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Una premessa di metodo


«La storia è una disciplina interessante»]
Per affrontare il tema specifico della “memorialistica di destra“ o meglio del suo
scarso successo negli anni di piombo occorre partire da un dato essenziale:
l'arco temporale è ben più ampio, estendendosi dalla fine degli anni Sessanta
agli inizi degli anni Ottanta, mentre sono più sfumate le distinzioni tra
terrorismo, eversione e violenza politica.
Le differenze con il sovversivismo di sinistra sono immediatamente percepibili:
al di là dello specifico episodio che ha innescato questo momento di riflessione
(la sostanziale impunità di Cesare Battisti e l'incapacità di comunicare le
ragioni dell'Italia sul diritto all'esecuzione della sua pena), gran parte dei
processi contro il partito armato hanno visto condannare gli imputati e scontare
le pene (sia pure spesso in misura ridotta grazie alle leggi premiali e ai
dispositivi civilissimi della legge Gozzini) mentre i principali procedimenti per le
stragi si sono conclusi con un nulla di fatto e a un diffuso e condiviso giudizio
storico sulle responsabilità della destra radicale, inserite in un più ampio
quadro di attività anticomuniste di uomini e apparati istituzionali, non è
corrisposto analogo esito giudiziario. La stessa sentenza di condanna per i
leader dei Nar per la strage alla stazione di Bologna, oltre a essere contestata
da un numero consistente di esperti, è comunque manifestamente monca,
tanto che, nonostante il giudicato (e la pena estinta per due dei tre condannati)
è ancora aperta un'indagine su una pista alternativa.
Una stagione processuale lunga 40 anni su imputazioni così gravi (che hanno
interessato in diversa misura tutti i principali leader della destra radicale: da
Rauti a Freda, da Delle Chiaie a Clemente Graziani) è chiaramente un macigno
sulla possibilità di una serena ricostruzione storica da parte dei protagonisti.
0.1. Freda e le “idee senza parole”
Non c'è però soltanto una ragione di sicurezza personale e comunitaria a
bloccare i ricordi e la voglia di consegnare la memoria di quegli anni al tempo
stesso terribili e formidabili, a partita giudiziaria ancora aperta. C'è anche l'idea
forza, insita in una concezione tradizionalista della storia, che l'evenementielle
sia irrilevante, che lo stile del «soldato politico povero ma potente» sia
l'impersonalità. Temi questi centrali nel sistema di pensiero di Franco “Giorgio”
Freda, che nella sua persona riassume il principale imputato per la strage di
piazza Fontana e il maggiore divulgatore culturale, grazie allo straordinario
catalogo delle Edizioni di Ar, della destra radicale. Un concetto non originale,
perché in questo caso l'“ideologo delle origini”1 si rifà a uno dei grandi della
Rivoluzione conservatrice:
«L'unica cosa che promette la saldezza dell'avvenire è quel retaggio dei nostri
padri che abbiamo nel sangue. Idee senza parole». Così Osvald Spengler
descriveva nel 1933 più che un sentimento uno stile di vita. Anni decisivi,
pubblicato in quello stesso periodo, nella Germania ormai nazistificata,
rappresenta uno snodo teorico ed intellettuale di un certo rilievo per la già
affermata cultura di destra europea dell'epoca. Le idee senza parole, come ha
rilevato Furio Jesi2, raccontano miti fondanti ed ideologie che hanno percorso
l'intero Ventesimo secolo e che, con buona approssimazione, rischiano di
attraversare anche il Ventunesimo3.
Jesi cita Spengler
1 C. Stellati, Un'ideologia delle origini, AR, Padova 2001, xxxx
2 F. Jesi, Cultura di destra, Garzanti, Milano 1979, xxxx
3 M. Coglitore, Il filo nero, in M. Coglitore e C. Cernigoi, La memoria tradita: l’estrema destra da Salò a Forza
Nuova, Zero in Condotta, 2002, pp. 9-91
«per riferirsi all’importanza che nella cultura di destra assume la conoscenza della
radice primigenia della realtà, raccolta nel segreto inesprimibile, un livello esoterico di
consapevolezza a cui solo pochi possono accedere. L’azione conoscitiva razionale
viene sostituita da un cammino iniziatico. Tappa fondamentale di questo cammino è
cogliere l’essenza dei simboli che ritornano in ogni cultura e fase storica. Tale essenza
è per definizione eterna, e compito dell’eletto è precisamente quello di scremare le
incrostazioni storiche, contingenti, per recuperare la purezza dell’idea incarnata nel
simbolo»4.
Dall'altra parte c'è un aspetto paradossale. Pur rifuggendo dalla pratica
memorialistica, la destra radicale è impegnata da tempo nella “battaglia della
memoria” come elemento costitutivo della sua identità. Proprio analizzando la
recente ristampa del volume di Jesi5, Enrico Manera ha avuto modo di
sottolineare come
«cultura di destra è poi la mistica della morte che associa il martirio alla fede fascista,
alimentando la tanatofilia della destra spagnola e rumena, che tra “Viva la muerte!” e
culto della Legione dell’Arcangelo Michele hanno fatto cortocircuitare cristianesimo e
fascismo, con i correlati di clericalismo e antisemitismo; ma allora anche le liturgie
anarchiche di inizio secolo, con i labari, le bandiere e i tamburi che accompagnano la
tradizione sindacal-rivoluzionaria e futurista (fino alle recenti performance del Black
Block) condividono con il fascismo pratiche estetiche e al di là di ogni opzione
ideologica di fatto parlano la stessa lingua»6.
0.2. Adinolfi e la battaglia della memoria
Negli ultimi mesi, ad esempio, si è caricata di tensione la vicenda
dell'intestazione dei giardinetti di piazza Vescovio al quartiere Trieste di Roma a
Francesco Cecchin, il militante del Fronte della Gioventù morto dopo
un'aggressione da parte di attivisti della locale sezione del Pci, nella primavera
del 1979. L'appello lanciato da un consistente numero di intellettuali e artisti
residenti nel quartiere, affinché i giardinetti fossero dedicati a tutte le vittime
della violenza politica e non al giovanissimo neofascista, ha innescato una
rabbiosa reazione dei “camerati” che si sono sentiti espropriati dall'omaggio al
proprio martire. Nell'arco di quattro mesi sono state due le manifestazioni
organizzate – la seconda nei giorni scorsi in replica ad analoga istanza espressa
dai “compagni di Walter Rossi”, che lo scorso 30 settembre hanno contestato la
presenza alla cerimonia commemorativa di esponenti istituzionali di estrazione
postmissina - per affermare il diritto alla “memoria separata”. Un discorso che
si contrappone alla tradizionale richiesta degli “eredi di Salò” per la
riconciliazione nazionale e la sarcitura dello strappo segnato dalla guerra civile.
Nel portare avanti questa battaglia si è distinto, in particolare, Gabriele Adinolfi,
negli anni Settanta leader di Terza posizione, oggi intellettuale di riferimento
per CasaPound, che così ha commentato sul mio blog le contestazioni al
memorial per Walter Rossi:
«L'ipocrisia che avvolge queste celebrazioni e la retorica della “pacificazione
nazionale” sono insopportabili. Non lo sono per la pacificazione in sé che, se vera,
significa assumere un ruolo di pace dopo che si è assunto e rivendicato un ruolo di
guerra e non di certo gettare alle ortiche bandiera e divisa. Se invece la

4 Wu Ming, Il professore, il barone e i bari. Il caso Tolkien e le strategie interpretative della destra,
www.wumingfoundation.com/giap/?p=6365.
5 F. Jesi, Cultura di destra, a cura di Andrea Cavalletti, Nottetempo, Roma 2011, pp. 297. Edizione
arricchita da alcuni inediti come il saggio “Il cattivo selvaggio” sulle logiche implicite del razzismo
6 E. Manera, Religioni della morte. I volti della Cultura di destra in Furio Jesi,
www.doppiozero.com/dossier/cultura-di-destra/religioni-della-morte-i-volti-della-cultura-di-destra-
furio-jesi
“pacificazione” è intesa non già come arresto di polemiche stantie (l'anticomunismo e
l'antifascismo sono tuttora di gran moda per esasperare gli animi e produrre voti) ma
come invito alla fiacchezza e alla duplicità di chi nega la tua stessa identità ma depone
corone per i tuoi morti, allora ben vengano tutte le rivolte a questa manfrina.
L'ideologia e il fine di questo buonismo livellatore sono espressi in pieno in Cuori Neri. I
morti non sono Caduti ma vittime. E di che altro sono vittime se non della pericolosità
di idee forti e di sentimenti forti? I morti, secondo quest'ideologia istituzionale,
vengono pianti come casi umani e non come esempi eroici. La loro fine è un monito
contro le idee che scaldano le teste e gli animi e che non portano a nulla, mentre il
compromesso quotidiano, la scivolosità esistenziale, lo sminuzzamento dei concetti,
l'assenza di sogni e la fuga dei pericoli rappresentano la grande conquista. Quella
stessa che ci ha condotti nell'abisso in cui ci troviamo ora. Uno scossone contro questa
routine avvilente ci voleva»7.
Ma del caso Cuori neri8 parleremo più avanti. Perché il bestseller di Luca Telese
ha segnato, per due diverse ordini di ragioni, un punto di svolta: da una parte
ha portato allo scoperto il nodo politico della questione, il rifiuto cioè da parte
di uno zoccolo duro della “fascisteria” di accettare la distinzione tra vittime
'innocenti' e 'colpevoli', un rifiuto che si è spinto fino a ventilare forme di
boicottaggio nei confronti del giornalista, dall'altra, dimostrando le potenzialità
della nicchia di mercato, ha favorito la produzione di volumi di taglio
giornalistico che, per quanto segnati da consistenti limiti di prospettiva, hanno
offerto comunque una consistente messe di testimonianze, utili a coprire i tanti
buchi lasciati appunti dalla memorialistica diretta.

1. I materiali esistenti
Nonostante i problemi culturali e “giudiziari” esistenti, la massa complessiva
dei materiali disponibili per la costruzione di un archivio della memoria della
destra radicale negli anni di piombo è consistente, pur nella sua eterogeneità:
• narrativa dalla palese ispirazione autobiografica
• saggistica autobiografica (talvolta mediata dalla presenza di una
“spalla”/ghost writer)
• testimonianze offerte a progetti di ricerca
• testimonianze offerte ad autori (in gran parte giornalisti)

1.1 Narrativa autobiografica


1.1.1 Cesare Ferri
Una consistente produzione letteraria dal piglio fortemente autobiografico è
opera di Cesare Ferri, vent’anni di storia al vertice della destra radicale italiana.
Leader sambabilino, fondatore di Ordine nero, processato (e risarcito per
ingiusta detenzione) per la strage di Brescia, condannato come braccio destro
di Freda nel Fronte nazionale, Ferri è una figura rara nel pluriverso
nazionalrivoluzionario, essendo un rigoroso nichilista nicciano in un ambiente
dominato dai tradizionalisti evoliani. Nella biografia scritta per il suo sito web
omette del tutto le vicende politico-giudiziarie e si presenta così:
«Da sempre dedicato a una personale ricerca culturale che lo ha portato a un
crescente allontanamento da quell’interpretazione dell’esistenza propria della
mentalità moderna. Con i suoi scritti fotografa la realtà, obbligando così il lettore a
guardarla dal di fuori, così che egli si renda conto che si sta muovendo in un mondo
privo di senso e sprofondato nel nichilismo: l’unica possibilità che gli rimane per

7 G. Adinolfi, Rossi e i custodi della memoria, uno scandalo opportuno, 1 ottobre 2011,
www.fascinazione.info/2011/10/adinolfi-rossi-e-i-custodi-della.html
8 L. Telese, Cuori neri, Sperling & Kupfer, Milano 2006, pp.796 ill.
elevarsi è diventarne consapevole, trasformando il nichilismo stesso da passivo ad
attivo»9.
Abbastanza esplicito il calco tra vita e racconto nel suo primo romanzo Una
sera di inverno10, anche se nella forma di un'autobiografia collettiva. Nel suo
caso, piuttosto che da prudenza ispirata dalle vicissitudini giudiziarie, la scelta
di stemperare i riferimenti individuali in un io collettivo, prevale il senso della
misura e del pudore. Nella postfazione Andrea Bedetti parla esplicitamente di
«un manifesto esistenziale e generazionale. Un romanzo, quindi, che investe
direttamente coloro che, oltre ad appartenere ad una precisa fascia d’età (con
l’inevitabile bagaglio di ricordi, errori, speranze, sensazioni e delusioni), hanno
condiviso esperienze politiche o ideologiche. E qui, fatalmente, le rimembranze, le
amarezze, i tuffi gelidi nelle onde del passato si moltiplicano e si amplificano nel
presente. Il romanzo di Cesare Ferri è, di conseguenza, una decodifica, una cartina di
tornasole che cambia appena viene toccata da quanti hanno sperimentato lo stesso
percorso di Arrigo. E leggendo delle sue vicissitudini, viene alla mente il saggio di Ernst
Jünger, Il Trattato del Ribelle. Anche Arrigo, il ribelle di questa storia, si è ritirato nel
bosco abbandonato la città nella quale ha lottato, sognato e rischiato la pelle”. E
infatti Cesare Ferri ha consumato il suo personale “passaggio al bosco” abbandonando
Milano per un paese della Bassa lombarda»11.
Di ispirazione biografica, ma della fase post-politica, e a partire da un radicale
cambiamento, l'ultimo romanzo, di recente pubblicazione, Vite di cristallo12,
una storia di incomunicabilità e di solitudine, connesse alla condizione di chi si
sente irrimediabilmente diverso dal conformismo imperante.
1.1.2 Alessandro Preiser/Danieletti
Alessandro Preiser ha costituito un autentico caso letterario a metà dello scorso
decennio. Autore di un romanzo dalla scrittura barocca ma dall'evidente piglio
autobiografico, ha goduto della potente malleveria di un accademico del peso
di Claudio Magris:

«Preiser ha vissuto in parte personalmente le vicende, le aberrazioni ideologiche, gli


errori e le violenze di cui racconta il suo libro, rielaborandole e reinventandole con una
sobria e sofferta poesia sostanzialmente fedele alla realtà. Partecipe di quegli anni
Settanta sbandati e autodistruttivi, evocati spesso incisivamente nel suo romanzo, l'
autore è stato chiamato a rispondere dinanzi alla legge del suo agire che talora l' ha -
sia pure non gravemente - violata, ma ha anche dolorosamente patito sulla sua pelle
tante disfunzioni, ritardi, negligenze, omissioni e prevaricazioni del sistema giudiziario
che finiscono per costituire delle vere iniquità, lesive dei diritti dei cittadini, ognuno dei
quali deve pagare le eventuali colpe commesse, ma deve essere tutelato, al pari del
cittadino più virtuoso e irreprensibile, nei suoi diritti e nella sua dignità. Non ho mai
visto in faccia Preiser, ma da qualche anno sono in contatto epistolare con lui, in un
dialogo franco e libero, reciprocamente scevro di piaggerie, condiscendenze, pose di
pentimento o di comprensiva e liberale apertura. L'ho visto sopportare - in piena
solitudine e nell' incertezza della sua sorte - difficoltà e situazioni anche ingiuste, con
vera dignità e con un tranquillo coraggio, rispettoso e mai spavaldo, che gli ha
permesso di non rinchiudersi nell'ossessione del suo dramma e di continuare a
interessarsi al mondo, per il quale pure egli quasi non esiste. Non è facile avere, in
analoghe circostanze, una simile signorilità»13.

9 Www.cesareferri.com
10 C. Ferri, Una sera di inverno, Settimo Sigillo, Roma 2007, pp. 156
11 A. Bedetti, Postfazione in C. Ferri, op. cit, p.156.
12 C. Ferri, Vite di cristallo, Settimo sigillo, Roma 2011, pp. 184
13 C. Magris, Anni neri, vissuti alla sanbabilina, in « Il Corriere della Sera», 8 aprile 2004, p. 33
Un giudizio “forte” se si considera che il suo ultimo arresto (nel giugno 1999)
riguarda un episodio di rapina a una prostituta con violenza. Preiser14 è infatti lo
pseudonimo di Alessandro Danieletti, uno dei sambabilini arrestati dopo la
sparatoria di Pian del Rascino in cui rimase ucciso il capo della Sam e del
braccio armato del Mar, Gianluigi Esposti: dopo un breve dibattito tra forum e
blog sono riuscito a convincere i miei interlocutori sulla sua identità, essendo
stata in alternativa avanzata l'ipotesi che si potesse trattare di altri “milanesi”,
in particolare Maurizio Murelli o Fabrizio Zani. A una prima vita (e detenzione)
da terrorista nero ha fatto seguito per Danieletti una esperienza assai
drammatica da tossicodipendente e spacciatore che l'ha riportato in carcere.
Del che è testimonianza in un secondo romanzo, Tabacco bruciato15, che ha
analoghe caratteristiche del precedente: fortemente ispirato alla sua vicenda
reale ma con una certa compiaciuta attenzione al ghirigoro letterario,
all'affettazione lessicale, alla complessità della struttura.

1.1.3 Marika Guerrini


Marika Guerrini è il nom de plume della fidanzata, all'epoca della strage di
piazza Fontana di Delfo Zorzi, l'ordinovista mestrino principale imputato nella
quarta inchiesta. Nata a Pozzuoli, militante neofascista, ha conosciuto il
presunto autore della strage di Milano (assolto con sentenza definitiva, mentre
è ancora sotto processo per piazza della Loggia) all'Istituto Orientale di Napoli,
condividendo entrambi la passione per le filosofie orientali (lei India, lui
Giappone) poi ne ha perso le tracce quando lui, a metà degli anni '70 si è
trasferito in Giappone, dove si è arricchito. Così la convocazione della Digos,
venticinque anni dopo, la precipita nell'angoscia. Quel viaggio tenero e
appassionato con il suo amore nell'autunno del Nordest è diventato nelle
affabulazioni di un paio di pentiti un percorso di preparazione alla strage. E
quindi le si chiede conto dei suoi ricordi. Della tempesta del dubbio – polizia e
giudice già sono convinti di sapere e chiedono solo conferma alle loro
convinzioni - e della sua decisione di tenere duro all'immagine di sé e dell'altro
che l'aveva accompagnata nel passaggio all'età adulta, rende conto
“Grigiarancio”16, un romanzo atipico di educazione sentimentale.

1.1 4 Gabriele Marconi


Gabriele Marconi è una figura anomala rispetto a tutti i soggetti menzionati in
questa rassegna. E' stato infatti un quadro intermedio di Terza posizione
(capocuib), legatissimo sul piano personale a due dei dirigenti più noti ed amati
del gruppo, il responsabile del servizio d'ordine Nanni De Angelis e suo fratello
Marcello, senza però essere mai attinto da accuse di rilievo penale. Oggi
giornalista, è direttore del mensile della componente alemanniana, ma
proviene dai ranghi del fantasy ed è uno dei più noti cantautori della scena
musicale “nera”. Sua è infatti il testo di Piccolo Attila, una cover della ballata
epica irlandese Foggy Dew, ispirata dalla rivolta di Pasqua del 1916. In questo
testo, scritto nei mesi disperati successivi alla morte in carcere dell'amico
Nanni, è raccontata l'ultima “battaglia di strada” tra tippini e autonomi, al
festival di musica celtica di Villa Torlonia, nel luglio 1980. Nonostante il numero
nettamente inferiore De Angelis, che era anche capitano della squadra
campione d'Italia di football americano, chiama la carica e conduce i suoi alla
14 A. Preiser, Avene Selvatiche, Marsilio, Venezia 2004, pp. 269
15 A. Preiser, Zucchero bruciato, Marsilio, Venezia 2009, pp. 247
16 M. Guerrini, Grigiarancio. L'interrogatorio, Terziaria, Milano 2000, pp. 87
vittoria nello scontro. Questa ballata contribuirà in modo decisivo a trasmettere
alle successive generazioni del Fronte della gioventù non solo romano il ricordo
“leggendario” di un militante 'armato' morto in circostanze misteriose (trovato
impiccato in cella dopo un furioso pestaggio all'arresto).
Le stesse vicende sono trascritte nel romanzo Io non scordo che narra con una
strizzata d'occhio al pulp, la storia di un fascista rivoluzionario, punk per
disperazione. Giacomo torna a Roma dopo vent'anni di latitanza giusto in
tempo per imbattersi nell'inaccessibile archivio dei segreti di Stato. E'
un'originale rivisitazione da destra degli "anni di piombo", fra bevute,
scazzottate, sparatorie all'insegna del mito della forza e dell'amicizia virile. Il
senso della scelta letteraria è offerto dall'editor di un suo romanzo fantasy,
Alessandra Buccheri:
«Gabriele racconta che se a 14 anni decidevi - per ribellione verso la famiglia, per
anticonformismo, per inclinazioni personali - di essere di destra, ti ritrovavi
automaticamente colpevole di genocidio degli ebrei, golpe e stragi varie. A 14 anni.
Alla faccia del principio di responsabilità penale personale. Io non scordo nasce dalla
necessità di un ex militante che nel 1990 (dieci anni dopo la strage di Bologna) non si
riconosce negli stereotipi con cui la destra viene raccontata. Adesso, dice Gabriele, è
diverso: è uscito Cuori neri di Luca Telese, è uscito il libro di Mattei sul rogo di
Primavalle... Ma nel 1990 era diverso. Scrive quindi Io non scordo, che non può essere
un saggio - perché, dato il vissuto, a Gabriele manca il distacco necessario per arrivare
a una "memoria condivisa" - ma è un racconto, una finzione. Scrive per raccontare
cosa pensavano quei ragazzi, al di là delle ideologie. Scrive per raccontare persone,
sentimenti ed emozioni, non politica. E da questo scritto nasce una prospettiva diversa
- umana, appunto - che non riduce le persone a ideologie ma le rende reali, concrete,
addirittura difendibili nella loro vulnerabilità»17.
E infatti, nella riedizione18 che sta per andare in stampa il testo del romanzo è
inserito tra un “prima” e un “dopo” rigorosamente autobiografici: la prefazione
racconta l'arrivo al liceo, l'impatto con la violenza, il passaggio all'Azzarita
(liceo “nero” dei Parioli) e la fase più turbinosa della militanza, la postfazione il
periodo che va dalla strage di Bologna in poi, con la grande repressione contro
Tp, il suo 'esilio volontario' in Calabria fino al ritorno a Roma dopo l'inverno.

1. 1. 5 Mario Merlino
L'anarco-fascista coprotagonista della prima inchiesta giudiziaria sulla strage di
piazza Fontana – quella contro il circolo 22 ottobre e il ballerino Pietro Valpreda
- è oggi un insegnante di filosofia in pensione che svolge da oltre un decennio
una cospicua attività letteraria e artistica. La sua modalità espressiva prediletta
è l'assemblaggio di testi poetici, drammatici e musicali per drammatizzazioni
tematiche messe in scena da giovani dei centri sociali di destra. I materiali
prediletti sono quelli degli intellettuali collaborazionisti francesi. Ma in un caso
(E venne Valle Giulia19) Merlino ha scelto il “romanzo di educazione
sentimentale”, dal taglio rigorosamente autobiografico: materiale prezioso per
lo studio della mentalità e dei miti fondatori della prima generazione
neofascista, quella che si è affacciata alla politica nella seconda metà degli
anni Cinquanta senza aver avuto la possibilità neanche di giocare ai “ragazzi
della via Pal”, come era invece toccato a Paolo Signorelli. La scelta però di
tranciare il racconto con il Sessantotto, se risponde perfettamente alla logica

17 A. Buccheri, Schermi di piombo, anni di piombo: "Io non scordo" e gli scontri alla Sapienza, 28 maggio 2008, in
http://angolonero.blogosfere.it/2008/05/schermi-di-piombo-anni-di-piombo.html
18 G. Marconi, Io non scordo, Edizione speciale con scritti inediti, Moimeme corporation, Roma 2011, pp. 160 [1a
edizione, Settimo sigillo, Roma 1999, 2a ed. Fazi, Roma 2004]
19 M.M. Merlino E venne Valle Giulia, Settimo Sigillo, Roma 2008, pp. 143
interna del romanzo, lascia però il lettore con l'amaro in bocca e con tutti i
dubbi irrisolti. A distanza di più di quarant'anni dalla “madre di tutte le stragi”,
infatti, anche se sono fugati i dubbi sulle sue responsabilità giudiziarie (a
queste conclusioni si oppone il recente corposissimo saggio di Paolo
Cucchiarelli20, che rilancia la pista anarchica, sia pure in funzione subalterna,
ipotizzando l'esecuzione di un duplice attentato) resta infatti aperta la
questione dell'“infiltrazione a sinistra”, fenomeno che ha in Merlino, appunto, la
figura più nota. Disegno strategico di provocazione promosso da centrali di
intelligence atlantica (operazione Chaos)? Tentativo autarchico di costruire un
fronte unico rivoluzionario per la “disintegrazione del sistema” (la cosiddetta
“doppia linea” di Freda)? Spinta generazionale in una fase storica
particolarmente convulsa? Numerosi elementi evidenziati lungo tutta la
narrazione – dalla passione per Kerouac e la letteratura beat ai viaggi in
autostop alla conquista del mondo – vanno nella direzione di evidenziare uno
stato mentale condiviso che innerva la rivolta. Non poteva essere altrimenti. I
successivi esiti politici e intellettuali dello stesso Merlino confermano
comunque che la stagione anarchica non si spinta fino allo strappo con
l'identità neofascista, sia pure di un fascismo eretico, colto ed eroico.

1.1.6. Miro Renzaglia


Miro Renzaglia, oggi poeta e performer di pregio, militante missino negli anni di
piombo, è stato bersaglio della “guerriglia rossa”: la notte del 3 marzo 1979,
giorno del 22esimo compleanno, subisce un attentato di cui porta ancora i
segni (un proiettile non gli è stato asportato dal torace) perché accusato di aver
partecipato ai fatti di Sezze Romano (la sparatoria in cui è ucciso un militante
di sinistra dopo un comizio dell'onorevole Saccucci). In un romanzo epistolare a
quattro mani21, con Marco Palladini, anch'egli scrittore e già leader degli
studenti di Avanguardia operaia, rilegge gli avvenimenti che lo hanno visto
protagonista, senza pentimenti né enfasi. C'è nostalgia, certo, per i migliori
anni della propria vita, e la difesa del senso di un'esistenza messa in gioco
pericolosamente in nome dei valori politici, ma nessuna esaltazione della
violenza, né compiacimento vittimista e colpevolizzante.

1.2 Saggistica autobiografica


1.2.1 Vincenzo Vinciguerra
L'organizzatore della strage di Peteano è uomo dai tempi lunghi: si costituisce
nel 1979, aspetta cinque anni prima di ammettere con il giudice Casson le sue
responsabilità e altri cinque per dare alle stampe l'autobiografia Ergastolo per
la libertà22. Questo volume rappresenta una sorta di messaggio nella bottiglia
ai suoi ex commilitoni di Avanguardia nazionale e ha l'obiettivo di convincerli
ad aderire e sostenere la sua personale battaglia contro quello che definisce “il
neofascismo atlantico di servizio” e cioè quell'ampio segmento di area
ordinovista (da Freda a Signorelli, da Zorzi a Maggi, per citare i nomi più noti) a
suo dire impegnati in posizione subalterne con gli apparati statali e della Nato
ad assicurare la stabilità del regime attraverso la strategia della tensione.
Caduto nel vuoto questo suo tentativo, Vinciguerra avvia un'anomala forma di
collaborazione giudiziaria che a lui non porterà alcun beneficio (per sua
esplicita scelta etica) e che al tempo stesso non sortirà nessun concreto
20 P. Cucchiarelli, Il segreto di piazza Fontana, Ponte alle Grazie, Firenze 2009, p. 700
21 M. Palladini-M. Renzaglia, I rossi e i neri. Vita e politica negli anni '70 … ripensandoci bene, Settimo Sigillo,
Roma 2002, pp. 248.
22 V. Vinciguerra, Ergastolo per la libertà, Arnaud, Firenze 1989, pp. XXIV+200.
risultato nei numerosi processi in cui testimonia. Seppure condizionato da
questa ispirazione d'occasione (il volume è farcito di particolari
apparentemente insignificanti ma che evidentemente costituiscono messaggi
comprensibili ai destinatari) Vinciguerra racconta numerosi episodi inediti di
grande rilievo: dall'offerta di un attentato ai danni di Rumor, che sarà usata per
avvalorare la pista nera per la strage alla questura di Milano al lancio della
voce – attribuita a Zani - che vuole Mario Tuti depositario di una lettera in cui
l'autore materiale si attribuisce la responsabilità della strage di Brescia. In
seguito Vinciguerra ha continuato a produrre volumi e saggi brevi di storia
giudiziaria, in gran parte reperibili in Rete, in cui ricostruisce 60 anni di misteri
d'Italia a partire dalla sua personale visione della realtà del neofascismo
italiano: un ristretto manipolo di irriducibili duri e puri circondati e ostracizzati
dalla schiacciante maggioranza dei collusi e dei servi del potere antifascista.

1.2.2 Gabriele Adinolfi


Anche se firmato a quattro mani con Roberto Fiore, il volume “Noi, Terza
posizione”23 è opera prevalente del maitre à penser di CasaPound. Il testo è la
rielaborazione di un precedente testo, La Rivoluzione è come il vento, scritto
come memoria difensiva in occasione del processo per banda armata contro
Terza posizione, o meglio come indicazione di linea processuale per i quadri
intermedi detenuti da parte del gruppo dirigente (la prima edizione è firmata
anche da Marcello De Angelis, oggi parlamentare del Pdl), e mandato in
stampa, riveduto e aggiornato, al rientro dei due dalla latitanza all'estero
(grazie alla prescrizione della pena). L'intento didascalico è evidente: grande è
l'attenzione, ad esempio, di Adinolfi a non esaltare le figure dei “combattenti”
duri e puri (da Belsito a Cavallini) verso cui, in altre occasioni, non nasconde
invece tanto la stima quanto l'affetto personale. A esplicita confutazione del
sottoscritto sull'evidente contraddizione, Adinolfi infatti precisò che, fatto salvo
il rispetto dovuto alla «purezza della scelta individuale», non era sua intenzione
generare equivoci e favorire mitizzazioni pericolose tra i giovani a cui era
dedicato il volume. La tesi storica del volume, seppure in palese contrasto con
la vulgata giornalistica, trova riscontro negli esiti giudiziari: il numero di quadri
di Terza posizione passati dalla milizia politica alla lotta armata, dati i tempi e le
pressioni ambientali, fu relativamente modesto e, in proporzione, sicuramente
minore, rispetto ad altri ambiti militanti romani.
Di maggiore respiro storico e politico, il volume Nos belles années de plomb24. Il
testo ha l'ambizione di raccontare la storia della destra radicale italiana ai
francesi e ai francofoni, mettendo al centro dell'analisi “le trame ordite sulla
pelle di un'intera generazione”. La struttura del libro è tripartita: alla prima
parte storica (dal Risorgimento tradito alla strategia della tensione) si
giustappone una corposa sezione che attinge a piene mani all'autobiografia
(dall'esperienza di Terza posizione e dei Nar agli anni dell'esilio) per finire con
gli esiti (il nuovo impegno metapolitico) e le prospettive.

1.2.3 PAOLO SIGNORELLI


Il volume autobiografico “Professione imputato”25 è pubblicato al termine del
calvario giudiziario che ha visto il “professore dei Nar” sentire pronunciare per
ben sei volte la parola ergastolo prima di vedersi assolvere da tutte le

23 G. Adinolfi-R. Fiore, Noi, Terza posizione, Settimo Sigillo, Roma 2000, pp. 173
24 G. Adinolfi, Nos belles années de plomb, Aencre, Paris 2004, pp. 199.
25 P. Signorelli, Professione imputato, (a cura di G. Compagno), Sonda, Torino, 1996, pp. 143
principali imputazioni (organizzazione della strage di Bologna, omicidio di due
magistrati e di un passante scambiato per il bersaglio effettivo del commando
terroristico). La narrazione è focalizzata sulla dimensione penitenziaria, con
una dettagliata ricostruzione dei dispositivi persecutori dispiegati nel corso di
un lungo arco temporale ai suoi danni (negazione del diritto alla salute,
trasferimenti vessatori, isolamenti arbitrari) ma anche con una significativa
attenzione alla variegata umanità che negli anni ’80 ha popolato l’universo
carcerario e un gusto insistito per la caratterizzazione dei personaggi. Pur
assumendo, quindi, l’estrema parzialità della strategia delle rilevanze che ha
definito l’organizzazione narrativa, è possibile ricavare comunque numerosi
elementi di testimonianza storica: dal rapporto in carcere tra detenuti politici
neri e grande malavita metropolitana (i banditi Turatello e Vallanzasca) alle
dinamiche interne ai prigionieri politici neofascisti. D’altra parte Signorelli è
stato uno dei più importanti (e fluviali) testimoni utilizzati da Rao nella sua
“trilogia della celtica”. Il “professore” non si sottrae alla narrazione sia delle
sue vicende personali (a partire dall’attività di fiancheggiatore dell’Oas alla
fine degli anni Cinquanta) sia dei numerosi episodi di cui è stato testimone
diretto (l’omicidio Mantakas) o protagonista (la ricostruzione di Ordine nuovo in
clandestinità).

1.2.4 PIERLUIGI CONCUTELLI


Io l’uomo nero , storia di una vita (anche in questo caso supportato dal
26

contributo di un giornalista, Giuseppe Ardica, cronista parlamentare, che è


stato qualcosa di più di un semplice “negro”) arriva dopo un lungo percorso.
Concutelli è un buon esempio di come le vicende processuali condizionino
comunque la costruzione dei racconti e della memoria: il “comandante di
Ordine nuovo” passa dalla totale intransigenza nelle fase dei processi
emergenziali a una forma di distaccata interlocuzione in occasione del
maxiprocesso Ordine nuovo bis, che inizia alla fine degli anni Ottanta in un
clima politico e giudiziario sostanzialmente cambiato (è la stagione in cui
Curcio e c. tentano di negoziare una soluzione politica per gli anni di piombo).
In questo caso, comunque, il suo impegno ad assumersi esplicitamente le
responsabilità personali giudiziarie (mentre in precedenza, imitando il modello
brigatista, si era limitato a rivendicare il suo ruolo di ‘comandante’ e quindi di
titolare delle decisioni, senza entrare nel merito della loro esecuzione) era in
qualche misura finalizzato ad acquisire credibilità presso la Corte per
smantellare alcune accuse false dei “pentiti” e quindi alleggerire le singole
posizioni processuali dei coimputati, essendo oramai la sua posizione
penitenziaria più che definitiva (con tre distinte condanne all’ergastolo). Negli
anni Novanta il “racconto” di Concutelli trova originali modalità di espressione:
dalla poesia (apprezzate da Giampiero Mughini) a una 'guida Michelin'
sull'accoglienza carceraria. Soltanto dopo trent'anni di carcere, quando è stato
ormai completato il percorso di ammissione ai benefici della legge Gozzini, per
Concutelli maturano le condizioni per offrire la sua narrazione. I nodi principali
irrisolti della vicenda della breve stagione lottarmatista (le ragioni dello strappo
e del conflitto con Avanguardia nazionale, la responsabilità delle scelte
'terroristiche' tra il Comandante e il 'centro estero' diretto da Clemente
Graziani) trovano risposte complete ed organiche. Essendo annunciata per la
primavera 2013 la pubblicazione delle memorie di Stefano Delle Chiaie, sarà

26 P.L. Concutelli (con G. Ardica) Io, l'uomo nero: una vita tra politica, violenza e galera. Marsilio, Venezia, 2008,
pp. 223.
possibile sottoporle a confronto e a verifica. Intanto un altro lavoro storico di
Rao27 sostanzialmente avvalora la ricostruzione storica dell'omicidio in carcere
dell'avanguardista Carmelo Palladino offerta da Concutelli: una vendetta
maturata nel clima avvelenato di quell'anno feroce e non, come sostenuto da
Vincenzo Vinciguerra, una rappresaglia per un conto sospeso con Avanguardia
nazionale dai tempi delle comune missioni internazionali nella “guerriglia
anticomunista”.

1.3 Partecipazione a progetti di ricerca.


Sull'onda della strage di Bologna, l’Istituto Cattaneo ha avviato un
programma di ricerca sul terrorismo e la violenza politica articolato in
due fasi e che ha messo capo alla produzione di un’imponente serie di
indagini e analisi.
La prima fase di ricognizione dell'esistente e di confronto tra studiosi,
durata dal 1982 al 1983, ha preceduto la successiva ricerca empirica,
avviata nel 1984 e conclusa nel 1988, anche se la fase della produzione
testuale si è prolungata fino alla metà degli anni 90. Oltre a costituire
un imponente archivio documentario (DOTE) sulla vicenda dei terrorismi
italiani, si è lavorato alla ricostruzione delle storie di vita di circa 60
protagonisti della stagione della lotta armata in Italia nel corso degli
anni settanta e ottanta, tra cui una ventina di “terroristi neri”. Anche se
il metodo adottato per la narrazione e l'elaborazione concettuale delle
testimonianze raccolte (nomi siglati) dovrebbe assicurare l'anonimato,
in realtà, l'esiguità del campione complessivo da cui sono stati
selezionati gli intervistati e i frequenti riferimenti geografi ci,
organizzativi e cronologici permettono di identifi care con assoluta
certezza gran parte dei partecipanti. Materiale prezioso per la
conoscenza sul piano del mentale perché raccolto con il metodo
dell'intervista strutturata e off erto nel quadro di un'ipotesi
interpretativa forte. Maurizio Fiasco , ragionando sui dispositivi del
28

“passaggio alle armi” e delle motivazioni alla militanza dei terroristi


neri, lavora sul concetto di “simbiosi ambigua”. L'unico limite è la
rappresentatività squilibrata del campione, con alcune esperienze
storiche sovrarappresentate (San Babila, Ordine nuovo tiburtino e
trasversalmente le aree omogenee del pentimento e della dissociazione)
e altre sottodimensionate (i Nar romani, l'area dell'irriducibilismo).
1.4. Materiali raccolti da autori
A partire dal lavoro a quattro mani di Adalberto Baldoni e Sandro
Provvisionato sul terrorismo italiano 29 e dalla biografi a di Valerio
Fioravanti, scritta da Giovanni Bianconi 30 agli inizi degli anni Novanta, si
27 N. Rao, Colpo al cuore, Sperling & Kupfer, Milano 2011, pp. 208
28 M. Fiasco, La simbiosi ambigua, in: R. Catanzaro (a cura di), Ideologie, Movimenti, Terrorismi, Il Mulino, Ricerche
e studi dell’Istituto Carlo Cattaneo, Bologna 1990, pag. 168.
29 A. Baldoni-S. Provvisionato La notte più lunga della Repubblica. Destra e sinistra: ideologie, estremismi, lotta
armata, Serarcangeli, Roma 1989 (1a edizione), pp. 464. Il volume è stato aggiornato e riscritto due volte: nel 2003
per Vallecchi, con il titolo A che punto è la notte, nel 2009 per Sperling & Kupfer, come Anni di piombo. Sinistra e
destra: estremismi, lotta armata, menzogne di Stato dagli anni Sessanta ad oggi. Baldoni e Provvisionato, all'epoca
del primo volume cronisti parlamentari, provengono entrambi da una militanza politica “estremista”. Baldoni nei
ranghi del Msi, Provvisionato nella sinistra extraparlamentare (Avanguardia operaia). Per garantirsi un sufficiente
distacco “emotivo” si sono occupati ciascuno dello schieramento politico “avverso”.
30 G. Bianconi, A mano armata. Vita violenta di Giusva Fioravanti, Baldini & Castoldi, Milano 1992 (1a edizione),
XXYY. Nel 2005 il volume è stato pubblicato da Dalai Editore, in edizione ampliata (341 pagine), col titolo A
mano armata. Vita violenta di Giusva Fioravanti, terrorista quasi per caso e ristampato nel 2007 in edizione
è andata dispiegando una signifi cativa attività di ricerca da parte di un
manipolo di giornalisti (in gran parte orientati politicamente a sinistra)
che, utilizzando atti e sentenze giudiziarie, archivi giornalistici e
materiali originali di inchiesta (interviste strutturate, conversazioni
informali, scambi epistolari con i detenuti) hanno accumulato una
cospicua messe di documentazione sulle storie di vita dei protagonisti
degli anni di piombo.
Questi materiali sono stati restituiti con modalità diverse ma
ovviamente un ruolo centrale nella produzione editoriale ha avuto la
strage di Bologna. Sulla sua vicenda processuale è costruita la biografi a
della coppia Fioravanti-Mambro scritta dal giornalista Rai-Mixer Piero
Corsini 31 , così come il saggio “innocentista” di Andrea Colombo 32 utilizza
copiosamente dichiarazioni e ricordi di Valerio Fioravanti. Al terzo
condannato per la strage, Luigi Ciavardini 33 è dedicato invece un volume
scritto da Gianluca Semprini 34 , che si appassiona al caso all'indomani
della prima sentenza di condanna e dedica ampio spaio alla storia di
vita del giovanissimo terrorista.
L'ampia sezione del mio volume Fascisteria 35 dedicata agli anni di
piombo e all'extraparlamentarismo di destra fa ampio uso delle
testimonianze raccolte da numerosi protagonisti di quelle vicende, in
uno sforzo costante di incrocio con le evidenze processuali. Tra la prima
e la seconda edizione del testo (che è sia nella struttura che
nell'impianto un'opera diversa) è venuta però maturando la mia
convinzione che, per questioni che in modo signifi cativo hanno a che
fare con i problemi oggetto di questo convegno (e cioè il
condizionamento giudiziario e politico rappresentato dalle 'storie aperte'
sulle stragi e la strategia della tensione come blocco a una corretta
ricostruzione storiografi ca degli anni di piombo) le testimonianze dirette
dei protagonisti hanno grande valore per una mappatura del “mentale”,
per avviarsi sul terreno dell'antropologia politica e sociale, ma sono
sostanzialmente inutilizzabili per una storia evenementielle degli anni
Settanta. A tal proposito richiamo la mia relazione al convegno di
Brescia, i cui materiali grezzi sono disponibili on line 36 .
1.4.1 Il caso Cuori neri
Come abbiamo accennato in precedenza, Cuori neri 37 di Luca Telese
segna al tempo stesso un clamoroso successo editoriale e un momento
di rottura con il punto di vista dominante. Raccogliendo le biografi e di

tascabile.
31 P.A. Corsini, I terroristi della porta accanto. Storia di Giusva Fioravanti e Francesca Mambro: due vite violente
nella destra eversiva italiana, Newton Compton, Roma 2007, pp. 300. Il volume è l'ampliamento e l'aggiornamento
di un precedente testo, Storia di Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, Pironti, Napoli 1999, pp. 272 .
32 A. Colombo, Storia nera. La verità su Bologna di Francesca Mambro e Valerio Fioravanti, Cairo, Milano 2007, pp.
366
33 G. Semprini La strage di Bologna e il terrorista sconosciuto. Il caso Ciavardini, Bietti, Milano 2003, pp. 377.
34 G. Semprini – M. Caprara Destra estrema e criminale:da Stefano delle Chiaie a Paolo Signorelli, da Mario Tuti ai
fratelli Fioravanti: storia, avvenimenti e protagonisti delle destra eversiva italiana. Newton Compton, Roma 2007, pp.
380. Il volume è costruito prevalentemente su interviste a protagonisti, da Pierluigi Concutelli a Massimiliano Taddeini.
35 U.M. Tassinari, Fascisteria. Storia, mitografia e personaggi della destra radicale in Italia, Sperling & Kupfer,
Milano 2008, pp. 704 [1a edizione Castelvecchi, Roma 2001, pp. 575, con diverso sottotitolo: I protagonisti, i
movimenti e i misteri dell'eversione nera in Italia]
36 Nella sezione “I testi in Pdf” del mio blog “Fascinazione”: www.fascinazione.info.
37 L. Telese, Cuori Neri, Sperling & Kupfer, Milano 2006, pp. 800
21 neofascisti uccisi negli anni di piombo, Telese, ma anche
evidenziando le falsifi cazioni incrostatesi negli anni (molti di questi
omicidi erano stati liquidati come eff etto del “fuoco amico”: dal rogo di
Primavalle a Mantakas, da Zicchieri a Pistolesi) costruisce un nuovo
senso comune che parte dal riconoscimento del fatto che a fianco della
violenza fascista e brigatista, a insanguinare il Paese c'era stata anche
la violenza antifascista. Anche se la sua ipotesi interpretativa (gli
omicidi dei “neri” erano una tappa iniziatica lungo il percorso verso la
“guerriglia rossa”) è controversa, Telese ha notevoli meriti: da una parte
ha promosso una fi orente produzione editoriale, con una collana
dedicata, e da lui diretta, “Le radici del presente” di Sperling & Kupfer,
dall'altra ha off erto al “popolo postmissino” il senso di una storia che si
andava disperdendo con la dissoluzione dell'identità neofascista in
Alleanza nazionale.
1.4.2 La trilogia della celtica
Un contributo decisivo all'accumulo di un consistente deposito della
memoria è off erto dalla trilogia di Nicola Rao 38 , che da più di vent'anni è
impegnato in un'accanita e appassionata ricerca sul neofascismo. Per la
sua trilogia “della celtica” ha intervistato praticamente tutti i
protagonisti degli anni di piombo disponibili al confronto, con qualche
signifi cativa eccezione (come Freda e Pedretti) ma ha integrato il tutto
utilizzando importanti materiali investigativi, come l'intera serie dei
colloqui tenuti da una cinquantina di detenuti politici “neri”, interrogati
dal capitano dei Ros Giraudo nella fase preliminare dell'inchiesta che ha
messo capo all'ultima serie di processi per le stragi di Milano e di
Brescia.
Il primo volume, La fiamma e la celtica (30mila copie vendute, più di
cento presentazioni), che è l'edizione riveduta e ampliata di
Neofascisti 39 , rappresenta un altro clamoroso caso di successo: perché
nel ricostruire la storia missina (con qualche incursione
nell'extraparlamentarismo: da San Babila a Terza posizione) si innesta
sulla domanda di identità politica del popolo postmissino già suscitata
dal libro di Telese, dandole respiro e profondità. Il secondo, invece, Il
sangue e la celtica, focalizzato sulla stagione delle stragi, innesta un
vespaio di polemiche perché Rao, giornalista dichiaratamente di destra,
incrociando testimonianze inedite e atti giudiziari, si prende la
responsabilità di sostenere la colpevolezza dei neofascisti per le stragi
di Milano e di Brescia. Il suo endorsement colpevolista scatena la
durissima reazione dei leader della destra radicale, come Gabriele
Adinolfi e Maurizio Murelli, che già avevano contestato il paradigma
vittimistico di Telese e stavolta si spingono oltre, su un terreno di
assoluto negazionismo, in nome dell'assioma parallelo a quello della
campagna innocentista per Valpreda e Pinelli: un fascista non può averlo
fatto.
A mio giudizio occorre però prescindere dalle polemiche suscitate. Nella
sua opera, infatti, Rao, che ha una lunga esperienza di giornalista di
agenzia, si sforza spesso di restituire la quantità impressionante di

38 N. Rao, La fiamma e la celtica (2006. 408 pp.) Il sangue e la celtica (2008, 475 pp.) Il piombo e la celtica (2009,
482 pp.), Sperling & Kupfer, Milano.
39 id., Neofascisti, Settimo sigillo, Roma 1999, 256 pp..
testimonianze dirette dei leader ma anche di quadri intermedi
protagonisti degli anni di piombo, da lui raccolte, a un grado zero di
elaborazione, per una scelta volutamente minimalista, e quindi off re
materiali preziosi per la ricostruzione storica di quegli anni.

2. I limiti delle testimonianze orali


Ho avuto modo di affrontare i limiti intrinseci delle testimonianze orali
dei protagonisti degli anni di piombo per una ricostruzione
evenementielle in occasione del convegno di Brescia dedicato allo stato
della ricerca su terrorismo e stragi (19 maggio 2011). La mia ipotesi è
che, a prescindere da eventuali casi di malafede, la condizione
stressante della clandestinità e poi della prigionia favoriscono dispositivi
mentali di rimozione e autoinganno. Se già normalmente i dispositivi
psichici della memoria tendono a reinterpretare il passato alla luce di
nuove consapevolezze e stati di coscienza, lo status estremo del
terrorista, come altri condizioni liminari, accentuano le tendenze
manipolatorie. In questa sede mi limito a esaminare un caso marginale
ma paradigmatico: la nascita della sigla Nar.
2.1 Le fonti scritte
La prima telefonata di rivendicazione dei Nar spetta a Francesca: “Sì,
l'ho fatta io, eravamo in una cabina telefonica vicino al Corriere della
Sera”. E' il 30 dicembre 1977: il battesimo del fuoco dei Nar. 40
Sarà proprio Francesca in una delle discussioni alla villa dell'Eur, la sera
dell'assalto al “Corriere della Sera”, ad inventare la sigla Nar, Nuclei
Armati rivoluzionari, mentre tutti si arrovellano per trovare un nome al
gruppo che stava nascendo. 41
Le rivendicazioni dei Nuclei armati rivoluzionari. Un rapporto della Digos
inviato il 6 agosto 1980 al questore di Bologna ne elenca 29 tra il 23
dicembre 1977 (la data di nascita dei Nar) e il 31 dicembre 1978 42 .
L'errore mnemonico di Francesca Mambro è innocente ma non innocuo.
Nei pochi giorni che separano il 23 dal 30 dicembre lo scontro armato
tra fascisteria e antifascisteria è di rara intensità
2.2 La parola alle armi
Ecco la sequenza dei fatti, che sono in gran parte concentrati in un
piccolo quadrante dell'area Nord di Roma
18-19 dicembre: scontri violenti con i compagni di via Pomponazzi
23 dicembre sera: sparatoria contro il compagno Massimo Di Pilla al
Villaggio Olimpico da un vespone bianco con Mini d'appoggio. Sette
colpi di calibro 32. Dopo il ferimento Di Pilla accusa esplicitamente Pucci
parlando alla radio.
24 dicembre pomeriggio: attacco a casa Pucci, al Flaminio, ferita a
pistolettate la madre di Alessandro, segretario del Fronte della Gioventù
del quartiere, esponente dei nascenti Nar.

40 P. Corsini, op. cit., p. 76


41 G. Bianconi, op. cit, p. 88
42 Ibidem, p. 101
26 dicembre ore 1.30: ferito a pistolettate Roberto Giunta La Spada,
all'uscita di Radio Città Futura, a piazza Vittorio Emanuele. Il commando
utilizza il solito vespone bianco con una A112 d'appoggio. A sparare 3
colpi è ancora un revolver calibro 32.
Notte 27-28 dicembre: salta in aria la sezione Msi Parioli
28 dicembre, ore 8.15. i Nuovi Partigiani uccidono Angelo Pistolesi al
Portuense
30 dicembre, il pomeriggio dei funerali di Pistolesi sera è assaltato il
Corriere della Sera.
2.3 Le ragioni dell'errore
La Mambro avvalora la tesi della nascita dei Nar come reazione
all'omicidio Pistolesi e quindi come struttura difensiva/reattiva. Ma la
smentisce lo stesso Bianconi senza accorgersene. In realtà siamo in
presenza di due diverse catene militari:
- faida a Roma nord che nasce come scontro di piazza e in cui sono i
fascisti a innalzare il livello di scontro (23.12-28.12 con tre sparatorie e
una bomba), due attacchi cadauno
- omicidio Pistolesi (vendetta per l'omicidio di Sezze) con successiva
rappresaglia, con ruolo prevalente dei fascisti di Roma Sud-Ovest (Eur-
Monteverde)
A ben vedere già a febbraio (raid all'Università) e a settembre
(sequenza sparatorie: Eur, piazza Igea, Balduina) sono i fascisti a
ricorrere alle armi da fuoco per primi: e il debutto dei Nar è
nell'agguato del 23 dicembre, che è un attacco e non una risposta.
In questo caso, mi sembra di poter concludere che la razionalizzazione
ex post, che è funzionale alla strategia difensiva generale
(rappresentare i Nar come fenomeno difensivo endoreattivo) abbia
ristrutturato il ricordo, con un evidente effetto di falsifi cazione.