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UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI NAPOLI “L’ORIENTALE”

FACOLTA’ DI SCIENZE POLITICHE

TESI DI LAUREA IN STORIA CONTEMPORANEA

ENRICO PRESUTTI, SINDACO DI NAPOLI E DEPUTATO ANTIFASCISTA:

UNA BIOGRAFIA DEL DISSENSO

(1870-1949)

Relatore:

Prof.ssa Angiolina Arru

Correlatore:

Prof. Giulio Machetti

Candidato:

Luca Grauso

Matricola: SP/9548

Enrico Presutti (1870-1949) Sorgono allora delle domande: perché dobbiamo ricordare e che cosa dobbiamo ricordare?

Enrico Presutti

(1870-1949)

Sorgono allora delle domande: perché dobbiamo ricordare e che cosa dobbiamo ricordare? Bisogna ricordare il male nelle sue estreme efferatezze e conoscerlo bene, anche quando si presenta in forme apparentemente innocue. Quando si pensa che uno straniero o uno diverso da noi è un nemico, si pongono le premesse di un catena, al cui termine c'è il lager, il campo di sterminio.

Primo Levi, Se questo è un uomo

Indice:

Introduzione:

Il mio incontro con Enrico Presutti

p.

5

I.

Il giurista

12

II.

Il sindaco di Napoli

27

III.

L’inchiesta parlamentare

42

IV.

Vita parlamentare, parte prima:

La corrente neoliberale di Giovanni Amendola

53

V.

Vita parlamentare, parte seconda:

L’attività parlamentare di Enrico Presutti

72

VI.

Il massone

95

VII.

Gli ultimi anni

117

Conclusioni

122

Appendice A:

Enrico Presutti: una cronologia

125

Appendice B:

Documenti d’archivio

128

Appendice C:

Trascrizione dei documenti

162

Bibliografia

184

A mio nonno Vincenzo

(1909-1986)

Introduzione:

Il mio incontro con Enrico Presutti

Facesti come quei che va di notte, che porta il lume dietro e sé non giova ma dopo sé fa le persone dotte. Purg. XXII, 67-69

Giuro di essere fedele al Re, ai suoi Reali successori e al Regime Fascista, di osservare lealmente lo Statuto e le altri leggi dello Stato, di esercitare l’ufficio di insegnante ed adempiere tutti i doveri accademici col proposito di formare cittadini operosi, probi e devoti alla patria e al Regime Fascista. Giuro che non appartengo, né apparterrò ad associazioni o partiti la cui attività non si concilii con i doveri del mio ufficio. 1

Fu questo il giuramento che nell’ottobre del 1931 Mussolini impose ai docenti universitari. Un giuramento. Qualcosa che avesse a che vedere con l’onore, con la fedeltà. Parole antiche, ma che non mancano di far suonare corde profonde in chi abbia rispetto di sé e ancor più in chi sia consapevole della delicatezza del compito di chi è chiamato a formare culturalmente le generazioni a venire. Ma un giuramento, questo, che non si appellava alla sola fedeltà alla patria, che non mirava dunque semplicemente a rafforzare il primordiale istinto di appartenenza al proprio popolo. Molto più veniva chiesto! L’obiettivo del regime era infatti la fedeltà, anche solo formale, ad un’ opzione politica, imposta come storicamente necessaria. Il giuramento è infatti, come ben definisce Paolo Prodi un “istituto che, con il richiamo ad una divinità garante, diviene la base di ogni patto di soggezione o di

1

GAZZETTA

UFFICIALE,

ottobre

1931,

sull’istruzione superiore”, pp. 4914 – 4924.

Regio

Decreto

Legge

28

ottobre

1931

n.1227,

Disposizione

consociazione tra gli uomini lungo tutto l’arco delle civiltà occidentali.2

Da quell’8 ottobre 1931 non fu più concesso ai docenti universitari neanche quel rude “O con noi o contro di noi”, carico di sottintesi, che sovente riempiva le bocche e svuotava le coscienze. Tuttavia, solo pochi ebbero il coraggio di scegliere secondo rettitudine, operando così un grave sacrificio: dodici su oltre milleduecento ordinari rifiutarono questo ricatto morale ed affrontarono la prevedibile sorte riservata al dissenziente in un contesto politicamente brutale: l’esilio accademico, la perdita della cattedra. Solo “l’uno per mille”, come si compiacque di sottolineare la stampa fascista, ricusò di giurare fedeltà al fascismo ed al suo leader.

Lo studio dell’Italia fascista lascia raramente tiepidi gli studenti che vi si approcciano: tali furono gli sconvolgimenti sociali, politici e di costume, che stupore, fascinazione e sgomento sorgono in chi approfondisca la propria riflessione circa l’ora più buia della storia del nostro paese. Dai pestaggi degli squadristi della prima ora al gergo grottesco dei comizi, si ha l’impressione di essere scivolati in un’altra dimensione, che poco ha di congruente con quanto si immagina debba essere una democrazia. La vita culturale ed accademica dell’Italia del ventennio fu proprio uno degli ambiti che il governo Mussolini colpì con fermezza, nel deprecabile tentativo di stringere in pugno non solo i destini del paese in quanto tale, ma anche di asservire le menti degli italiani. Un regime liberticida come il fascismo non tollera sacche di opposizione; ma se gli avversari politici erano stati liquidati giocando un’ambigua partita sulla duplice scacchiera della politica stessa e della violenza, cosa era stato fatto per sottomettere quella che poteva essere un’ancor più pericolosa forgia di oppositori (ancor più pericolosi perché eruditi)? Un punto di partenza adeguato è proprio l’imposizione per legge del giuramento al governo e a Benito Mussolini, giuramento che, come si diceva poc’anzi, solo una piccola parte di docenti

2 PAOLO PRODI, Il giuramento universitario tra corporazione, ideologia e confessione religiosa, estratto da “Sapere e/è potere, Discipline, Dispute e Professioni nell’Università Medievale e Moderna, Il caso bolognese a confronto”, Atti del IV Convegno, Bologna 1989, p. 24; ma vedi ora PRODI, Il sacramento del potere, il giuramento politico nella storia dell’occidente, Bologna 1992.

universitari ebbe il coraggio e la fermezza di respingere. Un rifiuto che spesso fu accompagnato da nulla di più di un’asciutta missiva e dalla più completa discrezione. Non era un gesto plateale, non una provocazione, non un tentativo di essere esempio di dissidenza o di ribellione. Nello scrivere alla cugina il 26 agosto del 1931, Edoardo Ruffini, il più giovane dei dodici, afferma:

[…] ho un’invincibile ripugnanza per il bel gesto! E la lettera di dimissione, anche se dissimulata, anche se non motivata con la sua vera ragione, ne è uno. Se potessi scivolare via con un qualsiasi pretesto, la cosa mi sarebbe assai più facile. 3

Un coraggioso sacrificio della propria carriera e talvolta del proprio benessere operato sull’altare del superiore ideale di indipendenza e di libertà di pensiero. Alla Storia il compito di immortalare l’eroismo dei pochi. Passata la tempesta e l’ubriacatura ideologica di quel ventennio, non bisogna lasciare che il dignitoso silenzio che spesso si accompagnò a tali rifiuti si trasformi in oblio: anzitutto per riscattare, sebbene tardivamente, l’onore di chi ebbe la forza di affermare la propria volontà ed i propri ideali, seppure in balia di un meschino ed efficace ricatto. In secondo luogo, per far sì che l’opera di insegnamento (non più accademico ma di vita) si perpetui alle generazioni attuali. Con il loro gesto estremo, apparentemente folle, i dodici rifiutatari ci mostrano che un’alternativa alla rassegnazione esiste: dire semplicemente “no”, spezzarsi ma non piegarsi, a caro prezzo, senza dubbio, ma mantenendo una coerenza che non sarebbe possibile conservare altrimenti. Isolati esempi di civiltà, di lucidità e di fermezza, lasciano dietro di sé, pur non avendone probabilmente intenzione, un’emblematica luce che indica la via della coerenza e dell’amor proprio che va al di là degli sterili e triti manicheismi politici. Sta dunque alla Storia e agli storici il compito di prolungare la durata di tale luce e di far sì che continui a splendere dopo oltre settant’anni.

3 GIORGIO BOATTI, Preferirei di no, Einaudi, Torino 2001, p. 6.

Helmut Goetz e Giorgio Boatti 4 , nei rispettivi saggi, ricostruiscono queste vite interrotte e scosse dalla richiesta di tale giuramento, mostrando in filigrana uno spaccato dell’atmosfera culturale ed accademica dell’Italia fascista, satura di dramma e di oscurantismo. I lavori, pubblicati quasi contemporaneamente, non mancarono naturalmente di suscitare interesse sulla stampa nazionale:

Diversi per estrazione sociale e radici culturali – altoborghesi e figli di tabaccaio, religiosissimi e anticlericali, socialisti e liberali, repubblicani e monarchici, ebrei e cattolici – i dissidenti sono apparentati da una spessa moralità e da un’indole naturalmente fuori dal coro. […] Al lettore di oggi il loro gesto ribelle – motivato da tutti con sobrietà – appare quasi epico. Specie se raffrontato alla genuflessione dei loro colleghi. Tra coloro che giurarono fedeltà al duce figura il meglio della cultura antifascista […]. 5

Meno di una settimana dopo, lo stesso quotidiano pubblicò alcune lettere scritte in risposta a tale articolo. Tra queste, una particolarmente colpiva l’attenzione:

apparentemente i rifiutatari dell’iniquo giuramento furono tredici, visto che nei due autorevoli saggi non era stata fatta menzione di un ulteriore docente che se ne sottrasse. Infatti il successivo 22 aprile Stefano Maria Cicconetti scrisse al Direttore del quotidiano:

[…] sono rimasto molto sorpreso nel constatare che nel volume di Helmut Goetz […] non si fa alcun cenno a proposito di mio nonno Enrico Presutti, professore di Diritto amministrativo e di Diritto costituzionale a Napoli fino all’avvento del fascismo, dichiarato decaduto dalla Cattedra universitaria per essersi rifiutato di prestare il

4 BOATTI, cit.; HELMUT GOETZ, Il giuramento rifiutato, La Nuova Italia, Firenze 2000. Oltre ai due testi citati, in merito alla questione del giuramento del 1931 ed al suo rifiuto, rimando alla riedizione di un testo scritto da uno dei dodici docenti che lo respinsero: BARTOLO NIGRISOLI, Parva : perché e come fui nominato clinico e dopo dodici anni deposto; introduzione di Pier Ugo Calzolai, CLUEB, Bologna 2001.

5 SIMONETTA FIORI, I professori che dissero “no” a Mussolini, in “La Repubblica”, 16 aprile 2000.

giuramento di fedeltà al regime. 6

L’autore della lettera proseguiva richiamando brevemente le tappe della vita di suo nonno per “obbligo di verità storica”. Docente universitario, avvocato, sindaco di Napoli e deputato, profondamente antifascista sin dalla prima ora, Enrico Presutti avversò il regime e lottò attivamente contro di esso; tuttavia, a quanto pareva, nel suo caso il suo stoico sacrificio era poi caduto nell’oblio, visto che gli autorevoli storici non lo commemorarono insieme a coloro che avevano adottato la sua stessa coraggiosa condotta.

Desideroso di approfondire la questione, mi misi in contatto con Stefano Maria Cicconetti che, come scoprii, aveva seguito le orme del suo illustre nonno negli studi giuridici ed era ordinario di Diritto costituzionale presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi “Roma Tre”. Come immaginavo, il nipote era estremamente legato alla memoria del nonno e fu compiaciuto dal fatto che qualcuno si interessasse a ripristinarne il nome. Tuttavia, mi spiegò che, in seguito a ricerche fatte in un momento successivo all’invio della lettera alla redazione de “La Repubblica”, si era reso conto che non fu per errore o dimenticanza che Enrico Presutti non era stato incluso nelle biografie contenute nei testi di Goetz e Boatti. Infatti egli non si trovò affatto nella condizione di dover scegliere se giurare o rifiutarsi, in quanto il governo lo aveva già allontanato dalla cattedra precedentemente. Infatti il 24 dicembre 1925 fu varata per decreto una legge in base alla quale:

[…] il Governo del Re ha facoltà di dispensare dal servizio, anche all’infuori dei casi preveduti delle leggi vigenti, i funzionari, impiegati ed agenti di ogni ordine e grado civili e militari, dipendenti da qualsiasi Amministrazione dello Stato, che, per ragioni

6 Rubrica Lettere in “La Repubblica”, 22 aprile 2000.

di manifestazioni compiute in ufficio o fuori di ufficio, non diano piena garanzia di un fedele adempimento dei loro doveri o si pongano in condizioni di incompatibilità con le generali direttive politiche del Governo. La dispensa è pronunciata con decreto Reale, su proposta del Ministro competente. 7

Le manifestazioni di disagio di Presutti nei confronti dell’illegalità del governo gli erano valse prima una lettera di ammonizione da parte di Pietro Fedele, allora ministro della Istruzione Pubblica e, poco dopo, la destituzione. Dunque, l’imposizione del giuramento del 1931 non era che la “naturale” prosecuzione di una politica impostata fin nei primi anni di governo fascista. Una politica atta a garantire al regime l’indottrinamento, o quantomeno la conformità ideologica delle generazioni a venire.

L’indottrinamento ideologico dei “soldati politici” […] ha lo scopo di staccare il pensiero dalla realtà, costruendo un mondo fittizio e logicamente coerente secondo una logica coattiva in cui le direttive sono legittimate dalla conformità alle “leggi” dell’evoluzione storica. 8

Come nota Ruth Ben-Ghiat nel suo recente lavoro:

Mussolini non intese soltanto “fare gli italiani”, ma rifarli secondo schemi che avrebbero facilitato i suoi progetti di conquista e colonizzazione. Attraverso una combinazione di indottrinamento, legislazione e repressione, lui e i suoi seguaci mirarono a rimodellare il corpo, la psiche e i comportamenti degli italiani per combattere la decadenza e realizzare il duplice obiettivo dell’unità nazionale e del

7 GAZZETTA UFFICIALE, gennaio 1926, Legge 24 dicembre 1925, n.2300, “Dispensa dal servizio dei funzionari dello Stato”, p.11, corsivo mio.

8 ALBERTO MARTINELLI, Introduzione a HANNA ARENDT, Le origini del totalitarismo, Edizioni di Comunità, Torino 1999, p. XVI.

prestigio internazionale. 9

E oltre, analizzando l’aspetto complementare della questione:

Per riuscire nel suo progetto di creare una cultura che avrebbe permesso la trasformazione dell’Italia e degli italiani, il regime aveva bisogno del sostegno della classe intellettuale. Per due decenni, i fascisti svilupparono una complessa struttura di mecenatismo finalizzata a contenere il dissenso e ad attirare i soggetti creativi in una rete di rapporti di collaborazione con la dittatura. Come altri regimi del Novecento, i fascisti mescolarono intimidazioni e lusinghe per mettere alla prova la propensione a idealismo e opportunismo, onestà e malafede di ciascun individuo. 10

Fu dunque a questa logica, il cui filo conduttore lega le leggi del 1925 e del 1931, che Enrico Presutti si sottrasse fermamente, avanzando dubbi, come vedremo, sulla stessa legittimità giuridica dei provvedimenti. È dunque un balzo logico molto breve accomunarlo idealmente ai dodici “eroi del no” dei saggi citati poc’anzi ed è dunque di maggior interesse e valore ripercorrere qui il suo cammino esemplare di coraggio e sacrificio, di erudizione e di rettitudine.

Ringraziamenti:

Desidero in primo luogo ringraziare il prof. Stefano Maria Cicconetti per avermi avviato a questa ricerca fornendomi prezioso materiale e descrivendomi la figura di suo nonno. Nella stesura di questa tesi ho altresì contratto un debito di gratitudine nei confronti del dott. Stefano Chianese, della dott.ssa Maria Rosaria De Rosa e, naturalmente, della mia relatrice, che ha tentato di introdurmi alla fine arte della ricerca. La mia riconoscenza va inoltre a Lucia Libraro, per aver detto le parole giuste, a Cristina Fato per avermi incoraggiato e a Pier Paolo Pascucci e Lorenzo Venza per la comprensione e l’amicizia.

9 RUTH BEN-GHIAT, La cultura fascista, Il Mulino, Bologna 2004, p. 12.

10 Ivi, p. 20.

1 - Il giurista

Vita brevis, ars longa. Proverbio latino

L’attività cui maggiormente Enrico 11 Presutti mise al servizio il suo intelletto fu senza dubbio lo studio del diritto. Nato a Perugia il 12 gennaio del 1870, fin dalla più tenera età egli poté, in seno alla famiglia, accostarsi alle scienze giuridiche dal momento che Ascanio, suo padre, fu un magistrato presso Macerata. Egli fu probabilmente molto legato alla memoria del padre, primo mentore nel campo della legge, in quanto dette il suo nome ad uno dei figli, ufficiale in Unione Sovietica durante la Seconda Guerra mondiale, che la barbarie del conflitto gli portò via. Una volta avviato agli studi, si trasferì a Napoli, fervente e prestigioso centro di studi giuridici dove “numerosi studenti affluivano da tutto in Mezzogiorno in quella che fino al primo Novecento resta l’unica università italiana a sud di Roma12 .

Fu proprio a Napoli, sua patria d’adozione, che egli incontrò due dei più grandi costituzionalisti del tempo, destinati ad influenzarlo sia dal punto di vista scientifico che da quello etico: Lodovico Mortara e Giorgio Arcoleo. Mortara fu ordinario di Diritto costituzionale e di Procedura civile all’università di Pisa e di Napoli, magistrato in un primo momento, avvocato generale, procuratore generale, ed infine Primo Presidente della Corte di Cassazione 13 .

11 Sebbene il nome di battesimo del prof. Presutti sia Errico (come è desumibile da testimonianze familiari, da alcune pubblicazioni e dalla sua stessa firma), ho deciso di adoperare uniformemente il nome Enrico, dal momento che è questo il nome che si legge nella maggior parte dei documenti ufficiali, della letteratura a lui contemporanea ed in quella successiva ed infine in una strada di Napoli a lui intitolata.

12 PAOLO MACRY, I giochi dell’incertezza, L’Ancora, Napoli 2002, p. 43.

13 Circa Lodovico Mortara, la sua vita, la sua carriera di giurista e la sua destituzione cfr. FRANCO CIPRIANI, Le “poche cose” e la lunga vita di Lodovico Mortara”, in “Quaderni fiorentini”, vol. XIX (1990), pp. 85 – 105, nonché, nello stesso volume, la ristampa di GIORGIO MORTARA, Appunti biografici su Lodovico Mortara, pp.

Fu uno dei promotori del rinnovamento degli studi giuridici in Italia e il più insigne rappresentante nel campo del diritto processuale civile. I suoi scritti, che ebbero grande diffusione, e le sentenze di cui fu estensore restano fondamentali; come presidente della Corte di Cassazione indirizzò la giurisprudenza verso nuovi orientamenti, soprattutto nel campo del diritto pubblico, adeguando la legge alle necessità della vita moderna e preparando salutari riforme. 14

Enrico Presutti esordì nel mondo accademico proprio come collaboratore di questo maestro dell’arte giuridica. Anche una volta staccatosi da lui per affrontare la lunga e brillante carriera che lo aspettava, egli portò con sé un ricordo “venerato e perenne15 di Mortara. L’affetto ed il legame che provava per questi dovette anche rafforzarsi negli anni del fascismo. Il governo Mussolini costrinse infatti il giurista mantovano allo stesso destino oltraggioso cui fu sottoposto Presutti.

Dopo l’instaurazione del regime fascista, si andarono rapidamente accentuando le incompatibilità fra il dogma della sovranità della forza, sul quale si basava quel regime, ed il principio della sovranità del diritto, a cui Mortara aveva costantemente ispirato le sue dottrine e la sua azione. Per eliminare un ostacolo al proprio arbitrio, il Governo fascista non esitò a collocarlo a riposo, dal 1° novembre 1923. 16

Due anni dopo, come vedremo, la stessa sorte sarebbe toccata anche al suo antico allievo. Presutti non fu probabilmente molto sorpreso quando, nel 1925 fu destituito dalla sua cattedra: egli aveva visto come il governo aveva intenzione di gestire le opposizioni. Lo aveva visto con Mortara, nelle ultime elezioni politiche, con

107 – 113, risalente al 1955.

14 GRANDE DIZIONARIO ENCICOLPEDICO UTET, ad vocem “Mortara, Federico”, UTET, Torino 1989, vol. XIV, p. 10.

15 DOMENICO PAPA, Ricordo di Enrico Presutti, in “Il Mattino d’Italia”, 13 febbraio 1951, raccolto poi in un opuscolo: DOMENICO PAPA, Tre uomini, una coscienza. Amendola - Presutti - Del Secolo, Napoli, 1964.

16 GIORGIO MORTARA, cit., p.113.

Matteotti ed in molte altre occasioni.

Ben diverso punto di riferimento fu Giorgio Arcoleo, eminente giurista siciliano, anch’egli ordinario di Diritto costituzionale all’Università di Roma e poi di Napoli. Deputato dal 1882, poi senatore, occupò varie cariche governative tra il 1891 ed il 1898. Fu dotato di un ingegno versatile: giornalista e letterato allievo di De Sanctis, insegnò anche Letteratura italiana presso l’istituto Marciano. Presutti fu suo amico e discepolo e poté così trarre molto da questa mente iperbolica, dissacrante eppure fine e capace di cogliere il cuore delle problematiche che affrontava. L’umorismo fu una parte fondamentale del suo carattere e giunse infatti a dire: “Io smisi di fare l’avvocato penale perché avveniva in me uno sdoppiamento: mentre parlavo per commuovere, un altro io sorgeva per ridere17 . Il suo apporto alle scienze giuridiche fu ampio ed innovatore: la sua duttilità mentale lo portò a convincersi della necessità di ricostruire e rinnovare la scienza del diritto costituzionale su basi socio- antropologiche. Egli affermò:

A nulla vale l’astratta speculazione sugli ordinamenti migliori idealmente o l’illustrazione dell’uno o dell’altro sistema positivo se non le ravvivi la ricerca delle cause storiche, economiche, sociali che lo determinarono, se nelle istituzioni pubbliche non si sappia ravvisare e scoprire il prodotto di cause e di fattori complessi che nella società, nelle sue tradizioni, nei suoi costumi, nei suoi bisogni trovano radice e spiegazione. Laonde, prima che le costituzioni, si deve conoscere la società, comprenderne la struttura, seguirne nei tempi il processo evolutivo; e sullo stesso studio delle norme fisse prestabilite da un potere costitutivo far prevalere lo studio delle forze complesse dell’individuo e della società. Giacché quello stesso Statuto, che a molti parve documento sacro ed immutabile, non rappresenta che un indice, una forma estrinseca, sottoposta alla evoluzione dei fatti e delle idee. 18

17 GIOVANNI PORZIO, Figure forensi, Jovene, Napoli 1963, p.337.

18 ALFONSO TESAURO, Discorso per la commemorazione dell’avv. prof. Giorgio Arcoleo dell’avv. prof. Alfonso Tesauro, a cura del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati e dei Procuratori di Napoli, 1965, cit. in PORZIO, cit.

Presutti fece intimamente suo questo approccio interdisciplinare e questa convinzione secondo cui non è possibile fare legge conoscendo la sola legge. È evidente nei discorsi che pronuncerà alla Camera dei Deputati, è più che evidente nelle sue collaborazioni alle due inchieste cui partecipò 19 . Dopo aver conquistato una prima libera docenza presso Napoli, Presutti fu trasferito nel 1906 a Cagliari; da Cagliari fu poi nominato a Messina e da lì tornò a Napoli. Così, alla metà dei suoi quarant’anni, egli fu il successore dello stesso Arcoleo alla cattedra di Diritto Costituzionale presso l’Università di Napoli. La diversità dei due professori fu molto forte: così un suo studente, Domenico Papa, ricorda, oltre trent’anni più tardi, il prof. Presutti:

[…] da quel giorno lo ritrovammo ogni mattina sempre presente, per la sua lezione di Diritto Costituzionale, nell’aula “Arcoleo” della nostra università. Da quella cattedra, ed in quell’aula in cui risuonavano ancora gli scoppi delle sottili ironie e degli abbaglianti paradossi di quello spirito acuminato che fu Giorgio Arcoleo, la sua lezione pacata, serena, detta con un tono quasi ieratico, avvinceva e discendeva a persuadere le nostre giovani menti, a configgere nelle nostre coscienze i principi della sua fede negli Istituti popolari, nella perenne vitalità della democrazia in cui egli credeva, e senza la quale nessuna organizzazione costituzionale può avere serio e sicuro fondamento. Ci pare ancora di riascoltare la sua voce pacata mentre concludeva la sua prima lezione del suo corso: “Noi ci occuperemo, dunque, degli Istituti studiati dal diritto costituzionale, con le modalità che assumono nel moderno Stato libero; e li studieremo non solo sotto lo aspetto giuridico, ma anche nei loro fattori sociali e politici che determinano le loro peculiari modalità”. 20

Non fu tuttavia solo in qualità di docente che Enrico Presutti espresse la sua carriera

19 In merito a tali inchieste vedi oltre, rispettivamente i capitoli 2 e 3.

20 DOMENICO PAPA, cit.

scientifica: a partire dall’età di venti anni aveva cominciato la sua attività di pubblicista. Una vasta gamma di saggi, manuali e monografie uscì dalla sua penna nel periodo compreso tra il 1889 ed il 1932. A sedici anni dalla sua scomparsa, Duilio Presutti 21 , ricordando il considerevole contributo di questi alla ricerca nel campo del diritto costituzionale e del diritto amministrativo, scrisse:

L’attività scientifica del Presutti è complessa e varia: dall’opera maggiore

concernente il sistema dei principi e dei lineamenti caratteristici degli istituti fondamentali del Diritto Amministrativo, agli studi sulle teorie dello Stato moderno; dal concetto di responsabilità della Pubblica Amministrazione all’interpretazione e

ai principi seguiti dalla Suprema Corte e dall’Autorità Giudiziaria […]; dagli studi

sul concetto di discrezionalità pura e di discrezionalità tecnica agli scritti concernenti il problema dell’accentramento e decentramento amministrativo […]; dagli scritti sul concetto e diritto di polizia a quelli sul sistema della scelta dei candidati politici, e sulla vita e funzione dei partiti. Infine gli studi su due argomenti

di particolare importanza: il concetto di governo parlamentare e costituzionale e il

concetto di indipendenza dei pubblici dipendenti. 22

Un concetto, questo, centrale per la vita democratica. Fu proprio in base alla spudorata violazione di tale principio che lo stesso Enrico Presutti sarà estromesso dalla vita accademica.

Circa il primo argomento, molto interesse ebbe l’indagine che egli fece su alcune cause relative alle accuse contro l’istituzione parlamentare 23 , quali la mancanza di giustizia e il prevalere in tutta la multiforme attività dello Stato, del favoritismo,

21 Anche se omonimi e corregionali, i due non erano legati da vincoli di parentela.

22 DUILIO PRESUTTI, estr. da “Giornale d’Italia”, 4-5 Giugno 1965, corsivo mio.

23 Circa la critica di Presutti all’antiparlamentarismo, vedi ENRICO PRESUTTI, Diritto Costituzionale. Lezioni, Napoli 1915.

indice di illegalità, di disordine finanziario e di cattiva educazione del popolo. Il secondo argomento 24 riguarda l’errore, secondo il Presutti, di considerare i funzionari, e particolarmente gli impiegati, servitori o, se la parola dispiace, agenti del Ministro in carica; al contrario essi debbono essere considerati servitori dello Stato. Togliere ai partiti ogni influenza sui pubblici impiegati e sulla pubblica Amministrazione, era ed è cosa che non si può raggiungere per mezzo della generica, a volte inutile, inattuabile protezione dei legittimi interessi degli impiegati medesimi contro gli abusi dei partiti in genere e dei ministri in specie, ma con l’istaurare il concetto dell’indipendenza del pubblico funzionario dai partiti e dagli uomini politici al Governo. 25

Teorie ed osservazioni avanzatissime, considerando il periodo storico che attraversava il paese; Enrico Presutti ebbe infatti l’onore ed il privilegio di appartenere “a quella eletta schiera di giuristi che, nella formazione della scuola italiana, trasse ispirazione e insegnamento da Vittorio Emanuele Orlando 26 , il creatore della tecnica del Diritto Pubblico27 . All’interno della sua vasta produzione (che si estese in più di un ramo del Diritto pubblico e del Diritto amministrativo, e che comprese anche argomenti affini alla storia, alla sociologia e all’economia) è opportuno menzionare alcuni studi che appaiono indicatori evidenti del legame tra attività scientifica e riflessione culturale generale:

Il Comune e gli altri enti locali amministrativi, Roma 1892.

Lo Stato parlamentare e i suoi impiegati amministrativi, Napoli 1899.

Le associazioni religiose in Francia, Napoli 1904.

24 Circa l’analisi di Presutti in merito alla necessità dell’indipendenza dei pubblici impiegati, con particolare riferimento ai docenti universitari ed all’indipendenza delle Università in generale, cfr. ENRICO PRESUTTI, Per l’autonomia universitaria, Napoli 1912.

25 DUILIO PRESUTTI, cit.

26 In merito a Vittorio Emanuele Orlando, alla sua dottrina ed ai suoi allievi, cfr. SABINO CASSESE, Cultura e politica del diritto amministrativo, Il Mulino, Bologna 1971.

27 DUILIO PRESUTTI, cit.

Istituzioni di Diritto amministrativo italiano, 2 volumi, Napoli 1904 - 1906.

Fra il Trigno e il Frotore: inchiesta sulle condizioni economiche delle popolazioni del circondario di Larino 28 , Napoli 1907.

Principii fondamentali di scienza dell’amministrazione, Milano 1910.

Per l’autonomia universitaria, Napoli 1912.

Commentario sistematico della nuova legge Comunale e Provinciale, 4 volumi, Roma 1914 29 .

Diritto Costituzionale. Lezioni, Napoli 1915 30 .

La politica interna, conferenze sulla storia d’Italia nel secolo XIX svolte nell’anno accademico 1922-1923, Padova 1923.

Introduzione

alle

scienze

Campobasso 1926.

giuridiche

e

istituzioni

di

Diritto

Pubblico,

La sua opera di autore e di docente fu seria e scrupolosa, innovativa, aggiornata e attenta anche alle realtà giuridiche dei paesi stranieri, in particolare la Francia e la Gran Bretagna. Fu dotato di un profondo senso del diritto che, abbinato alla sua adamantina coscienza ed etica, gli valsero l’appellativo di Maestro presso colleghi ed allievi. Nessuna sorpresa, dunque, se il primo febbraio 1925 Enrico Presutti fu accolto nella prestigiosissima Accademia Pontaniana 31 in qualità di socio ordinario residente.

28 Centro del Molise, in provincia di Campobasso, così chiamato per la presenza delle rovine dell’antica città romana Larinum, distrutta dai saraceni nel XIV secolo. Presutti volle evidentemente ricostruire le condizioni della classe agraria di questa terra, gruppo sociale sempre oggetto privilegiato della sua attenzione. Questo testo fu inoltre preso in considerazione da Alberto Aquarone in merito al tema di una nuova “democrazia rurale”, nascente nel Mezzogiorno sulla scia della crisi del ceto dei grandi proprietari terrieri latifondisti. Cfr. AQUARONE, L’Italia giolittiana, Il Mulino, Bologna 1988, p. 453.

29 In collaborazione con G. Fagiolari.

30 Le successive edizioni furono pubblicate rispettivamente nel 1920 e nel 1922.

31 Circa la nascita, l’attività ed il primo tentativo di soppressione (ad opera del dominio spagnolo) dell’Accademia Alfonsina, vedi: CAMILLO MINIERI RICCIO, Cenno storico dell’Accademia Alfonsina istituita nella città di Napoli nel 1442, Napoli 1875. A proposito dell’attività della rinominata Accademia Pontaniana in epoca contemporanea, cfr. FAUSTO NICOLINI, L’Accademia Pontaniana: cenni storici, Napoli 1957.

Proprio in quegli anni, la più lunga stagione di interruzione della democrazia stava cominciando e poco a poco dilagava. L’oscura marea fascista, anticostituzionale e totalitaria, montava e, al suo passaggio, travolgeva le istituzioni ed il diritto. Tutte le figure che, in un normale assetto politico, sarebbero state considerate oppositori da sconfiggere tramite il buon governo e la dialettica, furono trattati da pericolosi nemici della patria e della rivoluzione fascista, nata dalla polvere e dal caos della guerra, e giunta per formare una nuova Italia, forte, giovane e moderna. La figura del liberale, più di quella del socialista, rappresentò per il fascismo una nemesi intollerabile. Per la dottrina fascista, il liberale era il simbolo della vecchia classe politica italiana, quella classe politica che aveva portato la nazione in guerra senza poi esigerne le ricompense, quella classe politica che aveva rischiato di consegnare l’Italia alle turpitudini del socialismo. Era sulle rovine di quel mondo che il fascismo aveva deciso di ricostruire lo Stato, il popolo e la Nazione. Quest’avversione di fondo per il mondo liberale fu finanche espressa a chiare lettere in quel “Manifesto degli intellettuali fascisti” del 21 aprile 1925, che fu il maggiore tentativo del regime di dotare il movimento ed il partito di un apparato ideologico-dottrinale. Ma, come nota Emilio Papa “Una classe intellettuale mancò quasi al fascismo, malgrado ogni sorta di allettamenti fosse stata tentata: mancò lo spirito, il cemento morale, che potesse avvincere il movimento fascista alla storia del pensiero32 . Nel passaggio finale del manifesto redatto da Gentile si legge infatti quanto segue:

[…] questa piccola opposizione al Fascismo, formata dai detriti del vecchio politicantismo italiano (democratico, razionalistico, radicale, massonico) è irriducibile e dovrà finire a grado a grado per interno logorio e inazione, restando sempre al margine delle forze politiche effettivamente operanti nella nuova Italia. E ciò perché essa non ha propriamente un principio opposto ma soltanto inferiore al

32 EMILIO PAPA, Fascismo e cultura, Marsilio, Venezia - Padova 1974, p. 172.

principio del Fascismo, ed è legge storica che non ammette eccezioni che di due principi opposti nessuno vinca, ma trionfi un più alto principio, che sia la sintesi di due diversi elementi vitali a cui l’uno e l’altro separatamente si ispirano; ma di due principi uno inferiore e l’altro superiore, uno parziale e l’altro totale, il primo deve necessariamente soccombere perché esso è contenuto nel secondo, e il motivo della sua opposizione è semplicemente negativo, campato nel vuoto. 33

Nel processo dialettico hegeliano, cui Gentile si ispirò nella stesura del Manifesto, alla vecchia classe politica liberale non venne dunque concesso nemmeno il ruolo dell’antitesi, ma fu relegato a quello di residuo della storia: un fastidioso vecchiume indegno di influenzare il futuro in qualsiasi modo. Così come nota G. H. Sabine: “La dottrina fascista gentiliana dello Stato non era invero molto di più di una caricatura dell’hegelismo.34

Enrico Presutti, deputato liberale, antifascista sin dal primo momento, docente universitario e massone rappresentò certamente uno dei più duri e dei più pericolosi avversari del regime. Dopo le battaglie elettorali e politiche, dopo il delitto Matteotti e l’Aventino, era chiaro ai fascisti che Presutti sarebbe sempre stato un avversario acer et firmus, ragione per la quale, come vedremo, gli furono revocate, in quanto aventiniano, le cariche politiche. Tuttavia, ancora uno strumento di opposizione era rimasto a questo pericoloso sovversivo: la cattedra universitaria. Da quel seggio gli sarebbe stato possibile arringare i giovani contro il governo, contro lo stesso duce del fascismo e, cosa ancora peggiore, forgiare menti libere dai condizionamenti della propaganda ed erudite proprio in quella dottrina dello Stato che veniva calpestata giorno per giorno. Questo, nell’ottica fascista, doveva essere assolutamente impedito e tutto ciò dovette sembrare terribilmente chiaro a Presutti. Sapeva che la sua vita accademica stava per essere portata ad una prematura conclusione; infatti nel giugno

33 Manifesto degli intellettuali del fascismo, cit. in EMILIO PAPA, cit., p. 193.

34 G. H. SABINE, Storia delle dottrine politiche, Milano 2003, pp. 692-693.

1925, si recò in aula per chiudere il corso universitario. Con incredibile fermezza di carattere, annunciò agli allievi che quella sarebbe stata la sua ultima lezione e che avrebbe avuto per titolo: “Il mio testamento accademico”.

L’aula era piena di studenti e professionisti e molti intervennero in camicia nera. Con voce velata di commozione egli disse che forse quella sarebbe stata l’ultima lezione della sua vita accademica cui aveva votato tutto se stesso. Ricordò che nelle lezioni dell’anno, aveva parlato delle forme di governo del passato e del presente, e non aveva fatto parola del fascismo; e che ne avrebbe parlato allora pacatamente:

disse che era una dittatura di avventura dovuta ad un infausto colpo di mano; un’antidemocrazia che si era andata affermando senza programmi e con vita alla giornata: la violenza a base del suo consolidamento, la corruzione per formare la compagine dei suoi aderenti. Augurava che la nazione non fosse portata all’irreparabile rovina che si profilava. Le parole scendevano severe nell’animo di tutti, ma in quell’ambiente apparentemente rovente per elementi contrastanti, non vi fu che apprensione e sgomento, donde non un applauso dai suoi ferventi ammiratori, ma non un fischio o una interruzione da parte di coloro che indossavano la camicia nera. 35

Fu effettivamente il testamento accademico di un docente che non aveva ritenuto né opportuno né onorevole esprimere le proprie idee politiche in sede di insegnamento ma, vista la gravità della situazione, visto il baratro, “l’irreparabile rovina” che sembrava incombere, non aveva potuto fare a meno di mettere in guardia gli studenti, a lui molto cari, che egli “avvicinava, curava ed avviava con speciale amore paterno agli studi accademici36 . Sentì la necessità di aprire i loro giovani occhi a quanto stava accadendo, alle terribili trasformazioni cui le istituzioni italiane erano sottoposte. La reazione non si fece attendere. Ancor prima di imporre ai docenti

35

36

Rubrica Colonna Funebre in “L’Acacia massonica”, gennaio-febbraio 1950, p. 46. Ibid.

universitari un vero e proprio giuramento di obbedienza e conformità al governo ed al suo capo, in modo da assoggettarli moralmente (cosa che fu fatta solo nell’ottobre del 1931), fu varata una legge che permetteva all’esecutivo di licenziare qualunque dipendente pubblico avverso al regime. Ecco l’incipit del primo articolo:

Fino al 31 dicembre 1926 il Governo del Re ha facoltà di dispensare dal servizio, anche all’infuori dei casi preveduti dalle leggi vigenti, i funzionari, impiegati ed agenti di ogni ordine e grado civili e militari, dipendenti da qualsiasi Amministrazione dello Stato, che, per ragioni di manifestazioni compiute in ufficio o fuori di ufficio, non diano piena garanzia di un fedele adempimento dei loro doveri o si pongano in condizioni di incompatibilità con le generali direttive politiche del Governo. 37

Questo accadeva a Roma la vigilia di Natale del 1925: la legge fu approvata e controfirmata dal re. Ma andiamo avanti di circa dieci mesi, alla notte tra il 31 ottobre ed il primo novembre 1926, e rechiamoci a Napoli, nella residenza e studio di avvocato di Enrico Presutti. Prima di essere attaccato con la brutale legge di cui sopra, egli fu vittima di una spedizione intimidatoria in puro stile fascista. Dieci camice nere penetrarono nella casa e, con gli unici mezzi a propria disposizione, cercarono di far intendere al padrone di casa quanto i loro superiori fossero contrariati dalla sua condotta:

Nel suo studio di avvocato ruppero i vetri delle finestre, spaccarono la gabbia del canarino in due, distrussero la macchina da scrivere, rovesciarono la scrivania, rovinarono un’altra scrivania insieme all’orologio di alabastro e gettarono a terra la piccola statua della dea della giustizia, che però non fece ai violentatori del diritto il

37 GAZZETTA UFFICIALE, gennaio 1926, Legge 24 dicembre 1925, n. 2300, “Dispensa dal servizio dei funzionari dello Stato”, p.11.

favore di rompersi! Per sei giorni la moglie di Presutti non poté più dormire e il suo stato d’animo fu di ribellione e scoraggiamento. 38

Chissà se gli squadristi riuscirono a cogliere il meraviglioso simbolismo di quella statuetta refrattaria; chissà se Presutti poté ricavarne un’amara, piccola soddisfazione. Come vedremo, pochi giorni più tardi, il 9 novembre 1926, ai deputati delle opposizioni furono revocate le cariche parlamentari. A corredare la decadenza dal mandato parlamentare e questa deprecabile scorribanda notturna, Pietro Fedele, ministro della Istruzione Pubblica, il 15 novembre, comunicò a Presutti di aver preparato la sua sospensione dalla carica. Le motivazioni del ministro furono i sentimenti innegabilmente ostili del professore di diritto nei confronti del governo, sentimenti che egli avrebbe espresso nell’esercizio della propria funzione, nonché in una seduta dell’Accademia Pontaniana del precedente giugno. In quell’occasione, precisò Fedele, Presutti avrebbe rivolto parole ingiuriose nei confronti del senatore Garofalo 39 , il quale era intento ad esporre i meriti del fascismo. In base a questi fatti, l’applicabilità della legge del dicembre 1925 sembrò innegabile al ministro. È difficile non cogliere una nota di fosca ironia nel destino di un uomo che, in veste di giurista, tanto inchiostro aveva versato (o, a questo punto, sprecato) proprio nell’asserire la necessità dell’autonomia politica dei pubblici dipendenti, nel ribadire che essi non vanno considerati servitori del governo in carica, ma dello Stato. Proprio lui si ritrovava minacciato di perdere il proprio posto nella società a causa di una, seppur vistosa, incompatibilità politica. Giorni infausti, concitati, per Enrico Presutti.

Due settimane dopo, nella sua risposta alla missiva di Fedele, Presutti ricordò al ministro che, in sede di discussione al Senato, il Guardasigilli si era impegnato a non applicare la legge in questione ai membri del Parlamento. Inoltre, in merito al

38

39

HELMUT GOETZ, Intellektuelle im faschistichen Italien, Kovač, 1997, p. 463. Ringrazio il prof. Cicconetti per avermi messo a disposizione una traduzione in italiano del testo citato.

Anch’egli socio ordinario residente dell’Accademia Pontaniana, presente nella classe di Scienze Morali sin dal 19 giugno del 1921. Cfr. Atti della Accademia Pontaniana, Volume LV, serie II, volume XXX, Napoli 1925, p. IX.

diverbio con il senatore Garofalo, fece presente che nessun giudizio sul governo fascista era entrato nella discussione, ma che si era trattato esclusivamente di una protesta per la “compassione parziale” di Garofalo, il quale aveva commemorato le giovani vittime fasciste causate dagli antifascisti, senza però spendere parole di compassione per le vittime in generale né contro ogni forma di violenza. Goetz sintetizza così la successiva lettera di Presutti al ministro, nella quale espose i principi di libertà di pensiero e di imparzialità nell’insegnamento nei quali credeva fermamente:

Nel corso di ulteriori esposizioni dei suoi principi e metodi di insegnamento, Presutti constatò che la difesa di un sistema di governo o di un altro non apparteneva alla scienza politica, bensì all’arte politica, che non si poteva spiegare da una cattedra. È vero che Presutti si riconosceva nell’ideologia liberale, ma proprio per questo reputava un insegnamento catechizzante assurdo. Sarebbe invece necessario fornire al giovane gli strumenti necessari per pensare e argomentare; affinché questi possa dopo con la sua testa – certo, sotto l’influsso dell’ambiente che troverà – costruirsi un patrimonio di ideali. “Se io – continuava Presutti – non avessi già avuto questa convinzione, questa sarebbe sorta in me a seguito degli eventi degli ultimi anni. Come avrei potuto, con una simile convinzione, fornire un insegnamento catechizzante della libertà?” 40

Presutti sapeva che nonostante tutte le sue parole, con ogni probabilità, la cattedra gli sarebbe stata sottratta. Conosceva il clima politico e conosceva fin troppo bene lo stile delle persone con cui aveva a che fare. Tuttavia, chiudendo la lettera, scrisse che era consapevole del fatto che, senza il suo lavoro, lui e la sua famiglia avrebbero avuto grandi difficoltà economiche, e che la perdita della cattedra, duramente guadagnata, gli avrebbe causato un profondo dolore, “Ma, anche senza la mia

40 GOETZ, Intellektuelle im faschistichen Italien, cit., p. 465.

cattedra, rimarrò comunque il professor Enrico Presutti, con la stima che mi ha procurato il contributo che con il mio lavoro ho dato al progresso degli studi giuridici. Ho anche la consapevolezza di essere stato un maestro.41 Poco dopo,

giunse la lettera di destituzione. Presutti decise di non impugnare l’atto. Secondo l’articolo 2 della citata legge, l’unica possibilità di ricorso era data, per incompetenza

o per violazione di legge, presso il Consiglio di Stato. Da avvocato amministrativista,

la cosa più naturale sarebbe stata adire le vie del riesame; dopo una lunga riflessione, Presutti capì che sarebbe stato del tutto inutile. Come avrebbe potuto contrastare con le vie legali una forza politica che si professava al di sopra delle leggi e si comportava come se effettivamente lo fosse? Ciononostante, non ritenne accettabile che il suo silenzio fosse inteso come implicito assenso nei confronti del provvedimento o della sua applicazione nella fattispecie che lo riguardava. Scrisse ancora una volta al ministro Fedele per annunciargli che non avrebbe impugnato l’atto presso il Consiglio di Stato, ma non perché lo ritenesse giusto e meritato; rincarò anche la dose aggiungendo che la procedura era oltretutto viziata da “illegalità formale”. Concluse l’ultima missiva augurando a tutti di poter lasciare l’università “come l’ho lasciata io: con la coscienza a posto e con la testa alta.42 Fu dunque questa la fine della vita accademica del prof. Presutti. Allontanato dalla vita pubblica, scacciato dalla sua cattedra, minacciato e vilipeso.

Il suo destino all’interno dell’Accademia Pontaniana, e dell’Accademia stessa, non fu

molto diverso. In quel periodo la maggioranza dei soci della prestigiosa Accademia si riscontrava nell’ideologia liberale, tant’è che nel 1917 e poi nel 1923 alla presidenza dell’Accademia fu eletto Benedetto Croce. Simbolo degli intellettuali dissenzienti ed in generale della cultura antifascista, Croce non fu afflitto dalle oscurantiste politiche culturali del regime, vista la sua notorietà anche sul piano internazionale. Inoltre andò

a tutto vantaggio del fascismo lasciare uno spiraglio di voce fuori coro, in modo da

41 Ivi, p. 466.

42 Ibid.

non mostrare all’estero il vergognoso volto della dittatura. Presutti fu probabilmente molto vicino al filosofo abruzzese, se non altro intellettualmente; quando nel 1925, Amendola sul piano politico e Croce su quello intellettuale, concepirono il “Manifesto degli intellettuali antifascisti”, Presutti fu tra i primi firmatari. È dunque altamente probabile, viste le idee politiche, che egli appoggiò Croce alla presidenza dell’Accademia. In virtù di cotanta presidenza, questa mostrò all’Italia ed al suo governo la vocazione liberale ed antifascista della maggioranza dei pontaniani. Il regime non poté permettere che una tale assemblea di intellettuali, prevalentemente in opposizione al governo, si riunisse ancora a lungo. Una seconda volta 43 la celebre società accademica fu costretta al torpore: così come nel XVI secolo la corona spagnola la considerò una pericolosa fonte di erudizione che avrebbe fatto da ostacolo all’imperialismo culturale, il fascismo la vide come un ritrovo di intellettuali sediziosi. L’Accademia fu soppressa dal governo con la pretestuosa ragione secondo cui già un’altra Accademia era presente nella città di Napoli, e tenerne in vita una seconda non sarebbe stato auspicabile 44 . Dalla cattedra all’Accademia, Enrico Presutti ebbe dunque un’esperienza diretta e totale delle politiche repressive del regime che gli sottrasse ciò che la sua mente brillante e la sua erudizione gli avevano conquistato.

43 L'antica Accademia Pontaniana (fondata nel 1442 da Alfonso V il Magnanimo) fu soppressa in base ad accuse di eresia all'inizio del XVI secolo, allorquando Napoli fu travolta dalle guerre tra Francia e Spagna e ridotta ad un viceregno di quest'ultima. La politica spagnola, indirizzata all'asservimento culturale oltre che politico del viceregno di Napoli, ritenne infatti opportuno terminare l'attività della prestigiosa Accademia, vista come una scomoda fonte di cultura locale. Cfr. in merito RICCIO, cit.

44 Dopo la guerra, grazie alle insistenze dello stesso Croce presso il Comando Alleato, l’Accademia Pontaniana fu ripristinata con un decreto del 19/02/1944. Cfr. a tal proposito NICOLINI, cit.

2 – Il sindaco di Napoli

In ogni città si trovano questi dua umori diversi; e nasce da questo, che il populo desidera non essere comandato né oppresso da’ grandi, e li grandi desiderano comandare e opprimere il populo. Niccolò Machiavelli, Il principe

Fin qui, dunque, l’excursus di un insegnante di diritto, liberale ed antifascista, che si vide costretto all’ostracismo accademico a causa dei suoi ideali e, come vedremo, della sua attività di opposizione alla dittatura. Ma quale fu il percorso globale della sua vita? Quali strade lo portarono alla politica attiva e, da lì, alla drammatica perdita di ogni possibilità di espressione sociale, estrinsecatasi attraverso la soppressione di diversi ambiti di libera attività pubblica? Appare necessario a questo punto delineare integralmente la rotta della vita di Enrico Presutti attraverso la ricostruzione del suo laborioso agire pubblico e delle sue scelte politiche, così da poter a posteriori discernere quale tipologia sociale, quale pattern culturale, fu talmente inviso al fascismo da giustificare l’uso spregiudicato di politiche oscurantiste volte all’annullamento di ogni opposizione.

Trasferitosi a Napoli per affrontare gli studi universitari, Enrico Presutti si stabilì in quella stessa città, essendosi a lui presentata l’occasione di lavorare come giornalista presso il quotidiano “Roma”, nonché, come abbiamo visto, come docente universitario. A trent’anni, ormai napoletano d’adozione, la sua fulgida carriera si apriva nel migliore dei modi. Nei mesi a cavallo tra il 1899 ed il 1900, Napoli fu sconvolta da un clamoroso scandalo relativo alla corruzione dell’Amministrazione Comunale. Nell’autunno del 1899, infatti, il settimanale socialista “La Propaganda” avviò una vigorosa campagna stampa volta alla denuncia della collusione tra poteri

locali e criminalità organizzata: specificamente furono “Le forme clientelari della gestione amministrativa e politica dell’ex capitale, ingabbiata tra debolezza economica, disfacimento sociale e corruzione politico – amministrativa45 ad essere messe in evidenza dal gruppo di giovani giornalisti socialisti tra cui spiccava il nome del futuro sindaco di Napoli Arturo Labriola 46 . Nell’occhio del ciclone finirono in particolare il sindaco Celestino Summonte e l’influente parlamentare Alberto Aniello Casale, entrambi sospettati di essere sostenuti dalla camorra e di aver imbastito una fitta e corrotta rete clientelare 47 . Nel giro di un anno la querela presentata dall’On. Casale in risposta ai ripetuti attacchi del periodico giunse in tribunale; l’esito del processo, che assolse completamente il settimanale socialista “ebbe grande risonanza sul piano nazionale e convinse il governo Saracco a sciogliere l’amministrazione comunale di Napoli e a nominare, con un decreto dell’8 novembre 1900, una Regia commissione di inchiesta (amministrativa, non parlamentare) sulle condizioni in cui versava l’attività amministrativa negli enti locali e nelle opere pie a Napoli. Presidente fu nominato il senatore Giuseppe Saredo 48 , presidente del Consiglio di Stato, già commissario straordinario al comune di Napoli un decennio prima.49 .

Intanto la querelle giornalistica si polarizzò e si inasprì. Infatti, come nota Giulio Machetti:

Intorno all’Inchiesta Saredo, evento che coinvolge sconvolgendola l’intera vita politica e amministrativa di Napoli a cavallo dei due secoli, si registra una vasta eco di opinione pubblica. Tutta la stampa locale, anche quella legata agli ambienti politici di cui è espressione l’on. Alberto Casale, come pure quella nazionale, ne

45 FRANCESCO BARBAGALLO, introduzione a Relazione sulla amministrazione comunale – Regia Commissione d’inchiesta per Napoli presieduta da Giuseppe Saredo. Ristampa anastatica a cura di Sergio Marotta, Vivarium, Napoli 1998, p. XVI.

46 Per un’analisi del tempo e di più ampio respiro sulla critica situazione della Napoli postunitaria rimando a FRANCESCO SAVERIO NITTI, La città di Napoli, Napoli 1902.

47 Circa la “triade” Summonte-Casale-Scarfoglio, cfr. GIULIO MACHETTI, La lobby di piazza Municipio: gli impiegati comunali nella Napoli di fine Ottocento, in “Meridiana Rivista di Storia e Scienze Sociali”, 38-39, 2000;

48 Sul quale rimando a: SANDRO GIUSEPPE TASSINARI, Saredo: cenni biografici, Savona 1966.

49 BARBAGALLO, cit., p. XVIII.

seguono con puntuale interesse la nomina, i lavori e le conclusioni, dando vita ad uno scontro politico duro. 50

Infatti, se da una parte “La Propaganda” ed il “Roma” (nelle cui fila, come accennato in precedenza, Enrico Presutti aveva ottenuto un ruolo di spicco, fino a svolgere quello di caporedattore) avversavano fermamente l’amministrazione, dall’altra “Il Mattino” la difendeva, dapprima evitando quasi di riportare nelle sue colonne gli accadimenti; ma poi, una volta che il suo stesso direttore Edoardo Scarfoglio 51 fu travolto dalle accuse di corruzione, il quotidiano si schierò apertamente, ergendosi a paladino del sindaco e dei suoi uomini. La Commissione cominciò i lavori nell’autunno del 1900. Fu un periodo drammatico della storia di Napoli, durante il quale furono messi a nudo gli aspetti cronici e patologici della vita pubblica della città: la criminalità organizzata, la corruzione del mondo degli affari e dell’Amministrazione pubblica, nonché il complicato intreccio che tutti questi elementi andavano disegnando in trasparenza nel tessuto cittadino 52 . Nella sua trasferta napoletana, Saredo entrò in contatto con Enrico Presutti, non solo affermato giornalista del “Roma”, ma soprattutto scrupoloso e valente giurista amministrativista e costituzionalista. Infatti, alcune sue pubblicazioni lo avevano già segnalato come tale: nel 1892, come sappiamo, aveva pubblicato “Il Comune e gli altri enti locali amministrativi” mentre del 1899 era “Lo Stato parlamentare e i suoi impiegati amministrativi”. Come nota Francesco D’Ascoli: “Nessuna meraviglia, quindi, se Giuseppe Saredo, piombato a Napoli per la nota inchiesta, si sia avvalso di questo giovane docente trentenne che gl’ispirava una particolare fiducia53 .

50 MACHETTI, cit., p. 230.

51 Sul quale cfr. BARBAGALLO, Il Mattino degli Scafoglio (1892-1928), Milano 1979.

52 Circa questi aspetti rimando a: MACHETTI, cit.; MACHETTI, Le leggi eccezionali post-unitarie e la repressione della camorra: un problema di ordine pubblico?, in BARBAGALLO (a cura di), Camorra e criminalità organizzata in Campania, Napoli 1988; GIOVANNI ALIBERTI, La “questione di Napoli” nell’età liberale (1861- 1904), in Storia di Napoli, vol. X, Napoli 1972; GIUSEPPE GALASSO, Intervista sulla storia di Napoli, a cura di Percy Allum, Roma - Bari 1978.

53 FRANCESCO D’ASCOLI e MICHELE D’AVINO, I sindaci di Napoli, Mida, Napoli 1974, vol. II, p. 171.

Presutti si rivelò essere un attento osservatore della realtà napoletana ed un valido collaboratore: per preparare ed integrare le approfondite indagini di un Saredo che napoletano non era e che dunque non poteva facilmente comprendere gli intricati nodi politici, storici e culturali alla radice dei molti problemi della città, preparò, a beneficio della Commissione, alcuni “Appunti del prof. Presutti sul popolo napoletano e le Amministrazioni54 . Tale fascicolo (che riporto in appendice), contestualmente identificabile come frammento, costituì una relazione informativa indirizzata alla commissione d’inchiesta volta a chiarire appunto la situazione politico-amministrativa della città. In una prima sezione circa l’aspetto elettorale, prima di qualunque osservazione di merito circa l’influenza delle associazioni politiche sulla vita pubblica cittadina, Presutti offre una mappa di tali associazioni tramite un “elenco possibilmente completo55 . Dalla breve ma coincisa rassegna traspare chiaramente la preminenza di due consorterie politiche: quella liberale (Associazione Unitaria Liberale) e quella clericale (Partito cattolico per gl’interessi di Napoli). Era questa una situazione di cronico stallo nella politica cittadina, che ne soffocava ogni istanza rinnovatrice. Infatti, il gruppo liberale si valeva di “gruppi e clientele politiche sotto l’egida del ministro Nicotera56 e, alla morte di questi (1894), alla guida di tali gruppi clientelari, una volta unificatisi, si posero “gli onorevoli Sandonato, Billi e Casale, che avevano fatto dei quartieri centrali di San Carlo all’Arena, Montecalvario e Avvocata roccaforti di resistenza camorristico-clientelare all’invadenza elettorale dei clericali […]” 57 . Questi ultimi, secondo Presutti, erano invece sostenuti dalla Curia e dal clero napoletano, sicché, all’epoca dell’inchiesta Saredo, il Partito cattolico per gl’interessi di Napoli “conta[va], o almeno vanta[va] mille soci.58 . Dopo aver in tal modo evidenziato la preminenza di queste due formazioni e l’assoluta impotenza dei pochi altri gruppi, a volte secessionari dalla

54 ARCHIVIO CENTRALE DELLO STATO, Fondo Commissione Reale d’Inchiesta per Napoli, f.1, Appunti del Prof. Presutti sul popolo napoletano e le amministrazioni (da qui in poi: ACR, FCRIN, PRS).

55 Ivi, p. I. In mancanza di una numerazione costante delle pagine del documento, i riferimenti saranno forniti in base alla mia trascrizione presentata in appendice.

56 BARBAGALLO, introduzione a Relazione sulla amministrazione, cit., p. XIII.

57 Ivi, p. XIV.

58 ACR, FCRIN, PRS, p. IV.

formazione liberale a causa del “dispotismo che in seno a quell’associazione alcuni esercitavano59 , Presutti proseguiva nella sua relazione esaminando l’effettiva influenza che tali gruppi avevano sulla vita pubblica della città. Circa l’impatto che tali formazioni avevano “sui criteri da seguire nell’amministrazione comunale60 , egli afferma che questa fosse praticamente nulla, considerato che mai una fazione politica napoletana

[…] ha formulato un programma di amministrazione preciso, che uscisse da vuote e non compromettenti generalità. Solo principio abbastanza preciso era quello di non stabilire nuove imposte o l’altro sulla necessità di risolvere qualche problema, ma senza indicare mai il modo in cui risolverlo. […] Era questa una conseguenza fatale della incompetenza tecnica di coloro che si portavano candidati, anche di quelli fra di essi che avrebbero dovuto tenere il primo posto e della nessuna competenza della classe colta della città a difendere tali problemi.61

Una sporadica opera di stimolo e di critica a questo andamento sterile e piattamente uniforme era stato fatto, continuava Presutti, dalla stampa locale, la quale tuttavia, se da un lato si limitava ad attacchi personali ed ingiuriosi piuttosto che a critiche serene e costruttive, dall’altro non era affatto refrattaria alle logiche clientelari delle amministrazioni le quali, mediante l’offerta di impieghi ai giornalisti o la condiscendenza ad altri interessi personali “non sempre onesti62 , si accattivava, salvo rare eccezioni, le simpatie della stampa, privando così la cittadinanza di una “pubblica opinione illuminata63 . Nelle successive sezioni Presutti constatava che la lunga mano dei più influenti tra i politici liberali non mancava di influenzare in maniera deleteria sia la scelta dei candidati politici che quella dei pubblici impiegati.

59 Ivi, p. II.

60 Ivi, p. VI.

61 Ivi, p. VI e VII.

62 Ivi, p. VIII.

63 Ibid.

Per quanto concerne i primi, vista la riluttanza dei cittadini rinomati per onestà e probità di costume ad accettare la candidatura loro proposta dalle associazioni politiche (causa la “ripugnanza ad entrare in un ambiente non sempre morale64 ), i candidati finivano per essere sempre emanazione dei membri più influenti della classe politica. Anche in merito alla nomina dei pubblici impiegati il parere dell’autore del promemoria non dimostrava dubbio: la funzione elettorale ed il potere politico stesso venivano sfruttati anche circa questo argomento, che rientrava utilmente nel corrotto gioco degli scambi che avvelenava la vita pubblica di Napoli. Una coraggiosa denuncia, questa, di un sistema che sarebbe stato solo in parte svelato dai lavori della Commissione. Giulio Machetti, infatti, nel suo già citato lavoro, insiste sulla parzialità dell’immagine che risulta dal solo esame della relazione finale della Commissione, nonché sulla centralità del problema degli impiegati all’interno della corruzione degli enti locali. Egli infatti osserva:

[…] si percepisce l’esistenza di un doppio binario su cui si snoda la vicenda umana e professionale degli impiegati comunali. C’è un binario istituzionale regolato appunto dalle norme […]. C’è poi l’organizzazione concreta degli uffici che cammina su un binario parallelo a quello istituzionale, con il quale sembra non avere punti di contatto, che nel suo percorso disegna contesti tanto differenziati quanto confusi, dove agiscono un notevole numero di persone a vario titolo e di varia formazione, in apparenza senza una unitaria regia. Secondo l’impressione che viene dalle nostre fonti, il binario istituzionale risulta del tutto astratto, l’altro è affollato da una bassa manovalanza non istruita […] che, con una certa disinvoltura, esercita nel lavoro pubblico pratiche illegali o manipolatorie, in una logica privatistica e di legittimazione dell’esistente. 65

64 Ivi, p. IX.

65 MACHETTI, La lobby, cit., pp. 244-245. Circa gli impiegati comunali a Napoli nel periodo considerato, cfr. anche MACHETTI, Il posto fisso in città. Impiegati e forestieri a Napoli nell’Ottocento, in ANGIOLINA ARRU e FRANCO RAMELLA (a cura di), L’Italia delle migrazioni interne. Donne, uomini, mobilità in età moderna e contemporanea, Donzelli, Roma 2003.

Oltre che alle ragioni fin qui sintetizzate, la paralisi della politica cittadina era anche dovuta al fatto che le due fazioni dominanti disponevano di un “primo abbastanza numeroso nucleo di elettori fedeli66 ; sfruttando abilmente l’assunto secondo il quale “i voti seguono i voti67 , era possibile per i leader dei partiti dominanti scoraggiare l’ingresso e l’affermazione di forze nuove e rinnovatrici. A questo punto della sua analisi, apparve al giovane giurista di primaria importanza “cambiare questi nuclei primi e ciò non tanto in riguardo al partito clericale, quanto in riguardo al partito liberale68 , la corruzione dei membri del quale aveva generato la necessità di convocare la commissione d’inchiesta all’attenzione della quale erano destinate quelle annotazioni. Il cardine attorno al quale tale operazione di rinnovamento avrebbe dovuto ruotare sarebbe stato, nelle opinioni di Presutti, la creazione di un nuovo nucleo liberale: tema questo che lo avrebbe poi impegnato, anni dopo e su scala nazionale, al fianco di Giovanni Amendola 69 .

Se si riuscirà – continua Presutti – a costituire un nuovo nucleo liberale, che apparisca avere una gran forza elettorale, pur non avendola magari (l’importante è che apparisca) i vecchi nuclei non oseranno neanche fare una lista. Non l’oseranno, perché avranno perduto quello che costituiva il fulcro della loro forza - il nucleo elettorale - non l’oseranno perché sicuri che nessun onesto, per quanto timido, aderirà a loro, data l’esistenza di un altro nucleo potente, pure liberale. 70

Nella sua idea, tale nuovo gruppo liberale si sarebbe dovuto agglomerare attorno ad una tipologia di figura nuova, dato che sarebbe stato impossibile generarlo a partire dalle personalità politiche già operative. Queste nuove figure (i “Capitani del

66 ACR, FCRIN, PRS, p. XII.

67 Ibid.

68 Ivi, p. XIV.

69 In merito rimando al capitolo successivo.

70 ACR, FCRIN, PRS, p. XIV.

Popolo”) avrebbero avuto il compito principale di agire da mediatori tra i cittadini e le pubbliche amministrazioni e di controllare che i servizi pubblici fossero erogati onestamente nei rioni di loro competenza. Attorno a queste figure, nelle quali i cittadini avrebbero imparato a riporre la propria fiducia, sarebbe stato possibile creare dei nuovi nuclei elettorali a base rionale-federata. Integrando tale riforma con l’inserimento di un sistema di scelta dei candidati a sindaco ispirata all’esperienza politica anglosassone, si sarebbe potuto scalzare l’ingombrante e nociva presenza di una classe dirigente corrotta e sarebbe stato possibile pervenire ad una vita pubblica salubre e trasparente.

Oltre a quanto fin qui riportato, occorre segnalare la possibilità, individuata da Giuseppe Russo 71 , di un ulteriore apporto di Enrico Presutti ai lavori preparatori dell’inchiesta Saredo. Scopo di tali ulteriori osservazioni sarebbe stato quello di ricercare proprio all’interno degli ambiti specifici dell’antica tradizione culturale partenopea le cause delle pessime amministrazioni che affliggevano la città. Prima di procedere è tuttavia necessario sottolineare la natura indiziaria dell’attribuzione di questo secondo gruppo di documenti ad Enrico Presutti, vista l’incertezza in merito dello stesso Russo. La singolare teoria che il giovane studioso avrebbe presentato alla commissione nel tentativo di spiegare la radice primaria dei vizi delle amministrazioni napoletane postulava come motore primario dell’agire del popolo partenopeo il senso estetico, molto sviluppato a suo parere nei suoi concittadini d’adozione. Ecco un estratto del testo che Russo attribuisce a Presutti:

Tutti i pregi e tutti i difetti del carattere napoletano originano da una sua qualità primordiale, il predominio del senso del bello: che tale predominio derivi dalla voluta origine greca della popolazione o che, come è più probabile, esso sia stato causato dai caratteri fisici del territorio il quale avrebbe stampato sul gruppo di

71 In GIUSEPPE RUSSO, Napoli come città, Edizioni scientifiche italiane, Napoli, 1966.

popolazioni un’impronta unica, in guisa da farne un’unità organica con caratteri, se non anatomici, morali ben definiti, certo sembra però che l’elemento eminentemente distintivo del carattere napoletano è il predominio del bello. […] La stesa confusione che il popolo napoletano fa tra i due concetti di bello e di buono in modo da sostituire quasi sempre il primo al secondo e di usare talvolta questo invece di quello, l’appellarsi per esempio alla beltà della Madonna invece che alla sua bontà, alla bellezza di un uomo piuttosto che al suo buon cuore, per ottenerne un favore, costituiscono una prova precipua del predominio del sentimento del bello come tratto distintivo del carattere napoletano. 72

Una teoria dal sapore antropologico, ma forse un po’ troppo audace, che lascia dunque dei dubbi circa l’identità dell’autore, alla luce soprattutto di un’analisi maggiormente approfondita dell’approccio scientifico dei lavori indubbiamente nati dalla penna di Enrico Presutti, caratterizzati sì dall’interconnessione tra molteplici discipline, ma soprattutto da caute e rigorose deduzioni 73 . Tuttavia, ciò che in questa sede appare maggiormente pregnante, sono senza dubbio le riflessioni di Presutti circa la necessità di superare la situazione di perpetuo stallo della politica comunale determinata dalle pratiche clientelari della classe dirigente liberale. Sebbene le proposte presentate nel memorandum non ottennero seguito, la stessa inchiesta Saredo gettò luce sulla situazione 74 , segnando così un primo, fondamentale punto di svolta.

La

pubblicazione

della

relazione

della

commissione

d’inchiesta

poneva

72 RUSSO, cit., p. 362 e segg., cit. anche in D’ASCOLI e D’AVINO, cit., vol. II, pp. 173 e 174.

73 Noto di passaggio che la ricostruzione di Russo sulla revisione di queste note è volta ad una sostanziale condanna dell’atteggiamento di Saredo nei confronti della popolazione napoletana. Russo sostiene infatti che la discrepanza riscontrabile tra gli appunti da lui rinvenuti ed attribuiti a Presutti e la relativa sezione della Relazione della commissione d’inchiesta fosse dovuta al tentativo di Saredo di imputare ad una sostanziale degenerazione insita nei napoletani, piuttosto che a ragioni storico-politiche, le cause della corruzione delle pubbliche amministrazioni. Per il raffronto dei due testi rimando naturalmente a RUSSO, cit.

74 Per un’analisi sui risvolti sociali e sulla pubblica opinione (in particolare quella della classe dirigente) rimando a MACRY, I giochi dell’incertezza, cit., p. 87 e sgg.

definitivamente in crisi il blocco di potere che aveva dominato a Napoli negli ultimi anni dell’ottocento. Questo esito, prodotto dalla frattura determinatasi nella classe dirigente liberale anche per le difficoltà di organizzazione economica e sociale di una metropoli destrutturata come l’ex capitale del sud, apriva la strada, nella debolezza della presenza socialista e democratica, ad una ripresa del predominio del personale politico della parte clerico-moderata nell’amministrazione della città di Napoli. 75

In seguito a questa prima battuta d’arresto è tuttavia individuabile un secondo momento di epocale rinnovamento della classe dirigente in più di una città italiana. Il fenomeno delle “liste bloccarde”, come è stato osservato 76 si diffuse nella vita politica comunale nei primi anni del XX secolo e rappresentò un audace tentativo di contrastare il prolungato prevalere delle vecchie forze politiche.

Il […] turno di elezioni amministrative svoltesi nel 1907 aveva visto il nascere e

l’affermarsi di un fenomeno sostanzialmente nuovo: la formazione attraverso la confluenza più o meno larga di socialisti, repubblicani, radicali e ed elementi liberali a più forte coloritura democratica, di “blocchi popolari”, cementati il più delle volte

da una consistente presenza massonica. Questa politica bloccarda, alimentata dal deliberato proposito di contestare l’egemonia clerico-moderata così diffusa a livello

di amministrazioni comunali, ottenne il più clamoroso successo nella stessa capitale,

che con grande sgomento e livore dei cattolici fu così governata fino al 1914 da una

giunta democratica capeggiata da Ernesto Nathan, già gran maestro della massoneria 77 e appartenente a una famiglia di robuste tradizioni mazziniane. Il fenomeno dei “blocchi popolari”, che del resto non ebbe mai carattere generalizzato

75 BARBAGALLO, introduzione a Relazione sulla amministrazione, cit., p. XXIV.

76 Cfr. ALBERTO AQUARONE, Tre capitoli sull’Italia giolittiana, Il Mulino, Bologna 1987.

77 Alla luce della ricostruzione dello scisma massonico del 1908 svolta nel capitolo 6, è in questa sede utile specificare che Nathan, non avendo partecipato alla secessione feriana, fu Gran Maestro dell’obbedienza di Palazzo Giustiniani (e non già di quella di Piazza del Gesù) fra il 1896 e il 1904 e, dopo il periodo di gran maestranza di Ettore Ferrari, ancora tra il 1917 e il 1919. Cfr. ALDO A. MOLA, Storia della Massoneria italiana, Bompiani, Milano 1994.

ed ebbe sempre vita travagliata a causa dei contrasti interni e del progressivo distacco dei socialisti, aveva una matrice di indubbia marca anticlericale, anche di naturale reazione alla crescente e più agguerrita presenza dei cattolici nella vita nazionale, lungo linee di attività molto diversificate, ma organicamente collegate. 78

Considerando gli appunti stilati da Presutti a beneficio della commissione d’inchiesta Saredo anni prima, la sua affiliazione alla Massoneria nonché il suo crescente impegno politico, non sorprende apprendere che egli fu in prima linea nelle liste bloccarde napoletane. Questo moto di rinnovamento riscosse infatti il suo successo anche a Napoli: la prima amministrazione guidata dai “bloccardi” ebbe come sindaco Pasquale Del Pezzo 79 che, nei due anni e nove mesi che lo videro alla guida della politica locale, poté valersi della preziosa collaborazione di Presutti, ancor più pregiata grazie alla sua vasta preparazione scientifica. Nel 1914 infatti, fece il suo ingresso nella politica locale napoletana, città che lo aveva adottato, ma che egli probabilmente, ormai quarantaquattrenne, sentiva come natia. Fu eletto al Consiglio Comunale nella lista del Blocco, in qualità di democratico-costituzionale. Fu grazie alle sue idee politiche, sicuramente identificabili con la componente di “liberali a più forte coloritura democratica” di cui parla Aquarone, nonché alla sua concomitante affiliazione alla massoneria che gli si aprirono le porte alla militanza nella locale lista bloccarda. L’Europa era in fiamme, e Napoli, pur non essendo proprio nell’occhio del ciclone, non era certo risparmiata dalle minacce che ogni guerra porta con sé. Un momento delicatissimo, dunque, per amministrare una città, situazione che, negli anni a venire sarebbe andata sempre peggiorando. Nel 1917, dimessosi Del Pezzo con i suoi assessori, si procedette al rinnovo dell’Amministrazione. Su sessantadue presenti, quarantacinque votarono per Enrico Presutti. Nonostante i pressanti impegni accademici, egli non esitò ad accettare l’oneroso incarico. Prese la parola subito dopo la proclamazione.

78 AQUARONE, Tre capitoli, p. 17.

79 Sindaco dall’agosto 1914 al maggio 1917, allorquando gli successe Enrico Presutti.

Sento tutta la gravezza del compito che mi si affida, compito grave sempre, più grave nelle condizioni che il paese attraversa e che io sento gravissimo per l’aspettativa, per me eccessivamente lusinghiera e che nell’animo mio non sento adeguata al mio modesto valore, che si nutre intorno all’opera mia. La mia elezione non significa un esercito che cambia bandiera o un soldato che diserta; è semplicemente la guardia che cambia. […] Mi farebbe ingiuria chiunque pensasse che potessi deviare dal programma, in base al quale insieme con voi sono stato eletto, che io potessi abbandonare quella bandiera, per la quale il mio cuore ha palpitato fin dai più giovani anni. 80

La passione democratica, l’amore per la giustizia e per la sovranità popolare avrebbe caratterizzato tutta la sua vita pubblica e le sue battaglie politiche. Altra battaglia, e di tutt’altro genere, era però in corso in quegli anni, ed il neoeletto sindaco Presutti sentì l’esigenza di rassicurare i cittadini:

Nei momenti del pericolo, nei momenti di grave disastro, quando incombono danni imminenti, noi sentiamo rafforzate le energie dell’animo nostro quando non ci sentiamo soli, ma possiamo percorrere la via del pericolo braccio a braccio con un

individuo, con cui magari ieri eravamo nemici. […] Ora, effettivamente, le condizioni che la guerra ha create al nostro paese non sono solo gravide di sacrifici,

di

pericoli, di ansie, ma hanno creato anche un bisogno nell’anima popolare, per cui

si

richiede l’unione di tutti, si richiede una maggiore cooperazione, si richiede che

davvero collettivamente si verifichi quello stesso fenomeno, che prende l’individuo che invoca il nemico, che invoca anche lo sconosciuto nel momento del pericolo. 81

80 D’ASCOLI e D’AVINO, cit., p. 175.

81 Ivi, pp. 175 e 176.

Con queste parole volte a far intendere che la nuova Amministrazione sarebbe stata coerente con le direttive ed i principi della precedente e con un sentito appello al sentimento di solidarietà tra i concittadini travolti da un momento di grande crisi e

pericolo, Presutti inaugurò la sua carica di sindaco. Era il 17 maggio 1917. Erano i giorni della decima battaglia dell’Isonzo, parziale successo per le truppe italiane, ma

di lì all’autunno successivo sarebbe giunto il disastro di Caporetto e la situazione

sarebbe precipitata al fronte ma si sarebbe comunque aggravata in tutta la penisola.

Il 19 dicembre il Consiglio Comunale di Napoli aprì la sessione autunnale con un

notevole ritardo. Il Sindaco Presutti attribuì in un discorso la causa alle difficoltà incontrate nell’approvare l’ultimo bilancio: la grave questione annonaria non aveva infatti risparmiato l’economia di Napoli. Caporetto e lo sforzo bellico avevano affamato tutta l’Italia. In quell’occasione il sindaco ed altri membri della Giunta spesero parole commosse per l’esercito impegnato al fronte, cui mandarono i più sentiti auguri e saluti. Nelle settimane a venire “molte sedute consiliari furono dedicate al delicatissimo problema annonario sul quale presero la parola numerosi consiglieri con discorsi a volte lunghissimi ed approfonditi82 . Le discussioni in merito furono concluse il 10 gennaio del 1918, giorno del quarantottesimo compleanno del sindaco Presutti, la cui Amministrazione ebbe riconfermata la fiducia

per quanto concerneva le politiche adottate nel settore. Nel successivo marzo, la città

fu messa di fronte alla realtà più cruda della guerra in corso: il giorno 11 un dirigibile

nemico bombardò il centro, sorvolando ad altissima quota il Golfo, causando circa sedici morti e quaranta feriti. Lo scopo era quello di terrorizzare i napoletani “più proclivi, secondo una discutibile convinzione, alle emozioni ed all’avvilimento83 . Le autorità furono subito mobilitate per recare tempestivamente i soccorsi necessari. Lo stesso sindaco, in compagnia degli onorevoli Porzio e De Nicola (occasionalmente a Napoli), si precipitò a dare immediatamente le necessarie disposizioni perché si

82 Ivi, p. 178.

83 Ibid.

procedesse all’asporto delle salme, al ricovero dei feriti ed alla sistemazione di quanti avessero perso la casa a causa dell’aggressione. In seguito, si recò a porgere parole di conforto a chi più duramente fosse stato colpito dalla disgrazia. In mattinata stessa convocò inoltre la Giunta per stanziare un fondo di lire diecimila per i primi aiuti ai danneggiati. Infine pubblicò il seguente manifesto, concepito per rincuorare la città e ribadire il suo appello ad una sempre più stretta solidarietà:

Cittadini, siete ormai in prima linea, fra le popolazioni civili, all’onore dei rinnovati colpi nemici. Ieri voci insidiose dirette a deprimere gli animi, a creare timori per inesistenti pericoli; la scorse notte le bombe micidiali, che hanno fatto alcune vittime. Più di fronte al pericolo reale che di fronte alle voci insidiose deste prova di pacata fermezza. Persistete a contrapporre l’animo sereno ed invitto così alle arate voci di coloro che, pazzi o criminali, cercano di impaurirvi, mormorando di inesistenti malanni 84 , o togliervi la fiducia nei vostri eletti e nelle autorità governative, come al pericolo reale, che possiamo attendere, ma non dobbiamo paventare. Potete essere sicuri che nessun pericolo mai vi nasconderemo. Chi, all’infuori delle autorità, altri ve ne annunzia, mentisce per far male a voi e rendere a noi più difficile il compito. Osservate gli ordini e le precauzioni che le autorità vi suggeriscono. L’ora richiede più grande disciplina. Siate uniti e sereni. Cittadini, raccogliamo i nostri morti; soccorriamo i feriti. E al nemico che armato si accampa sull’italico suolo, gridiamo: Italia, Italia, Italia! 85

Nel successivo luglio, la Giunta comunale discusse per la prima volta la questione che, quattro mesi dopo, avrebbe determinato la spaccatura della Giunta e la fine dell’Amministrazione Presutti: la gestione del servizio tranviario. L’ex sindaco Del Pezzo prese la parola ed accennò alla possibilità di dichiarare decaduta la società

84 Presutti si riferì alle voci circolate a Napoli nel marzo precedente relative ad una presunta epidemia di scabbia provocata da farine avariate. Il sindaco in quell’occasione smentì la cosa e rassicurò gli animi, attribuendo la notizia a traditori.

85 D’ASCOLI e D’AVINO, p. 179.

belga che allora gestiva il servizio. L’avvocato Leopoldo Ranucci propose di affidare il servizio in via provvisoria ad una ditta privata napoletana (Carlo Cutolo e figli) che ne aveva fatto richiesta. Presutti si dichiarò favorevole alla cosa, spiegando quanto difficile sarebbe stato attuare l’ipotesi alternativa: affidare cioè allo stesso Comune la gestione del servizio. Egli infatti non riteneva affatto pronta l’amministrazione comunale a gestire un servizio così oneroso. Tuttavia, il 24 ottobre la mozione Ranucci fu accolta per quanto concerneva la sospensione della ditta belga, ma fu respinta nella parte relativa alla privatizzazione del servizio. Presutti, coerente alla sua linea, dichiarò le dimissioni sue e della sua Giunta. Egli pronunciò un compunto discorso nel quale espresse tutto il suo dispiacere nel doversi allontanare dai colleghi, ma anche la gioia di essere “sereno, completamente sereno, fiero del lavoro compiuto in questi diciotto mesi, tranquillo nella mia coscienza, lieto di ritornare in seno alla mia famiglia, lieto di ritornare a lavorare con voi non come capitano, ma come semplice soldato.86

Al voto si giunse il successivo 12 novembre. Il Consiglio comunale aveva sospeso le riunioni fino a quel momento a causa dell’attesa fine delle ostilità belliche. La sera del 12, prima di passare ai lavori, si festeggiò e si inneggiò al termine della guerra ed alla vittoria. Le dimissioni del sindaco Presutti furono accettate e si passò senz’altro alla formazione della nuova Giunta e alla relativa nomina del nuovo sindaco, che sarebbe stato Arturo Labriola, anch’egli futura vittima della repressione fascista.

86 Ivi, p. 183.

3 – L’inchiesta parlamentare

Musa, quell'uom di multiforme ingegno… Omero, Odissea

Sicuramente fu preziosa per Enrico Presutti quella prima esperienza in qualità di collaboratore nell’entourage di una commissione d’inchiesta fatta durante i primi mesi del secolo, in quanto, appena cinque anni dopo, fu nuovamente chiamato a mettere al servizio dello Stato la sua erudizione e la sua fine capacità di analisi. Infatti, l’impegno parlamentare di Enrico Presutti cominciò ben prima del maggio 1921, cioè allorquando fu eletto alla Camera per la prima volta. Nel 1905 fu nominato come collaboratore nell’ambito della “Inchiesta parlamentare sulle condizioni dei contadini nelle province meridionali e nella Sicilia”. In quell’anno, infatti, Giovanni Giolitti si fece promotore di una grande inchiesta concernente le condizioni dei contadini meridionali. La proposta fu accettata dal Parlamento e fu così formata un’apposita giunta, presieduta dal senatore conte Eugenio Farina e che ebbe come segretario generale il prof. Francesco Coletti 87 . La Commissione fu scissa, onde agevolare le indagini, in sottogiunte concepite su base regionale: Basilicata, Campania, Abruzzi e Molise, Sicilia, Calabria e Puglie. Quest’ultima sottogiunta fu presieduta dal deputato conte Gerolamo Giusso, ed in qualità di delegato tecnico 88 , troviamo il trentasettenne prof. Enrico Presutti. Nella prefazione alla voluminosa relazione presentata alla Camera, egli scrisse:

I dati di questa inchiesta, relativi alle Puglie, furono raccolti, elaborati ed esposti

87 Circa l’influenza di questi sulla metodologia dell’inchiesta, cfr. infra.

88 Con questa dizione vennero indicati i veri e propri esecutori delle indagini.

nella relazione che segue in meno di tredici mesi e cioè dalla Pasqua del 1907 a quella del 1908. 89

Un anno di lavoro molto intenso per lui, trascorso a leggere quanto di più importante era stato già scritto sulla regione pugliese ed a studiare i copiosi dati statistici chiesti ed ottenuti dalle Agenzie delle imposte e dai Ricevitori del registro. In seguito al lavoro di preparazione, apprendimento e ricerca, Presutti (ed il suo collaboratore dott. Giovanni Scarpitti) visitarono approfonditamente i numerosi comuni delle tre 90 province per circa tre mesi. Ma il vero e proprio corpus di informazioni fu reperito attraverso la compilazione e la distribuzione di “larga copia” di questionari. Quasi dodicimila furono inviati, completi o parziali, “a ciascuno quella [parte] cui, o per la sua posizione sociale, o per l’ufficio coperto, pareva meglio in grado di rispondere91 . Più di un terzo fu restituito compilato. Questa preziosa collaborazione, unita alla presenza sul campo, dette ottimi risultati. Egli infatti scrive:

L’inchiesta diretta mi procurò una massa rilevante di notizie, la più attendibili fra tutte quelle raccolte, perché o concernenti fatti che potei constatare de visu, oppure perché ottenute spigando meglio le domande che rivolgevo quando non erano ben comprese, contestando le contraddizioni che apparivano tra risposta e risposta e talvolta facendo addirittura domande dirette abilmente a saggiare l’animo degli interrogati. […] È poi avvenuto, come è facile intendere, che talora, le risposte date al questionario, in alcuni punti, discordavano notevolmente con i dati da me raccolti con la inchiesta diretta, o lasciavano oscuro qualche punto importante. In tali casi io non esitai a compilare precisi e specialissimi questionari […]. E me ne trovai contento. 92

89 ENRICO PRESUTTI, Inchiesta parlamentare sulle condizioni dei contadini nelle province meridionali e nella

Sicilia, Volume III (Puglie), Tomo I, Relazione del delegato tecnico, 1909, Biblioteca della Camera dei Deputati, p.

XVII.

90 Taranto non era ancora capoluogo di provincia.

91

92

ENRICO PRESUTTI, Inchiesta parlamentare, cit., p. XVIII. Ibid.

La relazione fu inoltre corredata da una discreta quantità di fotografie (alcune professionali, altre amatoriali), inserite al centro del volume. L’uso del mezzo fotografico fu evidentemente concepito allo scopo di rendere possibile una comprensione maggiormente profonda della realtà rurale della Puglia d’inizio secolo. Grazie a questi documenti è possibile visualizzare ancora oggi le difficili condizioni dei campi e del bestiame allevato, gli strumenti adoperati dai braccianti nel loro lavoro nonché il loro stile di vita e gli ambienti in cui vissero. La relazione finale presuppose dunque un lavoro monumentale, svolto nel breve volgere di un anno; ed è possibile apprezzare maggiormente lo zelo e l’infaticabilità del delegato tecnico Presutti se si considera che in quello stesso periodo non poté dedicare tutto il suo tempo all’inchiesta, dovendo contemporaneamente adempiere ai suoi doveri accademici (allora presso la regia Università di Cagliari). Il ministro della Pubblica Istruzione non ritenne infatti opportuno concedergli alcun congedo, nonostante le reiterate richieste sue e della Presidenza della Giunta Parlamentare, così come lo stesso autore lamenta al termine della prefazione.

La relazione si apre con una prima sommaria descrizione dei caratteri fisici del territorio pugliese e con una sintesi della storia della regione a partire dalla seconda metà del XIX secolo. I capitoli II, III e IV sono dedicati rispettivamente alle tre province di Foggia, Bari e Lecce e ne particolareggiano caratteristiche orografiche, idrografiche ed in generale geografiche. Questi capitoli non trascurano tuttavia le generali condizioni economiche del mondo agricolo e le colture tradizionali nonché gli aspetti finanziari (le condizioni del credito), di mercato (i prezzi dei beni immobiliari) o demografici (presenza e movimenti della popolazione). Il successivo capitolo analizza il mercato del lavoro agricolo: Presutti evidenzia un’ampia prevalenza della tipologia lavorativa del salariato. Tuttavia, sottolinea come una presenza non residuale, ma bensì prevalente di tale contratto 93 , generi un forte disagio tra gli agricoltori, a causa della discontinuità del lavoro e della conseguente

93 ENRICO PRESUTTI, Inchiesta parlamentare, cit., pp. 292-293.

disoccupazione. Presutti suggerisce in merito un rimedio: maggiore mobilità interna della forza lavoro 94 . Il VI capitolo è costituito da un’approfondita analisi dell’imprenditoria agricola e delle prevalenti forme contrattuali impiegate nell’area. In questa sezione si evidenzia la diffusione di contratti di affitto 95 , di partecipazione al prodotto 96 , di miglioria 97 e infine di enfiteusi 98 . Ciascuna tipologia è corredata da un’ampia documentazione esemplificativa di contratti e bilanci. La parte seguente si incentra invece su “La vita materiale dei contadini” e tocca argomenti distinti dalle mere questioni economiche e produttive, ma tuttavia di primaria importanza. Infatti, vengono sviscerate problematiche quali lo standard di vita, l’alimentazione, gli aspetti igienico-sanitari, i consumi e l’aspettativa di vita. Complementare a questo capitolo è il successivo, incentrato sulle condizioni ambientali, culturali e di costume del mondo agricolo pugliese. I temi principali sono quelli dell’istruzione, dei rapporti familiari e della propensione alla delinquenza. Nei capitoli IX e X, Presutti fa luce sui rapporti di forza tra la classe contadina e quella dei proprietari. Vengono qui esaminate le relazioni politiche tra Leghe contadine, proprietariato, partiti politici, Governo e le Amministrazioni comunali. Gli atteggiamenti degli uni nei confronti degli altri, gli stati d’animo ed i mezzi di lotta sono qui i principali argomenti. Il successivo capitolo tratta il tema dei movimenti migratori. In prevalenza sono i movimenti di emigrazione transoceanica che vengono qui studiati, con particolare riferimento, naturalmente, alle conseguenze sulla regione in esame. Anche i moti interni, permanenti e temporanei, vengono accennati, con un conclusivo pronostico sui futuri andamenti del fenomeno. Il capitolo finale sintetizza infine “I dati più generali”.

Il metodo d’indagine adoperato nell’inchiesta risulta molto all’avanguardia per i tempi, considerando l’uso di strumenti quali la somministrazione di questionari

94 Ivi, p. 297.

95 Ivi, pp. 378 e seg.

96 Ivi, pp. 427 e seg.

97 Ivi, pp. 437 e seg.

98 Ivi, pp. 461 e seg.

mirati, l’esame di bilanci, l’attenzione per le condizioni culturali, materiali e morali delle popolazioni studiate. Vista la modernità e l’efficacia di tale metodologia di ricerca sociale, è necessario diffondersi circa le circostanze che resero possibile l’acquisizione da parte di Enrico Presutti di tale sistematico approccio scientifico. La metodologia di ricerca elaborata dal sociologo francese Frèdèric Le Play 99 , basata sull’indagine “sul campo” di famiglie appartenenti alle classi lavoratrici, si diffuse intorno alla metà del XIX secolo. In estrema sintesi, essa prevedeva un minuzioso studio delle condizioni sia economiche che culturali di un determinato nucleo familiare sul quale veniva prodotta una monografia basata su di uno schema fisso che permetteva un’efficace opera di comparazione. La diffusione di tale approccio di ricerca sociale riguardò anche l’Italia 100 dove, oltre ad una serie di studi privati, influenzò tutta una stagione di indagini ufficiali 101 .

Fu […] in una […] vasta inchiesta sulle popolazioni contadine dell’Italia meridionale – nota Maria Rosa Protasi – che l’indagine monografica, considerata in tutte le sue possibili applicazioni, fu assunta come principale criterio metodologico. Ci riferiamo all’inchiesta parlamentare sui contadini meridionali, che rappresenta l’unico rilevante tentativo compiuto da un organismo ufficiale, di applicare il metodo monografico nel campo delle indagini sociali, prima dell’esperimento […] effettuato in epoca fascista dall’Istituto nazionale di economia agraria. Infatti il programma dell’inchiesta, redatto da F. Coletti, prevedeva esplicitamente la compilazione da

99 Circa Frèdèric Le Play, la sua metodologia e gli studi monografici che ne scaturirono rimando a PAOLA RONFANI, Alle origini della scienza sociale. F. Le Play e la sua opera, Giuffrè, Milano 1986; FRANÇOISE ARNAULT, Frèdèric Le Play: de la mètallurgie à la science sociale, Nancy 1993; BERNARD KALAORA e ANTOINE SAVOYE, Les inventeurs oubliès, Seyssel, Champ Vallon 1989. Per una bibliografia completa su Le Play cfr. la tesi di laurea di STEFANO CHIANESE, Le monografie di Frèdèric Le Play: una fonte per la storia della famiglia italiana, Istituto Universitario Orientale di Napoli, facoltà di Scienze Politiche, anno accademico

2000-2001.

100 Sulla diffusione in Italia del paradigma leplayano cfr. MARIA ROSA PROTASI, Tra scienza e riforma sociale: il pensiero e il metodo d’indagine di F. Le Play e dei suoi continuatori in Italia (1857-1914), in “Studi storici”, 3, 1996; PROTASI, Le applicazioni pratiche della metodologia di ricerca sociale di F. Le Play e della sua scuola in Italia dall’Unità alla prima guerra mondiale, in “Società e storia”, 77, 1997; PROTASI, Le monografie di famiglia:

una fonte per lo studio delle condizioni economico-sociali delle classi lavoratrici italiane in età liberale, in “Bollettino di demografia storica”, 28, 1998.

101 Cfr. a riguardo PROTASI, Le applicazioni pratiche, cit., pp. 605-607.

parte dei delegati tecnici […] di “ricerche approfondite ed analitiche di istituti o fatti sociali condotte personalmente secondo alcuni schemi […] uniformi” 102 e soprattutto comparabili. […] Per quanto riguarda specificamente lo studio delle famiglie contadine, Coletti […] raccomandava ai delegati tecnici […] di attenersi agli schemi lepleyani (allegati alle istruzioni e opportunamente commentati) […]. 103

Il segretario generale della giunta era dunque di chiara impostazione lepleyana, cosa che influenzò molto l’approccio metodologico delle indagini. Tuttavia, come lo stesso Presutti notò nella prefazione alla sua relazione 104 , il tempo concesso per i lavori della commissione fu troppo breve considerando l’ampiezza del compito e la profondità d’investigazione necessaria ai canoni richiesti. Come continua Maria Rosa Protasi:

Tuttavia il progetto di Coletti rimase sulla carta […], contrastato da evidenti limiti di tempo, di personale e di spesa. 105

In ogni caso, il metodo leplayano influenzò nondimeno Presutti, in quanto le numerose analisi di aggregati produttivi agricoli di cui la sua relazione è dotata corrispondono largamente al modello monografico di Le Play:

Più numerosi furono invece gli studi monografici su poderi o aziende agrarie di varie dimensioni, il cui scopo era quello di fornire un’analisi dettagliata dei conti economici e colturali di fondi o imprese che ben rappresentavano lo stato delle colture e della proprietà fondiaria in varie zone del Meridione. Fra questi meritano di essere segnalati i numerosi bilanci di azienda pubblicati in diversi capitoli del

102 Maria Rosa Protasi cita questo passo da Atti dell’inchiesta parlamentare sulle condizioni dei contadini nelle province meridionali e nella Sicilia, vol. 1, Programma-questionario da servire per i delegati tecnici e relazione del prof. E. Coletti, segretario generale della giunta, Bertero, Roma 1907, p. 98.

103 PROTASI, Le applicazioni pratiche, cit., pp. 605-606.

104 Cfr. PRESUTTI, Inchiesta parlamentare, cit., p. XIX.

105 PROTASI, Le applicazioni pratiche, cit., p. 607.

volume sulla Puglia […]. 106

Una ricerca completa e minuziosa, dunque; ma fu anche studio. Una ricchezza di informazioni che difficilmente Presutti avrebbe potuto acquisire se non con la nomina nella Giunta parlamentare d’inchiesta e il duro lavoro dell’annata 1907-1908. Alla luce della sua analisi e della sua ricerca l’agricoltura pugliese risultava una realtà travagliata, difficile e molto eterogenea; eppure gli appariva come un mondo in evoluzione, in procinto di intraprendere una metamorfosi profonda, che affondava nella stessa struttura di classe:

È una crisi sociale che ha luogo – egli osserva – crisi la quale si concreta nel

decadere di una classe sociale, quella dei medi proprietari borghesi, [e] nell’elevamento, ove più ove meno lento e sensibile, della classe dei contadini. In fondo è tutto un vecchio mondo che crolla, tutta una vecchia concezione della vita che scompare. Questi medi proprietari, che hanno costituito e costituiscono tuttora la classe dominante, non hanno saputo nella maggior parte adattarsi al nuovo sistema

di

vita. L’intensificarsi dei bisogni, l’elevamento dei salari li conducono alla rovina.

In

realtà le loro risorse sono state sempre molto limitate; ma lo sono diventate ancor

più oggi per i cresciuti bisogni, per l’elevamento dei salari. Oggimai essi potrebbero

salvarsi ad una condizione sola, quella di discendere di un gradino la gerarchia delle classi sociali, tornando ad essere proprietari-coltivatori. È un sacrificio di vanagloria, che essi dovrebbero fare; il più doloroso per uomini del Mezzogiorno, e quindi non lo faranno. Essi perciò saranno travolti dalla crisi; non riusciranno a superarla. Ma non per questo la crisi non si risolverà. Alle spalle di questi condannati e forse già nell’animo loro, rassegnati alla sconfitta, in molti punti incalza l’onda della nuova democrazia rurale, sorta dal lavoro. Alludo ai contadini tornati dalla emigrazione, che si affacciano e continueranno ad affacciarsi su questo

106

Ibid.

campo di lotta, sempre pieni di ardore al lavoro, sobri, economi, ma con la mentalità allargata per le nuove idee acquistate e con piccoli capitali, prodotti dai loro risparmi. […] Il tentativo, che fece Zurlo, di creare nel Mezzogiorno, mediante la quotizzazione dei demani, una classe di contadini proprietari, è fallito. La crisi sta liquidando il passato e nel caos determinato da un tentativo fatto con mezzi inidonei, l’azienda agricola nelle Puglie ha un aspetto di precarietà, di mutabilità, di disorganizzazione. Sembrano accampamenti, non aziende agrarie. […] Non vi sono tipi tradizionali da migliorare, ma vi sono tipi da creare, tipi adatti alle condizioni delle singole zone, tipi le cui forme potranno essere, con ipotesi più o meno fondate, prevedute dallo studioso, ma che saranno determinate solo dall’azione spiegata dalle forze sociali in competizione e dai mille e mille oscuri sforzi individuali, quasi sempre mirabili, di cui le Puglie possono andare davvero orgogliose. 107

Presutti si sentiva un meridionale: benché nato a Perugia, fu napoletano d’adozione e pertanto capiva bene del sud tanto le profonde radici e le viscerali tradizioni, quanto le croniche problematiche e le antiche malattie sociali. Il lavoro svolto in Puglia lo portò a un elevato livello di comprensione dei mali dell’agricoltura meridionale 108 e, sopratutto delle interconnessioni tra i vari aspetti critici e dannosi, cosa che ne determinava in buona sostanza l’insolvibilità. Come indica l’approccio interdisciplinare della relazione, egli sapeva che solo un intervento tout court avrebbe potuto risollevare la situazione. Al termine dell’indagine, la creazione di una nuova classe di proprietari-coltivatori appariva a Presutti come una necessaria boccata d’aria fresca. Tuttavia, la vecchia classe di proprietari non avrebbe (considerando i ben noti fattori culturali meridionali) abbandonato l’elevato status e l’influenza che tale posizione riservava loro, mentre i contadini tornati da una temporanea emigrazione,

107 ENRICO PRESUTTI, Inchiesta parlamentare, cit., p. 739.

108 Circa la questione agraria nel Mezzogiorno cfr. PIERO BEVILACQUA, Breve storia dell’Italia meridionale, Donzelli, Roma 1993; EMILIO SERENI, Il capitalismo nelle campagne, Einaudi, Torino 1968 (in particolare circa la formazione di un proletariato agricolo di massa ed i relativi residui feudali); SERENI, La questione agraria nella

rinascita nazionale italiana, Einaudi, Torino 1975. ANTONIO GENOVESI, Il problema della terra, in ROSRIO VILLARI (a cura di), Il sud nella storia d’Italia. Antologia della questione meridionale, 2 vol., Laterza, Roma - Bari

1966.

pur possedendo capitali (seppur limitati), il necessario know-how ottenuto altrove e l’indispensabile intraprendenza, avrebbero comunque trovato una serie di arretratezze a fare da ostacolo ai propri progetti, non da ultima, come vedremo, la frammentazione della realtà insediativa nelle campagne meridionali. Come osserva Piero Bevilacqua:

[…] proprio in quei primi decenni del secolo si venne compiendo un rilevante processo di trasformazione sociale, destinato ad avere anche effetti sull’economia agricola, che ebbe i contadini come protagonisti. […] Tanto nel primo quindicennio del Novecento, quanto dopo la guerra […] si crearono le condizioni perché ampi strati delle popolazioni contadine accedessero alla proprietà della terra. 109

Sebbene sia indubbio un incremento della qualità produttiva, nonché una trasformazione nell’assetto proprietario della terra, la qualità sostanziale dei rapporti di forza tra le classi presenti nel Mezzogiorno rurale rimase inalterata a causa, sostiene Bevilacqua, dell’

orizzonte culturale dominante, che rendeva l’imprenditore agricolo arricchito sufficientemente pago dei propri traguardi, specie se coronati dal riconoscimento ufficiale da parte delle famiglie nobili, alto borghesi, o di più antica razza patrimoniale. […] In sostanza, lo sviluppo agricolo, se segnava la promozione di nuovi ceti, accresceva la circolazione sociale della ricchezza, innalzava gli standard di vita di strati crescenti di classe media, non rivoluzionava nel profondo le strutture di quella società. Nonostante l’innegabile sviluppo, infatti, l’agricoltura era il luogo sociale in cui, appena erosi, si conservavano i vecchi rapporti di un tempo: fitti brevi, contratti agrari a netto favore della rendita fondiaria, monopolio della

109 BEVILACQUA, cit., p. 70.

proprietà, soggezione personale dei ceti popolari ai padroni della terra. 110

È proprio alla luce di queste ricostruzioni posteriori che è possibile notare la lungimiranza e l’esattezza delle interpretazioni di Enrico Presutti circa la realtà rurale del Mezzogiorno ed in particolare delle sue riflessioni relative al retrogrado ceto possidente. Può sembrare a questo punto quantomeno strano che la monumentale indagine parlamentare con le voluminose relazioni e le proposte dei membri delle varie sottocommissioni non ebbero alcun seguito. Tuttavia, come lo stesso Presutti affermò alla Camera il 10 dicembre del 1921:

[Le proposte fatte dalla Commissione], al contrario di tutte le proposte fatte da ogni altra Commissione parlamentare di inchiesta, non ebbero alcun concreto effetto in provvedimenti che da pubblici poteri emanassero, perché sopravvenne la guerra di liberazione, e i pubblici poteri non poterono dedicare le risorse di cui l’Amministrazione poteva disporre, all’attuazione di quei provvedimenti che dalla Commissione parlamentare erano proposti. 111

Fu così che Presutti, poco dopo aver conquistato per la prima volta un seggio alla Camera nel maggio del 1921, presentò all’assemblea, come vedremo, una proposta di legge 112 che avrebbe potuto contribuire a sciogliere quelle ardue, molteplici problematiche che la Commissione aveva potuto mettere in luce. Il continuato impegno di Presutti alla causa meridionale lo iscrive in una cerchia di intellettuali e politici del tempo che, pur appartenendo sovente alla ricca borghesia, decisero di “dedicare le proprie migliori energie a favore delle popolazioni meridionali". 113 Questi paladini della “questione meridionale” furono alcuni tra i “più grandi

110 Ivi, pp. 71-72.

111 ATTI PARLAMENTARI, Legislatura XXVI, prima sessione, tornata del 10-12-1921, p.2329.

112 In merito alla quale rimando al cap. 5.

113 BEVILACQUA, cit., p. 75.

intellettuali italiani, studiosi ed insieme uomini politici, che non si limitarono a far conoscere più analiticamente le condizioni economiche e sociali delle regioni meridionali, ma si impegnarono in una lunga lotta per la loro trasformazione114 . Sebbene spesso diversi per orientamento politico, uomini come Francesco Saverio Nitti, Gaetano Salvemini e Luigi Sturzo, furono accomunati da una superiore dedizione per quel loro Mezzogiorno tormentato e, sotto molti aspetti, sconosciuto.

114

Ibid.

4 – Vita parlamentare, parte prima:

La corrente neoliberale di Giovanni Amendola

Il progresso non è una legge di natura; il terreno conquistato da una generazione può essere perduto dalla generazione seguente; il pensiero umano può fluire lungo strade errate, conducenti alla rovina e alla barbarie. H.L. Fisher, Storia D’Europa

L’excursus parlamentare di Enrico Presutti è indissolubilmente legato ad una delle più mirabili e audaci figure della storia politica d’Italia: Giovanni Amendola 115 . Pensatore di matrice spiritualista, dotato di una incrollabile fede nelle istituzioni, e di una rara correttezza nella vita pubblica, denunciò la crisi ideologica del liberalismo italiano ridottosi ormai ad “una pratica di governo senza basi ideali116 ed entrò in polemica con la vecchia ed immobilista classe dirigente. Egli individuò le cause di tale condizione in una più profonda crisi dei valori spirituali e di amor patrio causata dal dissolversi di quell’etica nazionale che tanto fu vivida durante il Risorgimento. Per queste ragioni, nel suo pensiero politico egli si rifece alla tradizione liberale della Destra Storica 117 , quella classe politica, la prima che l’Italia unita abbia avuto, che all’indomani dell’unità si trovò a dover affrontare l’arduo compito di fare dell’Italia

115 Sulla figura di Giovanni Amendola rimando a: GIUSEPPE PREZZOLINI, Giovanni Amendola, Roma 1925; PREZZOLINI, La prima biografia di Giovanni Amendola, Roma 1926, ora in PREZZOLINI, Amendola e “La Voce”, Sansoni, Firenze 1973; GABRIELE DE ROSA, Giovanni Amendola e la difesa della democrazia, Roma 1961; GIAMPIERO CAROCCI, Giovanni Amendola nella crisi dello Stato italiano : 1911-1925, Feltrinelli, Milano 1956; nonché a GIOVANNI AMENDOLA, Discorsi politici : 1919-1925, Camera dei Deputati, Roma 1968; infine a Giovanni Amendola : una vita per la democrazia, Atti del convegno (Napoli, 14-16 ottobre 1996 : Salerno, 15 ottobre 1996), Napoli, 1999.

116 ELIO D’AURIA, Giovanni Amendola, in AA.VV., Il Parlamento italiano, VOL IX, p. 378.

117 Circa la Destra storica e l’Italia liberale mi limito a rimandare agli essenziali: RAFFAELE ROMANELLI, Il comando impossibile : Stato e società nell'Italia liberale, Il Mulino, Bologna 1995; ROMANELLI, L'Italia liberale:

1861-1900, Il Mulino, Bologna 1997; ALBERTO MARIA BANTI, Storia della borghesia italiana. L’età liberale, Roma 1996.

una nazione. Sebbene i componenti di tale classe dirigente fossero uniformi per quanto concerne l’estrazione sociale, essenzialmente borghese o alto-borghese, e la provenienza prevalentemente settentrionale, i liberali della Destra Storica

[…] non costituiscono tanto un gruppo politico-parlamentare – e tanto meno un “partito” – ma per l’appunto un insieme di più o meno spiccate singole individualità, un notabilato che gli eventi adunano, che condivide orientamenti e valori, ma che non ha come gruppo né retroterra né tradizioni politiche comuni né programma determinato. 118

Tuttavia, considerata la comune estrazione sociale e la diffusa tendenza all’osservazione di usi e costumi politici delle altre nazioni europee, dotate di una tradizione liberal-borghese 119 maggiormente solida, i membri di tale prima classe dirigente si trovarono a convergere ideologicamente, dando così vita ad un insieme di valori etici e politici condivisi.

[Il liberale] non cede mai a tentazioni dispotiche e difende sempre strenuamente il costituzionalismo statutario e le prerogative del Parlamento, e soprattutto crede profondamente a un’idea di libertà che è manifestazione di intrapresa economica e di libere individualità morali, che è civile convivenza di idee e di interessi e rispetto di tutti i cittadini, un’idea di libertà che è fatta di stile, di misura nelle cose e di equilibrio e dunque d’avversione istintiva per le passioni troppo enunciate, per i clamori e gli eccessi, per tutte quelle idee di “massa” e di “popolo” che distolgono l’individuo dal ponderato ossequio all’ordine naturale del mondo. Non a caso, trovandosi a far propri i valori di una idealità nazionale per l’innanzi debolmente sentita, diffiderà sempre di ogni “esaltazione” politica che di quell’idealità faccia

118 ROMANELLI, L’Italia liberale, cit., p.25.

119 Circa le classi borghesi europee di fine XIX secolo cfr. JÜRGEN KOCA (a cura di), Borghesie europee dell’ottocento, Marsilio, Venezia - Padova 1989, con particolare riferimento ai saggi: RAFFAELE ROMANELLI, Borghesia/bürgertum/bourgeoise. Itinerari europei di un concetto, pp. 69-94 e MARCO MERIGGI, La borghesia italiana, pp. 161-185.

strumento per forzare oltre il lecito il corso degli eventi. E quando ciò accada, la sua fermezza trae vigore dal sentirsi all’altezza dei tempi, e mai dal desiderio di precederli. 120

Questi i principi liberali ispiratori del pensiero politico di Amendola, che fu dunque un fautore del liberalismo inteso come “garanzia dell’esistente121 pur tuttavia restando in polemica, non solo con radicali e socialisti (dottrine considerate figlie del

positivismo) ma anche con gli stessi liberali giolittiani. La prassi politica di Giolitti 122 e del suo mutevole sèguito, non esitava, come è noto, ad adoperare le ”arti” del trasformismo, dell’amalgama e del compromesso al fine di forgiare numerose quanto eterogenee maggioranze al fine di permanere al governo. Queste pratiche, sommate

ad un ostinato immobilismo e alla tendenza a procrastinare anche le questioni più

delicate, una volta divenute manifestamente croniche, generarono un duplice disagio.

Se

da un lato andò formandosi tra gli intellettuali e i militanti politici un sentimento

di

ostilità e di sfiducia nei confronti di Giolitti in particolare e, cosa più grave,

dell’istituzione parlamentare in genere, dall’altro risultò sempre più grande il distacco

tra il governo legale ed il paese reale, cosa che rese quanto mai arduo raggiungere il

traguardo auspicato da parte della classe politica: la formazione di un autentico, grande partito liberale. Nota Alberto Aquarone:

Alla radice dei mali presenti nella società italiana vi era una situazione riassumibile nella formula: “Paese giovane e governo vecchio”. In altre parole, il “governo di Montecitorio” non era il “governo del paese” ed era questo distacco che era necessario sanare al più presto, se si voleva evitare che la crisi degli ordinamenti costituzionali […] degenerasse ulteriormente fino a travolgere l’intero sistema. E per far questo, bisognava chiudere il vecchio libro della politica italiana ed aprire

120 ROMANELLI, L’Italia liberale, cit., p. 22.

121 Ivi, p. 32.

122 All’interno della sterminata bibliografia su Giolitti e l’età giolittiana, rimando almeno a: AQUARONE, L’Italia giolittiana, cit.; AQUARONE, Tre capitoli sull’Italia giolittiana, cit.; EMILIO GENTILE, L’Italia giolittiana, Il Mulino, Bologna 1990; GAETANO SALVEMINI, Il ministro della mala vita e altri scritti sull'Italia giolittiana, a cura di Elio Apih, Feltrinelli, 1962; GIAMPIERO CAROCCI, Giolitti e l'età giolittiana, Einaudi, Milano 1961.

pagina nuova. Chiudere il vecchio libro significava da una parte abbandonare le

innumerevoli leggi di carta, pompose di promesse, ma senza organi esecutivi e fondi per attuarle; cancellare il ricordo di governi a base personale, fatti di uomini “inerti

e inetti” scelti solo per quieto vivere; por rimedio al disservizio parlamentare, che accumulava alla vigilia delle vacanze l’esame delle leggi più importanti e

controverse in modo da soffocarne poi, fra le impazienze dei deputati, la discussione

e il voto. 123

Il compito che Amendola si impose fu dunque quello di rigenerare il nocciolo del pensiero democratico-liberale e di far sorgere una nuova classe dirigente, giovane, dinamica ed animata da una consapevolezza etica oltre che da un avanzato senso civico. Ecco come Amendola espresse, nel dicembre del 1910, la sua “intima insoddisfazione” nei confronti del giolittismo:

L’Italia come oggi è non ci piace. […] Il nostro ideale della vita pubblica e privata […] i nostri valori intellettuali, morali e politici non sono quelli degli uomini che oggi costituiscono la classe dirigente; essi stanno su un livello indiscutibilmente più elevato.” 124

In occasione del discorso elettorale che avrebbe sancito il suo primo ingresso in Parlamento nel 1919, Amendola affermò:

Il senso storico della democrazia sta non già, come fraintesero i vecchi partiti, nella

critica astratta alle istituzioni che li reggono, bensì nello svegliare, dalle profondità

della stirpe, uomini nuovi, una nuova classe dirigente. 125

Superare dunque la crisi del sistema politico attraverso una forza nuova ed una

123 AQUARONE, Tre capitoli, cit., pp. 42-43.

124 AMENDOLA, in “La Voce”, 1 dicembre 1910, cit. in SALVATORE LUPO, Il fascismo. La politica in un regime totalitario, Donzelli, Roma 2000, p. 132.

125 D’AURIA, Giovanni Amendola, cit., p. 378.

rinnovata coscienza etico-politica. A tale scopo Amendola fece appello a tutte le forze democratiche (in particolare a popolari e socialisti moderati) affinché si costituisse un nuovo centro riformatore che rigenerasse la struttura della società italiana che ancora portava evidenti le cicatrici della Grande Guerra. Era in particolare il contrasto stridente tra paese legale e paese reale a preoccupare lo statista napoletano ed a spingerlo a cercare una maggioranza con ideali innovativi ma anche rappresentativa di una base nella società civile, che fosse espressione del ceto medio e delle classi lavoratrici. Il suo scopo era in ultima analisi

[…]richiamare il liberalismo italiano alle sue responsabilità col prendere le distanze dalla vecchia classe dirigente pronta a cedere ad ogni sorta di compromesso trasformistico […] 126

Le sue idee ed il suo valore lo portarono ben presto ad una vita parlamentare attiva ed impegnata e, ben presto, ricoprì il ruolo di sottosegretario alle Finanze per il cosiddetto ministero delle “tre settimane” di Nitti (maggio-giugno 1920). Contemporaneamente, la sua influenza presso i colleghi deputati liberali era in continua ascesa, tanto che alla vigilia delle elezioni del maggio 1921 egli “era già considerato uno dei capi indiscussi del partito della Democrazia liberale. 127

Ciononostante, tempi duri correvano per chi aveva a cuore il rispetto della legalità ed in odio i colpi di mano e le violenze: infatti le barbarie fasciste andavano progressivamente inasprendosi (nel corso dell’anno i Fasci da Combattimento si moltiplicarono: da poco più di un centinaio superarono le due migliaia). Contemporaneamente, l’occupazione delle fabbriche naufragava nell’indifferenza del Governo e le elezioni anticipate erano vicinissime.

126 D’AURIA, L’Unione Nazionale delle forze liberali e democratiche, in AA.VV., Il Parlamento italiano, VOL IX, p.

135.

127 D’AURIA, Giovanni Amendola, cit., p. 380.

[…] era il quadro stesso della legalità e del regime vigente in Italia fin dall’unità ad esserne [dall’azione fascista] sempre più esplicitamente investito nei suoi principii e nelle sue strutture. 128

Com’è noto, l’allora Presidente del Consiglio Giolitti invitò i fascisti ad accedere alle liste elettorali del “Blocco Nazionale”, insieme con la stessa corrente di liberali giolittiani e con i nazionalisti, onde affrontare le imminenti elezioni. Tale apertura, che a posteriori può essere letta come un atto di suicidio dello Stato liberale per mano dello stesso capo del governo, si spiega considerando la strategia elettorale dello statista piemontese. Egli, infatti, fedele alla tradizione trasformista della vecchia classe dirigente, teoricamente incompatibile sia con la destra che con la sinistra di quel momento politico, intendeva assorbire nella propria corrente una delle forze in dinamico contrasto, onde riprendere ancor più saldamente il potere. Purtroppo, ciò non gli era possibile né con i socialisti né con i popolari, correnti che rifiutavano di appoggiare il governo, sicché Giolitti ritenne opportuno aprire ai fascisti, con l’intento di “costituzionalizzarli” in un secondo momento.

Dalla parte di Giolitti vi erano in tutto ciò due elementi, l’uno di sopravvalutazione e l’altro di sottovalutazione: sopravvalutazione della spinta eversiva ancora attribuita alla sinistra, sottovalutazione delle capacità di azione autonoma del fascismo e di Mussolini e della loro possibilità e volontà di non farsi assorbire in una strategia di “normalizzazione” della classe politica al potere per superare l’emergenza del “biennio rosso”. 129

Costituzionalizzare i fascisti: una tematica diffusa tra i politici del tempo. Tuttavia per molti di essi, ciò era semplicemente sinonimo di strumentalizzarli per i propri fini, i

128 GALASSO, La crisi dello Stato liberale, in AA.VV., Il Parlamento italiano, VOL X, p. 48.

129 Ivi, p. 49.

quali erano invariabilmente quelli di rimanere al potere. Per un politico dotato di una coscienza etica ed istituzionale come Amendola, era invece sinonimo di ricondurli alla legalità, subordinando un qualunque inserimento nell’area di governo allo smantellamento delle squadre paramilitari. Bisognava agire: ricompattare e ricucire il frammentato panorama costituzionalista, richiamando chiunque avesse vera fede nella democrazia parlamentare ad opporsi ad una situazione che rischiava di dilagare

e degenerare man mano che la vera natura eversiva e reazionaria del fascismo veniva

a galla.

Le speranze di Giolitti furono […] largamente deluse alle urne; le forze costituzionali non ripresero il controllo della Camera, popolari e socialisti videro confermate le loro posizioni pur non più in espansione, il neonato partito comunista raccoglieva un non trascurabile suffragio, i fascisti guadagnarono ben 35 seggi […]. 130

Le elezioni del maggio 1921 videro Amendola confermato con un notevole numero di suffragi, sebbene a seguito di un’aspra battaglia elettorale, ancor più ardua perché fu osteggiato dall’autorità prefettizia al servizio del capo del governo. Contemporaneamente, nei collegi di Napoli e di Benevento, venne eletto il cinquantunenne Enrico Presutti 131 , iscritto al gruppo della Democrazia Sociale, corrente politica caratterizzata da una considerevole presenza massonica 132 . Amendola, ormai vero punto di riferimento dei gruppi democratico-costituzionali, fedele al suo obiettivo di formare un compatto gruppo di oppositori democratici, nel novembre dello stesso anno, fuse i gruppi parlamentari della Democrazia Liberale e della Democrazia Sociale, dando così vita “ad un unico gruppo democratico

espressione di un largo schieramento

di forze

130 Ivi, p. 50.

131 Optò poi per la circoscrizione di Benevento.

132 Cfr. a riguardo LUCIO D’ANGELO, La democrazia radicale tra la prima guerra mondiale ed il fascismo, Roma

1990.

intermedie133

.

Fu questa l’originaria occasione di convergenza delle vite parlamentari degli On. Amendola e Presutti i cui spiriti battaglieri ed irriducibili, come vedremo, non mancheranno di cooperare e lottare per i fini comuni della giustizia e della legalità. Tuttavia il gruppo della Democrazia Sociale non fu completamente assorbito in quello amendoliano; infatti, parte di esso (tra cui la sezione siciliana cui faceva capo Giovanni Antonio Colonna di Cesarò) rimase indipendente, per poi confluire nelle fila del fascismo e collaborare al primo governo Mussolini. La corrente “neoliberale” capeggiata da Amendola, così arricchita di nuovi uomini, nel giro di circa sette mesi compì un secondo, decisivo passo avanti nel percorso di rinnovamento e raggruppamento delle forze parlamentari democratiche ed antifasciste. Nel giugno del 1922, infatti, fu fondato un nuovo partito, nato da una ulteriore fusione del gruppo di Democrazia liberale e Democrazia sociale con alcuni gruppi della vecchia classe dirigente moderata: nacque così il Partito Democratico Italiano. Tutti gli sforzi dei democratici costituzionalisti e quelli di Amendola e del suo manipolo di agguerriti deputati non valsero comunque a fermare la funesta “Marcia su Roma” del 28 ottobre 1922. La notte precedente, Amendola sostenne fermamente la necessità dell’impiego dell’esercito per ristabilire l’ordine in tutto il paese, opinione che, comunque era largamente condivisa. La storia dell’Italia si preparava ad una svolta. I liberali amendoliani avevano previsto questo andamento, avevano cercato a tutti i costi di evitare una pericolosa caduta dall’irrinunciabile stato di legalità. Si giunse così al governo Mussolini; non era ancora la dittatura, ma ne era la premessa essenziale. Una volta giunto al governo, il fascismo non cancellò di colpo le istituzioni italiane, ma procedette per gradi a snaturarle, in modo da non sortire l’indesiderato effetto di spaventare i propri fiancheggiatori che, probabilmente, avrebbero avuto ancora modo di rovesciare la situazione.

133 D’AURIA, L’Unione Nazionale, cit., p. 135.

Circa un anno dopo la marcia su Roma, in previsione di nuove elezioni, venne approvata la discussa legge elettorale Acerbo, che avrebbe garantito un premio di maggioranza senza precedenti alla lista di candidati che avesse conseguito il maggior consenso elettorale. Fu una dura battaglia 134 in aula per Amendola, Presutti ed altri oppositori, che tuttavia, fu destinata al fallimento: la legge fu approvata il 18 novembre 1923. Sostenuti da una simile legge elettorale, i fascisti presentarono alle elezioni (le ultime autentiche anche se viziate nella forma e condizionate dalla violenza squadristica) il loro “listone”, con il quale raccolsero quasi quattro milioni e mezzo di voti. Una lotta dura, impari per le opposizioni che, tuttavia, non furono completamente abbandonate dal proprio elettorato, racimolando una quantità di suffragi pari a più della metà di quanto andò al “listone”. Amendola si presentò a capo di una lista di opposizione costituzionale: fu rieletto per la circoscrizione della Campania, mentre troviamo Enrico Presutti confermato per le circoscrizioni di “Abruzzi e Molise” e Campania 135 . Nelle elezioni del 1924 tutte le forze costituzionali di opposizione si trovarono accomunate dall’unico obiettivo di avversare Mussolini. Quello di polarizzare le opposizioni era invece, come sappiamo, per Amendola una missione di vecchia data; fu però proprio la naturale convergenza sperimentata nella tornata elettorale che lo spinse a continuare sull’antica strada di rinnovare la democrazia liberale onde affrontare la sfida posta dal fascismo in maniera forte e decisa.

Da queste premesse prese le mosse il tentativo di Amendola di modernizzare la classe politica che nella pratica della lotta passava necessariamente attraverso la fondazione di un “partito nuovo” che riassumesse in sé non solo l’esigenza di far spazio ad una nuova classe dirigente, ma si facesse portavoce altresì delle aspirazioni sinceramente democratiche della parte più avanzata del liberalismo italiano protesa verso un’idea di Stato capace di vivere ed operare come creazione

134 In merito alla quale rimando al capitolo successivo.

135 Optò il 15 novembre per la circoscrizione di “Abruzzi e Molise”.

del diritto e perciò come garante del diritto di tutti. 136

Un “partito nuovo” e, di conseguenza, un nuovo partito. Il progetto di Amendola e del suo gruppo consisteva ormai, visto il relativo successo elettorale degli antifascisti, nella fondazione di quello che potrebbe essere definito un “partito aperto”. Un’idea originale ed avanzatissima considerando il momento storico, la cui prassi politica era basata ed inquinata dal personalismo dei notabili. La valenza inedita e potenzialmente efficace consentiva

[…] da un lato, di collocarsi al di sopra delle parti e, dall’altro, di lasciare ai vari raggruppamenti una certa autonomia organizzativa che avrebbe permesso, con la costituzione di una sorta di patto federato, di convogliare sotto un'unica bandiera le “disperse energie”. 137

Questa nuova formazione cominciò a prendere corpo proprio nella terra natale di Amendola, la Campania, che pure aveva regalato alla lista “Opposizione costituzionale” il secondo migliore risultato nelle ultime elezioni. Dopo un breve periodo trascorso lavorando e dando avvio a contatti politici, fu possibile la costituzione dell’Unione Meridionale (20 maggio 1924), “primo e più importante nucleo del futuro partito a cui si tenterà di dare, invece, diffusione nazionale, anche se risulterà sempre più forte nel Mezzogiorno e nelle isole”. 138

Questo febbrile ed incessante lavoro di ricucitura e mediazione portò così alla nascita dell’embrione di un nuovo assetto che sembrava poter scuotere la politica, la società civile e la corona dal cieco torpore nel quale sembravano caduti.

Così si giunse alla svolta che avrebbe portato al regime. Il 10 giugno, a Roma,

136 D’AURIA, L’Unione Nazionale, cit., p. 135.

137 Ivi, p. 136.

138 Ivi, p. 135.

Matteotti venne aggredito, caricato su una macchina e assassinato; il suo corpo sarebbe stato trovato di lì ad un mese nel bosco della Quartarella. L’indignazione fu enorme, perché si vide che il terrorismo dilagava ormai nel cuore della nazione. Ci furono manifestazioni spontanee e soprattutto nelle grandi città fu difficile, in quei primi giorni, trovare un fascista che si dichiarasse tale. 139

Il delitto Matteotti 140 nel giugno 1924 rappresentò un punto di svolta. L’assassinio del deputato socialista generò un momento di panico che non mancò di tenere col fiato sospeso tutta l’Italia: indistintamente, il governo e le opposizioni seppero che dopo quanto era accaduto, la vita del Paese aveva passato il punto del non ritorno. Il governo vacillò per l’enormità dell’accaduto, le illusioni di quanti erano venuti a patti con il fascismo nella convinzione di poterlo “addomesticare” o che la prima ora di forza bruta sarebbe rifluita, si sciolsero come neve al sole. I fascisti, sei mesi dopo, con il “mezzo colpo di stato” del 3 gennaio trassero nuova, macabra forza dall’efferato omicidio assumendosi la responsabilità politica e storica della morte di Matteotti. Ogni parlamentare antifascista si trovò a temere per la propria vita, anche se questo li aiutò a superare ulteriormente le differenze ed i conflitti intestini. Unirsi ancora di più contro la barbarie: il progetto degli amendoliani di unità e fusione delle opposizioni poteva trovare nella triste morte di un collega, sebbene di un diverso partito, o magari appunto per questo motivo, nuova propulsione e nuovo efficace dinamismo. Eppure tutto questo non sembrava più sufficiente.

Il delitto Matteotti accentuò in lui [Amendola] la convinzione che la battaglia parlamentare non era più sufficiente per combattere il fascismo e che era necessario passare ad un’azione più decisa in modo da creare nel Paese un forte movimento d’opinione pubblica contraria al partito di governo. 141

139 LUPO, cit., p. 183.

140 Tra le molteplici ricostruzioni del delitto di Giacomo Matteotti, riamando a quella di MAURO CANALI, Il delitto Matteotti, Il Mulino, Bologna 1997.

141 D’AURIA, Giovanni Amendola, cit., p. 384.

Fu l’ora della secessione dell’Aventino 142 , concepita da Amendola come sede della legalità effettiva in contrapposizione di quella formale rappresentata dalla Camera dominata dai fascisti.

La crisi spingeva verso una generale radicalizzazione. Nel paese si moltiplicarono i pronunciamenti contro il governo […] e finalmente si creò uno schieramento antifascista in Parlamento: l’opposizione costituì un comitato comprendente popolari, amendoliani, demosociali e partiti di sinistra, che il 27 giugno avrebbe abbandonato le sedute della Camera salendo, come si disse, “sull’Aventino”. In aula restarono una pattuglia di liberali e i comunisti. L’Aventino, sotto la guida di Amendola, elevò un’estrema protesta […] coinvolgente lo stesso Mussolini, e si pose in attesa che il governo cadesse da sé, o che venisse rovesciato dal monarca. 143

Fu una migrazione delle forze costituzionali causata da una sostanziale incompatibilità ed incomunicabilità tra le parti. Gli scopi erano quelli, oltre all’originario progetto di Amendola di serrare le fila degli antifascisti, di mettere in condizione di non operatività il Parlamento, scuotere l’opinione pubblica e persuadere il re ad agire, manifestandogli la grave crisi istituzionale. Gli aventiniani scrissero nel loro Manifesto costitutivo:

[…] si è rilevata l’esistenza di una organizzazione chiamata, al di fuori della legge, alla esecuzione di condanne contro gli oppositori politici; ed una tale organizzazione si trova che è innestata nello stesso organismo di governo e diretta da persone di fiducia del capo di questo.

E oltre:

Necessariamente, le circostanze del delitto, consumato sopra un deputato, a Camera

142 Cfr. a proposito DE ROSA, cit. ; ARIANE LANDUYT, Le sinistre e l'Aventino, Milano, 1973.

143 LUPO, cit., p. 186.

aperta, per l’intuitiva ragione dei suoi legittimi atti e parole in Parlamento, rendono impossibile alle Opposizioni, finché durino le circostanze presenti, la partecipazione ai lavori della Camera. 144

Uno scisma, dunque, basato sulle più elementari questioni morali. Gli aventiniani aggiunsero, in chiusura del proprio Manifesto, che sarebbero tornati in aula solo in seguito al ripristino della legalità nel Paese ed in particolare allo smantellamento delle milizie fasciste ed alla reintegrazione della sola autorità della legge. Molto è stato discusso in sede storiografica sulla validità e sull’opportunità della secessione dell’Aventino in quanto strumento di lotta politica; considerando l’aggravarsi dell’isolamento delle opposizioni e la quasi totale libertà d’azione che fu lasciata al governo Mussolini sulla Camera, gran parte dei commentatori ha letto la secessione come un grave errore politico. Tuttavia, è anche difficile immaginare un differente corso d’azione che avrebbe potuto sortire effetti migliori. Osserva Gabriele De Rosa:

Come rovesciare il fascismo, che aveva ben stretto, nelle proprie mani, polizia e milizia e prefetti e buona parte dell’esercito? Come potere trasformare l’ondata di indignazione popolare in una concreta azione insurrezionale, quando tutte le organizzazioni erano prostrate, quando le leghe erano state distrutte? […] E poi, quali parole d’ordine, quali obiettivi comuni si dovevano indicare al popolo per rovesciare il legame potente che si era stabilito tra il fascismo, i sindacati dei proprietari di fabbrica, il nazionalismo cortigiano e militarista, gli agrari e la vecchia burocrazia massonica? 145

Che si approvi o gli si attribuisca la colpa, anche parziale, per la successiva recrudescenza della stretta autoritaria fascista, la secessione dell’Aventino fu un atto di estremo coraggio, un’iniziativa che intendeva porre le basi per la continuazione della lotta politica. Amendola ed i suoi, nel promuovere ed animare politicamente lo

144 Cit. in Il Parlamento italiano, cit., VOL X, p. 128-129.

145 DE ROSA, cit., p. 7.

“scisma”, stavano in primis incoraggiando i colleghi a spingersi oltre nell’opposizione. Tanto più il fascismo fosse andato avanti nella spirale di violenza e repressione, tanto più le forze democratiche avrebbero dovuto inasprire la propria lotta di legalità e giustizia. Creare un’alternativa politica, uno spiraglio, fu un atto temerario, facilmente criticabile a posteriori poiché destinato a fallire, ma Amendola ed i suoi stretti collaboratori dimostrarono ancora una volta fermezza ed una indiscutibile lungimiranza storica che contribuì a fare dell’antifascismo un vero movimento politico. Il delitto Matteotti e la secessione dell’Aventino fornirono dunque un forte elemento di coesione per le formazioni democratiche e ciò permise ad Amendola di fare considerevoli passi avanti sulla strada della costituzione del nuovo partito aperto che racchiudesse tutta la realtà antifascista del mondo politico. Un primo passo era stato fatto con la fondazione dell’Unione Meridionale, ma Amendola sapeva di “non poter ridurre questo enorme potenziale a sua disposizione in un ambito ristretto, esclusivamente meridionale”. 146 L’idea era infatti quella di reclutare gli iscritti su base regionale, sulla scorta di quanto accaduto in Campania, per poi federare tutti i gruppi così costituiti in un’“Unione Nazionale” 147 flessibile ma compatta. A questo scopo, durante l’estate del 1924, vennero presi molti contatti con gli altri gruppi democratici del paese. Durante il mese di agosto, si andarono diffondendo in tutto il paese gruppi di opposizione democratica, tra cui l’importante Unione Democratica Romana. Fu così che l’8 novembre dello stesso anno Amendola poté riunire al congresso costitutivo dell’ “Unione Nazionale delle forze liberali e democratiche” una buona parte di “intellettuali e ceto medio che andavano dalla sinistra liberale fino alle sfumature più avanzate di radicalismo e della democrazia148 che avevano aderito all’appello di unità ed intendevano fare parte della nascente formazione di opposizione unita.

Il 3 gennaio 1925 Mussolini pronunciò alla Camera il noto discorso, poi definito del

146 D’AURIA, L’Unione Nazionale, cit., p. 135.

147 In merito cfr. SIMONA COLARIZI, Per un partito dei ceti medi: l’Unione nazionale di Giovanni Amendola, in “Storia contemporanea”, 1973, 2.

148 D’AURIA, L’Unione Nazionale, cit., p. 136.

“mezzo colpo di stato”, in cui attuava il primo serio giro di vita all’autoritarismo del suo regime. Senza mezzi termini assunse la responsabilità “politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto”, con ovvi quanto inquietanti riferimenti impliciti a Matteotti; senza mezzi termini minacciò “di stroncare in pieno definitivamente la sedizione dell’Aventino”. Immediatamente dopo furono inviate ai prefetti varie ordinanze con le quali si disponeva, tra l’altro, la chiusura di ritrovi “sospetti dal punto di vista politico”, lo scioglimento di organizzazioni che potessero raccogliere elementi “sediziosi” o “turbolenti”, vigilanze, rastrellamenti e perquisizioni. Osserva Salvatore Lupo:

Le pur modeste garanzie sancite dallo Statuto albertino a tutela delle pubbliche libertà furono liquidate come anticaglie che non potevano frenare la modernità fascista: “lo Statuto, o signori – proclamò il duce – non può essere un gancio al quale si debbano impiccare tutte le generazioni”. 149

Dopo questi eventi, sia l’Aventino che l’Unione Nazionale, legati da una sorta di cordone ombelicale politico, non poterono più restare gli stessi. Il primo cominciò ad indebolirsi, sia dall’interno, per le divergenze circa l’eventualità di tornare in aula, che in conseguenza dei durissimi provvedimenti di cui sopra. Tali problematiche non mancarono naturalmente di investire l’Unione Nazionale, nonostante gli sforzi di Amendola per tenerla unita. Tuttavia, risultò alla fine piuttosto chiaro che l’Unione non era più lo strumento maggiormente idoneo ad affrontare la situazione che precipitava. Onde permettere un ulteriore riallineamento delle ormai stremate forze democratiche, tra il 14 e il 16 giugno 1925 si tenne il primo nonché ultimo congresso dell’Unione Nazionale, cui parteciparono “i più autorevoli esponenti della nuova generazione della liberaldemocrazia italiana150 tra cui, sempre fedele alla propria corrente e alla causa dell’antifascismo, Enrico Presutti. Prodotto del congresso fu il partito della Grande Democrazia:

149 LUPO, cit., p. 191.

150 D’AURIA, Giovanni Amendola, cit., p. 385.

Il partito politico dei ceti medi […] composto da quegli strati della piccola e media borghesia intellettuale e imprenditoriale che costituzionalmente non facevano parte di nessun partito ma che erano sensibili ai richiami di ordine e stabilità. In definitiva un grande partito di “centro” con base di massa, in cui le masse, “ammaestrate dall’esperienza alla necessaria disciplina e riconciliate con la Patria e con lo Stato”, si ponessero in una posizione mediana rispetto agli opposti estremismi. 151

All’interno del congresso, Amendola tenne un discorso di massima importanza, in cui “riaffermò i principi dello Stato legale, della intransigenza della lotta al fascismo e del valore morale di questa intransigenza come esempio per le generazioni future”. 152 Se pure qualche dubbio poteva residuare tra i fascisti circa la fermezza e la tenacia della lotta di Amendola contro il fascismo, questo discorso lo fece considerare ormai, al di là di qualunque tentennamento, l’avversario più irriducibile del regime. Naturalmente, a chi considerasse l’arena politica alla stregua di un campo di battaglia, risultò necessario procedere a misure estreme nei confronti del nemico. Aggredito per l’ennesima volta a bastonate in via dei Serpenti a Roma il 25 luglio 1925 (oltretutto con la connivenza delle autorità), Amendola non si riprese mai più dalle percosse ricevute e riparò a prima a Parigi e poi a Cannes, per ricevere cure mediche che, com’è noto, non gli valsero a nulla: si spense il 7 aprile del 1926. L’atteggiamento fascista di profondo ed inumano spregio per Amendola è forse al meglio rappresentato dal commento che fece “Il Selvaggio” 153 all’aggressione del deputato liberale:

Schopenhauer dice: quando io schiaccio una mosca è chiaro che io non uccido la cosa in sé. I Selvaggi dicono: quando schiacciamo a manganellate Giovanni Amendola, è chiaro che noi non abbiamo ucciso la cosa in sé, e nemmeno il suo

151 Ivi, p. 386.

152 Ivi, p. 385.

153 Rivista dello squadrismo toscano diretta da Mino Maccari.

fenomeno, ma ce ne dispiace, francamente ce ne dispiace. 154

La corrente politica di Amendola non gli sopravvisse a lungo: decapitato, il partito della Grande Democrazia venne sciolto nell’autunno successivo. Ciò che rimaneva degli aventiniani, il 9 novembre 1926 fu dichiarato decaduto dal mandato parlamentare, in seguito all’approvazione (unanime) di una mozione in tal senso di Augusto Turati:

La Camera, considerato che i deputati sotto nominati nel giugno del ’24, presentando una questione morale nei confronti del Capo del Governo e di quest’Assemblea, fecero atto esplicito e pubblico di secessione; considerato che tali deputati continuarono a svolgere, da allora ad oggi, usando delle prerogative e delle immunità parlamentari, opera di eccitamento e sovvertimento contro i poteri dello Stato; ritenendo che essi siano venuti meno alla prescrizione precisa dell’articolo 49 dello Statuto: quella di esercitare la funzione di deputato col solo scopo del bene inseparabile del Re e della Patria:

dichiara tali deputati decaduti dal mandato parlamentare. 155

Seguiva la lunga lista degli aventiniani, tra i quali si leggono nomi quali: Berlinguer Mario, Bracco Roberto, De Gasperi Alcide, Gramsci Antonio, Labriola Arturo, Presutti Enrico, Turati Filippo. Nel successivo svolgimento della mozione furono di volta in volta offesi, derisi, tacciati di viltà e di non aver recepito la grandezza e l’ineluttabilità storica della rivoluzione fascista. L’on. Augusto Turati giunse a dichiarare:

Non è più un contrasto fra partito e partito, fra Governo e naturale opposizione; è la

154 “Il Selvaggio”, 9-16 agosto 1925, cit. in LUPO, cit., p. 186.

155 ATTI PARLAMENTARI, Legislatura XXVII, Prima sessione, Tornata del 9 novembre 1926, p. 6389.

lotta fra un popolo e un gruppo di rinnegati. 156

Poco dopo l’on. Del Croix prese la parola per aderire con entusiasmo alla proposta e per sottolineare alcuni aspetti salienti; infatti a metà del suo discorso fece alcune considerazioni che ben sintetizzano la portata di quanto accadeva in quella seduta:

Si può dire che con le leggi che sono state votate fino a ieri, e con le leggi che voteremo oggi e domani, è negato in Italia il diritto di opposizione. Io nego che vi sia un’opposizione. Non vi può essere opposizione in un periodo rivoluzionario. […] Noi assistiamo ad una rivoluzione evolutiva, a fasi lente, successive e visibili. Quando la rivoluzione sarà compiuta […] allora l’opposizione potrà riprodursi e potrà riprodursi il libero giuoco dei partiti. Oggi no. 157

In apertura di sessione era stata fatta una votazione per effettuare d’urgenza la discussione e la deliberazione della mozione di Augusto Turati: sui 342 presenti, solo 10 risultarono contrari. In seguito alla discussione, si procedette alla votazione per alzata: la mozione fu approvata all’unanimità. Una voce urlò: “E i dieci? Se ne sono andati?”. Lo stesso giorno, poco dopo, fu discusso e poi approvato il disegno di legge: “Provvedimenti per la difesa dello Stato”, che reinseriva nell’ordinamento italiano la pena di morte (abolita nel 1889 con il codice Zanardelli) per reati politici quali l’attentare alla vita dei reali o del Capo del Governo. L’articolo 4 recitava:

Chiunque ricostituisce, anche sotto forma o nome diverso, associazioni, organizzazioni o partiti disciolti per ordine della pubblica autorità, è punito con la reclusione da tre a dieci anni, oltre l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Chi fa parte di tali associazioni, organizzazioni o partiti è punito, pel solo fatto della partecipazione, con la reclusione da due a cinque anni, e con l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Alla stessa pena soggiace chi fa, in qualsiasi modo, propaganda

156 Ivi, p. 6392.

157 Ivi, p. 6393.

della dottrina, dei programmi e dei metodi d’azione di tali associazioni, organizzazioni o partiti. 158

Se anche Amendola non fosse stato ucciso, avrebbe avuto vita difficile nel tentativo di guidare il suo gruppo di stretti collaboratori e tutti i deputati costituzionalisti verso la nascita di una compatta opposizione. La botte era chiusa e sigillata. Non si può oggi, a posteriori, che condividere le parole poc’anzi citate dell’on. Del Croix circa la possibilità di fare opposizione a seguito dei provvedimenti di quel periodo. Solo il fuoco, la morte e l’odio della guerra avrebbero sciolto questo nodo epocale ed insegnato nuovamente all’Italia ciò che i liberali di Amendola avevano sempre sostenuto, anche a carissimo prezzo: il valore irrinunciabile della libertà politica.

158 Ivi, p. 6397.

5 – Vita parlamentare, parte seconda:

L’attività parlamentare di Enrico Presutti

Tu sei un uomo, Winston, tu sei l’ultimo uomo. La tua specie è estinta; noi ne siamo gli eredi. Ti rendi conto che sei solo? Tu sei fuori dalla storia, tu non esisti. George Orwell, 1984

Come si è visto nel precedente capitolo, nella tornata elettorale del maggio 1921, Enrico Presutti fu eletto alla Camera in ben due circoscrizioni, Napoli e Benevento, tra le quali scelse la seconda, forse perché, in qualità di ex-sindaco di Napoli, desiderava offrire ai suoi elettori la più completa trasparenza. Una volta conquistato il seggio parlamentare, Presutti si dedicò sin da subito a cercare attivamente una soluzione ai problemi che aveva potuto osservare durante i mesi dell’inchiesta svolta in Puglia. Nel tentativo di sciogliere almeno alcuni dei più intricati nodi che costituivano le problematiche condizioni del Mezzogiorno rurale, egli preparò una proposta di legge: “Per favorire le costruzioni di case coloniche e villaggi rurali nel Mezzogiorno e nelle isole” che fu presentata e letta una prima volta il 23 luglio, reiterata il 3 agosto e infine svolta in aula il 10 dicembre del 1921. Nell’introduzione all’elencazione degli articoli, l'onorevole Presutti denunciò la cattiva dislocazione abitativa nelle campagne meridionali, in particolare sottolineando la nociva prevalenza di grossi borghi che “se per il numero degli abitanti meriterebbero di essere considerati come centri urbani, per la composizione della popolazione, non sono che borghi rurali159 . Tale assetto abitativo comportava la mancanza di un’appropriata dislocazione uniforme e la lontananza tra il posto di lavoro del contadino ed il suo domicilio: condizioni queste che rendevano oltremodo difficile

159 ATTI PARLAMENTARI, Legislatura XXVI, documenti-disegni di legge e relazioni, n. 1153, p.1.

una più assennata razionalizzazione delle risorse e determinavano oltretutto l’impossibilità di considerare le variegate ed intense colture che tanto avrebbero giovato alla ripresa dell’area. Infatti, la prevalenza della monocultura di retaggio latifondistico causava oltretutto notevoli e dannosi periodi di disoccupazione stagionale cui seguivano periodi lunghi di lavoro, cosa che naturalmente causava disagio alla classe contadina a causa della discontinuità del reddito, oltre a costituire uno spreco di forza lavoro. Agevolare ed in parte finanziare la costruzione di case coloniche avrebbe armonizzato e resa omogenea la distribuzione della presenza contadina, lì dove invece la colonizzazione rimaneva ancora un fenomeno sporadico e basato sul sacrificio del singolo. I villaggi rurali avrebbero invece costituto quella via di mezzo tra la casa colonica isolata ed il grande borgo rurale, in modo da accorciare sensibilmente la distanza tra la casa del coltivatore ed il suo campo. Colonizzando estensivamente il territorio era possibile sovvertire il vecchio e poco efficace paradigma della grande azienda monoculturale che, non solo permetteva uno sfruttamento limitato delle potenzialità del suolo, ma privava anche la classe contadina degli strumenti per trasformarsi in quella nuova classe di coltivatori- imprenditori che già era stata vista da Presutti, ai tempi della relativa inchiesta parlamentare, come il primo passo verso l’uscita dalla stagnate situazione che ivi permaneva.

[…] la costruzione di borgate rurali deve essere fatta in modo da creare condizioni tali da permettere di avviare i salariati agricoli a trasformarsi in piccoli intraprenditori, da ovviare all’inconveniente proprio della grande azienda di procurare ai lavoratori periodi di intensa lavorazione susseguiti da periodi di disoccupazione. […] Su tali piccoli lotti, gli usuari potranno praticare culture diverse da quelle praticate nelle vicine grandi aziende: onde i lavoratori potranno impiegare i giorni di disoccupazione, che loro lasciano le grandi aziende vicine, nelle quali sarebbero occupati come salariati, nella coltivazione dei propri piccoli

lotti. 160

Questa grande opera di ristrutturazione del tessuto abitativo-lavorativo del meridione rurale non poteva però aver luogo senza il sostegno dello Stato e delle sue finanze. Troppo a lungo era stata esclusivamente la sporadica iniziativa del singolo a fare da esempio della validità della policoltura e della media e piccola azienda agraria. Il “sacrificio [da parte] dello Stato” che Presutti invocava non si giustificava “solo con considerazioni di ordine sociale, morale e politico, ma anche con una ovvia considerazione di ordine economico”. Le mire erano dunque quelle di ordine e giustizia sociale, ricchezza produttiva ed equa allocazione delle risorse economiche dell’Italia tra tutte le classi sociali e tra tutte le aree del Paese. Quando il 10 dicembre Presutti fu invitato a svolgere in aula la propria proposta di legge, egli illustrò eloquentemente alla Camera l’obbligo, anzitutto morale, cui il Governo doveva attendere nell’”avvicinare il lavoratore alla terra161 e nel permettere la “trasformazione dei salariati agricoli in piccoli intraprenditori162 , punto sul quale non mancava di insistere. Aggiunse che tale politica avrebbe permesso una più vasta applicazione di “quel meraviglioso strumento di trasformazione agraria che in alcune regioni, segnatamente nella Puglia, è stato il contratto di affitto a miglioria.163 Si riferiva naturalmente all’enfiteusi 164 , i cui ottimi risultati aveva potuto osservare durante l’inchiesta parlamentare in Puglia. Concludendo, Presutti ricordò le parole che il senatore Cappelli (vicepresidente della Commissione d’inchiesta) ebbe nel constatare che i contadini meridionali, nonostante l’incuria dello Stato, erano riusciti a sottrarsi allo stato di miseria causato dal ribasso dei prezzi agricoli: “Io ringrazio Iddio che prima di chiudere gli occhi alla luce mi ha permesso di vedere i miei fratelli che con le sole loro forze si sono redenti e si sono estolti dalla miseria in

160 Ivi, p. 2.

161 ATTI PARLAMENTARI, Legislatura XXVI, prima sessione, tornata del 10-12-1921, p. 2330.

162 Ibid.

163 Ibid.

164 Antico istituto giuridico, la cui costituzione è prevista per periodi lunghi o in perpetuo, che prevede da parte del proprietario di un bene immobile (direttario) la cessione ad altri (enfiteuta) del godimento del fondo dietro pagamento di un canone (normalmente annuario) e l’importante obbligo di migliorare le condizioni del fondo stesso.

cui erano caduti165 . Dopo di ciò, Presutti asserì energicamente che i pubblici poteri non potevano limitarsi a quelle parole di pregio, e che fosse altresì preciso dovere delle istituzioni mettere i contadini meridionali nelle condizioni di progredire ulteriormente sulla strada dell’emancipazione morale e materiale sulla quale essi si erano già con fatica autonomamente disposti. Alla proposta di legge Presutti rispose lo stesso ministro dell’agricoltura del primo governo Bonomi, Mauri. Il ministro fece presente che già il Governo si era in tal senso mobilitato, stanziando sul bilancio ministeriale un fondo di due milioni destinati a rimborsi di interessi su mutui contratti per la costruzione di case coloniche. Un provvedimento simile, per alcuni versi, anche se la proposta di legge di Presutti prevedeva uno stanziamento di cinque volte superiore ed un impegno non solo quantitativamente superiore. In merito alla relativa esiguità dell’intervento il ministro aggiunse:

I mezzi di cui oggi il potere esecutivo può disporre sono dati dallo stanziamento della legge 20 agosto 166 ; ma io mi sono preoccupato di preparare un notevole passo innanzi, e l’ho fatto col disegno di legge sul latifondo, in quanto non accontentandomi di quell’articolo 45 del progetto precedente, in base al quale possono essere costruiti dei consorzi obbligatori per la costruzione di case di abitazione per contadini, ho proposto degli articoli aggiuntivi, i quali permettono anche la costruzione obbligatoria di centri di colonizzazione, che corrispondono, anzi sono identica cosa, mutato il nome, con la borgata rurale di cui tratta la proposta dell’onorevole Presutti. 167

Ciò detto, la proposta fu presa in considerazione, ma sostanzialmente ogni discussione in merito fu rimandata allo svolgimento della futura legge sul latifondo e la proposta di legge Presutti non ebbe più, in tale forma, seguito.

165 ATTI PARLAMENTARI, Legislatura XXVI, prima sessione, tornata del 10-12-1921, p. 2331.

166 Legge relativa a provvedimenti contro la disoccupazione che destinava parte della cifra destinatavi alla costruzioni di case coloniche.

167 ATTI PARLAMENTARI, Legislatura XXVI, prima sessione, tornata del 10-12-1921, p. 2332.

La discussione su tale disegno di legge (che ebbe nome “Trasformazione del latifondo e colonizzazione”) prese buona parte dei lavori parlamentari svoltisi tra il giugno ed il luglio del 1922. In questa occasione Presutti non mancò di far sentire la propria voce e di illustrare limpidamente ai colleghi le sue proposte ed i suoi emendamenti basati sull’esperienza accumulata nella ricerca, la profonda conoscenza del diritto ed il senso di giustizia che lo caratterizzava. La problematica di fondo consisteva nel decidere le modalità di espropriazione dei latifondi e della relativa concessione a terzi; un’espropriazione tout court sarebbe stata però eccessivamente onerosa per lo Stato dal punto di vista finanziario, visto l’obbligo di versare un’indennità al latifondista. L’onorevole Presutti in quelle settimane difese e promosse l’adozione dell’istituto dell’enfiteusi, che veniva considerato nel disegno di legge solo in merito ai beni degli enti morali. Di origine medievale, l’enfiteusi aveva costituito, nell’Italia meridionale, il primo passo verso l’abolizione della feudalità. Secondo Presutti, grazie alla concessione obbligatoria in enfiteusi, sarebbe stato possibile ovviare alla scarsità di risorse allocate per i provvedimenti in ambito agrario e, inoltre, si sarebbe così adottato un sistema maggiormente flessibile; altro grande vantaggio dell’istituto consisteva nell’obbligo dell’enfiteuta di migliorare il fondo. Si trattava di un dispositivo economico, versatile e che avrebbe portato in prospettiva una superiore prosperità al settore. Si presentavano tuttavia due principali problematiche nell’adozione di tale struttura. Un primo ostacolo era rappresentato dall’imprevedibilità e dalla rapida alterazione dei valori della moneta in quel particolare momento storico; ove fosse adottato un canone enfiteutico in denaro, le fluttuazioni del valore della lira avrebbe potuto causare ingiustizie e speculazioni. Come lo stesso Presutti asserì alla Camera il 27 giugno 1922:

Se la moneta si rivaluta, noi abbiamo la rovina dell’enfiteuta e l’arricchimento del direttorio, e, viceversa, se la moneta si svaluta ulteriormente, noi abbiamo

l’arricchimento dell’enfiteuta e l’impoverimento del direttorio. Ma a questo c’è un rimedio: c’è il rimedio di stabilire che il canone si debba stabilire in derrate, e precisamente in grano, di guisa che ogni anno in base al corso del mercato nel comune in cui viene concessa l’enfiteusi si possa fare la liquidazione della somma dovuta. 168

Una seconda difficoltà consisteva nell’urgente necessità di un accertamento e di una revisione degli aspetti fiscali dei redditi fondiari. Gli imponibili fondiari erano stati calcolati infatti precedentemente rispetto all’inizio del fenomeno della frammentazione del latifondo ed il comportamento speculativo di alcuni latifondisti meridionali aveva portato ad un fenomeno nocivo per il fisco, come Presutti sottolineò nello stesso discorso:

In molte regioni del Mezzogiorno è avvenuto questo: quando il latifondista vendeva una parcella del suo latifondo ad un contadino, e doveva fare il riparto dell’imponibile fondiario tra la parcella che vendeva e la parte del latifondo che restava a lui, quando questa ripartizione non era controllata, il latifondista gravava la maggior parte dell’imponibile sulle parcelle che vendeva, in guisa che diminuiva la parte dell’imponibile a carico della parte del latifondo che restava nelle sue mani. Ora perciò s’impone, e per ragioni di giustizia tributaria e per esigenza finanziaria, non solo dello Stato, ma dei comuni e delle province, un immediato riaccertamento degli imponibili fondiari. 169

Ai

fini dell’adozione diffusa della concessione obbligatoria in enfiteusi, ciò risultava

di

capitale importanza, in quanto i canoni enfiteutici sarebbero stati influenzati

dall’ammontare dell’imposta fondiaria che, in tale regime di proprietà, grava sullo stesso enfiteuta. Alla luce di tali riflessioni, gli onorevoli Presutti, Veneziale,

168 ATTI PARLAMENTARI, Legislatura XXVI, seconda tornata del 27-6-1922, p. 6933.

169 Ivi, p. 6933 e 6934.

Mazzarella, Sandulli, Baldassarre, Caporali, Buonocore, Mancini Augusto, D’Alessio e Baviera, presentarono il successivo 8 luglio un emendamento in tal senso alla legge in discussione. Tuttavia, Presutti si vide ben presto costretto a ritirarlo, constatata la ferma volontà della Camera a non adottare la concessione obbligatoria in enfiteusi se non per i beni degli enti pubblici; i privati avrebbero potuto concederla, ma non sarebbero stati obbligati a farlo. Presutti concluse in merito:

[…] il mio emendamento non ha più ragion d’essere, in quanto si potrà col regolamento stabilire la modalità dell’enfiteusi: e per i proprietari privati si potranno stabilire delle modalità per la concessione in enfiteusi, dal momento che sono liberi di consentirla o no. 170

Si chiuse così l’attività di Enrico Presutti in merito alle riforme agrarie. Fu un lungo e controverso percorso parlamentare: una Commissione d’inchiesta, poi la guerra, che ne impedì le logiche conseguenze, e varie proposte di legge con i relativi dibattiti, emendamenti e votazioni. Tutto ciò nel rispetto delle leggi e della democratica maggioranza. Purtroppo di lì a pochi anni non sarebbe stato più comune vedere in quell’aula un simile dibattito, visto che la stretta autoritaria del fascismo stava per chiudersi attorno alle istituzioni italiane con progressiva, costante inesorabilità. Sin dai primi giorni del fascismo l’intelligenza politica e la passione democratica di Enrico Presutti gli permisero di individuare nel movimento una minaccia per la salvezza dello stato di diritto. Lì dove occorse diverso tempo perché altre menti pure degnissime operassero una definitiva rottura col fascismo, uomini come Enrico Presutti provarono immediatamente un sentimento di distacco nei confronti di una forza politica che aveva conquistato il potere grazie a strategie che esulavano dalle modalità legali. Tale era l’incompatibilità tra il senso di diritto del giurista Presutti e lo sprezzo delle istituzioni dei fascisti, che sin dal primo giorno “ufficiale” della presidenza del consiglio di Benito Mussolini, il primo non riuscì a fare a meno di

170 ATTI PARLAMENTARI, Legislatura XXVI, seconda tornata del 8-7-1922, p. 7727.

manifestare il proprio dissenso nei confronti del secondo.

Meno di venti giorni dopo la “Marcia su Roma” ed il conferimento da parte del re dell’incarico di formare un nuovo governo, Mussolini entrò alla Camera dei Deputati per pronunciare il suo primo discorso come Presidente del Consiglio, onde ottenerne la fiducia. Enrico Presutti era in aula. L’oratore, futuro Duce del Fascismo, parlò ai deputati in un modo che, a ben vedere, aveva senz’altro del paradossale: un discorso mirato ad ottenere la fiducia delle Camere non affermava altro, in buona sostanza, che sdegno per l’istituzione stessa.

Da molti anni, anzi, da troppi anni, le crisi di Governo erano poste e risolte dalla Camera attraverso più o meno tortuose manovre ed agguati, tanto che una crisi veniva regolarmente qualificata un assalto ed il Ministero rappresentato da una

traballante diligenza postale. Ora è accaduto [

parte migliore – ha scavalcato un ministero e si è dato un Governo al di fuori, al di

che il popolo italiano – nella sua

]

sopra e contro ogni designazione del Parlamento. 171

Alcune parole dopo, Mussolini mise in guardia i gruppi democratici dal protestare contro l’illegalità di quanto era accaduto e di quanto sembrava preannunciare il discorso:

Lascio ai melanconici zelatori del supercostituzionalismo il compito di dissertare più o meno lamentosamente su ciò. Io affermo che la rivoluzione ha i suoi diritti. Aggiungo, perché ognuno lo sappia, che io sono qui per difendere e potenziare al massimo la rivoluzione delle “camice nere”, inserendola intimamente come forza di sviluppo, di progresso e di equilibrio della Nazione.

171 BENITO MUSSOLINI, Opera omnia, a cura di E. e D. Susmel, La Fenice, Firenze 1951-1963, vol. XIX, p. 17 e segg., da cui traggo anche le citazioni successive.

Lo Statuto Albertino era improvvisamente diventato un balocco per azzeccagarbugli polverosi. Probabilmente, i “melanconici zelatori del supercostituzionalismo”, tra cui naturalmente Presutti, si agitarono a disagio nei banchi. Ma immediatamente dopo soggiunse un passaggio rimasto memorabile:

Potevo fare di quest’aula

sorda e grigia un bivacco di manipoli; potevo sprangare il Parlamento e costituire

un Governo esclusivamente di fascisti. Potevo: ma non ho, almeno in questo primo

tempo voluto. [

avere una maggioranza parlamentare, della quale posso oggi benissimo fare a meno;

ma per raccogliere in aiuto della Nazione boccheggiante quanti, al di sopra delle sfumature dei partiti, la stessa Nazione vogliono salvare.

Ho costituito un Governo di coalizione e non già con l’intento di

Mi sono rifiutato di stravincere e potevo stravincere. [

]

]

Solo il socialriformista Modigliani ebbe il coraggio di azzardare un “Viva il Parlamento!”, “non seguito da nessuno e caduto nel vuoto in mezzo al servilismo

sbigottito172 . Tuttavia, in un’altra parte dell’aula, Enrico Presutti manifestava silenziosamente il suo sdegno. Gli affronti alle istituzioni del capo del Governo furono troppo per il suo senso dello Stato. Quella sorda e grigia aula era costata la vita ed enormi sacrifici a troppi uomini del passato e del presente perché venisse fatta oggetto di scherno. Si alzò fiero e sdegnato dal proprio scanno ed abbandonò l’aula. Mussolini s’interruppe brevemente per domandare a mezza voce chi avesse tanto osato, ma per il momento non fece altro 173 . Si limitò ad aggiungere poco altro di

significativo, come ad esempio: “[

posizione che la rende passibile di scioglimento fra due giorni o fra due anni” o, in chiusura, “Cinquantadue iscritti a parlare sulle mie comunicazioni sono troppi” e, chiedendo il sostegno divino al fine di portare a termine la sua “ardua fatica”, lasciò l’aula.

]la

Camera deve sentire la sua particolare

172 Lettera di Anna Kuliscioff a Filippo Turati, 17 novembre 1922, in FILIPPO TURATI - ANNA KULISCIOFF, Carteggio, Einaudi, Torino 1977, p. 902.

173 Cfr. rubrica “Colonna Funebre” in “L’acacia massonica”, gennaio-febbraio 1950.

Le premesse del fascismo, così sintetizzate il 16 novembre del 1922, non erano certo delle migliori per i costituzionalisti e i deputati oppositori. Tuttavia, la prima fase del fascismo al potere fu un periodo di transizione, in cui non furono ancora soppresse le istituzioni ereditate dallo stato liberale. Dopo questa fase di incubazione vennero poi man mano adottati i ben noti provvedimenti liberticidi destinati a precipitare l’assetto costituzionale del paese in una spirale discendente di torpore, fino a ridurre i più basilari elementi della vita pubblica e politica allo status di lettera morta. Uno dei primi provvedimenti in tal senso fu la legge elettorale Acerbo che, come già ricordato, prevedeva un massiccio premio di maggioranza al partito che avesse conseguito più suffragi; provvedimento questo concepito a tutto vantaggio del Partito fascista, il quale prevedeva una prevalenza di consensi.

Le opposizioni, pur conoscendo a priori che la riforma sarebbe egualmente passata, accolsero con gioia l’annunzio della battaglia, sicure di logorare fortemente il governo sul terreno dei criteri giuridici che debbono presiedere la rappresentanza, e di prospettarlo come nemico della libertà. Il fascismo, con quella incongruenza che è in ogni suo atto, accettò la sfida, dichiarando che esso avrebbe sempre avuto la forza per fare a meno del consenso, e che solo per far piacere agli avversari intendeva avvalersi dei congegni legali. A chi imprende serenamente ad analizzare questa posizione fascista non potrà sfuggire il senso grottesco di cui è impregnata. 174

Inoltre la riforma prevedeva elezioni basate su liste di candidati stilate dai partiti stessi: in tal modo la scelta dei candidati veniva allontanata dal corpo elettorale per essere assegnata esclusivamente ai vertici di partito. Fu su questa grave questione di fondo, più che sul pesante premio di maggioranza (che, invero, preoccupava i più), che Enrico Presutti decise di attaccare la legge Acerbo, che si sarebbe rivelata strumento preziosissimo per i fascisti nelle successive elezioni della primavera del

174 GUIDO DORSO, La rivoluzione meridionale, Roma, 1945, p. 100.

1924. Durante i lavori alla Camera del 20 luglio 1923 175 , Presutti presentò infatti un emendamento che dava la possibilità a tutti gli aspiranti candidati esclusi dalle liste preparate dai partiti di presentarsi in una lista afferente ad un partito creato ad hoc poco più di un mese prima del giorno fissato per le elezioni. In tal modo, Presutti sperava di lasciare uno spiraglio a coloro che fossero penalizzati dalla politica interna delle organizzazioni partitiche e dalle annesse pratiche clientelari. Il primo, significativo comma dell’emendamento era così formulato:

Entro il quarantacinquesimo giorno anteriore a quello fissato per la votazione, possono o millecinquecento elettori o almeno trenta membri del Parlamento, senatori o deputati uscenti, dichiarare alla cancelleria della Corte di appello di Roma il nome di un partito, nel quale avranno il diritto di iscriversi coloro di cui si presenti la candidatura a norma dell’articolo seguente. 176

Era questo un emendamento che non solo sovvertiva lo spirito della riforma Acerbo, concepita esattamente per lo scopo contrario, ma che andava a ridurre l’influenza ed i privilegi dei partiti organizzati, ormai prevalenti. Dunque un emendamento destinato ad essere respinto, come Presutti ben sapeva; ciononostante, lo portò in aula e lo difese: più che la presentazione di un emendamento fu un atto di accusa nei confronti del tentativo della riforma di instaurare un “impero dei partiti177 . Sapeva che la voce della coscienza non sarebbe stata ascoltata, che sono pochi a valutare più un ideale che un interesse; infatti esordì così nel presentare il proprio emendamento:

Onorevoli colleghi, io ho bisogno di tutta l’indulgenza della Camera perché sento di combattere una battaglia anticipatamente perduta. Ma, anche perdendo, onorevoli colleghi, si può difendere la propria fede! Oramai, la grande maggioranza della Camera fa parte di partiti organizzati; ed, evidentemente, una proposta la quale

175 La legge Acerbo sarà infine emanata il successivo 18 novembre.

176 ATTI PARLAMENTARI, Legislatura XXVI, prima sessione, tornata del 20-7-1923, p. 10878.

177 Ivi, p. 10880.

tenda a diminuire l’influenza dei partiti organizzati, ha bisogno per essere ascoltata, di tutta la cortesia della Camera, ma non può evidentemente da essa essere accolta.

178

Nello svolgimento del suo discorso egli dimostrò come un tale sistema di liste avrebbe spinto l’apparato politico verso la partitocrazia e avrebbe svuotato di ogni contenuto ideologico l’esercizio della politica. Mise in luce come fosse antidemocratico allontanare la selezione della classe dirigente dalla società civile; infatti disse:

Il partito per natura sua è l’organo meno adatto a dare soddisfazione alla pubblica opinione, perché ha una sua idea preconcetta che vuol far prevalere anche contro l’opinione pubblica; al contrario, gli eletti, mossi dal naturale desiderio di volere una rielezione, assai difficilmente si mettono in urto con la pubblica opinione e ne seguono fedelmente, o il più fedelmente possibile, le tendenze. Non tenete conto del periodo in cui il partito lotta per conseguire la vittoria; non tenete conto di quel periodo in cui prevalgono gli ideali e i sacrifici, ma guardate invece al momento in cui il partito ha vinto ed ha conquistato il potere, in cui prevalgono le ambizioni e gli appetiti, in cui dominano gli interessi e in cui spesso, sempre anzi (è questa la esperienza italiana) i migliori disertano dalle fila del partito e restano coloro i quali dal partito traggono molto spesso qualche vantaggio materiale. […] La vita dei partiti in Italia, e del resto anche in gran parte del mondo, è così fatta che una piccola minoranza è quella che partecipa alla vita dei partiti stessi. Ed allora, quando il sistema voluto dal Governo affida ai partiti la formazione delle liste, evidentemente affida la designazione degli eletti ad una infima minoranza. 179

Le pratiche clientelari che Presutti ben conosceva almeno sin dai tempi dell’inchiesta Saredo, sembravano voler dilagare e Presutti stava dunque facendo un appello

178 Ivi, p. 10879.

179 Ibid.

disperato a ideali superiori, affinché il fisiologico non diventasse patologico, affinché non avvenisse quel definitivo distacco tra eletti ed elettori che è la morte della democrazia ed il veleno della vita pubblica. Ancora una volta affermava con forza la necessità di un sacrificio. Lo aveva fatto una prima volta nei confronti dei proprietari terrieri pugliesi, “sacrificio di vanagloria”, perché rinunciassero alle loro prerogative in nome del bene comune e della prosperità regionale e nazionale, ma sapeva che ciò non si sarebbe verificato. Aveva una seconda volta invocato un sacrificio, stavolta da parte dello Stato, al fine di favorire la colonizzazione in quello stesso sud rurale trascurato e bisognoso che tanto avrebbe potuto dare all’Italia, ma fu ascoltato solo in minima parte. Per la terza volta chiedeva ai forti di rinunciare al dominio in nome di un ideale di giustizia e democrazia, ma ancora, era certo di fallire. Egli tornò a difendere i deboli e, ben presto nel suo discorso giunse a difendere i “suoi” deboli, quelli che sin dall’inizio della sua carriera di deputato aveva tenuto presente e raccomandato al Parlamento.

Ora questo progetto non solo affida ai partiti, cioè ad una cerchia ristretta di persone, la formazione delle liste, la scelta dei candidati, ma toglie anche il diritto di scelta degli individui ad una massa rilevantissima degli elettori. Perché è vano sperarlo! Con la scheda di Stato saranno ben pochi gli elettori i quali potranno dare

il voto di preferenza! Tutta la massa dei contadini meridionali, disgraziatamente

analfabeti, non saranno in grado di dare il voto di preferenza, non saranno in grado

di fare la scelta dei candidati nella lista, se pure le deliberazioni di questa Camera

permetteranno che una certa selezione si faccia fra i nomi proposti dai partiti; non

saranno in grado di esercitare questa selezione. 180

Qui fu interrotto più volte, ma riprese con maggiore foga:

Sono analfabeti! Ma non è questa una colpa loro! Potrebbe essere una colpa nostra,

180 Ivi, p. 10880.

più che una colpa loro! Ed in ogni caso, a questi contadini, ai quali oggi si toglie, di fatto, il voto, non si domandò se sapessero leggere o scrivere quando si chiamarono

a difendere la Patria! Ma oggi onorevoli colleghi, si toglie loro questa modesta

conquista che avevano conseguito, che, se era un piccolo bene per loro, imponeva però a noi, della classe politica, anche un dovere, perché ci costringeva a metterci in contatto con essi per poterli educare ad intendere i grandi problemi della vita nazionale! 181

Concludendo, Presutti lanciò il suo appello ad una morale politica che ormai sembrava perdersi sulla scia dei personalismi:

[…] io dico che al disopra di questi interessi di individui e di gruppi, vi è qualche cosa di più alto e di più nobile; vi sono le esigenze inesorabili dell’idea e del metodo democratico, che non può vivere, onorevoli colleghi, semplicemente con questi artifici legislativi, ma deve ogni giorno espandersi nel Paese, cercando di attirare ogni giorno di più consensi a quella che è la vita dello Stato. […] Voi intanto potrete dare una forza a questa nostra Italia, in quanto che attuerete l’ideale del Governo democratico, (Rumori a destra) un Governo cioè che sia, non solo per il popolo, ma anche del popolo! 182

Le reazioni all’emendamento ed alla presentazione furono unanimi: rifiuto su tutti i fronti. Il primo a prendere parola dopo Presutti fu un esponente dell’estrema sinistra:

l’onorevole Vella. Egli sottolineò l’immoralità politica dell’emendamento, motivandola con l’artificiosità della creazione di un “altro partito nel quale, all’ultimo momento, tutti i naufraghi della vita parlamentare potrebbero aderire, a

scopo soltanto elettorale183 . La conseguenza più grave della creazione di un “partito

di rifugio” sarebbe stata, nell’opinione di Vella, quella di “turbare la lotta dei partiti

181 Ibid.

182 Ivi, p. 10881.

183 Cit. e segg.: ivi, pp. 10881 e 10882.

seriamente organizzati”. Aggiunse che la causa della crisi politica italiana stava proprio nella mancanza di partiti altamente organizzati e dotati di un completo programma ideologico, sostituita dal governo “dell’uomo”. Si dichiarò infine contro la stessa espressione di una preferenza all’interno delle schede elettorali e respinse l’emendamento sia a titolo personale che come portavoce del suo partito. Il Presidente della Camera passò poi la parola a Casertano, relatore per il disegno di legge in discussione. Il relatore si limitò a respingere la proposta affermando che essa sconvolgeva lo spirito della legge in discussione, nonché di tutte le precedenti leggi elettorali. Fu poi la volta dello stesso Acerbo, sottosegretario di Stato per la presidenza del Consiglio dei ministri nonché autore della proposta di legge, il quale aderì con poche asciutte parole a quanto detto da Casertano. Il Presidente, visto il rifiuto sia della Commissione che del Governo, chiese a Presutti se intendesse mantenere l’emendamento e sottoporlo comunque a votazione. Egli rispose, stoicamente: “Vi insisto; forse lo voterò solo io ”. Ritirò poi tutti i successivi emendamenti da lui preparati, tranne quelli relativi al successivo articolo 88 che, come disse, “riguarda un altro argomento”. L’indomani fu presentato alla Camera detto articolo, il quale concerneva i reclami, la convalida e le cause di invalidità tassativa delle elezioni. In breve, l’articolo ribadiva l’esclusiva competenza della Camera per la convalida o l’annullamento delle elezioni; la competenza di Commissioni e Comitati d’inchiesta (emanati dalla Camera stessa) per le istruttorie relative alle proteste ed ai reclami, nonché una serie di vizi di forma che avrebbero tassativamente annullato le elezioni, senza cioè una deliberazione da parte dell’assemblea. Gli emendamenti che Presutti presentò prevedevano sostanzialmente due fondamentali modifiche. Il primo emendamento aggiungeva alcuni casi di invalidità tassativa:

Saranno in ogni caso nulle le votazioni delle sezioni:

[…] c) in cui il numero dei votanti sia stato inferiore al 40 per cento, esclusi i sospesi dal

diritto di voto, gli emigranti, degl’iscritti, e su altri elementi risulti che per subite intimidazioni gli elettori si astennero dal votare; d) in cui risulti che il voto non fu libero; e) nelle quali vi fu corruzione degli elettori. 184

Il secondo emendamento disponeva il trasferimento delle funzioni istruttorie in merito a contestazioni elettorali dalla Giunta delle elezioni alla Corte di Cassazione del Regno, ferma restando la prerogativa della sola Camera ad annullare o convalidare i risultati elettorali. Al momento di illustrare le sue nuove modifiche, Presutti, in merito alla prima, sostenne l’importanza del tassativo annullamento delle elezioni in caso di scarsa affluenza, ove fosse comprovabilmente determinata da intimidazioni.

In questa condizione di cose, l’annullamento di quelle sezioni importerebbe una remora al partito il quale, trovandosi in quelle sezioni in maggioranza, non avrebbe più la spinta a commettere quel broglio elettorale che più frequentemente si verifica e cioè la intimidazione degli elettori. Lo stesso partito di maggioranza verrebbe ad avere interesse che il maggior numero possibile di elettori affluisse alle urne, perché se approfittando della sua maggioranza esso intimidisse gli elettori avversari per allontanarli nulla guadagnerebbe in quanto i suoi voti verrebbero annullati. 185

Qui richiese notevole coraggio il vistoso sottinteso alle Camicie Nere ed i loro metodi di “persuasione”. Per il secondo emendamento si limitò a dire:

Ora in questa condizione di cose a me sembra che, lasciando ferma la disposizione statutaria che lascia alla Camera esclusivamente di decidere sulla validità dell’elezione dei propri membri, possa il compito di istruire i reclami presentati, essere affidato a un organo giurisdizionale imparziale, quale è la Corte di

184 Ivi, tornata del 21-7-1923, p. 10948.

185 Ivi, p. 10949.

Cassazione. 186

Oltretutto, a norma del secondo emendamento di Presutti, la Corte sarebbe stata integrata da un presidente di sezione e dieci consiglieri, tutti designati mediante sorteggio in assemblea generale e seduta pubblica. La massima trasparenza dunque, nella composizione dell’assemblea istruttoria. I provvedimenti erano atti a garantire le elezioni che si sarebbero svolte di lì a nove mesi. Se fossero stati accettati i suoi emendamenti, forse la seduta di fine maggio 1924 (in cui si discusse la convalida delle elezioni) sarebbe stata diversa. Forse l’Italia avrebbe avuto, se non regolari elezioni, almeno la possibilità di annullarle regolarmente. Probabilmente Matteotti sarebbe stato ucciso comunque, ma almeno le violazioni che egli denunciò sarebbero state più evidenti. Purtroppo, nemo profeta in patria e ciò valse anche per Presutti che vide, ancora una volta, respinti i suoi emendamenti con ragioni pretestuose e con la forza della maggioranza. Tuttavia, come vedremo, quando giunse il momento della verità, Matteotti non fu solo nel suo fatidico j’accuse.

Nell’aprile 1924 si svolsero le elezioni politiche per la XXVII legislatura.

Nelle elezioni […] il “listone” fascista (in cui numerosi vennero candidati i fiancheggiatori) ottenne quasi il 65% dei voti 187 . Il suo successo fu dunque netto, seppure non sia facile dire quanto gli elettori condividessero le prospettive rivoluzionarie, quanto volessero esprimere un sostegno all’operato del governo, quanto un generico bisogno di quiete e restaurazione. È logico che ci si chieda anche fino a qual punto fosse libero il loro voto. Qualche risposta può venire da una disaggregazione per zone. Nell’Italia settentrionale, sia pure di poco, la coalizione filo-governativa non riuscì ad ottenere la maggioranza; si confermarono lontane dal fascismo le masse operaie, e con esse le grandi città dove, forse, era più difficile porre in opera intimidazioni su larga scala. Nell’area di più robusto impianto del

186 Ibid.

187 Per l’esattezza, il 64,9%.

fascismo-movimento, l’Italia centrale, il listone conseguì eccellenti risultati anche perché in molti collegi l’opposizione – alla quale già da tempo era impedita una qualsiasi attività – rinunziò addirittura a presentare candidature di fronte alla prospettiva di generalizzate violenze pre-elettorali. Un risultato altrettanto netto si ebbe al Sud ultimo arrivato al fascismo. Qui come altrove ci furono episodi di terrorismo, ma contarono pure le capacità antiche e nuove del potere prefettizio di “fare” le elezioni; non a caso da questa parte d’Italia provenivano i nomi più illustri del liberalismo cooptati nel listone seppure tra opposte perplessità, loro e dei fascisti locali. 188

Dunque, già compromesse dalla faziosa legge Acerbo, le elezioni furono caratterizzate dalle violenze e dai brogli dei fascisti. Come commentò Guido Dorso nel suo lavoro del 1945 “la scheda non servì a niente: la parola spettò ancora una volta al randello189 Nei comizi elettorali, gli oratori del partito di governo non fecero che ripetere che le elezioni che stavano per svolgersi non avrebbero avuto che un’importanza relativa, in quanto il Governo non si sentiva punto soggetto al responso delle urne, considerando che in ogni caso avrebbe mantenuto il potere con la forza. I contraddittori furono negati, essendo le conferenze dei partiti di minoranza impediti da bande armate; gli atti burocratici necessari alla presentazione delle liste di opposizione furono ostacolati, i seggi presieduti dai soli rappresentanti del “listone”, ed infine, le urne e le cabine solertemente sorvegliate dagli squadristi.

Nella nuova Camera, l’opposizione mostrò sin dall’inizio uno spirito battagliero assente in quella precedente. Il radicalismo fascista scopriva che a un biennio dalla marcia su Roma esistevano uomini come Amendola e Matteotti, non inscrivibili nella lista dei bolscevichi, eppure non disponibili a restare nello stato di minorità in precedenza caratteristico del centro-sinistra. Ci si stupiva che con loro il gioco delle minacce e delle blandizie non funzionasse, che essi non volessero riconoscere il

188 LUPO, cit., p. 182.

189 DORSO, cit., p. 104.

carattere irrevocabile della svolta dell’ottobre 1922, magari in cambio di qualche promessa di normalizzazione. I due, al contrario, cercavano lo scontro anche per tagliare i ponti tra il governo e il “collaborazionismo” presente sia nella liberaldemocrazia che nel socialriformismo. 190

Giunse così il giorno della verifica dei poteri e, dunque della convalida degli eletti: il 30 maggio 1924. Il Presidente proclamò che la Giunta per le elezioni, avendo

verificato l’incontestabilità dell’elezione ed il possesso dei requisiti necessari a norma

di legge, dichiarava valide le elezioni di una serie di deputati dei cui nomi diede

lettura. A quanto si evince dal seguito della discussione, i nomi non furono letti in modo chiaro e udibile ai deputati; fatto sta che i nomi appartenevano tutti a candidati del “listone” fascista. Infatti, la Giunta aveva ritenuto opportuno procedere al lavoro

di verifica nel seguente modo: una volta constatato che la lista fascista avesse

ottenuto il quorum del 25 per cento prescritto dalla legge Acerbo per ottenere il premio di maggioranza, discusse e respinse le contestazioni di massima 191 . Ciò fatto,

considerato che non risultarono reclami contro la lista nazionale, procedette a verificare le condizioni di eleggibilità dei candidati di tale lista e dichiarò alla Camera

la convalida dei poteri esclusivamente per essi, riservando ad un momento successivo

la verifica degli eletti nelle circoscrizioni contestate. Una verifica di poteri

quantomeno parziale, come parziale fu di conseguenza la lista di nomi che venne letta

a mezza voce dal Presidente. Il Regolamento della Camera prevedeva tre diverse

possibilità in caso la Giunta per le elezioni non contestasse i risultati delle urne:

prenderne atto, chiedere una sospensione oppure rinviare gli atti alla Giunta per un ulteriore esame. Appena finita la lettura dei nomi dei convalidati, il Presidente stava per concludere con un: “Do atto…” quando Enrico Presutti lo interruppe per chiedere

la parola.

190 LUPO, cit., p. 183.

191 Ci si riferì in tal senso a due contestazioni (l’una del Partito Comunista e l’altra del Partito Popolare) non concernenti fatti specifici svoltisi in particolari seggi, ma bensì il complessivo andamento della tornata elettorale; tali reclami chiedevano l’annullamento in blocco delle votazioni per brogli, violenze e corruzione.

Onorevole Presidente! Forse per nostro difetto non siamo riusciti ad intendere i nomi che ella ha letto alla Camera, ma presumiamo che siano i nomi dei deputati della maggioranza di cui la Giunta propone la convalidazione. La consuetudine è che la Camera, normalmente, prende atto delle conclusioni della Giunta, a meno che qualche deputato non abbia a fare osservazioni in merito. Io non credo che noi possiamo affrontare oggi una discussione che però la Camera necessariamente deve fare; e perciò mi permetto di fare una proposta sospensiva: vale a dire di non prendere atto, e di destinare una seduta alla discussione della proposta che l’onorevole Giunta delle elezioni fa. Prego gli onorevoli colleghi di voler comprendere qual è la conseguenza della legge in base alla quale sono stati eletti: la legge stabilisce il collegio unico nazionale, ma stabilisce delle circoscrizioni regionali. Ora la Giunta, per il fatto stesso che non ha convalidato le elezioni dei deputati della minoranza, viene a riconoscere che ci sono per alcune circoscrizioni regionali delle proteste, in merito alle quali si riserva di deliberare e di riferire. A noi consta che proteste gravissime sono state presentate per le circoscrizioni degli Abruzzi, della Campania, della Calabria e delle Puglie. Io non voglio pronunziare alcuna parola in merito a queste proteste, voglio soltanto richiamare l’attenzione della Camera sulle conseguenze che si avrebbero nel caso in cui si fosse per deliberare l’annullamento delle elezioni in una di queste circoscrizioni. 192

Presutti conosceva senz’altro benissimo la moltitudine di crimini che in sede di elezioni erano stati commessi: le irregolarità, i brogli, i pestaggi. Eppure ritenne opportuno non denunciare apertamente i fascisti, ma propose invece di sospendere qualsiasi votazione in merito, in attesa che la Giunta esaminasse e discutesse tutti i reclami e le proteste. C’era in lui l’erudizione del giurista e la sagacia dell’avvocato, ma anche una profonda fede nel diritto ed un altrettanto profondo rispetto per gli avversari politici, anche nei confronti quanti non si dimostravano né onesti né rispettosi. Infatti, proseguì mettendo in luce alcune importanti conseguenze di un

192 ATTI PARLAMENTARI, Legislatura XXVII, prima sessione, tornata del 30-5-1924, p. 53.

eventuale annullamento delle elezioni delle circoscrizioni contestate.

È tra le cose possibili, se non è tra le cose probabili, e se si potessero provare quelle proteste in guisa che la stessa Giunta delle elezioni e la Camera dovessero riconoscere la nullità delle elezioni di una di queste circoscrizioni territoriali, qual è la conseguenza giuridica? Data la unicità del collegio, l’annullamento delle elezioni in una circoscrizione evidentemente avrebbe per conseguenza la nullità di tutte le elezioni. 193

Mentre parlava, più volte fu interrotto da voci e rumori da destra, cosa alla quale doveva ormai essere abituato. Evidentemente, a quelle voci un trionfo del diritto ed una condanna del sopruso non sembrava altrettanto auspicabile della ineluttabile rivoluzione fascista. Ma intanto Presutti proseguiva:

Ora in queste condizioni di cose, quando per di più non soltanto la elezione di una circoscrizione regionale è impugnata, ma è impugnata la validità delle elezioni in una serie di circoscrizioni, deve essere lecito discutere di queste proteste che sono state presentate contro la validità delle elezioni in queste circoscrizioni. Non è quindi possibile convalidare i deputati di maggioranza, di quella lista cioè che ha preso la maggioranza nel collegio nazionale, perché altrimenti si comprometterebbe la questione della validità delle elezioni nelle singole circoscrizioni regionali. 194

Era in altre parole contraddittorio, in presenza di un unico collegio, convalidare la lista che aveva ottenuto la maggioranza e, di conseguenza il premio, se tale computo era stato fatto anche considerando le circoscrizioni contestate e sulla cui validità la Giunta per le elezioni non si era ancora espressa. La proposta sospensiva fu rifiutata e, pertanto gli onorevoli Presutti, Matteotti e Labriola ricorsero, a norma di Regolamento, all’unica alternativa rimasta all’accettazione della decisione della

193 Ibid.

194 Ivi, p. 54.

Giunta: presentarono una proposta di rinvio degli atti alla Giunta per un ulteriore esame. Ma prima che il Presidente potesse metterla ai voti, Matteotti prese la parola e cominciò quella lunga arringa che, tempo dieci giorni, gli sarebbe costata la vita; quell’eroica, schietta denuncia dei crimini fascisti che avrebbe cambiato il corso degli eventi, pur senza poterli influenzare nella maniera voluta, e che per sempre rimarrà incisa nella memoria storica dell’Italia. Ben presto in aula fu il caos: mentre il coraggioso deputato socialista riferiva, senza nulla tralasciare, i soprusi avvenuti durante la campagna elettorale, dai banchi dei fascisti provenivano interruzioni, urla, apostrofi e provocazioni. Di tanto in tanto l’implacabile reprimenda di Matteotti fu supportata da una frase dei colleghi di opposizione, ora Gonzales, ora lo stesso Presutti, mentre l’atmosfera irrequieta si trasformava in un’animosità che finì in un vero e proprio tumulto in seguito al quale il Presidente della Camera altro non poté fare se non sospendere la seduta. Nei corridoi di Montecitorio, prima di rientrare in aula, Matteotti disse ai colleghi: “Preparate il mio elogio funebre195 . Una volta ripresa la seduta, la mozione Presutti-Matteotti-Labriola di rinvio degli atti alla Giunta fu respinta e, di conseguenza, i deputati della maggioranza furono convalidati:

a nulla era valsa la mediazione di Presutti o l’aperta denuncia di Matteotti. Quest’ultimo vide pochi giorni dopo avverarsi i propri presagi di morte, sintomo questo che nelle aule parlamentari come in tutta la vita politica del paese, era ormai la sola legge del pugno ad essere in vigore. In quelle aule non poteva più essere praticata la politica, perché al confronto dialettico si era sovrapposta, nel migliore dei casi, la schermaglia ideologica, nel peggiore la brutalità. Quelle aule, come sappiamo, furono infine abbandonate dagli oppositori: battuti, calunniati, derisi ed in alcuni casi eliminati, si riunirono altrove nel tentativo di ricompattarsi e di rendere evidente alla pubblica opinione, seppure tramite un’assenza, lo iato incolmabile che li separava dalle forze al governo. Fu proprio in nome di questa enorme differenza, ormai non solo politica, ma anche filosofica ed etica, che Enrico Presutti subì l’ultimo oltraggio in veste di deputato. Il 9 novembre 1926, tra gli applausi della Camera oramai

195 GIULIANA LIMITI, Il delitto Matteotti e l’Aventino, in Il Parlamento italiano, VOL X, p. 122.

completamente fascista, egli fu dichiarato, insieme agli altri 122 aventiniani, decaduto dal mandato parlamentare; quello stesso mandato che, nonostante l’iniqua legge elettorale, i brogli e le violenze, era riuscito a conquistare dal popolo.

6 - Il massone

Il segreto del segreto è nel segreto che non c’è. Proverbio arabo

Sebbene sia una realtà tutt’oggi ammessa solo a denti stretti dagli stessi affiliati, è ormai noto che una certa parte delle personalità politiche della storia d’Italia (e non solo) siano stati membri della società iniziatica nota con il nome di Massoneria. Tale incidenza ha spesso suscitato scandalo, indignazione e risentimento nei confronti di una forza sociale sommersa e invisibile che pure, dall’ombra, tanta parte della vita pubblica riesce ad influenzare. In particolare nell’Italia liberale e giolittiana, dotata di una classe dirigente borghese, ma priva di un vero e proprio partito, si è sostenuto che “in realtà il vero e autentico partito della borghesia italiana restava la massoneria196 . Lo stesso Alberto Aquarone, nella sua estesa analisi della politica in età liberale non si esime dall’esaminare la questione con lucidità:

Il ruolo della massoneria nella storia italiana – ruolo più genericamente patriottico all’epoca delle lotte risorgimentali prima dell’unità, più puntualmente politico e ideologico-culturale dopo – non può essere misconosciuto; ma è anche fin troppo facile travisarlo e ingigantirlo. Elemento d’incontro e di coesione fra gruppi di piccola e media borghesia nazionale per vari aspetti affini, ma dispersi e spesso incapaci di trovare altri fattori di coagulazione; espressione viva e operante di un laicismo rigoroso anche se a volte esasperato, non nuovo certo alla tradizione di pensiero italiana, ma che nelle condizioni particolari della lotta politica nello Stato unitario trovava alimento e più immediati motivi di giustificazione nello scontro mai

196 ERNESTO RAGIONIERI, La storia politica e sociale, in Storia d’Italia, vol. IV: Dall’Unità a oggi, Einaudi, Torino 1976, III, p. 1935. Come è noto questo fu in origine il giudizio di Gramsci: cfr. ANTONIO GRAMSCI, Quaderni del carcere, 3 vol., Torino 2001.

sopito fra clericalismo e anticlericalismo a tutti i livelli della vita pubblica; via maestra (o faticoso sentiero per i meno abili e fortunati) di ascesa politica e di rapida carriera professionale o burocratica in una società ancora tutto sommato protoindustriale, che lesinava le occasioni di successo nel mondo imprenditoriale e produttivo; la massoneria era più capillare che omogenea, più strumento d’influenza che organo (sia pure occulto) di governo, più sollecitatrice generica di indirizzi d’opinione, che artefice e realizzatrice di un organico programma d’azione, in qualità di “partito della borghesia” o anche solo di rappresentante riconosciuta di una qualche frazione determinata dei ceti medi. 197

Salvifico olio per gli ingranaggi della vita pubblica italiana, oltre che influente opinion maker e concorrente della Chiesa alla conquista delle coscienze degli italiani, la Massoneria avrebbe occupato, per Aquarone, un posto di rilievo nella storia d’Italia, grazie alla “presenza massiccia dei massoni nella politica italiana, non nella direzione politica del paese198 . Il punto da sottolineare è infatti non solo e non tanto la mera presenza di affiliati alla Camera o presso altri importanti luoghi istituzionali, quanto la capacità di influenzare dall’esterno gli avvenimenti. Giolitti, con il pragmatismo che lo caratterizzò, non abbracciò né cercò di reprimere il fenomeno, ma bensì accettò o declinò la collaborazione ed il sostegno delle logge massoniche a seconda dei casi e della convenienza:

La presenza massonica, con il suo umanitarismo democratico di stampo schiettamente borghese e anticlassista, poteva ben essere accetta quando serviva a diluire la carica socialmente rivoluzionaria dei blocchi popolari e ad irretire gli stessi socialisti e repubblicani nel gioco delle istituzioni; ma rischiava pure di essere accolta con manifesta ostilità quando le sue intemperanze anticlericali mettevano a repentaglio intese con i cattolici laddove venivano giudicate occasionalmente

197 AQUARONE, Tre capitoli, cit., p. 45-46.

198 Ivi, p. 46.

opportune, o quando, con eccessiva ambizione, tendeva a porsi come fulcro di una più larga e stabile concentrazione democratico-radicale, mirante a costruire un’alternativa reale ed a lungo termine alla soluzione politico-parlamentare giolittiana. 199

La commistione tra pubblici poteri e realtà massonica non deve tuttavia essere intesa esclusivamente come un tentativo cospiratorio di costituire un centro di potere occulto: infatti, sebbene sia innegabile che la realtà massonica si presti al consociativismo ed alle pratiche di lobbying, non si deve trascurare un’importante riflessione. La Massoneria nacque all’epoca dell’ancien règime sotto forma di società segreta allo scopo di coltivare e salvaguardare ciò che da sempre è stato un punto cardine dei principi della liberomuratorìa speculativa 200 : il libero pensiero. Tenendo presente che le monarchie assolute inibirono e repressero l’avanzamento culturale del pensiero, intellettuali, scienziati e pensatori progressisti furono costretti ad incontrarsi ed a lavorare in segreto, costituendo così nel tempo e a seguito delle permutazioni storiche, un’élite informale. Tuttavia, dai nobili scopi dei primi giorni della Massoneria moderna 201 i tempi e la prassi non tardarono a cambiare e, una volta consolidatasi tale realtà associativa, l’élite che si trovò a costituirla (intellettuali sì, ma anche banchieri, politici, nobili ed ufficiali) prese coscienza dell’influenza che, come gruppo, era in grado di esercitare sulla vita dei Paesi di appartenenza 202 . Come si può agevolmente comprendere, un gruppo che disponga di una certa quantità di potere tenderà naturalmente ad adoperarlo per i fini che volta per volta riterrà opportuni. Ciononostante, è di primaria importanza tenere presente anche che al di là

199 Ivi, p. 47.

200 La distinzione tra Massoneria operativa (ovvero il guazzabuglio primordiale di società di arti e mestieri contornate di miti e leggende atte a tramandare per via iniziatica segreti professionali) e la Massoneria speculativa (la società segreta di matrice illuministica avente per scopo l’elevamento sociale e spirituale dell’uomo e della società) fu operata per la prima volta dal reverendo James Anderson nella prima metà del XVIII secolo.

201 Il punto di partenza della modernità massonica è unanimemente collocato il 24 giugno del 1717, allorquando Anthony Sayer fondò presso la locanda londinese a ridosso del Tamigi All’oca e alla graticola il primo esempio di Grande Loggia massonica.

202 È anche da considerare che l’internazionalismo cosmopolita è da sempre un valore fondante dell’ideologia massonica, ragione per cui sono stati teorizzati interventi occulti da parte massonica anche a livello aggregato, sulla politica internazionale o in merito ad avvenimenti di risonanza mondiale.

della reciproca influenza che politica “ufficiale” e Massoneria hanno esercitato ed esercitano l’una sull’altra, i decenni di pratica politica non hanno svuotato i landmark 203 massonici del loro significato originario. In altre parole, il liberalismo di fondo, in nome del quale la Massoneria era nata, anche se talvolta appesantito da una rigorosa osservanza delle tradizioni iniziatiche, non è mai stato ridotto a mero orpello di un glorioso passato. Infatti, laddove i massoni settecenteschi furono di volta in volta descritti come profeti dell’illuminismo o come “artefici di nuovi modelli di sociabilità laica e democratica204 , l’avvento del XIX secolo non trasformò la Massoneria in un machiavellico centro di potere.

Con il secondo Ottocento non venne certo meno la componente ideale che aveva caratterizzato il primo secolo di vita dell’istituzione massonica in Italia. Anzi, insieme alla segretezza e alla dimensione iniziatica che continuarono a conferirle un carattere esclusivo ed egualitario al tempo stesso, fu proprio la forte valenza etica e culturale della militanza a decretare il successo dell’ordine liberomuratorio. Non è possibile spiegare il radicamento della Massoneria nell’Italia postunitaria prescindendo dall’analisi dei valori culturali e dei princìpi filosofici dei quali essa si fece portavoce: l’idea della fratellanza universale, l’umanitarismo cosmopolita, il mito del progresso, la faticosa elaborazione di una religione civile intrisa di un laicismo che sovente sconfinò nell’anticlericalismo più intransigente. Tuttavia le obbedienze massoniche che si ricostruirono nella penisola dopo il completamento dell’unificazione nazionale ebbero caratteristiche sociali assai diverse rispetto a quelle del secolo precedente. Il ceto aristocratico e nobiliare se ne tenne fuori, il milieu intellettuale non le considerò più un luogo di aggregazione privilegiato, ed esse si vennero progressivamente riempiendo di esponenti della media e piccola borghesia, soprattutto la borghesia delle professioni e del pubblico impiego. L’impegno nella vita politica e amministrativa a livello locale e nazionale, il costante

203 Con questo termine anglosassone (letteralmente: confine, pietra miliare) le Comunioni massoniche definiscono i parametri etici ed ideologici condivisi.

204 FULVIO CONTI, Storia della massoneria italiana. Dal Risorgimento al fascismo, Il Mulino, Bologna 2003, p. 7.

tentativo di esercitare un controllo su alcuni settori delle istituzioni e della società civile, la capacità di costruire reti di relazione anche di natura clientelare divennero tratti distintivi di questi sodalizi e dei loro affiliati. 205

Probabilmente fu per queste ragioni che troviamo in Enrico Presutti un massone convinto; all’interno dei Figli della Vedova 206 egli poté trovare Fratelli che, come lui, erano guidati dai principi della filantropia e della fratellanza. Alla base di ogni comunione massonica è infatti presente un forte richiamo ai più alti valori morali che, lobbying a parte, costituiscono un vero e proprio minimo comune denominatore per tutti i massoni. Nel 1786, Federico II di Prussia, nelle “Nuove e Segrete Costituzioni della Antichissima e Venerabilissima Società” descrisse così i principi dei Liberi Muratori:

Questa Istituzione Universale, le cui origini risalgono alla culla della Società umana, è pura nei suoi dogmi e nella sua dottrina: è saggia, prudente e morale nei suoi insegnamenti, nella pratica, nei propositi e nei mezzi: la raccomandano specialmente il fine filosofico e umanitario che si propone. Ha per oggetto l’Armonia, la Fortuna, il Progresso e il Benessere della Famiglia umana in generale e di ogni uomo individualmente. Con tali principi è suo dovere lavorare senza posa e con fermezza fino a raggiungere questo fine unico che si riconosce degno di essa. 207

Il grande progetto di secolarizzazione, democratizzazione, emancipazione ed elevamento della società che accomuna tutte le famiglie massoniche, se da un lato rese inevitabile un crescente coinvolgimento nella vita politica e sociale, dall’altro

205 Ivi, p. 8.

206 Altro nome con il quale i massoni si appellano: le ragioni di quest’espressione sono controverse. La Massoneria sarebbe vedova a causa della morte di Jacques de Molay (Gran Maestro dell’Ordine dei Templari bruciato sul rogo come eretico da Filippo il Bello nel 1314). Un’altra interpretazione diffusa si riferisce all’uccisione di Hiram,

architetto del tempio di Salomone, da parte di tre apprendisti desiderosi di conoscere tutti i segreti del mestiere.

207 Cit. in SALVATORE FARINA, Il libro dei rituali del Rito Scozzese Antico ed Accettato, Piccinelli, Roma 1946, p.

non mancò di dare i suoi frutti tangibili:

Sono innumerevoli le aggregazioni sociali di carattere laico e solidaristico, anche di nuova concezione, che videro la luce per iniziativa delle logge massoniche: scuole per il popolo, biblioteche circolanti, banche e università popolari, cooperative di consumo, e, più raramente, di produzione, asili infantili, associazioni di pubblica assistenza, e di soccorso, società di cremazione e per le onoranze funebri, società per la pace e per gli arbitrati internazionali, associazioni, infine, per costituite per sostenere campagne in favore di temi di rilevanza civile, come quelle per l’abolizione della pena di morte, per l’introduzione del suffragio universale o del divorzio, per la lotta contro la prostituzione e così via. 208

I richiami ad una purezza etica ed alti compiti umanitari e sociali è finanche presente negli Statuti e negli Atti Costituenti di tutte le Logge massoniche. Ecco un estratto dal Capo 1 dell’Introduzione agli Statuti Generali della Serenissima Gran Loggia Nazionale Italiana degli Antichi Liberi Accettati Muratori Piazza del Gesù:

La Libera Muratoria proclama, come ha proclamato sin dalla sua origine, l’esistenza di un principio creatore, sotto il nome di Grande Architetto dell’Universo. Essa non impone alcun limite alla ricerca della Verità, ed è per garantire questa libertà che esige da tutti la tolleranza. La Libera Muratoria è dunque aperta agli uomini di tutte le nazionalità, di tutte le razze, di tutte le credenze. Essa interdice nelle sue Officine ogni discussione politica e religiosa; accoglie qualunque profano senza preoccuparsi di conoscere quali siano le sue opinioni politiche e religiose, purché sia libero e di buoni costumi. La Libera Muratoria ha per scopo di lottare contro l’ignoranza sotto tutte le forme; è una scuola scambievole, il cui programma si riassume in questi punti: obbedire alle leggi del proprio Paese, vivere con onore,

208 CONTI, cit., p. 10.

praticare la giustizia, amare i propri simili, lavorare senza posa al bene dell’umanità e perseguire la sua emancipazione progressiva e pacifica. Ecco ciò che la Libera Muratoria adotta e vuol far adottare a coloro che hanno il desiderio di appartenere alla famiglia muratòria. Per innalzare l’uomo ai propri occhi, per renderlo degno dell’alta missione affidatagli sulla Terra, la Libera Muratoria pone, come principio, che il bene più prezioso è la Libertà; la Libertà patrimonio dell’Umanità, raggio così luminoso che nessun potere ha il diritto di spegnere o di offuscare e che è la fonte di ogni sentimento d’onore e di dignità. 209

Non si sa chi fu ad iniziare Enrico Presutti alla Massoneria (anche se è possibile supporre che fu il massone Ludovico Mortara, come abbiamo visto già suo maestro in campo giuridico 210 ), ma devono essere state parole simili a quelle ora riportate a far leva sulla sua dirittura morale ed al suo senso del dovere. Non fu certo per il desiderio di entrare a far parte di un conclave elitario che egli decise di intraprendere la vita massonica. D’altra parte, il credo massonico, almeno così come viene presentato formalmente, sembra la perfetta controparte iniziatica del migliore liberalismo politico, che pure sappiamo essere un vero e proprio cardine della vita di Presutti. Fu senz’altro questo bagaglio di alti valori e questa chiamata ad una missione superiore, quasi ultraterrena, a renderlo fiero di appartenere alla Massoneria tanto da fargli dire, all’atto di firmare il suo curriculum vitae come funzionario statale, quando gli fu chiesto se fosse stato massone: “Lo fui, lo sono e lo sarò211 .

La realtà massonica italiana è caratterizzata da una spiccata frammentarietà, intervallata da tentativi, più o meno riusciti, di riscoprire un’unitarietà sempre più ardua da conseguire man mano che il fenomeno andava radicandosi nel paese. Durante il periodo dell’Italia liberale, essa conobbe appunto un periodo di relativa

209 SERENISSIMA GRAN LOGGIA NAZIONLE ITALIANA DEGLI ANTICHI LIBERI ACCETTATI MURATORI PIAZZA DEL GESÙ, Statuti Generali, aggiornamento e ristampa, marzo 1993. Ringrazio il prof. Mario Fortunato per avermi messo a disposizione tale documento e le relative Costituzioni.

210 Cfr. capitolo 1.

211 Rubrica Colonna Funebre in “L’Acacia massonica”, gennaio-febbraio 1950, p. 46.

coesione sotto l’egida del G 212 (Grande Oriente d’Italia, anche detto Palazzo Giustiniani dal nome della sede principale a Roma), compattezza che fu tuttavia raggiunta con molte difficoltà e ad alterne stagioni. Infatti, a seguito dell’opera di repressione delle società segrete operata dai regnanti italiani all’epoca della Restaurazione, le famiglie massoniche, accomunate dall’ideale unitario, furono costrette a tentare di dare una nuova origine all’ordine.

L’inizio del processo di rifondazione della massoneria italiana contemporanea ha una data precisa e soprattutto si colloca in un preciso contesto geografico e politico:

la Torino dell’autunno 1859 […]. Fu proprio in questo ambito che […] scaturì l’iniziativa di dar vita ad una loggia massonica, che fu denominata Ausonia e che di lì a poco avviò le procedure per costituire un Grande Oriente Italiano. 213

Così, mentre la proclamazione del Regno d’Italia si avvicinava, i massoni lavoravano freneticamente allo scopo di raggiungere una parallela unitarietà che, alla luce degli auspicati successi dell’esperienza risorgimentale, appariva sempre più necessaria. Tuttavia, queste speranze di compattezza furono parzialmente deluse di lì a poco. Infatti, così come la massoneria piemontese rappresentò politicamente l’incarnazione dell’opzione liberal-moderata cavouriana, un’altra famiglia massonica, radicata in Sicilia e che poteva vantare la leadreship di Francesco Crispi 214 , rivendicava “la volontà di collegare la rinascita massonica di quei giorni da un lato con il movimento democratico garibaldino, dall’altro con la gloriosa tradizione ideale della rivoluzione del 1848.215

212 Le lettere dei numerosi acronimi adoperati nel gergo massonico sono intervallate dai tre punti disposti a triangolo equilatero, simbolo mistico che richiama il tre (molto ricorrente nei rituali), numero particolarmente rilevante nella scienza cabalistica.

213 CONTI, cit., p. 28.

214 Iniziato a Palermo nel 1848. Cfr. CONTI, cit., p. 39.

215 Ibid.

In momenti storici come questo è possibile riscontrare nel fenomeno massonico una

sorprendente identità con la politica istituzionale; le dinamiche presenti sul suolo nazionale si proiettarono distintamente all’interno delle logge, producendo le stesse frizioni. Sebbene nessuno dei due blocchi mettesse in discussione l’assetto istituzionale in senso ampio o la necessità di portare oltre gli sforzi unitari, “all’interno delle logge si riverberò insomma lo scontro che nel paese oppose

moderati e democratici […] 216 ”. Il G piemontese da un lato ed il Supremo

Consiglio siciliano dall’altro, tra incompatibilità politiche e rispettive rivendicazioni

di priorità di fondazione e di autonomia, impedirono al fenomeno massonico italiano

la compattezza e l’armonia; fu così che le due obbedienze, scivolarono dalla reciproca diffidenza all’aperto conflitto. Fu solo con Porta Pia ed il sostanziale raggiungimento dell’unità (nonché con la parziale erosione delle logge facenti capo al Supremo Consiglio siciliano) che tali controversie furono accantonate, e nel 1872 la frammentaria realtà massonica coronò l’antico progetto di unificazione delle

obbedienze sotto l’egida del G .

Tuttavia, all’inizio del XX secolo la storia massonica fu segnata da un evento epocale che ancora oggi, sebbene attutito dal tempo e dalle mutate circostanze, continua a produrre i suoi effetti sulle coscienze dei liberi muratori: una grave crisi intestina portò infatti a tali spaccature da generare un vero e proprio scisma. Nel 1908 il massone Enrico Presutti, così come i suoi Fratelli, fu dunque costretto ad una grave decisione. Prima di procedere, appare tuttavia necessario richiamare alcuni punti focali della complessa architettura istituzionale massonica 217 . La Massoneria, così come la Chiesa o l’Esercito, è una società costituita gerarchicamente: ciascun affiliato è caratterizzato da un grado, acquisito per anzianità o per merito. La Massoneria in

216 Ivi, p. 38.

217 Cfr. a riguardo JAMES ANDERSON, Le costituzioni dei liberi muratori : contenenti la storia, i doveri, i regolamenti, ecc. di quella più antica e molto venerabile fratellanza : ad uso delle Logge, Bastogi, ristampa 1991 dell’originale 1738; MICHELE MORAMARCO, Nuova enciclopedia massonica, Reggio Emilia 1989 ; con riguardo particolare al Rito Scozzese, cfr. invece LUIGI SESSA, La Massoneria : l'evoluzione dagli alti gradi al rito scozzese antico ed accettato, Il Ventaglio, Roma 1993.

senso stretto è costituita da tre gradi: Apprendista Libero Muratore, Compagno d’Arte e Maestro Muratore. Inoltre, ciascuna famiglia massonica adotta uno o più Riti al suo interno: ciascuno dei numerosi Riti esistenti prescrive una diverso cerimoniale e, soprattutto, istituisce una serie di gradi superiori al terzo, espandendo così la scala gerarchica. Per dare un’idea del funzionamento di tale apparato, è possibile dire che, in un certo senso, il Rito è come una Massoneria nella Massoneria. Il

R S A A (Rito Scozzese Antico ed Accettato) è quello di maggiore diffusione:

questo prevede ulteriori trenta gradi 218 , a ciascuno dei quali corrisponde una camera riservata ai membri insigniti del relativo livello. Sebbene oggi sia stata apportata una serie di riforme statutarie in senso democratico, all’inizio del secolo l’accesso ai gradi superiori avveniva tramite cooptazione e, oltretutto, segretamente. Infine, è importante notare che il Rito in quanto tale è fornito di un vero e proprio organo

esecutivo (Supremo Gran Consiglio dei 33 nel caso del Rito Scozzese), con un suo presidente (Sovrano Gran Commendatore, sempre nel caso dello Scozzesismo). Dunque le istituzioni massoniche sono scisse in Ordine, presieduto dal Gran Maestro (che imposta e detta le linee guida dei lavori) e Rito, con un suo presidente, che detiene potere solo per quanto concerne i gradi previsti dal Rito e gli altri organi ad

esso afferenti. Le prime avvisaglie di inquietudine all’interno del G si ebbero nel 1906, appunto con il ventilarsi di una riforma del rito. Ciò che veniva proposto era un’unificazione del Rito Scozzese (altamente gerarchico, come si è visto) con il più moderato Rito Simbolico (il quale prevedeva esclusivamente i primi tre gradi). Tale unificazione avrebbe significato la sostanziale abolizione delle camere intermedie e la conseguente perdita di potere e di influenza dei gradi superiori (ed in

particolare dello stesso Supremo Gran Consiglio dei 33 ). Come si può facilmente arguire, tale riforma fu sostenuta dai gradi inferiori, contrari al principio della cooptazione dello scozzesismo che rendeva possibile la formazione di vertici massonici portatori di istanze ed ideali contrari, o quantomeno dissimili, da quelli della gran parte degli affiliati. D’altro canto, gli stessi vertici avrebbero visto il

218 In modo da totalizzare 33 gradi, ulteriore numero considerato di particolare rilevanza mistica.

proprio ruolo sminuito e la propria autorità grandemente ridotta. Il Sovrano Gran Commendatore del tempo, Achille Ballori, sebbene non favorevole alla riforma, intendeva temporeggiare; tuttavia una corrente all’interno del Supremo Gran

Consiglio dei 33 , capeggiata dal pastore metodista Saverio Fera, si oppose con forza all’unificazione e, una volta messa la mozione in minoranza, causò le dimissioni di Ballori. Fera gli successe come Sovrano Gran Commendatore. Ad aggravare la situazione giunse la discussione parlamentare del 1908 circa l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole. Uno dei motivi conduttori dell’influenza della Massoneria sulla vita politica e culturale italiana è da sempre la rivalità di questa con la Chiesa: l’una e l’altra si fronteggiano in una lotta eterna per conquistare le coscienze e, di conseguenza la possibilità di influenzare l’andamento delle cose nel paese. La situazione odierna è molto blanda a confronto; nell’Italia postunitaria, invece, dal non expedit papale alla considerevole presenza di massoni in Parlamento, l’ingerenza delle due forze nella vita pubblica, l’una cattolica e l’altra teista, era davvero notevole. Naturalmente, tanto più alta la posta in gioco, tanto più aspra risultava la battaglia tra le parti. Il pomo della discordia in seno all’Arte Reale fu in questo caso la mozione del parlamentare socialista Leonida Bissolati, presentata alla Camera nel 1907 e discussa un anno dopo, che proponeva, sic et simpliciter, l’abolizione dell’insegnamento cattolico e dunque una scuola completamente laica. A questo punto, la condotta che il Governo dell’Ordine chiese di tenere ai massoni che detenessero un seggio parlamentare, fu naturalmente quella di votare a favore della mozione Bissolati, in modo da sottrarre al Clero un prezioso ambito quale le coscienze di giovani e giovanissimi. Tuttavia, diversi Fratelli deputati decisero di comportarsi altrimenti, respingendo con il proprio voto la mozione. Questi “disertori” furono così accusati di aver mancato al loro “dovere di Fratelli” e fu chiesto che venissero processati dal Tribunale massonico.

La reazione indignata di numerose logge, che chiesero l’immediata adozione di

provvedimenti esemplari contro quei deputati che erano venuti meno al dovere massonico, costrinse il governo dell’ordine ad avviare un’inchiesta e a deferire i colpevoli agli organi giudiziari interni. 219

Tuttavia, il Sovrano Gran Commendatore Saverio Fera si oppose a che il Tribunale fosse convocato 220 , difendendo il comportamento di quanti si fossero opposti alle direttive dell’Ordine.

Fera rifiutò di applicarlo [l’art 127 delle Costituzioni, concernente l’insubordinazione], adducendo che la Massoneria si occupava troppo di politica, che accettava elementi anarchici e sovversivi, che quindi si risolveva in un’associazione atea o per lo meno irreligiosa e liberticida, in quanto che toglieva ai suoi deputati la facoltà di disporre di se stessi. 221

Nel frattempo Fera fece largo uso delle prerogative a sua disposizione, sospendendo

sei membri del Supremo Gran Consiglio dei 33 ad egli avversi; la situazione, già surriscaldata, giunse al suo apice nella seduta del Consiglio del 26 giugno dello stesso anno, in cui venne fatta richiesta a Fera di reintegrare i dignitari sospesi a divinis. Questi interruppe la seduta e si ritirò, insieme ad i suoi più stretti collaboratori, in separata sede. Poco dopo, tardando Fera a riprendere la seduta, ciò che restava del

Supremo Gran Consiglio dei 33 decise di ripristinare il precedente Sovrano Gran Commendatore Achille Ballori alla carica e lo esortarono a revocare i decreti emanati da Fera e ad integrare il Consiglio fino al suo numero legale. Lo scisma era ormai compiuto: il Rito Scozzese si era così trasformato in una creatura bicefala, con due Sovrani Gran Commendatori e due Supremi Gran Consigli. Ben presto le due

219 CONTI, cit., p. 181.

220 Visto che i deputati in questione appartenevano ai gradi superiori, la competenza di giudizio apparteneva al governo del Rito, piuttosto che a quello dell’Ordine. 221 ROSARIO F. ESPOSITO, La Massoneria e l’Italia, Edizioni Paoline, Roma 1969, p. 319.

obbedienze si “scomunicarono” a vicenda, ciascuna rivendicando la propria legittimità, e gli scismatici costituirono la Gran Loggia d’Italia, detta di Piazza del Gesù.

Enrico Presutti figurò al fianco di Fera tra i massoni che optarono per lo scisma. Ad

un primo esame ed in mancanza di testimonianze o documenti a riguardo, non è facile

comprendere le sue ragioni in merito alla spaccatura. In primo luogo egli, da liberale modello, “fu per lo Stato aconfessionale, la scuola laica, la libertà di coscienza, di pensiero e contro le inframmettenze della Chiesa nei poteri dello Stato. Il suo motto era: Libere Chiese in Stato Sovrano.222 Tutto farebbe pensare che, se egli avesse disposto del suo seggio alla Camera già dal 1908, avrebbe votato a favore della mozione Bissolati e, dunque, a favore dell’insegnamento laico. Sembrerebbe dunque da parte sua un comportamento contraddittorio essersi associato invece con la corrente ferana, schieratasi con coloro che si erano dimostrati favorevoli a quell’insegnamento cattolico che, da liberale, Presutti non poteva che avversare. In secondo luogo, in merito alla fusione del Rito Scozzese a quello Simbolico, considerando la passione democratica di Enrico Presutti e la sua devozione nei confronti delle istituzioni elette dal basso, sembrerebbe legittimo attendersi un comportamento entusiasta nei confronti dell’abolizione di una tradizione fortemente gerarchica, suscettibile di abusi autoritari e che non tenesse presente delle opinioni della maggioranza; eppure era tutto questo che Fera volle mantenere immutato con la sua opposizione all’unificazione dei riti. A ben vedere, è però forse ipotizzabile una

diversa lettura, relativa a questioni di fondo, per lo schieramento di Presutti a favore

di Fera. Infatti, sebbene le proprie posizioni in merito all’insegnamento religioso ed

alle istituzioni massoniche lo avrebbe portato a scegliere diversamente, potrebbe essere stato il generale diniego del libero arbitrio tentato dal governo dell’Ordine a motivare la sua scelta. L’Ordine aveva fatto appello ai Fratelli deputati ed aveva cercato di imporre loro un determinato comportamento che, per quanto potesse

222 Rubrica “Colonna Funebre” in “L’acacia massonica”, gennaio-febbraio 1950, p. 47.

aderire al concetto di giustizia di Presutti, era comunque un imposizione. A questo si aggiunga che il condizionamento era relativo ad un’istituzione ad egli sacra come il Parlamento. Infine, fu non certo l’impostazione laica dell’operare del mainstream massonico ad indignarlo quanto, probabilmente, il mero anticlericalismo, acceso e preconcetto, che caratterizzava al tempo buona parte degli affiliati alle Logge. Pertanto, ciò che a rigor di logica, spinse Enrico Presutti verso Piazza del Gesù fu probabilmente l’indignazione di Fera verso la negazione della scelta secondo coscienza cui chiunque, ed in special modo un deputato, ha diritto. Nonostante tutto, queste sono illazioni, visto che la verità è…segreto massonico e che è forse sepolta in quanto resta degli archivi dei Figli della Vedova, di quanto di questi si è potuto salvare dal rogo cui la dittatura, come vedremo, li consegnò.

Anche se è inconfutabile che i corsi e ricorsi della storia della Massoneria italiana siano costituiti da piccoli e grandi scismi, filiazioni e fusioni, è altrettanto certo che la scissione del 1908 sia un evento interno di grandi proporzioni e di ampia portata. Tuttavia, la marcata divaricazione che separò le due famiglie massoniche, trovò, alcuni anni dopo, allo scoppiare della Grande Guerra, possibilità di una parziale riconciliazione. Infatti, entrambe le comunioni si trovarono sostanzialmente su posizioni di interventismo a favore della Triplice Intesa. Anche quando, dopo diversi lunghi anni di conflitto, sembrava che quella enorme tragedia che fu la prima guerra mondiale non dovesse finire mai, sia i vertici di Palazzo Giustiniani che quelli di Piazza del Gesù si schierarono contro una pace prematura, al fine di non vanificare i gravi sacrifici che il paese aveva fino a quel punto sostenuto e di non dover rinunciare agli obiettivi per i quali l’Italia era entrata in guerra.

Su questi temi (l’atteggiamento di fronte alla guerra e le mire espansionistiche sui territori d’oltre Adriatico) vi fu una piena convergenza di vedute fra Palazzo Giustiniani e l’obbedienza di via Ulpiano [Piazza del Gesù]. In una circolare

diramata il 25 maggio 1915 Saverio Fera dichiarò che la guerra corrispondeva “ai sentimenti ed all’azione svolta dalla massoneria […] perché guerra di liberazione e di civiltà”, invitando tutti i fratelli, in nome dei supremi interessi della patria, a superare gli elementi di discordia. Alla sua morte, avvenuta il 29 dicembre 1915, la “Rivista massonica” 223 pubblicò un breve necrologio, nel quale si accantonava “qualunque risentimento” e si manifestavano espressioni di sincero cordoglio. Erano parole concilianti, da cui scaturirono le premesse, nel clima di coesione nazionale generato dallo scoppio della guerra, per un tentativo di riavvicinamento fra le due obbedienze che in effetti si consumò fra il 1916 e il 1917 con esiti contrastati. Alla morte di Fera la guida dell’obbedienza dissidente venne assunta da Leonardo Ricciardi che fu affiancato, in veste di segretario, da Vittorio Raoul Palermi. Costoro

erano fermamente contrari a qualunque accordo col G , ma per iniziativa del luogotenente, il senatore Giovanni Francica-Nava, e di Giovanni Camera, che aveva un ruolo assai influente dentro l’istituzione, si produsse una sorta di sollevazione interna che portò sul finire del 1916 alla destituzione di Ricciardi e di Palermi. Dopo ulteriori contrasti, nella primavera del 1917 Francica-Nava capeggiò la secessione di un gruppo di ventisei logge e di dieci corpi superiori del rito scozzese, perlopiù ubicati nell’Italia meridionale, che decisero di confluire nel

G

.224

Tra coloro che seguirono Francica-Nava troviamo Enrico Presutti, all’epoca sindaco di Napoli, che dunque, dopo circa nove anni di appartenenza all’obbedienza di Saverio Fera, decise di tornare in seno a Palazzo Giustiniani. La Grande Guerra era quasi finita e parte delle famiglie massoniche trovavano un terreno comune per congiungersi nuovamente. Nuove divergenze sarebbero presto emerse, per poi essere ancora accantonate in presenza della persecuzione dittatoriale che avrebbe sepolto entrambe.

223 Periodico afferente all’obbedienza di Palazzo Giustiniani.

224 CONTI, cit., pp. 248-249.

Il rapporto tra Massoneria e fascismo è un argomento controverso e delicato che rappresenta, comunque lo si voglia vedere, un momento buio della criptica e segreta storia dell’Arte Reale. Infatti, laddove storici profondamente critici quali padre Rosario F. Esposito, giungono ad affermare: “ Salvo rari casi […], i massoni non negano di avere collaborato col fascismo. La disputa esiste solo nella precisazione dell’entità di tale collaborazione225 , neanche autori sicuramente vicini all’associazione quali Aldo A. Mola negano una seria commistione tra i due fenomeni. Mola infatti scrive:

A rendere polivalente e complesso tale rapporto contribuirono le assonanze ideologiche epidermicamente affioranti tra la “vulgata” politica delle Logge e i programmi agitati da molti fra gli esponenti più in vista del movimento fascista. A parte la comune esperienza (ma non matrice) interventistica e i comuni legami col combattentismo; e a parte la già accennata e peraltro episodica convergenza su obiettivi d’intransigenza anticlericale, anche in tema di legislazione scolastica […], abbozzi di programmi, dichiarazioni d’intenzioni, auspici, appelli e “postulati” […] pullulanti da assise e convegni e organi del fascismo, contenevano, sia pure con sfumature non marginali ma non sempre immediatamente percepibili, echi e spunti di propositi e di linee orientative in cui molta parte dei Figli della Vedova poteva riconoscere affinità e sintonie con i propositi dei quali l’Ordine s’era fatto portavoce […]. 226

Sebbene sia più prudente affermare che molti massoni, e non già la Massoneria in quanto tale, collaborarono o militarono nel fascismo, non vi sono dubbi che i vertici dei due Ordini usciti dallo scisma del 1908 cercarono costantemente contatti sia con il movimento fascista al suo stato embrionale, che poi con il governo di Mussolini. Dal canto suo, il fascismo annoverava diversi massoni nelle sue fila già dal suo primo

225 ESPOSITO, cit., p. 355. 226 MOLA, cit., pp. 487 e 488.

giorno (circa un sesto dei quadri dirigenti dello squadrismo fascista era affiliato alla Massoneria, basti pensare ai “quadrumviri” Italo Balbo, Michele Bianchi, Emilio De Bono e Cesare Maria De Vecchi 227 ), e cercò, sebbene solo in un primo momento, appoggi da parte massonica. La questione potrebbe essere in fondo letta nella sua essenza più intima come un mero gioco di potere: mentre la Massoneria osservava questo nascente movimento, che prometteva molto con la propria audacia, e decideva di legarlo al proprio carro, il fascismo desiderava a sua volta asservire ai propri scopi l’antico e ricco centro di potere rappresentato dalle Logge massoniche. Pare infatti che, nel fermo tentativo di accattivarsi le simpatie di Mussolini, la famiglia massonica di Palazzo Giustiniani abbia addirittura finanziato la fondazione del “Popolo d’Italia”. Come nota Conti:

Molta acqua era passata sotto i ponti da quando, nel 1914, Mussolini aveva manifestato il proprio disprezzo per l’ordine liberomuratorio presentando il noto emendamento all’ordine del giorno Zibordi, che prevedeva l’espulsione dei massoni del Partito socialista. L’adesione di Mussolini al fronte interventista attenuò notevolmente i contrasti del passato […]. Numerosi indizi accreditano l’ipotesi che tra i finanziatori del “Popolo d’Italia” vi fossero nel 1914 alcuni gruppi massonici e che tale flusso di risorse fosse proseguito nel corso della guerra. Certo è che nell’opinione pubblica si diffuse la convinzione, recepita […] anche da Salvemini, che il giornale mussoliniano fosse sostenuto dalla massoneria 228 .

Ciononostante, tracce maggiormente visibili dell’attività filofascista dei vertici massonici possono essere ritrovate in un telegramma inviato a Mussolini all’indomani della marcia su Roma dall’allora Gran Maestro di Palazzo Giustiniani Domizio Torrigiani:

227 Afferenti all’obbedienza di Piazza del Gesù. Cfr. CONTI, cit., p. 289.

228 CONTI, cit., pp. 286-287. Tale ipotesi sarebbe ulteriormente suffragata da un’intervista ad un misterioso (ed altrimenti anonimo) “Vecchio 33 ” riportata in ESPOSITO, cit., pp. 356-357.

Nell’odierna impresa a cui Ella si è accinta animosamente, tutte le forze nazionali debbono seguirla, così che Ella possa superare la prova nel modo più glorioso per la patria. Accolga, Eccellenza, per la Patria e per sé il saluto augurale che le invio con animo fervido e schietto. 229

Da parte sua, Piazza del Gesù non fu da meno, dal momento che il suo Gran Maestro, Raoul Vittorio Palermi, mostrò a sua volta reverenza nei confronti del capo del

fascismo, conferendogli, nel gennaio del 1923 il grado 33 onoris causa.

Risulta […] che a quei tempi l’affare fascista fu fiutato molto meglio da Palazzo Giustiniani che non da Piazza del Gesù: in seguito il primo si tirò indietro, persuaso che Mussolini andasse incontro al liberticidio politico, mentre la seconda credette con Palermi di aver ammansito l’orso, il quale invece quando lo credette opportuno tirò la sua zampata coinvolgendo nella soppressione gli uni e gli altri. 230

Infatti, mentre Palazzo Giustiniani tornava sui suoi passi, e alcune logge operavano secessione nei confronti della troppo compromessa obbedienza di Piazza del Gesù, quest’ultima, insieme con il suo Gran Maestro Palermi, “avanzò sempre più nella strada dei compromessi d’ogni genere, fino a raggiungere la collaborazione più formale231 . Di lì a poco se ne sarebbe pentita. Come sintetizza Conti:

La massoneria guardò […] al fascismo delle origini con indubbia simpatia. Essa condivise l’atteggiamento di tanti esponenti del composito schieramento dell’interventismo di sinistra, che videro in Mussolini e nei suoi seguaci i più decisi difensori delle ragioni politiche e ideali della guerra. L’avversione per i socialisti e per i giolittiani divenne il comun denominatore di un legame di solidarietà che riuscì a superare le pur palesi divergenze politiche e avvicinò ai Fasci un partito, come

229 Cit. in ESPOSITO, cit., p. 362.

230 Ivi, p. 356.

231 Ivi, p. 364.

quello repubblicano, con solide radici negli ambienti massonici. 232

Quale delle due obbedienze massoniche si consideri, tale prima stagione dei rapporti tra queste ed il fascismo, che potremmo definire di equidistanza, giunse ad una brusca battuta d’arresto quando fu chiaro chi avesse il coltello dalla parte del manico. Infatti, come richiama efficacemente Esposito, appena “l’orso” si rese conto di non aver più alcuna necessità di stringere rapporti di collaborazione con i liberi muratori, non esitò un attimo ad eliminare un’ulteriore, intollerabile nicchia di potere.

[Mussolini] Una volta arrivato alla guida del governo, e in una fase in cui era impegnato in un processo di istituzionalizzazione del movimento fascista che passava anche attraverso la costruzione di un clima di buone relazioni con i cattolici, non poteva più tollerare che in seno al suo stesso partito vi fossero militanti e dirigenti di primo piano che seguivano logiche diverse o comunque raccoglievano sollecitazioni da differenti e talora non allineati centri di potere. La massoneria, specialmente quella di Palazzo Giustiniani, perseguiva un disegno politico che ruotava intorno alla difesa della laicità dello stato, ma non ammetteva eccessivi cedimenti sul versante della tutela dei princìpi democratici e delle libertà individuali. Nel momento in cui la gerarchia fascista cominciava a progettare una trasformazione dell’ordinamento politico e istituzionale in senso autoritario e poneva mano alle prime riforme, come quella del sistema elettorale congegnata da Acerbo, appariva evidente che i margini per un accordo con la più antica obbedienza massonica si riducevano drasticamente. Agli occhi del nascente regime fascista essa rappresentava una sorta di contropotere con profonde ramificazioni nei gangli vitali dello stato, specie nell’esercito, nella magistratura e nell’apparato burocratico, e perciò occorreva sbarazzarsene al più presto. […] Egli temeva infine che i dissidi interni alle logge potessero riverberarsi dentro il partito, provocando fronde e giochi di correnti che ne avrebbero minato la compattezza, rappresentando una minaccia

232 CONTI, cit., p. 287.

continua per la sua stessa leadership. Fu anche per questa ragione che il Gran Consiglio del fascismo non operò alcuna distinzione fra Palazzo Giustiniani e Piazza del Gesù, dove più nutrita era la presenza di fascisti.” 233

Fu così che cominciarono le violenze fasciste alle Logge (con relativi sequestri di archivi, percosse ed intimidazioni). Il Gran Maestro di Palazzo Giustiniani Domizio Torrigiani, “decide di uscire dal mortificante stallo in cui ha incardinato la comunità […]. Dopo tante ambiguità e compromettenti messaggi personali di consenso, ha infatti un guizzo d’orgoglio e prende apertamente posizione con un documento in cui denuncia la violenza delle squadre d’azione e condanna il fascismo per la carica ideologica estranea e alternativa alla Massoneria speculativa e agli interessi dell’Arte Reale.234

Anche dal punto di vista istituzionale il fascio non risparmiò colpi: un primo segnale di quello che è stato descritto come “il rogo della Fenice”, si ebbe allorquando fu chiaro che il regime intendeva piuttosto cattivarsi le simpatie della Chiesa favorendo indirettamente l’insegnamento cattolico nelle scuole primarie e secondarie, e mettendo le premesse per la riforma universitaria. Come nota Salvatore Lupo:

A sancire simbolicamente lo stacco tra vecchia e nuova politica, venne la dichiarazione di incompatibilità tra militanza fascista e appartenenza massonica […], che riprendeva un antico topos polemico dei nazionalisti su cui si ebbe la convergenza degli altri fascisti – i quali pure in molti casi delle logge massoniche facevano o avevano fatto parte. 235

233 Ivi, pp. 306-307.

234 ENRICO NASSI, La Massoneria in Italia, Roma 1994, p. 90.

235 LUPO, cit., p. 125.

Infatti, ecco giungere il primo vero colpo del regime alla libertà di associazione. Il 18 febbraio 1923 Mussolini fece approvare in seno al Gran Consiglio del fascismo, un ordine del giorno molto esplicito:

Considerato che gli ultimi avvenimenti politici e certi atteggiamenti e voti della Massoneria danno fondato motivo di ritenere che la Massoneria persegua programmi e adotti metodi che sono in contrasto con quelli che ispirano tutta l’attività del fascismo, invita i fascisti che sono massoni a scegliere fra l’appartenenza al PNF o alla Massoneria. 236

Tra la nascita di questa “pregiudiziale massonica” ed il vero colpo di grazia inferto alla Massoneria, passarono poco meno di due anni. Infatti, il 12 gennaio 1925, Mussolini presentò alla Camera un disegno di legge che sarebbe poi stato approvato nel maggio successivo. Questo non lasciava alcuna scappatoia ai massoni: tutte le associazioni, enti ed istituti venivano infatti obbligati a comunicare all’autorità di Pubblica Sicurezza l’atto costitutivo, lo statuto, i regolamenti interni e soprattutto l’elenco dei nomi degli associati. In caso di omessa, falsa o reticente dichiarazione, il prefetto aveva facoltà di sciogliere l’associazione in questione. Inoltre, era fatto obbligo a tutti i funzionari, impiegati, agenti militari e civili, di rendere nota lo loro qualifica, anche se di semplice socio, presso qualunque associazione che imponesse un qualche tipo di segreto ai suoi membri. Sebbene nella legge non si fece mai esplicito richiamo alla Massoneria, e sebbene sulla carta non fosse chiesto altro che dichiarazioni di membri e di intenti, se si tengono presente le violazioni, le retate e le violenze volte contro i templi massonici, è facile comprendere che la normale prosecuzione dei “lavori” fu, di fatto, vietata.

Ben presto il cerchio si strinse: “Palazzo Giustiniani era sempre circondato e

236 Cit. in ESPOSITO, cit., p. 371.

sorvegliato da forze armate. Anche alcune logge di Piazza del Gesù furono attaccate; ma indubbiamente si trattò di azioni molto meno gravi, ed a volte persino solo dimostrative.237 L’intera comunità massonica fu così costretta dal fascismo a quella particolare condizione che viene definita di sonno. Un massone postosi in tale condizione smette di frequentare la sua Loggia e perde ogni diritto e prerogativa; tuttavia conserva la caratteristica, considerata indelebile, dell’iniziazione. Tale “grande sonno” fu decretato da Domizio Torrigiani nel novembre del 1925, ordinando contemporaneamente alle Logge di nascondere o distruggere quanto rimaneva degli archivi. Il periodo tra le due guerre fu probabilmente il peggiore per la Massoneria Italiana: dopo aver dato adito a sospetti di opportunismo e prova certa di miopia politica, pagò carissimo il fio con la sostanziale soppressione, che sarebbe durata fino alla fine della guerra, quando, più frammentata che mai, riprese i suoi lavori. Ciò che tuttavia preme in particolar modo sottolineare in questa sede è la soppressione dell’ennesimo ambito di libera espressione culturale e politica cui Enrico Presutti fu costretto dal fascismo. Il regime non tollerò la presenza di gruppi di interesse autonomi, anche nel caso in cui questi si mostrassero propensi ad una collaborazione incondizionata. Completamente accerchiato dal regime, Presutti, pur non essendosi mai piegato, fu costretto ad arrendersi contro forze schiaccianti, delle quali egli, per retaggio culturale, valori etici e levatura morale, costituiva l’antitesi.