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piccole conferenze 3

Fratelli dItalia
La scrittura e i valori del Risorgimento

piccola conferenza con

Enza Del Tedesco

aprile 2011 Scuola Bertolini Portogruaro Area della ricerca metodologico/didattica Pubblicazione a cura di Daniele Dazzan Scelta dei materiali di approfondimento: Antonella Casagrande, Daniele Dazzan

Piccole conferenze per grandi incontri

Non un festival della losoa o della matematica in piccolo (e tuttavia non sono estranee le recenti sollecitazioni della Philosophy for children), ma un festival della scuola che incontra Grandi Maestri, disponibili a far circolare dentro la scuola stessa le loro idee e capaci di rivolgersi a un pubblico di ragazzi. Una proposta culturale nata dentro la scuola, non preconfezionata allesterno di essa: gli insegnanti restano i proponenti, i coordinatori, gli arteci delliniziativa, e mettono in circolo le loro competenze disciplinari e il loro impegno transdisciplinare per la ricostruzione della rete di relazioni che coinvolge il mondo della conoscenza. La collocazione delle Piccole conferenze nel Teatro Comunale Luigi Russolo, reso disponibile dallAmministrazione di Portogruaro, sottolinea la partecipazione convinta dellistituzione pubblica a un progetto di rivisitazione critica dei saperi tradizionali e di approfondimento dei nuovi saperi emergenti: il teatro della citt si conferma teatro delle idee e luogo di incontro tra scuola e societ civile. La compartecipazione di una grande realt produttiva del territorio al progetto si congura, inne, come ulteriore presenza signicativa nella positiva, sinergica triangolazione delle forze vive messe in gioco, tutte interessate alla crescita culturale e alla costruzione del benessere collettivo: il mondo della scuola, lamministrazione pubblica, il mondo del lavoro e della produzione.

Presentazione
di Daniela Giovanna Villotta, Dirigente scolastico

Fratelli dItalia. La scrittura e i valori del Risorgimento il titolo del terzo appuntamento delle Piccole conferenze per grandi incontri, promosse dalla Scuola Bertolini e dallAmministrazione Comunale di Portogruaro, con il sostegno della Coop consumatroi Nordest e dellantico ristorante Spessotto. Mi piace ricordare che liniziativa ha avuto il suo battesimo il 15 maggio scorso, alla presenza del direttore dellUfcio Scolastico Provinciale, dott. Domenico Martino, con la piccola conferenza di Silvia Bencivelli, redattrice di Radiotre Scienza, che ha intrattenuto il nutrito e attento uditorio parlando delle basi neurologiche della musicalit umana, del piacere della musica, dei rapporti tra musica linguaggio. Il nove ottobre 2010 stata invece la volta della scrittrice Antonia Arslan, che ha conquistato tutti con le storie del popolo armeno tragicamente segnato dallorrore del genocidio, Lincontro di oggi ci vede in compagnia della professoressa Enza Del Tedesco, ricercatrice delluniversit di Padova, che intratterr alunni e docenti della nostra scuola, insieme ai genitori e ai cittadini di Portogruaro, sui temi e sui problemi della storia risorgimentale cos come emergono nei testi del nostro Ottocento. Qual stato il ruolo della scrittura (dei poeti, dei letterati, ma anche dei parolieri o dei librettisti...) nella diffusione dei valori che animavano le gesta velleitarie dei tanti giovani italiani di quel tempo? Progetti impossibili ma tenacemente perseguiti, quelli dei pa-

trioti, come scriveva Paolo Rumiz in un suo articolo di qualche mese fa: Bastava cantare. Anche se si era in mille contro centomila, come quei matti che salparono da Quarto nel maggio del 1860... Se Garibaldi avesse dovuto decidere limpresa sulla base di sondaggi, non sarebbe partito mai e non avrebbe fatto la storia. E, soprattutto, per usare le parole del presidente Napolitano, in che modo la scrittura ha potuto tener vivi quellimpegno civile, quel disinteresse, quel coraggio che animarono il Risorgimento e che non possono essere considerati sorpassati nel nostro tempo? Dietro la retorica sicuramente piuttosto datata dei testi ottocenteschi, che a volte pare spingerli nelle regioni del mito, dellingenuit, del abesco, si celano una verit di intenzioni e una forza giovanile di cui oggi, purtroppo, si avverte la mancanza. In una attualit fatta di efcienza, di calcolo, di ottimizzazione, siamo sicuri di non aver pi bisogno delle belle lettere? Siamo certi di poter fare a meno di quella dimensione umanistica, anche utopica, che da sempre ha contribuito a conferire senso al nostro vivere quotidiano? Sono interogativi a cui oggi cercheremo di dare risposta con il contributo della nostra ospite. So che anche questa volta docenti e alunni hanno lavorato con interesse ed impegno per la riuscita della giornata (alunni e docenti di dieci terze classi, di quattro sedi, in uno sforzo corale di... unit!) A loro, al prof. Dazzan, curatore del progetto, allAmministrazione comunale, alle persone presenti e a tutti coloro che ci sostengono in questa ambiziosa avventura che ha come scopo lo voglio ricordare di fare dei nostri alunni cittadini dal palato rafnato, il mio grazie riconoscente. Rammento inne che gli appuntamenti con le Piccole conferenze proseguiranno in aprile, con Furio Honsell, sul mondo dei numeri e i numeri del mondo; in maggio con Enrico Verdecchia sulla Londra dei cospiratori e poi, nel prossimo anno scolastico, con personalit della cultura e della ricerca come il magistrato Gherardo Colombo e il glottologo Andrea Moro...

Enza Del Tedesco

Nata a Pordenone nel 1970, Enza Del Tedesco assegnista presso il Dipartimento di Italianistica dellUniversit di Padova, dove si laureata e ha conseguito il diploma di dottore di ricerca in letteratura italiana moderna e contemporanea. curatrice, con Beatrice Bartolomeo, dellArchivio degli scrittori veneti del Novecento, che ha sede presso lo stesso Dipartimento. Attualmente impegnata in una ricerca sulla narrativa di tematica risorgimentale, si dedicata alla narrativa dellOttocento, curando con Cesare De Michelis la redazione di una antologia di autori italiani dellOttocento (Roma, 2005), e alla narrativa del Novecento, in particolare darea veneta e napoletana (Parise, Piovene, Drigo, Striano), al romanzo storico e ai rapporti tra letteratura e cinema (Pratolini, Camillo Boito). Ha pubblicato saggi su riviste (Studi Novecenteschi, Studi Pasoliniani, Paragone, Italian Poetry Review) e in volumi, e partecipato a convegni di studi. nella redazione di Studi Pasoliniani, rivista internazionale diretta da Guido Santato

Avvertenza A causa di un inconveniente tecnico, la registrazione dellincontro risultata inutilizzabile. La gentilezza e disponibilit della Prof.ssa Del Tedesco, che ha fornito una versione scritta del suo contributo, ha permesso di recuperare la prima parte della conferenza: purtroppo non stato possibile ricostruire la seconda parte, con le domande dei ragazzi e le risposte della Relatrice.

Avvio
a cura di Daniele Dazzan

La ricorrenza del centocinquantesimo anniversario dellUnit dItalia ci ha suggerito di dedicare questa Piccola conferenza ad un tema molto importante, fondamentale per la scuola e la cultura: e cio alla questione del ruolo della letteratura, del mondo della parola, nella diffusione di un valore fondante come quello della fratellanza. Fratelli dItalia. La scrittura e i valori del Risorgimento il titolo dellincontro di oggi con Enza Del Tedesco, studiosa dellUniversit di Padova. un titolo volutamente problematico. Fratelli dItalia , come si sa, linizio di un inno scritto nel 1847 da un ragazzo di venti anni. Un ragazzo che era pronto a dare la propria vita per i suoi ideali e che, qualche mese dopo averlo scritto, mor per difendere lesperienza pi avanzata e cruciale del Risorgimento, quella della Repubblica romana. Laltro ieri, sul Corriere della Sera, unintervista al presidente Ciampi mostrava invece no a che punto sia purtroppo quanto mai attuale un altro modo di dire: fratelli coltelli: Noi siamo da secoli / calpesti, derisi / perch non siam popolo / perch siam divisi, citava il presidente Ciampi a commento dei tira e molla sulla festa nazionale del 17 marzo. Non si pu continuava il Presidente mettere in om13

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bra lo spirito vitale e i valori da cui, centocinquantanni or sono, nacque lItalia. Lo stesso spirito sottolineava che anim poi la lotta di liberazione contro il nazifascismo e che fece maturare la Costituzione del 1948. Come giustamente poco fa accennava la dirigente Prof. ssa Villotta, quelle che spronavano gli animi dei patrioti, e che li spingevano anche a folli imprese, erano parole che a noi suonano un po retoriche, forse anche esagerate, o ingenue. Ma erano parole che davano linfa e vitalit a idee e utopie perseguite con giovanile ardore e purezza di intenzioni. Libert, uguaglianza, fraternit non erano parole vuote: sono stati i valori fondanti della nostra Nazione. E, tra tutti, quello della fratellanza senza dubbio il valore pi intimo, pi legato alla dimensione dei sentimenti. Luguaglianza si pu anche imporre per legge, la libert pu anche essere concessa dallalto... La fratellanza non pu essere imposta n concessa: pu solo essere sentita, provata dentro di s. E tuttavia se non c vengono facilmente meno le altre due. Parafrasando il grande losofo francese Edgar Morin: luguaglianza da sola limita la libert; la libert da sola uccide luguaglianza. La fratellanza necessaria perch spinge alla ricerca di una pi perfetta uguaglianza e alla pratica della migliore libert possibile. La fratellanza legame e quindi in apparenza il contrario della libert ; ma un legame che permette la compassione, e quindi la condivisione di speranze e ideali. Essa sola pu trattenerci dallarbitrio e fare in modo che nei fratelli possiamo riconoscere altri noi stessi. Forse proprio questo che ne fa uno dei valori pi tenacemente espressi e diffusi della scrittura patriottica risorgimentale. Essa il luogo privilegiato del sentimento, un tuttuno con il racconto che si nutre di sentimento, e pu scatenare la passione civile e le azioni conseguenti. 14

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Come nel breve spezzone tratto dalle primissime scene di Senso, storico lm di Luchino Visconti che abbiamo scelto per dare inizio a questo appuntamento. 1866: siamo a Venezia, al Teatro La Fenice. Si sta rappresentando il Trovatore di Verdi. Sulla scena Manrico, allevato da Azucena, la zingara, apprende che costei sta per essere giustiziata. Allora Manrico rivela a Leonora di essere suo glio, glio della zingara. E con lanimo inammato grida il suo proposito battagliero: Di quella pira... lorrendo foco tutte le bre marse, avvamp! Empi, spegnetela, o chio fra poco col sangue vostro la spegner! Era gi glio prima damarti... non pu frenarmi il tuo martir! Madre infelice, corro a salvarti, o teco almeno corro a morir!

Manrico, Di quella pira. Fotogramma tratto da Senso di Visconti

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Il drappello dei suoi armati ne rinforza il proposito: Allarmi, allarmi! eccone presti a pugnar teco, o teco a morir. Non difcile scorgere nella Madre infelice la Madre Patria, e in Manrico e nei suoi armati i gli/fratelli di questa Madre Patria: pronti a correre a salvarla, pronti a pugnar per lei, per lei a combattere uniti; e pronti insieme anche a morir!

Particolare della locandina della prima rappresentazione del Trovatore al Teatro La Fenice di Venezia, il 26 dicembre 1853

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Patriottismo, nazionalismo e razzismo stanno tra loro come la salute, la nevrosi e la pazzia.
UMBERTO SABA, Scorciatoie e raccontini.

Chi di noi non ha glio, fratello od amico che spenda il sangue o la giovent nelle guerre? E che speranze, che ricompense gli apparecchiate? E come, nellagonia della morte lo consoler il pensiero di rivivere almeno nel petto de suoi cittadini, se vede che la storia in Italia non tramandi i nobili fatti alla fede delle venture generazioni?1

Cos aveva scritto Ugo Foscolo nel 1809, inaugurando quel tema della morte esemplare e del passaggio ereditario raccolto dai posteri, che Ippolito Nievo aveva poi promosso a fondamento della costruzione dellidentit nazionale attraverso le vicende del suo Carlino. Sarebbe stata la memoria individuale e familiare trasmessa, raccolta, divulgata a comporre il magnico arazzo della storia nazionale,
UGO FOSCOLO, Dellorigine e dellofcio della letteratura, Prolusione al corso di eloquenza allUniversit di Pavia, tenuta il 22 gennaio 1809, in Opere, II, a cura di Franco Gavazzeni, MilanoNapoli, Ricciardi, 1931, p.1321.
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cosicch la storia potesse, nel suo svolgersi, diventare un giorno memoria comunitaria, patrimonio condiviso. E se alla storiograa toccava di tramandare i documenti, alla letteratura spettava di trasmettere i valori, per ricordare agli italiani che non erano soli e divisi, ma uniti in una comune tradizione, e in un comune destino: il destino di essere un popolo. Io nacqui veneziano e morr italiano, cos comincia la narrazione della propria vita il vecchio, ormai ottantenne Carlino, confessando il bene e il male, i successi e i fallimenti, di un percorso accidentato verso la piena acquisizione del senso della propria esistenza, ripensandola retrospettivamente come parte di un disegno pi vasto che la comprende e le conferisce quel valore autentico che la morte non estingue: laver guadagnato una patria, una storia, unidentit da trasmettere alle future generazioni; il valore, insomma, di aver vissuto il proprio presente per costruire un passato e tracciare cos la prospettiva di un futuro. Ma Carlino non un eroe, non il generale Napoleone n il poeta Lord Byron, un povero orfano nato nei recessi di un castello di un territorio alla periferia della Serenissima. La sua dunque non la vicenda di un uomo che, solo, cambia la storia, bens di un uomo che vi entra, vi partecipa, quando riconosce negli altri uomini i suoi compagni di strada, i suoi fratelli. Cosaltro un fratello, infatti, se non colui che nutrito da una stessa madre, la patria, e col quale si condivide uno stesso destino, di libert o di schiavit?
[] e dal sommo allimo di questa povera Italia non siamo pertanto diversi gli uni dagli altri come vorrebbero darci a credere. Anzi delle somiglianze ve nhanno di cos strambe che non si riscontrano in veruna altra nazione. Per esempio un contadino del Friuli ha tutta lavarizia tutta la cocciutaggine dun mercante genovese, e un gondoliere veneziano tutto latticismo dun bellimbusto orentino, e un sensale vero-

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nese e un barone di Napoli si somigliano nelle spacconate, come un birro modenese e un prete romano nella furberia. Ufciali piemontesi e letterati di Milano hanno leguale sussiego, lugual fare di padronanza: acquaioli di Caserta e dottori bolognesi gareggiano nelleloquenza, briganti calabresi e bersaglieri dAosta nel valore, lazzaroni napoletani e pescatori chiozzotti nella pazienza e nella superstizione. Le donne poi, oh le donne si somigliano tutte dallAlpi al Lilibeo! Sono tagliate sul vero stampo della donna donna, non della donna automa, della donna aritmetica, e della donna uomo che si usano in Francia in Inghilterra in Germania. Checch ne dicano i signori stranieri, dove vengono i loro poeti a cercare ad accattare un sorsellino damore?...Qui da noi: proprio da noi, perch solamente in Italia vivono donne che sanno inspirarlo e mantenerlo.2

A queste genti dai caratteri tanto simili, cosa mancava dunque per essere una nazione? Quando il giovane Ippolito Nievo era nato nel 1831 scrive le Confessioni dun italiano, tra il dicembre del 1857 e lagosto del 1858, lItalia non esiste ancora, e coloro che erano sopravvissuti ai moti del 48 avevano ancora negli occhi la carnecina nella quale avevano visto morire molti dei loro giovanissimi compagni, dei loro fratelli; e poi gli incendi delle citt, le requisizioni, gli esili, le rappresaglie sulle famiglie dei patrioti. La seconda guerra dIndipendenza, sotto le insegne della monarchia sabauda e la dirigenza di Cavour, sarebbe nalmente stata dichiarata il 26 aprile 1859, lasciando per allAustria Mantova, il Veneto e il Friuli. LItalia insomma, politicamente, era ancora di l da fare. Tanto che quella che racconta il narratore Carlino Altoviti una vicenda che parte dalla storia larco dei fatti si snoda tra il 1775 e il 1858 per arrivare alla sicura, e veriIPPOLITO NIEVO, Le confessioni dun Italiano [Ia ed. a cura di Erminia Fu Fusinato, Firenze, Le Monnier, 1867], a cura di Sergio Romagnoli, Introduzione di Cesare De Michelis, Venezia, Marsilio, 2000, p. 639.
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dica, profezia: strappando dunque la tematica risorgimentale al genere del romanzo storico, per farne oggetto di un romanzo contemporaneo. Il genere del romanzo in Italia nasce e si afferma come trasmissione della storia in funzione della riattivazione dei suoi signicati. La narrazione di alcuni momenti esemplari, sui quali si concentrano anche tragedie, melodrammi, trattati, poesie testi che costituiscono una guida, un canone risorgimentale3 aveva intessuto una liera culturale e antropologica, attraverso le generazioni, nella quale si radicava lidentit della patria: gi scritta, per cos dire, nelle vicende e negli uomini del passato. Narrazioni che la letteratura collazionava per testimoniare agli italiani una comune antica appartenenza, un comune vincolo. Il sentimento della storia, dunque, non era solo servito a emancipare la nazione dalle piccole patrie, dotandola di un corredo e una
3 ALBERTO MARIO BANTI, La nazione del Risorgimento. Parentela, santit e onore alle origini dellItalia unita, Torino, Einaudi, 2000, in particolare il primo capitolo, Il canone risorgimentale; cit., p. 45: Il catalogo per cos dire questo: tra le opere poetiche sono citate le raccolte di Berchet e di Giusti; le poesie patriottiche di Leopardi; Dei Sepolcri, di Foscolo; LEsule, di Giannone; Fratelli dItalia, di Mameli; Marzo 1821, di Manzoni; e Il Risorgimento, di Poerio. Tra le tragedie, Giovanni da Procida e Arnaldo da Brescia, di Niccolini; Francesca da Rimini, di Pellico; Il conte di Carmagnola e Adelchi, di Manzoni. Tra i romanzi, Le ultime lettere di Jacopo Ortis, di Foscolo; Platone in Italia, di Cuoco; Lassedio di Firenze, di Guerrazzi; Ettore Fieramosca e Niccol de Lapi, di DAzeglio. Tra le opere storiche, il Saggio sulla rivoluzione di Napoli del 1799, di Cuoco; la Storia del reame di Napoli, di Colletta; la Storia dItalia dal 1789 al 1814, la Storia dei popoli italiani e la Storia dItalia. Continuata da quella del Guicciardini sino al 1789, di Botta; e La guerra del Vespro siciliano, di Amari. Tra i saggi politici, Del primato morale e civile degli italiani, di Gioberti; e Delle speranze dItalia, di Balbo; tra le opere di memorialistica, Le mie prigioni, di Pellico; e le Memorie, di Pepe. Tra i melodrammi, Lassedio di Corinto, Mos e Guglielmo Tell, di Rossini; Donna Caritea, di Mercadante; Norma, di Bellini; Marino Faliero, di Donizetti; Nabucco, I Lombardi alla prima crociata, Ernani, Attila, Macbeth e La Battaglia di Legnano, di Verdi. DellAleri patriottico ricordato il Misogallo. In forma generica sono ricordati molte volte gli scritti di Mazzini.

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dote costruiti nei secoli dai padri e dai gli che lavevano cantata e difesa, ma a fornire le motivazioni di un riscatto, di una sua ricostruzione imperitura: la vita umana riette Carlo Altoviti un ministero di giustizia, e luomo un sacerdote di essa, e la storia unespiatrice che ne registra i sacrici a vantaggio dellumanit che sempre cangia e sempre vive.4 La storia, insomma, tolta dalla invenzione alla storiograa, veniva strappata dalla dimensione del passato per diventare riscatto morale del presente e, pi ancora, pregurazione del futuro. Alla base delle motivazioni ideologiche che hanno portato i patrioti della prima generazione, nati tra la ne del Settecento e il 1815, alla scoperta della nazione, come unit territoriale e culturale, vi un fenomeno di ribellione giovanile predisposto ad atteggiamenti politicamente eversivi proprio dagli insegnamenti eticopolitici istruiti dalla famiglia, mentre per la generazione successiva, di nati dopo il 1815, i famigliari (e talvolta anche gli insegnanti) cominciano a diventare le fonti dei primi messaggi di carattere nazionalpatriottico.5 Lintreccio tra famiglia e nazione testimoniato soprattutto nelle memorie postunitarie dei democratici: Settembini ricorda il legato paterno, la memoria famigliare della repubblica partenopea e poi dei moti del 1820 come momenti decisivi a formarlo alla nazione; lo stesso Giolitti evidenzier il peso dellesempio degli zii liberali nella sua educazione. Le biograe di Mazzini accentueranno in un crescendo il rapporto madreglio come decisivo ad aprire lanimo allidea di nazione, mettendo in evidenza il ruolo di Maria Drago.6 Il nuovo culto delleroe democratico, che al sacricio per la patria unisce lamore per la famiglia, era stato al centro della retorica patriottica
IPPOLITO NIEVO, Le confessioni dun Italiano, cit., p. 74. ALBERTO MARIA BANTI, La nazione del Risorgimento, cit., p. 40. 6 ILARIA PORCIANI, Famiglia e nazione nel lungo Ottocento italiano, a cura di Eadem, Roma, Viella, 2006, p. 50.
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divulgata dallo stesso Garibaldi.7 Nei discorsi e proclami, gli appelli alle popolazioni che avevano accompagnato la sua avanzata e che molta parte avevano avuto nel 1859 in apertura della campagna di Lombardia, lorgoglio femminile era stato sollecitato proprio nella sua componente materna come indispensabile matrice educativa dello spirito patriottico. Il 3 agosto 1860 a Palermo, nel Proclama alle donne siciliane, Garibaldi, richiamando lesempio di Adelaide Cairoli di Pavia (ricchissima, carissima, gentilissima matrona) che aveva mandato i suoi quattro gli a combattere e a morire per lItalia, le esort: Donne, mandate qui i vostri gli, i vostri amanti.8 Se la trasmissione tra le generazioni, tra genitori e gli, indispensabile presupposto di una compattezza etnica che alimenta un sentimento cordiale di appartenenza alla patria, essa presupponeva la necessit di una rifondazione dei costumi, sanzionata dalla moralizzazione della famiglia cellula della societ e della nazione improntata alle riessioni di Rousseau e Montesquieu, importate in Italia negli anni della dominazione francese. Il problema del suo rinnovamento morale avveniva secondo una logica che vedeva nella famiglia quasi una metonimia della nazione, a essa legata da una trama inesausta di eredit, rispecchia7 LUCY RIALL, Garibaldi. Linvenzione di un eroe, RomaBari, Laterza, 2007, p. 188:Nelle memorie di Garibaldi vi un tentativo di collegare i principi repubblicani dellimpegno politico volontario ai legami affettivi e alle responsabilit della tradizionale famiglia nucleare. Da questo punto di vista, riveste un particolare interesse il ruolo assegnato nelle memorie a sua moglie Anita (chio piango oggi, e pianger tutta la vita!). lei che pi chiaramente incarna la fusione operata da Garibaldi fra un ideale di amore intimo e uno di virt politica, ed sempre lei che viene utilizzata per rappresentare la riconciliazione della vita degli affetti con quella della lotta e dellavventura. 8 IVI, p. 274; GIUSEPPE GARIBALDI, Edizione nazionale degli Scritti di Giuseppe Garibaldi, voll. IVVI, Scritti e discorsi politici e militari, voll. 3, I vol., p. 283.

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menti e proiezioni simboliche.9 Benedetto quello stato civile dove gli affetti privati sono scala alle virt civili; e dove leducazione morale e domestica prepara nelluomo il cittadino, leroe10, sentenzia Carlino. Ma come poteva nascere e prosperare una nazione nella

Copertina illustrata per Le confessioni di un italiano della Casa editrice Imperia, Milano 1924.

quale la famiglia era governata da logiche gerarchiche dettate dalla preminenza del patrimonio, e che, dunque, non alimentava lamore ma linteresse, non la concordia ma la disuguaglianza, non la libert di autodeterminarsi ma il vincolo al lignaggio, non il sacricio ma il privilegio, e nella quale lunico sentimento di appartenenza fosse quello coltivato non nei confronti della patria ma del casato? La nobile famiglia catanese degli Uzeda, I Vicer, della quale seguiamo le vicende dal 1854 al 1882 nel romanzo di Federico De Roberto, disertata da ogni affetto, stigmatizza la costante conittualit che governa le relazioni tra i membri di una stirpe di feudatari, unicamente impegnati
9 SIMONETTA SOLDANI, Il Risorgimento delle donne, in Storia dItalia, Annali 22, Il Risorgimento, a cura di A. M. Banti e Paul Ginsborg, Torino, Einaudi, 2007, p. 184. 10 IPPOLITO NIEVO, Le confessioni dun Italiano, cit., p. 459.

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a far prevalere il proprio interesse. Sempre discordi e governati da sentimenti di competizione, il loro unico sentimento condiviso la superbia di appartenere allillustre casata, espressione di una classe dominante che, se da una parte cerca di ostacolare la corrente progressista portata dal Risorgimento, dallaltra, per non restarne emarginata, ne strumentalizza gli esiti per riconfermare la propria egemonia.
Ma il principe diede della pazza alla sorella; Chiara, sentendosi pungere, si mise a cantare contro il fratello che teneva la ganza in casa e le afdava la glia; Lucrezia, che aveva gi

Locandina per il lm di Roberto Faenza. I Vicer (2007).

fatto pace con Giacomo al tempo del matrimonio di Raimondo, volt nuovamente casacca e accus Giacomo, unicamente perch Benedetto consentiva con lui nel biasimare le stramberie della marchesa; donna Isabella, per distrarre Giacomo, che aveva un umore sempre pi nero, rincar la dose contro il principe, contro Chiara, contro Lucrezia; don Blasco e donna Ferdinanda sofavano nel fuoco ciascuno per suo conto, ora formando leghe contro Chiara, ora contro Giacomo, ora contro la duchessa; e tutti e tutte, giovani e vecchi, fratelli e

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sorelle, zii e nipoti, ricominciavano a buttarsi addosso, volta per volta, laccusa di stravaganza, di ossessione e di pazzia.11

Quella descritta da De Roberto nel 1894 una societ dalla quale sono esclusi sentimenti di fratellanza e solidariet, unicamente dominata da una atavica e ferina volont di sopraffazione, e strutturata secondo una scala gerarchica basata sui diritti acquisiti per nascita, nella quale non dunque consentita la formazione di un patto sociale solidale e interclassista. Nella societ dancien rgime, quella cio dalla quale la cultura liberale doveva emancipare i costumi degli italiani, la continuit secolare della cultura patrimoniale era garantita da consuetudini testamentarie fondate sulla prevalenza dei valori della famiglia su quelli dellindividuo, sanciti dal codice napoletano del 1819, che riconosceva il carattere maschilista e patriarcale delle gerarchie familiari, della famiglia proteggeva il patrimonio e la sua continuit, e sanciva la superiorit netta del legame di sangue su quello coniugale.12 Scrive Federico De Roberto a proposito di Storia di una capinera, il romanzo del maestro Verga del 1871:
A voler imitare il Manzoni, non sarebbe riuscito difcile trovare nelle cronache anche recenti della grande nobilt siciliana qualche spunto simile a quello sviluppato nel celebre episodio della Geltrude. La feudalit era stata formalmente
11 FEDERICO DE ROBERTO, I Vicer [Milano, 1894], in: Romanzi, Novelle, saggi, a cura di Carlo Alberto Madrignani, Milano, Mondadori, 20045, p. 803. 12 PAOLO MACRY, Ottocento. Famiglia, lites e patrimoni a Napoli, Torino, Einaudi, 1988, p. 9. Ivi, p. 24: Celibato, politiche patrimoniali, ineguaglianze ereditarie tendono alla conservazione di patrimoni poco elastici e compensano la mancanza di processi di accumulazione che rigenerino le fonti della ricchezza, generazione dopo generazione. Si tratta di strategie di conservazione, per usare un termine forse troppo evocativo. Spesso, nellesperienza storica dEuropa, il carattere ascrittivo e fortemente ineguale della famiglia si coniuga con la scarsezza delle opportunit di mercato.

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abolita in Sicilia da cinquantanni; ma, in fatto, i costumi feudali perduravano quasi come avevano regnato in Lombardia al tempo dei Promessi Sposi, e con ogni sorta di nzioni, di abusi, di soprusi, di sostituzioni decommissarie, i primogeniti usurpavano tutti il patrimonio delle famiglie aristocratiche come delle borghesi che le scimmiottavano.13

Lattenzione alle storie di matrimoni imposti per interesse e di monacazioni forzate, di cui I Vicer sono un impressionante documento, che tanta parte hanno nella narrativa del secondo Ottocento non solo italiana, sintomatica della volont da parte degli intellettuali di sensibilizzare i lettori sulla riforma delle istituzioni e della vita sociale, che i valori liberali della cultura risorgimentale dovevano promuovere. Larchetipo di famiglia patriarcale che perpetua privilegi e sperequazioni , proprio come scrive De Roberto, quello della Gertrude manzoniana. Nella sua storia infatti si assommano le distorsioni morali causate da una cinica politica patrimoniale. Se il Marchese ci ripugna, chiosa lautore, dargli in questo momento il titolo di padre14 un ricco signore avaro, superbo, ignorante, la Marchesa, che non ha mai avuto voce in capitolo sulleducazione dei gli, cos ci viene presentata in clausola alla vicenda, quando Gertrude, ormai vinta, accetta di monacarsi:
La Marchesa era avvezza dai primi giorni a non avere altra volont da quella del marito, fuorch in due o tre capi pei quali aveva combattuto, e ne era uscita vittoriosa. Questa condiscendenza non veniva gi da un sentimento del suo dovere
FEDERICO DE ROBERTO, Storia della Storia di una capinera, in Casa Verga e altri saggi verghiani, a cura di Carmelo Musumarra, Firenze, Le Monnier, 1964, p. 249. 14 ALESSANDRO MANZONI, I romanzi, 2 voll., Fermo e Lucia, I vol., Saggio introduttivo, revisione del testo critico e commento a cura di Salvatore Silvano Nigro, Milano, Mondadori, 2002, p. 212. Le digressioni di carattere morale sulla famiglia del Marchese non sopravvivono nel testo dei Promessi sposi.
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n da stima pel Marchese, ma dallaver veduto chiaramente da principio che il resistergli sarebbe stato un cozzar coi muriccioli. Sera ella quindi renduta indifferente su tutto ci che riguardava il governo della famiglia, contenta di fare a modo suo nei due o tre articoli che abbiamo accennati. Del resto i disegni del Marchese sul collocamento di Gertrude erano cos conformi a quello che si chiamava linteresse della famiglia, e alle mire avare e ambiziose in allora tanto universali che quel poco di opinione che la Marchesa aveva a sua disposizione non poteva non approvarli.15

Anche Manzoni qualche pagina prima, descrivendo let della puerizia nella quale Gertrude si trova al momento di catastrofe della sua vicenda, invita alla attenta educazione dei fanciulli nel passaggio alla maturit, che bisognano di condenza rispettosa e libera nei parenti e negli educatori: essendo questa tra i mezzi sicuri per formare una mente tranquilla, saggia, e forte contra i pericoli della giovinezza e di tutta la vita.16 Il passaggio dalla famiglia patriarcale che detta la preminenza della parentela di sangue sulla relazione coniugale17 a quella intima, basata sulla scelta affettiva e spontanea dei coniugi, ha dunque i signicati di una rivoluzione sociale epocale, del passaggio dal mondo vecchio a quello nuovo. La riformata ideologia dellamore coniugale, animata dalla letteratura romantica, strumento di realizzazione ed espressione di una volont individuale emancipata, rinnova anche il ruolo della maternit, investito di un nuovo mandato: la trasmissione dei valori legati allaffettivit e allintimit domestica non si pone pi come alternativa alla vita pubblica, ma suo principio costituzionale. La moralizzazione del costume e dellistituzione faIbidem Ivi, p. 197. 17 PAOLO MACRY, Ottocento, cit., p. 13 e p. 35; Cfr. MARZIO BARBAGLI, Sotto lo stesso tetto. Mutamenti della famiglia in Italia dal XV al XX secolo, Bologna, Il Mulino, 1984.
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migliare, legata allabolizione del maggiorascato e dunque del cicisbeato, 18 e a un nuovo ruolo genitoriale pedagogico, intende ripristinare di fronte alle nazioni estere unidea di italianit che torni a evocare una societ formata da madri amorevoli, padri giusti, gli guerrieri.

Odoardo Borrani, Cucitrici di camicie rosse (1863), olio su tela, cm 66 x 54. Torino - Palazzo Bricherasio

Ammonisce Nievo, con le parole di Carlino:


E cos, le circostanze dellinfanzia, se non governano lintero tenore della vita, educano sovente a modo loro quelle opinioni che formate una volta diventano per sempre gli incentivi delle opere nostre. Perci badate ai fanciulli, amici miei; badate sempre ai fanciulli, se vi sta a cuore di averne degli uomini. [] Preparate loro col maggior accorgimento occasioni di trovar bella, santa piacevole la virt; e brutto e spiacevole il vizio. Un grano di buona esperienza a nove anni val pi assai che un corso di morale a venti. Il coraggio, lincorruttibilit,
ROBERTO BIZZOCCHI, Una nuova morale per la donna e per la famiglia, in Storia dItalia, Il Risorgimento, cit., pp. 6996; Cfr. IDEM, Cicisbei: morale privata e identit nazionale in Italia, RomaBari, Laterza, 2008.
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lamor della famiglia e della patria, questi due grandi amori che fanno legittimi tutti gli altri, somigliano allo studio delle lingue. La prima et vi si presta assai; ma guai a chi non li apprende. Guai a loro e peggio che peggio a chi avr che fare con loro, od alla famiglia ed al paese che da essi attende aiuto decoro e salvamento. Il germoglio nel seme, e la pianta nel germoglio; non mi stancher mai dal ripeterlo, perch lesperienza della mia vita conferm sempre in me ed in altri la verit di questa antica osservazione. Sparta, la dominatrice degli uomini, e Roma, la regina del mondo educavano dalla culla il guerriero e il cittadino: perci ebbero popoli di cittadini e di guerrieri. Noi che vediamo nei bimbi i vezzosi e i gaudenti, abbiamo plebaglie di gaudenti e di vezzosi.19

Dai carteggi dei giovani patrioti con le rispettive famiglie, i Dandolo, Morosini, Saf, La Masa, appartenenti alla seconda generazione del Risorgimento i giovani del Quarantotto ma anche dal carteggio di Mazzini con Maria Drago, cos come testimoniano le lettere di Costanza DAzeglio a Emanuele, e di Adelaide Cairoli ai suoi gli, emerge la centralit della famiglia, e in essa, lincombenza della madre nel consigliare e accompagnare i gli nella vita adulta: durante lepoca delle battaglie risorgimentali si afferm un nuovo modo di intendere la maternit, che da semplice assunzione di status sociale, come era per le donne del XVII e XVIII secolo, va assumendo la qualit di una vocazione e di una vera e propria missione.20 Alla necessit della preservazione delleredit patrimoniale va sostituendosi il sentimento, altrettanto forte e necessario, della trasmissione delleredit valoriale. La condenza rispettosa e libera, che garantisce lo sviluppo di menti giuste e forti, cambia i rapporti parentali in rapporti elettivi, e rende i rapporti di
IPPOLITO NIEVO, Le confessioni dun Italiano, cit., p. 125. MARINA DAMELIA, La mamma, Bologna, Il Mulino, 2005 p. 52. Per la bibliograa dei carteggi e degli studi rimando alla nota bibliograca del volume.
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fratellanza cordiale, allorigine del sentimento patriottico, forme diverse ma ugualmente importanti di affettivit famigliare, che innescano il risorgere nella patria dello spirito della Roma repubblicana. Alla trasmissione di una eredit esemplare che passa di padre in glio, si afanca dunque una letteratura risorgimentale narrata dalla prospettiva di un magistero materno, o di un affetto muliebre, che lega le ragioni del sentimento patriottico alle ragioni di un sentire che formano il patriota nelluomo e luomo nel patriota, alimentando quelletica e quellepica del volontario, vera matrice della fondazione dellidentit nazionale. I volontari erano in misura preponderante di origine urbana, professionisti, studenti e artigiani delle citt del nord e del centro, erano giovani delle migliori famiglie, mobilitati da un idea romantica delleroe legata allideale dellar-

Filippo Palizzi, Gruppo di Garibaldini, 1860

ruolamento volontario, portato in Italia nel corso degli anni Quaranta da esuli che avevano combattuto sui fronti rivoluzionari in Spagna, in Grecia e nellAmerica latina, 21 e che a partire dal 184849 aveva contribuito a diffondere un modello di italianit che non si basava pi soltanto sulla storia o sugli eroi immaginari dei romanzi di DAzeglio, GuerrazLUCY RIALL, Eroi maschili, virilit e forme della guerra, in Storia dItalia, Il Risorgimento, cit., pp. 262263264.
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zi, Foscolo, ma sulle proprie esperienze militari trasmesse mediante libri di memorie, dipinti poesie e canzoni. I volontari divennero un elemento centrale per fare del Risorgimento una storia di fondazione.22 In linea generale, il movimento dei volontari fu in grado di esercitare una potente e prolungata attrattiva sui giovani borghesi colti dellEuropa di met Ottocento. Come ha suggerito George Mosse, esso offr loro un nuovo modello di associazionismo e di impegno politico giovanile, vigoroso e romantico mentre il orire di una letteratura a esso dedicata favor laffermazione dellidea secondo cui essere un soldato era titolo di onore e segno di signorilit, la morte un evento glorioso e la guerra uneccitante avventura.23
Si era legato con altri sei emigranti, parte lombardi parte veneti. Mangiavano insieme, passeggiavano insieme, disputavano insieme. Meno Franco e un Udinese, gli altri erano fra i trenta e quarantanni. Tutti poverissimi, non avevano mai voluto pigliar un soldo dal governo piemontese a titolo di sussidio. LUdinese che apparteneva a una famiglia ricca e austriacante e da casa non riceveva niente, conosceva bene il auto, dava quattro o cinque lezioni a settimana e suonava nelle orchestrine dei teatri di commedia. Un notaio padovano copiava nello studio di Boggio. Un avvocato di Caprino Bergamasco, soldati di Roma del 1849, teneva i registri di un grande negozio di ombrelli e di mazze in via Nuova, per cui gli amici lo chiamavano il Fante di bastoni. Un quarto, milanese, aveva fatto la campagna del 48 nelle guide di Carlo Alberto; per questo, e per certa sua boria meneghina, il Padovano gli aveva posto nome Caval di spade. La professione del Caval di spade era quella di litigare continuamente con Fante di bastoni per antagonismo di provincia, dinsegnare la scherma in due convitti, e, dinverno di suonare il piano dietro una cortina misteriosa, nelle sale dove si ballavano le polke a due
IVI, p. 263. IVI, p. 262; GEORGE MOSSE, Le guerre mondiali. Dalla tragedia al mito dei caduti, RomaBari, Laterza, 1990.
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soldi luna. Gli altri vivevano con miserabili assegni delle loro famiglie. Erano tutti scapoli, meno Franco, e tutti allegri.24

La vicenda narrata da Antonio Fogazzaro in Piccolo mondo antico, romanzo pubblicato nel 1895, si svolge tra il 1848 e il 1859, e ha il suo epilogo alla vigilia della seconda guerra

Frontespizio della prima edizione di Piccolo mondo antico di Antonio Fogazzaro

dIndipendenza, con larruolamento del giovane protagonista Franco Maironi nellesercito sardo. I giovani con cui condivide il suo esilio a Torino, dove si era rifugiato perch braccato dalla polizia austriaca come sovversivo, saranno i suoi commilitoni. Liconograa dei giovani volontari ne mette in risalto, malgrado la diversa provenienza e la diversa estrazione sociale, la comune povert, labnegazione, lo spirito di sacricio e lallegria. Franco Maironi ha origini nobili, orfano n da bambino di un padre vizioso dedito al gioco e cresciuto da una nonna austriacante, prosopopea dellautoritarismo imperiale: Come la vecchia Austria di quel tempo, la vecchia marchesa non amava nel suo impero gli spiriti vivaci. La
ANTONIO FOGAZZARO, Piccolo mondo antico [Milano, 1895], Milano, Mondadori, 2007, pp. 262 263.
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sua volont di ferro non ne tollerava altre vicino a s.25 una potest tirannica cui fanno ammenda leducazione e laffetto di Beniamino Gilardoni, professore di latino e losoa, come lallievo caldo patriota, al quale il nonno afda il nipote e il testamento in suo favore. Franco dunque espressione di quella giovane nobilt educata ai valori liberali del Risorgimento, desiderosa di riscatto. questo il motivo per cui egli riuta di rivendicare leredit che il nonno gli aveva lasciato e che la nonna austriacante gli ha invece conculcato, lasciandolo senza rendita n proventi quando, scappato da palazzo, sposa clandestinamente Luisa, contro il volere della nonna perch di modesta estrazione sociale, non ricca e non nobile, e, come lui, fervente patriota. Proprio come Renzo Tramaglino, Jacopo Ortis e Carlino

Renzo Tramaglino e il dottor Azzeccagarbugli(I Promessi Sposi, cap. 3)

Altoviti, Franco entra a far parte di quella letteratura degli orfani che, deprivati di unautorit paterna, ed esposti a vessazioni e soprusi, sono destinati a cercare in solitudine
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IVI, p. 46.

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e lontani da casa la propria maturazione.26 In questo caso il passaggio tra provincia, un idillico paesino della Valsolda, e capitale, come lo era Torino, metafora del passaggio dallet giovanile allet adulta. Dopo la morte della madre di Luisa, da cui come Renzo dalla madre di Lucia era stato adottato, e il licenziamento dello zio Pietro, sola fonte di sostentamento della famiglia, Franco sar costretto a imporsi quelletica del lavoro e del sacricio che lo porter, inne, al sacricio pi grande per il riscatto nazionale. La sua redenzione adombra quella di unintera classe sociale che aveva acquisito un nuovo prolo innervando le virt cavalleresche coi valori borghesi del lavoro e dello studio, e riscattato la propria atavica appartenenza al casato con la devozione alla causa patriottica. Scrive Lucy Riall che: I successi militari e le aspirazioni politiche rafforzarono limportanza simbolica dei volontari, che nei momenti chiave del Risorgimento divennero una sorta di personicazione della nazione italiana. Scegliendo di combattere e di affrontare la morte per lItalia, essi costituivano la prova vincente che gli italiani non erano n viziosi, n femminei n codardi bens uomini forti e ardimentosi, mentre il loro eroismo, la loro virilit e il successo che arrideva loro in battaglia costituivano la conferma che il declino della nazione era imputabile ai goverNel saggio in cui Armando Balduino legge alcuni classici della letteratura italiana attraverso la chiave tematica del rapporto tra padri e gli, scrive, sullorfanit di Jacopo Ortis, Renzo Tramaglino e Carlino Altoviti, che essa indispensabile perch leroe sia libero di correre per le vie del mondo, di scoprirlo, di misurarsi con esso, insomma di esprimere per intero le proprie doti e lenergia vitale dei propri impulsi, come invece non avverrebbe affatto se a decidere e a consigliare, in denitiva a comandare e a inibire la sua libert dazione, si trovasse accanto un padre. Diverso sar naturalmente il caso della madre, che infatti (nel ruolo di chi consola, o anche, specie nei confronti di glie, di chi comprende e consiglia) potr benissimo esserci. ARMANDO BALDUINO, Orfani e padri nella narrativa italiana dellOttoNovecento, in Il lo della ragione. Studi e testimonianze per Sergio Romagnoli, a cura di Enrico Ghidetti e Roberta Turchi, Venezia, Marsilio, 1999, p. 416.
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nanti e non ai loro sudditi. A loro volta lamore, il sostegno e la solidariet reciproci la fratellanza incarnavano lidea della nazione come comunit familiare, contrapposta allinusso esercitato dai corrotti e stranieri regimi loasburgici, che era invece fonte di divisioni.27 Quando viene fondato nel 1861, lesercito italiano eredita i valori di fratellanza espressi dal volontariato; cosicch quella societ militare che esso costituisce, nata dalla

Illustrazione tratta da La vita militare, di Edmondo De Amicis, Fratelli Treves Editori, Milano 1884

rivoluzione risorgimentale e chiamata a difenderne la civilt, intrattiene, rispetto alla societ civile, una relazione di omologia amplicata: nella societ civile abbiamo la casa, la famiglia, la madre; nella societ militarizzata lItalia (la grande casa), lesercito (la grande famiglia),
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LUCY RIALL, Eroi maschili, virilit e forme della guerra, cit., p. 263.

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la patria (la grande madre).28 Nelle pagine dei bozzetti della Vita militare, apparsi nella rivista delle forze armate nel 1867 e in volume presso Treves, nel 1868, e dei Ricordi del 187071, pubblicati dalla orentina Barbera nel 1873, il valore edicante sempre al centro della narrazione di De Amicis il sentimento di fratellanza, che proprio nellesercito aveva, per cos dire, il suo organo; tanto che la narrazione della liberazione di Roma, alla quale il narratore assiste come soldato e come reporter, allinsegna della celebrazione di una riunione famigliare, dove il fratello si riunisce al fratello.
La moltitudine si versa nella piazza da tutte le parti, centinaia di bandiere sventolano, lentusiasmo al colmo. Non v parola umana che valga ad esprimerlo. I soldati sono commossi no a piangerne. Non vedo altro, non reggo alla piena di tanta gioia, mi spingo fuori della folla, incontro operai, donne del popolo, vecchi, ragazzi: tutti hanno la coccarda tricolore, tutti accorrono gridando: I nostri soldati! I nostri fratelli! commovente; laffetto compresso da tanti anni che prorompe tutto in un punto ora; il grido della libert di Roma che si sprigiona da centomila petti; il primo giorno duna nuova vita; sublime. E altre grida da lontano: I nostri fratelli! 29

un valore che in Cuore passa dallesercito alla scuola come il naturale dispiegarsi di un sentimento nazionale che ha nelle istituzioni, tutte legate archetipicamente alla famiglia, la sua tutela e la sua affermazione. Voi dovete voler bene ai soldati, ragazzi. spiega il Direttore agli alunni che assistono al passaggio dei soldati Sono i nostri difensori, quelli che andrebbero a farsi uccidere per noi, se domani un esercito straniero minacciasse il nostro paese. Sono ragazzi anchessi, hanno pochi anni pi di voi; e anchessi vanno a
28 PIERO DEL NEGRO, Esercito, stato, societ. Saggi di storia militare, Bologna, Cappelli, 1979, p. 159. 29 EDMONDO DE AMICIS, Ricordi di Roma. Lentrata dellesercito in Roma (Lettere), in Ricordi del 1870 71, Firenze, Barbera, 1873, p. 100.

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scuola; e ci sono poveri e signori, fra loro, come fra voi, e vengono da tutte le parti dItalia.30 Proprio il mantenimento di questo patto, interclassista e metaregionale, avrebbe dovuto dunque avere il suo epilogo nelleducazione sentimentale di un popolo completamente identicato nella nazione. Vedi, scrive il padre a Enrico, estensore del diario di Cuore:
gli uomini delle classi superiori sono gli ufciali, e gli operai sono i soldati del lavoro; ma cos nella societ come nellesercito, non solo il soldato non men nobile dellufciale, perch la nobilt sta nel lavoro e non nel guadagno, nel valore e non nel grado; ma se c una superiorit di merito dalla parte del soldato, delloperaio, i quali ricavan dallopera propria minor protto.

La fratellanza, espressa anche attraverso i valori militari, avrebbe dunque creato una societ armonica fondata sui valori della concordia sociale e della solidariet, basate sul sentimento di fratellanza e sul valore del lavoro, additati pedagogicamente a ineludibile fondamento della costruzione dellidentit nazionale. Tanto che il giuramento alla patria che il padre insegna al giovane Enrico, tocca puntualmente questi valori: E ti giuro che amer tutti i gli tuoi come fratelli; [] che sar un cittadino operoso ed onesto, inteso costantemente a nobilitarmi, per rendermi degno di te, per giovare con le mie minime forze a far s che spariscano un giorno dalla tua faccia la miseria, lignoranza, lingiustizia, il delitto [].31 Scrive Fogazzaro nel 1895, proprio mentre sta per dare alle stampe Piccolo mondo antico:
Io ho trascritto quel mondo dal libro della mia memoria []. Manimava, nello scrivere laffetto per quel piccolo mondo duna volta, del quale i nuovi venuti della nuova Italia troppo ignorano e troppo dimenticano. Noi oggi non abbiamo pi idea di quanto fosse in quegli uomini il desiderio di
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IDEM, Cuore [Milano, 1886], Milano, Mondadori, 1984, p. 53. IVI, p. 231

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ricomporre lItalia, di unirsi ad essa, di sottrarsi allaustriaco.32

Il desiderio nostalgico di rievocazione storica,33 non si giustica solo in se stesso, ma ha uno scopo progettuale e terapeutico, di risanamento del presente. La somministrazione di quelle virt nazionali che sono state potente antidoto alla dominazione e alla divisione, potr guarire anche dalla lacerazione partitica e dalla crisi morale e istituzionale che segna lItalia degli anni novanta. Lo scandalo della Banca Romana e la rivolta dei Fasci siciliani repressa nel sangue, del 1893, sembrano infatti mettere in discussione i valori progressisti e liberali che avevano alimentato gli ideali rivoluzionari dei padri risorgimentali. in questo contesto, di rimozione della memoria storica e di crisi delle istituzioni, che lambientazione del romanzo nel decennio di preparazione alla seconda guerra dIndipendenza, quando lidea della patria ardeva somma sui nostri monti,34 costituisce lorizzonte ideologico e di valori che il narratore intende celebrare. Sono quelli i tempi che, scrive Fogazzaro, furono laurora della mia vita, e anche laurora della nostra Italia.35 Levocazione di quel mondo piccolo e antico non si prola come unevasione romantica e nostalgica nel passato, bens come ripristino di un patrimonio identitario affondato in un passato che appare lontano da noi pi del vero, come al barcaiuolo Pin, se si voltava a guardar il ponente, parevano lontani pi del vero, dietro la pioggia, il San salvatore e i monti di Carona.36 Al contrario di Pin, il punto cardinale al quale guarda il narratore di Piccolo mondo antico, il levante.
ANTONIO FOGAZZARO, lettera riportata da PIERO NARDI, Antonio Fogazzaro, Milano, Mondadori, 1938, p. 279. 33 Ibidem. 34 ANTONIO FOGAZZARO a UGO OJETTI, Alla scoperta dei letterati [1895], Firenze, Le Monnier, 1946, p. 96. 35 Lettera riportata da NARDI, cit. 36 ANTONIO FOGAZZARo, Piccolo mondo antico, cit. p. 37.
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Fratelli dItalia. La scrittura e i valori del Risorgimento

Antonio Muzzi Allegoria dellItalia unita, Olio su tela, 1888

In un periodo segnato dalla crisi delle istituzioni liberali, soprattutto quella parlamentare, e dalla disgregazione ideologica e faziosa delleredit risorgimentale, riaffermare i valori della fratellanza e del sacricio serviva a richiamare alla memoria dei oi e dei nevodi la storia di una rivoluzione che, combattuta da generazioni di padri e gli, madri e glie, nellarco di un secolo, aveva fatto di unespressione geograca una nazione, e aveva dato a un popolo di orfani, una madre Patria.
Quei giovani parlavano di battaglie con entusiasmo ma senza spacconate, parlavano della futura Italia dicendo alquante corbellerie, ma si sentiva che non importava loro un

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co secco della vita pur di farla libera, questa vecchia patria, e grande. Ghe prele teste da far lItalia? disse il Padovano a Luisa. Gnanca so maro, sala. Un bon toso, ma per far lItalia, gnente. La vedar che razza de Italia che vien fora! I nostri oi ne far un monumento, ma dopo vegnar, capisela, con licenza, quelle gure porche de quei nevodi, che me par de sentirli: Che da can, i dir, che i la ga fata, quei veci insensai, sta Italia!.37
Desidero ringraziare gli organizzatori di questa conferenza, la scuola Bertolini e la citt di Portogruaro, per aver creato questa bellissima occasione di incontro. Portogruaro, 12 febbraio 2011 Enza Del Tedesco

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IVI, p. 384.

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di approfondimento testi scelti e proposti da Antonella Casagrande Daniele Dazzan

MATERIALI

17 marzo 1861

La nascita del Regno dItalia

Il Re dItalia Vittorio Emanuele II

La Gazzetta ufciale1 da oggi non pi del Regno ma del Regno dItalia annuncia che stata promulgata la legge votata dal Senato e dalla Camera dei deputati: Vittorio Emanuele II, re di Sardegna, di Cipro e di Gerusalemme ecc. ecc. ecc. Il Senato e la Camera dei Deputati hanno approvato; Noi abbiamo sanzionato e promulghiamo quanto segue: Articolo unico. Il Re Vittorio Emanuele II assume per s e suoi successori il titolo di Re dItalia. Ordiniamo che la presente, munita del sigillo dello Stato, sia inserita nella raccolta degli Atti del Governo, mandando a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come Legge dello Stato. Dat. a Torino, add 17 marzo 1861. Vittorio Emanuele C. Cavour. M. Minghetti. G.B.Cassinis. F.S. Vegezzi M. Fanti. T. Mamiani. T. Corsi. U. Peruzzi.
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Gazzetta Ufciale 17/3/1861

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Bandiere, fanfare e piazze in festa: lItalia fatta, esultano gli italiani


di Nello Ajello

A Torino centouno cannonate annunciano la rma del decreto di proclamazione del nuovo regno. Coccarde, manifestazioni, tricolori e bengala. Il tripudio generale anche nelle zone non annesse

TORINO Coccarde e manifestazioni, tricolori e fuochi di bengala. C gi unItalia che festeggia, dal Veneto a Roma, nonostante lopposizione della polizia. Persino in Friuli tutti vanno in strada: a Cividale, su ogni via, si sono viste le bandiere. Una, nella piazza del Duomo, era stata piantata cos in alto e cos saldamente da impegnare a lungo le forze dellordine per sradicarla. Sono i piccoli simboli di un Paese che sta nascendo. La Gazzetta Ufciale del Regno, la cui testata da oggi mutata in Gazzetta Ufciale del Regno dItalia, scrive stamane: Vittorio Emanuele II, Re di Sardegna di Cipro e di Gerusalemme, il Senato e la Camera sanzionano e promulgano il seguente Articolo Unico. Il Re Vittorio Emanuele assume per s e per i suoi successori il titolo di Re dItalia. Seguono le rme del sovrano, del conte di Cavour e degli altri ministri. A mezzogiorno, il cannone del Monte di Cappuccini, a Torino, annuncia levento con centouno detonazioni. Contemporaneamente, prosegue la nota ministeriale, da Milano a Napoli, da Genova a Palermo, tutte le citt dello Stato che sono rette dal nuovo scettro solennizzano il faustissimo avvenimento. il quotidiano intitolato Italia e Roma a riassumere il tono delle dimostrazioni popolari inscenate lungo le rive del Tevere e sui

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colli capitolini. Migliaia di stemmi con la croce di Savoia sono state insse, bandiere tricolori sono apparse in vari punti della citt. La polizia ha arrestato sette individui nella zona di Trastevere. Dimostrazioni si sono svolte allUniversit, negli ospedali e nei locali dellAccademia di San Luca. Coccarde e stemmi appaiono lungo le pareti e sui softti. Per le scale risuonano clamorosi evviva diretti al Re dItalia. Ne derivata limmediata chiusura dellAccademia. Il Pontece Pio IX ha aperto con una dura allocuzione il Concistoro immediatamente convocato. Ha confutato i nemici del potere temporale. Ha poi confermato che non ceder ai consigli e alle pressioni degli usurpatori, condando la causa della Chiesa a Dio, vendicatore della giustizia e del diritto. Da Parigi limperatore Napoleone III avrebbe confermato la sua determinazione di sciogliere la questione romana: o Pio IX accoglier in Campidoglio il Re Savoia o le truppe francesi diserteranno Roma, lasciando il Papa alla discrezione degli Italiani. Nella realt, la soluzione della questione romana rimane controversa. Chiaro risulta, invece, il proposito dellautorit ecclesiastica di premere sempre pi sullopinione dei cattolici di Francia, mostrando loltraggio che si prepara contro lautorit del Vicario di Cristo. Una lettera pastorale, pubblicata dal cardinale Sisto Riario Sforza, arcivescovo di Napoli, invita i fedeli a respingere i semi del protestantesimo razionalista sparsi dai fautori di quella sociale tempesta che sconvolge lItalia. Proprio a Napoli un quotidiano dimpronta laica, LUnit italiana, avverte: Alcuni frati, e specialmente quelli del monastero del Carmine, diffondono nel popolo minuto e tra le pinzochere la falsa credenza che il governo intenda senzaltro sopprimere le chiese. Non a caso, in una serie di dispacci telegraci che il conte di Cavour s scambiato con un amico dOltralpe, la questione romana viene denita un imbroglio maledetto. Quanto alla presenza dei francesi a Roma, dopo la decisione del generale Charles de Goyon di occupare Veroli, Anagni, Frosinone e Ceprano, si sparsa lidea che di francesi ogni giorno ne partono cento e ne arrivano mille.

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Materiali

stato redatto dal ministero della Guerra un nuovo fascicolo che riassume il prossimo ordinamento dellesercito nazionale. Dovr constare di sei corpi darmata. Ciascuno comprender sei brigate di fanteria, sette battaglioni di Bersaglieri, due reggimenti di cavalleria, nove batterie di Artiglieri, una compagnia di Zappatori, un distaccamento adibito al Treno e uno squadrone di Guide. Avremo inoltre un Corpo di Carabinieri Reali. Tra i componenti a piedi e quelli a cavallo, il totale ascender a 17.978 elementi. Pochi? Molti? Passando, per queste notizie, da una fonte allaltra si registra uninsuperabile variet di pareri e di ipotesi. Per improvvisata e controversa che sia, a tanti nostri connazionali che amano autodenirsi irredenti la nuova Italia appare comunque un miraggio. In tutto il Veneto, dallargine sinistro del Po no a Padova, a Treviso, a Verona, a Udine, a Trento, alla stessa Venezia, si susseguono manifestazioni patriottiche, con bandiere, canti, fuochi di bengala, negozi chiusi. La polizia arresta e reprime. Ma si tratta di comportamenti non sempre punibili con certezza in quanto sovversivi, e proprio per questo registrati con tanto maggiore disagio. Italiani che sono gi tali. Italiani che vorrebbero esserlo. Anche la quasi eroica Civitella del Tronto, con il suo corredo di disperati, a un passo dalla resa. Ed un sintomo che tutto nisce e tutto comincia. Al centro degli eventi c sempre quel gran mistero che si chiama Roma. Ci si pensa sempre e non si sa che cosa dire. Meglio di ogni altro, il concetto stato espresso da un quotidiano napoletano interamente scritto in dialetto, e dotato di uno strano titolo: Lo cuorpo de Napoli e lo Sebbeto (Il corpo di Napoli e il Sebeto: questo un ume che scorrre in Campania). Esce, o meglio chiacchiara ogne ghiuorno, nel senso che presenta ai lettori un dialogo quotidiano sui fatti di cronaca tra gli interlocutori rappresentati nel titolo. Ai quali, parlando della citt del Papa, oggi si esprimono cos. Sebbeto: E de Roma non se dice niente cchi?. Cuorpo de Napule: Se sta cuocenno chiano chiano. Difcilmente sarriva a cuocere pe llanno Santo.

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LAnno Santo, il prossimo, cadr nel 1875, fra quattordici anni. Non sono poi tanti. Piano piano anche la Citt Eterna sar Italia.
NELLO AJELLO, Verso lUnit dItalia Bandiere, fanfare e piazze in festa. LItalia fatta, esultano gli italiani in: La Repubblica, 17 marzo 2011

Allegoria dell'Italia turrita Cromolitograa composta dalla serie completa di dieci cartoline commemorative del 1911, realizzate dal pittore Colombo, per celebrare il 50 anniversario della proclamazione del Regno d'Italia.

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Sentirsi italiani
di Pietro Tenani

Una breve riessione di uno studente sulla festa per i centocinquantanni della Nazione: la festa sospende il tempo della normalit e spinge a guardar fuori e a guardarsi dentro, facendo intuire legami con i Grandi della Storia

Il 17 marzo 1861, dopo una serie di mirabolanti avventure, venne proclamato il Regno dItalia, con a capo il grande sovrano Vittorio Emanuele II. Dal 1861 al 2011 sono cambiate molte cose: il Re ha ceduto il trono al Presidente della Repubblica, la Repubblica s ingrandita, lo Statuto Albertino stato sostituito da una nuova Costituzione, lentusiasmo iniziale si a poco a poco spento... Ma una cosa non cambiata: siamo stati, siamo e saremo sempre italiani e la nostra nazione non e non pu essere divisa. Essa lunica casa di sessanta milioni di persone. Lo scorso 17 marzo la nostra casa esplosa in un tripudio di tricolori: ha compiuto centocinquantanni. un numero importantissimo: solo il cento o il duecento appaiono forse pi rotondi. Una festa cos importante non ha potuto essere ignorata dai mille e mille Comuni dItalia. Io a Portogruaro ho partecipato alla cerimonia dellalza bandiera e mi sono sentito davvero italiano. Quella del 17 marzo sarebbe stata una bellissima giornata se non fosse stata rovinata dalla pioggia. A casa mia non successo niente, ma mi dispiace per quelli che son niti sottacqua; non so se costoro si son davvero sentiti parte dellItalia: festeggiare con

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la casa allagata non proprio il massimo... Io mi sono sentito coinvolto anche perch, al di l della folla, ho visto partecipare alle celebrazioni le pi alte autorit portogruaresi: il sindaco, le alte cariche militari... Ma proprio queste presenze mi hanno fatto riettere: lItalia in realt fatta da tutti noi, non soltanto dai grandi capi, dai politici, dai presidenti... Essa fatta anche da noi persone comuni, da noi cittadini di piccole citt quasi insignicanti, rispetto a quelle immense come Roma, Milano, Torino... Noi siamo lItalia: anche noi piccoli cittadini qualunque. Ed proprio questo che ho sentito durante le manifestazioni: la stessa cosa che penso debba aver provato Vittorio Emanuele II centocinquanta anni fa.

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Scritture

Il canonico Orlando
di Ippolito Nievo

Troppo spassoso, il brano che segue, per non trovar posto in questa scelta di scritture. Qui non si avverte certo la presenza della componente materna come indispensabile matrice educativa dello spirito patriottico 1; e tuttavia il sostegno della Contessa alle aspirazioni del glio, anche contro la volont paterna, a suo modo rivelatore di un nuovo ruolo della donna nellambito della famiglia.

Il Conte aveva un fratello che non gli somigliava per nulla ed era canonico onorario della cattedrale di Portogruaro, il canonico pi rotondo, liscio, e melliuo che fosse nella diocesi; un vero uomo di pace che divideva saggiamente il suo tempo fra il breviario e la tavola, senza lasciar travedere la sua maggior predilezione per questa o per quello. Monsignor Orlando non era stato generato dal suo signor padre collintenzione di dedicarlo alla Madre Chiesa; testimonio il suo nome di battesimo. Lalbero genealogico dei Conti di Fratta vantava una gloria militare ad ogni generazione; cos lo si aveva destinato a perpetuare la tradizione di famiglia. Luomo propone e Dio dispone; questa volta almeno il gran proverbio non ebbe torto. Il futuro generale cominci la vita col dimostrare un affetto straordinario alla balia, sicch non fu possibile slattarlo prima dei due anni. A quellet era ancora incerto se lunica parola chegli balbettava fosse pappa o pap. Quando si riesc a farlo stare sulle gambe, cominciarono a mettergli in mano stocchi di legno ed elmi di cartone; ma non appe1

Cfr. il testo della conferenza di Enza Del Tedesco a pag. 22.

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na gli veniva fatto, egli scappava in cappella a menar la scopa col sagrestano. Quanto al fargli prendere domestichezza colle vere armi, egli aveva un ribrezzo istintivo pei coltelli da tavola e voleva ad ogni costo tagliar la carne col cucchiaio. Suo padre cercava vincere questa maledetta ripugnanza col farlo prendere sulle ginocchia da alcuno de suoi buli2; ma il piccolo Orlando se ne sbigottiva tanto, che conveniva passarlo alle ginocchia della cuoca perch non crepasse di paura. La cuoca dopo la balia ebbe il suo secondo amore; onde non se ne chiariva per nulla la sua vocazione. Il Cancelliere dallora sosteneva che i capitani mangiavano tanto, che il padroncino poteva ben diventare col tempo un famoso capitano. Ma il vecchio Conte non si acquietava a queste speranze; e sospirava, movendo gli occhi dal viso paffutello e smarrito del suo secondogenito ai mostaccioni irti ed arroganti dei vecchi ritratti di famiglia. Egli avea dedicato gli ultimi sforzi della sua facolt generativa allambiziosa lusinga dinscrivere nei fasti futuri della famiglia un grammaestro di Malta o un ammiraglio della Serenissima; non gli passava pel gozzo di averli sprecati per avere alla sua tavola la bocca spaventosa dun capitano delle Cernide.3 Pertanto raddoppiava di zelo per risvegliare e attizzare gli spiriti bellicosi di Orlando; ma leffetto non secondava lidea. Orlando faceva altarini per ogni canto del castello, cantava messa, alta bassa e solenne, colle bimbe del sagrestano; e quando vedeva uno schioppo correva a rimpiattarsi sotto le credenze di cucina. Allora vollero tentare modi pi persuasivi; si cominci a proibirgli di bazzicare in sacristia, e di cantar vespri nel naso, come udiva fare ai coristi della parrocchia. Ma sua madre si scandolezz di tali violenze; e cominci dal canto suo a prender copertamente le difese del glio. Orlando ci trov il suo gusto a far la gura del piccolo martire: e siccome le chicche della madre lo ricompensavano dei paterni rabbuf, la professione del prete gli parve piucchemai preferibile a quella del soldato. La cuoca e le serve di casa gli annasavano addosso un certo odore di santit; allora egli si diede ad ingrassare di contentezza e a torcer anche il collo per mantenere la divozione delle donne. E nalmente il signor padre colla sua ambizione marziale ebbe
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Armati alle dipendenze dei signorotti di campagna (simili ai bravi). La cernida era una milizia territoriale della Repubblica di Venezia.

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contraria lopinione di tutta la famiglia. Perno i buli che tenevano dalla parte della cuoca, quando il feudatario non li udiva, gridavano al sacrilegio di ostinarsi a stogliere un San Luigi dalla buona strada. Ma il feudatario era cocciuto, e soltanto dopo dodici anni dinutile assedio, si pieg a levare il campo e a mettere nella cantera dei sogni svaniti i futuri allori dOrlando. Costui fu chiamato una bella mattina con imponente solennit dinanzi a suo padre; il quale per quanto ostentasse lautorevole cipiglio del signore assoluto aveva in fondo il fare vacillante e contrito dun generale che capitola. - Figliuol mio - cominci egli a dire - la professione delle armi una nobile professione. - Lo credo - rispose il giovinetto con una cera da santo un po intorbidata dallocchiata furbesca volta di soppiatto alla madre. - Tu porti un nome superbo - riprese sospirando il vecchio Conte. - Orlando, come devi aver appreso dal poema dellAriosto che ti ho tanto raccomandato di studiare... - Io leggo lUfzio della Madonna - disse umilmente il fanciullo. - Va benissimo; - soggiunse il vecchio tirandosi la parrucca sulla fronte - ma anche lAriosto degno di esser letto. Orlando fu un gran paladino che liber dai Mori il bel regno di Francia. E di pi se avessi scorso la Gerusalemme liberata sapresti che non collUfzio della Madonna ma con grandi fendenti di spada e spuntonate di lancia il buon Goffredo tolse dalle mani dei Saracini il sepolcro di Cristo. - Sia ringraziato Iddio! - sclam il giovinetto. - Ora non resta nulla a che fare. - Come non resta nulla? - gli diede sulla voce il vecchio. - Sappi, o disgraziato, che gli infedeli riconquistarono la Terra Santa e che ora che parliamo un basci del Sultano governa Gerusalemme, vergogna di tutta Cristianit. - Pregher il Signore che cessi una tanta vergogna - soggiunse Orlando. - Che pregare! Fare, fare bisogna! - grid il vecchio Conte. - Scusate - sintromise a dirgli la Contessa. - Non vorrete gi pretendere che qui il nostro bimbo faccia da s solo una crociata. - Eh via! non pi bimbo! - rispose il Conte. - Compie oggi

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appunto i dodici anni! - Compiesse anche il centesimo - soggiunse la signora - certo non potrebbe mettersi in capo di conquistare la Palestina. - Non la conquisteremo pi nch si avvezza la prole a donneggiare col rosario! - sclam il vecchio pavonazzo dalla bile. - S! ci voleva anche questa bestemmia! - riprese pazientemente la Contessa. - Poich il Signore ci ha dato un gliuolo che ha idea di far bene mostriamocene grati collo sconoscere i suoi doni! - Bei doni, bei doni! - mormorava il Conte. - Un santoccio leccone!... un mezzo volpatto e mezzo coniglio! - Inne egli non ha detto questa gran bestialit; - soggiunse la signora - ha detto di pregar Iddio perch egli consenta che i luoghi della sua passione e della sua morte tornino alle mani dei cristiani. il miglior partito che ci rimanga ora che i cristiani son occupati a sgozzarsi fra loro, e che la professione del soldato ridotta una scuola di fratricidii e di carnecine. - Corpo della Serenissima! - grid il Conte. - Se Sparta avesse avuto madri simili a voi, Serse passava le Termopili con trecento boccali di vino! - Sanco la cosa andava a questo modo non ne avrei gran rammarico - riprese la Contessa. - Come? - url il vecchio signore - arrivate persino a negare leroismo di Leonida e la virt delle madri spartane? - Via! stiamo nel seminato! - disse chetamente la donna - io conosco assai poco Leonida e le madri spartane bench me le venghiate nominando troppo sovente; e tuttavia voglio credere ad occhi chiusi che le fossero la gran brava gente. Ma ricordatevi che abbiamo chiamato dinanzi a noi nostro glio Orlando per illuminarci sulla sua vera vocazione, e non per litigare in sua presenza sopra queste rancide fole. - Donne, donne!... nate per educar i polli - borbottava il Conte. - Marito mio! sono una Badoera! - disse drizzandosi la Contessa. - Mi consentirete, spero, che i polli nella nostra famiglia non sono pi numerosi che nella vostra i capponi. Orlando che da un buon tratto si teneva i anchi scoppi in una risata al bel complimento della signora madre; ma si ricompose come un pulcino bagnato allocchiata severa chella gli volse.

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- Vedete? - continu parlando al marito - niremo col perdere la capra ed i cavoli. Mettete un po da banda i vostri capricci, giacch Iddio vi fa capire che non gli accomodano per nulla; e interrogate invece, come dicevole a un buon padre di famiglia, lanimo di questo fanciullo. Il vecchio impenitente si morsic le labbra e si volse al gliuolo con un visaccio s brutto chegli se ne sgoment e corse a rifugiarsi col capo sotto il grembiale materno. - Dunque - cominci a dire il Conte senza guardarlo, perch guardandolo si sentiva rigonare la bile. - Dunque, gliuol mio, voi non volete fare la vostra comparsa sopra un bel cavallo bardato doro e di velluto rosso, con una lunga spada ammeggiante in mano, e dinanzi a sei reggimenti di Schiavoni alti quattro braccia luno, i quali per correre a farsi ammazzare dalle scimitarre dei Turchi non aspetteranno altro che un cenno della vostra bocca? - Voglio cantar messa io! - piagnucolava il fanciullo di sotto al grembiule della Contessa. Il Conte, udendo quella voce piagnucolosa soffocata dalle pieghe delle vesti donde usciva, si volt a vedere cosera; e mirando il gliuol suo intanato colla testa come un fagiano, non ebbe pi ritegno alla stizza, e divent rosso pi ancor di vergogna che di collera. - Va dunque in seminario, bastardo! - grid egli fuggendo fuori della stanza. Il cattivello si mise allora a singhiozzare e a strapparsi i capelli e a dar del capo nelle gambe della madre, sicuro di non farsi male. Ma costei se lo tolse fra le braccia e lo consolava con bella maniera dicendogli: - S, viscere mie; non temere; ti faremo prete; canterai messa. Oh non sei fatto tu, no, per versare il sangue de tuoi fratelli come Caino!... - Ih! ih! ih! voglio cantar in coro! voglio farmi santo! - strepitava Orlando. - S... canterai in coro, ti faremo canonico, avrai il sarrocchino, e le belle calze rosse; non piangere tesoro mio. Sono tribolazioni queste che bisogna offerirle al Signore per farsi sempre pi degni di lui - gli andava dicendo la mamma. Il fanciullo si consol a queste promesse; ed ecco perch il

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conte Orlando, in onta al nome di battesimo e a dispetto della contrariet paterna, era divenuto monsignor Orlando. Ma per quanto la Curia fosse disposta a favorire la divota ambizione della Contessa, siccome Orlando non era unaquila, cos non ci vollero meno di dodici anni di seminario e daltri trenta di postulazione per fargli toccare la meta de suoi desiderii; e il Conte ebbe la gloria di morire molti anni prima che i occhi rossi gli piovessero sul cappello. Peraltro non si pu dire che labate perdesse alla lettera tutto quel tempo di aspettativa. Prima di tutto ci aveva preso intanto una discreta pratica del messale; e poi la gorgiera gli si era moltiplicata a segno da poter reggere a paragone col pi morbido e orito de suoi nuovi colleghi. Un castello che chiudeva fra le sue mura due dignit forensi e clericali come il Cancelliere e monsignor Orlando, non dovea mancare della sua celebrit militare. Il capitano Sandracca voleva essere uno schiavone ad ogni costo, sebbene lo dicessero nato a Ponte di Piave [...]
IPPOLITO NIEVO, Le confessioni di un italiano, Einaudi, Torino 1964.

Ippolito Nievo nacque a Padova il 30 novembre 1831. Trascorse linfanzia ad Udine, dove la sua famiglia si trasfer nel 1837, e, nei periodi di vacanza, nel vicino Castello di Colloredo di Montalbano, un luogo che rimarr a lungo nellimmaginario del Nievo scrittore. Dal 44 fu a Verona per compiere gli studi ginnasiali e qui avvenne la sua scoperta dei grandi autori romantici, quali Byron, Foscolo, Manzoni, e

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dei grandi successi letterari, come Balzac, Sand e Rousseau. Dal 1849, anno in cui si trasfer prima a Crema e poi a Pisa per completare gli studi, venne a contatto con lideologia mazziniana, grazie alla quale seppe fondere le diverse suggestioni romantiche e democratiche che in quegli anni lo avevano inuenzato. Nel 1851 si iscrisse ai corsi di giurisprudenza dellUniversit di Pavia, corsi che complet nel 55 a Padova. Nel contempo erano gi apparse le sue prime opere letterarie (il saggio Studi sulla poesia popolare massimamente in Italia del 1854, cos come la rappresentazione del suo dramma Gli ultimi anni di G. Galilei) ed il Nievo, appena laureato, decise di dedicarsi totalmente alla letteratura ed al giornalismo, andando contro la volont del padre che lo voleva notaio. Fu cos che iniziarono le collaborazioni con giornali di provincia (La Lucciola di Mantova; LAnnotatore friulano di Udine), sui quali pubblic delle novelle ispirate alla vita di campagna, della quale inizi a difendere le usanze, le tradizioni ed i costumi nei confronti delle accuse borghesi di rozzezza e di ignoranza. Il leit motiv del mondo contadino sub diversi cambiamenti allinterno della maturazione teorica e poetica del Nievo: dalla trasgurazione idilliaca del Friuli agreste nel Conte pecoraio (1857), alla pungente descrizione delle reali condizioni delle plebi contadine ne Le confessioni dun italiano, il suo maggior romanzo, scritto tra il 1857 e il 1858. Riguardo alla questione contadina lo scrittore si pose sempre al di fuori delle logiche paternalistiche (di derivazione manzoniana) tipicamente borghesi e mise invece laccento sulle cause storico-politiche (loppressione straniera, lassolutismo oligarchico, la dominazione ideologica della Chiesa) e sulle questioni economico-sociali. Del 1858 sono la pubblicazione della raccolta di poesie Le lucciole ed il trasferimento a Milano. Nel 1859, a Torino, si arruol tra i cacciatori a cavallo di Garibaldi, coi quali combatt a Varese e a San Fermo ed in seguito fu tra le la di Bixio a Padonello. Dopo la pace di Villafranca scrisse lopuscolo Venezia e la libert dItalia e si stabil nella casa di Fossato, non pi in terra austriaca. Lanno seguente fece parte dei Mille che sbarcarono a Marsala, dove si guadagn il titolo di preposto allIntendenza da parte di Garibaldi, e dove diede alle stampe gli Amori garibaldini. Nel 1861, dopo aver ottenuto una licenza (che pass a Milano con la madre), si rec in Sicilia. Mor durante la traversata di ritorno, in seguito al naufragio del postale sul quale viaggiava. Nota biograche a cura di Maria Agostinelli, in: http://www.liberliber.it/biblioteca/n/nievo/index.htm

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Da Quarto al Volturno
di Giuseppe Cesare Abba

In quella specie di devota adeguazione di tutti al sogno, alla forza, al genio di uno solo, non c posto per le supponenze individuali, n per le condenze soggettive, n per gli stati danimo particolari: lAbba racconta solo di s negli altri. Non c Garibaldi distinto dai suoi gregari, cos non ci sono ricordi e impressioni di un testimonio o di un attore che si senta differente da tutta quella gente, con la quale si va come un cuore solo. Egli scrive per tutti e in nome di tutti; le sue sono le noterelle di uno dei Mille, testimonianza di quel nascosto stato danimo garibaldino, di quella vaga e diffusa ducia mistica, senza le quali cose limpresa dei Mille non sintende, o resta una pura astrazione fantastica. (Luigi Russo)

Parma, 3 maggio 1860. Notte.

Le ciance saranno nite. Se ne intesero tante che parevano persino accuse. Tutta Sicilia in armi; il Piemonte non si pu muovere; ma Garibaldi? Trentamila insorti accerchiano Palermo: non aspettano che un capo, Lui! Ed egli se ne sta chiuso in Caprera? No, in Genova. E allora perch non parte? Ma Nizza ceduta? dicevano alcuni. E altri pi generosi: Che Nizza? Partir col cuore afitto, ma Garibaldi non lascier la Sicilia senza aiuto. I pi generosi hanno indovinato. Garibaldi partir, ed io sar nel numero dei fortunati che lo seguiranno. Poco fa, parlavo di questimpresa collavvocato Petitbon. Egli

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che lanno scorso, nella caserma dei cavalleggieri dAosta, pregava con noi che nascesse la rivoluzione nel Ponticio o nel Napoletano, dacch Villafranca aveva troncata la guerra in Lombardia, non potr venire con noi, e si afigge. Ha la madre ammalata. Ci lasciammo colla promessa di rivederci domani, e se ne and lento e scorato, per via dei Genovesi. Mentre io stavo a guardarlo, mi venivano di lontano, per la notte, rumori dascie e di martelli. E li odo ancora. Ma i cittadini non si lagneranno della molestia, perch la fretta molta. Si lavora anche di notte a piantare abetelle, a formar palchi, a curvar archi trionfali, per la venuta di re Vittorio. Verr dunque il Re desiderato fra questo popolo, che, ora sei anni, vide cadere Carlo terzo duca, pugnalato in mezzo alla via. Io era allora scolaro di quattordici anni, e ricordo il racconto che dellorribile caso ci fece il padre maestro Scolopio. Frate raro, biasimava luccisore ma non lodava lucciso. Che Carlo terzo fosse quel duca, che, prima del quarantotto, fu in Piemonte ufciale di cavalleria? Se fu, vi lasci tristo nome. Intesi narrare che una notte, in Torino, due ufciali burloni, di gran casato, amici suoi, lo affrontarono per celia. Pare che ne restasse cos atterrito, che i due dovettero palesarsi, tanto che non morisse dalla paura. E allora egli minacci che guai a loro, se un d fossero capitati a passare per i suoi Stati. Se mai, rispose uno dei due, pianteremo gli sproni ne anchi ai cavalli, e salteremo di l da tuoi Stati senza toccarli. Povero Duca! Ora ne suoi Stati viene Vittorio. Gran fortunato questo Principe! Chi vuol fare qualcosa per la patria, sia pure non amico di re, deve contentarsi di dar gloria a lui. Parma gli far grandi accoglienze, e noi non saremo pi qui.
Parma, 7 maggio. Alla stazione.

Gli ho contati. Partiamo in diciassette, studenti i pi, qualcuno operaio, tre medici. Di questi uno, il Soncini, vecchio, della repubblica Romana. Dicono che nel treno di Romagna troveremo altri amici, ore di gente. Ne verranno da tutte le parti. Si fanno grandi misteri su questa partenza. A sentire qualcuno, neanco laria deve saperla. Ci hanno fatto delle serie raccomandazioni; ma intanto tutti sanno che Garibaldi a Genova, e

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che andr in Sicilia. Attraversando la citt, abbiamo dato e pigliato delle grandi strette di mano, e avuto dei caldi auguri.
Nella stazione di Novi.

Si conoscono allaspetto. Non sono viaggiatori dogni giorno; hanno nella faccia unaria dallegrezza, ma si vede che lanimo raccolto. Si sa. Tutti hanno lasciato qualche persona cara; molti si dorranno di essere partiti di nascosto. La compagnia cresce e migliora. Vi sono dei soldati di fanteria che aspettano non so che treno. Un sottotenente mi si avvicin e mi disse: Vorrebbe telegrafarmi da Genova lora che partiranno? Io, n s n no, rimasi l muto. Che dire? Non ci hanno raccomandato di tacere? Lufciale mi guard negli occhi, cap e sorridendo soggiunse: Serbi pure il segreto, ma creda, non lho pregata con cattivo ne. E si allontan. Volevo chiamarlo, ma ero tanto morticato dallaria dolce di rimprovero con cui mi lasci! un bel giovane, uscito, mi pare da poco, da qualche collegio militare; alla parlata, piemontese. Non so il suo nome e non ne chieder. Innominato, mi rester pi caro e desiderato nella memoria.
Genova, 5 maggio. Mattino.

Ho riveduto Genova, dopo cinque anni dalla prima volta che vi fui lasciato solo. Ricorder sempre lo sgomento che allora mi colse, allavvicinarsi della notte. Quando vidi accendere i lampioni per le vie, mi si schiant il cuore. Fermai un cittadino che passava frettoloso, per chiedergli se con un buon cavallo, galoppando tutta la notte, uno avrebbe potuto giungere prima dellalba a C..., al mio villaggio. Colui mi rispose stizzito, che manco per sogno. Quella notte fu lunga e dolorosa; e ora come posso dormire tranquillo, bench lontano dai miei e a questi passi? Ieri sera arrivammo ad ora tarda, e non ci riusciva di trovar posto negli alberghi, zeppi di giovent venuta di fuori. Sorte che, lungo i portici bui di Sottoripa, ci si fece vicino un giovane, che

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indovinando, senza tanti discorsi, ci condusse in questo albergo. La gran sala era tutta occupata. Si mangiava, si beveva, si chiacchierava in tutti i vernacoli dItalia. Per si sentiva che quei giovani, i pi, erano Lombardi. Fogge di vestire eleganti, geniali, strane; facce baldanzose; persone nate fatte per faticare in guerra, e corpi esili di giovanetti, che si romperanno forse alle prime marcie. Ecco ci che vidi in una guardata. Entravamo in famiglia. E seppi sbito che quel giovane che ci mise dentro si chiama Cariolato, che nacque a Vicenza, che da dieci anni esule, che ha combattuto a Roma nel quarantanove, e in Lombardia lanno passato. Gli altri mi parvero, la maggior parte, gente provata.
Pi sul tardi.

Stamane il primo passo lo feci da C... al quale far conoscere i dottori di Parma, che a lui, studente di medicina, sarebbero cari, se potesse venire con noi. Tu vai in Sicilia! esclam appena mi vide. Grazie! Tu non mi hai detto mai parole pi degne. una grande fortuna! soggiunse pensoso: e dopo lunghi discorsi prese la lettera che gli diedi per casa mia. Egli la porter soltanto quando si sappia che noi saremo sbarcati in Sicilia. Se si dovesse fallire, voglio che la mia famiglia ignori la mia ne. Mi aspetteranno ogni giorno, invecchiando colla speranza di rivedermi. Mi abbattei nel signor Senatore, che mi conobbe giovinetto. Egli mi ha detto che in Genova si radunata una mano di faziosi, i quali oggi o domani vogliono partire, per andare a far guerra contro Sua Maest il Re di Napoli. Non sa pi in che mondo viva: e se il governo di qui non mette la mano sopra quegli sfaccendati perturbatori... Basta, spera ancora! Scaricava cosi la collera che gli bolliva; ma a un tratto si piant, domandandomi se per avventura fossi anchio della partita. Io non risposi. Allora certo daver colto nel segno, cominci colle meraviglie, poi colle esortazioni. Come? Poteva essere che il mondo si fosse girato tanto, da trovarsi a simili fatti un giovane, uscito dal fondo duna valle ignota, allevato da buoni frati, glio di gente quieta, adorato dalla madre...? Poi pass alle minaccie. Avrebbe scritto, si

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sarebbe fatto aiutare da quanti del mio paese sono qui; mi avrebbe affrontato allimbarco, per trattenermi... Ed io nulla. Ultima prova, quasi piangendo e colle mani giunte proruppe: Ma che cosa vi ha fatto il re di Napoli a voi, che non lo conoscete e andate a fargli guerra? Briganti! Eppure un suo glio verr con noi.

***
Desinammo in quattro, n allegri n mesti, e restammo a tavola pensando ognuno lontano, secondo il proprio cuore. Tacevamo. A un tratto il dottor Bandini, che mera di faccia, si lev ritto, cogli occhi nella parete sopra di me. Vera un ritratto. Pisacane! Io lessi alto una strofa stampata a pi dellimmagine di quel precursore, una delle strofe della Spigolatrice di Sapri. Al ritornello, il dottor Bandini mi fu sopra colla sua voce potente e lesse lui:
Eran trecento, eran giovani e forti E sono morti!

Torn il silenzio di prima. Ed io pensai alla notte che si fece sulle due Sicilie, dopo leccidio di Sapri. Oh! allora, come deve essere parsa fuori di ogni speranza una ripresa darmi, a quella povera gente laggi. Ai profughi si affacci il sepolcro in terra straniera, e il regno fu tutto un carcere.

***
Genova nelle ore supreme fu ammirabile. Nessun chiasso: silenzio, raccoglimento e consenso. Alla Porta Pila, verano delle donne del popolo che, a vederci passare, piangevano. Di l a Quarto, di tanto in tanto, un po di folla muta. A pi della collina dAlbaro alzai gli occhi, per vedere ancora una volta la Villa, dove Byron stette gli ultimi giorni, prima di partire per la Grecia: e il grido di Aroldo a Roma mi rison nelle viscere. Se vivesse, sarebbe l sul Piemonte, a anco di Garibaldi inspiratore. Questo villaggio Quarto? S. Dov la villa Spinola? Pi avanti. Tirai avanti. Ecco la villa. Biancheggiava una casina di l da un gran cancello, in un bosco oscuro, nella cui profondit, pei viali, si movevano uomini affaccendati. Dinanzi, sullo stradale che ha il mare l sotto, vera

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gran gente e un bisbiglio e un caldo che infocava il sangue. La folla oscillava: Eccolo! No, non ancora! Invece di Garibaldi usciva dal cancello qualcuno che scendeva al mare, o spariva per la via che mena a Genova. Verso le dieci la folla fece largo pi agitata, tacquero tutti; era Lui! Attravers la strada e per un vano del muricciolo rimpetto al cancello della villa, seguito da pochi, discese franco gi per gli scogli. Allora cominciarono i commiati. Ed io che non aveva l nessuno, mi sentii negli occhi le lagrime. Avviandomi per discendere, mi abbattei in Dapino, mio condiscepolo di sei anni or sono. Aveva la carabina sulla spalla. Fui l per abbracciarlo; ma gli vidi a anco suo padre e un suo fratello, e mi cadde lanimo. Temei dassistere ad una scena dolorosa, perch mi pareva che quel padre, che io so tanto amoroso, fosse venuto per trattenere il gliuolo; e due passi pi sotto verano le barche, e una turba silenziosa come di ombre slava gi in quel fondo. Invece ecco il padre e il fratello abbracciare lamico mio, e... mi si fa un nodo alla gola. Qui accanto dicono dun altro che non conosco. Sono Veneti, giovani belli e di maniere signorili. Sapete che la madre di Luzzatto venne a cercarlo? Da Udine? O da Milano, non so. Corse di qua, di l, da Genova alla Foce, dalla Foce a Quarto, chiedendo, pregando e tanto fece che lo trov. E lui? E lui la supplic di non dirgli di tornare indietro; perch sarebbe partito lo stesso, col rimorso daverla disobbedita. E la mamma? Se nand sola.

GIUSEPPE CESARE ABBA, Da Quarto al Volturno. Noterelle di uno dei mille, Edizione commentata, Zanichelli, Bologna 1956.

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Nota autobiograca di Giuseppe Cesare Abba Nacque in Cairo Montenotte il 6 ottobre 1838, e visse, come tutti i ragazzi di quei tempi, no agli otto o nove anni, con poco tormento di scuola. A dodici anni, preparato, come si soleva allora, alla testa, perch il corpo era gi abbastanza saldo, entr dagli Scolopi di Carcare, in quel Collegio dove gli entusiasmi del 1848 erano ancora vivissimi, specie nel padre Atanasio Canata, grande svegliatore dingegni e di cuori, come erano stati tra gli Scolopi di Savona i padri Pizzorno e Fa di Bruno. Svegliavano allamore delle lettere, dellarte e della patria, cui molti degli alunni offersero il braccio nel 1859. Tra questi fu Giuseppe Cesare Abba che and volontario in Aosta Cavalleria, e che lanno appresso trov tre di quei suoi compagni di scuola nei Mille. Finita la guerra del 1860, Abba se nand a stare in Pisa per vaghezza di studi e per vivere coi giovani amici gi compagni darmi e tornati studenti in quelluniversita, gioconda e pensosa; dove anchegli ascolt le lezioni dei grandi maestri (...). Allora Abba scriveva un suo poemetto romantico intitolato Arrigo: da Quarto al Volturno che stamp nella primavera del 1866 piu per contentar gli amici che per lusinga di far leggere cose sue. Gli dicevano che dalla guerra imminente non era certo di tornare, e che non sarebbe stato inutile lasciare di s quel lavoro. Abba parti con la scolaresca pisana per la guerra del 1866, e nel combattimento di Bezzecca merit la medaglia dargento al valor militare per avere con pochi animosi seguita la bandiera, salvando inoltre due pezzi dartiglieria. Dice cosi il brevetto che accompagna la medaglia. Gli anni dal 1866 al 1880 furono per Abba di solitudine e di raccoglimento nel paese natio, cui dedic tuttavia molte delle sue energie per promuovere listruzione, ligiene, la vita. Allora egli pensava che se tutti coloro che avevano viste in azione le grandi cose della rivoluzione italiana, avessero portato il pensiero e lopera loro nel luogo natio per piccolo che questo fosse, la patria grande avrebbe rimesso rapidamente il tempo che cause dogni sorte le avevano fatto perdere nel mondo. In quel raccoglimento scrisse il romanzo Le Rive della Bormida di scuola Manzoniana, in cui narra storie della sua valle, allapparirvi dei francesi nel 1794, raccolte dai vecchi che le avevano vedute. Piu tardi entr nellinsegnamento e cominci dal liceo di Faenza dove stette quattro anni

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tra quei romagnoli amatissimo. Poi, per antico amore a Brescia, concorse al posto di professore nellIstituto Tecnico di quella nobile citt da dove non si mosse piu, e vi sta ora preside dellIstituto. Le opere sue, dopo il poemetto di Pisa e Le Rive della Bormida, sono le Noterelle duno dei Mille, chegli trasse, dopo venti anni, dal proprio taccuino del 1860, incuorato a ci dal Carducci: le Cose vedute (prose); Romagna (versi); Uomini e soldati, libro deducazione per lesercito e pel popolo; Le Alpi Nostre, scritto per le scuole elementari superiori; la Vita di Nino Bixio; la Storia dei Mille, premiata dallIstituto lombardo di scienze e lettere, bench lAutore non avesse concorso, come si legge nella relazione della Commissione scritta dal prof. Michele Scherillo; Cose Garibaldine, raccolta di fatti e di gure; discorsi per solennit patriottiche come quello per linaugurazione del monumento a Garibaldi in Brescia (1889); quello per il cinquantenario dei Martiri di Belore detto in Mantova il 3 marzo 1903; e quello pel cinquantenario della nascita di Garibaldi detto in Roma nella sala Capitolina alla presenza di S.M. il re dItalia. Non molto forse per una vita di 70 anni, ma insomma quanto basta per mostrare che Giuseppe Cesare Abba fece quanto pot umilmente, senza pretensioni, senza ambizioni e senza guadagni.

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Pagine da Cuore
Edmondo De Amicis

Lincipit del racconto Il tamburino sardo, nel diario del protagonista Enrico Bottini, lio narrante di Cuore, ci conduce nel nucleo di uno dei testi pi amati da intere generazioni: Nella prima giornata della battaglia di Custoza, il 24 luglio del 1848, una sessantina di soldati di un reggimento di fanteria del nostro esercito, mandati sopra unaltura ad occupare una casa solitaria, si trovarono improvvisamente assaliti da due compagnie di soldati austriaci. Cuore, pubblicato il 17 ottobre del 1886 presso leditore Treves, uscito il primo giorno di scuola dellItalia umbertina di allora, ebbe subito un grande successo con pi di quaranta edizioni e la traduzione in una decina di lingue. La storia di un anno di scuola di Enrico e dei suoi compagni, trascorso frequentando la terza elementare presso la sezione Baretti a Torino, solo un pretesto per insegnare ai ragazzi le speranze della giovane Italia. Appaiono valori fondamentali come lamor di patria, il rispetto per i genitori e le autorit, leroismo e lobbedienza. Il libro pi popolare tra i ragazzi, dopo Pinocchio di Collodi, ricorda lo spirito di sacricio e leroismo dei patrioti e dei soldati semplici, i quali pochi anni prima avevano combattuto nelle guerre risorgimentali. un eroe il tamburino sardo che durante la battaglia di Custoza ci troviamo durante la Prima guerra dindipendenza perde una gamba perch il suo capitano gli ha afdato una missione importante la salvezza del distaccamento nel tuo coraggio e nelle tue gambe. Sicuramente De Amicis mentre scriveva il suo libro pi famoso avr ripensato non solo alla sua esperienza personale, vissuta come luogotenente a Custoza nel 1866 durante la Terza guerra dindipendenza dove aveva assistito alla scontta delle truppe italiane da parte di quelle austriache, ma anche alla presa di Roma, avvenuta il 20 settembre 1870 a Porta Pia. Il giornalista De

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Amicis si trovava tra i bersaglieri, assieme anche a Goffredo Mameli, inviato del quotidiano La Nazione di Firenze. Via via che ci avviciniamo (a piedi sintende) vediamo tutte le terrazze delle ville affollate di gente che guarda verso le mura. Presso la villa Casalini incontriamo i sei battaglioni bersaglieri della riserva che stanno aspettando lordine di avanzarci contro Porta Pia. Nessun corpo di fanteria aveva ancora assalito. Lartiglieria stava ancora bersagliando le porte e le mura per aprire le brecce. Non ricordo bene che ora fosse quando ci fu annunziato che una larga breccia era stata aperta vicino a Porta Pia, e che i cannoni dei pontici appostati l erano stati smontati. Quando la Porta Pia fu affatto libera, e la breccia vicina aperta sino a terra, due colonne di fanteria furono lanciate allassalto. Cos De Amicis annotava la storica battaglia in Le tre capitali. Torino FirenzeRoma (Treves Editori) nel 1911. Le cannonate dei militari italiani avevano provocato una breccia larga circa trenta metri attraverso la quale si riversarono dentro lo Stato Ponticio di Papa Pio IX due battaglioni di fanteria e di bersaglieri comandati dal generale Luigi Cadorna. Ci signic la ne dello Stato Ponticio e del potere temporale dei Papi. Roma era nalmente annessa al Regno dItalia e ne sarebbe diventata capitale un anno dopo, nel 1871. Si realizzava in tal modo il sogno di Cavour, scomparso alcuni anni prima, e di tanti patrioti i quali avevano combattuto tre guerre dindipendenza perch avevano sempre creduto in unItalia libera dal giogo di ogni potenza straniera. Nel Cuore deamicisiano vi sono gure di alunni rimaste nellimmaginario collettivo: Garrone, il gigante dallanima nobile al quale fa da contrasto Franti, discolo irrecuperabile (fu sospeso dalla scuola per tre giorni e torn pi tristo e pi insolente di prima); il muratorino dal viso di lepre con il suo naso a pallottola; il bello e bravo Derossi; Precossi picchiato dal padre alcolizzato; Nobis il glio di pap; Coraci arrivato da Reggio Calabria... E poi il Maestro Perboni (la nostra scuola sar una famiglia) e la maestrina dalla Penna Rossa, dal viso color di rosa, cos chiamata perch portava sempre un cappellino con una gran penna rossa. Quanti si saranno commossi leggendo i racconti mensili? Sangue romagnolo, Dagli Appennini alle Ande, La piccola vedetta lombarda, Il piccolo scrivano orentino... Attraverso questopera letteraria lautore tent unimpresa di unicazione nazionale con un linguaggio semplice e a volte anche con un po di retorica. Il forte spirito patriottico di De Amicis lo aveva fatto scappare da casa a quattordici anni per tentare di raggiungere le camicie rosse di Garibaldi. Limpresa non gli era riuscita, ma n da allora Edmondo era convinto che la disciplina militare

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fosse un valido metodo educativo. Le storie dei piccoli studenti torinesi e di quella borghesia postrisorgimentale ben descritta in Cuore possono essere rilette anche oggi, a pi di cento anni di distanza. Sono storie semplici che possiedono ancora la capacit di commuovere, nelle quali si possono riscoprire quegli antichi valori condivisi, come lamor di patria, che fanno di un popolo una nazione: Poich il racconto del Tamburino tha scosso il cuore ti doveva essere facile, questa mattina, far bene il componimento desame: Perch amate lItalia? Perch amo lItalia? Non ti si son presentate subito cento risposte? Io amo lItalia perch mia madre italiana, perch il sangue che mi scorre nelle vene italiano Oh tu non puoi ancora sentirlo intero questo affetto! Lo sentirai quando sarai un uomo, quando ritornando da un viaggio lungo, dopo una lunga assenza vedrai allorizzonte le grandi montagne azzurre del tuo paese Tuo padre.

Il primo della classe 25, venerd Garrone sattira laffetto di tutti; Derossi, lammirazione. Ha preso la prima medaglia, sar sempre il primo anche questanno, nessuno pu competer con lui, tutti riconoscono la sua superiorit in tutte le materie. il primo in aritmetica, in grammatica, in composizione, in disegno, capisce ogni cosa al volo, ha una memoria meravigliosa, riesce in tutto senza sforzo, pare che lo studio sia un gioco per lui... Il maestro gli disse ieri: Hai avuto dei grandi doni da Dio, non hai altro da fare che non sciuparli. E per di pi grande, bello, con una gran corona di riccioli biondi, lesto che salta un banco appoggiandovi una mano su; e sa gi tirare di scherma. Ha dodici anni, gliuolo dun negoziante, va sempre vestito di turchino con dei bottoni dorati, sempre vivo, allegro, grazioso con tutti, e aiuta quanti pu allesame, e nessuno ha mai osato fargli uno sgarbo o dirgli una brutta parola. Nobis e Franti soltanto lo guardano per traverso e Votini schizza invidia dagli occhi; ma egli non se naccoge neppure. Tutti gli sorridono e lo pigliano per una mano o per un braccio quando va attorno a raccogliere i lavori, con quella sua maniera graziosa. Egli regala dei giornali illustrati, dei disegni, tutto quello che a casa regalano a lui, ha fatto per il calabrese una piccola carta geo-

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graca delle Calabrie; e d tutto ridendo, senza badarci, come un gran signore, senza predilezioni per alcuno. impossibile non invidiarlo, non sentirsi da meno di lui in ogni cosa. Ah! io pure, come Votini, linvidio. E provo unamarezza, quasi un certo dispetto contro di lui, qualche volta, quando stento a fare il lavoro a casa, e penso che a quellora egli lha gi fatto, benissimo e senza fatica. Ma poi, quando torno alla scuola, a vederlo cos bello, ridente, trionfante, a sentir come risponde alle interrogazioni del maestro franco e sicuro, e com cortese e come tutti gli voglion bene, allora ogni amarezza, ogni dispetto mi va via dal cuore, e mi vergogno daver provato quei sentimenti. Vorrei essergli sempre vicino allora; vorrei poter fare tutte le scuole con lui; la sua presenza, la sua voce mi mette coraggio, voglia di lavorare, allegrezza, piacere. Il maestro gli ha dato da copiare il racconto mensile che legger domani: La piccola vedetta lombarda; egli lo copiava questa mattina, ed era commosso da quel fatto eroico, tutto acceso nel viso, cogli occhi umidi e con la bocca tremante; e io lo guardavo, comera bello e nobile! Con che piacere gli avrei detto sul viso, francamente: Derossi, tu vali in tutto pi di me! Tu sei un uomo a confronto mio! Io ti rispetto e ti ammiro! La piccola vedetta lombarda Racconto mensile 26, sabato Nel 1859, durante la guerra per la liberazione della Lombardia, pochi giorni dopo la battaglia di Solferino e San Martino, vinta dai Francesi e dagli Italiani contro gli Austriaci, in una bella mattinata del mese di giugno, un piccolo drappello di cavalleggieri di Saluzzo andava di lento passo, per un sentiero solitario, verso il nemico, esplorando attentamente la campagna. Guidavano il drappello un ufciale e un sergente, e tutti guardavano lontano, davanti a s, con occhio sso, muti, preparati a veder da un momento allaltro biancheggiare fra gli alberi le divise degli avamposti nemici. Arrivarono cos a una casetta rustica, circondata di frassini, davanti alla quale se ne stava tutto solo un ragazzo duna dozzina danni, che scortecciava un piccolo ramo con

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un coltello, per farsene un bastoncino; da una nestra della casa spenzolava una larga bandiera tricolore; dentro non cera nessuno: i contadini, messa fuori la bandiera, erano scappati, per paura degli Austriaci. Appena visti i cavalleggieri, il ragazzo butt via il bastone e si lev il berretto. Era un bel ragazzo, di viso ardito, con gli occhi grandi e celesti, coi capelli biondi e lunghi; era in maniche di camicia, e mostrava il petto nudo. Che fai qui? gli domand lufciale, fermando il cavallo. Perch non sei fuggito con la tua famiglia? Io non ho famiglia, rispose il ragazzo. Sono un trovatello. Lavoro un po per tutti. Son rimasto qui per veder la guerra. Hai visto passare degli Austriaci? No, da tre giorni. Lufciale stette un poco pensando; poi salt gi da cavallo, e lasciati i soldati l, rivolti verso il nemico, entr nella casa e sal sul tetto... La casa era bassa; dal tetto non si vedeva che un piccolo tratto di campagna. Bisogna salir sugli alberi, disse lufciale, e discese. Proprio davanti allaia si drizzava un frassino altissimo e sottile, che dondolava la vetta nellazzurro. Lufciale rimase un po sopra pensiero, guardando ora lalbero ora i soldati; poi tutta un tratto domand al ragazzo: Hai buona vista, tu, monello? Io? rispose il ragazzo. Io vedo un passerotto lontano un miglio. Saresti buono a salire in cima a quellalbero? In cima a quellalbero? io? In mezzo minuto ci salgo. E sapresti dirmi quello che vedi di lass, se c soldati austriaci da quella parte, nuvoli di polvere, fucili che luccicano, cavalli? Sicuro che saprei. Che cosa vuoi per farmi questo servizio? Che cosa voglio? disse il ragazzo sorridendo. Niente. Bella cosa! E poi... se fosse per i tedeschi, a nessun patto; ma per i nostri! Io sono lombardo. Bene. Va su dunque. Un momento, che mi levi le scarpe. Si lev le scarpe, si strinse la cinghia dei calzoni, butt neller-

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ba il berretto e abbracci il tronco del frassino Ma bada... esclam lufciale, facendo latto di trattenerlo, come preso da un timore improvviso. Il ragazzo si volt a guardarlo, coi suoi begli occhi celesti, in atto interrogativo. Niente, disse lufciale; va su. Il ragazzo and su, come un gatto. Guardate davanti a voi, grid lufciale ai soldati. In pochi momenti il ragazzo fu sulla cima dellalbero, avviticchiato al fusto, con le gambe fra le foglie, ma col busto scoperto, e il sole gli batteva sul capo biondo, che pareva doro. Lufciale lo vedeva appena, tanto era piccino lass. Guarda dritto e lontano, grid lufciale. Il ragazzo, per veder meglio, stacc la mano destra dallalbero e se la mise alla fronte. Che cosa vedi? domand lufciale. Il ragazzo chin il viso verso di lui, e facendosi portavoce della mano, rispose: Due uomini a cavallo, sulla strada bianca. A che distanza di qui? Mezzo miglio. Movono? Son fermi. Che altro vedi? domand lufciale, dopo un momento di silenzio. Guarda a destra. Il ragazzo guard a destra. Poi disse: Vicino al cimitero, tra gli alberi, c qualche cosa che luccica. Paiono baionette. Vedi gente? No. Saran nascosti nel grano. In quel momento un schio di palla acutissimo pass alto per laria e and a morire lontano dietro alla casa. Scendi, ragazzo! grid lufciale. Than visto. Non voglio altro. Vien gi. Io non ho paura, rispose il ragazzo. Scendi... ripet lufciale, che altro vedi, a sinistra? A sinistra? S, a sinistra Il ragazzo sporse il capo a sinistra; in quel punto un altro -

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schio pi acuto e pi basso del primo tagli laria. Il ragazzo si riscosse tutto. Accidenti! esclam. Lhanno proprio con me! La palla gli era passata poco lontano. Scendi! grid lufciale, imperioso e irritato. Scendo subito, rispose il ragazzo. Ma lalbero mi ripara, non dubiti. A sinistra, vuole sapere? A sinistra, rispose lufciale; ma scendi. A sinistra, grid il ragazzo, sporgendo il busto da quella parte, dove c una cappella, mi par di veder... Un terzo schio rabbioso pass in alto, e quasi ad un punto si vide il ragazzo venir gi, trattenendosi per un tratto al fusto ed ai rami, e poi precipitando a capo tto colle braccia aperte. Maledizione! grid lufciale, accorrendo. Il ragazzo batt la schiena per terra e rest disteso con le braccia larghe, supino; un rigagnolo di sangue gli sgorgava dal petto, a sinistra. Il sergente e due soldati saltaron gi da cavallo; lufciale si chin e gli apr la camicia: la palla gli era entrata nel polmone sinistro. morto! esclam lufciale. No, vive! rispose il sergente. Ah! povero ragazzo! bravo ragazzo! grid lufciale; coraggio! coraggio! Ma mentre gli diceva coraggio e gli premeva il fazzoletto sulla ferita, il ragazzo stralun gli occhi e abbandon il capo: era morto. Lufciale impallid, e lo guard sso per un momento; poi lo adagi col capo sullerba; salz, e stette a guardarlo; anche il sergente e i due soldati, immobili, lo guardavano: gli altri stavan rivolti verso il nemico. Povero ragazzo! ripet tristemente lufciale. Povero e bravo ragazzo! Poi savvicin alla casa, lev dalla nestra la bandiera tricolore, e la distese come un drappo funebre sul piccolo morto, lasciandogli il viso scoperto. Il sergente raccolse a anco del morto le scarpe, il berretto, il bastoncino e il coltello. Stettero ancora un momento silenziosi; poi lufciale si rivolse al sergente e gli disse: Lo manderemo a pigliare dallambulanza; morto da soldato: lo seppelliranno i soldati. Detto questo mand un bacio al morto con un atto della mano, e grid: A cavallo. Tutti balzarono in sella, il drappello si riun e riprese il suo cammino.

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E poche ore dopo il piccolo morto ebbe i suoi onori di guerra. Al tramontar del sole, tutta la linea degli avamposti italiani savanzava verso il nemico, e per lo stesso cammino percorso la mattina dal drappello di cavalleria, procedeva su due le un grosso battaglione di bersaglieri, il quale, pochi giorni innanzi, aveva valorosamente rigato di sangue il colle di San Martino.

La Piccola vedetta lombarda nel manifesto del lm Cuore di Cesti, Santoro e Cruciani (1973).

La notizia della morte del ragazzo era gi corsa fra quei soldati prima che lasciassero gli accampamenti. Il sentiero, ancheggiato da un rigagnolo, passava a pochi passi di distanza dalla casa. Quando i primi ufciali del battaglione videro il piccolo cadavere disteso ai piedi del frassino e coperto dalla bandiera tricolore, lo salutarono con la sciabola; e uno di essi si chin sopra la sponda del rigagnolo, chera tutta orita, strapp due ori e glieli gett. Allora tutti i bersaglieri, via via che passavano, strapparono dei ori e li gettarono al morto. In pochi minuti il ragazzo fu coperto di ori, e ufciali e soldati gli mandavan tutti un saluto passando: Bravo, piccolo lombardo! Addio, ragazzo! A te, biondino! Evviva! Gloria! Addio! Un ufciale gli gett la sua medaglia al valore, un altro and a baciargli la fronte. E i ori continuavano a piovergli sui piedi nudi, sul petto insanguinato, sul capo biondo. Ed egli se ne dormiva l nellerba, ravvolto nel-

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la sua bandiera, col viso bianco e quasi sorridente, povero ragazzo, come se sentisse quei saluti, e fosse contento daver dato la vita per la sua Lombardia1. Il tamburino sardo Racconto mensile Nella prima giornata della battaglia di Custoza, il 24 luglio del 1848, una sessantina di soldati dun reggimento di fanteria del nostro esercito, mandati sopra unaltura a occupare una casa solitaria, si trovarono improvvisamente assaliti da due compagnie di soldati austriaci, che tempestandoli di fucilate da varie parti, appena diedero loro il tempo di rifugiarsi nella casa e di sbarrare precipitosamente le porte, dopo aver lasciato alcuni morti e feriti pei campi. Sbarrate le porte, i nostri accorsero a furia alle nestre del pianterreno e del primo piano, e cominciarono a fare un fuoco tto sopra gli assalitori, i quali, avvicinandosi a grado a grado, disposti in forma di semicerchio, rispondevano vigorosamente. Ai sessanta soldati italiani comandavano due ufciali subalterni e un capitano, un vecchio alto, secco e austero, coi capelli e i baf bianchi; e cera con essi un tamburino sardo, un ragazzo di poco pi di quattordici anni, che ne dimostrava dodi1 La piccola vedetta lombarda, protagonista di questo che uno degli episodi pi celebri e commoventi di Cuore, realmente esistita e ora ha un nome: Giovanni Minoli. Quando, il 20 maggio del 1859, si arrampic su un pioppo bianco, che ancora si erge nelle campagne della frazione Campoferro, aveva 12 anni, era gi orfano e lavorava, come contadino, per conto di una famiglia che abitava a poche diecine di metri da quellalbero, proprio come racconta il romanzo. A rivelare lidentit del personaggio reso celebre dallo scrittore, sono stati Fabrizio Bernini e Daniele Salerno, autori del libro Io sono la Piccola Vedetta Lombarda (Falco editore, 2009). Secondo la ricostruzione dei due autori Giovanni Minoli non mor, come nel romanzo, ma venne solo ferito nella battaglia risorgimentale tra francesi, italiani e austriaci. Il ragazzino ferito venne ricoverato in ospedale a Voghera, dove si spense qualche mese dopo il ricovero, circondato da soldati francesi e italiani: la piccola vedetta lombarda stata cos identicata, a cento e cinquantanni esatti dallepisodio narrato da De Amicis.

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ci scarsi, piccolo, di viso bruno olivastro, con due occhietti neri e profondi, che scintillavano. Il capitano, da una stanza del primo piano, dirigeva la difesa, lanciando dei comandi che parean colpi di pistola, e non si vedeva sulla sua faccia ferrea nessun segno di commozione. Il tamburino, un po pallido, ma saldo sulle gambe, salito sopra un tavolino, allungava il collo, trattenendosi alla parete, per guardar fuori dalle nestre; e vedeva a traverso al fumo, pei campi, le divise bianche degli Austriaci, che venivano avanti lentamente. La casa era posta sulla sommit duna china ripida, e non aveva dalla parte della china che un solo nestrino alto, rispondente in una stanza a tetto; perci gli Austriaci non minacciavan la casa da quella parte, e la china era sgombra: il fuoco non batteva che la facciata e i due anchi. Ma era un fuoco dinferno, una grandine di palle di piombo che di fuori screpolava i muri e sbriciolava i tegoli, e dentro fracassava softti, mobili, imposte, battenti, buttando per aria schegge di legno e nuvoli di calcinacci e frantumi di stoviglie e di vetri, sibilando, rimbalzando, schiantando ogni cosa con un fragore da fendere il cranio. Di tratto in tratto uno dei soldati che tiravan dalle nestre stramazzava indietro sul pavimento ed era trascinato in disparte. Alcuni barcollavano di stanza in stanza, premendosi le mani sopra le ferite. Nella cucina cera gi un morto, con la fronte spaccata. Il semicerchio dei nemici si stringeva. A un certo punto fu visto il capitano, no allora impassibile, fare un segno dinquietudine, e uscir a grandi passi dalla stanza, seguito da un sergente. Dopo tre minuti ritorn di corsa il sergente e chiam il tamburino, facendogli cenno che lo seguisse. Il ragazzo lo segu correndo su per una scala di legno ed entr con lui in una softta nuda, dove vide il capitano, che scriveva con una matita sopra un foglio, appoggiandosi al nestrino, e ai suoi piedi, sul pavimento, cera una corda da pozzo. Il capitano ripieg il foglio e disse bruscamente, ssando negli occhi al ragazzo le sue pupille grigie e fredde, davanti a cui tutti i soldati tremavano: Tamburino! Il tamburino si mise la mano alla visiera. Il capitano disse: Tu hai del fegato Gli occhi del ragazzo lampeggiarono. S, signor capitano, rispose.

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Guarda laggi, disse il capitano, spingendolo al nestrino, nel piano, vicino alle case di Villafranca, dove c un luccicho di baionette. L ci sono i nostri, immobili. Tu prendi questo biglietto, tafferri alla corda, scendi dal nestrino, divori la china, pigli pei campi, arrivi fra i nostri, e dai il biglietto al primo ufciale che vedi. Butta via il cinturino e lo zaino. Il tamburino si lev il cinturino e lo zaino, e si mise il biglietto nella tasca del petto; il sergente gett la corda e ne tenne afferrato con due mani luno dei capi; il capitano aiut il ragazzo a passare per il nestrino, con la schiena rivolta verso la campagna. Bada, gli disse, la salvezza del distaccamento nel tuo coraggio e nelle tue gambe. Si di di me, signor capitano rispose il tamburino, spenzolandosi fuori. Crvati nella discesa, disse ancora il capitano, afferrando la corda insieme al sergente Non dubiti. Dio taiuti. In pochi momenti il tamburino fu a terra; il sergente tir su la corda e disparve; il capitano saffacci impetuosamente al nestrino, e vide il ragazzo che volava gi per la china. Sperava gi che fosse riuscito a fuggire inosservato quando cinque o sei piccoli nuvoli di polvere che si sollevarono da terra davanti e dietro al ragazzo, lavvertirono che era stato visto dagli Austriaci, i quali gli tiravano addosso dalla sommit dellaltura: quei piccoli nuvoli eran terra buttata in aria dalle palle. Ma il tamburino continuava a correre a rompicollo. A un tratto, stramazz. Ucciso! rugg il capitano, addentandosi il pugno. Ma non aveva anche detto la parola, che vide il tamburino rialzarsi. Ah! una caduta soltanto! disse tra s, e respir. Il tamburino, infatti, riprese a correre di tutta forza; ma zoppicava. Un torcipiede, pens il capitano. Qualche nuvoletto di polvere si lev ancora qua e l intorno al ragazzo, ma sempre pi lontano. Egli era in salvo. Il capitano mise unesclamazione di trionfo. Ma seguit ad accompagnarlo con gli occhi, trepidando, perch era un affar di minuti: se non arrivava laggi il pi presto possibile col biglietto che chiedeva immediato soccorso, o tutti i suoi soldati cadevano uccisi, o egli doveva arrendersi e darsi prigioniero con

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loro. Il ragazzo correva rapido un tratto, poi rallentava il passo zoppicando, poi ripigliava la corsa, ma sempre pi affaticato, e ogni tanto incespicava, si soffermava. Lo ha forse colto una palla di striscio, pens il capitano, e notava tutti i suoi movimenti, fremendo, e lo eccitava, gli parlava, come se quegli avesse potuto sentirlo; misurava senza posa, con locchio ardente, lo spazio interposto fra il ragazzo fuggente e quel luccicho darmi che vedeva laggi nella pianura in mezzo ai campi di frumento dorati dal sole. E intanto sentiva i sibili e il fracasso delle palle nelle stanze di sotto, le grida imperiose e rabbiose degli ufciali e dei sergenti, i lamenti acuti dei feriti, il rovino dei mobili e dei calcinacci. Su! Coraggio! gridava, seguitando con lo sguardo il tamburino lontano, avanti! corri! Si ferma, maledetto! Ah! riprende la corsa. Un ufciale venne a dirgli ansando che i nemici, senza interrompere il fuoco, sventolavano un panno bianco per intimare la resa. Non si risponda! egli grid, senza staccar lo sguardo dal ragazzo, che gi era nel piano, ma che pi non correva, e parea che si trascinasse stentatamente. Ma va! ma corri! diceva il capitano stringendo i denti e i pugni; ammazzati, muori, scellerato, ma va! Poi gett unorribile imprecazione. Ah! linfame poltrone, s seduto! Il ragazzo, infatti, di cui no allora egli aveva visto sporgere il capo al disopra dun campo di frumento, era scomparso, come se fosse caduto. Ma dopo un momento, la sua testa venne fuori daccapo; inne si perdette dietro alle siepi, e il capitano non lo vide pi. Allora discese impetuosamente; le palle tempestavano; le stanze erano ingombre di feriti, alcuni dei quali giravano su s stessi come briachi, aggrappandosi ai mobili; le pareti e il pavimento erano chiazzati di sangue; dei cadaveri giacevano a traverso alle porte; il luogotenente aveva il braccio destro spezzato da una palla; il fumo e il polverio avvolgevano ogni cosa. Coraggio! Arrivan soccorsi! Ancora un po di coraggio! Gli Austriaci serano avvicinati ancora; si vedevano gi tra il fumo i loro visi stravolti, si sentiva tra lo strepito delle fucilate le loro grida selvagge, che insultavano, intimavan la resa, minacciavan leccidio. Qualche soldato, impaurito, si ritraeva dalle nestre; i sergenti lo ricacciavano avanti. Ma il fuoco della difesa inacchiva, lo scoraggiamento appariva su tutti i visi, non era pi pos-

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sibile protrarre la resistenza. A un dato momento, i colpi degli Austriaci rallentarono, e una voce tonante grid prima in tedesco, poi in italiano: Arrendetevi! No! url il capitano da una nestra. E il fuoco ricominci pi tto e pi rabbioso dalle due parti. Altri soldati caddero. Gi pi duna nestra era senza difensori. Il momento fatale era imminente. Il capitano gridava con voce smozzicata fra i denti: Non vengono! Non vengono! e correva intorno furioso, torcendo la sciabola con la mano convulsa, risoluto a morire. Quando un sergente, scendendo dalla softta, gett un grido altissimo: Arrivano! Arrivano! ripet con un grido di gioia il capitano. A quel grido tutti, sani, feriti, sergenti, ufciali si slanciarono alle nestre, e la resistenza inferoc unaltra volta. Di l a pochi momenti, si not come unincertezza e un principio di disordine fra i nemici. Subito, in furia, il capitano radun un drappello nella stanza a terreno, per far impeto fuori, con le baionette inastate. Poi rivol di sopra. Era appena arrivato, che sentirono uno scalpito precipitoso, accompagnato da un urr formidabile, e videro dalle nestre venir innanzi tra il fumo i cappelli a due punte dei carabinieri italiani, uno squadrone lanciato ventre a terra, e un baleno fulmineo di lame mulinate per aria, calate sui capi, sulle spalle, sui dorsi; allora il drappello irruppe a baionette basse fuor della porta; i nemici vacillarono, si scompigliarono, diedero di volta, il terreno rimase sgombro, la casa fu libera, e poco dopo due battaglioni di fanteria italiana e due cannoni occupavan laltura. Il capitano, coi soldati che gli rimanevano, si ricongiunse al suo reggimento, combatt ancora, e fu leggermente ferito alla mano sinistra da una palla rimbalzante, nellultimo assalto alla baionetta. La giornata n con la vittoria dei nostri. Ma il giorno dopo, essendosi ricominciato a combattere, gli italiani furono oppressi, malgrado la valorosa resistenza, dal numero soverchiante degli Austriaci, e la mattina del ventisei dovettero prender tristamente la via della ritirata, verso il Mincio. Il capitano, bench ferito, fece il cammino a piedi coi suoi soldati, stanchi e silenziosi, e arrivato sul cader del giorno a Goito, sul Mincio, cerc subito del suo luogotenente, che era stato raccolto col braccio spezzato dalla nostra Ambulanza, e doveva es-

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ser giunto l prima di lui. Gli fu indicata una chiesa, dovera stato installato affrettatamente un ospedale da campo. Egli vand. La chiesa era piena di feriti, adagiati su due le di letti e di materassi distesi sul pavimento; due medici e vari inservienti andavano e venivano, affannati; e sudivan delle grida soffocate e dei gemiti. Appena entrato, il capitano si ferm, e gir lo sguardo allintorno, in cerca del suo ufciale. In quel punto si sent chiamare da una voce oca, vicinissima: Signor capitano! Si volt: era il tamburino Era disteso sopra un letto a cavalletti, coperto no al petto da una rozza tenda da nestra, a quadretti rossi e bianchi, con le braccia fuori; pallido e smagrito, ma sempre coi suoi occhi scintillanti, come due gemme nere. Sei qui, tu? gli domand il capitano, stupito ma brusco. Bravo. Hai fatto il tuo dovere. Ho fatto il mio possibile, rispose il tamburino. Sei stato ferito, disse il capitano, cercando con gli occhi il suo ufciale nei letti vicini. Che vuole! disse il ragazzo, a cui dava coraggio a parlare la compiacenza altiera desser per la prima volta ferito, senza di che non avrebbe osato daprir bocca in faccia a quel capitano; ho avuto un bel correre gobbo, mhan visto subito. Arrivavo venti minuti prima se non mi coglievano. Per fortuna che ho trovato subito un capitano di Stato Maggiore da consegnargli il biglietto. Ma stato un brutto discendere dopo quella carezza! Morivo dalla sete, temevo di non arrivare pi, piangevo dalla rabbia a pensare che ad ogni minuto di ritardo se nandava uno allaltro mondo, lass. Basta, ho fatto quello che ho potuto. Son contento. Ma guardi lei, con licenza, signor capitano, che perde sangue. Infatti dalla palma mal fasciata del capitano colava gi per le dita qualche goccia di sangue. Vuol che le dia una stretta io alla fascia, signor capitano? Porga un momento. Il capitano porse la mano sinistra, e allung la destra per aiutare il ragazzo a sciogliere il nodo e a rifarlo; ma il ragazzo, sollevatosi appena dal cuscino, impallid, e dovette riappoggiare la testa.

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Basta, basta, disse il capitano, guardandolo, e ritirando la mano fasciata, che quegli volea ritenere: bada ai fatti tuoi, invece di pensare agli altri, ch anche le cose leggiere, a trascurarle, possono farsi gravi. Il tamburino scosse il capo. Ma tu, gli disse il capitano, guardandolo attentamente, devi aver perso molto sangue, tu, per esser debole a quel modo. Perso molto sangue? rispose il ragazzo, con un sorriso. Altro che sangue. Guardi. E tir via dun colpo la coperta. Il capitano di un passo indietro, inorridito. Il ragazzo non aveva pi che una gamba: la gamba sinistra gli era stata amputata al di sopra del ginocchio: il troncone era fasciato di panni insanguinati. In quel momento pass un medico militare, piccolo e grasso, in maniche di camicia. Ah! signor capitano, disse rapidamente, accennandogli il tamburino, ecco un caso disgraziato; una gamba che si sarebbe salvata con niente segli non lavesse forzata in quella pazza maniera; uninammazione maledetta; bisogn tagliar l per l. Oh, ma... un bravo ragazzo, glielassicuro io; non ha dato una lacrima, non un grido! Ero superbo che fosse un ragazzo italiano, mentre loperavo, in parola donore. Quello di buona razza, perdio! E se nand di corsa. Il capitano corrug le grandi sopracciglia bianche, e guard sso il tamburino, ristendendogli addosso la coperta; poi, lentamente, quasi non avvedendosene, e ssandolo sempre, alz la mano al capo e si lev il chepp. Signor capitano! esclam il ragazzo meravigliato. Cosa fa, signor capitano? Per me! E allora quel rozzo soldato che non aveva mai detto una parola mite ad un suo inferiore, rispose con una voce indicibilmente affettuosa e dolce: Io non sono che un capitano; tu sei un eroe. Poi si gett con le braccia aperte sul tamburino, e lo baci tre volte sul cuore.
EDMONDO DE AMICIS, Cuore, Newton Compton, Milano 1994.

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Il capitano Ugo Foscolo


di Edmondo De Amicis

Foscolo fu fervido propugnatore, con lazione e la poesia, delle libert proclamate dalla Rivoluzione francese: lode A Bonaparte liberatore del 1797, dello stesso anno la rappresentazione di Tieste, tragedia di spiriti aleriani, veementemente antitirannici. Nel 1797, deluso dal trattato di Campoformio, pass a Milano, dove conobbe Giuseppe Parini e divenne amico di Vincenzo Monti. Inizi qui unintensa attivit sia politica (179799), in senso ormai meno giacobino e pi italiano, sia militare (dal 1799): combatt contro gli AustroRussi, partecip alla difesa di Genova assediata, dove fu ferito (1800); fu poi dal 1804 al 1806 in Francia scontento e amareggiato ufciale della divisione italiana che avrebbe dovuto partecipare allinvasione dellInghilterra progettata da Napoleone. A questo Foscolo, al Foscolo soldato, De Amicis dedica alcune pagine dei suoi Ricordi 187071, sottolineando come la grandezza si possa esercitare anche nelle cose ordinarie, e rimarcando come il sentimento di fraternit e di compassione nei confronti dei suoi soldati costituisse per il capitano Foscolo la vera guida di pensiero e di azione, in una costante tensione verso la realizzazione di un mondo giusto: Teniamo conto della piet gentile chei nutriva pei suoi soldati laceri ed infermi, e dellira generosa con cui ne difendeva i diritti e ne proclamava i sacrici....

Tutti, al giungere della salma di Ugo Foscolo, si levano il cappello e abbassano riverentemente la fronte esclamando: Onore al grande poeta. Io mi pianto qui dritto, alzo la testa, porto la mano aperta alla tesa del cappello ed esclamo con accento soldatesco: Onore al capitano Ugo Foscolo!

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Il capitano Foscolo poco conosciuto. Nei collegi militari, quando un giovanetto d segno di esser nato alle lettere e alla poesia, i maestri gli sogliono dire: Bravo, studii, non si perda danimo, la poesia si pu benissimo conciliare colle armi; veda, per esempio, nellantichit Tirteo; in tempi posteriori, Cervantes, Calderon de la Barca, Camoens; in Italia, Dante, che combatt a Carnpaldino, come lei sa; poi, in Grecia, Riga; Koerner in Germania; Ugo Foscolo... [...] Quindi, parlando del Foscolo ai giovani militari, si dovrebbe dir loro, non gi: Vedete, esempio stupendo! Foscolo scrisse versi immortali e si batt da valoroso; ma bens: Vedete, virt rara! Foscolo il letterato, Foscolo il poeta, Foscolo colla testa piena di Omero, di Virgilio e di Dante, Foscolo fece il suo servizio dufciale con una sollecitudine da contentare il colonnello pi brontolone dellesercito imperiale [...]. Bello vedere il Foscolo giovanissimo, ma pure colla profonda certezza di esser nato alla gloria e di riuscire un giorno da pi che qualcosa, il Foscolo che aveva speso la sua adolescenza negli studi, e trionfato a Venezia con Tieste, e scritto la celebre ode a Bonaparte e redatto il Monitore Italiano con Pietro Custoldi e Melchorre Gioia, e riempito omai del suo nome mezza Italia; bello il vederlo, al primo grido di guerra dimenticar versi, fama ed amore, e abbandonarsi tutto allo spirito guerriero che gli rugga dentro, e fare come semplice soldato le campagne del VII, e combattere a Cento, a Forte Urbano, alla Trebbia, a Novi, in Toscana. Bello il vederlo sui monti di Genova, sotto gli occhi del maresciallo Soult, slanciarsi tra i primi allassalto del forte dei due fratelli, e cader ferito, e meritare le lodi del generale Massena. Bello il vederlo, la sera, stanco delle lunghe fazioni del giorno, arringare il popolo genovese ridotto omai a cibarsi di gatti e di bucce di limone, e accenderlo di coraggio e di speranza; e potendo stare meno a disagio nello stato maggiore, preferire daver comuni cogli altri i digiuni e gli stenti del soldato; e tra questi stenti, in mezzo alle grida delle madri genovesi moribonde di fame, scrivere lode a Luigia Pallavicini e la lettera fatidica a Buonaparte. Bello inne vederlo pellegrinare pei campi italiani, facendo comegli scrisse, da difensore ai soldati colpevoli sottoposti ai Consigli di guer-

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ra; e compiere la sua missione topograca nella Valtellina traducendo Omero e raccogliere documenti per la storia dellarte militare e dar opera alla pubblicazione dei Montecuccoli, e cercare ogni mezzo di rendersi utile e dusare il suo ingegno in pro dellesercito e della patria. Tutto questo bellissimo; ma non vale le poche lettere dufcio scritte da Valenciennes al capo di stato maggiore e al generale di divisione. Scrisse queste lettere come comandante di tre depositi del cos detto Esercito dellOceano, al campo di Boulogne. Era suo vivissimo desiderio di seguire in Inghilterra il genio di Bonaparte, per vedere coi suoi occhi una spedizione, la quale per i cambiamenti di sistema di guerra e pei progressi della marina, avrebbe fatto epoca negli annali delle guerre. Ma pur troppo il suo desiderio and deluso ed egli non vide combattere altre colonne che quelle del dare e dellavere, e invece di riportare vittorie si dovette contentare di riportar totali. La sua corrispondenza data dal giorno in cui assunse il comando dei tre depositi, il 3 gennaio 1805. Le lettere sue sarebbero quarantotto, di conosciute non ve n che dieci o dodici ma bastano a far capire con che buon volere e che cuore il Foscolo facesse il dover suo. Si vede che il proprio servizio egli lo pigliava sul serio quanto il proprio genio, e che il suo maggior dolore era di non poter compiere questo sevizio meglio di quel che facesse, sia perch si trovava male in arnese, n dal giorno del suo arrivo al campo, sia perch i depositi difettavano di tutto, persino del pi necessario alla vita; coloro cui spettava di provvedervi avendo il capo alla guerra pi assai che ad ogni altra cosa. [...] Soccupava egli stesso della compra delle camicie pei soldati, e a furia di ricerche essendo riuscito a trovarne delle buone a tenuissimo prezzo, scriveva al generale per fargli notare che nei corpi si pagano molto di pi e che sulla massa dei soldati si ruba. [...] Egli aveva ragione di lamentare, n dallora, la poca subordinazione in cui vivono naturalmente glindividui lontani dalle severit dei corpi, ed esigeva che i sottufciali contabili, lontani dai suoi occhi, venissero a presentargli ogni giorno il proprio lavoro: Brontolava anchegli, n dallora, perch i sottufciali tendevano violare lordinanza delluniforme [...]. E si doleva col generale

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che gli ufciali comandanti i drappelli lasciassero per la strada gli infermi e si portassero via i cappotti; cosa non so se contro i regolamenti soggiungeva ma certamente contro lumanit e la prudenza[...]. Da ultimo, per i mutamenti politici e per quelli dellanimo suo, si stanc della carriera delle armi, e deliber di escirne; ma non lottenne senza difcolt e senza noie. Aspettava una riforma, non venne; chiese le demissioni, non gliele volevano dare; la divisa militare gli pesava; cosa che segue sovente ai d nostri a chi la vest con troppo ardore e troppe speranze. Questa divisa italiana egli scriveva mi pare s umiliata, s misera, s perigliosa, che io darei un paio di scudi a chiunque la portasse, quando io sono alle volte obbligato a portarla. Ma non fu colpa sua; a suo tempo ei lam codesta divisa, e la vest con orgoglio, e con orgoglio scrisse a Gioacchino Murat quelle memorabili parole: Principe, le lettere sono il primo scopo della mia vita; ma io le ho sempre associate alle armi per dar loro il coraggio e lesperienza, che distingue i grandi scrittori. E ricordino queste parole, e le ripetano sempre tutti i letterati militari presenti e futuri. E ricordino pure, in certi momenti duggia e di stizza, quando il giogo della disciplina preme pi forte, e il sangue comincia ad accendersi, ricordino che molte volte anche lautore dei Sepolcri si sent dire da qualche maggiore arrabbiato: Signor Foscolo!... Le scale son sudicie... Signor Foscolo!... Lei non ha la cravatta dordinanza. Signor Foscolo!... Si eserciti; lei non maneggia ancor bene lo stile dufcio!... E Foscolo, focoso, indocile, superbo; Foscolo, che travedeva cogli occhi della mente le generazioni avvenire chinate dinnanzi alla sua immagine. Foscolo stette a sentire, e mand gi e tacque; e segli tacque, altri pu ben rassegnarsi a tacere: lo si pigli ad esempio anche in questo. Ed oggi che la sua salma restituita allItalia, e di lui, della sua indole, del suo cuore, della sua vita si parla e si scrive con ardore nuovo e giudizi diversi, non ci sfuggano allo sguardo, tra le foglie della corona dalloro, i galloni del vecchio berretto di capitano; tra i versi dei Sepolcri rafguriamoci le cifre e le righe dei registri; poich anche quel berretto coperse dei nobili sudori

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e forsanche su quei registri qualche volta, a tarda notte, in una cameretta solitaria del quartiere di Valenciennes egli lasci cadere la fronte stanca e contristata. Teniamo conto della piet gentile chei nutriva pei suoi soldati laceri ed infermi, e dellira generosa con cui ne difendeva i diritti e ne proclamava i sacrici; mettiamo sulla bilancia anche quelle fatiche, quei disinganni, quei dolori; e in mezzo aglinni e alle musiche che lo salutano grande cittadino e grande poeta, sorga un grido soldatesco accanto alla tomba, che dica: Gloria al capitano Ugo Foscolo! Forse, chi sa? segli si potesse destare un istante, quel grido, pi che ogni altro, varrebbe a richiamare sulle sue smorte labbra un sorriso e un lampo nei suoi occhi infossati. Forse egli mormorerebbe con voce commossa: Oh!... Il mio campo di Boulogne! I miei soldati!
EDMONDO DE AMICIS, Ricordi del 7071, Casa Editrice Italiana di A. Quattrini, Firenze 1913, pagg. 137145.

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Edmondo De Amicis Nato ad Oneglia, Imperia, nel 1846, dopo aver studiato a Cuneo e a Torino entr a sedici anni nella scuola militare di Modena nella quale divenne ufciale. Nel 1866 prese parte alla battaglia di Custoza (terza guerra di indipendenza), nel 1868 fu in Sicilia dove era scoppiata una tremenda epidemia di colera, nel 1870 fu tra gli autori della Breccia di Porta Pia. Intanto iniziava lattivit di scrittore pubblicando (sullItalia militare, di cui era direttore) i bozzetti della Vita militare (1868), scritti con lo scopo di provare che la caserma una vera scuola di educazione nazionale. I bozzetti di impronta preverista gli diedero subito una larga notoriet. Dimessosi dallesercito, divenne giornalista; viaggi molto e scrisse una fortunata serie di volumireportages sui vari paesi visitati: Spagna, Olanda, ricordi di Londra, Marocco, Costantinopoli e altri. Dopo essere divenuto lo scrittore pi letto in Italia, in seguito allo straordinario successo del libro Cuore (1886), De Amicis ader al nascente Partito socialista (1891). Si tratt di una partecipazione sincera e tuttaltro che superciale, tanto vero che essa si spinse no ad una sorta di autocritica implicita delle idee nazionaliste di Cuore e non manc di misurarsi anche con il pensiero dei fondatori del marxismo. Linteresse per i problemi sociali, seppure visti con uno spirito umanitario intriso di paternalismo, trova traccia nelle opere successive: SullOceano, un libro sugli emigrati, Il romanzo di un maestro, La maestrina degli operai, Lotte civili, La carrozza di tutti (e un Primo Maggio scoperto di recente). Gli ultimi anni di De Amicis furono segnati dalla morte della madre amatissima e dal suicidio del glio Furio, oltre che dallaspro dissidio con la moglie. Mor a Bordighera nel 1908.

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Camerati
di Giovanni Verga

La novella inserita in un contesto militare. A Milano si ritrovano insieme tre ragazzi della stessa camerata: Malerba, un giovane ragazzo del Sud Italia, completamente sradicato a Milano; il Lucchese, un toscano; e il Gallorino, settentrionale affascinato dalle armi e dalla guerra, molto colto. I tre camerati partono per la battaglia di Custoza dove incontrano Vittorio Emanuele. Il Lucchese muore, e la battaglia perduta, ma gli altri due ex camerati, nita la leva, si incontrano nel paese di Malerba. Durante lincontro, in questa terra dove Malerba non vedeva lora di tornare, le due mentalit si scontrano e scoprono la loro irriducibile lontananza.

Malerba? Presente! Qui ci manca un bottone, dov? Io non so, caporale. Consegnato! Sempre cos: il cappotto come un sacco, i guanti che gli davano noia, e non sapere pi cosa farsi delle mani, la testa pi dura di un sasso allistruzione e in piazza darmi. Selvatico poi! Di tutte le belle citt dove si trovava di guarnigione, non andava a vedere n le strade, n i palazzi, n le ere, nemmeno i baracconi o le giostre di legno. Lora di sortita se la passava vagabondo per le vie fuori porta, colle braccia ciondoloni, o stava a guardare le donne che strappavano lerba, accoccolate per terra in piazza Castello; oppure si piantava davanti il carrettino delle castagne, e senza spendere mai un soldo. I camerati si divertivano alle sue spalle. Gallorini gli faceva il ritratto sul muro col carbone, e il nome sotto. Egli lasciava fare. Ma quando gli rubavano per ischerzo i mozziconi che teneva nascosti nella canna del fucile, imbestialiva, e una volta and in prigione per un pugno che accec mezzo il Lucchese si vedeva ancora

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il segno nero e lui cocciuto come un mulo a ripetere: Non vero. O allora, chi gli ha dato il pugno al Lucchese? Non so . Poi stava seduto sul tavolaccio, col mento fra le mani. Quando torno al mio paese! Non diceva altro. Inne, conta su. Ci hai lamante al tuo paese? domandava Gallorini. Egli lo ssava, sospettoso, e dimenava il capo. N s n no. Poscia si metteva a guardare lontano. Ogni giorno con un pezzetto di lapis faceva un segno su di un piccolo almanacco che aveva in tasca. Gallorini invece ci aveva lamante. Un donnone coi baf che gli avevano visto insieme al caff una domenica, seduti con un bicchier di birra davanti, e aveva voluto pagar lei. Il Lucchese se ne accorse ronzando l intorno colla Gegia, la quale non gli costava mai nulla. Egli trovava delle Gegie dappertutto, colla sua parlantina graziosa, e perch non si avessero a male desser messe tutte in fascio sin pel nome, diceva che quello era luso del suo paese, quando una vi vuol bene, si chiami, Teresa, Assunta o Bersabea. In quel tempo cominci a correre la voce che saveva a far la guerra coi Tedeschi. Va e vieni di soldati, folla per le strade, e gente che veniva a vedere lesercizio in Piazza dArmi. Quando il reggimento slava fra le bande e i battimani, il Lucchese marciava baldanzoso come se la festa fosse stata fatta a lui, e Gallorini non la niva pi di salutare amici e conoscenti, col braccio sempre in aria, che voleva tornar morto o ufciale, diceva. Tu non ci vai contento alla guerra? domand a Malerba quando fecero i fasci darmi alla stazione Malerba si strinse nelle spalle, e seguit a guardar la gente che vociava e gridava: Evviva! Il Lucchese vide pur la Gegia, curiosa, la quale stava a vedere da lontano, in mezzo alla folla, tenendosi alle costole un ragazzaccio in camiciotto che fumava la pipa. Questo si chiama mettere le mani avanti! borbottava il Lucchese, che non poteva allontanarsi dalle le, e a Gallorini domandava se la sua sera arruolata nei granatieri, per non lasciarlo. Era come una festa dappertutto dove arrivavano. Bandiere, luminarie, e i contadini che correvano sullargine della strada ferrata, a veder passare il treno zeppo di chep e di fucili. Ma alle

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volte poi la sera, nellora in cui le trombe suonavano il silenzio, si sentivano prendere dalla melanconia della Gegia, degli amici, di tutte le cose lontane. Appena arrivava la posta al campo correvano in folla a stendere le mani. Malerba solo se ne stava in disparte grullo, come uno che non aspettava nulla. Egli faceva sempre il segno nellalmanacco, giorno per giorno. Poi stava a sentire la banda, da lontano, e pensava a chi sa cosa. Una sera nalmente successe un gran movimento nel campo. Ufciali che andavano e venivano, carriaggi che slavano verso il ume. La sveglia suon due ore dopo mezzanotte; nondimeno distribuivano gi il rancio e levavano le tende. Poscia il reggimento si mise in marcia. La giornata voleva esser calda. Malerba, il quale era pratico, lo sentiva alle buffate di vento che sollevavano il polverone. Poi era piovuto a goccioloni radi. Appena cessava lacquata, di tratto in tratto, e lo stormire del granoturco, i grilli si mettevano a cantare forte nei campi, di qua e di l dello stradale. Il Lucchese che marciava dietro a Malerba si divertiva alle sue spalle: Su le zampe, camerata! Coshai che non dici nulla? Pensi forse al testamento? Malerba con una spallata sassest lo zaino sulle spalle, e borbott: Cammina! Lascialo stare, prese a dire Gallorini. Sta pensando allinnamorata, che se lammazzano i Tedeschi ne piglia un altro. Cammina tu pure! rispose Malerba. Allimprovviso nella notte pass il trotto di un cavallo, e il tintinno di una sciabola, fra le due le del reggimento che marciavano dai due lati della strada. Buon viaggio! disse poi il Lucchese, che era il buffo della compagnia. E tanti saluti ai Tedeschi, se li incontra . A destra, in una gran macchia scura, biancheggiava un caseggiato. E il cane di guardia latrava furibondo, correndo lungo la siepe. Quello cane tedesco, osserv Gallorini, che voleva dire la barzelletta come il Lucchese. Non lo senti allabbaiare? La notte era ancora profonda. A sinistra come sopra un nugolone nero, che doveva essere collina, spuntava una stella lucente.

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O che ora sar mai? domand Gallorini. Malerba lev il naso in aria, e rispose tosto: Ci vorr almeno unora a spuntare il sole! Che sugo! brontol il Lucchese. Farci far la levataccia per un bel nulla! Alt! ordin una voce breve. Il reggimento scalpicciava ancora, come una mandra di pecore che si aggruppi. O chi saspetta? borbott il Lucchese dopo un pezzetto. Pass di nuovo un gruppo di cavalieri. Stavolta nellalba che cominciava a rompere si videro sventolare le banderuole dei lancieri, e avanti un generale, col berretto gallonato sino in cima, e le mani ccate nelle tasche dello spenser. Lo stradale cominciava a biancheggiare, diritto, in mezzo ai campi ancora oscuri. Le colline sembravano spuntare ad una ad una nel crepuscolo incerto; e in fondo si vedeva un fuoco acceso, forse di qualche boscaiuolo, o di contadini che erano scappati dinanzi a quella piena di soldati. Gli uccelletti, al mormorio, si svegliavano a cinguettare sui rami dei gelsi che si stampavano nellalba. Poco dopo, a misura che il giorno andavasi schiarendo si ud un brontolo cupo verso la sinistra, dove lorizzonte sallargava in un chiarore color doro e color di rosa, come se tuonasse, e faceva senso in quel cielo senza nuvole. Poteva essere il mormorio del ume o il rumore dellartiglieria in marcia. Ad un tratto corse una voce: Il cannone! E tutti si voltavano a guardare verso lorizzonte color doro. Io sono stanco! brontol Gallorini. Ormai dovrebbe far lalto! appoggi il Lucchese. Le chiacchiere andavano morendo a misura che i soldati si avanzavano nella giornata calda, fra le strisce di terra bruna, di seminati verdi, le vigne che orivano sulle colline, i lari di gelsi diritti sin dove arrivava la vista. Qua e l si vedevano dei casolari e delle cascine abbandonate. Accostandosi ad un pozzo, per bere un sorso dacqua, videro degli arnesi a terra, accanto alluscio di un cascinale, e un gatto che affacciava il muso fra i battenti sconquassati, miagolando. Guarda! fece osservare Malerba. Ci hanno il grano in spiga, povera gente! Vuoi scommettere che non ne mangi di quel pane? disse il Lucchese.

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Sta zitto, jettatore! rispose Malerba. Io ci ho labitino della Madonna . E fece le corna colle dita. In quella si ud tuonare anche a sinistra, verso il piano. Da principio, dei colpi rari, che echeggiavano dal monte. Poscia un crepito come di razzi, quasi il villaggio fosse in festa. Al di sopra del verde che coronava la vetta si vedeva il campanile tranquillo, nel cielo azzurro. No, non il ume disse Gallorini. E neppure dei carri che passano. Senti! senti! esclam Gallorini. Laggi la festa cominciata. Alt! ordinarono ancora. Il Lucchese ascoltava, colle ciglia in arco, e non diceva pi nulla. Malerba aveva vicino un paracarro, e ci sera messo a sedere, col fucile fra le gambe. Il cannoneggiamento doveva essere in pianura. Si vedeva il fumo di ogni colpo, come nuvolette dense, che si levavano appena al di sopra dei lari di gelsi, e si squarciavano lentamente. I prati scendevano quieti verso la pianura, con il canto delle quaglie fra le zolle. Il colonnello, a cavallo, parlava con un gruppo dufciali, fermi sul ciglione della strada, guardando di tratto in tratto verso la pianura col cannocchiale. Appena si mosse al trotto, le trombe del reggimento squillarono tutte insieme: Avanti! A destra e a sinistra si vedevano dei campi nudi. Poi qualche pezza di granoturco ancora. Poi delle vigne, poi delle gore dacqua, inne degli alberetti nani. Spuntavano le prime case di un villaggio; e la strada era ingombra di carriaggi e di vetture. Un voco, un tramesto da sbalordire. Sopraggiunse di galoppo un cavalleggiero, bianco di polvere. Il suo cavallo, un morello tozzo e tutto crini, aveva le narici rosse e fumanti. Indi pass un ufciale di stato maggiore, gridando come un ossesso di sgombrare la strada, picchiando colla sciabola a diritta e a manca su quei poveri muli borghesi. Attraverso gli olmi del ciglione si videro slare correndo dei bersaglieri neri, colle piume al vento. Ora si erano messi per una stradicciuola che piegava a diritta. I soldati rompevano in mezzo al seminato, talch a Malerba gli piangeva il cuore. Sulla china di un monticello, videro un gruppo dufciali a cavallo, con la scorta di lancieri dietro, e i cappelli

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a punta di carabinieri. Tre o quattro passi innanzi, a cavallo e col pugno sullanca, cera un pezzo grosso a cui i generali rispondevano colla mano alla visiera, e gli ufciali passandogli dinanzi, salutavano colla sciabola. O chi colui? chiese Malerba. Vittorio, rispose il Lucchese. Che non lhai mai visto nei soldi, sciocco! I soldati si voltavano a guardare, nch potevano. Poscia Malerba osserv fra s: Quello il Re! Pi in l cera un torrentello asciutto. Laltra riva coperta di macchie saliva verso il monte, sparso di olmi scapitozzati. Il cannoneggiamento non si udiva pi. Un merlo a quella pace sera messo a schiare nella mattinata chiara. Tutta un tratto scoppi come un uragano. La vetta, il campanile, ogni cosa fu avvolta nel fumo. Dei rami dalbero che scricchiolavano, della polvere che si levava qua e l nella terra, ad ogni palla di cannone. Una granata spazz via un gruppo di soldati. In cima della collina si udivano di tratto in tratto delle grida immense, come degli urr. Madonna santa! balbett il Lucchese. I sergenti andavano ordinando di mettere a terra i zaini. Malerba obbed a malincuore perch ci aveva due camicie nuove e tutta la sua roba. Lesti! lesti! andavano dicendo i sergenti. Da una stradicciuola sassosa arrivarono di galoppo alcuni pezzi dartiglieria, con un fragore di terremoto; gli ufciali avanti, i soldati curvi sulla criniera irta dei cavalli fumanti, frustando a tutto andare, i cannonieri aggrappati ai mozzi e alle ruote, che spingevano su per lerta. In mezzo al rumore furioso delle cannonate si vide rovinare fuggendo per la china un cavallo ferito, colle tirelle pendenti, nitrendo, scavezzando viti, sparando calci disperati. Pi gi, a frotte, soldati laceri, sanguinosi, senza chep, che agitavano le braccia. Inne dei drappelli interi che rinculavano passo passo, fermandosi a far fuoco alla spicciolata, in mezzo agli alberi. Trombe e tamburi suonarono la carica. Il reggimento si slanci alla corsa su per lerta, come un torrente duomini. Al Lucchese gli parlava il cuore: Che furia per quel che ci aspetta lass! Gallorini gridava: Savoia! E a Malerba che aveva il passo pesante: Su le zampe, camerata! Cammina!

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ripeteva Malerba. Appena sulla vetta, in un praticello sassoso, si trovarono di faccia ai Tedeschi che si avanzavano tti in la. Corse un lungo lampo su quelle masse che formicolavano; la fucilata crepit da un capo allaltro. Un giovanetto ufciale, escito allora dalla scuola, cadde in quel momento, colla sciabola in pugno. Il Lucchese annasp alquanto, colle braccia aperte, come se inciampasse, e cadde egli pure. Ma dopo non si vide pi nulla. Gli uomini si azzuffavano petto a petto, col sangue agli occhi. Savoia! Savoia! Inne i Tedeschi ne ebbero abbastanza, e cominciarono a dare indietro passo passo. I cappotti grigi li inseguivano a stormi. Malerba nella furia del correre, pigli come una sassata che lo fece zoppicare. Poi si accorse che gli colava il sangue pei pantaloni. Allora infuriato come un bue si slanci a testa bassa, menando baionettate. Vide un gran diavolo biondo che gli veniva addosso con la sciabola sul capo, e Gallorini che gli appuntava alla schiena la bocca del fucile. Le trombe suonavano a raccolta. Ora tutto quello che restava del reggimento, a stormi, a gruppi, correva verso il villaggio, che rideva al sole, in mezzo al verde. Per alle prime case si vide la carnecina che ci era stata. Cannoni, cavalli, bersaglieri feriti, tutto sottosopra. Gli usci sfondati, le imposte delle nestre che pendevano come cenci al sole. In fondo a una corte cera un mucchio di feriti per terra, e un carro colle stanghe in aria, ancora carico di legna. E il Lucchese? domand Gallorini senza ato. Malerba laveva visto cadere. Nondimeno si volt indietro per istinto verso il monte che formicolava di uomini e di cavalli. Le armi luccicavano al sole. Si vedevano, in mezzo alla spianata, degli ufciali a piedi, i quali guardavano lontano col cannocchiale. Le compagnie calavano ad una ad una per la china, con dei lampi che correvano lungo le le. Potevano essere le 10 le 10 del mese di giugno, al sole. Un ufciale sera buttato come arso sullacqua dove lavavano gli scopoli dei cannoni. Gallorini stava disteso bocconi contro il muro del cimitero, colla faccia sullerba; l almeno, dalle fosse, nellerba folta, veniva un po di frescura. Malerba, seduto per

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terra, singegnava a legarsi come poteva la gamba col fazzoletto. Pensava al Lucchese, poveretto, che era rimasto per via, a pancia in aria. Tornano! tornano! si ud gridare. La tromba chiamava allarmi. Ah! stavolta era proprio stufo Gallorini! Nemmeno un momento di riposo! Si alz come una bestia feroce, tutto lacero, e afferr il fucile. La compagnia si schierava in fretta, alle prime case del paesetto, dietro i muri, alle nestre. Due pezzi di cannone allungavano la gola nera in mezzo alla strada. Si vedevano venire i Tedeschi in le serrate, un battaglione dopo laltro, che non nivano mai. L fu colpito Gallorini. Una palla gli ruppe il braccio. Malerba lo voleva aiutare. Che coshai? Nulla, lasciami stare . Il tenente faceva anche lui alle fucilate come un semplice soldato, e bisogn correre a dargli una mano, Malerba dicendo ad ogni colpo: Lasciate fare a me che il mio mestiere! I Tedeschi scomparvero di nuovo. Poi fu ordinata la ritirata. Il reggimento non ne poteva pi. Fortunati Gallorini e il Lucchese che riposavano. Gallorini sera seduto a terra, contro il muro, e non si voleva pi muovere. Erano circa le 4, pi di otto ore che stavano in quella caldura colla bocca arsa di polvere. Per Malerba ci aveva preso gusto e domandava: Ora che si fa? Ma nessuno gli dava retta. Scendevano verso il torrentello, accompagnati sempre dalla musica che facevano le cannonate sul monte. Poscia da lontano videro il villaggio formicolare di uniformi di tela. Non si capiva nulla, n dove andavano, n cosa succedeva. Alla svolta di un ciglione simbatterono nella siepe dietro la quale il Lucchese era caduto. E neppure Gallorini non cera pi. Tornavano indietro alla rinfusa, visi nuovi che non si conoscevano, granatieri e fanteria di linea, dietro agli ufciali che zoppicavano, laceri, strascinando i passi, col fucile pesante sulle spalle. Calava la sera tranquilla, in un gran silenzio, dappertutto. A ogni tratto si incontravano carri, cannoni, soldati che andavano al buio, senza trombe e senza tamburi. Quando furono di l del ume, seppero che avevano persa la battaglia. O come? diceva Malerba. O come? E non sapeva capacitarsi. Poi, terminata la ferma, torn al suo paese, e trov la Marta

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che sera gi maritata, stanca daspettarlo. Anche lui non aveva tempo da perdere, e prese una vedova, con del ben di Dio. Qualche tempo dopo, lavorante alla ferrovia l vicino, arriv Gallorini, con moglie e gli anche lui. T Malerba! O cosa fai tu qui? Io faccio dei lavori a cottimo. Ho imparato il fatto mio allestero, in Ungheria, quando mhanno fatto prigioniero, ti rammenti? Mia moglie mha portato un capitaletto... Mondo ladro, eh? Credevi fossi arricchito? Eppure il nostro dovere labbiamo fatto. Ma chi va in carrozza non siamo noi. Bisogna dare una buona sterrata, e tornare a far conto da capo . Coi suoi operai ripeteva pure le stesse prediche, la domenica, allosteria. Essi, poveretti, ascoltavano, e dicevano di s col capo, sorseggiando il vinetto agro, ristorandosi la schiena al sole, come bruti, al pari di Malerba, il quale non sapeva far altro che seminare, raccogliere e far gliuoli. Egli dimenava il capo per politica, quando parlava il suo camerata, ma non apriva bocca. Gallorini invece aveva girato il mondo, sapeva il fatto suo in ogni cosa, il diritto e il torto; sopra tutto il torto che gli facevano, costringendolo a sbattezzarsi e lavorare di qua e di l pel mondo, con una covata di gliuoli e la moglie addosso, mentre tanti andavano in carrozza. Tu non ne sai nulla del come va il mondo! Tu, se fanno una dimostrazione, e gridano viva questo o morte a quellaltro, non sai cosa dire. Tu non capisci nulla di quel che ci vuole! E Malerba rispondeva sempre col capo di s. Adesso ci voleva lacqua pei seminati. Questaltro inverno ci voleva il tetto nuovo nella stalla.
GIOVANNI VERGA, da: Per le vie, 1883

Discendente, per parte di padre, dal ramo cadetto di una nobile famiglia catanese, Giovanni Verga (Catania, 2 settembre 1840 Catania, 27 gennaio 1922) segu gli studi presso Antonino Abate, poeta e patriota, al quale il giovane sottopose il suo primo romanzo, Amore e patria (1857; il romanzo inedito; qualche

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brano fu pubblicato nel volume di F. De Roberto, Casa Verga e altri saggi verghiani, a c. di C. Musumarra, Le Monnier, Firenze 1964). Nel 58 si iscrisse alla Facolt di legge dellUniversit di Catania, abbandonata denitivamente nel 61. Con larrivo di Garibaldi a Catania, si arruol nella Guardia Nazionale (60) e in quello stesso periodo fond il settimanale politico Roma degli Italiani, in collaborazione con N. Niceforo e A. Abate. A sue spese pubblic il romanzo I carbonari della montagna (4 voll., Galatola, Catania 1861-62) e sulle appendici de La Nuova Europa ne apparve un altro, Sulle lagune (5 e 9 agosto 1862, 13 gennaio - 15 marzo 1863). Nel maggio 65 si rec per la prima volta a Firenze, allora capitale dItalia, e prepar la commedia I nuovi tartu (pubblicata postuma) e il romanzo Una peccatrice (Negro, Torino 1866). Nellaprile 69 comp un nuovo viaggio a Firenze, dove, presentato da F. DallOngaro, entr in contatto con gli ambienti letterari della citt e conobbe, fra gli altri, G. Prati, A. Aleardi, A. Maffei e V. Imbriani. Con introduzione dello stesso DallOngaro, fu pubblicato un nuovo romanzo, Storia di una capinera (Lampugnani, Milano 1871), gi edito a puntate su La ricamatrice lanno precedente. Trasferitosi a Milano (72), dove soggiorn prevalentemente no al 93, ebbe modo di avvicinare gli ambienti della scapigliatura e di conoscere A. Boito, G. Giacosa, E. Praga, L. Gualdo e F. Cameroni. Lanno successivo pubblic il romanzo Eva (Treves, Milano 1873), la cui stesura era iniziata quattro anni prima. Il successo di Nedda, il bozzetto pubblicato il 15 giugno 1874 nella Rivista italiana di scienze, lettere e arti (e subito ristampata dalleditore milanese Brigola), con cui si apre la stagione verista, lo incoraggi a lavorare e lanno successivo furono editi due romanzi, Tigre reale e Eros (entrambi Brigola, Milano), mentre nel 76 raccolse le novelle scritte no ad allora nel volume Primavera e altri racconti (ibid., alla terza rist., presso Treves, Milano 1877, assumer il titolo Novelle), cui seguiranno le novelle di Vita dei campi (Treves, Milano 1880 nuova ed., con notevoli varianti, ibid. 1897) e il romanzo I Malavoglia (ibid. 1881). Questultimo nel progetto dellautore doveva essere il primo di un ciclo (della Marea, poi dei Vinti) che avrebbe dovuto comprendere cinque romanzi (Padron Ntoni, Mastro-don Gesualdo, La Duchessa delle Gargantas, Lonorevole Scipioni, Luomo di lusso). Prosegu con il romanzo Il marito di Elena (ibid. 1882), la novella Pane nero (Giannotta Catania 1882) e

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la collaborazione ad alcune riviste (quali Il Fanfulla Fanfulla della domenica, La Domenica letteraria, Cronaca bizantina), con novelle che raccoglier in Novelle rusticane (Treves, Milano 1883 [ma uscite alla ne dell82]; in ed. riveduta, La Voce, Roma 1920), Per le vie (Treves, Milano 1883), Drammi intimi (Sommaruga, Roma 1884) e Vagabondaggio (Barbera, Firenze 1887). Nell84 venne rappresentato con successo a Torino il dramma Cavalleria rusticana (Casanova, Torino 1884). Gli anni seguenti furono caratterizzati da difcolt di ordine economico e professionale: faticava infatti a portare avanti il Ciclo dei Vinti e a completare Mastro-don Gesualdo, che fu nalmente pubblicato nella Nuova Antologia (dove usc a puntate dal 1 luglio al 16 dicembre 1888), e del quale cominci subito la revisione. Sar pubblicato in volume, in edizione completamente rifatta, lanno successivo (Treves, Milano 1889). Sulla Gazzetta letteraria e sul Fanfulla della domenica andava pubblicando le novelle poi raccolte nei volumi I ricordi del capitano dArce (ibid. 1891) e Don Candeloro e C.i (ibid. 1894). Intanto la causa intentata contro Mascagni e leditore Sonzogno per i diritti della versione lirica di Cavalleria rusticana (91) lo vide vincitore e il risarcimento attribuitogli gli consent di superare le gravi difcolt economiche che lo avevano assillato no ad allora. Rientrato denitivamente a Catania (93), prosegu nella stesura del romanzo La Duchessa di Leyra, il terzo del ciclo progettato, di cui fu edito postumo un solo capitolo (a c. di F. De Roberto, in La lettura, 1 giugno 1922); pubblic invece i drammi La lupa, In portineria, Cavalleria rusticana (Treves, Milano 1896) e i bozzetti La caccia al lupo, La caccia alla volpe (ibid. 1902), rappresentati lanno precedente al Manzoni di Milano, dove, nel 1905, fu rappresentato anche il dramma Dal tuo al mio (il romanzo fu edito lanno seguente, ibid. 1906). Gli anni che precedettero la morte videro lo scrittore intento soprattutto alla cura delle sue propriet. Furono edite postume la novella Una capanna e il tuo cuore (in Illustrazione italiana, 12 febbraio 1922), la commedia Rose caduche (in Le Maschere, giugno 1928) e il bozzetto Il mistero (in Scenario, marzo 1940).
GRAZIELLA PULCE, Verga, in: Letteratura italiana Einaudi, Gli Autori. Dizionario bio-bibliograco e indici, H-Z, Einaudi, Torino 1991, pp.1800-1801.

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La morte di Goffredo Mameli


di Anton Giulio Barrili

Le ultime ore di vita di Mameli, il ventiduenne poeta autore dellinno dItalia, sono raccontate con la partecipazione accorata di un fervente patriota quale fu Anton Giulio Barrili

V. [...] Ecco Goffredo nuovamente al anco di Garibaldi. Combatte il 30 aprile a Villa Pamphili; la bella giornata, che ricaccia in gola allOudinot la sua sciocca frase: Les Italiens ne se battent pas e laltra non meno sciocca, ma pi vanamente spavalda, del suo ordine del giorno: Cote que cote, ce soir Rome. Garibaldi vuole Goffredo suo capitano di stato maggiore: ricusa egli il grado, stimandosi troppo giovine, ma accetta lufzio. Segue il lungo armistizio, per dar tempo agli infelici negoziati del signor di Lesseps. Si approtta di questa tregua, per mandar Garibaldi contro i Napoletani a Palestrina, dove Goffredo, assalitor vigoroso di unala nemica, si copre di gloria sotto gli occhi del suo duce1; poscia, con rinnovato proposito, e contro listesso nemico, ordinata la punta a Velletri. Si ritorna da quella vittoria, che poteva esser pi larga, se il Rosselli si fosse mosso, dando corpo una volta a certo suo, non so bene se disegno, o sogno strategico; e si arriva a Roma per riposar la Legione. Ma larmistizio stato
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rotto dallOudinot la mattina del 3 giugno, con ventiquattrore di anticipazione, essendo stato pattuito no alla mattina del 4. Garibaldi accorre con quante forze ha sotto mano via via, e tutto il giorno combatte indefesso davanti e dintorno alla Villa Corsini, dal nemico fortemente occupata. L caddero feriti i due amici, compagni oramai di tante vicende; Nino allinguine, Goffredo alla tibia sinistra. Aveva voluto egli il sacrizio. Stava accanto a Garibaldi, sempre tra il fuoco, e non gli parve bastante; chiese licenza di muovere anchegli, ad una delle tante cariche alla baionetta che si avvicendavano e si succedevano sotto il Casino dei Quattro Venti; lebbe, o credette di averlo, e caric a sua posta, lanimoso. Pochi minuti dopo, ripassava portato a braccia davanti al suo Generale. Lo stesso Garibaldi ha descritto il momento doloroso che gli pass davanti il ferito.2 Si ricambiarono uno sguardo, e non pi: nessuno aveva da veder lagrime sul ciglio del guerriero. Ma Garibaldi si era proposto di far sapere agli Italiani quanto sentisse di quel giovine eroe, e di quellora tragica in cui lo segnava del suo marchio fatale, e a s destinato, infallibil preda, la morte. Ne scrisse, appena sfuggito a quella caccia infernale di quattro colonne, proseguita da San Marino alla pineta di Ravenna; ma non fu potuto stampare, perch sviato o smarrito, lo scritto; ondebbe a dolersene pi tardi, dandone poi qualche cenno in pi lettere alla veneranda madre di Goffredo3. E ne ragionava spesso, tanti anni dopo, a chiara testimonianza per tutti del senso profondo che il giovine poeta soldato aveva fatto nellanimo suo. Amava soprattutto sentir cantare il pi famoso tra gli inni di lui, il Fratelli dItalia. Avete notato? diceva. In una sola strofa c tutto quello che un Italiano non dovrebbe ignorare della sua storia; Legnano, Gavinana, Portoria, i Vespri di Sicilia. E quella Vittoria, che stata creata da Dio schiava di Roma, che immagine stupenda! S, certo, Generale, e da poeta lirico di primissimo grado.
Garibaldi non diede a Goffredo il formale consenso di gittarsi alla carica. Lo scritto, ritrovato finalmente e pervenuto alla famiglia Mameli, si legge ultimo nella Appendice IX di Scritti editi ed inediti di Goffredo Mameli, ordinati e pubblicati con proemio introduzione e note a cura di Anton Giulio Barrili.
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VI. Tolto dal campo chegli aveva bagnato del suo sangue (e mai lantico Gianicolo aveva avuto una consacrazione pi pura), Goffredo fu trasportato allospedale della Trinit dei Pellegrini. La ferita era grave, e a tutta prima non la stimarono tale quei medici. Pure, la tibia era stata spaccata per lungo n sotto al ginocchio. Non si amput, sperando bene: e quando si sbrigli la fasciatura, perch il piede sera fatto tutto nerastro, non si accert neppure la presenza di un corpo estraneo nella ferita. Si tennero consulti parecchi, sembrando a qualche medico necessaria, ad altri no, lamputazione della gamba sotto al ginocchio. Ma il 19 giugno, quando tutti la considerarono urgente, era tardi: si amput allora sopra il ginocchio; e non bastava, pur troppo. Fu detto che la visita improvvisa di persona non gradita, mentre linfermo era lasciato per pochi momenti solo nella sua cameretta, lo facesse dare in ismanie; onde si spost lapparecchio. Ma oramai laccidente, per quanto spiacevole, aveva poca importanza sul corso del male; la complessione delicata, il temperamento linfatico del ferito, erano tali da renderne impossibile la guarigione. Pure, egli ebbe ancora un l di speranza, e scrisse lieto alla madre; le riscrisse lietissimo, confermando la certezza del meglio, quando ogni fede di ci gli era uscita dallanima; e stette saldo, apparecchiato alla morte. Ebbe delirio a pi riprese, ma dolce; delirio di poeta, che recitava versi, a frammenti, come ne aveva gittati nelle pagine condenti de suoi quaderni di studio. Nei momenti lucidi, che ancora sugli ultimi giorni del giugno erano stati i pi, gli dava gran noia il tuonar del cannone, con le granate che venivano frequenti a visitar lospedale; musica e pioggia a cui prima era stato insensibile. Morire in campo, s diceva egli, irrequieto; ma qui, come un paralitico, no! Ebbe no al 3 luglio amici al suo capezzale; tra questi, e perno tre volte al giorno, il Mazzini, losofante come un Greco antico sullanima immortale. Ma dopo quel giorno ognuno dovette pensare a s, non restando altri che gli infermieri e i medici, tra i quali animoso sempre ed infaticabile Agostino Bertani, che solamente il 19 giugno era stato chiamato a consulto, n pi volle spiccarsi intieramente da lui. Forse dagli infermieri seppe Gof-

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fredo, o indovin dal tacer del cannone, che la Repubblica Romana, la Repubblica sua, era caduta. Appunto il 3 luglio erano entrate in citt le soldatesche Francesi. Goffredo Mameli spir il giorno 6, alle sette e mezzo della mattina, dopo un altro accesso di mite delirio, in cui recit versi ancora, ed augur giorni migliori alla patria. La salma, imbalsamata per cura del Bertani, che ne tolse una ciocca di capelli a sacro ricordo per la famiglia, ebbe modeste esequie, deposito temporaneo nella chiesa di Santa Maria in Monticelli, poscia durevole nei sotterranei della chiesa delle Stmmate, dove una pietra con due iniziali scolpite, corrispondenti alle inscritte nel feretro, serb memoria della sua sepoltura. Custodito da quei sacerdoti gelosamente il deposito no al 1870, fu detto; o non ricercato, vorrei soggiungere, non indagato il segreto. Tanta cura dei vivi affannava il governo ponticio a forza restaurato, che non era da credere volesse darsi pensiero dei morti. Al padre, che, a mala pena saputo lestremo pericolo del gliuolo, era accorso in Roma senza potervi penetrare se non dopo avvenuta la morte, fu negata la sacra spoglia del prode: e non fu bello il modo tenuto dalle autorit militari di laggi, con un vecchio soldato come Giorgio Mameli. Il quale lanno addietro, e in quella che il glio combatteva sui campi Lombardi, comandava una fregata, sotto gli ordini dellammiraglio Albini, nellAdriatico. Linerzia prolungata della squadra aveva diffuso nella marinaresca umori di difdenza e di ribellione verso il proprio governo; ed anche da credere che i diuturni contatti, prima di Venezia libera e repubblicana, poi di Ancona libera anchessa dal dominio papale, avessero esercitato un vivissimo inusso tra quella povera gente, condannata da un anno a correre inutilmente le marine dellAdria. E furono appunto nel porto di Ancona manifestazioni clamorose a bordo dellistessa nave ammiraglia, dirette contro lAlbini, che della inerzia lamentata non aveva colpa n peccato; ed acclamazioni per contro al comandante Mameli, che ai nostri marinai, con tutta lausterit sua, sempre era stato carissimo. Quelle manifestazioni, comera naturale, furono sbito represse, collarresto e il processo di molti: il Mameli, dal canto suo, si credette in obbligo di offrire le sue dimissioni, che furono tosto accettate. Ritorn egli dunque a Genova come privato, ricevendo qual-

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che tempo dopo la nuova della ferita di Goffredo, quindi del suo aggravarsi improvviso. Affrettatosi ad accorrere, non potuto entrare in Roma se non dopo la sottomissione dellintiera citt, e quando gi Goffredo era spirato, si present alle autorit militari per domandarne la salma, avendone in risposta un diniego, senza pur una di quelle parole cortesi che sogliono render men duri i riuti, senza nessuno di quei riguardi formali, dovuti ad un ufciale superiore, il quale da pochi giorni soltanto aveva lasciato il comando di una nave da guerra. Anche questo fatto ho accennato, come segno dei tempi grossi, e forse degli animi inveleniti da tanto accanita difesa. Nel 1870, siccome ho detto, per le indagini fortunate dun compagno darmi del Mameli e per indicazioni daltra parte ottenute, fu scoperto il deposito delle Stmmate, riconosciuto il feretro ai segni corrispondenti con quelli della pietra tumulare, il cadavere ai biondi capelli e alla mancanza della gamba sinistra. La famiglia avrebbe volute a Genova le preziose reliquie; cedette poi al gran nome di Roma, di quella Roma a cui Goffredo aveva consacrate le ultime prove dellingegno e del braccio. Col furono lasciate, ma avendole il Campo Verano, non la sommit del Gianicolo, unico luogo di degno riposo alle ossa dei difensori di Roma, morti combattendo per lei. Consoliamoci, pensando di sapere almeno dove sian quelle di Goffredo Mameli; se pure, per ritrovarle, bisogni aver soccorso di guida entro la confusione di migliaia e migliaia di tombe, mentre non pi dato sapere ove posino i resti mortali di Cesare, di Furio Camillo e di Manlio Torquato. Con tanta e cos antica religione di sepolcri in Italia, passa il tempo e si oblia! Ma almeno i nomi dei forti rimangono nelle pagine della storia; e il nome di Goffredo Mameli di quelli che il tempo non distrugger nella memoria degli uomini. C qualche cosa che varr a preservarlo, aroma e monumento pi degno; la poesia che gli sgorgata, e dalta vena, dal cuore. [...]
ANTON GIULIO BARRILI, in: Scritti editi e inediti di Goffredo Mameli; ordinati e pubblicati con proemio, introduzione e note a cura di Anton Giulio Barrili, Societ ligure di storia patria, Palazzo Bianco, gi Brignol Sale, Genova 1902, pagg. 2225.

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Anton Giulio Barrili, patriota e scrittore, partecip alla I e II Guerra di Indipendenza. Entr nella redazione del giornale Movimento e ne divenne poi direttore, facendolo diventare la voce pubblica di Garibaldi. Segu il generale nella infelice campagna per liberare Roma (ne scrisse in Con Garibaldi alle porte di Roma, 1895). Fu poi eletto deputato al Parlamento e inne insegn Letteratura Italiana allUniversit di Genova (nel 1903 divenne rettore dellUniversit).

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Personaggi

Giuseppe Garibaldi
di Indro Montanelli

Si tratta del testo approntato da Indro Montanelli per un fascicolo della collana I Protagonisti, allegato al suo Giornale Nuovo nellaprile del 1993. La penna agile e arguta del grande giornalista toscano delinea a grandi tratti la biograa del giovane Garibaldi ripercorrendone linfanzia a Nizza e lamore per il mare, gli incontri signicativi, il mito di Mazzini, lavventura sudamericana, la conoscenza di Anita.

Giuseppe Garibaldi nacque a Nizza che allora faceva parte dello Stato piemontese nel 1807, ma la famiglia era originaria di Chiavari. Suo padre, che faceva il capitano di mare, era un buon uomo molto rispettoso dellautorit e un po bigotto, che aveva ribattezzato la sua tartana Santa Reparata e ogni giorno si sberrettava davanti al suo stendardo con lefgie di San Giorgio. Lo chiamavano padron Domenico, e aveva sposato una ligure, che tutti conoscevano come mamma Rosa perch da mamma faceva un po a tutti, tanto era di cuor tenero. Peppino ne apprott molto perch fu il pi discolo e ribelle dei gliuoli. Si riut di fare il prete come volevano i suoi, e invece di studiare, passava tutta la giornata a guazzare nel porto con gli altri ragazzi, oppure a caccia dietro un suo cugino, incorreggibile bracconiere. Distruzione nebbe poca perch nessun precettore riusc a inchiodarlo a un tavolino. Appena imparato lalfabeto, se ne serv per leggere solo le cose che lo interessavano: la storia romana, i poemi cavallereschi, quelli del Foscolo e un po di saggistica francese che gli mise in testa idee vagamente rivoluzionarie. Con la grammatica

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e la sintassi non si appast mai del tutto. Il primo zzolo davventura lo manifest a dodici anni quando, in compagnia di tre suoi coetanei, simpadron duna barca, ne spieg al vento le vele e tent di fuggire senza ben sapere dove. Li ripescarono allaltezza di Monaco, e al ritorno ebbero tutti e quattro una buona dose di cinghiate. Ma padron Domenico dovette arrendersi alla vocazione marinara del piccolo scavezzacollo e, rinunziando denitivamente allidea di rinchiuderlo in seminario, lo afd come mozzo a un suo collega che batteva col suo cargo le rotte del Levante. Era un buon mozzo, svelto, resistente e coraggioso. E la ciurma gli voleva bene anche perch di notte egli la rallegrava con le sue canzoni. Cantava con una bella voce chiara e aggraziata, fra il tenore e il baritono leggero. E intanto vedeva il mondo, Atene, Istanbul, Odessa, incontrava gente di tutti i Paesi, il suo orizzonte si allargava, e nella sua testa cominciavano a penetrare certe idee. Di ritorno da una di queste traversate, nel 25, il padre lo condusse con la Santa Reparata a Roma, per fargliela conoscere in tutto lo splendore del Giubileo. Ma Peppino bad poco alle feste religiose, alle Basiliche, alle processioni, anche perch il governo del Papa inisse ai due una grossa contravvenzione per aver eluso le spese di rimorchio della nave lungo il Tevere. Voltate le spalle ai preti, che non gli erano mai andati a genio, e alle loro feste, simmerse fra le rovine del Colosseo che gli rimescolarono i confusi ricordi della Roma classica e imperiale, e lo mandarono in visibilio. Un incontro di decisiva importanza lo fece sulla ne del 32 o ai primi del 33 quando il cargo si trovava ancorato a Marsiglia. Fra altri passeggeri vi simbarc uno strano gruppo di barboni che si chiamavano missione dei compagni della donna . Li capeggiava un certo Emilio Barrault, un intellettuale che n allora aveva fatto e anche con un certo successo il commediografo; ma poi, caduto sotto il fascino delle idee socialiste di SaintSimon, vi si era convertito e nera diventato lardente apostolo. Per realizzarle, aveva deciso di partire coi suoi seguaci per lOriente a fondarvi una comunit di nuovo tipo basata sullamore, sul disinteresse e sullassoluta parit di diritti fra i due sessi. Peppino aveva gi sentito molti discorsi sulla Libert e la Giu-

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stizia. Ma nessuno gliene aveva mai parlato nei termini ispirati di Barrault. Per notti intere stette ad ascoltare quel profeta dalla lunga barba, dallocchio scintillante e dalla parola facile e forbita che forniva cos allettanti pretesti ai suoi disordinati fremiti di ribellione. Ma questi pretesti gli si precisarono meglio quando a Taganrog, sul Mar Nero, conobbe il Il Credente. La maggior parte degli storici ritengono che si tratti di Giambattista Cuneo, un marinaio di Oneglia afliato alla Giovine Italia e conoscente di Mazzini. E nella prima stesura delle sue Memorie, Garibaldi raccont che, nel sentirgli pronunciare la parola Patria, prov la stessa impressione di Cristoforo Colombo quando sent rimbombare la parola Terra!. Non si mai capito perch poi, nella stesura denitiva del libro, di questa folgorazione non sia rimasto che un vago accenno. Chiunque egli fosse, fu di certo questo Credente a rivelare lesistenza di Mazzini a Garibaldi che, appena rientrato a Marsiglia, fece di tutto per conoscerlo. Se questo incontro sia realmente avvenuto, non si sa. Dicono che a combinarlo fu un certo Covi, anchegli afliato della Giovine Italia. Ma Garibaldi nelle sue Memorie non ne fa cenno, e ci pare impossibile che abbia dimenticato o considerato irrilevante questo decisivo episodio. Quanto a Mazzini, nei suoi ricordi egli dice che a quei giorni risale la sua conoscenza di Garibaldi, ma senzaggiungere n quando n dove avvenne, n cosa si dissero. Per il quando non ci sono dubbi. Se lincontro ci fu, non pot avvenire che fra il maggio e il giugno del 33, perch subito dopo Mazzini part per Ginevra. probabile chegli abbia visto Garibaldi in una delle sue rare apparizioni fra i compagni, che Garibaldi sia rimasto deluso dal fatto di non essere riuscito a parlargli da solo a solo, che per questo non abbia di proposito voluto ricordare lavvenirnento, e che proprio da esso dati quella scarsa simpatia per il Maestro, che pi tardi doveva scoppiare in aperta antipatia. Insomma quellincontro, che Jessie White Mario chiam pi tardi la fortuna dellItalia , anche se ci fu, si risolse in un asco. Mazzini, che di uomini sintendeva poco, scambiandolo per uno dei tanti giovanotti che accorrevano a lui con pi entusiasmo che consapevolezza, non cap chi era Garibaldi; e Garibaldi, che aveva sognato di farsi conoscere dal Messia come

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un suo apostolo, ne rimase deluso. Questo non glimped di chiedere lafliazione alla Giovine Italia e di pronunciare il giuramento che lo impegnava a fare tutto ci che gli sarebbe stato ordinato. La direttiva che ricevette fu di rientrare in Piemonte e, visto che non aveva ancora fatto il servizio militare, di chiedere larruolamento nella marina da guerra per lavorarne gli equipaggi in vista dellinsurrezione che Mazzini aveva programmato in appoggio alla spedizione in Savoia. Garibaldi fu immatricolato sulla ne del 33 e imbarcato a Genova sulla fregata Euridice insieme a un compagno di cospirazione, Mutru. Entrambi si diedero a fare proseliti con un impegno inversamente proporzionale alla prudenza. Qualcosa della loro attivit dovette trapelare perch dopo una quarantina di giorni furono trasferiti su unaltra nave. Era il 3 febbraio (del 34): la rivolta doveva scoppiare lindomani. I due ottennero il permesso di scendere a terra e si precipitarono nel luogo ssato per laccensione della scintilla. Non cera nessuno. Cerano solo degli afssi murali che annunziavano il fallimento dellimpresa. I due amici si persero non solo danimo, ma anche fra loro. Garibaldi, temendo che Mutru, arrestato, avesse denunziato la trama, non torn a bordo e trascorse la notte in una stanza di fortuna. La leggenda vuole che nel sonno una voce misteriosa glingiungesse di mettersi in salvo. Ma quella voce sarebbe stata del tutto superua perch laveva capito da s. La fuga non era facile, con la divisa che portava addosso. Sceso allalba nella strada deserta, inl il primo buco che trov aperto. Era un negozio di frutta e verdura, gestito da una brava donna che acconsent ad accoglierlo, a rifocillarlo, a fornirgli un giaciglio e a rivestirlo coi panni civili di suo marito coi quali, durante la notte, si mise per strada alla volta di Nizza. Vi giunse un po a piedi, un po a bordo dei carri dei contadini che incontrava per strada. Sui giornali che gli capitarono sotto mano lesse il suo nome: la polizia lo aveva incriminato di alto tradimento e lo ricercava affannosamente. A Nizza, buss alla porta di una sua zia, un po perch temeva che la sua casa fosse sorvegliata, un po perch non sapeva quale accoglienza gli avrebbe riservato il timoratissimo padre, che infatti si riut di vederlo quando seppe chera l. Venne invece, di nascosto, a salutarlo sua ma-

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dre, convinta che non lo avrebbe visto mai pi. Ripart di notte comera arrivato, e non incontr difcolt ad attraversare la frontiera perch quei posti li conosceva come le sue tasche da quando li batteva in cerca di beccacce dietro al cugino bracconiere. A Marsiglia si ritrov quasi celebre. Tale lo aveva reso la notizia, pubblicata da tutti i giornali, della sua condanna a morte ignominiosa. I compagni lo accolsero fraternamente, ma lambiente era depresso per il fallimento dellinsurrezione. A sbarcare il lunario non fece fatica, perch come marinaio tutti ne conoscevano e riconoscevano la valentia, e offerte non gliene mancarono. Fu secondo su una nave francese, ebbe il comando di un brigantino turco, e alla ne il Rey di Tunisi gli propose di entrare in pianta stabile nella otta che stava organizzando. Garibaldi riut un po perch prevedeva che la otta del Rey si sarebbe trovata prima o poi alle prese con quella francese, un po perch non voleva allontanarsi da Marsiglia e dai suoi compagni. Era l quando, di l a poco, vi scoppi il colera. Garibaldi fu dei pochi che, invece di fuggire, si arruolarono fra i benevoli, cio fra glinfermieri volontari. La sorte lo ricompens del suo coraggio facendolo scampare al terribile contagio. Ma, una volta assolto quellimpegno, cominci a chiedersi se valeva la pena restare l a consumarsi nellattesa di eventi in cui quasi pi nessuno sperava, facendo il piccolo cabotaggio nel catino del Mediterraneo. Da New York aveva ricevuto una lettera di suo fratello Angelo che vi era emigrato, vi sera fatto una discreta posizione e lo invitava a raggiungerlo descrivendogli a rosee tinte le attrattive del Nuovo Mondo. Poco dopo un capitano francese gli offr il posto di secondo sul suo brigantino in partenza per Rio de Janeiro. Non esit: anche quello era Nuovo Mondo. E part convinto che fosse il suo denitivo addio alla famiglia, allItalia e al sogno di farne una patria. A Rio trov molti vecchi compagni, fra i quali Cuneo il Credente di Taganrog , molto pi entusiasti di quelli di Marsiglia forse perch pi ignari degli avvenimenti del 34 e pi lontani dalle beghe che ne erano derivate. La loro passione rianim quella di Garibaldi, che forse era sbarcato laggi col proposito di badare solo a se stesso e di costruirsi una nuova vita. Infatti ci si prov lanciandosi, con due compaesani, Picasso e Rossetti, in unimpresa di trasporti, che poco dopo fall. Non

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aveva il genio degli affari, e tutte le volte che cerc di farne, si trov raggirato e derubato. A riportarlo alla sua vera vocazione fu la politica locale, in cui si trov coinvolto grazie a un altro esule italiano, curioso miscuglio didealista e di avventuriero: Tito Livio Zambeccari. Era un Conte bolognese, glio di un pioniere dellaeronautica che, dopo aver partecipato a tutti i trambusti italiani, si era arruolato fra i rivoluzionari in Spagna, e di l nalmente era approdato a Porto Alegre, capitale della provincia brasiliana di Rio Grande do Sul. Qui era diventato intimo amico di Bento Goncalves, potente e prepotente capataz di quella inquieta regione. Il Brasile era allora un Impero, sul cui trono sedeva il giovane Dom Pedro II, che aveva staccato il Paese dal Portogallo, di cui n l era stato colonia. Ricchissimo latifondista, Bento godeva di largo prestigio in tutta la provincia e lo usava per tenerla in subbuglio contro il potere centrale. Aveva pi smania di potere che idee. Ma queste gliele forn appunto Zambeccari traducendo in portoghese quelle repubblicane e democratiche di Mazzini. La rivolta scoppi nel 35, e la prima ripresa si concluse con la scontta dei ribelli e la deportazione di Bento e Zambeccari in una prigione di Rio. Erano prigioni bonarie, dove glinquilini potevano anche ricevere visite. Zambeccari ne ricevette una di Rossetti e Garibaldi, cui propose di mettersi al servizio del governo rivoluzionario riograndense che frattanto si era ricostituito e aveva ripreso la lotta. Garibaldi esit, ma non per paura. Gli sembrava, abbracciando la causa di Bento, di disertare quella italiana, e in pi lo tratteneva uno scrupolo di legittimit caratteristico del suo temperamento. Garibaldi non era un Capo che sul campo di battaglia. Su quello politico, cercava sempre qualcuno che coprisse le sue responsabilit. Poco prima aveva scritto a Mazzini per sollecitare da lui delle lettere di marca che lo autorizzassero ad armare una ottiglia per attaccare le navi piemontesi di transito in quei paraggi. Anche con lavvallo di Mazzini, sarebbero state azioni di guerra corsara regolarmente punite con la condanna a morte. Ma Garibaldi non le sollecitava per sottrarsi ai rischi o attenuarli. Le chiedeva perch era un soldato, sia pure di ventura, e come tale voleva sentirsi al servizio. Zambeccari vinse le sue perplessit dicendogli che i princpi per cui

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si battevano i ribelli riograndensi erano quelli per i quali si battevano i rivoluzionari italiani, che la vittoria degli uni era quindi una vittoria anche degli altri. E quanto alle lettere di marca, avrebbe provveduto lui a procurargliele, e infatti gliele procur subito. Erano stilate dal galeotto Bento, la cui rma, agli occhi di qualsiasi tribunale, non sarebbe valsa pi di quella del fuoruscito Mazzini. Ma a Garibaldi bast per sentirsi in servizio. E da quel momento la sua vita si trasform in un autentico romanzo di cappa e spada, che noi dobbiamo contentarci di riassumere per sommi capi. Al comando di una lancia, sequestr un cargo austriaco, vi trasfer la sua ciurma di dodici uomini e mise la rotta sul porto uruguaiano di Maldonado, sicuro di trovarvi buona accoglienza perch lUruguay in quel momento era alleato dei riograndensi. Ma durante il viaggio il governo cambi, quello nuovo cambi politica. Garibaldi dovette mettere precipitosamente la prua verso Nord, e nello scontro con un landone portoghese ebbe la gola trapassata da una pallottola. Fu salvato per caso, mentre il suo legno andava alla deriva, da una goletta argentina che lo sbarc a Galeguay dove un chirurgo riusc a estrargli il proiettile incistato a pochi millimetri dalla carotide, e la polizia lo intern, ma lasciandolo a piede libero. Ingann quei mesi di prigionia esercitandosi col cavallo, in poco tempo divent un perfetto gaucho, tent di fuggire, fu ripreso e torturato, ma alla ne riebbe la sua libert, pot raggiungere Montevideo dove Cuneo e Rossetti lo avevano preceduto, ma di l riparti alla volta di Rio Grande, dove lo aspettava Bento, evaso anche lui dal suo carcere e di nuovo in rivolta contro Dom Pedro. Bento lo nomin Grande Ammiraglio di una otta che si riduceva a due barconi imbottigliati in uno stagno dalla squadra portoghese. Garibaldi improvvis un cantiere per costruirvi altre lance, le caric su enormi carri trainati da buoi, le var alle spalle degli assedianti, scamp a un naufragio in cui perse tutta la sua ottiglia e gran parte degli equipaggi, e coi superstiti, a piedi, raggiunse Laguna, dove trov altre barche catturate ai governativi, e Anita. Anita era la moglie delusa di un povero calzolaio che in quel momento militava con glimperiali, e non si mai saputo come nacque il suo idillio con Garibaldi. Si sa soltanto che a un certo punto questi se la condusse a bordo, e fu qui chessi trascorsero,

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vegliati dalla ciurma, la loro luna di miele. Lidillio fu interrotto dalle cannonate della squadra brasiliana. Non potendo difendere i suoi legni, Garibaldi lincendi, e alla testa dei suoi raggiunse via terra il grosso dei ribelli aprendosi la strada a schioppettate. Anita, gi incinta, lo seguiva. Essa non corrisponde esattamente allimmagine oleograca che ne ha dato una certa storiograa risorgimentale. Era una donna incolta, senza particolari attrattive siche, proterva e gelosa, che condivise glideali del suo compagno non perch ne fosse persuasa, ma perch erano del suo compagno. Intrepida sotto le pallottole, viveva nel terrore di essere abbandonata da lui, quando in un combattimento lo perse usc quasi di senno, e da allora non volle pi staccarsene, neanche quando fu in preda alle doglie del parto. Menotti nacque durante una sosta di quella lunga marcia nellinterno del Paese, fra un assalto e unimboscata, e la sua culla fu la sella. Ma Garibaldi si rese conto che a continuare era insensato, anche perch la sorte dei ribelli era segnata. Bento gli concesse il congedo, e a mo di liquidazione gli regal un migliaio di bovini. Garibaldi ridiscese verso Sud spingendosi avanti quella mandria muggente che per si assottigliava ogni giorno. I troperos chegli aveva assoldato se ne vendevano i capi per strada, ma lui non se naccorgeva. Anita gli cavalcava a anco col ca-

Vincenzo Azzola, Limbarco di Garibaldi a Quarto

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pezzolo inlato nella bocca del pargolo, a sera si faceva bivacco e si accendevano i fuochi: era la vita che aveva sempre sognato. Quando arriv alla frontiera uruguaiana, dei mille capi gli erano rimaste trecento pelli che svendette ricavandone un centinaio di ducati. Mai generale sudamericano si era contentato di protti di guerra pi modesti. A Montevideo si prov a fare il buon padre di famiglia e basta, come in fondo Anita desiderava. Regolarizz con un matrimonio la sua relazione con lei, facendone passare per morto il marito che forse era ancora vivo, aftt una casa, prese delle rappresentanze di commercio, brig perno un posto dinsegnante di matematica e geograa nelle scuole locali. Degli avvenimenti italiani lo informava Cuneo, sempre indaffaratissimo a fondare e seppellire giornali. Ma sembrava che non vi prendesse pi molto interesse. A rianimarglielo fu Anzani, il pi serio e autorevole degli esuli italiani, che aveva combattuto per la libert in Grecia e in Spagna. Le sue parole avevano un gran peso anche perch fra tutti quei chiacchieroni, ne pronunziava poche. Il momento, per lUruguay, era drammatico. LArgentina gli aveva dichiarato guerra, e con la sua otta gli teneva imbottigliata la capitale. Tutti gli stranieri di Montevideo avevano formato delle legioni per contribuire alla difesa del Paese. Anzani disse a Garibaldi che un corpo di volontari italiani allenati al combattimento poteva venir buono domani anche per la causa nazionale. E a questo argomento Garibaldi si arrese. Afd allamico il compito di organizzare una legione, e assunse il comando della squadra navale che il governo gli offriva. Il compito che gli avevano afdato sembrava disperato. Si trattava di forzare il blocco e di risalire il Paran per recare aiuto agli argentini di Corrientes, insorti contro il loro governo. Le sue forze erano nel rapporto di uno a tre rispetto a quelle argentine, comandate per di pi da un ammiraglio inglese, Brown, vecchia volpe cresciuta alla scuola di Nelson. Temerariamente, Garibaldi riusc ad eludere la sua vigilanza, e a raggiungere il suo obbiettivo. Brown gli fu addosso quando i ribelli avevano gi ricevuto i rifornimenti che aspettavano. Bloccato in unansa del ume, Garibaldi si difese coi denti, e rifece quello che aveva gi fatto a Laguna. Ordin ai suoi uomini di annafare

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le tolde con lacquavite e di appiccarvi il fuoco. Insieme alle tolde, le indisciplinate ciurme si annafarono le gole e, ubriache, si riutarono di obbedire allordine di sbarco. Garibaldi le abbandon alla loro sorte. Fu una delle poche volte, nella sua lunga vita di guerrigliero, in cui diede prova di fredda spietatezza, e forse fu una rivelazione anche per lui. Nel suo eccezionale coraggio non cera ombra di sadismo. Uccidere non gli piaceva, neanche il nemico, che tratt sempre con grande umanit. Brown disse di lui: il pi generoso dei pirati che abbia mai incontrato. A Montevideo il giornale di Cuneo aveva dato alle gesta di Garibaldi il pi enfatico risalto, magnicando la vittoria di Corrientes come una sua grande vittoria. Vittoria non era perch il nizzardo vi aveva perso la sua piccola otta. Ma la citt, quando a piedi vi rientr dopo una lunga anabasi, lo accolse come un trionfatore e gli rese tali omaggi che la loro eco arriv anche in Italia, e fu cos che il nome Garibaldi cominci a circolare nelle catacombe della cospirazione. Incalzata anche da parte di terra, la capitale sembrava alla vigilia della capitolazione. Ma la notizia per Garibaldi pi amara fu quella che gli diede Anzani: la legione italiana si era sbandata al primo fuoco dando di se stessa uno spettacolo che giusticava in pieno le corbellature di cui tutti, e specialmente i francesi, la facevano segno. Garibaldi parl chiaro e duro ai volontari, ne epur i quadri, impose una disciplina di ferro, e inne ebbe una geniale trovata, destinata a contribuire non poco alla sua leggenda: la camicia rossa. Su questa camicia si sono ricamati romanzi. Ma la sua storia invece molto semplice, addirittura prosaica, e assolutamente priva dei sottintesi ideologici che le sono stati attribuiti. Da buon soldato, Garibaldi era convinto che per trasformare degli uomini in combattenti una divisa non basta, ma ci vuole. La Legione non aveva soldi per distribuirne. Ma in quel momento una fabbrica di Montevideo, che produceva grembiulotti rossi destinati ai saladeros, cio i macellai argentini, non potendo pi smerciarli dato lo stato di guerra fra i due Paesi, dovette venderli sotto costo. Garibaldi apprott delloccasione per incettarne una cospicua partita. E fu cos, per pure ragioni di economia, che nacque la sua famosa uniforme.

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Una volta che nebbe rivestito i suoi volontari, li riport in linea, e sotto il suo comando gli ex fuggiaschi diventarono leoni, anzi lo diventarono troppo perch si buttarono talmente avanti che, per recuperarli, lesercito uruguaiano dovette avanzare le proprie linee, e per poco non si trov aggirato. Ma questo a Garibaldi non importava. A lui premeva soltanto abituare i suoi uomini a battersi, e ci stava riuscendo. Anche di questo episodio, debitamente maggiorato dalla prosa trionfalistica di Cuneo, leco giunse in Italia, ad alimentarvi il mito dellEroe dei Due mondi, come gi si cominciava a chiamarlo. Lo stesso Garibaldi se ne rese conto dalle lettere che gli piovvero addosso dalla patria lontana. Ce nerano anche di Mazzini, calde di ammirazione e di affetto. Erano le prime che riceveva da lui, e portavano la data dellagosto 46. Fra le stupefacenti notizie chesse recavano cera anche questa, pi stupefacente di tutte: che i patrioti toscani avevano lanciato una pubblica sottoscrizione per il dono di una spada donore a Garibaldi quale testimonianza di nazionale gratitudine, che le sottoscrizioni occavano, e che in Piemonte liniziativa aveva ricevuto lautorizzazione di colui che aveva condannato a morte Garibaldi: Carlo Alberto. Tutto questo dovette rimescolargli il sangue, ma non gli mont la testa. Garibaldi non era un esibizionista. La popolarit gli piaceva, come piace a molti, ma non lo inebriava, e non le correva dietro. A fargliela erano stati gli altri, non lui, che delle sue imprese parlava con molta modestia. In mezzo a tanta ammirazione, era rimasto luomo semplice di sempre, senza cupidigia di potere e tanto meno di denaro. Cera in lui il disinteresse di un eroe da western, arrivato a posizioni di comando solo in forza dinnate qualit carismatiche. Il SudAmerica non lo aveva contagiato no ad accendere in lui lambizione del caudillo, ma aveva molto inuito sulla sua formazione di condottiero. Quella in cui Garibaldi eccelleva era la guerra di bande, fatta soprattutto d intuito, improvvisazione e rapidit di movimenti. Ma cera anche unaltra cosa in lui, che affascinava gli uomini: la ducia nella propria stella. Grazie anche alla lontananza e alla magia degli esotici nomi Corrientes, La Plata, ecc. in Italia se lo rafguravano come un qualcosa di mezzo fra Bolivar e Buffalo Bill. Ma tutto questo era avvenuto senza chegli se lo proponesse:

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era un uomo troppo semplice, schietto e istintivo per curare le messinscene pubblicitarie: anche la camicia rossa era stata una trovata involontaria. Nemmeno in tutti quegli anni di continuo guerreggiare al servizio di cause in cui si potessero riconoscere glideali della sua giovinezza aveva mai dimenticato la patria. Ma forse non credeva pi molto al suo riscatto. Non aveva pi seguito con molto interesse gli avvenimenti che vi si svolgevano anche perch forse non ne afferrava il lo. Ma dal momento in cui la patria si accorse di lui, lui non pens pi che alla patria e al proprio ritorno. Il governo di Montevideo gli afd il comando supremo di tutte le sue forze armate, ma lui non lo tenne che per un paio di mesi anche perch ormai le operazioni languivano e il Paese poteva considerarsi salvo. Una sera il ministro della guerra Pacheco and a rendergli visita e lo trov al buio perch non aveva nemmeno di che comprarsi le candele. Gli fece allettanti proposte di sistemazione, ma Garibaldi le lasci cadere. Lunica cosa per cui spasimava era una nave che lo riportasse in Italia, donde giungevano notizie che rendevano la sua ansia sempre pi fremente. Pio IX aveva concesso lamnistia ai condannati politici e teneva tali discorsi che Mazzini (Mazzini!) gli aveva scritto una lettera di omaggio e di plauso. Carlo Alberto dichiarava che non vedeva lora di lanciare il grido dellindipendenza nazionale. E lui non capiva come tutto questo fosse potuto avvenire, ma aveva paura che si compisse senza di lui. Scrisse a Mazzini che si spicciasse a mandargli quella sospirata nave. Ma Mazzini, che come uomo dazione lo stimava moltissimo ma come politico non lo voleva tra i piedi, gli mand invece come consigliere politico un suo duciario, Giacomo Medici. Ma niente pi poteva trattenere Garibaldi, che aveva gi indetto una sottoscrizione per il noleggio di un piroscafo e spedito a Nizza Anita e i tre bambini che frattanto gli erano nati. La sottoscrizione and a gone vele. Ma quando larmatore ebbe intascato la cifra richiesta, disse che aveva fatto male i conti e chiese un supplemento. I legionari si spogliarono di tutti i loro averi per fare fronte alle sue esose pretese. Ma al momento della partenza si avvidero cherano molti meno di quelli che serano messi in lista. Il loro esatto ammontare non s mai saputo. C chi dice

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settanta. C chi dice sessanta. I nomi accertati sono comunque quarantotto, e fra di essi gurano anche due stranieri: luruguaiano Ignacio Bueno, temerario combattente e fedelissima guardia del corpo del comandante, e il nero Aguyar, detto il Moro di Garibaldi: un bonario gigante duna fedelt e dedizione a tutta prova che combatteva con una lancia e una fune per prendere i nemici al laccio, come i cavalli. Medici era gi partito in avanscoperta per predisporre lo sbarco e gli accantonamenti sulla costa fra Livorno e Viareggio. E nalmente il 15 aprile del 48 la Speranza lev le ancore e sciolse le vele al vento, salutata dalla banda e da un frenetico sventolio di bandiere e fazzoletti. LEroe di un mondo partiva alla conquista dellaltro mondo.
INDRO MONTANELLI, I protagonisti. Giuseppe Garibaldi, allegato a: Il Giornale, sabato 3 aprile 1993.

Indro Montanelli (Fucecchio 1909 Milano 2001) stato il pi grande giornalista italiano del Novecento. Laureato in Legge e Scienze politiche, inviato speciale del Corriere della Sera, fondatore del Giornale nuovo nel 1974 e della Voce nel 1994, tornato nel 1995 al Corriere come editorialista. Ha scritto migliaia di articoli e oltre cinquanta libri fra i quali ricordiamo: Le stanze, LItalia del Novecento (con Mario Cervi), La stecca del coro, LItalia del Millennio (con Mario Cervi), Le nuove stanze, Soltanto un giornalista.

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Mazzini

Le passioni del patriota esiliato, cos infelice cos telegenico


di Filippo Ceccarelli

Bambino prodigio e poi giovane cospiratore, apparve sempre troppo sovversivo per il suo tempo. Studi con i sacerdoti giansenisti e fu un infervorato per vocazione: della virt, del sacricio e del dovere...

Non sarebbe piaciuto per niente a Giuseppe Mazzini, detto Pippo, questo estenuante centocinquantesimo dellUnit, lo sventolio posticcio dei tricolori, la retorica attempata e forzatamente pop. Non era tipo, oltretutto, da festeggiamenti.Alto, magro, pallido, malaticcio n dallinfanzia, sempre vestito di nero, anche a Carducci parve negato al sorriso: Esule antico, al ciel mite e severo/ leva ora il volto che giammai non rise. Eppure, o forse proprio per questo, Mazzini appare fervido, intenso, ardente, fascinoso. Di sicuro telegenico, come lo fulmina DAnnunzio: Esule smorto tutto fronte e sguardo. Nelle foto, in effetti, gli occhi puntano in basso, il che accresce in eguale dismisura nobilissima solitudine e accurata presenza di scena. Infelice e precoce, al giorno doggi si direbbe un bambino prodigio. A sette anni salutato da un parente come: Una stella di prima grandezza che sorge brillante di una luce per essere ammirata un giorno dalla colta Europa. Mandato invero piuttosto impegnativo da assolvere: Pippo ce la far anche; ma che fatica, che dolore e che follia morire senza averne nemmeno il sospetto! La madre lo sommerge di amore soffocante, si aspetta da lui unumanit migliore. Sacerdoti giansenisti gli friggono lanima. Diciassettenne conosce a memoria Le ultime lettere di Jacopo Ortis, non esattamen-

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te uno spasso. A venticinque, dopo i primi moti, la prima galera, la prima delusione causatagli dalla Carboneria, gli propongono la seguente e graziosa alternativa: o il conno o lesilio. E se ne va in Svizzera, da quel momento cominciando a girare per lEuropa come una mesta trottola, esiliato a vita. Relazioni sentimentali per lo pi turbolente, gli incerti, abbandonati, morti bambini. Ha pi ducia nelle donne che negli uomini, per non ha tempo per la famiglia e rimarr scapolo. Fra Londra e Lugano aspettano Pippo tempeste di dubbi e tentazioni suicide risoltesi in duro ed eroico ascetismo. Lasma gli d rara tregua. Miseria e debiti, neanche a dirlo: in Inghilterra il pi intellettuale dei cospiratori, piccolo grande protagonista dei salotti, arriva a mettere su per un brevissimo periodo un piccolo commercio di prodotti alimentari con lItalia.

Nel frattempo si occupa di Dante e senza alcun guadagno recupera con piena coscienza di lologo il commento di Foscolo alla Divina Commedia. Studia Goethe, Hugo, conosce ed stimato da Carlyle. Adora anche la musica, sogna una fusione tra quella tedesca e litaliana, ne scrive anche in una specie di trattato losoco. Eclettico, elitario, poliglotta, attrae signore di ogni nazione e giovani italiani che vogliono passare allazione. Intuisce il sorgere della questione operaia. Ma soprattutto pen-

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sa in grande, vede lontano, collega fuochi di rivolta dalla Polonia alla Sicilia. LItalia unentit remota e insieme vicinissima. Quando nalmente ritorna in patria a guidare la Repubblica romana, non avr mai una casa, n una citt sua. Infervorato per natura e vocazione, si abbandona a tutto ci che Spirito: fede, virt, sacricio, apostolato, dovere. La res publica per lui energia beneca e profetica, fratellanza universale e vivicante, sempre un Dio tutto personale riscalda i suoi pensieri e attraversa le sue opere non di rado facendole sconnare in un campo che sembra quello di un riformatore religioso. Carlo Marx lo designa: Il nuovo Maometto, e non un complimento. Garibaldi si sente superiore, teorizza che Mazzini non conosce il popolo, n questultimo conosce lui. Cattaneo e i moderati ne difdano. Lateo Bakunin sprezza il suo patriottismo, lutopia spirituale, la difesa della famiglia e della propriet privata. I cattolici sono incerti tra il considerarlo un eretico o un mezzo demonio. Cavour lo perseguita, ma non solo lui. Dovunque si trovi, ha sempre spie e delatori alle calcagna; e dietro le spalle, insieme ai tanti fallimenti rivoluzionari e alla repressione che ne segue, avverte anche lombra del sospetto di aver mandato al macello decine, anzi centinaia di seguaci, alcuni quasi adolescenti. Ma lui stesso ha dovuto vedersela con un paio di condanne a morte. Il 20 settembre del 1870 lo coglie, ormai sessantacinquenne, dentro il forte militare di Gaeta. Senza volerlo, il conte e poi principe di Metternich che in vena autobiograca compone di Pippo uno splendido e forse anche veritiero epitafo: Ho dovuto combattere contro il pi grande condottiero, Napoleone; mi riuscito di mettere daccordo imperatori, re, uno zar, un sultano e un papa. Ma nessuno sulla faccia della terra mi ha procurato maggiori difcolt di un manigoldo italiano, emaciato, pallido, straccione, ma facondo come luragano, rovente come un apostolo, furbo come un ladro, sfacciato come un commediante, infaticabile come un innamorato. il pi scontto dei vincitori, un pessimista ragionevole e romantico: cristiano senza Chiesa, patriota deluso dalla sua stessa Patria, rivoluzionario tenuto a distanza dai socialisti rivoluzionari, cospiratore ormai per abito mentale, per abitudine, con documenti falsi e doppie identit. Quando muore, a Pisa il 10

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marzo 1872, il dottor Brown e anche in seguito la sfortuna continua a tormentarlo, senza requie. C prima un turpe e patetico merchandising di foto sul letto di morte; poi un forzato ritardo nella partenza del treno che deve portarlo a Genova, per evitare che arrivi il giorno del compleanno di re Vittorio Emanuele; inne c lidea bislacca e la cialtrona realizzazione di pietricarne la salma, simbolo di laica e scientica immortalit da contrapporre alla Chiesa e alle sue reliquie. Lui, Pippo, che aveva chiesto esequie riservate. Lui che voleva stare solo vicino alla madre. Lui che leterno riposo della volont e delle passioni se lera talmente guadagnato da potersi permettere il lusso di un ricordo affettuoso, senza follia e senza retorica.
FILIPPO CECCARELLI, Mazzini. Le passioni del patriota esiliato cos infelice cos telegenico, in: La Repubblica 17 marzo 2011, pag. 39 sezione Cultura

Filippo Ceccarelli, nato a Roma nel 1955, giornalista parlamentare e commentatore politico, dopo aver collaborato a lungo con Panorama e con La Stampa, scrive oggi su la Repubblica. Noto per il suo leggendario archivio di articoli e ritagli, ha pubblicato, presso Longanesi, Lo stomaco della Repubblica. Cibo e potere in Italia dal 1945 al 2000.

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Vittorio Emanuele II
di Francesco Merlo

La leggenda del re galantuomo tozzo, brusco e nazionalpopolare.

Capo Maldestro ma coraggioso, pronto a resistere al clero e alle scomuniche, eppure morto in grazia di Dio. Era un Savoia che non somigliava ai Savoia e per questo riusc a sedurre soprattutto le classi meno abbienti...

Il maldestro imbalsamatore capo, il dottor Brunetti, stronando la salma con i carbonati sottovalut la potenza della diabolica tintura cosmetica che il vanitoso Vittorio Emanuele II importava dalla Persia e che, colando dai capelli, dai baf a manubrio e dal pizzetto savoiardo, n col macchiare indelebilmente il viso del morto. E fu la prima delle tante contraffazioni che la gura del re avrebbe subito. Ma chi era veramente il sovrano che aveva unito lItalia ed era morto per una complicanza polmonare della malattia dellItalia unita, quella malaria che collegava la Sicilia, il Lazio, la Toscana e su sino al Piemonte dove laveva contratta Cavour, morendone anche lui allalba del 6 giugno 1861? Ed certo suggestiva lidea che, a sua volta, la diffusione della mala aria fosse dovuta anche allintenso disboscamento necessario ad impiantare la ferrovia, il mercurio alato della nuova nazione. Insomma ciascuno pagava un costo, anche sico, allUnit e quello di Vittorio Emanuele fu il polmone destro (pleuropolmonite). Un pocome Prometeo che, per aver dato il fuoco agli uomini, aveva perso il fegato. Chi dunque si stava seppellendo al Pantheon, in una Roma che non vide mai un trionfo di vivo pi solenne di quello del morto?.

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Forse non vero che, per garantire la discendenza, il neonato Vittorio Emanuele, morto bruciato nella culla, era stato sostituito con il glio di una macellaio di Porta Romana a Firenze, ma di sicuro era un Savoia che non somigliava ai Savoia neppure sicamente, tozzo e grassoccio anche nei polsi e nelle manone, popolano di modi e di gusti, militaresco, sbrigativo e pieno di disprezzo per gli uomini impennacchiati della nobilt e per i dominatori stranieri, una specie di re nazionalpopolare, il solo re che potesse piacere a Garibaldi. E sicuramente ci sono saggezza e fascino democratici nellipotesi che Vittorio Emanuele abbia voluto lunit dItalia anche in preda ad un rimorso liale, come a confortare quel padre macellaio che era stato umiliato nella sua paternit irrealizzata, padre senza storia di un re che fa la storia. Ed vero che fu seppellito il re galantuomo inventato da DAzeglio, ma anche il suo contrario, il vero dittatore dItalia, precursore di Mussolini come poi lo avrebbe raccontato il fascismo.

Lincontro di Teano con Garibaldi

Ed era stato un maldestro capo militare a cui si dovevano terribili scontte, ma anche coraggioso in battaglia sino alla temerariet. LItalia surrog quella pasticciata, controversa vita reale con la retorica declamatoria, i documenti vennero manipolati o distrutti, e non solo per piaggeria ma soprattutto perch lo Stato incompiuto aveva bisogno di uomini simbolo e la Monarchia temeva la concorrenza, da un lato, di Garibaldi e Mazzini e, dallaltro, di Pio IX, quel povero diavolo del Santo Padre come lo chiamava Vittorio Emanuele. Fatta lItalia fu dunque fatto il primo italiano, fu dato

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un padre alla patria. E lItalia rispose alla retorica di Stato con il repertorio pi nocivo, quello della romanit, delle glorie passate, dei sacri destini, dellElmo di Scipio. E si arriv al kitsch nazionale e mattoide nel concorso per il monumento al re, il cosiddetto Altare della patria, dal quale la citt di Roma stata sgurata in modi irrimediabili (ma con ci non si creda che io sia tra coloro che oggi vorrebbero demolirlo) scrisse Federico Zeri nella prefazione alla riedizione del 1985 (Scheiwiller) dello strepitoso I mattoidi, nel quale Carlo Dossi nel 1884 aveva preso in rassegna i progetti che erano stati presentati da ragionieri, impiegati, medici, avvocati ... opere grandiose, grottesche e strampalate che prevedevano templi in mezzo a grandi laghi articiali, oppure quattro fortezze in stile gotico o ancora una grande mano dove il pollice era Pio IX, lindice Carlo Alberto, il medio Vittorio Emanuele, lanulare Umberto e il mignolo il principe Vittorino. Un progettista voleva costruire sopra Castel SantAngelo un Gloriadeum con le statue degli uomini illustri di tutti i paesi compreso Cristo ma con le spalle volte al Vaticano, ti!, e il re a cavallo in cima ad una salita a spirale percorribile con le carrozze e persino con un piccolo tram. Quel libro divenne un capitolo del famigerato studio di Lombroso sui rapporti tra larte e la follia. In realt un magnico racconto sullinfetto kitsch italiano che, spieg ancora Zeri, abbiamo purtroppo rivisto mille volte: nelledilizia degli anni sessanta per esempio, sino ai cosiddetti artisti della provocazione, oggi rappresentati dai vari Cattelan. Cosa ci resta di quel re che aveva saputo resistere al clero e si era persino fatto beffe delle scomuniche di Pio IX ma poi era morto in grazia di Dio? Certo, si era comportato da caprone con le donne, consumatore di minorenni, spietato con le tanti amanti che lasciava; ma anche, sia pure a suo modo, leale con la bela Rosinche non era per niente bella ma grassoccia, il viso largo e squadrato, una massa di indomabili capelli crespi. Era una rustica, godereccia e pacchiana contadina analfabeta che parlava solo in dialetto, ma lo segu, anche in battaglia, sin da quando aveva 15 anni. Alla ne il re la spos ma non riusc ad ottenere il diritto di discendenza per i due gli che le aveva dato e che am pi di quelli avuti dalla cugina Maria Adelaide dAsburgo: questi sono i gli della patria, quelli sono i gli miei. Eppure la prima moglie era stata stronca-

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ta proprio dalla discendenza, come spesso accadeva alle donne dellepoca, trentacinque anni di vita, tredici di matrimonio e otto gravidanze che la ridussero una larva. Demisticata la patria di marmo, cosa ci rimane del re che, pur mugugnando e lamentandosi, si era afdato ad uomini politici di una qualit che lItalia non avrebbe mai pi avuto, DAzeglio e Cavour, Ricasoli e Rattazzi, Farini e Minghetti, Crispi e Sella....? Se ieri la verit del re venne annullata dal mito, oggi viene deformata a piacere dallaccanimento degli storici improvvisati, nuovo kitsch vittoriano: tutti denunziano e rivendicano e compongono contro biograe di uno, dieci, mille Vittorio Emanuele che si occultano a vicenda, in una storia che non sar mai denitiva e che verr riscritta ad ogni generazione, perch qui si fa lItalia o si muore ... dal ridere.
FRANCESCO MERLO, Vittorio Emanuele II. La leggenda del re galantuomo tozzo, brusco e nazionalpopolareo, in: La Repubblica 17 marzo 2011, pag. 41, sezione Cultura

Francesco Merlo, nato a Catania nel 1951, si iscritto allOrdine dei giornalisti il 20 marzo 1980. E da circa un decennio editorialista de La Repubblica. Ha scritto il primo articolo per Pippo Fava, poi ha lavorato per lOra di Palermo, La Sicilia di Catania, il settimanale il Mondo, la Domenica del Corriere, e per 19 anni al Corriere della Sera. Ha vinto, tra gli altri premi, il Premiolino, il Forte dei Marmi Satira politica, il Premio Pari Opportunit, il Saint Vincent, l Alo Russo, il Capalbio...

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Cavour.

Camillo: il giocatore dazzardo che trionf nella partita decisiva.


di Piero Ottone

Presuntuoso, collerico, coltissimo, fu il grande regista dellUnit grazie alle sue doti di politico. Nella vita militare fu un fallimento, ma gli riusc il capolavoro di farsi dichiarare guerra dallAustria...

Dei quattro personaggi che hanno fatto lItalia, Cavour quello essenziale. Senza di lui lItalia non si sarebbe fatta (o per lo meno non si sarebbe fatta in quegli anni, e a quel modo). Ma anche stato, dei quattro, il meno sentimentale. Nei salotti, se qualcuno si lanciava in poetiche perorazioni patriottiche, gli diceva bonariamente di calmarsi. Dellunicazione Camillo Benso non fu il vate. Non fu neanche lautore del canovaccio. Lui fu il regista. Ma un regista di straordinaria abilit: basti il giudizio di Metternich, che lo den lunico grande diplomatico del suo tempo. Aveva quel che si dice un brutto carattere. Sapeva incantare linterlocutore (o linterlocutrice: fu un gran seduttore). Ma era anche presuntuoso, collerico. Il padre, uomo di forte personalit, lasci di lui, in una lettera scritta in un momento difcile, una descrizione per noi preziosa. Camillo, gran giocatore dazzardo, aveva perso in una speculazione sbagliata, durante un soggiorno a Parigi, una somma enorme: doveva saldare il debito o, come lui disse, farsi saltare le cervella. Il padre pag. E colse loccasione per dirgli quel che pensava di lui. Adesso che il male stato fatto gli scrisse rivediamolo insieme, per trovare un rimedio per il futuro... Tu sei malato di orgoglio. Tu credi di essere lunico giovanotto in grado di diventare da un momento allaltro un

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ministro un banchiere un uomo daffari uno speculatore e questa grandiosa opinione di te stesso non ti ha mai permesso di pensare che forse commettevi qualche errore. Narcisismo? Camillo aveva allora trentanni. La carriera politica era sempre stata il suo sogno. Ma il Piemonte di Carlo Alberto, dominato dai gesuiti, offriva scarse occasioni. Che cosa poteva fare, dunque? Il suo destino di fratello cadetto pareva la carriera militare. La intraprese: e fu un fallimento. Si conged a poco pi di ventanni, col pretesto della miopia. Il padre, per impegnarlo, gli afd allora lamministrazione delle tenute di famiglia. E lui sembr rassegnato a fare per tutta la vita, come disse con amara ironia, lingrassamaiali. Intanto leggeva e leggeva, di storia e di politica; studiava i classici, da Gibbon a Montesquieu, fu tra i primi a capire limportanza di Tocqueville. E poi viaggiava, in Francia e in Inghilterra (mai a sud di Genova), affascinato da unEuropa che stava aprendosi allindustria e alla modernit. Si preparava insomma per una carriera che forse non avrebbe mai fatto. Lo affascin un viaggio in treno, il secondo della sua vita, da Parigi a St. GermaindesPrs, a una velocit folle: ventotto chilometri lora.

Cavour in un dipinto di Francesco Hayez (particolare)

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Finalmente, nel fatale 1848, si apr uno spiraglio. Finanzi e diresse un giornale, fu eletto (non al primo tentativo) in parlamento. E fece carriera: era il pi intelligente e il pi aggiornato. Divent ministro dellAgricoltura, delle Finanze e, nel 1852, Primo ministro. La partecipazione alla guerra di Crimea fu la prima grande impresa della sua vita. Ma lobiettivo dominante di Cavour non fu lunicazione dellItalia: fu il progresso economico, sociale e politico del Piemonte. La Francia, e soprattutto lInghilterra, erano il suo ideale. Furono altri a spingere verso lunicazione della penisola. Lui gest loperazione. Lappuntamento fatale fu a Plombires. Napoleone III, imperatore di Francia, nellestate del 1858 trascorreva le vacanze in quellelegante luogo termale nei Vosgi, e invit Cavour a un incontro che doveva essere segreto. Cavour arriv la sera del 20 luglio: gli alberghi erano tutti occupati, prese alloggio in una pensione. La mattina seguente, Napoleone lo fece salire su una carrozza per una gita nel bosco, e prendendo di tanto in tanto lui stesso le briglie gli espose (quattro ore nella mattinata, altre quattro nel pomeriggio) un mirabolante progetto: guerra della Francia e del Piemonte contro lAustria, annessione della Lombardia e del Veneto, creazione di un Regno del Norditalia. Ma perch il progetto funzionasse era essenziale che fosse lAustria a dichiarare la guerra: premessa quasi inimmaginabile. Cavour riusc a compiere limpresa. Sembr a un certo momento che tutto andasse in fumo: le Grandi Potenze premevano per una conferenza sulla questione italiana alla quale il Piemonte sarebbe stato ammesso solo dopo un disarmo umiliante; gli entusiasmi di Napoleone erano sbolliti. Cavour, disperato, sempre catastroco, pensava allesilio in America, forse al suicidio. Ed ecco, allultimo momento, due ufciali in bianca uniforme attraversarono le vie di Torino: portavano lultimatum di Vienna al Regno di Sardegna, disarmo immediato o la guerra. Lultimatum fu respinto, lAustria attacc: era caduta nel tranello. Questi sono terni al lotto che capitano una volta in un secolo, disse Massimo DAzeglio. Ma il terno al lotto fu in realt il capolavoro di Cavour, che aveva provocato lAustria al punto giusto. Il seguito non fu, per lo statista piemontese, altrettanto glorio-

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so. Ebbe litigi continui con Vittorio Emanuele, scontri con Garibaldi. Limpresa dei Mille gli impose un gioco di equilibrio non sempre dignitoso. Preferiamo ricordarlo in altri momenti della sua vita, per lo pi trascurati dagli storici: come quando, giovanotto innamorato, andava da Torino verso Sntena a piedi, in una magica notte di luna, sognando di stringere fra le braccia la sua Nina.
PIERO OTTONE, Cavour. Camillo, il giocatore dazzardo che trionf nella partita decisiva, in: La Repubblica 17 marzo 2011, pag. 43, sezione Cultura

Giornalista di lungo corso, corrispondente del Corriere della Sera da Mosca negli anni 50, e poi redattore del medesimo giornale no al 1968, Piero Ottone stato direttore de Il Secolo XIX dal 1968 al 1972 e del Corriere della Sera dal 1972 al 1977. Durante la sua direzione del corsera, Ottone impresse una innovativa svolta a sinistra al giornale, che fu molto contestata da Indro Montanelli e da molti altri giornalisti, che abbandonarono il giornale di via Solferino. Oggi scrive editoriali per la Repubblica.

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Il canto degli italiani


di Roberto Benigni

Attraverso Mameli, Garibaldi, Mazzini e tutti i ragazzi morti per la patria, Roberto Benigni ci ha raccontato la storia dellunit nazionale in pochi minuti, in televisione. Il suo intervento riuscito a ricreare quel sentimento che nel nostro Paese, dilaniato da scontri continui e diversit ttizie, mancava da tempo: quello, appunto, dellUnit. Ecco il racconto dellInno di Mameli fatta a Sanremo dallo showman toscano.

Uomini memorabili hanno dato la vita per noi, e non solo in senso poetico, ma proprio sico. Si parla spesso di Risorgimento, ma vista dallalto fu unimpresa di enorme grandezza. Tutto il mondo aveva gli occhi sullItalia. Se voi prendete la storia del mondo, in quel momento l concentrata la grandezza. Una grandezza senza pari, intrisa di giovent. Erano davvero tutti ragazzi: Goffredo Mameli aveva ventanni, come Michele Novaro che ha scritto la musica dellinno. Ma anche gli altri, Mazzini, Cavour, erano ragazzini. Eran tutti dei ragazzi, tutti giovani. Tutti morti a venticinque, ventisei, ventisette, ventotto anni: hanno dato davvero la vita per noi. Tutto il mondo ci guardava. Garibaldi era un vero mito: altro che Che Guevara, Bono, i Beatles o i Rolling Stones. Garibaldi era una cosa impressionante per tutti, era detto El diablo, era impressionante per la bellezza, lardore, il coraggio. Era leroe dei due mondi. (...). I pi grandi scrittori dellepoca, come il duca di Wellington, Charles Dickens o Alessandro Dumas padre quello de I tre Mo-

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schettieri, quello che ha scritto Il Conte di Montecristo, e che seguiva Garibaldi col taccuino in tutto il mondo , personaggi come Victor Hugo, George Sand..., si tassavano per questa cosa di bellezza unica che stava avvenendo in Italia, per questa grandezza immensa, eroica, epica, che stava prendendo forma. Dovunque cera uningiustizia chiamiamo Garibaldi!, si diceva! Cera un fervore che faceva paura, una cosa impressionante. E questo per dire di una gura... Mameli nel 1847 aveva ventanni. Poi arriver il 48 (si dice ancora successo un 48), le cinque giornate di Milano; cerano Manzoni, Verdi... Perch lItalia lunico paese al mondo dov nata prima la cultura e poi la nazione. (...) Il vero patriota non ritiene mai il suo Paese il migliore di tutti: pericoloso. Per quellallegria, quella gioia, quellorgoglio gioioso di vivere in un luogo che uno ama (qui mi piace proprio tanto), questo sano, sanissimo patriottismo. Il nazionalismo una malattia. Il razzismo poi la follia! Ma un sano patriottismo, voler proprio bene al luogo dove si sta, possedere quel sentimento insomma, la cosa pi salutare che ci sia al mondo. E io ce lho. La lingua, lappartenenza... Amarla troppo non va mai bene: troppo sempre sbagliato. Anche lamore: quanti errori non vengono fatti perch gli voleva troppo bene? Non esiste il troppo amore, lamore come la morte: o sei innamorato o non lo sei; o sei morto o non sei morto. Non si dice mica sei troppo morto? No! uno o morto o non lo ! Lamore uguale. Quando si ama bisogna sentire che ami: arrivi n l e non puoi andare oltre o fermarti prima. C una misura che non n su n gi: leternit! E quindi quando si ama, quando si sente la bandiera..., ci si accorge che non una cosa efmera: una cosa eterna. E chi sente questo, come lo sentivano i nostri patrioti, sente che non vive per il carpe diem, per quelle cose tristissime..., no! Vive un attimo eterno, per sempre. Loro sentivano questo: e non li poteva fermare nessuno, ed erano persone mirabili. Mazzini, Cavour, Garibaldi: tutti e tre entrati in politica e usciti dalla politica pi poveri di come cerano entrati: ma hanno arricchito gli italiani, enormemente. Un paese che non proclama i suoi valori con forza pronto

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per loppressione e la servit. Se non ci si ricorda del nostro passato non si sa neanche dove stiamo andando. (...) La parola Risorgimento lha usata per primo lAleri: perch un giorno tu inestinguibile risorgerai, magnanima, una e libera. Risorgere una parola che viene dal Vangelo, religiosa, e quella dellItalia proprio una resurrezione. LItalia era un corpo dilaniato, posseduto, violentato, stuprato, saccheggiato. Il corpo pi bello del mondo. Se voi andate in tutti i musei del mondo, compreso il Louvre, ci sono chilometri di opere darte italiane! Per carit, va bene, appartengono allumanit: non son mica perse! Eppure una gioia entrare in questi posti, e camminare, e dire Ma io appartengo a questa grandezza. Io sono uno che viene da l! Non si pu descrivere cosa succede dentro: una cosa enorme. E qui si inventata la musica, larchitettura, la pittura... Mameli ha ventanni. Novaro, il musicista, morto poverissino (...), una sera sta a Torino presso alcuni scrittori: tutti patrioti. Arriva un pittore, Barzini, con un foglio e dice a Novaro: Guarda cosa ti manda Goffredo...!. Stavano cercando lInno dItalia. E Novaro scrisse la musica. Allegro marziale, quattro quarti, do maggiore (anche se loriginale era in si bemolle maggiore): una marcetta che non affatto una sciocchezza, perfetta per un inno. Certo, la Germania ha Haydn, ha preso il suo inno da un quartetto di Haydn. Ma non centra niente con linno! Linno italiano invece ci rappresenta: noi siamo un popolo solenne, memorabile, altissimo e... allegro. Una parola che non traducibile in nessuna lingua del mondo, che solo nostra! Lallegria, quella che si vede, quella delle... bollicine..., ci appartiene! E questa marcetta lo , allegra. Certo, anche solenne, anche commovente, se la si fa bene! Quando Verdi per Londra compose lInno delle Nazioni ci mise dentro God save the Queen, ci mise la Marsigliese, e ci mise proprio Fratelli dItalia. Poi la diresse Toscanini... Non una bazzeccola! Ha la sua bellezza. Novaro, racconta la storia, lo lesse disse che era bellissimo; si commosse, and a casa, si butt sul pianoforte, gli cadde la lanterna sul foglio, bruci il foglio, bruci il pianoforte, ma nellentusiasmo se lo ricord tutto a memoria. Da quel momento tutti lo cantavano, a partire da Giuseppe Garibaldi con tutte le sue cami-

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cie rosse che andarono a liberare lItalia dai Borboni (le camicie venivano da un carico di tessuti diretto ai macellai di Buenos Aires: non che le abbia inventate cos...; e, a proposito di Borboni: c ancora chi ha nostalgia di loro; ma erano terricanti, bastava dire una cosa diversa da quella che pensava un altro e ti buttavano nelle galere... E il granduca di Toscana? un fantoccio nelle mani degli austriaci. Era una cosa spaventosa: unItalia dilaniata, continuamente). Arrivano dunque questi qua e scrivono linno. E bisogna considerare che la poesia d forza: dove c una canzone, dove c una poesia, l ci sono i poeti e gli artisti con il loro desiderio, con questo qualcosa che mettono dentro alle loro creazioni. come nella storia dei tre boscaioli: dovevano sollevare un tronco, ma non ce la facevano. Uno dei tre allora montato sopra il tronco e ha cominciato a cantare. I due, pur con quel peso in pi, lhanno alzato! Pensate cosa fanno larte, la bellezza, la musica, la poesia: danno una forza che ti trovi dentro, danno il desiderio! Ci ha unito il desiderio. Mameli scrisse cos: Fratelli dItalia, lItalia s desta. Ripete due volte Italia, perch allepoca bisognava sentirla che cera, questa Italia (immaginatevi questo ragazzo di ventanni, un fratello vostro, il glio vostro pi piccino, morto sei mesi dopo aver scritto linno insieme a Garibaldi nella difesa della Repubblica romana per una ferita alla gamba andata in infezione!). LItalia s desta. Svegliatevi...! Svegliamoci...! Lunica maniera per realizzare i propri sogni svegliarsi!. (...) Dellelmo di Scipio s cinta la testa... Sono dei senari, sei sillabe in quartine con rime alternate ab cb..., la prima e la terza non fanno rima, la seconda e la quarta s, e poi c la baciata in fondo: sono proprio da marcia! Anche Verdi ha scritto delle marce: Verdi, patriota memorabile, quello del Va Pensiero: Stravinski, grande musicista, ha detto proprio che c pi sostanza nel La donna mobile di Verdi che in tutta la Tetralogia di Wagner! Certo, laffermazione un po provocatoria, ma per dire che ne La donna mobile, nel duca di Mantova, in Rigoletto, nelle marcette, ci pu essere qualcosa di estremamente profondo. Questa marcetta ha insomma il suo signicato; ed forse lunico caso di inno in cui famoso il paroliere e non il

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musicista: come dire La Traviata di Piave anzich di Verdi! Dellelmo di Scipio s cinta la testa: lItalia s svegliata e s messa lelmo di Scipione, di Publio Cornelio Scipione lAfricano. E sapete perch lo nomina? Perch fu il pi grande generale di tutti i tempi. Nella battaglia di Zama, seconda guerra punica, 202 avanti Cristo sapete contro chi si batt? Contro Annibale Barca, il pi grande generale del mondo. Due generali cos si scontrano e cambiano le sorti del mondo. E a Cartagine vincono gli Italiani. La battaglia di Zama ha dato la cultura a tutto lOccidente: se Scipione perdeva, con Annibale, tutti noi saremmo di cultura fenicia. Tutti medioorientali [...]. Per trovare altri due generali di questa levatura bisogna aspettare duemila anni: Napoleone e Wellington a Waterloo, che cambieranno le sorti del mondo. Le cose grandi nascono da atti eroici: come per esempio lEuropa, che nata dalleroismo dei Greci nellopporsi ai Persiani. Eran pochi, eh! cos come eran pochi i nostri eroi del Risorgimento! E Scipione uno dei nostri grandi generali: dopo verranno Cesare, Marco Aurelio, Augusto, Adriano, Traiano... Ogni impero che c nel mondo una pallida imitazione dellimpero romano, pallidissima! hanno inventato tutto! Pensate allarchitettura. E sono la modernit: la Grecia gi nellEvo antico, Roma il nuovo. Dov la vittoria...?Le porga la chioma, ch schiava di Roma Iddio la cre . come una dea. Ed vero, perch nessunaltro luogo al mondo ha avuto unavventura scandalosamente bella come quella della citt di Roma. Qualcuno, a volte, sbaglia il soggetto. Non lItalia schiava di Roma, la vittoria! [...] Lunione dellItalia la ricomposizione amorosa di un corpo fatto a pezzi: unidea visionaria e carnale. Solo degli spiriti immensi potevano dire facciamo lItalia. Metternich diceva solo unespressione geograca, e tutti venivano a saccheggiare... Stringiamci a coorte, siam pronti alla morte, stringiamci a coorte lItalia chiam. Stringiamci: c lelisione... E non Stringiamoci a corte, ma a coorte. La coorte era la decima parte della legione romana, seicento fanti, (in tutto erano dunque seimila) ed era una disposizione che quando si vedeva faceva paura come nessunaltra al mondo: ricorda la frase biblica sei bella come esercito schierato. Quindi: stringiamci a coorte, stiamo uniti, perch

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uniti non ci pu vincere nessuno. Il motto dei Romani era infatti Divide et impera: per comandare dividevano; frazionavano e si pigliavano tutto. Quando sei unito un po pi difcile! Come gli Orazi e i Curiazi. Gli Orazi, che erano i Romani, contro i Curiazi di Albalonga hanno usato lo stesso sistema: lunico degli Orazi rimasto vivo correva, divideva gli avversari e riusciva in tal modo ad aver ragione di essi. Noi siamo da secoli calpesti, derisi, / perch non siam popolo, perch siam divisi. / Raccolgaci ununica bandiera, una speme / di fonderci insieme gi allora suon. Facciamo ununica bandiera, pensarono. Prima cera la coccarda azzurra dei Savoia ma non cera una bandiera. Mazzini, che fond la Giovine Italia un tipo emaciato, torvo, tutto sofferente era un cervello immenso. Metternich, luomo che in Austria ha fatto il congresso di Vienna, che ha deciso le sorti della storia ha lasciato scritto: Io ho incontrato sultani, zar, imperatori, principi, re, e li ho bloccati tutti. Solo con una persona non m riuscito fare niente, un italiano facondo come luragano, instancabile come un innamorato: il suo nome Giuseppe Mazzini. Fond la Giovine Italia, ci ha dato il nostro avvenire. Se siamo qui e possiamo festeggiare lunit dItalia, talmente bella da permettere che qualcuno dica non la festeggio, con tutta la libert, vuol dire che abbiamo vinto. Winston Churchill, uno dei miei personaggi preferiti, che ci ha liberato dal nazismo (ma sapete che cos il nazismo? Ci sono dei nostalgici anche di quello! Non si pu mai sapere la follia umana dove arriva...), Churchill il Cavour del suo periodo quando and alle elezioni in Inghilterra, dopo aver vinto la guerra e aver salvato il Paese e il mondo dal nazismo, perse. Perse le elezioni, coi laburisti; e sua moglie glielo annunci la mattina seguente. Churchill rispose: No! Abbiamo vinto. Ci siamo battuti, per questo. Sera battuto per poter fare le elezioni, perch il popolo potesse scegliere: e quindi, anche perdendo, aveva vinto. La nostra bandiera sapete da dove viene? Come anche la nostra lingua. Per carit anche il dialetto bello, ci sono delle canzoni napoletane che sono patrimonio dellumanit..., una canzone, una poesia damore, si pu scrivere anche in dialetto, e la bellezza le rende memorabili. Ma nel dialetto non si pu scrivere la Critica della ragion pura, o lEstetica di Croce, non si pu scri-

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vere La Divina Commedia: non si pu! Farebbe ridere: il pensiero non va oltre. Ci vuole una lingua, una lingua che unisca. E la nostra lingua la nostra identit pi profonda. Bene, la bandiera venne scelta da Mazzini da un verso di Dante Alighieri: quello in cui appare Beatrice, nel XXX canto del Purgatorio. Quando Beatrice appare, dunque, dice sovra candido vel, cinta duliva, / donna mapparve sotto verde manto, / vestita di color di amma viva. Arriva, Beatrice, con degli angeli che buttano dei ori, in una nuvola di ori: sovra un candido vel, il bianco; (cinta duliva, la sapienza); sotto verde manto , vestita di color di amma viva, il rosso. Quindi la nostra bandiera viene da Dante Alighieri: trovatemi un altro popolo con i colori del poeta pi grande del mondo! Vogliatele bene, a quella bandiera. Uniamoci, amiamoci, lunione e lamore rivelano ai popoli le vie del Signore. Giuriamo far libero il suolo natio: uniti, per Dio, chi vincer ci pu?. Lunione e lamore ricorrono moltissime volte. Sono un po le idee del Gioberti, del cattolicesimo e del liberalismo inseme... E poi le donne del Risorgimento. La Contessa di Castiglione, la Trivulzio di Belgioioso che a sue spese portava dei battaglioni da Napoli a Milano a combattere per liberare i milanesi. La Certosa di Parma di Stendhal ispirato a lei. Anche Hayez lha dipinta. Poi la Blondel, la Paolucci, Anita Garibaldi morta, incinta, a seguito del marito per andare a Venezia e scappare dai nemici. Facevano dei circoli. Se vedete un ragazzo cos e cos, mio glio: le madri si scrivevano. E non hanno mai avuto diritti... Le donne, il voto lhanno avuto nel 1946. La prima donna ministro stata Tina Anselmi nel 1976, ministro del Lavoro. Democristiana, cattolica, ha fatto la Resistenza: una donna spettacolare! DallAlpe a Sicilia, dovunque Legnano...: qui in sei versi Mameli fa tutta la Storia dItalia ( la grandezza della Poesia: con un romanzo ci vorrebbero pagine e pagine). Fa un volo sopra lItalia. DallAlpe a Sicilia, dovunque Legnano, / ognuom di Ferruccio ha il core, ha la mano / I bimbi dItalia si chiaman Balilla / il suon dogni squilla i Vespri suon. Questa una storia dItalia, di tutte le zone dItalia oppresse e sventrate dagli stranieri, dai mercenari. Legnano, Pontida, Alberto da Giussano... Anche se Legnano un pezzo piccolo dellItalia tutta lItalia. Loro ci sono morti per

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queste cose qua. A Legnano si misero insieme tutti i comuni Milano, Cremona, Brescia, Bergamo fecero la Lega Lombarda contro Federico Barbarossa. Per fare questa Lega avevano giurata fedelt no alla morte e distrussero Barbarossa, che disarcionato scapp via a piedi. Ora qualcuno dice Non facciamo festa il 17 marzo, andiamo a scuola. Ma se si va a scuola, s, si studia il Risorgimento, ma se non ci vai ti chiedi: Perch non sono a scuola? Allora rimbomba. Dice il poeta Assenza, pi acuta presenza. Perch non sono a scuola oggi? Perch oggi la festa della tu mamma, dellItalia. Fateglielo sentire che questa una cosa bellissima! Dopo Legnano (era il 1176, cerano i tedeschi: ma erano in tutto il nord dItalia) Mameli ricorda Francesco Ferrucci. Qui invece siamo in Toscana, nel 1530, dove ci sono gli spagnoli di Carlo V che assediano Firenze, la Repubblica orentina, la libera Repubblica di Firenze (perch abbiamo inventato noi la libert dei Comuni, che non cera prima nel mondo). Ferrucci li stava ammazzando tutti... nch fu aggredito, a Gavinana, da Maramaldo (lavrete sentito dire un atto maramaldesco), luomo pi vile del mondo. Ferrucci era ferito ad un ginocchio, tre giorni di viaggio, aveva la malaria, aveva la febbre, era ferito, e Maramaldo, al soldo degli spagnoli, mercenario, italiano ma venduto, lo raggiunse, lo prese e lo ammazz. Prima di ammazzarlo Ferrucci disse la famosa frase vile, tu uccidi un uomo morto ma a lui non freg niente, lo uccise e se ne and. Alla ne gli and male perch la signora Aldobrandini, invitata a un ballo da Maramaldo, davanti a tutti disse: Niuna che abbia un minimo di contegno ballerebbe con un verme come voi. Ci fu un lungo applauso e lui n la vita nel disonore. I bimbi dItalia si chiaman Balilla. Siamo nel 1700, a Genova. Qui cerano gli asburgici, violenti; le condizioni di vita erano tremende, insopportabili. Un giorno dei cannoni nirono nel fango e cominciarono a frustare dei genovesi perch li tirassero fuori per bombardare Genova. Allora un ragazzino di quattordici anni, che si chiamava appunto Balilla di soprannome, prese un sasso e disse Calinze...?, che in dialetto vuol dire Comincio...?. Quel sasso fu la scintilla di una rivolta di popolo: li spappolarono, gli asburgici. Poi nel ventennio gli misero la camicia

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nera, a Balilla: ognuno usa le cose come vuole... Il suon dogni squilla i vespri suon. Siamo nel 1282 a Palermo, dove cerano i Francesi, gli Angioini. Cerano soprusi, una cosa tremenda. A un certo punto mentre entravano in chiesa uno dei francesi perquis una donna per vedere se era armata ma la tastava un po troppo. Il marito della donna gli lev la spada e lo uccise. La scintilla che fece traboccare il vaso. Li spappolarono anche l. Tutti. Il fatto lo ricorda Dante nellVIII canto del Paradiso, La mala Signoria E poi Verdi nei Vespri siciliani... [...] Lultima strofa dice: Son giunchi che piegano /Le spade vendute; / Gi lAquila dAustria / Le penne ha perdute. / Il sangue dItalia / E il sangue Polacco / Bev col Cosacco, / Ma il cor le bruci.. Le spade vendute sono i mercenari austriaci. Il sangue italiano e il sangue polacco allude allAustria, alleata con la Russia, che smembr la Polonia e la dilani, Ma il cor le bruci: non fu un guadagno quello che fecero, ma stavano andando gi alla rovina. (...) Queste sono le parole che in poco tempo ma con tanto fervore e amore ho cercato di ricordare. Tutti questi ragazzi, non potete sapere quanti, sono morti per noi, e proprio tanti. Pisacane... Il Risorgimento non stato fatto dalle classi colte, ma dal popolo. Non il Risorgimento che ha fatto gli Italiani, sono gli Italiani che hanno fatto il Risorgimento uno dei momenti della storia pi grandi non solo dellItalia, ma del mondo. memorabile quello che sono riusciti a fare i nostri fratelli. Loro hanno imparato a morire per la Patria perch noi potessimo vivere per la Patria. Siate felici perch viviamo in un paese memorabile. E se qualche volta la felicit si scorda di voi, voi non scordatevi della felicit. Per essere felici deve bastare poco, non devessere cara la felicit, perch se costa cara non di buona qualit.
ROBERTO BENIGNI, Esegesi dellinno di Mameli, Sanremo 2011

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FRATELLI DITALIA! INNO1 Fratelli dItalia, LItalia s desta; Dellelmo di Scipio2 S cinta la testa. Dov la Vittoria3? Le porga la chioma; Che schiava di Roma Iddio la cre. Stringiamci a coorte Siam pronti alla morte; Italia chiam. Noi siamo da secoli Calpesti, derisi, Perch non siam popolo, Perch siam divisi. Raccolgaci ununica Bandiera4, una speme; Di fonderci insieme Gi lora suon. Stringiamci a coorte Siam pronti alla morte; Italia chiam. Uniamoci, amiamoci; Lunione e lamore
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Testo e note sono state ricavate dal sito del Quirinale.

La cultura di Mameli classica e forte il richiamo alla romanit. di Scipione lAfricano, il vincitore di Zama, lelmo che indossa lItalia pronta alla guerra.
3 La Vittoria si offre alla nuova Italia e a Roma, di cui la dea fu schiava per volere divino. La Patria chiama alle armi: la coorte, infatti, era la decima parte della legione romana. 4 Una bandiera e una speranza (speme) comuni per lItalia, nel 1848 ancora divisa in sette Stati.

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Rivelano ai popoli5 Le vie del Signore. Giuriamo far libero Il suolo natio: Uniti, per Dio, Chi vincer ci pu? Stringiamci a coorte Siam pronti alla morte; Italia chiam. DallAlpe a Sicilia, Ovunque Legnano6; Ognuom di Ferruccio Ha il core e la mano; I bimbi dItalia Si chiaman Balilla7; Il suon dogni squilla I Vespri8 suon. Stringiamci a coorte Siam pronti alla morte; Italia chiam.
5 Mazziniano e repubblicano, Mameli traduce qui il disegno politico del creatore della Giovine Italia e della Giovine Europa. Per Dio un francesismo, che vale come attraverso Dio, da Dio.

In questa strofa, Mameli ripercorre sette secoli di lotta contro il dominio straniero. Anzitutto, la battaglia di Legnano del 1176, in cui la Lega Lombarda sconsse Barbarossa. Poi, lestrema difesa della Repubblica di Firenze, assediata dallesercito imperiale di Carlo V nel 1530, di cui fu simbolo il capitano Francesco Ferrucci. Il 2 agosto, dieci giorni prima della capitolazione della citt, egli sconsse le truppe nemiche a Gavinana; ferito e catturato, viene nito da Fabrizio Maramaldo, un italiano al soldo straniero, al quale rivolge le parole dinfamia divenute celebri Tu uccidi un uomo morto.
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Sebbene non accertata storicamente, la gura di Balilla rappresenta il simbolo della rivolta popolare di Genova contro la coalizione austropiemontese. Dopo cinque giorni di lotta, il 10 dicembre 1746 la citt nalmente libera dalle truppe austriache che lavevano occupata e vessata per diversi mesi. 8 Ogni squilla signica ogni campana. E la sera del 30 marzo 1282, tutte le campane chiamarono il popolo di Palermo allinsurrezione contro i Francesi di Carlo dAngi, i Vespri Siciliani.
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Son giunchi che piegano Le spade vendute; Gi lAquila dAustria9 Le penne ha perdute. Il sangue dItalia E il sangue Polacco Bev col Cosacco, Ma il cor le bruci. Stringiamci a coorte Siam pronti alla morte; Italia chiam.

LAustria era in declino (le spade vendute sono le truppe mercenarie, deboli come giunchi) e Mameli lo sottolinea fortemente: questa strofa, infatti, fu in origine censurata dal governo piemontese. Insieme con la Russia (il cosacco), lAustria aveva crudelmente smembrato la Polonia. Ma il sangue dei due popoli oppressi si fa veleno, che dilania il cuore della nera aquila dAsburgo.
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Sulle strade delle camicie rosse con lallegra banda garibaldina


di Paolo Rumiz

Farmacisti, operai e studenti, uomini e donne, ottantenni e ragazzini, grancasse e tamburini. marciano gi da Mugnano, a Est del Trasimeno, cantando e suonando La bela Gigugin. Inizia qui, in musica, il nostro viaggio. Una lunga spedizione in cerca di unItalia che centocinquantanni fa era ancora giovane e bella.

Perugia Garibaldi? Rifare lItalia in camicia rossa? Fossi matto. Troppa retorica, celebrazioni, nefasti convegni. La gente ne ha le scatole piene. E poi, che eroe pu esistere in un Paese cinico come il mio? Questo mi dicevo, meditando i sentieri possibili di un viaggio nel 2010. Poi successo che li ho incontrati, i garibaldini; li ho visti sbucare a Perugia, dal fondo dello stradone, l dove lUmbria si apre sulle colline di Dante, il monte Subasio e il Tupino che discende dal colle eletto del beato Ubaldo1. Li ho visti venire a suon di tamburi, sul crinale tra i palazzi trecenteschi; un rosso plotone di belle ragazze, vecchietti e bambini, a darmi una lezione di Risorgimento in musica. E ho cambiato idea. Rivedo la scena. Chiedo loro da dove venite mentre riscaldano gli strumenti accanto alla fontana vescovile, mi rispondono Mugnano, e sdo chiunque a sapere dov questo paese di sei1 Intra Tupino e lacqua che discende / del colle eletto dal beato Ubaldo, / fertile costa dalto monte pende, / onde Perugia sente freddo e caldo / da Porta Sole; e di retro le piange / per grave giogo Nocera con Gualdo. (DANTE, Paradiso, canto decimoprimo, vv. 43 e segg.)

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cento anime a Est del Trasimeno. Let va dagli ottantadue della grancassa ai dodici di un tamburino, tre generazioni e mezzo in campo. Quello di ottantadue ride: Son vecchio, ma non rincoglionito. Vincenzo Gentili ha due gli nella banda; Pieretto Sacchetti, una glia e tre nipoti; Giancarlo Panzanelli gi di l. Allora penso: questa lItalia, non quella che compare nelle cronache tv. LItalia unallegra banda garibaldina di cinquanta elementi espressa da un borgo di seicento abitanti, in mezzo allAppennino della porchetta e della terza rima. Il viaggio comincia, senza che lo sappia, quando una pifferaia mi allaccia al collo un fazzoletto verde, mi ordina marci con noi e mi spedisce in prima la accanto al labaro dei Cacciatori delle Alpi, sezione Anita Garibaldi di Perugia. Reclutato con le buone o con le cattive, in mezzo a farmacisti, operai, infermieri, studenti, ingegneri, tassisti e avvocati. Capisco che sto per fare una cosa non su Garibaldi, ma alla garibaldina: come viene viene, alla baionetta; e non fa niente se dopo il liceo non ho pi letto di Risorgimento. Imparer per strada. Riattaccano i tamburi e si va, con La bela Gigugin: e ci che no a ieri mi sembrata polverosa anticaglia si disvela un tripudio di giovent. Scopro una forza vitale inconcepibile allItalia di oggi. Perch non sapevo tutto questo? Cosa mi hanno insegnato a scuola? Se per la patria mia parto domani / piangere non vedr la mia piccina / lei stessa metter tra le mie mani / un ore rosso ed una carabina. lItalia cantabile dellendecasillabo, non c ancora il lugubre tapum della Grande Guerra, la rancida tristezza della trincea, limpotenza del soldato nel nulla della steppa. Si crede ancora che lindividuo possa cambiare il mondo, e i garibaldini lo cambiano, forse per ultimi. Il Risorgimento fatto da giovani: Mameli muore a ventanni combattendo per la Repubblica Romana. Nievo, lo scrittore, uno dei Mille, sparisce in mare a ventinove, e se fosse vissuto sarebbe stato meglio di Manzoni. Mazzini nella Giovine Italia riuta iscritti sopra i trentanni. Ora si marcia di soli tamburi, tra due ali di folla. Perch non ci dicono che lUnit si fece in musica prima che con le armi? Quando nel gennaio 1849 Giuseppe Verdi diresse al teatro Argentina di Roma, citt ancora papalina, la sua nuova opera La battaglia di Legnano, dopo il coro possente Viva Italia! Sacro un patto / Tutti

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stringe i gli suoi, e leroe che aveva ucciso Barbarossa in combattimento mor baciando il tricolore, lentusiasmo della folla fu tale che un soldato butt sul palcoscenico la spada, la giacca e le spalline, insieme con tutte le sedie del palco, e il Maestro venne chiamato venti volte alla ribalta. Addio mia bella addio / larmata se ne va / e se non partissi anchio / sarebbe una vilt. Le camicie scarlatte attaccano la pi gentile delle canzoni di guerra dellOttocento, strofe che fecero male agli austriaci pi di una battaglia perduta. A quel tempo non si mostravano bicipiti e mascelle. Bastava cantare, anche se si era in mille contro centomila, come quei matti che salparono da Quarto nel maggio del 1860. Pensate se Garibaldi avesse dovuto decidere limpresa sulla base di sondaggi; non sarebbe partito mai e non avrebbe fatto la storia. Gli italiani di allora sapevano combattere anche per la libert degli altri, andavano a morire in Ungheria, Serbia, Francia, Polonia, Grecia. Lo fecero, con spirito garibaldino, no alla guerra di Spagna. Oggi non combattiamo pi nemmeno per noi stessi. Antonio mi marcia accanto. umbro, glio di una terra anticlericale e antifascista, capitano dindustria, e ha capito cosa sto cercando. Sussurra amaro: C una guerra in atto in Italia, e non tra Nord e Sud e nemmeno tra destra e sinistra. uno scontro tra... gli evasori e gli onesti. Tutto il resto teatro. Sento che gli trema la voce: Siamo alla resa dei conti. I furbi per vincere sono disposti a tutto. Anche a spaccare il Paese. Quando entriamo nel cortile donore della prefettura, prende da un leggio gli spartiti delle canzoni gi eseguite, me li porge. Vuol dire: impara le parole della religione civile costruita dai nostri padri. E tradita dai farisei. Tra le autorit c un ragazzone di novantanni, occhi da falchetto e fazzoletto al collo. il generale Virgilio Ricceri, ex lagunare, ex partigiano, decano dei garibaldini dItalia. Racconta il suo ingresso a Trieste il 26 ottobre del 1954, in un oceano di folla in delirio. Dice a bassa voce: Abbiamo ancora bisogno di lui. Lui chi? Ricceri mi si para davanti e sorride: Lui, Garibaldi. E chi altro senn?. La banda attacca La Vergine degli angeli, dalla Forza del destino di Verdi. Di nuovo, crampi di nostalgia per lenergia vitale di un

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mondo perduto. Andiamo a pranzo sul Trasimeno in un ranch pieno di gente allegra. Focacce, salsiccia, frittura di lago, vino rosso Greghetto, fumo di grigliate. Vincenzo Gentili, tamburo maggiore: Nel 1990 eravamo moribondi. La banda perdeva pezzi e ci siamo chiesti che fare. Avevamo una sola risorsa, i nostri bambini. Ne avevamo avuto una bella infornata, e cos abbiamo pensato di reclutarli per salvarci, ma anche per salvare loro, che non nissero allo sbando. La famiglia stata la nostra forza. Marilena Menicucci, presidente onorario: Siamo gente allegra. Quando andammo a suonare a Caprera, sul traghetto per la Sardegna facemmo ballare tutti sul ponte. Per la notte sono ostaggio della confraternita, ho un divano letto a Mugnano, in una casa accanto al chiostro benedettino. Una notte umida, piena di lucciole, scende su questa terra di foreste dove si canta Bella ciao e Mira il tuo popolo senza avvertire conitti. Marilena se ne va lasciandomi sul tavolo una dorata focaccia al formaggio. Trovo un libro del 1876, titolo I Mille, stampata in Genova, Regio Stabilimento Lavagnino. Carta giallina, profumo buono, fotograe di tutti i partecipanti allimpresa. Belle facce ardenti. Accanto ai nomi, le provenienze: Genova, Pavia, Bergamo, Ostiglia, Chioggia, Gorgonzola. La spedizione del 1860 fu unepopea al novanta per cento padana. Leggo alla luce di unabatjour arancione. Vogate! Vogate pure Argonauti della libert; l sullestremo orizzonte di Ostro splende un astro che non vi lascer smarrire la via. E ancora: Comerano belli, Italia, i tuoi Mille! Belli, belli! Collabito e il cappello dello studente, colla veste pi modesta del muratore, del carpentiere, del fabbro.... C la potenza del sogno che travolge ogni calcolo, ma, dietro, c anche lamarezza per gli ideali traditi. Garibaldi non solo quello trionfante, ma quello scontto dagli ingrati, quello che soffre per una plebe di codardi, prezzolati, prostituti, sempre pronti a inginocchiarsi davanti a tutte le tirannidi. Il campanile batte mezzanotte, e trovo nel computer un altro potente segnale di partenza. Una lettera dallArgentina, la terra di mio padre. Alvaro, un parente che non sento da anni. Que-

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rido Paolo, tempo che ti penso. Ho letto che state demolendo Garibaldi. Lo chiamate ladro, terrorista, Bin Laden. Dite che noi della Pampa gli abbiamo tagliato un orecchio perch rubava cavalli, e che per nascondere quellamputazione si fatto crescere i capelli. Sono allibito che possiate credere a balle del genere. E poi non capite che demolire un eroe signica demolire la nazione?. Continua: Para mi familia Garibaldi era mucho ms que un patriota italiano o un guerriero romantico: era un procer2 de la libertad. Nella mia infanzia non cera famiglia che non cantasse in italiano la canzone Se vero che morto Garibaldi, pum! Garibaldi, pum! Garibaldi, pum!. E poi ricordo mis caminatas de la mano de mi abuelo gallego3 hasta la plaza Italia de Buenos Aires, dove cera lenorme monumento alleroe. Pensa: per costruirla si fece una colletta e si raccolse il doppio del necessario. Allinaugurazione nel 1904 suonarono cinquanta bande musicali. Era uno dei padri della patria. Ma voi italiani sapete che quando and a Londra, ad aspettarlo erano in cinquecentomila e la carrozza fu schiacciata dalla folla? Sapete che in Russia c chi mette Garibaldi accanto allicona di San Nicola?. Fuori il vento agita i cipressi, Alvaro continua: Sai, ti ho scritto dopo i mondiali di calcio perch la vostra uscita dal torneo mi ha fatto riettere. Credo che il difetto di allenamento non centri. Di competitivit ne avete anche troppa. Quello che mancata lanima. Cos ho pensato che esisteva un nesso tra questa crisi e gli schizzi di veleno contro Garibaldi. Forse siete solo un Paese che ha smesso di combattere. Notte piena di stelle, Vega risplende sopra i boschi. Penso che non normale un Paese che demolisce il vincitore di tante battaglie e non i generali che persero ignomigniosamente a Custoza. Garibaldi e non Cadorna, cui dobbiamo Caporetto; e non DAnnunzio che di Cadorna cant il sadismo mistico e le decimazioni dei fanti in trincea. Garibaldi, e non i generali che persero ad Adua in una sciagurata avventura coloniale. Guardo lora, in Argentina ancora giorno, scrivo ad Alvaro della mia voglia di fare un viaggio partigiano in questa Italia che
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Principe. Abuelo gallego: suocero spagnolo.

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propone Mussolini tra i temi della maturit e va alla restaurazione peggio dellAustria dopo Napoleone. Sono sicuro che esiste un Paese che resiste, migliore di quello che appare. Risposta: Vai, companero, per la libertad y la victoria. Lascia perdere Calatami e il Volturno, vai nellItalia di oggi. Metti una camicia rossa e cerca cosa rimasto del mito. Ho visto un lmato sul capanno di Garibaldi a Ravenna, quello dove nel 1849 egli fu salvato dalla polizia austriaca. un luogo forte, pieno di presenze. Ti lascio di lui quello che scrisse Jos Mart... me lo recitava sempre zia Enriqueta. Un corazon existe in Europa basto y ardiente, heroico, generoso... De una patria como de una madre nacen los hombres... La libertad patria humana tuvo un hijo, y fu Garibaldi4!. fatta. Gi lindomani prendo il treno per il Nord, da Foligno a Ravenna senza cambi. Lascio che il viaggio si faccia da s e comincer dalla morte di Anita. Sedute accanto a me, due donne in carriera che sparano parole taglienti come rasoiate. Telefonate di lavoro, computer in canna, non un cedimento allincanto del paesaggio che scorre al nestrino. Ripenso alle parole di Alvaro. S, siamo competitivi, ma abbiamo perso i Mondiali. Cerco di capire che lavoro fanno le due in tailleur, ma non riesco, il linguaggio troppo astratto. Formule, messaggi trasversali, cura maniacale dellapparenza, paura del silenzio, paura del pensiero disteso che nasce dallonda delle colline. Sento che il mio sar un viaggio in bilico fra incanto e disillusione, unavventura piena di spine. Canticchio Mia bella addio a bassa voce, con un libro in mano. Le due mi guardano con fastidio. Chiss cosa accadr quando metter la camicia rossa.
PAOLO RUMIZ, Camicie rosse (1.) in La Repubblica, 1 agosto 2010

4 C in Europa un cuore forte e ardente, eroico e generoso... Gli uomini nascono da una Patria come da una Madre... La patria umana della libert ebbe un glio, e fu Garibaldi!

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Paolo Rumiz inviato speciale del quotidiano di Trieste Il Piccolo e segue dal 1986 gli eventi dellarea balcanicodanubiana. Di recente ha iniziato a scrivere anche per il quotidiano La Repubblica di Roma. Ha vinto nel 1993 il premio Hemingway per i suoi servizi dalla Bosnia, e nel 1994 il premio Max David come migliore inviato italiano dellanno. Nel novembre 2001 si recato ad Islamabad ed in seguito a Kabul, per documentare lattacco americano allAfghanistan.

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La scuola di De Amicis
di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella

Voi dovete essere contenti. Oggi entra nella scuola una piccola italiana nata a Torino.

Chiss se il maestro di Cuore avrebbe mai immaginato che un altro maestro di una scuola elementare del capoluogo piemontese sarebbe arrivato un giorno a presentare ai suoi scolaretti, tutti ma proprio tutti stranieri, larrivo di una bambina autoctona come fosse un piccolo avvenimento epocale. Ricordate? Nel libro di Edmondo De Amicis va cos:
Il Direttore, dopo aver parlato nellorecchio al maestro, se ne usc, lasciandogli accanto il ragazzo, che guardava noi con quegli occhioni neri, come spaurito. Allora il maestro gli prese una mano, e disse alla classe: Voi dovete essere contenti. Oggi entra nella scuola un piccolo italiano nato a Reggio di Calabria, a pi di cinquecento miglia di qua. Vogliate bene al vostro fratello venuto di lontano (...) Vogliategli bene, in maniera che non saccorga di esser lontano dalla citt dove nato; fategli vedere che un ragazzo italiano, in qualunque scuola italiana metta il piede, ci trova dei fratelli. Detto questo salz e segn sulla carta murale dItalia il punto dov Reggio di Calabria.

Ci fatto il maestro invita Ernesto Derossi ad avvicinarsi: Come primo della scuola gli disse il maestro d labbraccio del benvenuto, in nome di tutta la classe, al nuovo compagno; labbraccio dei gliuoli del Piemonte al gliuolo della Calabria. Derossi abbracci il calabrese, dicendo con la sua voce chiara : Benvenuto!.

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Anche alla scuola primaria del plesso Pestalozzi, quella dove arrivata la bambina di cui dicevamo, danno ogni tanto il benvenuto a un nuovo compagno. In una dozzina di lingue diverse. Non succede solo a Torino. Spiegano Vinicio Ongini e Claudia Nosenghi nel libro Una classe a colori, che in Italia ci sono quasi 58.000 scuole. In 16.000 di esse non c nessun alunno straniero. Nelle altre le percentuali delle presenze sono molto diversicate. In quasi 15.000 scuole si supera la percentuale del 10% (su una classe di 20 alunni, almeno due sono stranieri). In 500 scuole la percentuale supera il 50%. La punta massima rappresentata da 24 scuole, dove si raggiunge o si supera l80%. La concentrazione pi alta di alunni stranieri c soprattutto nelle elementari e nelle materne del Nord e in particolare nelle grandi citt ma anche in province come Brescia, Modena, Treviso, Mantova, Bergamo. Non c forse un altro luogo dItalia dove tu possa vedere come cambiato il nostro Paese, per, quanto nelle primarie di Torino. Qui De Amicis ambient il suo libro gono di buoni sentimenti e amore patrio. Qui alla vigilia del Centenario dellUnit dItalia si rovesci unumanit di veneti e calabresi, romagnoli e siciliani richiamati dal boom della Fiat e da una citt che aveva un reddito medio annuo di 329 mila lire contro le 140 mila del Polesine o del Mezzogiorno. Qui gli immigrati arrivavano ad accamparsi negli hangar che nelle torride estati torinesi diventavano un forno. Qui La Stampa pubblicava articoli come quello del 9 novembre 1957 che spiegava come i bimbi giunti dal Sud e dal Veneto mettono in crisi la scuola elementare. Per non dire di altri allarmi, come quello del 24 gennaio 1969: Ogni anno vengono immessi ragazzi immigrati del Sud: la loro preparazione scadente e comporta uno squilibrio nelle classi obbligando il maestro a rallentare il ritmo dellinsegnamento. La scuola Moncenisio in via Cittadella, che divent la scuola Baretti del Cuore, non c pi. Raccont Ugo De Amicis, il glio minore dello scrittore, in una vecchia intervista: Ricordo che il pap aveva i baf neri, la nostra casa era sempre affollata di maestri e di maestrine. (..) Io andavo alle elementari di via Cittadella. Pap veniva a prendermi, talvolta, al posto della mamma. Era amico del direttore, un sacerdote che si chiamava don Drocchi. Ricordo che don Drocchi, il quale era anche ispet-

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tore, accompagnava pap in campagna per visitare certe scuole. Voleva scrivere il romanzo di un maestro e si documentava . Stava per ore e ore rinchiuso in una stanzetta e scriveva in piedi, sopra un leggio, ricordava Ugo, Certe volte diceva alla mamma: credo davvero di star scrivendo qualcosa che avr un grande successo. Lo scrisse anche alleditore Treves: Mio caro io sono in una corrente dentusiasmo che mi porta via. Non ho altro pensiero, altro affetto che il mio Cuore: i capitoli succedono ai capitoli; met del lavoro fatta; fatta tra le lacrime e gli scatti di gioia. Ah, lo vedranno i fabbricanti di libri scolastici come si parla ai ragazzi e come si spreme il pianto dai cuori, sacro Dio!. E lo spremette davvero, il pianto. Fino a tirarsi addosso, insieme a un successo mondiale con traduzioni un po in tutte le lingue e a una montagna di denaro, una montagna di critiche. Una per tutte, quella di Natalia Ginzburg: Oggi un libro come Cuore non lo possiamo pi leggere; e certo non lo potremmo pi scrivere. Esso appartiene a un tempo in cui sullonest, sul sacricio, sullonore, sul coraggio, si scrivevano cose false. Questo voleva dire che cerano stati o cerano, a un passo di distanza, quegli stessi sentimenti, ma veri. Voleva dire che le parole per esprimerli, vere o false, esistevano... Oggi lonest, lonore, il sacricio ci sembrano cos lontani da noi, cos estranei al nostro mondo che non riusciamo a farne parola; e siamo completamente ammutoliti, avendo in questo nostro tempo orrore della menzogna. Cos aspettiamo, in assoluto silenzio, di trovare per le cose che amiamo parole nuove e vere. Per non dire dellinvettiva di Umberto Eco, Elogio di Franti, durissima contro quel gran mare di languorosa melassa che pervade tutto il diario di Enrico e quellorgia di perdoni fraterni, di baci appiccicaticci, di abbracci interclassisti, di galeotti redenti e gaudenti in maschera che regalano smeraldi a bambine smarrite tra la folla, tra madri che si sostengono a vicenda, maestrine dalla penna rossa, signori che abbracciano carbonai e muratori che biascicano lagrime di riconoscenza sulla spalla di ricchi possidenti, l dove tutti si amano, si comprendono, si perdonano, si accarezzano, baciano le mani a voscienza, leccano il cuore a tamburini sardi, cospargono di ori vedette lombarde e coprono doro patrioti padovani.

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sparita nel nulla, leredit di De Amicis. Quando il Comune di Torino, alla morte dellultima erede, la nuora Vittoria, and a ritirare i soldi deamicisianamente destinati ai fanciulli e depositati in una banca di Lugano (e dovevano essere davvero tanti, se il Cuore vendette 4 milioni di copie soltanto nel primo decennio e ne vendeva ancora 150.000 allanno nel 1984: 98 anni dopo essere stato scritto!) si scopr che in un giorno imprecisato di tanti anni prima, probabilmente intorno al 1968, il conto era stato prosciugato da una misteriosa manina. Non sono spariti, per, solo i soldi. Un secolo e un quarto dopo il trionfo di quel libro, sono spariti dalla scuola italiana anche tutti quei contenuti che, spurgati dalla retorica patriottarda (basti ricordare i funerali di Vittorio Emanuele II: ottanta veli neri caddero, cento medaglie urtarono contro la cassa, e quello strepito sonoro e confuso, che rimescol il sangue di tutti, fu come il suono di mille voci umane che dicessero tutte insieme: Addio, buon re, prode re, leale re! Tu vivrai nel cuore del tuo popolo nch splender il sole sopra lItalia!) avrebbero permesso ai ragazzi di crescere avendo comunque unidea di patria. Ma certo, Dio ci scampi dallindottrinamento degli scolaretti. Non un caso che tutti i regimi dittatoriali, dal fascismo al maoismo, dallo stalinismo al peronismo, abbiano sempre avuto i gli della lupa o i pionieri socialisti. N che Adolf Hitler, mentre sterminava i piccoli ebrei ad Auschwitz, tuonasse che lo Stato razzista deve considerare il bambino come il bene pi prezioso della nazione. Alla larga da testi scolastici come il Libro della prima classe mussoliniano che addestrava alluso delle vocali incitando a dire ioaeu eia! eia! e spiegava la pronuncia di gli usando gagliardetto, battaglia, mitraglia. E alla larga da certe poesie: Tu levi la piccola mano, / con viso di luce irradiato. / Tu sei quel bambino italiano, / che il Duce a cavallo, ha incontrato. / Il Duce ti guarda, o innocenza. / Sullerba, che sori, gli appare / la dolce e radiosa semenza, / che il mondo vedr germogliare. Ma possibile che non ci sia una via di mezzo? Che si sia passati da un eccesso alluvionale di patriottismo melenso o guerresco e muscolare alla pressoch totale assenza di ogni idea di patria se non addirittura alla sua irrisione? La svolta, come noto, del settembre 2003. Quando Letizia Moratti decide di abolire alcune

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decine di ore lanno di storia ma soprattutto di abolire il metodo usato no ad allora. Si studiava il nostro passato dalla preistoria ad oggi (se si faceva in tempo) alle elementari, poi si tornava a studiarlo approfondendo i temi dalla preistoria ad oggi (se si faceva in tempo) alle medie e poi ancora dalla preistoria ad oggi (se si faceva in tempo) con un ulteriore approfondimento alle superiori. Il tutto in omaggio allantico adagio: repetita iuvant. Giusto, decise lallora ministro dellIstruzione: ma basta ripetere due volte invece che tre. Tutta la storia, dallinizio alla ne, alle elementari (no alla caduta dellimpero romano) e alle medie, di nuovo tutta alle superiori. Risultato: Gli scolari dedicano ore e ore alla preistoria no a non poterne pi, dice Lorenza Petrarca, la dirigente della scuola Tommaseo di Torino, che per i 150 anni dellUnit ha preparato con i maestri e i bambini un delizioso libriccino. E se i maestri non intervengono di loro iniziativa, approttando delle fessure lasciate aperte dai programmi (meglio, dalle Indicazioni per il curricolo: anche il linguaggio si imbolsito) ribaditi nel 2007 dallulivista Giuseppe Fioroni, arrivano a 13 anni sapendo tutto di iPod, Facebook, Twitter e iTunes e magari pure di sesso, alcool e spinelli ma niente di niente di Garibaldi. O magari pensano si tratti del gruppo messicano tutto sexy e lustrini che canta su YouTube unirresistibile La ventanita: Desde que me dejaste / la ventanita del amor se me cerr Tema: giusto che uno studente arrivi allet dei primi amori del tutto ignaro della storia della sua patria e magari esposto a chi gliene racconta una inventata su misura? Ivo Mattozzi, docente di didattica della storia e storia moderna a Bologna e presidente di Clio 92, lAssociazione di insegnanti e ricercatori in didattica della storia, risponde di no. E cita a conforto quanto sostiene la studiosa inglese Keith Crawford, secondo la quale il segno di un maturo Paese democratico, sicuro di s e del posto che occupa nel mondo, dato dalla misura in cui riesce a far s che i suoi giovani possano sentire di appartenere a unesperienza storica le cui radici vanno ben pi a fondo di problematiche puramente nazionali. Ma ci si pu radicare nellappartenenza a una patria pi grande ignorando quella di partenza? Scrive Vittorio Feltri che se per rifondare si ricomincia da De Amicis, cio dalla retorica pi vieta, edicheremo la scuola nuova

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esattamente uguale a quella che abbiamo: decadente e putrida, un ammortizzatore sociale che soccorre tutti tranne i ragazzi. I quali potranno stare anni in classe, ma sar ancora e sempre la classe degli asini. I modelli del passato lasciamoli al passato. Messa cos, ha totalmente ragione. Ma se il modello civile deamicisiano irrimediabilmente invecchiato (e lo ) da cosa stato sostituito? Mette tenerezza e insieme spavento, rileggere i testi per i bambini di ne Ottocento raccolti con amore da Pompeo Vagliani nel Museo della Scuola e del Libro per linfanzia di Torino, museo che rischia (ahi ahi, i soldi) la chiusura. Prendiamo ad esempio da Fanciulli celebri dItalia, scritto nel 1867 dal professor F. Berlan, il racconto del Piccolo spazzacamino di Milano. Vi si narra che Radetzky, in odio ai milanesi che avevano deciso lo sciopero del fumo, volle che si fumasse e, spartiti fra i soldati migliaia e migliaia di zigari (), li sguinzagli per le vie, ordinando che tenessero pronti la mano, la spada e lo zigaro in bocca. Verano boemi e croati che, per ischernire la popolazione, tenevano in bocca persino due zigari. [Finch la sera del 3 gennaio 1848] un soldato, incontratosi in un giovinetto spazzacamino, male coperto di cenci, anzi seminudo, lo afferr, nellubbriaca sua rabbia, lo atterr ginocchione e con minacce gli intim di fumare. Il garzonetto guardollo e non trem, rispose che non obbedirebbe. Insiste allora il barbaro, e, tornate inutili le ripetute minacce, gli sse e risse in petto la spada. E non si tratt affatto, rincarava lautore, di un caso isolato: Nelle cinque giornate di Milano furono tra i trucidati anche molti bambini. Quali furono spiccicati, quali inlzati e portati sulle baionette, quali sepolti vivi e quali bagnati dacqua ragia e poi inammati. Sarebbe insensato, mettere in mano ai bambini di oggi testi cos. Cos come sarebbe destinata probabilmente al disastro, in concorrenza con le gurine dei Cucciolotti, una raccolta come quella Eroi del Risorgimento che spopol fra i bambini nel 1950, Vita di Garibaldi del 1955 o inne quella dedicata al Centenario del 1961. Ve li vedete, i ragazzi di oggi, scambiarsi le doppie? Ti do un Santorre di Santarosa, un Mazzini in esilio e un Duca di Modena per Antonia di Toscana . No, per Antonia voglio Ciceruacchio e la fucilazione di Gioachino Murat. Ma va l... Eppure, potete scommettere che se mai qualcuno si lanciasse

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nellavventura, come potrebbero spiegare i maestri e le maestre della primaria torinese Aristide Gabelli di via Santhi, a met strada tra Porta Palazzo e la Barriera di Milano additata come una delle pi interetniche dItalia, i clienti pi appassionati sarebbero probabilmente i nuovi italiani. Quei bambini a colori che si sentono a volte pi piemontesi dei piemontesi. Guardate i numeri delle iscrizioni del prossimo anno, spiega Nunzia Del Vento, la dirigente, Su 148 cartellini del plesso Gabelli gli stranieri sono 91 ma quelli nati allestero sono solo 19, in Italia 72. E nel plesso Pestalozzi la differenza ancora pi marcata: su 118 stranieri (contro 65 italiani), quelli nati qui sono 105. Se il ministro mi dice che devo mettere un tetto come mi regolo? I biondi di qua, i mori di l?. Anche perch, precisa, la fascia alta dei bambini immigrati ha gi fatto il sorpasso, come rendimento, sulla fascia alta degli italiani. Allora, come mi regolo? A Boston, un secolo fa, non si posero il problema. E alla giornalista e sociologa italoamericana Amy Bernardy che chiedeva quanti fossero i bambini italiani le autorit risposero: Nessuno: per noi, qui, sono tutti americani. Certo, come non provare un brivido davanti ai numeri di una scuola cos diversa dal passato? Lo stesso scrittore e maestro Marco Lodoli, nel libro Il rosso e il blu, ha scritto: Anche a me ogni tanto prende la paura per il mondo che sar, per come faremo a stare insieme, tutti quanti nel fazzoletto del mondo, in questa citt, in questo quartiere, in questa classe. Guardo lelenco dei nomi sul registro della prima: due romeni, due cinesi, una moldava, una marocchina, una kosovara, una del Ciad e dodici italiani. Chiss che succeder, chiss come far a contenere le differenze, a spegnere le tensioni. Temo il peggio, quasi gi me lo immagino. E poi invece tutto va come deve andare. Giuliana Ceccotti, della Gabelli, si ricorda ancora di quando and un paio di anni fa coi suoi scolari da Piero Angela: Uno voleva fare il macchinista, laltro il calciatore, laltra la velina. Alexandra disse: Io vorrei fare la professoressa di italiano. romena.
SERGIO RIZZO E GIAN ANTONIO STELLA, Il Corriere della Sera, 4 ottobre 2010.

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Sergio Rizzo, nato a Ivrea nel 1956, responsabile della redazione economica romana del Corriere della Sera; in passato ha lavorato per Milano Finanza, Il Mondo e Il Giornale. Fra le sue fatiche letterarie, quella realizzata con Franco Bechis e pubblicata dalla Newton Compton nel 1992: In nome della rosa. La storia della casa editrice Mondadori. coautore con Gian Antonio Stella del libroinchiesta sul mondo politico italiano La casta, che con oltre un milione di copie e ben 22 edizioni stato uno dei volumi di maggior successo del 2007 e ha aperto un vasto dibattito sulla qualit della classe dirigente nazionale e sul suo rapporto con i cittadinielettori.

Gian Antonio Stella, giornalista e scrittore, nato ad Asolo nel 1953. Inviato ed editorialista del Corriere della Sera, dopo essersi occupato di cronaca romana ed interni ed essere stato a lungo inviato nel Nord Est, da molti anni scrive di politica, cronaca e costume. Nel 2007, con Sergio Rizzo, ha pubblicato La casta. Tra i suoi libri pi famosi LOrda, in cui parla dellemigrazione italiana allestero, e Schei, unindagine sul Nordest dItalia. Nel 2005 ha esordito nella narrativa con il romanzo Il maestro magro. Saltuariamente conduce Faccia a faccia, trasmissione di Radio3.

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I figli di Cuore
di Domenico Starnone

Quando nel 1886 Edmondo De Amicis termina il libro Cuore, la penisola italiana, dalla Sicilia al Veneto, a Roma ormai unita sotto i Savoia. Quella che ancora da compiere, in una nazione ancora analfabeta e contadina, in cui litaliano la lingua di una esigua minoranza, leffettiva unicazione culturale. De Amicis, nato e cresciuto nel Regno di Savoia, un chiaro esponente della borghesia settentrionale pi illuminata, mossa da intenti chiaramente pedagogici. Il suo scopo quello di creare un libro che serva a educare i ragazzi dellintera nazione ai valori della borghesia laica, quelli del sacricio, del lavoro e della solidariet tra le classi. I protagonisti della classe di Cuore non sono n il sottoproletario Franti, n laristocratico e stizzoso Nobis, ma proprio la fascia del ceto medio rappresentata da artigiani, commercianti, impiegati. Il romanzo ambientato a Torino, anche se i personaggi vengono da varie regioni dItalia. Il riferimento costante al mito del Risorgimento, mentre in tutto il romanzo completamente rimossa la Chiesa Cattolica. Quella di Cuore una pedagogia che oggi pu interessare solo come reperto archeologico, da studiare appunto come tentativo progressivo e laico di educazione di una nazione. Coi suoi aspetti ingenui o addirittura ipocriti facile ironizzare, cos come col suo stile sentimentale, ma lidea della scuola, come elemento centrale della formazione di una nazione, specchio dei suoi conitti e delle loro risoluzioni, unidea narrativa che regge lintera struttura, rendendo il libro Cuore un prodotto n elementare, n retrivo, quanto piuttosto un complesso insieme di detto e di non detto; non tanto lo specchio dellItalia Umbertina, quanto un suo sogno e a tratti un suo incubo.

Studentessa Professor Starnone, perch Cuore viene considerato un romanzo nazionale italiano se poi descrive la sola realt della citt

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di Torino e della sua classe borghese? Starnone De Amicis mette insieme una serie di accorgimenti per fare in modo che il libro funzioni nel Sud come nel Nord. I protagonisti del racconto appartengano ad aree geograche diverse dItalia. Il tentativo di De Amicis quello di fare un romanzo che ha forti radici locali nella Torino dellepoca, ma che tenga conto per di una realt nazionale in formazione che, tra laltro, afora in vari momenti del libro. Ci nonostante c, da parte dellautore, una visione incerta della geograa dellItalia del tempo e questo indicativo di quanto, allepoca, lItalia unicata fosse ancora pi unideale che un fatto concreto. Persino per gli intellettuali. Studentessa La scuola viene descritta dallautore in termini realistici, mentre i personaggi sembrano essere stereotipati. Perch questa differenza? Starnone La descrizione della scuola non realistica, ma piuttosto edulcorata, addolcita e questo testimonia la grande bravura di De Amicis, la sua genialit nelladdolcire, indorare, rendere accettabile la scuola cos com e, al tempo stesso, lasciare delle contraddizioni forti che vi erano a quel tempo. I personaggi, poi, sono stereotipati per renderli immediatamente riconoscibili. Pensiamo a Nelli che si porta dietro la sua roba e per questo viene battezzato il gobbino; poi c il ragazzo con le stampelle, sua caratteristica questa, dopo essersi azzoppito per aver salvato un alunno dalle ruote che lo stavano per travolgere. Dunque, ciascuno ha una sua veloce caratterizzazione che lo accompagna per tutto il libro. Quello che interessa allautore il gruppo caratterizzato dai sentimenti, ma anche la narrazione di un anno scolastico che dica qual la funzione della scuola, dello studio, dellimparare, perch per lui la scuola fondamentale per crescere, in tutti i sensi. Studentessa Possiamo individuare allinterno del libro Cuore un protagonista?

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Starnone Il protagonista sicuramente Enrico Bottini, un bambino che racconta quello che sta apprendendo mentre diventa adulto, per poi far parte della buona borghesia torinese, cos come accade alla famiglia Bottini da generazioni. Enrico quindi rappresenta, in prospettiva, la futura classe dirigente ed ha i tratti caratteristici che, nellimmaginazione di De Amicis e nelle attese della classe media borghese, avrebbe dovuto avere il gruppo dirigente della Nuova Italia. Ci sono, poi, altre gure, che sono solo di contorno. Sono i gli degli artigiani, che alternano scuola e lavoro, destinati a uscire dalla scuola e a entrare nel mondo del lavoro subito dopo la ne del ciclo di istruzione elementare, dopo la Quarta Elementare. Poi ci sono i gli della Classe Media, gente agiata, che va bene a scuola e che seguiter a studiare. E inne ci sono due personaggi che rappresentano due poli estremi, che sono odiosi a De Amicis: il primo Nobis, laristocratico che viene dalla vecchia nobilt e laltro Franti, il barbaro, ovvero la negazione della societ civile che rappresenta un pericolo per la scuola e per la societ stessa. Studentessa In Cuore, nonostante il maestro cerchi di infondere nei ragazzi un sentimento di fratellanza e di solidariet, emerge comunque una certa ssit delle classi. Ebbene, non questo un atteggiamento ipocrita? Starnone Bisogna dire che quello che a noi oggi appare ipocrita, appare ottuso, appare ridicolo, allepoca era unesigenza di De Amicis, ma anche del gruppo culturale a cui lui apparteneva per trovare una risposta al problema della disuguaglianza sociale. Egli non ha girato la faccia di fronte a questo, anzi, il libro, in maniera martellante, pagina dietro pagina, ci ricorda che nella scuola ci sono molte differenze tra i singoli individui e disuguaglianze di origine esterna alla scuola, cio legate allorganizzazione della societ in classi. Il libro Cuore prova, talvolta con eccessi di sentimentalismo, a disegnare un quadro di disponibilit della futura classe dirigente nei confronti dei poveri, degli svantaggiati. Lo si intende nel lavoro del maestro e dallingegner Bottini, padre

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di Enrico, che molto presente in questa campagna di continui atti caritatevoli, convinto che, pur restando le classi sociali cos come sono, bisogna, in quanto gruppo dirigente, mostrarsi aperti verso quelli che non hanno avuto lo stesso tipo di fortuna per nascita. Lidea dellingegner Bottini si avvicina a quella repubblica platonica dove ognuno deve far bene il suo lavoro nel ruolo che gli toccato in sorte; dunque ognuno deve far bene, al meglio, la sua funzione di cittadino, rispettando le leggi, rispettando lautorit, rispettando e aiutando i deboli. Studentessa Perch la scelta di ridurre ai minimi termini il ruolo femminile tanto nel libro Cuore quanto in Pinocchio? Starnone Innanzitutto tutto perch il libro Cuore un libro maschile. scritto da un glio e da un padre, con lapporto laterale della mamma e della sorella, che per si occupano soltanto di piccole questioni morali o, per quel poco che gura, di un po di formazione religiosa. Ci nonostante, le gure femminili contano moltissimo; anche se la maestrina e la sorella Silvia, compaiono in poche righe, il gruppo femminile ha una sua specicit e una sua inuenza. Pensiamo a quando le ragazze coprono di ori lo spazzacamino o a quando gettano ori sul ragazzino che s guadagnata la medaglia al valor civile. Esse hanno la funzione o di infermiere o di festeggiatrici di maschi. E poi, al centro del libro, in qualsiasi momento, presente la gura della mamma, la donna, in quanto madre e in quanto madre-patria. De Amicis aveva avuto una madre molto autoritaria, la mamma Teresa, e questa presenza si sente in tutto quanto il libro. Ricordiamoci che il cattivo, Franti, compie la sua prima cattiveria offendendo la mamma di Crossi, ridendo di lei. Chi insulta la mamma, chi parla male della mamma, chi fa torto alla mamma, nel libro Cuore, un malvagio. Studentessa Perch i ragazzi del libro Cuore sono vittime di disgrazie? Starnone De Amicis ha un senso della vita come di permanente incertezza. Per lui, ognuno esposto al pericolo e il livello di vita

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del tempo, poi, esponeva pi facilmente alla malattia, alla morte. Inoltre ha un senso forte della tragedia, della morte, e ne d spettacolo continuamente in molte pagine. Per lautore la disgrazia peggiore la scomparsa di una madre. Il maestro, appena si presenta in classe, per prima cosa annuncia ai suoi alunni di essere orfano e Garrone, che il personaggio buono, nonostante malmeni i suoi compagni, subisce questa grave perdita. Dunque, nel libro o si piange per la disgrazia degli altri o si soffre per la propria. Vi come la consapevolezza che il dolore quello che ci forma, che ci irrobustisce di fronte ai drammi. Studentessa Secondo Lei quali sono gli episodi pi signicativi del libro Cuore? Starnone Ce ne sono molti e tutti importanti. Pensiamo al piccolo muratore quando viene invitato a casa dei Bottini per sollecitazione, non tanto di Enrico, quanto dellingegner Bottini, convinto che il glio debba farsi molti amici. Lospite si presenta vestito con gli abiti del padre, adattati dalla madre, ma misteriosamente sporchi di gesso, di calce, come se la madre nelladattarli non li avesse lavati. Ci nonostante il padre di Enrico lo esalta per educare il glio alla santit del lavoro e quando il muratorino si siede sul sof sporcandolo di calce, lingegnere asserisce che il lavoro non mai sudiciume, bens leffetto di unattivit fondamentale. Quando il glio, poi, si sbriga a pulire lo sporco, il padre lo blocca con un cenno, spiegandogli, pi tardi, che in queste circostanze un tale atteggiamento sarebbe considerato un insulto. Insomma, i temi di carattere sociale che rimandano alla disuguaglianza e che fanno la ricchezza del libro, di fatto poi vengono messi a tacere proprio con episodi del genere, con meccanismi legati alla buona educazione. Studente Quali sono le principali differenze tra Cuore e Pinocchio, secondo Lei, dato che sono stati scritti nello stesso periodo? Starnone I due libri hanno un elemento forte che li accomuna, perch entrambi tendono a formare buoni scolari, brave persone, ragaz-

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zi rispettabili e entrambi terminano con la buona educazione del protagonista. Naturalmente mentre il libro Cuore realistico, Pinocchio una favola. Se nel primo la fantasia presente a tratti, nel secondo essa costituisce la base del racconto. Ci nonostante, il ne leducazione. Cuore tende alleducazione propria della buona classe dirigente e Pinocchio alleducazione del buon futuro artigiano. Tuttavia, c una cosa in Pinocchio che De Amicis ignora totalmente, ovvero una forte simpatia per tutte le infrazioni commesse dal burattino. come se Collodi ci avesse dato in parallelo, quasi senza rendersene conto, una sorta di versione Franti vista in simpatia. Per esempio, il libro di aritmetica trasformato in un oggetto contundente che quasi ammazza un ragazzino, unipotesi concepibile solo dentro Pinocchio. In Cuore, invece, i libri sono adorati e messi in mostra per colore, per copertina, dallottuso Stardi che lavora cocciutamente per diventare anche lui un personaggio di tutto rispetto. Studentessa Professore, in Cuore, ogni mese il maestro legge dei racconti, come quello intitolato Dagli Appennini alle Ande. Qual la vera funzione di questi racconti allinterno del romanzo? Starnone I racconti servono, innanzi tutto, ad alleggerire le lezioni narrando di luoghi davventura in cui avvengono cose strepitose, poi offrono una panoramica di tutta quanta lItalia, poich si svolgono in Regioni diverse. I racconti mensili hanno la funzione di portare i ragazzi, con la mente, oltre i conni di Torino, cosicch possano rendersi conto dellesistenza di diverse condizioni sociali. Studentessa Secondo Lei ci sono dei validi motivi per i quali, ancora oggi, consigliabile leggere il libro Cuore? Starnone A mio avviso, i libri non si leggono solo perch ci devono parlare del nostro tempo, raccontandoci dei nostri problemi; essi servono anche a capire da dove vengono i problemi che noi oggi affrontiamo. Oggi sarebbe interessante mettere a confronto

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il modo in cui noi risolviamo le difcolt allinterno della scuola e della societ con quello adottato dai personaggi di De Amicis. Essi portano dentro la scuola i problemi che hanno fuori. Tra De Rossi che studia comodamente a casa e Coretti che invece costretto a lavorare e a studiare, c una grande differenza, eppure sono tutti nella stessa classe. La stessa condizione dei maestri molto diversa da quelli attuali, perch costretti a far fronte a scolaresche di 54 alunni, spesso ricorrono alla violenza. Insomma un libro straordinariamente ricco ancora oggi per capire un po di storia della scuola italiana e per capire i problemi che abbiamo noi oggi. In fondo narra di un mondo diviso in privilegiati e non privilegiati. Dunque si tratta di unopera quanto mai attuale se si pensa che questo tipo di differenza ancora viva ai giorni nostri.
DOMENICO STARNONE, in: Il Grillo, puntata registrata il 4 febbraio 2002 con gli studenti del Liceo Classico Orazio di Roma (ora in: Enciclopedia multimediale delle scienze losoche).

Domenico Starnone (Napoli 1943) vive e lavora a Roma. Ha insegnato a lungo nella scuola media superiore e si occupato di didattica dell'italiano e della storia (Fonti orali e didattica, 1983). Per "I Classici Feltrinelli" ha introdotto Cuore di De Amicis (1993), Ultime lettere di Jacopo Ortis di Foscolo (1994) e Lord Jim di Conrad (2002). stato redattore delle pagine culturali del Manifesto, giornale con cui collabora tuttora. Ha lavorato molto per il cinema. Dai suoi libri sono stati tratti i lm La Scuola di Daniele Luchetti, Auguri, Professore di Riccardo Milani e Denti di Gabriele Salvatores. Nel 2001 ha vinto il Premio Strega con il romanzo Via Gemito.

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TRE FILM

Senso

Regia: Luchino Visconti 1954

Trama Il lm, ispirato ad una novella ottocentesca di Camillo Boito, una storia damore che ha come protagonisti una dama dellaristocrazia veneziana e un ufciale dellesercito austroungarico. E la vigilia della battaglia di Custoza (1866), a Venezia la nobildonna Livia Serpieri, bella moglie di un aristocratico ufcialmente fedele allAustria ma in realt simpatizzante dei patrioti italiani, conosce Franz Mahler, giovane e affascinante ufciale austriaco. Livia si innamora; Franz nge di contraccambiarla, ma il suo scopo procurarsi il denaro per ottenere lesonero dal servizio militare e riparare allestero. Per aiutare Franz, Livia gli consegna una forte somma che le era stata afdata proprio dai patrioti italiani. Il giovane ufciale, ottenuto quanto voleva, abbandona Livia: la donna per, ferita nellorgoglio e nellonore, cerca vendetta; travolta dal delirio che ha mutato la passione in odio, denuncia lin-

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fedele alle autorit austriache, causandone la condanna a morte. Il racconto prende certo le mosse dalla novella di Boito, incentrata quasi esclusivamente sul dramma di una passione sentimentale e di un adulterio che si conclude con una vendetta, ma si allarga no a costruire una storia e a tratteggiare dei personaggi che, attraverso la loro passione e i loro complessi rapporti umani, illuminano unintera societ, un intero periodo storico. La storia damore, dunque, cede il passo alla rappresentazione storica. Nel lm la disfatta militare, la tragedia corale di una battaglia perduta, prende il sopravvento sulla misera e squallida ne di unavventura damore di due esseri corrotti nellanima. Conferma questa prospettiva il fatto che il lm si sarebbe dovuto chiamare Custoza e concludersi non con la fucilazione di Franz, ma sulle lacrime di un soldatino austriaco, di quelli che senza responsabilit pagavano il prezzo della guerra. Il titolo fu giudicato disfattista e il regista fu costretto a girare un nuovo nale. Lopera fu boicottata come diffamatrice delle forze armate e fu fatta pressione sulla giuria del Festival di Venezia, afnch non le si accordasse alcun premio. I tagli imposti limitano il senso delle scene di battaglia che restano gurativamente bellissime: sono volutamente prive di pathos e di primi piani, poich ritraggono una guerra inutile. La storia damore di Livia e Franz passa dunque in secondo piano rispetto al pi ampio signicato che essa acquista: Livia e Franz diventano, nei loro intensi sentimenti (nel cinismo freddo delluomo e nel disfacimento morale della donna) i rappresentanti di una societ in crisi che sente, forse senza averne piena coscienza (Livia) o avendone anche troppa (Franz), avvicinarsi la ne, nonostante i momentanei e illusori successi (la battaglia di Custoza, che in un primo momento si prolava vittoriosa e si tramuta poi in scontta). In Senso si ritrova cos il trapasso da una classe sociale nobile, che ha ormai nito il suo tempo di egemonia, a una classe borghese e popolare che ne va prendendo lentamente ma sicuramente il posto. Nellaria gi si agitano i fermenti anticipatori dei tempi nuovi, mentre i segni di una societ corrotta e disfatta sono gi evidenti in coloro che la incarnano: lo sfacelo morale dei vecchi sistemi che nulla hanno ormai da dire alla nuova nazio-

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ne che sta per nascere. Livia e Franz sincontrano in un mondo in decadenza che li congura come suoi esemplari: la contessa Serpieri sembra un personaggio tipico di una classe dominante in piena crisi (laristocrazia italiana); anche il giovane Malher il personaggio tipico di una classe dominante altrettanto in sfacelo, come quella dei dominatori austriaci del tempo. Nobilt e militarismo sono i due poli su cui si fonda un tempo storico che sta morendo e che danno origine a un giudizio morale quanto mai sincero sulla grande amma del romantico e individualistico spirito europeo che ormai si estingue. Il regista Luchino Visconti esprime il suo disprezzo verso una classe aristocratica (a cui egli stesso apparteneva) corrotta no allassurdo; c il tentativo di dimostrare che il Risorgimento ha avuto la sua resistenza popolare, ma che questa non riuscita ad assumere un ruolo determinante dal punto di vista storico perch soffocata, n dal sorgere, dal comportamento egoistico e moralmente corrotto di unaristocrazia italiana non sensibile agli ideali della Patria ma unicamente preoccupata di non perdere il proprio prestigio e il proprio potere. Un mondo fondato sul privilegio non poteva farsi promotore di un mondo che parla di uguaglianza. In Senso Visconti anche riuscito a conciliare una visione critica della Storia con la sua passione per il melodramma. Il lm inizia con le note del Trovatore, quasi un omaggio allamato Verdi, ma si sviluppa con un evidente ribaltamento di prospettiva tra la scena e la sala: la macchina da presa passa, alternativamente, dai personaggi dellopera lirica a quelli dellopera cinematograca, tutta la sequenza della Fenice impostata su questa specularit: i patrioti, gridando Viva Verdi e Viva lItalia, gettano i loro manifestini sulle parole del coro Allarmi, allarmi! Eccone presti a pugnar teco, o teco a morir e lesercito delle comparse in armi sembra sdare quello degli ufciali austriaci nelle prime le della platea.

Fonti: GIANNI RONDOLINO, Luchino Visconti, Utet, Torino 2003; A. M. GIACOMELLI I. SAITTA, Crisi delluomo e della societ nei lm di Visconti e di Antonioni, Paoline, Alba 1972

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Recensioni Il realismo di Senso, nondimeno, sembra cominciare e nire qui, nelle scene e nei costumi che danno la vividezza del presente, di un presente trasferito nella sfera delle emozioni artistiche, alla evocazione di un passato in parte fantastico e in parte storico. Quasi tutto il tessuto narrativo appartiene, per contro, alla favola romantica, certe volte esasperata nei toni del melodramma, specie allepilogo. Cinquanta pagine di un racconto ottocentesco, una delle Storielle varie pubblicata da Camillo Boito, hanno ispirato il lm. Boito intitol queste pagine Senso. Dallo scartafaccio segreto della contessa Livia e vi narr una vicenda sgradevole, la storia degli amori e degli odi di una patrizia di Trento, durante le guerre del Risorgimento, e di un corrotto ufciale austriaco. Dai fatti e dai caratteri del Boito il Visconti, stendendo il soggetto del lm, si discostato al punto che il canovaccio nuovo ha soltanto una remota consanguineit con quello vecchio; si pu dire che, sostanzialmente, esso appartenga al Visconti e ai suoi collaboratori nella sceneggiatura. () Senso, specie negli episodi iniziali, in cui una manifestazione patriottica si inserisce in uno spettacolo teatrale, ha la materia del Romanticismo rovattiano. Pi in l, per i convegni dei due nelle sordide camere daftto, acquista fermenti nuovi: ci saremmo attesi, per un amore cos violento, slanci e cupidigie pi probanti, perch Senso giusticasse il suo titolo ed il suo assunto, e tutto invece raggela in gurazioni decorative, nelle quali cristallizzano i personaggi ed i loro stimoli. () (ARTURO LANOCITA, Corriere della Sera, 4 settembre 1954, da Venezia) Una vicenda cos truce e sentimenti cos torvi e sconvolti andavano risolti in una chiave che cercasse il pi possibile di mettere in risalto i concreti motivi umani. La regia di Visconti, invece, ha puntato quasi sempre alla supercie dei personaggi, solo preoccupata di squassarli in un giro fosco di ritorte passioni, solo compiaciuta dellesteriorizzarsi angosciato di queste passioni e del loro vistoso consistere sullo schermo. Non facile, cos, spiegare limprovviso amore di Livia per Franz, n mai motivata la degradazione della donna che, pur dichiarandosi onesta no a quel momento, si abbandona alla passione per un individuo che, oltre a tutto, per nazionalit e funzione, rappresenta quanto di pi odioso sia esistito per lei no a quel giorno della sua vita. E cos, dopo la consegna a Franz del denaro dei pa-

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trioti e, poi, quellinconsulto viaggio a Verona e quella sgradevole scena in casa di Franz dove lufciale, svelando il suo vero carattere, perde ogni senso della misura: tutto dato per dimostrato, tutto, invece sempre da dimostrare; sono poche le situazioni credibili ed difcile, cos, farsene convincere o commuoversi: spesso anzi, nasce il sospetto di essere di fronte al grosso teatro ottocentesco, grezzo dasprezze, di strida, di sentimenti esteriori; ed persino singolare, date cos intellettuali apparenze (). (GIAN LUIGI RONDI, Rivista del Cinematografo, febbraio 1955) Fin dalla sequenza della Fenice, L. Visconti dichiara visivamente il proprio intento. Prendere spunto dal melodramma per descrivere la societ che ne fu spettatrice. Attraverso le pose enfatiche dei protagonisti smaschera la loro falsa coscienza, attraverso un tradimento amoroso, ne mostra uno politico. Inserisce cio in una vicenda passionale la tesi della storiograca sul Risorgimento come rivoluzione mancata o tradita. Nutrito di cultura mitteleuropea, ha concepito gli avvenimenti del 1866 secondo una prospettiva pi ampia di quella nazionale, allargando lo sguardo sul mondo asburgico: la musica di Verdi fa cos da contrappunto a quella di Bruckner; la scontta dei patrioti ai presagi del crollo dellimpero austroungarico. Con Senso, Visconti ha ottenuto un equilibrio fra passione estetica e chiarezza ideologica, forse non pi raggiunta nei suoi successivi melodrammi storici. Intorno al lm si accese un dibattito critico che aveva come tema il (supposto) passaggio dal neorealismo (registrazione immediata e naturalistica della realt) al realismo (interpretazione critica della realt) e che costitu uno dei nodi pi interessanti nelle vicende della cultura italiana di sinistra. In quel contesto sfugg il valore della messinscena, frutto di unarmonia squisita fra tutti gli elementi (FERNALDO DI GIAMMATTEO (a cura di), Dizionario del Cinema Italiano, 1986) La censura e la produzione mutilarono il lm, soprattutto per quelle parti che mostravano il riuto dello Stato Maggiore italiano di fare entrare nella lotta i patrioti civili, perch ne temeva gli impulsi democratici: scene che (nonostante la sbiaditezza di Ussoni, come di tutti i personaggi positivi di Visconti) chiarivano il signicato politico della vicenda e gli impliciti cenni al riassorbimento della lotta partigiana dopo la Resistenza. Quanto resta fu tuttavia sufciente alle autorit democristiane per boicottare il lm come diffamatore delle forze armate e per far pressione giuria del festival di

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Venezia, afnch non gli accordasse alcun premio (). In Senso, Visconti riuscito a conciliare una visione critica della Storia con la predilezione per il melodramma; il senso della realt con il gusto per ci che si situa tra la vita e il teatro. Tutti gli elementi del lm raggiungono in questo intento una straordinaria compenetrazione: la sceneggiatura e i dialoghi, con la loro motivata enfasi teatrale; la scenograa che oppone le linee neoclassiche del quartier generale austriaco (eleganti e severe come il comportamento del generale) allarredamento della casa veronese di Franz, sovraccarico come il suo monologo; i costumi, che assumono una funzione psicologica col gioco di veli e mantelli; la musica, che si accompagna alluso drammatico dei rumori (labbaiare dei cani), le grida e i canti dei soldati austriaci, il suono delle campane di Aldeno); la stessa recitazione, che ottiene risultati rimarchevoli da due attori non eccelsi, al posto dei quali Visconti avrebbe voluto Marlon Brando e Ingrid Bergman. Tutto ci concorda in unarmonia espressiva che fa di Senso il capolavoro viscontiano. (ALESSANDRO BENCIVENNI, Luchino Visconti, 1982) Il regista sottolinea energicamente il signicato politico della vicenda, che raggiunge lacme nella giornata della battaglia di Custoza, lo scontro maggiore della terza guerra dIndipendenza; il dato storico deve collaborare alla denizione di entrambi i personaggi, traditori luno dellaltro e ciascuno della propria patria. LAustria vince un combattimento, ma perder la guerra; lItalia perfezioner il processo unitario, ma non per concorso di popolo, s per opera di una classe dirigente gretta e pavida. Limpero in sfacelo e la nazione nascente rendono immagine eguale di un mondo chiuso al futuro, riverberando sui protagonisti una luce di meschinit squallida: sia luomo sia la donna sono accomunati in una stessa condanna. Anzich giocare su un contrasto ben marcato di luci e ombre e basarsi sullaccettazione della prospettiva storica pi divulgata, il lm non concedeva statura eroica ad alcun personaggio: nello stesso tempo, si collocava su un angolo visuale antitetico alla corrente oleograca risorgimentale. Insomma Senso era un melodramma s, ma rovesciato. Ci spiega i limiti del suo pur notevole risultato commerciale (VITTORIO SPINAZZOLA, Cinema e pubblico, 1974)

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Cuore (sceneggiato televisivo)


Regia: Luigi Comencini 1984

Gi pi volte portato sullo schermo, il libro Cuore di Edmondo De Amicis (18461908), ovvero il romanzo italiano per ragazzi pi tradotto al mondo dopo Pinocchio, alla sua prima versione televisiva. La pubblicazione del romanzo risale al 1888 e ha come oggetto le annotazioni che un allievo di terza elementare, Enrico Bottini, fa in un diario regalatogli dal padre per lanno scolastico 188182. Il romanzo ambientato a Torino, no a pochi anni prima capitale del giovanissimo Regno dItalia e dove il ligure De Amicis visse gran parte della sua esistenza. Queste annotazioni saranno poi sviluppate in veri e propri racconti dal padre del ragazzo alla ne di quellanno e dallo stesso Enrico quattro anni dopo, conservando per intatte le lettere dei familiari (il padre, per lappunto, che interviene sul diario regolarmente; la madre di tanto in tanto; la sorella Silvia una vol-

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ta) e soprattutto i cosiddetti racconti mensili, dettati in classe dal maestro Perboni e narranti episodi eroici con protagonisti ragazzi, coetanei degli allievi, ognuno da una diversa parte dItalia; latmosfera del romanzo risente del patriottismo del tempo, giusticato dalla recente terza guerra di indipendenza del Risorgimento italiano, e dellottimismo della Belle poque. Questo particolare la passione patriottica da ridimensionare davanti allorrore insensato di una guerra servir a Comencini a realizzare il suo libro Cuore, diverso anche per come sfuma i ritratti assoluti e deterministici dei personaggi, che originariamente rappresentavano ciascuno un preciso pregio o difetto. In particolare i compagni del protagonista: il primo della classe Derossi, cos altruista, di buoni sentimenti e pure bello nel libro, appare qui invece spocchioso, femmineo e di una saccenteria quasi pedante, tanto da pagarla con la scontta alla ne dellanno quando la medaglia del primo posto per limpegno nello studio verr assegnata non a lui ma al capoccione Stardi. Dallaltra parte, c il cattivo Franti, che nel libro ritenuto lombrosianamente un teppista nato: qui non si converte al ruolo di buono (come avveniva in una versione a cartoni animati giapponese, di qualche anno prima) e nisce allergastolo (come allora veniva chiamato il luogo di pena, e non ancora la reclusione a vita) ma le sue espressioni, i suoi silenzi e qualche lacrima dumanit ne fanno forse il pi interessante dei giovani personaggi. Agli occhi del regista Il regista Luigi Comencini, uno dei padri della Commedia allitaliana, pensava gi dagli anni sessanta di portare il libro di De Amicis sullo schermo. Pure per lui era valsa lincombenza di studiare il libro alla scuola elementare. Non ne era mai stato patito, Comencini, e il primo pensiero di adattare il romanzo non si trasform in soggetto scritto. Allinizio degli Anni Ottanta, per, il regista di Sal cominci ad immaginarsi una storia pi credibile, che consentisse di ridurre la componente retorica e altamente patetica del romanzo e anche di sconfessare quelleccesso di patriottismo incosciente avvicinando la storia, tipicamente ottocentesca, alla nostra Storia contemporanea. per questo che lanno

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di ambientazione, dal 1882 (dove fra i fatti veri ricordati c laccorata notizia della morte di Giuseppe Garibaldi) passa al 1899, e si tratta per giunta di ashbacks, perch linizio vero e proprio dello sceneggiato nel 1915, secondo anno (e primo per lItalia) della Prima guerra mondiale. Sintesi della trama LItalia ha appena dichiarato guerra allAustriaUngheria, ed Enrico Bottini un ufciale di complemento, gi studente di ingegneria, che sta partendo per il fronte con il massimo dellentusiasmo. In stazione, Enrico incontra Garrone, suo vecchio compagno delle elementari divenuto ferroviere, e ci gli fa ritornare in mente quellanno scolastico. Ma i valori insegnatigli dal padre e dalla scuola in primis lamor di patria cominciano a cozzare contro lassurda ecatombe di quella guerra (600.000 italiani morti in tre anni e mezzo) in nome del re e della patria medesima. In famiglia Costato sei miliardi e mezzo di lire e prodotto da Rai 2 con Dilm, la francese Antenne 2 e la svizzera RTSI, Cuore ha richiesto tre anni di lavorazione di cui uno per la stesura della sceneggiatura, afdata a Suso Cecchi DAmico, al regista e alla glia (e futura regista) Cristina Comencini. Della famiglia di Comencini hanno lavorato anche unaltra delle quattro glie, Paola Comencini (costumi), e soprattutto il maggiore dei suoi nipotini, Carlo Calenda, che veste i panni piccoloborghesi di Enrico Bottini da bambino. Del suo personaggio, il giovane (classe 1973) dir poi: Il mio non un bel personaggio. un vigliacco: sta dalla parte del pi forte e non capisce ci che veramente vale se non rendendosene conto in guerra. Prima assoluta e programmazione TV La prima assoluta del lm fuori concorso alla Mostra di Venezia del 1984, ma si tratta di una versione ridotta di nemmeno due ore. La versione integrale per la televisione, invece, di ore ne dura sei: una per puntata. Gioved 4 ottobre dello stesso anno, va in onda la prima puntata su Rai 2, mentre Canale 5 trasmette il Superash di Mike Bongiorno, che viene battuto negli ascolti. Il

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successo buono. Le puntate vanno avanti no all8 novembre e registrano un notevole successo, non solo a livello daudience, ma anche per il merchandising: sono infatti in vendita libri di ogni tipo sullargomento: dalloriginale di De Amicis con prefazione di Comencini e le immagini del lm (edito dalla ERI in collaborazione con Giunti Marzocco), a novellizzazioni varie e al consueto album di gurine Panini, comera accaduto anche con altri sceneggiati rai di successo fra cui Le avventure di Pinocchio (1971), Sandokan (1976), Ges di Nazareth (1977) e Marco Polo (1982). Racconti mensili cinematograci e Ballo Excelsior Questa versione cinetelevisiva di Cuore si distingue dal libro anche per i racconti mensili. Essi, da nove si riducono a cinque, ma in compenso non sono pi cartacei bens trasformati in brevi lm muti che vengono mostrati col proiettore a manovella nella palestra della scuola. Nel 1899, infatti, erano passati quattro anni appena dalla prima proiezione cinematograca dei fratelli Lumire. Lidea del regista di rappresentare levoluzione tecnologica del periodo, foriera di ulteriore ottimismo bellepochiano e anchessa destinata a mostruosizzarsi con luso che se ne far nelle Guerre Mondiali. Il padre di Enrico, non a caso, un ingegnere, e nella prima puntata si fa portavoce di questo ottimismo (Il secolo che alle porte sar ricco di invenzioni e di scoperte) e spiega agli allievi il funzionamento del cinematografo (Pensate! Unimperfezione dellocchio umano consente un tale prodigio della tecnica!). Ovviamente i lm sono stati appositamente girati e debitamente virati e rovinati, anche se vi sono pure lmati depoca, e la musica di Manuel De Sica alterna parti originali a brani del tempo, poi assurti a capisaldi canori dellitalianit nel mondo, da Va, pensiero al tema strumentale di Aida passando per Funicul funicul. Il primo racconto scelto Il tamburino sardo (alla ne, sullapplauso, una carrellata mostrer tutti gli allievi con gli occhi umidi, tranne Franti che sorride), seguono Il piccolo scrivano orentino (che indurr Coretti a riscrivere il quaderno per lo sfortunato Precossi, a cui il padre ubriaco e violento laveva strappato), Dagli Appennini alle Ande (il pi lungo e famoso dei racconti, anchesso

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pi volte portato sullo schermo; alla ne, lacrime a dirotto per Crossi, che sa il padre in America a lavorare, anche se in realt in prigione), Linfermiere di Tata e Sangue romagnolo, che nalmente dispenser lacrime al famigerato Franti. Nella sesta puntata non ci sono proiezioni di racconti mensili, ma in compenso c uno spettacolo teatrale, il Ballo Excelsior, che rappresenta lapologo del progresso della scienza (ideato nel 1880 da Luigi Manzotti su musica di Romualdo Marenco) e che descritto da pap Bottini, il quale alla ne dice al glio: Io non vedr ci che il futuro ti riserva, ma sono sicuro che i popoli riusciranno a costruirsi un futuro di benessere e pace.
In: WIKIPEDIA, voce: Cuore (sceneggiato televisivo)

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Il Gattopardo

Regia: Luchino Visconti 1963

Trama e recensione Dallalto della propria villa, la famiglia nobiliare dei Corbera accoglie con preoccupazione la notizia dello sbarco delle truppe garibaldine in Sicilia per rovesciare il regno borbonico e avviare il processo di unicazione dellItalia. Il capofamiglia Fabrizio, principe di Salina, sfruttando la propria intelligenza politica e lattivismo dellambizioso nipote Tancredi Falconeri fra le le delle camicie rosse, comprende che i tempi stanno cambiando e che il potere politico e istituzionale ormai in mano ad una nuova classe di ricchi borghesi. Per adattarsi al tramonto dellaristocrazia e difendere il prestigio della propria casata, il principe decide cos di attendere la presa di Palermo da parte dei garibaldini, appoggiare apertamente lannessione allItalia ed accettare le nozze fra ladorato Tancredi e la bella glia di un sindaco ricco e incolto, perch afnch niente cambi, bisogna che tutto cambi. Memoria e realismo solitamente parlano due tempi differenti:

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la prima si esprime al passato dei ricordi e dei racconti, il secondo al presente del resoconto e della cronaca. I percorsi paralleli delleco e della parola, della nostalgia e della testimonianza, di Proust e di Verga, tendono invece a incrociarsi sistematicamente nel cinema di Luchino Visconti. Nella ricercatezza delle sue immagini si fondono pi arti e linguaggi, storie e discorsi di varie epoche e diversi contesti, che trovano ogni volta una temporalit specica nel presente continuo del cinema. Rispetto alle pi libere trasposizioni di Verga (La terra trema), Dostoevskij (Le notti bianche) e Camillo Boito (Senso), con Il Gattopardo il progetto culturale e cinematograco di Visconti si modella perfettamente su quello storicoletterario di Giuseppe Tomasi di Lampedusa: raccontare il passato al presente, riportare la memoria del passato ad una dimensione esistente e visibile per potervi leggere allinterno il tempo del sempre umano, ovvero quegli uno o due secoli di passaggio allo stato sociale di cui il principe di Salina si fa portavoce. Ispirandosi pi ai principi del realismo letterario che a quelli del (neo)realismo cinematograco, Visconti consacra la messa in scena alla rafnatezza del dettaglio, alla ricchezza dellornamento e alla profondit della descrizione, per riportare la Sicilia moderna a quella dei tempi dellUnit dItalia. Le due dimensioni temporali del lm convivono in una rappresentazione tanto complessa quanto necessaria, nelle intenzioni del nobile regista milanese, ai ni di creare quellesatta nuova vecchia Sicilia vista attraverso gli occhi e lideologia del principe Fabrizio. raro vedere un lm in costume affrontare le questioni realmente politiche del tempo raccontato. Ancor pi raro fare della minuziosit scenograca e delleleganza estetica il principio per veicolare in modo ancor pi preciso e dettagliato la losoa sociopolitica del protagonista. Alla ne, il lm non propone che una soggettiva di Salina (quella in cui mostra gli affreschi della villa al generale di Garibaldi), peraltro inserita nella cornice del ricordo e marcata dagli sguardi in macchina degli attori. Ma lintero sguardo sul lm, pi che quello nel lm, a raccontare un passaggio epocale sotto una prospettiva politica. Unideologia conservatrice quando non addirittura reazionaria, ma che fra i drappi e le tappezzerie delle ville barocche del palermitano fa

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aleggiare continuamente sensazioni di morte e di decadenza, tanto per la deriva culturale della classe borghese, ecclesiastica e militare, quanto per il passatismo di certa aristocrazia nobiliare. Il sogno ottocentesco di Visconti non auspica un vero ritorno dal tempo degli sciacalli e delle iene al tempo dei gattopardi e dei leoni, ma in fondo quello di un meticoloso restauratore: far rivivere il passato in un presente artefatto: cambiare tutto afnch niente cambi.
EDOARDO BECATTINI, Il Gattopardo, in www.mymovies.it

Dal romanzo al lm Tratto dallomonimo romanzo di Tomasi di Lampedusa, pubblicato postumo dalla Feltrinelli un anno dopo la morte dellautore, nel 1958, esce nelle sale nel 1963 Il Gattopardo (Palma doro a Cannes nello stesso anno) di Luchino Visconti.

Giuseppe Tomasi di Lampedusa

Il lavoro di trasposizione Le note e le sottolineature autografe che il regista appose su una copia del volume oggi disponibile nella biblioteca dellIstituto Gramsci, documentano lattenzione che Visconti pose su alcuni aspetti narrativi del romanzo di Tomasi, quali la rappre-

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sentazione degli eventi risorgimentali visti nella prospettiva del tradimento (come gi in Senso del 1954), lambientazione siciliana, la sopravvivenza della tradizione culturale da parte della classe aristocratica. Il rapporto di dipendenza tra il modello letterario e la sua trasposizione cinematograca, costruito fra analogie e difformit, stato al centro degli interessi della critica che ha analizzato il transito dal linguaggio letterario alla riscrittura lmica. Lo stesso Visconti affermava: Capita spesso, leggendo quanto viene scritto a proposito di un lm che ha tratto la sua ispirazione da un romanzo dautore, di vedere, afancare e confrontare le due opere quasi che dovessero essere la stessa cosa. Quando, per la natura stessa dei mezzi despressione di cui si servono, un lm e unopera letteraria non possono assolutamente essere la stessa cosa (Lavventurosa storia del cinema italiano, a cura di G. Fo e F. Faldini, Milano, Feltrinelli, 1979), sottolineando cos lobbligata divergenza tra le due operazioni creative. Analogie e differenze Ci nonostante, Visconti sembra rispettare sostanzialmente lintreccio narrativo del romanzo, pur razionalizzandone necessariamente alcune parti attraverso una diversa strutturazione temporale, eliminando alcuni ashback e ristabilendo la corretta successione degli eventi (tra gli sceneggiatori si annovera, oltre allo stesso Visconti, Suso Cecchi dAmico, Enrico Medioli, Pasquale Festa Campanile, Massimo Franciosa). Nel fare questo Il Gattopardo cinematograco si discosta dalla struttura narrativa di Tomasi di Lampedusa, che si prolunga in altri due capitoli, con la descrizione della morte del Principe e del declino del casato dei Salina. La storia e i personaggi Visconti, intellettuale di sinistra, tende ad accentuare rispetto al modello letterario, di cui mantiene tuttavia lo sguardo scettico, la critica allimmobilismo e al trasformismo politico, caratteristiche che pongono Il Gattopardo fra le testimonianze vive e vitali della Questione Meridionale Fabrizio, principe di Salina Di Tomasi, Visconti mantiene intatta la centralit del personaggio protagonista, Fabrizio Principe di Salina (Burt Lancaster,

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doppiato da Corrado Gaipa), a cui afdata gran parte della riessione sugli ideali risorgimentali, qui resi attraverso una serie di dialoghi che traducono, sostituendoli, il monologo interiore del romanzo. La sua la visione malinconica di una classe sociale al tramonto, costretta non solo ad accettare con rassegnazione il passaggio dalla monarchia borbonica a quella sabaudopiemontese, ma a cedere il passo ad una borghesia rampante e volgare, rappresentata dal sindaco di Donna Fugata, Don Calogero Sedara (Paolo Stoppa) e da sua glia Angelica (Claudia Cardinale). Daltro canto, la pessimistica visione di TomasiVisconti di una Sicilia destinata allinerzia, riassunta mirabilmente nel riuto alla carica di senatore del neo Regno dItalia da parte di Fabrizio. proprio il dialogo con il funzionario piemontese Chevalley ad esprimere lincomunicabilit e lincolmabile distanza tra due culture e due mondi. Tancredi La frase pronunciata dal nipote Tancredi (Alain Delon), che la sceneggiatura eredita dal romanzo: se vogliamo che tutto rimanga com, bisogna che tutto cambi, in seguito accolta, seppure con qualche perplessit, dallo stesso Principe di Salina, dunque il simbolo pi esplicito del cinico trasformismo dellultima generazione, pi interessata al mantenimento dei propri privilegi che agli ideali unitari del Risorgimento. Le scene corali Nel lm vengono introdotte alcune scene corali di battaglia tra garibaldini (due dei quali interpretati da Mario Girotti e Giuliano Gemma) coadiuvati dal popolo palermitano ed esercito borbonico, ben riconoscibili dalla fedele ricostruzione dei costumi (Piero Tosi) e dal rigore della fotograa (Giuseppe Rotunno). La scena del ballo La grandiosa e calligraca scena nale del ballo (per il quale Nino Rota arrangi un valzer inedito di Verdi), che da sola occupa gran parte del lm e che richiese trentasei giorni di riprese, il mirabile risultato dellincontro tra le tematiche di Tomasi e la sensibilit di Visconti, che attraverso lo sfarzo e le minuziose ricostruzioni ambientali (tre Nastri dargento per fotograa, scene e

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costumi) riesce a trasmettere il senso della ineludibile decadenza di un mondo e la disillusione del protagonista. Nel valzer tra Angelica e Fabrizio, che si sostituisce per lultima volta al suo alter ego Tancredi, Visconti, replicando uno dei motivi a lui cari lidea della morte che scaturisce dalla rappresentazione della bellezza rende percepibile limminenza della ne, non solo sica, del protagonista: qui solo pregurata e non esplicitata come nel romanzo. Laccoglienza del lm Il Gattopardo fu presentato il 27 marzo 1963 al cinema Barberini a Roma, in occasione della consegna dei Nastri dArgento, due giorni prima di uscire nelle sale cinematograche nazionali. Lattesa Il lm aveva suscitato, n dalla sua fase progettuale, un vivo interesse da parte della critica, incuriosita da come il regista avrebbe trasposto cinematogracamente il romanzo gi divenuto caso letterario di Tomasi di Lampedusa. A suscitare ulteriori aspettative la scelta di un cast internazionale deccellenza, che catalizz attenzione e curiosit crescenti durante le riprese del lm, alimentando intorno ad esso una vasta aneddotica. Luscita non deluse le aspettative del pubblico e della critica: il lm, presentato il 20 maggio del 1963 al Festival di Cannes, vinse la Palma doro, primo riconoscimento assegnato a Visconti in un Festival internazionale. Le reazioni Immediate e divergenti le reazioni della critica, che tuttavia si divise con minore radicalit rispetto ai precedenti lungometraggi di Visconti. Il lm suscit inaspettatamente pareri favorevoli soprattutto dalla critica moderata, che in precedenza, per ragioni ideologicopolitiche, aveva mantenuto costantemente un atteggiamento di riuto verso lopera del regista. Viceversa, alcune recensioni negative vennero dalla critica marxista, che interpret come involuzione sul piano ideologico e infedelt alle precedenti istanze estetiche sia la scelta dellopera da adattare, sia il registro stilistico di stampo troppo tradizionale.

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La stampa Nellarchivio di Luchino Visconti conservata una copiosa raccolta di ritagli stampa sullopera del regista, in minima parte ordinati nelle serie relative agli spettacoli e ai lm e per la maggior parte ordinati nelle serie che raccolgono esclusivamente rassegna stampa. Le raccolte di ritagli stampa, che coprono larco cronologico 19202007, sono state create dalla Fondazione a partire da alcuni articoli conservati dal regista in anni giovanili, riguardanti notizie sulla famiglia Visconti, nonch da quotidiani e periodici trovati tra le sue carte. Ordinate cronologicamente, le raccolte ospitano recensioni su spettacoli e lm da lui diretti e proseguono oltre il 1976, anno della morte del regista, registrando la presenza di Visconti sulla stampa italiana e internazionale no ai giorni nostri, a partire dai necrologi apparsi in occasione della scomparsa del regista. Contengono inoltre articoli relativi ad eventi e anniversari che lo hanno riguardato, ma anche ritagli relativi ad argomenti e personalit vicini al suo lavoro nei quali il suo nome compare in forma subordinata.
In: Rappresentare gli italiani Il Gattopardo dal romanzo al lm, cfr: http://www.progettorisorgimento.it/risorgimentocms/cms.view?pflag=p ercorso&numDoc=13&munu_str=0_6_0&id=7

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SOMMARIO

Sommario

Piccole conferenze per grandi incontri Presentazione Enza Del Tedesco Avvio

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di Daniela Giovanna Villotta, Dirigente scolastico

a cura di Daniele Dazzan

Fratelli dItalia. La scrittura e i valori del Risorgimento

Materiali
17 marzo 1821 La nascita del Regno dItalia Bandiere, fanfare e piazze in festa: lItalia fatta, esultano gli italiani 45 47 51

di Nello Ajello

Sentirsi italiani
di Pietro Tenani

di Ippolito Nievo

Scritture Il canonico Orlando

55 63 71

Da Quarto al Volturno
di Giuseppe Cesare Abba di Edmondo De Amicis

Pagine da Cuore

Sommario

Il capitano Ugo Foscolo


di Edmondo De Amicis di Giovanni Verga di Anton Giulio Barrili

87 93 105

Camerati

La morte di Goffredo Mameli

di Indro Montanelli

Personaggi Giuseppe Garibaldi Mazzini. Le passioni del patriota esiliato, cos infelice cos telegenico

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di Filippo Ceccarelli

di Francesco Merlo

Vittorio Emanuele II. La leggenda del re galantuomo: tozzo, brusco e nazionalpopolare

Cavour. Camillo: il giocatore dazzardo che trionf nella partita decisiva


di Piero Ottone

Commenti Il canto degli italiani


di Roberto Benigni

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Sulle strade delle camicie rosse con lallegra banda garibaldina


di Paolo Rumiz

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La scuola di De Amicis I gli di Cuore


di Domenico Starnone

di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella

Tre lm Senso Cuore (sceneggiato televisivo) Il Gattopardo

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