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Quand’era bambino provarono a rubare la sua lingua slovena

a Boris Pahor, lo scrittore triestino che ha compiuto cento


anni il 26 agosto scorso e che è noto soprattutto per
Necropoli, scritto nel 1967 e ormai un classico sui campi di
sterminio nazisti. A Pahor - che vive tuttora a Trieste e
mantiene lucidità e vitalità straordinarie - ora Bompiani
dedica il volume memorialistico, storico e antologico Così ho
vissuto. Biografia di un secolo (pagg. 492, euro 21). Un
libro-monumento ricco di pagine e immagini preziose e
rivelatrici su una vicenda umana e intellettuale complessa,
che va letto con pazienza per poter apprezzare il senso di una
testimonianza fuori dai cliché sui rapporti tra la cultura
slovena e quella italiana su un “confine orientale” che per
oltre due secoli ha avuto una storia tormentatissima. Il libro
è risultato di una collaborazione con la studiosa e docente di
letteratura Tatjana Rojc, che ha “contestualizzato” le parole
di Pahor e ha scritto un saggio introduttivo su Quella Trieste
felice.
Pahor fortunatamente la propria lingua riuscì a salvarla,
per diventare negli anni autore, in sloveno, di una trentina
di opere, alcune delle quali tradotte in ogni parte del mondo.
A partire dalla Francia, il paese che aveva accolto e curato
Pahor all’uscita dal campo di concentramento nazista – dov’era
finito come collaboratore della resistenza antifascista
slovena - e che molto più tardi, nel 1990, fu decisivo per la
fortuna di Necropoli con una traduzione che fece da trampolino
per un rilancio internazionale, persino verso l’Italia dove il
libro fu ripubblicato nel 1991, da Fazi, con una prefazione di
Claudio Magris. Pahor in Francia nel 2007 ha ricevuto la
Legion d’onore e per lui si è parlato di candidatura al Nobel.
Boris bambino usava la lingua paterna abitualmente e
frequentava una scuola slovena nella relativa tolleranza
culturale dell’impero asburgico sotto cui si trovavano Trieste
e il suo territorio. Suo padre lavorava per la gendarmeria
imperiale e, prima della guerra, la vita della famigliola
scorreva abbastanza tranquilla nella città in cui l’irlandese
Joyce cominciava a scrivere l’Ulisse, capolavoro della lingua
inglese, e Ettore Schmitz, di famiglia ebreo-tedesca, aveva
scelto di dedicarsi alla letteratura in lingua italiana ma
rivolgendo lo sguardo alla Vienna di Freud e dichiarando,
attraverso lo pseudonimo Italo Svevo, che si sentiva partecipe
di almeno due culture.
La possibile convivenza a Trieste di diverse lingue e
nazionalità – c’erano anche serbi, croati, boemi – diventò più
problematica con l’annessione della città all’Italia, dopo la
prima guerra mondiale, nonostante la promessa italiana di
riconoscere pieni diritti, di cittadinanza e di cultura, agli
sloveni del litorale triestino. Ma per il padre di Boris –
come per molti dipendenti pubblici ex asburgici – fu disposto
un trasferimento sradicante, in Sicilia, e lui si sentì
costretto a dimettersi, con una modestissima pensione,
trasformandosi da tecnico qualificato in commerciante
ambulante di burro e miele. Peggio ancora fu quando
cominciarono le violenze antislovene delle squadre fasciste,
che culminarono con l’incendio del Naromni dom, “Casa
nazionale” degli sloveni a Trieste, moderno edificio
polifunzionale dotato anche di un teatro. Era il 1920, già due
anni prima della presa del potere di Mussolini.
Nel 1923 la riforma Gentile stabilì che su tutto il
territorio statale l’insegnamento sarebbe avvenuto solo in
italiano. Boris Pahor fu obbligato a frequentare una scuola
italiana, scoprì di essere considerato straniero e “inferiore”
nella sua Trieste, divenne un pessimo studente, al punto che
per fargli proseguire gli studi la famiglia lo fece accogliere
in un seminario. Alcune di queste esperienze sono rievocate
nella raccolta di racconti Il rogo nel porto (pubblicata in
italiano nel 2001 da Zandonai). Nella storia intitolata La
farfalla sull’attaccapanni una bimba viene appesa dal maestro
per le trecce a un attaccapanni come punizione per aver osato
pronunciare in classe qualche parola in lingua slovena.
Pahor sottolinea analogie tra l’orrore dei campi nazisti da
lui rievocato in Necropoli e le persecuzioni del fascismo
contro gli sloveni: dalle condanne a morte decise dai
tribunali speciali ai campi di concentramento, come quelli di
Visco e Rab, sotto l’autorità del regio esercito, in cui sul
finire della seconda guerra mondiale perirono per freddo e
fame migliaia di internati civili. Si tratta di pagine buie
della storia italiana che Pahor ritiene trascurate e
sottovalutate dalla memoria ufficiale dell’Italia postbellica.
Di malefatte ed efferatezze che andrebbero sempre ricordate
come quelle dei nazisti, come quelle del regime comunista di
Tito che - dopo un periodo di speranze riposte nella nuova
Jugoslavia postbellica - lo scrittore egualmente denunciò,
quando ne venne a conoscenza, attirandosi anatemi anche
dall’est. Sulla memoria, avverte Pahor, possono basarsi la
speranza e l’impegno per far ottenere a ogni minoranza, e a
ogni uomo, per la sua mente e per il suo corpo, un giusto
rispetto.
Salvo Vitrano