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Kosovo: dal 1999 al 2007


Violenza, paura e povert mettono a tacere i testimoni. E nei
primi anni del nuovo millennio, il Kosovo, la provincia della
Serbia che costituiva la regione della ex Iugoslavia meno svilup-
pata, soffriva di violenza, paura e povert. Come si fa a trovare
testin:oni e a perse15uire crimini di guerra in una terra la cui po-
polazwne traumat1zzata e amareggiata non ha avuto il tempo
per trovare e seppellire i suoi morti; in una terra che non ha al-
cuna istituzione e scarsa concezione dell'autorit della legge al
di l della lex talionis, l'antico codice di vendetta descritto da
Omero e dagli antichi tragediografi greci; in una terra in cui le
Nazioni Unite e le altre organizzazioni internazionali stanno
lottando con scarse risorse per ricostruire la legge e l'ordine e in
cui i capi delle milizie locali, molti dei quali sono malavitosi au-
topromossi a eroici paladini di un popolo vittimizzato, mirano
al potere politico e usano la violenza per scalzare nemici e av-
versari? Il Kosovo presentava all'Ufficio della Procura tutte
quante queste sfide.
Durante la primavera e l'inizio dell'estate del 1999, soldati e
poliziotti serbi intraprendevano la totale pulizia etnica della
maggioranza della popolazione albanese del Kosovo. Le unit
combattenti serbe andavano di villaggio in villaggio, di cittadina
in cittadina, uccidendo e incendiando. Dalle case fuggiva un fiu-
me di albanesi, contadini e bottegai, professori universitari e
medici, padri e madri, nonni in sedie a rotelle improvvisate,
nonne caricate sui carri a cavalli, bambini in braccio ai genitori,
ragazzi che si muovevano a piedi e che portavano quanto pote-
vano dei loro averi in zaini e valigie. La fiumana si dirigeva ai
valichi di frontiera, dove i poliziotti serbi confiscavano carte d'i-
dentit e rubavano quanto c'era di valore, scaricava tutti nella
vicina Albania o Macedonia. Questo spostamento di centinaia di
migliaia di albanesi era il culmine di decenni di scontri etnici i
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cui antecedenti risalgono a un passato pi lontano di quanto po-
trei approfondire. Ma questi lontani antecedenti diventano peg-
gio che irrilevanti, sono patetici alibi per i crimini in corso. Mol-
ti serbi, ma certamente non tutti, sostengono di vedere il Koso-
vo come una sorta di Terra Santa, perch qui sorge una serie di
monasteri serbi ortodossi di epoca medioevale e perch fu sede
di un imperatore serbo del XIV secolo; ma i leader serbi odierni
ambiscono al Kosovo anche, come un tempo i loro corrispettivi
medioevali, per le sue ricchezze minerarie.
Una lite comunista composta di albanesi locali ha governa-
to il Kosovo dai primi anni settanta. Nel 1981, un anno dopo la
morte del maresciallo Tito, i separatisti albanesi scesero in piaz-
za nella capitale kosovara, Pristina, chiedendo che la provincia
diventasse la settima repubblica della vecchia Iugoslavia, indi-
pendente dalla Serbia. La presidenza della Iugoslavia post Tito,
un comitato di otto persone, invi le truppe che repressero con
la violenza le manifestazioni. Alla met degli anni ottanta,
membri della minoranza serba del Kosovo protestano contro i
maltrattamenti da parte degli albanesi, che ormai costituivano
quasi il novanta per cento della popolazione della provincia.
Slobodan Milosevi sal al potere patrocinando la causa dei ser-
bi del Kosovo. Sotto la sua guida nel 1990, Belgrado revocava
l'autonomia del Kosovo e imponeva il governo diretto, il gover-
no di forza maggiore che recava con s la pretesa dell'impunit.
La polizia serba sloggiava gli albanesi dalle sale del governo,
dai posti di lavoro, dalle scuole, persino dagli ospedali. Gli al-
banesi rispondevano istituendo strutture parallele di governo,
istruzione, salute e sicurezza e, seguendo il consiglio delle am-
basciate occidentali a Belgrado, evitarono di prendere le armi
durante le guerre in Croazia e in Bosnia-Erzegovina, dove la
Serbia era pi vulnerabile.
Nella primavera del 1993, per, un piccolo gruppo di kosova-
ri albanesi favorevoli alla resistenza armata al dominio di Bel-
grado, istitu una milizia clandestina, l'Esercito di liberazione
del Kosovo (Uck). Suoi scopi dichiarati erano quelli di mobilita-
re gli albanesi del Kosovo per una guerra di liberazione e per ri-
spondere con la violenza agli atti di violenza commessi dalle au-
torit serbe. Nei primi anni dell'esistenza dell'Esercito di libera-
zione del Kosovo, solo un piccolo numero di suoi membri aveva
la base in Kosovo; molti di loro operavano dagli Stati Uniti e da
paesi dell'Europa occidentale, compresa la Svizzera.
Verso la fine del 1995 era ormai chiaro agli albanesi politica-
mente avvertiti, nelle varie parti del mondo, che il processo di pa-
ce internazionale per la Croazia e la Bosnia-Erzegovina aveva
scavalcato il Kosovo. Due anni dopo uno scontro armato tra for-
ze serbe e l'Esercito di liberazione del Kosovo costava la vita a un
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insegnante locale; migliaia di albanesi partecipavano al suo fu-
nerale, e tra loro c'erano tre uomini con il passamontagna nero e
uniformi militari con le mostrine dell'Uck. L'Esercito di libera-
zione del Kosovo era uscito dalla clandestinit. Il 28 febbraio e il
primo marzo 1998, unit di polizia serbe dotate di elicotteri,
mezzi corazzati, mortai e mitragliatrici lanciavano attacchi a
sorpresa contro l'Esercito di liberazione in diversi villaggi con
l'obiettivo di annientare la leadership della milizia kosovara e di
con il terrore la popolazione civile. Durante questi
attacchi, le forze serbe aprirono il fuoco indiscriminatamente sui
civili. Il 5 marzo 1998, le forze di sicurezza serbe attaccavano la
residenza del leader dell'Esercito di liberazione del Kosovo
Adem Jashari. La battaglia proseguiva per circa trentasei ore.
nivano riportati ottantatr morti tra gli albanesi, tra cui almeno
ventiquattro tra donne e bambini. Adem Jashari e tutti i membri
della sua famiglia, tranne una bambina di undici anni, erano tra
i morti. Una donna incinta fu uccisa con un colpo di arma da
fuoco La polizia serba, stando a quanto si riportava,
aveva gmst1z1ato alcuni degli uomini davanti alle loro case.
La tattica terroristica delle forze serbe sortiva per l'effetto
contrario. A decine di migliaia gli albanesi partecipavano ai fu-
nerali della famiglia Jashari e degli altri. Un membro del coman-
do deii'Uck pronunciava un discorso funebre di tono patriottico.
L'appoggio popolare per l'Uck cresceva. I giovani entravano nu-
merosi nella milizia. I suoi comandanti locali riorganizzavano le
loro forze e si muovevano al contrattacco. La polizia serba conti-
nuava a versare il sangue dei civili. Nel 1998 gli Stati Uniti e altri
paesi esercitavano forti pressioni su Belgrado perch
mettesse fine alle violenze contro i civili albanesi nel Kosovo.
Nell'ottobre di quell'anno i paesi della Nato minacciavano di lan-
ciare attacchi aerei se Belgrado non avesse cessato la sua azione
di forza.
All'inizio della primavera del 1999, dopo rinnovate violenze
dei serbi e dell'Uck in Kosovo e il fallimento di una conferenza
la pace in Francia, la Nato lanciava attacchi aerei per co-
stnngere Belgrado a ritirare la polizia e le forze militari da quel-
la regione disastrata. La massiccia operazione di pulizia etnica
serba aveva inizio sotto la copertura dei bombardamenti Nato.
L'esodo e bombardamenti continuavano fino al ,giugno 1999,
quando M1losevi accett di ritirare le truppe serbe da gran par-
te del Kosovo. Le truppe Nato fecero a gara con le forze russe
per occupare lo spazio lasciato vacante. Le Nazioni Unite isti-
tuirono una missione, l'Unmik, per aiutare il Kosovo a costruir-
si una struttura politica e una, pi urgente, di sicurezza. I co-
mandanti dell'Uck emersero come forza politica. In molti ango-
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li del Kosovo questi comandanti costituivano l'unica legge. E
l'Ufficio della Procura cominciava a ricevere informazioni se-
condo le quali alcuni di loro avevano partecipato a crimini di
guerra contro serbi, rom, musulmani, slavi e membri di altri
gruppi etnici, oltre che contro questi albanesi che venivano ac-
cusati di tradimento dall'Esercito di liberazione del Kosovo. Il
mandato dell'Ufficio della Procura, formulato per combattere la
cultura dell'impunit, imponeva di indagare sulle accuse contro
i leader di pi alto livello di tutte le parti dei conflitti nella ex Iu-
goslavia. Questo comportava indagare e, se necessario, perse-
guire quei leader deli'Uck responsabili dei crimini commessi
dalla milizia. Il compito di perseguire gli accusati di li vello infe-
riore spettava all'Unmik e alle autorit locali.
Erano numerosi i rapporti che arrivavano su presunti crimini
dell'Uck da indagare. L'Ufficio della Procura riceveva notizie se-
condo le quali nel1998 e nel1999 soldati dell'Uck avevano seque-
strato centinaia di serbi, rom, albanesi e membri di altri gruppi
etnici: alcuni di questi prigionieri erano detenuti in campi di for-
tuna, alcuni confinati nelle stalle del bestiame, alcuni picchiati,
altri stuprati, altri torturati, giustiziati, e infine alcuni semplice-
mente sparivano. La Procura riceveva rapporti secondo i quali
soldati dell'Uck erano ricorsi a violenza e intimidazione per scac-
ciare famiglie di serbi e di rom dai villaggi natali e avevano ucciso
quelli che vi erano rimasti. La Procura riceveva rapporti secondo
i quali soldati deli'Uck avevano usato i prigionieri come scudi
umani. Riceveva rapporti su un luogo di esecuzioni presso un la-
go. Riceveva rapporti su cadaveri di vittime, e persino su prigio-
nieri, che venivano trasferiti in Albania.
Dopo il mio viaggio a Pristina nel novembre 1999, Natasa
Kandi inviava all'Ufficio dell a Procura un rapporto pubblicato
che indicava che 593 persone - serbi, montenegrini, rom, mu-
sulmani slavi- erano sparite o erano state sequestrate dopo il12
giugno 1999, il giorno in cui in Kosovo era stato dispiegato la
Kfor, la forza di pace internazionale guidata dalla Nato, ed era-
no ancora disperse al 31 dicembre 2000. Diversi aspetti di que-
ste sparizioni erano strani, e portavano a pensare che non si
trattasse semplicemente delle consuete azioni di vendetta che si
verificano dopo un conflitto. La gran parte delle sparizioni ri-
guardava distretti in cui non c'erano state violenze su larga sca-
la da parte delle forze serbe contro gli albanesi del Kosovo du-
rante la campagna aerea della Nato. Anche decine di militari
dell'esercito iugoslavo erano spariti durante i bombardamenti e
gli scontri avvenuti contemporaneamente contro l'Uck. Pi di
1500 albanesi erano scomparsi dopo che l'Uck li aveva presi in
custodia durante i bombardamenti, e pi di trecento albanesi
erano spariti nella seconda met del1999 e nel corso del 2000.
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[l'
Il 25 gennaio 2001, durante la mia prima visita a Belgrado,
mi ero incontrata con familiari di persone disperse del Kosovo
che si erano riuniti all'interno dell'edificio del ministero degli
Esteri mentre fuori, per. strada, qualche centinaio di manife-
stanti protestava. Il presidente del gruppo di kosovari, Ranko
Djinovi, aggiornava me e la mia delegazione sulla situazione
degli scomparsi tra il 1998 e il 2001. L'associazione era in pos-
sesso di prove di attivit criminali svolte da membri dell'Uck.
Queste prove, diceva, comprendevano testimonianze oculari di
rapimenti di uomini, donne e bambini, tre quarti dei quali era-
no stati catturati dopo l'arrivo della Kfor e deli'Unmik. Djinovi
accusava i vertici dell'Uck- Hasim Thai, il suo direttore politi-
co, e Agim eku, il suo comandante- della responsabilit dei ra-
pimenti e degli eccidi in Kosovo; Djinovi diceva che l'associa-
zione aveva raccolto i nomi di duecento sequestratori, tutti
membri deli'Uck. Djinovi mi chiedeva di indagare sui crimini
commessi dopo l'arrivo della Kfor in Kosovo nel giugno 1999. Ci
avrei provato, era stata la mia risposta. Ma gli chiedevo di solle-
citare il governo della Iugoslavia ad appoggiare la richiesta di
estendere il mandato del Tribunale per coprire questi presunti
crimini. In quel momento, molti familiari dei serbi scomparsi
erano convinti che i loro parenti fossero ancora vivi e che fosse-
ro stati trasportati oltre confine in Albania; ma, stranamente,
erano state ben poche, o forse nessuna, le richieste credibili di
riscatto. Fuori , dopo l'incontro, avevo visto i dimostranti con i
cartelli e li avevo sentito gridare "Carla una puttana". Alcuni di
loro avevano preso a bersaglio l'auto, mentre ci allontanavamo,
lanciando biglie con le fionde.
L'Ufficio della Procura avrebbe in seguito ricevuto informa-
zioni, che gli investigatori e i funzionari dell'Unmik avevano ac-
quisito da una squadra di giornalisti affidabili, sul fatto che nel
corso dei mesi estivi del 1999 albanesi kosovari avevano tra-
sportato con i camion al di l del confine tra il Kosovo e l'Alba-
nia del Nord trecento persone rapite. Questi prigionieri inizial-
mente erano stati rinchiusi in capannoni e altre strutture, in lo-
calit come le cittadine di Kukes e Tropoje. Secondo le fonti dei
giornalisti, che venivano identificate solo come albanesi kosova-
ri, alcuni dei prigionieri pi giovani e pi fisicamente in forma,
che venivano nutriti, visitati dai medici e non venivano mai pic-
chiati, erano stati trasferiti in altre strutture di detenzione in
Burrell e dintorni, una delle quali era una baracca dietro una ca-
sa gialla a una ventina di chilometri a sud della cittadina. Una
stanza dentro questa casa gialla, riferivano i giornalisti, era sta-
ta sistemata come una camera operatoria di fortuna; e qui i chi-
rurghi espiantavano gli organi dei prigionieri. Questi organi poi,
stando alle fonti, venivano inviati attraverso l'aeroporto di Rinas
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presso Tirana a cliniche chirurgiche all'estero per essere im-
piantati in pazienti paganti; uno degli informatori aveva effet-
tuato personalmente una di queste consegne all'aeroporto. Le
vittime private di un rene venivano rinchiuse nuovamente nella
baracca fino al momento in cui venivano uccise per altri organi
vitali; in questo modo, gli altri prigionieri nella baracca erano
consapevoli della sorte che aspettava anche loro; e, secondo la
relazione, scongiuravano terrorizzati di essere uccisi immedia-
tamente. Tra i prigionieri che sarebbero stati portati in questa
baracca, c'erano donne provenienti dal Kosovo, dall'Albania,
dalla Russia e da altri paesi slavi, e due delle fonti dicevano che
aiutavano a seppellire i corpi dei morti intorno alla casa gialla e
in un cimitero vicino. Secondo le fonti, l'operazione di contrab-
bando degli organi si svolgeva con la conoscenza e il coinvolgi-
mento attivo di ufficiali intermedi e superiori dell'Uck. Gli inve-
stigatori del Tribunale scoprivano che se le informazioni dei
giornalisti e dei funzionari dell'Unmik erano lacunose, i dettagli
erano coerenti tra loro e confermavano le informazioni raccolte
direttamente dal Tribunale. "Il materiale interno [dell'Ufficio
della Procura] non ... contiene specificamente materiale sull'Al-
bania; ma le scarse dichiarazioni di testimoni e altro materiale
di cui disponiamo confermano e in una certa misura ampliano
le informazioni suddette," leggevo in un promemoria su questa
attivit. "Tutti gli individui che le fonti citano come presenti nei
campi in Albania nell'estate inoltrata del 1999, erano dichiarati
dispersi nell'estate 1999 e da allora non sono pi stati visti."
Le raccomandazioni erano ovvie: "Tenendo presente la natu-
ra estremamente grave di questi casi, il fatto che praticamente
nessuno dei corpi delle vittime dell'Uck sia stato trovato nelle
esumazioni in Kosovo, e il fatto che queste atrocit sarebbero
state commesse sotto la supervisione o il comando della leader-
ship di medio o alto livello dell'Uck, devono essere indagate nel
modo pi accurato possibile da investigatori professionali ed
esperti". Le vittime di questi casi erano state rapite probabil-
mente dopo la fine della campagna aerea della Nato- in un pe-
riodo in cui il Kosovo brulicava di peacekeeper stranieri e di le-
gioni di investigatori e operatori di organizzazioni sui diritti
umani -per cui non era chiaro se i crimini commessi in questo
lasso di tempo ricadessero sotto il mandato del Tribunale per la
Iugoslavia. L'Ufficio della Procura avrebbe voluto che giornalisti
e Unmik fornissero i nomi delle fonti pi altri particolari perso-
nali e ogni altra informazione di cui disponessero su queste ac-
cuse. La Procura doveva compilare e analizzare tutto il materia-
le interno relativo al caso. Se i giornalisti e l'Unmik non coope-
ravano, la Procura doveva in qualche modo identificare, localiz-
zare e interrogare le fonti dei giornalisti, senza conoscerne l'i-
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dentit o l'ubicazione; intraprendere una missione con le fonti
nei siti albanesi; e, se necessario, condurre un'indagine sulla
scena del crimine e le relative esumazioni.
Le indagini sull'Uck si sarebbero rivelate le pi frustranti tra
quelle intraprese dal Tribunale per la Iugoslavia. Nel giugno
1999 il Kosovo non aveva una polizia, e la Nato e l'Unmik si era-
no assunti il compito di svolgere quella funzione con scarso en-
tusiasmo. La comunit albanese aveva i suoi leader politici, co-
me Ibrahim Rugova e altri moderati che nei tardi anni ottanta e
negli anni novanta si erano sforzati di applicare metodi nonvio-
lenti per resistere all'oppressione serba. Ma questi leader politi-
ci si trovavano privi di istituzioni di governo funzionanti. Per
queste ragioni, gli inquirenti dell'Ufficio della Procura non pote-
vano raccogliere prove ricorrendo alle autorit locali del Koso-
vo. I pochi albanesi in Kosovo disposti a fornire informazioni e
a testimoniare in tribunale contro gli indiziati dell'Uck doveva-
no essere protetti, e questo significava in alcuni casi trasferire
intere famiglie in paesi terzi in un periodo in cui molti stati era-
no riluttanti ad accogliere persone del genere. Gli investigatori
della polizia, da Berna e Bruxelles al Bronx, sanno quanto sia
frustrante indagare sugli albanesi coinvolti in attivit della cri-
minalit organizzata. Lalbanese, una delle lingue pi antiche
d'Europa, rappresenta un problema, perch sono pochissimi
quelli che lo parlano non essendo albanesi; e affidarsi a inter-
preti di nascita albanese, come reclutare informatori e testimo-
ni albanesi, difficile perch la societ albanese estremamen-
te chiusa e molti clan riconoscono solo la legge tradizionale del-
la vendetta, cosa che espone i familiari alle rappresaglie. I testi-
moni serbi erano fuggiti oltre i confini del Kosovo in Serbia e
Montenegro; e Milosevi e i leader politici nazionalisti serbi,
nell'intento di difendere se stessi e i membri delle forze armate e
della polizia dalle incriminazioni, non avevano concesso agli in-
vestigatori del Tribunale di accedere alle vittime serbe di pre-
sunti crimini dell 'Uck.
Durante la mia visita iniziale in Kosovo, il capo dell'Unmik,
Bernard Kouchner, aveva riconosciuto che perseguire obiettivi
dell'Uck era politicamente cruciale. Membri del suo staff diceva-
no di essere interessati ai crimini perpetrati dopo la fine della
campagna aerea della Nato, e noi avevamo informato Kouchner
che questi crimini, compresi gli eccidi sistematici e i rapimenti,
rientravano nel mandato del Tribunale. Lappoggio ad alto livel-
lo verso le incriminazioni sembrava continuare per qualche
tempo. Ma alla fine ci eravamo scontrati con il muro di gomma.
Sono sicura che alcune autorit dell'Unmik e persino della
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Kfor temevano per la loro vita e per quella dei membri della lo-
ro missione. Penso che alcuni giudici del Tribunale per la Iugo-
slavia avessero paura di essere raggiunti dagli albanesi. Ma l'im-
punit che ammanta potenti figure politiche e militari si ali-
menta della riluttanza, frutto della paura, ad applicare la legge.
Limpunit prospera anche quando quelli che vengono percepiti
come imperativi politici ostacolano l'amministrazione della giu-
stizia. Penso che alla fine le autorit dell'Unmik si sarebbero il-
luse di poter contare sull'aiuto di ex leader dell'Uck con prece-
denti poco chiari per sviluppare istituzioni funzionanti e impor-
re l'autorit della legge. Ovviamente come cercare la quadratu-
ra del cerchio. Ma portare ordine dall'anarchia non era un mio
problema. La mia missione era perseguire persone contro le
quali gli investigatori del Tribunale per la Iugoslavia avevano
raccolto prove sufficienti sui crimini di guerra.
Il 6 ottobre 2000, ho un nuovo incontro con il capo dell'Un-
mik, Bernard Kouchner. Abbiamo saputo che l'Unmik e la Kfor
sono stati messi in allarme da speculazioni circolate sulla stam-
pa locale secondo le quali il Tribunale aveva emesso incrimina-
zioni segrete contro Hasim Thai, Agim eku e un certo nume-
ro di altri leader dell'Uck. Unmik e Kfor considerano Thai e
eku qualcosa di pi di una minaccia alla sicurezza del perso-
nale Unmik e Kfor e alle loro missioni: li considerano un perico-
lo per l'intera iniziativa di pace nei Balcani. In teoria, Thai e
eku sono in grado di accendere la miccia della violenza in Ma-
cedonia e nella Serbia meridionale e in altre zone incitando le
loro irrequiete minoranze albanesi. Informo Kouchner che que-
ste voci su incriminazioni segrete di Thai e eku non hanno al-
cun fondamento. Gli dico che gli investigatori del Tribunale
stanno esaminando le accuse di crimini di guerra compiuti dal-
l'Uck contro serbi, rom e altri. Ma non siamo pronti a preparare
alcun mandato contro albanesi.
Qualche settimana dopo mi trovo a Dayton, in Ohio, per un
convegno in occasione del quinto anniversario dell'Accordo di
pace che aveva messo fine alla violenza in Bosnia-Erzegovina. A
differenza di quelli che avevano ospitato i colloqui di pace di
Dayton del 1995, gli organizzatori della conferenza per l'anni-
versario hanno invitato rappresentanti degli albanesi del Koso-
vo. Mi trovo seduta sul podio accanto ad Hasim Thai per una
tavola rotonda. Cominciamo a conversare. Thai riconosce che
gli albanesi hanno commesso crimini durante le violenze in
Kosovo. Ma afferma che erano civili con le uniformi dell'Uck.
Quindi fa qualche commento improprio che mi provoca. Lo
guardo negli occhi e gli dico che ho aperto le indagini su crimi-
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Il
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ni commessi dagli albanesi in Kosovo. Non parlo mai di un'in-
criminazione contro di lui, ma sicuramente Thai arriva a que-
sta conclusione, perch il suo volto si fa di marmo.
Nel2002 era ormai chiaro che le indagini della Procura sulle
violenze in Kosovo avevano incontrato intralci e frustrazioni co-
me quelli che stava subendo I'Unmik nei suoi tentativi di mette-
re sotto processo centinaia di membri dell'Uck di rango inferio-
re accusati di crimini di guerra. Abbiamo bisogno di prove sulla
catena di comando dell'Uck, abbiamo bisogno di sapere quali
ufficiali dell'Uck erano al comando di unit che combattevano
in particolari aree e quando questi ufficiali avevano assunto il
comando. Durante la mia visita a Washington il 18 marzo 2002,
ricordo alle autorit americane che l'Ufficio della Procura ha
presentato un certo numero di richieste di assistenza di impor-
tanza critica per le indagini sull'Uck e, nonostante i numerosi
solleciti, non ha ricevuto nulla. "Se il processo della giustizia
vuole guadagnare un qualche consenso in Serbia, aprendo cos
la strada a un certo grado di riconciliazione, bisogna che i cri-
mini dell'Uck vengano svelati," dico. "L'ingiustizia il seme di
guerre future." Gli Stati Uniti, tramite la potenza aerea della Na-
to, hanno offerto un sostegno militare decisivo all'Uck. Temo
che, nonostante il suo appoggio a parole del Tribunale, Wa-
shington non veda bene le incriminazioni contro leader dell'Uck
perch queste incriminazioni complicherebbero lo sforzo inter-
nazionale per costruire nuove istituzioni in Kosovo e farebbero
ritardare il momento in cui il Pentagono potr spostare le sue
truppe dal Kosovo all'Afghanistan e su altri fronti nella guerra
contro al Qaeda. Altri paesi della Nato non presentano una si-
tuazione migliore. Nell'ottobre 2003 sono a Londra e mi incon-
tro con il capo del Foreign Office, Jack Straw. Soffre, gli hanno
appena estratto un dente del giudizio. Ci lamentiamo della man-
canza di cooperazione da parte del Regno Unito. L'Ufficio della
Procura ha richiesto informazioni sulla struttura dell'Uck, e
usciamo dal colloquio convinti che il governo britannico stia
fingendo quando afferma di non avere alcuna notizia.
Un mese dopo il viaggio a Washington sono di nuovo a Bel-
grado. Persino Natasa Kandi mi dice di non poter aiutare gli
investigatori del Tribunale a trovare albanesi disposti a testimo-
niare contro le atrocit perpetrate dall'Uck, al cui vertice oltre a
Thai e eku, c' un terzo comandante, Ramush Haradinaj, che
si affermato come il leader dell'Uck in aree del Kosovo occi-
dentale adiacenti al confine albanese. Kandi dice che i testimo-
ni albanesi si rifiutano di parlare di questi incidenti anche con
gli investigatori delle organizzazioni di diritti umani. Pi tardi,
quel giorno stesso, diciamo al vice primo ministro della Serbia,
Nebojsa Covi, che la Procura sta progettando, con l'Unmik e al-
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tre organizzazioni, di far svolgere una perizia scientifico-legale
in due localit, una delle quali un sito presso il lago di J3.a-
donjic, presunta sede di esecuzioni, nel Kosovo occidentale. Co-
vi dice che fornir al Tribunale una lista di centonovantasei
possibili siti di esecuzioni e che ha gi dato le stesse informazio-
ni all'Unmik un anno fa ma non ha saputo di alcun risultato. Ci
chiede di spingere l'Unmik e la Kforva fornire maggiori informa-
zioni sui dispersi al governo serbo. Covi pessimista sul nuovo
capo dell'Unmik, Michael Steiner, un diplomatico tedesco che
ha partecipato all'iniziativa internazionale nella Bosnia-Erzego-
vina del dopoguerra. Mi avverte che Steiner potrebbe consigliar-
ci di evitare di incriminare albanesi e che gli albanesi presente-
ranno ogni genere c}i scuse. "Le diranno solo quello che lei desi-
dera sentire," dice Covi.
Dopo il colloquio, Covi e io abbiamo un altro teso incontro
con i rappresentanti delle famiglie delle persone disperse e r api-
te dal Kosovo. I quesiti che pongono sono legittimi. Perch il
Tribunale non fornisce notizie dei loro familiari scomparsi? Per-
ch il Tribunale non riuscito a trovare le fosse comuni? Perch
non sono stati trovati possibili luoghi di detenzione? Perch non
ci sono albanesi incriminati per rapimento dopo che l'associa-
zione aveva fornito all'Ufficio della Procura liste di indiziati?
Questi familiari non si fidano di nessuno, nemmeno del governo
serbo; anzi, una volta mi hanno detto di aver ricevuto maggiore
cooperazione dagli albanesi kosovari che avevano parenti spari-
ti . "Stiamo facendo del nostro meglio," spiego. Dico loro che
l'Ufficio della Procura sta insistendo perch Kfor e Unmik offra-
no piena cooperazione ma che non possiamo indagare su tutti i
crimini commessi. So di non essere riuscita a soddisfarli.
Il giorno dopo, il 19 aprile 2002, siamo a Pristina per incon-
trarci con il comandante della Kfor, il generale francese Marcel
Valentin, e con Michael Steiner dell'Unmik, che non vedo da
quando, quasi un anno prima, eravamo saliti sul tetto del Reich-
stag a Berlino. Chiedo a Valentin di fornire all'Ufficio della Pro-
cura informazioni sulla struttura di comando e le zone di opera-
zioni dell'Uck. Sono sicura che i contingenti della Kfor arrivati
in Kosovo per la prima volta nel giugno 1999 hanno dovuto
compilare rapporti informativi e grafici relativi a queste infor-
mazioni. Come avrebbero fatto altrimenti i comandanti della
Kfor, gli addetti all'intelligence e i consiglieri sugli affari politici
e civili a sapere con chi avevano a che fare? Non compilare que-
sta documentazione sarebbe stata una negligenza. Valentin ri-
sponde che la Kfor aveva gi cominciato a fornire informazioni
alla Procura. Ma, dice, a quell'epoca i documenti dei primi con-
tingenti della Kfor erano archiviati presso il quartiere generale
Nato in Belgio o nelle sedi Nato di singoli stati membri. Informo
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Valentin e Steiner che intendo aver pronta la prima incrimina-
zione dell'Uck per giugno, che l'incriminazione e i mandati d'ar-
resto saranno consegnati direttamente alla Kfor, e che sar im-
possibile dare un preavviso perch ogni incriminazione dev'es-
sere controfirmata da un giudice. Chiedo a Valentin che la Kfor
si prepari ad arrestare gli incriminati al pi presto possibile,
domandando al contempo se la Kfor preferisce un'incrimina-
zione segreta o pubblica. Il consigliere politico di Valentin,
uno statunitense, dice che il momento giusto per emettere i
mandati contro perpetratori albanesi. Consiglia che i mandati
contro alcuni dei bersagli siano pubblici, perch cos questi
non avrebbero dove fuggire n un modo per evitare di conse-
gnarsi all'Aia. Mi sento incoraggiata da queste parole. Ma sono
anche informata delle leggendarie montagne del Nord dell'Al-
bania, e mi chiedo se la Kfor sia in grado di catturare latitanti
albanesi pi di quanto sia stata capace la forza Nato in Bosnia
di arrestare Karadzi.
I miei consiglieri e io ci incontriamo in seguito con il primo
ministro del Kosovo, Bajram Rexhepi. Qui l'obiettivo quello di
assicurarsi la cooperazione delle autorit locali per il giorno in
cui il Tribunale emetter incriminazioni contro degli albanesi.
Dico a Rexhepi che il ruolo dei leader politici albanesi del Koso-
vo sar quello di spiegare alla popolazione albanese che vanno
puniti i crimini commessi da ogni parte. Rexhepi sa bene che
l'adulazione quel cemento che tiene insieme il muro di gom-
ma. Elogia l'operato del Tribunale. Elogia me. Elogia quello che
abbiamo fatto. Dichiara che nessuno al di sopra della legge.
Dice che sar facile spiegare questa cosa al popolo del Kosovo.
Ma, precisa, la maggioranza degli albanesi dell'Uck ha combat-
tuto per l'ideale di un Kosovo indipendente e non per uccidere.
Sostiene che i crimini commessi dagli albanesi in Kosovo sono
le malefatte di individui e quindi si trovano su un piano diverso
dei crimini commessi dai serbi. "Io ero ufficiale sanitario nel-
l'Uck," dice. "Non ho notato nessuna violazione da parte dell'Uck
delle norme di guerra, perch impegno dell'Uck era combattere
solo gente in uniforme, la polizia e l'esercito." Cos, secondo la
logica di Rexhepi, a nessun comandante si pu chiedere conto
degli eccidi e dei rapimenti compiuti dai subordinati. Dico a
Rexhepi che gli investigatori dell'Ufficio della Procura stanno
incontrando delle difficolt. I testimoni, affermo, sono sottopo-
sti a intimidazioni e sono cos terrorizzati all'idea di parlare del-
l'Uck che si rifiutano di discutere persino della sua presenza in
determinate zone. Rexhepi dice che questa reticenza non lo me-
raviglia. La polizia locale del Kosovo ancora inefficace, dice, e
il conflitto ha rimosso ogni tab.
296
Durante l'estate del2002, l'Ufficio della Procura continua ad
avere difficolt ad accumulare prove di qualit sufficiente a for-
mulare imputazioni. Gli investigatori continuano a incontrare
problemi nel trovare quelle prove che stabiliscano il collega-
mento tra gli ufficiali superiori ed episodi di comportamento
criminale. I sostituti procuratori discutono dei problemi di giu-
risdizione relativi alla presentazione di imputazioni basate su
incidenti verificatisi dopo che le autorit serbe hanno lasciato il
Kosovo. Molte delle nostre vittime erano anziani, uomini e don-
ne, che erano rimaste sole nei villaggi dopo che tutti i giovani
erano fuggiti, e cos abbiamo vittime morte o disperse e pochi
testimoni, se non nessuno. Non disponiamo ancora di docu-
menti che chiariscano la struttura dell'Uck e di testimoni dispo-
sti a parlarne. Le squadre scientifiche hanno approfondito le
informazioni su una trentina di cadaveri trovati presso il lago
Radonji, ma entro l'autunno gli investigatori sono riusciti a
identificarne, con il tesl del Dna, soltanto otto.
Il 22 ottobre 2002 sono di nuovo a Pristina. Il nuovo coman-
dante della Kfor, il generale italiano Fabio Mini, mi assicura che
le sue forze saranno pronte ad arrestare in ogni momento qual-
siasi ricercato del Tribunale, e che sono state completate le valu-
tazioni di pericolo di quattordici potenziali obiettivi apparte-
nenti all'Uck. Dico al generale Mini che una o due incriminazio-
ni dovrebbero essere confermate entro la fine dell'anno. Mini di-
ce che la Kfor conterebbe di cercare prima di convincere gli in-
criminati a costituirsi spontaneamente, ma che avrebbe anche
pronte le operazioni di arresto per procedere immediatamente.
Come Valentin prima di lui, esprime i suoi dubbi sull'affidabilit
dell'Unmik. "Sar necessario cooperare con l'Unmik all'ultimo
minuto," dice il generale Mini. Poi scherza sulle strette relazioni
tra alcuni membri del personale dell'Unmik ed ex leader del-
l'Uck. Quando vi saranno i primi arresti, dice Mini: "Vedremo
molti leader locali andarsene in vacanza con una scorta Usa" .
Parliamo anche dei dispersi, delle indicazioni che vi sarebbero
fosse comuni in tre aree dell'Albania settentrionale, e del possi-
bile coinvolgimento dei servizi segreti albanesi. Mini d istru-
zioni ai suoi di organizzare immediate ricognizioni aeree, con
l'esame agli infrarossi di possibili sedi di fosse comuni prima
che arrivino le nevicate invernali. All'Unmik apprendiamo che
una fonte ha preteso cinquantamila euro per ognuna di due fos-
se comuni da identificare nell'Albania del Nord.
Solo qualche mese dopo gli investigatori del Tribunale e del-
l'Unmik raggiungono l'Albania centrale e visitano la casa gialla
che le fonti giornalistiche avevano identificato come il luogo in
cui i prigionieri erano stati uccisi per espiantarne gli organi . I
giornalisti accompagnano sul sito gli investigatori e un procura-
297
Il
l
11
1
l
tore albanese. La casa ora bianca; il proprietario nega che sia
mai stata ridipinta, anche se gli investigatori individuano tracce
di giallo lungo la base delle sue mura. Sul posto, gli investigato-
ri trovano pezzi di garza. Nei pressi si trova una siringa usata,
due sacche di plastica da fleboclisi incrostate di fango, e flaconi
vuoti di medicinali, alcuni dei quali di un miorilassante impie-
gato abitualmente negli interventi chirurgici. L"applicazione di
una sostanza chimica rivela agli uomini della scientifica schizzi
di sangue sulle pareti e sul pavimento di una stanza all'interno
della casa, tranne che in una zona pulita del pavimento di circa
un metro e ottanta per sessanta centimetri. Il proprietario offre
una variet di spiegazioni per le macchie di sangue nel corso dei
due giorni trascorsi dagli investigatori nel villaggio. Inizialmen-
te dice che anni prima la moglie aveva partorito in quella stan-
za. Poi, quando la moglie dichiara che in realt i figli erano nati
altrove, afferma che la famiglia aveva usato il locale per macel-
lare gli animali per una festivit musulmana.
Le conclusioni che si possono ricavare dai rilievi degli inve-
stigatori, combinati con le informazioni frammentarie offerte
dai giornalisti, sono allettanti. Storie di prigionieri uccisi da
trafficanti di organi circolano in molte aree di conflitto, ma ra-
ramente si trovano prove concrete capaci di togliere questi rac-
conti dal regno delle leggende urbane. Le siringhe, le fleboclisi,
le garze ... sono chiaramente materiale di conferma, ma come
prove purtroppo sono insufficienti. Gli investigatori non sono in
grado di determinare se le tracce rinvenute siano di sangue
umano. Le fonti non hanno indicato la posizione delle fosse del-
le presunte vittime, quindi non abbiamo trovato i corpi. La mis-
sione non convince nessuna delle persone che si trovano nella
casa gialla o nei dintorni a farsi avanti con informazioni affida-
bili. I giornalisti hanno fin dall'inizio rifiutato di rivelare le loro
fonti; e gli investigatori del Tribunale non sono stati in grado di
identificarle. Vi sono anche ostacoli giurisdizionali, dovuti alle
date dei presunti rapimenti, il trasporto delle vittime oltre il
confine con l'Albania, l'attivit criminale svolta in Albania, e la
scena del crimine in quel paese. Il procuratore albanese locale
rivela un'altra dimensione del problema "cooperazione"; si van-
ta di avere parenti che hanno combattuto nell'Uck e dice all'in-
vestigatore del Tribunale: "Qui non ci sono sepolture di serbi.
Ma se hanno portato serbi oltre il confine del Kosovo e li hanno
ammazzati, hanno fatto bene". Cos, alla fine, i procuratori e gli
investigatori sui casi dell'Uck decidono che le prove per proce-
dere sono insufficienti. Senza le fonti e senza un modo per iden-
tificarle e rintracciarle, senza i corpi, e senza altre prove che col-
leghino indiziati di alto livello a questi atti , tutte le strade di in-
dagine sono sbarrate. Sar compito dell'Unmik o delle autorit
298
locali kosovare e albanesi, forse di conserva con le forze dell'or-
dine serba, indagare ulteriormente su queste vicende e, se possi-
bile, perseguirne gli autori.
Il 27 gennaio 2003, grazie all'appoggio investigativo del-
l'Unmik, il Tribunale emette la sua prima incriminazione per
fatti relativi all'Uck, sostenendo che quattro albanesi incrimina-
ti avrebbero, dal mese di maggio 1998 alla fine del luglio
sivo, rapito almeno trentacinque civili serbi e albanesi kosovan
nel Kosovo centrale detenendoli in condizioni disumane in una
stalla e nello scantinato di una casa dentro un complesso cinta-
to in un villaggio che era servito da base per operazioni dell'Uck.
Nella sua formulazione finale, l'incriminazione affermava che
l'imputato Fatmir Limaj, che era diventato membro del Parla-
mento del Kosovo, e altri due membri dell'Uck, Haradin Bala e
Isak Musliu, sottoponevano i loro prigionieri ad aggressioni,
percosse e tortura. Quattordici sarebbero
nella prigione improvvisata; altd diec1 sarebbero stat1 gmsttzta-
ti tra le montagne vicine quando l'Uck aveva abbandonato l'area
per l'avanzare delle forze serbe. . . . . . .
L'arresto da parte della Kfor di due degh mcnmmat1 avv1ene
senza intoppi. Per il terzo le cose vanno diversamente. Tre setti-
mane dopo che il Tribunale ha emesso il mandato, mi telefona
un alto ufficiale della Kfor dicendomi che Fatmir Limaj aveva
potuto imbarcarsi su un volo di linea regolare per la Slovenia
per andare a con il suo socio. d'affari, Hasin: Th.ai .. Sono
furibonda. Il Tnbunale aveva avvertito le forze dell ordme m Ko-
sovo dell'incriminazione e del mandato di arresto per Limaj e i
suoi coimputati. Limaj non ha assunto una falsa identit quan-
do arrivato all'aeroporto di Pristina. Non era nascosto in una
qualche tana sicura. Si presentato allo sportello, ha ottenuto il
suo visto d'imbarco, ha superato i controlli del passaporto e,
presumibilmente, i controlli di sicurezza, e ha preso il volo, e
nessuno si sarebbe accorto di niente. Il 18 febbraio, al nostro uf-
ficio arriva l'informazione che Limaj ha gi lasciato la Slovenia.
Emetto un comunicato invitando la comunit internazionale a
farsi carico delle sue responsabilit prima che Fatmir Limaj
prenda posto accanto a Ratko Mladi, Radovan Karadzi e gli
altri famigerati latitanti del Tribunale. Dopo pochi giorni le au-
torit slovene arrestano Limaj in una localit sciistica e lui si
consegna alla custodia del Tribunale scuotendo la testa, sorri-
dendo e affermando che tutto un equivoco. Gli imputati si di-
chiarano non colpevoli.
Le violenze contro i testimoni nei casi criminali locali in cui
sono coinvolti elementi dell'Uck erano gi iniziate quando il Tri-
bunale emette l'incriminazione di Limaj. Nel dicembre 2002 a
299
Pris,tina esplode una bomba; la stampa riferisce che il bersaglio
del! attentato essere un potenziale testimone in un pro-
cesso locale. a ex meJ?bri dell'Uck accusati di aver gestito
un d1 e di aver torturato i loro prigionieri. Al-
la fme del 2002 diversi albanesi testimoniavano in un secondo
proces.so contro cinque ex membri dell'Uck, tra cui Daut
J;IaradmaJ, fratello di Ramush Haradinaj, ex comandante del-
l Uck; Haradinaj diventato, nel 2003, un leader politi-
co e uno su cui il Tribunale sta investigando. La
del! condanna Daut Haradinaj e i suoi quattro
COimputati per aver detenuto e ucciso quattro kosovari albanesi
nel 1999.
2
Il 4 gennaio 2003, uno dei testimoni dell'accusa in
ques.to .caso, un ex ufficiale dell'Uck, Tahir Zemaj, viene ucciso a
colpi di arma da fuoco sparati da un'auto in corsa insieme con il
figlio e il nipote nella pi grande citt del Kosovo occidentale
nota agli albanesi come Peje e ai serbi con il nome di Pe.
no quaranta persone avrebbero assistito all'attentato. Anche al-
tri del pub?lico ministero nello stesso processo- Sadik
e Ihr SehmaJ - vengono uccisP Otto giorni dopo che la
poh.zia appoggiata dall'Unmik ha lanciato un appello ai
testimom dell 'assassinio di Zemaj, qualcuno spara un missile
nell'edificio polizia regionale dell'Unmik a Peje.4
PIU tard1, vengono ucciSI due agenti di polizia che indagano sul-
la I_IlOrte Diversi altri testimoni sopravvivono ad atten-
tati, t:a cm RaJ?IZ che dichiara ai giornalisti che gli im-
. detenuti ordmano le rappresaglie contro i testimonP
della Procura ottiene ufficiosamente un rapporto del-
l Unmik sull'attentato a Zemaj; in risposta alla richiesta di una
c_opia manda il documento con tutti i passi at-
oscurati tranne uno. Il passo ancora leggibile diceva che,
pnma della sua morte Zemaj aveva detto, presumibil-
mente a personale dell Unmik, che se lo avessero ucciso tra i
probabili ci sarebbero stati uno dei nostri bersagli,
e un altro uomo. Ramush Haradinaj di-
chiaro m gwrnahsti che n lui n suo fratello erano coinvolti
nell'uccisione di Zemaj.
La squadra del processo Limaj ha gi cominciato a riferirmi
che .si ?i fronte a testimoni che si rifiutano di parlare e a
m precedenza avevano parlato con procuratori e
mvestigaton ma ora si rifiutano di testimoniare in aula. L'escala-
tion di violenza contro testimoni di casi criminali - che sia una
relativa alla testimonianza prestata da queste persone o
che s1a connessa con attivit criminali o vendette senza alcuna
attinenza con. i crea ovviamente un'atmosfera di paura
.altn albanesi che sarebbero stati disposti a of-
frire mformazwm e a deporre. L'assenza di credibili istituzioni di
300
imposizione della legge e di programmi di protezione dei testi-
moni rappresenta soltanto una parte del problema.
A partire dal giugno 2004 un uomo e suo figlio tentano di in-
terferire con due testimoni che avevano accettato di deporre per
la pubblica accusa, con misure di sicurezza, nell'imminente pro-
cesso contro Limaj e i suoi coimputati. Bashim Beqaj, il figlio,
avvicina uno dei testimoni protetti, designato in seguito come
B2, mentre cammina per una via di Shtime, un piccolo villaggio
del Kosovo. Bashim Beqaj accosta B2 davanti a un ristorante e
lo accusa di aver mandato suo zio, Isak Musliu, in carcere al-
l'Aia. I passanti impediscono l'aggressione. B2 si reca in casa di
Beqaj, e il padre, Beqa Beqaj , chiede scusa per il comportamen-
to del figlio e racconta a B2 che Musliu lo ha chiamato sei volte
dall'Aia dicendogli di andare a cercare B2.
6
All'inizio di settembre del2004, due mesi prima che Limaj e i
suoi coimputati vadano sotto processo, Beqa Beqaj avvicina il
parente di un altro testimone protetto, B l, che sarebbe stato tor-
turato e sarebbe sopravvissuto a due tentativi di assassinio e a un
massacro durante il quale uno dei suoi genitori era rimasto ucci-
so. Beqaj dice al parente di Bl di trasmettere il messaggio che
Isak Musliu regaler della terra a B l se ritirer la dichiarazione
giurata che ha fornito alla Procura. Il 27 settembre 2004, Beqa
Beqaj chiede due volte al parente di Bl di far sapere che Beqaj
sta parlando a nome di Fatmir Limaj e Isak Musliu e che questi
vogliono che Bl ritiri la dichiarazione giurata e torni urgente-
mente in Kosovo per parlare con gli avvocati di Limaj. Il 6 otto-
bre la polizia intercetta una telefonata nella quale Beqaj dice a
Bl che deve "venire a darci una sola dichiarazione ... vieni e di'
che non hai niente a che fare con Fatmir Limaj e Isak [Musliu]".
In questo colloquio, Beqaj ammette di aver parlato con il fratel-
lo di Fatmir Limaj, Demir Limaj. Beqaj chiede a Bl di incon-
trarsi con gli avvocati di Limaj e Musliu a Pristina e assicura a
Bl che non gli succeder niente. In un'altra telefonata intercet-
tata il 13 ottobre 2004, Beqaj chiede di nuovo a Bl di tornare
con urgenza in Kosovo per incontrarsi con i legali e con il fratel-
lo di Limaj e fare una dichiarazione che smentisca la preceden-
te deposizione resa al pubblico ministero.
Dimostrare le pressioni sui testimoni estremamente diffici-
le, soprattutto in una regione dove regna l'illegalit. La Camera
giudicante alla fine prova la responsabilit di Beqaj, ma solo sul-
le accuse basate sulle intercettazioni telefoniche, condannandolo
a quattro mesi di reclusione. Non un deterrente sufficiente, in
una terra in cui i serbi un tempo rinchiudevano arbitrariamente
gli albanesi per mesi, e in cui i testimoni dei processi penali ven-
gono fatti fuori a colpi di anna da fuoco. Durante il processo a
Limaj, altri testimoni denunciano ai procuratori dell'accusa di
301
essere stati Alcuni hanno ricevuto dei biglietti. Altri
telefonate. Altn ancora hanno sentito le raffiche di armi automa-
ti.che. davanti alle loro case. Alcuni riferiscono che poli-
ZIOtti hanno perquisito le loro abitazioni e hanno seguito i
loro ?gh. Un uomo ha visto il punto rosso di un puntatore laser
sul viso della moglie. Gli uomini dell'Ufficio della Procura si re-
cano ripetutamente in Kosovo sotto scorta armata e visitano le
case ?i pote?ziali testimoni per convincerli a deporre. Cercano di
convmcere I leader delle comunit, spiegando che se hanno il co-
raggio di farsi avanti, altri seguiranno il loro esempio e l'autorit
della legge nella loro terra si rafforzer. Uno di loro, dopo aver
la s.ua. testimonianza, viene fatto oggetto di decine e de-
eme colpi d1 armi automatiche mentre si trova in auto, colpi
che miracolosamente mancano lui e il figlio quattordicenne. A
fanno saltare la macchina e perde una gamba prima che
Il Tnbunale lo trasferisca in un paese terzo.
Il 13 la. Ca_mera assolve Fatmir Limaj e
Isak ma 1l terzo Imputato, Haradin Bala, colpevo-
le Imputazwm d1 tortura, trattamento crudele e omicidio.
Motivando il proscioglimento di Limaj, i giudici osservano che le
testimonianze in aula di un certo numero di ex membri dell'Uck
chiamati a deporre come testi della pubblica accusa erano mate-
rialmente diverse dalle testimonianze fornite alla Procura nelle
dichiarazioni giurate. Il ragionamento dei giudici
che 1 sette anni passati dagli episodi descritti nell'incriminazione
P?trebbero aver offuscato i ricordi dei testimoni. I testimoni, ag-
potrebbero aver fornito risposte diverse perch duran-
te 1l processo state loro rivolte domande diverse da quelle
poste durante gh mterrogatori in istruttoria. I giudici rilevano che
alcuni testimoni hanno giustificato le discrepanze durante l'esa-
me. E dicono infine che sono disposti ad accettare la possibilit
che alcune delle discrepanze restino prive di spiegazione:
302
A volte appare evidente alla Camera, in particolare tenendo conto
della condotta del testimone e della spiegazione offerta per le diver-
che le prove orali di alcuni di questi testimoni sono state de-
liberatamente .alterate per renderle molto meno favorevoli alla pub-
accusa d1 fossero le dichiarazioni precedenti. Le prove
fornite da alcum d1 questi ex membri dell'Uck hanno dato alla Ca-
mera la netta sensazione che fossero materialmente influenzate da
un forte senso di associazione con l'Uck in generale ... Sembrava che
fedelt superiori avessero la meglio sulla volont di alcuni testimo-
ni di dire la verit in aula su determinati punti. indiscutibile che i
di onore e di altri valori di gruppo abbiano una particolare
nlevanza nella formazione culturale di testimoni che hanno le loro
radici in Kosovo.
I giudici ricorrono persino alla citazione di una perizia per
sostenere la loro valutazione:
Il concetto albanese di onore governa tutte le relazioni che si esten-
dono al di l del legame di sangue ... La solidariet con quegli indi,-
vidui che hanno lo stesso "sangue" data per scontata, ma la fedelta
a un gruppo o a una causa che vadano oltre la dev'essere
invocata in maniera rituale. I.:onore pu essere spiegato anche m
termini di tipo ideale di modello di condotta, e come la capacit po-
tenziale percepita in un uomo di proteggere l'integrit della propria
famiglia o di qualsiasi gruppo di riferimento pi vasto (come Il
o un partito politico) contro attacchi esterni .. : [La promessa d1 fe-
delt o besa] impone una lealt assoluta, e nch1ede 1! nspetto da
parte dell'individuo dei valori familiari e in generale di gruppo. Al
tempo stesso ci giustifica l'uccisione di quelli che all'inlerno del
gruppo infrangono questo codice ... Per ... 1 membn d1 un gruppo
possono scegliere [sic] di evitare la violenza. La reaz.wne al
to, all'insulto, al tradimento, o ad altre trasgress1om alle norme dJ
gruppo, dipende dalle interpretazioni dei fatti da parte dei membn,
e queste possono variare grandemente.
I giudici osservano che un numero significativo di
ha richiesto misure protettive al processo e ha espresso timore
per la propria vita e per quella dei propri
stante la Camera giudicante ha escluso le d1chtarazwm miziah
di due testimoni, due ex membri dell'Uck, Shukri Buja e Rama-
dan Behluli, che contenevano le prove che Fatmir Limaj era il
comandante quando si verificarono i crimini imput.atigli. En-
trambi i testimoni, per, hanno testimoniato durante 1l processo
che, ripensandoci, quello che avevano detto ne.i rispettiv.i
rogatori con il pubblico ministero era errato.
testimoni situava gli eventi relativi al comando di Fatm1r
in momenti successivi rispetto a quanto avevano fatto nelle di-
chiarazioni precedenti, in entrambi i casi pi tardi dell'epoca ri-
chiamata nell'incriminazione. Le circostanze e la natura delle
loro prove facevano pensare che questa parziale sconfessione
fosse il risultato di quella che si poteva percepire come un senso
di lealt nei confronti dell'Uck in generale, e di Fatmir Limaj in
particolare, da parte di Shukri Buja e Ramadan
to prodotto era quello di privare delle basi l1po.tes1 della
Procura da questo punto di vista. La pubbhca accusa m
za era costretta a fare istanza che la Corte non desse credito alle
prove fornite in aula da 9-uesti due te.stimoni, invece
la verit dei precedenti mterrogaton condotti dall UfficiO della
Procura, e su questa base accogliendo i rilievi
stante la loro espressa ritrattazione. La Camera nspondeva di
non essere in grado di dirsi convinta della veridicit
lit delle precedenti dichiarazioni tanto da accettare nhev1 con-
303
trari alla testimonianza verbale di ciascuno dei due testimoni .
Almeno su questo punto, le prove fornite da Shukri Buja e Ra-
madan Behluli sul ruolo di comando rivestito da Limaj, veniva-
no praticamente neutralizzate.
Considero questa decisione un esempio del trionfo della
di. volont. Si lasciato che a prevalere fosse l'impu-
mta che SI ahmenta della paura. Presentiamo appello.
Per due giorni, nel mese di marzo del2004, scoppiano disor-
dini a opera di migliaia di albanesi in tutto il Kosovo quando i
media albanesi locali diffondono la falsa accusa che un gruppo
di serbi fosse responsabile dell'annegamento di tre bambini al-
banesi in un fiume. Secondo un rapporto investigativo di Human
Rights Watch, le istituzioni responsabili della sicurezza in Koso-
vo- Kfor, Unmik e il suo contingente di polizia internazionale, e
la nascente polizia locale- non sono state in grado di garantire
la sicurezza della minoranza serba e rom della provincia. I feriti
sono oltre mille, e comprendono centoventi militari della Kfor e
poliziotti Unmik e cinquantotto agenti della polizia locale. Ban-
de di albanesi danno alle fiamme interi villaggi serbi e distrug-
gono o danneggiano oltre cinquecento case serbe e trenta tra
chiese e monasteri ortodossi serbi. Quando la violenza si placa,
non resta un solo serbo a Pristina e in altre cittadine.
Il Tribunale non ha mandato di perseguire crimini commes-
si nel corso di questi disordini. Ma la rivolta influisce sulla coo-
perazione che il Tribunale ricever in Kosovo, soprattutto da
leader di istituzioni internazionali che operano nella provincia.
Il 16 giugno 2004 il danese S0ren Jessen-Petersen, che ha una
vasta esperienza di lavoro con le Nazioni Unite e altre organiz-
zazioni internazionali, diventa il nuovo capo dell'Unmik. Lui e
altri stranieri che stanno cercando di governare il problema Ko-
sovo sono chiaramente interessati a stringere legami con leader
locali albanesi, su cui possano contare per migliorare la sicurez-
za in quella regione cos turbolenta, rafforzarne le istituzioni
governative, e preparare il Kosovo alla decisione finale sul suo
status futuro.
Il 3 dicembre 2004 l'Assemblea del Kosovo elegge primo mi-
nistro della regione Ramush Haradinaj, capo di un partito che
ha il nome di Alleanza per il futuro del Kosovo. Proprio alla sca-
denza della strategia di completamento per le nuove incrimina-
zioni, l'Ufficio della Procura presenta alla Camera giudicante
un'incriminazione contro Haradinaj. Un giudice impiega setti-
mane per studiare le prove e le accuse e, il 4 marzo 2005, con-
ferma l'atto. Fin dal novembre 2004 circolavano incontrollate
nella provincia le voci che il Tribunale avrebbe incriminato Ha-
radinaj, il quale gode di un notevole appoggio presso le missioni
304
internazionali che operano in Kosovo. Ancora un mese prima
che l'Ufficio della Procura presentasse I'incriminazione, alti di -
plomatici del Regno Unito avevano informato i
che Londra avrebbe sostenuto il Tribunale solo se l atto di Impu-
tazione fosse stato assolutamente solido. Io ritengo che lo sia.
Evidentemente, lo pensa anche lord Iain Bonomy, del Regno
Unito, che il giudice che l'ha controfirmato. .
L'incriminazione, nella sua forma finale riveduta, sostiene
che Haradinaj stato il comandante dell'Uck in gran parte del
Kosovo occidentale, un'area designata dall'Uck come la "zona
operativa del Dukagjin", e che aveva autorit di comando sui
coimputati, Idriz Balaj e Lahi Brahimaj, oltre che
sonale dell'Uck. L'incriminazione sostiene che gh Imputati
avevano formato un'impresa criminale congiunta il cui scopo
era consolidare il controllo dell'Uck sulla zona operativa del
Dukagjin con l'illegale rimozione e m.altrattamen.to vili ser-
bi e con il maltrattamento di albanesi, rom e altn ovih che era-
no visti come collaborazionisti delle forze serbe o che non ap-
poggiavano l'Uck. L'incriminazione presenta a Haradinaj
sette capi di imputazioni per crimini contro l'umanit e venti
capi per violazione delle leggi e delle co.nsuetudini .di
In fatto di crimini di guerra, propno vero che Il d1avolo, co-
me si dice, nei dettagli. L'atto di accusa sostiene che, nei mesi
di marzo e aprile del 1998, forze dell'Uck erano ricorse a mal-
trattamenti e pestaggi per espellere civili serbi e rom dai villaggi
della zona operativa del Dukagjin e avevano ucciso civili serbi e
rom rimasti nelle loro case. A met aprile del 1998, in seguito
agli atti di violenza contro i civili serbi perpetrati dalle forze del-
l'Uck, gran parte della serba era. fuggita. c?rso
di alcuni giorni dopo il 19 apnle 1998, gh attacchi dell Uck
avrebbero mandato via o ucciso quasi tutti i civili serbi rima-
sti nei settori di quest'area da esso controllati. Tra marzo e set-
tembre del 1998, nelle municipalit della zona operativa del
Dukagjin, l'Uck avrebbe deportato pi di sessanta civili ucciden-
done in seguito un gran numero. I militari dell'Uck avrebbero
effettuato esecuzioni nell'area del lago Radonji/Radoniq
7
e di
un canale artificiale che sfocia in un fiume che alimenta il lago.
L'Uck, sembra, esigeva un lasciapassare per consentire
so nell'area e i residenti locali, temendone le rappresaglie, evita-
vano di entrare nella zona. Tra la fine di agosto e l'inizio di set-
tembre 1998, le forze serbe avrebbero lanciato una controffen-
siva riprendendo temporaneamente l'area al
donji/Radoniq e al canale. Una quipe serba di mediCI legah
avrebbe condotto un'indagine nei pressi del lago e del canale e,
a met settembre, avrebbe rinvenuto resti umani di trentadue
cadaveri, poi identificati; la squadra scopr anche i resti di un'al-
305
tra decina di individui rimasti non identificati. Tutti i resti
avrebbero mostrato segni di morte violenta, e tutti sono stati
successivamente restituiti alle famiglie e sepolti in un cimitero
ortodosso di Djiakovica.
Fornisco i dettagli del seguente sommario non solo per evi-
denziare la natura non eroica delle accuse sorte in relazione al
sito di esecuzioni dell'Esercito di liberazione del Kosovo presso
il lago Radonji, ma anche per mostrare che le presunte vittime,
persone per le quali in troppo pochi hanno alzato la voce, perso-
ne che avevano nomi e cognomi e genitori e figli e figlie e spe-
ranze e timori, non erano solo serbi, erano albanesi, rom, mu-
sulmani slavi, erano cattolici, ortodossi, seguaci dell'Islam:
306
Tra il21 aprile 1998 e il12 settembre 1998, il coimputato Idriz Ba-
laj e militari dell'Uck avrebbero sequestrato due sorelle serbe,
Bukosava Markovi e Darinka Kova, portandole via dalla loro ca-
sa. L'autopsia avrebbe rivelato ferite di arma da fuoco su entrambi i
cadaveri e multiple fratture ossee sul corpo di Bukosava Markovi.
Il 21 aprile 1998 o nei giorni immediatamente circostanti, militari
dell'Uck avrebbero sequestrato una coppia di coniugi serbi, Milo-
van Vlahovi e Milka Blahovi. I militari dell'Uck avrebbero minac-
ciato di morte gli albanesi locali che cercavano di impedire il se-
questro.
Il 20 luglio 1998 o nei giorni immediatamente circostanti, il coim-
putato Ramush Haradinaj e militari dell'Uck avrebbero sequestrato
Hajrullah Gashi e Isuf Hoxha, entrambi kosovari albanesi, da un
autobus. L'autopsia effettuata sul corpo di Hajrullah Gashi avrebbe
rivelato ferite da trauma inferto con un corpo contundente. L'auto-
psia effettuata sul corpo di Isuf Hoxha avrebbe rivelato fratture
multiple e diversi frammenti mancanti di ossa del cranio.
Nell'agosto 1998, Ilira Frrokaj e suo marito Tush Frrokaj, entrambi
kosovari albanesi cattolici, stavano viaggiando a bordo di un'auto
quando militari dell'Uck li avrebbero sequestrati a un posto di bloc-
co. Il corpo di Ilira Frrokaj, ritrovato accanto al veicolo traforato
dai proiettili, rivelava la presenza di una pallottola in una gamba,
fratture ossee multiple, tra cui fratture del cranio, e segni che il cor-
po era stato bruciato. Il corpo di Tush Frrokaj non sarebbe stato
rinvenuto.
Nell'agosto 1998, Idriz Balaj deteneva Zenun Gashi, un rom ex poli-
ziotto; Misin Berisha; e il figlio di questi, Sali Berisha, presso un
quartiere generale dell'Uck. Il naso di Sali Berisha sarebbe stato
mozzato in presenza di Idriz Balaj. Idriz Balaj avrebbe legato i tre
uomini con il filo spinato, conficcando le spine del filo nella carne.
Idriz Balaj avrebbe pugnalato Zenun Gashi in un occhio. I tre uo-
mini sarebbero stati legati dietro il veicolo di Idriz Balaj e trascina-
ti in direzione del lago Radonji/Radoniq. I loro corpi furono suc-
cessivamente identificati con l'esame del Dna.
Afrim Sylejmani, un kosovaro albanese, sarebbe scomparso nell'a-
prile 1998. Membri dell'Uck avrebbero sequestrato Rade Popadi,
un ispettore di polizia serbo, mentre viaggiava con un collega po-
liziotto a bordo di un furgone il 24 maggio 1998 o nei giorni im-
mediatamente circostanti. Ilija Anti, un serbo, sarebbe stato vi-
sto vivo per l'ultima volta il 27 o 28 maggio 1998, mentre visitava
la casa del fratello; il corpo di Anti avrebbe rivelato multiple frat-
ture ossee, comprese ferite al cranio. Idriz Hoti, kosovaro albane-
se, sarebbe sparito nel giugno o luglio 1998. Il 4 luglio 1998, mili-
tari dell'Uck avrebbero sequestrato Kujtim Irneraj, kosovaro rom.
Il 12 luglio 1998, militari dell'Uck avrebbero sequestrato Nurije
Krasniqi e Istref Krasniqi, entrambi kosovari albanesi, dalla loro
casa di famiglia.
Il 18 luglio 1998, Zdravko Radunovi, serbo, sarebbe sparito dopo
aver lasciato la casa; militari dell'Uck lo avrebbero sequestrato e
consegnato a un comandante locale dell'Uck; mentre era in custo-
dia dell'Uck, a Radunovi sarebbe stato sparato alla testa e ucciso.
Velizar Stosi, serbo, sarebbe sparito il 19 luglio 1998; l'esame dei
suoi resti avrebbe rivelato ferite di arma da fuoco alla testa e alle
gambe e il segno di una fune intorno al collo.
Il 27 luglio 1998 o nei giorni immediatamente circostanti, un koso-
varo albanese di nome Malush Shefki Meha scompariva. Nel mese
di agosto 1998, un rom di nome Xhevat Berisha scompariva. Il fi-
glio di Kemajl Gashi, kosovaro albanese, vedeva per l'ultima volta
suo padre in una caserma dell'Uck, il cui comandante gli riferiva
che il padre era stato arrestato come spia serba; il figlio avrebbe
sentito i militari dell'Uck picchiare suo padre. Il l O luglio 1998 o nei
giorni immediatamente circostanti, un kosovaro albanese cattolico
di nome Pal Krasniqi sarebbe andato presso un quartiere generale
dell'Uck per arruolarsi; Krasniqi sarebbe rimasto in questo quartie-
re generale per qualche giorno prima di essere arrestato come spia;
successivamente Krasniqi sarebbe stato picchiato pesantemente fi -
no a quando avrebbe fatto una falsa confessione; l'ultima volta sa-
rebbe stato visto vivo il 26 luglio 1998 o nei giorni immediatamente
circostanti presso il quartiere generale dell'Uck.
Il Tribunale stava contando sulla Kfor e suli'Unmik per l'arre-
sto e il trasferimento all'Aia di Haradinaj. Nel corso del novem-
bre 2004, l'Ufficio della Procura in contatto con il comandante
francese della Kfor, il tenente generale Yves de Kermabon, che
chiede solo dieci o quindici giorni di preavviso per preparare i
piani operativi per effettuare l'arresto di Haradinaj e fronteggia-
re gli eventuali disordini sociali che potrebbero scoppiare come
reazione a esso. Haradinaj viene a sapere dell'incriminazione 1'8
marzo 2005, pronuncia un discorso patriottico in cui nega ogni
colpa, e, a suo merito, si dimette immediatamente annunciando
che si consegner il giorno dopo. Grazie in gran parte alle pres-
sioni degli Stati Uniti e dell'Unione europea, non ci sono n ma-
nifestazioni n violenze. Il capo dell'Unmik, S0ren Jessen-Peter-
sen, sembrerebbe pi contrariato di Haradinaj stesso per l'incri-
minazione. Jessen-Petersen ha stretto rapporti di amicizia con
307
Haradinaj e non ne fa mistero in un comunicato che emette il
giorno dopo:
Non posso nascondere che le sue dimissioni lasceranno un grosso
vuoto. Grazie alla dinamica leadership di Ramush Haradinaj , alla
forza del suo impegno e della sua prospettiva, il Kosovo oggi pi
vicino che mai alla realizzazione delle sue aspirazioni nel determi-
nare il proprio status futuro. Personalmente mi rattrista di non po-
ter lavorare pi con un partner e un amico come lui.
Nella sua decisione odierna, Mr Haradinaj ha ancora una volta po-
sto gli interessi del Kosovo al di sopra di quelli suoi personali. im-
portante che il popolo del Kosovo risponda con la stessa dignit e
maturit dimostrata da Ramush Haradinaj .
Comprendo il senso di choc e di rabbia provocato da questa svolta.
Faccio appello per al popolo del Kosovo perch esprima i suoi
sentimenti con mezzi pacifici . Una risposta violenta non aiut er il
Kosovo. Far solo gli interessi di coloro che sono determinati a fer-
mare il progresso del Kosovo. Sar un grosso passo indietro ri-
spetto a tutto quello che il Kosovo ha realizzato recentemente e
vanificher tutte le ultime conquiste, e particolarmente quelle rea-
lizzate dura nte la leadership di Mr Haradinaj.
La decisione annunciata da Mr Haradinaj di cooperare con il Tribu-
nale, nonostante la sua ferma convinzione di innocenza, bench sia
dolorosa per lui, per la sua famiglia, per il Kosovo e per i suoi tanti
amici e partner, Unmik compreso, a l tempo stesso un esempi o
della crescente maturit politica del Kosovo quale membro respon-
sabile della comunit internazionale. Sono fiducioso che Mr Hara-
dinaj sar ancora in grado di servire il Kosovo per il cui futuro
migliore ha tanto sacrificato e tanto contribuito.
importa nte che tutti noi manteniamo la calma e la dignit in que-
sti giorni difficili. ..
8
Le parole elogiative di Jessen-Petersen sembrano implicare
non solo che l'Unmik debole e in balia degli albanesi che han-
no praticamente castrato la missione delle Nazioni Unite duran-
te i disordini del 2004, ma che il capo della missione dell'Gnu in
Kosovo, un rappresentante speciale del Segretario generale, si
schierato pubblicamente con Ramush Haradinaj in un processo
davanti al Tribunale delle Nazioni Unite. Si rilegga l'ultima fra-
se: " importante che tutti noi manteniamo la calma e la dignit
in questi giorni difficili ... ". A quali noi Jessen-Petersen si riferi-
sce? Il giorno in cui Jessen-Petersen scrive il suo addio a Hara-
dinaj, l'imputato vola verso i Paesi Bassi a bordo di un aereo pri-
vato tedesco. Durante uno scalo in Germania, una guardia d'o-
nore in elmetti e guanti bianchi si presenta a rendergli omaggio.
A met marzo Haradinaj e gli altri imputati si dichiarano
non colpevoli. Un mese dopo il collegio di difesa di Haradinaj
presenta una mozione chiedendone la libert provvisoria. Hara-
dinaj presenta una dichiarazione scritta in cui si impegna a non
308
interferire in alcun modo con nessuna delle vittime o dei testi-
moni. La difesa sostiene che Haradinaj gode di una "ecceziona-
le reputazione personale e politica", e presenta attestazioni sul-
la sua persona sottoscritte da numerosi personaggi internazio-
nali di alto rango, politici, militari e diplomatici. Il generale
Klaus Reinhardt, che stato al comando della Kfor dall'ottobre
del 1999 alla primavera del 2000, dichiara che Haradinaj " un
uomo di cui mi fido interamente e di cui ho cercato attivamen-
te il parere" e che Haradinaj un "politico con caratteristiche
di prim'ordine che saranno un fattore chiave nella riconcilia-
zione dei diversi gruppi etnici in Kosovo". Da parte sua Jessen-
Petersen scrive che Haradinaj un uomo di "dinamica leader-
ship" e di forte "impegno e prospettiva", e che ha mostrato "di-
gnit e maturit" con la decisione di costituirsi spontaneamen-
te. L'Unmik, prevedibilmente, accetta di fornire le necessarie
garanzie per assicurare il rispetto da parte di Haradinaj delle
condizioni che la Camera giudicante volesse imporre. Aveva
preso la posizione esattamente opposta quando nel 2003 Fatmir
Limaj aveva chiesto la stessa libert provvisoria; in quella occa-
sione l'Unmik aveva sostenuto di disporre di risorse limitate e
che, data la posizione geografica del Kosovo, sarebbe stato rela-
tivamente facile per un imputato fuggire in territori vicini ... os-
sia al di l del confine tra le montagne senza legge dell'Alta Al-
bania. Per Haradinaj, lo stesso Unmik che si era praticamente
svaporato durante i disordini del2004, ora affermava in una di-
chiarazione confidenziale scritta di avere "la piena autorit e il
controllo sullo stato della legge in Kosovo" e di trovarsi in con-
dizione di fornire specifiche garanzie su Haradinaj. Il responsa-
bile in seconda dell'Unmik, Larry Rossin, si presenta all'udienza
sulla libert provvisoria e assicura alla Corte che l'Unmik sotto-
st all'obbligo di cooperare pienamente con il Tribunale.
La pubblica accusa si oppone alla richiesta di scarcerazione
di Haradinaj. I procuratori sostengono che c' rischio di fuga
perch se fosse giudicato colpevole dei capi di imputazione
ascrittigli, probabilmente riceverebbe una condanna detentiva
considerevole. Il pericolo di una fuga di Haradinaj, per, non
l'unica preoccupazione della Procura. La pubblica accusa, come
risulta chiaramente dalla sua relazione, teme che Haradinaj co-
stituisca un pericolo per testimoni e vittime e che la sua sola
presenza in Kosovo intimorisca i testimoni dell'accusa impe-
dendo loro di deporre. La Procura ha gi chiesto misure protet-
tive per un terzo dei testimoni che si propone di chiamare a de-
porre nel caso Haradinaj. La Procura non possiede informazio-
ni che qualche testimone sia stato intimidito, e tanto meno inti-
midito da Haradinaj, cosa che estremamente difficile da dimo-
strare. Ma cita numerosi episodi da cui si deduce che il Kosovo
309
L' ancora un luogo estremamente pericoloso per un testimone
che deponga in un procedimento penale. Un testimone protetto,
in un altro caso, ha subto un tentativo di assassinio proprio
mentre la Camera giudicante stava decidendo se permettere a
Haradinaj di aspettare a casa l'inizio del processo. La Procura
sostiene che la scarcerazione provvisoria di Haradinaj indeboli-
rebbe in misura notevole la fiducia nutrita dai testimoni nei
confronti del Tribunale.
Alla fine, la Corte sentenza che "non vi alcun dubbio che
l'Unmik, rappresentando l'amministrazione civile ad interim del
Kosovo ed essendo dotata della piena autorit per l'imposizione
della legge, cooperer pienamente e assister in ogni questione
connessa alle procedure in corso davanti al Tribunale". La Ca-
mera giudicante decide che non esiste alcuna prova che, se scar-
cerato, Haradinaj costituisca un pericolo per vittime, testimoni
o altri. Per un periodo di novanta giorni gli proibisce ogni appa-
rizione in pubblico e ogni attivit pubblica; ma gli permette di
partecipare alle attivit amministrative e organizzative del suo
partito politico. Scaduto il periodo di novanta giorni, la Camera
giudicante revoca in pratica il divieto, citando un rapporto del-
l'Unmik in cui si prevedono effetti positivi dal coinvolgimento di
Haradinaj in attivit politiche pubbliche e dagli imminenti ne-
goziati sullo status finale del Kosovo.
Nel 1996 il Tribunale aveva vietato a Radovan Karadzi di
partecipare ad attivit politiche. Che genere di messaggio man-
dano adesso l'Unmik e la Camera giudicante? Si immagini una
persona in Kosovo che debba decidere se correre il rischio di te-
stimoniare in Tribunale contro un imputato dell'Uck. Il Kosovo
soffre di una diffusa e sistematica intimidazione di testimoni
che sta avendo un impatto significativo sulle attivit processua-
li sia a livello locale sia davanti al Tribunale. Dichiaro al Consi-
glio di sicurezza delle Nazioni Unite che la subornazione dei te-
stimoni potrebbe avere influenzato il giudizio nel caso Limaj.
So che ogni apparizione pubblica di Haradinaj costituisce in
pratica un messaggio a chiunque stia decidendo se testimoniare
contro di lui, e presentiamo questa preoccupazione alla Camera
giudicante. Mi domando come mai gli amministratori interna-
zionali in Kosovo e, a quanto pare, i governi degli Stati Uniti e
del Regno Unito stiano investendo cos tanto in Haradinaj. In
un incontro a Washington nel dicembre 2005, chiedo quanto sia
importante Haradinaj per gli Stati Uniti. Spiego che l'Unmik
riuscito a convincere i giudici della Camera giudicante che quel-
l'uomo rappresenterebbe la chiave della stabilit del Kosovo. Mi
rispondono che gli Stati Uniti non lavoreranno con lui .
Il 15 dicembre 2005, in un discorso al Consiglio di sicurezza
dell'Onu, riferisco dei problemi che stiamo avendo con l'Unmik.
310
"Il mio ufficio incontra difficolt ad avere accesso a documenti
in possesso dell'Unmik. A volte sono redatti o trasmessi in modo
tale da non poter essere usati in aula. Anche la cooperazione of-
ferta dall'Unmik nella protezione dei testimoni stata in qual-
che caso meno che ottimale. Inoltre, il mio ufficio non convin-
to che l'Unmik stia esercitando nel modo pi proprio il control-
lo sulle condizioni poste ... per la scarcerazione provvisoria di
Haradinaj."
Il giorno dopo mi incontro con Kofi Annan per discutere del-
la situazione dell'Unmik. I nostri testimoni non si fidano pi
dell'Unmik. In questo stesso mese l'Unmik ha fornito una tardi-
va e impropria risposta a un caso di minacce a un testimone.
:LUnmik sta trasferendo le iniziative di polizia in Kosovo a loca-
li che erano stati militari dell'Uck e che, invece di proteggere i
nostri testimoni, li minacciano. Informo Annan di un manifesto
nel centro di Pristina con un'immagine di Haradinaj e una frase
in suo appoggio di Jessen-Petersen.
"Sono d'accordo," risponde Annan.
Lamentiamo che durante l'autunno del 2005 il numero due
dell'Unmik aveva partecipato a un matrimonio di un parente
stretto di Haradinaj.
"Scarso giudizio politico," risponde Annan.
Il Segretario generale alla fine ci consiglia di dialogare con
I'Unmik, come lui deve dialogare con gli stati membri. Haradi-
naj, dice Annan, " visto come un uomo ragionevole in questa
compagnia di strani personaggi", ma non sta all'Unmik decidere
chi debba essere il leader del Kosovo. Annan promette che cer-
cher di far rimuovere il manifesto e di interessarsi ai nostri
problemi. Mi sollecita di rimanere in contatto con Nicolas Mi-
che!, il sottosegretario dell'Onu per gli Affari legali.
Seguo il suo consiglio. Il 15 marzo 2006 scrivo a Miche!, rife-
rendogli nei dettagli la scarsa cooperazione ricevuta dall'Unmik
dopo il mio incontro con il Segretario generale il 15 dicembre
2005. Lo informo che in diverse occasioni sono stata in corri-
spondenza con Jessen-Petersen e che questioni importanti solle-
vate in questo carteggio sono rimaste irrisolte. Dico a Miche!
che la gestione dell'Unmik della sicurezza dei testimoni in Koso-
vo continua a porre gravi problemi, sebbene abbia richiamato
l'attenzione di Jessen-Petersen sulla questione almeno sei volte.
:LUnmik non sta prendendo alcuna iniziativa per risolvere que-
sti problemi. Per esempio, il Tribunale e l'Unmik hanno stabilito
un sistema per proteggere i testimoni pi delicati trasferendoli
rapidamente dalle loro case verso luoghi sicuri. Questo sistema
si basa su fascicoli contenenti le informazioni critiche sui testi-
moni protetti e le loro famiglie. :LUnmik ha conservato questi
fascicoli fino all'ottobre 2005, quando stato convenuto che fos-
311
sera consegnati al Tribunale. Membri dello staff del Tribunale si
sono incontrati con l'Unmik per il trasferimento concordato, ma
l'Unmik ha detto che tutti i fascicoli erano andati distrutti.
Quando lo staff del Tribunale ha chiesto una dichiarazione scrit-
ta da cui risultasse la distruzione dei documenti, la posizione
dell'Unmik cambiata. Ora lo staff si sentito dire che i fascico-
li esistevano ancora e che sarebbero stati consegnati. Quando
c' stata materialmente la consegna, per, met dei documenti
mancavano. Il Tribunale allora ha dovuto rivolgersi a un altro
funzionario dell'Unmik che ha fornito il resto dei fascicoli.
"Per me semplicemente incomprensibile," scrivo a Michel,
"che fascicoli cos importanti e delicati possano essere gestiti
con tanta incuria e negligenza. Ho segnalato la cosa al rappre-
sentante speciale del Segretario generale, ma le nostre legittime
preoccupazioni sono state totalmente ignorate."
Sollevo anche un altro problema relativo alla protezione dei
testimoni: un grave conflitto di interessi che tocca un esponente
chiave della polizia dell'Unmik, il cui coniuge stato assunto co-
me investigatore dal collegio di difesa di Haradinaj. L'Unmik ha
riconosciuto che nello svolgimento delle sue mansioni, l'agente
di polizia ha preso conoscenza di questioni riservate relative al
caso Haradinaj ed entrato in possesso diretto di fascicoli cru-
ciali relativi ai testimoni. Scrivo:
Jessen-Petersen ha proposto che questo agente semplicemente si
astenga da ogni attivit riguardante il caso Haradinaj, e che il suo
immediato sottoposto assuma le sue mansioni. Questo chiara-
mente inaccettabile. [Il fun zionario di polizia] ha accesso a infor-
mazioni estremamente delicate sui testimoni e continua a essere il
superiore della persona responsabile di questioni di protezione dei
testimoni nel caso Haradinaj. Il conflitto di interessi palese e l'im-
patto paralizzante che ha sui testimoni chiarissimo; inoltre, que-
sta situazione ha un ovvio effetto deleterio sulla fiducia del pubbli-
co nelle funzioni della polizia. Nonostante questo, l'Unmik si mo-
stra ignaro di queste reali preoccupazioni e permette alla situazione
di permanere. Oserei dire che in qualsiasi sistema nazionale funzio-
nante una situazione del genere non sarebbe consentita.
L'Unmik sta creando ostacoli anche per quanto riguarda le
prove documentali. Nonostante il fatto che il numero due del-
l'Unmik, Larry Rossin, abbia assicurato in termini inequivoca-
bili alla Camera giudicante che avrebbe collaborato pienamente
con il Tribunale, l'Unmik insiste a ricorrere a una norma del Tri-
bunale che gli consente di fornire determinati documenti in via
confidenziale anzich come materiale che possa essere presen-
tato in aula come prova. La norma del Tribunale era intesa prin-
cipalmente a proteggere informazioni di intelligence ricevute da
312
stati sovrani, e non a permettere all'organizzazione delle Nazio-
ni Unite di impedire a un Tribunale delle Nazioni Unite di otte-
nere prove che potrebbero essere usate nei procedimenti in au-
la. "Abbiamo rilevato ripetutamente questo uso improprio,"
scrivo a Michel, "ma l'Unmik si rifiuta di modificare la propria
condotta."
Quando abbiamo richiesto informazioni riguardo alle indagini sul-
l'assassinio di Tahir Zemaj nel2003, abbiamo ricevuto una versione
riveduta del documento, con le informazioni pi importanti ritoc-
cate. In parole povere, un organismo dell'Onu non pu trattare in
questo modo un Tribunale dell'Onu, minando non solo la nostra
credibilit ma anche l'autorit della legge pi in generale. Potr in-
teressarle sapere che di sponiamo di informazioni credibili che
Tahir Zemaj stato ucciso perch stava raccogliendo materiale per
[il Tribunale per la Iugosl avia]. in preparazione della sua testimo-
nianza nel caso Haradinaj et al. Questo rende ancor pi inaccettabi-
le che tali informazioni siano state sottratte [al Tribunale] e manda
un segnale terribile agli interni che desidererebbero cooperare con
il mio ufficio.
Rilevo che Haradinaj si sta incontrando frequentemente con
funzionari di alto livello della Kfor e dell'Unmik, compreso lo
stesso Jessen-Petersen. "Questo mina la credibilit [del Tribuna-
le per la Iugoslavia] in Kosovo, manda un messaggio paraliz-
zante ai testimoni, ossia che Haradinaj sostenuto dai massimi
rappresentanti dell'Onu in Kosovo, ed semplicemente inap-
propriato. Come si pu imporre l'autorit della legge quando i
vertici dell'Unmik prestano un cos aperto appoggio a una per-
sona imputata dei pi gravi crimini sotto la legge internaziona-
le? ... Manda il segnale che le incriminazioni dell'Icty sono insi-
gnificanti, che una persona incriminata bene accolta e anzi so-
stenuta dall'Unmik ai massimi livelli. Sono sviluppi molto in-
quietanti e stanno vanificando in modo grave i nostri sforzi nel
caso Haradinaj."
Nessun cambiamento significativo interviene. Il manifesto di
Haradinaj resta al suo posto. Jessen-Petersen compare insieme
a lui, fianco a fianco, al funerale del primo presidente del Koso-
vo, Ibrajim Rugova. Alla fine di marzo, Jessen-Petersen annun-
cia che lui e Haradinaj intendono organizzare una partita di cal-
cio Danimarca-Kosovo. I giornali riportano che Haradinaj sta-
to autorizzato a partecipare alla cerimonia del Corpo di prote-
zione del Kosovo e a sedersi accanto agli ambasciatori britanni-
co e statunitense.
9
E i testimoni della Procura continuano a de-
nunciare di aver subto minacce. La giustizia penale in Kosovo
cos inquinata dalla paura che alla fine di agosto del 2006 pro-
curatori e giudici del Kosovo stanno ostacolando le iniziative
313
dell'Unmik di istituire un'unit speciale che dovrebbe occuparsi
di crimini di guerra. IO
. Il 5_ ma_rzo 200? ha inizio il processo a Ramush Haradinaj e
a1 suoi_ Incentro la mia dichiarazione preliminare
sulle VIttime, scaricati presso il lago di Radonji,
sulla paura de1 test1mom della pubblica accusa:
3 14
I tre uomini si presentano davanti a voi accusati di crimini - cri-
mini orrendi, crudeli e violenti; crimini di omicidi o, deportazione,
stupr?. sequestro, detenzione, e le pi brutali aggressioni;
cnmm1 d1 na_scos to, lontano dagli occhi degli osservatori
e mternazwnali. Non dubitate, come la pubblica accu-
sa che questi uomini - questo signore della guerra
con 1l suo luogotenente e il suo carceri ere - hanno le mani spor-
che di sangue.
Ed sangue di civili in,nocent_i, _vittime che non appoggiavano gli
Imputati _o la causa dell Uck; v1tt1me che molto spesso erano sole e
e che sono sistematicamente prese di mira, rapite,
assassmate e fatte spanre. Se questi imputa ti l'avessero fatta fTa n-
ca: le loro vittime non si sarebbero mai pi riviste. Sarebbero sem-
plicemente state annoverate tra gli a ltri orrori di questo conflitto e
sarebbero letteralmente sprofonda te senza lasciar traccia nelle
acque silenziose del lago di Radonji, nel cuore della zona del
Dukagj in.
Ma vittime assassinate, in questo caso, non sono sparite. I loro
corp1, e loro storie sono stati scoperti, e nelle prossime settimane,
con l affiorare delle prove, vi parleranno, a loro modo, dalla tomba.
La voce di quelli che sono stati visti vivi per l'ultima volta nelle ma-
m i cui corpi restano di spersi o non identifi cati , si potr
le parol e angosciate dei loro cari sopravvissuti . Le
voc1 d1 alcum d1 quelh che sono stati torturati e brutalizzati dal-
l'Uck si sentiranno direttamente in quest'aula. Forse non ce ne sa-
ranno molte di queste voci , perch questo non un caso, come altri
che tratta stermini di massa e mi gli aia di morti . '
in grado di portare davanti a questa Corte le prove di
tutti 1 cn_mmi sono stati commessi in questa parte del Kosovo.
Sarebbe Impossibile. Ma a mano a mano che i giorni di questo pro-
cesso passeranno, a ma no a mano che ogni testimone sar esamina-
to. e documento prodotto, sono sicura che questa Camera co-
a_ nel mondo chiuso della zona di Dukagjin, che
ha_ costitUito Il cuore del clan Haradinaj, nel centro dell a base di po-
tei e dJ Ramush HaradmaJ. Forse, anche questo a differenza di ogni
altro la geogra_fia la chiave per capire i fatti. La geografia
stessa e un altro de1 t esti moni silenziosi in questo caso, e inviterei
questa Corte a prestare particolare attenzione alle localit alle di-
stanze, al di azi?ne delle attivit, all'accessibilit luoghi
companranno negh eventi. Vorr anche invitare la Camera gi u-
d_Icante, al momento opportuno nel corso del processo, a fare una vi-
Sita alle scene del crimine per vedere di persona quei luoghi .
Non vogli o giusti ficarmi; questo non sar un caso facile per la pub-
blica accusa. un processo che, francamente, qualcuno non avreb-
be voluto vedere, e che pochi hanno appoggiato con la loro coope-
razione, a livello locale e internazionale. Ma io ho insistito sull'in-
criminazione, e l'ho presentata nella fiducia che la Camera giudi-
cante riterr le prove presentate dalla Procura convincenti e incon-
trovertibili .
La protezione dei testimoni che hanno avuto il coraggio di farsi
avanti stata, e continuer a essere, di importanza cruciale. Voi sa-
pete che molti testimoni sono riluttanti a deporre. Alcuni sono ad-
dirittura terrorizzati. Le intimidazioni e le minacce di cui i testimo-
ni sono stati fatti oggetto in questo caso sono state un problema
grave e protratto per gli individui interessati e per il pubblico mini-
stero. Questo problema non r isolto. I testimoni continuano a rice-
vere minacce, minacce velate ma anche dirette. Proprio in questo fi-
ne settimana, il nostro primo testimone diretto vittima ...
La difesa fa obiezione, come prevedevo.
GUY-SMITH: Vostro Onore, se posso ...
GIUDICE ORIE: Avvocato Guy-Smith.
GUY-SMJTH: Ritengo che queste affermazioni non solo sono altamen-
te tendenziose, ma esorbitano del tutto dai limiti di una dichiara-
zione introduttiva.
GIUDICE ORJE: Signora Del Ponte, intesa comune che .. . tanto per fa-
re un esempio, che l ad dove i testi moni siano bene .. . se diranno la
verit o no, questa gi una valutazione di. .. quello che accadr
non appropriato a una di chi arazione di apertura. Mi chi edo se
-ovviamente questa Corte dovr decidere in proposito - non sta-
to ancora deciso, come ho gi detto, su questioni di protezione dei
testimoni, e ovvia mente sentiremo parlare, chiaro, dal pubblico
ministero della necessit di tale protezione. Se non dovessero esse-
re necessari ulteriori dettagli in relazione alla riluttanza dei testi-
moni a deporre, e questo uno dei probl emi da voi incontrati nel
preparare questo .. . nella preparazione di questo caso, suggerirei di
procedere a sentire da lei quali prove ci porter, a meno che lei non
di ssenta da me, e allora vorrei sentire la sua versi one.
DEL PONTE: Signor Presidente, sto solo informando la Corte che que-
sto fine settimana - che questo fine settimana - ho ricevuto
un' informazione su minacce che un testimone ha ricevuto adesso.
GIUDICE ORI E: Ho capito che questo ...
DEL PONTE: E allora mi domando perch non posso informare la
Corte di un evento, di fatti che si sono verificati durante il fine setti-
mana e che sono direttamente connessi con questo processo. Per-
ch, signor Presidente, se non ho testimoni che si presentano in au-
la, sar costretta a ritirare l'incriminazione.
GIUDICE ORIE: Signora Procuratore, penso che non ci sia ni ente di
inappropriato nell'informare la Corte dell e minacce. Ma se, alla di-
chiarazione introduttiva, dove in termini generali lei ha precisato
che questo punto di grande interesse per la Procura, se approfon-
315
dire i dettagli, dove non saremo in grado di indagare ulteriormente
la questione, se questo sia il modo migliore di procedere, questio-
ne dubbia. Un secondo.
[La Corte conferisce]
GIUDICE ORIE: La Camera la invita a procedere.
DEL PONTE: La Camera ha gi garantito misure protettive a pi di
un terzo dei nostri testimoni. So che lei capisce e si rende conto
delle difficolt che incontrano i testimoni a deporre contro questi
imputati. Ma quello che voglio dire, signor Presidente, che nutro
piena fiducia che prenderete ogni misura possibile per permettere
ai testimoni di raggiungere l'Aia per testimoniare in tutta sicurez-
za e per permettere che la verit sia ascoltata. Signori della Corte,
non c' stato niente di nobile o di eroico nei crimini di questo ca-
so. Non c' stato nulla di patriottico o di virtuoso. Erano omicidi
brutali e sanguinosi. I tre imputati erano gangster in uniforme e
in pieno controllo, e come la Corte vedr, questa si rivelata una
combinazione sinistra e letale per le vittime di questo caso.
Cos ha inizio il processo. I miei anni presso il Tribunale fini-
ranno prima che la Camera giudicante abbia preso una decisio-
ne sul caso.
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AlARE ADRIATICO
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