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Modellazione delle Conseguenze di Incidenti Industriali – Prof. R. Rota – 2004

Modellazione delle Conseguenze di Incidenti Industriali

Industriali – Prof. R. Rota – 2004 Modellazione delle Conseguenze di Incidenti Industriali Prof. Renato Rota

Prof. Renato Rota

2004

1

Modellazione delle Conseguenze di Incidenti Industriali – Prof. R. Rota – 2004

Sommario

1 Introduzione

3

2 Modelli di sorgente

4

2.1 Efflusso monofase liquido

6

2.2 Efflusso monofase gassoso

7

2.3 Efflusso bifase

7

2.4 Flash

13

2.5 Formazione di aerosol e rain-out

14

2.6 Evaporazione da pozza

16

2.7 Dimensione della pozza

19

3 Dispersione

22

3.1 Modelli di simulazione: generalità

24

3.2 Cenni di fisica dell’atmosfera

25

3.3 Modelli gaussiani

30

3.4 Modelli integrali

35

3.5 Modelli tridimensionali

42

3.6 Rilasci sottomarini

46

4 Esplosioni ed incendi

54

4.1

Esplosioni di nubi inconfinate (UVCE)

65

4.1.1 Metodo del TNT equivalente

66

4.1.2 Modello TNO

70

4.1.3 Modello Multi – Energy

71

4.1.4 Metodo di Baker – Strehlow

73

4.1.5 Confronto tra i diversi approcci

75

4.2 Esplosioni puntuali

79

4.3 Esplosioni fisiche

80

4.4 Incendi da pozza (pool fire)

81

4.5 Fiamme da getti turbolenti (jet flame)

91

4.5.1

Confronto tra le previsioni dei diversi

102

4.6

Sfere di fuoco (fireball)

104

5 Conclusioni

109

6 Bibliografia

110

2

Modellazione delle Conseguenze di Incidenti Industriali – Prof. R. Rota – 2004

1

Introduzione

L’analisi delle conseguenze di incidenti industriali riveste un’importanza molto rilevante nell’analisi di rischio di un insediamento industriale. Infatti, l’estensione dei danni conseguenti ad un evento incidentale può essere quantificato solo sulla base di una modellazione delle conseguenze dell’evento stesso. Purtroppo, i risultati di queste valutazioni hanno un certo grado di incertezza a causa della natura stessa dell’evento incidentale. Infatti è solitamente possibile effettuare solo una stima abbastanza grossolana di alcuni fattori che determinano l’entità delle conseguenze. I principali di questi fattori si riferiscono a:

caratteristiche geometriche del rilascio in ambiente (per esempio le dimensione della rottura di una tubazione);

proprietà del materiale rilasciato in ambiente a seguito dell’incidente (per esempio, temperatura, pressione, composizione);

di

incompleta

rappresentazione

dei

fenomeni

chimico

fisici

descritti

nel

modello

simulazione utilizzato.

La breve discussione riportata in questa relazione non vuole essere un’illustrazione dettagliata ed esaustiva dei modelli disponibili. Si presuppone infatti una conoscenza almeno di base dei principali modelli di simulazione delle conseguenze di eventi incidentali, che non verranno quindi discussi in questa nota. Rassegne anche abbastanza recenti sono reperibili in Crowl e Louvar (1990), TNO (1997), Fthenakis (1993), Lees (1996), CCPS (2000). L’obiettivo è piuttosto quello di richiamare l’attenzione dell’utilizzatore di questi modelli di simulazione sulle problematiche, a volte nascoste, che possono condizionare in modo significativo i risultati della simulazione e quindi, in ultima analisi, dell’analisi di rischio. Le incertezze insite nella stima delle conseguenze di un evento incidentale vengono infatti solitamente gestite assegnando dei valori conservativi ad alcuni parametri presenti nei modelli di simulazioni in modo tale che il risultato finale del calcolo sia conservativo. Ne risulta che la scelta oculata di tali parametri è fondamentale non solo per evitare una sottostima delle conseguenze, ma anche un’eccessiva sovrastima delle conseguenze stesse che porterebbe a un inutile spreco di risorse.

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Valutazione delle conseguenze di incidenti rilevanti – Prof. R. Rota – 2004

2 Modelli di sorgente

Molti incidenti in ambito industriale iniziano con il rilascio di una certa quantità di sostanze tossiche o infiammabili in atmosfera. Il calcolo della portata scaricata a seguito di un incidente, della quantità totale rilasciata, della durata dello scarico e della fase in cui la sostanza scaricata si trova (cioè, complessivamente, la valutazione del termine di sorgente di un incidente) è una delle fasi più critiche per la stima delle conseguenze degli eventi seguenti, quali la dispersione in atmosfera, l’incendio o l’esplosione della sostanza scaricata. Ai fini della modellazione, i rilasci in atmosfera possono essere suddivisi in due tipologie: istantanei

e continui. Ovviamente, nessun fenomeno è realmente istantaneo, ma può essere così approssimato

quando la durata dello scarico è molto inferiore ai tempi caratteristici dei fenomeni successivi, tipicamente la dispersione in atmosfera il cui tempo caratteristico può essere stimato come il

rapporto tra la distanza della sorgente dal ricettore e la velocità del vento. Quindi, mentre il collasso

di un recipiente viene solitamente modellato come un rilascio istantaneo, il rilascio da una rottura

non catastrofica viene considerato istantaneo se t S <<d/u v (dove t S è la durata dello scarico, d la distanza tra la sorgente e il ricettore considerato e u v la velocità media del vento) e continuo se

t S >>d/u v . I rilasci continui possono a loro volta essere suddivisi in rilasci stazionari e transitori. Anche in questo caso ovviamente la distinzione deve essere intesa dal punto di vista del modello utilizzato per la stima del termine di sorgente, in quanto tutti i rilasci sono intrinsecamente non stazionari. D’altro canto, un rilascio attraverso una piccola apertura che non modifica significativamente le condizioni operative nelle apparecchiature a monte può essere ragionevolmente considerato stazionario.

In generale i modelli di sorgente sono utilizzati per stimare la portata e la quantità totale scaricata, la

frazione di flash e la formazione di aerosol, la portata di evaporazione da una pozza di liquido. Questi dati sono necessari per la successiva valutazione della dispersione in atmosfera, come riassunto nella Figura 1.

La prima valutazione da effettuare riguarda la fase che viene scaricata: liquido, gas o miscela bifase. La fase della sostanza scaricata non dipende in modo univoco dalla posizione della rottura ma anche dalle condizioni operative all’interno del recipiente. Nel caso di un recipiente pieno di gas pressurizzato si avrà il rilascio di una fase gassosa, che può eventualmente condensare parzialmente

a seguito dell’espansione, qualunque sia la posizione della rottura. Viceversa, in presenza di due

fasi all’interno del recipiente (liquido e vapore) nel caso di rottura nella parte alta del recipiente a contatto con la fase gassosa si potrà avere l’efflusso non solo di una fase vapore ma anche di una miscela di liquido e vapore, cioè di un fluido bifase. Questo avviene quando si ha lo sviluppo di una gran quantità di bolle di gas o vapore all’interno della fase liquida con la conseguente formazione di una schiuma. Se la schiuma che si forma raggiunge il punto di efflusso si ha lo scarico di una miscela bifase. Analogamente, il fatto che l’efflusso avvenga in corrispondenza della parete bagnata del liquido, cioè nella parte bassa del recipiente, non garantisce che il materiale scaricato sia in fase liquida. Se la temperatura di ebollizione normale (cioè a pressione ambiente) del liquido scaricato è inferiore alla temperatura ambiente si ha una rapida evaporazione di parte del liquido (flash) con conseguente scarico di una miscela bifase. Testi di termodinamica dell’ingegneria chimica o un qualsiasi software commerciale di simulazione di processo possono fornire le informazioni necessarie sul comportamento di fase di un fluido, sia puro sia in miscela. Per valutare le condizioni del fluido scaricato è necessario conoscere la trasformazione termodinamica che il fluido compie durante il processo di scarico, partendo dalle condizioni all’interno dell’unità di processo fino a uno stato finale, solitamente a pressione atmosferica.

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Valutazione delle conseguenze di incidenti rilevanti – Prof. R. Rota – 2004

di incident i rilevanti – Prof. R. Rota – 2004 Figura 1: diagramma logico relativo al

Figura 1: diagramma logico relativo al rilascio e dispersione di una sostanza.

Lo stato finale dipende dall’analisi che si vuole effettuare: se si considera come stato finale il getto

di fluido in movimento (per esempio lo scarico di un gas attraverso una valvola di sicurezza che va

a formare un getto) la trasformazione può solitamente essere considerata isoentropica, mentre se lo stato finale viene considerato in quiete (per esempio una pozza di liquido) la trasformazione può essere approssimata come isoentalpica. In ogni caso un bilancio di energia, accoppiato con delle relazioni di equilibrio termodinamico nel caso in cui si abbia la presenza di una miscela bifase (un

fluido puro è in condizioni di equilibrio alla temperatura di ebollizione normale, mentre una miscela cambia continuamente la sua composizione dalla temperatura di bolla a quella di rugiada; la presenza di una miscela bifase si può avere per l’evaporazione di parte di un liquido o per la condensazione di parte di un vapore durante il processo di scarico), consentono la valutazione dello stato del fluido scaricato.

A

parte le condizioni del fluido scaricato, la valutazione della portata scaricata richiede l’assunzione

di

una sezione di scarico. Se il rilascio avviene attraverso un dispositivo di scarico di emergenza la

sezione è nota, mentre se si ipotizza una rottura la dimensione deve essere ipotizzata sulla base della

tipologia di incidente analizzata (per esempio, rottura di un tronchetto di tubazione, perdita da flangia, collasso catastrofico di un recipiente). Non vi è un consenso generale sulla sezione di

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Valutazione delle conseguenze di incidenti rilevanti – Prof. R. Rota – 2004

rottura da ipotizzare. Alcuni dei suggerimenti proposti per il caso di rottura di tubazioni (si veda per esempio World Bank, 1985) sono i seguenti:

20% e 100% del diametro della tubazione;

2” e 4” per la rottura di una qualsiasi tubazione;

0.2”, 1”, 4” e 6” per tubazioni di diametro inferiore ai 6”;

a seconda del diametro della tubazione:

o

per tubazioni fino a 1.5” assumere un foro di 5 mm e 100% del diametro;

o

per tubazioni da 2” a 6” assumere un foro di 5 mm, 25 mm e 100% del diametro;

o

per tubazioni da 8” a 12” assumere un foro di 5 mm, 25 mm, 100 mm e 100% del diametro;

Si vede come le assunzioni possono essere anche marcatamente differenti, portando di conseguenza

a significative differenze nella stima finale delle conseguenze. Considerazioni analoghe valgono per

la rottura di recipienti o perdite da flange. Purtroppo, come detto, non vi è un consenso unanime sulle ipotesi migliori per definire la sezione di scarico. L’analista deve quindi effettuare una scelta e

motivarla adeguatamente sulla base delle ipotesi incidentali effettuate. Analoghi problemi nascono nella definizione della durata del rilascio. Nonostante siano molto utilizzate delle assunzioni generali (tipo 3 o 10 minuti) per tutte le situazioni, poiché le conseguenze finali possono essere condizionate in modo significativo dalla durata del rilascio esso dovrebbe essere stimato sulla base dei tempi caratteristici dei sistemi di rilevazione della perdita e di intervento per l’isolamento della sezione interessata dalla perdita realmente esistenti nell’impianto analizzato. Un’altra assunzione usuale è quella di calcolare la portata scaricata nelle condizioni iniziali, trascurando il fatto che solitamente si ha un rilascio non stazionario la cui portata diminuisce col passare del tempo a causa della depressurizzazione delle unità d’impianto a monte e valle della rottura. Il considerare solo la portata iniziale conduce a valutazioni conservative, che possono però essere eccessivamente gravose. Analoghe considerazioni valgono per la presenza sulla linea di collegamento tra il punto di rottura e l’unità d’impianto di pompe, valvole o altre restrizioni che possono limitare la portata scaricata

2.1 Efflusso monofase liquido

Seguendo lo schema logico riassunto in Figura 1, consideriamo come primo caso l’efflusso di un

liquido sotto raffreddato, cioè tale che la sua temperatura di ebollizione normale sia superiore sia alla temperatura ambiente sia alla temperatura del fluido. Il fluido scaricato rimane quindi liquido, e la sua portata è definita da diverse variabili in funzione della posizione dell’efflusso. Se si tratta di un foro in un recipiente la portata viene definita dalla pressione nel serbatoio, dal battente di liquido

e dalla dimensione del foro. Se viceversa la rottura avviene in una tubazione, la portata dipende

dalla configurazione del sistema a monte. L’equazione di partenza in tutti i casi è il bilancio di energia meccanica in regime stazionario:

dP

+ Δ ⎜

2

u

⎟ +

+

K

2

u

ρ

2

g Δ

z

f

2

= 0

dove Δ indica una differenza tra una sezione dell’impianto e la sezione a valle della perdita, P è la pressione, ρ la densità, u la velocità, z la quota e la sommatoria rappresenta le perdite di carico per attrito, cioè la velocità di trasformazione irreversibile di energia meccanica in energia termica, dovuta al flusso lungo le tubazioni, gomiti, valvole, orifizi, entrata e uscita dalle tubazioni, ecc. I valori dei coefficienti K f possono essere calcolati attraverso il fattore di attrito di Fanning per il flusso nelle tubazioni e con metodi analoghi per ciascun raccordo (si veda per esempio Perry e Green, 1998; Hooper, 1981; 1988).

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Valutazione delle conseguenze di incidenti rilevanti – Prof. R. Rota – 2004

Per il caso di liquidi incomprimibili (in cui quindi l’integrale presente nel bilancio di energia meccanica può essere facilmente risolto essendo la densità costante), approssimando le perdite di carico attraverso un coefficiente di efflusso C D , costante e definito come:

dP

+

+

K

2

u

=

C

2

dP

ρ

g Δ

z

f

2

D

 

ρ


Δ z

+ g

si giunge alla classica espressione per la portata massica scaricata, Q, attraverso un foro in un serbatoio di sezione A:

Q

=

A

ρ

u

=

C

D

A

⎛ Δ P ⎞ ρ 2 ⎜ + g Δ z ⎟ ⎜ ⎟ ρ
⎛ Δ P
ρ 2
+
g
Δ z ⎟
ρ

Il coefficiente di efflusso per moto pienamente turbolento (Re > 30000) attraverso un orifizio a spigolo vivo assume valori compresi tra 0.6 e 0.64; il valore usualmente impiegato è 0.61. In situazioni in cui il valore del coefficiente di efflusso non è noto o calcolabile in modo affidabile è opportuno scegliere un valore unitario per massimizzare la portata scaricata e quindi ottenere risultati conservativi.

2.2 Efflusso monofase gassoso

Anche nel caso di efflusso gassoso la portata scaricata è definita da diverse variabili in funzione della posizione dell’efflusso. Se si tratta di un foro in un recipiente la portata viene definita dalla pressione nel serbatoio e dalla dimensione del foro. Se viceversa la rottura avviene in una tubazione, la portata dipende dalla configurazione del sistema a monte. In questo caso per risolvere l’integrale presente nel bilancio di energia meccanica è necessario definire il legame tra P e ρ nella trasformazione termodinamica che il fluido compie durante il processo di scarico. Assumendo che tale legame sia quello di una trasformazione isoentropica,

, è possibile ottenere semplici relazioni per l’efflusso attraverso un orifizio. La portata

scaricata attraverso un orifizio aumenta al diminuire della pressione a valle dell'apertura fino a raggiungere un valore massimo in corrispondenza di un valore critico di P:

P ρ

/

γ

= cost

Q

=

C

D

A

γ + 1 2 γ γP ρ ⎛ − 1 ⎜ ⎞ ⎟ 0 0
γ
+ 1
2
γ
γP ρ
⎛ − 1
0
0
γ
⎝ ⎜ + 1

dove il pedice 0 indica le condizioni all'interno del recipiente. Per un gas perfetto una pressione interna di circa 2 bar è sufficiente per raggiungere le condizioni di scarico sonico all’atmosfera, mentre per un gas reale servono circa 2.4 bar. Per un gas perfetto il coefficiente γ è pari a 1.67 per gas monoatomici, 1.4 per biatomici e 1.32 per triatomici. Per gas reali l'esponente che mette in relazione pressione e densità in una trasformazione isoentropica è diverso da tale rapporto e varia solitamente tra 1.1 e 1.8. Come valore di prima approssimazione viene solitamente utilizzato un valore di 1.4. L’influenza del coefficiente di efflusso sulla portata scaricata in realtà non è eccessivo, come mostrato in Figura 2. Per il coefficiente di efflusso valgono le stesse considerazioni fatte per il caso di scarico di fluidi incomprimibili. L’efflusso lungo un tubazione può essere valutato considerando due situazioni limite: efflusso isotermo e adiabatico. La scelta più opportuna è quella adiabatica, poiché porta a una sovrastima della reale portata scaricata.

2.3 Efflusso bifase

L’efflusso di una miscela liquido – vapore può essere originato da due diversi fenomeni: una parziale evaporazione della fase liquida che viene scaricata (flash) o un rigonfiamento del volume della fase liquida nel recipiente dovuta alla formazione di schiuma che raggiunge il punto di efflusso. Il primo fenomeno è tipico dei gas liquefatti per compressione che, durante lo scarico, sperimentano pressioni via via decrescenti fino al valore ambiente. Il secondo fenomeno può

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Valutazione delle conseguenze di incidenti rilevanti – Prof. R. Rota – 2004

avvenire quando si ha lo sviluppo di una gran quantità di bolle di gas o vapore all’interno della fase liquida con la conseguente formazione di una schiuma sopra l’interfaccia tra il liquido e il vapore.

La rapida formazione di bolle in seno al liquido può avvenire o a causa di una reazione chimica

(esotermica, con formazione quindi di vapore, o con prodotti di reazione incondensabili) o a causa

di una vivace ebollizione del liquido contenuto a seguito di una rapida depressurizazione. In

entrambi i casi, la presenza di liquidi intrinsecamente schiumosi (quali quelli contenenti tensioattivi anche in tracce) o viscosi (con viscosità superiore ai 500 cP) esalta la probabilità di avere un efflusso bifase.

1.1 1.08 1.06 1.04 1.02 1 0.98 0.96 0.94 0.92 0.9 1.1 1.2 1.3 1.4
1.1
1.08
1.06
1.04
1.02
1
0.98
0.96
0.94
0.92
0.9
1.1
1.2
1.3
1.4
1.5
1.6
1.7
1.8
Q(
) / Q( γ = 1.4)γ

γ

Figura 2: rapporto tra la portata calcolata per un efflusso gassoso sonico al variare di γ e quella calcolata per γ = 1.4.

Il moto di una miscela bifase ha molti aspetti comuni al moto di un gas. In particolare, in entrambi i casi si deve tenere conto della compressibilità del fluido e la portata massica scaricata presenta un massimo al diminuire della pressione esterna in condizioni critiche. Il calcolo della portata bifase scaricata attraverso un orifizio o una tubazione presenta però un elevato grado di complessità correlato con il grande numero di fenomeni coinvolti (trasferimento di energia, materia e quantità di moto tra le fasi, raggiungimento o meno dell’equilibrio termodinamico, presenza di fenomeni di attrito) e con la difficoltà di elaborare modelli matematici

in grado di descrivere ciò che accade in maniera sufficientemente precisa ed essere, al contempo,

facilmente gestibili. In letteratura esistono diversi schemi di calcolo che forniscono la portata specifica massima, in corrispondenza cioè delle condizioni di efflusso critiche. A questo proposito è

importante sottolineare che il calcolo della massima portata scaricabile in determinate condizioni, e quindi rappresenta una ipotesi conservativa se si vuole valutare il termine di sorgente di un incidente, ma non è viceversa conservativa se si vuole calcolare la portata scaricata da una valvola

di sicurezza. In quest’ultimo caso la situazione più conservativa è quella che implica la minima

portata scaricata, e quindi la massima pressurizzazione del recipiente protetto dalla valvola di sicurezza. Poiché i modelli di efflusso bifase più utilizzati sono stati sviluppati per il dimensionamento dei dispositivi di scarico di emergenza (si vedano per esempio quelli sviluppati all’interno del progetto DIERS, Fisher et al., 1992; Boicurt, 1995), essi devono essere utilizzati con cautela in quanto tendono a sottostimare la portata scaricata. I diversi modelli di calcolo per moto bifase possono essere classificati in funzione di diversi aspetti del fenomeno (per esempio, presenza di flash o meno; velocità relativa tra gas e liquido; ecc.), ma la

suddivisione più significativa è quella tra le seguenti due categorie: modelli di equilibrio e modelli

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di non equilibrio. Ai modelli del primo tipo si ricorre nel caso in cui sia accettabile l’ipotesi che lo scarico avvenga in condizioni di equilibrio termico, meccanico e di trasporto di materia tra le fasi, mentre, quando non si possa ritenere che le condizioni di equilibrio vengono raggiunte, occorre tenere in conto la velocità del trasporto tra le fasi di calore, materia e quantità di moto, il che complica di molto la struttura del modello. Per gli studi di sicurezza i modelli di equilibrio (quale l’HEM, Homogeneous Equilibrium Model) sono generalmente utilizzati. Le equazioni che costituiscono il modello sono i bilanci di materia, energia e quantità di moto, che per il caso di una miscela bifase possono essere scritti come:

G = uρ = u / v = cost

dP

u

+ d

2

⎟ +

h

ϑ

dz

0

+

= h +

dF

=

1 Gv

1

)
2

u

= h +

2

(

2

vdP

+

2

G vdv

+

2

ϑ

dz

+

4

dz

(

Gv

)

2

ρ

⎜ ⎝ 2

g

cos

g

cos

 

f

D

2

=

0

dove si sono utilizzate le grandezze massiche medie della miscela liquido -vapore, quali il volume specifico v=v L +x(v G -v L ) e l’entalpia specifica h=h L +x(h G -h L ), essendo x la frazione massica di vapore. Il volume specifico e l’entalpia del liquido e del vapore possono essere calcolate sulla base

di una equazione di stato in funzione di temperatura, pressione e composizione.

Le tre equazioni sopra contengono quindi le seguenti incognite: G, T, P, x e composizione delle due fasi, in numero pari a 2NC+2 considerando le equazioni stechiometriche di normalizzazione delle frazioni molari. Mancano perciò 2NC-1 equazioni, cioè una sola equazione nel caso monocomponente. Queste relazioni sono le condizioni di equilibrio tra le fasi, date dalla semplice P=P 0 (T) per il caso monocomponente.

Il modello HEM è raccomandato per il dimensionamento dei sistemi di scarico di emergenza in

quanto tende a sottostimare la portata scaricata. Nell’ambito della valutazione delle conseguenze di un incidente questo porta viceversa a sottostimarne l’entità.

La risoluzione del sistema di equazioni sopra riportato è inoltre abbastanza onerosa e vengono quindi solitamente utilizzati approcci semplificati. Nel caso in cui la pressione allo scarico sia superiore alla tensione di vapore del composto alla temperatura del recipiente (liquido sottoraffreddato) il flash non avviene lungo lo scarico ma nella gola, e quindi alla pressione atmosferica, producendo l’unico effetto di mantenere la pressione in gola pari a P V (T 0 ). Il fenomeno si può quindi approssimare come uno scarico liquido tra la pressione interna (P 0 ) e la tensione di vapore alla temperatura ambiente (pari a quella del recipiente):

G sub

=

(

2 P

0

)

P (T ) ρ

V

0

L

in cui si è assunto un coefficiente di efflusso unitario.

Nel caso di scarico di liquido saturo (tale cioè per cui la pressione allo scarico sia pari alla tensione

di vapore) e considerando un orifizio o un corta tubazione è ragionevole assumere che non vi sia

evaporazione fino alla gola in cui si raggiungono le condizioni di efflusso critico. In questo caso, le equazioni del modello HEM possono essere ricondotte alla forma (assumendo che la variazione di volume specifico nell’efflusso sia principalmente dovuta alla variazione di titolo del vapore e utilizzando la relazione di Clapeyron):

G ERM

=

Δ H 1 Δ H 1 ev ≈ ev v TC v TC GL PL
Δ H
1
Δ
H
1
ev
≈ ev
v
TC
v
TC
GL
PL
G
PL

Questa relazione è una forma semplificata del cosiddetto modello ERM (Equilibrium Rate Model) e fornisce valori di G leggermente superiori al modello HEM. Se la lunghezza della tubazione di scarico è molto breve (dell’ordine di alcuni millimetri) il liquido non ha il tempo di evaporare lungo il tratto di tubazione e la portata scaricata viene calcolata utilizzando semplicemente la relazione di Bernoulli tra la pressione interna e quella esterna:

G

b

=

2 (

P

0

P

a

)

ρ

L

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Valutazione delle conseguenze di incidenti rilevanti – Prof. R. Rota – 2004

Queste due equazioni possono essere interpolate per fornire una relazione generale:

G 2 =

G

2

ERM

N

dove N è un parametro che tiene conto della lunghezza della regione di efflusso. Come detto, se la lunghezza della tubazione attraverso cui il fluido viene scaricato è molto breve (come nel caso di efflusso da un foro in un serbatoio) il liquido non ha tempo di evaporare nemmeno in gola ed il flash avviene dopo lo scarico in atmosfera. In questo caso la portata di efflusso può essere calcolata come quella di un liquido incomprimibile e la definizione di N è tale per cui la relazione sopra si riconduce, in queste condizioni, all’equazione di Bernoulli. L’influenza della distanza di scarico sulla portata scaricata è schematizzata nella Figura 3. Si nota come la massima portata scaricata la si ha nel caso di efflusso di solo liquido, in condizioni cioè di piccola distanza di scarico (inferiore a 100 mm). Le equazioni viste in precedenza possono essere combinate per fornire una relazione generale nella forma (detta di Fauske e Epstein):

Q

=

A

2 G ERM G 2 + sub N
2
G
ERM
G
2 +
sub
N

L’approccio precedente non consente di tenere conto della presenza di composti incondensabili, come avviene per esempio nel caso di reazioni chimiche con produzione di gas. In questo caso, un approccio più generale è simile a quello per lo scarico di una fase gassosa e prende origine dalla equazione di bilancio di energia meccanica scritta a cavallo della sezione di scarico.

meccanica scritta a cavallo della sezione di scarico. Figura 3: Influenza della lunghezza del tratto di

Figura 3: Influenza della lunghezza del tratto di scarico sulla portata di efflusso di una miscela in grado di dare flash. (- -) equazione di efflusso bifase; (---) equazione di Bernoulli.

Questo, come discusso in precedenza, fornisce la portata specifica scaricata, G, pur di introdurre nell’integrale una relazione tra la pressione e la densità in grado di rappresentare la trasformazione termodinamica nel processo di rilascio di una miscela bifase. Assumendo che tale relazione sia quella ottenibile dalle equazioni caratteristiche di un flash isoentalpico si può ottenere una relazione generale approssimata del tipo:

ρ

1

P

P

ρ

=

ω

1

1

+

1

basata sulle seguenti ipotesi: le proprietà fisiche sono valutate alle condizioni di ristagno; il titolo

del vapore non varia durante l’efflusso; ν G >>ν L (che è sempre ragionevole lontano dal punto critico,

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Valutazione delle conseguenze di incidenti rilevanti – Prof. R. Rota – 2004

cioè per T/T C <0.9 e P/P C <0.5 dove in questo caso il pedice C indica il punto critico termodinamico del fluido in esame); il calore di evaporazione e il calore specifico del liquido sono assunti costanti. Per ω=0 si ritrova l’equazione di un liquido incomprimibile, mentre per ω=1 quella di un gas perfetto soggetto a una trasformazione isoterma. Per ω>1 si hanno sistemi che evaporano (cioè liquido-vapore, il cui volume specifico, a causa della evaporazione, aumenta più di quello di un gas soggetto alla stessa diminuzione di pressione isoterma) e per ω<1 si hanno sistemi che non evaporano (cioè liquido - gas, il cui volume specifico, a causa della presenza del liquido incomprimibile, aumenta meno di quello di un gas soggetto alla stessa diminuzione di pressione isoterma). Il valore del parametro ω può essere stimato utilizzando i risultati di calcoli di flash isontalpico per il sistema in esame:

ω

(

v T

,

P

) /

v T

(

A

,

P

A

)

1

/

dove le condizioni nel punto “A” sono quelle calcolate da un flash isoentalpico a P A =(0.8÷0.9)P. In alternativa, ω può anche essere calcolato in prima approssimazione tramite le proprietà della sostanza scaricata alle condizioni iniziali P 0 e T 0 (entalpia di evaporazione, H fg,0 , calore specifico del liquido, C pl , variazione di volume specifico tra liquido e gas, ν fg,0 , densità, ρ 0, e grado di vuoto, α 0 ). La Tabella 1 riassume le relazioni da utilizzarsi per le differenti condizioni.

P

P

A

1

da utilizzarsi per le differenti condizioni. P P A − 1 Tabella 1: espressioni per ω

Tabella 1: espressioni per ω nei diversi casi.

Inserendo questa relazione nel bilancio di energia e risolvendo l’integrale (in pratica quindi il metodo omega non è altro che un modello HEM semplificato attraverso l’uso dell’equazione che rappresenta la trasformazione isoentalpica, e quindi conserva tutte le caratteristiche, positive e negative, del modello HEM) si può ottenere una relazione che, analogamente al caso di efflusso di gas, presenta un massimo in condizioni critiche. Tali condizioni sono raggiunte per un valore di

η = P P =η 0 dove η = P V V
η = P P =η
0
dove η =
P
V
V

C che può essere approssimato dalla relazione:

(T )

0

V C che può essere approssimato dalla relazione: ( T ) 0 P η C ≈

P

η

C

η

V

2 ⎛ ⎛ ω ω − 1 ⎞ ⎞ 2 ⎜ ⎟ ⎜ ⎟ 1
2
ω
ω
1
2
1
1
2
ω
1
2
ωη
s

. La relazione precedente ammette soluzioni reali solo per valori di η (2ω 1) 2ω . In queste condizioni (di “basso sottoraffreddamento”) il fluido evapora prima di raggiungere la sezione di gola e la portata specifica scaricata in condizioni critiche può essere calcolata come:

0

V

iungere la sezione di gola e la portata specifica scaricata in condi zioni critiche può es

11

Valutazione delle conseguenze di incidenti rilevanti – Prof. R. Rota – 2004

G

=

η c P 0 ρ 0 ω
η
c
P 0
ρ 0
ω

Per valori di η < (2ω 1) 2ω

il fluido risulta eccessivamente sottoraffreddato e non ha il tempo di

evaporare prima di raggiungere le condizioni di gola. In questo caso la portata scaricata può essere posta pari al valore G sub discusso in precedenza. Un confronto tra i valori ottenuti con le relazioni precedenti è riportato in Figura 4. La tendenza del modello HEM implementato secondo il metodo omega a sottostimare la portata scaricata è riassunta nella Figura 5 per il caso di scarico di freon 12.

nella Figura 5 per il caso di scarico di freon 12. V Figura 4: confronto tra

V

nella Figura 5 per il caso di scarico di freon 12. V Figura 4: confronto tra

Figura 4: confronto tra i valori della portata scaricata stimati con diverse relazioni per un efflusso di cloro. Bernoulli si riferisce a uno scarico liquido; VP limited a G sub ; LG low al metodo omega; FE combination al modello di Fauske e Epstein.

omega; FE combination al modello di Fauske e Epstein. Figura 5: rapporto tra le portate di

Figura 5: rapporto tra le portate di freon 12 calcolate col metodo omega e quelle scaricate.

La presenza di tubazioni di una lunghezza non trascurabile tra il recipiente e lo scarico richiede la soluzione numerica del modello HEM lungo la tubazione. Come prima approssimazione, è possibile utilizzare le equazioni precedenti valide per fluidi non eccessivamente sottoraffreddati con un coefficiente correttivo funzione del rapporto lunghezza/diametro della tubazione. Per esempio, si introduce un coefficiente di efflusso nella relazione G ERM :

G

C

D

Δ 1 H ev v TC G PL 12
Δ
1
H ev
v
TC
G
PL
12

Valutazione delle conseguenze di incidenti rilevanti – Prof. R. Rota – 2004

i cui valori sono riportati in Tabella 2.

Anche il metodo omega può essere utilizzato in forma approssimata in presenza di tubazioni. Una volta calcolata la portata specifica scaricata in assenza di tubazioni in condizioni critiche, e assumendo un valore costante del fattore di attrito (f~0.005 è un valore spesso adeguato per moto turbolento; non si considera quindi il caso di fluidi particolarmente viscosi), il grafico riportato in Figura 6 consente la valutazione delle perdite di carico.

L/D

0 50

100

200

400

C

D

1 0.85

0.75

0.65

0.55

Tabella 2: valori del coefficiente di efflusso in presenza di tubazioni.

Lo stesso grafico riporta i valori della Tabella 2 calcolati assumendo un valore di f=0.005. si nota come la riduzione della portata prevista dal modello ERM coincide praticamente con quella prevista dal metodo omega per un valore di ω=5. Tutti questi approcci semplificati si basano sull’ipotesi che il fluido scaricato sia assimilabile a un composto puro, nel senso che la tensione di vapore sia univocamente correlata alla temperatura da una relazione tipo Clapeyron. La presenza di miscele richiede la soluzione del modello HEM, complicando significativamente i conti. La portata scaricata in caso di efflusso bifase sarà sempre compresa tra quelle calcolate assumendo lo scarico monofase, vapore e liquido rispettivamente. La stima effettuata considerando uno scarico liquido rappresenta quindi la situazione più conservativa dal punto di vista della stima delle conseguenze.

dal punto di vista della stima delle conseguenze. Figura 6: rapporto tra la portata scaricata in

Figura 6: rapporto tra la portata scaricata in presenza di una tubazione orizzontale a valle dell’orifizio e la portata scaricata da un orifizio secondo il metodo “omega” (---) e il metodo di Fauske e Epstein (o).

Il calcolo della portata scaricata nel caso di efflusso monofase stazionario è possibile utilizzando un simulatore di processo. Anche pacchetti di simulazione delle conseguenze (SAFIRE, AIChE; EFFECTS4, TNO; PHAST, DNV; SUPERCHEMS, Arthur D. Little; ecc.) contengono sottocodici per la stima della portata di efflusso.

2.4 Flash

Quando un liquido surriscaldato viene rilasciato in atmosfera si trova in una condizione instabile che provoca una rapida evaporazione. Lo stato finale della trasformazione dipende dall’analisi che si vuole effettuare: se si considera come stato finale il getto di fluido in movimento la

13

Valutazione delle conseguenze di incidenti rilevanti – Prof. R. Rota – 2004

trasformazione può solitamente essere considerata isoentropica, mentre se lo stato finale viene considerato in quiete la trasformazione può essere approssimata come isoentalpica. Solitamente, anche se non sempre, le differenze tra le due situazioni sono trascurabili. La frazione evaporata può essere calcolata sulla base dei bilanci di materia ed energia, e delle relazioni di equilibrio liquido – vapore. Simulatori di processo standard (per esempio, PRO-II, HY-SYS, ASPEN PLUS, ecc.) possono essere utilizzati per calcolare la frazione di materiale evaporata anche nel caso si miscele complesse. Una prima stima, considerando composti puri con grandezze chimico – fisiche costanti con la temperatura, può essere effettuata con la relazione (TNO, 1992):

x =

m

0

L

=

1

L

P

C

 

m

0

exp

Δ

H

ev

(

T

eb

T

0

⎟ ⎠

)

2.5 Formazione di aerosol e rain-out

La frazione di flash rappresenta una sottostima della portata di vapori che si possono generare a seguito di un rilascio in atmosfera. Il principale motivo è rappresentato dalla formazione di goccioline che, se abbastanza piccole, possono formare una nebbia ed evaporare rapidamente a causa dell’aria richiamata nella nube o, nel caso contrario, ricadere al suolo e formare una pozza. Quest’ultima situazione si presenta per esempio quando il getto bifase va ad impattare contro una

superficie e/o il suolo posta in prossimità dell’efflusso; si verifica una inibizione nell’evaporazione delle goccioline a causa del limitato richiamo di aria e del raffreddamento, che favoriscono la ricaduta (rain-out) del liquido.

Il bilancio di materia totale per il fluido rilasciato è il seguente:

M totale = M flash + M aerosol + M rain-out

da cui, noti due dei termini a destra (M flash = x v M totale ), si può ricavare il terzo, solitamente M aerosol

o M rain-out .

Le goccioline si possono formare meccanicamente o termicamente. Il primo meccanismo nasce dallo sforzo di taglio tra un getto di liquido scaricato ad alta velocità e l’aria circostante ed è quindi attivo anche per liquidi non surriscaldati. Il secondo meccanismo è basato sulla violenta evaporazione di parte del liquido a causa del flash che causa la formazione di goccioline.

Il principale problema in questo caso è rappresentato dalla stima della dimensione delle gocce che si

formano. Infatti la dimensione determina la possibilità per la goccia di rimanere sospesa in aria per un tempo sufficiente ad evaporare; indicativamente questo avviene per gocce di dimensioni inferiori ai 100 μm se la velocità del vento è superiore ai 2 m/s e il rilascio avviene ad almeno 1 – 2 m dal suolo. Purtroppo non vi è ancora un generale consenso sulle metodologie da utilizzare per la stima del diametro. Generalmente tali metodologie prevedono la stima del diametro medio delle gocce che si formano sulla base di un numero critico di Weber, eventualmente modificato per tener conto dell’energia contenuta nel liquido, pari a 10 – 20 (Fthenakis, 1993), seguita dalla valutazione della velocità di sedimentazione di tali gocce e quindi dal calcolo del tempo che tali gocce rimangono nella nube. La metodologia descritta è simile a quella su cui si basa il codice RELEASE del CCPS (1999) che però porta a determinare una frazione di rain-out maggiore di 4-5 volte rispetto a quella osservata sperimentalmente. Per questo motivo si è proposto recentemente un diverso modello (De Vaull & King, 1992) che dà risultati più vicini all’evidenza sperimentale. In esso si definisce la sostanza volatile se:

T

amb

T

as

T amb

0,14

dove T as è la temperatura di saturazione adiabatica, stimata considerando una miscela bifase all’equilibrio e calcolando la temperatura che si raggiunge durante il miscelamento con aria finché esiste l’ultima goccia di liquido. La frazione di rain-out viene definita nel modo seguente:

per sostanze non volatili:

14

Valutazione delle conseguenze di incidenti rilevanti – Prof. R. Rota – 2004

η

R O

.

=

1

c

P l

,

(

T

0

T

as

)

Δ

H

vap

=

1

x

c

P l

,

(

T

Bp

T

as

)

Δ

H

vap

con T 0 = temperatura di stoccaggio e x = frazione (massica) di flash

per sostanze volatili

valida se

η

R . O

=

η

I

1

1

c

0.145

c

P l

,

(

T

0

T

Bp

)

Δ H

vap

(

T

0

T

Bp

)

P l

,

Δ

H

Vap

< 0,145

1,8

Altrimenti η R.O = 0 Nelle relazioni precedenti η I = 1 - 2,33 ((T amb -T as )/T amb ) e T Bp è la temperatura di ebollizione normale. Utilizzando queste relazioni si ottengono buoni risultati nel caso di rilascio di cloro, come mostrato nella Figura 7.

caso di rilascio di cloro, come mostrato nella Figura 7. Figura 7: Confronto tra i valori

Figura 7: Confronto tra i valori misurati e quelli calcolati per la frazione di rain-out.

Da notare che questa correlazione non porta al 100% di Rain-out man mano che il grado di surriscaldamento (T – T Bp ) 0 per le sostanze volatili, mentre per le sostanze non volatili si comporta meglio poiché non risente del peso del fattore di scala η I . Tutte le correlazioni riportate in precedenza scontano la grossa limitazione di essere state sviluppate sulla base di un solo set di risultati sperimentali. Non è quindi detto che abbiano una validità generale. Un modello senz’altro più accurato (implementato per esempio in PHAST) risolve le equazioni che descrivono la traiettoria e l’evaporazione per la singola goccia, ma richiede di analizzare un certo numero di diametri della goccia rappresentativi dell’effettiva distribuzione delle dimensioni delle gocce. L’incertezza ancora insita nella stima della frazione di liquido che rimane nella nube si scontra con l’importanza che tale stima ha nella valutazione delle conseguenze successive. Infatti la presenza di aerosol non solo aumenta la portata di vapori presente nella nube, ma soprattutto ne aumenta la densità sia per la presenza di goccioline, sia per l’abbassamento della temperatura della nube causata dall’evaporazione del liquido (che può eventualmente portare a una condensazione dell’umidità atmosferica con un’ulteriore aumento della densità della nube). Come conseguenza,

15

Valutazione delle conseguenze di incidenti rilevanti – Prof. R. Rota – 2004

nubi di gas che normalmente sarebbero più leggere dell’aria si comportano viceversa come gas densi. Da questo punto di vista, considerare una frazione di aerosol che venga inglobata nella nube ed evapori istantaneamente a contatto con l’aria non porta a risultati conservativi. Un approccio molto utilizzato è quello di assumere che una massa pari a 1 – 2 volte quella evaporata rimanga inglobata nella nube come aerosol. Questo approccio purtroppo non solo non ha alcuna base teorica, ma è anche molto probabilmente poco accurato. Esso può condurre anche a sottostime grossolane della quantità di vapore presente nella nube, visto che si è notato sperimentalmente che solo una piccola parte delle goccioline formatesi a seguito del flash ricadono al suolo. Questo è vero anche per frazioni di flash contenute, dell’ordine del 10%. Alcune delle correlazioni semiempiriche proposte per la stima della frazione di rain-out sono riassunte nella Tabella 3.

della frazione di rain-out sono riassunte nella Tabella 3. Tabella 3: correlazioni per la st ima

Tabella 3: correlazioni per la stima della frazione di rain-out.

2.6 Evaporazione da pozza

La frazione di liquido che non evapora istantaneamente e non rimane inglobata nella nube come aerosol forma una pozza che evapora. A seconda delle proprietà chimico fisiche del composto diversi fenomeni controllano la velocità di evaporazione. Nel complesso, i fenomeni che causano la evaporazione di un liquido sono il trasporto di materia, legato ai gradienti di concentrazione tra la superficie del liquido e l’atmosfera circostante, e il riscaldamento dovuto allo scambio termico con l’atmosfera, all’irraggiamento solare e allo scambio termico col terreno sottostante. Questi scambi termici sono bilanciati dal calore necessario al liquido per la sua parziale evaporazione.

16

Valutazione delle conseguenze di incidenti rilevanti – Prof. R. Rota – 2004

Il trasporto di materia è il fenomeno controllante nel caso di liquidi non bollenti, caratterizzati cioè

da una temperatura di ebollizione normale superiore alla temperatura ambiente, mentre gli scambi termici di varia natura controllano la evaporazione di gas liquefatti per raffreddamento, come il GNL. Una terza situazione è rappresentata dai gas liquefatti per compressione (per esempio, GPL) che allo scarico vaporizzano parzialmente (flash), trascinando con sé una considerevole quantità di liquido sotto forma di aerosol. Il liquido non trascinato, giunto alla sua temperatura di ebollizione, forma una pozza che evapora. Nel caso di liquidi non bollenti, cioè caratterizzati da una temperatura di ebollizione normale superiore alla temperatura ambiente, la portata di evaporazione è determinata dal trasporto di materia dalla superficie del liquido all’atmosfera, in quanto essendo le portate in gioco piccole lo scambio termico con l’ambiente non è solitamente un fattore limitante.

con l’ambiente non è solitamente un fattore limitante. Figura 8: Errore relativo nel calcolo della po

Figura 8: Errore relativo nel calcolo della portata evaporante con la formula valida per bassi flussi.

La portata evaporante si calcola utilizzando un coefficiente fenomenologico di trasporto di materia

e assumendo che all’interfaccia tra il liquido e l’atmosfera vi sia equilibrio tra il liquido e il vapore. Per basse portate evaporanti, quale è solitamente il caso per liquidi non bollenti, la portata può essere calcolata come:

=

K

C

A

(

MP T

V

L

)

Q

RT dove M è il peso molecolare, R la costante dei gas perfetti, T L la temperatura del liquido, P V la tensione di vapore e K C il coefficiente di trasporto di materia. L’errore commesso utilizzando questa formula al variare della tensione di vapore del composto è riportato in

Figura 8.

In

di

assenza di vento il coefficiente di trasporto può essere stimato sulla base del valore noto di quello

un composto, solitamente l’acqua (K C =0.83 cm/s):

K C

18

M

0.83

1/ 3

In

presenza di vento si possono utilizzare le classiche relazioni basate sui numeri adimensionali:

Sh =

0.664

0.037

Sc

Sc

1/ 3

1/ 3

Re

(Re

1/ 2

0.8

 

Re

<

320000

15200) Re

>

320000

dove Sc=ν/D è il numero di Schmidt (ν è la viscosità cinematica), Re=uL/ ν il numero di Reynolds (u è la velocità del vento e L la dimensione caratteristica della pozza) e Sh=K C L/D il numero di

17

Valutazione delle conseguenze di incidenti rilevanti – Prof. R. Rota – 2004

Sherwood. Sono disponibili anche correlazioni empiriche basate su esperimenti in scala reale del tipo (McKay e Matsuga, 1973):

K

C

=

0.002

u

0.78

10

L

0.11

dove u=velocità del vento a 10 m di quota [m/s] e L dimensione caratteristica della pozza [m] per ottenere il coefficiente in [m/s]. Un confronto tra i due approcci è presentato in Figura 9. Si nota come le stime fornite dalle due relazioni sono praticamente coincidenti per dimensioni superiori ai 5 m. Per piccole pozze le differenze sono percentualmente elevate, ma piccole in valore assoluto. Nel caso multicomponente la stima si complica a causa dell’evaporazione preferenziale dei composti più volatili e richiede la caratterizzazione delle condizioni di equilibrio liquido – vapore della miscela. Assumendo che valga la legge di Raoult e che la pozza liquida sia ben miscelata, si può estendere la precedente formula alle miscele. Dividendo la portata di evaporazione per il peso molecolare del componente i e sapendo che la sua frazione molare in fase liquida è x i = n i /n T , si ottiene la portata molare di evaporazione del singolo componente:

Q

i

=

dn

i

k C

(

T g

)

n

i

ρ i

dt

n

t

M

i

= −

A

= k n

i

i

ove k i è il coefficiente (empirico) di trasferimento di materia. Integrando si ottiene la quantità di ciascun composto che rimane in fase liquida dopo un certo tempo (e, per differenza, quella evaporata):

n

i

=

n

0 exp(

i

k t

i

)

Per miscele di prodotti petroliferi, aventi un ampio intervallo di ebollizione, la portata di evaporazione e la conseguente quantità F liquid rimanente al tempo t dall’inizio dello sversamento può essere stimata dalla curva di distillazione ASTM della miscela, mediante la seguente relazione:

F

liquid

=

N

i

f

i

exp(

k t

i

)

è la frazione

volumetrica di materiale distillato prima/dopo il taglio i-esimo e k i è la costante di evaporazione

ove i è la percentuale volumetrica del “taglio” sulla curva di distillazione, f i

della frazione i-esima alla temperatura di ebollizione media del taglio.

6 4 2 0 0 5 10 portata, kg/h portata, kg/h
6
4
2
0
0
5
10
portata, kg/h
portata, kg/h

150

100

50

0

0 5 10
0
5
10

Figura 9: portata evaporante al variare della dimensione caratteristica della pozza. Tratto continuo: relazione empirica; tratto discontinuo: relazione basata sul numero di Sherwood. In senso orario: L=1, 5, 10 e 20 m.

18

Valutazione delle conseguenze di incidenti rilevanti – Prof. R. Rota – 2004

Solitamente, da 5 a 11 punti sulla curva di distillazione sono sufficienti per avere una stima accurata

della portata di evaporazione. Se la curva di distillazione non fosse disponibile ci si può riferire alla temperatura alla quale il 30% del materiale distilla e determinare il corrispondente valore di k. Nel caso di pozze di composti ad una temperatura pari alla temperatura di ebollizione normale, la portata di evaporazione è determinata dal trasporto di calore dall’ambiente circostante alla pozza di liquido, in quanto essendo le portate in gioco elevate il trasporto materiale non associato al trasporto

di calore non è solitamente significativo, almeno nelle prime fasi dell’evaporazione. La portata

evaporante si calcola in questo caso sulla base della potenza termica trasmessa al fluido utilizzando

un bilancio di energia sulla pozza:

mC

P

dT

dt

=

H

Q

Δ

H

ev

dove H è la potenza termica trasmessa alla pozza dall’ambiente circostante (convezione e

conduzione dall’aria, conduzione dal terreno, irraggiamento solare o da un incendio vicino, ecc.) e

Q la portata evaporante.

Nel primo periodo dopo il rilascio il termine dominante è solitamente il trasporto di calore per conduzione dal terreno sottostante. Man mano che il tempo passa il terreno si raffredda sempre più

in profondità, lo scambio termico con la pozza di liquido diminuisce e gli altri contributi possono

diventare dominanti.

La potenza termica trasmessa per conduzione dal terreno viene solitamente stimata approssimando

il terreno stesso a un mezzo semi infinito, anche se questo approccio non viene unanimemente

considerato conservativo. Per liquidi criogenici sversati su terreno si ottiene la seguente semplice relazione dalla risoluzione dell’equazione di Fourier:

Q evap

=

1 2 Xk 1 2 ⎛ ⎞ ⎜ ⎟ Δ H ⎝ πα ⎠ ev
1
2
Xk
1
2
Δ
H
πα
ev

(

T

g

T

L

1 2
1
2

)

Ove k è la conducibilità termica del substrato, α è la diffusività termica del substrato, ΔH ev è l’entalpia di vaporizzazione, T L è la temperatura iniziale della sostanza e T g quella del suolo. X è un parametro correttivo che tiene conto delle caratteristiche di porosità del suolo e vale 1 per suolo non poroso e 3 per suolo poroso (es. ghiaia, sabbia, etc.) a causa della maggiore area che contribuisce al trasferimento di calore. Proprio le caratteristiche termiche del terreno sono molto variabili e spesso incognite. A titolo di esempio, la Figura 10 riporta un confronto tra le portate evaporanti da una pozza di GNL su due

diverse superficie. Si nota come le differenze indotte dalle caratteristiche termiche del terreno non sono trascurabili. Qualora lo sversamento avvenga su acqua e non su terreno (e non si abbia il congelamento) la portata di evaporazione specifica dovuta allo scambio termico è molto superiore e può ritenersi costante a causa dell’elevata capacità termica del substrato e dei moti convettivi che evitano il suo progressivo raffreddamento (il valore della portata di evaporazione specifica per il GNL su acqua è

di 0.175 kg/m 2 /s che corrisponde ad una velocità di regressione della superficie liquida di 4.2 E-4

m/s).

2.7

Dimensione della pozza

Nel caso di rilasci, sia continui sia istantanei, gioca un ruolo fondamentale la dimensione della pozza, che è nota solo nel caso di rilascio in un bacino di contenimento (almeno se il volume rilasciato è in grado di coprire l’intera superficie del bacino). La dimensione della pozza compare direttamente nella relazione per il calcolo della portata evaporante di fluidi non bollenti e indirettamente, in quanto definisce il termine di scambio termico, H, nell’equazione di bilancio di energia sulla pozza di liquidi bollenti. Infatti, la maggior parte dei codici sofisticati risolve simultaneamente le equazioni che governano lo spandimento e l’evaporazione dei liquidi; tra questi è da annoverare il codice GASP dell’AEA (ex SRD).

19

Valutazione delle conseguenze di incidenti rilevanti – Prof. R. Rota – 2004

3 10 2 10 1 10 0 20 40 60 80 100 portata, kg/s
3
10
2
10
1
10
0
20
40
60
80
100
portata, kg/s

tempo, s

Figura 10: confronto tra le portate evaporanti da una pozza di 500 m 2 di GNL su terreno (- -) e calcestruzzo (---).

Per rilasci non confinati la dimensione della pozza si allarga fino a quando lo spessore della pozza non raggiunge un valore limite che dipende sia dalle caratteristiche del composto scaricato, sia dalle caratteristiche del terreno. La stima di questa dimensione limite rappresenta il principale limite in queste valutazioni. Valori tipicamente utilizzati variano da 5 a 10 mm, ma questi valori, oltre ad essere fortemente influenzati dalla rugosità del terreno, non hanno fondamenti teorici. Le dimensioni della pozza al variare del tempo possono essere stimate con relazioni semiempiriche derivate dalla equazione di conservazione dell’energia. Per rilasci continui completamente inconfinati, su di una superficie liscia e che si espandono radialmente in tutte le direzioni, la dimensione della pozza in funzione del tempo può essere stimata con la relazione:

( )

R t

≈ ⎜

6

gt

3

Q

ρ

2

cos

β

sin

β

C

3

2

π μ

1/ 4

dove Q è la portata volumetrica scaricata, R è il raggio della pozza, t il tempo, C è una costante empirica il cui valore (tra 2 e 5) dipende da un numero di Reynolds modificato e β è l’angolo sulla verticale della superficie della pozza. Tale relazione fornisce risultati simili alla seguente (come mostrato nella Figura 11), che può essere derivata sempre dal bilancio di energia sulla pozza introducendo approssimazioni più drastiche:

( )

R t

4

CgQ

3

π

1/ 4

t

3/ 4

dove Q è la portata volumetrica scaricata, R è il raggio della pozza, t il tempo, C è una costante empirica del valore di 1.08 e g l’accelerazione di gravità. Queste relazioni assumono che lo spandimento avvenga su di una superficie liscia e quindi forniscono una sovrastima della dimensione della pozza. La dimensione di una pozza originatasi da un rilascio istantaneo può essere stimata con una relazione analoga:

R(t)

R

2

+ Cgh t

0

2

0

analoga: R ( t ) ≈ R 2 + Cgh t 0 2 0 dove R

dove R è il raggio della pozza, t il tempo, il pedice 0 indica le condizioni iniziali, C è una costante empirica del valore di 1.08, g l’accelerazione di gravità e h l’altezza della pozza. Il principale problema nell’utilizzo di questa relazione è la necessità di ipotizzare una forma e una dimensione iniziale della pozza, di solito assunta cilindrica con dimensioni simili a quelle del recipiente che collassando origina il rilascio istantaneo. La dimensione finale della pozza risulta limitata da

20

Valutazione delle conseguenze di incidenti rilevanti – Prof. R. Rota – 2004

impedimenti fisici (ostacoli), quali i muri dei bacini di contenimento, o dal raggiungimento di un minimo spessore in relazione alle caratteristiche di rugosità del substrato (quest’ultimo è varia da pochi mm, se su acqua, fino a 25 mm, se trattasi di sabbione).

2 10 1 10 0 10 -1 10 0 50 100 150 200 250 300
2
10
1
10
0
10
-1
10
0
50
100
150
200
250
300
350
400
450
raggio, m

tempo, s

Figura 11: confronto tra le dimensioni di una pozza di acqua su di una superficie liscia calcolate con le due relazioni precedenti.

21

Valutazione delle conseguenze di incidenti rilevanti – Prof. R. Rota – 2004

3

Dispersione

In funzione di parametri legati alle caratteristiche chimico fisiche dell’inquinante emesso, alle

caratteristiche dell’immissione e, infine, alle caratteristiche meteorologiche e topografiche della zona, l’inquinante si “disperde” nell’atmosfera, cioè si diluisce con l’aria riducendo la propria concentrazione. Le problematiche legate alla diluizione di specie inquinanti nell'atmosfera vengono genericamente raccolte sotto la denominazione di “dispersione in atmosfera”. Il termine dispersione non corrisponde ad un preciso meccanismo di trasporto, ma riassume la molteplicità degli eventi attraversati dall'inquinante nell'atmosfera. Dopo l'immissione nell'atmosfera le specie inquinanti percorrono una certa distanza basata principalmente sul trasporto da parte del vento. Durante questo spostamento le specie possono reagire per trasformarsi chimicamente. In presenza di gocce o particelle si possono determinare fenomeni

di adsorbimento e assorbimento con la possibilità di una successiva reazione. Il trasporto può

condurre gli inquinanti a quote sempre più elevate ovvero terminare per diversi fenomeni di interazione con la superficie terrestre. Le specie inquinanti possono trovarsi anche in fase condensata (liquido o solido) già all'emissione. In tal caso assumono rilevanza i fenomeni di coalescenza, inerziali, gravitazionali e di transizione di fase. Come detto in precedenza, uno scarico è assimilato a un’emissione continua (che forma cioè un pennacchio) o istantanea (che forma una nube trasportata dal vento) in funzione del

rapporto tra il tempo che l’inquinante impiega a coprire la distanza tra la sorgente e il ricettore (stimato pari al rapporto tra la distanza sorgente - ricettore e la velocità del vento) e la durata dello scarico. Nel caso di emissione continua un dato ricettore è esposto a una concentrazione costante nel tempo (se sono costanti le caratteristiche meteorologiche e dello scarico), mentre per un’emissione istantanea un ricettore è esposto a una concentrazione che inizialmente cresce nel tempo, per raggiungere un valore massimo e poi ritornare a zero dopo il passaggio della nube. In entrambi i casi, se il rapporto tra la dimensione della sorgente e la distanza del ricettore dalla sorgente è piccolo è possibile considerare la sorgente come puntuale, cioè priva

di dimensioni. Viceversa è necessario tenere conto delle reali dimensioni della sorgente.

Nella zona vicino alla sorgente le caratteristiche del pennacchio (o della nube) risentono fortemente delle modalità di emissione (quali il tipo di gas scaricato, o la direzione, velocità e temperatura dello scarico), mentre allontanandosi dalla sorgente la quantità di aria inglobata diviene predominante e le caratteristiche del pennacchio o della nube risultano definite prevalentemente dalle caratteristiche dell’aria inglobata. Più in dettaglio, si possono distinguere tre regioni a valle dello scarico in atmosfera: una prima regione, in prossimità dello scarico dove possono prevalere le forze inerziali, una seconda dove possono prevalere le forze di galleggiamento, e una terza dove il pennacchio è ormai così diluito da non avere più memoria della sorgente che lo ha originato se non per la presenza dell’inquinante che viene man mano diluito grazie ai moti turbolenti dell’atmosfera. La prima e la seconda regione possono essere presenti o meno a seguito di un rilascio in funzione delle caratteristiche della sorgente, mentre la terza regione è sempre presente. Le caratteristiche della sorgente che influenzano la prima regione sono essenzialmente la velocità dello scarico (che fornisce una certa quantità di moto al pennacchio o alla nube che si forma) e la sua direzione. Nel caso in cui il rilascio sia diretto verso l’alto la quantità di moto tende a trascinare il pennacchio o la nube verso quote più elevate. Un fenomeno analogo avviene nel caso in cui la densità del gas sia inferiore a quella dell’aria, quando cioè siano significativi gli effetti di galleggiamento legati alle forze gravitazionali. Anche in questo caso l’effetto che ne consegue è un innalzamento dei fumi fino al raggiungimento di una situazione di equilibrio termico (gas “leggeri”). Entrambi questi

contributi portano a conseguenze analoghe a quelle che si hanno aumentando la quota di

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Valutazione delle conseguenze di incidenti rilevanti – Prof. R. Rota – 2004

emissione, si ha cioè una riduzione della ricaduta al suolo in quanto aumenta il cammino che l’inquinante deve percorrere prima di arrivare al suolo e quindi il tempo a disposizione per diluirsi con l’aria ambiente. Maggiori ricadute si riscontrano viceversa quando la sorgente scarica verso il basso, quando la densità è superiore a quella dell’aria (gas “pesanti”), e in generale quando esso è trascinato verso il suolo. Questo può accadere anche nel caso in cui il camino sia in prossimità (o sopra) edifici, in quanto a valle dell’edificio il vento forma una

scia che tende a catturare il pennacchio e a trascinarlo verso terra, oppure quando la velocità

di scarico è insufficiente rapportata alla velocità del vento. In questo ultimo caso i fumi

rimangono intrappolati nella scia del camino stesso. Esauriti gli effetti legati alla sorgente, cosa che sempre accade quando il pennacchio o la nube sono sufficientemente diluiti dall’aria dell’atmosfera, il fenomeno di diluizione dell’inquinante è dominata dai moti turbolenti dell’atmosfera che provocano un ingresso di aria all'interno del pennacchio o della nube e, di conseguenza, un aumento delle sue dimensioni e una diminuzione dei valori di concentrazione al suo interno. La meteorologia gioca un ruolo fondamentale nella dispersione degli inquinanti, in quanto definisce l’intensità della turbolenza e quindi la velocità del trasporto materiale nell’ultima fase della dispersione, solitamente indicata come dispersione “passiva”. In particolare, la direzione e velocità del vento sono tra i fattori più importanti. La direzione del vento determina la direzione verso cui si muove il pennacchio o la nube, e quindi la regione interessata dalla ricaduta dell’inquinante. L’influenza della velocità del vento può essere intuita schematizzando in maniera grossolana il fenomeno della dispersione atmosferica come

una miscelazione tra la corrente scaricata dalla sorgente e la corrente di aria portata dal vento:

tanto maggiore è la velocità del vento, tanto maggiore è la portata di aria e quindi la diluizione del composto scaricato. Come detto, il terzo fattore di grande importanza è la turbolenza atmosferica: infatti, la dispersione dell’inquinante in atmosfera non avviene per diffusione molecolare (che è un fenomeno estremamente lento), ma attraverso il movimento di vortici di aria che nel loro moto trasportano energia, quantità di moto e l’inquinante immesso dalla sorgente. La capacità complessiva di una condizione meteorologica di disperdere un inquinante è chiamata “stabilità”. Un’atmosfera “stabile” tende a smorzare i movimenti di un volumetto di aria, mentre un’atmosfera “instabile” tende a esaltarne gli spostamenti favorendo di conseguenza la dispersione. Infine, sia la topografia sia la presenza di ostacoli in prossimità della sorgente possono influenzare marcatamente la dispersione. Nei modelli più semplici si considera la sorgente localizzata a una certa quota su di una superficie piana. Questo caso limite è ben approssimato

da molte situazioni reali, in quanto rispetto alle distanze caratteristiche di un pennacchio o di

una nube la presenza di edifici o di piccole variazioni di quota del terreno rappresenta semplicemente una rugosità superficiale, in grado cioè di influenzare marginalmente alcuni fenomeni (quali il profilo verticale di velocità del vento) ma non le caratteristiche principali della dispersione. Inoltre, esiste sempre la possibilità di reazioni chimiche tra il composto scaricato e i componenti l’atmosfera. La esatta valutazione degli effetti di una reazione chimica sulla dispersione dell’inquinante va pesata con la cinetica delle potenziali reazioni. Se la velocità di trasformazione risulta sufficientemente lenta in relazione al tempo medio di permanenza della specie inquinante in atmosfera, è ragionevole ignorare le reazioni eventuali. Un parametro fondamentale per valutare la rilevanza delle trasformazioni chimiche è quindi la vita media della specie in atmosfera. Per tutti gli scopi pratici vale la conclusione che le trasformazioni

chimiche, salvo eccezionali condizioni atmosferiche o specie particolarmente reattive (oligomerizzazione di HF, idratazione di SO 3 , ecc.), sono fenomeni che si manifestano su una

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Valutazione delle conseguenze di incidenti rilevanti – Prof. R. Rota – 2004

scala temporale di giorni, e quindi sono problemi di interesse solo per i trasporti di media e grande scala, nei quali la permanenza della specie inquinante nell'atmosfera si protrae per lungo tempo. Infine, la presenza dell'inquinante in condizioni di liquido o di solido modifica in modo sostanziale la sua dispersione. In primo luogo si usa distinguere fra aerosol, intesi come sospensioni di particelle solide o liquide in aria, e particelle o gocce le cui dimensioni non consentono lo stabilirsi di una sospensione. Per questo secondo caso la dispersione viene regolata da meccanismi macroscopici tipici della meccanica, quali la spinta del vento opposta alle resistenze inerziali. Per entrambe le categorie la dimensione della singola particella è un parametro che ne determina il comportamento in atmosfera. Non si può tuttavia parlare in maniera univoca di diametri poiché sono simultaneamente presenti particelle di svariate dimensioni. Nel caso di fasi condensate è quindi inevitabile una descrizione statistica che utilizza il concetto di distribuzione. La distribuzione che qui interessa è proprio quella delle dimensioni, rappresentate dal volume, dalla massa, ovvero da una lunghezza convenzionale, di cui la più usata è il diametro aerodinamico. Per distribuzione si intende una curva che descrive l'abbondanza relativa di particelle con una certa dimensione. Il solo fatto che, al momento dell'emissione, si presentino particelle con svariati diametri possibili fa intuire che la dispersione in atmosfera produrrà effetti differenziati per ogni frazione di particelle di analoga dimensione. In altri termini, anche in un moto completamente segregato (che prescinda cioè dalla ridistribuzione che l'atmosfera invariabilmente opera), si deve attendere una distribuzione dell'inquinante al suolo non uniforme, come diretta conseguenza della distribuzione di particelle già presente all'emissione. Una ulteriore peculiarità della dispersione di aerosol è costituita dai fenomeni di nucleazione, crescita, e coagulazione. La nucleazione si riferisce al caso molto comune di formazione di particelle per condensazione di gas attorno a certi nuclei, mentre la successiva crescita è conseguenza di due meccanismi alternativi, quello più graduale della continua condensazione sulla superficie e quello della coagulazione di due particelle. Per quanto detto precedentemente, questi meccanismi condizionano la dispersione in atmosfera, incidendo sulla dimensione delle particelle e quindi modificando continuamente la distribuzione dei volumi.

3.1 Modelli di simulazione: generalità

I modelli disponibili per la simulazione della dispersione in atmosfera (si veda per esempio Zannetti, 1990; EPSC, 1999) possono essere classificati essenzialmente in tre tipologie:

modelli tridimensionali (CFD);

modelli integrali (a tubo di flusso);

modelli gaussiani.

Mentre i modelli CFD (acronimo di Computational Fluid Dynamic) implementano le equazione cardinali del moto dei fluidi e di conservazione della materia, accoppiate a opportuni modelli di turbolenza e a condizioni al contorno per rappresentare la topografia

della zona e le caratteristiche della sorgente, i rimanenti modelli derivano in qualche modo dalle stesse equazioni sulla base di differenti approcci e/o ipotesi semplificative.

I modelli CFD (che matematicamente originano un sistema di equazioni differenziali alle

derivate parziali) sono stati sviluppati all’interno della fluidodinamica computazionale e sono in grado di rappresentare in modo realistico l’effetto della turbolenza atmosferica sulla dispersione dell’inquinante. Possono inoltre rappresentare in maniera concettualmente

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semplice condizioni meteorologiche estreme e qualsiasi tipo di ostacolo o di topografia. Analogamente, sono in grado di tenere in conto la reale densità dei composti scaricati così

come le reali condizioni di scarico. D’altro canto, questi modelli richiedono un elevato tempo

di calcolo, sono complicati da utilizzare richiedendo l’intervento di personale esperto

contrariamente alle altre tipologie di modelli più semplici.

I modelli a tubo di flusso cercano di rappresentare l’intera “storia” del pennacchio o della

nube, dalla sorgente fino al ricettore, utilizzando le stesse equazioni di bilancio dei modelli CFD integrate su una sezione generica del tubo di flusso cui si assimila il pennacchio o al volume occupato dalla nube. I termini di scambio con l'esterno sono regolati sia dalla turbolenza interna al pennacchio stesso, sia dalla turbolenza atmosferica. Questo tipo di modelli non possono essere risolti analiticamente per fornire formule di facile impiego e matematicamente originano un sistema di equazioni differenziali ordinarie. Le principali differenze tra i diversi modelli di questo tipo risiedono nella approssimazione usata per la descrizione del profilo all'interno del pennacchio (gaussiana o uniforme, per esempio), nella descrizione dei processi di inclusione di aria nel pennacchio e nelle approssimazioni introdotte per la descrizione dei fenomeni coinvolti nelle immediate vicinanze della sorgente. Questi modelli sono in grado di rappresentare la dispersione di inquinanti in atmosfera

considerando anche gli effetti inerziali, di galleggiamento o legati alla densità della corrente scaricata. D’altro canto, essi non sono solitamente in grado di tenere in conto la presenza di ostacoli di rilevanti dimensioni o di un’orografia complessa, così come di condizioni meteorologiche o di scarico estreme.

Di più semplice utilizzo sono invece i modelli gaussiani. Questi modelli rinunciano a

descrivere l’evoluzione del fenomeno in prossimità della sorgente e si limitano a descrivere l’ultima fase della dispersione del composto, cioè quella in cui gli effetti inerziali, di galleggiamento, o comunque legati alle peculiarità della sorgente divengono trascurabili. Questo implica che tali modelli devono essere associati ad altri modelli in grado di simulare la prima parte del fenomeno (per esempio, i modelli di innalzamento del pennacchio). Per

ottenere delle soluzioni analitiche delle equazioni di partenza è necessario introdurre delle assunzioni semplificative: a diverse ipotesi corrispondono diversi modelli gaussiani.

L'apparente diversità dei modelli nasce quindi dalle diverse assunzioni che sono fatte al fine

di ottenere delle soluzioni analitiche. Nonostante le assunzioni necessarie per giungere alle

semplici formule gaussiane siano molto stringenti, e spesso solo parzialmente soddisfatte

nella pratica, esse sono ampiamente utilizzate grazie al fatto che i parametri di dispersione sono stati derivati dal confronto tra le previsioni dei modelli gaussiani e i risultati di misure sperimentali, anziché essere calcolati partendo da considerazioni teoriche. Questo conferisce

una ragionevole affidabilità a questo tipo di modelli quando sono utilizzati in situazioni

analoghe a quelle per cui sono stati sviluppati. I risultati dei modelli gaussiani sono in grado

di fornire correttamente l’ordine di grandezza della concentrazione, solitamente

sovrastimando il valore reale. I principali vantaggi e svantaggi delle diverse tipologie di

modelli sono riassunte nella Tabella 4.

3.2 Cenni di fisica dell’atmosfera

Come detto in precedenza, la dispersione di inquinanti si basa sulla capacità dell'atmosfera di

diluire la specie inquinante fino a livelli di concentrazione non più pericolosi. Questa capacità dell'atmosfera è in gran parte basata sulla turbolenza che caratterizza le circolazioni d'aria, già

a

bassi valori di velocità.

Il

moto delle masse d'aria nell'atmosfera varia con la posizione sulla superficie e con la quota.

In

particolare, il vento negli strati più bassi dell’atmosfera mostra andamenti generalmente

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Valutazione delle conseguenze di incidenti rilevanti – Prof. R. Rota – 2004

poco regolari nelle sue caratteristiche principali, che sono la direzione e l'intensità. A questo fatto si possono ascrivere molte delle difficoltà della valutazione a priori degli effetti dell'introduzione di inquinanti nell'atmosfera.

Il vento determina prevalentemente la direzione orizzontale di allontanamento delle specie

inquinanti, mentre la variazione di temperatura con la quota influisce sulla dispersione verticale dei fumi. La variazione di temperatura con la quota è determinata da molteplici fattori fra cui la temperatura del suolo, conseguenza degli scambi di calore per irraggiamento (dal sole di giorno, verso il cielo di notte), la variazione di pressione con la quota, il grado di umidità, la circolazione locale delle masse d'aria.

di umidità, la circolazione locale delle masse d'aria. Tabella 4: vantaggi e svantaggi de lle diverse

Tabella 4: vantaggi e svantaggi delle diverse tipologie di modelli di dispersione atmosferica.

Il concetto di stabilità dell'atmosfera ha un'importanza chiave per la dispersione degli inquinanti. Esso trae origine dalla possibilità o meno di instaurarsi moti di circolazione verticali nell’atmosfera; questo può essere previsto con riferimento al profilo di temperatura potenziale, cioè del profilo di temperatura che si avrebbe a seguito di una trasformazione adiabatica di un volumetto di aria secondo l’andamento della pressione atmosferica con la quota. La ragione di questo riferimento nasce da una semplice considerazione: spostando una porzione di aria verticalmente (a causa per esempio di un vortice turbolento) questa viene a trovarsi istantaneamente a una pressione diversa (la propagazione della pressione è immediata), ma risulta circondata da aria a una temperatura diversa. Infatti, per adeguarsi alla temperatura circostante è necessario un scambio termico, tipicamente lento per gas. Quindi la porzione di aria si porta alla temperatura corrispondente ad una trasformazione adiabatica, dalla pressione a cui si trovava inizialmente alla nuova. A seconda che la variazione di temperatura (adiabatica, quindi) della porzione d'aria sia stata maggiore o minore di quella dell'atmosfera circostante, si può avere una tendenza a riacquisire la quota iniziale ovvero a

variarla ulteriormente. In altri termini, a seconda del gradiente reale di temperatura rispetto al gradiente adiabatico una porzione di aria si può trovare in condizioni di equilibrio stabile (nel qual caso qualsiasi allontanamento dalle condizioni iniziali viene impedito) o instabili (in cui

a una perturbazione infinitesimale delle condizioni iniziali corrisponde un allontanamento

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Valutazione delle conseguenze di incidenti rilevanti – Prof. R. Rota – 2004

dalla posizione iniziale non correlato in alcun modo all’entità della perturbazione). In condizioni instabili si innescano moti di circolazione verticale, che sono viceversa impediti in condizioni stabili. Le possibili situazioni di stabilità dipendono da diversi altri fattori quando si considera un'atmosfera non in quiete. Una quantificazione del grado di stabilità può essere fatta attraverso diversi parametri, ma nessuno di questi è facilmente misurabile. Per questa ragione si è imposta una classificazione delle condizioni di stabilità proposta da Pasquill, secondo il quale le condizioni di stabilità dell'atmosfera possono essere ricondotte a sei macro categorie (indicate con le lettere da A a F, da “ Estremamente instabile” a “Moderatamente stabile”, rispettivamente). Successivamente diversi autori hanno convenuto sulla importanza pratica di questa classificazione (che consente tra l’altro di racchiudere in un numero finito di “classi” le infinite possibili situazioni con diverse tendenze dell’atmosfera a disperdere un inquinante immesso in essa), e hanno proposto diversi criteri per stimare la classe di stabilità sulla base di fenomeni macroscopici facilmente misurabili. La Tabella 5 riporta i criteri proposti da Turner.

Velocità del vento a 10 m [m/s]

Irraggiamento solare [W/m 2 ]

Frazione di copertura notturna del cielo

>700

350-700

<350

>1/2

<3/8

<2

A

A-B

B

2-3

A-B

B

C

E

F

3-5

B

B-C

C

D

E

5-6

C

C-D

D

D

D

> 6

C

D

D

D

D

Tabella 5: classi di stabilità in relazione alla velocità del vento, al grado di insolazione e di copertura del cielo.

Una classificazione alterativa è quella proposta da Doury (EPSC, 1999) che comprende solo due classi: condizioni di diffusione normale (ND) che combina le classi di Pasquill da A a D, e condizioni di diffusione debole, simile alla classe F di Pasquill. Le condizioni di occorrenza delle diverse classi sono riassunte in Tabella 6.

Velocità del vento [m/s]

Giorno

Notte

< 3

ND

WD

> 3

ND

ND

Tabella 6: classi di stabilità in relazione alla velocità del vento.

È possibile ottenere una espressione analitica per la variazione della velocità del vento con la quota sulla base dell'analisi dimensionale. Le evidenze da rispettare sono un aumento della velocità media del vento ed una diminuzione del gradiente con la quota. In altri termini il vento cresce sempre con la distanza dal suolo e le variazioni più sensibili sono in prossimità della superficie, dove la velocità deve annullarsi. Inoltre, è stato osservato che le variazioni sono tanto più concentrate verso il suolo quanto più questo è “liscio”, cioè tanto più piccoli sono gli ostacoli al suolo. Per contro, in presenza di ostacoli di altezza significativa (per esempio, costruzioni), la variazione di intensità si distribuisce su uno spessore maggiore.

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Valutazione delle conseguenze di incidenti rilevanti – Prof. R. Rota – 2004

L'analisi dimensionale parte dalla equazione di bilancio di quantità di moto nella direzione verticale, mediata nel tempo e semplificata utilizzando l'approssimazione di Boussinesq, per il caso monodimensionale (u y =u z =0) stazionario e in atmosfera adiabatica, assumendo che la derivata della pressione lungo x sia indipendente da z:

∂ P τ ( z ) = τ ( z = 0) + z ≈τ
P
τ
(
z
)
=
τ (
z
=
0)
+
z
≈τ
(
z
= 0) =τ
xz
xz
xz
0
z
Questo è un legame tra
τ e
τ
=
( μ +
K)du
/ dz
Kdu
/ dz
; poiché K (il tensore dei
0
xz
x
x

coefficienti di diffusione turbolenta) a sua volta dipende da variabili quali la rugosità superficiale, la densità e la quota, la equazione sopra è un legame tra cinque variabili che coinvolgono tre grandezze fondamentali. Con alcuni passaggi e utilizzando il teorema Π è possibile riassume le evidenze sperimentali discusse in precedenza nella seguente legge di variazione logaritmica, valida nel caso di atmosfera adiabatica:

u

(

z

)

=

u

*

k

z

0

ln

z

u

(

z

)

=

u

(

z

r

)ln

⎛ z ⎛ ⎜ ⎞ ⎟ ⎟ ln ⎜ z ⎞ r ⎟ ⎜ ⎜
z
⎟ ⎟ ln ⎜
z
r
z
z
⎠ ⎠
0
0

in cui k è la costante di von Kàrmàn che vale circa 0.41, mentre u * è una velocità caratteristica, detta di attrito (friction velocity), legata allo sforzo di taglio al suolo secondo la

. Si tratta di una grandezza sperimentalmente misurabile sulla base

della velocità del vento a una data quota. Il profilo logaritmico non può, matematicamente, essere definito fino al suolo (z = 0). La quota z 0 di riferimento a cui il vento si annulla viene assunta in funzione della rugosità del suolo, come riassunto per alcune situazioni tipiche nella Figura 12. Si vede che esiste una certa incertezza sul valore da utilizzare in una data situazione, pari mediamente a un fattore di circa 3 (a parte alcune situazioni limite). Un’incertezza di questo tipo comporta una differenza nella stima della velocità del vento con la formula precedente a una certa quota dell’ordine di circa il 10%. Bisogna anche sottolineare che la valutazione del profilo verticale del vento con una legge logaritmica e un valore di rugosità superficiale si applica ovviamente per quote superiori alla rugosità superficiale stessa. Questo non è un problema quando le dimensioni verticali della nube (o la sua quota) sono superiori al valore della rugosità superficiale. Viceversa, se esistono ostacoli la cui dimensione è superiore a quella verticale della nube (come spesso accade nel caso di rilascio di gas densi in aree industriali) si possono avere situazioni marcatamente differenti da quelle caratterizzate da un profilo logaritmico del vento. Il vento stesso può essere canalizzato dagli ostacoli, e la presenza di scie a valle degli edifici può portare a concentrazioni decisamente maggiori di inquinanti nella regione a valle degli edifici stessi. Qualora le condizioni dell'atmosfera non siano quelle adiabatiche, il profilo di velocità si modifica. L'analisi dimensionale fornisce anche per il caso generale una relazione approssimata, che mostra come in atmosfera stabile la velocità del vento cresce più rapidamente con l'altezza e viceversa in condizioni di instabilità. Questo corrisponde all'effetto di livellamento della velocità operato dagli scambi di quantità di moto turbolenta lungo la verticale. In questo caso la relazione precedente si modifica con l’introduzione di un parametro caratteristico delle condizioni di stabilità dell’atmosfera, la lunghezza di Monin – Obukhov, L:

relazione u

*

=

τ / ρ 0
τ
/ ρ
0

u

*

u(z)

=

ln

z

k

z

0

L

+

4.5

z

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Valutazione delle conseguenze di incidenti rilevanti – Prof. R. Rota – 2004

Il parametro L può essere stimato sulla base dei valori riportati in Tabella 7.

stimato sulla base dei valori riportati in Tabella 7. Figura 12: valori di r ugosità superficiale,

Figura 12: valori di rugosità superficiale, z 0 , suggeriti da diverse fonti.

Molto utilizzata nella pratica, e in particolare con riferimento ai modelli di dispersione di inquinanti, è la rappresentazione della velocità media del vento con la quota attraverso una legge empirica (di potenza) del tipo:

u

( z

) =

u

(

z

r )

⎜ ⎝

z

z

r

P

basata su un valore di velocità, u(z r ), a una quota di riferimento, z r . In essa il parametro P viene determinato sulla base delle condizioni atmosferiche, nota la natura del suolo. Per una rapida valutazione si possono utilizzare i valori riportati nella Tabella 8. Questi valori sono stati stimati per emissioni da ciminiere e non dovrebbero quindi essere utilizzati per quote inferiori a quella di riferimento.

Le

previsioni delle diverse relazioni sono riportate per alcuni casi nella Figura 13. Si nota che

le

maggiori differenze si riscontrano nel caso di atmosfera instabile, mentre nel caso di

atmosfera neutra non si riscontrano differenze apprezzabili. Un discorso a parte merita il caso

di atmosfera instabile, dove i valori più elevati dell’esponente P portano a previsioni poco

credibili del profilo di velocità del vento. Non si riscontrano infine grosse differenze legate

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Valutazione delle conseguenze di incidenti rilevanti – Prof. R. Rota – 2004

all’utilizzo del parametro L, cosa che giustifica l’approccio usuale che porta ad utilizzare la relazione più semplice che ne ignora l’effetto.

Classe di stabilità

Lunghezza di Monin – Obukhov, m

A

- 10

B

- 50

C

- 50

D

> 100

E

50

F

10

Tabella 7: classificazione delle condizioni di stabilità atmosferica.

 

Classe

A

B

C

D

E

F

Riferimento