Sei sulla pagina 1di 141

DISPENSE DI FISICA GENERALE E DELLE RADIAZIONI

(COMPRESA RADIOPROTEZIONE)

Enrico Marchetti
Ricercatore INAIL

Anno accademico 2015-2016

1. LA FISICA
Cosa significa studiare la fisica? Significa tuffarsi in formule astruse o fare esperimenti
in laboratori grandi come il Gran Sasso pieni di strumenti bizzarri e futuristici (e di neutrini)?
Non necessario che sia cos, anche se pu esserlo. La scelta personale e, come tutte
le scelte personali, comporta delle responsabilit. Per elaborarla , per, necessario capire che
cos la fisica. La fisica una scienza, forse LA SCIENZA, che studia come funziona il mondo
intorno a noi. In questi termini una scienza quasi onnicomprensiva. E nella pratica quotidiana
si trovano fisici a studiare le cose pi diverse quali la biologia dei sistemi molecolari (biofisica),
la costituzione ed il funzionamento delle stelle (astrofisica), lorigine delluniverso e la sua
struttura nel suo divenire (cosmologia), le interazioni delle particelle pi piccole che
costituiscono la materia (fisica delle particelle elementari), le interazioni tra individui a livello
sociale, le applicazioni mediche delle radiazioni ed il loro funzionamento (fisica medica), le
probabilit che certi eventi accadano (fisica statistica), ed altro ancora che sarebbe noioso
enumerare. Quindi non loggetto dello studio che ci spiega cos la fisica, ma altro. Cosa?
Per capirlo affrontiamo il nostro primo esperimento concettuale1. Supponiamo di voler capire
come immetterci con la macchina in una autostrada. Possiamo affrontare il problema secondo
due discipline diverse: il codice della strada e un ragionamento pi strettamente legato alla
situazione che stiamo affrontando in quel momento. Secondo il codice delle strada limmissione
deve avvenire rispettando le precedenze e senza causare incidenti, quindi gradualmente. Ma
quanto gradualmente? Quanto lontane devono essere le altre automobili perch gli si debba
lasciare la precedenza? Queste domande non trovano risposta nel CdS in quanto tratta solo casi
generali e stabilisce, pertanto, codici generali di comportamento. Ma noi abbiamo bisogno di
risposte pi aderenti alla nostra situazione contingente. Allora proviamo a riflettere
autonomamente. Devo rispettare la precedenza di chi ha diritto di passare e non devo causare
incidenti. Lincidente cos? Quando due automobili si urtano. Questo avviene se le due auto
si trovano nello stesso posto (o comunque molto vicine) e hanno velocit differenti. Infatti se
stanno vicine ma ferme non hanno nessun incidente ed in questo caso la velocit la stessa
(zero). Anche se sono affiancate ed hanno la stessa velocit non si urtano, a meno che una delle
due non cambi direzione. Come vedremo in seguito, questo vuole dire che lauto che ha
cambiato direzione non ha mantenuto la stessa velocit. Immettersi vuol dire entrare nella fila
di auto che si muovono nella stessa direzione alla stessa velocit, mentre rispettare la
precedenza vuol dire lascia passare chi si trova alla nostra sinistra. Se noi siamo affiancati alla
stessa velocit questo diventa semplice: basta rallentare e lasciar sfilare lauto immediatamente
alla nostra sinistra e quindi inserirsi tra questa e quella che segue. La ricetta diventa facilmente
adeguabile alla nostra situazione attuale perch, quale che sia la velocit del traffico, noi ci
dovremo portare alla stessa velocit marciando parallelamente e quindi, lasciando passare la
macchina che ci sta a sinistra, modificare la nostra velocit inserendoci dietro ad essa. Tutto
quello che serve una corsia di accelerazione abbastanza lunga da poter eseguire questa
manovra in qualunque situazione contingente.
Il precedente esperimento concettuale ci insegna non solo come immetterci nel traffico
canalizzato, ma anche in cosa consiste studiare la fisica. Infatti qual la differenza tra il CdS e
la nostra trattazione? Che abbiamo applicato al problema una metodica di ragionamento che ci
consente di elaborare un modello semplificato della situazione reale; questo modello ci consente
di elaborare una legge che collega il cambiamento di velocit allassenza di incidenti. Allora
studiare la fisica vuol dire elaborare modelli della realt secondo un metodo, detto scientifico,
che siano idonei a comprendere il fenomeno fisico, biologico, economico, etc.
1

Un esperimento concettuale un ragionamento su un caso reale che richiama quanto noto a tutti i partecipanti e
lo elabora secondo regole rigorose e condivise per arrivare ad una conclusione che, allinizio del percorso, non era
evidente.

-1-

Tutti i modelli elaborati hanno dei limiti, dovuti alla semplificazione della realt
complessa che facciamo per elaborare delle leggi semplici e generali. Quando, applicando il
modello, arriviamo ai suoi limiti siamo obbligati a modificarlo o a svilupparne uno del tutto
nuovo. Un esempio (arcinoto) di questo processo di evoluzione dei modelli la teoria
newtoniana della gravitazione che, ad un certo punto, entr in conflitto con le nuove idee di
Einstein sulla finitezza della velocit della luce (verificata sperimentalmente). A quel punto fu
necessario elaborare un nuovo modello della gravitazione che tenesse conto delle nuove
scoperte e tale modello divenne la Relativit Generale. Non che la gravitazione di Newton
non sia pi vera. Solo in determinate condizioni non vera e deve essere sostituita, ma per i
calcoli e la fisica di tutti i giorni sulla superficie della terra va ancora pi che bene ed molto
pi semplice della relativit generale.
I modelli fisici hanno unaderenza alla realt che statistica. Infatti la fisica sperimentale
si confronta con detta realt con degli strumenti che hanno intrinseca una imprecisione della
misura. Quindi il confronto tra il modello e la realt passa attraverso un vaglio che non produce
tutte le volte esattamente lo stesso numero, ma lo riproduce entro certi estremi di variazione;
questi estremi sono detti errori di misura. Inoltre il modello solo statisticamente aderente
alla realt. Questa valutazione statistica pu, diventando pi precisa a seguito di ulteriori
conoscenze, dimostrare che il modello non funziona pi e che deve essere sostituito o
migliorato.
Adesso che abbiamo capito cosa significa fare il fisico che ci facciamo?
Impariamo a fare il fisico!
Come? Abbiamo appena capito che fare il fisico implica applicare un metodo di
comprensione del mondo intorno a noi, ossia elaborare dei modelli semplificati della realt su
cui basare i calcoli e le leggi, quindi la prima cosa che dobbiamo fare imparare questo metodo.
Il metodo scientifico unevoluzione della logica aristotelica. Si formula unipotesi che
collegata ad una tesi da una dimostrazione. Una volta completata la dimostrazione essa deve
condurre alla verifica della tesi. Se non ci riesce allora la tesi forse falsa.
Evidentemente fare questo al massimo livello richiede strumenti sofisticati di
matematica e fisica, oltre ad un allenamento specifico. Tutto questo non verr richiesto ai
destinatari di queste note. Dati i limiti del presente corso si forniranno solo le basi della
professione. Quelle basi che consentiranno di accedere alla comprensione della fisica che
sottende alla professione del Tecnico Sanitario di Radiologia Medica e Radioterapia (TSRMR).
Tali basi saranno, per quanto possibile, scevre da formule e forniranno la comprensione delle
leggi fisiche pi pertinenti al settore della radiologia medica, senza appesantirle con
competenze di matematica e di statistica che vadano oltre quelle limitate alla comprensione dei
fenomeni fisici trattati.
2. IL MONDO FISICO E LINCERTEZZA DELLA MISURA
Le osservabili fisiche, ossia quelle grandezze variabili che sono misurabili attraverso un
procedimento fisico, sono affette da unincertezza, implicita nello stesso procedimento di
misura, che ne rende incerto il valore determinato. Ci significa che il valore vero (il valore che
quella determinata grandezza fisica ha effettivamente) non sar noto ma verr stimato
misurando un valore il quale sar affetto da una incertezza. Questa incertezza non nota a priori
ne determinabile in modo esatto, ma pu essere stimata per mezzo di considerazioni fisiche e
statistiche sulla misura che si sta intraprendendo. Questo errore dipende dalle diverse
componenti che formano la catena di misura: losservatore, lo strumento (o gli strumenti per
misure complesse), lunit di misura e la grandezza da misurare. Inoltre gli errori sono di due
tipi principalmente: casuale (che pu cadere indifferentemente da una parte o dallaltra del
valore vero) o sistematico (che cade prevalentemente da un parte ben definita del valore vero).
Largomento ricopre una tale rilevanza che lUNI (lEnte di unificazione e standardizzazione
italiano) ha dedicato una norma allargomento [5] e questa viene rivista periodicamente.
-2-

Sviluppiamo un breve esempio per chiarire quanto detto. Supponiamo di voler misurare
la lunghezza di un tavolo servendoci delle mattonelle su cui questo posato. In questo caso
losservatore chi compie la misura, la catena strumentale composta dalle mattonelle ed
coincidente con lunit di misura (la mattonella), mente la grandezza da misurare la lunghezza
del tavolo. In questo caso la misura, estremamente semplice, viene effettuata per confronto
diretto. La misura si effettua contando il numero di mattonelle che corrispondono alla lunghezza
del tavolo. Per semplicit supponiamo che il tavolo sia appoggiato al muro e che quindi linizio
del tavolo coincida con linizio della prima mattonella. Il tavolo sar lungo n mattonelle intere,
ma non detto che la sua fine coincida con la fine dellennesima mattonella. Quanto vale il
pezzettino di mattonella che completa la lunghezza del tavolo? Possiamo fare una valutazione
ad occhio e dire che vale, per esempio, un quarto di mattonella, oppure possiamo fare una
misura pi raffinata ed usare un filo a piombo per determinare il punto dove finisce il tavolo
rispetto al bordo della mattonella. In entrambe i casi la precisione non sar assoluta perch sulla
mattonella non segnata alcuna graduazione (mezza mattonella, un quarto di mattonella, etc.)
che ci permetta di valutare la porzione di mattonella ricoperta dal tavolo. Oltre a questa
imprecisione di valutazione (osservatore) c una imprecisione dellunit di misura, infatti non
tutte le mattonelle sono lunghe uguale (strumento ed unit di misura). Inoltre c una
imprecisione intrinseca alla grandezza che vogliamo misurare, infatti il tavolo potrebbe non
essere tagliato esattamente a squadra ed essere quindi pi lungo ad un estremo che allaltro
(grandezza da misurare) [figura 1].
Il compito dello sperimentatore consiste appunto nel valutare tutti questi fattori e nel
determinare, oltre alla misura del tavolo, anche lentit stimata dellerrore complessivo di
misura.
In quanto segue tenteremo di dare una illustrazione semplificata di un argomento molto
complesso e sofisticato. Gli svarioni immancabilmente inclusi in questa trattazione sono da
attribuire esclusivamente allautore e non agli autori citati in bibliografia.

Figura 1

3. INCERTEZZA DI MISURA
Gi nellesempio precedente abbiamo individuato i principali elementi di una catena di
misura. Abbiamo infatti osservato che ci sono essenzialmente quattro componenti:
1) osservatore
2) unit di misura
3) strumento (o strumenti) di misura
4) grandezza da misurare
-3-

Ognuna di queste componenti contribuisce ad una parte, pi o meno grande, dellerrore


di misura complessivo. Nei prossimi paragrafi vedremo in che modo ogni componente concorre
a formare lerrore ed in che modo se ne pu ridurre leffetto oltre a stimarne la parte residua
(ineliminabile).
Gli errori si suddividono in casuali e sistematici. Gli errori casuali sono quelli che
intervengono sia a ridurre che ad aumentare il valore vero e tali contributi sono del tutto casuali
in entrambe i sensi. Gli errori sistematici sono quelli che intervengono solo in un verso per una
qualche ragione esterna: ad esempio se misuriamo la lunghezza del tavolo con un metro da sarto
di stoffa e tiriamo molto il metro questo si allunga e ogni centimetro risulta sistematicamente
pi lungo. Un altro esempio di errore sistematico, pi calzante con il corso che si sta svolgendo,
quello che si commette se non si valuta il fondo nelle misure di radon (222Rn). Infatti il fondo
, per definizione, tutto ci che assomiglia come risultato della misurazione al fenomeno che
stiamo osservando ma che non lo . Nel caso del 222Rn ogni decadimento alfa non prodotto da
questo gas o dalla sua progenie contribuisce al fondo. Se non ne teniamo conto, e non lo
misuriamo in qualche modo, la nostra misurazione di radon dar inevitabilmente un valore pi
grande di quello effettivo. Infatti staremo misurando il radon pi il fondo.
Ogni osservatore introduce una parte della propria soggettivit nellesperimento che sta
conducendo. La cosa di per s naturale ed irrinunciabile come in tutte quelle attivit che
richiedono luso dellingegno. Il fatto diventa potenzialmente rischioso (al fine dellerrore di
misura) quando si pretende di ignorare questa presenza e di considerare la misura assolutamente
obiettiva.
Oltre a eventuali errori sistematici introdotti dalla soggettivit dello sperimentatore2 il
principale errore casuale introdotto dallosservatore quello di lettura, ossia quellerrore che
dipende da una non corretta collimazione dellago dello strumento con la divisione della scala
graduata (bordo del tavolo con la fine della mattonella). Questa collimazione viene stimata ad
occhio dallosservatore e quindi pu comportare una certa arbitrariet (che chiameremo errore
di lettura) oltre ad un errore di parallasse. Lerrore di parallasse dipende dal non esatto
allineamento tra losservatore la lancetta dello strumento e la scala graduata su cui si sta
leggendo il valore misurato [figura 2].

Figura 2
Lerrore di parallasse viene fortemente ridotto da alcuni accorgimenti che ci danno la
sensazione di essere esattamente sulla verticale della scala graduata, come uno specchietto
dietro la scala, che ci consente di vedere limmagine della lancetta se questa non sulla
direzione che congiunge locchio con la divisione della scala e quindi di riportarsi sulla
verticale.

Sempre presente ma difficilissima da valutare, se non statisticamente facendo la media tra pi osservatori.

-4-

In generale si stima che lerrore di lettura (escluso lerrore di parallasse) abbia un valore
pari a met dellintervallo che intercorre tra due divisioni vicine della scala. Ad esempio se le
divisioni pi piccole del nostro metro sono espresse in centimetri, tale errore sar di mezzo
centimetro, se la scala ha una graduazione fine in millimetri sar di mezzo millimetro.
Luso degli strumenti digitali tende a fare progressivamente scomparire lerrore di
lettura e quello di parallasse, riconducendoli nel gruppo degli errori imputabili allo strumento
stesso (si veda oltre). In genere una trattazione statistica dei dati torna utile per ridurre ogni tipo
di errore e per stimare la sua entit (anche per questo si veda oltre).
Come esempio si consideri lalfaguard. Ha un display digitale e quindi manca di errore
di lettura. In compenso lelettronica che implementa il display suscettibile di avere sbalzi di
tensione, interferenza elettromagnetica, etc, con la conseguenza che il valore dichiarato
potrebbe essere falsato. Di tali errori, oltre a quelli strumentali che vedremo oltre, si tiene conto
dando non gi il valore nudo ma corredato da un intervallo di incertezza che comprende tutto
quanto gi introdotto e quanto ancora da illustrare.
4. LE GRANDEZZE FISICHE E LE UNITA DI MISURA
La scelta dell'unit di misura da adoperare per effettuare una determinata misura deve
essere fatta tenendo conto del possibile errore che si potrebbe introdurre se si scegliesse una
scala non idonea alla misura. Il valore misurato deve essere al centro della scala, perch solo in
tale situazione l'errore strumentale (si veda paragrafo successivo) quello dichiarato dalla casa
costruttrice. Se invece lo strumento effettua la misura per confronto diretto questo requisito
ancora pi evidente: ad esempio se misuriamo un tavolo con un doppio decimetro dobbiamo
riportare pi volte lo strumento accanto al bordo del tavolo ed ogni volta introduciamo un errore
di allineamento tra il punto in cui siamo arrivati e quello in cui dobbiamo ripartire. Quindi
sarebbe meglio scegliere una scala (ovvero un multiplo o un sottomultiplo dell'unit di misura)
che contenesse al suo interno il valore da misurare.
L'errore che si introduce nel caso la scala non sia idonea alla misura (questo caso pu
ricorrere ma non deve far desistere dall'effettuare lo stesso la misurazione) pari all'errore di
lettura sommato tante volte quante si ripetuta la misura (per le misure per confronto diretto);
mentre per gli strumenti a fondo scala pari al doppio della somma dell'errore di lettura e
dell'errore di precisione e sensibilit (si veda paragrafo successivo).
Molti strumenti moderni, tra cui le camere a ionizzazione, sono dotati di autorange,
ossia della capacit di scegliere automaticamente la scala pi idonea per la misura che si sta
facendo. Come tutti gli automatismi anche questo deve essere tenuto sotto controllo, per non
rischiare di essere colti di sorpresa nel caso non funzionasse a dovere.
Oltre alla scala c' da considerare il fatto che lo strumento deve essere tarato. La taratura
di uno strumento serve per garantire che fornisca un valore vicino a quello vero che vogliamo
misurare. La taratura si effettua per confronto con i valori prodotti da un campione primario. In
pratica si controlla che il valore zero corrisponda con lassenza di sollecitazioni dello strumento
e che altri valori di riferimento coincidano con delle sollecitazioni calibrate. Questo viene fatto
per pi punti se la scala non lineare, mentre viene fatto solo per pochi punti (anche uno solo)
se la scala lineare.
Ad esempio il metro da sarto deve essere tarato confrontandolo con un metro rigido, che
a sua volta deve essere confrontato con il metro campione conservato a Parigi nellufficio pesi
e misure.
La taratura deve essere fatta periodicamente (come in alcuni casi previsto per legge) e
deve essere indicata su un apposito certificato rilasciato dallorgano che effettua la taratura.
L'errore introdotto dalla mancata taratura pu essere fatale per la misura e non pu
essere quantificato. Per tenere conto di piccoli scostamenti dalla taratura si effettua una analisi
statistica dei dati della misura.
-5-

Vi inoltre un altro possibile errore introdotto da una taratura eseguita su un solo punto,
che potrebbe non rilevare una eventuale mancanza di linearit. Ossia il fatto che la risposta
dello strumento (si veda il paragrafo successivo per i chiarimenti sui diversi aspetti delle
risposte strumentali) non lineare su tutto lintervallo della scala, ma solo a tratti. In tal caso
un tratto non lineare presenta un errore sistematico dato che viene meno la proporzionalit tra
grandezza osservata e grandezza rappresentata (ossia quella che serve per misurare la prima).
Un esempio sono le camere a ionizzazione. Se il campo elettrico tra le due piastre non
perfettamente omogeneo si avr una mancanza di proporzionalit tra la corrente misurata
(grandezza rappresentata) e il numero di ionizzazioni prodotte nel volume della camera
(grandezza osservata).
5. LA CATENA STRUMENTALE DI MISURA
Quando si detto (si veda par 2.1) che l'errore di lettura pari a mezza divisione della
scala graduata abbiamo dato per scontato che il costruttore dello strumento3 avesse predisposto
la scala (o le scale) in modo tale che l'errore proprio dello strumento sia contenuto all'interno di
tale valore. Per comprendere appieno tale affermazione occorre un richiamo al solito esempio
di misura di lunghezza. Se la effettuiamo con un metro graduato in centimetri o in millimetri
quale meglio? La risposta pi ovvia che la misura in millimetri ci d una conoscenza pi
accurata della lunghezza del tavolo. Rimane per il problema se tale conoscenza affidabile e
stabile nel tempo. Se, infatti, utilizziamo un metro da sarta di stoffa per la misura, questo si
stirer per effetto della forza di trazione applicata ai suoi estremi. Questo stiramento
dell'ordine del 10 % della sua lunghezza e questa pari ad un metro (di solito). Pertanto la
lunghezza letta sar affetta da un errore pari al 10 %, ossia dieci centimetri. Quindi non vero
che una misura effettuata con un metro da sarta graduata in millimetri sia migliore di una
effettuata con un metro graduato in centimetri, in quanto lo stiramento non sar lo stesso su
tutta la lunghezza del metro. Un metro di metallo avr uno stiramento decisamente inferiore a
quello di stoffa da sarta; sar quindi graduabile con maggiore densit di valori intermedi, ed
infine il metro campione di platino conservato a Parigi [6] avr un'estensibilit termica minore
del metro di metallo generico e quindi potr essere graduato in millimetri e decimi di millimetro,
in quanto la sua estensibilit inferiore a questo valore.
I concetti introdotti necessitano di una maggiore sistematicit che viene brevemente
discussa nei paragrafi seguenti.
Caratteristiche degli strumenti di misura
La sensibilit di uno strumento la capacit di questo strumento di variare la risposta al
variare della sollecitazione. Ad esempio immaginiamo di pesare un oggetto su una bilancia con
sensibilit di un grammo e di trovare un certo valore; se aumentiamo la massa sul piatto di
mezzo grammo non leggeremo nessuna variazione del valore della misura riportata sulla scala,
in quanto la variazione risulta inferiore alla sensibilit dello strumento.
La sensibilit dello strumento deve essere indicata, dalla casa costruttrice, nel libretto di
uso e manutenzione dello strumento stesso.
La precisione la capacit dello strumento di fornire sempre una uguale risposta ad una
uguale sollecitazione. Ad esempio se misuriamo il solito tavolo con un metro di legno troviamo
sempre lo stesso valore di lunghezza, se lo misuriamo col metro da sarto (deformabile) troviamo
qualche problema di allungamento ed il valore misurato non sar sempre lo stesso ma cambier
a seconda della forza usata per fare la misura. Quindi a parit di sollecitazione (il tavolo
sempre lo stesso) si avr una differenza di misura che dipende dalla insufficiente precisione
dello strumento adottato.
3

In quanto segue, se non altrimenti specificato, si parler di strumento di misura anche se in alcuni casi la frase si
deve intendere come rappresentativa dell'intera catena di misura.

-6-

Lerrore di precisione viene indicato dalla casa costruttrice sotto forma di classe dello
strumento. La classe dello strumento indica lerrore come percentuale del valore di fondo scala.
Se abbiamo un amperometro in classe 1 e stiamo utilizzando una scala che ha come valore di
fondo scala 500 mA, lerrore di precisione sar l1% di 500 mA, ossia 5 mA.
La calibrazione di uno strumento il controllo (periodico) della corrispondenza dei
valori indicati sulla scala di misura con i valori di riferimento. Sostanzialmente si controlla che
non si siano introdotti degli errori sistematici a causa del prolungato uso sul campo dello
strumento e delle condizioni ambientali. In generale tutte le misure riferite ad un dato valore
della grandezza fisica che si sta misurando devono essere calibrate ogni volta che si effettuano
le rilevazioni.
questo, ad esempio, il caso dei fonometri che misurano la pressione sonora riferita ad
un determinato valore (2010-6Pa). Per essere sicuri che le condizioni ambientali di pressione,
temperatura ed umidit non alterino il rapporto della grandezza misurata con tale valore si
effettua una calibrazione (prevista per legge) all'inizio ed alla fine delle misure; se la
calibrazione differisce di molto rispetto all'inizio delle misure le misure gi fatte dovranno
essere scartate perch vuole dire che un agente esterno intervenuto a falsare i valori misurati.
In caso la differenza di calibrazione sia accettabile le misure possono essere accettate se si
valuta un errore di misura pari a 0,7 dB(A) [8].
Ogni strumento che necessita di calibrazione dovrebbe avere dichiarato anche il valore
di tolleranza di tale calibrazione da parte della normativa di riferimento ovvero della ditta
costruttrice. Inoltre dovrebbe essere prescritto un intervallo di tempo realistico entro il quale
deve essere ripetuta la calibrazione.
6. ERRORI STRUMENTALI
Gli errori determinati dalla catena strumentale sono, in conseguenza di quanto detto nel
precedente paragrafo di due tipi. Ci sono errori dovuti alla limitazione della sensibilit, errori
di precisione mentre la calibrazione, se messa in atto, esclude un errore di calibrazione (zero
dello strumento). Questultimo punto ovviamente irreale; si stima un errore di calibrazione
per la procedura della stessa che circa del 2 %.
Questi errori sono dichiarati dal costruttore dello strumento in varie forme. In ci non
possibile trovare una standardizzazione, ma entrambe gli errori si trovano (o si dovrebbero
trovare) nel libretto di uso e manutenzione dello strumento.
Si visto in precedenza come una mancanza di linearit possa alterare la risposta dello
strumento. Altri errori possono essere introdotti dalla variazione di temperatura (T) e pressione
(P). Questi errori possono essere corretti a patto di conoscere i valori di T e P. Pertanto nei
moderni strumenti (alfaguard) vengono monitorate sia la temperatura che la pressione.
Un altro errore introdotto dallo strumento quello di invecchiamento dello strumento
stesso. Si stima un errore dell1 % allanno per le camere a ionizzazione.
La grandezza fisica che deve essere misurata, e l'ambiente dove avviene la misura,
introducono entrambe una forma di errore piuttosto subdolo. Infatti c' da tenere in
considerazione il fatto, gi evidenziato, che la grandezza stessa da misurare non costante entro
un certo intervallo dal valore cosiddetto "vero". Inoltre, fattori ambientali estranei alla misura
possono introdurre una ulteriore indeterminazione nel valore misurato.
La variabilit della grandezza da misurare deve essere presa in considerazione
preventivamente, effettuando una accurata analisi dei fattori ambientali che ne determinano la
variabilit, in modo da rendere la misura ripetibile entro gli errori di misura. In questo modo
sar possibile riprodurre le condizioni ambientali che determinano lo stesso valore gi
osservato. Se per la grandezza possiede una variabilit intrinseca che non riesce ad essere del
tutto eliminata, si deve ricorrere ad una stima del suo valore "vero" e del suo errore. Questa
stima si pu fare servendosi della statistica, come mostreremo nel prossimo capitolo.
-7-

Proponiamo come esempio la solita misurazione del tavolo di fig. 1. Questo tavolo non
ha una lunghezza ben definita perch i due lati lunghi hanno lunghezza diversa. Questo
comporta una definizione procedurale: come si deve effettuare la misura del lato del tavolo? Se
si decide di prendere sempre, come misura del tavolo, la misura del lato pi lungo si trover,
ogni volta che si ripete la misura, lo stesso valore. Quindi abbiamo definito la procedura che
porta all'univocit della nostra misura. Chiaramente tale procedura dovr essere finalizzata
all'obiettivo della misura: se dobbiamo sapere quanto lungo il tavolo per valutare se entra in
un dato spazio adotteremo il protocollo di cui sopra; se, invece, volgiamo sapere quanto lungo
per sapere quante sedie comprare adotteremo un protocollo che preveda la misurazione del lato
pi corto.
La variabilit intrinseca della misura la vediamo se tentiamo di misurare il tavolo con
uno strumento molto sensibile, pi sensibile della porosit del legno con cui fatto il tavolo,
abbiamo il problema che ogni ripetizione della misura ci propone un valore differente. Questo
accade perch la porosit del legno non la vediamo ad occhio nudo e non misuriamo sempre lo
stesso valore.
Strumenti come lalfaguard hanno unincertezza derivante dalla numerosit dei
conteggi, detto errore stocastico. Se due misure hanno un numero di campioni differente la
misura pi numerosa sar anche quella pi attendibile. Questo viene rappresentato
dallincertezza indicata dallo strumento che diminuisce al crescere della numerosit, almeno
fino ad un certo punto (quando intervengono altre componenti dellincertezza).
Un altro esempio di variabilit intrinseca quello del numero di tracce lasciate dal
decadimento del radon in una lastra di CR-39. Evidentemente l'estensione fisica della lastra
tale da recepire la disomogeneit tipica del gas. Conseguentemente le tracce non saranno
omogeneamente distribuite sulla sua superficie4. Siccome si desidera misurare la densit
volumetrica del gas, le piccole disomogeneit locali non sono di alcun interesse. Per evitare di
leggerle sar necessario fare ricorso ad una procedura sperimentale opportunamente studiata ed
alla statistica.
Infatti questa variabilit intrinseca potrebbe essere indifferente al fine del
conseguimento dell'obiettivo della misura, oppure potrebbe essere rilevante. In tale caso si deve
procedere in maniera statistica. Come vedremo nel prossimo capitolo si dovr stimare, a partire
dalle misure, il valore medio e la deviazione standard. La stima della deviazione standard serve,
in ogni caso, a valutare quant' l'errore dipendente dalla variabilit intrinseca della variabile da
misurare.
7. LA PROPAGAZIONE DELL'ERRORE DI MISURA
L'errore di misura complessivo, derivante da tutti gli errori fin qui esaminati, sar una
ben determinata combinazione di questi. Il problema che non sappiamo in quale verso agisca
ciascuno di essi. Se utilizziamo il nostro solito esempio per capire di cosa stiamo parlando si
pu immaginare che l'errore di lettura sia un errore per difetto sulla lunghezza del tavolo, mentre
l'errore strumentale sia in eccesso sul valore letto (gi questa conoscenza non ottenibile in
nessun caso ed quindi immaginaria). L'errore esatto sarebbe la differenza dei due errori. Ma
siccome noi non sapremo mai, in realt, in quale verso vadano gli errori, dovremo risolverci a
fare una somma dei loro moduli. Questa situazione indiscutibilmente peggiorativa rispetto
alla situazione reale ma, data la nostra ignoranza di quest'ultima, serve ad avere una stima
attendibile dell'errore di misura da associare alla misura fatta.
La norma UNI n 9 prevede, infatti, di fare la somma dei quadrati (un quadrato sempre
positivo), per grandezze non correlate, nel modo seguente [5]:

Si dovrebbe parlare di volume ma, poich lo spessore molto minore delle altre due dimensioni, pu essere
trascurato considerando la lastrina bidimensionale.

-8-

f
u ( y ) = u 2 ( xi )
(1)
i =1 xi
Prima di affrontare l'argomento "statistica" vediamo brevemente cosa fare quando la
grandezza da misurare non una grandezza direttamente misurabile ma una grandezza che si
calcola da un'altra misurabile. In questo caso l'errore di misura sulla grandezza misurata
interviene nel determinare il valore di quella calcolata.
Supponiamo che la grandezza da calcolare dipenda da due sole altre grandezze
misurabili direttamente. In questo caso noi dobbiamo tenere conto dell'errore sulla grandezza
calcolata di ogni singola grandezza misurata, ma non solo. Infatti una variazione della
grandezza misurata produrr una variazione della grandezza calcolata che si moltiplicher per
la variazione della grandezza misurata. Questo si somma all'analogo termine che proviene
dall'altra grandezza misurabile.
La variazione di una grandezza in relazione con la variazione di un'altra da cui la prima
dipende si esprime, in fisica, come la derivata della prima grandezza rispetto alla seconda. Se
la prima grandezza dipende da pi di una grandezza secondaria, la derivata sar parziale.
Pertanto il nostro errore si potr esprimere come segue, dove M1 e M2 sono le due
grandezze misurabili e C quella calcolabile:
C
C
C =
M 1 +
M 2
(2)
M 1
M 2
Il modulo viene imposto dalla considerazione che, ancora una volta, non sappiamo in
che verso si muovono le due variazioni, pertanto le prendiamo in modo peggiorativo per essere
sicuri di farne una stima sensata.
Questo processo si pu facilmente estendere, con un poco di fantasia matematica, ad un
numero N di variabili, con la seguente espressione:
N
C
C =
M i (3)
i =1 M i
In questa espressione si tiene ovviamente conto di tutte le grandezze che contribuiscono
al calcolo della grandezza C, anche se sono non gi grandezze misurate ma desunte da tabelle
o altri libri. In questo caso si pu decidere, se l'errore sulla grandezza bibliografica molto pi
piccolo degli altri errori, di trascurare il termine che ne deriva.
N

2
c

8. LA STATISTICA DELLA MISURA


Il valor medio
Quale che sia l'origine della dispersione dei dati di una misura (e nel capitolo precedente
abbiamo visto che ce ne sono tante) la sintesi dei dati deve essere un solo valore che possa poi
essere utilizzato per l'azione che ha dato origine alla misura.
Esistono diversi stimatori che possono essere utili per sintetizzare i dati, quali mediana,
moda e media, ma il pi comodo rimane sempre la media, o media aritmetica, spesso indicato
con la dicitura: "valore medio". Per definizione la media aritmetica data dalla somma degli xi
valori osservati, divisa per il loro numero complessivo N, sar quindi:
1
m = x = xi
(4)
N i
Essa una grandezza che ha la stessa dimensione fisica della grandezza misurata, quindi
pu essere impiegata per rappresentarla.
La media presenta alcuni vantaggi notevoli. Per prima cosa facile da calcolare, sia
manualmente che al calcolatore. In secondo luogo essa rappresenta, sotto opportune ipotesi, la
-9-

miglior stima statistica possibile del valore vero, se si ha la possibilit e la pazienza di


raccogliere un numero molto grande di valori osservati con cui calcolarla.
Questo fatto, che discende dal teorema del limite centrale, prevede che si sia effettuata
una accurata analisi dell'errore come descritto nel capitolo precedente, in modo tale che la
variabile sia esente da errori sistematici e si possa considerare una variabile casuale. Inoltre
ben vero che la coincidenza della media col valore vero avviene solo al limite di infinite misure,
ma si pu verificare che, anche solo dopo poche decine di ripetizioni della misura
l'approssimazione gi buona [2].
Come esempio di applicazione ragionata del valore medio prendiamo i dosimetri a CR39. Come descritto sopra ci serve un protocollo ed un poco di statistica per poter trascurare le
piccole disomogeneit locali del gas radon sulla superficie della lastra del CR-39. Una
procedura valida, anche se statisticamente piuttosto ingenua, quella di contare il numero delle
tracce su diversi punti, fra loro distanti, e fare la media dei valori trovati. La distanza dei punti
di rilevazione garantisce di superare le disomogeneit locali e la media fornisce il valore del
numero di tracce. Per valutare il livello di "ingenuit" sono necessari altri concetti introdotti in
seguito.

La deviazione standard
Dopo aver stimato il valore medio vogliamo sapere quale dispersione hanno i valori
intorno al valore calcolato, consapevoli che se eseguissimo pi misure tale dispersione non
potrebbe che diminuire (per quanto detto nel paragrafo precedente sul limite centrale).
La stima della dispersione dei valori intorno al valore medio calcolato pu, anch'essa,
essere stimata tramite pi indicatori. Ad esempio si pu stimare la dispersione tramite
l'intervallo di variabilit: il valore massimo meno il valore minimo. Questo tipo di indicatore
per non diminuisce al crescere del numero delle misure e quindi non rappresenta una valida
stima.
Un sistema migliore consiste nel valutare gli scarti dei singoli valori dalla media. Questi
avranno sia valori positivi che negativi, per cui si eleveranno al quadrato. Quindi se ne calcola
la media. Per adesso le dimensioni di questo oggetto (che si chiama varianza) sono quelle del
quadrato della grandezza da misurare e non quelle della grandezza stessa. Per ovviare a questo
problema si estrae la radice quadrata e si ottiene la grandezza denominata deviazione standard
(su N misure):

(x
s=

x) 2

(5)
N
In effetti siccome si sta stimando il dato (la dispersione delle misure stimata dalla
deviazione standard) a partire dai campioni misurati, i quali sono stati gi utilizzati per stimare
il valore medio, si soliti dire che questo riduce di uno i gradi di libert del sistema e quindi si
usa la formula:

(x
s=

x) 2

(6)
N 1
come se i dati fossero diminuiti di una unit a seguito dell'operazione di stima. Come
conseguenza di questo fatto e della stima della deviazione standard i gradi di libert saranno
ridotti di due unit, per qualsivoglia altra stima da effettuare sullo stesso gruppo di dati.

L'intervallo fiduciale
La stima dei parametri essenziali (media e deviazione standard) di un campione rimane
dipendente dalla numerosit del campione stesso. Infatti se immaginiamo di calcolare la media
e la deviazione standard di 10 conteggi di tracce, oppure di 100 conteggi, abbiamo ad occhio la
- 10 -

sensazione che ci si pu fidare di pi del risultato che deriva dal campione pi numeroso.
Questo, oltre a richiamare quanto detto nel paragrafo sulla media, ci deriva dalla convinzione
che un numero maggiore di ripetizioni sia intrinsecamente pi accurato.
Il desiderio di quantificare le sensazioni descritte sopra ci spinge a definire un intervallo
fiduciale come quell'intervallo attorno al valore stimato che contiene, con una certa probabilit
quantificabile, il valore vero del parametro che oggetto della misura. Questo intervallo una
grandezza stocastica [4] dato che viene stimato a partire dal campionamento e che dipende dalla
numerosit di tale campionamento.
In pratica l'intervallo fiduciale ci dice in che intervallo dal valore stimato si trova il
valore vero e con che probabilit. Non ci consente di conoscere il valore vero, che incognito
per definizione, ma ci permette di farne una stima quantitativa in tutto e per tutto.
La definizione matematica di intervallo fiduciale alquanto astrusa e richiede una certa
conoscenza della statistica di base (distribuzione normale e t di Student):
s
s

Pr obabilit m t , / 2
< < m + t , / 2
= 1
(7)

n
n
ossia ci dice che la probabilit che il valore vero disti dalla sua stima m meno della lunghezza
dell'intervallo
s
s

(8)
m t , / 2 n , m + t , / 2 n

pari a 1-.
Prendiamo come esempio il caso di una stima di valore medio del numero di tracce.
Supponiamo di avere effettuato dieci letture su dieci punti della superficie di una lastrina di CR39 e di avere trovato i seguenti valori del numero di tracce:
Tabella 1
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
n
15
23
12
8
11
20
18
16
21
13
xi
Si tratta adesso di stimare il valore medio e la deviazione standard. Il valore medio viene
15,7 mentre la deviazione standard pari a 4,8 (calcoli effettuati con un foglio di calcolo di
Excel), pertanto s n = 1,5 .
La stima dell'intervallo fiduciale appena pi laborioso, in quanto richiede la
consultazione delle tabelle della variabile t di Student, reperibili su qualsiasi libro o manuale di
statistica (ad esempio [2]). Questo prevede che si stabilisca in anticipo l'estensione della fiducia
che vogliamo avere sui nostri risultati. Fissiamo = 0,05 che equivale ad affermare che la
probabilit con cui noi vogliamo che il numero vero di tracce sia compreso nell'intervallo pari
al 95 % (1- = 0,95). Siccome abbiamo stimato due parametri, media e deviazione standard, i
gradi di libert sono diminuiti di due unit; avendo 10 misure i nostri gradi di libert sono 8. La
variabile t di Student tabulata relativa alla probabilit ed ai gradi di libert fissati pari a 2,896;
pertanto l'intervallo sar dato dagli estremi della formula (7) ossia 15,7 - 2,896 1,5 = 11,4 e
15,7 + 2,896 1,5 = 20,0.
Concludendo noi possiamo dire che il valore vero sar compreso nell'intervallo
[11,4;20,0] con una probabilit del 95 %. In effetti si nota che il valore medio interno a tale
intervallo e che la larghezza dell'intervallo diminuisce con l'aumentare del numero di misure
(ossia con l'aumentare di n). Inoltre notiamo che meno sono dispersi i dati, ossia pi piccola
la deviazione standard stimata s, prima si stringe l'intervallo.
La progettazione di un esperimento dovrebbe prevedere che per prima cosa si determini
il livello di confidenza che si desidera raggiungere e quindi, partendo da questo dato, si
stabilisca la numerosit delle letture da compiere.
- 11 -

Nel caso del radon una variazione di dieci tracce, se la densit volumetrica elevata,
non comporta una significativa variazione di dose; pertanto fare solo dieci letture snellisce
notevolmente la procedura, consentendo di elaborare molti dosimetri in poco tempo.

9. CINEMATICA DEL PUNTO MATERIALE


La cinematica studia il moto di un punto materiale5 dal punto di vista geometrico.
Questo sicuramente uno degli aspetti della fisica che spiegato in tutte le scuole di ogni ordine
e grado ed , quindi, noto a tutti. Ma poich questi studi possono essere anche piuttosto antichi
opportuno fare qualche piccolo richiamo con valenza di ripasso.
Il moto di un punto materiale perfettamente rappresentato dalla sua legge oraria
s(t)dello spazio percorso in relazione al tempo trascorso nel percorrerlo. Questa legge una
regola che associa a qualunque istante di tempo t, in maniera deterministica, un punto nello
spazio s(t). Dal punto dello spazio possibile risalire allistante di tempo in cui il punto
materiale ci si trovava.
Le principali grandezze fisiche che servono alla descrizione cinematica del moto sono
quindi lo spostamento s(t) che appunto la legge oraria, la velocit v(t) che lo spazio percorso
in un dato istante di tempo e laccelerazione a(t) che la variazione della velocit in un dato
istante. Le unit di misura del Sistema Internazionale di queste grandezze sono i metri per lo
spostamento, i metri al secondo (m/s) per la velocit ed i metri al secondo quadrato (m/s2) per
laccelerazione.
Come esempio di misura della legge del moto prendiamo una lumaca che si muove in
linea retta su un tavolo e misuriamo la distanza che percorre con un righello ed il tempo che
impiega a percorrerlo con un cronometro. Supponiamo che i valori trovati siano quello di
Tabella 1:
Distanza (cm)
Tempo (s)
3
1
6
2
9
3
12
4
Tabella 1: tempi di percorrenza di una lumaca.
E riportiamo i valori misurati in un grafico in cui sulle ascisse abbiamo il tempo e sulle ordinate
abbiamo lo spazio percorso dalla lumachina. Ne risulter un grafico come quello in figura 1 che
rappresenta una retta che passa per lorigine. Come ricordiamo dalle superiori una retta
caratterizzata, nel piano cartesiano, da due numeri: il coefficiente angolare e lintercetta sull
asse delle ascisse. Questo grafico cosa ci dice? Che la lumaca percorre spazi uguali in tempi
uguali. Ossia avanza con velocit costante. Da questo comprendiamo perch la pendenza della
retta6 ha un valore definito unico per tutte le coppie di valori: (6-3)/(2-1)=(9-6)/(3-2)=3. La
relazione tra il grafico e la legge oraria una relazione biunivoca nel senso che il grafico
corrisponde ad una ed una sola legge oraria e viceversa.

Il punto materiale unastrazione fisica che rappresenta un punto (di estensione geometrica nulla) dotato di
massa. In pratica una semplificazione che serve a non dover complicare lo studio con rotazioni intorno al
baricentro del corpo. Dal punto di vista fisico un punto semplicemente un oggetto con dimensioni fisiche molto
pi piccole di quelle che entrano nella descrizione del problema. Se ci si muove su un tavolo il punto potrebbe
essere una pallina da golf, se ci si muove nel sistema planetario potrebbe essere anche un asteroide.
6
La pendenza della retta data dal rapporto delle ascisse di due punti della retta con i relativi valori delle ordinate:
s s
v= 2 1.
t 2 t1

- 12 -

distanza
15
10
5
0
1

Il caso pi semplice, quindi, quello di un moto con velocit costante, in cui la legge
oraria sar:
s(t ) = v t + s0 (1)
Dove s0 rappresenta la distanza del punto materiale dallorigine degli assi nellistante di inizio
della misura.
Pi in generale, con moti che non abbiano una velocit costante, si potr introdurre la
velocit media che sar lo spazio percorso in un dato intervallo di tempo
s s
v= 2 1
(2)
t 2 t1
Se invece si vuole determinare la velocit istantanea si deve far tendere a zero
lintervallo di tempo su cui si calcola la velocit media e questo vuol dire passare dalle funzioni
alle loro derivate:
ds(t )
v(t ) =
(3)
dt
Naturalmente nel caso in cui la velocit vari nel tempo ci sar unaccelerazione, che
rappresenta appunto la variazione nel tempo della velocit. Il caso pi semplice di tale
variazione costituito da una variazione costante della velocit. Ossia da una accelerazione
costante. Se tale accelerazione costante si avr ancora una volta una legge abbastanza
semplice data dalla:
1
s(t ) = a t 2 + v0 t + s0
(4)
2
in cui v0rappresenta la velocit che era costante prima che iniziasse ad agire laccelerazione.
Per ricavare la legge oraria di variazione della velocit ci rifacciamo ad unanalogia. Per la
precisione ci rifacciamo al caso gi visto di velocit costante. Se la velocit costante, ossia se
la variazione di spazio costante nel tempo, allora la legge oraria dello spazio percorso una
retta. Altrettanto possiamo dire sulla legge oraria della velocit: se la sua variazione costante
il suo grafico sar una retta e la relazione che la rappresenta sar:
v(t ) = a t
(5)
Infatti unaccelerazione costante significa una velocit che varia proporzionalmente
(linearmente) col tempo:
= +
(6)
e quindi uno spazio proporzionale al quadrato del tempo come nella (4).
La formula 6, insieme alla 4 con un poco di manipolazione algebrica, ci dicono come
variano velocit, spazio in ragione di una accelerazione costante:
1
=
+
2
la 6la giriamo in modo da avere il tempo:
- 13 -

la quale inserita nella 4 ci dice:

+
2
da questa deriva, con un altro poco di pazienza e di manipolazione algebrica7, la:
=
2

+
2 +2
=

Da cui deriva, finalmente, la:

=
+2

(7)
che ci dice come varia la velocit per effetto dallaccelerazione costante applicata lungo un
percorso s-s0.
Anche per unaccelerazione variabile si pu definire unaccelerazione media:
v v
a= 2 1
(8)
t 2 t1
mentre quella istantanea sar:

a=

dv(t )
dt

(9)

Quanto esposto diventa, nel caso pi generale, pi complicato ma le relazioni


fondamentali restano pur sempre valide:
dv(t )

a(t ) = dt
(10)

v (t ) = ds(t )
dt

8
ovvero in forma integrale
s(t ) = v(t )dt

(11)

v(t ) = a(t )dt


Lunit di misura nel Sistema Standard (Internazionale), come gi detto, sar per lo
spostamento il metro (m), mentre per la velocit sar il metro al secondo (ms-1) e per
laccelerazione il metro al secondo quadro (ms-2). Lunit di misura del tempo ovviamente il
secondo.

10. DINAMICA DEL PUNTO MATERIALE


La dinamica del punto materiale si basa su tre principi.
Il primo il principio dinerzia, formulato da Galilei nel 1600. Lenunciato di questo
principio dice che un corpo mantiene il suo stato di quiete o di moto rettilineo uniforme se non
subisce lazione di alcuna forza esterna.
Un pallone da pallacanestro ed una palla da bowling restano ferme se non gli diamo un
calcio. Quando glielo diamo, per, la palla da bowling parte pi lentamente di quella da
pallacanestro, perch la sua inerzia maggiore e quindi anche la sua resistenza ad essere messa
in moto. Questo viene rappresentato dal concetto di massa inerziale del corpo, la quale si
oppone alla forza che tende ad accelerare il corpo e diventa qualcosa che tende a mantenerlo in
moto uniforme quando cessa lazione della forza. Essa ne misura linerzia. Questa legge, spesso

7
8

Portiamo dallaltra parte del segno di uguale sia a che il fattore 2.


Lintegrale loperazione inversa della derivata.

- 14 -

chiamata primo principio della meccanica o principio di Galileo, costituisce in effetti un caso
particolare del secondo principio (11), o principio di Newton, nel caso di forze nulle.
La legge fondamentale della dinamica anche detto secondo principio della dinamica o
legge di Newton:
(12)
F = ma
dove il grassetto indica la natura vettoriale della forza e dellaccelerazione. Questo significa che
nello spazio avremo delle componenti sui tre assi che costituiscono il sistema di coordinate
spaziali, dando luogo ad un sistema di equazioni:
Fx = m a x

Fy = m a y (13)

Fz = m a z
Lunit di misura della forza il Newton (N), mentre lunit di misura della massa il
chilogrammo (kg).
Il terzo principio della dinamica detto di azione e reazione e dice che una forza
esercitata su un punto subisce da questo una forza uguale e contraria. In formule:
=
(14)
Questo tre principi sono i punti di partenza per collegare la cinematica, ossia la
descrizione geometrica nello spazio del moto dei corpi, alle cause che li producono, ossia alle
forze. In quanto segue prenderemo in esame una piccola casistica di tali problemi.

10.1. Forza elastica


Il primo caso, che verr studiato pi approfonditamente pi oltre, quello della forza
elastica, che quella forza che deriva dalla deformazione in regime elastico dei corpi. La
deformazione elastica quella deformazione che viene provocata da una forza. Allatto della
cessazione di detta forza il corpo riassume la sua configurazione iniziale, liberando la stessa
forza che laveva deformato.
Un esempio noto a tutti di questa forza costituito dalla molla. Se si tira, o si spinge,
dalla sua posizione di riposo una molla essa tende a tornare in tale configurazione e, per farlo,
esercita una forza che tanto pi intensa quanto pi la molla viene allontanata dalla posizione
di riposo. Espresso in formule questo :
= (15)
La forza , ovviamente, diretta nel verso opposto alla deformazione; quindi se si tira nel
verso delle x crescenti, la forza sar diretta nel verso delle x decrescenti.
Questo per la dinamica. Per la cinematica, che esprime le leggi del moto in termine di
accelerazione, velocit e posizione, si dovr uguagliare la forza esercitata a ma. Cos facendo
si ricava lequazione seguente:

Questa equazione differenziale del secondo ordine lequazione che descrive sia la
cinematica che la dinamica del moto di una molla libera in assenza di attrito. La sua soluzione
una sinusoide che descrive un moto periodico con una frequenza definita dalla costante k della
molla e dalla massa attaccata a questultima. E questo torna col senso comune che ci dice che
se noi lasciamo una molla libera di tornare nella sua posizione di riposo questa ci torner
arrivandoci con una certa velocit. La sua velocit la porta a superare il punto zero e ad
allontanarsene rallentando. Questo rallentamento porter la molla a raggiungere un altro punto
di allontanamento che sar uguale, ma opposto, a quello iniziale. Infine ripartir nella direzione
inversa che lo porter a raggiungere nuovamente, con velocit nulla, la posizione di partenza.
E poi tutto ricomincia!
- 15 -

11. LEGGE DI GRAVITAZIONE UNIVERSALE ED EQUIVALENZA DELLA


MASSA INERZIALE CON QUELLA GRAVITAZIONALE
La legge che spiega come si attraggono gli oggetti per effetto di quella particolare
caratteristica denominata massa, fu scoperta da Isaac Newton nel secolo diciassettesimo. Questa
legge dice che due corpi di massa, rispettivamente, m1 ed m2 si attraggono con una forza che
direttamente proporzionale al prodotto delle loro masse ed inversamente proporzionale al
quadrato della distanza che li separa. La costante di proporzionalit G si chiama "costante di
gravitazione universale" a significare che vale per qualsiasi tipo di oggetto fisico, sia sulla terra
che al di fuori di essa.

=
(14)
Questa forza ha segno positivo perch pu essere esclusivamente attrattiva.
Conseguentemente due corpi si attrarranno di pi se hanno massa maggiore e si trovano
vicini tra loro, mentre la forza di attrazione sar minore a distanza maggiore.
Adesso applichiamo questa formula ad un corpo di massa generica m che si trova sulla
superficie terrestre. In tale posizione la distanza tra i due corpi definita e costante e sar il
raggio del nostro pianeta. Mentre la massa del corpo generico sar indefinita, quella della terra
ben nota e costante. Pertanto possiamo mettere tutto insieme e definire una nuova costante,
che indicheremo con g, che contiene tutto quello che compare nella formula della gravitazione
tranne la generica massa m. Tale formula stabilisce quale debba essere il peso del generico
corpo di massa m:
P=mg
Questa formula esprime la forza peso, pertanto deve essere uguale alla massa del corpo
per la sua accelerazione: ma. Ossia
F=ma=mg
Perci ne deriva che l'accelerazione cui il corpo soggetto proprio quella
gravitazionale e non dipende dalla massa
a=g
Per fare questa semplificazione, per, dobbiamo supporre che due qualit differenti del
corpo in esame siano di fatto uguali. Infatti non affatto ovvio che la massa del secondo
principio della meccanica (massa inerziale) sia uguale alla massa della legge di gravitazione
(massa gravitazionale). A priori sono due qualit diverse della materia perch vengono
introdotte da due leggi differenti. Storicamente si deve ad Albert Einstein se tale equivalenza
stata assunta a principio primo. Ossia, le due masse sono fisicamente distinte, ma
numericamente equivalenti. Questa equivalenza porta ad affermare che con una forza
gravitazionale noi potremmo annullare una forza inerziale. Ad esempio con unattrazione
gravitazionale verso il centro di un moto circolare uniforme possiamo annullare leffetto
centrifugo di questultimo. Questo proprio quello che succede ai satelliti in orbita intorno alla
terra. Questi non sono senza peso, ma hanno un bilanciamento esatto tra forza centrifuga
(uscente dalla terra) e forza gravitazionale (entrante nella terra).
12. LAVORO DI UNA FORZA
Il lavoro svolto da una forza dato dal prodotto scalare della forza agente per lo
spostamento prodotto durante lazione:
L = F s
(14)
dove sia la forza che lo spostamento sono dei vettori, ma il prodotto scalare; pertanto il
risultato sar un numero (grandezza scalare):
L = F s cos
(15)
in cui langolo quello tra la direzione di F e quella di s.
Se la forza variabile nel tempo occorrer fare una somma dei lavori infinitesimi
effettuati, ossia unintegrale fra la posizione iniziale (i) e quella finale (f):
- 16 -

L = F ds
i

(16)

Questa definizione ci dice che uno spostamento perpendicolare alla direzione dazione
della forza implica un lavoro di detta forza nullo. Infatti il coseno dellangolo di 90 zero.
Per contro uno spostamento parallelo vuole dire lavoro massimo, infatti il coseno di 0 pari a
uno. Unaltra cosa che deve essere osservata che il lavoro sempre relativo ad una forza
specifica. Ad esempio prendiamo il caso della forza peso P=mg. Se, in qualche modo, facciamo
un lavoro contro la forza peso, questo vuole dire che stiamo sollevando un oggetto di massa m
per un tratto h. Il lavoro svolto, poich forza e spostamento sono paralleli, L=mgh.
Questo lavoro positivo (cio fatto contro la forza agente) immagazzina nel corpo
soggetto alla forza di gravit una certa quantit di capacit di svolgere lavoro. Questa quantit
la chiamiamo energia potenziale e rappresenta la potenzialit che il corpo ha di fare un certo
lavoro in quanto soggetto ad una forza, che nel nostro esempio quella gravitazionale. Infatti
se lo lasciamo andare il corpo acquister una certa velocit che , in assenza di attrito,
proporzionale a quanto immagazzinato: forza per spostamento (con segno negativo perch fatta
contro la forza agente). In formula = =
La potenza sar data dal lavoro svolto nellunit di tempo:
L
P = (17)
t
La potenza una grandezza scalare essendo il rapporto tra due grandezze scalari.
Le unit di misura delle grandezze introdotte sono, per il lavoro e per lenergia
potenziale, il Joule (J) mentre per la potenza il Watt (W).
La potenza sviluppata su un corpo pu, in generale, essere espressa anche come prodotto
della forza per la velocit in base alla seguente considerazione, valida per una forza costante:
dL F ds
ds
P=
=
= F = Fv
(18)
dt
dt
dt
Lenergia potenziale dipende dalla forza che viene esercitata. Ci sar, pertanto,
unenergia potenziale gravitazionale ed una energia potenziale elastica (della molla), oppure
unenergia potenziale elettrostatica (si veda dopo). Ognuna di queste energie potenziali avr
una sua forma come formula. Quella dellenergia potenziale gravitazionale labbiamo vista.
Quella elastica invece la si pu calcolare facilmente effettuando, come nella definizione, il
prodotto (unidirezionale, per semplicit) della forza elastica F=-kx per lo spostamento dx nello
spostamento dal punto di coordinata zero a quello di coordinata x. Questo prodotto meno
semplice di quanto non sembri, perch in ogni tratto dello spostamento complessivo la forza
cambia. Quindi bisogna fare il prodotto per un pezzettino piccolo di spostamento e sommarlo
- 17 -

con il prodotto del pezzettino successivo. La forza cambia in maniera lineare come nella figura
seguente, dove il coefficiente angolare della retta k:

Quanto descritto equivale a fare il prodotto di F per x nel grafico della forza per una
striscia e poi sommarlo con il successivo, come nella figura successiva:

Ossia calcolare larea del triangolo tra il punto iniziale dello spostamento (cio il punto
origine degli assi) ed il punto finale (cio il punto generico x). Ma questo lo sappiamo fare dalle
elementari: larea del triangolo, che si calcola base per altezza diviso due. Quindi il risultato
sar:

= =
(12.3)
che appunto la formula che esprime lenergia potenziale elastica.

13. FORZE CONSERVATIVE


Che cosa significa affermare che una determinata forza conservativa? Vuol dire che la
sua energia potenziale dipende solo dalla posizione e non dal cammino percorso per arrivarci.
Questo concetto pu essere meglio compreso con un esempio. Supponiamo di spostare un libro
dal pavimento fin sopra ad un tavolo di altezza un metro. La forza agente quella gravitazionale
ed il lavoro che dobbiamo compiere contro questa forza, che tenderebbe a tenere il libro sul
pavimento.

- 18 -

Figura 1: spostamento di un libro in gravit partendo da due posizioni differenti.


Supponiamo di partire da due posizioni differenti e di arrivare nello stesso punto del
tavolo. Lo spostamento, in senso vettoriale, quel vettore che parte dal punto iniziale e finisce
nel punto di arrivo. Quindi con due posizioni di partenza avremo due vettori differenti: S1 ed
S2. Calcoliamo il lavoro svolto nei due casi scomponendo i vettori spostamento nelle due
direzioni: parallela e perpendicolare al pavimento. Infatti il lavoro fatto contro la forza
gravitazionale rappresenta lenergia potenziale che il corpo acquisisce per il fatto di essere salito
di altezza.
La scomposizione dei due vettori, come proiezione degli stessi lungo le due direzioni,
avr uguale componente verticale e differente componente orizzontale, come si vede in figura
1 (linea verde vettore S1, linea blu vettore S2). Pertanto il lavoro, dato dal prodotto della forze
di gravit per lo spostamento S1 sar scomponibile nelle due componenti e sar:
r r
L = F S1 = F S1 para cos 1 para + F S1 perp cos 1 perp = F S1 perp
Langolo 1 para sar di 90 perch perpendicolare alla forza di gravit, mentre 1 perp
sar di 0 perch parallelo alla gravit. Anche per il vettore S2 sar:
r r
L = F S 2 = F S 2 para cos 2 para + F S 2 perp cos 2 perp = F S 2 perp = F S1 perp
Dove lultima eguaglianza segue dal fatto che le componenti verticali dei due vettori
spostamento sono uguali.
Adesso possiamo osservare che se due spostamento differenti (che partono da punti
diversi) producono lo stesso lavoro contro la forze di gravit, lenergia potenziale di questa
forza indipendente dallo spostamento e, pertanto, la forza conservativa secondo la
definizione che abbiamo dato. Infatti potremmo fare un percorso chiuso passando prima su un
percorso e dopo tornando al punto di partenza sullaltro. Un percorso chiuso deve per forza dare
una variazione complessiva nulla solo se le forze in gioco sono conservative. Quindi, siccome
il risultato sui due percorsi uguale, il percorso chiuso da risultato nullo e la forza di gravit
conservativa. Pi in generale si pu dimostrare che tutte le forze centrali, ossia che hanno
direzione dazione lungo la congiungente i due corpi, sono conservative. Infatti si pu fare lo
stesso ragionamento anche per esse (provate per esercizio a farlo con la forza elettrica....).

14. ENERGIA
Abbiamo visto che il lavoro fatto su un corpo immagazzina in esso una certa energia,
detta energia potenziale. Questa non lunica forma di energia esistente. Infatti anche lenergia
cinetica rappresenta la capacit che ha un corpo in movimento di produrre lavoro, oppure
allinverso, che ha un corpo su cui viene esercitato lavoro di produrre una variazione di energia
cinetica.
Prendiamo in considerazione un caso semplificato di moto unidirezionale di un punto
materiale (ma la cosa vale anche in un caso generale), inizialmente in quiete nellorigine degli
assi. La variazione di velocit la possiamo calcolare con la formula 7della cinematica del moto
uniformemente accelerato =
+2

. La forza costante agente sul punto produce


un lavoro che sar esattamente L=F s e inoltre, vale il secondo principio F=m a. Mettendo
insieme la seconda formula con quella della cinematica del moto uniformemente vario
(accelerato) otteniamo (x0 , come v0, pari a zero):
=

2
ossia, trasportando a primo membro lo spostamento s:
1
=
=
2
- 19 -

che proprio quanto volevamo affermare: il lavoro esercitato su un corpo ne induce una
variazione di velocit e viceversa. Questa quantit legata alla velocit = 1 2
chiamata
energia cinetica ed una forma di energia che deriva dal moto del corpo ed uguale alla
variazione di energia potenziale.
Essa si misura, come lenergia potenziale, in Joule.

15 QUANTIT DI MOTO
La legge di Newton nota come secondo principio della dinamica pu essere scritta anche in un
altro modo che ci porta lontano. Infatti se teniamo conto del fatto che laccelerazione la
variazione di velocit in un determinato intervallo di tempo, la si pu scrivere come segue:
v
a=
t
cos che si possa portare a primo membro lintervallo di tempo. Il primo principio diventa allora:
Ft = mv
Il primo membro di questa uguaglianza detto impulso e rappresenta la forza che agisce per
lintervallo di tempo t, mentre il secondo membro la quantit di moto q=mv. Questa una
delle osservabili pi importanti in fisica perch unisce in s la massa inerziale e la velocit che
questa massa ha. Ossia rappresenta tutta la resistenza che la massa m far a cambiare direzione
se spinta da una forza F per un tempo t. Questo quello che normalmente succede negli urti
e, quindi, la quantit di moto diventa una grandezza essenziale nei calcoli degli urti. Infatti nei
processi durto due particelle si scambiano una forza per un intervallo di tempo t ossia un
impulso. Come effetto di questo impulso si avr una variazione della quantit di moto delle due
particelle. Pertanto dalla studio di ci che entra (limpulso) e di ci che esce (le particelle con
quantit di moto) si possono studiare molti fenomeni delle fisica. E ci che avviene al grande
acceleratore di particelle LHC del CERN a Ginevra. In questo caso si conosce ci che entra,
dato che lenergia delle particelle accelerate nota e si fotografa ci che esce, da cui si ricava
la quantit di moto delle particelle prodotte dalle collisioni.
Pur essendo una grandezza fisica molto importante non ha una sua unit di misura, ma viene
misurata in kg m/s.
15.2 Teorema di Noether e conservazione delle grandezze fisiche
La grande, e misconosciuta9, matematica del diciannovesimo secolo Amalia Noether
(detta Emmy) ha formulato un teorema che deriva alcuni dei pi importanti principi della fisica
di tutti i tempi da una semplice condizione fisica facilmente riscontrabile.
Lenunciato di questo teorema dice che, in un sistema isolato, qualora si abbia una
invarianza sotto una determinata trasformazione (simmetria), ci sar una quantit costante,
correlata con le grandezze che descrivono linvarianza. La formulazione matematica di questo
teorema decisamente pi complicata ed stata una delle rivelazioni della fisica moderna,
quando Emmy era gi morta da mezzo secolo (il ruolo del teorema prese rilevanza nella fisica
teorica delle particelle elementari negli anni sessanta). Cercheremo di dare una descrizione di
quanto detto in termini semplici, tralasciando la matematica sottostante.
Iniziamo a chiarirci su cosa intendiamo per trasformazione. Una trasformazione una
diversa descrizione del nostro sistema fisico. Se vogliamo descrivere la posizione di un gessetto
sul tavolo possiamo farlo indentificando le coordinate del gessetto rispetto al tavolo, oppure
rispetto alla stanza in cui si trova il tavolo. Queste due descrizioni della posizione del gessetto
9

Ad Amalia Noether rifiutarono la cattedra allUniversit di Gottinga e, per quattro anni, fece lezione sotto il nome
di David Hilbert, finch nel 1919 non le fu riconosciuto il titolo di privatdozent, equivalente alla vecchia libera
docenza, che oggi potrebbe essere convertita nel ruolo di professore associato. Mantenne questo ruolo fino al 1933
quando le leggi razziali di Hitler la costrinsero ad emigrare negli Stati Uniti dove insegn in Pennsylvania per altri
due anni, fino alla prematura morte nel 1935.

- 20 -

sono trasformabili una nellaltra; infatti basta conoscere la posizione del tavolo nella stanza per
convertire le coordinate del gessetto dal tavolo alla stanza. Se il tavolo dista dalla parete che
adottiamo come asse x una distanza pari a c e dalla parete che adottiamo come asse y una
distanza d, la trasformazione delle coordinate sar:
x = x + c

y = y+ d
dove le coordinate con lapice sono riferite alle pareti e quelle senzapice sono riferite al tavolo.
Linvarianza delle leggi della fisica rispetto ad una determinata trasformazione una
situazione particolare. In generale, in fisica, quando si ha uninvarianza per una certa
trasformazione si dice che si ha una simmetria. Ossia che il sistema descritto dalle equazioni
simmetrico per quella particolare trasformazione: cio mantiene la stessa forma matematica se
espresso in uno o nellaltro dei due sistemi di coordinate. Per fare un esempio prendiamo una
legge molto importante nella descrizione del mondo fisico: il secondo principio della dinamica
F=ma e ne verifichiamo linvarianza per traslazione; ossia per la differenza che c tra le
coordinate riferite alla stanza e al tavolo. Per lo esprimiamo nella pi comoda forma Ft=ma.
abbastanza facile vedere che questa equazione invariante per traslazione. Infatti la forza
quella di gravit ed la stessa, in quel punto del tavolo, sia che la consideriamo rispetto alla
stanza che rispetto al tavolo. Questo quindi non richiede una verifica matematica10. Per il tempo
altrettanto evidente che la traslazione non provoca alcuna variazione in t. Il tempo quello
assoluto galileiano. Invece la velocit cambia di una quantit costante, dato che la velocit
data da uno spazio percorso in un certo tempo, se cambia la descrizione dello spazio ma non
del tempo, cambier anche la velocit, in linea di principio; siccome un vettore cambieranno
le sue componenti. Vediamo quindi come cambia la velocit:
x
vx =
t

v = y
y t
Vediamo, per, che x=x2-x1 = x2+c-x1-c = x2-x1. Ossia la variazione di spazio in
realt non cambia passando da un sistema di riferimento allaltro. Altrettanto vale per lasse y,
ovviamente. Come conseguenza la velocit non cambia e la seconda legge fondamentale della
dinamica risulta invariante per traslazione; ossia si scrive nello stesso modo in entrambi i
sistemi di riferimento.
Ora, in conseguenza del teorema di Noether ci deve essere una quantit conservata, ossia
costante. E qual questa quantit? Il calcolo dipende dal formalismo matematico legato alla
particolare descrizione meccanica, ma la grandezza fisica pi legata alla traslazione ,
intuitivamente, la velocit. O meglio la quantit di moto =
=
.
Un altro caso di invarianza quello relativo alle rotazioni. Un sistema che sia invariante
per rotazione spaziale intorno ad un asse di rotazione avr una invarianza che legata a questa
simmetria. Tale simmetria perfettamente operante nel mondo sensoriale che ci circonda,
infatti le leggi del moto valgono nella stessa maniera sia che siamo orientati verso nord o verso
sud. Quindi ci sar una quantit conservata legata con la rotazione, ossia il momento della
quantit di moto (si veda il paragrafo relativo al moto dei corpi rigidi) =
=
.
Un altro caso palese quello dellinvarianza temporale: se noi facciamo il nostro
esperimento di fisica del moto (ad esempio Molly sul lago con luovo sodo in mano) oggi o
domani esso seguir comunque le stesse leggi del moto. Quindi c invarianza temporale e ci
deve essere una grandezza fisica conservata relativa a tale invarianza. Tale grandezza
10

Per chi la desiderasse fortemente suggeriamo che la forza di gravit funzione della distanza e cio della
differenza delle coordinate del gessetto e del centro della terra. Nelle differenze le quantit costanti si semplificano
lasciando invariata lequazione della forza.

- 21 -

lenergia. Che infatti, come si sa dalla meccanica, una quantit conservata. Solo che mentre
prima era considerato un principio, ossia una verit accettata ma non dimostrabile, adesso
sappiamo che un teorema, cio una verit che, in determinate condizioni, dimostrabile. Si
tratta proprio del teorema di Noether.
Il risultato finale che la somma dellenergia meccanica, energia cinetica pi energia
potenziale, una quantit costante nel tempo per un sistema isolato:
1
+ =
=
+
2
dove ovviamente la forma funzionale di U dipende dalla forza che si sta prendendo in
considerazione.

15.3 Applicazioni delle leggi di conservazione


Facendo un esempio pratico prendiamo Molly che immobilizzata su un laghetto
ghiacciato con un uovo sodo in mano. Non pu uscire dal lago perch non c attrito e quindi
non pu camminare. Il bordo del lago leggermente convesso, con il ghiaccio pi basso della
riva di 10 cm. Come fa Molly ad uscire dal lago? Semplice, lancia luovo e lei, per la
conservazione della quantit di moto, va nel verso opposto. Ma se non ha sufficiente velocit
per salire la riva, torner inesorabilmente al centro del lago. Quindi deve sapere con che velocit
lanciare luovo per uscire sana e salva. E qui entra la conservazione dellenergia. Dato che la
forza che agisce quella di gravit, la sua energia potenziale si esprime con mgh. Quindi la
conservazione si scrive nel modo seguente:
1
1
+

=0
2
2
dove la costante stata presa uguale a zero perch Molly inizialmente ferma ed il segno meno
dovuto al fatto che il lago pi basso della campagna innevata che lo circonda; m la massa
delluovo (50 g) e M quella di Molly (50 kg). Quando Molly lancia luovo questo parte con
velocit v, mentre Molly parte nellaltra direzione con velocit V. Le due velocit sono legate
fra di loro dalla conservazione della quantit di moto: mv=MV. Da cui =
, che pu esser
sostituita nella conservazione dellenergia. Questa diventa quindi:
1
1
+

=0
2
2
Da questa equazione si ricava il valore di V; questo valore poi viene reinserito
nellequazione della conservazione della quantit di moto che ci d v e il problema risolto (R.:
V=0,004 m/s, v=4 m/s).
16. MECCANICA DEL MOTO ARMONICO
Il moto armonico il pi semplice dei moti periodici che presenta unaccelerazione
variabile nel tempo secondo una legge estremamente semplice ancorch rappresentativa dei
moti periodici.
Immaginiamo un pendolo di lunghezza L con una massa m attaccata. La sua equazione
del moto avr una forma semplicemente derivabile dalla (10):
F = ma = mg
(17)
ossia
g
g
a + g = 0 && + sin && + = 0
(18)
L
L
con
a = L&&

(19)
g = g sin
sin se << 1

- 22 -

dove g il valore dellaccelerazione di gravit locale, mentre langolo che la verticale forma
con il filo del pendolo. Si segnala che lequazione cos come approssimata vale per angoli
molto piccoli rispetto ad un radiante (inferiori a 57).
Questa equazione differenziale ammette soluzioni analitiche semplici sotto forma di una
funzione sinusoidale:
= 0 sin( 0t + ) (20)
Langolo 0 langolo iniziale, mentre 0 la pulsazione propria del pendolo
determinata dalle grandezze sole fisiche g e L:
g
0 =
)
(21)
L
mentre la fase. La frequenza (chiamata a volte a volte f) legata alla pulsazione dalla
relazione seguente:

f =

0
2

(22)

Per capire meglio queste tre quantit prendiamo in considerazione la seguente figura:
Funzione sinusoidale

1,5

0,5

750

730

710

690

670

650

630

610

590

570

550

530

510

490

470

450

430

410

390

370

350

330

310

290

270

250

230

210

190

170

150

130

90

110

70

50

30

f1

0
10

Ampiezza dello spostamento(m)

-0,5

-1

-1,5
Tempo (s)

Figura 7: funzione sinusoidale con fase uguale a zero che rappresenta un moto periodico
oscillante liberamente.
La fase consiste in quanto si discosta dal valore zero la funzione seno in corrispondenza
di zero gradi. La pulsazione rappresenta il numero di volte che la funzione si ripete in una unit
di tempo (ad esempio un secondo), mentre langolo iniziale il valore massimo raggiunto
durante le escursioni del pendolo e quindi dalla sinusoide che ne rappresenta la soluzione (nella
fig. 7 questo valore unitario).
La pulsazione 0 propria del sistema nel senso che determinata unicamente dai valori
di g (accelerazione di gravit) e di L (lunghezza del pendolo) e non da altro. Differenti valori di
queste due grandezze darebbero un altro valore di 0.
La soluzione rappresenta quindi un moto oscillatorio attorno alla posizione di equilibrio
con ampiezza e frequenza fissate dalle caratteristiche del pendolo.
La stessa soluzione, con alcune modifiche formali ma non sostanziali, la si sarebbe
potuta trovare per una massa m attaccata ad una molla di costante elastica K. Lequazione
K
K
diventa &x& + x = 0 e la pulsazione 0 =
. Questo ci porta a affermare che, in generale,
m
m
- 23 -

qualunque corpo dotato di massa ha una sua frequenza caratteristica 0 data dalla sua massa e
dalle sue caratteristiche di elasticit.
Un semplice esempio di questo tipo di moto costituito da una bambina che va in
altalena in assenza di attrito (dellaria) senza spingersi dondolandosi (fig. 8). La massa data
dalla massa della bimba e dellaltalena, mentre la lunghezza del pendolo costituita dalla
lunghezza della catena dellaltalena.

Figura 8: bambina in altalena.


A questo punto lanalogia completa perch le caratteristiche della frequenza sono
determinate dalla formule 21 e 22, mentre lampiezza data dal massimo spostamento rispetto
alla verticale della bimba. Questo spostamento andr una volta in avanti ed una indietro ma
avr sempre la stessa estensione nei due versi (siamo in assenza di attrito). La frequenza di
oscillazione libera quella propria del sistema bimba-altalena e per cambiarla occorre cambiare
o la massa della bimba o la lunghezza della catena dellaltalena. Il grafico che rappresenta
questo moto lo stesso gi visto nella fig. 7.
Naturalmente nel mondo reale esistono sia laria (altrimenti la bimba non respirerebbe)
che lattrito, quindi il moto che ne deriva alquanto diverso da quello qui rappresentato.
16.1. Moto armonico con attrito
Il moto in assenza di attrito il pi semplice ma rappresenta unidealizzazione. In realt
tutti i moti sono affetti da uno smorzamento introdotto dalle forze di attrito.
Per introdurre nelle nostre equazioni la forza di attrito occorre trovarle una forma
algebrica. Se pensiamo di andare in moto e di cercare di andare pi veloce cosa ci trattiene:
lattrito dellaria. Quindi la forza dattrito proporzionale alla velocit del motociclista e pu
essere rappresentata nella forma:
F = x&
(21)
dove la costante rappresenta la specificazione dellattrito in ragione delle caratteristiche del
mezzo su cui (o in cui) ci si muove.
Un corpo di massa m in moto con velocit v0 soggetto solo alla forza di attrito sar
descritto da unequazione ricavata secondo la (10) (nello stesso modo della formula 17):
m&x& + x& = 0 (22)
m
che pu essere riscritta, ponendo = , nel modo seguente:

1
v& + v = 0

(23)

La soluzione di questa equazione data dalla seguente funzione:


v(t ) = v0 e t / (24)
- 24 -

Questa funzione rappresenta uno smorzamento progressivo in forma esponenziale quale


quello rappresentato nella fig. 8
Smorzamento uniforme

0
1

11 13 15 17 19 21 23 25 27 29 31 33 35 37 39 41 43 45 47 49 51 53 55 57 59 61 63 65 67 69 71 73 75

Figura 8: smorzamento uniforme di un corpo inizialmente in moto con velocit v0, soggetto
alla sola forza di attrito.
La velocit decresce esponenzialmente con costante di tempo data dalla massa m e
dalla costante di attrito .
16.2.Meccanica delloscillatore armonico smorzato
Un oscillatore smorzato il successivo livello di articolazione della descrizione dei
diversi tipi di moto che interessano le vibrazioni.
In questo caso abbiamo sia la forza della molla cui appesa la solita massa m che la
forza di attrito con costante di smorzamento . Conseguentemente sar
F = ma = Kx x& (25)
Da questa si ricava agevolmente lequazione desiderata:
1
&x& + x& + 02 x = 0
(26)

La soluzione della (26) una combinazione delle due soluzioni che abbiamo trovato nel
caso di moto armonico semplice e di moto con attrito semplice:
x(t ) = x0 e t sin t (27)
1
2
in cui i significati delle costanti sono =
e = 0 2 da cui possibile
2
immediatamente osservare che lo smorzamento riduce la frequenza, anche se la frequenza di
oscillazione diventa uguale alla frequenza propria del corpo solo se si ha un tempo di
rilassamento infinito (ossia in assenza di smorzamento). Infatti in tale situazione tende a
zero. Il risultato riportato in figura 9:

- 25 -

oscill smorzOscillatore smorzato

25

20

15

10

0
1

11 13 15 17 19 21 23 25 27 29 31 33 35 37 39 41 43 45 47 49 51 53 55 57 59 61 63 65 67 69 71 73 75

-5

-10

-15

-20

Figura 9: moto oscillatorio smorzato.


Mentre nella fig. 10 si pu evidenziare la composizione dei due tipi di moto per dare il
risultato finale:
Composizione dello smorzamento con l'oscillazione

25

20

15

10

0
1

11 13 15 17 19 21 23 25 27 29 31 33 35 37 39 41 43 45 47 49 51 53 55 57 59 61 63 65 67 69 71 73 75

-5

-10

-15

-20

Figura 10: combinazione di moto oscillatorio e moto smorzato.

- 26 -

16.3. Meccanica del moto armonico forzato


Il moto armonico forzato lidealizzazione del moto di un punto materiale soggetto a
vibrazioni esterne. Si sviluppa lungo un asse in cui il verso dello spostamento, cos come della
velocit e dellaccelerazione, si inverte periodicamente. Un esempio di tale moto quello di
una molla con costante elastica K e massa m attaccata che scorre su un piano privo di attrito.

Figura 11: il moto armonico forzato.


La forza che agisce sul corpo di massa m e lo fa muovere di moto armonico funzione
del tempo, inversa come segno allasse spaziale ed data dalla:
F (t ) = F0 sin(t + )
(28)
per semplicit da qui in poi ometteremo la fase:
F (t ) = F0 sin t
(29)
quindi laccelerazione (F = ma) sar:
a(t ) = A0 sin t
(30)
con A0 = F0/m.
La velocit, come detto nel paragrafo 1.1.2.1. sar lintegrale dellaccelerazione, mentre
lo spostamento sar lintegrale della velocit. Quindi, ricorrendo alle formule dintegrazione
tabulate in qualsiasi manuale di matematica, avremo:
cos t
v(t ) = a(t )dt = A0 sin tdt = A0
(31)

per la velocit, mentre per lo spostamento sar:


A
A
s(t ) = v(t )dt = 0 cos tdt = 02 sin t + c

(32)

Le formule esposte in precedenza devono essere lette tenendo conto la variazione delle
funzioni sinusoidali con il tempo. La seguente figura 12 ci richiama landamento di forza,
accelerazione, velocit e spostamento con il tempo t. I punti salienti di queste figure possono
essere riassunti nella seguente tabella 2:

- 27 -

sint
cost
0
0
1
90
1
0
180
0
-1
270
-1
0
360
0
1
TABELLA 2: andamento delle funzioni sinusoidali con langolo.
Le principali considerazioni che derivano dallanalisi di questo particolare tipo di moto
oscillatorio a regime possono essere riassunte dai seguenti punti (immaginiamo la nostra massa
che passa per il punto di equilibrio diretta verso sinistra nella figura 11):
[1] Punto zero: quando la forza di attrazione della molla aumenta, dopo il passaggio dal
punto zero di quiete, laccelerazione ha la stessa direzione e verso e sono dirette
verso il punto di equilibrio, quindi verso lo zero e sono di verso negativo. Lo
spostamento, definito sempre rispetto al punto di equilibrio, invece aumenta
partendo da zero; contemporaneamente la velocit massima nel verso positivo
mentre passa per il punto di equilibrio e diminuisce per lazione dellaccelerazione
contraria.
[2] Evoluzione: lo spostamento aumenta fino al massimo allungamento della molla
dove la massa si ferma (la forza elastica eguaglia la forza dinerzia; la velocit
zero e laccelerazione massima negativamente); a questo punto il moto ricomincia
nel verso opposto con una forza attrattiva, e quindi unaccelerazione, che diminuisce
per effetto dellaccorciamento della molla fino al raggiungimento del punto di
equilibrio (spostamento zero) in cui la forza zero e la velocit massima
negativamente; quindi il moto prosegue con uno spostamento dallequilibrio che
adesso negativo, la forza diventa repulsiva e la velocit diminuisce e torna a zero
nel punto di massimo accorciamento (spostamento massimo ma negativo); da questo
punto in poi la forza di repulsione prevale, la massa riparte verso il punto di
equilibrio e la velocit aumenta di nuovo fino al valore massimo che raggiunge
proprio al passaggio per il punto di equilibrio (spostamento zero); quindi tutto
ricomincia da capo.
[3] La forza (quindi laccelerazione) e lo spostamento coincidono come direzione e
come modalit di variazione (sono entrambi due sinusoidi) ma sono opposti in fase
per effetto del segno meno che proviene dallintegrazione. Questa differenza di
verso la ritroviamo nel fatto che mentre la forza spinge (o tira) in un verso la massa
si muove nellaltra.
[4] Quando lo spostamento zero la velocit massima (anche con segno negativo),
pertanto la forza sfasata rispetto alla velocit di -90.

- 28 -

Fo r z a / a c c e l e r a z i o ne

1,5

0,5

-0,5

-1

-1,5
T e mpo

Ve l o c i t

1,5

0,5

-0,5

-1

-1,5
T e mpo

S p o st a m e nt o

1,5

0,5

-0,5

-1

-1,5
T e mpo

Figura 12: forza/accelerazione, velocit e spostamento nel moto armonico forzato.


Tutte le caratteristiche osservate possono essere formalizzate nelle equazioni se si
reintroduce la fase ed uno smorzamento. In questo caso si complica la matematica ma la fisica
assume una maggior completezza, perch emergono i fenomeni di smorzamento e di ritardo di
fase gi visti nei precedenti paragrafi. Un ritardo di fase tra forza e spostamento di un opportuno
numero di gradi implica di fatto uno smorzamento del moto perch la forza non si oppone pi
al moto e quindi lenergia non viene pi immagazzinata come nel moto ora descritto.
Senza entrare nel formalismo complicato del problema esaminiamo, partendo dalla
soluzione analitica, i casi limite. La soluzione :
- 29 -

x(t ) =
sin t + arctg 2 2
(33)

0
2 2 2 + 2


0
Le tre zone delimitate dai parametri in gioco (pulsazione del sistema in assenza di attrito
0 e pulsazione forzata dalla forza agente ) sono:
- bassa pulsazione forzata: <<0;
- risonanza: = 0;
- alta pulsazione forzata: >>0.
Nel primo caso la fase della funzione seno tende a zero (larcotangente di zero nulla)
e la risposta in fase con la forza esterna. In questo regime la risposta dipende solo dalla molla
A
F
e non dalla massa e dallattrito, infatti lampiezza : x0 02 = 0 .
0 K
Alla risonanza la risposta pu essere molto grande, infatti la frequenza della forza agente
A
uguale a quella propria del sistema in assenza di attrito. Lampiezza : x0 = 0 . Quindi
0
minore lo smorzamento maggiore sar e quindi x0 a parit di forza F. Si pu dire che lo
smorzamento a condizionare la risposta alla risonanza. In mancanza di smorzamento si ha la
distruzione del sistema.
A
F
Nel terzo caso abbiamo nuovamente fase nulla e lampiezza : x0 02 = 0 2 . In

m
A0

) ( )

questa condizione la risposta decresce come 1/2 e linerzia della massa condiziona la risposta
del sistema.
Tutto ci ci servir quando affronteremo largomento della propagazione delle
vibrazioni attraverso la materia. Per adesso sufficiente osservare che lo spostamento in media
nullo, perch la massa m oscilla sempre intorno ad una stessa posizione. Anche la velocit e
laccelerazione hanno media nulla. Questa, in effetti, una propriet generale per tutti i
fenomeni periodici: la media ha valore nullo. Formalmente la media si definisce come
1 T
s(t ) = s(t )dt (34)
T 0
Questo integrale rappresenta il calcolo dellarea racchiusa tra la curva e lasse delle
ascisse. Come si vede facilmente dalle figure 8 la parte dellarea racchiusa dalla porzione
negativa della curva e quella racchiusa dalla porzione positiva si equivalgono ma sono di segno
opposto. Quindi la somma far zero e la media sar nulla. Per avere una grandezza che abbia
un significato relativamente al moto, ma non abbia media nulla, ci occorre qualche operazione
che ribalti la porzione negativa e la renda positiva, senza alterare la forma della curva. Una tale
operazione lelevazione al quadrato (o, in generale, a una potenza pari, anche maggiore di
due). Se quadriamo largomento dellintegrale si ottiene una curva del tipo in figura 9

- 30 -

Valore e valore quadrato

1,5

1,0

0,5

0,0
1

10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37

-0,5

-1,0

-1,5

Figura 13: valore e valore quadratico di una grandezza sinusoidale.


Loperazione che si utilizza abitualmente per valutare il valore medio di una grandezza
sinusoidale la radice quadratica media (in inglese abbreviato con r.m.s.: root mean square),
definita come la radice quadrata del valore medio del quadrato della grandezza in esame:
T

v=

1 2
v (t )dt
T 0

(35)

Il lavoro prodotto nellintervallo di tempo di un periodo, ossia da zero a T, sar, secondo


quanto detto in precedenza, dato dalla:
T

L = F (t ) x(t )dt 11 (36)


0

ed una grandezza identicamente nulla (questo pu essere elaborato con il teorema generale
b

della media

f (t ) g (t )dt = f (c) g (t )dt con c compreso tra a e b).


a

Questo fatto ci risulta strano in quanto evidente che lenergia viene di fatto assorbita
dalla massa vibrante. La potenza assorbita sar, conseguentemente, altrettanto nulla su un
periodo. Questo contrasta con il senso comune che vede loggetto in moto subire delle
accelerazioni repentine. Quindi ci deve essere una inidoneit della grandezza scelta per valutare
il lavoro (e quindi lenergia). In effetti il lavoro svolto e la potenza assorbita istantaneamente
non sono zero, lo sono solo su un periodo esatto, ossia su un ciclo completo di moto. Pertanto
su moti periodici dovremo adottare indicatori diversi rispetto alla media per caratterizzare il
moto. Tale grandezza dovr essere, per avere senso, un valore quadratico medio sotto radice.
Questo fatto ci torner utile quando prenderemo in considerazione tipi di moto pi
complessi di quello esemplificato finora.
Lesempio ora trattato ci servito come esempio di un tipo di moto deterministico
semplice ma con implicazioni interessanti anche per il resto della nostra trattazione.
Naturalmente uno svolgimento rigoroso dellargomento sarebbe stato molto pi pesante dal
punto di vista matematico, ma non avrebbe aggiunto nulla alla conoscenza qualitativa del
problema, che era lo scopo dellesempio.
16.4. Potenza assorbita dal sistema
La potenza che viene assorbita da un oscillatore forzato con smorzamento calcolabile
a partire dalle formule che abbiamo visto. Non essendo rilevante omettiamo la derivazione e
proponiamo direttamente la formula:
11

Per un moto monoassiale lungo x risulta ds(t)=x(t)dt.

- 31 -

1
2 /
2
P = mA0
(37)
2
( 02 2 ) 2 + ( / ) 2
In condizione di risonanza la potenza diventa:
1
Pres = mA02
(38)
2
Landamento della funzione riportato nella figura 14 seguente:
Potenza assorbita

30

25

P (W)

20

15

10

0
0

10

11

12

13

14

15

16

17

18

19

20

21

22

23

24

25

26

27

28

29

pulsazione (1/radianti)

Figura 14: potenza assorbita in funzione della pulsazione . Si noti il picco alla risonanza 0.
Il significato del grafico abbastanza evidente: lassorbimento di energia massimo per
frequenze vicine a quella di risonanza propria del sistema.
16.5. Moti multisinusoidali
I moti che non sono rappresentati da ununica sinusoide, pur essendo periodici, hanno
una trattazione a parte dovuta al fatto che, come abbiamo visto nel caso delle oscillazioni forzate
monosinusoidali, ci sono degli smorzamenti che intervengono nella trasmissione della
vibrazione che sono correlate alla frequenza delloscillazione proprie del corpo che trasmette
le vibrazioni.
Un moto multisinusoidale si presenta come qualcosa di complicato e poco
evidentemente periodico come quello rappresentato nella seguente figura 15.

- 32 -

Moto multisinusoidale

3,0

2,0

1,0

0,0
1

11 13 15 17 19 21 23 25 27 29 31 33 35 37 39 41 43 45 47 49 51 53 55 57 59 61 63 65 67 69 71 73 75

-1,0

-2,0

-3,0

Figura 15: moto multiperiodico


Il principio di sovrapposizione afferma che gli effetti di due oscillazioni di frequenza
diversa si possono determinare come la sovrapposizione lineare degli effetti di ciascuna
vibrazione di data frequenza come se agisse separatamente dallaltra. Per rendersi conto di
questo fatto si pu ricorrere ad un programmino fatto con Excel in cui impostiamo tre sinusoidi
di frequenza diversa e ne sommiamo gli effetti sino a produrre una sola funzione continua con
periodicit mista e forma differente da quelle originali. Questo stato fatto nella seguente figura
16.
Moto multisinusoidale

funzione

0
1

11 13 15 17 19 21 23 25 27 29 31 33 35 37 39 41 43 45 47 49 51 53 55 57 59 61 63 65 67 69 71 73 75

-1

-2

-3
Angolo (gradi)

Figura 16: moto multiperiodico come somma di moti sinusoidali semplici.


Questo principio ci aiuta a valutare gli effetti delle accelerazioni multisinusoidali e
introduce un concetto pi generale che va sotto il nome di serie di Fourier secondo il quale
qualsiasi segnale definito con continuit in un intervallo L pu essere rappresentato come
somma di infiniti termini sinusoidali di frequenza correlata al periodo. questo lesempio del
moto rappresentato nella fig. 2 in cui si individuano facilmente ad occhio due sinusoidi di
frequenza differente che si sovrappongono. Questo fatto pu facilmente essere espresso in
formula matematica ma per non appesantire la trattazione ne omettiamo la derivazione
limitandoci alla citazione.
- 33 -

f ( x) =

a0
nx
nx
+ an cos
+ bn sin

2 n=1
L
L

(43)

con i coefficienti di Fourier:


2L

1
n x
dx
an = f ( x) cos
L 0
L

2L
b = 1 f ( x) sin nx dx
n L
L
0

(44)

Ovviamente vale anche linverso: ogni moto continuo scomponibile in somma di un


certo numero di funzioni sinusoidali semplici con frequenze correlate fra loro, eventualmente
infinite (un numero infinito di sinusoidi serve per rappresentare un moto che non affatto
periodico).
La trattazione di un moto multisinusoidale si riconduce, quindi, ad applicare quanto
visto per i moti periodici (forzati, smorzati, etc.) alle singole sinusoidi di ciascuna frequenza.
Prima di fare ci si dovr scomporre il moto nelle frequenze costituenti. Comunque questo tipo
di moto sempre caratterizzato da una legge che collega tra loro le varie grandezze fisiche in
maniera determinata a priori. Quindi nota una grandezza tutte le altre si possono ricavare da
questa attraverso semplici operazioni matematiche ed esiste una legge del moto che collega in
maniera esatta levoluzione del moto col tempo che scorre e con i valori assunti in determinato
istante.
19. MECCANICA DEL CORPO RIGIDO
Un corpo dotato di estensione nello spazio ha bisogno, per essere studiato nel suo moto,
di un sistema pi completo di equazioni che tenga conto della sua estensione fisica.
La dinamica prevede che si possa spezzare lo studio di un corpo rigido come una
combinazione di moto del punto materiale rappresentato dal centro di massa (qualche volta
detto anche baricentro) del corpo stesso e di rotazione del corpo intorno al centro di massa.
Ognuno di questi moti ha una sua dimensione spaziale e richiede, quindi, tre coordinate per la
descrizione e conseguentemente tre equazioni. Lesempio pi tipico di questo moto quello di
una ruota che rotola a velocit costante sullasfalto liscio. Il baricentro si muove di moto
rettilineo uniforme e il corpo ruota intorno al baricentro con moto circolare uniforme. Tutto
sembra semplice, ma se prendiamo un punto a caso sulla circonferenza della ruota vediamo che
il moto che subisce molto pi complesso.
Questo consente di utilizzare strumenti semplici per studiare moti complessi. La
dinamica dei corpi rigidi occupa, come quella del punto materiale, un capitolo notevolmente
ampio della fisica classica e non cercheremo di darne neanche una rapida illustrazione. Ci
limitiamo ai rammentare i punti salienti utili a quanto seguir.
Il primo degli elementi che andranno a costituire le nozioni necessarie a comprendere
in linea di principio il moto di oggetti estesi nello spazio il centro di massa. Questo definito
come la media delle masse pesate con le relative distanze e riferite alla massa totale. Forse il
caso in cui una formula pu risultare pi chiara:
+
+
++
=
+
+
+ +
Lelemento fondamentale per lo studio delle rotazioni dei corpi rigidi il concetto di
momento di una forza. Come possiamo osservare quotidianamente le forze non hanno solo la
propriet di spostare i corpi, ma anche di farli rotolare. Basti pensare ad unautomobile che
incorre in un incidente e passa da un moto rettilineo ad uno rotatorio su vari assi.
- 34 -

Si definisce momento di una forza il prodotto vettoriale della forza per il braccio lungo
la quale agisce:
=
(39)
Il modulo di questa grandezza dato dalla:
(40)
M = r F sin
in cui rappresenta langolo individuato tra il raggio vettore r e la forza F.
Questa grandezza rappresenta la possibilit di far ruotare un oggetto intorno ad un asse
applicando una forza sfalsata rispetto a tale asse.
Una volta che il corpo si mette in rotazione acquisisce una velocit di rotazione ed una
energia rotatoria. La prima come la seconda pu essere scambiata allatto dellurto contro un
altro corpo, come due palle da biliardo che si urtano quando una sta anche ruotando su se stessa;
in questo caso anche la seconda palla prende a girare per effetto della rotazione della prima. In
questo caso si definisce un momento delle quantit di moto come il prodotto vettoriale della
quantit di moto per il raggio di rotazione del corpo: = .
La naturale inerzia a mettersi in moto agisce, in questo caso, sotto forma di momento
dinerzia. Questa una caratteristica simile alla massa inerziale, intrinseca del corpo, che entra
a fare parte delle equazioni del moto. Questo una grandezza scalare (come la massa) ed
definito dalla seguente relazione:
=
+
+
+ +
La cinematica delle rotazioni rigide dei corpi intorno al baricentro richiede delle
equazioni con variabili angolari. Nella riduzione di tali equazioni agli assi principali si
ottengono tre assi di rotazione e quindi tre variabili angolari. Mentre le equazioni del baricentro
sono quelle gi viste della meccanica del punto:
Fx = m a x

Fy = m a y (41)

Fz = m a z
quelle relative alle rotazioni sono:
d x

M x = I x dt

d y

(42)
M y = I y
dt

d z

M z = I z dt

Il moto di rotazione intorno ai tre assi viene denominato rollio, beccheggio e brandeggio
rispettivamente per gli assi x, y e z (in inglese pitch, roll and yaw).
Le rotazioni introducendo delle accelerazioni angolari influiscono sulle accelerazioni
lineari e quindi dobbiamo considerare entrambe i tipi di moto nel valutare le vibrazioni:
accelerazioni lineari ed accelerazioni rotazionali.
19.1 Le leve e la statica dei corpi rigidi
Un capitolo importante della statica dei corpi rigidi costituito dalle leve. La descrizione
delle leve stata fatta inizialmente da Archimede.
Una leva unasta rigida che pu ruotare intorno ad un punto fisso detto fulcro. Il
braccio cui si applica la forza detto della potenza, mentre quello che si applica alloggetto
passivo detto braccio della resistenza.
La condizione di equilibrio che la somma dei momenti meccanici applicati ai due
bracci sia zero (fig. 19.1.1).
- 35 -

Figura 19.1.1: elementi di una leva. A braccio delle potenza, b braccio della resistenza, F1
forza applicata, F2 forza resistente.
Ossia che a F1 = b F2. Da cui si deduce il guadagno meccanico:

Le leve sono classificate come leve di primo genere, come quella in figura 19.1.2, in cui
il fulcro si trova tra i due bracci; di secondo genere in cui la forza resistente tra il fulcro e la
forza potente; di terzo genere in cui la forza potente si trova tra il fulcro e la forza resistente.
Nella seguente figura sono riportate le tre tipologie in ordine:

Figura 19.1.2: tre tipi di leve.


Le leve possono essere vantaggiose, svantaggiose o indifferenti a seconda che il
guadagno meccanico sia maggiore, minore o uguale ad uno.
20. ELETTRICIT
Lo studio dellelettricit un importante aspetto della fisica che precede alcune delle
scoperte pi rilevanti dellultimo secolo.
20.1. Forza di Coulomb
Fin dallantichit noto che una bacchetta dambra strofinata su un panno di lana
diventa capace di attrarre piccoli frammenti di materiale leggero. Ai giorni nostri tale
esperimento riesce benissimo se si strofina su di un maglione una penna Bic e si fanno dei
minuzzoli di carta. La penna diventa carica elettricamente e attrae i pezzettini di carta. Questo
fenomeno osservativo, ben noto a tutti, viene di fatto sottoposto ad indagine accurata solamente
nel diciottesimo secolo da Coulomb. Per fare questa indagine egli invent la bilancia di torsione
rappresentata in figura 20.1.1:

- 36 -

Figura 20.1.1: bilancia di torsione per la misura della forza elettrica. Le due sfere cariche si
attraggono (o si respingono) con una forza che contrasta la torsione del filo cui sospesa la
sfera collegata alla scala graduata. La sfera fissa pu essere caricata dallesterno per mezzo di
un contatto metallico.
Gli esperimenti di Coulomb portarono a quantificare la forza di attrazione ed egli diede
la forma alla sua legge:
QQ
F = k 12 2
r
dove Q1 e Q2 sono le cariche elettriche, r la distanza tra queste e k una costante che dipende
dal mezzo che riempie la camera della bilancia di torsione. Se si fa il vuoto il valore di k dato
da
1
k=
= 8, 987510 9 N m/ C2
4 0
Infatti si pu vedere che il mezzo (aria o altro gas) che riempie la camera delle bilancia
partecipa alla forza elettrica attenuandola maggiormente o minormente in ragione della propria
natura chimica.
Coulomb constat che la carica elettrica pu essere di due segni: positivo o negativo.
Nel caso le cariche siano dello stesso segno la forza sar repulsiva, in caso contrario sar
attrattiva. Quindi nella formula le cariche devono essere considerate con segno.
La semplicit della bilancia di torsione rende spontaneo definire la unit di misura della
carica come quella carica che genera una forza di un Newton su una carica di un Coulomb.
Questa definizione nel tempo stata soppiantata dalla facilit e dalla precisione con cui siamo
oggi in grado di misurare la corrente elettrica. Pertanto la grandezza fondamentale del SI la
corrente e non la carica. In ogni caso la carica si misura in Coulomb.
Ulteriori indagini mostrarono che, in un sistema isolato, la somma della carica elettrica
totale (cariche positive pi negative) si conserva. Ossia una volta creata essa si pu trasferire
ma non scomparire. Questo fatto ai giorni nostri abbastanza logico: noi sappiamo che la
materia fatta di atomi e che questi, a loro volta, sono costituiti da elettroni e protoni. I primi
hanno carica negativa mentre i secondi ce lhanno positiva. Creare carica significa, in realt,
liberarla dallatomo in cui era imprigionata (latomo nel suo complesso neutro). Pertanto una
volta liberata si pu spostare, ma non pu essere distrutta come non pu essere creata. Per pu
tornare prigioniera in un atomo, se ne trova uno con un poco di spazio libero (si veda la parte
di fisica atomica al riguardo). Questo fatto notevole rientra, in effetti, in una casistica pi ampia
ed in parte gi introdotta. Infatti vale il teorema di Noether anche qui: siccome c una
invarianza (ossia una simmetria) per variazione di fase, allora ci deve essere una quantit
conservata, che proprio la carica elettrica. Linvarianza di fase relativa alle equazioni del
campo elettromagnetico che vedremo pi avanti.
- 37 -

Un altro notevole aspetto della carica elettrica che essa quantizzata. Ossia si presenta
in multipli di un valore piccolo ma definito: quello della carica dellelettrone. Questo fatto ai
giorni nostri appare normale ma non lo era quando stato scoperto da Millikan nel 1910-1913.
Infatti se si tratta di elettroni liberi, ognuno con la sua carica, evidente che questa deve essere
quantizzata.
20.2. Campo elettrico
Il campo elettrico dato dalla forza elettrica per unit di carica di prova:
F
Q
E=
= k 21
r
Q2
Esso rappresenta la forza che si avrebbe in quel punto sulla carica Q2se ci si ponesse
una carica di prova Q2.
Il concetto di campo in fisica un metodo per tenere conto di quella che lazione a
distanza. Questa azione a distanza si esercita tra due cariche, ma noi possiamo immaginare che
la carica 1 generi un campo e che poi questo interagisca con la carica 2. Se manca la carica 2
non ci sar neanche la forza, ma il campo rimane presente ed la potenzialit di instaurare una
forza ogni qualvolta ci si metta un a carica 2.
Ovviamente il campo elettrico, come la forza di Coulomb, additivo. Quindi se abbiamo
pi di due cariche su ciascuna di esse agir una forza che la somma vettoriale delle forze
esercitate dalle altre cariche presenti.
Dato che la forza di Coulomb ha una dipendenza dalla distanza pari allinverso del
quadrato, essa tender a zero solo a distanza infinita. Questo vuol dire che il campo elettrico si
annuller solo allinfinito. Per esso pu essere schermato. Infatti il mezzo che permea la carica
esercita una azione di modificazione della sua struttura in ragione del campo elettrico (tutta la
materia costituita da atomi e questi, sebbene globalmente neutri, hanno cariche relativamente
libere di muoversi allinterno della configurazione atomica), questa partecipazione al campo
elettrico esterno assorbe una parte del campo stesso e quindi lo scherma.
20.3. Potenziale elettrico
Il potenziale elettrico lenergia potenziale della forza elettrica diviso per la carica di
prova.
Il lavoro della forza elettrica dato dal solito prodotto della forza di Coulomb per lo
spostamento prodotto:

= =
=
=

E questa lenergia potenziale della forza elettrica. Quindi si pu calcolare il potenziale


elettrico passando dalla forza al campo, ossia dividendo per la carica di prova q:
Q
V=k
r

Lenergia potenziale elettrica, come tutte le sue consorelle, si misura in Joule. Invece il
potenziale elettrico, che una carica diviso per una distanza, si misura in una unit definita ad
hoc: il volt (simbolo V). In effetti questa grandezza di grande importanza in fisica perch
rappresenta la propriet che ha una determinata zona di esercitare unenergia potenziale su una
carica quando venga posta in quel punto dello spazio. Detto in termini pi semplici rappresenta
il lavoro che si deve fare per costituire una carica elettrica in un punto dello spazio portandola
in tal punto provenendo dallinfinito. Spesso si parla anche di tensione elettrica. Questa il
potenziale con un segno negativo.
Se si sottopone un elettrone ad un potenziale di un Volt gli si somministra una quantit
di energia che si converte in energia cinetica dellelettrone. Questa quantit detta,
- 38 -

comprensibilmente, elettronvolt (simbolo eV) ed ununit di misura dellenergia


fondamentale in fisica subatomica. Essa viene usata con i suoi multipli: keV, MeV, GeV, TeV.
In termini di energia la conversione tra elettronvolt e joule : 1 eV = 1,60210-19 J; pertanto
lelettronvolt rappresenta una quantit piccolissima.
20.4 Flusso e legge di Gauss del campo elettrico
Il flusso di un campo di forze un concetto matematico di un oggetto che pu essere
facilmente visualizzata. Una forza pu essere rappresentata da un vettore. Quindi un campo di
forze viene spontaneo rappresentarlo come delle linee di campo che hanno la direzione, punto
per punto, della forza che ci sarebbe se ci fosse una carica di prova proprio in quel punto. Il
numero delle line di forza per unit di volume (siamo nello spazio e non sul piano)
ur
proporzionale allintensit del campo E . Il flusso il conteggio di tale numero di linee di
campo che passano per una unit di superficie posta perpendicolarmente alle linee del campo
elettrico. Si indica, per il campo elettrico, con la lettera greca maiuscola E.
La legge di Gauss del flusso elettrico dice che tale flusso uguale alla somma delle
cariche elettriche interne alla superficie chiusa scelta per calcolare il flusso.
In formula:
1
=
Siccome il flusso dato dal prodotto del campo elettrico per larea della superficie
adottata per il suo calcolo sar, nel caso di una superficie sferica e di un campo puntiforme (che
ha quindi una simmetria sferica), dato dallarea della sfera (orientata verso lesterno) per
(siccome A = 4 r 2 ). Pertanto sar:
= =
, da cui =
, che

esattamente il campo di una carica puntiforme visto in precedenza. Ci ci dice che le due leggi
sono equivalenti. Questa formula, al di l delle sue implicazioni concettuali che vedremo fra
poco, consente di calcolare facilmente il campo elettrico di una distribuzione di cariche
elettriche. Si vede infatti, che le cose vanno come se tutte le cariche fossero concentrate al
centro della sfera. Pertanto la loro distribuzione indifferente, purch la sfera le contenga tutte.
Una delle conseguenze della legge di Gauss (in realt un teorema, infatti pu
facilmente essere dimostrato) che le cariche elettriche si distribuiscono sulla superficie dei
conduttori. Infatti se fossero anche allinterno eserciterebbero una forza elettrica sulle cariche
che si trovano sulla superficie e, per contro, le cariche sulla superficie ne eserciterebbero una
uguale sulle cariche interne. Questa forza farebbe muovere le cariche nel verso di allontanarle
(sono una distribuzione della stessa carica quindi hanno tutte lo stesso segno). E,
conseguentemente, le spingerebbe verso il punto accessibile pi lontano, ossia sulla superficie.

20.5. Moto di cariche e correnti elettriche: leggi di Ohm


Quanto visto nei paragrafi precedenti ci porta a considerare il moto delle cariche
elettriche allinterno dei conduttori. Il moto delle cariche descritto dalla corrente elettrica:
dv
I= q
dt
Il fatto che la corrente sia composta da due fattori ci dice che per aumentare la corrente
ci sono due possibilit: aumentare la carica o aumentare la velocit della carica gi presente.
Sperimentalmente si osserva che un conduttore percorso da corrente elettrica subisce un
fenomeno di riscaldamento. Questa osservazione porta ad affermare che ci deve essere una
resistenza interna al percorso della corrente che, per attrito, riscalda il conduttore. Gli elementi
in gioco sono essenzialmente la tensione, la corrente e questa nuova grandezza fisica detta
resistenza elettrica.
- 39 -

Questo fenomeno stato descritto dal fisico tedesco Georg Ohm mediante due leggi,
numerate come prima e seconda:
V = IR

L
S
dove R la resistenza elettrica, che si misura in Ohm! (Simbolo ), mentre la resistivit
specifica del materiale. Quello che ce lha pi bassa loro, ma per motivi commerciali si usa
il rame.
La potenza elettrica data dal lavoro che viene fatto in un determinato tempo, ossia = . Il

R=

lavoro della forza elettrica

poich la corrente =

. Questo equivale a dire che

diventa:

P=VI=IRI=I2R
(20.5.4.)
dove la seconda e terza parte valgono solo per conduttori ohmici, dato che abbiamo usato la
legge di Ohm.
Ad esempio la resistenza della pelle di circa 10.000 . Se ci passa corrente si riscalda e
compaiono arrossamenti come per una ustione.
Un circuito elettrico in corrente continua pu essere schematizzato come una resistenza
ed un generatore di tensione elettrica. Per fare questo ci servono le regole per sommare le
resistenze e le differenze di potenziale dei circuiti quando siano inserite nelle possibili modalit
di giunzione.

20.6. Resistenze in serie ed in parallelo


Per le resistenze queste possibili modalit sono essenzialmente due: in serie ed in
parallelo. Sono in serie quando la stessa corrente percorre entrambi i conduttori, mentre sono
in parallelo quando ai capi delle due resistenze si osserva la stessa tensione.

Figura 20.6.1: resistenze in serie ed in parallelo


Le resistenze in serie vengono percorse dalla stessa corrente, pertanto la tensione ai loro
capi :
- 40 -

V1 = R1 I
V2 = R2 I
La tensione ai capi del complesso delle due resistenze sar:
VT = RT I
Ma dato che i due conduttori sono in serie la caduta di tensione totale sar uguale alla
somma delle due cadute di tensione, ossia VT = V1 + V2.
Pertanto sar anche:
RT I = R1I + R2 I
da cui si deduce immediatamente la regola di somma delle resistenze in serie:
RT = R1 + R2
La regola simile per le resistenze in parallelo parte dalla considerazione che le correnti
si dividono nelle due resistenze (si veda la figura 20.6.1, parte bassa), mentre la tensione la
stessa per entrambi le resistenze. Quindi in questo caso sar la corrente totale che la somma
delle due correnti che fluiscono nelle due resistenze:
I T = I1 + I 2
da questa si arriva, sostituendoci la legge di Ohm, alla:
VT V1 V2 VT V1 V2
= +
= +
RT R1 R2 RT R1 R2
Ma bisogna ricordare che la tensione ai capi dellintero circuito la stessa che si trova
ai capi delle singole resistenze, quindi VT=V1=V2, che pertanto possono essere semplificate
nella formula sopra, arrivando alla:
1
1 1
= +
RT R1 R2
ovvero
R R
RT = 1 2
R1 + R2
Questa formula ci dice un fatto semplice: se una resistenza molto inferiore allaltra la
corrente fluir pi in questa che in quella maggiore. Infatti, se la R1 molto maggiore della R2,
questa pu essere trascurata nella somma a denominatore della nostra formula12.
Conseguentemente lequazione diventa:
R
R
RT 1 R2 = R2 RT 1 R2 = R2
R1
R1
che vuol dire che la resistenza complessiva pari ad R2. In altre parole che la corrente passa
tutta per R2. Questo fatto ben noto a chi fa le norme di costruzione degli impianti elettrici che,
infatti, impongono di avere una impianto di terra con resistenza molto bassa, cos se uno
accidentalmente mette le dita nella presa la corrente anzich passare nel suo corpo passa
nellimpianto di terra.
20.7. Leggi di Kirchhoff
Per risolvere i circuiti elettrici e renderli nelle loro componenti essenziali di tensione,
resistenza e corrente si dispone di ulteriori due leggi di grande aiuto, che vanno sotto il nome
del loro scopritore Gustav Kirchhoff.
Queste leggi estendono il lavoro di Ohm a circuiti pi grandi ed articolati.
Definiamo nodo in un circuito il punto in cui confluiscono pi di due conduttori.
Definiamo maglia un qualsiasi percorso chiuso formato da pi di tre rami.
Quindi siamo in grado di enunciare le leggi.
12

Se si somma 1 a 1000 fa 1001 che praticamente uguale a 1000.

- 41 -

Legge dei nodi: in un nodo la somma delle correnti uguale a zero. Quelle entranti
eguagliano quelle uscenti. Si basa sulla conservazione della carica elettrica.
Legge delle maglie: in una maglia la somma delle tensioni dei vari rami uguale a zero.
Ovvero se si percorre la maglia partendo da un punto e si torna a tale punto, facendo la somma
delle tensioni dei rami percorsi, si trova che tale somma uguale a zero. Infatti un punto non
pu essere a tensione diversa da zero rispetto a se stesso.
Per utilizzare questa legge per risolvere i circuiti occorre, prima, stabilire un verso di
percorrenza delle maglie in modo tale che i rami che hanno caduta di tensione equiversa siano
considerate positive e quelle che hanno caduta controversa siano negative nella somma.
20.8. Correnti alternate
Fin qui abbiamo, implicitamente, preso i considerazione solo le correnti continue, ossia
quelle correnti che hanno sempre lo stesso verso. In effetti la maggior parte degli effetti della
corrente elettrica avviene anche se si considera una corrente che cambia verso periodicamente,
e questa configurazione risulta molto meno onerosa in termini di potenza elettrica necessaria
per sostenere una determinata corrente.
Per capire, con un esempio, che gli effetti sono uguali dobbiamo considerare uno
specifico effetto, ad esempio il funzionamento di una lampadina elettrica a filamento. Questa
costituita da un bulbo di vetro (in cui stato fatto il vuoto) al cui interno c un filamento. Il
passaggio della corrente produce un riscaldamento del filamento per effetto dellattrito degli
elettroni nel filamento, ossia per la resistenza elettrica dello stesso (formula 20.5.4 vista sopra).
Questo effetto ha luogo indifferentemente se la corrente mantiene sempre lo stesso verso ovvero
se cambia verso periodicamente. Infatti leffetto solo di attrito ed insensibile al verso della
corrente. Per una corrente che cambia verso periodicamente sposta di poco gli elettroni che la
compongono e gli fa fare avanti ed indietro, mentre una che mantiene lo stesso verso li sposta
dellintera lunghezza del circuito, ossia fino alla centrale elettrica e ritorno! Questo, a buon
senso, appare come pi dispendioso in termini di potenza (ossia energia per unit di tempo)
impegnata nellaccensione della lampadina. Se poi si applica la descrizione delle grandezze
elettriche periodiche sotto forma di descrizione sinusoidale si vede facilmente che la potenza
inferiore. Infatti compaiono seni e coseni nella formula della potenza elettrica, che hanno valori
minori o uguali a uno. Quindi la potenza pu, al massimo, essere uguale a quella impiegata nel
caso continuo. Ma basta sfasare corrente e tensione, che tale potenza diminuisce.
Questa grande intuizione attribuita a Nikola Tesla, il quale la sostenne con forza in
contrapposizione con Thomas Edison che promuoveva la corrente continua. Anche in questo
caso il personaggio pi importante, al momento della disputa, aveva torto. divertente
osservare che Edison fu ridicolizzato da Albert Einstein quando emigr in USA. Infatti Edison
imponeva a tutti gli scienziati che arrivavano negli Stat Uniti un questionario scientifico di
dieci domande. Quando lo sottoposero ad Einstein (che aveva gi una fama inossidabile) lo
lesse e disse: ma queste sono tutte costanti della natura, le trovo nei libri, perch me le devo
imparare a memoria?13. Il questionario non fu mai pi proposto, anche perch a seguito
dellaffermazione in Europa del nazifascismo, cominciarono ad arrivare negli USA alcune delle
pi grandi menti del 1900: Enrico Fermi14, Max Born (di passaggio), Niels Bhor, Lise Meitner
(solo in visita), Amalia Noether e molti altri con capacit tali da oscurare totalmente lo spirito
forte, ma la mente debole, di Edison.
Le correnti alternate hanno dato nuovo impulso alla tecnologia elettrica ma non solo.
Infatti alcuni fenomeni legati alla variazione della tensione elettrica sarebbero rimasti non
13

Citazione libera e non accurata.


Fermi non era ebreo, ma lo era la moglie Laura e lui prefer portare tutta la famiglia con s quando and a ritirare
il premio Nobel, proseguendo per Chicago. Il padre di Laura, ammiraglio della Regia Marina Italiana, venne
rinchiuso in un campo di concentramento nazista poco dopo la loro partenza ed ivi mor circa due anni dopo.
14

- 42 -

utilizzati in caso di opzione per la corrente continua. Invece lo studio delle correnti alternate ha
portato alla scoperta della prima grande legge di unificazione delle forze della natura. Tale
unificazione ha innescato una rivoluzione della fisica i cui sviluppi non sono ancora terminati
ed hanno generato pi fisica moderna di quanta ne ha generata la corrente continua.
21. LA STRADA PER LELETTROMAGNETISMO
Il campo magnetico terrestre noto fin dallantichit, anche se il suo uso stato portato
a conoscenza del mondo occidentale solo da Marco Polo nellanno 1288 con la bussola15.
In effetti gli animali marini e i volatili migratori sanno sfruttare tale campo senza
bisogno di alcun sussidio. Gli uomini, per, non hanno tale facolt o, se lhanno mai avuta,
lhanno persa da molto tempo. Pertanto hanno bisogno di un piccolo ago di ferro magnetizzato
per visualizzare la direzione del campo magnetico terrestre. Con questo sistema il polo sud del
magnete attratto dal polo nord terrestre (viceversa per il polo nord del magnete che attratto
dal polo sud terrestre) e ruota per orientarsi secondo questa direzione. Sullago agisce una
coppia di forze che le imprime una rotazione sul suo asse.
Fabbricare una bussola rudimentale non molto difficile. Il capitano Achaab,
personaggio del romanzo di Melville Moby Dick, in un impeto di furia cieca getta fuori bordo
la bussola della chiesuola della sua nave, la Pequod. Quando i marinai cominciano a
rumoreggiare per la paura di non poter trovare la via del ritorno, egli si mette allopera per
fabbricare una bussola di fortuna. Prende un pezzo di ferro dolce, lo foggia ad ago e lo batte
finch non si scalda. Il metallo, in presenza del campo magnetico terrestre si magnetizza e
congela questa magnetizzazione raffreddandosi. Rimane cos un ago magnetizzato che pu
essere sospeso al centro per indicare (molto approssimativamente) il nord.
Lo studio del magnetismo procede parallelo a quello dellelettricit, senza intersecarlo,
per molto tempo. Infine, nel diciannovesimo secolo, ci si accorge che tra le due forze vi una
strana interazione. Un campo magnetico pu deviare una corrente elettrica, mentre una corrente
elettrica variabile pu stabilire un campo magnetico. Questo ha aperto nuove prospettive che
illustreremo nel presente capitolo.
Si nota una fondamentale differenza tra cariche elettriche e magnetiche (i poli
magnetici): le cariche elettriche si possono presentare separatamente tra positive e negative,
mentre quelle magnetiche no.
21.1 Forza di Lorentz e forza magnetica su un filo percorso da corrente
Linterazione tra elettricit e magnetismo stata osservata dal fisico danese Hans
Christian Oersted nel 1819 quando si accorse che un filo percorso da corrente defletteva un ago
magnetico posto nelle sue vicinanze. In effetti si pu osservare che, ponendo della limatura di
ferro su un foglio di carta infilzato su un filo elettrico percorso da corrente, la limatura si dispone
su circonferenze concentriche col filo (Ampere, vedi dopo).
La forza magnetica si misura in Tesla (simbolo T).
La legge che illustra come un campo magnetico agisce su una carica elettrica in
movimento detta di Lorentz ed ha la forma seguente:
ossia la forza che agisce su una carica q direttamente proporzionale alla velocit della carica,
alla carica stessa ed al campo magnetico
che agisce in quel punto. Il prodotto vettoriale,
quindi leffetto della forza sar una rotazione la cui direzione e verso saranno stabilite dalla
regola della mano destra, tenendo conto del segno della carica elettrica. La forza elettrica agisce
solo se la carica in movimento. Non riesce, quindi, a movimentare le cariche, ma solo a
15

Forse il termine polo per indicare il punto di attrazione della forza magnetica dovuto al nome di famiglia di
Marco.

- 43 -

deviarne il percorso. In definitiva la forza magnetica modifica la direzione della velocit della
carica, ma non il suo modulo. Ossia non modifica lenergia cinetica della carica.
Ora siamo in grado di calcolare al forza magnetica cui soggetto un filo percorso da
corrente. Infatti, se la carica subisce lazione della forza magnetica, questo avviene anche se
tale carica in moto si trova in un filo. Quindi per un tratto di filo di lunghezza L ci saranno nSL
cariche elettriche (dove n la densit di carica e S la sezione del filo). Questo ci porta a dire
che la forza magnetica complessiva sul tratto di filo lungo L sar:
infatti nqvS esattamente la corrente elettrica che percorre il filo. La direzione della forza
perpendicolare al filo ed il verso definito dal verso della corrente.
21.2. Coppia di forze su una spira percorsa da corrente
Una spira percorsa da corrente pu essere schematizzata come un rettangolo di lati
lunghi L per a e c e lunghi l per b e d. Immergiamo questo rettangolo in un campo magnetico
perpendicolare ai lati lunghi del rettangolo come in figura 21.2.1:

A
B
Figura 21.2.1: Spira percorsa da corrente in vista frontale A e vista dallalto B
Supponiamo che il verso della corrente sia orario. I lati b e d non subiscono alcuna forza,
poich le correnti ivi presenti sono parallele alla forza magnetica B e quindi il prodotto
vettoriale zero (il seno dellangolo compreso zero perch langolo 0o 360). Le forze
agenti sui lati a e c sono uguali in modulo ed opposte in verso (le correnti che le percorrono
sono opposte in verso):

Fa = Fc = ILB

dove L la lunghezza dei lati a e c. La direzione delle forze perpendicolare allarea della
spira, come in figura 18.2.2. Ne risulta una coppia di forze che fa ruotare la spira intorno ad un
asse che passa per il centro dei lati corti. La coppia data dal prodotto del braccio della forza,
che pari alla met della lunghezza del lato della spira, per la forza magnetica stessa. Quindi
sar:
l
l
l
l
M = Fa + Fc = ILB+ ILB = ILlB = IAB
2
2
2
2
Infatti, lL=A larea della spira rettangolare. Il verso dei due momenti delle forze
magnetiche si somma perch, per la regola della mano destra, c una doppia inversione di
segno tra i due momenti.
Questa formula vale solo se il campo magnetico e la spira hanno angolo di 90. In tutti
gli altri casi sar:

M = IABsin

dove langolo tra la perpendicolare alla spira e la forza magnetica B.


Questo il principio di funzionamento della strumentazione che misura le correnti
elettriche: il voltmetro ed il galvanometro.
- 44 -

21.3. Forze tra fili percorsi da corrente


Fin qui abbiamo considerato le forze agenti su un filo percorso da corrente da esercitate
da parte di un campo magnetico B. Adesso vediamo cosa succede ad un filo percorso da corrente
in presenza di sole correnti elettriche.
Per iniziare diamo la formula che esprime la forza magnetica generata da un filo
percorso da corrente:
I l
B= 0 2
4 r
detta legge di Biot-Savart.
Questa legge ci dice che un filo rettilineo di lunghezza l percorso dalla corrente I esercita
una forza magnetica B a distanza r dal filo stesso e che tale forza direttamente proporzionale
al prodotto della corrente per la lunghezza del filo ed inversamente proporzionale al quadrato
della distanza. La costante 0 la permeabilit magnetica del vuoto e vale 4 10-7 Tm/A.
Si noti che il campo magnetico generato nella formula di cui sopra prodotto
esclusivamente dalla corrente I. Quindi una corrente pu produrre una forza magnetica.
Unapplicazione della formula di Biot-Savart data dal valore del campo magnetico al
I
centro di una spira percorsa da corrente: B = 0 dove R il raggio della spira.
2R
Questo fenomeno alla base del funzionamento delle serrature elettriche e dei motori
elettrici.
Ampere formul, poco dopo lesperienza di Oesrted, la legge che descrive lattrazione
di due fili percorsi da corrente. Egli formul anche lipotesi che a livello microscopico (atomico,
come adesso sappiamo) le correnti fossero responsabili dei fenomeni magnetici della materia.
La formula di Ampere :
II
F = 0 1 2 l
2 r
dove I1 ed I2 sono le correnti che percorrono i due fili e r la distanza tra di loro, mentre l la
lunghezza dei fili.
21.3. La legge di Ampere
La legge di Ampere lanalogo per le correnti elettriche di quella di Gauss per le cariche
elettriche. Essa afferma che il campo magnetico B in un circuito chiuso che circonda una
superficie S dato dalla somma algebrica delle correnti16 che passano attraverso la superficie S
moltiplicato per la permeabilit magnetica del vuoto e diviso per la lunghezza del circuito
chiuso.
Per fare un esempio prendiamo il caso di un filo rettilineo percorso dalla corrente I. In
tale caso il percorso chiuso sia una circonferenza perpendicolare al filo stesso e centrata su di
esso. Il circuito chiuso allora ha lunghezza 2r e la somma delle correnti I (c solo quella!).
Quindi sar B=I0/2r. Che esattamente la legge di Biot-Savart vista in precedenza.
Questa legge ci consente di calcolare il campo magnetico di un solenoide (una serie di
N spire disposte lungo un cilindro percorse da corrente I). Infatti sufficiente prendere una
superficie racchiusa da un circuito rettangolare con lasse lungo parallelo allasse del solenoide
di lunghezza l. Se il rettangolo passa internamente al solenoide con un lato, allora sar:
N
B = 0 I
l
Se, invece, il circuito rettangolare tutto esterno al solenoide il campo sar zero. Infatti
le correnti percorrono il solenoide in entrambi i versi e quindi la loro somma zero. Questo
campo magnetico B assiale lungo lasse del solenoide. Quanto descritto il principio di
16

Quelle entranti sono contate positivamente, mentre quelle uscenti sono contate negativamente.

- 45 -

funzionamento degli elettromagneti e del magnete principale della risonanza magnetica


nucleare.
21.4. Flusso magnetico
Il flusso del campo magnetico sostanzialmente differente da quello elettrico. Infatti le
cariche elettriche si presentano anche singolarmente mentre per il campo magnetico i due poli
sono sempre presenti contemporaneamente. Pertanto, mentre il flusso del campo elettrico
proporzionale alla somma delle cariche presenti nella superficie chiusa che lo contorna, per il
campo magnetico tale somma fatta sulle cariche magnetiche (ossia i poli magnetici)
identicamente nullo: B = 0 .
La variazione del flusso , anche in questo caso, legata al numero di linee di campo che
passano attraverso una superficie definita. Le linee del campo magnetico sono, nel caso pi
semplice di un magnete lineare, come i figura 21.4.1:

Figura 21.4.1: linee di campo magnetico di un magnete lineare.


21.5. La legge di Faraday
La legge di Faraday deriva da unesperienza condotta da Faraday su una spira e un
magnete. Egli si accorse, e poi misur, che se si avvicina un magnete ad una spira elettrica non
percorsa da alcuna corrente, nella spira inizia a passare una corrente elettrica. Dalle misure
quantitative, fatte inserendo nella spira un galvanometro a zero centrale, egli si accorse che
lintensit della corrente era proporzionale alla velocit con cui si avvicinava il magnete e che
il verso della corrente era opposto se si allontanava il magnete.
Osservando la fig. 21.4.1 si nota che, se si avvicina una superficie circolare
parallelamente allasse del magnete, il numero di linee di forza del campo magnetico che
entrano nella circonferenza che delimita la superficie aumenta. Il numero di linee che passano
attraverso la superficie il flusso del campo magnetico relativo alla superficie. Quindi si pu
descrivere la velocit di avvicinamento con una variazione di flusso magnetico attraverso la
superficie delimitata dalla spira stessa. La legge di Faraday, quindi, la indichiamo con:
In realt c un errore teorico. Infatti se consideriamo lesperimento in cui si avvicina il
magnete, si vede che la tensione aumenta. Aumentando la tensione essa fa passare una corrente
nella spira, che produce un campo magnetico in ragione della legge di Biot-Savart applicata
alla spira, come nel paragrafo 21.3. Se il campo che produce la spira equiverso a quello del
magnete che stiamo avvicinando, questi due si sommano positivamente, accrescendosi
reciprocamente. Ma se il campo magnetico cresce, aumenta pure la variazione di flusso, perch
le linee del campo sono pi fitte. Allora aumenta la corrente generata dal movimento di
avvicinamento e, in conseguenza, aumenta ancora il campo generato dalla spira percorsa da
corrente che si aggiunge a quello del magnete. Tutto questo crea un circolo retroazionato
positivamente, ossia tende a produrre una corrente infinita, partendo da unenergia meccanica
(di avvicinamento del magnete) finita. Ci palesemente impossibile e non dovrebbe nemmeno
essere ipotizzato. Allora Lenz sugger di aggiungere un segno meno allequazione, che cos
diventa:
- 46 -

d B
dt
Questa equazione ci dice come un campo magnetico variabile induce una corrente
elettrica. Questo chiude il circolo, infatti un campo magnetico modifica il moto delle correnti,
il moto delle correnti accelerate induce un campo magnetico il quale indice, a sua volta, un
campo elettrico. Questa osservazione condusse Maxwell a formulare una unificazione delle due
forze, che sono in realt due diverse manifestazioni della stessa forza, quella elettromagnetica.
V =

21.6. Le equazioni di Maxwell


Maxwell cap che le due forze erano in realt una sola mettendo insieme le leggi trovate
da altri:
- legge di Gauss per lelettricit:
E = 4 qi
- legge di Gauss per il magnetismo: B = 0
d B
V =
- legge di Faraday:
dt

- legge di Ampere-Maxwell:
Il senso completo di queste equazioni sfugge se non si dispone delle capacit
matematiche sufficienti per vederle allopera. Ciononostante una delle conseguenze importanti
labbiamo gi detta: una variazione del campo magnetico induce una variazione del campo
elettrico. A sua volta, una variazione del campo elettrico induce una variazione del campo
magnetico. Questo vuole dire che una perturbazione del campo si propaga come unonda,
ricaricandosi alternativamente e reciprocamente tra campo elettrico e campo magnetico. Sono
le onde elettromagnetiche. Lo spettro delle onde elettromagnetiche il seguente:
LO SPETTRO ELETTROMAGNETICO
Frequenza
(Hz)
1,0 105

Lunghezza
donda
3 km

Energia del
fotone
413 peV

3,0 1010
3,0 1012

0,01 m
100 m

124 eV
12,4 meV

3,0 1014
4,3 1014

1 m
700 nm

1,24 eV
1,77 eV

Propriet
Onde radio che vanno dalle onde lunghe
attraverso la banda radio fino alle onde corte
ed alle microonde dei radar. Queste onde
vengono prodotte da oscillazioni elettriche e
vengono individuate da equipaggiamento
elettronico: passano attraverso gli strati di
materiali non conduttori ma vengono riflessi
da quelli conduttori.
Radiazione infrarossa. Vengono prodotte da
vibrazioni molecolari e dalleccitazione
degli elettroni pi esterni degli atomi. Sono
generati dal calore nelle stufe, nei caloriferi,
etc., e possono essere individuate da
dispositivi che individuano il calore e
pellicole. I materiali solidi sono per la
maggior parte opachi alla radiazione
infrarossa.
Luce visibile che va dal rosso al blu.
Prodotta dalleccitazione degli elettroni pi
esterni degli atomi. Generata nelle lampade
ed in tubi a gas mediante scarica elettrica.

- 47 -

Individuata
da
pellicole,
cellule
fotoelettriche e dallocchio umano.
Trasmessa da materiali quale il vetro.
Luce ultravioletta: Prodotta dalleccitazione
degli elettroni pi esterni nellatomo.
Individuata da pellicole, contatori Geiger e
camere a ionizzazione. Provoca eritema
della pelle, uccide i batteri ed un agente
della produzione della vitamina D.

7,5 1014
7,5 1014

400nm
400 nm

3,1 eV
3,1 eV

3,0 1016
3,0 1016

10 nm
10 nm

124 eV
124 eV

3,0 1018
3,0 1018
3,0 1019
3,0 1019
3,0 1020
3,0 1021

100 pm
100 pm
10 pm
10 pm
1 pm
100 fm

12,4 keV
12,4 keV
124 keV
124 keV
1,24 MeV
12,4 MeV

3,0 1022
3,0 1022

10 fm
1 fm

124 MeV
1,24 GeV

Raggi x molli. Prodotti dalleccitazione


degli elettroni pi interni di un atomo.
Individuati da pellicole, contatori Geiger e
camere a ionizzazione. Hanno la capacit di
penetrare strati molto sottili di materiali. Di
scarso valore in radiologia a causa del loro
limitato potere di penetrazione.
Raggi x diagnostici e per terapia superficiale.
Raggi x per terapia profonda e raggi gamma
dei prodotti di decadimento del radio.
Radiazione di un piccolo betatrone o
acceleratore lineare.
Radiazione di un grande acceleratore lineare
Prodotta nella routine di funzionamento di
un grande sincrotrone o acceleratore lineare.

22. LE MACCHINE PER PRODURRE RAGGI X


Le macchine per produrre i raggi X si basano tutte sullaccelerazione degli elettroni e
sul loro frenamento. In quanto segue descriveremo brevemente il funzionamento e le
caratteristiche del fascio prodotto per le macchine per diagnostica e di quelle pi potenti per
terapia.
Il principio costruttivo vede un tubo di vetro in cui viene fatto un vuoto abbastanza
spinto, come in figura 5

Figura 5
- 48 -

Allinterno del tubo viene ospitato un filamento che emette elettroni per effetto
termoionico (riscaldamento) affondato in una coppa di focalizzazione; questo filamento viene
mantenuto ad un potenziale negativo (catodo) mentre un bersaglio di materiale pesante (anodo)
viene mantenuto ad un potenziale positivo. In questo modo gli elettroni vengono accelerati dalla
differenza di potenziale fino a che urtano contro il materiale dellanodo (di solito tungsteno: ZW
= 74) e producono, per frenamento, raggi X con uno spettro di energia legato alla tensione che
esiste tra i due elettrodi. La efficacia di produzione dei raggi X cresce con il quadrato del
numero atomico Z. Il vuoto allinterno del tubo evita che gli elettroni perdano energia per urto
con laria e che si producano ioni positivi che danneggerebbero il catodo.
Quanto sopra accennato descrive i principi costruttivi degli apparecchi per diagnostica.
La differenze che esistono sono introdotte dalle caratteristiche dei vari componenti. I principali
parametri che intervengono sono corrente e tensione, ma risultano di interesse anche la distanza
tra anodo e catodo, la profondit dinserimento nella coppa di focalizzazione, la temperatura
del filamento e linclinazione dellanodo.
22.1. Circuiti autoraddrizzanti
Lelemento chiave degli apparecchi autoraddrizzanti (ad es. gli endorali) un
trasformatore funzionante con tensione a 220 V. Gli avvolgimenti del secondario sono tali da
amplificare la tensione di circa 500 volte, ottenendo tensioni di circa 110 kV. Il filamento che
dovr emettere gli elettroni alimentato da una tensione di circa 10 V. La tensione del filamento
controlla il numero di elettroni emessi (quindi la corrente) mentre la tensione di amplificazione
controlla lenergia massima acquistata da questi elettroni durante laccelerazione nel tubo a
vuoto. Questi tubi radiografici, quando non per uso odontoiatrico, presentano pi posizioni di
tensione e di corrente cui possono essere fatti funzionare. Per contro i tubi odontoiatrici hanno,
generalmente, un singolo valore sia di tensione che di corrente. Questi apparecchi sono molto
dipendenti dalla tensione di rete. Questa tensione che dovrebbe essere nominalmente di 220 V,
viene fornita dagli Enti preposti (in Italia ACEA ed ENEL) con una possibilit di variazione
(prevista per contratto) di 10 %. Pertanto la tensione di alimentazione potrebbe, e spesso , di
198 V invece di 220V. Questo modifica sensibilmente i valori di tensione di accelerazione del
tubo senza che ne abbiano responsabilit gli apparecchi radiografici.
Il trasformatore posto in un bagno dolio che ha la doppia funzione di isolare
elettricamente le varie parti a tensione diversa e di raffreddare il trasformatore. Anche il tubo
radiogeno in bagno dolio. Il tutto chiuso in una custodia di metallo con schermatura interna
di piombo per consentire luscita dei raggi X solo nella direzione voluta.
La tensione di alimentazione (di rete) , come gi detto, di 220 V ed alternata. Questo
vuol dire che nel tempo essa avr una andamento del tipo in figura 6

- 49 -

Figura 6
La tensione cresce da zero fino ad un valor massimo (220 V) e poi decresce nuovamente
a zero per poi diminuire fino ad un valore minimo (-220 V) e quindi ritornare a zero. Tutto
questo avviene in 1/50 di secondo, poich la frequenza di rete di 50 Hz.
Il tubo radiografico vede quindi una inversione di polarit tra anodo e catodo con una
periodicit di 50 volte in un secondo. Per la corrente pu scorrere solo in un verso perch il
filamento lunica estremit che emette elettroni in grado di essere accelerati dalla differenza
di potenziale, ossia quando lanodo positivo rispetto al catodo. Pertanto la corrente sar
composta da una serie di impulsi come in figura 7 in cui la parte positiva vede una corrente che
prima cresce e poi decresce, rimane a zero e quindi torna a crescere.

Figura 7
Si dovr tenere conto che in realt limpulso di corrente non sar sinusoidale come in
figura in quanto le caratteristiche del tubo possono modificare il profilo della curva che
rappresenta limpulso di corrente.
La principale conseguenza della corrente ad impulsi che anche i raggi X verranno
prodotti ad impulsi e non in maniera continua. Inoltre la tensione variabile fa s che anche
- 50 -

lenergia massima dei raggi X prodotti sia sostanzialmente differente da quella al massimo della
tensione.
Il bombardamento elettronico dellanodo lo riscalda fino che anchesso comincia a
emettere elettroni per effetto termoionico, cos da avere una corrente contraria nella fase
negativa della tensione; questa corrente deteriora il filamento che non fatto per subire un
simile trattamento. Per evitare questo effetto indesiderato si fa ricorso alla rettificazione della
tensione. Vi sono tre metodi principali per rettificare la tensione: un singolo diodo che fa da
valvola; un diodo con un condensatore in parallelo; un ponte di diodi (detto di Graetz). Tutti e
tre i metodi hanno vantaggi e svantaggi che li rendono pi adatti a certi impieghi e non ad altri,
ma tale livello di approfondimento esula dai limiti del presente lavoro. Si pu far riferimento
alla bibliografia per maggiori approfondimenti.
22.2. Circuiti trifase
Avere una maggiore densit di flusso di raggi X per consentire di fare una radiografia in
tempi brevi significa evitare che il movimento eventuale del soggetto possa vanificare la lastra
ed obbligare a ripetere lesame. Per ottenere questo si ricorre ad un trasformatore trifase che
consente di ottenere potenze decisamente pi elevate. Infatti il trasformatore trifase lavora su
tre fasi di tensione alternata, ognuna sfasata di 120 rispetto alle altre due (fig. 8); ognuna delle
tre fasi si comporta separatamente come la tensione alternata descritta in precedenza, ma
prelevando al differenza di potenziale da fasi diverse possibile ottenere differenze di
potenziale pi elevate che non 220 V. Inoltre possibile rettificare le tre fasi ottenendo un
grafico della tensione molto pi rettilineo e regolare, come in fig. 9. In questo caso inserendo
tre condensatori consente di avere una erogazione di raggi X pi regolare e costante nel tempo.
I generatori trifase vengono impiegati per apparecchi radiografici che devono affrontare
spessori pi consistenti: radiografie toraciche, radiografie su metalli, radioterapia superficiale
(pelle), etc..

Figura 8

- 51 -

Figura 9
22.3 Anodo e catodo
I tubi radiografici per diagnostica devono produrre immagini con contorni netti
contrastati. Pertanto il pennello di raggi X che ne escono deve essere il pi sottile possibile. Per
ottenere questo effetto si ricorre a due effetti caratteristici dei raggi X ottenuti per frenamento.
Il primo effetto consiste nel fatto che per tensioni basse (fino a circa 1 MeV) predomina
lemissione a 90, mentre per tensioni superiori predomina lemissione in avanti. Quindi il fatto
che i raggi X vengano emessi a 90 consente di posizionare la finestra nella schermatura della
cuffia in modo da avere il pennello X perpendicolare al fascio degli elettroni come desiderato.
Il secondo effetto geometrico e permette di concentrare il fascio angolando la superficie
dimpatto dellanodo come in figura 10.

Figura 10
Prolungate esposizioni dellanodo al fascio degli elettroni deteriorano la sua superficie.
Per evitare questo problema si adotta un anodo rotante intorno allasse del fascio di elettroni,
consentendo un prolungamento significativo del tempo di funzionamento del tubo radiografico
(fig. 11).

- 52 -

Figura 11
I tubi radiografici per terapia non hanno bisogno di un fuoco fine e possono utilizzare
una superficie maggiore per smaltire lenergia assorbita nel corso della pi lunga esposizione
del paziente. Contemporaneamente possono produrre raggi X secondari per effetto degli
elettroni secondari messi in moto nellanodo che vanno a scontrarsi con il vetro che racchiude
il sistema. Per evitare questo problema si ricorre ad un incapsulamento dellanodo in una guaina
di rame che produce meno raggi X rispetto al tungsteno (ZCu = 29, ZW = 74). Questi raggi
possono poi essere fermati da una ulteriore copertura in tungsteno.
22.4. Spettro dei fotoni X emessi
Lo spettro della radiazione X emessa ha determinate caratteristiche che necessario
prendere in considerazione per valutare le prestazioni della macchina.
Uno spettro caratteristico di macchina a raggi X riportato in figura 12.

Figura 12
Nella figura viene riportato lintensit del fascio in funzione della lunghezza donda. Si
evidenzia il fatto che la radiazione X prodotta composta, in generale, da una componente
continua, detta di frenamento (bremsstrahlung), e da componenti discrete costituite da picchi
di risonanza, detti radiazione caratteristica. I picchi sono dovuti allinterazione degli elettroni
con i livelli pi interni degli atomi che costituiscono il bersaglio (tungsteno o molibdeno),
pertanto sono caratteristici del materiale che costituisce lanodo.
Quando lelettrone penetra nel bersaglio va incontro ad un certo numero di collisioni.
La maggior parte comporta un modesto trasferimento di energia con la ionizzazione dellatomo
che perde uno degli elettroni pi esterni (meno legati, quindi viene richiesta meno energia per
rompere il legame). Altre collisioni sono invece radiative, ossia lelettrone interagisce con i
livelli atomici interni e induce una eccitazione che quindi decade emettendo fotoni della stessa
energia (definita dai livelli della transizione, di solito elettroni della shell K) per tutte le
interazioni.
La maggior parte dellenergia di collisione viene rivelata sotto forma di calore, mentre
praticamente tutta quella di radiazione emerge sotto forma di radiazione X di transizione
- 53 -

atomica con linee spettrali quasi monoenergetiche. Anche la radiazione degli elettroni che
passano vicino ai nuclei e da questi vengono deviati, emerge come radiazione X detta appunto
di frenamento, con una dispersione in energia piuttosto ampia ed uno spettro continuo. Questo
produce una densit spettrale come quella in fig. 12.
Lenergia emessa come radiazione X molto bassa rispetto a quella impartita agli
elettroni accelerati. Ad esempio a 200 keV il 99% dellenergia verr dispersa come ionizzazioni
di atomi e quindi comparir come calore; solo l1% sar costituito da raggi X. Per lo stesso
motivo a 30 keV sar 0,1% mentre sar il 10% a 2 MeV; tale processo diventa sempre pi
importante al crescere dellenergia: per energia del valore di un betatrone si avr una produzione
di raggi X del 95%.
La radiazione prodotta ha un massimo in direzione ortogonale al fascio di elettroni
accelerati che lha generata, fino ad una energia di circa 1 MeV, mentre avr un massimo in
direzione parallela al fascio per energie superiori.
Lenergia dei fotoni emessi ha come valore massimo quello di accelerazione nominale
degli elettroni, ma la maggior parte dello spettro a valori minori di energia. Per gli apparecchi
di radiodiagnostica il massimo dello spettro dei fotoni si avr per un valore che
approssimativamente la met dellenergia degli elettroni accelerati. Per le grandi macchine
acceleratrici per radioterapia tale valore inferiore di 1/3 del valore di picco di accelerazione
degli elettroni. Quindi un Linac da 12 MeV produrr fotoni a circa 8 MeV.
Energie maggiori introducono problemi di attivazione dei materiali. Il berillio ha una
soglia di attivazione pari a 1,67 MeV per la quale comincia ad emettere neutroni, quindi se non
si hanno elettroni o fotoni con queste energie non ci saranno problemi. Oltre il berillio anche il
deuterio si attiva per energie superiori a 2,20 MeV. Per energie maggiori di 8 MeV inizia la
fotoproduzione di neutroni. Queste considerazioni devono essere fatte nella valutazione dei
materiali da impiegare per la costruzione delle parti soggette ad irradiazione diretta (collimatori,
bersagli, magneti e assorbitori) e per la progettazione delle schermature (si veda oltre).
23. RADIOPROTEZIONE
La radioprotezione si occupa della protezione dei lavoratori e del pubblico dagli effetti
delle radiazioni ionizzanti. Le radiazioni ionizzanti sono quelle emanazioni (sia particellari che
non) che hanno energia sufficiente per ionizzare la materia. Il termine ionizzare sottintende la
natura atomica della materia e richiama il concetto di asportazione di uno o pi elettroni della
nuvola che circonda gli atomi che costituiscono la materia stessa. Questo fenomeno lo vediamo
nella vita di tutti i giorni. Infatti i parabrezza di plexiglass dei motorini parcheggiati per strada
ingialliscono per effetto delle radiazioni solari con una componente ionizzante ad alta energia
che arriva sulla superficie terrestre superando latmosfera. Questa componente pratica dei
microscopici buchi nel plexiglass (visibili con un buon microscopio) che, col tempo, diventa
sempre pi opaco. Gli organismi viventi sono molto pi resistenti del plexiglass, non fosse altro
che per il fatto di essersi evoluti in un ambiente in cui le radiazioni ionizzanti sono una parte
ben presente.
Le sorgenti di radiazioni sono sia antropiche, ossia prodotte dalluomo, sia naturali,
ossia presenti indipendentemente dalla nostra volont. Le prime sono sia di tipo industriale, che
di ricerca o di diagnosi e cura. Le seconde sono di tipo cosmogenico, ossia prodotte da stelle
(incluso il sole) o galassie, sia fossile, ossia presenti sulla terra fin dalla sua origine. Tra le
differenti sorgenti vi una grande variabilit di tipologia di radiazione che della sua intensit e
variabilit.
Pertanto la radioprotezione si deve occupare dellinterazione di un sistema biologico
altamente adattativo e di un sistema di radiazioni ionizzanti molto ampio ed articolato. Questo
fa s che essa diventi una scienza applicativa a s stante e con una sua codifica normativa
- 54 -

particolare: in Italia il D. Lgs. 230/895 e successive modifiche (DD. LLgs. 187/00, 241/00 e
257/01).
Lo scopo del presente capitolo di presentare in maniera semplice e senza entrare nei
dettagli pi tecnici, la disciplina della radioprotezione ed i principi fisici e normativi che la
informano.
23.1. Effetti biologici delle radiazioni ionizzanti
L'interazione delle radiazioni ionizzanti con la materia stata trattata nel corso della
precedente lezione e non verr qui ripreso. Gli effetti biologici delle radiazioni ionizzanti sono
comunque una conseguenza diretta dell'interazione che queste radiazioni hanno con la materia
biologica. Purtroppo il percorso dalla teoria fisica al danno biologico tuttora pieno di lacune,
tanto che il passaggio dalle grandezze fisiche alle grandezze che esprimo la probabilit del
danno da radiazione pu essere fatto solo statisticamente, rinunciando alla concatenazione
causa-effetto cui ci aveva abituato la fisica. L'obiettivo di questa lezione di fornire un ponte
tra la fisica dell'interazione della radiazione con la materia biologica e quella parte della
radioprotezione che valuta gli effetti biologici dalla misura delle grandezze fisiche.
Le radiazioni ionizzanti interagiscono con la materia perch passando in prossimit
degli atomi che la compongono producono in essi ionizzazione ed eccitazione [1 e 2]. Nella
materia biologica queste ionizzazioni ed eccitazioni possono agire principalmente in due modi:
rompendo un legame molecolare, ad esempio in una molecola di DNA, oppure creando una
molecola altamente reattiva, detta radicale libero. In entrambi i casi ci sono dei meccanismi
biologici che competono con il danno che si viene a creare e che tendono a riparare il DNA o
ad annullare la reattivit dei radicali fissandoli a delle molecole che si sacrificano per la
sopravvivenza della cellula (scavengers). Pertanto non facile risalire dalla causa fisica
all'effetto biologico e tale percorso pu essere affrontato, attualmente, solo con l'aiuto
dell'epidemiologia.
23.2. Il danno da radiazione
Il danno da radiazione assume connotazioni diverse in conseguenza di molti fattori tra
cui l'intensit di fluenza della radiazione stessa, la sua energia e il tipo di particelle coinvolte.
A causa di questa sua propria elusivit alla classificazione, il danno da radiazione ha avuto un
riconoscimento tardivo. Gli ambienti scientifici hanno avuto una chiara intuizione della
pericolosit delle radiazioni ionizzanti ed hanno cominciato a porsi il problema della
radioprotezione non appena scoperte le principali sorgenti di radiazioni (radioattivit e raggi
X). Purtroppo gli ambienti con pi marcata connotazione commerciale non hanno recepito
questa istanza ed hanno continuato a propinare somministrazioni radioattive per ottenere gli
effetti pi disparati; le conseguenze sono sempre state nefaste. Ma soprattutto hanno rallentato
il raggiungimento dell'unanimit di consensi sulla effettiva lesivit delle radiazioni ionizzanti
sino agli anni '30 - '40. In questo periodo la consapevolezza di poter costruire una bomba
atomica era abbastanza diffusa negli ambienti scientifici ed il concetto di reattore nucleare era
gi stato formulato in maniera operativa da Fermi, anche se la sua realizzazione avrebbe dovuto
attendere ancora alcuni anni (1943).
Pertanto l'esperienza scientifica unita al crescente numero di morti sia per
somministrazioni ardite che per lavori in miniera, ha portato la comunit scientifica a formulare
una struttura teorica di inquadramento di tutti i fenomeni connessi sia con le radiazioni
ionizzanti che con la salute dei lavoratori: la radioprotezione pass dai laboratori di ricerca al
mondo del lavoro.
La classificazione del danno da radiazione stata formulata in tre categorie principali
che richiamano il tipo di danno prodotto:
danni somatici deterministici
danni somatici stocastici
- 55 -

danni genetici stocastici


Per danno somatico si intende che gli effetti colpiscono l'individuo irradiato, mentre
sotto la denominazione di danno genetico si raccolgono quegli effetti che interessano la
progenie dell'individuo.
23.3. Effetti deterministici somatici
Il danno deterministico, cos come individuato dall'ICRP, un tipo di danno che insorge
dopo intenso irraggiamento. Ha una dose di radiazione di soglia, al di sopra della quale si
verifica mentre al di sotto non compare. La sua lesivit cresce con la dose assorbita. I diversi
effetti hanno dosi soglia differenti. Il superamento della dose soglia comporta l'insorgenza
dell'effetto in tutti gli irradiati, superando la variabilit individuale. Il periodo di latenza degli
effetti breve (ore o giorni).
I principali effetti dannosi deterministici sono irritazione cutanea (radiodermite),
infertilit (temporanea o permanente), cataratta, sindrome acuta da radiazione (la forma pi
grave).
La radiodermite localizzata si presenta inizialmente come un arrossamento della cute
simile ad una dermatite solare con epilazione (permanente o temporanea) della zona irraggiata,
quindi (in ordine di dose crescente) compaiono flittene ed ulcerazioni della pelle, quindi
necrosi. La dose per cui si inizia la sequenza di circa 5 Gy.
La sindrome acuta da radiazione dipende dall'irraggiamento del corpo intero (o larga
parte di esso) con dosi elevate: da 0,25 Gy a 5 Gy. Le forme cliniche con cui si presenta sono
tre: ematologica, gastrointestinale e neurologica. Caratteristiche della prima fase sono nausea e
vomito entro 20 minuti dall'irraggiamento, fino a 3 ore. L'assorbimento della dose soglia
implica una diminuzione delle cellule linfocitarie correlata alla dose assorbita (biodosimetria
[7]). Questa fase ha un quadro clinico che dominato da febbre ed infezioni dovute a riduzione
dei globuli bianchi.
La forma gastrointestinale vede prevalere vomito, diarrea, squilibrio elettrolitico, febbre
ed emorragie digestive. Questa forma compare a partire da 6 Gy.
La forma neurologica si propone a partire da 10 Gy e presenta offuscamento della
coscienza, disorientamento e convulsioni.
L'opacit del cristallino dell'occhio rappresenta un tipico effetto tardivo dei danni
somatici deterministici (alcuni anni), soprattutto per dosi basse.
I principali organismi scientifici hanno determinato le dosi soglia per gli effetti pi
rilevanti e per gli organi pi importanti [4, 5 e 6]:
Tabella 1: Dosi soglia secondo ICRP 41 e 60 [4 e 5]
Dose di soglia
Equivalente
di
Equivalente
di Dose annuale
Tessuto ed effetto
dose
in dose
in per esposizioni
esposizioni
fortemente
singola
esposizione
protratte
e protratte
e
(Sv)
frazionate (Sv) frazionate (Sv
anno)
Testicoli
sterilit temporanea
0,15
NA
0,4
sterilit permanente
3,5
NA
2,0
Ovaie (sterilit)
2,5 - 6,0
6,0
> 0,2
Cristallino
opacit osservabili
0,5 - 2,0
5,0
> 0,1
deficit visivo (cataratta)
5,0
> 8,0
> 0,15
Midollo osseo
- 56 -

depressione dell'emopoiesi
0,5
NA
> 0,4
aplasia mortale
1,5
NA
>1
(NA: non applicabile in quanto la soglia dipende dall'intensit della dose e non dalla dose totale)
Tabella 2: Classificazione delle dosi secondo UNSCEAR 1988 [6]
RADIAZIONE
DOSE
Radiazioni a basso LET
(Gy)
dosi basse
0 - 0,2
dosi intermedie
0,2 - 2,0
dosi alte
2 - 10
dosi molto alte
> 10
Radiazioni ad alto LET
(mSv/min)
rateo di dose basso
0 - 0,5
rateo di dose intermedio
25
rateo di dose alto
> 50
23.4. Effetti stocastici somatici
I danni somatici stocastici sono costituiti da tumori e leucemie. In questo quadro
patologico l'aumentare della dose non determina l'aggravarsi della patologia (che molto grave
di per s), ma ne accresce la probabilit di accadimento [3]. La possibilit di esistenza di una
dose soglia viene esclusa principalmente per ragioni di cautela; infatti se fosse bassa sarebbe
difficile da determinare, perch confusa con l'insorgenza naturale della patologia tumorale.
Pertanto si preferisce ipotizzare, per motivi di radioprotezione, che tale soglia non esista, ma
che soltanto una dose zero comporti probabilit nulla di insorgenza di tumori e leucemie, anche
se non vi alcuna prova a favore o a sfavore di una tale ipotesi [8].
Caratteristica di questo tipo di danno il fatto che non sempre si verifica il danno a
seguito dell'irraggiamento, ma tale accadimento casuale tra la popolazione irraggiata, anche
a parit di dose assorbita. Il tempo di latenza piuttosto lungo (anni o decenni dopo
l'irradiazione) e l'effetto del tipo "tutto o niente". Infatti o non vi lesione o la patologia ha la
massima gravit possibile, indipendentemente dalla dose assorbita. Infine sono del tutto
indistinguibili dai tumori dello stesso tipo indotti da altre cause.
L'elaborazione della relazione probabilistica dose-effetto stata fatta su base
epidemiologica per dosi medio alte (sopravvissuti giapponesi alle esplosioni atomiche di
Hiroshima e Nagasaki, irraggiamenti terapeutici); mancano i dati per dosi basse. Questo fatto,
come vedremo in seguito, implica una scelta che, per motivi radioprotezionistici, si fa in senso
cautelativo.
23.5. Effetti stocastici genetici
I danni genetici stocastici riguardano la prole dell'individuo irradiato ed hanno le stesse
caratteristiche dei danni somatici stocastici. A tutt'oggi, per, non stato possibile evidenziare
epidemiologicamente una differenza di malformazioni tra la prole di coppie di cui almeno uno
era stato irradiato (principalmente Hiroshima e Nagasaki) e di coppie non irraggiate. Purtuttavia
studi sperimentali su piante ed animali, oltre a studi in vitro, hanno mostrato che tali danni
genetici sono possibili. Pertanto stato possibile estrapolare dai dati di laboratorio (in
condizioni d'irraggiamento perfettamente definite) la probabilit che tale danno possa
presentarsi.
Il danno sulla prole si pu presentare in due stadi differenti di irradiazione: in utero ed
in condizione di assenza di gravidanza. Questo secondo caso stato esaminato in precedenza.
Nel secondo caso si parla di irraggiamento del feto e si pu far ricorso agli studi sugli animali
- 57 -

oltre che alle vittime di Hiroshima e Nagasaki. Si osserva come il risultato sia sensibile al
periodo dell'irraggiamento, ma comunque il danno principale quello mentale.
Nell'uomo il danno deterministico di organogenesi (malformazioni) sul feto comincia
ad insorgere a partire da 0,1 Gy. Mentre per il ritardo mentale non ci dovrebbe essere alcun
effetto fino ad 0,1 Sv.
23.6. Le grandezze di radioprotezione
Le grandezze che servono per esprimere la "quantit" di radiazione che determina un
certo effetto sono essenzialmente di due tipi: grandezze che rappresentano effetti fisici e
grandezze che rappresentano effetti biologici. Entrambe queste grandezze non sono misurabili
direttamente; ma le prime hanno un riscontro fisico che misurabile, mentre le seconde non
hanno un analogo riscontro biologico, almeno per quanto concerne il danno stocastico per le
ragioni viste in precedenza. Conseguentemente per le seconde non si parla di misura ma di
valutazione. In compenso per entrambe le tipologie di grandezze si ha una misura sempre
possibile che quella correlata con la fluenza della radiazione incidente e che determina
l'effetto, sia esso fisico o biologico.
Il primo paragrafo di questo capitolo tratta delle grandezze dosimetriche, ossia quelle
grandezze che determinano la dose: la quantit di radiazione che produce un dato effetto fisico.
Queste grandezze sono misurabili indirettamente e servono per la valutazione delle grandezze
radioprotezionistiche, quelle che non sono misurabili ma devono essere valutate a partire dalle
prime. Una pi ampia trattazione pu essere reperita sui pi diffusi testi di radioprotezione [1,
2 e 9].
23.7. Le grandezze dosimetriche
Le grandezze dosimetriche sono quelle grandezze che collegano l'intensit della
radiazione incidente con gli effetti che questa produce. I processi attraversi i quali le radiazioni
causano gli effetti fisici o biologici sono le ionizzazioni e le eccitazioni degli atomi che
costituiscono la materia. Evidentemente non possibile osservare e misurare direttamente
queste ionizzazioni, ma soprattutto non servirebbe a niente nel caso della materia biologica
perch la causa del danno (stocastico) mediata dai meccanismi di riparazione genetica delle
cellule e quindi avviene molto tempo dopo l'irraggiamento, se si realizza. Pertanto ci che si
pu osservare e che ha effettivamente senso misurare (anche se indirettamente) sono delle
grandezze macroscopiche collegate con gli effetti fisici della cessione di energia per
ionizzazione ed eccitazione da parte della radiazione ionizzante incidente.
Le principali grandezze di questo tipo sono tre: l'esposizione, la dose assorbita ed il
kerma. Di queste tre daremo, nei prossimi paragrafi, la definizione e le unit di misura, oltre
alle principali relazioni che le collegano tra loro e con le grandezze che descrivono il campo di
radiazione incidente, sempre limitando la trattazione ad un livello elementare di semplicit
(niente matematica al di fuori delle quattro operazioni e dell'algebra che ne consegue).
23.8. L'esposizione
L'esposizione la prima grandezza impiegata per misurare gli effetti delle radiazioni
ionizzanti in aria. Infatti, come dice il nome, tali radiazioni ionizzano la materia, quindi
possibile valutarne l'intensit misurando il numero di ioni prodotti in un volume determinato di
aria. Questa grandezza stata elaborata per valutare gli effetti della radiazione elettromagnetica
(X e ) ed pertanto, in linea di principio, utilizzabile solo per essa. Per le relazioni esistenti
con la dose assorbita ed il kerma in aria consentono di utilizzare questa grandezza anche per
radiazioni diverse da quella elettromagnetica.
L'esposizione definita come:

- 58 -

dQ
(1)
dm
in cui dQ la carica di un solo segno prodotta in aria quando tutti i secondari carichi messi in
moto dalla radiazione incidente in un piccolo volume di aria di massa dm sono completamente
fermati in aria.
Per comprendere meglio questa definizione eseguiamo il seguente ragionamento. I
fotoni penetrano in un piccolo volume di massa dm e vi cedono una certa quantit di energia
E mettendo in moto (per ionizzazione o per eccitazione) un certo numero di elettroni e
positroni. Questa energia viene spesa per produrre altre ionizzazioni ed eccitazioni sia dentro
che fuori del volume di aria dove stata prodotta. Tutte queste ulteriori ionizzazioni devono
essere conteggiate per avere il numero totale di ioni prodotti ed avere quindi l'esposizione.
Questo ragionamento ci dice come deve essere fatto lo strumento che serve per misurare
l'esposizione; infatti deve avere un volume grande rispetto al cammino dei secondari carichi in
aria ma deve avere una finestra piccola per far s che la radiazione incida su un piccolo volume
di aria di massa dm (fig. 1).
Un'altra conseguenza del ragionamento appena fatto ci consente di calcolare la relazione
che intercorre tra esposizione e kerma in aria. Infatti se chiamiamo Wa l'energia necessaria in
media per produrre una coppia di ioni in aria, potremo calcolare il numero di ioni prodotti
dividendo E per Wa. Poich ogni ione prodotto ha una carica
X=

Figura 1
unitaria pari a quella dell'elettrone e0 (la carica dell'elettrone e0 pari a 1,6 10-19 C), la carica
complessiva prodotta :
e0
(2)
dQ =
E
Wa
pertanto l'esposizione diventa:
e E
X= 0
(3)
Wa dm
Questa espressione per ora la conserviamo da parte perch torner utile in seguito. In
essa , comunque, contenuta l'informazione che l'esposizione data dal prodotto della carica
elementare per l'energia ceduta alla massa dm, divisa per l'energia necessaria per formare una
coppia di ioni e la massa stessa dm. Di tutto questo le sole due variabili sono l'energia E e la
massa dm, in quanto le altre grandezze sono costanti.
L'unit di misura dell'esposizione , storicamente, il roentgen che equivale a 2,58 10-4
coulomb/kg; questa unit non appartiene al sistema internazionale (ex MKS) ed pertanto stata
- 59 -

dichiarata obsoleta, per essere sostituita dall'unit "ufficiale" che, senza un nome proprio, il
coulomb su chilogrammo:
C
kg (4)
di cui il roentgen un sottomultiplo non decimale.
Lenergia ceduta dalla radiazione ionizzante , come accennato in precedenza,
distribuita tra le eccitazioni e le ionizzazioni direttamente operate dalla radiazione e quelle
invece prodotte dai secondari carichi messi in moto dalla radiazione ionizzante incidente.
Lenergia ceduta una quantit che dipende sia dalla densit della materia in cui incide
la radiazione sia dalla radiazione incidente stessa. Poich, come abbiamo gi messo in evidenza,
alcune particelle cariche secondarie possono venire anche da lontano, avremo tre contributi (fig.
2):
1) elettroni messi in moto nel volume in considerazione che vi dissipano tutta lenergia
2) elettroni messi in moto nel volume in considerazione che spendono parte della loro energia
al di fuori del volume stesso e parte allinterno
3) elettroni che prodotti fuori dal volume dissipano parte della loro energia allinterno del
volume in considerazione.

Figura 2
Vi un caso particolare di rilievo: quando i contributi dei punti 2 e 3 si equivalgono,
ossia lenergia trasportata altrove dalle particelle cariche prodotte nel volume uguale a quella
trasportata allinterno dalle particelle prodotte fuori del volume dinteresse. Questo caso, che
viene detto di equilibrio delle particelle cariche, ricorre quasi sempre quando la radiazione
incidente composta di particelle pesanti, che dissipano la loro energia esclusivamente in
collisioni. Queste collisioni mettono in moto dei secondari carichi (elettroni) con basse energie
[1 e 2], che hanno un percorso breve nella materia, realizzando quindi lequilibrio. Oppure si
pu realizzare l'equilibrio di particelle cariche anche con fotoni aventi energia fino a 3 MeV,
oltre non pi possibile.
L'esposizione una grandezza che sta cadendo rapidamente in disuso in quanto i limiti
di dose per i lavoratori e per la popolazione sono espressi in termini di grandezze
radioprotezionistiche che sono direttamente collegate con la dose assorbita. Si trovano ancora
vecchie camere a ionizzazione tarate in esposizione che verranno soppiantate, a mano a mano
che si romperanno, con le nuove camere tarate nelle nuove grandezze operative.
- 60 -

23.9. La dose assorbita


La grandezza dosimetrica per eccellenza la dose assorbita. Si definisce dose assorbita
D, in un volume di massa dm di materia qualsiasi (non pi solo aria), la quantit
dE
(5)
D=
dm
La grandezza dE l'energia impartita media nel volume V di massa dm. A sua volta il
concetto di energia impartita deve essere precisato meglio. Essa la differenza tra l'energia
radiante che penetra nel volume V e quella che ne esce, pi l'energia spesa per aumentare la
massa del sistema, ossia per la creazione di una coppia particella-antiparticella, ovvero in
presenza di un processo radioattivo o di una fissione o fusione nucleare. Questa una grandezza
stocastica, in quanto varia alquanto da una misura all'altra anche in condizioni sperimentali
identiche. Pertanto si deve prendere il valor medio di questa grandezza per produrre una
grandezza non stocastica come la dose assorbita. L'unit di misura di dE il Joule (J), dato che
si tratta di una energia. L'unit di misura della dose assorbita il Joule su chilogrammo che, nel
SI viene chiamata Gray (Gy): 1 Gy = 1 J kg-1.
Di questa grandezza si definisce anche l'intensit, o rateo, di dose:
dD
(6)
D& =
dt
che si esprime in Gy s-1.
Una osservazione che deve essere fatta che la dose assorbita dipende, evidentemente,
dal materiale in cui l'energia viene impartita, dato che la cessione di energia alla materia dipende
dalla composizione atomica della materia stessa, come altrove illustrato.
Il calcolo della dose assorbita pu essere fatto a partire dalla conoscenza del campo di
radiazione incidente, avendo cura di conoscere la geometria dell'irraggiamento, supponiamo
che si abbiano dN eventi ciascuno con energia dE sar allora:

dN
dE (7)
dm
La conoscenza dell'energia impartita in media nel passaggio di dN particelle attraverso
la massa dm tabulata in funzione della radiazione (tipo e geometria) e del materiale che
compone la massa dm [1 e 2].
In condizione di equilibrio di particelle cariche e di un solo campo di radiazione (fotoni)
in aria si possono effettuare delle notevoli semplificazioni ed esprimere tutto in funzione
dell'esposizione misurata X, infatti dalla (3) si deduce facilmente che:
D=

Wa
(8)
X
e0
dove Wa rappresenta l'energia spesa in media per produrre una coppia di ioni ed il denominatore
e0 rappresenta la carica dell'elettrone. Infatti dNdE = E ossia l'energia complessiva dei vari
processi. Questa formula pu essere poi ricondotta ad un generico mezzo m attraverso la
formula seguente:
W ( / ) m
(9)
D m = a en
X
e ( en / ) a
D=

dove ancora una volta i coefficienti tra parentesi sono tabulati [1].
Quanto sopra illustra perch sia ancora possibile utilizzare l'esposizione per effettuare
valutazioni dosimetriche, ancorch ci sia possibile solo in determinate condizioni.
- 61 -

23.10. Il kerma
Un'altra grandezza dosimetrica che si pu trovare impiegata nelle camere a ionizzazione
di generazione intermedia tra quelle vecchie e quelle di nuova generazione17 il kerma.
Questa grandezza particolarmente indicata per le radiazioni indirettamente ionizzanti,
ossia le radiazioni elettricamente neutre. Come si visto queste radiazioni cedono energia alla
materia in due fasi: nella prima fase esse mettono in moto i secondari carichi, nella seconda i
secondari depositano l'energia nella materia. Mentre la dose assorbita prende in considerazione
questa seconda fase il kerma si interessa della prima.
Il kerma l'acronimo di: "Kinetic Energy Released to the Matter" ed definito come la
somma di tutte le energie cinetiche iniziali delle particelle cariche prodotte nel volume V di
massa dm. Ossia:
dE tr
(10)
K=
dm
dove, nel dEtr, compresa anche la radiazione di frenamento.
L'unit di misura , come per la dose assorbita, il joule su chilogrammo, altrimenti detto
Gray (Gy).
Anche per il kerma necessario specificare il materiale in cui vengono messi in moto i
secondi carichi, in quanto materiali diversi avranno riposte diverse. Sar l'aria il materiale di
riferimento per la radiazione elettromagnetica di modesta energia (< 2 MeV) mentre saranno
altri materiali per i neutroni.
23.11. Il LET
Quando la radiazione primaria penetra nella materia genera una radiazione secondaria
di elettroni, detti raggi , che si comportano a loro volta come radiazione ionizzante primaria.
Raggi di bassa energia sono pi probabili di quelli di alta energia ma la distribuzione di questa
radiazione importante per stabilire gli effetti indotti nella materia biologica.
In questo caso si fa ricorso al LET, trasferimento lineare di energia o potere frenante per
collisione lineare ristretto, definito dalla seguente relazione:
dE
L = (11)
dl

dove dE rappresenta lenergia ceduta localmente per collisioni da una particella carica lungo un
segmento di traccia dl quando si considera nel calcolo di dE soltanto le collisioni che
trasferiscono unenergia minore di (espressa in elettronvolt: eV). Si indica con L e si misura
in keV/m. Se si prendono in considerazione tutte le energie si indica con L.
La distinzione tra particelle ad alto LET e quelle a basso LET si pone tra 3050 keV/m.
Una particella si pu comportare in maniera differente lungo il suo percorso, passando
da basso LET ad alto LET verso la fine della traccia, come fanno i protoni e le particelle cariche
pesanti che vanno incontro al picco di Bragg in pochi micron (m).
Il LET formalmente uguale al potere frenante ma pone laccento sullenergia assorbita
nel mezzo piuttosto che su quella persa dalla particella. Essa serve a caratterizzare la qualit
della radiazione per quanto riguarda la cessione di energia e quindi gli effetti prodotti
localmente e come tale verr utilizzato per definire le grandezze radioprotezionistiche.
23.12. Gli indicatori di rischio della radioprotezione
Le grandezze prese in considerazione fino ad ora sono grandezze che sono definite in
base ad un ben determinato effetto fisico. Questo effetto fisico , in linea di principio,
17

In questo caso la vecchia o nuova generazione non si riferisce alle modalit costruttive della camera a
ionizzazione ma esclusivamente alla grandezza dosimetrica nella quale la camera tarata, dato che il D. Lgs.
241/00 ha imposto delle grandezze operative ben determinate (si veda di seguito).

- 62 -

misurabile, anche se poi si preferisce misurarlo tramite altri effetti, sempre fisici, ad esso
correlati. A parit di tipo di radiazione e di dose assorbita, per, non tutti i tessuti biologici
riportano lo stesso danno, ma hanno reazioni diverse fra loro. Inoltre per diversi campi di
radiazione gli stessi tessuti non si comportano nello stesso modo, a parit di dose assorbita. Al
fine di tenere conto di ci e di avere degli utili indicatori di rischio da radiazioni ionizzanti sono
state definite alcune grandezze che consentono di valutare gli effetti di diversi campi di
radiazione su diversi tessuti.
Queste grandezze radioprotezionistiche sono definite sulla base di effetti biologici che
possono essere misurati solo in vitro o su cavie animali, ovvero epidemiologicamente sugli
irradiati di Hiroshima e Nagasaki, Cernobyl, etc.. Pertanto queste grandezze non dovrebbero
neanche essere chiamate grandezze, in quanto non sono in effetti misurabili. Per hanno un
ruolo nella radioprotezione che deve essere evidenziato e sono state quindi definite grandezze
radioprotezionistiche. Esse partono dalle grandezze fisiche citate in precedenza, ma tengono
conto della qualit della radiazione e della particolare radiosensibilit dei tessuti biologici
irradiati, per fornire un indicatore di rischio da radiazioni utile nella fase preventiva.
Queste grandezze sono soggette a cambiamenti da parte degli organismi internazionali
(ICRP, ICRU) a ci deputati che le adattano alle mutate conoscenze scientifiche del momento.
23.13. La relazione dose-effetto
La relazione tra la dose e l'effetto ci che media il passaggio dalle grandezze
dosimetriche a quelle radioprotezionistiche.
Il caso del danno deterministico , evidentemente, diverso da quello stocastico. Per,
nel momento che si cerca di proteggersi dalle piccole dosi responsabili del danno stocastico (sia
somatico che genetico), automaticamente ci si sottrae alla sfera del danno deterministico che ,
per sua natura, dovuto a dosi elevate.
La relazione che collega la probabilit di sviluppare un danno stocastico dovuto ad una
bassa dose di radiazioni ionizzanti con la dose stessa non per ancora nota con certezza.
Questo il problema centrale della radioprotezione che dovr essere affrontato e risolto in
futuro.
Purtroppo, come accennato, i dati disponibili non sono noti con la necessaria certezza e
riguardano intervalli di dosi ben pi alte della fascia di interesse per la determinazione della
relazione dose-effetto alle basse dosi. In conseguenza si deve procedere ad estrapolare alle basse
dosi gli effetti evidenziati epidemiologicamente alle alte dosi. Per fare ci necessario fare
un'ipotesi sul tipo di legge che lega la frequenza degli effetti stocastici osservati alla dose
ricevuta nel corso dell'irraggiamento.
Attualmente l'ICRP ritiene che sia un'ipotesi cautelativa postulare una relazione di tipo
lineare senza alcuna soglia. Questa una relazione alquanto cautelativa, soprattutto alle basse
dosi e quanto pi curva la relazione effettiva (fig. 3).

Figura 3
- 63 -

Sembrerebbe che tale ipotesi sia confermata per le radiazioni ad alto LET, mentre per
quelle a basso LET sarebbe cautelativo, almeno per certi effetti.
I dati studiati sembrano indicare una relazione del tipo:
(12)
E = a D + b D2
dove a e b sono i due parametri che devono essere determinati dalle osservazioni, E la
frequenza dell'effetto considerato e D la dose assorbita.
Stante la mancanza di certezza sui parametri a e b, rimane solo una considerazione: il
parametro a domina alle basse dosi mentre il parametro b alle alte dosi.
23.14. L'equivalente di dose e la dose equivalente
La prima grandezza radioprotezionistica l'equivalente di dose. Essa tiene conto della
differenza di campo di radiazione tramite il fattore di qualit della radiazione Q, il quale a sua
volta legato al LET dalla relazione riportata in tabella 1. Lequivalente di dose viene definito
come:
(13)
H = QDN
Dove Q il fattore di qualit della radiazione, D la dose assorbita e N un parametro che tiene
conto di altri fattori correttivi quali frazionamento della dose, durata dellesposizione, etc.,
questa grandezza si misura in Sievert (Sv). LICRP assegna a N il valore 1.
Il parametro Q serve per tenere conto degli effetti microscopici dell'interazione della
radiazione con la materia e quindi dei diversi tipi di radiazione. Esso dipende dall'energia lineale
e dal LET, ma finora l'ICRP [5] l'ha collegata solo con il LET, come illustrato nella tabella
seguente:
Tabella 3: relazione tra LET e fattore di qualit Q
Q
L
1
3,5
7
2
23
5
53
10
20
175
Attualmente dalla normativa italiana [10] stato recepito il passaggio ad unaltra
grandezza, che prende il posto dellequivalente di dose, che viene denominata dose
equivalente18 in cui il fattore di qualit della radiazione Q stato sostituito dal fattore di
ponderazione wR. Si osservi, confrontando i valori nelle tabelle 3 e 4 con quelli nella tabella 5,
che c una notevole coerenza tra i valori del fattore di qualit e del fattore di ponderazione,
anche se sono due quantit fisicamente distinte.
La dose equivalente data dal prodotto del fattore di qualit per la dose assorbita:
HT,R = DT,RwR
(14)
essa si misura in Sievert (Sv) ed , nei casi in cui wR = 1, numericamente uguale alla dose
assorbita (ma solo numericamente, perch fisicamente sono due cose ben differenti).
Tabella 4: fattore di qualit efficace nel caso non si conosca lenergia della radiazione
Radiazione
Q
1
X, , ,
elettroni e
positroni
10
Neutroni
20
Particelle
18

La quasi omonimia pu generare confusione ma non dipende dallautore bens da un contrasto a livello ICRP ICRU che ormai sembrerebbe ricomposto, ma ha lasciato tracce.

- 64 -

I valori dei fattori di ponderazione previsti per i diversi tipi di radiazione sono tabulati
nel D. Lgs. 241/00 [10] e sono riportati di seguito in Tabella 5:
Tabella 5: fattore di ponderazione wR
Radiazione
Energia
wR
Fotoni
tutte le energie
1
Elettroni e muoni
tutte le energie
1
Neutroni
< 10 keV
5
"
10 - 100 keV
10
"
100 keV - 2 MeV
20
"
2 - 20 MeV
10
"
> 20 MeV
5
Protoni (escluso rinculo)
> 2 MeV
5
alfa, frammenti di fissione,
tutte
20
nuclei pesanti
Da quanto detto si evidenzia che la radiazione alfa quella che, a parit di dose assorbita,
produce gli effetti biologici maggiori e quindi una dose equivalente maggiore, avendo un fattore
di ponderazione pari a 20.

23.15. La dose efficace


Con la dose equivalente si sono presi in considerazione i diversi tipi di radiazione. Per
prendere in considerazione anche i vari organi si deve introdurre un'altra grandezza
radioprotezionistica: la dose efficace. Questa grandezza stata definita per tenere conto del
diverso effetto sui vari tessuti o organi della radiazione, tramite un fattore che tiene conto della
risposta di ciascun organo (o tessuto) alla determinata radiazione mediante la:
E = wT H T = wT wR DT ,R (15)
T

I fattori di ponderazione wT dei vari tessuti o organi sono riportati nella seguente tabella
6:
Tabella 6: fattori di ponderazione dei vari tessuti o organi
Organo o tessuto
Fattore di ponderazione wT
Gonadi
0,20
Midollo osseo (rosso)
0,12
Colon
0,12
Polmone (vie respiratorie toraciche)
0,12
Stomaco
0,12
Vescica
0,05
Mammelle
0,05
Fegato
0,05
Esofago
0,05
Tiroide
0,05
Pelle
0,01
Superficie ossea
0,01
Rimanenti organi o tessuti
0,05
Si deve precisare che l'ICRP ha preso in considerazione solo i cancri con esito fatale per
calcolare i coefficienti wT.

- 65 -

I rimanenti organi e tessuti, al fine del calcolo della dose efficace, si deve intendere
ghiandole surrenali, cervello, vie respiratorie extratoraciche, intestino tenue, reni, tessuto
muscolare, pancreas, milza, timo ed utero.
Queste grandezze, che non sono grandezze fisiche ma esclusivamente
radioprotezionistiche, si determinano a partire dalla misura (o valutazione) della dose assorbita
e da considerazioni di penetrazione della radiazione. In pratica, stante la notevole difficolt di
fare queste misure in vivo, si ricavano da simulazioni Montecarlo su modelli.
Per chiarire meglio l'uso di questa grandezza, anche in relazione con la dose equivalente,
sviluppiamo un breve esempio. Supponiamo di irraggiare solo la tiroide con una data dose. Il
rischio di una tale esposizione sarebbe 0,05 volte il rischio se tale dose fosse assorbita
uniformemente dal corpo intero. Pertanto per conservare la proporzione tra i rischi nei due casi
si dovranno aumentare i limiti di dose validi per il corpo intero di un fattore 1/0,05 = 20 per la
sola tiroide (ad es.: il limite di 1 mSv diventa di 20 mSv se riferito alla tiroide). Nel passare
dalla dose equivalente alla dose efficace per un dato organo si deve moltiplicare per il fattore
opportuno ricavato dalla tabella 6 facendo il reciproco del fattore ivi riportato.

23.16. L'equivalente di dose ambiente e l'equivalente di dose direzionale


L'ICRP, sempre alla ricerca di migliorie da apportare al sistema protezionistico, ha
introdotto (pubblicazione n 26 [8]) delle nuove grandezze pi adeguate alle esigenze di
radioprotezione che siano contemporaneamente conservative rispetto alle consuete grandezze
equivalente di dose ed equivalente di dose efficace e misurabili. Queste grandezze, equivalente
di dose ambiente, equivalente di dose direzionale ed equivalente di dose personale, sono state
di recente recepite nell'ordinamento giuridico italiano con il D. Lgs. 241/00 [10] e sono quindi
operative a partire dal gennaio 2001. Esse servono per valutare, rispettivamente, le dosi
ambientali (le prime due) e le dosi personali (lultima) per le radiazioni penetranti e quelle poco
penetranti per la protezione degli organi interni e di quelli superficiali (pelle e cristallino). La
distinzione tra grandezze penetranti e poco penetranti viene fatta sulla base del rapporto tra
equivalente di dose efficace e l'equivalente di dose alla pelle: se tale rapporto maggiore di 10
la radiazione penetrante, altrimenti poco penetrante.
Premessa necessaria, ed inserita anche nel decreto legislativo, alla definizione delle due
nuove grandezze la definizione di campo espanso e campo allineato ed espanso [1, 10 ed 11].
Si definisce campo espanso [10] il campo derivato dal campo di radiazione reale che ha
in tutto il volume di misura (la sfera ICRU che viene impiegata come fantoccio19 e che ha il
diametro di 30 cm) lo stesso valore di fluenza di particelle, la stessa distribuzione angolare e lo
stesso spettro di energia della radiazione effettivamente presente nel punto di interesse P (fig.
4).
Si definisce campo espanso e unidirezionale [10] il campo di radiazione che ha in tutto
il volume di misura lo stesso valore di fluenza di particelle lo stesso spettro di energia ma non
la stessa distribuzione angolare della radiazione effettivamente presente nel punto di interesse
che sar unidirezionale; tutte le radiazioni incidenti avranno allineato l'angolo di provenienza
della radiazione ad una precisa direzione (fig. 4).
La grandezza per le valutazioni ambientali quindi l'equivalente di dose ambiente H*(d)
definita come l'equivalente di dose che verrebbe prodotto dal corrispondente campo
unidirezionale (allineato) ed espanso all'interno della sfera ICRU, centrata nel punto P di
interesse (fig. 4), ad una profondit d lungo il raggio della sfera opposto alla direzione del
campo allineato.
19

La sfera ICRU un fantoccio costituito da una sfera di 30 cm di diametro e composta da materiale equivalente
al tessuto biologico con una densit di 1 g/cm3 e la seguente composizione di massa: 76,2 % di ossigeno, 11,1 %
di carbonio, 10,1 % di idrogeno e 2,6% di azoto; essa serve per fare le misurazioni di riferimento che vengono poi
usate per le valutazioni delle dosi introdotte nel presente paragrafo.

- 66 -

Figura 4
Corrispondentemente l'equivalente di dose direzionale H'(d, ) l'equivalente di dose
che verrebbe prodotto dal corrispondente campo espanso (ma non allineato) all'interno della
sfera ICRU ad una profondit d lungo il raggio in una specificata direzione .
Lequivalente di dose personale Hp(d) lequivalente di dose nel tessuto molle ad una
profondit d, al di sotto di un determinato punto del corpo. Questa grandezza serve per il
monitoraggio personale degli esposti.
Tutte e tre le grandezze si misurano in Sievert (Sv).
La profondit cui effettuare la valutazione definita dalla radiazione: se penetrante
sar 10 mm, mentre se poco penetrante sar 0,07 mm (pelle), mentre per gli occhi si
raccomanda una profondit di 3 mm.
Appare evidente dalla definizione delle grandezze operative come equivalente di dose
che la loro misurabilit alquanto vaga. Si tratta infatti di grandezze non misurabili se non in
un fantoccio (sfera ICRU). Per la loro misura nei casi realmente operativi serve una curva di
calibrazione o una tabella di coefficienti di conversione per passare da una grandezza realmente
misurabile (esposizione, dose o kerma) alla grandezza di destinazione. Allatto pratico la
conoscenza della curva di calibrazione o dei coefficienti di conversione risulta di per s
insufficiente in quanto servono anche informazioni sullenergia della radiazione incidente,
come si evidenzia dalla tabella 7.
Tabella 7 (Coefficienti di conversione H(0,07, = 0)/Ka e H*(10)/Ka per fotoni
monoenergetici di varia energia)
E (keV)
H(0,07, = 0)/Ka (Sv Gy-1)
H*(10)/Ka (Sv Gy-1)
10
0,95
0,01
15
0,99
0,32
20
1,05
0,60
25
1,13
0,86
30
1,22
1,10
40
1,41
1,47
50
1,53
1,67
60
1,59
1,74
70
1,61
1,75
80
1,61
1,72
90
1,58
1,68
- 67 -

100
1,55
1,65
125
1,48
1,56
150
1,42
1,49
200
1,34
1,40
250
1,32
1,35
300
1,31
500
1,23
662
1,20
1000
1,17
1250
1,16
3000
1,13
5000
1,11
10000
1,10
I coefficienti di conversione per le grandezze operative possono essere ricavati, per
fotoni e neutroni, da alcune relazioni analitiche. Ad esempio per fotoni tra 10 keV e 10 MeV
si pu ricavare dal kerma in aria lequivalente di dose ambiente:
H * (10)
x
(16)
= 2
+ d atg( gx )
Ka
ax + bx + c
dove x = ln(E/E0), con E0 = 9,85 keV; a = 1,465; b = - 4,414; c = 4,789; d = 0,7006; g = 0,6519.
Per la stessa geometria dirradiazione lequivalente di dose direzionale sar,
nellintervallo di energia compreso tra 10 keV e 250 keV:
H ' (0,07; = 0 )
= a + bx + cx d e gx (17)
Ka
dove adesso le costanti valgono a = 0,9505; b = 0,09432; c = 0,2302; d = 5,082; g = - 0,6997.
Queste due relazioni producono esattamente i valori della tabella 7.

23.17. L'equivalente di dose impegnato e l'equivalente di dose efficace impegnato


Finora abbiamo visto le grandezze atte a descrivere il rischio di una irradiazione dovuta
a sorgenti esterne al corpo umano. Nel caso dell'introduzione di una sorgente all'interno del
corpo bisogner seguire il destino di questa sorgente dal momento dell'introduzione fino a
quello dell'espulsione completa. La dose ai vari organi viene ricevuta non solo in conseguenza
dell'irradiazione ma in un periodo di tempo prolungato che pu durare anni. Per stabilire l'entit
dell'irradiazione interna bisogna quindi valutare le modalit di questa irradiazione, le quali
dipendono dalle caratteristiche fisiche a dal metabolismo del radionuclide introdotto.
Le valutazioni radioprotezionistiche devono prevedere il protrarsi dell'irraggiamento nel
tempo e quindi effettuare una somma nel tempo di tutti gli irraggiamenti istantanei: ossia un
integrale nel tempo. Si definisce equivalente di dose impegnato H50 la:
t 0 + 50 anni

H 50 =

H& ( t ) dt

(18)

t0

& ( t ) il
dove l'integrale si estende nell'arco dei 50 di vita residua (ipotetica) dell'individuo e H
rateo di equivalente di dose nell'organo, o nel tessuto, di interesse al tempo generico t, mentre
t0 l'istante dell'introduzione.
I valori di H50 sono stati calcolati dall'ICRP [12] per vari organi e tessuti e per un ampio
numero di radionuclidi.
Moltiplicando l'equivalente di dose per il pertinente fattore di ponderazione wT e
sommando i termini cos individuati si ottiene l'equivalente di dose efficace impegnato, che
serve per valutare il rischio stocastico globale per l'individuo e per la sua progenie dovuto
all'introduzione del dato radionuclide, nell'arco di tutta la sua vita.
- 68 -

23.18. Le grandezze radioprotezionistiche relative alla popolazione


L'esposizione della popolazione a basse dosi di radiazioni ionizzanti richiede strumenti
diversi di valutazione che non quelli predisposti per i lavoratori esposti. Infatti le dosi sono pi
basse (spesso di parecchio), ma il numero degli esposti piuttosto grande.
Per intervenire su questa problematica si sono definite delle speciali grandezze
radioprotezionistiche quale l'equivalente di dose collettiva:

S = HN ( H ) dH

(19)

In questa formula N(H) il numero di individui che ricevono la dose compresa tra H e
H+dH e la somma va da dose nulla (0) fino a dose infinita (). In pratica si moltiplica il numero
di individui che ricevono una dose compresa in un determinato intervallo per la dose stessa e si
ottiene la componente di quell'intervallo alla dose collettiva, che va poi sommata con le
componenti di tutti gli altri intervalli di dose calcolati in maniera analoga.
Se l'equivalente di dose collettivo relativo ad una determinata sorgente si soliti
inserire un pedice che individui la sorgente:

S k = HN ( H )dH

(20)

In condizioni di irraggiamento non uniforme si deve ricorrere alla dose efficace, che in
questo particolare contesto diventa l'equivalente di dose efficace collettivo:

S E = H E N ( H E )dH E

(21)

Queste grandezze, e molte altre che possono essere ricavate attraverso le combinazioni
delle grandezze fin qui incontrate (ad esempio l'equivalente di dose collettiva impegnata),
hanno come scopo quello di controllare se le specifiche di progetto delle schermature e dei
dispositivi di protezione sono validi per rispettare i limiti imposti dalla vigente normativa e le
finalit progettuali programmate per il sito specifico. Sono, cio, utili in fase progettuale ma
non hanno un valore nella fase di controllo, laddove gli unici limiti di dose di rilievo sono quelli
di legge per il singolo individuo e non quelli collettivi per la popolazione nel suo insieme.

23.19. Il sistema di limitazione delle dosi


Il sistema di limitazione delle dosi proposto dallICRP, adottato dalla legge europea e
recepito nellapparato legislativo italiano con i decreti legislativi 230 del 1995 e 241 del 2000
[10] strutturato su tre capisaldi: la giustificazione della pratica, la ottimizzazione della
protezione e della pratica e la limitazione delle dosi individuali. Poich la pratica (definita come
un evento suscettibile di aumentare lesposizione alle radiazioni ionizzanti dei lavoratori o della
popolazione) rappresenta unesposizione programmata e preventivata, essa non comprende gli
incidenti ma solo quelle attivit che comportano unesposizione alle radiazioni che sia
ordinaria, predeterminata e finalizzata ad uno scopo ben preciso.
Se le radiazioni ionizzanti debbano essere impiegate oppure no deve essere valutato con
cura e, pertanto, giustificato; qualora limpiego risulti giustificato ne deve essere ottimizzato il
rendimento, rendendo massimi i benefici e minimi i costi; infine si dovr proteggere anche il
singolo individuo ponendo un limite superiore alla dose che egli pu assorbire per motivi
lavorativi e mettendo in atto, quindi, tutte le cautele fisiche e sanitarie per la sua protezione.
Questi tre aspetti vengono brevemente illustrati nei prossimi paragrafi e ne viene
spiegata lintegrazione con le altre procedure di tutela dei lavoratori e della popolazione.
- 69 -

23.20. Giustificazione
La giustificazione della pratica deve essere il primo ed irrinunciabile passo da compiere
a cura di chi vuole intraprendere una nuova attivit comportante esposizione a radiazioni
ionizzanti. La giustificazione comporta una valutazione e quantificazione dei benefici che
derivano dalla pratica e dei costi che ne conseguono. Se i benefici superano i costi essi saranno
tali da giustificare la pratica, altrimenti si dovranno rivedere le modalit di esecuzione della
pratica in modo tale da ridurne i costi.
Evidentemente i procedimento di giustificazione deve essere ben definito altrimenti si
rischia di dare dei numeri privi di senso. Il primo passo consiste nel trovare una unit di misura
comune per tutte le quantit che intervengono nel processo di giustificazione: vita umana
(durata, qualit, etc.), costi monetari (acquisto di macchine, messa in opera di schermature,
etc.), costi sociali (campagne per informare la popolazione, misure sulle matrici ambientali,
etc.) e medici se si tratta di una pratica medica (vantaggi rispetto a pratiche alternative, efficacia
della pratica, etc.).
Effettivamente si vede che, come rappresentato nella seguente tabella [1]
Tabella 8: dose assorbita dallindividuo medio ripartita per le diverse sorgenti
Sorgente di radiazione
dose efficace (mSv/anno)
Fondo naturale
1,1
Attivit mediche
0,9
Sorgenti varie
1,0
Totale
3,0
un terzo della dose assorbita annualmente dallindividuo medio della popolazione italiana
dovuta ad attivit di tipo medico, mentre un altro terzo dovuto alla radiazione naturale (radon,
raggi cosmici, etc.). Pertanto un grosso sforzo deve essere compiuto per giustificare le pratiche
mediche, dato che la radiazione naturale non per sua natura soggetta a giustificazione (non
una pratica), ma per essa si prevede al pi unoperazione di bonifica. La maggior parte delle
pratiche non mediche non comporta esposizione dei lavoratori in quanto lattivit che comporta
la pratica completamente automatizzata. Si pensi ad esempio ad un misuratore di spessore che
completamente incluso nel suo involucro schermato. Al suo interno non vi accesso da parte
delloperatore e pertanto, se la schermatura sufficiente, non ci sar aumento dellesposizione.
Ben diverso il caso delle pratiche mediche in cui almeno un individuo c sempre che
vede aumentare la sua esposizione: il paziente. Le pratiche mediche sono di varia natura ed
estensione e vanno dalla radiodiagnostica alla radioterapia oncologica. Pertanto spenderemo
qualche parola in pi per inquadrare la procedura di giustificazione nel caso medico.
La procedura di giustificazione della pratica deve valutare i vantaggi diagnostici e /o
terapeutici complessivi, fra i quali vi sono anche i benefici diretti per la salute della persona
sottoposta ad esposizione, oltre a quelli della collettivit. Questi vantaggi devono essere in
grado di superare il bilancio con il danno indotto alla persona oggetto dell'esposizione. Nel fare
il bilancio si deve tenere conto delle eventuali tecniche alternative sia che queste facciano uso
di radiazioni ionizzanti sia che si avvalgano di altri agenti (RMN, ecografia, etc.).
La pratica nuova deve subire una giustificazione preliminare alla sua adozione e deve
essere soggetta a revisione ogni qualvolta subentri un'evoluzione tecnologica e scientificotecnica che ne modifichi il bilancio danno-beneficio.
Il processo di giustificazione, sia preliminare che periodico, deve essere contestualizzato
nell'ambito dell'attivit specialistica svolta dal medico, tenendo conto dello sviluppo scientifico
del settore.
Alcune di queste valutazioni sono di tale complessit che non risulta ragionevole
pensare che se ne debba fare carico unicamente il singolo datore di lavoro. Le seguenti
considerazioni sono di prammatica. In primo luogo il 187/00 individua due diverse situazioni:
la pratica, che deve essere giustificata in termini generali, e la singola esposizione, che deve
- 70 -

essere giustificata specificamente nel contesto scientifico e personale (del paziente) in cui viene
programmata.
Questo caso genera l'esigenza di avere due diversi gruppi di attori del processo di
giustificazione. Quello responsabile della giustificazione della singola esposizione e quello che
deve provvedere alla giustificazione generale della pratica.
Ogni medico che progetti un'esposizione medica deve assicurarsi che essa sia
giustificata nel contesto specialistico professionale in cui verr svolta. Questo coinvolge il
medico che prescrive l'esposizione (prescrivente) e il medico specialista (specialista) che la
avalla e la realizza, anche se su questultimo ricade la responsabilit maggiore. Entrambi
devono usare tutte le informazioni a disposizione: precedenti informazioni diagnostiche o altra
documentazione medica. Una conseguenza implica l'aggiornamento professionale obbligatorio,
continuativo e periodico del medico specialista e del prescrivente per tenersi al passo con
levoluzione tecnologica del settore (nuove tecniche, nuove apparecchiature o modifiche delle
apparecchiature esistenti).
Il medico che prescrive l'esposizione deve provvedere autonomamente a giustificarla.
In previsione del fatto che egli non abbia le necessarie competenze in radioprotezione per farlo
sono state previste delle procedure di supporto.
Per prima cosa il prescrivente non si deve limitare a prescrivere la prestazione
specialistica, ma deve analizzare il processo che lo ha condotto a definire quell'esposizione
come necessaria, fornendo al medico radiologo o radioterapista la necessaria informazione per
provvedere a confrontarla con altre pratiche, al fine di stabilire se l'esposizione giustificata o
deve essere sostituita con altra analisi o terapia suscettibile di ridurre o evitare l'esposizione
stessa. Lo specialista, infatti, il solo responsabile dell'esecuzione dell'esposizione.
La legge prevede la stesura di linee guida contenenti raccomandazioni sui criteri da
seguire per lapplicazione del principio di giustificazione da parte del prescrivente e quindi di
supporto per la procedura di giustificazione. Naturalmente la stesura e la pubblicazione sulla
Gazzetta Ufficiale delle linee guida richiede tempo, mentre lapplicazione della norma deve
forzatamente partire dal 1 gennaio 2001. Nel frattempo si pu seguire quanto proposto nel
documento CNR a cura di M. Salvatore dal titolo Utilizzazione razionale delle indagini di
diagnostica per immagini - Introduzione ai percorsi diagnostici, del 1999.
Naturalmente il passo successivo per garantire un corretto processo di giustificazione
dell'esposizione consiste nell'impartire una formazione in radioprotezione a tutti i medici, in
modo da rendere accessibili le informazioni per la giustificazione anche al prescrivente.
Le pratiche devono essere giustificate in maniera generale come risulta evidente dalla
lettura congiunta del D. Lgs. 241/00 e del D. Lgs. 187/00. Qui si evince che le categorie di
pratiche, intese come insiemi di pratiche radiologiche omogenee dal punto di vista della finalit
e della metodologia di esecuzione, devono essere giustificate preliminarmente e periodicamente
in maniera globale e collettiva. Questa operazione non pu cadere come obbligo per il singolo
individuo ma deve essere effettuata da una apposito gruppo di persone con le necessarie
capacit per farlo.
La giustificazione generale della pratica medica, evidentemente, non pu ricadere
soltanto sul singolo specialista, ma deve vedere coinvolte professionalit e organismi con
responsabilit e competenze pi ampie di quelle possedute dal singolo.
Una volta che la pratica cessa di essere una categoria generale (quella dellinsieme delle
pratiche omogenee messe in opera da tutti gli specialisti del campo) e diviene linsieme delle
esposizioni effettuate dal singolo specialista sullinsieme dei suoi pazienti egli deve
intraprendere un processo di giustificazione della pratica svolta prima di iniziare a svolgerla.
Infatti la giustificazione viene richiesta come contenuto della comunicazione preventiva di
pratica. Una lettura di quanto disposto non pu non far rilevare che la condizione di preventivit
serva appunto per garantire che la pratica sia giustificata a priori, anche facendo riferimento
alle condizioni di giustificazione generale della pratica.
- 71 -

Analogamente un processo di giustificazione dovr essere previsto anche per le pratiche


non mediche, tale da essere generale e specifico, tenendo conto dellevoluzione tecnica e
scientifica del settore.

23.21. Ottimizzazione
Il principio di ottimizzazione, conseguente alla giustificazione, prevede di rendere
minime le dosi a parit di beneficio. In altre parole di rendere massimi i vantaggi e minimi i
costi, dove per costi si intendono tutti i tipi di detrimento sanitario oltre ai costi veri e propri di
esecuzione della pratica.
In pratica lottimizzazione si esplica in un bilanciamento tra beneficio lordo V e costi di
produzione della pratica P, costo della protezione X e costo sanitario del detrimento per la salute
che ne deriva Y. Sostanzialmente si cerca di bilanciare quattro grandezze omogenee prendendo
i loro costi monetari, ma finalizzando loperazione al conseguimento di una migliore
protezione:
dV dP dX dY

+
+
= 0 (22)
dS dS dS dS
La variabile indipendente in questo caso lequivalente di dose efficace collettiva S
(vedi sopra). Nel caso descritto nellequazione (22) il beneficio massimo (o minimo) quando
si realizza il valore di dose efficace per cui lequazione (22) verificata. Questa tecnica di
ottimizzazione non ha ancora preso molto piede da noi, ma presenta lindiscutibile vantaggio
di utilizzare una unica grandezza per descrivere tutte le variabili.
Tutto ci in teoria semplice e fattibile per i lavoratori che operano con sorgenti di
radiazioni ionizzanti sia per uso medico che non. Il problema che si presenta per quello della
ottimizzazione della dose del paziente. Infatti il trasferimento di tutta questa costruzione dalla
protezione dei lavoratori alla protezione del paziente presenta non pochi problemi, come
abbiamo gi evidenziato anche nellesame del principio di giustificazione.
Mentre possibile quantificare monetariamente il detrimento sanitario delloperatore
che effettua una pratica, in termini dei costi sanitari per curare il danno subito, risulta molto pi
difficile fare la stessa cosa con il paziente che la subisce, per la difficolt di quantificare il
beneficio che egli trae dalleffettuazione della pratica. Pertanto la strada da seguire risulta,
secondo il D. Lgs 187/00, sostanzialmente diversa.
Evidentemente l'efficacia della pratica deve essere valutata sulla base dell'effetto che
tale pratica ha non solo sul singolo paziente, ma sulla storia di tutti i pazienti esposti. Infatti la
suscettibilit individuale rende il singolo dato poco attendibile.
Risulta facilmente quantificabile il costo per la collettivit, in termini di dose collettiva,
perch riconducibile al costo sanitario della probabile insorgenza di tumori conseguente alla
pratica. Altrettanto dicasi del costo sanitario per gli operatori coinvolti, nonch per i costi di
esecuzione della pratica. Quindi tutto il processo di ottimizzazione si riconduce alla valutazione
costi-benefici per il paziente.
Questo processo di ottimizzazione ben delineato dall'articolato del decreto legislativo
e nelle linee guida dell'allegato II. Si distinguono i due casi delle pratiche diagnostiche e di
quelle terapeutiche, in quanto esse hanno necessit distinte.
Per le pratiche radiodiagnostiche si fa uso di una ottimizzazione collettiva per mezzo
dei Livelli Diagnostici di Riferimento (LDR). Questi sono dei livelli standard messi a punto per
effettuare il confronto tra le dosi, o altri parametri diagnostici misurabili, ed i valori utilizzati
correntemente nella singola struttura sanitaria. Da questo confronto scaturisce l'azione di
organizzazione della struttura e di svecchiamento delle macchine radiogene. Altro strumento
essenziale sono i controlli di qualit e pi in generale il programma di garanzia della qualit.
Per il trattamento con radionuclidi risultano essenziali le informazioni fornite al paziente, al
fine di ottimizzare la dose alle persone del pubblico eventualmente in contatto con il paziente
- 72 -

dimesso. Queste dovranno essere messe a punto dal medico specialista e dall'esperto
qualificato, ma sotto la responsabilit del medico specialista. Evidentemente si sottintende che
la formazione del medico sia il passo successivo e fondamentale di questa parte specifica di
applicazione del principio di ottimizzazione.
Le pratiche radioterapeutiche sono oggetto di ottimizzazione individuale in quanto
ciascuna fa caso a s. Anche se alcune tipologie di trattamento si potrebbero ricondurre ad un
denominatore comune rispetto allo svolgimento della pratica ma non rispetto all'individuo
irraggiato. Pertanto si dovr provvedere a mantenere minime le dosi agli organi non bersaglio
avendo cura di preservare l'efficacia del trattamento.
La ricerca scientifica ha un trattamento a parte, anche per tenere conto delle finalit non
sempre di beneficio del singolo che essa si deve proporre. Questa regolamentata da apposite
linee guida nellallegato III.
Gli attori del processo di ottimizzazione sono essenzialmente tre: il responsabile
dellimpianto radiologico, il medico specialista (radiologo, radioterapista o medico nucleare) e
lesperto in fisica medica. Eventualmente, e limitatamente a quanto previsto dalla legge,
lesperto qualificato pu, in alcune circostanze, essere intercambiabile con lesperto in fisica
medica.
Il responsabile dellimpianto radiologico, unitamente allesercente, rappresenta il
referente ed il responsabile di tutte le azioni e le reazioni conseguenti: attivare il programma di
garanzia della qualit, far ripristinare le apparecchiature radiologiche che mostrano una
prestazione scadente ed, eventualmente, dismetterle. Lo specialista esegue lesposizione ed
quindi responsabile dellottimizzazione della singola esposizione e del risultato diagnostico o
terapeutico conseguito. Il fisico fornisce supporto tecnico per tutte le misure necessarie allo
svolgimento corretto della procedura di ottimizzazione.

23.22. Limitazione dellesposizione individuale


Lespletamento della fase di ottimizzazione potrebbe portare a sostenere lutilit di
esporre solo un lavoratore allintera dose, giacch cos facendo si riduce effettivamente la dose
collettiva. Questa procedura viene messa fuori legge dalla richiesta che comunque anche le dosi
individuali siano ridotte al di sotto di un determinato valore.
I valori proposti dallICRP sono tali da garantire lindividuo anche nei confronti dei
danno stocastici, sempre nellipotesi della relazione lineare senza soglia. Infatti in tale
condizione solo una dose zero garantirebbe lassoluta sicurezza ma, come si visto, una dose
viene comunque assorbita per il semplice fatto di vivere nel mondo (radiazione naturale,
radiazione medica dispersa, etc.). Pertanto il sistema di limitazione delle dosi individuali
prevede una riduzione delle dosi al di sotto di un limite per cui la probabilit di ammalarsi di
una qualunque delle patologie da radiazioni ionizzanti si riduce ad un livello molto basso.
Questo, naturalmente, purch lindividuo sia sano e non predisposto a patologie bersaglio per
lesposizione a radiazioni ionizzanti. Da qui deriva la necessit della visita preventiva e
periodica degli esposti a radiazioni ionizzanti.
I limiti stabiliti devono, ovviamente, tenere conto sia degli effetti stocastici che di quelli
non stocastici, rispettando sempre il pi restrittivo dei due.
I limiti previsti dallICRP per i lavoratori sono quelli riportati nella seguente tabella 9:
Tabella 9: limiti di dose
Tessuto o organo
Limite stocastico Limite non stocastico
(mSv/anno)
(mSv/anno)
Corpo
intero
(irradiazione
50
uniforme)
Gonadi
200
Mammella
330
500
Midollo osseo rosso
417
500
- 73 -

Polmoni
Tiroide
Superficie ossea
Cristallino
Altri singoli organi

417
1670
1670
833
833

500
500
500
150
500

Mentre per la popolazione i limiti sono stati ridotti al 10 % di quelli previsti per i
lavoratori. In pratica per lICRP ha ridotto tale valore di irradiazione per il corpo intero a 1
mSv/anno. Tale valore, confrontato con la dose collettiva, rende evidente che si tenta di
mantenere la dose al di sotto del valore di significativit; ossia se si assorbe una dose da
radiazione di fondo o dispersa di 2 mSv/anno, il rispetto del limite lavorativo di 1 mSv/anno
garantisce che il rischio lavorativo senzaltro trascurabile, anche se si aggiunge a quello
normalmente assunto.
Oltre ai limiti primari si sono derivati dei limiti secondari tali che il loro rispetto
garantisca automaticamente il rispetto di quelli primari. Questo il caso dei limiti di
introduzione per irraggiamento interno o dei limiti ambientali. Questi limiti possono essere
agevolmente calcolati a partire da quelli primari con considerazioni sul tempo speso al lavoro
e sulle geometrie di irraggiamento o sulle modalit di introduzione. Ad esempio se ipotizziamo
(cosa del tutto plausibile) un tempo lavorativo annuo di 2000 ore, si ricava immediatamente dal
limite di 50 mSv/anno al corpo intero un limite secondario di 25 Sv/ora, senza considerazioni
geometriche.

23.23. I limiti previsti dalla normativa nazionale


La normativa nazionale ha recepito i limiti ICRP dopo che questi sono stati a loro volta
recepiti nella normativa europea. Questo processo si svolto ben due volte dal 1995 per la
promulgazione prima del D. Lgs. 230/95 e, successivamente, del D. Lgs. 241/00 (con lulteriore
correzione del D. Lgs. 257/01).
La normativa italiana ha recepito i limiti europei introducendo tre classi di persone
esposte: le persone che si possono considerare non esposte per motivi professionali, pur
lavorando con radiazioni ionizzanti; le persone esposte con un rischio medio e quelle con un
rischio pi elevato (ma sempre fortemente ridotto rispetto al danno stocastico) [10]. Queste tre
categorie hanno una ripartizione rispetto allirraggiamento al corpo intero dato dai valori
riportati nella seguente tabella 10:
Tabella 10: classificazione dei lavoratori in conseguenza della dose efficace
Categoria di lavoratore limite inferiore di dose limite superiore di dose
esposto
efficace (mSv/anno)
efficace (mSv/anno)
Non esposto
1
Esposto di categoria B
1
6
Esposto di categoria A
6
20
I limiti di dose equivalente per particolari organi o tessuti sono invece:
Tabella 11: classificazione dei lavoratori in conseguenza della dose equivalente
Categoria
Tessuto o Lim.inf.
Tessuto o Lim. sup.
organo
(mSv/anno) organo
(mSv/anno)
cristallino
15
Non esposto
pelle
50
estremit
50
cristallino
15
cristallino
45
Esposto di categoria B
estremit
50
estremit
150
pelle
50
pelle
150
Esposto di categoria A
cristallino
45
cristallino
150
- 74 -

estremit
pelle

150
150

estremit
pelle

500
500

La classificazione in una delle tre categorie si attiva non appena avviene il superamento
di uno qualsiasi dei differenti limiti previsti.

23.24. Le misure di protezione e prevenzione


Il presente capitolo vuole illustrare, in forma semplificata, le misure organizzative e
costruttive che servono a rendere effettiva la protezione dalle radiazioni ionizzanti predicata in
precedenza.
I principali metodi per ridurre le dosi consistono nello schermare la radiazione,
allontanare la sorgente o ridurre il tempo di lavoro del personale (esposizione). Questi metodi
possono essere utilizzati sia congiuntamente che separatamente, quando sia economicamente
pi conveniente un insieme dei tre metodi rispetto ad uno solo di essi.
Le principali misure protezionistiche si riassumono in quattro passi da compiere:
progettazione del sito (nel caso di nuove installazioni), classificazione del personale,
classificazione degli ambienti e schermature. Questi passi successivi interagiscono fra di loro
per affrontare i citati metodi di riduzione delle dosi per i lavoratori e per il pubblico. Il livello
della trattazione sar, come per gli argomenti precedenti, introduttivo e lascer allottima
bibliografia il compito di fornire materiale per lapprofondimento.
Le misure organizzative di cui tratter il presente capitolo hanno lo scopo di prevenire
lirradiazione e di controllare preventivamente sia fisicamente che biologicamente lentit e gli
effetti dellesposizione, in modo da programmarla accuratamente. Il principale termine di
paragone costituito dei limiti nazionali di dose che hanno lo scopo di mantenere le dosi
individuali ad un livello accettabile. Tutte le azioni da qui in poi descritte devono essere messe
in atto prima di iniziare lattivit lavorativa con radiazioni ionizzanti.
La prima e fondamentale azione, che di solito viene effettuata dallesperto qualificato
incaricato dal datore di lavoro, ma che non viene messa su carta, consiste nel fare lanalisi
dellattivit lavorativa al fine di individuare quelle fasi dellattivit stessa che comportano un
effettivo rischio da radiazioni ionizzanti. La rilevanza di questa fase spesso trascurata perch,
soprattutto in ambito medico, le pratiche sono standardizzate, si ritiene che tutti le conoscano e
che lanalisi dellattivit lavorativa sia stata fatta una volta per tutte. Per evidente che alcune
volta si pu ridurre lesposizione semplicemente organizzando diversamente gli spazi destinati
alle diverse attivit lavorative ovvero organizzando differentemente il lavoro. Quindi, anche se
non deve necessariamente essere riportata sulla relazione di radioprotezione, lanalisi
dellorganizzazione del lavoro resta un caposaldo della procedura radioprotezionistica che deve
essere attuato prima di accedere a tutte le altre opzioni previste dalla legge e dalle norme di
buona tecnica. Tale fase trova anche utilit ai fini dellottimizzazione della pratica, come
prescritto nella normativa radioprotezionistica [10].
La sequenza delle operazioni, che prende le mosse dallanalisi organizzativa, prosegue
poi con la valutazione ingegneristica del sito (rilevante solo per siti di nuova costruzione), la
valutazione del personale impiegato e degli ambienti di lavoro, al fine di operare una
classificazione che garantisca preventivamente la massima sicurezza al minor costo possibile.
23.25. La progettazione ingegneristica del sito
La messa in opera di pesanti schermature per le grosse macchine pu creare problemi
non indifferenti di costi e di solidit delle strutture che devono sopportare enormi pesi. Senza
addentrarci nella selva dellingegneria clinica (progettazione dei siti medici) diamo solo una
rassegna delle problematiche che devono trovare una soluzione.
Un sito di nuova costruzione consente di progettare e realizzare in maniera ottimale la
distribuzione dei locali, mentre linstallazione di nuove macchine in siti preesistenti implica un
- 75 -

lavoro di adattamento che pone limiti seri allottimizzazione (anche perch spesso le nuove
macchine sono pi potenti di quelle che vanno a sostituire).
La prima considerazione che deve essere fatta sulla potenza della macchina radiogena
o sullattivit della sorgente radioattiva. Questo, oltre alla destinazione duso dei locali limitrofi,
anche superiori ed inferiori, ci dar una misura della protezione che dovremo ottenere. Si pu
ottimizzare la disposizione mettendo pi macchine dello stesso tipo una a fianco dellaltra in
locali vicini, cos da limitare le pareti di confine con zone frequentate da pubblico o lavoratori
non esposti.
Il peso complessivo delle schermature e delle apparecchiature porta a scegliere la
soluzione di mettere nel seminterrato (o addirittura alcuni piani sotto terra) i siti con macchine
potenti quali acceleratori lineari o ciclotroni. Questo comporta minore schermatura (la terra
scherma anchessa e nei locali limitrofi non c nulla se non, al pi, magazzini) e minori
problemi di carico statico.
I locali che ospitano le grandi macchine devono essere i pi piccoli possibile,
compatibilmente con la possibilit di far accedere il paziente con barella, far muovere la testata
della macchina ed effettuare la manutenzione sulla macchina stessa. Questo porta comunque a
dimensioni in pianta di circa quindici metri quadrati.

23.26. La classificazione del personale


La seconda azione che si deve compiere al fine di definire i limiti personali di dose
consiste nella classificazione del personale. Questo equivale a definire i limiti di progetto per il
tempo di esposizione del personale, in modo tale da rispettare lultimo principio di
radioprotezione (limitazione delle dosi).
I limiti di esposizione previsti dal D. Lgs. 230/95 [10] sono quelli gi citati nel paragrafo
2.3.3.1. e qui non li ripetiamo.
La dose che deve essere computata dovr essere quella effettivamente assorbita,
presuntivamente, nel periodo di riferimento, considerando che la persona potrebbe non operare
necessariamente in zona controllata. Rispetto alla precedente normativa (185/64) in cui ad una
zona controllata si doveva obbligatoriamente associare del personale esposto, adesso ci pu
essere zona controllata senza personale esposto. Infatti se il personale opera in un bunker non
ha esposizione e non necessita di classificazione.
Altra situazione risulta essere quella del personale classificato A che agisce presso zone
controllate gestite da terzi. In questo caso il gestore della zona controllata deve munirsi di
dosimetri a lettura diretta per poter comunicare, tramite il libretto personale di radioprotezione,
la dose alla persona interessata ed al suo esperto qualificato. In questo caso la dose deve essere
valutata in anticipo al fine della classificazione, anche se verr registrata poi indipendentemente
e solo riportata dallesperto qualificato del datore di lavoro. In tal caso si potr far uso dei valori
di dose della zona controllata/sorvegliata e del tempo di permanenza per stimare nel modo
migliore la dose attribuibile.
23.27. La classificazione degli ambienti
La terza azione da compiere consiste nel definire i limiti di progetto per le dosi nelle
diverse aree limitrofe (finitime, superiori ed inferiori) alle sorgenti di radiazioni. Questa la
classificazione delle aree, che deve essere effettuata secondo ben determinate codificazioni
previste per legge [10] al fine di determinare i criteri di progettazione delle barriere di
protezione.
I valori di classificazione della norma sono i seguenti:

- 76 -

Tabella 12: valori limite di dose equivalente ai fini della classificazione del personale
dose efficace E
dose equivalente HT agli organi classificazione
> 6 mSv
> 45 mSv al cristallino, 150 mSv
controllata
alla pelle, ai piedi, alle mani, agli
avambracci e alle caviglie
1 mSv<E< 6 mSv
15 < HT< 45 mSv al cristallino
sorvegliata
50 < HT<150 mSv alla pelle
E< 1 mSv
< 15 mSv per il cristallino e 50 non classificata
mSv per la pelle
Pertanto si stabilisce quale livello di protezione si desidera ottenere per le persone che
operano in un determinato locale e quindi si adottano le barriere protettive idonee a conseguire
quel livello di protezione. Questa azione in realt non indipendente dalla classificazione del
personale, ma ne il necessario complemento.
Le zone controllate e sorvegliate devono essere chiaramente segnalate e devono essere
dotate di regole scritte che prevedono limitazioni allaccesso.
La necessaria prosecuzione della classificazione delle aree la progettazione delle
schermature.
23.28. Le schermature
Lultima azione che si pu intraprendere per ridurre effettivamente le dosi individuali
consiste nellattenuare il fascio di radiazione fino a raggiungere il limite, di area o individuale,
fissato in fase di progetto. Questa attenuazione pu essere realizzata sia con la distanza dalla
sorgente sia con linterposizione tra sorgente e personale di strati opportunamente dimensionati
di materiale schermante.
In quanto segue si limiter la trattazione alla sola radiazione elettromagnetica, in quanto
senzaltro la principale causa di dose ai lavoratori ed al pubblico ed inoltre anche il caso pi
semplice da sviluppare. Pertanto si parler di radiazione elettromagnetica o di fotoni (quanti di
luce), intendendo con ci sia la radiazione continua delle macchine radiogene sia quella
discreta delle sorgenti radioattive, ossia dei raggi X e .
Oltre alle problematiche di schermatura della radiazione verranno brevemente discusse
le questioni particolari che derivano dalla schermatura delle macchine di grande potenza, quali
gli acceleratori.
23.29. La distanza
La distanza costituisce di per s, indipendentemente dallattenuazione in aria che
comunque scarsa, un fattore di riduzione della fluenza dei fotoni.
Immaginiamo di prendere in considerazione una sorgente puntiforme ed isotropa (ossia
che sia piccola rispetto alla distanza di misura e che emetta lo stesso numero di fotoni in ogni
direzione dello spazio). Tutti gli N fotoni emessi in un dato istante si troveranno su una
superficie sferica (isotropa) centrata sulla sorgente ed avente raggio zero (puntiforme). Dopo
un intervallo di tempo t lo stesso numero di fotoni si trover distribuito omogeneamente su una
nuova superficie sferica centrata sulla sorgente e con raggio pari allo spazio percorso dal singolo
fotone: c t, dove c la velocit della luce. Come conseguenza di questo fatto i fotoni saranno
distribuiti sulla superficie sempre omogeneamente ma molto pi spaziati tra di loro, perch la
superficie cresciuta. Dopo un tempo t = 2 t la sfera sulla cui superficie si troveranno gli N
fotoni sar ancora pi grande, infatti adesso il raggio il doppio e quindi la superficie (che
proporzionale al quadrato del raggio) sar quattro volte pi grande. Conseguentemente la
densit superficiale dei fotoni sar ridotta ad un quarto di quella che aveva allistante t.
Questo semplice esempio ci consente di descrivere come varia la fluenza dei fotoni al
crescere della distanza: la fluenza dei fotoni diminuir come linverso del quadrato della
distanza.
- 77 -

La dose assorbita si comporta in maniera analoga purch a distanza tale per cui la
sorgente possa essere considerata puntiforme, ossia a distanza tale che la dimensione fisica della
sorgente minore della distanza stessa. Ad esempio una sorgente radioattiva di dimensione 2
cm pu essere considerata puntiforme gi a mezzo metro di distanza, mentre una sorgente
costituita da un tubo radiografico di 20 cm ha bisogno, per essere considerata puntiforme, di
una distanza di circa 2 m. Per distanze tali per cui la sorgente non pu essere considerata
puntiforme si dovr ipotizzare una diminuzione della dose proporzionale allinverso della
distanza.
Per quanto detto se si vuole ottenere una dose di 1 mGy/ora per un operatore che lavora
con una sorgente puntiforme che emette ad 1 metro 1 Gy/ora si dovr far ricorso ad una distanza
di 31,6 m. Tale distanza calcolabile dalla seguente formula, derivata dalla relazione empirica
esemplificata in precedenza:

D1 d 22
=
D2 d12

(23)

dove D1 e D2 sono le dosi nei punti 1 e 2, mentre d12 e d22 sono le rispettive distanze.

23.30. Le schermature
Vi sono molte situazioni lavorative nelle quali non possibile aumentare la distanza
oltre un certo valore. In questi casi si dovr procedere a ridurre la dose ai valori desiderati
facendo ricorso a delle barriere fisiche che attenuino la radiazione rapidamente, assorbendo i
fotoni. In queste situazioni si deve essere in grado di valutare a priori quale dovr essere,
approssimativamente, lo spessore delle schermature che si dovranno installare. Questa
valutazione preventiva implica dei calcoli ben pi complessi di quelli visti nel caso della sola
distanza. Per fortuna esistono, per i raggi X e , notevoli semplificazioni proposte dallICRP
[13] e dalla NCRP [14].
Il sistema di progettazione delle schermature messo in piedi dallICRP e dallNCRP
prevede che si conoscano i principali fattori che incidono sulla produzione e sullattenuazione
della radiazione, quali corrente, tensione, direzione del fascio, durata dellesposizione,
occupazione dei locali, etc. Per semplificare la trattazione da ora in poi supporremo di occuparci
delle macchine radiogene, rinviando la trattazione dei radionuclidi alla nutrita bibliografia [2].
Il carico di lavoro W0 il primo dei fattori rilevanti e si ottiene moltiplicando il numero
di lastre effettuate in media in una settimana per il tempo di scatto della lastra per lemissione
di radiazione per unit di corrente ad un metro; W0 si misura in Gy/anno. Rappresenta la dose
massima assorbita nel punto di riferimento in un anno di lavoro in condizioni operative normali
di lavoro, senza paziente sotto il fascio. Il dato relativo al numero di lastre o trattamenti deve
essere fornito dal datore di lavoro (direttamente o indirettamente), anche tramite il personale
addetto al funzionamento dellapparecchio, ma deve essere sottoscritto dal datore stesso. In
alternativa pu essere preventivamente stimato da tabelle statistiche nazionali ovvero da
pubblicazioni ad hoc (ad esempio tab. 13 tratta da NCRP 49) che ci forniscono il dato in forma
settimanale o mensile.

- 78 -

Esame

Carico
giornalieri di
pazienti
-

Tabella 13
Diagnostica
Carico di lavoro settimanale W0 (mAmin/sett)

Torace in
ammissione (con
griglia)
Torace (3 lastre a
paziente)
Cistoscopia
Fluoroscopia con
spot filming
Fluoroscopia senza
spot filming
Fluoroscopia con
intensificazione
dimmagine e con
spot filming
Radiografia
generale
Procedure speciali

100

10020kV o
meno
100

60

150

8
24

600
1500

600

300

24

1000

400

200

24

750

300

150

24

1000

400

200

700
Terapia

280

140

Superficiale (fino a
150 kV)
Ortovoltaggio(200500 kV)
Megavoltaggio
(0,5-10 MV)
Cesio
50 cm DFP
50 cm DFP
60 cm DFP
Cobalto
70 cm DFP
80 cm DFP
100 cm DFP

32

3000 mAmin

32

20000 mAmin

50

100000 mAmin

16
32
32

8000 R21 ad un metro


15000 R ad un metro
24000 R ad un metro

32
32
32

30000 R ad un metro
40000 R ad un metro
60000 R ad un metro

125 kV

150 kV

Il dato deve quindi essere moltiplicato per lemissione isocentrica della macchina
radiogena. Questo dato deve essere ricavato da appositi grafici, sempre riportati sulle
pubblicazioni specializzate, di cui riportiamo a titolo di esempio due esemplari (fig. 13, fig. 14,
fig. 15 e fig. 16).

20
21

Tensione di picco del tubo radiografico.


Roentgen a settimana ad un metro.

- 79 -

Figura 13

Figura 14

Figura 15
Figura 16
Facciamo un esempio: un endorale di 7 mA di corrente e 60 kV di tensione che viene
usato per scattare 20 lastre al mese, in media (dato dichiarato dal dentista), con un tempo
desposizione di 0,5 s si avr un carico di lavoro pari a 3,08 Gy/anno. Infatti si pu fare la stima
dai grafici dellemissione che ci forniscono 4 mGymin/mA. Quindi il carico di lavoro, in questo
caso, sar dato da 47200,511 = 3,08 Gy/anno, dove la moltiplicazione per 11 dipende dal
fatto che il numero di lastre mensile mentre vogliamo calcolare il dato annuale.
Un altro esempio relativo ad una radioterapia considera un acceleratore lineare Linac. Il
trattamento medio produce una dose di 2,5 Gy, il numero di pazienti trattati giornalmente di
circa 80 (valore limite superiore), quindi ad un metro sar:
2,580548 = 4,8104Gy/anno.
Un ulteriore fattore di cui si deve tenere conto la direzione del fascio di fotoni. Questo
viene caratterizzato mediante il fattore duso della barriera U; ossia se la radiazione incide
direttamente sulla barriera oppure vi arriva per diffusione. La distinzione viene operata secondo
- 80 -

la seguente tabella consigliata dallICRP che correla la condizione con un fattore numerico che
verr poi utilizzato per effettuare il calcolo della schermatura:
Tabella 14: fattori duso
Pavimento della sala raggi X (tranne che
negli impianto di radiologia dentaria), pareti
Uso totale
U=1
e soffitto della sala a raggi X normalmente
esposte al fascio diretto.
Porte e pareti della sala raggi X non esposti
Uso parziale
U = 0,25 normalmente al fascio diretto, pavimento di
gabinetti di radiologia dentaria.
Soffitti delle sale a raggi X non esposte
Uso occasionale
U = 0,06
normalmente al fascio diretto.
Ancora un altro elemento da prendere in considerazione la posizione delle persone che
occupano i locali che devono essere schermati. Anche per questo fattore si fa uso di un fattore
numerico caratterizzato da una situazione prestabilita, al fine di semplificare il calcolo delle
barriere:
Tabella 15: fattori doccupazione
Posti di controllo, uffici, corridoi e sale
daspetto abbastanza larghe da contenere
tavoli, camere oscure, stanze di lavoro e
negozi, infermerie, gabinetti e sale di riposo
Occupazione permanente
T=1
usate
normalmente
da
personale
professionalmente esposto, locali di
distrazione, luoghi di gioco di bambini, locali
di abitazione.
Corridoi troppo stretti per contenere tavoli,
magazzini, gabinetti e sale di riposo non
Occupazione parziale
T = 0,25 usate
normalmente
da
persone
professionalmente esposte, ascensori con
manovratore, parcheggi incustoditi.
Stanzini e ripostigli non usati normalmente
da personale professionalmente esposto,
Occupazione occasionale
T = 0,06
scale, ascensori automatici, marciapiedi,
strade.
Naturalmente in questo caso si deve prendere in considerazione anche il caso che lo
spazio oltre la barriera non possa essere occupata da nessuno in alcuna occasione. In questa
situazione si deve poter prevedere anche un fattore doccupazione pari a zero, come nel caso in
cui ci sia un terrapieno oltre la parete.
Un altro fattore che serve alla valutazione delle schermature la distanza della macchina
dalla parete che si sta progettando. La distanza sar espressa in metri senza decimali (le
approssimazioni fatte sin qui sono del tutto in grado di mascherare lerrore che si fa omettendo
i decimali).
Il calcolo deve essere fatto tenendo conto dei limiti di dose previsti HL per chi occupa i
locali oltre la barriera che si sta progettando. Quindi la formula da utilizzare la seguente:
2

W d
A = 0 0 UT (24)
HL d
dove: A rappresenta lattenuazione che deve essere realizzata, d0 la distanza dallisocentro (di
solito 1 metro) e d la distanza dalla barriera.
Una volta ricavato il valore che deve avere lattenuazione per raggiungere il grado di
protezione previsto si dovr stabilire quale materiale utilizzare e quale spessore deve avere la
- 81 -

schermatura. Questo viene generalmente fatto utilizzando gli spessori decivalenti (SDV) o
emivalenti (SEV). Questi sono gli spessori necessari per ottenere unattenuazione di un fattore
10 o 2, rispettivamente (ossia ridurre ad un decimo o alla met la dose nel punto di riferimento).
Il calcolo pu essere fatto prendendo il logaritmo in base 10 o in base 2, rispettivamente,
dellattenuazione calcolata mediante la formula 24:
log10 A = SDV
(25)
log 2 A = SEV
Quindi tramite una tabella (ad esempio tab. 16) degli spessori decivalenti i funzione
della tensione di accelerazione o dellisotopo si ricava il numero di spessori da impiegare (si
rammenti che 1 SEV = 0,31 SDV e 1 SDV = 3,2 SEV).
Tabella 16: spessori decivalenti
60Co a 90
60Co
Materiale
5 MV
10 MV
25 MV
3
Terrapieno (1600 kg/m )
0,23
0,34
0,48
0,57
0,74
3
Cemento (2400 kg/m )
0,15
0,23
0,32
0,38
0,50
Cemento pesante (4000
0,074
0,14
0,19
0,23
0,24
3
kg/m )
Piombo
0,015
0,042
0,047
0,052
0,051
(Gli spessori decivalenti sono espressi in metri).
Questo metodo degli spessori decivalenti risulta molto conveniente se si decide di
realizzare la schermatura con materiali diversi, in quanto ci consente di calcolare separatamente
gli spessori dei due o pi materiali.
Facciamo un esempio pratico con i due carichi di lavoro ricavati in precedenza: studio
dentistico 3,08 Gy/anno; radioterapia 4,8104Gy/anno. Nel primo caso avremo tutti ambienti
non classificati intorno ed il fascio sar diretto verso il pavimento (barriera primaria).
Eseguiamo il calcolo per una parete che sia a distanza di 2 metri dal fascio (fattore duso 0,06),
la quale separa lo studio da un soggiorno (fattore doccupazione pari a 1). Il risultato di tale
calcolo :
A = (3,08/1)(1/2)20,06 = 0,0462
pertanto saranno necessari 0 strati emivalenti (infatti log10A = -1,3 e non sono plausibili spessori
negativi): lattenuazione del fascio dovuta alla distanza di per s sufficiente a garantire il
livello di protezione prefissato.
Il caso dellacceleratore , ovviamente, differente. Consideriamo una barriera a 2 m che
d su una zona di ricezione frequentata da persone del pubblico (esterno radioterapia; T = 1)
con una parete che non abbia proiezione diretta del fascio (U = 0,25). Risulta: A = (4,8104/1103
)(1/2)20,25 =0,3107. Quindi servono 7 strati decivalenti (log10 A = 6,5 7) per raggiungere
lattenuazione desiderata. Supponiamo di fare una prima schermatura di piombo (un SDV) e
continuare poi in cemento (6 SDV), dovremo porre in opera (tab. 16) 5,1 cm di piombo e 3 m
di cemento.
La schermatura della radiazione di fuga dalla macchina richiede, solitamente, altri due
spessori decivalenti, mentre si prevede di aggiungere uno spessore decivalente per tenere conto
delle approssimazioni fatte. Pertanto si dovranno aggiungere 1,5 m di cemento o 15 cm di
piombo. Nel caso si usi lilmenite (cemento con polvere di ferro) lo spessore si riduce di
conseguenza a 2,4 m di parete.
I calcoli illustrati sopra portano a definire in alcuni casi, per comodit, delle tabelle di
schermature minime per valutazioni rapide come quelle riportate qui di seguito (tabelle da 17 a
18). In queste tabelle i fattori gi valutati devono essere utilizzati per entrare nella successiva
tabella che d lo spessore della barriera sia in piombo che in calcestruzzo in ragione dei fattori
rilevati. Le schermature riportate nelle seguenti tabelle consentono di attenuare la dose ad 1
mSv/sett. Luso della tabella, ancorch ovvio, merita qualche chiarimento: si sceglie la tabella
a seconda che la barriera sia primaria o secondaria, quindi si entra con la tensione massima
- 82 -

della macchina, si seleziona il carico di lavoro idoneo (ossia il prodotto WUT) e si sceglie la
distanza dalla sorgente della barriera in modo da essere cautelativi (ad esempio se la distanza
3,4 m si sceglie la distanza che d una barriera pi spessa, ossia 3 m anzich non 4m); il valore
individuato quello dello spessore necessario a ridurre la dose ad 1 mSv/sett.

Tabella 17: schermature per barriere primarie per ridurre la dose ad 1 mSv/sett
Tensione WUT in Barriera primaria in mm di Barriera primaria in cm di
costante mAmin piombo alla distanza di
calcestruzzo alla distanza di
applicata
1m
2 m 3 m 5 m 10 m 1 m 2 m 3 m 5 m 10 m
sett
al tubo
10.000 0,7
0,6
0,5
0,4
0,3
7
6
5
4
3
3.000 0,6
0,5
0,4
0,3
0,2
6
5
4
3
2
50 kV
1.000 0,5
0,4
0,3
0,2
0,1
5
4
3
2
1
300 0,4
0,3
0,2
0,2
0,1
4
3
2
2
1
100 0,3
0,2
0,2
0,1
0,1
3
2
2
1
1
10.000 1,6
1,3
1,1
0,9
0,7
14
12
10
8
6
3.000 1,4
1,1
0,9
0,7
0,5
12
10
8
6
4,5
70 kV
1.000 1,1
0,9
0,7
0,5
0,4
10
8
6
4,5
3,5
0,7
0,5
0,4
0,2
8
6
4,5
3,5
2
300 0,9
100 0,7
0,5
0,4
0,3
0,1
6
4,5
3,5
2,5
1
10.000 2,7
2,2
1,9
1,5
1,1
23
19
16
13
9,5
1,8
1,5
1,2
0,8 19,5 15,5 13
11
7
3.000 2,3
85 kV
1.000 1,8
1,4
1,1
0,9
0,6 15,5 12,5 9,5
8
5
300 1,4
1,1
0,8
0,6
0,4 12,5 9,5
7
5
3,5
100 1,1
0,8
0,6
0,4
0,2
9,5
7
5
3,5
2
10.000 3,3
2,8
2,5
2,1
1,6 26,5 22
20
17
13
2,4
2,0
1,7
1,2
23
19
16
14
10
3.000 2,9
100 kV
1.000 2,5
2,0
1,6
1,3
0,8
20
16
13 10,5 6,5
300 2,0
1,5
1,2
0,9
0,5
16
12
10
7,5
4
100 1,6
1,1
0,8
0,6
0,3
13
9
6,5
5
2,5
10.000 3,7
3,2
2,8
2,5
1,9
30
26
24
21 16,5
2,7
2,4
2,0
1,5
27
23
20
17
13
3.000 3,3
125 kV
1.000 2,8
2,3
1,9
1,6
1,0
24
19 16,5 14
9
300 2,4
18
1,5
1,1
0,7
20
16
13
10
6
100 1,9
1,4
1,1
0,8
0,4 16,5 12
10
7
3
Tensione
costante
applicata
al tubo
150 kV

200 kV

WUT in Barriera primaria in mm di Barriera primaria in cm di


calcestruzzo alla distanza di
mAmin piombo alla distanza di
1m
2 m 3 m 5 m 10 m 1 m 2 m 3 m 5 m 10 m
sett
10.000
3.000
1.000
300
100
30.000
10.000
3.000
1.000
300

3,9
3,5
3,0
2,6
2,2
8
7
6
5
4

3,4
2,9
2,5
2,1
1,6
6,5
5,5
4,5
3,8
3,0

3,1
2,6
2,2
1,7
1,3
6
5
4
3,3
2,5

2,7
2,2
1,7
1,3
0,9
5
4,2
3,3
2,7
1,9
- 83 -

2,1
1,6
1,2
0,8
0,5
4
3,3
2,5
1,8
1,2

33
30
25,5
22
19
49
44
39
34
30

29
25
21
18
14
42
37
32
27
23

26
22
19
15
12
39
34
29
25
21

23
19
14,5
11
8
34
30
25
22
17

18
14
10,5
7
4
30
25
21
16
12

250 kV

300 kV

100
30.000
10.000
3.000
1.000
300
100
30.000
10.000
3.000
1.000
300
100

3,3
13,5
12
10,5
9
7,5
4,5
24
21
18
15
12
9,5

2,4
12
10,5
8,5
7
5,5
3,5
20
17
14
11,5
9
7

1,9
10,5
9
7,5
6
4,5
2,5
18
15
12
10
7,5
5,5

1,3
9
7,5
6
5
3,5
1,8
15,5
12,5
10
7,5
5,5
4

0,9
7,5
6
4,5
3,5
2,5
1,5
12
9,5
7
5,5
3,5
2,5

25
55
50
45
40
35
30
58
53
48
43
38
33

20
49
45
39
34
28
25
51
46
41
36
32
28

17
45
40
35
20
25
20
48
43
38
33
29
24

13
41
35
30
26
20
15
44
39
33
29
24
19

8
35
30
25
20
15
10
38
33
28
23
18
15

Tabella 18: schermature per barriere secondarie per ridurre la dose ad 1 mSv/sett
Tensione WUT in Barriera primaria in mm di Barriera primaria in cm di
costante mAmin piombo alla distanza di
calcestruzzo alla distanza di
applicata
1m
2 m 3 m 5 m 10 m 1 m 2 m 3 m 5 m 10 m
sett
al tubo
10.000 0,35 0,25 0,2
0,1
0
3,5
2,5
2
1
0
3.000 0,25 0,15 0,1
0,1
0
2,5
1,5
1
1
0
0,1
0,1
0
0
2
1
1
0
0
50 kV
1.000 0,2
300 0,1
0
0
0
0
1
0
0
0
0
100
0
0
0
0
0
0
0
0
0
0
10.000 0,9
0,7
0,5
0,3
0,1
7
5,5
4
2,5
1
3.000 0,7
0,5
0,3
0,1
0
5,5
4
2,5
1
0
70 kV
0,3
0,1
0
0
4
2,5
1
0
0
1.000 0,5
300 0,3
0,1
0
0
0
2,5
1
0
0
0
100 0,1
0
0
0
0
1
0
0
0
0
10.000 1,4
1,0
0,8
0,4
0,2
12
8
6,5
4
2
3.000 1,1
0,7
0,4
0,2
0
9
6
4
2
0
85 kV
1.000 0,8
0,4
0,2
0
0
6,5
4
2
0
0
300 0,4
0,2
0
0
0
4
2
0
0
0
100 0,2
0
0
0
0
2
0
0
0
0
10.000 1,6
1,1
0,9
0,5
0,2
13
10
7
4
2
0,8
0,5
0,2
0
10
7
4
2
0
3.000 1,2
100 kV
1.000 0,9
0,4
0,2
0
0
7
4
2
0
0
300 0,5
0,2
0
0
0
4
2
0
0
0
100 0,2
0
0
0
0
2
0
0
0
0
10.000 1,8
1,4
1,0
0,5
0,2 14,5 11
8
4
2
3.000 1,4
0,9
0,5
0,2
0
11
7,5
4
2
0
125 kV
1.000 1,0
0,5
0,2
0
0
7,5
4
2
0
0
300 0,5
0,2
0
0
0
4
2
0
0
0
100 0,2
0
0
0
0
2
0
0
0
0
Tensione
costante
applicata
al tubo
150 kV

WUT in Barriera primaria in mm di Barriera primaria in cm di


calcestruzzo alla distanza di
mAmin piombo alla distanza di
1
m
2
m
3
m
5
m
10
m
1
m 2 m 3 m 5 m 10 m
sett
10.000

1,9

1,5

1,0

0,6
- 84 -

0,2

15

11

200 kV

250 kV

300 kV

3.000
1.000
300
100
30.000
10.000
3.000
1.000
300
30.000
3.000
1.000
300
100
30.000
10.000
3.000
1.000
300

1,5
1,0
0,6
0,2
5,1
4,1
3,2
2,4
1,6
7,5
6,2
5,0
3,8
2,5
14,5
12
9,5
7
5

0,9
0,6
0,2
0
3,9
3,0
2,2
1,4
0,7
6,0
4,8
3,6
2,4
1,0
11
8,5
6
4
2,5

0,6
0,2
0
0
3,2
2,4
1,6
0,9
0,3
5,0
3,8
2,6
1,4
0,5
9,5
7
5
3
1

0,2
0
0
0
2,6
1,8
0,9
0,3
0
4,0
2,7
1,4
0,5
0
7,5
5
3
1
0

0
0
0
0
1,6
0,8
0,3
0
0
2,5
1,2
0,5
0
0
5
3
1
0
0

11
8
5
2
36
31
26
21
15
37
32
27
22
17
40
34
28
24
19

7,5
5
2
0
29
24
19
14
8
31
26
21
16
9
32
27
22
16
12

5
2
0
0
25
20
15
10
5
27
22
17
11
5
28
24
19
14
8

2
0
0
0
22
16
10
5
0
23
18
11
5
0
25
19
14
8
0

0
0
0
0
15
9
5
0
0
17
10
5
0
0
19
14
8
0
0

23.31. Ulteriori problematiche connesse con la produzione di radiazione fotonica


Le schermature delle grandi macchine acceleratrici hanno problematiche ulteriori
relative alla schermatura dei neutroni emessi dai materiali che compongono alcune parti della
macchina e dallattivazione dei materiali. Oltre a questi problemi deve sempre essere presa in
esame la possibilit che si producano gas nocivi quale, ad esempio, lozono. In quanto segue ci
limitiamo a dare un resoconto delle problematiche, rinviando alla letteratura specializzata per
lapprofondimento degli argomenti.
Raggi X di energia superiore a 6 MeV possono indurre radioattivit per reazione
fotonucleare. Si tratta principalmente di 15O (T1/2 = 2 min) e 13N (T1/2 = 10 min). La
problematica introdotta da tale radioattivit implica il corretto dimensionamento ed
indirizzamento dellestrazione dellaria. Inoltre la fotoproduzione di neutroni deve essere
conteggiata nella progettazione delle schermature, dato che la semplice schermatura dei fotoni
non sufficiente a arrestare anche i neutroni (occorrono materiali e spessori differenti).
Unaltra problematica indotta dalla grandi macchine quella dellozono. Lozono O3
(ossigeno ionizzato tre volte) un gas tossico che viene prodotto dalla radiazione elettronica
nelle accelerazioni esterne (non sotto vuoto). Tale gas deve essere rimosso con velocit
sufficiente a mantenere le condizioni vitali richieste per il paziente sottoposto a terapia, ovvero
prima che laccesso del personale sia ammesso. Il limite previsto per tale gas TLV = 0,1 ppm.
24. FISICA ATOMICA E MECCANICA QUANTISTICA
24.1. Breve storia dellatomo
I filosofi greci, con Democrito, erano giunti all'ipotesi dell'atomo partendo da un
ragionamento di tipo filosofico: se cerco di tagliare un pezzo di materia ci riesco. Anche se si
tratta di ferro, perch riesco ad inserire, facendo uso di grande forza, il mio strumento tagliente
negli interstizi vuoti fra gli atomi - compatti - che la compongono. Questo non sarebbe possibile
se la materia non fosse costituita da parti non divisibili aggregate fra loro. E lo chiamarono
atomo: non divisibile. Secondo la filosofia dellepoca erano gli atomi a costituire la materia ed
a determinarne le propriet a seconda della loro forma e grandezza (non erano necessariamente
piccolissimi). Anche il peso ed il calore erano caratteristiche che traevano la loro origine dal
- 85 -

numero di atomi per unit di volume e dal loro e movimento. Persino lacidit era attribuita alla
loro forma pi acuminata.
Questa concezione atomistica aveva per scarsi risvolti pratici e rimase per molto tempo
nella esclusiva sfera filosofica. Finch sul finire del 600 Borrelli, forse affascinato dal poeta
latino Lucrezio che aveva adottato la teoria di Democrito, osserv che, se le piante si
sviluppavano in cultura idroponica, ci doveva essere attribuito al fatto che aria ed acqua erano
composte a loro volta di subelementi che ricombinandosi davano luogo a strutture
evidentemente pi complesse quali le piante. Questo ragionamento diede origine alla scuola
iatromeccanica che forma lorigine dellattuale scienza (o arte) medica.

Un risvolto eminentemente pratico lo ebbe il concetto di atomo nella chimica sul finire
del 700 (inizio del 800). In questo campo ci si rese conto che sostanze diverse si combinavano
in rapporti costanti tra loro. In primo luogo si osserva che in una reazione il peso totale rimane
invariato. In secondo luogo si stabilisce che le sostanze si combinano fra loro sempre secondo
proporzioni semplici e fissate. Un determinato peso di una sostanza pu reagire solo con un ben
determinato peso di unaltra sostanza. Da queste osservazioni ebbe origine la legge delle
proporzioni costanti di Dalton e delle proporzioni multiple di Proust.
Questi aspetti ebbero numerose e ricche conseguenze per la scienza chimica che
rimasero per confinate a tale campo, senza produrre particolari conseguenze nei campi vicini
qual quello della fisica.
La fisica si approssim al concetto di atomo con la teoria cinetica dei gas che un
tentativo di ricavare le leggi della termodinamica partendo dalle molecole di gas ed
elaborandole statisticamente per dedurre, da dati microscopici ma statistico, dei dati
macroscopici e deterministici. Ossia si vuole trattare statisticamente i dati di posizione e
velocit (vettoriale) di un grandissimo numero di molecole (il numero di Avogadro 6,025
1023 molecole per mole) e dedurne i valori macroscopici di pressione, temperatura e volume.

- 86 -

Questa corrente di pensiero condusse Boltzmann, verso la fine dell800 a formulare


lipotesi atomica anche in fisica. Ma la sua ipotesi fu cos fortemente avversata dal fisico pi
rinomato dellepoca a Vienna, Ernst Mach, da condurre il povero Boltzmann ad una crisi
depressiva, a seguito della quale egli si suicid. Lanno di questo fatale evento il 1905 e
proprio nel 1905 Einstein pubblic il suo celebre lavoro sul moto browniano che, calcolando a
partire dallipotesi atomica dei risultati osservati ed osservabili, ne dava piena ragione e
consegnava alla fisica latomo. Di tale lavoro dava piena conferma sperimentale Perrin nel
1906. Un caso lampante di mancata diffusione scientifica!

In precedenza Planck aveva proposto lintroduzione dei quanti di luce (i cosiddetti


fotoni) per rendere conto del comportamento sperimentale della radiazione emessa da un corpo
nero. Tale ipotesi venne ripresa da Einstein (1905) per formulare la teoria delleffetto
fotoelettrico, nel quale un fotone che incide sulla superficie di un metallo ne estrae un elettrone.
Questi due lavori, insieme a quello di Rutherford, sono alla base dellopera di Niels Bohr che
fu il primo fisico a fornire una teoria completa di come funziona un atomo e che condusse,
attraverso tutti gli ulteriori sviluppi, alla bomba atomica ed a quella allidrogeno.

24.2

Spettro di corpo nero


Il problema dello spettro del corpo nero attirava lattenzione gi agli albori del
ventesimo secolo. Descritto sommariamente esso si presenta cos. Un corpo riscaldato e
mantenuto ad una temperatura definita e costante emette radiazione elettromagnetica
(lincandescenza dei metalli arroventati ne un esempio). Tale radiazione in equilibrio con il
corpo, nel senso che tanta radiazione viene assorbita dalle pareti del corpo nero, tanta ne viene
riemessa.
La previsione teorica dellandamento dello spettro della radiazione emessa (ossia della
densit di energia irradiata: lintensit della radiazione per singola frequenza) vede una
profonda differenza con quanto rilevato dalle misurazioni fatte in laboratorio nel corso degli
- 87 -

ultimi anni del 1800. Secondo le misure effettuate da diversi fisici si trovava un andamento del
tipo rappresentato in figura dalle linee continue. In effetti il calcolo dava un andamento come
quello dalla linea viola tratteggiata, con un pronunciato aumento verso le basse frequenze che
tende allinfinito. Per spiegare le differenze sono stati necessari alcuni anni di tentativi, quando
finalmente Max Planck cap come spiegarlo in maniera pratica: adott lidea che la radiazione
fosse quantizzata nellinterazione con le pareti della cavit. Ossia non tutte le frequenze della
radiazione, che sono infinite e continue, possono interagire con la parete del corpo nero, ma
solo alcune frequenze definite. In questo modo il calcolo teorico assumeva laspetto di quello
sperimentale per la data temperatura.
La quantizzazione e lequilibrio termodinamico micro-macroscopico spiegano bene
quello che succede. Lequilibrio termodinamico macroscopico uno stato di temperatura e
pressione (grandezze macroscopiche) che dipende da un grandissimo numero di stati
microscopici (velocit delle singole particelle). La condizione in cui ogni particella di un
sistema di N particelle ha una sua velocit ed una sua posizione rappresenta uno stato
microscopico. Due o pi stati microscopici possono dare luogo alle stesse condizioni
macroscopiche di pressione e temperatura. Lo stato di equilibrio termodinamico sar quella
condizione macroscopica che deriva
dal maggior numero di condizioni
microscopiche
equivalenti.
In
generale il numero di stati
microscopici che danno luogo allo
stesso stato macroscopico dipende
dallenergia,
e
quindi
dalla
temperatura, del sistema. Se si
quantizzano
gli
scambi
della
radiazione con le pareti del corpo nero
si perdono molti stati di energia
rispetto allo scambio continuo che si
avrebbe in assenza di quantizzazione.
Inoltre, poich tali stati sono popolati
(ossia come le velocit delle singole
particelle sono distribuite sui vari stati
microscopici) secondo la statistica di
Boltzmann
che
prevede
una
/
distribuzione
dove E
lenergia dello stato e kT lenergia
termica media a quella determinata temperatura. Questo limita ulteriormente lenergia
scambiata a bassa frequenza, perch gli stati a bassa energia sono meno popolati.
Unanalogia vale a chiarire questi concetti. Immaginiamo una rampa parallela ad una
scala. Viste da lontano partono dallo stesso punto ed arrivano nello stesso luogo e sono
parallele: quindi fanno esattamente la stessa cosa e pertanto sono, a tutti gli effetti, uguali. Se
per ci avviciniamo agli scalini pi bassi possiamo notare una differenza: mentre i livelli
energetici sulla rampa sono continui e quindi si pu passare da uno stato allaltro con continuit,
sulla scala questo non possibile. Anzi possiamo dire di pi: mentre sulla rampa gli stati
energetici, e quindi gli scambi di energia tra uno stato e laltro, sono continui e quindi infiniti,
sulla scala sono limitati al numero dei gradini che vanno da un punto allaltro della scala. Questo
fatto riduce fortemente la densit di quegli stati. Pertanto lintensit spettrale, che
proporzionale al quadrato delloccupazione degli stati disponibili, anzich tendere allinfinito,
come nel caso classico, va a zero. Questo rende ragione alle rilevazioni sperimentali che erano
in contrasto con le teorie precedenti a Planck.
- 88 -

Dobbiamo osservare che Plank ha adottato lipotesi di quantizzazione come unipotesi


di comodo, per far quadrare i conti. Lui per non era convinto che la natura fosse granulare,
ossia composta di atomi, e che quindi gli scambi avvenissero effettivamente in maniera
quantizzata. La stessa ipotesi, adottata da Einstein, diventa invece un caposaldo del pensiero di
questultimo. E da l in poi diventa un quadro concettuale in cui inserire tutto il resto. Ed ha
funzionato benissimo!

Figura 18.3: effetto fotoelettrico.

24.3. Modello atomico di Bohr


La fine del secolo scorso ha visto lo sviluppo di quella branca della fisica che va sotto
il nome di spettroscopia. Questo settore dellottica analizza la luce emessa da gas particolari
dopo eccitazione mediante scariche elettriche. La luce emessa viene fatta passare per una
fenditura sottile che la scompone funzione della lunghezza donda, esattamente come se
passasse attraverso un prisma di vetro. Mentre la luce emessa da una normale lampadina
apparirebbe come una variazione continua di colori dal rosso al blu, quella emessa dalle
lampade particolari emetteva solo delle righe colorate intervallate dal buio (in figura abbiamo
un negativo).

Il significato di questi spettri impone una riflessione: se un gas eccitato emetteva non
luce continua ma solo alcune righe discrete questo proponeva lesistenza di un meccanismo che
impedisce lemissione continua.
Oltre a quanto detto si evidenzi anche il fatto che le righe erano evidentemente
organizzate in sistemi regolari. Il primo a riconoscere questa regolarit ed a ricavarne una
descrizione numerica fu Johann Balmer che enunci la legge della serie di righe dellidrogeno
che va sotto il suo nome:
m2
= 364,4 2
(1)
m 4
- 89 -

dove la lunghezza donda espressa in nanometri (nm) ed il numero intero m assume solo i
valori 3, 4, 5, e cos via (m > 2).

ESERCIZIO N 1
Calcolare la lunghezza donda dei primi tre termini della serie di Balmer.
SVOLGIMENTO
Per m = 3 m2 = 9; 9 4 = 5; quindi

9
5

1 = 364,4 = 655,9 nm
analogamente 2 = 486,1 nm e 3 = 433,8 nm.
Lesercizio precedente evidenzia il fatto che le righe della serie tendono ad avvicinarsi
al crescere del numero m; infatti la distanza fra 1 e 2 maggiore di quella fra 2 e 3:
12 = 655,9 486,1 = 169,8 nm

23 = 486,1 433,8 = 52,3 nm


Questo fatto, come vedremo in seguito, nasconde altri concetti fisici rilevanti.
Altre serie furono scoperte da Lyman e Paschen e la loro descrizione venne effettuata
con delle formule simili a quella della serie di Balmer, s da suscitare il sospetto che tutti questi
non siano altro che casi particolari di uno pi generale. Guidati da questa idea Rydberg e Ritz
dedussero una formula:
1
1
1
= RZ 2 2 2 con n1 > n2
(2)

n2 n1
che abbastanza generale (nel senso che funziona anche per altri elementi oltre lidrogeno).
Sulla base dei dati raccolti dagli spettroscopisti e delle ipotesi e teorie formulate negli
altri campi della fisica (citati nel paragrafo precedente) si incominciarono a formulare ipotesi
sulla struttura dellatomo. Le prime ipotesi puntarono su una struttura a panettone in cui la
massa dellatomo era punteggiata al suo interno di elettroni, come uvetta in un panettone, ed
aveva carica positiva in quantit sufficiente da bilanciare quella negativa degli elettroni, cos da
- 90 -

rendere neutra la materia (fatto osservabile e ben noto). Questo modello, che va sotto il nome
di J. J. Thomson, venne per contraddetto dal celebre esperimento di Rutherford, che dimostr
che il nucleo atomico massiccio e concentrato al centro della struttura atomica, mentre gli
elettroni gli ruotano intorno.

Rutherford nel suo esperimento bombardava una sottilissima lamina metallica (oro) con
particelle alfa () e osservava i rimbalzi a vari angoli dal piano della lamina. In un modello
come quello di Thomson ci si attendeva che le particelle procedessero praticamente inalterato
il loro moto oltre la lamina, dando luogo ad un bassissimo numero di deviazioni (scattering)
per angoli pi elevati (Rutherford calcol questa probabilit). Invece si osservarono un numero
inaspettatamente elevato di scattering in corrispondenza di angoli grandi. Questo deponeva
contro la tesi di Thomson ed a favore di un modello, detto di Rutherford, con un nucleo
massiccio (lunico capace di deflettere le particelle a grandi angoli), intorno al quale
orbitavano gli elettroni come pianeti intorno al sole (costituito dal nucleo).

Si pu immaginare che le cose vadano come se si sparassero pallottole sul panettone


dellesempio precedente: ci si attenderebbe che queste lo passassero da parte a parte
praticamente indisturbate e proseguissero in linea pressoch retta. Che sorpresa se queste
rimbalzassero a destra ed a sinistra! Una cosa del genere sarebbe possibile solo se dentro al
panettone ci fosse una palla di ferro. Quindi se si fa lesperimento e le pallottole rimbalzano
vuole dire che c appunto un nucleo massiccio (di natura al momento sconosciuta) allinterno
del panettone.

- 91 -

Sulla base delle osservazioni di Rutherford e della sua conseguente affermazione che
latomo dovesse essere costruito come un sistema planetario si evidenzi subito un problema:
lelettrone che ruota intorno al nucleo deve emettere, secondo le leggi della fisica classica, delle
onde elettromagnetiche a causa dellaccelerazione cui sottoposto per restare su unorbita
circolare o ellittica. Questo irraggiamento ne avrebbe ridotto, col tempo, la velocit, infatti
lenergia di questa radiazione viene dedotta da quella della particella, e quindi la avrebbe fatta
cadere sul nucleo con la conseguente degenerazione dellatomo.
Poich un simile processo non era stato osservato si rendeva necessario ipotizzare un
qualche principio fisico che lo rendesse impossibile. Per adattare questa descrizione
all'evidenza sperimentale delle emissioni solo in certe condizioni e per valori discreti
necessario introdurre la richiesta che l'emissione non sia continua, ma avvenga soltanto in
determinate condizioni e con un'energia definita.

Il nuovo modello Bohr lo costru proponendo tre ipotesi:


1. lesistenza di orbite non radiative circolari stabili;
2. la frequenza del fotone emesso dipende dalla differenza di energia tra le due orbite coinvolte;
3. il momento della quantit di moto quantizzato.
La prima ipotesi andava a modificare lelettromagnetismo classico supponendo che ci
fossero delle particolari orbite (chiamate da Bohr stati stazionari) sulle quali non valeva la legge
dellirraggiamento da parte di cariche accelerate. Pertanto quando l'elettrone si trova su una
orbita stazionaria non deve irraggiare. Questa ipotesi, introdotta apposta per spiegare i risultati
dellosservazione, produrr una rivoluzione nella fisica e segner linizio della fisica atomica
- 92 -

moderna. Poich, per, lirraggiamento atomico degli spettri luminosi doveva ben avvenire in
qualche modo (visto che si osservavano gli spettri), serviva anche un meccanismo che ne
tenesse conto.
Secondo Bohr lirraggiamento aveva luogo solo quando lelettrone si spostava tra due
orbite non radiative, passando quindi per un tratto di orbita radiativa. Nel passaggio su
questorbita radiativa lelettrone si comportava in maniera classica ed emetteva un fotone, ossia
un raggio di luce costituito da un singolo impulso luminoso avente energia definita, la cui
energia era determinata esclusivamente dalla differenza di energia tra le due orbite non radiative
tra cui avveniva il salto dellelettrone; quindi, in sostanza, dal raggio dellorbita, visto che per
semplicit Bohr ipotizz solo orbite circolari, trascurando quelle ellittiche (reintrodotte
successivamente da Sommerfeld). Unaltra considerazione che fece Bohr fu di utilizzare come
grandezze per costruire il suo atomo solo grandezze conservate, dato che si vuole costruire stati
stazionari.
Un'analisi pi dettagliata del modello implica un formalismo leggermente pi
matematico ma purtuttavia semplice ed istruttivo. Il meccanismo che lega gli elettroni al nucleo
abbastanza semplice: la forza attrattiva costituita dalla forza elettromagnetica (cariche di
segno opposto che si attraggono) mentre quella repulsiva costituita da quella centrifuga di
rotazione. Infatti qualsiasi situazione di equilibrio stabile deve essere ottenuta a partire dal
bilanciamento di due o pi forze che si equilibrano. Il calcolo, nella versione semplificata di
Bohr, prevede che ci sia solo un elettrone in un atomo di carica totale del nucleo pari a +Ze
lenergia potenziale alla distanza r :
kZe 2
U =
(4)
r
dove k la costante elettrostatica di Coulomb, mentre lenergia cinetica :
1
T = mv 2
(5)
2
dove m la massa dellelettrone e v la sua velocit. Quindi lenergia totale dellelettrone che si
muove su unorbita di raggio r sar:
1
kZe 2
E = T + U = mv 2
(6)
2
r
la velocit in funzione di Ze e di r la possiamo dedurre dal fatto che lelettrone si trova su un
orbita stabile e quindi le forze repulsive centrifughe (F1) e attrattive elettriche (F2) si devono
bilanciare (F1 = F2). La forza centrifuga in un orbita circolare :
v2
F1 = m
(7)
r
(dove v la velocit, m la massa della particella ed r la distanza dal centro della circonferenza)
mentre quella centripeta, dovuta alla forza di attrazione tra cariche di segno opposto detta di
Coulomb, sar:
kZe 2
F2 = 2
(8)
r
(dove k la costante elettrostatica di Coulomb, Z il numero di cariche e il valore della carica
ed r la distanza dal centro) dalluguaglianza tra le due si ricava:
kZe 2 r kZe 2
v2 = 2 =
(9)
r
m
rm
in conseguenza di quanto detto lenergia totale sar:
1 kZe 2 kZe 2
1 kZe 2
E=

=
(10)
2 r
r
2 r
- 93 -

Quest'energia negativa descrive, correttamente, uno stato legato, ossia la situazione in


cui l'elettrone legato al nucleo e non pu sfuggire. Perch possa sfuggire gli si dovrebbe
impartire unenergia uguale o superiore a quella espressa dalla precedente formula.
Fino ad ora abbiamo utilizzato solo la prima ipotesi di Bohr. Se adesso utilizziamo la
terza ipotesi vediamo che non tutti i raggi sono possibili, ma solo quelli che definiscono valori
precisi del momento della quantit di moto.
La condizione che definisce questa quantizzazione che il momento della quantit di
moto sia tale da permettere come orbite stabili solo quelle relative agli stati stazionari. Il
momento della quantit di moto il prodotto vettoriale della quantit di moto mv (dove m la
massa dell'elettrone e v la sua velocit) per la distanza dal centro r della circonferenza che
rappresenta lorbita dellelettrone. La sua condizione empirica22 di quantizzazione consiste
nell'essere un multiplo intero della costante di Planckh (h = 6,626 10-34 Js; oppure h = 4,135
10-13eVs), diviso per 2; quindi:
nh
mvr =
= nh
(11)
2

La costante h (si legge "acca tagliato") una caratteristica della fisica atomica e ricorre
spesso. Il numero n un numero intero che assume solo valori positivi: n = 1, 2, 3,... Se adesso
prendiamo l'equazione del bilancio energetico (9) e vi sostituiamo il valore di v ricavato dalla
precedente formula, troviamo:
2
kZe 2
2
2 h
v =n 2 2 =
(12)
mr
mr
questa pu essere risolta rispetto al raggio r:
h2
2
2 a0
r=n
(13)
2 = n
mkZe
Z
con
h2
a0 =
0,0529 nm
(14)
mke 2
che detto raggio di Bohr.

22

Ossia fatta ad hoc per ottenere il risultato voluto.

- 94 -

Reinserendo il raggio cos trovato nella formula che esprime lenergia otteniamo
lenergia quantizzata che cercavamo:
1 kZe 2
1
Z
(15)
E=
= kZe 2
2 r
2
a0n 2
Per la seconda ipotesi di Bohr latomo emette un fotone solo quando lelettrone transita
da unorbita ad unaltra e non quando si trova sullorbita stazionaria. Se chiamiamo E1 lenergia
dello stato stazionario di partenza ed E2 quella dello stato di arrivo, la differenza di energia sar:
E = E1-E2. Quindi lenergia del fotone sar uguale, per la conservazione dellenergia,
allenergia persa o acquisita dallelettrone nel salto tra i due stati stazionari, moltiplicata per la
costante di Planck, cos come espresso dalla relazione di Planck23 E=h.
Se si utilizza tale relazione per lenergia del fotone si ricava la seguente relazione per la
frequenza dei fotoni emessi nei salti tra stati stazionari:
E E2
= 1
(16)
h
Ma lenergia espressa come nella formula (15), in cui inseriamo la relazione test
ricavata, ha la forma:
k 2 e 4 mZ 2 1
En =
2
(17)
2h 2
n
Inserendo questa relazione nell'espressione che ci d la frequenza del fotone emesso
troviamo:
E E 2 mk 2 Z 2 e 4 1
1
= 1
=
2 2 (18)
3
h
4h n2 n1
Questa relazione rende conto delle righe di emissione osservate negli spettri atomici dei
gas eccitati con scariche elettriche considerati allinizio. Inoltre fornisce un valore per la
costante di Rydberg:
mk 2 e 4
R=
(19)
4ch 3
I livelli energetici di un atomo d'idrogeno variano con il numero intero n, che viene detto
numero quantico principale. Per ciascun livello energetico l'energia quella che corrisponde ad
un lavoro sufficiente a portare l'elettrone dal suo livello fino all'infinito in condizioni di riposo,
ossia l'energia di ionizzazione di quel determinato livello energetico. L'energia dello stato
fondamentale pertanto l'energia di ionizzazione dello stato fondamentale. Partendo dal
termine fondamentale i livelli si susseguono sempre pi vicini e tendono al limite E = 0;
l'avvicinamento dei livelli viene dato dal fattore 1/n2. Questo fatto venne messo in evidenza da
Bohr con il principio di corrispondenza: tanto pi alto lo stato dell'atomo (numero quantico
elevato), tanto pi il comportamento deve rispettare le leggi della meccanica classica; ossia il
suo comportamento si avvicina a quello che avrebbe se valessero le leggi della meccanica
classica in maniera asintotica. L'atomo sar completamente classico per n = .
ESERCIZIO N2
Determinare lenergia del livello fondamentale dell'atomo di idrogeno.

23

Planck aveva proposto per primo l'idea che lenergia della luce potesse essere quantizzata, ossia si potesse
scambiare energia soltanto per multipli interi di una quantit elementare, chiamata quanto di luce: E = h; tale
valore varia con la frequenza della radiazione luminosa. La costante h = 6,626 10-34 Js detta costante di Planck
ed ritenuta una delle costanti fondamentali della natura.

- 95 -

SVOLGIMENTO
L'equazione che da i valori dell'energia dell'elettrone in funzione del numero quantico
:
E
k 2 e 4 mZ 2
En =
= Z 2 20 (20)
2 2
2h n
n
se ci sostituiamo i valori relativi all'atomo di idrogeno (per cui Z = 1) nello stato fondamentale
in cui n = 1, viene:
E 0 = 13,6 eV (21)
Le condizioni di quantizzazione di Bohr furono riprese da Sommerfeld, esperto di
meccanica razionale classica, che le formalizz matematicamente dandogli consistenza e
generalit, ma non aggiungendo nulla di sostanziale al modello. Le aggiunte di quanti ripresero
latomo di Bohr furono importanti per lo sviluppo della fisica, ma ancora oggi se si devono fare
dei calcoli per un atomo idrogenoide (ossia un atomo con Z elettroni ma solo uno libero di
reagire) si usa il modello di Bohr. In effetti gli sviluppi contribuirono a sviluppare quella nuova
branca della fisica che va sotto il nome di Meccanica Quantistica, ma le correzioni che questa
apport al modello di Bohr furono piccole rispetto alla novit introdotta.

24.4. Livelli energetici e numeri quantici


Si usa, di solito, rappresentare i livelli energetici di un sistema legato con dei segmenti
orizzontali spaziati tra di loro da una distanza proporzionale alla differenza di energia che c'
tra i corrispondenti stati atomici. Per esempio nella seconda figura del paragrafo precedente
sono rappresentati con questa convenzione i livelli energetici dell'atomo didrogeno. Questo
modo di rappresentare i livelli evidenzia il tratto saliente che li riguarda: la distanza energetica
tra un livello e l'altro, che l'unico parametro che controlla la frequenza del fotone emesso.
I livelli energetici dell'atomo d'idrogeno, rappresentati dalla formula (17) del paragrafo
precedente per Z = 1, hanno una struttura semplice, in quanto c' un solo numero quantico che
ne controlla il valore dell'energia ed il raggio dell'orbita:
E
h2
k 2e4 m
= n2 a0
E n = 2 2 = 20 ; r = n 2
(21)
mke 2
2h n
n
Il valore di E0 24, come gi visto, pari a 13,6 eV, mentre il raggio dell'orbita 0,53 108
cm. Pertanto il valore successivo per n = 2 sar:
13,6
E2 =
= 3,4eV ; r2 = 2 ,1 10 8 cm (22)
4
ESERCIZIO
Calcolare il valore dell'energia e del raggio per i due numeri quantici successivi.
RISPOSTA
E3 = -1,5 eV; r3 = 4,8 10-8 cm
E4 = -0,8 eV; r4 = 8,5 10-8 cm
La costruzione degli atomi, oltre a quello d'idrogeno, richiede alcune ulteriori riflessioni.
Il numero n della formula che rappresenta i valori di energia consentiti per le orbite dell'atomo
di idrogeno anche detto numero quantico principale. Questa situazione resta valida anche per
i cosiddetti atomi idrogenoidi; questi sono, come gi detto, quegli atomi che, pur avendo un
numero di protoni nel nucleo pari a Z, hanno solo un elettrone esterno. Questi atomi si
comportano come un atomo di idrogeno con un fattore Z 1. La formula resta valida ed il
numero quantico sempre detto principale, in quanto individua l'orbita dell'unico elettrone. Nel
passaggio alle orbite successive il raggio cresce come n2, mentre l'energia decresce come 1/n2.
24

L'indice in effetti ingannevole, perch lo zero sta per il livello fondamentale, che ha in realt numero quantico
pari a 1. Quindi si salta al numero quantico 2 che corrisponde al primo livello eccitato, e cos via.

- 96 -

Pertanto le orbite pi esterne sono meno legate: sulla seconda orbita l'elettrone quattro volte
meno legato (data la legge di inverso del quadrato di n) che nella prima, e cos via.
La configurazione delle orbite per pi variegata della semplice orbita circolare. Le
orbite sono infatti ellittiche e non solamente circolari. Questo aspetto, intuito da Sommerfeld,
prevede l'introduzione di un nuovo numero quantico: l detto numero quantico orbitale. Il
numero quantico orbitale adotta come grandezza fisica quantizzata il momento della quantit
di moto. Questa grandezza sensibile alla forma della curva chiusa che rappresenta lorbita,
com facilmente verificabile con un calcolo classico. Nel caso quantistico si deve verificare
che lorbita chiusa contenga un numero intero di lunghezze donda dellelettrone (vedi dopo
per il concetto di lunghezza donda di particella di materia). Per semplicit consideriamo
unorbita circolare, ma le stesse considerazioni valgono per unorbita ellittica.
Lorbita circolare ha una lunghezza che vale C=2r e, dato che ci devono essere un
numero intero di lunghezze donda, esse saranno in numero tale da chiudere la circonferenza:
l =C, dove l un numero intero che rappresenta il numero di lunghezze donda che entrano in
un giro completo della circonferenza25. La formula del momento angolare di De Broglie ci dice
che p=h/ da cui si deduce che il momento angolare, che L=pr, deve essere anche uguale a
L=(h/)(C/2)=(h/2)(C/)=l. Ossia ad un numero intero di costanti di Planck diviso per
6,28.
I valori che questo numero pu assumere sono limitati da n, che lenergia totale del
sistema atomico, pertanto pu oscillare tra 0 ed (n-1). Per esempio per n = 3 sar l = 0, 1, 2. Le
tre orbite ellittiche sono rappresentate nella figura sotto riportata

In realt si dovrebbe parlare di orbitali e non pi di orbite perch, con l'introduzione


della meccanica quantistica, si perde il senso deterministico (indeterminazione di Heisenberg)
e si deve fare esclusivo ricorso alla concezione probabilistica dell'atomo26. In questo nuovo
contesto si ha non la posizione dell'elettrone, ma la probabilit di trovare l'elettrone in una
determinata area anzich in un'altra.

La lunghezza dellellissi una formula molto complicata, una cui approssimazione pu essere la seguente:
3 + 3 +
+3
dove a e b sono, rispettivamente il semiasse maggiore ed il semiasse minore
dellellissi. Usare questa formula invece di quella della circonferenza non modifica il senso del calcolo che stiamo
facendo, ma solo la sua difficolt. Percui procederemo con il calcolo semplificato per la circonferenza, sapendo
che lo stesso andrebbe bene anche per quello pi generale dellellissi.
26
Questo argomento riveste notevole interesse culturale, ma non rientra nel breve programma preventivato. Pu,
dietro esplicita richiesta, far parte di eventuali approfondimenti aggiuntivi.
25

- 97 -

Questo fatto deriva dal principio di indeterminazione di Heisenberg il quale dice che
non possibile determinare contemporaneamente la posizione e la velocit di una particella con
una precisione superiore a h . Ovvero in formula
v x h
(23)
Si deve osservare che, in effetti, qualsiasi elemento che contribuisca all'energia
dell'elettrone dell'atomo idrogenoide deve essere rappresentato da un numero quantico. Questo
fatto, che discende in maniera elementare dalla meccanica quantistica, pu essere razionalizzato
dalla seguente argomentazione qualitativa: la quantizzazione del momento della quantit di
moto ha condotto alla quantizzazione dell'energia; pertanto qualsiasi elemento che contribuisca
alla quantit di moto deve entrare nella formula dell'energia con un suo numero quantico, il
quale potr variare solo limitatamente ai valori prefissati dei numeri quantici pi importanti.
Dove l'importanza del numero quantico dipende dalla sua variazione in energia. La forma che
viene cos a prendere la formula dell'energia estremamente complicata, tanto che non la
riportiamo per non infrangere i limiti formali prefissati di questo corso. Nel seguito ci limitiamo
alla classificazione degli strati atomici in funzione dei numeri quantici, dal momento che questa
serve per "leggere" la nomenclatura degli stati atomici, gli spettri di emissione atomica e la
chimica atomica.

- 98 -

Pertanto, oltre a quanto gi detto, si dovranno introdurre anche altri numeri quantici che
tengano conto delle altre variabili atomiche. L'orientazione degli orbitali nello spazio sar
anch'essa quantizzata, in conseguenza del fatto che atomi con pi elettroni avranno una forza
fra gli elettroni dello stesso atomo, che dipende dalla loro mutua orientazione. Quindi
l'orientazione contribuir all'energia dell'atomo e dovr essere pertanto quantizzata. Le possibili
orientazioni sono individuate da un altro numero quantico detto numero quantico magnetico ml,
che ha (2l+1) possibili valori, che variano tra -l, -(l-1), ...., -1, 0, 1, ...., (l-1), l. Per esempio le
orbite con l = 3 avranno (23+1) = 7 valori di ml possibili, dati dai valori: -3, -2, -1, 0, 1, 2, 3.
I tre valori di n, l ed ml individuano una orbita, mentre i valori di l ed ml, a parit di n,
individuano uno strato. Questi starti vengono indicati con le lettere dell'alfabeto come riportato
dalla seguente tabella:
Numero
Simbolo
Simbolo del Numero
Numeri
Numero di
quantico
dello strato quantici
sottostrato
orbitale del orbite
nel
principale n
orbitali l
sottostrato
sottostrato n2
m=(2l+1)
1
K
0
1s
1
1
2
L
0
2s
1
4
1
2p
3
3
M
0
3s
1
9
1
3p
3
2
3d
5
4
N
0
4s
1
16
1
4p
3
2
4d
5
3
4f
7
5
O
0
5s
1
25
1
5p
3
2
5d
5
3
5f
7
4
5g
9
6
P
0
6s
1
36
1
6p
3
2
6d
5
3
6f
7
4
6g
9
5
6h
11
Le regole per costruire gli atomi si stanno dunque delineando. Abbiamo i nuclei ed
abbiamo determinato le orbite, adesso dobbiamo riempire queste orbite con gli elettroni. Per
fare ci abbiamo necessit di alcune regole ulteriori.
La prima regola consiste nell'introdurre un numero quantico nuovo proprio dell'elettrone
e non dell'atomo nella sua interezza: lo spin (s). Lo spin trae la sua origine sperimentale dal
lavoro di Stern e Gerlach, i quali fecero passare un fascio di elettroni tra le espansioni polari di
una calamita. Essi osservarono che anzich venire deflessi tutti nella stessa maniera, come ci si
sarebbe atteso da una particella carica, si dividevano in due sottogruppi distinti, formando sulla
pellicola delle macchie ben separate. Questo poteva dire solo una cosa: che oltre alla carica gli
elettroni avevano anche un momento magnetico, il quale si orientava rispetto al campo
magnetico esterno fornendo cos le due zone d'impatto. Questo momento lo rappresentarono
come un momento rotatorio dell'elettrone su s stesso: poich l'elettrone carico ruotando
- 99 -

genera un campo magnetico diretto assialmente come una spira percorsa da corrente27. In realt
dal punto di vista della meccanica quantistica l'elettrone puntiforme e non ha dimensioni
fisiche, quindi questa spiegazione viene sostituita da quella che associa ad ogni particella un
numero quantico interno, lo spin appunto, che determina la sua interazione con la restante
materia.
Tutte le particelle hanno uno spin e questo spin assume due ordini di valori: interi e
seminteri. Gli spin interi sono quegli spin che hanno valori pari a 0, 1, 2, etc. Mentre quelli
seminteri hanno valori 1/2, 3/2, 5/2, etc. Il comportamento di queste due classi di particelle
profondamente condizionato dal loro numero quantico di spin, ma questo lo vedremo
successivamente. Per adesso concentriamoci sulla struttura dell'atomo.
I valori che il numero quantico di spin pu assumere sono (2s+1); questo significa che
1 1
per gli elettroni, per cui s = 1/2, si hanno appunto due stati possibili di spin: + , .
2 2

24.5. il principio di esclusione di Pauli


Quanti elettroni ci stanno in un singola orbita? Per rispondere a questa domanda ci serve
un altro principio fondamentale della meccanica quantistica: il principio di esclusione di Pauli.
Questo principio recita:
tutti i numeri quantici di due o pi particelle non possono mai essere uguali; due insiemi di
numeri quantici che sono deducibili l'uno dall'altro per scambio dei due elettroni rappresentano
in realt lo stesso stato.
La prima parte enuncia un fatto sperimentalmente rilevato: che in natura non si
presentano casi di elettroni28 negli atomi che abbiano tutti i numeri quantici identici, almeno un
numero deve essere differente e poich o spin quello gerarchicamente inferiore quello che
di solito differisce29. La seconda invece stabilisce che due elettroni sono indistinguibili, quindi
se si trovano nello stesso stato lo scambio tra di loro d luogo ad un solo stato e non a due
differenti.
Il principio test introdotto completa l'insieme di regole di cui si ha bisogno per costruire
il sistema periodico degli elementi, ossia la tabella che contiene tutti gli elementi ordinati
secondo il numero di elettroni presenti e le conseguenti configurazioni che possono assumere.
27

Da cui il termine spin che in inglese significa rotazione o anche trottola.


Il principio fu storicamente formulato per gli elettroni, ma esso si applica anche a tutte le altre particelle
elementari che hanno spin semintero: 1/2, 3/2, 5/2, etc. Queste particelle vengono dette fermioni perch seguono
le regole della statistica di Fermi-Dirac. Le particelle con spin intero (0, 1, 2, etc.) sono dette bosoni perch seguono
la statistica di Bose-Einstein.
29
Per fornire un esempio di quanto sia robusta la forza che mantiene separate due particelle con spin semintero si
pensi alle stelle di neutroni. Il neutrone, come si vedr oltre, una particella di spin semintero ma molto pi
massiccia dell'elettrone. Quando una stella collassa perch ha finito il carburante atomico, il suo peso la porta in
certi casi (stelle molto grandi) a schiacciare gli elettroni dentro i protoni, vincendo la repulsione centripeta,
lasciando solo neutroni. Per il collasso si ferma qui perch interviene la forza che discende dal principio di Pauli
che impedisce ai neutroni di stare troppo vicini. Se la massa della stella tale da vincere anche questa forza si avr
un buco nero.
28

- 100 -

In forza del principio di esclusione di Pauli su un'orbita, identificata dai tre numeri
quantici n, l ed ml, ci possono stare solo due elettroni. Infatti l'unico numero quantico rimasto
per evitare che i due gruppi di numeri siano uguali quello di spin. Ma noi sappiamo che gli
stati di spin per una particella che possiede spin semintero sono solo due, quindi in ogni orbita
ci potremo mettere un numero di elettroni non superiore a tale valore. Quindi nel primo strato
della tabella riportata sopra i potranno stare due elettroni, nel secondo strato ce ne potranno
stare otto, nel terzo 18 e cos via. Questa sar esattamente la disposizione degli elettroni negli
atomi pi complessi di quello d'idrogeno.
Per fare un esempio di atomo complesso prendiamo in considerazione l'atomo
immediatamente pi complicato dell'idrogeno, ossia l'atomo di elio che composto da due
elettroni che ruotano intorno ad un nucleo composto da due neutroni e da due protoni. In questo
caso abbiamo due cariche negative che ruotano intorno al nucleo e due cariche positive che si
trovano nel nucleo. Per semplicit possiamo pensare di trascurare l'interazione tra i due elettroni
(tanto giocano a nascondino intorno al nucleo) e di considerare soltanto l'interazione tra il
singolo elettrone ed il nucleo. Pertanto i numeri quantici dei due elettroni saranno, come per
l'idrogeno:
n1, l1, s1, j1; n2, l2, s2, j2
dove n rappresenta il numero quantico principale, l il momento angolare orbitale, s il momento
di spin e j quello totale (somma di l e di s). l1 ed l2 si sommano per dar luogo ad un momento
orbitale totale che potr quindi avere soltanto i valori che vanno da l1-l2 ad l1+l2. Analogamente
i due momenti di spin si combinano per dare luogo ad uno spin atomico che sar, per l'atomo
di elio, intero ( la somma di due met) ed avr i due valori 0 ed 1. Nel primo caso i due spin
sono antiparalleli, nel secondo sono paralleli.
Avremo pertanto due gruppi separati di termini, a seconda che lo spin sia zero o uno. La
prima serie si chiama del paraelio, la seconda dell'ortoelio. Tra le due serie di termini non c'
transizione.
Per il paraelio s = 0, quindi j = l e tutti i termini del paraelio sono singoletti, ossia le
righe di transizione sono singole.
Per l'ortoelio invece s = 1 e quindi j differisce da l, dando luogo a tre termini:
j = l-1, l, l+1
Per ogni valore di l si hanno tre valori di j e quindi i termini dell'ortoelio sono dei tripletti. Per
i termini per l = 0 sono singoli, in quanto j = s.
Per gli atomi a pi elettroni si usa una notazione lievemente diversa da quella usata fino
a qui. Il momento angolare orbitale viene indicato con una lettera maiuscola S, P, D; inoltre si
indica il carattere di multipletto con un indice anteposto alla lettera. Questo indice rappresenta
il massimo valore possibile per l. Nel caso appena esaminato, per esempio, sar 1S, 1P, per il
paraelio, mentre sar 3S, 3P per l'ortoelio. Il momento angolare totale, che distingue i termini
dello stesso multipletto, viene indicato con un indice in basso a destra:
1
P1
paraelio
3
P0, 3P1, 3P2
ortoelio
Il numero quantico principale viene indicato, come al solito, con un numero che
rappresenta lo strato di elettroni che rappresenta lo stato atomico in oggetto.
Si osserva, nello spettro dell'ortoelio, che manca il termine fondamentale della serie di
termini: 13S. Questa assenza sperimentale ha radici teoriche profonde. Infatti si nota che i
numeri quantici dei due elettroni sono tutti uguali fra loro: n1 = n2 = 1; siccome il numero
quantico orbitale non pu essere maggiore di n-1, dovr essere uguale a zero, in questo caso.
Inoltre i due spin sono, come gi detto, paralleli.
Questo fatto forn a Pauli lo spunto per enunciare il principio che va sotto il suo nome.
Il comportamento dei due stati di elio fortemente influenzato dalla distinzione in ortoelio e
paraelio, soprattutto alle bassissime temperature (stato di superfluido).
- 101 -

24.6. Il sistema periodico degli elementi


Su ognuno degli strati individuati dal numero quantico n ci si possono mettere dunque
2
2n elettroni dislocati su n2 orbite. Su ciascuna delle orbite si possono mettere, come gi detto,
due elettroni con spin antiparallelo.
Il sistema periodico degli elementi viene costruito dalle regole appena introdotte,
tenendo conto della repulsione coulombiana tra gli elettroni. Questa forza scherma parzialmente
la forza attrattiva del nucleo, cos che sulle orbite pi esterne si esercita una forza inferiore che
non su quelle pi interne. Le tecniche di calcolo impiegate sono solo numeriche, per sopperire
all'enorme complessit del problema trattato da un punto di vista formale. Le regole da
rispettare sono essenzialmente due:
1) in un atomo gli Z elettroni si dispongono sulle orbite pi interne, in modo che l'energia
dell'atomo risulti minima. Pertanto la chimica controllata dalle propriet degli stati
fondamentali dell'atomo.
2) le propriet chimiche sono determinate dalle propriet del sottostrato pi esterno dell'atomo,
che viene detto di "valenza". Se gli elettroni sono pochi rispetto al numero che ci potrebbe
entrare, allora sono facilmente ionizzabili e l'elemento si comporta come un metallo, se sono
molti si comporta come un metalloide. Se sono tali che lo strato esterno pieno (tanti
elettroni quanti posti) l'elemento detto gas nobile perch non reagisce con gli altri elementi
e nemmeno con s stesso.
24.7. La meccanica quantistica
Nel 1924 De Broglie ipotizzo che gli elettroni potessero avere propriet ondulatorie,
proprio come la luce (i fotoni). La lunghezza d'onda attribuita ad una particella :
E
=
h
(24)
h
=
p
Tale equazione anche valida per i fotoni:
c hc hc
= =
=
(25)
h E
Poich la quantit di moto di un fotone legata alla sua energia dalla relazione
E = pc
(26)
si ottiene:
hc h
=
=
(27)
pc p
Le formule di De Broglie sono valide per tutta la materia, per per gli oggetti
macroscopici esse danno dei valori cos piccoli che praticamente impossibile osservarli.
De Broglie dimostr anche che la condizione di Bohr di quantizzazione del momento
della quantit di moto equivale alla condizione di onde stazionarie, infatti
h
mvr = n
(28)
2
che equivale, sostituendo la seconda relazione delle (24), (mv = p) a:
n = 2r = C
(29)
dove C la lunghezza dell'orbita di Bohr che, in conseguenza della (29), deve contenere un
numero intero di lunghezze d'onda.

- 102 -

Le particelle mostrano un comportamento ondulatorio nel senso che danno luogo a


figure di diffrazione come i quanti di luce. Nella figura qui sopra si vede il risultato
dell'impressione, ad istanti diversi, di una pellicola su cui si fanno incidere degli elettroni che
sono preventivamente passati attraverso delle fenditure sottili (reticolo di diffrazione). Si pu
notare che mano a mano che arrivano sempre pi elettroni la figura assume sempre pi l'aspetto
di una figura di diffrazione, con i suoi massimi e minimi. Per confronto nella sezione d della
stessa figura riportata una figura di diffrazione prodotta da un reticolo e dei fotoni.
Questa simmetria tra luce e materia propone come obiettivo la formulazione di una
nuova teoria della meccanica che tenga conto del comportamento quantistico di entrambe i suoi
componenti. Tale comportamento quantistico deriva dal principio di indeterminazione di
Heisenberg: la materia a livello microscopico "granulare", mentre tende a perdere questa sua
propriet al crescere della massa e/o dell'energia. Infatti se non possibile osservare con
precisione piccola a piacere la posizione e la velocit, esistono dei riquadri nel grafico
posizione-velocit di lato lungo h nei quali non sappiamo niente. Il valore di h appunto il
valore del quanto fondamentale che pu essere scambiato in un processo.
Questa nuova formulazione della meccanica va sotto il nome di meccanica quantistica
ed ha sue equazioni che descrivono gli stati della materia e della luce e la loro evoluzione
temporale. Tutta la fisica delle particelle ha nella meccanica quantistica la sua giustificazione e
spiegazione.
Le cose vanno come se associata alle particelle ci fosse un'onda. Questa onda stata
identificata, da Born, come la probabilit di trovare la particella in un certo stato definito da
energia e posizione. La descrizione del fenomeno meccanico avviene facendo propagare l'onda
secondo le interazioni fisiche attive e valutando poi la probabilit di un determinato stato finale
a partire da un determinato stato iniziale. L'equazione che controlla questa evoluzione
temporale dei sistemi quantistici detta equazione di Schrdingher ed un'equazione
differenziale alle derivate parziali. Nellequazione entra lenergia nel sistema che tiene conto
delle forze in gioco. In pratica lequazione collega tra di loro tutti i possibili stati finali derivanti
dallunico stato iniziale.
Ad esempio prendiamo il famoso gatto di Schrdingher: un gatto chiuso in una scatola
con un flacone di vetro contenente cianuro. Dentro la scatola c anche un martello che rompe
la fiala se allesterno arriva un fotone con polarizzazione up, mentre non la rompe se il fotone
con polarizzazione down. Quindi lo stato iniziale : gatto vivo. Quello finale pu essere o
gatto vivo o gatto morto.

- 103 -

Tutto dipende dalla polarizzazione del fotone che arriva. Solo che noi non sappiamo la
polarizzazione con cui arriva il fotone se non la misuriamo. A questo punto rendiamo
lesperimento concettuale pi completo e immaginiamo che il fotone derivi per separazione da
un fotone non polarizzato che si divide in due. Un tale fotone deve dare luogo, forzatamente, a
due fotoni con polarizzazione opposta per conservare il momento della quantit di moto totale.
Quindi i due stati finali del fotone (stati microscopici) corrispondono meccanicamente ai due
stati finali del gatto (stati macroscopici).
La meccanica quantistica ci dice che, data la totalit degli stati finali, lo stato iniziale
deve essere una combinazioni lineare di tutti i possibili stati finali del sistema, dato che deve
finire in uno di questi ovvero in una oro combinazione lineare. Questi stati finali sono detti
autostati dello spazio delle possibili configurazioni finali del sistema. Ossia lo stato iniziale
deve essere una combinazione degli stati finali possibili: fotone up e fotone down. Quindi
possiamo scrivere la funzione donda del fotone nello stato iniziale come una combinazione
dei due stati finali:
= | >+ |
>
in assenza di ulteriori eventi esterni non c motivo di avere una probabilit maggiore per uno
dei due stati, quindi i due coefficienti a e b avranno entrambi valore 0,5. Se, ad esempio,
interponiamo un polarizzatore avremo una maggior probabilit per una tipo di fotone
(supponiamo up); in tal caso il valori di a sar maggiore di 0,5 mentre quello di b sar minore
(la somma deve comunque essere 1).
La dinamica del sistema sar introdotta da una funzione che assegner agli stati finali
un nuovo coefficiente lineare che dipender dalle condizioni meccaniche del sistema stesso30.
In formule
=
= | >+Pb|down>
La funzione donda ci da solo una probabilit di uno stato finale, non ci da lo stato
definito. Lo stato finale sar una combinazione di probabilit degli stati finali possibili. Solo
con un esperimento potremo sapere quale sia effettivamente lo stato finale effettivamente
raggiunto. In questo caso si dice che la funzione donda che rappresenta lo stato finale
collassa in uno degli autostati che definiscono lo stato finale (|up> o |down>).
Il parallelo tra lesperimento microscopico e quello macroscopico ci porta, ora, a capire
come la realt macroscopica sia controllabile da quella microscopica: il gatto sar o vivo o
morto. Infatti non pu essere met vivo e met morto. Ma noi lo scopriremo solo aprendo la
30

Come questo avvenga esprimibile solo matematicamente e quindi esula dalle limitate intenzioni del presente
corso. Possiamo solo dire che Loggetto matematico che collega tutti i possibili stati iniziali con tutti i possibili
stati finali una matrice. Ragion per cui la meccanica quantistica si chiamata, per un certo periodo, anche
meccanica matriciale.

- 104 -

scatola oppur misurando la polarizzazione del fotone che esce dallaltra parte del nostro
esperimento. Finch non facciamo una di queste due operazioni di misura, il gatto sar met
vivo e met morto, anche se la cosa dal punto di vista macroscopica (del gatto) non ha senso.
La descrizione delle particelle come onde di probabilit quantistica necessita di una
maggiore definizione. Infatti non tutte le onde hanno una connotazione di particella. Le onde
che non sono definite spazialmente non possono essere indentificate con una particella. A titolo
di esempio si vedano le due figure 24.7.1 e 24.7.2.
1,5
1
0,5
0
0
50
100
150
200
250
300
350
400
450
500
550
600
650
700
750
800
850
900
950
1000
1050
1100
1150
1200
1250
1300
1350

-0,5

Serie2

-1
-1,5

Figura 24.7.1: oscillazione continua, non definita spazialmente.

Serie4
0
50
100
150
200
250
300
350
400
450
500
550
600
650
700
750
800
850
900
950
1000
1050
1100
1150
1200
1250
1300
1350

1,2
1,1
1
0,9
0,8
0,7
0,6
0,5
0,4
0,3
0,2
0,1
0
-0,1
-0,2
-0,3
-0,4
-0,5
-0,6
-0,7
-0,8
-0,9
-1
-1,1
-1,2

Figura 24.7.2: oscillazione definita spazialmente.


Londa della fig. 24.7.1 non pu essere localizzata e quindi rappresenta un campo di
forza non associato ad una particella, come la luce visibile. Londa della fig. 24.7.2 invece ha
una ben definita delimitazione spaziale e pu essere associata ad una particella: rappresenta il
caso del fotone X.

24.8. Un esempio di calcolo in meccanica quantistica


La fisica della materia al livello granulare, cio la meccanica quantistica, ci consente di
calcolare solo la probabilit di un evento, senza poter sapere cosa accade durante laccadimento.
Nel caso della radioattivit questo significa, per esempio, che noi sappiamo quanti atomi
decadranno in un dato periodo, ma non quali saranno quelli che decadono e perch quelli e non
altri dei tanti presenti. evidentemente una descrizione parziale della realt fisica, ma tutto
quello che possiamo fare.
Ci che vogliamo fare in questo paragrafo far vedere come si calcola una di queste
probabilit, in un caso semplice. Calcoleremo il valore della probabilit che la luce sia riflessa
da una superficie di vetro di spessore sdato (variabile). Questo esempio ripreso, con
semplificazioni, dallottimo libro di Richard Feynman QED, la strana teoria della luce e della
materia.
Cominciamo a schematizzare il problema per renderlo trattabile. Supponiamo che il
vetro sia costituito da due sole superfici: quella frontale e quella posteriore, immediatamente
sopra il rivelatore B (ci riferiamo qui alla figura 24.8.1).

- 105 -

Figura 24.8.1: esperimento di riflessione di luce in meccanica quantistica; Due rivelatori, A e


B, sono posti davanti e dietro una lastra di vetro di spessore s variabile; un emettitore spara
fotoni sulla lastra di vetro sulla verticale di B.
Lesperimento ci dice che se spariamo 100 fotoni sulla lastra di vetro, 4 fotoni vengono
riflessi dalla superficie frontale e 4 da quella posteriore, per un totale di fotoni riflessi pari a 8
(quindi 8%) rivelati in A. Questo risulta, per, vero solo per alcuni valori dello spessore s. Per
distanze diverse si pu variare tra zero e 16 fotoni. Quindi si vede, sperimentalmente, che al
variare dello spessore s della lastra di vetro il numero dei fotoni riflessi e rivelati in A varia tra
0 e 16, esprimendo tutti i valori intermedi fra questi due estremi. Quindi partiremo dalla
conoscenza sperimentale del nostro esperimento e cercheremo di vedere se possibile calcolare
queste percentuali partendo dal nostro modello semplificato. Pertanto illustriamo le regole di
calcolo che adotteremo. La percentuale del 4% pari al valore numerico di 0,04; pertanto la
sua rappresentazione con un vettore sar data dal vettore di lunghezza 0,2. Infatti il suo modulo
quadro appunto 0,04: 0,2 x 0,2 = 0,04 e rappresenta la probabilit P = ||2calcolata a partire
dal quadrato dalla funzione donda .
Quante sono le possibilit che ha un fotone, sparato dallemettitore, di arrivare sul
rivelatore A? Essendoci due superfici il fotone pu essere riflesso su quella frontale oppure su
quella posteriore. Quindi ci sono due modi per arrivare dallemettitore ad A. Questo in
meccanica quantistica si descrive come la sovrapposizione tra due possibili stati finali:
riflessione sulla superficie frontale e riflessione sulla superficie posteriore. Per avere lo stato
finale dovremo sommare (principio di linearit: sovrapposizione lineare degli stati possibili con
i coefficienti che rappresentano le condizioni fisiche, come visto nei paragrafi precedenti) i due
vettori che rappresentano la possibilit di riflessione su ciascuna delle due superfici. La somma
di vettore, come decritta nel paragrafo opportuno allinizio di queste dispense, si fa mettendo
graficamente in fila i due vettori, con la coda del secondo che parte dalla testa del primo vettore,
e tracciando il segmento che congiunge la coda del primo vettore con la testa del secondo. Il
verso del vettore somma sar il verso di questo segmento che va verso la testa del secondo
vettore. A questo punto ci serve un sistema per stabilire la direzione dei due vettori probabilit
del singolo stato (riflessione sulla superfice frontale o su quella posteriore). Per fare ci
immaginiamo di aver collegato un orologio con una sola lancetta ad ogni fotone. Quando il
fotone parte dallemettitore la lancetta comincia a girare e si ferma quando il fotone arriva sul
rivelatore. Questultimo istante determina la direzione del vettore che rappresenta lo stato del
singolo fotone. Unultima regola stabilisce che i fotoni riflessi dalla superficie frontale
- 106 -

subiranno un ribaltamento di 180 del vettore rappresentativo, mentre quelli che sono riflessi
sulla superficie posteriore no: conservano il verso. Questa sembra arbitraria ma riflette propriet
intrinseche della meccanica quantistica che non abbiamo discusso e che non discuteremo,
quindi la dovrete accettare come dato di fatto.
Come primo esempio prendiamo uno spessore s molto sottile. In questo caso le lancette
dei due orologi relativi ai due fotoni, che incidono sulle due superfici, avranno una differenza
piccolissima tra loro, perch il percorso in pi tra una superficie e laltra sar molto piccolo;
ossia i due vettori saranno quasi paralleli. Quindi, poich dobbiamo ribaltare il vettore del
fotone che riflesso dalla prima superficie, i due vettori saranno approssimativamente diretti in
senso opposto. Conseguentemente la somma avr un valore piccolissimo ed il suo quadrato sar
ancora pi piccolo: approssimativamente zero. Quindi la probabilit che la luce si rifletta dalle
due superfici di una lastra sottilissima praticamente nulla.
Aumentiamo ora la distanza s tra le due superfici. I due orologi avranno tempi
consistentemente diversi. Come conseguenza le direzioni dei due vettori saranno
progressivamente pi differenti e la loro somma dopo ribaltamento differir sempre di pi da
zero. Il vettore somma sar pertanto sempre pi lungo e di conseguenza anche il suo quadrato,
che rappresenta la probabilit totale di riflessione. Quando lo spessore sar tale che i due vettori
formino un angolo di 90 la probabilit totale sar la diagonale di un quadrato di lato 0,2; ossia
0,04. Questo rappresenta la probabilit del 4%. Continuando a crescere lo spessore si arriver
alla situazione in cui i due vettori saranno diretti in verso opposto. Quindi, dopo il ribaltamento,
saranno nello stesso verso e la loro somma sar il doppio del singolo vettore, dato che hanno
lunghezza uguale entrambe a 0,2. Quindi la somma sar 0,4 il cui quadrato 0,16, ossia una
probabilit del 16%. Rappresenta la riflessione massima. Se lo spessore continua a crescere
vediamo che la somma di due vettori ricomincia a diminuire, fino a tornare a zero, per poi
ricrescere in maniera ciclica.
Questo andamento descrive il comportamento sperimentale della riflessione dalle due
superfici a spessore variabile di una lastra di vetro e mostra come si fa un calcolo in meccanica
quantistica in maniera quantitativa, anche se non matematica.

24.9. Interazione tra la radiazione e la materia


Linterazione della radiazione con la materia un argomento vasto quanto tutta la nuova
fisica. In quanto segue ci interesseremo soprattutto della radiazione elettromagnetica prodotta
dal un tubo a raggi X. Questo aspetto dellinterazione dei fotoni con la materia , inoltre, un
argomento di grande rilevanza sia per la formazione dellimmagine che per la salute, dal punto
di vista del TSRM.
I processi che intervengono quando i fotoni attraversano la materia sono essenzialmente
di due tipi: assorbimento e diffusione. Nellassorbimento il fotone entrante scompare lasciando
la sua energia nella materia. Nella diffusione il fotone viene deviato di un certo angolo e parte
della sua energia viene assorbita. I processi avvengono nellinterazione del fotone incidente con
latomo inteso come entit costituita essenzialmente dalla nuvole elettronica. Linterazione con
il nucleo riguarda solo uno dei processi che descriveremo di seguito.
I vari processi dinterazione tra la radiazione e la materia danno un contributo
allinterazione complessiva che proporzionale ad una quantit detta sezione durto. La sezione
durto intesa in senso classico la sezione di un determinato oggetto che, nel suo moto,
intercetta un altro oggetto (fig. 23.2).

- 107 -

Figura 23.2: sezione durto classica. Figura 23.3: sezione durto quantistica
In effetti la meccanica quantistica introduce delle correzioni che, tenendo conto
dellindeterminazione e di altri effetti quantistici, rendono leggermente pi ampia la sezione
durto classica. Questa rappresenta non pi una grandezza classica come la possibilit di colpire
loggetto nella sua traiettoria, ma la grandezza quantistica probabilit di interagire con
loggetto che si trova in prossimit della sua traiettoria.
La geometria dello studio dellattenuazione di un fascio di fotoni nella materia quella
rappresentata in figura 23.2. Il numero di fotoni che emerge e viene rivelato (ossia la variazione
del numero di fotoni incidenti) proporzionale al numero N di fotoni incidenti (collimati) ed
allo spessore dx dellattenuatore, tramite un coefficiente di attenuazioneche rappresenta la
frazione dei raggi X che vengono rimossi dal fascio, per unit di spessore di materiale
attraversato. Quindi il numero di fotoni x che vengono rimosi dal fascio sar dato dallo spessore
moltiplicato per il coefficiente di attenuazione:
=
.Da questa, per integrazione, si
=
, dove espresso in cm-1. Quanto detto vale esclusivamente per un
ottiene la
fascio monoenergetico di fotoni.

Figura 23.2: attenuazione dei fotoni nella materia in condizioni di buona geometria.
Il coefficiente di attenuazione lineare =(E,) dipende dallenergia del fascio di fotoni
e dalla natura del materiale assorbente. Poich la densit dellassorbitore a giocare un ruolo
fondamentale (ossia il numero di elettroni per unit di percorso che il fascio incontra sul suo
cammino) si tende a svincolare il coefficiente da questo parametro per poter confrontare quello
che succede in materiali diversi a parit di energia. In conseguenza si introduce il coefficiente
di attenuazione massico /, la cui unit di misura sar

Il fotone che interagisce con la materia trasferisce la sua energia agli elettroni, in parte
ionizzandoli ed in parte eccitandoli. Leccitazione diventa produzione di calore. La
ionizzazione produce secondari carichi con unenergia cinetica che dipende dalla frazione di
energia ceduta dal fotone. Si introduce quindi il coefficiente di trasferimento di energia tr che
rappresenta la frazione di energia del fotone trasferita in energia cinetica dellelettrone. La
relazione tra il coefficiente di trasferimento di energia tr e :

- 108 -

Etr

h
Dove Etr rappresenta la lenergia media trasferita in energia cinetica delle particelle cariche per
interazione.
I fenomeni che contribuiscono ad entrambe i processi sono essenzialmente quattro:
diffusione elastica (scattering alla Rayleigh), effetto fotoelettrico (scattering inelastico), effetto
Compton e produzione di coppie. Il coefficiente dattenuazione complessivo sar dato dalla
somma dei vari processi:

tr =

In quanto segue esamineremo i vari processi in dettaglio usando il modello atomico


semplificato di Bohr (fig. 23.3).

Figura 23.3: atomo di Bohr.

24.8.1. Diffusione elastica


La diffusione elastica (o diffusione alla Rayleigh) interviene quando lenergia del fotone
molto inferiore allenergia di legame degli elettroni nellatomo ed anche dellenergia degli
stati stazionari quantistici degli elettroni. Pertanto non sufficiente per far saltare lelettrone di
uno o pi livelli quantici di energia dellatomo. Pertanto il fotone deviato solo lievemente e
non perde nessuna frazione della sua energia, perch latomo non in grado di assorbirla (fig.
23.4). Il massimo della deviazione avviene per fotoni di energia superiore 100 eV e numero
atomico del materiale diffusore abbastanza piccolo. Questo il motivo per cui il cielo azzurro:
lenergia media della radiazione ultravioletta superiore a 100 eV e laria leggera, dal punto
di vista del peso atomico.
La sezione durto riferita alla lunghezza attraversata del materiale diffusore

dove Z il numero atomico del materiale diffusore ed E lenergia del fotone.


La radiologia convenzionale impiega fotoni con energia troppo elevata e materiali
leggeri, quindi questo fenomeno poco rilevante.

- 109 -

Figura 23.4: diffusione elastica. Figura 23.5: effetto fotoelettrico. Figura 23.6: effetto
Compton

24.8.2. Effetto fotoelettrico


Leffetto fotoelettrico linterazione con latomo di un fotone che ha esattamente, o
poco pi, lenergia di legame necessaria per estrarre lelettrone dal legame atomico e rendere
quindi lelettrone libero e latomo ionizzato. Cos facendo il fotone scompare e compare un
elettrone, che pu essere rivelato. Si tratta di una collisione anelastica, in cui tutta lenergia del
fotone si perde, perch diventa energia dellelettrone (fig. 23.5). Questo vale anche se lenergia
del fotone superiore a quella di legame dellelettrone, infatti in questo caso una parte va in
energia di legame e laltra va in energia cinetica dellelettrone. Questo fenomeno importante
a tutte le energie di interesse radiologico.
Landamento della probabilit di effetto fotoelettrico in funzione dellenergia del fotone
incidente ha un andamento a cuspidi. Infatti quando lenergia inferiore a quella necessaria ad
un fotone per essere estratto dallatomo, la probabilit bassa (classicamente dovrebbe essere
zero, invece quantisticamente molto piccola ma maggiore di zero), mentre quando raggiunge
esattamente lenergia dellelettrone legato nellatomo risale (Fig. 23.5). Tra una cuspide e laltra
diminuisce come1/E3 mentre nel resto del range di energia dipendente anche dal numero
atomico Z, fino a circa 200 keV:

=
Dopo i 200 keV il termine E3 decresce, diventando E2 e poi E quando leffetto
fotoelettrico cede il passo alleffetto Compton ed agli altri fenomeni.
Leffetto fotoelettrico provoca sia assorbimento che attenuazione del fascio di
radiazione X, infatti il fotone scompare e la sua energia viene assorbita dal mezzo attenuatore.
Lequazione della sezione durto ci dice che questa, ad una data energia, varia come il
cubo del numero atomico. Dato che losso circa due volte pi denso del tessuto molle (osso =
2 molle) ed il suo numero atomico Z circa doppio di quello del tessuto molle (24=16) esso avr
unattenuazione circa sedici volte maggiore. Siccome lannerimento della pellicola fotografica
proporzionale alla dose di radiazione (energia assorbita per unit di massa) si capisce perch
le lastre radiografiche dellosso sono cos contrastate come immagine rispetto al tessuto molle.

- 110 -

Figura 23.5: andamento delleffetto fotoelettrico in funzione dellenergia del fotone incidente.

24.8.3. Effetto Compton


Leffetto Compton ha luogo quando lenergia del fotone incidente molto maggiore
dellenergia di legame dellelettrone nellatomo. Pertanto lelettrone pu essere considerato
come libero. Una parte dellenergia del fotone diventa energia cinetica dellelettrone mentre il
fotone prosegue, con energia ridotta (fig. 23.6). Dato che la relazione tra il fotone lelettrone,
visto come libero, il fattore determinante delleffetto la densit elettronica.
E un processo anelastico in quanto lenergia del fotone non si conserva, anche se
lenergia totale (fotone pi elettrone) si conserva. A seguito della diffusione Compton il fotone
emerge in una direzione qualsivoglia, mentre l elettrone emerge con un angolo che non pu
essere maggiore di 90 rispetto alla direzione del fotone incidente. Si pu vedere che fotoni a
bassa energia (fino a 100 eV) hanno quasi uguale probabilit di essere diffusi in qualsiasi
direzione. Fotoni pi energetici (energia maggiore di 1 MeV) hanno una probabilit maggiore
di essere diffusi in avanti.
Il coefficiente di attenuazione massico per leffetto Compton

dove e la densit elettronica del materiale utilizzato come attenuatore.


Per quanto detto si vede che leffetto Compton contribuisce al contrasto radiografico
quasi esclusivamente per alti valori della tensione anodo-catodo. In tutti gli altri casi esso
degrada solo la radiografia in quanto contribuisce ad una diffusione multi direzionale dei fotoni.

24.8.4. Produzione di coppie


La produzione di coppie un fenomeno che si realizza a soglia, ossia solo se si supera
unenergia di soglia che appunto quella della massa della coppia di elettrone-positrone. Questa
energia di soglia pari a 1,02 MeV, dato che la massa di riposo dellelettrone 0,511 MeV
(secondo la nota formula E=mc2). La carica totale nel processo una quantit conservata, infatti
era zero prima (il fotone non ha carica e non ha massa) e rimane tale anche dopo in quanto i
due elettroni creati hanno carica opposta, che si somma a zero. Il processo richiede, per poter
avvenire, che si svolga in presenza di un nucleo massivo.
Lattenuazione del processo, o sezione durto massica, sar:

1,02

- 111 -

Questo processo lunico in cui la probabilit di accadimento aumenta sempre con


lenergia del fotone.

24.9. Il nucleo atomico


Il nucleo atomico, ben lungi dallessere indivisibile, si compone di due diverse particelle
(dette nucleoni): protoni e neutroni. I protoni sono carichi positivamente con uguale carica
dellelettrone, mentre il neutrone non ha carica (come dice il nome). Un nucleo di numero
atomico Z e numero di massa A ha un numero di neutroni che N=A-Z.
Poich i protoni sono carichi positivamente essi si respingono secondo la legge di
Coulomb. Pertanto, per tenere insieme il nucleo, necessaria una nuova forza, detta forza forte.
Questa una forza attrattiva che agisce tra tutti i nucleoni, il cui raggio dazione brevissimo:
10-15 m. Quindi i neutroni schermano tra loro i protoni e li attraggono con la forza forte. Cos
facendo rendono possibile la struttura del nucleo, perch mentre attenuano la repulsione
colombiana dei protoni li attraggono con la forza forte, che opera anche tra protoni in maniera
attrattiva.
La realt profonda dei nucleoni che pure loro non sono strutture elementari, ma hanno
una composizione di quark. I quark interagiscono tramite la forza forte e tramite la forza debole,
che li fa interagire anche con i neutrini. I neutrini sono particelle con poca o nulla massa e che
interagiscono solo tramite la forza debole col resto del mondo. Quindi per vedere i neutrini
occorre molta materia (roccia).
Attraverso la forza debole si collegano i quark con i neutrini e gli elettroni (positivi e
negativi).
24.10. Il decadimento alfa e lesempio del radon
Il decadimento alfa una particolare forma di decadimento radioattivo che libera da
nuclei atomici pesanti delle particelle alfa (fig. 1). Queste particelle alfa altro non sono se non
dei nuclei di elio completamente ionizzati. I nuclei di elio sono composti da due protoni e due
neutroni.

Figura 1
A causa della loro natura queste particelle sono molto pesanti e liberano la loro energia
nella materia localmente, realizzando il rilascio di energia che va sotto il nome di picco di Bragg
(fig. 2) e producendo un elevato numero di elettroni secondari. Infatti si consideri che per
produrre una coppia di ioni occorrono in media 40 eV, pertanto una particella alfa () di 4 MeV
(energia tipica dei vari processi di decadimento della serie dell'uranio 238: 238U) produce,
approssimativamente, 4 106eV/ 40 eV = 100.000 coppie di ioni.
Il picco di Bragg ci informa della modalit di rilascio dellenergia da parte della
particella : la maggior parte dellenergia viene liberata nel tratto finale del percorso.
- 112 -

Questa una caratteristica delle particelle pesanti (protoni, e nuclei atomici). Le


particelle leggere, come gli elettroni, hanno un comportamento meno definito in quanto, negli
urti con le particelle che costituiscono la materia, sono quasi sempre quelle con massa minore
e vengono fatte rimbalzare a grandi angoli, perdendo meno energia in ogni urto rispetto a quelle
pesanti.

Figura 2
Il percorso in acqua di una particella di 4 MeV pari, approssimativamente, a 25
micron (m), come si evidenzia anche dalla figura 3.

Figura 3
Le particelle originate dalle ionizzazioni sono per il 50 % elettroni secondari ed hanno
un percorso maggiore nella materia rispetto alle particelle . Questo significa che depositano
la loro energia a distanza anche notevole rispetto al luogo dove sono stati prodotti. A parit di
energia un elettrone viaggia in acqua cento volte di pi rispetto ad una particella . Addirittura,
- 113 -

nella materia biologica in vivo, potrebbe accadere che un decadimento in un organo irradi,
per effetto del percorso dei secondari carichi, una altro organo. Questo fatto nel caso del radon
non avviene quasi per niente per le caratteristiche proprie dell'organo in cui si deposita il
radionuclide: il polmone. Dato che gli alfa si fermano in pochi micron gli elettroni si fermeranno
in alcuni millimetri; quindi solo gli pi esterni potranno arrivare ad irradiare, attraverso i
secondari carichi, gli organi pi prossimi.
Oltre a queste radiazioni ci sono i di assestamento nucleare che depositano la loro
energia in maniera non localizzata e sono, pertanto, sorgente di irraggiamento per gli altri
organi. Questa radiazione, al contrario della radiazione e , non deposita nellorgano la sua
energia, ma la trasporta altrove a distanze anche grandi rispetto alle dimensioni degli organi.
Il radon, come nelle altre lezioni di questo corso gi stato evidenziato, fa parte della
serie radioattiva del 238U riportata in figura 4; esso principalmente un emettitore . In figura
4 sono riportati i decadimenti come linee verticali ed i decadimenti come linee oblique.
Mentre i emessi non sono riportati.

92

238

234

Uranio

Uranio

, 245.000 y

, 4,47 10 y

234

Protoattinio
, 1,17 min

90

234

Torio

, 24,1 d

230

Torio

4
, 7,54 . 10 y

88

226

86

222

Radio

, 1600 y

Radon

, 3,82 d

84

218

Polonio

Polonio

, 138,4 d

, 0,000164 s

, 3,11 min
214

210

Bismuto

Bismuto
, 5,01 d

, 19,9 min

82

210

214

Polonio

214

Piombo

, 26,8 min

210

Piombo

, 22,3 y

206

Piombo
stabile

Figura 4
La maggior parte della radiazione emessa viene prodotta non dal radon stesso ma dalla
progenie che continua a decadere fino al 206Pb che stabile. Nella tabella 1 sono riportate alcuni
decadimenti e le relative energie della serie del 238U.

- 114 -

Tabella 1

Nuclide
238

234

decadimenti alfa
Energia Percent.
(keV)
(%)
4039
0,23
4147
23
4196
77

Th

75,8
95,8
96,2
188,6
1236
1471
2281

234m

Pa

234

230

Th

226

Ra

222

Rn
Po
214
Pb
218

214

Bi

decadimenti beta
En. max En. media Percent.
(keV)
(keV)
(%)

4605
4724
4776
4368
4476
4621
4688
4602
4785
5490
6003

19,5
24,8
24,9
50,6
410,2
500,8
825,4

2,0
6,8
18,5
72,5
0,74
0,62
98,6

0,24
27,4
72,4
0,31
0,12
23,4
76,3
5,55
94,55
99,92
99,98
185
490
672
728
1024

50
145
207
227
337

2,55
0,83
48,0
42,5
6,3

788
822
977
1066
1077
1151
1253
1259
1275
1380
1423

248
261
318
352
357
385
425
427
434
475
492

1,07
2,81
0,56
5,61
0,89
4,43
2,50
1,50
1,19
1,59
8,34

- 115 -

raggi gamma
Energia Percent.
(keV)
(%)

63,3
92,4
92,8

3,8
2,72
2,69

1001

0,589

186,2

3,28

53,2
242,0
258,8
295,2
351,9
785,9
839,0
609,3
665,5
768,4
806,2
934,1
1120,3
1155,2
1238,1
1281,0
1377,7
1385,3

1,11
7,49
0,553
19,2
37,2
1,10
0,59
46,3
1,57
5,04
1,23
3,21
15,1
1,70
5,94
1,48
4,11
0,78
(continua)

(continua )
214
Bi

214
210

Po
Pb

7687

Bi
Po

5304

525
539
567
615
668
684
1007
1269

17,7
17,9
0,88
3,38
1,01
7,86
0,6
17,2

1401,5
1408,0
1509,2
1583,2
1661,3
1729,6
1764,5
1847,4
2118,6
2204,2
2447,9

1,39
2,49
2,22
0,72
1,15
2,97
15,8
2,09
1,17
4,98
1,56

16,5
63,0
1161,4

4,14
16,13
389,0

80,2
19,8
100,0

46,5

4,05

99,989

210
210

1505
1540
1609
1727
1855
1892
2661
3270

100,0

24.11. Il decadimento beta


Il decadimento beta una fenomeno radioattivo in cui il nucleo decade emettendo un
elettrone positivo o negativo. Un esempio di entrambi i decadimenti riportato qui sotto:
32
P32S+e-+ per il -, mentre 64Cu64Ni+e++ lesempio per il +.
Cosa succede nel corso di questi decadimenti? Il nucleo composto di nucleoni (protoni
e neutroni) i quali, a loro volta sono composti di quark. Il quark up ha carica elettrica +2/3
(espressa in unit di carica elettronica e), mentre il quark down ha carica -1/3. Pertanto il
protone dovr essere composto di due quark up ed un quark down, mentre il neutrone sar
costituito da due quark down ed un quark up. In questo modo la carica elettrica dei due nucleoni
torna con quella osservata (protone carica +1 e neutrone carica zero). Il decadimento - vede
un quark down che si trasforma in un quark up. In questo modo un neutrone diventa un protone.
Linterazione che effettua la trasformazione la forza debole e associa alla trasformazione un
elettrone negativo per conservare la carica (carica positiva pi carica negativa uguale carica
nulla). Questo elettrone viene emesso unitamente allantineutrino che gli associa la forza
debole. Nel decadimento + si ha la trasformazione di un protone in un neutrone, sempre tramite
la forza debole; il quark up si trasforma in down e quindi il protone diventa un neutrone. Per
conservare la carica elettrica si crea un elettrone positivo che viene emesso dal nucleo insieme
al neutrino associato.
Il decadimento + quello pi usato in diagnostica PET, poich lelettrone positivo
(positrone) ha un viaggio breve, in quanto incontra un elettrone e si annichila emettendo due
neutroni con energia ciascuno 511 keV (0,511 MeV) o superiore (dipende dallenergia cinetica
del positrone).
24.12. Stabilizzazione
Il nucleo che esce da uno qualunque dei decadimenti sopra descritti in condizione
eccitata e deve cedere energia per tornare stabile. Questo viene fatto con una o pi emissioni di
fotoni (gamma) di assestamento. Pertanto a un decadimento di solito sono associati dei fotoni
.
Quando il nucleo stabile cessa ogni forma di radioattivit. Naturalmente pu
succedere, e succede spesso nel caso del decadimento , che il nucleo in cui decade sia a sua
volta instabile e debba decadere in un ulteriore canale radioattivo (, +- o/e ). In questo caso
- 116 -

si instaura una catena di decadimenti che produce nuclidi figli a partire dal nuclide attivo
capostipite. Questa situazione verr descritta sotto.
Il decadimento radioattivo non lunica attivit cui vanno incontro i nuclei, ma ci sono
altre forme di attivit quali cattura elettronica, fissione e fusione. Queste reazioni non verranno
prese in considerazione in queste dispense.

24.13. Equilibrio dei radionuclidi con la progenie


La legge del decadimento radioattivo una semplice legge esponenziale. Infatti se
abbiamo, allistante iniziale N0 nuclei radioattivi, questo numero diminuir nel tempo dato che
i nuclei decadono e diventano un altro elemento. La diminuzione implica, per, un processo
statistico dato che noi sappiamo solo un fatto macroscopico: il numero dei nostri atomi
radioattivi si riduce in un dato tempo denominato , ma non sappiamo quale nucleo dei tanti
subir la trasformazione. Quindi possiamo dire solo che sar =
. Questa equazione
differenziale si integra facilmente, dando luogo allequazione del decadimento radioattivo:
=
Spesso si vuole considerare lattivit di un radionuclide, ossia il numero di decadimento
che avvengono nellunit di tempo. Questa grandezza data dalla costante di decadimento
moltiplicata per il numero di radionuclidi che abbiamo allinizio: A=N. Lequazione del
decadimento radioattivo allora diventa
=
Interessa anche il tempo di dimezzamento, ossia il tempo in cui il nostro campione
radioattivo si riduce alla met. Sar, allora: N=1/2N0, da cui
1
=
2
dove detto emivita del particolare radionuclide, o tempo di dimezzamento. Questo un
tempo caratteristico del singolo radionuclide e varia da pochi secondi a milioni di anni per
diversi radionuclidi. Passando ai logaritmi (che sono linverso degli esponenziali) si trova
ln 2
=
che la relazione tra la costante di decadimento e lemivita.
Quando una serie radioattiva decade ci si trova contemporaneamente in presenza del
capostipite e dei prodotti di decadimento (progenie). Se immaginiamo di essere all'inizio del
processo di decadimento avremo solo il capostipite, che decadr secondo la ben nota equazione
che descrive il decadimento esponenziale dei radionuclidi
N 1 = N 10 e 1t (3)

dove N 10 il numero iniziale di atomi del radionuclide capostipite, 1 la sua costante di


decadimento e n1 il numero attuale (al tempo t) del radionuclide capostipite.

Il rateo di decadimento del capostipite N11 ed anche il rateo con cui si forma
l'elemento successivo della progenie, che chiameremo N2. Anche questo elemento decade a
formare l'elemento successivo N3 con un rateo N22. Pertanto l'accrescimento netto
- 117 -

dell'elemento N2 sar dato dalla differenza del rateo con cui esso decade e del rateo con cui esso
si forma:
dN 2
= 1 N 1 2 N 2 (4)
dt
Lo stesso discorso viene fatto per tutti gli elementi successivi della catena di
radionuclidi. La condizione di equilibrio secolare (o equilibrio radioattivo) descritta
dall'esistenza simultanea dello stesso rateo di decadimento del radionuclide capostipite e del
radionuclide figlio
N 11 = N 2 2 (5)
Infatti si pu dimostrare che questa condizione significa che entrambe le attivit dei due
radionuclidi sono uguali: A1 = A2.
La stessa condizione pu essere applicata a tutta la serie radioattiva
N 11 = N 2 2 = N 3 3 = N 4 4 = N 5 5 ...
(6)
A1 = A2 = A3 = A4 = A5...
(7)
Il capostipite deve costituire un "serbatoio" per i figli e quindi deve decadere molto
meno rapidamente, questo significa che la sua costante di decadimento deve essere alquanto
pi lunga di quelle della progenie
1 >> 2 , 3 , 4 , 5 ... (8)

Quanto detto vale, ovviamente, se non interviene nessun agente esterno che sottrae
qualche elemento della catena radioattiva. In quest'ultimo caso il rapporto tra i vari elementi
cambia sostanzialmente in relazione al loro stato fisico (solido, liquido o gassoso). Nel caso
della serie radioattiva che comprende il radon si ha un comportamento differente tra la progenie
per quanto riguarda la parte attaccata al particolato sospeso e quella che rimane staccata.
Pertanto si dovr determinare, caso per caso, le condizioni di equilibrio effettivamente
realizzate, per avere indicazioni sulle relative concentrazioni di attivit della progenie.

25. TERMODINAMICA
La termodinamica studia come si sposta il calore da un corpo allaltro e come sia
possibile trasformare il calore in lavoro meccanico e viceversa. Un importante campo di
applicazione della termodinamica sono i liquidi ed i gas.
Un solido qualcosa che ha sia volume che forma propria. Un liquido ha volume proprio
ma non forma propria e adotta quella del recipiente che la contiene. Un gas non ha n volume
n forma proprio e tende a riempire tutto il volume che ha a disposizione.
Il campo di applicazione della termodinamica immenso e si allargato ancor di pi
allinizio del secolo scorso quando Boltzmann intu la natura microscopica dei fenomeni
termici.
Ci detto possiamo anche affermare che essa costituisce una parte a s stante della fisica,
che completamente autosufficiente. Naturalmente si avvantaggia della conoscenza del resto
- 118 -

della materia, ma una parte che pu essere studiata senza propedeuticit col resto e soprattutto
con la meccanica classica che , invece, propedeutica a tutto il resto.
La termodinamica nasce nel tardo 1700 come lo studio di come sia possibile trasformare
il calore in lavoro meccanico. Questo al fine di agevolare, o sostituire, il lavoro manuale
delluomo con qualcosa di altro che non sia animale (era il tempo in cui si cominciava a pensare
di abolire la schiavit).
Pertanto dobbiamo capire come si collega il lavoro meccanico alla trasformazione di un
sistema termodinamico. Preliminarmente dobbiamo definire alcune grandezze di particolare
interesse. Di questa la prima la pressione. Si definisce esercitata su una superficie la forza
divisa per larea della superficie: = e si misura in N/m3 altrimenti denominato Pascal
(simbolo Pa). Altre unit piuttosto diffuse sono il bar, equivalente a 105Pa, da cui il millibar
usato in meteorologia (1014 mbar); unaltra unit utilizzata in campo sanitario il millimetro
di mercurio che la pressione equivalente ad una colonna di mercurio alta un millimetro
(simbolo mmHg o Torr31), 760 mmHg il peso medio dellatmosfera terrestre in condizioni
normali di pressione e di temperatura, mentre la pressione sanguigna 80 su 120 mmHg oltre
latmosfera terrestre; latmosfera unaltra unit molto impiegata, soprattutto per la pressione
delle gomme delle vetture (simbolo atm) ed equivalente a 1,01 105Pa.
La grandezza fisica che deve essere aggiunta allinsieme delle unit di misura detto S.I.
la temperatura. Una definizione esatta di temperatura deve attendere oltre, perch necessita di
ulteriori conoscenze per essere comprensibile. Ma una definizione empirica la possiamo, e
dobbiamo, dare subito. Se scaldiamo un corpo come vediamo che si sta scaldando? Misurando
la temperatura. Quindi la temperatura un osservabile connessa con i fenomeni calorici. Per
definire la sua unit di misura prendiamo dunque due fenomeni calorici quali quelli
dellebollizione e del congelamento dellacqua a pressione atmosferica. I due punti definiscono
gli estremi della scala della misura della temperatura. Questa scala viene divisa per 100 gradi e
cos si arriva alla sua unit di misura: il grado centigrado (con simbolo C).
La prima cosa da fare ricordarsi cos il lavoro meccanico. Si definisce lavoro
meccanico fatto da una forza che agisce su di un oggetto lo spostamento che quelloggetto
compie sotto lazione della forza stessa. La stessa cosa detta in formula si scrive cos:
=
(1)
ossia il lavoro uguale al prodotto scalare della forza per lo spostamento. Applichiamo adesso
questo concetto ad un sistema termodinamico. Un sistema termodinamico si dice aperto se pu
scambiare con lambiente che lo circonda sia materia che energia; se pu scambiare solo energia
si dice chiuso, mentre se non scambia n materia n energia si dice isolato. Un esempio di
sistema termodinamico il cilindro con stantuffo rappresentato in figura 1. Questo un sistema
chiuso in quanto il cilindro chiuso dallo stantuffo e la materia ivi contenuta non ne pu uscire.
In compenso possibile trasmettere calore al cilindro e quindi, come vedremo, energia. Se lo
stantuffo si muove, ad esempio verso lalto, viene effettuato una lavoro. Cerchiamo di calcolarlo
con quello che sappiamo. Noi sappiamo che la forza applicata su una superficie pu essere
rappresentata come una pressione: =
Quindi, nellipotesi che lo spostamento dh sia verso lalto come nellesempio in figura
1, calcoliamo il lavoro

31

Il nome di questa unit di misura deriva da quello di Giovambattista Torricelli, fisico secentesco, allievo di
Galileo Galilei, che ha studiato la pressione atmosferica tra le altre cose.

- 119 -

Poich la forza e lo spostamento hanno lo stesso verso il segno del prodotto scalare sar
positivo. Il lavoro :
= =
(2)
Ma il volume di cui aumenta linterno del cilindro in conseguenza
dellespansione, ossia
= , pertanto formula (2) diventa:
=
(3)
Quindi si pu dedurre da quanto appena elaborato che in un sistema termodinamico se
c variazione di volume c un lavoro che viene fatto dal sistema verso lesterno (espansione)
oppure dallesterno verso il sistema (compressione). In caso contrario (volume costante) non
c scambio di lavoro tra il sistema e lambiente.
Tale situazione descrive bene il treno a vapore, in cui si somministra energia sotto forma
di calore al cilindro, lacqua al suo interno si scalda bolle e diventa vapore che si espande
producendo una dilatazione del cilindro che fa muovere lo stantuffo verso lalto (fig. 1).
In generale un sistema termodinamico viene descritto da tre osservabili fisiche:
pressione P, volume V e temperatura T. Queste tre osservabili non sono indipendenti ma sono
legate da una relazione che viene detta equazione di stato e definisce il particolare stato
termodinamico in cui si trova il sistema. Questa equazione avr la forma di
, , = 0 (4)
Quindi una volta note due delle suddette variabili sar possibile, tramite la precedente
equazione, esprimerle in funzione della terza variabile. Un esempio la ben nota equazione di
stato dei gas perfetti
=
(5)
dove N il numero di Avogadro (vedi capitolo di fisica atomica) ed R la costante dei gas
(R=8,314 J/g mole K).
Dallequazione (4) si deduce che possibile rappresentare su un diagramma a due
variabili (ad esempio V e P) lo stato del sistema (figura 2):

- 120 -

Larea racchiusa sotto il grafico (area grigia: integrale di P in dV) rappresenta il lavoro fatto
durante la trasformazione. Come deriva dalla formula (3).
Un gas perfetto un gas in cui le molecole del gas non interagiscono tra di loro, ma solo
con le pareti del recipiente che le contiene.

25.1. Equivalenza dellenergia meccanica e del calore


Per capire lequivalenza tra energia meccanica e calore, e quindi lavoro, immaginiamo
di fare un esperimento concettuale: immaginiamo di innalzare la temperatura di una pentola di
acqua a 24C ponendola sul fuoco, fino a raggiungere una temperatura di 50C. Questa
trasformazione dipende solo dalla temperatura iniziale e da quella finale e non comporta lavoro,
in quanto non c variazione di volume32. In questa trasformazione termodinamica viene solo
somministrato calore e lunico effetto linnalzamento di temperatura. Sempre la stessa pentola
(con la stessa quantit dacqua) a 24C la agitiamo con un sistema di palette rotanti interne
(Figura 25.1.1). Queste esercitano un lavoro contro le forze di attrito dellacqua e,

Figura 25.1.1: sistema di alette rotanti per saldare lacqua in un calorimetro


cos facendo, riscaldano lacqua. Poich siamo in grado di calcolare il lavoro meccanico svolto
dai pesi che scendono (L=mgh per ciascun peso di massa m che scende mettendo in moto le
alette), sappiamo anche valutare il lavoro totale che serve per innalzare la temperatura
dellacqua da 24C a 50C. Anche in questo caso leffetto finale linnalzamento di
temperatura, come nel caso precedente. Ma la causa completamente diversa. La coincidenza
di effetti e la diversit delle cause ci dice che esiste unequivalenza tra lavoro meccanico e
calore. Questa equivalenza porte, come conseguenza di misure accurate fatte coerentemente

32

In effetti una espansione dovuta alla dilatazione termica c, ma piccola e la possiamo trascurare.

- 121 -

con lesperimento concettuale descritto sopra, ad una conversione tra energia meccanica e
energia termica (equivalente meccanico della caloria):
1 cal = 4,185 joule = 4,185 107 erg
La caloria come unit di misura definita come quella quantit di calore necessaria per
innalzare di un grado, da 14C a 15C, un grammo dacqua alla pressione atmosferica al livello
del mare. Quindi nel S.I., dove la unit di massa il chilogrammo, avremo la conseguente
definizione della kilocaloria come quella quantit di calore responsabile dellinnalzamento di
un grado di temperatura un kg di acqua. Se consideriamo il calore specifico di un sistema di
massa unitaria (1 kg) come la quantit di calore necessaria per innalzare di un grado la sua
temperatura si vede cha il calore specifico dellacqua uno, con le definizioni date qui.
In generale lenergia interna esprimibile con il calore specifico di un corpo (o di un
sistema termodinamico), in formula, come:
= T
(6)
dove cv il calore specifico a volume costante, m la massa e T la variazione di temperatura. Il
perch si sceglie il calore specifico a volume costante33 (esiste anche quello a pressione costante
cp) pu essere compreso con il fatto che a volume costante non c lavoro, come abbiamo
dimostrato prima.
In tale ottica si pu capire bene lenunciato del primo principio della termodinamica.

25.2. Primo principio della termodinamica


Il primo principio mette in relazione La variazione di energia interna del sistema
termodinamico con il lavoro (fatto o subito) e il calore (acquisito o ceduto). In formula :
+ =
(7)
dove U lenergia interna del sistema, Q il calore e L il lavoro. La convenzione dei segni deve
essere specificata: il lavoro fatto dal sistema sullesterno positivo ed il calore ricevuta dal
sistema positivo. Quindi se il sistema cede calore esso avr segno negativo, cos come il lavoro
che il sistema subisce dallesterno (compressione).
Riprendendo le considerazioni dei paragrafi precedente (equazioni 3 e 6 inserite nella
7) possiamo scrivere il primo principio come segue:
+ =
(8)
Che lespressione del primo principio nel caso di trasformazioni che comportano una
variazione di calore e volume per un gas perfetto.
25.3. Trasformazioni di un gas
Un gas pu essere soggetto a molte trasformazioni termodinamiche. Una trasformazione
pu avvenire a volume costante (isocora, dal greco in cui choros rappresenta lo spazio
fisicamente occupato da un corpo) oppure a pressione costante (isobara), oppure a temperatura
costante (isoterma). Oppure pu avvenire senza mantenere nulla costante e in maniera caotica:
queste sono le trasformazioni irreversibili. Infatti impossibile ricostruire a posteriori il
percorso nello spazio delle fasi e quindi ripercorrere a ritroso la trasformazione, che la
definizione di reversibilit. Un particolare tipo di trasformazione, detta adiabatica, quella che
avviene cos lentamente da essere perfettamente reversibile se il sistema termicamente isolato
tanto da non disperdere calore nellambiente.
Un trasformazione pu essere ciclica oppure no. Quella ciclica quella che parte da
determinati valori di volume e temperatura, o volume e pressione, e ci torna dopo aver fatto

33

La differenza tra i due calori specifici si pu ben comprendere con lesperimento concettuale della pentola a
pressione chiusa o aperta. Nel caso della pentola chiusa una certa quantit di calore somministrata alla pentola ne
provoca un innalzamento di temperatura molto pi elevato che nel caso in cui il coperchio sia aperto, come facile
verificare con un termometro.

- 122 -

quello che deve fare. Ossia parte un punto del piano (V, T) oppure (V, P) ed arriva nello stesso
punto di partenza dopo aver fatto il suo ciclo.

25.4. Il secondo principio della termodinamica


Il primo principio prende in esame le energie meccanica34 e termica e ne trova
lequivalenza concettuale e numerica, attraverso lequivalente meccanico della caloria. Ma una
domanda sorge spontanea: questa equivalenza completa? Ossia le due forme di energia sono
liberamente trasformabili una nellaltra e viceversa, senza limitazioni35? Per rispondere a questa
domanda facciamo un altro esperimento concettuale. Immaginiamo di metter una pentola sul
fuoco e di scaldarla finch comincia a bollire. Se a questo punto vogliamo ritrasformare
lenergia termica della pentola in calore dobbiamo avere una dinamo collegata con una turbina
a vapore. Con questo sistema, secondo il primo principio, possibile trasformare tutta lenergia
termica in energia elettrica e avere lo stesso quantitativo di energia a disposizione che si aveva
prima di fare lesperimento. Ma questo contrasta con le nostre conoscenze, infatti sappiamo che
c lattrito.
Poich il primo principio non proibisce questo tipo di trasformazioni, che noi sappiamo
per essere impossibile, ci serve una legge che lo rende tale. Infatti lo scopo della fisica
descrivere la realt cos come la vediamo sotto i nostri occhi con regole definite.
Il secondo principio della termodinamica stabilisce che esistono delle qualit di energia
differenti e che impossibile trasformare integralmente energia di tipo inferiore in una di tipo
superiore. Inoltre stabilisce lesistenza di diverse formulazioni della stessa legge.
Lenunciato di Lord Kelvin dice:
impossibile realizzare una trasformazione il cui unico risultato sia una
trasformazione in lavoro di calore tratto da una sorgente a temperatura uniforme.
Nella realt quotidiana le trasformazioni termodinamiche avvengono sempre tra due
distinte fonti e temperatura differente: nel motore a scoppio la differenza di temperatura messa
in comunicazione tramite il sistema di raffreddamento costituito dal liquido che circola nel
motore e nel radiatore che lo raffredda alla temperatura esterna.
Unaltra formulazione quella di Clausius:
impossibile realizzare una trasformazione il cui unico risultato sia un passaggio di
calore da un corpo ad una temperatura pi fredda ad uno ad una temperatura pi calda.
Due corpi a temperatura differente, posti in contatto, realizzano un flusso di calore
spontaneo tra quello pi caldo a quello pi freddo. Quindi diremo che il corpo che cede calore
quello a temperatura pi elevata.
Il senso della legge nella formulazione di Clausius pi semplice ma necessita
comunque di una spiegazione. Infatti tutti conosciamo, ed usiamo, il frigorifero. Il quale
trasforma appunto un corpo a temperatura pi elevata in uno a temperatura pi bassa. Ma non
lunica cosa che fa. Infatti usa energia elettrica per farlo e produce anche calore che deve
essere disperso nellambiente.
Illustriamo i concetti sottesi dal secondo principio con una esperimento concettuale
chiamato ciclo di Carnot. Dato che, secondo Kelvin, non possibile trasformare in lavoro del
calore prelevato da una sola sorgente, vuol dire che ne serviranno due a temperatura differente:
T1 e T2. Il ciclo di Carnot un ciclo ideale rappresentabile con un grafico nel piano (V, P) in
cui prendiamo due trasformazioni adiabatiche e due isoterme alle due temperature T1 e T2 (fig.
4).
34

A questo punto rammentiamo che lenergia meccanica equivalente a quella elettrica, attraverso la legge di
Faraday-Neumann-Lenz e quindi parlare di energia meccanica o elettrica lo stesso.
35
Molto spesso fare fisica significa porsi le domande in una forma leggermente diversa in modo da rendere chiaro
il problema. Infatti in fisica un particolare capitolo di studio della fisica occupato dalle domande mal poste, che
non portano a nulla.

- 123 -

Figura 4: ciclo di Carnot e relative trasformazioni


I rami AB e CD sono le due trasformazioni isoterme, mentre i rami AC e BD le due
adiabatiche. Durante lespansione isoterma del ramo AB il sistema assorbe il calore Q2,
necessario per restare a temperatura T2 nonostante lespansione (senza variazione di volume
non c lavoro). Nel corso della compressione isoterma DC il sistema cede la quantit di calore
Q1 restando alla temperatura T1. Pertanto la quantit di calore totale scambiata durante il ciclo
Q2-Q1. Dal primo principio (eq. 7), tenendo conto che in una trasformazione ciclica la
variazione di energia interna nulla perch il sistema torna nello stato iniziale, si deduce che il
lavoro fatto uguale al calore scambiato: L = Q2-Q1. Siccome il lavoro VT, si ha:
Q Q1 Q
V = 2
=
(25.4.1)
T2
T2
e questo in un ciclo uguale a zero, perch il volume torna allo stesso valore dellinizio del
ciclo.
Questa equazione (25.4.1), come prima cosa, ci dice che solo una frazione del calore
scambiato viene trasformata in lavoro. Questo ci porta a definire un rendimento della
produzione di lavoro come il rapporto tra il lavoro prodotto (uscita) ed il calore immesso nel
sistema (entrata) per produrre quel lavoro: = =
.

25.5. Lentropia
Lefficienza, ossia il rendimento, di un ciclo legato alla quantit di calore scambiato
alle due temperature. Tanto che, per una trasformazione reversibile di un gas perfetto vale la:
=
=
(9)
In effetti la temperatura a cui viene scambiato calore ha un ruolo molto pi sostanziale
di quanto non sembri a prima vista.
In effetti si pu definire una grandezza descrittiva dello stato termodinamico (variabile
di stato), detta entropia, nel modo seguente:
= (10)
Questa grandezza fisica rappresenta la quantit di calore scambiata ad una determinata
temperatura T. Si pu vedere dalle considerazioni fatte sopra (eq. 25.4.1) che questa quantit,
in un ciclo reversibile, uguale e zero, mentre In qualsiasi ciclo non reversibile essa maggiore
di zero. Quindi, per una qualsiasi trasformazione reversibile, tale quantit dipender solo dal
punto di arrivo e di partenza del sistema e non dal cammino percorso (altrimenti non sarebbe
uguale a zero su un ciclo completo). Pertanto essa una funzione di stato, ossia una funzione
dei valori che rappresentano lo stato del sistema.
- 124 -

In effetti la funzione di stato vera e propria la somma della quantit di calore scambiata
in rapporto alla temperatura nelli-esimo stato, sommata su tutti gli stati per cui transita il
sistema, quindi:
=
(11)
La funzione di stato entropia, in un sistema isolato, non pu che aumentare. Essa non
potr mai diminuire. Solo nel caso di un sistema isolato che compie una trasformazione
reversibile ciclica lentropia finale sar uguale a quella iniziale. In tutti gli altri casi essa sar
sempre maggiore. Questo un fenomeno solo ideale, finalizzato ad un esperimento concettuale.
Nella realt le trasformazioni sono ben lontane dallessere reversibili (ossia che hanno in ogni
punto uno ed un solo valore definito delle variabili di stato) ma sono irreversibili e non hanno
internamente variabili di stato ben definiti.
Quindi si pu dimostrare che un sistema che tende allequilibrio tende ad una condizione
di entropia massima. Infatti, dato quanto detto nel periodo precedente, una volta che un sistema
isolato ha raggiunto la massima entropia, non potr pi fare nessuna evoluzione e dovr
rimanere cos com. Qualunque evoluzione porterebbe ad una diminuzione dellentropia, che
in contrasto con quanto detto relativamente allaumento di entropia nella trasformazione.
Il fatto che lentropia di un sistema isolato non possa diminuire comprensibile
facilmente a livello statistico. Boltzmann ha dimostrato che lentropia di un certo stato di un
sistema termodinamico connessa da una relazione semplice con la probabilit dello stato: lo
stato fisico macroscopico che determinato da pi stati microscopici equivalenti risulta pi
probabile di uno che determinato da un minor numero di stati microscopici. Per capire questo
concetto occorre ricorrere ad un esperimento concettuale. Immaginiamo di avere un tubo con
due particelle allinterno, libere di muoversi lungo il tubo. Le due particelle le denominiamo A
e B e saranno libere di muoversi solo longitudinalmente nel tubo. Allora, per un dato stato di
energia termica del tubo (ossia di energia cinetica delle particelle nel tubo) avremo quattro
possibilit di realizzare questa energia36: sia A che B si muovono verso destra con energia
cinetica met dellenergia termica; sia A che B si muovono verso sinistra; A si muove verso
destra mentre B si muove verso sinistra; A si muove verso sinistra mentre B si muove verso
destra. Dato che lo stato macroscopico ottenibile con i quattro stati microscopici ottenuti, la
probabilit complessiva di trovare il sistema in uno di questi stati uno. Siccome non c
ragione che uno di questi stati microscopici sia pi frequente di un altro, ma dipende solo dalle
condizioni iniziali, le probabilit dei singoli stati sono uguali. Pertanto la probabilit di un
singolo stato microscopico sar . Quindi ad uno stato termodinamico (macroscopico)
corrispondono pi stati dinamici (microscopici), ognuno con probabilit assegnata p (nel caso
dellesempio p=0,25). La probabilit dello stato termodinamico si ottiene moltiplicando il
numero totale degli stati dinamici del sistema che danno luogo allo stesso stato termodinamico
perla probabilit di ciascuno di questi stati. Nel caso in esempio sar quattro diviso quattro,
ossia uno. Questo vuol dire che il sistema sar certamente in uno qualsiasi dei quattro stati
dinamici considerati. Quanto fin qui detto ci servito per definire il concetto di probabilit di
un dato sistema. Per capire come questo sia correlato con lentropia ci serve di fare un passo
oltre questo livello zero di semplicit.
Supponiamo adesso di distinguere i due casi in cui le particelle nel tubo hanno direzioni
concordi da quello in cui le hanno discordi, come tre stati termodinamicamente distinti, e
aggiungiamo il fatto che le due particelle non sono pi distinguibili fra loro. Adesso gli stati
termodinamici sono tre: il primo in cui sia A che B vanno verso destra (stato 1); il secondo in
cui sia A che B vanno verso sinistra (stato 2); il terzo in cui le due particelle vanno in verso
contrapposto (stato 3). Adesso le probabilit non sono pi uguali per i tre stati termodinamici,
36

Si ipotizza, per semplicit, che entrambe le particelle abbiano la stessa energia.

- 125 -

perch sia il primo che il secondo stato sono realizzati da un solo stato dinamico, mentre il terzo
realizzato da due stati dinamici indistinguibili tra loro. Quindi la probabilit dello stato uno
pari a 1/4 (p=0,25), cos come quella dello stato due. Invece lo stato tre, che il risultato di due
stati dinamici, ha una probabilit 2/4, ossia p=0,5. Quindi lo stato tre pi probabile degli stati
uno e due.
Incidentalmente vediamo anche che lo stato tre il pi disordinato dei tre stati. Infatti,
mentre negli stati uno e due noi sappiamo esattamente dove vanno sia A che B, nello stato tre
non lo sappiamo, dato che le due particelle sono indistinguibili. Sappiamo solo che A va da una
parte mentre B va dallaltra, ma non sappiamo quale delle due va in un determinato verso.
Pertanto nello stato tre noi perdiamo informazione rispetto allo stato uno e due e la perdita di
informazione equivale a disordine (pensate alla vostra scrivania ed a come fate per ritrovare le
cose!).
Adesso torniamo allipotesi di Boltzmann ed aggiungiamo lipotesi che le
trasformazioni termodinamiche spontanee siano quelle che vanno da stati meno probabili a stati
pi probabili. Il che equivale a dire che levoluzione spontanea di un sistema termodinamico
quella che va da un sistema con meno stati microscopici ad uno con pi stati microscopici.
Allora sar evidente che, nel nostro caso, levoluzione porter dagli stati uno e due allo stato
tre. Lo stato macroscopico pi stabile del sistema corrisponder a quello di maggiore
probabilit, nel senso che sar quello stato che corrisponda al maggior numero di stati
microscopici che danno lo stesso stato macroscopico del sistema.
Questo ci porta a stabilire un parallelismo tra lentropia e la probabilit dello stato
macroscopico del sistema. Infatti, cos come lo stato di equilibrio di un sistema quello con
entropia massima, anche quello con probabilit massima. Pertanto la probabilit deve essere
collegata con lentropia. Effettivamente lo si pu dimostrare mediante la seguente formula,
dovuta a Boltzmann, che per non dimostriamo:
= log
(12)
-23
con k (1,38010 J/K), detta costante di Boltzmann, che vale R/N, dove R la costante dei gas
e N il numero di Avogadro.

25.6 Terzo principio della termodinamica


Il terzo principio, o teorema di Nernst, dice che lentropia di un sistema allo zero
assoluto pari a zero. Questo fatto, oltre a rappresentare il fatto che tutti i sistemi che si trovano
allo zero assoluto hanno uguale entropia, ci dice anche che il numero degli stati microscopici
che contribuiscono allo stato del sistema macroscopico molto ridotto: il logaritmo di uno
uguale a zero. Quindi abbiamo un solo stato microscopico che contribuisce allo stato
macroscopico.
Questo fatto, da un punto di vista classico, non d alcun problema. Invece dal punto di
vista quantistico, dove vale il principio di esclusione di Pauli (due particelle identiche non si
possono mai trovare nello stesso stato), avere pi particelle nello stesso stato impossibile.
Questo vuol dire che il terzo principio della termodinamica pi rilevante quantisticamente che
classicamente.
26. MECCANICA DEI FLUIDI
26.1. Statica dei fluidi
La meccanica dei fluidi studia come si comportano i fluidi sottoposti alle forze che li
governano. La fondamentale differenza con i solidi consiste nel fatto che essi non hanno una
forma propria, ma adottano quella del recipiente che li contiene. Hanno per un volume proprio
e non sono comprimibili n dilatabili. A tale proposito utile richiamare il concetto di densit
di un liquido come la massa divisa per il volume: = .
- 126 -

La prima conseguenza del fatto che i liquidi hanno un volume proprio che la pressione
in un fluido si distribuisce uniformemente in tutte le direzioni (principio di Pascal).
Questo comporta che la pressione in un determinato punto di un liquido dipende dalla
profondit nel liquido e non dalle altre dimensioni lineari. Infatti lo si pu vedere immaginando
un esperimento concettuale in cui isoliamo un volume cubico al centro di un liquido (fig. 5) di
altezza h.

Figura 5: volume di liquido immerso nello stesso liquido


La forza sulle due facce superiore F1ed inferiore F2differisce solo per il peso del volume
del liquido mg, mentre quella sulle facce verticali uguale e contraria (non c forza peso su
tali facce). Quindi la forza totale sulle due facce (la faccia inferiore la faccia 2, quella superiore
la 1) sar:
= +
(1)
Ma questo pu essere espresso con la pressione e con la densit ( =
= ). Sia
A la superficie delle facce del cubo, allora sar:
=
+ (2)
essendo il volume del cubo A h; quindi si pu semplificare la superficie A che compare
dappertutto e diventa:
= + (3)
che afferma appunto quanto detto sopra.
Questo ragionamento ci porta direttamente alla legge di Archimede che tutti abbiamo
sentito almeno una volta. Infatti, riferendoci ancora allesperimento appena visto, ci possiamo
chiedere quale sia il peso del cubo di liquido che abbiamo isolato allinterno del recipiente.
Questo sar gV. Poich questo volume rimane fermo allinterno del nostro liquido, ne
deduciamo che non subisce alcuna forza, altrimenti si muoverebbe. Quindi il suo peso
bilanciato dalla spinta del liquido. Se, allora, immaginiamo di sostituire il volume di liquido
con un identico volume di qualcosaltro, questo nuovo volume sperimenter la stessa spinta.
Da qui la legge di Archimede: un qualsiasi corpo, immerso in un liquido, ricever una spinta
dal basso verso lalto pari al peso del volume del liquido spostato.
Questo fatto ci porta a dirimere il famoso indovinello: pesa di pi un chilo di paglia o
un chilo di piombo? Dato che il peso una forza (la forza peso) e il chilo la massa
gravitazionale, le due cose differiscono concettualmente. Siccome la paglia meno densa del
piombo, occuper un volume maggiore. Pertanto ricever una spinta dal basso verso lalto
maggiore del piombo e la forza peso sar, conseguentemente, minore.

26.2. Dinamica dei fluidi (cenni)


La dinamica dei fluidi studia il comportamento dei fluidi in moto. La sua legge
fondamentale la legge di Bernoulli che, espressa in formula, dice:
1
+
+ =
2
- 127 -

Questa legge vale per fluidi incomprimibili in condizioni non turbolente, ma essa si
adatta bene nella maggior parte delle situazioni a bassa velocit del liquido. Essa ci dice che la
pressione del fluido e la sua velocit si adattano per mantenere la somma costante.
Un caso classico di applicazione di questa legge lo scoperchiamento delle case da parte
del vento forte (in effetti ci vuole un tornado). Infatti, per un tetto a capanna con poca pendenza
si crea una forza verso lalto dovuta al fatto che laria che passa sopra deve aumentare la velocit
e quindi deve diminuire la pressione che d luogo ad una forza netta verso l'alto.

27. RELATIVIT
Il termine relativit indica la possibilit di riferire uno stato di moto ad un altro sistema
di riferimento: il moto relativo. Questo tipo di relazione tra oggetti in moto e sistemi di
riferimento implica una trasformazione di coordinate ossia una legge che trasporti una legge da
un riferimento allaltro. Per capire cosa questo significhi facciamo un esempio che bagaglio
comune: il treno in partenza. Se siamo seduti sul treno fermo in stazione noi siamo fermi rispetto
alla banchina e la legge del nostro moto rispetto alla banchina uguale a quella rispetto al treno:
la velocit zero in entrambi i riferimenti. Quando il treno parte, per, cambia tutto. Infatti
adesso il treno si muove e, mentre la nostra legge del moto rispetto al treno la stessa di prima
(la velocit rispetto al treno zero), rispetto alla banchina ci stiamo muovendo (sembra quasi
che la banchina si muova rispetto a noi, perch laccelerazione pochissima alla partenza). La
nostra legge del moto rispetto alla banchina quella di un moto a velocit costante nella
direzione di avanzamento del treno. Se adesso noi ci mettiamo in cammino sul treno la nostra
legge del moto rispetto al treno sar quella di un moto a velocit costante (immaginiamo),
mentre relativamente alla banchina sar ancora quella di un moto con velocit costante, ma con
una velocit data dalla somma della velocit del treno e della nostra velocit rispetto al treno.
Questo il concetto di relativit galileiana (ossia di Galilei che per primo lha formulata).
Questo modello funzion per circa 300 anni, poi Michelson e Morley fecero un esperimento
che coinvolgeva la misura della velocit della luce in direzioni diverse rispetto al moto della
terra nello spazio. Quello che trovarono rovin definitivamente il modello galileiano di
relativit, perch si accorsero che la velocit della luce era costante in entrambe le direzioni.
Ossia la velocit della terra pi la velocit della luce era uguale alla velocit della luce! Secondo
la relativit galileiana avrebbe dovuto essere maggiore (la terra ruota intorno al sole con una
velocit che media di circa 250 km/s, mentre il sole ruota intorno al centro della galassia con
una velocit media di circa 828.000 km/ora, ossia circa 230 km/s).
Occorre un nuovo modello di relativit che consenta di avere una velocit del treno che
si somma a quella del passeggero, ma una velocit della luce che non si somma a quella di nulla,
perch sempre costante. Questa nuova relativit trae il suo nome dallideatore: Albert Einstein
che lha chiamata Relativit Ristretta, perch consente di sommare solo velocit costanti e non
le velocit accelerate. Linclusione delle accelerazioni costituir unulteriore sviluppo che va
sotto il nome di Relativit Generale. Nei prossimi paragrafi illustreremo concettualmente
entrambe le teorie.
27.1. La Relativit ristretta
La relativit ristretta trae la sua origine da quanto succintamente esposto
nellintroduzione, ossia dallidea di Einstein che il risultato della misura di Michelson e Morley
costituisca un principio primo (il principio di relativit: la costanza della velocit della luce).
Da questo principio egli estrasse delle leggi di composizione delle velocit tra due riferimenti
in moto relativo a velocit costante che sono ancora valide e che hanno sconvolto la fisica
moderna, entrando a far parte della meccanica quantistica in quella particolare formulazione,
generale, che va sotto il nome di meccanica quantistica relativistica.
- 128 -

Poich la velocit della luce deve essere costante in qualsiasi sistema di riferimento, sia
esso in quiete o in moto (costante), dovranno valere delle leggi di somma vettoriale delle
velocit che ne tengano conto.
Immaginiamo di avere una sorgente di luce che si muove in orizzontale su un ascensore
che sale con velocit costante. Lo stesso fenomeno visto da dentro lascensore e da fuori risulta
differente. Da dentro lascensore il moto del raggio di luce, composto da fotoni, si propaga
linearmente da sinistra a destra e arriva al rivelatore con velocit pari a quella luce.
Il punto di vista di chi si trova fermo , invece, diverso dato che lui fermo e lascensore
in moto. Egli vede lascensore salire e quindi ogni singolo fotone che parte dalla sorgente,
mentre si muove da sinistra verso destra, sale anche un poco con lascensore. Quindi
losservatore vede lo spostamento del singolo fotone verso destra ma anche verso lalto. Se
componiamo il moto verso destra e verso lalto con luso dei vettori ne risulta quello di fig.
27.1:

Figura 27.1: composizione degli spostamenti del raggio di luce in salita nellascensore.
Il senso dellosservatore fermo e in moto di essere ciascuno relativo rispetto allaltro,
dato che il concetto di oggetto fermo in assoluto e di oggetto in movimento in assoluto non ha
senso. Si deve sempre specificare fermo o in moto rispetto a quale sistema di riferimento.
Vediamo come cambiano le cose nei due casi. Chiamiamo v la velocit di salita dellascensore
e c quella della luce. Evidentemente la velocit del fotone, visto dallosservatore in quiete
rispetto al palazzo, sar la somma vettoriale della velocit del fotone e della velocit di salita
dellascensore. Questo implica uno spazio percorso dal fotone differente secondo i due
osservatori. Poich lo spazio percorso dato dal prodotto della velocit per il tempo, i tre vettori
della fig. 27.1 saranno dati rispettivamente da:
spazio percorso dal fotone visto da osservatore fermo: t (tempo orologio in moto) c;
spazio percorso dallascensore: t (tempo orologio in moto) v;
spazio percorso dal fotone visto da osservatore in ascensore: t (tempo orologio fermo) c.
Siccome il triangolo un triangolo con un angolo di 90 possiamo applicare il teorema
di Pitagora e scrivere la seguente equazione:
(ct)2=(vt)2+(ct)2 (27.1)
Da cui possiamo ricavare il tempo misurato dallorologio a riposo:
(ct)2=(ct)2-(vt)2 (27.2)
2
tutto pu essere diviso per c cos che, estraendo la radice quadrata, si ha la:

= 1

(27.3)

che rappresenta la differenza di come scorre il tempo nel riferimento fermo (del palazzo) ed in
quello in moto (ascensore). Il fattore che ci d la differenza chiamato fattore gamma () ed
- 129 -

il fattore che corregge la relativit galileiana per tenere conto del fatto che la velocit della luce
non pu essere superata. Infatti dalla formula (27.3) si vede che, per valori della velocit
dellascensore piccoli rispetto a quella della luce, il termine (v/c)2 ancora pi piccolo e il
termine sotto radice quadrata vale praticamente uno: il tempo scorre uguale per i due
riferimenti. Invece per valori elevati di v il fattore (v/c)2 quasi uno, quindi il termine sotto
radice tende a zero ed i due tempi diventano infinitamente diversi. I due tempi non sono tra loro
confrontabili: sono diversi, infatti il tempo dentro lascensore score pi lentamente di quello
del palazzo.
Dalla figura 27.1 si vede anche cosa vuol dire che la velocit dei corpi non pu superare
quella della luce: se il vettore velocit dellascensore aumenta la diagonale ruota in senso
antiorario, ma non potr mai superare la verticale. Infatti in questa situazione i due vettori
dovrebbero essere paralleli e la loro somma sarebbe impossibile.
Lo stesso fattore entra nella conversione delle lunghezze nel verso del moto:
x=x/ (27.4)
dove, come prima, lapice individua le coordinate nel riferimento in moto. Questo ci dice che
le lunghezze, nel verso del moto, si contraggono, mentre nel verso trasversale al moto sono
inalterate. Inoltre, siccome per un oggetto in movimento relativo rispetto a noi il tempo scorre
pi lentamente, come se si muovessero pi lentamente e quindi come se la loro inerzia
aumentasse: m=m ; ossia la massa inerziale dei corpi in movimento aumenta rispetto ai
riferimento fermi. Questo spiega perch per i corpi materiali (con inerzia e quindi massa
inerziale) non si riesce a raggiungere la velocit della luce: infatti aumentando la velocit
aumenta la massa e quindi serve sempre pi energia per accelerarli di pi. Il processo diverge
a tende ad infinito.
Le trasformazioni esatte di Lorentz che esprimono la relativit ristretta sono le
seguenti:

=

y=y; z=z

=
(27.5)
Queste equazioni ci fanno vedere perch lo spazio si mischia col tempo per formare
un sistema completo di riferimento. Non pi possibile parlare di coordinate spaziali senza
includere quelle temporali.
Infine dobbiamo osservare che la massa inerziale quella che determina lenergia
cinetica. Quindi, se la massa cambia con un fattore che dipende dalla velocit della luce, questo
deve valere anche per lenergia del sistema. Questo porta, tramite un po di calcoli, alla ben
nota formula:
E=mc2
(27.6)
Una formula che ha fatto, e fa tuttora, tremare il mondo!

27.2. La Relativit generale


La relativit ristretta tratta sistemi in moto relativo costante. Ma per arrivare in moto
partendo da fermi ci deve essere unaccelerazione. Quindi la relativit ristretta un modello
insoddisfacente rispetto alla realt che ci circonda. Einstein se ne accorse subito e cerc di
completare la sua teoria con una versione pi generale: appunto la relativit generale. Questa
teoria deve dire come cambiano le leggi della fisica tra due riferimenti in moto relativo
accelerato.
Einstein osserv che gravit ed inerzia sono due forze concorrenti. Se ci troviamo in
ascensore (il massimo della tecnologia ai suoi tempi!) possiamo notare che quando lascensore
- 130 -

comincia a salire sentiamo che il nostro peso aumenta, mentre quando si ferma il peso
diminuisce. Se invece lascensore scende, la nostra percezione invertita: quando parte ci
sembra di pesare meno e quando si ferma di pi. Quali sono le forze in gioco? Abbiamo solo
due forze: la forza di gravit e quella dinerzia. Infatti il nostro corpo tende a mantenere il suo
stato di quiete o di moto e, se la forza che ne risulta, si somma alla gravit noi percepiamo il
nostro peso aumentare. Se invece si sottrae lo sentiamo diminuire.
Questo fatto ebbe per Einstein una implicazione enorme! Secondo lui ancora una volta
questo semplice fatto osservativo doveva essere assunto a principio generale: il principio di
equivalenza. Questo principio afferma che la massa inerziale (quella di F=ma) e la massa
gravitazionale (quella di FG=G(mM/r2)) sono del tutto equivalenti. Gi le misure di Etvos
avevano messo in evidenza che la massa gravitazionale era equivalente a quella inerziale,
mediante misure molto precise fatte con la bilancia di torsione, simile a quella usata da Coulomb
per le cariche elettriche.
Levidenza di questo fatto, nel mondo moderno proiettato nello spazio, ce labbiamo
sotto gli occhi tutti i giorni: Samantha Cristoforetti che fluttua nella stazione spaziale
internazionale apparentemente senza peso. In effetti anche nello spazio i corpi hanno sia massa
che peso37 ma, essendo equivalenti massa inerziale e massa gravitazionale, le forze inerziali e
quelle gravitazionali si compensano esattamente e il corpo fluttua nello spazio. Questo succede
perch la forza inerziale, data dalla forze centrifuga, e la forza gravitazionale si bilanciano
esattamente come intensit ed hanno verso opposto.
Lesempio precedente ci illustra, oltre agli effetti del principio dequivalenza, anche la
strada da seguire per costruire un riferimento inerziale in presenza di accelerazione di gravit.
Infatti in virt del principio di equivalenza possibile, punto per punto, compensare gli
effetti della forza gravitazionale con un adeguato tratto di traiettoria circolare in cui la forza
centrifuga annulli la forza di gravit. Questa curvatura della traiettoria si pu immaginare
avvenga per effetto della curvatura dello spazio generata dalla massa gravitazionale. Quindi
una massa gravitazionale attrae un corpo dotato a sua volta di massa, ma curva anche lo spazio
che intercorre tra loro. La curvatura produce una forza centrifuga che annulla leffetto
dellattrazione gravitazionale. Conseguentemente il corpo si muove di moto rettilineo uniforme
anche se sottoposto sia ad accelerazione gravitazionale che inerziale.
Questo semplice concetto si traduce in equazioni matematiche estremamente complesse,
che lo stesso Einstein ha impiegato dieci anni per elaborare e comprendere. Lequazione di
Einstein del campo gravitazionale :
(27.7)
Queste equazioni hanno, come limite per bassi valori del campo gravitazionale, la
classica formula di Newton. Esse esprimono il fatto che la curvatura dello spazio-tempo
leffetto delle masse e che tutto quello che ne deriva (traiettorie rettilinee, attrazione, etc.)
derivato dalla curvatura dello spazio-tempo.
La prima conferma di quanto esposto stata trovata da Eddington subito dopo, quando
ha misurato la deviazione dalla linea retta di un raggio luminoso di una stella lontana che
passava in prossimit del sole (durante uneclisse) ed ha trovato che era esattamente quanto
previsto dalle equazioni di Einstein. Unaltra conferma, calcolata dallo stesso Einstein, fu quella
della precessione del perielio di Mercurio. Il punto di passaggio vicino al sole (perielio,
appunto) avanza dopo ogni passaggio in un modo che non spiegabile con la legge di
gravitazione newtoniana. La gravit varia, in prossimit di una massa, con una legge che non
esattamente come linverso del quadrato della distanza. Questo viene calcolato esattamente
dalle equazioni di Einstein.
37

In questa frase ci si concessi una licenza poetica. In effetti per massa si vuole intendere massa inerziale, mentre
per peso si vuol significare massa gravitazionale.

- 131 -

BIBLIOGRAFIA
[1] HALLIDAY, D., RESNICK, R., WALKER, J., Fisica, 6a edizione, Casa Ed. Ambrosiana,
2008.
[2] FEYNMAN, R., LEIGHTON R., SANDS M., La Fisica di Feynman, Masson, 1993.
[3] FERMI, E., Termodinamica, Bollati Boringhieri, 1988.
[4] TIPLER, PAUL A., Corso di fisica - Fisica moderna, Zanichelli, 1995.
[5] BORN, MAX, Fisica Atomica, Boringhieri, 1982.
[6] AMALDI, UGO, Fisica delle radiazioni, Boringhieri, 1971.
[7] FEYNMAN, R., QED: la strana teoria della luce e della materia, Adelphi, 1989.
[8] TAYLOR, JOHN R., introduzione allanalisi degli errori, Zanichelli, 2000.

- 132 -

ESERCIZI DI FISICA

1
Problema: la somma di due vettori di modulo differente pu essere un vettore nullo?
Se i vettori sono tre?
Un vettore con componenti non nulle pu avere modulo nullo?
Soluzione: Rappresentiamo i vettori con le loro coordinate e limitamoci al piano X-Y. La prima
domanda allora chiede se dati due generici vettori
, )e
, ) possibile che
la loro somma sia pari al vettore nullo 0 0,0 . Consideriamo che il vettore somma dato da
+
+ , +
. Se sar uguale al vettore nullo dovranno essere uguali le
coordinate omologhe, ossia:
+
=0
+
=0
Quindi si arriva alle due condizioni che dovranno essere soddisfatte simultaneamente:
=
=
Questa condizione, dato che il modulo di un vettore dato dalla radice quadrata della somma
dei quadrati delle coordinate (| | =
+ ) vuol dire che i due moduli sono uguali, ossia
che i due vettori sono uguali. Pertanto la risposta ceh due vettori di modulo differente sommati
non possono dare il vettore nullo.

2
Problema: Due treni partono dalla stazione Termini di Roma nello stesso istante, diretti a
Firenze. Essi viaggiano con velocit costante a 100 km/h ed a 130 km/h rispettivamente.
Quando il treno 2 raggiunger una distanza doppia del treno 1?
Soluzione: la legge oraria con cui si muovono i due treni, a velocit costante,
= +
con s0 identicamente nullo in quanto i treni partono dallo stesso punto e, poich la distanza
= 2 . Questo comporta una
deve essere doppia per il treno 2 rispetto al treno 1 sar
uguaglianza anche tra i secondi membri della nostra relazione, ossia:
= 2
Questa relazione valida solo per il valore di tempo t=0, dato che 130 200 sempre verificato.

- 133 -

- 134 -

- 135 -

5
Un motociclista percorre con velocit costante di 133 km/h una strada rettilinea mentre una
ditta di traslochi sta sollevando un pianoforte a coda dal piano stradale con una gru. Quando il
pianoforte al terzo piano, ed il motociclista dista dalla verticale 50 metri, il pianoforte si stacca
accidentalmente e comincia a cadere. Cosa conviene fare al motociclista per evitare di prendere
il pianoforte in testa?
SVOLGIMENTO
Le leggi orarie iniziali del motociclista e del pianoforte sono, rispettivamente:
x(t)=vt
y(t)= gt2
avendo preso come istante zero il momento del distacco del pianoforte.
Il pianoforte toccher terra, quindi, in t secondi dati dalla:
t=
dove y(t) la distanza da cui cade il pianoforte, ossia tre piani. Considerando che in generale
a Roma ogni piano di tre metri e la accelerazione di gravit vale 9,81 m/s2, la distanza di
caduta sar di 9 m e t vale quindi 1,35 s.
Una velocita di 133 km/h diventa, in unit standard internazionali, 36,9 m/s.
In questo intervallo di tempo il motociclista percorre una distanza pari a x=vt ossia 49,8 m.
Quindi il motociclista prende il piano in testa (un pianoforte a coda lungo quasi due metri,
quindi i 20 cm di differenza non cambiano levento).
Egli deve decidere se accelerare o frenare. Cosa gli conviene?
Supponiamo che scelga una frenata brusca, con una decelerazione costante di 1 g, ossia 9,81
m/s2. La sua legge oraria sar x(t)=-1/2 gt2+v0t.
Dove v0 la sua velocit iniziale di 36,9 m/s. Quanto spazio percorre in 1,35 s? Sar x(t)=1/2gt2+v0t, ossia x=-8,9+49,8=40,9 m. Il motociclista si arresta 9,1 metri prima del punto di
caduta del pianoforte, quindi lo evita.
Quale dovrebbe essere, invece, laccelerazione minima per superare indenne il pianoforte in
caduta libera? Supponiamo che il motociclista sia alto 1,5 m rispetto al terreno. Per non urtare
con la testa il pianoforte deve passare sotto allo stesso quando questo appena pi alto dal
terreno di 1,5 m. Questo succede in un tempo t=

e y(t)=9-1,5 m = 7,5 m. Quindi

sar:
t=

,
,

= 1,2 s

Per essere sfuggito al contatto il motociclista deve essere almeno a 51 metri dal punto iniziale,
dato che il pianoforte lungo due metri. Quindi la legge oraria adesso sar:
x1=1/2 amin t2+v0t
e lincognita laccelerazione minima amin. Essa sar data dalla:
amin=2(x1-v0t)/t2=2(51-49,8)/1,22=1,7 m/s2
possibile per la moto effettuare una tale accelerazione? Dipende che moto . Una moto
stradale che capace di impennarsi senza sollecitazione da parte del guidatore, ma solo con
laccelerazione del motore, in grado di raggiungere unaccelerazione di 9,81 m/s2. Quindi
sicuramente pi di 1,7 m/s2.

- 136 -

6
State guidando ad una velocit di 120 km/h su una autostrada. Un incidente sullaltra corsia vi
distrae per un secondo. Quanto spazio percorre la vostra auto nel frattempo?

SVOLGIMENTO:
La forza totale agente sul caccia pari alla somma della forza del motore pi quella della
catapulta. Questo pu essere scritto
FT = FM + FC
Per la forza totale vale il secondo principio della dinamica, quindi possiamo scrivere FT = ma
e laccelerazione a pu essere dedotta dalle condizioni cinematiche del problema: ossia di avere
velocit fissata (85 m/s) dopo aver percorso un tratto di ponte definito (90 m). Per fare ci
dobbiamo usare le formule del moto uniformemente accelerato, infatti il problema ci dice che
sia la forza dei motori che quella della catapulta sono costanti, il che implica unaccelerazione
altrettanto costante. Quindi sar
1 2

x(t ) = at + v0 t + x0
2

v(t ) = at + v0
Per definire i dati del problema dobbiamo, per prima cosa, definire il sistema di riferimento (le
coordinate) del nostro caso specifico. Per comodit sceglieremo come origine degli assi il punto
in cui laereo sta fermo e si aggancia alla catapulta (vedere Top Gun per la dinamica del
decollo). In questo modo la coordinata x0 nulla perch essa rappresenta la posizione iniziale
e questa nellorigine degli assi. Inoltre zero anche v0, perch laereo fermo allinizio.
Pertanto le equazioni diventano
1 2

x(t ) = at
2

v(t ) = at
- 137 -

Risolvendo per sostituzione si trova a = v(t ) t che pu essere sostituito in quella relativa a x
che diventa
1 v (t ) 2 1
x (t ) =
t = v (t ) t
2 t
2
Da questa, ricordando che v(t) = 85 m/s e x(t) = 90 m al decollo, ci fornisce il tempo di
percorrenza del ponte di decollo, pari a 2,1 secondi. Laccelerazione subita dal caccia i questo
tempo data dallequazione intermedia ed a = 85/2,1 = 40,5 m/s2.
Questa accelerazione causata da le due forze che abbiamo: quella del motore del caccia e
quella della catapulta. Quindi ma = FT =FM + FC da cui si estrae il valore di forza esercitata
dalla catapulta:
ma FM = FC = 26000 40,5 105000 = 947,4 kN

9
Una palla del diametro di 10 cm in piombo ed una, di uguale diametro, in plastica sono lasciate
cadere da unaltezza di dieci metri. Quale delle due palle pesa di pi? Quale delle due palle
arriva per prima al suolo? (densit del piombo 11340 kg/m3, della plastica 1,1 g/cm3)
SVOLGIMENTO: per calcolare il peso occorre prima avere la massa. Questa data dalla densit
per il volume. Pertanto occorre fare, per prima cosa, un poco di conversione di unit di misura:
da cm a m passa un fattore 102, mentre da g a kg ne passa uno di 103. I centimetri sono al cubo,
il che porta il fattore a 106. Quindi per passare da g/cm3 a kg/m3 occorre moltiplicare per un
fattore pari a 106/103=102. In conseguenza 1,1 g/cm3 diventa 110 kg/m3. Infine la massa sar
densit per volume:
piombo: 11340 x 4/3 x x r3 = 5,9 kg
plastica: 110 x 4/3 x x r3 = 0,06 kg
Da cui il peso si ottiene moltiplicando per laccelerazione di gravit che vale, a Roma, circa
9,82 m/s2, pertanto P=mg ci fornisce i due valori di peso: piombo 57,9 N; plastica 0,6 N. La
risposta alla domanda uno , pertanto, che pesa di pi il piombo!
La seconda domanda richiede un ragionamento pi sottile. Infatti le due palle che cadono hanno
lo stesso attrito sullaria perch hanno la stessa forma e lo stesso volume. Quindi lunica forza
che agisce sulle due palle quella di gravit, che abbiamo appena calcolato:

F = ma = mg a = g

Ossia lunica accelerazione che agisce sulle due palle quella di gravit. Pertanto le due palle
arriveranno a terra con la stessa accelerazione, indipendente dalla massa, e quindi con la stessa
velocit, ergo nello stesso tempo.

- 138 -

10

SVOLGIMENTO:
la quantit di moto , per definizione, data dal prodotto della massa per la velocit: q = mv.
Quindi la quantit di moto della Cadillac sar 2650 16,0 1000/3600 = 11800 kgm/s. dato
che la VW ha una massa di 816 kg la velocit per avere la stessa quantit di moto dovr essere
v = q/m = 11800/816 = 14,5 m/s. Si tenga presente che la velocit in metri al secondo della
Cadillac 4,4 m/s. La quantit di moto del camion sar 39952 kgm/s, quindi la velocit sar
di 49,0 m/s. Quanto vale in chilometri orari?

11

12

13
Un ragazzo fa ruotare orizzontalmente una mazzafionda del peso di 0,3 kg legato ad una corda
di 1 m di lunghezza. Il sasso compie due giri al secondo. Quant lenergia cinetica?
SVOLGIMENTO:
Per il moto circolare uniforme la velocit lineare v=r dove la velocit angolare, ossia
quanti angoli compie nellunit di tempo (un secondo). Quindi lenergia cinetica sar:
1
1
T = mv 2 = m 2 r 2
2
2
La velocit angolare deve essere espressa in unit lineari, non in gradi, per motivi dimensionali.
Ossia in radianti. Quanti radianti corrispondono ad un giro completo? Un giro completo fatto
di 360 mentre in radianti corrisponde a 2. Quindi possiamo fare una proporzione per sapere
quanto sono 2 giri in radianti (720):
- 139 -

2 720
= 12,56
360
Pertanto lenergia cinetica sar:
T=0,5 0,3 12 (12,56)2=23,7 joule
2 : 360 = x : 720 x =

14
Un vagoncino delle montagne russe di massa 259 kg scende, in assenza di attrito, da unaltezza
di 20 m. Quale sar la velocit cui arriva in fondo alla discesa? Supponendo che invece le forze
di attrito siano operative e che la velocit in fondo alla discesa sia di 12,4 m/s, qual stato il
lavoro delle forze di attrito? (RISPOSTE: 19,8 m/s; 30.847 J).

15

Una goccia di acqua distillata del diametro di 10-4 m ha una carica sulla sua superficie di 1
Coulomb. Quale deve essere il valore del campo elettrico esterno per impedire alla goccia di
cadere sotto leffetto del campo gravitazionale? Il campo estero applicato a 1 mm dalla goccia;
quale deve essere la carica per generare il campo elettrico necessario?
SVOLGIMENTO:
Per semplicit immaginiamo che la goccia dacqua sia puntiforme dal punto di vista elettrico.
La forza elettrica che agisce su di essa data dal prodotto del campo elettrico applicato per la
carica della goccia. Questa deve bilanciare la forza di gravit che data dalla sua massa.
Questultima forza la possiamo calcolare con P=mg, dove m la massa della goccia:
m=V=14/3 r3=4,1810-12. La forza peso sar quindi P=4,210-11 g. Pertanto la forza
Q
qQ
elettrica dovr essere FE = k 2 = 4, 2 10 11 da cui il campo elettrico risulta E = k 2 = 4, 2 10 11
d
d
Ad un millimetro di distanza la carica necessaria per realizzare il campo necessario E risulta
d2
10 6
essere Q = E = 4, 2 10 11
= 0, 510 8 C .
9
k
8.99 10

16
Molly si trova sul solito laghetto ghiacciato, ma non sola. Con lei c anche Frank. Entrambi
sono bloccati dalla mancanza di attrito sul lago e stanno cercando il modo di venirne fuori.
Molly ha in mano il solito uovo sodo, mentre Frank non ha nulla. Siccome Molly stupida
come una carpa, tocca a Frank suggerirle il modo di venirne fuori tutti e due. Le dice di tirare
luovo non in una direzione qualsiasi ma contro di lui. Cos facendo Molly parte in un verso
della traiettoria delluovo e Frank, colpito dalluovo, parte nel verso opposto. Luovo agisce, in
pratica, come un propagatore dellinterazione a distanza tra Molly e Frank. Quale sar la
velocit di Frank se le masse sono Molly: M=50 kge V=3 m/s; uovo: m=50 g; Frank M=70
kg? (R.: Frank V=2,5 m/s).

- 140 -