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LETA DI ADRIANO E DEGLI ANTONINI

Il secolo d'oro dell'impero


Publio Elio Adriano, il Principe che succedette per adozione a Traiano, pur continuando la
politica di equilibrio del predecessore, fu costretto, negli anni del suo principato ( 117-138
d.C.), a operare alcune svolte, soprattutto in politica estera. L'ampliamento territoriale
perseguito da Traiano si rivel pericolosamente gravoso per lo stato che, non intendendo
ricorrere allo sfruttamento incondizionato delle province, sopportava con grande difficolt i
costi delle imprese militari e il dislocamento di contingenti militari cospicui in regioni lontane.
Adriano scelse di mantenere immutati i confini dell'impero e semmai si impegn in opere di
difesa, come il famoso vallum costruito in Britannia. Scopo del Principe era quello di uniformare
il pi possibile tutte le regioni dell'impero, e in quest'intento egli per gran parte riusc,
eccezione fatta per il rapporto con gli Ebrei, che mal sopportarono l'ingerenza dell'imperatore
nella loro religione e provocarono una gravissima ribellione (131-135), seguita da persecuzioni
severe, che accentuarono irrimediabilmente il fenomeno della diaspora gi iniziato con la prima
guerra giudaica (70 d.C.).
In politica interna, Adriano ebbe, soprattutto negli ultimi anni, non poche difficolt nei rapporti
col senato: infatti alcuni provvedimenti del Principe ne sminuirono ulteriormente il prestigio e
ne ridussero le funzioni. Adriano, per esempio, suddivise l'Italia in quattro mandamenti retti da
senatori, ma senza alcuna autonomia, istitu il consilium principis, composto da amici e giuristi
a lui molto vicini, insomma mir alla costituzione di un apparato burocratico (per il quale
impieg anche largamente i cavalieri), efficiente e complesso e tale da fare apparire sempre
pi il senato come un organismo rappresentativo anzich realmente impiegato nella gestione
del potere.
In sostanza sotto Adriano, un Principe equilibrato come il suo predecessore Traiano, vanno
accumulandosi altri elementi di crisi che fortemente stridono con l'esteriore apparenza di
rigoglio: si acuiscono i contrasti fra equites e senato, si aggrava il gi difficile rapporto con gli
Ebrei e l'amministrazione dell'impero va accentrandosi ancor di pi nelle mani del monarca.
Ad Adriano succedette, ancora una volta per adozione, Antonino Pio, che regn dal 138 al
161 d.C. Egli riusc ad assicurare alla vita dell'impero un periodo di benessere e di pace,
preoccupandosi soprattutto di mantenere l'assetto statale che era venuto a determinarsi sotto
gli ultimi principi. Del resto cessato ogni carattere eroico e avventuroso del principato,
esauritasi con Traiano la spinta espansiva, non ricorrevano pi esigenze di vittoria e di
conquista, e lo stato attendeva al consolidamento di tutte le sue strutture sulla base delle
posizioni raggiunte (LEVI MELONI).
In politica interna Antonino Pio si rese benemerito dei rapporti col senato (che tuttavia rimase
per sempre limitato nelle sue facolt, mentre ulteriore importanza acquist il consilium
principis e realizz buoni atti amministrativi e iniziative benefiche, come le istituzioni alimentari
fondate da Nerva e da Traiano e adesso estese anche all'assistenza delle fanciulle. In politica
estera riusc a mantenere una situazione complessivamente pacifica, tranne per le azioni
militari che progett di compiere contro i Parti, ma che non riusc a sviluppare per il
sopraggiungere della morte (6 marzo 161 dC.). A lui succedette Marco Aurelio (161-180
d.C.), che volle associare principato il fratello adottivo Lucio Vero, ma di fatto tenne nelle
proprie mani quasi tutto il potere. Uomo colto, fu espressione del monarca letterato-filosofo e
govern con saggezza e con impegno. Il suo principato, soprattutto nei primi anni, fu tuttavia
afflitto da gravi difficolt- un'inondazione del Tevere distrusse i magazzini annonari che
garantivano gli approvvigionamenti della capitale; nelle province asiatiche una carestia annull
quasi del tutto una fertile fonte di rifornimenti; nel 163 i Catti invasero gli Agri Decumates e la
Germania Superiore ed infine i Parti approfittando del momento di debolezza e di crisi,
riaprirono le ostilit contro Roma invadendo l'Armenia e spingendosi, poco dopo, fino alla
provincia romana di Siria. Alla guerra partica si aggiunsero un'epidemia di peste, introdotta in
Italia dai reduci della guerra, e l'irruzione oltre i confini romani dei Quadi, dei Marcomanni e
degli Jazigi. Si trattava della prima invasione da parte di popolazioni germaniche in et
imperiale, destinata ad aprire un ciclo che sarebbe stato tra le cause della dissoluzione
dell'impero.
La politica interna di Marco Aurelio fu caratterizzata dalla concordia col senato e dal maggiore
rafforzamento dellapparato burocratico: morendo egli lascia una macchina di governo bene
ordinata, che richiedeva, per funzionare con successo solo una dose ragionevole di senso

comune, di sano giudizio nella scelta dei funzionari di leale buona volont verso lo Stato. Che
Roma in avvenire non sarebbe riuscita a trovare neppure questi modesti requisiti nei suoi
sovrani, era cosa che
difficilmente si sarebbe potuta aspettare dopo l'esperienza di quel
fortunato secondo secolo (FRANK).
Al deterioramento del modello politico realizzato fino allora contribu, sia pure in modo del tutto
involontario, lo stesso Marco Aurelio: egli infatti non adott un successore, ma ripristin il
sistema della successione dinastica, associando all'impero il figlio Commodo, il quale, divenuto
imperatore, si rivel inetto e maldestro, avido di piaceri e spietato. Egli, durante il suo
principato (180-192 d.C.), si attir le ostilit del senato e dellaristocrazia, provoc il
malcontento dell'esercito, instaur presso il popolo un vero e proprio regime di terrore. Fatto
pi volte segno di complotti, alla fine fu strozzato da uno dei suoi gladiatori durante uno
spettacolo circense. (cfr. film Il gladiatore)
2 Gli elementi di crisi
Dal punto di vista politico il periodo compreso fra il principato di Adriano e quello di Marco
Aurelio pu a buon diritto esser considerato come un'et d'oro della vita dell'impero, che vide
progredire la pax Romana e ampliarsi il processo di democratizzazione sociale. Inoltre nessun
altro organismo statale, nella storia del mondo, ha realizzato il "tipo del monarca-filosofo
come l'impero romano dell'epoca antonina: da questo punto di vista sembrerebbe di trovarsi in
presenza di uno stato ideale alla maniera platonica, con una classe dirigente di saggi. Mai il
mondo antico ha potuto esprimere una costruzione altrettanto razionale, un "concentrato"
altrettanto maturo di tutte le sue idealit politiche, pi o meno improntate a concezioni
intellettualistiche della vita morale e dello stato.
Se vogliamo veramente intendere questo stato romano del II secolo, dobbiamo soprattutto
renderci conto che esso poteva esprimersi in una classe dirigente di filosofi scienziati e di
umanisti come Adriano o come Marco Aurelio; di uomini che, come Adriano, riponevano la loro
gloria nell'inventare un collirio oppure, come Marco Aurelio, sapevano dissolvere la gloria di
una vittoria militare o dello stesso comando imperiale nel pensoso superiore ammonimento a
se medesimi m apokaisaroths "non cesarizzarti" (MAZZARINO).
Tuttavia sotto questa vernice dorata covavano elementi di crisi, che si sarebbero pi tardi
accresciuti e moltiplicati fino a diventare cause della dissoluzione dell'impero.
a) La crisi economica
Il primo tra questi elementi rappresentato dalle difficolt nel campo dell'economia:
l'agricoltura, da Traiano in poi, and incontro a una rapida decadenza, ascrivibile alla scarsezza
di manodopera(i coloni si urbanizzavano infoltendo la plebe cittadina), alla crisi
dell'arboricoltura in suolo italico (gli imperatori trovavano pi redditizio praticare la coltivazione
arborea in Spagna, in Gallia e in Africa) e alle difficolt dei traffici commerciali per via di terra
(nonostante l'imponente sistema viario), traffici che finivano per riversarsi massicciamente
sulle rotte marittime del Mediterraneo. Alla crisi dell'agricoltura si affiancava quella della
produzione artigiana italica: la Gallia, oltre al vino e allolio, esportava tessuti e ceramiche; la
Spagna sfruttava le sue risorse minerarie. Nel II secolo, insomma, i rapporti economici fra
l'Italia e le province erano radicalmente cambiati: l'Italia era regredita in quasi tutte le attivit,
mentre l'Oriente e le province occidentali andavano incontro a un progresso inarrestabile.
b) La crisi spirituale
Il secondo e pi profondo elemento di crisi rappresentato da motivi di ordine spirituale e
religioso. Il principato, da Augusto in poi, aveva affannosamente cercato di rivalutare la
religione ufficiale e tradizionale, che in sostanza finiva per coincidere con la realt statale, col
suo assetto sempre pi burocratico, e si esprimeva in culti e cerimonie che in fondo spesso si
risolvevano nella celebrazione del Principe e dell'apparato da lui stesso realizzato. L'uomo
era sempre pi emarginato, sempre di pi avvertiva se stesso come suddito o come
ingranaggio di un sistema programmato e propagandato come perfetto: egli nutriva insomma
profonda insoddisfazione ed era ansioso di trovare in un altro mondo i valori che la realt non
sapeva offrirgli. Su questa base attecchirono nuovi culti misterici, di provenienza orientale, e

nuove fedi, che si esprimevano in cerimonie trascinanti, fino al punto di generare assai spesso
una partecipazione fanatica. Essi fecero presa soprattutto sui ceti inferiori, sulle grandi masse,
che non erano in grado di accostarsi alle formulazioni filosofiche dello stoicismo (allora assai
diffuso) o dei monarchi letterati e filosofi come gli Antonini. Insieme con le nuove fedi
facilmente si diffusero le pratiche astrologiche e magiche, le quali addirittura calamitavano i pi
ingenui e i pi sprovveduti.
c) I Cristiani e lo stato
Sull'insoddisfazione sentimentale e spirituale dell' uomo fior, accanto alle nuove fedi e ai
nuovi culti, anche il Cristianesimo, che tuttavia conteneva nel suo messaggio fermenti cos
potenti da divenire progressivamente uno dei principali elementi di dissoluzione dell'impero.
Dapprima, e cio nel I sec, il Cristianesimo fece presa soprattutto presso gli strati poveri o
poco abbienti della popolazione e, come osserva il Kovaliov, la comunit cristiana era non solo
una unione di persone della stessa religione, ma anche un'originale societ di mutuo soccorso,
e beneficenza [ ... I. In ogni comunit esisteva una cassa che provvedeva a distribuire sussidi
e a organizzare mense comuni . Gi nel corso del II sec. d.C. la situazione mut e nelle
comunit cristiane si inserirono anche mercanti, artigiani, proprietari di terra, insomma
elementi pi agiati, che fecero cambiare l'organizzazione delle comunit stesse. Queste
cominciarono a lottare, oltre che sul piano organizzativo, anche su quello ideologico. Ai
profeti o apostoli, che fino allora avevano diffuso il nuovo insegnamento per le citt
dell'impero, subentrarono i presbiteri, i diaconi e i vescovi: costoro assunsero la
direzione delle comunit e organizzarono una pi capillare diffusione delle idee.
Ma quale fu la forza penetrante del Cristianesimo, che nel IV sec. d.C. fece della Chiesa
addirittura uno stato nello stato? La vittoria del Cristianesimo e la sua importanza storica
universale dovuta al fatto che in esso, per la prima volta, si manifesta l'embrione di una
nuova concezione del mondo . La novit che esso portava con s era la liberazione della
personalit, incatenata dalla religione e dalla morale della polis. Ammesso pure che tale
liberazione avesse un carattere incompleto e unilaterale, quello del perfezionamento morale
dell'uomo, del suo legame personale con Dio, della personale responsabilit per i peccati, pur
tuttavia nel lungo processo storico di liberazione dell'individuo non era possibile arrestare il
Cristianesimo con nessuna persecuzione (KOVALIOV).
In realt, per quanto crudeli e talvolta spietati, a poco valsero nell'evoluzione dell'affermazione
cristiana, gli atti persecutori dei principi fino al II e anche al III sec. d.C. Nerone nel 64 d.C.,
accusato di aver dato Roma alle fiamme, fece ricadere la responsabilit del gesto sui Cristiani,
che furono ricercati e consegnati in pasto alle belve del circo; Domiziano, nel 95 d.C., per
eliminare alcuni aristocratici a lui invisi, li accus di ateismo, in quanto non volevano
riconoscere gli dei tradizionali, e di lesa maest, poich non rendevano omaggio alla divinit
del Principe: insomma, li tratt alla stregua dei Cristiani.
Da Traiano in poi le persecuzioni contro i Cristiani furono, per cos dire, regolamentate da
norme e non furono pi oggetto dell'arbitrio del Principe: nel suo famoso rescritto (risposta)
a Plinio, Traiano sanciva che fossero puniti i Cristiani denunciati non anonimamente, ma che
fossero rimessi in libert quanti rinnegassero la loro fede e sacrificassero alle divinit
pubbliche.
L'universalismo culturale
Premessa
Assai spesso, quando si analizza la cultura dell'et degli Antonini, si insiste su una presunta
dicotomia fra una situazione politica idillica, per non dire ideale, caratterizzata dal buon
governo degli imperatori, letterati e filosofi anche loro, e un momento di sostanziale decadenza
in cui verserebbe la cultura. Il condizionale in questo caso d'obbligo, perch un'analisi di tal
genere rischia di liquidare sbrigativamente un secolo di cultura che presenta, invece, alcuni
aspetti di un certo interesse, e soprattutto pu ingenerare il dubbio che vita sociopolitica e
cultura prendano in questa et due strade del tutto autonome o addirittura divergenti. Il

giudizio negativo sulla cultura di questi anni ha una duplice origine: esso si spiega innanzi tutto
con l'antistorica necessit, che taluni avvertono, di pronunciare un giudizio di valore su ci che
analizzano, ed chiaro che, battendo questa strada, si perviene senza difficolt ad un concetto
di decadenza rispetto ad altri fenomeni letterari precedenti assunti come modelli; inoltre la
formulazione di un giudizio negativo ha probabilmente il torto di riferirsi esclusivamente alla
cultura pagana, isolata da tutto il contesto con cui essa interagisce, e non tiene conto del fatto
che un inventario completo della cultura di questa et deve tener conto di fenomeni altri,
come il Cristianesimo e i culti orientali, che ormai convivono con la tradizione culturale romana.
Quindi il problema centrale piuttosto quello di capire i motivi storici che li hanno prodotti e,
soprattutto, di cogliere la grande variet delle correnti e dei filoni culturali che si intrecciano in
quegli anni e che dopo un certo periodo di gestazione produrranno la liquidazione del vecchio
mondo pagano e la nascita dell'uomo moderno. Pertanto, se proprio si vuol dare un'etichetta
ad un'et che pi di altre sembra rifiutarla per la sua complessit e poliedricit, sar meglio
proporre, al posto di decadenza, il titolo dell'opera forse pi significativa del periodo, le
Metamorfosi di Apuleio, che in realt assurgono a simbolo di tutta un'epoca che si sta
rapidamente e irreversibilmente trasformando.
2 L'umanesimo universalistico
Negli anni del regno di Adriano si assiste a un fenomeno nuovo, che presto far sentire i suoi
effetti sia nel campo politico sia in quello culturale: Roma perde la sua centralit a vantaggio
del resto dell'impero. Nuove province, come lAfrica e la Gallia, assurgono a protagoniste,
mentre l'Italia, in preda a una notevole crisi economica, specialmente nel settore agricolo, non
pi il cuore dell'impero, ma scade al rango di provincia. Gli stessi imperatori, la cui
tradizionale presenza a Roma contribuiva non poco a fare di questa citt la culla dell'impero,
ora (si pensi per esempio ad Adriano), passano gran parte del tempo nelle province, impegnati
come sono a difendere gli ormai insicuri confini dagli attacchi sempre pi frequenti di
popolazioni barbariche. Tutto ci provoca un senso di smarrimento negli intellettuali di origine
italica, che cominciano ad avvertire, anche se ancora in maniera poco chiara, una certa
inquietudine per le sorti dell'impero e per il destino di Roma. Del resto lo stesso Adriano,
imperatore e letterato al contempo, non fa mistero delle sue simpatie per la cultura greca, che
in quegli anni stava vivendo una vera e propria rinascenza con scrittori come Plutarco e
Luciano di Samsata e con un movimento retorico e filosofico come la Nuova Sofistica.
Secondo il programma indicato dal suo nome, riscuotendo notevole successo nella societ
romana, questa volle promuovere un recupero del passato, e in particolar modo, della
speculazione filosofica che i sofisti avevano diffuso nell'Atene del V sec. a.C. Essa per, lungi
dal ripercorrere le strade battute dal movimento filosofico preso a modello, si orient
prevalentemente verso la conciliazione della filosofia con la retorica e si esaur, da un lato,
nell'acquisizione di un certo purismo linguistico di stampo atticistico, dall'altro, nel tentativo di
orientare e formare le coscienze mediante l'insegnamento di sani principi educativi. Per
raggiungere questo scopo i neosofisti, da Dione di Prusa detto Crisostomo a Favorino di Arles,
da Erode Attico a Elio Aristide, si insediarono a Roma e percorsero in lungo e in largo la
penisola, tenendo conferenze che appagavano il pubblico sia per i virtuosismi retorici sia per
l'accettazione dell'ideologia imperiale.
In tal senso rimasto celebre un discorso (Encomio di Roma) tenuto da Elio Aristide a
Roma, probabilmente in occasione del suo arrivo nella citt, nel quale viene esaltato l'impero e
la sua insostituibile funzione storica. Quindi l'influenza della Neosofistica, che si avverte sempre
gi marcata sulla societ e sulla cultura romana, contribuisce non poco alla creazione di
un'unica cultura greco-latina, sostanzialmente bilingue, la quale ripropone l'ideale di humanitas
che gi in epoche precedenti aveva rappresentato l'asse portante delle due culture. Tuttavia, a
un'indagine pi attenta, possibile individuare tutta l'ambiguit che un recupero di tal genere
recava con s: l'humanitas, di cui sono portatori gli intellettuali dell'et degli Antonini, appare
un valore esclusivamente culturale, del tutto disancorato da ogni implicazione di ordine politico.
Per altro stava venendo meno il sostegno ideologico che da sempre aveva fornito alimento
all'humanitas, e cio la certezza del destino imperiale di Roma. E cos, mentre una volta
l'humanitas aveva dato sostanza e quasi giustificazione alle grandi conquiste in Oriente,
creando i presupposti ideologici dell'imperialismo romano del II sec. a.C., ora, esauritasi la
grande spinta conquistatrice e intensificatasi per di pi la penetrazione dei barbari dentro i

confini dell'impero, l'humanitas si riduce pressoch a sinonimo di formazione culturale alla


quale concorrono cultura romana e cultura greca strettamente collegate. Quindi l'umanesimo
dell'et degli Antonini acquista s una dimensione universalistica, ma in un'accezione
fortemente limitativa, nel senso che l'universalismo non nasce da un intimo bisogno di
abbattere le barriere nazionali con la philanthropia, con l'umana comprensione nei confronti di
tutti gli uomini indistintamente, bens dal desiderio, che il mondo romano avverte, di operare
una specie di sintesi culturale greco-latina con fini prevalentemente difensivi, di fronte
all'incalzare di fenomeni, come il Cristianesimo o i culti orientali, che stanno ormai minando
dalle fondamenta i modelli culturali elaborati dai Romani e dai Greci in tanti secoli di storia.
3 Le altre culture
Lo studio della cultura greco-latina, che pure svolse in quegli anni una funzione egemonica,
non esaurisce l'analisi complessiva che della cultura di questa et possibile tracciare. Infatti
nelle zone che rimasero estranee ai fenomeni di acculturazione, perch non ancora
sufficientemente romanizzate, e presso quei ceti che si trovavano in una situazione di
manifesta marginalit, il modello culturale tradizionale, di cui era portatrice soprattutto la
Nuova Sofistica, non penetr affatto, ed emersero invece altri modelli, che si identificarono nei
culti orientali e soprattutto nel Cristianesimo.
a) I culti orientali
Il II sec. d.C. assistette al diffondersi i numerosi culti misterici di origine orientale in vari strati
della popolazione, soprattutto presso i soldati, in gran parte originari delle stesse province
orientali. I culti misterici si inserirono facilmente nella societ romana del tempo perch fecero
leva sui malcontenti e sulle frustrazioni dei ceti pi deboli, sui quali soprattutto si era abbattuta
una crisi economica di vaste proporzioni. Infatti essi non solo fornivano ai seguaci una
prospettiva di salvezza della propria anima tramite l'iniziazione e il rapporto diretto col dio nei
riti orgiastici, ma anche consentivano loro di dimenticare, una volta inseriti nella ristretta
cerchia degli iniziati, le profonde discriminazioni sociali di cui erano vittime nella vita di tutti i
giorni. Inoltre la diffusione sempre maggiore di questi culti da ascrivere all'atteggiamento
sostanzialmente permissivo, se non addirittura di simpatia, con cui gli imperatori li
considerarono, e ci accadde sia perch essi non vollero mettersi in urto con le soldatesche di
cui spesso furono succubi, sia perch questi culti si prestavano meglio del Cristianesimo a
convivere con la religione tradizionale e soprattutto con il principio dell'obbedienza alla persona
dell'imperatore.
b) Il Cristianesimo
Durante tutto il I d.C. il cristianesimo si era andato diffondendo nella societ pagana, anche se
spesso veniva confuso con il giudaismo; con l'inizio del II sec. d.C. esso comincia ad emergere
con caratteri ormai assai nitidi e il potere politico comincia a capire di trovarsi di fronte a una
forza dirompente, capace di distruggere dalle fondamenta i principi su cui si fondava da secoli
la societ romana, dal momento che la concezione cristiana della vita appare del tutto in
conflitto con quella pagana. Ma ci che pi preoccupa il rifiuto dei Cristiani di prestare l'atto
di omaggio all'imperatore e agli dei tradizionali, in quanto ci significa di fatto insubordinazione
e ribellione nei confronti dello stato. Presso l'opinione pubblica, poi, le accuse sono svariate e
fra le pi infamanti: antropofagia, orge, infanticidi, incesti, occultismo. Tuttavia, malgrado
queste grandissime difficolt, l'affermazione della nuova religione non conosce ostacoli, e
proprio negli anni degli Antonini si diffondono i primi documenti cristiani. Si tratta soprattutto
di opere che si prefiggono il compito di rendere accessibili l'Antico e il Nuovo Testamento a un
pubblico che conosce solo il latino. Per questo gi a partire dal 1 sec. d.C. si erano avuti testi in
traduzione della Bibbia, assai usati presso le prime comunit cristiane. Ma i documenti della
nuova religione non si esauriscono con le pur numerose opere di traduzione dei testi sacri.
Infatti possediamo anche i cosiddetti Acta martyrum, che registrano il processo e il martiri di
quanti non esitarono a morire per testimoniare la fede cristiana, come gli Acta martyrum
Scillitanorum, una sorta di verbale del processo e del martirio cui andarono incontro alcuni
fedeli nella citt africana di Scillium nel 180 d.C. Impianto pi narrativo hanno invece le

Passiones, che descrivono in maniera pi ampia rispetto agli Acta il comportamento dei
Cristiani durante il processo e il martirio. Le prime Passiones probabilmente appartengono
all'et degli Antonini, ma esse furono composte soprattutto nel III secolo, quando la
repressione da parte del potere imperiale si fece pi dura.
Inoltre la composizione degli Acta e delle Passiones ebbe notevoli ripercussioni anche sul piano
linguistico di un latino cristiano, che ben presto assunse caratteristiche proprie, distaccandosi
dalla tradizionale lingua letteraria (neologismi di origine greca >> angelus, ecclesia,
baptisma; popolarismi ecc.)
Solo a partire dal III secolo anche il latino dei cristiani and acquistando connotazioni
letterarie, ma ci avvenne quando il Cristianesimo abbandon progressivamente la
dimensione conflittuale che aveva assunto nella societ e nella cultura pagana e, avendo ormai
conquistato anche i ceti elevati e quindi un ruolo importante, prefer appropriarsi dei modelli
culturali precedenti trasformandoli e conferendo loro unimpronta cristiana.
La letteratura dellet degli Antonini
a) La storiografia
E uno dei generi letterari pi diffusi nell'et degli Antonini e per certi versi sembra raccogliere
la grande e difficile eredit di Tacito. Svetonio, lo storico pi valido di quegli anni, compose un
De vita Caesarum in 8 libri, in cui analizza il periodo storico che va da Cesare fino a Domiziano
e cio gli stessi avvenimenti che Tacito aveva trattato negli Annales e nelle Historiae, ma
Svetonio percorre strade del tutto diverse da quelle tacitiane: pi che sui grandi problemi
politici drammaticamente presenti sul tappeto, che Tacito analizzava da un punto di vista
prevalentemente morale, l'occhio indagatore di Svetonio si sofferma spesso su particolari
secondari o addirittura superflui e si compiace della descrizione di particolari scandalistici e
meschini.
Ci accade non perch Svetonio voglia moralisticamente sottolineare la corruzione del
Principe e della sua corte, ma perch si sente appagato quando pu trasmettere ai suoi lettori
tutto ci che d'inedito egli con la sua curiosit di erudito, riuscito ad accertare. D'altra
parte, se la storiografia non percorre la strada dell'erudizione, pronta a imboccare quella
della retorica, come nel caso di Floro originario dell'Africa, autore di una sintesi di storia
militare romana in due libri (eptomi), Bellorum Romanorum libri, in cui ripercorre a grandi
linee le tappe pi significative del passato, rifacendosi a Tito Livio.
b) La produzione in versi
Anche la produzione in versi degli Antonini denota il gusto per l'erudizione e per larcaismo che
rappresent una delle caratteristiche pi vistose di quegli anni, e ci appare con chiarezza nella
produzione dei cosiddetti poetae novelli .
Nel programma letterario dei poetae novelli preminente fu il recupero del passato, in particolar
modo dei poetae novi, e ci per vari motivi. Intanto il neoterismo appariva loro come un
exemplum straordinario di poesia imbevuta di doctrina, ritenuta elemento indispensabile nella
creazione artistica; poi, i poetae novi erano stati i primi ad operare criticamente una sintesi
culturale fra alessandrinismo e cultura romana, e ci non poteva non proporre seducenti
suggestioni a chi intendeva promuovere un sincretismo culturale greco-latino, come ostacolo
da frapporre al diffondersi della nuova concezione cristiana della vita. Infine il recupero della
poesia dei poetae novi poteva significare anche un ritorno alla semplicit e alla raffinatezza
espressiva dopo anni di poesia barocca . In sostanza quindi i poetae novelli intendono
procurare un rinnovamento nel gusto combattendo, come far l'Arcadia alla fine del Seicento
in Europa, l'idea del mal gusto barocco.
La poesia dei poetae novelli appare quindi fortemente imbevuta di doctrina: digressioni colte,
arcaismi, sottigliezze metriche sono i suoi elementi pi frequenti e pi caratterizzanti. La
ricerca nel campo metrico talora giunge alla vera e propria bizzarria: versi reciproci leggibili da
sinistra a destra e viceversa; rhopalici in cui il numero delle sillabe delle singole parole va
crescendo via via di una, di due, di tre... richiamando la forma della clava di Ercole (rhopalum
= clava), echoici in cui l'emistichio iniziale dell'esametro si ripete alla fine del pentametro,
testimoniano la fertile fantasia compositiva di questi poeti che per si esaurisce assai spesso
nel virtuosismo metrico.

c) La narrativa
L'epoca degli Antonini ci ha trasmesso uno dei rarissimi esempi di narrativa latina: Le
Metamorfosi di Apuleio, un'opera molto composita, per quanto attiene sia alla struttura, sia alla
ricchezza delle problematiche. Infatti, le Metamorfosi appaiono come un intreccio di generi
letterari diversi, dal momento che vi convergono la storiografia, la biografia, l'epica, la satira di
Menippo di Gadara, la poesia lirica, la descrizione mitologica e cos via. Tuttavia la scelta
narrativa di Apuleio ha un significato ben preciso nel rapporto letteratura-pubblico di quegli
anni, nel senso che il romanzo (in un'accezione, beninteso, del tutto diversa rispetto a
quella con cui noi oggi utilizziamo questo termine) si prestava, come genere meno elevato
rispetto ad altri, a raggiungere un pubblico abbastanza vasto e culturalmente stratificato e a
esprimere contenuti di vario livello.
Cos da un lato con le descrizioni di amori e di avventure lo scrittore sembra soddisfare un
pubblico culturalmente meno evoluto; mentre con le trasformazioni magiche, con le descrizioni
misteriche, che innegabilmente hanno un significato simbolico, lo scrittore intende raggiungere
un pubblico pi scaltrito. Inoltre, con il romanzo, Apuleio opera una sintesi fra la cultura grecolatina, chiaramente individuabile nel gusto tutto retorico della parola, tipico della Neosofistica,
e le correnti filosofiche e misteriche ormai diffuse nella cultura del tempo. Insomma il
romanzo appare il prodotto letterario pi sintetico di questa et, l'unico nel quale cultura
greco-romana, filosofia e misterismo abbiano cercato di operare uno sforzo di convergenza per
dare una risposta non cristiana ai perch dell'uomo del tempo.
Il mondo dei sogni e della magia
Per completare il quadro della cultura del tempo non si pu trascurare un fenomeno che ebbe
vasta portata soprattutto nell'ambito della societ e della cultura pagana. Le profonde tensioni
sociali e l'incrociarsi di molteplici correnti di pensiero mettono in crisi, anche se gli effetti
ancora non sono manifestamente visibili, la religione tradizionale e ogni forma di razionalismo
filosofico a tutto vantaggio di spinte irrazionalistiche. In altri termini la cultura pagana sembra
percorsa da una crisi che si configura nella enorme diffusione di credenze magiche, di cupe
storie di fantasmi e di teorie sui sogni, che trovano nell'opera del greco Artemidoro la loro
completa trattazione. La diffusione di tutte queste credenze, se da un lato testimonia la crisi di
un mondo che ha perduto le sue certezze, dall'altro prova manifesta che ormai si sono messi
in moto dei meccanismi di ricerca, capaci di fornire nuove prospettive di vita all'uomo. Sar
compito del Cristianesimo farsi carico di tutte queste aspirazioni e additare agli uomini una
nuova concezione di vita.