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L.

Demofonti I metodi per la ricostruzione della vicenda storica

UNIT 5. REVISIONISMO E USO PUBBLICO DELLA STORIA

Lespressione uso pubblico della storia


Con lespressione uso pubblico della storia, che spesso ricorre nei
giornali o nei dibattiti sulle riviste del settore, sintende in un senso pi
stretto lestensione del discorso storico fuori dalloriginario ambito
scientifico e disciplinare destinato prevalentemente agli specialisti e ai
cultori della materia, mentre in un significato pi ampio si indica luso
improprio della storia quando essa viene manipolata a fini propagandistici e
trasformata in strumento esplicito di lotta politica1.
Lespressione stata introdotta nel 1986 dal filosofo tedesco Jrgen
Habermas, in riferimento alla disputa sorta in Germania fra gli storici, sulla
memoria del nazismo, per indicare un dibattito che si svolge in prima e
non in terza persona, a sottolineare cio che non si tratta di una disputa
scientifica che richiede appunto la terza persona ma di un contesto
che coinvolge direttamente memoria, identit individuali e collettive, giudizi
politici sul presente e sul futuro 2.
Luso pubblico della storia un fenomeno tuttaltro che nuovo e che
anzi si accompagna alla nascita stessa della storia; alcuni studi recenti
hanno messo in evidenza come gi ai tempi di Erodoto e Tucidide si
parlasse di uso e abuso della storia, al punto da poter arrivare ad affermare
che la storia e il suo uso pubblico sono la stessa cosa, nella misura in cui
alla storia si riconosce una funzione civile. Lutilit pubblica della storia
rappresenta in fondo la sua giustificazione originaria, in quanto attivit che
regola e definisce i rapporti tra memoria e oblio, tra ci che degno e ci
che non degno di essere ricordato3.

V. Vidotto, Guida allo studio della storia contemporanea, Roma-Bari, Laterza, 2005, p. 16.

Luso pubblico della storia, a cura di N. Gallerano, Milano, Franco Angeli, 1995, p. 7.

Ibidem, p. 22.

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Tuttavia, in questi ultimi anni, il dibattito intorno al tema delluso


pubblico della storia si notevolmente intensificato, anche a causa della
svolta di portata storica legata al crollo del comunismo e alla conseguente
necessit di riscrivere il passato, fatta propria anche da giornalisti e politici,
oltre che dagli storici.
Pi in generale, per, si pu datare agli anni Venti e Trenta, quindi
agli anni del primo dopoguerra, quando si diffuso lutilizzo dei mezzi di
comunicazione di massa, laffermarsi delluso pubblico della storia, che ha
fatto del passato loggetto di conflitti politici del presente; conflitti, che fanno
riferimento a una lettura del passato critica nei confronti della tradizionale
ricostruzione storiografica e fondata su una memoria di parte con il fine di
costruire il consenso intorno ad alcuni valori ritenuti importanti per la
convivenza civile.
La diffusione dei mass media ha fatto s che luso pubblico della
storia assumesse caratteri del tutto peculiari. Si posto infatti il problema
del rapporto fra i risultati raggiunti dalla ricerca scientifica e la loro
divulgazione, dal momento che i media non si limitano a fare da cassa di
risonanza del dibattito che avviene nella cerchia degli specialisti, ma per le
esigenze della comunicazione giornalistica e ancor pi televisiva, legate alla
velocit e alla essenzialit dei messaggi, tendono a impoverire e ridurre
problemi spesso molto complessi, offrendo messaggi semplificati e perlopi
rassicuranti4.
In realt, come fa notare nel suo saggio Nicola Gallerano5, luso
pubblico della storia non sarebbe in se stesso da stigmatizzare, se inteso a
coinvolgere una platea pi ampia rispetto a quella degli addetti ai lavori, e
ad aprire un confronto intorno a temi di interesse generale. Il problema si
pone per nel momento in cui la ricostruzione della vicenda storica viene
manipolata con lintento di sostenere una tesi su cui si legittimano posizione
politiche.
4

E. Collotti, Prefazione a Fascismo e antifascismo. Rimozioni, revisioni, negazioni, a cura

di E. Collotti, Roma-Bari, Laterza, 2000, pp. VII-XVIII, p. IX.


5

N. Gallerano, Storia e uso pubblico della storia, in Luso pubblico della storia, cit., pp. 17-

41.

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Revisionismo
La dimensione del dibattito storico, come gi avvenne in Germania ai
tempi della Historikerstreit, oggi largamente fuoriuscita dagli ambiti
scientifici, per interessare attraverso i mezzi di comunicazione un pubblico
molto pi vasto di non specialisti.
La tendenza a divulgare prevalentemente messaggi semplificati e
rassicuranti

allorigine della scelta dei

media per le soluzioni

revisionistiche che sembrano essere pi congeniali al mezzo e pi capaci di


creare un consenso di massa. La semplificazione infatti riduce la
complessit del problema e quindi la conflittualit intorno a determinati temi,
favorendo la condivisione di una memoria collettiva.
Da queste prime riflessioni, si comprender allora come il tema
delluso pubblico della storia sia in stretta relazione con il revisionismo
storiografico e come anzi questultimo occupi un posto centrale nelluso
pubblico della storia. Dopo la fine della guerra fredda e con la crisi delle
certezze ideologiche, la storia viene [] vista come strumento di
legittimazione politica e di invenzione di una tradizione che offra
rassicurazioni per lavvenire6. come se lo scontro fra i due blocchi
contrapposti, conclusosi sul piano politico e militare, si sia trasferito
allambito storiografico per il diffuso bisogno di riscoprire un passato che
sappia creare consenso, di attingere alla storia per rafforzare lidentit
collettiva. La storia del passato pi recente infatti oggetto di dispute
spesso aspre, dove si intrecciano storia e memoria e dove la memoria
ancora quella dei protagonisti stessi degli eventi storici e dei loro diretti
testimoni.
Occorre per precisare che neppure la revisione di per s un
atteggiamento negativo, in quanto corre di pari passo allaggiornamento
degli studi e alla maggiore disponibilit delle fonti, che consentono agli

C. Pavone, Negazionismi, rimozioni, revisionismi: storia o politica?, in Fascismo e

antifascismo, cit., pp. 15-42.

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storici di far progredire le conoscenze fino ad allora acquisite su un certo


soggetto, magari mettendole in discussione. In questo senso allora, il
termine revisionismo deve essere usato in una accezione pi ristretta e
intesa a indicare esclusivamente un esame critico e correttivo di una scuola
nei confronti di unaltra consolidata, ufficiale e deve comunque essere
tenuto ben distinto dai fenomeni del negazionismo e della rimozione.

Ernst Nolte
Le posizioni revisioniste di Ernst Nolte hanno avuto in Italia una larga
diffusione e hanno trovato un posto tuttaltro che marginale allinterno del
dibattito storiografico. Gli aspetti centrali delle tesi di Nolte riguardano la sua
spiegazione

causale

del

nazismo

dello

sterminio

il

suo

ridimensionamento del concetto di Auschwitz, che hanno fatto dello storico


tedesco il leader dello schieramento revisionista7.
Nel 1988 uscita la versione italiana del libro pi controverso e
discusso di Nolte, Nazionalsocialismo e bolscevismo8, in cui lautore
proponeva una lettura del periodo fra il 1917 e il 1945 in chiave di guerra
civile europea, spingendosi fino ad affermare che il nazismo sarebbe stato
la risposta al pericolo incombente di una rivoluzione democratica ed
egualitaria di stampo bolscevico.
La tesi di Nolte si reggeva sul nesso causale fra gulag e Auschwitz,
sul rapporto di causa-effetto tra una ideologia originaria (quella
bolscevica) e una ideologia reagente o reattiva (quella nazionalsocialista)9,
che attribuisce di fatto alla violenza iniziata con la rivoluzione bolscevica del
1917, la responsabilit di aver minacciato lordine europeo e di aver
provocato un trauma collettivo, che avrebbe poi portato al nazismo.
Questa linea interpretativa ha finito anche per agevolare la
separazione tra il fenomeno del nazismo e quello del fascismo, eliminando il
7

P.P. Poggio, La ricezione di Nolte in Italia, in Fascismo e antifascismo, cit., pp. 377-413.

E. Nolte, Nazionalsocialismo e bolscevismo. La guerra civile europea 1917-1945, tr. it.,

Firenze, Sansoni, 1988 (edizione originale 1987).


9

Poggio, La ricezione di Nolte in Italia, cit., p. 392.

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rapporto di imitazione o derivazione del primo rispetto al secondo, fino ad


assegnare invece al comunismo il ruolo di evento originario e ad aprire di
fatto la strada al revisionismo anche del fascismo in Italia.

Renzo De Felice
Lopera di Renzo De Felice stata per lungo tempo fonte di unaspra
polemica storiografica sul fascismo, che ha trovato ampio spazio su stampa
e televisione ed stata resa disponibile a un vasto pubblico10. De Felice,
anche se lui stesso ha sempre negato la sua appartenenza al revisionismo,
considerato il maggior interprete del revisionismo storiografico in Italia, e a
lui si sono richiamati quanti, fra storici, giornalisti e politici si collocano
appunto allinterno della corrente revisionista. Daltra parte, nessuno storico
prima di lui era intervenuto cos apertamente nel dibattito politico,
auspicando una riscrittura della Costituzione repubblicana per superare la
sua

pregiudiziale

antifascista

per

promuovere

labolizione

del

provvedimento che vieta la ricostituzione del partito fascista.


La particolarit delle tesi defeliciane riconducibile, secondo alcuni
studiosi11, a una certa ambiguit della comunicazione, per cui se da un lato,
in sede scientifica, De Felice ha prodotto opere le cui tesi sono spesso
contorte, contraddittorie, diluite in numerose citazioni, oscure e ambivalenti,
aperte alla possibilit di diverse interpretazioni, dallaltro lato, nellambito di
interviste o di testi brevi, egli ha espresso tesi drastiche a scopi polemici,
non dimostrate, che rimandano ai suoi studi analitici, dove per non vi
traccia di prove che possano suffragare quelle stesse affermazioni.

10

Nel corso degli anni Settanta, le posizioni storiografiche di De Felice trovarono eco sullo

stampa soprattutto per merito di un breve testo, intitolato Intervista sul fascismo, che si
rivolgeva appunto al grande pubblico; cfr. R. De Felice, Intervista sul fascismo, a cura di M.
A. Ledeen, Roma-Bari, Laterza, 1975.
11

Per le posizioni critiche di alcuni storici nei confronti dellopera storica di De Felice, si

vedano N. Tranfaglia, Un passato scomodo. Fascismo e postfascismo, Roma-Bari,


Laterza, 1996 e G. Santomassimo, Il ruolo di Renzo De Felice, in Fascismo e antifascismo,
cit., pp. 415-429.

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Al di l degli aspetti polemici del dibattito, possibile individuare


alcuni dei principali elementi su cui si fonda linterpretazione revisionista di
De Felice:
1)

negare la dimensione internazionale del fascismo mettendo in


risalto le differenze tra il fascismo italiano, il nazismo tedesco e le
altre esperienze fasciste;

2)

rivalutare la funzione innovativa e modernizzante del fascismo in


campo economico, sociale e la sua capacit di affermare un pi
alto senso dello Stato e dei doveri civili, soprattutto in raffronto
allesperienza repubblicana;

3)

ridimensionare il ruolo storico svolto dallantifascismo e dalla


Resistenza;

4)

negare le responsabilit del fascismo italiano nello sterminio degli


ebrei;

5)

attenuare i tratti aggressivi della politica estera e coloniale del


fascismo;

6)

rivalutare la figura di Mussolini come statista, attribuendo maggiore


importanza alle sue intenzioni e ai suoi proponimenti pi che alle
conseguenze effettive delle sue scelte.
Il risultato ottenuto dallopera storica di De Felice stato quello di

instaurare un nuovo senso comune che rappresenti lantifascismo come


sinonimo di faziosit, di pregiudizio ideologico e al tempo stesso rivaluti il
fascismo come sinonimo di anticonformismo, di apertura mentale, di
coraggio e spregiudicatezza12.
Le novit concettuali introdotte dalla interpretazione defeliciana e che
supportano la sua impostazione revisionista fanno riferimento in primo
luogo, alla distinzione tra fascismo-movimento e fascismo-regime, come
due diverse anime che agiscono contestualmente allinterno del fenomeno
del fascismo; in secondo luogo, al fascismo come espressione dei ceti
emergenti; in terzo luogo, al tema del consenso riscosso dal regime; infine,
al punto cruciale che sottolinea la distinzione fra nazismo e fascismo.
12

Santomassimo, Il ruolo di Renzo De Felice, cit., p. 420.

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Il confronto fra lesperienza italiana e quella tedesca rappresenta


infatti il cardine dellopera storica di De Felice, che approda a sostenere
lesistenza di una differenza ideologica, e quindi sostanziale, fra nazismo e
fascismo. Da un lato dunque, vi sarebbe il fascismo come fenomeno
rivoluzionario, aperto a una prospettiva di progresso rivolta alla creazione di
un uomo nuovo, che De Felice fa derivare dalla tradizione del totalitarismo
di sinistra risalente alla Rivoluzione francese; dallaltro lato, vi sarebbe
invece il nazismo come fenomeno reazionario, portatore di una visione
tradizionalista, la cui derivazione legata allesperienza del totalitarismo di
destra. In virt di queste differenze, De Felice insiste anche sulla diversa
importanza

attribuita

alla

questione

antisemita,

che

nel

fascismo

occuperebbe un posto marginale, laddove sarebbe centrale nel nazismo.


Dalla rilettura proposta, risulta quindi unimmagine del fascismo
piuttosto bonaria, in cui manca il senso del dramma di una nazione che ha
subito una dittatura, da cui si liberata solo attraverso una guerra di
proporzioni catastrofiche mai verificatesi prima.

Negazionismo
Con il termine negazionismo si indica la tesi secondo cui la Shoah,
ovverosia il genocidio praticato dalla Germania nazista nei confronti degli
ebrei, non sia mai esistita, ma sarebbe una menzogna inventata dagli alleati
per estorcere alla Germania pesanti riparazioni di guerra con cui finanziare
lo Stato di Israele. Questa tesi, anche nota come la menzogna di
Auschwitz, pur avendo ottenuto una certa risonanza, non ha alcuna dignit
storiografica. Gli storici che la sostengono si definiscono revisionisti, mentre
la storiografia ufficiale preferisce chiamarli negazionisti, poich mentre ogni
storico in una certa misura revisionista, in quanto disposto a mettere in
discussione i risultati da lui acquisiti di fronte allevidenza di nuovo materiale
documentario, il negazionista colui che nega levidenza stessa delle prove
e insinua il dubbio che dietro la ricostruzione storica ci sia un complotto
sionista che alteri la verit dei fatti. Se dunque il revisionista sostiene le sue
tesi a partire da una base storiografica accettata, come lavvenuto sterminio

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degli ebrei, il negazionista rifiuta questa base e propone una rilettura storica
della seconda guerra mondiale che non tiene conto dei documenti e delle
testimonianze che dimostrano senza alcun dubbio lesistenza dello
sterminio.
Il problema posto da una simile tesi, fondata su argomentazioni
inaccettabili, anche di metodo e pone a tema la questione della
interpretazione dei documenti e della mancanza di prove che attestino con
certezza lo sterminio degli ebrei. I negazionisti sono infatti accomunati da
una lettura paranoica delle fonti, che sospetta la presenza di segreti
nascosti dietro ogni parola13. Il negazionista opera innanzitutto isolando le
testimonianze che attestano lesistenza delle camere a gas dal loro
contesto, quindi va alla ricerca delle inesattezze formali e delle eventuali
contraddizioni presenti nel testo, interpretando gli errori come menzogne,
come chiari segni che dimostrano che i testimoni hanno mentito. Dopo aver
insinuato il dubbio nei lettori, mettendo in discussione lattendibilit dei
documenti, il negazionista arriva a sostenere che gli errori presenti nelle
testimonianze non sono casuali, bens il frutto di una precisa volont
manipolatoria che risponde a un piano di complotto.

Rimozione
Il termine rimozione, preso in prestito dal linguaggio psicanalitico,
indica la difficolt di fare i conti con il passato e la tendenza a rimuovere
appunto quanto di esso pu essere motivo di turbamento.
Si pensi per esempio al mito del cosiddetto bravo italiano, e cio
allidea che gli italiani, per loro natura, siano in fondo incapaci di compiere
efferatezze. Un mito che servito a difendersi dalla memoria delle tante
violenze compiute dalle truppe italiane nei territori occupati, soprattutto nei
Balcani.
questo un caso di rimozione in cui la verit storica viene sacrificata
a beneficio di una ricostruzione pi edulcorata dei fatti. Le cause delle
13

V. Pisanty, Sul negazionismo, in Fascismo e antifascismo, cit., pp. 43-66.

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rimozioni nella ricostruzione della vicenda storica italiana sono molteplici e


vanno ricercate nella fine disastrosa della guerra fascista e nella rovinosa
sconfitta, a cui sono seguiti i silenzi di coloro che lavevano combattuta; c
inoltre da tener conto della grande variet di reduci che provenivano da
diversi fronti di combattimento e che conservavano memorie molto diverse
dei fatti accaduti.
Quanto agli effetti prodotti dalle rimozioni, si pu notare che la
Resistenza, vissuta come un secondo Risorgimento consent di far appello
alla tradizione nazionale pi nobile e di dimenticare il passato pi recente
senza che venissero fatti i conti con le responsabilit e le colpe di quanto
avvenuto. Nel dopoguerra prevalse infatti il bisogno di dimenticare, a sua
volta legato al desiderio di tornare rapidamente alla vita, alla libert a lungo
repressa dalla guerra e dal regime. comprensibile quindi, che soprattutto
negli anni immediatamente successivi alla caduta del regime fascista, ci
fosse da parte delle vittime delle persecuzioni, in particolare delle comunit
ebraiche, una tendenza prevalente a voler dimenticare. Fenomeno che ha
prodotto gravi ritardi anche negli studi storici, per esempio sulla legislazione
razziale adottata dal regime fascista nel 1938.
La ricostruzione storica deve allora porsi come obiettivo quello di far
luce su un passato che per lungo tempo stato difficile ricordare e
contribuire a creare una memoria pubblica capace di sfatare i luoghi comuni
che tendono a rimuovere o a minimizzare il passato in alcuni casi scomodo
del nostro paese14.

14

E. Collotti, Il razzismo negato, in Fascismo e antifascismo, cit., pp. 355-375.

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