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ACHILLE CAMPANILE

Vite degli uomini illustri (estratto)

Le imitatrici di Cornelia
Scusate, non dovete credere che io sia un gioielliere o comunque un intenditore di preziosi.
Me ne intendo come tutti. Molto vagamente; difficilmente saprei riconoscere un brillante vero da
uno falso. Per debbo dirvi che, secondo me, la fama di Cornelia madre dei Gracchi un po'
usurpata. Ma andiamo! Quale madre non ha avuto occasione di dire qualche volta dei propri figli:
Questi sono i miei gioielli , senza per questo passare alla storia? Io ho sentito delle madri dire
perfino, del figlio: il mio tesoro . Non un semplice gioiello, ma tutto il tesoro, addirittura.
E nessuno s' mai sognato di tramandarne la fama alla storia.
Cornelia, invece, c' passata proprio per aver presentato i propri figli come gioielli.
Il fatto che in una Roma piena evidentemente di donne ingioiellate, lei voleva dire: Questi sono i
miei veri gioielli, altro che le vostre pietre e pietruzze colorate .
In fondo, avrebbe potuto anche voler dire: Questi sono i miei unici gioielli. Non ne ho altri . E in
questo caso l'avrebbe detto a titolo di recriminazione. Come per dire: Guardate un po' a che sono
ridotta. Questi sono i miei gioielli. Che ve ne pare? .
C'era dunque dell'ironia, nelle parole? Contro tutte le apparenze, direi di no. E questo importante
perch a pronunziarle, cio a dichiarare di non avere altri gioielli che i due marmocchi, era
nientemeno la figlia di Scipione l'Africano, la quale, di gioielli avrebbe potuto averne
probabilmente fin che ne avesse voluti. Dunque, nessuna recriminazione, ma, al contrario, orgoglio
e soddisfazione.
Comunque, evidente che la frase, per esser rimasta nella storia, dovette far chiasso a quei tempi.
Essa non soltanto consacr alla posterit Cornelia, ma le procur anche una grande notoriet in vita.
Magari ci sar stata anche qualche maligna che avr sorriso di compatimento all'idea che l'illustre
dama non aveva altri gioielli che i suoi ragazzi. Ma insomma Cornelia, per la sua discendenza, per
la sua posizione nella societ, era una dama alla moda. Quindi la frase fece scalpore e fu come
un'indicazione per l'appunto sulla moda, limitatamente ai gioielli.
Figurarsi le amiche. Crepavano dall'invidia. Non volevano esser da meno. Si misero tutte a
scimmiottare Cornelia.
Naturalmente, fra costoro non c'era nessuna che potesse vantare i sentimenti di Cornelia, e figli
come i Gracchi. I quali, tra l'altro - non state a dirlo a nessuno erano anche gemelli. Quindi
avrebbero potuto essere anche i gioielli del marito. Comunque, le amiche, gemelli o no, non
facevano che presentare i loro bambini come gioielli.
Gioielli per modo di dire, certe volte. Ci fu perfino una signora che ne port un paio al Monte di
Piet e pretendeva di lasciarli in pegno. Sono i gioielli d'una mia amica diceva.
A un'altra i ladri tentarono di rubare i gioielli ma, avendo rinviato il colpo per qualche anno, si
trovarono in presenza d'un paio di nerboruti giovinotti. Fu la volta che i giornali pubblicarono la
notizia: Audaci ladri tentano di rubare dei gioielli, che li prendono a calci nel sedere .
Un giorno si lesse un manifesto per le strade: Competente mancia a chi riporter i miei gioielli in
via tale al numero tale, andando a prenderli all'uscita della scuola . Si trattava d'una signora che
cercava un'accompagnatrice per i propri bambini.
Un'altra perse un orecchino, mise un annunzio sui giornali, nel quale si parlava genericamente di un
gioiello e le riportarono un marmocchio, che d'altronde non s'era smarrito affatto, e pretendevano
anche la mancia.
Le signore, quando si vestivano per andare a teatro, domandavano alla cameriera: Dove sono i
miei gioielli? . La cameriera doveva cercare quei benedetti frugolini, che si nascondevano sotto i
letti, detestando il teatro. Non vi dico poi i concerti. I ragazzi certe volte dicevano: Che noia,
stasera ci tocca andare a un ricevimento .
Ma chi vi obbliga? La mamma. Non vuole andare mai ai ricevimenti, senza gioielli.
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Un giorno un ragazzo disse una bugia. La mamma si mise a piangere. Perch? domandava il
bimbo. Perch ho un gioiello falso .
La moda di questi gioielli, diciamo cos, di famiglia, dilag e le signore pi pretenziose scesero a
particolari tipi di monili.
Una signora, per esempio, obbligava i figli a menare una vita di solitudine austera, in eremi di
montagna, a rifuggire i contatti con la societ, per poterli presentare come i suoi "solitari". E
siccome portava i "solitari" a tutte le feste, a tutti i ricevimenti, i suoi "solitari" non erano solitari
affatto. Un'altra assunse al proprio servizio diverse cameriere, che si chiamavano tutte Gemma, per
poter dire che aveva molte "Gemme" a casa.
Una terza, figuratevi, and a un ballo portandosi dietro il suo vecchio servitore, dicendo a tutti:
una perla .
Poi, come accade, a poco a poco pass la scalmana per i gioielli veri e propri e le signore passarono
ad altro. Una, avendo bisogno di occhiali, mand il figliuolo a misurarsi la vista dall'oculista,
dicendo: la pupilla dei miei occhi .
Ma le vecchie rimasero sempre attaccate alla moda dei gioielli "di famiglia".
Una si presentava nei ricevimenti col singhiozzo: il mio vezzo .
Un'altra arrivava alle feste accompagnata dal marito e da un vecchio amico di famiglia. E spiegava,
con orgoglio: Sono i miei pendenti .

Casanova
Casanova un personaggio che, stando alle sue stesse affermazioni, avrebbe sedotto qualcosa come
due o tremila pollastrelle d'ogni et, condizione e paese (beato lui), un personaggio che fu definito
la prostituzione fatta uomo , e del quale un accademico di Francia ebbe a scrivere:
La sua vita fu un incesto senza fine, un adulterio da Parigi a Roma, una fornicazione di tutti i
giorni e di tutte le ore .
Anche a voler fare qualche riserva circa quell'adulterio da Parigi a Roma, che pare un po' esagerato
(pi di mille chilometri; e che diamine!), pure non si pu non restare scossi da simili referenze. Che
il detto accademico di Francia cos complet: Figlio d'una donna di facili costumi e d'un padre
analogo, a quindici anni aveva gi superato in corruzione i genitori; un uomo al cui confronto don
Giovanni un collegiale. Un essere abbietto il cui libertinaggio si esercit perfino in conventi e
cattedrali, e financo su madri badesse, e che pieg alle proprie voglie padrone e cameriere, ricche e
povere, giovani e vecchie .
Anche qui, lascia un po' perplesso l'espressione: in conventi e cattedrali . Capisco i conventi, ma
le cattedrali? Non si contentava d'una deserta chiesetta di campagna, o d'una modesta parrocchia.
Andava in cerca di cattedrali. Di grandi chiese monumentali, con ampie navate, colonne, cupole
grandiose, pulpiti marmorei, sculture. Che non sembrano il luogo pi adatto per pratiche libertine. A
meno che quell'uomo cinico non abbia voluto servirsi di qualche confessionale, o di qualche pulpito
in cui acquattarsi. Magari sar stata una forma di sadismo. Ma pulpiti e confessionali si trovano
anche in chiese di pi umili proporzioni.
Lui no. Aveva bisogno del tempio solenne. Senza dire che la cattedrale, che io sappia, la chiesa
principale della diocesi e ce n' al massimo una nell'intero territorio diocesano.
Come faceva, Casanova? Andava a caccia d'avventure nelle cattedrali, sotto gli occhi del vescovo e
dell'intero capitolo, magari durante le funzioni solenni? O gli capitava un incontro chi sa dove,
lontano dalla citt sede della cattedrale, e lui per prima cosa diceva alla vittima:
Niente alberghi o locande, o camere a ore, o case private. Partiamo per il capoluogo, dove c'
un'interessante cattedrale gotica, che pu fare al caso nostro .
Forse era un trucco, per attirare la vittima col miraggio del turismo o del matrimonio. Ma c'era
bisogno d'una cattedrale addirittura?
Quanto poi alle vecchie, io francamente non gliele perdono, anche se posso chiudere un occhio sulle
madri badesse (con beneficio d'inventario). Ma pu chiudere un occhio un libro che entrer in tutte
le famiglie e, spero, perfino nei conventi di suore? Direte che si pu procedere a una cernita, con
esclusioni; escludere dalla rievocazione della vita di Casanova gli episodi scabrosi. Si sa, per
esempio, che il famoso avventuriero fu anche seminarista e abate. Si potrebbe presentarlo soltanto
in questa veste. Con un po' di buona volont, potrebbe venirne fuori l'immagine d'un Casanova tutto
casa e chiesa, un Casanova poco noto, topo di sacrestia, baciapile, bacchettone, timorato del cielo,
timido con le donne.
Ahi! Stando alle sue memorie, anche da seminarista il bravo Giacomo trov modo di farsi
imprigionare per uno scandalo. E, come abate, ha all'attivo gli episodi di quelle madri badesse.
Col sistema dell'esclusione di tutto quello che un po' licenzioso, data l'estrema licenziosit, che
c' in ogni riga delle sue memorie (J. Janin, Casanova), e data la sua precocit, non resterebbe che
limitare il campo ai primissimi anni della sua vita. Ammesso pure che non s'incontri qualche scoglio
con la sua balia. E allora?
Forse un rimedio ci sarebbe. Si sa che, per ricostruire la vita di questo personaggio, si brancola in
una selva composta, oltre che dei ventidue volumi delle sue memorie, anche d'una quantit di
documenti dai quali risulta che molte delle storie da lui raccontate sono inventate di sana pianta. Gli
storici incontrano le maggiori difficolt per sceverare il vero dal falso; debbono passare giorni e
settimane e mesi per trovare fatti accertati al cento per cento. Si sa anche che Casanova fu un
millantatore. Allora, si potrebbero escludere dalla sua biografia tutti fatti non storicamente accertati.
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Peggio che andar di notte. Allora non resterebbe niente, o quasi. Pare, per esempio, che nelle sue
memorie il fantasioso Giacomo faccia vivere la sorella quarant'anni dopo che era morta. Pare che
perfino la famosa fuga dai Piombi sia una balla. Pare che in quello che racconta, l'unica verit sia
che tutto falso, a cominciare dal nome e cognome. Secondo alcuni storici, Casanova era uno che
non si chiamava neppure Casanova, ma si chiamava in altro modo. Secondo altri storici, invece,
Casanova non era Casanova, ma era un altro che pure si chiamava Casanova.
C' anche qualche storico il quale sostiene che Casanova sarebbe stato perfino impotente. Non
difficile crederlo.
Spesso, sotto il pornografo si nasconde quello che non ce la fa: uno che racconta tutto quello che
vorrebbe fare ma che non riesce a fare. Allora, si potrebbe presentare Casanova sotto una luce
nuova e forse pi vera di quella tradizionale: sotto l'aspetto non pi del libertino e del seduttore di
professione, ma dello studioso e del lavoratore. Un Casanova misogino e tutto dedito alle severe
discipline dello spirito. Fu anche bibliotecario, sia pure senza biblioteca, d'un principe tedesco
analfabeta. Uno sgobbone, insomma. Che tale in realt egli fu.
In ogni caso, sarebbe stato uno sgobbone: tremila donne sedotte, d'ogni et, anche le vecchie; e
anche madri badesse. Una bella sfacchinata. Ma, a parte questo, sapete dirmi come avrebbe potuto
permettersi il lusso d'essere un libertino, giocatore, baro, spadaccino, duellatore, sfruttatore
di donne, corruttore di minorenni, ciarlatano, magnetizzatore, collezionista di cimeli femminili
intimi, agente segreto della repubblica veneta, spione, conservatore di trofei come il dente di latte
d'una quindicenne disonorata ed espugnatore di chiostri, uno che ha scritto quanto ha scritto lui?
Ventidue grossi volumi di memorie, signori, non si scherza. E, in pi, varie opere di storia e di
fantasia, in francese e in italiano. Non basta. Saggi d'economia politica, un Rcit de sa captivit, una
Confutazione dell'opera di Amelot de la Houssaye sulla costituzione della Repubblica Veneta. E
perfino, udite!, una traduzione in versi dell'Iliade d'Omero.
Passi per il resto, ma uno che traduce l'Iliade in versi non ha tempo di disonorare due o tremila fra
giovinette, anziane, vecchie e madri badesse! un lavoro faticoso, quello dell'Iliade, che presume
lo studio del greco. Povero Casanova, altro che donne! Era un grafomane, che stava sempre a
tavolino. Forse, per dissipare qualche voce maligna che circolava fra quelli che lo vedevano sempre
a scrivere, scrisse quelle sue memorie. Forse si pu adattare a lui la battuta di quel cacciatore che si
vantava d'aver ucciso centinaia di uccelli con un sol colpo di fucile.
Ma scusi, gli domandava l'ascoltatore, incredulo, lei un cacciatore?
E lui: No. Sono un fregnacciaro .

La cuoca di Molire e quella di Kant


Molire usava leggere alla cuoca le proprie commedie appena scritte, per vedere che impressione
facessero su una mente semplice. E in questo niente di strano. O, tutt'al pi, di strano c' soltanto
che Molire avesse una cuoca. Si sa che il giudizio dei competenti sulle opere letterarie
sempre viziato, o partigiano, o tendenzioso e, in ogni caso, non genuino. Ottimo, dunque,
l'espediente di Molire.
In verit, ora che ci penso, non so se fosse soltanto Molire a regolarsi cos e se non facessero la
stessa cosa anche Balzac, Sardou, o altri. L'ho sentito dire di parecchi e sembra che quasi tutti gli
scrittori francesi usassero leggere le loro opere alle cuoche. Non vi star a dire con quanto gioia
delle cuoche stesse.
Quelli che non potevano permettersi il lusso d'una cuoca, o che usavano mangiare in trattoria,
quando avevano da leggere una commedia andavano in casa di amici:
Permettete che vada un momento in cucina? ; oppure bazzicavano negli uffici di collocamento e
davano lettura ad alta voce dei loro parti letterari alle numerose cuoche ivi stazionanti in attesa
d'essere ingaggiate.
Ma questo non ha importanza. Quello che interessa, qui, Molire, il quale teneva la cuoca al solo
scopo di leggerle i copioni. Naturalmente gli occorrevano sempre cuoche illetterate, altrimenti non
sarebbero servite allo scopo. Egli non si preoccupava che sapessero cucinare un buon pasticcio e
intingoli prelibati. L'essenziale era che fossero ignoranti. Pubblicava annunci nei giornali: Cercasi
cuoca digiuna lettere . Naturalmente, dopo le prime letture era costretto a cambiare la cuoca,
perch essa finiva per acquisire una certa competenza in materia di commedie e il suo giudizio non
aveva pi valore. Ragion per cui in casa di Molire c'era un via vai di cuoche e un continuo
cambiar di cucina.
Non vi dico come ne risentisse lo stomaco del famoso commediografo. E quante volte, in casa sua,
si mangiava roba scotta o si restava addirittura digiuni. Perch Molire, appena finito un nuovo
lavoro, chiamava la cuoca:
Teresina . Che c'? Vieni qui, ho da leggerti un dramma in cinque atti.
Ma ho la pentola sul fuoco. Non m'interessa. Vieni qui, ti dico.
Sbuffando, la cuoca andava nello studio, Molire chiudeva la porta a chiave e si metteva a leggere:
Atto primo, scena prima... . La cuoca pensava alla pentola a bollore e stava sulle spine, ma il
padrone non sentiva ragioni. Fuori la famiglia strepitava.
Non si mangia oggi? Figuriamoci, diceva la moglie s' messo a leggere cinque atti in versi
a quella cretina. Oggi non si va a tavola.
Se la cuoca restava impassibile, Molire dava alle fiamme il manoscritto.
Insomma, voglio dire che tutti conoscono quell'abitudine di Molire che dava alle scene i propri
lavori soltanto se la cuoca mostrava di apprezzarli. Ma pochi sanno che anche Kant aveva adottato
lo stesso sistema e pubblicava soltanto dopo aver constatato che i suoi scritti facevano una
favorevole impressione sulla cuoca.
Quando, per esempio, aveva finito un capitolo, chiamava la cuoca e continuava a leggere: Non si
deve identificare la distinzione sapere puro e sapere empirico con la distinzione senso e intelletto;
l'empiricit bens portata dal senso nell'intelletto; ma questa empiricit intellettiva non tutto il
senso, ma quanto vi d'empirico nel senso stesso, giacch v'ha anche un sapere sensibile puro .
Certe volte la cuoca diceva: Non ho capito bene l'ultima parola .
Allora Kant rifaceva tutto da capo.
Leggendo, osservava ogni tanto la fisionomia della cuoca: se questa aveva un aspetto di
approvazione, Kant pubblicava; ma se la cuoca restava impassibile, stracciava tutto.

La quercia del tasso


Quell'antico tronco d'albero che si vede ancor oggi sul Gianicolo a Roma, secco, morto, corroso e
ormai quasi informe, tenuto su da un muricciolo dentro il quale stato murato acciocch non cada o
non possa farsene legna da ardere, si chiama la quercia del Tasso perch, avverte una lapide,
Torquato Tasso andava a sedervisi sotto, quand'essa era frondosa.
Anche a quei tempi la chiamavano cos.
Fin qui niente di nuovo. Lo sanno tutti e lo dicono le guide.
Meno noto che, poco lungi da essa, c'era, ai tempi del grande e infelice poeta, un'altra quercia fra
le cui radici abitava uno di quegli animaletti del genere dei plantigradi, detti tassi. Un caso.
Ma a cagione di esso si parlava della quercia del Tasso con la "t" maiuscola e della quercia del tasso
con la "t" minuscola. In verit c'era anche un tasso nella quercia del Tasso e questo animaletto, per
distinguerlo dall'altro, lo chiamavano il tasso della quercia del Tasso.
Alcuni credevano che appartenesse al poeta, perci lo chiamavano "il tasso del Tasso"; e l'albero era
detto "la quercia del tasso del Tasso" da alcuni, e "la quercia del Tasso del tasso" da altri.
Siccome c'era un altro Tasso (Bernardo, padre di Torquato, poeta anch'egli), il quale andava a
mettersi sotto un olmo, il popolino diceva: "E' il Tasso dell'olmo o il Tasso della quercia?". Cos poi,
quando si sentiva dire "il Tasso della quercia" qualcuno domandava: "Di quale quercia?". "Della
quercia del Tasso." E dell'animaletto di cui sopra, ch'era stato donato al poeta in omaggio al suo
nome, si disse: "il tasso del Tasso della quercia del Tasso".
Poi c'era la guercia del Tasso: una poverina con un occhio storto, che s'era dedicata al poeta e perci
era detta "la guercia del Tasso della quercia", per distinguerla da un'altra guercia che s'era dedicata
al Tasso dell'olmo (perch c'era un grande antagonismo fra i due).
Ella andava a sedersi sotto una quercia poco distante da quella del suo principale e perci detta: "la
quercia della guercia del Tasso"; mentre quella del Tasso era detta: "la quercia del Tasso della
guercia": qualche volta si vide anche la guercia del Tasso sotto la quercia del Tasso.
Qualcuno pi brevemente diceva: "la quercia della guercia" o "la guercia della quercia". Poi, sapete
com' la gente, si parl anche del Tasso della guercia della quercia; e, quando lui si metteva sotto
l'albero di lei, si alluse al Tasso della quercia della guercia. Ora voi vorrete sapere se anche nella
quercia della guercia vivesse uno di quegli animaletti detti tassi. Viveva. E lo chiamarono: "il tasso
della quercia della guercia del Tasso", mentre l'albero era detto: "la quercia del tasso della guercia
del Tasso" e lei: "la guercia del Tasso della quercia del tasso".
Successivamente Torquato cambi albero: si trasfer (capriccio di poeta) sotto un tasso (albero delle
Alpi), che per un certo tempo fu detto: "il tasso del Tasso". Anche il piccolo quadrupede del genere
degli orsi lo segu fedelmente, e durante il tempo in cui essi stettero sotto il nuovo albero,
l'animaletto venne indicato come: "il tasso del tasso del Tasso".
Quanto a Bernardo, non potendo trasferirsi all'ombra d'un tasso perch non ce n'erano a portata di
mano, si spost accanto a un tasso barbasso (nota pianta, detta pure verbasco), che fu chiamato da
allora: "il tasso barbasso del Tasso"; e Bernardo fu chiamato: "il Tasso del tasso barbasso", per
distinguerlo dal Tasso del tasso.
Quanto al piccolo tasso di Bernardo, questi lo volle con s, quindi da allora quell'animaletto fu
indicato da alcuni come: il tasso del Tasso del tasso barbasso, per distinguerlo dal tasso del Tasso
del tasso; da altri come il tasso del tasso barbasso del Tasso, per distinguerlo dal tasso del tasso del
Tasso. Il comune di Roma voleva che i due poeti pagassero qualcosa per la sosta delle bestiole sotto
gli alberi, ma fu difficile stabilire il tasso da pagare; cio il tasso del tasso del tasso del Tasso e il
tasso del tasso del tasso barbasso del Tasso.

Lord Brummel o Del non farsi notare


Lord Brummel, che dell'eleganza aveva fatto la propria ragione di vivere, aveva di essa un famoso
concetto: la suprema eleganza consiste nel vestire in modo che non si venga notati. Donde, la sua
notoriet.
Si sa che quando un amico, incontrandolo, gli diceva: Come siete elegante , l'elegantissimo Lord
esclamava sgomento: Mi si vede forse qualche cosa? , e correva a cambiarsi. incredibile le
pene che provava quando nelle cronache mondane leggeva: Notato tra i presenti Lord Brummel.
Ne faceva un casus belli. Era tale la sua eleganza che a lungo andare i cronisti mondani finirono
per scrivere nei resoconti dei ricevimenti e delle feste aristocratiche:
Non notato, fra gli intervenuti, Lord Brummel, bench ci risultasse presente .
Ormai tutti sapevano che l'eleganza di Brummel consisteva in questo e come sempre accade anch'egli ebbe imitatori. Talch spesso nelle riunioni degli elegantissimi cronisti dovevano scrivere:
In questa festa mondana non siamo riusciti a notare nessuno, tanto erano eleganti
tutti , di quella speciale eleganza che consiste nel non farsi notare .
Naturalmente, anche fra gli imitatori, Lord Brummel era quello che meno si faceva notare. Nessuno
riusc mai a uguagliarlo in quest'arte difficile e raffinata. Non notato nessuno scrivevano sovente
i cronisti; quanto a Lord Brummel, addirittura impossibile scoprirlo . Quando l'elegantissimo
s'accorse che tutti pi o meno l'imitavano su questo terreno, riusc a batterli con mezzi talvolta
sleali. Un giorno, per esempio, in una festa a Corte, per non essere notato si nascose sotto una
tavola.
Che fa, Vostro Onore, qui? gli chiedevano i camerieri. E lui : Non mi tradite. Sono qui per non
farmi notare.
Giunse a dei travestimenti. Nelle feste di dame si vest talvolta da donna per passare inosservato. Se
faceva il suo giro di beneficenza tra i poveri del rione, per non essere notato si vestiva da pezzente.
Quando s'accorse che con questa storia di non farsi notare era diventato celebre, fu per lui una
mazzata sul capo. Dovunque andava, sentiva mormorare:
Quello Lord Brummel. Guarda, guarda come non si nota! .
E tutti se l'additavano bisbigliando: straordinario, non si nota affatto .
Quando usciva di casa, la folla si stringeva intorno a lui per ammirare l'uomo che non si notava.
Codazzi di gente lo seguivano attraverso la citt per godere lo spettacolo di Lord Brummel che
passava inosservato.
Questo fu il supremo trionfo dell'eleganza di Lord Brummel intesa a non dare nell'occhio. I cronisti
scrivevano: Notato, per il modo come riusciva a no notare, Lord Brummel .
Brummel, per, non era felice. Deperiva. Non sapeva pi come fare per non essere notato. Fin per
n uscire pi di casa.
Ma i familiari l'osservavano. Dava nell'occhio quello starsene tappato in casa per non essere notato.
Giunse a restare in letto, col capo sotto le coltri. La mattina il vecchio servitore gli portava la
cioccolato: dov' andato? Non c'. Il letto presentava un rigonfiamento spetto. Eccolo! Lord
Brummel, zitto, lasciava palpeggiare e non si muoveva.
lui o non lui?
Il servitore tirava via le coperte e Brummel appariva rannicchiato.
Maledetto, borbottava mi ha notato.
Vedendo che non riusciva a non farsi notare, s' ammal di crepacuore.
Il medic lo not .
Mor . La cosa non pass inosservata: fu chiuso in una cassa.
Per disposizione testamentaria, Lord Brummel dando ancora un'ultima prova di buon gusto, aveva
voleva che il funerale passasse inosservato.
La cosa incurios talmente che tutta Londra era l a vedere come riusciva bene a passare inosservato.