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IL GIOIELLO: STORIA E TECNOLOGIA

1. Il gioiello riveste un ruolo di primo piano nella storia


del costume fin dalle più antiche civiltà. Il desiderio
di ornare la persona con monili è una caratteri-
stica comune a tutte le popolazioni fin dall’Età
preistorica, quando collane e amuleti erano
eseguiti in materiali organici, come avorio,
conchiglia e osso.
La grande svolta nell’evoluzione del gioiello
avviene con i progressi compiuti nella lavora-
zione del metallo nel III millenio a.C., quando
in Mesopotamia, in Egitto e nel mondo greco
appaiono i primi monili in oro giunti sino a noi.
Tale patrimonio di tecniche e repertori orna-
mentali verrà trasmesso all’Occidente europeo
da Romani e Bizantini, questi ultimi portatori di un
linguaggio classico permeato da influenze orientali.
Purtroppo, però, gli esemplari di gioielli a noi perve-
nuti sono soltanto una minima parte di una produzione
sottoposta a gravissime perdite, sia a causa della profana-
zione di tombe e tesori, sia a causa del riutilizzo dell’oro e delle
pietre preziose per esecuzione di nuove opere.

L’oreficeria medievale 2.
Le contaminazioni culturali tra oggetti preziosi di di-
versa provenienza geografica, che contraddistinguo-
no fin dai tempi più antichi l’evoluzione del gioiello,
sono determinanti per comprendere appieno la com-
plessità culturale dell’oreficeria medievale.
Si pensi, in particolare, alla diffusione di modelli e tec-
nologie durante l’epoca delle invasioni barbariche,
oppure all’arrivo in Occidente di oreficerie e smalti
bizantini dopo il saccheggio di Costantinopoli, avve-
nuto nel 1204.
Inoltre, grazie alla loro circolazione come doni
nuziali e diplomatici, i gioielli furono veicoli per
eccellenza della diffusione del gusto, fino alla
stagione del Gotico Internazionale, che li vede
protagonisti assoluti dell’epoca cortigiana.

1. Oreficeria egizia, Pettorale a forma di scarabeo


alato, 1336-1327 a.C.
Il Cairo, Egyptian National Museum.

2. Armi e corredo funebre di un guerriero alamanno,


V secolo.

1 STORIA
MEDIEVALE
Le botteghe orafe di bisanzio: oro, gemme e smalti cloisonné
L’oreficeria bizantina raggiunse un alto livello tecnologico e se-
gnò in modo significativo l’evoluzione del gioiello, nel pas-
saggio dal mondo antico a quello medioevale.
Nel 330 d.C. la greca Bisanzio, divenuta capitale 1.
dell’Impero romano d’Oriente col nome di Costanti-
nopoli, fu un centro di notevole rilievo per la produ-
zione orafa, sia perché poté contare su importanti
giacimenti d’oro dei Balcani, dell’Asia Minore e
della Grecia, sia per la presenza in loco di in-
tensi scambi commerciali di pietre preziose e
perle provenienti dall’India e dalla Persia.
Gli orafi di corte lavoravano incessantemente
per far fronte alla richiesta di gioielli per l’im-
peratore e il suo entourage, come ben eviden-
ziato dai mosaici di San Vitale a Ravenna, in
particolare dalla corona e dai gioielli in oro,
perle e pietre preziose indossati dall’imperatrice
Teodora, moglie di Giustiniano.
Severe leggi suntuarie, introdotte dal codice di Giu-
stiniano nel 529 d.C., non consentivano agli abitan-
ti di Costantinopoli di utilizzare liberamente oro e
pietre preziose per i loro ornamenti: ad esempio
perle, zaffiri e smeraldi erano riservati alla persona
dell’imperatore.

2.

Per quel che riguarda le tecniche, oltre allo sbalzo


e al cesello, era ampiamente utilizzato il traforo –
opus interrasile – per realizzare sia orecchini a mez-
zaluna, sia cinture ornate da monete e medaglie. Le
perle e le pietre preziose, retaggio del gusto roma-
no, divennero una costante dell’oreficeria bizantina,
montate entro castoni oppure forate e attraversate
da fili d’oro.
Tipicamente bizantino fu l’uso dello smalto cloi-
sonné: sulla lamina venivano fissati dei sottili “tra-
mezzi” in oro che venivano riempiti di polveri di vetro
colorate. Queste ultime sottoposte a calore diventa-
vano solide e assumevano l’aspetto di pietre prezio-
se, consentendo notevoli effetti, oltre che cromatici,
di trasparenza e riflessione della luce.

1. I gioielli dell’imperatrice Teodora. Particolare dei mosaici


della Basilica di San Vitale a Ravenna.
2. Oreficeria bizantina, Icona con l’arcangelo Michele,
fine XI – inizio XII secolo. Argento dorato, smalti cloisonné e
pietre preziose. Venezia, Tesoro di San Marco.

2 STORIA
MEDIEVALE
L’epoca delle invasioni barbariche 1.
In Europa tra V e VIII secolo la storia del gioiello è strettamente
collegata alle migrazioni delle tribù germaniche. Si pensi al
caso dei Goti, provenienti dal Nord Europa e giunti nel III secolo
sulle sponde del Mar Nero. La tecnica artistica in cui queste popo-
lazioni si distinguevano era senza dubbio la lavorazione dei metalli,
utilizzati per l’esecuzione di gioielli indossati dai capi militari e dalle
loro spose.
Le donne ostrogote portarono con sé, durante i loro spostamenti
dall’Europa orientale all’Italia, i propri monili, in particolare le
fibule, ossia le due spille utilizzate per fissare il mantello alla
veste, all’altezza delle spalle. Le doppie fibule, unitamente
alle fibbie di cintura decorate da pietre preziose, vetri colo-
rati e motivi incisi sul metallo, costituivano una caratteristica
del costume femminile delle donne ostrogote e visigote che
si mantenne inalterato fino all’VIII secolo, come attestano i
reperti visigoti ritrovati nella Penisola iberica.
Le nostre conoscenze sull’oreficeria barbarica si devono
all’uso pagano di seppellire il defunto con gli oggetti perso-
nali (corredo funerario): per tale motivo un gran numero di
oggetti si è salvato da furti e dispersioni.
Un altro tipo di ritrovamento archeologico è il “tesoro”, ossia
un nucleo di gioielli e oggetti preziosi, nascosti in antico, e
mai più recuperati dal proprietario. In Italia, nel 1893, venne
ritrovato a Domagnano (Repubblica di San Marino) uno stra-
ordinario tesoro composto da doppia fibula, anello, spillone
per capelli e altri numerosi ornamenti preziosi, tutti eseguiti in oro
ad alveoli contenenti almandini (granati rosso violacei), cristalli di
rocca e perle.
Il pezzo più noto è la fibula a forma di aquila (Norimberga, Museo
Nazionale) databile tra la fine del V e l’inizio del VI secolo d.C.: il
corpo dell’a-
nimale è in-
2. teramente
ricoperto da piccole cellette in lamina d’oro, al
cui interno sono inclusi almandini piatti. L’occhio
era decorato da madreperla, come si ricava dal-
la fibula gemella della Collezione Lauder di New
York. L’aquila, ritenuta sacra secondo le tradi-
zioni pagane dei Goti, fu estremamente diffusa
nei gioielli di questo popolo; la si ritrova anche
in Spagna, in una doppia fibula visigota del VI
secolo a forma di aquila ed eseguita in bronzo
dorato e paste vitree rosse (da Alovera, Guada-
lajara. Madrid, Museo Archeologico Nazionale).

1. Fibula aquiliforme del tesoro di Domagnano.

2. Fibule a forma di aquila, VI secolo d.C. Madrid,


Museo Archeologico Nazionale.

3 STORIA
MEDIEVALE
Nelle sepolture longobarde in Italia, sono le 1.
doppie fibule a conservare il legame con la
cultura di provenienza, con i loro mo-
tivi ad intreccio di gusto tipicamen-
te barbarico, come nelle fibule a
staffa in argento dorato ritrovate
nella necropoli di Nocera Umbra
(Roma, Museo dell’Alto Medioe-
vo). Tuttavia, la romanizzazione
dei Longobardi fa sì che nelle se-
polture femminili si ritrovino orec-
chini di gusto tardoantico, quasi
sicuramente di produzione locale,
come nel caso degli esemplari del-
la tomba di Civezzano degli inizi del
VII secolo (Trento, Castello del Buon-
consiglio). La lavorazione a sbalzo e cesello era utiliz- 1. Oreficeria anglosassone, Fermaglio da spalla,
VII secolo d.C. Londra, British Museum.
zata per la fabbricazione delle crocette auree, che ve-
nivano cucite su un sudario posto sul volto del defunto. 2. oreficeria irlandese, Spilla “Tara Brooch”,
700 ca. Dublino, National Museum of Ireland.

All’inizio del V secolo d.C. nell’Europa del Nord, gli orafi anglosassoni si caratterizzavano per l’uso di
un repertorio decorativo di tipo geometrico e zoomorfo, i cui capolavori sono senza dubbio i fermagli e
la fibbia di cintura ritrovati nel 1939 a Sutton Hoo (Suffolk). Si ritiene che questi gioielli siano appartenu-
ti al re Raedwald, morto intorno al 625 e sepolto nello scafo di una nave con un ricco corredo funerario.
La celebre fibbia in oro, conservata al British Museum di Londra, è stata eseguita in fusione mediante
uno stampo e rifinita a freddo. Tutta la superficie è ricoperta da un intreccio formato da corpi di ser-
penti e uccelli. Altrettanto raffinata la lavorazione dei fermagli da spalla, decorati da animali intrecciati
e da un motivo geometrico ad intarsio che include granati e vetri millefiori: l’insieme ricorda molto da
vicino le coeve miniature dei codici britannici.

I Vichinghi, che non accolsero mai influenze dall’oreficeria romana, sono responsabili di opere molto
complesse dal punto di vista della lavorazione dell’oro e dell’argento (sbalzo, fili granulati, fusione e
rifiniture a freddo), raramente decorate da pietre preziose. Tra gli esempi più significativi dell’abilità
dei loro orafi è la collana, databile al VI secolo, ritrovata ad Alleberg in Svezia (Stoccolma, Statens
Historiska Museum), dove tra le fasce che costitui-
scono il gioiello sono stati inseriti piccoli volti umani
2. e animali accucciati.

In Scozia ed Irlanda, aree che non subirono la do-


minazione romana, gli orafi rimasero fedeli alla tra-
dizione celtica, in cui dominavano motivi geometri-
ci ed elementi zoomorfi.
Nella splendida spilla circolare detta “Tara Bro-
och”, databile intorno al 700 d.C. (Dublino, National
Museum of Ireland) – in argento fuso, ambra e vetri
colorati – elementi celtici di tipo astratto si unisco-
no al gusto animalistico germanico in un’originale
sintesi che ricorda da vicino le iniziali miniate dei
codici irlandesi.

4 STORIA
MEDIEVALE
L’epoca carolingia e ottoniana
Con la nascita del Sacro Romano Impero, gioielli e oreficerie sacre prodotte all’inizio del IX secolo per
la corte di Carlo Magno influenzano la produzione dell’intera Europa occidentale.
Sfortunatamente rimangono pochi gioielli riferibili a quella straordinaria fioritura
dell’arte orafa e pochissime opere possono essere ricondotte
con certezza alla persona dell’imperatore. Fa eccezione
il talismano di Carlo Magno (Reims, Tesoro della Cat-
tedrale), gioiello-amuleto trovato nella sua sepoltu-
ra e quindi databile entro l’814 d.C., costituito da
una montatura di chiara influenza bizantina e 1.
da due enormi zaffiri che contengono al loro
interno un frammento del legno della croce.
Per ricostruire la magnificenza dell’ore-
ficeria carolingia è quindi d’obbligo il ri-
ferimento all’altare d’oro della Basilica
di Sant’Ambrogio a Milano, dovuto alla
perizia tecnica dell’orafo Volvinio e dei
suoi collaboratori. Pur trattandosi del
ciclo iconografico più complesso della
storia dell’oreficeria del IX secolo, il ri-
vestimento dell’altare, oltre agli sbalzi
figurati, esibisce uno stupefacente re-
pertorio decorativo costituito da smal-
ti cloisonné, cammei e pietre preziose
racchiuse entro raffinatissimi castoni a
filigrana che ci fanno immaginare i gio-
ielli della stessa epoca.

1. Oreficeria carolingia, Altare d’oro di Sant’Ambrogio,


Particolare con Cristo in Trono, gemme incastonate
del lato anteriore.
2. Altare d’oro di Sant’Ambrogio, metà del IX secolo.

2.

5 STORIA
MEDIEVALE
Oreficeria ottoniana,
Corona dell’Impero,
X secolo. Vienna,
Schatzkammer.

I gioielli ottoniani si colle-


gano senza soluzione di
continuità alla tradizione
carolingia, poiché sono
accomunati da un forte
legame con lo sfarzoso
cerimoniale della corte
imperiale di Costantinopo-
li. Va inoltre ricordato che
il matrimonio tra Ottone II e la
principessa bizantina Teofano, cele-
brato nel 972, contribuì a rafforzare l’influenza cultu-
rale dell’Impero d’Oriente sulla produzione di oggetti preziosi di ambito germanico.
Si può ipotizzare che in alcuni casi l’affinità tecnica e stilistica tra oreficerie del IX e
del X secolo sia dovuta alla scelta di maestranze che operavano nel solco di tradizioni
artistiche ben consolidate.
A questo proposito è utile ricordare che la celebre corona dell’Impero (Vienna, Schat-
zkammer) commissionata da Ottone I – eseguita nel 962 in occasione dell’incoronazio-
ne in San Pietro a Roma, oppure nel 967 per la cerimonia dell’associazione al trono del
figlio Ottone II, avvenuta pure in San Pietro – viene ritenuta da studi recenti un prodotto
di orafi provenienti da Milano, specializzati nella lavorazione dello smalto cloisonné
dai tempi dell’altare d’oro di Sant’Ambrogio. La corona, oltre a preziosissime gemme
incastonate, mostra infatti raffinati smalti cloisonné.
Capolavoro della gioielleria intorno all’anno Mille è la fibula dell’imperatrice Gisela
(Mainz, Landesmuseum Mainz), che reca al centro un’aquila in lamina d’oro lavorata
a traforo e colorata con smalti cloisonné turchesi, blu e verdi. Gli smalti ricordano le
pietre preziose ed inoltre il verde, simile allo smeraldo, risulta traslucido e consente di
vedere il fondo in oro.
Risale alla stessa epoca anche la corona dell’Imperatrice Cunegonda (Monaco, Schat-
zkammer) in filigrana e pietre preziose lavorate a cabochon (taglio senza sfaccettature).

6 STORIA
MEDIEVALE
Tra romanico e gotico
Decisamente rari i gioielli risalenti
all’epoca romanica giunti fino a 1.
noi; tuttavia dipinti e sculture me-
dievali attestano che le classi so-
ciali più agiate indossavano spille,
pendenti, collane, orecchini, brac-
cialetti e anelli che verosimilmen-
te possiamo immaginare simili ai
gioielli dell’imperatrice Gisela, ri-
trovati a Magonza.
Nel XII secolo continuò l’uso di
lunghe collane, indossate in
modo analogo alle catene da cor-
po, provviste di pendenti che in-
cludevano cammei e pietre preziose. Accessorio di gran moda era la cintura 1. Fibbia di cintura,
nuziale in tessuto fornita di fibbia in metallo, oggetto che non poteva mancare 1220 circa. Argento dorato.
Stoccolma, Statens
nella dote di una giovane fanciulla appartenente alla nobiltà.
Historiska Museum.
Per quel che riguarda le pietre preziose, continua per tutto il Duecento l’uso
del taglio a cabochon irregolare, oltre al reimpiego di gemme incise e di cam- 2. Spilla a forma di stella,
mei antichi, di cui si apprezza l’alta qualità tecnica. Soltanto all’inizio del Tre- metà del XIV secolo.
cento con la diffusione di nuove tecniche di taglio, già sperimentate in India Oro e pietre preziose.
e in Persia, in Europa appaiono i primi esempi di pietre preziose sfaccettate.

L’epoca del gotico internazionale


Nel corso del Trecento, la spilla continua ad essere uno degli orna-
menti più diffusi, ma si notano dei cambiamenti di gusto rispetto al
secolo precedente. Si osserva la tendenza ad abolire i
fondi ornati da fitti motivi a filigrana, a vantaggio di spil-
2. le più semplificate, dove su una base priva di decori
emergono le pietre preziose provviste di
castoni piramidali che rialzano la gem-
ma dal fondo del gioiello.
L’uso di smaltare i gioielli in oro e in ar-
gento è certamente una delle principali
caratteristiche dell’oreficeria gotica. Ven-
gono definiti traslucidi, o bassetaille, gli
smalti su argento incisi a bulino e rico-
perti da una pellicola di polveri di vetro
unite ad ossidi metallici, che consentiva
di ottenere sull’argento l’effetto delle vetrate:
la luce attraversando lo smalto faceva in-
travedere il metallo sottostante creando
riflessi di luce oltre che di trasparenza.
I gioielli potevano quindi arricchirsi di
colore, così come avvenne nella produ-
zione sacra di suppellettili liturgiche ri-
coperte da una multicolore schiera di santi
a smalto traslucido.
A questo proposito si possono citare i gioielli devozionali, recanti
l’immagine della Madonna col Bambino oppure la figura di un san-
to particolarmente caro al proprietario.

7 STORIA
MEDIEVALE
La tecnica orafa più costosa e ricercata dell’epoca
gotica è certamente quella conosciuta come smal- 1.
to en ronde bosse, ossia un procedimento che con-
sentiva di smaltare superfici a tutto tondo in lamina
d’oro modellata a sbalzo. Nata a Parigi intorno al
1360, tale lavorazione viene impiegata per l’esecu-
zione di oggetti e gioielli destinati ai re di Francia e
ai loro parenti stretti, i duchi di Borgogna e di Berry,
i cui inventari descrivono numerose realizzazioni.
Un dipinto del pittore fiammingo Petrus Christus del
1449, avente per soggetto La bottega di Sant’Eligio
(New York, Metropolitan Museum of Art), riassume
in modo esemplare la passione sfrenata per il lusso
e la moda tipica del Gotico Internazionale. Eligio,
santo protettore degli orafi, vescovo e orafo vissuto
tra VI e VII secolo, è ritratto nella sua bottega con
gli strumenti del mestiere. Oltre ai materiali grezzi
– sacchettini di perle e pietre preziose – il pittore
descrive con precisione una serie di gioielli finiti,
come gli anelli infilati su rotoli di pergamena, i pen-
denti e le spille. Il copricapo del giovane acquirente
evidenzia un altro gioiello sfoggiato dagli uomini,
l’insegna da cappello, ossia una spilla in oro con al
centro una pietra preziosa o un cammeo all’antica,
di cui possediamo una ricca documentazione nei ri-
tratti della nobiltà europea ben oltre il Quattrocento.

2.

1. Orafo parigino, Goldenes Rössl,


‘Cavallino d’oro’, 1404. Oro, pietre preziose e
smalti en ronde bosse. Altötting, Stiftskirche.

2. Petrus Christus, La bottega di Sant’Eligio, 1449.


New York, Metropolitan Museum of Art.

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