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Il canto a fronna 'e limone nella tradizione campana

Intonati sotto le carceri o usati dai venditori ambulanti per la loro predisposizione al dialogo

È una tradizione che fortunatamente resiste ancora, soprattutto nell'entroterra giuglianese e


nell'agro nocerino sarnese, seppur con le dovute differenze.

Spesso, anzitutto grazie agli anziani contadini, sentiamo parlare della fronna (o più esattamente
fronn''e limone) come espressione di un canto unico, inequivocabile.

Infatti, come scrive Roberto De Simone in Son sei sorelle, rituali e canti della tradizione in
Campania, la fronna è appunto «una singolare forma di canto campano, eseguito a distesa, con
andamento libero non mensurabile e, prevalentemente, senza accompagnamento strumentale».

Per quanto riguarda invece l'ambito "testuale", le fronne possono essere tranquillamente variate,
improvvisate da qualsiasi cantore, soprattutto se l'esecuzione riguarda due o più persone. Proprio
per la loro predisposizione al dialogo, le fronne hanno assunto anche una funzione comunicativa
con i carcerati. Non a caso questi canti erano intonati sotto le carceri da parenti o amici di reclusi
per trasmettere al carcerato messaggi d'amore o qualsiasi altro tipo di informazione.

Nella tradizione campana lo stile delle fronne influenza non solo i celebri richiami dei venditori
ambulanti, ma tutto lo stile canoro che ne deriva e in parte anche il canto a figliola e i canti alla
cilentana.

a cura di Ferdinando Guarino

A’fronn’ e’limone, una traccia dell’antica tradizione napoletana

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Uno dei tesori del patrimonio culturale partenopeo sono le tradizioni popolari. Una di queste è il
canto a’fronna. La canzone è diffusa, con delle differenze soprattutto nell’entroterra giuglianese e
nell’agro nocerino sarnese. Le nuove generazioni non conoscono l’esistenza del termine “fronna”
o, al massimo, ne hanno sentito parlare dai propri nonni.

Origine e curiosità
Il termine è utilizzato all’interno dell’espressione fronn’ ‘e limone e rientra in un canto dalle radici
molto antiche. La “fronna” è una tipologia di canto della regione Campania caratterizzato
dall’andamento libero e perlopiù senza alcun accompagnamento di strumenti musicali. La
caratteristica delle fronne, infatti, sta nel fatto che possono essere improvvisate da qualsiasi
persona e anche da un gruppo di cantori.
A che cosa serviva a’fronna?
Questa tipologia di canto, per la sua forza comunicativa, è stato utilizzato anche come mezzo di
comunicazione con i detenuti. I parenti o gli amici, infatti, intonavano delle “fronne” per
comunicare, all’amico carcerato, delle notizie o dei messaggi d’amore. Questa tradizione è stata
ed è utilizzata anche come richiamo dei venditori ambulanti per attirare l’attenzione dei
potenziali clienti. Potremmo quindi definire la fronna uno strumento, primordiale, di marketing
che ha ispirato altre tipologie di canti, che hanno avuto un certo peso nella cultura popolare
partenopea: i canti alla cilentana e quelli a figliola.

La musica è uno dei caratteri distintivi di Napoli e, in generale, di tutte le popolazioni del Sud. In
particolare in Campania vi è uno stile canoro che riprende i versi fatti dai mercanti per avvicinare i
possibili acquirenti. Questa tecnica è detta “A fronna ‘e limone” che letteralmente significa
“come le fronde, cioè gli arbusti, di limone”. Metaforicamente indica le parti del cibo che
nessuno compra poiché non sono commestibili. Ed è per questo che i commercianti devono
essere particolarmente bravi e persuasivi, così da vendere ai clienti merci che normalmente
risulterebbero invendute perché inutili. L’espressione a fronna ‘e limone indica più precisamente
un canto a distesa senza accompagnamento musicale, eseguito da due o più persone,
particolarmente diffuso nei campi agricoli. I testi contenuti nelle “fronne” posso variare e
riguardare diversi argomenti: amore, sesso, vendetta, disperazione, divertimento, sfida,
morte. Le “fronne” venivano utilizzate anche come tecnica di comunicazione tra i detenuti e i loro
parenti all’esterno delle carceri. Non era difficile, nel passato, sentire dei congiunti del
condannato intonare questi tipi di canto all’esterno delle prigioni utilizzando un linguaggio oscuro
e gergale che sfuggiva anche alla comprensione dei secondini: celebre, in ambito
cinematografico, è il canto per Adelina che si trovava in carcere, nel film Ieri, oggi, domani con
Sophia Loren e Marcello Mastroianni. Un testo che rispetti le caratteriste dei canti a fronna ‘e
limone è quello inciso e cantato da Marcello Colasurdo nel suo disco “E manco ‘o sole ce ‘a
sponta” del 1997: “E mme, ‘e ppe, ‘e mme. ‘E mme, ‘e ppe, ‘e mme. Quatte aulive, chipparelli che
aulive! L’ugliararo! Ammarielle vive come zo’! Comme zo’! Comme zo’! Ammarielle vive, comme
zo’! Comme zo’! Comme zo’!”
Altro particolare canto tipico dei campani era il “canto a ffigliola” intonato, generalmente, per le
feste dedicate alla Madonna, soprattutto quelle organizzate per la Madonna di Montevergine, la
Madonna Nera e la Madonna di Castello. Meno melismatico, cioè con meno vocalizzi, e meno
melodico delle “fronne”, si presta ad essere cantato sillabicamente e lascia molto più spazio
all’improvvisazione degli esecutori. Era solitamente intonato, senza musica, dal capo-paranza e
nella parte finale si aggiungeva il coro. Questo genere poteva essere cantato anche
dall’innamorato che, nel mese di maggio, regalava alla donna amata una “perticella”, ossia un
ramo tagliato al quale erano appesi vari doni e su cui era sempre messa un’immagine della
Madonna. Una volta, specialmente a Napoli, il “canto a ffigliola” era anche tipico e
rappresentativo della malavita locale e veniva utilizzato come campo di battaglia per i cantatori
che si sfidavano dopo il pellegrinaggio a Montevergine. La competizione solitamente si faceva a
Nola.
Un canto ancora diverso era la “tammuriata”, che univa alla voce anche la musica e il ballo. A
differenza degli altri due stili è in endecasillabi e si interrompe ogni due versi con l’inserimento di
espressioni gridate dal gruppo per dare maggiore incisività al testo. Dopo il cenno del capo-
paranza i presenti danno il via alla coreografia che solitamente è caratterizzata da un cerchio. I
movimenti fatti dai partecipanti richiamano a corteggiamenti, episodi erotici e lotte primordiali.
Più il ritmo si fa frenetico, più i protagonisti tendono a lasciarsi andare in un vortice di musica ed
energia.
Fonti: Franco Cambi, Fabio Tamburini, “Educazione e musica in Toscana”, Roma, Armando, 2006
Giovanni Pugliese Carratelli, “Storia e civiltà della Campania: Il Novecento”, Napoli, Electa Napoli,
1996

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