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L.

Demofonti I metodi per la ricostruzione della vicenda storica

UNIT 2. IL PROBLEMA DEI TOTALITARISMI DEL NOVECENTO

La tesi fondamentale del libro di Hannah Arendt sulle origini del


totalitarismo1, che costituisce ancora oggi un classico imprescindibile della
storiografia sul tema, riguarda il tratto di assoluta novit dei sistemi totalitari
come regimi politici, le cui caratteristiche essenziali sarebbero riconoscibili
unicamente nel nazismo e nello stalinismo. Lopera, scritta negli anni
immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale, offre un
contributo determinante, da un lato nel ricostruire il processo di genesi dei
totalitarismi,

ripercorrendo

la

storia

europea

dagli

anni

Ottanta

dellOttocento; dallaltro lato nellanalisi della trasformazione dei movimenti


totalitari dopo la conquista del potere e nella elaborazione di un tipo ideale
di regime totalitario.
Sulle complesse cause che hanno contribuito alle origini del
totalitarismo, lanalisi della Arendt propone un percorso interpretativo che
dal declino dello Stato nazionale, dallemancipazione politica della
borghesia nellet dellimperialismo, dallantisemitismo e dallo sviluppo di
movimenti pan-slavi e pan-germanici, conduce allavvento della societ di
massa. Una societ senza pi classi, rappresentata da una massa di
individui isolati e anonimi, esclusi dalla partecipazione politica, un tipo di
societ che avrebbe favorito appunto il radicamento dei movimenti totalitari.
Il totalitarismo sarebbe quindi una degenerazione della democrazia
moderna, principalmente legata alle contraddizioni dellemancipazione
politica della borghesia e del suo crescente conflitto con lo Stato nazionale
ottocentesco, incapace di assecondare fino in fondo le aspirazioni borghesi
verso una ulteriore espansione economica capitalistica, ma legata anche
alla

minaccia

derivata

dalla

riduzione

della

politica

alla

mera

amministrazione dei molti da parte dei pochi, con la conseguente perdita di


importanza della dimensione pubblica, intesa come spazio di partecipazione

H. Arendt, The Origins of Totalitarianism, New York, Harcourt Brace and Co., 1951.

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collettiva e di interazione fra gruppi e individui con interessi e progetti


differenti.
La nascita del totalitarismo sarebbe quindi, per la Arendt, connessa a
tre premesse necessarie: il tramonto dello stato nazionale e laffermarsi
dellimperialismo; il crollo del sistema classista; latomizzazione della
moderna societ di massa2. Queste premesse assunsero un peso decisivo
nella disgregazione morale e materiale e nel processo di livellamento della
societ europea, soprattutto dopo la prima guerra mondiale, aprendo la
strada allaffermazione dei regimi totalitari.
Ladesione che la politica imperialista incontr nei vari ambienti
sociali, anche in quelli pi umili, si accompagn a fenomeni diversificati
come il culto della personalit individuale, come laffermazione del
razzismo, come lalienazione delle masse dal governo e dai partiti e il
progressivo successo di quei gruppi che si presentavano come al di sopra
degli interessi particolari.
Daltra parte, il crollo della divisione per classi avrebbe trasformato le
masse, sempre secondo la Arendt, in insiemi disorganizzati e amorfi di
individui isolati, privi di legami sociali, sfiduciati e quindi disponibili alle
suggestioni demagogiche. I regimi totalitari per potersi affermare avevano
bisogno infatti della presenza di masse indifferenti ai partiti tradizionali, ma
allo stesso tempo desiderose di partecipare a una organizzazione politica.
Questa interpretazione sottolinea il carattere di novit e di originalit
storica della forma totalitaria rispetto agli altri regimi autoritari del passato,
come la dittatura, la tirannide, il dispotismo. Il totalitarismo ha infatti
cancellato ogni tradizione politica, giuridica, sociale introducendo una forma
di governo fondata sul binomio ideologia-terrore, che ne costituisce,
secondo la Arendt, la caratteristica peculiare. Lideologia come principio di
azione e il terrore come strumento di governo sarebbero appunto gli
elementi fondanti del totalitarismo.
Le ideologie totalitarie, che fanno derivare da una singola premessa
la spiegazione di ogni avvenimento, hanno lo scopo di creare un mondo
2

R. De Felice, Le interpretazioni del fascismo, Roma-Bari, Laterza, 1991, p. 93.

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fittizio, staccato dalla realt, ma logicamente coerente, in cui la legalit non


pi vincolata alle azioni degli uomini, ma dove lapplicazione del terrore
ad attuare la legge della storia e la legge della natura. Ideologia e terrore si
esprimono attraverso lazione del partito unico e della polizia segreta. Se il
partito unico impegnato nel trasformare lordine sociale occupando ogni
sfera della societ civile e nel controllare lapparato statale, la polizia
segreta lo strumento principale del controllo sociale che sottopone gli
individui a una continua sorveglianza.
Inoltre, mentre lautoritarismo tradizionale pur eliminando le libert
politiche e imponendo lordine tendeva a scoraggiare la partecipazione
politica, i regimi totalitari richiedono la partecipazione attiva degli individui, la
loro costante mobilitazione, la condivisione delle sue finalit. In questo
senso allora il totalitarismo non per lautrice una versione rinnovata di
forme di governo del passato, ma il frutto stesso della modernit, che
proprio nel Novecento aveva finito per allargare linteresse verso la politica
a settori pi ampi della societ. Una societ costituita per di individui
atomizzati, indifferenti, incapaci di vivere la dimensione collettiva, di uomini
indeboliti, di fronte ai quali lo Stato si presenta rafforzato e sui quali i regimi
totalitari sono in grado di esercitare una attrazione che li induce a
sottomettersi senza riserve. La caratteristica principale delluomo-massa
il suo isolamento, la mancanza completa di relazioni sociali, che consente
attraverso il terrore di imporgli una fedelt incondizionata al partito o alla
patria in nome della solidariet di razza, di classe, di nazione.
Nella costruzione di questo modello interpretativo, che fissa nella
combinazione fra ideologia, terrore e organizzazione del partito, le
coordinate dello Stato totalitario, la Arendt si differenzia dagli altri studiosi
del totalitarismo e circoscrive il suo concetto di regime totalitario
allesperienza del nazismo e dello stalinismo, escludendo dalla sua
definizione altri regimi autoritari. Fra questi, la Arendt non considera un
esempio di totalitarismo il fascismo italiano, innanzitutto per il suo carattere
di movimento di massa organizzato che vive allinterno dello Stato, poi per
la sua minore predisposizione alluso sistematico della violenza.

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La tesi dellesclusione del fascismo italiano dalla categoria del


totalitarismo stata accolta con favore da storici come Renzo De Felice e
Alberto Aquarone3. Aquarone sottolinea come il fascismo sia stato
condizionato dalla volont di Mussolini di imporre la propria supremazia sul
partito per instaurare un regime personale. Egli infatti si adoper sempre
per ridimensionare i poteri del partito fino a ridurlo a un mero strumento
della sua dittatura personale.
Su questa valutazione converge anche linterpretazione di De Felice,
che al rapporto fra il duce e il partito nazionale fascista (PNF) dedic ampio
spazio nella sua biografia di Mussolini. La progressiva devitalizzazione del
PNF realizzata da Mussolini e compiutasi negli anni della segreteria di
Achille Starace (1931-1939) caratterizza il fascismo, secondo De Felice,
come una realt politica nuova e diversa dal nazismo e dallo stalinismo. Per
Mussolini il fulcro del fascismo doveva essere lo Stato e non il partito. In
questo senso De Felice insiste sullo svuotamento politico del PNF e sul
carattere spiccatamente personalistico, mussoliniano pi che fascista, del
regime, dando non a caso al suo lavoro sul fascismo, il taglio di una
monumentale biografia del duce4.
Condividendo dunque il giudizio della Arendt sulla questione del
totalitarismo fascista, De Felice indica nel 1936 lanno della svolta totalitaria
decisa dal duce per le preoccupazioni legate alla sua successione e alla
necessit di aumentare il potere del fascismo rispetto ai poteri tradizionali e
soprattutto alla monarchia.
Una simile tesi per messa in discussione da nuovi indirizzi
storiografici. In particolare gli studi condotti da Emilio Gentile, a partire dagli
anni Novanta, sul culto del littorio e sulla via italiana al totalitarismo5,
pongono al centro della interpretazione del fascismo, inteso sia come
fenomeno italiano sia internazionale, appunto il concetto di totalitarismo,
3
4

A. Aquarone, Lorganizzazione dello Stato totalitario, Torino, Einaudi, 1965.


La biografia di Mussolini realizzata da De Felice stata pubblicata in pi volumi per

leditore Einaudi.
5

E. Gentile, Il culto del littorio. La sacralizzazione della politica nellItalia fascista, Roma-

Bari, Laterza, 1993; Id., La via italiana al totalitarismo. Il partito e lo Stato nel regime
fascista, Roma, NIS, 1995.

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non rinunciando peraltro a sottolineare il contributo offerto proprio dal PNF


alla costruzione di un regime totalitario.
A premessa di questa tesi storiografica, si collocano alcune riflessioni
preliminari sul termine stesso di totalitarismo, coniato proprio negli anni del
fascismo al potere e poi adottato dallo stesso regime fascista, che fu lunico
ad autodefinirsi Stato totalitario, con riferimento al progetto di concentrare il
potere nelle mani del partito e del suo duce, con lintento di fascistizzare la
societ attraverso il controllo di ogni aspetto della vita individuale e collettiva
per la creazione di una nuova razza di dominatori e conquistatori.
Il termine entrato nelluso comune nellItalia degli anni Venti, venne
introdotto da alcuni intellettuali antifascisti a coniarlo fu forse Giovanni
Amendola per stigmatizzare le tendenze liberticide del partito fascista. Da
queste intuizioni, Emilio Gentile elabora una sua definizione di totalitarismo
e parla specificamente di un esperimento totalitario, di cui sarebbe stato
artefice un partito rivoluzionario che aspirava al monopolio del potere e che
non ammetteva la possibilit di esistenza per altri partiti o ideologie. Il
regime totalitario viene inteso come un sistema politico fondato sulla
simbiosi fra Stato e partito, che fa del dinamismo il suo elemento distintivo;
un elemento che si esprime attraverso la rivoluzione permanente, ovverosia
una espansione continua del potere politico e una intensificazione del
controllo e dellintervento sulla societ. In questo senso, Emilio Gentile
preferisce parlare dello Stato totalitario come di un laboratorio, in cui si
sperimenta un processo continuo che attua progressivamente i suoi intenti
di dominio totale. Il regime totalitario dunque non pu considerarsi compiuto
in nessuno stadio particolare del suo percorso. Per queste ragioni, si pu
parlare di un totalitarismo fascista, che ha realizzato il suo esperimento, sia
pure con i limiti e con gli ostacoli intrinseci posti dalla situazione italiana e
nello specifico dalla sopravvivenza della istituzione monarchica e dalla
presenza della Chiesa cattolica.
Tanto pi che studi recenti hanno messo in evidenza come n il re,
n la Chiesa riuscirono a fungere da freno o da reale contrappeso alla
direzione intrapresa dal fascismo verso la creazione di un regime totalitario,

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che pu considerarsi realizzato nonostante avesse raggiunto una forma


imperfetta e incompiuta rispetto alle sue ambizioni.
Mentre De Felice, nella sua ricostruzione della figura del duce
pubblicata a partire dalla met degli anni Sessanta, ha parlato del 1936
come dellanno della svolta totalitaria del fascismo, Emilio Gentile indica
nella seconda met degli anni Trenta, quelli successivi alla conquista
dEtiopia, una accelerazione del processo di costruzione del regime
totalitario, che era gi comunque in atto fin dal decennio precedente.
In questo periodo, il PNF si mosse nella direzione di un ampliamento
sistematico della sua presenza nella societ e nello Stato. Le iniziative pi
significative in questo senso furono la creazione nel 1937 della Giovent
Italiana del Littorio, attraverso cui il partito assunse il controllo di tutte le
organizzazioni giovanili per la formazione dellitaliano nuovo. Sul piano
istituzionale, fu la creazione nel 1938 della Camera del fasci e della
Corporazioni, il conferimento, sempre nel 1937, delle funzioni di ministro
segretario di Stato al segretario del partito, e nel 1938 la modifica dello
Statuto del Regno, che riconosceva formalmente il PNF come partito unico
e gli attribuiva il compito specifico della realizzazione della rivoluzione
fascista e della educazione politica degli italiani, senza per arrivare a
sancire la superiorit del partito sullo Stato, come era avvenuto per il
nazismo e per lo stalinismo. Nel 1939 lo Stato parlamentare sub un
ulteriore colpo con la soppressione della Camera dei deputati.
Uno dei principali strumenti di realizzazione del fascismo totalitario fu,
come sottolinea ancora Gentile, lorganizzazione e il controllo delle masse
per indirizzarle verso unadesione attiva al regime. Lintento per non era
quello di formare individui consapevoli del loro agire, ma al contrario creare
cittadini-soldato, sottomessi e disciplinati, privati della loro individualit per
essere assorbiti nella comunit totalitaria. In questo senso, tutte le
organizzazioni popolari del fascismo si adoperavano per organizzare,
educare e integrare gli individui e le masse allinterno del regime, attraverso
ladesione a miti, riti, simboli che promuovevano il fascismo come una
religione politica.

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Anche il fascismo, come lo stalinismo e il nazionalsocialismo, si


caratterizzato infatti per la sacralizzazione della politica, che si espressa
nellintento di trasformare gli italiani in una comunit di credenti nel culto del
littorio, fondato sulla consacrazione degli individui alla patria, per la
creazione di una comunit nazionale unita e forte, impegnata a svolgere
una missione di civilt per rinnovare nei tempi moderni la grandezza della
romanit. Questa religione divenne allora il credo di un movimento di
massa, imposto a tutti e deciso a non tollerare culti diversi e antagonisti, il
cui riferimento primo era la figura mitica del duce.
Lo sviluppo dellorientamento totalitario del fascismo sarebbe dunque
passato attraverso la progressiva adozione di provvedimenti fondamentali e
riconducili, secondo Emilio Gentile , a tre aspetti fondamentali:
1)

Partito-Stato.

Il PNF si present in una forma nuova rispetto agli altri partiti di


massa, assumendo i tratti originali di un partito milizia a servizio di una fede.
Fra il 1926 e il 1932, esso venne inquadrato allinterno dello Stato fascista.
Le prime tappe di questo processo risaliva al 1923 con la creazione del
Gran Consiglio, organo di collegamento fra partito e governo, e listituzione
della milizia volontaria per la sicurezza nazionale, che pose la forza armata
del partito sotto la guida del capo del governo. Il primo atto di simbiosi fra
Stato e partito fu invece la legge del 1928 sulle attribuzioni del Gran
Consiglio, che divenne organo costituzionale dello Stato e organo supremo
del partito. Con alcuni decreti approvati fra il 1932 e 1933, venne inoltre
stabilito lobbligo di iscrizione al PNF per laccesso ai concorsi della pubblica
amministrazione e per lammissione agli impieghi presso enti locali e
parastatali, che nel 1940 venne estesa ai giudici. Nel 1937, la tessera del
partito fu dichiarata equipollente alla carta di identit.
Il PNF inoltre mise in atto la sua strategia di espansione anche
attraverso il controllo diretto: era il partito a esercitare la vigilanza sui prezzi,
a delegare suoi rappresentanti alla guida dei consigli delle corporazioni, a
gestire la propaganda in occasione della campagna dEtiopia. Nel 1932,
lOpera Nazionale Dopolavoro venne incorporata nel partito, che lentamente
acquis anche il monopolio delleducazione dei giovani. Soprattutto durante

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il lungo segretariato di Achille Starace (1931-1939), il PNF aument


notevolmente la ingerenza nello Stato, collocando i suoi rappresentati negli
organi centrali come in quelli locali.
2)

Duce-Stato.

Il secondo decennio del fascismo al potere vide compiersi


levoluzione del regime di partito, verso il cesarismo totalitario fondato sul
mito di Mussolini come capo carismatico. Nel catechismo fascista del 1939,
il duce non era pi riconosciuto solo come primo gerarca del PNF, ma
assumeva il ruolo di capo del partito, di rinnovatore della societ civile, di
guida del popolo italiano, di fondatore dellImpero, di unica fonte della
volont politica.
3)

Mobilitazione permanente.

Il PNF mise in piedi una organizzazione capillare delle masse, che


seguiva gli individui dalla nascita e poi in ogni passaggio della crescita e
che non lasciava libero alcuno spazio della vita privata. Lattivit dei vari
organi territoriali, dalla Federazione provinciale fino a al Gruppo rionale,
organizzava gli individui e oltre a funzionare da strumento di controllo
capillare si occupava di fornire prestazioni assistenziali.

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