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Ante Pavelic, gli Ustascia e la persecuzione

dei serbi durante la seconda guerra


mondiale

L’intero 1941 ricoprì uno spazio di tempo veramente significativo per l’evoluzione
della Seconda Guerra Mondiale. Il mese di aprile, nello specifico, vide il trascorrere
di eventi su scala mondiale, che avrebbero modellato ed indirizzato, in maniera
significativa, il corso del conflitto. Nello stesso giorno in cui Mussolini perdeva la
capitale etiope Addis Abeba, le truppe dell’asse entravano in Jugoslavia. La
cosiddetta “Operazione castigo” contro il regno di Jugoslavia.
La campagna dell’asse jugoslava durò 11 giorni, il 17 aprile la Jugoslavia firmò la resa
ed entrò di fatto nelle competenze territoriali dell’Asse. Pochi giorni prima la
Croazia dichiarava la sua indipendenza: quest’evento si pone all’inizio di una delle
pagine più buie della Seconda Guerra Mondiale.
La Croazia, in confronto alle altre regioni occupate, venne elevata ad un vero e
proprio Stato autonomo, sulla carta, in realtà si andava formando un governo
fantoccio monitorato da Germania ed Italia. La corona venne affidata ad un italiano,
già principe di Spoleto, nipote di Vittorio Emanuele III, il quale però evitò di
formalizzare l’incarico in terra jugoslava e, per questo motivo, la Croazia fu sempre
guidata da Ante Pavelic, capo degli Ustascia.
L’affermarsi di Pavelic e della sua compagine, fu fortemente voluta da Mussolini ed
Hitler, il territorio dove era esteso il nuovo Stato Croato comprendeva grossomodo
l’attuale Croazia e Bosnia Erzegovina, al proprio interno si contavano oltre sei milioni
di abitanti, suddivisi tra le principali identità etniche: croati, serbi, musulmani ed
ebrei.
Gli Ustascia erano incaricati dalle forze dell’asse di affermare l’identità cattolica con
qualunque metodo possibile, questo comportò una politica nazionalista, xenofoba
ed antisemita che costò la vita a migliaia di civili. La violenza ed il terrore furono gli
strumenti adottati per rendere possibile questa nuova “stabilizzazione cattolica”, gli
stessi esponenti della Chiesa Cattolica locale, come le figure degli arcivescovi, si
trovarono ad appoggiare le politiche e le strategia di Pavelic.
Prima dello sterminio di massa, venne attuata una cattolicizzazione del territorio
mediante la conversione forzata e la messa a bando di tutte le altre realtà religiose.
La politica di Pavelic prevedeva dunque l’eliminazione dei “nemici” del nuovo Stato
Indipendente Croato, non soltanto per distinzione religiosa, ma anche etnica e
politica. Il clima di terrore contribuiva al congelamento della resistenza partigiana
jugoslava. Migliaia di serbo-ortodossi vennero trucidati nei campi di
concentramento o nelle cavità carsiche. Gli Ustascia agivano incontrastati, aiutati
anche da piccole rappresentanze della Chiesa locale come francescani o cappellani.
Non passarono nemmeno troppi giorni, dall’inizio della campagna dell’Asse in terra
Jugoslava, che si registrarono le prime stragi a comando degli Ustascia. Nel distretto
di Bjelovar, nelle vicinanze di Kosinj, nei villaggi di Krnjac, Krotinje, Siroka Reka,
vennero messe in pratica uccisioni degne dei nazisti: bambini, donne, anziani,
qualsiasi forma di vita, che fosse riconducibile all’identità serbo-ortodossa, venne
sterminata in fosse comuni o nei campi di concentramento che gli stessi prigionieri
avevano costruito. L’inferno, che oramai era sceso in terra, particolarmente in
queste terre croato-bosniache, vedeva l’evolversi della crudeltà umana, a Celebic vi
fu un’uccisione di massa all’interno di una scuola comunale.
Insieme alla sterminazione delle vite umane, vi era anche la distruzione culturale, gli
Ustascia provvidero all’eliminazione delle tracce culturali identitarie ortodosse,
cancellando così chiese, monumenti, libri, appropriandosi di quei beni che invece
risultarono utili, trasferiti in seguito presso le diocesi cattoliche.
Alla fine del mese di aprile ’41 vennero attivati i primi campi di concentramento,
inizialmente destinati all’internamento di individui classificati come nemici o
comunisti. Nel complesso i campi furono 22, due in particolare restarono in attività
fino al 1945: Jasenovic e Stara Gradiska. Quello di Danica fu il primo campo ad
entrare in funzione, questo venne usato come centro nevralgico di smistamento e di
eliminazioni di massa. Alla fine dello stesso mese fu chiuso.
Altri campi sono tristemente famosi per le atrocità che dovettero subire gli internati
prima di esser fatti precipitare dai dirupi dei monti Velebit.
Jasenovac, conosciuto come l’Auschwitz dei Bakcani, fu costruito sulle rive del fiume
Sava, al confine tra la Bosnia Erzegovina e la Croazia. “Red, Rad, Stega”, cioè
“Ordine, Lavoro, Disciplina”, erano le parole scritte all’ingresso del campo. La
maggior parte delle vittime furono i serbo-ortodossi, ma molti furono gli ebrei che,
inizialmente dovevano esser trasferiti nei campi di Polonia, Germania o Repubblica
Ceca. Tra gli internati vi furono anche i bosniacchi, i dissidenti croati ed i presunti
simpatizzanti e gli zingari. Questo inferno, come spesso accadde per gli altri campi,
venne distrutto dagli stessi Ustascia nel ’45. Il campo fu comandato, per un periodo,
dal frate francescano Miroslav Filipovic-Majstorovic, egli stesso ammise, al termine
del processo che lo vide tra i protagonisti, che per sua mano perirono non meno di
40.00 persone. Egli pagò la pena con l’impiccagione.
L’isola di Pag, esattamente la stessa isola che oggi attrae giovani da tutto il mondo
che si riversano sulle spiagge di Zrce, si sporcò di tragici eventi. Quando, il 20 agosto,
le milizie italiane presero possesso dell’isola, vi trovarono montagne di cadaveri.
Molti dei responsabili di queste atrocità, alla fine della guerra, trovarono la fuga.
Ante Pavelic, prima dell’arrivo dei partigiani di Tito, insieme a suoi stretti
collaboratori ed esponenti Ustascia, trovarono la libertà grazie all’aiuto del Vaticano.
Questi furono sottratti alla giustizia e riuscirono a ripararsi in Spagna o in America
Latina.
Interessante concludere questo racconto riassumendo, in breve, quanto accaduto
poche settimane fa a Spalato. Il sindaco, in occasione di un cerimoniale dedicato alla
memoria della “Knight Rafael Boban Unit”. Questa unità fu fondata nel 1991, e
prende il nome di un importante esponente Ustascia. Un esponente della destra
croata di Spalato ha tenuto, durante questa cerimonia, un discorso nel quale ha
difeso l’inno nazifascista dell’unità, che non doveva essere abolito. Marko Skejo ha
dichiarato che i Croati sono stati traditi dai comunisti, gli Ustascia erano riusciti ad
instaurare il primo Stato Indipendente Croato e per questo bisogna rendere grazie a
loro. Quello che Skejo ha chiamato “sogno croato”, riguardo l’indipendenza del ’41,
nasconde e rivisita la storia del passato.
“Za dom spremni”, cioè “Ready for the Home(land)”, è l’inno protagonista di questa
diaspora. Esso fu reso illegale nel 2014, ma pochi mesi dopo, ne fu sospesa
l’illegalità.
La Croazia, come gli altri Stati della Ex-Jugoslavia, vive ancora un forte attaccamento
al passato, il revisionismo politico attuale in tutte le repubbliche, fa sì che ancora
oggi ognuno di questi Paesi abbia la propria storia e la propria memoria. Siamo
ancora lontani da una presa di coscienza comune sui tragici eventi della Seconda
Guerra Mondiale e della guerra fratricida degli anni ’90. Le politiche balcaniche
restano legate al passato per affermarsi nelle località e nelle periferie, le popolazioni
ex-jugoslave invece guardano al futuro, all’Europa, per sganciarsi di grossi pesi che
attanagliano le loro coscienze.
Due anni fa mi capitò di andare a trovare a Praga un caro amico, originariamente
croato, ma cresciuto a Lubiana, il quale convive in un appartamento insieme ad una
ragazza bosniacca ed un ragazzo serbo ortodosso. Questi ultimi sono fidanzati e
probabilmente vicini al matrimonio. E’ una piccola storia che racchiude la vittoria del
popolo cosciente e determina la sconfitta della politica locale balcanica.

Valerio Greco

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