda Jousse, era un bambino rigido nella
sua gestualità, controllato, composto, alzava la mano, parlava
ordinatamente.
La cultura alfabetica è organizzata in lemmi sequenzialmen-
te disposti e sequenzialmente accessibili; cristallizza la memoria
in supporti.
La cultura attuale è senza memoria o forse ne richiede trop-
pa. Tutto è esternalizzato, archiviato, ma soprattutto, cosa che la
differenzia dai tradizionali tomi enciclopedici, può essere recu-
perata molto più facilmente. Le nozioni, non le riflessioni, non
le relazioni profonde fra osservazioni, s’intenda, affiorano con
un clic, o altro. Magicamente appare l’informazione richiesta –
l’attendibilità della stessa è ovviamente tutt’altra questione.
Attraverso la considerazione di quanto elaborato dall’antro-
pologo Hall sulle culture ad alto e basso contesto e il ruolo
apportato dal linguaggio verbale e dai codici ristretto ed elabo-
rato (Bernstein), viene prospettata l’ipotesi di una cultura “a
media contestualizzazione”.
Anche in questo caso ci troviamo di fronte a una situazio-
ne culturale liminare fra tratti impliciti, contestuali, analogi-
ci, regno del non detto, della sfumatura, del “dire tanto con
poco” (visione olistica) e l’informazione ridondante, profusa,
dettagliata, specialistica (visione analitica).
Se è vero che la cultura attuale è tendente all’esplicito, ad
un’indole “esternalizzante” come già affermato a proposito
del deposito di conoscenze, è anche riscontrabile il fatto che
Introduzione 

la “società in rete” adopera codici ibridi, basculanti fra digi-


tale e analogico. Si parla, ma non si è propriamente orali, si
comunica, ma le relazioni faccia a faccia soffrono di mancanze
strutturali e continue cadute nella congruenza fra quanto emes-
so e quanto recepito, si scrive, ma scrittura e forma adeguata
sono costantemente disattese e messe in discussione.
La seconda parte, corrispondente all’ultimo capitolo, è foca-
lizzata sul corpo come soggetto e oggetto di consumo e sulle
dinamiche di natura sensoriale ed estetica rispetto a contesti
predeterminati.
Il consumo prevede una certa sequenza temporale e una
certa prossemica. Il corpo che consuma ha una sua narrazione
e un suo posto, colonizza in modo inedito gli spazi socialmente
condivisi e i tempi collettivamente vissuti.
La cosiddetta “società del rischio” illustrata da Beck (,
), Giddens (), Bauman () e da un intero filone di
sociologia contemporanea, trova un canale di espressione nei
luoghi deputati al consumo sensoriale.
Il corpo, la sua sensorialità si è resa canale privilegiato di
contesti fittizi, eccentrici, costruiti, artistici, intellettuali, “in
vitro” che sfidano il “naturale” ambiente umano.
Luoghi surreali, nascosti nelle viscere della terre, in miniere
abbandonate, posti ad altezze vertiginose o ancora in habitat
quasi incontaminati rappresentano una sorta di sfida, varcano
il limite biologicamente istituto del corpo per accedere ad un
mondo sensoriale innaturale, artificiale, sotterraneo, claustro-
fobico. La sperimentazione è tale da raggiungere l’estremo, il
grottesco, da sfiorare talora il macabro.
Camere di albergo impiantate su gru funzionanti, abitazioni
nelle viscere della terra, sottomarine, sugli alberi diventano
il feticcio delle nostre paure pure larvatamente ammesse, ma
incanalate in un rassicurante e anche – immancabilmente – ec-
citante contesto ricreativo in cui si riversano timori irresistibili
e malcelati.
In questo senso la società parrebbe affascinata dal pericolo
più che dal rischio: le determinazioni probabilistiche, i decimali,
 Introduzione

i percentili, le stime epidemiologiche si sono rese ipertrofiche,


ingombranti, tanto da generare una rappresentazione collettiva
ben lontana da un vissuto protetto, garantito da conoscenze
scientifiche con un potenziale di monitoraggio sempre più
sensibile. Il risultato è stato un senso di diffusa insicurezza, di
terrore esistenziale irragionevole, nascosto nel decimale più
minuto, emblema della scomoda ammissione di non poter
ambire alla predizione, sconfitta palese del narcisismo votato al
controllo.
La determinazione probabilistica rappresenta una aspetta-
tiva più ansiogena che non incorrere in una situazione dichia-
ratamente pericolosa: confinata poi nei paletti del ricreativo,
in un contesto allestito culturalmente, diventa una esperienza
unica ed appagante, un capitolo da aggiungere allo storytelling
personale e sociale.
Il consumo al servizio del sensorio ricrea circostanze il cui
l’uomo può procedere su una fune fascinosa, sospeso fra au-
toesaltazione e fragilità. Un momento in cui la cultura e la
natura si sfiorano e trovano un compromesso vantaggioso per
entrambe.
P I
CORPI CHE COMUNICANO
Capitolo I

Il contesto generato dai media


Il residuo orale e alfabetico

: .. L’attuale cultura dei media: uno spazio concettual-


mente disarticolato,  – .. Oralità primaria e secondaria,  –
.. Corpo alfabetico e corpo orale. Marcel Jousse e l’antropolo-
gia del gesto,  – .. La parola e la sua sensorialità. La competi-
zione di vista, udito e olfatto,  – .. Corpo, oralità, scrittura:
il desiderio, il caos e la mancanza,  – .. L’alfabetizzazione
secondaria. Il “nuovo” corpo, .

.. L’attuale cultura dei media: uno spazio concettualmen-


te disarticolato

La cultura attuale, grandemente basata sulla tecnologia, orien-


tata a standard comunicativi ipermediali e ipertestuali è riuscita
a destrutturare le informazioni a livello spaziale, istituendo
un territorio praticabile su più dimensioni: reticolare, a partire
dalla fortunata concezione di “società delle reti ”; cognitiva, pro-
spettando un’era collaborativa in cui il sapere è immesso nel
medesimo circuito, condiviso dalla totalità dei partecipanti e là
distribuito, ragionato in un riformulato assetto gerarchico che
attribuisce ad ognuno il medesimo status di produttore-fruitore.
Il processo di dislocazione conoscitiva, relazionale e cogni-
tiva ha fatto emergere un territorio dall’organizzazione ace-
fala, in cui conoscenze e contributi hanno conosciuto una

. Si confronti in merito Castells, , , .


 . Corpi che comunicano

espansione rizomatica e intrusiva, realizzando una modalità


di colonizzazione dello spazio informativo senza precedenti.
Quando la tecnologia muta, mutano le modalità di appren-
dimento, di educazione, i frame cognitivi ed elaborativi entro
cui il mondo prende forma ed è percepito sia dal singolo che
dalla collettività.
È previsto che vi siano acquisizioni nuove, competenze
emergenti dalla simbiosi tecnologia – cultura, modi differenti
e del tutto inediti di affrontare quanto ci circonda; il tutto con-
corre a creare una visione in cui elementi certi e incertezza si
fondono, dando luogo a composizioni di geometria variabile,
scenari per i quali si possono prospettare ipotesi più o meno
convincenti, effettuare proiezioni verosimili o meramente spe-
culative; affiorano soluzioni insospettabili, inattese, connubi
dalla morfologia indecifrabile e soprattutto compresenze fra
apparati tecnici, utilizzo di questi ed esiti cognitivi.
Una conseguenza estremamente rilevante che molto spesso
induce in ricercatori e studiosi del settore uno stato d’animo
oscillante fra analisi scientifica e giudizio di valore, è che si
stia perdendo o acquisendo un insieme di capacità ritenute
indispensabili nel processo di formazione che conduce alla
piena maturità individuale.
Si è verificata una imponente rivoluzione dello spazio in cui
vengono “scritte” le informazioni e la massiccia mole di dati
e conoscenze attualmente diffuse: tale spazio ha finito con il
perdere quasi del tutto i requisiti dell’ordine lineare a favore di
logiche compositive su numerosi e diversi livelli. Si è ottenuta la
reticolarità, la modularità, un insieme di contesti giustapposti.
I termini che fanno riferimento alla concezione di globalità
ricorrono sempre più frequentemente a rammentare la neces-
sità di una ricomposizione coerente di quanto non si è più in
grado di padroneggiare data la moltiplicazione dei contesti e la
difficoltà a porli su di un piano gestibile.
Le nozioni di relazione, rete, connessione, link, perman-
gono e si moltiplicano e a fronte di questo si intensifica la
difficoltà a concepire e vivere pienamente la connessione: que-
. Il contesto generato dai media 

sta rientra in un problema di trattamento culturale non solo


dell’informazione, ma di ogni porzione di realtà sensibile.
I contesti si presentano interrelati, le cause, la determinazio-
ne delle responsabilità negli accadimenti di natura sociale e non,
ci appaiono come un nugolo inestricabile di cose, oggetti, fatti,
causalità e casualità: ciononostante riesce sempre arduo e talora
inarrivabile, a dispetto della vagheggiata capacità relazionale,
ricomporre in unioni dotate di senso questi quadri di inclusione,
frammentazione e giustapposizione variabile.
Un certo numero di autori afferenti a diverse discipline
ha inteso gli apparati tecnici e tecnologici e la struttura in-
formativa in essa contenuta alla stregua di dimensione a se
stante, connotata da proprietà uniche, non assimilabili a conte-
sti di compresenza sociale di tradizione teorica maggiormente
consolidata.
In questo senso anche lo spazio e il tempo hanno conosciuto
numerosi tentativi di riclassificazione concettuale, spesso ac-
cattivanti, ma che presentano sovente un percorso vagamente
tortuoso e di ardua comprensione.
Alain Gras parte dall’idea di “macrosistema tecnico”, si-
gnificando con questo un processo sostanzialmente unitario,
dipanatosi in un arco di tempo più che secolare che, con la
rete ferroviaria, ha dapprima originato uno “spazio artificiale
abbinato a una rete informativa”; con l’irruzione dell’energia
elettrica si è poi verificata la “delocalizzazione” di questa stessa
per giungere, con l’aviazione civile, ad un “sistema organizzato
e capillare di controllo”. Egli ritiene che, nel suo insieme, il pro-
cesso abbia istituito “l’autentica nicchia ecologica dell’uomo
contemporaneo”. I macrosistemi, secondo l’antropologo fran-
cese, rappresentano quindi un modello radicalmente nuovo di
organizzazione, una tecnologia cornice in grado di innestarsi
non su specifici e isolati settori di attività, bensì di plasmare l’in-
tera sfera pratica dell’uomo, modificando lo stile di vita nelle
società sviluppate (Gras, ).
La memoria, la storia, la sequenzialità, il senso del tempo e
del luogo ne escono destrutturate e riqualificate.
 . Corpi che comunicano

Proprio in questo modo occorre interpretare i rapporti tra i segni


dello spazio e quelli del tempo: entrambi sono creati, entrambi
esistono in una “istituzione immaginaria” del sociale di cui la crono-
logia sequenziale – le date che si susseguono – non può rendere con-
to. Nella nostra epoca la memoria tecnologica del mondo sembra
spesso “istituirsi” nelle grandi realizzazioni tecniche. L’evoluzione
umana sembra procedere naturalmente verso una sempre maggiore
potenza [. . . ], manifestata in particolare nella tecnica. Chi potrebbe
pensare questo mondo senza l’elettricità o il petrolio, il treno o l’ae-
reo oppure, ultimo nato del progresso, il computer? Si dimentica
che si tratta di un fatto nuovo, che forse è transitorio e che nella
maggior parte della popolazione del globo ci sono ancora gruppi
che ignorano tali tecniche. [. . . ]
La nostra memoria del mondo è stata ricostruita, gli studiosi di
preistoria e gli archeologi hanno ripercorso il cammino dell’homo
faber, è stato approntato (e non scoperto) un nuovo spazio-tempo nel
quale si armonizzano il passato, il presente e il futuro e nell’‘istituzione”
dell’evoluzionismo i macrosistemi hanno svolto un ruolo essenziale,
fabbricando anche l’immagine della grandezza come successiva a
quella delle realtà di piccole dimensioni, della complessità come su-
periore alla semplicità, della forza come più legittima della debolezza.
(Ibidem, )

Altre prospettive si pongono criticamente nei confronti del


modo in cui sono stati concepiti i media di neo-formazione e
polemizzano il percorso che li ha visti in continuità o in discon-
tinuità rispetto agli storici mezzi di comunicazione. Si tratta
insomma di ritagliare in modo originale il contesto attuale, con-
figurando l’odierna pervasiva situazione mediale in modo pre-
ciso, individuando le “vere” mutazioni che rendono l’attualità
informatizzata significativa dal punto di vista antropologico.
Troppe volte si è data eccessiva importanza agli aspetti tecni-
ci e strutturali delle nuove tecnologie, sottolineandone i requi-
siti di potenza, memoria, velocità, precisione, computazione,
efficienza, trascurando contemporaneamente gli aspetti non
solo comunicativi ma di pratica sociale quotidiana entro cui
sortiscono effetti importanti e durevoli.
In questo senso alcune classiche antinomie andrebbero
rivisitate.
. Il contesto generato dai media 

La distinzione ormai invalsa fra old media e new media sareb-


be quanto meno inadeguata.
I sistemi di comunicazione più recenti non hanno semplice-
mente incorporato e ottimizzato le caratteristiche dei media più
obsoleti, bensì si è trattato di un processo complesso e affatto
lineare entro cui il sistema dei media, preso nella sua globalità,
si è in qualche modo co-evoluto trasfigurando le caratteristiche
dei suoi componenti in sincronia con le altre parti del sistema.
In questo caso viene adottata una visione dell’universo mediale
che incrina la prospettiva cronologica del progresso lineare e
adotta un paradigma sistemico discostandosi da interpretazioni
riduzioniste.

Lo sviluppo dei nuovi media è spesso frettolosamente ricondotto


alla computerizzazione: cioè alla semplice possibilità di trasformare
i dati numerici in contenuti originati in ambienti mediali tradizio-
nali e di trasferirli su supporti digitali utilizzando o meno forme
di trasmissione innovative. Ad esempio, si può trasferire il conte-
nuto del quotidiano dalla carta stampata allo schermo del personal
computer collegato a Internet; l’enciclopedia, dal volume cartaceo
al CD-ROM; il film, dalla sala cinematografica al DVD. Un’attenta
riflessione sulla nascita e l’evoluzione delle tecnologie digitali im-
pone, invece, un superamento di questa prospettiva, che si limita
a riflettere sui presupposti (la rappresentazione numerica, la con-
versione dei formati analogici). [. . . ] Se ci limitiamo a questi aspetti
rischiamo di non capire perché l’informatizzazione del mondo ha
prodotto interfacce culturali innovative (i nuovi media, appunto),
dotate di una straordinaria forza di inclusione, e un information-space
del tutto peculiare, in cui gli utenti hanno imparato ad ambientarsi
e a manipolare oggetti, contenuti e relazioni comunicative.
Chi rimuove questa distinzione preliminare sembra dimenticare
il principio guida che ha orientato l’analisi delle grandi trasforma-
zioni mediali del passato: un nuovo fattore aggiunto a un ambiente
preesistente non produce un vecchio ambiente più un nuovo fattore
ma un ambiente comunicativo radicalmente diverso.
Questo principio vale per qualsiasi forma di transizione: dall’o-
ralità alla scrittura, dalla scrittura alla stampa, dalla stampa ai media
elettronici. E tanto più vale per la fase oggetto delle nostre osserva-
zioni, in cui un meta-medium, il personal computer e i suoi cloni, e
un meta-ambiente, le reti, sembrano in grado di assorbire e transco-
 . Corpi che comunicano

dificare tutti i precedenti sistemi mediali. Non si tratta, dunque, di


ricondurre semplicemente tutte le trasformazioni alla loro matrice
tecnologica, ma di individuare i presupposti che hanno consentito
al nuovo ambiente comunicativo di segnare una discontinuità sul
piano evolutivo e di esplorarne la valenza dal punto di vista della ri-
configurazione delle potenzialità culturali e sociali. (Marinelli, ,
-)

Questo tipo di visione induce a ridimensionare l’entusiasmo


senza pari con cui è stato accolto il bit e le sue possibilità pla-
smatrici ponendosi in antagonismo con quello che viene visto
come un processo di “cannibalizzazione” culturale operato dal
computer e in genere dall’informatizzazione.

... Individualità disgiunte in connessione

Da più prospettive teoriche si auspica un processo di ricompo-


sizione di un tutto che appare disgiunto e frammentato.
In modo parzialmente compensatorio concetti quali rete,
collaborazione, interattività, dimensione peer to peer (Tapscott,
Williams, ), intelligenza collettiva (Lévy, ) o connettiva
(Buffardi, de Kerckhove, ) si sono imposti come basila-
ri e la loro applicazione è divenuta parte della nostra realtà
informativa.

Il mondo, nel XX secolo, è irreversibilmente collassato. [. . . ] Anche


se nel Web vigono i diciannove gradi di separazione, per raggiun-
gere un nostro amico basta un click. Può aver cambiato tre città e
cinque lavori da quando l’abbiamo incontrato l’ultima volta eppure,

. Si ricorda a tal proposito il pensiero di Nicholas Negroponte, celebre nell’aver


attribuito al bit virtù stupefacenti, in contrapposizione alla vetustà degli atomi,
pesanti e ingombranti. Circa vent’anni fa Negroponte scriveva “cinque anni or sono
la maggior parte della gente non credeva che avremmo potuto ridurre i  milioni di
bit per secondo di un’immagine video digitale a .. bit per secondo. Nel 
potremo comprimere e decomprimere, codificare e decodificare delle immagini
video a questo tasso, in modo poco costoso e con alta qualità. È come se fossimo
improvvisamente capaci di fare un cappuccino liofilizzato così perfetto che, con la
sola aggiunta di acqua, ridiventa ricco e profumato come un cappuccino appena
fatto in un bar italiano” (Negroponte, , ).
. Il contesto generato dai media 

ovunque sia ora, con Internet possiamo trovarlo. Il mondo si restrin-


ge perché i rapporti sociali che un centinaio di anni fa si sarebbero
persi oggi invece restano vivi e facilmente riattivabili. [. . . ].
Una proprietà generale delle reti è quella di essere dei “mon-
di piccoli”. [. . . ] I mondi piccoli sono piuttosto diversi dal mondo
euclideo cui siamo abituati, dove le distanze vengono misurate in
chilometri. La nostra capacità di raggiungere le persone ha sempre
meno a che vedere con la distanza fisica tra gli individui. Quando,
viaggiando per il mondo, scopriamo di avere delle conoscenze in
comune con dei perfetti estranei ci accorgiamo che, in molti casi chi
sta dalla parte opposta del globo è più vicino a noi del nostro coin-
quilino. Navigando in questo mondo non euclideo ci capita spesso
di vedere tradite le nostre intuizioni: ci rendiamo conto che là fuori
c’è una geometria nuova e che dobbiamo conoscerla se dobbiamo
dare un senso alla complessità del mondo che ci circonda. (Barabàsi,
, )

Ma la connessione perpetua come stile di vita, le modalità


cognitive di fruizione dell’informazione nonché le capacità re-
lazionali messe in gioco sembrano ancora lontane da una effet-
tiva realizzazione di uno spirito comunitario, di una “umanità
accresciuta” (Granieri, ) prodigata dalle tecnologie.
La “geometria non euclidea” cui Barabàsi accenna, compor-
ta sicuramente una esponenziale crescita delle relazioni, ma ci
dice ben poco sulla relazione in corso.
Come illustrato da Joshua Meyrowitz (), i media elet-
tronici hanno ridefinito il senso dello spazio, modificando le
nozioni di vicinanza e di lontananza, le proporzioni, il concetto
di scala come pure, si può aggiungere, il rapporto fra centro e
periferia. Tuttavia, le relazione intrattenute via telematica non
sembrano essere sempre affini al processo di natura simpatetica
che anni fa Howard Rheingold sottolineava nell’affrontare il
panorama delle emergenti comunità virtuali.
Di “comunitario” è rimasto ben poco, se con questo si in-
tende un’attenzione durevole nei confronti di alcuni tratti carat-
teristici dei membri del gruppo, un processo costruttivo, addi-
zionale, inferenziale che vede nella conoscenza dei “compagni”
una opportunità di investimento relazionale e sociale.
 . Corpi che comunicano

L’ansia da prestazione sociale amplificata da contatti fugaci,


spesso impersonali e di natura non sempre gradevole o cercata,
si è annidata nei cavi telematici che fungono da filtro a quanto
nelle relazioni umane non si desidera o non si è in grado di
affrontare.
La comunicazione mediata dal computer nata come moda-
lità innovativa di sperimentazione di un sé poliedrico (Turkle,
) e fertile terreno di messa alla prova delle identità come
sistemi fluidi e aperti all’ambiente, è divenuta il surrogato di
un intrattenimento a volte caotico, incentrato su di un culto
individuale che mal sopporta il vincolo della compresenza fisi-
ca e di quanto essa comporta: controllo, vicinanza, gestualità,
ingiunzione fàtica, condivisione di tempo e spazio.
Lev Manovich fa esplicitamente derivare la sua analisi del
campo neotecnologico dai principi su cui si basano l’hardware,
il software e le operazioni che concorrono a creare prodotti
culturali attraverso il computer. Manovich individua cinque
principi ispiratori dei nuovi media: rappresentazione numerica,
modularità, automazione, variabilità, transcodifica.
L’incidenza del punto di vista individuale nei sistemi a rete
è però altrettanto importante rispetto all’esigenza della connes-
sione. In definitiva la rete è connessione, legame, interazione,
simultaneità, ma non potrebbe sopravvivere se privata dei suoi
“nodi”, entità che legano ed assicurano una stretta ad una inte-
laiatura passibile di disgregazione: poderosa e fragilissima nel
medesimo tempo.
Secondo Manovich la struttura di rete ripercorre e sancisce
in modo non cronologico, ma simultaneo, le modalità di ag-
gregazione sociale che si sono succedute nei diversi contesti
socioculturali.

Il principio della variabilità spiega perché, storicamente, i cambia-


menti intervenuti nelle tecnologia mediali siano regolarmente cor-
relati al cambiamento sociale. Se la logica dei vecchi media cor-
rispondeva alla logica della società industriale di massa, la logica
dei nuovi media corrisponde a quella della società post industria-
le, che privilegia l’individualità sulla massificazione. Nella società
. Il contesto generato dai media 

industriale di massa si dava per scontato che tutti apprezzassero le


stesse cose e condividessero le stesse idee. Questa era anche la logica
della tecnologia mediale: un oggetto mediale veniva assemblato in
una “fabbrica” di media (per esempio, uno studio cinematografico a
Hollywood), quindi da uno stesso master venivano prodotte milioni
di copie identiche e infine venivano distribuite. Radio, televisione,
cinema e stampa, tutti i media seguivano questa logica.
In una società post-industriale, ogni cittadino può costruirsi un
proprio stile di vita e “scegliersi” un’ideologia da un ampio (sebbene
non infinito) insieme di opzioni. Invece di cercare di imporre gli
stessi oggetti e le stesse informazioni a un pubblico di massa, oggi
il marketing cerca di rivolgersi al singolo individuo. La logica alla
quale si ispira la tecnologia dei nuovi media riflette questo modello
sociale. [. . . ]. In questo modo la tecnologia dei nuovi media diventa
la realizzazione più perfetta dell’utopia di una società ideale com-
posta da tanti individui unici. I nuovi oggetti mediatici assicurano
gli utenti del fatto che le loro scelte (e quindi anche i loro pensieri e
desideri) sono uniche, anziché preprogrammate e comuni a tutti gli
altri. (Manovich, , -)

Le peculiarità delle tecnologie digitali connesse in rete sicu-


ramente rendono praticabile un decentramento delle compe-
tenze e delle abilità, quindi, un potenziamento e una valorizza-
zione di queste senza precedenti.
La rete vive grazie alla disinvoltura e all’intraprendenza dei
suoi abitanti, supera barriere culturali, geografiche, di classe e
socializzazione, stimolando la creatività e l’autonomia di ciascu-
no di questi, inaugurando al medesimo tempo un nuovo modo
di conoscenza e contatto.
Non si tratta di scandagliare vizi e virtù delle tecnologie in
uso in modo da tracciarne poi un profilo netto o per meglio
dire ideologico che avvalori la loro esuberante creatività o,
inversamente, ne sveli il pericoloso potenziale destabilizzante.
L’attualità è permeata dalle tecnologie di rete e connessione;
esse sono parte integrante del novero di pratiche individuali
e sociali come pure estroflessione simbolica dell’io di ciascun
utente proiettato nelle comunità fisiche e telematiche. Riflettere
su questo significa riflettere sulla collocazione dell’uomo all’in-
terno del suo attuale habitat e decidere sull’essenza e prima
 . Corpi che comunicano

ancora sull’esistenza di una ben delineata forma antropologica,


l’homo technologicus.
Tuttavia ci si interroga sul tipo di legame che emerge dalle
comunità di rete, dai social network così pervasivi e pubbliciz-
zati. Si tratta di vedere quanto peso possa essere attribuito al
collettivo e quanto all’individuale, tenendo presente che tale
dinamica, frutto di integrazione fra artefatti materiali, creatività,
metodo, volontà, conferisce esiti ascrivibili ad entrambi.
Di fatto Benedict Anderson () ci ricorda che ogni for-
ma di agglomerato sociale, al di là di piccolissimi gruppi di
prossimità fisica, tende ad essere una “comunità immaginata”.
In ogni forma di agglomerato sociale più o meno ampio ten-
de ad essere estremamente attiva, anche se in forma latente,
una componente simbolica e celebrativa nata da una sorta di
mitizzazione precedente all’effettiva istituzione del sociale.
Per stare insieme abbiamo bisogno di una bandiera, di una
celebrazione simbolica che convogli le particolari individualità
centrifughe.
Gli attuali social network costituiscono, al pari di quan-
to decretato da Anderson, delle comunità immaginate laddo-
ve tuttavia lo stendardo esposto non necessariamente deve
corrispondere ad un emblema collettivo e unificante.
Ne La nascita della società in rete Manuel Castells dichiara en-
faticamente che «le nostre società sono sempre più strutturate
attorno ad un’opposizione bipolare tra la rete e l’io» (Castells,
, ) che si esprime in un emblematico passaggio dall’idea
di comunità all’idea di network.
Richiamo le riflessioni di Marinelli a proposito delle caratte-
ristiche di un sistema di relazioni centrato sull’individuo, para-
digma di alcune metafore incalzanti tra cui quella di networked
individualism coniata ancora da Castells.

La relazione individualizzata rispetto alla società è la forma specifica


in cui si strutturano le relazioni sociali nell’età contemporanea, non
un attributo psicologico. È un processo di socialità che affonda le
sue radici nella individualizzazione del rapporto tra capitale e lavoro,
. Il contesto generato dai media 

nella trasformazione degli assetti urbani, nella crisi della famiglia


patriarcale, ma anche nella successiva disintegrazione di quella che
tradizionalmente chiamiamo famiglia nucleare. [. . . ]
Nel momento in cui si sviluppano reti di comunicazione me-
diata dalle tecnologie sempre più veloci e pervasive, che mettono
in contatto persone, gruppi, istituzioni, favoriscono la messa in co-
mune di conoscenza e agevolano il mantenimento delle relazioni
interpersonali, si rende disponibile un sostrato radicalmente nuo-
vo per l’attivazione di network sociali. Sul piano strutturale, si può
tracciare un percorso che segna una progressiva similitudine e ibrida-
zione tra computer network e social network, perché la tendenziale
complementarità di network on line e off line consente la gestione
di forme di relazione sociale sempre più specifiche e personalizzate,
meno condizionate dai contesti strutturati della vita reale (familiare
e professionale). (Marinelli, , -)

Un’altra circostanza è suscettibile di riflessione: se fosse pro-


prio l’ossessione per l’unicità la grammatica performativa dei
“nuovi media” e il segreto del loro successo?
In tema di Communication Research si sono spesi fiumi di
inchiostro al fine di paventare l’intrinseca indole manipolatrice
dei media di massa, di fronte alla quale lo spettatore dispone-
va di ben poche difese. In seguito, sia l’assunto psicologico
stimolo-risposta, sia i requisiti riconosciuti nella cosiddetta “so-
cietà di massa”, un groviglio di individui isolati fra di loro ma
uniformi, inconsapevolmente accomunati dal medesimo re-
pertorio simbolico e interpretativo, sono stati ridimensionati e
sottoposti a revisione.
Altrettanta cura è stata prodigata nell’attribuire al pubbli-
co fruitore una sottile capacità interpretativa e una scelta con-
sapevole rispetto a quanto propinato dal circuito mediale e
pubblicitario e soprattutto assoluta imprevedibilità rispetto al
piano direzionale orchestrato dagli emittenti, sottolineando an-
cora una volta l’asimmetria del rapporto emittente-destinatario,
questa volta a tutto vantaggio del secondo.
Ma tenendo conto delle numerose teorie che si accavallano
e riflettono sulla natura peculiare che l’uomo ha instaurato con
le tecnologie di rete, sovviene un dubbio.
 . Corpi che comunicano

La cultura dell’always on ci ricorda solamente una disponibi-


lità che quasi sempre tracima in una improrogabile necessità di
essere in contatto con qualcosa o con qualcuno, non l’effettiva
messa in pratica di accresciute capacità relazionali o di gestione
del rapporto interpersonale.
Una posizione di continua estroflessione non è di per sé
indice di interscambio, della capacità di essere allo stesso tem-
po accoglienti e concentrati su una attenta decodifica. Sotto
alcuni aspetti, la cultura della connessione perpetua continua a
profilarsi ciarliera e sorda, solipsistica e auto-celebrativa.
Alla dimensione prominente dell’individualismo si lega però
un mondo pubblico, esplicito, alle volte spudorato, in barba ai
tentativi machiavellici di definire e applicare il diritto di privacy,
una delle finzioni più clamorose dell’era contemporanea.
Ecco così che l’individualità networked assume qualche tratto
distinguibile in più: persone, nel senso etimologico di masche-
re, alla ricerca di una costruzione del sé in un mare magnum
di interazioni, controreazioni in cui nulla è lasciato all’intima
riflessione, ma siglato in un libro comunitario versatile, mu-
tevole e lunatico in cui anche il più timido commento riceve
un riscontro la cui reattività è spesso più che proporzionale
all’investimento comunicativo del mittente.
La cultura del post-moderno ha enfaticamente posto l’ac-
cento sull’inconsistenza dei grandi progetti unici e organici
imponendo di concettualizzare la realtà circostante in maniera
modulare, ma l’incorporazione avviene sempre secondo un
modello discreto, pezzo per pezzo, un passo dopo l’altro: la si-
multaneità è un miraggio cognitivo che si è riusciti a realizzare
in modo estremamente settoriale e limitato.
Il tutto conduce ad una situazione anomala in cui il consu-
mo dell’informazione nelle numerose varietà in cui può essere
declinato, avviene in modo reticolare, ma pur sempre additi-
vo; un boccone indistinto, seppur plastico, modellabile, viene
introdotto, ma quanto in definitiva è inghiottito costituisce
il prodotto finale di un processo sequenziale: a fronte di una
preparazione e di una esposizione a più livelli, il consumo ri-
. Il contesto generato dai media 

mane praticato singolarmente. Non solo le informazioni sono


digerite pezzo per pezzo, ma viviamo in una realtà culturale
da troppo tempo assestata su modelli disgiuntivi che, solo per
non accondiscendere in modo improprio alla visione di colo-
ro che osannano il bit e le virtù taumaturgiche della società
dell’informazione, non chiamerò “digitale”.
Si vive in un contesto di digitalizzazione non lineare, già da
tempo anticipato dalle pratiche di ipertestualità e ipermedia-
lità. Ma la codifica a più livelli, una logica compositiva e non
lineare, non ha lavorato a favore di un recupero della forma ana-
logica, relazionale e intuitiva, bensì è caduta nel suo opposto,
nell’esacerbazione del digitale.
Si vedrà in seguito come genuini tentativi di recupero della
dimensione analogica siano presenti, ma in forme inedite e
non ancora mature né consapevoli.
D’altro canto vi è la necessità di sganciarsi da un modello
prettamente comunicativo per aderire ad una visione più ampia
che consideri certamente i processi comunicativi indissolubili
rispetto al paradigma culturale, ma nella consapevolezza che
la cultura non si esaurisce nella relazioni comunicative fra i
singoli e nemmeno fra i diversi assetti aggregativi e sociali,
ma comprende una varietà di fenomeni che indistintamente
concorrono a conferirle quella complessità che le è sostanziale.

.. Oralità primaria e secondaria

Oralità, scrittura, telematica sono stati un eccessivo numero di


volte incasellati entro una sequenza cronologica lineare di taglio
positivista. Non è il caso di insistere su quanto già ricordato in
precedenza e cioè che i media, i canali attraverso i quali scor-
rono dati, informazione, comunicazione, non si organizzano
semplicemente secondo un processo additivo, ma sono respon-
sabili di forme ibride, modificando, occultando, mimetizzando
e fondendo le loro proprietà in modo da originare assetti co-
gnitivi e sociali inediti, talora travisati, in quanto processati con
 . Corpi che comunicano

paradigmi già testati, ma non completamente adatti a riflettere


le forme emergenti di conoscenza e pratica sociale di questa
stessa.
Nel caso di oralità e scrittura, media di rango primario,
radici da cui prendono forma le attuali, problematiche, spes-
so ambigue modalità comunicative, si ritiene necessaria una
trattazione più dettagliata.
La scrittura rappresenta un sistema di comunicazione che
fissa visivamente il segno in un supporto fisico; essa è pertanto
una forma stabile, cristallizzata di conoscenza, decontestualiz-
zata rispetto al momento della creazione, fruita possibilmente
in solitudine e grazie ad un processo che involve convergenza
cognitiva e riflessività.
La parola orale è invece evanescente, sincrona, concreta,
creatrice di un contesto sociale in cui tutto gravita sull’orali-
tà stessa: concezioni della realtà, rappresentazioni, modelli di
apprendimento e trasmissione culturale. Questa condizione,
detta di “oralità primaria”, si presenta in modo completamente
difforme rispetto all’oralità secondaria, diffusa e onnipresen-
te, riscontrabile nei regimi comunicativi attuali. L’oralità detta
“secondaria” è infatti tipica di culture altamente alfabetizzate.
Un esempio può chiarire la differenza: un analfabeta, attual-
mente, non rappresenterebbe soltanto una persona sprovvista
di una competenza specifica, la scrittura-lettura, bensì si trat-
terebbe di un individuo escluso dalla maggioranza dei circuiti
relazionali, lavorativi, istituzionali poiché ognuna di tali sfere
è sorretta sistematicamente dalla scrittura, un medium simbo-
lico, astratto, digitale. Gli risulterebbe negata pressoché ogni
forma di pratica sociale di ordine quotidiano, la fruizione degli
oggetti culturali esistenti, si tratti di un barattolo contenente
generi alimentari, un avviso, un divieto, la segnaletica strada-
le. . . difficoltose risulterebbero attività consuete e banali: fare la
spesa, cucinare o guidare .

. Un caso di analfabetismo, connotato da implicazioni psicologiche e sociali,


viene immaginato e descritto dalla scrittrice Ruth Rendell nel romanzo La morte
. Il contesto generato dai media 

Ci troveremmo pertanto dinanzi ad un parlante escluso da


un contesto che, sebbene faccia uso – spesso smodato – del-
l’oralità, si ritrova ad essere dominato dalle leggi prospettiche,
cognitive e pubbliche del simbolo scritto: si aggirerebbe nel
mondo circostante deprivato sensorialmente, alla stregua di un
cieco.
Il passaggio dall’oralità primaria all’oralità secondaria impli-
ca una serie di trasformazioni su diversi livelli che involvono
cultura, società, sensorialità e anche, come verrà illustrato, il
corpo.
Walter Ong definisce la parola orale “non documentata”
(Ong, ) in quanto appartenente al puro dominio dell’o-
ralità, una configurazione culturale in cui la memoria e gli
stratagemmi mnemotecnici rappresentano strumenti indispen-
sabili.
La poesia, la narrazione, l’epica, l’alveo rituale e recitativo
dell’espressione religiosa, cui questa fase della parola è legata, si
dispiegano in formule cinesiche che coinvolgono il corpo quale
supporto all’imponente compito di ricordare una narrazione
articolata e complessa.
Ong sottolinea che nelle culture per l’appunto orali, cantori
epici e figure deputate alla conservazione mnemonica della
tradizione e del patrimonio della conoscenza collettiva, prote-
stano energicamente nel momento in cui vengono “accusati’ di
inventare momentaneamente, contestualmente, frasi e parole:
il testo, essi ribadiscono, è duplicato fedelmente. In realtà l’obie-
zione opposta è più che ragionevole: l’espediente mnemonico
si deve affidare ad immagini vivide e concrete per sorreggere la
pesante impalcatura della sacralità religiosa e epica. La fanta-
sia e l’inferenza fra elementi unici, contaminazioni e pensiero

non sa leggere da cui Claude Chabrol ha tratto nel  il film Il buio nella mente. La
protagonista, affetta da una forma grave di dislessia, assunta come governante da
una famiglia agiata e borghese è costretta inizialmente ad occultare il suo problema
ricorrendo a menzogne e stratagemmi. Finirà, in un crescendo di situazioni estreme
e paradossali, con lo sterminare la famiglia in cui lavora complice un’amica dal
passato ambiguo, psicopatica e con ambizioni di riscatto sociale.
 . Corpi che comunicano

associativo compongono un quadro entro cui il cantore è pro-


tagonista attivo della rappresentazione recitativa e non lettore
passivo.
La grafia fonetica irrompe in una cornice comunicativa retta
dall’oralità e dallo sforzo mnemonico richiesto dalla trasmissio-
ne orale. Essa è responsabile della transizione verso una oralità
di tipo secondario. La parola orale appare allora in veste ancilla-
re rispetto alla logica e al predominio della scrittura che esige,
come ricordato da McLuhan «una dissociazione analitica dei
sensi e delle funzioni». Il documento infatti non è un ricordo,
ma un espediente per ricordare.
La scrittura fonetica è composta da una gamma limitata
di segni in maniera tale da affrancare il lettore dal gravoso
compito di immagazzinare una serie eccessivamente numerosa
di simboli, proprietà attualmente condivisa da diverse lingue
tra cui il cinese e il giapponese.
Tuttavia il tributo da pagare per l’alleggerimento del carico
mnemonico e il conseguente allargamento delle conoscenze
alfabetiche ad un pubblico sempre più numeroso, consiste in
una forma di pensiero più astratto, analitico che processa e
tratta le informazioni in modo articolato e disgiunto.
Rispetto all’alfabetizzazione di massa, preludio alla demo-
cratizzazione dell’informazione di cui il secolo in cui viviamo
va particolarmente fiero, la scrittura si fa dapprima strumento
elitario: la dimensione del potere, della casta entra in vigore nel-
la transizione vissuta da culture che nominalmente rimangono
orali.
Mentre conoscenze utili al quotidiano circolano in modo
collettivo e condiviso, si appronta un sistema di stratificazio-
ne sociale basato sulla detenzione del sapere e sul possesso
degli strumenti a questo correlati: una sorta di lucchetto lettera-
rio viene apposto ad una circolazione della conoscenza prima
maggiormente fluida.
La “memoria” di una cultura, il suo precipitato di cono-
scenze, con l’alfabetizzazione e la scrittura sempre più diffuse,
è costretta ad affrontare un bivio: una strada avvalora la tra-
. Il contesto generato dai media 

dizione dotta, l’altra segue la direzione del “senso comune”,


potente, irriducibile, incline a distillare vere e proprie forme
ideologiche.
Il seguente passo enuclea bene la criticità della transizione
generata dalla scrittura e dal libro.

In termini più espliciti il libro costituisce il passaggio da una con-


dizione totale del fare storia a una condizione élitaria del diritto di
fare storia e di imporla [. . . ]. Il modello emarginante qui segnalato
si erode e capovolge storicamente attraverso l’alfabetizzazione di
massa. Il libro viene sottratto alla casta e al ceto, e dal Rinascimento
in poi si struttura come mezzo di comunicazione collettiva. Uno
strumento riservato a pochi è utilizzato con ritmi crescenti. [. . . ]
Ma l’ambiguità del libro resta fino ai nostri tempi, poiché esso con-
tinua ad appartenere ad almeno tre tipi di stratificazioni sociali: la
massa alfabetizzata, che lo assoggetta a largo consumo in un arco di
utilizzazioni che va dalla scuola alla letteratura di evasione e impe-
gnata; i gruppi specializzati che se ne avvalgono come strumento
di comunicazione codificata e sostanzialmente criptica (i libri, per
esempio, di matematica superiore, di fisica, di scienze particolari,
ecc.); i ceti sacerdotali che tuttora, in alcune aree culturali, dichiara-
no il loro diritto all’esclusivo possesso del libro o, almeno, alla sua
interpretazione. (Di Nola, , -)

.. Corpo alfabetico e corpo orale. Marcel Jousse e l’antro-


pologia del gesto

Il gesuita Marcel Jousse, fondatore dell’antropologia del gesto,


riteneva che parola e gesto fossero indissolubilmente legati .
Impressionato dalla capacità dimostrata dalle culture contadine,

. In un contesto più recente rispetto a quello in cui Jousse ha operato le sue


riflessioni, diverse linee di studio hanno ipotizzato che, con ogni probabilità, gesto e
parola derivano e sono generate dalla medesima rappresentazione mentale. Se un
parlante viene immobilizzato anche la fluidità del suo eloquio ne uscirà compromes-
sa; allo stesso modo è facile sperimentare che nel momento in cui interrompiamo
un discorso, anche alcuni gesti di natura iconica, soprattutto i cosiddetti ideografi
(“disegnano” le forme nell’aria sorreggendo il senso di quanto si dice) si arresteranno
in simultanea (Anolli, ).
 . Corpi che comunicano

orali e analfabete, di memorizzare testi lunghi e complessi, ipo-


tizzò che fosse proprio il corpo e la sua plasticità a permettere
di immagazzinare e gestire una mole di informazioni così po-
derosa. In questo modo viene delineata la morfologia di una
cultura “verbomotoria”.
Il pensiero è gesto e attraverso il gesto l’uomo, “animale
interazionalmente mimatore” ricrea, “rigioca” costantemente
il movimento degli esseri viventi che popolano il suo ambiente
e solo attraverso questo conosce, cioè secondo il lessico di
Jousse, «intussuscepziona ».
Le riflessioni di Jousse partono dal prodigioso potenziale
mnemonico di ritenere e salmodiare, in contesti analfabeti, una
sterminata quantità di passi e citazioni sacre . Egli comincia ad
elaborare la sua impalcatura teorica che fa del gesto la chiave di
volta della verbalizzazione, un linguaggio vincolato alle leggi
del corpo.
Tre leggi antropologiche sanciscono i passaggi fondamentali
dell’antropologia del gesto:

— il ritmo-mimismo, cioè l’incorporazione di gesti e se-


gnali della realtà che si accumulano come mimemi e
vengono poi “rigiocati” sotto forma di pensiero e azioni;
— il bilateralismo, grazie al quale l’uomo divide lo spazio
simmetricamente davanti e dietro, destra e sinistra, alto
e basso, ponendosi al centro di tale spazialità;
— il formulismo, una sorta di tendenza innata alla stereoti-
pia dei gesti.

Jousse polemizza apertamente con una concezione della


memoria legata strettamente all’erudizione alfabetizzata. Nel
“laboratorio” dell’antropologia del gesto, la memoria non è

. Da intus che indica un movimento verso l’interno e suscipere, “cogliere”,


“ammassare”.
. Le culture orali e analfabete vivono un contesto permeato da rappresenta-
zioni simboliche sacre e cerimonie religiose, laddove l’alfabetismo diffuso ha come
cifra culturale laicismo e vissuto privato del sentimento religioso.
. Il contesto generato dai media 

altro che il “rigioco”, termine caro a Jousse, che accantona il


senso ludico per significare la riproposizione di gesti ampi o
impercettibili in precedenza accumulati e trattenuti dall’uomo
come atto di comprensione e conoscenza.
Si tratta di uno scritto per molti versi provocatorio, in rotta
con la tradizione classica greca, latina ed erudita, costatogli una
certa misura di oblio da parte dei successori. Egli mette in crisi
la metodologia tradizionale di trasmissione di conoscenza e
sapere a cui egli stesso era stato socializzato. Ne consegue un
pensiero particolarmente sensibile nei confronti della pedago-
gia e dei sistemi di istruzione cui è sottoposta la mente in una
fase estremamente duttile e potenziale: l’infanzia.
Alcuni passi contribuiscono a rendere più chiaro il comples-
so, ma originale orizzonte interpretativo di Jousse.

Quest’antropologia del gesto e del ritmo non doveva peraltro basarsi


sull’osservazione di individui dei nostri ambienti etnici di stile scritto,
sclerotizzati e algebrosati.
È evidente che se avessimo avuto soltanto la nostra cultura greco-
latina per svelarci i segreti dell’espressione umana, non saremmo
arrivati molto lontano. Nei nostri paesi, infatti, fare dei gesti è cosa
quanto mai sconveniente. Fin dall’età di due anni, veniamo abituati
a “trattenere” tutta la nostra muscolatura per ottenere la rigidità di
un pezzo di legno. Il bravo bambino è il bambino immobile. [. . . ]
Siamo esseri gestualmente impoveriti dal nostro grafismo. Da
alcuni anni si cerca di ovviare a questa imbalsamatura generale
mediante una ginnastica muscolare ed estetica, dai movimenti vuoti
e inespressivi [. . . ]
Quando, dopo un simile addestramento, ci si addentra nelle
civiltà spontanee, è evidente che non si capisce più nulla. Non si
vedono che “danze”, “selvaggi”, “primitivi”, o addirittura “malati”,
come quell’“originale” e quell’“anormale” di Ezechiele, uno dei più
spontanei Nabi-mimodrammatisti palestinesi. ( Jousse, , -)

Appare allora chiaro come tecnologia alfabetica, parola, gesto,


educazione a riprodurre segni in uso in una determinata scrittura
siano termini di uno stesso paradigma: imparare a leggere e
scrivere è una disciplina totale, psico-sociale, cognitiva e corporea
al medesimo tempo. L’uomo alfabetizzato è “coltivato” in modo
 . Corpi che comunicano

da sentire, interpretare, immaginare la realtà secondo un abito


cognitivo che la cultura di appartenenza assieme a specifiche
tecnologie dell’apprendimento gli ha cucito addosso.
Dando quindi per fatto assodato che parola e scrittura ri-
chiedono la partecipazione del corpo in veste “addomesticata”
secondo rituali ed esigenze tuttavia distinte e molto differenti,
de Kerckhove ha evidenziato che, laddove la parola dell’uomo
della scrittura è controllata dall’interno del corpo, per l’uomo
orale la parola è il prodotto di pressioni esterne esercitate sul
corpo dalla situazione globale in cui esso si trova.

L’inversione delle condizioni fra oralità e scrittura è perfettamente


simmetrica: il pensiero è interiore per l’uomo della scrittura, mentre
è esteriore per l’uomo dell’oralità. È l’ambiente in cui vive l’uomo
orale che pensa, non l’uomo stesso. Nel discorso si incontrano e
si articolano le circostanze del momento, che si servono di tutto il
corpo come “portavoce”. Questa, tra l’altro, è la ragione per cui la
parola dell’uomo tribale raramente è personalizzata. Si parla non
tanto in proprio nome, quanto a nome dello stato delle cose come
esse sono, cioè nel modo in cui esse fanno pressione tanto sul corpo
sociale quanto su quello individuale. (de Kerckhove, , -)

.. La parola e la sua sensorialità. La competizione di vi-


sta, udito e olfatto

... Parola: vista, scrittura, astrazione

La scrittura fonetica, l’uso dei caratteri mobili, hanno dunque


rivoluzionato i modi di percepire e rappresentare il mondo che
da un tutto organico diventa materia prima da frantumare, di-
sgiungere, parcellizzare, un puzzle infinitamente ricombinabile
i cui tasselli sono fatti oggetto di osservazione e approfondita
analisi.
La scrittura è vista, sguardo, analisi degli elementi che com-
pongono le forme testuali. La vista si è ritagliata un ruolo
fondamentale rispetto all’epoca in cui vigeva una cultura orale.
. Il contesto generato dai media 

I sensi, in ogni forma di comunicazione, sono fessure at-


traverso cui facciamo transitare le informazioni. A seconda
della “porta d’ingresso” coinvolta, a seconda di cosa cade sotto
i nostri sensi, siamo portati a codificare e decodificare in mo-
do diverso, a distinguere, inferire, ricordare, a minimizzare le
differenze, come pure ad esaltarle.
Vi sono sensi che consentono una fruizione comunitaria,
solidale, collaborativa, ovvero sensi autoreferenziali, egoisti,
che “prendono” senza dare.
Ognuno di loro crea una dinamica a se stante in grado di
caratterizzare lo scambio di informazioni in modo peculiare.
Gli occhi instaurano una relazione di reciprocità poiché
nel guardare si è a propria volta esposti ad essere oggetto di
osservazione. La relazione tuttavia, nell’attimo in cui gli sguardi
si incontrano e determinano una sorta di gioco di equilibrio, è
sempre binaria.
La vista, tra le altre cose, è deputata ad un genere di decodi-
fica delle informazioni che sottolinea, più che le differenze, le
uniformità, i tratti comuni tra individuo e individuo. Si tratta di
un senso che si inserisce bene nel processo di standardizzazio-
ne tipico dell’era industriale. La specificità dell’essere umano,
nell’unicità dei tratti fisici, caratteriali, psicologici, è surclassata
da ciò che si evince alla vista di un folto insieme di individui di
cui si percepiscono caratteri comuni.
La vista spiana la strada alla categorizzazione degli individui
in “folle”, di operai, lavoratori, cittadini, dirigenti, inserendosi
appieno nelle logiche gerarchiche e distributive della società
industriale, una società di gruppi più che di persone. L’omoge-
neità emerge più della specificità attraverso un tipo di canale
sensoriale soggetto alle fallaci convinzioni della memoria e alle
sue duttili evoluzioni protratte nel tempo.
Simmel illustra con precisione questo sottile passaggio, per-
cettivo e sociale al medesimo tempo.

Degli uomini che vediamo soltanto, ci formiamo un concetto gene-


rale in maniera infinitamente più facile che non quando possiamo
 . Corpi che comunicano

parlare con ognuno. L’abituale imperfezione del vedere favorisce


questa differenza. Pochissimi uomini sanno dire con sicurezza anche
soltanto quale sia il colore degli occhi dei loro amici o sono in grado
di rappresentarsi visibilmente nella fantasia la forma della bocca
delle persone a loro più vicine. Essi non li hanno propriamente
visti affatto; in un uomo si vede evidentemente ciò che egli ha in
comune con altri in misura molto superiore a quanto non si oda il
lui questo elemento generale. [. . . ] Questa costellazione ha favorito
[. . . ] la nascita del concetto moderno di “operaio”. Questo concetto
straordinariamente efficace, che unifica l’elemento generale di tutti
i lavoratori salariati indipendentemente dall’oggetto del loro lavoro,
era inaccessibile ai secoli precedenti, le cui unioni di apprendisti
erano spesso molto più strette e intime, perché si fondavano essen-
zialmente su rapporti personali e orali, ma alle quali mancavano il
capannone della fabbrica e l’adunanza di massa. Soltanto qui, do-
ve si vedevano innumerevoli individui senza udirli, si compì per la
prima volta quell’alta astrazione di ciò che è comune a tutti questi
individui e che viene spesso ostacolata nel suo sviluppo da tutto ciò
che è individuale, concreto, variabile quale ce lo media l’orecchio.
(Simmel, , )

A dispetto dell’assioma, attualmente tipico ed imperante


allorché si parli di comunicazione interpersonale che recita
“siamo prima visti che ascoltati” , Georg Simmel suggerisce che

. In realtà questa convinzione si colloca nel contesto “classico” delle relazioni


interpersonali non mediate. La sua cifra di lettura è comprensibile se confrontata con
l’assetto relazionale generato dalle relazioni interfacciate di recente instaurazione
(Comunicazione Mediata dal Computer, messaggistica, smartphone, social network,
e-commerce e altro). Il tipo di comunicazione che viene indagata e la sua relativa
efficacia, partono da una predisposizione di natura psicologica manifestata sia da
emittente che da ricevente. Nell’osservare e ascoltare il proprio interlocutore, è
necessario ravvisare una certa coerenza fra verbalità e comunicazione non verba-
le (in sintesi: cinesica, paralinguistica, postura, gestualità, comportamento visivo,
prossemica). Se si recepisce una sfasatura fra quanto viene proferito e il “linguaggio
del corpo” si è inconsapevolmente indotti a seguire i segnali emessi da quest’ultimo,
in quanto elemento “concreto” della comunicazione cui è attribuito un maggior
livello di fiducia. La prospettiva che decreta la “vista” canale privilegiato di una
relazione di compresenza fisica intende solamente enfatizzare il ruolo fondamentale
della comunicazione non verbale, dispiegata nei suoi molteplici, complessi segnali
comunicativi praticati a livello consapevole, inconsapevole o “paraconsapevole”. Va
precisato che la dizione “comunicazione interpersonale” rappresenta un contenitore
entro cui vengono compresse differenti modalità di interazione che vanno dunque
. Il contesto generato dai media 

il canale accreditato ad una comunicazione face to face, capace


di sancire l’individualità, la specificità e il taglio di relazione a
queste connessa, è quello aurale-orale.

... Parola: udito, coralità, concretezza

L’orecchio, a differenza dell’occhio la cui direzione può essere


seguita, è un appendice immobile, ma non si può appropriare
di ciò che sente, privandolo all’altrui percezione, istituendo
pertanto una fruizione collettiva. L’immersione in uno stesso
spazio acustico determina una suggestione corale, calda, a cui
non è dato sottrarsi.
Lo sguardo è invece legato alla prospettiva, al singolo punto
di vista, ad una convergenza soggettiva su di un elemento le cui
fattezze non saranno mai pienamente condivisibili: è spiccata-
mente personale. In tal senso è chiara la differenza in termini
di esperienza sensoriale fra un visitatore di una pinacoteca e il
fruitore di un concerto.

“Il suono è più reale, o esistenziale, di altri oggetti dei sensi, no-
nostante sia anche il più evanescente”. Il suono è legato alla realtà
presente, piuttosto che al passato o al futuro. Deve emanare da una
fonte che è palesemente attiva qui e in questo momento: ne risulta
che la relazione con il suono è una relazione con il presente, con
un’esistenza e un’attività che si svolgono qui e in questo momento.
Il suono annuncia una forza in azione, poiché il suono deve
essere attivamente prodotto per poter esistere. Altri segni percepibili
con i sensi possono rivelare una forza reale in azione, come quando
si osserva la spinta di un pistone in una macchina. Ma la vista può
anche rivelare una semplice quiescenza come in una natura morta.
Il suono può indurre al riposo, ma non rivela mai immobilità. Ci
dice che qualcosa sta succedendo. In Sound and Symbol, descrivendo
l’effetto della musica, Victor Zuckerkandl nota che, contrariamente
alla vista e al tatto, l’udito avverte la forza, la dinamica. Questo può

ragionevolmente collocate negli adeguati contesti di riferimento e indagate parimen-


ti attraverso adeguati strumenti che rendano conto delle peculiarità ascritte ad ogni
differente contesto entro cui la relazione sortisce i suoi effetti. Si confronti Ricci
Bitti, Zani, .
 . Corpi che comunicano

essere provato anche in altri modi. Un cacciatore primitivo può


vedere, sentire, odorare e gustare un elefante quando l’animale è
morto. Ma se sente il suo barrito o anche solo lo scalpicciare dei
suoi piedi, fa meglio a stare in guardia. Sta succedendo qualcosa, c’è
una forza in azione. (Ong, , -)

... Sensi e oggettività

Ogni tecnologia della comunicazione determina uno spazio


sensoriale privilegiato, come pure una determinata concezione
di ciò che è vero e di ciò che non lo è. La scrittura dipende dalla
vista tanto quanto l’oralità dipende dall’udito: è accaduto che il
passaggio dalla cultura pre-moderna verso l’era moderna abbia
affidato alla vista un ruolo preminente. In modo particolare, la
vista è stata cooptata dal nascente sapere scientifico quale canale
sensoriale dispensatore di certezza e obiettività.
In quanto fondate su principi logici-sperimentali, le forme
scientifiche della conoscenza vengono pensate come atte a rile-
vare la realtà così come essa è, mentre il sapere ideologico resta
confinato nell’ambito di conoscenze deformate da interessi par-
ticolari e “forzature” della realtà caratteristiche delle espressioni
culturali non scientifiche: il mito, la religione, la filosofia, le
teoria politiche non sono formulate secondo una metodologia
neutrale, verificabile, accessibile, ma rimangono il frutto di un
sapere vittima del condizionamento sociale che è temporaneo
e mutevole.
Nel diciassettesimo secolo, in relazione agli esiti della Prima
Rivoluzione Scientifica si afferma la tendenza a considerare il
sapere scientifico come rispecchiamento neutrale della realtà
oggettiva e circostante.
A partire da Bacone , Galileo e Cartesio la scienza è conside-
rata sapere puro, fondato metodologicamente su conoscenze
. La Seconda Rivoluzione Scientifica critica i presupposti delle geometrie non
euclidee.
. Nel  Francis Bacon fornì una dettagliata classificazione delle forme di
sapere prodotte dalla e nella società. Esse sono il frutto di opinioni fallaci, gli idola,
esito di abitudini sociali e non costrutti razionali. Vengono distinti in idola tribus,
. Il contesto generato dai media 

di tipo matematico e indipendenti da qualsivoglia forma di con-


dizionamento sociale. Il sapere scientifico pone le premesse
per intendere la natura in qualità di ordine oggettivo e causale
basato su relazioni quantitative e leggi uniformi.
La scienza è essa stessa concepita come sapere sperimentale
e verificabile fondato sull’osservazione empirica di fatti e me-
todologicamente orientata verso la costituzione di un sapere
pubblico, oggettivo, verificabile basato sulla replicabilità dell’e-
sperimento. Tutti possono accedere alla conoscenza che è un
sapere destinato a tutti coloro che vogliono cibarsene e non un
corpus sacerdotale gelosamente custodito o accessibile tramite
riti di iniziazione.
A ciò consegue una modificata percezione della natura: se
nelle culture orali-aurali questa veniva a far parte della vita
dell’uomo, per fatalità o spiritualità , la transizione operata
dalla Prima Rivoluzione Scientifica la rende dimensione nemi-
ca, ostile, riluttante, da guardare con diffidenza e sospetto, ma
soprattutto si impongono la necessità e lo spirito di dominarla,
strappandole segreti e regolarità. La natura deve essere osser-
vata, scandagliata, replicata, le sue proprietà (tempo, dimensio-
ne, numero, distanza, forma, peso, figura. . . ) accuratamente
misurate e messe in relazione (Crespi, Fornari, ).
I sensi, il rango che la cultura concede loro, si devono ade-
guare a questa rinnovata forma di concepire il sapere e di pro-
durlo: la priorità della vista sull’udito, della quantità sulla qualità
errori tipici del genere umano; idola specus, caratteristici del singolo individuo; idola
fori, le fallace proprie al linguaggio; idola theatri, riguardanti la “finzione scenica”
fornita dalla tradizione filosofica.
. Max Weber mette il relazione l’orientamento religioso con lo strato sociale.
Gli strati cavallereschi possiedono un orientamento religioso fatalista, irrazionale,
legato al destino e all’accettazione di questo. La cultura contadina, la cui sorte
dipende dalla terra, dai cicli delle stagioni e dagli andamenti climatici, conserva una
tendenza verso culti magici ed esoterici per invocare il favore delle forze naturali
capaci, se avverse, di sconvolgere le vite di ognuno distruggendo il frutto delle loro
fatiche. Un atteggiamento di controllo e rigore razionale si ha invece nello strato
borghese, ceto rampante verso la modernità, che istituisce un’etica del lavoro ispirata
da principi religiosi calvinisti e luterani (predestinazione e vocazione) organizzata su
calcolo, parsimonia, frugalità e gestione economica del tempo.
 . Corpi che comunicano

è giunta a tempi maturi. È l’alba del digitale come concezione


applicata all’interpretazione della realtà.
Non solo la vista si sostituisce all’udito nella celebrazione
della verità, prova ne sia il popolare e fortunato adagio verba
volant scripta manent rispolverato all’occorrenza da chiunque,
ma assume la direzione degli altri sensi: dell’olfatto in primo
luogo, il senso del ricordo, un ricordo che si vorrebbe trascritto
e registrato senza ambiguità o imprecisioni.
L’empiricamente verificabile, apoteosi dell’oggetto, di qual-
cosa che è ob-iectum, cioè gettato fuori dal corpo, deve in qual-
che misura obliare la fisicità di questo, le sue sensazioni fallaci,
ondivaghe, contraddittorie: l’uomo alfabetico è sostanzialmen-
te una creatura anosmatica o microsmatica, angosciato dagli
odori del sé declassati in una sorta di inferiorità culturale, ogget-
to di derisione e disprezzo, da coprire con una essenza estranea,
il profumo, capace tuttavia di evocare altre sensazioni e ricor-
di, contestualizzando in modo arbitrario il corpo che lo ema-
na. Il profumo, le essenze, contengono un alone vagamente
mistificante e manipolatorio.
Marshall McLuhan ne La sposa meccanica osserva una con-
dizione propria allo stile di vita delle culture occidentali affer-
mando che

quando l’orribile spettro dell’odore corporeo appare all’orizzonte, si


annulla ogni genere di legame umano. Il trasgressore, che sia geni-
tore, coniuge o amico, si pone al di fuori della legge. E quando una
bella donna accondiscende all’odore corporeo, diventa una Medusa
che raggela qualunque uomo si trovi a portata di olfatto. D’altra
parte quando è strigliata, spidocchiata, sterilizzata e depilata, quando
è cosparsa di odori sintetici e di prodotti chimici, allora è bella da
amare. Rimane una perplessità: che cosa si ama, una ragazza o un
sapone? C’è un’antica opinione che un sano odore corporeo sia non
solo un afrodisiaco, ma anche un mezzo fondamentale per stabilire
affinità umane. (McLuhan, , )
. Il contesto generato dai media 

.. Corpo, oralità, scrittura: il desiderio, il caos e la man-


canza

Nel circuito della rete, dei social network, dei suoi innumere-
voli servizi ludici, commerciali, informativi, interpersonali, di
intrattenimento, utilizzare la parola scritta suole essere un’at-
tività frustrante: da qui il ricorso a diverse forme di palliativi,
faccine sorridenti o ammiccanti e fonogrammi che “mima-
no” l’aspetto paralinguistico , in una debole riproposizione di
un contesto orale-aurale nei cui confronti il medium rimane
estraneo.
Ma di quale strumento si sente la mancanza? Dell’oralità
o della voce? L’oralità è un modello culturale, la voce un se-
gnale del corpo fisico, una emissione materiale. La prima è
responsabile della creazione di un ordine scandito, meno linea-
re rispetto alla scrittura, ma comunque strutturato. La seconda
è una estroflessione “fisica” di un corpo agente in un contesto.
Nella sua politica di occultamento del corpo, la telematica
ha finito con il palesare la scarsa adeguatezza di scrittura e
alfabetismo.
La rete e i sistemi di mediazione online vennero salutati
come l’alba di una relazione che potesse fare a meno della
fisicità dei corpi, così – eccessivamente – sinceri nel disvelare
i tratti ascrittivi: segni dell’età, del genere, una esteticità non
propriamente adeguata ai canoni correnti. . . Senza il fardello
del corpo, venne da supporre che mente, immaginazione e
creatività fossero libere.

. Per paralinguaggio o paralinguistica, termine coniato da George L. Trager


nel , si intende la serie di tutte le componenti vocali non verbali del parlato (ad
esempio intensità, tono, ritmo, velocità dell’eloquio) e le emissioni vocali non verbali,
vocalizzazioni che fungono da riempitivi, dette anche “pause piene”. Sono proprietà
acustiche transitorie che accompagnano qualunque esposizione orale, variabili in
modo contingente da situazione a situazione, in grado di produrre tutta una serie
di informazioni sullo stato emotivo e contestuale del parlante. Sono contemplati
numerosi elementi di connotazione tra cui le pause, le ripetizioni, il balbettio, una
voce tesa o tremolante, toni ascendenti e discendenti. È considerato un elemento
della comunicazione non verbale.
 . Corpi che comunicano

Con la medesima versatile disinvoltura si affacciava la pos-


sibilità di tendere e allo stesso tempo cadere in un tranello
virtuale.
L’assenza del corpo ha fondato la trama relazionale e geo-
grafica dei rapporti online. È stata la sua primigenia fortuna, lo
spunto di interesse, novità e manipolazione a farne lo strumen-
to di relazione per eccellenza negli ultimi quindici anni: fonte
di fascino, intrigo, curiosità emergente dalla Comunicazione
Mediata dal Computer.
In seguito è emersa la consapevolezza di storture, deviazio-
ne, usi impropri di un medium ad alto potenziale manipolativo.
La frode virtuale ha conosciuto una prepotente deriva di natura
criminosa da doversi conseguentemente disciplinare, controlla-
re, normare. Sono stati messi a punto programmi “esca” per
pedofili che simulano la presenza di una ragazzina adolescente
in tutto e per tutto verosimile ad una adolescente in carne e
ossa, inclusi gli errori di lessico e ortografia.
Tuttavia il corpo reclama il suo peso e non soltanto nella
dimensione virtuale. La struttura posta in azione dalla testualità
scritta si è rivelata poco consona a recepire e corrispondere alle
esigenze di una moltitudine proiettata in circuiti ipermediali
sempre più densi, affollati, arricchiti da modalità e servizi che
sembravano schiudere giorno dopo giorno nuove prospettive
e rispondere a esigenze comunicative appena affiorate.
D’altra parte il medium orale si è sempre configurato estra-
neo a tali circuiti.
La rete, ricordiamolo ancora, debitrice del medium scritto
e dell’alfabetismo digitale non ha avuto modo di revisionare
gli strumenti a lei abituali, di sagomarli al nuovo contesto,
decretando in qualche misura una sottile e crescente sensazione
di inconsapevole disagio: si comunica sempre di più tramite i
servizi offerti, divenendone spesso dipendenti, sottomessi alla
ritualità delle abitudini di contatto con l’altro, ma allo stesso
tempo si sperimenta un senso di mancanza, vuoto, disagio,
troppo spesso giustificato da una supposta “freddezza” quasi
geneticamente attribuita alla CMC sin dai suoi albori.
. Il contesto generato dai media 

A ben vedere, l’accusa di freddezza non è completamente


giustificata: il taglio degli interventi è spesso accorato, di natura
polemica, provocatoria, ingiuriosa, lacrimevole, sprovvisto di
un codice che permetta alla pulsione emotiva di incanalarsi
senza eccessi, una cornice in grado di esprimere e allo stesso
tempo contenere, una “forma” che veicoli la sostanza deside-
rata. In questo senso non si è trovato modo di revisionare gli
strumenti di intrattenimento della relazione: non si tratta di una
più volte richiamata “neo-oralità” e nemmeno di una “oralità
di ritorno”, dizioni che hanno contribuito a generare una certa
confusione.
I sistemi che incanalano la socialità in rete, nella varietà
dispiegata in cui questa trova forma, non testimoniano una
nuova forma di oralità bensì una profonda crisi di questa stessa
congiuntamente ad un utilizzo improprio della scrittura. La co-
municazione online si svolge secondo i canoni di una testualità
scritta che è sovente sgrammaticata, sconnessa sia nella forma
sia nella funzione.
Si è riflettuto a lungo sul concetto di oralità come contrap-
posto a quello di scrittura, quasi traendo da tale processo di
comparazione antagonista linfa vitale e senso proprio.
In realtà un individuo “orale”, educato, socializzato agli stru-
menti e ai codici interpersonali propri dell’oralità, non ritiene
affatto di esserlo. La cultura orale non riflette sulla sua oralità,
la pratica e basta. L’individuo alfabetizzato problematizza in-
vece entrambi i codici decretandone raggio d’azione, limiti e
congruenza al contesto. È la multidimensionalità dei codici a
svelare la complessità di ognuno di questi, ponendo in essere
nuove domande, prove e abbozzi di soluzione.
Si propone un paragone con quanto riportato da Bauman
in Voglia di comunità: una comunità reale, un cerchio caldo di

. Nel cerchio caldo di Bauman «non c’è spazio per il freddo calcolo e la
meccanicistica acquisizione di qualunque cosa la società circostante presenti – in
modo algido e incolore – come “razionale”. E questo è esattamente il motivo per
cui la gente intirizzita dal freddo sogna quel cerchio magico e vorrebbe ritagliarsi
il freddo mondo reale a propria misura. All’interno del “cerchio caldo” essi non
 . Corpi che comunicano

relazioni interpersonali è capace di “comprensione”, un atto


che non riflette su di sé, non comporta mediazioni di alcun
genere, è e tanto basta; tutto questo ricorda qualcosa di “analo-
gico”, primario, non strutturato cioè, scaturito originariamente
e non per confronto o disgiunzione rispetto a qualcos’altro: è
una pratica totale, onnicomprensiva, diffusa. Tale è l’oralità
circolante in una cultura orale.
Spesso un concetto si staglia all’attenzione dello studioso
proprio in virtù del suo essere un negativo di qualcos’altro,
senza, almeno in origine, presentare caratteristiche proprie che
non siano derivate da un’opera di capovolgimento speculare,
nate quindi in virtù di una sottrazione.
Ritengo che un fenomeno analogo sia accaduto, almeno in
parte, per ciò che concerne l’oralità rispetto alla scrittura: essa
ha preceduto quest’ultima, ma si è iniziato a concettualizzarla e
a definirne i criteri di azione una volta divenuti uomini alfabeti-
ci. L’oralità non ha mai sofferto a causa della mancanza della
scrittura; in compenso la scrittura si è fatta prendere da una
sindrome nostalgica nei confronti delle condizioni di oralità
comunitaria. In genere non si soffre il bisogno di qualche cosa
se non se ne è decretata l’assenza.

... Il caos della neo-oralità

In un mondo realmente “orale” l’oralità è l’unica opzione


possibile, non una modalità scelta di cui si scorgono alternative
da recepire o rigettare.
Il mondo orale non soffre per la mancanza del medium scrit-
to, ma una volta che questo è divenuto perno della struttura

dovranno dimostrare nulla; e qualunque cosa facciano, potranno sempre attendersi


simpatia e aiuto. Proprio perché è così palese e “naturale”, la reciproca comprensione
che crea la “comunità” (o il “cerchio caldo’) non viene mai notata (non facciamo
certo caso all’aria che respiriamo, se non a quella stantia e maleodorante di una
stanza chiusa che a volte ci capita di inalare); è come afferma Tonnies, qualcosa
di “tacito” (o di “intuitivo”, per usare l’espressione di Rosenberg)» (Bauman, ,
-).
. Il contesto generato dai media 

relazionale che dà senso alla realtà circostante, si mettono in di-


samina limiti, potenzialità, desiderabilità, finitezze dell’oralità,
non ultimo il fatto che fosse diffusa in contesti “preletterati” la
cui eco rimbomba come “arcaici” o addirittura “primitivi”.
È affiorata mano a mano una non ben definita “mancan-
za” di qualcosa, per sopperire alla quale si è volto lo sguardo
indietro, al passato, tentando, metaforicamente, di rimettere il
pendolo dell’orologio in posizione iniziale, con risultati spesso
fittizi o fuorvianti. Da qui la fortuna del prefisso neo- che ha
accompagnato la storia concettuale della cultura industriale e
tecnologica, delle relazioni che essa instaura, della modalità di
intrattenere comunicazione e diffondere informazioni.
La neo-oralità rappresenta un nonsenso nel panorama delle
relazioni mediate, non fosse altro perché la mediazione è assai
scarna.
Il mondo reticolare non è un mondo “libero”, è solo (pres-
soché) sprovvisto di censura. L’informazione è debordante ma
non si è affatto sicuri se di vera informazione si tratta poiché
non vi sono criteri di attendibilità, filtri o gerarchia delle fonti.
È un mondo in cui, questo è vero, le informazioni si svolgono
e si dipanano in senso orizzontale, ma non è per questo mag-
giormente veritiero, attendibile e ancor meno democratico. La
“tirannide egualitaria” paventata da Tocqueville nel  è un
paragone suggestivo, calzante per alcuni aspetti.
L’immagine del mondo generata da Internet e dalla sua pro-
genie è un puzzle che non può essere ricomposto non perché,
come ci si aspetterebbe, qualche tessera manca all’appello, ma
perché ce ne sono troppe.

Sostituendosi alla figura dell’albero, la rete ha imposto la sua logica


orizzontale, multirazionale e artificiale che ha soppiantato l’ordine
verticale, discontinuo, gerarchico e naturale dell’albero. La rete rin-
via infatti a un immaginario profondamente diverso che si presenta
come “una cartografia globale, liberata dal peso della centralità”.
Nel pensiero sansimoniano, per esempio, la rete evoca il principio
di uguaglianza fra fratelli contrapposto all’autorità gerarchica del
 . Corpi che comunicano

padre. [. . . ] La rete-tecnologia è oggi una mescolanza di pensiero


concettuale deteriorato e di immagini disperse, residui della teoria e
dell’operazione simbolica sansimoniana dell’inizio dell’Ottocento.
(Musso, , -)

I meccanismi di attribuzione del senso sono debordanti la


realtà stessa e eccedenti la gestione delle informazioni, intrap-
polati in una miriade di mondi immaginati veicolati da molte-
plici rappresentazioni, senza fonte, senza origine, molto simili
a fugaci leggende metropolitane che pur tuttavia riescono ad
intrufolarsi nell’indole generata dal senso comune .
La rete riflette un mondo in cui scarseggiano sia la liber-
tà sia le regole di discernimento della realtà: le struttura di
attendibilità sono veramente troppe e tutte subdolamente a
disposizione.
L’oralità (o neo-oralità) trova un suo spazio, ma deprime e
scoraggia virtù o idealismi: lo stesso megafono è stato fornito a
tutti i partecipanti del summit virtuale, una conferenza chiassosa,
dominata dall’eccesso, senza un reale contraddittorio di posi-
zioni che finiscono con l’essere, a dispetto delle dichiarazioni di
intenti, indistinguibili e responsabili di un assordante rumore
di fondo. No, i canoni dell’oralità non vanno bene, nemmeno
quando vengono forzatamente attualizzati attraverso escamotage
linguistici.
L’oralità scaturisce da un sistema relazionale dotato di ordine:
l’autodisciplina che una comunità orale applica a se stessa non ha
nulla a che vedere con l’etichetta di rete e i filtri di moderazione.
La comunità costruita su fondamenta orali è scomparsa: la
discontinuità, il calcolo, il codice binario si sono definitivamente
appropriati della geometria delle relazioni.
La rete è stata fatta paladina di tutto ciò che è veloce, imme-
diato, istantaneo. Ma la velocità, oltreché significare leggerezza

. Per “rete-tecnologia” Pierre Musso intende un insieme di rappresentazioni,


di discorsi e di immagini veicolati dalle reti-tecniche.
. Per una analisi del senso comune entro l’approccio fenomenologico si
rimanda a Schütz, .
. Il contesto generato dai media 

e efficienza, può produrre una grave forma di superficialità, di


abitudine all’assenza di pensiero, di irriflessione.
Un testo è ridondante, ripetitivo, noioso a conti fatti, trattie-
ne il lettore su un pensiero talora astruso, difficilmente com-
prensibile, ma è proprio nel principio di astrusità e ripetizione
che il libro esibisce il meglio del suo potenziale didattico: cita,
cita nuovamente, si ripete, spiega, trasforma i concetti finché
una parte di quel pensiero si fonde con quello del lettore che
magari decodifica in modo errato, ma pur sempre riflette, agi-
sce in un’opera di interpretazione che “fa funzionare” questa
“macchina pigra” (Eco, ).
Il libro si declina in varie forme, in diverse sfumature perché,
forse, vorrebbe raggiungere tutti e non ha alcuna possibilità
di sperimentare feed-back immediati, quindi è “tristemente”
consapevole di essere potenzialmente incompreso. Non vi è
nulla di istantaneo nella scrittura, ma la storia conosce bene
il potenziale intrusivo di questa tecnologia, di cui tutto si può
dire fuorché sia innocua.
Nicholas Carr, da lettore e scrittore appassionato, lamenta
una sensazione di irrequietezza e disagio che si presenta ogni
qualvolta egli si appresta a leggere fogli stampati. Negli ultimi
anni, egli sostiene, la sua mente non si lascia docilmente
catturare dal racconto o dalla complessità del ragionamen-
to, finendo con il perdere la concentrazione dopo poche
pagine: diventa inquieto, perde il filo, comincia a cercare
qualcos’altro da fare. L’immersione profonda che in prece-
denza risultava naturale è divenuta oramai una lotta. Nel
saggio che si interroga se “Internet ci rende stupidi” (),
Carr ammette che il Web rappresenta una vera e propria
manna. Ricerche, anche di una sola citazione, che una volta
richiedevano giorni interi tra gli scaffali o le sale riviste delle
biblioteche, ora si possono effettuare in pochi minuti. Per
non parlare delle operazioni bancarie, gli acquisti, l’organiz-
zazione degli appuntamenti, rinnovare la patente, spedire
biglietti d’auguri, scaricare musica. . . Sono numerosi e as-
solutamente reali i vantaggi di un accesso immediato a una
 . Corpi che comunicano

abbondanza di dati così agevole da reperire, ampiamente


descritti e doverosamente elogiati.
Ma questa mano tesa esige un prezzo. I media non sono sem-
plici canali, non forniscono soltanto materia per il pensiero, ma
modellano il processo del pensare. E la Rete sembra mandare in
frantumi la capacità di concentrazione e contemplazione. La men-
te si aspetta di ottenere le informazioni dalla Rete nel modo che
le è caratteristico, come un flusso di particelle in rapido movimen-
to. Carr conclude paragonandosi, un tempo, ad un subacqueo
nel mare delle parole, mentre ora si ritiene un “ragazzino in
acquascooter” che passa a grande velocità sulla superficie.

Negli ultimi cinque secoli, da quando la stampa di Gutenberg ha


reso popolare la lettura, la mente lineare, letteraria è stata il fulcro
della nostra società, dell’arte e della scienza. Duttile e penetrante, è
stata la mente ricca di immaginazione del Rinascimento e la mente
asettica e razionale dell’Illuminismo, la mente piena d’inventiva
della Rivoluzione industriale e anche la mente sovversiva dell’epoca
moderna. Presto potrebbe diventare qualcosa che appartiene soltanto
al passato . (Carr, , )

Se si dà credito alle riflessioni di Carr in merito alla lettu-


ra, l’ipotesi abbozzata si fa sempre più strada: l’ordine orale
appare smantellato, per ragioni cronologiche e storiche; la scrit-
tura praticata in modo insoddisfacente, per ragioni di ordine
tecnologico e cognitivo.
Sembra impellente recuperare come cifra dei rapporti co-
municativi il corpo e le sue estensioni, la sua sensorialità, i suoi
confini: non la parola orale, ma l’orecchio, non il parlato in
qualità di concatenazione logica, ma la voce nella sua vibrante
sonorità.
La necessità che emerge esige il recupero di quelle stesse
parti del corpo un tempo al centro dei contesti orali-aurali, ma
la rivoluzione determinata dalla mutata situazione sociale e co-
municativa impone la logica relazionale istituita dalla scrittura.

. La riflessione opposta è presentata in Eco e Carrière, .


. Il contesto generato dai media 

Il dominio è proprio della discontinuità, il circolo è stato defini-


tivamente inciso dalla linea spezzata che domina incontrastata
il circuito dei codici in uso.
Vi è il rientro del corpo quale protagonista assoluto delle
nostre relazioni, mediate e immediate. Si tratta di un corpo
inedito, digitale.

.. L’alfabetizzazione secondaria. Il “nuovo” corpo

La parola orale, come evidenziato in precedenza, da prima-


ria si fa secondaria. In un mondo alfabetizzato essa è ovun-
que, riempie spazi, tempi, relazioni, ma è volatile, inaffidabile,
superficiale e talora insincera.
Il pourparler è divenuto una cifra significativa nei sistemi
relazionali di natura informale. Alle parole, ammettiamolo,
non è devoluta una profonda dignità: il codice organizzativo
primario rimane quello scritto, digitale, cristallizzato, visibile
soprattutto.
Ma qualcosa è senz’altro mutato. L’analisi della società “tele-
matizzata” richiede di soffermarsi sull’uso concreto e quotidia-
no delle tecnologie comunicative a disposizione.
L’oralità è diffusa, ma manca dell’autorità che invece dete-
neva entro una cultura di tipo orale. La maggior parte degli
abitanti del mondo occidentale e industrializzato è educata e
socializzata in modo alfabetico, “digitalizzato”, potemmo dire,
insistentemente connessa grazie ad una miriade di dispositivi
talmente miniaturizzati da poter essere non solo comodamente
intascati, ma tali da fungere in effetti da prolungamento di sensi
e funzioni.
Il cellulare acceso accanto al cuscino non rappresenta in fon-
do l’estensione comunicativa del sé dormiente, momentanea-
mente inattivo? L’infinita produzione e invio di SMS non può
essere considerata alla stregua di un tacito accordo fra i comu-
nicanti che conferisce alla tecnologia una delega permanente
in caso di indisponibilità del titolare?
 . Corpi che comunicano

Il telefono, invenzione assolutamente straordinaria, con-


sentiva alle persone una estensione dell’udito e della voce.
Permetteva alle onde sonore di incanalarsi e raggiungere il
destinatario.
Non si deve dimenticare che uno dei modelli comunicativi
maggiormente di rilievo venne elaborato nel  da Shannon
e Weaver, ingegneri operanti in una industria telefonica; que-
sta teoria trae principale ispirazione dal funzionamento della
linea telefonica, è infatti anche detta “teoria della trasmissione
ottimale del messaggio”. In essa occupa un ruolo sostanziale
il “rumore” in qualità di elemento perturbante la ricezione del
messaggio; lo scopo ultimo è depurare il canale dalla presen-
za di “rumori” o quanto meno minimizzare la loro incidenza
affinché emittente e destinatario possano codificare e decodifi-
care al meglio delle loro possibilità, relativizzando la possibilità
di incorrere in distorsioni della percezione ed elaborazione di
quanto detto e dei feed-back concatenati.
Un telefono siffatto, considerandolo nella forma e funzioni
originarie, non esiste più da moltissimo tempo. Il cellulare non
è un telefono, ma viene utilizzato ed è culturalmente concepi-
to per adempiere a tutt’altro genere di funzioni, entro cui la
classica “telefonata” occupa un ruolo veramente marginale.
Già prima che apparissero sofisticati sistemi operativi per
dispositivi mobili, il cellulare non si ascoltava, si guardava. Ulte-
riore ed emblematica testimonianza dell’avvenuto passaggio di
consegne fra udito e vista.
Implementandone capacità, potenza, memoria, duttilità, lo
smartphone è uno strumento di connessione, ripresa e regi-
strazione. Non serve, grossolanamente parlando, ad unire una
bocca e un orecchio, ma piuttosto a registrare e documenta-
re rappresentazioni della realtà e, solo in un secondo tempo,
comunicarle agli altri.
Già una decina di anni addietro Rheingold rilevava che

stiamo assistendo solo ai primi effetti manifesti del comportamento


indotto dai telefoni cellulari: le legioni di individui che, con aria as-
. Il contesto generato dai media 

sorta, parlano rivolti alle proprie mani o all’aria mentre camminano,


guidano o assistono a un concerto e le “catene” elettroniche che
trasformano ogni luogo in un luogo di lavoro e ogni ora in un’ora
lavorativa. (Rheingold, , )

Le riflessioni riguardanti il rapporto co-evolutivo fra società


e tecnologia sottolineano i mutamenti cognitivi indotti dall’uso
delle tecnologie e il profondo divario generazionale che enfa-
tizza come alcune competenze e abilità siano ascrivibili solo
ai membri più giovani per non dire neonati, socializzati fin da
subito all’organizzazione e alla gestualità richiesta dai nuovi
dispositivi.
È assodato che l’introiezione da parte della società di nuovi
modelli, di contaminazione e fusione di tecniche della cono-
scenza, genera situazioni nuove, a tratti imprevedibili, in cui
perdita di competenze superflue e guadagno di competenze
emergenti si alternano in una bilancia oscillante sotto gli occhi
degli studiosi, ansiosi di ricavare al più presto un quadro nitido
della situazione.
Di fatto un “nativo digitale” non è certamente un individuo
orale, ma nemmeno alfabetico e non soltanto perché l’ipertro-
fico sviluppo di sistemi multi e ipermediali ha reso obsolete e
inadeguate le classiche modalità lineari di acquisizione, gestione
e rilascio dell’informazione. Ritengo ragionevole affermare che
l’altalena fra disgiunzione e connessione non sia giunta ad una
vera ricomposizione degli opposti e che siano un po’ più chiare
le competenze che stiamo accantonando piuttosto quelle che
stiamo acquisendo.
Insomma, nel delicato equilibrio che coinvolge società, uso
delle tecnologie e competenze richieste, i conti non sono pa-
reggiati e, a prima vista, appare più semplice identificare l’inef-
ficiente rispetto a quanto risulta necessario: il “magazzino degli
oggetti obsoleti” ha una fisionomia molto più chiara rispetto al
“laboratorio” attraverso cui coltivare le competenze emergenti .

. Si confronti Simone, 


 . Corpi che comunicano

Riprendendo Rheingold, un corpo che interagisce con le


nuove tecnologie ha l’abilità di un chirurgo nel controllo della
motricità fine allo scopo di gestire tutta una serie di dispositivi
e interfacce che richiedono contatto ed estrema sensibilità. Allo
stesso tempo è un individuo goffo e sgraziato, che passeggia
frettolosamente e si dimena rivolgendosi in modo scomposto
ad un interlocutore assente.
Nella cultura che precede l’alfabetismo, corpo e oralità ven-
gono in genere presentati come entità binate, gemellate in un
unico concetto. L’ipotesi è che abbiano preso strade non sol-
tanto differenti o parallele, ma soprattutto divergenti e che lo
scarto sia destinato ad accentuarsi.
Certo, non si può affermare che nel processo di alfabetizza-
zione e di produzione cognitiva della testualità scritta il corpo
sia stato trascurato, dimenticato e nemmeno cancellato.
La trasmissione di conoscenza ha sempre coinvolto il corpo,
vuoi nelle considerazioni del gesuita Jousse, che stigmatizzava
come “algebrosità” il processo di socializzazione alfabetica:
l’individuo acculturato dall’alfabetizzazione doveva offrire alla
mercé dell’educatore un modello di corpo “algebrosato”, rigido,
statuario, preferibilmente immobile nella visione più restrittiva
del paradigma pedagogico.
L’oralità, dal canto suo, sempre parafrasando Jousse, dispie-
gava una potenzialità corporea stupefacente nella necessità
di trattenere all’interno del bagaglio mnemonico una mole
sterminata di parole, salmi, poesie, preghiere, recitazioni.
La parola è memoria, la memoria è corpo e il corpo è
movimento, ritmo, dondolio, ripetizione, mimismo.
La cultura alfabetica poneva il corpo al centro del sistema di
trasmissione e riproduzione sia conoscitiva che culturale, ma
educava i suoi accoliti ad una sorta di “anestesia corporea” in
funzione della produzione di qualche cosa di astratto, simbolico,
immaginato. Il tutto veniva istituito e organizzato in funzione
di una disciplina del corpo valevole a produrre l’informazione
in forma astratta reificata visivamente dalla linearità della parola
scritta, l’unica forma di concretezza ammessa. Ne consegue
. Il contesto generato dai media 

che l’alfabetizzazione ha relegato il corpo in una posizione se


non subalterna, almeno scomoda ed estremamente vincolata.
Il bambino alfabetico è un bambino rigido nella sua gestuali-
tà, controllato, “composto”, secondo un lessico comunemente
accettato come pedagogico, sia nella stazione eretta che in quel-
la seduta. Sa come e dove tenere le parti periferiche del suo
corpo, braccia e gambe, conosce la distinzione fra correre, cam-
minare, “marciare”, sa mangiare adeguatamente, alza la mano
per chiedere la parola, mantenendo così anche attraverso l’ora-
lità la scansione e i ritmi di successione tipici della scrittura: è
un bambino “lineare”, disciplinato e disciplinabile.
Da quanto esposto si può riassumere che una cultura orale
ha bisogno di attingere ad una potente memoria interna.
Una cultura alfabetica è invece una cultura lineare, organiz-
zata in “lemmi” sequenzialmente disposti e sequenzialmente
accessibili. Grazie alla possibilità di utilizzare pochi simboli
combinabili e ricombinabili e soprattutto grazie ai materiali,
più o meno duraturi nel tempo, su cui annota ciò che dovrebbe
essere tenuto a mente, essa “cristallizza” la memoria in suppor-
ti, introducendo una soluzione di continuità nel processo di
trasmissione della conoscenza, in precedenza praticato tramite
oralità e rapporto diretto.
La cultura attuale è senza memoria o, più precisamente, fa
uso di una memoria esternalizzata, archiviata e, anche se su-
scettibile di immediato recupero, rimane al di fuori di ognuno
di noi, compressa nei dispositivi per lo più mobili disseminati
attorno alle persone e indossati da queste.
Dopo l’oralità, anche l’alfabetizzazione è divenuta seconda-
ria a favore di una modalità cognitiva di cui non si ha, ritengo,
piena consapevolezza.
Mi spiego. L’ordine alfabetico non ha più necessità di essere:
la rete consente di recuperare ogni nozione da un immenso
contenitore di informazioni che, magicamente, fa apparire
l’oggetto cercato digitandone il nome.
L’ordine della tastiera (combinazione non casuale, ma nem-
meno sequenziale di lettere) ha sostituito la progressione alfa-
 . Corpi che comunicano

betica. Essa è uno strascico del libro, dell’enciclopedia, della


bibliografia cartacea, immortale, certo, ma il cui ordine è estro-
messo dalla logica investigativa delle ricerche conoscitive dei
nativi telematici.
Non possiamo definirci una cultura orale, dunque. Nem-
meno alfabetica, dal momento che linearità e sequenzialità,
caratteri tipici delle culture alfabetiche, sono stati i primi bersa-
gli cognitivi che rete, modularità, ipermedialità hanno colpito,
dimostrandone inadeguatezza e obsolescenza.
Che tipo di corpo emerge da questa coevoluzione fra assetto
cognitivo e apparati tecnici?
L’oblio del corpo non è mai avvenuto, ma ritrova, proprio
nella società delle reti e dei dispositivi telematici, un’auge sen-
za precedenti attraverso canali di espressione complessi ma
immediati, diretti, apparentemente semplici.
Nelle sue molteplici capacità di comunicare, significare, an-
che e soprattutto in modo silenzioso, implicito, il corpo si è
liberato dalla sudditanza rispetto ai codici comunicativi espliciti
e strutturati come la scrittura e l’oralità.
Non si tratta del corpo-scrittura oggetto di scarificazione
delle società tribali, non si tratta nemmeno del corpo rigido,
disciplinato di Marcel Jousse, ma di un corpo culturale il cui
ruolo si distingue dai precedenti pur derivando da questi.

. La scarificazione rappresenta una pratica decorativo-simbolica del corpo


umano di natura tribale in uso nel passato e attualmente in alcune popolazioni
dell’Africa e della Nuova Guinea. Essa consiste nel praticare una serie di incisioni
tramite oggetti taglienti o appuntiti di varia natura, facendo sì che il processo di
guarigione venga ritardato e indirizzato tramite sostanze particolari verso un tipo
di cicatrice originata da tessuto fibroso, permanente ed in rilievo rispetto alla pelle
circostante. Essa è suscettibile di ricoprire un significato simbolico, magico, religioso,
di status sociale o può essere imposta in qualità di rito di passaggio verso l’età adulta.
. Il contesto generato dai media 

... Il “corpo vistoso”

Come si è argomentato per quanto concerne le tecnologie della


comunicazione, il “somatismo culturale” qui proposto non è
una semplice evoluzione delle precedenti forme di utilizzare
il corpo come veicolo di significazione, bensì qualche cosa di
nuovo che tuttavia cita e ben conosce le pregresse modalità
culturali costruite attorno al corpo.
Fino a questo punto è stato privilegiato un taglio astratto:
l’attenzione si è focalizzata su modalità cognitive, tecniche di
apprendimento, codici – quello alfabetico, quello orale –, ma
la conoscenza e la trasmissione di questa in una società non è
relegata solamente all’immateriale.
Dietro un codice vi è un programmatore, dietro una tecnica di
istruzione vi è un docente, dietro ad un testo, un autore e dietro
all’oralità un parlante. A monte di ogni momento di conoscenza
e comunicazione vi è un corpo, un gesto, una azione che lo rende
concreto, effettivo, condivisibile, in ultima analisi, sociale.
A fronte di una cultura simmelianamente ipertrofica sul
piano oggettivo e atrofica su quello soggettivo in cui simboli,
codici, comunicazioni, oggetti, scelte, eco e rumori si susseguo-
no incessantemente, il corpo della società delle reti ha provve-
duto a sanare l’handicap di atrofia, l’incapacità di rispondere
all’overdose sensoriale che lo circonda, in modo peculiare e
probabilmente inconsapevole.
Ne La teoria della classe agiata pubblicata nel , Thorstein
Veblen si prodiga in una stringente critica nei confronti della so-
cietà americana di fine secolo. In un contesto in cui l’economia
è fondata sulla proprietà privata e sul mercato, la propensione
al consumo detiene un valore sociale che in precedenza era
rappresentato da altro genere di merito: onore, coraggio, forza,
sprezzo del pericolo.
La classe agiata bersaglio di Veblen ha sostituito il coraggio e
l’onore quale fonte di reputazione sociale con il consumo; essa
non svolge un lavoro realmente produttivo, ricorre dunque alla
ricchezza, esibita, ostentata, quale fonte di prestigio riconosciu-
 . Corpi che comunicano

to. Il consumo tuttavia deve essere eclatante, uno spreco di beni


attuato attraverso un altrettanto onorifico dispendio di tempo.
L’agiatezza comporta che il tempo sia dedicato ad attività
futili, superflue, in opposizione alla logica e all’etica produttiva.
In chiave comunicativa, è possibile effettuare un paragone
tra il consumo vistoso di stampo ottocentesco e l’uso del corpo
nella rete sociale e comunicativa instaurata dalla telematica e da
quella che è stata denominata alfabetizzazione secondaria.
Entrambi i fenomeni affiorano da un periodo di transizione,
puntualmente corredato da un senso di mancanza e frustrazione.
Il consumo vistoso emerge in un’epoca di trasformazione
dei valori. Si tratta di un preciso contesto storico in bilico fra
mutevolezza, novità e abbandono, contesto in cui le città assur-
gono a luogo d’elezione entro cui nuove forme relazionali e
sociali prendono vita. Le dinamiche di classe e ceto, al tempo
stesso culturali ed economiche, stanno delineandosi in modo
più nitido, suggerendo ai partecipanti le tendenze accreditate:
sviluppo, competizione, emulazione reciproca.
I consumatori vistosi abitano nelle città, contesti in cui i
membri si ritrovano compressi, “vetrinizzati”. Essi sono sotto-
posti ad una continua esposizione, si ritrovano uno a ridosso
dell’altro, in una sarabanda di sguardi ai quali non è dato sot-
trarsi, da cui derivano comparazione e pettegolezzo, esito di
un controllo sociale altrettanto ineludibile (Marcarino, ).

La vetrina, stimolando in particolare il senso della vista, ha insegnato


a coltivare l’arte dello sguardo, contribuendo dunque in modo signi-
ficativo alla nascita di quella vera e propria passione voyeuristica che
contraddistingue l’odierna cultura occidentale. (Codeluppi, , )

Emerge, a ben vedere, una nuova comunicazione dal mo-


mento che il vecchio codice, quello cavalleresco, è stato estro-
messo dai requisiti della stima popolare.
Per contare è necessario spendere, buttare, sprecare, sciupa-
re. È necessario un continuo aggiornamento del proprio status
sociale in modo da sancire il più profondo divario fra sé e la
. Il contesto generato dai media 

media della popolazione in una cronica e perdente corsa all’oro


della personalità e del successo.
Torniamo velocemente all’attualità. Anche la comunicazio-
ne attraversa una fase di profonda transizione e confusione. È
da supporre che anche la comunicazione stia subendo in ultima
analisi un processo di vetrinizzazione.
Cittadini, utenti, navigatori, sono alla spasmodica ricerca di
modalità efficaci di divulgazione del sé, una identità anelante ad
una sua effettiva attualizzazione, ma che il più delle volte rischia
di rimanere invischiata nell’anonimato o di scivolare nell’oblio
di pagine virtuali irrecuperabili o cancellate.
La pulsione ad emergere rimane soffocata in mezzo ad un
numero indefinito di canali e dispositivi comunicanti, la co-
noscenza è disorientata rispetto a fonti e contenuti spesso in
contraddizione fra loro, ma propalanti certezza e verità.
Gli abitanti della società delle reti si sono resi perennemen-
te raggiungibili e reperibili, in un nugolo di relazioni in cui
rischiano di rimanere fagocitati, in nome tuttavia della libertà
di informazione, dell’essere “unici”, complice l’indubbio po-
tenziale offerto da contenuti e infrastrutture decisamente a
portata di mano. Una situazione che potrebbe essere definita di
ipertrofia comunicativa.
L’intera società, le modalità di connettersi gli uni agli altri
hanno subito il fascino della vetrina che

con la sua trasparenza che crea relazioni, è una perfetta metafora del
modello di comunicazione che tende oggi a prevalere. Se l’individuo
si mette in vetrina, si espone allo sguardo dell’altro e non si può più
sottrarre a tale sguardo. “Vetrinizzarsi” non è un semplice mostrarsi,
che comporta la necessità di trattenere qualcosa per sé. È un atto che
implica un’ideologia della trasparenza assoluta, implica cioè l’obbli-
go di essere disponibili a esporre tutto in vetrina. Non è più possibile
lasciare sentimenti, emozioni o desideri nascosti nell’ombra. (Ivi, p.
)

Il corpo fisico reclama un rango dimenticato in mezzo a reti


di comunicazione che offrono corpi surrogati, avatar, nickname,
 . Corpi che comunicano

faccine, immagini facebook dal sapore déjà vu che vorrebbero


fornire ai corpi vetrinizzati una stravaganza accattivante, ma
che finiscono con l’occultarsi dietro la foto dell’amato animale
domestico o del fumetto preferito, con lo scopo di distinguersi
in questo gioco di ridondante produzione identitaria.
Facebook invita a esibire la propria “faccia”, la storia privata,
mentre altri mondi virtuali e il filesharing tendono ad occulta-
re l’identità. L’aspetto narcisistico, la cosiddetta “cultura della
confessione”, i vlog sono comunque dominanti e patteggiano
con il voyeurismo dei potenziali visitatori (Menduni, Nencioni,
Pannozzo, ).

I media attuali sono fautori di una comunicazione quasi incorpo-


rea, impiegano solo alcune facoltà del corpo, tuttavia oggi il corpo
nella sua totalità fisica appare oggetto quasi di culto [. . . ]. Non è il
corpo scontato, problematico, portatore di sofferenza e di handicap,
schiavo delle tecnologie e umiliato da esse, destinato ad affaticarsi e
inesorabilmente a corrompersi, o quello a due dimensioni appiattito
sull’audiovisualità, ma il corpo prezioso, fulcro del mondo, quasi
immortale, rivitalizzato, da controllare, conservare nella sua integrità
e globalità, preservare da traumi fisici e psicologici, da integrare,
manipolare, rivestire, riferimento primo da cui partire. Dobbiamo
naturalmente circoscrivere queste considerazioni a una geografia
ben ristretta del Pianeta, ma riesce difficile pensare che questo in-
teresse sia dovuto esclusivamente a disponibilità di spazi e tempi
liberati dal lavoro fisico, economiche, al peso culturale dei modelli di
bellezza e di forma. Dietro a queste ragioni apparenti sta uno statuto
corporeo ineludibile, una sorta di compensazione, il bisogno del
corpo di esistere e funzionare in toto al di là della parzialità delle sue
estensioni sensoriali, anche attraverso i modelli culturali e le loro
influenze. (Capucci, , )

. Circolazione di numerosi prodotti, come ad esempio fotografie, video, sog-


getti a condivisione e commento che sanciscono una dinamica vita comunitaria,
aggregativa e di reciproco scambio accostabile ad una “economia del dono” realizzata
attraverso i canali telematici. Si veda Aime, Cossetta, .
. Crasi di “video” e “blog”. Sono la versione audiovisiva dei celebri diari
virtuali. Immessi per lo più da adolescenti ripresi da una webcam nella loro camera da
letto, si compongono di racconti del quotidiano, confessioni o ancora suggerimenti,
consigli, recensioni, “tutorial”.
. Il contesto generato dai media 

Ogni cultura ha eletto la fisicità corporea come portatrice


di coordinate comunicative basilari per la sua sopravvivenza e
continuità: tratteggiando modelli estetici, facendone una icona
artistica, suggerendo un ideale di benessere alimentare e di
gestione del tempo, stigmatizzandone devianza, alienazione,
malattia.
Tuttavia il corpo di ultima generazione soffre un fardello
più pesante.
Deluso online da una opzione identitaria scontata, ripetu-
ta, parziale, suscettibile di oblio e contaminazione; incapace
offline di gestire oralità e scrittura perché ormai avvezzo a
modelli di comunicazione sincretici e involuti, si è attribuito il
ruolo di protagonista silenzioso esibendosi, rendendosi vistoso,
attraverso decorazioni e orpelli talora pacchiani e incongrui, co-
lorandosi e brillando di luce (o di piercing) propria, alterando e
allungando i suoi confini attraverso “estensioni” e applicazioni
talora di dubbio gusto, ma certamente destinate a non passare
inosservate: il corpo sta “urlando” ciò che la voce sotto forma
di oralità non è più in grado di garantire e laddove la scrittura
sotto forma di educazione al gesto e alla disposizione cognitiva
necessaria per produrre un buon testo scritto sta diventando
una competenza sempre meno familiare e quasi obsoleta.
Un individuo socializzato ad una alfabetizzazione secondaria
fa fatica ad adeguarsi alla sequenzialità e all’ordine alfabetico.
Egli è estremamente “fisico”, nella infusa necessità di ricorrere
a molte discipline motorie, di provare gli sport più disparati; è
iperattivo, la sua giornata è colma di impegni e appuntamenti,
sebbene possa rivelarsi a tratti cognitivamente dispersivo. In
qualità di “nativo digitale” matura una incredibile sopporta-
zione al rumore e alla sovrapposizione di attività: il rumore
d’altra parte è connaturato al suo ambiente; egli ha visto la luce
in un sottofondo ambientale estremamente rumoroso, in cui
il silenzio appare una mancanza, un handicap cui provvede-
re velocemente producendo altro rumore, più che una forma
di elaborazione e riflessione della realtà circostante e dei suoi
input.
Capitolo II

Corpi nella rete

: .. I corpi della rete,  – .. Il digitale irreversibile, .

.. I corpi della rete

Internet rappresenta una modalità di comunicazione retico-


lare e acefala in cui le persone non comunicano tramite una
espressività corporea, ma tramite surrogati scritti che mima-
no maldestramente la cinesica e il profilo emozionale (faccine,
onomatopee, abbreviazioni, ellissi. . . ), dando vita ad un lin-
guaggio né interamente e perfettamente digitale, mancando
della precisione che caratterizza questo stesso, né tantomeno
analogico, mancando l’apporto del corpo vero e proprio se
non nella presenza di visioni condivise e in tempo reale (video-
conferenze o altro) che però rimangono frutto di un contesto
ritagliato artificialmente e non tipo orale-aurale.
Nel fenomeno dei flash mob, accade esattamente il contrario,
la comunicazione diventa analogica pur organizzandosi a par-
tire da un canale comunicativo di tipo reticolare, rizomatico e
disgiunto, perfettamente in linea con i presupposti del digitale.
La performance è di brevissima durata, disorienta, crea con-
fusione, imbarazzo, divertimento; non vi è un copione orga-
nizzato, bensì ognuno recita a suo modo, improvvisando con
la corporeità di cui è dotato. In genere questo evento non na-
sce con dichiarate motivazioni etiche o di protesta, ma evolve
presto in questo genere di attitudine.


 . Corpi che comunicano

... Flash mob

I flash mob nascono come fenomeno di costume e di massa si-


multaneamente, cosa che ha impedito di tributare loro lo status
di atto sociologico condiviso e organizzato, da indagare con
accuratezza per quanto concerne implicazioni e conseguenze.
Il termine Flash mob è stato coniato nel . Indica un assem-
bramento improvviso di persone entro uno spazio pubblico
che svanisce nel giro di poco, avente però la finalità condivisa
di realizzare una azione bizzarra, insolita, imprevista, atta a
infrangere lo scorrere della quotidianità.
Le coordinate spazio temporali entro cui il flash mob avrà
luogo sono concordate via rete o telefonia cellulare. Le regole
dell’azione di norma vengono illustrate ai partecipanti pochi
minuti prima che questa abbia luogo, ma se necessario, possono
essere diffuse con un anticipo tale da consentire ai partecipanti
di prepararsi adeguatamente.
In ambito europeo, il primo evento del genere si svolse in
Italia, a Roma, nel luglio  . Azioni simili si erano già verificate
oltreoceano a New York , San Francisco e in Giappone a Tokyo.
Essi nascono privi di una qualche connotazione dichiara-
tamente seria, di protesta politica, sociale, economica o am-
bientale, fatto che avvalora la loro flebile trattazione in ambito
sociologico; sono stati recepiti alla stregua di prodotto della co-
municazione digitale transitorio, passeggero, una sorta di effet-
to collaterale generato dal principio di occasionalità interattiva
connaturato ai dispositivi mobili di connessione.
Si ritiene che l’abitudine manifestata dal marketing di “fa-
gocitare” questo genere di eventi e sfruttarlo a proprio favore

. Oltre trecento persone si sono date appuntamento in via del Corso, per poi
invadere un negozio di libri, dischi, messaggerie musicali. I partecipanti, saliti al
piano superiore, hanno subissato i commessi con richieste di informazioni su titoli
inesistenti, generando disorientamento tra il personale e gli addetti alla vigilanza, fino
alla conclusione sancita da un lungo applauso.
. Il primo evento di questo genere, chiamato No Pants Subway Ride, si verificò a
New York nel .
. Corpi nella rete 

gettandolo senza mediazione nel panorama comunicativo glo-


bale, abbia contribuito a fuorviare il significato dei flash mob
che, comunque sia, non sono frutto di casualità, ma hanno un
senso collettivamente inteso .
In seguito tuttavia, questo tipo di performance è stata cooptata
per finalità pubblicitarie e politiche: a Firenze, per organizzare
una protesta lampo contro la legge  , in cui si è data lettura
del nono articolo della Costituzione italiana riguardante lo svi-
luppo di cultura e ricerca; a Ceccano in provincia di Frosinone
è stato formato un cordone umano attorno ai binari del treno e
ricreata una simulazione di allarme atomico per promuovere la
sensibilizzazione nei confronti di questo tema e la campagna in
favore dei Referendum abrogativi del .
L’ dicembre  a Napoli è stato organizzato un flash mob
di sensibilizzazione sociale contro la camorra: circa trecento
persone in Piazza del Gesù sono cadute a terra mimando un
colpo di pistola.
Non mancano finalità celebrative in onore di personaggi par-
ticolarmente amati del mondo dello spettacolo o della musica:
il  ottobre  a Napoli un gruppo di giovani si è radunato in
Piazza del Plebiscito per ricordare il celebre cantante e ballerino
Michael Jackson scomparso nel ; muniti di telecamere ed
impianto audio, i partecipanti si sono scatenati nella coreogra-

. Il flash mob con maggior numero di partecipanti (mobbers) è quello tenu-


tosi a Rio de Janeiro il  luglio  contemplando l’intervento di religiosi: circa
milleduecento vescovi e circa tre milioni di persone si sono riunite alla Giornata
Mondiale della Gioventù sulla spiaggia di Copacabana per seguire i passi di danza
fatti dai giovani animatori brasiliani dello spettacolo. Gli artisti che sono riusciti a far
ballare insieme i vescovi e i giovani sulla spiaggia sono stati i Fly, Glaucia e il gruppo
Hg.
. Il decreto-legge  giugno , n.  (Disposizioni urgenti per lo sviluppo
economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la
perequazione tributaria, conosciuto anche come “decreto Brunetta”) è stato convertito
in legge  agosto , n. .
. «La repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e
tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione».
. Il  marzo l’Unicef Italia decide di lanciare il movimento giovanile Younicef
attraverso un flash mob, il primo nazionale in trenta piazze in contemporanea.
 . Corpi che comunicano

fia del motivo Beat It, performance ripetuta durante la stessa


mattina in altri quattro punti del centro città, facendosi più folta
ad ogni spostamento.
Di puro spirito ludico è stato il flash mob organizzato il  no-
vembre  in piazza del Popolo a Roma quando circa trentamila
persone hanno ballato sulle note di Gangnam Style , singolo del
rapper sudcoreano PSY, non seguendo una coreografia precisa,
ma muovendosi a proprio piacere sulla musica proveniente dai
propri smartphone tramite l’applicazione Music mob, formando
però una massa compatta e simulando un’entità unica.
Nella famiglia dei flash mob confluiscono , a svariato titolo:

— battaglie con i cuscini (pillow fight);


— freeze flash mob: i partecipanti, ad un’ora convenuta ri-
mangono immobili, “congelati”, fino al segnale di fine
evento, dato di norma dopo tre minuti;
— silent rave: i partecipanti si radunano nel luogo concor-
dato ciascuno dotato di lettore musicale e cuffie, ballan-
do, singolarmente e nel più totale silenzio, la propria
musica;

. Nel  nasce in Italia Funmob, il primo social network al mondo interamente
dedicato ai flash mob. Funmob è disponibile su web e su app. ios e android. In meno
di un anno ha raggiunto oltre . iscritti e gli utenti vi hanno caricato oltre 
flash mob. Chiunque si iscrive può trovare i flash mob più vicini grazie al sistema
di geolocalizzazione e incontrare così altri appassionati del genere. Nella sezione
Inspiration di Funmob si trova inoltre il più grande archivio di flash mob esistente che
racchiude e raggruppa i migliori video per divertire e ispirare futuri flash mob ed eventi
unconventional.
. Tra l’agosto e il novembre del  Gangnam Style ha generato una serie di flash
mob in tutto il mondo. In moltissime città, masse di persone sono scese in modo orga-
nizzato in piazza o in altri luoghi pubblici come centri commerciali, parchi universitari
e stazioni metropolitane a ballare al ritmo del brano. Flash mob di grandi dimensioni si
sono svolti nelle città più grandi del pianeta, tra cui Atlanta, Bangkok, Seul, Giacarta,
Milano, Melbourne, Parigi, Roma, Sydney, Torino, Stoccolma e Toronto.
. Fonte: Wikipedia.
. La Roman Pillow Fight ha luogo ogni aprile in Piazza Santa Maria in Trasteve-
re. Essendo giunta nel  alla sua nona edizione, è divenuta ormai una ricorrenza
tradizionale.
. Corpi nella rete 

— human mirror: coppie di gemelli omozigoti si “esibisco-


no” ricreando situazioni speculari ;
— massive flash mob: radunano in modo pacifico migliaia di
persone nel medesimo luogo occupando parchi, palaz-
zi e monumenti. Non si tratta di una azione tematica,
ognuno è libero di fare ciò che desidera (ballare, cantare,
leggere, sedersi) purché tutto avvenga simultaneamente.

Si evincono alcune caratteristiche:

— coordinamento in tempo reale;


— simultaneità dell’azione;
— pensiero collettivo praticato tramite azioni individuali;
— rivendicazione di una piena espressività;
— rapida dissolvenza.

Chi o cosa anima questa poderosa rappresentazione: la


volontà di stupire? Un gioco di ruolo? Una moda transitoria?
Agli albori della civiltà di rete Pierre Levy (, , )
aveva coniato il termine di intelligenza collettiva: valorizzata
ovunque, coordinata in tempo reale, sempre attiva.
In seguito altri autori (Corchia, ; D’Alessandro, ;
Nielsen, ; Minghetta, ) hanno ripreso questo concetto
adattandolo ai campi più diversificati, politica, scienza, manage-
ment, esaltando il potenziale collaborativo insito in Internet e la
sua propensione a creare circuiti di reciproco interesse e forme
di coordinamento delle competenze in grado di valorizzare
singole riserve di talento e creatività in precedenza occultate.
In qualche misura sembra che la rete abbia oltrepassato que-
sta fase pur non avendo significato in modo compiuto, esaustivo
in cosa consiste.
L’intelligenza collettiva è rimasta nella frequentata nebulosa
delle citazioni idealtipiche che indicano i tratti tramite cui un

. Il più importante degli human mirror si è svolto a Trieste nel , organizzato
dall’Associazione Iazadi, con la partecipazione di sette coppie di gemelli.
 . Corpi che comunicano

fenomeno “dovrebbe presentarsi” all’apice della sua realizza-


zione, una realizzazione quasi sempre connotata da ambiguità
e sospensioni. Ciononostante rimane una metafora conosciuta,
apprezzata e di indubbia validità.
Quale il senso ipotizzato da queste “folle-lampo”, rappresen-
tazioni collettive tanto rapide nell’organizzarsi quanto volatili
nello scioglimento, realizzazione effettiva di un coordinamento
fra persone distanti, diverse, sconosciute? Una efficacia organiz-
zativa e performativa che i contesti di prossimità fisica e spaziale
nonché le reti informali non sono in grado di garantire con i
medesimi, brillanti risultati.
Nella comunicazione tramite dispositivi digitali, la man-
canza del corpo si è fatta sentire sino a produrre un languore
irresistibile, da soddisfare tramite altre modalità di relazione.
Che senso ha parlare di sguardo, in assenza degli occhi? Quanto
a lungo può reggere il desiderio del contatto senza una pelle
che possa rispondere alla sollecitazione?
I flash mobs si differenziano sostanzialmente dagli smart mobs
di Howard Rehingold: intelligenze rapide e acute in grado
di agire collettivamente, determinare forme di azione politica,
rovesciare regimi, istituire forme di protesta a risonanza globale.
La potenza, la velocità e l’accesso rapido all’informazione sono,
secondo l’autore, gli artefici di questa profonda innovazione.

Questi strumenti aiuteranno le persone a coordinare le proprie azio-


ni con altre in tutto il mondo e, aspetto forse ancora più importante,
quelle più vicine. I gruppi che useranno questi strumenti assumeran-
no nuove forme di potere sociale, nuove nodalità di organizzazione
dei loro rapporti e dei loro scambi, al momento giusto e nei luoghi
opportuni [. . . ] Come è accaduto per i personal computer e per
Internet i cambiamenti non saranno promossi da dirigenti di azien-
de già consolidate, ma piuttosto da figure marginali, da chi opera
ai limiti della legalità, da neofiti e persino da gruppi di dilettanti.
Specialmente da questi ultimi. (Rheingold, , )

Certo, Rheingold paventa che una tale folla, motivata, libera,


veloce, coordinata e informata in tempo reale potrebbe costi-
. Corpi nella rete 

tuire una notevole minaccia alle libertà tradizionali e al senso


delle privacy. Infatti questa

rappresenta forse l’aspetto più inquietante dei sistemi di collabora-


zione tecnologica. Per poter cooperare con più persone, ho bisogno
di sapere parecchio di loro e ciò significa che essi dovranno co-
noscere molto sul mio conto. Gli strumenti che ci permettono di
collaborare sono anche in grado di trasmettere a un gran numero
di altre persone una galassia di dati personali relativi a ciascuno di
noi [. . . ] Lo stato controllore temuto da Orwell disponeva di un
potere modesto, se paragonato alla gigantesca rete di “sorveglianza
panoptica” ordita intorno a noi. (Ibidem, ).

Attraverso la capillarità acefala della Rete scorrono pensieri,


proteste, azioni, idealità, polemiche, insulti. Si tratta di iniziative
e pensieri animati sì da impellenza reale, ma a cui manca un
contesto in cui poter vivere e significare.
Per quanto ricco di pensiero, dialogo e informazione, ciò
che circola a livello telematico non ispira fiducia dal punto di
vista della permanenza relazionale.
Internet è un regno che promette libertà, liberazione e talo-
ra riesce ad assicurare quanto promesso, ma al prezzo dell’effi-
mero e non potendo garantire alcuna autorità accreditata. Ciò
che viene scritto, di qualunque portata o valore, è suscettibile
di essere riscritto, modificato, integrato, cancellato.
I flash mob tentano di sanare questa aporia: libertà assoluta
senza garanzia di permanenza. Come assicurarsi che un pensiero,
un progetto, una azione non svaniscano come sabbia al vento, ma
si “cristallizzino” nella memoria rendendosi visibili e percepibili
agli occhi degli osservatori e del mondo? Forse la risposta sta
nell’abbinare un pensiero ad una fisicità, una azione ad un gesto,
ricostituendo in un’unica entità carne e spirito: si concede agli
internauti di agire con il proprio corpo allestendo uno spettacolo
che dia loro senso e identità, un senso e una identità che non
possono appoggiarsi a coordinate puramente virtuali.
Il fenomeno dei flash mob risulta essere più che una azio-
ne dotata di finalità collettiva (intelligenza collettiva in senso
 . Corpi che comunicano

proprio), una “pantomima” che rivendica la fisicità identitaria


dei corpi che popolano la rete. I flash mob identificano una sor-
ta di museo dell’invenzione collettiva, itinerante, nomade e
metamorfico, in cui agiscono “statue” pensanti e senzienti.
Essi rappresentano la rete che si accampa in piazza, cele-
brando i protagonisti di uno spettacolo ambulante, bizzarro,
attrattivo, nel ribadire che dietro la celebre e decantata intelli-
genza collettiva ci sono dei corpi capaci di aggregarsi in modo
smart, ma allo stesso tempo ribelle, senza avere necessaria-
mente alle spalle un ardimentoso progetto di natura politica
o economica, cosa che li confonderebbe con manifestazioni e
cortei di vecchia data.
Cortei e manifestazioni hanno un itinerario, si snodano
attraverso le vie della città esibendo le insegne, i cartelloni che
ne giustificano spirito, strumenti e finalità. Rappresentano
qualche cosa di continuo, a livello spaziale e territoriale, non-
ché temporale. Essi ricordano vagamente la struttura lineare
di un libro: un inizio, uno svolgimento, un epilogo, coordi-
nato da un certo programma (l’indice) e arricchito da note
esplicative e didascalie (cartelloni e insegne). Sono narrazioni
fisiche.
Il flash mob è una scena, un frame unico la cui coreogra-
fia è stata messa a punto tramite gli strumenti comunicativi
digitali, ma rappresentata tramite la materia più analogica a
disposizione: il corpo.
Si tratta di nomadismo sui generis realizzato da persone fin
troppo avvezze al dinamismo e alla volatilità; internauti, giro-
vaghi, vagabondi della rete e dei mezzi di comunicazione si
apprestano a “stanzializzarsi”, a ritrovare un senso di intera-
zione comunitaria la cui regia è demandata ad apparecchi di
connessione a distanza.
Nella “sociologia dell’erranza” (Maffesoli, , ) la
polverizzazione del tessuto sociale trova una forma di appaga-
mento mediante piccole aggregazioni mobili, dinamiche che
realizzano un rinnovamento nel modo di concepire le relazioni
e l’espressività a queste legate.
. Corpi nella rete 

Potrebbe essere l’incarnazione di una tribù temporanea e


contemporanea, che in un rito corporeo, gestuale, fa rivive-
re l’essenza di una memoria collettiva digitale, la fratellanza
della connessione permanente, una sorta di rito sciamanico
collettivo, suggestivo, che per una volta individua nel corpo e
nelle sue movenze coordinate o scoordinate la cifra della natura
relazionale odierna.

Di qui l’affermarsi di teorie esplicative come quella che riconosce nel


sociale l’emergere di una forma di neo-tribalismo, caratterizzato da
condensazioni istantanee che risultano essere fragili ma al contempo
ad elevato investimento affettivo, configurate da assembramenti
puntuali e sparpagliati e da un incessante giravoltare dei soggetti da
un gruppo all’altro. (Maffesoli, , )

Una relazione a ben guardare strana, digitale, potendo ogni


corpo esprimersi liberamente e anche estraniarsi dal contesto
di riferimento, come accade nei massive flash mob e nel silent
rave, adottando tuttavia in modo preciso e diligente le regole
che ne coordinano la riuscita; non propriamente una relazione
stricto sensu, ma che si auto attribuisce una cittadinanza e una
identità condivisa nei tempi previsti dal copione: aggregazione,
messa in scena, congedo.
Una vera e propria rappresentazione reale che origina dai pa-
rametri e dai locali del virtuale, ma che è imprescindibilmente
fisica: per il breve orizzonte temporale istituito da questo tipo
di pratica, sociale e individuale al medesimo tempo, è il corpo
a dominare, sovrastare la rete cui è affidata un mera funzione
coordinante.
Per comprendere più da vicino la portata sociale dei flash mob
che offrono uno scorcio non irrilevante sulla psicologia cogniti-
va maturata entro e grazie alle reti tecno-comunicative, dobbia-
mo ricorrere ad Erving Goffman e al modello drammaturgico
da lui elaborato.
Attraverso la metafora teatrale, ampiamente utilizzata in
ogni sua componente, egli abbozza la cifra dei rapporti inter-
personali, il processo che lega ruoli, rapporti, vincoli, aspet-
 . Corpi che comunicano

tative in un atto significativamente sociale e dotato di ordine.


Nell’interazione quotidiana ognuno di noi agisce come un
attore che interpreta un ruolo.
Com’è comprensibile, i ruoli sono definiti dalla situazione
che viene rappresentata davanti a quello che è identificato come
“pubblico”, davanti al quale la messa in scena prende vita. Pub-
blici diversi comportano la necessità di adottare ruoli differenti,
congrui alla situazione che si va componendo.
Perché la macchina drammaturgica funzioni a dovere, è
essenziale che ciascuno rappresenti efficacemente e in modo
credibile la parte assegnata e che la situazione venga definita in
modo non ambiguo. La definizione della situazione, la cornice
rappresentativa entro cui la performance di ognuno ha luogo,
deve essere connotata in modo sufficientemente comprensibile,
contingenza tecnicamente indicata con il nome di “consenso
operativo” tra gli attori.

Assieme, i partecipanti contribuiscono ad un’unica e generale defini-


zione della situazione che implica non tanto un vero accordo circa
ciò che è, quanto piuttosto un’effettiva intesa circa le pretese e gli
argomenti che verranno presi in considerazione in un determinato
momento. Esisterà anche un accordo effettivo sull’opportunità di
evitare un conflitto aperto fra definizioni contrastanti della situazio-
ne. Indicherò d’ora innanzi questo tipo di accordo con il termine di
“consenso operativo”. (Goffman, , )

Goffman chiama “ribalta” ciò che concerne l’agire davanti


al pubblico nel tentativo di mantenere una facciata coerente fra
ambientazione, apparenza e maniere.
Fa da contrappunto alla “facciata” il comportamento di “re-
troscena”, contesto in cui gli attori smettono i panni del loro
personaggio e prendono la distanza da quest’ultimo e anche dal
pubblico, deridendolo, facendone la caricatura, contraddicendo
il ruolo finora interpretato e ancora effettuando delle prove per
ottenere una rappresentazione di qualità.
Goffman ribadisce un legame essenziale affinché il tutto
possa aver luogo, un rapporto stretto tra comportamento e
. Corpi nella rete 

ambito territoriale: un territorio è sempre delimitato da ostacoli


alla percezione, ne consegue che sia lo spazio di ribalta sia
quello di retroscena dovrebbero idealmente configurarsi come
provvisti di limiti e cornici apposite in modo da poter agire
liberamente e non creare ambiguità nella credibilità di quanto
rappresentato.
Ovviamente le rappresentazioni tenderanno ad incorpo-
rare ed esemplificare i valori sociali già accreditati, rendendo
giustizia a modi, consuetudini, proiezioni, valori riconducibili
alla cultura di riferimento, in quelle che vengono dette cornici
idealizzate, connotate sia positivamente che negativamente.

In tutte le società occidentali esistono, almeno tendenzialmente,


tanto un repertorio informale di comportamenti che un repertorio
formale riservato alle occasioni in cui viene data la rappresentazione.
Il repertorio da retroscena comprende il chiamarsi a vicenda per
nome, decidere collettivamente, imprecare, fare espliciti commenti
a sfondo sessuale, mugugnare, fumare, vestirsi in modo trasandato,
star seduti o in piedi in posizioni scomposte, usare termini dialet-
tali o errati, borbottare e urlare, avere scherzose manifestazioni di
aggressività o di presa in giro, dar prova di trascurare la presen-
za del prossimo con atti secondari ma potenzialmente simbolici,
coinvolgere se stessi in atti fisici secondari come cantarellare, fischia-
re, masticare, rosicchiare, ruttare o avere flatulenze. Il repertorio
da comportamenti da ribalta non può comprendere tutto ciò (e
in un certo senso ne è quindi l’opposto). In generale, quindi, il
comportamento da retroscena è quello che permette atti secondari
che facilmente possono esser presi come segno di intimità e man-
canza di rispetto nei confronti degli altri presenti e del territorio,
mentre il comportamento da ribalta è quello che non permette atti
potenzialmente offensivi. Si può osservare che il comportamento
da retroscena possiede quello che gli psicologi potrebbero chiamare
un carattere <regressivo>. (Ibidem, )

Nei flash mob, troviamo una discreta serie di quelli che


Goffman elenca come comportamenti da retroscena.
Nei pillow fight si ingaggia una battaglia di cuscini che rie-
cheggia scaramucce scherzose di natura adolescenziale con
tanto di alone “regressivo”; nei frozen flash mob le persone ri-
 . Corpi che comunicano

mangono assolutamente immobili, congelate per l’appunto,


quasi a voler simulare la scomparsa dell’anello sociale che at-
tornia l’individuo, azzerando ogni relazione; nei silent rave i
partecipanti si radunano ognuno con il proprio lettore musicale,
ballando completamente in silenzio la propria musica, ovvia-
mente differente da quella degli altri: un isolamento simulato
che consente ad ognuno di assaporare l’esperienza musicale,
dando senza vergogna alcuna libero sfogo al canale che meglio
ne interpreta le sfumature: il corpo.

... Selfie: autoscatto ergo sum

Il corpo libero è una scoperta – di cui non si ha chiara consape-


volezza – della Rete, un sistema di produzione e circolazione
cognitiva che tuttavia si è sempre avvalso degli strumenti, dei
simboli e della metodologia importata dal mondo scritturale.
La moda dilagante dei cosiddetti selfie indica ancora una
volta il desiderio irresistibile di portare la propria identità-corpo
in un circuito condiviso e interattivo: una sorta di grossolano
autoritratto eseguito in tempo reale.
È stata ribadita in più momenti la sottile dinamica di estro-
missione delle identità istruita dalle reti: chi non si appoggia ai
canali utilizzati non esiste, chi non partecipa non esiste, chi non
ha un suo profilo non esiste. Non esiste.
Il produttore di comunicazione, esautorato nella sua cor-
poreità, messo in dubbio nella identità che proclama, prova
a se stesso prima che ai suoi compagni incorporei, che egli è.
Lo specchio, metafora della vanità, dell’incertezza, del deside-
rio mai appagato, del dubbio perpetuo, trova nell’autoscatto
condivisibile un suo alias virtuale, ma spendibile.
In una fotografia ritratto, la propria identità è organizzata
e filtrata secondo un occhio esterno, quello del professionista
che “mette in posa”, sistema, acconcia, dispone, fuoriuscendo
un prodotto estetico ed iconico che è frutto di una idea di
quanto rappresentato. I corpi sono contenuto di questa idea
resa immagine.
. Corpi nella rete 

La logica narrativa e simbolica del selfie non si compone di


una idea, non concede la presentazione ultima e sintetica di
uno story-telling personale. Certifica solamente il corrispettivo
fisico di un ego virtuale, un ossimoro difficilmente componibile.
La macchina fotografica è costituita da un obiettivo estroflesso
che cattura e intrappola la realtà circostante, settorializzandola,
decontestualizzandola, sezionando espressioni, giochi, sorprese
in un momento che non avrà fine.
Nel selfie l’obiettivo introflette la sua natura. Non racconta
un’immagine bensì testimonia la verità dell’immagine scaturita,
la sua corporeità diffondendola nel circuito popolato di tanti
ego virtuali a caccia di certificazione fisica: una rassicurazione
psicologica e personale, più che un atto di condivisione sociale.
Il selfie non fa uso di un obiettivo, è uno specchio che ritrae,
fermandolo, ciò che rimanda e lo diffonde. È un dialogo inte-
riore prima che un messaggio sigillato in una bottiglia e fatto
galleggiare alla deriva nel mare interconnesso.
Secondo Baudrillard si è istituita una sorta di legame “magi-
co” tra realtà e rappresentazione, dove l’una non precede l’altra
bensì sono generazioni di un unico presente, laddove la ripro-
duzione è testimone rassicurante della realtà: un’inversione di
tipologie logiche.
Nel selfie, l’immagine catturata è più reale del modello in
quanto significa più del primo, attesta un esserci e un poten-
ziale relazionale di cui la persona senza l’ausilio dello scatto
immortalante, è sprovvista.

Lo stadio del video ha sostituito lo stadio dello specchio. Non si


tratta più di narcisismo. E si ha torto di abusare di questo termine
per descrivere l’effetto di cui stiamo parlando. E difatti non è un
immaginario narcisista che si sviluppa intorno al video o alla stereo-
cultura, è un effetto di autoreferenza e perdita d’occhio: non si tratta
di una sfera narcisista con tutti i suoi effetti di profondità, è un corto
circuito che riporta immediatamente lo stesso allo stesso e lo fissa
su di sé.
È l’effetto speciale del nostro tempo. Come l’estasi della foto
Polaroid: avere quasi simultaneamente l’oggetto e la sua immagi-
 . Corpi che comunicano

ne [. . . ]. È un sogno. È la materializzazione ottica di un processo


magico. La foto Polaroid è come una pellicola estatica caduta dal-
l’oggetto reale. Può darsi che si abbia questo bisogno di rivedersi
instancabilmente in video solo perché si è così stupefatti, o incerti,
di esistere.
È sempre lo stesso tentativo disperato di identità immediata a
essere in gioco nell’immenso videogame della cultura moderna.
Non abbiamo più il tempo di cercarci un’identità negli archivi, in
una memoria, in un passato, e tantomeno in una prospettiva, in
un progetto, in un avvenire. Ci serve una memoria istantanea, una
fissazione immediata, una specie di identità pubblicitaria, che possa
verificarsi (e d’altronde esaurirsi) in un istante. (Baudrillard, ,
-)

Per contro, è opinione del fotografo Ferdinando Scianna che


i selfie segnino la fine della fotografia e del ruolo del fotografo in
quanto autorità dell’immagine. Il professionista della fotografia
è deputato a scegliere, a selezionare fra una serie di immagini
quella che intende proporre e poi conservare: in questo senso
la fotografia è memoria di un gesto, di una relazione, di una
volontà. L’attuale smodata bramosia di fotografarsi non fa che
banalizzare e mettere in crisi quest’opera selettiva.
Grazie ad una tecnologia relativamente economica e acces-
sibile ai più, tutti sono fotografi di se stessi, tutti ambiscono alla
diffusione del proprio sé certificato. Eppure, sostiene Scianna,
la fotografia è la prima ad essere colpita dall’“eccesso del suo
successo”. Perde il contatto con il reale e rischia di precipitare
nel non senso.
Tutti subiamo il potere delle immagini; le immagini, e ap-
punto in primo luogo il selfie, ci obbligano a produrre una
nuova identità per ognuno di noi; ci fanno scivolare in una
post realtà. Di sicuro le fotografie serviranno sempre meno
per documentare e per identificare. Si ridurranno ad un gioco
estetico, in cui il voler essere (il voler far sembrare) prevarrà
sempre sull’essere (Scianna, ).
. Corpi nella rete 

.. Il digitale irreversibile

In questo senso il ruolo attuale del corpo è assolutamente


sganciato dalla scrittura, dalla testualità alfabetizzata.
In una cultura alfabetica, il corpo manteneva un rango, citan-
do ancora una volta Jousse, “algebrosato”, votato alle esigenze
imprescindibili dell’alfabetismo, era attore in una rappresenta-
zione orchestrata dall’alfabetizzazione.
L’oralità e tutto ciò che essa rappresenta si è prosciugata,
l’ordine istituito dalla parola orale nella “geometria degli accadi-
menti sociali” si è estinto, è svanito, quasi come una appendice
inutile che la spietata e ineluttabile logica dell’avvicendarsi delle
tecnologie comunicative, una sorta di darwinismo dei codici,
ha ritenuto di sacrificare senza troppi rimpianti.
Il mondo relazionale della cultura occidentale è in preda a
perenni interruzioni: le cerchie relazionali sono segmentate,
frattali, scomposte; i tempi sociali, una accozzaglia di attività
frenetiche che si rincorrono, in gara l’una con l’altra. È il tempo
monocronico nella sua forma più compiuta ed estremizzata.
Il cosiddetto “cerchio caldo comunitario”, a dispetto dei
termini “legame” e “relazione”, proposti con regolarità os-
sessiva, a testimoniare l’urgenza di una proprietà fondamen-

. Il tempo monocronico, detto anche M-Time, rappresenta un vissuto tempo-


rale caratteristico delle culture europee, occidentali, tecnologicamente avanzate: la
giornata è scandita secondo segmenti temporali spezzati e attività in sequenza. Tutto
è accuratamente programmato e stilato in agenda, impegni e attività si susseguono
uno dopo l’altro senza accavallamenti o confusioni di sorta. In genere l’inattività
è percepita come un vuoto da riempire e il tempo libero è organizzato in modo
scrupoloso. Si tratta di un modello culturale considerato, grossolanamente parlando,
efficiente ma dotato di un potenziale nevrotizzante. Al M-Time si accosta il P-Time,
tempo policronico, modello radicato nella pratica culturale di Paesi in cui vige un
senso collettivistico della società. America Latina, Africa, Sud-Est asiatico rappre-
sentano aree geografiche in cui è possibile riscontrare un senso del tempo incline
a condurre molte attività contemporaneamente e poca attenzione nei confronti di
quello che gli occidentali definiscono un appuntamento. Il margine di tolleranza per
quanto riguarda ritardi e dilazioni è infatti alquanto ampio, cosa che contribuisce a
ritenere tale modalità inefficiente e poco congrua ai ritmi di culture particolarmente
devote alla puntualità e all’organizzazione programmata di lavoro e relazioni sociali.
Si confronti Hall (, ).
 . Corpi che comunicano

tale del tessuto sociale, è un istituto difficile da riproporre;


è anche un concetto la cui comprensione si fa sempre più
stentata.

La parola “comunità”. . . emana una sensazione piacevole, qualunque


cosa tale termine possa significare. “Vivere in una comunità”, “far
parte di una comunità” è qualcosa di buono. Quando qualcuno esce
dalla retta via, spieghiamo spesso la sua condotta insana dicendo
che “frequenta cattive compagnie”. Se qualcuno conduce una vita
miserabile, piena di sofferenze e priva di dignità, subito accusiamo
la società, i criteri con cui è organizzata, il modo in cui funziona. La
compagnia o la società possono anche essere cattive, la comunità no.
La comunità – questa è la nostra sensazione – è sempre una cosa
buona. (Bauman, , )

Le relazioni, seppur calate in contesti denominati a vario


titolo, collaborativi, relazionali, peer to peer, rimangono linee
spezzate, rapporti uno a uno; il feed back è sempre puntiforme
anche se magari agito e corrisposto all’interno di una sfondo
corale, fiore all’occhiello dei social network e in genere delle
comunicazioni interpersonali telematiche.
Il cerchio caldo telefonico era mediato dal telefono fisso.
Questo strumento disciplinava le modalità di accesso e di in-
trusione entro il contesto familiare. Gli adulti rispondevano,
chiamavano, prendevano appunti, rendevano conto delle as-
senze dei familiari, l’accesso era pure regolamentato da norme
di buona educazione ora superflue che tendevano a ricalcare la
sequenza di vita, scandita in tempi di lavoro, riposo, ricreazione
della famiglia tipo.
Il telefono fisso rappresentava il maggiordomo più tipico di
una famiglia inserita in una oralità secondaria: fatta di regole,
gerarchie, tempi, silenzi, presenze, assenze e mediazioni di
queste ultime. Vi erano accluse precise responsabilità. Il tele-
fono cellulare in quanto mobile, in quanto personale, non ha
limiti, né barriere, è soggetto ad una ferrea logica, digitale fino
all’osso: acceso o spento; acceso se l’interlocutore è disponibile,
spento se non lo è.
. Corpi nella rete 

A ben vedere, il trionfo dell’individualismo sembrerebbe


essere una vittoria di Pirro. Sebbene si tratti dell’unica o ul-
tima ideologia superstite a godere di credito e buona salute,
rimane una battaglia i cui costi di sostentamento si rivelano ol-
tremodo onerosi e le cui ricadute a livello psicologico, emotivo
e relazionale rappresentano altrettanti strappi sempre meno
sanabili.
Come detto in precedenza, non è il parlato a dovere essere
riabilitato e reintegrato nei nostri circuiti relazionali, ma è il
corpo ad emettere fisicamente i segni tangibili di quella stessa
parola. Non ci manca il parlato, ma la voce, non l’udito, ma
l’orecchio.
L’ordine della parola orale non è più ricreabile, nemmeno se
ci si riferisce all’oralità secondaria; anche quella è atrofizzata co-
me un organo da tempo in disuso, e forse la disperata nostalgia
riguarda qualcos’altro. Probabilmente si tratta della mirabolante
coralità promessa dalla Rete, la sua istantaneità, l’illusione di
democraticità come presidio delle libertà civili e politiche. Non
si dimentichi quanto peso ha avuto la rete nella competizione
elettorale, oltreoceano attorno al Presidente statunitense Ba-
rack Obama e in Italia nella fondazione del Movimento a  stelle
che, seppure anomalo nel panorama politico, rappresenta un
fatto di costume, culturale, la cui portata rimane significativa.
Le comunità orali non sono comunità anarchiche, non oriz-
zontali, ma verticali e spesso non molto democratiche, con
rilevanti forme di controllo sociale e un senso dello spazio pri-
vato estremamente labile. L’oralità infatti è gerarchia, la Rete
no e questo le dona un indiscusso fascino. La rete è inoltre acca-
vallamento, sovrapposizione di “voci”, modalità poco efficace
in un consesso orale.
Tutto questo crea una situazione paradossale: la cultura di
rete a più riprese invocata è individualistica e condivisa allo
stesso tempo.
Il sapere è certamente declinato in forma orizzontale, frutto
di una operazione simbolica di sapore misticheggiante che
esautora la verticalità a tutto vantaggio dell’orizzontalità:
 . Corpi che comunicano

La nuova matrice è orizzontale, a misura d’uomo. Grazie alla figu-


ra della rete scompare la verticalità divina. La transizione sociale
sostituisce la questione della mediazione fra terra e cielo. La ma-
trice teologica era ordinata verticalmente, gli uomini “sotto”, dio
“sopra”. [. . . ] L’irreversibilità del tempo e del progresso permettono
di rovesciare la verticalità divina e prendono il posto del rapporto
gerarchico irreversibile uomini/Dio. (Musso, , )

Con alcune osservazioni: la disposizione su di un unico


piano non è sinonimo di libertà; libertà non necessariamente si-
gnifica disordine e il filtro non significa censura. L’orizzontalità
del sapere rischia di confondere le priorità.
Capitolo III

Il corpo e il contesto in cui agisce

: .. La trasmissione culturale,  – .. Comunicazione


non verbale. Fisicità dell’inconscio culturale,  – .. Il corpo
taccuino di memoria e identità,  – .. Linguaggio e contesto:
relazione subordinata o paritaria?,  – .. Contesto e culture.
Una cultura “a media contestualizzazione”,  – .. Cronemica:
tempo lineare, sovrapposto e la memoria come costruzione
della realtà, .

.. La trasmissione culturale

La cultura non sopravvive se non viene comunicata. Ciò im-


plica che l’opera di trasmissione avvenga secondo molteplici
canali e modalità. L’aspetto esplicito, pubblico, necessariamen-
te condiviso richiede un veicolo di produzione e divulgazione
che ricalchi analoghe modalità espressive: a tal fine il linguag-
gio in forma sia scritta che orale è deputato alla propagazione
delle forme marcatamente simboliche dell’assetto culturale di
riferimento.
Tuttavia, come ben evidenziato da Hall, il terreno della co-
municazione non verbale, regno della sfumatura, dell’ambigui-
tà, refrattario ad essere contenuto in strutture istituzionalmente
organizzate, offre un codice, pur fortemente equivocabile, con-
gruo a rappresentare ciò che nella cultura appare orientato non
tanto al contenuto quanto alla relazione.
La comunicazione non verbale interpreta e rappresenta il
luogo entro cui prende vita l’inconscio culturale che, diver-
samente da quello personale, è appreso in modo informale
attraverso l’imitazione.


 . Corpi che comunicano

Non si tratta affatto di sottolineare una tanto retorica quanto


abusata “spontaneità” della comunicazione non verbale, bensì
di sostenerne l’importanza in quanto nucleo anticipatorio ad
ogni forma di socializzazione culturale.
A vario titolo si è cercato di descriverla in modo tale da
rendere perspicui il suo ruolo e le sue funzioni: Sapir ha definito
la comunicazione non verbale come un “codice elaborato” che
non è scritto in alcun luogo, non è conosciuto da nessuno, ma
è compreso da tutti, in questo conferendole dunque il rango
di struttura autonoma e organizzata, in nulla mero pleonasmo
della verbalità.
Per Hall essa rappresenta l’assorbimento muto di ogni fe-
nomeno culturale, la sua “dimensione nascosta” (), il “lin-
guaggio silenzioso” ().
Ancora una volta affiora il legame vincolante che congiunge
cultura e modalità espressiva. Hall osserva che il lato tacitamen-
te acquisito della cultura include una vasta gamma di pratiche
e di soluzione ai problemi che originano dalle esperienze con-
divise della gente comune. Ne consegue che se le persone non
si attengono a queste invisibili e fondamentali regole di com-
portamento e di comunicazione risulta pressoché impossibile
far funzionare la cultura.
La cultura è dunque sistema vivente e pulsante, bisognoso
di individuare una vasta gamma di canali espressivi e impiegarli,
pena il rischio di escludere dalla sua memoria storica pratiche,
comportamenti, convenienze che mal si prestano ad essere
contenute entro un codice esplicitamente simbolico.
La cultura è infatti
fenomeno implicito e non verbale dal momento che gli aspetti della
propria cultura sono appresi attraverso imitazione e osservazione
più che istruzione o l’espressione verbale esplicita. Il livello di base
della cultura è comunicato implicitamente, senza consapevolezza,
principalmente attraverso mezzi non verbali. (Samovar, Porter, )

In questo senso il corpo rappresenta l’oggetto fisico più ap-


propriato nel rivelare che la messa in atto di movimenti, gesti,
. Il corpo e il contesto in cui agisce 

espressioni, sguardi rappresenta un momento fondamentale


dell’appartenenza alla pratica culturale sia concreta che simboli-
ca e non una momentanea esternazioni di un soggetto in balìa
del contesto e della personale emotività.
I movimenti del corpo, la postura, l’espressività di ogni suo
componente rappresentano dunque un modello, una mappa
profonda solo in apparenza agita secondo contingenze improv-
vise e improvvisate, frutto di una interiorizzazione culturale
precocissima, estremamente efficace proprio perché in larga
misura inconsapevole.
Il corpo è dunque teatro e palcoscenico della rappresenta-
zione culturale.
I corpi culturali sono oggetti segnati, agghindati, espressivi,
loquaci, muti. . . .
Il corpo non è soltanto tramite attivo della cultura ma fon-
datore e prosecutore della stessa. Un segnale complesso, con-
traddittorio, ma inequivocabile nella sua pregnanza.
Al di là della cultura materiale prodotta, dei testi scritti,
delle registrazioni, dei monumenti, delle opere d’arte, il corpo
rimane cultura vivente, cultura in atto.

.. Comunicazione non verbale. Fisicità dell’inconscio cul-


turale

La grande valenza della comunicazione non verbale è sostenuta


attraverso considerazioni ovvie e talora banali assieme ad una
serie di riflessioni che ne fanno affiorare la natura sensibile e
cangiante, emblema compiuto della complessità del rapporto
interpersonale.
In primo luogo difficilmente può essere evitata (Rogers,
Steinfatt, ); secondariamente, avviene in un momento che
precede l’espressione verbale e in virtù di questa sequenza,
logica e cronologica, è ritenuta maggiormente veritiera poi-
ché legata alla sensazione percettiva della “prima impressio-
ne”, ambigua certo, soggetta molto spesso ad abbagli e biso-
 . Corpi che comunicano

gnosa di successive correzioni, ma pur sempre di imprinting


particolarmente intenso.
Rappresenta molto frequentemente fonte di equivoci, in-
comprensioni, soprattutto quando la competenza verbale si
dimostra inadeguata, insufficiente o distorta: questo avviene
soprattutto in condizioni di interculturalità e nel caso di gestua-
lità simbolica, un tipo di cinesica molto vicina alle regole del
digitale , in quanto ad un gesto è associato un significato certo,
ma soltanto all’interno di una data cultura: in diversi contesti
culturali il medesimo gesto può assumere significati addirit-
tura opposti e pertanto far emergere momenti di imbarazzo,
incomprensione o, peggio, irreparabile offesa.
Tra le numerose funzioni, viene annoverata quella prosodi-
ca (Cheli, , ): questa consiste nella capacità di rafforzare il
senso della verbalità , chiosando, contraddicendo, enfatizzando,
negando, specificando quanto affermato “a parole”, conferendo
all’interlocutore una decodifica del messaggio maggiormen-
te ricca di dettaglio, nonché l’opportunità di “leggere fra le
righe” il testo verbale (funzione espletata in modo specifico
dal livello di metacomunicazione in grado di commentare il
piano del contenuto grazie alle indicazioni fornite sul piano
della relazione).
In realtà la comunicazione non verbale non detiene il sempli-
ce ruolo di far comprendere in modo più chiaro quanto emesso

. A differenza di un sistema comunicativo cinesico la Lingua dei Segni rappre-


senta un sistema linguistico che necessita di un apprendimento articolato. Data la
peculiare funzione, questo tipo di comunicazione non possiede componenti ambi-
gue o soggette ad una libera interpretazione. I segni emessi hanno un significato
proprio e sono formati secondo un codice che rispetta precise regole sintattiche,
attraverso un lessico ricco, complesso e unità gestuali scomponibili in unità più
piccole dotate di significato autonomo. Il fatto che la Lingua dei Segni si declini in
tutta una gamma di varianti regionali, culturali, persino dialettali, non la priva di
una connotazione eminentemente digitale. Si confronti sull’argomento Volterra,
; Russo Cardona, Volterra, ; Fontana, .
. Le funzioni della comunicazione verbale sono state individuate dal linguista
Roman Jakobson in: emotiva, legata all’emittente; fàtica, legata al canale; conativa,
legata al destinatario; poetica, legata al messaggio; metalinguistica, legata al codice;
referenziale, legata al contesto ( Jakobson, ).
. Il corpo e il contesto in cui agisce 

dal canale verbale, bensì possiede una valenza assolutamente


autonoma e per certi versi sganciata dal parlato.
La cinesica, il movimento del corpo partecipa infatti attiva-
mente alla produzione del discorso conferendo un addizionale
semantico cui la sola oralità non è in grado di provvedere: se im-
mobilizziamo una persona, bloccando il suo corpo, contenendo
l’ampiezza dei suoi gesti, riducendo la loro dinamica, rallen-
tandone la velocità, non ci troveremo di fronte ad un parlante
semplicemente impedito nella espressione corporea, ma un
individuo limitato anche nella produzione orale, alterandone
qualità, accuratezza, significato.
In una condizione di afasia, di mancanza cioè di parola, si
riscontra simultaneamente la scomparsa del linguaggio non-
ché dei gesti iconici associati. Pertanto è più che ragionevole
affermare che l’apporto della non verbalità non è di natura
ridondante rispetto a quanto offerto dal messaggio verbale, ma
conferisce un valore aggiunto fondamentale ai fini della dina-
mica comunicativa. Se ne deduce pertanto che, con tutta pro-
babilità sia il gesto che la parola siano generati dalla medesima
rappresentazione mentale e pianificati dal medesimo proces-
so cognitivo nonché orientati verso una medesima intenzione
comunicativa (Anolli, ).
Per quanto concerne l’universalità delle espressioni, sono
disponibili diverse teorie che sottolineano da un lato l’impor-
tanza genetica, ereditaria quindi, innata, del moto espressivo
e all’estremo opposto visioni che invece ne evidenziano la co-
genza culturale conseguita attraverso modelli di imitazione,
apprendimento, contestualità, per questo dette costruzioniste o
costruttivistiche (Averill, ; Harré, ; Mandler, ).
La visione maggiormente deputata alla mediazione degli
estremi riconosce un’universalità transculturale in alcuni moti
espressivi causati da sollecitazioni quali spavento, odore sgrade-

. La gestualità si riduce secondo lo schema fornito da Ekman e Friesen ()


in gesti: simbolici o emblemi; illustratori (deittici, bacchette), indicatori dello stato
emotivo, regolatori della interazione, gesti di adattamento.
 . Corpi che comunicano

vole, forte rumore, ma incardina la gamma delle altre espres-


sioni in una prospettiva contestuale, ammettendo una base
comune che però viene declinata nelle varie culture in modalità
variabili per ampiezza, intensità e pertinenza.
La teoria dei programmi affettivi, detta anche programma
espressione facciale (Ekman, , ; Izard, , ; Pank-
sepp, ) sviluppatasi intorno agli anni Sessanta, fornisce una
idea categoriale delle emozioni (Anolli, ) e si colloca su
una prospettiva orientata ad una configurazione darwinista-
evoluzionista che concepisce le emozioni in qualità di matrici
in grado di conferire adattamento e flessibilità all’uomo nei
confronti dell’habitat e delle sue sfide (Plutchik, ).
Secondo tale visione, ogni emozione di base è regolata da
uno specifico “programma affettivo nervoso” che si attiva nel
momento in cui una determinata condizione ambientale viene
avvertita come rilevante ai fini della sopravvivenza (situazioni
di pericolo, esplorazione territoriale, protezione, attrazione per
potenziale partner ecc.). Il meccanismo è ritenuto universale e
invariante. Scatta in modo sequenziale, involontario e automa-
tico dando origine a specifiche espressioni motorie, comporta-
menti ed esperienze emotive, postulando inoltre una sorta di
isomorfismo tra emozione ed espressione facciale.
La coeva teoria dell’appraisal (Arnold, ; Frijda, , ,
, ; Lazarus, , ; Scherer, , , ) intro-
duce, seppur cautamente, la variabilità e l’importanza della
condizione ambientale vista non soltanto come puro stimolo
per una mutata situazione neuro-vegetativa prodotta in seguito
alla necessità di rispondere efficientemente all’ambiente cir-
costante, ma come elemento fondamentale nel processo di
apprendimento. Le emozioni sono suscitate in seguito ad atti di
conoscenza (cognition) e di valutazione (appraisal) della situazio-
ne in riferimento agli scopi del soggetto senziente. Ne consegue
. Vi sono sei emozioni ritenute fondamentali: gioia, paura, collera, tristezza,
rabbia, disgusto; le emozioni secondarie hanno origine da particolari combinazioni
di quelle di base, una sorta di miscellanea sulla scorta della teoria “della tavolozza”
(Anolli, ).
. Il corpo e il contesto in cui agisce 

che il percorso emotivo è fittamente intrecciato a processi di


natura cognitiva in cui l’attivazione emotiva implica sempre e
comunque una profonda elaborazione a livello cognitivo della
situazione che si sta verificando.
L’importante corollario di questa impostazione teorica è
che il corredo emotivo sia suscettibile di essere modificato
quando si modificano i significati e i valori di riferimento dati.
Le emozioni seguono una dinamica dipendente dall’assetto
culturale in cui l’individuo è inserito e la loro morfologia muta
in conseguenza a variazioni di questo stesso.
Il significato attribuito ad uno stimolo, in quanto mediato da
una veloce ma accurata stima della situazione, non può darsi
come unico e dato una volta per tutte, ma cambia a seconda
del contesto: il meccanismo appare dunque altamente flessibile,
potendo una medesima emozione venire suscitata da stimoli
diversi e, simmetricamente, un medesimo stimolo innescare
emozioni diverse.
Una impostazione più recente (anni ’-’), di cifra co-
struttivistica, converge sull’importanza attribuita ai fattori am-
bientali e contestuali; ricade pertanto nel dominio di ciò che è
suscettibile di apprendimento, nel culturale quindi, in ultima
istanza.
Le emozioni vengono ad essere costrutti delineati per via
sociale e culturale, processi coordinati e appresi allo scopo di re-
golare le interazioni sociali più che a garantire la sopravvivenza
biologica. Esse sono depositate e registrate nel corredo mne-
monico e rappresentano un repertorio di modelli per suggerire
gli standard di una condotta promossa e socialmente condivisa,
acquisiti in modo preminente, anche se non esclusivo, attra-
verso l’educazione familiare e scolastica. Le emozioni dunque
concorrono alla creazione di un insieme socialmente atteso di
risposte e contegni.
Le considerazioni fatte per quanto concerne la prospettiva
dell’appraisal, vengono in questo caso amplificate nella certezza
che sia proprio l’habitat culturale a tratteggiare non solo portata
e profilo della varianza emotiva, ma a determinare il giudizio
 . Corpi che comunicano

sociale con cui viene accolta e in fin dei conti stigmatizzata una
esternazione emotiva.
È pertanto ovvia l’importanza culturale che rivestono le
emozioni e la valenza positiva o negativa attribuita cultural-
mente a queste stesse. Il modo attraverso cui viene percepita
l’espressione emotiva, direttamente dipendente dal giudizio
che la società dà nei confronti di colui che ne è portatore mani-
festo è discorso correlato al valore e alla sua varianza nel tessuto
culturale.
Le oscillazioni nel giudizio dipendono in larga misura da
quanto un dato tipo di indole comportamentale è funzionale
al mantenimento della base culturale. La timidezza può essere
considerata un pregio e come tale venire incoraggiata o racco-
mandata entro un assetto culturale che promuove un’immagi-
ne estremamente contenuta, poco vistosa, non molto loquace,
introspettiva.
Può essere invece connotata negativamente, alla stregua di
un difetto, di una carenza cui porre rimedio anche terapeutico,
in configurazioni socio-culturali di natura individualistica, con
prominente immagine di sé, volontà di ascesa sociale, credenza
che ognuno venga premiato per il suo contributo a prescindere
dalle tradizionali qualità ascrittive cioè conferite dalla nascita o
biologicamente, quali origine di classe e status, genere, età o
altro.
La variabilità dei valori in un assetto culturale è un tipo di
argomentazione assai dibattuta che ha conosciuto il contributo
di svariate discipline e indirizzi di pensiero nel tentativo di supe-
rare la zona grigia esistente fra gli estremi dell’universalismo
e del relativismo, entrambi cassati perché scarsamente fondati
e eccessivamente vaghi, astratti, al limite di una intellettualità
totalizzante o nichilista.
Non può darsi una gamma infinita di valori possibili, non
fosse altro perché la configurazione valoriale risponde alla ne-
cessità di trovare una soluzione ai dilemmi che puntualmente
si presentano nella complessità delle interazioni umane. Pro-
prio perché limitato è il numero dei “dilemmi”, delle “aporie”
. Il corpo e il contesto in cui agisce 

che l’uomo si trova a dover fronteggiare e risolvere, altrettanto


limitato è il bacino di soluzioni prospettabili.
Tuttavia queste stesse soluzioni possono essere di natura as-
sai fantasiosa e quel che è più interessante, mutare radicalmente
con il passare del tempo.
La considerazione di ciò che è bene e male segue questo
genere di percorso. Anche in ambito giuridico la decisione di
perseguire o meno determinate azioni soggiace ad un criterio
molto più contestuale e contingente di quanto normalmente
si ritenga. Uno stesso atto è suscettibile di venire penalizzato,
depenalizzato o addirittura accolto con favore a seconda del
contesto storico/sociale e culturale in cui è compiuto .
Alcuni generi di comportamenti si prestano più di altri a
ricevere una sanzione, un controllo non strettamente giuridi-
co ma ragionato ad opera del “senso comune”, un silenzioso
ma potente monitoraggio sociale di tipo informale, dall’anda-
mento incostante e non ben prevedibile. Questo vale in modo
particolare per concetti quali onestà, pudore, successo, aggressi-
vità, cornici simboliche per azioni che non è possibile bollare
tout court come positive o negative, ma che acquistano senso
etico e quindi facoltà di essere condannate o incoraggiate solo a
partire da un terreno multiforme, fatto di convenienza, utilità e
soprattutto autoconservazione culturale.
Il senso comune consiste nella capacità di fagocitare nella sua
forza semplificatrice l’intero ammontare di conoscenza scienti-
fica di volta in volta al centro dell’attenzione, eppure si presenta
in modo diverso a seconda della cultura cui si rivolge poiché
diversi sono i sistemi di conoscenza, gli ambienti di riferimento,
le scorciatoie esplicative da cui i membri della società attingono
(Piccone Stella, Salmieri, ). Tali rappresentazioni sociali

. Entro la cultura islamica, ad esempio, la shari’a individua cinque generi


normativi di azione: obbligatoria, la cui omissione comporta una sanzione; racco-
mandata, la cui omissione non è punibile; lecita; biasimevole, ma non per questo
soggetta a sanzione; tassativamente interdetta (haram) e condannata secondo legge. In
questa ultima categoria rientrano i cosiddetti crimini hudud, i più gravi, contemplati
dal diritto penale.
 . Corpi che comunicano

servono a non far pensare, a trasformare la pratica del pensiero


riflessivo in una abitudine irriflessa (Santambrogio, ).
Si tratta quindi di una forma di sapere che mutua dalla cono-
scenza scientifica in modalità banalizzante e generica, incorpo-
rato in pratiche sociali e norme di vario genere, assurto a vero
e proprio “sistema culturale” (Sciolla, ) con cui è sempre
necessario fare i conti.
In tal senso appare più che comprensibile lo sforzo profuso
dalla scienza giuridica nel circoscrivere e interpretare concet-
ti assai rarefatti, ma non per questo meno vincolanti, quali
“buon padre di famiglia” e “comune senso del pudore” che
suggeriscono grande attenzione e prudenza nell’applicare ad
una fattispecie concreta un criterio per sua natura generale e
astratto ma al medesimo tempo profondamente contestuale.
Comportamento, espressione, stato emotivo, interpretazio-
ne e valenza etica appartengono a circuiti dalla fisionomia estre-
mamente complessa e irriducibile a visioni riduzioniste in cui
nozioni mediche, biologiche e genetiche si confrontano con
considerazioni di natura filosofica e umanistica senza giungere
mai ad uno stabile compromesso. Sapere empirico, logico ed
intuitivo si presentano costantemente interrelati e, nonostan-
te la momentanea prevalenza dell’uno sull’altro, sono in ogni
tempo e luogo soggetti al potere categorizzante del sostrato
culturale.
La capacità di discernere la portata simbolica di un gesto,
un silenzio, un sorriso, uno sguardo all’interno di diversi para-
digmi culturali è fondamentale quando si considera l’apparato
comunicativo non verbale come matrice di una serie di im-
portanti processi che riguardano in eguale misura mittente e
destinatario.
La comunicazione non verbale si fa codice estremamen-
te complesso la cui lettura richiede l’interazione combinata
di molteplici variabili: essa è allo stesso tempo sintomo della
pulsione emotiva in atto, ostensione, svelamento dunque di
una determinata espressione comunicativa, di natura sia volon-
taria che involontaria, nonché stimolo per l’interlocutore ad
. Il corpo e il contesto in cui agisce 

interpretare, riconoscere, codificare il segno riportandolo nel-


l’alveo dei significati condivisi nonché nel personale bagaglio di
conoscenze ed esperienze possedute.
Il gesto, il sorriso, lo sguardo, la postura, molti dei minu-
tissimi movimenti appena percettibili, ma vincolanti nell’e-
conomia dell’interazione, configurano non soltanto il corpo
quale “teatro emotivo”, ma lo rendono artefice di un cangian-
te equilibrio in cui attivazione del segnale e riconoscimento
di questo stesso concorrono a cesellare la delicata intelaiatura
della comunicazione interpersonale.
La comunicazione non verbale è dunque attivazione di uno
stato emotivo, ma anche, e talora soprattutto, un appello di
relazione nella misura in cui essa verrà efficacemente percepita,
riconosciuta, connotata.
Per quanto riguarda la produzione espressiva è stata ar-
gomentata una correlazione fra provenienza culturale e di-
sinvoltura nell’ostendere un determinato tipo di dinamica
espressiva.
David Matsumoto, le cui ricerche vanno ricondotte alla
prospettiva sostenuta da Ekman, incline alla sinergia fra predi-
sponenti innate e acquisizioni culturali , tende a ricercare un
nesso fra visibilità espressiva e innatismo. Lo comproverebbero
le ricerche effettuate su alcune immagini che testimoniano l’a-
nalogia di espressione fra atleti vincitori non vedenti rispetto
a quelli vedenti (Matsumoto, Willingham, , ): tutto
ciò, secondo Matsumoto, deporrebbe a favore di una naturalità
dell’espressione umana, di una attivazione spontanea e involon-
taria di alcuni muscoli facciali al di là dell’apprendimento, ipo-
tesi suffragata dal fatto che una persona privata della vista non
è nelle condizioni di imitare un certo tipo di espressione che
pertanto va ricondotta ad una reazione neuromuscolare innata

. Queste le regole di esibizione (display rules) individuate da Paul Ekman:


genuinità, accentuazione, attenuazione, soppressione, camuffamento, simulazione.
Rappresentano una forma di mediazione, di compromesso fra innatismo emotivo
e i limiti imposti dalla cultura di riferimento atti a disciplinare la loro ostensione
enfatica.
 . Corpi che comunicano

verso determinati stimoli, in questo caso gioia, soddisfazione e


trionfo per la vittoria conquistata.
Si tratta comunque di contesti in cui il riconoscimento dell’e-
spressione avviene in circostanze piuttosto esplicite. La valenza
emotiva è chiara, come chiari sono i termini della competizio-
ne e la rappresentazione degli attori sociali: si tratta di contesti
estremamente codificati, scevri da ambiguità sia per quanto
concerne i ruoli, sia per quel che riguarda le possibili interazio-
ni e strategie, sia in ultima analisi per la gamma delle reazioni
attese e le interpretazioni da queste ricavabili.
Il riconoscimento della non verbalità altrui si fa più com-
plesso nel caso in cui gli indizi contestuali, la mappa grazie alla
quale ci si orienta nel dare un senso alle relazioni interpersonali
venga a mancare o presenti un inventario assai scarso.
È ragionevole quindi concludere che anche sul fronte del ri-
conoscimento, oltre che su quello della produzione-attivazione
espressiva, vi è una marcata intrusione del significato culturale.
Una ancor più recente prospettiva sottolinea il fatto che la
natura delle espressioni facciali abbia bisogno di una decodifica
che si genera e si sostiene a partire da informazioni eminen-
temente contestuali. La non verbalità rappresentata viene col-
ta secondo un significato emotivo solo in riferimento ad una
specifica situazione.
Tale visione, definita comprensibilmente “contestualista”,
rimarca a chiare lettere la circostanza per cui gli elementi cine-
sici, in modo particolare quelli inerenti il volto, non vengono
riconosciuti in modo astratto secondo standard stabiliti, ma
in relazione ad un contesto immediato e a regole contingenti
createsi sulla scorta di altrettanto specifici standard culturali. In
questo modo vengono ridimensionate sia l’importanza attribui-
ta alla spontaneità dell’espressione, sia la valenza di una qualche
forma di transculturalità di questa stessa.
In buona sostanza, ciò che emerge è una forma di indessi-
calità delle espressioni facciali la cui completa decifrabilità, in

. “Indessicalità” è un termine utilizzato maggiormente entro la prospettiva


. Il corpo e il contesto in cui agisce 

assenza di un contesto in grado di fornire indicazioni sensibili,


appare impossibile.
Si consideri a tale proposito il cosiddetto effetto Kulesov, dal
nome del regista russo che nel  introdusse il principio di de-
codifica contestuale a partire dal modo in cui vengono montate
determinate immagini: il loro significato agli occhi del desti-
natario varia nella misura in cui ogni immagine è preceduta e
seguita da un’altra capace di orientarne il senso .
Ne consegue che la sequenza in cui è inserita una foto è di
gran lunga più importante della foto presa singolarmente e
soltanto detta sequenza può suggerire il senso complessivo
delle immagini mostrate. Ovviamente questa convinzione
fa del montaggio una strategia manipolativa estremamen-
te potente perché in grado di indurre nello spettatore una
valenza emotiva a partire da una concatenazione pianificata
di elementi in simbiosi fra loro. A ciò consegue che quanto

etnometodologica (Giglioli, Dal Lago, ; Marcarino, ). Con questo termine si
intende il fenomeno per cui ogni descrizione è connessa al contesto della sua produ-
zione e indica generalmente molto di più di ciò che esprime sul piano letterale. Così
come il significato di un enunciato non si esaurisce nel suo contenuto proposizionale,
ma rinvia ad atti, gesti e simboli che definiscono l’intelligibilità delle espressioni,
gli etnometodologi ritengono che non esistano espressioni dotate di un significato
univoco e universale, ma ogni espressione trae senso principalmente all’interno di
una qualche interazione sociale, ha quindi un significato di natura contestuale. Si
confronti Garfinkel, .
. Il regista dimostrò il ruolo fondamentale del montaggio allo scopo di far
percepire l’espressione degli attori in modo coerente rispetto alla linea narrativa
adottata dal regista, illustrando il meccanismo di sintassi filmica. Per acclarare in
che misura le espressioni vengano decodificate in base soprattutto ad un contesto,
quindi ad immagini immediatamente precedenti o seguenti, venne effettuato un
esperimento, di cui peraltro non si hanno testimonianze certe. Questo consisteva
nel proporre in primo piano un attore dall’espressione non caratterizzata, utilizzando
tre sequenze di immagini. Nella prima, dopo il primo piano, veniva mostrato un
piatto di zuppa sulla tavola. Nella seconda, la pellicola del piatto era sostituita con
quella di una donna stesa all’interno di una bara. Nella terza si utilizzò una bambina
intenta a giocare con un orsacchiotto. In seguito, le combinazioni furono mostrate
al pubblico. Gli spettatori ebbero la sensazione che di fronte alla zuppa il viso
dell’attore esprimesse appetito, che di fronte alla bara esprimesse qualcosa di simile
alla tristezza e che di fronte alla bambina esprimesse gioia; ovviamente si trattava
della medesima espressione.
 . Corpi che comunicano

si ascrive a spontaneità e naturalezza risulta pesantemente


messo in discussione.
Lo stesso contesto influenza anche colui che manifesta espres-
sione, in genere occultando pulsioni negative in presenza di un
pubblico ed entro cornici formali, enfatizzando invece quelle
reputate favorevolmente a livello sociale (il cosiddetto “effetto
uditorio”).
È una situazione che si verifica frequentemente anche in
solitudine, ad esempio discorrendo al telefono: l’interlocuto-
re non visto accompagna al parlato gesti, movimenti, sguardi,
espressioni, sorrisi, come si trattasse di una scena rappresentata
per un pubblico attento e curioso, ma. . . inesistente. In virtù di
una istintiva socialità implicita rappresentiamo le nostre perfor-
mance anche in assenza di un pubblico che possa acclamarci o
criticarci.

... La rivoluzione aptica: un tocco senza il contatto

Sia la prossemica che l’aptica rappresentano importanti si-


stemi di regolazione dello spazio quando due o più persone
interagiscono fra loro in una condizione di compresenza e
prossimità.
Per quanto concerne la prossemica, essa rappresenta una
sorta di codice – avente tuttavia una estrema variabilità sotto
il profilo culturale – che indica le distanze ritenute opportune
rispetto alla tipologia di interazione in corso. Il grado di distan-
za che separa le persone cambierà a seconda della situazione,
formale oppure informale, dei ruoli che ciascuno impersona
e in riferimento a tutta una serie di elementi contingenti che
connotano la cornice ambientale dei partecipanti al quadro co-
municativo. L’equilibrio sociale da un punto di vista prossemico,
oltre a variare grandemente da cultura a cultura, oscilla fra due
esigenze imprescindibili: la necessità di vicinanza e contatto che
assicura alla relazione intimità, rilassatezza e fiducia e il bisogno
di proteggere se stessi, frapponendo una linea immaginaria che
divida l’io dal mondo circostante.
. Il corpo e il contesto in cui agisce 

La regia di tali oscillazioni è demandata alla cultura di ap-


partenenza, ma è anche mediata attraverso la gestione della
propria territorialità. Il territorio rappresenta infatti un’area di
azione che assume una varietà di significati psicologici molto
rilevanti.
Occorre distinguere tra territorio pubblico e territorio do-
mestico o privato: nel primo i soggetti hanno libertà di accesso
a patto che rispettino tutta una serie di norme codificate spes-
so in modo esplicito. Il territorio domestico è quello in cui gli
individui sentono di avere, abitualmente, una certa libertà di mo-
vimento. Normalmente il territorio pubblico e quello privato
sono nettamente divisi attraverso confini e barriere fisiche (porte,
muri), legali (il concetto di proprietà privata e le sue applicazioni),
psicologici (reazioni dovute all’invasione di questa sfera).
Come già ribadito, sono riscontrabili notevoli differenze
culturali.
Alcune popolazioni, ad esempio nel nord europeo, sono
caratterizzate da una “cultura della distanza”, in cui gli indivi-
dui frappongono reciprocamente un certo spazio durante le
relazioni interpersonali e spesso si dispongono secondo una
angolazione obliqua e non frontale.
Entro le “culture del contatto” o “della vicinanza” invece si
trovano popolazioni arabe, sudamericane e latine che praticano
una distanza interpersonale ridotta e un confronto assai più
diretto. Non mancano ovviamente situazioni intermedie o
difficilmente ascrivibili all’una o all’altra modalità.
Arabi e Giapponesi tollerano meglio l’affollamento rispetto
a Statunitensi e Europei; i Giapponesi non sono accreditati
come membri di una cultura del contatto, ma l’abitudine di
frequentare ambienti estremamente densi e sovraffollati rende
questo aspetto accettabile perché previsto negli inevitabili rituali
quotidiani di spostamento (metropolitane, strade ecc.)
L’aptica riguarda le azioni di contatto corporeo: toccare un
altro è un atto non verbale primario che influenza la qualità
della relazione, in grado di esprimere diversi atteggiamenti di
natura interpersonale.
 . Corpi che comunicano

In generale, toccare l’altro serve ad acclarare un percorso


affettivo positivo, giocoso, informale; serve altresì a comunicare
una relazione di dominanza poiché, di norma, le persone che
occupano una posizione sociale preminente hanno la libertà
di toccare coloro che sono in una posizione subordinata; non
accade l’inverso (Anolli, , ).
Contatto, disposizione nello spazio, distanze. . . I termini del-
le relazioni mutano anche sotto questo profilo sia da un punto
di vista quantitativo che qualitativo e il corpo esige ancora una
volta il ruolo di protagonista: si è parzialmente già discusso in
merito alla portata e alla direzione di tale cambiamento.
Nel momento in cui il sottile confine della pelle, ultima
estensione del sistema nervoso, sfiora un corpo azzerando le
distanze, emerge una dimensione addizionale in cui è riflessa
la percezione dell’altro.
Si propone una immagine concreta, un po’ naif nella sua
semplicità, ma eloquente: il bambino educato fino a poche
generazioni fa era un bambino che mangiava “bene” dove la
correttezza sia nell’atto del mangiare sia nell’atto dello stare
a tavola a livello sociale era rappresentata soprattutto dal non
sporcarsi e dall’usare correttamente gli strumenti previsti dalla
situazione. Si trattava di un bambino composto, socializzato ad
una manualità controllata attraverso un sistema di educazione
corporea che ne avrebbe fatto un adulto disciplinato, in grado
di riconoscere, comprendere e adattarsi ai contesti, adottando
la condotta maggiormente appropriata e in virtù di questo,
apprezzato nei circuiti di visibilità sociale.
Attualmente tendono ad essere sottolineate non tanto le
capacità di controllo del bambino, quanto le sue potenzialità:
di cogliere, capire, usare adeguatamente gli strumenti che
gli vengono forniti. Il bambino smart ha preso il posto di
quello “educato” e i sottintesi culturali stentano a rimanere
occulti.
Un bambino che dimostra un sviluppo cognitivo e una ma-
turazione psico-fisica in linea rispetto agli standard richiesti,
gioca, tocca, interagisce soprattutto con il mondo circostante
. Il corpo e il contesto in cui agisce 

fatto di persone, coetanei, relazioni con oggetti, spazi, ambienti


e forme.
Dare una scorsa ai giocattoli circolanti in una data cultura e
in un dato momento storico può essere illuminante : in questo
senso è evidente la scoperta e il largo uso di paste colorate,
materiali da sentire, toccare: creta, farina, polvere di cioccolato,
paste morbide per disegnare con le dita, attività incoraggiate
che testimoniano un recupero eclatante della sensorialità aptica
e un accantonamento larvato degli strumenti di mediazione
fisica: si tende ad agire, giocare, intervenire sugli oggetti sup-
portati non da strumenti di mediazione o “prolunghe” che
incanalano la portata inerziale della fisicità, ma si ha una azione
diretta sul materiale da trattare.
Il tatto è senso sovrano. Vista e udito rimangono importanti,
ma incardinati in un quadro culturale che enfatizza l’attenzione
sulle potenzialità della manipolazione diretta.
L’importanza delle posate (prolungamenti nell’atto del nu-
trirsi) o dei pennelli (prolungamenti nell’atto di decorare e
dipingere), sbiadisce sempre di più, come si trattasse di figure
che nel percorso educativo e socializzante hanno perso la loro
aura di centralità e si adattano a ruoli di sfondo.
Del resto, i tentativi di derubricare le appendici di mediazio-
ne fra corpo e oggetto sono parte assodata della storia artistica
e di avanguardia tecnologica che fanno del corpo la tela sui cui
tratteggiare schizzi di espressione sia artistica che intellettuale
(DeLillo, ; Vergine, ; Ortega, ; Baldacci, Vettese,
).
Imparare a scrivere rappresenta una tappa fondamentale nel
percorso di educazione corporea, non soltanto l’apprendimen-
to di una tecnologia comunicativa.
La competenza nello scrivere è ben resa dalla calligrafia,
la fuoriuscita estetica di una postura organizzata, tesa alla pa-
dronanza esclusiva del pennino e alla realizzazione di segni

. Sul rapporto che intercorre fra infanzia, giocattoli e dimensione culturale si


rimanda a Lucchini, ; .
 . Corpi che comunicano

calibrati, controllati, disciplinati in un canone di orto-esteticità.


Le interfacce dell’alfabetismo erano proprio queste.

... Consumo dell’effimero: la dialettica dell’“usa e getta”

Che fine ha fatto il controllo delle interfacce, degli strumenti di


mediazione fra il mondo e il corpo? Essi sono scomparsi o, per
meglio dire, si è ridotto il loro valore in un gioco continuo che
fa dell’“usa e getta” una nuova disciplina corporea che induce
ad “afferrare” il mondo così com’è, senza mediazioni stabili.
I materiali preziosi o durevoli sono stati sostituiti dalla carta,
dalla plastica nel circolo ecologico del riciclaggio.
Una delle qualità che si richiedono all’oggetto di consu-
mo. . . è il consumo dell’oggetto, la sua distruzione, frutto di
una fragilità e una obsolescenza calcolate.
Baudrillard sostiene che la cultura commerciale attraverso il
circuito pubblicitario mira non ad incrementare il valore d’uso
degli oggetti, bensì a diminuirlo, a diminuire inoltre il loro valo-
re/tempo assoggettandolo al valore/moda e al rinnovamento
accelerato.
Quel che al giorno d’oggi viene prodotto non è in funzione del suo
valore d’uso o della sua possibile durata, ma al contrario in funzione
della sua morte, la cui accelerazione non è eguagliata se non dall’in-
flazione dei prezzi. Questo da solo sarebbe sufficiente per mettere in
discussione i postulati “razionalistici” di tutta la scienza economica
nei confronti dell’utilità, dei bisogni, ecc. Ora si sa che l’ordine della
produzione non sopravvive che a prezzo di questo sterminio, di
questo “suicidio” calcolato perpetuo del parco degli oggetti; si sa
che questa produzione si basa sul sabotaggio tecnologico o sulla
desuetudine organizzata sotto il segno della moda. (Baudrillard, ,
)

Il tovagliolo di stoffa è stato sostituito da quello di carta,


lo stesso è accaduto per le posate, talora piccole, pieghevoli e
accluse al piatto take away: non vi è mediazione dunque, il cibo
è immediatamente consumato assieme agli scomodi strumenti
in dotazione.
. Il corpo e il contesto in cui agisce 

Il valore del materiale di consumo è stato convertito. Il pre-


gio non è demandato all’unicità dell’oggetto, bensì all’unicità
dell’uso: non tovaglie antiche ricamate, di tessuto prezioso e
finemente decorato, ma tovaglie di carta o antimacchia; non
posate frutto di inestimabile eredità familiare, ma anonime
batterie o confezioni di pezzi intercambiabili, “impilati” l’uno
sull’altro.
L’aura del pezzo unico non è scomparsa, come preconizzato
da Benjamin (), bensì è stata riconvertita al valore di una
serie di pezzi uguali fungibili per la loro intrinseca asetticità.
Complici igiene, comodità e velocità, il cibo è destinato ad
essere infilato direttamente in bocca (il menu McDonald’s non
è concepito sull’uso delle posate), sua destinazione naturale; al
massimo è dato servirsi di forchettine flessibili e microscopiche,
gettate, riciclate, obliate non appena il pasto è stato consumato.
Alcune bottiglie si sono svincolate dal bicchiere, la loro imboc-
catura è ergonomica e permette un dissetarsi rapido anche nel
mezzo di attività sportive.
Il corpo viene educato ad un contatto continuo con la realtà
circostante inanimata e animata. Non vi è nulla che funga da
cuscinetto, che ammorbidisca la portata del raggiungimento
fisico. Ci si tocca ma non si ha un vero contatto, vale a dire che
non vi è relazione.
In questo declassamento di funzioni e materiali è però in
atto una sorta di simulazione.
Piatti e posate di plastica si danno un design estremamente
elaborato, con forme geometriche e colori che ricordano i
servizi più raffinati; le flûte si sono fatte in plastica mantenendo
una linea più che decorosa; piatti, posate, bicchieri di plastica
non sono soltanto oggetti tipici delle feste scolari. Perché questa
oggettistica è stata traslata in un mondo di adulti adattandosi ad
alcune decorazioni che gli adulti reputano attrattive? È solo un
risparmio di tempo? Un risparmio di denaro? Meno che mai.
Gli oggetti la cui destinazione è la pattumiera sollevano gli
individui da tutta una serie di incombenze, li alleggeriscono
da un carico mnemonico, sanciscono che il momento comu-
 . Corpi che comunicano

nitario e ricreativo è veramente finito. La fatica di organizzare


e pulire è stata minima: non si richiede quasi mai di essere
contraccambiati; la grammatica della relazione è veramente
fragile.
Plastica, alluminio, pellicole ad uso gastronomico, i cestel-
li riscaldabili a microonde rappresentano l’anti-valore del po-
tlach : in questo si distrugge per sancire potenza, relazione,
scambio.
Gli oggetti buttati e riciclati rispondono invece alla necessità
di chiudere, sancire la fine del rituale aggregativo. Non vi è la
richiesta di un ulteriore invito. Tutto muore letteralmente lì.
Non valorizzano la relazione ma sono contestuali hic et nunc
per poter essere, una volta ultimata la rappresentazione sociale,
obliati. Come per le feste dei bambini, si tratta un momento di
sfogo e liberazione che ha un termine, sancito da grandi sacchi
chiusi tesi a testimoniare la riuscita e la fine dell’iniziativa. La
festa è andata, si tira un respiro di sollievo. Anche in questa cir-
costanza la relazione è stata “consumata”. Gli oggetti testimoni
di relazioni fugaci sono riuniti alla meglio e buttati via.
Sembra che i membri della società attuale non abbiano bi-
sogno di importanti mediazioni. Ancora una volta ricorriamo
all’emblematico esempio del telefono fisso, filtro fedele dei ten-
tativi di contatto. Il cellulare non è un telefono, ma una pronta
accessibilità: non rispondere o non fornire il proprio nume-
ro si configura come una indisponibilità esistenziale, seppur
momentanea.
Le comunicazioni interpersonali si basano su modalità di
connessione continue, reticolari, calibrate sull’individuo che
tuttavia non implicano una vera e propria relazione, un vero
contatto, proprio come quando attraverso il cellulare si usufrui-
sce di tutta una serie di servizi, compravendite, avvisi di accredi-
to e addebito, messaggi, ricariche, parchimetri, pagamenti delle
mense scolastiche ecc. Ma con l’avvento dei cellulari “usa e get-

. Sontuosa cerimonia di valore celebrativo e dimostrativo in uso presso alcune


popolazioni. Si confronti Lévi Strauss, .
. Il corpo e il contesto in cui agisce 

ta” anche questa connessione può essere cestinata: tanti cellulari


rappresentano evidentemente altrettante identità da scambia-
re, sostituire, “spegnere” o disattivare quando la situazione
sembra richiederlo. Connessioni elettive, identità-numero con-
cesse solo a determinate categorie di persone, poiesi di una
proliferazione di identità.
Tutti possiamo toccarci senza timore di rappresaglie perché
questa rappresenta una modalità largamente legittimata. Colui
che si rende irreperibile, si colloca in una cerchia estranea,
bizzosa, ricusabile.
Una interazione che implica il tocco (la persona è raggiun-
ta in ogni dove e in ogni quando), senza contatto (assenza di
relazione, di legame) appare desiderabile, libera, democratica,
informale. Appare ragionevole, logico, “naturale” adattarsi ad
un sistema comunicativo siffatto.

.. Il corpo taccuino di memoria e identità

A sedurre l’uomo non è mai la bellezza naturale, ma la bellezza


rituale. Perché questa è esoterica e iniziatica, mentre l’altra è solo
espressiva. Perché la seduzione sta nel segreto creato dalla levità dei
segni dell’artificio, e non in un’economia naturale di senso, bellezza
o desiderio.
La negazione dell’anatomia e del corpo come destino non risale
a ieri. Fu certo più violenta in tutte le società che hanno preceduto
la nostra. Ritualizzare, imbastire cerimoniali, bardare, mascherare,
mutilare, disegnare, torturare. . . per sedurre. Sedurre gli dei, sedurre
gli spiriti, sedurre i morti. Il corpo è il primo grande supporto di
questa gigantesca impresa di seduzione. Soltanto per noi essa assume
un carattere estetico e decorativo [. . . ]
Le forme possono diventare ripugnanti, per noi: quella, elemen-
tare, di coprirsi il corpo di fango, quella di deformare la scatola
cranica o limare i denti, come accadeva in Messico, quella di defor-
mare i piedi come in Cina; quella di allungare il volto, incidere il
collo, senza parlare dei tatuaggi, delle parures d’abbigliamento, dei
dipinti rituali, dei gioielli, delle maschere, fino ai braccialetti fatti
con le scatolette di latta dei polinesiani contemporanei.
 . Corpi che comunicano

Costringere il corpo a significare, ma a significare segni che,


propriamente parlando, non hanno senso. (Baudrillard, , -)

Il corpo comunica. Ogni pratica di modificazione di caratte-


re permanente o transitorio inscritta sul corpo significa mettere
in atto un metamorfismo che è certamente supervisionato dalle
regole della cultura, dell’innovazione, della moda, ma è allo
stesso tempo causa e sintomo di un vissuto esperienziale e
elettivo.
Operare sul proprio corpo significa creare una immagine
vivente della cultura soggettivamente interiorizzata e declinata
secondo criteri particolari e settoriali: il bisogno di appartenen-
za, di affiliazione, l’emulazione competitiva e l’ammirazione
convivono con forme di disorientamento, rifiuto del sé sociale,
eremitaggio e ribellione in una trama complessa che oscilla
fra accettazione e repulsione degli standard normativi, etici,
celebrativi, comunitari operanti nel tessuto culturale.
Tatuaggio, piercing, chirurgia estetica e scarificazione rap-
presentano tutti una forma di significato veicolato attraverso la
ridefinizione dell’io-immagine a sua volta deputato all’espres-
sione di una identità in equilibrio instabile fra individualità e
collettività, cifra comune dello scenario attuale.
Questi interventi di denaturalizzazione del corpo sono stati
inseriti in un continuum che va dalla tecnica più “alla moda”
e reversibile, come il piercing, a quella più estrema e tribale,
quale la scarificazione, passando per tecniche come la chirurgia
estetica che si attua in un ambiente sterile e istituzionalizzato
e il tatuaggio che, pur operando un parziale fissaggio dell’i-
dentità, rimane profondamente condizionato dalle tendenze di
aggregazione e stile.
Il tatuaggio è infatti comparso nel contesto italiano dapprima
come segno di marginalità: criminali e nobili rappresentavano
le principali categorie contraddistinte dall’inscrizione della pelle.
In seguito, a partire dallo stimolo esercitato dalle subculture
giovanili degli anni Sessanta e Settanta, si è diffuso tra gli affiliati
per divenire, nel decennio successivo, un simbolo dotato di
. Il corpo e il contesto in cui agisce 

prestigio fra i personaggi del mondo dello spettacolo e della


musica.
Per quanto concerne la chirurgia estetica, questa è dapprima
penetrata nella trama del tessuto sociale attraverso la richiesta
di normalizzazione dei corpi con difetti di funzionalità o stigma-
tizzati sotto il profilo razziale. Oggi è comunemente propalata
come sistema per migliorare la qualità della vita.
Questa pratica ha una propria storia che si è modificata con
la trasformazione della società e ha trasformato di rimando la
società stessa e con essa l’approccio al corpo, ma pare che la
disinvoltura con cui gli interventi chirurgici vengono ricercati
– anche da persone molto giovani – sia anche provocata dalla
sensibilizzazione verso la forma estetica del corpo, intesa come
ricerca ed esibizione di un corpo attraente (Cereda, ). Tale
processo ha progressivamente coinvolto fasce di popolazione
sempre più giovani trascinando con sé soggetti che fin dall’a-
dolescenza, sperimentando la trasformazione del corpo, ne
hanno accettato un percorso di costruzione artificiale.
Il piercing è una tecnica di foratura dell’epidermide per in-
serire orecchini, borchie, gioielli in varie parti del corpo che
deriva la sua funzione di denaturalizzazione dall’ambiente delle
subculture. Soprattutto i gruppi punk e omosessuali l’hanno
mutuata dalle comunità tribali e dalle tradizioni primitive per
farne un rito di appartenenza alla comunità di elezione.
In modo analogo, la scarificazione, dapprima tecnica di in-
scrizione delle qualità sociali tra le comunità tribali a pelle più
scura, rappresenta oggi una forma di ridefinizione dell’aspet-
to e di connotazione/espressione dell’identità in gran parte
praticata dagli esperti e professionisti del settore. Inizia ora a
diffondersi fra gli appartenenti agli ambienti di alcune delle
subculture che dal contesto anglosassone si stanno diffondendo
in Europa, anche sulla scorta delle body performance da parte
delle avanguardie artistiche (ibidem, ).
La scarificazione del corpo riportata alla modernità, vale a
dire tatuaggi, piercing, appendici bizzarramente decorate, un-
ghie posticce, acconciature che echeggiano un bellicoso passato
 . Corpi che comunicano

tribale, tra le tante funzioni espletate di natura psicologica, cul-


turale, identitaria e affiliativa, sembra aver sopperito alla quasi
totale scomparsa dei riti di iniziazione.
La superficie corporea, ancora una volta tesa al richiamo
della scrittura, funge da materiale su cui ostendere la propria
vita, i ricordi, i passaggi ritenuti importanti. La traccia in questo
caso è sia fisica sia semantica. Fidanzamenti, amori, tragedie,
nascite, ideologie, battaglie, idoli si fissano sul corpo-lavagna in
qualità di anelli della memoria, in grado di segnalare gli stadi di
vita vissuta e di conseguente maturazione personale.
Il valore attribuito agli eventi è frutto di una personalissima
tassonomia invece di essere desunto da un assetto culturale in
cui la valenza normativa e morale è in costante definizione e
preda di fluttuazioni momentanee.
Ma perché incidere e talora martoriare la propria carne sem-
plicemente per raccontare se stessi? La spiegazione è duplice: da
un lato vi è la necessità di far pesare sensorialmente, visivamen-
te dunque il proprio corpo, un corpo vistoso, “vetrinizzato”
come è stato definito in precedenza.
L’epidermide rappresenta l’ultimo confine fra il sé e il suo
ambiente: il colore della pelle, le sue tracce, si pongono come
dato sensorialmente prevalente e vettori della relazione che
potenzialmente può instaurarsi con gli altri individui.
Il derma decorato può ovviare all’oblio della persona, delle
sue istanze emotive e personali: è difficile ignorare un corpo
tatuato o che ha incorporato altro da sé, oggetti, metalli, a loro
volta portatori di una semantica precisa, delimitativa, identitaria,
emulativa. . . che spartisce le narrazioni colorando di senso la
relazione.
Il tatuaggio avalla la presenza dell’individuo prima della sua
legittimità biografica ed esistenziale in senso etico: “il mio
corpo è, quindi io esisto”.
Il percorso biografico non può essere semplicemente rac-
contato. Del resto chi sarebbe disposto ad ascoltare? La parola
orale ancora una volta ha dimostrato tutta la sua inadeguatez-
za in un eone culturale in cui la discorsività è adagiata sull’io,
. Il corpo e il contesto in cui agisce 

pronome perennemente in agguato, sul luogo comune e sullo


stereotipo come “misura di tutte le cose”, su una testualità
predeterminata, su una rete acefala, ridondante, amplificatoria
oltre ogni misura: non vi è posto per alcun io vocale narrante.
Non vi è spazio per parlare, non vi è tempo per ascoltare.
È il corpo in questo caso a prendere la parola attraverso
l’occupazione prepotente dello spazio, uno spazio corporeo
che non può essere ignorato. Non si tratta della parola orale
e del corpo comunitario da questa creato, bensì di un corpo
individuale che si esprime secondo codici comunitari e talora
tribali.
Corpo e racconto non-orale sono i termini dell’equazione
in grado di raccontare la biografia degli uomini contemporanei
senza memoria che non parlano, non ascoltano, ma scrivono su
di sé, ostendendo in ogni dove le loro storie che non possono
essere propriamente lette, – ma sono viste e immaginate quanto
basta.

Facendo appello all’intuizione che in un certo momento hanno del


proprio self, ossia della propria autenticità [gli individui] cercano di
rispondere al proprio bisogno di costruire una biografia. In alcuni
casi, non si limitano a fissare sul corpo i modelli proposti dall’arena
mediatica, né cercano di disciplinare il proprio comportamento
seguendo procedure rigorose. Cercano, invece, di creare un vuoto,
una sospensione nel flusso delle immagini, generando identità che
non si riducano a un cartellone pubblicitario o alla copia di un
disegno visto su un blog di tatuaggi. [. . . ]
Qualche volta l’obiettivo può essere perseguito attraverso il ta-
tuaggio, se diventa un lavoro di ricreazione del corpo come un
prodotto con un elevato contenuto simbolico/estetico, come un
morso di vampiro che un’intervistata si era fatta tatuare sul collo.
(Cereda, , )

Anche la moda, gli abiti in essa ideati, segue un tracciato


analogo: Diana Crane () emblematizza alcuni indumenti in
qualità di simboli identitari e relazionali di un’epoca. Il cappello
ci offre la chiave interpretativa della modernità, rappresenta un
testo chiuso, certo, schematizza la posizione sociale, lo status di
 . Corpi che comunicano

colui che lo indossa. Il capo che invece richiama a sé gli attributi


della post-modernità è la T-shirt, testo aperto che rappresenta
colui che lo indossa: irriverente, dinamico, provocatorio.

Il corpo diventa un surrogato dell’identità. Ci esonera dal pensare


alla parte intima e sacra dell’identità, esteriorizza definitivamente
il problema dell’identità: nella società dell’immagine, il culto della
propria immagine esce allo scoperto, non deve più essere camuffato
da buoni principi e magniloquenti dichiarazioni. La scoperta di
Goffman riguardante il lavorio dell’attore per “salvarsi la faccia”
è, almeno nella sua formulazione abbreviata e banalizzata, vulgata
alla portata dell’uomo della strada. Nello stesso tempo sottolinea la
centralità del corpo nella rappresentazione che il self dà di se stesso.
(Bovone, Ruggerone, , )

.. Linguaggio e contesto: relazione subordinata o parita-


ria?

La cultura non sopravvive se non viene comunicata.


Il corpo è tramite culturale, prosecutore culturale, agisce
secondo standard culturali ed è agente attivo nella creazione,
consolidamento e diffusione di modelli sia astratti che concreti
in grado di modificare la cultura stessa, insinuando esili crinali
di cambiamento.
La modificazione del corpo può essere considerata senza
riserva alcuna, parte del processo di riproduzione culturale.
Tuttavia, a fianco di un “corpo astratto”, modellato cultural-
mente secondo criteri correnti di esteticità e funzionalità, esiste
e vive un “corpo concreto”, traduttore ed interprete di biogra-
fie personali, latore di istanze e valenze simboliche innervate
dai personali stili di vita.
È stata acclarata l’importanza della trasmissione culturale
attraverso canali di natura concreta, corporea, ostensibili fisi-
camente, la cui traduzione in comportamento diffuso passa
attraverso imitazione e osservazione.
. Il corpo e il contesto in cui agisce 

Si è già discusso del medium orale e dell’ipotesi, sostenuta


in questo lavoro, che l’assetto culturale attuale stia vivendo un
declino della sua funzione.
Accantoniamo per un istante il corpo e la comunicazione
non verbale, per concentrarsi sulla totalità dell’atto comunicati-
vo: una sinergia di corpo e parola, di membra e intelletto.
Per linguaggio si intende un dominio di livello logico supe-
riore che comprende l’oralità e tutta una serie di competenze
complesse di natura cognitiva e anche evolutiva che connotano
l’uomo come essere comunicante per eccellenza.
Che dire del linguaggio non silenzioso, della dimensione
esplicita, strutturata, formalizzata della cultura? È ipotizzabile
che cultura e linguaggio procedano per canali paralleli, scrutan-
dosi pur senza incrociare mai lo sguardo? Certamente no.
Il linguaggio è inscritto fra i domini formali, espliciti, della
cultura. Essa si rappresenta attraverso il linguaggio non meno
che attraverso la versatilità del corpo, lungo labirinti di sintassi,
grammatica, semantica.
Uno dei fattori che maggiormente contribuiscono all’inco-
municabilità fra culture è proprio la mancata condivisione del
codice linguistico. E questo nonostante il potenziale morfoge-
netico detenuto dalla globalizzazione (Giddens, ; Martell,
), il sistema-mondo (Wallerstein, , ), nonostante il
senso comune, il comune corredo genetico, la comune umani-
tà e i numerosi elementi di condivisione transculturale; la sola
incompetenza linguistica può rendere uno straniero spaesato,
preda di un bombardamento sensoriale destabilizzante in un
mondo a lui estraneo, impossibilitato alle interazioni umane
più semplici e per questo imperative.
Chomsky (), esponente dello strutturalismo linguistico,
ne ha celebrato le basi e argomentato la genesi. Il linguaggio ha
un fondamento innato, le regole che presiedono alla sua struttu-
ra, a dispetto di ogni ragionevole apparenza, non variano più di
tanto. Esse tradiscono un sostrato comune, un comune terreno
genetico da cui ogni forma linguistica esistente è scaturita e ha
trovato sviluppo.
 . Corpi che comunicano

Nel contempo, a dispetto di una così solida fratellanza uni-


versale e l’attenzione devoluta all’aspetto innatistico, molte di-
scipline si sono occupate della profonda interazione che lega
linguaggio e ambiente.
Il linguaggio rende l’uomo padrone degli strumenti più po-
tenti di manipolazione, controllo, speculazione e invenzione
della realtà. Attraverso la formalità del linguaggio, cristallina e
macchinosa al medesimo tempo, l’uomo ha sopravanzato le al-
tre creature viventi, dotandosi di un rango proprio, dominando,
conoscendo e trasmettendo quanto appreso.
L’uomo in definitiva ha creato l’uomo attraverso il linguag-
gio, si è denominato, classificato, discostandosi dalle altre creatu-
re, formalizzando uno sviluppo separato con regole a se stanti,
una anatomia, un pensiero, una socialità. Ha dato un nome
alle crisi, ha argomentato le motivazioni, le cause, le possibili
soluzioni, etichettato comportamenti, redatto leggi, ha cercato
riparo dai tormenti che lo affliggevano, ha istituito strategie
terapeutiche per patologie che lui stesso ha isolato e individuato
come tali.
Già nel  Alfred Korzybski, presentando i celebri con-
cetti di “mappa” e “territorio”, attribuiva al linguaggio lo sta-
tus di “mappa”, tra le più potenti a disposizione dell’apparato
cognitivo umano.

Se riflettiamo sui nostri linguaggi, troviamo che, nella migliore delle


ipotesi, li dobbiamo considerare semplicemente come delle mappe:
una parola non è l’oggetto che rappresenta; e i linguaggi presentano
anche questa particolare capacità di auto-riflessione, che cioè noi
possiamo analizzare il linguaggio con gli stessi strumenti linguistici.
(Korzybski, , )

Questo principio opera su più livelli e finisce con l’essere


ulteriormente ripreso da Bateson in Mente e natura.

Soprattutto, la relazione tra la comunicazione e la misteriosa cosa


comunicata tende ad avere la natura di una classificazione, di un’as-
segnazione della cosa a una classe. Dare un nome è sempre un
. Il corpo e il contesto in cui agisce 

classificare e tracciare una mappa è essenzialmente lo stesso che


dare un nome. (Bateson, , )

In definitiva, una qualsiasi cosa nasce dal momento in cui


riceve un nome. Attraverso l’uso del linguaggio, l’uomo ha
dato vita al primo colossale apartheid mai conosciuto rispetto
all’ecosistema globale, si è distinto da qualsiasi altra forma
vivente.
Ciò che è nominato, vive, è degno di essere conosciuto e ri-
conosciuto. Il linguaggio ha pertanto un potenziale demiurgico
portentoso e terrificante.
Fra i diversi tagli disciplinari attraverso cui il linguaggio è co-
stantemente monitorato, la prospettiva sociolinguistica si occupa
delle interazioni fra linguaggio e ambiente. L’ambiente nel quale
viviamo, teatro delle nostre attività e interazioni è un ambiente
denominato, etichettato. Sicuramente il linguaggio rappresenta
uno strumento per descrivere la realtà, per comunicarla e quindi
per regalarle una forma di sopravvivenza duratura.
Tuttavia il linguaggio non è soltanto mezzo per descrivere
la realtà, bensì un sistema codificato per darle forma e quindi,
in ultima analisi, crearla.
È arduo conferire una portata univoca alla complessa rela-
zione realtà/linguaggio, nel dotare questo ultimo del ruolo di
descrittore, mediatore o artefice di questa stessa. In un caso e
nell’altro tuttavia, la relazione con la cultura non può essere
marginalizzata.
A favore di una presunta universalità del linguaggio, di una
sorta di cross-culturalità su base linguistica, depongono alcuni
elementi: innanzitutto non esiste un popolo che non possieda
un sistema linguistico articolato e sviluppato, tuttavia la pro-
spettiva che preme sulla facoltà innata dell’uomo nel forgiare
apparati linguistici estremamente elaborati, impareggiabili se
confrontati a presunti corrispettivi di pertinenza alle altre specie
animali, non può esimersi dal considerarne gli aspetti sociali.
Il postulato che contempla una grammatica universale co-
mune a ogni sorta di linguaggio umano, costituita da regole che
 . Corpi che comunicano

collegano fra loro un numero limitato di fonemi, cioè di unità


minime di suono, da cui discendono le grammatiche specifiche
(Chomsky, , ) non pregiudica il concetto di comunità
linguistica. Un linguaggio acquista infatti fisionomia anche gra-
zie alle relazioni che i parlanti instaurano reciprocamente (fatto
sociale), dipendenti dalla morfologia organizzativa del luogo
entro cui si muovono (fatto ambientale).
Tutto ciò fa discendere che i linguaggi siano diversi proprio
in riferimento alla diversità dei contesti in cui sono invalsi e
alla disomogeneità di ruoli in cui le relazioni si trovano inse-
rite. Questo tipo di nesso linguaggio-ambiente veniva posto
in risalto dalla celebre e relegata ipotesi del relativismo lingui-
stico prodotta da Edward Sapir e Benjamin Whorf secondo
cui la struttura di una lingua condiziona il modo attraverso cui
l’individuo percepisce e comprende la realtà: detto in termini
più semplici il mondo reale, quello in cui siamo immersi, re-
sponsabile degli imprinting sensoriali e cognitivi, rappresenta in
definitiva proprio quanto il linguaggio che utilizziamo ci con-
sente di denominare. Il che conduce ad un risultato piuttosto
evidente, e cioè che differenti strutture linguistiche sarebbero
responsabili di altrettante concezioni della realtà.
Ci ritroviamo quindi a oscillare senza posa fra due quesi-
ti ricchi di significato e implicazioni: il linguaggio descrive la
realtà, la consegna dunque, formattandola nel codice che le è
proprio facendosi tramite quasi impersonale del contenuto, e
conferendo alla realtà stessa una sorta di ontologia indipenden-
te? Oppure la realtà stessa si modella ai nostri occhi in modo
metamorfico, dinamico, cangiante offrendosi in una veste che
solo il nostro linguaggio è in grado di determinare?
È noto l’esempio portato a conforto dei vincoli ambientali
che ogni forma di linguaggio è costretto a sostenere: gli Inuit
hanno una varietà impressionante di modi per definire la ne-

. Popolazione originaria delle regioni costiere artiche e subartiche dell’Ameri-


ca del Nord e della punta orientale della Siberia nonché uno dei due gruppi principali
nei quali sono divisi gli Eschimesi insieme agli Yupik.
. Il corpo e il contesto in cui agisce 

ve. Dato l’habitat in cui vivono, la realtà “neve” è incanalata in


rappresentazioni linguistiche che consentono di connotarla nei
diversi stati in cui appare. Il conio di numerosi termini associati
alla neve permette di descrivere questa materia connotandola
mediante stati fisici, colori, forme, emozioni e altrettanti signi-
ficati contestuali. In questo modo, lo stesso modo di pensare
di un inuit, impostato dalla varietà lessicale della sua lingua,
generata a sua volta da una determinata situazione di contorno,
si presenterebbe radicalmente difforme rispetto alle proprietà
cognitive e di rappresentazione della realtà di un individuo il cui
linguaggio si colloca entro un diverso ceppo linguistico. Da ciò
discende che il costrutto cognitivo di una comunità parlante è
frutto del linguaggio in uso. In altri termini, la lingua determina
– e radicalizza – il pensiero.
D’altronde è noto l’interesse della sociologia della conoscen-
za nel decretare la relazione fra pensiero umano e il contesto
sociale da cui scaturisce. La sociologia stessa appare costretta
dalla logica che le è intrinseca a domandarsi se la differenza
fra le diverse realtà non possa essere spiegata proprio a partire
dalle differenze che presentano le diverse società. In questo
modo ciò che è “reale” per un monaco tibetano può non es-
serlo per un uomo d’affari americano, come sottolineato dalla
fenomenologia di Berger e Luckmann (, ).
In realtà l’ipotesi del relativismo linguistico non ebbe molta
fortuna e fu prontamente abbandonata proprio perché l’esisten-
za di un simile legame, nonostante una apprezzabile lucidità
intuitiva, si rivelò difficile da dimostrare.
La sociolinguistica, in questo senso, si è posta dei traguardi
meno ambiziosi, istituendo un pensiero più trasversale, sfu-
mato, attingendo inoltre dai contributi apportati da un novero
disciplinare più ricco, in cui spiccano oltre la linguistica anche
la sociologia e l’antropologia e rinunciando ad assiomi drastici
quale quello promosso dall’ipotesi Sapir-Whorf.
Le dinamiche sociali e culturali esercitano specifici effetti sul
linguaggio (Giglioli, ; Giglioli, Fele, ; Cardona, ). Il
legame fra dimensione socio-culturale e linguaggio viene così
 . Corpi che comunicano

ritagliato a partire da un contesto più morbido. Si considera il


linguaggio uno strumento versatile poiché in grado di indivi-
duare una modalità adeguata rispetto la cornice in cui si trova
ad operare, un “qui e ora” appropriato.
Tale variabilità può essere declinata a partire da molteplici
elementi e situazioni: classi sociali, livello d’istruzione, pro-
venienza geografica, concorrono a creare un quadro ove il
linguaggio si adatta in modo flessibile al contesto riconoscendo
in questo specifici indicatori di opportunità e convenienza sia
sociale che culturale.
L’importanza del contesto è altresì accreditata tenendo con-
to di alcuni parametri quali la connotazione, maggiormente
formale o informale, le coordinate spazio-temporali entro cui
avviene l’interazione, i registri linguistici utilizzati, il novero
di competenze comunicative in dotazione ai comunicanti, le
finalità e la concatenazione degli argomenti.
Altrettanto influente risulta essere il canale o il mezzo attra-
verso cui la comunicazione avviene, valutata in modo differente
a seconda che questa avvenga entro la cornice di una comuni-
cazione faccia a faccia ovvero decorra da una comunicazione
mediata, posta elettronica, SMS o altro.
Proprio individuando nel contesto di partenza un elemen-
to basale nel discriminare le competenze linguistiche che un
individuo acquisisce durante gli anni dell’apprendimento scola-
stico, il sociologo dell’educazione Basil Bernstein, alla fine degli
anni ’, elaborava un modello al fine di descrivere la dinamica
fra istruzione e risultati cognitivi.
La sue ricerche conducevano ad una conclusione in ordi-
ne ai diversi risultati ottenuti in ambito educativo e scolare
(Bernstein, ): le disuguaglianze di competenza non erano
spiegate in base a fattori di taglio intellettivo o a fantomatiche
capacità innate di astrazione e manipolazione di idee com-
plesse, bensì la maggiore o minore padronanza linguistica e
lessicale, motivo di più elevati standard di prestazione sco-
lare, andava ricercata nell’assetto complessivo del contesto
domestico.
. Il corpo e il contesto in cui agisce 

Bernstein chiamava “codice ristretto” un linguaggio in uso


in contesti marginali o svantaggiati, riflesso di una cultura spes-
so carente di stimoli o argomentazioni astratte, orientata ad una
visione concreta della realtà. Il codice ristretto veniva descritto
come povero, conciso, adatto a veicolare una cultura domestica
“massificata”, densa di valori comuni, condivisi, in cui l’esplicita-
zione continua, la verbalizzazione e il chiarimento concettuale
non è avvertito in modo urgente. In questa cornice, il lessico
rimane limitato, stringato, la sintassi semplice e ridondante.
Si tratta di un registro simile all’oralità e alla sua concre-
tezza, basata su una serie di “saper fare” interiorizzati attra-
verso l’osservazione diretta e l’imitazione manuale: quasi un
lessico corporale proprio perché facente uso della gestualità e
dell’ostensione visiva, fisica, dell’oggetto di insegnamento.
In questo habitus cognitivo i significati condivisi fanno sì
che, in genere, l’oggetto di cui si parla sia già conosciuto e rap-
presenti un riferimento concreto, simbolo stesso della coesione
comunitaria che rende la circolazione dei significati prevedibile,
ripetitiva e ridondante proprio al fine di acuire le proprietà di
riconoscibilità dell’oggetto o del soggetto in analisi e diminui-
re i rischi che l’astrazione comporta - l’uscita dagli standard
condivisi di reciproca conoscenza.
La povertà del lessico rende più chiara l’identificazione del-
l’oggetto impedendo al cosiddetto “alone semantico” di pro-
durre intorno ad un nome diverse immagini o diversi signi-
ficati anche contrastanti fra loro e potenzialmente in grado
di depistare i parlanti da un’unica e vivida rappresentazione
condivisa.
Nonostante tutto, si tratta di un codice complesso, poiché
prevede un lungo training di conoscenza ed esperienza tale da

. Ogni termine linguistico ha un’area più o meno estesa di ambiguità se-
mantica, soprattutto per quanto riguarda termini che non possiedono un referente
concreto ma rimangono associati ad un livello astratto. Oltretutto è necessario tenere
presente che vi è una variabilità soggettiva (fluttuazione) del significato, suscettibile
di attribuire interpretazioni diverse ad una medesima parola o frase. Si confronti
Ricci Bitti, Zani, ; Cheli, .
 . Corpi che comunicano

poter essere compreso dai parlanti, individui accomunati da un


forte senso di coesione familiare e relazionale che attingono
tutti ad un medesimo repertorio simbolico, denso, implicito,
il cui bacino di origine è legato al non detto, al senso comu-
ne, al novero di proverbi e modi di dire, la cui spendibilità si
attua sempre all’interno di una cornice semantica ampiamente
conosciuta e collaudata.
Un modo molto eloquente per rendere ragione della specifi-
cità culturale del codice ristretto è che questo “dice molto con
poco”, espressione utilizzata dallo stesso Bernstein.
Sul versante del “codice elaborato”, troviamo caratteristiche
pressoché opposte: sintassi complessa, lessico vario ed esteso,
prono a declinare un termine in tutte le sue varianti seman-
tiche. I contenuti sono estremamente dettagliati, sintomo di
un linguaggio che tende ad avvalersi di codici, sottocodici o
addirittura “microcodici”, linguaggi e terminologie iperspe-
cializzate in grado di apportare informazioni estremamente
dettagliate anche in virtù della molteplicità dei contesti intellet-
tuali processati. La cornice è estremamente formalizzata con
puntuale riguardo nei confronti della verbalità scritta più che
orale, strutturata quindi, esplicita più che implicita o sottintesa,
ricca di elementi e spunti inferenziali.
In quanto altamente complessa e a tratti rarefatta, ricca di
rimandi e collegamenti, la progressione logica e discorsiva è
difficile da prevedere, offrendo per un medesimo tema una rosa
di interpretazioni diverse a seconda delle diverse sfumature
lessicali e semantiche: una stessa testualità è quindi suscettibile
di generarne altre di complessità variabile.
A livello puramente sociale e relazionale il codice ristretto
è riscontrabile in comunità in cui le agenzie di socializzazione
sono chiare e concorrono a formare circuiti abbastanza chiu-
si, ermetici, laddove il codice circola con riferimenti, chiari,
acclarati, indiscutibili.
Il codice elaborato sarebbe quindi oggi incline a veicolare
rapporti più fluidi, malleabili, dinamici, all’interno dei quali
le cerchie di appartenenza attorno al singolo non coincidono
. Il corpo e il contesto in cui agisce 

e nemmeno detengono confini netti essendo portate ad una


dinamica sociale alquanto mobile.
Le intersezioni relazionali si compongono e ricompongo-
no contribuendo a creare biografie più aperte, meno stabili,
accrescendo di volta in volta il numero dei soggetti coinvolti e
finendo con l’ampliare e rendere più complesse le modalità co-
municative, più ricche perché il novero dei contributi aumenta,
implementando anche il gradiente di complessità.
Secondo Bernstein il codice elaborato promuove un tipo
di personalità centrata sull’individualismo e una elaborazione
emotiva soppesata dalla ricchezza linguistica di cui l’individuo
dispone. Il comportamento impulsivo verrebbe scoraggiato, in
quanto costantemente mediato dalle proprietà di un linguaggio
in grado di esprimere anche le tonalità più indecifrabili del
proprio vissuto interiore. Lo sbocco istintivo, le esternazioni
al di fuori del controllo verrebbero in tal modo contenute e
stemperate su di una gamma comunicativa ricca di potenziale
espressivo.
D’altro lato, il codice ristretto è ritagliato su uno schema
comportamentale che enfatizza poca o nessuna mediazione nei
rapporti interpersonali e intrafamiliari. Le relazioni, soprattutto
di natura affettiva o intima, non sono mediate dal linguaggio,
ma non necessariamente vi è “spontaneità”.
Da un punto di vista cognitivo, le inferenze logiche non
vengono sostenute; si ha invece una contestualizzazione assai
spinta, una sorta di noncuranza per i nessi di causalità complessi
e meno immediati, il tutto a favore di una schiettezza comuni-
cativa che trova il suo fondamento nel codice dell’implicito e
del già conosciuto.
Risolvendo ogni possibilità di equivocare, Bernstein affer-
ma che nessuno dei due codici è a priori preferibile, migliore
o efficace: essi semplicemente funzionano in contesti sociali,
comunicativi e di apprendimento retti da regole diverse, fanno
uso di competenze altrettanto differenti, promuovono schemi
di relazione che sortiscono la loro efficacia a partire dal sostrato
culturale entro cui l’individuo è stato socializzato, entro cui
 . Corpi che comunicano

egli ha appreso ad apprendere un determinato tipo di standard


comunicativo.
Le difficoltà in ambito di prestazione scolastica fronteggiate da
uno studente socializzato ad un codice ristretto non riguardano
tanto le presunte carenze insite nel codice da lui utilizzato, quanto
il fatto che l’ambiente scolastico si appoggia in via preponderante
se non esclusiva alle peculiarità emergenti dal codice elaborato.
Non si tratta semplicemente di una inadeguatezza linguistica,
ma il senso di precarietà investe in modo uniforme il mondo
percettivo, immaginativo, relazionale istituito dal codice ristretto.
I due codici non soltanto veicolano un linguaggio adatto
o meno adatto ad esprimere dei contenuti, ma suggeriscono
un mondo, dei valori, una concezione della realtà, creano di
fatto la collocazione dell’individuo, il suo ruolo, i suoi limiti nei
confronti del più ampio circuito della socialità.
Bernstein mette prontamente in relazione una condizione di
difficoltà per quanto concerne l’apprendimento scolastico ad un
contesto di classe, un sostrato di provenienza culturale, familiare e
relazionale cui un individuo viene assuefatto molto precocemente.
Mentre un soggetto appartenente alla classe media è in grado
di padroneggiare entrambi i codici, un soggetto educato entro un
contesto culturale che promuove coesione comunitaria e utilizza
i codici a questa funzionali, si ritrova svantaggiato, monco di uno
schema cognitivo che il sistema scolare prevede ed esige.
Ecco allora che i livelli di apprendimento e una buona riu-
scita scolastica non vanno posti in proporzione a criteri quali
applicazione, attitudine, intelligenza, bensì ad una discrimi-
nazione in nuce, perpetrata proprio a partire dal codice che la
scuola elegge di diritto, un codice che non tutti possono, a causa
di ineliminabili disomogeneità culturali e familiari, acquisire.
Il problema dell’apprendimento entro il sistema educativo
istituzionalizzato si risolve in una inadeguatezza nel ricono-
scimento dei contesti familiari e culturali e in una mancata
valorizzazione delle peculiarità insite in questi.
Bernstein ebbe fortuna proprio perché intravvide nel siste-
ma scolastico una sorta di inadeguatezza strutturale nel rispon-
. Il corpo e il contesto in cui agisce 

dere alla cornice valoriale e cognitiva del discente, esautorando


le accuse di una scarsa applicazione agli studi o, peggio, di una
insufficiente attitudine o vocazione intellettiva dei discenti.
Egli analizzò il dislivello sociale e culturale esistente nella
società, problematizzandolo a livello di istituzione scolastica,
suggerendo che l’unico schema diffuso fosse inadeguato, in-
cline a proporre nessi causali errati e socialmente dannosi, in
grado non di sovvertire le diseguaglianze bensì di incarnarle
e riprodurle reiteratamente, effetto gravissimo se considerato
che il sistema dell’istruzione, almeno in via teorica, dovreb-
be cogliere le potenzialità insite in ognuno e valorizzarne il
peculiare terreno culturale e cognitivo.
Questa analisi sottolineava gli effetti di un processo di ri-
produzione culturale dalle proporzioni elefantiache: avrebbero
raggiunto migliori risultati coloro che provenivano da un sostra-
to in linea e in armonia con il codice utilizzato dalla scuola. I più
bravi perché meglio dotati dalla sorte avrebbero implementato
le loro potenzialità integrandosi fruttuosamente nel sostrato
relazionale e lavorativo richiesto dalle circostanze, elaborando
una opportuna immagine del mondo e ricavando suggerimenti
per agire in questo stesso.
Gli altri avrebbero assistito ad un sistematico svilimento
delle competenze, il loro percorso formativo ne sarebbe uscito
minato alla radice, con l’impossibilità di proseguire verso le
sfere più alte dell’istruzione, istituendo un circuito cronico ed
irriducibile, un circolo vizioso di lenta e inesorabile estromis-
sione di intere classi sociali nel fruire e godere dei vantaggi
cognitivi, occupazionali, ma in definitiva anche psicologici e
sociali, che l’istituzione dovrebbe garantire.
Bernstein denunciò, confortato da una prospettiva di matrice
socialista, la complicità del sistema scolastico nella riproduzione
delle differenze nei termini dell’accesso all’istruzione e nella
distribuzione ineguale della conoscenza.
Nel periodo compreso fra gli anni ’ e ’ questa rifles-
sione ottenne una discreta eco, immettendo consapevolezza
del fatto che il sistema scolastico, alla stregua dell’effetto Pig-
 . Corpi che comunicano

malione presentato da Rosenthal (Rosenthal, Jacobson, ),


aveva cristallizzato e in qualche misura stigmatizzato in fasce
sociali la distribuzione della conoscenza, precludendo ai meno
privilegiati una prospettiva di ascesa. Il tutto a dispetto della
celebre e ancora sostenuta filosofia – non solo – statunitense
del self-made man.

.. Contesto e culture. Una cultura “a media contestualiz-


zazione”

La prospettiva dei due codici elaborata da Bernstein, pur tenen-


do conto delle differenze di contesto storico e disciplinare, offre
qualche spunto di riflessione a partire dalla concettualizzazio-
ne di culture a basso contesto (a bassa contestualizzazione) e
culture ad alto contesto (ad alta contestualizzazione).
Hall per primo avvalorò l’idea che esistessero culture al cui
interno la comunicazione avvenisse in modo implicito, senza
avvertire la necessità di esplicitare, verbalizzare, esprimere tutto
necessariamente.
Queste culture “saturano” l’ambiente di informazione e di
espressività senza che si renda necessario un riempitivo di natu-
ra vocale: si tratta di culture in cui il “silenzio” non è avvertito
come imbarazzante, lacunoso, una sorta di spazio vuoto che i
partecipanti si affrettano a riempire, bensì si configura come un

. Il cosiddetto effetto Pigmalione, ispirato al mito greco del re Pigmalione, è


inserito negli studi dedicati alla “profezia che si autoadempie” (Merton, ).
Rosenthal effettuò un esperimento di psicologia sociale a livello scolastico,
sottoponendo un gruppo di alunni di una scuola elementare californiana ad un test
di intelligenza. Successivamente selezionò, in modo casuale e senza rispettare l’esito
del test, un numero ristretto di bambini riportando ai docenti che si trattava di alunni
estremamente dotati da un punto di vista intellettivo. A distanza di un anno l’equipe
di ricerca poté constatare che i bambini indicati, seppur esito di una scelta casuale,
avevano ottenuto un eccellente rendimento scolastico. Rosenthal concluse che le
aspettative maturate dagli insegnanti e trasmesse anche inconsapevolmente agli
alunni avessero profondamente influenzato il rendimento dei soggetti coinvolti. Una
discriminazione positiva o negativa può quindi innescare reazioni tali da confermare
la prospettiva iniziale dando origine a circoli virtuosi e viziosi.
. Il corpo e il contesto in cui agisce 

atto comunicativo pieno, bastante a sé e rilevante semantica-


mente per le persone che condividono il medesimo “silenzioso”
contesto.
La voce fuori campo è interna, rappresenta un costante
commento alle contingenti pieghe relazionali a cui parteci-
panti competenti rispondono con feed-back adeguati, spesso
altrettanto silenziosi.
In realtà il codice ristretto non prevede l’assenza della paro-
la, bensì un tipo di verbalità affine all’oralità e alle regole in
questa operanti: concretezza, specificità, universo conosciuto
dai partecipanti che si stringono in un circolo comunitario in
cui scontatezza e quotidianità rappresentano forti vincoli di
aggregazione.
Ciononostante vi è una affinità degna di nota: si tratta di
culture dell’implicito, gruppi sociali che vivono le relazioni
avvalorando il non detto e rendendolo nucleo centrale della
semantica comunitaria, decalogo implicito e invisibile delle
dinamiche relazionali, affettive e gerarchiche, filo sottile che
articola ma allo stesso tempo scioglie il delicato equilibrio delle
interazioni.
L’alto contesto si connota inoltre di altre peculiarità: i mes-
saggi sono semplici, ma tale sobrietà è ricavata dalla conoscenza,
mai eludibile, del contesto entro cui avvengono comparteci-
pazione e comprensione del senso diffuso. L’aspetto emotivo
rappresenta un potente bacino di conoscenza e paragone cui
poter e dover attingere.
Pur considerando l’estrema varietà esistente anche all’inter-
no di un medesimo asse culturale che, per tributo di onestà
sia metodologica che intellettuale è dovuto riconoscere anche
all’enclave apparentemente più omogenea, l’alta contestualiz-
zazione è più facilmente riconoscibile nelle “silenziose” culture
orientali, rispetto ai “verbosi” consessi occidentali.
Le culture ad alto contesto formano ad una competenza
comunicativa e linguistica che “legge”, interpreta e risponde
al “non detto” riconosciuto come portatore di una salienza
irrefutabile.
 . Corpi che comunicano

Il linguaggio stesso è contraddistinto da un tipo di sintas-


si e da una logica argomentativa paragonabile ad una spira-
le: il punto focale, il “nocciolo” dell’argomento non rappre-
senta nell’economia della relazione un obiettivo prioritario.
Tutt’altro.
Non è il centro il bersaglio da colpire, bensì la relazione si
stempera sul processo, grazie al quale per passi successivi e
continue digressioni, ci si avvicina cautamente al nucleo-chiave,
ammesso che di questo venga recepita l’importanza.
La geografia occidentale denota spesso scarsa tolleranza nei
confronti di circonvoluzioni discorsive, considerate sinonimo di
inefficienza; questo aspetto è ulteriormente accentuato in deter-
minati contesti e in genere in tutti coloro che sono accomunati
dalla filosofia “il tempo è denaro” per cui ogni rallentamento o
stasi del piano progettuale è motivo di insofferenza o diffidenza.
Siamo di fronte a due dialettiche culturali molto diverse che
non condividono le medesime priorità, non pesano in egual
modo comunicazione verbale e comunicazione non verbale,
misurano in modo difforme i tempi, gli spazi della relazione
e collocano in universi etici pressoché antagonisti il “pieno”
rispetto al “vuoto”.
Lo spazio vuoto, il silenzio possono essere concepiti come
assenza cui dover provvedere o, inversamente, come totalità con-
chiusa e completa entro cui una interferenza diviene alterazione;
specularmente, la pienezza, il rumore, la verbalità possono es-
sere ritenuti desiderabili, doverosi o, inversamente, invasioni
intollerabili, rincaro petulante e inutile di ciò che già basta.
In realtà la concettualizzazione di vuoto e pieno si presta
ad una prospettiva che scardina le attribuzioni, rovesciando
il senso di ognuno dei due: è pieno ciò che presenta tutti gli
elementi necessari alla decodifica (alto contesto); è vuoto ciò
che manca degli elementi necessari per una adeguata lettura di
una situazione ricca di stimoli non verbali (basso contesto).

. Per una trattazione del rapporto fra realtà geografica-culturale e forme di
pensiero associate si veda Nisbett, .
. Il corpo e il contesto in cui agisce 

L’alto contesto comporta una lettura approfondita e di nor-


ma silenziosa della non verbalità, richiede una spiccata sensibili-
tà per quel che concerne l’apparato gestuale e la mimica facciale.
Richiede, anche se non sempre, una cultura del tempo, della
riflessione, esige un vuoto di azione a favore di una pienezza di
pensiero.
In genere, l’alta contestualizzazione non è appannaggio di
culture particolarmente espansive, tenendo conto di quanto
significa espansività nel corredo terminologico di un europeo
medio. Va letta essendo dotati di una decriptazione adeguata. Il
senso del gruppo è spiccato, ogni esternazione comunicativa
trova la sua chiave di lettura nel senso, nella funzione, nel
ruolo che fa del gruppo di appartenenza il punto di riferimento
immaginario e costante per ogni singolo membro.
Per contro, le culture a bassa contestualità amano l’esplici-
tazione continua del significato. La loro concatenazione logica
mira diritta ad un obiettivo che deve essere perseguito sempre,
declinato ad ogni passo che la progettualità di vita, lavorativa e
affettiva propone. L’approccio è simile ad uno storytelling dalla
narrazione lineare e sequenziale.
La profusione argomentativa riservata alle performance ver-
bali non deve rivelarsi spaesata, inconcludente o priva di fon-
damento, pena l’imbarazzo degli astanti: retaggio, forse, del-
l’antica “bussola” che venne resa strumento di orientamento e
controllo per eccellenza nei secoli che condussero alla diffusio-
ne di un modello culturale ancora acerbo, ma la cui curiosità
e fame di conquista avrebbero conferito all’Europa un ruolo
preminente nello scacchiere ambientale, storico e politico.

... Pensiero olistico e pensiero analitico

Il duplice volto di questo genere di espressione culturale e co-


municativa viene fatto risalire a due archetipi di taglio filosofico
e cognitivo che costituiscono le fondamenta rispettivamente del
pensiero analitico e del pensiero olistico: Aristotele e Confucio
(Anolli, ).
 . Corpi che comunicano

Per quanto concerne la concezione greca classica, grazie


ai contributi di una ricca schiera di pensatori e filosofi tra cui
Parmenide, Platone e Aristotele, vi è prevalenza di una conce-
zione analitica di pensiero e conoscenza. Il potere conoscitivo
è attribuito al singolo concepito come organismo indipenden-
te, separato dalla società. La figura politica e rappresentativa
che la democrazia incarna rimanda ad un insieme di individui
autonomi, ciascuno dei quali detiene diritti inviolabili. La co-
munità obbedisce a norme frutto dell’approvazione dei singoli
cittadini che rinunciano ad una parte dei loro diritti individuali
per il bene comune. Viene riposta una grande fiducia non solo
nelle capacità del singolo, artefice della propria esistenza, ma
anche nell’intelletto e nella ragione di quest’ultimo; la cono-
scenza e l’esplorazione divengono requisiti basilari al fine di
superare l’apparenza, spesso ingannevole, conferita dagli aspetti
sensoriali, alla ricerca di principi astratti e leggi universali.
Conoscenza, intelletto, individualità fanno sì che venga in-
coraggiato il confronto diretto, esplicito quindi, fra individui di
pari dignità e diritti.
Il dibattito, lo scontro di idee, la polemica verbale non costi-
tuiscono elementi di disturbo, ma di crescita intellettuale, in
vista della formulazione di paradigmi teorici in grado di analiz-
zare i fenomeni, scomporli in micro-unità, spiegare gli eventi e
costruire modelli predittivi con un buon grado di attendibilità.
Entro la matrice orientale e asiatica l’individuo non gode
del medesimo status. Egli rappresenta una parte inscindibile
dell’organismo sociale. Viene instaurato un modello sociale,
politico, valoriale che ha come perno l’organizzazione gerarchi-
ca della società (Dumont, ); l’asimmetria confuciana delle
relazioni interpersonali, del potere, dei diritti, prevede cinque
forme cardinali (Wu Lun): imperatore e suddito, padre e figlio,
marito e moglie, fratello minore e fratello maggiore, anziano e
giovane .

. La teoria confuciana delle cinque relazioni prevede che l’individuo tragga
senso individuale dall’essere contemporaneamente figlio, genitore, fratello/sorella,
. Il corpo e il contesto in cui agisce 

Tale asimmetria di status, un insieme di ruoli ascrittivi deter-


minati dallo status, dal genere, dall’età – immodificabili pertanto
– rappresenta il pilastro della coesione e dell’armonia sociale
di cui il singolo è elemento funzionale. Ne discende che per
preservare la coesione e la perfetta sintonia del gruppo, dissen-
so, contraddittorio, “libera opinione”, sono atteggiamenti non
contemplati, e per lo più rimangono privi di senso .
La matrice cognitiva orientale e asiatica predilige quindi una
prospettiva olistica (Nisbett, ; Pasqualotto, ; Scarpari,
, ). L’attenzione viene focalizzata sulla situazione e sul-
l’insieme delle relazioni che la strutturano. L’individuo a se
stante diventa comprensibile solo se ricompreso come unità va-
loriale, religiosa, parentale, organizzativa perfettamente calata
nella trama comunitaria
Anche la conoscenza segue un percorso diverso rispetto alla
concezione classica ed europea. Anticamente i Cinesi, ma una
simile argomentazione riguarda anche le popolazioni arabe ,
si trovavano ad uno stadio di conoscenza tecnologica estre-
mamente avanzato, di certo superiore ai coevi Europei. Ma
la funzione che l’Europa attribuì alla conoscenza tecnologica
non fu mero gioco esplorativo, quanto applicazione pratica. Le
forme di conoscenza tecnica devono essere tradotte in azione,
relegando in secondo piano quindi le aspirazione teoriche e
speculative.

capo/subordinato, amico di qualcun altro. La soggettività diventa quindi raccordo


esistenziale di una trama di attributi di natura eminentemente relazionale. Si veda
sull’argomento Pasqualotto, ; Scarpari, , .
. «Per “idea di individuo” intendo il fatto che, presso di noi, i valori essen-
ziali hanno finito per riferirsi in modo predominante all’uomo particolare preso
come universale. Si parla spesso della “dignità umana”, dei “diritti imprescrittibili’
dell’uomo, e questo traduce il fatto che l’uomo particolare è l’agente (principale)
delle istituzioni e addirittura che, concepito come universale, è la misura principale
dei valori. Naturalmente l’uomo particolare esiste empiricamente ed è più o meno
riconosciuto in tutte le società, ma in realtà esso è ben lungi dall’essere dappertut-
to quella creatura ragionevole e portatrice di valori che è diventato presso di noi»
(Dumont, , -).
. Sull’esistenza di artefatti tecnologici e meccanici estremamente elaborati e
di grande sofisticatezza presenti in Medio Oriente già nel , si veda Losano, .
 . Corpi che comunicano

La conoscenza non può prescindere dal contesto in cui è


inserita, tenendo conto che il contesto non è statico, ma dinami-
co, sensibile a tutta una serie di cambiamenti e dipendente da
un gran numero di variabili. Nell’eventualità in cui sorgano po-
sizioni antagoniste o divergenti vi è la necessità di scorgere una
possibile mediazione per evitare il conflitto, frangente quanto
mai indesiderato dall’approccio olistico.
Ne consegue un tipo di pensiero associativo, basato su somi-
glianza e contiguità, in grado di assegnare gradi di importanza
agli elementi del contesto in modo congiunto, nonché di rile-
vare le connessioni fra gli oggetti salienti – le figure – e quelli
periferici – lo sfondo.

... Scrittura e teatro

De Kerckhove () ipotizza che l’invenzione del teatro sia


stata necessaria per fornire alle popolazioni alfabetizzate una
nuova immagine di se stesse. Non è casuale infatti che la rappre-
sentazione teatrale abbia trovato i suoi i natali in Grecia piutto-
sto che altrove e che ciò sia accaduto soltanto dopo l’invenzione
dell’alfabeto.
L’invenzione del teatro servì dunque ad amplificare gli effetti
della nascente alfabetizzazione ad Atene, la città che, in meno di
un secolo, a partire da una posizione dimessa, diventò una delle
protagoniste del mondo greco, a sua volta modello culturale
della classicità europea. Come per lo “stadio dello specchio”
analizzato da Lacan (), attraverso cui il bambino acquisisce
padronanza di sé guardando la sua immagine riflessa poiché si
scopre distinto dall’ambiente che occupa, così il corpo sociale
acquista potere attraverso la rappresentazione teatrale.
Vi sono numerosi punti di contatto fra la scrittura e il teatro
greci. Per prima cosa entrambi rappresentano una esteriorizza-
zione: del linguaggio e dell’immagine dell’uomo rispettivamen-
te. La scrittura frammenta la parola fluida e onnipresente e ne
assicura il controllo; il teatro è una esteriorizzazione dell’imma-
gine dell’individuo che frammenta il gruppo tribale: la scena
. Il corpo e il contesto in cui agisce 

esteriorizza una parola collettiva per metterla a disposizione


del pubblico.
Inoltre, come “oggetti dello sguardo”, scrittura e teatro sono
strettamente legati al principio di astrazione e teorizzazione
che caratterizza l’approccio occidentale. In più, il contesto in
cui la scena teatrale trova rappresentazione è di natura emi-
nentemente sequenziale: le parole scritte o parlate, i gesti, si
susseguono in modo obbligato, lineare in una condizione sia
percettiva che cognitiva molto distante dalla scena del tempio
o della piazza di mercato che vivono di simultaneità.
Le figure drammatiche, proprio come le lettere dell’alfabeto,
si stagliano su uno sfondo che scompare alla percezione. Mentre
lo sguardo di chi passeggia esplora l’ambiente circostante con-
templando sia lo sfondo, sia i personaggi o gli eventi da cui è
attratto, quello dello spettatore si concentra unicamente sulle fi-
gure perché lo sfondo è frutto di una scenografia fissa, immobile
alla quale si abitua rapidamente (de Kerckhove, , -).
L’organizzazione culturale e comunicativa vigente nelle na-
zioni europee e nordamericane possiede modalità esplicite,
ridondanti, dettagliate, profuse in linguaggi specialistici. Non ci
si è tuttavia accordati sul significato del silenzio e di quanto do-
vrebbe far presumere: accordo, conflittualità larvata, equivoco
incipiente, pudica timidezza. . . ?
Ancora una volta dunque tecnologia comunicativa alfabeti-
ca, senso percettivo, dinamiche dell’io individuale, percezione
gestaltica fra sfondo e figura, depongono per l’elaborazione
di un modello sequenziale, visivo, individuale, analitico, tipico
della scrittura.
L’Occidente rimanda ad un assetto culturale affezionato a
quanto è esplicito o esplicitato poiché ritenuto più “chiaro”,
“semplice”, razionale”, “comprensibile”; non ama eccessiva-
mente i preamboli, prologhi o epiloghi ingiustificatamente
lunghi, ma preferisce “andare al sodo” della questione; è la cul-
tura maggiormente titolata, in virtù della sospirata efficienza,
a redigere un modello comunicativo da diffondere anche in
contesti culturali diversi, lontani e forse poco compresi.
 . Corpi che comunicano

Appare dunque accettabile, se si avalla questo tipo di im-


postazione – anche ammettendone la vena pregiudiziale –,
definire la cultura occidentale come avente i criteri di “bassa
contestualizzazione”.
Quali riflessioni in riferimento alla condizione comunicativa
attuale?
Se da un lato ci troviamo di fronte ad una cultura tendente
all’esplicito, è anche vero che i codici utilizzati dalla “società
in rete” sono di natura ibrida, non del tutto sequenziali, li-
neari come pretenderebbe una cultura dell’alfabetismo, né
orali. Permane uno strano coniugio che vede il digitale (li-
nearità, sequenzialità, linguaggio, scrittura, numero) e l’ana-
logico (corpo, gestualità, espressione, voce) in una ambigua
simbiosi.
Riprendendo quanto esposto sull’ipotesi di una alfabetizza-
zione secondaria, i segni circolanti nel sistema comunicativo
dei Paesi tecnologicamente avanzati non sono né puramen-
te alfabetici, né puramente iconici, né compiutamente orali,
ma capaci di assorbire le caratteristiche di ognuno di questi,
complice una tecnologia flessibile, apparentemente su misura
e soprattutto smodatamente accattivante.
La struttura portante di questa confusa mise comunicativa è
ancorata ad una semplice ma basilare argomentazione: si parla,
ma non si è più orali, si comunica, ma è il corpo a farsene
carico, segnalandolo maldestramente attraverso icone, faccine,
ellissi, uso improprio della punteggiatura, gerghi e onomatopee
vergate alfabeticamente, una vera e propria pantomima del
paralinguaggio che è sempre stato considerato una parte del
comportamento non verbale. Una pallida ombra del corpo
quando questo è a conti fatti assente.
È importante ricordare che corpo, potere, vita e morte si
ritrovano indissolubilmente legate in situazioni socio culturali
che fanno della parola orale, pronunciata, sentita, vibrante,
“reale”, la chiave di volta di una struttura atta ad amministrare il
circuito delle relazioni umane, in cui collettività e individualità
si trovano accomunate da un unico destino “di senso”.
. Il corpo e il contesto in cui agisce 

La parola pronunciata arbitra le vicende quotidiane ma si


fa anche traduttrice dell’ineffabile, quando accade che mondi
spirituali e terreni si sfiorino, dispiegando una forza ordinatrice
insostituibile per il complesso corredo esperienziale affrontato
da ogni essere umano.
In numerose culture ritroviamo nelle usanze funebri il linguaggio
verbale, familiari che parlano con il morto, come se la parola garan-
tisse comunque un contatto con chi, morendo, ha di fatto troncato
qualsiasi legame con il mondo terreno e con tutti viventi che lo
popolano.
In esse trovano così concretazione il desiderio di parola, di realiz-
zarsi attraverso il linguaggio – Holderlin ha ricordato che noi siamo
costitutivamente colloquio e Heidegger ci ha avvertito che siamo
sempre in cammino verso il linguaggio –, e il bisogno di elaborare le
modalità di un rapporto con il defunto, atti a mitigare l’interruzione
radicale della comunicazione. [. . . ]
Attraverso la parola viene “piegata” a relazione la datità irrelata
del cadavere. La sua presenza pietrificata – testimoniata dalla perdita
del sistema di relazioni – costituisce di per sé massa resistente e
irriducibile; da qui l’esigenza culturale di ridare soggettività al morto
inserendolo in un circuito comunicativo in cui la parola possa dispie-
gare tutta la sua efficacia persuasiva e le sue valenze magico-sacrali.
[. . . ]
Il pronunciare il nome del defunto ribadisce ulteriormente la
necessità strumentale di restituire soggettività al cadavere ; si trat-
ta di tecniche di domesticazione di una presenza irrelata che rien-
trano nell’ampio orizzonte magico religioso in cui nome e vita
tendenzialmente coincidono. (Lombardi Satriani, )

Si tratta tuttavia della medesima parola, ora invocata in un


contesto solenne e generatrice di senso e continuità, ora stru-
mento di chiacchiere mondane, pettegolezzi, vanità e dicerie,
sterile anello di catene futili e ingannevoli. Il medesimo me-
dium riceve investiture diverse a seconda del modo in cui è
inserito e preteso nell’assetto culturale di riferimento.
. A tale orizzonte cerimoniale rinviano anche alcuni rituali di espulsione del
morto dalla casa. Ancora a Bella, nel sollevare la bara, bisogna ripetere due volte
“andiamocene”, chiamando il morto per nome, pena la sua maggiore pesantezza.
Analoga procedura vige a Bagnara (Lombardi Satriani, ).
 . Corpi che comunicano

Come illustrato da Lombardi Satriani, in contesti culturali


in cui il peso della tradizione e l’ancoraggio a cerimoniali di
antica genesi sono assai rilevanti, la parola, il “chiamare per
nome” detiene ancora una valenza insostituibile; è il perno
della significatività relazionale nei momenti di passaggio, in
questo caso nella transizione dalla vita ad uno stato di non-
vita.
È ragionevole ritenere che la situazione in oggetto che giu-
stappone mescolanza di codici, modernità e tradizione, rap-
presenti un articolato asse culturale in costante definizione,
metamorfosi, in cui apparati tecnici, sacralità, memoria colletti-
va, rivestono di volta in volta un rango insospettabile, a volte
divergente dal progetto in cui trovavano collocazione.
Quel che si evince a partire proprio dal senso comune è che
si parla sempre meno eppure si comunica in maniera ipertrofica
anche senza voler attribuire a queste due attività – il comunicare
e il parlare – un qualsiasi giudizio di sorta. La parola orale è
espunta da circuiti di senso significativi.
Il quesito è: siamo sicuri che i nostri circuiti relazionali e
comunicativi possano essere annoverati fra quelli propri ad una
cultura a bassa contestualizzazione (precisa, dettagliata, lineare,
articolata in sintassi strutturate dalle regole alfabetiche)?
In realtà i contenuti e le forme della comunicazione inter-
personale sembrano stringate, concise, ridotte all’osso e non
solo in favore dell’ottimizzazione del tempo.
La logica argomentativa è spesso involuta, scomposta, com-
pattata ai limiti dell’incomprensibilità, ma irrinunciabile: SMS,
WhatsApp e altri sistemi di messaggistica sono talmente diffusi
da costituire parte integrante della vita relazionale. Privandose-
ne, molte delle abitudini che scandiscono tempi e modalità or-
ganizzative delle persone sia a livello lavorativo che domestico

. WhatsApp è un’applicazione di Facebook.inc basata su una messaggistica


istantanea multi-piattaforma per smartphone. Oltre allo scambio di messaggi testuali è
possibile inviare immagini, video, file audio e condividere la propria posizione (gra-
zie all’uso di mappe integrate nel dispositivo) con chiunque abbia uno smartphone
dotato di connessione a Internet e abbia installato l’applicazione.
. Il corpo e il contesto in cui agisce 

si sgretolerebbero, ponendo in serie difficoltà l’intero circuito


relazionale con effetti destabilizzanti.
Con tale mélange di codici si sarebbe tentati di pensare che la
competenza alfabetica intesa come corretta articolazione sintat-
tico/grammaticale e progressione argomentativa lineare faccia
ormai parte di un “registro alto”, appannaggio di contenuti e
forme apicali rappresentate dal linguaggio politico, burocrati-
co, giuridico, medico, tecnico, il cui favore popolare è andato
collassando molto velocemente, preferendo un approccio ac-
cattivante, informale, rassicurante, forzatamente “alla mano”,
siglato dal tu e dal nome di battesimo anche in contesti forma-
li: se la bassa contestualizzazione occidentale è più forma che
contenuto, da tempo si è ingaggiata una lotta senza quartiere
che ha visto la forma soccombere o deperire in vari modi.
La linearità cognitiva necessaria a definire l’esplicitazio-
ne verbale di una cultura a bassa contestualizzazione è stata
scardinata; i suoi connotati alterati.
Se l’efficienza è il criterio principe cui tendere, e se molto
deve essere detto per accondiscendere al principio della preci-
sione (digitale per eccellenza), della specializzazione dei saperi
in zolle finemente coltivate, ne consegue che la modalità comu-
nicativa attuale – ellittica e involuta – appare totalmente fuori
luogo.
La sintassi comunicativa è stata alterata, essa non rappresenta
più una forma adeguata a veicolare una sostanza dettagliata,
esplicitata, sviscerata sino all’eccesso. La società delle reti è
chiacchierona, certo, ma meno di quanto ci si aspetterebbe in
una cultura orale. Non può fingere di essere una cultura orale
perché essa è nella genesi, nella forma, nella funzione, nei
simbolismi che costantemente usa e declama, eminentemente
alfabetica.
L’uso del corpo, la testualità inscritta in questo, gli eleganti
ideogrammi e i simboli culturalmente alloctoni che ricama-
no la pelle dell’uomo occidentale, i draghi, i ciondoli, le arti
marziali praticate fin da giovanissimi, le terapie alternative di
lontana origine, persino una filosofia di vita meditativa e vegeta-
 . Corpi che comunicano

riana costituiscono un richiamo del pensiero olistico anche se


spesso non ben compreso e non sempre genuinamente accolto.
L’uomo dell’Ovest ha deciso di aderire al club esclusivo dell’alta
contestualizzazione.
Tutto intorno a noi comunica. I nostri segni, i nostri sguardi,
i nostri corpi agghindati concorrono a prospettare un contesto
comunicativo silenzioso per quanto riguarda le informazioni
importanti; rumoroso, per quanto riguarda l’accessorio, come
attesta l’uso ubiquo delle musiche di sottofondo nei luoghi di
ritrovo e ristorazione, relazionali per eccellenza.
Il sottofondo onnipresente non ha natura informativa, ma
funge da riempitivo, eco della sindrome solipsistica dell’uomo
post-moderno che non sa che dire ma teme di tacere e nel
contempo desidera condividere.
La leggerezza incauta del parlato è assodata, un parlato che si
è spogliato della sua struttura per assumere forme sempre più
nebulose al limite fra formale e informale.
In una cultura orale la parola pesa. In una cultura alfabetica
lo scritto è dotato di una struttura solida, rigida, instillata pre-
cocemente e pesantemente in un percorso di apprendimento
che è faticoso, articolato secondo livelli, mediante meccanismi
selettivi.
La competenza induttiva che si è coltivata conduce a crea-
re collegamenti intuitivi ed immediati. Rete, ipertestualità e
ipermedialità richiedono proprio questo e in questo rimane
evidente il prezioso tributo regalatoci dal percorso alfabetico.
Nel contempo, la struttura che sosteneva l’alfabetizzazione
è stata rifiutata, mal compresa, confusamente impartita nel
percorso scolare accanto ad una attenzione sempre più marcata
nei confronti del gesto, della sensorialità, della pelle tatuata,
delle unghie posticce, di una ironia più onomatopeica e gestuale
che narrativa; operiamo sulle trame dei social network mediati
dai soprannomi più bizzarri, inverosimili, in virtù di questi
accreditati, figli degeneri e ribelli dell’alfabetizzazione e dei
suoi formalismi strutturali. Il movimento ha preso il posto
della rilegatura.
. Il corpo e il contesto in cui agisce 

Il circuito di condivisione post-moderno non è la parola


orale, il verbum tipico dell’oralità che fungeva da mezzo di
controllo affettivo, identitario, familiare, sociale. La parola era
tutto. Oggi la parola è pervasiva, saturante, stridente, confusa,
titubante.
Ciò che comunica il corpo nel suo apparente silenzio è se
stesso, i suoi decori, le sue immagini, i suoi selfie, gli acronimi
puerili inscritti nei display dei cellulari, in Facebook, Twitter,
YouTube e gli altri network.
Il problema è che questi scripta non manent affatto, dipen-
denti da una caducità allarmante, da un senso di transitorietà
che coinvolge pensieri, riflessioni, informazioni che spaventa,
diverte, incuriosisce e provoca al medesimo tempo.
La cultura post moderna delle reti è una cultura del corpo
(urlante), una cultura che ha sottratto lentamente dignità e
regalità alla scrittura, ma che allo stesso tempo dipende da
questa, non potendo permettersi i tempi di decodifica (lenti) di
un assetto culturale socializzato alle regole dell’alto contesto:
silenzio gravido di implicazioni. La cultura attuale convive con
un rumore vuoto, “ricco” di assenza di significato e affidabilità.
Le regole della oralità sono state già da tempo disattese. Per
quel che riguarda la scrittura essa è quanto meno avvertita
come faticosa, ridondante, lenta e talora anche superflua.
Ciò che rimane è una portata segnica tecnicamente e tec-
nologicamente elaborata, segnata sull’intersezione di parlato e
scritto, violentemente e furbamente iconica cui si conferisce
l’incarico gravoso di veicolare messaggi non semplici, spesso
di grande disagio o di portata incisiva rispettando la dinamica
dei tempi imposti: ridotti, incerti e fluttuanti.
L’essenza di una cultura a media contestualizzazione, come
in questo lavoro si azzarda, non è semplicemente il risultato
di una operazione algebrica e nemmeno un concetto statistico.
Essa risulta essere qualitativamente differente rispetto alle due
tipologie considerate e dalle quali muove i suoi passi.
Si tratta di una cultura che vive e alimenta il senso della sua
esistenza proprio a partire dalla logica del digitale, una eredità
 . Corpi che comunicano

talmente ben assestata da diventare parte del corredo genetico,


un modo di vivere, un modo di essere della parte trainante del
pianeta, una filosofia talmente inconsapevole da essere stata ac-
cettata come destino ineluttabile. Rispetto ai canoni del digitale,
la “media contestualizzazione” si è appropriata di concisione,
brevità, affanno, ritmo sequenziale che presiede l’organizzazio-
ne quotidiana. Ma essere digitali in questo caso non significa
essere più precisi.
La parcellizzazione, il dettaglio, non richiedono che questo
dettaglio sia necessariamente nitido, non regala affatto una
visione d’insieme in cui le parti siano chiaramente riconoscibili.
È questo il grande caos comunicativo, relazionale come pure
di organizzazione dei contenuti in cui si è incappati.
La cultura a media contestualizzazione è caduta nella trap-
pola – idea in sé ottima – di abbinare il “meglio” della cultura
digitale (si legga “alfabetica”) al “meglio” di quella analogica
(si legga “espressiva” e “relazionale”), ma con una conoscenza
ormai lacunosa della prima e avventurandosi nella seconda
in modo incauto e poco riflessivo. L’uomo always on è sì una
metafora della rete, laddove però i nodi si stanno sciogliendo e
la trama è eccessivamente fitta: con questi requisiti non sembra
essere un rifugio particolarmente protettivo o affidabile.

.. Cronemica: tempo lineare, sovrapposto e la memoria


come costruzione della realtà

Il concetto di tempo è estremamente importante, sia da un


punto di vista culturale e quindi convenzionale e condiviso, sia
da un punto di vista psicologico poiché il tempo che scorre
esternamente con la funzione di coordinare azioni, attività e
relazioni non è conformato al tempo del soggetto senziente,
dilatato o compresso a seconda del vissuto che si realizza attimo
dopo attimo.
I concetti di tempo e spazio rappresentano la struttura por-
tante mediante cui gli oggetti della realtà vengono percepiti e
. Il corpo e il contesto in cui agisce 

concepiti. Più specificamente, lo spazio esprime l’ordine della


simultaneità, il tempo quello del movimento, inteso sia come
movimento di un oggetto – tempo fisico – sia come l’attività di
un soggetto – tempo vissuto o psichico.
Il soggetto è assorbito in un contesto sociale di cui non può
ignorare le regole, se intende integrarvisi. La società è rigida-
mente regolata da ritmi temporali, convenzionalmente scelti
e condivisi. L’acquisizione del concetto di tempo è una condi-
zione irrinunciabile nel processo informativo: senza il senso
temporale il soggetto non è in grado di servirsi del presente,
ripensare il passato e proiettare nel futuro le proprie esperienze
di apprendimento (Restivo, , -).
Una volta in più ricorriamo a Hall e alle due modalità di
percezione e gestione del tempo che reggono le fila di una
determinata cultura .
Hall sosteneva che “il tempo urlasse” molto più della voce,
conferendogli dunque una portata concreta più che simbolica,
sganciandolo dalle regole di frammentazione e posizionamen-
to astratto che hanno reso celebri teorie ed equazioni in cui il
tempo era protagonista, nonché una serie di interessanti ma
spesso puramente speculativi film di fantascienza che si inter-
rogavano sulle possibilità di dilatarlo e restringerlo, anticiparlo,
predirlo, curvarlo fino all’orizzonte degli eventi, regalandoci
attraverso tortuose trame, un senso di fascinoso smarrimento
di fronte a mondi dalla fantasia sterminata e accattivante.
Il tempo tuttavia non è solo una dimensione in cui operano
concetti fisici e filosofici o un espediente cinematografico, ma
rappresenta un ricco bacino culturale, una conca che la cultura
riempie di aspettative attendendone i risultati.
Hall aveva distinto il tempo monocronico da quello poli-
cronico: il primo è tipico delle culture occidentali: un tempo
condensato, concentrato, ma sequenziale. Le attività sono mol-

. Si confronti la nota  del capitolo , parte prima.


. Fra questi Matrix (), Frequency – il futuro è in ascolto (), Minority
Report (), Paycheck (), Premonition ().
 . Corpi che comunicano

te, l’impegno si colloca spesso su standard di iperattività; il


vuoto, l’assenza di attività è un po’ come l’impossibile assenza
di tempo, avvertita come disorientante e forse frammista ad un
sottile senso di colpa.
Il tempo policronico, da parte sua, rappresenta la sovrap-
posizione delle attività, una sorta di multiversum temporale
in cui pensieri, forme, comunicazioni si collocano e si attua-
no contemporaneamente, ma a più livelli. Ciò conferisce un
ineludibile senso di inefficienza e dispersività.
Come per il discorso riguardante l’alta e bassa contestualiz-
zazione, la cultura attuale, i criteri in base ai quali è modella-
ta non trovano conforto né propriamente in un modello, né
propriamente in un altro.
Vediamo di riassumere quanto affermato sulla contestualità
e la percezione del tempo.
Alto contesto: informazioni ricavabili dal contesto stesso;
saturazione; peso della componente non verbale; silenzio con
un elevato grado di salienza semantica. In genere la cultura ad
alto contesto si avvale, se così si può affermare, di una cronolo-
gia policronica, poiché la decifrazione della realtà non è affatto
lineare e quindi non ha bisogno di scomparti stagni e sequen-
ziali in cui riporre ordinatamente le attività. Il tutto suggerisce
una percezione e una valenza comunicativa più circolare che
lineare, priva di punte, spigoli, eccessi.
Basso contesto: esplicitazione continua del significato, verba-
lizzazione incessante, dettaglio, precisione quasi ossessiva. La
percezione del tempo è di natura monocronica: efficiente, le
attività sono sviluppate su un palinsesto la cui osservanza e pun-
tualità deve essere il più possibile rispettata. Il tempo scorre, ma
è comunque una somma di eventi, ha una direzione ben precisa.
Cultura digitale e della concretezza: rapidità, efficientismo,
fiducia nei confronti dei tecnicismi concettuali e linguistici. Ma,
. Il biologo e pensatore cileno Humberto Maturana concepisce il Multiversum
secondo un percorso di costruzione della realtà. Essa rappresenta un universo cogni-
tivo ritagliato tuttavia all’interno di altri possibili percorsi cognitivi e strutturanti. Si
confronti Maturana e Varela, ; .
. Il corpo e il contesto in cui agisce 

come già puntualizzato, il tecnicismo non comporta necessaria-


mente precisione. La comunicazione è inscritta in codici non
formali, il corpo, la gestualità, una nuova aptica. Il processo
di digitalizzazione permea ogni cosa. Il modus operandi alfa-
betico è nella sua fase matura, ma epurato degli elementi più
formali e lineari.
Il tempo segue analoga sorte: è monocronico, ma non
lineare.
Un compiuto esempio di uno standard monocronico linea-
re era rappresentato dal mondo industriale e dalle esperienze
lavorative in esso esistenti: il lavoro per la vita rappresentava un
vissuto temporale responsabilizzato, lineare, avente un obietti-
vo e una direzione. Le attività sono frammentate nel percorso
biografico giornaliero, ci si dedica ad una cosa per volta, ma i
contesti e non le attività si accavallano.
La reperibilità continua, l’accesso online ci ha trasformati
in individui monocronici part-time. All’interno di una mede-
sima cornice telematica posso far confluire diverse attività e
operazioni online; effettuare una seduta di lavoro a distanza,
compiere un’operazione bancaria, rispondere alla posta, com-
pilare ed inviare documenti, chattare. . . e molto altro. Tutto
questo non è affatto dispersivo.
Digitalizzazione non significa più compiutamente precisio-
ne o linearità; il mondo alfabetico è un ricordo, come pure
un ricordo sono l’oralità e le sue regole: rimane la corporeità,
l’immagine, la saturazione di senso e comunicazione.
Una particolare e interessante visione del tempo è quella
fornita dall’antropologo di origine indiana Arjun Appadurai.
Nel passato i contatti e le cosiddette transazioni culturali
erano abbastanza limitate, geograficamente e temporalmente.
Le persone assistevano personalmente agli avvenimenti, ne
erano protagonisti o spettatori e proprio questo determinava il
loro serbatoio di ricordi, immagini, relazioni, significati deposi-
tato nella memoria. La memoria era quindi appannaggio del
singolo, una collezione privata e personale di fatti, sensazioni,
emozioni, esperienze.
 . Corpi che comunicano

Con i processi che caratterizzano la modernità, il coloniali-


smo, il capitalismo a stampa, i flussi finanziari e le tecnologie
mediali, il passato è stato deprivatizzato, divenendo una sorta di
patrimonio pubblico.
Il passato non rappresenta più un appezzamento privato, i
ricordi di ognuno declinati in forma strettamente personale,
né la trasmissione di un insieme di informazioni e conoscenze
di natura tradizionale e collettiva pertinenti alla comunità di
riferimento, ma è divenuto, in armonia con il principio post-
industriale della fruibilità immediata di oggetti, immagini, sim-
boli, una sorta di “supermercato” della memoria da cui tutti
possono attingere.
Ne consegue che, grazie a supporti cartacei, digitali, filmati
o altro, ciascuno di noi è in grado di “ricordare” eventi che non
ha vissuto in prima persona e che non fanno nemmeno parte,
adoperando una cifra collettiva, di una comunità cui si sente
di appartenere. Ne consegue che passato, presente e futuro di
mescolano in una strana alchimia che consente all’immagina-
zione di produrre realtà mnemoniche e biografiche composte e
accavallate. Questo fatto “nuovo”, cioè la possibilità di cooptare
un passato che in teoria non ci appartiene ha prodotto, secondo
Appadurai, una forma di immaginazione come pratica sociale,
un vettore di costruzione della realtà.
La visione dinamica di Appadurai consegna un mondo in
continuo movimento, in preda ad un flusso costante di perso-
ne (etnorami), artefatti tecnologici (tecnorami), canali e sim-
boli condivisi (mediorami), denaro (finanziorami), ideologia
(ideorami).
Il consumo in quanto tale determina le scansioni temporali
come vissuti socialmente significativi; non accade l’inverso. Il
consumo “crea” in un certo senso il tempo, non si limita a
rifletterlo. Il Natale non è un semplice fatto stagionale, ma una
festività che ha una durata pari all’intero anno, con periodi più o
meno frenetici di attività cosciente. Le periodicità del consumo
possono determinare lo stile e il significato di passaggi “naturali”
(Appadurai, , ).
P II
CORPI CHE CONSUMANO
Capitolo I

L’importanza del corpo


Dinamiche del consumo e di produzione della socialità

: .. Il consumo come fatto culturale e storico,  –


.. Cronemica e prossemica del consumo: mondi che si auto-
rappresentano e tabù incrinati,  – .. Corpo e valori. Am-
bivalenza senza fine,  – .. Lucidità e ottundimento post-
industriale,  – .. La trappola del desiderio: potenza e para-
dosso,  – .. L’indole pubblicitaria: narrazione conformista e
spregiudicata,  – .. Il corpo-massa,  – .. Natura e cultura:
repulsione per il rischio, fascino del pericolo,  – .. Dimo-
re post-moderne: lusso, simulazione, paura,  – .. Il corpo
tecnologia di se stesso, .

.. Il consumo come fatto culturale e storico

Si vive immersi in una fantomatica e seduttiva “società dei


consumi”.
Siamo dei consumatori, talora ne abbiamo consapevolezza,
come pure riteniamo di possedere abbastanza malizia da non
cadere preda di speciose celebrazioni di un prodotto o un servi-
zio; tuttavia di norma si ritiene che le decisioni siano indotte o
quanto meno orientate dal sistema economico, produttivo, di
marketing, deputato ad organizzare le scelte di ciò che si acqui-
sta o si rigetta; i consumatori, in un modo o nell’altro, sono i
protagonisti ignari di una mappa delle preferenze costantemen-
te monitorata e aggiornata dagli studiosi del ciclo di produzione
e distribuzione (Haley, ; Calvi, , ; Mortara, ;
Fabris, ).


 . Corpi che consumano

Si è spesso infastiditi dalla parola “consumo”, in primo luogo


perché in essa si ravvisa un atteggiamento materialista poco
edificante, cucito addosso, in parte con l’acquiescenza dei con-
sumatori, in parte loro malgrado, da un sistema la cui esistenza
è nota, ma contraddistinto da un processo alquanto astruso, abi-
le nel prospettare esigenze, desideri, oggetti non fondamentali
e coltivare ogni sorta di fantasticheria superflua.
Una nota di biasimo è costante. La cultura occidentale e
industrializzata rimane sospesa in bilico fra due filosofie con-
trapposte ma entrambe estremamente attive ed efficaci sia a
livello sociale sia all’interno dei singoli profili psicologici e di
personalità.
Il classico assunto della “retorica anticonsumo ” è che il
materialismo sia cosa da rigettare, un prolungamento abietto
della società industriale, prono a commercializzare pressoché
ogni oggetto, evento o esperienza concepibile, tenendo a guida
cardinale il principio della realizzazione monetaria e del profitto
ottenuto; oltretutto la logica produttiva di impronta industriale
rappresenta un modello che ha contribuito alle difficoltà del
pianeta nel suo delicato equilibrio naturale ed eco-sistemico; ha
finito con il dimostrarsi arrogante e insipiente, procacciandosi
per questo una consistente quantità di detrattori più o meno
organizzati.
Allo stesso tempo tuttavia, e qui si viene alla seconda ipotesi,
il consumo, nelle sue svariate e sottili declinazioni, rappresen-
ta un modo semplice ed efficace per uscire dalla quotidianità,
dalla routine ammorbante di ogni giorno: un modo vivido di
“essere se stessi”, di “valere”, per riprendere qualche diffuso slo-
gan promozionale, di riuscire insomma ad esprimere appieno
l’unicità irriducibile che contraddistingue ogni persona.
Il consumo costituirebbe un percorso per illustrare al meglio
cosa realmente si è, cosa si vorrebbe essere e il modo per
realizzare tutto ciò, ponendosi in qualità di mentore allo scopo

. Si confronti Horkheimer, Adorno, ; Marcuse, , ; Packard, ;


Riesman, .
. L’importanza del corpo 

di far emergere gli aspetti più reconditi e magari sovrastimati


delle personalità partecipi.
La materialità del bene, il valore simbolico e funzionale di
un determinato oggetto, oltre ad essere un processo costrui-
to culturalmente e costantemente negoziato, in ascesa o in
discesa nella scala dei valori che attribuiscono pregio, rifiuto
o indifferenza, non è una deriva di assetti culturali sviluppati,
tecnologicamente evoluti, incardinati in un sistema transatti-
vo capitalistico deputato a promuovere e diffondere comodità,
bizzarrie e anche vizi. Gli agenti della società dei consumi
non sono – sempre – personaggi neghittosi alla ricerca spa-
smodica della novità anche a costo di sacrificarne i caratteri di
funzionalità e contenuto.
Essa affonda le sue radici in tempi e modalità culturali
vecchie quanto la storia sociale umana.
Persino società molto diverse dalla nostra sono state caratterizzate,
almeno a tratti e in alcuni settori della popolazione, da atteggiamen-
ti materialistici e acquisitivi. Anche nelle società tribali gli oggetti
hanno valore innanzi tutto distintivo, segnano le gerarchie sociali,
le alleanze, i conflitti; anche in tali società esistono forme di spreco
vistoso che servono essenzialmente a rafforzare il dominio culturale
e sociale di alcuni membri. Il nuovo e l’esotico dal canto loro hanno
spesso esercitato un fascino irresistibile anche in società caute e tra-
dizionaliste come quella medievale, basti pensare alla straordinaria
diffusione in Europa delle spezie orientali proprio a partire da tale
epoca. (Sassatelli, , )

Marcel Mauss analizza il sistema di scambi utilizzato presso


alcune popolazioni dell’America del Nord, Alaska soprattutto,
basato sul potlach, la cui partecipazione a livello emotivo è più
intensa rispetto ai contesti polinesiani e melanesiani (Mauss,
). Si tratta di una particolare cerimonia che, da un punto
di vista tradizionale, comprende un sontuoso banchetto so-
litamente a base di carne di salmone e foca, in cui vengono
praticate azioni distruttive di beni preziosi e di prestigio.
È compito della cerimonia provvedere a stipulare nuove
relazioni o rinforzare quelle già esistenti. Attraverso il potlach
 . Corpi che consumano

si assiste ad una serrata competizione fra individui che condivi-


dono il medesimo stato sociale impegnati a distruggere beni di
valore per confermare la loro posizione all’interno del gruppo
o riacquistare un rango perduto.

Si bruciano cassette di olio di olachen e di olio di balena, si bruciano


le abitazioni e migliaia di coperte, si mandano in pezzi gli oggetti di
rame più cari, li si getta in acqua, per schiacciare, per annientare, il
rivale. (Ibidem, )

Il potlach rappresenta un esempio di economia del dono in


netta contrapposizione al sistema economico di natura com-
merciale e capitalista dedito al profitto e all’investimento: i beni
non vengono custoditi e accumulati, bensì dissipati, distrutti.
L’essenza di questo cerimoniale consiste in una sequenza
di obblighi: dare, ricevere, ricambiare in un contesto entro cui
ciò che è oggetto di dono deve venire elogiato pubblicamente
e in modo eclatante. Il dono non è passibile di essere rifiutato,
poiché questo significherebbe il timore di ricambiare e avrebbe
come conseguenza implicita l’autoesclusione dallo scambio
sociale: coloro che non partecipano allo scambio simbolico
rischiano l’onorabilità all’interno del gruppo sociale, perdendo
la reputazione, la maschera di danza, il diritto di incarnare uno
spirito o un oggetto totemico (Gattamorta, ).
È pur vero che il fenomeno di consumo oggi possiede una
portata e una valenza incommensurabili se rapportate alle dina-
miche storiche di fruizione di beni e servizi, tuttavia molti dei
suoi tratti non si configurano affatto nuovi o tanto meno rivolu-
zionari, piuttosto marcano qualitativamente e quantitativamente
indirizzi e abitudini culturali ben note in passato.
Nell’indagare la genesi della società dei consumi affiorano
anime contrapposte ma compresenti: una edonista, incline a
recepire oggetti sconosciuti, assaporarne novità e stravaganza,
fruire sensorialmente di essenze, gusti, tessuti, colori; l’altra ca-
stigata e morigerata, tesa al controllo delle proprie inclinazioni
e dedita all’etica del lavoro e della produzione; un’altra solleci-
. L’importanza del corpo 

tata dall’ascesa sociale e rivolta all’emulazione dei ceti superiori,


“diffusori” di novità (Mukerji, ; Sombart, ; ).
Insomma è legittimo etichettare il consumo in vari modi e
declinarlo con differenti toni e modalità, ma non si può affer-
mare che esso costituisca un fenomeno prettamente moderno.
Ciò che probabilmente differenzia il consumo premoder-
no e moderno da quello che si osserva in società permeate da
processi post-industriali e post moderni è che questo è stato in-
corporato metaforicamente e letteralmente nelle biografie dei
singoli attori sociali, divenendo una costante pietra di paragone,
un bilancia su cui tarare i vissuti esistenziali, le priorità istituite,
uno strumento per soppesare aspirazioni e testare limiti.
Il consumo è coevo alla stessa genesi culturale.
Come si è visto, ogni società e ogni cultura, anche quelle
scorrettamente ritenute “primitive” o “protomoderne”, hanno
conosciuto e tramandato modalità estremamente materiali di
acquisizione dei beni nonché pratiche inclini ad esibire quanto
in proprio possesso, sensibili allo spreco e alla competizione
emulativa onde affermare ruolo e dominanza.
È tuttavia vero che solo dopo un certo periodo storico, il
consumo, pur essendo preesistente sotto forma di accumu-
lo/ostentazione e come marcatore di rapporti sociali, ha acqui-
sito una forte valenza autonoma, tale da configurarsi come uno
dei processi fondamentali delle società cosiddette “avanzate”,
caratterizzate per lo più da un sistema di scambio improntato
al denaro e al circuito del mercato concorrenziale capitalistico.

. Il termine nasce nel campo dell’analisi socio-economica e acquisisce uso


corrente verso la fine degli anni Sessanta, per identificare le società in cui la maggio-
ranza relativa o assoluta della forza lavoro non è impiegata nel settore industriale
bensì in quello dei servizi. L’espansione del terziario, la sua progressiva e sempre
maggiore partecipazione alla formazione del reddito nazionale e la tumultuosa
gemmazione di sempre nuove capacità e competenze nonché figure professionali,
la centralità dell’informazione e della conoscenza sono alcune delle caratteristiche
fondamentali del concetto (Secondulfo, ). Si veda anche De Masi, , .
. Già Max Weber aveva colto la complessa sintesi dinamica che caratterizza
la natura del mercato, evidenziando non soltanto la marxiana dialettica fra posses-
so o meno dei mezzi di produzione, bensì il ruolo fondamentale apportato dalle
 . Corpi che consumano

La specificità storica incorporata nelle dinamiche capitaliste


tendenti sostanzialmente ai principi di massimizzazione del pro-
fitto e al reinvestimento, ha fatto sì che, con il tempo, si potesse
parlare di “consumo” come di una sfera a se stante, dotata di statu-
to autonomo e proprietà del tutto peculiari, agita e interpretata in
quell’insieme relazionale e umano che è la “società dei consumi”.
La “società dei consumi” odierna vanta una ulteriore pecu-
liarità: gli oggetti circolanti all’interno di società tradizionali,
sebbene non si connotassero per la loro esclusiva funzionalità,
ma, come è stato sottolineato, ricoprissero anche un ruolo al-
tamente simbolico, erano comunque pochi se confrontati alla
stupefacente abbondanza e varietà di cui gode attualmente il
mercato delle merci.
Il circuito di produzione, scambio, consumo, interessava un
numero limitato di attori, le transazione erano note, come pure
il senso di questi traffici, molto spesso venato da una nota di non-
razionalità, da ritrovarsi nella peculiare logica del dono indagata
da Mauss: lo scambio produceva un valore simbolico estrema-
mente denso, nel suggellare alleanze, dichiarare antagonismi o
“semplicemente” sancire la sacralità di un debito.
Questo tipo di transazioni incorporava un valore simbolico
e sacrale significativo, mentre la loro razionalità economica
risultava pressoché nulla: spesso erano i medesimi oggetti a
fare la spola tra un gruppo e l’altro, intendendo che non fosse
l’oggetto il fine ultimo dello scambio, ma il transito di questo
fra due comunità, clan, tribù, famiglie, chiave non di una funzio-
nalità esterna bensì meccanismo poietico di relazione. Oppure
gli oggetti di antico debito venivano restituiti in modo tale da
liberarsi del mana , l’energia impalpabile che ogni possessore
infonde nell’oggetto posseduto: non raggiungere un tale equili-
brio restitutivo poneva il debitore nella condizione “succube” di
essere costantemente influenzato e in qualche modo posseduto
dallo spirito di colui che per primo aveva donato.

interazioni credito/debito, nonché vendita/acquisto.


. Sulla nozione antropologica di mana si veda Pignato, 
. L’importanza del corpo 

Si evince quindi che la dinamica degli scambi era ispira-


ta a modalità mistico-relazionali piuttosto che ad una logica
razionale e monetaria.
Ciononostante gli oggetti erano conosciuti, fabbricati, scam-
biati, acquistati e consumati all’interno di un unico cerchio
relazionale “caldo” e ridondante.
Pare che attualmente gli oggetti possiedano un altro ti-
po di mana, sebbene di aura molto meno sacrale: il creato-
re/disegnatore infonde loro una funzionalità non immediata-
mente manifesta, incorporandoli in un sostrato di fascinante
curiosità che “provoca” il consumatore sfidandolo nel gioco
creativo di collocare l’oggetto nel suo kit personale di consu-
mo, trovandogli una funzione, prima mai concepita, che possa
effettivamente rispondere a una sua esigenza reale.
Spesso le fattezze dell’oggetto, la sua funzionalità e il contesto di
consumo sono volutamente occultati. Attraverso il teaser non viene
reclamizzato un prodotto magnificandone le prodezze, bensì viene
attuata una strategia simile a quella impostata dallo story-telling, per
costruire intorno al prodotto una storia, un racconto, regalando
poco a poco tessere immaginative con le quali giocare, fantasticare,
inferire, stimolandone la curiosità e quindi la domanda.
Lo stadio attuale di produzione e fruizione di beni materiali
e immateriali viene spesso accostato alla post-modernità e ai
suoi canoni estetici ed espressivi.
Lyotard () alla fine degli anni Settanta scrive La condizione
postmoderna enucleando i tratti tipici di una determinata fase
della storia umana e sociale.
In termini più generali l’aggettivo post-moderno ricorre
ogniqualvolta si intenda sottolineare una crescente frammen-
tazione del tessuto sociale e culturale, degli ideali etici e delle

. Per i caratteri del post-moderno in sociologia e la condizione esistenziale


di frammentazione e disorientamento ad esso connaturata si rimanda a Lo Verde,
; per l’idea dei corpi “liquidi” contrapposti a quelli “solidi” della modernità
si veda Bauman, , , , . Un teoria di recupero della relazionalità
nel sociale fa da contrappunto al processo di disgregazione in molteplici circuiti di
appartenenza e strutture di attendibilità: si veda Pierpaolo Donati, , .
 . Corpi che consumano

rappresentazioni cognitive, una perdita di senso globale, non-


ché una importanza crescente delle componenti simboliche,
espressive, estetiche, anche a costo di scadere nell’effimero.
Al di là delle speculazioni di taglio filosofico, alcune correnti
e tendenze hanno attraversato il sistema socio-culturale e i
costumi relazionali, determinando un evidente cambiamento
sia sul piano delle identità collettive, sia su quello delle identità
individuali.
Alcune macro-tendenze stanno attraversando la struttura so-
ciale dei Paesi più avanzati. Si tratta di un processo complesso,
plurimodale, con momenti di accelerazione e rallentamento,
ma destinato nel lungo o lunghissimo periodo ad alterare la
fisionomia culturale e le vite individuali di coloro che ne sono
colpiti. Questi in sintesi i temi che incidono sul mutamen-
to delle società proiettate nell’era susseguente alla centralità
dell’industria .

a) L’evoluzione storica e sociale, un tempo maggiormente


lineare e costante, cede il passo ad una evoluzione estre-
mamente discontinua, con balzi repentini e mutamenti
di direzione dalla portata spesso sconosciuta.
b) Le distinzione fra classe, criterio di valenza economica,
e ceto, categoria culturale, tendono non solo a ridurre la
loro importanza, ma a convergere e a divergere a secon-
da delle storie individuali. Più che una società strutturata
in base a classi o ceti, ci si confronta con individui la cui
posizione non occupa un rango gerarchicamente ordina-
to, ma entra ed esce da molteplici sfere di appartenenza
sia sociale che valoriale.
c) La comunicazione segue forme sempre meno massi-
ficate di diffusione dell’informazione, a favore di una
logica reticolare tarata sulle preferenze conoscitive del
singolo attore. Il flusso delle comunicazioni, peraltro,
tende ad estendersi in modo sempre più incontrolla-

. Si confronti Codeluppi, .


. L’importanza del corpo 

to, abbracciando la quasi totalità delle sfere del vissuto


attivo.
d) Le tecnologie informatiche incidono sulla organizzazio-
ne delle imprese che abbandonano sempre di più gli
obsoleti criteri centralisti e dirigisti per assumere un
profilo reticolare e policentrico orientato soprattutto a
far emergere competenze di tipo creativo e di problem-
solving.
e) La confusione, la contraddizioni, le tendenze centrifu-
ghe sono in aumento, poiché il numero di variabili inter-
venienti cresce in modo esponenziale istituendo modelli
estremamente complessi e non riduzionisti con un alto
numero di interdipendenze.
f) La situazione di crescente benessere dei settori medi
della popolazione crea biografie psicologiche e valoriali
inclini a valutare positivamente lo sviluppo degli aspetti
espressivi, estetici, simbolici e comunicativi, nonché una
maggiore attenzione nei confronti delle tematiche di
area ambientalista.
g) L’identità assume una connotazione sempre più decen-
trata, frammentaria, scomposta e divisa.

Nella attuale società dei consumi vi è compravendita di beni


fisici e servizi, ma la mole più copiosa dei traffici riguarda idee,
sensazioni, immagini, sogni. Il corpo nella sua totale generosità
produttiva, sia sotto forma di sensazioni fisiche che di proiezio-
ni mentali è un conduttore assai adatto a trasmettere questo
tipo di corrente espressiva.

.. Cronemica e prossemica del consumo: mondi che si


auto-rappresentano e tabù incrinati

L’industrializzazione, l’introduzione della luce artificiale hanno


avuto come conseguenza l’affrancamento graduale, ma sempre
più risoluto, dei cicli di produzione rispetto a quelli che sono i
 . Corpi che consumano

ritmi “naturali” imposti dall’alternanza delle stagioni, dalla va-


rietà degli aspetti climatici, dalle peculiari morfologie del suolo,
grazie a sistemi produttivi sempre più sofisticati e tecnologie
sempre più mirate.
Lo stesso profilo lavorativo determinato dall’industria ha
ottenuto come risultato la nascita di un tempo del lavoro che
fosse quanto più possibile depurato da distrazioni, in modo
da ottenere un lavoratore improntato ai più alti standard di
efficienza e produttività.
Il preteso atteggiamento di dedizione da parte del lavora-
tore ha poi reso necessaria la nascita di un contesto del tutto
sganciato che costituisse la sua parte “ludica”, tempi, luoghi,
oggetti, persone che gli conferissero svago, sollazzo, rendendo-
lo in grado di attendere nuovamente alla sua attività in piena
forma psico-fisica e con rinnovato vigore.
Anche in conseguenza di ciò, la cronologia del consumo si
configura come piuttosto lineare e sequenziale, fondata su alter-
nanze regolari che intervallano “momenti in cui si consuma” e
“momenti in cui si lavora” operanti in bizzarra sintonia nella
ricca industria dei servizi e dell’intrattenimento, giacché molto
spesso il momento lavorativo di una categoria professionale
rappresenta il momento di consumo di un’altra.
Come evidenziato da Appadurai, il consumo non è soltanto
ripetizione e ritmo scandito, ma realizza l’abitudine proprio
grazie alla ripetizione (Appadurai, , ). Il consumo non si
limita a riflettere il tempo, bensì in un certo senso ne è il suo
creatore: le periodicità del consumo determinano lo stile e il
significato dei cosiddetti passaggi “naturali”.
Se si osserva il trend degli ultimi anni, le festività ed i rituali
di consumo che le accompagnano non vengono promossi in
concomitanza di specifici e ben scanditi periodi dell’anno, bensì
tendono ad essere reclamizzati per la durata dell’intero anno
solare in modo ridondante e ricorsivo, per poi intensificarsi
nei periodi canonici, in cui sia il consumo, sia il sistema pro-
mozionale si attivano freneticamente, dopo una intensa fase
preparatoria senza soluzione di continuità: Natale, saldi, Pasqua,
. L’importanza del corpo 

Halloween, feste della Mamma, del Papà e di altri componenti


della famiglia non rappresentano momenti distinti e relativi a
ben definiti segmenti temporali, ma costituiscono una sorta
di vacanza senza posa, ricca di rimandi e citazioni incrociate a
prescindere dall’effettiva stagione corrente.
In questo senso appare accettabile sostenere che il consu-
mo determina il tempo e la sua percezione e non, come ci si
aspetterebbe, l’inverso.
Insomma, il binomio Natale-neve funziona ancora nel solco
affettivo dell’immaginario popolare, ma il Natale non rappresen-
ta più una festa tipicamente invernale. Prova ne sia che i tanto
noti quanto biasimati “cinepanettoni”, prodotto cinematografico
dal fascino deteriore, ma a quanto pare mai logoro, hanno mi-
grato le loro tradizionali location dalle più esclusive montagne ad
altrettanto vagheggiate spiagge tropicali e paesaggi esotici, meta
di personaggi dalla mondanità esuberante e grossolana.
Anche l’organizzazione dello spazio conosce nella attivi-
tà di consumo una cornice che in qualche modo rompe la
quotidianità degli schemi spaziali e prossemici.
Come illustrato da Codeluppi (), i luoghi di consumo
sono nutriti da una lunga serie di situazioni paradossali, em-
blema della compresenza degli opposti tipica di un assetto
socio-culturale che abbia familiarizzato con le dinamiche comu-
nicative e relazionali post-moderne. Nelle dinamiche attinenti
al consumo entra spesso una cifra lessicale che rappresentereb-
be in teoria il suo opposto; ci si rifà al sacro, ai rituali simbolici
praticati nelle novelle cattedrali post-moderne (Ritzer, ),
per l’appunto luoghi di ritrovo o per meglio dire nonluoghi
(Augé, ), entro cui scorre il flusso della comunicazione edo-
nistica e commerciale, mete di un desiderio a lungo coltivato e
indirizzato verso le nicchie più adeguate.
Il senso di ciò che ricade nella sfera pubblica e di quanto
invece attiene al privato subisce una contaminazione compren-
dendo entrambe le modalità.
La disgiunzione valoriale, sociale e anche tecnico-organiz-
zativa fra pubblico e privato è frutto della cultura alfabetica,
 . Corpi che consumano

lineare, digitale. Ad un’area pubblica, dominio della rappresen-


tazione collettiva, delle professionalità, dei ruoli codificati e del
controllo, si oppone il privato individuale e familiare, regno
dell’affettività, dell’identità perseguita individualmente, di una
libertà verbale, espressiva e normativa formalmente dichiarata
intangibile e protetta da incursioni esterne.
In particolar modo i centri commerciali enfatizzano in mo-
do emblematico questa peculiarità. Pur trattandosi di luoghi
aperti al pubblico e condivisi da un flusso di visitatori, il mutato
rapporto fra consumatore e addetto alla vendita li ha connotati
entrambi di caratteristiche assai più personalistiche, mimando
una relazione familiare che comunque lascia un ampio margine
di scelta al potenziale acquirente.
Nel periodo di tempo antecedente alla vetrinizzazione delle
merci la relazione di vendita in un negozio locale o bottega di
quartiere era tarata non tanto sulle richieste del cliente quanto
sulla bravura del venditore nell’adeguare le sue esigenze ad
uno degli articoli in suo possesso: questo comprendeva un
discreta dose di abilità e arguzia nell’illustrare le caratteristiche
del prodotto e convincere il cliente.
Con la vetrinizzazione e l’esposizione dei prodotti, il rap-
porto attrattivo e seduttivo si instaura fra la merce e il suo
osservatore. La prossemica della merce richiede l’intervento
di un coreografo che allestisce lo sfondo giustapponendo i
prodotti secondo un ordine non casuale, utilizzando proprie-
tà dell’ambiente, luce, colore, illuminazione, altezza, sfondo,
contrasto. La collocazione delle merci è debitrice ormai di una
struttura gestaltica in cui ogni singolo oggetto è parte di una
orchestrazione sensoriale collettiva che suggestiona e convin-

. La Gestalt o “Psicologia della forma” è un approccio psicologico-percettivo


sviluppatosi alla fine del diciannovesimo secolo. Sostiene la mutua relazione esistente
fra le componenti di una determinata “scena” che induce l’osservatore a percepire
visivamente il tutto in modo congiunto addizionando o sottraendo proprietà che
in realtà gli elementi non possiedono. Le cosiddette illusioni ottiche si generano
proprio a partire dai principi della psicologia gestaltica. Sull’argomento si confronti
Katz, ; Francavilla, ; Kanizsa, ; Ginger, ; Ash, .
. L’importanza del corpo 

ce e, nel momento in cui viene ricollocata nella dimensione


domestica, perde la sua aura.
In riferimento al binomio pubblico/privato, l’ambiguità del
confine che separa le due dimensioni è ulteriormente rimarcata
dalla presenza di prodotti decisamente legati alla sfera non solo
intima, ma sessuale, collocati comunemente nel settore droghe-
ria dei supermercati: oggetti che appartengono alla vita intima
e riproduttiva, test di ovulazione e gravidanza, si ritrovano
disinvoltamente esposti accanto a cerotti, garze e disinfettan-
ti, indice di una cultura che non ritiene di dover trovare una
collocazione appartata a oggetti la cui eco rimanda al corpo, so-
prattutto femminile, e alle sue funzioni più “interne”. Queste,
a partire dalla diffusione degli assorbenti igienici, sono state a
loro volta rese manifeste, perennemente in mostra e infine in-
troiettate nel circuito commerciale in un sistema di attribuzione
del senso che ha scardinato l’autorità dei tabù più tradizionali e
riconosciuti: sangue e apparato genitale.
Anche il binomio individuale-collettivo entra a titolo signi-
ficativo entro le dinamiche del consumo. L’impronta marca-
tamente individualista che connota le dinamiche della scelta e
più in generale la stessa condotta di vita in seno alle culture
industriali e tecnologiche si ritrova congiunta ad un richiamo
sociale e comunitario.
I luoghi di consumo tendono a simulare contesti e luoghi
in cui azioni tipicamente comunitarie possano avere luogo. A
partire dalle ambientazioni che tendono a riprodurre scenari
esterni, “piazze” virtuali corredate di alberi, scale, terrazze e
luoghi di ristoro, i grandi centri commerciali si sono proposti
già da tempo in qualità di unità aggregative che richiamano,
a seconda delle iniziative poste in essere, un gran numero di
visitatori, curiosi e nuclei familiari.

Forse per evitare di somigliare ai temuti nonluoghi, i luoghi del


consumo sono oggi contraddistinti da un’espressività barocca. In-
cessanti produttori di eventi, sono insieme luoghi del consumo,
dell’entertainment e della mobilità. Gli ultimi nati sono soprattutto
 . Corpi che consumano

gli outlet, originariamente spacci di rimanenze aziendali, soprattut-


to nell’abbigliamento, e poi centri commerciali dedicati alla moda,
fortemente caratterizzati come villaggi, tra scale mobili, lampioni
d’epoca, panchine, manichini, piazze e fontane, aiuole e vasi di fiori:
Serravalle Scrivia, Valdichiana, Castel Romano, Valmontone. Nomi
da caselli autostradali, ambienti spesso incongrui, ma anche luoghi
specchio, dove l’immaginario formato con il consumo audiovisivo si
riflette negli oggetti e nei riti dell’acquisto, creando un’esperienza
popolare diffusa.
Questo almeno avviene nel mondo sviluppato, e in alcune mete
turistiche del terzo e quarto mondo – ben recintate e presidiate – che
esso controlla, ad uso esclusivo di turisti occidentali. Là dove domina
invece un’economia della sopravvivenza, l’intreccio tra culture del
consumo e intrattenimento va in scena in un’imitazione grottesca.
È un’amara ironia della storia che nella globalizzazione le stesse vie
di comunicazione e gli stessi spazi vedano incrociarsi, senza mai
riconoscersi, turisti occidentali e migranti in fuga. (Menduni, ,
-)

Nei centri commerciali prendono vita attività solo blanda-


mente connesse all’attività di acquisto e consumo vero e pro-
prio: vengono allestiti mercatini dell’usato, fiere temporanee,
raccolte fondi per scopi umanitari, ricerca scientifica e supporto
alle persone colpite da svariate patologie, incontri per bambini
con animatori e giochi organizzati cui segue distribuzione di
dolci, palloncini e gadget; addirittura spettacoli per promuovere
trasmissioni televisive popolari (preselezioni per concorrere al
“Grande Fratello”) e concorsi di bellezza. . .
Lo scenario che viene proposto è quello della piazza, un
ambiente tradizionalmente aperto, estremamente orale anche
se nei centri commerciali tutto si svolge al chiuso e con l’ausilio,
spesso anche di giorno, della luce artificiale. Questo non im-
pedisce al visitatore di usufruire di alcuni servizi o prodotti un
tempo disseminati esclusivamente in spazi aperti e nelle stra-
de, se non in vicoli di quartiere: artigiani, calzolai, lavanderie,
edicole, parrucchieri orchestrano una dinamica spaziale in cui
ogni luogo possiede arredamento e oggettistica contestualizzati
al servizio offerto, ma tutti si ritrovano compressi in un macro-
. L’importanza del corpo 

spazio artificiale, un nonluogo (Augé, ) in cui si “scontrano”


cucine esotiche, articolati spazi ludici e ricreativi, piante finte,
raffinate enoteche, magazzini dal vestiario dozzinale, negozi
di articoli sportivi in cui è dato giocare a basket o schettinare,
attraenti riproduzioni di locali o piccoli appartamenti forniti
di tutto il necessario: una scacchiera colorata in cui tempo e
spazio si declinano in modo differente a seconda della casella
in cui ci si ritrova, simulacro di una socialità paradossale, tran-
seunte, composta da individui che ne attraversano i percorsi e
assaporano opzioni immaginative “usa e getta”.
L’invito a fantasticare altre realtà è una nota difficilmente
ricusabile, ma corrisposta in modo spesso svogliato e negligente
dato il poco tempo investito. Tuttavia è proprio tale “risparmio”
a costituire un motivo di successo di queste architetture.
Anche il senso di apertura e di chiusura ne risente: la piazza,
il mercato, le fiere erano spazi aperti, pubblici, una sovrapposi-
zione sensoriale di luci, colori, suoni, parole, grida, radicata in
una cultura orale. Le piazze commerciali sono invece gli epigo-
ni di una cultura alfabetica, grammaticalizzata in cui gli scenari
sono dotati di confine, le cui barriere si chiudono e si aprono
al passaggio dei visitatori, habitat delimitati ognuno dei quali
concorre a delineare una storia finita, una rappresentazione
scenica, una cultura lontana.
Telecamere a circuito chiuso, carte di credito, terminali,
ampi magazzini retrostanti, addetti alla sicurezza, sfatano il
mito dell’apertura e dell’en plein air.
Vi è certamente un sincretismo, ma mai una vera e propria
fusione. Si tratta piuttosto di un micro-mondo relazionale che
è esposizione di se stesso, simulazione in scala ridotta della
varietà esistente, un modo per ottimizzare le ore a disposizione,
fornendo il più alto numero di stimolazioni possibili, eloquente
metafora della necessità di istituire prima e mantenere poi un
circuito auto-generativo di bisogni, desideri e gratificazione di
questi stessi in tempi record.
 . Corpi che consumano

.. Corpo e valori. Ambivalenza senza fine

La cultura, per definizione, è un termine profondamente an-


corato all’astratto, agganciato al versante prescrittivo-oggettivo
piuttosto che a quello soggettivo-fattuale, misurato su processi
anziché azioni o gesti, su credenze anziché prassi.
Il pensiero, le strutture cognitive, le forme della religiosità
identificano certamente un profilo culturale. L’idea del bene e
del male connota una cornice valoriale, ma anche la gestualità,
le movenze esprimono valori: attraverso il comportamento
agito fisicamente si possono significare ruoli, gerarchie, inade-
guatezza o sconvenienza; aggressività, decoro o sottomissione.
Attraverso il corpo viene decretato ciò che è importante, frut-
to di una impostazione educativa e socializzante. La fisicità è
forma e sostanza allo stesso tempo.

È inutile giustificare a priori una riflessione sul corpo: la vita ci


impone quotidianamente il nostro corpo poiché è in lui e per lui che
noi sentiamo, desideriamo, agiamo, esprimiamo e creiamo. [. . . ]
Ma una tale esperienza non è univoca: vivere il proprio corpo
non è soltanto assicurarsi un dominio o affermare la sua potenza,
ma anche scoprire la sua servitù, riconoscere la sua debolezza. Se
la nostra pelle conosce e dà il piacere della carezza, subisce anche
il dolore della bruciatura del fuoco o il morso del freddo; se i no-
stri muscoli ci fanno gustare il godimento dei loro giochi ritmati e
della loro potenza nell’atto compiuto della danza o della corsa, ci
sottomettono anche alle atroci torture dei crampi brutali o improv-
visi. Insomma, se il nostro corpo magnifica la vita e le sue infinite
possibilità, proclama nello stesso tempo e con la stessa intensità la
nostra morte futura e la nostra essenziale finitezza. [. . . ] Quindi il
discorso sul corpo non può mai essere neutro. Parlare del corpo
costringe a chiarire più o meno l’uno o l’altro dei suoi aspetti: quello
insieme prometeico e dinamico del suo potere demiurgico e del suo
avido desiderio di godimento, e, per contro, quello tragico e pietoso
della sua temporalità, della sua fragilità, della sua usura e precarietà.
Ogni riflessione sul corpo è dunque in ogni caso etica e metafisica:
proclama un valore, indica una condotta da seguire e determina la
realtà della nostra condizione di esseri umani. (Bernard, , -)
. L’importanza del corpo 

Per quanto riguarda l’orizzonte prescrittivo e normativo,


la cultura ha subito cambiamenti di certo rilevanti. Ma come
registrare il cambiamento dei valori?
Chiara Saraceno effettua una accurata analisi su come le
differenze di genere abbiano riconfigurato sia l’organizzazione
sociale sia le mappe mentali e cognitive mediante cui l’identità
maschile e femminile viene costruita e al tempo stesso auto-
percepita. La definizione di genere non rappresenta una realtà
irriducibile, generata a partire da meccanismi innati o “naturali”.
Inoltre, l’autrice sottolinea la profonda difficoltà nell’esamina-
re il percorso storico attraversato dalla donna come soggetto
attivo e partecipe della vita sociale senza cadere in una prospet-
tiva “evoluzionistica” lineare e tendente ad un ideale punto
di arrivo al temine di un vissuto esperienziale cumulativo e
calendarizzato da fasi circoscritte.
Non solo il rapporto che intercorre fra mutamenti sociali
e mutamenti di genere esprime grande complessità, ma è ne-
cessario considerare l’enorme varianza esistente all’interno
del mondo femminile, una gamma di tonalità e sfumature di
natura relazionale, simbolica e auto-percettiva che attraversa
la femminilità impedendo di considerarla un tratto omoge-
neo e irriducibilmente unitario. Oltretutto vi è il rischio di
intravedere in determinati cambiamenti storico-sociali una
trasformazione valoriale del modello di genere, quando non
necessariamente a questi è seguita una reale modificazione
nell’immagine che le donne hanno di sé e del loro posto nel-
l’assetto sociale. Si tratta quindi di discriminare oscillazioni
non profondamente incisive da mutamenti in grado di lascia-
re memoria storica, istituzionale e soprattutto auto-percettiva
(Saraceno, ).
Si tratti di una disamina sui rapporti di genere o meno, il
corpo è stato sempre teatro di lotte simboliche rilevanti.
Coprire, scoprire, cosa rendere visibile e cosa occultare rap-
presentano le diverse opzioni di un tiro alla fune, una arena
decisionale cui le pressioni culturali, gli scenari del potere, la
dimensione valoriale hanno sempre preso parte.
 . Corpi che consumano

Paola Borgna () sottolinea come i corpi si prestino ad


essere realtà oggettive socialmente prodotte e costruite.
In un capitolo dal titolo eloquente, “corpo a corpo”, si decli-
nano tutte le forme possibili attraverso cui il corpo, oggetto di
interesse disciplinare sistematico e costante soltanto dalla metà
degli anni ottanta, sia stato reso teatro di lotta politica, sociale,
simbolica.
L’attenzione imposta dal femminismo certamente si è rive-
lata determinante nel sottolineare la corrente conflittuale che
il corpo genera lungo tutto il crinale sociale, attraversandolo,
ponendolo in tensione, edificando forzature ideologiche inten-
samente ambigue e contraddittorie oscillanti fra essenzialismo
e costruttivismo.
In termini cronologici, la prima presa di posizione – il co-
siddetto “femminismo egualitario” – indugia sulla distinzione
fra una mente sessualmente neutrale e un corpo caratterizzato
a livello biologico. I ruoli determinati dall’apparato sociale, in
particolar modo per quanto concerne il piano riproduttivo, rap-
presentano un ostacolo all’uguaglianza. In questa prospettiva è
proprio la biologia a necessitare di gestione e controllo: attra-
verso il ricorso alle tecnologie di procreazione assistita oppure,
più drasticamente, nel rifiuto della gravidanza.
Il prolungato esercizio quotidiano con gli strumenti che
costruiscono lo sguardo ha portato la percezione visiva a do-
minare gli altri sensi. Nel caso del corpo femminile, la prova
fotografica di ciò che succede al suo interno, ciò che raffigura
l’invisibile, spesso proponendolo in forma di collage, ha sancito
l’identità di “feto” e della maternità in qualità di “approvvigio-
namento di risorse”: ha creato in definitiva, superando il limite
fra piccolo e grande, fra visibile e invisibile, una realtà esterna,
oggettivata e oggettivabile, un “corpo” terreno di competizione
e discorso pubblico, fenomeni del tutto estranei alla consape-
volezza che un tempo la donna aveva di sé e della esperienza
fisica legata alla maternità (Duden, ).
Va in ogni caso sottolineato che la vulnerabilità del corpo
femminile alle prese con ciò che la natura impone non è sta-
. L’importanza del corpo 

ta recepita soltanto come ostacolo da rimuovere, ma anche


come momento di conoscenza intima e profonda esperienza
intellettuale cui l’universo maschile non ha accesso.
Una seconda posizione, interpretata dal “costruzionismo so-
ciale”, condivide con la precedente l’idea di un corpo biologico
geneticamente determinato, fisso e astorico, tuttavia enfatizza
le culture o, per meglio dire, le ideologie, come veicoli di co-
struzione degli attributi di genere. Al fine di perseguire la parità
fra i sessi è necessario elaborare diversamente atteggiamenti,
valori, credenze connesse al corpo, modificando così i modelli
di genere, ad esempio, attraverso la riorganizzazione sociale
della cura della prole.
Entro la terza corrente, quella della “differenza sessuale”, si
ravvisano ancor più momenti di difficoltà nel delineare corpo
biologico e corpo come rappresentazione, senza il rischio di
incorrere in banalizzazioni fuorvianti.
Con le parole dell’autrice

centrale per comprendere l’esistenza psichica e sociale delle donne è


qui la nozione di corpi vissuti, e l’attenzione al modo in cui essi sono
rappresentati ed utilizzati nelle diverse culture. All’idea del corpo
come oggetto naturale, astorico e preculturale si sostituisce quella di
corpo come oggetto inscindibilmente naturale e culturale, e perciò il
luogo del contrasto in una serie di conflitti di natura economica, po-
litica, sessuale, intellettuale. Accomuna le teoriche che condividono
questo orientamento la convinzione della irriducibilità della differen-
za tra i sessi. Tale inestirpabile differenza, che nella materialità della
storia si è trasformata in una profonda asimmetria della posizione
della donna rispetto alla posizione dell’uomo, richiede riconoscimen-
to e valorizzazione. Il pensiero della differenza sessuale, si noti, non
trae però dall’irriducibilità reciproca dei soggetti uomo e donna un
particolare contenuto della femminilità; non postula cioè che tutte
le donne siano sostanzialmente simili, ed anzi fa delle differenze tra
le donne il perno della sua politica. (Borgna, , -)

Se il pensiero femminista stenta a trovare una posizione non


esente da compresenze nell’individuare la cifra della femminili-
tà e del rango cui anela, vuoi nella complessa rappresentazione
 . Corpi che consumano

di genere edificata dal costrutto sociale, vuoi nei limiti biologi-


camente imposti sul vissuto femminile sotto forma di tempi
e ciclicità ineludibili, solo a partire dagli anni Sessanta negli
Stati Uniti e poi in Inghilterra e in Europa continentale, il di-
scorso viene portato esplicitamente sulla sessualità riproduttiva.
In essa si individua il perno della prevaricazione sessista e il
fondamento del regime patriarcale. È il momento del femmini-
smo “radicale” e delle bra-burners, le bruciatrici di reggiseni che
manifestano tutto il loro disappunto nei confronti di orpelli e
abbellimenti destinati a beneficio di una cultura oppressiva.

Dovrebbero a questo punto risultare chiari i motivi che hanno spinto


a dedicare tanto spazio all’elaborazione teorica femminista. Poche
questioni sono al suo interno più dibattute della relazione fra natu-
ra e cultura, tra essenzialismo e costruzionismo: temi centrali per
un testo che come questo intende occuparsi di processi e trasfor-
mazioni sociali che contribuiscono a definire e ridefinire – tanto
impercettibilmente quanto incessantemente – il corpo umano e le
sue rappresentazioni. In quella letteratura sono presenti gli attrez-
zi indispensabili per occuparsene: i concetti di costruzione sociale
del corpo e di politica del corpo. Compendiati, per così dire, nella
categoria di genere, essi sono divenuti parte del patrimonio teorico
e delle prospettive analitiche delle scienze sociali: si noti, non solo
nella forma dell’analisi di come si diventa donne (o uomini, come ac-
cade nei cosiddetti men’s studies), ma più in generale come i modelli
e i rapporti di genere diano forma alle modalità storiche e locali di
organizzazione sociale. (Ivi, )

Anche Appadurai () in qualche misura aderisce a questo


tipo di posizione: riflette sul rapporto fra corpo e potere, nel
senso che il corpo non rappresenta soltanto un oggetto ma-
nipolato dal potere, ma può divenire ricettacolo di pratiche di
potere e di controllo. Le numerose esplosioni di revival etnico
cui il mondo ha assistito nell’ultimo ventennio, sono il risultato
di un processo analogo. Non rappresentano in virtù di ciò un
sentimento covato a lungo e a lungo represso, sino al tracimare
finale, bensì rientrano all’interno di articolate strategie di po-
tere che riguardano la costruzione immaginativa dell’identità.
. L’importanza del corpo 

Lo scontro etnico e la brutale violenza che ne deriva, non è


uno strascico atavico, bensì la risposta moderna alla crisi delle
appartenenze.
Analogamente Foucault () individua nella colonizza-
zione del corpo un modo per il potere di gestire e domina-
re attraverso il controllo, l’alimentazione, la prevenzione, la
costruzione di centri appositi.

.. Lucidità e ottundimento post-industriale

Gli oggetti, i servizi, quanto fuoriesce dal meccanismo di pro-


duzione, promozione e distribuzione porta con sé una valenza
normativa.
Le sostanze che in qualche misura alterano lo stato di co-
scienza, droghe, erbe, sostanze psicotrope hanno subito alterne
vicende, oscillando nei secoli il loro rango all’interno delle
cornici di legittimazione socio-culturale.
Determinati contesti culturali ne hanno incoraggiato l’as-
sunzione ritenendole un mezzo privilegiato per raggiungere
stati di trance o di distorsione spazio-temporale, luoghi a metà
strada fra ciò che è riconosciuto come realtà sensibile e un mon-
do ineffabile popolato da spiriti e presenze in grado di garantire
il contatto fra dimensioni incompatibili. Un misto di sacralità,
sapere, virtù eccezionali connotano tale rapporto e si inseri-
scono in una prospettiva terapeutica di un corpo sofferente:
solo lo sciamano in stato di trance è in grado di accedere ad un
mondo e ad una conoscenza altrimenti preclusa, operando sul
soggetto al fine di sanarlo.
Il ricco novero di rituali che comportano una contamina-
zione mente-corpo attraverso l’offuscamento dello stato di co-
scienza, a lungo indagati dalle discipline etnoantropologiche,
non può essere inserito unicamente in una prospettiva spiri-
tuale, psichica o culturale, ma interseca diverse strutture di
conoscenza e attendibilità.
 . Corpi che consumano

In modo del tutto analogo, il rito di possessione praticato


in Africa si configura in tutta la sua pregnanza polisemica, non
potendo essere ricondotto semplicemente ad un momento di
malattia o alterazione psichica; rappresenta piuttosto una rispo-
sta culturalmente mediata agli eventi che generano conflitto e
sofferenza (Beneduce, ).
Nel passato il “congedo dalla realtà” era una pratica ammessa
e incoraggiata sebbene inserita in cornici temporali circoscritte.
Per secoli il mondo orale e contadino ha vissuto una realtà
intervallata da feste, celebrazioni, momenti di evasione rispetto
alla quotidianità, in cui ogni sorta di eccesso era ritenuto in
qualche modo lecito.
L’alea, la precarietà connaturata a quel paesaggio storico esi-
geva si istituisse una soluzione di continuità ad un flusso così im-
prevedibilmente feroce di epidemie, scorribande, funestazioni
di ogni genere.
Nella cultura post-moderna, nel regno del consumo post-
industriale, le sostanze eccitanti o stupefacenti non sono scom-
parse. Tutt’altro, prosperano pericolosamente a dispetto di cor-
rettivi e sanzioni sempre più aspre. Detengono una funzione
diversa, portatrice di un danno culturalmente istituito e in virtù
di questo inserite nell’illiceità e nell’antigiuridicità.
Lo stato di trance dello sciamano serviva ad accedere ad un
mondo di senso in cui avrebbe potuto recuperare forza, energia,
conoscenza da infondere nel reale. Si trattava di una sorta di
recupero, un attingere a qualche cosa di irraggiungibile se non
a patto di ottundere lo stato di coscienza, la lucidità vigente
ed operante nel mondo strutturato, dotato di regole, norme,
gerarchia. Veniva operata una frattura spazio-temporale, una
stasi temporanea al fine di portare un cambiamento nel mondo
terreno: una parossistica entrata nel mondo della follia per
recuperare ragione e lucidità.
Ancora una volta è il corpo a fungere da tramite, da codice
fra i due mondi .

. Nella trance ha luogo una duplice rappresentazione: la decodifica di un


. L’importanza del corpo 

La post-industrialità ha corrisposto all’umanità o a parte


di essa numerose franchigie: una migliore qualità della vita,
condizioni di lavoro meno massacranti e disumane, istruzione
diffusa, cure sanitarie, capacità e velocità di spostamento.
Ovviamente la concessione non è esente da costi che i so-
ciologi del ventesimo secolo non mancano di sottolineare: alie-
nazione, rottura dei legami forti, mancanza di reti comunitarie
di sostegno, overdose sensoriale, indifferenza. . .
La creazione di un mondo tarato sulle esigenze di un uo-
mo urbano, alfabetizzato, retribuito, fornito di una discreta
istruzione, passa attraverso un tipo di organizzazione raziona-
lizzata della società tesa a ricordare ai suoi membri il novero
di responsabilità, doveri, diritti che da questa discendono. Pa-
radossalmente, il codice che mantiene il legame sociale viene
ad essere di natura giuridico-formale piuttosto che relaziona-
le, e attenzione e lucidità costituiscono la chiave di volta di
una struttura per certi versi fragile, incerta, insicura, ma allo
stesso tempo costruita su una serie di meccanismi sia incenti-
vanti sia sanzionatori che ne assicurano una efficienza e una
democraticità per alcuni aspetti fittizie.
L’alterazione della coscienza diventa un momento pericolo-
so, di deviazione da una ipotetica normalità. Tempo, attenzione
e concentrazione sono i parametri dell’uomo post-industriale,
impegnato in attività che richiedono costante presenza e lucidi-
tà. Il tempo libero di ognuno sarà poi delegato all’attenzione,
all’efficienza di qualcun altro.
In un assetto post-moderno il sistema dei valori ha quindi
subito profonde modifiche.

corpo malato e quella della rinascita di un corpo sano, nuovo. Il processo viene
conseguito portando al culmine la confusione dei codici e delle lingue di cui il corpo
era l’emblema: la musica, la danza, l’incantesimo, il ricorso agli allucinogeni e alle
droghe, l’intera atmosfera che avvolge la seduta concorrono al risultato: solo su una
superficie resa vergine può sorgere il nuovo senso. Ad ogni trance indotta, tutto il
gruppo rivive l’origine del senso come origine della normalità. Origine che coincide
con l’emergere di un corpo nuovo, in cui è inscritto un codice nuovo portatore di
senso. In questo modo viene ristabilito l’ordine dei codici simbolici, al prezzo di un
rischioso viaggio nelle regioni dell’incodificabile (Gil, , ).
 . Corpi che consumano

Man mano che vengono soddisfatti i bisogni elementari, ben


enucleati da Maslow () di sicurezza, protezione, ma soprat-
tutto sostentamento, mete nient’affatto scontate in epoca pre-
industriale, emergono necessità maggiormente articolate, di
natura psicologica e relazionale o legate alla sensibilità artistica .
Secondo Inglehart il ricambio generazionale ha lentamente
sostituito una fetta di popolazione la cui fondamentale espe-
rienza di vita era stata la scarsità di risorse materiali tipica del
periodo bellico e post bellico con una popolazione che non si è
dovuta confrontare con la mancanza di bisogni primari.
Tale generazione sembrerebbe attratta dall’orientamento
estetico, dalla sensorialità a tutto tondo, dall’ecosostenibilità,
dalla libertà di parola, dai diritti umani, dalla democrazia, insom-
ma da tutte quelle pratiche attive e simboliche che si possono
attribuire all’autorealizzazione. Una vera e propria “rivoluzio-
ne silenziosa” (Inglehart, ) che riconfigura non soltanto le
priorità esistenziali ma esige un cambio di prospettiva nell’os-
servare il mondo circostante nel tentativo di farlo corrispondere
il più possibile ad una immagine ideale.
Il fatto di derubricare dal proprio orizzonte dei bisogni, pra-
tiche attive e simboliche meramente materiali, non ha tuttavia
eliminato il problema della sicurezza.
Oggi più che mai le città, le abitazioni rappresentano nel-
l’immaginario collettivo, sistematicamente rinforzato dai mass-
media, prede di persone, spesso immigrati o stranieri, dedite
ad attività criminose. Il pericolo, quindi, non proviene da una
bandiera più o meno chiaramente identificata, bensì dai confini
debolmente eretti intorno a noi, troppo porosi e permeabili
per poter arginare efficacemente la portata di tale rischio.

. La cosiddetta “Piramide dei bisogni” redatta nel  dallo psicologo Abra-
ham Harold Maslow prevede alla base della struttura piramidale bisogni di natura
prettamente fisiologica: respirazione, alimentazione, sessualità, sonno, omeostasi; a
seguire i bisogni di sicurezza: fisica, territoriale, morale, familiare, di salute e proprietà;
appartenenza: amicizia, relazioni affettive, intimità; stima: autostima, autocontrollo,
realizzazione, rispetto reciproco; infine autorealizzazione: moralità, creatività, problem
solving, accettazione, assenza di pregiudizio.
. L’importanza del corpo 

La costellazione materiale da dover difendere diventa allora


la lotta alla criminalità, perseguire una economia stabile, il con-
trollo dell’aumento dei prezzi, la tutela dell’ambiente, il ricorso
a percorsi di cura e terapia non convenzionali, naturali, non
chimici.
L’introduzione nell’insieme dei bisogni post materiali an-
che di meccanismi relazionali che contemplano auto-realizza-
zione, stima e appartenenza è particolarmente significativa.
Si enfatizza la centralità del gruppo come generatore di senso
e come chiave di volta di alcuni processi di gestione comunita-
ria del malessere, come accade in molti gruppi di ispirazione
new age, in molte delle esperienze che riguardano medicine
e pratiche terapeutiche non convenzionali, nonché in forme
più consolidate di mutuo aiuto comunitario (Secondulfo, ,
-).
Il quadro valoriale, le finalità cui guardare, sembrerebbero
organizzate in modo apparentemente coerente.
Qualcosa però non funziona. L’economia dà segni di dissesto
e squilibrio, minando la fiducia nella precisione e soprattutto
nella prevedibilità del metodo scientifico e del linguaggio ad
esso correlato.
Le droghe dilagano, comportamenti ormai palesemente
lesivi della salute personale e relazionale, alcol, fumo, droghe
sintetiche, sono in preoccupante incremento fra i minorenni.
Cosa succede?

Una tendenza diffusa è quella di ritenere che sotto molti aspetti, la


crescita della conoscenza e della tecnologia sembra non aver prodot-
to un aumento della sicurezza; in molti campi addirittura, sembra
aver generato un aumento dei rischi. Tanto che si è fatto strada un
approccio sociologico, noto come “società del rischio ”, la cui ipo-
tesi di fondo poggia sull’assunto che il processo di modernizzazione
sia accompagnato da un ineludibile accrescimento dei rischi. (Lupton,
)

. Beck, ; Bauman, .


 . Corpi che consumano

Il modello occupazionale in uso nella struttura industriale


era facilmente identificabile con l’espressione “posto per la
vita”.
Il sistema sociale fondava la propria relazione fra dipendente
e spesso grandi strutture produttive e burocratiche su una sorta
di modalità contrattuale, stabile nel tempo, i cui relativi obblighi
e diritti erano sottoscritti al momento dell’assunzione.
Questo generava una figura di lavoratore dipendente lea-
le, adagiato su un senso di rassicurante routine e del tutto
impreparato a forti traumi che implicassero revisione e riquali-
ficazione delle proprie mansioni e del proprio progetto di vita
(Secondulfo, , ).
La suggestiva ed emblematica figura dell’uomo flessibile
proposta da Sennet () certamente risponde, almeno in
teoria, alle esigenze di un modificato assetto di mercato, ma
osservato da una prospettiva socio-antropologica, nella realtà è
più simile ad uno sciamano confuso, un individuo che saltabec-
ca fra vari mondi, ruoli, contratti tutti in qualche modo atipici
e inadatti a riflettere la percezione che ha di sé, alla ricerca
non di qualcosa da riportare e custodire nella dimensione del
quotidiano, bensì nella paradossale illusione di sfuggirvi per
meglio adeguarvisi.
Saltuarietà, fugacità, fretta camuffata da efficienza, ottundi-
mento, diventano i parametri dell’uomo flessibile, ancorato
a nulla se non al suo personale e momentaneo abbozzo di
vita, un progetto instabile, cartaceo, uno zibaldone da dover
accartocciare periodicamente. Nemmeno la famiglia in taluni
casi può trovarvi posto, in quanto struttura cui deputare una
attenzione stanziale e non passeggera.
Questa figura umana e professionale, in teoria portatri-
ce di creatività, intuizione e adattamento, è suscettibile di
annichilirsi, soggiogata da una visione del futuro per nulla
accattivante; il rischio è che possa ridursi ad una sorta di
“predatore” razionalmente impostato, incline a consumare
relazioni superficiali “usa e getta” sguarnite di un significativo
investimento etico.
. L’importanza del corpo 

Il progetto che ne fuoriesce contraddice quindi i principi


che ne hanno ispirato la logica creativa.
L’ansia generata dalla precarietà porterebbe a due atteggia-
menti: un intenso senso di colpa generato dalla consapevolezza
di non avere alcun controllo sugli eventi; oppure grande fatali-
smo. Quest’ultimo non farebbe che favorire anziché arginare
atteggiamenti poco responsabili verso di sé e verso la società, a
dispetto delle grandi risorse investite in un’ottica di prevenzione
medica e sensibilizzazione sociale (Secondulfo, ).
Per quanto concerne l’approccio alla dimensione politica, il
trend discendente di coinvolgimento e partecipazione diretta
rappresenta, più che un sintomo di protesta e diniego nei con-
fronti dei rappresentanti a livello locale e nazionale, la sfiducia
che ad un progetto individuale possa corrispondere l’attenzione
di coloro che sarebbero deputati a garantirlo e difenderlo.
La delusione verso la gestione della cosa pubblica è poten-
ziata dalla resa nei confronti della propria visione del futuro,
una bandiera bianca che si giustifica facilmente a partire dal-
le scorrettezze di una classe politica impreparata, propalate in
modo sistematico dal circuito dell’informazione pubblica.
L’uomo flessibile, svestiti i panni della flessibilità e indossati
quella della precarietà soprattutto esistenziale, diventa una figu-
ra dedita alla dipendenza da qualsiasi attività, sostanza, gioco
o altro che gli consenta di evadere momentaneamente da una
realtà totalmente enigmatica e inaffidabile.
Il piacere sensoriale, l’ebbrezza, il sogno che tracima in desi-
derio rappresentano gli appagamenti del corpo post-industriale,
un oggetto simbolico a cui si chiede di svelare prospettive intel-
lettuali, istanze etiche, progetti politici, ma che in fin dei conti
è deputato a fugare pallidamente il copioso bacino di ansie e
dubbi generati dalla stessa cultura post-industriale.
 . Corpi che consumano

.. La trappola del desiderio: potenza e paradosso

In realtà permane la tendenza a comprimere il consumo in


due dimensioni assolutamente antitetiche: la prima vede in
esso il pieno esprimersi della personalità individuale, una via
privilegiata entro cui attuare il meccanismo di scelta.
La seconda, di matrice più chiaramente marxiana, individua
nel consumo una espressione di alienazione, di non-scelta o
per meglio dire di scelta eterodiretta da parte di entità eterna-
mente manipolatrici e dedite alla trasformazione di chiunque
venga esposto al meccanismo di promozione delle merci in
consumatore passivo e inerme.
A tutt’oggi, accantonate o quasi le diatribe che oppongono
la visione socialista a quella liberista, in termini di immagina-
rio collettivo e di espressione popolare, l’antinomia persiste;
per essere più precisi, si tratta di una compresenza articolata,
generatrice di conflitto e ambiguità.
La retorica anticonsumistica evidenzia in quest’atto con-
traddizioni culturali insanabili e potenzialmente patologiche.
In opposizione alla sfera della produzione, voce narrante di
valori mai dimenticati incarnati dalla stabilità borghese, frugale
e contenuta, si oppone il vuoto interiore del desiderio infinito e
quindi potenzialmente nullo, svuotato, annichilito quando non
anche indice di disordine morale al limite della depravazione.
È nota l’analisi effettuata da Susan Bordo () dei disor-
dini alimentari in qualità di reazione propria alle dinamiche
conflittuali e sotto alcuni aspetti contorte della società dei
consumi.
La propensione al consumo insinuerebbe due tendenze op-
poste ma complementari: il desiderio e il controllo. Il desiderio
sarebbe ben incanalato dalla fame bulimica e insaziabile, il
controllo, dalla disciplina nichilista praticata dall’anoressico.
Le promesse e anche alcuni criteri di esteticità che le dina-
miche di marketing fanno trasparire sono state paragonate ad
una sorta di “doppio legame”, condizione ipotizzata dall’ap-
proccio psichiatrico inerente la scuola della Pragmatica della
. L’importanza del corpo 

Comunicazione Umana di Palo Alto (Watzlawick, Beavin, Jack-


son, ): il doppio legame (Sluzki, Ransom, ) si rivela
una relazione che lega due persone coinvolte affettivamente ed
emotivamente, di cui una dipende dall’altra (prototipica la diade
madre-figlio), ma che emerge in tutta la sua contraddittorietà.
La comunicazione verbale e quella verbale sono in perenne
contraddizione fra loro , ciò fa sì che il soggetto debole, in
quanto giovane, in stato di dipendenza psicologica, affettiva e
anche materiale, apprenda un tipo di comunicazione costante-
mente sfalsata sui due piani della relazione e del contenuto. Da
una comunicazione patologica praticata da un genitore e diffusa
al resto della famiglia si può giungere, ovviamente in modo
non deterministico ma pluricausale, a seri disturbi di ordine
psichiatrico come autismo, schizofrenia e gravi difficoltà rela-
zionali che, in linea con questo tipo di approccio, risulterebbero
l’esito di una comunicazione familiare distorta e ambigua.
. Gli elementi necessari affinché si verifichi una situazione di doppio legame
sono: la presenza di due o più persone di cui una viene designata come “vittima”. Il
doppio legame può essere inflitto non solo dalla madre, ma anche in qualche forma
di alleanza tra madre, padre ed eventualmente fratelli. L’ipotesi non chiama in causa
una singola esperienza traumatica, ma si deve trattare di una esperienza ripetuta e
ricorrente sicché che la struttura del doppio legame venga ad essere una aspettativa
abituale. A livello linguistico e relazionale deve sussistere: . Una ingiunzione negativa
primaria (ad esempio “non fare così o io ti punirò” oppure “se non fai così io ti
punirò” – si sceglie un contesto di apprendimento basato sull’evitare la punizione,
piuttosto che un contesto di ricerca di una ricompensa). . Una seconda ingiunzione
secondaria in conflitto con la prima a un livello più astratto e rinforzata, come la prima, da
punizioni e da segnali che minacciano la sopravvivenza. Quest’ultima è più difficile da
descrivere in quanto l’ingiunzione secondaria viene di solito comunicata al bambino
con mezzi non verbali: atteggiamenti, gesti, tono della voce, azioni significative e
implicazioni nascoste nel commento verbale possono essere usati per trasmettere
questo messaggio di natura più astratta. . Una ingiunzione terziaria negativa che
proibisce alla vittima di abbandonare il campo. In realtà già il rinforzo degli altri due
livelli implica una minaccia alla sopravvivenza e, se i doppi legami sono imposti
durante l’infanzia, la fuga è naturalmente impossibile. Tuttavia, sembra che in
alcuni casi la fuga sia resa impossibile da certi espedienti che non sono puramente
negativi, ad esempio, incostanti promesse d’amore e simili. Infine, la serie completa
di questi ingredienti non è più necessaria quando la vittima ha imparato a percepire
il suo universo in termini di doppio legame. Può essere allora sufficiente una parte
qualsiasi di una successione di doppio legame a scatenare panico o rabbia (Sluzki,
Ransom, , -).
 . Corpi che consumano

L’ipotetico “anello debole”, il soggetto colpito, versa nelle


condizioni di non poter intrattenere relazioni “sane” con il mon-
do circostante e con gli individui che ne fanno parte, in quanto
“immune” a comprendere alcune particolari figure linguistiche,
il paradosso, l’ironia che fanno appello non tanto al contenuto
delle proposizioni espresse, quanto a tutta una serie di sottintesi
che richiedono una elaborazione in forma relazionale.
L’analogia con una visione dichiaratamente psicoanalitica
può risultare eccessiva, ma questo tipo di esempio rimane uti-
le nel ricordarci che il mondo del consumo è un mondo che,
da qualunque prospettiva venga osservato, rimane in perenne
bilico fra oggettivo e soggettivo, razionale ed emotivo, libero
e costretto, autonomia ed eteronomia; non essendo concet-
tualmente riducibile, è basculante intorno all’asse generata da
ambiguità e compresenza.
Il soggetto intrappolato in un ipotetico stato di “doppio
legame”, più frequente di quanto non ci si aspetti in contesti
familiari attraversati da correnti emotive tese e inconsapevoli
della ambigua trama relazionale che istituiscono, finisce con il
sentirsi paralizzato, incapace di decodificare correttamente il
messaggio, portato a scelte che generano inquietudine e senso
di colpa, attratto da ciò che sente di volere e contenuto da ciò
che sente di dovere. Impossibilitato infine a trovare una strada
alternativa che lo conduca al di fuori della cornice problematica.
Se proviamo a sostituire la sfavillante serie di oggetti, beni e
merci esposte ovunque con la meta finale (raggiungimento di
amore e gratificazione), gli apparati simbolici e immaginativi
astutamente messi in gioco dal sistema promozionale con le
ingiunzioni cui il consumatore è sottoposto (ingiunzioni sia
positive sia negative in contraddizione – il “prezzo” e il “risulta-
to”), la sua aspirazione a fortificare l’impalcatura di autostima,
realizzazione e libertà, abiti imprescindibili dell’abitante post-
industriale (rinforzo e reiterazione del modello), troveremo
che quest’ultimo non può che condividere in questa situazione,
satura di desiderio, indecisione, impotenza, alcuni tratti del
doppio legame da cui non si ha via d’uscita.
. L’importanza del corpo 

Il vuoto, la precarietà, la “non sostanza” istituite dal consu-


mo sono altresì evidenti nella concezione di David Riesman
(). Egli riprende tutti caratteri più tipici della società di
massa: agglomerato di persone sì numerose, ma sprovviste dei
più elementari legami forti, informali, sedotte da una unica
idea, sovente la più semplice e, si è tentati di aggiungere, anche
vistosa ed eclatante, in modo da non insinuare dubbi e solle-
citare l’antropologica tendenza a giudicare entusiasticamente
o biasimare in modo altrettanto risoluto ogni forma di azione
umana.
In realtà, anche se la cultura ha assistito ad un moltiplicarsi
di abitudini, alcune delle quali socialmente e psicologicamente
insane e pericolose, droghe, alcol, tabagismo, gioco d’azzardo,
non pare che il problema sia da configurarsi unicamente nel
tipo di sostanza assunta, semmai dalla catena di dipendenze più
o meno dannose che la cultura sta coltivando nel nostro intimo,
blandendo il lato più fragile ed esposto della personalità.
Ossessioni compulsive che dirigono l’attenzione nei con-
fronti di un oggetto specifico, tralasciando il resto. Persino la
cura talora irragionevole profusa nei confronti degli animali
domestici, forniti di tutta una serie di orpelli, peraltro costosi,
cui vengono devoluti trattamenti estetici inutili e snaturanti,
farebbe pensare ad una forma di profonda confusione collettiva,
all’incapacità di attribuire un senso proporzionale e misurato,
seppur rivestito di razionalità.
Francis Fukuyama ha impiantato una dura critica nei riguar-
di della cultura statunitense in riferimento alla concezione del
corpo, della mente, della longevità e della qualità della vita
stessa. Il politologo ribadisce una sorta di innaturalità nell’u-
so ad oltranza di determinati prodotti, chimici e farmaceutici
ed intravede un pericolo di snaturamento dell’essenza umana
con probabili ripercussioni sulle generazioni future e l’assetto
geopolitico . In particolare sottolinea come l’uso di alcune so-

. Gli scenari biotecnologici presi in considerazione da Fukuyama riguardano


l’effetto dei farmaci psicotropi, l’utilizzo delle cellule staminali, la manipolazione
 . Corpi che consumano

stanze psicotrope prescritte alquanto comunemente, Ritalin e


Prozac , non offuschino la lucidità dell’individuo, bensì possa-
no renderlo più attivo, “felice”, lucido, partecipe, “aggirando” i
limiti imposti sul piano biochimico e dalla specifica struttura di
personalità.

Hegel non ha torto quando sostiene che l’intero processo storico


umano sia stato propulso da una serie infinita di lotte per il ricono-
scimento. Praticamente tutto il progresso umano rappresenta un
sottoprodotto della costante insoddisfazione delle persone nei con-
fronti dei riconoscimenti loro attribuiti; l’unico modo di combattere
tale frustrazione è sempre stato quello di lottare e di lavorare. [. . . ]
Il modo normale, e moralmente accettato, di innalzare il proprio
livello di autostima è sempre stato quello di lottare contro se stessi e
contro gli altri, lavorare intensamente, a volte fare sacrifici dolorosi e,
alla fine, salire più in alto in modo che gli altri possano accorgersene.
[. . . ] Ma ecco che arriva l’industria farmaceutica americana che, con
medicinali come lo Zoloft e il Prozac, è in grado di fornire l’autosti-
ma in comodi flaconi, servendosi di un innalzamento artificiale dei
livelli di serotonina. [. . . ]
Il fatto che al mondo esistano milioni di persone affette da una
depressione patologica e la cui autostima è molto più bassa del
normale è incontestabile. [. . . ]
Tuttavia, il basso livello di serotonina non è di per sé sufficiente
a indicare la presenza di una malattia, e l’esistenza del Prozac apre la
strada a quella che Kramer ha definito “farmacologia cosmetica”,
cioè l’assunzione di un farmaco non per il suo valore terapeutico, ma
al fine di sentirsi “benissimo anziché bene”. Se il senso di autostima è
così importante per la felicità umana, chi mai rinuncerebbe ad averne

genetica. Le argomentazioni a sostegno della pericolosità di tali interventi non sono


di natura religiosa bensì involvono l’essenza stessa dell’uomo, tratto irriducibile e
radicale «. . . perché, anche se il comportamento umano è plasmabile e variabile, non
lo è infinitamente, e a un certo punto istinti naturali e schemi di comportamento
radicati nel profondo si riaffermano e concorrono a indebolire i migliori programmi
escogitati dagli ingegneri sociali» (Fukuyama, , ).
. Nome commerciale del metilfenidato, stimolante simile alla metanfetamina.
Viene usato per il trattamento del disturbo da deficit dell’attenzione e iperattività
(ADHD).
. Nome commerciale della fluoxetina cloridrato, farmaco antidepressivo
inibitore selettivo della ricaptazione della serotonina.
. Kramer, 
. L’importanza del corpo 

un po’ di più? A questo modo l’uomo ha a propria disposizione un


farmaco che per alcuni aspetti somiglia un po’ troppo alla droga
“soma” del Mondo nuovo di Aldous Huxley. (Fukuyama, , -)

Il corpo umano: desiderio irrefrenabile, timore, vincolo,


promessa di oltrepassarlo si alternano in un gioco dalla posta
alta per il singolo e per la collettività, di cui è arduo intravedere
l’esito.

... Antinomie

A fianco della retorica anticonsumo si staglia l’apologia di que-


sto stesso e, strano a dirsi, le motivazioni addotte sono talora
talmente simili da sovrapporsi; quanto meno i due approcci
sembrano ricercare una chiave di lettura comune e compatibile.
La libertà di scelta, ad esempio, è una cifra invocata da en-
trambi: se il testo antagonista al consumo inneggia alla libertà
intellettuale, all’autonomia di giudizio e al pensiero originale,
annacquati dal circuito commerciale in un piano omogeneo
e monocromo, le ricerche che sottolineano quanto la produ-
zione sia vincolata alle imprevedibili reazioni del consumato-
re, propendono per una indole decisionale forte e di impatto
manifestata da quest’ultimo.
Si è già accennato a come il commercio, le attività dedite allo
scambio, alla transazione, all’investimento si siano ritagliate
uno spazio di onorabilità, soppiantando anche se non completa-
mente la tradizionale cultura cavalleresca imperniata sull’onore
e il dispregio del pericolo.
. Si tratta di un romanzo di genere fantascientifico ambientato in un futuro
immaginario entro cui vengono attuate tecnologie selettive di riproduzione e un
controllo mentale finalizzato ad una società esente da “difetti” e debolezze. Alla
popolazione viene somministrato il soma, una droga antidepressiva.
Condivide con moltissimi altri romanzi il filone distopico (fra i più conosciuti
 di George Orwell e Fahrenheit  di Ray Bradbury) e presenta più di una
analogia con il film Equilibrium di Kurt Wimmer del : in quest’ultimo la droga
che i cittadini devono assumere quotidianamente è il Prozium che, al contrario del
soma, non rende euforici bensì placa qualsiasi forma di emozione che, considerata
fonte di ogni male, nell’immaginaria Libria è un reato punibile con la cremazione.
 . Corpi che consumano

A dispetto delle leggi suntuarie, tentativo di disciplinare l’as-


setto sociale, marcando e contenendo le divisioni fra classi e
ceti come gruppi titolari di diritti e doveri non interscambiabili,
dalla fine del  si assistette ad una graduale “moralizzazione
del lusso”. Venne filosoficamente sdoganata la propensione infi-
nita al desiderio; il romanticismo e suoi romanzi rappresentano
un mondo in cui i protagonisti, borghesi esteriormente e inti-
mamente, vivono nel desiderio perpetuo, un bovarismo che si
racconta attraverso la ricerca dell’inarrivabile, anche a costo di
atroci sofferenze capaci di stremare corpo e spirito (Campbell,
).
I valori culturali di cui è intrisa la società dei consumi pon-
gono al centro l’uomo e la realizzazione del suo equilibrio
psico-fisico (Lears, ). Vi è una esaltazione smodata delle
emozioni positive, felicità, realizzazione, successo, pulsanti in
un corpo sano, programmato per sfiorare il picco massimo del-
l’efficienza. La tristezza, l’angoscia sono accettate con difficoltà
e spesso intese come delle vere e proprie malattie da curare.
Si è avuto modo di osservare in precedenza che le qualità
emotive sono un campo su cui l’influenza culturale fa sentire
tutto il suo peso. In contesti asiatici e orientali la tristezza tende
ad essere incorporata entro una cornice di legittimità; banditi
sono invece orgoglio e collera, emozioni tipicamente lecite se
non addirittura incoraggiate in una cultura individuocentrica
(Nisbett, ).
Gli antagonismi strutturali continuano ad essere il filo con-
duttore di ogni società a qualunque stadio evolutivo, non sol-
tanto nel campo del consumo, ma ogni qualvolta si affronti un
tema complesso e intriso di implicazioni filosofiche e congettu-
rali, la specificità dell’essere umano, la qualità dei rapporti che
l’uomo instaura con il mondo circostante, la natura delle sue
inclinazioni. L’altalena fra edonismo e controllo, fra devianza e
normalità, libertà e dipendenza sembra non poter giungere ad
un punto dirimente.
Le opposizioni strutturali proposte da Roberta Sassatelli,
qui brevemente elencate e riviste nella loro tematizzazione
. L’importanza del corpo 

delineano un paradigma che rispecchia in modo fedele i criteri


della propensione al consumo (Sassatelli, , ).
La diade razionale/irrazionale rende ragione dell’equilibrio
instabile fra il principio dell’investimento, dell’affare, della clas-
sica concezione economista dell’ottimizzazione dell’equilibrio
costi-benefici.
In realtà, i modelli economici, in parte corretti dall’approc-
cio neoclassico o marginalista hanno consegnato riscontri solo
debolmente positivi. Appare controproducente parlare di irra-
zionalità o di una linea di condotta insensata nel caso in cui non
si seguano i criteri della razionalità economica: nel classificare le
modalità dello shopping (Bellenger, Robertson, Greenberg, )
sono emerse due figure di consumatore: la prima descrive uno
shopper tipicamente razionale, il cui comportamento è orienta-
to dal rapporto fra costi e benessere/utilità (convenient shopper);
la seconda, identificata nel recreational shopper, individua una
attitudine all’acquisto indipendente dalla pianificazione, attratta
invece da motivazioni di genere espressivo, ludico e ricreativo.
È possibile sostenere che il convenient shopper non è necessa-
riamente più funzionale del recretional shopper, proprio perché
nell’atto dell’acquisto viene inclusa tutta una serie di importanti
istanze e componenti che solo in parte riguardano l’atto finale,
l’acquisto di un bene o di un servizio, ma coinvolgono l’identità
stessa del consumatore, la sua biografia, la sua socialità, la sua
affettività.

... Maschile/femminile

Tradizionalmente, il mondo del consumo è stato anche sol-


lecitato dall’ambizione femminile, dagli ornamenti preposti
all’abbellimento della casa. Anche le inclinazioni attribuite al
genere sono state cristallizzate rimarcando una ovvietà di stam-
po tradizionalista, refrattaria a concedere l’intercambiabilità
delle posizioni: il maschile è controllo, disciplina, il femminile
è abbandono, sensualità.
 . Corpi che consumano

Il campo della cultura in generale si è sempre preoccupato


di discernere l’ordine simbolico e le pratiche comportamenta-
li femminili, inclini ad una dimensione emotiva, relazionale,
espressiva rispetto al modus operandi maschile ritenuto mag-
giormente razionale e astratto. In realtà le distinzioni di genere
toccano pressoché tutti gli ambiti istituzionali e relazionali, in-
cludendo segnali, posture, abiti, abitudini, linguaggi, sistemi di
rappresentazione della realtà e schemi di elaborazione cogniti-
va che, al di là del dimorfismo esteriore, rimangono dominio
di etichette non solo opinabili, ma anche transitorie.
Tuttavia, quale che sia l’archetipo di femminilità e mascoli-
nità invalso entro una determinata cultura, i modelli di genere
sono soggetti a mutamento e contaminazione sia fattuale che
simbolica.
Nel campo dell’abbigliamento, ad esempio, il cosiddetto
power dressing e altre manifestazioni espressive e di costume
denotano come la caratterizzazione di genere abbia subito no-
tevoli trasformazioni; d’altronde indossare un abbigliamento
simbolo di status e predominio non può essere ritenuto una
conquista sociale o una prova di maggior peso femminile o
maschile all’interno della società.
Attraverso opzioni molteplici, la concezione del genere di-
venta non soltanto una arena entro cui far contendere il poten-
ziale di pressione esercitato da maschi e femmine, ma costitui-
sce una testimonianza di quanto sfumata sia la linea di confine
che separa gli ambiti di competenza. Non si deve dimentica-
re che, a dispetto dei numerosi tentativi di rendere le “pari
opportunità” una realtà concretamente applicata, persistono a
livello abitudinario, linguistico e di senso comune convinzio-
ni inossidabili da ambo gli “schieramenti”, irriducibili ad una
morfogenesi improntata alla flessibilità.
Alcuni tipi di abbigliamento professionale non considerano
l’opportunità di istituire una variante simile ma sessualmente
caratterizzata, in grado di produrre anche percettivamente il
senso del ruolo adattato al genere, ma tendono ad imitare mal-
destramente alcuni tratti esteriori; nella divisa ad esempio, la
. L’importanza del corpo 

cravatta, accessorio tipicamente maschile, rivela la tendenza


ad accogliere l’altro sesso incorporandolo in un ruolo tradi-
zionalmente maschile con le caratteristiche estetiche a questo
prioritarie.

... Pubblico/privato

La distinzione fra luogo pubblico e luogo privato permane una


caratteristica base dell’organizzazione socio-culturale europea
e nordamericana, enfatizzata dalla struttura del paesaggio ur-
bano che richiede una continua alternanza di spazi destinati
alla condivisione e spazi fruibili dal singolo che risultano essere
spesso adiacenti e di dimensioni ridotte.
Se a colui che frequenta un luogo pubblico compete un
determinato contegno, disciplinato da regole formali e anche
informali, il senso del pubblico varia contestualmente a seconda
della cultura di riferimento. In genere l’accento sul privato
viene posto dalle culture d’impronta individualistica in cui la
responsabilità individuale è certamente enfatizzata, ma lo è
anche l’insieme di diritti di cui gode il singolo sia da un punto
di vista materiale – beni fisici – sia immateriale – proprietà
intellettuale, privacy, dati sensibili .
In genere la valorizzazione del privato ha apportato una
benefica espansione al settore del consumo: l’abitazione dome-
stica, da dimora di un insieme parentale variamente differen-
ziato, è divenuta una sorta di alveare composto da tante cellette,
ognuna delle quali di pertinenza ad uno specifico membro della

. Ogni cultura presenta una certa concezione dello spazio pubblico, ma questo
si traduce in atteggiamenti completamente diversi inerenti al binomio tutto-niente:
se il pubblico appartiene a tutti, significa che ognuno deve anzitutto prevedere una
condivisione dei diritti di godimento: deve commisurare il suo comportamento
ad una sorta di par condicio giuridica e civile: non sporcare, pagare quanto dovuto,
rispettare gli ambienti, le relazioni territoriali e altro. Se il pubblico è res nullius,
cioè cosa di nessuno, questo autorizza a considerarlo una sorta di discarica comune.
Riguardo all’etica del pubblico in Italia, in particolare meridionale, si confronti il
cosiddetto “familismo amorale” (Banfield, ) e le reazioni suscitate da questa
ipotesi fra cui Sciolla, , ).
 . Corpi che consumano

famiglia; arredata quindi, vissuta, strutturata secondo i ritmi e


le identità di costui. L’abitazione occidentale e urbana ha subito
un processo di de-oralizzazione trasformandosi in uno spazio
composto da tante nicchie private ognuna riflettente l’identità,
il genere, la professione, la rete di relazione del possessore.

... Attività/passività

Riproduce in modo piuttosto coerente la vecchia diatriba che


vede affrontarsi la libertà e l’autorealizzazione contro la chiu-
sura, l’oppressione e l’eteronomia, in questo perpetuando la
logica denigratoria anti-consumo. Si può comunque affermare
che la concezione di un pubblico passivo e manipolato sia sul
versante dei consumi, sia su quello dell’informazione e della
cultura rappresenti un paradigma oramai oltrepassato e non so-
lo grazie agli apporti della scuola di Birmingham e dei cultural
studies (Williams, , ; Hall, Mellino, ).
Come la decodifica di un testo, scritto, pubblicitario, iconico,
multimediale, affronta molteplici processi di negoziazione da
parte del lettore, anche nel settore dei consumi non si può evin-
cere un significato univoco contenuto nelle merci e attribuito
al vertice dal sistema che lo ha prodotto.
Al pari di ogni informazione che viene processata secon-
do limiti, competenze, risorse, background educativo, capitale
culturale e sociale di riferimento (Bourdieu, ) e riletta secon-
da un proprio percorso, ogni oggetto acquistato subisce sorte
analoga. Il bene viene de-mercificato, espulso dalla logica me-
ramente produttiva e commerciale, per entrare nell’orizzonte
biografico, identitario e relazionale del possessore, attraverso
logiche che non si presentano come puramente acquisitive, ma
relazionali, simboliche, etiche, identitarie. La destinazione ulti-
ma, la collocazione semantica nel corredo dei beni posseduti è
comunque pertinenza del consumatore finale.
. L’importanza del corpo 

.. L’indole pubblicitaria: narrazione conformista e spre-


giudicata

Nel corso degli anni la strategia pubblicitaria si è fatta sempre


meno “fattuale” e sempre più “evocativa”. Si è spostata dal-
la dimensione oggettuale e referenziale verso una prospettiva
contestuale. Non si vende un oggetto o un servizio, ma il poten-
ziale benessere che l’uno o l’altro possono generare assieme a
tutta una serie di variabili sociali, etiche, psicologiche (Puggelli,
; Cortini, ; Percy, Woodside, ).
Grossomodo, la nascita del marketing come azione finaliz-
zata alla vendita attraverso l’analisi degli elementi che compon-
gono il mercato e la pianificazione di una strategia vincente
avviene negli Stati Uniti, all’inizio del Ventesimo secolo.
Pur trattandosi di una azione pianificata, l’alba del marketing
non può essere paragonata alle tattiche e alle ricerche intraprese
in questo campo negli anni successivi.
Si trattava allora di stimolare un consumatore mansueto,
fedele non tanto all’acquisto, quanto allo stile di vita americano
di quegli anni. In una parola, era necessario incoraggiare l’uni-
formità, l’American way of life, smussando le molte eterogeneità
culturali attive in quel periodo storico (Ewen, ).
Da allora vi è stato un cambiamento sorprendente.
Non solo la società è cambiata, sono mutati i flussi relativi al-
le merci, ai capitali, alle persone. Gli equilibri connessi ai vertici
del potere si sono riposizionati. Le tecnologie si sono evolute,
gli strumenti statistici di rilevazione sono diventati più sensi-
bili, l’analisi dei risultati attenta e meticolosa, l’impostazione
strategica, sottile.
Nonostante tutto, il consumatore, il potenziale acquirente
rimane una dolorosa incognita per gli esperti del settore.
La storia del consumo vista attraverso le lenti del mar-
keting e della diffusione pubblicitaria ha dovuto coevolvere
con le stravaganti, a volte incomprensibili, esigenze di quel-
la massa sterminata e disomogenea che è il pubblico, un
insieme di individui mossi dalle più disparate motivazioni
 . Corpi che consumano

con un corredo di aspettative, sogni, rivalse, difficilmente


registrabile.
Simboli, emblemi, marchi, hanno conosciuto momenti di
grande popolarità e repentini tracolli.
Naomi Klein in No Logo segue la parabola discendente del
branding,

una specie di palloncino che si gonfia con estrema facilità ma che


in fondo è pieno d’aria. Non deve quindi stupire il fatto che questo
sistema abbia generato dei veri e propri eserciti di critici armati di
spilloni che non vedono l’ora di far scoppiare i palloncini. (Klein,
, )

I miti d’oggi (Barthes, ) sono la seduzione, l’incanto,


l’irrealtà o l’iperrealtà, la violenza, la sorpresa, il rovesciamen-
to degli opposti, una forma di “sospensione dell’incredulità”
(Eco, ) che qui non riguarda la semantica cinematografica,
letteraria o televisiva, bensì noi stessi, il nostro corpo, i vissuti
esistenziali vagheggiati con lui, complice e antagonista al nostro
fianco.
Le immagini pubblicitarie condividono con il consumo un
limbo di contraddizioni, antinomie, aloni regressivi, sindromi
infantili, deliri di onnipotenza, palcoscenico di un “gioco delle
parti” ambivalente e cangiante.
Rimane tuttavia un mondo rappresentato, onirico, rifles-
so, proiezione del desiderio, del rifiuto, di un consapevole
abbindolamento spesso autoinflitto.
Si oscilla fra la necessità del conformismo, una appartenenza
al gruppo, in apparenza mitigata e accogliente, e l’unicità ribelle,
la stravaganza, il nichilismo.
L’indole ideologica che si cela dietro le operazioni pubblici-
tarie legittima e tipicizza contesti tradizionali e puritani: “gioca”
con l’ideale più irreale di famiglia. Nel medesimo tempo fonda
la sua grammatica sullo shock e sulla dissacrazione.
In realtà i modelli estremi, conservazione e sovversione,
sono semplicemente clausole di uno stesso contratto messo in
. L’importanza del corpo 

vetrina, stipulato con il pubblico consumatore o con una sua


parte, quella analizzata e che si presume di conoscere.
Vi deve essere però una trama a sorreggere emozioni e sen-
sorialità così intense e ondivaghe: la rappresentazione del con-
sumatore che diventa attore e impersona le caratteristiche psico-
logiche, etiche adatte al prodotto agognato. Un gioco astratto,
di pensiero, allusione, sogno in cui noi tutti siamo coinvol-
ti e di cui l’arena del consumo ha fornito una piattaforma di
sperimentazione reale.

Perché lo scopo del marketing narrativo non è più semplicemente


convincere il consumatore a comprare il prodotto, ma anche immer-
gerlo in un universo narrativo, coinvolgerlo in una storia credibile.
Non si tratta più di sedurre o di convincere, ma di produrre un
effetto di credenza. Non di stimolare la domanda, ma di offrire un
racconto di vita che propone dei modelli di comportamento integra-
ti, i quali comprendono certi atti di acquisto, attraverso veri e propri
ingranaggi narrativi. Vecchi o giovani, disoccupati o impiegati, sani o
malati di cancro, “you are the story”, tu sei un eroe. Il neomarketing
opera un sottile slittamento semantico: trasforma il consumo in
distribuzione teatrale. Scegli un personaggio e noi ti formiamo gli
accessori. Datti un ruolo, noi ci occupiamo delle scene e dei costumi.
(Salmon, , )

Proviamo ad ingegnarci in un marketing narrativo.

... Un racconto diacronico del consumo

Vediamo di percorrere almeno in parte un racconto che possa


essere verosimile.
Questo racconto ha come protagonista la donna; sullo sfon-
do la “spesa” sia in termini di tempo, sia in termini economi-
ci. La morale è la fuoriuscita di un io ideale impegnato nel-
l’amministrazione degli acquisti e nelle dinamiche di genere:
aspirazioni, evoluzioni, limiti e conflitti.
Partendo dalla già considerata opposizione strutturale con-
trollo/razionalità – desiderio/sensorialità, possiamo ipotizzare
l’evoluzione del modello di donna consumatrice in origine an-
 . Corpi che consumano

corato, quale custode della gestione delle finanze domestiche o


più aulicamente “l’angelo del focolare”, ad una organizzazione
dei consumi attenta e parsimoniosa.
Vediamo come già in questo senso si incrini la tradizionale
veste maschile di razionalità e controllo rivelando una realtà
molto più promiscua sia dal punto di vista dei protagonisti sia a
livello concettuale.
Possiamo ipotizzare un decorso storico e culturale di questo
genere partendo dall’analisi di alcuni spot pubblicitari soprat-
tutto italiani in voga dagli anni ’.
A sua volta è plausibile considerare due fasi non del tutto di-
stinte, ma l’una di seguito all’altra senza soluzione di continuità:
la prima, appunto, vede come principio cardine il controllo, la
disciplina, l’etica del lavoro più volte citata, l’operosità sobria ed
efficiente tipica delle classi borghesi di seconda generazione.
La seconda invece focalizza la sua attenzione sull’attrazione:
intendiamoci, non il disordine irrazionale, antagonizzato in
un gioco di chiaroscuri alla razionalità economica: si tratta
invece di un altro tipo di ordine, non per questo irragionevole
o sprovvisto di logica: il desiderio, la sensorialità, ancora una
volta tradizionalmente intagliato nella cultura muliebre.
La donna è delegata al controllo non solo economico, ma
impersona una organizzatrice della materia prima fornitale
dal coniuge: viene così a configurarsi una casalinga attenta al
rapporto qualità/prezzo.
Il risparmio di tipo economico non è tuttavia sufficiente
a completare la gestione del bene di consumo. I tempi sono
mutevoli, la struttura di classe, ceto, le opzioni professionali,
ma soprattutto quelle di genere vanno cambiando ed evolven-
dosi in qualche cosa che, lentamente, altera se non incrina, il
primigenio equilibrio familiare.
La donna si insinua a più livelli e in mutevoli circostanze nel
mondo del lavoro, diventa una lavoratrice, sebbene il suo status
possa essere in origine misconosciuto.
Per dedicare il medesimo investimento necessario alla ge-
stione familiare e domestica ella ha bisogno di “tagliare” non
. L’importanza del corpo 

solo sul prezzo, ma soprattutto sul tempo (da ricordare lo sta-


gionato ma sempre attivo adagio, ricorrente nella borghesia
rampante, “il tempo è denaro”).
La donna lavoratrice deve dunque provvedere ad un ménage
familiare che le consenta di raggiungere standard soddisfacenti
riducendo i tempi necessari alla preparazione e alla messa in
opera. Il desco deve presentare cose “buone in poco tempo”.
Contemporaneamente le si schiude un mondo sociale com-
posto di altre donne, sue pari, in ascesa, semplici apprendiste
part-time o dotate di ambizioni più corpose: l’etica terapeutica
di autorealizzazione (Lears, ) si fa prepotentemente strada.
La protagonista non solo provvede al ménage domestico
in modo efficiente, ma l’immagine di sé, a contatto con altre
donne, trainanti, femministe, la convince a rifiutare un ritratto
che la fa risultare scialba e sciatta.
Il consumo l’ha totalmente integrata come casalinga, ma è la
stessa casalinga che, paradossalmente, acquista la coscienza che
tale dimensione può conferirle un’aura di fascino e charme, da
non devolvere unicamente alla spesso neghittosa e indifferente
controparte maschile, bensì per “piacere a se stessa” , un valore
che si fa sempre più imperativo, nell’illusione che anche nell’a-
spetto vi sia una inevitabile necessità relazionale, e che la socialità
implicita può essere invisibile ma non per questo inattiva.
Il modello di donna dedita al consumo è a questo punto
protagonista di un approvvigionamento domestico alimentare
“buono in poco tempo” e una immagine di sé che le consente
di essere “bella in poco tempo”.
Il risparmio di tempo si traduce in termini di oggetti, merci
e servizi in una miniaturizzazione del bene di consumo dome-
stico: irrompe il pre-dosato, il pre-tagliato, i surgelati, il forno a
microonde, i prodotti a non-risciacquo, i tessuti non stiro. . .
La casalinga-lavoratrice-attenta a sé ha ormai incorpora-
to i valori post-industriali che i media replicano in modo co-
stante: danni ambientali, inquinamento, sviluppo sostenibile
o insostenibile, ambiente a rischio, clima irrimediabilmente
compromesso, qualità della vita, attenzione nei confronti delle
 . Corpi che consumano

generazioni future, più verde, più pulizia, scelte ecologiche e


riciclo. Un decalogo che va a insinuarsi nelle operazioni più
minute e negli ambienti più quotidiani, dalle catene dei fast
food, agli sportelli bancomat che invitano l’utente ad operare
la “scelta più ecologica”, cioè non stampare il resoconto delle
ultime operazioni.
Il riflesso che le viene rimandato è quello di una persona
civile, responsabile, attenta al futuro dei suoi figli. Lo specchio
fatato la induce ad essere non solo bella ma anche efficiente ed
ecologica. Un terzo tipo di risparmio si aggiunge a quello eco-
nomico e di tempo: lo spazio. I fustoni di detersivo, da cilindrici
diventano rettangolari, per poi ridursi a dimensioni sempre più
minute; monoporzioni e ricariche si fanno onnipresenti. . .
A questo punto il processo di emancipazione dalla tiran-
nia del controllo e della razionalità maschile, ormai devoluta
vicariamente alla donna, è avviato.
Il claim che la induce a “prendersi il suo tempo” è quello
che maggiormente ha fatto breccia nell’equilibrio dei generi
entro una dimensione di consumo commerciale.
Il “perché io valgo”, slogan di una nota azienda di prodotti
per la bellezza e la cura della persona avente come testimonial
una serie di modelle e attrici mozzafiato è mutato in “perché voi
valete”, un astuto transfert seduttivo che ricompone l’ambigua
dialettica triangolare tra la modella, il prodotto e la consumatrice.
Le riflessioni di Baudrillard sulla dimensione della seduzione,
del “sogno della merce” emergono puntualmente.

Non ci sono limiti ai “bisogni” dell’uomo in quanto essere sociale


[. . . ]. L’assorbimento quantitativo del cibo è limitato, l’assorbimento
digestivo è limitato, ma il sistema culturale del nutrimento è indefi-
nito. . . Il valore strategico e nel contempo l’astuzia della pubblicità è
precisamente questa; di toccare qualcuno in funzione degli altri, nelle
sue velleità di prestigio reificato. (Baudrillard, , -)

Il Kronos maschile ha oramai allentato la presa. La gestione


del tempo eterodiretta è una delle forme più condizionanti di
educazione e coercizione.
. L’importanza del corpo 

Intimare non “cosa fare” ma “quando farlo” rende il sogget-


to sotto tutela estremamente docile e controllabile .
I tempi sono maturi affinché possa introdursi la seconda
fase: il desiderio, la sensorialità, il corpo, in una parola.
I sensi hanno in qualche modo preso il posto del risparmio:
se nella fase precedente la donna consumatrice doveva accer-
tarsi di riprodurre un modello di consumo efficiente, asservito
ad una tassonomia valoriale differenziata: le finanze, l’ottimiz-
zazione dei tempi, il rispetto dell’ambiente e dei valori della
cittadinanza mondiale, ora può impiegare la sua sensorialità in
funzione dell’accertamento della qualità del prodotto: il bello e
buono diventa il claim preponderante, la vista e il gusto, canali
sovrani nel decretare la validità di un prodotto.
I sensi acquisiscono poi un’altra funzione: forse alcuni ri-
corderanno uno spot pubblicitario di qualche decennio fa in
cui si chiedeva ad una signora di testare la bontà di una mar-
garina. La funzione sensoriale, il gusto in questo caso, andava
a ricoprire una funzione ancillare, cioè confermare la bontà
di un prodotto, la margarina per l’appunto, che la signora in
questione, resa momentaneamente non vedente da una benda,
decretava essere indiscutibilmente burro.
Quindi il gusto, sganciato e reso indipendente dalla vi-
sta, è chiamato a convalidare la bontà di un prodotto, la
margarina, all’epoca dichiaratamente un surrogato del pro-
dotto superiore, il burro: gusto e anche olfatto, trattandosi
di un assaggio, sono chiamati a pubblicizzare un prodotto
“inferiore”, ma indistinguibile da quello di maggior pregio,
attraverso – questa è la novità – la decontestualizzazione dal-

. Analogo fatto è accaduto nei sistemi educativi. Al di là delle modifiche ope-
rate nei programmi ministeriali, quindi nella mole e nella qualità della conoscenza,
come pure nel metodo, è indubbio che il tempo trascorso a scuola o in strutture
educative consimili è, negli ultimi decenni, aumentato a dismisura. Gli asili nido, il
tempo pieno sono diventati parte integrante del processo non solo di apprendimento
del bambino, ma anche di una forma di socialità estremamente richiesta che lo porta
a vivere fuori di casa un ammontare imprecisato di ore, ma di certo assai superiore
rispetto ad un tempo.
 . Corpi che consumano

l’ambiente circostante attraverso una momentanea inabilità


sensoriale.
Il corpo ben presto viene tuttavia richiesto nella sua inte-
grità, in una armonia analogico corporea che nulla nega al
tutto-sensoriale. La funzione dei sensi è sovrana, diffusa, non è
trattata digitalmente, smontata pezzo per pezzo, bensì la totalità
del corpo è testimone nonché destinatario di essenze, fragran-
ze, spezie che ormai si estendono ad ogni genere di prodotto,
sganciandosi dalla sua specifica funzionalità, per offrire un’estasi
sensoriale ad ogni piccola, minuta, banale attività domestica.
Le spezie, gli oli essenziali si trovano nei bagnoschiuma,
certo, ma anche nei detersivi; l’aloe imperante si offre come pa-
nacea medica, estetica, lenitiva; si beve, si spalma, deterge, frena
l’avanzare dell’età, presta il suo servizio alla totalità del corpo
esternamente e internamente. Ogni esperienza di consumo è
dunque unica, personalizzata, atemporale.

.. Il corpo-massa

Quando parliamo di “consumo di massa”, “cultura di massa”,


“istruzione di massa”, non stiamo descrivendo un fenomeno
avente precise coordinate storiche e temporali, non lo stiamo
cioè denotando, ma azzardiamo una espressione non neutrale:
la nostra è una connotazione.
In una cultura occidentale estremamente tesa all’individua-
lismo, alla scoperta di qualità uniche ed eccezionali, chi mai
potrebbe definirsi membro di una struttura di massa e dirsene
onestamente soddisfatto?
Di fatto, la prospettiva attuale del consumo suole dirsi “di
massa”, ma la bandiera della scelta a tutti i costi, dell’unicità,
della personalizzazione, della diversità infinita e irriducibile
hanno reso alla cultura di massa un’arma formidabile.
Non è il consumatore a scegliere il prodotto bensì sono le
infinite possibilità, predeterminate, ma flessibili, di combina-
. L’importanza del corpo 

zione cromatica, formale, strutturale, che colgono nel segno,


vestono le esigenze del singolo, che si sentirà “unico”.
Può sembrare una differenza troppo sottile per essere consi-
derata significativa, ma è possibile che proprio in questo si celi
il superamento dell’impasse scelta-eteronomia.
Sin da quando appare il primo utilizzo del termine “società
di massa”, negli anni della seconda Guerra Mondiale, esso
viene associato alla più buia eco rimbombante gli orrori della
Rivoluzione Francese (Dumont, ).
La massa ai primi del  si configura come un agglomerato
di individui che non si conoscono, non interagiscono fra di
loro, entro cui permane una sorta di legame assai debole, ben
enucleato dalla differenza fra Gemeinshaft e Gesellshaft (Tönnies,
).
La massa rappresenta la Gesellshaft non ancora compiuta,
nella sua accezione più deteriore. Non è ancora divenuta “socie-
tà”, non si è data una struttura operativa interrelazione, bensì è
pura quantità o, per meglio dire, puro numero.
Non vi è relazione fra gli individui che compongono la
“massa”. Essa è bersaglio delle teorie illuministiche e non solo
poiché agisce e si comporta in modo barbaro e ignorante (Orte-
ga y Gasset, ), è suscettibile di una “effervescenza collettiva”
(Durkheim, ) votata non alla creazione di solidarietà, ma ad
una indole distruttiva.
Gli esempi di folle inferocite alla prese con riti impressionan-
ti e altamente simbolici sembrano confermare una psicologia
della folla (Le Bon, ) dedita soprattutto a forme di linciaggio
e aggressione isterica.
Dal punto di vista della comunicazione di massa, per l’ap-
punto, l’affrancarsi da un immaginario altamente spiacevole è
arduo.
Le prime teorie, formulate fra la prima e la seconda guerra
mondiale, sono ancora estremamente grezze e poco elabo-

. Lo smembramento del corpo della Principessa di Lamballe, durante la


Rivoluzione francese e l’ostensione oltraggiosa delle sue parti più intime.
 . Corpi che consumano

rate. Esse sembrano convergere a partire da due paradigmi


teorici: la società di massa per l’appunto, nei termini non lu-
singhieri visti sinora, e una semplice teoria stimolo-risposta
desunta dall’allora dominante teoria psicologica di matrice
behaviourista .
Anche il lessico adoperato suggerisce bene il senso di quanto
si intende: l’ago ipodermico, il proiettile magico, la cinghia di
trasmissione, sono tutte denominazioni ascrivibili ad una sola
tipologia di ipotesi argomentativa: il pubblico è manipolabile.
Mediante un lessico fastidioso e medicalizzante (“ago ipo-
dermico”), si dà nome ad un insieme di teorie diffuse nella
Prima metà del ventesimo secolo: il messaggio viene letteral-
mente inoculato sotto la pelle dello spettatore-uditore ignaro
e inerme, impossibilitato ad opporvisi. La società di massa è
l’entità ideale a recepire, in modo non congiunto ma singo-
larmente, l’idea più semplice, più immediata, più facilmente
utilizzabile. Nel  Simmel scrive:

La massa è una formazione nuova, che non si fonda sulla personalità


dei suoi membri, ma solo su quelle parti che accomunano l’uno a
tutti gli altri ed equivalgono alle forme più primitive e infime dell’e-
voluzione organica [. . . ]. Va da sé che da questo livello siano banditi
tutti i comportamenti che presumono la vicinanza e la reciprocità
di molte opinioni diverse. Le azioni della massa puntano diritte allo
scopo e cercano di raggiungerlo per la via più breve: questo fa sì che
a dominarle sia sempre una sola idea, la più semplice possibile. Ca-
pita assai di rado che, nelle loro coscienze, i membri di una grande
massa abbiano un vasto campionario di idee in comune con gli altri.
Inoltre, data la complessità della realtà contemporanea, ogni idea
semplice deve essere anche la più radicale ed esclusiva. (Simmel,
, )

. Anche detto “comportamentismo”. Questo paradigma psicologico nato agli


inizi del XX secolo aveva come finalità lo studiare i contenuti psicologici attraverso
le loro manifestazioni direttamente osservabili ponendo così la psicologia tra le
scienze biologiche. I comportamenti complessi resi manifesti dall’uomo e osservabili
scientificamente potevano essere scomposti in precise sequenze: stimolo (l’impatto
dell’ambiente sull’individuo), risposta (la reazione all’ambiente), rinforzo (effetti
dell’azione capaci di modificare le successive reazioni all’ambiente). Si veda Watson,
.
. L’importanza del corpo 

Ben presto il modello si presta a riflessioni più sensibili e all’in-


tervento della psicologia sperimentale: fra il cosiddetto stimolo
e la cosiddetta risposta, interviene una molteplicità di variabili,
di qualità psicologica ma anche sociodemografica, in grado di
ampliare il modello e renderlo più affine ai processi di decodifica
che realmente avvengono. Permane comunque la convinzione
che un messaggio che sia in grado di tener conto di tutta una serie
di deviazioni rifrattive, sia comunque in grado di svolgere il suo
compito, cioè persuadere (Packard, ). Si tratta di ammettere la
presenza delle possibili variabili intervenienti fra stimolo e risposta
e provvedere ad una elaborazione ottimale del messaggio.
La Scuola di Francoforte giunge a conclusioni alquanto simi-
li. L’industria culturale (Horkheimer, Adorno, ) propalata
dai Francofortesi racchiude tutta l’impotenza di un pubblico
incapace di reagire in modo difforme rispetto a quanto preventi-
vamente deciso dal compatto e tendenzialmente consumistico
sistema dei media.
Ciò dà forma alla teoria critica, una elaborazione teorica
ed intellettuale che non si connota come “neutrale” rispetto ai
fenomeni osservati, bensì ritiene un obbligo morale il proposito
di provvedere in modo educativo alle storture più evidenti e
deleterie di cui il sistema massmediale è intriso.
Per quanto attualmente pochi si definiscano epigoni di una
cultura marxista, l’idea di società di massa è giunta in modo
pressoché inalterato sino ai nostri giorni. Quando etichettiamo
la realtà che ci circonda, i nostri interlocutori occasionali come
“la gente”, non facciamo una analoga operazione di scrematura
intellettuale? La gente è “tutto il mondo” eccetto “me” e, forse,
coloro che dimostrano di pensarla analogamente: un mondo
tutto sommato ignorante, banale, credulone, dozzinale.
In realtà cultura di massa, società di massa, consumo di
massa, cultura popolare, non sono affatto la stessa cosa.
Per quanto riguarda la cultura popolare, molti sono stati i
tentativi rivolti a conferire dignità a maniere, forme artistiche,
usanze, tradizioni avulse dalla cosiddetta “cultura alta” ma che
si discostano dalla “massa” nell’accezione più corriva.
 . Corpi che consumano

Uno stesso prodotto culturale può venire letto in modi dif-


ferenti e i cosiddetti “subordinati”, il pubblico cui è indirizzato
un messaggio portatore di un senso privilegiato, detengono
il potere semiotico di costruire significati a se stanti in questo
eludendo, contrastando o patteggiando con il potere sociale
(Fiske, ).
John Fiske, grande sostenitore della cultura popolare, è ri-
corso all’analogia del supermarket (): le persone si approv-
vigionano dal grande supermarket della cultura di massa, ma
quando manipolano gli ingredienti, li mescolano con quan-
to già posseduto in dispensa, realizzano risultati sorprendenti,
innovativi.
Si è allora propensi a considerare il pubblico come una
grande ed originale entità costruttrice del reale nel fortunato
paradigma di encoding-decoding elaborato nel  da Stuart Hall:
in esso si evidenzia la possibilità non solo di una lettura opposi-
tiva o egemonica (accordo o rifiuto di codice e messaggio), ma
cosa più interessante, di lettura negoziata, un compromesso da
cui è investito il significato che diviene flessibile, mai statico,
atemporale o scontato.
Il pubblico da “bieco” ricettore passivo diventa quindi un
creatore di immagini, rappresentazioni, collocandole nel suo
vissuto esperienziale, svestendole e rivestendole di modalità
simboliche innovative, conferendo un senso proprio alla realtà
o al processo comunicativo in atto, per nulla prevedibile o
intuibile, ma praticato e lavorato di volta in volta.
Una dinamica analoga è condivisa dai rituali di mercificazio-
ne e demercificazione. Se assumiamo che la merce sia portatri-
ce di un messaggio o di un significato essa può analogamente
venire “negoziata” dall’immaginario simbolico dell’acquiren-
te, divenire un pezzo unico, inserito in una cornice semantica
originale e soggettivamente determinata, esautorando e an-
nullando le dinamiche commerciali e di prezzo che hanno
etichettato l’oggetto o il servizio come “merce”.
In tal modo il pregio, l’unicità, come anche la grossolanità,
il cattivo gusto attribuiti ad un oggetto acquistano un valore e
. L’importanza del corpo 

una grammatica funzionante solo nel lessico del possessore, in


grado di rovesciare compiutamente l’equilibrio prezzo-unicità-
valore organizzata da criteri commerciali e speculativi.
Vediamo allora il consumatore che costruisce in modo iden-
titario la sua rete di acquisti inserendola in una collezione privata
di habitus personale e specificità.

.. Natura e cultura: repulsione per il rischio, fascino del


pericolo

Un senso di rischio incombente è il sottofondo che accompagna


la società globale giorno dopo giorno, ora dopo ora, come un
canto di sirena da cui fuggire, ma che genera allo stesso tempo
una qualche fascinosa attrazione.
Si insinua nelle più banali attività del quotidiano.
Quando si è al volante, si attraversa la strada, mentre si rinca-
sa dopo il tramonto o si attende il ritorno dei figli adolescenti;
accompagnando i bambini a scuola e osservandoli mentre gio-
cano all’aperto: cosa mai potrebbe nascondersi fra l’erba alta
di un giardino comunale non particolarmente curato: ogget-
ti contundenti, siringhe, parassiti insidiosi, per non parlare di
possibili molestatori in agguato.
Mentre si fa la spesa, gli occhi scorrono nervosamente la
data di scadenza dei generi alimentari, la lista degli ingredienti
che compongono il prodotto alla ricerca di coloranti, tracce
chimiche sospette, alcol, allergeni, glutine. . .
Persino il reparto abbigliamento non si sottrae al monitorag-
gio, tessuti e tinte rappresentano altrettanti motivi di costante
sospetto.
La casa, del resto, non è il classico rifugio privo di rischi,
disseminata di prese elettriche, cavi, monitor, detersivi e so-
stanze irritanti, soprattutto tenendo presente i dati statistici che
testimoniano l’allarmante frequenza di incidenti domestici.
Timore e diffidenza trovano un pronto alleato nella diffusio-
ne di notizie riguardanti genti straniere ormai accasate presso
 . Corpi che consumano

le “nostre” nazioni e dedite ad attività criminose, traffici illeciti,


a minare nel lungo e lunghissimo periodo la salute attraverso
sostanze cancerogene o di provenienza non certificata.
Il verificarsi di scandali, corruzioni, truffe, torbidi omici-
di consumati tra le mura domestiche, notizie puntualmente
distribuite, smentite, alimentate da continue rubriche di appro-
fondimento, certo non aiutano a ritenere il contesto in cui si
vive una società affidabile; trasmettono invece un senso di ansia
diffuso, in parte giustificato, ma che non conosce remissione.
Incidenti sanitari, corruzione, errori giudiziari, stalking, fem-
minicidio, tutto concorre a delineare un quadro di una società
estremamente instabile, altalenante fra precarietà esistenziale,
povertà, squilibrio mentale, inadeguatezza delle leggi sia nel
punire sia nel tutelare, dominio di poteri occulti e coinvolti in
losche trame.
Non si è in grado di discriminare l’attendibilità o meno delle
informazioni che circolano; l’intervento degli esperti del settore
è una presenza costante, ma la verità (ammesso ve ne sia una)
non ha un volto unico facilmente distinguibile, sicché le contrad-
dizioni si moltiplicano, le compresenze difficilmente vengono
accettate e il tutto rimane fonte di grande sollecitazione emotiva,
stress e frustrazione che la cultura e i suoi prodotti puntualmente
registrano e diffondono, amplificandone gli effetti.
La crisi è multidimensionale: politica, nella fiducia a chi di
dovere, esistenziale, sanitaria, giudiziale, familiare.
Non si avverte protezione, ma soprattutto nessuno sente di
potersi fidare né tantomeno affidare a qualcuno, laddove la de-
lazione proveniente da qualche lontano nemico è stata sostituita
nell’attualità da pressoché ogni oggetto della vita quotidiana,
prova ne sia il “vecchio” termometro a mercurio prontamente
sostituito da dispositivi alternativi ma poco attendibili.
Non sono sicure le tecnologie, non è sicura la nostra casa,
non sono sicuri i nostri governanti, non possiamo fidarci di chi
dovrebbe provvedere a curarci e proteggerci.
Le strade sono un luogo di pericolo permanente; fumo,
alcool, gioco rappresentano abitudini dannose e condannate,
. L’importanza del corpo 

addirittura mortali se abbinate all’uso di artefatti tecnologici,


come l’automobile per le bevande alcoliche.
Nemmeno il rapporto fra i generi è sereno e collocato entro
uno scenario perlomeno anomalo: si sono moltiplicate le iniziative
tese alle pari opportunità e il termine “femminicidio” è diventato
quasi familiare. Aumenta la coscienza di tutela nei confronti di chi
è più debole o in uno stato di disagio, eppure “discriminazione”,
mobbing e altro sono termini in perenne ascesa statistica.
Tesi contro antitesi e una sintesi imbelle, malattia contro
antidoto: condizioni senza uscita che denotano una qualche
forma di genialità perversa, se non fosse che nessuno ne giova
e nessuno ne è – direttamente o facilmente – imputabile.
Il “sociologo del rischio”, Ulrich Beck, da tempo ha illustrato
una analisi situazionale illuminante e difficilmente ricusabile.

Cosa hanno in comune avvenimenti tanto diversi quali il disastro di


Cernobyl, gli sconvolgimenti climatici, il dibattito in materia di mani-
polazione genetica, la crisi finanziaria dei paesi asiatici e la minaccia
attuale degli attentati terroristici? Rivelano tutti una discrepanza tra
lingua e realtà, una discrepanza che io chiamo “società mondiale del
rischio” e che ora cercherò di illustrare aiutandomi con un esempio.
Alcuni anni fa il Congresso americano istituì una commissione
di studiosi con il compito di creare un linguaggio o un sistema di
simboli che informasse i cittadini sulla pericolosità delle discariche
di scorie radioattive. Il problema consisteva nel capire quali carat-
teristiche dovesse avere per poter comunicare lo stesso messaggio
anche a distanza di diecimila anni. [. . . ]
Fu proprio la meticolosità scientifica della commissione a svelare
ciò che il concetto di società mondiale del rischio indica, svela e
rende comprensibile: la nostra lingua non è in grado di informare le
generazioni future sui pericoli che abbiamo disseminato nel mondo
a causa dello sfruttamento di alcune tecnologie. Nel mondo moder-
no, il divario tra la lingua dei rischi quantificabili, in base ai quali
pensiamo e operiamo, e il mondo dell’incertezza non quantificabile,
che abbiamo creato noi stessi, si amplia sempre di più, seguendo il
ritmo dello sviluppo tecnologico. (Beck, , -)

Quindi all’interno della “società globale del rischio” le per-


sone non hanno precisa cognizione del rischio obiettivo cui
 . Corpi che consumano

vanno incontro, della effettiva pericolosità di sostanze, prodotti


e tecnologie. Il tremore è l’unica costante.
Nelle culture tradizionali, il concetto di rischio era scono-
sciuto poiché quanto accadeva agli individui era spiegato facen-
do ricorso al soprannaturale. Il controllo di eventi dannosi o
catastrofici – carestie, guerre, epidemie, siccità, inondazioni –
investiva un sistema di credenze magiche (Giddens, ).
Il rischio entra nell’orizzonte interpretativo e linguistico al-
l’indomani delle grandi scoperte, nel momento in cui emerge
l’alea derivante da rotte sconosciute in mari altrettanto sco-
nosciuti. In seguito, il rischio ha conosciuto una natura essen-
zialmente statistica e quantitativa, associata alla possibilità di
calcolare il potenziale verificarsi di eventi dannosi.
L’aumento di conoscenza e l’affinamento delle tecnologie
sembrano aver generato l’esistenza di rischi sconosciuti o im-
pensabili, tanto da far ritenere che l’incremento delle situazioni
rischiose va di pari passo con il processo di modernizzazione,
responsabile di amplificarne l’origine e le conseguenze (Lup-
ton, ). Rappresenta a pieno titolo un prodotto maturo della
modernità (Giddens, , ).
Tuttavia i termini di rischio e pericolo, pur essendo comu-
nemente usati in modo intercambiabile, possiedono due signi-
ficati diversi e sono correlati a diversi domini di riferimento.
Tecnicamente infatti, il pericolo è legato alle caratteristiche
obiettive di una data situazione, al di là della paura percepita
soggettivamente e legata ad una valutazione personale, ricca
quindi di elementi in grado di sovrastimare o sottostimare
l’entità effettiva delle conseguenze spiacevoli. Il pericolo è una
caratteristica propria dell’oggetto o della situazione che può
provocare un danno se entra in contatto con un essere vivente.
Il pericolo è reale, concreto, definito. Fuoco, elettricità, bat-
teri, virus, radiazioni, oggetti taglienti o contundenti sono
pericoli; lo sono anche l’altezza e la velocità.
Il rischio è di più difficile definizione, poiché legato ad una
valutazione di tipo probabilistico la cui gravità rimane variabile
e indeterminata poiché dipendente da fattori oggettivi e sog-
. L’importanza del corpo 

gettivi. Guidare un’auto è un rischio, la velocità è un pericolo


(Savadori, Rumiati, , -).
A ben vedere, la speranza di vita si è allungata notevolmente
e si è in grado di curare patologie un tempo letali, piuttosto
facilmente e velocemente. Le numerose scoperte scientifiche
estese a tutti i campi della progettazione umana consentono,
per lo meno in determinate aree geografiche, di condurre una
esistenza più agevole e apportano un numero crescente di
benefici.
Rischio e pericolo, sicurezza e danno, generati dallo stes-
so sistema di conoscenze che la modernizzazione ha fruttato,
rimangono elementi sospesi su un costrutto denso di impli-
cazioni culturali, espressive, etiche, ma ambiguo e ricco di
contraddizioni, se non paradossi (Beck, Giddens, Lash, ).
La storia dell’umanità ci racconta millenni di sforzi tesi a
contrastare una natura riottosa e imprevedibile, a lottare contro
il caos e l’indeterminatezza; a edificare, rafforzare, migliorare
tutta una serie di dispositivi tecnici e tecnologici tali da provve-
dere ad un habitat più sicuro e confortevole; a implementare
un corredo di conoscenze finalizzate al controllo e alla scoperta
di antidoti ad ogni sorta di male biologico, sociale, ambientale
o psicologico.
Tuttavia questa stessa storia offre una lunga serie di testimo-
nianze di come l’esposizione ad una minaccia, presunta o reale,
sia un potente e fascinoso richiamo, suscettibile di accendere la
scintilla dell’ammirazione.
La consapevolezza del rischio o del pericolo non impedisce
che questo stesso venga ricercato o comunque non evitato;
a dispetto di quanto la ragionevolezza suggerirebbe, essere al
centro di una situazione potenzialmente dannosa è spesso fonte
di prestigio o notorietà.
Le dipendenze, le piccole abitudini rischiose che molti di noi
hanno, inducono a credere che razionalità e consapevolezza di
ciò che è bene e ciò che è male debba cedere spazio a compor-
tamenti non completamente irrazionali o distruttivi, ma che di
fatto si traducono in molteplici svantaggi biologici, relazionali,
 . Corpi che consumano

psicologici, economici destinati nel lungo e lunghissimo perio-


do ad incidere sfavorevolmente sull’equilibrio esistenziale del
soggetto.
L’esigenza del dominio, vero o presunto, su di sé e sul mon-
do circostante è una costante antropologica destinata ad avere
gli epiloghi più svariati.
A fronte di un rischio non controllabile, il pericolo è control-
labile.
Il rischio è legato ad una determinazione statistica e quanto
più esigua è la percentuale del rischio, tanto più ne siamo spa-
ventati, atterriti da quell’infinitesimale possibilità che fa tremare,
emblema di una vera e propria lotteria al contrario.
Il pericolo è reale, effettivo, quindi meno subdolo da un
certo punto di vista.
Il rischio, sottraendo serenità, erode capacità decisionale e giu-
dizio, inficia la bontà delle decisioni a partire dal fatto che, a dispet-
to di tutte le precauzioni possibili, il fattore incognito può sempre
irrompere spavaldamente, inficiando ogni misura cautelativa.
Al terrore del rischio, diffuso, inevitabile, subìto, fa da con-
trappunto il fascino del pericolo, dell’eccesso, della stravaganza,
del rischio ricercato e dunque in qualche misura eroico, una
via per uscire da un tunnel buio di precarietà esistenziale a cui
non corrisponde nessuna epica consolidata di salvezza.
Ma una esposizione di massa al pericolo rappresenterebbe
un vero e proprio suicidio di specie, una opzione non solo
fatale, ma cui non corrisponderebbe alcun tipo di gratificazione
o eccitazione sensoriale, condizione estremamente ricercata.
L’ipotesi qui sostenuta è che la cultura moderna o per meglio
dire postmoderna abbia elaborato tutta una serie di situazioni,
condizioni, luoghi, sollecitazioni attraverso cui l’uomo può
sperimentare una condizione di pericolo senza subirne effettivo
nocumento.
Si offre al corpo e alla sua sensorialità una sorta di rischio
controllato, una simulazione di pericolo entro cui sperimentare
limiti, fronteggiare paure profonde, inconsce, ataviche, dotati di
una sorta di polizza assicurativa.
. L’importanza del corpo 

Molte situazioni, dimore, alberghi, forme conviviali sono


attualmente costruite intorno a questa finzione altamente grati-
ficante a livello sensoriale e vantaggiosa in termini economici
e commerciali.
Il pericolo dispensato come forma di divertimento e inter-
ruzione dagli schemi quotidiani, ma somministrato in forma
simulata rispetto ad una situazione di pericolo “reale”, sorretto
quasi sempre da una cornice di lusso e opulenza, costituisce
una consistente parte dell’establishment ricreativo attuale.
È così che laboratori di paura e disagio si dotano di sembian-
ze particolarmente attrattive ed elitarie, fanno bella mostra di
sé sulle riviste patinate ottenendo guadagno e notorietà.
A Dubai sorge The World, un insieme di trecento isole ar-
tificiali la cui composizione riproduce un enorme planisfero.
L’extraterritorialità del potere a cui Bauman allude () è
confermata dalle connotazioni aspaziali e atemporali di que-
sti luoghi, decontestualizzati da qualsiasi riferimento reale e a
disposizione di persone estremamente facoltose in grado di
acquistare letteralmente “un pezzo di mondo”.

.. Dimore post-moderne: lusso, simulazione, paura

L’interazione corpo-ambiente è suscettibile di equilibri parti-


colari che si sono evoluti con il passare del tempo, complici
naturalmente le conquiste tecniche e tecnologiche, l’ideazione
di nuovi materiali, una conoscenza sempre più accurata della
fisiologia umana e dell’ambiente e in più il desiderio di appro-
dare a limiti sempre più azzardati. Gli esiti sono assai singolari
e impensabili se paragonati alla spinta costruttiva metropolitana
dei primi del Novecento.
L’uomo ha vissuto e si è reso colono di zone confortevoli
e prosperose, come pure inospitali, denotando una notevole
capacità di adattamento e di trasformazione dell’ambiente. Ha
abitato vallate fertili, terreni montagnosi, climi non accoglienti,
rigidi, caldissimi e aridi, monsonici, stagionali, subendo, sop-
 . Corpi che consumano

portando e, per quanto possibile, prodigandosi operosamente


per contrastare le condizioni più ostili.
Una caratteristica del consumo attuale, in particolar mo-
do quello vacanziero e a tema, vede la costruzione di struttu-
re alberghiere in habitat marini o aerei, sfidando la naturale
condizione umana, essere cioè “solo” bipedi terrestri.
Prova ne siano gli alberghi costruiti nelle profondità del
mare o sulle sommità degli alberi, ambienti che simulano con-
dizioni inospitali o addirittura fobiche, offrendo allo stesso
tempo una sollecitazione sensoriale unica ed appagante.
Di seguito viene riportata una breve rassegna di tali habitat
artificiali, suddivisi per tema.

... Fascino algido

A Lumilinna in Finlandia si trova lo Snow Castle, costruito ogni


anno con una architettura diversa. Lo scioglimento del mate-
riale di cui è fatto provvede a garantire la logica “usa e getta”,
in un contesto raffinato anche se decisamente freddo (la tempe-
ratura è di cinque gradi sotto lo zero) e di grande lungimiranza
architettonica.
Nella Lapponia Finlandese si trova un villaggio di igloo in
vetro termico chiamato Hot Kakslauttanen; il ristorante è col-
locato nella sauna di fumo ponendo in essere un multitasking
sensoriale. Il corpo esige più stimoli e sollecitazioni: la seduzio-
ne del calore sulla pelle, il gusto vezzeggiato dai sapori, sotto il
meraviglioso spettacolo dell’aurora boreale, rende al corpo lo
status di protagonista, ma al costo di una overdose sensoriale di
stimoli.

... Oppressione claustrofobica subacquea e sotterranea

Il Poseidon Undersea Resort si trova immerso in un fondale delle


isole Fiji a circa quindici metri di profondità e a ridosso della
barriera corallina; il sistema, per consentire la permanenza, è
completamente pressurizzato. Le suite e le stanze hanno l’a-
. L’importanza del corpo 

spetto di avveniristiche capsule in plastica acrilica trasparente


sospese solo a qualche metro di distanza dal fondale per preser-
vare l’ecosistema, completamente circondate dalla fauna e dalla
vegetazione marina, regalando ovviamente una esperienza cor-
porea e sensoriale unica, ma anche estraniante, in un habitat
predeterminato . Un sistema di ascensori permette agli ospiti
di poter risalire in superficie quando lo desiderano.
A Dubai è in cantiere un progetto analogo: il Water Discus
Hotel dovrebbe avere le sembianze di un complesso di dischi
articolati fra loro dei quali uno posto a dieci metri di profondità
per poter ammirare le bellezze sottomarine e i fondali del
Golfo; sono previste inoltre camere, locali, ristoranti nella parte
superiore e due strutture a cerchio adibite a eliporti.
A Farmington, nel New Mexico, circondato dalle riserve
indiane Navajo e Apache è collocato il Kokopelli ’s Cave, una
caverna artificiale ricavata nella roccia a circa venti metri sotto
la superficie terrestre.
Lo svedese Sala Silverine Hotel si trova in una posizione ancor
più estrema: scavato nel cuore di una antica miniera d’argen-
to a più di centocinquanta metri sotto il suolo è la dimora
più profonda del mondo; l’isolamento in cui vivono gli ospiti
è pressoché assoluto, l’interfono radio è l’unico sistema per
comunicare con la superficie.
Una rivisitazione delle leggi della prossemica appare d’ob-
bligo quando si cita il fenomeno dei cosiddetti Hotel capsulari.
Nati in Giappone alla fine degli anni Settanta sono abitacoli
dall’aspetto fantascientifico e dimensioni minuscole (circa due
metri per un metro), bagno e doccia compresi.
Acqua e profondità non sono le uniche attrazioni ad incu-
riosire persone, per lo più facoltose, a caccia di stimolazioni
sensoriali eccentriche e l’impressione di essere inseriti in un

. Di analoga ambientazione sottomarina i ristoranti Red Sea Star, israeliano e


Undersea, cinese.
. Il Kokopelli rappresenta un’antica figura rupestre indiana che suona un flauto
di legno.
 . Corpi che consumano

habitat sicuramente non adatto all’uomo, ma reso abitabile da


tecnologia , scienza, edilizia e anche un pizzico di provocatorio
estro artistico.
L’architetto Pascal Hausermann è infatti responsabile del
Museumhotel sito a circa quattrocento chilometri da Parigi. Si
tratta di un complesso composto da nove sfere di cemento con-
tenenti da due a sei persone, ciascuna dedicata ad uno specifico
tema fra cui la filosofia zen, l’amore, le stelle, i colori. Inoltre
gli arredi, i tessuti, le forme e i colori sono ispirati alle correnti
artistiche e di design in voga negli anni Cinquanta, Sessanta e
Settanta .
Una dimensione onirica caratterizza il Propeller Island City
Lodge, ideato dal musicista e artista tedesco Lars Stroschen:
si tratta di trenta camere tematiche diverse l’una dall’altra in
cui spiccano per originalità la camera Upside Down, ispirata
all’omonimo film franco-canadese del , in cui gli oggetti
e il mobilio sono sottosopra e la Flying bed dotata di “letto
volante”.

... L’incontro di natura e acrofobia

La sfida dell’altezza in quanto pericolo reale è stata già infranta


dalla storia dei velivoli . L’uomo si è dotato di attributi mecca-
nici sempre più sofisticati per superare il limite posto dai mezzi

. In alcuni luoghi di ristorazione si è provveduto ad eliminare il servizio di


esseri umani rimpiazzati da marchingegni particolari: presso l’Haohai Robot fungo-
no da cuochi e camerieri robot in grado di simulare dieci espressioni facciali; in
Germania, a Norimberga, i piatti vengono serviti grazie ad un sistema di binari.
. Il Christon Café a Tokyo offre un esempio di subcultura fashion giapponese:
un misto di lolitismo, stile gotico ed epoca vittoriana sono gli elementi di arredo di
questo ristorante.
. Si avvale proprio di un reale aereo il Jumbo Hostel , allestito all’interno di
un Boeing - Jumbo Jet nell’aeroporto svedese di Arlanda, vicino Stoccolma.
Oltre a ventisette camere che fungono da dormitorio comune, è disponibile anche
la suite cocktip ricavata nella cabina di pilotaggio.
. L’importanza del corpo 

di trasporto terrestri, forse più affini e “naturali”, ma meno


versatili e veloci.
Se viaggiare ad altezze considerevoli rappresenta da tempo
una modalità perfettamente in linea con la cultura globale, più
recenti sono gli immobili a prova di vertigine: esistono attual-
mente, sparsi un po’ ovunque, numerosi hotel e locali costruiti
sugli alberi, eco della celebre “casetta sull’albero”, bacino sim-
bolico di ciò che rappresenta tana e rifugio, luogo di giochi e
sperimentazione infantili, interdetto agli adulti.
Il ritorno alla natura senza comodità, energia elettrica o
acqua corrente connota alcuni alberghi-capanne svedesi costrui-
te con tronchi e muschio: il Nimmo Bay Resort si compone di
nove locali abitativi eretti su palafitte. Il contatto con la natura è
garantito da una piscina ai piedi di una cascata naturale.
In Sudafrica, all’interno del Lion Sands Game Reserve è
possibile pernottare presso la Chalkey Treehouse, ammirando
direttamente sopra di sé la volta stellata, non lontano da iene e
leoni.
In Svezia, presso il villaggio di Harads, a circa sessanta chi-
lometri dal circolo polare artico, troviamo esempi di Treehotels
che presentano sia una struttura a nido che a forma di cubo,
ricoperti di specchi. La suggestione nel godere di un panorama
da una postazione così inusuale è comprensibilmente intensa e
il coinvolgimento psicologico e sensoriale che ne deriva è certa-
mente apprezzabile. L’accorgimento degli specchi amplifica il
paesaggio naturale circostante e consente che gli alloggi siano
meglio mimetizzati.
Il Tree Hotel nella Lapponia svedese, come indica il nome,
è costruito su altissimi pini. L’Hotel francese Chateaux dans les
Arbres si spinge oltre nell’offrire agli ospiti un vero e proprio
castello appollaiato sulla sommità degli alberi.
Gli Stati Uniti sono stati riconosciuti come veri pionieri per
le costruzioni su albero: il Cedar Creek Treehouse è stato costruito
tra i rami di un albero che vanta due secoli di longevità.
In Turchia si trova invece una serie di alloggi di foggia spar-
tana, considerati più alla stregua di ostelli che residenze per
 . Corpi che consumano

famiglie, collocati tra gli alberi di pino alle pendici del Tauro,
una catena montuosa della Turchia meridionale.
Nella penisola iberica, precisamente a Pedras Salgadas in Por-
togallo, è situato un eco-resort formato da due alloggi edificati
su un albero aventi una particolare morfologia: un serpente.
Le case vengono raggiunte grazie ad un ponte. L’attenzione
ai valori post-materialistici e ambientali è evidente: per la loro
costruzione è stato utilizzato legname autoctono e la struttura è
dotata di pannelli fotovoltaici e di sistemi di recupero per l’acqua
piovana.
Sviluppo sostenibile e costruzioni in simbiosi con l’ambiente
naturale sono un leit-motive che ispira la progettazione di un
hotel a cinque stelle in Canada: per rispettare il contatto con la
natura esso resta sospeso e non inchiodato al tronco evitando di
danneggiarne la corteccia. In Oregon si trova inoltre un intero
villaggio formato da case sugli alberi.
Anche l’Italia non ha mancato di fornire il suo contributo
con un agriturismo in stile vicino a Roma e la progettazione di
un intero villaggio a Sagron Mis, in Trentino Alto Adige.
L’altezza è il motivo dominante anche dell’Harbour Crane
Hotel, un albergo ricavato da una enorme gru che nel 
scaricava il legname proveniente dalle navi russe nel porto di
Harlingen, vicino Amsterdam; oscilla a diciassette metri da
terra e gli ospiti possono dilettarsi azionando i comandi ancora
funzionanti.
Per finire, natura e osservazione della volta celeste sono le
insegne dell’Attrap Reves, un campeggio-albergo vicino Mar-
siglia costituito da bolle con materiali riciclati e telescopio in
dotazione.

... Indigenza, rupofobia, nosofobia. Irrealtà del reale

Il primo hotel sprovvisto di ogni comodità è stato concepito


in Svezia; il Null Stern Hotel (in traduzione “nessuna stella”) è
ricavato da un bunker della guerra fredda. Il ritorno virtuale
. L’importanza del corpo 

ad un cupo passato è garantito da un ambiente completamente


sprovvisto di finestre.
Il Park Hotel di Ottensheim (Linz) in Austria è ricavato da
enormi sezioni di tubature fognarie. Da rilevare che è sprovvisto
di personali servizi igienici e docce che sono invece condivisi.
Verrebbe da abbinarlo ad un’altra dimora con cui condivide evi-
dentemente l’ispirazione: il belga Casanus, dell’artista Joep van
Lieshout, costruito con le sembianze di un intestino umano .
Lo stato di salute, la paura della malattia, l’orrore per i camici
bianchi, le provette, i referti trovano la possibilità di essere
esorcizzati presso l’Heart Attack Grill a Las Vegas dove i clienti
indossano camici e vengono serviti e accuditi da cameriere
vestite da infermiere. Analogo tema ispira il ristorante Hospitalis
a Riga, in Lettonia in cui piatti e bicchieri sono sostituiti da
bacinelle e provette.
Ulteriori stravaganze e macabre suggestioni connotano altre
iniziative di carattere ricreativo.
Al Cabbages and Condoms a Bangkok in Thailandia, vengono
forniti alla fine del pasto preservativi; il ristorante New Lucky
in India è costruito su una pavimentazione composta da lapidi.
Infine a New York il locale Ninja, in cui spuntano guerrieri ninja
il cui compito è spaventare i clienti con attacchi a sorpresa.
Da ricordare la costruzione di habitat fittizi, spesso in accen-
tuato contrasto con la natura del luogo, su tutti il padiglione
sciistico in Dubai, a poca distanza dalla spiaggia.
Come interpretare questi atteggiamenti? Bizzarria, strava-
ganza, sete di dominio, sfida o semplicemente adattamento
oltre i limiti considerati?
Le riflessioni di Jean Baudrillard possono fornire una chia-
ve di lettura di questa rappresentazione che contempla eco-
logismo, ostentazione, nostalgia nei confronti di qualcosa di
incontaminato, manipolazione, eremitaggio.
. Bizzarria, repellenza e gusto discutibile sono elementi in comune del Magic
Restroom Café in California e del Modern Toilet a Taipei (Taiwan): nel primo i piatti
vengono serviti su water di ceramica e nel secondo i dessert hanno le sembianze di
escrementi.
 . Corpi che consumano

La società attuale, svuotata da referenti forti, significativi, dà


vita ad un poderoso sistema di scambio segnico e simbolico,
simulazioni sostanzialmente, attraverso le quali gli individui
possono mettersi in relazione fra loro.

Il grande evento di questo periodo, il grande trauma, è questa agonia


dei referenti forti, l’agonia del reale e del razionale, che introduce a
un’era della simulazione. (Baudrillard, , )

Il mondo tecnologicamente avanzato va considerato alla


stregua di un immenso bacino di segni fra loro equivalenti,
intercambiabili, poiché è stato perso ogni riferimento con la
realtà concreta. Di conseguenza i segni non sono in grado di
fornire un significato espressivo comprensibile, condivisibile,
ponendo in crisi il concetto stesso di comunicabilità.
Baudrillard considera la storia uno “scenario rétro”. Le rap-
presentazioni poste in essere sono esse stesse un recupero, una
ripresa o una imitazione di qualche cosa di passato, perduto
evidentemente e in virtù di questa condizione, mitizzato.

La storia che ci viene “restituita” oggi (proprio perché ci è stata


presa) non ha rapporti con un “reale storico” più di quanti ne abbia,
in pittura, il neo-figurativismo con la raffigurazione classica del
reale. Il neo-figurativismo è un’invocazione della rassomiglianza, ma
allo stesso tempo è anche la prova flagrante della scomparsa degli
oggetti nella loro stessa rappresentazione: iperreale. Qui, gli oggetti
spiccano come in iperrassomiglianza (come la storia nel cinema
attuale) e ciò fa sì che, in fondo, non rassomiglino più a niente, se
non alla figura vuota della rassomiglianza, alla forma vuota della
rappresentazione. (Ivi, p. )

Cosa possono avere in comune mini capsule claustrofobi-


che; stupendi paesaggi incontaminati goduti dalle sommità di
alberi e monti o nelle più incantevoli profondità marine; hotel a
forma di visceri; locali di ristorazione a tema medico-sanitario;
tavoli e sedie sospesi a decine e decine di metri dal suolo in
un paesaggio metropolitano; grotte; miniere di sale e argento;
. L’importanza del corpo 

architetture oniriche? Si può ipotizzare qualche cosa che unisca


temi tanto diversi fra di loro?
L’iperrealtà libera in un ambiente simulato, protetto, “vero
più del reale” le frustrazioni di un mondo che si percepisce
esposto ad una grande minaccia, di cui però è difficile scorgere
con chiarezza la natura. È il rischio indefinito, onnipresente,
invisibile, come sottolinea Giddens, “incomunicabile”.
L’iperrealtà, uno sforzo manieristico di rappresentare il reale,
costituisce una sorta di laboratorio, in cui le variabili vengono
deliberatamente immesse e perciò diventano qualche cosa di
conosciuto e quindi gestibile.
Attraverso il laboratorio dell’iperrealtà, l’umanità tecnolo-
gica e post-industriale esorcizza, ricreandoli artificialmente, i
suoi timori caratteristici, utilizzando le metafore e i materiali
più tipici dell’industrialità: cemento, miniere, tubi, gru, cellette.
L’iperrealtà invocata da Baudrillard, la simulazione, il gioco
di specchi che rimandano e amplificano la bellezza della natura
circostante è una strategia svelata.
Attraverso il rimando sensoriale degli specchi, la natura
diventa “ipernatura”, una sorta di oggetto culturale, creato,
manipolato, dominato.
Non è la natura che l’uomo rincorre, cerca, desidera, il
disorientamento di fronte a questa stessa, ma la sua infinita
replicabilità e quindi immortalità a dispetto di un mondo che la
dichiara erosa, fragile, caduca, ai limiti della sopravvivenza e a
conti fatti anche ostile.
Il paradosso: cerchiamo la sicurezza attraverso il pericolo e
evitiamo il pericolo e la paura attraverso un gioco labirintico di
specchi.
Quale incidenza può avere la realtà in un costrutto razionale
o iperrazionale che ne ha eroso progressivamente la portata,
alterandola artificiosamente? È una questione aperta e tutta da
giocare, o forse ipergiocare. . .
 . Corpi che consumano

.. Il corpo tecnologia di se stesso

Alla fine degli anni ’ Hall scriveva

al giorno d’oggi l’uomo ha sviluppato delle estensioni praticamente


per ogni cosa che in passato faceva con il proprio corpo. L’evolu-
zione delle armi comincia con i denti e il pugno e finisce con la
bomba atomica. Vestiti e case sono estensioni dei meccanismi biolo-
gici dell’uomo di controllo della temperatura. Il mobilio sostituisce
l’accovacciarsi o il sedersi per terra. Attrezzi azionati da qualche
energia, occhiali, televisori, telefoni e libri che trasportano la voce
attraverso il tempo e lo spazio sono esempi di estensioni materiali.
Il denaro è un modo di estendere il lavoro di immagazzinamento.
Le nostre reti di trasporti ora fanno ciò che un tempo facevano i
nostri piedi e le nostre spalle. Di fatto tutti gli strumenti materiali
costruiti dall’uomo possono essere trattati come estensioni di ciò
che un tempo l’uomo faceva con il suo corpo o con qualche parte
specializzata del suo corpo. (Hall, , -)

Nel gennaio  venne diffusa la notizia che l’austriaco Felix


Baumgartner B.A.S.E. Jumper e paracadutista stava lavorando
con la collaborazione di un team di scienziati e supportato
dall’azienda Red Bull allo scopo di realizzare il salto più alto mai
provato in caduta libera.
Si trattava di effettuare l’impresa da  metri, ovviamente
attrezzato con una tuta speciale, molto simile a quella fornita
agli astronauti, lanciandosi da una capsula sospesa da un pallone
gonfiato ad elio.
Baumgartner era intenzionato a oltrepassare il muro del suo-
no nonché battere il record di salto dalla maggiore altezza, sino
ad allora di  metri, realizzato nel  da Joseph Kittinger.
L’impresa avrebbe dovuto aver luogo nel , tuttavia a cau-
sa di alcuni contrattempi di natura giudiziale, venne rimandata
e il progetto ripreso appena nel .
Dopo aver compiuto con successo i due salti di prova previsti
dal programma, Felix Baumgartner e la sua squadra annuncia-

. Acronimo di Buildings, Antennas, Span, Earth.


. L’importanza del corpo 

rono che il lancio si sarebbe realizzato l’ ottobre con partenza


da una base nel deserto del Nuovo Messico.
Dopo ulteriori rinvii causa maltempo e un forte vento che
impediva il corretto gonfiaggio del pallone, finalmente, il 
ottobre alle ore . UTC l’audace austriaco si lanciò da una
quota di , metri, superando effettivamente la velocità del
suono e toccando la velocità massima di , km/h.
La missione si concluse quindi con successo, senza danni e
stabilendo tre record: l’altezza massima raggiunta da un pallone
aerostatico con equipaggio, l’altezza maggiore di un lancio da
pallone aerostatico e la velocità massima raggiunta da un uomo
in caduta libera .
Il  ottobre  il record di altezza maggiore di un lancio da
pallone aerostatico è stato battuto da Alan Eustace, vicepresidente
di Google che si è lanciato da una altezza di  metri.
Inaspettatamente è stato realizzato anche un altro record, il
maggior share della televisione austriaca (%, con più di tre
milioni di spettatori) e di youtube, con più di otto milioni di
spettatori collegati a seguire l’evento in diretta. A fine ottobre
 Baumgartner dichiarò di essersi ritirato dal mondo delle
sfide estreme.
Oltre la comprensibile ebbrezza della sfida, di conquistare
un nuovo primato, questa persona ci suggerisce un limite am-
biente/corpo, mai sperimentato prima d’ora. Nel giro di pochi
minuti, seppur equipaggiato di tutto punto, egli ha attraversato
sfere completamente differenti fra di loro che sono refratta-
rie alla semplice antinomia terra-aria. Ha sottoposto il suo
corpo, portato oltre l’atmosfera terrestre, ad un passaggio ful-
mineo fra zone con caratteristiche fisiche, chimiche, ambientali
completamente diverse.
Azzardando con l’immaginazione, egli ha più che meta-
foricamente attraversato in pochi minuti, anche se in modo
artificiale, numerosi stadi di una ipotetica evoluzione.

. Il record di durata di una caduta libera è invece rimasto a Joe Kittinger che
aveva partecipato attivamente all’impresa di Felix fornendogli istruzioni da terra.
 . Corpi che consumano

Il ventesimo secolo si caratterizza per considerevoli con-


quiste tecniche e tecnologiche, per lo sviluppo di mezzi di
trasporto terrestri, aerei, navali sempre più veloci, efficienti,
sofisticati. Tuttavia il corpo trasportato a velocità supersonica,
traghettato per mari e oceani, inabissato a profondità sottoma-
rine o sospeso ad altezze vertiginose tende ad essere inerte,
racchiuso in un artefatto, in un congegno tecnico che in vece
sua lo porta o gli fa sopportare condizioni cui il suo corpo non
è naturalmente predisposto.
Con Baumgartner per la prima volta o per lo meno in modo
decisamente plateale è il corpo stesso a rendersi mezzo di
trasporto per l’uomo.
Il corpo si è fatto tecnologia di se stesso.

Per tutta la storia umana conosciuta, che risale solo a cinquemila


anni fa, ma forse anche prima, gli esseri umani si sono ritenuti di
molto superiori a tutte le altre creature. Furono elaborate teologie
che sostenevano che eravamo favoriti da divinità sovrannaturali
dell’universo che ci consideravano creature speciali degne della loro
attenzione. Se esiste un fatto che distingue l’era moderna dal passato,
è questa terribile consapevolezza che siamo mortali come specie e
non solo come individui, e che non godiamo di alcuna protezione
speciale da parte delle forze della natura. Ancor oggi la maggior
parte delle persone non accetta tale verità, ma le evidenze sono
incontrovertibili e rifiutarne le implicazioni che ne derivano richiede
sempre maggiori sforzi di negazione della realtà. (Chirot, , )

Un film del , L’uomo bicentenario interpretato da Robin


Williams, narra le vicende di un robot positronico destinato ad
avere un ruolo unico nell’asserzione del concetto di “uomo”
nei suoi tratti biologici, cognitivi, etici.

Il primo tabù della modernità che resiste ad ogni assalto, anche


per la tutela dei sistemi e delle leggi, è quello dell’essere umano.
Ormai non ci si interroga più su chi sia o cosa sia l’essere umano,
egli è tale e basta . Come tale va trattato (e maltrattato) quel tanto

. Comprensibilmente esistono opinioni del tutto discordanti. Si veda fra gli
altri Belardinelli, , .
. L’importanza del corpo 

che basta e che è consentito. Il resto è pura retorica. Le domande


di fondo però, a dispetto dell’immane tabù, sono sempre le stesse.
L’essere umano è veramente superiore e meritevole? E se davvero è
superiore, è superiore a chi, a cosa? E perché questo concetto viene
ostinatamente ribadito, dal momento che dovrebbe essere talmente
ovvio da non aver bisogno di essere sottolineato? (Cosmai, , )

Uno , questo il suo nome, acquistato in qualità di maggior-


domo tuttofare, a dispetto di ogni possibile previsione “evolve”,
apprende, inizia a leggere, ma soprattutto elabora, a partire dal-
la realtà relazionale circostante, una famiglia incline a dialogare
con lui, il concetto di libertà.
Una libertà che non significa “ribellione”; egli infatti conti-
nua a comportarsi secondo le celebri tre leggi della robotica e
a servire devotamente gli esseri umani con cui convive, ma ac-
quisisce consapevolezza dalla propria unicità e qualità, attitudini
che sempre più lo spingeranno ad ingaggiare una battaglia con
se stesso prima, con la società poi, al fine di essere riconosciuto
parte integrante del genere umano.
Alla fine del percorso durato ben due secoli entro i quali
gli viene negato tale status, Uno, il cui nome ben presto verrà
convertito in Andrew, sperimenterà un percorso di natura inte-
riore ed esteriore: diverrà fisicamente indistinguibile rispetto
ad un comune essere vivente grazie a particolari ed avveniristici
rivestimenti dermici e tutta una serie di organi artificiali da lui
stesso inventati e in grado di essere impiantati in chiunque in so-

. Il nome “Uno” rappresenta l’essenza del nulla, la replicazione dell’uomo in


una versione a-cosciente. Egli è uno, nel senso di unico, poiché reso tale dall’identità
familiare delle persone per cui lavora. È nondimeno un numero, testimonianza della
quantità, della media perfetta, della statistica cui la società ipertecnologica non può
fare a meno.
. Sono state enunciate dallo scrittore di genere fantascientifico e biochimico
Isaac Asimov (-). . Un robot non può recare danno ad un essere umano, né
può permettere che, a causa di un suo mancato intervento, un essere umano riceva
danno. . Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché
tali ordini non contravvengano alla Prima Legge. . Un robot deve salvaguardare la
propria esistenza, a patto che questo non sia in contrasto con la Prima e la Seconda
Legge.
 . Corpi che consumano

stituzione di un organo malato. La poderosa conoscenza che ha


acquisito sia sulle macchine sia sulla fisiologia umana è infatti
ancora devoluta in favore degli uomini che possono beneficiare
delle sue sofisticate invenzioni in campo bio-tecnologico.
L’istanza gli viene negata sulla base di considerazioni che
inducono alla riflessione: Andrew non può accedere alla qua-
lifica di essere umano, non tanto perché generato a partire
da un processo che esclude il bacino genetico dell’umanità:
mai viene fatta menzione del pericolo insito nel rendere ad
una macchina una dignità etica pari al creatore, causa possibili
rivolte e assunzione di potere da parte di esseri così poco sen-
zienti ma infinitamente potenti – tema ricorrente del filone
fantascientifico.
No, il problema è di tutt’altro genere. Andrew non rappre-
senta un pericolo in quanto macchina, ma a causa del cervello
positronico che lo rende immortale.
Emblematica è la sentenza che a questo riguardo rigetta
l’istanza: è possibile tollerare l’immortalità di una macchina,
mai quella di un essere umano.
Andrew allora decide per la mortalità e la progressiva con-
sunzione negli anni facendosi impiantare un comune appara-
to circolatorio, provvisto di sangue, che inevitabilmente ne
deteriorerà le parti interne.
Appena pochi istanti dopo il suo decesso, l’assemblea mondia-
le lo decreta membro della comunità umana e quindi accoglie la
richiesta di poter sposare a pieno diritto la sua compagna mortale,
Portia, che spira, volutamente, pochi minuti dopo di lui.
Francis Fukuyama aveva preconizzato “la fine dell’uomo”,
un epilogo del pensiero politico umano dopoché fascismo e
comunismo avevano incarnato le ultime grandi ideologie in
grado di trainare la dinamica mondiale degli eventi e il loro
tracollo costituiva la fine delle “grandi narrazioni”.
Entrambi i credi si erano rivelati fallimentari. La democrazia
liberale, sostiene il politologo statunitense, è l’unica e soprattut-
to l’ultima possibilità di recupero di ordine e di giustizia. Essa
incarna la reale umanità e l’occasione per l’uomo di dispiegare
. L’importanza del corpo 

tutti i vantaggi collettivi e individuali che rappresentano la sua


natura intellettuale, etica e anche fisiologica.
Passati alcuni anni dalla pubblicazione del saggio La fine
della storia e l’ultimo uomo, Fukuyama rivede la sua teoria anche
accettando le numerose critiche pervenutegli, sostenendo che
non è possibile parlare di “fine della storia” prima di giungere
alla fine del progresso scientifico, tecnologico e delle sue ov-
vie e abbondanti ricadute sulle dimensioni politica, sociale ed
economica.
Egli si sofferma sulle biotecnologie intravedendone un po-
tenziale creativo minaccioso per quello che egli chiama la “vera”
natura umana. L’aspetto maggiormente inquietante è rappre-
sentato dall’apparato delle biotecnologie suscettibili di alterare
la natura umana, dando origine ad una nuova e imprevista fase
storica “postumana”.
Cosa hanno in comune il versatile Uno, frutto di una fa-
vola romanzata, condita di fantascienza e chiusa da un finale
struggente e l’esploratore austriaco della gravità, “navigatore”
degli spazi che si frappongono tra la superficie terrestre, domi-
nio del noto, del quotidiano, dell’accessibile e lo spazio buio,
inaccessibile, regno di un sapere mai interamente svelato?
Forse il senso del limite e della sfida. Ognuno è alla ricerca
di uno spazio sconosciuto da colonizzare.
Uno intende, in virtù di un sofferto percorso di incorpo-
razione dell’umano, ambire alla mortalità, per poter essere
riconosciuto come parte di una comunità più grande, più solida.
L’altro, attraverso un duro e rischioso allenamento, vorrebbe
dimostrare l’unicità dell’uomo, la sua grandezza, la capacità di
sfidare i suoi stessi limiti, di azzardare, di oltrepassare.
Si potrebbe quasi affermare che Uno, il robot positronico,
descrive perfettamente lo spirito della comunità; è risoluto a
rinunciare a privilegi unici inumani (è immune alla malattia,
alla caducità) per ottenere la sicurezza, il “cerchio caldo” della
comunità umana.
Baumgartner intende superare i limiti imposti biologica-
mente al suo corpo. Incarna gli ideali della Gesellshaft, la società
 . L’importanza del corpo

in cui ognuno ambisce all’unicità, all’eccellenza, alla continua


messa al bando dei limiti imposti. Egli intende essere “uno”
nel senso più esclusivo ed elitario; la battaglia di Uno consiste
invece nel divenire “uno dei tanti”.

Se la scena tragica fin dall’antichità consiste nel prendere le distanze


dalla morte, gli sport estremi propongono una tragedia originale,
il cui unico spettatore è di solito un fotografo, un cineasta o un
giornalista, testimone di questa sfida mortifera. (Virilio, , )

Forse l’essenza dell’uomo è in parte questo, perfetta com-


penetrazione fra unicità e massa, mortalità e immortalità. Una
compresenza che i dettami del digitale non consentono di co-
gliere, un grande inganno autoinflitto di ardua comprensione,
ma allo stesso tempo capace di far progredire verso limiti che
la mente può solo osare immaginare e di cui il corpo ha un
pallido sentore.
Sembra che l’essere umano, quando il problema involve una
causa terrena e non divina, quando è in ballo il suo futuro, non
sia realmente in grado di credere nell’unicità, di scommettere
sulla riconciliazione degli opposti. Una competizione serrata fra
il corpo e la mente che contraddice ogni genere di stile olistico
che ne raccomanda invece integrazione e armonia.
La compresenza irrisolta è in lui connaturata; egli è un essere
perennemente diviso, conflittuale, dubbioso, contraddittorio.
Forse sta proprio in questo la sua umanità, indole terribile e
complessa che né struggenti vicende di macchine che ambi-
scono all’umano, né impavide sfide di umani che osano oltre
ogni misura, riescono a cogliere in tutte le sue impercettibili,
ambigue sfumature.
Epilogo

La difficoltà di disegnare una pecora

Ero più isolato che un marinaio abbandonato in mezzo all’oceano,


su una zattera, dopo un naufragio. Potete immaginare il mio stupore
di essere svegliato all’alba da una strana vocetta: “Mi disegni, per
favore, una pecora?”
“Cosa?”
“Disegnami una pecora”.
Balzai in piedi come se fossi stato colpito da un fulmine. Mi stro-
finai gli occhi più volte guardandomi attentamente intorno. E vidi
una straordinaria personcina che mi stava esaminando con grande
serietà. [. . . ]
Niente di lui mi dava l’impressione di un bambino sperduto
nel deserto, a mille miglia da qualsiasi abitazione umana. Quando
finalmente potei parlare gli domandai: “Ma che cosa fai qui?”
Come tutta risposta, egli ripeté lentamente, come si trattasse di
cosa di molta importanza:
“Per piacere, disegnami una pecora. . . ”
Quando un mistero è così sovraccarico, non si osa disubbidire.
[. . . ] Ma poi ricordai che i miei studi si erano concentrati sulla geo-
grafia, sulla storia, sull’aritmetica e sulla grammatica e gli dissi, un
po’ di malumore, che non sapevo disegnare. Mi rispose:
“Non importa. Disegnami una pecora. . . ”
Non avevo mai disegnato una pecora e allora feci per lui uno di
quei due disegni che avevo fatto tante volte: quello del boa dal di
fuori; e fui sorpreso di sentirmi rispondere:
“No, no, no! Non voglio l’elefante dentro al boa. Il boa è molto
pericoloso e l’elefante molto ingombrante. Dove vivo io è tutto
molto piccolo. Ho bisogno di una pecora: disegnami una pecora”.
Feci il disegno.
Lo guardò attentamente, e poi disse: “No! Questa pecora è
malaticcia. Fammene un’altra”.
Feci un altro disegno.
Il mio amico mi sorrise gentilmente, con indulgenza.


 Epilogo

“Lo puoi vedere da te”, disse, “che questa non è una pecora. È
un ariete. Ha le corna”.
Rifeci il disegno una terza volta, ma fu rifiutato come i tre
precedenti.
“Questa è troppo vecchia. Voglio una pecora che possa vivere
a lungo”. Questa volta la mia pazienza era esaurita, avevo fretta di
rimettere a posto il mio motore. Buttai giù un quarto disegno. E
tirai fuori questa spiegazione:
“Questa è soltanto la sua cassetta. La pecora che volevi sta den-
tro”.
Fui molto sorpreso di vedere il viso del mio piccolo giudice
illuminarsi: “Questo è proprio quello che volevo. Pensi che questa
pecora dovrà avere una gran quantità d’erba?”
“Perché?”
“Perché dove vivo io è tutto molto piccolo. . . ”
“Ci sarà certamente abbastanza erba per lei, è molto piccola la
pecora che ti ho data”.
Si chinò sul disegno:
“Non così piccola che – oh, guarda! – si è messa a dormire. . . ”
E fu così che feci la conoscenza del piccolo principe.

Per quanto surreale, il dialogo fra lo scrittore-pilota Antoine


e il Piccolo Principe, ingenuo e curioso come un bambino, av-
veduto come un antico saggio, dà qualche spunto di riflessione
sulle dinamiche culturali e comunicative di cui si è discusso nel
testo.
Ad Antoine viene “soltanto” chiesto di disegnare una peco-
ra, una cosa banale dopotutto; egli, in un momento, passa in
rassegna il novero di competenze acquisite e di cui dispone
per soddisfare la strana richiesta: nozioni di storia, geografia,
matematica, grammatica. . . Nulla sembra tornargli utile.
“Io non so disegnare” si giustifica, nel tentativo di sottrarsi a
questo compito ingrato.
Strano. Il disegno è uno fra i primi codici complessi uti-
lizzati dai bambini che non sembrano imbarazzati quando si
chiede loro di disegnare, una modalità dopotutto “libera”, quasi
spontanea, “naturale”.

. A.  S-E, Il piccolo principe, pp. -.


Epilogo 

Antoine inizialmente non capisce la semplice eppure stra-


na richiesta, tanto da utilizzare una scusa alquanto puerile per
negare un’abilità che ritiene probabilmente superflua o fuori
luogo. Non comprende, pensa che dietro quella apparentemen-
te banale richiesta si celi una esigenza specifica che tenta di
soddisfare a suo modo: disegnando un animale percepito come
“malaticcio”, “vecchio” o qualche cosa che pecora non è.
Qual è il suo errore? Ipotizzare che il disegno serva ad una
finalità specifica non indicata dal Piccolo Principe.
Si comporta quindi conseguentemente: nella rappresenta-
zione dell’animale esagera con i dettagli, con le specificazioni,
oppure trascura ciò che è fondamentale ma non ha compreso
lo sia, dimostrando una certa inettitudine.
Il Piccolo Principe non ha bisogno dell’immagine di una pe-
cora, ha bisogno di una pecora. Egli chiede una intuizione vitale.
E ben si comprende come la vita e le intuizioni non abbiano
bisogno di essere viste o certificate per esistere: sortiscono i
loro effetti anche al riparo da occhi che vigilano, misurano,
soppesano.
Il disegno sembra essere un codice non contemplato dalla
geometria delle conoscenze di Antoine, soppiantato da linguag-
gi, simboli, lemmi, mappe, cronologie, numeri. . . rassicuranti
nel loro rigore esplicativo.
Il disegno è espressione del sé attraverso un testo ricco e
ambiguo, la cui decodifica richiede apertura, sensibilità, tol-
leranza alla polisemia, alla compresenza degli opposti. Una
attitudine a cui Antoine non è stato presumibilmente educato
o socializzato.
I “nostri” saperi ci inducono a rappresentazioni sofisticate,
elaborate.
Lo scopo è ottenere individui in grado di padroneggiare una
simbologia astratta condivisa e condivisibile, capaci di parlare,
scrivere, trasmettere attraverso codifica appropriata pensieri e
sensazioni interiorizzate.
Ma forse si è giunti ad un punto in cui tutto questo pare
insufficiente o inadeguato.
 Epilogo

I codici adoperati si rivelano lacunosi, inconcludenti, fru-


stranti quando si fa urgente la necessità di trasmettere un insie-
me di sensazioni , una fisicità sensoriale ed emotiva che, così
facendo, rischia di rimanere inespressa, imballata nella gabbia
dell’ineffabilità eppure così desiderosa di tracimare gli argini
del simbolico condiviso.
Il desiderio, la necessità di una relazione piena, ricca di si-
gnificato che “dica tanto con poco” è sentita; tuttavia si finisce
con il manipolare segni, simboli, astrazioni che conducono a
rappresentazioni di qualcosa di cui si è perso il senso vivido e
concreto.
Solo alla fine del serrato dialogo, Antoine rinuncia a rap-
presentare “come sa” e ricorre all’intuizione, al fine di levar-
si dall’impaccio, porgendo al suo giovane interlocutore un
escamotage dettato dall’esasperazione.
A questo punto, forse, Antoine realizza che non gli era
stato richiesto un simbolo condiviso, non fosse altro perché il
Piccolo Principe, vivendo da solo su un piccolo asteroide, non
ha una profonda cognizione della socialità e degli strumenti a
questa predisposti. Egli aveva proprio bisogno di una pecora,
un’entità concreta che mangia, si muove, ha una dimensione –
deve essere piccola poiché non vi è molto spazio dove abita...
Ma attraverso un foglio bidimensionale Antoine non può che
generare simboli astratti, non riesce a superare l’aporia fra lo
strumento di cui dispone e il tipo di relazione che gli viene
prospettata.
La cassetta sana l’aporia fra metodo ed espressione: è l’idea-
le, in essa lo spazio della visibilità viene annullato. Non serve
che la pecora si veda. Essa è, tanto basta.
La cassetta racchiude tutto quello che serve, l’intuizione esat-
ta, la relazione che dà equilibrio agli opposti: vista e sensazione,
controllo e libertà. In quel piccolo parallelepipedo tracciato,
l’analogicità dell’animale pecora può trovare esistenza, una
esistenza che non ha bisogno di essere scrutata, monitorata,
controllata.
Epilogo 

Non c’è bisogno di vedere la pecora; si sa che c’è; mangia,


si mette a dormire, vive all’interno di un accordo stipulato fra
Antoine e il Piccolo Principe che le rende dignità di esistenza.
Anche la situazione comunicativa attuale avrebbe bisogno
di una cassetta simbolica tale da ospitare tutta la complessi-
tà espressiva e relazionale che sembra non trovare un canale
soddisfacente.
Il corpo si trova nella stessa situazione della pecora del Pic-
colo principe, ha bisogno di essere, significare, sentire e farsi
sentire. Viene esposto, agghindato, reso eccessivo per uscire
dall”impasse di mille rappresentazioni che non lo riguardano:
tessere, dati, codici, mappe, schermi, cifre, documenti, identità
che dicono poco o nulla di lui.
Forse va riformulato non tanto il codice, quanto il canale, la
cassetta-contenente-la-realtà che alla fine annulla gli scompensi
tra istanze digitali, i simboli, gli schemi certi di Antoine e la
meravigliosa espressività del Piccolo Principe, armonizzandoli.
Forse, alla fine, dobbiamo solo scoprire come disegnare una
pecora. . .
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Pluralities

Pluralismo culturale e società nella postmodernità

. Andrea C
Equilibri di coppia
Prefazione di Chiara Carmelina C e Salvatore R
 ----, formato  ×  cm,  pagine,  euro

. Marco Saverio L


La morte altrove
Prefazione di Chiara Carmelina C
 ----, formato  ×  cm,  pagine,  euro

. Sebastiano B
Generazione shuffle
Prefazione di Mauro P e Luisa S
 ----, formato  ×  cm,  pagine,  euro

. Vincenzo C
Città eterna, precarie vite
Prefazione di Gigi R
 ----, formato  ×  cm,  pagine,  euro

. Gian Luca B


Genitori soli: legami sociali e rischi di povertà
 ----, formato  ×  cm,  pagine,  euro

. Rossella C
La pizza in Giappone
Prefazione di Keiichi S
 ----, formato  ×  cm,  pagine,  euro

. Michele M, Giulia V (a cura di)


Entrare fuori
 ----, formato  ×  cm,  pagine,  euro
. Carmelina Chiara C
Famiglie in dialogo
 ----, formato  ×  cm,  pagine,  euro

. Maurizio A
I Rom, la razza ultima
Prefazione di Alex Z
 ----, formato  ×  cm,  pagine,  euro

. Sabrina G


Noi migrante. Una ricerca sulla partecipazione alle associazioni
per le donne migranti
Prefazione di Giovanna V
 ----, formato  ×  cm,  pagine,  euro

. Elena B


Somatismo culturale. Irruzione del corpo e declino dell’oralità
 ----, formato  ×  cm,  pagine,  euro
Finito di stampare nel mese di dicembre del 
dalla tipografia «System Graphic S.r.l.»
 Roma – via di Torre Sant’Anastasia, 
per conto della «Aracne editrice int.le S.r.l.» di Ariccia (RM)