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Modellazione delle Conseguenze di Incidenti Industriali

Prof. Renato Rota, ing. Valentina Busini 2009

Valutazione delle conseguenze di incidenti rilevanti Prof. R. Rota 2004

Sommario
1 2 Introduzione ___________________________________________________________ 3 Modelli di sorgente ______________________________________________________ 4 2.1 2.2 2.3 2.4 2.5 2.6 2.7 3 3.1 3.2 3.3 3.4 3.5 3.6 4 Efflusso monofase liquido____________________________________________ 6 Efflusso monofase gassoso ___________________________________________ 7 Efflusso bifase _____________________________________________________ 8 Flash ____________________________________________________________ 14 Formazione di aerosol e rain-out _____________________________________ 15 Evaporazione da pozza _____________________________________________ 18 Dimensione della pozza_____________________________________________ 21 Modelli di simulazione: generalit____________________________________ 26 Cenni di fisica dellatmosfera________________________________________ 27 Modelli gaussiani __________________________________________________ 32 Modelli integrali __________________________________________________ 37 Modelli tridimensionali_____________________________________________ 44 Rilasci sottomarini_________________________________________________ 48

Dispersione ___________________________________________________________ 24

Esplosioni ed incendi ___________________________________________________ 56 4.1 Esplosioni di nubi inconfinate (UVCE) ________________________________ 70 4.1.1 Metodo del TNT equivalente _____________________________________ 70 4.1.2 Modello TNO _________________________________________________ 75 4.1.3 Modello Multi Energy _________________________________________ 76 4.1.4 Metodo di Baker Strehlow ______________________________________ 78 4.1.5 Confronto tra i diversi approcci ___________________________________ 80 4.2 4.3 4.4 Esplosioni puntuali ________________________________________________ 84 Esplosioni fisiche __________________________________________________ 85 Incendi da pozza (pool fire) _________________________________________ 86

4.5 Fiamme da getti turbolenti (jet flame) ________________________________ 98 4.5.1 Confronto tra le previsioni dei diversi modelli. ______________________ 112 4.6 5 6 Sfere di fuoco (fireball) ____________________________________________ 114 Conclusioni__________________________________________________________ 120 Bibliografia__________________________________________________________ 121

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Introduzione

Lanalisi delle conseguenze di incidenti industriali riveste unimportanza molto rilevante nellanalisi di rischio di un insediamento industriale. Infatti, lestensione dei danni conseguenti ad un evento incidentale pu essere quantificato solo sulla base di una modellazione delle conseguenze dellevento stesso. Purtroppo, i risultati di queste valutazioni hanno un certo grado di incertezza a causa della natura stessa dellevento incidentale. Infatti solitamente possibile effettuare solo una stima abbastanza grossolana di alcuni fattori che determinano lentit delle conseguenze. I principali di questi fattori si riferiscono a: caratteristiche geometriche del rilascio in ambiente (per esempio le dimensione della rottura di una tubazione); propriet del materiale rilasciato in ambiente a seguito dellincidente (per esempio, temperatura, pressione, composizione); incompleta rappresentazione dei fenomeni chimico fisici descritti nel modello di simulazione utilizzato.

La breve discussione riportata in questa relazione non vuole essere unillustrazione dettagliata ed esaustiva dei modelli disponibili. Si presuppone infatti una conoscenza almeno di base dei principali modelli di simulazione delle conseguenze di eventi incidentali, che non verranno quindi discussi in questa nota. Rassegne anche abbastanza recenti sono reperibili in Crowl e Louvar (1990), TNO (1997), Fthenakis (1993), Lees (1996), CCPS (2000). Lobiettivo piuttosto quello di richiamare lattenzione dellutilizzatore di questi modelli di simulazione sulle problematiche, a volte nascoste, che possono condizionare in modo significativo i risultati della simulazione e quindi, in ultima analisi, dellanalisi di rischio. Le incertezze insite nella stima delle conseguenze di un evento incidentale vengono infatti solitamente gestite assegnando dei valori conservativi ad alcuni parametri presenti nei modelli di simulazioni in modo tale che il risultato finale del calcolo sia conservativo. Ne risulta che la scelta oculata di tali parametri fondamentale non solo per evitare una sottostima delle conseguenze, ma anche uneccessiva sovrastima delle conseguenze stesse che porterebbe a un inutile spreco di risorse.

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Modelli di sorgente

Molti incidenti in ambito industriale iniziano con il rilascio di una certa quantit di sostanze tossiche o infiammabili in atmosfera. Il calcolo della portata scaricata a seguito di un incidente, della quantit totale rilasciata, della durata dello scarico e della fase in cui la sostanza scaricata si trova (cio, complessivamente, la valutazione del termine di sorgente di un incidente) una delle fasi pi critiche per la stima delle conseguenze degli eventi seguenti, quali la dispersione in atmosfera, lincendio o lesplosione della sostanza scaricata. Ai fini della modellazione, i rilasci in atmosfera possono essere suddivisi in due tipologie: istantanei e continui. Ovviamente, nessun fenomeno realmente istantaneo, ma pu essere cos approssimato quando la durata dello scarico molto inferiore ai tempi caratteristici dei fenomeni successivi, tipicamente la dispersione in atmosfera il cui tempo caratteristico pu essere stimato come il rapporto tra la distanza della sorgente dal ricettore e la velocit del vento. Quindi, mentre il collasso di un recipiente viene solitamente modellato come un rilascio istantaneo, il rilascio da una rottura non catastrofica viene considerato istantaneo se tS<<d/uv (dove tS la durata dello scarico, d la distanza tra la sorgente e il ricettore considerato e uv la velocit media del vento) e continuo se tS>>d/uv. I rilasci continui possono a loro volta essere suddivisi in rilasci stazionari e transitori. Anche in questo caso ovviamente la distinzione deve essere intesa dal punto di vista del modello utilizzato per la stima del termine di sorgente, in quanto tutti i rilasci sono intrinsecamente non stazionari. Daltro canto, un rilascio attraverso una piccola apertura che non modifica significativamente le condizioni operative nelle apparecchiature a monte pu essere ragionevolmente considerato stazionario. In generale i modelli di sorgente sono utilizzati per stimare la portata e la quantit totale scaricata, la frazione di flash e la formazione di aerosol, la portata di evaporazione da una pozza di liquido. Questi dati sono necessari per la successiva valutazione della dispersione in atmosfera, come riassunto nella Figura 1. La prima valutazione da effettuare riguarda la fase che viene scaricata: liquido, gas o miscela bifase. La fase della sostanza scaricata non dipende in modo univoco dalla posizione della rottura ma anche dalle condizioni operative allinterno del recipiente. Nel caso di un recipiente pieno di gas pressurizzato si avr il rilascio di una fase gassosa, che pu eventualmente condensare parzialmente a seguito dellespansione, qualunque sia la posizione della rottura. Viceversa, in presenza di due fasi allinterno del recipiente (liquido e vapore) nel caso di rottura nella parte alta del recipiente a contatto con la fase gassosa si potr avere lefflusso non solo di una fase vapore ma anche di una miscela di liquido e vapore, cio di un fluido bifase. Questo avviene quando si ha lo sviluppo di una gran quantit di bolle di gas o vapore allinterno della fase liquida con la conseguente formazione di una schiuma. Se la schiuma che si forma raggiunge il punto di efflusso si ha lo scarico di una miscela bifase. Analogamente, il fatto che lefflusso avvenga in corrispondenza della parete bagnata del liquido, cio nella parte bassa del recipiente, non garantisce che il materiale scaricato sia in fase liquida. Se la temperatura di ebollizione normale (cio a pressione ambiente) del liquido scaricato inferiore alla temperatura ambiente si ha una rapida evaporazione di parte del liquido (flash) con conseguente scarico di una miscela bifase. Testi di termodinamica dellingegneria chimica o un qualsiasi software commerciale di simulazione di processo possono fornire le informazioni necessarie sul comportamento di fase di un fluido, sia puro sia in miscela. Per valutare le condizioni del fluido scaricato necessario conoscere la trasformazione termodinamica che il fluido compie durante il processo di scarico, partendo dalle condizioni allinterno dellunit di processo fino a uno stato finale, solitamente a pressione atmosferica.

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Figura 1: diagramma logico relativo al rilascio e dispersione di una sostanza. Lo stato finale dipende dallanalisi che si vuole effettuare: se si considera come stato finale il getto di fluido in movimento (per esempio lo scarico di un gas attraverso una valvola di sicurezza che va a formare un getto) la trasformazione pu solitamente essere considerata isoentropica, mentre se lo stato finale viene considerato in quiete (per esempio una pozza di liquido) la trasformazione pu essere approssimata come isoentalpica. In ogni caso un bilancio di energia, accoppiato con delle relazioni di equilibrio termodinamico nel caso in cui si abbia la presenza di una miscela bifase (un fluido puro in condizioni di equilibrio alla temperatura di ebollizione normale, mentre una miscela cambia continuamente la sua composizione dalla temperatura di bolla a quella di rugiada; la presenza di una miscela bifase si pu avere per levaporazione di parte di un liquido o per la condensazione di parte di un vapore durante il processo di scarico), consentono la valutazione dello stato del fluido scaricato.

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A parte le condizioni del fluido scaricato, la valutazione della portata scaricata richiede lassunzione di una sezione di scarico. Se il rilascio avviene attraverso un dispositivo di scarico di emergenza la sezione nota, mentre se si ipotizza una rottura la dimensione deve essere ipotizzata sulla base della tipologia di incidente analizzata (per esempio, rottura di un tronchetto di tubazione, perdita da flangia, collasso catastrofico di un recipiente). Non vi un consenso generale sulla sezione di rottura da ipotizzare. Alcuni dei suggerimenti proposti per il caso di rottura di tubazioni (si veda per esempio World Bank, 1985) sono i seguenti: 20% e 100% del diametro della tubazione; 2 e 4 per la rottura di una qualsiasi tubazione; 0.2, 1, 4 e 6 per tubazioni di diametro inferiore ai 6; a seconda del diametro della tubazione: o per tubazioni fino a 1.5 assumere un foro di 5 mm e 100% del diametro; o per tubazioni da 2 a 6 assumere un foro di 5 mm, 25 mm e 100% del diametro; o per tubazioni da 8 a 12 assumere un foro di 5 mm, 25 mm, 100 mm e 100% del diametro; Si vede come le assunzioni possono essere anche marcatamente differenti, portando di conseguenza a significative differenze nella stima finale delle conseguenze. Considerazioni analoghe valgono per la rottura di recipienti o perdite da flange. Purtroppo, come detto, non vi un consenso unanime sulle ipotesi migliori per definire la sezione di scarico. Lanalista deve quindi effettuare una scelta e motivarla adeguatamente sulla base delle ipotesi incidentali effettuate. Analoghi problemi nascono nella definizione della durata del rilascio. Nonostante siano molto utilizzate delle assunzioni generali (tipo 3 o 10 minuti) per tutte le situazioni, poich le conseguenze finali possono essere condizionate in modo significativo dalla durata del rilascio esso dovrebbe essere stimato sulla base dei tempi caratteristici dei sistemi di rilevazione della perdita e di intervento per lisolamento della sezione interessata dalla perdita realmente esistenti nellimpianto analizzato. Unaltra assunzione usuale quella di calcolare la portata scaricata nelle condizioni iniziali, trascurando il fatto che solitamente si ha un rilascio non stazionario la cui portata diminuisce col passare del tempo a causa della depressurizzazione delle unit dimpianto a monte e valle della rottura. Il considerare solo la portata iniziale conduce a valutazioni conservative, che possono per essere eccessivamente gravose. Analoghe considerazioni valgono per la presenza sulla linea di collegamento tra il punto di rottura e lunit dimpianto di pompe, valvole o altre restrizioni che possono limitare la portata scaricata 2.1 Efflusso monofase liquido Seguendo lo schema logico riassunto in Figura 1, consideriamo come primo caso lefflusso di un liquido sotto raffreddato, cio tale che la sua temperatura di ebollizione normale sia superiore sia alla temperatura ambiente sia alla temperatura del fluido. Il fluido scaricato rimane quindi liquido, e la sua portata definita da diverse variabili in funzione della posizione dellefflusso. Se si tratta di un foro in un recipiente la portata viene definita dalla pressione nel serbatoio, dal battente di liquido e dalla dimensione del foro. Se viceversa la rottura avviene in una tubazione, la portata dipende dalla configurazione del sistema a monte. Lequazione di partenza in tutti i casi il bilancio di energia meccanica in regime stazionario:

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dP

u2 u2 + g z K + + =0 f 2 2

dove indica una differenza tra una sezione dellimpianto e la sezione a valle della perdita, P la pressione, la densit, u la velocit, z la quota e la sommatoria rappresenta le perdite di carico per attrito, cio la velocit di trasformazione irreversibile di energia meccanica in energia termica, dovuta al flusso lungo le tubazioni, gomiti, valvole, orifizi, entrata e uscita dalle tubazioni, ecc. I valori dei coefficienti Kf possono essere calcolati attraverso il fattore di attrito di Fanning per il flusso nelle tubazioni e con metodi analoghi per ciascun raccordo (si veda per esempio Perry e Green, 1998; Hooper, 1981; 1988). Per il caso di liquidi incomprimibili (in cui quindi lintegrale presente nel bilancio di energia meccanica pu essere facilmente risolto essendo la densit costante), approssimando le perdite di carico attraverso un coefficiente di efflusso CD, costante e definito come:
si giunge alla classica espressione per la portata massica scaricata, Q, attraverso un foro in un serbatoio di sezione A:
P Q = uA = CD A 2 + gz

dP

+ gz + K f

u2 2 dP = CD + gz 2

Il coefficiente di efflusso per moto pienamente turbolento (Re > 30000) attraverso un orifizio a spigolo vivo assume valori compresi tra 0.6 e 0.64; il valore usualmente impiegato 0.61. In situazioni in cui il valore del coefficiente di efflusso non noto o calcolabile in modo affidabile opportuno scegliere un valore unitario per massimizzare la portata scaricata e quindi ottenere risultati conservativi. 2.2 Efflusso monofase gassoso Anche nel caso di efflusso gassoso la portata scaricata definita da diverse variabili in funzione della posizione dellefflusso. Se si tratta di un foro in un recipiente la portata viene definita dalla pressione nel serbatoio e dalla dimensione del foro. Se viceversa la rottura avviene in una tubazione, la portata dipende dalla configurazione del sistema a monte. In questo caso per risolvere lintegrale presente nel bilancio di energia meccanica necessario definire il legame tra P e nella trasformazione termodinamica che il fluido compie durante il processo di scarico. Assumendo che tale legame sia quello di una trasformazione isoentropica, P / = cost , possibile ottenere semplici relazioni per lefflusso attraverso un orifizio. La portata scaricata attraverso un orifizio aumenta al diminuire della pressione a valle dell'apertura fino a raggiungere un valore massimo in corrispondenza di un valore critico di P:
2 1 Q = CD A P0 0 +1
+1

dove il pedice 0 indica le condizioni all'interno del recipiente. Per un gas perfetto una pressione interna di circa 2 bar sufficiente per raggiungere le condizioni di scarico sonico allatmosfera, mentre per un gas reale servono circa 2.4 bar. Per un gas perfetto il coefficiente pari a 1.67 per gas monoatomici, 1.4 per biatomici e 1.32 per triatomici. Per gas reali l'esponente che mette in relazione pressione e densit in una trasformazione isoentropica diverso da tale rapporto e varia solitamente tra 1.1 e 1.8.

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Come valore di prima approssimazione viene solitamente utilizzato un valore di 1.4. Linfluenza del coefficiente di efflusso sulla portata scaricata in realt non eccessivo, come mostrato in Figura 2. Per il coefficiente di efflusso valgono le stesse considerazioni fatte per il caso di scarico di fluidi incomprimibili. Lefflusso lungo un tubazione pu essere valutato considerando due situazioni limite: efflusso isotermo e adiabatico. La scelta pi opportuna quella adiabatica, poich porta a una sovrastima della reale portata scaricata. 2.3 Efflusso bifase Lefflusso di una miscela liquido vapore pu essere originato da due diversi fenomeni: una parziale evaporazione della fase liquida che viene scaricata (flash) o un rigonfiamento del volume della fase liquida nel recipiente dovuta alla formazione di schiuma che raggiunge il punto di efflusso. Il primo fenomeno tipico dei gas liquefatti per compressione che, durante lo scarico, sperimentano pressioni via via decrescenti fino al valore ambiente. Il secondo fenomeno pu avvenire quando si ha lo sviluppo di una gran quantit di bolle di gas o vapore allinterno della fase liquida con la conseguente formazione di una schiuma sopra linterfaccia tra il liquido e il vapore. La rapida formazione di bolle in seno al liquido pu avvenire o a causa di una reazione chimica (esotermica, con formazione quindi di vapore, o con prodotti di reazione incondensabili) o a causa di una vivace ebollizione del liquido contenuto a seguito di una rapida depressurizazione. In entrambi i casi, la presenza di liquidi intrinsecamente schiumosi (quali quelli contenenti tensioattivi anche in tracce) o viscosi (con viscosit superiore ai 500 cP) esalta la probabilit di avere un efflusso bifase.
1.1 1.08 1.06 1.04 Q( ) / Q( = 1.4) 1.02 1 0.98 0.96 0.94 0.92 0.9 1.1

1.2

1.3

1.4

1.5

1.6

1.7

1.8

Figura 2: rapporto tra la portata calcolata per un efflusso gassoso sonico al variare di e quella calcolata per = 1.4. Il moto di una miscela bifase ha molti aspetti comuni al moto di un gas. In particolare, in entrambi i casi si deve tenere conto della compressibilit del fluido e la portata massica scaricata presenta un massimo al diminuire della pressione esterna in condizioni critiche.

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Il calcolo della portata bifase scaricata attraverso un orifizio o una tubazione presenta per un elevato grado di complessit correlato con il grande numero di fenomeni coinvolti (trasferimento di energia, materia e quantit di moto tra le fasi, raggiungimento o meno dellequilibrio termodinamico, presenza di fenomeni di attrito) e con la difficolt di elaborare modelli matematici in grado di descrivere ci che accade in maniera sufficientemente precisa ed essere, al contempo, facilmente gestibili. In letteratura esistono diversi schemi di calcolo che forniscono la portata specifica massima, in corrispondenza cio delle condizioni di efflusso critiche. A questo proposito importante sottolineare che il calcolo della massima portata scaricabile in determinate condizioni, e quindi rappresenta una ipotesi conservativa se si vuole valutare il termine di sorgente di un incidente, ma non viceversa conservativa se si vuole calcolare la portata scaricata da una valvola di sicurezza. In questultimo caso la situazione pi conservativa quella che implica la minima portata scaricata, e quindi la massima pressurizzazione del recipiente protetto dalla valvola di sicurezza. Poich i modelli di efflusso bifase pi utilizzati sono stati sviluppati per il dimensionamento dei dispositivi di scarico di emergenza (si vedano per esempio quelli sviluppati allinterno del progetto DIERS, Fisher et al., 1992; Boicurt, 1995), essi devono essere utilizzati con cautela in quanto tendono a sottostimare la portata scaricata. I diversi modelli di calcolo per moto bifase possono essere classificati in funzione di diversi aspetti del fenomeno (per esempio, presenza di flash o meno; velocit relativa tra gas e liquido; ecc.), ma la suddivisione pi significativa quella tra le seguenti due categorie: modelli di equilibrio e modelli di non equilibrio. Ai modelli del primo tipo si ricorre nel caso in cui sia accettabile lipotesi che lo scarico avvenga in condizioni di equilibrio termico, meccanico e di trasporto di materia tra le fasi, mentre, quando non si possa ritenere che le condizioni di equilibrio vengono raggiunte, occorre tenere in conto la velocit del trasporto tra le fasi di calore, materia e quantit di moto, il che complica di molto la struttura del modello. Per gli studi di sicurezza i modelli di equilibrio (quale lHEM, Homogeneous Equilibrium Model) sono generalmente utilizzati. Le equazioni che costituiscono il modello sono i bilanci di materia, energia e quantit di moto, che per il caso di una miscela bifase possono essere scritti come: G = u = u / v = cost 1 1 h0 = h + u 2 = h + (Gv )2 2 2
dP u2 dz (Gv ) 2 2 + d g dz dF vdP G vdv g dz f + cos + = + + cos + 4 =0 2 D 2

dove si sono utilizzate le grandezze massiche medie della miscela liquido -vapore, quali il volume specifico v=vL+x(vG-vL) e lentalpia specifica h=hL+x(hG-hL), essendo x la frazione massica di vapore. Il volume specifico e lentalpia del liquido e del vapore possono essere calcolate sulla base di una equazione di stato in funzione di temperatura, pressione e composizione. Le tre equazioni sopra contengono quindi le seguenti incognite: G, T, P, x e composizione delle due fasi, in numero pari a 2NC+2 considerando le equazioni stechiometriche di normalizzazione delle frazioni molari. Mancano perci 2NC-1 equazioni, cio una sola equazione nel caso monocomponente. Queste relazioni sono le condizioni di equilibrio tra le fasi, date dalla semplice P=P0(T) per il caso monocomponente. Il modello HEM raccomandato per il dimensionamento dei sistemi di scarico di emergenza in quanto tende a sottostimare la portata scaricata. Nellambito della valutazione delle conseguenze di un incidente questo porta viceversa a sottostimarne lentit.

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La risoluzione del sistema di equazioni sopra riportato inoltre abbastanza onerosa e vengono quindi solitamente utilizzati approcci semplificati. Nel caso in cui la pressione allo scarico sia superiore alla tensione di vapore del composto alla temperatura del recipiente (liquido sottoraffreddato) il flash non avviene lungo lo scarico ma nella gola, e quindi alla pressione atmosferica, producendo lunico effetto di mantenere la pressione in gola pari a PV(T0). Il fenomeno si pu quindi approssimare come uno scarico liquido tra la pressione interna (P0) e la tensione di vapore alla temperatura ambiente (pari a quella del recipiente): Gsub = 2(P0 P V (T0 ) ) L in cui si assunto un coefficiente di efflusso unitario. Nel caso di scarico di liquido saturo (tale cio per cui la pressione allo scarico sia pari alla tensione di vapore) e considerando un orifizio o un corta tubazione ragionevole assumere che non vi sia evaporazione fino alla gola in cui si raggiungono le condizioni di efflusso critico. In questo caso, le equazioni del modello HEM possono essere ricondotte alla forma (assumendo che la variazione di volume specifico nellefflusso sia principalmente dovuta alla variazione di titolo del vapore e utilizzando la relazione di Clapeyron):
GERM = H ev vGL 1 H ev TCPL vG 1 TCPL

Questa relazione una forma semplificata del cosiddetto modello ERM (Equilibrium Rate Model) e fornisce valori di G leggermente superiori al modello HEM. Se la lunghezza della tubazione di scarico molto breve (dellordine di alcuni millimetri) il liquido non ha il tempo di evaporare lungo il tratto di tubazione e la portata scaricata viene calcolata utilizzando semplicemente la relazione di Bernoulli tra la pressione interna e quella esterna: Gb = 2(P0 Pa ) L Queste due equazioni possono essere interpolate per fornire una relazione generale:
G2 =
2 GERM N

dove N un parametro che tiene conto della lunghezza della regione di efflusso. Come detto, se la lunghezza della tubazione attraverso cui il fluido viene scaricato molto breve (come nel caso di efflusso da un foro in un serbatoio) il liquido non ha tempo di evaporare nemmeno in gola ed il flash avviene dopo lo scarico in atmosfera. In questo caso la portata di efflusso pu essere calcolata come quella di un liquido incomprimibile e la definizione di N tale per cui la relazione sopra si riconduce, in queste condizioni, allequazione di Bernoulli. Linfluenza della distanza di scarico sulla portata scaricata schematizzata nella Figura 3. Si nota come la massima portata scaricata la si ha nel caso di efflusso di solo liquido, in condizioni cio di piccola distanza di scarico (inferiore a 100 mm). Le equazioni viste in precedenza possono essere combinate per fornire una relazione generale nella forma (detta di Fauske e Epstein):
2 Q = A Gsub + 2 GERM N

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Lapproccio precedente non consente di tenere conto della presenza di composti incondensabili, come avviene per esempio nel caso di reazioni chimiche con produzione di gas. In questo caso, un approccio pi generale simile a quello per lo scarico di una fase gassosa e prende origine dalla equazione di bilancio di energia meccanica scritta a cavallo

Figura 3: Influenza della lunghezza del tratto di scarico sulla portata di efflusso di una miscela in grado di dare flash. (- -) equazione di efflusso bifase; (---) equazione di Bernoulli. della sezione di scarico. Questo, come discusso in precedenza, fornisce la portata specifica scaricata, G, pur di introdurre nellintegrale una relazione tra la pressione e la densit in grado di rappresentare la trasformazione termodinamica nel processo di rilascio di una miscela bifase. Assumendo che tale relazione sia quella ottenibile dalle equazioni caratteristiche di un flash isoentalpico si pu ottenere una relazione generale approssimata del tipo: 1 P = 1 1 + 1 P basata sulle seguenti ipotesi: le propriet fisiche sono valutate alle condizioni di ristagno; il titolo del vapore non varia durante lefflusso; G>>L (che sempre ragionevole lontano dal punto critico, cio per T/TC<0.9 e P/PC<0.5 dove in questo caso il pedice C indica il punto critico termodinamico del fluido in esame); il calore di evaporazione e il calore specifico del liquido sono assunti costanti. Per =0 si ritrova lequazione di un liquido incomprimibile, mentre per =1 quella di un gas perfetto soggetto a una trasformazione isoterma. Per >1 si hanno sistemi che evaporano (cio liquido-vapore, il cui volume specifico, a causa della evaporazione, aumenta pi di quello di un gas soggetto alla stessa diminuzione di pressione isoterma) e per <1 si hanno sistemi che non evaporano (cio liquido - gas, il cui volume specifico, a causa della presenza del liquido incomprimibile, aumenta meno di quello di un gas soggetto alla stessa diminuzione di pressione isoterma). Il valore del parametro pu essere stimato utilizzando i risultati di calcoli di flash isontalpico per il sistema in esame: v(T , P) / v(TA , PA ) 1 P / PA 1

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dove le condizioni nel punto A sono quelle calcolate da un flash isoentalpico a PA=(0.80.9)P. In alternativa, pu anche essere calcolato in prima approssimazione tramite le propriet della sostanza scaricata alle condizioni iniziali P0 e T0 (entalpia di evaporazione, Hfg,0, calore specifico del liquido, Cpl, variazione di volume specifico tra liquido e gas, fg,0, densit, 0, e grado di vuoto, 0). La Tabella 1 riassume le relazioni da utilizzarsi per le differenti condizioni. Tabella 1: espressioni per nei diversi casi.

Inserendo questa relazione nel bilancio di energia e risolvendo lintegrale (in pratica quindi il metodo omega non altro che un modello HEM semplificato attraverso luso dellequazione che rappresenta la trasformazione isoentalpica, e quindi conserva tutte le caratteristiche, positive e negative, del modello HEM) si pu ottenere una relazione che, analogamente al caso di efflusso di gas, presenta un massimo in condizioni critiche. Tali condizioni sono raggiunte per un valore di = P P0 = C che pu essere approssimato dalla relazione:

C V

2 1 2 1 1 2 1 2 s

dove V = PV (T0 ) P 0 . La relazione precedente ammette soluzioni reali solo per valori di V (2 1) 2 . In queste condizioni (di basso sottoraffreddamento) il fluido evapora prima di raggiungere la sezione di gola e la portata specifica scaricata in condizioni critiche pu essere calcolata come:

G = P0 0

Per valori di V < (2 1) 2 il fluido risulta eccessivamente sottoraffreddato e non ha il tempo di evaporare prima di raggiungere le condizioni di gola. In questo caso la portata scaricata pu essere posta pari al valore Gsub discusso in precedenza. Un confronto tra i valori ottenuti con le relazioni precedenti riportato in Figura 4. La tendenza del modello HEM implementato secondo il metodo omega a sottostimare la portata scaricata riassunta nella Figura 5 per il caso di scarico di freon 12.

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Figura 4: confronto tra i valori della portata scaricata stimati con diverse relazioni per un efflusso di cloro. Bernoulli si riferisce a uno scarico liquido; VP limited a Gsub; LG low al metodo omega; FE combination al modello di Fauske e Epstein.

Figura 5: rapporto tra le portate di freon 12 calcolate col metodo omega e quelle scaricate. La presenza di tubazioni di una lunghezza non trascurabile tra il recipiente e lo scarico richiede la soluzione numerica del modello HEM lungo la tubazione. Come prima approssimazione, possibile utilizzare le equazioni precedenti valide per fluidi non eccessivamente sottoraffreddati con un coefficiente correttivo funzione del rapporto lunghezza/diametro della tubazione. Per esempio, si introduce un coefficiente di efflusso nella relazione GERM:
G CD H ev vG 1 TCPL

i cui valori sono riportati in Tabella 2. Anche il metodo omega pu essere utilizzato in forma approssimata in presenza di tubazioni. Una volta calcolata la portata specifica scaricata in assenza di tubazioni in condizioni critiche, e assumendo un valore costante del fattore di attrito (f~0.005 un valore spesso adeguato per

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moto turbolento; non si considera quindi il caso di fluidi particolarmente viscosi), il grafico riportato in Figura 6 consente la valutazione delle perdite di carico. Tabella 2: valori del coefficiente di efflusso in presenza di tubazioni. L/D CD 0 1 50 0.85 100 0.75 200 0.65 400 0.55

Lo stesso grafico riporta i valori della Tabella 2 calcolati assumendo un valore di f=0.005. si nota come la riduzione della portata prevista dal modello ERM coincide praticamente con quella prevista dal metodo omega per un valore di =5. Tutti questi approcci semplificati si basano sullipotesi che il fluido scaricato sia assimilabile a un composto puro, nel senso che la tensione di vapore sia univocamente correlata alla temperatura da una relazione tipo Clapeyron. La presenza di miscele richiede la soluzione del modello HEM, complicando significativamente i conti. La portata scaricata in caso di efflusso bifase sar sempre compresa tra quelle calcolate assumendo lo scarico monofase, vapore e liquido rispettivamente. La stima effettuata considerando uno scarico liquido rappresenta quindi la situazione pi conservativa dal punto di vista della stima delle conseguenze.

Figura 6: rapporto tra la portata scaricata in presenza di una tubazione orizzontale a valle dellorifizio e la portata scaricata da un orifizio secondo il metodo omega (---) e il metodo di Fauske e Epstein (o). Il calcolo della portata scaricata nel caso di efflusso monofase stazionario possibile utilizzando un simulatore di processo. Anche pacchetti di simulazione delle conseguenze (SAFIRE, AIChE; EFFECTS4, TNO; PHAST, DNV; SUPERCHEMS, Arthur D. Little; ecc.) contengono sottocodici per la stima della portata di efflusso. 2.4 Flash Quando un liquido surriscaldato viene rilasciato in atmosfera si trova in una condizione instabile che provoca una rapida evaporazione. Lo stato finale della trasformazione dipende dallanalisi che si vuole effettuare: se si considera come stato finale il getto di fluido in movimento la trasformazione pu solitamente essere considerata isoentropica, mentre se lo

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stato finale viene considerato in quiete la trasformazione pu essere approssimata come isoentalpica. Solitamente, anche se non sempre, le differenze tra le due situazioni sono trascurabili. La frazione evaporata pu essere calcolata sulla base dei bilanci di materia ed energia, e delle relazioni di equilibrio liquido vapore. Simulatori di processo standard (per esempio, PRO-II, HY-SYS, ASPEN PLUS, ecc.) possono essere utilizzati per calcolare la frazione di materiale evaporata anche nel caso si miscele complesse. Una prima stima, considerando composti puri con grandezze chimico fisiche costanti con la temperatura, pu essere effettuata con la relazione (TNO, 1992): L CP m L (Teb T0 ) = 1 exp x= 0 m0 H ev 2.5 Formazione di aerosol e rain-out La frazione di flash rappresenta una sottostima della portata di vapori che si possono generare a seguito di un rilascio in atmosfera. Il principale motivo rappresentato dalla formazione di goccioline che, se abbastanza piccole, possono formare una nebbia ed evaporare rapidamente a causa dellaria richiamata nella nube o, nel caso contrario, ricadere al suolo e formare una pozza. Questultima situazione si presenta per esempio quando il getto bifase va ad impattare contro una superficie e/o il suolo posta in prossimit dellefflusso; si verifica una inibizione nellevaporazione delle goccioline a causa del limitato richiamo di aria e del raffreddamento, che favoriscono la ricaduta (rain-out) del liquido. Il bilancio di materia totale per il fluido rilasciato il seguente: Mtotale = Mflash + Maerosol + Mrain-out da cui, noti due dei termini a destra (Mflash = xv Mtotale), si pu ricavare il terzo, solitamente Maerosol o Mrain-out. Le goccioline si possono formare meccanicamente o termicamente. Il primo meccanismo nasce dallo sforzo di taglio tra un getto di liquido scaricato ad alta velocit e laria circostante ed quindi attivo anche per liquidi non surriscaldati. Il secondo meccanismo basato sulla violenta evaporazione di parte del liquido a causa del flash che causa la formazione di goccioline. Il principale problema in questo caso rappresentato dalla stima della dimensione delle gocce che si formano. Infatti la dimensione determina la possibilit per la goccia di rimanere sospesa in aria per un tempo sufficiente ad evaporare; indicativamente questo avviene per gocce di dimensioni inferiori ai 100 m se la velocit del vento superiore ai 2 m/s e il rilascio avviene ad almeno 1 2 m dal suolo. Purtroppo non vi ancora un generale consenso sulle metodologie da utilizzare per la stima del diametro. Generalmente tali metodologie prevedono la stima del diametro medio delle gocce che si formano sulla base di un numero critico di Weber, eventualmente modificato per tener conto dellenergia contenuta nel liquido, pari a 10 20 (Fthenakis, 1993), seguita dalla valutazione della velocit di sedimentazione di tali gocce e quindi dal calcolo del tempo che tali gocce rimangono nella nube. La metodologia descritta simile a quella su cui si basa il codice RELEASE del CCPS (1999) che per porta a determinare una frazione di rain-out maggiore di 4-5 volte rispetto a quella osservata sperimentalmente. Per questo motivo si proposto recentemente un diverso modello (De Vaull & King, 1992) che d risultati pi vicini allevidenza sperimentale. In esso si definisce la sostanza volatile se: Tamb Tas 0,14 Tamb

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dove Tas la temperatura di saturazione adiabatica, stimata considerando una miscela bifase allequilibrio e calcolando la temperatura che si raggiunge durante il miscelamento con aria finch esiste lultima goccia di liquido. La frazione di rain-out viene definita nel modo seguente: per sostanze non volatili:

c P ,l (TBp Tas ) c P ,l (T0 Tas ) = 1 x H vap H vap con T0 = temperatura di stoccaggio e x = frazione (massica) di flash per sostanze volatili

R.O = 1

R.O
valida se

1,8 1 ( T0 TBp ) c P ,l = I 1 H Vap 0.145

cP ,l

(T

TBp )

H vap

< 0,145

Altrimenti R.O = 0 Nelle relazioni precedenti I = 1 - 2,33 ((Tamb-Tas)/Tamb) e TBp la temperatura di ebollizione normale. Utilizzando queste relazioni si ottengono buoni risultati nel caso di rilascio di cloro, come mostrato nella Figura 7.

Figura 7: Confronto tra i valori misurati e quelli calcolati per la frazione di rain-out. Da notare che questa correlazione non porta al 100% di Rain-out man mano che il grado di surriscaldamento (T TBp) 0 per le sostanze volatili, mentre per le sostanze non volatili si comporta meglio poich non risente del peso del fattore di scala I . Tutte le correlazioni riportate in precedenza scontano la grossa limitazione di essere state sviluppate sulla base di un solo set di risultati sperimentali. Non quindi detto che abbiano una validit generale. Un modello senzaltro pi accurato (implementato per esempio in PHAST) risolve le equazioni che descrivono la traiettoria e levaporazione per la singola goccia, ma richiede di

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analizzare un certo numero di diametri della goccia rappresentativi delleffettiva distribuzione delle dimensioni delle gocce. Lincertezza ancora insita nella stima della frazione di liquido che rimane nella nube si scontra con limportanza che tale stima ha nella valutazione delle conseguenze successive. Infatti la presenza di aerosol non solo aumenta la portata di vapori presente nella nube, ma soprattutto ne aumenta la densit sia per la presenza di goccioline, sia per labbassamento della temperatura della nube causata dallevaporazione del liquido (che pu eventualmente portare a una condensazione dellumidit atmosferica con unulteriore aumento della densit della nube). Come conseguenza, nubi di gas che normalmente sarebbero pi leggere dellaria si comportano viceversa come gas densi. Da questo punto di vista, considerare una frazione di aerosol che venga inglobata nella nube ed evapori istantaneamente a contatto con laria non porta a risultati conservativi. Un approccio molto utilizzato quello di assumere che una massa pari a 1 2 volte quella evaporata rimanga inglobata nella nube come aerosol. Questo approccio purtroppo non solo non ha alcuna base teorica, ma anche molto probabilmente poco accurato. Esso pu condurre anche a sottostime grossolane della quantit di vapore presente nella nube, visto che si notato sperimentalmente che solo una piccola parte delle goccioline formatesi a seguito del flash ricadono al suolo. Questo vero anche per frazioni di flash contenute, dellordine del 10%. Alcune delle correlazioni semiempiriche proposte per la stima della frazione di rainout sono riassunte nella Tabella 3. Tabella 3: correlazioni per la stima della frazione di rain-out.

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2.6 Evaporazione da pozza La frazione di liquido che non evapora istantaneamente e non rimane inglobata nella nube come aerosol forma una pozza che evapora. A seconda delle propriet chimico fisiche del composto diversi fenomeni controllano la velocit di evaporazione. Nel complesso, i fenomeni che causano la evaporazione di un liquido sono il trasporto di materia, legato ai gradienti di concentrazione tra la superficie del liquido e latmosfera circostante, e il riscaldamento dovuto allo scambio termico con latmosfera, allirraggiamento solare e allo scambio termico col terreno sottostante. Questi scambi termici sono bilanciati dal calore necessario al liquido per la sua parziale evaporazione. Il trasporto di materia il fenomeno controllante nel caso di liquidi non bollenti, caratterizzati cio da una temperatura di ebollizione normale superiore alla temperatura ambiente, mentre gli scambi termici di varia natura controllano la evaporazione di gas liquefatti per raffreddamento, come il GNL. Una terza situazione rappresentata dai gas liquefatti per compressione (per esempio, GPL) che allo scarico vaporizzano parzialmente (flash), trascinando con s una considerevole quantit di liquido sotto forma di aerosol. Il liquido non trascinato, giunto alla sua temperatura di ebollizione, forma una pozza che evapora. Nel caso di liquidi non bollenti, cio caratterizzati da una temperatura di ebollizione normale superiore alla temperatura ambiente, la portata di evaporazione determinata dal trasporto di materia dalla superficie del liquido allatmosfera, in quanto essendo le portate in gioco piccole lo scambio termico con lambiente non solitamente un fattore limitante.

Figura 8: Errore relativo nel calcolo della portata evaporante con la formula valida per bassi flussi. La portata evaporante si calcola utilizzando un coefficiente fenomenologico di trasporto di materia e assumendo che allinterfaccia tra il liquido e latmosfera vi sia equilibrio tra il liquido e il vapore. Per basse portate evaporanti, quale solitamente il caso per liquidi non bollenti, la portata pu essere calcolata come: MP (T ) Q = KC A V L RT dove M il peso molecolare, R la costante dei gas perfetti, TL la temperatura del liquido, PV la tensione di vapore e KC il coefficiente di trasporto di materia. Lerrore commesso utilizzando questa formula al variare della tensione di vapore del composto riportato in

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Figura 8. In assenza di vento il coefficiente di trasporto pu essere stimato sulla base del valore noto di quello di un composto, solitamente lacqua (KC=0.83 cm/s):

KC 18 0.83 M In presenza di vento si possono utilizzare le classiche relazioni basate sui numeri adimensionali: 0.664 Sc1 / 3 Re1 / 2 Re < 320000 Sh = 1/ 3 0 .8 0.037 Sc (Re 15200 ) Re > 320000 dove Sc=/D il numero di Schmidt ( la viscosit cinematica), Re=uL/ il numero di Reynolds (u la velocit del vento e L la dimensione caratteristica della pozza) e Sh=KCL/D il numero di Sherwood. Sono disponibili anche correlazioni empiriche basate su esperimenti in scala reale del tipo (McKay e Matsuga, 1973): 0.78 0.11 KC = 0.002u10 L dove u=velocit del vento a 10 m di quota [m/s] e L dimensione caratteristica della pozza [m] per ottenere il coefficiente in [m/s]. Un confronto tra i due approcci presentato in Figura 9. Si nota come le stime fornite dalle due relazioni sono praticamente coincidenti per dimensioni superiori ai 5 m. Per piccole pozze le differenze sono percentualmente elevate, ma piccole in valore assoluto. Nel caso multicomponente la stima si complica a causa dellevaporazione preferenziale dei composti pi volatili e richiede la caratterizzazione delle condizioni di equilibrio liquido vapore della miscela. Assumendo che valga la legge di Raoult e che la pozza liquida sia ben miscelata, si pu estendere la precedente formula alle miscele. Dividendo la portata di evaporazione per il peso molecolare del componente i e sapendo che la sua frazione molare in fase liquida xi = ni/nT, si ottiene la portata molare di evaporazione del singolo componente: dn k i (Tg ) Qi = i = A C ni = k i ni dt nt M i ove ki il coefficiente (empirico) di trasferimento di materia. Integrando si ottiene la quantit di ciascun composto che rimane in fase liquida dopo un certo tempo (e, per differenza, quella evaporata): ni = ni0 exp(ki t ) Per miscele di prodotti petroliferi, aventi un ampio intervallo di ebollizione, la portata di evaporazione e la conseguente quantit Fliquid rimanente al tempo t dallinizio dello sversamento pu essere stimata dalla curva di distillazione ASTM della miscela, mediante la seguente relazione: Fliquid = f i exp(ki t )
i N

1/ 3

ove i la percentuale volumetrica del taglio sulla curva di distillazione, fi la frazione volumetrica di materiale distillato prima/dopo il taglio i-esimo e ki la costante di evaporazione della frazione i-esima alla temperatura di ebollizione media del taglio.

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6 portata, kg/h 4 2 0 0 600 portata, kg/h 400 200 0 0 5 10 velocita vento, m/s portata, kg/h portata, kg/h 5 10 velocita vento, m/s

150 100 50 0 0 1500 1000 500 0 0 5 10 velocita vento, m/s 5 10 velocita vento, m/s

Figura 9: portata evaporante al variare della dimensione caratteristica della pozza. Tratto continuo: relazione empirica; tratto discontinuo: relazione basata sul numero di Sherwood. In senso orario: L=1, 5, 10 e 20 m. Solitamente, da 5 a 11 punti sulla curva di distillazione sono sufficienti per avere una stima accurata della portata di evaporazione. Se la curva di distillazione non fosse disponibile ci si pu riferire alla temperatura alla quale il 30% del materiale distilla e determinare il corrispondente valore di k. Nel caso di pozze di composti ad una temperatura pari alla temperatura di ebollizione normale, la portata di evaporazione determinata dal trasporto di calore dallambiente circostante alla pozza di liquido, in quanto essendo le portate in gioco elevate il trasporto materiale non associato al trasporto di calore non solitamente significativo, almeno nelle prime fasi dellevaporazione. La portata evaporante si calcola in questo caso sulla base della potenza termica trasmessa al fluido utilizzando un bilancio di energia sulla pozza: dT mCP = H QH ev dt dove H la potenza termica trasmessa alla pozza dallambiente circostante (convezione e conduzione dallaria, conduzione dal terreno, irraggiamento solare o da un incendio vicino, ecc.) e Q la portata evaporante. Nel primo periodo dopo il rilascio il termine dominante solitamente il trasporto di calore per conduzione dal terreno sottostante. Man mano che il tempo passa il terreno si raffredda sempre pi in profondit, lo scambio termico con la pozza di liquido diminuisce e gli altri contributi possono diventare dominanti. La potenza termica trasmessa per conduzione dal terreno viene solitamente stimata approssimando il terreno stesso a un mezzo semi infinito, anche se questo approccio non viene unanimemente considerato conservativo. Per liquidi criogenici sversati su terreno si ottiene la seguente semplice relazione dalla risoluzione dellequazione di Fourier:

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1 2 Xk 1 2 Qevap = (Tg TL ) 2 H ev Ove k la conducibilit termica del substrato, la diffusivit termica del substrato, Hev lentalpia di vaporizzazione, TL la temperatura iniziale della sostanza e Tg quella del suolo. X un parametro correttivo che tiene conto delle caratteristiche di porosit del suolo e vale 1 per suolo non poroso e 3 per suolo poroso (es. ghiaia, sabbia, etc.) a causa della maggiore area che contribuisce al trasferimento di calore. Proprio le caratteristiche termiche del terreno sono molto variabili e spesso incognite. A titolo di esempio, la Figura 10 riporta un confronto tra le portate evaporanti da una pozza di GNL su due diverse superficie. Si nota come le differenze indotte dalle caratteristiche termiche del terreno non sono trascurabili. Qualora lo sversamento avvenga su acqua e non su terreno (e non si abbia il congelamento) la portata di evaporazione specifica dovuta allo scambio termico molto superiore e pu ritenersi costante a causa dellelevata capacit termica del substrato e dei moti convettivi che evitano il suo progressivo raffreddamento (il valore della portata di evaporazione specifica per il GNL su acqua di 0.175 kg/m2/s che corrisponde ad una velocit di regressione della superficie liquida di 4.2 E-4 m/s).

2.7 Dimensione della pozza Nel caso di rilasci, sia continui sia istantanei, gioca un ruolo fondamentale la dimensione della pozza, che nota solo nel caso di rilascio in un bacino di contenimento (almeno se il volume rilasciato in grado di coprire lintera superficie del bacino). La dimensione della pozza compare direttamente nella relazione per il calcolo della portata evaporante di fluidi non bollenti e indirettamente, in quanto definisce il termine di scambio termico, H, nellequazione di bilancio di energia sulla pozza di liquidi bollenti. Infatti, la maggior parte dei codici sofisticati risolve simultaneamente le equazioni che governano lo spandimento e levaporazione dei liquidi; tra questi da annoverare il codice GASP dellAEA (ex SRD).

10

portata, kg/s

10

10

20

40 tempo, s

60

80

100

Figura 10: confronto tra le portate evaporanti da una pozza di 500 m2 di GNL su terreno (- -) e calcestruzzo (---).

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Per rilasci non confinati la dimensione della pozza si allarga fino a quando lo spessore della pozza non raggiunge un valore limite che dipende sia dalle caratteristiche del composto scaricato, sia dalle caratteristiche del terreno. La stima di questa dimensione limite rappresenta il principale limite in queste valutazioni. Valori tipicamente utilizzati variano da 5 a 10 mm, ma questi valori, oltre ad essere fortemente influenzati dalla rugosit del terreno, non hanno fondamenti teorici. Le dimensioni della pozza al variare del tempo possono essere stimate con relazioni semiempiriche derivate dalla equazione di conservazione dellenergia. Per rilasci continui completamente inconfinati, su di una superficie liscia e che si espandono radialmente in tutte le direzioni, la dimensione della pozza in funzione del tempo pu essere stimata con la relazione:

6 gt 3 Q 2 cos sin R(t ) C 3 2 dove Q la portata volumetrica scaricata, R il raggio della pozza, t il tempo, C una costante empirica il cui valore (tra 2 e 5) dipende da un numero di Reynolds modificato e langolo sulla verticale della superficie della pozza. Tale relazione fornisce risultati simili alla seguente (come mostrato nella Figura 11), che pu essere derivata sempre dal bilancio di energia sulla pozza introducendo approssimazioni pi drastiche: 4CgQ 3 / 4 R (t ) t 3 dove Q la portata volumetrica scaricata, R il raggio della pozza, t il tempo, C una costante empirica del valore di 1.08 e g laccelerazione di gravit. Queste relazioni assumono che lo spandimento avvenga su di una superficie liscia e quindi forniscono una sovrastima della dimensione della pozza. La dimensione di una pozza originatasi da un rilascio istantaneo pu essere stimata con una relazione analoga:
R ( t ) R02 + Cgh0 t 2
1/ 4

1/ 4

dove R il raggio della pozza, t il tempo, il pedice 0 indica le condizioni iniziali, C una costante empirica del valore di 1.08, g laccelerazione di gravit e h laltezza della pozza. Il principale problema nellutilizzo di questa relazione la necessit di ipotizzare una forma e una dimensione iniziale della pozza, di solito assunta cilindrica con dimensioni simili a quelle del recipiente che collassando origina il rilascio istantaneo. La dimensione finale della pozza risulta limitata da impedimenti fisici (ostacoli), quali i muri dei bacini di contenimento, o dal raggiungimento di un minimo spessore in relazione alle caratteristiche di rugosit del substrato (questultimo varia da pochi mm, se su acqua, fino a 25 mm, se trattasi di sabbione).

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10

10 raggio, m 10

10

-1

50

100

150

200 250 tempo, s

300

350

400

450

Figura 11: confronto tra le dimensioni di una pozza di acqua su di una superficie liscia calcolate con le due relazioni precedenti.

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Dispersione

In funzione di parametri legati alle caratteristiche chimico fisiche dellinquinante emesso, alle caratteristiche dellimmissione e, infine, alle caratteristiche meteorologiche e topografiche della zona, linquinante si disperde nellatmosfera, cio si diluisce con laria riducendo la propria concentrazione. Le problematiche legate alla diluizione di specie inquinanti nell'atmosfera vengono genericamente raccolte sotto la denominazione di dispersione in atmosfera. Il termine dispersione non corrisponde ad un preciso meccanismo di trasporto, ma riassume la molteplicit degli eventi attraversati dall'inquinante nell'atmosfera. Dopo l'immissione nell'atmosfera le specie inquinanti percorrono una certa distanza basata principalmente sul trasporto da parte del vento. Durante questo spostamento le specie possono reagire per trasformarsi chimicamente. In presenza di gocce o particelle si possono determinare fenomeni di adsorbimento e assorbimento con la possibilit di una successiva reazione. Il trasporto pu condurre gli inquinanti a quote sempre pi elevate ovvero terminare per diversi fenomeni di interazione con la superficie terrestre. Le specie inquinanti possono trovarsi anche in fase condensata (liquido o solido) gi all'emissione. In tal caso assumono rilevanza i fenomeni di coalescenza, inerziali, gravitazionali e di transizione di fase. Come detto in precedenza, uno scarico assimilato a unemissione continua (che forma cio un pennacchio) o istantanea (che forma una nube trasportata dal vento) in funzione del rapporto tra il tempo che linquinante impiega a coprire la distanza tra la sorgente e il ricettore (stimato pari al rapporto tra la distanza sorgente - ricettore e la velocit del vento) e la durata dello scarico. Nel caso di emissione continua un dato ricettore esposto a una concentrazione costante nel tempo (se sono costanti le caratteristiche meteorologiche e dello scarico), mentre per unemissione istantanea un ricettore esposto a una concentrazione che inizialmente cresce nel tempo, per raggiungere un valore massimo e poi ritornare a zero dopo il passaggio della nube. In entrambi i casi, se il rapporto tra la dimensione della sorgente e la distanza del ricettore dalla sorgente piccolo possibile considerare la sorgente come puntuale, cio priva di dimensioni. Viceversa necessario tenere conto delle reali dimensioni della sorgente. Nella zona vicino alla sorgente le caratteristiche del pennacchio (o della nube) risentono fortemente delle modalit di emissione (quali il tipo di gas scaricato, o la direzione, velocit e temperatura dello scarico), mentre allontanandosi dalla sorgente la quantit di aria inglobata diviene predominante e le caratteristiche del pennacchio o della nube risultano definite prevalentemente dalle caratteristiche dellaria inglobata. Pi in dettaglio, si possono distinguere tre regioni a valle dello scarico in atmosfera: una prima regione, in prossimit dello scarico dove possono prevalere le forze inerziali, una seconda dove possono prevalere le forze di galleggiamento, e una terza dove il pennacchio ormai cos diluito da non avere pi memoria della sorgente che lo ha originato se non per la presenza dellinquinante che viene man mano diluito grazie ai moti turbolenti dellatmosfera. La prima e la seconda regione possono essere presenti o meno a seguito di un rilascio in funzione delle caratteristiche della sorgente, mentre la terza regione sempre presente. Le caratteristiche della sorgente che influenzano la prima regione sono essenzialmente la velocit dello scarico (che fornisce una certa quantit di moto al pennacchio o alla nube che si forma) e la sua direzione. Nel caso in cui il rilascio sia diretto verso lalto la quantit di moto tende a trascinare il pennacchio o la nube verso quote pi elevate. Un fenomeno analogo avviene nel caso in cui la densit del gas sia inferiore a quella dellaria, quando cio siano significativi gli effetti di galleggiamento legati alle forze gravitazionali. Anche in questo caso leffetto che ne consegue un innalzamento dei fumi fino al

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raggiungimento di una situazione di equilibrio termico (gas leggeri). Entrambi questi contributi portano a conseguenze analoghe a quelle che si hanno aumentando la quota di emissione, si ha cio una riduzione della ricaduta al suolo in quanto aumenta il cammino che linquinante deve percorrere prima di arrivare al suolo e quindi il tempo a disposizione per diluirsi con laria ambiente. Maggiori ricadute si riscontrano viceversa quando la sorgente scarica verso il basso, quando la densit superiore a quella dellaria (gas pesanti), e in generale quando esso trascinato verso il suolo. Questo pu accadere anche nel caso in cui il camino sia in prossimit (o sopra) edifici, in quanto a valle delledificio il vento forma una scia che tende a catturare il pennacchio e a trascinarlo verso terra, oppure quando la velocit di scarico insufficiente rapportata alla velocit del vento. In questo ultimo caso i fumi rimangono intrappolati nella scia del camino stesso. Esauriti gli effetti legati alla sorgente, cosa che sempre accade quando il pennacchio o la nube sono sufficientemente diluiti dallaria dellatmosfera, il fenomeno di diluizione dellinquinante dominata dai moti turbolenti dellatmosfera che provocano un ingresso di aria all'interno del pennacchio o della nube e, di conseguenza, un aumento delle sue dimensioni e una diminuzione dei valori di concentrazione al suo interno. La meteorologia gioca un ruolo fondamentale nella dispersione degli inquinanti, in quanto definisce lintensit della turbolenza e quindi la velocit del trasporto materiale nellultima fase della dispersione, solitamente indicata come dispersione passiva. In particolare, la direzione e velocit del vento sono tra i fattori pi importanti. La direzione del vento determina la direzione verso cui si muove il pennacchio o la nube, e quindi la regione interessata dalla ricaduta dellinquinante. Linfluenza della velocit del vento pu essere intuita schematizzando in maniera grossolana il fenomeno della dispersione atmosferica come una miscelazione tra la corrente scaricata dalla sorgente e la corrente di aria portata dal vento: tanto maggiore la velocit del vento, tanto maggiore la portata di aria e quindi la diluizione del composto scaricato. Come detto, il terzo fattore di grande importanza la turbolenza atmosferica: infatti, la dispersione dellinquinante in atmosfera non avviene per diffusione molecolare (che un fenomeno estremamente lento), ma attraverso il movimento di vortici di aria che nel loro moto trasportano energia, quantit di moto e linquinante immesso dalla sorgente. La capacit complessiva di una condizione meteorologica di disperdere un inquinante chiamata stabilit. Unatmosfera stabile tende a smorzare i movimenti di un volumetto di aria, mentre unatmosfera instabile tende a esaltarne gli spostamenti favorendo di conseguenza la dispersione. Infine, sia la topografia sia la presenza di ostacoli in prossimit della sorgente possono influenzare marcatamente la dispersione. Nei modelli pi semplici si considera la sorgente localizzata a una certa quota su di una superficie piana. Questo caso limite ben approssimato da molte situazioni reali, in quanto rispetto alle distanze caratteristiche di un pennacchio o di una nube la presenza di edifici o di piccole variazioni di quota del terreno rappresenta semplicemente una rugosit superficiale, in grado cio di influenzare marginalmente alcuni fenomeni (quali il profilo verticale di velocit del vento) ma non le caratteristiche principali della dispersione. Inoltre, esiste sempre la possibilit di reazioni chimiche tra il composto scaricato e i componenti latmosfera. La esatta valutazione degli effetti di una reazione chimica sulla dispersione dellinquinante va pesata con la cinetica delle potenziali reazioni. Se la velocit di trasformazione risulta sufficientemente lenta in relazione al tempo medio di permanenza della specie inquinante in atmosfera, ragionevole ignorare le reazioni eventuali. Un parametro fondamentale per valutare la rilevanza delle trasformazioni chimiche quindi la vita media della specie in atmosfera. Per tutti gli scopi pratici vale la conclusione che le trasformazioni

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chimiche, salvo eccezionali condizioni atmosferiche o specie particolarmente reattive (oligomerizzazione di HF, idratazione di SO3, ecc.), sono fenomeni che si manifestano su una scala temporale di giorni, e quindi sono problemi di interesse solo per i trasporti di media e grande scala, nei quali la permanenza della specie inquinante nell'atmosfera si protrae per lungo tempo. Infine, la presenza dell'inquinante in condizioni di liquido o di solido modifica in modo sostanziale la sua dispersione. In primo luogo si usa distinguere fra aerosol, intesi come sospensioni di particelle solide o liquide in aria, e particelle o gocce le cui dimensioni non consentono lo stabilirsi di una sospensione. Per questo secondo caso la dispersione viene regolata da meccanismi macroscopici tipici della meccanica, quali la spinta del vento opposta alle resistenze inerziali. Per entrambe le categorie la dimensione della singola particella un parametro che ne determina il comportamento in atmosfera. Non si pu tuttavia parlare in maniera univoca di diametri poich sono simultaneamente presenti particelle di svariate dimensioni. Nel caso di fasi condensate quindi inevitabile una descrizione statistica che utilizza il concetto di distribuzione. La distribuzione che qui interessa proprio quella delle dimensioni, rappresentate dal volume, dalla massa, ovvero da una lunghezza convenzionale, di cui la pi usata il diametro aerodinamico. Per distribuzione si intende una curva che descrive l'abbondanza relativa di particelle con una certa dimensione. Il solo fatto che, al momento dell'emissione, si presentino particelle con svariati diametri possibili fa intuire che la dispersione in atmosfera produrr effetti differenziati per ogni frazione di particelle di analoga dimensione. In altri termini, anche in un moto completamente segregato (che prescinda cio dalla ridistribuzione che l'atmosfera invariabilmente opera), si deve attendere una distribuzione dell'inquinante al suolo non uniforme, come diretta conseguenza della distribuzione di particelle gi presente all'emissione. Una ulteriore peculiarit della dispersione di aerosol costituita dai fenomeni di nucleazione, crescita, e coagulazione. La nucleazione si riferisce al caso molto comune di formazione di particelle per condensazione di gas attorno a certi nuclei, mentre la successiva crescita conseguenza di due meccanismi alternativi, quello pi graduale della continua condensazione sulla superficie e quello della coagulazione di due particelle. Per quanto detto precedentemente, questi meccanismi condizionano la dispersione in atmosfera, incidendo sulla dimensione delle particelle e quindi modificando continuamente la distribuzione dei volumi. 3.1 Modelli di simulazione: generalit I modelli disponibili per la simulazione della dispersione in atmosfera (si veda per esempio Zannetti, 1990; EPSC, 1999) possono essere classificati essenzialmente in tre tipologie: modelli tridimensionali (CFD); modelli integrali (a tubo di flusso); modelli gaussiani. Mentre i modelli CFD (acronimo di Computational Fluid Dynamic) implementano le equazione cardinali del moto dei fluidi e di conservazione della materia, accoppiate a opportuni modelli di turbolenza e a condizioni al contorno per rappresentare la topografia della zona e le caratteristiche della sorgente, i rimanenti modelli derivano in qualche modo dalle stesse equazioni sulla base di differenti approcci e/o ipotesi semplificative. I modelli CFD (che matematicamente originano un sistema di equazioni differenziali alle derivate parziali) sono stati sviluppati allinterno della fluidodinamica computazionale e sono

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in grado di rappresentare in modo realistico leffetto della turbolenza atmosferica sulla dispersione dellinquinante. Possono inoltre rappresentare in maniera concettualmente semplice condizioni meteorologiche estreme e qualsiasi tipo di ostacolo o di topografia. Analogamente, sono in grado di tenere in conto la reale densit dei composti scaricati cos come le reali condizioni di scarico. Daltro canto, questi modelli richiedono un elevato tempo di calcolo, sono complicati da utilizzare richiedendo lintervento di personale esperto contrariamente alle altre tipologie di modelli pi semplici. I modelli a tubo di flusso cercano di rappresentare lintera storia del pennacchio o della nube, dalla sorgente fino al ricettore, utilizzando le stesse equazioni di bilancio dei modelli CFD integrate su una sezione generica del tubo di flusso cui si assimila il pennacchio o al volume occupato dalla nube. I termini di scambio con l'esterno sono regolati sia dalla turbolenza interna al pennacchio stesso, sia dalla turbolenza atmosferica. Questo tipo di modelli non possono essere risolti analiticamente per fornire formule di facile impiego e matematicamente originano un sistema di equazioni differenziali ordinarie. Le principali differenze tra i diversi modelli di questo tipo risiedono nella approssimazione usata per la descrizione del profilo all'interno del pennacchio (gaussiana o uniforme, per esempio), nella descrizione dei processi di inclusione di aria nel pennacchio e nelle approssimazioni introdotte per la descrizione dei fenomeni coinvolti nelle immediate vicinanze della sorgente. Questi modelli sono in grado di rappresentare la dispersione di inquinanti in atmosfera considerando anche gli effetti inerziali, di galleggiamento o legati alla densit della corrente scaricata. Daltro canto, essi non sono solitamente in grado di tenere in conto la presenza di ostacoli di rilevanti dimensioni o di unorografia complessa, cos come di condizioni meteorologiche o di scarico estreme. Di pi semplice utilizzo sono invece i modelli gaussiani. Questi modelli rinunciano a descrivere levoluzione del fenomeno in prossimit della sorgente e si limitano a descrivere lultima fase della dispersione del composto, cio quella in cui gli effetti inerziali, di galleggiamento, o comunque legati alle peculiarit della sorgente divengono trascurabili. Questo implica che tali modelli devono essere associati ad altri modelli in grado di simulare la prima parte del fenomeno (per esempio, i modelli di innalzamento del pennacchio). Per ottenere delle soluzioni analitiche delle equazioni di partenza necessario introdurre delle assunzioni semplificative: a diverse ipotesi corrispondono diversi modelli gaussiani. L'apparente diversit dei modelli nasce quindi dalle diverse assunzioni che sono fatte al fine di ottenere delle soluzioni analitiche. Nonostante le assunzioni necessarie per giungere alle semplici formule gaussiane siano molto stringenti, e spesso solo parzialmente soddisfatte nella pratica, esse sono ampiamente utilizzate grazie al fatto che i parametri di dispersione sono stati derivati dal confronto tra le previsioni dei modelli gaussiani e i risultati di misure sperimentali, anzich essere calcolati partendo da considerazioni teoriche. Questo conferisce una ragionevole affidabilit a questo tipo di modelli quando sono utilizzati in situazioni analoghe a quelle per cui sono stati sviluppati. I risultati dei modelli gaussiani sono in grado di fornire correttamente lordine di grandezza della concentrazione, solitamente sovrastimando il valore reale. I principali vantaggi e svantaggi delle diverse tipologie di modelli sono riassunte nella Tabella 4. 3.2 Cenni di fisica dellatmosfera Come detto in precedenza, la dispersione di inquinanti si basa sulla capacit dell'atmosfera di diluire la specie inquinante fino a livelli di concentrazione non pi pericolosi. Questa capacit dell'atmosfera in gran parte basata sulla turbolenza che caratterizza le circolazioni d'aria, gi a bassi valori di velocit.

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Il moto delle masse d'aria nell'atmosfera varia con la posizione sulla superficie e con la quota. In particolare, il vento negli strati pi bassi dellatmosfera mostra andamenti generalmente poco regolari nelle sue caratteristiche principali, che sono la direzione e l'intensit. A questo fatto si possono ascrivere molte delle difficolt della valutazione a priori degli effetti dell'introduzione di inquinanti nell'atmosfera. Il vento determina prevalentemente la direzione orizzontale di allontanamento delle specie inquinanti, mentre la variazione di temperatura con la quota influisce sulla dispersione verticale dei fumi. La variazione di temperatura con la quota determinata da molteplici fattori fra cui la temperatura del suolo, conseguenza degli scambi di calore per irraggiamento (dal sole di giorno, verso il cielo di notte), la variazione di pressione con la quota, il grado di umidit, la circolazione locale delle masse d'aria. Tabella 4: vantaggi e svantaggi delle diverse tipologie di modelli di dispersione atmosferica.

Il concetto di stabilit dell'atmosfera ha un'importanza chiave per la dispersione degli inquinanti. Esso trae origine dalla possibilit o meno di instaurarsi moti di circolazione verticali nellatmosfera; questo pu essere previsto con riferimento al profilo di temperatura potenziale, cio del profilo di temperatura che si avrebbe a seguito di una trasformazione adiabatica di un volumetto di aria secondo landamento della pressione atmosferica con la quota. La ragione di questo riferimento nasce da una semplice considerazione: spostando una porzione di aria verticalmente (a causa per esempio di un vortice turbolento) questa viene a trovarsi istantaneamente a una pressione diversa (la propagazione della pressione immediata), ma risulta circondata da aria a una temperatura diversa. Infatti, per adeguarsi alla temperatura circostante necessario un scambio termico, tipicamente lento per gas. Quindi la porzione di aria si porta alla temperatura corrispondente ad una trasformazione adiabatica, dalla pressione a cui si trovava inizialmente alla nuova. A seconda che la variazione di temperatura (adiabatica, quindi) della porzione d'aria sia stata maggiore o minore di quella dell'atmosfera circostante, si pu avere una tendenza a riacquisire la quota iniziale ovvero a variarla ulteriormente. In altri termini, a seconda del gradiente reale di temperatura rispetto al

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gradiente adiabatico una porzione di aria si pu trovare in condizioni di equilibrio stabile (nel qual caso qualsiasi allontanamento dalle condizioni iniziali viene impedito) o instabili (in cui a una perturbazione infinitesimale delle condizioni iniziali corrisponde un allontanamento dalla posizione iniziale non correlato in alcun modo allentit della perturbazione). In condizioni instabili si innescano moti di circolazione verticale, che sono viceversa impediti in condizioni stabili. Le possibili situazioni di stabilit dipendono da diversi altri fattori quando si considera un'atmosfera non in quiete. Una quantificazione del grado di stabilit pu essere fatta attraverso diversi parametri, ma nessuno di questi facilmente misurabile. Per questa ragione si imposta una classificazione delle condizioni di stabilit proposta da Pasquill, secondo il quale le condizioni di stabilit dell'atmosfera possono essere ricondotte a sei macro categorie (indicate con le lettere da A a F, da Estremamente instabile a Moderatamente stabile, rispettivamente). Successivamente diversi autori hanno convenuto sulla importanza pratica di questa classificazione (che consente tra laltro di racchiudere in un numero finito di classi le infinite possibili situazioni con diverse tendenze dellatmosfera a disperdere un inquinante immesso in essa), e hanno proposto diversi criteri per stimare la classe di stabilit sulla base di fenomeni macroscopici facilmente misurabili. La Tabella 5 riporta i criteri proposti da Turner. Tabella 5: classi di stabilit in relazione alla velocit del vento, al grado di insolazione e di copertura del cielo. Velocit Irraggiamento solare [W/m2] Frazione di copertura del vento a notturna del cielo 10 m [m/s] >700 350-700 <350 >1/2 <3/8 <2 A A-B B 2-3 A-B B C E F 3-5 B B-C C D E 5-6 C C-D D D D >6 C D D D D Una classificazione alterativa quella proposta da Doury (EPSC, 1999) che comprende solo due classi: condizioni di diffusione normale (ND) che combina le classi di Pasquill da A a D, e condizioni di diffusione debole, simile alla classe F di Pasquill. Le condizioni di occorrenza delle diverse classi sono riassunte in Tabella 6. Tabella 6: classi di stabilit in relazione alla velocit del vento. Velocit del vento [m/s] <3 >3 Giorno ND ND Notte WD ND

possibile ottenere una espressione analitica per la variazione della velocit del vento con la quota sulla base dell'analisi dimensionale. Le evidenze da rispettare sono un aumento della velocit media del vento ed una diminuzione del gradiente con la quota. In altri termini il vento cresce sempre con la distanza dal suolo e le variazioni pi sensibili sono in prossimit della superficie, dove la velocit deve annullarsi. Inoltre, stato osservato che le variazioni

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sono tanto pi concentrate verso il suolo quanto pi questo liscio, cio tanto pi piccoli sono gli ostacoli al suolo. Per contro, in presenza di ostacoli di altezza significativa (per esempio, costruzioni), la variazione di intensit si distribuisce su uno spessore maggiore. L'analisi dimensionale parte dalla equazione di bilancio di quantit di moto nella direzione verticale, mediata nel tempo e semplificata utilizzando l'approssimazione di Boussinesq, per il caso monodimensionale (uy=uz=0) stazionario e in atmosfera adiabatica, assumendo che la derivata della pressione lungo x sia indipendente da z: P xz ( z ) = xz ( z = 0) + z xz ( z = 0) = 0 z Questo un legame tra 0 e xz = ( + K )du x / dz Kdu x / dz ; poich K (il tensore dei coefficienti di diffusione turbolenta) a sua volta dipende da variabili quali la rugosit superficiale, la densit e la quota, la equazione sopra un legame tra cinque variabili che coinvolgono tre grandezze fondamentali. Con alcuni passaggi e utilizzando il teorema possibile riassume le evidenze sperimentali discusse in precedenza nella seguente legge di variazione logaritmica, valida nel caso di atmosfera adiabatica: z zr u z u ( z ) = u ( z r ) ln u ( z ) = * ln ln z k z0 z0 0 in cui k la costante di von Krmn che vale circa 0.41, mentre u* una velocit caratteristica, detta di attrito (friction velocity), legata allo sforzo di taglio al suolo secondo la relazione u * = 0 / . Si tratta di una grandezza sperimentalmente misurabile sulla base della velocit del vento a una data quota. Il profilo logaritmico non pu, matematicamente, essere definito fino al suolo (z = 0). La quota z0 di riferimento a cui il vento si annulla viene assunta in funzione della rugosit del suolo, come riassunto per alcune situazioni tipiche nella Figura 12. Si vede che esiste una certa incertezza sul valore da utilizzare in una data situazione, pari mediamente a un fattore di circa 3 (a parte alcune situazioni limite). Unincertezza di questo tipo comporta una differenza nella stima della velocit del vento con la formula precedente a una certa quota dellordine di circa il 10%. Bisogna anche sottolineare che la valutazione del profilo verticale del vento con una legge logaritmica e un valore di rugosit superficiale si applica ovviamente per quote superiori alla rugosit superficiale stessa. Questo non un problema quando le dimensioni verticali della nube (o la sua quota) sono superiori al valore della rugosit superficiale. Viceversa, se esistono ostacoli la cui dimensione superiore a quella verticale della nube (come spesso accade nel caso di rilascio di gas densi in aree industriali) si possono avere situazioni marcatamente differenti da quelle caratterizzate da un profilo logaritmico del vento. Il vento stesso pu essere canalizzato dagli ostacoli, e la presenza di scie a valle degli edifici pu portare a concentrazioni decisamente maggiori di inquinanti nella regione a valle degli edifici stessi. Qualora le condizioni dell'atmosfera non siano quelle adiabatiche, il profilo di velocit si modifica. L'analisi dimensionale fornisce anche per il caso generale una relazione approssimata, che mostra come in atmosfera stabile la velocit del vento cresce pi rapidamente con l'altezza e viceversa in condizioni di instabilit. Questo corrisponde all'effetto di livellamento della velocit operato dagli scambi di quantit di moto turbolenta lungo la verticale. In questo caso la relazione precedente si modifica con lintroduzione di un parametro caratteristico delle condizioni di stabilit dellatmosfera, la lunghezza di Monin Obukhov, L:

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u* z z ln + 4 .5 k z0 L Il parametro L pu essere stimato sulla base dei valori riportati in Tabella 7. u( z) =

Figura 12: valori di rugosit superficiale, z0, suggeriti da diverse fonti. Molto utilizzata nella pratica, e in particolare con riferimento ai modelli di dispersione di inquinanti, la rappresentazione della velocit media del vento con la quota attraverso una legge empirica (di potenza) del tipo:

z u ( z ) = u ( z r ) z r basata su un valore di velocit, u(zr), a una quota di riferimento, zr. In essa il parametro P viene determinato sulla base delle condizioni atmosferiche, nota la natura del suolo. Per una rapida valutazione si possono utilizzare i valori riportati nella
Tabella 8. Questi valori sono stati stimati per emissioni da ciminiere e non dovrebbero quindi essere utilizzati per quote inferiori a quella di riferimento. Le previsioni delle diverse relazioni sono riportate per alcuni casi nella Figura 13. Si nota che le maggiori differenze si riscontrano nel caso di atmosfera instabile, mentre nel caso di atmosfera neutra non si riscontrano differenze apprezzabili. Un discorso a parte merita il caso

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di atmosfera instabile, dove i valori pi elevati dellesponente P portano a previsioni poco credibili del profilo di velocit del vento. Non si riscontrano infine grosse differenze legate allutilizzo del parametro L, cosa che giustifica lapproccio usuale che porta ad utilizzare la relazione pi semplice che ne ignora leffetto. Tabella 7: classificazione delle condizioni di stabilit atmosferica. Classe di stabilit A B C D E F Lunghezza di Monin Obukhov, m - 10 - 50 - 50 > 100 50 10

Tabella 8: esponenti per la relazione della velocit del vento in funzione della quota proposti da diverse fonti. Classe Riferimento Terreno CCPS, 2000 Urbano Rurale EPSC, 1999 Urbano A 0.15 0.07 0.10 B 0.15 0.07 0.15 C 0.20 0.10 0.20 D 0.25 0.15 0.25 E 0.40 0.35 0.30 F 0.60 0.55 0.30

3.3 Modelli gaussiani I modelli gaussiani possono essere utilizzati per simulare la fase di dispersione passiva, cio quella prevalente quando sia gli effetti inerziali sia quelli gravitazionali si sono esauriti. Come detto in precedenza, questa terza fase sempre presente, e pu risultare lunica nel caso di emissione di un gas neutro (cio con densit simile a quella dellaria) e senza apprezzabili componenti della velocit in uscita. Possono rappresentare ragionevolmente anche il caso di dispersione di una piccola quantit di gas densi, in cui la fase legata alla densit del gas relativamente breve e poco importante. Nel caso di emissione continua da una sorgente puntiforme (le cui dimensioni siano cio trascurabili rispetto alla scala spaziale su cui si vuole simulare il fenomeno, tipicamente dellordine della distanza tra sorgente e ricettore) linquinante viene trasportato dal vento formando un pennacchio parallelo al suolo. La concentrazione di inquinante a una certa distanza dalla sorgente risulter quindi massima in corrispondenza dellasse del pennacchio, diminuendo progressivamente man mano che ci si allontana. Analogamente, in corrispondenza dellasse del pennacchio la concentrazione diminuir allaumentare della distanza per effetto della diluizione progressiva. Per emissioni in quota la concentrazione al suolo viceversa normalmente sar nulla in prossimit dellemissione in quanto linquinante non ha ancora raggiunto il suolo, per poi aumentare gradualmente allaumentare della distanza fino a un valore massimo. A distanze maggiori leffetto della diluizione prevale e la concentrazione al suolo diminuisce. Le caratteristiche fondamentali della dispersione di un gas neutro da una sorgente continua possono essere derivate dalla equazione di bilancio materiale dellinquinante, che pu essere scritta come:

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C + uC = D 2C + S t
150 A, z 0=1 m 100 z, m 100 150 F, z 0=1 m 100 150 D, z 0=1 m

50

50

50

2 u, m/s

2 u, m/s

5 u, m/s

10

15

150 A, z 0=0.1 m 100 z, m

150 F, z 0=0.1 m 100

150 D, z 0=0.1 m 100

50

50

50

2 u, m/s

2 u, m/s

5 u, m/s

10

15

Figura 13: velocit del vento in funzione della quota calcolate per una velocit del vento a 10 m pari a 2 m/s per le classi A e F, 5 m/s per la classe D. (---) relazione col parametro L; () relazione senza il parametro L; (- -) relazione empirica coi valori di P secondo CCPS, (2000); (- .) relazione empirica coi valori di P secondo EPSC (1999). Essendo la concentrazione dellinquinante in aria solitamente molto bassa, possibile assumere che la sua presenza non influenzi il campo termico e di moto dellatmosfera. In questo modo, assunta nota la distribuzione di velocit e temperatura, non necessario accoppiare il bilancio materiale della specie inquinante alle equazioni di bilancio di energia e di quantit di moto. Il termine S rappresenta le sorgenti della specie inquinante, dovute a reazioni chimiche o a immissioni dallesterno del dominio di integrazione. In assenza di reazioni chimiche e effettuando la usuale operazione di mediazione si ottiene la equazione mediata: C + u C = ( K + D ) 2 C + S t dove K il tensore dei coefficienti di diffusione turbolenta e si sono introdotti i valori medi di velocit e concentrazione. Trattandosi di un moto turbolento, non solo la velocit ma anche la concentrazione della specie inquinante ha un andamento erratico, tipico di una variabile casuale. In altri termini, la mediazione dellequazione di bilancio materiale e la conseguente introduzione di un modello di turbolenza per risolvere il problema della chiusura delle

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equazioni impedisce di calcolare il valore istantaneo della concentrazione, limitandosi a fornire un valore medio. Questo da un lato non un grosso problema in quanto anche sperimentalmente siamo in grado di misurare solo valori medi di concentrazione (su intervalli pi o meno lunghi a seconda dello strumento utilizzato), ma dallaltro pone il problema della scelta dellintervallo di mediazione (averaging time). Infatti, per una assegnata distribuzione della concentrazione, i malori massimi e minimi (misurati o calcolati) dipendono dal valore dellintervallo di tempo scelto per la operazione di media. Ne consegue che un valore di concentrazione (misurato o calcolato) non ha senso se non associato alla definizione del tempo di mediazione utilizzato. Sulla base di diverse assunzioni semplificative si possono ricavare formule diverse, la pi utilizzata delle quali la seguente:
C =
2 2 y 2 exp ( z h) + exp ( z + h) exp 2 2 2 2u y z 2 z 2 z 2 y

dove il coefficiente di riflessione dellinquinante al suolo (pari a 1 per riflessione completa, come nel caso di suolo non poroso e di inquinante che non si adsorbe sulla vegetazione, e pari a 0 per assorbimento completo, come nel caso di HF + acqua). Questo modello non applicabile in condizioni di calma di vento (cio per velocit medie del vento inferiori a un dato valore, pari a 0.5 2 m/s a seconda degli autori) in quanto non in grado di simulare la retrodiffusione presente nelle immediate vicinanze della sorgente come illustrato in Figura 14.

Figura 14: fenomeni di retrodiffusione a bassa velocit del vento. Esistono diverse correlazioni per la stima di y e z in funzione della distanza dalla sorgente, x, e delle condizioni di stabilit atmosferica. Ciascuna di queste correlazioni differisce dalle altre per le condizioni in cui sono state effettuate le misure sperimentali utilizzate per ricavare una particolare formula (tipo e altezza del rilascio, orografia, intervallo di tempo su cui viene mediata la misura della concentrazione, ecc.). Un confronto tra i valori di Pasquill Gifford e quelli di Doury riportato in Figura 15. Si nota come nel caso di dispersione orizzontale la differenza tra le diverse classi di stabilit piccola e le curve di Pasquill Gifford sono essenzialmente le stesse di quelle di Doury. Nel caso invece di dispersione verticale, le curve sono differenti per le diverse classi di stabilit. I due approcci forniscono comunque valori simili, eccetto che per le classi A e B dove le curve di Pasquill Gifford tendono a divergere per tempi di trasferimento dellordine dei 1000 s.

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Questo comportamento appare ragionevole solo in condizioni eccezionali legate alla presenza di forti correnti convettive. Sulla base di diverse assunzioni semplificative si possono ricavare formule diverse anche per rilasci istantanei, la pi utilizzata delle quali la seguente:
C= ( x u t )2 y2 exp 2 2 2 x 2 y (2 )3 / 2 x y z q
2 exp ( z h) 2 z2

( z + h) 2 + exp 2 z2

dove sempre il coefficiente di riflessione dellinquinante al suolo e q la quantit di inquinante scaricata. I valori dei coefficienti di dispersione nel caso di rilasci istantanei sono differenti da quelli per il caso di rilasci continui, anche se il limitato numero di informazioni sperimentali disponibili rende difficile una loro stima affidabile. Un approccio utilizzato quello di considerare x = y pari alla met del valore corrispondente per rilasci continui, e di considerare viceversa inalterato il valore di z .Al variare del tempo di mediazione cambia il valore di concentrazione (sia misurato, sia calcolato). I valori riportati in letteratura per i coefficienti di dispersione sono solitamente relativi a tempi di mediazione di 10 minuti. Questo pu essere adeguato per valutare le conseguenze di molti rilasci tossici, ma non lo per la stima dei limiti di infiammabilit, dove si interessati a valori di concentrazione essenzialmente istantanei ed in prossimit del punto di rilascio ove sono maggiormente rilevanti altri meccanismi di diluizione legati alla densit/velocit delleffluente.

Figura 15: confronto tra valori di y e z in funzione del tempo di trasferimento dalla sorgente al ricettore, definito come rapporto tra la distanza e la velocit media del vento.

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In prima approssimazione possibile stimare leffetto del tempo di mediazione utilizzando la relazione: z t = (t / 10 )q z
t =10 min

con t espresso in minuti. Per tempi di mediazione inferiori ai 10 minuti q = 0.2, mentre per tempi compresi tra 1 e 100 h si assume solitamente q = 0.25 - 0.3. Perch il nuovo valore non sia inferiore a quello caratteristico di una emissione istantanea il fattore correttivo non pu essere inferiore a circa 0.5 (il che equivale ad assumere che un rilascio istantaneo avvenga in circa 20 s). Questa relazione fornisce risultati sostanzialmente coincidenti con la: 0.2 Ct = (t 10 ) C t =10 min Leffetto del tempo di mediazione schematizzato in Figura 16.
2

1.8

1.6

Ct / Ct=10 min

1.4

1.2

0.8

0.6

10

20

30 tempo di mediazione, min

40

50

60

Figura 16: confronto tra valori di concentrazione al variare del tempo di mediazione. Le assunzioni necessarie per giungere alle semplici formule gaussiane sono molto stringenti, e spesso sono solo parzialmente soddisfatte nella pratica. Ci nonostante, proprio grazie alla loro semplicit, i modelli gaussiani sono ampiamente utilizzati. La ragione del loro successo risiede nel fatto che tali modelli sono in grado di rappresentare correttamente i principali comportamenti qualitativi (per esempio la distribuzione gaussiana della concentrazione allinterno del pennacchio o della nube), e che un accordo quantitativo con la realt viene ottenuto tarando i parametri di dispersione presenti nei modelli (y e z) per confronto tra le previsioni dei modelli gaussiani e i risultati di misure sperimentali, anzich essere calcolati partendo da considerazioni teoriche come sarebbe viceversa possibile. Ci nonostante vi sono delle chiare limitazioni alluso dei modelli gaussiani, quali la presenza di orografie complesse o ostacoli di dimensioni comparabili allaltezza del pennacchio, condizioni meteorologiche variabili tra la sorgente e il ricettore, calma di vento, regione vicina allemissione (fino a 100 m). In particolare, il limitare luso di questi modelli a distanze superiori a 100 m dal punto di rilascio consente al flusso scaricato di stabilizzarsi in un pennacchio (o in una nube) con distribuzione della concentrazione gaussiana. Dalla Figura 16 si nota come lassunzione di considerare infiammabile la nube fino a una concentrazione media su 10 minuti pari a 1/2

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LFL corrisponde a considerare infiammabile la nube fino a una concentrazione media su 20 secondi pari al LFL. 3.4 Modelli integrali Un gran numero di incidenti industriali coinvolge la dispersione di gas pi densi dellaria. In questo caso leffetto della gravit pu giocare un ruolo determinante nelle prime fasi della dispersione e lutilizzo di modelli gaussiani non corretto. In questo caso necessario tenere espressamente in conto gli scambi di energia e quantit di moto della nube o del pennacchio con lambiente, oltre che di materia. Ci pu essere fatto utilizzando le equazioni di conservazione di queste grandezze scritte per un certo volume di controllo (a cui viene assimilata la nube nel caso di rilasci istantaneii) o per un tubo di flusso (a cui viene assimilato il pennacchio nel caso di rilasci continui). I modelli integrali vengono solitamente utilizzati accoppiati ai modelli gaussiani. Questi ultimi descrivono la fase di dispersione passiva della nube o del pennacchio, quando cio linquinante si e diluito abbastanza da rendere trascurabili gli effetti gravitazionali. Ne consegue che tutte le limitazioni e i problemi discussi in precedenza per i modelli gaussiani sono presenti anche nei modelli integrali. Nel caso di emissioni di gas pesanti si possono identificare quattro fasi successive: 1. creazione della nube o del pennacchio; 2. collasso; 3. spargimento al suolo; 4. dispersione passiva. La prima fase, come sempre nel caso di emissioni istantanee, richiede unassunzione sulla forma e dimensione della nube. La seconda e terza sono quelle descritta dai modelli integrali, mentre la quarta viene simulata coi modelli gaussiani. Le diverse fasi sono rappresentate nella Figura 17. Nella forma pi semplice, i modelli integrali per emissioni istantanee simulano la caduta della nube utilizzando le equazioni di Navier Stokes nella forma semplificata di Bernoulli. Introducendo alcune ipotesi semplificative (velocit di caduta della parte superiore del cilindro forma a cui solitamente si approssima la nube trascurabile; velocit di spargimento laterale della nube uniforme; equilibrio tra la sovrapressione media nella nube e resistenza dellaria allavanzamento del fronte della nube) si ottiene una relazione del tipo:

a dR = K H g dt a dove R ed H sono il raggio e laltezza della nube, e K un parametro. La diluizione della nube a seguito dellingresso dellaria viene rappresentata attraverso delle velocit di ingresso dai bordi e dalla parte superiore della nube: dM a U dR 2 = 1 a 2RH + 2 a t R dt dt Ri dove Ma la massa di aria trascinata nella nube e 1 e 2 sono due parametri. Alcuni modelli tengono anche conto degli scambi termici con lambiente attraverso relazioni del tipo: (M a C Pa + M ga C ga ) dT = 3 (T Tsuolo ) + C Pa (Ta T ) dM a dt dt dove 3 un altro parametro. Complessivamente, i fenomeni tenuti in conto da un modello integrale di questo tipo sono riassunti in Figura 18. Altri fenomeni, come per esempio la

0.5

( )

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presenza di umidit, possono essere inclusi in questo approccio, ma il principale problema risulta evidente anche dalle equazioni riportate: per poter ricondurre le equazioni di conservazione a una forma matematicamente semplice necessario introdurre numerose semplificazioni che vengono recuperate nel modello introducendo dei parametri adattivi. Il valore di tali parametri deve essere stimato per confronto con dati sperimentali. Questo rappresenta il principale limite dei modelli integrali: essendo disponibile solo un numero limitato di dati sperimentali in scala reale, laffidabilit dei parametri stimati utilizzando tali dati non garantita, specie in condizioni diverse da quelle indagate sperimentalmente.

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Figura 17: Diverse fasi della simulazione di una dispersione di un gas pesante.

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Figura 18: meccanismi considerati durante la simulazione della fase di caduta di una nube con un modello integrale. Vi poi il problema di legare i risultati del modello integrale a quelli del modello gaussiano nel momento in cui la densit della nube approssima quella dellaria. A parte la discontinuit che si pu avere nel profilo di concentrazione passando da un profilo top-hat a uno gaussiano (come mostrato in Figura 17), il principale problema la definizione di un criterio per la transizione dalla fase rappresentata dal modello integrale a quella rappresentata dal modello gaussiano. Si utilizzano solitamente criteri basati su diverse verifiche, quali la differenza di densit tra la nube e laria, la velocit del fronte della nube, la penetrazione della turbolenza atmosferica nella nube, ecc. Nessuno di questi approcci migliore degli altri, nel senso che tutti basano la loro validit sulla capacit di riprodurre ragionevolmente le evidenze sperimentali. Nel caso di rilasci continui a bassa velocit (in cui quindi la componente inerziale sia trascurabile) la modellazione analoga, come mostrato nella Figura 19. Anche le equazioni risultanti sono simili, originandosi sempre dalle equazioni di Navier Stokes fortemente semplificate per ricondurre il modello alla forma a parametri concentrati, e quindi le equazioni a un sistema di equazioni differenziali ordinarie.

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Figura 19: modellazione di un rilascio continuo con un modello integrale. Il discorso risulta analogo anche per il caso di rilasci continui in cui la componente inerziale non sia trascurabile. In questo caso possibile modellare separatamente la fase di getto turbolento iniziale (in cui lo scarico si diluisce molto pi rapidamente che durante la fase di dispersione passiva a causa dellelevata differenza di velocit del getto rispetto allaria ambiente). I modelli integrali applicati al tubo di flusso sono in grado, sempre sulla base di parametri stimati sulla base del confronto coi dati sperimentali disponibili, di rappresentare anche la fase iniziale di getto (almeno oltre la zona di stabilizzazione del flusso, mostrata in Figura 20 che si estende per alcuni diametri e richiede di essere caratterizzata in modo differente per fornire le condizioni iniziali al modello integrale), oltre che la fase in cui prevalgono gli effetti inerziale quelli di dispersione passiva. Contrariamente ai modelli discussi in precedenza, in questo caso di solito i modelli integrali non si collegano ad un modello gaussiano per simulare lultima fase della dispersione, ma il modello integrale ingloba anche una parte di dispersione legata alla turbolenza atmosferica. Questi modelli riproducono correttamente la fase dominata dalla quantit di moto iniziale o dagli effetti gravitazionali, ma rappresentano il pennacchio con una sezione circolare anche nella regione di dispersione passiva, in contrasto con le evidenze sperimentali che mostrano una maggior dispersione laterale rispetto a quella verticale. Questo produce un pennacchio a sezione ellittica, come correttamente riprodotto dai modelli gaussiani.

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Figura 20: Modellazione di un rilascio continuo a getto con un modello integrale. Poich tutti i modelli integrali sono stati tarati sugli stessi (pochi) dati sperimentali disponibili, essi sono sostanzialmente in grado di riprodurli correttamente. In altri termini, non agevole discriminare tra tali modelli quale sia il migliore, ma soprattutto quale sia il pi affidabile in condizioni diverse da quelle utilizzate per la sua taratura (per esempio, rilasci di composti tossici che raggiungono valori di concentrazione pericolosi anche a grandi distanze dalla sorgente). Elenchi di codici disponibili per la simulazione della dispersione in atmosfera, cos come confronti dettagliati tra i risultati di diversi codici sono discussi in dettaglio in numerose rassegne di letteratura (si veda per esempio CCPS, 1996; EPSC, 1999). I modelli integrali e quelli gaussiani condividono lincapacit di rappresentare linfluenza di ostacoli presenti nelle vicinanze del punto di rilascio. La Figura 21 mostra alcune di queste situazioni. Un confronto con dati sperimentali in larga scala riportato in Figura 22 mostra con chiarezza leffetto di quanto schematizzato nella Figura 21. La soluzione pi ragionevole a questi problemi data dallutilizzo di modelli tridimensionali discussi nella sezione seguente.

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Figura 21: esempi di situazioni non correttamente modellate dai modelli integrali e gaussiani.

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Figura 22: confronto tra dati sperimentali in larga scala e previsione di differenti modelli: gaussiani, integrali e tridimensionali. La figura a sinistra si riferisce ad una situazione con ostacoli, quella a destra senza. 3.5 Modelli tridimensionali I modelli tridimensionali (o CFD) implementano le equazione cardinali del moto dei fluidi e di conservazione della materia e dellenergia, accoppiate a opportuni modelli di turbolenza e a condizioni al contorno per rappresentare la topografia della zona e le caratteristiche della sorgente. Essi matematicamente originano un sistema di equazioni differenziali alle derivate parziali che possono essere complessivamente rappresentate con la relazione generale: + ( U ) = S t Nella relazione precedente U rappresenta il vettore velocit, una generica variabile associata al moto del fluido (quantit di moto, energia, concentrazione di una specie inquinante), il coefficiente di diffusione della variabile , e t indicano rispettivamente la densit del fluido e la variabile temporale, S il termine di generazione o di scomparsa relativo al bilancio che stiamo considerando. Tali equazioni descrivono completamente il moto di un fluido e la dispersione di un inquinante in esso, ma la possibilit di risolvere numericamente il problema dipende fortemente dalle condizioni di moto in cui il fluido si trova. Infatti, come ripetutamente detto, nel caso di moti in atmosfera si in presenza di condizioni di moto turbolente. Volendo risolvere le equazioni come scritte in precedenza, in questo caso le scale di tempo e di lunghezza sarebbero fortemente ridotte, rappresentando un problema insolubile per le capacit di calcolo attuali. Come detto in precedenza, un modo per superare questo problema quello di considerare una media temporale delle grandezze che descrivono il moto del fluido, e non la loro quantit istantanea. In questo modo per le equazioni di conservazione generano due nuove quantit: lo sforzo di Reynolds = u u e il flusso di Reynolds = u . Queste due quantit, a priori sconosciute, possono essere calcolate attraverso lipotesi di lavoro nota come

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ipotesi di viscosit turbolenta. Lidea alla base di questo modello che gli sforzi di Reynolds siano correlati linearmente ai gradienti medi di velocit, in modo analogo a quanto succede per la relazione sforzi - deformazioni nel caso di fluido newtoniano in moto laminare: 2 2 T u u = k T U + T U + (U ) 3 3 dove T la viscosit turbolenta e k lenergia cinetica turbolenta. Analogamente si pu definire una relazione tra i flussi di Reynolds e il gradiente medio della variabile : u = T dove T rappresenta il coefficiente di diffusivit turbolenta calcolato come T = T , con T T pari al numero di Prandtl turbolento. I diversi modelli basati sullipotesi di viscosit turbolenta si distinguono nel modo in cui calcolano la viscosit turbolenta e la diffusivit turbolenta. Il modello pi conosciuto, grazie alla sua ampia applicabilit, il modello k-. Come detto, i modelli tridimensionali sono stati sviluppati allinterno della fluidodinamica computazionale e sono in grado di rappresentare in modo realistico leffetto della turbolenza atmosferica sulla dispersione dellinquinante. Possono inoltre rappresentare in maniera concettualmente semplice condizioni meteorologiche estreme e qualsiasi tipo di ostacolo o di orografia. Analogamente, sono in grado di tenere in conto la reale densit dei composti scaricati cos come le reali condizioni di scarico. Daltro canto, questi modelli richiedono un elevato tempo di calcolo, sono complicati da utilizzare richiedendo lintervento di personale esperto nellutilizzo di codici fluidodinamici.

Figura 23: confronto tra misure sperimentali e predizioni di modelli CFD e gaussiani per un rilascio di ammoniaca allinterno di un complesso industriale. A titolo di esempio la Figura 23 riporta i risultati di una simulazione della dispersione di un rilascio accidentale di ammoniaca allinterno di un complesso industriale caratterizzato dalla presenza di numerosi edifici. Si pu notare come il modello di tipo CFD sia in grado di ben rappresentare la reale dispersione, al contrario di un pi semplice modello gaussiano.

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Il principale vantaggio di questo tipo di modelli che non contenendo, almeno in linea di principio, dei parametri tarati su dati sperimentali di dispersione, la loro validit non condizionata dallintervallo delle variabili considerati nella procedura di convalida. Alcuni esempi di confronto tra i dati sperimentali e le previsioni di un modello tridimensionale sono riportate in Figura 23 e in Figura 24. In queste figure, oltre che nella Figura 22, si nota come i modelli tridimensionali siano in grado di rappresentare correttamente anche leffetto della presenza di ostacoli. Questa propriet anche dovuta alla capacit di questi modelli di riprodurre il campo di moto in situazioni complesse, come mostrato a titolo di esempio in Figura 25. I due principali limiti allutilizzo di questi modelli sono da un lato il costo (in termini di tempo macchina e di tempo uomo) necessario a ottenere i risultati di una simulazione, e dallaltro la mancanza di una estesa convalida per confronto coi dati sperimentali disponibili. Daltro canto, le loro potenzialit sono indubbie, e il loro uso ottimale quindi mirato a un numero limitato e selezionato di situazioni.

Figura 24: esempi di confronto tra dati sperimentali e previsioni di un modello tridimensionale. Un esempio di questo tipo rappresentato dalla dispersione di un gas freddo (metano) rilasciato da un vent in condizioni di calma di vento (velocit del vento pari a 0.1 m/s). Questa situazione potrebbe verificarsi durante lo scarico di emergenza da una cosiddetta candela fredda di un impianto che tratta GNL. Considerando una temperatura del metano allemissione in atmosfera pari a 144 K, la Figura 26 mostra le curve di isoconcentrazione verticale ottenute dalla simulazione numerica col codice CFD KFX-99; queste riproducono fedelmente alcune risultanze sperimentali che evidenziano una ricaduta al suolo della nube infiammabile (involucro con concentrazione pari al 5% vol.) nelle vicinanze della base del camino. Questa situazione chiaramente pericolosa e non prevedibile con codici di calcolo gaussiani o integrali a causa della caratteristica di gas freddo (avente quindi densit maggiore di quella dellaria) e la contemporanea condizione di assenza di vento. I modelli gaussiani, come detto,

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non sono validi per rilasci di gas pesanti e basse velocit del vento, mentre le relazioni di entrainment utilizzate nei modelli integrali non sono accurate vicino allemissione, dove si registrano condizioni estreme di bassa temperatura ed elevata densit che inibiscono la diluizione.

Figura 25: campo di moto previsto da un modello tridimensionale per la situazione rappresentata in Figura 23.

Figura 26: valori di concentrazione in un piano verticale contenente il camino.

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3.6 Rilasci sottomarini Tutti i modelli proposti in letteratura, pur nella diversit degli approcci e delle metodologie di risoluzione, si inseriscono in uno schema comunemente accettato che approssima il comportamento di un rilascio in profondit suddividendo in tre regioni il percorso compiuto, dalla sorgente fino alla superficie. La prima zona si situa in prossimit dellorifizio, dove si attua la stabilizzazione del flusso (ZOFE, Zone Of Flow Establishment) e in cui controllante la velocit di rilascio: si tratta di una regione interessata da forti turbolenze, che non viene simulata da nessun modello, in quanto viene ritenuta relativamente poco influente sui risultati finali della simulazione. La ZOFE si estende per un breve tratto dalla sorgente, fintanto che si possa trascurare leffetto della spinta di galleggiamento sul movimento del flusso, e il sistema abbia dunque il carattere di getto, cio sia controllato solo dalla velocit di efflusso. Nella ZOFE il rilascio perde la sua energia iniziale e rallenta, per passare quindi nella zona di flusso stabilizzato (ZOEF, Zone Of Established Flow), dove la quantit di moto non dipende solo dalla velocit dello scarico, ma anche dalla spinta di galleggiamento, generata dalla minore densit del gas e dellolio rispetto allacqua di mare. Questa regione caratterizza quasi completamente il fenomeno, arrivando a pochi metri dalla superficie: lungo tutto questo tratto lo scarico viene considerato un plume, cio un pennacchio guidato e controllato nel suo movimento pi dalla spinta di Archimede che dalla quantit di moto del rilascio, che si sta esaurendo. La terza zona interessa larea di incontro con la superficie, dove comincia la dispersione in atmosfera del gas e la generazione di una corrente superficiale, legata al liquido trascinato. Questa regione viene definita zona di flusso superficiale (ZOSF, Zone Of Surface Flow) e non tutti i modelli elencati in precedenza la trattano. Lo schema descritto fin qui ritenuto valido limitatamente a un rilascio in condizione stazionarie, per cui la portata allefflusso costante nel tempo, cos come i risultati ottenuti dalla simulazione. Inoltre si pu puntualizzare che gli scarichi di idrocarburi in mare vengono trattati come buoyant jet, ovvero getto galleggiante, in quanto assumono globalmente sia un carattere di jet che le propriet tipiche di un plume. I modelli elaborati sinora simulano quasi esclusivamente solo la ZOEF in cui spicca il carattere di pennacchio, e possono essere raggruppati in tre categorie in base alla loro affidabilit e applicabilit. I pi semplici e meno dispendiosi in termini di utilizzo sono quelli empirici, che per sono meno precisi, seguono i metodi integrali (semi-empirici) che risultano pi affidabili dei precedenti, e infine si hanno i codici fluido-dinamici (CFD), pi rigorosi ma anche pi onerosi, per i tempi lunghi di risoluzione di cui hanno bisogno. I modelli empirici si riferiscono a una trattazione della realt semplificata, che permette di stimare grossolanamente la sezione di uscita (boil area) del gas in superficie: si assume che lo scarico gassoso formi un pennacchio conico (cone model), il cui raggio dipenda solo dalla profondit e non dalla portata volumetrica rilasciata, fissando langolo conico normalmente tra i 10-12. Si ottengono risultati in prima approssimazione accettabili se questi modelli vengono utilizzati allinterno di certi intervalli di applicabilit, ma al di fuori hanno una bassa attendibilit, mancando di considerazioni legate ai processi fisici in atto. I modelli integrali seguono lo sviluppo del rilascio dalla sorgente fino alla superficie, integrando lequazione di conservazione della materia e della quantit di moto nella coordinata della profondit (modelli Euleriani), o nella variabile temporale (modelli Lagrangiani), supponendo la sorgente in condizioni stazionarie. Rispetto a quelli empirici sono pi fedeli alla realt e permettono di conoscere informazioni pi dettagliate, relative a velocit, concentrazione e posizione del rilascio in funzione dello spazio (Euleriani) o del tempo (Lagrangiani). Per hanno limiti intrinseci, essendo sensibili a coefficienti di natura empirica che variano con la velocit di scarico, con la profondit e con parametri fluidodinamici locali. I codici fluido-dinamici (CFD) si basano sulla risoluzione delle equazioni di conservazione della materia (equazione di continuit) e di conservazione della quantit di moto (equazione di Navier Stokes) espresse in condizioni non stazionarie. In questo modo si risolve il problema dei modelli 48

Valutazione delle conseguenze di incidenti rilevanti Prof. R. Rota 2004 integrali relativo alla stima di coefficienti empirici, poich nei modelli CFD sono modellati direttamente. Quindi i modelli CFD sono pi affidabili, ma allo stesso tempo richiedono consistenti informazioni relative allinizializzazione della sorgente e alla caratterizzazione dello scenario, la cui determinazione spesso troppo dispendiosa. I modelli integrali si basano sullapprossimare il fenomeno del pennacchio con una serie di volumi di controllo che si susseguono dalla sorgente fino alla superficie (ZOEF), imponendo che per ciascuno siano rispettate lequazione di continuit e lequazione di conservazione della quantit di moto. Di fatto il pennacchio influenzato dallacqua che viene richiamata nel pennacchio per effetto dellazione di taglio, tra il fluido rilasciato e lambiente circostante in quiete: si determina infatti un continuo richiamo di acqua (entrainment) che rallenta progressivamente il pennacchio. Di ci se ne tiene conto applicando lequazione di continuit alla massa liquida, e considerando lacqua richiamata da ciascun volume di controllo come una vera e propria portata entrante (2b), dipendente dalle dimensioni (b) e dalla velocit () del volume di controllo considerato, oltre che da un opportuno coefficiente empirico (): d (b 2 ) = 2b dz Col procedere del pennacchio, lacqua continuamente risucchiata ha unazione frenante sul sistema che viene controbilanciata dalla spinta di galleggiamento, di cui si tiene conto mediante la conservazione della quantit di moto: d ( b 2 2 ) = ( a )b 2 g dz Le equazioni scritte in questo modo appartengono a quei modelli integrali definiti Euleriani, che integrano il sistema nella coordinata verticale (z), considerando che i volumi di controllo si mantengano fissi nello spazio: tutte le variabili caratterizzanti il modello dipendono da questa coordinata, quindi anche i risultati ottenuti saranno in funzione della posizione lungo lo sviluppo del pennacchio. Uno di questi modelli quello sviluppato da Fannelop e Sjoen (1980). Questo modello classifica il fenomeno come un buoyant jet, cio un efflusso che porta con s il carattere di jet e di plume, in quanto, accanto alla velocit di rilascio, anche la spinta di galleggiamento controllante sulla quantit di moto del sistema. Per simulare ci, si considera un tratto prossimo alla sorgente (ZOFE) come un getto, trascurando lazione della spinta di Archimede, e il percorso successivo (ZOEF) fino alla superficie come un pennacchio, in cui si ritiene che la quantit di moto sia principalmente indotta dalla differenza di densit tra il gas e lambiente esterno. In realt la regione iniziale non viene considerata nel modello, in quanto caratteristica di un breve tratto di simulazione che, su una profondit dellordine di decine di metri, trascurabile. Un calcolo approssimativo delle condizioni iniziali del pennacchio determina qualche anomalia nei primi metri della simulazione, ma nel successivo sviluppo i risultati seguono in modo soddisfacente i dati sperimentali, indipendentemente dai valori iniziali utilizzati. Quindi il modello segue lo schema di risoluzione di un pennacchio, costituito dalle equazioni di conservazione della materia, sia per la fase liquida sia per quella gassosa e dallequazione di conservazione della quantit di moto: d (b 2 ) = 2b a dz

d g Ag ( + s ) dz

=0

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d (b 2 ) = b 2 g ( a ) dz
In queste equazioni gioca un ruolo fondamentale il valore della portata di acqua risucchiata dal pennacchio nel suo movimento verso la superficie, che viene calcolata mediante il coefficiente empirico . Le equazioni tengono conto dellazione della spinta di galleggiamento sulla quantit di moto del sistema e impongono che la massa gassosa rilasciata si conservi, durante tutto il percorso del pennacchio, considerando nullo il gas risucchiato dallesterno, e trascurabile la diffusione di questo nellambiente. Inoltre la fase gassosa non occupa tutta la sezione del pennacchio (b2) ma una frazione di questa (b22) nella quale si trova a una percentuale volumetrica pari alla frazione di vuoto (Ag/b22): Ag la sezione attraversata solo dal gas, un fattore che riduce il diametro totale del pennacchio all80%, corrispondente alla dimensione del cuore gassoso. Si assume che la densit dellambiente (a) sia costante e che sia valida lapprossimazione di Boussinesq: questa trascura, nel calcolo della densit del pennacchio (), la densit della fase gas (g) rispetto alla densit del liquido (l=a), tranne nel caso della spinta (a-0). Unaltra assunzione cruciale relativa al comportamento del gas: viene trattato come un gas ideale e si approssima il fenomeno di espansione a una trasformazione isoterma, poich lecito ritenere che il gas, a stretto contatto con un ambiente a temperatura costante, abbia tale temperatura lungo tutto il pennacchio. Quindi la densit gassosa espressa in funzione della coordinata verticale (z) e in base alla profondit della sorgente (H): g ( z) H z = g ( 0) H Infine in profondit maggiori di 20 m, il contributo di velocit di scorrimento (s) tra la fase liquida e gassosa viene trascurato. Dal modello di partenza si ottiene, con opportune sostituzioni, un sistema di due equazioni che risolte danno un valore del raggio (b) e della velocit () del pennacchio per ogni intervallo della coordinata verticale (z), nonch la possibilit di calcolare la frazione di vuoto () mediante la conservazione della materia gassosa: d 2 b = 2b dz

( )

V 0 g (0 )

g ( z ) b 2 2

g V0 g (0) d 2 b = 2 dz g ( z )

( )

Il problema pu essere adimensionalizzato utilizzando le seguenti definizioni: z b W= Z= B= H 2H M (0) 2 3 g V + 1 g 0 con M = g ( z ) 2 2 H Dalle equazioni precedenti possibile ricavare due soluzioni analitiche per B e W, in funzione di Z: 2 3 Z Z B = Z 1 7 5 13 13 50
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Z 511 Z 25 3 W = 1 + 11 + 39 2 39 12Z

Quindi a partire da una serie di valori di Z si calcolano W e B: da queste soluzioni, che non sono vincolate a uno scenario particolare, essendo espresse in forma adimensionale, possibile ottenere la simulazione di un rilascio qualsiasi, introducendo i valori iniziali di profondit (z), velocit () e dimensione del pennacchio (b). I risultati cos ottenuti si riferiscono alle grandezze che le variabili assumono sullasse del pennacchio, cio rappresentano il valore centrale di una distribuzione gaussiana sulla sezione del pennacchio. Cos la velocit () e la frazione di vuoto () per un determinato valore di z seguiranno lungo la coordinata radiale (r), il seguente andamento:

( r , z ) = ( z )e

r2 b2

r2
2 2

( r , z ) = ( z )e b Esiste anche unaltra categoria di modelli integrali, in alternativa a quelli Euleriani, introdotta originariamente per simulare rilasci liquidi in mare: si tratta di modelli integrali di tipo Lagrangiano, che seguono lo sviluppo dellefflusso nel tempo, approssimandolo al moto di una serie di volumi di controllo che si muovono nello spazio lungo il percorso del pennacchio senza interferire tra loro. Ognuno di questi volumi di controllo considerato una realt a s stante, a cui sono applicate le leggi fisiche necessarie per descrivere il rilascio: principalmente si tratta dellequazione di continuit e della conservazione della quantit di moto. Un approccio di questo tipo permette di descrivere la traiettoria del pennacchio nelle tre dimensioni dello spazio, consentendo di considerare in maniera pi realistica lazione delle correnti diretta lungo le tre coordinate spaziali. In questo caso la variabile di integrazione il tempo, e i risultati che si ottengono dalla simulazione sono espressi in funzione del tempo trascorso dallistante in cui cominciato il rilascio. Uno dei primi modelli Lagrangiani proposti quello di Lee e Cheung (1990). Il fenomeno viene analizzato scomponendolo in una serie di volumi di controllo, ciascuno dei quali viene considerato una parte del pennacchio, caratterizzata dalla sua posizione individuata dalle tre coordinate x, y e z, dalla propria velocit media ( V ), dalla concentrazione di inquinante (C), dalla temperatura (T), dalla salinit (S), e dalla sua geometria. Il volume di controllo approssimato a un cilindro, definito da un raggio (b) e da uno spessore (h), la cui area di base rappresenta la sezione del pennacchio perpendicolare al proprio asse, in quella posizione (x, y, z): la direzione dellasse del pennacchio viene definita mediante due angoli, quello che misura linclinazione rispetto al piano orizzontale () e un altro che si forma tra la proiezione dellasse su detto piano e la direzione della coordinata x (). Il modello studia come queste propriet variano in un incremento di tempo dt, tenendo conto che il movimento della massa liquida emessa richiama acqua, diluendo lelemento inquinante scaricato, con un conseguente effetto sulla temperatura, velocit, e geometria del pennacchio. In caso di assenza di correnti, questo risucchio di acqua (entrainment) dovuto unicamente allo sforzo di taglio tra il liquido e lambiente: il liquido, avendo una velocit maggiore rispetto allacqua circostante, tende a trasferire il proprio movimento, trascinandola con s. Invece in un ambiente agitato si deve tener conto dellazione della corrente, che causa il piegamento del pennacchio e determina un ulteriore contributo allentrainment: in tal caso si parla di entrainment forzato legato allacqua, che, spinta dal movimento della corrente, si introduce dallarea laterale del volume di controllo. Il termine di entrainment legato allo sforzo di taglio (Qes) viene definito mediante lespressione gi utilizzata per i modelli integrali Euleriani,
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Qes = 2bh V u a cos cos

in cui compare larea laterale del cilindro di controllo (2bh), il modulo della velocit del pennacchio ( V ) parallela alla tangente della traiettoria, e il termine uacoscos, che rappresenta la velocit della corrente proiettata lungo lasse del pennacchio: il valore ua la componente lungo x della velocit della corrente, considerata unidirezionale. In questa equazione, il coefficiente di entrainment, che a differenza del modello di Fannelop e Sjoen (1980), non viene considerato costante ma si calcola sulla base di unequazione in cui compare il numero di Froude (F): questo viene definito in funzione della densit del pennacchio (), del termine di densit dellambiente (a), del valore dellaccelerazione di gravit (g) e di una costante di proporzionalit (E) 0.554 sin 0.057 + F2 = 2 u a cos cos 1+ 5
V u a cos cos

E V u a cos cos F= g

a b a

Si osserva che il numero di Froude rappresenta un parametro che fornisce una prima informazione sul carattere del sistema. Infatti non altro che il rapporto tra la quantit di moto e la spinta di galleggiamento del fluido considerato, quindi permette di capire quando domina un effetto piuttosto che un altro: con Fr1 lazione della spinta e della quantit di moto sono confrontabili, per Fr>>1 il flusso assume un carattere di un getto, mentre per Fr<<1 il sistema pu considerarsi un pennacchio. A differenza del modello di Fannelop e Sjoen (1980), il coefficiente di entrainment pi flessibile, in quanto capace di adattarsi ai due regimi possibili, di getto o di pennacchio: allo stesso tempo per, non perde il carattere empirico, che viene trasferito sulla costante di proporzionalit (E). Il termine di entrainment forzato (Qef) viene espresso mediante la teoria della Projected Area Entrainment (PAE) che permette di calcolare larea del volume di controllo del pennacchio proiettata in direzione della corrente. In pratica questa sezione rappresenta quella che lambiente vede per introdurre, nella porzione considerata del pennacchio, lacqua esterna quando si verifica lentrainment forzato. Questa teoria si basa nel considerare la variazione della sezione laterale osservata in direzione della corrente: infatti, per effetto dellentrainment, si registra, da un intervallo di tempo allaltro, un aumento del raggio, una conseguente crescita della sezione laterale e un aumento dellinclinazione. A ciascuno dei tre effetti enunciati corrisponde un termine che contribuisce nel calcolo della PEA: rispettivamente il termine di crescita (Aw), il termine di proiezione (Ap) e quello di curvatura (Ac). Larea cercata si pu dunque esprimere secondo la seguente equazione: db b d (cos cos ) dA = hb cos cos + 2 1 cos 2 cos 2 + 2 ds ds

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Valutazione delle conseguenze di incidenti rilevanti Prof. R. Rota 2004 Conoscendo la sezione da cui entra lacqua trascinata dalla corrente (dA) e lintensit di questultima (ua), si pu ottenere la portata legata allentrainment forzato (Qef): Q ef = u a dA Quindi viene definito un termine globale di entrainment (Qe), considerando quale dei due contributi (Qes e Qef), domina e caratterizza levento: Lee e Cheung (1990) optano per il valore massimo: Qe = max Qes , Qef

La portata di entrainment globale (Qe) in entrata al singolo elemento del pennacchio, viene quindi implementato nellequazione di continuit (equazione 2. 21). dm = a Qe dt Sapendo come varia la massa del sistema in un intervallo di tempo dt si possono aggiornare tutte le altre variabili, che evolvono in seguito a questo cambiamento, ovvero temperatura, concentrazione, salinit, velocit del pennacchio, densit, geometria e posizione. Ci viene fatto imponendo che ciascun volume di controllo rispetti alcune leggi fisiche fondamentali, quali il bilancio di energia, la conservazione dalla materia per ognuna delle specie in gioco (sale ed elemento inquinante), la conservazione della quantit di moto, lequazione di stato dei fluidi. E possibile raggruppare le prime tre di queste equazioni ed esprimerle in maniera comune, considerando che le propriet del sistema (T, S, C) risentono dellentrata di acqua risucchiata dallesterno, che si trova alle condizioni ambientali (Ta, Sa, Ca): si pu quindi scrivere lequazione seguente dove I pu essere sostituito con T, S, C. dmI = I a Qe dt Il principio di conservazione della quantit di moto viene espresso lungo le tre coordinate spaziali (x, y, z) per le tre componenti della velocit del pennacchio rispettivamente u, v, w: lequazione seguente corrisponde al calcolo della quantit di moto diretto lungo lasse x, che condizionato dallagitazione dellambiente esterno (ua). d (mu ) = u a a Qe dt Le equazioni seguenti esprimono la componente della quantit di moto diretta rispettivamente come lasse y e lasse z: nella direzione y non si hanno contributi, mentre nella direzione z compare il termine della spinta verticale di galleggiamento dovuto alla differenza di densit () tra lacqua dellambiente e il fluido rilasciato (). d (mv ) =0 dt

d (mw) =g m dt
Infine si inserisce nel modello unequazione di stato capace di calcolare in base ai valori di temperatura (T) e salinit (S), la densit dellelemento del pennacchio (). = (T , S ) Dunque per ogni valore del tempo possibile caratterizzare il sistema e descrivere il fenomeno in atto: si osserva che il valore delle variabili corrisponde alla media delle propriet del pennacchio 53

Valutazione delle conseguenze di incidenti rilevanti Prof. R. Rota 2004 sulla sezione di passaggio, rispettando una distribuzione di tipo top-hat. E possibile convertire questi termini per una distribuzione gaussiana mediante le seguenti relazioni, con =1.16: b 1 + 2 u g = 2u bg = cg = c 2 2 Il modello di Lee e Cheung (1990) stato successivamente sviluppato da Yapa e Zheng (1997; 1998; 1999; 2002) con lo scopo di adattarlo a un rilascio di petrolio e ad ambienti pi complessi, in cui si possano considerare correnti nelle tre direzioni dello spazio. Infatti il modello di Lee e Cheung (1990) considera la presenza dellinquinante solo in termini di concentrazione senza trattarlo nel calcolo della densit del pennacchio, che viene approssimata a quella dellacqua, nelle condizioni di temperatura (T) e salinit del sistema (S). Ci pu essere accettabile se la densit dellelemento scaricato confrontabile con quella dellacqua di mare, ma nel caso di un rilascio di olio la differenza di densit diviene importante. Le modifiche al modello originale consistono nellassumere che lacqua sia immiscibile nellolio fuoriuscito; quindi i due fluidi vengono trattati con due differenti equazioni di stato, e dalle loro densit, viene calcolata la densit totale della massa liquida, mediante la concentrazione dellolio. Quindi lequazione di stato precedente viene sostituita con la seguente: = (T , S , C ) Inoltre si introduce la possibilit che lolio, lungo la risalita verso la superficie, in parte si perda per dissoluzione e per diffusione nellambiente esterno: la massa di olio che si scioglie (mi), viene calcolata sulla base di una costante cinetica di dissoluzione (Kr), di una costante empirica () pari a 0.7, dellarea laterale del volume di controllo (A=2bh) e della solubilit dellolio in acqua (Si). dm i = K r AS i dt Il termine relativo alla quantit di olio perso per diffusione (md) si ottiene mediante la legge di Fick, a partire dalla diffusivit dellolio (Kc), dal gradiente di concentrazione tra lambiente esterno e il pennacchio (C/r), e dallarea laterale dellelemento del pennacchio (A=2bh). dm d C = a KC A dt r I due contributi (mi e md ) relativi allolio perso dal pennacchio vengono considerati nellequazione di continuit come segue: dm i dm d dm = a Qe dt dt dt Si introduce inoltre la possibilit di trattare la corrente nelle tre direzioni dello spazio, considerandola composta da tre contributi ua, va, wa rispettivamente lungo x, y e z. Quindi il termine uacoscos viene sostituito in tutte le equazioni precedenti dal valore di Va che rappresenta in modo completo la proiezione delle tre componenti della corrente sullasse del pennacchio: Va ' = u a cos cos + v a cos sin + wa sin Inoltre vengono aggiunte altre due equazioni, per tener conto dellentrainment forzato dovuto alla corrente lungo y (Qefy) e lungo z (Qefz): db b d (cos sin ) cos sin + 2 1 cos 2 sin 2 + Qefy = v a hb 2 ds ds

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db b d (sin ) sin + 2 cos + Qefz = wa hb 2 ds ds


Quindi ritenendo che il temine considerato nel modello precedente coincida con lentrainment forzato diretto lungo x (Qefx), il valore globale (Qef) dellacqua risucchiata per azione della corrente si pu scrivere come: Qef = Qefx + Qefy + Qefz Inoltre viene considerato un contributo che considera per le variabili T, S, C linfluenza della diffusione verso lambiente esterno di calore, salinit e olio: per la conservazione della massa di olio, si deve anche aggiungere un termine relativo alla perdita per dissoluzione ovvero (dmi/dt). dmI I = I a Qe a KA dt r Infine viene estesa lapplicabilit del modello alla simulazione di rilasci gassosi, proponendo un unico schema risolutivo per le diverse tipologie di scarichi. Per realizzare ci, si utilizzano gli studi precedenti di Fannelop e Sjoen (1980), introducendo la conservazione della massa gassosa mb e la frazione di vuoto () relativa al cuore di gas di sezione 2b2: dmb =0 dt

l l b

Unaltra modifica inoltre necessaria per trattare il rilascio di gas: lequazione di conservazione della quantit di moto diretto lungo la coordinata verticale z deve considerare la velocit di scorrimento (wb) tra liquido e gas, e il contributo alla spinta della massa gassosa. Quindi si ottiene:
d [mb(wb + w) + ml w] = wa aQe dmi dmd + (a l )gb2(1 2)h + (a b)gb22h dt dt i dt

in cui si nota che la massa totale del pennacchio (m) data dalla somma di una quantit di liquido (ml) e una massa gassosa (mb): in realt la velocit di scorrimento viene trascurata in questo modello, sulla base degli studi di Fannelop e Sjoen (1980) che ritengono accettabile tale approssimazione, per rilasci effettuati a elevate profondit. Il bilancio di energia e la conservazione di salinit e della massa dellolio si mantengono inalterate, con lunica variante che la massa m si fa coincidere con la sola massa liquida (ml). Ne deriva che nel bilancio di energia viene trascurata la quantit di calore associata al gas rispetto a quella della fase liquida.

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Esplosioni ed incendi

Esplosioni ed incendi hanno alcune caratteristiche fenomenologiche in comune, nel senso che alcune tipologie di esplosioni derivano dalla rapida combustione di un combustibile. Lo stesso combustibile, nel caso di combustione pi lenta, origina invece un incendio. Oltre a questi fenomeni comuni vi sono anche delle ovvie differenze, nel senso che esistono alcune tipologie di esplosioni che non coinvolgono la combustione di alcun combustibile, cos come vi sono incendi che non possono generare in alcuna condizione delle esplosioni. Linterconnessione tra i fenomeni esplosivi e gli incendi riassunta nei diagrammi di flusso riportati in Figura 27, Figura 29, Figura 38 e Figura 40.

figura D

Figura 27 Diagramma logico per la generazione di unesplosione o di un incendio a partire dal cedimento di unapparecchiatura (esplosione fisica). Lorigine di ogni incidente rilevante il rilascio allesterno di ununit di impianto (serbatoio, reattore, apparecchiatura, tubazione, ) del suo contenuto. Questo fenomeno pu avvenire in modo catastrofico e generare unesplosione fisica, nel senso che la sovrappressione generata per una causa incidentale allinterno dellunit ne provoca il collasso strutturale (Figura 27).

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Se il contenuto dellapparecchiatura era in fase gassosa, il gas si espande istantaneamente dalla pressione di collasso dellapparecchiatura alla pressione ambiente e genera unesplosione. Infatti, unesplosione pu essere definita, convenzionalmente, come il rilascio di una certa quantit di energia in atmosfera in un tempo abbastanza breve e in un volume abbastanza piccolo da generare unonda di pressione di entit finita che si allontana dalla sorgente e pu essere sentita (onda durto); lenergia rilasciata pu essere immagazzinata nel sistema come energia nucleare, chimica, elettrica, di pressione, . Il modo pi semplice per generare unonda durto (caratteristica saliente di unesplosione) il movimento di un pistone che accelera in un cilindro, come mostrato in Figura 28. Le onde di pressione generate man mano dal pistone che si muove a velocit crescente si propagano nellatmosfera davanti al pistone alla velocit del suono, pari, per un gas perfetto, a c = RT M , dove il rapporto tra i calori specifici, R la costante dei gas perfetti, T la temperatura e M il peso molecolare. Le onde di pressione generate pi tardi si trovano quindi a propagarsi in unatmosfera a pressione maggiore (a causa della precedente propagazione delle onde di pressione generate prima) e quindi, essendo la compressione isoentropica, a temperatura maggiore. Ne consegue che le onde di pressione generate successivamente si propagano a una velocit superiore rispetto a quelle generate precedentemente e tendono quindi a sovrapporsi. La discontinuit dei valori di tutte le variabili di stato (pressione, temperatura, , che cambiano in modo brusco a cavallo dellonda di pressione) tende a diventare sempre pi grande fino a generare unonda durto (o shock). Le conseguenze di unesplosione fisica sono quindi la generazione di unonda di pressione che si propaga nellambiente dissipando man mano la sua energia e la proiezione di frammenti dellunit dimpianto che collassa.

up Pistone che accelera

upw

u=0

Onda di pressione

Figura 28- generazione di unonda di pressione da parte di un pistone in movimento. Il gas liberato nellambiente former quindi una nube che si disperder secondo i meccanismi discussi in precedenza. Come mostrato in Figura 29, in assenza di ignizione (o nel caso di gas non infiammabili) si avr la semplice dispersione in atmosfera con conseguenze legate alleventuale tossicit del composto. In presenza di unimmediata ignizione la piccola porzione di gas infiammabile che si miscelato con laria per formare una miscela con concentrazione interna ai limiti di infiammabilit prender fuoco generando una fiamma che si propaga eventualmente poi, non pi come una fiamma premiscelata ma come una fiamma diffusiva, nella regione della nube con concentrazione superiore al limite superiore di

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infiammabilit (il cosiddetto flash fire, Figura 30). In questo caso le conseguenze pi gravi riguardano il coinvolgimento delle persone nellarea interessata dalla fiamma e lirraggiamento termico nellambiente circostante. D

Figura 29 Diagramma logico per la generazione di unesplosione o di un incendio a partire dalla dispersione di una nube di gas infiammabile. Se invece linnesco non immediato la nube ha tempo di disperdersi e quindi di creare una quantit significativa di miscela gas aria con concentrazione interna ai limiti di infiammabilit. In questo caso, a seguito di un innesco si pu avere non solo un flash fire, ma anche unesplosione (UVCE, Unconfined Vapor Cloud Explosion) le cui conseguenze principali sono legate, oltre che alla presenza di una regione investita dalla fiamma, alla sovrappressione generata. Il motivo per cui necessario che una quantit significativa di miscela gas aria abbia una concentrazione interna ai limiti di infiammabilit per originare unesplosione (da cui deriva che piccoli rilasci di gas infiammabile, generalmente inferiori a 1000 kg di gas eccetto composti particolarmente reattivi quali idrogeno, acetilene, ossido di etilene, non possono esplodere, cos come non possono esplodere nubi innescate immediatamente dopo il rilascio) pu essere spiegata considerando il meccanismo con cui una fiamma che si propaga in una miscela infiammabile pu generare unonda di pressione. Consideriamo lanalogia tra un tubo riempito di miscela infiammabile ignita ad un'estremit e il moto di un pistone discusso in precedenza (Figura 31). Se la tubazione aperta su entrambi i lati i gas combusti (che si trovano a una temperatura molto maggiore di quelli incombusti e quindi hanno una densit molto minore) si espandono e si scaricano dallapertura vicina al punto di innesco. La fiamma (cio londa di combustione) si propaga nei gas incombusti in quiete. Se invece il tubo chiuso allestremit vicina al punto di innesco, i gas combusti che si espandono non possono scaricarsi e di conseguenza si spostano verso i gas incombusti, che vengono quindi messi in movimento. Lespansione dei gas combusti si comporta quindi in

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modo assolutamente analogo ad un pistone che spinge i gas incombusti e genera unonda di pressione. Una nube innescata al centro si comporta in modo analogo, essendo lunica differenza la geometria sferica del pistone che accelera. Perch londa di pressione assuma valori significativi necessario che londa di combustione acceleri significativamente, cos da consentire la formazione di unonda durto come conseguenza del meccanismo discusso in precedenza di sovrapposizione delle onde di compressione generate da un pistone che accelera. La velocit con cui il fronte di fiamma avanza non dipende solo dalle caratteristiche chimico fisiche della miscela infiammabile (riassunte nel parametro chiamato velocit laminare di fiamma), ma anche dalla fluidodinamica che determina il livello di turbolenza della miscela infiammabile in cui si propaga la fiamma.

Figura 30 Flash - fire.

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Possono scaricarsi

up Pistone combusti

upw

u=0

Onda di pressione ucw incombusti u=0

Onda di combustione combusti ucw incombusti upw u=0

Onda di combustione Onda di pressione Non possono scaricarsi: agiscono come un pistone
Figura 31 Propagazione di unonda di combustione in una tubazione. La propagazione del fronte di fiamma nei gas incombusti guidata dal trasporto di calore e di specie radicaliche dai gas combusti ad alta temperatura agli incombusti a bassa temperatura, come schematizzato in Figura 32. Se la fiamma si propaga in gas incombusti in quiete i fenomeni di trasporto di calore e materia sono determinati dai coefficienti efficaci di trasporto (diffusivit molecolare e conducibilit termica) secondo le leggi di Fick e di Fourier e la fiamma si propaga con una ben determinata velocit, solitamente inferiore a 1 m/s.

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Lo scambio termico coi gas incombusti provoca lignizione


Figura 32 Schematizzazione del fronte di fiamma. Se per il fronte di fiamma agisce come un pistone che mette in movimento i gas incombusti, allaumentare della velocit di questi gas aumenta anche il livello di turbolenza. Inoltre, la presenza di ostacoli investiti dal moto dei gas incombusti provoca un ulteriore aumento della turbolenza. Leffetto principale di un moto non pi laminare ma turbolento dei gas incombusti risiede nellaumento della velocit di trasferimento di calore e materia dalla fiamma ai gas incombusti. Infatti, il valore dei coefficienti efficaci di trasferimento di calore e materia (diffusivit materiale e termica turbolenta) solitamente molto maggiore degli analoghi valori caratteristici dei fenomeni molecolari. Questo aumento della velocit di trasporto di materia e calore si riflette su un analogo aumento della velocit della fiamma (cio dellonda di combustione) e quindi in un sempre pi marcato aumento dellaccelerazione del fronte di fiamma (analogo del pistone) e infine nella generazione di onde di pressione di entit sempre maggiore. In conclusione, perch lesplosione di una nube di vapori possa generare una sovrappressione significativa (ma comunque limitata al valore massimo di circa 1 bar) necessario che la fiamma acceleri significativamente. Perch questo avvenga necessario da un lato che siano presenti degli ostacoli per aumentare il livello di turbolenza nei gas incombusti, e dallaltro che la nube si estenda su unarea sufficientemente grande da dare il tempo ai meccanismi di accelerazione del fronte di fiamma di diventare efficaci. Se laccelerazione della fiamma diventa notevole, possibile che londa durto generata provochi un aumento di temperatura dei gas incombusti attraverso cui si propaga tale da innescarli. In questo caso non pi londa di combustione che, col meccanismo del pistone che accelera, genera londa di pressione che si propaga davanti ad essa, ma il passaggio dellonda di pressione che innesca la miscela infiammabile e genera londa di combustione. Lenergia liberata dalla combustione consente poi allonda di pressione di sostenersi.

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I due fenomeni sono marcatamente diversi. Nel primo caso (onda di combustione che genera londa di pressione) le due onde (di pressione e di combustione) sono disgiunte e la velocit dellonda di combustione subsonica (dellordine di alcuni m/s) rispetto alle condizioni dei gas incombusti davanti al fronte di fiamma. I valori di sovrappressione a cavallo dellonda di pressione sono modesti (al massimo alcuni bar, 1 bar nel caso di UVCE) e pressione e densit diminuiscono attraverso londa di combustione. Si parla in questo caso di deflagrazioni (Figura 33).

combusti

ucw

incombusti upw u=0

Onda di combustione Onda di pressione


Figura 33 Deflagrazioni. Nel secondo caso (onda di pressione che genera londa di combustione) le due onde (di pressione e di combustione) sono accoppiate e la velocit dellonda di combustione supersonica (dellordine di alcune migliaia di m/s) rispetto alle condizioni del gas incombusti davanti al fronte di fiamma. I valori di sovrappressione a cavallo dellonda di pressione sono elevati (alcune decine di bar) e pressione e densit aumentano attraverso londa di pressione e combustione accoppiate. Si parla in questo caso di detonazioni (Figura 34).

combusti

incombusti upw u=0

Onda di combustione Onda di pressione


Figura 34 - Detonazioni La transizione da deflagrazione a detonazione (DDT, Deflagration to Detonation Transition) richiede accelerazioni molto marcate del fronte di fiamma che non solitamente possibile raggiungere nel caso di esplosioni in campo aperto (UVCE). Viceversa, un fenomeno abbastanza comune nel caso di esplosioni in tubazioni a causa della turbolenza generata dal moto dei gas incombusti nelle tubazioni. Tornando allo schema logico riportato nella Figura 27, se il recipiente che collassa contiene anche una fase liquida si possono distinguere due situazioni, in funzione del valore della temperatura di ebollizione normale del liquido rispetto alla temperatura ambiente. Se la temperatura di ebollizione normale del liquido superiore alla temperatura ambiente il liquido risulta sottoraffreddato e non si pu avere il fenomeno di flash discusso in precedenza. In questo caso lespansione della fase vapore potr provocare i fenomeni discussi in precedenza, mentre la fase liquida, se infiammabile, potr dar luogo ad un incendio da pozza (pool fire).

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Se invece la temperatura di ebollizione normale del liquido inferiore alla temperatura ambiente il liquido risulta surriscaldato (e quindi in condizioni di non equilibrio) e si pu avere il fenomeno di flash. Questo provoca la formazione di unulteriore quantit di vapore, la cui espansione provoca unesplosione fisica solitamente di entit limitata a meno che le condizioni non siano tali da innescare il fenomeno noto come BLEVE (Boiling Liquid Expanding Vapor Explosion). La teoria classica del BLEVE prevede che linnesco del fenomeno di nucleazione omogenea (cio la formazione di bolle in seno al liquido in assenza di centri di nucleazione, solitamente forniti dalle asperit presenti sulle pareti del recipiente) renda il fenomeno del flash molto pi rapido e quindi lentit dellonda durto generata molto pi intensa. Nel caso in cui il recipiente non collassi completamente ma, come avviene pi comunemente, semplicemente si fessuri con una conseguente rapida depressurizzazione, lestrema rapidit dellevaporazione non consente al vapore formatosi di scaricarsi attraverso la fessura presente nel recipiente senza pressurizzare ulteriormente il recipiente che quindi solitamente collassa in modo catastrofico proiettando frammenti nellambiente circostante. La nucleazione omogenea pu aver luogo solo se il liquido sufficientemente surriscaldato. Non quindi sufficiente che la temperatura del liquido sia superiore alla sua temperatura di ebollizione normale (come per esempio nel caso di propano liquido a temperatura ambiente), ma deve anche essere superiore a un valore limite caratteristico di ciascun composto. Riassumendo, perch si possa avere un BLEVE necessario per prima cosa surriscaldare il liquido, cio portarlo rapidamente in condizioni di non equilibrio (la rapidit necessaria a impedire che il liquido si porti dolcemente nelle condizioni di equilibrio) caratterizzate da una temperatura superiore alla temperatura di ebollizione normale (liquido surriscaldato). Questo pu avvenire per rapida depressurizzazione di un gas liquefatto per compressione (collasso di un serbatoio di GPL), ma anche per contatto di un liquido freddo con un corpo molto caldo (acqua su metalli fusi; LNG su acqua). La seconda condizione necessaria per avere un BLEVE che il surriscaldamento sia sufficiente, che cio la temperatura sia superiore a quella limite per linnesco della nucleazione omogenea. Il valore della temperatura critica per linnesco della nucleazione omogenea, TSL, in funzione della pressione pu essere stimata dalla relazione TSL = TC (0.11PR + 0.89) 0.895TC dove TC la temperatura critica in K e PR la pressione ridotta, cio il rapporto tra la pressione e la pressione critica. Questo pu essere schematizzato sul grafico di Figura 35, dove sono riportate le curve della tensione di vapore e quella limite di surriscaldamento per linnesco della nucleazione omogenea. Assumendo che il fluido contenuto in un recipiente si trovi nel punto A (che si trova sulla curva della tensione di vapore, essendo il liquido in equilibrio col suo vapore), un riscaldamento accidentale del serbatoio pu portare le condizioni del fluido nel punto B. Se a questa pressione il contenitore cede, la pressione crolla istantaneamente al valore atmosferico rappresentato dal punto E. Il liquido si trova quindi, per un breve istante, in condizioni di non equilibrio (la sua temperatura superiore a quella di ebollizione normale) e quindi evaporer pi o meno rapidamente (flash). Non pu per innescarsi il fenomeno della nucleazione omogenea perch il surriscaldamento non sufficiente. Se invece il collasso del serbatoio avviene quando il liquido arrivato al punto C, la brusca depressurizzazione lo porta al punto D, attraversando il confine per la nucleazione omogenea: possibile linnesco di un BLEVE. In realt alcune recenti sperimentazioni hanno messo in evidenza che si sono prodotti BLEVE anche a seguito di brusche depressurizzazioni di recipienti ad una temperatura inferiore a quella limite per la nucleazione omogenea. Ci significa che le considerazioni precedenti non consentono di definire in modo univoco il fenomeno del BLEVE, ma necessario distinguere due tipologie di BLEVE, dette BLEVE caldo (quando la temperatura del liquido superiore

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al limite di surriscaldamento per la nucleazione omogenea) e BLEVE freddo (quando inferiore). Nel caso di BLEVE freddi si hanno conseguenze analoghe per certi versi a quelle tipiche dei BLEVE caldi (distruzione completa del contenitore di un liquido la cui temperatura di ebollizione normale molto inferiore a quella atmosferica, con susseguente formazione di una palla di fuoco, come discusso in seguito), ma con sovrappressioni minori. La spiegazione della natura dei BLEVE freddi non ancora chiara; alcune ipotesi coinvolgono la stratificazione termica allinterno della massa del liquido che porterebbe solo una parte del liquido al di sopra della temperatura limite per la nucleazione omogenea; altre coinvolgono la dinamica di depressurizzazione e depressurizzazione del recipiente tra la fessurazione ed il collasso completo; inoltre i fenomeni descritti (e in particolare la debole sovrappressione generata e la formazione di una palla di fuoco) possono anche essere spiegati in termini di flash con trascinamento in fase vapore di una quantit consistente di aerosol. Uno schema di massima che rappresenta levoluzione dei fenomeni dalla rottura iniziale del contenitore fino a BLEVE (caldo, freddo o intermedio) mostrata in Figura 36. SI noti che mentre nel caso di BLEVE caldi lintero contenuto del serbatoio viene aerodispersore coinvolto nella successiva formazione di una palla di fuoco, nel caso di BLEVE freddi si ha un consistente rain out con la formazione di una pozza ed un possibile incendio da pozza.

Figura 35 Curva della tensione di vapore e della temperatura limite per la nucleazione omogenea. Come discusso in precedenza, la quantit di rain out solitamente limitata. In caso di liquido infiammabile, il liquido ricaduto al suolo potr dar luogo ad un incendio da pozza (pool fire). Il vapore invece segue la stessa fenomenologia discussa in precedenza nel caso di composti non infiammabili o di innesco ritardato. Se invece linnesco immediato si pu innescare il fenomeno della palla di fuoco (fireball). Unevaporazione molto veloce di una gran massa di liquido infiammabile genera infatti una nube di vapore di cui inizialmente solo una piccola parte, sul bordo esterno, ha una concentrazione interna ai limiti di infiammabilit. La presenza di un innesco immediato provoca la formazione di una fiamma localizzata sulla superficie della nube, come schematizzato in Figura 37. Poich la nube di combustibile interna alla fiamma, si stabilizza una fiamma diffusiva sulla superficie della nube stessa. La velocit del fronte di fiamma in questo caso limitato dai fenomeni di diffusione del combustibile (dallinterno della nube) e del comburente (dallesterno) verso il fronte di fiamma. Inoltre, man mano che la combustione procede la nube di combustibile da un lato si consuma e

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dallaltro si riscalda, diminuendo di conseguenza la propria densit e muovendosi quindi per effetto della spinta di galleggiamento verso lalto. Unesplosione pu anche originarsi allinterno di ununit dimpianto, come indicato nello schema di Figura 38 col termine di esplosione confinata. Lunit dimpianto pu essere una struttura poco resistente meccanicamente (forni, serbatoi atmosferici, essiccatori, ) nel qual caso lesplosione solitamente dovuta allinnesco di una miscela esplosiva formatasi al suo interno.

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Figura 36 Diagramma logico per la formazione di un BLEVE.

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UFL LFL 100% fuel 0% fuel

Figura 37- Schematizzazione di un fireball. B

fig. C

Figura 38 Diagramma logico per la generazione di unesplosione o di un incendio a partire da unesplosione confinata. Il meccanismo per cui aumenta la pressione nel caso di innesco di miscele infiammabili in ambienti confinati differente rispetto a quello discusso in precedenza per il caso di esplosioni di nubi di gas non confinate ed schematizzato nella Figura 39. Nel caso di

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deflagrazioni di gas inconfinate la combustione avviene a pressione allincirca costante. A causa della temperatura maggiore dei gas combusti rispetto agli incombusti (circa 8 volte maggiore per miscele stechiometriche di idrocarburi in aria) il volume dei gas combusti aumenta (di circa 8 volte per miscele stechiometriche di idrocarburi in aria, sulla base della legge dei gas perfetti) e si pu generare unonda di pressione secondo il meccanismo del pistone che accelera discusso in precedenza. Se invece la deflagrazione completamente confinata la combustione avviene a volume costante e in questo caso laumento di temperatura risulta inevitabilmente in un aumento di pressione (di circa 8 volte per miscele stechiometriche di idrocarburi in aria, sempre sulla base della legge dei gas perfetti). In questo caso la velocit con cui evolve il fenomeno (cio la velocit del fronte di fiamma) non gioca alcun ruolo sul livello di pressione generato, che risulta unicamente dal vincolo di volume costante.

Figura 39 Meccanismi di aumento della pressione per deflagrazioni di gas confinate o inconfinate. Se lunit dimpianto in cui avviene la deflagrazione non fornita di dispositivi di scarico di emergenza (pannelli di scoppio) laumento di pressione provoca il collasso dellapparecchiatura con conseguenze analoghe a quelle discusse in precedenza. In caso contrario, se i pannelli di scoppio sono correttamente dimensionati lapparecchiatura non collassa e si ha lo scarico di gas combusti ed incombusti attraverso i portelli di scoppio. Fenomeni analoghi si possono avere anche in apparecchiature meccanicamente pi resistenti, quali serbatoi, reattori chimici, colonne di distillazione, Inoltre, in queste apparecchiature si pu avere unesplosione anche a seguito di altre cause di processo, quali reazioni runaway o decomposizione di composti instabili che possono portare al collasso dellapparecchiatura, con conseguenze analoghe a quelle discusse in precedenza, in assenza di dispositivi di scarico di emergenza (dischi di rottura) correttamente dimensionati. Ovviamente, dischi di rottura o pannelli di scoppio sono efficaci solamente contro le deflagrazioni. Nelle detonazioni londa di pressione si propaga ad una velocit supersonica e raggiunge quindi le pareti del recipiente prima che linformazione che nellapparecchiatura sta aumentando la pressione (informazione che si propaga alla velocit del suono) possa raggiungere il dispositivo di emergenza.

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Il fluido rilasciato attraverso il dispositivo di emergenza deve essere convogliato ad un impianto di contenimento e/o abbattimento. Se questo impianto non risulta in grado di contenere tutto il fluido rilasciato, parte di questo viene scaricato in atmosfera. Le conseguenze di un rilascio in atmosfera di un composto infiammabile (proveniente da un dispositivo di emergenza, da una fessurazione in un recipiente o in una linea, da una perdita da una flangia, ) sono schematizzate nel diagramma di Figura 40. C

fig.

Figura 40 Diagramma logico per la generazione di unesplosione o di un incendio a partire da uno scarico in atmosfera. In funzione della fase del rilascio (gassosa, liquida o bifase) si ha la dispersione del composto secondo le modalit discusse in precedenza. Lunica variante riguarda il caso dellinnesco immediato di un getto gassoso o bifase che pu originare un getto incendiato (jet fire) le cui principali conseguenze sono al solito di tipo termico (riscaldamento delle pareti di unapparecchiatura colpita dal getto o irraggiamento sullambiente circostante).

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4.1 Esplosioni di nubi inconfinate (UVCE) La principale conseguenza di una UVCE leffetto domino. Circa il 65% delle UVCE avvenute ha causato effetti domino, solitamente con conseguenze pi gravose rispetto alleffetto diretto termico o di sovrappressione. Questo una diretta conseguenza del fatto che gli impianti sono vulnerabili alle sovrappressioni, come riassunto nella Figura 41. Il calcolo delle sovrappressioni generate da una UVCE richiede la conoscenza di alcuni parametri chiave, tra cui la massa di gas coinvolta nellesplosione e il punto di ignizione. Per il calcolo della massa di gas coinvolta nellesplosione si possono utilizzare dei modelli di dispersione che forniscono la quantit di gas presente con una concentrazione compresa tra i limiti di infiammabilit. Un metodo short cut quello di assumere che il 10% della massa di gas rilasciata sia nella regione infiammabile; leffetto di tale assunzione ovviamente molto diverso a seconda delle condizioni meteorologiche e del rilascio considerate. Viceversa linfluenza del punto di ignizione, che pu giocare un ruolo importante nellevoluzione dellUVCE, essendo essenzialmente impredicibile non viene solitamente considerato nei modelli utilizzati per la simulazione del fenomeno.

Figura 41 Effetti delle sovrappressioni sugli impianti. 4.1.1 Metodo del TNT equivalente Il metodo del TNT equivalente approssima gli effetti della deflagrazione di una nube di gas con quelli di una detonazione ideale di un esplosivo solido. La detonazione di un esplosivo solido viene solitamente chiamata ideale in quanto ben approssimabile con unesplosione puntiforme; londa durto viene generata dallespansione praticamente istantanea dei gas generati dalla decomposizione dellesplosivo solido.

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In realt i due fenomeni sono marcatamente diversi, come evidente anche dalla Figura 42 che riporta landamento nel tempo della sovrappressione ad una data distanza per i due fenomeni esplosivi. Daltro canto la teoria delle esplosioni ideali ben consolidata e confermata da un gran numero di dati sperimentali di origine militare, e quindi lutilizzo di questo semplice modello almeno come prima approssimazione molto diffuso. Il problema del campo di pressione generato da un pistone sferico che accelera pu essere formalizzato nei bilanci di materia, energia e quantit di moto a cavallo dellonda durto. Assumendo che la pressione generata sia molto maggiore di quella atmosferica, che il gas segua lequazione di stato dei gas perfetti e che lesplosione sia ideale, le equazioni di bilancio possono essere risolte analiticamente per fornire la soluzione generale: 3 R Pshock R shock = cost a ln (Pshock ) = 3 ln shock Q1 / 3 Q da cui si vede che i valori di pressione raggiunti ad una certa distanza a seguito della detonazione di una certa quantit di esplosivo solido si devono allineare su di una retta in un grafico bilogaritmico che riporti la pressione in ordinata e il rapporto R / 3 Q in ascissa, essendo R la distanza e Q la quantit di esplosivo (e, equivalentemente, lenergia rilasciata dalla sua esplosione). Figura 42 Andamento della pressione nel tempo per una detonazione (in alto) e una deflagrazione (in basso).

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I dati sperimentali si allineano bene secondo questa relazione, come mostrato nella Figura 43. Il metodo del TNT equivalente si basa sullassunzione che esplosioni che coinvolgono il rilascio di una certa quantit di energia abbiano effetti analoghi, almeno nel campo lontano dal centro dellesplosione (cio laddove lesplosione possa essere effettivamente considerata puntiforme). Lapplicazione di questo metodo al caso di una UVCE richiede quindi la valutazione della quantit di TNT equivalente, dal punto di vista dellenergia immessa nellesplosione, con la relazione: H c , gas M TNT = M gas E H c ,TNT Il rapporto tra le energie rilasciate dalla combustione di 1 kg di gas infiammabile e da 1 kg di TNT (4377-4765 kJ/kg) pari a circa 10 per molti idrocarburi. La principale incertezza nellutilizzo di questo metodo risiede nella stima della massa di gas (come detto in precedenza) e dellefficienza dellesplosione, E. Questultimo parametro racchiude tutte le differenze tra unesplosione ideale e una UVCE e pu essere stimato solo sulla base di esperienze storiche. Per tali dati non solitamente disponibile la massa di gas presente allinterno dei limiti di infiammabilit e quindi il valore dellefficienza dellesplosione viene solitamente stimato sulla base dellintera massa rilasciata. Purtroppo tale efficienza risente di numerosi parametri tipici del singolo episodio (condizioni meteorologiche, orografiche, del rilascio, ) che si riflettono su una grande variabilit dellefficienza di esplosione, come mostrato nella Figura 44.

Figura 43 Diagramma del TNT equivalente.

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Si nota che il valore centrale della distribuzione pari a circa il 3%, anche se valori superiori sono stati sporadicamente riscontrati. Il 97% dei casi presenta comunque un valore inferiore al 10%. Utilizzando un valore del 3% e considerando il rapporto tra le energie rilasciate pari a 10, la massa di TNT equivalente risulta pari a circa il 30% della massa totale di gas rilasciata. Se si effettua un calcolo di dispersione per valutare la reale quantit di gas nella regione di infiammabilit, da tale massa si pu ricavare una massa di TNT equivalente moltiplicando per 3 invece che per 0.3, sulla base dellassunzione che mediamente il 10% della massa di gas rilasciata risulta essere allinterno dellintervallo di infiammabilit. Linfluenza del valore assunto per lefficienza di esplosione sulla distanza a cui si riscontra un certo valore di pressione riassunto nella Figura 45.

Figura 44 Efficienza di esplosione.

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2 1,8 1,6 x(E) / x(E=3%) 1,4 1,2 1 0,8 0,6 0,4 0,2 0 0 5 10 efficienza, %
Figura 45 Effetto del valore di efficienza di esplosione sulla distanza a cui si ha un cero valore di sovrappressione. Si vede come aumentando il valore dellefficienza dal 3% al 15% (massimo valore ragionevole) la distanza a cui si ha una data sovrappressione aumenta di circa il 70%. Un effetto analogo si ah per la stima della massa di gas: incrementando di 5 volte il valore della massa di gas la distanza a cui si riscontra una data sovrappressione aumenta di circa il 70%. Questo metodo non applicabile in prossimit del centro della nube esplosiva, in quanto fornirebbe valori irrealisticamente elevati di sovrappressione. Una modifica solitamente utilizzata quella di considerare il massimo valore di sovrappressione raggiungibile da una UVCE pari a 1 bar e limitare cos superiormente la curva base del TNT, come mostrato in Figura 46 dove la quantit di esplosivo presente in ascissa relativa al gas rilasciato. Assumendo unefficienza pari al 10% e un rapporto tra le energie del gas e del TNT pari a 10 le quantit di gas e di TNT equivalente ovviamente coincidono, mentre assumendo unefficienza minore la curva risulta traslata verso sinistra.

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Figura 46 Curva di sovrappressione per una UVCE in funzione della quantit di gas rilasciata. 4.1.2 Modello TNO Il modello proposto dal TNO fino al 1997 (o modello di Wiekema) assimila la deflagrazione di una nube allespansione di un pistone emisferico che si muove con una data velocit media definita, con riferimento alla Figura 47, come il rapporto tra r1 e il tempo della deflagrazione. Velocit medie di deflagrazione elevate sono caratteristiche di composti molto reattivi e/o la cui velocit di fiamma molto sensibile alle accelerazioni causate dalla turbolenza (per esempio ossido di etilene), mentre il contrario vero per bassi valori della velocit media di deflagrazione (per esempio, metano). Risolvendo il modello di un pistone emisferiche che accelera per diversi valori della velocit media il modello fornisce diverse correlazioni (una per ciascuna velocit media) tra la sovrappressione adimensionalizzata rispetto al valore atmosferico (P-Po/Po) e il rapporto adimensionalizzato tra la distanza e la radice cubica dellenergia contenuta inizialmente nella nube, r 3 Vo E c / Po . In questa relazione Vo il volume iniziale della nube in zona infiammabile, mentre Ec=3.5 106 J/m3 rappresenta un valore medio dellenergia di combustione contenuta in un metro cubo di miscele stechiometriche di idrocarburi in aria. Si nota come, in accordo con quanto discusso in precedenza per esplosioni ideali, la Figura 47 prevede un andamento lineare su di un diagramma bilogaritmico della sovrappressione in funzione del rapporto tra la distanza e la radice cubica dellenergia rilasciata dallesplosione.

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Figura 47 Diagramma per luso del metodo di Wiekema. Il metodo fornisce quattro curve che delimitano tre intervalli, ciascuno caratteristico di un dato intervallo di velocit media di deflagrazione. La principale novit introdotta da questo metodo stata quella di parametrizzare diversi composti infiammabili in funzione proprio della loro reattivit e tendenza ad accelerare il fronte di fiamma in tre categorie di reattivit: bassa, media ed alta. In questo modo si associato a ciascun composto un intervallo di sovrappressioni in funzione della distanza sul diagramma di Figura 47. In altri termini, si risolto a priori il problema della scelta del valore dellefficienza di esplosione nel modello del TNT equivalente. Pi precisamente, si ristretto il campo di variabilit di tale parametro. Infatti il metodo fornisce per ciascuna classe di reattivit, e quindi per ciascun composto infiammabile, un intervallo di sovrappressioni per una data distanza che rappresenta linfluenza della presenza di ostacoli, e quindi dellaccelerazione che la fiamma pu subire a causa della turbolenza, sulla sovrappressione. Il valore inferiore caratteristico di esplosioni in aree poco congestionate, mentre il valore superiore caratteristico di aree molto congestionate. Il metodo fornisce tipicamente un rapporto 2 3 tra il valore della distanza a cui si ha una certa sovrappressione utilizzando il limite inferiore e quello superiore. Questa incertezza non molto differente da quella riscontrabile nella scelta del valore di efficienza col modello del TNT equivalente, come riassunto nella Figura 45. Prendendo un valore medio nellintervallo la variabilit si riduce a un valore analogo a quanto visto col metodo del TNT equivalente. 4.1.3 Modello Multi Energy Lidea di base del modello Multi-Energy che perch una nube di gas infiammabile possa originare una UVCE necessario che linnesco avvenga in unarea sufficientemente

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congestionata da causare un significativo aumento della velocit del fronte di fiamma secondo i meccanismi discussi in precedenza. Di conseguenza non tutto il gas rilasciato partecipa allesplosione, e nemmeno tutto il gas presente nel campo di infiammabilit, ma solo quello appunto allinterno di aree congestionate (o, in aggiunta, in regioni con turbolenza particolarmente elevata, come per esempio quelle in prossimit di un rilascio ad alta velocit). La violenza dellesplosione dipende infine, secondo un approccio analogo a quello di Wiekema discusso in precedenza, sia dal tipo di gas sia dal grado di congestione dellarea. Ne consegue che la nube di gas rilasciata solitamente non origina una sola esplosione ma pi esplosioni, i cui effetti devono essere considerati separatamente, localizzate nelle diverse aree congestionate dellimpianto. Leffetto delle diverse esplosioni viene riprodotto con un approccio del tutto analogo quello del precedente modello di Wiekema, parametrizzato questa volta su una scala di 10 diverse velocit medie della deflagrazione come riportato nella Figura 48.

Figura 48 Diagrammi per la valutazione dei parametri dellesplosione col metodo Multy Energy Le linee a tratto contino sono caratteristiche di una detonazione con un fronte durto verticale, mentre le linee tratteggiate rappresentano onde durto pi graduali, caratteristiche delle deflagrazioni. I valori dei parametri sugli assi dei diagrammi sono adimensionalizzati come per il precedente metodo di Wiekema. Per quanto cerchi di rappresentare pi correttamente la fenomenologia di una UVCE, anche questo metodo come i precedenti sconta la scelta arbitraria di alcuni parametri che, in ultima analisi, sono riconducibili allo stesso senso fisico dellefficienza nel metodo del TNT equivalente. In particolare, necessario definire quali sono le zone di un impianto che si devono considerare congestionate e quali no, necessario definire oltre quale distanza due aree congestionate generano due esplosioni indipendenti (25 m un suggerimento comune ma arbitrario) ed infine necessario definire la classe dellesplosione, da 1 a 10.

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Mentre la suddivisione delle aree congestionate o meno pu essere ragionevolmente intuitiva, la scelta della classe dellesplosione laspetto cruciale. Il valore 10 fornisce risultati analoghi allapplicazione del metodo del TNT equivalente (limitato ovviamente al gas presente in una data regione congestionata) con unefficienza del 20% (simile al valore del 30% relativo alla sola massa di gas presente nella regione infiammabile discusso per il metodo del TNT equivalente). Il valore 7 sembra essere ragionevole per molte situazioni pratiche; si nota anche per valori tra 6 e 7 non c differenza nei valori di sovrappressione inferiori a 0.1 bar e la massima pressione 1 bar. Per aree non congestionate e miscela quiescente un valore 1 appare adeguato, mentre per aree non congestionate e miscela non quiescente un valore 3 pu essere pi adeguato. Una guida per la definizione della classe della deflagrazione riportata in Figura 49. Il livello di congestione si pu considerare alto quando se il grado di pieno (rapporto tra il volume degli ostacoli e il volume totale della zona congestionata) maggiore del 30% e lo spazio tra gli ostacoli inferiore a 3 m. Il confinamento esiste se, oltre al suolo, la regione confinata da una o due altre superfici piane. Lenergia di ignizione alta se viene causata, per esempio, da unesplosione confinata allinterno dellarea, mentre bassa per scintille, fiamme, zone calde,

Figura 49 Criteri per la definizione della classe di deflagrazione. Una differenza di due ordini di grandezza nella sovrappressione a una data distanza si pu originare dalla scelta di una classe di deflagrazione 1 o 10. 4.1.4 Metodo di Baker Strehlow Questo metodo riprende lidea di Wiekema di utilizzare una reattivit dei composti combinandola con lapproccio del metodo Multi Energy, che considera la deflagrazione solo di quella parte di nube presente in zone congestionate dellimpianto, per definire per velocit caratteristica della deflagrazione e quindi un diagramma di sovrappressione in funzione della distanza (parametrizzato questa volta sulla massima velocit raggiunta del fronte di fiamma nel corso della deflagrazione) come mostrato nella Figura 50. Analogamente ai modelli precedenti il problema viene spostato alla scelta della curva pi opportuna per la situazione in esame. Anche in questo caso la scelta pu essere guidata dal grado di congestione dellarea considerata, come riassunto, per il caso di ignizione non violenta, nella Figura 51. La tipologia di espansione (analoga al confinamento da piani paralleli per il metodo Multi

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Energy) viene calcolata sulla base delle considerazioni riportate in Figura 52, mentre il grado di congestione viene stimato come riassunto in Figura 53. La reattivit della miscela infiammabile viene classificata con considerazioni analoghe a quelle utilizzate dal metodo di Wiekema: considerata alta per esempio, per lidrogeno, bassa per il CO e il metano e media per la maggior parte dei gas.

Figura 50 Diagramma di Baker - Strehlow

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Figura 51 Velocit di fiamma caratteristiche (in termini di numero dio Mach) da utilizzare col metodo di Baker Strehlow. 4.1.5 Confronto tra i diversi approcci I tre diversi approcci utilizzano dei grafici adimensionali (le cosiddette coordinate di Sach) parametrizzati su una variabile che definisce lintensit della deflagrazione. Anche il metodo del TNT equivalente pu essere parametrizzato sulla base dellefficienza dellesplosione. Un confronto tra i tre metodi su grafici con coordinate uniformi mostrato in Figura 54. Appare evidente che, pur di selezionare opportunamente il parametro utilizzato dai diversi metodi, praticamente sempre possibile ottenere risultati analoghi.

Figura 52 Tipologie di espansione della fiamma per il modello di Baker Strehlow..

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Figura 53 Definizione del grado di congestione per il modello di Baker Strehlow. Selezionando come parametri rappresentativi di una deflagrazione non eccessivamente violenta unefficienza del 10% per il metodo del TNT equivalente, una classe 5 per il metodo Multi Energy e una velocit di fiamma di 0.25 Mach per il metodo di Baker Strehlow, le curve relative possono essere poste su un unico diagramma come mostrato in Figura 55. Si vede come, a parte il campo vicino al centro dellesplosione dove ovviamente il metodo del TNT equivalente sovrastima gli effetti, le curve tendono a collassare in ununica correlazione. Applicando queste relazioni alla deflagrazione di 1000 kg di propano in uno spazio congestionato si ottengono coi diversi metodi i risultati riassunti in Figura 56 in forma grafica e in Figura 57. in forma numerica. Si pu notare anche in questo caso che, a parte la zona di campo vicino alla sorgente dellesplosione, le differenze tra i metodi sono comprese in un fattore 2 in termini di distanza a cui sono attesi determinate conseguenze, che essenzialmente lo stesso ordine di incertezza derivante dalla scelta (ragionevole) del singolo parametro utilizzato dai diversi metodi.

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Figura 54 Confronto tra i diversi metodi su scale omogenee.

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Figura 55 Confronto tra i vari modelli per il caso di deflagrazione di media bassa intensit.

Figura 56 Risultati dei diversi modelli per la deflagrazione di 1000 kg di propano.

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Figura 57 Distanze a cui si prevedono gli stessi valori di sovrappressione In linea di principio solo i modelli avanzati possono essere considerati realmente predittivi, in quanto i modelli semplificati contengono alcuni sottomodelli tarati su alcuni set di dati sperimentali. Daltro canto, il principale problema dei modelli avanzati (a parte la grande quantit di risorse richiesta, sia in termini di esperienza delloperatore sia in termini di prestazioni delle macchine, che ne limita lapplicazione a geometrie relativamente semplici), la rappresentazione dellinterazione tra la turbolenza e la reazione di combustione che rende i modelli CFD in questo settore meno affidabili che non, per esempio, nel caso della dispersione in ambiente dove la complicazione legata alla presenza di reazioni chimiche non presente. Per contro, come mostrato a titolo di esempio in Figura 58, il grado di dettaglio ottenibile da questo approccio estremamente pi elevato rispetto ai metodi discussi in precedenza.

Figura 58 Esempio di simulazione CFD di una deflagrazione. 4.2 Esplosioni puntuali Si intendono con questo termine esplosioni che coinvolgono un piccolo volume di esplosivo, quali tipicamente le esplosioni di composti instabili o di esplosivi solidi. In questo caso lapproccio del TNT equivalente discusso in precedenza risulta adeguato con unefficienza unitaria; lunico fattore di scala da considerare il valore dellenergia liberata dallesplosione del composto considerato rispetto a quella del TNT. Un elemento di incertezza la quantit di

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composto che realmente partecipa alla formazione dellonda durto: non sempre tutta la quantit presente si decompone cos rapidamente da contribuire allesplosione. 4.3 Esplosioni fisiche Si riassumono con questo termine tutte le esplosioni generate da una rapida espansione di un composto in fase liquida o vapore senza che vi sia alcuna reazione chimica collegata alla formazione dellonda durto, quale quella di combustione coinvolta nelle UVCE. Una reazione potrebbe essere coinvolta nella fase di pressurizzazione di un recipiente, come per esempio nel caso di una deflagrazione confinata che aumenta la pressione in un recipiente che poi collassa. Tipicamente si hanno infatti esplosioni fisiche a seguito del collasso di un recipiente, col conseguente rilascio in ambiente sia della massa, sia dellenergia interna contenuta. La differenza tra lenergia interna posseduta dal composto nel recipiente e nellambiente rappresenta la massima energia disponibile per generare lesplosione. In realt non tutta lenergia disponibile viene utilizzata per generare londa durto: una parte viene trasformata in energia cinetica dei frammenti del recipiente che vengono proiettati anche a grande distanza (e spesso rappresentano la principale fonte di pericolo in caso di collasso del recipiente per i possibili effetti domino che pu innescare); una parte pu essere utilizzata per deformare il recipiente prima della rottura; una parte viene dissipata nel riscaldamento dellaria durante lespansione. La parte di energia interna che invece viene utilizzata per espandere il fluido forma unonda durto le cui caratteristiche dipendono dalla velocit caratteristica del fenomeno di espansione: maggiore la velocit del fenomeno, tanto pi le caratteristiche dellonda durto generata assomigliano a quelle generate dallesplosione di un esplosivo solido (TNT). La frazione di energia che pu formare londa durto di difficile quantificazione: pu essere stimata tra il 40% e l80% dellenergia disponibile. Fratture fragili forniscono valori maggiori. Un approccio conservativo (ragionevole in quanto le sovrappressioni generate dal collasso di un recipiente non sono solitamente cos elevate da generare effetti disastrosi a grandi distanze) prevede di considerare che tutta lenergia disponibile vada a formare londa durto. Londa durto viene quindi generata dalla trasformazione di parte dellenergia interna del fluido in energia meccanica. Lenergia interna del fluido disponibile per la formazione dellonda durto dipende quindi dallo stato termodinamico del fluido, che a sua volta dipende dal tipo di fluido contenuto nel recipiente e dalle condizioni a cui il recipiente stesso collassa. Il calcolo dellenergia interna posseduta dal fluido al momento del collasso pu essere effettuata in modo differente a seconda dello scenario coinvolto: espansione di un gas ideale o non ideale, di un liquido che evapora (flash o BLEVE, caldo o freddo), deflagrazione confinata, Analogamente a quanto discusso in precedenza per il caso di UVCE, i metodi pi utilizzati sono delle varianti del metodo del TNT equivalente, che pu a sua volta essere utilizzato direttamente. Anche in questo caso le previsioni risultano poco accurate nella regione prossima al recipiente (fino a circa 10 20 diametri), mentre risultano ragionevoli a distanze superiori. La valutazione della proiezione di frammenti viceversa molto aleatoria stante lincertezza legata al modo di rottura del recipiente. Questo tipo di analisi viene solitamente utilizzato per investigare incidenti pi che per prevederne gli effetti nellanalisi di rischio, anche se come detto leffetto principale del collasso di un recipiente pu essere proprio leffetto domino innescato dai frammenti.

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Lutilizzo del metodo del TNT equivalente (o di altri, che prevedono delle correzioni per la regione prossima alla sorgente) richiede la stima dellenergia rilasciata. Se il recipiente contiene del gas assimilabile a un gas ideale la differenza di energia interna tra lo stato iniziale prima del collasso e quello finale in condizioni ambiente si pu calcolare come: (P Pa )V1 E= 1 1 1 dove il pedice 1 si riferisce alle condizioni del gas nel recipiente prima della rottura, Pa la pressione ambiente, V il volume e il rapporto tra i calori specifici. Se il recipiente contiene anche liquido bisogna verificare se pu dare flash o BLEVE confrontando la temperatura ambiente con la temperatura di ebollizione normale e con quella limite per la nucleazione omogenea. Se il liquido non pu dare flash si ha lespansione del solo vapore. Se pu dare BLEVE anche lespansione del liquido evaporato contribuisce alla formazione dellonda durto, se pu dare flash lespansione del liquido evaporato pu contribuire alla formazione dellonda durto. In questo caso un approccio conservativo quello di considerare anche la frazione di liquido evaporata per il calcolo dellenergia disponibile. In tutti i casi la variazione di energia interna pu essere effettuata utilizzando un diagramma termodinamico per il fluido in esame o effettuando un calcolo di flash isoentropico con un simulatore di processo. Nel caso di utilizzo di diagrammi di stato nelle condizioni di temperatura e pressione del recipiente prima del collasso si leggono sul diagramma i valori di entalpia specifica, h, e di volume specifico, v. Seguendo una linea isoentropica si calcolano le stesse grandezze a pressione ambiente. Lenergia interna specifica viene calcolata come u = h Pv. Nel caso in cui lo stato finale sia costituito da una miscela di liquido e vapore saturo, le grandezze specifiche della miscela si calcolano come mmix = (1-x)mL + x mV. In questa relazione m una grandezza specifica qualsiasi, L e V si riferiscono al liquido e al vapore saturo, mentre x il titolo in vapore, anchesso fornito dal diagramma di stato. 4.4 Incendi da pozza (pool fire) Un incendio da pozza pu essere definito come una fiamma diffusiva turbolenta sopra la superficie orizzontale di un combustile liquido che evapora cos lentamente da avere una quantit di moto iniziale sostanzialmente nulla. Una caratteristica fondamentale di questo tipo di incendi la presenza di un feedback tra la fiamma e il combustibile in quanto, in misura pi o meno importante, il trasferimento di calore dalla fiamma alla pozza di liquido influenza (e al limite controlla) la velocit di evaporazione del combustibile e quindi in ultima analisi le dimensioni della fiamma. La variabile principale che influenza le dimensioni di un pool fire, e quindi sia la possibilit che la fiamma avvolga delle unit dimpianto vicine sia lirraggiamento nelle aree circostanti, il diametro della pozza. Per diametri inferiori al metro la fenomenologia dellincendio differente che per diametri maggiori, che sono per quelli di interesse per gli incidenti industriali . La temperatura del rilascio determina essenzialmente la possibilit che parte del liquido dia origine a un flash e limportanza relativa del trasferimento di calore dal terreno (che risulta importante per liquidi criogenici). In questo caso, come discusso per il caso dellevaporazione da pozza, anche le caratteristiche del terreno possono influenzare la velocit di evaporazione del liquido. Infine la velocit del vento ha unimportanza non trascurabile sulla lunghezza e inclinazione (tilt) della fiamma, nonch sul possibile trascinamento della fiamma nella direzione del vento (drag).

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La modellazione di un incendio da pozza utilizza solitamente diversi sottomodelli per ciascuno dei fenomeni coinvolti: velocit di bruciamento, diametro della pozza, geometria della fiamma, fattore di vista, trasmissivit atmosferica e potenza emessa dalla fiamma. Il calcolo del diametro della pozza il primo parametro da determinare in quanto determina la geometria della fiamma. La velocit di bruciamento determina invece la massima potenza complessivamente emessa dalla fiamma nellipotesi che il combustibile bruci con una quantit stechiometrica di aria (in realt, trattandosi di una fiamma diffusiva, le condizioni sono fortemente non stechiometriche e inoltre lenergia fornita dalla combustione incompleta del combustibile in parte viene irraggiata e in parte viene dispersa coi fumi caldi). La velocit di bruciamento per comunque correlata alla potenza realmente irraggiata dalla fiamma. Il flusso termico che colpisce un ricettore infine determinato non solo dalla potenza irraggiata dalla fiamma, ma anche dalla trasmissivit dellatmosfera (che determina la frazione di energia irraggiata che non viene assorbita dallanidride carbonica e dallumidit dellatmosfera) e da fattore di vista (che determina la frazione dellenergia emessa dalla superficie della fiamma che viene intercettata dal ricettore). Le dimensioni della fiamma possono essere imposte dal confinamento, per esempio un bacino di contenimento, oppure essere definite dal bilanciamento tra la portata scaricata di combustibile e la sua velocit di consumo per opera della fiamma. Si noti che anche nel caso in cui sia presente un confinamento, le massime dimensioni della pozza possono essere inferiori a quello del bacino di contenimento se la perdita di combustibile di limitata entit. Il rilascio del combustibile pu essere schematizzato come istantaneo o continuo in funzione del valore della durata del rilascio, tR, rispetto a un tempo caratteristico della combustione, tC. Questultimo pu essere stimato come il rapporto tra una dimensione caratteristica dello scarico (pari per esempio alla radice cubica del volume di liquido combustibile rilasciato, VL) e la velocit lineare di bruciamento, y in m/s. La schematizzazione del fenomeno come continuo o istantaneo viene quindi fatta sulla base del valore del rapporto tra i tempi caratteristici: t R > 0.002 continuo = 3 V < 0.002 istantaneo L y Nel caso di rilascio istantaneo le dimensioni della pozza non confinata dipendono dallo spessore limite assunto, come discusso precedentemente. Nel caso invece di rilascio continuo la pozza si espande finch la velocit con cui il combustibile viene consumato dalla fiamma bilancia la portata volumetrica rilasciata, mL: D 2 mL = y 4 In realt il massimo valore del diametro della pozza risulta superiore a quello calcolabile con la relazione precedente in quanto nel periodo di tempo tra linizio dello scarico e il raggiungimento del valore di equilibrio la portata di combustibile bruciato inferiore a quella riportata nella formula precedente. Si ha cos che una parte del liquido scaricato si accumula e provoca un piccolo aumento del diametro della pozza incendiata (stimabile in un fattore pari a 2 ), che poi si contrae per raggiungere il valore di equilibrio. La velocit di bruciamento il risultato di un bilancio tra l'energia scambiata dalla pozza di liquido con lambiente e lenergia necessaria per evaporare il liquido, come mostrato nella Figura 59.

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Irraggiamento D2

Conduzione con la fiamma D2 Scambio con lambiente D Conduzione dal terreno D2

Importante per piccoli diametri o alti T

Importante per liquidi criogenici


Figura 59 Scambi termici tra la pozza di liquido combustibile e lambiente che determinano la velocit di bruciamento. Si vede come tutti i contributi dipendono dal quadrato delle dimensioni della pozza tranne il termine di scambio termico con lambiente, che quindi diviene importante solo per bassi diametri (inferiori al metro) o per alte differenze di temperatura tra il combustibile e lambiente (cosa impossibile per combustibili liquidi caratterizzati da una bassa temperatura di ebollizione, ma molto comune per combustibili solidi, che devono raggiungere temperature elevate per emettere gas combustibili). Questo, insieme ai diversi regimi fluidodinamici che si instaurano al variare delle dimensioni della pozza, spiega landamento sperimentale della velocit di combustione dei liquidi riportato nella Figura 60 che evidenzia come per dimensioni superiori a circa 1 m la velocit di combustione assume un valore allincirca costante. Questo valore asintotico riassunto per alcuni combustibili tipici in Tabella 9.

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Figura 60 Andamento della velocit di combustione di combustibili liquidi con le dimensioni della pozza. Tabella 9 Velocit di bruciamento su terreno di alcuni combustibili liquidi. combustibile idrogeno liquido LNG LPG butano esano eptano benzene xilene benzina kerosene JP-5 metanolo etanolo velocit di bruciamento, kg/(m2 s) 0.169 0.078 0.099 0.078 0.074 0.101 0.085 0.090 0.055 0.039 0.054 0.015 0.015

Si deve tener conto che si tratta comunque di un dato sperimentale soggetto a notevoli incertezze, come mostrato nella Figura 61, che mostra anche come il termine di scambio termico col terreno pu diventare importante per pozze di combustibili a bassa temperatura, come LNG o LPG. I dati sperimentali possono essere rappresentati dalla retta riportata nella stessa figura:

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y = 1.27 10 6

H comb H ev + C P dT
3 Ta Tb

[m / s ]

Assumendo una densit media paria 787 kg/m la relazione precedente fornisce unequazione per la stima della velocit di bruciamento ponderale: H comb mb = 10 3 [kg /(m 2 s )] Tb H ev + C P dT
Ta

che, confrontata coi dati sperimentali in Figura 62 mostra una buona capacit previsionale.

Scambio termico col terreno

Figura 61 Andamento delle velocit lineari di bruciamento su terreno. Pi complicato il caso di rilasci su acqua. Per combustibili liquidi sottoraffreddati la velocit di bruciamento su acqua non differisce sostanzialmente da quella su terreno, mentre per quei combustibili per cui lo scambio termico col terreno o con lacqua gioca un ruolo importante nellevaporazione del combustibile (come per esempio LNG o LPG) la velocit di bruciamento pu essere molto superiore (per esempio, di circa un fattore 2 per LPG e di un fattore 3 per LNG), come mostrato nella Tabella 10. La geometria della fiamma importante sia per definire la superficie irraggiante sia per verificare la possibilit che apparecchiature vicine vengano a contatto con le fiamme. Le principali caratteristiche geometriche di una fiamma da pozza sono riassunte in Figura 63, dove viene anche evidenziato il carattere non geometricamente ben definito della fiamma. Infatti, le correlazioni utilizzate solitamente per calcolare la lunghezza della fiamma si riferiscono alla parte visibile della fiamma stessa. Normalmente, trattandosi di fiamme diffusive turbolente, vi una gran quantit di particolato carbonioso presente nella fiamma che scherma gran parte della superficie esterna, come mostrato in Figura 64. Ne consegue che laltezza a cui i fenomeni di combustione cessano ben maggiore dellaltezza della fiamma visibile, e di questo si dovrebbe tener conto nellanalisi di eventuali effetti domino su parti sensibili dellimpianto. Inoltre la configurazione geometrica di una fiamma presenta un effetto pulsante con periodo di circa 1 secondo in cui grosse fiamme raggiungono la superficie

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esterna della fiamma. I valori stimati dalle correlazioni disponibili rappresentano quindi dei valori medi nel tempo, cos come i seguenti valori stimati dellirraggiamento che da tali fiamme proviene.

Figura 62 Velocit di bruciamento ponderale di combustibili liquidi su terreno. Esistono numerose correlazioni per calcolare la massima altezza della parte visibile della fiamma ed alcune di esse sono riportate in Figura 65. Si nota come non vi sia una marcata differenza tra le diverse relazioni, se utilizzate in intervalli ragionevoli dei diversi parametri coinvolti. Analogamente, il trascinamento della fiamma nella direzione del vento comporta che la dimensione caratteristica della pozza (solitamente assunta di forma circolare) sia maggiore nella direzione del vento che perpendicolarmente ad esso, facendo cos assumere alla base della fiamma una forma ellittica. Il rapporto tra le due dimensioni in funzione della velocit del vento pu essere espresso in funzione di un numero di Froude (che compara i termini 2 inerziali del vento con quelli gravitazionali di galleggiamento, Fr = u10 gD ) come:

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u2 V = 1.25 gD D a Linfluenza della velocit del vento riportata in Figura 66, da cui si vede che come stima di massima anche una modesta velocit del vento pu incrementare la dimensione nella direzione del vento della pozza infiammata del 50%. Questo pu essere importante, pi che per il calcolo dellirraggiamento sullambiente circostante, per valutare la possibilit che la fiamma coinvolga apparecchiature poste nelle vicinanze. Appare evidente che valori del rapporto tra le dimensioni inferiori a 1 non hanno alcun significato. D'
Tabella 10 Confronto tra le velocit di bruciamento su terreno e su acqua.

0.069

0.48

Analogamente anche linclinazione della fiamma per opera del vento pu essere stimata sulla base del numero di Froude precedente come: tan( ) = 0.66 Fr 0.333 Re 0.117 cos( ) dove sia il numero di Reynolds sia quello di Froude sono basati sulla velocit del vento a 10 m e sul diametro della pozza. In alternativa, la stessa inclinazione pu essere stimata come: u* < 1 1 u u* = cos = 0.5 (mgD V )1 / 3 u*,1.6 u * > 1

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Un confronto tra le due relazioni mostrato in Figura 68 mostra come, a parte la zona a bassa velocit di vento che, essendo caratterizzata da unintrinseca elevata variabilit non consente una stima accurata dellinclinazione della fiamma, per velocit del vento superiori a 1 m/s le due correlazioni convergono su valori simili. Analogamente alla stima del drag, anche la stima del tilt di una fiamma da pozza pu essere importante, pi che per il calcolo dellirraggiamento sullambiente circostante, per valutare la possibilit che la fiamma coinvolga apparecchiature poste nelle vicinanze. Nota la geometria della fiamma, assimilata a un tronco di cono con le dimensioni calcolate in precedenza, necessario stimare lemissivit specifica della superficie, cio la potenza emessa per unit di superficie. Il principale problema consiste nel fatto che la fiamma non un emettitore superficiale ma volumetrico. In altri termini, sono i gas caldi e le particelle incandescenti allinterno della fiamma che irraggiano; le particelle solide che raggiungono la superficie esterna viceversa ne oscurano lemissione.

Figura 63 principali parametri geometrici di una fiamma. Poich le fiamme da pozza sono fiamme a diffusione, il diametro della pozza gioca un ruolo fondamentale sulla possibilit che laria richiamata dallambiente possa miscelarsi correttamente anche con i vapori emessi nella parte centrale della pozza. A bassi valori del diametro della pozza si ha una piccola produzione di particolato e la fiamma risulta pulita. Aumentando viceversa il diametro della fiamma la quantit di particolato incombusto via via aumenta riducendo lemissivit della fiamma stessa. Ovviamente il tipo di combustibile gioca

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un ruolo fondamentale: idrogeno, propano, etano, LNG e altri composti idrocarburici leggeri non formano particolato. Lapproccio pi semplice quello di dividere la potenza emessa dalla fiamma per la superficie del cilindro a cui la fiamma viene assimilata. Se lintera portata evaporante di combustibile bruciasse stechiometricamente con aria e tutta lenergia liberata dalla combustione venisse irraggiata dalla fiamma, la potenza emessa sarebbe facilmente calcolata moltiplicando la portata di combustibile evaporante per il calore di combustione. Ovviamente ci non vero, sia per la parziale combustione del combustibile dovuta alla natura diffusiva della fiamma, sia per il parziale oscuramento della fiamma stessa per opera del particolato. Di questo si pu tener conto, in modo del tutto analogo a quanto fatto nel caso delle esplosioni per il metodo del TNT equivalente, con un fattore di efficienza che dia conto della frazione di energia disponibile che viene effettivamente irraggiata, . Noto questo valore la potenza irraggiata dalla fiamma pu essere calcolata come:

Figura 64 Schematizzazione di una fiamma fumosa.

Q = mb A pool H c mentre lemissivit superficiale pu essere calcolata dividendo tale potenza emessa per la superficie del cilindro equivalente, le cui dimensioni sono state calcolate in precedenza, come: Q E DH Valori tipici dellefficienza di irraggiamento, tipicamente dellordine di 0.15 0.4, sono riportati in Tabella 11. Esistono anche altri approcci per la stima dellemissivit superficiale. Per idrocarburi che formano fiamme fumose lemissivit superficiale pu essere stimata come una media pesata

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sul diametro della pozza tra lemissivit massima della zona luminosa della fiamma (Em, circa 140 kW/m2) e quella del particolato (Es, circa 20 kW/m2): E = E m e 0.12 D + E s 1 e 0.12 D In alternativa, nota la temperatura di ebollizione normale di un idrocarburo, lemissivit superficiale della fiamma pu essere stimata anche come: E = 117 0.313Tb Un confronto tra le diverse correlazioni per un incendio di una pozza di benzina mostrato in Figura 69. Si nota che lemissivit superficiale pu variare anche significativamente col diametro, coerentemente con le osservazioni sperimentali che mostrano come, per un incendio da pozza di kerosene, si possa passare dai 130 kW/m2 di una pozza di 2 m, ai 60 kW/m2 di una pozza di 10 m, fino ai 35 kW/m2 di una pozza di 20 m. Daltro canto questo vero per fiamme fumose. Fiamme di LNG presentano per esempio valori dellordine dei 140 kW/m2 anche per diametri elevati.

7 6 5 H/D 4 3 2 1 0

m 55 gD a

0.67
0.21 u*, 10

u* =

(mgD

V )1/ 3

m 6.2 gD a

0.254
0.044 u*, 10

mH c A)2 / 5 ( 0.26 1.02 D

m 42 gD a

0.61

vel vento, m/s

thomas

Figura 65 confronto tra diversi modelli per la stima della lunghezza di una fiamma da pozza.

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1,6

1,4

1,2 D'/D 1 0,8 0,6 0 1 2 3 4 5 vel vento, m/s

Figura 66 Effetto della velocit del vento sulla dimensione prevalente della pozza incendiata. Definita lemissivit superficiale lultimo passo la stima dellirraggiamento su di un dato recettore. Per fare questo bisogna tener conto del fatto che una frazione dellenergia irraggiata viene assorbita dallumidit e dallanidride carbonica presente nellatmosfera. La frazione assorbita tipicamente non trascurabile, essendo solitamente dellordine del 20 40%, e pu essere stimata in funzione dellumidit atmosferica e della distanza tra emettitore e ricettore, X, come: A = 2.02(Pw X )0.09
5328 rappresenta linfluenza dellumidit Pw = 1013.25 RH exp 14 . 4114 TA relativa percentuale dellatmosfera, RH. Il modello pi semplice per il calcolo del flusso di energia che colpisce un dato ricettore, come sempre, di tipo puntuale e assume che tutta lenergia venga irraggiata dal centro geometrico della fiamma distribuendosi quindi su di una superficie sferica, Figura 67. Il fattore di vista in questo caso, cio la frazione di energia irraggiata che viene intercettata dal recettore, semplicemente il reciproco della superficie della sfera con raggio pari alla distanza tra il centro della fiamma e il ricettore e lirraggiamento sul ricettore, I, si calcola semplicemente come:

Il termine

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I=

Q 4X
2

A [kW / m 2 ]

Figura 67 Modello di fiamma puntiforme. Lincertezza nellutilizzo di questo approccio essenzialmente confinata nella stima dellefficienza di irraggiamento. Se invece si considera la fiamma come un emettitore solido di geometria definita (il cilindro di cui si sono calcolate le dimensioni precedentemente) necessari calcolare il fattore di vista, F, di un recettore con una data inclinazione relativa rispetto allorizzontale e posto ad una certa distanza dal cilindro inclinato come integrale sulla superficie dei fattori di vista infinitesimali della superficie del cilindro. La soluzione di questo integrale di superficie solitamente analitica ed disponibile per un certo numero di inclinazioni relative fiamma recettore. In questo caso lirraggiamento sul recettore si calcola come: I = E A F [kW / m 2 ] Lincertezza nellutilizzo di questo approccio essenzialmente confinata nella stima dellemissivit superficiale, analogamente a quanto avviene per il modello puntiforme dove lincertezza risulta concentrata nella stima dellefficienza di irraggiamento.

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70 60 50 , gradi 40 30 20 10 0 0 1 2 3 4 5 vel vento, m/s

Figura 68 Influenza della velocit del vento sullinclinazione della fiamma. 4.5 Fiamme da getti turbolenti (jet flame) Una fiamma da getto turbolento una fiamma diffusiva risultante dalla combustione di un combustibile (liquido o gassoso) rilasciato in modo continuo con una quantit di moto non trascurabile in una ben definita direzione.

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Tabella 11 Efficienza di irraggiamento.

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E = 117 0.313Tb
150

Q DH

125 E, kW/m2

100

75

50 0 2 4 6 8 10 Diametro, m

E = E m e 0.12 D + E s 1 e 0.12 D

Figura 69 Stima dellemissivit superficiale in funzione del diametro della pozza. La principale differenza tra questo tipo di incendi e gli incendi da pozza che non esiste alcun feedback dalla fiamma al combustibile che determina circolarmente la velocit di bruciamento e quindi la potenza emessa dalla fiamma e la sua geometria. Nel caso di getti turbolenti la velocit di bruciamento pari alla portata di combustibile scaricato e la geometria della fiamma interamente determinata dalle caratteristiche fluidodinamiche del getto. Getti turbolenti non si originano necessariamente da scarichi sonici. Jet fire originati dallinnesco di scarichi gassosi subsonici sono molto influenzati dalla velocit del vento e dalla spinta di galleggiamento dopo la zona iniziale della fiamma che viceversa dominata dalla quantit di moto del getto scaricato. Il richiamo di aria nei getti subsonici non particolarmente elevato e quindi presentano tutte le caratteristiche tipiche delle fiamme diffusive risultando relativamente lunghe , fumose ed emissive. Analogamente, lo scarico di gas liquefatti origina un jet fire di goccioline di combustibile che possono dare flash e sono quindi anchessi solitamente caratterizzati da una bassa velocit come i getti subsonici. Il richiamo di aria viceversa molto maggiore nei getti sonici, generando fiamme con caratteristiche pi simili alle fiamme premiscelate e risultano quindi relativamente corte, poco fumose e poco emissive (lirraggiamento proviene principalmente da anidride carbonica e acqua piuttosto che dal particolato incandescente). Infine, jet fire si possono originare anche dallo scarico di liquidi meno volatili a pressioni che generano uno spray. In questo caso le goccioline che evaporano persistono nella fiamma per una lunga distanza e il richiamo di aria e la velocit dei gas risulta simile a quella presente in un pool fire. I numeri adimensionali che caratterizzano i diversi regimi delle fiamme sono il numero di Reynolds basato sul diametro dellorifizio e sulla velocit di scarico del getto, Re = uD , il

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numero di Froude che compara i termini inerziali con quelli gravitazionali di galleggiamento, Fr = u 2 gD (o. analogamente il numero di Richardson, Ri = 1 3 Fr ), e un flusso termico adimensionale, Q * = Q a C P a Ta gD D 2 dove si indicata con Q la potenza termica generata dalla combustione del getto di combustibile scaricato. Le caratteristiche geometriche dei diversi tipi di fiamma a diffusione possono essere classificate in funzione di Fr, come mostrato nella Figura 70 per il rapporto lunghezza della fiamma sul diametro dellorifizio di scarico.

Figura 70 - Classificazione delle fiamme in funzione del numero di Froude Le regioni I e II di questa figura corrispondono a fiamme a diffusione turbolente dominate dalla convezione naturale, come tipicamente avviene per gli incendi di pozze di liquido o di materiali solidi. Viceversa, la regione V caratterizzata da alti numeri di Froude corrisponde a jet fire pienamente turbolenti. Leffetto della velocit di scarico del getto sulla geometria della fiamma al variare della velocit di scarico rappresentato invece nella Figura 71.

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Figura 71 Andamento qualitativo dellaltezza di una fiamma diffusiva verticale in aria calma al variare della velocit di scarico. Si nota che a basse velocit di scarico la fiamma risulta laminare allaumentare della velocit di scarico aumenta anche la lunghezza della fiamma che pu raggiungere valori considerevoli. Ad un certo punto si innescano i meccanismi turbolenti che richiamano aria in maggior quantit allinterno della fiamma. Questo porta a ridurre la lunghezza della fiamma in quanto i meccanismi di combustione risultano accelerati dalla presenza di una maggiore quantit di aria che si miscela col combustibile scaricato. Oltre un certo valore della velocit di scarico la lunghezza della fiamma non varia pi significativamente. Il valore critico della velocit oltre la quale il getto diventa turbolento definito da un valore critico del numero di Reynolds basato sul diametro dello scarico e dipendente dal tipo di combustibile. Valori tipici variano da circa 2000 per lidrogeno a circa 9000 per il propano; ne consegue che rilasci di interesse dal punto di vista degli incidenti rilevanti originano sempre fiamme turbolente. Lapproccio alla modellazione dei jet fire analogo a quello seguito per i pool fire: determinata la geometria della fiamma si prosegue con la stima dellemissivit superficiale e quindi del fattore di vista per giungere alla valutazione dellirraggiamento su di un dato recettore, come mostrato nella Figura 72. Pi che nel caso dei pool fire, il problema del coinvolgimento di apparecchiature vicine nella fiamma con conseguente effetto domino importante nel caso dei jet fire a causa della loro direzionalit che pu portare la fiamma anche a distanze considerevoli dal punto di emissione, per esempio nel caso di getti orizzontali. La definizione della geometria dei jet fire incontra problemi analoghi a quella dei pool fire. Laspetto delle fiamme di jet fire varia da fiamme praticamente invisibili, come quelle caratteristiche della regione vicino al punto di rilascio di gas naturale scaricato ad alta pressione, a fiamme molto fumose, come la parte lontana dal punto di scarico di rilasci di idrocarburi pi pesanti. Analogamente al caso dei pool fire , la fiamma viene solitamente definita come la regione visibile, trascurando quindi la zona oscurata dai fumi. Inoltre, la traiettoria della fiamma sempre, in modo pi o meno accentuato, curvilinea in quanto risulta dal bilancio delle azioni della quantit di moto iniziale, del vento e della spinta di galleggiamento. La definizione di una lunghezza di fiamma quindi soggetta ad alcune ambiguit. Come i pool fire, anche i jet fire sono fenomeni pulsanti ed intrinsecamente non stazionari: le previsioni dei modelli sono sempre quantit mediate nel tempo.

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Complessivamente lo sviluppo di modelli di simulazione per jet fire segue lo stesso percorso seguito per il pool fire, anche se la maggior variet delle casistiche che si possono incontrare (getti di gas subsonici e sonici, getti bifase, getti liquidi soggetti a flash, getti liquidi sottoraffreddati, ...) porta a risultati meno consolidati. Analogamente al caso dei pool fire, i modelli di simulazione della geometria dei jet fire si possono dividere in due categorie: quelli che determinano solo la lunghezza della fiamma ed applicano poi un modello puntiforme, assumendo che lintera energia venga rilasciata dal centro della fiamma, e quelli che rappresentano la fiamma come un tronco di cono con una data emissivit superficiale. Per entrambi gli approcci esistono diversi modelli per la stima delle caratteristiche geometriche della fiamma. Un principio generale di una certa rilevanza quello di non utilizzare delle correlazioni proposte nellambito di un certo modello per caratterizzare la geometria della fiamma per poi utilizzare correlazioni per il calcolo dellirraggiamento sviluppate nellambito di un diverso modello. Le due fasi della modellazione (calcolo della geometria e dellirraggiamento) sono intrinsecamente correlate e la convalida di ciascun modello riguarda (essendo solitamente effettuato sul risultato finale: lirraggiamento al suolo) linsieme dei due sottomodelli.

Figura 72 Schematizzazione di un jet fire. Le fiamme turbolente tendono a produrre un mescolamento tra combustibile e aria molto pi efficace e quindi a ridurre la formazione di particolato carbonioso. Di conseguenza le fiamme laminari tendono ad essere pi luminosi e ad avere unemissivit pi elevata, anche se questo effetto dipende ovviamente dal combustibile. Indicativamente, la frazione di energia irraggiata da una fiamma a diffusione di metano o propano circa il 30% per una fiamma laminare, ma si riduce a circa il 20% per una fiamma turbolenta. La situazione pi semplice, anche se di scarso interesse per il caso di eventi incidentali, rappresentata da una fiamma laminare verticale in aria calma. In questo caso, per jet fire di

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idrocarburi la lunghezza della fiamma, L, pu essere calcolata con la relazione di Hottel e Hawthorne: QV C o L = d j 4DT DCT dove dj il diametro dellorifizio da cui viene scaricato il getto, QV la portata volumetrica del getto, Co la frazione molare del combustibile nel getto, CT la frazione molare del combustibile per una miscela stechiometrica con aria e DT la diffusivit termica. Analogamente semplice, ma di maggior interesse, il caso di una fiamma turbolente verticale in aria calma. Per questa situazione sono disponibili diverse correlazioni per stimare la lunghezza della fiamma in funzione di diverse variabili: concentrazione stechiometrica del combustibile, limite inferiore di infiammabilit, quantit di moto del getto, spinta di galleggiamento della fiamma, potenza rilasciata dalla fiamma, velocit di ingrasso dellaria ambiente, ... Una delle prime relazioni sviluppate quella di Howthorne: Ma ( ) C + 1 C T T M F dove L la lunghezza della parte visibile della fiamma turbolenta (a partire cio dal punto in cui la fiamma laminare diviene instabile), TF la temperatura adiabatica di fiamma, Tj la temperatura del getto, Ma e MF il peso molecolare dellaria e del combustibile e T il rapporto molare tra reagenti e prodotti di combustione per una miscela stechiometrica. Questa relazione applicabile per jet fire dominati dalla quantit di moto, e quindi per alti numeri di Froude. Questa relazione in buon accordo con diverse osservazioni sperimentali e mostra come la lunghezza della fiamma dipenda linearmente dal diametro dellorifizio ma sia indipendente dalla portata volumetrica del getto. Per getti di idrocarburi a temperatura ambiente i parametri presenti nella relazione precedente assumono dei valori allincirca costanti e tali per cui CT<<1, T 1 e TF / Tj 8. La relazione precedente si approssima quindi con la seguente: L 15 M a d j CT M F L 5.3 TF = d j CT T T j Un altro modello analogo quello di Brzustowski che si basa sullassunzione che la fiamma, per getti fortemente turbolenti caratterizzati da numeri di Reynolds molto elevati, termini laddove, sullasse del getto la concentrazione del combustibile pari al limite inferiore di infiammabilit. Utilizzando la teoria dei getti liberi turbolenti in atmosfera calma, possibile derivare una relazione per valutare la distanza a cui si raggiunge sullasse di un getto turbolento non reagente una concentrazione pari al limite inferiore di infiammabilit e ottenere quindi una stima della lunghezza della fiamma: j M 1 L Y 1 + a = 1 0 . 297 d j 0.32 a M C F L dove M rappresenta il peso molecolare, dellaria e del combustibile, rispettivamente, CL il limite inferiore di infiammabilit come frazione volumetrica, Y la frazione massica del combustibile nel getto e la densit, dellaria e del getto, rispettivamente. Anche questa relazione pu essere semplificata per getti di idrocarburi puri a temperatura ambiente considerando che i parametri presenti nella relazione precedente assumono dei valori allincirca costanti e tali per cui Y=1, j a M F M a e 1 M F M a 0 :

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L 10.5 M a d j CL MF Il rapporto tra le due relazioni approssimate peri, per idrocarburi, a circa 0.8 e sono quindi essenzialmente equivalenti, nel senso che la differenza tra le previsioni dei due modelli dello stesso ordine di grandezza dellincertezza nella stima della lunghezza della fiamma. Un approccio ancora pi immediato per getti di combustibile gassoso proposto nelle norme API RP 521 e prevede di correlare la lunghezza della fiamma alla potenza termica del getto come mostrato nella Figura 73. Questa correlazione pu essere rappresentata, per potenze Q=30-10000 MW, dallequazione: L = 2.23 10 3 Q Unultima correlazione utilizzata quella di Baker e Kalghatgi basata sullassunzione che la lunghezza della fiamma dipende dalla distanza sullasse della fiamma stessa dove il combustibile e laria formano una miscela stechiometrica. Il principale parametro coinvolto in questa correlazione un numero di Richardson che definisce la transizione tra i regimi dominati dalla quantit di moto (getti ad alta velocit) e quelli dominati dalla spinta di galleggiamento (getti a bassa velocit). Il numero di Richardson pu essere visto come
2 linverso della radice cubica del numero di Froude: Ri = gD u 2 = g (Du ) D. Normalmente si utilizzano nella definizione di Ri per la correlazione della lunghezza di fiamma due lunghezze caratteristiche, il diametro del getto e la lunghezza della fiamma: 1/ 3

1/ 3

Ri = g d j u

( ( ))

2 1/ 3

L , come evidente dalla seguente equazione:


2.85d o LW
2/3

g = 0.2 + 0.024 2 2 d u o o

1/ 3

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Figura 73 Correlazione tra la lunghezza della fiamma e la potenza del jet fire. La lunghezza della fiamma ricavata dalla soluzione di questa equazione dove W la frazione massica stechiometrica del combustibile e il pedice o si riferisce alla sezione di getto espanso dopo lo scarico, le cui condizioni devono quindi essere caratterizzate. Nel caso di efflusso sonico di un gas perfetto, la temperatura del getto nella sezione espansa pu essere stimata assumendo una trasformazione isoentropica tra linterno del recipiente e la sezione del getto espanso come To = TS (Pa PS ) 1 , avendo indicato col pedice S le condizioni iniziali del getto. La pressione viceversa viene assunta pari al valore critico Po = PS (2 ( 1)) 1 . Con questi valori di pressione e temperatura si determina il numero di Mach del getto espanso e quindi, attraverso la velocit del suono nelle condizioni del getto espanso, la sua velocit: ( + 1)(Po Pa ) 1 2 a u o = M o RTo Mo = Mj 1 Il diametro effettivo del getto espanso viene definito come il diametro di un getto virtuale in grado di scaricare una portata di aria pari a quella del getto alla velocit uo: 2 d 2 j d o j m= u0 a = u0 j a d o = d j 4 4 a Nel caso di efflusso liquido o bifase, la relazione precedente viene modificata come (Cook et al., 1990):

do = d j

j v a

avendo indicato col pedice v le condizioni del vapore.

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Figura 74 Influenza del vento sulla geometria della fiamma. La presenza di vento modifica sostanzialmente la geometria della fiamma. A basse velocit del vento la fiamma si inclina leggermente, ma soprattutto si ha un marcato aumento della velocit di ingresso dellaria nella fiamma in quanto in vento incontra tutta la sezione laterale della fiamma. Questo provoca al solito una migliore combustione e quindi un accorciamento della lunghezza della fiamma, come mostrato in Figura 74. Un ulteriore aumento della velocit del vento provoca una marcata inclinazione della fiamma che diviene quasi parallela alla direzione del vento. la lunghezza torna ad aumentare in quanto prevale inizialmente leffetto di trascinamento del vento, per poi riprendere a diminuire quando torna a prevalere leffetto della diluizione: Elevate velocit del vento strappano infine la fiamma, provocandone lo spegnimento. Di tutti questi fenomeni i modelli disponibili in generale rappresentano solo la riduzione della lunghezza della fiamma per opera del vento e la sua inclinazione sulla verticale, oltre che eventualmente le dimensioni della base maggiore e minore del tronco di cono a cui la fiamma viene assimilata, come mostrato nella Figura 75. Una stima delle dimensioni di un jet fire derivante dallo scarico di un liquido in grado di dare flash pu essere effettuata in funzione della potenza del jet fire con la relazione di Clay et al., 1988: Q 0.444 L= 161.66 Il metodo di Brzustowski pu essere modificato per tener conto della presenza del vento introducendo delle coordinate adimensionali (con origine allorifizio di scarico del getto come mostrato nella Figura 75) contenenti il rapporto tra le velocit del getto, u, e del vento, w (anche se in realt il parametro che pi correttamente tiene conto dellinfluenza relativa delle velocit del getto e del vento il rapporto tra le relative quantit di moto):

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X XL = L R dj w a R= Z u j ZL = L R dj che vengono utilizzate per correlare le osservazioni sperimentali, come mostrato nella Figura 76.

Figura 75 Effetto del vento sulla geometria di un jet fire. La lunghezza e linclinazione della fiamma in presenza di vento pu essere valutata calcolando in sequenza alcuni parametri: 2 0.28 1.03 < 2.35 a 1.04 X L + 2.05 X L SL = 0 u M F < 0.5 a S L = 2.04C L CL = CL S a a L 0.625 w M a > 0.5 a S L = 2.71C L > 2.35 a X L = S L 1.65 X = X L dj R XL 0.28 2 2 + ZL a Z L = 2.04 X L a L a L = XL a = arctan Z L Z L = Z L dj R Anche la lunghezza della fiamma calcolata con il modello di Baker e Kalghatki pu essere modificata per tener conto della presenza del vento come segue: L( w) = 0.51 exp( 0.4w) + 0.49 L( w = 0)

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Figura 76 - Correlazione dei dati sperimentali con coordinate adimensionali. Nel caso di scarico non verticale (che formi cio un angolo con lorizzontale nella direzione del vento) questa relazione pu essere ulteriormente modificata come segue: L( w) = (0.51 exp( 0.4w) + 0.49) 1 6.07 10 3 ( 90) L( w = 0) Il modello pi diffuso per rappresentare la fiamma come un tronco di cono quello Chamberlain (1987). Questo modello richiede, per caratterizzare la geometria della fiamma, una preventiva caratterizzazione del getto scaricato in termini di velocit e diametro della sezione espansa, come discusso in precedenza per il modello di Baker e Kalghatki. Sulla base della lunghezza della fiamma cos calcolata e utilizzando una serie di relazioni semiempiriche possibile calcolare linclinazione e le dimensioni del tronco di cono a cui viene approssimata la fiamma, come mostrato nella Figura 77 per il caso generale di scarico non verticale in presenza di vento. Si noti che il tronco di cono distanziato dal punto di scarico del getto di una distanza indicata con b.

Figura 77 Approssimazione della fiamma di un jet fire con un tronco di cono. Analogamente al caso del pool fire, il modello pi semplice per il calcolo dellirraggiamento su di un ricettore quello della fiamma puntiforme schematizzata in Figura 78.

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Figura 78 Modello puntiforme per un jet fire. Nota la geometria della fiamma lemettitore viene localizzato nel baricentro del solido approssimante la fiamma. Se lintera portata di combustibile scaricata bruciasse stechiometricamente con aria e tutta lenergia liberata dalla combustione venisse irraggiata dalla fiamma, la potenza emessa sarebbe facilmente calcolata moltiplicando la portata di combustibile per il calore di combustione. Ovviamente ci non vero, sia per la parziale combustione del combustibile dovuta alla natura diffusiva della fiamma, sia per il parziale oscuramento della fiamma stessa per opera del particolato. Di questo si pu tener conto, in modo del tutto analogo a quanto fatto nel caso del pool fire con un fattore di efficienza che dia conto della frazione di energia disponibile che viene effettivamente irraggiata, . Noto questo valore la potenza irraggiata dalla fiamma pu essere calcolata come: Q = mH c mentre lemissivit superficiale pu essere calcolata dividendo tale potenza emessa per la superficie del tronco di cono a cui viene assimilata la fiamma. Ai fini del calcolo dellirraggiamento anche possibile approssimare il tronco di cono con un cilindro equivalente, come mostrato nella Figura 79.

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Figura 79 Approssimazione dellarea laterale della fiamma con un cilindro equivalente. Date le dimensioni del cilindro equivalente, lemissivit superficiale si calcola come: Q E DH Valori tipici dellefficienza di irraggiamento, tipicamente dellordine di 0.15 0.4, sono riportati in Figura 80.

Figura 80 Fattori di efficienza di irraggiamento per jet fire. Il fattore di efficienza radiativa pu anche essere stimato con relazioni semiempiriche quale: = 0.21exp 0.00323u j + 0.11

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eventualmente moltiplicato per un fattore correttivo funzione del peso molecolare del combustibile (Cook et al., 1987): < 21 a F ( M F ) = 1 M F [21 60] a F ( M F ) = M F 21 > 60 a F ( M F ) = 1.69 Definita lemissivit superficiale lultimo passo la stima dellirraggiamento su di un dato recettore. Per fare questo bisogna, analogamente al caso del pool fire, tener conto del fatto che una frazione dellenergia irraggiata viene assorbita dallumidit e dallanidride carbonica presente nellatmosfera. Nel caso di fiamma puntiforme, il fattore di vista, cio la frazione di energia irraggiata che viene intercettata dal recettore, semplicemente il reciproco della superficie della sfera con raggio pari alla distanza tra il centro della fiamma e il ricettore, e lirraggiamento sul ricettore, I, si calcola semplicemente come: Q I= [kW / m 2 ] 2 A 4X Lincertezza nellutilizzo di questo approccio essenzialmente confinata nella stima dellefficienza di irraggiamento. Se invece si considera la fiamma come un emettitore solido di geometria definita (il tronco di cono o il cilindro equivalente di cui si sono calcolate le dimensioni precedentemente) necessari calcolare il fattore di vista, F, di un recettore con una data inclinazione relativa rispetto allorizzontale e posto ad una certa distanza dal solido inclinato come integrale sulla superficie dei fattori di vista infinitesimali della superficie del solido, Figura 81. La soluzione di questo integrale di superficie solitamente analitica ed disponibile per un certo numero di inclinazioni relative fiamma recettore. In questo caso lirraggiamento sul recettore si calcola come: I = E A F [kW / m 2 ] Si noti che nel caso di jet fire orizzontale il fattore di vista da utilizzare quello di una superficie circolare, come mostrato nella Figura 82. 4.5.1 Confronto tra le previsioni dei diversi modelli. Un confronto tra le previsioni dei diversi modelli precedentemente discussi stato effettuato considerando la rottura a ghigliottina di una tubazione da 20 cm di metano a 40 bar di pressione diretta verticalmente verso lalto. La temperatura del gas pari a 15 C e la portata scaricata a 132 kg/s in assenza di vento. Utilizzando le relazioni discusse in precedenza si possono calcolare i risultati riassunti nella Tabella 12 (il modello denominato SHELL quello di Chamberlain). Si nota come il modello SHELL e quello di Brzustowski forniscano risultati analoghi, mentre il modello API 521 sovrastima la lunghezza della fiamma ma sottostima lirraggiamento al suolo. Si noti infatti che sovrastimare la lunghezza della fiamma pu essere conservativo per la valutazione di eventuali effetti domino (coinvolgimento di apparecchiature vicine nella fiamma, soprattutto nel caso di getti orizzontali), ma sottostima lirraggiamento al suolo nel caso di getti verticali se si utilizza il metodo della fiamma puntiforme. Infatti in questo caso la sorgente radiante viene posta al centro della fiamma: una fiamma pi lunga allontana quindi la sorgente radiante dal suolo e riduce quindi lirraggiamento su di un ricettore al suolo.

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Figura 81 Calcolo dellirraggiamento da jet fire col metodo della fiamma come emettitore solido.

Figura 82 Fattore di vista per un jet fire orizzontale. Analogamente, in presenza di un vento con una velocit di 10 m/s i risultati dei diversi modelli sono riassunti nella Tabella 13. Tabella 12 Risultati delle comparazioni in assenza di vento.

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Tabella 13 Risultati delle comparazioni in presenza di vento.

Si nota ancora come i due modelli siano in buon accordo, ma soprattutto come la presenza di vento aumenti significativamente la distanza di danno al suolo. 4.6 Sfere di fuoco (fireball) La formazione di un fireball pu essere la conseguenza pi importante di un BLEVE. La modellazione degli effetti di una palla di fuoco seguono solitamente i seguenti passi sequenziali: determinazione del diametro della sfera di fuoco; determinazione della durata dellincendio; determinazione dellinnalzamento della sfera di fuoco; calcolo dellirraggiamento; determinazione degli effetti sulle persone esposte. Si tratta di un approccio del tutto analogo a quello seguito per i pool fire e per i jet fire: prima si determina la geometria della fiamma e poi si calcola lirraggiamento su di un dato ricettore. La differenza pi importante rispetto ai fenomeni termici legati ai pool fire e ai jet fire lintensit e la durata del fenomeno. Pur essendo ben noto che leffetto dellesposizione del corpo umano allirraggiamento dipende sia dallintensit dellirraggiamento, sia dal tempo di esposizione, nel caso di fenomeni di lunga durata (quali i pool fire e i jet fire) si assumono solitamente delle soglie di irraggiamento indipendenti dal tempo e pari per esempio a 5 kW/m2 per gli effetti letali e a 3 kW/m2 per gli effetti significativi sulle persone. Questi valori derivano dal fatto che lirraggiamento necessario per fornire una dose legata a effetti letali o significativi non aumenta indefinitamente col tempo ma tende ad un valore asintotico allaumentare del tempo; per un tempo di esposizione superiore al minuto (che pu essere considerato convenzionalmente dello stesso ordine di grandezza del tempo necessario ad una persona per mettersi al riparo dallirraggiamento) i valori di irraggiamento che causano dati effetti sono praticamente indipendenti dal tempo. In pratica per la durata di un fireball spesso inferiore al minuto e quindi risulta necessario calcolare la dose correlata allesposizione di durata finita. Questa solitamente esprimibile come lintegrale dellirraggiamento elevato ad un certo esponente (solitamente pari a 4/3) nel tempo. Assumendo lirraggiamento costante, la dose si riduce semplicemente al prodotto dellirraggiamento alla 4/3 per il tempo di esposizione: I4/3t. I valori soglia della dose per effetti letali e per effetti significativi possono essere stimati pari a circa 1000 e 600 (kW/m2)4/3s. Gli effetti termici del fireball sono stati investigati essenzialmente solo per idrocarburi. Sono disponibili diversi modelli, tutti di origine empiriche, che forniscono la geometria del fireball e delle linee guida per la stima dellirraggiamento. Analogamente al caso dei pool fire, anche in questo caso bene considerare ciascun modello come un unicum, evitando di utilizzare la

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correlazione proposta da un modello per la stima di una propriet geometrica insieme a quella proposta da un diverso modello per la stima di una differente propriet. Il modello proposto dal CCPS (1994) consente il calcolo del diametro massimo, d, e della durata del fireball, t, sulla base della massa coinvolta nel fenomeno, m: d = 5.8m1 / 3 0.45m1 / 3 se m < 30000 kg t= 1/ 6 se m > 30000 kg 2.6m Lirraggiamento viene poi valutato con un modello a fiamma solida utilizzando lusuale relazione: I = E A F [kW / m 2 ] Il fattore di vista viene calcolato assumendo che la sfera di fuoco non si alzi dal suolo, cio che il centro della sfera si ad unaltezza pari a met del diametro massimo. Lemissivit superficiale viene invece posta pari a 350 kW/m2 che rappresenta un valore decisamente conservativo. Un secondo modello viene proposto nello Yellow Book del TNO, in due versioni leggermente diverse nelledizione del 1992 e in quella del 1997. In entrambe le versioni la geometria viene calcolata con le relazioni: d = 6.48m 0.325 t = 0.825m 0.26 Lirraggiamento invece viene calcolato sulla base sempre di un modello di fiamma solida, ma con assunzioni leggermente differenti. In particolare, la versione del 1992 assume, come il modello del CCPS, che la sfera di fuoco rimanga al suolo (cio che il centro della sfera si ad unaltezza pari a met del diametro massimo), mentre la versione del 1997 assume che la sfera si sollevi da terra in modo tale che il suo centro raggiunga una quota pari al diametro. Inoltre, lemissivit superficiale viene assunta, nella versione del 1992, pari ai valori riportati nella Tabella 14, mentre nella versione del 1997 utilizza un valore calcolato dividendo la potenza totale irraggiata per la superficie della sfera di fuoco. Come per i casi del pool fire e del jet fire, se lintera massa coinvolta nel fireball bruciasse stechiometricamente con aria e tutta lenergia liberata dalla combustione venisse irraggiata dalla fiamma, lenergia totale irraggiata lungo lintera durata del fenomeno sarebbe calcolata moltiplicando la quantit di combustibile per il calore di combustione. Anche in questo caso si utilizza, in modo del tutto analogo a quanto fatto nel caso del pool fire e del jet fire, con un fattore di efficienza che d conto della frazione di energia disponibile che viene effettivamente irraggiata, . Noto questo valore la potenza irraggiata dalla fiamma lungo lintera durata del fenomeno pu essere calcolata come: m H c Q= t Lemissivit superficiale pu essere calcolata dividendo tale potenza emessa per la superficie della sfera a cui viene assimilata la fiamma: Q E d 2

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Tabella 14 Valori di emissivit superficiali suggeriti da TNO (1992) per il fireball Il valore tipici dellefficienza di irraggiamento, che fornisce valori di emissivit superficiale dellordine di 300 350 kW/m2, viene stimato con la relazione: = 0.00325 PV0.32 dove PV la tensione di vapore del fluido nel contenitore in Pa. Un approccio differente quello sviluppato dalla TRC (SHIELD, 1993 e 1995) sulla base di alcuni dati sperimentali riguardanti il collasso di serbatoi da 5 10 m3 contenenti propano e butano. La principale differenza rispetto agli altri modelli il tentativo di modellare la fenomenologia del fireball come una serie di eventi transitori invece che come una situazione pseudostazionaria. In particolare viene considerata una prima fase (di espansione) in cui si ha la formazione della sfera di fuoco e la sua espansione fino al massimo valore del diametro. In questa fase il raggio e lirraggiamento della sfera di fuoco crescono linearmente col tempo fino al loro valore massimo. La seconda fase considerata quella di combustione. La durata della sfera di fuoco, dallignizione fino allinizio dellestinzione, viene posta uguale al tempo di combustione delle goccioline formatesi a seguito dellevaporazione violenta del gas liquefatto. Durante questa fase la temperatura della sfera di fuoco viene assunta diminuire dal suo valore massimo fino al valore di estinzione. Durante questa fase la velocit ascensionale e la dimensione della sfera sono costanti. Nella terza fase (di estinzione) il diametro della sfera diminuisce linearmente col tempo e laltezza della sfera rimane costante. Nonostante una maggior congruenza con i fenomeni realmente osservati nel corso della formazione di un fireball (come mostrato per esempio nella Figura 83), laccuratezza di questo modello (o pi precisamente, dei sottomodelli che rappresentano ciascuna delle fasi descritte) si basa su una serie di relazioni semiempiriche tarate sui dati sperimentali considerati. Dal punto di vista del suo campo di validit, questo modello non risulta quindi significativamente superiore rispetto agli atri due precedentemente discussi.

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Si deve sottolineare che tutti questi modelli rappresentano le conseguenze di un fireball a seguito di un BLEVE caldo. Non esistono modelli disponibili per la modellazione del fireball e del pool fire seguenti un BLEVE freddo.

Figura 83 Sviluppo della quota di un fireball. Rispetto ai dati sperimentali disponibili, tutti i modelli sono in grado di prevedere valori corretti (come ordine di grandezza) per il diametro e la durata del fenomeno. Viceversa laltezza della sfera di fuoco (che un parametro importante per la definizione delle distanze di danno) assunta dal modello TNO 1997 non conservativa. Il modello CPCCS conduce alle maggiori distanze di danno, principalmente a causa della scelta del valore di emissivit superficiale. Il modello TRC lunico che segue le diverse fasi del fenomeno e fornisce in generale risultati in ragionevole accordo coi dati disponibili.

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Tabella 15 Sensibilit dei risultati dei modelli al variare di alcuni parametri. Un confronto tra i risultati dei diversi modelli sono riassunti nella Figura 84 in termini di valori previsti al variare della massa di combustibile coinvolta nel fireball, e nella Tabella 15 in termini di sensibilit dei risultati del modello (distanze di danno) al variare di alcuni parametri. Si vede che ingenerale la sensibilit abbastanza bassa ed uniforme tra i vari modelli.

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Figura 84 Confronto tra le previsioni dei diversi modelli di fireball.

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Conclusioni

In conclusione, valori tipici delle incertezze correlate alla scelta di alcuni parametri chiave nei modelli di simulazione discussi in precedenza sono riassunti nella Tabella 16.

Tabella 16 Valori tipici delle incertezze legati ad alcuni parametri.

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