Sei sulla pagina 1di 604

GIULIO VERNE

SCOPERTA DELLA TERRA





Titolo originale
Decouverte de la Terre-Les Premiers Explorateurs
(1878)

PARTE PRIMA
Illustrato con 49 imm. e 6 Carte geografiche.



MILANO

TIPOGRAFIA EDITRICE LOMBARDA
di F.MENOZZI e Comp.
STABILIMENTO
Via Andrea Appiani
Num. 10.
SUCCURSALE
Via Cario Alberto. Bottega 27
(dirimpetto a Piazza Mercanti).
1879.
INDICE
SCOPERTA DELLA TERRA_________________________ 5
PARTE PRIMA____________________________________ 5
CAPITOLO PRIMO _________________________________ 5
Viaggiatori celebri prima dell'era cristiana. ____________________ 5
CAPITOLO II. _____________________________________ 22
Viaggiatori celebri dal primo al nono secolo.__________________ 22
CAPITOLO III. ____________________________________ 39
Viaggiatori celebri dal decimo al tredicesimo secolo. ___________ 39
CAPITOLO IV._____________________________________ 65
Marco Polo (1253-1324). _________________________________ 65
CAPITOLO V. ____________________________________ 116
Ibn Batuta (1328-1353). _________________________________ 116
CAPITOLO VI.____________________________________ 126
Giovanni di Bthencourt (1339-1425).______________________ 126
CAPITOLO VII. ___________________________________ 153
Cristoforo Colombo (1436-1506). _________________________ 153
CAPITOLO VI.____________________________________ 240
La Conquista dell'India e del Paese delle Spezie.______________ 240
PARTE SECONDA_______________________________ 299
CAPITOLO PRIMO _______________________________ 299
I Conquistadores dell'America Centrale. ____________________ 299
CAPITOLO II. ____________________________________ 398
Primo viaggio intorno al mondo. __________________________ 398
CAPITOLO III. ___________________________________ 437
Le spedizioni polari e la ricerca del passaggio del Nord-Ovest.___ 437
CAPITOLO IV.____________________________________ 508
I viaggi d'avventura e la guerra di corsa. ____________________ 508
CAPITOLO V. ____________________________________ 533
Missionarii e coloni. Commercianti e viaggiatori. _____________ 533
CAPITOLO VI.____________________________________ 570
La gran pirateria._______________________________________ 570
TAVOLA DELLE CARTE ED INCISIONI ____________ 601
AVVERTENZA ___________________________________ 604
GIULIO VERNE
_________
SCOPERTA DELLA TERRA
____________
PARTE PRIMA
____________
CAPITOLO PRIMO
VIAGGIATORI CELEBRI PRIMA DELL'ERA CRISTIANA.
Annone (505) Erodoto (484)
Pythas (340) Nearca (326) Eudosio (146)
Cesare (100) Strabone (50).

Annone il Cartaginese Le isole Fortunate, Il Corno della Sera, Il Corno
del Mezzod, il golfo dal Rio do Ouro Erodoto Egli visita l'Egitto, la
Libia, l'Etiopia, la Fenicia, l'Arabia, la Babilonia, la Persia, l'India, la Media,
la Colchide, il mar Caspio, la Scizia, la Tracia, ia Grecia Pythas esplora
le spiaggie dell'Iberia e della Celtica, la Manica, l'isola d'Albione, le Orcadi,
la terra di Thule Nearca visita la costa asiatica dall'Indo tino ai golfo
Persico Eudosio riconosce la costa occidentale dell'Africa Cesare
conquista la Gallia e la Gran Bretagna Strabone percorre I'Asia Interiore,
l'Egitto, la Grecia e l'Italia.

Il primo viaggiatore che la storia ci presenta, nell'ordine
cronologico, Annone che il senato di Cartagine mand a
colonnizzare alcune parti delle coste occidentali dell'Africa. La
relazione di questa spedizione fu scritta in lingua punica, e
tradotta in greco; essa conosciuta sotto il nome di Periplo
d'Annone. In qual tempo viveva questo esploratore? Gli storici
non sono d'accordo, ma la versione pi probabile assegna la
data del 505, innanzi Ges Cristo, alla sua esplorazione delle
coste africane.
Annone lasci Cartagine con una flotta di sessanta navi di
cinquanta remi ciascuna, portanti trentamila persone, coi viveri
necessari ad un lungo viaggio. Questi emigranti, si pu dar
loro tal nome, erano destinati a popolare le nuove citt che i
Cartaginesi volevano fondare sulle coste occidentali della
Libia, vale a dire dell'Africa.
La flotta pass felicemente le Colonne d'Ercole, quelle
montagne di Gibilterra e di Ceuta, che comandano lo stretto, e
si avventur sull'Atlantico scendendo verso il sud. Due giorni
dopo aver valicato lo stretto, Annone gett l'ncora in vista
delle coste e fond la citt di Thymaterion. Poi, egli riprese il
mare, doppi il capo Solos, cre nuovi stabilimenti e si avanz
fino alla foce d'un gran fiume africano, sulle rive del quale si
attendava una trib di pastori nomadi. Stretto un trattato
d'alleanza con quei pastori, il navigatore cartaginese continu
la sua esplorazione verso il sud. Egli giunse presso l'isola di
Cerne, situata in fondo ad un seno, la cui circonferenza era di 5
stadii, ossia 925 metri. Secondo il giornale d'Annone, l'isola di
Cerne sarebbe posta, rispetto alle Colonne d'Ercole, ad una
distanza pari a quella che separa queste Colonne da Cartagine.
Qual quest'isola? Senza dubbio un isolotto appartenente al
gruppo delle Fortunate.
La navigazione fu ripresa, ed Annone giunse alla foce del
fiume Chretes, che formava una specie di seno interno. I
Cartaginesi risalirono quel fiume e furono accolti a sassate dai
naturali di razza negra. I coccodrilli e gli ippopotami erano
numerosi in quelle regioni.
La flotta dopo quest'esplorazione, ritorn a Cerne, e,
dodici giorni di poi, giungeva in vista d'una regione
montagnosa, dove abbondavano gli alberi odoriferi e le piante
balsamiche. Essa penetr allora in un ampio golfo terminato da
una pianura. Quella regione, calma durante il giorno, era
illuminata durante la notte da torrenti di fiamme, che
provenivano sia dai fuochi accesi dai selvaggi, sia
dall'accensione fortuita delle erbe secche, dopo la stagione
delle pioggie.
Cinque giorni dopo, Annone passava il capo chiamato il
Corno della Sera. Anche l, secondo le sue proprie espressioni,
egli ud il suono dei pifferi, il rumore dei timpani, dei
tamburelli, ed i clamori d'un popolo innumerevole. Gli
indovini che accompagnavano la spedizione cartaginese
consigliarono di fuggire quella terra spaventosa. Essi furono
obbediti, e la flotta riprese la sua corsa verso latitudini pi
basse.
Essa giunse ad un capo che formava un golfo chiamato
Corno del Mezzod. Stando al signor d'Avezac, questo golfo
sarebbe la foce medesima del Rio do Ouro, che si getta
nell'Atlantico, press'a poco sul tropico del Cancro. In fondo a
questo golfo vi era un'isola abitata da un gran numero di gorilli
che i Cartaginesi presero per selvaggi vellosi. Essi riuscirono
ad impadronirsi di tre femmine, che furono obbligati ad
ammazzare, tanto era indomabile la rabbia di quelle scimmie.
Questo Corno del Mezzod certamente il termine estremo
a cui giunse la spedizione punica. Alcuni commentatori
vogliono anzi ch'essa non abbia sorpassato il capo Bojador, a
due gradi sopra il Tropico, ma l'opinione contraria sembra aver
prevalso. Giunto a questo punto, Annone, che incominciava a
provare la scarsezza dei viveri, riprese la via del nord e rientr
a Cartagine, dove fece incidere la relazione di questo viaggio
nel tempio di Baal Moloch.
Dopo l'esploratore cartaginese, il pi illustre dei
viaggiatori dell'antichit durante i tempi storici fu il nipote del
poeta Panyasis, le cui poesie gareggiavano allora con quelle
d'Omero e d'Esiodo, il dotto Erodoto, sovra nominato il padre
della storia. Per conto nostro, separeremo il viaggiatore dallo
storico, e lo seguiremo in mezzo alle regioni ch'egli ha
percorse.
Erodoto nacque ad Alicarnasso, citt dell'Asia Minore,
l'anno 484 avanti Ges Cristo. La sua famiglia era ricca, e,
mediante i suoi larghi rapporti commerciali, poteva favorire gli
istinti d'esploratore che si rivelavano in lui. In quel tempo, le
opinioni erano varie circa la forma della terra. La scuola
pitagorica incominciava tuttavia ad insegnare che doveva
essere rotonda. Ma Erodoto non prese parte alcuna a questa
discussione che appassionava gli scienziati del tempo, e,
giovane ancora, egli s'allontan dalla sua patria, allo scopo
d'esplorare colla massima cura le regioni conosciute al suo
tempo, e sulle quali non esistevano che dati incerti.
Egli lasci dunque Alicarnasso, nel 464, all'et di venti
anni. Assai probabilmente, egli si diresse dapprima verso
l'Egitto, e visit Memfi, Eliopoli e Tebe. Egli fece in questo
viaggio delle utili osservazioni sulle inondazioni del Nilo, e
riferisce le diverse opinioni d'allora circa le sorgenti di questo
fiume che gli Egiziani adoravano come un Dio. Quando il
Nilo straripato, dice egli, non si vedono pi che le citt; esse
appariscono sopra l'acqua, e somigliano press'a poco alle isole
del mar Egeo. Egli narra le cerimonie religiose degli Egiziani,
i loro pii sacrifici, il loro affollarsi alle feste della dea Iside,
principalmente a Busiride, le cui rovine si vedono ancora
presso Busyr, la loro venerazione per gli animali selvatici o
domestici, che considerano come sacri ed ai quali rendono gli
onori funebri. Egli dipinge da naturalista fedele il coccodrillo
del Nilo, la sua struttura, i suoi costumi, la maniera con cui si
riesce ad impadronirsene, poi l'ippopotamo, il tupinambis, la
fenice, l'ibis, i serpenti consacrati a Giove. Sui costumi egiziani
nessuno pi preciso di lui. Egli nota le abitudini domestiche, i
giuochi, le imbalsamazioni nelle quali primeggiavano i chimici
del tempo, poi fa la storia del paese, da Menes, suo primo re;
descrive, sotto Cheope, la costruzione delle piramidi e la
maniera con cui furono rizzate, il labirinto costrutto un po' al
disopra del lago Mris, ed i cui avanzi furono scoperti nel
1799, il lago Mris di cui attribuisce lo scavo alla mano
dell'uomo, e le due piramidi che sorgevano sulle sue acque;
egli ammira molto il tempio di Minerva a Saide, i templi di
Vulcano e d'Iside, eretti a Memfi, e quel colosso monolite che
duemila uomini, tutti battellieri, trasportarono in tre anni da
Elefantina a Saide.
Dopo d'aver scrupolosamente visitato l'Egitto, Erodoto
pass in Libia, vale a dire nell'Africa propriamente detta; ma
assai probabilmente, il giovane viaggiatore non immaginava
che si stendesse di l dal Tropico del Cancro, giacch egli
suppone che i Fenici abbiano potuto fare il giro di questo
continente e tornare in Egitto per lo stretto di Gibilterra.
Erodoto fa allora l'enumerazione dei popoli della Libia, che
non erano se non semplici trib nomadi abitanti le coste
marittime; poi, al disopra, nell'interno delle terre infestate da
animali feroci, egli cita gli Ammoniani, che possedevano quel
tempio celebre di Giove Ammonio, le cui rovine sono state
scoperte nel nord-est del deserto di Libia, a cinquecento
chilometri dal Cairo. Egli d pure dei particolari preziosi sui
costumi dei Libiani; descrive le loro usanze, parla degli animali
che corrono il paese, serpenti di prodigiosa grossezza, leoni,
elefanti, orsi, aspidi, asini cornuti, probabilmente
rinoceronti, scimmie cinocefali, animali senza testa che
hanno degli occhi sul petto, volpi, iene, porci-spini, arieti
selvatici, pantere, ecc. Poi termina riconoscendo che tutta
quella regione non abitata che da due popolazioni indigene, i
Libiani e gli Etiopi.
Secondo Erodoto, si trovano gi gli Etiopi al disopra
d'Elefantina. Il dotto esploratore viaggi veramente in quella
regione? I commentatori ne dubitano. pi probabile ch'egli
apprendesse dagli Egiziani i particolari ch'egli d sopra Meroe,
la capitale, sul culto reso a Giove ed a Bacco, sulla longevit
degli abitanti. Ma ci che non contestabile, giacch egli lo
dice espressamente, si ch'egli fece vela verso Tiro, in Fenicia.
Col, ammir i due magnifici templi d'Ercole. Poi, visit
Thasos, e profitt delle notizie attinte sui luoghi medesimi per
fare la storia in compendio della Fenicia, della Siria e della
Palestina.
Da queste regioni, Erodoto ridiscende al sud verso
l'Arabia, in quel paese ch'egli chiama l'Etiopia asiatica, vale a
dire la parte meridionale dell'Arabia ch'egli crede esser l'ultimo
paese abitato. Egli considera gli Arabi come il popolo pi
religioso osservatore del giuramento; i loro soli di sono Urano
e Bacco; la loro regione produce in abbondanza l'incenso, la
mirra, la cannella, il cinnamomo, ed il viaggiatore d
interessanti particolari sulla raccolta di queste sostanze
odorifere.
Noi troviamo poi Erodoto nelle regioni celebri ch'egli
chiama indistintamente Assiria o Babilonia. Da principio, egli
descrive minuziosamente quella gran citt di Babilonia che i re
del paese abitavano dopo la distruzione di Ninive, e le cui
rovine non sono pi oggi che monticoli sparsi sulle due rive
dell'Eufrate, a settantotto chilometri sud sud-ovest da Bagdad.
L'Eufrate, grande, profondo e rapido, spartiva allora la citt in
due quartieri. Nell'uno si elevava il palazzo fortificato del re,
nell'altro il tempio di Giove Belus, che forse fu costrutto
sull'area medesima della torre di Babele. Erodoto parla poi
delle due regine Semiramide e Nitocride, e racconta tutto
quello che fece quest'ultima per assicurare il benessere e la
sicurezza della sua capitale. Passa poi ai prodotti della regione,
alla coltura del frumento, dell'orzo, del miglio, del sesamo,
della vite, del fico, della palma; descrive infine il vestiario dei
Babilonesi, e termina citando i loro costumi, segnatamente
quelli che si riferiscono ai matrimoni, che si facevano ad
incanto pubblico.
Esplorata la Babilonia, Erodoto si rec in Persia, e siccome
scopo del suo viaggio era di raccogliere sui luoghi medesimi i
documenti relativi alle lunghe guerre della Persia e della
Grecia, egli intendeva visitare il teatro dei combattimenti di cui
voleva scrivere la storia. Incomincia col citare quell'uso dei
Persiani, che, non riconoscendo agli di una forma umana, non
rizzavano loro n templi n altari, e si accontentavano di
adorarli sulle vette delle montagne. Egli nota poi le loro
costumanze domestiche, il loro sprezzo per la carne, il loro
amore per le ghiottonerie, la loro passione pel vino, l'abitudine
ch'essi hanno di trattare i negozi gravi dopo d'aver bevuto
all'eccesso, la loro curiosit delle costumanze straniere, il loro
ardore per i piaceri, le loro virt bellicose, la loro severit bene
intesa per l'educazione dei fanciulli, il loro rispetto per la vita
dell'uomo e perfino dello schiavo, il loro orrore della menzogna
e dei debiti, la loro ripugnanza dei lebbrosi, la cui malattia
prova che il disgraziato ha peccato contro il sole.
L'India d'Erodoto, stando al signor Vivien de Saint-Martin,
non comprende guari che la regione inaffiata dai cinque
affluenti del Pendgiab d'oggi, aggiungendovi l'Afghanistan.
l che il giovane viaggiatore port i suoi passi lasciando il
regno di Persia. Per lui, gli Indiani sono il pi numeroso dei
popoli conosciuti. Gli uni hanno dimora fissa, gli altri sono
nomadi. Quelli dell'est, chiamati Padeani, uccidono gl'infermi
ed i vecchi e li mangiano. Quelli del nord, i pi coraggiosi ed
industri, raccolgono le sabbie aurifere. L'India, per Erodoto,
l'ultima regione abitata all'est, ed egli osserva, che le estremit
della terra hanno avuto in certa guisa ci che essa aveva di pi
bello, come la Grecia ha la pi gradevole temperatura delle
stagioni.
Erodoto, infaticabile, passa poi in Media. Fa la storia di
quei popoli, che primi scrollarono il giogo degli Assiri. Questi
Medi fondarono l'immensa citt di Ecbatane, circondata da
sette muraglie concentriche, e furono riuniti in un sol corpo di
popolazione sotto il regno di Dejoce. Dopo d'aver traversate le
montagne che separano la Media dalla Colchide, il viaggiatore
greco penetr nel paese illustrato dalle prodezze di Giasone, e
ne studi, colla precisione che gli propria, i costumi e le
usanze.
Erodoto sembra aver perfettamente conosciuta la
disposizione topografica del mar Caspio. Egli dice che un
mare per s stesso, e che non ha comunicazione alcuna
coll'altro. Questo Caspio , stando a lui, limitato all'ovest dal
Caucaso, all'est da un'ampia pianura abitata dai Massageti, che
potrebbero benissimo essere Sciti di nazione, opinione
ammessa da Ariano e Diodoro di Sicilia. Questi Massageti non
adorano che il sole, ed immolano dei cavalli in suo onore.
Erodoto parla in questo punto di due gran fiumi, di cui l'uno,
l'Araxe, sarebbe il Volga, e l'altro, l'Ister, sarebbe il Danubio.
Il viaggiatore passa poi in Scizia. Per lui, gli Sciti sono
quelle trib diverse che abitano il paese specialmente compreso
fra il Danubio ed il Don, vale a dire una gran parte della Russia
d'Europa. Questi Sciti hanno l'abitudine di cavare gli occhi ai
loro prigionieri; essi non sono coltivatori, ma nomadi. Erodoto
narra diverse favole che oscurano l'origine della nazione scizia,
e nelle quali Ercole ha una gran parte. Poi, cita diversi popoli o
trib che compongono quella nazione, ma non sembra ch'egli
abbia visitato in persona le regioni situate al nord del Ponto
Eusino. Entra allora in una descrizione esatta delle costumanze
di quelle popolazioni, e si lascia andare ad una sincera
ammirazione per il Ponto Eusino, il mare inospitale. Le misure
ch'egli d di questo mar Nero, del Bosforo, della Propontide,
della palude Meotide, del mar Egeo, sono press'a poco esatte.
Poi, egli nomina i gran fiumi che vi versano le loro acque,
l'Ister o Danubio, il Boristene o Dnieper, il Tanais o Don, e
termina narrando come si fece l'alleanza ed in seguito l'unione
degli Sciti e delle Amazzoni, il che spiega perch le giovinette
del paese non possano maritarsi prima d'aver ucciso un nemico.
Dopo un rapido soggiorno in Tracia, durante il quale egli
riconobbe essere i Geti i pi coraggiosi di quella razza, Erodoto
giunse in Grecia, scopo finale de' suoi viaggi, il paese in cui
egli voleva raccogliere gli ultimi documenti necessari alla sua
storia. Visit i luoghi illustrati dai principali combattimenti dei
Greci contro i Persiani. Del passaggio delle Termopili egli fa
una descrizione scrupolosa; poi visita la pianura di Maratona, il
campo di battaglia di Platea, e ritorna in Asia Minore, di cui
percorre il litorale, sul quale i Greci avevano fondato numerose
colonie.
Tornando in Caria, ad Alicarnasso, il celebre viaggiatore
non aveva ventott'anni, giacch a quest'et soltanto, l'anno della
prima olimpiade, o 456 avanti Ges Cristo, egli lesse la sua
storia ai Giuochi Olimpici. La sua patria era allora oppressa da
Lygdami, ed egli dovette ritirarsi a Samo. Poco dopo, riusc a
rovesciare il tiranno; ma l'ingratitudine de' suoi concittadini lo
obblig a ripigliare la via dell'esilio. Nel 444, egli assist alle
feste dei Panateni, lesse l'opera sua interamente compiuta,
provoc l'entusiasmo universale, e, verso la fine della sua vita,
si ritir in Italia, a Thurium, dove mor, 406 anni innanzi l'era
cristiana, lasciando riputazione del pi gran viaggiatore e del
pi celebre storico dell'antichit.
Dopo Erodoto valicheremo un secolo e mezzo, citando il
medico Ctesia, contemporaneo di Senofonte, che pubblic la
relazione d'un viaggio in India, che assai probabilmente egli
non ha fatto, e giungeremo, cronologicamente, al marsigliese
Pythas, che fu insieme viaggiatore, geografo ed astronomo,
una delle illustrazioni del suo tempo. Fa verso l'anno 340 che
Pythas si avventur con una sola nave oltre le Colonne
d'Ercole; ma, invece di seguire al sud la costa africana, come
avevano fatto i Cartaginesi venuti prima di lui, egli risali al
nord, costeggiando le spiaggie dell'Iberia e quelle della Celzia
fino alle punte avanzate, che formano ora il Finistere; poi
imbocc la Manica e si avvicin alla costa d'Inghilterra,
quell'isola d'Albione di cui doveva essere il primo esploratore.
In fatti, egli sbarc su diversi punti della costa, ed entr in
rapporto co'suoi abitanti, semplici, onesti, sobri, docili,
industriosi, che facevano un gran commercio di stagno.
Il navigatore gallico, avventurandosi pi al nord, sorpass
le isole Orcadi, poste alla punta estrema della Scozia, e risal
fino ad una latitudine tanto alta che, durante l'estate, la notte
non passava due ore. Dopo sei giorni di navigazione, egli
giunse ad una terra chiamata Thule, probabilmente il J utland o
la Norvegia, che non pot superare. Al di l, dice egli, non vi
ha pi n mare, n terra, n aria. Egli torn dunque indietro, e
mutando direzione, giunse alla foce del Reno, dove abitavano
gli Ostioni, e, pi lungi, i Germani. Da quel punto, si rec alle
bocche del Tanais, che si suppone essere l'Elba o l'Oder, e
ritorn a Marsiglia, un anno dopo d'aver lasciata la sua citt
natale. Pythas era al medesimo tempo un ardito navigatore ed
uno scienziato notevole; egli fu il primo a riconoscere
l'influenza della luna sulle maree, e ad osservare che la stella
polare non occupa esattamente il punto pel quale si suppone
che passi l'asse del globo.
Alcuni anni dopo Pythas, verso il 320 avanti G. C., un
viaggiatore greco macedoniano s'illustr nella carriera degli
esploratori. Fu costui Nearca, nato in Creta, ammiraglio
d'Alessandro, che ebbe per missione di visitare tutta la costa
d'Asia, dalla foce dell'Indo fino all'Eufrate.
Il conquistatore, quando ebbe questo pensiero d'operare
una ricognizione che doveva assicurare le comunicazioni
dell'India coll'Egitto, si trovava colla sua armata ad ottocento
miglia nell'interno, sull'alto corso dell'Indo. Egli diede a Nearca
una flotta composta probabilmente di trentatr galee, di navi a
due ponti, ed un gran numero di navi da trasporto. Duemila
uomini montavano quella flotta, che poteva contare circa
ottocento vele. Nearca scese l'Indo in quattro mesi, scortato su
ogni riva dalle armate d'Alessandro. Il conquistatore, giunto
alle foci del gran fiume, impieg sette mesi ad esplorarne il
Delta; poi, Nearca spieg le vele, e segui la costa che forma
oggi il lembo del regno di Belucistan.
Nearca aveva preso il mare il 2 ottobre, vale a dire un
mese troppo presto, perch il monsone d'inverno avesse serbata
una direzione favorevole a' suoi disegni. Gli incominciamenti
del suo viaggio furono dunque contrastati, e, nei primi quaranta
giorni, egli fece appena ottanta miglia nell'ovest. Le sue prime
fermate lo condussero a Stura ed a Coreestis, nomi che non
convengono a nessuno dei villaggi che ora sorgono sulla costa;
poi, egli giunse all'isola di Crocala, che forma la baia moderna
di Caranthey. Battuta dai venti, la flotta, passato il capo Monze,
si rifugi in un porto naturale che l'ammiraglio dovette
fortificare per difendersi dagli attacchi dei barbari, i Sangariani
d'oggi, che formano ancora una trib di pirati.
Ventiquattro giorni dopo, il 3 novembre, Nearca spieg le
vele. Dei colpi di vento obbligarono spesso il navigatore ad
arrestarsi su diversi punti della costa, ed in quelle circostanze
egli dovette sempre difendersi contro gli assalti degli Arabiti,
quei feroci Beluci moderni, che gli storici orientali
rappresentano come una nazione barbara, portante i capelli
lunghi e disordinati, che si lascia crescere la barba e
rassomiglia a fauni o ad orsi. Fino allora, per altro, nessun
accidente grave era sopravvenuto alla flotta macedoniana,
quando, il 10 novembre, il vento dall'alto mare soffi con tanta
violenza, che fece perire due galee ed una nave. Nearca venne
allora ad ancorarsi a Crocala, e si approvigion con un carico
di grano che gli aveva mandato Alessandro. Ogni nave
ricevette per dieci giorni di viveri.
Dopo diversi incidenti di navigazione, dopo una breve
lotta coi barbari della costa, Nearca giunse all'estremit del
territorio degli Oriti, segnata dal capo Moran della geografia
moderna. In questo punto del suo racconto, Nearca pretende
che il sole, battendo verticalmente gli oggetti, quando era nel
mezzo del suo corso, non producesse pi ombra alcuna, Ma
egli s'inganna evidentemente, giacch a quel tempo l'astro del
giorno si trovava nell'emisfero sud, sul Tropico del Capricorno,
e, d'altra parte, le navi di Nearca furono sempre lontane di
qualche grado dal Tropico del Cancro. Dunque anche di pieno
estate, questo fenomeno non avrebbe potuto avvenire.
La navigazione prosegu in condizioni migliori, allorch il
monsone dell'est fu pi regolare. Nearca rasent la costa degli
Ittiofagi, mangiatori di pesci, trib miserabili alle quali le
pasture mancano assolutamente, e che sono costrette a nutrire i
loro greggi coi prodotti del mare. La flotta incominci ad
essere travagliata di nuovo dalla mancanza dei viveri. Essa
sorpass il capo Posmi; col, Nearca prese un pilota indigeno, e
le navi, favorite da alcune brezze di terra, poterono avanzare
rapidamente. La costa era meno arida, alcuni alberi la ornavano
qua e l. Nearca giunse ad una piccola citt degli Ittiofagi
ch'egli non nomina, e mancando di viveri, se ne impadron per
sorpresa, a danno degli abitanti, che dovettero cedere alla forza.
Le navi giunsero a Canasida, la quale non altro che la
citt di Churbar, di cui si vedono ancora le rovine nella baia di
questo nome. Ma gi il grano veniva meno. Nearca si arrest
successivamente a Canate, a Trois, a Dagasira, senza trovar
viveri presso quelle popolazioni miserabili. I naviganti non
avevano pi n carne n grano, e non potevano indursi a
mangiare le tartarughe, che abbondano in quei paraggi.
La flotta, giunta quasi all'ingresso del golfo Persico, si
trov in presenza d'un gregge di balene. I marinai spaventati
volevano darsi alla fuga, ma Nearca, incoraggiandoli colle
parole, li spinse contro quei mostri poco temibili, che non tard
a disperdere.
Le navi, giunte all'altezza della Carmania, modificarono un
po' la loro direzione verso l'ovest, e si tennero tra l'occidente ed
il nord. Le spiaggie erano fertili, da per tutto campi di biade e
pascoli, ed ogni sorta d'alberi fruttiferi, tranne gli ulivi. Nearca
si ferm a Badis, il J ask d'oggi, poi, dopo d'aver passato il
promontorio di Maceta o Mussendon, i navigatori videro
l'ingresso del golfo Persico, al quale Nearca, d'accordo coi
geografi arabi, d impropriamente il nome di mar Rosso.
Nearca penetr nel golfo, e dopo una sola fermata, giunse
al luogo chiamato Harmozia, che, pi tardi, ha dato il suo nome
alla piccola citt di Ormuz. Col, egli apprese che l'armata
d'Alessandro non era lontana pi di cinque giorni di marcia.
Egli si affrett dunque a sbarcare per raggiungere il
conquistatore. Costui, senza notizie della sua flotta da ventuna
settimana, non isperava pi di rivederla. Si comprende qual
fosse la sua gioia, quando l'ammiraglio, dimagrato dalle fatiche
ed irriconoscibile, gli si present innanzi. Per festeggiarne il
ritorno, Alessandro fece celebrare i giuochi ginnici, e ringrazi
gli di con grandi sacrific. Poi Nearca, volendo ripigliare il
comando della sua flotta per condurla fino a Susa, torn ad
Harmozia e spieg di nuovo le vele, dopo d'aver invocato
Giove Salvatore.
La flotta visit diverse isole, probabilmente le isole
d'Areck e di Kismis; poco tempo dopo le navi si arenarono, ma
l'alta marea le rimise a galla, e, dopo aver passato il
promontorio di Bestion, toccarono Keish, isola consacrata a
Mercurio ed a Venere. Era quella la frontiera estrema della
Carmania. Al di l incominciava la Persia. Le navi seguirono la
costa persica, visitando diversi punti, Gillam, Inderabia,
Shevou, Konkn, Sita-Reghiau, dove Nearca ricevette delle
provviste di grano mandate da Alessandro.
Dopo molti giorni di navigazione, la flotta giunse alla foce
del fiume Endian, che separa la Persia dalla Susiana. Di l, essa
giunse alla foce d'un gran lago ricco di pesci, chiamato
Cataderbis, e che posto nella regione ora chiamata
Dorghestan. Finalmente essa si ancor innanzi al villaggio
babiloniano di Degela, alle sorgenti medesime dell'Eufrate,
dopo d'aver riconosciuta tutta la costa compresa tra questo
punto e l'Indo.
Nearca raggiunse una seconda volta Alessandro, che lo
ricompens magnificamente, e lo mantenne al comando della
sua flotta. Alessandro voleva intraprendere ancora la
ricognizione di tutta la costa araba fino al mar Rosso, ma la
morte lo colp e non pot dar seguito a' suoi disegni.
Si crede che dipoi Nearca diventasse governatore della
Licia e di Pamfilia. Ne' suoi momenti d'ozio, scrisse egli stesso
il racconto dei propri viaggi, racconto che and perduto, ma di
cui fortunatissimamente Ariano aveva fatto un'analisi compiuta
nella sua Historia Indica. probabile che Nearca venisse
ucciso alla battaglia di Ipso, lasciando riputazione d'un abile
navigatore, il cui viaggio un grande avvenimento nella storia
della navigazione.
Dobbiamo citare ora un tentativo audace che fu fatto a quel
tempo da Eudosio di Cizia, geografo che viveva nell'anno 146
innanzi G.C. alla corte di Evergete II. Dopo d'aver visitato
l'Egitto e le spiaggie dell'India, questo ardito avventuriero ebbe
l'idea di fare il giro dell'Africa, che non doveva venir
veramente compiuto, se non mille e seicento anni pi tardi da
Vasco da Gama. Eudosio noleggi una gran nave e due
barconi, e si avventur sulle onde ignote dell'Atlantico. Fin
dove condusse egli quelle navi? Questo difficile determinare.
Checch ne sia, dopo d'aver preso lingua coi naturali ch'egli
consider come Etiopi, torn in Mauritania. Di l, pass in
Iberia, e fece i preparativi d'un nuovo viaggio di
circumnavigazione intorno all'Africa. Questo viaggio fu
compiuto? Non si pu rispondere, e bisogna anzi aggiungere
che questo Eudosio, in sostanza pi coraggioso che probo, fu
tenuto per un impostore da un certo numero di eruditi.
Due nomi ci rimangono ancora da menzionare fra i
viaggiatori che s'illustrarono innanzi l'era cristiana. Questi
nomi sono quelli di Cesare e di Strabone. Cesare, nato cento
anni innanzi G. C., fu sopra tutto un conquistatore, il cui scopo
non era l'esplorazione di nuovi paesi. Ricordiamo solamente
che nell'anno 58 egli intraprese la conquista della Gallia, e che,
durante i dieci anni impiegati nella sua vasta intrapresa, egli
trasse le sue legioni vincitrici fino alle spiaggie della Gran
Bretagna, le cui Provincie erano abitate da popolazioni
d'origine germanica.
Quanto a Strabone, nato in Cappadocia, 50 anni avanti G.
C., si segnal meglio come geografo che come viaggiatore.
Pure, egli percorse l'Asia interiore, l'Egitto, la Grecia, l'Italia, e
visse lungamente a Roma, dove mor negli ultimi anni del
Regno di Tiberio. Strabone ha lasciato una geografia divisa in
diciassette libri, che ci giunta in gran parte. Quest'opera
forma, con quella di Tolomeo, il monumento pi importante
che l'antichit abbia legato ai geografi moderni.
CAPITOLO II.
VIAGGIATORI CELEBRI DAL PRIMO AL NONO SECOLO.
Pansania (174) Fa-Hian (399) Cosmas
Indieopleustes (5..) Arenilo (700) Willibaldo (725)
Soleyman (851).

Plinio, Hippalus, Ariano e Tolomeo Pausante visita L'Attica, la Corinzia,
la Laconia, la Messonia, l'Elide, l'Acaia, l'Arcadia, la Boezia e la Focide
Fa-Hian esplora il Kantcheu, la Tartaria, L'India del nord, il Pendgiah,
Ceylan e Giava Cosmas Indicopleustes e la Topografia cristiana
dell'universo Arcuifo descrive Gerusalemme, la valle di Giosafat, il
monte degli Ulivi, Betlemme, Gerico, il Giordano, il Libano, il mar Morto,
Cafarnaum, Nazareth, il monte Tabor, Damasco, Tiro, Alessandria,
Costantinopoli Willibaldo e i Luoghi Santi Soleyman percorre il mar
d'Oman, Ceylan, Sumatra, il golfo di Siam e il mar della China.

Durante i due primi secoli dell'era cristiana, il movimento
geografico fu grande sotto il rispetto puramente scientifico, ma
i viaggiatori propriamente detti, vogliamo dire gli esploratori,
gli scopritori di paesi nuovi, furono certamente scarsissimi.
Plinio, nell'anno 23 di G. C., consacrava il 3, 4, 5 e 6
libro della sua Storia naturale alla geografia. Nell'anno 50,
Hippalus, abile navigatore, trov la legge dei monsoni
dell'oceano Indiano, ed insegn ai navigatori a tenersi al largo
per compiere, in grazia di questi venti costanti, il loro viaggio
d'andata e ritorno alle Indie nell'intervallo d'un solo anno.
Ariano, storico greco, nato nel 105, componeva il suo Periplo
del Ponto Eusino, e cercava di determinare con gran precisione
le regioni scoperte nelle esplorazioni precedenti. Finalmente
l'Egiziano Tolomeo, verso il 175, coordinando i lavori de' suoi
predecessori, pubblicava una geografia celebre, non ostante i
gravi errori, e nella quale la situazione delle citt, rilevata in
longitudine ed in latitudine, posava, per la prima volta, su basi
matematiche.
Il primo viaggiatore dell'era cristiana il cui nome abbia
sopravvissuto, Pausania, scrittore greco, che abit Roma nel
secondo secolo, e di cui ci rimane una relazione composta
verso l'anno 175. Questo Pausania aveva preceduto il nostro
contemporaneo J oanne nella redazione delle Guide del
viaggiatore. Egli fece per la Grecia antica ci che l'ingegnoso e
laborioso Francese ha fatto per le diverse regioni dell'Europa. Il
suo racconto un manuale esatto e sicuro, scritto sobriamente,
preciso ne'particolari, e col quale i viaggiatori del secondo
secolo potevano percorrere con frutto le diverse Provincie della
Grecia.
Pausania descrive minuziosamente l'Attica e pi
specialmente Atene ed i suoi monumenti, le sue tombe, i suoi
archi, i suoi templi, la sua cittadella, il suo areopago, la sua
accademia, le sue colonne. Dall'Attica egli passa nella
Corinzia, ed esplora le isole d'Egine e d'Eaque. Dopo la
Corinzia, la Laconia e Sparta, l'isola di Citera, la Messenia,
l'Elide, l'Acaia, l'Arcadia, la Beozia e la Focide sono studiate
con cura: le strade delle Provincie, le vie delle citt sono
segnate in questo racconto, e l'aspetto generale delle diverse
regioni della Grecia non vi dimenticato. Ma, in sostanza,
Pausania non aggiunse alcuna nuova scoperta a quelle che i
suoi predecessori avevano menzionate. Fu un viaggiatore
esatto, che limit l'opera sua all'esplorazione precisa della
Grecia, non fu uno scopritore. Non di meno, la sua relazione
stata messa a profitto da tutti i geografi e commentatori che
trattarono dell'Eliade e del Peloponneso, e con ragione uno
scienziato del secolo XVI ha potuto chiamarlo un tesoro della
pi antica e della pi rara erudizione.
Centotrent'anni circa dopo lo storico greco, un viaggiatore
chinese, un monaco, intraprendeva, verso la fine del quarto
secolo, un'esplorazione dei paesi posti all'occidente della
China. La relazione del suo viaggio ci stata conservata, e
bisogna associarsi ai sentimenti del signor Charton, che
considera questo racconto come un monumento tanto pi
prezioso, in quanto che ci trasporta al difuori del nostro punto
di vista esclusivo della civilt occidentale.
Fa-Hian, accompagnato da alcuni monaci, volendo uscire
dalla China dalla parte occidentale, valic molte catene di
montagne, e giunse in quel paese che forma oggi il Kan-tcheu,
posto non lungi dalla gran muraglia. Col, dei Samaniani si
unirono a lui; essi traversarono il fiume Cha-ho ed un deserto
che Marco Polo doveva esplorare ottocento anni pi tardi. Essi
poterono giungere, dopo diciassette giorni di marcia, al lago di
Lobe, che si trova nel Turkestan chinese d'oggi. Da questo
punto, tutti i regni che questi religiosi visitarono si
rassomigliavano per le costumanze e gli usi; la lingua sola
differiva.
Poco soddisfatti dell'accoglienza ricevuta nella regione
degli Uigur, i cui abitanti non sono ospitali, si avventurarono
verso il sud-est, in un paese deserto, passando i fiumi a gran
stento. Dopo trentacinque giorni di cammino, la piccola
carovana giunse in Tartari a, nel regno di Khotan, che contava
molte volte diecimila religiosi. Fa-Hian ed i suoi compagni
furono ricevuti in monasteri speciali, e, dopo un'aspettazione di
tre mesi, poterono assistere alla processione delle immagini,
gran festa comune ai buddisti ed ai bramani, durante la quale si
conducono in giro le immagini degli di sopra un carro
magnificamente ornato, per vie sparse di fiori, ed in mezzo a
nugoli di profumi.
Dopo la festa, i religiosi lasciarono Khotan, e si recarono
nel regno che forma oggi il cantone di Kukeyar. Dopo un
riposo di quindici giorni, li troviamo pi al sud, in un paese che
forma l'odierno Balistan, paese freddo e montagnoso dove non
matura altro grano che la biada. Col, i religiosi si servirono di
cilindri sui quali sono incollate le preghiere, e che il fedele fa
girare con una rapidit estrema. Da questo regno, Fa-Hian
pass nella parte orientale dell'Afghanistan, e non gli
abbisogn meno d'un mese per traversare delle montagne, in
mezzo alle quali, nelle nevi perpetue, egli segnala la presenza
di draghi velenosi.
Di l da questa catena, i viaggiatori si trovavano nell'India
del nord, in quel paese bagnato dai primi corsi d'acqua che
formano il Sind o l'Indo. Poi, traversati i regni di U-tchang, di
S-ho-to e di Kian-tho-wei, giunsero a Fo-lu-cha, che deve
essere la citt di Peichaver, posta tra Kabul e l'Indo, e,
ventiquattro leghe pi all'ovest, alla citt di Hilo, costrutta sulla
sponda d'un affluente del fiume di Kabul. In tutte queste citt,
Fa-Hian segnala soprattutto le feste e le costumanze relative al
culto di Foe, che non altro se non Budda.
I religiosi, lasciando Hilo, dovettero valicare i monti
Hindu-Kusch, che sorgono tra il Tokharestan ed il Gandhara.
L, il freddo fu tanto intenso, che uno dei compagni di Fa-Hian
cadde per non pi rialzarsi. Dopo mille stenti, la carovana
riusc a giungere alla citt di Banu, che esiste ancora; poi,
passato di nuovo l'Indo nella parte media del suo corso, essa
entr nel Pendgiab. Di l, scendendo verso il sud-est,
coll'intenzione di traversare la parte settentrionale della
penisola indiana, essa giunse a Mattea, citt della moderna
provincia d'Agra, e, traversando il gran deserto salato che
all'est dell'Indo, percorse un paese che Fa-Hian chiama il
regno centrale, i cui abitanti, onesti e pii, senza magistrati, n
leggi, n supplizi, senza chiedere il loro nutrimento a nessun
essere vivente, senza macelli e senza mercanti d vino, vivono
felici, nell'abbondanza e nella gioia, sotto un clima, in cui il
freddo ed il caldo sono temperati a vicenda. Questo regno,
l'India.
Scendendo al sud-est, Fa-Hian visit il distretto odierno di
Ferukh-abd, sul quale, secondo la leggenda, Budda pose il
piede ridiscendendo dal cielo con una triplice scalinata di
gradini preziosi. Il religioso viaggiatore si dilunga su queste
credenze del buddismo. Da quel punto, egli part per visitare la
citt di Kanudgie, posta sulla riva destra del Gange, ch'egli
chiama Heng. il paese di Budda per eccellenza. Da per tutto
dove il dio si seduto, i suoi fedeli hanno rizzate alte torri. I pii
pellegrini non mancarono di recarsi al tempio di Tchihuan,
dove Foe, per venticinque anni, si era dato a macerazioni
volontarie, e considerando il luogo sacro, presso il punto in cui
Foe aveva ridonato la vista a cinquecento ciechi, il cuore dei
religiosi fu penetrato da un vivo dolore.
Essi ripresero la loro via, passarono a Rapila, a Gorakhpur,
sulla frontiera del Nepaul, a Kin-i-na-kie, luoghi celebri per i
miracoli di Foe, e giunsero al delta del Gange, alla celebre citt
di Palian-fu, nel regno di Magadha. Era un paese ricco, abitato
da una popolazione giusta e pietosa, che amava le discussioni
filosofiche. Valicato il picco dell'Avoltoio, che sorge alle
sorgenti dei fiumi Dahder e Banurah, Fa-Hian scese il Gange,
visit il tempio d'Issi-Pattene, frequentato un tempo dai maghi
volanti, giunse a Benares, nel regno splendente, e pi gi
ancora, alla citt di To-mo-li-ti, posta alla foce del fiume, a
poca distanza dall'area oggi occupata da Calcutta.
In quel tempo, una carovana di mercanti si preparava a
pigliar il mare coll'intenzione di recarsi all'isola di Ceylan. Fa-
Hian s'imbarc sulla loro nave, e dopo quattordici giorni di
traversata, sbarc sulle rive dell'antica Taprobane, sulla quale il
mercante greco J ambulos aveva dato, alcuni secoli prima, dei
particolari abbastanza curiosi. Il religioso chinese ritrov in
questo regno tutte le tradizioni leggendarie che si collegano al
dio Foe, ed egli vi rimase due anni, intento a ricerche
bibliografiche. Lasci Ceylan per recarsi a Giava, dove giunse
dopo una traversata pessima, durante la quale, quando il cielo
era buio, non si vedevano che grandi onde urtantisi, lampi
color di fuoco, tartarughe, coccodrilli, mostri marini ed altri
prodigi.
Dopo cinque mesi di soggiorno a Giava, Fa-Hian
s'imbarc per Canton; ma i venti gli furono ancora contrari, e
dopo d'aver patito mille stenti, egli sbarc nell'odierno Chan-
tung; poi, avendo soggiornato qualche tempo a Nan-king,
rientr a Si'an-fu, sua citt natale, dopo diciotto anni d'assenza.
Tale la relazione di questo viaggio, di cui il signor Abele
di Remusat ha fatto un'eccellente traduzione, e che d
interessantissimi particolari sui costumi Tartari e degl'Indiani,
segnatamente in quanto concerne le loro cerimonie religiose.
Al monaco chinese succede nell'ordine cronologico,
durante il sesto secolo, un viaggiatore egiziano chiamato
Cosmas Indicopleustes, nome che il signor Charton traduce
cos: Viaggiatore cosmografo nell'India. Era un mercante
d'Alessandria che, dopo aver visitato l'Etiopia ed una parte
dell'Asia, si fece monaco al ritorno.
Il suo racconto porta il titolo di Topografia cristiana
dell'universo. Esso non d particolare alcuno sui viaggi del suo
autore. Alcune discussioni cosmografiche per provare che la
terra quadrata e chiusa cogli altri astri in un gran forziere
oblungo, formano il principio dell'opera; seguono delle
dissertazioni sulle funzioni degli angeli, ed una descrizione dei
costumi dei sacerdoti ebrei. Cosmas fa poi la storia naturale
degli animali dell'India e di Cejlan, e cita il rinoceronte, il toro-
cervo, che pu prestarsi agli usi domestici, la giraffa, il bue
selvatico, il musco, a cui si d la caccia per raccogliere il suo
sangue profumato, il liocorno, ch'egli non considera come un
animale chimerico, il cinghiale che chiama porco-cervo,
l'ippopotamo, la foca, il delfino e la tartaruga. Dopo gli
animali, Cosmas descrive l'albero del pepe, arbusto fragile e
delicato, come i pi piccoli sarmenti di vite, e l'albero del
cocco, i cui frutti hanno un sapore dolce come quello delle noci
verdi.
Fin dai primi tempi dell'era cristiana, i fedeli si recavano a
visitare i luoghi santi, culla della nuova religione. Questi
pellegrinaggi divennero sempre pi frequenti, e la storia ha
conservato il nome dei principali personaggi che si recavano in
Palestina durante i primi anni del cristianesimo.
Uno di questi pellegrini, il vescovo francese Arculfo, che
viveva verso la fine del settimo secolo, ha lasciato il racconto
particolareggiato del suo viaggio.
Egli esordisce col dare la situazione topografica di
Gerusalemme, e descrive la muraglia che circonda la citt
santa. Visita poi la chiesa in forma di rotonda costrutta sul
Santo Sepolcro, la tomba di Ges Cristo e la pietra che la
chiudeva, la chiesa di Santa Maria, la chiesa costrutta sul
Calvario, e la basilica di Costantino, eretta sul luogo in cui fu
trovata la vera croce. Queste diverse chiese sono comprese in
un edilizio unico, che racchiude pure la tomba di Cristo ed il
Calvario, in cima al quale il Salvatore fu crocifisso.
Arculfo scende poi nella valle di Giosafat, posta all'est
della citt, dove sorge la chiesa che copre la tomba della
Vergine e la tomba d'Assalonne ch'egli chiama torre di
Giosafat. Poi, si arrampica sul monte degli Ulivi, dirimpetto
alla citt di l dalla vallata, e col prega nella grotta in cui
preg Ges. Si reca allora al monte Sionne, posto fuori della
citt, alla sua punta sud; nota passando il fico gigantesco al
quale, secondo la tradizione, si appicc Giuda Iscariota, e visita
la chiesa del Cenacolo, ora distrutta.
Facendo il giro della citt nella valle di Siloe e risalendo il
torrente di Cedrone, il vescovo ritorna al monte degli Ulivi,
coperto di ricche messi di frumento e d'orzo, d'erbe e di fiori, e
descrive, in cima alla montagna santa, il luogo in cui Cristo
s'innalz al cielo. Col, i fedeli hanno eretto una gran chiesa
rotonda, con tre portici centinati, che, senza tetto n volta,
rimane aperta sotto il cielo. Non fu coperto l'interno della
chiesa, dice la relazione del vescovo, affinch da questo luogo
in cui si posarono per l'ultima volta i piedi divini, quando il
Signore s'innalz al cielo sopra una nuvola, una via sempre
aperta fino al cielo vi conduca le preghiere dei fedeli. Giacch,
quando si costrusse la chiesa di cui parliamo, non si pot
pavimentare, come il resto dell'edifizio, il luogo in cui si erano
posati i piedi del Signore. Man mano che si deponevano i
marmi, la terra, impaziente di sopportare alcun che d'umano, li
buttava, direi quasi, in faccia agli operai. Del resto, a guisa
d'insegnamento immortale, la polvere conserva ancora
l'impronta dei passi divini, e bench ogni giorno la fede dei
visitatori cancelli quest'impronta, essa riappare di continuo, e
sempre la terra la conserva.
Esplorato il campo di Betania, in mezzo alla gran foresta
degli ulivi, dove si vede il sepolcro di Lazzaro, e la chiesa
situata a dritta sul luogo medesimo in cui Cristo aveva
l'abitudine d'intrattenersi co' suoi discepoli, Arculfo si rec a
Betlemme, che sorge a due ore dalla citt santa, al sud della
vallata di Zefraim. Egli descrive il luogo in cui nacque il
Signore, una mezza grotta naturale, scavata all'estremit
dell'angolo orientale della citt, e al di sopra, la chiesa costrutta
da Sant'Elena, poi le tombe dei tre pastori che, alla nascita del
Signore, furono avvolti da una luce celeste, il sepolcro di
Rachele, le tombe dei quattro patriarchi, Abramo, Isacco,
Giacobbe ed Adamo, il primo uomo. Poi, egli visita la
montagna e la quercia di Mambr, sotto l'ombra della quale
Abramo diede ospitalit agli angeli.
Da questo punto, Arculfo si reca a Gerico, o meglio al
luogo che occupava quella citt, le cui muraglie crollarono al
suono delle trombe di Giosn. Egli esplora il luogo in cui i figli
d'Israello, dopo d'aver passato il Giordano, fecero la prima
fermata nella terra di Canaan. Contempla nella chiesa di
Galgala le dodici pietre che gli Israeliti, per ordine del Signore,
estrassero dal torrente asciutto. Segue le sponde del Giordano e
riconosce sulla sua riva destra, presso un gomito del fiume, ad
un'ora di cammino dal mar Morto, in un paesaggio pittoresco,
piantato d'alberi magnifici, il luogo in cui il Signore fu
battezzato da Giovanni, laddove fu piantata una croce che le
acque biancastre, quando ingrossano, coprono tutta quanta.
Dopo d'aver percorso le sponde del mar Morto, di cui
assaggi il sale, dopo d'aver ricercato in Fenicia quel piede del
Libano da cui sfuggono le sorgenti del Giordano, esplorata la
massima parte del lago di Tiberiade, visitato il pozzo di
Samaria dove Cristo fu dissetato dalla Samaritana, la fontana
del deserto in cui beveva San Giovanni Battista, l'ampia
pianura di Gazan, non mai coltivata di poi, nella quale Ges
benedisse cinque pani e due pesci, Arculfo scese verso
Cafarnaum, di cui non esistono pi neppure le reliquie; poi si
port a Nazareth, dove trascorse l'infanzia di Cristo, e termin
al monte Tabor, situato in Galilea, il suo viaggio propriamente
detto ai luoghi santi.
La relazione del vescovo contiene in seguito dei particolari
geografici e storici su altre citt ch'egli visit, la citt reale di
Damasco, percorsa da quattro gran fiumi per rallegrarla,
Tiro, metropoli della provincia di Fenicia, che, gi separata dal
continente, vi fu ricongiunta dalle dighe di Nabucodonosor,
Alessandria, un tempo capitale dell'Egitto, a cui il viaggiatore
giunse quaranta giorni dopo d'aver visitato Giaffa, e finalmente
Costantinopoli, di cui visit pi volte l'ampia chiesa dove si
conserva il legno sacro della croce sulla quale il Salvatore
mor crocifisso per la salvezza del genere umano.
Finalmente, la relazione del viaggio, che fu scritta sotto
dettatura del vescovo dall'abate di San Colombano, finisce
raccomandando ai lettori d'implorare la clemenza divina per il
santo prelato Arculfo, e di pregare anche per lo scrivano,
miserabile peccatore, il Cristo, giudice di tutti i secoli!
Alcuni anni dopo il vescovo francese, un pellegrino
inglese fece lo stesso viaggio con un intento pio, e lo comp
press'a poco nelle medesime condizioni.
Questo pellegrino si chiamava Willibaldo; egli
apparteneva ad una famiglia ricca che abitava verosimilmente
la contea di Southampton. In seguito ad una malattia di
languore, i genitori lo consacrarono a Dio, e la sua giovinezza
pass in mezzo ad esercizi di piet nel monastero di Waltheim.
Giunto al termine dell'adolescenza, Willibaldo risolvette di
recarsi a pregare a Roma nella chiesa consacrata all'apostolo
Pietro, e le sue vive istanze determinarono il padre suo
Riccardo, il fratello Wimebaldo e la giovane sorella Walpurga
ad accompagnarlo. La pia famiglia s'imbarc ad Hamble-
Haven, nella primavera dell'anno 721, e, risalendo la Senna,
venne a sbarcare presso la citt di Rouen. Willibaldo d poeti
particolari sul viaggio fino a Roma. Traversata Cortona, citt
della Liguria, Lucca in Toscana, dove Riccardo soggiacque alle
fatiche del viaggio, il 7 febbraio 722, dopo d'aver valicato gli
Apennini durante l'inverno, i due fratelli e la sorella entrarono
in Roma, e vi passarono il rimanente dell'inverno, tormentati
gli uni e gli altri da violente febbri.
Willibaldo, risanato, form il disegno di proseguire il suo
pellegrinaggio fino ai luoghi santi. Rimand il fratello e la
sorella in Inghilterra, e parti in compagnia di alcuni religiosi.
Per Terracina e Gaeta, essi giunsero a Napoli, fecero vela per
Reggio in Calabria, per Catania e Siracusa in Sicilia; poi,
pigliando definitivamente il mare, toccato Cos e Samo,
sbarcarono ad Efeso in Asia Minore, dove sorgevano le tombe
di San Giovanni Evangelista, di Maria Maddalena e dei Sette
Dormienti, che sono sette cristiani martirizzati sotto il regno
dell'imperatore Decio.
Soggiornato qualche tempo a Stroboli, a Patara, ed
ultimamente a Mitilene, capitale dell'isola di Lesbo, i pellegrini
si trasportarono a Cipro, e visitarono pure Pafo e Costanza;
finalmente li ritroviamo in numero di sette nella citt fenicia
d'Edissa, dove si vede la tomba di San Tommaso l'apostolo.
In quel luogo, Willibaldo ed i suoi compagni, presi per
spie, furono imprigionati dai Saraceni; ma il re, per la
raccomandazione d'uno Spagnuolo, li fece mettere in libert. I
pellegrini lasciarono la citt in gran fretta, ed a partire da
questo momento, il loro itinerario press'a poco quello del
vescovo Arculfo. Essi visitano Damasco in Siria, Nazareth in
Galilea, Cana, dove si vede una delle anfore miracolose, il
monte Tabor, dove si comp il gran fatto della Trasfigurazione,
Tiberiade, posta nel punto in cui il Signore e Pietro
camminarono sulle onde, Magdala, dove abitavano Lazzaro e
le sue sorelle, Cafarnaum, dove Ges risuscit la figlia del
principe, Betsaide di Galilea, patria di Pietro e d'Andrea,
Corozain, dove il Signore guar gli invasati, Cesarea, dove la
chiave del cielo fu data a San Paolo, il luogo in cui Cristo fu
battezzato, Galgala, Gerico e Gerusalemme.
La citt santa, la valle di Giosafat, il monte degli Ulivi,
Betlemme, Thema, dove Erode fece mettere a morte i fanciulli,
la valle di Laura, Gaza, ricevettero pure la visita dei pii
pellegrini. In questa citt, mentre si celebrava l'ufficio nella
chiesa di San Mattia, Willibaldo narra d'aver perduto la vista, e
che non la ricuper se non a Gerusalemme, due mesi dopo,
entrando nella chiesa della Santa Croce. Egli percorse poi la
vallata di Diospoli, a dieci miglia da Gerusalemme, poi, sulle
sponde del mar Siriaco, Tiro, Sidonia e Tripoli di Siria. Di l,
per il Libano, Damasco e Cesarea, Willibaldo giunse ad
Emaus, borgo della Palestina dove scorre la fontana nella quale
Cristo si lav i piedi, e finalmente Gerusalemme, dove i
viaggiatori rimasero tutta la stagione invernale.
Gli infaticabili pellegrini non dovevano limitare a questo la
loro esplorazione. Li troviamo successivamente a Ptolemai, ora
San Giovanni d'Acri, ad Emessa, a Gerusalemme, a Damasco,
a Samaria, dove sono le tombe di San Giovanni Battista,
d'Abdia e d'Eliseo, a Tiro, dove, bisogna confessarlo, il pio
Willibaldo defraud la dogana del tempo nascondendo una
certa quantit di balsamo di Palestina, molto rinomato allora e
sottoposto ad una tassa. A Tiro, dopo un lungo soggiorno, egli
pot imbarcarsi per Costantinopoli, dove i suoi compagni e lui
abitarono due anni, e finalmente essi ritornarono per la Sicilia e
la Calabria, Napoli e Capua. Il pellegrino inglese giunse al
monastero del monte Cassino, dopo d'aver lasciato il suo paese
da dieci anni. L'ora del riposo tuttavia non era ancora venuta
per lui. Egli fu nominato dal papa Gregorio III ad un
episcopato recentemente creato in Franconia; aveva
quarantun'anno quando fu consacrato vescovo. Per
quarantacinque anni ancora egli occup il suo seggio
episcopale, e mor nell'anno 745. Nel 938, Willibaldo fu
canonizzato dal papa Leone VII.
Termineremo la lista dei viaggiatori dal primo al nono
secolo, citando un certo Soleyman, mercante di Bassorah, che,
partito dal golfo Persico, giunse ai confini dell'Asia e sbarc
sulle spiaggie chinesi. Questo racconto contiene due parti
distinte: una scritta nel 851 da Soleyman medesimo, che fece
veramente quel viaggio; l'altra scritta nel 878 da un geografo
Abu-Zeyd-Hassan, allo scopo di completare la prima. Stando
all'opinione dell'orientalista Reinaud, questo racconto ha
gettato una luce affatto nuova sui rapporti commerciali che
esistettero nel nono secolo fra le coste dell'Egitto, dell'Arabia e
dei paesi rivieraschi del golfo Persico, da una parte, e,
dall'altra, le ampie provincie dell'India e della China.
Soleyman, uscito dal golfo Persico, dopo d'essersi
provvisto d'acqua dolce a Mascate, visit dapprima il secondo
mare, cio il mare Larevy degli Arabi, o mar d'Oman della
geografia moderna. Egli osserv dapprincipio un pesce
enorme, probabilmente un capidoglio, che i navigatori
prudenti cercarono di spaventare suonando la campana, poi un
pesce-cane, nel ventre del quale ne fu trovato uno pi piccino,
che ne conteneva pure un altro pi piccino ancora, tutti e due
viventi, dice il viaggiatore con un'esagerazione manifesta;
finalmente, descritto il pesce remora, il dactiloptero e la focena,
egli dice cos' il mare di Herkend, compreso tra le Maldive e le
isole della Sonda, nel quale conta almeno mille e novecento
isole, le cui spiaggie sono sparse di grossi macigni d'ambra
grigia. Fra queste isole, governate da una donna, egli nomina
principalmente col loro nome arabo Ceylan e la sua pesca di
perle, Sumatra, ricca di miniere d'oro, abitata dagli antropofagi,
le Nicobar e le Andaman, le cui trib sono ancor oggi
cannibale. Questo mare di Herkend, dice egli, si solleva
talvolta in trombe furiose che spezzano le navi e gettano sulla
costa un'immensa quantit di pesci morti, ed anche dei macigni
enormi. Quando le onde di questo mare si sollevano, l'acqua
presenta l'aspetto del fuoco che arde. Soleyman lo crede
frequentato da una specie di mostro che divora gli uomini, e nel
quale i commentatori hanno creduto di riconoscere una specie
di squalo.
Giunto alle Nicobar, Soleyman, dopo d'aver barattato cogli
abitanti del ferro contro noci di cocco, canne da zuccaro,
banani e vino di cocco, travers il mare di Kalah-Bar, che
bagna la costa di Malacca; poi, dopo dieci giornate di
navigazione sul mare di Schelaheth, egli si diresse per
provvedersi d'acqua verso un luogo che potrebbe essere
Singapore; finalmente, risali al nord per il mare di Kedrendj,
che deve essere il golfo di Siam in modo da giungere in vista di
Pulo-Oby, situato al sud della punta di Cambodg.
Innanzi alle navi del mercante di Bassorah si apriva allora
il mare di Senf, distesa d'acque compresa tra le Molucche e
l'Indo-China. Soleyman and ad approvigionarsi all'isola
Sander-Fulat, situata verso il capo Varela, e, di l, si spinse sul
mare di Sandjy, o mar di China, e, un mese dopo, entrava a
Khan-fu, il porto chinese della citt odierna di Tche-kiang,
dove le navi, a quel tempo, avevano usanza d'approdare.
Il rimanente della relazione di Soleyman, completata da
Abu-Zeyd-Hassan, non contiene che notizie molto minuziose
sui costumi degli Indiani, dei Chinesi e degli abitanti del Zendj,
regione posta sulla costa orientale dell'Africa. Ma non pi il
viaggiatore che parla, ed i particolari ch'egli d, noi li
ritroveremo, pi interessanti e pi precisi, nelle relazioni de'
suoi successori.
Ci che convien dire, per compendiare i lavori degli
esploratori che percorsero la terra, sedici secoli innanzi l'ra
cristiana e nove secoli dopo, si che dalla Norvegia fino
all'estremit dell'impero chinese, passando per l'Atlantico, il
Mediterraneo, il mar Rosso, l'oceano Indiano ed il mar della
China, quest'immensa estensione di coste era in gran parte
determinata e visitata. Delle esplorazioni erano state
arditamente tentate all'interno delle terre, in Egitto fino
all'Etiopia, in Asia Minore fino al Caucaso, nell'India e nella
China fino alla Tartaria, e se l'esattezza matematica mancava
ancora ai diversi punti rilevati dai viaggiatori, almeno gli usi e
le costumanze degli abitanti, i prodotti dei diversi paesi, i modi
di baratto, le usanze religiose, erano sufficientemente noti; le
navi, profittando dei venti regolari, potevano arrischiarsi con
pi fiducia sui mari, le carovane sapevano dirigersi pi
sicuramente all'interno del continente, ed in grazia di questo
insieme di cognizioni, sparse dagli scritti dei dotti, che il
commercio prese una gran spinta nell'ultimo periodo dei Medio
Evo.
CAPITOLO III.
VIAGGIATORI CELEBRI DAL DECIMO AL TREDICESIMO
SECOLO.
Beniamino di Tudele (1159-1173). Plan de Carpin
(1245-1247). Rubruquis (1253-1254).

Gli Scandinavi nel Nord, l'Islanda ed il Groenland Beniamino di Tudele
visita Marsiglia, Roma, la Valacchia, Costantinopoli, l'Arcipelago, la
Palestina, Gerusalemme, Betlemme, Damasco, Balbek, Ninive, Bagdad,
Babilonia, Bassorah, Ispahnn, Schiraz, Samarkaud, il Tibet, il Malabar,
Ceylan, il mar Rosso, l'Egitto, la Sicilia, l'Italia, l'Alemagna e la Francia
Plan de Carpin esplora il paese del Coman e del Khangita, il Turchestan
moderno Usi e costumanze dei Tartari Rubruquis ed il mar d'Azof, il
Volga, il paese dei Baskhirs, Caracorum, Astrakan, Derbend.

Durante il decimo secolo ed il principio dell'undecimo, un
movimento geografico abbastanza grande si era prodotto nel
nord dell'Europa. Norvegiani e Galli audaci si erano
avventurati sui mari settentrionali, e, se si crede a certi racconti
pi o meno autentici, essi erano giunti al mar Bianco ed
avevano visitate le regioni oggi possedute dai Samojedi. Alcuni
documenti pretendono anzi che il principe Madoc abbia
esplorato il continente americano.
Si pu affermare tuttavia che l'Irlanda fu scoperta verso
l'861 da avventurieri scandinavi e che i Normanni non
tardarono a colonizzarla. Verso quest'epoca, un Norvegiano si
era rifugiato sopra una nuova terra, posta all'estremo ovest
dell'Europa, e, meravigliato del suo aspetto verdeggiante, le
avea dato il nome di Terra-Verde o Groenland. Ma le
comunicazioni con questa parte del continente americano erano
difficili, ed a quanto pare, una nave, ce lo assicura il geografo
Cooley, impiegava cinque anni per andare dalla Norvegia al
Groenland e tornare dal Groenland in Norvegia. Talvolta,
tuttavia, durante gli inverni rigidi, l'Oceano settentrionale si
congelava in tutta la sua estensione, ed un certo Hollur-Geit,
condotto da una capra, pot andare a piedi dalla Norvegia al
Groenland. Ma non dimentichiamo che siamo ancora nei tempi
leggendari, e che quelle regioni iperboree sono ricche di
tradizioni meravigliose.
Torniamo ai fatti reali, provati, incontrastabili, e narriamo
il viaggio d'un ebreo spagnuolo, la cui veracit affermata dai
pi dotti commentatori.
Questo ebreo era figlio d'un rabbino di Tudele, citt del
regno di Navarra, e si chiamava Beniamino di Tudele.
probabile che il suo scopo, viaggiando, fosse di enumerare i
suoi correligionari dispersi sulla superficie del globo. Ma
qualunque fosse il suo intento, per quattordici anni, dal 1160 al
1173, egli esplor quasi tutto il mondo conosciuto, e la sua
relazione forma un documento particolareggiato, anzi
minuzioso, la cui autorit fu grande fino al secolo decimosesto.
Beniamino di Tudele lasci Barcellona, e per Tarragona,
Girone, Narbona, Beziers, Montpellier, Lunel, Pousquier,
Saint-Gilles e Arles, giunse a Marsiglia. Visitate le due
sinagoghe ed i principali ebrei di quella citt, s'imbarc per
Genova, dove la sua nave giunse quattro giorni dopo. I
Genovesi erano allora i padroni del mare e facevano la guerra
ai Pisani, gente valorosa, che al pari dei Genovesi, dice il
viaggiatore, non hanno n re n principi, ma soltanto dei
giudici che creano a piacimento.
Visitato Lucca, Beniamino di Tudele, in sei giorni, giunse
a Roma la grande. Alessandro III era allora papa, e, secondo la
relazione, egli avea degli ebrei fra i suoi ministri. Fra i
monumenti della citt eterna, Beniamino di Tudele cita pi
specialmente San Pietro e San Giovanni Luterano; ma le sue
descrizioni sono singolarmente aride. Da Roma, per Capua e
Pozzuoli, allora mezzo inondata, egli si rec a Napoli, dove
non vide nulla, tranne i cinquecento ebrei che abitavano quella
citt. Poi, traversando Salerno, Amalfi, Benevento, Ascoli,
Trani, San Nicola di Bari, Taranto e Brindisi, giunse ad
Otranto, sul golfo di questo nome, avendo attraversato l'Italia
senza nulla riferire d'interessante su questa regione tanto
curiosa.
Per quanto sia ingrata la nomenclatura delle citt, non
diremo visitate, ma citate da Beniamino di Tudele, non
dobbiamo ometterne una sola, poich l'itinerario del
viaggiatore ebreo preciso, ed utile seguirlo sulla carta che
Lelewel ha fatta specialmente per lui. Da Otranto a Zeitun, in
Valacchia, le sue tappe sono Corf, il golfo d'Arta, Achelous,
antica citt dell'Etolia, Anatolica in Grecia, sul golfo di
Patrasso, Patrasso, Lepanto, Crissa, costrutta ai piedi del
Parnaso, Corinto, Tebe, i cui duemila ebrei, sono i migliori
operai della Grecia nell'arte di fabbricar la seta e la porpora, poi
Negroponte e Zeitun.
Col incomincia la Valacchia, secondo il viaggiatore
spagnuolo. I Valacchi corrono come capriuoli, e scendono dalle
montagne per saccheggiare e rubare nelle terre dei Greci. Da
questo punto, per Gardicki, piccolo borgo del golfo Volo,
Armyros, porto frequentato dai Veneziani, dai Genovesi e dai
Pisani, Bissina, citt ora distrutta, Salonicki, l'antica
Tessalonica, Dimitritzi, Darma, Christopoli, Abydos,
Beniamino di Tudele giunse a Costantinopoli.
Il viaggiatore d qui alcuni particolari su questa gran
capitale di tutta la terra dei Greci. L'imperatore Emmanuele
Comneno regnava allora ed abitava un palazzo ch'egli aveva
costrutto sulla sponda del mare. L sorgevano colonne d'oro e
d'argento puro, e quel trono d'oro e di pietre preziose al
disopra del quale sospesa una corona d'oro mediante una
catena pure d'oro, che vien proprio a posare sul capo del re
quand'egli seduto. Vi sono in questa corona pietre di tanto
valore che nessuno le pu valutare, e la notte, non si ha bisogno
alcuno di luce, giacch ci si vede abbastanza in grazia dei
bagliori che gettano quelle pietre preziose. Il viaggiatore
aggiunge che la citt molto popolata, che i mercanti vi
accorrono da ogni parte, e che per questo rispetto essa non pu
essere paragonata se non a Bagdad. I suoi abitanti sono vestiti
d'abiti di seta, coperti di ricami e di frangie d'oro; nel vederli
cos, montati sui loro cavalli, li direste tanti figliuoli di re; ma
essi non hanno cuore n coraggio per fare la guerra, e pagano
dei mercenari d'ogni nazione, che si battono per loro. Un
rammarico di Beniamino di Tudele che gli ebrei mancano alla
citt e che furono trasportati di l dalla torre di Galata, presso
l'ingresso del porto. Col, ve ne sono press'a poco
duemilacinquecento di due sette, i rabbiniti ed i caraiti, e fra di
essi, molti lavoratori in seta e ricchi mercanti, tutti odiatissimi
dai Greci, che li trattano duramente. Nessuno di quei ricchi
ebrei ha il diritto di montare a cavallo, salvo uno solo,
l'Egiziano Salomone, che il medico del re. Quanto ai
monumenti di Costantinopoli, Beniamino cita il tempio di
Santa Sofia, che possiede tanti altari quanti giorni vi sono
nell'anno, e delle colonne, dei candelieri d'oro e d'argento in s
gran numero che non si pu contarli; poi l'ippodromo, divenuto
oggi il mercato dei cavalli, nel quale, pel piacere del popolo, si
facevano combattere insieme dei leoni, degli orsi, delle tigri,
delle oche selvatiche, come pure altri uccelli.
Lasciando Costantinopoli, Beniamino di Tudele visit
l'antica Bisanzio, Gallipoli e Kilia, porto della costa orientale;
poi, imbarcandosi, percorse le isole dell'arcipelago, Mitilene,
Chio, che fa il commercio del sugo di pistacchi, Samo, Rodi e
Cipro. Facendo vela per la terra d'Aram, egli pass per Messis,
per Antiochia, di cui ammir il servizio delle acque, e per
Latachia, per giungere a Tripoli recentemente tribolata da un
terremoto che si era fatto sentire in tutti i paesi d'Israele. Da
Tripoli, lo si vede toccare Beyrouth, Sidone, Tiro, celebre per
la porpora e la fabbricazione del vetro, Acri, Khaifa, presso il
monte Carmelo, nel quale scavata la grotta d'Elia, Cafarnaum,
Cesarea, bella e buona citt, a Kakon, Samaria, costrutta in
mezzo ad una campagna intersecata da ruscelli e ricca di
giardini, d'orti e d'uliveti, Naplusa, Gabaon, e giungere a
Gerusalemme.
Nella citt santa, l'ebreo spagnuolo non poteva veder nulla
di ci che un cristiano vi avrebbe senza dubbio veduto. Per lui,
Gerusalemme una piccola citt difesa da tre muraglie e
popolatissima di Giacobiti, di Siriani, di Greci, di Georgiani e
di Franchi d'ogni lingua e nazione. Essa possiede due ospitali,
uno dei quali abitato da quattrocento cavalieri sempre pronti
per la guerra, un gran tempio che la tomba di quell'uomo,
qualificazione data a Ges Cristo dal Talmud, ed una casa nella
quale gli ebrei, pagando una tassa, hanno il privilegio di darsi
all'arte del tintore. Del resto, i correligionari di Beniamino di
Tudele non sono numerosi a Gerusalemme, dugento appena, ed
abitano sotto la torre di Davide, in un cantuccio della citt.
Fuori di Gerusalemme, il viaggiatore cita la tomba
d'Assalonne, il sepolcro d'Osias, la fontana di Siloe, presso al
torrente di Cedrone, la vallata di Giosafat, la montagna degli
Ulivi, dalla cima della quale si scorge il mare di Sodoma. A
due parasanghe o due leghe, sorge l'indistruttibile statua della
moglie di Loth, ed il viaggiatore afferma che sebbene i greggi
che passano lambiscano di continuo quella statua di sale,
tuttavia essa ricresce sempre e diventa com'era prima.
Da Gerusalemme, Beniamino di Tudele, dopo aver scritto
il suo nome sulla tomba di Rachele, secondo l'usanza degli
ebrei che passano in quel luogo, si rec a Betlemme, dove
cont dodici tintori israeliti, poi ad Hebron, citt ora deserta e
ruinata.
Dopo aver visitato, nella pianura di Makhphela, le tombe
d'Abramo e di Sara, di Isacco e di Rebecca, di Giacobbe e di
Lia, passando per Beith-J aberim, Scilo, il monte Morija, Beith-
Nubi, Rama, Giaffa, J abneh, Azotos, Ascalonne, costrutta da
Esdras il sacrificatore, Lud, Serain, Sufurieh, Tiberias, dove si
trovano dei bagni caldi che escono dal fondo della terra per
Gish, per Meirun, che ancora un luogo di pellegrinaggio per
gli ebrei, per Alma, Kadis, Belinas, presso alla caverna dalla
quale esce il Giordano, il viaggiatore ebreo, lasciando
finalmente la terra d'Israele, giunge a Damasco.
Ecco la descrizione che fa Beniamino di questa citt, dove
comincia il paese di Nureddin, re dei Turchi.
La citt grandissima e bellissima, cinta di muraglie; il
territorio abbonda di giardini e di vigneti a quindici miglia tutto
intorno; non si vede in tutta la terra un paese fertile al pari di
questo. La citt situata al piede del monte Hermon, da cui
escono i due fiumi d'Amana e di Pharphar, il primo dei quali
passa in mezzo alla citt, e le sue acque sono condotte da
acquedotti nelle case dei grandi, come pure nelle piazze e nei
mercati. Questo paese commercia con tutto il rimanente del
mondo. Il Pharphar inaffia colle sue acque i giardini ed i
vigneti, che sono fuori della citt. Gli Ismaeliti hanno a
Damasco una moschea chiamata Goman-Dammesec, vale a
dire sinagoga di Damasco. Non vi sono edilizi simili su tutta la
terra. Si dice che esso fu un tempo il palazzo di Benhadad. Vi
si vede una muraglia di vetro costrutta per arte magica. Vi
hanno in questa muraglia tanti buchi quanti giorni vi sono
nell'anno solare; il sole, scendendo per dodici gradi, secondo il
numero delle ore del giorno, entra ogni giorno in uno dei buchi,
e, da ci, ciascuno pu conoscere qual'ora sia. Al di dentro del
palazzo, vi sono delle case costrutte d'oro e d'argento, grandi
come un bacino, che possono contenere tre persone, se
vogliono lavarvisi o bagnarvisi.
Dopo Galad e Salkah, posta a due giorni da Damasco,
Beniamino di Tudele giunse a Balbek, l'Heliopolis dei Greci e
dei Romani, costrutta da Salomone, nella valle del Libano, poi
a Tadmor, che Palmira, similmente costrutta tutta di grandi
pietre. Poi, passando da Cariatin, egli si arresta a Hama,
distrutta in parte dal terremoto che, nel 1157, rovesci nel
medesimo tempo un gran numero di citt della Siria.
Segue, nella relazione, un'arida nomenclatura di citt, di
cui si limita al pi a dare i nomi, Halab, Beles, Kalatdajbar,
Racca, Harran, la citt principale dei Sabeani, Nisibe, Djeziret,
il cui nome turco Kora, Mossul, sul Tigri, dove incomincia la
Persia, Ninive, punto ad incominciar dal quale il viaggiatore
torna verso l'Eufrate, Rahaba, Karkesia, J uba, Abkera, e
finalmente Bagdad, residenza del califfo.
Bagdad piace molto al viaggiatore israelita. una gran
citt la cui circonferenza di tre miglia, dove sorgono ospitali
per gl'infermi ordinari e per gli ebrei. Scienziati filosofi abili in
ogni specie di scienze e maghi esperti in ogni fatta
d'incantesimi, vi accorrono da tutte le parti. la residenza e la
capitale d'un califfo, che, secondo certi annotatori, deve essere
Mostaidjed, che regnava sulla Persia occidentale e sulle sponde
del Tigri. Questo califfo possedeva un ampio palazzo in mezzo
ad un parco, inaffiato da un affluente del Tigri e popolato da
molti animali selvaggi. Questo sovrano, per certi rispetti, pu
essere proposto come esempio a tutti i potentati della terra.
un uomo dabbene, amatore del vero, affabile e garbato con
quanti incontra. Egli non vive che del lavoro delle proprie
mani, e fabbrica delle coperte coll'impronta del suo suggello,
che fa vendere al mercato dai principi della sua corte per
sovvenire alle spese del proprio nutrimento. Non esce che una
volta l'anno dal suo palazzo, alla festa del Ramadan, per recarsi
alla moschea che alla porta di Bassorah, e, facendo le
funzioni d'iman, egli spiega la legge al suo popolo. Poi, egli
torna al palazzo per una via diversa, e la strada ch'egli ha
seguita custodita tutto l'anno, affinch nessun passante
profani l'impronta de' suoi passi. Tutti i fratelli del califfo
abitano il medesimo palazzo con lui; ciascuno d'essi trattato
con molto onore, ed essi hanno sotto il loro comando delle citt
e dei borghi, le cui rendite permettono loro di passare una bella
vita. Soltanto, siccome si sono ribellati una volta al sovrano,
sono tutti incatenati con catene di ferro ed hanno delle guardie
innanzi alla loro casa. Notati questi particolari, Beniamino di
Tudele scese quell'angolo della Turchia d'Asia che inaffiato
dal Tigri e dall'Eufrate, pass da Gihiagin, Babilonia, citt
rovinata, le cui strade si stendono a trenta miglia di circuito.
Vide, per via, la fornace ardente in cui furono gettati Ananias,
Misael ed Azarias, Hillah e la torre di Babele ch'egli descrive
in questi termini: La la torre costrutta dai dispersi. Essa
fatta di mattoni; la larghezza delle sue fondamenta di circa
due miglia; la sua larghezza di dugentoquaranta cubiti, e la
sua altezza di cento canne; di dieci in dieci cubiti vi sono delle
vie che conducono a delle scale a chiocciola che conducono
alla cima. Da questa torre, si scopre lo spazio di venti miglia,
poich il paese largo e piano; ma il fuoco del cielo essendo
caduto sulla torre, l'ha abbattuta fino al fondo.
Da Babele, il viaggiatore si rec alla sinagoga d'Ezechiele,
che sull'Eufrate, vero santuario verso il quale accorrono i
credenti per leggere il gran libro scritto dalla mano del profeta.
Poi, non facendo che passare ad Alkotzonath, ad Ain-J aphata, a
Lephras, a Kephar, a Ruffa, a Sura, un tempo sede d'una
celebre universit ebrea, a Shafjathib, la cui sinagoga
costrutta colle pietre di Gerusalemme, e traversando il deserto
del Yemen, egli tocc Thema, Tilimas, Chaibar, che contava
cinquantamila israeliti, Waseth, ed entr finalmente in
Bassorah, che sul Tigri, quasi all'estremit del golfo Persico.
Su questa citt importante e commerciale, il viaggiatore
non d alcun particolare, ma, di l, egli si rec probabilmente a
Karna, e visit la tomba del profeta Esdras; poi, entr in Persia,
e soggiorn a Chuzestan, gran citt, rovinata in parte, che il
Tigri divide in due quartieri, l'uno ricco, povero l'altro, riuniti
da un ponte, sul quale, per ragione di equit, sospesa la bara
di Daniele.
Beniamino di Tudele continu il suo viaggio in Persia per
Rudbar, Ilohvan, Mulenet, Amaria, dove comincia la Media. In
questo luogo, racconta egli, apparve quell'impostore David-El-
Roi, facitore di falsi miracoli, che non altro che il Ges degli
ebrei. Poi, per Hamadan, dove sorgono le tombe di Mardocheo
e d'Ester, e per Dabrestan, egli giunse ad Ispahan, capitale del
regno, che ha dodici miglia di circuito.
Qui la relazione del viaggiatore diventa un po' oscura.
Seguendo le sue note, lo troviamo a Shiras, probabilmente nel
cantone d'Herat in Afghanistan, poi a Samarkanda, poi
finalmente ai piedi del Thibet. Da questo punto estremo a cui
egli giunse nel nord-est, sarebbe tornato a Nisapur ed a
Chuzestan sulle sponde del Tigri. Di l, in due giornate di
mare, sarebbe sceso ad El-Cachif, citt araba situata sul golfo
Persico, dove si fa la pesca delle perle. Poi, in sette giorni di
navigazione, traversato il mare d'Oman, egli sarebbe giunto a
Chulan, oggi Quilon, sulla costa del Malabar.
Beniamino di Tudele era finalmente nelle Indie, nel regno
di coloro che adorano il sole, di quei figliuoli di Cush,
contemplatori degli astri. il paese che produce il pepe, la
cannella ed il ginepro. Venti giorni dopo aver lasciato Chulan,
l'ebreo viaggiatore giunse alle isole Cinrag, vale a dire a
Ceylan, dove gli abitanti sono fanatici adoratori del fuoco.
Da Ceylan, Beniamino di Tudele egli andato fino alla
China di cui parla? non si potrebbe affermarlo. Egli considera
il tragitto per mare come pericolosissimo. Un gran numero di
navi periscono, ed ecco il mezzo singolare che preconizza il
nostro viaggiatore per cavarsi dal pericolo: Convien prendere
seco, dice egli, molte pelli di bue; se il vento viene a
minacciare la nave, colui che vuole scampare si mette in una di
quelle pelli, la cucisce al di dentro per paura che l'acqua vi
penetri, poi si getta in mare; allora, qualcuna di quelle grandi
aquile chiamate grifoni, vedendolo e credendolo un animale,
scende, lo piglia e lo porta sulla terra, su qualche montagna o
vallata, per divorarsi la preda; allora l'uomo rinchiuso ammazza
prontamente l'aquila col coltello, poi, uscendo dalla sua pelle,
cammina fin che giunga a qualche luogo abitato. Molte persone
si sono salvate a questo modo.
Si trova di nuovo Beniamino di Tudele a Ceylan, poi
probabilmente all'isola Socotora, all'ingresso del golfo Persico,
poi a Sebid; traversando allora il mar Rosso, egli giunge alle
regioni dell'Abissinia, che chiama: l'India, che in terra
ferma. Di l, ridiscendendo il corso del Nilo, attraverso alla
regione d'Assuan, egli giunge al borgo d'Holvan, e, per il
Sahara, dove il vento seppellisce le carovane sotto uno strato di
sabbia, giunge a Zavila, Kus, Faium e Misraim, cio il Cairo.
Misraim, al dire del viaggiatore, una gran citt adorna di
piazze e di botteghe. Non vi piove mai, ma il Nilo, straripando
una volta ogni anno, inaffia il paese per un'estensione di
quindici giorni di cammino e gli d un'estrema fertilit.
Beniamino di Tudele, lasciando Misraim, si rec a Gizeh,
senza notare le sue piramidi, ad Ain-Schams, a Butig, a Zifita,
a Damira, e s arrest ad Alessandria, costrutta da Alessandro il
Grande. La citt, dice egli, molto mercantile, e vi si accorre
da tutte le parti del mondo. Le sue piazze e le sue vie sono
frequentatissime, e tanto lunghe che non se ne vede la fine.
Una diga si avanza per un buon miglio in mare e sopporta una
alta torre, innalzata dal conquistatore, in cima alla quale era
disposto uno specchio di vetro da cui si poteva vedere a
cinquanta giornate di distanza tutte le navi che venivano dalla
Grecia o dall'Occidente per far guerra o per nuocere altrimenti
alla citt. Questa torre di luce, stando al viaggiatore, serve
ancora oggi di segnale a tutti quelli che navigano verso
Alessandria, giacch la si scopre a cento miglia, giorno e notte,
per mezzo d'una gran fiaccola accesa, ecc. Che sarebbero, a
paragone di quella torre di luce, i nostri fari che non portano a
pi di trenta miglia, anche quando l'elettricit fornisce loro la
luce?
Damiette, Suubat, Ailah, Refidim, il borgo di Thor, al
piede del Sinai, furono visitati dal viaggiatore ebreo. Tornato a
Damiette, egli prese il mare, e venti giorni dopo sbarc a
Messina. Volendo continuare ancora il censimento de' suoi
correligionari, risal per Roma e Lucca alla Mauriana, al San
Bernardo, e cita un gran numero di citt della Germania e della
Francia, in cui gli ebrei si sono rifugiati; il che, stando al conto
fatto da Chateaubriand sull'itinerario di Beniamino di Tudele,
porterebbe il loro numero a settecentosessantottomila
centosessantacinque.
Infine, per terminare, il viaggiatore parla di Parigi ch'egli
ha visitato, senza dubbio, quella gran citt che appartiene al re
Luigi, e che situata sulle sponde della Senna. Essa contiene,
dice egli, dei discepoli di saggi che non hanno oggi i loro simili
su tutta la terra; costoro si applicano giorno e notte allo studio
della legge, sono molto ospitali con tutti gli stranieri, e
mostrano amicizia e fraternit verso tutti i loro fratelli ebrei.
Tale questo viaggio di Beniamino di Tudele. Esso forma
un monumento importante della scienza geografica nel mezzo
del secolo XII, e,

coll'uso del nome presente d'ogni citt citata
nella relazione, noi lo abbiamo reso facile a seguire sulle carte
moderne.
Al nome di Beniamino di Tudele, l'ordine cronologico fa
seguire quello di Giovanni del Plan de Carpin, che alcuni autori
chiamano semplicemente Carpini. Era un francescano, e
nacque verso il 1182 in un borgo del distretto di Perugia, in
Italia. Si sa quali progressi fecero le orde mongole sotto il
comando dell'ambizioso Gengis-Khan. Nel 1206, questo capo
abile aveva fatto di Caracorum, antica citt turca situata nella
Tartaria, al nord della China, la capitale del suo impero. Sotto il
suo successore Ogadai, la dominazione mongola si estese fino
alla China centrale, e quel sovrano barbaro, levando un'armata
di seicentomila uomini, invase l'Europa. La Russia, la Georgia,
la Polonia, la Moravia, la Silesia, l'Ungheria divennero il teatro
di lotte sanguinose a profitto d'Ogadai. Si consideravano quei
Mongoli come demoni sguinzagliati da qualche potenza
infernale, e l'Occidente fu gravemente minacciato dalla loro
invasione.
Il papa Innocenzo IV mand al Khan dei Tartari una prima
ambasciata, che ottenne solo una risposta arrogante. Nel
medesimo tempo, egli spediva nuovi ambasciatori verso i
Tartari del nord-est per arrestare l'irruzione mongola, e scelse a
capo di questa ambasciata il francescano Carpini, che era
considerato come un diplomatico intelligente ed abile.
Carpini, accompagnato da tienne di Boemia, si pose in
cammino il 6 aprile 1245. Egli si rec dapprima in Boemia. Il
re di questo paese gli diede delle lettere di raccomandazione
per alcuni parenti ch'egli aveva in Polonia e la cui influenza
doveva facilitare agli ambasciatori il loro ingresso in Russia.
Carpini ed il suo compagno giunsero senza difficolt agli Stati
del duca di Russia, dove, per consiglio di questo duca, si
procurarono delle pelliccie di castoro e d'altri animali per farne
dono ai capi tartari. Cos approvigionato, Carpini si diresse
verso il nord-est e giunse a Kiev, allora capitale della Russia ed
ora capoluogo del governo di questo nome, ma non senza aver
avuto molto a temere dai Lituani, quei nemici della croce, che
scorrazzavano allora per la regione.
Il governatore di Kiew indusse gl'inviati del papa a mutare
i loro cavalli con cavalli tartari, avvezzi a scoprir l'erba sotto la
neve; cos convenientemente montati, gl'inviati giunsero alla
citt di Danilon. Col, caddero pericolosamente infermi; ma,
appena guariti, comperarono un carro, e non ostante il freddo,
ripigliarono la loro via. Giunti a Kaniew, sul Dnieper, si
trovavano allora nel primo villaggio dell'impero mongolo. Da
questo punto, un capo abbastanza brutale che bisogn
raddolcire con molti regali, li fece condurre all'attendamento
dei Tartari.
Questi barbari, dopo d'averli dapprincipio ricevuti male, li
diressero dal duca Corrensa, che comandava un esercito
d'avanguardia di sessantamila uomini. Questo generale, innanzi
al quale dovettero inginocchiarsi, li rimand guidati da tre
Tartari al principe Bathy, che era il capo pi potente dopo
l'imperatore.
Erano stati preparati degli scambi sulla via. Il viaggio si
fece a gran giornate, notte e giorno, e sempre di trotto serrato.
Il francescano travers cos il paese dei Comani, compreso fra
il Dnieper, il Tanais, il Volga ed il J aek, risalendo spesso i
fiumi agghiacciati, e giunse finalmente alla corte del principe
Bathy, sulle frontiere del paese dei Comani.
Mentre venivamo condotti da quel principe, dice Carpini,
ci si avvert che ci bisognava passare fra due fuochi, affinch,
se, per caso, avessimo qualche cattivo disegno contro il loro
padrone e signore, o portassimo qualche veleno, il fuoco
potesse distruggere tutto ci; al che noi acconsentimmo per
togliere ogni sospetto.
Il principe pompeggiava in mezzo alla sua corte ed a' suoi
ufficiali, in una magnifica tenda di fina tela di lino. Egli aveva
riputazione d'un principe affabile co' suoi, ma crudelissimo
nelle guerre. Carpini ed tienne si collocarono alla sua
mancina.
Era il giorno del Venerd santo. Le lettere papali, tradotte
in lingua schiavona, arabica e tartara, furono presentate al
principe. Costui le lesse attentamente e rimand gli inviati del
papa alla loro tenda, dove fu loro servito per unico pasto una
piccola scodella di miglio.
Il domani, Bathy fece chiamare i due ambasciatori ed
ordin loro di recarsi dall'imperatore. Essi partirono il giorno di
Pasqua con due guide. Ma, nutrendosi soltanto di miglio,
d'acqua e di sale, i disgraziati viaggiatori non erano molto
robusti. Tuttavia, erano costretti ad andar prestissimo, e
cambiavano cavalli cinque o sei volte al giorno. Quel paese di
Comania che attraversavano era quasi deserto, i suoi abitanti
essendo stati per la massima parte sterminati dai Tartari. I
viaggiatori entrarono nel paese dei Kangiti, all'est della
Comania, dove l'acqua manca in molti luoghi. In quelle
provincie, le rare trib si occupavano solo dell'allevamento dei
bestiami, e subivano la dura servit dei Mongoli.
Abbisogn a Carpini tutto il tempo compreso tra l'ottava di
Pasqua e l'Ascensione per valicare quel paese dei Kangiti, ed
egli penetr allora nella regione dei Bisermini, vale a dire dei
Musulmani, che corrisponde al Turkestan moderno. Da ogni
lato non erano che citt, villaggi e castelli in rovina. Dopo
d'aver camminato attraverso quella regione montagnosa
dall'Ascensione fino all'ottava di San Giovanni, vale a dire fino
al 1 luglio, gl'inviati del papa entrarono nel Kara-Kitay. Il
governatore di questa provincia li accolse bene, e per far loro
onore, fece danzare innanzi ad essi i suoi due figli coi
principali personaggi della sua corte.
Lasciando il Kara-Kitay, i viaggiatori cavalcarono per
molti giorni sulle sponde d'un lago, situato al nord della citt di
Yeman, che deve essere, stando al signor di Itmusat, il lago
Kesil-Basch. Col abitava Ord, il pi anziano capo dei Tartari.
Carpini ed tienne si riposarono un giorno intero in quel
luogo, dove non manc loro l'ospitalit, poi ripartirono
attraverso il paese montagnoso e freddo dei Naimani, popoli
nomadi che vivevano sotto la tenda, e, dopo alcuni giorni di
cammino, valicarono il paese dei Mongoli, spendendovi tre
settimane di tempo, non ostante la rapidit del viaggio.
Finalmente, il giorno della Maddalena, vale a dire il 22 luglio,
giungevano al luogo in cui si trovava l'imperatore, o meglio
colui che l'elezione stava per far imperatore, giacch egli non
era ancora eletto.
Quel futuro sovrano si chiamava Cuyn. Egli fece trattare
generosamente gl'inviati del papa, ma non pot riceverli, non
essendo imperatore e non immischiandosi punto negli affari.
Tuttavia, una lettera del principe Bathy gli aveva fatto
conoscere le ragioni che avevano determinato il papa
Innocenzo IV a mandargli degli ambasciatori.
Dopo la morte d'Ogadai, la reggenza dell'impero mongolo
era stata affidata all'imperatrice sua vedova, madre del principe
Cuyn. Fu questa principessa che ricevette il francescano ed il
suo compagno in udienza solenne, in una tenda di porpora
bianca, che poteva contenere duemila persone.
Essendo dunque l, dice Carpini, noi vedemmo una
grande assemblea di duchi e di principi, che erano venuti da
tutte le parti colle loro genti, e ciascuno era a cavallo nei
dintorni, per le campagne e le colline. Il primo giorno essi si
vestirono tutti di porpora bianca, il secondo di porpora rossa, e
fu allora che Cuyn venne in quella tenda; il terzo giorno, si
vestirono di porpora violetta, ed il quarto di finissimo scarlatto
o cremisino. In questa palizzata, vicino alla tenda, vi erano due
gran porte, per una delle quali non doveva entrare che
l'imperatore; non vi erano guardie, sebbene fosse aperta, tanto
pi che nessuno, entrando od uscendo, osava passar di l; ma si
entrava dall'altra, dove vi erano guardie munite di spada, arco e
freccie. Dimodoch, se qualcheduno si avvicinava alla tenda
oltre i confini che erano stati posti, se si poteva pigliarlo,
veniva picchiato, altrimenti gli venivano tirate delle frecciate.
Vi erano l molti signori, che sulle bardature dei cavalli
portavano, a nostro giudizio, pi di venti marchi d'argento.
Tuttavia, un mese intero pass prima che Cuyn fosse
proclamato imperatore, e gli inviati del papa dovettero
aspettare la sua elezione per poter essere ricevuti da lui.
Carpini, mettendo a profitto le ore d'ozio, studi i costumi di
quelle orde cos singolari. Si trovano nella sua relazione dei
particolari interessantissimi in proposito.
Il paese gli parve generalmente montagnoso, ma quasi da
per tutto sabbioso, con un po' di terra grassa. Il legno manca
quasi assolutamente; perci, imperatori e principi non si
riscaldano che bruciando il fimo degli animali. Sebbene il
paese sia sterile, i greggi vi si allevano facilmente. Il clima
variabile; d'estate gli uragani sono frequenti ed il fulmine fa
molte vittime. Il vento cos impetuoso, che rovescia spesso i
cavalieri. D'inverno non piove, ma soltanto in estate, ed anche
allora appena il tanto da umettare la polvere. Le grandinate
sono terribili, e durante il soggiorno di Carpini, questo
fenomeno si produsse con una tale intensit, che centoquaranta
persone furono sommerse, quando la grandine si sciolse in
acqua. In somma, paese esteso, ma povero e miserabilissimo.
Carpini fa pure dei Tartari un ritratto esattissimo, che
dinota in lui delle singolari qualit d'osservatore. Essi hanno,
dice egli, una gran larghezza tra gli occhi e le guancie, le quali
si spingono molto all'infuori; il loro naso schiacciato e
piccino; i loro occhi sono pure piccini, e le palpebre si elevano
fino alle sopracciglia: sono gracilissimi e sottili di cintura, per
lo pi di statura mediocre, con poca barba; alcuni tuttavia
hanno pochi peli al labbro superiore ed al mento, peli che
lasciano crescere senza tagliarli mai. Sul sommo del capo,
hanno delle corone come i nostri sacerdoti, e da un'orecchia
all'altra si radono tutti per una larghezza di tre dita; quanto ai
capelli che sono fra la corona e la parte rasa, li lasciano
crescere fino sulle sopracciglia, e, da una parte e dall'altra del
fronte, hanno i capelli semi-mozzati. Del resto, se li lasciano
crescere lunghi come le donne, e ne fanno due cordoni che
legano ed annodano dietro l'orecchia. Essi hanno i piedi
abbastanza piccini.
Gli uomini e le donne, difficilissimi a distinguere gli uni
dalle altre, giacch il loro abbigliamento non differisce, sono
vestiti di tuniche foderate di pelliccie, fesse dall'alto al basso, e
portano lunghi berretti di bulgaro o di porpora, che vanno
allargandosi alla cima. Essi abitano delle case in forma di
tende, fatte di verghe e di bastoni, che possono smontarsi ed
essere facilmente caricate sopra animali da soma. Altre, pi
grandi, si trasportano tutte intere su carri, e seguono i loro
proprietari attraverso il paese.
I Tartari credono ad un Dio creatore di tutte le cose,
visibili ed invisibili, che ricompensa o punisce secondo i
meriti. Ma adorano pure il sole, la luna, il fuoco, la terra,
l'acqua, e si prosternano innanzi agli idoli fatti a somiglianza
dell'uomo. Sono poco tolleranti, ed hanno martirizzato Michele
di Turnigow e Feodor, che la Chiesa greca ha messi nella
schiera dei santi, e che rifiutarono al principe Bathy
d'inchinarsi verso il mezzod, come fanno tutti i Tartari. Quelle
popolazioni sono superstiziose; esse credono agli incantesimi
ed alle stregonerie, ed ammettono che il fuoco purifica tutto.
Quando uno dei loro signori morto, lo seppelliscono con una
tavola, un bacino pieno di carne, una tazza di latte di giumenta,
una giumenta ed il suo puledro, un cavallo sellato ed
imbrigliato.
I Tartari sono obbedientissimi ai loro capi; evitano la
menzogna, fuggono le discussioni, commettono pochi omicidi
e pochi furti, e perci gli oggetti preziosi non vengono mai
rinchiusi. Quella gente sopporta senza lamentarsi il digiuno e la
fatica, il caldo ed il freddo, giocando, cantando e danzando ad
ogni occasione; ma vanno soggetti all'ubbriachezza; il loro
principale difetto d'essere orgogliosi e sprezzanti cogli
stranieri, e di non avere alcun rispetto per la vita umana.
Per finire di dipingerli, Carpini aggiunge che quei barbari
mangiano ogni specie di carne, cani, lupi, volpi, cavalli ed
all'occasione anche carne umana. La loro bevanda consiste in
latte di giumenta, di pecora, di capra, di vacca e di cammello.
Essi non conoscono n il vino, n la cervogia, n l'idromele, ma
solamente dei liquori spiritosi. D'altra parte, sono molto sudici,
non sprezzando n i topi n i sorci in mancanza d'altri
commestibili, non lavando mai le loro ciotole, o lavandole col
brodo medesimo, non nettando mai le loro vestimenta e non
permettendo mai che altri lo faccia, segnatamente quando
tuona. Gli uomini non si assoggettano ad alcun lavoro; andare
a caccia, tirar d'arco, custodire i greggi, montare a cavallo, ecco
tutte le loro occupazioni. Le ragazze e le donne non disdegnano
questi esercizi; esse sono abilissime e molto audaci. In oltre
esse fabbricano le pelliccie e le vesti, conducono i carri ed i
cammelli, ed attendono tanto pi a questi diversi lavori in
quanto che sono numerose nelle famiglie, e quei barbari
poligami comperano, e le pagano carissimo, tante donne quante
ne possono nutrire.
Tale il compendio delle osservazioni fatte da Carpini
durante il mese ch'egli pass a Syra-Orda, aspettando l'elezione
dell'imperatore. Poco stante certi sintomi indicarono che
quell'elezione era prossima. In fatti, si cantava innanzi a Cuyn
quando egli usciva dalla sua tenda, gli si faceva la riverenza
con belle bacchette che avevano all'estremit un ciuffo di lana
scarlatta. A quattro leghe da Syra-Orda, in una pianura, sulla
sponda d'un rigagnolo, era stata preparata una tenda destinata
all'incoronazione, tutta tappezzata di scarlatto al di dentro, ed
appoggiata sopra colonne intarsiate di lame d'oro. Finalmente,
alla festa di San Bartolomeo, si riun una grande assemblea, e
ciascuno, pregando di continuo, rimase colla faccia rivolta
verso mezzod, prosternazione idolatra alla quale il francescano
ed il suo compagno rifiutarono di pigliar parte. Poi, Cuyn fu
posto sopra il seggio imperiale, ed i duchi ed il popolo
piegarono le ginocchia innanzi a lui. Egli era consacrato.
Subito Carpini ed tienne furono mandati innanzi al nuovo
imperatore. Prima furono frugati, poi entrarono nella tenda
imperiale insieme con altri ambasciatori, portatori di ricchi
doni. Quanto ad essi, poveri inviati del papa, non avevano pi
nulla ad offrire. Il loro ricevimento se ne risenti? non lo
sappiamo, ma pass un pezzo prima che Carpini ed tienne
potessero intrattenere Sua Maest tartara dei negozi che li
avevano condotti da lui. Passavano i giorni, gli inviati erano
molto maltrattati e morivano propriamente di fame e di sete,
quando, verso San Martino, l'intendente ed i segretari
dell'imperatore li chiamarono innanzi ad essi, e consegnarono
loro pel papa delle lettere che finivano con queste superbe
parole che sono come a dire la formola finale dei sovrani
asiatici: Noi adoriamo Dio, e, col suo aiuto, distruggeremo la
terra intera, dall'Oriente fino all'Occidente.
Verso Santa Brigida, gli ambasciatori partirono e per tutto
l'inverno camminarono attraverso i deserti agghiacciati.
All'Ascensione, essi giungevano alla corte del principe Bathy,
che diede loro dei passaporti, e non tornarono a Kiew se non
quindici giorni prima di San Giovanni dell'anno 1247. Il 9
ottobre, il papa nomin Carpini arcivescovo d'Antivari in
Dalmazia, e quel viaggiatore celebre mor a Roma verso il
1254.
La missione di Carpini non produsse in sostanza alcun
risultato, ed i Tartari rimasero quello che erano, orde feroci e
selvaggie. Tuttavia, sei anni dopo il ritorno del francescano, un
altro monaco minore, chiamato Guglielmo di Rubruquis, Belga
d'origine, fa mandato a quei barbari, che abitavano il territorio
posto fra il Don ed il Volga. Ecco qual era l'oggetto della sua
missione.
A quel tempo, San Luigi faceva la guerra ai Saraceni di
Siria, e mentre egli tormentava gl'infedeli, un principe
mongolo, Erkaltay, li attaccava dalla parte della Persia, facendo
un'utile diversione in favore del re di Francia. Si diceva che
quel principe si fosse convertito al cristianesimo; San Luigi,
desiderando d'accertare il fatto, incaric il monaco Rubruquis
d'osservare Erkaltay nel suo paese medesimo.
Nel mese di giugno 1253, Rubruquis ed i suoi compagni
s'imbarcarono per Costantinopoli, e di l giunsero alla foce del
Don, sul mar d'Azof, dove si trovava un gran numero di Goti,
discendenti delle trib germaniche. Giunti presso i Tartari,
gl'inviati del re di Francia furono dapprima maltrattati, ma
quando ebbero presentato le lettere, il governatore Zagathal,
parente del khan, forn loro dei carri, dei cavalli e dei buoi pel
viaggio.
Essi partirono dunque, ed il domani incontrarono dapprima
un villaggio ambulante; erano carri carichi di case appartenenti
al governatore. Per dieci giorni, i viaggiatori rimasero in quella
trib, che non si segnal per la generosit, e se non fossero
state le provviste di biscotto, Rubruquis ed i suoi compagni
sarebbero senza dubbio morti di fame. Giunti all'estremit del
mar d'Azof, si diressero verso l'est costeggiando un deserto
arido, senza un albero, senza un sasso. Era il paese dei Comani,
gi traversato pi al nord da Carpini. Rubruquis, lasciando al
sud le montagne abitate dalle popolazioni circasse, giunse,
dopo un viaggio faticoso che dur due mesi, al campo del
principe Sartach, posto sulle sponde del Volga.
Col era la corte del principe, figlio di Baatu-Khan. Egli
aveva sei mogli; ciascuna d'esse possedeva un palazzo, delle
case e dugento carri, alcuni dei quali, larghi venti piedi, erano
trascinati da una muta di ventidue buoi disposti su due file di
undici ciascuna.
Sartach ricevette gli inviati del re di Francia con molta
affabilit, e vedendoli poveri, forn loro tutto ci di cui avevano
bisogno; ma Rubruquis ed i suoi compagni dovettero
presentarsi al principe vestiti dei loro abiti sacerdotali, poi,
posando sopra un cuscino una magnifica Bibbia data dal re di
Francia, un salterio, dono della regina, un messale, un
crocifisso ed un turibolo, entrarono nelle stanze del principe,
guardandosi bene dal toccare la soglia della porta, il che
sarebbe stato un imperdonabile atto di profanazione. Giunti in
presenza di Sartach, quei pii ambasciatori intonarono la Salve
Regina. Il principe ed una delle principesse che lo assisteva in
quella cerimonia esaminarono attentamente gli ornamenti dei
religiosi e permisero loro di ritirarsi. Quanto a sapere se
Sartach era cristiano, Rubruquis non pot accertar nulla.
Ma, la missione degli inviati del re San Luigi non era
terminata; perci, il principe li indusse a recarsi alla corte di
suo padre. Rubruquis obbed, e attraversando le trib
maomettane che si spartivano la regione tra il Don ed il Volga,
giunse al campo del re, situato sulla sponda del fiume.
Col furono ripetute le stesse cerimonie fatte alla corte del
principe Sartach. I religiosi dovettero vestire gli ornamenti
ecclesiastici, e si presentarono cos innanzi al Khan, che
occupava un seggio dorato, largo quanto un letto. Ma Baat
non credette di dover trattare egli medesimo cogli ambasciatori
del re di Francia, e li mand a Caracorum, alla corte di Mangu-
Khan.
Rubruquis valic il paese dei Baskhir, visit Kenchat,
Talach, pass l'Axiarte, e giunse ad Equius, citt di cui i
commentatori non hanno saputo riconoscere la posizione; poi,
per la terra d'Organum, dove si vede il lago di Balkash, e per il
territorio degli Uigurs, giunse a Caracorum, la capitale innanzi
alla quale Carpini si era arrestato senza entrarvi.
Questa citt, stando a Rubruquis, era cinta da muraglie di
terra forate da quattro porte. Due moschee ed una chiesa
cristiana ne formavano i principali monumenti. Il monaco
raccolse in questa citt alcune notizie sulle popolazioni
circostanti, segnatamente sui Tangurs, i cui buoi, di razza
notevole, non sono altro che quegli yack rinomati nel Thibet, e
parla di quei Thibetani, la cui pi strana costumanza di
mangiare i cadaveri dei genitori per dar loro una sepoltura
onorata.
Tuttavia, il gran khan non era allora nella sua capitale di
Caracorum. Rubruquis ed i suoi compagni dovettero andare
alla sua residenza, posta al di l delle montagne che sorgono
nella parte settentrionale della regione. Il domani del loro
arrivo, essi si recarono alla corte, scalzi, secondo la regola
francescana, il che fece loro gelare i piedi. Introdotti innanzi a
Mangu-Khan, essi videro un uomo dal naso camuso e di
mezzana statura, coricato sopra un letto di riposo e vestito
d'una splendida pelliccia, chiazzata come la pelle d'un vitello
marino. Questo re era circondato di falchi ed altri uccelli.
Molte specie di liquori, un punch d'arrack, del latte di giumenta
fermentato, del ball, specie d'idromele, furono offerti agli
inviati del re di Francia. Costoro si astennero dal berne, ma il
khan, meno sobrio, non tard a perdere la ragione sotto
l'influenza di quelle bevande spiritose, e l'udienza fu tolta senza
che la missione degli ambasciatori fosse stata compiuta.
Rubruquis pass molti giorni alla corte di Mangu-Khan.
Egli vi trov un gran numero di prigionieri tedeschi e francesi,
segnatamente impiegati alla fabbricazione delle armi ed al
traffico delle miniere di Bocol. Quei prigionieri, trattati bene
dai Tartari, non si lamentavano punto della loro condizione.
Dopo aver avuto molte udienze dal gran khan, Rubruquis
ottenne il permesso di partire, e torn a Caracorum.
Presso questa citt sorgeva un magnifico palazzo
appartenente al khan; esso assomigliava ad un'ampia chiesa con
navata.
l che il sovrano siede sopra un'impalcatura elevata
all'estremit settentrionale; gli uomini seggono alla sua dritta,
le donne alla sua mancina. pure in quel palazzo che, due
volte all'anno, si celebrano splendide feste, quando tutti i
signori del paese sono riuniti intorno al loro sovrano.
Mentre soggiornava a Caracorum, Rubruquis raccolse dei
documenti interessanti sui Chinesi, i loro costumi, la loro
scrittura, ecc. Poi, lasciando la capitale dei Mongoli, egli
ripigli la via che aveva gi percorso; ma, giunto ad Astrakan,
alla foce del gran fiume, scese al sud, entr in Siria, e, sotto la
custodia d'una scorta di Tartari, resa necessaria dalla presenza
di trib ladre, giunse a Derbend, alle Porte di Ferro. Da questo
punto, per Nakshivan, Erzerum, Siwas, Cesarea, Iconium,
giunse al porto di Curch, e vi si imbarc per tornare in patria.
Il suo viaggio, come si vede, si avvicina molto a quello di
Carpini, ma la relazione ne meno interessante, ed il monaco
Belga non pare essere stato dotato dello spirito d'osservazione
che segnala il francescano italiano.
Con Carpini e Rubruquis finisce l'elenco degli esploratori,
che si resero celebri nel secolo XIII; ma la loro rinomanza
doveva essere sorpassata, e di molto, da quella del Veneziano
Marco Polo, il pi illustre viaggiatore di tutta quest'epoca.
CAPITOLO IV.
MARCO POLO (1253-1324).
I.

Interesse dei mercanti genovesi e veneziani a provocare delle esplorazioni
nel centro dell'Asia La famiglia Polo e la sua condizione a Venezia
Nicol e Matteo Polo, i due fratelli Essi vanno da Costantinopoli alla
corte dell'imperator della China Loro ricevimento alla corte di Kublai-
Khan L'imperatore li nomina suoi ambasciatori presso il papa Loro
ritorno a Venezia Marco Polo Egli parte con suo padre Nicol e suo
zio Matteo per la residenza del re tartaro Il nuovo papa Gregorio X La
relazione di Marco Polo scritta in francese sotto la sua dettatura da
Rusticano di Pisa.

I mercanti genovesi e veneziani non potevano rimanere
indifferenti alle esplorazioni che gli arditi viaggiatori tentavano
nell'Asia centrale, l'India e la China. Essi comprendevano che
quelle regioni dovevano presto offrire nuovi sbocchi a' loro
prodotti, e che, d'altra parte, i benefici sarebbero immensi,
portando in Occidente le mercanzie di fabbrica orientale. Gli
interessi del commercio dovevano dunque spingere alcuni
nuovi cercatori nella via delle scoperte. Tali furono le ragioni
che indussero due nobili Veneziani a lasciare la patria, a sfidare
tutte le fatiche ed i rischi di quei viaggi pericolosi allo scopo di
allargare le loro relazioni commerciali.
Questi due Veneziani appartenevano alla famiglia Polo,
originaria della Dalmazia, che le sue ricchezze, dovute ai
negozi, avevano messa nella schiera delle famiglie patrizie di
Venezia. Nel 1260, i fratelli Nicol e Matteo, che si trovavano
da molti anni a Costantinopoli, dove avevano fondato una
succursale, si recarono con una gran provvista di gioielli al
fondaco di Crimea diretto dal loro fratello maggiore, Andrea
Polo. Da questo punto, risalendo verso il nord-est, e
traversando il paese di Comania, essi giunsero, sul Volga, al
campo di Barkai-Khan. Questo principe mongolo ricevette
benissimo i due mercanti di Venezia, dai quali comper tutti i
gioielli che gli offrivano al doppio del loro valore.
Nicol e Matteo rimasero un anno nel campo mongolo; ma
verso quel tempo, nel 1262, una guerra scoppi tra i Barbari ed
il principe Hulagu, conquistatore della Persia. I due fratelli, non
volendo avventurarsi in mezzo a regioni battute dai Tartari,
preferirono recarsi a Bukhara, che era la principale residenza di
Barkai, e vi soggiornarono tre anni. Ma vinto Barkai e presa la
sua capitale, i partigiani d'Hulagu sollecitarono i due Veneziani
a seguirli alla residenza del gran khan di Tartaria, che del resto
doveva far loro ottima accoglienza. Questo Kublai-Khan,
quarto figlio di Gengis-Khan, era imperatore della China, ed
occupava allora la sua residenza d'estate in Mongolia, sulla
frontiera dell'impero chinese.
I mercanti veneziani partirono e spesero tutto un anno a
traversare quell'immensa estensione di paese che separa
Bukhara dai confini settentrionali della China. Kublai-Khan fu
felicissimo di ricevere quegli stranieri venuti dai paesi
occidentali. Egli fece loro gran festa e l'interrog con premura
sugli avvenimenti che accadevano allora in Europa,
domandando gran numero di particolari circa gl'imperatori ed i
re, le loro amministrazioni, i loro metodi di guerra; poi li
trattenne un pezzo del papa e delle faccende della Chiesa
latina.
Matteo e Nicol, che parlavano correntemente il tartaro,
risposero schiettamente a tutte le domande dell'imperatore.
Costui allora ebbe il pensiero di mandar dei messaggieri al
papa, e preg i due fratelli d'essere i suoi ambasciatori presso
Sua Santit. I mercanti accettarono con riconoscenza, poich in
grazia di questo nuovo carattere, il loro ritorno doveva
compiersi in condizioni vantaggiose. L'imperatore fece
preparare delle carte in lingua turca, chiedendo al papa di
mandargli cento uomini saggi per convertire gli idolatri al
cristianesimo; poi, egli aggiunse ai due Veneziani uno de' suoi
baroni chiamato Cogatal, e li incaric di riportargli dell'olio
della lampada sacra che arde di continuo sulla tomba di Cristo
a Gerusalemme.
I due fratelli, muniti di passaporti che mettevano a loro
disposizione uomini e cavalli in tutta l'estensione dell'impero,
si accommiatarono dal khan, e si misero in viaggio nel 1266.
Ma a breve andare il barone Cogatal si ammal. I Veneziani,
costretti a separarsi da lui, proseguirono la loro via, e,
malgrado gli aiuti che ricevettero, non impiegarono meno di tre
anni per giungere a Laias, porto dell'Armenia, conosciuto ora
sotto il nome d'Issus, e che situato in fondo al golfo Issico.
Lasciando allora Laias, si recarono ad Acri nel 1269. Col
appresero la morte del papa Clemente IV dal quale erano
mandati. Ma il legato Tebaldo risiedeva in quella citt; egli
ricev i Veneziani, ed apprendendo qual fosse la missione di
cui il gran khan li aveva incaricati, gli indusse ad aspettar
l'elezione del nuovo papa.
Matteo e Nicol, assenti dalla loro patria da quindici anni,
risolvettero di tornare a Venezia. Essi si recarono a Negroponte
e s'imbarcarono sopra una nave, che li condusse direttamente
alla loro citt natale.
Sbarcando, Nicol Polo apprese la morte della moglie e la
nascita d'un figlio che gli era nato alcuni mesi dopo la sua
partenza, nel 1254. Questo figlio si chiamava Marco Polo. Per
due anni, i due fratelli, a cui stava a cuore di compiere la loro
missione, aspettarono a Venezia l'elezione del nuovo papa, ma
siccome questa elezione non si faceva, credettero di non dover
differir oltre il ritorno presso l'imperatore mongolo. Partirono
dunque per Acri, conducendo seco stavolta il giovane Marco,
che non doveva avere pi di diciassette anni. Ad Acri,
ritrovarono il delegato Tebaldo, che li autorizz ad andare a
prendere a Gerusalemme l'olio della lampada del Santo
Sepolcro. Compita questa missione, i Veneziani tornarono ad
Acri, ed in mancanza d'un papa, chiesero al legato delle lettere
per Kublai-Khan, nelle quali doveva esser fatto menzione della
morte di Clemente IV. Tebaldo diede loro queste lettere, ed i
due fratelli tornarono a Laias. Col, con loro gran gioia,
appresero che il delegato Tebaldo era stato consacrato papa
sotto il nome di Gregorio X, il 1 settembre 1271. Il nuovo
eletto li chiam immediatamente, ed il re d'Armenia pose a loro
disposizione una galera, che li conducesse pi rapidamente ad
Acri. Il papa li ricevette con premura, consegn loro delle
lettere per l'imperatore della China, aggiunse loro due fratelli
predicatori, Nicola da Vicenza e Guglielmo da Tripoli, e gli
accommiat benedicendoli.
Gli ambasciatori tornarono a Laias. Ma appena giunti in
questa citt, arrischiarono d'esser fatti prigionieri dalle bande
del sultano mammalucco Bibars, che saccheggiava allora
l'Armenia. I due fratelli predicatori, poco soddisfatti di questo
esordio, rinunziarono a recarsi in China, e lasciarono ai due
Veneziani ed a Marco Polo la cura di consegnare all'imperatore
mongolo le lettere del papa.
Qui incomincia il viaggio propriamente detto di Marco
Polo. Ha egli visitato veramente tutti i paesi, tutte le citt che
descrive? No, senza dubbio, e nella narrazione scritta in
francese sotto sua dettatura da Rusticano da Pisa, detto
espressamente che Marco Polo, savio e nobile cittadino di
Venezia, vide tutto ci co' suoi propri occhi, e che quello che
non vide, lo intese dalla bocca d'uomini degni di fede. Ma
aggiungiamo che la massima parte delle citt e dei regni visitati
da Marco Polo sono stati da lui veramente percorsi. Noi
seguiremo dunque l'itinerario quale esiste nel suo racconto,
indicando solamente ci che il celebre viaggiatore apprese per
udita, durante le missioni importanti di cui lo incaric
l'imperatore Kublai-Khan. In questo secondo viaggio, i due
Veneziani non seguirono esattamente la via che avevano preso
quando si recarono per la prima volta dall'imperatore della
China. Essi erano passati dal nord dei monti Celesti, che sono i
monti Thian-chan-pe-lu, il che allung la loro strada. Stavolta,
girarono al sud dei medesimi monti, e pure, bench questa via
fosse pi breve dell'altra, non impiegarono meno di tre anni e
mezzo a percorrerla, a causa delle pioggie e degli straripamenti
dei gran fiumi. Questo itinerario sar facile seguirlo sopra una
carta d'Asia, giacch ai vecchi nomi di Marco Polo, noi
abbiamo da per tutto sostituito i nomi esatti della cartografia
moderna.
II.

La Piccola Armenia La Grande Armenia Il Monte Ararat La
Georgia Mossul, Bagdad, Bassorah, Tauris La Persia La provincia
di Kirman Comadi Ormuz Il Vecchio della montagna
Cheburgan Balac Il Balacian Cachemire Kaschgar
Samarkanda Cotan Il deserto Tangut Caracorum Signan-fu
Tenduc La gran muraglia Ciandu, l'odierna citt di Chang-tu La
residenza di Kublai-Khan Cambaluc, ora Pechino Le feste
dell'imperatore Le sue caccie Descrizione di Pechino La zecca ed i
biglietti di banca chinesi Le poste dell'impero.

Lasciando la citt d'Issus, Marco Polo parla della Piccola
Armenia, come d'una terra insalubre, i cui abitanti, un tempo
valorosi, ora vili e meschini, non hanno altra abilit fuor quella
di ber bene. Quanto, al porto d'Issus, il deposito delle
preziose mercanzie dell'Asia ed il convegno dei mercanti di
tutto il paese. Dalla Piccola Armenia, Marco Polo passa nella
Turcomania, le cui trib, semplici ed un po' selvaggie, sfruttano
pascoli eccellenti, ed allevano cavalli e muli rinomati; quanto
agli operai delle citt, essi sono i primi nella fabbricazione dei
tappeti e dei drappi di seta. La Grande Armenia che Marco
Polo visit di poi, offre durante l'estate un attendamento
favorevole alle armate tartare. Col, il viaggiatore vede il
monte Ararat, dove si arrest l'arca di No dopo il diluvio, e
segnala sulle terre confinanti col mar Caspio delle copiose
sorgenti di nafta, che sono oggetto d'un traffico importante.
Marco Polo, lasciando allora la Grande Armenia, si diresse
pel nord-est verso la Georgia, regno che si estende sul pendio
meridionale del Caucaso, ed i cui antichi re avevano nascendo,
dice la tradizione, un'aquila disegnata sulla spalla dritta. I
Georgiani, stando a lui, sono buoni arcieri ed uomini di guerra.
Gli operai del paese fabbricano ammirabili stoffe di seta e
d'oro. Col si vede quella celebre gola lunga quattro leghe,
posta tra il piede del Caucaso e del mar Caspio, che i Turchi
chiamano la Porta di Ferro, e gli Europei il Passo di Derbent, e
quel lago miracoloso nel quale, a quanto si dice, non si trovano
pesci che durante la quaresima.
Da questo punto, i viaggiatori scesero verso il regno di
Mossoul e giunsero alla citt di questo nome situata sulla riva
dritta del Tigri, poi a Bagdad, dove abita il califfo di tutti i
Saraceni del mondo. Marco Polo narra qui la presa di Bagdad
fatta dai Tartari nel 1255, e cita una storia meravigliosa in
appoggio alla massima cristiana della fede che solleva le
montagne; poi indica ai mercanti la via che va da questa citt al
golfo Persico, e che si compie in diciotto giorni per il fiume,
traversando Bassorah per il paese dei datteri.
Da questo punto a Tauris, citt persiana della provincia di
Adzerbaidjan, l'itinerario di Marco Polo sembra rotto. Checch
ne sia, lo si ritrova a Tauris, gran citt commerciale costrutta in
mezzo a bei giardini, e che fa il traffico delle pietre preziose e
d'altre mercanzie di gran valore, ma i cui abitanti saraceni sono
malvagi e sleali. Col, egli stabilisce la divisione geografica
della Persia in otto Provincie. Gli indigeni della Persia,
secondo lui, sono fatali ai mercanti, che non possono viaggiare
senza essere armati d'archi e di freccie. Il principale commercio
del paese quello dei cavalli e degli asini, che si mandano a
Kis o ad Ormuz, e di l alle Indie. Quanto ai prodotti della
terra, consistono in frumento, orzo, miglio ed uva, che vi
crescono in abbondanza.
Marco Polo scese al sud fino a Yezd, la citt pi orientale
della Persia propriamente detta, buona citt, nobile ed
industriosa. Lasciandola, i viaggiatori dovettero cavalcare per
sette giorni attraverso magnifiche foreste ricche di selvaggiume
per giungere alla provincia di Kirman. Qui, i minatori sfruttano
con profitto nelle montagne le miniere di turchese, di ferro e
d'antimonio; i ricami ad ago, la fabbrica delle bardature e delle
armi, l'allevamento dei falchi da caccia occupano gran numero
d'abitanti. Lasciando la citt di Kirman, Marco Polo ed i suoi
due compagni impiegarono nove giorni a traversare un paese
ricco e popoloso, e giunsero alla citt di Comadi, che si
suppone essere la moderna Memaun, che a quel tempo era gi
molto decaduta. La campagna era magnifica; da tutte le parti,
bei montoni, grossi e grassi, buoi bianchi come la neve, a corna
corte e forti, ed a migliaia le galline regine ed altro
selvaggiume; poi, alberi magnifici, segnatamente datteri, aranci
e pistacchi.
Dopo cinque giorni di viaggio verso il mezzod, i tre
viaggiatori entrarono nella bella pianura di Cormos, il cui nome
moderno Ormuz; molti bei fiumi la inaffiano. Dopo due altri
giorni di cammino, Marco Polo si trov sulle sponde del golfo
Persico, ed alla citt d'Ormuz che forma il porto marittimo del
regno di Kirman. Questo paese gli parve caldissimo e molto
malsano, ma ricco di datteri e d'alberi da spezie; prodotti del
suolo, pietre preziose, stoffe di seta e d'oro, denti d'elefanti,
vino di datteri ed altre mercanzie erano depositate in quella
citt, e l venivano molte navi ad un albero, cucite di filo di
corteccia, molte delle quali perivano traversando il mare delle
Indie.
Da Ormuz, Marco Polo, risalendo verso il nord-est, torn a
Kirman; poi si avventur per vie pericolose, attraverso un arido
deserto, dove non si trova che dell'acqua salmastra, deserto
che, mille e cinquecento anni prima, Alessandro valic colla
sua armata, tornando dalle bocche dell'Indo a raggiungere
l'ammiraglio Nearca, e, sette giorni dopo, entr nella citt di
Khabis, nella frazione del regno di Kirman. Lasciando questa
citt, risali in otto giorni attraverso ampie solitudini fino a
Tonocain, che deve essere la capitale odierna della provincia di
Kumis, ossia Damaghan. Qui, Marco Polo, d alcuni particolari
sul Vecchio della montagna, il capo degli Assassini, setta
maomettana che si segnala pel fanatismo religioso e le crudelt
spaventevoli. Egli entr allora, dopo sei giorni di cammino,
nella citt corassana di Cheburgan, la citt per eccellenza, dove
i cocomeri sono pi dolci del miele, e nella nobile citt di
Balac, posta verso le sorgenti dell'Oxus. Poi, attraverso un
paese in cui i leoni non sono rari, egli giunse a Taikan, ampio
mercato di sale che attira gran numero di trafficanti, ed a
Scasem; il Kashem di Marsden, il Kisihn o Krisin di Hiouen
Tsang, che sir H. Rawlinson ha identificato colla collina di
Kharesm del Zend Avesta, che alcuni commentatori credono
sia la moderna Cunduz. In questa regione, s'incontravano molti
porci-spini, e quando si dava loro la caccia, dice Marco Polo,
quegli animali, riunendosi tutti insieme, lanciavano contro i
cani le spine che hanno sul dorso e sui fianchi. Si sa ora quanto
vi sia di vero in questa pretesa facolt difensiva del porco-
spino.
I viaggiatori entrarono allora nel territorio montagnoso di
Balacian, i cui re pretendono discendere da Alessandro il
Grande, regione fredda, che produce buoni cavalli, gran
corridori, falchi dal gran volo ed ogni specie di selvaggiume.
Col sono miniere di rubini che il re sfrutta a suo profitto, in
una montagna chiamata Sighinan, e sulla quale nessuno pu
mettere il piede sotto pena di morte. Si raccoglie pure in altri
luoghi del minerale d'argento, e molte pietre colle quali si fa
l'azzurro pi fino del mondo vale a dire il lapislazzuli. Marco
Polo dovette risiedere un pezzo in quella regione per aver
un'idea cos precisa dei luoghi. A dieci giornate da Balacian,
s'incontra una provincia che deve essere la Paishore moderna, i
cui abitanti idolatri hanno la tinta molto scura, poi, a sette
giorni di cammino verso il mezzod, il regno di Cachemir,
paese temperato, le cui citt ed i cui villaggi sono numerosi, e
che il suo terreno, tagliato da gran gole, rende facile a
difendere. Giunto a questo punto, se Marco Polo si fosse spinto
pi oltre in quella direzione, sarebbe entrato nel territorio
dell'India; ma egli risali verso il nord, e, dopo dodici giorni, si
trov sul territorio di Vaccan, inaffiato dall'alto corso
dell'Oxus, ed in mezzo ai pascoli magnifici dove pascolano
quegli immensi greggi di montoni selvatici che si chiamano
mufloni. Di l, per ioni del Pamer e del Belor, territori
montagnosi gettati fra i sistemi orografici dell'Altai e
dell'Imalaja, che costarono ai viaggiatori quaranta giorni d'una
marcia faticosa, giunsero alla provincia di Kaschgar. l che
Marco Polo raggiunse l'itinerario di Matteo e Nicol Polo
durante il loro primo viaggio, quando da Bukhara furono
trascinati verso la residenza del gran khan. Da Kaschgar,
Marco Polo fece una punta nell'ovest sino a Samarkanda, gran
citt abitata da cristiani e da Saraceni; poi ripassando per
Kaschgar, si diresse verso Yarkund, citt frequentata dalle
carovane, che fanno il commercio tra l'India e l'Asia
settentrionale. Traversando allora Cotan, capitale della
provincia di questo nome, e Pein, citt incerta, posta in una
regione in cui si raccoglie abbondantemente lo jaspo e la
calcedonia, egli giunse ad un certo regno di Ciarcian, forse
Kharachar, che doveva stendersi sulle frontiere del deserto di
Gobi; finalmente, dopo cinque giornate di cammino attraverso
pianure sabbiose e prive d'acqua potabile, egli venne a riposarsi
otto giorni nella citt di Lob, citt oggi distrutta, nella quale
fece tutti i suoi preparativi per traversare il deserto che si
estende nell'est, deserto cos lungo, dice egli, che ci vorrebbe
un anno per attraversarlo in tutta la sua lunghezza, deserto
frequentato dagli spiriti ed in mezzo al quale echeggiano dei
tamburi invisibili ed altri strumenti.
Dopo un mese speso nel valicare questo deserto nella sua
larghezza, i tre viaggiatori giunsero, nella provincia di Tangut,
alla citt di Cha-tcheu, fabbricata sul confine ovest dell'impero
chinese. Questa provincia conta pochi commercianti, ma gran
numero d'agricoltori che vivono del profitto del suo grano. Fra
le usanze di Tangut che sembrano aver impressionato pi
vivamente Marco Polo, convien citare quella di non bruciare i
morti se non nel giorno fissato dagli astrologhi; e tutto il
tempo che il morto rimane in casa, i suoi parenti, che abitano
con lui, gli fanno posto alla mensa, e gli servono da mangiare e
da bere come se fosse vivo.
Verso il nord-ovest, uscendo dal deserto, Marco Polo ed i
suoi compagni fecero un'escursione verso la citt d'Amil, e si
spinsero fino a Ginchintalas, citt sulla posizione della quale i
geografi non sono ancora d'accordo, e che abitata da idolatri,
da maomettani e da cristiani nestoriani.
Da Ginchintalas, Marco Polo torna a Cha-tcheu, e ripigliar
la sua via verso l'est attraverso il Tangut, per la citt di So-ceu,
sopra un territorio propizio alla coltura del rabarbaro, e per
Campicion, il Kantcheu dei Chinesi, allora capitale di tutto il
Tangut. Era una citt importante, popolata da ricchi capi
idolatri che sono poligami, e sposano di preferenza le loro
cugine, o la moglie del loro padre. I tre Veneziani abitarono
un anno in questa gran citt. dunque facile comprendere,
vedendoli fare simili fermate e sviarsi di continuo dalla meta,
come il loro viaggio attraverso l'Asia centrale avesse potuto
durare pi di tre anni.
Lasciando Kan-tcheu, dopo d'aver cavalcato per dodici
giorni, Marco Polo giunse sul confine d'un deserto di sabbia,
alla citt d'Etzina. Era ancora una giravolta, poich egli risaliva
direttamente al nord; ma il viaggiatore voleva visitare la
celebre citt di Caracorum, quella capitale tartara che
Rubruquis aveva abitato nel 1254.
Marco Polo aveva certamente in s gli istinti d'un
esploratore, e non badava alle fatiche quando si trattava di
compiere i propri studi geografici. In quest'occasione, per
giungere alla citt tartara, egli dovette camminare quaranta
giorni in mezzo ad un deserto senza abitazioni, senz'erbe.
Giunse finalmente a Caracorum, una citt che misurava tre
miglia di circuito. Dopo d'esser stata un pezzo la capitale
dell'impero mongolo, essa fu conquistata da Gengis-Khan,
l'avo dell'imperatore odierno, e Marco Polo fa in questo punto
una digressione storica, nella quale narra le guerre dell'eroe
tartaro contro il famoso sacerdote Giovanni, quel sovrano che
teneva tutto il paese sotto la sua dominazione.
Marco Polo, tornato a Kan-tcheu, cammin per cinque
giorni verso l'est, e giunse alla citt d'Erginul, probabilmente la
citt di Liang-sheu. Di l, egli fece una piccola punta al sud per
visitare Si-gnan-fu attraverso un territorio su cui pascolavano
dei buoi selvaggi, grandi come elefanti, e quel prezioso
capriolo che ha ricevuto il nome di porta-muschio. Risaliti a
Liang-sheu, i viaggiatori, in otto giorni, giunsero all'est a
Cialis, dove si fabbricano dei cammellini di pelo di cammello i
pi belli del mondo, poi, nella provincia di Tenduc, alla citt di
questo nome, dove regnava un discendente del prete Giovanni
sottoposto al gran khan. Era una citt industriale e
commerciante. Da quel punto, piegando verso il nord, i
Veneziani si elevarono per Sinda-cheu, di l dalla gran
muraglia della China, fino a Ciagannor, che deve essere Tsaan-
Balgassa, bella citt, dove l'imperatore risiede volontieri
quando vuol darsi al piacere della caccia col girifalco, giacch
gru, cicogne, fagiani e pernici abbondano in quel territorio.
Finalmente, Marco Polo, suo padre e suo zio, tre giorni
dopo aver lasciato Ciagannor, giunsero alla citt di Ciandu, il
Chang-tu odierno, che la relazione chiama altrove Clemen-fu.
l che gli inviati del papa furono accolti da Kublai-Khan, che
abitava allora questa residenza d'estate, posta di l dalla gran
muraglia, al nord di Cambaluc, ora Pechino, e che era la
capitale dell'impero. Il viaggiatore parla poco delle accoglienze
che furono loro fatte, ma descrive con una cura particolare il
palazzo del Khan, grande edifizio di pietra e di marmo, le cui
camere sono tutte dorate. Questo palazzo costrutto in mezzo
ad un parco circondato di muri, dove si vedono dei serragli o
delle fontane, ed anche un edilizio fatto di canne cos bene
intrecciate che sono impenetrabili all'acqua; era una specie di
chiosco che si poteva smontare, e che il gran khan abitava nei
mesi di giugno, di luglio e di agosto, vale a dire durante la bella
stagione. Questa stagione doveva esser bella davvero, giacch,
al dire di Marco Polo, degli astrologhi, addetti alla persona del
khan, erano incaricati di dissipare, coi loro sortilegi, la pioggia,
la nebbia e qualunque brutto tempo. Il viaggiatore veneziano
non ha l'aria di dubitare del potere di quegli stregoni. Questi
savi uomini, dice egli, sono di due razze, tutti idolatri; essi
sanno delle arti diaboliche e degli incantesimi pi d'ogni altro
uomo al mondo; e quello ch'essi fanno lo fanno coll'aiuto del
diavolo, ma fanno credere agli altri uomini di farlo per santit e
per opera di Dio. Queste persone hanno una strana usanza:
quando un uomo condannato a morte e giustiziato, lo
pigliano, lo fanno cuocere e lo mangiano; ma non lo
mangerebbero se fosse morto di morte naturale. E sappiate che
questa gente, di cui vi ho parlato, che sa tanti incantesimi,
fanno il prodigio che vi narrer. Quando il gran khan seduto
nella sua sala principale, alla sua mensa, che ha otto buoni
cubiti, e quando le coppe sono sul pavimento della sala, lungi
dalla tavola dieci buoni passi, e tutte piene di vino, di latte o
d'altre buone bevande, quei savi incantatori fanno tanto
coll'arte loro ed i loro sortilegi, che quelle coppe piene si
alzano da s stesse e vengono innanzi al gran khan senza che
nessuno le tocchi; ed essi fanno questo innanzi a diecimila
persone, ed proprio l'esatta verit senza menzogna; e del
resto, gli esperti di negromanzia vi diranno che la cosa si pu
fare.
Poi, Marco Polo fa la storia dell'imperatore Kublai, che il
pi potente degli uomini, e che possiede pi terre e tesori di
chiunque ne abbia mai posseduto dopo Adamo, nostro primo
padre. Egli narra come il gran khan, che aveva allora
ottantacinque anni, uomo di statura mezzana, abbastanza
grasso ma ben proporzionato in tutte le membra, dalla faccia
bianca e vermiglia, dai begli occhi neri, salisse sul trono
nell'anno 1256, dalla nascita di Cristo. Era un buon capitano in
guerra, e lo prov quando suo zio Naian, essendosi ribellato
contro di lui, volle contendergli il potere a capo di
quattrocentomila cavalieri. Kublai-Khan, raccogliendo
segretamente trecentosessantamila uomini a cavallo e
centomila a piedi, mosse incontro allo zio. La battaglia fu
terribile. Vi morirono tanti uomini, cos da una parte come
dall'altra, che era una meraviglia. Ma Kublai-Khan fu
vincitore, e Naian, nella sua qualit di principe del sangue
regale, strettamente cucito vivo in un tappeto, mor fra atroci
sofferenze.
Dopo la vittoria, l'imperatore rientr trionfante nella sua
capitale di Cathay, chiamata Cambaluc, che diventata a poco
a poco la citt odierna di Pechino. Marco Polo, giunto in questa
citt, vi dovette fare un lungo soggiorno, fino al momento in
cui fu incaricato di diverse missioni nell'interno dell'impero.
a Cambaluc che sorgeva il magnifico palazzo dell'imperatore,
di cui il viaggiatore veneziano fa la descrizione seguente, che
noi togliamo al testo, riferito dal signor Charton, e che dar
un'idea esatta dell'opulenza di quei sovrani mongoli.
Innanzi al palazzo c' un gran muro quadrato, ogni lato
del quale ha un miglio, il che fa quattro miglia di circuito; esso
molto grosso, alto ben dieci passi, tutto bianco e merlato. Ad
ogni canto di questo muro vi ha un palazzo molto bello e molto
ricco, nel quale sono conservati gli arnesi del gran khan: i suoi
archi, le sue freccie, le sue faretre, le sue selle, le redini de' suoi
cavalli, le corde de' suoi archi ed ogni cosa di cui si ha bisogno
alla guerra; in mezzo ad ogni quadrato ancora un palazzo
simile a quelli dei canti, cosicch ce ne sono otto in tutto, e
questi otto sono pieni degli arnesi del gran sire, di guisa che, in
ciascuno d'essi vi ha una specie differente: nell'uno gli archi,
nell'altro le selle, e cos di seguito. In questo muro, dal lato di
mezzod, vi sono cinque porte. Quella di mezzo un gran
portone che non si apre se non per lasciar entrare od uscire il
gran khan; presso a questo gran portone, ad ogni lato, vi ha una
porta pi piccola da cui entrano le altre persone; poi altre due
dalle quali si entra pure. All'interno di questo muro ve n'ha un
altro pi lungo che largo. Esso ha pure otto palazzi disposti
come gli altri, dove si conservano del pari gli arnesi del gran
sire.
Fin qui, come si vede, tutti questi palazzi costituiscono la
selleria e le sale d'armi dell'imperatore. Ma non vi sar da
meravigliare di s gran numero di arnesi, quando s sappia che
il gran khan possedeva una razza di cavalli bianchi come la
neve, e fra gli altri diecimila giumente, il cui latte era
esclusivamente riservato ai principi del sangue regale.
Marco Polo prosegue in questi termini: Questo muro ha
pure cinque porte dal lato di mezzod, simili a quelle del muro
dinanzi. In ciascuno degli altri lati i due muri non hanno che
una porta. In mezzo ai muri sorge il palazzo del gran sire, fatto
come dir. il pi grande che si abbia mai veduto. Non ha
secondo piano, ma il pianterreno s'innalza dieci palmi sul suolo
circostante. Il tetto molto alto; le mura delle sale e delle
camere sono tutte coperte d'oro e d'argento, e vi sono
rappresentati dei draghi, degli animali, degli uccelli, dei cavalli
e vari altri animali, di guisa che non si vede che oro e pittura.
La sala cos ampia, che pi di seimila uomini possono starvi
seduti a mensa. Vi sono tante camere che una meraviglia.
cos grande e cos ben fatto che nessun uomo al mondo,
quand'anche ne avesse la potenza, potrebbe ordinarlo meglio.
Al disopra, il tetto tutto vermiglio, e verde, ed azzurro, e
giallo, e di tutti i colori, e cos ben inverniciato che splende
come cristallo e riluce da lontano tutto intorno. Questo tetto
del resto cos forte e tanto solidamente costrutto che durer
molti anni. Fra i due muri vi sono delle praterie con begli alberi
e diverse specie d'animali. Sono cervi bianchi, gli animali che
danno il muschio, capriuoli, daini e molte sorta di belle bestie
che empiono tutte le terre dentro le mura, tranne le vie fatte per
gli uomini. Da un lato, verso il nord-ovest, vi ha un lago molto
grande, nel quale vi sono diversi pesci, giacch il gran sire ne
ha l'atto mettere di molte specie, ed ogni volta che ne ha
piacimento, ne ha finch ne vuole. Un gran fiume vi nasce ed
esce dal palazzo, ma si fatto in modo che nessun pesce possa
fuggire, mediante reti di ferro e di bronzo. Verso il nord, ad un
tiro d'arco dal palazzo, il gran khan ha fatto fare un poggio.
un monte alto cento passi e che ha pi d'un miglio di circuito.
coperto d'alberi che non perdono mai le foglie, ma che sono
sempre verdi. Ora, sappiate che il gran sire, appena qualcuno
gli citava qualche bell'albero, lo faceva pigliare con tutte le sue
radici e la terra che lo circondava e portare a questa montagna
da' suoi elefanti, poco importandogli che l'albero fosse grande.
Cos egli aveva i pi begli alberi del mondo. Il gran sire ha
fatto coprire tutta questa montagna di ossido di lapislazzuli, che
molto verde, in guisa che gli alberi sono tutti verdi, e il monte
tutto verde, e non si vede che verde, tanto che il monte
chiamato montagna Verde. Sulla montagna, proprio alla cima,
un palazzo bello e grande e tutto verde. Questa montagna, gli
alberi ed il palazzo sono cos belli che quanti li vedono ne sono
rallegrati; ed il gran sire ha fatto questo poggio, per godere di
questa bella veduta e gustare questo piacere.
Dopo il palazzo del khan, Marco Polo cita quello del suo
figliuolo ed erede; poi descrive la citt di Cambaluc, citt
antica, separata dalla citt moderna di Taidu da un canale che
spartisce la moderna Pechino in citt chinese ed in citt tartara.
Il viaggiatore, osservatore minuzioso, ci apprende allora le
gesta dell'imperatore. Secondo la sua relazione, Kublai-Khan
ha una guardia d'onore di duemila cavalieri, ma non , gi per
paura ch'egli la tiene. I suoi pasti sono vere cerimonie,
sottoposte ad un'etichetta severa. Alla sua mensa, pi alta delle
altre, egli siede al nord, avendo alla mancina la sua prima
moglie, a dritta e pi basso i figli, i nipoti ed i parenti; egli
servito da alti baroni che hanno cura di tapparsi la bocca ed il
naso con belle tele di drappo d'oro, affinch il loro alito ed il
loro odore non giungano ai cibi ed alle bevande del gran sire.
Quando l'imperatore sta per bere, si fa udire un concerto
d'istrumenti, e quand'egli tiene la coppa in mano, tutti i baroni e
gli spettatori s'inginocchiano umilmente.
Le principali feste del gran khan vengono date da lui, una
nel suo giorno anniversario, l'altra ad ogni principio dell'anno.
Alla prima, mille e dugento baroni, ai quali l'imperatore offre
annualmente centocinquantamila vesti di drappo di seta d'oro
ornate di perle, figurano intorno al trono, mentre i sudditi,
idolatri o cristiani, fanno pubbliche preghiere. Alla seconda
festa, al principio del nuovo anno, il popolo intero, uomini e
donne, si veste d'abiti bianchi poich, secondo la tradizione, il
bianco porta fortuna, e ciascuno porta al sovrano doni del pi
gran valore. Centomila cavalli, riccamente bardati, cinquemila
elefanti coperti di bei drappi e portanti il vasellame imperiale,
ed un gran numero di cammelli sfilano innanzi all'imperatore.
Durante i tre mesi di dicembre, gennaio e febbraio, che il
gran khan passa nella sua citt d'inverno, tutti i signori, in un
circuito di sessanta giornate di cammino, devono
approvigionarlo di cinghiali, cervi, daini, capriuoli ed orsi. Del
resto, Kublai egli medesimo un gran cacciatore, e la sua muta
superbamente montata e tenuta. Egli ha dei leopardi, dei lupi
cervieri e dei gran leoni avvezzi ad afferrare la selvaggina
selvatica, delle aquile tanto forti da dar la caccia ai lupi, alle
volpi, ai daini, ed ai capriuoli, e che ne pigliano spesso,
finalmente dei cani a migliaia. verso il mese di marzo che
l'imperatore incomincia le sue gran caccie dirigendosi verso il
mare, e non accompagnato da meno di diecimila falconieri, di
cinquecento girifalchi e da un'innumerevole quantit di avoltoi,
di falchi-pellegrini e di falchi sacri. Durante questa escursione,
un palazzo portatile, rizzato sopra quattro elefanti accoppiati, e
rivestito al di fuori di pelli di leoni e al didentro di drappi d'oro,
segue questo re tartaro, che si compiace di tutta quella pompa
orientale. Egli si avanza cos fino al campo di Chachiri-Mondu,
stabilito sopra un corso d'acqua tributario dell'Amur, e rizza la
sua tenda, che tanto ampia da contenere diecimila cavalieri o
baroni. questa la sua sala di ricevimento; l ch'egli d
udienza. Quando vuole ritirarsi od abbandonarsi al sonno, trova
in un'altra tenda una meravigliosa sala tappezzata di pelliccie
d'ermellino e di zibellino, ciascuna delle quali vale duemila
besanti d'oro, ossia circa ventimila franchi della nostra moneta.
L'imperatore passa cos il tempo fino a Pasqua, dando la caccia
alle gru, ai cigni, alle lepri, ai daini, ai capriuoli, ed egli torna
allora alla sua capitale di Cambaluc.
Marco Polo compie in questo punto la descrizione di
quella citt magnifica. Egli enumera i dodici borghi che la
compongono, nei quali i ricchi mercanti hanno fatto erigere dei
palazzi stupendi, giacch quella citt estremamente
commerciale. Vi vengono pi preziose mercanzie che non in
qualsiasi altro luogo del mondo. Mille carri carichi di seta vi
entrano ogni giorno. quello il deposito ed il mercato dei pi
ricchi prodotti dell'India, vale a dire perle e pietre preziose, e vi
si viene a comperare da pi di dugento leghe tutt'intorno. Cos,
per i bisogni di questo commercio, il gran khan ha fatto
costrurre una zecca, che per lui una sorgente inesauribile di
ricchezze. Convien dire per che questa moneta, vero biglietto
di banca portante l'impronta del sovrano, fatta d'una specie di
cartone fabbricato colla scorza del gelso. Il cartone cos
preparato viene tagliato in diversi modi secondo il valore
fiduciario che il sovrano gli d. Naturalmente, il corso di questa
moneta obbligatorio. L'imperatore se ne serve pei suoi
pagamenti, la fa spargere in tutti i paesi sottoposti alla sua
dominazione, e nessuno pu rifiutarla sotto pena di perdere la
vita. Del resto, molte volte ogni anno, i possessori di pietre
preziose, di perle, d'oro o d'argento, sono tenuti a portare i loro
tesori alla zecca, e ne ricevono in cambio questi pezzi di
cartone, di guisa che l'imperatore possiede cos tutte le
ricchezze del suo impero.
Secondo Marco Polo, il sistema del governo imperiale
riposa sopra una centralizzazione eccessiva. Il regno, diviso in
trentaquattro Provincie, amministrato da dodici grandissimi
baroni che abitano la citt medesima di Cambaluc; col pure,
nei palazzi di questi baroni, abitano gli intendenti e gli scrivani
che fanno gli affari di ogni provincia. Intorno alla citt si
diramano molte strade ben tenute che mettono ai diversi punti
del regno; su queste vie sono disposti dei cambi di posta,
montati con gran lusso, di ventidue in ventidue miglia, e nei
quali dugentomila cavalli sono sempre pronti a trasportare i
messaggeri dell'imperatore. In oltre, fra i cambi, ogni tre
miglia, esiste un casale composto d'una quarantina di case dove
abitano i corrieri che portano a piedi i messaggi del gran khan;
questi uomini, legati con una cinghia al ventre, colla testa
compressa sotto una benda, hanno una cintura guernita di
sonagli che si fanno udire da lontano; essi partono di galoppo,
percorrono rapidamente le loro tre miglia, consegnano il
messaggio al corriere che li aspetta, e, in questo modo,
l'imperatore ha notizie dei luoghi posti a dieci giornate di
distanza in un giorno ed una notte. Del resto, questo modo di
comunicazione costa poco a Kublai-Khan, giacch egli si
contenta, per unica retribuzione, di esentare i suoi corrieri dalle
imposte, e quanto ai cavalli dei cambi, sono forniti
gratuitamente dagli abitanti delle Provincie.
Ma se il re tartaro usa cos della sua onnipotenza, se fa
pesare cos gravi carichi su' suoi sudditi, si d per molto
pensiero dei loro bisogni e spesso vien loro in aiuto. E per,
quando la grandine ha distrutto i loro raccolti, non solo non
esige il tributo consueto, ma invia loro del grano della propria
provvista. Nello stesso modo, se una mortalit accidentale ha
colpito il bestiame d'una provincia, egli lo sostituisce a sue
spese. Ed ha cura, nelle buone annate, di raccogliere gran
quantit di frumento, d'orzo, di miglio, di riso e d'altri prodotti,
in guisa da mantenere i grani ad un corso medio in tutto il suo
impero. In oltre, egli ha per i poveri della sua buona citt di
Cambaluc un affetto particolare. Egli fa fare un censimento di
tutte le famiglie della citt che sono povere e che non hanno di
che mangiare; tale di sei persone, tale di otto, tal'altra di dieci,
pi o meno. Egli fa dar loro del frumento ed altri grani, tanto
quanto ne hanno bisogno, in gran quantit; e tutti coloro che
vogliono andar a chiedere del pane del signore alla corte, non
ricevono mai un rifiuto. Ora, ogni giorno, ci vanno pi di
trentamila persone a chiederne, e questa distribuzione si fa tutto
l'anno, ed una gran bont del signore d'aver cos piet de' suoi
sudditi poveri. Perci essi lo adorano come un Dio. In oltre,
tutto l'impero amministrato con cura; le sue vie sono ben
tenute e piantate d'alberi magnifici che servono sopra tutto a
farle riconoscere nelle regioni deserte. In tal guisa, senza
parlare delle foreste, il legno non manca agli abitanti del regno,
e d'altra parte, nel bathay segnatamente, si sfruttano numerose
miniere di carbon fossile che forniscono carbone in
abbondanza.
Marco Polo stette un tempo abbastanza lungo nella citt di
Cambaluc. Certo che, colla sua viva intelligenza, col suo
spirito, la sua facilit ad assimilarsi i diversi idiomi dell'impero,
egli piacque particolarmente all'imperatore. Incaricato di
diverse missioni, non solo in China, ma anche nei mari
dell'India, a Ceylan, alle coste del Coromandel e del Malabar e
nella parte della Cocincina vicina al Cambodg, egli fu
nominato, probabilmente nel 1277 al 1280, governatore della
citt di Yang-tcheu e delle altre ventisette citt comprese sotto
la sua giurisdizione. In grazia di queste missioni, egli percorse
una grande estensione del paese e ne port utili documenti
tanto alla geografia quanto all'etnologia. Noi lo seguiremo
facilmente, colla carta alla mano, in questi viaggi da cui la
scienza doveva trarre un cos gran profitto.
III.

Tso-cheu Tai-yen-fu Pin-yang-fu Il fiume Giallo Si-gnan-fu
Lo Szu-tchuan Ching-tu-fu Il Thibet Li-kiang-fu Il Carajan
Yung-chang Mien Il Bengala L'Annam Il Ta-ping Cintingui
Sind-fu T-cheu Tsi-nan-fu Lin-tsin-cheu Lin-cing Il
Mangi Yang-cheu-fu Citt del litorale Quin-say o Hang-tcheu-fu
Il Fo-kien.

Marco Polo, dopo d'aver soggiornato a Cambaluc, fu
incaricato d'una missione che lo doveva tener lontano dalla
capitale quattro mesi. A dieci miglia di l da Cambaluc,
scendendo verso il sud, attravers il magnifico fiume del Pe-
ho-nor, ch'egli chiama Pulisanghi, sopra un bel ponte di marmo
di ventiquattro arcate e lungo trecento passi, che non ha il
simile nel mondo intero. A trenta miglia pi gi, incontr la
citt di Tso-cheu, citt industriale nella quale si lavorava
segnatamente il legno di sandalo. A dieci giornate da Tso-cheu,
giunse nella citt moderna di Tai-yen-fu, capitale del Shan-si,
che fu un tempo sede d'un governo indipendente. Tutta questa
provincia gli parve ricca di vigneti e di gelsi; la principale
industria era allora la fabbricazione delle bardature per conto
dell'imperatore. A sette giornate di l si trovava la bella citt di
Pianfu, oggi Pin-yang-fu, molto dedita al commercio ed al
lavoro della seta. Marco Polo, dopo d'aver visitato questa citt,
giunse sulle sponde del celebre fiume Giallo, ch'egli chiama
Caramoran o fiume Nero, probabilmente a causa del colore
delle sue acque, oscurate dalle piante acquatiche; poi, a due
giornate di l, egli incontr la citt di Cacianfu, la cui posizione
moderna non pot essere rigorosamente determinata dai
commentatori.
Marco Polo, lasciando questa citt, dove non vide nulla
degno d'essere notato, cavalc attraverso una bella regione
coperta di castelli, di citt, d giardini, e molto ricca di
selvaggiume. Dopo otto giorni di viaggio, giunse alla nobile
citt di Quengianfu, l'antica capitale della dinastia dei Thang, la
moderna citt di Si-gnan-fu, ora capitale del Shen-si. Col
regnava il figlio dell'imperatore, Mangalai, principe giusto ed
amato dal suo popolo, che occupava fuori della citt un
magnifico palazzo, costrutto in mezzo ad un parco, il cui muro
merlato non misurava meno di cinque miglia di circonferenza.
Da Si-gnan-fu, il viaggiatore si diresse verso il Thibet,
attraverso la provincia moderna di Szu-tchuan, regione
montagnosa, rotta da gran vallate, dove pullulano leoni, orsi,
lupi-cervieri, daini, caprioli e cervi, e, dopo ventitr giorni di
viaggio, si trov sui confini della gran pianura di Acmelec-
Mangi. Questo paese fertile; esso d in abbondanza ogni fatta
di prodotti, e segnatamente il ginepro, di cui approvigiona tutta
la provincia del Cathay. Ed tale la fertilit del suolo che,
secondo un viaggiatore francese, il signor M. E. Simon, l'ettaro
vi si vende ora 30,000 franchi, ossia tre franchi il metro. Al
XIII secolo, quella pianura era coperta di citt e di castelli, e gli
abitanti vi campavano dei frutti della terra, del prodotto dei
bestiami e del selvaggiume, che forniva ai cacciatori una preda
abbondante e facile.
Marco Polo giunse allora alla capitale della provincia di
Szu-tchuan, Sindafu, la moderna Ching-tu-fu, la cui
popolazione passa ora un milione e cinquecentomila abitanti.
Sindafu misurava allora venti miglia di circuito, ed era divisa
in tre parti, circondate da un muro particolare, e ciascuna delle
quali aveva un re innanzi che Kublai-Khan se ne fosse
impadronito. Questa citt era traversata dal gran fiume ricco di
pesci del Kiang, largo come un mare, le cui acque erano solcate
da un'incredibile quantit di navi. Fu dopo aver lasciato questa
citt commerciale ed industriosa che Marco Polo, facendo
cinque giornate di cammino attraverso ampie foreste, giunse a
quella provincia del Thibet ch'egli dice essere molto desolata,
giacch fu distrutta dalla guerra.
Questo Thibet popolato di leoni, d'orsi e d'animali feroci,
da cui i viaggiatori si difenderebbero difficilmente, se non vi
crescesse una gran quantit di canne meravigliosamente grosse
e grandi, che non sono altro che bamb. In fatti i mercanti ed i
viaggiatori che percorrono quelle regioni, durante la notte
pigliano di quelle canne e ne fanno un gran fuoco, perch,
quando ardono, fanno un tal chiasso e tali scricchiolii che i
leoni, gli orsi e le altre belve, spaventate, fuggono lontano, e
non si accosterebbero al fuoco per nulla al mondo; i viaggiatori
dunque fanno questo fuoco per preservare i loro animali dalle
belve, che sono comunissime in quel paese. Ora, ecco come si
produce quel gran rumore: si pigliano di quelle canne
verdissime, e se ne mettono molte sopra un fuoco di legna;
dopo un certo tempo che sono sul fuoco, esse si attorcigliano e
si fendono per mezzo, con un tal rumore che, di notte, lo si ode
a dieci miglia lontano. E quando non si avvezzi a questo
chiasso, si resta sbalorditi, tanto orribile; i cavalli che non lo
hanno mai udito ne sono cos spaventati che rompono corde e
lacci e pigliano la fuga, il che accade spesso; ma quando si sa
che non sono agguerriti a questo rumore, si bendano loro gli
occhi e si legano loro i quattro piedi, di guisa che, all'udire quel
frastuono, non possono fuggirsene. in tal guisa che gli
uomini sfuggono coi loro animali, ai leoni, agli orsi ed alle
altre male bestie, che sono numerosissime in quel paese. Il
metodo riferito da Marco Polo usato ancora nelle regioni che
producono il bamb, e, veramente, il crepito di queste canne
divorato dalle fiamme pu essere paragonato ai pi rumorosi
petardi d'un fuoco d'artifizio.
Stando alla relazione del viaggiatore veneziano, il Thibet
una grandissima provincia, che ha il suo linguaggio particolare,
ed i cui abitanti idolatri formano una razza di ladroni
formidabili. Essa traversata da un fiume importante, il Khin-
cha-kiang, dalle sabbie aurifere. Vi si raccoglie in gran quantit
il corallo, di cui gli idoli e le donne del paese fanno gran
consumo. Il Thibet era allora sotto la dominazione del gran
khan.
Marco Polo, lasciando Sindafu, si diresse all'ovest. Egli
travers cos il regno di Gaindu e giunse probabilmente a Li-
kiang-fu, capitale di quella regione che forma oggi il paese di
Si-mong. In questa provincia, visit un bel lago che produceva
delle ostriche perlifere, la cui pesca era riservata all'imperatore.
un paese in cui il garofano, il ginepro, la cannella ed altre
spezie danno abbondanti raccolti.
Lasciando il regno di Gaindu, e dopo d'aver traversato un
gran fiume, forse l'Irrauady, Marco Polo, tornando al sud-est,
penetr nella provincia del Carajan, regione che forma
probabilmente la parte nord-ovest dell'Yun-nan. Stando a lui,
gli abitanti di questa provincia, quasi tutti cavalieri, vivrebbero
della carne cruda dei polli, dei montoni, dei bufali o dei buoi;
questo modo d'alimentazione sarebbe generale, ed i ricchi
condirebbero soltanto la carne cruda con una salsa d'aglio e
buone spezie. Questo regno era pure frequentato da gran bisce
e da serpenti orribili a vedersi. Questi rettili, probabilmente
alligatori, erano lunghi dieci passi; essi avevano due gambe
armate d'un'unghia, poste davanti, presso la testa, che era
smisuratamente grande, e la cui gola poteva inghiottire un
uomo in un boccone.
A cinque giornate all'ovest di Carajan, Marco Polo,
dirigendosi di nuovo al sud, entr nella provincia di Zardandan,
la cui capitale, Nocian, forma la moderna citt di Yung-chang.
Tutti gli abitanti di questa citt avevano denti d'oro, vale a dire
che usava allora di ricoprire i denti di piccole lamelle d'oro, che
si toglievano quando si voleva mangiare. Gli uomini di quella
provincia, tutti cavalieri, non fanno che uccellare, cacciare ed
andare alla guerra; i lavori faticosi appartengono alle donne
ed agli schiavi. Questi Zardandaniani non hanno n idoli n
chiese, ma adorano il pi vecchio della famiglia, vale a dire il
patriarca. Il regolamento dei loro fornitori si fa per mezzo di
cocchi simili a quelli di cui si servono i fornai francesi. Essi
non hanno medici, ma soltanto degli incantatori che saltano,
danzano e suonano degli strumenti presso gli infermi finch
muoiano o siano guariti.
Lasciando la provincia degli uomini dai denti d'oro, Marco
Polo, seguendo per due giorni la gran via che serve al traffico
tra l'India e l'Indo-China, pass per Bamo, dove si faceva, tre
volte la settimana, un gran mercato che attirava tutti i mercanti
dei paesi pi lontani. Dopo d'aver cavalcato quindici giorni in
mezzo a foreste piene di elefanti, di liocorni e d'altri animali
selvatici, egli giunse alla citt di Mien, vale a dire a quella
parte dell'alto Birman, la cui capitale odierna, di costruzione
recente, chiamata Amrapura. Questa citt di Mien, che forse
l'antica citt d'Ava, ora ruinata, o la vecchia Paghan, posta
sull'Irrauady, possedeva una vera meraviglia d'architettura;
erano due torri costrutte l'una di belle pietre e tutta coperta
d'una lama d'oro grossa un dito, rivestita l'altra d'una lama
d'argento, entrambe destinate a servire di tomba al re di Mien,
prima che il suo regno fosse caduto in potere del khan.
Dopo d'aver visitato questa provincia, Marco Polo scese
fino al Bangala, il Bengala odierno, che a quel tempo, nel
1290, non apparteneva ancora a Kublai-Khan. Gli eserciti
dell'imperatore erano allora occupati a conquistare quel paese
fertile, ricco di cotone, di ginepro, di canne da zuccaro, ed i cui
magnifici buoi eguagliavano gli elefanti per la grossezza. Poi,
di l, il viaggiatore si avventur fino alla citt di Gancigu, nella
provincia di questo nome, probabilmente l'odierna citt di
Kassay. Gli abitanti di questo regno si tatuavano il corpo, e, per
mezzo d'aghi, si disegnavano sulla faccia, sul collo, sul ventre,
sulle mani e sulle gambe, delle immagini di leoni, di draghi e
d'uccelli, considerando come il pi bello degli esseri umani
colui che portava in tal guisa il maggior numero di pitture.
Cancigu il punto estremo a cui sia giunto nel sud Marco
Polo in questo viaggio. Da questa citt, egli risali verso il nord-
est, e per il paese di Amu, l'Annm ed il Ton-kin odierno, a cui
giunse dopo quindici giorni di cammino, egli arriv nella
provincia di Toloman, oggi il dipartimento di Ta-ping. Col,
trov quei begli uomini, bruni di pelle, quei valorosi guerrieri
che hanno coronate le loro montagne di castelli forti, ed il cui
nutrimento consueto la carne degli animali, il latte, il riso e le
spezie.
Lasciando Toloman, Marco Polo segu per dodici giorni un
fiume costeggiato da numerose citt. Qui, il signor Charton fa
giustamente osservare che il viaggiatore si allontana dal paese
conosciuto sotto il nome d'India di l dal Gange, e che torna
verso la China. Infatti, dopo aver lasciato Toloman, Marco
Polo visit la provincia di Guigui o Cintingui e la sua capitale
che porta il medesimo nome. Ci che pi lo impressiona in
questa regione, e si ha ragione di credere che l'ardito
esploratore fosse anche cacciatore animoso, il gran
numero di leoni che percorrevano le pianure e le montagne.
Soltanto, i commentatori sono concordi su questo punto che i
leoni di Marco Polo dovevano essere tigri, giacch in China
non vi sono leoni. Ecco, per altro, ci che ne dice la relazione:
Vi sono tanti leoni in questo paese che non si pu dormire
fuori di casa senza pericolo d'essere divorati. Ed anche quando
si va sul fiume, o di notte uno si arresta in qualche parte,
bisogna aver cura di dormire lungi dalla terra, giacch senza di
ci i leoni vengono fino alla barca, s'impadroniscono d'un
uomo e lo mangiano. E gli abitanti, che lo sanno bene, hanno
cura di guardarsene. Questi leoni sono grossi e pericolosi; ma
ci che meraviglioso, si che in questa regione vi sono dei
cani abbastanza arditi da assalire dei leoni, ma bisogna che
siano due, giacch un uomo e due cani riescono a vincere un
grosso leone.
Da questa provincia, Marco Polo risal direttamente a
Sindifu, la capitale della provincia di Szu-tchuan, donde si era
slanciato per compiere la sua escursione nel Thibet, e,
ripigliando la via gi percorsa, torn presso Kublai-Khan, dopo
d'aver felicemente compiuta la sua missione nell'Indo-China.
verosimile che allora Marco Polo fosse incaricato
dall'imperatore d'un'altra missione nella parte sud-est della
China, la parte pi ricca e pi commerciante di quell'ampio
impero, dice il signor M. Pauthier nella sua bell'opera sul
viaggiatore veneziano, e quella pure sulla quale, dal XVI
secolo, si ottennero in Europa maggiori notizie.
Riferendoci all'itinerario tracciato sulla carta dal signor M.
Pauthier, Marco Polo, lasciando Cambaluc, si diresse al
mezzod verso l'industriosa citt di Ciangli, probabilmente la
citt di T-cheu, a sei giornate di l, verso Condinfu, la citt
odierna di Tsi-nan-fu, capitale della provincia di Chan-tung,
dove nacque Confucio. Era allora una gran citt, la pi nobile
di tutte quelle regioni, visitatissima dai mercanti di seta, ed i
cui meravigliosi giardini producevano gran quantit di frutti
eccellenti. A tre giornate di cammino da Condinfu, Marco Polo
trov la citt di Lin-tsin-cheu, posta al principio del gran canale
Yun-no, e luogo di ritrovo delle innumerevoli navi che portano
tante mercanzie nelle provincie del Mangi e del Cathay. Otto
giorni dopo, egli traversava Ligui, che sembra corrispondere
all'odierna Lin-cing, Pi-ceu, citt commerciale della provincia
di Tchiang-su, poi Cingui, e giungeva a quel Caramoran, quel
fiume Giallo ch'egli aveva gi traversato nel suo corso
superiore quando si dirigeva verso l'Indo-China. In questo
punto, Marco Polo non era a pi d'una lega dalla foce di questa
grande arteria chinese. Dopo d'averla valicata, il viaggiatore si
trov nella provincia di Mangi, territorio designato sotto il
nome d'impero dei Song.
Questo regno di Mangi, prima d'appartenere a Kublai-
Khan, era governato da un re pacifico, che non amava le
crudelt della guerra, e si mostrava pietoso verso gl'infelici.
Ecco in quali termini Marco Polo ne parla, ed egli lo fa in cos
buon modo che vogliamo dare il testo medesimo del suo
racconto. Quest'ultimo imperatore della dinastia dei Song
poteva spender tanto che era una cosa prodigiosa; ed io vi
narrer di lui due tratti nobilissimi. Ogni anno, egli faceva
nutrire ventimila fanciulli, giacch usanza, in quelle
provincie, che le povere donne gettino via i loro fanciulli
appena sono nati, quando non li possono nutrire. Il re li faceva
raccoglier tutti, iscriveva sotto qual segno o sotto qual pianeta
erano nati, poi li dava a nutrire in diversi luoghi, giacch vi
sono nutrici in gran numero. Quando un uomo ricco non aveva
figli, veniva dal re e se ne faceva dare quanti voleva e quelli
che preferiva. Poi il re, quando i fanciulli e le fanciulle erano in
et d'andare a nozze, li accoppiava insieme e dava loro il tanto
da vivere; ed in questo modo, ogni anno ne allevava ben
ventimila, tanto maschi quanto femmine. Quando egli andava
per qualche via e vedeva una piccola casa in mezzo a due
grandi, chiedeva perch quella piccola casa non fosse grande
come le altre, e se gli si diceva che era perch apparteneva ad
un pover'uomo che non poteva farla costrurre, subito la faceva
fare bella ed alta quanto le altre. Questo re si faceva sempre
servire da mille giovanetti e da mille giovanette. Egli
manteneva una giustizia cos severa nel suo regno, che mai vi
si commetteva delitto; di notte, le case dei mercanti
rimanevano aperte, e nessuno vi rubava; si poteva pure
viaggiare di notte al pari che di giorno.
All'ingresso della provincia del Mangi, Marco Polo
incontr la citt di Coigangui, ora Hoa-gnan-fu, che situata
sulle sponde del fiume Giallo, e la cui principale industria la
fabbricazione del sale, che ricava da'suoi acquitrini salati. Ad
una giornata da questa citt, seguendo una carreggiata costrutta
di belle pietre, il viaggiatore giunse alla citt di Pau-in-chen,
rinomata per i suoi drappi d'oro, alla citt di Caiu, ora Kao-yu, i
cui abitanti sono abili pescatori e cacciatori, poi alla citt di
Tai-cheu, dove vengono navi in gran numero, e giunse
finalmente nella citt di Yangui.
Questa citt di Yangui la moderna Yang-cheu-fu, di cui
Marco Polo fu governatore per tre anni. una citt
popolosissima e molto commerciante, che non misura meno di
due leghe di circuito. Fu da Yangui che Marco Polo part per
diverse esplorazioni che gli permisero di studiare tanto
minuziosamente le citt del litorale e dell'interno.
Dapprincipio, il viaggiatore si diresse all'ovest e giunse
alla citt di Nan-ghin, che non bisogna confondere col Nan-
king d'oggid. Il suo nome moderno Ngan-khing; essa
situata in una provincia fertilissima. Marco Polo, addentrandosi
pi ancora nella medesima direzione, giunse a Saianfu, la
moderna citt di Siang-yang, costrutta nella parte settentrionale
della provincia di Hu-kuang. Fu questa l'ultima citt del Mangi
che resistette alla dominazione di Kublai-Khan. L'imperatore
l'assedi per tre anni, e non s'impadron della citt cos ben
difesa se non in grazia del concorso dei tre Polo, che
costrussero delle baliste poderose e schiacciarono gli assediati
sotto una grandinata di sassi, alcuni dei quali pesavano fino
trecento libbre.
Da Saianfu, Marco Polo torn indietro per esplorare le
citt del litorale, e rientr senza dubbio a Yang-tcheu. Egli
visit Singui (Kiu-kiang), posta sul Kiang, largo una lega in
quel punto, e che riceve perfino cinquemila navi alla volta,
Kain-gui, che approvigiona di grano la maggior parte della
corte dell'imperatore, Cinghianfu (Chingiam), dove si
vedevano due chiese di cristiani nestoriani, Ginguigui, ora
Tchang-tcheu-fu, citt commerciante ed industriale, e Singui,
ora Su-tcheu o Su-cheu, gran citt, la cui circonferenza di sei
leghe, e che, secondo la relazione molto esagerata del
viaggiatore veneziano, non possedeva allora meno di seimila
ponti.
Dopo d'aver soggiornato qualche tempo a Vugui,
probabilmente Hu-tcheu-fu, ed a Ciangan, oggi Kia-hing,
Marco Polo, dopo tre giornate di viaggio, entr nella nobile
citt di Quin-say. Questo nome significa la Citt del cielo, e
quest'importante capitale si chiama ora Hang-tcheu-fu. Essa ha
sei leghe di circuito ed traversata dal fiume Tsien-tang-kiang,
che, ramificandosi all'infinito, fa di Quinsay un'altra Venezia.
Quest'antica capitale dei Song quasi popolata quanto Pe-king;
le sue vie sono lastricate di pietre e di mattoni; vi si contano,
secondo Marco Polo, seicentomila case, quattromila
stabilimenti di bagni e dodicimila ponti di pietra. In questa
citt vivono i pi ricchi mercanti del mondo colle loro mogli,
che sono belle ed angeliche creature. la residenza d'un
vice-re, che governa per conto dell'imperatore pi di
centoquaranta citt. Vi si vedeva ancora il palazzo del sovrano
del Mangi, circondato di bei giardini, di laghi e di fontane, e
contenente pi di mille camere. Il gran khan ricava da questa
citt e dalla provincia immense rendite, ed a milioni di
franchi che bisogna valutare la sola rendita del sale, dello
zuccaro, delle spezie e della seta, che sono i principali prodotti
del paese.
Ad una giornata al sud di Quinsay, dopo d'aver percorso
un paese delizioso, Marco Polo visit Tanpigui (Chao-hing-fu),
Vugui (Hu-tcheu), Ghengui (Kui-tcheu), Cianseian (Yen-
tcheu-fu secondo il signor Charton, Sou-tchang-fu secondo il
signor Pauthier), e Cugui (Kiou-tcheu), l'ultima citt del regno
di Quinsay, poi entr nel regno di Fugui, la cui citt principale,
del medesimo nome, oggi Fu-cheu-fu, la capitale della
provincia di Fo-kien. Secondo lui, gli abitanti di questo regno
sarebbero uomini d'armi crudeli, che non risparmiano mai i
loro nemici, che bevono il loro sangue e mangiano la loro
carne. Dopo d'aver traversato Quenlifu (Kien-ning-fu) e Un-
guen, Marco Polo fece il suo ingresso nella capitale Fugui,
verosimilmente la moderna citt di Kuang-tcheu, il nostro
Canton, che fa un grandissimo commercio di perle e di pietre
preziose, e, dopo cinque giornate di cammino, giunse al porto
di Zaitem, molto probabilmente la citt chinese di Tsuen-tcheu,
punto estremo visitato da lui in questa esplorazione della China
sud-orientale.
IV.

Il Giappone Partenza dei tre Polo colla figlia dell'imperatore e gli
ambasciatori persiani Saigon Giara Condor Bintang Sumatra
Le Nicobar Ceylan La costa di Coromandel La costa di Malabar
Il mar d'Oman L'isola di Socotora Madagascar Zanzibar e la
costa africana L'Abissinia L'Yemen, l'Hadramau e l'Oman Ormuz
Ritorno a Venezia Una festa nella casa dei Polo Marco Polo
prigioniero dei Genovesi Morte di Marco Polo, verso il 1323.

Marco Polo, dopo d'aver felicemente terminato questa
esplorazione, torn senza dubbio alla corte di Kublai-Khan.
Egli fu ancora incaricato di diverse missioni che la sua
cognizione delle lingue mongola, turca, mansciura e chinese
rendeva facili. Egli fece parte probabilmente d'una spedizione
intrapresa nelle isole dell'India, e consegn al suo ritorno un
rapporto minuzioso sulla navigazione di quei mari ancora poco
conosciuti. I diversi incidenti della sua vita non sono
chiaramente determinati a partire da questo tempo. La sua
relazione d particolari minuziosi sull'isola di Cipangu, nome
applicato al gruppo d'isole che compongono il Giappone; ma
non pare ch'egli sia andato in quel regno.
Il Giappone era allora un paese rinomato per le sue
ricchezze, e verso il 1264, alcuni anni innanzi l'arrivo di Marco
Polo alla corte tartara,
Kublai-Khan aveva tentato di conquistarlo. La sua flotta
giunse felicemente e s'impadron d'una cittadella, i cui difensori
furono passati a fil di spada; ma una tempesta disperse le navi
tartare, e la spedizione non produsse alcun risultato. Marco
Polo narra questo tentativo diffusamente, e cita diversi
particolari relativi ai costumi dei Giapponesi.
Frattanto, da diciassette anni, senza contare gli anni
impiegati nel viaggio dall'Europa alla China, Marco Polo, suo
zio Matteo e suo padre Nicol erano al servizio dell'imperatore.
Essi avevano un gran desiderio di rivedere la patria, ma
Kublai-Khan, che apprezzava molto i loro meriti, non poteva
indursi a lasciarli partire. Egli fece di tutto per vincere la loro
risoluzione, ed offr loro immense ricchezze se acconsentissero
a non lasciarlo mai. I tre Veneziani persistettero nel disegno di
tornare in Europa, ma l'imperatore rifiut assolutamente
d'aderire alla loro partenza. Marco Polo non sapeva come
ingannare la sorveglianza di cui era oggetto, quando un
incidente fece mutar d'avviso Kublai-Khan,
Un principe mongolo, Arghun, che regnava in Persia,
aveva mandato un'ambasciata all'imperatore per chiedergli in
moglie una principessa del sangue reale. Kublai-Khan accord
al principe Arghun la mano di sua figlia Cogatra, e la fece
partire con un seguito numeroso. Ma le regioni che la scorta
cerc di traversare per recarsi in Persia non erano sicure; dei
turbamenti, delle ribellioni, arrestarono a breve andare la
carovana, che dovette tornare, alcuni mesi dopo, alla residenza
di Kublai-Khan. Fu allora che gli ambasciatori persiani udirono
parlare di Marco Polo come d'un navigatore istruito, che aveva
una certa abitudine dell'oceano Indiano, e supplicarono
l'imperatore di confidargli la principessa Cogatra, affinch la
conducesse al suo fidanzato attraversando quei mari, meno
pericolosi del continente.
Kublai-Khan si arrese finalmente a questa domanda, non
senza difficolt. Egli fece equipaggiare una flotta di quattordici
navi a quattro alberi, e l'approvigion per un viaggio di due
anni. Alcune di queste navi contavano dugentocinquanta
uomini d'equipaggio; era, come si vede, una spedizione
importante, degna dell'opulento sovrano dell'impero chinese.
Matteo, Nicol, Marco Polo partirono colla principessa
Cogatra e gli ambasciatori persiani. Fu in questa traversata, che
non dur meno di diciotto mesi, che Marco Polo visit le isole
della Sonda e dell'India, di cui egli fa una descrizione
compiuta? lo si pu ammettere fino ad un certo punto,
segnatamente per quanto concerne Ceylan ed il litorale della
penisola indiana. Noi lo seguiremo dunque in tutto il corso
della sua navigazione, e riferiremo le descrizioni ch'egli d di
quei paesi, imperfettamente conosciuti fino allora. Fu verso il
1201 od il 1202 che la flotta, comandata da Marco Polo, lasci
il porto di Zaitem, a cui il viaggiatore era giunto nei suoi viaggi
attraverso le provincie meridionali della China. Da questo
punto, egli si diresse diffilato verso la vasta regione di Cianba,
situata al sud della Cocincina, che comprende l'odierna
provincia di Saigon, appartenente alla Francia. Il viaggiatore
veneziano aveva gi visitato questa provincia, probabilmente
verso l'anno 1280, compiendo una missione di cui l'imperatore
lo aveva incaricato. A quel tempo, Cianba era tributario del
gran khan, e gli pagava un tributo annuale consistente in un
certo numero d'elefanti. Quando Marco Polo percorse quel
paese innanzi la conquista, il re che lo governava non aveva
meno di trecentoventsei figli, di cui centocinquanta erano in
grado di portar le armi.
Lasciando la penisola cambodgiana, la flotta si diresse
verso la piccola isola di Giava, di cui Kublai-Khan non aveva
mai potuto impadronirsi, isola che possedeva gran ricchezze, e
che produceva in abbondanza il pepe, le noci moscate, il
cubebe, il garofano ed altre spezie preziose. Dopo d'essersi
arrestato a Condor ed a Sandur, all'estremit della penisola
cocincinese, Marco Polo giunse all'isola di Pentam (Bintang)
situata presso l'ingresso orientale del distretto di Malacca, e
all'isola di Sumatra, ch'egli chiama Giava-la-Piccola.
Quest'isola tanto a mezzod, dice egli, che non vi si vede
mai la stella polare il che vero per gli abitanti della sua
parte meridionale. una regione fertile, dove l'aloe cresce
meravigliosamente, dove s'incontrano elefanti selvatici,
rinoceronti, che Marco Polo chiama liocorni, e scimmie che
vanno a greggi numerosi. La flotta fu trattenuta cinque mesi su
queste spiaggie a causa del brutto tempo, ed il viaggiatore
approfitt di questo tempo per visitare le principali provincie
dell'isola, come Samara, Dagraian, Labrin, che conta gran
numero d'uomini coduti, evidentemente scimmie, e
Fandur, vale a dire l'isola Panchor, dove cresce il sag, dal
quale si ricava una farina che serve a fabbricare un pane
eccellente.
Finalmente, i venti permisero alle navi di lasciare Giava-
la-Piccola. Dopo d'aver toccato l'isola Necaran, che deve essere
una delle Nicobar, ed il gruppo delle Andaman, i cui naturali
sono ancora antropofagi come al tempo di Marco Polo, la
flotta, pigliando la direzione del sud-ovest, venne ad approdare
alla costa di Ceylan. Quest'isola, dice la relazione, era molto
pi grande una volta, giacch aveva tremila e seicento miglia,
stando a quanto si vede sul mappamondo dei piloti di questo
mare; ma il vento del nord soffia cos forte in quei paraggi, che
ha fatto affondare una parte dell'isola sotto l'acqua, tradizione
che si trova ancora fra gli abitanti di Ceylan. l che si
raccolgono abbondantemente i nobili e buoni rubini, i zaffiri,
i topazi, le amatiste ed altre pietre preziose, come granate,
opale, agate e sardoniche. Il re del paese possedeva a quel
tempo un rubino lungo un palmo, grosso come il braccio d'un
uomo, vermiglio come il fuoco, e che il gran khan volle invano
comperare a quel sovrano al prezzo d'una citt.
A sessanta miglia all'ovest di Ceylan, i navigatori
incontrarono la gran provincia di Maabar, che non bisogna
confondere col Malabar, posto sulla costa occidentale della
penisola indiana. Questo Maabar forma il sud della costa di
Coromandel, molto stimata per le sue pesche di perle. Col
funzionano degli incantatori, che rendono i mostri marini
innocqui ai pescatori, specie d'astrologhi la cui razza si
perpetuata fino ai tempi moderni. Marco Polo d qui
interessanti particolari sui costumi degli indigeni, sulla morte
dei re del paese, in onore del quale i signori si gettano nel
fuoco, sui suicidi religiosi, che sono frequenti, sul sacrificio
delle vedove che il rogo aspetta alla morte del marito, sulle
abluzioni bi-cotidiane di cui la religione fa un dovere,
sull'attitudine di quegli indigeni a diventare buoni fisionomisti,
sulla loro confidenza nelle pratiche degli astrologhi e degli
indovini.
Dopo d'aver soggiornato sulla costa del Coromandel,
Marco Polo risali al nord fino al regno di Muftili, la cui
capitale ora la citt di Masuli-patam, citt principale del
regno di Golconda. Questo regno era saviamente governato da
una regina, vedova, da quarant'anni, che volle rimaner fedele
alla memoria del suo sposo. In quel paese, erano aperte al
traffico ricche miniere di diamanti, che sono poste nelle
montagne, disgraziatamente infestate da gran numero di
serpenti. Ma i minatori, per raccogliere quelle pietre preziose,
senza aver nulla a temere dei rettili, hanno immaginato un
modo bizzarro, di cui si pu a buon diritto porre in dubbio
l'eccellenza. Essi pigliano molti pezzi di carne, dice il
viaggiatore, e li gettano in quei precipizi diruti dove nessuno
pu giungere. Questa carne cade sui diamanti, che vi si
attaccano. Ora, nelle montagne vivono delle aquile bianche che
danno la caccia ai serpenti; quando queste aquile vedono la
carne in fondo ai precipizi, le si fanno addosso e la portano su;
ma gli uomini, che hanno seguito i movimenti dell'aquila,
appena la vedono posata ed intenta a mangiare la carne,
mandano gran grida; l'aquila spaventata vola via senza portar
seco la preda, per paura d'essere sorpresa dagli uomini; allora
questi accorrono, pigliano la carne e raccolgono i diamanti che
vi sono attaccati. Spesso anche, quando l'aquila ha mangiato i
pezzi di carne, rigetta i diamanti coi suoi escrementi, di guisa
che se ne trovano nel loro fimo.
Dopo d'aver visitato la piccola citt di San-Thom, situata
ad alcune miglia al sud di Madras, nella quale riposa il corpo di
San Tommaso l'apostolo, Marco Polo esplor il regno del
Maabar, e pi particolarmente la provincia di Lar, donde sono
originari tutti gli abrajamani del mondo, probabilmente i
Brahmani. Questi uomini, secondo la relazione, vivono fino ad
et assai tarda, in grazia della loro sobriet e della loro
astinenza; alcuni dei loro monaci giungono fino a
centocinquanta o dugento anni, non mangiando che riso e latte,
e bevendo un miscuglio di zolfo ed argento vivo. Questi
brahmani sono mercanti abili, superstiziosi per altro, ma d'una
notevole schiettezza; essi non rubano niente a nessuno, non
ammazzano alcuna creatura vivente, qualunque sia, e adorano
il bue, che per essi un animale sacro.
Da questo punto della costa, la flotta torn a Ceylan dove,
nel 1284, Kublai-Khan aveva mandato un'ambasciata, che gli
port alcune pretese reliquie di Adamo, e fra le altre, i suoi due
denti molari; giacch, stando alle tradizioni dei Saraceni, la
tomba del nostro primo padre posta sulla vetta della
montagna scoscesa, che forma il principale rilievo dell'isola.
Perduta di vista Ceylan, Marco Polo si rec a Cail, porto che
sembra sia scomparso dalle carte moderne, ed al quale
approdavano allora tutte le navi che venivano da Ormuz, da
Kis, d'Aden e dalle coste dell'Arabia. Di l, doppiando il capo
Comorin, punta della penisola, i navigatori giunsero in vista di
Coilum, la Culam moderna, che era, nel secolo XIII, una citt
molto commerciale. l che si raccoglie segnatamente il legno
di sandalo, l'indaco, ed i mercanti del Levante e del Ponente vi
vengono a trafficare in gran numero. Il paese del Malabar
fertilissimo di riso; gli animali selvaggi non vi mancano, come
i leopardi, che Marco Polo chiama leoni neri, poi dei
pappagalli di diverse specie, e dei pavoni che sono
incomparabilmente pi belli dei loro congeneri d'Europa.
La flotta, lasciando Coilum e seguendo verso il nord la
costa del Malabar, giunse sulle spiaggie del regno d'Eli, che
trae il suo nome da una montagna posta sul limite del Kanara e
del Malabar; col si raccolgono il ginepro, lo zafferano ed altre
spezie. Al nord di questo regno si stendeva quella regione che
il viaggiatore veneziano chiama Melibar, e che situata al nord
del Malabar propriamente detto. Le navi dei mercanti del
Mangi venivano di frequente a trafficare cogli indigeni di
quella parte dell'India, che fornivano loro dei carichi di spezie
eccellenti, dei bugraui preziosi ed altre mercanzie di valore; ma
le loro navi erano troppo spesso saccheggiate dai pirati della
costa, che passavano giustamente per gente di mare
formidabile. Questi pirati abitavano in ispecie la penisola di
Gohurat, oggi Gusgiarat, verso la quale la flotta si diresse dopo
d'aver avuto cognizione del Tanat, regione in cui si raccoglie
l'incenso bruno, e di Canbaot, ora Kambayet, citt che fa un
importante traffico di cuoi. Dopo d'aver visitato Smnenat, citt
della penisola, i cui abitanti sono idolatri, crudeli e feroci, poi
Kesmacoran. probabilmente la citt odierna di Kedge, capitale
della regione del Makran posta all'est dell'Indo, presso al mare,
e l'ultima citt dell'India tra l'occidente ed il nord, Marco Polo,
invece di risalire verso la Persia, dove lo aspettava il fidanzato
della principessa tartara, si slanci verso l'ovest attraverso il
vasto mar d'Oman.
La sua insaziabile passione di esploratore lo trasse cos per
cinquecento miglia fino alle coste dell'Arabia, dove si ferm
alle isole Maschio e Femmina, cos chiamate perch una
unicamente abitata dagli uomini, l'altra dalle loro donne che
non visitano se non durante i mesi di marzo, aprile e maggio.
Lasciando queste isole, la flotta fece vela al sud verso l'isola di
Socotora, situata all'ingresso del golfo d'Aden, e di cui Marco
Polo riconobbe diverse parti. Egli parla degli abitanti di
Socotora come d'abili incantatori, che coi loro incantesimi
ottengono tutto ci che vogliono e comandano agli uragani ed
alle tempeste. Poi, scendendo ancora mille miglia Terso il sud,
spinse la lotta fino alle spiaggia di Madagascar.
Agli occhi del viaggiatore, Madagascar una delle pi
grandi e nobili isole che siano al mondo. I suoi abitanti sono
molto dediti al commercio, e segnatamente al traffico dei denti
d'elefante. Essi si nutrono a preferenza di carne di cammello,
che carne migliore e pi sana di qualsiasi altra. I mercanti che
vengono dalle coste dell'India non impiegano che venti giorni a
traversare il mar d'Oman; ma quando ritornano, abbisognano
loro almeno tre mesi a causa delle correnti contrarie che
tendono incessantemente a ricacciarli nel sud. Non di meno
frequentano quest'isola, giacch essa fornisce loro il legno di
sandalo, di cui esistono intere foreste, e l'ambra, ch'essi
barattano con drappi d'oro e di seta, ricavandone gran profitto.
Gli animali selvatici e la selva non mancano a quel regno,
stando a quanto ne dice Marco Polo; leopardi, orsi, leoni, cervi,
cinghiali, giraffe, asini selvatici, caprioli, daini, bestiami, vi si
incontrano a frotte numerose; ma ci che gli parve
meraviglioso, fu quel preteso grifone, quel roc di cui tanto si
parla nelle Mille ed una Notte, che, dice egli, non , come si
crede generalmente, un animale met leone e met uccello,
capace di sollevare un elefante fra i suoi artigli. Questo uccello
cos meraviglioso era probabilmente quell'pyornis maximus,
di cui si trovano ancora delle uova a Madagascar.
Da quest'isola, Marco Polo, risalendo verso il nord-ovest,
venne a prender cognizione della costa africana. Gli abitanti gli
parvero smisuratamente grossi, ma forti e capaci di portare il
carico di quattro uomini, il che non meraviglioso, giacch
mangiano per cinque. Questi indigeni erano negri, e
camminavano tutti nudi; avevano la bocca grande, il naso
rincagnato, le labbra e gli occhi grossi, descrizione esatta che
conviene ancora ai naturali di quella parte dell'Africa. Questi
Africani vivono di riso, di carne, di latte, di datteri, e
fabbricano il loro vino col riso, lo zuccaro e le spezie. Sono
guerrieri valorosi che non temono la morte; essi combattono
sopra cammelli ed elefanti, armati d'uno scudo di cuoio, d'una
spada e d'una lancia, ed eccitano le loro cavalcature
ubbriacandole con una bevanda alcoolica.
Al tempo di Marco Polo, stando all'osservazione del signor
Charton, i paesi compresi sotto la denominazione d'India, si
suddividevano in tre parti: l'India maggiore, vale a dire
l'Indostan e tutto il paese situato fra il Gange e l'Indo; l'India
minore, vale a dire quella regione situata di l dal Gange, e
compresa dalla costa ovest della penisola fino alla costa della
Cocincina; finalmente l'India media, vale a dire l'Abissinia e le
coste arabiche fino al golfo Persico.
Lasciando Zanzibar fu dunque quest'India media di cui
Marco Polo, risalendo al nord, esplor il litorale, e dapprima
l'Abasia o Abissinia, dove si fabbricano bei drappi di cotone e
di bugrane, e che un paese ricchissimo. Poi, la flotta and
fino al porto di Zeila, quasi all'entrata dello stretto di Bab-el-
Mandeb, e finalmente, seguendo le spiaggia dell'Yemen e
dell'Hadramaut, essa riconobbe Aden, porto frequentato da
tutte le navi che commerciano coll'India e colla China, Escier,
gran citt che esporta gran numero di cavalli eccellenti, Dafr,
che produce un incenso di prima qualit, Calatu, ora Kaljt,
situata sulla costa d'Oman, e finalmente Cormos, vale a dire
Ormuz, che Marco Polo aveva gi visitata, quando si rec da
Venezia alla corte del re tartaro.
in questo porto del golfo Persico che termin la
traversata della flotta equipaggiata per cura dell'imperatore
mongolo. La principessa era finalmente sui confini della Persia,
dopo una navigazione che non aveva durato meno di diciotto
mesi. Ma in quel momento, il suo fidanzato, il principe
Arghun, era morto, ed il regno era insanguinato dalla guerra
civile. La principessa fu dunque consegnata al figlio d'Arghun,
il principe Ghazan, che non sal al trono se non nel 1295,
quando l'usurpatore, fratello d'Arghun, fu strangolato. Che cosa
avvenisse della principessa, si ignora; ma, prima di separarsi da
Marco, da Nicol e da Matteo Polo, essa lasci loro dei segni
del suo alto favore.
Fu probabilmente mentre era in Persia che Marco Polo
raccolse i suoi documenti curiosi sulla gran Turchia. Sono
frammenti senza seguito ch'egli d alla fine della sua relazione,
vera storia dei khan mongoli della Persia. Ma i suoi viaggi di
esplorazione erano terminati. Preso commiato dalla principessa
tartara, i tre Veneziani, ben scortati e pagati d'ogni spesa,
presero la via di terra per tornare in patria. Si recarono a
Trebisonda, da Trebisonda a Costantinopoli, da Costantinopoli
a Negroponte, e s'imbarcarono per Venezia.
Fu nel 1295, ventiquattro anni dopo d'averla lasciata, che
Marco Polo rientr nella sua citt natale. I tre viaggiatori, arsi
dal sole, grossolanamente vestiti di stoffe tartare, avendo
conservato modi ed usanze mongole, disavvezzi dal parlare la
lingua veneziana, non furono riconosciuti, neppure dai loro pi
prossimi parenti. Del resto, da un pezzo era corsa la voce della
loro morte, e si credeva di non doverli rivedere mai pi. Essi si
recarono a casa loro, nel quartiere di San Giovanni Crisostomo,
e la trovarono occupata da diversi membri della famiglia Polo.
Costoro accolsero i tre viaggiatori con molta diffidenza,
giustificata certamente dal loro aspetto miserando, e non
diedero fede ai racconti un po' straordinari che fece Marco
Polo. Tuttavia, in seguito alle loro istanze, li ammisero in
quella casa, di cui erano i legittimi possessori. Alcuni giorni
dopo, Nicol, Matteo e Marea, volendo distruggere ogni
minimo sospetto sulla loro identit, diedero un magnifico
desinare seguito da una splendida festa. Essi convitarono i
diversi membri della famiglia ed i pi gran signori di Venezia.
Quando tutti questi invitati furono riuniti nella sala di
ricevimento, i tre Polo apparvero vestiti di vesti di raso
cremisino. I commensali passarono nella sala del pasto, ed
incominci il banchetto. Dopo la prima portata, Marco Polo,
suo padre e suo zio si ritirarono un istante e ritornarono
splendidamente vestiti di sontuose stoffe di damasco che
lacerarono e distribuirono a pezzi ai loro invitati. Dopo la
seconda portata, si vestirono di panni ancor pi ricchi, fatti di
velluto cremisino, che serbarono fino alla fine della festa.
Riapparvero allora semplicemente vestiti alla moda veneziana.
I commensali stupiti da questo lusso di vestimenta, non
sapevano che cosa i loro anfitrioni volessero fare, quando
costoro fecero portare gli abiti grossolani che avevano loro
servito durante il viaggio; poi, scucendoli e strappando le
fodere, ne fecero cadere a terra dei rubini, dei zaffiri, degli
smeraldi, dei carbonchi, dei diamanti, tutte pietre preziose del
massimo valore. Quei cenci nascondevano immense ricchezze.
L'inaspettato spettacolo dissip ogni dubbio; i tre viaggiatori
furono immediatamente riconosciuti per quelli che erano
veramente, Marco, Nicol, Matteo Polo, ed i pi sinceri
complimenti furono loro prodigati da ogni parte.
Un uomo celebre quanto Marco Polo non poteva sfuggire
agli onori civici. Egli fu chiamato alla prima magistratura di
Venezia, e siccome egli parlava senza tregua dei milioni del
gran khan, che comandava a milioni di sudditi, fu chiamato
egli medesimo Messer Milione.
Fu verso quel tempo, nel 1296, che scoppi una guerra tra
Venezia e Genova. Una flotta genovese, comandata da Lamba
Doria, solcava i flotti dell'Adriatico e minacciava il litorale.
L'ammiraglio veneziano, Andrea Dandolo, arm subito una
flotta pi numerosa della flotta genovese, ed affid il comando
d'una galera a Marco Polo, che passava giustamente per un
navigatore rinomato. Tuttavia, nella battaglia navale dell'8
settembre 1296, i Veneziani furono vinti, e Marco Polo,
gravemente ferito, cadde in potere dei Genovesi. I vincitori,
conoscendo ed apprezzando il valore del prigioniero, lo
trattarono con molti riguardi. Egli fu condotto a Genova, dove
le pi grandi famiglie, avide di udire i suoi racconti fecero una
graziosissima accoglienza. Ma, se nessuno si stancava d'udirlo,
Marco Polo si stanc finalmente di narrare, ed avendo fatto nel
1298 durante la sua prigiona, la conoscenza del Pisano
Rusticano, gli dett il racconto dei suoi viaggi.
Verso il 1299, Marco Polo fu restituito alla libert. Egli
torn a Venezia, dove si ammogli. Da quel tempo, la storia
muta sui diversi incidenti della sua vita. Solo si sa dal suo
testamento in data del 9 gennaio 1323, ch'egli lasci tre figlie, e
si crede morisse verso quel tempo, nell'et di settant'anni.
Tale fu l'esistenza di questo celebre viaggiatore, i cui
racconti ebbero una grande influenza sul progresso delle
scienze geografiche. Egli possedeva in grado eminente il genio
dell'osservazione; sapeva vedere come sapeva dire, e le
esplorazioni posteriori non hanno fatto che confermare la
veracit della sua relazione. Fino alla met del secolo XVIII, i
documenti ricavati dal racconto di Marco Polo servirono di
base tanto agli studi geografici quanto alle spedizioni
commerciali fatte nella China, nell'India e nel centro dell'Asia.
Perci la posterit non pu che approvare il titolo che i primi
copisti avevano dato all'opera di Marco Polo: Il Libro delle
meraviglie del mondo.
CAPITOLO V.
IBN BATUTA (1328-1353).
Ibn Batuta Il Nilo Gaza, Tiro, Tiberia, il Libano, Balbek, Damasco,
Meshed, Bassorah, Bagdad, Tebrix, Medina. la Mecca L'Yemen
L'Abissinia Il paese dei Berberi Il Zanguebar Ormuz La Siria
L'Anatolia L'Asia Minore Astrakan Costantinopoli Il Turkestan
Herat L'Indo Delhi Il Malabar Le Maldive Ceylan Il
Coromandel Il Bengala Le Nicobar Sumatra La China
L'Africa Il Niger Tembuctu.

Marco Polo aveva riveduto la sua patria da venticinque
anni circa, quando un fratello minore dell'ordine di San
Francesco travers tutta l'Asia, dal 1313 al 1330, dal mar Nero
fino agli estremi confini della China, passando da Trebisonda,
dal monte Ararat, da Babel e dall'isola di Giava. Ma la sua
relazione cos confusa, e la sua credulit cos manifesta, che
non si pu dare importanza alcuna a' suoi racconti. Lo stesso
dei viaggi favolosi di J ean di Mandeville, di cui Cooley dice
che pubblic un'opera cos piena di menzogne, che forse non
esiste la simile in alcuna delle lingue conosciute.
Per trovare al viaggiatore veneziano un successore degno
di lui, bisogna citare un viaggiatore arabo, che fece per l'Egitto,
l'Arabia, l'Anatolia, la Tartaria, l'India, la China, il Bengala, il
Sudan, ci che Marco Polo aveva fatto per una porzione
relativamente grande dell'Asia centrale. Quest'uomo, ingegnoso
ed audace nello stesso tempo, deve esser posto nella schiera dei
pi arditi esploratori.
Era un teologo, e si chiamava Abd Allah El Lawati, ma si
rese celebre col nomignolo di Ibn Batuta. Nell'anno 1324, il
725 dell'Egira, egli risolvette di fare il pellegrinaggio della
Mecca, e lasciando Tangeri, sua citt natale, si rec ad
Alessandria, poi al Cairo. Durante il suo soggiorno in Egitto,
studi particolarmente il Nilo, soprattutto alla foce; poi cerc di
risalirne il corso, ma arrestato da torbidi sulle frontiere della
Nubia, dovette ridiscendere il gran fiume e fece vela per l'Asia
Minore.
Dopo d'aver visitato Gaza, le tombe d'Abramo, d'Isacco e
di Giacobbe, Tiro, allora molto fortificata ed inattaccabile da
tre lati, Tiberia, che non era se non una rovina ed i cui celebri
bagni erano interamente distrutti, Ibn Batuta fu attirato dalle
meraviglie del monte Libano, ritrovo di tutti gli eremiti del
tempo, che avevano giudiziosamente scelto una delle pi belle
regioni della terra per finirvi i loro giorni. Allora, traversando
Balbek e toccando Damasco, nell'anno 1345, egli trov questa
citt decimata dalla peste. L'orribile flagello divorava sino
ventiquattromila persone ogni giorno, stando al viaggiatore,
e senza dubbio Damasco sarebbe stata presto spopolata senza
l'intervento del cielo, il quale secondo lui, cedette alle
preghiere del popolo riunito in quella moschea venerata in cui
si vede la preziosa pietra che conserva l'impronta del piede di
Mos.
Il teologo arabo, lasciando Damasco, si rec alla citt di
Meshed, dove visit la tomba d'Ali. Questa tomba attira gran
numero di pellegrini paralitici, ai quali basta passare una notte
in preghiere per guarire delle loro infermit. Batuta non sembra
mettere in dubbio l'autenticit di questo miracolo, che
conosciuto in tutto l'Oriente sotto la denominazione di notte
della guarigione.
Dopo Meshed, Ibn Batuta, sempre infaticabile e trascinato
dal suo imperioso desiderio di vedere, si rec a Bassorah e si
cacci nel regno di Ispahan, poi nella provincia di Shiraz, dove
voleva trattenersi col celebre facitore di miracoli, Magd Oddin.
Da Shiraz and a Bagdad, a Tebrix, poi a Medina, dove preg
sulla tomba del profeta, e finalmente alla Mecca, dove si ripos
tre anni.
Si sa che da questa citt santa partono incessantemente
delle carovane che solcano tutto il paese circostante. Fu in
compagnia di alcuni di questi audaci mercanti che Ibn Batuta
pot visitare tutte le citt dell'Yemen. Egli spinse la sua
ricognizione fino ad Aden, all'estremit del mar Rosso, e
s'imbarc per Zeila, uno dei porti dell'Abissinia. Egli dunque
rimetteva piede sulla terra africana. Inoltrandosi nel paese dei
Berberi, studi i costumi, le abitudini di queste trib sudicie e
ributtanti, che vivono solo di pesci e di carne di cammello. Ibn
Batuta, tuttavia, trov nella citt di Makdasbu un certo lusso,
diremmo quasi un'agiatezza, di cui conserv buona ricordanza.
Gli abitanti di questa citt erano grassissimi; ciascuno d'essi
mangiava quanto tutto un convento e gustava molto certe
delicate ghiottonerie, come a dire piantaggine bollita nel latte,
cedri canditi, baccelli di pepe freschi e ginepro verde.
Dopo d'aver preso una certa cognizione di questo paese dei
Berberi, segnatamente sul litorale, Ibn Batuta risolvette di
recarsi allo Zanguebar e traversando il mar Rosso, and, lungo
la costa arabica, a Zafar, citt situata sul mar delle Indie. La
vegetazione di questa regione era magnifica; il betel, il cocco,
l'albero da incenso vi formavano splendide foreste; ma sempre
spinto dal suo spirito avventuroso, il viaggiatore arabo and pi
oltre e giunse ad Ormuz, sul golfo Persico. Egli percorse alcune
provincie persiane, e lo troviamo la seconda volta alla Mecca
nell'anno 1332. Egli rientrava dunque nella citt santa tre anni
dopo d'averla lasciata.
Ma non era che una sosta nell'esistenza vagabonda d'Ibn
Batuta, un istante di riposo, giacch, abbandonando l'Asia per
l'Africa, questo intrepido scienziato si arrischi di nuovo nelle
regioni poco note dell'alto Egitto e ridiscese fino al Cairo. Da
questo punto, egli si slancia in Siria, corre a Gerusalemme, a
Tripoli, e penetra fin presso i Turcomanni dell'Anatolia, dove
la confraternita dei giovani gli l un'accoglienza molto
ospitale.
Dopo l'Anatolia, l'Asia Minore di cui parla la relazione
araba. Ibn Batuta si avanz fino ad Erzerum, dove gli fu
mostrato un aerolita che pesava seicentoventi libbre. Poi,
traversando il mar Nero, visit Crim, Kafa e Bulgar, citt gi
abbastanza alta di latitudine perch la disuguaglianza dei giorni
e delle notti vi fosse notevole, ed infine giunse ad Astrakan,
alla foce del Volga, dove il khan tartaro passava la stagione
d'inverno.
La principessa Bailun, moglie di questo capo e figlia
dell'imperatore di Costantinopoli, si disponeva a visitar suo
padre. Era un'occasione naturalissima per Ibn Batuta
d'esplorare la Turchia europea. Egli ottenne il permesso di
accompagnare la principessa, che part accompagnata da
cinquemila uomini e seguita da una moschea portatile che
veniva rizzata ad ogni stazione. Il ricevimento della principessa
a Costantinopoli fu magnifico, e le campane vennero suonate
con tanta foga che l'orizzonte medesimo veniva scosso dal
frastuono.
L'accoglienza fatta al teologo dai principi del paese fu
degna della sua rinomanza. Egli pot visitare la citt
minuziosamente, e vi rimase trentasei giorni.
Come si vede, in un tempo in cui le comunicazioni erano
difficili e pericolose tra i diversi paesi, Ibn Batuta si era dato a
fare l'esploratore audace. L'Egitto, l'Arabia, la Turchia asiatica,
le provincie del Caucaso erano state percorse da lui. Dopo tante
fatiche, egli aveva diritto al riposo. La sua rinomanza era
grande ed avrebbe soddisfatto uno spirito meno ambizioso del
suo, giacch egli era, senza contrasto, il pi celebre viaggiatore
del secolo XIV; ma la sua insaziabile passione lo trascin
ancora, ed il cerchio delle sue esplorazioni doveva ingrandirsi
considerevolmente.
Lasciando Costantinopoli, Ibn Batuta si rec di nuovo ad
Astrakan. Di l, traversando gli aridi deserti del Turkestan
odierno, giunse alla citt di Chorasm, che gli parve grande e
popolosa, poi a Bukhara, mezzo distrutta ancora dalle armate di
Gengis-Khan. Alcun tempo dopo, lo troviamo a Samarkanda,
citt religiosa che piacque molto al dotto viaggiatore, poi a
Balk, a cui non pot giungere se non dopo aver valicato il
deserto di Khoracan. Questa citt non era che rovina e
desolazione; le armate barbare erano passate di l. Ibn Batuta
non vi pot soggiornare, e volle tornare nell'ovest, sulla
frontiera dell'Afghanistan. Il paese montagnoso di Kusistan si
presentava innanzi a lui. Egli non esit a cacciarvisi, e dopo
gran fatiche sopportate con altrettanta fortuna quanta pazienza,
giunse all'importante citt d'Herat.
Fu il punto estremo a cui lbn Batuta si arrestasse nell'ovest.
Egli risolvette allora di ripigliare la sua via verso l'Oriente, e di
toccare gli estremi limiti dell'Asia fino alle sponde dell'oceano
Pacifico. Se riuscisse, passerebbe il cerchio delle esplorazioni
dell'illustre Marco Polo.
Si pose dunque in via seguendo il Gabul e la frontiera
dell'Afghanistan, e giunse fino alle sponde del Sindhi, l'Indo
moderno, che scese fino alla sua foce. Dalla citt di Lahari, egli
si diresse verso Delhi, la grande e bella citt che i suoi abitanti
avevano allora disertata, per sottrarsi ai furori dell'imperatore
Mohammed.
Questo tiranno, che avea dei momenti di generosit e di
magnificenza, accolse assai bene il viaggiatore arabo; non gli
risparmi i suoi favori, e lo nomin giudice a Delhi, con
concessioni di terre e di vantaggi pecuniari annessi a quella
carica. Questi onori non dovevano durare un pezzo. Ibn Batuta,
compromesso in una pretesa cospirazione, credette di dover
abbandonare il suo posto, e si fece fachiro per isfuggire alla
collera dell'imperatore. Ma Mohammed ebbe il buon gusto di
perdonargli e di nominarlo suo ambasciatore in China.
La fortuna sorrideva dunque sempre al coraggioso teologo;
egli stava per giungere a quei paesi lontani, in condizioni
eccezionali di benessere e di sicurezza; era carico d doni per
l'imperatore della China, e duemila cavalieri dovevano
accompagnarlo.
Ma Ibn Batuta faceva i conti senza gl'insorti, che
occupavano le regioni circostanti. Ci fu un combattimento tra
le genti della sua scorta e gli Hindu; Ibn Batuta, separato da'
compagni, fu preso, spogliato, ammanettato e trascinato via.
Dove? non lo sapeva. Pure, non perdendo n speranza n
coraggio, riusc a sfuggire dalle mani di quei predoni. Vag per
sette giorni, fu raccolto da un negro, e finalmente ricondotto a
Delhi, al palazzo dell'imperatore.
Mohammed fece subito le spese d'una nuova spedizione e
conferm il viaggiatore arabo nella sua qualit d'ambasciatore.
Questa volta, la scorta attravers senza ingombro il paese
insorto, e per Kanoge, Merwa, Gwalior e Barun, giunse al
Malabar. Qualche tempo dopo, Ibn Batuta entrava in Calcutta,
che divent pi tardi il capoluogo della provincia di Malabar,
porto importante nel quale aspett tre mesi dei venti favorevoli
per ripigliar il mare. Approfitt di questa fermata involontaria
per istudiare la marina mercantile dei Chinesi, che
frequentavano quella citt. Egli parla con ammirazione di
quelle giunche, veri giardini galleggianti, sui quali si coltivava
il ginepro e le erbe mangereccie, specie di villaggi
indipendenti, di cui alcuni ricchi privati possedevano un gran
numero.
Giunse la stagione favorevole. Ibn Batuta scelse, per
trasportarlo, una piccola giunca comodamente disposta, sulla
quale fece mettere le sue ricchezze ed i suoi bagagli. Altre
tredici giunche dovevano ricevere i doni mandati dal sovrano
di Delhi all'imperatore della China. Ma, durante la notte, un
violento uragano fece perire tutte le navi. Fortunatamente, Ibn
Batuta era rimasto a terra per assistere alle preghiere della
moschea; la sua divozione lo salv. Ma egli aveva perduto ogni
cosa; non gli rimaneva che il tappeto sul quale faceva le sue
divozioni e, dopo questa seconda catastrofe, non os pi
presentarsi innanzi al sovrano di Delhi. Vi era di che metter di
mal umore un imperatore meno impaziente.
Ibn Batuta prese il suo partito; abbandon il servizio
dell'imperatore ed i vantaggi annessi alla sua qualit
d'ambasciatore, poi s'imbarc per le isole Maldive, allora
governate da una donna, e che facevano un gran commercio di
fili di cocco. Anche l il teologo arabo fu investito della dignit
di giudice; egli spos tre donne, incorse nella collera del visir,
geloso della sua riputazione, e dovette poco stante fuggirsene.
La sua speranza era di giungere alle coste di Coromandel, ma i
venti spinsero la nave verso l'isola di Ceylan. Ibn Batuta fu
ricevuto con gran riguardi, ed ottenne di arrampicarsi sulla
montagna sacra di Serendid o picco d'Adamo. La sua
intenzione era di vedere l'impronta miracolosa posta alla cima
di quel monte, che gli Indiani chiamano Piede di Budda ed i
Maomettani Piede d'Adamo. Egli pretende, nella sua
relazione, che quest'impronta misuri undici palmi di lunghezza,
stima molto inferiore a quella d'uno storico del secolo IX, che
non le d meno di settantanove cubiti. Questo storico aggiunge
anzi che, mentre uno dei piedi del nostro primo padre riposava
sulla montagna, l'altro era tuffato nell'oceano Indiano. Ibn
Batuta parla pure di grandi scimmie barbute, formanti una parte
importante della popolazione dell'isola, che sarebbe sottoposta
ad un governo monarchico rappresentato da un re cinocefalo
coronato di foglie d'albero. Si sa ora quanta fede convenga dare
a tutte queste fiabe propagate dalla credulit degli Indiani.
Da Ceylan, il viaggiatore pass sulla costa del
Coromandel, non senza aver provati violenti uragani. Da questa
costa, egli giunse alla spiaggia opposta, attraversando
l'estremit inferiore della penisola indiana, dove s'imbarc di
nuovo. Ma la sua nave fu presa dai pirati, e spogliato, quasi
nudo, sfinito dalle fatiche, Ibn Batuta giunse a Calcutta. Per
altro, nessuna disgrazia poteva scoraggiarlo. Egli era di quella
forte razza dei gran viaggiatori, che si ritemprano nella
sciagura. Appena l'ospitalit generosa di alcuni mercanti di
Delhi gli ebbe concesso di ripigliare il bastone di viaggiatore,
egli s'imbarc di nuovo per le Maldive, corse al Bengala, di cui
ammir le ricchezze naturali, fece vela per Sumatra, si ferm,
dopo cinquanta giorni di detestabile traversata, ad una delle
isole Nicobar, situate nel golfo del Bengala, e quindici giorni
dopo, giunse finalmente a Sumatra, il cui re lo accolse con gran
favore, come faceva, del resto, con tutti i Maomettani. Ma Ibn
Batuta non era un uomo ordinario; egli piacque al sovrano
dell'isola, che gli forn generosamente i mezzi di recarsi in
China.
Una giunca trasport il viaggiatore arabo sul mare
tranquillo, e, settanta giorni dopo d'aver lasciato Sumatra, egli
giunse al porto di Kailuka, capitale d'un paese abbastanza
problematico, i cui abitanti, belli e coraggiosi, primeggiavano
nel mestiere delle armi. Da Kailuka, Ibn Batuta and nelle
provincie chinesi, e visit dapprima la magnifica citt di
Zaitem, probabilmente il Tsuen-tcheu dei Chinesi, che situato
un po' al nord di Nan-king. Egli percorse cos diverse citt di
questo grande impero, studiando i costumi di quei popoli, di
cui ammir da per tutto le ricchezze, l'industria e la civilt, ma
non si avanz fino alla gran muraglia, ch'egli chiama
l'ostacolo di Goga e di Magoga. Gli esplorando in tal guisa
quell'immenso paese, ch'egli soggiorn nella gran citt di
Chensi, che comprendeva sei citt fortificate. Le vicende delle
sue esplorazioni gli permisero di assistere ai funerali d'un khan,
che fu sepolto in compagnia di quattro schiavi, di sei favoriti e
di quattro cavalli.
In questo mentre, scoppiarono a Zaitem dei torbidi, che
obbligarono Ibn Batuta a lasciare questa citt. Il viaggiatore
arabo s'imbarc per Sumatra, e di l toccando Calcutta ed
Ormuz, rientr alla Mecca nell'anno 1348, dopo d'aver fatto il
giro della Persia e della Siria.
L'ora del riposo non era ancora suonata per questo
infaticabile esploratore. L'anno seguente egli rivedeva Tangeri,
sua citt natale; poi, dopo aver visitato le regioni meridionali
della Spagna, tornava al Marocco, si cacciava nel Sudan,
percorreva i paesi inaffiati dal Niger, traversava il gran deserto,
entrava in Tembuctu, facendo cos un tragitto, che avrebbe
bastato ad illustrare un viaggiatore meno ambizioso.
Questa doveva essere la sua ultima spedizione. Nel 1353,
ventinove anni dopo aver lasciato Tangeri per la prima volta,
egli rientrava nel Marocco e si stabiliva a Fez. Ibn Batuta
merita la riputazione del pi intrepido esploratore del secolo
XIV, e la posterit giusta iscrivendo immediatamente il suo
nome dopo quello di Marco Polo, l'illustre Veneziano.
CAPITOLO VI.
GIOVANNI DI BTHENCOURT (1339-1425).
I.

Il cavaliere normanno Sue idee di conquista Ci che si sapeva delle
Canarie Cadice L'arcipelago delle Canarie La Graziosa
Lancerote Fortaventura Lobos Giovanni d Bthencourt torna in
Ispagna Rivolta di Berneval Abboccamento di Giovanni di
Bthencourt e del re Enrico III Gadifer visita l'arcipelago delle Canarie
La Gran Canaria L'isola del Ferro L'isola di Palma.

Fu verso l'anno 1339 che nacque nella contea d'Eu, in
Normandia, Giovanni di Bthencourt, barone di Sait-Martin-le-
Gaillard. Questo Giovanni di Bthencourt era di buona casa, ed
essendosi segnalato nella guerra e nella navigazione, divenne
ciambellano di Carlo VI. Ma egli aveva la passione delle
scoperte, e stanco del servizio della corte durante la demenza
del re, poco felice del resto in casa sua, risolvette di lasciare il
proprio paese e d'illustrarsi con qualche avventurosa conquista.
L'occasione gli si offr, ed ecco come.
Esiste sulla costa africana un gruppo d'isole chiamate isole
Canarie, che ebbero un tempo il nome di isole Fortunate. Juba,
figlio d'un re di Numidia, le avrebbe esplorate, si dice, verso
l'anno 776 di Roma. Nel Medio Evo, stando a certe relazioni,
degli Arabi, dei Genovesi, dei Portoghesi, degli Spagnuoli, dei
Biscaglini, visitarono in parte quel gruppo interessante.
Finalmente, nel 1393, un signore spagnuolo, Almonaster,
comandante d'una spedizione, fece uno sbarco a Lancerote, una
delle Canarie, e ne port, con un certo numero di prigionieri,
dei prodotti che attestavano la gran fertilit di quell'arcipelago.
Questo fatto attir l'attenzione del cavaliere normanno. La
conquista delle Canarie lo allett, e, da uomo pio, risolvette di
convertire le Canarie alla fede cattolica. Era un signore
valoroso, intelligente, abile, ricco d'espedienti. Egli lasci la
sua casa di Grainville-la-Teinturire, in Caux, e si rec a La
Rochelle. Col, incontr il buon cavaliere Gadifer della Salle,
che se ne andava alla ventura. Giovanni di Bthencourt narr i
propri disegni di spedizione a Gadifer. Gadifer gli chiese di
tentar la fortuna in sua compagnia; corsero fra di essi molte
belle parole troppo lunghe a ripetere, ed il negozio fu
conchiuso.
Frattanto, Giovanni di Bthencourt aveva riunito il suo
esercito. Egli possedeva delle buone navi abbastanza guernite
di gente e di provviste. Gadifer e lui spiegarono le vele, e, dopo
d'essere stati contrariati dai venti al passaggio dell'isola Re, e
pi ancora dai dissensi che scoppiavano di frequente fra capi
dell'equipaggio, giunsero al porto di Vivero, sulla costa della
Gallizia, poi alla Corogna. Col, Giovanni di Bthencourt ed i
suoi gentiluomini soggiornarono otto giorni. I Francesi ebbero
alcune difficolt con un certo conte di Scozia, che si mostr
scortesissimo rispetto a loro, ma tutto si limit ad uno scambio
di parole. Il barone ripigli il mare, doppi il capo di Finistere,
segui la costa portoghese fino al capo San Vincenzo, e giunse
al porto di Cadice, dove soggiorn piuttosto a lungo. Col egli
ebbe ancora alcuni litigi con mercanti genovesi, che lo
accusavano di aver preso la loro nave, e dovette anzi recarsi a
Siviglia, dove il re Enrico III gli rese giustizia assolvendolo da
ogni accusa. Giovanni di Bthencourt torn dunque a Cadice, e
trov una parte dell'equipaggio ammutinata. I suoi marinai,
spaventati dai pericoli della spedizione, non volevano
continuare il viaggio; ma il cavaliere francese, serbando i
coraggiosi e mandando via i vigliacchi, fece spiegar le vele, e,
lasciando il porto, si spinse in alto mare.
La nave del barone fu trattenuta per tre giorni da calme
ch'egli chiama la bonaccia; poi, rialzandosi il tempo, egli
giunse in cinque giorni ad una delle piccole isole del gruppo
delle Canarie, la Graziosa, e finalmente ad un'isola pi
importante, Lancerote, la cui lunghezza di 44 chilometri e la
larghezza di 16, avente press'a poco la grandezza e la forma
dell'isola di Rodi. Lancerote ricca di pascoli e di buone terre
di coltura, molto propizie alla produzione dell'orzo. Le fontane
e le cisterne, numerosissime, vi forniscono un'acqua eccellente.
La pianta tintoriale chiamata oricello vi cresce
abbondantemente. Quanto agli abitanti di quest'isola, il cui
costume d'andar press'a poco nudi, sono grandi, ben fatti, e le
loro donne, vestite di saji di cuoio che scendono fino a terra,
sono belle ed oneste.
Giovanni di Bthencourt, innanzi che i suoi disegni di
conquista fossero svelati, avrebbe voluto impadronirsi d'un
certo numero di Canariani. Ma egli non conosceva il paese, e
l'operazione era difficile. And dunque ad ancorarsi al riparo
d'un isolotto dell'arcipelago, situato al nord, e radun a
consiglio i suoi gentiluomini. Egli chiese loro che cosa
pensassero di quanto si dovesse fare. Il consiglio fu d'opinione
che, ad ogni costo, coll'astuzia o colla seduzione, bisognasse
pigliare delle genti del paese. La fortuna favor il bravo
cavaliere. Il re dell'isola, Guadarfia, si mise in relazione con
lui, e gli giur obbedienza, come amico, non come suddito.
Giovanni di Bthencourt fece costrurre un castello, o meglio un
forte, nella prateria a sud-ovest dell'isola, vi lasci alcuni
uomini sotto il comando di Berthin di Berneval, uomo
diligente, e part col rimanente del drappello per conquistare
l'isola di Erbania, che non se non Fortaventura.
Gadifer consigli di fare uno sbarco notturno, il che fu
fatto; poi, egli prese il comando d'un piccolo drappello, e, per
otto giorni, corse l'isola senza poter incontrare un solo degli
abitanti, che si erano rifugiati nelle montagne. Gadifer,
mancando di viveri, dovette tornare, e si rec all'isolotto di
Lobos, posto fra Lancerote e Fortaventura. Ma col il capo-
marinaio gli si ribell, e non fu senza difficolt che Gadifer
torn al forte dell'isola Lancerote.
Giovanni di Bthencourt risolvette allora di tornare in
Ispagna, per pigliare delle provviste ed un nuovo contingente
d'uomini d'armi, giacch egli non poteva pi fare assegnamento
sull'equipaggio. Lasci dunque il comando generale delle isole
a Gadifer; poi, accomiattandosi da tutta la compagnia, fece vela
verso la Spagna sopra una nave appartenente a Gadifer.
Non si sar dimenticato che Giovanni di Bthencourt
aveva nominato Berthin di Berneval comandante del forte
dell'isola Lancerote. Questo Berneval era nemico personale di
Gadifer. Il cavaliere normanno era appena partito, e subito
Berneval cerc di corrompere i suoi compagni, riuscendo ad
indurre un certo numero d'essi, segnatamente dei Guasconi, a
rivoltarsi contro il governatore. Costui, non sospettando
menomamente della condotta di Berneval, s'occupava nel dar la
caccia ai lupi marini sull'isolotto di Lobos in compagnia del
suo amico Remonnet di Levden e di molti altri. Questo
Remonnet, essendo stato mandato a Lancerote per pigliar dei
viveri, non vi trov pi Berneval, che aveva lasciato l'isola co'
complici, per recarsi ad un porto dell'isola Graziosa, dove un
patrono di nave, ingannato da molte promesse, aveva messo la
propria nave a sua disposizione.
Dall'isola Graziosa, il traditore Berneval torn a Lancerote,
e mise il colmo alla scelleratezza simulando un'alleanza col re
dell'isola ed i Canariani. Il re, non sapendo che un ufficiale del
signor di Bthencourt, nel quale aveva la massima fiducia,
potesse ingannarlo, venne con ventiquattro de' suoi sudditi a
mettersi nelle mani di Berneval. Costui, quando furono
addormentati, li fece legare e condurre al porto dell'isola
Graziosa. Il re, vedendosi indegnamente tradito, ruppe i lacci,
liber tre de' suoi uomini e riusc a fuggire; ma i suoi
disgraziati compatrioti rimasero prigionieri, e furono ceduti da
Berneval a predoni spagnuoli che li condussero via per
venderli.
A quest'infamia, Berneval ne aggiunse altre ancora. Cos,
per suo ordine, i suoi compagni s'impadronirono della nave che
Gadifer aveva mandata al forte di Lancerote per portargli dei
viveri. Remonnet volle battersi contro quei traditori; ma lui ed i
suoi erano in troppo picciol numero. Le loro preghiere non
poterono nemmeno impedire al drappello di Berneval, ed a
Berneval in persona, di saccheggiare e distruggere le provviste,
gli utensili e le armi che Giovanni di Bthencourt avea raccolti
nel forte di Lancerote. Poi, gl'insulti non furono risparmiati al
governatore, e Berneval esclam: Io voglio che Gadifer della
Salle sappia che, se fosse giovane al pari di me, andrei ad
ucciderlo; ma poich non , tale io me ne dispenser. S'egli mi
fa montar la mosca al naso, andr a farlo annegare nell'isola di
Lobos, ed allora egli predicher ai lupi marini.
Frattanto, Gadifer e dieci de' suoi compagni, senza viveri e
senz'acqua, erano in pericolo di morte nell'isola di Lobos.
Fortunatamente, i due cappellani del forte di Lancerote,
essendosi recati al porto dell'isola Graziosa, riuscirono ad
impietosire un patrono di nave, gi offeso del tradimento di
Berneval. Questo patrono diede loro uno de' suoi compagni,
chiamato Ximenes, che torn al forte di Lancerote. Col si
trovava una fragile navicella che Ximenes caric di viveri; poi,
imbarcandosi coi quattro fedeli di Gadifer, si arrischi a
spingersi fino all'isolotto di Lobos, distante quattro leghe, e
valicando il pi orribile passaggio fra quanti ve n'ha in questo
punto del mare.
Frattanto, Gadifer ed i suoi erano in preda alle pi terribili
torture della fame e della sete. Ximenes giunse in tempo per
sottrarli alla morte. Gadifer, appreso il tradimento di Berneval,
s'imbarc nella navicella per tornare al forte Lancerote. Egli era
indignato della condotta di Berneval verso i poveri Canariani,
ai quali il signor di Bthencourt e lui avevano giurato
protezione. No! giammai avrebbe creduto capace quel traditore
di tutto quanto aveva osato fare e macchinare, lui che veniva
considerato come uno dei pi abili della compagnia.
Frattanto, che faceva Berneval? Dopo d'aver tradito il suo
signore, egli tradiva i compagni che lo avevano aiutato a
compiere i misfatti; faceva mettere a terra dodici di essi, e
partiva coll'intenzione di raggiungere in Ispagna Giovanni di
Bthencourt e di fargli approvare la sua condotta narrandogli le
cose a modo suo. Egli aveva dunque interesse a disfarsi di
testimoni che gli potevano essere d'impaccio e li abbandon.
Quei disgraziati ebbero dapprima il pensiero d'implorare la
generosit del governatore, e si confessarono al cappellano, che
li incoraggi in questo pensiero. Ma quella povera gente,
temendo la vendetta di Gadifer, s'impadronirono d'un battello,
e, in un momento di disperazione, fuggirono verso la terra dei
Mori. Il battello tocc la costa della Barbaria; dieci di quelli
ch'esso portava si annegarono, gli altri due caddero fra le mani
dei pagani, che li trattennero in ischiavit.
Mentre questi avvenimenti accadevano all'isola Lancerote,
Giovanni di Btheneourt, montando la nave di Gadifer,
giungeva a Cadice. Col, egli prese anzitutto delle misure di
rigore contro gli uomini del suo equipaggio inclini alla rivolta,
e fece imprigionare i principali di essi. Poi, mand la sua nave
a Siviglia, dove si trovava allora il re Enrico III; ma la nave
peri nel Guadalquivir, con gran danno di Gadifer.
Giovanni di Btheneourt, giunto a Siviglia, vi ricevette un
certo Francisco Calve, che era venuto rapidamente dalle
Canarie, e che offriva di ritornarvi con provviste pel
governatore. Ma il barone di Btheneourt non volle prendere
alcuna deliberazione in proposito prima d'aver visto il re.
In questo mentre, Berneval giunse coi suoi principali
complici ed alcuni Canariani che aveva serbati coll'intenzione
di venderli come schiavi. Il traditore sperava di far volgere il
suo tradimento a proprio profitto e d'ingannare cos la buona
fede di Giovanni di Btheneourt. Ma aveva contato senza un
certo Courtille, trombetta di Gadifer, che si trovava con lui.
Questo bravo soldato denunzi le furfanterie di Berneval, ed in
seguito alla sua denunzia, quei mariuoli furono chiusi nelle
prigioni di Cadice. Courtille fece conoscere anche la
condizione dei Canariani trattenuti a bordo. Il cavaliere
normanno, non potendo lasciar Siviglia nel momento in cui
stava per ottenere udienza dal re, diede ordine che quegli
isolani fossero trattati con riguardo. Ma intanto, la nave che li
portava fu condotta in Aragona, e col quella povera gente fu
venduta in qualit di schiavi.
Frattanto, Giovanni di Btheneourt era stato introdotto in
presenza del re di Castiglia, e dopo d'avergli narrato i risultati
della spedizione: Sire, diss'egli, io vengo a domandarvi
soccorso, a chiedervi che mi diate il permesso di conquistare
alla fede cristiana delle isole che si chiamano le isole Canarie, e
perch voi siete re e signore di tutto il paese circostante, ed il
pi prossimo re cristiano, io sono venuto a chiedere alla vostra
grazia che vi piaccia di riceverne l'omaggio.
Il re, molto contento, ricevette l'omaggio del cavaliere
normanno, gli diede la signoria delle isole Canarie, ed in oltre
il quinto delle mercanzie che dalle dette isole verrebbero in
Ispagna. Oltre a ci gli fece dono di ventimila maravedis, circa
quindicimila franchi, per comperare dei viveri destinati ad
approvigionare il governatore Gadifer, e gli diede il diritto di
batter moneta nel paese delle Canarie.
Disgraziatamente, quei ventimila maravedis furono
confidati ad un uomo di poca fede, che se ne fugg in Francia
portando seco il dono del re di Castiglia.
Frattanto, Giovanni di Bthencourt ottenne anche da
Enrico III una nave ben attrezzata, montata da ottanta uomini
d'equipaggio, ed approvigionata di viveri, d'armi e d'utensili.
Giovanni di Bthencourt, riconoscentissimo della generosit
del re, scrisse a Gadifer la narrazione di tutto ci che aveva
fatto, la sua gran collera ed il suo stupore nell'apprendere la
condotta di quel Berneval nel quale aveva tanta confidenza, e
gli annunzi la prossima partenza della nave regalata dal re di
Castiglia.
Intanto avvenimenti abbastanza gravi accadevano all'isola
Lancerote. Il re Guadarfia, offeso dal modo di procedere del
traditore Berneval, si era ribellato, ed alcuni compagni di
Gadifer erano stati uccisi dai Canariani. Gadifer era deciso ad
esigere la punizione dei colpevoli, quando un parente del re,
l'indigeno Ache, venne a proporgli d'impadronirsi di Guadarfia
e di togliergli il trono a suo profitto. Questo Ache era un
furfante che, dopo d'aver tradito il suo re, si proponeva di
tradire i Normanni e di cacciarli dal paese. Gadifer, non
sospettando le sue brutte intenzioni e volendo vendicare la
morte de' suoi, accett le proposte d'Ache, ed alcun tempo
dopo, la vigilia della festa di Santa Caterina, il re, sorpreso,
veniva condotto al forte, e quivi incatenato.
Alcuni giorni dopo, Ache, recentemente proclamato
sovrano dell'isola, assal i compagni di Gadifer, e ne fer molti
mortalmente. Ma nella notte seguente, Guadarfia, essendo
riuscito a fuggire, s'impadron d'Ache alla sua volta e lo fece
subito lapidare e bruciare.
Il governatore, irritatissimo delle scene violente che si
rinnovavano ogni giorno, prese la risoluzione di uccidere tutti
gli uomini del paese, e di conservare solo le donne ed i
fanciulli per farli battezzare. Ma fa verso questo tempo che
giunse la nave mandata da Giovanni di Bthencourt, ed altre
cure occuparono Gadifer. Quella nave, oltre ai suoi ottanta
uomini ed alle provviste di cui era carica, recava una lettera
nella quale, fra le altre cose, Giovanni di Bthencourt mandava
a dire a Gadifer ch'egli aveva fatto omaggio al re di Castiglia
delle isole Canarie, la qual cosa non rallegr punto il
governatore, il quale credeva di dover avere la sua parte di
dette isole. Ma egli dissimul il malcontento e fece buona
accoglienza ai nuovi arrivati.
Lo sbarco dei viveri e delle armi si comp subito, e Gadifer
s'imbarc sulla nave per andare ad esplorare le isole vicine.
Egli era accompagnato da Remonnet e da molti altri, e
conduceva seco due Canariani, che dovevano servirgli di guide.
Gadifer giunse senza danno all'isola di Fortaventura.
Alcuni giorni dopo il suo sbarco, egli part con trentacinque
uomini per esplorare il paese; ma a breve andare la massima
parte del suo drappello lo abbandon, e tredici soli compagni,
fra i quali due arcieri, rimasero con lui. Gadifer continu
nondimeno l'esplorazione, tassato a guado un grosso corso
d'acqua, entr in una magnifica valle ombreggiata da ottocento
palme; poi, essendosi riposato e riconfortato, riprese la sua via
arrampicandosi sopra una lunga costa.
Col apparvero una cinquantina d'indigeni che,
circondando il piccolo drappello, minacciarono di sterminarlo.
Gadifer ed i suoi compagni si mostrarono risoluti, e riuscirono
a mettere in fuga i loro nemici ed a giungere verso sera alla
nave conducendo seco quattro donne prigioniere.
Il domani, Gadifer lasci Fortaventura ed and ad
approdare alla Gran Canaria, in un gran porto tra Teldes ed
Argonnez. Cinquecento indigeni gli vennero incontro, ma
senza fare alcuna dimostrazione ostile; essi barattarono con
armi e ferramenti dei prodotti del paese, come fichi e sangue di
drago, sostanza resinosa tratta dal drago, il cui odore balsamico
molto piacevole. Solamente, quei Canariani stavano in
guardia contro gli stranieri, giacch avevano avuto a lamentarsi
delle genti del capitano Lopez, che, vent'anni prima, avevano
fatto irruzione nell'isola, e non permisero a Gadifer di scendere
a terra.
Il governatore dovette dunque spiegar le vele senza aver
esplorato la Gran Canaria, e si diresse verso l'isola del Ferro;
dopo d'averla solamente costeggiata, la sua nave giunse di notte
all'isola di Gomere, sulla quale ardevano i fuochi degli
indigeni. Allorch il giorno fu venuto, alcuni dei compagni di
Gadifer vollero sbarcare; ma i Gomeriti, molto terribili per la
loro abilit ed intrepidezza, accorsero contro ai Castigliani, che
furono obbligati a tornarsi ad imbarcare in gran fretta. Gadifer,
scontentissimo dell'accoglienza che gli facevano quei selvaggi
Canariani, risolvette di tentare ancor una volta la fortuna
all'isola del Ferro. Egli parli dunque e giunse durante il giorno
a quest'isola. Col, pot sbarcare senza ostacolo, e vi rimase
ventidue giorni per riposarsi.
L'isola era magnifica nella sua parte centrale. Vi
crescevano pi di centomila pini; rigagnoli limpidi ed
abbondanti la inaffiavano in molti luoghi. Le quaglie
pullulavano, e si trovavano in abbondanza porci, capre e
pecore.
Da quest'isola ospitale, i conquistatori passarono all'isola
di Palma, e si ancorarono in un porto situato a dritta d'un fiume
importante. Quest'isola era la pi avanzata dalla parte
dell'Oceano. Coperta di pini e di draghi, inaffiata da buoni
fiumi, rivestita d'eccellenti erbaggi, essa poteva prestarsi ad
ogni genere di coltura. I suoi abitanti, grandi e robusti, ben
fatti, avevano i lineamenti graziosi e la pelle bianchissima.
Gadifer rimase poco tempo in quest'isola: i suoi marinai
raccolsero dell'acqua pel ritorno, e in due notti e due giorni,
dopo aver costeggiato le altre isole dell'arcipelago senza
sbarcarvi, giunsero al porto di Lancerote. Essi erano stati
assenti tre mesi. Durante questo tempo, i loro compagni,
sempre in guerra cogli indigeni, avevano fatto gran numero di
prigionieri, ed i Canariani, oramai affranti, venivano ogni
giorno ad arrendersi e ad implorare la consacrazione del
battesimo. Gadifer, soddisfattissimo di tali risultati, fece partire
uno de' suoi gentiluomini per la Spagna, per render conto a
Giovanni di Bthencourt dello stato presente della colonia
canariana.
II.

Ritorno di Giovanni di Bthencourt Gelosia di Gadifer Giovanni di
Bthencourt visita il suo arcipelago Gadifer fu a conquistare la Gran
Canaria Discordia fra i due signori Essi ritornano in Ispagna
Gadifer biasimato dal re Ritorno del cavaliere normanno Gli
indigeni di Fortaventura si fanno battezzare Giovanni di Bthencourt
ritorna al paese di Caux Ritorno a Lancerote Sbarco sulla costa
africana Conquista della Gran Canaria, dell'isola del Ferro e dell'isola di
Palma Maeiot nominato governatore dell'arcipelago Giovanni di
Bthencourt, a Roma, ottiene dal papa la creazione d'un vescovato
canariano Suo ritorno in patria e sua morte.

L'inviato del governatore non era ancora giunto a Cadice, e
gi il barone di Bthencourt sbarcava in persona al forte di
Lancerote con una bella compagnia. Gadifer ed i suoi
compagni gli fecero lieta accoglienza, come pure i Canariani
battezzati. Pochi giorni dopo, il re Guadarfia veniva egli stesso
a consegnarsi, e, nell'anno 1404, il ventesimo giorno di
febbraio, egli si fece cristiano con tutti i suoi compagni. I
cappellani di Giovanni di Bthencourt compilarono anzi per lui
un'istruzione semplicissima contenente i principali elementi del
cristianesimo, la creazione del mondo, la caduta d'Adamo e
d'Eva, la storia di No e della torre di Babele, la vita dei
patriarchi, la storia di Ges Cristo e della sua crocifissione
operata dai Giudei; l'istruzione finiva dicendo come si deve
credere ai dieci comandamenti della legge, al santo sacramento
dell'altare, alla confessione e ad altri punti.
Giovanni di Bthencourt era uomo ambizioso. Non
contento di aver esplorato e, per cos dire, preso possesso
dell'arcipelago delle Canarie, egli pensava gi a conquistare le
regioni dell'Africa bagnate dall'Oceano. Tornando a Lancerote,
era questo il suo segreto pensiero, e tuttavia gli rimaneva ancor
molto da fare per stabilire un dominio vero su quel gruppo
d'isole, di cui non era in realt che il signore nominale; egli
risolvette dunque di mettersi all'opera e di visitare in persona
tutte quelle isole che Gadifer aveva gi esplorate.
Ma, prima di partire, ci fa tra Gadifer e lui una
conversazione che bene riferire. Gadifer, vantando i suoi
servigi, chiese al barone di ricompensamelo, facendogli dono
di Fortaventura, di Teneriffa e di Gomere.
Signore, amico mio, rispose il barone, le isole ed il
paese che voi mi domandate non sono ancora conquistati. Ma
non mia intenzione che voi perdiate la vostra fatica, e che non
siate ricompensato, giacch avete il diritto d'esserlo. Ve ne
prego, finiamo prima la nostra impresa e restiamo fratelli ed
amici.
Benissimo, rispose Gadifer; ma vi ha una cosa di cui
non sono contento, ed che abbiate gi fatto omaggio al re di
Castiglia delle isole Canarie, e che voi ve ne diciate signore
sotto tutti i rispetti.
Quanto a ci che dite, rispose Giovanni di Bthencourt,
ben vero che io ne ho fatto omaggio e che me ne considero
pure come il signore, poich cos piace al re di Castiglia. Ma,
se vorrete aspettar la fine del nostro negozio, per accontentarvi,
vi dar e lascer tal cosa di cui sarete pago.
Non rimarr un pezzo in questo paese, rispose Gadifer,
poich bisogna ch'io ritorni in Francia; non voglio pi rimaner
qui.
Ed i due cavalieri si separarono; ma Gadifer si tranquill a
poco a poco e non rifiut d'accompagnare Giovanni di
Bthencourt nella sua esplorazione dell'arcipelago canariano.
Il barone di Bthencourt, ben approvigionato e ben armato,
fece vela per Fortaventura. Egli rimase tre mesi in quest'isola,
e, per incominciare, s'impadron di gran numero d'indigeni che
fece trasportare all'isola Lancerote. Non faccia meraviglia
questo modo di procedere, ch'era naturalissimo in un tempo in
cui tutti gli esploratori agivano in tal guisa. Durante il suo
soggiorno, il barone percorse tutta l'isola, dopo d'essersi
fortificato contro gli attacchi degli indigeni, ch'erano uomini
d'alta statura, forti e saldi nella loro legge. Una cittadella,
chiamata Richeroque, di cui ancora si vedono le traccie in
mezzo ad un casale, fu costrutta sul pendio d'un'alta montagna.
A quel tempo, bench non avesse dimenticato i suoi
malumori, che si traducevano spesso in parole grossolane,
Gadifer accett il comando d'una compagnia che il barone mise
a sua disposizione per conquistare la Gran Canaria.
Egli part il 25 luglio 1404, ma questa spedizione non
diede risultati utili. Anzitutto i navigatori furono molto
tormentati dall'uragano e dai venti contrari. Essi giunsero
finalmente presso il porto di Teldes, ma siccome la notte era
imminente ed il vento soffiava con forza, non osarono sbarcare
in quel luogo, e si spinsero pi oltre, fino alla piccola citt di
Argyneguy, innanzi alla quale rimasero ancorati per undici
giorni.
Col i naturali, eccitati dal loro re Artamy, prepararono
delle imboscate, che per poco non furono fatali alle genti di
Gadifer. Vi fu una scaramuccia, del sangue versato, ed i
Castigliani, non sentendosi forti di numero, vennero a passare
due giorni a Teldes, donde tornarono a Lancerote.
Gadifer, molto dispettoso della sua mala riuscita, cominci
a trovar brutto tutto quanto avveniva intorno a lui. La gelosia
contro il suo capo cresceva ogni giorno, ed egli si lasciava
andare a violente recriminazioni, ripetendo che il barone di
Bthencourt non aveva fatto tutto da s, e che le cose non
sarebbero cos avanzate se altri non vi avesse messo mano.
Queste parole giunsero all'orecchio del barone, che ne fu molto
corrucciato. Egli le rimprover all'invidioso Gadifer, il che
produsse fra di loro uno scambio d'impertinenze. Gadifer
insisteva nell'idea di lasciare quel paese, in cui pi a lungo
rimarrebbe e meno guadagnerebbe. Ora, appunto in questo
mentre, Giovanni di Bthencourt aveva disposto i propri negozi
per tornare in Ispagna; egli propose a Gadifer di
accompagnarlo per risolvere la loro contesa. Gadifer accett;
ma i due rivali non fecero il viaggio insieme, e mentre il barone
partiva sulla sua nave, Gadifer faceva vela sopra la propria.
Essi giunsero entrambi a Siviglia, e Gadifer fece i suoi reclami;
ma avendo il re di Castiglia dato torto pienamente a lui ed
approvato la condotta del barone di Bthencourt, Gadifer lasci
la Spagna, and in Francia, e non torn mai pi a quelle
Canarie che aveva sperato di conquistare per proprio conto.
Il barone di Bthencourt si accomiat dal re quasi subito;
l'amministrazione della colonia nascente richiedeva
imperiosamente la sua presenza. Prima della sua partenza gli
abitanti di Siviglia, che lo amavano molto, gli fecero mille
garbatezze, e, ci che era pi utile, lo fornirono d'armi, di
viveri, d'oro e d'argento.
Giovanni di Bthencourt giunse all'isola di Fortaventura
dove fu accolto allegramente dai compagni. Nel partire,
Gadifer aveva lasciato in sua vece il proprio bastardo Annibale,
al quale il barone fece tuttavia buona accoglienza.
I primi giorni dell'arrivo del barone di Bthencourt
nell'isola furono segnalati da combattimenti numerosi coi
Canariani, che distrussero anzi la fortezza di Richeroque, dopo
d'aver arso una cappella e saccheggiato le provviste. Il barone
li insegu con vigora, e fin col riuscir vittorioso. Egli mand
una gran quantit delle sue genti, che erano rimaste a
Lancerote, e diede ordine che la cittadella fosse
immediatamente ricostruita.
Frattanto i combattimenti ricominciarono, e molti
Canariani perirono, fra cui un certo gigante di nove piedi
d'altezza che Giovanni di Bthencourt avrebbe voluto pigliar
vivo. Il barone non poteva fidarsi del bastardo di Gadifer, n
delle genti che lo accompagnavano. Quel bastardo aveva
ereditato la gelosia di suo padre contro il barone; ma costui,
avendo bisogno d'aiuto, dissimulava la diffidenza.
Fortunatamente le sue genti erano pi numerose di quelle
rimaste fedeli a Gadifer. Per altro le recriminazioni d'Annibale
divennero tali, che il barone gli mand uno dei luogotenenti,
Giovanni il Cortese, per ricordargli il suo giuramento, con
ingiunzione di attenervisi.
Giovanni il Cortese fu ricevuto male; vi furono litigi fra
lui, il bastardo ed i suoi, segnatamente in proposito di certi
prigionieri canariani che quei partigiani di Gadifer trattenevano
indebitamente e non volevano rendere. Annibale dovette per
altro ubbidire; ma Giovanni il Cortese, tornando dal barone, gli
narr le insolenze del bastardo, e cerc di eccitare il suo
padrone contro di lui. No, signore, gli rispose il giusto
Bthencourt, io non voglio che si faccia torto n a lui, n ai
suoi. Non bisogna fare tutto ci che si sarebbe in diritto di fare;
si deve sempre trattenersi e badare pi all'onore che al
profitto. Belle parole che bisognerebbe meditar molto.
Frattanto, non ostante queste discordie intestine, la guerra
continuava tra gli indigeni ed i conquistatori; ma costoro, bene
armati, vincevano in tutti gli scontri. Perci i re di Fortaventura
mandarono un Canariano dal barone per domandargli una
tregua. Essi aggiungevano essere loro desiderio di convertirsi
al cristianesimo. Il barone, contentissimo di queste
disposizioni, rispose che i re sarebbero accolti bene se si
presentassero a lui. Subito il re di Maxorata, che regnava sul
nord-ovest dell'isola, giunse con un seguito di ventidue
persone, che furono tutte battezzate il 18 gennaio 1405. Tre
giorni dopo, altri ventidue indigeni ricevevano il sacramento
del battesimo. Il 25 gennaio il re che governava la penisola di
Handia, al sud-est di Fortaventura, si present seguito da
ventisei de' suoi sudditi, che furono pure battezzati. In poco
tempo tutti gli abitanti di Fortaventura abbracciarono la
religione cattolica.
Il barone di Bthencourt, felice della buona riuscita, pens
allora a rivedere la patria. Egli lasci il comando ed il governo
delle isole al suo nuovo luogotenente, Giovanni il Cortese, e
parti l'ultimo giorno di gennaio, in mezzo alle lagrime ed alle
benedizioni de' compagni, conducendo seco tre Canariani ed
una Canariana, ai quali voleva mostrare il regno di Francia.
Egli part. Dio voglia condurlo e ricondurlo! dice la
relazione.
In ventun giorno il barone di Bthencourt giunse al porto
di Harfleur, e due giorni dopo entrava nella sua casa di
Grainvillle. Tutti i gentiluomini del paese vennero a
festeggiarlo, e la baronessa e lui ebbero festose accoglienze.
Era intenzione di Giovanni di Bthencourt di tornare al pi
presto alle isole Canarie. Egli contava di condur seco tutti
quelli dei suoi compatrioti ai quali convenisse il seguirlo,
inducendovi gente di tutti i mestieri e promettendo loro delle
terre, fossero ammogliati o scapoli. Egli riusc cos a radunare
un certo numero d'emigranti, fra i quali si contavano ventotto
uomini d'arme, ventitr dei quali conducevano anche le loro
donne. Due navi erano state disposte per il trasporto di quel
drappello, e fu dato ritrovo per il sesto giorno di maggio. Il 9
del medesimo mese il barone di Bthencourt spieg le vele, e
sbarcava a Lancerote quattro mesi e mezzo dopo d'aver lasciato
l'arcipelago.
Il signore normanno fu ricevuto a suono di trombe, claroni,
tamburelli, arpe, buccine ed altri strumenti. Non si sarebbe
udito Dio tuonare in mezzo alla musica ch'essi facevano. I
Canariani salutarono colle danze e coi canti il ritorno del
governatore gridando: Ecco il nostro re che viene! Giovanni
il Cortese giunse in gran fretta incontro al suo capitano, che gli
chiese come andassero le cose. Signore, tutto va di bene in
meglio, rispose il luogotenente.
I compagni del barone di Bthencourt furono alloggiati
con lui al forte di Lancerote. Il paese sembrava piacer loro
assai; essi mangiavano datteri e frutti del paese che trovavano
saporiti, e nulla faceva loro male.
Dopo d'aver soggiornato qualche tempo a Lancerote,
Giovanni di Bthencourt part co' suoi nuovi compagni per
visitare Fortaventura. Qui l'accoglienza ch'egli ricevette non fu
meno allegra, in ispecie da parte dei Canariani e dei loro due
re. Costoro cenarono col barone nella fortezza di Richeroque
che Giovanni il Cortese aveva fatto riparare.
Il barone di Bthencourt annunci allora la sua intenzione
di conquistare la Gran Canaria, come aveva fatto di Lancerote
e di Fortaventura. Era suo pensiero che suo nipote Maciot,
ch'egli aveva condotto di Francia, dovesse succedergli nel
governo delle isole, affinch quel paese non fosse mai senza il
nome di Bthencourt. Fece parte di questo disegno al
luogotenente Giovanni il Cortese, che l'approv molto, ed
aggiunse: Signore, se piace a Dio, quando tornerete in
Francia, io ritorner con voi. Io sono un cattivo marito; da
cinque anni non vedo mia moglie, e, in verit, essa non ne
soffrir troppo.
La partenza per la Gran Canaria fu fissata al 6 ottobre
1405. Tre navi trasportarono il piccolo drappello del barone;
ma il vento le port dapprima verso la costa africana, e
passarono il capo Bojador, dove Giovanni di Bthencourt
sbarc. Egli fece una ricognizione di otto leghe nel paese, e
s'impadron di alcuni indigeni e di tremila cammelli che
ricondusse alla sua nave. S'imbarc il maggior numero
possibile di questi animali che era opportuno allevare nelle
Canarie, ed il barone spieg le vele, abbandonando quel capo
Bojador ch'egli ha avuto l'onore di passare trent'anni prima dei
navigatori portoghesi.
Durante la navigazione dalla costa africana alla Gran
Canaria, le tre navi furono separate dai venti. Una giunse a
Fortaventura, l'altra all'isola di Palma; ma finalmente tutti
furono riuniti al luogo del convegno. La Gran Canaria
misurava venti leghe di lunghezza e dodici di larghezza. Essa
aveva la forma d'un erpice; al nord era un paese imito, e
montagnoso al sud. Abeti, draghi, ulivi, fichi, datteri, vi
formavano vere foreste. Le pecore, le capre, i cani selvatici si
trovavano in gran quantit in quest'isola. La terra, di facile
coltura, produceva ogni anno due raccolte di grano, e ci senza
alcun concime. I suoi abitanti formavano un gran popolo e si
dicevano tutti gentiluomini.
Quando Giovanni di Bthencourt fu sbarcato, pens a
conquistare il paese. Disgraziatamente, i suoi guerrieri
normanni erano fierissimi della punta che avevano fatta sulla
terra d'Africa, e, a sentir loro, avrebbero conquistato con venti
uomini soltanto tutta la Gran Canaria ed i suoi diecimila
indigeni. Il barone di Bthencourt, vedendoli cos baldanzosi,
fece loro mille raccomandazioni di prudenza, di cui essi non
tennero conto, il che cost loro assai caro. Infatti, in una
scaramuccia nella quale ebbero dapprima il vantaggio contro i
Canariani, essi si dispersero; sorpresi allora dagli indigeni,
furono trucidati in numero di ventidue, fra i quali il
luogotenente Giovanni il Cortese ed Annibale, il bastardo di
Gadifer.
Dopo questa sciagura, il barone di Bthencourt lasci la
Gran Canaria per andare a sottoporre dominio l'isola di Palma.
I Palmeros erano uomini abilissimi nel lanciar sassi, ed era raro
che sbagliassero il tiro. Perci, nei numerosi combattimenti
cogli indigeni, vi fu gran numero di morti dalle due parti, ma
per altro pi Canariani che Normanni, dei quali per un
centinaio.
Dopo sei settimane di scaramuccie, il barone lasci l'isola
di Palma e si rec a passar tre mesi all'isola del Ferro,
grand'isola di sette leghe di lunghezza per cinque di larghezza,
ed avente la forma d'una mezzaluna. Il suo suolo elevato ed
unito; gran boschi di pini e di lauri l'ombreggiano in molti
luoghi. I vapori, trattenuti da alte montagne, bagnano il suolo e
lo rendono proprio alla coltura del grano e della vite. La
selvaggina vi abbondantissima; i porci, le capre, le pecore
corrono per la campagna in compagnia di grosse lucertole, che
hanno le dimensioni delle iguane d'America. Quanto agli
abitanti del paese, uomini e donne, erano bellissimi, vivaci,
allegri, sani, agili di corpo, ben proporzionati e molto inclini al
matrimonio. In sostanza, quest'isola del Ferro era una delle pi
piacevoli che vi fossero nell'arcipelago.
Il barone di Bthencourt, com'ebbe conquistata l'isola di
Ferro e l'isola di Palma, torn a Fortaventura colle navi.
Quest'isola, lunga diciassette leghe e larga otto, formata di
pianure e di montagne. Pure il suo suolo meno accidentato di
quello delle altre isole dell'arcipelago. Gran correnti d'acqua
dolce scorrono sotto magnifici boschetti; le euforbie, dal sugo
lattiginoso ed acre, vi forniscono un veleno potente. In oltre
datteri e ulivi vi abbondano, come pure una certa pianta
tintoriale, la cui coltura doveva essere lucrosissima. La costa di
Fortaventura non offre buoni rifugi per le grosse navi, ma le
piccole possono starvi al sicuro.
Fu in quest'isola che il barone di Bthencourt incominci a
spartire le terre fra i suoi coloni, ed egli fece la divisione con
tanta giustizia, che ciascuno fu contento della sua parte. Quelli
ch'egli aveva condotto seco, i suoi propri compagni, dovevano
essere esenti da canone per nove anni.
La questione di religione e d'amministrazione religiosa non
poteva essere indifferente ad un uomo pio quanto il barone di
Bthencourt. Egli risolvette dunque di recarsi a Roma per
ottenere per questo paese un prelato vescovo, che ordinasse e
magnificasse la fede cattolica. Ma, innanzi di partire, egli
nomin suo nipote, Maciot di Bthencourt, luogotenente e
governatore di tutte le isole dell'arcipelago. Sotto i suoi ordini
dovevano funzionare due sergenti, che avrebbero il governo
della giustizia. Egli ordin pure che, due volte l'anno, gli
fossero mandate delle notizie in Normandia, e che la rendita di
Lancerote e di Fortaventura fosse impiegata alla costruzione di
due chiese.
Ed egli disse a suo nipote Maciot: In oltre, io vi do pieno
potere ed autorit perch in ogni cosa che voi giudicherete
profittevole ed onesta, ordiniate e facciate fare, salvando il mio
onore dapprima ed il mio profitto. Il pi presto che voi potrete,
seguite i costumi di Francia e di Normandia, tanto in giustizia
quanto in altra cosa che crederete bene di fare. Vi prego pure
ed incarico che quanto pi possiate, abbiate pace ed unione
insieme, che vi amiate tutti come fratelli, e segnatamente che
fra di voi, gentiluomini, non abbiate invidia gli uni degli altri.
Io ho dato a ciascuno di voi il fatto vostro; il paese
abbastanza ampio; siate amici gli uni degli altri, siate gli uni
degli altri. Io non saprei pi che dirvi, tranne per insistere che
abbiate pace fra di voi, e cos tutto andr bene.
Il barone di Bthencourt rimase tre mesi nell'isola di
Fortaventura e nelle altre isole. Egli cavalcava sulla sua mula,
intrattenendosi colle genti del paese, che incominciavano a
parlare la lingua normanna. Maciot ed altri gentiluomini lo
accompagnavano. Egli indicava loro le buone cose da fare, le
misure oneste da prendere. Poi, quando ebbe ben esplorato
quell'arcipelago che aveva conquistato, fece annunciare ch'egli
partirebbe per Roma il 15 dicembre di quell'anno.
Ritornato a Lancerote, il barone di Bthencourt vi stette
fino alla sua partenza. Egli ordin allora a tutti i gentiluomini
che aveva condotto seco, ai suoi operai ed ai tre re canariani di
riunirsi in sua presenza due giorni prima della sua partenza,
perch udissero il suo volere e perch desiderava di
raccomandarli a Dio.
Nessuno manc al convegno. Il barone di Bthencourt li
ricevette tutti alla fortezza di Lancerote, dove li tratt
sontuosamente. Terminato il pasto, mont in una cattedra un
po' alta e rinnov le raccomandazioni circa l'obbedienza che
ciascuno doveva a suo nipote Maciot, il prelevamento del
quinto denaro su ogni cosa a suo profitto, l'esercizio dei doveri
di cristiano e l'amor di Dio. Poi scelse coloro che dovevano
accompagnarlo a Roma, e si accinse a partire.
Appena la sua nave ebbe spiegato le vele, i gemiti
scoppiarono da ogni parte. Europei e Canariani piangevano
quel retto signore che credevano di non dover rivedere mai
pi. Un gran numero d'essi entravano nell'acqua fino alle
ascelle, e cercavano di trattenere la nave che lo portava via. Ma
la vela issata, il sire di Bthencourt parte. Dio colla sua
grazia voglia risparmiargli ogni male ed ogni impiccio!
In sette giorni il barone normanno giunse a Siviglia. Di l
egli and a raggiungere il re a Valladolid, dove fu accolto con
gran favore. Egli narr la storia della sua conquista al re di
Spagna e sollecit da lui delle lettere di raccomandazione per il
papa, per ottenere la creazione di un episcopato nelle isole
Canarie. Il re, dopo d'averlo trattato assai bene e colmato di
presenti, gli consegn le lettere da lui chieste, ed il barone di
Bthencourt part per Roma con un seguito brillante.
Giunto nella citt eterna, il barone vi soggiorn tre
settimane. Egli fu ammesso a baciare i piedi del papa
Innocenzo VII, che, rallegrandosi della conquista da lui fatta di
tutti quei Canariani alla fede cattolica, lo compliment del
coraggio di cui aveva dato prova andando cos lontano dalla
Francia. Poi le bolle furono fatte quali le chiedeva il barone di
Bthencourt, ed Alberto des Maisons fu nominato vescovo di
tutte le isole canariane. Finalmente il barone si accomiat dal
papa, che gli diede la benedizione.
Il nuovo prelato fece i suoi addii al barone e part
immediatamente per la sua diocesi. Egli pass per la Spagna, e
quivi consegn al re delle lettere di Giovanni di Bthencourt,
poi fece vela per Fortaventura, dove giunse senza difficolt.
Ser Maciot, che era stato creato cavaliere, lo ricevette con
grandi riguardi. Alberto des Maisons ordin subito la diocesi,
governando graziosamente e bonariamente, predicando spesso,
ora in un'isola, ora in un'altra, ed istituendo in chiesa delle
preghiere speciali per Giovanni di Bthencourt. Maciot era
amato da tutti del pari, e segnatamente dalla gente del paese.
Vero che questo bel tempo non dur che cinque anni, giacch
pi tardi Maciot, inebbriato dall'esercizio del potere sovrano,
entr nella via delle esazioni e fu cacciato dal paese. Frattanto
il barone di Bthencourt aveva lasciato Roma dal canto suo.
Egli pass per Firenze e giunse a Parigi, poi a Bthencourt,
dove un gran numero di gentiluomini vennero a visitare nella
sua persona il re delle Canarie. Non bisogna chiedere se gli si
facesse bella accoglienza; se era venuta molta gente dabbene al
primo ritorno del barone, stavolta ne venne pi ancora.
Il barone di Bthencourt, gi avanzato negli anni, venne a
stare a Grainville con sua moglie, ancora bella e giovane
donna. Egli aveva frequenti notizie delle sue care isole, di suo
nipote Maciot, e sperava di ritornare nel suo regno di Canaria;
ma Dio non gli diede questa gioia.
Un giorno, nell'anno 1425, il barone inferm nel suo
castello, e si vide bene ch'egli moriva. Egli fece dunque il suo
testamento, ricevette i sacramenti della Chiesa, e, dice la
relazione nel finire, and da questo secolo nell'altro. Dio voglia
perdonargli i suoi misfatti. Egli sepolto a Grainville-la-
Teinturire, nella chiesa della detta citt, proprio in faccia
all'altar maggiore della detta chiesa, e mor nell'anno
millequattrocentoventicinque.
CAPITOLO VII.
CRISTOFORO COLOMBO (1436-1506).
Scoperta di Madera, delle isole del Capo Verde, delle Azorre, della Guinea
e del Congo Bartolomeo Dias Caboto ed il Labrador Le tendenze
geografiche e commerciali nel medio evo Errore generalmente ammesso
sulla distanza che separava l'Europa dall'Asia Nascita di Cristoforo
Colombo Suoi primi viaggi Suoi disegni respinti Suo soggiorno
nel convento dei Francescani Egli finalmente ricevuto da Ferdinando
ed Isabella Suo trattato del 17 aprile 1492 I fratelli Pinzon Tre
caravelle equipaggiate al porto di Palos Partenza del 3 agosto 1492.

Il 1492 un anno celebre negli annali geografici. la data
memorabile della scoperta dell'America. Il genio d'un uomo
stava, per cos dire, per compiere il globo terrestre,
giustificando quel verso di Gagliuffi:

Unus erat mundus; duo sint, alt iste: fuere.

L'antico mondo doveva dunque essere incaricato
dell'educazione morale e politica del nuovo. Era esso all'altezza
di quest'impresa, colle sue idee ancor limitate, le sue tendenze
semibarbare, i suoi odi religiosi? I fatti risponderanno di per s.
Tra quest'anno 1405, alla fine del quale Giovanni di
Bthencourt aveva terminata la sua colonizzazione delle
Canarie, e l'anno 1492, che cosa era accaduto? Noi lo
racconteremo in poche linee.
Un movimento scientifico grande, dovuto agli Arabi, che
poco stante dovevano essere cacciati dalla Spagna, si era
prodotto in tutta la penisola. In tutti i porti, ma segnatamente in
quelli del Portogallo, si parlava di quella terra d'Africa e dei
paesi d'oltremare, cos ricchi e cos meravigliosi. Mille
racconti, dice Michelet, accendevano la curiosit, il valore e
l'avidit; si volevano vedere quelle misteriose regioni dove la
natura aveva prodigato i mostri, dove essa aveva seminato l'oro
alla superficie della terra. Un giovane principe, l'infante dom
Enrico, duca di Viseu, terzo figlio di Giovanni I, che si era dato
allo studio dell'astronomia e della geografia, esercit sopra i
suoi contemporanei una grande influenza; a lui che il
Portogallo deve lo sviluppo della sua potenza coloniale, e
quelle spedizioni ripetute, i cui racconti entusiastici ed i cui
risultati grandiosi dovevano accendere l'immaginazione di
Cristoforo Colombo.
Stabilito alla punta meridionale della provincia di
Algarves, a Sagri, donde i suoi sguardi abbracciavano
l'immensit dell'Oceano e sembravano cercarvi qualche nuova
terra, don Enrico fece costrurre un osservatorio, fond un
collegio marittimo dove gli scienziati disegnavano delle carte
pi corrette ed insegnavano l'uso della bussola, si circond di
dotti, e raccolse informazioni preziose sulla possibilit di fare il
giro dell'Africa e di giungere alle Indie. Senza ch'egli abbia mai
preso parte ad alcuna spedizione marittima, i suoi
incoraggiamenti, la sua protezione per i marinai valsero a dom
Enrico il soprannome di Navigatore, sotto il quale conosciuto
nella storia.
Il capo Non, questo limite fatale dei navigatori antichi, era
stato passato quando nel 1418 due gentiluomini della corte del
re Enrico, J uan Gonzales Zarco e Tristano Vaz Teiseira, furono
trascinati in alto mare e gettati verso un isolotto a cui diedero il
nome di Puerto Santo. Qualche tempo dopo, navigando verso
un punto nero che rimaneva fisso all'orizzonte, essi giunsero ad
un'isola vasta e coperta di foreste magnifiche. Era Madera.
Nel 1433, il capo Bojador, che aveva cos lungamente
arrestato gli esploratori, fu doppiato dai Portoghesi Gillianes e
Gonzales Baldaya, che navigarono per pi di quaranta leghe al
di l.
Fatti arditi da questo esempio, Antonio Gonzales e Nuo
Tristano si avanzarono, nel 1441, fino al capo Bianco, sul
ventunesimo grado; impresa, dice Faria y Souza, che,
nell'opinione comune, non nient'affatto al disotto delle pi
gloriose fatiche d'Ercole; ed essi portarono a Lisbona una
certa quantit di polvere d'oro, prodotto del Rio del Ouro. In un
secondo viaggio, Tristano riconobbe alcune delle isole del capo
Verde e si avanz fino a Sierra Leone. Durante il corso di
questa spedizione egli aveva comperato da trafficanti mori,
sulla costa di Guinea, una decina di negri che port a Lisbona e
che rivendette a carissimo prezzo, giacch essi eccitavano
vivamente la pubblica curiosit. Tale fu l'origine della tratta dei
negri, che, per quattro secoli, doveva togliere all'Africa tanti
milioni de' suoi abitanti, e diventare la vergogna dell'umanit.
Nel 1441, Cada Mosto doppi il capo Verde ed esplor
una parte della costa inferiore. Verso il 1446, i Portoghesi,
avanzandosi pi oltre in pieno mare dei loro antecessori,
rilevarono l'arcipelago delle Azzorre. Quind'innanzi ogni
timore bandito. Valicata quella linea formidabile dove si
credeva che l'aria ardesse come il fuoco, le spedizioni si
succedono senza tregua, e ciascuno ritorna dopo d'aver
aumentato il numero delle regioni scoperte. Pareva che quella
costa d'Africa non dovesse finir mai. Pi si avanzava nel sud,
pi quel capo tanto cercato, quell'estremit del continente che
bisognava doppiare per recarsi nel mar delle Indie, sembrava
rinculare!
Da qualche tempo il re Giovanni II aveva aggiunto a' suoi
titoli quello di signore di Guinea. Gi, col Congo, si era
scoperto un nuovo cielo e stelle ignote, quando Diogo Cam, in
tre viaggi successivi, port la conoscenza dell'Africa pi lungi
di quanto avessero fatto i suoi predecessori, e per poco non
tolse a Dias l'onore d'aver riconosciuto la punta australe del
continente. Il punto estremo a cui egli giunse posto a 21 50'
sud. il capo Cross, dov'egli eresse, secondo il costume, un
padrao o padron, vale a dire una colonna commemorativa, che
fu poi ritrovata. Al suo ritorno egli visit il re del Congo nella
sua capitale e ricondusse a Lisbona un ambasciatore chiamato
Cacuta, con un seguito numeroso di Africani, i quali venivano
tutti a farvisi battezzare ed istruire nei dogmi della fede che
dovevano propagare al loro ritorno al Congo.
Poco tempo dopo il ritorno di Diogo Cam, nel mese
d'agosto 1487, tre caravelle uscirono dal Tago sotto il comando
supremo d'un cavaliere della casa del re, chiamato Bartolomeo
Dias, veterano dei mari di Guinea. Egli aveva sotto i suoi
ordini un marinaio esperimentato, J oam Infante, ed il suo
proprio fratello, Pedro Dias, capitano della pi piccola delle tre
navi, che era carica di viveri.
Non abbiamo alcun particolare circa la prima fase di
questa memoranda spedizione. Sappiamo solo, per ci che ne
dice J oao de Barros, al quale bisogna sempre ricorrere per tutto
quanto si riferisce alle navigazioni dei Portoghesi, che di l dal
Congo egli segui la costa fino al 29 parallelo, ed approd ad
un punto ch'egli chiam das Voltas, a causa delle bordate che
gli bisogn correre per giungervi, e dove lasci la pi piccola
delle sue navi sotto la custodia di nove marinai. Dopo d'essere
stato trattenuto cinque giorni in questo seno dal brutto tempo,
Dias prese il largo e si spinse al sud; ma si vide battuto per
tredici giorni dalla tempesta.
Pi egli si addentrava nel sud, pi la temperatura si
abbassava e diventava relativamente rigida. In fine, la furia
degli elementi essendosi quetata, Dias volse la prua all'est,
dove contava d'incontrar la terra. Ma in capo ad alcuni giorni,
trovandosi a 42 54' sud, egli fece rotta al nord e venne ad
ancorarsi nella baia dos Vaqueiros, cos chiamata dai greggi di
bestie cornute e dai pastori che, dalla spiaggia, fuggirono
nell'interno alla vista delle due navi. In quel momento Dias era
a quaranta leghe all'est del capo di Buona Speranza ch'egli
aveva doppiato senza vederlo. La spedizione fece provvista
d'acqua, giunse alla baia San Braz (oggi Mossel-Bay), e risal
la costa fino alla baia de l'Algua ad un'isola da Cruz, dove fu
eretto un padrao. Ma col, gli equipaggi, abbattuti dai pericoli
che avevano sfidati, sfiniti dalla cattiva qualit e dalla
scarsezza dei viveri, dichiararono di non voler pi andar oltre.
Del resto, dicevano essi, poich la costa si stende ora verso
l'est, bene andare a riconoscere quel capo che si doppiato
senza saperlo.
Dias radun il consiglio ed ottenne che si risalisse ancora
nel nord-est per due o tre giorni. in grazia della sua fermezza
ch'egli pot giungere, a venticinque leghe da Cruz, ad un fiume
che chiam, dal nome del suo secondo, Rio Infante. Ma,
innanzi al rifiuto degli equipaggi d'andar pi oltre, Dias fu
costretto a ripigliar la via dell'Europa.
Quand'egli si separ, dice Barros, dal pilastro che aveva
eretto in quel luogo, lo fece con un tale sentimento d'amarezza,
un tal dolore, che si sarebbe detto ch'egli abbandonasse un
figlio esiliato per sempre, soprattutto quando si ricordava
quanti pericoli avevano corsi lui ed i suoi, da quale regione
lontana era loro toccato venire, unicamente per piantare quel
segnale, poich Dio non aveva loro accordato il principale.
In fine essi scoprirono quel gran capo nascosto per tanti
secoli e che il navigatore, coi suoi compagni, chiam il Capo
delle Tempeste (o Cabo Tormentoso), in memoria dei perigli e
delle tempeste che avevano dovuto sfidare prima di passarlo.
Coll'intuizione propria degli uomini di genio, Giovanni II
sostitu a questo nome di capo delle Tempeste quello di capo di
Buona Speranza. Per lui, la via delle Indie era quind'innanzi
aperta, ed i suoi ampi disegni per l'estensione del commercio e
l'influenza della sua patria stavano per potersi compiere.
Il 24 agosto 1488, Dias rientrava ad Angra das Voltas. Dei
nove uomini ch'egli vi aveva lasciato, sei erano morti; un
settimo mor di gioia rivedendo i compatrioti. Il ritorno si
comp senza incidenti degni di nota. Dopo una fermata alla
costa di Benin, dove si fece la tratta, ed a La Mina, dove si
ricevette dal governatore il denaro proveniente dal commercio
della colonia, la spedizione giungeva in Portogallo nel
dicembre 1488.
Cosa meravigliosa! Dias non solo non ottenne alcuna
ricompensa per quell'ardito viaggio coronato dalla riuscita, ma
sembra essere stato disgraziato, giacch non lo si vede pi
adoperato per una decina d'anni. Anzi, il comando della
spedizione incaricate di doppiare il capo da lui scoperto fu dato
a Vasco da Gama, e Dias non fece che accompagnarlo fino a
La Mina. Egli pot udire il racconto della meravigliosa
campagna del suo fortunato emulo nell'India, e giudicare
dell'immensa influenza che tale avvenimento eserciterebbe sui
destini della sua patria.
Egli faceva parte di quella spedizione di Cabral che scopr
il Brasile; ma non ebbe neppur la gioia di contemplare le
spiaggie, di cui aveva mostrato il cammino. La flotta aveva
appena lasciato la terra americana, e sorse un orribile uragano.
Quattro navi colarono a fondo, e, fra esse, quella che Dias
comandava. per far allusione a questa fine tragica che
Camoens mette in bocca ad Adamastorre, il genio del capo
delle Tempeste, la tenebrosa predizione: Io far un esempio
terribile della prima flotta che passer presso queste rupi, e
segnaler la mia vendetta su colui che, primo, venuto a
sfidarmi nella mia dimora.
In sostanza, non fu che nel 1497, ossia cinque anni dopo la
scoperta dell'America, che la punta australe dell'Africa venne
doppiata da Vasco da Gama. Si pu dunque asserire che se
quest'ultimo avesse preceduto Colombo, la scoperta del nuovo
continente sarebbe stata verosimilmente ritardata di molti
secoli.
In fatti, i navigatori di quel tempo si mostravano molto
paurosi; essi non osavano arrischiarsi in pieno Oceano; poco
desiderosi di sfidare mari ignoti, seguivano prudentemente la
costa africana senza mai allontanarsene. Se dunque il capo
delle Tempeste fosse stato doppiato, i marinai avrebbero preso
l'abitudine di recarsi alle Indie per questa via, e nessuno d'essi
avrebbe pensato a giungere al Paese delle Spezie, vale a dire
in Asia, arrischiandosi attraverso l'Atlantico. A chi, in fatti,
sarebbe venuto il pensiero di cercar l'Oriente per le vie
dell'Occidente?
Ora, per siffatti motivi appunto, quest'idea era all'ordine
del giorno. Il principale oggetto delle imprese marittime dei
Portoghesi nel secolo XV, dice Cooley, era la ricerca d'un
passaggio alle Indie per l'Oceano. I pi dotti non si
spingevano fino a supporre l'esistenza d'un nuovo continente
per ragioni d'equilibrio e di ponderazione del globo terrestre.
Noi diremo di pi. Alcune parti di quel continente americano
erano gi state veramente scoperte. Un navigatore italiano,
Sebastiano Caboto, nel 1487, avrebbe approdato sopra un
punto del Labrador. I Normanni scandinavi erano gi sbarcati
certamente su quelle coste ignote.
I coloni del Groenland avevano esplorato la terra di
Vinland. Ma era tale la disposizione degli spiriti a quel tempo,
e tanta l'improbabilit dell'esistenza d'un mondo nuovo, che
quel Groenland, quel Vinland, quel Labrador non erano
considerati se non come un prolungamento delle terre europee.
I navigatori del secolo XV non cercavano dunque di
stabilire comunicazioni pi facili colle spiaggie dell'Asia. In
fatti, la via delle Indie, della China e del Giappone, regioni gi
note per i meravigliosi racconti di Marco Polo, questa via che
attraversava l'Asia Minore, la Persia, la Tartaria, era lunga e
pericolosa. Del resto, queste vie terrestri non potevano mai
diventare mercantili; i trasporti vi sono troppo difficili e
costosi. Bisognava trovare una comunicazione pi pratica, e
per tutti i popoli del litorale europeo, dall'Inghilterra fino alla
Spagna, tutte le popolazioni rivierasche del Mediterraneo,
vedendo le gran vie dell'Atlantico aperte innanzi alle loro navi,
dovevano chiedersi infatti se esse non conducessero alle
spiaggie dell'Asia.
La sfericit della terra essendo dimostrata, questo
ragionamento era giusto. Dirigendosi sempre all'ovest, si
doveva necessariamente giungere all'est. Quanto alla via
attraverso l'Oceano, essa non poteva mancare di essere libera.
In fatti, chi avrebbe supposto l'esistenza di quell'ostacolo lungo
tremiladugentocinquanta leghe gettato fra l'Europa e l'Asia, che
fu chiamato l'America?
Conviene osservare in oltre che gli scienziati del Medio
Evo non credevano che le spiaggie dell'Asia fossero situate a
pi di duemila miglia dalle spiaggie dell'Europa. Aristotile
supponeva il globo terrestre pi piccolo che non sia veramente.
Quanto vi ha dalle ultime spiaggie della Spagna fino all'India?
diceva Seneca. Lo spazio di pochissimi giorni, se il vento
favorevole alle navi. Tale era pure l'opinione di Strabone.
Questa via tra l'Europa e l'Asia doveva esser breve. In oltre, dei
punti di fermata quali le Azzorre e quelle isole Antilia di cui si
ammetteva l'esistenza nel secolo XV, fra l'Europa e l'Asia,
dovevano assicurare la facilit delle comunicazioni
transoceaniche.
Si pu dunque asserire che questo errore di distanza, cos
generalmente accreditato, una cosa questo di buono che invit
naviganti di quel tempo a tentare la traversata dell'Atlantico. Se
essi avessero conosciuto la vera distanza che separa l'Asia
dall'Europa, vale a dire cinquemila miglia, non si sarebbero
mai arrischiati sui mari dell'ovest.
Convien dire che alcuni fatti davano, od almeno
sembravano dar ragione ai partigiani d'Aristotile e di Strabone,
che credevano alla prossimit delle spiaggie orientali. Cos, un
pilota del re di Portogallo, navigando a quattrocentocinquanta
leghe al largo del capo San Vincenzo, situato alla punta delle
Algarvi, trov un pezzo di legno ornato di sculture antiche, che
non poteva provenire se non da un continente poco lontano.
Vicino a Madera, dei pescatori avevano incontrato un trave
scolpito e lunghi bamb che per la loro forma ricordavano
quelli della penisola indiana. In oltre, gli abitanti delle Azzorre
raccoglievano spesso sulle loro spiaggie dei pini giganteschi
d'un'essenza ignota, e raccolsero un giorno due corpi umani
cadaveri dalla larga faccia, dice il cronista Herrera, non
rassomiglianti a cristiani.
Questi diversi fatti accendevano le immaginazioni.
Siccome s'ignorava nel secolo XV l'esistenza di quel Gulf-
Stream che, avvicinandosi alle coste europee, porta loro i
rottami americani, si aveva ragione di attribuire a quegli avanzi
un'origine puramente asiatica. Dunque, l'Asia non era lontana
dall'Europa, e le comunicazioni fra questi due estremi del
vecchio continente dovevano esser facili.
Cos, nessun geografo del tempo pensava all'esistenza d'un
nuovo mondo quanto importa porre bene in sodo. Non si
parlava neppure, cercando quella via dell'ovest, di estendere le
cognizioni geografiche. No: furono commercianti che si misero
a capo di questo movimento e che preconizzarono la traversata
dell'Atlantico. Essi pensavano solo a trafficare, ed a farlo pel
cammino pi breve.
Bisogna aggiungere che la bussola, inventata, secondo
l'opinione pi generale, verso il 1302, da un certo Flavio Gioja
d'Amalfi, permetteva allora alle navi d'allontanarsi dalle coste e
di dirigersi fuori di vista da qualunque terra. In oltre, Martino
Behaim e due medici di Enrico di Portogallo avevano trovato il
modo di guidarsi badando all'altezza del sole e d'applicare
l'astrolabio ai bisogni della navigazione.
Ammesse queste facilit, la questione commerciale della
via dell'ovest si trattava dunque giornalmente in Spagna, in
Portogallo, in Italia, paesi in cui la scienza fatta
d'immaginazione per tre quarti. Si discuteva e si scriveva. I
commercianti, sovreccitati, mettevano gli scienziati alle prese.
Un gruppo di fatti, di sistemi, di dottrine, si formava; era tempo
che una sola intelligenza venisse a compendiarli e ad
assimilarseli. ci che accadde. Tutte queste idee sparse
finirono coll'accumularsi nella testa d'un uomo, che ebbe, in
raro grado, il genio della perseveranza e dell'audacia.
Quest'uomo fu Cristoforo Colombo, nato verosimilmente
presso Genova, verso il 1436. Diciamo verosimilmente,
perch i villaggi di Cogoleto e di Nervi reclamano con Savona
e Genova l'onore d'averlo visto nascere. Quanto all'anno esatto
della nascita di questo illustre navigante esso varia, secondo i
commentatori, dal 1430 al 1445; ma l'anno 1436 sembra
accordarsi pi esattamente coi documenti meno discutibili.
La famiglia di Cristoforo Colombo era d'umile condizione.
Suo padre, Domenico Colombo, fabbricante di pannilani
godeva tuttavia d'una certa agiatezza, che gli permise di dare a'
suoi figli un'educazione pi che ordinaria. Il giovane Colombo,
il maggiore della famiglia, fu mandato all'universit di Pavia
per apprendervi la grammatica, la lingua latina, la geografia,
l'astronomia e la navigazione.
A quattordici anni, Cristoforo Colombo lasci le panche
della scuola per il ponte d'una nave, e bisogna confessare che,
da questo tempo fino al 1487, corre un periodo della sua vita
molto oscuro. Citiamo anzi in proposito l'opinione di
Humboldt, riferita dal signor Charton, il cui rammarico cresce
di quest'incertezza relativa a Colombo, quando si rammenta di
tutto ci che i cronisti hanno conservato minuziosamente sulla
vita del cane Becerillo o sull'elefante Abulababat, che Aarun-
al-Raschyd mand a Carlomagno.
Ci che sembra pi probabile, se si sta ai documenti del
tempo ed agli scritti di Colombo medesimo, che il giovane
viaggiatore visitasse il Levante, l'Occidente, il Nord, molte
volte l'Inghilterra, il Portogallo, la costa di Guinea, le isole
africane, fors'anche il Groenland, avendo all'et di quarant'anni
navigato tutto ci che era stato navigato prima di lui.
Cristoforo Colombo era diventato un buon marinaio. La
sua riputazione lo fece scegliere a comandare le galere
genovesi al tempo della guerra della repubblica con Venezia. Il
nuovo capitano fece poi una spedizione sulle coste barbaresche
per conto del re Renato d'Anjou, e finalmente, nel 1477, and a
riconoscere le terre poste oltre i ghiacci dell'Islanda.
Terminato felicemente questo viaggio, Cristoforo
Colombo torn a Lisbona, dove aveva posto dimora. Col,
spos la figlia d'un gentiluomo italiano, Bartolomeo Muniz
Perestrello, marinaio al pari di lui e molto al fatto delle idee
geografiche. Sua moglie, donna Filippa, era senza ricchezze;
lui non aveva nulla; bisogn dunque lavorare per vivere. Il
futuro scopritore del nuovo mondo si diede a fabbricare libri
d'immagini, globi terrestri, carte geografiche, piani nautici, e
ci fino al 1484, ma senza abbandonare i suoi lavori scientifici
e letterari. anzi probabile che in questo periodo egli rifacesse
tutti i suoi studi, e riuscisse ad acquistare un'istruzione di molto
superiore a quella dei marinai del suo tempo.
Fu in questo tempo che la grande idea germin per la
prima volta nel suo spirito? Si pu credere. Cristoforo
Colombo seguiva assiduamente le discussioni relative alle vie
dell'ovest ed alla facilit delle comunicazioni per l'Occidente
tra l'Europa e l'Asia. La sua corrispondenza prova ch'egli
divideva l'opinione d'Aristotile sulla distanza relativamente
breve che separava le spiaggie estreme dell'antico continente.
Egli scrisse frequentemente agli scienziati pi valenti del suo
tempo, a quel Martino Behaim di cui abbiamo gi parlato, al
celebre astronomo fiorentino Toscanelli, le cui opinioni ebbero
grande influenza su quelle di Cristoforo Colombo.
A quel tempo, secondo il ritratto che ne d il suo storico
Washington Irving, Cristoforo Colombo era uomo d'alta
statura, robusto e nobile di aspetto. Egli aveva la faccia lunga,
il naso aquilino, le ossa delle guancie sporgenti, gli occhi
limpidi e pieni di fuoco, la tinta vivace e chiazzata da qualche
rossore. Era un cristiano profondamente convinto, che
adempiva con fede sincera i doveri della religione cattolica.
Nel tempo in cui Cristoforo Colombo era in relazione
coll'astronomo Toscanelli, egli apprese che costui, a richiesta
d'Alfonso V, re di Portogallo, aveva consegnato al re una
memoria approfondita sulla possibilit di giungere alle Indie
per la via dell'ovest. Colombo, consultato, avvalor con tutta la
sua autorit le idee di Toscanelli, favorevoli al tentativo. Ma
queste pratiche non ebbero alcun risultato, perch il re di
Portogallo, distolto da tale disegno dalle sue guerre colla
Spagna, mor senza aver potuto rivolgere l'attenzione alle
scoperte marittime.
Il suo successore, Giovanni II, adott con entusiasmo i
disegni combinati da Colombo e da Toscanelli. Tuttavia, con
un'astuzia che bisogna svelare, egli cerc di spogliare quei due
scienziati del benefizio della loro proposta, e, senza prevenirli,
fece partire una nave per tentare questa grande intrapresa e
giungere in China attraversando l'Atlantico. Ma egli contava
senza l'inesperienza de' suoi piloti, senza la tempesta che si
scaten contro di essi, e, alcuni giorni dopo la partenza, un
uragano riconduceva a Lisbona i marinai del re di Portogallo.
Cristoforo Colombo, ferito giustamente da quest'atto
d'indelicatezza, comprese che non poteva pi fare
assegnamento su quel re che lo aveva, indegnamente tradito.
Diventato vedovo, lasci la Spagna con suo figlio Diego verso
la fine dell'anno 1484. Si crede ch'egli si recasse a Genova, poi
a Venezia, dove i suoi disegni di navigazione transoceanica
furono assai male accolti.
Checch ne sia, lo si ritrova in Ispagna nel corso dell'anno
1485. Il povero grand'uomo era alle strette. Egli viaggiava a
piedi, portando fra le braccia il suo piccolo Diego, che aveva
dieci anni. Ma da questo periodo della sua vita, la storia lo
segue passo passo, non lo perde pi di vista, e conserva alla
posterit i minimi incidenti di quella grande esistenza.
Cristoforo Colombo era allora in Andalusia, a mezza lega
dal porto di Palos. Privo di tutto, morente di fame, egli and a
picchiare alla porta d'un convento di Francescani dedicato a
Santa Maria di Rabida, e domand l'elemosina d'un tozzo di
pane e d'un po' d'acqua pel suo piccino e per s.
Il guardiano del convento, J uan Perez de Marchena,
accord ospitalit al disgraziato viaggiatore. Lo interrog, e
stupito della nobilt del suo linguaggio, quel buon padre fu
ancora pi meravigliato dell'arditezza delle sue idee, giacch
Cristoforo Colombo gli fece conoscere le sue aspirazioni. Per
molti mesi, il marinaio errante abit quel convento ospitale.
Dei dotti monaci s'interessarono a lui ed ai suoi disegni. Essi
studiarono i suoi piani, s'informarono presso navigatori
rinomati, e, bisogna notarlo, furono i primi a credere al genio di
Cristoforo Colombo. J uan Perez fece di pi; egli offr al padre
d'incaricarsi dell'educazione di suo figlio, e gli diede una lettera
di raccomandazione per il confessore della regina di Castiglia.
Questo confessore, priore del monastero di Prado, godeva
di tutta la fiducia di Ferdinando e d'Isabella; ma egli non seppe
ammettere i disegni del navigatore genovese, e non lo serv in
alcuna maniera presso la sua reale penitente.
Cristoforo Colombo dovette ancora rassegnarsi ed
aspettare. Egli and dunque a stare a Cordova, dove la corte
doveva recarsi, e, per vivere, ripigli il suo mestiere di
fabbricante d'immagini. Si pu forse citare nella storia degli
uomini illustri un'esistenza pi malmenata di quella del gran
navigante? La fortuna poteva forse colpirlo pi
formidabilmente? Ma quest'uomo di genio indomabile,
infaticabile, rialzandosi sotto i colpi della sventura, non
disperava mai. Aveva il fuoco sacro, lavorava sempre,
visitando i personaggi influenti, spandendo e difendendo le
proprie idee, combattendo di continuo coll'energia pi eroica.
Finalmente, riusc ad ottenere la protezione del gran cardinale,
arcivescovo di Toledo, Pedro Gonzales de Mendoza, ed in
grazia sua fu ammesso in presenza del re e della regina di
Spagna.
Cristoforo Colombo dovette credere allora d'essere giunto
al termine delle sue tribolazioni, poich Ferdinando ed Isabella
accolsero favorevolmente il suo disegno, che fu sottoposto
all'esame d'un concilio di scienziati, di prelati e di religiosi
riuniti in un convento domenicano di Salamanca.
Ma il disgraziato sollecitatore non era al termine delle sue
vicissitudini. In quest'assemblea, trov tutti i giudici contro di
lui. Infatti, le sue idee toccavano le questioni religiose, cos
appassionate nel secolo XV. I Padri della Chiesa avevano
negato la sfericit della terra, e, per conseguenza, poich la
terra non era rotonda, un viaggio di circumnavigazione
diventava assolutamente contradditorio coi testi della Bibbia, e
non poteva venir logicamente intrapreso. Del resto, dicevano
quei teologhi, se mai si riuscisse a discendere nell'altro
emisfero, come si potrebbe risalire in questo?
Era un argomento molto grave per quel tempo. Perci,
Cristoforo Colombo fu quasi accusato del pi imperdonabile
dei delitti in quei paesi intolleranti, vale a dire d'eresia. Egli
pot sfuggire alle male disposizioni del concilio, ma lo studio
del suo disegno fu ancora differito.
Passarono lunghi anni. Il pover'uomo di genio, disperando
di riuscire in Ispagna, mand suo fratello al re d'Inghilterra,
Enrico VIII, per offrirgli i propri servigi. Probabilmente il re
non rispose.
Cristoforo Colombo si rivolse allora con nuova insistenza
al re Ferdinando. Ma costui era allora impegnato nella guerra
di sterminio contro i Mori, e non fu che nel 1492, dopo d'averli
cacciati di Spagna, che prest di nuovo orecchio alle parole del
Genovese.
Il negozio stavolta fa esaminato maturamente. Il re
acconsent a tentar l'impresa; ma, come conviene alle anime
fiere, Cristoforo Colombo volle imporre le sue condizioni. Si
mercanteggi con colui che doveva arricchire la Spagna!
Colombo, indignato, stava senza dubbio per lasciare per
sempre l'ingrato paese; ma Isabella, commossa al pensiero di
quegli infedeli dell'Asia ch'essa sperava di convertire alla fede
cattolica, fece richiamare il celebre navigatore ed acconsent a
tutte le sue domande.
Fu dunque diciotto anni soltanto dopo d'aver concepito il
proprio disegno, e sette anni dopo aver lasciato il monastero di
Patos, che Colombo, allora nel suo cinquantaseiesimo anno,
sottoscrisse a Santa-Feta, il 17 aprile 1492, un contratto col re
di Spagna.
Per convenzione solenne, l'ufficio di grande ammiraglio fu
dato a Cristoforo Colombo in tutte le terre ch'egli potrebbe
scoprire. Questa dignit doveva passare a' suoi eredi e
successori a perpetuit. Cristoforo Colombo era nominato
vicer e governatore delle nuove possessioni ch'egli sperava di
conquistare in quella ricca regione dell'Asia. Un decimo delle
perle, pietre preziose, oro, argento, spezie, e di tutte le derrate e
mercanzie di qualunque genere, ottenute in qualsiasi maniera
nei limiti della sua giurisdizione, doveva appartenergli in
assoluta propriet.
Tutto era conchiuso, e Cristoforo Colombo stava per
mettere finalmente il suo disegno in esecuzione. Ma,
ripetiamolo, egli non pensava ad incontrare quel nuovo mondo
di cui non sospettava neppur l'esistenza. Egli voleva solo
cercar l'Oriente per l'Occidente, e passare per la via dell'Ovest
nella terra in cui crescono le spezie. Si pu anzi asserire che
Colombo morto colla opinione d'aver toccato le spiaggie
dell'Asia e senza aver saputo mai ch'egli avesse scoperto
l'America. Ma questo non scema nient'affatto la sua gloria.
L'incontro del nuovo continente non fu che un caso; ci che
assicura a Colombo un'immortale rinomanza, il genio audace
che lo indusse ad affrontare i pericoli d'un oceano nuovo, ad
allontanarsi da quelle spiaggie da cui i naviganti non avevano
osato scostarsi fino allora, ad avventurarsi su quei fiotti colle
fragili navi di quel tempo che la prima burrasca poteva
inghiottire, a lanciarsi, in somma, nell'ignoto tenebroso dei
mari.
Cristoforo Colombo incominci i suoi preparativi. Egli
s'intese con ricchi negozianti di Patos, i tre fratelli Pinzon, che
fecero le spese necessarie per completare l'armamento.
Tre navi furono equipaggiate nel porto di Palos. Esse si
chiamavano la Gallega, la Nina e la Pinta. La Gallega doveva
essere montata da Colombo, ed egli la battezz col nome di
Santa Maria. La Pinta era comandata da Martin-Alonzo
Pinzon, e la Nina da Francesco-Martino e da Vincenzo-Yanez
Pinzon, suoi due fratelli. Fu difficile formare gli equipaggi,
giacch i marinai si spaventavano dell'impresa; tuttavia si riusc
a raccogliere centoventi uomini.
Il venerd 3 agosto 1492, l'Ammiraglio, valicando alle otto
del mattino la barra di Saltes, posta al largo della citt
d'Huelva, in Andalusia, si avventur colle sue tre navi sui fiotti
dell'Atlantico.
II.

Primo viaggio: La Gran Canaria Gomere Variazione magnetica
Sintomi di rivolta Terra, terra! San Salvador Presa di possesso
Concezione Fernandina o Grande Exuma Isabella od isola Lunga
Le Mucaras Cuba Descrizione dell'isola Arcipelago di Nostra
Donna Isola Spagnuola o San Domingo Isolotto della Tartaruga Il
cacicco a bordo della Santa Maria La nave di Colombo si arena e non
pu essere rimessa a galla Isolotto Monte Cristi Ritorno Uragano
Arrivo in Ispagna Omaggi resi a Cristoforo Colombo.

Durante la prima giornata del suo viaggio, l'Ammiraglio
il titolo sotto il quale le relazioni lo designano,
l'Ammiraglio, volgendosi dritto verso il sud, fece quindici
leghe prima del tramonto. Piegando allora al sud-est, egli volse
la prua verso le isole Canarie, per riparare la Pinta, il cui
timone si era smontato, forse per il mal animo del timoniere,
spaventato dal viaggio. Dieci giorni pi tardi, Cristoforo
Colombo si ancorava innanzi alla Gran Canaria, dove riparava
l'avaria della nave. Diciannove giorni dopo, egli si ancorava
innanzi a Gomere, i cui abitanti gli confermarono l'esistenza
d'una terra ignota all'ovest dell'arcipelago.
Cristoforo Colombo non lasci quest'isola prima del 6
settembre. Egli aveva ricevuto avviso che tre navi portoghesi lo
aspettavano al largo coll'intenzione di tagliargli la via. Ma,
senza tener conto di questo avvertimento, egli spieg le vele,
evit abilmente l'incontro de' nemici, si diresse esattamente
all'ovest, e perdette finalmente ogni terra di vista.
Durante il corso del viaggio, l'Ammiraglio ebbe cura di
nascondere a' compagni la lunghezza vera della via che
percorrevano ogni giorno; egli la scemava sui rilievi quotidiani,
per non ispaventar di pi i marinai, facendo loro conoscere la
vera distanza delle terre dall'Europa. Ogni giorno puro, egli
osservava attentamente le sue bussole, ed a lui certamente
che si deve la scoperta della variazione magnetica, di cui egli
tenne conto ne' suoi calcoli. Ma i suoi piloti s'inquietavano
molto vedendo quelle bussole volgere all'ovest.
Il 14 settembre, i marinai della Nina, videro una rondinella
ed un'aninga. La presenza di questi uccelli poteva indicare
l'esistenza di terre vicine, giacch essi non si allontanano di
solito, pi di venticinque leghe in mare. La temperatura era
mitissima, il tempo magnifico; il vento soffiava dall'est e
spingeva le navi in direzione favorevole. Ma per l'appunto
questa persistenza dei venti d'est spaventava la maggior parte
dei marinai, che vedevano in tale persistenza stessa, cos
propizia all'andata, un ostacolo al ritorno.
Il 16 settembre, s'incontrarono alcuni ciuffi d'erbe ancor
fresche cullati dalle onde. Ma la terra non si mostrava. Quelle
erbe provenivano verosimilmente dalle roccie sottomarine e
non dalle spiaggie d'un continente. Il 17, trentacinque giorni
dopo la partenza della spedizione, si videro molte erbe
galleggiare alla superficie del mare; sopra uno di quei massi
erbosi, si vedeva anzi un gambero vivo, il che era indizio della
vicinanza delle coste.
Durante i giorni successivi, un gran numero d'uccelli, dei
matti, delle aninghe, delle rondinelle marine volarono intorno
alle navi. Colombo si fondava sulla presenza di questi uccelli
per rassicurare i compagni, che incominciavano a spaventarsi
molto di non incontrare terra alcuna dopo sei settimane di
viaggio. Egli invece, mostrava una gran sicurezza, mettendo
tutta la sua fiducia in Dio; rivolgeva spesso ai suoi delle
energiche parole, ed ogni sera, li invitava a cantare il Salve
Regina o qualche altro inno alla Vergine. Alla parola di
quest'uomo eroico, cos grande, cos sicuro di s medesimo,
cos superiore a tutte le debolezze umane, gli equipaggi
ripigliavano coraggio ed andavano innanzi.
Si pu credere che i marinai e gli ufficiali delle navi
divorassero collo sguardo quell'orizzonte dell'ovest verso il
quale si dirigevano. Tutti avevano un interesse pecuniario a
segnalare il nuovo continente, giacch, al primo che lo
scoprisse, il re Ferdinando aveva promesso una somma di
diecimila maravedis, circa ottomila franchi di nostra moneta.
Gli ultimi giorni del mese di settembre furono animati
dalla presenza d'un certo numero di fregate e di procellarie,
grandi uccelli che volano spesso a coppie, il che dimostrava
che non erano smarriti. Perci Cristoforo Colombo sosteneva
con inalterabile convinzione che la terra non poteva essere
lontana.
Il 1 ottobre, l'Ammiraglio annunci a' compagni che
avevano fatto cinquecentottantaquattro leghe nell'ovest
dall'isola di Ferro. In verit, la distanza percorsa dalle navi era
superiore a settecento leghe, e Cristoforo Colombo lo sapeva
bene, ma egli persisteva a nascondere la verit in proposito.
Il 7 ottobre, gli equipaggi della flottiglia furono commossi
da scariche di moschetteria che partivano dalla Nina. I
comandanti, i due fratelli Pinzon, credevano d'aver visto la
terra. Ma si riconobbe a breve andare che si erano ingannati.
Tuttavia, siccome affermavano d'aver visto dei pappagalli
volare nella direzione di sud-ovest, l'Ammiraglio acconsent a
mutare la sua rotta di qualche punto verso il sud. Ora, questa
modificazione ebbe conseguenze liete per l'avvenire, giacch
continuando a dirigersi all'ovest, le navi sarebbero andate a
battere nel gran banco di Bahama e vi si sarebbero
probabilmente perdute.
Frattanto la terra cos ardentemente desiderata non
appariva. Ogni sera il sole, scendendo sotto l'orizzonte, si
tuffava dietro un'interminabile linea d'acqua. I tre equipaggi,
molte volte vittime d'un'illusione d'ottica, incominciavano a
mormorare contro Colombo, un Genovese, uno straniero,
che li aveva trascinati lontano dalla patria. Si manifestarono
alcuni sintomi di ribellione a bordo, ed il 10 ottobre, i marinai
dichiararono che non andrebbero pi oltre.
Qui, alcuni storici un po' fantastici, che hanno narrato il
viaggio di Cristoforo Colombo, parlano di scene gravi, di cui la
sua nave sarebbe stata il teatro. Secondo essi, la sua vita
sarebbe stata minacciata dai ribelli della Santa Maria. Essi
dicono pure, che in seguito a queste recriminazioni e per una
specie di transazione, tre giorni di tregua sarebbero stati
accordati all'Ammiraglio, dopo i quali, se la terra non si fosse
mostrata, la flotta doveva ripigliar la via dell'Europa. Si pu
asserire che questi racconti sono fiabe dovute
all'immaginazione dei romanzieri del tempo. Non vi ha nelle
relazioni medesime di Cristoforo Colombo alcuna cosa che
permetta di prestarvi fede; ma conviene riferirli, giacch non
bisogna ommetter nulla di quanto riguarda il navigante
genovese, ed un po' di leggenda non sta male a questa gran
figura di Cristoforo Colombo.
Checch ne sia, si mormorava a bordo delle navi, il fatto
non dubbio, ma gli equipaggi, rincorati dalle parole
dell'Ammiraglio, dalla sua energica attitudine in faccia
all'ignoto, non si rifiutavano alla manovra.
L'11 ottobre, l'Ammiraglio not lungo la sua nave una
canna ancor verde, che galleggiava sopra un mare abbastanza
grosso. Nel medesimo tempo, l'equipaggio della Pinta issava a
bordo un'altra canna, una tavoletta ed un bastoncino che
sembravano essere stati tagliati da uno strumento di ferro. La
mano dell'uomo aveva evidentemente lasciato le sue traccie su
quei rottami. Quasi nel medesimo tempo, gli uomini della Nina
vedevano un ramo di bianco-spino in fiore, cosa di cui furono
allegri tutti quanti. Non si poteva mettere in dubbio la
prossimit della costa.
La notte avvolse allora il mare. La Pinta, la miglior veliera
della flottiglia, andava innanzi. Gi lo stesso Cristoforo
Colombo ed un certo Rodrigo Sanchez, controllore della
spedizione, credevano d'aver osservato una luce che si
muoveva nelle ombre dell'orizzonte, quando il marinaio
Rodrigo, della Pinta, fece udire questo grido: Terra! terra!
Che cosa dovette accadere in quel momento nell'animo di
Colombo? Nessun uomo mai, dacch apparve la razza umana
sulla terra, prov una commozione simile a quella che sent
allora il gran navigante? Fors'anco permesso d'assicurare che
l'occhio che scopr primo quel nuovo continente fu quello
dell'Ammiraglio? Ma poco importa; la gloria di Colombo non
d'essere arrivato, ma d'essere partito.
Alle due di notte la terra fu veramente riconosciuta; le navi
non ne erano lontane due ore. Tutti gli equipaggi intonarono
con voce commossa il Salve Regina.
Ai primi raggi del sole, fu vista una piccola isola a due
leghe sottovento. Essa faceva parte del gruppo delle Bahama.
Colombo la chiam San Salvador, e subito, inginocchiandosi,
incominci a dire, con Sant'Ambrogio e con Sant'Agostino:
Tedeurn laudamus, te dominum confitemur.
In quel momento, dei naturali, interamente nudi, apparvero
sulla nuova costa. Cristoforo Colombo scese nella sua
scialuppa con Alonzo e Yanez Pinzon, col controllore Rodrigo,
col segretario Descovedo ed alcuni altri. Egli tocc la terra
tenendo in mano la bandiera regale, mentre i due capitani
portavano la bandiera dalla croce verde sulla quale
s'intrecciavano le cifre di Ferdinando e d'Isabella. Poi,
l'Ammiraglio prese solennemente possesso dell'isola in nome
del re e della regina di Spagna, e fece fare processo verbale di
questi atti.
Durante questa cerimonia, gli indigeni circondavano
Colombo ed i suoi compagni. Ecco in quali termini, riferiti dal
signor Charton, secondo la narrazione medesima di Colombo,
narrata questa scena.
Desiderando d'ispirar loro (agli indigeni) dell'amicizia per
noi, e persuaso, vedendoli, che si confiderebbero meglio a noi,
e che sarebbero pi disposti ad abbracciare la nostra santa fede
se usassimo la dolcezza per persuaderli, meglio che se
avessimo a ricorrere alla forza, io feci dare a molti di essi delle
berrette di colore e delle perle di vetro che essi si misero al
collo. Io vi aggiunsi alcune altre cose di poco valore; essi
mostrarono una vera gioia, e si fecero vedere cos riconoscenti,
che ne fummo stupiti. Quando fummo sulle barche, essi
vennero a nuoto verso di noi per offrirci dei pappagalli, dei
gomitoli di filo di cotone, delle zagaglie e molte altre cose; in
cambio, noi demmo loro delle piccole perle di vetro ed altri
oggetti. Essi ci davano tutto ci che avevano, ma mi
sembrarono molto poveri ad ogni modo. Gli uomini e le donne
erano nudi come quando erano usciti dal seno della madre. Fra
quelli che vedemmo, una donna sola era abbastanza giovane, e
nessuno degli uomini aveva pi di trent'anni. Del resto, erano
ben fatti, belli di corpo ed aggradevoli d'aspetto. I loro capelli,
grossi come, i crini della coda d'un cavallo, cadevano innanzi
sulle sopracciglia; di dietro pendevano in una lunga ciocca che
non recidono mai. Ve ne sono alcuni che si tingono d'un color
nerastro; ma naturalmente sono dello stesso colore degli
abitanti delle isole Canarie. Non sono n neri n bianchi; ve ne
ha pure che si tingono di bianco, di rosso o di qualsiasi altro
colore, il corpo intero, o soltanto la faccia, o gli occhi, o solo il
naso. Essi non hanno armi come le nostre, e non sanno
nemmeno che cosa siano. Quando mostravo loro delle sciabole,
le pigliavano per il taglio e si tagliavano le dita. Non hanno
ferro; le loro zagaglie sono bastoni. La loro punta non di
ferro, ma talvolta formata con un dente di pesce o con
qualche altro corpo duro. Hanno della grazia nelle movenze.
Siccome notai che molti avevano delle cicatrici sul corpo,
chiesi loro, a cenni, come fossero stati feriti, ed essi mi
risposero nella medesima maniera che gli abitanti delle isole
vicine venivano ad assalirli per pigliarli e che essi si
difendevano. Io credevo, e credo ancora, che si venga dalla
terra ferma per farli prigionieri e schiavi; essi devono essere
servitori fedeli e d'una gran mitezza. Hanno una gran facilit a
ripeter presto quello che intendono; sono persuaso che si
convertirebbero al cristianesimo senza difficolt, giacch credo
che non appartengano ad alcuna fede.
Quando Cristoforo Colombo torn a bordo, un certo
numero di quei naturali segu la sua barca a nuoto. Il domani,
che era il 13 ottobre, i naturali tornarono in folla intorno alle
navi. Essi montavano larghe piroghe tagliate in un tronco
d'albero, ed alcune delle quali potevano contenere quaranta
uomini; le dirigevano con una specie di pala da fornaio. Molti
di quei selvaggi portavano piccole lamine d'oro appese al naso.
Sembravano molto stupiti dell'arrivo di quegli stranieri, e
credevano verosimilmente che quegli uomini bianchi fossero
caduti dal cielo. E con rispetto e curiosit essi toccavano le
vestimenta degli Spagnuoli, credendoli senza dubbio una pelle
naturale. L'abito scarlatto dell'Ammiraglio segnatamente eccit
la loro ammirazione. Era evidente che consideravano Colombo
come un pappagallo d'una specie superiore; del resto, lo
riconobbero immediatamente per il capo degli stranieri.
Cristoforo Colombo ed i suoi visitarono allora quella
nuova isola di San Salvador. Essi non si stancavano
d'ammirarne la felice posizione, le magnifiche ombre, le acque
correnti, le praterie verdeggianti. La fauna vi era poco variata. I
pappagalli dalle penne cangianti, abbondavano sotto gli alberi e
rappresentavano soli l'ordine degli uccelli. San Salvador
formava un piano uniforme; un laghetto ne occupava la parte
centrale, e nessuna montagna ne accidentava il suolo. Tuttavia,
San Salvador doveva contenere gran ricchezze minerali, poich
i suoi abitanti portavano degli ornamenti d'oro. Ma questo
prezioso metallo veniva poi ricavato dalle viscere dell'isola?
L'Ammiraglio interrog uno di quegli indigeni, e, coi
cenni, riusc a comprendere che, facendo il giro dell'isola e
navigando verso il sud, egli scoprirebbe una regione, il cui re
possedeva gran vasi d'oro ed immense ricchezze. Il domani,
all'alba, Cristoforo Colombo diede ordine di spiegar le vele, e
si diresse verso il continente indicato, che, secondo lui, non
poteva essere che Cipango.
Convien fare qui un'osservazione molto importante,
giacch essa risulta dallo stato delle cognizioni geografiche a
quel tempo: cio che Colombo si credeva giunto alle terre
d'Asia. Cipango il nome che Marco Polo d al Giappone.
Questo errore dell'Ammiraglio diviso da tutti i suoi
compagni, ci vorranno molti anni per riconoscerlo, e, come
abbiamo gi detto, il gran navigatore, dopo quattro viaggi
successivi alle isole, morr senza sapere d'aver scoperto un
nuovo mondo. fuor di dubbio che i marinai di Colombo, e
Colombo medesimo, immaginavano d'aver incontrato nella
notte del 12 ottobre 1492, sia il Giappone, sia la China, sia le
Indie. Ci spiega come l'America portasse cos lungamente il
nome di Indie occidentali e perch i naturali di quel
continente sono ancora designati sotto la denominazione
generale di Indiani al Brasile ed al Messico, come pure agli
Stati Uniti.
Cristoforo Colombo pensava dunque unicamente a
giungere alle spiaggie del Giappone. Egli costeggi San
Salvador in modo da esplorare la sua parte occidentale. Gli
indigeni, accorrendo sulla spiaggia, gli offrivano dell'acqua e
della cassava, specie di pane che si fabbrica con una radice
chiamata yucca. Molte volte, l'Ammiraglio sbarc su diversi
punti della costa, e, bisogna confessarlo, mancando al dovere
dell'umanit, fece rapire alcuni Indiani coll'intenzione di
condurli in Ispagna. S'incominciava gi a strappare quei
disgraziati dal loro paese, non si doveva tardare a venderli!
Finalmente, le navi, perdendo di vista San Salvador, si
avventurarono in pieno Oceano.
Il destino aveva favorito Cristoforo Colombo
conducendolo cos in mezzo ad uno dei pi belli arcipelaghi del
mondo. Tutte le nuove terre ch'egli stava per iscoprire, erano
come uno scrigno d'isole preziose, nelle quali non aveva che ad
attingere a piene mani.
Il 15 ottobre, al tramonto, la flottiglia gett l'ncora presso
la punta ovest d'una seconda isola, che fu chiamata Concezione
e che una distanza di cinque leghe soltanto separava da San
Salvador. Il domani, l'Ammiraglio tocc quella spiaggia con
barche armate e preparate contro ogni sorpresa. I naturali,
appartenenti alla medesima razza di quelli di San Salvador,
fecero ottima accoglienza agli Spagnuoli. Ma un vento di sud-
est essendosi levato, Colombo radun la flottiglia, ed
avanzandosi ancora nove leghe nell'ovest, scopr una terza
isola, alla quale diede il nome di Fernandina. ora la Grande
Exuma. Si rest in panna tutta notte, ed il domani, 17 ottobre,
delle gran piroghe vennero a circondar le navi. I rapporti coi
naturali erano eccellenti. I selvaggi barattavano tranquillamente
dei frutti con piccoli gomitoli di cotone, perle di vetro,
tamburelli, spille che li seducevano molto, e melassa di cui si
mostravano ghiottissimi. Quegli indigeni di Fernandina, pi
vestiti dei loro vicini di San Salvador, erano anche pi
inciviliti; essi abitavano delle case fatte in forma di padiglioni e
fornite di alti camini; quelle case erano molto pulite all'interno
e ben tenute. La costa occidentale dell'isola, profondamente
frastagliata, avrebbe aperto a cento navi un porto largo e
magnifico.
Ma Fernandina non offriva agli Spagnuoli quelle ricchezze
che essi bramavano e desideravano tanto di portare in Europa;
le miniere d'oro mancavano a quel suolo. Tuttavia, i naturali,
imbarcati a bordo della flottiglia, parlavano sempre d'un'isola
pi grande, situata nel nord e chiamata Samoeto, sulla quale si
raccoglieva il prezioso metallo. Colombo volse dunque la prua
nella direzione indicata. Il venerd, 19 ottobre, egli si ancor
durante la notte presso quella Samoeto che chiam Isabella, e
che l'isola Lunga delle carte moderne.
Stando a quanto dicevano gli indigeni di San Salvador, si
doveva trovare in quell'isola un re, la cui potenza era grande;
ma l'Ammiraglio lo attese invano alcuni giorni; quel gran
personaggio non apparve. L'isola Isabella offriva un aspetto
delizioso coi suoi laghi limpidi e le sue fitte foreste. Gli
Spagnuoli non si stancavano d'ammirare quelle essenze nuove,
la cui verdura stupiva giustamente gli occhi europei. I
pappagalli volavano a frotte innumerevoli sotto gli alberi
fronzuti, e grosse lucertole vivacissime, iguane senza dubbio,
scivolavano prestamente attraverso le alte erbe. Gli abitanti
dell'isola, che erano fuggiti dapprima alla vista degli Spagnuoli,
si familiarizzarono a breve andare e barattarono i prodotti del
loro suolo.
Frattanto, Cristoforo Colombo non abbandonava la sua
idea di arrivare alle terre del Giappone. Gli indigeni gli
avevano indicato nell'ovest una grand'isola poco lontana, che
essi chiamavano Cuba, l'Ammiraglio suppose che dovesse far
parte del regno di Cipango, e non dubit di giungere a breve
andare alla citt di Quinsay, altrimenti detta Hang-tcheu-fu, che
fu un tempo la capitale della China.
Gli per ci che, appena il vento glielo permise, la
flottiglia lev l'ncora. Il gioved, 25 ottobre, si ebbe
cognizione di sette ad otto isole scaglionate sopra una sola
linea, probabilmente le Mucaras. Cristoforo Colombo non vi si
arrest, e la domenica giunse in vista di Cuba. Le navi si
ancorarono in un fiume, al quale gli Spagnuoli diedero il nome
di San Salvatore; poi, dopo una breve fermata, ripigliarono la
navigazione verso il tramonto, ed entrarono in un porto situato
alla foce d'un gran fiume, porto che divent pi tardi quello
delle Nuevitas del Principe.
Molte palme crescevano sulle spiaggie dell'isola, e le loro
foglie erano cos larghe, che una sola bastava a coprire le
capanne dei naturali. Questi avevano preso la fuga
all'avvicinarsi degli Spagnuoli, che trovarono sulla spiaggia
delle specie d'idoli a forma di donna, degli uccelli
addomesticati, degli ossami d'animali, dei cani muti e degli
strumenti di pesca. I selvaggi di Cuba furono attirati coi mezzi
consueti, ed essi fecero dei baratti cogli Spagnuoli.
Cristoforo Colombo si credette in terra ferma, ed a poche
leghe appena da Hang-tcheu-fu. E quest'idea era tanto radicata
nel suo spirito ed in quello de' suoi ufficiali, ch'egli pens a
mandar dei regali al gran khan della China. Il 2 novembre,
incaric uno de' suoi gentiluomini ed un ebreo che parlava
l'ebraico, il caldaico e l'arabo, di recarsi da quel monarca
indigeno. Gli ambasciatori, muniti di collari di perle, ed ai
quali furono accordati sei giorni per adempiere la loro
missione, si diressero verso le regioni dell'interno del preteso
continente.
Frattanto, Cristoforo Colombo risal per due leghe circa un
bel fiume che scorreva sotto l'ombra di grandi alberi odoriferi.
Gli abitanti facevano dei baratti cogli Spagnuoli, ed indicavano
frequentemente un luogo chiamato Bohio, nel quale l'oro e le
perle si trovavano in abbondanza. Essi aggiungevano in oltre
che l vivevano degli uomini dalla testa di cane, che si
nutrivano di carne umana.
Gli inviati dell'Ammiraglio tornarono al porto il 6
novembre, dopo quattro giorni d'assenza. Due giornate di
cammino avevano bastato per condurli ad un villaggio
composto d'una cinquantina di capanne, nel quale furono
accolti con gran dimostrazioni di rispetto. Venivano loro
baciati i piedi e le mani, giacch si credeva fossero scesi dal
cielo. Tra gli altri particolari di costumi, essi narrarono che gli
uomini e le donne fumavano del tabacco entro tubi biforcati,
aspirando il fumo dalle narici. Quegli indigeni sapevano
procurarsi del fuoco strofinando due pezzi di legno l'uno contro
l'altro. Vi era del cotone in abbondanza in alcune case, disposte
in forma di tende, ed una d'esse ne conteneva quasi undicimila
libbre. Quanto al gran khan, non ne videro nemmeno l'ombra.
Segnaliamo qui un secondo errore commesso da Cristoforo
Colombo, errore le cui conseguenze, secondo Irving, mutarono
tutta la serie delle sue scoperte. Colombo, credendosi sulle
coste dell'Asia, considerava logicamente Cuba come facente
parte del continente; perci, non pens a farne il giro, e prese la
deliberazione di tornare verso l'est. Ora, s'egli non si fosse
ingannato in quest'occasione, se avesse continuato a seguire la
sua prima direzione, i risultati della sua intrapresa sarebbero
stati singolarmente mutati. Infatti, o sarebbe stato gettato verso
la Florida, alla punta dell'America del Nord, o sarebbe corso
dritto al Messico. In quest'ultimo caso, invece di naturali
ignoranti e selvaggi, che cosa avrebbe incontrato? Quegli
abitanti del grande impero degli Aztechi, del regno mezzo
incivilito di Montezuma. Col, avrebbe trovato citt, eserciti,
immense ricchezze, e la sua impresa sarebbe senza dubbio
diventata quella di Fernando Cortez. Ma non doveva essere
cos, e l'Ammiraglio, perseverando nel suo errore, torn verso
l'est colla sua flottiglia, che lev l'ncora il 12 novembre 1492.
Cristoforo Colombo costeggi l'isola di Cuba, riconobbe le
due montagne del Cristallo e del Moa, esplor un porto che
chiam Puerto del Principe, ed un arcipelago al quale pose il
nome di mare di Nostra Donna. Ogni notte, dei fuochi di
pescatori apparivano su quelle numerose isole, i cui abitanti si
nutrivano di ragni e di grossi vermi. Molte volte gli Spagnuoli
sbarcarono su diversi punti della costa, e vi piantarono delle
croci in segno di presa di possesso.
Gli indigeni parlavano soventi all'Ammiraglio d'una
cert'isola Babeque dove abbondava l'oro. L'Ammiraglio
risolvette di recarvisi. Ma Martin-Alonzo Pinzon, capitano
della Pinta, la miglior veliera della flottiglia, and innanzi, ed
il 21 novembre, all'alba, egli era scomparso interamente.
L'Ammiraglio fu molto contrariato di questa separazione, e
se ne trova la prova nel suo racconto, quand'egli dice: Pinzon
mi ha detto e fatto molte altre cose. Egli continu la sua via
esplorando la costa di Cuba, e scopr la baia di Moa, la punta di
Mangle, la punta di Vaez, il porto Baracoa; ma in nessun luogo
incontr dei cannibali, bench le capanne dei naturali fossero
spesso adorne di teschi umani, cosa di cui si mostrarono molto
soddisfatti gli altri indigeni imbarcati a bordo.
Nei giorni seguenti, si vide il fiume Boma, e le navi,
doppiando la punta degli Azules, si trovarono sulla parte
orientale dell'isola, di cui avevano riconosciuto la costa per
centoventicinque leghe. Ma Colombo, invece di ripigliar la via
verso il sud, pieg all'est, ed il 5 dicembre, ebbe cognizione
d'una grand'isola che gli Indiani chiamavano Bohio. Era Haiti o
San Domingo.
La sera, la Nina, per ordine dell'Ammiraglio, entr in un
porto che fu chiamato Porto Maria. ora il porto San Nicola,
posto presso il capo di questo nome, all'estremit dell'isola.
Il domani, gli Spagnuoli riconobbero un grandissimo
numero di capi ed un'isoletta chiamata isola della Tartaruga.
Appena le navi apparivano, mettevano in fuga le piroghe
indiane. Quell'isola che costeggiavano sembrava vastissima ed
altissima, e da ci le venne pi tardi il nome d'Haiti, che
significa Terra alta. La ricognizione di quelle spiaggie fu spinta
fino alla baia Mosquito. Gli uccelli che volteggiavano sotto i
begli alberi dell'isola, le sue piante, le sue pianure, le sue
colline, ricordavano i paesaggi della Castiglia, e per
Cristoforo Colombo battezz quella terra nuova col nome
d'isola Spagnuola. Gli abitanti erano molto paurosi e diffidenti,
e non si poteva stabilire con essi alcuna relazione, giacch
fuggivano all'interno. Tuttavia, alcuni marinai riuscirono ad
impadronirsi d'una donna che condussero a bordo. Era essa
giovane e piuttosto belloccia. L'Ammiraglio le diede degli
anelli, delle perle ed una veste di cui aveva assolutamente
bisogno; in fine, la tratt generosamente e la rimand a terra.
Queste buone maniere ebbero per risultato d'addomesticare
i naturali, e, il domani, nove marinai bene armati, essendosi
avventurati a quattro leghe nell'interno, furono ricevuti con
rispetto. Gli indigeni accorrevano in folla incontro ad essi ed
offrivano loro tutti i prodotti del suolo. Quei marinai tornarono
lietissimi della fatta escursione. L'interno dell'isola era loro
parso ricco di alberi da cotone, di aloe e lentischi, ed un bel
fiume, che fu chiamato pi tardi il fiume dei Tre Fiumi, vi
svolgeva le sue limpide acque.
Il 15 dicembre, Colombo spieg di nuovo le vele, ed il
vento lo port verso l'isolotto della Tartaruga, dove egli not
un corso d'acqua navigabile, ed una vallata cos bella che le
diede il nome di Valle del Paradiso. Il domani, bordeggiando in
un golfo profondo, egli vide un Indiano che manovrava
abilmente una barchetta, malgrado la violenza del vento.
Quell'Indiano fu invitato a venire a bordo; Colombo lo colm
di doni, poi lo sbarc in un porto dell'isola Spagnuola, che
diventato il porto della Pace.
Questi buoni trattamenti guidarono dall'Ammiraglio tutti
gli indigeni, e da quel giorno, essi vennero in gran numero
incontro alle navi. Il loro re li accompagnava. Era un giovinotto
di vent'anni, ben formato, robusto, piuttosto grasso; andava
nudo come i suoi sudditi e le sue suddite, che gli dimostravano
molto rispetto, ma senza alcuna tinta d'umilt. Colombo gli
fece rendere gli onori dovuti ad un sovrano, ed in riconoscenza
delle sue belle maniere, quel re, o piuttosto quel cacicco,
apprese all'Ammiraglio che le Provincie dell'est rigurgitavano
d'oro.
Il domani, un altro cacicco venne a mettere a disposizione
degli Spagnuoli tutti i tesori del suo paese. Egli assistette alla
festa di Santa Maria, che Colombo fece celebrare con pompa
sulla sua nave, pavesata per l'occasione. Il cacicco fu ammesso
alla mensa dell'Ammiraglio e fece onore al pasto; dopo d'aver
assaggiato diversi cibi e diverse bevande, egli mandava le
ciotole ed i piatti alle persone del suo seguito. Quel cacicco
aveva l'aria buona; parlava poco e si mostrava molto cortese.
Finito il pasto, egli offr alcune sottili foglie d'oro
all'Ammiraglio. Costui gli mostr delle monete su cui erano
incisi i ritratti di Ferdinando e d'Isabella, e dopo d'avergli
espresso coi cenni che si trattava dei pi potenti principi della
terra, fece spiegare in presenza del re indigeno le bandiere reali
della Castiglia. Venuta la notte, il cacicco si ritir molto
soddisfatto, e salve d'artiglieria salutarono la sua partenza.
Il di seguente, gli uomini dell'equipaggio piantarono una
gran croce in mezzo alla borgata, e lasciarono quella costa
ospitale. Uscendo dal golfo formato dall'isola della Tartaruga e
dall'isola Spagnuola, furono scoperti molti porti, capi, baie e
fiumi, alla punta Limb, un'isoletta che fu chiamata San
Tommaso, e finalmente un ampio porto, sicuro e ben riparato,
nascosto tra l'isola e la baia d'Acu, ed al quale dava accesso un
canale circondato da alte montagne coperte d'alberi.
L'Ammiraglio sbarcava spesso sulla costa. I naturali lo
accoglievano come un inviato del cielo e lo invitavano a
rimaner con loro. Colombo prodigava gli anelli d'ottone, i grani
di vetro ed altri ninnoli che essi stimavano molto. Un cacicco
chiamato Guacanagari, sovrano della provincia del Marien,
mand a Colombo una cintura ornata da una figura d'animale a
grandi orecchie, la cui lingua ed il naso erano fatti d'oro
battuto. L'oro sembrava abbondare nell'isola, ed i naturali ne
portarono a breve andare una certa quantit. Gli abitanti di
questa parte dell'isola Spagnuola sembravano superiori per
l'intelligenza e la bellezza. Secondo l'opinione di Colombo, la
pittura rossa, nera o bianca di cui s'intonacavano il corpo,
serviva a preservarli soprattutto dai morsi del sole. Le case di
questi indigeni erano belle e ben costrutte. Quando Colombo li
interrogava sul paese che produceva dell'oro, quegli indigeni
indicavano verso l'est una regione che chiamavano Cibao, nella
quale l'Ammiraglio si ostinava a vedere il Cipango del
Giappone.
Il giorno di Natale, un grave accidente sopravvenne alla
nave dell'Ammiraglio; era la prima avaria di quella navigazione
fino allora tanto felice. Un timoniere poco pratico teneva il
timone della Santa Maria durante un'escursione fuori del golfo
di San Tommaso; venuta la notte, egli si lasci prendere dalle
correnti che lo gettarono sugli scogli. La nave tocc ed il suo
timone fu arenato. L'Ammiraglio, desto dall'urto, accorse sul
ponte ed ordin di gettare un'ancora a prua per rialzare la nave.
Il mastro ed alcuni marinai incaricati dell'esecuzione di
quest'ordine, balzarono nella scialuppa; ma, presi dal terrore,
fuggirono a forza di remi verso la Nina.
Nel frattempo, la marea calava, e la Santa Maria
s'impantanava sempre pi. Bisogn tagliare i suoi alberi per
alleggerirla, e poco stante divenne urgente trasportare il suo
equipaggio a bordo della sua compagna. Il cacicco
Guacanagari, comprendendo la spiacevole condizione della
nave, accorse coi suoi fratelli ed i suoi parenti accompagnati da
un gran numero d'Indiani, ed aiut a scaricar la nave. In grazia
delle sue cure, nemmeno un oggetto del carico fu rubato, e tutta
la notte, indigeni armati fecero sentinella intorno ai depositi di
provviste.
Il domani, Guacanagari si rec a bordo della Nina, per
consolar l'Ammiraglio, e pose tutte le proprie ricchezze a sua
disposizione. Nel medesimo tempo, gli offr una colazione
composta di pane, di gamberi, di pesci, di radici e di frutti.
Colombo, commosso da queste dimostrazioni d'amicizia, form
il disegno di fondare uno stabilimento su quell'isola. Egli si
diede dunque a guadagnarsi gli Indiani coi doni e le carezze;
poi, volendo pure dar loro un'idea della propria potenza, fece
scaricare un archibugio ed una spingarda, il cui sparo spavent
molto quella povera gente.
Il 26 dicembre, gli Spagnuoli incominciarono la
costruzione d'una fortezza su quella parte della costa.
L'intenzione dell'Ammiraglio era di lasciarvi un certo numero
d'uomini, forniti di pane, di vino e di grani per un anno, e di
lasciar loro la scialuppa della Santa Maria. I lavori furono
spinti alacremente.
Quel giorno si ebbero notizie della Pinta, che si era
separata dalla flottiglia fino dal 21 novembre; essa era ancorata
in un fiume all'estremit dell'isola, dicevano i naturali; ma una
barca mandata da Guacanagari torn senza averla potuta
scoprire. Fu allora che Colombo, non volendo continuare le sue
esplorazioni nelle condizioni in cui si trovava, e ridotto ad una
sola nave dopo la perdita della Santa Maria, che non si poteva
pi tirare a galla, risolvette di tornare in Ispagna, ed incominci
i preparativi della partenza.
Il 2 gennaio, Colombo diede al cacicco lo spettacolo d'una
piccola guerra, di cui quel re ed i suoi sudditi si mostrarono
molto meravigliati. Poi, egli fece scelta di trentanove uomini
destinati alla custodia della fortezza durante la sua assenza, e
nomin per comandarli Rodrigo de Escovedo. La maggior
parte del carico della Santa Maria era loro stato abbandonato, e
doveva bastare per pi d'un anno. Fra quei primi coloni del
nuovo continente, si contavano uno scrivano, un alguazil, un
bottaio, un medico ed un sarto. Questi Spagnuoli avevano la
missione di ricercare le miniere d'oro e d'indicare un luogo
favorevole alla fondazione d'una citt.
Il 3 gennaio, dopo solenni addii al cacicco ed ai nuovi
coloni, la Nina lev l'ncora ed usc dal porto. Poco stante fu
scoperto un isolotto dominato da un monte altissimo, al quale
fu dato il nome di Monte Cristi. Cristoforo Colombo seguiva la
costa gi da due giorni, quando fu segnalato l'avvicinarsi della
Pinta. Poco stante il suo capitano, Martin-Alonzo Pinzon,
venne a bordo della Nina, e tent di scusare la propria
condotta. La verit era che Pinzon era andato innanzi
unicamente per giungere a quella pretesa isola di Babeque che i
racconti degli indigeni dicevano tanto ricca. L'Ammiraglio si
accontent delle cattive scuse che gli diede il capitano Pinzon,
ed apprese che la Pinta non aveva fatto che costeggiare l'isola
Spagnuola senza aver riconosciuto alcuna nuova isola.
Il 7 gennaio, si arrestarono per acciecare una falla che si
era dichiarata nei fondi della Nina. Colombo approfitt di
questa fermata per esplorare un largo fiume situato ad una lega
da Monte Cristi. Le pagliuzze che quel fiume portava gli fecero
dare il nome di Fiume d'Oro. L'Ammiraglio avrebbe voluto
visitare con maggior cura quella parte dell'isola Spagnuola, ma
i suoi equipaggi avevano fretta di tornare, e, sotto l'influenza
dei fratelli Pinzon, incominciavano a mormorare contro la sua
autorit.
Il 9 gennaio, le due navi spiegarono le vele e si diressero
verso l'est-sud-est. Esse rasentavano quelle coste di cui veniva
battezzata ogni minima sinuosit, la punta Isabella, il capo
della Roca, il capo Francese, il capo Cabron, e finalmente la
baia di Samana, situata all'estremit orientale dell'isola. Col si
apriva un porto nel quale la flottiglia, trattenuta dalle calme,
gett l'ncora. Le prime relazioni coi naturali furono ottime, ma
si mutarono ad un tratto. I baratti cessarono, e certe
dimostrazioni ostili non permisero pi di dubitare delle cattive
intenzioni degli Indiani. Infatti, il 13 gennaio, i selvaggi si
slanciarono all'improvviso sugli Spagnuoli. Questi, non ostante
il loro picciol numero, tennero fermo, e coll'aiuto delle armi,
misero in fuga i nemici, dopo pochi minuti di combattimento.
Per la prima volta, il sangue indiano era sgorgato per mano di
Europei.
Il domani, Cristoforo Colombo trattenne a bordo quattro
giovani indigeni, e malgrado i loro reclami, spieg le vele. I
suoi equipaggi, stanchi ed irritati, gli davano gravi noie, e, nel
racconto del suo viaggio, quest'uomo, superiore a tutte le
debolezze umane e che la sorte non poteva abbattere, se ne
lamenta amaramente. Il 16 gennaio, il viaggio del ritorno
incominci veramente, ed il capo Samana, punto estremo
dell'isola Spagnuola, scomparve all'orizzonte.
La traversata fu rapida, e nessun incidente avvenne fino al
12 febbraio. A quel tempo, le due navi furono assalite da una
tempesta terribile, che dur tre giorni, con venti furiosi, grosse
onde e lampi dal nord-nord-est. Tre volte i marinai spaventati
fecero voto di pellegrinaggio a Santa Maria di Guadalupa, a
Nostra Donna di Loreto ed a Santa Clara di Moguer.
Finalmente, tutto l'equipaggio giur d'andare a pregare, a piedi
nudi ed in camicia, in una chiesa dedicata a Nostra Donna.
Frattanto la tempesta infuriava. L'Ammiraglio, temendo
una catastrofe, scrisse rapidamente sopra una pergamena il
compendio delle scoperte fatte, con preghiera a chi lo trovasse
di farlo prevenire al re di Spagna, poi, chiudendo quel
documento avvolto di tela incerata in un barile di legno, lo fece
gettar in mare.
All'alba, il 15 febbraio, l'uragano si quet, le due navi,
separate dalla tempesta, si raggiunsero, e, tre giorni dopo, si
ancoravano all'isola Santa Maria, una delle Azzorre. Subito
l'Ammiraglio attese a compiere i voti formati durante
l'uragano; egli mand dunque mezza la sua gente a terra, ma
questi furono trattenuti prigionieri dai Portoghesi, che li
restituirono solo cinque giorni dopo, in seguito ai reclami
energici di Colombo.
L'Ammiraglio riprese il mare il 23 febbraio. Contrariato
dai venti e battuto ancor una volta dalla tempesta, egli fece
nuovi voti con tutto il suo equipaggio, e s'impegn a digiunare
il primo sabato che seguisse il suo arrivo in Ispagna.
Finalmente, il 4 marzo, i suoi piloti riconobbero la foce del
Tago, nel quale la Nina, pot rifugiarsi, mentre la Pinta era
cacciata dal vento fin nella baia di Biscaglia.
I Portoghesi fecero buona accoglienza all'Ammiraglio. Il re
gli accord anzi un'udienza; ma Colombo aveva fretta di
recarsi in Spagna. Appena il tempo lo permise, la Nina ripigli
il mare, ed il 15 marzo, a mezzod, essa si ancorava innanzi al
porto di Palos, dopo sette mesi e mezzo di navigazione, durante
i quali Colombo aveva scoperto le isole di San Salvador,
Concezione, Grande Esuma, isola Lunga, isole Mucaras, Cuba
e San Domingo.
La corte di Ferdinando e d'Isabella si trovava allora a
Barcellona; l'Ammiraglio vi fu chiamato. Egli part subito cogli
Indiani che conduceva dal nuovo mondo. L'entusiasmo ch'egli
dest fu estremo. Da ogni parte le popolazioni accorrevano sul
passaggio del gran navigatore, e gli rendevano onori regali.
L'entrata di Cristoforo Colombo a Barcellona fu magnifica. Il
re, la regina, i grandi di Spagna lo accolsero pomposamente al
palazzo della Deputazione. L, egli fece il racconto del suo
viaggio meraviglioso, poi present i campioni d'oro che aveva
portati, e tutta l'assemblea, cadendo in ginocchio, in tuon il Te
Deum.
Cristoforo Colombo fu allora fatto nobile con lettere
patenti, ed il re gli diede uno stemma con questa divisa: A
Castiglia ed a Leon, Colombo d un nuovo mondo. Il nome
del navigatore genovese fu acclamato in tutta l'Europa; gli
Indiani condotti da lui ricevettero il battesimo in presenza di
tutta la corte, e l'uomo di genio, si lungamente povero ed
incompreso, si elev allora al pi alto grado della celebrit.
III.

Secondo viaggio: Flottiglia di diciassette navi Isola di Ferro La
Dominica Maria Galante La Guadalupa I Cannibali Montserrat
Santa Maria Rotonda San Martino e Santa Croce Arcipelago delle
Undicimila Vergini Isola San Giovanni Battista o Porto Rico L'isola
Spagnuola I primi coloni massacrati Fondazione della citt d'Isabella
Invio in Ispagna di due navi cariche di ricchezze Forte San Tommaso
elevato nella provincia di Cibao Don Diego, fratello di Colombo,
nominato governatore dell'isola La Giamaica La costa di Cuba Il
remora Ritorno ad Isabella Il cacicco fatto prigioniero Rivolta
degli indigeni Carestia Colombo calunniato in Ispagna Invio di
Giovanni Aguado, commissario d'Isabella Le mine d'oro Partenza di
Colombo Suo arrivo a Cadice.

Il racconto delle avventure del gran navigatore genovese
aveva scaldato le menti. Le immaginazioni intravvedevano gi
continenti d'oro posti di l dai mari; tutte le passioni che genera
la cupidigia bollivano nei cuori. L'Ammiraglio, sotto la
pressione dell'opinione pubblica, non poteva esimersi dal
ripigliar il mare il pi presto possibile. Egli medesimo del resto
aveva fretta di tornare al teatro delle sue conquiste e
d'arricchire le carte del tempo di nuove terre. Egli dunque si
dichiar pronto a partire.
Il re e la regina misero a sua disposizione una flottiglia
composta di tre navi e di quattordici caravelle; mille e dugento
uomini dovevano imbarcavisi. Un certo numero di nobili
castigliani non esitarono ad affidarsi alla stella di Colombo, e
vollero tentar la fortuna di l dai mari. Dei cavalli, del
bestiame, degli strumenti d'ogni fatta, destinati a raccogliere ed
a purificar l'oro, delle sementi variate, in una parola tutti gli
oggetti necessari allo stabilimento d'una colonia, empivano la
stiva delle navi. Dei dieci indigeni condotti in Europa, cinque
tornavano al loro paese, tre rimanevano infermi in Europa, due
erano morti.
Cristoforo Colombo fu nominato capitano-generale della
squadra, con poteri illimitati.
Il 25 settembre 1495, le diciassette navi uscivano da
Cadice, con tutte le vele spiegate, in mezzo agli applausi d'una
folla immensa. Il 1 ottobre, si arrestarono all'isola di Ferro, la
pi occidentale delle Canarie, e dopo ventitr giorni d'una
navigazione favorita incessantemente dal vento e dal mare,
Cristoforo Colombo ebbe cognizione delle terre nuove.
In fatti, il 3 novembre, la domenica dell'ottava
d'Ognissanti, al levar del sole, il pilota della nave ammiraglia
Maria Galante esclam: Buona nuova! ecco la terra!
Questa terra, era un'isola coperta d'alberi. L'Ammiraglio,
credendola disabitata, pass oltre, riconobbe alcune isolette
sparse sulla sua via, e giunse innanzi ad una seconda isola. La
prima fu chiamata Dominica, la seconda Maria Galante, nomi
che portano ancor oggi. Il domani, una terza isola pi grande
apparve agli Spagnuoli. E, dice il racconto di questo viaggio
fatto da Pietro Martire, contemporaneo di Colombo, quando
vi furono giunti vicino, riconobbero che era l'isola degli infami
Cannibali o Caraibi, di cui avevano solamente inteso parlare
nel primo viaggio.
Gli Spagnuoli, ben armati, discero su quella spiaggia, dove
sorgevano una trentina di case di legno di forma tonda e
coperte di foglie di palma. All'interno di quelle capanne erano
appese delle amache di cotone; sulla piazza sorgevano due
specie d'alberi o di pali, intorno a cui erano allacciati due gran
serpenti morti. All'avvicinarsi degli stranieri, i naturali se la
diedero a gambe, abbandonando un certo numero di prigionieri
che stavano per divorare. I marinai frugarono nelle loro case, e
vi trovarono delle ossa di gambe e di braccia, delle teste recise
di fresco, ancor bagnate di sangue, ed altri avanzi umani che
non lasciavano alcun dubbio sul modo d'alimentazione di quei
Caraibi.
Quell'isola, che l'Ammiraglio fece esplorare in parte e di
cui si riconobbero i principali fiumi, fu battezzata col nome di
Guadalupa, a causa della sua somiglianza con una provincia
dell'Estremadura. Alcune donne, di cui i marinai si erano
impadroniti, furono rimandate a terra, dopo d'essere state
trattate bene sulla nave ammiraglia. Cristoforo Colombo
sperava che la sua condotta verso quelle Indiane indurrebbe gli
Indiani a venire a bordo, ma la sua speranza fall.
L'8 novembre, l'Ammiraglio diede il segnale della
partenza, e fece vela con tutta la squadra verso l'isola
Spagnuola, ora San Domingo, sulla quale aveva lasciato
trentanove compagni del suo primo viaggio. Risalendo al nord,
egli scopr una grand'isola a cui gli Indiani, che aveva serbati a
bordo dopo d'averli salvati dal dente dei Caraibi, davano il
nome di Madanino. Essi pretendevano che fosse abitata solo da
donne, e siccome Marco Polo nella sua relazione citava una
regione asiatica unicamente occupata da una popolazione
femminina, Cristoforo Colombo ebbe tutte le ragioni di credere
che egli navigasse lungo le coste dell'Asia. L'Ammiraglio
desiderava vivamente d'esplorare quell'isola, ma il vento
contrario gl'imped di approdarvi.
A dieci leghe pi oltre, si riconobbe un'altr'isola,
circondata da alte montagne, che fu chiamata Montserrat, il
domani una seconda isola, a cui fu dato il nome di Santa Maria
Rotonda, ed il giorno seguente, altre, due isole, San Martino e
Santa Croce.
La squadra si ancor innanzi a Santa Croce per far
provvista d'acqua. Col accadde una scena grave che Pietro
Martire narra in termini che convien riferire, giacch sono
molto espressivi: L'Ammiraglio, dice egli, comand che trenta
uomini della sua nave scendessero a terra per esplorar l'isola; e
questi uomini essendo discesi a terra, trovarono quattro cani ed
altrettanti uomini giovani e donne sulla spiaggia, che venivano
incontro ad essi e tendevano loro le braccia come supplichevoli
e chiedenti aiuto e liberazione dalla gente crudele. I Cannibali,
vedendo ci, proprio come nell'isola, di Guadalupa, si
ritirarono, fuggendo nelle foreste. E le nostre genti rimasero
due giorni nell'isola per visitarla.
In questo mentre, quelli che erano rimasti sulla nave
videro venir da lontano una barca, che portava otto uomini ed
altrettante donne; le nostre genti fecero loro cenno, ma essi
avvicinandosi, uomini e donne, incominciarono a trapassare
leggiermente e crudelmente colle loro freccie i nostri, prima
che avessero avuto agio di coprirsi cogli scudi, in guisa che uno
Spagnuolo fu ucciso dalla freccia d'una donna, e questa
medesima, con un'altra freccia, ne trapass un altro.
Quei selvaggi avevano delle freccie avvelenate,
contenenti il veleno nel ferro; fra di essi vi era una donna a cui
obbedivano tutti gli altri, che s'inchinavano innanzi a lei. Essa
era, a quanto si poteva congetturare, una regina, avente un
figlio dallo sguardo crudele, robusto, dalla faccia leonina, che
la seguiva.
I nostri dunque, stimando che valesse meglio combattere
apertamente piuttosto che aspettare mali maggiori battagliando
cos da lontano, spinsero tanto innanzi la loro nave a forza di
remi, e la fecero correre con tanta violenza, che la coda di
questa sfond il canotto degli altri.
Ma quegli Indiani, buoni nuotatori, senza muoversi n pi
lentamente n pi ratti, non cessarono dal lanciar saette contro i
nostri, tanto uomini quanto donne. E fecero tanto che giunsero,
nuotando, ad una rupe coperta d'acqua, sulla quale salirono ed
ancora battagliarono. Non di meno, furono presi finalmente, ed
uno d'essi fa ucciso, ed il figlio della regina trapassato in due
luoghi; e furono condotti sulla nave dell'Ammiraglio, dove non
mostrarono meno ferocia ed atrocit di faccia che se fossero
stati leoni di Libia quando si sentono presi nei lacci. Ed essi
erano tali che nessuno avrebbe potuto guardarli senza che per
l'orrore si sentisse muovere il cuore e le viscere, tanto il loro
sguardo era orrendo, terribile ed infernale.
Come si vede, la lotta incominciava a diventar seria tra gli
Indiani e gli Europei. Cristoforo Colombo riprese la sua
navigazione verso il nord, in mezzo ad isole piacevoli ed
innumerevoli, coperte di foreste, che erano dominate da
montagne d'ogni colore. Questa agglomerazione d'isole fu
chiamata l'arcipelago delle undicimila Vergini. Poco stante
apparve l'isola San Giovanni Battista, che non se non Porto
Rico, terra allora infestata da Caraibi, ma benissimo coltivata e
veramente superba coi suoi immensi boschi. Alcuni marinai
scesero sulla spiaggia, e non vi trovarono che una dozzina di
case disabitate. L'Ammiraglio riprese allora il mare, e rasent
la costa meridionale di Porto Rico per una cinquantina di leghe.
Il venerd 12 novembre, Colombo approd finalmente
sull'isola Spagnuola. Si pensi da qual commozione fosse
agitato rivedendo il teatro dei suoi primi trionfi, ricercando
cogli occhi quella fortezza nella quale aveva riparato i suoi
compagni. Che cosa era accaduto da un anno agli Europei
abbandonati su quelle terre selvaggie? In quel momento una
gran barca, montata dal fratello del cacicco Guacanagari, venne
incontro alla Maria Galante, e quell'indigeno, slanciandosi a
bordo, offr due immagini d'oro all'Ammiraglio.
Frattanto, Cristoforo Colombo cercava di vedere la sua
fortezza, e sebbene fosse ancorato in faccia al luogo in cui
l'aveva fatta costrurre non ne vedeva la menoma traccia.
Inquietissimo sulla sorte de' suoi compagni, scese a terra.
Pensate quale fosse il suo stupore quando di quella fortezza
non trov pi che un mucchio di ceneri! Che era avvenuto de'
suoi compatrioti? Avevano forse pagato colla vita quel primo
tentativo di colonizzazione? L'Ammiraglio fece scaricare ad un
tempo tutta l'artiglieria delle navi per annunciare molto lontano
il suo arrivo innanzi all'isola Spagnuola, ma nessuno de' suoi
compagni riapparve.
Colombo, disperato, mand subito dei messaggieri al
cacicco Guacanagari. Questi, al loro ritorno, portarono funeste
novelle. Se bisognava credere a Guacanagari, altri cacicchi,
irritati della presenza degli stranieri nell'isola, avevano assalito
quei disgraziati coloni e li avevano trucidati fino all'ultimo.
Guacanagari medesimo si sarebbe fatto ferire difendendoli, e
per prova egli mostrava la gamba fasciata.
Cristoforo Colombo non prest fede a questo intervento
del cacicco, ma risolvette di dissimulare, ed il domani, quando
Guacanagari venne a bordo, lo accolse bene. Il cacicco accett
un'immagine della Vergine che si appese sul petto. Egli parve
molto meravigliato alla vista dei cavalli che gli furono
mostrati; quegli animali erano ignoti a' suoi compagni ed a lui.
Poi, terminata la sua visita, il cacicco torn sulla spiaggia, si
cacci nella regione delle montagne, e non fu pi visto.
L'Ammiraglio mand allora uno de' suoi capitani, con
trecento uomini sotto i suoi ordini, con missione di frugare il
paese e d'impadronirsi del cacicco. Questo capitano si cacci
nelle regioni dell'interno, ma non trov traccia alcuna n del
cacicco n dei disgraziati coloni. Durante la sua escursione,
egli aveva scoperto un gran fiume ed un bel porto molto ben
riparato, che chiam Porto Reale.
Frattanto, non ostante la mala riuscita del suo primo
tentativo, Colombo aveva risoluto di fondare una nuova
colonia su quell'isola, che pareva ricca di metalli d'oro e
d'argento. I naturali parlavano di continuo di miniere situate
nella provincia di Cibao. Due gentiluomini, Alonzo de Ho-jeda
e Corvalan, incaricati d'accertare queste asserzioni, partirono
nel mese di gennaio con una scorta numerosa; essi scoprirono
quattro fiumi, le cui sabbie erano aurifere, e portarono una
pepita che pesava nove oncie.
L'Ammiraglio, alla vista di tali ricchezze, si conferm nel
pensiero che l'isola Spagnuola fosse quella celebre Ophir di cui
si parla nel libro dei Re. Egli cerc un luogo dove poter
costrurre una citt, ed a dieci leghe all'est di Monte Cristi, alla
foce d'un fiume che formava un porto, gett le fondamenta
d'Isabella. Il giorno dell'Epifania, tredici sacerdoti ufficiarono
nella chiesa in presenza d'un immenso concorso di naturali.
Colombo pens allora a mandar notizie della colonia al re
ed alla regina di Spagna. Dodici navi, cariche dell'oro raccolto
nell'isola e dei diversi prodotti del suolo, si prepararono a
tornare in Europa sotto il comando del capitano Torres. Questa
flottiglia spieg le vele il 2 febbraio 1494, e poco tempo dopo,
Colombo rimand anche una delle cinque navi che gli
rimanevano, col luogotenente Bernardo di Pisa, di cui aveva a
lamentarsi.
Appena l'ordine fu stabilito nella colonia d'Isabella,
l'Ammiraglio vi lasci suo fratello, don Diego, in qualit di
governatore, e part con cinquecento uomini volendo visitare
egli medesimo le miniere di Cibao. Il paese che questo piccolo
drappello attravers presentava un'ammirabile fertilit; i legumi
vi maturavano in tredici giorni, il grano, seminato in febbraio,
dava magnifiche spiche in aprile, ed ogni anno dava due volte
una messe superba. Delle montagne e delle valli furono
valicate successivamente; spesso il piccone dovette essere
impiegato per aprire una via attraverso a quelle terre vergini
ancora, e gli Spagnuoli giunsero finalmente alla provincia di
Cibao. L, sopra un colle, presso la riva d'un gran fiume,
l'Ammiraglio fece costrurre un forte di pietra e di legno; lo
circond d'un buon fossato, e gli diede il nome di San
Tommaso, per beffare alcuni de' suoi ufficiali che non
credevano alle miniere d'oro. Ed era mala grazia il dubitarne,
giacch, da ogni parte, gli indigeni portavano delle pepite e dei
grani d'oro che barattavano con premura con perle, e
soprattutto sonagli, il cui suono argentino li invitava a danzare.
E poi, quel paese non era solamente il paese dell'oro, era pure il
paese delle spezie e degli aromi, e gli alberi che li producevano
formavano vere foreste. Gli Spagnuoli non potevano dunque
che rallegrarsi d'aver conquistato quell'isola opulenta.
Dopo d'aver lasciato il forte San Tommaso alla guardia di
cinquantasei uomini comandati da don Pedro de Margarita,
Cristoforo Colombo riprese la via d'Isabella verso il principio
d'aprile. Al suo arrivo, egli trov la colonia nascente in un
estremo disordine; la carestia minacciava per mancanza di
farina, e la farina mancava per mancanza di mulini; soldati ed
operai erano sfiniti dalle fatiche. Colombo volle obbligare i
gentiluomini a venir loro in aiuto; ma quei fieri hidalgos, cos
desiderosi di conquistar la fortuna, non volevano nemmeno
abbassarsi per raccoglierla, e rifiutarono di far il mestiere di
manovali. I sacerdoti li sostennero, e Colombo, obbligato a
mostrarsi severo, dovette mettere le chiese in interdetto.
Tuttavia, egli non poteva prolungare il suo soggiorno ad
Isabella; aveva fretta di scoprire altre terre. Avendo formato un
consiglio destinato a governar la colonia, consiglio composto
di tre gentiluomini e del capo dei missionari sotto la presidenza
di don Diego, il 24 aprile, egli riprese il mare con tre navi per
compiere il ciclo delle sue scoperte.
La flottiglia scese verso il sud, e poco stante fu scoperta
una nuova isola che i naturali chiamavano Giamaica. Il rilievo
di quest'isola era formato da una montagna a dolci pendii. I
suoi abitanti sembravano ingegnosi e dediti alle arti
meccaniche, ma di carattere poco pacifico. Molte volte essi si
opposero allo sbarco degli Spagnuoli, ma furono respinti e
finirono collo stringere un patto d'alleanza coll'Ammiraglio.
Dalla Giamaica, Cristoforo Colombo spinse le sue ricerche
pi all'occidente. Egli si credeva giunto al punto in cui i
geografi antichi mettevano la Chersonese, regione d'oro
dell'occidente. Correnti fortissime lo spinsero verso Cuba, di
cui segui la costa per un'estensione di dugentoventidue leghe.
Durante questa navigazione pericolosissima, in mezzo a guadi
ed a passaggi stretti, egli battezz pi di settecento isole,
riconobbe un gran numero di porti, ed entr spesso in relazione
cogli indigeni.
Nel mese di maggio, le sentinelle delle navi segnalarono
molte isole erbose, fertili ed abitate. Colombo, avvicinandosi a
terra, penetr in un fiume, le cui acque erano cos calde, che
nessuno vi poteva tener immersa la mano; fatto evidentemente
esagerato e che le scoperte posteriori non giustificarono mai. I
pescatori di quella costa impiegavano per pescare un certo
pesce chiamato remora, il quale faceva presso di essi l'ufficio
che fa il cane presso il cacciatore.
Questo pesce era di forma ignota, avendo il corpo simile
ad una grande anguilla, e dietro la testa una pelle molto
prensile, a foggia d'una borsa per prendere i pesci. Ed essi
tengono questo pesce, legato con una corda alla sponda della
nave, sempre nell'acqua, giacch non pu sostenere la vista
dell'aria. E quando essi vedono un pesce od una tartaruga, che
sono col pi grandi di grandissimi scudi, allora sciolgono il
pesce allentando la corda. E quando si sente libero, d'un tratto,
pi rapido d'una freccia, esso (il remora) assale il detto pesce o
tartaruga, gli getta sopra la sua pelle a guisa di borsa, e tiene
cos saldo la preda, sia pesce o tartaruga, per la parte apparente
fuori dal guscio, che nessuno pu strappargliela, se non lo si
trae al margine dell'acqua, colla corda tirata a poco a poco:
giacch, appena vede lo splendore dell'aria, subito lascia la
preda. Ed i pescatori scendono quanto necessario per pigliar
la preda, e la mettono dentro la loro nave, e legano il pesce
cacciatore, con tanta corda quanto necessario per rimetterlo al
suo posto, e, con altra corda, gli danno per ricompensa un po'
di carne della preda.
L'esplorazione delle coste continu verso l'occidente.
L'Ammiraglio visit diverse regioni, nelle quali abbondavano
le anitre, gli aironi, e quei cani muti che i naturali mangiavano
come capretti, e che dovevano essere specie di grossi topi.
Frattanto, i passi sabbiosi si restringevano sempre pi; le navi
se la cavavano a stento. All'Ammiraglio stava a cuore per altro
di non allontanarsi da quelle spiaggie ch'egli voleva
riconoscere. Un giorno, credette di scorgere sopra una punta
degli uomini vestiti di bianco, ch'egli prese per fratelli
dell'ordine di Santa Maria della Merced, e mand alcuni
marinai per parlare con loro. Semplice illusione d'ottica: quei
pretesi monaci non erano che grandi aironi dei Tropici, ai quali
la lontananza dava aspetto d'esseri umani.
Nei primi giorni di giugno, Colombo dovette arrestarsi per
raddobbare le sue navi, la cui carena era stata molto
danneggiata dai bassi fondi della costa. Il 7 dello stesso mese,
egli fece celebrare una messa solenne sulla spiaggia. Durante
l'ufficio, sopravvenne un vecchio cacicco che, terminata la
cerimonia, offerse alcuni frutti all'Ammiraglio. Poi, quel
sovrano indigeno pronunci queste parole che gli interpreti
tradussero cos:
Ci stato riferito in qual maniera tu hai investito ed
avvolto della tua potenza queste terre che vi erano ignote, e
come la tua presenza ha cagionato ai popoli ed agli abitanti un
gran terrore. Ma io credo doverti esortare ed avvertire che due
vie si aprono innanzi alle anime quando si separano dai corpi:
l'una, piena di tenebre e di tristezza, destinata a quelli che sono
molesti e nocivi al genere umano; l'altra, piacevole e dilettosa,
riserbata a coloro che quand'erano vivi hanno amato la pace ed
il riposo delle genti. Dunque, se ti ricordi d'essere mortale e che
le retribuzioni avvenire sono misurate sulle opere della vita
presente, tu non molesterai nessuno.
Qual filosofo dei tempi antichi o moderni avrebbe mai
parlato meglio e con pi savio linguaggio? Tutto il lato umano
del cristianesimo racchiuso in queste magnifiche parole, ed
esse uscivano dalla bocca d'un selvaggio! Colombo ed il
cacicco si separarono contentissimi l'uno dall'altro, ed il pi
meravigliato dei due non fu forse il vecchio indigeno.
Tutta quella trib, del resto, sembrava vivere nella pratica
degli eccellenti precetti indicati dal suo capo. La terra era
comune tra i naturali come il sole, l'aria e l'acqua. Il mio ed il
tuo, causa d'ogni discordia, non esistevano nelle loro
costumanze, e vivevano essi contenti di poco. Hanno l'et
dell'oro, dice il racconto, non scavano fossati, n circondano di
siepi le loro possessioni, lasciano aperti i loro giardini; senza
leggi, senza libri, senza giudici, ma per natura seguono ci che
giusto e reputano cattivo ed ingiusto chi si diletta a fare
ingiuria altrui.
Lasciando la terra di Cuba, Cristoforo Colombo torn
verso la Giamaica. Egli ne rilev tutta la costa sud fino alla sua
estremit orientale. Era sua intenzione di assalire le isole dei
Caraibi e di distruggere quella razza malefica. Ma, in seguito
alle veglie ed alle fatiche, l'Ammiraglio fu colpito da una
malattia che lo obblig ad interrompere i suoi disegni. Egli
dovette tornare ad Isabella, dove, sotto l'influenza della
buon'aria e del riposo, ricuper la salute, in grazia delle cure di
suo fratello e de' suoi famigliari.
Del resto, la colonia reclamava imperiosamente la sua
presenza. Il governatore del forte San Tommaso aveva
sollevato gli indigeni colle crudeli esazioni. Don Diego, fratello
di Cristoforo Colombo, gli aveva fatto delle rimostranze che
non erano state ascoltate. Questo governatore, durante l'assenza
di Colombo, era tornato ad Isabella, e si era imbarcato per la
Spagna sopra una delle navi che erano state condotte all'isola
Spagnuola da don Bartolomeo, il secondo fratello
dell'Ammiraglio.
Tuttavia, Colombo, risanato, non poteva lasciar contestare
l'autorit ch'egli aveva dato a' suoi rappresentanti, e risolvette
di punire il cacicco, che si era ribellato contro il governatore di
San Tommaso. Anzi tutto, egli mand nove uomini bene armati
per impadronirsi d'un cacicco formidabile chiamato Caonabo.
Il loro capo, Hojeda, con un'intrepidezza di cui dar pi tardi
nuove prove, rap il cacicco in mezzo ai suoi, e lo condusse
prigioniero ad Isabella. Colombo fece imbarcare quell'indigeno
per l'Europa; ma la nave che lo portava fece naufragio, e non se
ne senti pi parlare.
In questo mentre, Antonio di Torres, inviato dal re e dalla
regina per complimentare Colombo, giunse a San Domingo
con quattro navi. Ferdinando si dichiarava soddisfattissimo dei
successi dell'Ammiraglio, ed aveva stabilito un servizio
mensile di trasporto tra la Spagna e l'isola Spagnuola.
Frattanto, il ratto di Caonabo aveva eccitato una rivolta
generale degli indigeni. Essi pretendevano di vendicare il loro
capo oltraggiato ed ingiustamente deportato. Solo il cacicco
Guacanagari, malgrado la parte ch'egli aveva presa
nell'uccisione dei primi coloni, rimase fedele agli Spagnuoli.
Cristoforo Colombo, accompagnato da don Bartolomeo e dal
cacicco, mosse incontro ai ribelli. Egli incontr poco stante
un'armata di naturali, il cui numero, evidentemente esagerato,
portato da lui a centomila uomini. Checch ne sia, quest'armata
fu messa in fuga da un semplice drappello composto di dugento
fanti, venticinque cani e venticinque cavalieri. Questa vittoria
ristabil, in apparenza, l'autorit dell'Ammiraglio. Fu imposto
un tributo ai vinti; gli Indiani vicini alle miniere dovettero
pagare ogni tre mesi una piccola misura d'oro, e gli altri, pi
lontani, venticinque libbre di cotone. Ma la rivolta era solo
repressa e non spenta. Alla voce d'una donna, Anacaona,
vedova di Caonabo, gli indigeni si sollevarono una seconda
volta, e riuscirono anzi a trascinare nella ribellione
Guacanagari, fino allora fedele a Colombo; poi, distruggendo i
campi di grano turco e tutte le piantagioni, si cacciarono nelle
montagne. Gli Spagnuoli si videro ridotti agli orrori della
carestia, e si abbandonarono a rappresaglie terribili contro i
naturali. Si afferma che il terzo della popolazione indigena
perisse di fame, di malattia o per mano dei compagni di
Colombo. Quei disgraziati Indiani pagavano caro i loro
rapporti coi conquistatori europei.
Cristoforo Colombo era entrato nella via dei rovesci.
Mentre la sua autorit si vedeva sempre pi compromessa,
all'isola Spagnuola, la sua riputazione ed il suo carattere
subivano violenti attacchi in Ispagna. Egli non era l per
difendersi, e gli ufficiali che aveva rimandati nella madre
patria, lo accusavano altamente d'ingiustizia e di crudelt; essi
avevano perfino insinuato che l'Ammiraglio cercasse di
rendersi indipendente dal re. Ferdinando, influenzato da queste
indegne dicerie, nomin un commissario incaricandolo di
accertare i fatti incriminati e di recarsi alle Indie occidentali.
Questo gentiluomo si chiamava Giovanni d'Aguado. La scelta
di quel signore, destinato a compiere una missione di fiducia,
non fu felice. Giovanni d'Aguado era uno spirito parziale e
prevenuto. Egli giunse nel mese d'ottobre al porto Isabella, in
un momento in cui l'Ammiraglio, occupato in esplorazioni, era
assente, ed incominci trattando con estrema alterigia il fratello
di Cristoforo Colombo. Don Diego, forte del suo titolo di
governatore generale, rifiut di sottoporsi alle ingiunzioni del
commissario del re.
Giovanni d'Aguado si disponeva dunque a tornare in
Ispagna, non portando che informazioni molto incompiute,
quando un uragano terribile inabiss nel porto le navi che lo
avevano condotto. Non restavano pi che due caravelle all'isola
Spagnuola. Cristoforo Colombo, tornato in mezzo alla colonia,
comportandosi con una grandezza d'animo che non si saprebbe
ammirare abbastanza, pose una di queste navi a disposizione
del commissario regio, a patto ch'egli s'imbarcasse sull'altra per
andare a giustificarsi presso il re.
Le cose erano a questo punto, quando nuove miniere d'oro
furono scoperte nell'isola Spagnuola. L'Ammiraglio differ la
partenza; la bramosia ebbe il potere di troncare ogni
discussione. Non si tratt pi n di re di Spagna n
dell'inchiesta ch'egli aveva ordinata. Degli ufficiali si recarono
ai nuovi terreni auriferi, e vi trovarono delle pepite di cui
alcune pesavano fino a venti oncie, ed un masso d'ambra d'un
peso di trecento libbre. Colombo fece erigere due fortezze per
proteggere i minatori, una sul confine della provincia di Cibao,
l'altra sulle sponde del fiume Hayna. Presa questa precauzione,
avendo fretta di giustificarsi, egli part per la Spagna.
Le due caravelle lasciarono il porto di Santa Isabella il 10
marzo 1496. Cristoforo Colombo aveva a bordo
dugentoventicinque passeggieri e trenta Indiani. Il 9 aprile egli
tocc Maria Galante, ed il 10, and a far provvista d'acqua alla
Guadalupa, dove vi fu un vivo combattimento coi naturali. Il
20 lasci quest'isola poco ospitale e per un mese, egli lott
contro i venti alisei. Il giorno 11 giugno la terra d'Europa fu
segnalata, ed il domani le due navi entravano nel porto di
Cadice.
Questo secondo ritorno del gran navigatore non fu salutato
come il primo dalle premure della popolazione. All'entusiasmo
erano succedute la freddezza e l'invidia; gli stessi compagni
dell'Ammiraglio pigliavano parte contro di lui. In fatti,
scoraggiati, disillusi, non riportando quelle ricchezze per le
quali avevano corso tanti pericoli e subito tante fatiche, essi si
mostravano ingiusti. E pure, non era colpa di Colombo se le
miniere aperte fino ad allora costavano pi che non rendessero.
Malgrado tutto, l'Ammiraglio fu ricevuto a corte con un
certo favore. Il racconto del suo secondo viaggio gli
riguadagn gli spiriti sviati. In sostanza, durante quella
spedizione non aveva forse scoperto le isole Dominica, Maria
Galante, Guadalupa, Montserrat, Santa Maria, Santa Croce,
Porto Rico, Giamaica? Non aveva forse fatto una nuova
ricognizione di Cuba e di San Domingo? Colombo combatt
dunque vivamente i suoi avversari, ed impieg perfino contro
di essi l'arme della beffa. A quelli che negavano il merito delle
sue scoperte, egli propose di far tenere un uovo in equilibrio
sopra una delle sue estremit, e siccome non vi potevano
riuscire, l'Ammiraglio, rompendo l'estremit del guscio, piant
l'uovo sulla parte rotta.
Voi non ci avevate pensato, diss'egli. Ebbene,
bisognava pensarci!
IV.

Terzo viaggio: Madera Santiago dell'arcipelago del capo Verde La
Trinit Prima vista della costa americana della Venezuela di l
dall'Orenoco, oggi la provincia di Cumana Golfo di Paria I Giardini
Tabago Granada Margarita Cubaga L'isola Spagnuola
durante l'assenza di Colombo Fondazione della citt di San Domingo
Arrivo di Colombo Insubordinazione della colonia Lagnanze in
Ispagna Bovadilla inviato dal re per conoscere la condotta di Colombo
Colombo incatenato e rimandato in Ispagna co'suoi due fratelli Suo
arrivo dinanzi a Ferdinando ed Isabella Riacquista il favore reale.

Cristoforo Colombo non aveva ancora rinunciato a
proseguire le sue conquiste di l dall'oceano Atlantico. N le
fatiche, n le ingiustizie degli uomini potevano arrestarlo.
Dopo avere, non senza pena, trionfato del malanimo de' nemici,
egli riusc ad allestire una terza spedizione sotto gli auspici del
governo spagnuolo. Il re gli accord otto navi, quaranta
cavalieri, cento fanti, sessanta marinai, venti minatori,
cinquanta contadini, venti operai di mestieri diversi, trenta
donne, dei medici ed anche dei suonatori. L'Ammiraglio
ottenne, in oltre, che tutte le pene in uso Del regno venissero
mutate in una deportazione alle isole. Egli precedeva cos
gl'Inglesi in quest'idea cos intelligente di popolare le nuove
colonie con deportati che il lavoro doveva riabilitare.
Cristoforo Colombo spieg le vele il 30 maggio dell'anno
1498, bench soffrisse della gotta e fosse ancora malato a causa
delle noie che aveva provate dopo il ritorno. Prima di partire,
egli apprese che una flotta francese lo teneva d'occhio al largo
del capo San Vincenzo per intralciare la sua spedizione. Per
evitarla, egli si diresse verso Madera, dove si arrest; poi, da
quest'isola, mand verso l'isola Spagnuola tutte le sue navi,
meno tre, sotto il comando dei capitani Pedro de Arana, Alonzo
Sanehez de Carabajal e Giovanni Antonio Colombo, suo
parente. Egli medesimo con una nave e due caravelle volse la
prua verso mezzod, coll'intenzione di tagliar l'equatore e di
cercare delle terre pi meridionali, che, secondo l'opinione
generalmente ammessa, dovevano essere pi ricche di prodotti
d'ogni fatta.
Il 27 giugno, la piccola flottiglia tocc le isole del Sale e di
Santiago, che fanno parte dell'arcipelago del capo Verde; ne
riparti il 4 luglio, fece centoventi leghe nel sud-ovest, prov
lunghe calme e calori torridi, e, giunta in faccia a Sierra Leone,
si diresse diffilata verso l'ovest.
Il 31 luglio, a mezzogiorno, uno dei marinai segnal la
terra. Era un'isola situata all'estremit nord-est dell'America
meridionale e molto vicina alla costa.
L'Ammiraglio le diede il nome di Trinit, e tutto
l'equipaggio intuon il Salve Regina con voce riconoscente. Il
domani, 1 agosto, a cinque leghe dal punto segnalato
dapprima, la nave e le due caravelle si ancorarono presso la
punta d'Alcatraz. L'Ammiraglio fece scendere a terra alcuni de'
suoi marinai per rinnovare le provviste d'acqua e di legna. La
costa pareva disabitata, ma vi si notavano numerose impronte
d'animali che dovevano essere capre.
Il 2 agosto, una lunga barca, montata da ventiquattro
naturali, si avanz verso le navi. Questi Indiani, di bella statura,
pi bianchi di pelle che non fossero gli indigeni dell'isola
Spagnuola, portavano sul capo un turbante formato da una
sciarpa di cotone di colori vivaci, ed attorno al corpo un
gonnellino della stessa stoffa. Si tent d'attirarli a bordo
presentando loro degli specchi e dei vetri; i marinai, per ispirar
loro maggior fiducia, incominciarono anzi a danzare
allegramente; ma i naturali, spaventati dal rumore del
tamburello che parve loro una dimostrazione ostile, risposero
con un nugolo di freccie e si diressero verso una delle navi; l
un pilota tent ancora di allettarli recandosi in mezzo ad essi;
ma poco stante la barca si allontan e non riapparve pi.
Cristoforo Colombo riprese allora il mare, e scopr una
nuova isola ch'egli chiam Grazia. Ma ci ch'egli prendeva per
un'isola, era realmente la costa americana, erano quelle
spiaggie della Venezuela che formano il delta dell'Orenoco,
intersecate dai rami numerosi di questo fiume. Quel giorno il
continente americano fu veramente scoperto da Colombo,
bench senza sua saputa, in quella parte della Venezuela che
chiamasi provincia di Cumana.
Fra quella costa e l'isola della Trinit, il mare forma un
golfo pericoloso, il golfo di Paria, nel quale una nave
difficilmente resiste alle correnti, che si dirigono all'ovest con
gran rapidit. L'Ammiraglio si credeva in pieno mare, e corse
grandi pericoli in quel golfo, perch i fiumi del continente,
gonfiati da una piena accidentale, precipitavano sulle sue navi
enormi masse d'acqua. Ecco in quali termini Cristoforo
Colombo narra questo incidente nella lettera ch'egli scrisse al
re ed alla regina:
Ad un'ora avanzata della notte, trovandomi sul ponte,
intesi una specie di terribile ruggito: cercai di penetrare
l'oscurit, e ad un tratto vidi il mare, sotto la forma d'una
collina alta quanto la nave, avanzarsi lentamente dal sud verso
le mie navi. Al disopra di questa altura, una corrente giungeva
con spaventevole frastuono; non dubitavo che fossimo l l per
essere inghiottiti, ed oggi ancora io provo a questa memoria un
doloroso stringimento di cuore. Fortunatamente la corrente e
l'onda passarono, si diressero verso la foce del canale, vi si
dibatterono un pezzo, poi sparirono.
Pure, non ostante le difficolt della navigazione,
l'Ammiraglio, percorrendo, quel mare la cui acqua si faceva
sempre pi dolce man mano che si risaliva al nord, riconobbe
diversi capi, uno all'est sull'isola della Trinit, il capo di Pena
Bianca, l'altro all'ovest sul promontorio di Paria, che il capo
di Lapa; egli not pure molti porti, fra cui il porto delle
Scimmie, situato alla foce dell'Orenoco. Colombo prese terra
verso l'ovest della punta Cumana, e ricevette buona
accoglienza da parte degli abitanti, che erano in gran numero.
Verso l'occidente, di l dalla punta d'Alcatraz, il paese era
magnifico, e gli indigeni affermavano che vi si raccoglieva
molto oro e molte perle.
Colombo avrebbe voluto arrestarsi per qualche tempo su
quella parte della costa; ma non vi vedeva alcun riparo sicuro
per le sue navi. Del resto la sua salute molto alterata, la sua
vista indebolita, gli prescrivevano il riposo, ed egli aveva fretta,
tanto per s, quanto pel suo equipaggio stanco, di giungere al
porto Isabella. Si avanz dunque seguendo la costa
venezuelana, e, per quanto pot, mantenne delle relazioni cogli
indigeni. Quegli Indiani erano di magnifica complessione e di
bell'aspetto. Il loro adattamento domestico provava un certo
gusto; essi possedevano delle case a facciate nelle quali si
trovavano alcuni mobili fatti con un certo garbo. Delle lastre
d'oro ornavano loro il collo. Quanto al paese, era magnifico; i
suoi fiumi, le sue montagne, le sue foreste immense ne
facevano una terra prediletta. Perci l'Ammiraglio battezz
quell'armoniosa regione col nome di Grazia, e con una lunga
discussione egli cerc di provare che quella fa un tempo la
culla del genere umano, quel paradiso terrestre che Adamo ed
Eva abitarono si lungamente. Per spiegare fino ad un certo
punto l'opinione del gran navigatore, non bisogna dimenticare
ch'egli credeva d'essere sulle spiaggie dell'Asia. Quel luogo
incantevole fu chiamato da lui i Giardini.
Il 23 agosto, dopo d'aver sormontato, non senza pericolo e
non senza fatica, le correnti di quel luogo, Cristoforo Colombo
usc dal golfo di Paria per quello stretto passaggio ch'egli
chiam la Bocca del Drago, denominazione rimasta fino a noi.
Gli Spagnuoli, giunti in alto mare, scoprirono l'isola di Tabago,
situata al nord-est della Trinit, poi, pi a nord, la Concezione,
oggi Granata. Allora l'Ammiraglio volse la prua al sud-ovest e
torn verso la costa americana; egli la segui per un'estensione
di quaranta leghe, riconobbe, il 25 agosto, l'isola popolatissima
di Margarita, e finalmente l'isola di Cubaga, posta vicino alla
terra ferma. In quel punto gli indigeni avevano fondato una
pesca di perle ed attendevano a raccogliere questo prezioso
prodotto. Colombo mand a terra una barca e fece dei baratti
molto vantaggiosi, giacch per pochi rottami di porcellana e dei
vetri, ottenne molte libbre di perle, alcune delle quali
grossissime e magnifiche.
Giunto a questo punto delle sue scoperte, l'Ammiraglio si
arrest. La tentazione d'esplorare quel paese era grande, ma gli
equipaggi ed i loro capi erano sfiniti. Le navi si diressero allora
verso San Domingo, dove interessi pi gravi chiamavano
Cristoforo Colombo.
L'Ammiraglio, prima della sua partenza, aveva dato facolt
a suo fratello di gettare le fondamenta di una nuova citt. A tal
fine, don Bartolomeo aveva percorso le diverse regioni
dell'isola, ed avendo trovato a cinquanta leghe da Isabella un
porto magnifico, alla foce d'un bel fiume, egli vi tracci le
prime vie d'una citt, che divenne pi tardi la citt di San
Domingo. Fu in quel luogo che don Bartolomeo fiss la propria
dimora, mentre don Diego rimaneva governatore d'Isabella.
Cos dunque, per la loro condizione, i due fratelli di Colombo
avevano nelle mani l'amministrazione di tutta la colonia. Ma
gi molti malcontenti si agitavano ed erano pronti a ribellarsi
alla loro autorit. Fu in queste circostanze che l'Ammiraglio
giunse a San Domingo. Egli diede ragione a' suoi fratelli, che,
del resto, avevano saviamente amministrato, e fece una
proclamazione per richiamare all'obbedienza gli Spagnuoli
ribelli. Poi, il 18 ottobre, fece partire cinque navi per la Spagna,
con un ufficiale incaricato di far conoscere al re le nuove
scoperte e lo stato della colonia, messa in pericolo dai fautori
del disordine.
In questo momento, i negozi di Cristoforo Colombo
volgevano a male in Europa. Dopo la sua partenza, le calunnie
non avevano cessato di accumularsi contro i suoi fratelli e lui.
Alcuni ribelli, cacciati dalla colonia, denunziavano
quell'invadente dinastia dei Colombo, ed eccitavano la gelosia
d'un monarca vanitoso ed ingrato. La regina medesima, fino
allora fedele protettrice del marinaio genovese, fu offesa nel
veder giungere sulle navi un convoglio di trecento Indiani
strappati al loro paese e trattati da schiavi. Ma Isabella
ignorava che un simile abuso della forza si era compiuto senza
saputa di Colombo e durante la sua assenza.
L'Ammiraglio non fu per ci ritenuto meno responsabile, e
per giudicar della sua condotta, la corte mand all'isola
Spagnuola un commendatore di Calatrava, chiamato Francesco
di Bovadilla, al quale furono dati i titoli d'intendente di
giustizia e di governatore generale. In realt, era tutt'uno come
destituire Colombo. Bovadilla, investito di questo potere
discrezionale, part con due navi verso la fine di giugno 1500.
Il 23 agosto i coloni videro le due navi che cercavano di entrare
nel porto di San Domingo.
Cristoforo Colombo e suo fratello don Bartolomeo erano
allora assenti; stavano facendo erigere un forte nel cantone di
Xaragua. Don Diego comandava per essi. Bovadilla prese terra
e venne a sentir la messa, mostrando durante questa cerimonia
un'ostentazione significantissima; poi, avendo mandato a
chiamare don Diego, gli ordin di rassegnare i poteri nelle sue
mani. Cristoforo Colombo, prevenuto da un messaggiero,
giunse in gran fretta. Egli prese cognizione delle lettere patenti
di Bovadilla, e, fattane lettura, volle riconoscerlo come
intendente di giustizia, ma non come governatore generale
della colonia.
Allora Bovadilla gli consegn una lettera del re e della
regina concepita in questi termini:

Don Cristoforo Colombo, nostro Ammiraglio
nell'Oceano, Noi abbiamo ordinato al commendatore don
Francesco Bovadilla di spiegarvi le nostre intenzioni. Vi
ordiniamo di dargli fede e di eseguire ci ch'egli vi dir da
parte nostra.
Io, IL RE, Io, LA REGINA.

Il titolo di vicer, che apparteneva a Colombo, secondo le
convenzioni solennemente sottoscritte da Ferdinando e da
Isabella, non era neppur menzionato in quella lettera. Colombo
fece tacere la sua giusta collera e si assoggett. Ma contro
l'Ammiraglio disgraziato sorse tutto il campo dei falsi amici.
Tutti quelli che dovevano la loro fortuna a Colombo si
rivolsero contro di lui, e lo accusarono d'essersi voluto rendere
indipendente. Inette accuse! Come mai questo pensiero sarebbe
venuto ad uno straniero, ad un Genovese, solo, in mezzo ad una
colonia spagnuola!
Bovadilla trov buona l'occasione per incrudelire. Don
Diego era gi imprigionato; il governatore fece poco stante
mettere ai ferri don Bartolomeo e lo stesso Cristoforo
Colombo. L'Ammiraglio, accusato d'alto tradimento, fu
imbarcato co'suoi due fratelli, ed una nave li condusse in
Ispagna sotto la condotta d'Alfonso di Villejo. Questo ufficiale,
uomo di cuore, vergognoso del modo con cui veniva trattato
Colombo, volle togliergli i lacci che lo legavano. Ma Colombo
rifiut. Egli voleva, lui, il conquistatore del nuovo mondo,
arrivare carico di catene in quel regno di Spagna che aveva
arricchito!
L'Ammiraglio aveva avuto ragione d'agire in tal modo,
giacch vedendolo in quello stato d'umiliazione, legato come
uno scellerato, trattato come un colpevole, il sentimento
pubblico si ribell. La riconoscenza per l'uomo di genio si fece
strada attraverso le male passioni cos ingiustamente eccitate;
fu un sollevamento di collera contro Bovadilla. Il re e la regina,
trascinati dall'opinione, biasimarono altamente la condotta del
commendatore, e diressero a Cristoforo Colombo una lettera
affettuosa, invitandolo a recarsi a corte.
Fu quello un bel giorno per Cristoforo Colombo. Egli
apparve innanzi a Ferdinando e ad Isabella non gi come
accusato, ma quale accusatore; poi, la memoria degli indegni
trattamenti spezzandogli il petto, il povero grand'uomo pianse e
fece piangere intorno a lui. Egli narr fieramente la sua vita.
Lui, che veniva accusato d'ambizione, che dicevano essersi
arricchito nell'amministrazione della colonia, si mostr qual
era, quasi miserabile! S! colui che aveva scoperto un mondo
non possedeva nemmeno una tegola per riparare il suo capo!
Isabella, buona e pietosa, pianse col vecchio marinaio, e
stette un pezzo senza potergli rispondere, tanto le lagrime la
soffocavano. Finalmente, parole affettuose uscirono dalle sue
labbra; essa assicur Colombo della sua protezione, gli promise
di vendicarlo de' suoi nemici, si scus della cattiva scelta fatta
di quel Bovadilla per mandarlo alle isole, e giur di castigarlo
in modo esemplare. Tuttavia essa domandava al suo
Ammiraglio di lasciar passare qualche tempo prima di
ristabilirlo nel suo governo, a fine di permettere agli spiriti
prevenuti di tornare al sentimento dell'onore e della giustizia.
Cristoforo Colombo fu calmato dalle graziose parole della
regina; egli si mostr soddisfatto della sua accoglienza, ed
ammise la necessit dell'indugio che gli chiedeva. Ci ch'egli
voleva anzitutto era di servir ancora il suo paese, il suo sovrano
adottivo, e faceva intravvedere grandi cose da tentare nella via
delle scoperte. In fatti, il suo terzo viaggio, malgrado la sua
breve durata, non era stato inutile, e la carta si era arricchita di
questi nomi nuovi: la Trinit, il golfo di Paria, la costa di
Cumana, le isole Tabago, Granata, Margarita e Cubaga.
V.

Quarto viaggio: una flottiglia di quattro navi La gran Canaria La
Martinica La Dominion Santa Croce Porto Rico L'isola
Spagnuola La Giamaica L'isola dei Caimani L'isola dei Pini
L'isola di Guauaja Capo Honduras La costa americana di Truxillo al
golfo di Darien Isole Limonares Isola Huerta Costa di Veragua
Terreni auriferi Rivolta degli indigeni Il sogno di Colombo Porto
Bello Le Mulatas Fermata alla Giamaica Miseria Rivolta degli
Spagnuoli contro Colombo L'eclisse di Luna Arrivo di Colombo
all'isola Spagnuola Ritorno di Colombo in Ispagna Sua morte, il 20
marzo 1506.

Cristoforo Colombo aveva riconquistato alla corte di
Ferdinando e di Isabella tutto il favore che gli era dovuto. Forse
il re gli manifest ancora una certa freddezza; sebbene la regina
lo proteggesse caldamente ed apertamente, tutti i suoi titoli
ufficiali non gli furono ancora restituiti, ma da uomo superiore
l'Ammiraglio non li reclam. Egli ebbe del resto la
soddisfazione di veder Bovadilla destituito, tanto per i suoi
abusi di potere, quanto perch la sua condotta cogli Indiani era
diventata atroce. L'inumanit di quello Spagnuolo fu anzi
spinta a tal punto che, sotto la sua amministrazione, la
popolazione indigena dell'isola scem sensibilmente.
Frattanto l'isola Spagnuola incominciava a mantenere tutte
le promesse di Colombo, il quale non chiedeva tre anni per
accrescere di sessanta milioni la rendita della corona. L'oro si
raccoglieva in abbondanza nelle miniere meglio trafficate. Uno
schiavo aveva disseppellito sulle sponde del fiume Hayna un
masso che pesava tremilaseicento scudi d'oro. Si poteva gi
prevedere che le nuove colonie produrrebbero ricchezze
incalcolabili.
L'Ammiraglio, non potendo stare inoperoso, chiedeva di
continuo d'intraprendere un quarto viaggio, bench avesse
allora settant'anni. Le ragioni ch'egli faceva valere in favore di
questa spedizione erano plausibilissime. In fatti, un anno prima
del ritorno di Colombo, il Portoghese Vasco da Gama era
tornato dalle Indie, dopo d'aver doppiato il capo di Buona
Speranza. Ora Colombo voleva, recandovisi per le vie
dell'ovest, molto pi sicure e brevi, fare una seria concorrenza
al commercio portoghese. Egli sosteneva sempre, credendo
d'aver toccato la terra d'Asia, che le isole ed i continenti
scoperti da lui non fossero separati dalle Molucche se non da
uno stretto. Voleva dunque, senza nemmeno tornare all'isola
Spagnuola ed alle colonie gi stabilite, camminar dritto verso
quel paese delle Indie. Come si vede, l'antico vicer tornava
l'ardito navigatore de' suoi primi anni.
Il re ader alla domanda dell'Ammiraglio, e gli affid il
comando d'una flottiglia composta di quattro navi, il Santiago,
il Gallego, il Vizcaino ed una nave capitana. La pi grande di
quelle navi stazzava settanta tonnellate, la pi piccola
cinquanta; in realt, non erano che navi da cabotaggio.
Cristoforo Colombo lasci Cadice, il 9 maggio 1502, con
centocinquanta uomini d'equipaggio. Egli conduceva seco il
fratello Bartolomeo ed il suo secondo figlio, Ferdinando, di
tredici anni appena, che aveva avuto dal secondo matrimonio.
Il 20 maggio, le navi si fermavano alla Gran Canaria, ed il
15 giugno giunsero ad una delle isole del Vento, la Martinica;
poi toccavano Dominica, Santa Croce, Porto Rico, e
finalmente, dopo una fortunata traversata, giunsero il 20 giugno
innanzi all'isola Spagnuola.
L'intenzione di Colombo, a ci consigliato dalla regina, era
di non metter piede su quell'isola da cui era stato cos
indegnamente cacciato. Ma la sua nave, di cattiva costruzione,
teneva male il mare; diventavano necessarie alcune riparazioni
alla carena. L'ammiraglio domand dunque al governatore il
permesso d'entrare nel porto.
Il nuovo governatore successo a Bovadilla era un cavaliere
dell'ordine d'Alcantara, chiamato Nicola Ovando, uomo giusto
e moderato. Tuttavia, per un eccesso di prudenza, obbiettando
che la presenza di Colombo nella colonia potrebbe produrre dei
disordini, gli rifiut l'ingresso nel porto. Colombo trattenne nel
cuore l'indignazione che doveva cagionargli una simile
condotta, e rispose anzi al maltrattamento con un buon
consiglio.
In fatti la flotta che doveva ricondurre Bovadilla in
Ispagna e portare l'enorme masso d'oro ed immense ricchezze,
era pronta a spiegar le vele. Ma il tempo era diventato
minaccioso, e Colombo, colla sua perspicacia di marinaio,
avendo osservato gli indizi d'una prossima tempesta, fece
eccitare il governatore a non esporre le navi e quelli che le
montavano. Ovando non volle tener conto dei consigli
dell'Ammiraglio. Le navi presero il mare; non erano giunte alla
punta orientale dell'isola, che un uragano terribile ne fece perire
ventuna. Bovadilla e la maggior parte dei nemici di Cristoforo
Colombo annegarono, mentre, per un'eccezione, per cos dire,
provvidenziale, la nave che portava gli avanzi della ricchezza
di Colombo sfugg al disastro. L'Oceano aveva inghiottito dieci
milioni d'oro e di pietre preziose.
Frattanto le quattro navi dell'Ammiraglio, respinte dal
porto, erano fuggite innanzi all'uragano. Esse furono
disalberate e separate le une dalle altre, ma riuscirono a
raggiungersi. La burrasca le aveva portate il 14 giugno in vista
della Giamaica. Col, grandi correnti le condussero innanzi al
Giardino della Regina, poi nella direzione dell'est quarto sud-
ovest. La piccola flottiglia lott allora per sessanta giorni senza
fare pi di settanta leghe, e fu finalmente spinta verso la costa
di Cuba, il che produsse la scoperta dell'isola dei Pini.
Cristoforo Colombo rifece allora rotta al sud-ovest, in
mezzo a quei mari che nessuna nave europea aveva ancora
solcati. Egli si slanciava di nuovo nella via delle scoperte con
tutte le commozioni appassionate del navigante. La fortuna lo
condusse verso la costa settentrionale dell'America; egli
riconobbe l'isola Guanaja il 30 luglio, ed il 14 agosto tocc il
capo Honduras quella lingua di terra che, prolungata dall'istmo
di Panama, riunisce i due continenti.
Cos dunque, per la seconda volta, Colombo toccava senza
saperlo la vera terra americana. Egli segu i contorni di quelle
spiaggie per pi di nove mesi, in mezzo a pericoli ed a lotte
d'ogni fatta, e fece la pianta di quelle coste dal luogo dove di
poi sorse Truxillo fino al golfo di Darien. Ogni notte gettava
l'ncora per timore d'allontanarsi dalla terra, e risal fino a quel
limite orientale che termina bruscamente col capo di Gracias a
Dios.
Questo capo fu doppiato il 14 settembre, ma l'Ammiraglio
si vide assalito da tali venti che lui, vecchio marinaio, non ne
aveva mai subito di simili. Ecco in quali termini la sua lettera
al re di Spagna narra questo terribile episodio: Per ottanta
giorni i fiotti continuarono i loro assalti, ed i miei occhi non
videro n il sole, n le stelle, n alcun pianeta; le mie navi
erano spezzate, rotte le vele; i cordami, le scialuppe, gli
attrezzi, tutto era perduto; i miei marinai, malati e costernati, si
davano ai pii doveri della religione; tutti promettevano dei
pellegrinaggi, e tutti si erano confessati a vicenda, temendo da
un istante all'altro di veder finita la loro esistenza. Io ho visto
molte altre tempeste, ma giammai ne ho visto una cos lunga ed
impetuosa. Molti dei miei che passavano per marinai intrepidi,
perdevano il coraggio; ma ci che profondamente mi affliggeva
era il dolore di mio figlio, la cui giovinezza accresceva la mia
disperazione, e che io vedevo in preda a maggiori pene, a
maggiori tormenti che non alcuno di noi. Era Dio, senza
dubbio, e non altri che gli dava una tal forza; mio figlio solo
rianimava il coraggio, rendeva la pazienza ai marinai nelle loro
dure fatiche; in fine, si sarebbe creduto di vedere in lui un
navigante invecchiato in mezzo alle tempeste; cosa
meravigliosa, difficile a credersi e che veniva a mescere un po'
di gioia alle pene che mi abbeveravano. Io era ammalato, e
molte volte vidi avvicinarsi il mio ultimo istante Finalmente,
per mettere il colmo alla mia sciagura, vent'anni di servizi, di
fatiche e di pericoli non mi hanno portato alcun profitto,
giacch oggi mi trovo senza possedere una tegola in Ispagna, e
l'albergo solo mi offre un asilo quando voglio riposarmi o fare
il pasto pi semplice; ancora mi accade spesso di trovarmi
nell'impotenza di pagare lo scotto
Queste poche linee non indicano forse di quali supremi
dolori fosse abbeverato l'animo di Colombo? In mezzo a tanti
pericoli ed a tante inquietudini, come mai poteva egli conservar
l'energia necessaria ad un capo di spedizione?
Per tutta la durata dell'uragano le navi seguirono quella
costa, che porta successivamente i nomi di Honduras, di
Mosquitos, di Nicaragua, di Costa Rica, di Yeragua e di
Panama. Le dodici isole Limonares furono scoperte durante
questo periodo. Finalmente, il 25 settembre, Colombo si arresta
tra l'isoletta della Huerta ed il continente, poi, il 5 ottobre, parte
di nuovo e, dopo d'aver rilevato la baia dell'Almirante, getta
l'ncora in faccia al villaggio di Cariay. Col, le navi furono
riparate, e restarono in riposo fino al 15 ottobre.
Cristoforo Colombo si credeva allora poco lungi dalla foce
del Gange, ed i naturali, parlandogli d'una certa provincia di
Cigliare, circondata dal mare, sembravano confermare
quest'opinione. Essi pretendevano pure che la regione
contenesse abbondanti miniere d'oro, la pi importante delle
quali era situata a venticinque leghe verso il sud. L'Ammiraglio
riprese dunque il mare ed incominci a seguire la costa
boschiva di Veragua. Gli Indiani, in quella parte del continente,
sembravano molto selvaggi. Il 26 novembre la flottiglia entr
nel porto d'El Retrete, che ha formato il porto odierno degli
Escribanos. Le navi, rse dai vermi, erano nel pi triste stato;
bisogn ancora riparare le avarie e prolungare la fermata ad El
Retrete. Colombo non lasci questo porto se non per subire una
tempesta pi spaventosa delle prime: Per nove giorni, dice
egli, rimasi senza alcuna speranza di salvezza. Nessun uomo
vide mai un mare pi impetuoso e pi terribile; esso si era
coperto di schiuma, il vento non permetteva n di avanzare, n
di dirigersi da qualsiasi parte; esso mi tratteneva in quel mare,
le cui onde sembravano sangue e bollivano come riscaldate dal
fuoco. Giammai io ho visto un cielo dall'aspetto cos
spaventoso; ardente per tutto un giorno ed una notte come una
fornace, lanciava di continuo il fulmine e le fiamme, e temevo
che da un momento all'altro le vele e gli alberi fossero portati
via. Il tuono brontolava con un rumore cos orribile, che
sembrava dover distruggere le nostre navi; durante tutto questo
tempo la pioggia cadeva con tanto impeto, che non si poteva
dire che fosse pioggia, ma bens un nuovo diluvio. I miei
marinai, accasciati da tante pene e da tanti tormenti,
invocavano la morte come termine a tanti mali; le mie navi
erano fesse da tutte le parti, e le barche, le ancore, i cordami,
tutto era perduto. In questa lunga e penosa navigazione,
l'Ammiraglio aveva percorso circa trecentocinquanta leghe. I
suoi equipaggi erano all'estremo delle forze. Egli fu dunque
obbligato a tornare indietro ed a recarsi al fiume di Yeragua;
ma, non avendo trovato un riparo sicuro per le navi, si rec non
lungi, alla foce del fiume di Betlemme, che oggi il fiume
Yebra, nel quale si ancor il giorno dell'Epifania dell'anno
1503. Il domani l'uragano incominciava ancora, ed anzi, il 24
gennaio, sotto un improvviso gonfiamento del fiume, le
gomene delle navi si ruppero, ed esse non poterono essere
salvate che a gran fatica.
Tuttavia l'Ammiraglio, non dimenticando lo scopo
principale della sua missione su quelle terre, era riuscito a
stabilire delle relazioni continue cogli indigeni. Il cacicco di
Betlemme si mostrava arrendevole, ed egli design, a cinque
leghe nell'interno, una regione in cui le miniere d'oro erano
ricchissime. Il 6 febbraio, Cristoforo Colombo mand verso il
luogo indicato un drappello di settanta uomini guidato da suo
fratello Bartolomeo. Dopo d'aver valicato un suolo molto
accidentato e rotto da fiumi tanto sinuosi, che uno d'essi
dovette essere traversato trentanove volte durante il tragitto, gli
Spagnuoli giunsero ai terreni auriferi, che erano immensi e si
estendevano a perdita d'occhio. L'oro vi era talmente
abbondante, che un uomo solo poteva raccoglierne una misura
in dieci giorni. In quattro ore, Bartolomeo ed i suoi compagni
ne raccolsero per una somma enorme. Essi tornarono
dall'Ammiraglio; costui, quando conobbe questo risultato,
risolvette di stabilirsi sulla costa e fece costrurre delle baracche
di legno.
Le miniere di quella regione erano veramente
d'un'incomparabile ricchezza; parevano inesauribili, e per esse
Colombo dimentic Cuba e San Domingo. La sua lettera al re
Ferdinando dimostra il suo entusiasmo in proposito, e si pu
essere meravigliati di trovare sotto la penna di questo
grand'uomo una frase curiosa, che non n d'un filosofo, n
d'un cristiano: L'oro! l'oro! cosa eccellente! dall'oro che
nascono le ricchezze! per esso che tutto si fa nel mondo, ed il
suo potere basta spesso per mandar le anime in paradiso!
Gli Spagnuoli lavoravano dunque con ardore ad accumular
l'oro nelle navi. Fino allora le relazioni cogli indigeni erano
state tranquille, bench quelle persone fossero d'umore
selvatico; ma a breve andare il cacicco, irritato dell'usurpazione
compiuta dagli stranieri, risolvette di trucidarli e di bruciare le
loro case. Un giorno dunque egli si gett sugli Spagnuoli con
grandi forze. Vi fu una battaglia accanita; gli Indiani furono
respinti. Il cacicco si era lasciato pigliare con tutta la sua
famiglia; ma i suoi figli e lui riuscirono a fuggire e si
cacciarono nella regione delle montagne con gran numero di
compagni. Pi tardi, nel mese d'aprile, gli indigeni, formando
un gran drappello, assalirono una seconda volta gli Spagnuoli,
che li sterminarono in gran parte.
Frattanto la salute di Colombo si alterava sempre pi. Il
vento gli mancava per lasciare quella regione; egli disperava.
Un giorno, sfinito di fatiche, cadde e si addorment. Nel suo
sonno egli ud una voce pietosa che gli disse queste parole che
ripeteremo testualmente, giacch esse sono improntate d'una
certa religione estatica che compie il ritratto morale del vecchio
navigante. Ecco ci che gli diceva quella voce:
O insensato! perch tanta lentezza a credere ed a servire il
tuo Dio, il Dio dell'universo? Che fece egli di pi per Mos e
per Davide suo servitore? Fin dalla tua nascita non ha egli forse
avuto per te la pi tenera sollecitudine; e quando ti vide in
un'et in cui ti aspettavano i suoi disegni, non ha egli forse fatto
echeggiare gloriosamente il tuo nome su tutta la terra? Le
Indie, questa parte cos ricca del mondo, non te le ha forse
date? Non ti ha egli fatto libero di farne omaggio secondo il tuo
volere? Chi mai se non lui ti prest i mezzi d'eseguire i suoi
disegni? Dei lacci difendevano l'entrata dell'Oceano; essi erano
formati di catene che non si potevano spezzare. Egli te ne diede
le chiavi. Il tuo potere fu riconosciuto nelle terre lontane, e la
tua gloria fu proclamata da tutti i cristiani. Si mostr forse
Iddio pi favorevole al popolo d'Israello quando lo trasse
dall'Egitto? Protesse egli pi efficacemente Davide, quando, da
pastore, lo fece re di Giudea? Rivolgiti verso di lui e riconosci
il tuo errore, giacch la sua misericordia infinita. La tua
vecchiaia non sar un ostacolo per le grandi cose che ti
aspettano: egli tiene nelle sue mani i pi splendidi retaggi.
Abramo non aveva forse cento anni, e Sara non aveva gi
passata la giovinezza quando nacque Isacco? Tu invochi un
soccorso incerto. Rispondimi: chi ti ha esposto tante volte a
tanti pericoli? forse Dio od il mondo? I vantaggi, le promesse
che Dio accorda, non le infrange mai verso i suoi servitori. Non
lui che, dopo d'aver ricevuto un servizio, pretende che non
siano state seguite le sue intenzioni e che d a' suoi ordini una
nuova interpretazione; non gi lui che cerca di dare un colore
vantaggioso ad atti arbitrari. I suoi discorsi non sono subdoli;
tutto ci ch'egli promette, lo accorda con usura. Egli fa sempre
quello che dice. Ti ho detto tutto ci che il Creatore ha fatto per
te; in questo momento egli ti mostra il pregio e la ricompensa
dei pericoli e delle pene di cui tu fosti zimbello per servizio
degli altri. Ed io, sebbene sfinito di sofferenze, udii tutto
questo discorso, ma non potei trovare forza da rispondere a
promesse cos certe; mi accontentai di piangere i miei errori.
Quella voce fin in questi termini: Spera, abbi fiducia; i tuoi
lavori saranno incisi sul marmo, e sar giustizia.
Cristoforo Colombo, appena fa risanato, pens a lasciare
quella costa. Avrebbe voluto fondarvi uno stabilimento, ma i
suoi equipaggi non erano abbastanza numerosi perch egli si
arrischiasse a lasciarne una parte a terra. Le quattro navi erano
rse dai vermi; dovette abbandonarne una a Betlemme, e
spieg le vele il giorno di Pasqua. Ma era appena giunto a
trenta leghe in alto mare, quando una falla si dichiar in una
delle navi. L'Ammiraglio dovette tornare alla costa in gran
fretta, e giunse felicemente a Porto Bello, dove lasci una nave,
le cui avarie erano irreparabili. La flottiglia non si componeva
pi allora che di due navi, senza scialuppe, quasi senza viveri, e
doveva percorrere settemila miglia. Essa risal la costa, pass
innanzi al porto d'El Retrete, riconobbe il gruppo delle
Mulatas, e penetr nel golfo di Darien. Fu questo il punto
estremo toccato da Colombo nell'est.
Il 1 maggio, l'Ammiraglio si diresse verso l'isola
Spagnuola; il 10 maggio era giunto in vista delle isole Caiman;
ma non pot dominare i venti che lo spinsero nel nord-ovest fin
presso a Cuba. L, in una tempesta in mezzo ai bassi fondi, egli
perdette le vele e le ancore, e le sue due navi si urtarono
durante la notte. Poi, respinto dall'uragano verso il sud, torn
colle navi spezzate alla Giamaica, e si ancor il 23 giugno nel
porto San Gloria, diventato baia di Don Cristoforo.
L'Ammiraglio avrebbe voluto andare all'isola Spagnuola,
giacch l si trovavano i mezzi necessari per approvigionare le
navi, mezzi che mancavano assolutamente alla Giamaica; ma le
due navi, rse dai vermi, simili ad alveari d'api, non
potevano tentare impunemente questa navigazione di trenta
leghe. Ora, come mandare un messaggio ad Ovando,
governatore dell'isola Spagnuola?
Frattanto, le navi facevano acqua da ogni parte, e
l'Ammiraglio dovette farle arenare; poi egli cerc di ordinare la
vita comune su quelle spiaggie. Gli Indiani gli vennero
dapprima in aiuto, e fornirono agli equipaggi i viveri di cui
avevano bisogno. Ma quei disgraziati marinai, tanto tribolati,
manifestavano il loro malcontento contro l'Ammiraglio; essi
minacciavano di ribellarsi, ed il disgraziato Colombo, sfinito
dalla malattia, non lasciava pi il suo letto di dolori.
Fu in queste circostanze che due bravi ufficiali, Mendez e
Fieschi, proposero all'Ammiraglio di tentare su piroghe indiane
la traversata dalla Giamaica all'isola Spagnuola. In verit, era
un viaggio di dugento leghe, giacch bisognava risalire la costa
fino al porto della colonia. Ma i coraggiosi ufficiali erano
pronti a sfidare tutti i pericoli, trattandosi della salvezza dei
compagni. Cristoforo Colombo, comprendendo quell'audace
proposta, che in qualsiasi altra circostanza avrebbe fatta egli
medesimo, diede facolt a Mendez ed a Fieschi di partire. Poi
l'Ammiraglio, non avendo pi navi, quasi senza viveri, rimase
col suo equipaggio in quell'isola selvaggia.
A breve andare la miseria dei naufraghi si pu dar loro
questo nome fu tale, che ne segu una rivolta. I compagni
dell'Ammiraglio, acciecati dalle sofferenze, immaginarono che
il loro capo non osasse tornare a quel porto dell'isola
Spagnuola, di cui il governatore Ovando gli aveva gi rifiutato
l'ingresso. Essi credettero che questa proscrizione li colpisse al
pari dell'Ammiraglio, e pensarono che il governatore,
escludendo la flottiglia dai porti della colonia, non dovesse
aver agito che per ordine del re. Questi ragionamenti sciocchi
accesero gli spiriti gi mal disposti, e finalmente, il 2 gennaio
1504, il capitano d'una delle navi, il tesoriere militare, due
fratelli chiamati Porras, si misero alla testa dei malcontenti.
Essi pretendevano di tornare in Europa, e si precipitarono verso
la tenda dell'Ammiraglio gridando: Castiglia! Castiglia!
Colombo era malato ed a letto. Suo fratello e suo figlio
vennero a fargli un baluardo coi loro corpi. I ribelli, alla vista
del vecchio Ammiraglio, si arrestarono, ed il loro furore cadde
innanzi a lui. Ma non vollero ascoltare le sue rimostranze ed i
suoi consigli; non compresero che non potevano salvarsi se non
a patto che ciascuno, dimenticando s stesso, lavorasse per la
comune salvezza. No! Essi avevano preso il partito di lasciar
l'isola ad ogni costo e con qualsiasi mezzo. Porras ed i ribelli
corsero dunque verso la spiaggia; s'impadronirono dei canotti
degli indigeni e si diressero verso l'estremit orientale
dell'isola. Col, non rispettando pi nulla, ubbriachi di furore,
saccheggiarono le abitazioni indiane, rendendo cos
l'Ammiraglio responsabile delle loro violenze, e trascinarono
alcuni disgraziati naturali a bordo dei canotti che avevano loro
rubati. Porras ed i suoi continuarono la loro navigazione; ma a
poche leghe al largo furono sorpresi da un colpo di vento che li
mise in gran pericolo, e per alleggerire le barche, gettarono i
prigionieri in mare. Dopo questa barbara esecuzione, i canotti
cercarono di giungere all'isola Spagnuola, come avevano fatto
Mendez e Fieschi, ma furono respinti ostinatamente sulle coste
della Giamaica.
Frattanto l'Ammiraglio, rimasto solo co' suoi amici e cogli
infermi, riusc a stabilir l'ordine fra suoi. Ma la miseria
cresceva, la carestia minacciava. Gli indigeni erano stanchi di
nutrire quegli stranieri, il cui soggiorno si prolungava sulla loro
isola. D'altra parte, avevano visto gli Spagnuoli darsi battaglia,
e ci aveva distrutto il loro prestigio. Quei naturali
comprendevano finalmente che quegli Europei non erano che
semplici uomini, ed appresero cos a non rispettarli n a
temerli. L'autorit di Colombo sulle popolazioni indiane
scemava dunque di giorno in giorno, e ci volle una circostanza
fortuita, di cui l'Ammiraglio approfitt abilmente, per
ridonargli un prestigio tanto necessario alla salvezza de'
compagni.
Un eclisse di luna, previsto e calcolato da Colombo,
doveva avvenire un certo giorno. Il mattino medesimo di quel
giorno, l'Ammiraglio fece radunare i cacicchi dell'isola.
Costoro si arresero all'invito, e quando furono riuniti nella
tenda di Colombo, costui annunci loro che Dio, volendo
punirli della loro poca ospitalit e delle loro male disposizioni a
riguardo degli Spagnuoli, rifiuterebbe loro la sera la luce della
luna. Infatti, tutto segu come l'Ammiraglio aveva annunciato.
L'ombra della terra venne a nascondere la luna, il cui disco
sembrava rso da un mostro formidabile. I selvaggi spaventati
si buttarono ai piedi di Colombo, supplicandolo d'intercedere il
cielo in loro favore, e promettendogli di mettere tutte le loro
ricchezze a sua disposizione. Colombo, dopo alcune esitazioni
abilmente eseguite, finse di arrendersi alle preghiere degli
indigeni. Col pretesto d'implorare la divinit, egli corse a
chiudersi sotto la tenda per tutta la durata dell'eclisse, e non
riapparve se non nel momento in cui il fenomeno toccava alla
fine. Allora egli annunci ai cacicchi che il cielo si era lasciato
vincere, e col braccio teso, comand alla luna di riapparire.
Poco stante, il disco usc dal cono d'ombra, e l'astro delle notti
brill in tutto il suo splendore. Da quel giorno, gli Indiani,
riconoscenti e sottomessi, accettarono l'autorit
dell'Ammiraglio che le potenze celesti imponevano loro in
modo cos manifesto.
Mentre questi avvenimenti accadevano alla Giamaica,
Mendez e Fieschi avevano da un pezzo raggiunto i loro intenti.
Quei coraggiosi ufficiali, dopo una miracolosa traversata di
quattro giorni fatta in un fragile canotto, erano giunti all'isola
Spagnuola. Subito essi fecero conoscere al governatore la
condizione disperata di Cristoforo Colombo e de' suoi
compagni. Ovando, invidioso ed ingiusto, trattenne dapprima i
due ufficiali, e col pretesto di rendersi conto del vero stato delle
cose, mand verso la Giamaica, dopo otto mesi di ritardo, un
uomo suo, un certo Diego Escobar, che era nemico particolare
dell'Ammiraglio. Escobar, giunto alla Giamaica, non volle
comunicare con Cristoforo Colombo; egli non sbarc
nemmeno, ma si accontent di mettere a terra, a disposizione
degli equipaggi stremati, un porco ed un barile di vino; poi,
ripart senza aver ammesso nessuno a bordo. La coscienza
stenta a credere a simili infamie, ma disgraziatamente esse non
sono che troppo vere!
L'Ammiraglio fu indignato da questa beffa crudele; ma
non si lasci vincere dalla collera, non fece recriminazioni.
L'arrivo d'Escobar doveva rassicurare i naufraghi, giacch esso
provava che la loro condizione era conosciuta; la liberazione
non era dunque pi che questione di tempo, ed il morale degli
Spagnuoli si rialz a poco a poco.
L'Ammiraglio volle tentare allora di ricondurre a s Porras
ed i ribelli, che, dopo la loro separazione, non cessavano di
saccheggiar l'isola e di esercitare contro i disgraziati indigeni
delle crudelt odiose. Egli fece loro la proposta di rientrare in
grazia presso di lui; ma quei pazzi non risposero alle generose
offerte se non venendo ad assalire Colombo fino nel suo
recinto. Gli Spagnuoli rimasti fedeli alla causa dell'ordine
dovettero brandir le armi. Gli amici dell'Ammiraglio difesero
valorosamente il loro capo; essi non perdettero che un solo
uomo in questo triste scontro, e rimasero padroni del campo di
battaglia, dopo d'aver fatto prigionieri i due fratelli Porras. I
ribelli allora si gettarono alle ginocchia di Colombo, che,
tenendo conto di quanto avevano patito, perdon.
Finalmente, un anno solamente dopo la partenza di
Mendez e di Fieschi, apparve la nave, equipaggiata da essi a
spese di Colombo, che doveva rimpatriare i naufraghi. Il 24
giugno 1504, tutti s'imbarcarono, e lasciando la Giamaica,
teatro di tante miserie morali e fisiche, fecero vela verso l'isola
Spagnuola.
Giunto al porto, dopo una buona traversata, Cristoforo
Colombo, con suo gran stupore, fu dapprima ricevuto con molti
riguardi. Il governatore Ovando, da uomo abile che non vuol
resistere all'opinione pubblica, fece onore all'Ammiraglio; ma
queste buone disposizioni non dovevano durare, e presto
ricominciarono i tormenti. Allora, Colombo, non potendo pi
resistere, non volendo pi sopportarli, umiliato, maltrattato
perfino, noleggi due navi, di cui divise il comando con suo
fratello Bartolomeo, e, il 12 settembre 1504, prese per l'ultima
volta la via dell'Europa.
Questo quarto viaggio aveva guadagnato alla scienza
geografica le isole Caiman, Martinica, Limonares, Guanaja, le
coste dell'Honduras, di Mosquitos, Nicaragua, di Veragua, di
Costa Rica, di Porto Bello, di Panama, le isole Mulatas ed il
golfo di Darien.
L'uragano doveva tormentare ancora Colombo durante la
sua ultima traversata dell'Oceano. La sua nave fu disalberata ed
il suo equipaggio dovette trasbordare con lui sulla nave di suo
fratello. Il 19 ottobre, un uragano formidabile venne ancora a
rompere l'albero maestro di questa nave, che dovette fare
settanta leghe colla velatura incompleta. Finalmente, il 7
novembre, l'Ammiraglio entr nel porto di San Lucar.
Una triste notizia aspettava Colombo al suo ritorno. La sua
protettrice, la regina Isabella, era morta. Chi dunque
s'interesser oramai al vecchio Genovese?
Il re Ferdinando, ingrato ed invidioso, ricevette
freddamente l'Ammiraglio. Egli non gli risparmi n le
lentezze n i pretesti, sperando di sbarazzarsi cos dei trattati
solennemente sottoscritti, di sua mano, e fin col proporre a
Colombo una piccola citt della Castiglia, Camon de los
Condes, in cambio dei suoi titoli e delle sue dignit.
Tanta ingratitudine e slealt accasciarono il vecchio. La
sua salute, cos profondamente alterata, non si rialz pi, ed il
dispiacere lo condusse alla tomba. Il 20 maggio 1506, a
Valladolid, vecchio di settanta anni, egli rese l'anima a Dio
pronunciando queste parole: Signore, rimetto il mio spirito ed
il mio corpo tra le vostre mani.
Gli avanzi di Cristoforo Colombo erano stati dapprima
deposti nel convento di San Francesco; poi, nel 1513, furono
portati nel convento dei Certosini di Siviglia. Ma sembrava che
il riposo non dovesse spettare al gran navigante, neppure dopo
la morte. Nell'anno 1536, il suo corpo fu trasportato nella
cattedrale di San Domingo. La tradizione locale vuole che dopo
il trattato di Basilea, nel 1795, quando il governo spagnuolo,
prima di cedere alla Francia la parte orientale dell'isola di San
Domingo, ordin il trasporto delle ceneri del gran viaggiatore
all'Avana, un canonico abbia sostituito altri avanzi a quelli di
Cristoforo Colombo, e che questi siano stati deposti nel coro
della cattedrale, a mancina dell'altare.
In grazia della manovra di questo canonico, ispirato da un
sentimento di patriottismo locale, o dal rispetto delle ultime
volont di Colombo, che fissava San Domingo come luogo
scelto per la sua sepoltura, non sarebbero le ceneri dell'illustre
navigante quelle che la Spagna possiede all'Avana, ma
probabilmente quelle di suo fratello Diego.
La scoperta che stata fatta, il 15 settembre 1877, nella
cattedrale di San Domingo, d'una cassa di piombo contenente
delle ossa umane e la cui iscrizione proverebbe dover essa
contenere gli avanzi dello scopritore dell'America, sembra
confermare pienamente la tradizione che abbiamo riferita.
Del resto, che il corpo di Cristoforo Colombo sia a San
Domingo oppure all'Avana, poco importa: il suo nome e la sua
gloria sono da per tutto.
CAPITOLO VIII.
LA CONQUISTA DELL'INDIA E DEL PAESE DELLE SPEZIE.
I.

Covilham e Paiva Vasco da Gama Il capo di Buona Speranza
doppiato Scali a Sam Braz, Mozambico, Mombaz e Melinda Arrivo a
Calicut Tradimenti del zamorin Battaglie Ritorno in Europa Lo
scorbuto Morte di Paolo da Gama Arrivo a Lisbona.

Nel medesimo tempo che mandava Diaz a cercare nel sud
dell'Africa la via delle Indie, il re di Portogallo, Giovanni II,
incaricava due gentiluomini della sua corte d'informarsi se non
fosse possibile penetrarvi per una via pi facile, pi rapida e
pi sicura: l'istmo di Suez, il mar Rosso e l'oceano Indiano.
Una tal missione richiedeva un uomo abile, intraprendente,
bene al fatto delle difficolt d'un viaggio in quelle regioni, che
conoscesse le lingue orientali, od almeno l'arabo. Ci voleva un
agente d'indole pieghevole e dissimulata, capace, in una parola,
di non lasciar indovinare dei disegni che tendevano niente
meno che a togliere dalle mani dei Musulmani, degli Arabi, e
con essi dei Veneziani, tutto il commercio dell'Asia per darlo al
Portogallo.
Un navigante pratico, Fedro de Covilham, che si era
segnalato al servizio di Alfonso V nella guerra di Castiglia,
aveva fatto un lungo soggiorno in Africa. Fu sopra di lui che
Giovanni II rivolse gli occhi. Gli fu aggiunto Alonzo de Paiva,
ed entrambi, muniti d'istruzioni minuziose, come pure d'una
carta tracciata secondo il mappamondo del vescovo Calsadilla,
seguendo la quale si poteva fare il giro dell'Africa, partirono da
Lisbona nel mese di maggio 1487.
I due viaggiatori giunsero ad Alessandria ed al Cairo, dove
furono abbastanza fortunati da incontrare dei mercanti mori di
Fez e di Tlemcen, che li condussero a Thor, l'antica
Asiongaber, al piede del Sinai, dove poterono procurarsi delle
preziose notizie circa il commercio di Calicut.
Covilham risolvette di profittare di questa lieta occasione
per visitare un paese sul quale, da un secolo, il Portogallo
volgeva l'occhio bramoso, mentre Paiva si addentrerebbe nelle
regioni, allora cos vagamente designate sotto il nome
d'Etiopia, alla ricerca di quel famoso prete Giovanni, che
regnava, secondo quanto narravano gli antichi viaggiatori,
sopra una regione dell'Africa meravigliosamente ricca e fertile.
Paiva per senza dubbio nel suo tentativo avventuroso, giacch
non si ritrovano pi le sue traccie.
Quanto a Covilham, egli giunse ad Aden dove s'imbarc
per la costa di Malabar. Visit successivamente Cananor,
Calicut, Goa, e raccolse delle informazioni precise sul
commercio ed i prodotti dei paesi vicini al mare delle Indie,
senza destare i sospetti degli Indiani, molto lontani dal pensare
che l'accoglienza amichevole che essi facevano al viaggiatore
assicurava la rovina e la schiavit della loro patria.
Covilham, credendo di non aver ancora fatto abbastanza
pel suo paese, lasci l'India, tocc la costa orientale dell'Africa,
dove visit Mozambico, Sofala, da lungo tempo famosa per le
sue miniere d'oro, la cui riputazione era venuta cogli Arabi fino
in Europa, e Zeila, l'Avalites portus degli antichi, la citt
principale della costa d'Adel, all'ingresso del golfo arabico, sul
mar d'Oman. Dopo un soggiorno piuttosto lungo in quella
regione, egli torn per Aden, allora il principale deposito del
commercio dell'Oriente, si spinse fino all'ingresso del golfo
Persico, ad Ormuz, poi, risalendo il mar Rosso, torn al Cairo.
Giovanni II vi aveva mandato due ebrei istruiti che
dovevano aspettarvi Covilham. Costui consegn ad uno d'essi,
il rabbino Abramo Beja, le sue note, l'itinerario de' suoi viaggi
ed una carta d'Africa che un musulmano gli aveva data,
incaricandolo di portare il tutto a Lisbona, al pi presto
possibile.
Quanto a lui, non contento di ci che aveva fatto fino
allora, e volendo eseguire la missione che la morte aveva
impedito a Paiva di compiere, penetr in Abissinia, il cui
negus, conosciuto sotto il nome di prete Giovanni, lusingato di
vedere la sua alleanza ricercata da uno dei sovrani pi potenti
dell'Europa, lo accolse con estrema benevolenza, e gli affid
anzi un'alta carica alla sua corte, ma per assicurarsi la
continuit de' suoi servigi, rifiut costantemente di lasciargli
abbandonare il paese. Bench si fosse ammogliato ed avesse
dei figli, Covilham pensava sempre alla patria, e quando nel
1525 un'ambasciata portoghese, di cui faceva parte Alvares,
venne in Abissinia, egli vide partire col pi profondo
rammarico i suoi compatrioti, ed il cappellano della spedizione
si fatto ingenuamente l'eco de' suoi lamenti e del suo dolore.
Fornendo, dice il signor Ferdinando Denis, sulla
possibilit della circumnavigazione dell'Africa, delle notizie
precise, indicando la via delle Indie, dando sul commercio di
quelle regioni le nozioni pi positive e pi estese, facendo
soprattutto la descrizione delle miniere d'oro di Sofala, che
dovette eccitare la cupidigia portoghese, Covilham contribu
potentemente ad accelerare la spedizione di Gama.
Se si deve prestar fede ad antiche tradizioni che nessun
documento autentico e venuto a confermare, Gama
discenderebbe per un ramo illegittimo da Alfonso III, re di
Portogallo. Suo padre, Estevam Eanez da Gama, grande alcade
di Sines e di Sy nel regno degli Algarves, e commendatore di
Seixal, occupava un'alta posizione alla corte di Giovanni II. La
sua riputazione di marinaio era tale, che questo re, nel
momento in cui la morte venne a sorprenderlo, pensava a dargli
il comando della flotta ch'egli voleva mandare alle Indie.
Dal suo matrimonio con donna Isabella Sodre, figlia di
Giovanni di Resende, provveditore delle fortificazioni di
Santarem, nacquero molti figliuoli, e segnatamente Vasco, che,
primo, giunse in India doppiando il capo di Buona Speranza, e
Paolo, che lo accompagn in questa memorabile spedizione. Si
sa che Vasco da Gama vide la luce a Sines, ma non si ancora
certi sulla data della sua nascita. Il 1469 l'anno
ordinariamente ammesso, ma oltre che Gama sarebbe stato
molto giovane (non avrebbe avuto che ventotto anni) quando
gli fu confidato l'importante comando della spedizione delle
Indie, si scoperto una ventina d'anni fa, negli archivi
spagnuoli, un salvacondotto accordato nel 1478 a due persone
chiamate Vasco da Gama e Lemos per passare a Tangeri.
poco verosimile che quel passaporto sia stato ad un fanciullo di
nove anni, il che spingerebbe pi indietro la data della nascita
del celebre viaggiatore.
Pare che, di buon'ora, Vasco da Gama sia stato destinato a
seguire la carriera della marina, nella quale si era illustrato il
padre suo. Il primo storico delle Indie, Lopez de Castaeda, si
piace nel ricordare ch'egli si rese illustre sui mari d'Africa.
Si sa anche ch'egli fu incaricato di pigliare nei porti del
Portogallo tutte le navi francesi che vi fossero ancorate, in
rappresaglia della cattura d'un ricco galeone portoghese che
tornava da Mina, fatta durante la pace da corsari francesi.
Questa missione non aveva dovuto essere affidata se non
ad un capitano energico e conosciuto per le sue imprese.
questa per noi la prova che il valore e l'abilit di Gama erano
altamente apprezzati dal re. Verso quel tempo, egli spos
donna Catarina de Ataide, una delle pi alte dame della corte,
da cui ebbe molti figliuoli, fra gli altri Estevam da Gama, che
fu governatore delle Indie, e dom Christovam, che, per la sua
lotta in Abissinia contro Ahmed Guerad, dice Gaucher, e per la
sua morte romanzesca, merita d'essere annoverato fra gli
avventurieri famosi del secolo XVI.
In grazia d'un documento estratto dalla biblioteca pubblica
di Porto, documento che Castaeda dovette conoscere e di cui
il signor Ferdinando Denis ha pubblicato la traduzione nei
Viaggiatori antichi e moderni, del signor E. Charton, il dubbio
non pi possibile sulla data del primo viaggio di Gama.
Si pu fissarla con certezza al sabato 8 luglio 1497. Tutti i
particolari di questa spedizione, gi risoluta da lungo tempo,
furono minuziosamente regolati.
Essa doveva essere composta di quattro navi di mezzana
grandezza affinch, dice Pacheco, potessero entrare ed uscire
prestamente da per tutto. Saldamente costrutte, esse erano
fornite d'un triplice ricambio di vele e d'ormeggi; tutti i barili
destinati a contenere le provviste d'acqua, d'olio o di vino,
erano stati rinforzati con cerchi di ferro; provviste d'ogni fatta,
farina, vino, legumi, oggetti di farmacia, artiglieria, tutto era
stato radunato in abbondanza; infine i migliori marinai, i pi
abili piloti, i capitani pi esperimentati ne formavano il
personale.
Gama, che aveva ricevuto il titolo di capitan mor, inalber
la sua bandiera sul Sam Gabriel, di centoventi tonnellate. Suo
fratello, Paulo da Gama, mont il Sam Raphael, di cento
tonnellate. Una nave di cinquanta tonnellate, il Berrio, cos
chiamato in memoria del pilota Berrio che l'aveva venduta ad
Emanuele I, ebbe per capitano Nicola Coelho, marinaio
esperimentato. Infine una gran barca, carica di provviste e di
mercanzie destinate al baratto coi naturali dei paesi che si
dovevano visitare, aveva per comandante Pedro Nues.
Pero de Alemquer, che era stato il pilota di Bartolomeo
Dias, doveva regolare le mosse della spedizione.
Il personale della flotta, compresi dieci malfattori che
erano stati imbarcati per fare le missioni pericolose, si elevava
a centosessanta persone.
Paragonati alla grandezza della missione che quegli
uomini dovevano compiere, che deboli mezzi, quali risorse
derisorie!
L'8 luglio, ai primi raggi del sole, Gama, seguito da' suoi
ufficiali, si avanza verso le navi in mezzo ad un immenso
concorso di popolo. Intorno a lui si spiega un corteo di monaci
e di religiosi, che cantano gli inni sacri e chiedono al cielo
d'estendere la sua protezione sui viaggiatori.
Dovette essere una scena singolarmente commovente
quella partenza da Rastello, allorch tutti, attori e spettatori,
mescevano i loro canti, le loro grida, i loro addii ed i loro
pianti, mentre le vele, gonfiate da un vento propizio,
trascinavano verso l'alto mare Gama e la fortuna del Portogallo.
Una gran caravella ed una barca pi piccola che si
recavano a Mina, sotto il comando di Bartolomeo Dias,
dovevano viaggiar di conserva colla flotta di Gama.
Il sabato successivo, le navi erano in vista delle Canarie e
passarono la notte al vento di Lancerote. Quando giunsero
all'altezza del Rio de Ouro, una fitta nebbia separ Paolo da
Gama, Coelho e Dias dal rimanente della flotta, ma le navi si
radunarono presso le isole del capo Verde, a cui si giunse poco
stante. A Santiago, le provviste di carne, d'acqua e di legna
furono rinnovate, e le navi furono rimesse in buon stato di
navigabilit.
Si lasci la spiaggia di Santa Maria il 3 agosto. Il viaggio
si comp senza accidenti notevoli, ed il 4 novembre fu gettata
l'ncora alla costa d'Africa, in una baia che ricevette il nome di
Santa Ellena. Vi si passarono otto giorni a far legna ed a
rimettere tutto in ordine a bordo delle navi. Fu col che si
videro per la prima volta dei Boschis, razza miserabile e
degradata che si nutriva della carne dei lupi marini e delle
balene nel medesimo tempo che di radici. I Portoghesi
s'impadronirono di alcuni di quei naturali e li trattarono bene. I
selvaggi non conoscevano il valore di alcuna delle mercanzie
che vennero loro offerte, le vedevano per la prima volta e ne
ignoravano l'uso. La sola cosa che sembrassero apprezzare era
il rame, e portavano alle orecchie delle piccole catene di quel
metallo. Sapevano servirsi benissimo delle zagaglie, specie di
giavellotti dalla punta indurita al fuoco, come lo provarono tre
o quattro marinai e Gama medesimo cercando di toglier loro un
certo Velloso, che si era imprudentemente cacciato nell'interno
del paese, avvenimento che ha fornito a Camoens uno dei
pi leggiadri episodi delle Lusiadi.
Lasciando Santa Ellena, Pero de Alemquer, l'antico pilota
di Dias, dichiar che si credeva a trenta leghe dal Capo; ma, nel
dubbio, si prese il largo, e, il 18 novembre, la flotta si trov in
vista del capo di Buona Speranza, ch'essa doppi il domani col
vento in poppa.
Il 25, le navi si ancorano nella baia Sam Braz, dove
rimasero tredici giorni, durante i quali fu demolita la nave
portatrice delle provviste, che furono ripartite fra le tre navi.
Durante il loro soggiorno, i Portoghesi diedero ai Boschis dei
vetri ed altri oggetti che li videro accettare con stupore,
giacch, al tempo del viaggio di Dias, i negri si erano mostrati
paurosi ed ostili, ed avevano difeso l'ingresso a sassate. Essi
condussero anzi dei buoi e dei montoni, e per testimoniare la
loro soddisfazione del soggiorno dei Portoghesi,
incominciarono, dice Nicola Velho, a far suonare quattro o
cinque flauti, gli uni suonando gli acuti, gli altri i bassi,
concertando a meraviglia per negri da cui non era certo ad
aspettarsi della buona musica. Essi danzavano anche, come
danzano i negri, ed il capitam mor ordin di suonare le trombe,
e noi, nelle nostre scialuppe, danzavamo, il capitam mor
danzando pure dopo d'essere tornato fra di noi.
Che dite di questa festicciuola e della serenata reciproca
che si davano i Portoghesi ed i negri? Si sarebbe mai aspettato
di vedere Gama, il grave Gama, quale ce lo rappresentano i
suoi ritratti, iniziante i negri alle delizie della pavana?
Disgraziatamente, queste buone disposizioni non durarono, e
bisogn fare qualche dimostrazione ostile colle scariche
dell'artiglieria.
In questa baia di Sam Braz, Gama piant un padrao, che fu
subito rovesciato appena egli fu partito. Poco stante si ebbe
sorpassato il Rio Infante, punto estremo raggiunto da Dias. In
quel momento, la flotta risent l'effetto d'una corrente
impetuosa, che pot essere neutralizzata, in grazia del vento
favorevole. Il 25 dicembre, giorno di Natale, veniva scoperta la
terra di Natal.
Le navi avevano delle avarie, l'acqua potabile mancava;
era urgente di giungere ad un porto, il che fece la spedizione, il
10 gennaio 1495. I negri che i Portoghesi videro sbarcando
erano molto pi grandi di quelli che avevano incontrato fino
allora. Essi erano armati d'un grand'arco, di lunghe freccie e
d'una zagaglia guernita di ferro. Erano Cafri, razza superiore di
molto ai Boschis. Si stabilirono con essi dei rapporti cos
buoni, che Gama diede al paese il nome di Terra della buona
Nazione (Terra de boa Gente).
Un po' pi lungi, risalendo sempre la costa, due mercanti
musulmani, l'uno portante il turbante, l'altro un cappuccio di
raso verde, vennero a visitare i Portoghesi con un giovanotto
che, secondo quanto si poteva comprendere dai loro cenni,
apparteneva ad un paese molto lontano di l, e diceva d'aver gi
visto delle navi grandi come le nostre. Fu questa per Vasco da
Gama la prova ch'egli si avvicinava a quella terra dell'India, da
tanto tempo e cos ardentemente cercata; per ci battezz il
fiume che sboccava in quel luogo nel mare, Rio dos Boms
Signaes (Fiume dei Buoni Indizi). Disgraziatamente si
manifestarono nello stesso tempo fra gli equipaggi i primi
sintomi dello scorbuto, che non tard a gettare un buon numero
di marinai sui loro lettucci.
Il 10 marzo, la spedizione si ancor innanzi all'isola di
Mozambico. Col Gama, per mezzo dei suoi interpreti arabi,
apprese che fra gli abitanti d'origine maomettana, si trovava un
certo numero di mercanti che trafficavano coll'India. L'oro e
l'argento, i drappi e le spezie, le perle ed i rubini formavano il
fondo del loro commercio. Gama ricevette nel medesimo
tempo l'assicurazione che, risalendo lungo il litorale, egli
troverebbe numerose citt; cosa di cui eravamo cos contenti,
dice Velho nella sua ingenua e preziosa relazione, che ne
piangevamo di gioia, pregando Dio che ci volesse dar salute
affinch vedessimo quanto avevamo desiderato.
Il vicer Colyytam, che credeva d'aver da fare con
musulmani, venne molte volte a bordo delle navi, dove fu
trattato magnificamente; egli rispose a queste garbatezze
coll'invio di doni, e diede anzi a Gama due abili piloti. Ma
quando dei mercanti mori, che avevano trafficato in Europa, gli
ebbero appreso che quegli stranieri, anzich essere Turchi,
erano i peggiori nemici dei maomettani, il vicer, vergognoso
d'essersi lasciato ingannare, fece di tutto per impadronirsi di
loro ed ucciderli a tradimento. Bisogn appuntar l'artiglieria
sulla citt e minacciare di ridurla in polvere per ottenere l'acqua
necessaria al proseguimento del viaggio. Scorse il sangue, e
Paolo da Gama s'impadron di due barche, il cui ricco carico fu
distribuito fra i marinai.
Gama lasci il 29 marzo quella citt inospitale, e prosegu
il suo viaggio, sorvegliando per da vicino i piloti arabi, che si
vide obbligato a far fustigare.
Il 4 aprile, fu vista la costa, e, l'8, si giunse a Mombaca o
Mombaz, citt che i piloti affermarono essere abitata da
cristiani e da musulmani.
La flotta gett l'ncora innanzi al porto, senza entrarvi
per, non ostante l'accoglienza entusiastica che le fu fatta. Gi i
Portoghesi contavano d'incontrarsi il domani alla messa coi
cristiani dell'isola, quando, durante la notte, si accost alla nave
ammiraglia una zavra montata da un centinaio d'uomini armati,
che pretendevano d'entrarvi tutti insieme, il che fu loro negato.
Avvertito di quanto era accaduto a Mozambico, il re di
Mombaca, fingendo d'ignorarlo, mand dei doni a Gama, gli
propose di stabilire un deposito nella sua capitale e lo assicur
che potrebbe, appena entrato nel porto, caricare delle spezie e
degli aromi. Il capitam mor, non sospettando di nulla, mand
subito due uomini ad annunciare il suo ingresso pel domani.
Gi si levava l'ncora, quando la nave ammiraglia essendosi
rifiutata di virare, fa lasciata ricadere a picco. In una graziosa e
poetica finzione, Camoens afferma che sono le Nereidi,
condotte da Venere, protettrice dei Portoghesi, che arrestarono
le loro navi sul punto d'entrare nel porto. In quel momento, tutti
i Mori che si trovavano sulle navi Portoghesi le lasciarono ad
un tempo, mentre i piloti venuti da Mozambico si gettavano in
mare.
Due Mori, sottoposti alla tortura della goccia d'olio
ardente, confessarono che si proponevano di far prigionieri i
Portoghesi appena fossero entrati nel porto. Durante la notte, i
Mori cercarono pi volte di arrampicarsi a bordo e di rompere
le gomone per far arenare le navi, ma ogni volta furono
scoperti. Una fermata in queste condizioni non poteva durar
molto a Mombaz; ma dur tanto che tutti gli scorbutici
potessero ricuperar la salute.
Ad otto leghe dalla terra, la flotta s'impadron d'una barca
riccamente carica d'oro, d'argento e di provviste. Il domani,
essa giunse a Melinda, citt ricca e fiorente, i cui minareti
dorati, scintillanti ai raggi del sole, e le cui moschee, d'una
bianchezza abbagliante, s disegnavano sopra un cielo d'un
bellissimo azzurro.
L'accoglienza, dapprima abbastanza fredda, perch si
sapeva a Melinda la cattura della barca fatta la vigilia, divenne
cordiale appena furono date delle spiegazioni. Il figlio del re
venne a visitare l'ammiraglio con un corteo di cortigiani
magnificamente vestiti, e cori di suonatori che suonavano
diversi istrumenti. Ci che pi lo meravigli, fu l'esercizio del
cannone, giacch l'invenzione della polvere non era ancora
conosciuta sulla costa orientale d'Africa. Un trattato solenne fu
giurato sul Vangelo e sul Corano e cementato dallo scambio di
magnifici doni.
Il malvolere, i tranelli, le difficolt d'ogni genere che
avevano assalito fino allora la spedizione cessarono
quind'innanzi come per incantesimo, il che si deve attribuire
alla schiettezza ed alla generosit del re di Melinda, non che
all'aiuto ch'egli forniva ai Portoghesi.
Fedele alla promessa fatta a Vasco da Gama, il re gli
mand un pilota guzarate, chiamato Malemo Cana, uomo
esperto nella navigazione, che sapeva servirsi delle carte e della
bussola, e che rese i pi grandi servigi alla spedizione.
Dopo una fermata di nove giorni, la flotta lev l'ncora per
Calicut.
Bisognava oramai rinunziare a quella navigazione di
cabotaggio, sempre in vista delle coste, che era stata fatta fino
allora. Era venuto il giorno d'abbandonarsi alla grazia di Dio
sull'immenso Oceano, senz'altra guida che un pilota ignoto,
fornito da un re, la cui buona accoglienza non aveva potuto
sopire la diffidenza dei Portoghesi.
E pure, in grazia dell'abilit e della lealt di questo pilota,
in grazia della clemenza del mare e del vento, che si mostr
sempre favorevole, dopo una navigazione di ventitr giorni, la
flotta toccava terra il 17 maggio, ed il domani essa si ancorava
a due leghe al disotto di Calicut.
Fu grande l'entusiasmo a bordo. Si era dunque finalmente
giunti in quei paesi cos ricchi e tanto meravigliosi. Le fatiche,
i pericoli, la malattia, tutto fu dimenticato; lo scopo di tanti e
cos lunghi sforzi era oramai raggiunto!
O meglio cos sembrava, giacch mancava ancor molto per
essere padroni dei tesori e dei ricchi prodotti dell'India.
L'ncora aveva appena toccato il fondo, che quattro barche
si staccarono dalla spiaggia, girarono intorno alla flotta
sembrando invitare i marinai a sbarcare. Ma Gama, reso
prudente dagli avvenimenti di Mozambico e di Mombaca,
mand a terra uno dei malfattori che aveva imbarcati. Costui
doveva percorrere la citt e cercar di scoprire le disposizioni
degli abitanti.
Circondato da una folla di curiosi, assalito di domande alle
quali non poteva rispondere, egli fu condotto da un Moro
chiamato Moucaida, che parlava lo spagnuolo ed a cui narr
sommariamente le peripezie della spedizione. Moucaida lo
accompagn sulla flotta, e le sue prime parole mettendo piede
sulle navi furono: Buona fortuna! buona fortuna! Molti rubini,
molti smeraldi! Da quel momento, Moucaida fu addetto alla
spedizione in qualit d'interprete.
Siccome il re di Calicut era allora lontano dalla sua
capitale d'una quindicina di leghe, il capitam mor mand due
uomini per avvertirlo che l'ambasciatore del re di Portogallo
era giunto, e gli portava lettere del suo sovrano. Il re mand
subito un pilota incaricato di condurre le navi portoghesi nella
rada pi sicura di Pandarany e rispose che sarebbe il domani di
ritorno a Calicut.
In fatti, egli incaric il suo intendente o catual d'invitare
Gama a discendere a terra per trattare della sua ambasciata.
Non ostante le preghiere di suo fratello Paolo da Gama, che gli
rappresentava i pericoli ai quali si esponeva e quelli che la sua
morte farebbe correre alla spedizione, il capitam mor and
sulla riva, dove lo aspettava una folla immensa.
L'idea di trovarsi in mezzo a popoli cristiani era tanto
radicata in tutti i membri della spedizione, che, incontrando
una pagoda, Gama vi entr a fare le sue devozioni. Tuttavia,
uno de' suoi compagni, J uan de Saa, che la bruttezza delle
immagini dipinte sulle muraglie rendeva meno credulo, disse
ad alta voce inginocchiandosi: Se quello un diavolo, io non
intendo adorare ad ogni modo che il vero Dio! restrizione che
eccit il buon umore dell'ammiraglio.
Presso le porte della citt, la folla era ancor pi compatta.
Gama ed i Portoghesi, condotti dal catual, stentarono a
giungere al palazzo, dove il re, designato nelle relazioni col
titolo di zamorin, li aspettava con estrema impazienza.
Introdotti in sale pomposamente decorate di stoffe di seta e
di tappeti, dove ardevano squisiti profumi, i Portoghesi si
trovarono in presenza del zamorin, che era vestito d'abiti
magnifici e di gioielli preziosi, di perle e di diamanti di
straordinaria grossezza.
Il re fece servire dei rinfreschi e permise loro di sedersi,
favore prezioso in un paese in cui non si parla al sovrano che
prosternati al suolo, ed egli pass in un'altra camera per
udire in persona, come reclamava fieramente Gama, i motivi
della sua ambasciata ed il desiderio che aveva il re di
Portogallo di conchiudere con quello di Calicut un trattato di
commercio e d'alleanza. A questo discorso di Gama, il zamorin
rispose che egli sarebbe felice di considerarsi come fratello ed
amico del re Emanuele, e ch'egli manderebbe degli
ambasciatori in Portogallo per mezzo suo.
Vi sono certi proverbi che, per quanto si cambi di
latitudine, rimangono sempre veri ad un modo, e questo: I
giorni si seguono e non si rassomigliano, trov il domani il
suo avveramento a Calicut. L'entusiasmo eccitato nello spirito
del zamorin dagli abili discorsi di Gama e la speranza che
questi gli aveva fatto concepire di stabilire un commercio-
vantaggioso col Portogallo, svanirono alla vista dei doni che gli
erano destinati. Dodici pezze di panno rigato, dodici mantelli
a cappuccio di scartato, sei cappelli e quattro rami di corallo,
accompagnati da una cassa di zuccaro e quattro barili, due
pieni d'olio e due di miele, non costituivano infatti un regalo
molto splendido. A questa vista, il primo ministro dichiar
beffando che il pi povero mercante della Mecca portava doni
pi ricchi, e che giammai il re accetterebbe delle bagattelle cos
ridicole. In seguito a questo affronto, Gama and a visitare il
zamorin. Solo dopo aver aspettato un pezzo in mezzo alla folla
che si beffava di lui, egli fu introdotto innanzi al principe.
Costui gli rimprover in tono sprezzante di non aver nulla ad
offrirgli, mentre si pretendeva suddito d'un re ricco e potente.
Gama rispose con fermezza e present le lettere d'Emanuele,
che, concepite in termini lusinghieri, contenevano la promessa
formale di mandar delle mercanzie a Calicut. Il re a cui
sorrideva questa prospettiva, s'inform allora con interesse
dell'importanza dei prodotti del Portogallo, e permise a Gama
di sbarcare e di vendere le sue mercanzie.
Ma questo brusco mutamento nelle disposizioni del
zamorin non poteva convenire ai commercianti mori ed arabi,
che facevano la prosperit di Calicut. Essi non potevano veder
freddamente degli stranieri cercar di stornare a loro vantaggio
il corso del commercio rimasto per lo innanzi interamente nelle
loro mani, e risolvettero di tentar tutto per allontanare per
sempre dalle spiaggie dell'India quei concorrenti formidabili.
Loro prima cura fu di guadagnare il catual; poi, essi dipinsero
sotto i pi bui colori quegli avventurieri insaziabili, quei
ladroni sfrontati, che non cercavano se non di rendersi conto
delle forze e delle ricchezze della citt per tornar poi in gran
numero a saccheggiarla ed a trucidare chi si opponesse ai loro
disegni.
Giungendo alla rada di Pandarany, Gama non trov una
barca per condurlo alle sue navi e fu obbligato a dormire a
terra. Il catual non lo lasciava, ingegnandosi di provargli la
necessit di far avvicinare la flotta a terra, ed in seguito al
rifiuto formale dell'ammiraglio, gli dichiar ch'egli era
prigioniero. Era conoscer male la fermezza di Gama.
Delle scialuppe armate furono mandate per tentar di
sorprendere le navi, ma i Portoghesi, avvertiti segretamente dal
loro ammiraglio di quanto era avvenuto, facevano buona
guardia, e non si os spiegare apertamente la forza.
Frattanto Gama, sempre prigioniero, minacciava il catual
della collera del zamorin, che, egli credeva, non poter tradire
cos i doveri dell'ospitalit; ma vedendo che le minaccie erano
inutili, fece dono al ministro di alcune pezze di stoffa che
subito mutarono le sue disposizioni. Se i Portoghesi, diss'egli,
avessero tenuto la promessa fatta al re di sbarcare le loro
mercanzie, gi da un pezzo l'ammiraglio sarebbe di ritorno alle
sue navi. Gama mand subito l'ordine di sbarcarle, stabil un
deposito, la cui direzione fu affidata a Diego Dias, fratello
dello scopritore del capo di Buona Speranza, e pot allora
tornare a bordo.
Ma siccome i musulmani mettevano ostacolo alla vendita
delle mercanzie deprezzandole, Gama mand dallo zamorin il
suo fattore Dias a lagnarsi della perfidia dei Mori e dei cattivi
trattamenti subiti. Nel medesimo tempo, reclamava il trasporto
del suo deposito a Calicut, dove egli sperava che le mercanzie
si venderebbero pi facilmente.
La richiesta fu accolta favorevolmente e le buone relazioni
furono mantenute, non ostante le mene dei Mori, fino al 10
agosto 1498. Quel giorno, Dias and ad avvertire il zamorin
della prossima partenza di Gama, a ricordargli la sua promessa
di mandare un'ambasciata in Portogallo, ed a chiedergli un
campione di ciascuno dei prodotti del paese, che gli sarebbe
pagato colle prime mercanzie vendute dopo la partenza della
flotta, giacch gli impiegati della fattoria contavano di
rimanere a Calicut durante l'assenza di Gama.
Non solo il zamorin, spinto ancora dai trafficanti arabi,
rifiut di mantenere la promessa, ma reclam il pagamento di
600 serafini per diritto di dogana. Nel medesimo tempo, egli
faceva pigliare le mercanzie e tratteneva prigionieri gli
impiegati della fattoria.
Un simile oltraggio, un tal disprezzo del diritto delle genti
chiedevano pronta vendetta. Tuttavia Gama seppe dissimulare;
ma quando egli ricevette a bordo la visita di alcuni ricchi
mercanti, li trattenne e mand a chiedere al zamorin lo scambio
dei prigionieri.
La risposta del re essendosi fatta aspettare oltre il termine
fissato dall'Ammiraglio, egli spieg le vele ed and ad
ancorarsi a quattro leghe da Calicut. Dopo un nuovo assalto
infruttuoso degli Indiani, i due fattori tornarono a bordo, ed una
parte degli ostaggi, di cui Gama si era assicurato, furono resi.
Dias portava una lettera singolare scritta dal zamorin al re di
Portogallo sopra una foglia di palma. Noi la riproduciamo nel
suo strano laconismo, cos differente dalla pompa consueta
dello stile orientale:
Vasco da Gama, naire del tuo palazzo, venuto nel mio
paese, ci che mi ha fatto molto piacere. Nel mio regno vi ha
molta cannella, garofani e pepe, con gran numero di pietre
preziose, e quello che io desidero del tuo paese, oro, argento,
corallo e scarlatto. Addio.
Il domani, Moucaida, il Moro di Tunisi che aveva servito
d'interprete ai Portoghesi e che aveva reso loro molti servigi
nelle negoziazioni collo zamorin, venne a cercar asilo a bordo
delle navi portoghesi. Le mercanzie non essendo state portate il
giorno fissato, il capitam mor risolvette di condur seco gli
uomini che aveva trattenuto in ostaggio. Frattanto, la flotta si
trov arrestata dalla calma a poche leghe da Calicut; essa fu
allora assalita da una flottiglia di venti barche armate, che
l'artiglieria stentava a tener distanti, quando un impetuoso
uragano le costrinse a ripararsi alla costa.
L'Ammiraglio seguiva la riva del Dekkan ed aveva
permesso ad alcuni marinai di scendere a terra per cogliere dei
frutti e raccogliere della cannella, quand'egli scorse otto navi
che parevano dirigersi verso di lui. Gama richiam la sua gente
a bordo, corse incontro agli Indiani, che si affrettarono a darsi
alla fuga, non senza lasciare per altro fra le mani dei Portoghesi
una barca carica di cocco e di viveri.
Giunto all'arcipelago delle Laquedive, Gama fece spalmare
il Berrio e tirare a terra la sua propria nave per raddobbarla. I
marinai erano intenti a questo lavoro quando furono assaliti
ancora una volta, ma senza maggior successo. Essi videro
giungere il domani una persona d'una quarantina d'anni, vestita
alla moda indiana e che raccont loro in ottimo italiano che,
originario di Venezia, egli era stato condotto giovanissimo nel
paese, che era cristiano, ma nell'impossibilit di praticare la sua
religione. Godendo d'un'alta posizione presso il re della
regione, egli era stato mandato da lui per mettere a loro
disposizione tutto quanto potessero trovare di loro convenienza
nel paese. Delle offerte di servigi, cos contrarie all'accoglienza
che era stata fatta loro per lo innanzi, eccitarono i sospetti dei
Portoghesi. Essi non tardarono del resto ad apprendere che
quell'avventuriero era il capo delle barche che li avevano
assaliti la vigilia. Gli furono date allora delle staffilate finch
confessasse d'essere venuto per esaminare se fosse possibile
d'assalire la flotta con vantaggio, ed egli fin col dichiarare che
tutte le popolazioni del litorale si erano collegate per disfarsi
dei Portoghesi. Fu dunque trattenuto a bordo; i lavori vennero
affrettati, ed appena le provviste d'acqua e di viveri furono
compiute, si spiegarono le vele per tornare in Europa.
Per giungere alla costa d'Africa, la spedizione impieg tre
mesi meno tre giorni, a causa delle calme e dei venti contrari.
Durante questa lunga traversata, gli equipaggi furono
violentemente colpiti dallo scorbuto, e trenta marinai perirono.
Su ogni nave non rimanevano pi che sette od otto uomini in
istato di manovrare, e ben spesso gli ufficiali medesimi furono
obbligati a dar loro una mano. Donde io posso affermare, dice
Velilo, che se il tempo in cui vogavano attraverso quei mari si
fosse prolungato di quindici giorni, nessuno di qui vi avrebbe
navigato dopo di noi Ed i capitani avendo tenuto consiglio in
proposito, era stato risoluto, nel caso che venti simili ci
avessero a ripigliare, di tornare verso le terre dell'India e di
rifugiarvici.
Fu il 2 febbraio 1499 che i Portoghesi si trovarono
finalmente in faccia d'una gran citt della costa d'Ajan,
chiamata Magadoxo, e distante cento leghe da Melinda.
Ma Gama, temendo di veder rinnovata l'accoglienza gi
ricevuta a Mozambico, non volle arrestarvisi e fece fare,
passando in vista della citt, una scarica generale di tutta la sua
artiglieria. Pochi giorni dopo, furono scoperte le ricche e
salubri campagne di Melinda, dove si fece una fermata. Il re si
affrett subito a mandare viveri freschi ed aranci per gli
infermi. L'accoglienza fu, in una parola, delle pi simpatiche,
ed i legami d'amicizia contratti durante il primo soggiorno di
Gama furono stretti vie pi. Lo sceicco di Melinda mand per
il re di Portogallo una tromba d'avorio ed una quantit d'altri
doni; nel medesimo tempo egli preg Gama di ricevere a bordo
un giovane Moro affinch il re sapesse, da lui, quanto egli
desiderasse la sua amicizia.
I cinque giorni di riposo che i Portoghesi passarono a
Melinda diedero loro un gran sollievo; poi essi spiegarono le
vele. Poco dopo aver passato Mombaca, furono costretti ad
abbruciare il Sam Raphael, giacch gli equipaggi erano troppo
ridotti per poter manovrare tre navi. Scoprirono l'isola
Zanzibar, si ancorarono nella baia Sam Braz, ed il 20 febbraio,
in grazia d'un vento favorevole, doppiarono il capo di Buona
Speranza e si trovarono di nuovo nell'oceano Atlantico.
Colla sua continuit, la brezza sembrava voler affrettare il
ritorno dei viaggiatori. In ventisette giorni, essi erano giunti nei
paraggi dell'isola Santiago. Il 25 aprile, Nicola Coelho, che
montava il Berrio, geloso d'essere il primo a portare ad
Emanuele la notizia della scoperta delle Indie, si separ dal suo
capo senza toccare le isole del capo Verde, come era stato
convenuto, e fece vela direttamente per il Portogallo, dove
giunse il 10 luglio.
Frattanto, il disgraziato Gama era immerso nel pi
profondo dolore. Suo fratello Paolo da Gama, che aveva diviso
le sue fatiche e le sue angoscie e che stava per essere associato
alla sua gloria, moriva lentamente. A Santiago, Vasco da
Gama, tornato sopra mari noti e frequentati, affid a J oao de
Saa il comando della sua nave e noleggi una rapida caravella
per affrettare il momento in cui il suo caro infermo rivedrebbe
le spiaggie della patria.
Questa speranza and fallita, e la nave non giunse a
Terceira se non per seppellirvi il bravo e simpatico Paolo da
Gama.
Al suo ritorno, che dovette seguire nei primi giorni di
settembre, l'Ammiraglio fu accolto con feste pompose. Dei
centosessanta Portoghesi ch'egli aveva condotto seco,
cinquantacinque soltanto tornavano con lui. La perdita era
grande, sicuramente; ma che cosa era mai al paragone dei
vantaggi considerevoli che ciascuno ne aspettava? Il pubblico
non fu ingannato, e fece a Gama l'accoglienza pi entusiastica.
Quanto al re Emanuele I, egli aggiunse a' suoi propri titoli
quello di signore della conquista e della navigazione
dell'Etiopia, dell'Arabia, della Persia e delle Indie; ma aspett
pi di due anni prima di ricompensare Gama e di conferirgli il
titolo d'ammiraglio delle Indie, qualit ch'egli aveva diritto di
far precedere dalla particella dom che allora si accordava cos
difficilmente. Poi, senza dubbio per far dimenticare a Vasco da
Gama il ritardo messo nel ricompensarne i servigi, gli fece
dono di mille scudi, somma grande per quel tempo, e gli
concesse sul commercio delle Indie certi privilegi che non
dovevano tardare ad arricchirlo.
II.

Alvares Cabral Scoperta del Brasile La costa d'Africa Arrivo a
Calicut, Cochin, Cananor J oao da Nova Seconda spedizione di Gama
Il re di Cochin I cominciamenti d'Albuquerque Da Cunha
Primo assedio d'Ormuz Almeida, sue vittorie, suoi litigi con
Albuquerque Presa di Goa Assedio e presa di Malacca Seconda
spedizione contro Ormuz Ceylan Morte d'Albuquerque Destini
dell'impero portoghese alle Indie.

Il 9 marzo 1500, una flotta di tredici navi lasciava il
Rastello sotto gli ordini di Pedro Alvares Cabral; essa contava
come volontario Luiz de Camoens, che doveva illustrare nel
poema i Lusiadi il valore e lo spirito avventuroso de' suoi
compatrioti. Si sa poco di Cabral, e s'ignora del tutto che cosa
gli valesse il comando di quell'importante spedizione.
Cabral apparteneva ad una delle pi illustri famiglie del
Portogallo, e suo padre, Fernando Cabral, signore di Zurara da
Beira, era alcaide mor di Belmonte. Quanto a Pedr'Alvares, egli
aveva sposato Isabella de Castro, prima dama dell'infante dona
Maria, figlia di Giovanni III. Cabral si era fatto un nome
mediante qualche importante scoperta marittima? non vi ha
luogo a crederlo, giacch gli storici ce ne avrebbero conservato
la memoria. tuttavia difficile l'ammettere che il solo favore
gli abbia valuto il comando supremo d'una spedizione nella
quale uomini come Bartolomeo Dias, Nicola Coelho, il
compagno di Gama, Sancho de Thovar stavano sotto i suoi
ordini. Perch questa missione non era stata affidata a Gama,
tornato gi da sei mesi, ed il quale, per la cognizione dei paesi
percorsi, come pure dei costumi degli abitanti sembrava
proprio l'uomo che ci voleva? Non era egli ancora riposato
delle fatiche? Il dolore della perdita di suo fratello, morto quasi
in vista delle coste del Portogallo, lo aveva forse
profondamente colpito tanto ch'egli volesse stare in disparte? O
non sarebbe piuttosto che il re Emanuele, geloso della gloria di
Gama, non volesse fornirgli l'occasione d'accrescere la sua
rinomanza? Tutti problemi che la storia sar forse sempre
impotente a risolvere.
Si crede facilmente al compimento di ci che si desidera
vivamente. Emanuele si era immaginato che il zamorin di
Calicut non si opporrebbe allo stabilimento ne' suoi Stati di
depositi e di fattorie portoghesi, e Cabral, che recava presenti
d'una magnificenza da far dimenticare la meschinit di quelli
che Gama gli aveva presentati, aveva ordine di ottenere ch'egli
interdicesse ai Mori ogni commercio nella sua capitale. In
oltre, il nuovo capitam mor doveva offrire al re di Melinda dei
doni sontuosi e ricondurre a lui il Moro che si era imbarcato
sulla flotta di Gama. Finalmente sedici religiosi, imbarcati sulla
flotta, dovevano andare a spargere nelle lontane regioni
dell'Asia la cognizione del Vangelo.
Dopo tredici giorni di navigazione, la flotta aveva passate
le isole del capo Verde, quando si vide che la nave comandata
da Vasco d'Attaide non camminava pi di conserva. Si stette
qualche tempo in panna per aspettarla, ma fu invano, e le
dodici altre navi proseguirono la navigazione in pieno mare e
non pi di capo in capo sulle spiaggie dell'Africa, come fino
allora era stato fatto. Cabral sperava di evitare cos le calme
che avevano ritardato le spedizioni precedenti nel golfo di
Guinea. Fors'anche il capitam mor, che doveva essere al fatto,
come tutti i suoi compatrioti, delle scoperte di Cristoforo
Colombo, aveva la segreta speranza di giungere cacciandosi
nell'ovest a qualche regione sfuggita al gran navigante?
Sia che bisogni attribuire questo fatto all'uragano od a
qualche disegno occulto, certo che la flotta era fuori della
strada da seguire per doppiare il capo di Buona Speranza,
quando, il 22 aprile, fu scoperta un'alta montagna, e poco stante
una lunga serie di coste che ricevette il nome di Vera Cruz,
nome barattato pi tardi con quello di Santa Cruz. Era il
Brasile, ed il luogo medesimo dove sorge oggi il Porto Seguro.
Fin dal 28, dopo un'abile ricognizione del litorale fatta da
Coelho, i marinai portoghesi si accostavano alla terra
americana e notavano una dolcezza di temperatura ed
un'esuberanza di vegetazione che si lasciava addietro di molto
tutto quanto avevano visto sulle coste d'Africa o di Alalabar.
Gli indigeni, quasi interamente nudi, portando sul pugno
un pappagallo addomesticato, alla maniera in cui i signori
d'Europa tenevano i falchi od i girifalchi, si aggruppavano
curiosamente intorno ai nuovi sbarcati, senza dare il minimo
segno di terrore. La domenica di Pasqua, 26 aprile, fu celebrata
la messa a terra innanzi agli Indiani, il cui silenzio e l'attitudine
rispettosa fecero l'ammirazione dei Portoghesi. Il 1 maggio,
una gran croce ed un padrao furono piantati sulla spiaggia, e
Cabral prese solennemente possesso del paese in nome del re di
Portogallo. Sua prima cura, appena compiuta questa formalit,
fu di mandare a Lisbona Gaspare di Lemos per annunciare la
scoperta di quella ricca e fertile regione. Lemos portava nello
stesso tempo il racconto della spedizione, scritto da Pedro Vaz
de Caminha, ed un importante documento astronomico dovuto
a mastro J oao, che riferiva senza dubbio la posizione della
nuova conquista. Prima di partire per l'Asia, Cabral sbarc due
malfattori che incaric d'informarsi delle ricchezze del paese,
come pure dei costumi e delle usanze degli abitanti.
Queste precauzioni cos savie, cos piene di previdenza,
dimostravano altamente la prudenza e la sagacia di Cabral.
Fu il 2 maggio che la flotta perdette di vista le terre del
Brasile. Tutti, allegri del lieto incominciamento del viaggio,
credevano ad un facile e rapido successo, quando l'apparizione
per otto giorni consecutivi d'una splendida cometa venne a
colpir di terrore quegli spiriti ignoranti ed ingenui, che videro
in ci qualche funesto presagio. Gli avvenimenti dovevano
questa volta dar ragione alla superstizione.
Sorse un'orribile tempesta, onde alte al pari di montagne si
rovesciarono addosso alle navi, mentre il vento soffiava
rabbioso e la pioggia cadeva di continuo. Quando il sole
riusciva a trapassare la fitta cortina di nuvole che intercettava
quasi del tutto la sua luce, era per rischiarare un orribile
quadro. Il mare sembrava nero e pantanoso, gran macchie d'un
bianco livido ne tingevano le onde dalle creste schiumose, e,
durante la notte, bagliori fosforici, solcando l'immensa pianura
umida, segnavano con una traccia di fuoco la scia delle navi.
Per ventidue giorni, senza tregua ne merc, gli elementi in
furore continuarono a sbattere le navi portoghesi. I marinai
spaventati, giunti al colmo della prostrazione, dopo d'aver
esaurito invano le preghiere ed i voti, non obbedivano pi che
per abitudine ai comandi degli ufficiali. Essi avevano fatto fin
dal primo giorno il sacrificio della vita e si aspettavano da un
momento all'altro d'essere sommersi.
Quando la luce torn finalmente, quando i fiotti si
quetarono, ogni equipaggio, credendo d'essere il solo a
sopravvivere, gett gli occhi sul mare e cerc i compagni. Tre
navi si ritrovarono con una gioia che fu presto abbattuta dalla
triste realt. Otto navi mancavano; quattro erano state
inghiottite da una tromba gigantesca durante gli ultimi giorni
dell'uragano. Una di esse era comandata da Bartolomeo Dias,
che primo aveva scoperto il capo di Buona Speranza. Egli era
stato sommerso da quei flotti omicidi, difensori, come dice
Camoens, dell'impero d'Oriente, contro i popoli dell'Ovest, che
da tanti secoli ne bramavano le meravigliose ricchezze.
Durante questa serie d'uragani, il Capo era stato doppiato, e si
era vicinialle coste d'Africa. Il 20 luglio, fu segnalato
Mozambico. I Mori fecero prova questa volta di disposizioni
pi favorevoli che non al tempo del viaggio di Gama, e
fornirono ai Portoghesi dei piloti che li condussero a Quiloa,
isola famosa per il commercio della polvere d'oro che faceva
con Solala. Col, Cabral ritrov due delle sue navi che un
colpo di vento vi aveva gettato, e dopo d'aver fatto fallire con
una pronta partenza un complotto che aveva per iscopo di
trucidare tutti gli Europei, giunse senza disgustosi incidenti a
Melinda.
Il soggiorno della flotta in questo porto fu occasione di
feste e di allegrie innumerevoli, e poco stante, approvigionate,
raddobbate, munite d'eccellenti piloti, le navi portoghesi
partirono per Calicut, dove giunsero il 13 dicembre 1509.
Questa volta, in grazia della potenza del loro armamento e
della ricchezza dei doni offerti allo zamorin, l'accoglienza fu
diversa, e quel principe versatile acconsent a tutto quanto
Cabral reclamava: privilegio esclusivo del commercio degli
aromi e delle spezie e diritto di presa sulle navi che
infrangessero questa prescrizione. Per qualche tempo, i Mori
dissimularono il malcontento; ma quando ebbero ben
esasperata la popolazione contro gli stranieri, si precipitarono,
ad un dato segnale, nella fattoria diretta da Ayrs Correa e
trucidarono una cinquantina di Portoghesi.
La vendetta non si fece aspettare. Dieci navi, ancorate nel
porto, furono prese, saccheggiate, arse sotto gli occhi degli
Indiani, impotenti ad opporvisi, e la citt, bombardata, fu
mezzo seppellita sotto le rovine.
Poi Cabral, continuando l'esplorazione della costa di
Malabar, giunse a Cochin, il cui radjah, vassallo del zamorin, si
affrett a far alleanza coi Portoghesi e colse con premura
quell'occasione di dichiararsi indipendente.
Bench la sua flotta fosse gi riccamente caricata, Cabral
visit ancora Cananor, dove conchiuse un trattato d'alleanza col
radjah del paese; poi, impaziente di tornare in Europa, spieg le
vele.
Costeggiando la spiaggia dell'Africa, bagnata dal mar delle
Indie, egli scopri Sofala, che era sfuggita alle ricerche di Gama,
e rientr, il 13 luglio 1501, a Lisbona, dove ebbe il piacere di
trovare le ultime due navi che credeva perdute.
Si ama credere ch'egli abbia ricevuto l'accoglienza che
meritavano gli importanti risultati ottenuti in questa
memorabile spedizione. Se gli storici contemporanei tacciono i
particolari della sua esistenza dopo il ritorno, ricerche affatto
moderne hanno fatto trovare la sua tomba a Santarem, e
fortunate scoperte del signor Ferdinando Denis hanno provato
ch'egli ricevette, al pari di Vasco da Gama, il titolo di dom, in
ricompensa de' suoi gloriosi servigi.
Mentre egli tornava in Europa, Alvares Cabral avrebbe
potuto incontrare una flotta di quattro navi, sotto il comando di
J oao da Nova che il re Emanuele mandava per dare una nuova
spinta alle relazioni commerciali che Cabral aveva dovuto
stabilire alle Indie. Questa spedizione doppi senza danno il
capo di Buona Speranza, scopr, tra Mozambico e Quiloa,
un'isola ignota, che ricevette il nome del comandante, e giunse
a Melinda, dove apprese gli avvenimenti accaduti a Calicut.
Da Nova non disponeva di forze tali da poter andare a
castigare il zamorin. Non volendo arrischiare di compromettere
con uno scacco il prestigio delle armi portoghesi, si diresse
verso Cochin e Cananor, i cui re, tributari dello zamorin,
avevano fatto alleanza con Alvares Cabral. Egli aveva gi
caricato sulle sue navi mille quintali di pepe, cinquanta di
ginepro e quattrocentocinquanta di cannella, quando fu
avvertito che una gran flotta, che pareva venire da Calicut, si
avanzava con disposizioni ostili. Se da Nova si era finora
curato pi del commercio che della guerra, non si mostr, in
quest'occasione difficile, meno ardito e meno coraggioso dei
suoi predecessori. Egli accett il combattimento, non ostante la
superiorit apparente degli Indiani, e, in grazia delle abili
disposizioni che seppe prendere, in grazia della potenza della
sua artiglieria, disperse, prese o col a fondo le navi nemiche.
Forse avrebbe dovuto approfittare del terrore che la sua
vittoria aveva gettato su tutta la costa e dello sfinimento
momentaneo delle forze dei Mori per fare un gran colpo
impadronendosi di Calicut?
Ma noi siamo troppo lontani dagli avvenimenti, ne
conosciamo troppo poco i particolari per apprezzare con
imparzialit le ragioni che indussero da Nova a tornare
immediatamente in Europa.
Fu in quest'ultima parte del viaggio ch'egli scopr, in
mezzo all'Atlantico, l'isoletta di Sant'Elena. Una curiosa
leggenda annessa a questa scoperta. Un certo Fernando
Lopez, che aveva seguito Grama alle Indie, aveva dovuto, per
sposare un'Indiana, rinunciare al cristianesimo e farsi
maomettano. Al passaggio di da Nova, sia ch'egli ne avesse
abbastanza della moglie o della religione, domand di essere
rimpatriato e riprese l'antico culto. Quando fu visitata
Sant'Elena, Lopez, per obbedire ad un'idea improvvisa ch'egli
prese per un'ispirazione del cielo, chiese d'esservi sbarcato per
espiare, diceva egli, la sua detestabile apostasia e correggerla
dedicandosi all'umanit. Il suo volere parve cos saldo, che da
Nova dovette consentirvi, e gli lasci, com'egli chiedeva, delle
sementi di frutta e di legumi. Dobbiamo aggiungere che quello
strano eremita, per quattro anni, lavor a dissodare ed a piantar
l'isola con tanta fortuna, che le navi vi trovarono presto di che
approvigionarsi durante la lunga traversata dall'Europa al capo
di Buona Speranza.
Le spedizioni successive di Gama, di Cabral e di da Nova
avevano provato all'evidenza che non bisognava far
assegnamento sopra un commercio non interrotto, n sopra un
baratto continuo di mercanzie colle popolazioni della costa di
Malabar, che si erano ogni volta alleate contro i Portoghesi, fin
tanto che non si rispettasse la loro indipendenza e la loro
libert. Quel commercio che esse rifiutavano cos
energicamente di fare cogli Europei, bisognava imporlo, e
perci, fondare stabilimenti militari permanenti, capaci di
tenere in rispetto i malcontenti, ed anche, al bisogno,
d'impadronirsi del paese.
Ma a chi affidare una missione cos importante? La scelta
non poteva essere dubbia, e Vasco da Gama fu, all'unanimit,
designato per assumere il comando del formidabile armamento
che si preparava.
Sotto il suo comando immediato, Vasco aveva dieci navi;
il suo secondo fratello o cugino, Stefano da Gama, e Vincenzo
Sadres ne avevano ciascuno cinque sotto i loro ordini, ma essi
dovevano riconoscere Vasco da Gama per capo supremo.
Le cerimonie che precedettero la partenza da Lisbona
ebbero un carattere singolarmente grave e solenne. Il re
Emanuele, seguito da tutta la sua corte, si rec alla cattedrale in
mezzo ad una folla immensa, invoc le benedizioni del cielo su
quella spedizione allo stesso tempo religiosa e militare, e
l'arcivescovo medesimo benedisse lo stendardo che fu
consegnato a Gama. Prima cura dell'ammiraglio fu di recarsi a
Sofala ed a Mozambico, citt di cui aveva avuto a lamentarsi
durante il suo primo viaggio. Desideroso di crearsi dei porti di
fermata e d'approvigionamento, egli vi pose dei depositi e vi
gett le prime fondamenta di alcune fortezze. Egli impose pure
allo sceicco di Quiloa un importante tributo, poi spieg le vele
per la costa dell'Indostan.
Era all'altezza di Cananor, quando vide, il 3 ottobre 1502,
una nave di grosso tonnellaggio che gli parve carica
riccamente. Era il Merii, che riconduceva dalla Mecca un gran
numero di pellegrini venuti da tutte le regioni dell'Asia. Gama
l'assal senza provocazione, se ne impadron e pose a morte pi
di trecento uomini che la montavano. Venti fanciulli soltanto
furono salvati e condotti a Lisbona, dove, battezzati, presero
servizio negli eserciti del Portogallo. Questa spaventevole
carneficina, del resto consentanea alle idee del tempo, doveva,
secondo Gama, gettar il terrore nello spirito degli Indiani; ma
non fu cos. L'odiosa crudelt, assolutamente inutile, ha
impresso una macchia sanguinosa sulla fama fino allora illibata
del grande ammiraglio.
Appena arrivato a Cananor, Gama ottenne dal radjah un
colloquio, nel quale ricevette la facolt di stabilire un deposito
e di costrurre un forte; nello stesso tempo fu conchiuso un
trattato d'alleanza offensiva e difensiva. Dopo d'aver messo
all'opera gli operai ed installato il suo fattore, l'ammiraglio
spieg le vele per Calicut, dov'egli intendeva di chieder conto
allo zamorin della sua slealt come pure della strage dei
Portoghesi sorpresi nella fattoria.
Bench avesse appreso l'arrivo alle Indie de' suoi
formidabili nemici, il radjah di Calicut non aveva preso alcuna
precauzione militare. Perci quando Gama si present innanzi
alla citt, pot impadronirsi, senza trovar resistenza, delle navi
ancorate nel porto e fare un centinaio di prigionieri; poi
concesse allo zamorin un termine di quattro giorni per dar
soddisfazione ai Portoghesi della strage di Correa, e per pagare
il valore delle mercanzie che erano state saccheggiate in
quell'occasione.
Il termine accordato era spirato appena e gi i corpi di
cinquanta prigionieri si dondolavano ai pennoni delle navi,
dove rimasero esposti alla vista della citt tutta la giornata.
Venuta la sera, i piedi e le mani di quelle vittime espiatorie
furono mozzati e portati a terra con una lettera dell'Ammiraglio
annunziante che la sua vendetta non si limiterebbe a questo
supplizio.
In fatti, col favor della notte, le navi misero in panna a
breve distanza dalla citt e la cannoneggiarono per tre giorni.
Non si sapr mai qual fosse il numero delle vittime, ma dovette
esser grande. Senza contare quelli che caddero sotto le scariche
dell'artiglieria e della moschetteria, gran numero d'Indiani
furono sepolti sotto le rovine degli edifiz o arsi nell'incendio
che distrusse una parte di Calicut. Il radjah era stato uno dei
primi a fuggire la sua capitale, e buon per lui, giacch il suo
palazzo fu nel numero degli edifiz demoliti.
In fine, soddisfatto d'aver trasformato in un mucchio di
rottami quella citt poco prima tanto ricca e popolosa,
giudicando sazia la propria vendetta e pensando che la lezione
dovesse profittare, lasciato innanzi al porto per continuarne il
blocco Vincenzo Sodres con alcune navi, Gama ripigli la via
di Cochin.
Triumpara, sovrano di quella citt, gli apprese ch'egli era
stato vivamente sollecitato dallo zamorin d'approfittare della
fiducia che i Portoghesi avevano in lui per impadronirsi d'essi
per sorpresa, e l'Ammiraglio, per ricompensare quella lealt
che esponeva il suo alleato all'inimicizia del radjah di Calicut,
gli diede, partendo per Lisbona con un ricco carico, alcune navi
che dovevano permettergli d'aspettare al sicuro l'arrivo di una
nuova squadra.
L'unico incidente che segnal il ritorno di Gama in Europa,
dove giunse il 20 dicembre 1503, era stata la disfatta d'una
nuova flotta malabara.
Stavolta ancora i servigi eminenti che quel grand'uomo
aveva resi alla sua patria furono disconosciuti, o meglio non
furono apprezzati come meritavano. Egli, che aveva gettato le
basi dell'impero coloniale portoghese nelle Indie, ebbe bisogno
delle sollecitazioni del duca di Braganza per ottenere il titolo di
conte di Vidigueyra, e rimase ventun anno senza essere
impiegato. Esempio d'ingratitudine troppo frequente, ma che
bene stigmatizzare.
Appena Vasco da Gama ebbe ripreso la via d'Europa, lo
zamorin sempre spinto dai musulmani, che vedevano la loro
potenza commerciale ogni giorno pi compromessa, radun i
suoi alleati a Pani, collo scopo d'assalire il re di Cochin e di
punirlo dei soccorsi e dei consigli ch'egli aveva dato ai
Portoghesi. In questa circostanza la fedelt del disgraziato
radjah fu posta a dura prova. Assediato nella sua capitale da
forze grandi, egli si vide ad un tratto privo del soccorso di
coloro per i quali tuttavia si era cacciato in quell'avventura.
Sodres ed alcuni de' suoi capitani, disertando il posto in cui
l'onore e la riconoscenza comandavano loro di morire, se fosse
stato necessario, abbandonarono Triumpara per andare ad
incrociare nei paraggi d'Ormuz ed all'ingresso del mar Rosso,
dove contavano che i pellegrini annuali della Mecca farebbero
cadere nelle loro mani qualche ricco bottino. Invano il fattore
portoghese rimprover loro l'indegnit di tale condotta; essi
partirono in fretta per evitare tali censure che davano loro noia.
A breve andare il re di Cochin, tradito da certi suoi nairi
che lo zamorin si era guadagnati, vide la sua capitale presa
d'assalto e dovette rifugiarsi, coi Portoghesi che gli erano
rimasti fedeli, sopra una rupe inaccessibile dell'isoletta di
Viopia. Quand'egli fu ridotto alle ultime estremit, lo zamorin
gli mand un messo che gli promise, in nome del suo padrone,
la dimenticanza ed il perdono s'egli voleva consegnare i
Portoghesi. Ma Triumpara, di cui non si potrebbe esaltare
abbastanza la fedelt, rispose che lo zamorin poteva usare dei
diritti della sua vittoria; ch'egli non ignorava di quali pericoli
fosse minacciato, ma che non era in potere di nessun uomo il
renderlo traditore e spergiuro. Non si poteva rispondere pi
nobilmente all'abbandono ed alla vigliaccheria di Sodres.
Costui giungeva allo stretto di Bab-el-Mandeb, quando, in
uno spaventevole uragano, per con suo fratello, la cui nave fu
rotta contro gli scogli, ed i superstiti, vedendo in questo
avvenimento una punizione provvidenziale della loro condotta,
ripresero, facendo forza di vele, la via di Cochin. Trattenuti dai
venti alle isole Laquedive, si videro raggiunti da una nuova
squadra portoghese, sotto il comando di Francisco
d'AIbuquerque. Costui aveva lasciato Lisbona quasi nel
medesimo tempo di suo cugino Alfonso, il pi gran capitano
del tempo, che, sotto il titolo di capitam mor, era partito da
Belem al principio d'aprile 1503.
L'arrivo di Francisco d'Albuquerque ristabil i negozi dei
Portoghesi, cos gravemente compromessi dalla colpa di
Sodres, e salv nel medesimo tempo il loro unico e fedele
alleato Triumpara. Gli assedianti fuggirono, senza cercar di
resistere, alla vista della squadra dei Portoghesi, e costoro,
avvalorati dalle truppe del re di Cochin, saccheggiarono la
costa di Malabar. In seguito a questi avvenimenti, Triumpara
permise a' suoi alleati di costrurre una seconda fortezza ne'suoi
Stati e diede loro facolt di aumentare il numero e l'importanza
dei depositi. in questo momento che giunse Alfonso
d'Albuquerque, colui che doveva essere il vero creatore della
potenza portoghese alle Indie. Dias, Cabral, Gama avevano
preparato le vie, ma Albuquerque fu il gran capitano dalle
grandi concezioni, che seppe determinare quali fossero le citt
principali di cui bisognava impadronirsi per stabilire
saldamente la dominazione portoghese; e per, tutto quanto si
riferisce alla storia di questo gran genio colonizzatore di
grandissimo interesse, e noi diremo qualche parola della sua
famiglia, della sua educazione, delle sue prime imprese.
Alfonso d'Alboquerque o d'Albuquerque nacque nel 1453
a sei leghe da Lisbona, in Alhandra. Per parte del padre,
Gonfialo de Albuquerque, signore di Villaverde, egli
discendeva, in modo illegittimo, vero, dal re Diniz; per parte
d madre, dai Menezes, i grandi esploratori. Allevato alla corte
di Alfonso V, vi ricevette un'educazione tanto estesa quanto
permetteva il tempo. Egli studi segnatamente grandi scrittori
dell'antichit, il che si riconosce dalla grandiosit e dalla
precisione del suo stile, e le matematiche, di cui seppe tutto
quanto si sapeva a' suoi giorni. Dopo un soggiorno di molti
anni in Africa, nella citt d'Arzila, caduta in potere d'Alfonso
V, egli torn in. Portogallo e fu nominato gran scudiero di
Giovanni II, il cui unico pensiero era di estendere di l dai mari
il nome e la potenza del Portogallo. evidentemente alla
compagnia assidua del re, imposta dai doveri della sua carica,
che Albuquerque dovette di vedere il suo spirito rivolto agli
studi geografici e ch'egli pens ai mezzi di dare alla sua patria
l'impero delle Indie. Egli aveva preso parte alla spedizione
mandata per soccorrere il re di Napoli contro una scorreria dei
Turchi, e, nel 1489, era stato incaricato di difendere ed
approvigionare la fortezza di Graciosa, sulle coste di Larache.
Non abbisognarono che pochi giorni ad Alfonso
d'Albuquerque per rendersi conto della situazione; egli
comprese che, per potersi sviluppare, il commercio portoghese
doveva appoggiarsi alle conquiste. Ma la sua prima intrapresa
fu proporzionata alla debolezza dei mezzi di cui poteva
disporre; egli assedi Raphelim, di cui voleva fare una piazza
d'armi per i suoi compatrioti, poi fece egli medesimo, con due
navi, una ricognizione delle coste dell'Indostan. Assalito
all'improvviso per terra e per mare, egli stava per soccombere,
quando l'arrivo di suo cugino Francisco rialz le sorti del
combattimento, e cagion la fuga dell'esercito dello zamorin.
L'importanza di questa vittoria fu grande; essa procur ai
vincitori un immenso bottino ed un gran numero di pietre
preziose, il che non era certamente fatto per eccitare la
bramosia portoghese; nel medesimo tempo essa conferm
Albuquerque nei suoi disegni, per l'esecuzione dei quali aveva
bisogno del consenso del re e di maggiori mezzi. Egli part
dunque per Lisbona, dove giunse nel luglio 1504.
In questo medesimo anno, il re Emanuele, volendo fondare
alle Indie un governo regolare, aveva nominato vicer Tristan
da Cunha, ma costui, diventato momentaneamente cieco, aveva
dovuto rassegnare le sue funzioni prima d'averle esercitate. La
scelta del re era allora caduta su Francisco d'Almeida, che part
nel 1505 con suo figlio. Vedremo fra poco quali fossero i
mezzi ch'egli credette di dover impiegare per ottenere il trionfo
dei suoi compatrioti.
Il 6 marzo 1506, sedici navi lasciavano Lisbona sotto il
comando di Tristan da Cunha, allora guarito. Con lui partiva
Alfonso d'Albuquerque, portando senza saperlo la sua patente
di vicer dell'India. Egli non doveva aprire la busta suggellata
che gli era stata consegnata se non in capo a tre anni, quando
Almeida fosse al termine della sua missione.
Questa numerosa flotta, dopo d'essersi fermata alle isole
del capo Verde e d'aver riconosciuto il capo Sant'Agostino, al
Brasile, si cacci risolutamente nelle regioni inesplorate del
sud dell'Atlantico, cos profondamente, dicono gli antichi
cronisti, che molti marinai, vestiti troppo leggermente,
morirono di freddo, mentre gli altri stentavano a fare le
manovre. A 37 8' di latitudine sud ed a 14 21' di longitudine
ovest da Cunha scopr tre isolette disabitate, la pi grande delle
quali porta ancora il suo nome. Una tempesta gl'imped di
sbarcarvi e disperdette cos interamente la sua flotta, che egli
non pot riunire le sue navi se non a Mozambico.
Risalendo quella costa d'Africa, riconobbe l'isola di
Madagascar o di San Loreno, che era stata scoperta da Soares
alla testa d'una flotta di otto navi che d'Almeida rimandava in
Europa, ma egli non credette di dovervi fondare stabilimenti.
Dopo d'aver svernato a Mozambico, sbarc a Melinda tre
ambasciatori che, per l'interno del continente, dovevano recarsi
in Abissinia; poi si ancor a Brava, di cui Coutinho, uno de'
suoi luogotenenti, non pot ottenere la sottomissione. I
Portoghesi assediarono allora quella citt, che resistette
eroicamente, ma che dovette soggiacere in grazia del coraggio
e dell'armamento perfezionato de' suoi avversari.
A Magadoxo, sempre sulla costa d'Africa, da Cunha cerc,
ma invano, d'imporre la sua autorit. La forza della citt, la cui
popolazione numerosa si mostr molto risoluta, come pure
l'avvicinarsi dell'inverno, lo costrinsero a levar l'assedio. Egli
rivolse allora le armi contro l'isola di Socotora, all'ingresso del
golfo d'Aden, di cui prese la fortezza. Tutta la guarnigione fu
passata a fil di spada; non fu risparmiato che un vecchio
soldato cieco che era stato scoperto nascosto in un pozzo. A chi
gli domandava come mai vi era potuto scendere, egli aveva
risposto: I ciechi non vedono se non la via che conduce alla
libert.
A Socotora i due capi portoghesi costrussero il forte di
Coeo, destinato, nella mente d'Albuquerque, a comandare il
golfo d'Aden ed il mar Rosso per il passo di Bab-el-Mandeb; a
tagliare, per conseguenza, una delle linee di navigazione pi
seguite da Venezia alle Indie.
col che da Cunha e d'Albuquerque si separarono; il
primo si recava alle Indie per pigliarvi un carico di spezie; il
secondo, ufficialmente rivestito del titolo di capitam mor e
tutto dedito al compimento de' suoi gran disegni, part il 10
agosto 1507 per Ormuz, lasciando nella nuova fortezza suo
nipote, Alfonso di Noronha. Successivamente, e come per farsi
la mano, egli prese Calavate, dove si trovavano immense
provviste, Cariate e Mascate, che abbandon al saccheggio,
all'incendio ed alla distruzione, per vendicarsi d'una serie di
tradimenti ben spiegabili per chi conosce la doppiezza di quelle
popolazioni.
Il trionfo riportato a Mascate, per quanto fosse importante,
non bastava ad Albuquerque. Egli aveva altri disegni pi
grandiosi, la cui esecuzione fu gravemente compromessa dalla
gelosia dei capitani sotto suoi ordini, e segnatamente di J oao
da Nova, che voleva abbandonare il suo capo e che
Albuquerque dov andare ad arrestare sulla sua propria nave.
Dopo d'aver messo ordine a questi tentativi di disobbedienza e
di ribellione, il capitam mor si rec ad Orfacate, che fu presa
dopo una resistenza abbastanza vigorosa.
Cosa bizzarra, da un pezzo Albuquerque sentiva parlare
d'Ormuz, ma ne ignorava ancora la posizione. Egli sapeva che
questa citt serviva di deposito a tutte le mercanzie che
passavano dall'Asia in Europa. La sua ricchezza e la sua
potenza, il numero de' suoi abitanti, la bellezza de' suoi
monumenti erano allora celebrati in tutto l'Oriente, tanto che si
diceva comunemente: Se il mondo un anello, Ormuz ne la
gemma.
Ora, Albuquerque aveva risoluto d'impadronirsene, non
solo perch essa era una preda desiderabile, ma anche perch
comandava tutto il golfo Persico, la seconda delle gran vie del
commercio tra l'Oriente e l'Occidente. Senza rivelar nulla ai
capitani della sua flotta, che si sarebbero senza dubbio ribellati
al pensiero d'assalire una citt tanto forte, capitale d'un potente
impero, Albuquerque fece loro doppiare il capo Mocendon, e la
flotta entr poco stante nello stretto d'Ormuz, porta del golfo
Persico, dove si vide schierarsi in tutta la sua magnificenza una
citt animata, costrutta sopra un'isola rocciosa, il cui porto
conteneva una flotta pi numerosa di quanto si poteva
sospettare da principio, protetta da un'artiglieria formidabile e
da un esercito che non contava meno di quindici a ventimila
uomini.
A questa vista, i capitani rivolsero al capitam mor vive
istanze sul pericolo che vi era nell'assalire una citt cos ben
armata, e fecero valere l'influenza disastrosa che poteva avere
uno scacco. A quei discorsi, Albuquerque rispose che in fatti
era un gran negozio, ma che era troppo tardi per dare indietro
e che aveva pi bisogno di coraggio, non di consigli.
Appena l'ncora ebbe toccato il fondo, Albuquerque faceva
il suo ultimatum. Sebbene egli non avesse sotto i propri ordini
che delle forze sproporzionate, il capitani mor esigeva
imperiosamente che Ormuz riconoscesse la sovranit del re di
Portogallo e si sottomettesse al suo inviato, se non voleva
essere trattata al pari di Mascate.
Il re Seif-Ed-din, che regnava allora sopra Ormuz, era
ancora fanciullo. Il suo primo ministro Kodja-Atar,
diplomatico abile ed astuto, governava in suo nome.
Senza respingere in massima le pretese di Albuquerque, il
primo ministro volle guadagnar tempo tanto da permettere a'
suoi contingenti di giungere in soccorso della capitale; ma
l'Ammiraglio, indovinandone il disegno, non tem, in capo a
tre giorni d'aspettazione, d'assalire con cinque navi e la Flor de
la Mar, la pi bella e pi gran nave del tempo, la flotta
formidabile riunita sotto il cannone d'Ormuz.
Il combattimento fu sanguinoso e lungamente incerto; ma
quando videro la fortuna volgere contro di loro, i Mori
abbandonarono le navi e cercarono di giungere alla costa a
nuoto. I Portoghesi, balzando allora nelle scialuppe, li
inseguirono vigorosamente e ne fecero una spaventevole
carneficina.
Albuquerque volse poi i suoi sforzi contro una gran diga di
legno, difesa da una numerosa artiglieria e da arcieri, le cui
freccie, abilmente dirette, ferirono molti Portoghesi ed il
generale medesimo, il che non gli imped di sbarcare e d'andare
ad ardere i sobborghi della citt. Convinti che la resistenza era
impossibile, e che la loro capitale correva rischio d'essere
distrutta, i Mori inalberarono la bandiera bianca e
sottoscrissero un trattato pel quale Seif-Ed-din si riconosceva
vassallo del re Emanuele, impegnandosi a pagargli un tributo
annuo di 15,000 serafini o xarafin, e concedeva ai vincitori
l'area d'una fortezza che, non ostante la ripugnanza e le
recriminazioni dei capitani portoghesi, fu presto in grado di
resistere.
Disgraziatamente, dei disertori portarono a breve andare
questi dissentimenti colpevoli a cognizione di Kodja-Atar, che
ne profitt per sottrarsi con diversi pretesti all'esecuzione degli
articoli del nuovo trattato. Alcuni giorni dopo, J oao da Nova e
due altri capitani, gelosi dei successi d'Albuquerque,
calpestando l'onore, la disciplina ed il patriotismo, lo
abbandonarono per recarsi alle Indie; egli medesimo si vide
costretto da questo vigliacco abbandono a ritirarsi senza poter
nemmeno serbare la fortezza che aveva costrutta con tanta
cura.
Egli si rec allora a Socotora, la cui guarnigione aveva
bisogno di soccorsi, torn ad incrociare innanzi ad Ormuz, ma
giudicandosi tuttavia impotente ad intraprendere checchessia,
si ritir temporaneamente a Goa, dove giunse alla fine del
1508.
Che era accaduto alla costa di Malabar durante questa
lunga ed avventurosa campagna? Noi lo compendieremo in
poche linee.
Convien ricordare che Almeida era partito da Belem, nel
1505, con una flotta di ventidue navi a vela portanti
millecinquecento uomini armati. Dapprima s'impadron di
Quiloa, poi di Mombaca, i cui cavalieri, come gli abitanti si
piacevano a ripetere, non si arresero facilmente quanto le
galline di Quiloa. Dell'immenso bottino che venne tra le mani
dei Portoghesi, Almeida non pigli che una freccia per sua
parte, dando cos un raro esempio di disinteresse.
Dopo d'essersi fermato a Melinda, egli giunse a Cochin,
dove consegn al radjah la corona d'oro che Emanuele gli
mandava, pigliando per s, con quella presuntuosa vanit di cui
diede tante prove, il titolo di vicer.
Poi, essendo andato a fondare a Sofala una fortezza
destinata a tener in rispetto i musulmani di quella costa,
Almeida e suo tglio corsero i mari dell'India, distruggendo le
flotte malabare, impadronendosi delle navi mercantili, e
facendo un danno incalcolabile al nemico, di cui intercettavano
cos le antiche vie.
Ma, per fare questa guerra di crociera, era necessaria una
flotta numerosa insieme e leggiera, giacch essa non aveva, sul
litorale asiatico, altro porto di rifugio che Cochin. Quanto era
preferibile il sistema di Albuquerque, che, collo stabilirsi nel
paese in modo permanente, creando da per tutto fortezze,
impadronendosi delle citt pi potenti da cui era facile
diramarsi nell'interno del paese, rendendosi padrone delle
chiavi degli stretti, si assicurava con pericoli molto minori e
con maggior saldezza il monopolio del commercio dell'India!
Frattanto, le vittorie d'Almeida, le conquiste
d'Albuquerque avevano profondamente inquietato il sudan
d'Egitto. La via d'Alessandria abbandonata, era una gran
diminuzione nella rendita delle imposte e dei diritti di dogana,
d'ancoraggio e di transito che colpivano le mercanzie asiatiche
attraversanti i suoi Stati. Perci, col concorso dei Veneziani,
che gli fornirono il legname da costruzione necessario ed abili
marinai, egli arm una squadra di dodici navi d'alto bordo, che
venne a cercare fin presso a Cochin la flotta di Lorenco
d'Almeida e la disfece in un sanguinoso combattimento nel
quale costui fu ucciso.
Se il dolore del vicer fu grande alla triste notizia, almeno
egli non ne lasci apparir nulla e pose tutto in opera per
vendicarsi prontamente dei Roumis, battesimo sotto il quale
traspare il lungo terrore cagionato dal nome dei Romani e
comune allora sulla costa di Malabar a tutti i soldati musulmani
venuti da Bisanzio. Con diciannove vele Almeida si rec
dapprima innanzi al porto in cui suo figlio era stato ucciso e
riport una gran vittoria, imbrattata, bisogna confessarlo, da
cos spaventevoli crudelt, che fu presto la moda di dire:
Possa la collera dei Frangui cader su di te come caduta su
Dabul. Non contento di questa prima riuscita, Almeida
distrusse poche settimane dopo innanzi a Diu le forze riunite
del sudan d'Egitto e del radjah di Calicut.
Questa vittoria ebbe un eco prodigioso in India, e mise fine
alla potenza dei Mahumetistes d'Egitto.
J oao da Nova ed i capitani che avevano abbandonato
Albuquerque innanzi ad Ormuz, si erano allora decisi a
raggiungere Almeida; essi avevano spiegato la disobbedienza
con calunnie, in seguito alle quali erano state incominciate
contro Albuquerque delle informazioni giudiziarie, quando il
vicer ricevette la notizia d'essere sostituito da quest'ultimo.
Dapprincipio Almeida aveva dichiarato che bisognava obbedire
alla decisione sovrana; ma, influenzato dai traditori che
temevano di vedersi severamente puniti quando l'autorit fosse
passata nelle mani d'Albuquerque, egli si rec a Cochin, nel
mese di marzo 1509, colla ferma determinazione di non
rimettere il comando al successore. Ti furono fra questi due
grand'uomini disgustosi contrasti, in cui tutto il torto spettava
ad Almeida, ed Albuquerque era sul punto d'essere rimandato a
Lisbona, coi ferri ai piedi, quando entr nel porto una flotta di
quindici vele sotto il comando del gran maresciallo di
Portogallo, Fernan Cutinho. Costui si pose a disposizione del
prigioniero, che liber subito, dichiar ancora una volta ad
Almeida i poteri che Albuquerque aveva ricevuti dal re, e
minacci di tutta la collera d'Emanuele s'egli non obbedisse.
Almeida non poteva fare altro che cedere, e lo fece nobilmente.
Quanto a J oao da Nova, causa di questi tristi contrasti, mor
qualche tempo dopo abbandonato da tutti, e non ebbe, per
condurlo alla sua ultima dimora, se non il nuovo vicer, il
quale dimenticava generosamente le ingiurie fatte ad Alfonso
d'Albuquerque.
Subito dopo la partenza d'Almeida, il gran maresciallo
Cutinho dichiar che, venuto nell'India colla missione di
distruggere Calicut, egli intendeva d'approfittare dell'assenza
dello zamorin dalla capitale. Invano il nuovo vicer volle
ammorzare il suo ardore e fargli prendere alcune savie misure
dall'esperienza: Cutinho non volle intender nulla, ed
Albuquerque dovette seguirlo.
Dapprincipio Calicut, sorpresa, fu facilmente incendiata;
ma i Portoghesi, avendo perso tempo nel saccheggio del
palazzo dello zamorin, furono vivamente ricondotti indietro dai
nairi, che avevano radunato le loro truppe. Cutinho, spinto dal
suo valore, fu ucciso, e ci volle tutta l'abilit, tutta la freddezza
d'animo del vicer per permettere alle truppe d'imbarcarsi di
nuovo sotto il fuoco del nemico ed impedire la distruzione
delle forze mandate da Emanuele.
Tornato a Cintagara, porto di mare dipendente dal re di
Narsingue, di cui i Portoghesi avevano saputo farsi un alleato,
Albuquerque apprese che Goa, capitale d'un potente regno, era
in preda all'anarchia politica e religiosa. Molti capi vi si
disputavano il potere; uno d'essi, Melek Cufergugi, era sul
punto d'impadronirsi del trono, e bisognava approfittare delle
circostanze ed assalire la citt prima ch'egli potesse radunare
delle forze capaci di resistere ai Portoghesi. Il vicer comprese
tutta l'importanza di questo consiglio. La situazione di Goa, che
conduceva al regno di Narsingue e nel Dekkan, lo aveva gi
vivamente colpito. Egli non esit, ed in breve i Portoghesi
contarono una conquista di pi. Goa-la-Dorata, citt
cosmopolita dove si trovavano, con tutte le sette
dell'islamismo, dei Parsi, adoratori del fuoco, ed anche dei
cristiani, sub il giogo d'Albuquerque, e divenne sotto la sua
savia e severa amministrazione, che seppe conciliarsi le
simpatie delle sette nemiche, la capitale, la fortezza per
eccellenza, la sede del commercio principale dell'impero
portoghese nelle Indie.
Insensibilmente e cogli anni si era fatta la luce su quelle
ricche regioni. Informazioni numerose erano state radunate da
tutti coloro che, colle ardite navi, avevano solcato quei mari
battuti dal sole, e si sapeva oramai qual fosse il centro di
produzione di quelle spezie, che si era venuti a cercare cos da
lontano attraverso tanti pericoli. Gi da molti anni Almeida
aveva fondato i primi depositi portoghesi a Ceylan, l'antico
Taprobane. Le isole della Sonda e la penisola di Malacca
eccitavano ora la bramosia di quel re Emanuele, gi
soprannominato il Fortunato. Egli risolvette di mandare una
flotta per esplorarle, giacch Albuquerque aveva gi
abbastanza da fare in India per contenere i radjah frementi ed i
musulmani, i Mori, come si diceva allora, sempre pronti
a scuotere il giogo. Questa spedizione, sotto il comando di
Diego Lopes Sequeira, fu, secondo la politica tradizionale dei
Mori, accolta amichevolmente dapprincipio a Malacca. Poi,
quando la diffidenza di Lopes Sequeira fu sopita da ripetute
proteste d'alleanza, egli vide sollevarsi contro di lui tutta la
popolazione, e fu costretto a tornarsi ad imbarcare, non senza
lasciare, tuttavia, tra le mani dei Malesi, una trentina de' suoi
compagni.
Questi ultimi avvenimenti erano gi accaduti da qualche
tempo quando la notizia della presa di Goa giunse a Malacca. Il
bendarla o ministro della giustizia, che esercitava per il nipote
ancora fanciullo il potere reale, temendo la vendetta dei
Portoghesi contro il suo tradimento, risolvette di quetarli. Egli
and dunque a trovare i prigionieri, si scus con essi giurando
che tutto si era fatto senza sua saputa e contro la sua volont,
giacch egli non desiderava di meglio che vedere i Portoghesi
venir a commerciare a Malacca; del resto egli stava per dar
ordine di ricercare e castigare gli autori del tradimento.
I prigionieri non diedero fede naturalmente a queste
dichiarazioni bugiarde, ma, approfittando della libert relativa
che fu loro concessa da quel momento, riuscirono abilmente a
far pervenire ad Albuquerque delle notizie preziose sulla
posizione e sulla forza della citt.
Albuquerque riun a gran stento una flotta di diciannove
navi da guerra, che portava millequattrocento nomini, fra i
quali non vi erano che ottocento Portoghesi. Doveva egli
allora, come gli chiedeva il re Emanuele, dirigersi sopra Aden,
la chiave del mar Rosso, di cui importava impadronirsi, se si
voleva opporsi alla venuta d'una nuova squadra che il sudan
d'Egitto si proponeva di mandare nell'India? Egli esitava,
quando un mutamento del monsone venne a stabilire la sua
risoluzione. In fatti, era impossibile giungere ad Aden coi venti
che soffiavano, mentre invece erano favorevoli per scendere
fino a Malacca.
Questa citt, allora in tutto il suo splendore, non conteneva
meno di centomila abitanti. Se molte case erano costrutte di
legno e coperte di foglie di palma, non mancavano tuttavia gli
edifiz importanti, moschee e torri di pietra, da cui il panorama
si sviluppava sopra una lega di lunghezza.
L'India, la China, i regni malesi delle isole della Sonda si
davano ritrovo nel suo porto, dove molte navi, venute dalla
costa di Malabar, dal golfo Persico, dal mar Rosso e dalla costa
d'Africa, barattavano delle mercanzie d'ogni provenienza e
d'ogni specie.
Quando vide arrivare la flotta portoghese nelle sue acque,
il radjah di Malacca comprese che bisognava dare un'apparente
soddisfazione agli stranieri, sacrificando il ministro che aveva
eccitato la loro collera e determinato la loro venuta. Un suo
inviato venne dunque ad apprendere al vicer la morte del
bendarra e ad informarsi delle intenzioni dei Portoghesi.
Albuquerque rispose reclamando i prigionieri rimasti fra le
mani del radjah; ma costui, desideroso di guadagnar tempo
perch avvenisse il mutamento del monsone, mutamento
che costringerebbe i Portoghesi a tornare alla costa di Malabar
senza aver nulla ottenuto, o che li obbligherebbe a rimanere a
Malacca, dov'egli si proponeva di sterminarli, invent mille
pretesti dilatori, e, frattanto, mise in batteria ottomila cannoni,
dicono le antiche relazioni, e radun ventimila uomini armati.
Albuquerque, perdendo la pazienza, fece incendiare alcune
case e molte navi guzarate, principio d'escursione che frutt la
restituzione dei prigionieri. Poi, reclam trentamila cruzade
d'indennit per i danni cagionati alla flotta di Lopes Sequeira;
finalmente, pretese che gli si lasciasse costrurre, nella citt
medesima, una fortezza che doveva servire nel medesimo
tempo anche di deposito. Quest'esigenza non poteva essere
accettata, Albuquerque lo sapeva bene. Egli risolvette dunque
d'impadronirsi della citt. Fu fissato il giorno di San Giacomo
per l'assalto, e malgrado un'energica difesa che dur nove
giorni interi, malgrado l'impiego di mezzi straordinari, come a
dire elefanti da guerra, piuoli e freccie avvelenate, trappole
abilmente dissimulate e barricate, la citt fu presa quartiere per
quartiere, casa per casa, dopo una lotta veramente eroica. Un
immenso bottino fu distribuito ai soldati. Albuquerque non si
riserv che sei leoni di bronzo dicono gli uni, di ferro dicono
gli altri, ch'egli destinava ad ornare la propria tomba e ad
eternare il ricordo della sua vittoria.
La porta che metteva nell'Oceania e nell'alta Asia era
oramai aperta. Molti popoli, ignoti fino a quel giorno, stavano
per entrare in rapporto cogli Europei; le usanze strane, la storia
favolosa di tante nazioni stavano per essere svelate
all'Occidente meravigliato. Si apriva un'ra nuova, e tutti questi
immensi risultati erano dovuti all'audacia sfrenata, al coraggio
indomabile d'una nazione, la cui patria era appena visibile sulla
carta del mondo!
In grazia della tolleranza religiosa di cui Albuquerque
diede prova, tolleranza che contrasta bizzarramente col
fanatismo crudele degli Spagnuoli, in grazia delle abili
precauzioni ch'egli seppe prendere, la prosperit di Malacca
pot resistere a questa rude scossa. Alcuni mesi dopo non vi era
pi altra traccia delle prove da essa subite se non la bandiera
portoghese, che sventolava fieramente su quell'immensa citt
diveatata la testa e l'avanguardia dell'impero coloniale di un
piccolo popolo, tanto grande per il coraggio e lo spirito
d'intrapresa.
Questa nuova conquista, per quanto fosse meravigliosa,
non aveva fatto dimenticare ad Albuquerque gli antichi disegni.
S'egli pareva avervi rinunciato, gli che le circostanze non gli
erano fino allora sembrate favorevoli. Con quella decisione e
quella tenacia che formavano il fondo del suo carattere,
dall'estremit meridionale dell'impero ch'egli fondava, i suoi
sguardi si fissavano al nord. Ormuz, che al principio della sua
carriera la gelosia ed il tradimento de' suoi subordinati lo
avevano costretto ad abbandonare, nel momento medesimo in
cui il trionfo stava per coronare i suoi sforzi e la sua costanza,
Ormuz lo tentava sempre.
La fama delle sue imprese ed il terrore che ispirava il suo
nome avevano indotto Kodja Atar a fargli delle proposte, a
chiedergli un trattato ed a mandargli gli arretrati del tributo
anticamente imposto. Pur non dando fede alcuna a queste
ripetute dichiarazioni d'amicizia, a questa fede mora che
meritava di diventar celebre al pari della fede punica, il vicer
le aveva tuttavia accolte, aspettando di poter stabilire in modo
permanente il suo dominio in quelle regioni.
Nel 1513 o nel 1514, non ben certa la data,
allorch la conquista di Malacca e la tranquillit di cui
godevano gli altri suoi possedimenti rendevano liberi la sua
flotta ed i suoi soldati, Albuquerque si avvi verso il golfo
Persico.
Appena giunto, bench una serie di rivoluzioni avesse
mutato il governo d'Ormuz, ed il potere fosse allora nelle mani
d'un usurpatore chiamato Rais-Nordim o Noureddin,
Albuquerque pretese la consegna immediata della fortezza un
tempo incominciata. Dopo d'averla fatta riparare e terminare,
egli prese parte contro il pretendente Rais-Named nella querela
che divideva la citt d'Ormuz e stava per farla cadere in potere
della Persia, se ne impadron e la consegn a colui che aveva
dapprima accettato le sue condizioni e che gli sembrava
presentare le pi serie garanzie di sottomissione e di fedelt.
Del resto, non doveva essere difficile per l'avvenire
l'assicurarsene, giacch Albuquerque lasciava nella nuova
fortezza una guarnigione perfettamente in grado di far pentire
Kais-Nordim del minimo tentativo di ribellione o
d'indipendenza. A quella spedizione d'Ormuz si collega un
aneddoto ben noto, ma che perci appunto non possiamo
tralasciare.
Siccome il re di Persia faceva reclamare a Nureddin il
tributo che i sovrani d'Ormuz avevano usanza di pagargli,
Albuquerque fece portare dalle navi una gran quantit di palle e
di bombe, e mostrandole agli inviati, disse loro che tale era la
moneta colla quale il re di Portogallo usava pagar tributo. Non
pare che gli ambasciatori di Persia ripetessero la loro domanda.
Colla sua sagacia consueta, Albuquerque seppe non
offendere gli abitanti, che tornarono presto nella citt. Lungi
dal calpestarli e dall'opprimerli come dovevano fare pi tardi i
suoi successori, egli stabil un'amministrazione integra, giusta,
che seppe far amare e rispettare il nome portoghese.
Nel medesimo tempo ch'egli compiva in persona questi
meravigliosi lavori, Albuquerque aveva affidato ad alcuni
luogotenenti la missione d'esplorare le regioni misteriose, di
cui aveva aperto l'accesso impadronendosi di Malacca. Gli
cos ch'egli rimise ad Antonio e Francisco D'Abreu il comando
d'una piccola squadra portante dugentoventi uomini, colla
quale essi esplorarono tutto l'arcipelago della Sonda, Sumatra,
Giava, Anjoam, Simbala, J olor, Galani, ecc.; poi, giunti poco
lungi dalla costa d'Australia, risalirono al nord, dopo d'aver
fatto un viaggio di oltre cinquecento leghe attraverso
arcipelaghi pericolosi, seminati di scogli e di scogliere di
corallo, in mezzo a popolazioni sovente ostili, fino alle isole
Buro e Amboine, che fanno parte delle Molucche. Dopo
d'avervi caricato le navi di garofano, di noci moscate, di legno
di sandalo, di macis e di perle, essi spiegarono le vele nel 1512
per ritornare a Malacca. Questa volta, si era giunti al vero
paese delle spezie, non rimaneva pi che fondarvi degli
stabilimenti, prenderne possesso definitivamente, il che non
doveva farsi aspettar molto.
La rupe Tarpea vicina al Campidoglio, si spesso
ripetuto; Alfonso d'Albuquerque doveva farne l'esperimento, ed
i suoi ultimi giorni dovevano essere rattristati da una disgrazia
immeritata, risultato di calunnie e di menzogne, trama
artisticamente ordita che, se offese momentaneamente la sua
riputazione presso il re Emanuele, non riusc ad oscurare agli
occhi della posterit la gloria di questo gran personaggio. Gi
un tempo si aveva voluto far credere al re di Portogallo che la
presa di possesso di Goa fosse uno sbaglio grossolano; il suo
clima malsano doveva, si diceva, decimare in poco tempo la
popolazione europea. Fidente nell'esperienza e nella prudenza
del suo luogotenente, il re non aveva voluto ascoltare i suoi
nemici, cosa di cui Albuquerque lo aveva pubblicamente
ringraziato dicendo: Io devo essere molto pi grato al re
Emanuele d'aver difeso Goa contro i Portoghesi che a me
stesso d'averla presa due volte. Ma, nel 1311, Albuquerque
aveva chiesto al re che gli concedesse in ricompensa de' suoi
servigi il titolo di duca di Goa, ed era quest'atto imprudente che
doveva tanto servire alle mene de' suoi avversari.
Soarez d'Albergayia e Diego Mendes, che Albuquerque
aveva rimandati prigionieri in Portogallo, dopo che si furono
pubblicamente dichiarati suoi nemici, riuscirono non solo a
lavarsi dell'accusa ch'egli aveva fatta contro di essi, ma a
persuadere anche il re Emanuele che il vicer voleva costituirsi
un ducato indipendente, la cui capitale fosse Goa, e finirono
coll'ottenere la sua disgrazia.
La notizia della nomina d'Albergavia alla carica di
capitano generale di Cochin, giunse ad Albuquerque mentre
egli usciva dallo stretto d'Ormuz per recarsi alla costa di
Malabar. Gi profondamente abbattuto dall'infermit, egli
alz le mani al cielo, dice il signor F. Denis, nella sua
eccellente storia del Portogallo, e pronunzi queste poche
parole: Ecco, io mi sono guastato col re per amore degli
uomini, mi sono guastato cogli uomini per amore del re.
Vecchio, rivolgiti alla Chiesa, finisci di morire, giacch
importa al tuo onore che tu muoia, e non mai tu hai negletto di
fare ci che importava all'onor tuo.
Poi, giunto nella rada di Goa, Alfonso d'Albuquerque
regol gli affari della sua coscienza colla Chiesa, si fece
rivestire dell'abito di San Giacomo, di cui era commendatore, e,
la domenica 16 dicembre 1515, un'ora prima dell'aurora, rese
l'anima a Dio. Cos finirono tutti i suoi lavori, senza che gli
avessero mai dato nessuna soddisfazione.
Egli fu seppellito con gran pompa, ed i soldati che erano
stati i fedeli compagni delle sue meravigliose avventure e
testimoni delle sue dolorose tribolazioni, si disputarono,
piangendo, l'onore di portarne le spoglie fino all'ultima dimora
ch'egli si era scelta. Nel loro dolore, gli stessi Indiani non
volevano credere ch'egli fosse morto, e pretendevano che fosse
andato a comandare le armate del cielo.
La scoperta relativamente recente d'una lettera d'Emanuele
prova che, se questo re fu momentaneamente ingannato dai
falsi rapporti dei nemici d'Albuquerque, non tard tuttavia a
rendergli piena ed intera giustizia. Disgraziatamente, questa
lettera riparatrice non mai pervenuta al secondo vicer
dell'India; essa ne avrebbe raddolcito l'amarezza degli ultimi
momenti, mentre invece egli mor col dolore di trovar ingrato
un sovrano alla gloria ed alla potenza del quale egli aveva
consacrata l'esistenza.
Con lui, dice Michelet, sparve presso i vincitori ogni
giustizia, ogni umanit. Lungo tempo dopo, gli Indiani
andavano sulla tomba del grande Albuquerque a chiedergli
giustizia contro le vessazioni de' suoi successori.
Fra le molte cause che produssero cos rapidamente la
decadenza e lo sbocconcellamento di quell'immenso impero
coloniale, di cui Albuquerque aveva dotato la sua patria, e che,
anche dopo la sua rovina, ha lasciato nell'India ricordanze
incancellabili, convien citare, con Michelet, l'allontanamento e
lo sparpagliamento dei depositi, la debolezza della popolazione
del Portogallo, poco proporzionata all'estensione di quegli
stabilimenti, l'amore del brigantaggio e le esazioni
d'un'amministrazione disordinata, ma soprattutto l'indomabile
orgoglio nazionale, che imped il contatto dei vincitori coi
vinti.
Questa decadenza fu tuttavia arrestata da due eroi, J uan de
Castro, cos povero, dopo d'aver maneggiate tante ricchezze,
che non aveva nemmeno di che comperarsi un pollo durante la
sua ultima malattia, ed Ataide; costoro diedero ancor una volta
a quelle popolazioni corrotte l'esempio delle pi maschie virt
e dell'amministrazione pi integra. Ma, dopo di essi, fu il crollo
assoluto; quell'immenso impero si sminuzz e cadde nelle mani
degli Spagnuoli e degli Olandesi, che non seppero nemmeno
essi serbarlo intatto. Tutto passa, tutto si trasforma. Non forse
il caso di ripetere col proverbio spagnuolo, ma applicandolo
agli imperi: la vita non che un sogno?











FINE DELLA PRIMA PARTE
GIULIO VERNE
_________
SCOPERTA DELLA TERRA
_________
PARTE SECONDA
_________
CAPITOLO PRIMO
I CONQUISTADORES DELL'AMERICA CENTRALE.
I.

Hojeda Amerigo Vespucci Il suo nome dato al Nuovo Mondo
J uan de La Cosa V. Yanez Pinzon Bastidas Diego do Lepe Diaz
de Solis Ponce de Leon e la Florida Balboa scopre l'oceano Pacifico
Grijalva esplora le coste del Messico.

Le lettere ed i racconti di Colombo e de' suoi compagni,
che si dilungavano con compiacenza sull'abbondanza d'oro e di
perle trovata nei paesi scoperti di recente, avevano acceso
l'immaginazione di un certo numero di commercianti avidi e di
molti gentiluomini, amanti delle avventure.
Il 10 aprile 1495, il governo spagnuolo aveva pubblicato
un permesso generale d'andare a scoprire nuove terre; ma gli
abusi che seguirono subito ed i lamenti di Colombo, di cui
venivano in tal guisa violati i privilegi, produssero la
ritrattazione di questa cedola il 2 giugno 1497. Quattro anni pi
tardi bisogn ancora rinnovare la proibizione e darle la
sanzione pene severe.
Avvenne allora una specie di foga generale, favorita, del
resto, dal vescovo di Badajoz, Fonseca, di cui Colombo ebbe
tanto a lamentarsi, e nelle mani del quale passavano tutti i
negozi delle Indie.
L'Ammiraglio aveva appena lasciato San Lucar per il suo
terzo viaggio, e gi quattro spedizioni di scoperta si allestirono
quasi simultaneamente a spese di ricchi armatori, fra i primi dei
quali sono i Pinzon ed Amerigo Vespucci.
Di queste spedizioni, la prima, composta di quattro navi,
lasci il porto di Santa Maria, il 20 maggio 1499, sotto il
comando d'Alonzo de Hojeda, che conduceva seco J uan de La
Cosa, come pilota, e Amerigo Vespucci, le cui funzioni non
sono determinate, ma che sembra essere stato l'astronomo della
flotta.
Prima di compendiare brevissimamente la storia di questo
viaggio, daremo alcuni particolari su questi tre uomini, l'ultimo
dei quali segnatamente ha nella storia della scoperta del Nuovo
Mondo una parte tanto pi importante in quanto che questo ha
ricevuto il suo nome.
Hojeda, nato a Cuenca verso il 146 5, allevato nella casa
dei duchi di Medina-Celi, aveva fatto le sue prime armi nelle
guerre contro i Mori. Arruolato fra gli avventurieri che
Colombo aveva reclutati per il suo secondo viaggio, egli si era
fatto notare pi volte per la sua fredda risoluzione e nello
stesso tempo per gli espedienti del suo spirito ingegnoso. Quali
cause produssero fra Colombo ed Hojeda una rottura completa
dopo i servigi eminenti che quest'ultimo aveva resi,
segnatamente nel 1495, nel qual tempo egli aveva deciso le
sorti della battaglia di La Vega in cui la confederazione caraiba
fu distrutta? Non si sa. Fatto che al suo arrivo in Spagna,
Hojeda trov in Fonseca appoggio e protezione. Il ministro
delle Indie gli avrebbe anzi comunicato, si dice, il giornale
dell'ultimo viaggio dell'ammiraglio e la carta dei paesi ch'egli
aveva scoperti.
Il primo pilota di Hojeda era J uan de La Cosa, nato
probabilmente a Santona, nel paese biscagline Egli aveva
navigato spesso sulla costa d'Africa prima d'accompagnare
Colombo nel suo primo viaggio e nella seconda spedizione, in
cui faceva le funzioni di idrografo (maestro de hacer cartas).
Come testimonianza dell'abilit cartografica di La Cosa,
noi possediamo due carte curiosissime: l'una registra tutti i dati
noti sull'Africa nel 1500; l'altra, su carta velina ed arricchita di
colori come la precedente, traccia le scoperte di Colombo e de'
suoi successori.
Il secondo pilota era Bartolomeo Roldan, che aveva fatto
del pari con Colombo il viaggio di Paria.
Quanto ad Amerigo Vespucci, le sue funzioni, come si
detto, erano piuttosto mal definite; egli era l per aiutare a
scoprire (per aiutare a discoprire, dice il testo italiano della
sua lettera a Soderini).
Nato a Firenze il 9 marzo 1451, Amerigo Vespucci
apparteneva ad una famiglia importante ed agiatissima. Egli
aveva studiato con frutto le matematiche, la fisica e l'astrologia,
come si diceva allora. Le sue cognizioni in fatto di storia e di
letteratura, giudicandone dalle sue lettere, erano piuttosto
incerte e mal digerite. Egli aveva lasciato Firenze verso il 1492,
senza uno scopo ben determinato, e si era recato in Spagna
dove si occup dapprima di transazioni commerciali. cos
che lo vediamo a Siviglia fattore nella potente casa di
commercio del suo compatriota J uanoto Berardi. Siccome
questa casa aveva fatto a Colombo le anticipazioni per il
secondo viaggio, si pu credere che Vespucci avesse
conosciuto l'ammiraglio in quel tempo. Alla morte di J uanoto,
nel 1495, Vespucci fu messo dagli eredi a capo della
contabilit della casa.
Sia ch'egli fosse stanco d'una condizione che non credeva
pari all'altezza del proprio valore, sia che fosse alla sua volta
preso dalla febbre delle scoperte, o pensasse d'arricchirsi
rapidamente in quei paesi nuovi che si dicevano tanto ricchi,
Vespucci si un, nel 1499, alla spedizione di Hojeda, come ne
fa fede la deposizione di quest'ultimo nel processo intentato dal
fisco agli eredi di Colombo.
La flottiglia, composta di quattro navi, spieg le vele da
Santa Maria il 20 maggio, e dirigendosi al nord-ovest, non
impieg che ventisette giorni per iscoprire il continente
americano in un luogo che fu chiamato Venezuela, perch le
abitazioni, costrutte su palafitte, ricordavano quelle di Venezia.
Hojeda, dopo alcuni tentativi inutili per abboccarsi cogli
indigeni ch'egli dovette combattere molte volte, vide l'isola
Margherita; dopo un viaggio di ottanta leghe all'est
dell'Orenoco, giunse al golfo di Paria, in una baia che fu
chiamata di las Perlas, perch gl'indigeni vi facevano la pesca
delle ostriche perlifere.
Guidato dalle carte di Colombo, Hojeda pass dalla Bocca
del Drago, che separa la Trinit dal continente, e torn
nell'ovest fino al capo della Vela. Poi, dopo aver toccato le
isole Caraibe, in cui fece gran numero di prigionieri ch'egli
contava di vendere in Ispagna, dovette riposarsi a Yaquimo,
nell'isola Spagnuola, il 5 settembre 1499.
L'Ammiraglio, conoscendo l'ardimento e lo spirito
irrequieto di Hojeda, temette di vederlo portare un nuovo
elemento di torbidi nella colonia. Egli mand dunque Francisco
Roldan con due navi per conoscere i motivi della sua venuta ed
opporsi, se fosse necessario, al suo sbarco. L'Ammiraglio era
stato ben ispirato. Appena sbarcato, Hojeda si abbocc con un
certo numero di malcontenti, eccit un sollevamento a Xaragua
e risolvette di cacciare Colombo. Dopo alcune scaramuccie in
cui aveva avuto la peggio, bisogn che, in un colloquio,
Roldan, Diego de Escobar e J uan de La Cosa s'interponessero
per indurre Hojeda a lasciare Espaola. Egli conduceva seco,
dice Las Casas, un prodigioso carico di schiavi che vendette sul
mercato di Cadice per somme enormi. Nel mese di febbraio
1500, egli torn in Spagna, dove era stato preceduto da A.
Vespucci e B. Roldan, che erano tornati il 18 ottobre 1499.
La latitudine pi meridionale che Hojeda abbia toccato in
questo viaggio il 4 grado IN., e la spedizione di scoperta
propriamente detta dur solo tre mesi e mezzo.
Se ci siamo dilungati un po' su questo viaggio, gli perch
il primo che Vespucci abbia compiuto. Certi autori,
segnatamente Varnhagen, e recentemente H. Major nella sua
storia del principe Enrico il Navigatore, ammettono che il
primo viaggio di Vespucci sia avvenuto nel 1497, e che egli
abbia, per conseguenza, visto il continente americano prima di
Cristoforo Colombo. Ci stato a cuore lo stabilir bene la data
del 1499, fidandoci all'autorit di Humboldt, che ha consacrato
tanti anni all'esame della storia della scoperta dell'America, del
signor E. Charton e del signor Giulio Codine, che ha trattato
questa questione nel Bollettino della Societ geografica del
1873 in proposito dell'opera del signor Major.
Quand'anche fosse vero, dice Voltaire, che Vespucci
avesse fatto la scoperta della parte continentale, la gloria non
toccherebbe a lui; essa appartiene incontrastabilmente a colui
che ebbe il genio ed il coraggio di intraprendere il primo
viaggio, a Cristoforo Colombo. La gloria, come dice Newton
nella sua disputa con Leibnitz, non dovuta che all'inventore.
Ma come ammettere nel 1497, diremo noi col signor Codine,
una spedizione che avrebbe scoperto ottocentocinquanta leghe
di coste della terraferma, senza che ne sia rimasta la minima
traccia, n nei grandi storici contemporanei, n nelle
deposizioni giuridiche dove, in proposito dei reclami degli
eredi di Colombo contro il governo spagnuolo, esposta
contradditoriamente la priorit delle scoperte d'ogni capo di
spedizione su ogni parte della costa percorsa?
Infine i documenti autentici estratti dagli archivi della
Casa de contratacion stabiliscono che Vespucci fu incaricato
dell'armamento delle navi destinate alla terza spedizione di
Colombo a Siviglia ed a San Lucar, dalla met d'agosto 1497,
fino alla partenza di Colombo, il 30 maggio 1498.
Le relazioni che si hanno dei viaggi di Vespucci sono
diffusissime, mancano di precisione e di continuit; esse non
danno sui luoghi da lui percorsi che informazioni molto incerte,
le quali possono applicarsi a tal punto della costa quanto a tal
altro, e non racchiudono finalmente sui luoghi di cui sono state
oggetto, n sui compagni di Vespucci alcuna indicazione di tal
natura da rischiarare lo storico. Non un nome di personaggio
noto, molte date che si contraddicono, ecco ci che si trova in
quelle lettere famose per il numero di commentari a cui hanno
dato luogo. Vi ha, dice A. di Humboldt, come una specie di
destino per imbrogliare, nei documenti pi autentici, tutto ci
che tocca il navigatore fiorentino.
Abbiamo narrato il primo viaggio di Hojeda, col quale
coincide il primo viaggio di Vespucci, secondo Humboldt, che
ha paragonato e messo in riscontro i principali incidenti dei due
racconti. Ora Varnhagen stabilisce che, partito il 10 maggio
1497, Vespucci penetr il 10 giugno seguente nel golfo di
Honduras, segu le coste dello Yucatan e del Messico, risal il
Mississipi e doppi, alla fine di febbraio 149S, la punta della
Florida. Dopo una fermata di trentasette giorni alla foce del
San Lorenzo, egli sarebbe rientrato, nell'ottobre 1498, a Cadice.
Se Vespucci avesse veramente compiuta questa
navigazione meravigliosa, si lascierebbe molto indietro tutti i
naviganti suoi contemporanei, e sarebbe giustissimo dare il suo
nome al continente di cui egli avrebbe esplorato una cos lunga
linea di litorale; ma in ci nulla vi ha di certo, e l'opinione di
Humboldt sembrata fin qui, agli scrittori pi autorevoli,
raccogliere la maggior somma di probabilit.
Amerigo Vespucci fece altri tre viaggi. A. di Humboldt
identifica il primo con quello di V. Yanez Pinzon, ed il signor
d'Avezac con quello di Diego de Lepe (1499-1500). Alla fine
di quest'ultimo anno, Giuliano Bartolomeo di Giocondo si fece
presso Vespucci l'interprete del re Emanuele e lo indusse a
passare al servizio del Portogallo. Vespucci comp a spese di
questa potenza due nuovi viaggi. Nel primo, egli non capo
della spedizione come non lo era in quelli che lo hanno
preceduto, e non fa a bordo della flotta se non la parte d'un
uomo, le cui cognizioni nautiche possono divenir utili in certe
date circostanze. L'estensione delle coste americane seguite in
questo terzo viaggio compresa tra il capo Sant'Agostino ed il
52 di latitudine australe.
La quarta spedizione di Vespucci fu segnalata dal
naufragio della nave ammiraglia presso l'isola di Fernando di
Noronha; circostanza che imped alle altre navi di continuare la
loro via, di far vela oltre il capo di Buona Speranza verso
Malacca, e che le costrinse a toccare la baia d'Ognissanti. al
Brasile. Questo quarto viaggio fu fatto senza dubbio con
Gonzalo Coelho. Quanto al terzo, s'ignora assolutamente chi ne
fosse il capo.
Queste diverse spedizioni non avevano arricchito
Vespucci; la sua condizione alla corte di Portogallo era cos
poco splendida, che lo indusse a ripigliar servizio in Ispagna.
Egli vi fu nominato piloto mayor il 22 marzo 1608. Siccome
degli emolumenti piuttosto lauti furono annessi per lui a questa
carica, egli fin i suoi giorni, se non ricco, almeno al sicuro dal
bisogno, e mor a Siviglia, il 22 febbraio 1512, nella
convinzione che, al pari di Colombo, egli avesse toccato le
spiaggie dell'Asia.
Amerigo Vespucci segnatamente celebre perch il
Nuovo Mondo, invece di chiamarsi Colombia, come sarebbe
stato giusto, ha ricevuto il suo nome. Non per altro a lui che
bisogna darne colpa. Lungamente e molto a torto, egli fu
accusato d'impudenza, di soperchieria e di menzogna,
pretendendo ch'egli avesse voluto oscurare la gloria di
Colombo ed attribuirsi I'onore d'una scoperta che non gli
apparteneva. La cosa non vera. Vespucci era amato, stimato
da Colombo e da'suoi contemporanei, e non ne' suoi scritti
nulla che avvalori questa imputazione calunniosa. Esistono
sette documenti stampati attribuiti a Vespucci: essi sono le
relazioni compendiate dei suoi quattro viaggi, due altri racconti
del terzo e del quarto viaggio sotto forma di lettere rivolte a
Lorenzo de Pier Francesco de Medici, infine una lettera diretta
al medesimo personaggio e relativa alle scoperte dei Portoghesi
nelle Indie. Questi documenti, stampati sotto forma di piccole
tavolette o di libretti, furono a breve andare tradotti in molte
lingue e si sparsero in tutta Europa.
Fu nel 1507 che un certo Hylacolymus, il cui vero nome
sarebbe Martino Waldtzemuller, in un libro stampato a Saint-
Di e intitolato Cosmographi introductio, propose pel primo
di dare alla nuova parte del mondo il nome d'America. Nel
1509 si pubblica a Strasburgo un trattatello di geografia che
segue la raccomandazione d'Hylacolymus; nel 1520 viene
stampata a Basilea un'edizione di Pomponius Mela, che
contiene una carta del Nuovo Mondo col nome d'America. Il
numero delle opere che, da quel tempo, usarono la
denominazione proposta da Waldtzemuller, divenne sempre
pi grande.
Alcuni anni pi tardi, meglio informato sul vero scopritore
e sul valore dei viaggi di Vespucci, Waldtzemuller faceva
sparire dalla sua opera tutto ci che si riferiva a quest'ultimo, e
sostituiva da per tutto al nome di Vespucci quello di Colombo.
Troppo tardi! L'errore era consacrato. Quanto a Vespucci,
assai poco probabile ch'egli abbia avuto notizia delle dicerie
che si spandevano in Europa e di ci che avveniva a Saint-Di.
Le testimonianze unanimi per lodare la sua onorabilit, devono
lavarlo da un'accusa immeritata, che ha pesato troppo
lungamente sulla sua memoria.
Quasi nel medesimo tempo di Hojeda, tre altre spedizioni
partivano dalla Spagna. La prima, composta d'una sola nave,
usc dalla Barra Saltes nel mese di giugno 1499. Il suo
comandante era Pier Alonzo Nio, che aveva servito sotto
l'ammiraglio ne'suoi due ultimi viaggi. Egli aveva preso con s
un mercante di Siviglia, Christoval Guerra, che aveva senza
dubbio fatto le spese dell'impresa. Questo viaggio alla costa di
Paria sembra aver avuto per iscopo un commercio lucroso assai
pi che l'interesse scientifico. Non fu fatta alcuna nuova
scoperta, ma i due viaggiatori portarono in Ispagna, nel mese
d'aprile 1500, una quantit di perle abbastanza grande da
eccitare la cupidigia dei loro compatrioti ed il desiderio di
tentare simiglianti avventure.
La seconda spedizione era comandata da Vincenzo Yaez
Pinzon, fratello cadetto d'Alonzo, il comandante della Pinta,
che si mostr cos geloso di Colombo e che aveva adottato
questa bugiarda impresa:
A Castilla y a Leon
Nuevo Mundo dia Pinzon.
Yaez Pinzon, la cui devozione per l'ammiraglio fu grande
quanto la gelosia di suo fratello, gli aveva anticipato l'ottavo
delle spese dell'impresa, ed aveva comandato la Nina nella
spedizione del 1492.
Egli part nel dicembre 1499 con quattro navi, due soltanto
delle quali rientrarono a Palos alla fine di settembre 1500. Egli
tocc il continente un po' al disotto dei paraggi visitati alcuni
mesi prima da Hojeda, esplor la costa per una lunghezza di
700 ad 800 leghe, scopr il capo Sant'Agostino ad 8 20' di
latitudine australe, segu la costa al nord-ovest fino al Rio
Grande che chiam Santa Maria de la Mar dulce, e nella
medesima direzione giunse fino al capo San Vincenzo.
Infine, dal gennaio al giugno 1500, Diego de Lepe, con
due navi, esplor i medesimi paraggi. Noi non abbiamo a
registrare per questo viaggio se non l'osservazione
importantissima fatta sulla direzione delle coste del continente
a partire dal capo Sant'Agostino.
Lepe era appena tornato in Ispagna, e gi due navi
lasciavano Cadice. Esse erano state armate da Rodrigo de
Bastidas, uomo onorevole e ricco, per andare alla scoperta di
nuove terre, ma soprattutto allo scopo di raccogliere dell'oro e
delle perle, che venivano barattate allora con vetri ed altri
oggetti senza valore.
J uan de La Cosa, la cui abilit era proverbiale e che, per
averli esplorati, conosceva tutti quei paraggi, era veramente il
capo della spedizione. I naviganti toccarono la terraferma,
videro il rio Sinu, il golfo d'Uraba, e giunsero al Puerto del
Retrete o de los escribanos, nell'istmo di Panama. Questo
porto, che non fu riconosciuto da Colombo se non il 20
novembre 1502, situato a diciassette miglia dalla citt che fu
gi celebre, ma che oggi distrutta, di Nombre de Dios.
Insomma, questa spedizione, allestita da un negoziante,
divenne, in grazia di J uan de La Cosa, uno dei viaggi pi fertili
di scoperte. Disgraziatamente, doveva finir male. Le navi si
perdettero nel golfo di Xaragua, il che obblig Bastidas e La
Cosa a tornare per terra a San Domingo. Col, Bovadilla,
quell'uomo integro, quel governatore modello di cui abbiamo
narrato l'infame condotta verso Colombo, fece arrestare i due
esploratori sotto pretesto ch'essi avevano comperato dell'oro
dagli Indiani di Xaragua, e li mand in Ispagna, dove non
giunsero se non dopo una orribile tempesta, nella quale per
una parte della flotta.
Dopo questa spedizione feconda di risultati, i viaggi di
scoperta diventano un po' meno frequenti per molti anni, che
furono consacrati dagli Spagnuoli ad assicurare la loro
dominazione nelle regioni in cui avevano fondato degli
stabilimenti.
Nel 1493, la colonizzazione dell'Espaola era
incominciata, e si costruiva la citt d'Isabella. Cristoforo
Colombo aveva egli stesso, due anni pi tardi, percorso il
paese, assoggettato i poveri selvaggi coll'aiuto di quei cani
terribili avvezzati alla caccia degli Indiani, e li aveva costretti,
essi avvezzi a non far nulla, al lavoro eccessivo delle miniere.
Bovadilla e di poi Ovando, trattando gli Indiani come un
gregge, li avevano spartiti fra i coloni. Le crudelt verso quella
razza disgraziata diventavano tutti i giorni pi spaventose. In
un ignobile tranello, Ovando s'impadron della regina di
Xaragua e di trecento de' principali personaggi del paese. Ad
un dato segnale, questi furono passati a fil di spada senza che si
avesse nulla a rimproverar loro. Per molti anni, dice
Robertson, l'oro che si portava alle zecche reali di Spagna
ammontava a 460,000 pesos circa (2,400,000 lire tornesi), che
deve parere una somma enorme, se si bada al grande aumento
di valore acquistato dal denaro dal principio del secolo XVI.
Nel 1511, Diego Velasquez fece con trecento uomini la
conquista di Cuba, e col si rinnovarono le scene di strage e di
saccheggio che hanno reso cos tristamente famoso il nome
spagnuolo. Si mozzavano i pugni agli Indiani, si strappavano
loro gli occhi, si versava dell'olio bollente o del piombo
liquefatto nelle loro ferite, quando non venivano abbruciati a
fuoco lento per istrappar loro il segreto dei tesori di cui erano
creduti possessori. Cos la popolazione scemava rapidamente, e
non era lontano il giorno in cui doveva essere spenta del tutto.
Bisogna leggere in Las Casas, infaticabile difensore di quella
razza cos odiosamente perseguitata, il commovente ed orribile
racconto delle torture che essa ebbe a soffrire in ogni dove.
A Cuba, il cacicco Hattuey, fatto prigioniero, fu
condannato a perire per mezzo del fuoco. Egli era legato al
palo, un francescano s'ingegnava di convertirlo promettendogli
ch'egli godrebbe subito tutte le delizie del paradiso se volesse
abbracciare la fede cristiana.
Vi sono degli Spagnuoli, disse Hattuey, in quel luogo di
delizie di cui mi parlate? S, rispose il monaco, ma quelli
soltanto che furono giusti e buoni. Il migliore di essi,
rispose il cacicco indignato, non pu avere n giustizia, n
bont! Non voglio andare in un luogo in cui io possa incontrare
un solo uomo di questa razza maledetta.
Questo solo fatto non basta forse a dipingere il grado
d'esasperazione a cui erano giunte quelle disgraziate
popolazioni? E questi orrori si riproducevano da per tutto dove
gli Spagnuoli mettevano il piede! Ma gettiamo un velo su
quelle atrocit commesse da uomini che si credevano inciviliti
e pretendevano di convertire al cristianesimo, che religione di
perdono e di carit, popoli meno selvaggi di quanto lo fossero
essi medesimi.
Durante gli anni 1504 e 1505, quattro navi esplorarono il
golfo d'Uraba. il primo viaggio nel quale J uan de La Cosa
ebbe il comando sapremo. Convien mettere in questo
medesimo tempo il terzo viaggio di Hojeda alla terra di
Coquibacoa; viaggio certo, secondo l'espressione di Humboldt,
ma molto oscuro.
Nel 1507, J uan Diaz de Solis, d'accordo con V. Yaez
Pinzon, scopr un'ampia provincia, conosciuta di poi sotto il
nome di Yucatan. Sebbene questa spedizione non sia stata
segnalata da alcun avvenimento memorando, dice Robertson,
essa merita che se ne faccia menzione, giacch condusse a
scoperte importantissime. E per la medesima ragione
ricorderemo il viaggio di Diego di Ocampo, il quale incaricato
di fare il giro di Cuba, riconobbe pel primo con certezza che
quel paese, considerato un tempo da Colombo come una parte
del continente, non era se non una grande isola.
Due anni pi tardi, J uan Diaz de Solis e V. Pinzon,
piegando al sud verso la linea equinoziale, si avanzarono fino
al 40 di latitudine meridionale, ed accertarono con meraviglia
che il continente si stendeva alla loro dritta sopra un'immensa
lunghezza. Essi sbarcarono molte volte, presero solennemente
possesso del paese, ma non vi fondarono alcuno stabilimento, a
causa della pochezza dei loro mezzi. Il risultato pi chiaro del
viaggio fu un apprezzamento pi esatto dell'estensione di
quella parte del globo.
Il primo ch'ebbe l'idea di fondar una colonia sul continente
quell'Alonzo de Hojeda, di cui abbiamo narrato pi su le
corse avventurose. Senza ricchezze, ma noto pel coraggio e per
lo spirito intraprendente, egli trov facilmente dei soci, che gli
fornirono i fondi necessari all'impresa.
Nello stesso tempo Diego de Nicuessa, ricco colono
dell'Espaola, allestiva una spedizione col medesimo scopo
(1509). Il re Ferdinando, sempre prodigo d'incoraggiamenti che
gli costassero poco, accord ad entrambi molte patenti e titoli
onorifici, ma non diede loro nemmeno un quattrino. Egli eresse
sul continente due governi, uno dei quali si stendeva dal capo
di la Vela fino al golfo di Darien, e l'altro da questo golfo fino
al capo Graciaa a Dios. Il primo fu dato ad Hojeda, il secondo
a Nicuessa. I due conquistadores ebbero questa volta a
lottare contro popolazioni meno bonarie di quelle delle Antille.
Determinate ad opporsi all'invasione del loro paese, esse
disponevano di mezzi di resistenza nuovi per gli Spagnuoli.
Perci la lotta fu accanita. In un solo combattimento settanta
dei compagni di Hojeda perirono sotto le freccie dei selvaggi,
armi terribili, intrise nel curare, veleno cos violento, che la
minima ferita era seguita dalla morte. Nicuessa, dal canto suo,
aveva molto da fare per difendersi, tanto che, non ostante due
grandi rinforzi ricevuti da Cuba, la maggior parte di quelli che
si erano impegnati in queste spedizioni perirono entro l'annata
a causa delle ferite, delle fatiche, delle malattie o delle
privazioni. I superstiti fondarono la piccola colonia di Santa
Maria el Antigua, nel Darien, sotto il comando di Balboa.
Ma prima di narrare la meravigliosa spedizione di
quest'ultimo, dobbiamo registrare la scoperta d'una regione, che
forma l'estremit settentrionale di quell'arco profondamente
incavato nel continente che porta il nome di golfo del Messico.
Nel 1502, Juan Ponce de Leon, che apparteneva ad una delle
pi vecchie famiglie di Spagna, era giunto con Ovando
nell'Espaola. Egli aveva contribuito alla sottomissione di
quest'isola e conquistato nel 1508 l'isola San Juan de Porto
Rico. Avendo inteso dire da alcuni Indiani che esisteva,
nell'isola di Bimini, una fontana miracolosa, le cui acque
ringiovanivano coloro che le bevevano, Ponce de Leon
risolvette di cercarla. Bisogna credere ch'egli sentisse il
bisogno d'esperimentare quell'acqua, sebbene non avesse allora
che una cinquantina d'anni.
Ponce de Leon equipaggi dunque a sue spese tre navi, e
parti dal porto San Germano di Porto Rico il 1 marzo 1512.
Egli si diresse verso le Lucaje che visit coscienziosamente al
pari dell'arcipelago delle Bahama. Se non incontr la fontana di
Giovent ch'egli cercava cos ingenuamente, trov almeno una
terra che gli sembr fertile ed alla quale diede il nome di
Florida, sia perch vi sbarc il giorno della Pasqua dei Fiori,
sia a causa del suo aspetto incantevole. Tale scoperta avrebbe
soddisfatto un cercatore meno convinto; ma Ponce de Leon
and di isola in isola, assaggiando l'acqua di tutte le sorgenti
che incontrava, senza avvedersi per altro che i suoi capelli
bianchi ridiventassero neri n che le sue rughe scomparissero.
Stanco finalmente di questa parte di sciocco, dopo sei mesi di
corse vane, abbandon la partita, lasciando Perez de Ortubia ed
il pilota Antonio de Alaminos a continuare le ricerche, e torn
a Porto Rico il 5 ottobre. Egli vi trov molte beffe, dice il
Padre Charlevoix, perch lo si vedeva tornare molto sofferente
e pi vecchio di quando era partito.
Si potrebbe mettere questa spedizione, ridicola ne'motivi,
ma fertile ne'risultati, nel numero dei viaggi immaginari se non
fosse garantita da storici seri come Pietro Martire, Oviedo,
Herrera, e Garcilasso della Vega.
Vasco Nuez de Balboa, pi giovane di Ponce de Leon di
quindici anni, era venuto in America con Bastidas e si era
stabilito nell'Espaola. Ma l, come molti suoi compatrioti, non
ostante il repartimiento d'Indiani che gli era toccato, si era
indebitato tanto, che non desiderava nulla di meglio che
sottrarsi alle importunit de' numerosi creditori.
Disgraziatamente, un regolamento proibiva a qualsiasi nave in
partenza per la Terra Ferma di ricevere a bordo i debitori
insolvibili. In grazia del suo spirito ingegnoso, Balboa seppe
vincere la difficolt e si fece rotolare in una botte vuota fino
alla nave che portava Encisco al Darien. Checch ne fosse, il
capo della spedizione dovette accettare il concorso cos
singolarmente imposto di quel bravo avventuriero, il quale non
fuggiva se non dinanzi ai creditori, come prov appena
sbarcato. Gli Spagnuoli, avvezzi a trovar cos poca resistenza
nelle Antille, non riuscirono ad assoggettare le popolazioni
feroci della Terra Ferma. A causa delle loro discordie intestine,
essi dovettero rifugiarsi a Santa Maria el Antigua che Balboa,
eletto comandante al posto di Encisco, fond nel Darien.
S'egli aveva potuto farsi temere dagli Indiani col coraggio
personale e colla ferocia del suo levriero Leoncino, pi temuto
di venti uomini armati e che riceveva regolarmente la paga d'un
soldato, Balboa aveva del pari saputo imporre una certa
simpatia colla sua giustizia e colla sua moderazione relativa,
giacch egli non ammetteva le crudelt inutili. Per molti anni,
Balboa raccolse preziose notizie su quell'El Dorado, quel paese
dell'oro a cui non doveva giungere egli medesimo, ma di cui
doveva render facile l'accesso ai successori.
cos ch'egli apprese l'esistenza a sei soli (sei giornate di
viaggio) d'un altro mare, l'oceano Pacifico, che bagnava il
Per, paese in cui si trovava dell'oro in gran quantit. Balboa, il
cui carattere era di tempra forte al pari di quelli di Cortes e di
Pizarro, ma che non ebbe il tempo, come essi, di far prova delle
qualit straordinarie che la natura gli aveva date, non s'ingann
sul valore di quest'informazione, e comprese tutta la gloria che
una simile scoperta darebbe al suo nome.
Egli riun centonovanta volontari, tutti soldati intrepidi,
avvezzi al pari di lui ai rischi della guerra ed agli effluvi
malsani d'una regione acquitrinosa, in cui le febbri, la
dissenteria e le malattie di fegato sono allo stato endemico.
Se l'istmo di Darien non ha pi di sessanta miglia di
larghezza, esso tagliato da una catena di alte montagne ai
piedi delle quali terreni d'alluvione, estremamente fertili,
alimentano una vegetazione lussureggiante, di cui gli Europei
non possono farsi un'idea. un viluppo inestricabile di liane, di
felci, d'alberi giganteschi, che nascondono del tutto il sole, vera
foresta vergine tagliata qua e l da pozze d'acqua acquitrinosa
ed abitata da una moltitudine d'uccelli, d'insetti e d'animali, di
cui nessuno turba la pace. Un calore umido distrugge le forze
ed abbatte in poco tempo l'energia dell'uomo pi robusto.
A questi ostacoli che la natura sembrava aver seminato
sulla via che Balboa doveva percorrere, stavano per
aggiungersi quelli, non meno formidabili, che i feroci abitanti
di quel paese inospitale dovevano opporgli. Senza badare ai
rischi che poteva far correre alla sua spedizione la fedelt
problematica delle guide e degli ausiliari indigeni, Balboa parti
scortato da un migliaio d'Indiani portatori e da una frotta di
quei terribili levrieri che avevano preso gusto alla carne umana
nell'Espaola.
Delle trib ch'egli incontr sulla sua via, le une fuggirono
nelle montagne colle loro provviste, le altre, mettendo a
profitto gli accidenti del terreno, cercarono di lottare.
Camminando in mezzo ai suoi, soffrendo delle loro privazioni,
non risparmiandosi mai, Balboa seppe rialzare il loro coraggio
che pi d'una volta stava per venir meno, ed ispirar loro un tale
entusiasmo, che dopo venticinque giorni di marcia e di
combattimenti, egli pot finalmente scoprire dall'alto d'una
montagna quell'immenso Oceano di cui, quattro giorni dopo,
colla spada in una mano, la bandiera di Castiglia nell'altra,
prese possesso in nome del re di Spagna. La parte del Pacifico
a cui egli era giunto situata all'est di Panama e porta ancor
oggi il nome di San Miguel che Balboa le aveva dato. Le
notizie ottenute dai cacicchi delle vicinanze ch'egli sottopose
colle armi, e presso i quali fece gran bottino, concordavano in
tutto con quelle che aveva raccolte alla sua partenza.
Esisteva proprio, nel sud, un ampio impero, cos ricco di
oro che i pi vili strumenti erano fatti di questo metallo, dove
degli animali domestici, i lama, la cui testa, disegnata dagli
indigeni, ricordava quella del cammello, erano stati
addomesticati e portavano pesanti fardelli. Questi particolari
interessanti e la gran quantit di perle che gli furono offerte
confermarono Balboa nell'idea d'aver toccato le regioni
asiatiche descritte da Marco Polo, e di non essere lontano da
quell'impero di Cipango, di cui il viaggiatore veneziano aveva
descritto le meravigliose ricchezze, che scintillavano di
continuo innanzi agli occhi degli avidi avventurieri.
Balboa travers pi volte l'istmo di Darien, e sempre in
nuove direzioni. Perci A. de Humboldt ha potuto dire con
ragione che quel paese era meglio noto al principio del secolo
XVI, che al suo tempo. Anzi, Balboa aveva lanciato
sull'Oceano da lui scoperto delle navi costrutte per suo ordine,
e preparava un formidabile armamento, col quale contava di
conquistare il Per, quando fa odiosamente e giuridicamente
messo a morte per ordine del governatore del Darien, Pedrarias
Davila, geloso della riputazione ch'egli aveva gi conquistata e
della gloria che doveva senza dubbio ricompensare la sua
audacia nella spedizione da lui disegnata. La conquista del Per
fa dunque ritardata di venticinque anni, in grazia dell'invidia
colpevole d'un uomo, il cui nome diventato, a causa
dell'assassinio di Balboa, quasi tristamente celebre quanto
quello d'Erostrato.
Se, grazie a Balboa, si erano raccolti i primi documenti un
po' precisi sul Per, un altro esploratore doveva fornirne di non
meno importanti circa quell'ampio impero del Messico, che
aveva imposto il suo dominio a quasi tutta l'America centrale.
J uan de Grijalva aveva ricevuto, nel 1518, il comando d'una
flottiglia di quattro navi armate da Diego Velasquez, il
conquistatore di Cuba, per raccogliere notizie sullo Yucatan,
visto l'anno precedente da Hernandez de Cordova. Grijalva,
accompagnato dal pilota Alaminos, che aveva fatto con Ponce
de Leon il viaggio della Florida, aveva sotto i suoi ordini
dugentoquaranta volontari, di cui faceva parte Bernal Dias del
Castillo, l'ingenuo autore d'una storia cos interessante della
conquista del Messico, alla quale noi ci riferiremo pi d'una
volta.
Dopo tredici giorni di navigazione, Grijalva rilevava sulla
costa d'Yucatan l'isola di Cozumel, doppiava il capo Cotoche, e
si addentrava nella baia di Campeccio. Egli sbarcava il 10
maggio a Potonchan i cui abitanti, non ostante lo stupore che
cagionavano loro le navi, che essi pigliavano per mostri marini,
e quegli uomini dalla faccia pallida che lanciavano la folgore,
difesero cos vigorosamente la citt, che cinquantasette
Spagnuoli furono uccisi ed un gran numero feriti. Una cos
brutta accoglienza non incoraggiava Grijalva a fare un lungo
soggiorno presso quella nazione bellicosa. Egli riprese dunque
il mare, dopo quattro giorni di fermata, continu a seguire
nell'ovest la costa del Messico, entr il 17 maggio in un Qume
chiamato Tabasco dagli indigeni, e vi si vide poco stante
circondato da una flottiglia d'una cinquantina di piroghe,
cariche di guerrieri pronti tutti a dar battaglia. In grazia della
prudenza di Grijalva e delle dimostrazioni amichevoli ch'egli
non risparmi, la pace non fu turbata.
Noi facemmo dir loro, scrive Bernal Dias, che eravamo
sudditi d'un grande imperatore chiamato don Carlos, che essi
pure dovevano pigliarlo per padrone e che se ne troverebbero
bene. Ci risposero che avevano gi un sovrano e che non
comprendevano come, appena arrivati, ne offrissimo loro un
altro prima di conoscerli. Bisogna confessare che questa
risposta non sapeva troppo di selvaggio.
In cambio di alcuni balocchi europei senza valore, gli
Spagnuoli ricevettero del pane di yucca, della gomma copale,
dei pezzi d'oro tagliati in forma di pesci o d'uccelli, come pure
delle vestimenta di cotone fabbricate nel paese. Siccome gli
indigeni imbarcati al capo Cotoche, non intendevano bene la
lingua degli abitanti di Tabasco, la fermata in quel luogo fu
abbreviata e si riprese il mare. Si pass innanzi al rio Guatza-
coalco, furono viste le sierre nevose di San Martin e si gett
l'ncora alla foce d'un fiume, che fu chiamato Rio de las
Banderas, a causa delle numerose bandiere bianche che, in
segno di pace, gli indigeni spiegarono alla vista degli stranieri.
Quando sbarc, Grijalva fu ricevuto cogli onori che si
rendevano agli di. Fu incensato col copale, e furono deposte a'
suoi piedi pi di mille e cinquecento piastre di piccoli gioielli
d'oro, perle verdi ed accette di rame. Dopo d'aver preso
possesso del paese, gli Spagnuoli andarono ad un'isola che fu
chiamata isola de los Sacrificios, perch vi si trov, sopra una
specie d'altare posto in cima d'una lunga scalinata, cinque
Indiani sacrificati dalla vigilia, col petto aperto, il cuore
strappato, le braccia e le coscie recise. Poi, si arrestarono
innanzi ad un'altra piccola isola, che ricevette il nome di San
J uan, dal nome del santo che si festeggiava in quel giorno, al
quale si aggiunse la parola Culua, che si udiva ripetere dagli
Indiani di quei paraggi. Ora, Culua era l'antico nome del
Messico, e quell'isola di San J uan de Culua oggi San
Giovanni d'Ulloa.
Dopo aver caricato sopra una nave, che mand a Cuba,
tutto l'oro raccolto, Grijalva continu a seguire la costa, scopri
le Sierra di Tusta e di Tuspa, raccolse molte ed utili notizie su
quella regione popolosa, e giunse al Rio Panuco, dove fu
assalito da una flottiglia di barche contro le quali stent molto a
difendersi.
La spedizione volgeva al termine, le navi erano in pessimo
stato ed i viveri consumati; i volontari, feriti od infermi, erano
ad ogni modo troppo poco numerosi per essere lasciati, anche a
riparo nelle fortificazioni, in mezzo a quelle popolazioni
bellicose. I capi medesimi non erano pi d'accordo. In sostanza,
raddobbata la pi grande delle navi nel rio Tonala, dove Bernal
Dias si vanta d'aver seminato i primi aranci che crebbero al
Messico, gli Spagnuoli ripigliarono la via di Santiago di Cuba,
dove giunsero il 15 novembre, dopo una crociera di sette mesi,
e non di quarantacinque giorni, come dice il signor Ferdinando
Denis nella Biografia Didot, e come ripetuto nei Viaggiatori
antichi e moderni del signor Ed. Charton.
Grandi erano i risultati ottenuti in questo viaggio. Per la
prima volta, l'immensa linea di coste che forma la penisola di
Tucatan, la baia di Campeccio ed il fondo del golfo del
Messico, era stata esplorata senza interruzione, di capo in capo.
Non solamente si sapeva oramai che il Yucatan non era
un'isola, come si era creduto, ma erano state raccolte numerose
e precise informazioni sull'esistenza del ricco e potente impero
del Messico. Si era stati soprattutto colpiti dai segni d'una
civilt pi inoltrata di quella delle Antille, dalla superiorit
dell'architettura, dall'abile coltura del suolo, dalla delicatezza
del tessuto delle vestimenta di cotone e dalla finitezza degli
ornamenti d'oro che portavano gli indigeni, tutte cose che
dovevano esaltare negli Spagnuoli di Cuba la sete delle
ricchezze, ed indurli a slanciarsi, moderni Argonauti, alla
conquista di quel nuovo Vello d'oro.
Ma di questa pericolosa ed intelligente navigazione, che
gettava una luce cos nuova sulla civilt indiana, Grijalva non
doveva raccogliere i frutti. Il sic vos, non vobis del poeta
doveva ancor una volta, trovare la sua applicazione.
II.

Fernando Cortes Suo carattere Sua nomina Preparativi della
spedizione e tentativi di Velasquez per arrestarla Sbarco a Vera Cruz
Del Messico e dell'imperatore Montezuma La repubblica di Tiascala
Marcia su Messico L'imperatore prigioniero Disfatta di Narvaez
La Noche triste Battaglia d'Otumba Secondo assedio e presa di
Messico Spedizione di Honduras Viaggio in Ispagna Spedizione
nell'oceano Pacifico Secondo viaggio di Cortes in Ispagna Sua morte.

Velasquez non aveva aspettato il ritorno di Grijalva per
mandare in Ispagna i ricchi prodotti delle regioni da lui
scoperte, e sollecitare dal consiglio delle Indie, come pure dal
vescovo di Burgos, una maggiore autorit, che gli permettesse
di tentarne la conquista. Nel medesimo tempo, egli preparava
un nuovo armamento proporzionato ai pericoli ed
all'importanza dell'impresa meditata. Ma, se gli era
relativamente facile radunare il materiale ed il personale
necessari, Velasquez che un vecchio scrittore ci rappresenta
come poco generoso, credulo ed incline al sospetto, stent assai
pi a trovare un capo. Quest'ultimo, infatti, doveva avere delle
qualit quasi sempre incompatibili: un gran talento ed un
coraggio intrepido, senza i quali non era a sperar fortuna, e nel
medesimo tempo tanta docilit e sottomissione da non far nulla
senz'ordine e da lasciare a lui, che non correva alcun pericolo,
la gloria dell'impresa e della riuscita. Gli uni, coraggiosi ed
intraprendenti, non volevano essere ridotti a far la parte di
strumenti; gli altri, pi docili o pi dissimulati, mancavano
delle doti richieste per la riuscita d'un'impresa cos vasta;
costoro, ed erano quelli che avevano fatto campagna con
Grijalva, volevano che si desse al loro capo il comando
supremo; quelli preferivano Agustin Bermudez o Bernardino
Velasquez. Durante tutte queste trattative, due favoriti del
governatore, Andres de Duero, suo segretario, e Amador de
Lares, controllore a Cuba, fecero alleanza con un hidalgo
chiamato Hernando Cortes, a patto di spartire ci che gli
toccherebbe.
Essi si espressero, dice Bernal Dias, in termini cos buoni
e melati, facendo grandi elogi di Cortes, assicurando che era
proprio l'uomo a cui conveniva quell'impiego, che sarebbe un
capo intrepido e certamente fedelissimo a Velasquez, di cui era
figlioccio, che io lasciarono convinto, e Cortes fu nominato
capitano generale. E siccome Andres de Duero era il segretario
del governatore, egli si affrett a mettere in carta con buon
inchiostro, i poteri, secondo il genio di Cortes, e glieli port
debitamente sottoscritti.
Non era certamente l'uomo che Velasquez avrebbe scelto,
se avesse potuto leggere nell'avvenire. Cortes era nato nel
1485, a Medellin nell'Estremadura, di famiglia antica ma poco
fortunata. Dopo d'aver studiato qualche tempo a Salamanca,
egli torn nella sua citt natale, il cui soggiorno tranquillo non
poteva convenire lungamente al suo fervido carattere ed al suo
umore capriccioso. Egli part presto per l'America, facendo
assegnamento sulla protezione del suo parente Ovando,
governatore dell'Espaola.
Al suo arrivo, Cortes occup infatti molti uffici onorevoli e
lucrosi, senza contare che frattanto egli pigliava parte alle
spedizioni dirette contro gli indigeni. Disgraziatamente, si
iniziava cos alla tattica indiana, e si famigliarizzava con quegli
atti di crudelt, che hanno troppo sovente imbrattato il nome
castigliano. Nel 1511, accompagn Diego de Velasquez nella
sua spedizione di Cuba e vi si segnal tanto che, non ostante
certi dissensi col suo capo, dissensi assolutamente accertati
dagli autori moderni, egli ricevette in ricompensa de' suoi
servigi una larga concessione di terre e d'Indiani.
In pochi anni, grazie alla sua esistenza industriosa, Cortes
aveva messo insieme tremila castellanos, somma grande per il
suo stato. Bench non avesse mai, per lo innanzi, avuto il
comando supremo, la sua operosit infaticabile, che era
succeduta alla foga disordinata della giovinezza, la sua
prudenza ben nota, una grande rapidit di deliberazione, infine
il talento, che gli si riconosceva in alto grado, di saper
guadagnarsi i cuori colla cordialit dell'indole erano doti rare, e
furono fatte valere presso Velasquez dai suoi due protettori.
Aggiungete a ci ch'egli aveva un bell'aspetto, un'abilit
prodigiosa in tutti gli esercizi del corpo ed una forza di
resistenza rara, anche fra quegli avventurieri avvezzi a soffrir
tutto.
Ricevuta la sua commissione coi segni della riconoscenza
pi rispettosa, Cortes inalber alla porta di casa sua uno
stendardo di velluto nero ricamato d'oro, portante una croce
rossa in mezzo a fiamme bianche ed azzurre, ed al disotto
questa leggenda in latino: Amici, seguiamo la croce, e se
abbiamo la fede, vinceremo con questo segno. Egli concentr
in avvenire tutti gli espedienti del suo spirito ingegnoso sui
mezzi propri a far riuscire l'impresa. Spinto da un entusiasmo
che non avrebbero mai immaginato in lui quelli medesimi che
lo conoscevano meglio, non solo consacr tutto il denaro che
possedeva all'armamento della flotta, ma impegn anche i suoi
poderi e prese a prestito dagli amici grosse somme, che gli
servirono all'acquisto di navi, di viveri, di munizioni da guerra
e di cavalli. In pochi giorni, trecento volontari si arruolarono,
attirati dalla rinomanza del generale, allettati dai rischi e dai
profitti probabili dell'impresa.
Ma Velasquez, sempre sospettoso ed indotto senza dubbio
da qualche maligno, per poco non arrest la spedizione al suo
principio. Avvertito dai suoi protettori che il governatore
voleva togliergli il comando supremo, Cortes prese subito la
sua risoluzione. Bench gli equipaggi fossero incompiuti e
l'armamento insufficiente, radun i suoi uomini e lev l'ncora
durante la notte. Velasquez, cos ingannato, dissimul la
propria collera, ma fece di tutto per arrestare colui che aveva
scrollato ogni dipendenza con tanta disinvoltura.
A Macaca, Cortes comp il suo approvigionamento e vide
schierarsi sotto la sua bandiera un gran numero dei compagni
di Grijalva: Fedro de Alvarado ed i suoi fratelli, Cristoval de
Olid, Alonzo de Avila, Hernandez de Puerto Carrero, Gonzalo
de Sandoval e Bernal Dias del Castillo, che doveva scrivere, di
questi avvenimenti quorum pars magna fuit, una cronaca
preziosa. Poi egli si diresse verso la Trinit, porto situato sulla
costa meridionale di Cuba, dove fece nuove provviste.
Frattanto, il governatore Verdugo riceveva lettere di
Velasquez, che gli ingiungevano d'arrestare Cortes, a cui era
stato tolto il comando della flotta. Ma sarebbe stato un atto
pericoloso per la sicurezza della citt, e Verdugo se ne astenne.
Allo scopo di raccogliere nuovi aderenti, Cortes si rec
all'Avana, mentre il suo luogotenente Alvarado si recava per
terra al porto, dove furono fatti gli ultimi preparativi. Non
ostante la mala riuscita del primo tentativo, Velasquez sped
ancora l'ordine di arrestare Cortes; ma il governatore Pedro
Barba comprese facilmente l'impossibilit d'eseguirlo in mezzo
a soldati che, secondo l'espressione di Bernal Dias, avrebbero
dato volontieri la vita per Cortes.
Finalmente, dopo d'aver chiamato i volontari ed imbarcato
tutto ci che gli parve necessario, Cortes spieg le vele, il 18
febbraio 1519, con undici navi, la pi forte delle quali stazzava
100 tonnellate, 110 marinai, 553 soldati, fra i quali 13
archibugeri, 200 Indiani dell'isola ed alcune donne per i lavori
domestici. Ci che formava la forza della spedizione, erano i
suoi dieci cannoni, i suoi quattro falconetti forniti d'abbondanti
munizioni, e sedici cavalli raccolti con grandi spese. Con questi
mezzi quasi miserabili, che pure aveva stentato tanto a
raccogliere, Cortes stava per incominciare la lotta con un
sovrano, i cui domini erano pi estesi di tutti quelli della
corona di Spagna, impresa le cui difficolt lo avrebbero
senza dubbio fatto indietreggiare, se ne avesse potuto
intravvedere soltanto la met. Ma un pezzo che un poeta l'ha
detto: la fortuna sorride a quelli che osano.
Dopo una violenta tempesta, la spedizione tocc l'isola di
Cozumel, i cui abitanti, sia per paura degli Spagnuoli, sia per
convinzione dell'impotenza dei loro di, abbracciarono il
cristianesimo. Nel momento in cui la flotta lasciava l'isola, si
ebbe la fortuna di raccogliere uno Spagnuolo chiamato
J eronimo de Aguilar, da otto anni prigioniero degli Indiani.
Quest'uomo, che aveva imparato perfettamente la lingua maya,
e che era prudente quanto abile, rese presto grandi servigi come
interprete.
Cortes, doppiato il capo Cotoche, scese nella baia di
Campeccio, pass Potonchan e risal il rio Tabasco, colla
speranza di esservi ricevuto bene, come lo era gi stato
Grijalva, e di raccogliervi gran quantit d'oro. Ma le
disposizioni degli indigeni erano assolutamente mutate, e si
dovette usare la violenza. Non ostante il numero ed il coraggio,
gli Indiani furono battuti in molti scontri, in virt del terrore
che ispiravano loro le detonazioni delle armi da fuoco e
l'aspetto degli uomini a cavallo che pigliavano per esseri
soprannaturali. Gli Indiani perdettero molti uomini in questi
combattimenti, e gli Spagnuoli ebbero due uccisi, quattordici
uomini e parecchi cavalli feriti; furono medicati questi ultimi
col grasso d'Indiano preso sui morti. Infine la pace fu
conchiusa, e Cortes ricevette dei viveri, degli abiti di cotone,
un po' d'oro e venti donne schiave, fra le quali vi era quella
Marina, celebrata da tutti gli storici della conquista, che doveva
rendere agli Spagnuoli tanti servigi in qualit d'interprete.
Cortes continu la sua corsa all'ovest, cercando un luogo
acconcio allo sbarco, ma non lo trov che a San Giovanni
d'Ulloa. Appena la flotta aveva gettato l'ncora, un canotto si
avvicin senza timore alla nave ammiraglia. In grazia di
Marina, che era di origine azteca, Cortes apprese che i popoli
di quel paese erano sudditi d'un grande impero, di cui la loro
provincia era una conquista recente. Il loro monarca, chiamato
Moctheuzoma, meglio conosciuto sotto il nome di Montezuma,
abitava Tenochtitlan o Messico a settanta leghe circa
nell'interno. Cortes comunic agli Indiani le sue intenzioni
pacifiche, offri loro alcuni doni, e sbarc sulla spiaggia torrida
e malsana di Vera Cruz. Subito affluirono le provviste, ma il
domani dello sbarco, Te utile, governatore della provincia,
mandato da Montezuma, si trov abbastanza in impiccio per
rispondere a Cortes, che gli chiedeva di condurlo senza ritardo
innanzi al suo padrone. Egli conosceva tutte le inquietudini ed i
timori che assediavano lo spirito dell'imperatore dopo l'arrivo
degli Spagnuoli. Tuttavia, fece deporre ai piedi del generale
delle stoffe di cotone, dei mantelli di penne e degli oggetti
d'oro, la cui ricchezza non fece che eccitare la cupidigia degli
Europei. Allora, per dare a quei poveri Indiani un'idea della sua
potenza, Cortes fece manovrare i suoi soldati e sparare alcuni
cannoni, le cui scariche li agghiacciarono di terrore. Per tutto il
tempo che era durato il colloquio, dei pittori avevano riprodotto
sopra stoffe di cotone bianco le navi, i soldati e tutto ci che
aveva colpito la loro vista. Questi disegni, eseguiti con molta
abilit, dovevano essere mandati a Montezuma.
Prima di cominciare il racconto delle lotte eroiche che
stavano per seguire, ci sembra opportuno il dare alcuni
particolari su quell'impero del Messico, che, per quanto potente
apparisse, conteneva tuttavia in s stesso numerosi fermenti di
decadenza e di dissoluzione. Fu ci che permise a quel
drappello d'avventurieri di farne la conquista.
La parte dell'America sottoposta a Montezuma portava il
nome d'Anahuac, e si stendeva fra il 14 ed il 20 di latitudine
nord. Verso il mezzo di questa regione, che presentava dei
climi variatissimi a causa delle differenze d'altezza, un po' pi
vicino al Pacifico che all'Atlantico, si svolge, sopra una
circonferenza di sessantasette leghe ed a 7500 piedi al disopra
del mare, un ampio bacino, il cui fondo conteneva allora molti
laghi, e che conosciuto sotto il nome di valle di Messico, dal
nome della capitale dell'Impero.
Come si pu credere, noi possediamo pochissimi
particolari autentici sopra un popolo, i cui annali scritti sono
stati bruciati da conquistadores ignoranti e da monaci
fanatici, che soppressero con accanimento tutto ci che poteva
ricordare le tradizioni religiose e politiche d'una razza
conquistata.
Venuti dal nord al settimo secolo, i Toltechi erano sbucati
sull'altipiano dell'Auahuac. Erano una razza intelligente, dedita
all'agricoltura ed alle arti meccaniche, che sapeva lavorare i
metalli, e che costrusse la maggior parte degli edifici sontuosi e
giganteschi, di cui si trovano da per tutto le rovine nella Nuova
Spagna.
Dopo quattro secoli di dominio, i Toltechi scomparvero
dal paese collo stesso mistero con qui vi erano penetrati. Essi
furono sostituiti un secolo pi tardi da una trib selvaggia
venuta dal nord-ovest e poco stante seguita da altre popolazioni
pi inoltrate che sembrano aver parlato la lingua tolteca. Le pi
celebri di queste trib sono gli Aztechi e gli Alcolhue o
Tezcucan, che si assimilarono con facilit la tinta
d'incivilimento rimasta nel paese cogli ultimi Toltechi. Quanto
agli Aztechi, dopo una serie di migrazioni e di guerre, si
stabilirono nel 1320 nella valle di Messico, dove fabbricarono
la loro capitale Tenochtitlan. Per un secolo, in grazia d'un
trattato d'alleanza offensiva e difensiva fra gli Stati di Messico,
di Tezcuco e di Tlacopan rigorosamente osservato, la civilt
azteca, dapprima contenuta nei limiti della vallata, strarip ed
in breve non ebbe altri confini che il Pacifico e l'Atlantico.
In poco tempo, quei popoli erano arrivati ad un grado di
civilt superiore a quello di tutte le trib del Nuovo Mondo. Il
diritto di propriet era riconosciuto al Messico, il commercio vi
era fiorente, e tre specie di monete assicuravano il meccanismo
dello scambio. La polizia era fatta bene, ed un sistema di posti,
funzionante a perfezione, permetteva di trasmettere
rapidamente gli ordini del sovrano da un capo all'altro
dell'impero. Il numero e la bellezza delle citt, la grandezza dei
palazzi, dei templi e delle fortezze, dinotavano un incivilimento
avanzato, che fa un bizzarro contrasto coi costumi feroci degli
Aztechi. Nulla di pi barbaro e di pi sanguinario della loro
religione politeista. I sacerdoti formavano una corporazione
numerosissima ed avevano grande influenza, anche nei negozi
assolutamente politici. Accanto a riti simili a quelli dei
cristiani, come a dire il battesimo e la confessione, la loro
religione era un tessuto delle pi assurde e delle pi
sanguinarie superstizioni. cos che i sacrifici umani, adottati
al principio del secolo XIV e dapprima piuttosto rari, erano in
breve diventati tanto frequenti, che si valuta a ventimila, annata
media, il numero delle vittime immolate, e per lo pi fornite
dalle nazioni vinte. In certe occasioni, questo numero fu ancora
molto pi elevato. Gli cos che nel 1486, all'inaugurazione del
tempio d'Huitzilopchit, settantamila prigionieri perirono in un
sol giorno.
Il governo del Messico era monarchico; ma la potenza
degli imperatori, dapprima ristretta, era cresciuta colle
conquiste ed era diventata dispotica. Il sovrano veniva sempre
scelto nella medesima famiglia, ed il suo avvenimento al trono
era segnalato da numerosi sacrifici umani.
L'imperatore Montezuma apparteneva alla casta
sacerdotale, ed il suo potere ne aveva ricevuto singolari
accrescimenti. In seguito a numerose guerre, egli aveva
allargate le frontiere e soggiogato delle nazioni che accolsero
con premura gli Spagnuoli, il cui dominio sembrava loro dover
essere meno greve e meno crudele di quello degli Aztechi.
assolutamente certo che, se Montezuma fosse piombato
colle forze grandi di cui disponeva sugli Spagnuoli, allorch
questi occupavano la spiaggia calda e malsana di Vera Cruz,
essi non avrebbero potuto, non ostante la superiorit delle armi
e della disciplina, resistere a tale urto. Sarebbero tutti periti, o
sarebbero stati costretti ad imbarcarsi di nuovo. I destini del
Nuovo Mondo sarebbero stati assolutamente mutati.
Ma l'energia, che era la dote principale del carattere di
Cortes, mancava assolutamente a Montezuma, che non seppe
mai pigliare risolutamente un partito.
Frattanto, nuovi inviati dell'imperatore si erano recati al
campo spagnuolo, portando a Cortes l'ordine di lasciare il
paese, ed in seguito al suo rifiuto, ogni rapporto degli indigeni
cogli invasori era cessato immediatamente. La situazione si
faceva difficile, Cortes lo comprese. Dopo aver vinte alcune
esitazioni che si erano manifestate fra i suoi soldati, egli fece
gettare le fondamenta della Vera Cruz, fortezza che doveva
servirgli di base d'operazione e di sostegno caso mai dovesse
imbarcarsi di nuovo. Egli ordin poi una specie di governo
civile, di giunta, come si direbbe oggid, alla quale affid la sua
commissione rivocata da Velasquez, e si fece dare, in nome del
re, nuove provviste coi poteri pi estesi. Poi, ricevette gli
inviati della citt di Zempoalla, che venivano a sollecitare la
sua alleanza e la sua protezione contro Montezuma, di cui
sopportavano il giogo impazientemente.
Era davvero una gran fortuna il trovare simili alleati fin dai
primi giorni dallo sbarco. Per ci, Cortes, non volendo lasciar
sfuggire quest'occasione, accolse favorevolmente i Totonachi,
si rec nella loro capitale, e dopo d'aver fatto costrurre una
fortezza a Quiabislan sulle rive del mare, li indusse a rifiutare il
pagamento delle imposte. Egli approfitt del suo soggiorno a
Zempoalla per esortare quei popoli a convertirsi al
cristianesimo, e rovesci i loro idoli, come aveva fatto a
Cozumel, per provar loro tutta l'impotenza dei loro di.
Frattanto, si ordiva un complotto nel suo campo, e
persuaso che fin tanto che rimanesse un mezzo di tornare a
Cuba, egli avrebbe a lottare contro la stanchezza ed il
malcontento de' soldati, Cortes fece gettare alla costa tutte le
navi sotto il pretesto che erano in troppo cattivo stato per
servire pi a lungo. Era un atto d'audacia veramente inaudita,
che costringeva i suoi compagni a vincere od a morire.
Non avendo allora pi nulla a temere dall'indisciplina de'
soldati, Cortes parti il 16 agosto da Zempoalla con cinquecento
soldati, quindici cavalli e sei cannoni da campagna, senza
contare dugento Indiani portatori, destinati a tutti i lavori
servili.
Egli giunse in breve alle frontiere della piccola repubblica
di Tlascala, i cui popoli feroci, nemici d'ogni servit, erano da
un pezzo in lotta con Montezuma. Cortes si lusingava che la
sua intenzione, tante volte proclamata, di liberare gli Indiani
dal giogo messicano, getterebbe i Tlascalani nelle sue braccia e
li farebbe i suoi alleati. Egli chiese dunque loro il permesso di
passare sul loro territorio per giungere a Messico. Ma i suoi
ambasciatori furono trattenuti, e quando egli si avanz
nell'interno del paese, dovette, per quattordici giorni
consecutivi, sostenere gli assalti continui di giorno e di notte di
parecchi eserciti di trentamila Tlascalani, che dimostrarono un
coraggio ed un'ostinazione di cui gli Spagnuoli non avevano
ancora avuto esempio nel Nuovo Mondo.
Ma le armi di quei coraggiosi erano troppo primitive. Che
mai potevano essi con freccie e lancie armate di pietre o d'ossa
di pesci, con piuoli induriti al fuoco, spade di legno, e
soprattutto una tattica insufficiente? Allorch essi si avvidero
che in tutti quei combattimenti, che avevano costato la vita ad
un s gran numero dei loro pi bravi guerrieri, non un solo
Spagnuolo era rimasto ucciso, diedero a quegli stranieri una
natura superiore, pur non sapendo qual opinione farsi di
uomini, che rimandavano colle mani recise le spie sorprese nel
loro campo, e che, dopo ogni vittoria, non solo non divoravano
i prigionieri come avrebbero fatto gli Aztechi, ma li lasciavano
andare carichi di doni e domandavano la pace.
I Tlascalani si riconobbero dunque vassalli della Spagna, e
giurarono di assecondare Cortes in tutte le sue spedizioni; dal
canto suo, egli doveva proteggerli contro i loro nemici. Era
tempo del resto che si facesse la pace; molti Spagnuoli erano
feriti ed infermi, tutti erano estenuati dalle fatiche. Il loro
ingresso trionfale a Tlascala, dove furono accolti come esseri
soprannaturali, non tard a far dimenticar loro ogni sofferenza.
Dopo venti giorni di riposo in questa citt, Cortes ripigli
le mosse verso Messico con un esercito ausiliario di seimila
Tlascalani. Egli si diresse dapprima verso Cholula, considerata
dagli Indiani come una citt santa, santuario e residenza
preferita dei loro di. Montezuma era contentissimo di attirarvi
gli Spagnuoli, sia ch'egli facesse assegnamento sulla vendetta
degli di medesimi contro la violazione dei loro templi, sia
ch'egli credesse un'insurrezione ed una strage pi facili in
quella citt popolosa e fanatica.
Ma Cortes era stato avvertito dai Tlascalani di diffidare
delle proteste d'amicizia e di devozione dei Cholulani. Checch
ne fosse, egli si accomod nell'interno della citt, giacch
voleva il suo prestigio che sembrasse non temer di nulla.
Avvertito dai Tlascalani che le donne ed i fanciulli erano stati
allontanati, e da Marina che un grande esercito era concentrato
alle porte della citt, che fosse e trabocchetti erano stati scavati
nelle vie, mentre le terrazze si coprivano di sassi e di dardi,
Cortes prevenne i nemici, fece prendere i principali personaggi
della citt ed ordin la strage d'una popolazione sorpresa e
priva de' suoi capi. Pei due giorni interi, i disgraziati Cholulani
furono in preda a tutti i Tlascalani, loro mali che poterono
inventare la rabbia degli Spagnuoli e la vendetta dei alleati.
Seimila abitanti sgozzati, i templi bruciati, la citt
semidistrutta, era questo un esempio che doveva atterrire
Montezuma ed i suoi sudditi.
Perci per ogni dove, sulle venti leghe che lo separavano
dalla capitale, Cortes fu ricevuto come un liberatore. Non vi era
un cacicco che non avesse a lamentarsi del dispotismo
imperiale, il che confermava Cortes nella speranza di poter
facilmente trionfare d'un impero cos diviso.
Man mano che essi scendevano dalle montagne di Chalco,
la vallata di Messico, il suo lago immenso circondato di gran
citt, quella capitale costrutta su palafitte, quei campi cos ben
coltivati, tutto si svolgeva innanzi agli occhi meravigliati degli
Spagnuoli.
Senza darsi pensiero delle perpetue tergiversazioni di
Montezuma, il quale non seppe fino all'ultimo momento se
dovesse accogliere gli Spagnuoli quali amici o quali nemici,
Cortes si cacci nella via che conduce a Messico attraversando
il lago. Gi egli non era pi che ad un miglio dalla citt,
quando degli Indiani, che ai loro costumi magnifici apparivano
alti personaggi, vennero a salutarlo e ad annunciargli la venuta
dell'imperatore.
Montezuma apparve poco dopo, portato sulle spalle de'
suoi favoriti in una specie di palanchino ornato d'oro e di
penne, mentre un magnifico padiglione lo proteggeva contro
gli ardori del sole.
Man mano ch'egli si avanzava, gli Indiani si prosternavano
innanzi a lui e si nascondevano la testa, come se fossero stati
indegni di contemplarlo. Questo primo colloquio fu cordiale, e
Montezuma condusse egli medesimo i suoi ospiti nel quartiere
che aveva loro preparato. Era un ampio palazzo, circondato da
una muraglia di pietra e difeso da alte torri. Cortes prese subito
le sue disposizioni di difesa e fece appuntare i cannoni sulle vie
che vi conducevano.
Al secondo colloquio, doni magnifici furono offerti al
generale ed ai suoi soldati. Montezuma narr che, secondo
un'antica tradizione, gli antenati degli Aztechi sarebbero venuti
nel paese guidati da un uomo bianco e barbuto come gli
Spagnuoli. Dopo d'aver fondata la loro potenza, egli si era
imbarcato sull'Oceano, promettendo che i suoi discendenti
verrebbero un giorno a visitarli ed a riformare le loro leggi.
S'egli li riceveva, non come stranieri, ma come padri, gli
perch era persuaso di vedere in essi i discendenti del loro
antico capo, e li pregava di considerarsi come padroni dei suoi
Stati.
I giorni seguenti furono impiegati nel visitare la citt, che
parve agli Spagnuoli pi grande, pi popolosa, pi bella d'ogni
altra fra quante ne avevano visto fino allora in America. Ci
che formava la sua singolarit, erano le dighe che la mettevano
in comunicazione colla terra ferma, dighe tagliate qua e l cos
da permettere libero passaggio alle barche che solcavano il
lago. Su queste aperture erano gettati dei ponti che potevano
venir distrutti con facilit. Dalla parte dell'ovest non vi erano
dighe, e non si poteva comunicare colla terra ferma se non per
mezzo di barche.
Questa disposizione di Messico inquietava Cortes, che
poteva vedersi ad un tratto bloccato nella citt senza che gli
fosse possibile uscirne. Egli risolvette dunque, per prevenire
qualunque tentativo sedizioso, di assicurarsi dell'imperatore
come ostaggio. Le notizie ricevute gli fornivano del resto un
eccellente pretesto: Qualpopoca, generale messicano, aveva
assalito le Provincie sottoposte agli Spagnuoli, ferito a morte
Escalante e sette de' suoi soldati; finalmente, la testa d'un
prigioniero decapitato, che veniva portata di citt in citt,
provava che gli invasori potevano essere vinti e non erano nulla
pi che semplici mortali.
Cortes approfitt di questi avvenimenti per accusare
l'imperatore di perfidia. Egli pretese che, se lo accoglieva bene,
al pari de' suoi soldati, era per cogliere l'occasione favorevole
di far loro subire lo stesso trattamento che ad Escalante,
procedere indegno d'un sovrano e differentissimo dalla fiducia
colla quale Cortes era venuto a trovarlo. Se, del resto, i sospetti
che tutti gli Spagnuoli avevano concepiti non erano fondati,
l'imperatore aveva un mezzo semplicissimo di giustificarsi
facendo punire Qualpopoca. In fine, per impedire il rinnovarsi
di aggressioni che non potevano a meno di nuocere alla buona
armonia, e per provare ai Messicani ch'egli non nutriva contro
gli Spagnuoli alcun cattivo disegno, Montezuma non aveva
altro partito a pigliare, fuor quello di venir a stare in mezzo ad
essi. L'imperatore non vi si indusse facilmente, e si comprende,
ma gli bisogn cedere alla violenza ed alle minaccie.
Annunziando ai suoi sudditi la nuova risoluzione, egli dovette
assicurar loro pi volte che si metteva liberamente e di sua
piena volont nelle mani degli Spagnuoli e calmarli con queste
parole, giacch essi minacciavano di farsi addosso agli
stranieri.
Questo colpo audace riusc a Cortes oltre le sue speranze.
Qualpopoca, il figlio suo e cinque dei principali artefici della
rivolta furono presi dai Messicani, affidati ad un tribunale
spagnuolo, ad un tempo giudice e parte, che li condann e li
fece abbruciar vivi. Non contento d'aver punito degli uomini
che non avevano fatto se non eseguire gli ordini del loro
imperatore e si erano opposti colle armi all'invasione del loro
paese, Cortes impose una nuova umiliazione a Montezuma,
mettendogli i ferri ai piedi, sotto pretesto che i colpevoli lo
avevano accusato all'ultimo momento.
Per sei mesi il conquistador esercit in nome
dell'imperatore, ridotto alla parte di re fannullone, l'autorit
suprema, mutando i governatori che gli spiacevano, facendo
esigere le imposte, presiedendo a tutti i particolari
dell'amministrazione, mandando, in diverse provincie
dell'impero, degli Spagnuoli incaricati di riconoscere i loro
prodotti e di esaminare con una cura affatto speciale i distretti
delle miniere ed i procedimenti usati per raccoglier l'oro.
In fine, Cortes sfruttava la curiosit che Montezuma
mostrava di veder delle navi europee per far venire da Vera
Cruz degli attrezzi, e per costrurre dei brigantini destinati ad
assicurare le sue comunicazioni per il lago colla terra ferma.
Fatto ardito da tante prove di sottomissione e d'umilt,
Cortes and pi oltre e pretese da Montezuma che si
riconoscesse vassallo e tributario della Spagna. Quest'atto di
fede e di omaggio fu accompagnato, s'indovina facilmente, da
ricchi e numerosi regali, come pure da una forte contribuzione
che fu esatta senza molte difficolt. Se ne approfitt per
raccogliere tutto ci che era stato estorto in oro ed argento agli
Indiani, e fonderlo, tranne alcuni pezzi che furono conservati a
causa della bellezza del lavoro. Il tutto non ammont a pi di
600,000 pesos, ossia 2,500,000 lire. Cos dunque, sebbene gli
Spagnuoli avessero messo in opera tutta la loro potenza,
bench Montezuma avesse esaurito i suoi tesori per saziarli, il
prodotto netto non ammontava che ad una somma derisoria,
assai poco corrispondente alle idee che i conquistatori si erano
fatte delle ricchezze del paese.
Quando fu messo da parte il quinto del re, il quinto per
Cortes, e il tanto da rimborsare le somme anticipate per le
spese dell'armamento, la parte d'ogni soldato non fu di cento
pesos. Aver provato tante fatiche, corso tanti pericoli e sofferto
tante privazioni per cento pesos, tanto avrebbe valuto rimanere
all'Espaola! Se a questo meschino risultato mettevano capo le
magnifiche promesse di Cortes, se la divisione era stata fatta
con giustizia, cosa di cui non si aveva certezza, era derisorio il
rimanere pi a lungo in un paese cos miserabile, mentre, sotto
un capo meno prodigo di promesse, ma pi generoso, si
potevano pigliare delle regioni ricche d'oro e di pietre preziose,
dove dei bravi guerrieri avrebbero trovato giusta ricompensa
alle loro fatiche. Cos mormoravano quegli avidi avventurieri;
gli uni accettarono brontolando ci che toccava loro, gli altri lo
rifiutarono sdegnosamente.
Se Cortes era riuscito a convincere Montezuma in tutto ci
che riguardava la politica, non fu la stessa cosa per ci che
riguardava la religione. Non mai egli pot indurlo a convertirsi,
e quando volle rovesciare gli idoli come aveva fatto a
Zempoalla, sollev una sedizione, che non avrebbe mancato di
diventare molto grave, se il conquistatore non avesse subito
abbandonato i suoi disegni. Quindi innanzi, i Messicani, che
avevano sofferto quasi senza resistenza la prigionia e la
sottomissione del loro monarca, risolvettero di vendicare i loro
di insultati e prepararono una rivolta generale contro gli
invasori.
nel momento in cui le cose sembravano prendere una
piega meno favorevole all'interno, che Cortes ricevette, da Vera
Cruz, la notizia che molte navi incrociavano innanzi al porto.
Da principio, egli credette che quella flotta di soccorso fosse
mandata da Carlo V in risposta alla lettera che gli aveva diretta
il 16 luglio 1619 per Puerto Carrerro e Montejo. Egli fu subito
disingannato, ed apprese che quell'armamento, allestito da
Diego Velasquez, il quale aveva saputo con quanta facilit il
suo luogotenente si era sciolto da tutti i lacci di dipendenza
verso di lui, aveva per intento di spossessarlo, di farlo
prigioniero e di mandarlo a Cuba, dove il suo processo sarebbe
fatto alla lesta.
Questa flotta, il cui comando era stato affidato a Pamfilo
de Narvaez, non contava meno di diciotto navi, portanti ottanta
cavalieri, cento fanti, di cui ottanta moschettieri, centoventi
balestrieri e dodici cannoni.
Narvaez sbarc senza opposizione presso il forte San J uan
d'Ulloa. Ma avendo intimato a Sandoval, governatore di Vera
Cruz, di consegnargli la citt, costui s'impadron di quelli che si
erano incaricati di questa insolente commissione, e li mand a
Messico. Cortes li rimise subito in libert ed ebbe da loro
informazioni minuziose sui disegni e le forze di Narvaez. Il
pericolo ch'egli correva era grande; le truppe armate da
Velasquez erano pi numerose, e fornite d'armi e di munizioni
meglio delle sue; in oltre, ci che lo inquietava, non era la
prospettiva d'essere condannato, messo a morte, era il timore di
perdere il frutto di tutti i suoi sforzi e del danno che quei
dissensi dovevano portare alla sua patria. La situazione era
critica: dopo d'aver riflettuto a lungo e pesato il pro ed il contro
del partito che stava per prendere, Cortes si determin a
combattere, malgrado ogni svantaggio, meglio che sacrificare
le proprie conquiste e gli interessi della Spagna.
Prima di venire a questo estremo, Cortes mand a Narvaez
il suo cappellano Olmedo, che fu accolto assai male, e che vide
respingere sdegnosamente ogni proposta d'accomodamento.
Olmedo ebbe maggior fortuna coi soldati, che per lo pi lo
conoscevano ed ai quali distribu molte catene, anelli d'oro e
gioielli, atti a dar loro un'alta opinione delle ricchezze del
conquistatore. Ma Narvaez, che ne fu informato, non volle
lasciare pi a lungo le sue truppe esposte alla seduzione; pose a
taglia la testa di Cortes e de' suoi principali uffiziali e mosse
incontro a lui. Quest'ultimo era troppo abile per dar battaglia in
condizioni sfavorevoli. Egli temporeggi, stanc Narvaez e le
sue truppe, che rientrarono a Zempoalla, e prese cos bene le
sue misure che, compensando colla sorpresa ed il terrore d'un
assalto notturno l'inferiorit delle forze, fece prigioniero il suo
avversario e tutte le sue truppe, e non perdette dal canto suo
che due soldati.
Il vincitore tratt bene i vinti, lasciando loro la scelta di
ritirarsi a Cuba o di spartire la sua fortuna. Quest'ultima
prospettiva, avvalorata da doni e da promesse, parve tanto
seducente ai nuovi sbarcati, che Cortes si vide a capo di mille
soldati il domani medesimo del giorno in cui era sul punto di
cadere nelle mani di Narvaez.
Questo brusco cambiamento di fortuna fu aiutato di molto
dall'abilit diplomatica di Cortes, che si affrett a ripigliare la
via di Messico. Le truppe ch'egli vi aveva lasciato sotto il
comando d'Alvarado, alla custodia de' suoi tesori e
dell'imperatore prigioniero, erano ridotte agli ultimi estremi
dagli indigeni, che avevano ucciso o ferito gran numero di
soldati e che tenevano il rimanente strettamente bloccato, sotto
la minaccia continua d'un assalto generale. Bisogna confessare,
del resto, che la condotta imprudente e colpevole degli
Spagnuoli, e segnatamente la strage, fatta durante una festa, dei
cittadini pi segnalati dell'impero, avevano prodotto il temuto
sollevamento che avevano voluto prevenire.
Dopo d'essere stato raggiunto da duemila Tlascalani,
Cortes accorse a marcie forzate verso la capitale, dove giunse
fortunatamente, senza che gl'Indiani avessero rotto i ponti delle
dighe che congiungevano Messico alla terra ferma. Non ostante
l'arrivo di questo rinforzo, la situazione non miglior gran
fatto. Ogni giorno bisognava dare nuovi combattimenti e far
delle sortite per isgombrare i viali dei palazzi occupati dagli
Spagnuoli.
Cortes comprese allora l'errore commesso venendo a
chiudersi in una citt in cui poteva essere forzato ad ogni
istante, e donde gli era tuttavia cos difficile l'uscire. Ricorse
allora a Montezuma, che poteva, colla sua autorit e col
prestigio di cui era ancora circondato, quetare la ribellione,
dare, in ogni caso, un po' di tregua agli Spagnuoli, e preparare
la loro ritirata. Ma quando il disgraziato imperatore, divenuto il
balocco di Cortes, comparve sulle muraglie, rivestito de' suoi
ornamenti regali, ed eccit i suoi sudditi a cessare le ostilit,
sorsero dei mormorii di malcontento, furono proferite delle
minaccie; le ostilit ricominciarono, e prima che i soldati
avessero avuto il tempo di proteggerlo coi loro scudi,
l'imperatore fu trapassato di freccie e colpito alla testa da un
sasso che lo rovesci.
A questa vista, gli Indiani, spaventati del crimine che
avevano commesso, cessarono subito il combattimento e
fuggirono in tutte le direzioni. Quanto all'imperatore,
comprendendo, ma troppo tardi, tutta l'abbiezione della parte
che Cortes gli aveva fatto fare, strapp le fasciature che erano
state fatte alle sue ferite, rifiut il cibo e spir maledicendo gli
Spagnuoli.
Dopo un avvenimento cos funesto, non si doveva pi
pensare a venire a patti coi Messicani, e bisognava ad ogni
costo ed al pi presto ritirarsi da una citt in cui si sarebbe stati
bloccati ed affamati. Cortes lo comprese e vi si prepar in
segreto. Le sue truppe erano strette ogni giorno pi davvicino;
egli medesimo dovette molte volte metter mano alla spada e
combattere come un semplice soldato. Solis narra anzi, non si
sa con quanta autorit, che, in un assalto dato ad uno degli
edifizi che dominavano il quartiere degli Spagnuoli, due
giovani Messicani, riconoscendo Cortes che animava i soldati
colla voce, risolvettero di sacrificarsi per far perire l'autore
delle calamit della loro patria. Essi gli si avvicinarono in atto
supplichevole, come se volessero domandargli quartiere, ed
afferrandolo a mezzo il corpo, lo trascinarono verso i merli, dai
quali si precipitarono, sperando di trascinarlo seco. Ma in
grazia della sua forza e della sua agilit eccezionali, Cortes
pot sottrarsi alla loro stretta, e quei bravi Messicani perirono
nel tentativo generoso ed inutile per la salvezza del loro paese.
Una volta decisa la ritirata, si trattava di sapere se si
dovesse farla d giorno o di notte. Di giorno, si potrebbe meglio
resistere al nemico, si vedrebbero meglio le imboscate
preparate, si potrebbero prendere pi facilmente delle
precauzioni per riattare i ponti rotti dai Messicani. D'altra parte,
si sapeva che gl'Indiani assalivano raramente dopo il tramonto
del sole; ma ci che indusse Cortes a scegliere una ritirata
notturna, fu un soldato, che s'intendeva d'astronomia, e che
aveva promesso a' compagni un successo sicuro se la ritirata si
faceva di notte.
Si presero dunque le mosse a mezzanotte. Oltre alle truppe
spagnuole, Cortes aveva sotto i suoi ordini i drappelli di
Tlascala, di Zempoalla e di Cholula, che ammontavano ancora,
malgrado le gravi perdite, a settemila uomini. Sandoval
comandava l'avanguardia; Cortes era al centro coi bagagli, i
cannoni, i prigionieri, fra i quali vi erano un figlio e due figlie
di Montezuma; Alvarado e Velasquez de Leon conducevano la
retroguardia. Si aveva avuto cura di costrurre un ponte volante
che doveva essere gettato sulle parti rotte della diga. Gli
Spagnuoli erano sbucati appena sulla diga che conduceva a
Tacuba e ch'era la pi breve, quando furono assaliti di fronte,
di fianco ed alle spalle da fitte schiere di nemici, mentre
un'innumerevole flottiglia di barche faceva piovere sopra di
essi una grandine di sassi e di freccie. Sbalorditi, acciecati, gli
alleati non sanno a chi rispondere. Il ponte di legno si sfonda
sotto il peso dell'artiglieria e dei combattenti. Ammucchiati
sopra una stretta diga, non potendo servirsi delle armi da fuoco,
privi della loro cavalleria che manca di spazio, misti agli
Indiani che li afferrano corpo a corpo, non avendo pi la forza
di uccidere, circondati da ogni parte, gli Spagnuoli ed i loro
alleati cedono sotto il numero sempre rinnovantesi degli
assalitori. Capi e soldati, fanti e cavalieri, Spagnuoli e
Tlascalani sono confusi; ciascuno si difende personalmente,
senza badare alla disciplina ed alla salvezza comune.
Tutto sembra perduto, quando Cortes, con un centinaio
d'uomini, riesce a valicare il taglio della diga sul mucchio di
cadaveri che l'hanno colmato. Egli schiera i suoi soldati man
mano che arrivano e, alla testa dei meno gravemente feriti, si
caccia nella mischia e riesce a liberare una parte de' suoi. Prima
del giorno, tutto ci che aveva potuto sfuggire alla strage della
noche triste, come fu designata quella spaventevole notte, si
trovava raccolto a Tacuba. Fu cogli occhi pieni di lagrime che
Cortes pass in rivista i suoi ultimi soldati, coperti di ferite, e si
rese conto delle grandi perdite provate; quattromila Indiani,
Tlascalani e Cholulani e quasi tutti i cavalli, erano uccisi; tutta
l'artiglieria, come pure le munizioni e la maggior parte dei
bagagli, erano perduti; molti ufficiali segnalati, Velasquez de
Leon, Salcedo, Moria, Lares e molti altri erano fra i morti; uno
dei pi pericolosamente feriti era Alvarado, e non vi era uomo,
ufficiale o soldato, che non fosse ferito.
Non si rimase un pezzo a Tacuba, e si cammin a casaccio
nella direzione di Tlascala, dove non si sapeva del resto quale
accoglienza si riceverebbe. Sempre tormentati dai Messicani,
gli Spagnuoli dovettero dare ancora una gran battaglia nei
campi d'Otumba ad una moltitudine di guerrieri che certi storici
fanno ascendere a dugentomila. In grazia di alcuni cavalieri che
gli rimanevano, Cortes pot rovesciare tutto quanto si metteva
innanzi a lui, e giungere fino ad un drappello d'alti personaggi
facilmente riconoscibili dai loro pennacchi dorati e dalle loro
vestimenta di lusso, fra cui stava il generale portante lo
stendardo. Con pochi cavalieri Cortes si fece addosso al
drappello, e fu tanto fortunato o tanto abile da rovesciare con
un colpo di lancia il generale messicano che un soldato
chiamato J uan de Salamanca fin con un colpo di spada. Dal
momento in cui lo stendardo fu abbattuto, la battaglia fu vinta,
ed i Messicani, presi dal terror panico, abbandonarono in fretta
il campo di battaglia. Non mai gli Spagnuoli avevano corso
un maggior pericolo, e senza la stella di Cortes, dice Prescott,
non uno avrebbe sopravvissuto per trasmettere alla posterit il
racconto della sanguinosa battaglia d'Otumba. Il bottino fu
grande, e pot compensare in parte gli Spagnuoli delle perdite
che avevano subito alla loro uscita da Messico, giacch
quell'esercito era composto dei principali guerrieri della
nazione, che, persuasi della infallibile riuscita, si erano
abbigliati coi pi ricchi ornamenti.
Il domani gli Spagnuoli entravano nel territorio di
Tlascala.
Chiamer ora l'attenzione dei curiosi lettori, dice Bernal
Dias, su questo fatto che, quando noi tornammo a Messico in
aiuto d'Alvarado, formavamo un totale di milletrecento uomini,
compresi i cavalieri in numero di novantasette, ottanta
balestrieri, altrettanti archibugieri e pi di duemila Tlascalani
con molta artiglieria. La nostra seconda entrata in Messico era
seguita il giorno di San Giovanni del 1520, e la nostra fuga il
10 del mese di luglio seguente. Noi demmo la memorabile
battaglia d'Otumba il 14 di quel medesimo mese di luglio. Ed
ora voglio portar l'attenzione sul numero d'uomini che furono
uccisi, tanto a Messico, al passaggio delle dighe e dei ponti,
quanto negli altri scontri d'Otumba e sulle vie. Io affermo che,
nello spazio di cinque giorni, ci furon uccisi ottocentosessanta
uomini, comprendendovi settanta soldati morti nel villaggio di
Rustepeque, con cinque donne di Castiglia; noi perdemmo nel
medesimo tempo milledugento Tlascalani. Si deve ancora
notare che, se mor un maggior numero d'uomini dell'esercito
di Narvaez che di quello di Cortes, al passaggio dei ponti, fu
perch si misero in cammino carichi d'una quantit d'oro, il cui
peso imped loro di nuotare e di cavarsi dalle dighe.
Le truppe di Cortes erano ridotte a quattrocentoquaranta
uomini con venti cavalli, dodici balestrieri e sette archibugieri,
senza una carica di polvere, tutti feriti, zoppicanti o storpi nelle
braccia, vale a dire nel medesimo numero di quando facevano
il loro primo ingresso a Messico, ma con questa differenza
grande, che oggi uscivano dalla capitale vinti.
Entrando nel territorio di Tlascala, Cortes raccomand a'
suoi uomini, e segnatamente a quelli di Narvaez, di non
commettere alcuna vessazione a danno degli indigeni, giacch
ne andava della comune salvezza, e di non irritare i soli alleati
che rimanessero loro. Fortunatamente i timori concepiti circa la
fedelt dei Tlascalani furono vani. L'accoglienza che essi
fecero agli Spagnuoli fu simpaticissima; essi non pensavano
che a vendicare la morte dei fratelli trucidati dai Messicani.
Nella loro capitale, Cortes apprese ancora la perdita di due
drappelli; ma questi scacchi, per quanto gravi, non lo
scoraggiarono. Egli aveva sotto i suoi ordini delle truppe
agguerrite, degli alleati fedeli; Vera Cruz era intatta, egli
poteva ancor una volta fare assegnamento sulla propria fortuna.
Ma prima d'intraprendere una nuova campagna e
d'incominciare un nuovo assedio, bisognava chiedere soccorsi e
fare dei preparativi. Cortes mand quattro navi all'Espaola per
arruolare dei volontari e comperare dei cavalli, della polvere e
delle munizioni; nel medesimo tempo fece recidere nelle
montagne di Tlascala il legname necessario alla costruzione di
dodici brigantini, che dovevano venir trasportati a pezzi fino al
lago di Messico, dove verrebbero varati al momento opportuno.
Dopo d'aver represso certi tentativi di ammutinamento, che
si manifestarono segnatamente fra i soldati venuti con Narvaez,
Cortes mosse di nuovo innanzi ed assal dapprima, coll'aiuto
dei Tlascalani, gli abitanti di Tepeaca e d'altre provincie vicine,
il che ebbe il vantaggio di familiarizzare di nuovo i suoi soldati
colla vittoria e di agguerrire gli alleati.
In questo mentre due brigantini carichi di munizioni e di
rinforzi, mandati da Velasquez a Narvaez, di cui ignorava le
disgrazie, caddero nelle mani di Cortes; nel medesimo tempo,
un certo numero di Spagnuoli, mandati da Francesco di Garay,
governatore della Giamaica, si unirono a lui. In grazia di queste
reclute, l'esercito di Cortes si trov composto, quando si fu
sbarazzato di molti partigiani di Narvaez di cui era
malcontento, di cinquecentocinquanta fanti, fra i quali ottanta
archibugieri e quaranta cavalieri. Con queste deboli forze,
sorretto da mille Tlascalani, egli riprese la via di Messico, il 28
dicembre 1520, sei mesi dopo d'essere stato costretto ad
abbandonarla.
Noi passeremo di volo su tutta questa campagna, non
ostante l'interesse che pu offrire; ma essa ebbe per teatro
regioni gi descritte, e non a parlar propriamente la storia
della conquista del Messico che noi vogliamo fare. Ci baster
dire che dopo la morte di Montezuma il fratel suo Quetlavaca,
innalzato al trono, aveva preso, per resistere, tutte le
precauzioni compatibili colla scienza strategica degli Aztechi.
Ma egli mor di vaiuolo, triste regalo che gli Spagnuoli
avevano fatto al Nuovo Mondo, nel momento in cui le sue belle
qualit di previdenza e di coraggio stavano per essere pi
necessarie. Egli ebbe per successore Guatimozin, nipote di
Montezuma, conosciuto per l'ingegno ed il valore.
Appena entr nel territorio messicano, Cortes ebbe a
combattere. Egli s'impadron tuttavia in breve di Tezcuco, citt
situata a venti miglia da Messico e bagnata dal lago centrale,
sul quale gli Spagnuoli vedevano galleggiare tre mesi pi tardi
una flottiglia potente. Frattanto, una nuova cospirazione, che
aveva per iscopo l'assassinio di Cortes e de' suoi principali
ufficiali, era stata scoperta, ed il principale colpevole fu messo
a morte. Del resto, in quel momento, tutto sembrava sorridere a
Cortes; egli aveva appreso l'arrivo di nuovi soccorsi a Vera
Cruz, e la maggior parte delle citt che erano sotto il dominio
di Guatimozin si sottomettevano alle sue armi. Il vero assedio
cominci nel mese di maggio 1521 e continu con alternative
di trionfi e di rovesci fino al giorno in cui i brigantini furono
varati. I Messicani non ebbero timore di dar battaglia; quattro o
cinquemila barche, cariche ciascuna di due uomini, coprirono il
lago e vennero ad assalire le navi spagnuole, sulle quali erano
imbarcati circa trecento uomini. Quei nove brigantini, armati di
cannoni, ebbero in breve dispersa o colata a fondo la flotta
nemica, che lasci il campo libero. Ma questo trionfo ed alcuni
altri vantaggi riportati da Cortes, non gli davano un gran
profitto, e l'assedio tirava in lungo. Perci il generale risolvette
di pigliar la citt di viva forza. Disgraziatamente, l'ufficiale
incaricato di proteggere la linea di ritirata per le dighe mentre
gli Spagnuoli si cacciavano nella citt, trovando quel posto
indegno del suo valore, lo abbandon per correre al
combattimento. Guatimozin, avvertito dell'errore ch'era stato
commesso, ne trasse subito partito. Egli assal da ogni lato gli
Spagnuoli con tale accanimento, che uccise loro molti uomini,
e sessantadue soldati caddero vivi nelle sue mani. Lo stesso
Cortes per poco non fu preso vivo, e venne gravemente ferito
alla coscia. Durante la notte, il gran tempio del dio della guerra
fu illuminato in segno di trionfo, e gli Spagnuoli udirono con
profonda tristezza suonare il gran tamburo. Dalle posizioni
ch'essi occupavano, poterono assistere agli ultimi momenti dei
loro disgraziati compatrioti prigionieri, ai quali fu aperto il
petto per strapparne il cuore, ed i cui corpi, precipitati dalle
scalinate, furono lacerati dagli Aztechi, che se ne disputavano i
bocconi per farne un orribile banchetto.
Questa spaventevole disfatta fece andar per le lunghe
l'assedio fino al giorno in cui, i tre quarti della citt essendo
presi o distrutti, Guatimozin fu obbligato da'suoi consiglieri a
lasciar Messico ed a recarsi sulla terra ferma, dove si
proponeva di allestire la resistenza. Ma la barca che lo portava
essendo stata presa, egli fu fatto prigioniero; ma egli doveva
mostrare nella prigionia una forza d'animo ed una dignit assai
superiori a quelle di suo zio Montezuma.
Da quel momento cess ogni resistenza, e Cortes pot
pigliar possesso della capitale mezzo distrutta. Dopo un'eroica
resistenza, durante la quale centoventimila, dicono gli uni,
dugentoquarantamila Messicani, secondo gli altri, erano periti,
dopo un assedio che non era durato meno di settantacinque
giorni, Messico, e con questa citt tutto l'impero, soccombeva
meno sotto i colpi che gli avevano dato gli Spagnuoli, che a
causa del vecchio rancore, della rivolta dei popoli conquistati e
della gelosia degli Stati vicini, i quali dovevano presto
rimpiangere il giogo da cui si erano tolti di proposito.
All'ebbrezza del trionfo succedettero quasi subito negli
Spagnuoli il dispetto e la rabbia. Le immense ricchezze, sulle
quali avevano fatto assegnamento, non esistevano od erano
state buttate nel lago.
Cortes, non potendo calmare i malcontenti, fu costretto a
lasciar mettere alla tortura l'imperatore ed il suo primo
ministro. Alcuni storici, e segnatamente Gomara, riferiscono
che, mentre gli Spagnuoli attizzavano il fuoco sotto la graticola
sulla quale le due vittime erano distese, quest'ultimo volse la
testa verso il suo padrone e sembr chiedergli di parlare per
metter fine alle proprie torture; ma Guatimozin avrebbe
represso quell'istante di debolezza con questa sola frase: Ed
io, mi trovo forse ad una festa od al bagno? Risposta che gli
storici hanno trasformata poeticamente in: Ed io, sono forse
sulle rose?
Gli storici della conquista si sono arrestati generalmente
alla presa di Messico; ma ci rimane a parlare di alcune altre
spedizioni intraprese da Cortes per intenti differenti e che
hanno gettato una luce affatto nuova sopra certe parti
dell'America centrale; infine, non vogliamo abbandonare
questo eroe, che ha avuto una parte cos grande nello
svolgimento della civilt e nella storia del Nuovo Mondo,
senza dare alcuni particolari sulla fine della sua vita.
Colla capitale era, a parlar propriamente, caduto l'impero
messicano; se vi fu ancora un po' di resistenza, segnatamente
nella provincia d'Oaxaca, essa fu isolata, e bastarono pochi
drappelli per assoggettare gli ultimi ribelli, spaventati dai
supplizi fatti subire a quelli di Panuco, che si erano ribellati.
Nel medesimo tempo, i popoli delle regioni lontane dall'impero
mandavano ambasciatori per convincersi della verit di questo
meraviglioso avvenimento, la presa di Messico, per
contemplare le rovine della citt abborrita e fare atto di
sottomissione.
Cortes, confermato finalmente nella sua situazione, dopo
molti incidenti che sarebbe troppo lungo narrare e che gli
hanno fatto dire: Mi stato pi difficile il lottare contro i miei
compatrioti che contro gli Aztechi, non aveva altro a fare che
dar ordine alla sua conquista. Egli incominci dallo stabilire la
sede della sua potenza a Messico ch'egli ricostrusse. Vi attir
gli Spagnuoli dando loro delle concessioni di terre, e gli Indiani
lasciandoli dapprima sotto l'autorit dei loro capi naturali,
sebbene li avesse in breve ridotti tutti, salvo i Tlascalani, allo
stato di schiavi col vizioso sistema dei repartimienios in uso
nelle colonie spagnuole. Ma se si ha diritto di rimproverare a
Cortes d'aver fatto man bassa sui diritti politici degli Indiani,
bisogna riconoscere ch'egli manifest la pi lodevole
sollecitudine per il loro benessere spirituale. Perci egli fece
venire dei francescani che, col loro zelo e la loro carit, si
guadagnarono in poco tempo la venerazione degli indigeni ed
ottennero in una ventina d'anni la conversione completa della
popolazione.
Nel medesimo tempo Cortes mand nello Stato di
Mechoacan dei drappelli, che si spingevano fino all'oceano
Pacifico e visitavano al ritorno alcune delle ricche provincie
situate al nord. Egli fondava stabilimenti in tutte le parti del
paese che gli sembravano vantaggiose: a Zaeatula, sulle
spiaggie del Pacifico; a Coliman, nel Mechoacan; a
Santesteban, presso Tampco; a Medellin, presso Vera Cruz,
ecc.
Subito dopo la pacificazione del paese, Cortes confidava a
Christoval de Olid un grande armamento per stabilire una
colonia nell'Honduras. Nel medesimo tempo Olid doveva
esplorare la costa meridionale di quella provincia e cercare uno
stretto, che mettesse in comunicazione l'Atlantico ed il
Pacifico. Ma, preso dall'orgoglio del comando, Olid appena
giunto alla sua meta, si dichiar indipendente. Cortes mand
subito uno dei suoi parenti per arrestare il colpevole, e parti
egli medesimo, accompagnato da Guatimoziu, alla testa di
cento cavalieri e di cinquanta fanti, il 12 ottobre 1521. Dopo
aver traversato la provincia di Goatzacoalco, Tabasco e lo
Yucatan, soffrendo privazioni d'ogni genere, facendo una
marcia faticosissima su terreni acquitrinosi o mobili, attraverso
un oceano di foreste ondulanti, il drappello si avvicinava alla
provincia di Aculan, quando fu rivelata a Cortes una
cospirazione ordita, a quanto si pretendeva, da Guatimozin e
dai principali capi Indiani. Essa aveva per iscopo di trucidare
capi e soldati, dopo di che si continuerebbe ad avanzarsi verso
l'Honduras, se ne distruggerebbero gli stabilimenti e si
tornerebbe al Messico, dove, in un sollevamento generale, non
si stenterebbe senza dubbio a disfarsi degli invasori.
Guatimozin ebbe un bel protestare che era innocente, e si
hanno tutte le ragioni di dargli fede, fu ad ogni modo
appiccato, come pure molti nobili Aztechi, ai rami d'un ceyba
che ombreggiava la via. Il supplizio di Guatimozin, dice
Bernal Dias del Castillo, fu ingiustissima, e noi fummo tutti
d'accordo nel biasimarla. Ma, se Cortes avesse solo
consultato, al dire di Prescott, il suo onore e l'interesse della
sua fama, avrebbe dovuto conservarlo, giacch egli era il trofeo
vivente della vittoria, come si conserva l'oro nella fodera del
proprio abito.
Finalmente gli Spagnuoli giunsero ad Aculan, citt
fiorente, dove si ristorarono in eccellenti quartieri, e fu ripresa
la direzione del lago di Peten, le cui popolazioni si
convertirono facilmente al cristianesimo. Non ci dilungheremo
sulle sofferenze e le miserie che assalirono la spedizione in
quelle regioni poco popolate fino a San Gil de Buena Vista sul
golfo Dolce, dove Cortes, appreso il supplizio di Olid ed il
ristabilimento dell'autorit centrale, s'imbarc per tornare al
Messico.
Nel medesimo tempo egli affidava ad Alvarado il comando
di trecento fanti, centosessanta cavalieri e quattro cannoni, con
un corpo ausiliario d'Indiani. Alvarado si avanz al sud di
Messico alla conquista del Guatemala. Egli assoggett le
Provincie di Zacatulan, Tehuantepec, Soconusco, Utlatlan,
fond la citt di Guatemala la Vieja, e fu nominato da Carlo V,
in un viaggio fatto in Spagna, governatore dei paesi ch'egli
aveva conquistati.
Meno di tre anni dopo la conquista, un territorio di oltre
quattrocento leghe di lunghezza sull'Atlantico e di cinquecento
sul Pacifico, era dunque sottomesso alla corona di Castiglia e
godeva, tranne qualche eccezione, una perfetta tranquillit.
Tornato a Messico, dopo l'inutile spedizione di Honduras,
che aveva consumato quasi tanto tempo e cagionato agli
Spagnuoli quasi tante sofferenze quanto la conquista del
Messico, Cortes ricevette, pochi giorni dopo, l'avviso della sua
sostituzione provvisoria e l'invito di recarsi in Ispagna per
discolparsi. Egli non si affrett ad arrendersi a questo ordine,
sperando che sarebbe revocato, ma i suoi calunniatori
infaticabili, i suoi nemici accaniti, tanto in Spagna quanto al
Messico, lo aggravarono in tal guisa, che fu obbligato ad
andare a difendersi, esporre i propri reclami e chiedere
altamente l'approvazione della propria condotta.
Cortes part dunque, accompagnato dall'amico suo
Sandoval, da Tapia e da molti altri capi Aztechi, fra i quali era
un figlio di Montezuma. Egli sbarc a Palos nel maggio 1528,
nello stesso luogo in cui Cristoforo Colombo aveva toccato
terra trentacinque anni prima, e fu accolto col medesimo
entusiasmo e colle stesse allegrie dello scopritore dell'America.
Egli vi incontr Pizarro, allora al principio della sua carriera e
che veniva a sollecitare l'appoggio del governo spagnuolo. Poi
parti per Toledo, dove si trovava la corte. Il solo annunzio del
suo ritorno aveva prodotto nell'opinione un cambiamento
assoluto. I suoi pretesi disegni di ribellione e d'indipendenza
erano smentiti da quell'arrivo inaspettato. Carlo V comprese
senza stento che il sentimento pubblico si rivolterebbe al
pensiero di punire un uomo, che aveva aggiunto alla corona di
Castiglia il suo pi bel fiore. Il viaggio di Cortes non fu che un
trionfo continuo in mezzo ad un concorso inaudito di
popolazione. Le case e le vie delle gran citt e dei villaggi,
narra Prescott, erano piene di spettatori impazienti di
contemplare l'eroe,il cui braccio aveva in certo qual modo
conquistato da solo un impero alla Spagna, e che, per usare il
linguaggio d'un vecchio storico, camminava nella pompa e
nella gloria, non d'un gran vassallo, ma d'un monarca
indipendente.
Dopo d'avergli accordato molte udienze e dato molti di
quei segni particolari di favore che sono, dai cortigiani, detti
grandi, Carlo V si degn d'accettare l'impero che Cortes gli
aveva conquistato ed i doni magnifici che gli portava. Ma egli
credette d'aver fatto tutto per ricompensarlo dandogli il titolo di
marchese della Valle de Oajaca e la carica di capitano generale
della Nuova Spagna, senza rendergli tuttavia il governo civile,
potere che gli era stato attribuito un tempo dalla giunta di Vera
Cruz. Poi Cortes, avendo sposato la nipote del duca di Bejar,
una delle prime famiglie di Castiglia, accompagn fino al porto
l'imperatore che si recava in Italia; ma stanco in breve di quella
vita frivola, cos poco corrispondente alle abitudini operose
della sua esistenza passata, riprese, nel 1530, la via del
Messico, dove sbarc a Villa Rica.
Cortes ebbe dapprima a sopportare molte seccature da
parte dell'Udienza, che aveva esercitato il potere durante la sua
assenza e che aveva inaugurato le persecuzioni contro di lui, e
si trov in conflitto colla nuova giunta civile circa gli affari
militari. Disgustato in poco tempo, il marchese della Valle si
ritir a Cuernavaca nei suoi immensi poderi, dove si occup
d'agricoltura. A lui si deve l'introduzione della canna da
zuccaro, del gelso, l'incoraggiamento della coltura della canapa
e del lino, e l'allevamento in grande dei montoni merinos.
Ma questa vita tranquilla, esente d'avventure, non era tale
da piacere un pezzo allo spirito intraprendente di Cortes. Nel
1532 e nel 1533, egli equipaggi due squadre, che andarono a
fare nel nord-ovest del Pacifico un viaggio di scoperta. L'ultima
giunse all'estremit meridionale della penisola californiana
senza aver ottenuto il risultato ch'egli si lusingava d'ottenere: la
scoperta d'uno stretto congiungente il Pacifico all'Atlantico.
Egli medesimo non ebbe maggior fortuna nel 1536 nel mare
Vermiglio. Infine, tre anni pi tardi, un'ultima spedizione, di
cui aveva confidato il comando ad Ulloa, penetr fino in fondo
al golfo, poi, rasentando la costa esterna della penisola, risal
fino al 29 di latitudine. Col, il capo della spedizione rimand
a Cortes una delle sue navi, mentre egli medesimo si cacciava
nel nord; ma non se ne intese pi parlare.
Tale fu l'esito disgraziato delle spedizioni d Cortes, che,
senza dargli un ducato, non gli costarono meno di trecentomila
castellanos d'oro. Esse per ebbero il risultato di far conoscere
la costa dell'oceano Pacifico dalla baia di Panama fino al
Colorado. Fu fatto il giro della penisola di California, e si pot
cos riconoscere che questa pretesa isola formava parte del
continente. Tutti i contorni del mar Vermiglio o di Cortes,
come gli Spagnuoli lo chiamarono giustamente, furono
accuratamente esplorati, e si riconobbe che invece d'avere
l'uscita che si supponeva al nord, questo mare era solo un golfo
profondamente scavato nel continente.
Queste spedizioni di scoperta, Cortes non aveva potuto
armarle senza entrare in conflitto col vicer don Antonio de
Mendoza che l'imperatore aveva mandato al Messico, nomina
offensiva pel marchese della Valle. Stanco di questi tormenti
continui, indignato di vedere le sue prerogative di capitano
generale, se non assolutamente dimenticate, almeno sempre
discusse, Cortes part ancora una volta per la Spagna. Ma
questo viaggio non doveva rassomigliare al primo. Invecchiato,
disgustato, tradito dalla fortuna, il conquistador non aveva
pi nulla ad aspettarsi dal governo. Egli non doveva tardare a
comprenderlo, un giorno fendette la folla che circondava il
cocchio dell'imperatore e sal sul predellino. Carlo V, fingendo
di non riconoscerlo, chiese chi fosse quell'uomo. , rispose
fieramente Cortes, colui che vi ha dato pi Stati di quante citt
abbiano lasciate i vostri padri. Poi il favore pubblico gli era
venuto mancando, giacch il Messico non aveva dato ci che
se ne era sperato, e tutti gli spiriti erano allora rivolti verso le
ricchezze meravigliose del Per. Accolto tuttavia con onore dal
Consiglio supremo delle Indie, Cortes espose i suoi lamenti;
ma i dibattimenti andarono per le lunghe, ed egli non pot
ottenere alcuna soddisfazione. Nel 1541, al tempo della
disastrosa spedizione di Carlo V contro Algeri, Cortes, i cui
consigli non erano stati ascoltati e che serviva come volontario,
perdette tre smeraldi scolpiti d'una grossezza meravigliosa;
gioielli che avrebbero pagato il riscatto d'un impero. Al suo
ritorno, egli riprese le sue sollecitazioni, ma ancora con poca
fortuna. Egli prov un tal dolore per questa ingiustizia e per i
disinganni ripetuti, che la sua salute ne fu gravemente offesa.
Mori lungi dal teatro delle sue imprese, il 10 novembre 1547, a
Castilleja de la Cuesta, nel momento in cui si disponeva a
tornare in America.
Era un cavaliere errante, dice Prescott. Di tutto quel
glorioso drappello d'avventurieri che la Spagna del secolo XVI
lanci nella via delle scoperte, non ve ne fu uno pi
profondamente imbevuto dello spirito delle intraprese
romanzesche. La lotta gli piaceva, ed egli amava incominciare
un'impresa dal lato pi difficile
Questa passione per il romanzesco avrebbe potuto ridurre
il conquistatore del Messico alla parte d'un volgare
avventuriero; ma Cortes fu certamente un profondo politico ed
un gran capitano, se si deve dare questo nome all'uomo che ha
compiuto grandi azioni per opera del suo solo genio. Non vi ha
esempio nella storia d'un'intrapresa cos grande condotta a
termine con mezzi cos ristretti. Si pu dire davvero che Cortes
ha conquistato il Messico colle sue sole forze.
La sua influenza sullo spirito de' soldati era il risultato
naturale della loro fiducia nella sua abilit, ma bisogna
attribuirla pure alle sue maniere popolari, che lo rendevano
eminentemente adatto a guidare una truppa d'avventurieri.
Quando fu giunto ad uno stato pi alto, Cortes mostr, vero,
maggior pompa, ma i suoi veterani almeno continuarono a
godere della medesima intimit presso di lui. Terminando
questo ritratto del conquistador, noi ci associeremo
pienamente a ci che dice l'onesto e veridico Bernal Dias:
Egli preferiva il proprio nome di Cortes a tutti i titoli che gli si
potevano rivolgere, ed aveva le sue buone ragioni per questo,
giacch il nome di Cortes famoso ai nostri giorni al pari di
quello di Cesare fra i Romani o d'Annibale fra i Cartaginesi. Il
vecchio cronista termina con queste parole, che dipingono lo
spirito religioso del secolo XVI: Forse egli non doveva
ricevere la ricompensa se non in un mondo migliore, ed io lo
credo pienamente; giacch era un onesto cavaliero,
sincerissimo nelle devozioni alla Vergine, all'apostolo San
Pietro ed a tutti i santi.
III.

La triplice alleanza Francesco Pizarro ed i suoi fratelli Don Diego
d'Almagro Primi tentativi Il Per, sua estensione, suoi popoli, suoi re
Presa d'Atahualpa, suo riscatto e sua morte Pietro d'Alvarado
Almagro al Chili Lotta tra i conquistatori Processo ed esecuzione
d'Almagro Spedizioni di Gonzalo Pizarro e d'Orellana Assassinio di
Francesco Pizarro Rivolta e supplizio di suo fratello Gonzalo.

Appena le notizie raccolte da Balboa sulla ricchezza dei
paesi posti al sud di Panama erano state conosciute dagli
Spagnuoli, molte spedizioni erano state allestite per tentarne la
conquista. Ma tutte erano fallite, ossia che i capi non fossero
all'altezza della loro missione, ossia che i mezzi fossero
insufficienti. Bisogna riconoscere del resto che i luoghi
esplorati da questi primi avventurieri, non rispondevano in
nessun modo a ci che ne aspettava l'avidit spagnuola. Infatti,
tutti si erano avventurati in quella che si chiamava allora la
Terra Ferma, paese eminentemente insalubre, montagnoso,
acquitrinoso, coperto di foreste, i cui scarsi abitanti, molto
bellicosi, avevano aggiunto per gli invasori un ostacolo a tutti
quelli di cui la natura era stata tanto prodiga in quella regione,
cosicch, a poco a poco, l'entusiasmo si era raffreddato, e non
si parlava pi se non per metterle in beffa, delle meravigliose
narrazioni fatte da Balboa.
Tuttavia, esisteva a Panama un uomo in grado d'essere ben
informato sulla verit delle dicerie corse circa la ricchezza dei
paesi bagnati dal Pacifico; era Francesco Pizarro, che aveva
accompagnato Nuez de Balboa nel mare del sud, e che si
associ a due altri avventurieri, Diego de Almagro e Fernando
de Luque.
Diciamo dapprima alcune parole dei capi dell'impresa.
Francesco Pizarro, nato presso Truxillo tra il 1471 ed il 1478,
era figlio naturale d'un certo capitano Gonzalo Pizarro, il quale
non gli aveva insegnato che a custodire i porci. Stanco in breve
di questa esistenza ed approfittando d'aver smarrito uno degli
animali affidati alla sua custodia per non tornar pi alla casa
paterna, dove era castigato con molte legnate al minimo
peccatuzzo, Pizarro si fece soldato, pass alcuni anni
guerreggiando in Italia e segu Cristoforo Colombo nel 1510
all'Espaola. Egli vi serv segnalandosi, come pure a Cuba,
accompagn Hojeda nel Darien, scopr, come abbiamo detto
pi su, l'oceano Pacifico con Balboa, ed aiut, dopo il supplizio
di quest'ultimo, Pedrarias Davila, di cui era diventato il
favorito, a conquistare il paese conosciuto sotto il nome di
Castilla d'Oro.
Se Pizarro era un figlio naturale, Diego de Almagro era un
trovatello, raccolto nel 1475 ad Aidea del Rey, dicono gli uni,
ad Almagro, di cui avrebbe preso il nome, secondo gli altri.
Allevato in mezzo ai soldati, egli pass di buon'ora in America,
dove era riuscito a mettere insieme un piccolo patrimonio.
Quanto a Fernando de Luque, era un ricco ecclesiastico di
Tabago, che esercitava le funzioni di maestro di scuola a
Panama.
Il pi giovine di questi tre avventurieri aveva allora
cinquant'anni, e Garcilasso de la Vega narra che quando si
conobbe il loro disegno, divennero oggetto della derisione
generale; ma era soprattutto di Fernando de Luque che si
facevano le beffe, tanto che non lo si chiamava pi che
Hernando el Loco, Ferdinando il pazzo.
L'associazione fu presto conchiusa tra questi tre uomini,
due dei quali almeno erano senza paura, se non erano tutti e tre
senza macchia. Luque forn il denaro necessario all'armamento
delle navi ed alla paga dei soldati; Almagro vi partecip del
pari, ma Pizarro, il quale non possedeva che la propria spada,
dovette pagare altrimenti il suo tributo. Fu lui che prese il
comando del primo tentativo che noi narreremo con alcuni
particolari, perch col si vedono in piena luce la perseveranza
e l'inflessibile ostinazione del conquistador.
Avendo dunque chiesto ed ottenuto permesso da Pedro
Arias d'Avila, narra Agostino de Zarate, uno degli storici della
conquista del Per, Francesco Pizarro equipaggi con gran
stento una nave sulla quale s'imbarc con centoquattordici
uomini. Egli scopr a cinquanta leghe da Panama una piccola e
povera provincia chiamata Per, il che ha fatto dare poi
impropriamente il medesimo nome a tutto il paese, che fu
scoperto lungo quella costa per pi di mille e dugento miglia di
lunghezza. Passando oltre, egli scopr un altro paese che gli
Spagnuoli chiamarono il Popolo bruciato. Gli Indiani gli
uccisero tanti uomini, ch'egli fu costretto a ritirarsi
disordinatamente nel paese di Chinchama, che non lontano
dal luogo da cui egli era partito. Frattanto Almagro, rimasto a
Panama, vi equipaggiava una nave, sulla quale s'imbarc con
settanta Spagnuoli e scese la costa fino al fiume San J uan, a
cento leghe da Panama. Non avendo incontrato Pizarro, risal
fino al Popolo bruciato, dove, avendo riconosciuto a certi
indizi ch'egli vi era stato, sbarc i suoi uomini. Magli Indiani,
gonfi della vittoria riportata su Pizarro, resistettero
coraggiosamente, forzarono le trincee di cui Almagro si era
coperto e lo costrinsero ad imbarcarsi di nuovo. Egli ritorn
dunque indietro, seguendo sempre la costa fin tanto che giunse
a Chinchama, dove trov Francesco Pizarro. Furono
fortunatissimi di rivedersi, ed avendo riunito le loro genti ad
alcuni nuovi soldati che arruolarono, furono seguiti da dugento
Spagnuoli, e ridiscero ancora una volta la costa. Ma soffrirono
tanto per la carestia di cibo e gli assalti degli Indiani, che don
Diego torn a Panama per farvi alcune reclute e raccogliere
delle provviste. Egli ricondusse ottanta uomini, coi quali e con
quelli che rimanevano loro, andarono fino al paese chiamato
Catamez, paese poco popolato ma dove trovarono viveri in
abbondanza. Notarono che gli Indiani di quei luoghi, che li
assalivano e facevano loro la guerra, avevano la faccia tutta
sparsa di chiodi d'oro incassati in certi buchi che si facevano
apposta per portare quegli ornamenti. Diego de Almagro torn
ancora una volta a Panama, mentre il compagno lo aspettava
coi rinforzi che doveva condur seco, nella piccola isola del
Gallo, dove soffr molto a causa della carestia di tutte le cose
necessarie alla vita.
Al suo arrivo a Panama, Almagro non pot ottenere da Los
Rios, successore d'Avila, di fare nuove reclute, giacch egli
non doveva permettere, diceva, che un maggior numero
d'uomini avessero a perire inutilmente in un'intrapresa
temeraria; egli mand anzi una nave all'isola del Gallo per
ricondurre Pizarro ed i suoi compagni. Ma una tale decisione
non poteva piacere ad Almagro ed a Luque. Erano spese
perdute, era la distruzione delle speranze che la vista degli
ornamenti d'oro e d'argento degli abitanti di Catamez aveva
potuto far loro concepire. Mandarono dunque un loro fido a
Pizarro raccomandandogli di perseverare nella sua risoluzione
e di rifiutare d'obbedire agli ordini del governatore di Panama.
Ma per quanto Pizarro facesse promesse seducenti, il ricordo
delle fatiche sopportate era troppo recente, e tutti i suoi
compagni, tranne dodici, lo abbandonarono.
Con questi uomini intrepidi, i cui nomi sono giunti fino a
noi e fra i quali vi era Garcia de Xeres, uno degli storici della
spedizione, Pizarro si ritir in un'isola meno vicina alla costa e
disabitata, alla quale diede il nome di Gorgona.
Col, gli Spagnuoli vissero miseramente di mangli, di
pesci e di conchiglie ed aspettarono cinque mesi i soccorsi che
Almagro e de Luque dovevano mandare.
Infine, vinto dalle proteste unanimi di tutta la colonia, che
si sdegnava vedendo perire cos miseramente e come malfattori
degli uomini, il cui solo crimine era di non aver disperato della
riuscita, Los Rios mand a Pizarro una piccola nave incaricata
di ricondurlo. Affinch quest'ultimo non avesse la tentazione di
servirsene per ripigliare la spedizione, si aveva avuto cura di
non imbarcarvi alcun soldato. Alla vista del soccorso che
giungeva loro, dimentichi di tutte le privazioni, i tredici
avventurieri non pensarono ad altro che a convertire alle loro
speranze i marinai che venivano a prenderli. Allora, tutti
insieme, invece di ripigliare la via di Panama, fecero vela
malgrado i venti e le correnti nel sud-est, Anche furono giunti,
dopo d'aver scoperto l'isola di Santa Clara, al porto di Tumbez,
posto di l dal 3 di latitudine sud, dove videro un tempio
magnifico ed un palazzo appartenenti ai sovrani del paese, gli
Incas.
La regione era popolata ed abbastanza ben coltivata; ma
ci che sedusse soprattutto gli Spagnuoli, facendo creder loro
d'essere giunti al paese meraviglioso di cui si era tanto parlato,
era una tale abbondanza d'oro e d'argento, che questi metalli
venivano usati, non solo pell'abbigliamento degli abitanti, ma
anche a far dei vasi e degli utensili comuni.
Pizarro fece riconoscere l'interno del paese da Pietro de
Candia e da Alonzo de Molina, che gliene fecero una
descrizione entusiastica, e si fece dare alcuni vasi d'oro, come
pure dei lama, quadrupedi addomesticati dai Peruviani. Infine
egli prese a bordo due naturali che si proponeva di far istruire
nella lingua spagnuola e di adoperare come interpreti, quando
tornerebbe nel paese. Gett l'ncora successivamente a Payta, a
Saugarata e nella baia di Santa Cruz, la cui sovrana, Capillana,
accolse gli stranieri con tante dimostrazioni amichevoli, che
molti di loro non vollero pi imbarcarsi. Dopo aver disceso la
costa fino a Porto Santo, Pizarro riprese la via di Panama, dove
giunse dopo tre anni interi passati in esplorazioni pericolose,
che avevano rovinato del tutto Luque ed Almagro.
Prima d'intraprendere la conquista del paese da lui
scoperto, non potendo ottenere da Los Rios il permesso
d'arruolare nuovi avventurieri, Pizarro risolvette di rivolgersi a
Carlo V. Egli chiese dunque a prestito la somma necessaria al
viaggio e si rec in Ispagna, nel 1528, per rendervi conto
all'imperatore di quanto aveva intrapreso. Egli fece il quadro
pi seducente dei paesi da conquistare ed ottenne in
ricompensa de' suoi lavori i titoli di governatore, capitano
generale ed alguazil major del Per, a perpetuit per lui e per i
suoi eredi. Nel medesimo tempo, gli veniva conferita la nobilt
con mille scudi di pensione. La sua giurisdizione, indipendente
dal governatore di Panama, doveva estendersi sopra uno spazio
di dugento leghe, al sud del fiume di Santiago, lungo la costa,
che piglierebbe il nome di Nuova Castiglia ed il cui governo gli
apparterebbe, concessioni che non costavano nulla alla Spagna,
giacch toccava a lui il conquistar le terre. Dal canto suo, egli
s'impegnava ad arruolare dugentocinquanta uomini, a
provvedersi di navi, d'armi e di munizioni. Pizarro si rec poi a
Truxillo, dove indusse i fratelli Fernando, Giovanni e Gonzalo
a seguirlo, come pure uno de' suoi fratelli d'un altro letto
chiamato Martino d'Alcantara. Approfitt del suo soggiorno
nella citt natale, a Caceres ed in tutta l'Estremadura, per
cercare di far delle reclute, che per altro non si presentarono in
folla, non ostante il titolo di Caballeros de la Espada dorada
ch'egli prometteva a quanti volessero servire sotto i suoi,
ordini. Poi, torn a Panama, dove le cose non seguirono cos
facilmente com'egli sperava. Era ben riuscito a far nominar
Luque vescovo protector do los Indios; ma, per Almagro, di
cui temeva l'ambizione e di cui conosceva i talenti, aveva
chiesto solo la nobilt ed una gratificazione di cinquecento
ducati col governo d'una fortezza da erigersi a Tumbez.
Almagro, che aveva speso tutto quanto possedeva nei viaggi
preliminari, poco soddisfatto della magra parte toccatagli,
rifiut di partecipare alla nuova spedizione, e volle allestirne
una per suo conto. Ci volle tutta l'abilit di Pizarro, aiutata
dalla promessa che quest'ultimo gli fece di cedergli la carica
d'adelantado, per quetarlo e farlo acconsentire a rinnovare
l'antica associazione.
I mezzi dei tre associati erano cos limitati in quel
momento, che essi non poterono radunare se non tre piccole
navi con cent'ottanta soldati, fra cui trentasei cavalieri, che
partirono nel mese di febbraio 1531 sotto il comando di Pizarro
e de' suoi quattro fratelli, mentre Almagro rimaneva a Panama
per allestire una spedizione di soccorso. In capo a tredici giorni
di navigazione, dopo d'essere stati spinti da un uragano cento
leghe pi in gi di quanto si proponevano, Pizarro fu costretto a
sbarcare i suoi uomini ed i suoi cavalli nella baia di San Mateo
ed a seguire la costa. Questo viaggio fu difficile, in un paese
irto di montagne, poco popolato e tagliato da fiumi che bisogn
attraversare alla loro foce. Finalmente, si giunse ad un luogo
chiamato Coaqui, dove si fece un gran bottino, il che indusse
Pizarro a rimandare due delle navi. Esse portavano a Panama
ed a Nicaragua un valore di oltre 30,000 castellanos, come
pure un gran numero di smeraldi, ricco bottino, che doveva,
secondo Pizarro, indurre molti avventurieri a raggiungerlo.
Poi, il conquistatore prosegu il suo viaggio nel sud fino a
Porto Viejo, dove fu raggiunto da Sebastiano Benalcazar e da
J uan Fernandez, che gli condussero dodici cavalieri e trenta
fanti. L'effetto che la vista dei cavalli e gli spari delle armi da
fuoco avevano prodotto al Messico si rinnov al Per, e Pizarro
pot giungere senza incontrar resistenza fino all'isola di Puna,
nel golfo di Guayaquil. Ma gli isolani, pi numerosi e pi
bellicosi dei loro congeneri della terra ferma, resistettero
valorosamente per sei mesi a tutti gli assalti degli Spagnuoli.
Bench Pizarro avesse ricevuto da Nicaragua un soccorso
portato da Fernando de Soto, bench avesse fatto decapitare il
cacicco Tonalla e sedici dei principali capi, non pot vincere la
loro resistenza. Egli fu dunque costretto a tornare sul
continente, dove le malattie del paese colpirono cos
crudelmente i suoi compagni, ch'egli dovette soggiornare tre
mesi a Tumbez, in preda agli assalti continui degli indigeni. Da
Tumbez, si rec poi sul rio Puira, scopr il porto di Payta, il
migliore di tutta quella costa, e fond la colonia di San Miguel,
alla foce del Chilo, affinch le navi provenienti da Panama
trovassero un porto sicuro. in questo luogo ch'egli ricevette
alcuni inviati di Huascar, il quale gli faceva conoscere la
rivolta di suo fratello Atahualpa e gli domandava soccorsi.
Nel momento in cui gli Spagnuoli sbarcarono per farne la
conquista, il Per si stendeva lungo l'oceano Pacifico per una
lunghezza di mille e cinquecento miglia e si addentrava
nell'interno molto pi in l della catena grandiosa delle Ande.
In origine, la popolazione si trovava divisa in trib selvaggie e
barbare, non aventi nessuna idea della civilt, viventi
continuamente in guerra le une contro le altre. Per una lunga
serie di secoli, le cose erano rimaste nel medesimo stato, e
nulla faceva presagire le venuta d'un'ra migliore, quando, sulle
sponde del lago Titicaca, un uomo ed una donna, che si
spacciavano per figli del sole, apparvero agli Indiani. Questi
due personaggi, d'aspetto maestoso, chiamati Manco Capac e
Mama Oello, radunarono, verso la met del secolo XII,
secondo Garcilasso de la Vega, gran numero di trib vaganti e
gettarono le fondamenta della citt Cusco. Manco Capac aveva
insegnato agli uomini l'agricoltura e le arti meccaniche, mentre
Mama Oello insegnava alle donne l'arte di filare e di tessere.
Quando ebbe soddisfatto queste prime necessit di tutte le
societ, Manco Capac diede delle leggi a' suoi sudditi, e
costitu uno stato politico regolare. cos che fu stabilita la
dominazione di quegli Incas o signori del Per. Il loro impero,
dapprima limitato nei dintorni di Cusco, non aveva tardato ad
ingrandirsi sotto i loro successori e ad estendersi dal tropico del
Capricorno fino all'isola delle Perle, per una lunghezza di trenta
gradi. Il loro potere era diventato assoluto quanto quello degli
antichi sovrani asiatici. Laonde, dice Zarate, non vi ebbe forse
mai paese al mondo in cui l'obbedienza e la sottomissione dei
sudditi andassero pi lontano. Gli Incas erano per essi come
semidei; non avevano che a mettere un filo estratto dalla loro
benda reale fra le mani di qualcuno perch costui fosse
rispettato ed obbedito da per tutto; anzi si aveva una deferenza
cos assoluta per gli ordini del re ch'egli portava, che poteva da
solo e senza alcun soccorso di soldati sterminare tutta una
provincia e farvi perire uomini e donne, perch alla sola vista
di quel filo della corona reale, si offrivano tutti alla morte
volontariamente e senza alcuna resistenza.
D'altra parte, i vecchi cronisti vanno d'accordo nel dire che
questo potere senza confini fu sempre usato dagli Incas per la
felicit dei loro sudditi. D'una serie di dodici re che si
succedettero sul trono del Per, non ve n' uno che non abbia
lascialo la ricordanza d'un principe giusto ed adorato da'suoi
popoli. Non si cercherebbe forse invano in tutto il rimanente
del mondo una regione i cui annali ricordino un fatto simile?
Non bisognerebbe forse rimpiangere che gli Spagnuoli abbiano
portato la guerra ed i suoi orrori, le malattie ed i vizi d'un altro
clima e ci che, nel loro orgoglio, essi chiamavano la civilt,
presso popoli felici e ricchi, i cui discendenti impoveriti,
imbastarditi, non hanno neppure, per consolarsi della loro
irrimediabile decadenza, la memoria della antica prosperit?
I Peruviani, dice Michelet nel suo ammirabile Compendio
di storia moderna, trasmettevano i principali fatti alla posterit
mediante nodi che essi facevano a delle corde. Essi avevano
degli obelischi, dei gnomoni regolari per segnare i punti degli
equinozi e dei solstizi, il loro anno era di
trecentosessantacinque giorni; avevano elevato dei prodigi
d'architettura e scalpito delle statue con un'arte meravigliosa.
Era la nazione pi incivilita e pi industriosa del Nuovo
Mondo.
L'Inca Huayna Capac, padre d'Atahualpa sotto il quale
quel vasto impero fu distrutto, lo aveva aumentato di molto ed
abbellito. Questo Inca, che conquist tutto il paese di Quito,
aveva fatto, per mano de' suoi soldati e dei popoli vinti, una
gran via di cinquecento leghe, da Cusco fino a Quito, attraverso
a precipizi colmati ed a montagne abbattute. Dei posti
d'uomini, stabiliti ogni mezza lega, portavano gli ordini del
monarca in tutto l'impero.
Tale era il loro ordinamento, e se si vuol giudicare della
loro magnificenza, basti sapere che il re era portato ne' suoi
viaggi sopra un trono d'oro che pesava 25,003 ducati. La
lettiera d'oro, sulla quale posava il trono, era sorretta dai primi
personaggi dello Stato.
Al tempo in cui gli Spagnuoli apparvero per la prima volta
sulla costa, nel 1520, il duodecimo Inca aveva sposato,
disprezzando le antiche leggi del regno, la figlia del re di Quito
ch'egli aveva vinto, e ne aveva avuto un figlio chiamato
Atahualpa, al quale lasci il regno alla propria morte, che
accadde verso il 3520. Suo figlio maggiore Huascar, la cui
madre era del sangue degli Incas, ebbe il rimanente dei suoi
Stati. Ma questa divisione, cos contraria alle costumanze
stabilite da tempo immemorabile, eccit a Cusco un tal
malcontento, che Huascar, incoraggiato dai suoi sudditi, si
determin a muovere contro il fratello, che non voleva
riconoscerlo per padrone e signore. Ma Atahualpa aveva
assaggiato il potere, e non volle pi abbandonarlo. Egli si
guadagn, con larghezze, la maggior parte dei guerrieri che
avevano accompagnato il padre nella conquista di Quito, e
quando i due eserciti s'incontrarono, la sorte favor l'usurpatore.
Non forse una curiosa osservazione questa che, al Per
come al Messico, gli Spagnuoli furono favoriti da circostanze
affatto eccezionali? Al Messico, popoli recentemente
assoggettati alla razza azteca, calpestati senza merc dai loro
vincitori, li accolsero come liberatori; al Per, la lotta di due
fratelli nemici, accaniti l'uno contro l'altro, impedisce che gli
Indiani rivolgano tutte le loro forze contro gli invasori che
avrebbero potuto facilmente schiacciare!
Pizarro, ricevendo gli inviati d'Huascar che venivano a
chiedergli soccorso contro Atahualpa, che essi rappresentavano
come un ribelle, un usurpatore, aveva subito compreso tutto il
partito che poteva trarre dalle circostanze. Egli comprese che
pigliando la difesa d'uno dei due competitori potrebbe pi
facilmente opprimerli entrambi, e si avanz subito nell'interno
del paese, alla testa di forze poco grandi, sessantadue cavalieri
e centoventi fanti, di cui una ventina soltanto erano armati
d'archibugi o di moschetti, giacch era stato necessario lasciare
una parte delle sue truppe a custodia di San Miguel, dove
Pizarro contava di trovare un rifugio caso mai non fosse
riuscito, e dove dovevano, in ogni caso, sbarcare i soccorsi che
potrebbero giungergli.
Pizarro si diresse verso Caxamalca, piccola citt posta ad
una ventina di giornate di cammino dalla costa. Egli dovette,
perci, traversare un deserto di sabbie ardenti, senz'acqua e
senz'alberi, che si estendeva per una lunghezza di venti leghe
fino alla provincia di Motup, e dove il minimo assalto d'un
nemico, congiunto alle sofferenze sopportate dal piccolo
esercito, avrebbe potuto d'un tratto distruggere la spedizione.
Poi, si cacci nelle montagne, ed entr in certe gole strette
dove forze poco grandi avrebbero potuto schiacciarlo.
Ricevette durante questo viaggio un messo d'Atahualpa, che gli
portava scarpe dipinte e manichini d'oro ch'egli era invitato a
portare nel suo primo colloquio coll'Inca. Naturalmente,
Pizarro fu prodigo di promesse d'amicizia e di devozione; egli
dichiar all'ambasciatore indiano che non farebbe se non
seguire gli ordini del re suo padrone rispettando la vita ed i
beni degli abitanti. Appena fu giunto a Caxamalca, Pizarro
colloc prudentemente le sue truppe in un tempio ed in un
palazzo dell'Inca, al riparo da ogni sorpresa. Poi, mand uno
de' suoi fratelli con de Soto ed una ventina di cavalieri al
campo d'Atahualpa, che non era pi lontano d'una lega, per
fargli conoscere il suo arrivo. Gli inviati del governatore,
accolti con magnificenza, furono stupiti nel vedere la quantit
d'ornamenti, di vasi d'oro e d'argento, che si trovavano da per
tutto nel campo indiano. Essi tornarono colla promessa che
Atahualpa verrebbe il domani a far visita a Pizarro ed a dargli il
benvenuto nel suo regno. Nel medesimo tempo, resero conto
delle ricchezze meravigliose che avevano vedute, il che
conferm Pizarro nel disegno gi formato d'impadronirsi a
tradimento del disgraziato Atahualpa e dei suoi tesori.
Molti autori spagnuoli, e segnatamente Zarate, travisano i
fatti, che parvero loro senza dubbio troppo odiosi, e mettono il
tradimento a carico di Atahualpa. Ma si hanno oggid troppi
documenti per non essere costretti a riconoscere con Robertson
e Prescott tutta la perfidia di Pizarro. Era troppo importante per
lui l'aver l'inca nelle proprie mani per servirsene come d'uno
strumento, come aveva fatto Cortes con Montezuma. Egli
approfitt dunque della semplicit e dell'onest d'Atahualpa,
che aveva dato piena fede alle sue proteste d'amicizia e non
stava sull'avvisato, per preparare un tranello nel quale
quest'ultimo doveva assolutamente cadere. Del resto, non uno
scrupolo nell'animo sleale del conquistatore, il quale si
comportava con tanta freddezza d'animo quanta ne avrebbe
avuta nel dar battaglia a nemici avvertiti; e pure, questo infame
tradimento sar un eterno disonore per la sua memoria.
Pizarro divise dunque la sua cavalleria in tre piccoli
drappelli, lasci in un corpo solo tutta la fanteria, nascose gli
archibugieri sulla via che doveva percorrere l'Inca, e tenne
presso di s una ventina dei compagni pi determinati.
Atahualpa, volendo dare agli stranieri un'alta idea della sua
potenza, s avanzava con tutto il suo esercito. Egli medesimo
era portato sopra una specie di letto decorato di piume, coperto
di lastre d'oro e d'argento, ornato di pietre preziose. Circondato
di danzatori, egli era accompagnato dai suoi principali signori,
portati al pari di lui sulle spalle dei loro servi. Una simile
marcia rassomigliava piuttosto ad una processione che non alla
marcia d'un esercito.
Appena l'inca fu giunto presso il quartiere degli Spagnuoli,
stando a ci che dice Robertson, il padre Vicenzo Valverde,
elemosiniere della spedizione, che ricevette pi tardi il titolo di
vescovo in ricompensa della ridotta, si avanz col crocifisso in
una mano ed il breviario nell'altra. In un discorso interminabile,
egli espose al monarca la dottrina della creazione, la caduta del
primo uomo, l'incarnazione, la passione e la risurrezione di
Ges Cristo, la scelta che Dio aveva fatta di San Pietro per
farne il suo vicario sulla terra, il potere di quest'ultimo
trasmesso ai papi e la donazione fatta al re di Castiglia dal papa
Alessandro di tutte le regioni del Nuovo Mondo. Dopo aver
svolte tutte queste dottrine, egli invit Atahualpa ad
abbracciare la religione cristiana, a riconoscere l'autorit
suprema del papa ed a sottomettersi al re di Castiglia come al
suo sovrano legittimo. S'egli si assoggettava subito, Valverde
gli prometteva che il re, suo padrone, piglierebbe a proteggere
il Per e gli permetterebbe di continuare a regnarvi; ma gli
dichiarava la guerra e lo minacciava d'una terribile vendetta se
rifiutasse d'obbedire e perseverasse nella sua empiet.
Era, per lo meno, una bizzarra messa in scena ed una
strana arringa, questa che faceva allusione a fatti ignoti ai
Peruviani, e della verit dei quali un oratore pi abile di
Valverde non sarebbe riuscito a persuaderli. Se si aggiunge a
questo che l'interprete conosceva cos male lo spagnuolo da
essere nell'impossibilit quasi assoluta di tradurre ci che
comprendeva appena, e che la lingua peruviana doveva
mancare di parole per esprimere idee cos estranee al suo
genio, si sar poco meravigliati di sapere che del discorso del
monaco spagnuolo Atahualpa non comprese quasi verbo. Certe
frasi per altro che si riferivano al suo potere, lo colpirono di
meraviglia e di sdegno. Egli fu tuttavia moderato nella risposta.
Disse che, padrone del suo regno per diritto di successione, non
comprendeva che si potesse disporne senza il suo consenso;
aggiunse che non era menomamente disposto a rinnegare la
religione dei suoi padri per adottarne una di cui intendeva
parlare per la prima volta; rispetto agli altri punti del discorso,
non ne comprendeva quasi nulla, era cosa, per lui, affatto
nuova, e sarebbe ben lieto di sapere dove Valverde avesse
imparato tante cose meravigliose. In questo libro, rispose
Valverde presentandogli il suo breviario. Atahualpa lo prese
con premura, ne volt curiosamente alcuni fogli, ed
accostandolo all'orecchio: Questo che mi mostrate, diss'egli,
non mi parla e non mi dice nulla! Poi gett il libro a terra.
Fu questo il segnale del combattimento, o meglio della
strage. I cannoni ed i moschetti entrarono in giuoco, i cavalieri
si slanciarono, e la fanteria piomb colla spada in pugno
addosso ai Peruviani stupefatti. In pochi istanti, il disordine fu
al colmo; gli Indiani fuggirono da tutte le parti senza cercare di
difendersi. Quanto ad Atahualpa, sebbene i suoi principali
ufficiali si sforzassero, trascinandolo, di fargli una barriera coi
propri corpi, Pizarro gli si fece addosso, disperse o rovesci le
guardie, ed afferrandolo per la lunga capigliatura, lo fece
precipitare dalla lettiera che lo portava. La notte sola pot
arrestare la carneficina. Quattromila Indiani erano stati uccisi,
un numero ancora maggiore feriti e tremila fatti prigionieri. Ci
che prova fino all'evidenza che non vi fu combattimento, che,
di tutti gli Spagnuoli, Pizarro solo fu colpito, e per di pi, lo fu
da uno de' suoi soldati, il quale volle impadronirsi troppo
precipitosamente dell'Inca.
Il bottino, raccolto sui morti e nel campo, sorpass tutto
quanto gli Spagnuoli avevano potuto immaginare, laonde il
loro entusiasmo fu proporzionato alla conquista di tante
ricchezze.
Dapprincipio, Atahualpa sopport con abbastanza
rassegnazione la sua prigionia, tanto pi che Pizarro faceva di
tutto per raddolcirla, almeno a parole. Ma avendo presto
compreso quale fosse la bramosia sfrenata dei suoi carcerieri,
egli propose a Pizarro di pagargli un riscatto, e di fargli empire,
fino all'altezza a cui egli poteva giungere colla mano, una
camera lunga ventidue piedi, larga sedici, di vasi, d'utensili e
d'ornamenti d'oro. Pizarro vi acconsent con premura, e l'inca
prigioniero mand subito in tutte le provincie gli ordini
necessari, che furono prontamente eseguiti senza mormorio.
Anzi, le truppe indiane furono licenziate, e Pizarro pot mandar
Soto e cinque Spagnuoli a Cusco, citt posta a pi di dugento
leghe da Caxamalca, mentre egli medesimo assoggettava il
paese su cento leghe di circuito.
Frattanto, Almagro sbarc con dugento soldati. Furono
messi da parte per lui e per i suoi uomini, con quanto
rammarico, facile immaginarlo, centomila pesos; si riserv
il quinto del re, e rimasero ancora 1,528,500 pesos da spartire
tra Pizarro ed i suoi compagni. Questo prodotto del saccheggio
e della strage fu solennemente spartito tra gli aventi diritto,
dopo una fervida invocazione alla divinit. Deplorabile miscela
di religione e di profanazione, disgraziatamente troppo
frequente in quei tempi di superstizione e d'avarizia!
Ogni cavaliere ricevette di sua parte 8000 pesos, ed ogni
fante 4000, ovverosia circa 40,000 e 20,000 franchi. Vi era di
che soddisfare i pi schizzinosi, dopo una campagna che non
era stata n lunga n penosa. Laonde, molti di quegli
avventurieri, desiderosi di godere in pace e nella loro patria una
fortuna insperata, si affrettarono a chiedere il congedo. Pizarro
lo accord senza stento, giacch egli comprendeva che la fama
della loro rapida fortuna non tarderebbe a condurgli nuove
reclute. Con suo fratello Fernando, che andava in Ispagna a
portare all'imperatore la notizia del suo trionfo e magnifici
doni, partirono sessanta Spagnuoli, carichi di denaro, ma
leggieri di rimorsi.
Appena fu pagato il suo riscatto, Atahualpa reclam la
libert. Pizarro, che non lo aveva serbato in vita se non allo
scopo di coprirsi dell'autorit e del prestigio che l'imperatore
aveva serbato sopra i suoi sudditi e di raccogliere tutti i tesori
del Per, fu presto assediato dai reclami del prigioniero. Egli lo
sospettava pure da qualche tempo d'aver ordinato segretamente
delle leve di truppe nelle provincie lontane dell'impero. In
oltre, Atahualpa, essendosi avveduto che Pizarro non era pi
istruito dell'ultimo de' suoi soldati, aveva concepito per il
governatore un disprezzo che disgraziatamente non seppe
dissimulare. Tali sono i motivi, molto futili per non dir peggio,
che determinarono Pizarro a far istruire il processo dell'Inca.
Nulla di pi odioso di questo processo nel quale Pizarro ed
Almagro furono ad un tempo giudici e parti. Dei capi d'accusa,
gli uni sono cos ridicoli, gli altri cos sciocchi che non si sa
veramente se bisogni meravigliarsi pi della sfrontatezza o
dell'iniquit di Pizarro, che sottometteva a tali informazioni il
capo d'un potente impero sul quale non aveva giurisdizione di
sorta. Atahualpa, dichiarato colpevole, fu condannato ad essere
bruciato vivo; ma siccome egli aveva finito, tanto di
sbarazzarsi delle insistenze di Valverde, col chiedere il
battesimo, si stette paghi di strangolarlo. Degno riscontro del
supplizio di Guatimozin! Misfatto dei pi atroci e dei pi
odiosi che abbiano mai commesso gli Spagnuoli in America,
dove pure si sono imbrattati di tutti i crimini immaginabili!
Vi erano ancora per altro in quella turba d'avventurieri
alcuni uomini che avevano serbato il sentimento dell'onore e
della propria dignit. Essi protestarono ad alta voce in nome
della giustizia indegnamente calpestata e venduta; ma le loro
voci generose furono soffocate dalle declamazioni interessate
di Pizarro e de' suoi degni accoliti.
Il governatore diede allora il reame, sotto il nome di Paolo
Inca, ad uno dei figli d'Atahualpa. Ma la guerra tra i due fratelli
e gli avvenimenti accaduti dopo l'arrivo degli Spagnuoli
avevano rilassato di molto i legami che congiungevano i
Peruviani ai loro re, e quel giovinotto, che doveva presto perire
vergognosamente, non ebbe maggiore autorit di Manco
Capac, figlio d'Huascar, che fu riconosciuto dai popoli di
Cusco. Presto anzi, alcuni dei principali capi del paese
cercarono di farsi dei reami nell'impero del Per; tale fu
Ruminagui, comandante a Quito, che fece trucidare il fratello
ed i figli d'Atahualpa, e si dichiar indipendente.
La discordia regnava nel campo peruviano; gli Spagnuoli
risolvettero d'approfittarne. Pizarro si avanz rapidamente
sopra Cusco, giacch se aveva tardato tanto a farlo, gli perch
disponeva d poche forze. Ora che una folla d'avventurieri,
allettati dai tesori portati a Panama, si precipitavano a gara
verso il Per, ora ch'egli poteva riunire cinquecento uomini,
dopo d'aver lasciata un'importante guarnigione a San Miguel
sotto il comando di Benalcazar, Pizarro non aveva pi ragione
d'aspettare. Per via, furono dati alcuni combattimenti a qualche
grosso esercito di truppe; ma terminarono come sempre con
perdite gravi da parte degli indigeni ed insignificanti da parte
degli Spagnuoli. Quando entrarono in Cusco e presero possesso
della citt, questi si mostrarono meravigliati della pochezza
dell'oro e delle pietre preziose che vi trovarono, sebbene la
somma passasse di molto il riscatto d'Atahualpa. forse perch
si erano gi familiarizzati colle ricchezze del paese o perch
erano in pi gran numero a spartirle?
Frattanto, Benalcazar, stanco della sua inerzia, approfittava
dell'arrivo d'un rinforzo, venuto da Nicaragua e da Panama, per
dirigersi verso Quito, dove, a quanto ne dicevano i Peruviani,
Atahualpa aveva lasciato la maggior parte de' suoi tesori. Egli
si mise a capo di ottanta cavalieri e di centoventi fanti, batt in
molte occasioni Ruminagui, che gli sbarrava il passo, ed in
grazia della sua prudenza e della sua abilit, pot entrare
vittorioso a Quito; ma non vi trov quanto cercava, vale a dire i
tesori d'Atahualpa.
Nel medesimo tempo, Pietro d'Alvarado, che si era tanto
segnalato sotto Cortes e che era stato nominato governatore del
Guatemala in ricompensa de' suoi servigi, finse di credere che
la provincia di Quito non fosse sotto il comando di Pizarro, ed
allest una spedizione forte di cinquecento uomini, dugento dei
quali servivano a cavallo. Sbarcato a Porto Viejo, egli volle
andare a Quito, senza guida, risalendo il Guyaquil ed
attraversando le Ande. Questa via stata, in ogni tempo, una
delle pi cattive e delle pi penose che fosse possibile
scegliere. Prima d'essere giunti nella pianura di Quito, dopo
d'aver orribilmente sofferto la sete e la fame, senza parlare
delle ceneri, ardenti del Chimborazo, vulcano vicino a Quito, e
delle nevi che li assalirono, la quinta parte degli avventurieri e
la met dei cavalli erano periti; gli altri erano assolutamente
scoraggiati e nell'impotenza assoluta di combattere. Fu dunque
colla massima meraviglia e con un sentimento d'inquietudine
nel medesimo tempo, che i compagni d'Alvarado si videro ad
un tratto in presenza, non gi d'un corpo d'Indiani come si
aspettavano, ma d'un corpo di Spagnuoli sotto gli ordini
d'Almagro. Questi ultimi si disponevano a caricarli, quando
certi ufficiali pi moderati fecero accettare un accomodamento,
in virt del quale Alvarado doveva ritirarsi nel suo governo,
dopo aver riscosso centomila pesos per le spese d'armamento.
Mentre accadevano questi avvenimenti al Per, Fernando
Pizarro faceva vela per la Spagna, dove la prodigiosa quantit
d'oro, d'argento e di pietre preziose ch'egli portava, non poteva
mancare di procurargli un'eccellente accoglienza. Egli ottenne
per suo fratello Francesco la conferma delle funzioni di
governatore coi poteri pi estesi; egli medesimo fu nominato
cavaliere di San Giacomo; quanto ad Almagro, gli fu
confermato il titolo d'adelantado, e la sua giurisdizione fu
estesa di dugento leghe, senz'essere per altro esattamente
limitata, il che lasciava una porta aperta alle contestazioni ed
alle interpretazioni arbitrarie.
Fernando Pizarro non era ancora tornato al Per, e gi
Almagro, avendo ricevuto la notizia che un governo speciale
gli era stato affidato, pretendeva che Cusco ne dipendesse, e
prese le sue disposizioni per farne la conquista. Ma Giovanni e
Gonzalo Pizarro non intendevano di lasciarsi spogliare. Si
stava per venire alle mani, quando Francesco Pizarro, che
viene spesso chiamato il Marchese o il gran Marchese, giunse
nella capitale.
Non mai Almagro aveva potuto perdonare a quest'ultimo la
duplicit di cui aveva dato prova ne' suoi negoziati con Carlo
V, n la disinvoltura colla quale si era fatto attribuire a spese
de' suoi due associati la pi grossa parte d'autorit ed il governo
pi esteso. Ma siccome egli incontr grande opposizione a' suoi
disegni, siccome non era il pi forte, dissimul il malcontento,
e parve lieto d'un accomodamento.
Essi rannodarono dunque la loro societ, dice Zarate, a
patto che Diego d'Almagro andrebbe alla scoperta del paese
della parte del sud, e che, se ne trovasse qualcuno buono, ne
chiederebbe per lui il governo a Sua Maest; che se nulla
trovasse, spartirebbero fra di essi il governo di don Francesco.
Questo accordo fu fatto in maniera solenne, e giurarono tutti
sull'ostia consacrata di non intraprender nulla per l'avvenire
l'uno contro l'altro. Alcuni narrano che Almagro giur di non
intraprendere mai nulla n sopra Cusco, n sul paese che al di
l fino a centotrenta leghe di distanza, quand'anche Sua Maest
gliene desse il governo. Si aggiunge che, rivolgendosi al Santo
Sacramento, pronunci queste parole: Signore, se manco al
giuramento che faccio, voglio che tu mi confonda e mi punisca
nel mio corpo e nell'anima mia.
Dopo questo accordo solenne, che doveva essere osservato
colla stessa infedelt del primo, Almagro prepar ogni cosa per
la partenza. In grazia della sua liberalit ben nota e della sua
riputazione di coraggio, egli riun cinquecentosettanta uomini,
cavalleria e fanteria, coi quali si avanz per terra verso il Chili.
Il tragitto fu sommamente penoso, e gli avventurieri ebbero a
soffrire segnatamente dei rigori del freddo nel passaggio delle
Ande; in oltre, ebbero da fare con popoli molto bellicosi che
nessuna civilt aveva rammolliti, e che li assalirono con una
furia di cui nulla al Per aveva potuto dar loro un'idea.
Almagro non pot fondare nessun stabilimento, giacch appena
da due mesi egli si trovava nel paese, quando apprese che gli
Indiani del Per si erano rivoltati ed avevano trucidato la
maggior parte degli Spagnuoli. Egli allora torn subito indietro.
Dopo la sottoscrizione del nuovo patto fra i conquistatori
(1534), Pizarro era tornato nelle Provincie vicine al mare, nelle
quali pot stabilire, poich non aveva pi a temere resistenza
alcuna, un governo regolare. Per un uomo che non aveva mai
studiato la legislazione, egli aveva fatto dei savi regolamenti
sull'amministrazione della giustizia, sulla percezione delle
imposte, la ripartizione degli Indiani ed il lavoro delle miniere.
Se il conquistador aveva nel suo carattere qualche lato che si
prestava facilmente alla critica, giusto riconoscere che non
mancava d'una certa elevatezza d'idee e che aveva la coscienza
della parte che faceva di fondatore d'un grande impero. E ci
anzi lo fece lungamente esitare sulla scelta della futura capitale
dei possedimenti spagnuoli. Cusco aveva in suo favore la
circostanza d'essere stata la residenza degli Incas; ma quella
citt, posta a pi di quattrocento miglia dal mare, era troppo
lontana da Quito, la cui importanza sembrava grande a Pizarro.
Egli fu in breve colpito dalla bellezza e dalla fertilit d'una gran
vallata bagnata da un corso d'acqua, il Rimac, e vi stabil, nel
1536, la sede della propria potenza. In breve tempo, in grazia
del magnifico palazzo ch'egli vi si fece costrurre, delle
sontuose dimore de' suoi principali ufficiali, la citt dei re (de
Los Reyes) o Lima, come chiamata, per corruzione del nome
del fiume che la bagna, non tard ad assumere l'aspetto di una
gran citt. Mentre queste cure trattenevano Pizarro lungi dalla
capitale, piccoli drappelli, mandati in diverse direzioni, si
addentravano nelle provincie pi remote dell'impero per
distruggere gli ultimi focolari di resistenza, di modo che non
rimaneva a Cusco se non un piccolissimo numero d'armati.
L'Inca, che era rimasto fra le mani degli Spagnuoli, credette
giunto il momento opportuno di fomentare un sollevamento
generale, nel quale egli sperava avesse a distruggersi la
dominazione straniera. Quantunque fosse ben custodito, seppe
prendere le sue disposizioni con tanta abilit, che non svegli i
sospetti degli oppressori. Gli fu anzi permesso d'assistere ad
una gran festa, che si doveva celebrare a poche leghe da Cusco,
e per la quale si erano radunati i personaggi pi importanti
dell'impero. Appena apparve l'Inca, fu innalzato lo stendardo
della rivolta. Dai confini della provincia di Quito fino al Chili il
paese fu presto in armi, e molti piccoli drappelli spagnuoli
furono sorpresi e sterminati. Cusco, difesa dai tre fratelli
Pizarro con centosettanta Spagnuoli soltanto, fu per otto mesi
consecutivi in preda agli assalti incessanti dei Peruviani, che si
erano esercitati nel maneggio delle armi tolte ai loro avversari.
I conquistatori resistettero valorosamente, ma subirono gravi
perdite e segnatamente quella di Giovanni Pizarro. Quando
apprese queste notizie, Almagro lasci precipitosamente il
Chili, attravers il deserto montuoso, sassoso e sabbioso
d'Atamaca, dove soffr tanto pel calore e per la siccit, quanto
aveva sofferto nelle Ande per la neve ed il freddo, penetr nel
territorio peruviano, sconfisse Manco Capac in una gran
battaglia e giunse fin presso la citt di Cusco, dopo d'aver
cacciato gli Indiani. Egli cerc allora di farsi consegnare la
citt sotto pretesto che essa non era compresa nel governo di
Pizarro, e violando una tregua, durante la quale i partigiani del
marchese si riposavano un po' , penetr in Cusco, s'impadron
di Fernando e di Gonzalo Pizarro, e si fece riconoscere
governatore.
Frattanto, un gran corpo d'Indiani investiva Lima,
intercettava ogni comunicazione e distruggeva i diversi
drappelli di truppe che Pizarro mand pi volte in aiuto di
Cusco. A quel tempo, Pizarro mandava tutte le sue navi a
Panama per obbligare i suoi compagni a fare una resistenza
disperata; egli richiamava da Trusillo le forze sotto gli ordini
d'Alonzo d'Alvarado, ed affidava a quest'ultimo una colonna di
cinquecento uomini, che si avanz fino a poche leghe dalla
capitale, senza sospettar nemmeno che questa fosse nelle mani
di compatrioti perfettamente deliberati a sbarrargliene la via.
Ma Almagro desiderava assai pi attirare a s questi nuovi
avversari che distruggerli; egli dispose dunque in modo da
sorprenderli e li fece prigionieri. Aveva allora fra le mani una
bell'occasione di terminare la guerra e di rendersi, in un sol
colpo, padrone dei due governi. quanto gli fecero osservare
molti de' suoi ufficiali, e segnatamente Orgonos, i quali
avrebbero voluto ch'egli facesse perire i due fratelli del
conquistador, e che si avanzasse a marcie forzate colle sue
truppe vittoriose contro Lima, dove Pizarro sorpreso non
potrebbe resistergli. Ma quelli che Giove vuol perdere, ha detto
un poeta latino, li fa impazzire. Almagro che, in ogni
altr'occasione, non si era fatto scrupolo alcuno, non volle farsi
il torto di invadere il governo di Pizarro a modo d'un ribelle, e
ripigli tranquillamente la via di Cusco.
Rispetto ai suoi interessi particolari, Almagro commetteva
un grave errore, di cui doveva pentirsi pi tardi. Ma se noi
consideriamo ci che non si dovrebbe mai perdere di vista, vale
a dire l'interesse della patria, gli atti d'aggressione ch'egli aveva
gi commessi e la guerra civile ch'egli sollevava in presenza
d'un nemico pronto ad approfittarne, costituivano un crimine
capitale. I suoi avversari non dovevano tardare a farglielo
ricordare.
Se abbisognava ad Almagro una pronta decisione per
rendersi padrone della situazione, Pizarro aveva tutto a sperare
dal tempo e dall'occasione. Aspettando i rinforzi che gli
venivano promessi dal Darien, egli avvi col suo avversario dei
negoziati che durarono molti mesi, e durante i quali uno de'
suoi fratelli ed Alvarado trovarono modo di fuggire con pi di
settanta uomini. Bench fosse stato ingannato tante volte,
Almagro acconsenti ancora a ricevere il licenziato Espinosa,
incaricato di rammentargli che, se l'imperatore avesse saputo
ci che accadeva fra i due competitori, e se apprendesse lo
stato in cui le loro contese riducevano le cose, senza dubbio li
richiamerebbe entrambi e li sostituirebbe. Infine, dopo la morte
d'Espinosa, fu deliberato dal fratello Francesco di Bovadilla, a
cui Pizarro ed Almagro avevano rimessa la decisione del loro
litigio, che Fernando Pizarro fosse subito posto in libert, che
Cusco fosse consegnata al marchese e che si mandassero in
Ispagna molti ufficiali dei due partiti, incaricati di far valere i
diritti vicendevoli dei competitori e di affidarne la
deliberazione all'imperatore.
Appena l'ultimo de' suoi fratelli fu messo in libert,
Pizarro, respingendo ogni idea di pace e di accomodamento
amichevole, dichiar che le armi sole deciderebbero chi, fra lui
ed Almagro, sarebbe il padrone del Per. Egli riun in poco
tempo settecento uomini, di cui affid il comando ai suoi due
fratelli. Nell'impossibilit in cui si trovarono di traversare le
montagne per recarsi a Cusco per una via diretta, seguirono la
sponda del mare fino a Nasca e penetrarono in un ramo delle
Ande, che doveva condurli in breve alla capitale.
Forse Almagro avrebbe dovuto difendere le gole delle
montagne, ma non aveva che cinquecento uomini, e contava
molto sulla sua brillante cavalleria, che non avrebbe potuto
spiegare in un terreno ristretto. Aspett dunque il nemico nella
pianura di Cusco. I due eserciti si assalirono, il 26 aprile 1538,
con pari accanimento; ma la vittoria fu decisa da due
compagnie di moschettieri che l'imperatore aveva mandate a
Pizarro quando aveva appresa la ribellione degli Indiani.
Centoquaranta soldati perirono in questo combattimento, che
ricevette il nome di las Salinas. Orgoos e molti ufficiali
segnalati furono uccisi freddamente dopo la battaglia;
Almagro, vecchio ed infermo, non pot sfuggire ai Pizarro.
Gli Indiani che, riuniti in armi sulle montagne circostanti,
si erano ripromessi di piombare sul vincitore, ebbero invece
premura di svignarsela. Nulla, dice Robertson, prova forse
meglio l'ascendente che gli Spagnuoli avevano preso sugli
Americani, che il veder questi, testimoni della disfatta e della
fuga d'uno degli eserciti, non avere il coraggio di assalir l'altro,
indebolito e stanco a causa della sua vittoria medesima, e non
osar piombare sui loro oppressori quando la fortuna offriva
un'occasione cos favorevole di combatterli con vantaggio.
A quel tempo, una vittoria non seguita dal saccheggio era
incompiuta, e perci la citt di Cusco fu messa a sacco. Tutte le
ricchezze che i compagni di Pizarro vi trovarono non bastarono
ad accontentarli. Avevano tutti una cos alta idea dei loro meriti
e dei servigi che avevano resi, che a ciascuno sarebbe
abbisognata una carica di governatore. Fernando Pizarro li
disperse dunque e li mand a conquistare nuovi territori con
alcuni partigiani d'Almagro, che si erano radunati e che
importava allontanare.
Quanto a quest'ultimo, Fernando Pizarro, convinto che un
focolare di agitazione permanente covava al riparo del suo
nome, risolvette di disfarsene. Gli fece dunque fare un
processo, che termin, come era facile prevedere, con una
condanna a morte. A questa notizia e dopo alcuni momenti d'un
turbamento naturalissimo, durante i quali Almagro fece valere
la sua et matura ed il modo differentissimo con cui egli si era
comportato rispetto a Fernando e Gonzalo Pizarro quando
erano suoi prigionieri, egli ricuper la sua freddezza d'animo ed
aspett la morte col coraggio di un soldato. Fu strangolato nel
suo carcere e decapitato pubblicamente (1538).
Dopo molte spedizioni fortunate, Fernando Pizarro parti
per la Spagna per render conto all'imperatore di quanto era
accaduto. Egli trov gli spiriti singolarmente prevenuti contro
di lui ed i suoi fratelli. La loro crudelt, le loro violenze, il loro
disprezzo degli impegni pi sacri, erano stati esposti in tutta la
loro nudit da alcuni partigiani d'Almagro. Perci abbisogn a
Fernando Pizarro un'abilit meravigliosa per correggere il
mal'animo dell'imperatore. Non essendo in grado di giudicare
da qual parte fosse la giustizia, giacch era illuminato solo
dagli interessati, Carlo V non vedeva che le conseguenze,
deplorabili pel suo governo, della guerra civile. Egli s'indusse
dunque a mandar sul luogo un commissario, al quale affid i
poteri pi estesi, e che, dopo d'essersi fatto render conto degli
avvenimenti, doveva stabilire la forma di governo che
giudicherebbe pi utile. Questa missione delicata fu affidata ad
un giudice dell'udienza di Valladolid, Christoval de Vaca, che
non si mostr al disotto del suo compito. Cosa degna di nota!
Gli fu raccomandato d'usare il massimo riguardo verso
Francesco Pizarro, mentre suo fratello Fernando veniva
arrestato e messo in un carcere, in cui doveva rimanere
dimenticato per venti anni.
Mentre questi avvenimenti accadevano in Ispagna, il
Marchese spartiva il paese conquistato, serbava per s e per i
suoi figli i distretti pi fertili o meglio situati, e non accordava
ai compagni d'Almagro, a quelli del Chili, come venivano
chiamati, se non territori sterili e lontani. Poi egli affidava ad
uno de' suoi maestri di campo, Pedro de Valdivia, l'esecuzione
del disegno che Almagro non aveva potuto se non abbozzare,
cio a dire la conquista del Chili. Partito il 28 gennaio 1540
con centocinquanta Spagnuoli, fra i quali dovevano illustrarsi
Pedro Gomez, Pedro de Miranda e Alonso de Monroy,
Valdivia travers dapprima il deserto d'Atacama, impresa
considerata ancor oggi come penosissima, e giunse a Copiapo
in mezzo ad una bella vallata. Ricevuto cordialissimamente
dapprima, egli ebbe a sostenere, appena fu fatta la raccolta,
frequenti combattimenti contro una razza differente dagli
Indiani del Per, gli Araucani, coraggiosi ed infaticabili
guerrieri. Tuttavia egli pot fondare la citt di Santiago, il 12
febbraio 1541. Valdivia pass otto anni al Chili, presiedendo
alla conquista ed all'ordinamento del paese. Meno avido degli
altri conquistadores suoi contemporanei, egli non ricercava
le ricchezze minerali se non per assicurare lo sviluppo della
prosperit della sua colonia, nella quale seppe fin dal principio
incoraggiare l'agricoltura. La pi bella miniera ch'io conosca,
quella che d grano e vino, e il nutrimento del bestiame. Chi
ha di questo, ha del denaro. E di miniere, noi non viviamo,
quanto alla loro sostanza. Queste savie parole di Lescarbot,
nella sua Storia della Nuova Francia, Valdivia avrebbe potuto
pronunciarle, giacch esse esprimono benissimo i suoi
sentimenti. Il suo valore, la sua prudenza, la sua umanit, e
segnatamente quest'ultima che brilla singolarmente accanto alla
crudelt di Pizarro, gli assicurano un posto segnalato ed uno
dei pi elevati fra i conquistadores del secolo XVI. Al tempo
in cui Valdivia partiva per il Chili, Gonzalo Pizarro, a capo di
trecentoquaranta Spagnuoli, la met dei quali erano a cavallo, e
di quattromila Indiani, traversava le Ande con tali fatiche, che
la maggior parte di questi ultimi perirono a causa del freddo;
poi egli si cacci nell'est, nell'interno del continente, cercando
un paese in cui abbondassero, secondo quanto si diceva, la
cannella e le spezie. Accolti in quelle ampie savane, rotte da
acquitrini e da foreste vergini, da pioggie diluviane che non
durarono meno di due mesi, non incontrando che una
popolazione rara, poco industriosa ed ostile, gli Spagnuoli
ebbero spesso a patir la fame in un paese in cui non esistevano
allora n buoi, n cavalli, in cui i pi grossi quadrupedi erano i
tapiri ed i lama, ed ancora non s'incontravano che raramente
questi ultimi su quel versante delle Ande. Non ostante queste
difficolt, che avrebbero scoraggiato degli esploratori meno
energici dei descubridores del secolo XVI, essi persistettero
nel loro tentativo e discesero il Rio Napo o Coca, affluente di
mancina del Maraon fino al suo confluente. Col, costrussero,
con gran fatica, un brigantino, che fu montato da cinquanta
soldati, sotto il comando di Francisco Orellana. Ma, sia che la
violenza della corrente lo abbia trascinato, sia che, non essendo
pi sotto gli occhi del suo capo, egli abbia voluto diventare alla
sua volta comandante d'una spedizione di scoperta, non aspett
Gonzalo Pizarro al ritrovo stabilito, e continu a discendere il
fiume finch giunse all'Oceano. Una simile navigazione,
attraverso duemila miglia di regioni ignote, senza guida, senza
bussola, senza provviste, con un equipaggio che mormor pi
d'una volta contro il pazzo tentativo del suo capo, in mezzo a
popolazioni quasi di continuo ostili, veramente meravigliosa.
Dalla foce del fiume ch'egli aveva disceso colla sua barca mal
costrutta, Orellana riusc a recarsi all'isola di Cubagua, donde
fece vela per la Spagna. Se il proverbio: pu mentire
facilmente chi viene da lontano, non fosse stato conosciuto da
un pezzo, Orellana lo avrebbe fatto inventare. Egli spacci in
fatti le favole pi incredibili sull'opulenza dei paesi da lui
traversati. A sentirlo, gli abitanti erano cos ricchi, che i tetti
dei loro tempi erano formati di lastre d'oro; asserzione che
diede origine alla leggenda dell'El Dorado. Orellana aveva
appresa l'esistenza d'una repubblica di donne guerriere, che
avevano fondato un ampio impero, il che ha fatto dare al
Maraon il nome di fiume delle Amazzoni. Se si spoglia, per
altro, questa relazione di tutta la parte ridicola e grottesca, che
doveva piacere alle immaginazioni dei suoi contemporanei,
rimane ad ogni modo fermo che la spedizione d'Orellana una
delle pi notevoli di quel tempo tanto fecondo d'imprese
gigantesche, e che essa fornisce le prime notizie sull'immensa
zona di paese, che si stende tra le Ande e l'Atlantico.
Ma torniamo a Gonzalo Pizarro. Il suo impaccio e la sua
costernazione erano stati grandi, quando arrivando al
confluente del Napo e del Maraon, egli non aveva trovato
Orellana, che doveva aspettarvelo. Temendo che fosse
accaduto un accidente al suo luogotenente, egli aveva sceso il
corso del fiume per cinquanta leghe, finch incontr un
disgraziato ufficiale, abbandonato per aver fatto al suo capo
alcune osservazioni circa la sua perfidia. Alla notizia del
vigliacco abbandono e della miseria in cui venivano lasciati, i
pi coraggiosi si sentirono venir meno. Bisogn cedere alle
loro istanze e tornare verso Quito, da cui si era lontani pi di
milledugento miglia. Per esprimere le loro sofferenze in questo
viaggio di ritorno, baster il dire che, dopo aver mangiato
cavalli, cani e rettili, radici ed animali selvatici, dopo aver
masticato anche tutto ci che era cuoio nel loro equipaggio, i
disgraziati superstiti, lacerati dai cespugli, sparuti e scarni,
giunsero a Quito in numero di ottanta; quattromila Indiani e
dugentodieci Spagnuoli avevano perduto la vita in quella
spedizione, che non era durata meno di due anni.
Mentre Gonzalo Pizarro guidava la disgraziata spedizione
che abbiamo narrata, gli antichi partigiani d'Almagro, che non
avevano mai potuto congiungersi schiettamente a Pizarro, si
adunarono intorno al figlio del loro antico capo, e
complottavano la morte del Marchese. Invano Francesco
Pizarro fu molte volte avvertito di ci che si tramava contro di
lui, giammai egli volle prestar fede a questi avvertimenti. Egli
diceva: State tranquilli, io sar al sicuro fin tanto che non vi
sar nessuno al Per che non sappia ch'io posso in un momento
togliere la vita a chi osasse concepire il disegno d'attentare alla
mia.
La domenica 26 giugno 1541, nel momento della siesta,
Giovanni de Herrada e diciotto congiurati escono dalla casa
d'Almagro, colla spada nuda in mano, armati da capo a piedi.
Essi corrono verso la casa di Pizarro gridando: Morte al
tiranno! morte all'infame! invadono il palazzo, uccidono
Francesco de Chaves, che accorreva al frastuono, e penetrano
nella sala in cui stavano, con Francesco Pizarro, suo fratello
Francesco-Martino, il dottore J uan Velasquez ed una dozzina
di servi. Questi saltano dalle finestre, tranne Martino Pizarro,
due altri gentiluomini e due paggi, che si fanno uccidere
difendendo la porta delle stanze del governatore. Egli
medesimo, che non ha avuto il tempo d'indossare la corazza,
afferra la sua spada ed uno scudo, si difende valorosamente,
uccide quattro dei suoi avversari, ne ferisce molti. Uno degli
assalitori si sacrifica, attira sopra di s i colpi di Pizarro;
frattanto gli altri trovano il mezzo d'entrare e lo caricano con
tanta furia, ch'egli non pu parare tutti i colpi, essendo d'altra
parte cos stanco da poter appena muovere la sua spada. Cos,
essi ne trionfarono, dice Zarate, e finirono di ucciderlo con
una stoccata nella gola. Cadendo, egli chiese ad alta voce la
confessione, e, non potendo pi parlare, fece in terra un segno
di croce che baci, e cos rese l'anima a Dio. Alcuni negri
trascinarono il suo corpo nella chiesa, dove J uan Barbazan, suo
antico servo, os solo venirlo a reclamare. Questo fedele
servitore fece in segreto gli onori de' suoi funerali, giacch i
congiurati avevano saccheggiato la sua casa e non avevano
lasciato di che pagare i cerei.
Cos fin Francesco Pizarro, assassinato nella capitale
medesima dell'ampio impero che la Spagna doveva al suo
valore ed alla sua perseveranza infaticabile, ma ch'egli le dava,
bisogna confessarlo, decimato, saccheggiato, intriso di sangue.
Paragonato tante volte a Cortes, egli ebbe altrettanta
ambizione, coraggio, capacit militare; ma spinse all'estremo i
difetti del marchese della Valle, la crudelt e l'avarizia, a cui
aggiunse la perfidia e la duplicit. Se si indotti a spiegare col
tempo in cui visse certi lati del carattere di Cortes che sono
poco stimabili, si almeno sedotti da quella grazia e da quella
nobilt di modi, da quelle maniere da gentiluomo superiore ai
pregiudizi che lo fecero amar tanto dal soldato. In Pizarro, si
riconosce al contrario una rudezza, un'asprezza di sentimenti
poco simpatica, e le sue qualit cavalleresche spariscono del
tutto dietro quella rapacit e quella perfidia che lo
caratterizzano.
Se Cortes incontr nei Messicani degli avversari
coraggiosi e risoluti che gli opposero difficolt quasi
insormontabili, Pizarro non ebbe a durare alcuna fatica per
vincere i Peruviani, rammolliti e paurosi, che non resistettero
mai seriamente alle sue armi. Delle conquiste del Per e del
Messico, la meno difficile procur maggiori vantaggi metallici
alla Spagna, e perci fu la pi apprezzata.
La guerra civile stava per iscoppiare ancora una volta dopo
la morte di Pizarro, quando giunse il governatore delegato dal
governo metropolitano. Appena egli ebbe riunite le truppe
necessarie mosse verso Cusco. S'impadron senza stento
d'Almagro, lo fece decapitare con quaranta de' suoi fidi e
govern il paese con fermezza fino all'arrivo del vicer Blasco
Nuez Vela. Non nostra intenzione l'entrare nelle
particolarit delle contese che costui ebbe con Gonzalo Pizarro,
il quale, approfittando del malcontento generale cagionato da
nuovi regolamenti sui repartimientos, si ribell contro il
rappresentante dell'imperatore. Dopo molte peripezie che non
possono qui trovar posto, la lotta fin colla disfatta e col
supplizio di Gonzalo Pizarro, che ebbe luogo nel 1548. Il suo
corpo fu portato a Cusco e sepolto vestito poich nessuno,
dice Garcilasso de la Vega, volle dare un povero lenzuolo.
Cos fin l'assassino giuridico d'Almagro. Non forse il caso di
ripetere queste parole della Scrittura: Chi ferisce di spada,
perisce di spada?
CAPITOLO II.
PRIMO VIAGGIO INTORNO AL MONDO.
Magellano, suoi cominciamento, suo cambiamento di nazionalit
Preparativi della spedizione Rio de J aneiro La baia di San Giuliano
Rivolta d'una parte della squadra Terribile punizione dei colpevoli.
Lo Stretto di Magellano I Patagoni Il Pacifico Le isole dei Ladroni
Zebu e le Filippine Morte di Magellano Borneo Le Molucche ed
i loro prodotti Separazione della Trinidad e della Vittoria Ritorno in
Europa per il capo di Buona Speranza Ultime disgrazie.

S'ignorava ancora l'immensit del continente scoperto da
Cristoforo Colombo, e per, si cercava ostinatamente sulla
costa d'America, che si supponeva sempre formare molte isole,
il famoso stretto che doveva condurre rapidamente nell'oceano
Pacifico e fino a quelle isole delle spezie, il cui possesso
avrebbe formato la ricchezza della Spagna. Mentre Cortereal e
Caboto lo cercavano sull'oceano Atlantico, e Cortes fino in
fondo al golfo di California, mentre Pizarro scendeva la costa
del Per e Valdivia conquistava il Chili, la soluzione del
problema era trovata da un Portoghese al servizio della Spagna,
da Fernando di Magellano.
Figlio d'un gentiluomo di Cota e Armas, Fernando di
Magellano nacque a Porto, a Lisbona, a Villa de Sabrossa od a
Villa de Figueiro, non si sa bene, in una data ignota, ma verso
la fine del secolo XV. Egli era stato allevato in casa del re
Giovanni II, dove ricevette educazione migliore che si poteva
dare a quel tempo. Dopo aver studiato in modo speciale le
matematiche e la navigazione, giacch vi era a quel tempo
in Portogallo una corrente irresistibile che portava tutto quanto
il paese verso le spedizioni e le scoperte marittime,
Magellano abbracci di buon'ora la carriera della marina, e
s'imbarc, nel 1505, con Almeida, il quale si recava alle Indie.
Egli prese parte al saccheggio di Quiloa ed a tutti gli
avvenimenti di quella campagna. L'anno seguente, accompagn
Vaz Pereira a Sofala; poi, di ritorno alla costa di Malabar, lo
vediamo assistere alla presa di Malacca con Albuquerque e
comportarvisi con altrettanta prudenza quanto coraggio. Egli
fece parte di quelle spedizioni che Albuquerque mand, verso
il 1510, alla ricerca delle famose isole delle spezie, sotto il
comando d'Antonio de Abreu e di Francisco Serrao. che
scoprirono Banda, Amboine, Ternate e Tidor. Frattanto,
Magellano aveva toccato certe isole della Malesia lontane
seicento leghe da Malacca, ed egli ottenne sull'Arcipelago delle
Molucche notizie minuziose che fecero nascere nel suo spirito
l'idea del viaggio che doveva compiere pi tardi.
Di ritorno in Portogallo, Magellano ottenne, non senza
difficolt, la facolt di frugare negli archivi della corona, ed
acquist in breve la certezza che le Molucche erano situate
nell'emisfero attribuito alla Spagna dalla bolla di limitazione,
adottata a Tordesillas dai re di Spagna e di Portogallo, e
confermata, nel 1494, da papa Alessandro VI.
In virt di questa limitazione, che doveva dar luogo a tante
contese appassionate, tutti i paesi situati a trecentosessanta
miglia all'ovest del meridiano delle isole del capo Verde,
dovevano appartenere alla Spagna, e tutti quelli all'est dello
stesso meridiano al Portogallo.
Magellano aveva troppa operosit per rimanere un pezzo
senza ripigliar servizio. Egli and dunque a guerreggiare in
Africa, ad Azamor, citt del Marocco, dove ricevette una
leggiera ferita al ginocchio, la quale per, recidendo un nervo,
lo rese zoppicante per tutto il resto della vita, e lo costrinse a
tornare in Portogallo. Conscio della superiorit che le sue
cognizioni teoriche e pratiche ed i suoi servigi gli assicuravano
sulla turba dei cortigiani, Magellano doveva risentire pi
vivamente d'un altro l'ingiusto trattamento che ricevette da
Emmanuele, in proposito di certe querele fatte dagli abitanti
d'Azamor contro gli ufficiali portoghesi. Le prevenzioni
d'Emmanuele si mutarono in breve in un'avversione vera, la
quale si manifest con quell'imputazione oltraggiosa che, per
sfuggire ad accuse incontestabili, Magellano fingesse di
soffrire d'una ferita da nulla di cui era assolutamente guarito.
Una tale asserzione era grave per l'onore tanto suscettibile ed
ombroso di Magellano; perci, egli prese fin d'allora una
risoluzione estrema che rispondeva, del resto, alla grandezza
dell'offesa ricevuta. Affinch nessuno potesse ignorarlo, fece
accertare con atto autentico ch'egli rinunciava ai suoi diritti di
cittadino portoghese, cambiava nazionalit e pigliava in
Ispagna lettere di naturalizzazione. Era un proclamare il pi
solennemente possibile, ch'egli intendeva d'essere trattato quale
suddito della corona di Castiglia, alla quale voleva consacrare
per l'avvenire i propri servigi e la vita tutta quanta. Grave
determinazione, si vede, che non trov nessuno che la
biasimasse, e che gli storici pi rigidi hanno scusata, testimoni
Barros e Faria y Sousa.
Nel medesimo tempo di lui, un uomo profondamente
versato nelle cognizioni cosmografiche, il licenziato Ruy
Faleiro, del pari caduto in disgrazia d'Emmanuele, lasciava
Lisbona con suo fratello Francisco ed un mercante chiamato
Christovam de Haro. Egli aveva concluso con Magellano un
contratto d'associazione per recarsi alle Molucche per una
nuova via non altrimenti determinata e che rimaneva il segreto
di Magellano. Appena furono giunti in Ispagna (1517), i due
associati presentarono il loro disegno a Carlo V, che lo accett
in massima; ma si trattava, cosa sempre delicata, di trovare i
mezzi d'esecuzione. Fortunatamente, Magellano trov in J uan
de Aranda, fattore della camera di commercio, un partigiano
entusiastico delle sue teoriche, e costui gli promise di mettere
in opera tutta la sua influenza per far riuscire l'impresa. Egli
vide, in fatti, il gran cancelliere, il vescovo di Burgos, Fonseca,
e seppe esporre con tanta abilit il gran beneficio, per la
Spagna, della scoperta d'una via che conducesse al centro
medesimo di produzione delle spezie, ed il danno immenso che
ne risulterebbe al commercio del Portogallo, che fu firmata una
convenzione il 22 marzo 1518. L'imperatore s'impegnava a fare
tutte le spese dell'armamento, a patto che la massima parte dei
benefizi spetterebbe a lui.
Ma Magellano aveva ancora molti ostacoli da superare
prima di spiegare le vele. Furono, dapprima, le rimostranze
dell'ambasciatore portoghese, Alvaro da Costa, il quale cerc
anzi, vista l'inutilit dei suoi tentativi, di far assassinare
Magellano, al dire di Faria y Sousa. Poi, egli venne ad urtare
contro il malanimo degli impiegati della Casa de contratacion
di Siviglia, gelosi di veder dare ad uno straniero il comando
d'una spedizione cos importante, ed invidiosi dell'ultimo
favore che era stato accordato a Magellano ed a Ruy Faleiro,
nominati commendatori dell'ordine di San Giacomo. Ma Carlo
V aveva dato il suo consenso con un atto pubblico, che
sembrava dover essere irrevocabile. Si cerc tuttavia di farlo
pentire della sua decisione, preparando, il 22 ottobre 1518, una
sommossa pagata coll'oro del Portogallo. Essa scoppi sotto il
pretesto che Magellano, il quale aveva fatto tirare a terra una
delle sue navi per raddobbarla e dipingerla, l'avesse decorata
colle armi portoghesi. Quest'ultimo tentativo fall miseramente,
e tre ordinanze del 30 marzo, 6 e 30 aprile stabilirono la
composizione degli equipaggi e nominarono lo stato maggiore;
infine un'ultima cedola, datata da Barcellona, il 26 luglio 1519,
affidava il comando unico della spedizione a Magellano.
Che era mai accaduto con Ruy Faleiro? non sapremmo
dirlo propriamente, ma quest'ultimo, che per lo innanzi era
stato trattato come Magellano, ed aveva forse concepito il
disegno, fu ad un tratto escluso dal comando della spedizione a
causa di dissensi, di cui non si conosce la ragione. La sua
salute, gi malferma, ricevette un ultimo colpo da questo
affronto, ed il povero Ruy Faleiro, diventato quasi pazzo,
essendo tornato in Portogallo per vedere la propria famiglia, vi
fu arrestato e non pot ricuperare la libert se non in grazia
dell'intercessione di Carlo V.
Finalmente, dopo d'aver prestato egli medesimo fede ed
omaggio alla corona di Castiglia, Magellano ricevette alla sua
volta il giuramento de' suoi ufficiali e marinai e lasci il porto

Magellano sullasuanave. (Facsimile. Incisione antica).
di San Lucar de Barrameda, il mattino del 10 agosto 1519.
Ma prima d'incominciare il racconto di questa memoranda
campagna, convien dare alcuni particolari su colui che ne ha
conservata la relazione pi compiuta, su Francesco Antonio
Pigafetta. Nato a Vicenza verso il 1491 di famiglia nobile,
Pigafetta faceva parte del seguito dell'ambasciatore Francesco
Chiericalco che Leone X mand a Carlo V allora a Barcellona.
La sua attenzione fu svegliata senza dubbio dal rumore che
facevano allora in Ispagna i preparativi della spedizione, ed
egli ottenne di pigliar parte al viaggio. Questo volontario fu del
resto una recluta eccellente, giacch si mostr in ogni
occasione fedele ed intelligente osservatore del pari che bravo
e coraggioso compagno. Fu ferito nel combattimento di Zebu
accanto a Magellano, il che gli imped anzi d'assistere al
banchetto durante il quale un s gran numero de' suoi compagni
dovevano trovar la morte. Quanto al suo racconto, tranne
alcune esagerazioni di particolari che erano di moda a quel
tempo, esatto, e la maggior parte delle descrizioni che noi gli
dobbiamo sono state accertate dai viaggiatori e dagli scienziati
moderni, segnatamente dal signor Alcide d'Orbigny. Appena fu
ritornato a San Lucar, il 6 settembre 1522, il Lombardo, come
veniva chiamato a bordo della Victoria, dopo d'aver compiuto
il voto fatto di recarsi a ringraziare a piedi nudi Nuesta Senora
de la Victoria, present a Carlo V, allora a Valladolid, il
giornale completo del viaggio. Al suo ritorno in Italia, per
mezzo dell'originale come pure di note complementari ed a
richiesta del papa Clemente VII e del gran maestro dell'ordine
di Malta, Villiers de l'Isle Adam, egli scrisse un racconto pi
esteso della spedizione, di cui mand molte copie ad alcuni
grandi personaggi e segnatamente a Luigia di Savoia, madre di
Francesco I. Ma quest'ultima, non potendo comprendere, cos
crede il signor Harrisse, eruditissimo autore della Bibliotheca
americana vetustissima, la specie di gergo adoperato da
Pigafetta e che rassomigliava ad un misto d'italiano, di
veneziano e di spagnuolo, richiese un certo Giacomo Antonio
Fabre di tradurglielo in francese. Invece di darne una
traduzione fedele, Fabre ne avrebbe fatto una specie di
compendio. Alcuni critici suppongono per altro che questo
racconto sia stato scritto originariamente in francese; essi
fondano la loro opinione sull'esistenza di tre manoscritti
francesi del secolo XVI, che presentano molte varianti, e due
dei quali sono alla Biblioteca Nazionale di Parigi.
Pigafetta mor a Vicenza verso il 1534, in una casa che si
poteva vedere ancora nel 1800 in via della Luna, e che portava
l'impresa ben nota: Non vi rosa senza spine.
Tuttavia, non abbiamo voluto accontentarci della relazione
di Pigafetta, e l'abbiamo sindacata e compiuta per mezzo del
racconto di Massimiliano Transylvain, segretario di Carlo V, di
cui si trova la traduzione italiana nella preziosa raccolta di
Ramusio.
La flotta di Magellano si componeva della Trinidad, di 120
tonnellate, sulla quale sventolava la bandiera del comandante
della spedizione: del Sant'Antonio, similmente di 120
tonnellate, comandante J uan de Carthagena, il secondo, la
persona congiunta di Magellano, dice la cedola; della
Concepcion, di 90, comandante Gaspare de Quesada; della
famosa Victoria, di 85, comandante Luigi de Mendoza; e
finalmente del Santiago, di 75, comandante J oao Serrao, di cui
gli Spagnuoli hanno fatto Serrano.
Quattro di questi capitani e quasi tutti i piloti erano
Portoghesi. Barbosa e Gomez sulla Trinidad, Luigi Alfonso de
Goes e Vasco Gallego sulla Victoria, Serrao, J oao Lopes de
Carvalho sulla Concepcion, J oao Rodiguez de Mcefrapil sul
Sant'Antonio, e J oao Serrao sul Santiago, come pure
Trenticinque marinai, formavano un totale di trentatr
Portoghesi sopra un insieme di dugentotrentasette individui, i
cui nomi ci sono stati conservati e fra i quali vi ha un gran
numero di Francesi.
Degli ufficiali di cui abbiamo citato i nomi, ricorderemo
che Duarte Barbosa era il cognato di Magellano, e che Estavam
Gomes, che fu pi tardi mandato da Carlo V alla ricerca del
passaggio nord-ovest, e che, nel 1524, segui le coste d'America
dalla Florida fino a Rhode Island e fors'anco fino al capo Cod,
torn a Siviglia, il 6 maggio 1521, senza aver partecipato fino
alla fine a questo memorabile viaggio.
Nulla era meglio ordinato di questa spedizione, per la
quale erano state radunate tutte le risorse che poteva fornire
l'arte nautica di quel tempo. Al momento della partenza,
Magellano consegn a' suoi piloti ed a' suoi capitani le ultime
istruzioni, come pure i segnali destinati ad assicurare la
simultaneit delle manovre e ad impedire una possibile
separazione.
Il luned mattina, 10 agosto 1519, la flotta lev l'ncora e
scese il Guadalquivir fino a San Lucar de Barrameda, che
forma il porto di Siviglia, e dove fin di fare le provviste. Fu
solo il 20 settembre che essa prese definitivamente il mare. Sei
giorni dopo, nell'arcipelago delle Canarie, essa si ferm a
Teneriffa, dove fece provviste d'acqua e di legna. Lasciando
queste isole i primi sintomi del disaccordo che doveva riuscire
tanto funesto alla spedizione si manifestarono tra Magellano e
J uan de Carthagena. Quest'ultimo pretendeva d'esser messo al
fatto dal comandante supremo, della via che aveva intenzione
di percorrere, pretesa subito respinta da Magellano, il quale
dichiar di non aver conti da rendere al suo subordinato.
Dopo d'essere passati tra le isole del capo Verde e l'Africa,
si giunse nei paraggi di Sierra Leone, dove venti contrari e
calme trattennero la flotta una ventina di giorni.
Avvenne allora un doloroso incidente. In un consiglio
tenuto a bordo della nave ammiraglia, essendo sorta una viva
discussione, e J uan de Carthagena, che mostrava di trattar con
disprezzo il capitano generale, avendogli risposto con alterigia
ed insolenza, Magellano fu costretto ad arrestarlo di propria
mano ed a farlo mettere ai ceppi, strumento composto di due
pezzi di legno sovrapposti e trapassati da buchi in cui dovevano
entrare le gambe del marinaio che si voleva punire. Contro
questa punizione troppo umiliante per un ufficiale superiore,
gli altri capitani reclamarono vivamente presso Magellano, ed
ottennero che Carthagena fosse semplicemente messo agli
arresti sotto la custodia d'uno d'essi.
Alle calme succedettero pioggie, burrasche e raffiche
impetuose, che costrinsero le navi a cappeggiare. Durante
questi uragani, i navigatori furono pi volte testimoni d'un
fenomeno elettrico di cui non si conosceva allora la causa, che
si credeva essere un segno manifesto della protezione del cielo,
e che ancor oggi designato sotto il nome di fuoco di
Sant'Elmo. Appena passata la linea equinoziale, passaggio
che non sembra fosse celebrato a quel tempo dalla grottesca
cerimonia del battesimo in uso fino ai nostri giorni, si fece
rotta verso il Brasile, dove, il 13 dicembre 1519, la flotta si
ancor nel magnifico porto di Santa Lucia, conosciuto oggi
sotto il nome di Rio J aneiro. Non era del resto la prima volta
che quella baia veniva visitata dagli Europei, come si creduto
per un pezzo. Fin dal 1511, essa era designata sotto il nome di
Bahia do Cabo Frio. Essa era pure stata visitata, quattro anni
prima dell'arrivo di Magellano, da Pero Lopez, e sembra essere
stata fin dal principio del secolo XVI frequentata dai marinai di
Dieppe, che, eredi della passione dei loro antenati, i Northmen,
per la navigazione avventurosa, percorsero il mondo, e
fondarono per ogni dove stabilimenti o negozi.
In quel luogo, la spedizione spagnuola si procur a buoni
patti, in cambio di specchi, pezzi di nastro, cesoie,
campanelluzzi od ami, una gran quantit di provviste, tra le
quali Pigafetta cita gli ananassi, la canna da zucchero, patate,
polli e carne d'anta, che si crede fosse il tapiro.
Le notizie che si trovano nella medesima relazione sui
costumi degli abitanti sono tanto curiose da meritare d'essere
riferite. I Brasiliani non sono cristiani, vi si dice, ma neppure
idolatri, giacch non adorano nulla; l'istinto naturale l'unica
loro legge. Ecco un'interessante nota, una confessione
singolare da parte d'un italiano del secolo XVI, molto incline
alla superstizione, e che prova ancora una volta che l'idea della
divinit non innata, come hanno preteso certi teologi.
Quegli indigeni vivono fino ad et molto tarda, vanno
interamente nudi, si coricano sopra reti di cotone, chiamate
hamac, sospese a travi per le due estremit. Quanto alle loro
barche, chiamate canoas, sono scavate in un sol tronco d'albero
e possono contenere fino quaranta uomini. Essi sono
antropofagi, ma soltanto per occasione, e non mangiano che i
loro nemici presi nei combattimenti. Il loro vestito di cerimonia
consiste in una specie di veste di penne di pappagallo tessute
insieme ed accomodate in guisa che le grandi penne delle ali e
della coda formano una specie di cintura sulle reni, il che d
loro un aspetto bizzarro e ridicolo. Abbiamo gi detto che il
mantello di penne era in uso sulle sponde del Pacifico, presso i
Peruviani; curioso il notare che era portato anche dai
Brasiliani. Si potuto vedere qualche campione di questa
singolare acconciatura all'esposizione del museo etnografico.
Non era questo del resto l'unico ornamento di quei selvaggi,
che si passavano in tre buchi fatti al labbro inferiore dei
cilindretti di pietra, usanza che si ritrova in molti popoli
oceaniani e che conviene assimilare alla nostra moda degli
orecchini. Quei popoli erano estremamente creduli e buoni.
Perci, Pigafetta dice che facilmente si avrebbe potuto
convertirli al cristianesimo, giacch essi assisterono in silenzio
e con raccoglimento alla messa che fu detta a terra,
osservazione gi fatta da Alvares Cabral.
Dopo d'essere rimasti tredici giorni in quel luogo, la
squadra continu la sua via verso il sud, rasentando la terra, e
giunse, a 34 40' di latitudine australe, in un paese in cui
scorreva un gran fiume d'acqua dolce. Era la Plata. Gli
indigeni, chiamati Charruas, provarono un tal terrore alla vista
delle navi, che si rifugiarono precipitosamente nell'interno del
paese con quanto avevano di pi prezioso, e fu impossibile
raggiungere nessuno d'essi. in questa regione che, quattro
anni prima, J uan Diaz de Solis era stato trucidato da una trib
di Charruas, armati di quel congegno terribile di cui si servono
ancor oggi i gaucho della Repubblica Argentina, quelle Vola,
che sono palle di metallo legate alle due estremit d'una lunga
correggia di cuoio chiamata lasso.
Un po' al disotto dell'estuario della Plata, un tempo
considerato come un braccio di mare che sboccasse nel
Pacifico, la flotta si ferm al porto Desiderato. Vi si fece, per
gli equipaggi delle cinque navi, un'ampia provvista di pinguini,
volatili che non formavano un cibo dei pi succulenti. Poi si
arrestarono, a 49 30', in un bel porto in cui Magellano
risolvette di svernare e che prese il nome di baia di San
Giuliano.
Da due mesi gli Spagnuoli erano in quel luogo, quando
videro, un giorno, un uomo che parve loro d'una statura
gigantesca. Vedendoli, egli si mise a danzare ed a cantare
gettandosi della polvere sulla testa. Era un Patagono, il quale si
lasci condurre senza resistenza sulle navi. Egli manifest il
pi vivo stupore alla vista di tutto ci che lo circondava, ma
nulla lo meravigli tanto quanto un gran specchio d'acciaio che
gli fu presentato. Il gigante, che non aveva la minima idea di
quel mobile e che per la prima volta senza dubbio vedeva la
sua faccia, rincul cos spaventato, che gett a terra quattro dei
nostri uomini, i quali stavano dietro di lui. Lo si ricondusse a
terra, carico di doni, e l'accoglienza benevola ch'egli aveva
ricevuta indusse i suoi compagni, in numero di diciotto,
tredici donne e cinque uomini, a montare a bordo. Grandi,
colla faccia larga e tinta di rosso, tranne gli occhi cerchiati di
giallo, i capelli sbiancati colla calce, essi erano avviluppati in
enormi mantelli di pelliccia, e portavano quelle larghe
calzature di pelle che fecero dar loro il nome di Grandi Piedi o
Patagoni. La loro statura non era per altro tanto gigantesca
quanto parve al nostro ingenuo narratore, giacch essa varia tra
l
m
,92 ed l
m
,72, il che per altro al disopra della statura media
degli Europei. Per armi, essi avevano un arco corto e massiccio
e freccie di canna, la cui punta era formata da un ciottolo
tagliente.
Il capitano, per trattenere due di quei selvaggi che voleva
condurre in Europa, us una soperchieria che noi diremmo
oggid odiosa, ma che nulla aveva di rivoltante nel secolo XVI,
allorch si considerava da per tutto i negri e gli Indiani come
specie d'animali. Egli li caric di doni, e quando li vide molto
imbarazzati, offr a ciascuno d'essi uno di quegli anelli di ferro
che servono ad incatenare. Essi avrebbero ben voluto portarlo
via, giacch stimavano il ferro pi d'ogni altra cosa, ma le loro
mani erano piene. Fu loro proposto allora di attaccarselo alla
gamba, cosa che essi accettarono senza diffidenza. I marinai
ribadirono allora gli anelli in guisa che i selvaggi si trovassero
incatenati. Nulla pu dare un'idea del loro furore, quando si
avvidero di questo stratagemma, pi degno di selvaggi che
d'uomini inciviliti. Si cerc ancora, ma invano, di catturarne
qualche altro, ed in quella caccia, uno degli Spagnuoli fu ferito
con una freccia avvelenata, che cagion subito la sua morte.
Cacciatori intrepidi, quei popoli vagano di continuo inseguendo
dei guanachi ed altra selvaggina, giacch sono dotati di tale
voracit che quanto basterebbe al nutrimento di venti marinai
pu appena saziarne sette od otto.
Magellano, prevedendo che la fermata si prolungherebbe,
e vedendo che il paese non forniva se non meschini mezzi di
sussistenza, ordin d'economizzare i viveri e di mettere gli
uomini alla razione, affinch si potesse aspettare la primavera
senza troppe privazioni e giungere ad una regione pi ricca di
selvaggiume.
Ma gli Spagnuoli, malcontenti della sterilit del luogo,
della lunghezza e del rigore dell'inverno, cominciarono a
mormorare. Quella terra sembrava addentrarsi nel sud fino al
polo antartico, dicevano essi; non pareva che vi fosse alcuno
stretto, molti erano gi morti a causa delle privazioni
sopportate, infine era tempo di ripigliare la via della Spagna, se
il comandante non voleva vedere tutti i suoi uomini perire in
quel luogo.
Magellano, assolutamente risoluto a morire od a condurre
a fine l'impresa di cui aveva il comando, rispose che
l'imperatore gli aveva segnato il corso del suo viaggio, e ch'egli
non poteva n voleva, sotto alcun pretesto, dipartirsene, e per
conseguenza andrebbe dritto innanzi a s fino alla fine di quella
terra o fin tanto che incontrasse qualche stretto. Quanto ai
viveri, se li trovavano scarsi, i suoi uomini potevano
aggiungere alla loro razione il prodotto della pesca o della
caccia. Magellano credette che una dichiarazione cos salda
dovesse impor silenzio ai malcontenti e ch'egli non udrebbe pi
parlare di privazioni di cui egli soffriva al pari degli uomini dei
suoi equipaggi. S'ingannava di molto. Certi capitani, e
segnatamente J uan de Carthagena, avevano interesse a far
scoppiare una rivolta.
Quei ribelli incominciarono dunque a ricordare agli
Spagnuoli il loro vecchio rancore contro i Portoghesi. Il
capitano generale, essendo di questi ultimi, non si era mai
alleato francamente, dicevano, alla bandiera spagnuola. Allo
scopo di poter tornare in patria e di farsi perdonare suoi torti,
egli voleva commettere qualche splendido misfatto, e nulla
sarebbe pi vantaggioso al Portogallo della distruzione di
quella bella flotta. Invece di condurli in quell'arcipelago delle
Molucche di cui egli aveva vantato loro l'opulenza, voleva
certamente trascinarli in regioni agghiacciate, soggiorno di nevi
eterne, dove sarebbero presto periti; poi, coll'aiuto dei
Portoghesi imbarcati sulla squadra, egli ricondurrebbe nella sua
patria le navi di cui si sarebbe impadronito.
Tali erano le dicerie, le accuse che seminavano fra i
marinai i fidi di J uan de Carthagena, di Luigi de Mendoza e di
Gaspare de Quesada, quando, la domenica delle Palme, 1
aprile 1520, Magellano convoc i capitani, ufficiali e piloti, per
udir la messa a bordo della sua nave e desinare poi con lui.
Alvaro de La Mesquita, cugino del capitano generale, si arrese
a questo invito con Antonio de Coca ed i suoi ufficiali, ma n
Mendoza, n Quesada e tanto meno J uan de Carthagena,
prigioniero di quest'ultimo, vi apparvero. La notte successiva,
essi montarono con trenta uomini della Concepcion sul
Sant'Antonio e vollero farsi consegnare La Mesquita. Il pilota
J uan de Elioraga, difendendo il suo capitano, ricevette quattro
colpi di pugnale nel braccio. Quesada esclam nel medesimo
tempo: Vedrete che questo pazzo far fallire la nostra
impresa. Le tre navi Concepcion, Sant'Antonio e Santiago
caddero senza difficolt fra le mani dei ribelli, che avevano pi
d'un complice negli equipaggi. Non ostante questa riuscita, i tre
capitani non osarono attaccare apertamente il comandante
supremo, e gli fecero proposte d'accomodamento. Magellano
rispose loro di venire a bordo della Trinidad per intendersi con
lui; ma essi si rifiutarono energicamente. Non avendo pi allora
alcun riguardo ad usare, Magellano fece pigliare la barca che
gli aveva portato questa risposta, e scegliendo nel suo
equipaggio sei uomini robusti e determinati, li mand a bordo
della Victoria sotto il comando dell'alguazil Espinosa. Costui
consegn a Mendoza una lettera di Magellano che gli
ingiungeva di recarsi a bordo della Trinidad, e siccome egli
sorrideva in aria beffarda, Espinosa gli cacci un pugnale nella
gola, mentre un marinaio gli dava un colpo di coltellaccio alla
testa. Mentre accadevano questi avvenimenti, un'altra barca
carica di quindici uomini armati, si accostava alla Victoria e se
ne impadroniva, senza che i marmai, sorpresi dalla rapidit
dell'esecuzione, opponessero la minima resistenza. Il domani, 3
aprile, le due altre navi ribelli furono riprese, per non senza
spargimento di sangue. Il corpo di Mendoza fu spartito in
quarti, mentre un segretario leggeva ad alta voce la sentenza
che lo colpiva. Tre giorni dopo, Quesada veniva decapitato e
fatto a brani dal suo proprio servo, che si rassegnava a far
questo triste ufficio per aver salva la vita. Quanto a Carthagena,
l'alto grado che la cedola reale gli aveva conferito nella
spedizione lo salv dalla morte, ma fu abbandonato, al pari del
capellano Gomez de la Reina, sulla spiaggia, dove fu raccolto
alcuni mesi dopo da Estevam Gomez. Quaranta marinai
colpevoli di ribellione ricevettero il perdono, perch i loro
servigi erano riconosciuti indispensabili. Dopo questa severa
punizione, Magellano pot sperare che lo spirito di
ammutinamento fosse assolutamente domato.
Quando la temperatura si fece pi clemente, furono levate
le ancore; la squadra riprese il mare il 24 agosto, seguendo la
costa ed esplorando con cura tutti i golfi per trovare quello
stretto cos ostinatamente cercato. All'altezza del capo Santa
Croce, una delle navi, il Santiago, si perdette sopra gli scogli
durante una violenta raffica che soffiava dall'est.
Fortunatamente, si poterono salvare gli uomini e le mercanzie,
senza contare che si riusc a togliere dalla nave naufragata gli
attrezzi e gli apparecchi, che furono spartiti sulle altre quattro
navi.
Finalmente, il 21 ottobre secondo Pigafetta, il 27
novembre stando a Massimiliano Transylvain, la flotta penetr
per una stretta gola in un golfo in fondo al quale si apriva uno
stretto, che, come si vide subito, sboccava nel mare del sud. Fa
chiamato dapprima lo stretto delle Undicimila Vergini, perch
quel giorno era loro consacrato. Da ogni lato di quello stretto
sorgevano terre alte e coperte di neve sulle quali furono visti
molti fuochi, segnatamente a mancina, ma senza che si potesse
entrare in comunicazione cogli indigeni. I particolari che ci
sono dati da Pigafetta e da Martino Transylvain sulla
disposizione topografica e l'idrografia dello stretto, sono
piuttosto incerti, e dovremo del resto tornarci su quando
parleremo della spedizione di Bougainville, per cui non ci
arresteremo. Dopo una navigazione di ventidue giorni
attraverso quella successione di gole e di bracci di mare, larghi
ora una lega, ora quattro, che si estende per una lunghezza di
quattrocentoquaranta miglia e che ha ricevuto il nome di stretto
di Magellano, la flotta giunse in un mare immenso e profondo.
La gioia fu generale quando finalmente si vide ottenuto
l'intento di tanti e cos lunghi sforzi. Oramai la via era aperta, le
previsioni cos abili di Magellano si erano avverate.
Nulla pi straordinario della navigazione di Magellano in
quell'oceano ch'egli chiam Pacifico, perch, durante circa
quattro mesi, non vi fu assalito da nessuna tempesta. Le
privazioni che dovettero sopportare gli equipaggi in questo
lungo spazio di tempo furono grandi. Il biscotto non era pi che
una polvere mista di vermi, e l'acqua corrotta esalava un odore
insopportabile. Bisogn, per non morir di fame, mangiare i
sorci, nutrirsi di segatura di legno e rosicchiare tutto il cuoio
che fa possibile trovare. Come facile immaginare, in queste
condizioni, gli equipaggi furono decimati dallo scorbuto.
Diciannove uomini morirono ed una trentina furono presi alle
braccia ed alle gambe da violenti dolori, che li fecero soffrire a
lungo. In fine, dopo d'aver percorso pi di quattromila leghe
senza incontrare una sola isola, in un mare in cui si dovevano
scoprire tanti arcipelaghi cos popolati, si trovarono due isole
deserte e sterili, chiamate appunto perci isole Disgraziate, ma
la cui posizione indicata in modo troppo contradditorio
perch sia possibile riconoscerle.
A 12 di latitudine settentrionale 146 di longitudine, il
mercoled 6 marzo, i navigatori scoprirono successivamente tre
isole, alle quali si avrebbe voluto arrestarsi per ristorarsi e fare
delle provviste; ma gli isolani, che montarono a bordo,
rubarono tante cose senza che fosse impossibile impedirneli,
che si dovette rinunciarvi. Quei predoni trovarono modo
perfino d'impadronirsi d'una scialuppa. Magellano, offeso da
una tale impudenza, scese a terra con una quarantina d'uomini
armati, arse un certo numero di case e di barche ed uccise sette
uomini. Quegli isolani non avevano n capo, n re, n
religione; colla testa coperta di cappelli di palma, portavano
barba e capelli che scendevano loro fino alla cintola.
Generalmente di color olivastro, essi credevano d'abbellirsi
colorandosi i denti di nero e di rosso, ed i loro corpi erano unti
d'olio di cocco, senza dubbio per proteggersi contro l'ardore del
sole. I loro canotti, costrutti in modo singolare, avevano una
vela grandissima fatta di stuoie che poteva facilmente far
capovolgere la barca, se non avessero avuto la precauzione di
renderle pi stabili per mezzo di lunghi pezzi di legno tenuti ad
una certa, distanza da due pertiche: ci che si chiama il
bilanciere. Industriosissimi, quegli isolani avevano per il
furto un'attitudine singolare, che ha fatto dare al loro paese il
nome di isole dei Ladroni.
Il 16 marzo fu vista, a trecento leghe dalle isole dei
Ladroni, una terra elevata che fu riconosciuta in breve per
un'isola, nota oggi sotto il nome di Samar. Magellano risolvette
di darvi un po' di riposo ai suoi equipaggi estenuati, e fece
rizzare a terra due tende per gli infermi. Gli indigeni portarono
poco stante dei banani, del vino di palma, delle noci di cocco e
dei pesci; furono offerti loro in cambio degli specchi, dei
pettini, dei vetri ed altre bagattelle analoghe. Albero prezioso
fra tutti gli altri, il cocco fornisce a quegli indigeni il pane, il
vino, l'olio, l'aceto, senza contare che ne ricavano, nel
medesimo tempo le vestimenta, ed il legno necessario alla
costruzione ed alla copertura delle loro capanne.
Familiarizzati in breve cogli Spagnuoli, gli indigeni
appresero loro che quell'arcipelago produceva i chiodi di
garofano, la cannella, il pepe, la noce moscata, il ginepro, il
grano turco, e che vi si raccoglieva perfino dell'oro. Magellano
diede a quell'arcipelago il nome d'isole San Lazzaro, mutato
pi tardi in quello di Filippine, dal nome di Filippo d'Austria,
figlio di Carlo V.
Questo arcipelago formato da gran numero d'isole, che si
stendono nella Malesia fra 5 32' e 19 38' di latitudine nord, e
114 56' e 123 43' di longitudine est del meridiano di Parigi.
Le pi importanti sono: Lucon, Mindoro, Leyte, la Ceylon di
Pigafetta, Samar, Panay, Negros, Zebu, Bohol, Palauan e
Mindanao.
Dopo d'essersi un po' ristorati, gli Spagnuoli ripresero il
mare allo scopo di esplorare l'arcipelago. Essi videro
successivamente le isole di Cenalo, Huinaugan, Ibusson ed
Abarien, come pure un'altra isola chiamata Massava, il cui re,
Colambu, pot farsi comprendere da uno schiavo nativo di
Sumatra che Magellano aveva condotto seco dall'India in
Europa, e che, colla sua cognizione del malese, rese in molte
circostanze segnalati servigi. Il re sal a bordo con sei od otto
dei suoi principali sudditi. Egli portava al capitano generale
alcuni doni, in cambio dei quali ricevette una veste di panno
rosso e giallo fatta alla turca ed un berretto di panno scarlatto,
mentre specchi e coltelli venivano dati agli uomini del suo
seguito. Gli furono fatte vedere tutte le armi da fuoco, e si
spararono innanzi a lui alcuni colpi di cannone che lo
spaventarono molto. Poi Magellano, dice Pigafetta, fece
armare di tutto punto uno di noi ed incaric tre uomini di dargli
dei colpi di spada e di stile, per mostrare al re che nulla poteva
ferire un uomo armato a quel modo, il che lo sorprese molto; e
rivolgendosi all'interprete, disse per suo mezzo al capitano che
un uomo armato in tal guisa poteva combattere contro cento.
S, rispose l'interprete in nome del comandante, e ciascuna
delle tre navi ha dugento uomini armati in questo modo. Il re,
stupefatto di tutto ci che aveva visto, si accomiat dal
capitano pregandolo di mandar con lui due dei suoi per far
veder loro alcune particolarit dell'isola. Pigafetta fu designato,
e non ebbe che a lodarsi dell'accoglienza che gli fu fatta. Il re
gli disse: che si trovavano nella sua isola dei pezzi d'oro
grossi come noci ed anche come uova, misti colla terra che
veniva passata allo staccio per trovarli, e che tutti i suoi vasi, ed
anche alcuni ornamenti della sua casa erano di questo metallo.
Egli era vestito assai bene, secondo l'uso del paese, ed era il pi
bell'uomo che io abbia visto fra quei popoli. I suoi capelli neri
gli ricadevano sulle spalle; un velo di seta gli copriva la testa,
ed egli portava alle orecchie due anelli. Dalla cintola fino alle
ginocchia, era coperto di un panno di cotone ricamato in seta.
Su ciascuno dei suoi denti si vedevano tre macchie d'oro, di
modo che si avrebbe potuto dire che aveva i denti legati con
questo metallo. Era profumato di storace e di benzuino. La sua
pelle era dipinta, ma il fondo ne era olivastro.
Il giorno della Risurrezione, si scese a terra per celebrare
la messa, dopo d'aver costrutta sulla spiaggia una specie di
chiesetta con vele e rami d'alberi. Era stato eretto un altare, e
per tutto il tempo che dur la cerimonia religiosa, il re, con
grande affluenza di popolo, ascolt in silenzio ed imit tutti i
movimenti degli Spagnuoli. Poi, fu piantata una croce sopra
una collina con grande apparato, e si lev l'ncora per recarsi al
porto di Zebu, che era il pi adatto per approvigionare le navi e
per trafficare. Vi si giunse la domenica 7 aprile. Magellano
fece subito scendere a terra uno dei suoi ufficiali coll'interprete,
come ambasciatore al re di Zebu. L'inviato spieg che il capo
della squadra era agli ordini del pi gran re della terra. Lo
scopo del viaggio, aggiunse egli, erano le isole Molucche, ed il
desiderio di fargli visita, nel medesimo tempo che d ristorarsi
un poco in cambio di mercanzie: tali erano i motivi che li
facevano arrestare in un paese in cui venivano come amici.
Siano i benvenuti, rispose il re; ma se hanno intenzione di
trafficare, devono pagare una tassa, a cui sono sottoposte tutte
le navi che entrano nel mio porto, come ha fatto, non sono
ancora quattro giorni, una giunca di Siam che venuta a
prendere dell'oro e degli schiavi, e come pu farne
testimonianza un mercante moro rimasto nel paese.
Lo Spagnuolo rispose che il suo padrone era un re troppo
possente per sottoporsi a simile esigenza. Essi erano venuti con
idee pacifiche, ma se si voleva far la guerra, si troverebbe a chi
parlare.
Il re di Zebu, avvertito dal mercante moro della potenza di
coloro che si presentavano e ch'egli pigliava per Portoghesi,
acconsent infine a rinunciare alle sue pretese. Anzi, il re di
Massava, che aveva voluto servir da pilota agli Spagnuoli,
mut tanto le disposizioni del suo confratello, che costoro
ottennero il privilegio esclusivo del commercio dell'isola, e che
un'amicizia leale fu stretta tra il re di Zebu e Magellano
mediante lo scambio del sangue che ciascuno fece spicciare dal
suo braccio destro.
Da quel momento furono recati dei viveri e le relazioni
divennero cordiali. Il nipote del re, con un numeroso seguito, si
rec a visitare Magellano a bordo della sua nave. Costui ne
approfitt per narrargli la storia meravigliosa della creazione
del mondo, della redenzione dell'uomo e per invitarlo a
convertirsi al cristianesimo insieme col suo popolo. Essi non
dimostrarono veruna ripugnanza a farsi battezzare, ed il 14
aprile, il re di Zebu, quello di Massava, il mercante moro con
cinquecento uomini ed altrettante donne, ricevettero il
battesimo. Ma ci che non era se non una moda, giacch non si
pu dire che gli indigeni conoscessero la religione che
abbracciavano e fossero persuasi della sua verit, divent una
vera frenesia dopo una guarigione miracolosa fatta da
Magellano. Avendo appreso che il padre del re era ammalato
da due anni ed in punto di morte, il capitano generale promise,
s'egli acconsentisse a farsi battezzare e se gli indigeni
bruciassero i loro idoli, che si troverebbe guarito. Egli
aggiunse che era cos convinto di quanto diceva, narra
Pigafetta, giacch bene citare testualmente i propri autori
in simile materia, che acconsentiva a lasciarsi mozzare il
capo se ci ch'egli prometteva non accadesse a dirittura. Noi
facemmo allora, con tutta la pompa possibile, una processione
dal luogo in cui eravamo alla casa dell'infermo, che trovammo
veramente in pessimo stato, di guisa che egli non poteva n
parlare, n muoversi. Noi lo battezzammo con due delle sue
mogli e dieci figlie. Il capitano gli chiese, subito dopo il
battesimo, come si sentisse, ed egli rispose improvvisamente
che, grazie a Nostro Signore, stava bene. Noi fummo tutti
testimoni di questo miracolo, ed il capitano soprattutto ne rese
grazie a Dio. Egli diede al principe una bevanda rinfrescante e
continu a mandargliene tutti i giorni finch fu interamente
risanato. Al quinto giorno il malato era perfettamente guarito e
si lev; sua prima cura fu di ardere in presenza del re e di tutto
il popolo un idolo per il quale egli aveva gran venerazione, e
che alcune vecchie custodivano con gran cura nella sua casa.
Egli fece pure atterrare molti templi posti in riva al mare, dove
il popolo si radunava per mangiare la carne consacrata alle
antiche divinit. Tutti gli abitanti applaudirono a queste
esecuzioni e si proposero di distruggere tutti gli idoli, perfino
quelli che servivano nella casa del re, gridando nel medesimo
tempo Viva la Castiglia! in onore del re di Spagna.
Presso l'isola di Zebu vi ha un'altr'isola, chiamata Matan,
che aveva due capi; l'uno aveva riconosciuta l'autorit degli
Spagnuoli, l'altro vi si era energicamente rifiutato, e Magellano
risolvette di imporgliela. Il 26 aprile, un venerd, tre scialuppe
portanti sessanta uomini armati di corazze, di caschi e di
moschetti, ed una trentina di talangais, sulle quali erano il re di
Zebu, suo genero e molti guerrieri, partirono per l'isola di
Matan. Gli Spagnuoli aspettarono il giorno e balzarono in
acqua in numero di quarantanove, giacch le scialuppe non
potevano avvicinare la terra a cagione degli scogli e dei bassi
fondi. Pi di millecinquecento indigeni li aspettavano; si
gettarono subito sopra di essi in tre battaglioni e li assalirono di
fronte e di fianco. I moschettieri ed i balestrieri tirarono da
lontano sulla moltitudine dei guerrieri, senza far loro gran
male, giacch erano protetti da scudi. Assaliti a sassate, a colpi
di freccie, di giavellotti e di lancie, oppressi dal numero, gli
Spagnuoli diedero fuoco ad alcune case per scostare ed
intimidire i naturali. Ma questi, resi pi accaniti dalla vista
dell'incendio, raddoppiarono gli sforzi e strinsero da tutte le
parti gli Spagnuoli che stentavano a resister loro, quando un
disgustoso accidente venne a compromettere l'esito del
combattimento. Gli indigeni non avevano tardato a notare che
tutti i colpi che essi dirigevano alle parti del corpo dei nemici
protette dall'armatura non li ferivano; essi dunque lanciarono le
loro freccie ed i loro giavellotti contro la parte inferiore del
corpo che era indifesa. Magellano, colpito alla gamba da una
freccia avvelenata, ordin la ritirata, che, incominciata in buon
ordine, si mut poco stante in una fuga tale, che sette od otto
Spagnuoli rimasero soli al suo fianco. Essi rincularono a gran
stento, sempre combattendo, per raggiungere le scialuppe.
Avevano gi l'acqua fino alle ginocchia, quando molti isolani si
fecero addosso nel medesimo tempo a Magellano, ferito al
braccio e nell'impossibilit di sguainare la spada, e gli diedero
alla gamba un tal colpo di sciabola, ch'egli cadde subito
nell'acqua, dove non stentarono a finirlo. I suoi ultimi
compagni, tutti feriti, e fra essi Pigafetta, tornarono in fretta
alle barche. Cos per, il 27 aprile 1521, l'illustre Magellano.
Egli era adorno di tutte le virt, dice Pigafetta; egli mostr
sempre una costanza inalterabile in mezzo alle maggiori
avversit. In mare, egli si condannava a maggiori privazioni
che non il rimanente del suo equipaggio. Versato pi d'ogni
altro nella cognizione delle carte nautiche, egli possedeva
perfettamente l'arte della navigazione, come ha provato
facendo il giro del mondo; cosa che nessuno prima di lui aveva
mai osato fare.
L'elogio funebre di Pigafetta, sebbene alquanto iperbolico,
non meno vero nella sostanza. Bisognarono a Magellano una
costanza, una perseveranza singolari per cacciarsi, malgrado i
terrori de' suoi compagni, in regioni in cui lo spirito
superstizioso del suo tempo immaginava fantastici pericoli, gli
abbisogn, per riuscire a scoprire, all'estremit di quella lunga
costa, lo stretto che porta tanto giustamente il suo nome, una
scienza nautica singolare. Egli dovette avere un'attenzione
continua per evitare in quei paraggi ignoti, e senza strumenti di
precisione, ogni incidente disgustoso. Se una delle sue navi si
perdette, lo si deve imputare all'orgoglio, allo spirito di rivolta
del capitano, meglio che ad imperizia od a mancanza di
precauzioni del generale. Aggiungiamo, col nostro entusiastico
narratore: La gloria di Magellano sopravviver alla sua
morte.
Duarte Barbosa, cognato di Magellano, e J uan Serrano
furono eletti comandanti dagli Spagnuoli che altre catastrofi
dovevano colpire.
Lo schiavo che fino allora aveva servito d'interprete era
stato lievemente ferito durante il combattimento. Dopo la
morte del suo padrone, egli se ne stava in disparte, non
rendendo pi alcun servigio agli Spagnuoli, e di continuo
sdraiato sulla sua stuoia. In seguito ad alcuni rimbrotti un po'
vivi di Barbosa, il quale gli fece osservare che non era
diventato libero in seguito alla morte di Magellano, egli sparve
di repente. And a trovare il re recentemente battezzato, al
quale espose che se potesse attirare gli Spagnuoli in qualche
tranello e farveli perire, si renderebbe subito padrone delle loro
provviste e mercanzie. Convocati ad un'assemblea solenne per
ricevere i doni che il re di Zebu destinava all'imperatore,
Serrano, Barbosa e ventisette Spagnuoli, assaliti all'improvviso
durante un banchetto, furono tutti trucidati. Soltanto Serrano fu
condotto legato sulla spiaggia del mare, e col egli supplic i
suoi compagni di volerlo riscattare, senza di che sarebbe
trucidato. Ma Giovanni Carvalho e gli altri, temendo che la
sommossa diventasse generale, timorosi d'essere assaliti
durante i negoziati da una flotta numerosa, a cui non sarebbero
stati in grado di resistere, non ascoltarono le preghiere del
disgraziato Serrano. Spiegarono le vele e si recarono all'isola
poco lontana di Bohol. Col, considerando che il loro numero
era allora troppo rimpicciolito per governare tre navi, gli
Spagnuoli arsero la Concepcion, dopo d'aver trasportato sulle
altre navi tutto quanto il suo carico conteneva di prezioso. Poi,
costeggiata l'isola di Panilongon, si arrestarono a Butuan, che
fa parte di Mindanao, isola magnifica, ricca di numerosi porti e
di rive atte alla pesca, al nord-ovest della quale giace l'isola di
Lucon, la pi grande dell'arcipelago. Toccarono anche Paloan,
dove trovarono, per approvigionarsi, dei porci, delle capre,
delle galline, dei banani di varie specie, delle noci di cocco,
delle canne da zuccaro e del riso. Fu per essi, a quanto ne dice
Pigafetta, una terra promessa. Fra le cose che gli parvero degne
di nota, il viaggiatore italiano cita i galli che gli indigeni
allevano per il combattimento; passione che, dopo tanti anni,
viva ancora in tutto l'arcipelago delle Filippine. Da Paloan, gli
Spagnuoli andarono all'isola di Borneo, centro della civilt
malese. Quind'innanzi non hanno pi a che fare con
popolazioni miserabili, ma con popoli ricchi, che li ricevono
magnificamente. L'accoglienza che fu loro fatta dal rajah
abbastanza curiosa da meritare d'essere narrata. Allo sbarco,
essi trovarono due elefanti coperti di seta, che li condussero
alla casa del governatore della citt, mentre dodici uomini
portavano i doni che essi dovevano offrire al rajah. Dalla casa
del governatore, in cui dormirono, fino al palazzo del re, le vie
erano custodite da uomini armati. Scesi dai loro elefanti,
furono ammessi in una sala piena di cortigiani. All'estremit di
questa sala ve n'era un'altra meno ampia, tappezzata di drappi
d'oro, nella quale stavano trecento uomini della guardia del re,
armati di pugnali. Attraverso una porta riuscirono allora a
vedere il rajah seduto innanzi ad una mensa con un piccolo
fanciullo che masticava del betel; dietro di lui non vi erano che
donne.
Il cerimoniale esigeva che la loro richiesta passasse
successivamente per la bocca di tre signori pi elevati di grado
l'uno dell'altro, prima d'essere trasmessa, per mezzo d'una
cerbottana posta in un foro della muraglia, ad uno dei principali
ufficiali, che la presenterebbe al re. Vi fu allora uno scambio di
doni, in seguito al quale gli ambasciatori spagnuoli furono
ricondotti alle navi collo stesso cerimoniale usato al loro arrivo.
La capitale costrutta sopra palafitte, nel mare medesimo, e
per, quando la marea sale, le donne che vendono le derrate
attraversano la citt in barca. Il 29 luglio, pi di cento piroghe
circondavano le due navi, mentre delle giunche levavano
l'ncora per avvicinarsi ad esse. Temendo d'essere assaliti a
tradimento, gli Spagnuoli fecero una scarica d'artiglieria, che
uccise molti uomini sulle piroghe. Dopo di ci, il re fece loro le
sue scuse dicendo che la sua flotta non era diretta contro d'essi,
ma contro i gentili, coi quali i musulmani avevano dei
combattimenti quotidiani. Quell'isola produceva l'arali., alcool
di riso, la canfora, la cannella, il ginepro, degli aranci, dei
limoni, canne da zuccaro, meloni, radici, cipolle, ecc. I suoi
oggetti di baratto sono il rame, il mercurio, il cinabro, il vetro, i
drappi di lana e le tele, soprattutto il ferro e gli occhiali, senza
parlare della porcellana e dei diamanti, alcuni dei quali sono
d'una grossezza e d'un valore straordinari. I suoi animali sono
gli elefantini cavalli, i bufali, i porci, le capre ed il pollame. La
moneta in uso di bronzo e porta il nome di sapeco; piccole
monete che vengono traforate per infilarle.
Lasciando Borneo, i viaggiatori cercarono un luogo
propizio per raddobbare le loro navi, che ne avevano il
massimo bisogno, giacch non passarono meno di quarantadue
giorni in quel luogo. Ci che ho trovato di pi strano in
quest'isola, narra Pigafetta, sono certi alberi, le cui foglie
quando sono cadute sono animate. Queste foglie rassomigliano
a quelle del gelso, tranne che sono meno lunghe; il loro peziolo
corto ed aguzzo, e presso al peziolo, da una parte e dall'altra,
hanno due piedi. Allorch si toccano, fuggono; ma non danno
sangue quando vengono schiacciate. Io ne ho serbata una in
una scatola per nove giorni; quando aprii la scatola la foglia
passeggiava tutto intorno. Io credo che esse vivano d'aria.
Questi curiosissimi animali sono oggi ben noti, e portano il
nome volgare di mosche-foglia. Esse sono d'un color grigio-
bruno che contribuisce tanto pi a farle credere foglie secche,
in quanto che ne hanno precisamente la forma.
In quei paraggi la spedizione spagnuola, che aveva
conservato finch visse Magellano un carattere scientifico,
volse sensibilmente alla pirateria. cos che pi volte si
pigliarono delle giunche, il cui equipaggio veniva costretto a
pagare un grosso riscatto.
Si pass poi per l'arcipelago delle Sulu, riparo di furfanti
malesi, che solo in questi ultimi tempi sono stati sottoposti alle
armi spagnuole, poi per Mindanao, che era gi stata visitata,
giacch si sapeva che le Molucche, cos ardentemente ricercate,
dovevano trovarvisi vicino. Finalmente, dopo d'aver visto
molte isole, la cui nomenclatura non ci apprenderebbe gran
cosa, il mercoled 6 novembre gli Spagnuoli scoprirono
quell'arcipelago sul quale i Portoghesi avevano spacciato tante
fole spaventevoli, e sbarcarono due giorni pi tardi a Tidor. Lo
scopo del viaggio era raggiunto.
Il re venne incontro agli Spagnuoli e li fece entrare nella
sua piroga. Egli era seduto sotto un ombrello di seta che lo
copriva interamente. Innanzi a lui stavano uno dei suoi figli che
portava lo scettro regale, due uomini, ciascuno dei quali aveva
un vaso d'oro pieno d'acqua per lavare le sue mani, e due che
reggevano due piccoli cofanetti dorati pieni di betel. Poi lo si
fece salire sulle navi, dove gli furono usati molti riguardi; nel
medesimo tempo lo si caricava, al pari dei personaggi che lo
accompagnavano, di doni che parvero loro preziosissimi.
Questo re moro, vale a dire arabo, assicura Pigafetta; egli ha
circa quarantacinque anni, abbastanza ben fatto e di
bell'aspetto. Le sue vesti consistevano in una camicia finissima
colle maniche ricamate d'oro; un panneggiamento gli scendeva
dalla cintura fino ai piedi; un velo di seta, senza dubbio un
turbante, copriva il suo capo, e su questo velo era una
ghirlanda di fiori. Il suo nome rajah-sultan Manzor.
Il domani, in un lungo colloquio ch'egli ebbe cogli
Spagnuoli, Manzor dichiar la sua intenzione di mettersi egli
medesimo, colle sue isole di Tidor e di Ternate, sotto la
protezione del re di Spagna.
qui il luogo di dare con Pigafetta, di cui seguiamo passo
passo la relazione nella traduzione fattane dal signor E.
Charton, alcuni particolari sull'arcipelago delle Molucche.
Questo arcipelago si compone, a parlare propriamente,
delle isole Gilolo, Ternate, Tidor, Mornay, Batchian e Misal;
ma tante volte si compreso sotto il nome generale di
Molucche i gruppi di Banda e d'Amboine. Scompigliato un
tempo da commozioni vulcaniche ripetute, questo arcipelago
racchiude un gran numero di vulcani quasi tutti spenti od
addormentati da una lunga serie d'anni. L'aria vi ardente, e
sarebbe quasi impossibile il respirarla se pioggie frequenti non
venissero di continuo a rinfrescare l'atmosfera. I suoi prodotti
naturali sono estremamente preziosi. Convien mettere in prima
linea la palma sag, il cui midollo, chiamato sag, sostituisce
coll'igname i cereali in tutta la Malesia. Quando l'albero
abbattuto, se ne estrae la midolla che viene allora gratuggiata,
passata allo staccio, poi tagliata in forma di panetti che si fanno
disseccare all'ombra. Vi sono pure il gelso da stoffa, il
garofano, la noce moscata, la canfora, il pepe, ed in generale
tutti gli alberi da spezie ed i frutti dei tropici. Le sue foreste
contengono legni preziosi, l'ebano, il legno di ferro, il bek,
celebre per la sua solidit, ed adoperato anticamente per le
costruzioni di lusso; il lauro calilaban, che d un olio esenziale
aromatico ricercatissimo. A quel tempo gli animali domestici
non si contavano che in picciol numero alle Molucche, ma fra
gli animali selvatici pi curiosi vi era il babirussa, enorme
cinghiale dalle lunghe zanne ricurve, l'opossum, specie di
sariga un po' pi grossa del nostro scoiattolo, il falangero,
marsupiale che vive nelle foreste fitte e tenebrose, dove si
nutrisce di foglie e di frutti, il tarsio, specie di gerbo,
animaletto graziosissimo, innocuo, dal pelame rossiccio, la cui
statura non guari pi grande di quella d'un topo, ma il cui
corpo ha certi rapporti con quello della scimmia. Fra gli uccelli,
vi erano i pappagalli ed i cacatua, quegli uccelli del paradiso
sui quali si spacciavano tante favole e che si credevano fino
allora privi di gambe, i martin-pescatori ed i casoari, grandi
trampolieri quasi grossi quanto gli struzzi.
Un Portoghese chiamato de Lorosa era da un pezzo
stabilito alle Molucche. Gli Spagnuoli gli fecero pervenire una
lettera, sperando ch'egli tradirebbe la patria per allearsi alla
Spagna. Essi ottennero da lui delle notizie curiose sulle
spedizioni che il re di Portogallo aveva mandate al capo di
Buona Speranza, al Rio della Plata e fino alle Molucche; ma, a
causa di diverse circostanze, queste ultime spedizioni non
avevano potuto effettuarsi. Egli medesimo era in
quell'arcipelago da sedici anni, ed i Portoghesi, che vi erano da
dieci, serbavano su questo fatto il pi profondo silenzio.
Quando vide gli Spagnuoli fare i preparativi della partenza,
Lorosa si rec a bordo con sua moglie ed i suoi bagagli per
tornare in Europa. Il 12 novembre furono sbarcate tutte le
mercanzie destinate al baratto, e che provenivano per la
maggior parte dalle quattro giunche pigliate a Borneo.
Certamente gli Spagnuoli fecero un commercio vantaggioso,
tuttavia non tanto quanto era possibile, perch avevano fretta di
tornare in Spagna. Delle barche di Gilolo e di Bachian vennero
pure a trafficare con essi, e pochi giorni dopo essi ricevettero
dal re di Tidor una gran provvista di chiodi di garofano. Questo
re li invit ad un gran banchetto che aveva usanza, egli diceva,
di dare quando si caricavano i primi chiodi di garofano sopra
una nave od una giunca. Ma gli Spagnuoli, ricordandosi ci che
era accaduto loro alle Filippine, rifiutarono, facendo presentare
molte scuse e complimenti al re. Compiuto il carico spiegarono
le vele. La Trinidad aveva appena preso il mare quando si
avvidero che essa aveva una gran falla, e bisogn tornar subito
a Tidor. Gli abili palombari che il re mise a disposizione degli
Spagnuoli non avendo potuto riuscire a scoprire la falla,
bisogn scaricare in parte la nave per fare le riparazioni
necessarie. Non volendo i marinai che montavano la Victoria
aspettare i compagni, e comprendendo benissimo che la
Trinidad non sarebbe in istato di tornare in Spagna, lo stato
maggiore decise ch'essa andrebbe al Darien; col il suo
prezioso carico sarebbe scaricato e trasportato, attraverso
l'istmo, fino all'Atlantico, dove una nave verrebbe a prenderlo.
Ma n quella disgraziata nave, che quelli che la montavano
dovevano rientrare in Spagna. Comandata dall'alguazil
Gonzalo Gomez de Espinosa, che aveva per pilota J uan de
Carvalho, la Trinidad era in cos cattivo stato, che dopo aver
lasciato Tidor, fu costretta a fermarsi a Ternate, nel porto di
Talangomi, e l'equipaggio, composto di diciassette uomini, fu
immediatamente imprigionato dai Portoghesi. Ai reclami di
Espinosa fu risposto colla minaccia di appiccarlo ad un
pennone, ed il disgraziato alguazil, dopo d'essere stato
trasferito a Cochin, fu mandato a Lisbona, dove, per sette mesi,
stette chiuso in un carcere con due Spagnuoli, ultimo avanzo
dell'equipaggio della Trinidad.
Quanto alla Victoria, riccamente carica, lasci Tidor sotto
il comando di J uan Sebastiano del Cano, che, dopo d'essere
stato semplice pilota a bordo d'una delle navi di Magellano,
aveva preso il comando della Concepcion, il 27 aprile 1521, e
che succedette a J uan Lopez de Carvalho, quando a costui fu
tolto il comando a causa d'incapacit. Il suo equipaggio non era
composto che di cinquantatr Europei e di tredici Indiani;
cinquantaquattro Europei rimanevano a Tidor sulla Trinidad.
Dopo d'essere passata in mezzo alle isole di Caioan,
Laigoma, Sico, Giofi, Cafi, Laboan, Toliman, Bachian, Mata e
Batutiga, la Victoria lasci all'ovest quest'ultima isola, e
governando nell'ovest-sud-ovest, si arrest durante la notte
all'isola Siila o Xula. A dieci leghe di l, gli Spagnuoli si
fermarono a Buru, la Boro di Bougainville, dove si
approvigionarono. Essi si arrestarono trentacinque leghe pi
lontano, a Banda, dove si trova il macis e la noce moscata; poi
a Solor, dove si faceva un gran commercio di sandalo bianco.
Vi passarono quindici giorni per raddobbare la loro nave che
aveva sofferto molto, e vi fecero ampia provvista di cera e di
pepe; poi si ancorarono a Timor, dove non poterono
approvigionarsi se non trattenendo per tradimento il capo d'un
villaggio, venuto a bordo con suo figlio. Quell'isola era
frequentata dalle giunche di Lucon e dai praos di Malacca e
di Giava, che vi facevano un gran commercio di sandalo e di
pepe. Un po' pi lungi gli Spagnuoli toccarono Giava, dove si
facevano, a quanto pare, in quel tempo, le sullies, in uso
nell'India fino a questi ultimi tempi.
Fra le dicerie che Pigafetta riferisce senza credervi
interamente, ve n'ha una delle pi curiose. Essa riguarda un
uccello gigantesco, l'epyornis, di cui si sono trovati, verso il
1S50, degli ossami e delle uova gigantesche al Madagascar.
Ci prova quanto bisogna andar cauti prima di relegare nel
dominio del meraviglioso molte leggende che sembrano
favolose, ma il cui punto di partenza esatto. Al nord di
Giava Maggiore, dice Pigafetta, nel golfo della China, v' un
albero grandissimo chiamato campanganghi, su cui si posano
certi uccelli detti gamia, cos grandi e cos forti che sollevano
un bufalo e perfino un elefante e lo portano volando al luogo
dell'albero chiamato puzathaer. Questa leggenda correva fin
dal IX secolo fra i Persiani e gli Arabi, e quest'uccello ha nelle
fole di questi ultimi una parte meravigliosa sotto il nome di
rock. Non dunque a meravigliare che Pigafetta abbia potuto
raccogliere presso i Malesi una tradizione analoga.
Dopo aver lasciato Giava Maggiore, la Victoria doppi la
penisola di Malacca, gi sottoposta da una decina d'anni al
Portogallo dal grande Albuquerque. Presso di l si trovano
Siam ed il Cambodge, poi Chiempa, dove cresce il rabarbaro.
Si trova questa sostanza nel modo seguente: Una compagnia
di venti o venticinque uomini vanno nel bosco, dove passano la
notte sugli alberi per mettersi al sicuro dai leoni, notisi che
non vi sono leoni in quei paesi, e dalle altre belve feroci, e
nel medesimo tempo per sentir meglio l'odore del rabarbaro
che il vento porta verso di essi. La mattina vanno verso il luogo
da cui veniva l'odore e vi cercano il rabarbaro finche lo
trovano. Il rabarbaro il legno putrefatto d'un grosso albero,
che acquista il suo odore dalla putrefazione medesima; la
miglior parte dell'albero la radice: tuttavia il tronco, che vien
chiamato caluma, ha la medesima virt medicinale.
Assolutamente, non in Pigafetta che bisogner cercare le
nostre cognizioni botaniche. Arrischieremmo molto
d'ingannarci pigliando sul serio le fole che gli spacciava il
Moro, al quale egli chiedeva le sue informazioni. E pure il
viaggiatore lombardo ci d colla maggior seriet del mondo dei
particolari fantastici sulla China e cade in errori grossolani, che
erano stati evitati da Duarte Barbosa, suo contemporaneo. In
grazia di quest'ultimo, noi sappiamo che il commercio
dell'anfian o dell'oppio esisteva fin da quel tempo.
Appena la Victoria fu uscita dai paraggi di Malacca,
Sebastiano del Cano ebbe cura d'evitare la costa di Zanguebar,
dove i Portoghesi erano stabiliti fin dal principio del secolo.
Egli fece rotta in pieno mare fino a 42 di latitudine sud, e
dovette tener le vele serrate per nove settimane in vista di quel
capo, a causa dei venti d'ovest e di nord-ovest, che finirono con
un orribile uragano. Per seguire quella via, abbisogn al
capitano una gran perseveranza ed una voglia non minore di
condurre a buon fine la sua intrapresa. La nave aveva molte
falle, ed un gran numero di marinai reclamavano una fermata a
Mozambico, giacch le carni non salate essendosi corrotte,
l'equipaggio non aveva pi per cibo e per bevanda che del riso
e dell'acqua. Finalmente, il 6 maggio, fu doppiato il capo delle
Tempeste e si pot sperare la favorevole riuscita del viaggio.
Pure, molte traversie aspettavano ancora i naviganti. In due
mesi ventun uomo, tra Europei ed Indiani, morirono di stenti, e
se, il 9 luglio, non avessero preso terra a Santiago del capo
Verde, sarebbero morti tutti di fame. Siccome quell'arcipelago
apparteneva al Portogallo, si ebbe cura di raccontare che si
veniva dall'America, e si nascose con gran cura la via che era
stata scoperta. Ma uno dei marinai avendo avuto l'imprudenza
di dire che la Victoria era l'unica delle navi della squadra di
Magellano che tornasse in Europa, i Portoghesi
s'impadronirono subito dell'equipaggio d'una scialuppa e si
disposero ad assalire la nave spagnuola. Ma del Cano
sorvegliava dal bordo tutti i movimenti dei Portoghesi.
Sospettando, dai preparativi di cui era testimonio, che si
volesse pigliare la Victoria, egli fece spiegar le vele, lasciando
nelle mani dei Portoghesi tredici uomini del suo equipaggio.
Massimiliano Transylvain attribuisce alla fermata alle isole del
capo Verde un motivo diverso da quello di Pigafetta. Egli
pretende che la stanchezza degli equipaggi, ridotti dagli stenti,
e che malgrado tutto non avevano cessato di stare alle trombe,
aveva determinato il capitano ad arrestarsi per comperare degli
schiavi che li aiutassero nella manovra. Non avendo denaro, gli
Spagnuoli avrebbero pagato con spezie, cosa che avrebbe fatto
scoprire il giuoco ai Portoghesi.
Per vedere se i nostri giornali erano tenuti bene, narra
Pigafetta, facemmo domandare a terra qual giorno della
settimana fosse. Ci fu risposto che era gioved, il che ci
meravigli molto, giacch, stando ai giornali, ci pareva d'essere
al mercoled. Non potevamo persuaderci d'esserci ingannati
d'un giorno; io stesso ne fui pi stupito degli altri, giacch,
essendo sempre stato abbastanza sano da poter tenere il mio
giornale, avevo, senza interruzione, segnato i giorni della
settimana e del mese. Apprendemmo poi che non vi era errore
nel nostro calcolo, giacch, avendo sempre viaggiato verso
l'ovest, seguendo il corso del sole, ed essendo tornati al
medesimo luogo, dovevamo aver guadagnato ventiquattro ore
su quelli ch'erano rimasti fermi; e basta riflettervi per esserne
convinti.
Sebastiano del Cano si rec poi rapidamente alla costa
d'Africa ed entr il 6 settembre, nella baia di San Lucar de
Barrameda, con un equipaggio di diciassette persone, quasi
tutte inferme. Due giorni dopo gettava l'ncora innanzi al molo
di Siviglia, dopo d'aver compiuto interamente il giro del
mondo.
Appena fu arrivato, Sebastiano del Cano si rec a
Valladolid, dove era la corte, e ricevette da Carlo V
l'accoglienza che meritavano tante traversie coraggiosamente
superate. L'ardito marinaio, con una pensione di cinquecento
ducati, ebbe il permesso di prendere stemmi rappresentanti un
globo con questa impresa: Primus circumdedisti me. Il ricco
carico della Victoria indusse l'imperatore a mandare una
seconda flotta alle Molucche. Pure il comando supremo non ne
fu dato a Sebastiano del Cano, ma fu riservato al
commendatore Garcia de Loaisa, che non aveva altro titolo se
non quello del suo gran nome. Tuttavia, dopo la morte del capo
della spedizione, che avvenne appena la flotta ebbe valicato lo
stretto di Magellano, del Cano si trov investito del comando,
ma non lo conserv un pezzo, giacch mor sei giorni dopo.
Quanto alla nave la Victoria, fu conservata per gran tempo
nel porto di Siviglia, e, malgrado tutte le cure di cui fu
circondata, fin col perire di vetust.
CAPITOLO III.
LE SPEDIZIONI POLARI E LA RICERCA DEL PASSAGGIO DEL
NORD-OVEST.
I.

I Northmen Erik il Rosso Gli Zeni Giovanni Cabot Cortereal
Sebastiano Cabot Willoughby Chancellor.

Scoprendo l'Islanda, la famosa Thule, e quell'oceano
cromano, i cui pantani, i bassi fondi ed i ghiacci rendevano
pericolosa la navigazione, in cui le notti sono chiare quanto un
crepuscolo, Pithas aveva aperto agli Scandinavi la via del
Nord. La tradizione delle navigazioni compiute dagli antichi
alle Orcadi, alle Feroe e fino in Islanda, si conserva presso i
monaci irlandesi, uomini istruiti, arditi marinai essi medesimi,
come lo provano i loro stabilimenti successivi in quegli
arcipelaghi. Perci essi furono i piloti dei Northmen, nome che
si d generalmente a quei pirati scandinavi, norvegiani e
danesi, che si resero durante il medio evo cos formidabili in
tutta quanta l'Europa. Ma se tutte le informazioni che noi
dobbiamo agli antichi, Greci e Romani, su quelle regioni
iperboree sono estremamente incerte e per cos dire favolose,
non lo stesso per ci che tocca le intraprese avventurose degli
uomini del nord. Le Sagas, cos che si designano i canti
islandesi e danesi, sono precisissime, ed i dati numerosi che
noi dobbiamo loro vengono confermati tutti i giorni dalle
scoperte archeologiche fatte in America, al Groenland, in
Islanda, in Norvegia ed in Danimarca. Vi ha l una sorgente
preziosa di notizie lungamente ignota ed inesplorata, di cui si
deve la rivelazione all'erudito danese C.-C. Rafn, e che ci
fornisce, sulla scoperta precolombiana del continente
americano, fatti autentici del massimo interesse.
La Norvegia era povera e carica di popolazione, donde
necessit d'una emigrazione permanente che permettesse a gran
parte de' suoi abitanti di cercare, in regioni pi favorite, il
nutrimento che un gelido suolo contendeva loro. Quando essi
avevano trovato qualche regione abbastanza ricca da poter
fornir un abbondante bottino, tornavano nel loro paese e
ripartivano, la primavera successiva, accompagnati da tutti
coloro che si lasciavano trascinare dall'amore del lucro, della
vita facile e dalla sete dei combattimenti.
Cacciatori e pescatori intrepidi, avvezzi ai pericoli della
navigazione tra il continente e quella massa d'isole che lo
costeggiano e sembrano difenderlo dagli assalti dell'Oceano,
attraverso quei fiordi stretti e profondi che sembrano tagliati
nel suolo medesimo da qualche spada gigantesca, essi
partivano su quelle navi di quercia, la cui apparizione faceva
tremare i rivieraschi del mar del Nord e della Manica. Talvolta
pontate, queste navi, grandi o piccine, lunghe o corte, erano per
lo pi terminate a prua da uno sperone grossissimo, al disopra
del quale la prua si elevava talvolta a grande altezza pigliando
la forma d'un S. Gli hllristningar, cos si chiamano le
rappresentazioni grafiche spesso ritrovate sulle rupi della
Svezia e della Norvegia, ci permettono di figurarci quelle
rapide barche che potevano portare un grande equipaggio. Tali
sono il Lungo Serpente d'Olaf Tryggvason, che aveva trentadue
banchi di rematori e conteneva novanta uomini, la nave di
Kanut che ne portava sessanta, e le due navi d'Olaf il Santo
montate talvolta da dugento uomini. I re del mare, come
vennero chiamati quegli avventurieri, vivevano sull'Oceano,
non si stabilivano mai sulla terra, passando dal saccheggio d'un
castello all'incendio d'un'abbazia, devastando le coste della
Francia, risalendo i fiumi, segnatamente la Senna fino a Parigi,
correndo il Mediterraneo fino a Costantinopoli, stabilendosi pi
tardi in Sicilia e lasciando in tutto le regioni del mondo
conosciuto delle traccie delle loro scorrere o del loro
soggiorno.
Gli che la pirateria, anzich essere come oggi un atto che
cade sotto il colpo delle leggi, era, in quella societ barbara o
semi incivilita, non solo incoraggiata, ma cantata dagli scaldi,
che riservavano le lodi pi entusiastiche per celebrare le lotte
cavalleresche, le corse avventurose e tutte le manifestazioni
della forza. Dal secolo VIII questi formidabili scorridori dei
mari frequentarono i gruppi delle Orcadi, delle Ebridi, delle
Shetland e delle Feroe, dove incontrarono dei monaci irlandesi
che vi si erano stabiliti, da un secolo circa, per catechizzare le
popolazioni idolatre.
Nell'861, un pirata norvegiano, chiamato Naddod, fu
trasportato dall'uragano verso un'isola coperta di neve ch'egli
battezz Snoland (terra di neve), nome cambiato pi tardi in
quello d'Iceland (terra di ghiaccio). Col pure i Northmen
trovarono, sotto il nome di Papis, i monaci irlandesi nei cantoni
di Papeya e di Papili.
Ingolf si stabil alcuni anni dopo nel paese e fond
Reijkiavik. Nell'885, il trionfo d'Aroldo Haarfager, che aveva
sottoposto alle sue armi tutta la Norvegia, port in Islanda un
numero grande di malcontenti. Essi vi stabilirono la forma di
governo repubblicana, che era stata rovesciata nella loro patria
e che dur fino al 1261, tempo nel quale l'Islanda pass sotto il
dominio dei re di Norvegia.
Questi arditi compagnoni, innamorati delle avventure e
delle lunghe corse dietro le foche ed i walrus, stabilitisi in
Islanda, conservarono le loro abitudini vaganti e fecero delle
escursioni ardite nell'ovest, dove, tre anni soltanto dopo l'arrivo
d'Ingolf, Guunbjorn scopr le vette delle montagne del
Groenland. Cinque anni pi tardi, un bandito, Erik il Rosso,
cacciato d'Islanda per un omicidio, ritrov la terra intravveduta
da Guunbjorn a 64 di latitudine settentrionale. La sterilit di
quella costa ed i suoi ghiacci lo indussero a cercare nel sud una
temperatura pi clemente, terre pi aperte e pi ricche di
selvaggiume. Egli pass poi il capo Farewell all'estremit del
Groenland, si stabil sulla costa occidentale e costrusse per s e
per i suoi compagni ampie dimore, di cui il signor J orgensen ha
ritrovato le rovine. Questa regione poteva allora meritare il
nome di Terra Verde (Groenland) che le diedero i Northmen;
ma l'accrescimento annuale e grande dei ghiacciai ne ha fatto,
da quel tempo, una terra di desolazione.
Erik torn in Islanda a cercare i suoi amici, e l'anno
medesimo del suo ritorno a Brattahalida (cos si chiamava il
suo stabilimento), quattordici navi cariche d'emigranti
venivano a raggiungerlo. Questi fatti accadevano nell'anno
1000. Per quanto permisero le risorse del paese, la popolazione
groenlandese crebbe, e nel 1121, Gardar, la capitale del paese,
divenne sede d'un vescovado, che sussist fin dopo la scoperta
delle Antille fatta da Cristoforo Colombo.
Nel 986, Bjarn Heriulfson, venuto dalla Norvegia in
Islanda per passare l'inverno con suo padre, apprese che questi
aveva raggiunto Erik il Rosso al Groenland. Senza esitare, il
giovanotto riprende il mare. Cerca a casaccio un paese di cui
non conosce nemmeno esattamente la posizione, e le correnti lo
gettano sopra coste che si crede siano quelle della Nuova
Scozia, di Terra Nuova o del Maine. Egli finisce tuttavia col
giungere al Groenland, dove Erik, il potente jarl norvegiano,
gli rimprovera di non aver esaminato con maggior cura i paesi
di cui doveva la cognizione ad una fortuna di mare.
Erik aveva mandato suo figlio Leif alla corte di Norvegia,
tanto erano frequenti a quel tempo le relazioni fra la metropoli
e le sue colonie. Il re, che si era convertito al cristianesimo,
aveva mandato in Islanda una missione incaricata di rovesciare
il culto d'Odino. Egli affid a Leif alcuni sacerdoti, che
dovevano catechizzare i Groenlandesi; ma appena fu tornato in
patria, il giovane avventuriero lasci che i santi uomini
lavorassero al compimento della loro difficile impresa, ed
apprendendo la scoperta di Bjarn, equipaggi le sue navi e si
mise in cerca delle terre intravvedute. Successivamente, egli
sbarc in una pianura sassosa e desolata, alla quale diede il
nome d'Helluland e che venne riconosciuta senza esitazione
per Terra Nuova, poi sopra una costa bassa, sabbiosa, dietro la
quale si svolgeva un'immensa cortina di cupe foreste, allegrate
dal canto d'innumerevoli uccelli. Riprende il mare una terza
volta, e cacciandosi nel sud, giunge nella baia di Rhode Island,
dal dolce clima, il cui fiume cos popolato di salmoni ch'egli
vi si stabilisce e costruisce ampi edifiz di tavole, che chiama
Leifsbudir (casa di Leif). Poi, manda alcuni de' suoi compagni
per esplorare la regione, ed essi tornano colla buona notizia che
la vite selvatica cresce nel paese, il che gli vale il nome di
Vinland. Nella primavera dell'anno 1001, Leif, dopo d'aver
caricato la sua nave di pelli, d'uva, di legni e d'altri prodotti del
paese, riprende la via del Groenland, avendo fatta
quest'osservazione preziosa che il giorno pi breve al Vinland
durava ancora nove ore, il che ha permesso di mettere a 41
24'10" la situazione di Leifsbudir. Questa fortunata campagna
ed il salvamento d'una barca norvegiana, portante quindici
uomini, valsero al figlio d'Erik il soprannome di Fortunato.
Questa spedizione fece gran rumore, ed il racconto delle
meraviglie del paese in cui Leif si era stabilito, indusse suo
fratello Thorvald a partire con trenta uomini. Dopo aver
passato l'inverno a Leifsbudir, Thorvald esplor le coste al sud,
ritorn in autunno nel Vinland, e l'anno successivo, nel 1004,
segu la costa al nord di Leifsbudir. Durante questo viaggio di
ritorno, i Northmen incontrarono per la prima volta degli
Eschimesi, e li sgozzarono spietatamente, senza alcun motivo.
La notte seguente, si trovarono ad un tratto circondati da una
numerosa flottiglia di Kayacs, da cui part un nugolo di freccie.
Soltanto Thorvald, il capo della spedizione, fu ferito
mortalmente, ed i suoi compagni lo seppellirono sopra un
promontorio al quale diedero il nome di promontorio della
Croce.
Ora, nel golfo di Boston, fu scoperta, nel secolo XVIII,
una tomba in muratura dove fu trovata, insieme ad ossami,
un'elsa di spada di ferro. Gli Indiani non conoscevano questo
metallo, per ci non poteva essere uno dei loro scheletri; non
erano nemmeno le reliquie d'uno degli Europei sbarcati dopo il
secolo XV, giacch le loro spade non avevano quella forma
cos caratteristica. Si credette di riconoscere la tomba d'uno
Scandinavo, noi osiamo dire quella di Thorvald, il figlio d'Erik
il Rosso.
Nella primavera del 1007, tre navi con centosessanta
uomini e del bestiame, lasciarono Eriksfjord. Si trattava
stavolta di fondare uno stabilimento permanente. Gli emigranti
riconobbero l'Helluland, il Markland ed il Vinland, sbarcarono
in un'isola, dove costrussero delle baracche e cominciarono dei
lavori di coltura. Convien credere che avessero preso male le
loro misure, o che avessero mancato di previdenza, giacch
l'inverno li sorprese senza provviste, ed essi patirono
crudelmente la fame. Tuttavia, ebbero la forza, d'animo di
tornare sul continente, dove poterono aspettare la fine
dell'inverno in un'abbondanza relativa.
Al principio del 1008, si posero a cercare Leifsbudir, e si
stabilirono a Mount-Hope-Bay, sulla riva opposta all'antico
stabilimento di Leif. Col furono annodate, per la prima volta,
delle relazioni con degli indigeni chiamati Skrelling nelle
sagas, e che, al loro ritratto, facile riconoscere per Eschimesi.
Il primo incontro fu pacifico; un commercio di scambio
continu fino al giorno in cui il desiderio che avevano gli
Eschimesi di procurarsi delle accette di ferro, sempre
prudentemente rifiutate dai Normanni, li indusse ad
aggressioni, che determinarono, dopo tre anni di soggiorno, i
nuovi venuti a tornare nella loro patria, senza aver lasciato
traccia durevole del loro passaggio nel paese.
Si comprende facilmente che non possiamo narrare
particolareggiatamente tutte le spedizioni che, partite dal
Groenland, si succedettero sulle spiaggie del Labrador e degli
Stati Uniti. Quelli dei nostri lettori che volessero notizie
minuziose, si rivolgano all'interessante pubblicazione del
signor Gabriele Gravier, l'opera pi compiuta sulla materia, e
nella quale noi attingiamo tutto ci che si riferisce alle
spedizioni normanne. L'anno medesimo in cui Erik il Rosso
pigliava terra al Groenland, nel 983, un certo Hari Marson fu
gettato dall'uragano fuor delle vie consuete, sulle coste d'un
paese designato sotto il nome di Terra degli uomini bianchi, e
che si stendeva, dice Rato, dalla baia Cheasapeak fino alla
Florida.
Perch questo nome di Terra degli uomini bianchi? Forse
alcuni compatrioti di Marson vi erano gi stabiliti? Vi ha luogo
a supporlo stando ai termini medesimi della cronaca. Si capisce
quale interesse vi sarebbe nel poter determinare la nazionalit
di questi primi coloni. Del resto, le sagas non hanno rivelato
tutti i loro segreti. Ve ne sono ancora probabilmente delle
ignote, e siccome quelle che furono trovate successivamente
hanno confermato i fatti gi ammessi, si ha luogo a sperare che
le nostre cognizioni sulle navigazioni islandesi diverranno un
giorno pi precise.
Un'altra leggenda, molte parti della quale sono
romanzesche, ma che ha tuttavia un fondo di verit, narra che
un certo Bjorn, costretto a lasciar l'Islanda in seguito ad una
passione disgraziata, si sarebbe rifugiato nei paesi di l dal
Vinland, dove lo avrebbero ritrovato, nel 1027, alcuni de' suoi
compatrioti.
Nel 1051, durante una nuova spedizione, una donna
islandese fu uccisa da alcuni Skrelling, e fu scoperta nel 1867,
una tomba che portava un'iscrizione, degli ossami e degli
oggetti di vestiario che sono oggi conservati al museo di
Washington. Questa scoperta stata fatta nel luogo preciso
indicato dalla saga che narrava questi avvenimenti, e che non
fu trovata essa medesima se non nel 1863.
Ma i Northmen, stabiliti in Islanda ed al Groenland, non
furono i soli a frequentare le coste d'America verso l'anno
1000, come lo prova il nome di Grande Irlanda, dato pure alla
Terra degli uomini bianchi. Come nota la storia di Madoc-op-
Owen, Irlandesi e Gallesi vi fondarono delle colonie, sulle
quali non possediamo che poche notizie. Non ostante la loro
incertezza, i signori d'Avezac e Gaffarel convengono tuttavia
nel riconoscerne la verosimiglianza.
Dopo aver detto alcune parole sulle corse e gli stabilimenti
dei Northmen al Labrador, al Vinland e nelle regioni pi
meridionali, ci tocca tornare al nord. Le colonie fondate
primitivamente nei dintorni del capo Farewell non avevano
tardato ad estendersi lungo la costa occidentale, che era a quel
tempo infinitamente meno desolata d'oggid, fino a latitudini
boreali non pi toccate nei nostri giorni. Cos in quel tempo, si
pescava la foca, il tricheco e la balena nella baia di Disco, e si
contavano centonovanta citt nel Westerbygd ed ottantasei
nell'Esterbygd. Si ben lungi oggid da un simile numero di
stabilimenti danesi su quelle coste agghiacciate.
Quelle citt non erano verosimilmente che gruppi poco
grandi di quelle case di legno e di sasso di cui venne ritrovato
un gran numero di rovine dal capo Farewell fino ad Upernavik,
a 72 50'. Nel medesimo tempo, numerose iscrizioni runiche,
oggi decifrate, sono venute a portare un grado di certezza
assoluta circa fatti lungamente ignorati. Ma quanti di questi
vestigi del passato rimangono ancora a scoprire! quanti sono
sepolti per sempre sotto i ghiacciai di quelle preziose
testimonianze dell'ardimento e dello spirito d'intrapresa della
razza scandinava!
Si ha pure acquistata la prova che il cristianesimo era stato
portato in America e segnatamente al Groenland. In quel paese
ebbero luogo, secondo le istruzioni del papa Gregorio IV, delle
visite pastorali per fortificare nella fede i Northmen
recentemente convertiti e per evangelizzare le trib indiane e
gli Eschimesi. Anzi, nel 1805, il signor Riant stabil in modo
irrecusabile che le crociate erano state predicate tanto al
Groenland, nel vescovado di Gardar, quanto nelle isole e terre
vicine, e che fino al 1418, il Groenland pag alla Santa Sede la
decima e l'obolo di San Pietro, che si componevano, per
quell'anno, di duemila e seicento libbre di denti di tricheco.
Le colonie norvegiane dovettero la loro decadenza e la
loro rovina a cause differenti: all'estensione rapidissima dei
ghiacciai, Hayes ha notato che il ghiaccio del Fratello
Giovanni cammina con una velocit di trenta metri ogni anno;
alla cattiva politica della madre patria, che imped il
reclutamento dei coloni; alla peste nera, che decim la
popolazione del Groenland dal 1347 fino al 1351; infine alle
depredazioni dei pirati che, nel 1418, saccheggiarono quelle
regioni gi indebolite, e nei quali si credette di riconoscere certi
abitanti delle Orcadi e delle Feroe, di cui parleremo.
Uno dei compagni di Guglielmo il Conquistatore,
chiamato Saint-Clair o Sinclair, non avendo trovata
proporzionata a' suoi meriti la parte di paese conquistato ch'egli
ricevette, and in cerca d'avventure nella Scozia, dove non
tard ad elevarsi alla fortuna ed agli onori. Nella seconda met
del secolo XIV le isole Orcadi passarono sotto la dominazione
de' suoi discendenti.
Verso il 1390, un certo Nicol Zeno, appartenente ad una
delle famiglie pi nobili e pi antiche di Venezia, che aveva
armato una nave a sue spese per visitare a scopo di curiosit
l'Inghilterra e la Fiandra, naufrag nell'arcipelago delle Orcadi,
dove era stato gettato dall'uragano. Stava per essere trucidato
dagli abitanti, quando il conte Enrico Sinclair lo prese sotto la
sua protezione. La storia di questo naufragio, delle avventure e
delle scoperte che seguirono, pubblicata nella raccolta di
Ramusio, era stata scritta, dice l'erudito geografo Clemente
Markham nei suoi Abords de la ragion inconnue, da Antonio
Zeno. Disgraziatamente, uno de' suoi discendenti, chiamato
Nicola Zeno, nato nel 1515, lacer, ancor fanciullo, quelle
carte di cui non comprendeva il valore. Essendo sopravvissute
alcune lettere, egli pot pi tardi compilare il racconto quale lo
abbiamo oggid e quale fu stampato a Venezia. Si era pure
trovata nel palazzo una vecchia carta imputridita per la vetust
e che spiegava quei viaggi. Egli ne fece una copia, ma
disgraziatamente complet, stando alla redazione del suo
racconto, ci ch'egli credeva necessario per la sua intelligenza.
Facendolo storditamente, senz'essere guidato da cognizioni
geografiche che ci permettano di riconoscere dove egli
s'inganna, egli mise la pi deplorevole confusione in tutta la
geografia tratta dal racconto, mentre le parti della carta che non
sono alterate a questo modo e che sono originali, presentano
un'esattezza che precede di molte generazioni la geografia
medesima di Nicola Zeno il giovane, confermando in modo
notevole la posizione della vecchia colonia del Groenland. In
questi fatti noi non abbiamo soltanto la soluzione di tutte le
discussioni avvenute in proposito, ma la prova pi.
indiscutibile dell'autenticit del racconto, giacch,
evidentemente, Nicola Zeno il giovane non poteva inventare
ingegnosamente una storia, di cui avrebbe, per cos dire,
sfigurato per ignoranza la verit rispetto alla carta.
Il nome di Zichmni, nel quale gli scrittori contemporanei, e
prima di tutti il signor H. Major, che ha ricavato questi fatti dal
dominio della favola, vedono il nome di Sinclair, non pare
infatti essere applicabile se non a questo conte delle Orcadi.
A quel tempo, i mari del nord dell'Europa erano infestati
da pirati scandinavi. Sinclair, che aveva riconosciuto in Zeno
un abile marinaio, se lo fece amico e fece con lui la conquista
del paese di Frisland, nido di furfanti che saccheggiarono tutto
il nord della Scozia. Nei portulani della fine del secolo XV e
nelle carte del principio del XVI, questo nome designa
l'arcipelago delle Feroe, indicazione verosimile, giacch
Buache ha ritrovato, nelle odierne denominazioni dei seni e
delle isole di questo arcipelago, buon numero di quelle date da
Zeno; infine i particolari che si devono al navigatore veneziano
sulle acque ricche di pesci e pericolose a cagione dei bassi
fondi che dividono questo arcipelago, sono vere ancora oggi.
Soddisfatto della sua posizione, Zeno scrisse al fratello
Antonio di venirlo a raggiungere. Mentre Sinclair faceva la
conquista delle Feroe, i pirati norvegiani desolavano le
Shetland, allora chiamate Eastland. Nicol spieg le vele per
recarsi a dar loro battaglia, ma egli medesimo dovette fuggire
innanzi alla loro flotta, molto pi numerosa della sua, e
rifugiarsi sopra un'isoletta della costa d'Islanda.
Dopo aver svernato in quel luogo, Zeno sarebbe sbarcato
l'anno successivo sulla costa orientale del Groenland, a 69 di
latitudine settentrionale, in un luogo dove si trovava un
monastero dell'ordine dei Predicatori ed una chiesa dedicata a
San Tommaso. Le celle erano riscaldate da una sorgente
naturale d'acqua calda, di cui i monaci si servivano per far
cuocere gli alimenti ed il pane. I monaci avevano pure dei
giardini coperti durante la stagione invernale e riscaldati nello
stesso modo, di guisa che erano in grado di produrre fiori, frutti
ed erbe, come se fossero stati in un clima temperato. Ci che
sembrerebbe confermare questi racconti, si che, dal 1828 al
1830, un capitano della marina danese incontro al 60 grado
una popolazione di seicento individui di tipo assolutamente
europeo.
Ma questa corsa avventurosa in regioni, il cui clima
assomigliava cos poco a quello di Venezia, riusc fatale a
Zeno, che mor poco tempo dopo il suo ritorno in Frisland.
Un vecchio marinaio, tornato col Veneziano, che era stato,
egli diceva, prigioniero lunghi anni nei paesi dell'estremo
ovest, avrebbe dato a Sinclair dei particolari cos precisi e cos
allettanti sulla fertilit e sulla estensione di quelle regioni, che
quest'ultimo risolvette di farne la conquista con Antonio Zeno,
che aveva raggiunto suo fratello. Ma le popolazioni si
mostrarono da per tutto cos ostili, opposero una tale resistenza
allo sbarco degli stranieri, che Sinclair dovette, dopo una lunga
e pericolosa navigazione, tornare al Frisland. Questi sono tutti i
particolari che ci sono stati conservati, e ci fanno rimpiangere
vivamente la perdita di quelli che Antonio doveva dare, nelle
lettere a suo padre Carlo, circa le regioni che Forster e Malte-
Brun hanno creduto di poter identificare colla Terra Nuova.
Chi sa se, nel suo viaggio in Inghilterra, durante le sue
peregrinazioni fino a Thule, Cristoforo Colombo non ud
parlare delle antiche spedizioni dei Northmen e degli Zeni, e se
queste notizie non venivano a dare una singolare conferma alle
teoriche ch'egli professava, alle idee per il compimento delle
quali egli era venuto a chiedere l'appoggio del re d'Inghilterra?
Dall'insieme dei fatti che abbiamo esposti brevemente, risulta
che l'America era nota agli Europei e colonizzata prima di
Colombo. Ma, in seguito a diverse circostanze, fra le quali
convien porre in prima linea la scarsezza delle comunicazioni
dei popoli del nord dell'Europa con quelli del mezzod, le
scoperte dei Northmen non eran note che molto vagamente in
Spagna e nel Portogallo. Secondo ogni verosimiglianza, noi ne
sappiamo oggi molto di pi su questo soggetto che non i
compatrioti ed i contemporanei di Colombo. Se il marinaio
genovese ebbe cognizione di qualche diceria, egli la ravvicin
agli indizi che aveva raccolti nelle isole del capo Verde, ed ai
suoi ricordi classici sulla famosa isola Antilia e sull'Atlantide
di Platone. Da queste notizie, venute da tante parti diverse,
nacque in lui la certezza che si potesse giungere all'Oriente per
le vie dell'Occidente. Checch ne sia, la sua gloria rimane
intera; lui lo scopritore dell'America, e non coloro che il caso
dei venti e degli uragani aveva spinti loro malgrado, senza la
ferma volont di giungere alle spiaggie asiatiche, cosa che
Cristoforo Colombo avrebbe fatta, se l'America non gli avesse
sbarrata la via.
Le notizie che daremo sulla famiglia Cortereal, sebbene
pi complete di tutte quelle che si trovano nei dizionari
biografici, sono ancora molto incerte. Bisogna non di meno
accontentarsene, giacch finora la storia non ne ha raccolto
altre su questa razza d'intrepidi naviganti.
J oao Vaz Cortereal era bastardo d'un gentiluomo chiamato
Vasco Annes da Costa, che aveva ricevuto, dal re di Portogallo,
il soprannome di Cortereal a cagione della magnificenza della
sua casa e del suo seguito. Amante al pari di tanti altri
gentiluomini di quel tempo delle avventure di mare, J oao Vaz
avrebbe involata, in Galizia, una giovanetta chiamata Maria de
Marca, ch'egli spos.
Dopo d'essere stato usciere dell'infante don Fernando,
sarebbe stato mandato da lui, con Alvaro Martino Homem,
nell'Atlantico settentrionale. I due navigatori avrebbero allora
visto un'isola, designata da quel tempo sotto il nome di Terra
dos Bacalhaos, terra dei merluzzi, e che sarebbe
verosimilmente Terra Nuova. La data di questa scoperta
determinata press'a poco dal fatto che al loro ritorno essi
toccarono Terceira, e che, trovando vacante la capitaneria a
causa della morte di Giacomo di Bruges, vennero a chiederla
all'infante dona Brites, vedova dell'infante don Fernando, che
l'accord loro a patto che se la dividessero; fatto confermato da
una donazione datata da Evora il 2 aprile 1464.
Senza che si possa garantire l'autenticit di questa scoperta
dell'America, vi ha tuttavia un fatto certo, vale a dire che il
viaggio di Cortereal dovette essere segnalato da qualche
avvenimento straordinario. Non si facevano allora donazioni di
quest'importanza se non a coloro che avevano reso qualche
gran servigio alla corona.
Stabilito a Terceira, Vaz Cortereal si era fatto costrurre,
dal 1490 al 1497, nella citt d'Angra, un bel palazzo ch'egli
abitava co'suoi tre figli. Gaspare, il suo terzo figlio, dopo
d'essere stato al servizio del re Emanuele, quando costui non
era che duca di Beja, si era sentito attirato per tempo dalle
intraprese di scoperte che avevano reso illustre suo padre. Con
un atto datato da Cintra, il 12 marzo 1500, il re Emanuele fece
dono a Gaspare Cortereal delle isole o della terra ferma ch'egli
potesse scoprire, ed il re aggiungeva questa notizia preziosa
che gi ed in altri tempi egli le aveva cercate per suo conto ed
a sue spese.
Gaspare Cortereal non era dunque allora alle prime prove.
Verosimilmente, le sue ricerche avevano dovuto essere dirette
verso i paraggi in cui suo padre aveva segnalata l'isola dei
Merluzzi. A sue spese, bench coll'aiuto del re, Gaspare
Cortereal equipaggi due navi al principio dell'estate del 1500,
e dopo aver fatto scalo a Terceira, spieg le vele verso il nord-
ovest. La sua prima scoperta fu quella d'una terra il cui aspetto
verdeggiante sembra averlo allettato. Era il Canada. Egli vide
col un gran fiume su cui galleggiavano dei ghiacci, il San
Laurent, che alcuni de' suoi compagni presero per un braccio di
mare, ed al quale egli diede il nome di Rio Nevado. Lo sbocco
ne cos grande che non probabile che questo paese sia
un'isola, senza contare che deve essere coperto da per tutto da
uno strato fittissimo di neve per poter dare origine ad un simile
corso d'acqua.
Le case di quella regione erano di legno, coperte di
pelliccie e di pelli. Gli abitanti non conoscevano il ferro, si
servivano di spade di legno aguzze, e le loro freccie erano
armate d'ossa di pesci o di pietre. Grandi e ben fatti, essi
avevano la faccia ed il corpo dipinti a vari colori per galanteria,
portavano braccialetti d'oro e di rame, e si abbigliavano di
vestimenta di pelliccia.
Cortereal prosegu il viaggio e giunse al capo dei
Bacalhaos, pesci che si trovano su tutta quella costa in
quantit cos grande, che non permettono alle navi
d'avanzarsi. Poi, segu la riva per dugento leghe, dal 56 al
60 grado od anche pi, battezzando le isole, i fiumi ed i golfi
che incontrava, come lo provano la Terra do Labrador, la Bahia
de Conceicao, ecc., sbarcando e mettendosi in rapporto coi
naturali. I freddi rigidissimi ed un vero fiume di ghiacci
giganteschi impedirono alla spedizione di risalire pi in alto, ed
essa torn al Portogallo con cinquantasette indigeni.
Nell'anno medesimo del suo ritorno, il 15 maggio 1501,
Gaspare Cortereal, stando ad un ordine del 15 aprile, ricevette
delle provviste e lasci Lisbona colla speranza d'estendere il
campo delle sue scoperte. Ma non si ud pi parlare di lui da
quel tempo. Michele Cortereal, suo fratello, che era primo
usciere del re, chiese allora ed ottenne il permesso d'andare alla
sua ricerca e di proseguire la sua intrapresa. Con un atto del 15
gennaio 1502, gli fu fatta donazione della met della terra
ferma e delle isole che suo fratello avesse potuto trovare.
Partito il 10 maggio di quel medesimo anno con tre navi,
Michele Cortereal giunse a Terra Nuova, dove divise la sua
piccola squadra affinch ciascuna delle navi potesse esplorare
isolatamente la costa, ed indic un luogo di ritrovo. Ma, al
tempo fissato, egli non riapparve, e le altre due navi, dopo
d'averlo aspettato fino al 20 agosto, ripresero la via del
Portogallo.
Nel 1503, il re mand due navi per cercare notizie dei due
fratelli, ma le ricerche furono vane, ed esse tornarono senza
aver nulla appreso.
Quando seppe questi tristi avvenimenti, l'ultimo dei fratelli
Cortereal, Vasco Annes, che era capitano e governatore delle
isole di San Giorgio e Terceira ed alcalde mor della citt di
Tavilla, risolvette d'armare a sue spese una nave e di partire
alla ricerca dei fratelli. Il re dovette opporvisi per timore di
perdere l'ultimo di quella razza di buoni servitori.
Sulle carte di quel tempo, il Canada spesso designato col
nome di Terra dos Cortereales, denominazione che si estende
anzi talvolta molto pi in gi ed abbraccia una gran parte
dell'America del Nord.

Tutto ci che riguarda Giovanni e Sebastiano Cabot
rimasto immerso fino a questi ultimi tempi in un'incertezza, che
non anzi ancora assolutamente dissipata, non ostante gli studi
coscienziosi dell'americano Biddle, nel 1831, del nostro
compatriota signor d'Avezac e dell'inglese signor Nicholls, il
quale, approfittando delle scoperte fatte negli archivi
dell'Inghilterra, della Spagna e di Venezia, ha eretto un
monumento imponente, sebbene discutibile in alcune delle sue
parti. in queste due ultime opere che noi attingeremo gli
elementi di questo rapido studio, ma segnatamente nel lavoro
del signor Nicholls, che ha, su quello del signor d'Avezac, il
vantaggio di narrare la vita intera di Sebastiano Cabot.
Non si certi n del nome, n della nazionalit di
Giovanni Cabot, tanto meno del tempo della sua nascita.
Giovanni Cabota, Caboto o Cabot sarebbe nato, se non a
Genova medesima, secondo il signor d'Avezac, almeno nelle
vicinanze di questa citt e fors'anche a Castiglione, verso il
primo quarto del secolo XV. Alcuni storici ne hanno fatto un
inglese, e l'amor proprio nazionale indurrebbe forse il signor
Nicholls ad adottare questa opinione; almeno quanto sembra
risultare dalle espressioni che egli adopera. Ci che si sa, e
senza alcun dubbio, che Giovanni Cabot venne a Londra per
occuparsi di commercio e che non tard a stabilirsi a Bristol,
allora la seconda citt del regno, in uno dei sobborghi che
aveva ricevuto il nome di Cathay, senza dubbio a causa dei
numerosi Veneziani che vi abitavano e del commercio che essi
facevano coi paesi dell'estremo Oriente. l che sarebbero nati
gli ultimi due figli di Cabot, Sebastiano e Sanche, stando a
quanto narra il vecchio cronista Eden: Sebastiano Cabot mi
disse ch'egli era nato a Bristol, che a quattro anni era partito
con suo padre per Venezia e che era tornato con lui in
Inghilterra alcuni anni dopo, il che aveva fatto credere ch'egli
fosse nato a Venezia. Nel 1476, Giovanni Cabot era a Venezia
e vi ricevette, il 29 marzo, delle lettere di naturalizzazione, il
che prova che non era originario di quella citt, e che doveva
aver meritato questo onore con qualche servigio reso alla
Repubblica. Il signor d'Avezac inclina a credere ch'egli si fosse
dato allo studio della cosmografia e della navigazione,
fors'anche insieme col celebre fiorentino Paolo Toscanelli, di
cui avrebbe allora conosciute le teoriche sulla distribuzione
delle terre e dei mari alla superficie del globo. Nel medesimo
tempo, egli avrebbe potuto udir parlare delle isole poste
nell'Atlantico e designate sotto i nomi d'Antilia, di Terra delle
Sette Citt o di Brasile. Ci che sembra pi certo, che i
negozi del suo commercio lo chiamarono nel levante, alla
Mecca, si dice, e che col egli avrebbe appreso da qual paese
venivano quelle spezie che costituivano allora il ramo pi
importante del commercio dei Veneziani.
Checch sia di queste teoriche speculative, Giovanni
Cabot, fond a Bristol un importante stabilimento di
commercio. Suo figlio Sebastiano, al quale i primi viaggi
avrebbero dato il gusto del mare, s'istru in tutti i rami
conosciuti della navigazione e fece alcune corse sull'Oceano
per familiarizzarsi colla pratica di quell'arte, come lo era gi
colla teorica. Da sette anni, dice l'ambasciatore spagnuolo in
un dispaccio del 25 luglio 1498, a proposito d'una spedizione
comandata da Cabot, quelli di Bristol armano, ogni anno, due,
tre o quattro navi per andare a cercare l'isola del Brasile e delle
Sette Citt, secondo la fantasia di questo Genovese. A quel
tempo l'Europa intera era piena del rumore che avevano fatto le
scoperte di Colombo. Mi venne, dice Sebastiano Cabot in un
racconto che Ramusio ci ha conservato, un gran desiderio e
come un bruciore nel cuore di fare, io pure, qualche cosa di
segnalato, e sapendo, dall'esame della sfera, che se navigassi
mediante il vento di ovest riuscirei pi rapidamente a trovar
l'India, feci subito parte del mio progetto a Sua Maest, che ne
fu contentissima. Il re al quale si rivolse Cabot quel
medesimo Enrico VII che, alcuni anni prima, aveva rifiutato
ogni appoggio a Cristoforo Colombo. Si comprende ch'egli
abbia accolto con favore il progetto che gli avevano sottoposto
Giovanni e Sebastiano Cabot, giacch, sebbene Sebastiano, nel
brano che abbiamo riprodotto, attribuisca a s solo tutto l'onore
del progetto, non men vero che suo padre fu il promotore
dell'intrapresa, come ne fa testimonio la carta seguente che
traduciamo abbreviandola: Noi Enrico permettiamo ai
nostri amati Giovanni Cabot, cittadino di Venezia, e Luigi,
Sebastiano e Sanche, suoi figli, di scoprire, sotto la nostra
bandiera e con cinque navi del tonnellaggio e dell'equipaggio
che essi giudicheranno convenienti, a loro spese e carico Noi
diamo loro, come pure ai loro discendenti ed aventi diritto,
licenza d'occupare, possedere. a patto di pagarci, sui profitti,
benefizi e vantaggi risultanti da questa navigazione, in
mercanzie od in denaro il quinto del profitto cos ottenuto, per
ciascuno dei loro viaggi, tutte le volte che essi rientreranno nel
porto di Bristol (al qual porto essi saranno costretti ad
arrestarsi) Promettiamo e facciamo garanzia ad essi, loro
eredi od aventi diritto, che saranno esenti da qualsiasi diritto di
dogana per le mercanzie che porteranno dai paesi cos
scoperti Comandiamo ed ordiniamo a tutti i nostri sudditi,
tanto sulla terra quanto sul mare, di dare assistenza al detto
Giovanni ed a' suoi figli Dato a. il 5 marzo 1495.
Tale la carta che fu accordata a Giovanni Cabot ed a' suoi
figli al loro ritorno dal continente americano, e non gi, come
hanno preteso certi autori, anteriormente a questo viaggio.
Appena la notizia della scoperta fatta da Colombo giunse in
Inghilterra, vale a dire verosimilmente nel 1493, Giovanni e
Sebastiano Cabot prepararono la spedizione a proprie spese e
partirono al principio dell'anno 1494 coll'idea di recarsi al
Cathay e poi alle Indie. Non vi pu esser dubbio su questo
punto, giacch si conserva alla Biblioteca Nazionale di Parigi
l'unico esemplare della carta incisa nel 1544, cio mentre
viveva ancora Sebastiano Cabot, che cita questo viaggio e la
data esatta e precisa della scoperta del capo Breton.
probabile che si debba attribuire agli intrighi
dell'ambasciatore spa-gnuolo il ritardo subito della spedizione
di Cabot, giacch pass tutto l'anno 1496 senza ch'egli avesse
compiuto il viaggio.
L'anno seguente, egli part al principio dell'estate. Dopo
aver trovata la Terra Prima Vista, egli segui la costa e non
tard ad avvedersi, con suo gran rammarico, che essa correva
verso il nord. Allora, seguendola per assicurarmi se non
troverei qualche passaggio, non ne potei scoprire, ed essendomi
inoltrato fino al 56", e vedendo che in quel luogo la terra
volgeva all'est, disperai di scoprire un passaggio, e virai di
bordo per esaminare la costa in questa direzione, verso la linea
equinoziale, sempre collo stesso intento di trovare un passaggio
alle Indie, e finalmente giunsi al paese oggi chiamato Florida,
dove, le provviste incominciando a mancarmi, presi la
risoluzione di tornare in Inghilterra. Questo racconto, di cui
abbiamo dato pi su il principio, fu fatto da Cabot a Fra-
castoro, quaranta o cinquantanni dopo l'avvenimento. Perci
non a meravigliarsi che Cabot vi confonda insieme due
navigazioni perfettamente distinte, quella del 1494 e quella del
1497. Aggiungiamo ancora alcune riflessioni a questo
racconto: la prima terra vista fu, incontrastabilmente, il capo
Nord, estremit settentrionale dell'isola del capo Breton, e
l'isola che le sta in faccia quella del Principe Edoardo,
lungamente conosciuta sotto il nome d'isola San Giovanni.
Cabot penetr probabilmente nel-
LE SPEDIZIONI POLARI. 351
l'estuario del San Laurent ch'egli prese per un braccio di
mare, presso al punto in cui sorge oggidi Quebec, e costeggi
la riva settentrionale del golfo finch non vide la costa del
Labrador sparire neh" est. Egli prese Terra Nuova per un
arcipelago e continu la sua via al sud, senza dubbio non fino
alla Florida, come egli dice, il tempo consacrato al viaggio
non bastandogli per scendere cos basso, ma fino alla baia
Cheasapeake. Sono i paesi che gli Spagnuoli chiamarono pi
tardi Tierra de Estevam Gomez.
Il 3 febbraio 1498, il re Enrico VII firm a Westminster
nuove lettere patenti. Egli autorizzava Giovanni Cabot od un
suo rappresentante debitamente autorizzato, a prendere nei
porti d'Inghilterra sei navi stazzanti dugento tonnellate e ad
acquistare allo stesso prezzo che per la corona tutto ci che
sarebbe necessario all'armamento. Gli permetteva d'imbarcare
quei mastri marinai, paggi ed altri, che di loro propria volont
volessero recarsi con lui alla terra ed alle isole recentemente
scoperte. Giovanni Gabot fece allora le spese
dell'equipaggiamento di due navi, e tre altre furono armate a
spese dei mercanti di Bristol.
Secondo ogni verosimiglianza solo la morte una morte
inattesa ed improvvisa imped a Giovanni Cabot di prendere
il comando di questa spedizione.
Suo figlio Sebastiano diresse dunque la flotta, che portava
trecento uomini e viveri per un anno. Dopo aver vista la terra a
45, Sebastiano Cabot segu la costa fino al 58, fors'anche pi
in su; ma allora faceva cos freddo, e vi era una tale
abbondanza di ghiacci galleggianti, bench si fosse al mese di
luglio, che sarebbe stato impossibile avanzarsi pi oltre nel
nord. I giorni erano lunghissimi e la notte molto chiara,
particolare interessante per fissare la latitudine raggiunta,
giacch sappiamo che sotto il 60 parallelo i giorni pi lunghi
sono di diciott'ore. Questi diversi motivi indussero Sebastiano
Cabot a virar di bordo, ed egli tocc le isole Bacalhaos, i cui
abitanti, coperti di pelli d'animali, avevano per armi l'arco e le
freccie, la lancia, il giavellotto e la spada di legno. I naviganti
pescarono in quel luogo gran numero di merluzzi; essi erano
anzi tanto numerosi, dice una vecchia relazione, che
impedivano alla nave d'avanzare. Dopo d'aver seguita la costa
d'America fino al 35 grado, Cabot riprese la via d'Inghilterra,
dove giunse al principio dell'autunno.
In sostanza, questo viaggio aveva un triplice scopo, di
scoperta, di commercio e di colonizzazione, come indicano il
numero delle navi che vi presero parte e la forza degli
equipaggi. Per altro, non pare che Cabot abbia sbarcato
nessuno o che abbia fatto qualche tentativo di stabilimento sia
al Labrador, sia nella baia d'Hudson ch'egli doveva esplorare
pi compiutamente nel 1571, sotto il regno d'Enrico VIII, sia
anche al disotto dei paraggi delle Bacalhaos, designate col
nome generico di Terra Nuova.
In seguito a questa spedizione quasi assolutamente
improduttiva, noi perdiamo di vista Sebastiano Cabot, se non
del tutto, almeno tanto da essere insufficientemente informati
delle sue azioni e de' suoi viaggi fino al 1517. Il viaggiatore
Hojeda, di cui abbiamo narrato pi su le varie intraprese, aveva
lasciato la Spagna nel mese di maggio 1499. Noi sappiamo che,
in questo viaggio, egli incontr un Inglese, a Caquibaco, sulla
costa d'America. Sarebbe forse Cabot? Nulla ci ha accertati su
questo riguardo; ma si pu credere ch'egli non rimase ozioso e
che dovette intraprendere qualche nuova spedizione. Sappiamo
solo che malgrado gli impegni solenni ch'egli aveva presi con
Cabot, il re d'Inghilterra accord a dei Portoghesi ed a
negozianti di Bristol certi privilegi di commercio nei paesi da
lui scoperti. Questa maniera poco generosa di riconoscere i
suoi servigi offese il navigante e lo indusse ad accettare le
offerte che gli erano state fatte molte volte di prender servizio
in Ispagna. Dopo la morte di Vespucci, accaduta nel 1512,
Cabot era il viaggiatore pi rinomato. Per renderselo amico,
Ferdinando scrisse dunque, il 13 settembre 1512, 'a lord
Willoughby, comandante supremo delle truppe trasportate in
Italia, di trattare col navigante veneziano.
Fin dal suo arrivo in Castiglia, Cabot ricevette, mediante
una cedola del 20 ottobre 1512, il grado di capitano con
cinquemila maravedis d'assegnamento. Siviglia gli fu assegnata
per residenza fino a che si presentasse l'occasione d'utilizzare i
suoi talenti e la sua esperienza. Si trattava per lui di prendere il
comando d'una spedizione importantissima, quando Ferdinando
il Cattolico mor, il 23 gennaio 1516. Cabot torn subito in
Inghilterra, dopo d'aver ottenuto verosimilmente un congedo.
Eden ci apprende che Cabot fu nominato l'anno seguente
con sir Thomas Pert, al comando d'una flotta che doveva
recarsi in China dirigendosi al nord-ovest. L'11 giugno, egli era
nella baia d'Hudson a 67
1
/
2
di latitudine; il mare libero di
ghiaccio si estendeva innanzi a lui cos lontano, ch'egli contava
di riuscire nella impresa, quando la vigliaccheria del suo
compagno, la codardia e l'ammutinamento degli equipaggi, che
rifiutarono d'andar oltre, vennero a costringerlo a tornare in
Inghilterra. Nel suo Theatrum orbis terrarum, Ortelius traccia
la forma della baia d'Hudson, quale essa veramente, ed indica
anzi alla sua estremit settentrionale uno stretto che si dirige
verso il nord. Come mai il geografo ha potuto essere tanto
esatto? Chi gli ha dato le informazioni riprodotte dalla sua carta
se non Cabot? dice il signor Nicholls.
Al suo ritorno in Inghilterra, Cabot trov il paese devastato
da un'orribile peste, che arrestava perfino le transazioni
commerciali. Poco stante, sia che il tempo del suo congedo
fosse trascorso, sia che volesse sottrarsi al flagello o che fosse
richiamato in Ispagna, il navigatore veneziano torn in questo
paese. Nel 1518, il 5 febbraio, Cabot fu nominato pilota-major
con assegnamenti che, aggiunti a quelli ch'egli gi riscuoteva,
formavano un totale di 125,000 maravedis, ovvero 300 ducati.
Egli non esercit veramente le funzioni della sua carica se non
al ritorno di Carlo V dall'Inghilterra. Il suo uffizio principale
consisteva nell'esaminare i piloti, ai quali non si permetteva
d'andare alle Indie senza aver subito questo esame.
Il tempo non era punto favorevole alle grandi spedizioni
marittime. La lotta tra la Francia e la Spagna assorbiva tutte le
forze d'uomini e di denaro di questi due paesi. Perci Cabot,
che sembra aver avuto per patria la scienza piuttosto che questa
o quell'altra regione, fece all'ambasciatore di Venezia,
Contarini, alcune proposte per render servizio sulle flotte della
Repubblica; ma quando giunse la risposta favorevole del
Consiglio dei Dieci, egli aveva gi altri disegni e non spinse
pi in l il suo tentativo.
Nel 1524, nel mese d'aprile, Cabot presiede una conferenza
di marinai e di cosmografi, riuniti a Badajoz, per discutere se le
Molucche appartenessero, stando al celebre trattato di
Tordesillas, alla Spagna od al Portogallo. Il 31 maggio fu
deciso che le Molucche erano poste per 20 nelle acque
spagnuole. Forse questa risoluzione della giunta, di cui egli era
presidente e che rimetteva fra le mani della Spagna una gran
parte del commercio delle spezie, non fu senza influenza sulle
risoluzioni del consiglio delle Indie. Checch ne sia, nel mese
di settembre del medesimo anno, Cabot ebbe facolt di
prendere il comando, col titolo di capitano generale, di tre navi
di cento tonnellate e d'una piccola caravella che portavano
centocinquanta uomini.
Lo scopo annunciato del viaggio era di traversare lo stretto
di Magellano, d'esplorare con cura le coste occidentali
dell'America e di giungere alle Molucche, dove si troverebbe
per il ritorno un carico di spezie. Il mese d'agosto 1525 era
stato fissato come data della partenza, ma gli intrighi del
Portogallo riuscirono a farla ritardare fino nell'aprile 1526.
Varie circostanze poterono da quel momento far augurar
male del viaggio. Cabot non aveva che un'autorit nominale, e
l'associazione di mercanti, che aveva fatto le spese
dell'armamento, non accettandolo di buon grado come capo,
aveva trovato modo di contrariare tutti i disegni del viaggiatore
veneziano. cos che al posto del secondo comandante ch'egli
aveva designato, gliene fu imposto un altro, e che furono
consegnate ad ogni capitano istruzioni destinate ad essere
dissuggellate in alto mare. Esse contenevano questa sciocca
disposizione che in caso di morte del capitano generale, undici
persone dovessero succedergli ciascuno alla sua volta. Non era
forse un incoraggiamento all'assassinio?
Si era appena fuori di vista della terra che il malcontento si
manifest. Si sparse la diceria che il capitano generale non era
all'altezza del suo compito; poi, vedendo che queste calunnie
non giungevano fino a lui, si pretese che la flottiglia mancasse
gi di viveri. L'ammutinamento scoppi appena si fu a terra,
ma Cabot non era uomo da lasciarsi sgominare; egli aveva
sofferto troppo della vigliaccheria di sir Thomas Pert per
sopportare un simile affronto. Allo scopo di tagliare il male alla
radice, s'impadron dei capitani ammutinati. Non ostante la loro
riputazione ed i servigi segnalati che avevano resi pel passato,
li fece scendere in una barca ed abbandonare a terra. Quattro
mesi dopo, essi ebbero la fortuna d'essere raccolti da una
spedizione portoghese, che sembra aver avuto per istruzione di
contrabilanciare i disegni di Cabot.
Il navigatore veneziano si addentr allora nel Rio de la
Plata, di cui il suo predecessore, de Solis, aveva incominciata
l'esplorazione in qualit di pilota-major. La spedizione non si
componeva pi allora che di due navi, una essendosi perduta
durante il viaggio. Cabot risali il Fiume dell'Argento e scopri
un'isola che chiam Francesco Gabriele, e sulla quale costrusse
il forte di San Salvador, di cui affid il comando ad Antonio de
Grajeda. Con una delle navi, di cui aveva tolta la chiglia,
Cabot, rimorchiato dalle sue barche, entr nel Parana, costrusse
al confluente del Carcarama e del Terceiro un nuovo forte, ed
assicurata cos la sua linea di ritirata, si addentr in quel corso
d'acqua. Giunto al confluente del Parana e del Paraguay, segui
il secondo, la cui direzione s'accordava meglio col suo disegno
di giungere all'ovest della regione da cui veniva l'argento.
Frattanto, il paese non tard a mutare aspetto e gli abitanti a
modificare la loro attitudine. Fino allora, erano accorsi
meravigliati alla vista delle navi; ma sulle sponde coltivate del
Paraguay, essi si opposero coraggiosamente allo sbarco degli
stranieri, e tre Spagnuoli avendo tentato d'abbattere i frutti
d'una palma, s'impegn una lotta nella quale trecento naturali
perdettero la vita. Questa vittoria aveva messo fuori di
combattimento venticinque Spagnuoli; era troppo per Cabot, il
quale mand rapidamente i feriti al forte San Spirito e si ritir
facendo fronte agli assalitori.
Gi Cabot aveva mandato all'imperatore due de' suoi
compagni per metterlo al fatto del tentativo di rivolta de' suoi
capitani, fargli conoscere i motivi che lo costringevano a
modificare il corso determinato del suo viaggio e chiedergli
soccorsi d'uomini e di provviste. La risposta giunse finalmente.
L'imperatore approvava ci che Cabot aveva fatto, gli ordinava
di colonizzare il paese nel quale si era stabilito, ma non gli
mandava n un uomo n un maravedis. Cabot tent di
procurarsi nel paese le risorse che gli mancavano e fece
incominciare dei tentativi di coltura. Nel medesimo tempo, per
tenere in esercizio le sue truppe, egli riduceva all'obbedienza le
nazioni vicine, faceva costrurre dei forti e, risalendo il
Paraguay, giungeva a Potosi ed ai corsi d'acqua delle Ande, che
alimentano il bacino dell'Atlantico. In fine, egli si preparava a
penetrare nel Per, da cui venivano l'oro e l'argento che aveva
visti fra le mani degli indigeni; ma per tentare la conquista di
quest'ampia regione, abbisognavano truppe pi numerose di
quelle ch'egli poteva riunire. Tuttavia, l'imperatore era
nell'impossibilit di mandargliele. Le guerre d'Europa
assorbivano tutte le sue forze, le cortes rifiutavano di votare
nuovi sussidi, e le Molucche erano state aggiunte al Portogallo.
In queste condizioni, dopo aver occupato per cinque anni il
paese ed atteso per tutto questo tempo dei soccorsi che non
erano mai giunti, Cabot fece evacuare in parte i suoi
stabilimenti e torn in Ispagna con una parte della sua gente. Il
rimanente, composto di centoventi uomini lasciati a guardia del
forte di San Spirito, dopo molte peripezie che non possiamo
narrare qui, per per mano degli Indiani, o fu obbligato a
rifugiarsi sulle coste del Brasile negli stabilimenti portoghesi.
Ai cavalli importati da Cabot si deve la meravigliosa razza
selvatica che vive oggid in truppe numerose nelle pampas
della Plata, e questo fu l'unico risultato di quella spedizione.
Qualche tempo dopo il suo ritorno in Spagna, Cabot
rinunzi alla sua carica e venne a stabilirsi a Bristol, verso il
1548, vale a dire al principio del regno d'Edoardo VI. Quali
furono i motivi di questo nuovo cambiamento? Cabot era forse
malcontento d'essere stato abbandonato alle sue proprie forze
durante la spedizione? Fu offeso dal modo con cui furono
ricompensati i suoi servigi? Non sapremmo dirlo. Ma Carlo V
approfitt della partenza di Cabot per togliergli la pensione che
Edoardo VI si affrett a sostituire, facendogli pagare
annualmente 250 marchi, ossia 116 lire sterline ed una
frazione, somma grande per quel tempo.
Il posto che Cabot occup in Inghilterra sembra non poter
essere designato se non col nome d'intendente della marina,
giacch egli sembra aver vegliato a tutti i negozi marittimi
sotto l'autorit del re e del consiglio. Egli d permessi, esamina
dei piloti, redige istruzioni, traccia carte, occupazioni
molteplici, variate, per le quali egli possedeva, cosa tanto rara,
le cognizioni teoriche e pratiche. Nel medesimo tempo,
insegnava la cosmografia al giovane re, gli spiegava le
variazioni d'una bussola e sapeva interessarlo alle cose della
navigazione ed alla gloria che risulta dalle scoperte marittime.
Era uno stato altissimo, quasi unico. Cabot se ne servi per
mettere ad esecuzione un disegno ch'egli accarezzava da un
pezzo.
A quel tempo, il commercio non esisteva per cos dire in
Inghilterra. Tutto il traffico era nelle mani delle citt
anseatiche, Anversa, Amburgo, Brema, ecc. Queste compagnie
di mercanti avevano, in differenti riprese, ottenuto diminuzioni
di diritti d'entrata grandi, ed avevano finito col monopolizzare
il commercio inglese. Cabot pensava che gli Inglesi avevano
tante qualit quanto essi per diventare manifatturieri, e che la
marina gi potente che possedeva l'Inghilterra potrebbe servire
meravigliosamente allo spaccio dei prodotti del suolo e delle
fabbriche. Perch ricorrere a stranieri quando si potevano fare i
propri negozi da s? Se non si era potuto, fino allora, giungere
al Cathay ed all'India per il nord-ovest, non si potrebbe tentare
di giungervi per il nord-est? E se non si riuscisse, non si
troverebbero da quella parte popoli pi commercianti, pi
inciviliti dei miserabili Eschimesi delle coste del Labrador e di
Terra Nuova?
Cabot riun un certo numero di notevoli commercianti di
Londra, espose loro i suoi disegni, e li costitu in
un'associazione di cui egli fu nominato, il 14 dicembre 1551,
presidente a vita. Nel medesimo tempo, egli agiva molto
vigorosamente presso il re, ed avendogli fatto conoscere il torto
che cagionava a' suoi sudditi il monopolio di cui godevano gli
stranieri, ne ottenne l'abolizione il 23 febbraio 1551, ed
inaugurava la pratica della libert commerciale.
L'associazione dei mercanti inglesi, che prese il nome di
mercanti avventurieri, si affrett a far costrurre delle navi
adatte alla difficolt della navigazione nelle regioni artiche. Il
primo perfezionamento che la marina inglese dovette a Cabot,
fu il raddoppiamento della chiglia, ch'egli aveva visto fare in
Spagna, ma che non era ancora praticato in Inghilterra.
Una flottiglia composta di tre navi fu riunita a Deptford.
Erano la Buona Speranza, il cui comando fu dato a sir Hugh
Willoughby, valoroso gentiluomo che si era acquistato nella
guerra una gran riputazione; la Buona Confidencia, capitano
Cornil Durforth; ed il Bonaventura, capitano Riccardo
Chancellor, abile marinaio, amico di Cabot, che ricevette il
titolo di pilota-major. Il sailing master del Bonaventura era
Stephen Burroygh, marinaio consumato, che doveva fare
numerose corse nei mari del nord e diventar pi tardi pilota in
capo d'Inghilterra.
Se l'et e le importanti funzioni impedirono a Cabot di
mettersi a capo della spedizione, egli volle almeno presiedere a
tutti i particolari dell'armamento. Egli ha redatto perfino delle
istruzioni che ci sono state conservate e che provano la
prudenza e l'abilit di questo notevole navigatore. Egli vi
raccomanda l'uso del loche, strumento destinato a misurare la
velocit della nave, e vuole che il giornale degli avvenimenti di
mare sia tenuto con regolarit, che si raccolgano per iscritto
tutte le informazioni sul carattere, i costumi, le abitudini, le
risorse dei popoli che si visiteranno, come pure sui prodotti del
paese. Non si dovr fare alcuna violenza ai nativi, ma usare con
essi cortesemente. Qualsiasi bestemmia deve essere
severamente punita, del pari che l'ubbriachezza. Sono prescritti
gli esercizi religiosi, la preghiera deve esser fatta mattino e sera
come pure la lettura delle sante Scritture una volta al giorno.
Egli termina raccomandando sopra ogni cosa l'unione e la
concordia, ricorda ai capitani la grandezza della loro impresa e
l'amore che raccoglieranno; finalmente promette di unire le sue
preghiere alle loro per la riuscita dell'opera comune.
La squadra spieg le vele il 20 maggio 1558 in presenza
della corte, riunita a Greenwich, in mezzo ad un immenso
concorso di popolazione, dopo feste ed allegrie alle quali il re,
che era malato, non pot assistere. Presso alle isole Loffoden,
sulla costa di Norvegia, all'altezza di Wardhus, la squadra fu
separata dal Bonaventura. Trascinate dall'uragano, le due navi
di Willoughby toccarono senza dubbio la Nuova Zembla e
furono costrette dai ghiacci a ridiscendere al sud. Il 18
settembre, entrarono nel porto formato dalla foce del fiume
Arzina nella Laponia orientale. Qualche tempo dopo, la Buona
Confidencia, separata da Willoughby da un nuovo uragano,
torn in Inghilterra; quanto a quest'ultimo dei pescatori russi
ritrovarono l'anno seguente la sua nave in mezzo ai ghiacci.
L'equipaggio intero era morto di freddo, almeno quanto fa
credere il giornale tenuto, fino al mese di gennaio 1554, dal
disgraziato Willoughby.
Chancellor, dopo d'aver atteso invano i suoi due compagni
al ritrovo che era stato fissato in caso di separazione, si credette
sorpassato, e doppiando il capo Nord, entr in un ampio golfo
che non altro che il mar Bianco, poi sbarc alla foce della
Dwina, presso al monastero San Nicola, sul luogo su cui
doveva sorgere poco stante la citt d'Arkhangel. Gli abitanti di
quei luoghi desolati gli appresero che il paese era sotto il
dominio del gran duca di Russia. Egli risolvette subito di
recarsi a Mosca, non ostante l'enorme distanza che ne lo
separava. Era allora sul trono lo czar Ivan IV Wassiliewitch
detto il Terribile. Gi da qualche tempo, i Russi avevano
scrollato il giogo tartaro, ed Ivan aveva riunito tutti i piccoli
principati rivali in un solo corpo di stato, la cui potenza
incominciava a diventar grande. La situazione della Russia,
esclusivamente continentale, lungi da ogni mare frequentato,
isolata dal rimanente dell'Europa di cui faceva ancora parte,
tanto i suoi costumi ed i suoi usi erano ancora asiatici,
prometteva la riuscita a Chancellor. Lo czar, che fino allora
non aveva potuto procurarsi se non per la via della Polonia le
mercanzie d'origine europea, e che voleva giungere fino ai mari
germanici, vide con piacere gli Inglesi tentar di stabilire un
commercio che doveva riuscir vantaggioso per le due parti.
Non solo egli accolse Chancellor cortesemente, ma gli fece le
offerte pi vantaggiose, gli accord grandi privilegi e lo
incoraggi, coll'affabilit della sua accoglienza, a rinnovare il
suo viaggio. Chancellor vendette con benefizio le sue
mercanzie, prese un altro carico di pelliccie, d'olio di foca e di
balena, di rame e d'altri prodotti, poi torn in Inghilterra con
una lettera dello czar. I profitti che la Compagnia dei mercanti
avventurieri aveva ricavati da questo primo viaggio la
incoraggiarono a tentarne un secondo. Chancellor fece dunque,
l'anno seguente, una nuova corsa ad Arkhangel e condusse in
Russia due agenti della Compagnia, che conclusero collo czar
un trattato vantaggioso. Riprese poscia la via dell'Inghilterra
con un ambasciatore ed il suo seguito che Ivan mandava nella
Gran Bretagna. Delle quattro navi che componevano la flotta,
una per sulle coste di Norvegia, un'altra lasciando Drontheim,
ed il Bonaventura, montato da Chancellor e dall'ambasciatore,
affond nella baia di Pitsligo sulla costa orientale della Scozia,
il 10 novembre 1556. Chancellor anneg nel naufragio, meno
fortunato dell'ambasciatore moscovita, che ebbe la fortuna di
salvarsi; ma i regali e le mercanzie ch'egli portava in Inghilterra
furono perduti.
Tali sono stati i principi della Compagnia inglese di
Russia. Molte spedizioni si sono successe in quei paraggi, ma
sarebbe escire dal nostro compito il narrarle. Torneremo
dunque a Cabot.
Si sa che la regina d'Inghilterra, Maria, aveva sposato il re
di Spagna Filippo II. Quando costui venne in Inghilterra, si
mostr malissimo disposto verso Cabot, che aveva lasciato il
servizio della Spagna e procurava in quel momento medesimo
all'Inghilterra un commercio che doveva in breve aumentare
singolarmente la potenza marittima d'un paese gi formidabile.
Perci non si sar meravigliati nell'apprendere che, otto giorni
dopo lo sbarco del re di Spagna, Cabot fu costretto a rinunciare
al suo posto ed alla sua pensione, entrambi statigli dati a vita da
Edoardo VI. Worthington fu nominato al suo posto. Il signor
Nicholls crede che quest'uomo poco onorevole, che aveva
avuto a che fare colla giustizia, avesse per missione segreta di
pigliare fra i disegni, le carte, le istruzioni ed i progetti di
Cabot, quelli che potessero riuscir alla Spagna. Il fatto che
tutti questi documenti sono oggi perduti, a meno che non si
ritrovino negli archivi di Simancas.
A partire da questo tempo, la storia perde assolutamente di
vista il vecchio marinaio. Lo stesso mistero che regna sulla sua
nascita avvolge il luogo e la data della sua morte. Le sue
immense scoperte, i suoi lavori cosmografici, i suoi studi delle
variazioni dell'ago calamitato, la sua saviezza, la sua umanit,
la sua onorabilit assicurano a Sebastiano Cabot uno dei primi
posti fra gli scopritori. Figura perduta nell'ombra e
nell'incertezza della leggenda fino ai nostri giorni, Cabot deve
ai suoi biografi Biddle, d'Avezac e Nicholls d'essere meglio
conosciuto e pi apprezzato.
II.

Giovanni Verrazzano Giacomo Cartier ed i suoi tre viaggi al Canada
La citt di Hochelaga Il tabacco da fumare Lo scorbuto Viaggio di
Roberval Martino Frobisher ed i suoi viaggi John Davis Barentz e
Heemskerke Lo Spitzberg Svernamento alla Nuova Zembla
Ritorno in Europa Reliquie della spedizione.

Dal 1492 fino al 1524, la Francia si era tenuta, almeno
ufficialmente, in disparte delle imprese di scoperta e di
colonizzazione. Ma Francesco I non poteva vedere con occhio
tranquillo la potenza del suo rivale Carlo V ricevere un grande
accrescimento colla conquista del Messico. Egli incaric
dunque il Veneziano Giovanni Verrazzano, che era al suo
servizio, di fare un viaggio d'esplorazione. Noi vi ci fermeremo
un po' , bench i luoghi visitati siano stati gi riconosciuti
molte volte, giacch, per la prima volta, la bandiera della
Francia sventola sulle spiaggie del Nuovo Mondo. Questa
esplorazione, del resto, doveva preparare quelle di Giacomo
Cartier e di Champlain al Canada, del pari che le disgraziate
esperienze di colonizzazione nella Florida fatte da Giovanni
Bibaut e da Laudonnier, il sanguinoso viaggio di rappresaglie
di Gourgues ed il tentativo di stabilimento al Brasile di
Villegagnon.
Non si ha alcun particolare biografico su Verrazzano. In
quali circostanze entr egli al servizio della Francia? Quali
erano i suoi titoli al comando d'una tale spedizione? Nulla si sa
del viaggiatore veneziano, giacch non si ha di lui se non la
traduzione italiana del suo rapporto a Francesco I, pubblicata
nella raccolta di Ramusio. La traduzione francese di questa
traduzione italiana esiste, in compendio, nell'opera di Lescarbot
sulla Nuova Francia e nella Storia dei Viaggi.
Partito con quattro navi per fare delle scoperte
nell'Oceano, dice Verrazzano in una lettera diretta da Dieppe,
l'8 luglio 1524, a Francesco I, egli fu costretto dall'uragano a
rifugiarsi con due delle sue navi, il Delfino e la Normanna, in
Bretagna, dove pot riparare le avarie. Di l, egli fece vela
verso le coste di Spagna, sulle quali pare che abbia dato la
caccia a qualche nave spagnuola. Noi lo vediamo lasciare col
Delfino soltanto, il 17 gennaio 1524, un isolotto disabitato nelle
vicinanze di Madera, e lanciarsi sull'Oceano con un equipaggio
di cinquanta uomini, ben provvisto di viveri e di munizioni per
otto mesi di viaggio.
Venticinque giorni pi tardi, egli ha fatto cinquecento
leghe nell'ovest, allorch assalito da un terribile uragano, e
venticinque giorni dopo, vale a dire l'8 od il 9 marzo, avendo
percorso circa quattrocento leghe, egli scopre, a 30 di
latitudine nord, una terra ch'egli crede non essere stata
esplorata fino allora. Prima d'arrivare, essa ci sembr
bassissima, ma avvicinandoci ad un quarto di lega,
riconoscemmo dai gran fuochi accesi lungo i seni del mare, che
era abitata, e ripromettendoci di prender terra per aver
conoscenza del paese, navigammo pi di cinquanta leghe
invano, di modo che, vedendo che sempre la costa volgeva al
mezzod, risolvemmo di tornare indietro. I Francesi, trovando
un punto adatto allo sbarco, videro molti indigeni che venivano
loro incontro, ma che fuggirono quando li videro prender terra.
Ricondotti poco stante dai segni e dalle dimostrazioni
amichevoli dei Francesi, essi si mostrarono molto meravigliati
dei loro abiti, del loro viso e della bianchezza della loro pelle.
Gli indigeni erano affatto nudi, tranne il mezzo del corpo,
coperto di pelli di martora, sospese ad una stretta cintura d'erbe
gentilmente tessute ed ornate di code d'altri animali che
cadevano loro fino alle ginocchia. Alcuni portavano delle
corone di penne d'uccelli. Essi sono bruni di pelle, dice la
relazione, ed affatto simili ai Saraceni; i loro capelli sono neri,
non troppo lunghi, legati insieme dietro la testa in forma di
piccole code. Hanno le membra ben proporzionate, sono di
statura media, sebbene un po' pi alti di noi, e non hanno altro
difetto che d'avere il viso piuttosto largo; sono poco forti, ma
agili e fra i pi veloci corridori della terra. Fu impossibile a
Verrazzano il raccogliere dei particolari sui costumi ed il
genere di vita di quei popoli, a causa del poco tempo ch'egli
rimase con essi. La spiaggia era, in quel luogo, formata di
sabbia fina, incurvata qua e l di collinette arenose, dietro le
quali erano seminati boschetti e foreste fittissime cos
piacevoli alla vista che una meraviglia. Vi era in quel paese,
per quanto fu possibile giudicarne, abbondanza di cervi, di
daini e di lepri, dei laghi e degli stagni d'acqua corrente, come
pure gran quantit d'uccelli.
Questa terra giace a 34; dunque la parte degli Stati Uniti
che porta oggi il nome di Carolina. L'aria vi pura e salubre, il
clima temperato, il mare da per tutto senza scogli e non
ostante la mancanza di porti, non sgradevole ai navigatori.
Durante tutto il mese di marzo i Francesi seguirono la
costa, che parve loro abitata da popoli numerosi. La mancanza
d'acqua li costrinse molte volte a scendere a terra, ed essi
poterono accertare che ci che piaceva pi ai selvaggi, erano
gli specchi, i sonagliuzzi, i coltelli ed i fogli di carta. Un
giorno, essi mandarono a terra una scialuppa con venticinque
uomini. Un giovane marinaio salt nell'acqua, perch non
poteva pigliar terra a cagione dei fiotti e delle correnti, per dare
alcune piccole derrate a quel popolo, ed avendone gettate da
lontano, perch ne diffidava, fu spinto violentemente dalle
onde sulla spiaggia. Gli Indiani, vedendolo in questo stato, lo
pigliarono e lo portarono molto lontano dalla riva, con gran
stupore del povero marinaio, il quale s'aspettava d'essere
sacrificato. Avendolo messo al piede d'un poggio sotto i raggi
del sole, lo spogliarono completamente, meravigliandosi della
bianchezza della sua carne, ed accendendo un gran fuoco, lo
fecero tornare in s e ristorare, e fu allora che, tanto quel
povero giovanotto quanto coloro che erano nella barca
credettero che quegli Indiani lo dovessero trucidare ed
immolare, facendo arrostire la sua carne in quel gran braciere,
per poi cibarsene come uso dei cannibali. Ma avvenne tutto
all'opposto; giacch avendo espresso il desiderio di tornare alla
barca, essi lo ricondussero alla riva del mare, ed avendolo
baciato amorosamente, si ritirarono sopra una collina per
vederlo rientrare nella barca.
Continuando a seguire la spiaggia verso il nord per pi di
cinquanta leghe, i Francesi giunsero ad una terra che parve loro
pi bella, essendo coperta di fitti boschi. Venti uomini si
addentrarono per pi di due leghe in quelle foreste, e non
tornarono alla spiaggia se non per paura di smarrirsi. Avendo
in quel tragitto incontrato due donne, una giovane ed una
vecchia con dei fanciulli, essi s'impadronirono d'uno di questi
ultimi, che poteva avere otto anni, nell'intento di condurlo in
Francia; ma non poterono fare altrettanto della giovane, che si
mise a gridare con tutte le sue forze, chiamando in aiuto i suoi
compatrioti che erano nascosti nei boschi. In quel luogo, i
selvaggi erano pi bianchi di tutti quelli che avevano visti fino
allora; essi pigliavano gli uccelli al laccio e facevano uso d'un
arco di legno durissimo e di freccie armate d'ossa di pesci. Le
loro barche, lunghe venti piedi e larghe quattro, erano scavate
col fuoco in un tronco d'albero. Le viti selvatiche erano
numerose e davano la scalata agli alberi in lunghi festoni, come
fanno in Lombardia. Con un po' di coltura, esse avrebbero
senza dubbio prodotto un eccellente vino, giacch il frutto ne
era soave e dolce, simile al nostro, e noi credemmo che gli
indigeni non vi fossero insensibili, giacch da per tutto dove
crescevano quelle viti, essi avevano cura di togliere i rami degli
alberi circostanti affinch il frutto potesse maturare. Delle
rose selvatiche, dei gigli, delle viole ed ogni sorta di piante e di
fiori odoriferi, nuovi per gli Europei, tappezzavano da per tutto
il suolo e spandevano nell'aria profumi balsamici.
Dopo d'essere rimasti tre giorni in quei luoghi incantevoli,
i Francesi continuarono a seguire la costa verso il nord,
navigando di giorno e gettando l'accora di notte. Siccome la
terra volgeva all'est, fecero ancora una cinquantina di leghe in
quella direzione, e scoprirono un'isola di forma triangolare,
lontana dal continente una decina di leghe, simile per
grandezza all'isola di Rodi, ed alla quale fu dato il nome della
madre di Francesco I, Luigia di Savoia. Poi giunsero ad un'altra
isola lontana una quindicina di leghe, che possedeva un porto
magnifico ed i cui abitanti vennero in folla a visitare le navi
straniere. Due re, segnatamente, erano d'una bella statura e
d'una gran bellezza. Vestiti d'una pelle di cervo, colla testa
nuda, coi capelli tirati indietro e legati a mazzi, essi portavano
al collo una larga catena, ornata di pietre colorate. Era la
nazione pi notevole che si fosse incontrata fino allora. Le
donne sono graziose, dice la relazione pubblicata da Ramusio.
Le une portano sulle braccia delle pelli di lupo cerviero; la loro
testa ornata dei capelli intrecciati, e lunghe treccie pendono
loro dai due lati del petto; altre hanno delle acconciature che
ricordano quelle delle donne d'Egitto e di Siria; sono le pi
attempate e le donne maritate che portano degli orecchini di
rame lavorato. Questa terra situata sotto il parallelo di Roma,
a 41
1
/
2
, ma il clima ne molto pi freddo.
Il 5 maggio, Verrazzano lasci quel porto e segu il litorale
per centocinquanta leghe. In fine egli giunse ad un paese i cui
abitanti non rassomigliavano guari a quelli ch'egli aveva
incontrati fino allora. Essi erano cos selvaggi, che fu
impossibile l'avviare alcun commercio, alcuna relazione
continuata. Ci ch'essi sembravano stimare sopra tutto, erano
gli ami, i coltelli e tutti gli oggetti di metallo, non dando valore
alcuno a tutti i gingilli che avevano fino allora servito agli
scambi. Venticinque uomini armati scesero e s'internarono due
o tre leghe nel paese. Essi furono accolti dai naturali a
frecciate; dopo di che, costoro si ritirarono nelle immense
foreste, che sembravano coprire tutta la regione.
Cinquanta leghe pi lungi si stende un ampio arcipelago,
composto di trentadue isole, tutte vicine alla terra, separate da
stretti canali che ricordarono al navigatore veneziano gli
arcipelaghi che, nell'Adriatico, seguono le coste della
Schiavonia e della Dalmazia. In fine, centocinquanta leghe pi
lungi ancora, a 50 di latitudine, i Francesi giunsero alle terre
scoperte un tempo dai Brettoni. Mancando allora le provviste,
ed avendo esplorata la costa d'America per una lunghezza di
700 leghe, essi tornarono in Francia e sbarcarono felicemente a
Dieppe nel mese di luglio 1524.
Alcuni storici narrano che Verrazzano, fatto prigioniero
dai selvaggi che abitavano le coste del Labrador, fu mangiato
cosa materialmente impossibile, giacch egli diresse da
Dieppe a Francesco I il racconto del viaggio che noi abbiamo
compendiato. D'altra parte, gli Indiani di quelle regioni non
erano antropofagi. Certi autori, non abbiamo potuto scoprire
sulla fede di quali documenti n in quali circostanze, narrano
che Verrazzano, caduto in potere degli Spagnuoli, fu condotto
in Ispagna, e quivi appiccato. pi saggio il confessare che
non sappiamo nulla di certo su Verrazzano, e che ignoriamo
affatto quali ricompense ha potuto procurargli il suo lungo
viaggio. Forse, quando un erudito avr consultato i nostri
archivi, il cui spoglio ed il cui inventario sono lungi dall'essere
terminati, si scoprir qualche nuovo documento, ma, per ora,
conviene accontentarci del racconto di Ramusio.
Dieci anni pi tardi, un capitano maluino chiamato
Giacomo Cartier, nato il 21 dicembre 1484, form il disegno di
stabilire una colonia nelle parti settentrionali dell'America.
Favorevolmente accolto dall'ammiraglio Filippo di Chabot e da
Francesco I, il quale chiedeva di vedere l'articolo del
testamento d'Adamo che lo diseredasse del Nuovo Mondo a
profitto dei re di Spagna e di Portogallo, Cartier lasci Saint-
Mal con due navi, il 20 aprile 1534. La nave che lo portava
non stazzava che sessanta tonnellate ed aveva sessantun uomo
d'equipaggio. In capo a soli venti giorni tanto la navigazione fu
fortunata, Cartier scopri Terra Nuova al capo di Buona Vista.
Egli risal allora nel nord fino all'isola degli Uccelli, che trov
circondata da un ghiaccio rotto e liquefacentesi, ma sul quale
egli pot, per altro, fare una provvista di cinque o sei tonnellate
di urie, di artiche e di pinguini, senza contare quelli che furono
consumati freschi. Egli esplor poi tutta la costa dell'isola, che
aveva in quel tempo una quantit di nomi brettoni, il che prova
l'assidua frequenza dei nostri compatrioti in quei paraggi. Poi,
penetrando nello stretto di Bell'Isola, che separa il continente
dall'isola di Terra Nuova, Cartier pervenne al golfo di San
Laurent. Su tutta questa costa i porti sono eccellenti. Se la
terra corrispondesse alla bont dei porti, dice il navigatore
maluino, sarebbe un gran bene; ma non la si deve chiamar
terra, giacch sono piuttosto ciottoli e scogli selvatici, luoghi
adatti per le belve feroci: come in tutta la terra verso il nord, io
non vidi tanta terra da poterne empire una carriuola. Dopo
aver costeggiato il continente, Cartier fu buttato dall'uragano
sulla costa occidentale di Terra Nuova, dove egli esplor i capi
Reale, di Lait, le isole Colombare, il capo San Giovanni, le
isole della Maddalena e la baia di Miramichi sul continente. In
questo luogo, egli ebbe qualche rapporto coi selvaggi, che
mostrarono una meravigliosa allegrezza d'avere delle
ferramenta ed altre cose, danzando sempre e facendo molte
cerimonie, tra le altre, quella di buttarsi dell'acqua marina sulla
testa colle mani; tanto che ci diedero tutto quanto avevano, non
serbando nulla. Il domani, il numero dei selvaggi fu ancora
pi grande, ed i nostri marinai francesi fecero ampia raccolta di
pelliccie e di pelli d'animali. Esplorata la baia dei Calori,
Cartier giunse all'ingresso dell'estuario del San Laurent, dove
egli vide dei naturali che non avevano n le maniere n il
linguaggio dei primi. Costoro possono venir chiamati
selvaggi, giacch non si pu trovar gente pi povera al mondo,
ed io credo che, tutti insieme, non avessero pel valore di cinque
soldi, tranne le loro barche e le loro reti. Essi portano la testa
interamente rasa, fuorch un ciuffo di capelli sul sommo del
cranio, i quali capelli lasciano crescere lunghi come una coda
di cavallo, e legano sulla testa con aghi di cuoio. Essi non
hanno altra dimora che le loro barche, che rovesciano per
sdraiarvisi sotto sulla terra, senza alcuna coperta. Dopo aver
piantato una gran croce in quel luogo, Giacomo Cartier ottenne
dal capo di condur con lui due de' suoi figliuoli, che
ricondurrebbe al suo prossimo viaggio; poi, riprese la via di
Francia e sbarc a Saint-Mal, il 5 settembre 1534.
L'anno successivo, il 19 maggio, Cartier lasci Saint-Mal
a capo d'un armamento composto di tre navi chiamate il
Grande ed il Piccolo Ermellino e l'Emerillon, sulle quali si
erano imbarcati alcuni gentiluomini importantissimi, fra cui
convien citare Carlo della Pommeraye e Claudio di Pont-
Briant, figlio del sire di Moncevelles e coppiere del Delfino.
Da bel principio, la squadra fu dispersa dall'uragano e non pot
riunirsi che a Terra Nuova. Dopo d'aver approdato all'isola
degli Uccelli, nel seno del Blanc-Sablon, che nella baia dei
Castelli, Cartier penetr nella baia di San Laurent. Egli vi
scopr l'isola Natiscotec, che noi chiamiamo Anticosti, e
penetr in un gran fiume chiamato Hochelaga, che conduce al
Canada. Sulle sponde del fiume si estende il paese di
Saguenay, donde viene il rame rosso, chiamato caquetdaz dai
due selvaggi ch'egli aveva preso nel primo viaggio. Ma prima
di penetrare nel San Laurent, Cartier volle riconoscere tutto il
golfo per vedere se non esistesse qualche passaggio verso il
nord. Egli ritorn poi alla baia delle Sette Isole, risali il fiume e
giunse poco stante al fiume di Sanguenay, che si getta nel San
Laurent sulla sua riva settentrionale. Un po' pi oltre, dopo aver
sorpassato quattordici isole, egli entr sulle terre del Canada
che mai nessun viaggiatore aveva visitate prima, di lui.
Il domani, il signore di Canada, chiamato Donnaconna,
venne con dodici barche presso le navi, accompagnato da
sedici uomini. Egli incominci in faccia alla pi piccola delle
nostre navi a fare una predica secondo la loro moda, agitando il
corpo e le membra in guisa meravigliosa, il che una
cerimonia d'allegria. E quando fu giunto alla nave generale,
dove erano i due indiani ricondotti dalla Francia, il detto
signore parl ad essi, ed essi a lui. Ed incominciarono a
narrargli ci che avevano visto in Francia, ed il buon
trattamento che avevano ricevuto, del che fu il detto signore
allegrissimo e preg il capitano di aprirgli le sue braccia per
baciarlo, che il modo di far buona accoglienza nella detta
terra. Il paese di Stadacone o di San Carlo fertile e pieno di
begli alberi della natura di quelli di Francia, come quercie,
olmi, pruni, faggi, cedri, viti, biancospini, che danno frutti
grossi come prugne, ed altri alberi, sotto i quali cresce una
canapa buona quanto quella di Francia. Cartier pervenne poi,
colle sue barche ed il suo gallione, fino ad un punto che il
Richelieu d'oggid, poi fino ad un gran lago formato dal fiume,
il lago San Pietro, e giunse finalmente ad Hochelaga o
Montreal, vale a dire a dugentodieci leghe dalla foce del San
Laurent. In quel luogo vi sono delle terre coltivate e belle e
grandi campagne piene di biada, che come miglio del Brasile,
grossa quanto ceci o pi, della quale vivono come noi facciamo
del frumento. E fra queste campagne situata e posta la detta
citt di Hochelaga presso una montagna che le sta intorno, ben
coltivata e piccina, stando sopra la quale si vede molto da
lontano. Noi battezzammo quella montagna il Monte Reale.
L'accoglienza fatta a Giacomo Cartier fu cordialissima. Il
capo o Aguhanna, che era tutto paralitico nelle membra, preg
il capitano di toccarlo come se ci potesse guarirlo. Poi dei
ciechi, dei monocoli, degli zoppicanti, degli impotenti vennero
a sedersi presso Giacomo Cartier, perch egli li toccasse, tanto
pareva un Dio disceso per guarirli. Il detto capitano, vedendo
la piet e fede del detto popolo, disse l'evangelio di San
Giovanni, ossia: In principio, facendo il segno della croce sui
poveri infermi, pregando Dio di dar loro cognizione della
nostra santa fede e grazia d'ottenere la cristianit ed il
battesimo. Poi il detto capitano prese un libro d'ore e ad alta
voce lesse la passione di Nostro Signore, in modo che tutti gli
astanti potessero udirlo, tutto quel povero popolo facendo un
gran silenzio, guardando il cielo e facendo le stesse cerimonie
che ci vedevano fare. Dopo d'aver preso cognizione del paese
che si scopriva a trenta leghe tutt'intorno dall'alto del Monte
Reale e d'aver raccolto certe notizie sui salti e le correnti del
San Laurent, Giacomo Cartier riprese la via del Canada dove
non tard a raggiungere le sue navi. Noi gli dobbiamo le prime
notizie sul tabacco da pipa che non sembra essere stato in uso
in tutta l'estensione del Nuovo Mondo. Essi hanno un'erba,
egli dice, di cui fanno una gran raccolta durante l'estate per
l'inverno. La stimano molto, e gli uomini se ne servono in
questo modo: la fanno disseccare al sole e la portano al collo in
una piccola pelle d'animale, in guisa di sacco, con un tubo di
pietra o di legno; poi, ad ogni ora, riducono in polvere la detta
erba, la mettono ad una delle estremit del detto tubo, poi vi
mettono sopra un carbone acceso e soffiano all'altra estremit,
fin tanto che si empiono il corpo di fumo, che esce loro dalla
bocca e dalle narici come da un fumaiuolo. Noi abbiamo
esperimentato il detto fumo; dopo d'averlo messo in bocca
sembra di avervi della polvere di pepe, tanto caldo. Nel
mese di dicembre, gli abitanti di Stadacone furono colpiti da
una malattia contagiosa, che non era se non lo scorbuto. La
detta, malattia si diffuse talmente sulle nostre navi che alla
met di febbraio, di centodieci uomini che eravamo, non ve
n'erano dieci sani. N preghiere, n orazioni, n voti a Nostra
Donna di Roquamadour produssero alcun sollievo. Venticinque
Francesi perirono fino al 18 aprile, e non ve n'erano quattro che
non fossero colpiti da quella malattia. Ma, a quel tempo, un
capo selvaggio apprese a Giacomo Cartier che il decotto delle
foglie ed il sugo d'un certo albero che si crede sia l'abete del
Canada erano molto salutari. Appena due o tre ne ebbero
provato gli effetti benefici, vi fu una tal furia che si voleva
ammazzarsi sulla detta medicina per essere il primo ad averne;
di guisa che un albero grosso e grande fu consumato in meno
d'otto giorni, e produsse un tale benefizio che tutti i medici di
Lovanio e di Montpellier, se si fossero messi con tutte le
droghe d'Alessandria, non avrebbero fatto tanto in un anno
quanto il detto albero aveva fatto in otto giorni.
Alcun tempo dopo, Cartier, dopo aver notato che
Donnaconna cercava di eccitare la sedizione contro i Francesi,
lo fece pigliare insieme con nove altri selvaggi e condurre in
Francia, dove morirono. Egli spieg le vele dal porto di Santa
Croce il 6 maggio, scese il San Laurent, e dopo una
navigazione che non fu segnalata da nessun incidente, sbarc a
Saint-Mal il 16 luglio 1536.
Francesco I, in seguito al rapporto che il capitano maluino
gli fece del suo viaggio, risolvette di prender possesso del
paese. Dopo aver nominato Francesco della Roque, sire di
Roberval, vicer del Canada, egli fece armare cinque navi che,
cariche di provviste e di munizioni per due anni, dovevano
trasportare, nella nuova colonia che si doveva stabilire,
Roberval ed un certo numero di soldati, d'artigiani e di
gentiluomini. Le cinque navi spiegarono le vele il 23 maggio
1541. Esse furono cos contrariate dai venti che ci vollero tre
mesi prima che potessero giungere a Terra Nuova. Cartier non
tocc il porto se non il 23 agosto. Appena ebbe sbarcato le sue
provviste, egli rimand in Francia due delle navi con lettere al
re, rendendogli conto di quanto aveva fatto e dicendo come
qualmente il sire di Roberval non si fosse ancora mostrato, e
che non si sapeva che cosa fosse accaduto di lui. Poi, fece
incominciare dei lavori di dissodamento, costrurre un forte e
gettare le prime fondamenta della citt di Quebec. Egli prese
poi con s Martino di Paimpont ed altri gentiluomini, and ad
Hochelaga e si rec ad esaminare i tre salti di Santa Maria,
della China e di San Luigi. Al suo ritorno a Santa Croce, trov
Roberval che era arrivato, e rientr nel mese d'ottobre 1542 a
Saint-Mal, dove mor probabilmente dieci anni pi tardi.
Quanto alla nuova colonia, Roberval essendo perito in un
secondo viaggio, essa veget e non fu pi che un magazzino
fino al 1608, epoca della fondazione di Quebec per opera di
Champlain, di cui racconteremo pi oltre i servigi e le scoperte.
Abbiamo visto come Cartier, partito prima alla ricerca del
passaggio del nord-ovest, era stato condotto a prender possesso
del paese ed a gettare le basi della colonia del Canada. In
Inghilterra avveniva un movimento simigliante, alimentato
dagli scritti di sir Humphrey Gilbert e di Richards Wills. Essi
finirono col trascinare l'opinione pub