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Indice
La Settimana rossa
 
 
000 Prefazione

000 Introduzione

PARTE 1
La storia

000 Giugno 1914: il corso degli eventi


Marco Severini

000 I partiti politici italiani di fronte alla prova sovversiva


Alessandro Luparini

000 La vicenda anarchica: sogno infranto o progetto rivoluzionario


Lucio Febo

000 Echi sulla stampa nazionale ed europea


Andrea Pongetti

000 Il dibattito parlamentare


Silvia Serini

000 La dimensione processuale


Luca Frontini

PARTE 2
Il contesto

000 Lo scenario internazionale


Silvia Boero

000 Filippo Corridoni e il movimento sindacale italiano


2

Emanuela Sansoni

000 Il Sindacato ferrovieri e il clima sovversivo


Mario Fratesi

000 La massoneria nel tramonto dell’età giolittiana


Fulvio Conti

000 I cattolici e i moti della Settimana rossa


Ilaria Biagioli

PARTE 3
La geografia

000 La Romagna e l’Emilia


Sara Samorì

000 Parma
Margherita Becchetti

000 Roma e Firenze


Alessia Pongetti

000 Torino, Genova e il Nord-ovest


Eliana Cerchia-Emiliana Losma

000 Milano e il Nord-est


Matteo Soldini

000 Napoli e Palermo


Lidia Pupilli
3

PARTE 4
Dalle biografie alla storiografia

000 Mussolini e la Settimana rossa


Matteo Soldini

000 I protagonisti: i caduti di Ancona e di Fabriano


Silvia Bolotti

000 Deuteragonisti
Silvia Serini

000 Le donne della Settimana rossa


Silvia Barocci

000 L’ombra sul mito. Le polemiche tra gli eredi negli anni cinquanta
Massimo Papini

000 La storiografia
Marco Severini

000 Gli autori

000 Indice dei nomi


4
7

Giugno 1914: il corso degli eventi


di Marco Severini

1. L’ora della svolta

Nella vicenda di una nazione ancora giovane, che aveva appena


festeggiato il suo primo mezzo secolo di vita, gli eventi della Settimana
rossa (7-14 giugno 1914) determinarono un’evidente cesura nella storia
nazionale e comportarono conseguenze di indubbio rilievo.
I giorni di rivolta, scioperi, agitazioni e insurrezioni misero a dura prova
lo Stato e le istituzioni attraverso un moto protestatario e sovversivo che,
originatosi nelle Marche, contaminò velocemente le diverse periferie
italiane, a incominciare dalla Romagna con cui la terra d’elezione
condivise il carattere insurrezionale. Proclamato lo sciopero generale per
protestare contro l’ennesimo eccidio proletario, l’establishment politico,
l’opinione pubblica, il movimento sindacale e, soprattutto, le piazze
italiane si trovarono di fronte a una prova eccezionale e per certi versi
unica, visto che il Paese cadde in una condizione di paralisi e isolamento
che mai, fino a quel momento, aveva conosciuto. La decisione del
governo Salandra, entrato in carica da tre mesi, di inviare sui luoghi
interessati l’esercito e di rispondere con fermezza alla sfida sovversiva
mise a tacere qualsiasi speranza che dal moto potesse scaturire una
palingenesi più ampia.
In secondo luogo, questo ricorso alla forza e alla violenza soffiò su quel
clima di radicalizzazione politica che era allora diffuso non solo in Italia,
ma nell’intero vecchio continente. L’idea che nel ricorso alla forza da
parte di singoli, di gruppi come di nazioni potesse individuarsi la
soluzione ai molteplici problemi del tempo conteneva germi pericolosi
anche se, nell’immediato, difettò di sbocchi concreti. L’epos protestatario
e il ribellismo spontaneista di quelle agitate giornate lasciarono un’eco
durevole nel clima culturale e sociale del paese, ma non ottennero
significative conseguenze politiche: il fronte conservatore (liberali,
cattolici, nazionalisti) che si era imposto nelle consultazioni
8

gentilonizzate del 1913 uscì di fatto rafforzato, anche se i presagi e


soprattutto lo scoppio di un conflitto mondiale avrebbero chiamato la
classe dirigente e la monarchia sabauda all’assunzione di pesanti
responsabilità.
Ancora, gli eventi del giugno 1914 ebbero per protagonisti personalità
di grande rilievo politico come il repubblicano Pietro Nenni, il socialista
massimalista Benito Mussolini, l’anarchico Errico Malatesta: ad
eccezione dell’ultimo, i primi due avevano da poco abbandonato la
dimensione subalterna e circoscritta sperimentata nella nativa, comune
periferia romagnola per intraprendere un cammino che li stava
velocemente portando, pur su sponde opposte, alla ribalta nazionale.
D’altra parte, se Nenni e Malatesta ci misero la faccia, impegnandosi in
prima persona nelle vicende dell’Ancona sovversiva, Mussolini tenne un
ruolo decisamente subalterno 1.
Eppure gli autentici protagonisti di questo evento drammatico non
furono tanto i personaggi sopra citati quanto gli esponenti politici (con
anarchici e repubblicani in prima fila) spesso sconosciuti delle periferie
italiane che guidarono gli assalti ai pubblici edifici, sabotarono le linee
telegrafiche e ferroviarie, appiccarono il fuoco ai simboli del potere laico
e religioso o si ritagliarono uno spazio nella pubblica memoria per aver
proclamato, magari a qualche centinaia di manifestanti dalle idee
confuse, effimere repubbliche. Notizie allarmistiche e fantasiose si
diffusero attraverso le province italiane e trovarono un alveo quasi
naturale anche grazie all’arresto dei trasporti e delle comunicazioni, alla
mancanza dei giornali e alla propagazione di generali sentimenti di paura,
inquietudine e smarrimento.
Dal canto loro, le masse popolari parteciparono intensamente a questo
drammatico tentativo di sovvertimento istituzionale, testimoniando, per
un verso, il diffuso senso di sfiducia e di delusione nei confronti dello
Stato liberale e, per l’altro, il convincimento, non meno condiviso, che
l’ora della svolta fosse arrivata. Tuttavia, unitamente all’energica risposta
governativa e all’operato della Cgdl dagli effetti certamente rovinosi, fu
la mancanza di coordinamento e di organizzazione tra i diversi focolai
ribellistici a precludere il prosieguo del moto sovversivo: al di fuori delle
Marche e della Romagna – e di parte della Toscana – dove assunse
caratteri insurrezionali, la «più grandiosa agitazione» della storia
                                                            
1
R. De Felice, Mussolini il rivoluzionario: 1883-1920, Einaudi, Torino 1995 (1° edizione, 1965),
p. 206.
9

dell’Italia unita2 si espresse in forme rivoltose soprattutto nelle grandi


città e nei capoluoghi di provincia, sviluppandosi in «tempi
desincronizzati» e in «modalità territorialmente parcellizzate», secondo
dinamiche di mobilitazione che resero più semplice il compito delle
truppe inviate dal governo Salandra 3.
Risolti i problemi di ordine pubblico, lo stesso atteggiamento della
magistratura – che vide salire sui banchi degli imputati sovversivi e forza
pubblica – non brillò per indipendenza e autonomia di giudizio,
orientandosi, con giustificazioni spesso pretestuose, verso una sanatoria
generale, poi avallata dall’amnistia concessa dal sovrano.
Così, cinquanta giorni prima dello scoppio della Grande guerra fu la
Settimana rossa a far suonare, con la sua fiammata eversiva, un primo,
inascoltato grido di allarme nei confronti di una politica sempre meno
rispondente verso le esigenze dei cittadini. Tramontata quell’età
giolittiana che, pur tra squilibri, limiti e numerosi problemi lasciati
irrisolti, aveva avviato un primo processo di democratizzazione,
sostenuto un pur diseguale decollo industriale e registrato l’affermazione
di partiti e movimenti tendenzialmente di massa, l’Italia si scoprì più
debole, incerta e alla mercé di poche persone.
Solo un’attenta ricostruzione degli avvenimenti di quelle giornate di
giugno consente di comprendere appieno come la svolta che in molti
attendevano non sarebbe stata quella agognata dal ribellismo episodico e
sovversivo, ma quella pianificata e gestita dai vertici politici e militari
che avrebbero portato il mondo nella prima guerra mondiale 4.

2. Un clima incandescente

In una situazione internazionale connotata da tendenze belliciste,


nazionaliste e imperialiste, da tensioni molto forti, dai grandi scioperi
portuali e dalle sempre più pressanti rivendicazioni dei lavoratori 5,
Giovanni Giolitti, in seguito alle dimissioni dei ministri radicali –
determinate dalla maggioranza dell’ultimo congresso del Partito radicale
                                                            
2
L. Lotti, La Settimana rossa con documenti inediti, Le Monnier, Firenze 1972 (1° edizione 1965),
p. 242.
3
F. Giulietti, Storia degli anarchici in età giolittiana, FrancoAngeli, Milano 2012, p. 317.
4
Sulla quale si veda ora I.F.W. Beckett, La prima guerra mondiale. Dodici punti di svolta, Einaudi,
Torino 2013.
5
V. Foa, Questo Novecento, Einaudi, Torino 1996, p. 21.
10

(31 gennaio-2 febbraio) per protestare contro la politica protezionistica,


la mancata riforma tributaria e le eccessive spese militari – si dimise il
10 marzo 1914.
Il distacco dei radicali, che volevano tutto e subito «senza però aver
chiaro che cosa e come», avveniva sia dal governo di Giolitti sia dalla sua
persona 6, anche se la maggioranza del gruppo parlamentare, che abbassò
le difese di fronte al logoramento del governo giolittiano, era non poco
riluttante a separarsi dallo statista piemontese; fatto sta che, al di fuori
della Camera, il radicalismo decise di recuperare la propria autonomia
rispetto al giolittismo, favorendo i propri antagonisti e senza trarre dalla
successiva crisi ministeriale un profitto immediato 7.
Nei giorni successivi, Sidney Sonnino declinò la proposta fattagli dal
sovrano di costituire un nuovo esecutivo, ritenendo impossibile formare
un ministero in virtù della prevedibile opposizione della maggioranza
giolittiana. Così, dietro consiglio di Giolitti, il quale riteneva che l’ascesa
al potere di un conservatore gli avrebbe garantito un celere ritorno al
potere, Vittorio Emanuele III affidò l’incarico al conservatore pugliese
Antonio Salandra. Questi il 21 successivo varò il nuovo governo che, il 5
aprile, ottenne la fiducia della Camera con 303 voti favorevoli (tra cui
quelli della compagine giolittiana), 122 contrari e 9 astenuti 8.
Il nuovo presidente del Consiglio lanciò a Montecitorio la parola
d’ordine del rassemblement nei confronti della multiforme galassia
liberale. In realtà, il tentativo di Salandra, non privo di azzardo, si
costruiva, da una parte, intorno alla profonda ambizione personale di
lasciare un’impronta decisa nella vicenda nazionale e, dall’altra, su una
linea politica duttile, «del giorno per giorno», dato che non avvertiva la
necessità di formare una maggioranza, visto che quest’ultima c’era già ed
era appunto quella liberale. Salandra, senza nascondersi le pressioni e le
difficoltà cui veniva sottoposto il sistema politico italiano uscito dalle
elezioni dell’autunno 1913, si presentò con un progetto conservatore e
cercò di incanalarsi nell’alveo della linea dettata da Giolitti, senza di fatto
contrapporsi ad esso e, anzi, sfruttandone al meglio le potenzialità 9.

                                                            
6
A.A. Mola, Giolitti. Lo statista della nuova Italia, Mondadori, Milano 2003, p. 352.
7
G. Orsina, Senza Chiesa né classe. Il partito radicale nell’età giolittiana, Carocci, Roma 1998,
pp. 265-266.
8
Mola, Giolitti, p. 353.
9
F. Lucarini, La carriera di un gentiluomo. Antonio Salandra e la ricerca di un liberalismo
nazionale (1875-1922), il Mulino, Bologna 2012, pp. 179-187.
11

Ma il clima politico italiano fermeva e stava velocemente mutando.


Repubblicani e socialisti registrarono, nei rispettivi congressi, la
prevalenza delle correnti rivoluzionarie e intransigenti: particolare
rumore fece il XIV congresso del Psi (Ancona, 26-29 aprile), con la
mozione antimassonica presentata da Benito Mussolini e Giovanni
Zibordi, approvata a grande maggioranza; al successivo congresso
repubblicano (Bologna, 16-19 maggio), Pietro Nenni – direttore di
«Lucifero», il più antico e importante foglio repubblicano italiano –
difese la posizione intransigente del segretario Oliviero Zuccarini che,
insieme a Giovanni Conti, aveva imposto al partito una scelta di sinistra e
secolarizzante 10: gli obiettivi programmatici ribaditi da Zuccarini
consistevano nella lotta antimonarchica, nel decentramento
amministrativo, nella condanna del riformismo e nella costruzione,
magari sulla base di una sintonia con i socialisti capace di dar vita ad una
comune azione insurrezionale, di un movimento capace di conseguire il
sovvertimento delle istituzioni11.
Il congresso socialista di Ancona segnò un’ulteriore presa di distanza
rispetto alla sinistra repubblicana e radicale. Tuttavia, dalle colonne di
«Lucifero» il direttore Pietro Nenni seguiva con attenzione le istanze
radicaleggianti in atto e chiamava il fronte sovversivo a contraporre
un’azione violenta e agitatoria se mai si fosse presentata un’occasione
favorevole da contrapporre all’azione repressiva dello Stato.
Nel movimento sindacale, diverse organizzazioni aderenti all’Usi,
dirette da esponenti anarco-sindacalisti, esprimevano la convinzione della
necessità di una prova di forza mentre, a fronte della vittoria riformista al
IV Congresso della Cgdl (Mantova, 5-9 maggio), una battagliera
minoranza di sinistra era riuscita a far approvare alcune modifiche allo
statuto confederale 12.
Dal canto suo, il governo si trovò ad affrontare gli scontri tra sloveni e
italiani a Trieste, dove la polizia asburgica intervenne contro i
                                                            
10
R. Balzani, Giovanni Conti e la “questione repubblicana” da Giolitti al secondo dopoguerra, in
Archivio di Stato di Ancona – Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nelle
Marche, Giovanni Conti e la memoria repubblicana, a cura di G. Giubbini, affinità elettive, Ancona
2007, p. 8; M. Severini, Conti, Nenni e la “scelta di sinistra” (1912-14), ibidem, pp. 27-41; Id., La
formazione e la militanza politica di Giovanni Conti nell’Italia del primo Novecento, in L. Pupilli
(a cura di), Giovanni Conti. Politico, costituente, storico, il lavoro editoriale, Ancona 2010, pp. 14-
18.
11
M. Severini, Nenni il sovversivo. L’esperienza a Jesi e nelle Marche (1912-1915), Marsilio,
Venezia 2007, p. 93.
12
Ibidem, p. 92.
12

manifestanti italiani, le conseguenti manifestazioni irridentistiche nel


Paese e l’inasprimento dei rapporti con Vienna.
Non minori pensieri destarono nel ministero salandrino le deliberazioni
assunte dal III congresso dell’Associazione nazionalista italiana (Milano,
16-18 maggio), che approvò a grande maggioranza l’incompatibilità per i
propri iscritti di appartenere ad associazioni di orientamento liberale13, e
l’ostruzionismo con cui a Montecitorio i socialisti cercarono di impedire
alcuni provvedimenti finanziari che accrescevano il carico fiscale 14.
Tuttavia, l’Italia era un paese diverso rispetto ai primi anni del nuovo
secolo: il peso delle masse e il ruolo dell’opinione pubblica, l’azione di
nuovi partiti e movimenti politici e di classe, le agitazioni e il
malcontento serpeggiante nelle diverse periferie costituivano un forte
monito per una classe dirigente che cercava di capire se la transizione di
quelle settimane rappresentasse una novità o solo l’ennesima reiterazione
della strategia giolittiana.
La primavera del 1914 fu connotata da una decisa radicalizzazione della
lotta politica e sociale.
Le agitazioni videro in prima fila i portuali, i ferrovieri, i tranvieri, i
metallurgici, i gasisti, i tessili, gli edili e numerose altre categorie
(fornaciai, sarti, barbieri, lavoratori del tabacco e così via); per tutta
risposta le Prefetture inoltrarono continue richieste di rinforzi al ministero
dell’Interno.

3. Rivoluzionario accorto e pericoloso

Le preoccupazioni delle forze dell’ordine aumentarono, poi, in seguito


agli spostamenti di personaggi di punta del sovversivismo internazionale,
                                                            
13
È stato rilevato come gli intellettuali e i pubblicisti di area nazionalista, da una parte, calarono in
un innovativo contesto comunicativo temi noti all’opinione pubblica italiana – come la polemica
antiparlamentare, la difesa delle industrie nazionali, la valorizzazione della necessaria espansione
coloniale italiana, la ricerca di una armonia sociale – ma dall’altra, fissando l’identità nazionale in
un campo semantico specifico e nuovo cosicché l’amore di patria diventava un «convinto trasporto
per un particolare assetto istituzionale, ancora da costruire, ma comunque diverso da quello
vigente», aggiunsero nuovi elementi al mito politico della nazione, enfatizzandone il carattere
emotivo e precisandone il fondamento etnico-razziale, tema quest’ultimo in larga misura estraneo
alla tradizione patriottica risorgimentale. A.M. Banti, Storia della borghesia italiana. L’età
liberale, Donzelli, Roma 1996, pp. 315-317
14
Il progetto, preparato dall’ex titolare delle Finanze Luigi Facta e poi riproposto dal nuovo
ministro Luigi Rava, sarebbe stato rinviato all’autunno per poi essere dimenticato in seguito allo
scoppio della Grande guerra. Lucarini, La carriera di un gentiluomo, cit., p. 223.
13

come accadde ad Ancona, scelta come nuova base operativa, agli inizi del
1913, dal leader anarchico Errico Malatesta che mancava dall’Italia dal
1899, anno in cui aveva abbandonato avventurosamente il domicilio
coatto a Lampedusa 15.
Giunto nel capoluogo marchigiano il 10 agosto 1913, Malatesta
dispiegò un’attività eccezionale, girando e tenendo comizi per i principali
centri delle Marche, della Romagna, della Toscana, della Puglia e
raggiungendo anche Milano e a Roma, tenendo contatti con i leader
anarchici e venendo da questi visitato in Ancona, come accadde il 12
agosto 1913 quando lo venne a trovare il «noto internazionalista»
Napoleone Papini o come quando, l’11 maggio 1914, parlò in pubblico
alla Casa del Proletariato anconetana insieme ad Armando Borghi 16.
Nell’aprile 1914 una relazione del prefetto di Ancona informava che
Malatesta era stato posto sotto sorveglianza, ma pure che i tentativi di
trovare negli ambienti sovversivi una «persona fiduciaria» che entrasse
«in intimi rapporti» con lui, non avevano sortito effetti, se non «di
limitata importanza»: le relazioni, i propositi, l’attività propagandistica e
organizzativa dell’ «accorto rivoluzionario» erano sconosciuti al
personale prefettizio che, pertanto, richiamava il ministero sulla necessità
di intensificare i controlli su questo «pericoloso elemento» che, essendo
in continuo movimento, sfuggiva alla vigilanza «delle autorità
disponibili» 17.
Benchè fosse, analogamente agli anni precedenti, prevalentemente
riformista, l’ampiezza, la frequenza e il tasso di radicalizzazione della
offensiva rivendicativa apparivano in questa fase diversi, senza
considerare che le agitazioni proletarie andavano a saldarsi con le
campagne di mobilitazione antimilitarista.
Il 16 maggio la Camera del lavoro di Ancona ospitò un affolato comizio
per la liberazione di Augusto Masetti 18 e contro le compagnie di
                                                            
15
G. Berti, Errico Malatesta e il movimento anarchico italiano e internazionale, 1872-1932,
FrancoAngeli, Milano 2003, p. 493.
16
Archivio di Stato di Ancona (d’ora in poi ASAn), Processo Nenni-Malatesta 1914, fasc. 6,
scheda biografica di E. Malatesta della Prefettura di Ancona, pp. 3-10 e ss.
17
Giulietti, Storia degli anarchici in età giolittiana, cit., p. 309.
18
La campagna antimilitarista assunse come emblematici i casi di Augusto Masetti e Antonio
Moroni. Il primo, muratore e militante della Camera del Lavoro di S. Giovanni in Persiceto,
richiamato per la seconda volta alle armi per la guerra di Libia, alle sei di mattina del 30 ottobre
1911, nella caserma Cialdini di Bologna, sparò al suo comandante, il tenente colonnello Stroppa,
ferendolo ad una spalla, e inneggiò all’anarchia, invitando i commilitoni che l’avevano fermato a
ribellarsi; per evitare che divenisse un martire, lo Stato richiuse Masetti in un manicomio criminale,
 
14

disciplina: nella circostanza venne approvata la proposta di Armando


Borghi di trasformare la prima domenica di giugno, festa dello Statuto, in
una giornata nazionale di protesta antimilitarista e di ricorrere allo
sciopero generale qualora il governo l’avesse impedita con azioni
repressive 19.
Condivisa in linea di principio dalle forze dell’Estrema, la proposta
Borghi era stata parzialmente accolta dal citato IV congresso della Cgdl,
che aveva deciso di circoscrivere l’eventuale agitazione a ventiquattro o
al massimo quarantotto ore; tale deliberazione non aveva certo mitigato
gli agguerriti propositi degli anarchici, visto che proprio il 6 giugno
Malatesta dalle colonne di «Volontà» aveva ribadito che la
manifestazione dell’indomani conteneva «un alto significato simbolico»
antimilitarista, augurandosi che si potesse manifestare il principio «di
quell’azione concorde, concertata, contemporanea, di tutti i paesi d’Italia
che, dovrà condurre il popolo alla vittoria» 20.
Uno degli ultimi comizi prima dei fatti di giugno, Malatesta lo tenne il
28 maggio a Senigallia: invitato dal gruppo anarchico “Pietro Gori”,
svolse al cinema Eden una conferenza sul tema “Concordanze e
divergenze nei partiti sovversivi”. Davanti a 500 persone, secondo la
polizia «in maggioranza curiosi, attratti solo dalla notorietà dell’oratore»,
il leader anarchico

col suo solito linguaggio piano, incis[iv]o, sarcastico, ma convincente, svolse il


tema, facendo la diagnosi dei partiti sovversivi in Italia, dal repubblicano, il più
antico e sorto con idee di vero patriottismo, al socialista, nato pel miglioramento
economico del proletariato, che non può effettuarsi in una società borghese,

                                                                                                                                            
senza condannarlo. La campagna antimilitarista conobbe nuovo slancio con il caso di Antonio
Moroni, tipografo milanese con un passato tra i sindacalisti rivoluzionari, in servizio militare a
Napoli dal dicembre 1912: per aver scritto al fratello una lettera – pubblicata dall’ «Avanti!» – in
cui descriveva il disumano trattamento subito dai superiori per le sue idee sovversive, venne prima
incriminato per diffamazione e poi prosciolto dal tribunale di Cagliari nell’aprile 1913; assegnato
alla Compagnia di disciplina di San Leo, denunciò in alcune testate antimilitariste le condizioni
materiali e morali dei militi assegnati a queste Compagnie e per questo venne deferito dal tribunale
militare di Ancona. Per entrambi i personaggi si costituirono a Milano appopsiti Comitati nazionali.
L. De Marco, Il soldato che disse no alla guerra. Storia dell’anarchico Augusto Masetti (1888 –
1966), Spartaco, Santa Maria Capua Vetere 2003; su Moroni si veda la voce in Dizionario
biografico degli anarchici italiani, Bfs, Pisa 2004 Tomo 2, I-Z, ad nomen.
19
Giulietti, Storia degli anarchici in età giolittiana, cit., pp. 309-310;
20
E. Malatesta, Per Antonio Moroni, per Augusto Masetti e per tutte le vittime militari,
Supplemento al n. 22 di «Volontà», 6 giiugno 1914.
15

all’anarchico che questo miglioramento vuole ottenere non colo


parlamentarismo ma con la rivoluzione sociale.

I partiti erano diversi ed esprimevano «diverse tendenze», ma ora


dovevano perseguire «un fine comune», abbattere il capitalismo. Poi
Malatesta parlava della campagna anarchica per abolire le compagnie di
disciplina e invitava i sovversivi senigalliesi a rispondere «compatti» al
comizio che si sarebbe tenuto in tutte le città «nel giorno dello Statuto,
per protesta al militarismo» 21.
In questo clima arroventato, esacerbato dalla propaganda moderata e
clericale come dalle enfatiche stime del ministero dell’Interno – secondo
cui Ancona ospitava oltre 45.000 sovversivi22, circa la metà della
popolazione effettiva 23 – si calarono i tragici avvenimenti che ebbero per
epicentro il capoluogo delle Marche.
Questa periferia, peraltro, aveva conosciuto con i primi anni del
Novecento significative trasformazioni della dimensione politica, sociale
e civile. Tra la primavera e l’estate del 1906 la questione marchigiana
aveva portato sui banchi del governo i problemi dell’arretratezza, dei
ritardi e disagi – sotto alcuni versi cronici – di un’area pressoché
dimenticata dallo Stato nel suo primo mezzo secolo di vita 24, mentre la
sentenza della Corte di appello di Ancona (25 luglio 1906: nota poi come
sentenza Mortara, dal nome del suo estensore) aveva riconosciuto il
diritto di voto politico a dieci maestre dell’Anconetano, inaugurando la

                                                            
21
ASAn, Processo Nenni-Malatesta 1914, fasc. 6, scheda biografica di E. Malatesta della
Prefettura di Ancona, p. 19. Nell’ultimo comizio, tenuto a Taranto, dopo essere arrivato in Puglia
«debitamente segnalato e scortato», trattò della «necessità» dei partiti sovversivi di «coalizzarsi», in
attesa «di eventi più o meno vicini».
22
La stima, dell’Ufficio riservato di pubblica sicurezza, fa riferimento alla «situazione, parziale e
generale», per province e «colori politici delle Associazioni sovversive» e del movimento esistente
al loro interno esistente durante il primo semestre 1914: ad Ancona si avevano così 780 anarchici;
19.837 repubblicani; 7.000 socialisti delle diverse gradazioni; 350 aderenti ai circoli giovanili
socialisti; 10.179 sindacalisti tra riformisti e rivoluzionari; 7.080 clericali, per un totale di 45.226
militanti su una popolazione che superava di poco le 50.000 unità. Lotti, La Settimana rossa, cit., p.
291.
23
Severini, Nenni il sovversivo, cit., pp. 94-95.
24
Sull’argomento si rimanda a M. Severini, La rete dei notabili. Clientele, strategie ed elezioni
politiche nelle Marche in età giolittiana, Marsilio, Venezia 1998, pp. 124-139; U. Tombesi, La
questione marchigiana, Metauro, Fossombrone 2000 (1° edizione, 1904); G. Feligioni, Angelo
Celli medico e deputato dalla malaria all’agitazione pro Marche, Umbria e Lazio, Quaderni del
Consiglio regionale, Ancona 2001.
16

vicenda, fino a poco tempo fa sconosciuta, delle prime elettrici italiane25;


con le consultazioni politiche del 1909, l’opposizione repubblicana,
socialista e radicale aveva per la prima volta superato nella
rappresentanza parlamentare regionale i rappresentanti del notabilato
liberale 26, mentre un più agguerrito movimento sindacale si distingueva
spesso per posizioni autonome e registrava l’emergere di giovani e
intraprendenti figure27.
Se la vicenda dell’anarchismo locale si esprimeva attraverso improvvise
fiammate – l’ultima, memorabile, quella dei moti del 1898 –, un lavorio
organizzativo e propagandistico continuo ma difficile, l’affermazione di
correnti intransigenti e rivoluzionarie tra le forze di sinistra, espressasi in
occasione della guerra di Libia, aveva rimescolato strategie e alleanze
elettorali di cui aveva tratto beneficio anche un sempre più vivace
movimento cattolico 28.

4. I fatti di Ancona

Nonostante la decisione del governo Salandra di vietare la sessantina di


manifestazioni antimilitariste previste nella giornata della festa dello
Statuto e arresti preventivi attuati dalla polizia, alcuni comizi si tennero
regolarmente a carattere privato nelle principali città italiane.

                                                            
25
M. Severini, Dieci donne. Storia delle prime elettrici italiane, Liberilibri, Macerata 2013 (1°
edizione, 2012). Pare opportuno rimarcare la grave assenza di una biografia su questo rilevante
personaggio che fu avvocato, docente universitario, magistrato, senatore, ministro di Grazia e
giustizia e, soprattutto, uno dei maggiori giuristi italiani tra Otto e Novecento. Non solo, ma il
recente profilo di Mortara scritto da Nicola Picardi sul più importante repertorio storico-biografico
nazionale, il Dizionario biografico degli italiani, vol. 77, 2012, neanche cita la storica sentenza del
1906 che attribuì il diritto di voto a dieci coraggiose maestre marchigiane.
26
Protagonisti e controfigure. I deputati delle Marche in età liberale (1861-1919), affinità elettive,
Ancona 2002, pp. 89-121.
27
È stato però opportunamente notato che la figura del sindacalista di professione si sarebbe
manifestata «con significativa frequenza» nelle Marche solo a partire dalla seconda guerra
mondiale: R. Giulianelli, M. Papini, Introduzione a Id. (a cura di), Dizionario biografico del
movimento sindacale nelle Marche 1900-1970, presentazione di G. Venturi, Ediesse, Roma 2006,
p. 14; si vedano, inoltre, per le realtà principali, Camera del Lavoro territoriale di Ancona, 1900-
2000 100 anni di lavoro per il lavoro, Tecnosprint, Ancona 2001; La Camera del lavoro di Jesi nel
Novecento, a cura di R. Giulianelli e M. Papini, il lavoro editoriale, Ancona 2003, La Camera del
Lavoro di Senigallia 1908-2008, a cura di M. Severini, il lavoro editoriale, Ancona 2009.
28
Per un quadro generale si rinvia a L. Pupilli (a cura di), Le Marche in età giolittiana (1900-1914),
Deputazione di Storia Patria per le Marche, Ancona 2007.
17

Ad Ancona l’atmosfera era carica di tensione che serpeggiava tra le


stesse forze dell’ordine, carabinieri e agenti di pubblica sicurezza, su cui
agivano fattori quali gli eccidi proletari commessi negli ultimi anni in
diverse località della penisola, l’arroventato clima di agitazione che
montava presso socialisti, repubblicani, sindacalisti e anarchici e, non
ultimo, il comportamento non sempre inecceppibile tenuto in una città
come il capoluogo marchigiano che veniva considerata negli ambienti
governativi un autentico covo sovversivo 29.
La pioggia costrinse a sospendere la parata militare prevista per la festa
dello Statuto, mentre la manifestazione antimilitarista da parte sovversiva
venne impedita dal prefetto. Malatesta, che era stato visto aggirarsi per le
vie del centro «agitato e irrequieto» mentre si abboccava con esponenti
anarchici, repubblicani e rivoluzionari, venne fermato in mattinata e
condotto in Questura, insieme ad altri, e successivamente rilasciato.
Ancor prima che venisse posto in libertà, si era formata una
commissione che, guidata da Oddo Marinelli 30, si recò dal reggente della
Questura, in servizio da appena ventiquattro giorni, per chiedere il
rilascio dei fermati; il funzionario respinse la richiesta della commissione
di non inviare la forza pubblica lungo le vie, lasciando alla commissione
la responsabilità dell’ordine.
Nel pomeriggio si tenne un comizio privato presso la sede del Partito
repubblicano in via Torrioni – la cosiddetta Villa Rossa – davanti a circa
500 persone che, sotto la presidenza di Alfredo Pedrini (della Lega
muratori e della Camera del lavoro), ascoltarono Nenni, che fece un
discorso antimilitarista vivacemente applaudito, Malatesta che,
attaccando i socialisti per lo scarsissimo rilievo dato dall’«Avanti!» alla
campagna contro le compagnie di disciplina fece in parte scemare
l’armonia della manifestazione, Ettore Ercole per i socialisti, Sigilfredo
Pelizza per la Camera del lavoro e Livio Ciardi per i ferrovieri.
La manifestazione si svolse in maniera pacifica ma, al suo termine,
verso le ore 18.30, duecento manifestanti cercarono di raggiungere piazza

                                                            
29
La ricostruzione si basa su Lotti, La Settimana rossa, cit., pp. 61-69; 98-102; M. Severini,
Dizionario biografico del movimento repubblicano e democratico delle Marche 1849-1948, Codex,
Milano 2012, pp. 59-61, 67; Id., Nenni il sovversivo, cit., pp. 95-99, e sulla consultazione
dell’annata 1914 del «Lucifero» e dei principali quotidiani nazionali di orientamento liberale.
30
Sul personaggio si veda l’opera collettanea, Una vita per l'ideale. L'impegno politico e sociale di
Oddo Marinelli nell'Ancona della prima metà del '900 attraverso il suo archivio, a cura di G.
Giubbini e P. Pizzichini, affinità elettive, Ancona 2006.
18

Roma dove la banda cittadina stava suonando la marcia reale; il


commissario di pubblica sicurezza Vitaliano Mazza ordinò di bloccare
via Torrioni per impedire ai manifestanti di confluire verso il centro, i
quali, però, rimasero bloccati e assembrati attorno a Villa Rossa.
Nell’intento di sospingere i dimostranti verso l’ospedale o l’aperta
campagna, le forze dell’ordine si ritrovarono schiacciate sotto la terrazza
e le finestre di Villa Rossa, dalle quali iniziarono a piovere sassi, mattoni,
canne, zolle di terra e altro.
Colpiti da tali lanci, i militi sbandarono, ma una parte di loro venne
sospinta addosso al muretto a destra della via di fronte alla Villa Rossa,
maggiormente esposto alla sassaiola. A quel punto, i carabinieri sentirono
esplodere colpi di rivoltella – che erano stati sparati da una guardia di
pubblica sicurezza in aria per evitare che alcuni manifestanti gettassero
da una terrazza un pesante barile, poi non lanciato – e dodici di loro
aprirono il fuoco.
In tale trambusto rimase gravemente ferito il diciassettenne Nello
Budini, che sarebbe morto l’indomani, mentre morirono sul colpo il
ventiduenne anarchico Attilio Giambrignoni e il ventottenne
repubblicano Antonio Casaccia 31.
Un clima di confusione, sbigottimento e indignazione si riversò, da
questo momento e per i successivi quattro giorni, sia sui ceti popolari sia
sulle forze dell’ordine, mentre la tragica notizia faceva il giro d’Italia e
induceva la dirigenza del Psi, della Cgdl e del Sindacato ferrovieri a
proclamare uno sciopero generale di protesta; tuttavia, ogni altro
collegamento politico fra i tre enti venne meno e la guida del movimento
restò acefala 32.
La carica contestataria si diffuse nelle principali città italiane (tra cui
Roma, Milano, Torino, Napoli, Genova e Firenze) mantenendosi nei
limiti di una grande e violenta protesta popolare; nelle Marche e in
Romagna, invece, il movimento assunse i caratteri di un’autentica
insurrezione.
Il ministero Salandra rispose con fermezza inviando circa 10.000 soldati
sui luoghi insorti e dimostrando, con un atteggiamento sostanzialmente
giolittiano, di arginare il primo clamoroso attacco alle istituzioni

                                                            
31
Profili biografici sui due militanti repubblicani si trovano in Severini, Dizionario biografico del
movimento repubblicano e democratico delle Marche, cit., ad nomen.
32
Sul Sindacato ferrovieri rinvio al saggio di Mario Fratesi.
19

monarchiche senza grandi difficoltà o indulgenze a soluzioni repressive


33
.
Dopo i fatti sanguinosi, la tensione in città raggiunse livelli parossistici.
«Lucifero» puntò il dito contro le belve che avevano compiuto
l’eccidio, si scagliò contro le versioni della Questura – che, a fronte di tre
morti fra i manifestanti, aveva parlato di carabinieri feriti, «pur con ferite
guaribili da 2 a 12 giorni» – e la fantasia di «certi giornalisti» moderati,
che avevano scritto di carabinieri «stramazzare al suolo, grondanti
sangue», mentre poco dopo quegli stessi erano stati visti «bene allineati,
soddisfatti, senza un filo di sangue, nel cortile della loro caserma!»; il
giornale repubblicano giunse ad affermare che le «violenze avvenute»
dopo l’eccidio altro non erano che «una reazione giustificabilissima» 34,
ma guardava pure con attenzione alle notizie del Paese, auspicando una
«prova di forza e di energia popolare», un preludio del trionfo della
rivoluzione «se non oggi, in un avvenire molto prossimo» 35.
Aggressioni e insulti ebbero come mira i funzionari di pubblica
sicurezza, servizio che venne posto dal ministero degli Interni sotto gli
ordini dell’ispettore generale Giuseppe Alongi – poliziotto integerrimo
(1858-1939) di origini siciliane, criminologo, autore dei primi studi sulla
mafia – che di prima mattina era stato inviato alla volta del capoluogo
marchigiano, anche per riparare al comportamento maldestro del
commissario Mazza, subito collocato a riposo 36.
L’ispettore Alongi, che arrivò in Ancona nel primo pomeriggio dell’8
giugno e vi trovò un telegramma con le sue direttive specifiche –
«assumere immediatamente direzione servizi pubblica sicurezza» –,
avrebbe poi inviato, il 14 giugno, al ministero una relazione dettagliata
che così iniziava:

                                                            
33
G. Candeloro, Storia dell’Italia moderna, volume ottavo, La prima guerra mondiale, il
dopoguerra, l’avvento del fascismo, Feltrinelli, Milano 1995 (1° edizione, 1978), pp. 21-22;
Lucarini, La carriera di un gentiluomo, cit., pp. 190-191.
34
Le belve umane, in «Lucifero», 9 giugno 1914 (edizione straordinaria).
35
Che avviene, in «Lucifero», 9 giugno 1914 (supplemento al n. 24). Peraltro in questo stesso
numero, annunciando per le 16.00 il comizio alla Casa del Proletariato, il foglio invitava a «non
credere alle false notizie che si mettono in giro».
36
Del commissario Alongi avrebbe scritto: «il Mazza, per altro, anche la sera successiva, quando
cioè si fece persuadere a ritirare la truppa da via Mazzini, determinando la scassinazione e la rapina
d’armi dal negozio Alfieri, non diede prova di accorgimento e fermezza. Egli è un vecchio
funzionario, prossimo al collocamento a riposo». Archivio Centrale dello Stato, Ministero
dell’Interno, Direzione Generale Pubblica Sicurezza, 1915, b. 26, fasc. Ancona, relazione Alongi,
Ancona, 26 giugno 1914.
20

La città presentava tutti i caratteri di un’agitazione fremente e tutti i prodromi


di una imminente disorganizzazione della vita sociale.37

Mentre Alongi esortava il viceprefetto Cossu a indire una riunione


plenaria con i vertici militari per un esame complessivo della situazione,
una commissione composta da Malatesta, Marinelli, Pedrini e Alceste De
Ambris, appena arrivato in città, si recò dapprima dal vice-prefetto per
ottenere l’assicurazione sul libero svolgimento dei funerali, poi dal
commissario regio del Comune, che dopo aver fatto affiggere un
manifesto deplorante l’eccidio acconsentì a esporre la bandiera a
mezz’asta e a far svolgere le esequie a spese del municipio, e infine dal
procuratore del re per sollecitare l’incrinimazione dei carabinieri che
avevano aperto il fuoco e che, di fatto, si trovavano in caserma in stato di
virtuale arresto.
Paura e apprensione rimasero elevate in un capoluogo le cui vie del
centro apparivano per lo più deserte. Raoul Zambrano, giornalista
liberale, tra i maggiori conoscitori di quei luoghi, aveva raggiunto
Ancona con una torpediniera e così telegrafato venerdì 12 giugno nella
capitale alla sede del «Giornale d’Italia»:

Siamo da tre giorni tagliati fuori dal mondo. Attorno ad Ancona i fili
telegrafici e telefonici sono inerti e la città deserta e paurosa, gli uffici
delle comunicazioni sono abbandonati e chiusi. Le autorità vigilanti e
affaticate si valgono, permezzo delle navi, del telegrafo Marconi… ma
noi, la città, il commercio, gli abitanti in apprensione, non possiamo
ricevere notizie, né darne.
I giornali non arrivano, chè le linee ferroviarie da ogni lato sono
svonvolte, abbruciacchiate, divelte, e di tanto in tanto giugono soltanto
per mezzo di automobili, recanti bandiere rosse, i quotidiani rivoluzionari
e democratici, che sono presi d’assalto dalla folla avida di conoscere
notizie.
Oramai è una settimana che Ancona è in un’agitazione febbrile e che i
pacifici cittadini, gli uomini d’ordine, le donne e i bambini rimangono
asserragliati dentro le case, nè si sa ancora, mentre scrivo, quando questa

                                                            
37
Ivi, fasc. Ancona 1 varie: con diversa indicazione archivistica, lo stesso documento è riportato in
Lotti, La Settimana rossa, cit., pp. 89-90.
21

situazione, che ha avuto ore tragicamente impressionanti, potrà terminare


38
.

In diversi casi la forza pubblica si imbatté in sassaiole e aggressioni


incidentali, con tanto di colpi di rivoltella e saccheggi di negozi d’armi; si
registrarono violenze e provocazioni, e pare che un commissario di
pubblica sicurezza, cui era stata minacciata la famiglia, impazzisse e
venisse conseguentemente trasportato in manicomio.
Chiuse le scuole e i negozi, un nuovo momento di terrore si impossessò
dei cittadini, martedì 9 giugno, in occasione dei funerali delle vittime

allorché una detonazione suscitò lo spavento tra l’enorme folla e provocò un


fuggi fuggi; uomini, donne e bambini cadevano ed erano calpestati dai nuovi
fuggenti.39

Il dottor Vito Marchetti assistette alla scena insieme a suo figlio di


quattro anni e al collega dottor Venieo che venne raggiunto alla testa da
un proiettile di pistola che sfiorò appena le zone vitali:

Subito dopo scrosciarono sessanta o settanta colpi. Si sparava in tutte le


direzioni dalla folla armata. Fori ne sono stati trovati attorno dovunque. La
finestra dove ero io e che mi affrettai a chiudere, ha ricevuto quattro proiettili.
Mentre soccorrevo i miei famigliari (ho cinque bambini) ero in preda ad
un’ansia indicibile. Veniva bussato reiteratamente e violentemente alla porta di
casa. 40

Mentre alcuni manifestanti tentavano di abbattere quella porta,


Marchetti riconobbe tra la folla alcune persone – «Nino Scolpati, il
ferroviere Torelli e Cincinnato Raffi» – che si adoperarono per far
cessare il tumulto: si trattò in ogni caso di un «momento terribile» che
lasciò sgomenti le donne e nei bambini di quell’abitato 41.
Mentre i parlamentari repubblicani avviavano un’inchiesta, il controllo
di ogni attività cittadina restò per tre giorni in mano ai sovversivi che
requisirono alcune automobili e potevano contare su un certo numero di

                                                            
38
R. Zambrano, Diario della rivolta di Ancona, in Il Giornale d’Italia», 14 giugno 1914.
39
Ibidem.
40
Ibidem.
41
Ibidem.
22

staffette; la truppa presente versava in una condizione allarmata e


qualsiasi episodio poteva degenerare da un momento all’altro:

Un tentativo della forza pubblica di occupare e presidiare i punti strategici del


porto e della città aveva dato luogo ad uno scambio di fucilate ed era finito col
ritiro dei carabinieri.42

Nenni avrebbe così ricordato quelle giornate drammatiche:

In Ancona la camera del lavoro era la sola autorità riconosciuta ed obbedita ed


io firmavo buoni di requisizione del grano, lascia-passare per i magistrati che
scappavano dalla città, perfino ordini, non sempre eseguiti, d’arresto o di
scarcerazione.43

Il sogno rivoluzionario stava però svanendo.


La stessa mattina di mercoledì 10 – giorno in cui la Confederazione
generale del lavoro comunicava, senza contattare il Psi, la cessazione
dello sciopero per la mezzanotte di sabato 11 – Nenni, Malatesta e
Marinelli invitarono, in un nuovo comizio, a continuare lo sciopero a
oltranza, raccomandando al contempo di evitare il contatto con la forza
pubblica; ma il persistere di incidenti e di azioni difficilmente
controllabili indusse il faentino a proporre di nominare un Comitato di
agitazione di cinque persone pronto ad assumere la responsabilità del
movimento: la proposta registrò l’opposizione di Malatesta e di Livio
Ciardi, candendo pertanto nel vuoto.
Lo sciopero proseguì intenso e compatto: si ripeterono scontri presso la
stazione e il Borgaccio e atti di devastazione alle linee ferroviarie;
nonostante i leader del movimento si fossero raccomandati di evitare il
contatto con la forza pubblica, si registrarono nuovi incidenti che
confermarono come la possibilità del ripetersi da parte dei rivoltosi di atti
incontollabili fosse più che concreta.
A questo punto Nenni, che manteneva con Malatesta e Marinelli un
ruolo preminente nella situazione dorica, preferì concentrarsi su quanto
era in atto sul resto della penisola – di cui peraltro si continuava ad avere
notizie scarse e frammentarie –, nella convinzione che non si potevano
abbandonare le altre zone in rivolta. Trovata un’automobile da un
                                                            
42
Riportato in Severini, Nenni il sovversivo, cit., p. 97.
43
Ibidem.
23

proprietario repubblicano, Nenni partì nelle prime ore di venerdì 12 alla


volta della Romagna per controllare personalmente la situazione,
affermando che sarebbe rientrato per il comizio stabilito per il
pomeriggio; l’auto, però, presa la via dei monti per evitare la forza
pubblica che presidiava la località di Case Bruciate, si ruppe e si persero
tre ore a Pesaro, cosicché Nenni, dopo aver fatto tappa a Rimini e Forlì,
poté rientrare ad Ancona – dove Malatesta aveva nel frattempo
pubblicato l’infuocato supplemento di «Volontà» – solo nella notte fra
venerdì 12 e sabato 13.

5. Fine di un’ingloriosa carriera

Dalla fine del 1913 Ancona mancava di un prefetto titolare.


La partenza per la capitale di Faustino Aphel – titolare della Prefettura
dorica dal 1° settembre 1911 al 4 dicembre 1913 – aveva posto a capo
della provincia di Ancona il sessantenne vice-prefetto Francesco Cossu-
Cossu (chiamato anche semplicemente Cossu), sassarese, che aveva una
sola esperienza di reggenza di prefettura a Cosenza (1905-6), dove era
giunto con la qualifica di consigliere delegato.
Al di là dell’inesperienza prefettizia, Cossu, non più giovane, si trovò
ad affrontare la drammatica congiuntura del giugno 1914 privo di tatto, di
energia e di autorevolezza, qualità che in un frangente insurrezionale e
aperto alle più diverse soluzioni sarebbero tornate particolarmente utili.
Fino ai funerali dei tre giovani, il vice-prefetto Cossu aveva obbedito
agli ordini provenienti dal ministero dell’Interno, ma si era dimostrato
incerto e indeciso: nel pomeriggio dell’8 giugno aveva telefonato a Roma
rinunciando alla sua precedente richiesta, già inoltrata, di ricevere un
rinforzo di 2.000 uomini. Ma un quarto d’ora dopo, saputo di due nuovi
conflitti accesisi al porto e a Porta Pia, si ricredette e, ritenendo
opportuno un intervento in forza della truppa per impedire che i
manifestanti saccheggiassero i negozi di armi, comunicò al ministero
dell’Interno: «Occorre riconfermare la mia richiesta di truppe in numero
di duemila uomini, che occorreranno assolutamente per domattina».
Effettivamente alcuni scioperanti avevano tentato di forzare due negozi
di armi in corso Mazzini e tutte le strade del centro erano state bloccate
dai carabinieri e dalla truppa; Nenni, accompagnato da De Ambris,
convinse i manifestanti a seguirlo in piazza Roma, dove arringò la folla
esaltando l’azione rivoluzionaria, e il commissario Mazza a ritirare i
militi.
24

Ma appena finito il comizio, uno dei due suddetti negozi venne


ugualmente forzato e furono asportati circa 300 tra rivoltelle e fucili,
circostanza che rese ancor più dramatico il clima cittadino.
La mattina di martedì 9 si svolse un grande comizio in piazza Roma,
dove parlarono il socialista Bocconi, i repubblicani Pacetti e Parolini, il
sindacalista Vicedomini e Malatesta, con discorsi violentemente anti-
governativi, ma allo stesso tempo esortanti l’attesa e la calma. Nel
pomeriggio circa 20.000 persone parteciparono ai funerali delle vittime.
I tumultuosi incidenti che si verificarono il 9 giugno durante i funerali
dei tre militanti; le informazioni giunte da più parti relative al progetto di
una macchinazione «diabolica» contro le istituzioni; la voce secondo cui i
dimostranti – che già avevano assalito un edificio privato e si trovavano
in possesso di armi – erano pronti a rinnovare gli episodi violenza; e, non
ultimo, il coro unanime di proteste degli ambienti costituzionali e dei
giornali moderati («Qui non c’è più nessuno che comanda», aveva
telefonato a Roma, il 9 mattina, il corrispondente del «Giornale d’Italia»)
all’indirizzo del vice-prefetto che pareva incapace di ristabilire l’ordine
pubblico, fecero precipitare la situazione.
Cossu decise allora di assumere una decisione che equivaleva ad
un’autentica abdicazione dei propri compiti: convocò in Prefettura il capo
di stato maggiore del VII Corpo d’armata, generale Baratieri, per
chiedergli di avviare il già previsto servizio con pattuglioni; e quando
questi rispose che, per non esporre polizia e carabinieri, divenuti
principale bersaglio delle masse, era preferibile che la direzione del
servizio venisse assunta dall’autorità militare, il vice-prefetto gli chiese di
assumere la direzione dell’ordine pubblico, senza chiedere la preventiva
autorizzazione al ministero dell’Interno – i cui vertici andarono su tutte le
furie – e contraddicendo le direttive del premier che aveva richiesto di
mantenere o ripristinare l’ordine pubblico senza ricorrere a misure
eccezionali.
La carriera di Cossu era d’un tratto finita: l’11 giugno venne sospeso a
tempo indeterminato dal grado e dallo stipendio; la sospensione venne
poi fissata in un mese 44.
Il 10 giugno, ad Ancona, dopo che il comando del Corpo d’armata
aveva comunicato alla popolazione di aver assunto il servizio d’ordine
                                                            
44
M. Severini, I prefetti di Ancona dall’Unità alla Grande guerra, in Il Palazzo della Prefettura di
Ancona. Luoghi e protagonisti di un’istituzione, a cura di F. Mangone ed E. Manzo, Massa, Napoli
2010, pp. 154-156.
25

pubblico, gettò le ancore nel porto la 4° divisione navale – forte delle


corazzate Pisa, San Giorgio e Agordat e dei cacciatorpedinieri
Garibaldino, Bersagliere e Artigliere – comandata da Umberto Cagni,
cinquantunenne contramiraglio esperto e pluridecorato, già al servizio del
Duca degli Abruzzi nella celebre spedizione artica del 1899-1900, appena
richiamato in servizio dopo essere stato rimosso, il 31 dicembre 1913, dal
comando della divisione incrociatori di stanza a Taranto 45.
Nella stessa giornata giunse in città il nuovo prefetto Paolino Taddei 46,
titolare della sede perugina, che concordò con le autorità militari la
riassunzione dei poteri e la comunicò subito alla popolazione,
contribuendo in parte all’esaurimento di scioperi e agitazioni. La
reggenza della Prefettura di Perugia venne temporeanamente assunta da
Giovanni De Giorgio, vice-direttore generale del ministero dell’Interno.

6. Una regione in fiamme

Tra l’8 e il 12 giugno 1914 le Marche conobbero una condizione di


paralisi e di prolungato isolamento: l’eccidio proletario di Ancona si
riverberò attraverso l’astensione dalle attività lavorative, il blocco dei
collegamenti ferroviari e automobilistici, l’interruzione di linee
telefoniche e telegrafiche, ma anche con scontri con le forze dell’ordine,
devastazioni e tour vandalici da parte di masse esagitate che, prive di
coordinamento – gli esponenti repubblicani e socialisti scelsero una linea
prudente in attesa di ordini da parte delle direzioni nazionali e degli
organismi sindacali e al più parteciparono individualmente alle attività
sediziose –, diedero temporaneamente credito, da una parte, a notizie
                                                            
45
Cagni era stato ritenuto responsabile del nuovo incaglio del S. Giorgio (un precedente si era
verificato nel 1911) a bordo del quale si trovava: si trattò di un provvedimento drastico e senza
precedenti, causato dallo scandalo suscitato dalla notizia. A. Postigliola, Cagni, Umberto, in
Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 1973, vol. 16, pp.
308-310.
46
Funzionario energico, già ispettore generale incaricato di reggere la prefettura di Ferrara (1910-
13) e poi prefetto di Perugia (1913-14) e successivamente di Torino (1917-22), che sarebbe stato
nel 1922 l’ultimo ministro dell’Interno dell’Italia liberale. M. Missori, Governi, alte cariche dello
Stato, alti magistrati e prefetti del Regno d’Italia, Ministero per i beni culturali e ambientali -
Ufficio centrale per i beni archivistici, Roma 1989, p. 400. Si veda su di lui il saggio di Silvia
Serini, Deuteragonisti. Il 7 giugno 2011, il profilo di Paolino Taddei è stato pubblicato sul sito del
ministero per la Pubblica amministrazione e l’innovazione nell’ambito dell’iniziativa voluta per
ricordare, in occasione del centocinquantesimo anniversario dell'Unità d’Italia, i migliori 150
servitori dello Stato.
26

fantasiose e allarmistiche – la fuga del monarca e del premier, la


proclamazione della repubblica sociale, la solidarietà dell’esercito verso i
rivoltosi – diffusesi per la mancanza degli organi di stampa e, dall’altra,
alla verbosità infiammata dei militanti anarchici, gli unici davvero
convinti delle possibilità di successo dell’ondata rivoluzionaria.
Mentre nelle altre province marchigiane47 non si andò al di là di forme
di sciopero e di protesta, le principali località dell’Anconetano,
completamente isolate, conobbero autentiche insurrezioni guidate da
improvvisati comitati cittadini che si dileguarono all’arrivo della milizia,
non senza aver originato forme di tumulti e di contestazione; seguirono
gli arresti di centinaia di persone, la prima fase dei processi presso la
Corte di assise di Ancona, con il proscioglimento peraltro dall’addebito
più grave – quello previsto dagli articoli 63 e 118 del Codice penale
relativo all’aver commesso «fatti diretti a mutare violentemente la
costituzione dello Stato italiano e la sua forma di governo» – e, infine,
l’amnistia reale concessa da Vittorio Emanuele III il 30 dicembre 1914,
in occasione della nascita, avvenuta il 26 di quel mese, della sua
ultimogenita, Maria Francesca di Savoia.
A Loreto e Chiaravalle i manifestanti effettuarono vandalismi nelle
stazioni ferroviarie, tentando nella seconda località anche di penetrare
nella chiesa parrocchiale. Ma nell’Anconetano gli episodi più importanti
si ebbero a Fabriano, Sassoferrato, Jesi e Falconara e a Senigallia.
Fabriano, retta da una giunta di sinistra guidata dall’ottuagenario
avvocato Michele Pagnani, si trovava alla vigilia delle consultazioni
amministrative: alla notizia dell’eccidio anconetano, chiusero scuole e
negozi, furono bloccati i treni, si inneggiò alla repubblica, furono
interrotte funzioni religiose e compiuti furti, si verificarono devastazioni
e l’abbattimento di fili telegrafici e telefonici mentre migliaia di
dimostranti, tra cui non pochi facinorosi, si ritrovarono costantemente
lungo le strade cittadine; alcuni proprietari, onde evitare tumulti, misero a
disposizione dell’Amministrazione comunale le chiavi dei propri
magazzini così da rifornire i più bisognosi dei generi di prima necessità,
mentre i leader politici locali si riunivano continuamente presso l’oratorio
cittadino e cercavano di tenere a freno gli impeti popolari con la
promessa di procurarsi informazioni più dettagliate. La situazione
precipitò nel tardo pomeriggio di giovedì 11 giugno: dopo che in
mattinata 150 bersaglieri ciclisti provenienti da Ancona erano stati accolti
                                                            
47
Sui cui eventi si rimanda ai diversi saggi contenuti in La Settimana rossa nelle Marche, cit.
27

festosamente dalla popolazione (qualcuno li apostrofò «i nuovi soldati


della repubblica»), alla stazione ferroviaria manifestanti e forze
dell’ordine giunsero allo scontro nel corso del quale restò ucciso sul
colpo il sedicenne sassoferratese Nicolò Riccioni e ferito gravemente il
dodicenne Settimio Frigio; i funerali dello sfortunato ragazzo, pagati
dall’Amministrazione civica, si tennero sabato 13 giugno 48.
Nella limitrofa Sassoferrato si parlava già di repubblica: dopo alcuni
giorni di tensione popolare, la difficile mediazione da parte dei
maggiorenti locali e l’insanabile contrasto tra i gruppi anarchici e
repubblicani – i primi pronti a sfruttare la situazione e critici verso i
secondi per l’atteggiamento prudente e inoperoso; i secondi convinti che
non era avvenuto il ventilato mutamento istituzionale e indisponibili a
partecipare a danneggiamenti e vandalismi –, la mattina di giovedì 11 una
folla consistente, radunatasi nella piazza del Comune, abbatté gli stemmi
regi della Pretura e dell’Ufficio postale, demolì i fili telegrafici e l’odiata
effige della caserma dei carabinieri. Per tutta risposta, la minaccia di
aprire il fuoco da parte di un vicebrigadiere provocò prima uno
sbandamento generale, poi, come replica, il lancio di sassi verso la
caserma e infine l’abbattimento della porta del Tiro a segno al fine di
procurarsi le armi: solo la mediazione di alcuni politici locali, che si
fecero consegnare dal capoposto sotto la loro responsabilità gli otturatori
dei fucili, evitò conseguenze peggiori. I dimostranti si ritennero paghi di
aver innalzato la bandiera rossa sul municipio e di aver inneggiato, con le
campane a festa, alla repubblica.
Umiliati e derisi dai quotidiani liberali – il pubblicista livornese Athos
Gastone Banti del «Giornale d’Italia» , in una corrispondenza del 17
giugno 1914, parlò di Repubblica di Tarascona, con chiara allusione al
mitomane protagonista del romanzo di Alphonse Daudet –, i
sassoferratesi che avevano creduto nella rivoluzione si presero una
durevole rivincita trasformando quegli avvenimenti improvvisati e
transeunti in una autentica epopea: all’intramontabile filone del racconto
popolare di calzolai, osti e barbieri fu consegnato il ricordo di Melchiade
Cianca, il cinquantaquattrenne calzolaio repubblicano sempre pronto a
intervenire nei disordini con la sua pistola americana, gelosamente
custodita in soffitta, della coraggiosa militante anarchica Zelide
Vannucci, la vessiliffera della manifestazione dell’11 giugno, e del sarto
                                                            
48
M. Severini, La Settimana rossa a Fabriano, in La Settimana rossa nelle Marche, cit., pp. 97-
115.
28

Italo Ippoliti che ai fabrianesi giunti per reclamare uomini armati aveva
offerto, con un insuperabile slancio di bonomia paesana, i propri figurini
di moda 49.
Anche a Jesi, capoluogo della Vallesina, l’eco dei fatti anconetani e la
proclamazione dello sciopero generale fece pensare a molti che il giorno
della rivoluzione fosse arrivato. Nel pomeriggio del 7 giugno, dopo che
in mattinata la sede repubblicana aveva ospitato un comizio privato, la
banda musicale venne fischiata mentre suonava la marcia reale; poco
prima di mezzanotte fu fatta esplodere una bomba in un buco del muro
maestro della caserma dei carabinieri che, però, non causò altri danni
oltre la rottura di vetri nelle abitazioni circostanti. Informati sugli eventi
tramite manifesti stampati clandestinamente da un Comitato di agitazione
e dalle automobili rosse, cioè da automobili con bandiere rosse che
recavano alla popolazione le notizie, gli jesini diedero luogo a diversi
assembramenti lungo le vie del centro, presero di mira carabinieri e
finanzieri, inneggiarono alla repubblica e parteciparono massicciamente
ai diversi cortei delle successive giornate. Giovedì 11 una nutrita folla
assalì il Duomo cittadino e, se non fosse stato per il pronto intervento
della forza pubblica che caricò i dimostranti disperdendoli, gli eventi
avrebbero conosciuto una piega ben più drammatica. Venerdì 12 una
massa di donne e giovani, guidata dalla trentaduenne merciaia ambulante
Fortunata Berti, circondò la caserma in cui alloggiavano i militi del 5°
distaccamento bersaglieri e richiese di incontrare i soldati per offrire loro
sigari e pane; anche questa folla venne caricata e dispersa, mentre, poco
dopo, un corteo di 200 individui circondò e inveì contro tre finanzieri che
riuscirono faticosamente a riparare in caserma. Infine, sabato 13 giugno,
un altro manifesto del Comitato di agitazione annunciò la fine del
movimento 50.
A Falconara Marittima, a pochi chilometri dal capoluogo, l’astensione
dal lavoro era nata in maniera spontanea sulla scia dell’indignazione
suscitata dalla notizia degli eccidi anconetani. La giornata dell’8 giugno
passò sostanzialmente tranquilla, ma con quella del 9, quando scattò lo
sciopero di impiegati e agenti ferroviari, un diffuso sentimento di
eccitazione, disorientamento e confusione iniziò a prendere il
                                                            
49
Id., Il “patto d’emergenza” e la “Repubblica di Tarascona”: la Settimana rossa a Pergola e a
Sassoferrato, in La Settimana rossa nelle Marche, cit., pp. 117-133.
50
A. Cascia, P.R. Fanesi, Storie di Jesi sovversiva. Dalla Settimana rossa alla repressione fascista.
Goffredo Rosini, il rivoluzionario, Il lavoro editoriale, Ancona 1995, pp. 36-43; R. Ceccarelli, La
Settimana rossa a Jesi-Cupramontana, in La Settimana rossa nelle Marche, cit., pp. 83-86.
29

sopravvento sulla maggior parte dei cittadini. La stazione ferroviaria


divenne presto, per la sua importanza strategica, il punto principale della
rivolta: i dimostranti occuparono i binari, costrinsero alcuni convogli a
una sosta forzata e furono fronteggiati da un centinaio di soldati, peraltro
incapaci a controllare lo snodo ferroviario: verso le 14, i manifestanti
attaccarono a sassate il personale ferroviario rimasto in servizio e atti di
vandalismo si ripeterono nei giorni successivi. Interrotte le
comunicazioni telegrafiche e telefoniche, un Comitato di agitazione,
guidato dai maggiori esponenti repubblicani e in particolare
dall’assessore Arturo Gironzi che ordinò alle guardie municipali di
mettersi in borghese e andare in licenza, cercò di evitare il precipitare di
una situazione che aveva preso di mira i carabinieri e, con centinaia di
persone per strada, si prestava a sviluppi imprevisti. Una successiva
riunione del Comitato si svolse all’Hotel Rosa dove venne issata la
bandiera rossa repubblicana, gesto poi imitato dai balconi di numerose
case private. Per mantenere la rivolta in termini civili, Gironzi divenne la
guida del movimento, siglò e rilasciò lasciapassare, con tanto di timbro
del Pri, senza i quali non si poteva circolare in città né recarsi nelle
località vicine. Furono requisite delle automobili e minacciati il
capostazione e agenti daziari; su esempio di quanto stava accadendo a
Chiaravalle e Jesi, venne raccolto del grano presso i proprietari cittadini,
così da evitare assalti ai magazzini e razzie; le notizie incontrollate circa
la proclamazione della repubblica esacerbarono ulteriormente gli animi.
Nel primo pomeriggio di sabato 12 giugno, presso la frazione Marina, la
caserma dei carabinieri venne assalita da duecento scioperanti,
infiammati dal turbolento carrettiere chiaravallese Francesco Buticchio
che, sotto gli effetti del vino aizzava la folla ad assalire la caserma dei
carabinieri e a gettare i militi dalla finestra: mentre si levavano grida
sediziose e propositi di far saltare la caserma con delle bombe, il
maresciallo De Candia, che comandava quindici carabinieri e alcuni
soldati di artiglieria presenti in caserma, richiese di parlamentare con i
capi della rivolta Gironzi e Cesare Griffoni; i rivoltosi furono fatti
retrocedere, anche se Buticchio cercò ugualmente di disarmare un
carabiniere, venendo però bloccato 51.

                                                            
51
M. Minelli, La Settimana rossa a Falconara Marittima, in La Settimana rossa nelle Marche, cit.,
pp. 23-41.
30

7. Bruciano le chiese

Gli episodi più gravi, dopo quelli di Ancona e di Fabriano, avvennero a


Senigallia, località profondamente caratterizzata da un prolungato clima
di tensione determinato dalla forte contrapposizione tra un movimento
cattolico organizzato e la preponderante coalizione dei partiti popolari
che controllava l’Amministrazione comunale e si presentava, attraverso il
repubblicanesimo egemone, quale erede di una solida tradizione laica e
democratica: una tradizione che aveva le sue radici nel processo
risorgimentale e aveva portato i repubblicani nel 1910 al governo
cittadino, dopo la fruttuosa e lustrale esperienza di coalizione
amministrativa (insieme a socialisti, cattolici e liberali dissidenti) nota
come tregua amministrativa 52.
Non va dimenticato che Senigallia era anche la patria di Pio IX e del
patriota Girolamo Simoncelli che i tribunali pontifici avevano mandato a
morte, il 2 ottobre 1852, senza che si fosse macchiato di alcun reato. Il
leader repubblicano del tempo, Augusto Bonopera, aveva pubblicato nel
1912 un meticoloso volume che, frutto di ricerche presso gli archivi
romani condotte grazie a una speciale autorizzazione concessa dal
sottosegretario all’Interno Luigi Facta, aveva documentato la clamorosa
ingiustizia subita dal «martire laico», infiammando ancora di più la
storica antitesi 53.
Gli avvenimenti conobbero inizialmente, nella località misena, un corso
simile a molte altre località dell’Anconetano, ma poi presero un corso
assolutamente inaspettato.
Dopo il comizio privato del 7 giugno e l’astensione lavorativa del
giorno successivo, il 9 giugno arrivò in città la notizia dello sciopero
generale: la mattina di mercoledì 10 gli anarchici si riunirono
privatamente, mentre i repubblicani allestirono un comizio nella
centralissima piazza Roma nel corso del quale prese la parola il sindaco
Aroldo Belardi 54, che invitò alla calma in attesa di nuove disposizioni da

                                                            
52
Sulla quale si veda A. Baldelli, La “tregua amministrativa” di Senigallia (1905-1910), affinità
elettive, Ancona 2008.
53
Sulle «due sponde del Misa» sia consentito rinviare a M. Severini, Girolamo Simoncelli. La
storia e la memoria, affinità elettive, Ancona 2008, e Id., Senigallia divisa: Pio IX versus Girolamo
Simoncelli, in M. Severini (a cura di), Memoria, memorie. 150 anni di storia nelle Marche, il
lavoro editoriale, Ancona 2012, pp. 15-37.
54
Sul personaggio si veda L. Frontini, Un sindaco del primo Novecento. Aroldo Belardi, Pensiero e
Azione Editore, Senigallia 2011.
31

parte delle organizzazioni che avevano proclamato lo sciopero.


L’inquietudine continuò a salire anche per il comportamento incauto
della forza pubblica: alcuni agenti di pubblica sicurezza eseguirono rigidi
controlli a danno dei facchini della stazione ferroviaria, mentre il
capitano dei carabinieri Ernesto Angelini, comandante della stazione
locale, intimò la chiusura del Circolo cittadino che era rimasto aperto per
il prolungarsi di una serena discussione tra alcune persone, minacciando
addirittura l’intervento della cavalleria; in questa occasione furono
arrestate due uomini, rilasciati l’indomani.
Un’interessante testimonianza dell’inquietudine e dell’agitazione che
regnavano per le vie cittadine è offerta dal resoconto del capitano
dell’esercito Vincenzo Leanza che, proveniente da Fabriano, giunse a
Senigallia la mattina dell’11 giugno e vi rimase qualche giorno a causa
dell’interruzione delle comunicazioni ferroviarie:

Senigallia era in fermento: tutti i negozi chiusi, e per le strade i soliti mestatori e
facinorosi, i quali spaventavano i timidi, ma non importunavano affatto quelli
che andavano risoluti e decisi per i fatti loro. A me, di fatto, quantunque fossi in
divisa e non mi fossi affatto tenuto nascosto, ché anzi più volte attraversai – per
recarmi al telegrafo ed alla stazione ferroviaria, od all’albergo – le strade
principali ed i gruppi di energumeni che discutevano animatamente tra loro con
urla di evviva ed abbasso a tutto spiano, mai fu diretta una parolaequivoca e
spiacevole, mai un gesto offensivo, mai un solo cenno che avesse potuto urtare
la mia dignità o suscettibilità.55

Giovedì 11 si aprì con repubblicani e anarchici intenti, come nei giorni


precedenti, a far desistere dal lavoro le poche persone che non avevano
scioperato; subito dopo una folla numerosa, guidata dal repubblicano
Magrini, dal merciaio ambulante Alessandro Caffarini e dai fratelli Carlo
e Luigi Storani (rispettivamente commesso viaggiatore e muratore,
incensurati), si diresse verso la stazione con il proposito di convincere gli
impiegati rimasti in servizio ad aderire all’astensione; addirittura il
guardamerci pesarese Aldo Grazioli venne prelevato e portato alla sede
repubblicana dove gli fu fatto vedere un foglio annunciante l’estensione

                                                            
55
La relazione del capitano Leanza, datata 27 giugno 1914, si trova in Archivio di Stato di Ancona,
Corte d’Assise, Processi Penali, 1915, fasc. 26. L’ufficiale scrisse, di sua iniziativa, dalla Cirenaica
al procuratore del re di Ancona, una volta essere venuto a conoscenza dai giornali dell’inizio delle
indagini sugli eventi della Settimana rossa.
32

dello sciopero ferroviario in tutto il paese e la proclamazione della


repubblica.
Peraltro in serata, repubblicani e socialisti decisero, nel corso di una
riunione tenutasi presso la sede del Pri, di porre fine allo sciopero a
seguito di quanto stabilito la sera del 10 dalla Cgdl e di inviare alcune
persone, nei principali punti della città e del circondario, a informare la
popolazione.
Ma nella notte tra l’11 e il 12 giugno furono abbattuti i pali telegrafici e
recati danni alla linea ferroviaria, venne fatta scoppiare una bomba sotto
il ponte tre archi del km 177, mentre ignoti penetrarono nei locali della
Società di Tiro a segno, rubando cinque fucili modello 1891 con le
rispettive baionette.
Nella mattinata di venerdì 12, mentre gli operai dello Zuccherificio e
del Consorzio Misa tornavano al lavoro, la situazione precipitò:
richiamata quasi tutta la forza del presidio locale verso Ancona, e in
particolare verso Case Bruciate – l’attuale Marina di Montemarciano –
dove si diceva che gli scioperanti avevano fermato un’auto postale
inviata dal prefetto di Pesaro, Senigallia rimase affidata al delegato di
pubblica sicurezza Pasquale Andriani e a poche unità di carabinieri e
soldati; esautorati repubblicani e socialisti, gli anarchici assunsero il
controllo della situazione.
Verso le 9.30 una turba di cinquecento dimostranti si diresse verso la
stazione ferroviaria per chiedere ai sei impiegati rimasti in servizio di
cessare l’attività, visto che la viabilità era interrotta; una fitta sassaiola
colpì le vetrate dello stabile, inducendo gli addetti a ripararsi dietro i
vagoni, protetti dai pochi militari di presidio che, pur pesantemente
insultati, non vennero però attaccati.
La folla si portò dunque al passaggio a livello dove furono abbattute
alcune palafitte e un casotto e si verificò un primo scontro con i militi
comandati dall’Andriani. Fatto tempestivamente giungere da scuola il
sindaco Belardi, che di professione era insegnante, si svolse un
drammatico colloquio tra il primo cittadino e il funzionario di polizia che
sortì però l’effetto di surriscaldare gli animi dei manifestanti al punto che
si originò un nuovo scontro con la forza pubblica. Andriani venne ferito e
dcecise, con l’esiguo drappello di cavalleria rimasto in città, di ritirarsi
alla stazione che continuò a presidiare per tutta la giornata.
Il centro e i punti nevralgici di Senigallia rimasero così sguarniti ed essi
costituirono lo sfondo di un tour violento e vandalico che ebbe inizio
dopo che i tumultuanti, sfondate le porte di un paio di negozi, riuscirono
a impadronirsi di mazze e picconi.
33

Meta del tour divennero le chiese cittadine, a incominciare da quella


della Croce, capolavoro barocco e monumento nazionale: scardinate le
porte, furono divelte panche e candelieri, confessionali, quadri e altre
suppellettili e, solo grazie alla prontezza del sagrestano Palmerino
Antonelli, si potè mettere in salvo l’inestimabile quadro di Federico
Barocci.
La turba passò, poi, al Duomo cittadino, le cui porte, mentre si tentava
di forzare gli ingressi al Palazzo vescovile, furono prese prima a
picconate e poi date alle fiamme; il vescovo Tito Maria Cucchi, aiutato
da dai sacerdoti Antonio Morganti, Ezio Ercolani e Attilio Catalani si
prodigò nel buttare acqua per evitare il peggio 56; ma, visto che le fiamme
aumentavano, a un tratto don Ercolani si diresse verso la folla e esplose
verso il cielo un colpo di pistola. Il trambusto che ne seguì disperse sulle
prime la folla che ben presto si ricompose e si orientò verso la
dirimpettaia chiesa di S. Rocco: non riuscendo ad abbattere il portone, i
facinorosi penetrarono nell’edificio sfondando la porta della sacrestia e
danneggiarono altari, quadri, statue ed armadi, rubarono oggetti preziosi,
quadri e biancheria e si disperse solo all’arrivo dei militari inviati dal
contrammiraglio Cagni.
Mentre la maggior parte dei senigalliesi si chiudeva nelle proprie
abitazioni, scoppiavano tumulti in diversi punti, da Porta Mazzini a Porta
Ancona, con scontri e colluttazioni tra rivoltosi e forze dell’ordine.
Nel pomeriggio avvenne l’episodio più grave e premeditato, visto che
poche ore prima di compierlo alcune persone, impossessatesi delle chiavi
dell’acquedotto comunale, avevano tolto l’acqua alla città e ai borghi.
Venne assaltata la chiesa di S. Maria della Pace, priva del parroco partito
da qualche giorno per Arcevia: sfondate le porte, fu appiccato il fuoco,
che venne alimentato per ore con panche, seggiole, confessionali, statue e
altri oggetti sacri, mentre la perpetua, Anna Petrolati, che stava morendo
di asfissia, fu salvata da alcuni soccoritori poco prima che cedessero i
pavimenti. Dopo aver prodotto devastazioni e profanazioni di ogni tipo,
rubati ori e oggetti preziosi, sottratto denaro e biancheria, la chiesa e la
canonica vennero completamente distrutte, sotto gli occhi di una folla
acquiesciente. Come notò il capitano Leanza:

Non erano che una ventina i mascalzoni che incendiavano tutto quello che
poteva ardere, ma erano incoraggiati da un’altra ventina di farabutti e dal
                                                            
56
E. Grossi, Cattolici nel Senigalliese (1897-1920), Edizioni 2G, Senigallia 1978, p. 77.
34

contegno vigliaccamente muto e timido di una folla che, a rispettosa distanza,


considerava l’insolito spettacolo. Appena giunta la poca forza suindicata,
gl’incendiari ed i caporioni si sbandarono in tuute le direzioni; molti di essi però
ritornarono alla spicciolata, fingendo di aiutare i carabinieri ed i soldati
nell’impossibile opera di spegnimento e di salvataggio.57

Nella stessa giornata furono date alle fiamme le porte dell’ufficio di


Registro e dell’agenzia delle Imposte Dirette e Catasto, ma il pronto
intervento di alcuni cittadini consentì un tempestivo spegnimento; abortì
un tentativo di danneggiare i locali della Pretura, mentre nella notte tra
sabato 13 e domenica 14 venne abbattuta la porta della chiesa nella
frazione di Roncitelli.
Già dal tardo pomeriggio di venerdì 12, grazie all’arrivo di 200
bersaglieri sbarcati da un cacciatorpediniere inviato dal contrammiraglio
Cagni, le autorità ripresero in mano la situazione.
La notizia di questi drammatici avvenimenti, che non trovarono alcun
riscontro negli sporadici episodi occorsi nel circondario, fece presto il
giro della provincia e alimentò un lungo strascico di accuse e polemiche,
presto seguite dagli arresti e dalle indagini che si protrassero per tutta
l’estate 58.

8. Epilogo insurrezionale

Ad Ancona le ultime giornate della Settimana rossa trascorsero in


maniera ambivalente: da una parte quei pochi che speravano in un esito
rivoluzionario continuarono a credervi ossessionatamente, dall’altra una
visione più realistica sulla fine dell’insurrezione conquistò la maggior
parte della popolazione
Le notizie circa gli incandescenti avvenimenti romagnoli indussero gli
scioperanti a persistere nel loro proposito, ma Malatesta rimase sempre
più solo nel continuare a credere nell’azione rivoluzionaria, come
dimostrò il suo veemente articolo del 12 giugno comparso su «Volontà» e
intitolato La rivoluzione in Italia – La caduta della monarchia sabauda.
La Camera del lavoro attuò i propositi di Malatesta circa il controllo della

                                                            
57
Relazione del capitano Leanza, cit., supra.
58
M. Severini, La Settimana rossa a Senigallia, in La Settimana rossa nelle Marche, cit., pp. 55-
74.
35

macellazione dei bovini e la distribuzione di grano, ma le parole


pronunciate alla Casa del Proletariato dall’«acclamatissimo» esponente
repubblicano Eugenio Chiesa, arrivato in città proprio venerdì 12,
costituirono una «brutale doccia fredda» per le speranze rivoluzionarie.
Chiesa si interessò per ottenere la scarcerazione di diversi arrestati e
mentre si recava a visitare Villa Rossa, fu fatto segno, da parte di alcune
popolane di Capodimonte, di una «simpatica dimostrazione» 59.
D’altra parte, il neo-insediatosi prefetto Taddei, a fronte delle
comunicazioni interrotte, dell’impossibilità di transitare senza i permessi
della Camera del lavoro, dell’incertezza della periferia anconetana –
mentre il centro era saldamente presidiato, si ebbero incidenti alla
Baraccola, dove un gruppo di rivoltosi assalì un magazzino e vi prelevò
diversi quintali di grano –, del fatto che migliaia di persone continuavano
a gremire i comizi pomeridiani in città, richiese ripetutamente rinforzi al
ministero. Non ce ne fu bisogno, poiché l’arrivo delle notizie circa la
cessazione dello sciopero generale e la conclusione delle agitazioni in
Romagna segnarono ad Ancona, sabato 13 giugno, la fine di ogni moto.
L’incapacità di proporre un serio movimento rivoluzionario e di dar vita
a ulteriori sbocchi politici indusse Nenni a presentare, proprio il 13, nel
corso di un’assemblea convocata presso la Camera del lavoro, un ordine
del giorno per la cessazione dello sciopero.
Nenni rimase tranquillamente ad Ancona e venne arrestato in piazza
Roma il pomeriggio del 23 giugno mente stava leggendo l’«Avanti!»;
Malatesta fu visto per l’ultima volta, nel capoluogo marchigiano, all’alba
del 14 giugno, mentre girava in automobile; nonostante fossero state
poste in allarme le Questure e le autorità di tutta Italia, il leader anarchico
riuscì, il 21 giugno, a varcare clandestinamente il confine svizzero 60.
Diverse furono le relazioni inviate dalle autorità di Ancona al ministero
dell’Interno e non poche di queste sono state utilizzate nelle ricerche, in
particolare quelle rese dall’ispettore Giuseppe Alongi. Ma questo
poliziotto, già il 14 giugno, aveva chiesto a funzionari della pubblica
sicurezza, impiegati e agenti specifiche relazioni su quanto «avevano
rilevato, osservato, constatato e saputo dal 7 corr. a oggi» così da poter

                                                            
59
La cronaca, in «Lucifero», 14 giugno 1914.
60
Lotti, La Settimana rossa, cit., pp. 232-233.
36

compilare, l’indomani, la denuncia «all’attività giudiziaria», poi


effettivamente inviata, il 19 giugno, al procuratore del re di Ancona 61.
Più sintetica delle altre due, certamente condizionata da una visione
partigiana e a tratti unilaterale, questa relazione riproduce alcuni idee-
chiave che avrebbero accompagnato, nel bene e nel male, la storia e la
memoria della Settimana rossa.
Un programma rivoluzionario «così ben preparato ed aspettante
un’occasione per realizzarsi» magari esisteva, ma l’idea che le
manifestazioni avessero assunto «carattere criminoso specifico
simultaneo e collettivo in una intera regione» e che i leader anconetani
avessero in ogni Comune «sottocapi e sodalizi» dipendenti dal centro, era
tutta da verificare. Non sbagliava, invece, il rapporto circa il fatto che «lo
sciopero di protesta» in Ancona e provincia avesse rapidamente assunto il
carattere «di rivolta e di insurrezione».
L’elenco dei reati compiuti predisposto dall’ispettore Alongi appariva
circostanziato, ma l’esistenza «di un centro direttivo e propulsore che ai
moti collettivi della folla designava ed ordinava una serie di atti e fatti
criminosi orientati a finalità rivoluzionaria» enfatizzava di gran lunga
fino a distorcerli gli eventi accaduti: anarchici, repubblicani e sindacalisti
mostrarono idee e valutazioni diverse su come condurre la partita
cosicché se davvero ci fosse stato – come sosteneva la relazione – un
«comitato di Governo provvisorio sedente alla Casa del Proletariato»,
capace di diramare, tramite «automobili, motocicli e biciclette», gli ordini
della rivoluzione, quest’ultima avrebbe avuto qualche chance di successo
in più.
Invece non ci fu alcun «esercito rivoluzionario», anche se, come visto,
la Camera del lavoro rappresentò, per gli insorti, un’autentica autorità
alternativa, ancorché per un frangente limitato 62; la diffusa paura tra la
popolazione, l’imprevedibilità delle situazioni, l’incauto e maldestro
comportamento delle forze dell’ordine, l’evidente contrapposizione tra i
miraggi rivoluzionari di Malatesta e l’atteggiamento avveduto del diverso
rivoluzionario Nenni, costituirono gli elementi caratterizzanti di questa
settimana storica.
La speranza della rivoluzione svanì repentinamente, palesando i
caratteri improvvisati e le antinomie profonde dell’agitazione: l’assenza
                                                            
61
ASAn, Processo Nenni-Malatesta 1914, Procedimento penale, 1, relazione Alongi al procuratore
del re di Ancona, 19 giugno 1914, ff. 59-63.
62
Ibidem, ff. 59-63.
37

di precisi obiettivi, la disarticolazione logistica di fondo, la carenza di una


struttura direzionale, l’effimera durata e l’insanabile contrasto – pagina
tristemente ricorrente – tra le diverse correnti della sinistra italiana.
38
39

I partiti politici italiani


di fronte alla prova sovversiva
di Alessandro Luparini

Noi non si dormiva due sere nello stesso letto. Comizi, comizi e comizi,
in giro per l’Italia media e settentrionale. Malatesta svolgeva un lavoro
di chiarificazione e di concordia rossa, che si addiceva al suo
temperamento e alle circostanze. Sicurezza di tutti che si andava verso
un quarantotto come si diceva allora […] ,
verso uno scontro decisivo fra le forze della monarchia e le nostre

A. Borghi, Mezzo secolo di anarchia

La Settimana rossa1 colse l’insieme dei partiti e dei movimenti politici


italiani – al crepuscolo di quella che per convenzione siamo soliti
chiamare l’età giolittiana2 – in un momento di ridefinizione,
potenzialmente aperto a molteplici sviluppi. Le elezioni politiche
dell’ottobre-novembre 1913, le prime a suffragio parzialmente
universale, avevano in qualche misura ridisegnato il quadro politico
italiano3. Intanto, il “Partito liberale” n’era uscito assai ridimensionato,
soprattutto fortemente condizionato dal Patto Gentiloni, che Giolitti,
                                                            

Edizioni scientifiche italiane, Napoli 1954, pp. 145-146.
1
Nella bibliografia generale sulla Settimana rossa, che in occasione del centenario si arricchirà
verosimilmente di nuovi apporti, rimane obbligo segnalare i lavori pionieristici di E. Santarelli, Il
socialismo anarchico in Italia, Feltrinelli, Milano 1959, pp. 153 ss., e L. Lotti, La settimana rossa,
Le Monnier, Firenze 1965, a tutt’oggi l’opera più circostanziata sull’argomento. Un più recente
contributo di sintesi è costituito da G. Albanese, La Settimana Rossa tra aspirazioni rivoluzionarie
e reazioni d’ordine, in M. Isnenghi, S. Levis Sullam (a cura di), Gli italiani in guerra. Conflitti,
identità, memorie dal Risorgimento ai nostri giorni, vol. II, Le «Tre Italie»: dalla presa di Roma
alla Settimana Rossa (1870-1914), Utet, Torino 2009, pp. 606-612.
2
Per un quadro d’insieme resta un valido punto di riferimento l’ormai classico G. Candeloro, Storia
dell’Italia moderna, 7, La crisi di fine secolo e l’età giolittiana 1896-1914, Feltrinelli, Milano
1974, più volte riedito.
3
Per un riepilogo completo dei risultati di quella doppia tornata elettorale, si veda Ministero di
agricoltura, industria e commercio. Direzione generale della Statistica e del lavoro, Ufficio centrale
di Statistica, Statistica delle elezioni generali politiche della XXIV legislatura, 26 ottobre-2
novembre 1913, Tip. Nazionale G. Bertero e C., Roma 1914.
40

certo, aveva voluto con «obiettivi non finalistici ma contingenti, non


ideologici ma strumentali»4, quale argine alla crescita delle forze anti-
sistema, ma che aveva finito per rivelarsi un lascito imbarazzante, con i
cattolici, ormai quasi ovunque affrancati dal non expedit, che a ragion
veduta rivendicavano una forte ipoteca sulla maggioranza5 (sui poco più
dei 300 deputati liberali eletti, contro i 400 usciti dalle urne nel marzo
1909, quelli che avevano firmato il Patto recante il nome del presidente
dell’Unione elettorale cattolica erano circa 200); al punto da suggerire al
presidente del Consiglio, dopo il passaggio dei radicali all’opposizione
nel marzo del ’14, di smarcarsi da quella scomoda tutela e di cedere il
testimone, secondo una tecnica temporeggiatrice più volte sperimentata
in passato, ma che stavolta non avrebbe affatto dato l’esito sperato. Il
sostegno dei voti cattolici era stato determinante anche per portare in
Parlamento i primi deputati nazionalisti, fra i quali uno dei massimi
ideologi del movimento, Luigi Federzoni (sebbene egli, pure assai incline
al dialogo con il mondo cattolico, smentisse «ripetutamente di essere uno
dei “gentilonizzati”»6). Insomma, si era verificato un sensibile
slittamento a destra della maggioranza, in senso clerico-conservatore,
mentre l’agguerrito movimento nazionalista, in procinto compiere il
passaggio verso la forma partito, riceveva la sua legittimazione
parlamentare.
Per contro, a fronte di un buon exploit del Partito radicale
(politicamente, però, sempre più sospeso in un limbo, a mezza via tra
collaborazionismo governativo e rigurgiti dell’antico spirito
“cavallottiano”7) e di una modesta affermazione del Partito socialista
riformista di Leonida Bissolati, alla sua prima verifica elettorale8, il
                                                            
4
G. Spadolini, Giolitti e i cattolici (1901-1914). Con documenti inediti, Le Monnier, Firenze 1970,
p. 336. Sul Patto Gentiloni e le sue conseguenze sugli equilibri politici italiani si veda M.S. Piretti,
Una vittoria di Pirro. La strategia politica e il fallimento dell’intransigentismo cattolico, in
«Ricerche di storia politica», 1994, IX, pp. 5-40.
5
Celeberrima, a questo proposito, l’intervista rilasciata dal conte Gentiloni all’indomani della prova
elettorale: Intervista coll’altro Presidente del Consiglio, in «Il Giornale d’Italia», 8 novembre 1913.
6
R. Molinelli, Per una storia del nazionalismo italiano, Argalìa, Urbino 1973, p. 156.
7
Il congresso straordinario del partito, riunitosi nel gennaio 1914, si esprimeva contro la
permanenza nel Governo, in aperta polemica con la svolta “gentiloniana”, ma dovettero trascorrere
quasi due mesi prima che il titubante gruppo parlamentare decidesse il passaggio all’opposizione.
G. Orsina, Senza Chiesa né classe. Il partito radicale nell’età giolittiana, Carocci, Roma 1998, pp.
264 e ss. Drastico il giudizio di G. Spadolini, I radicali dell’Ottocento. Da Garibaldi a Cavallotti,
Le Monnier, Firenze 1960, p. 100, secondo il quale «la vera storia dei radicali» si sarebbe chiusa
con la morte in duello di Felice Cavallotti, il “bardo della democrazia”, nel marzo 1898.
8
F. Manzotti, Il socialismo riformista in Italia, Le Monnier, Firenze 1965, pp. 50 e ss.
41

Partito socialista registrava un grande successo, che vedeva premiata la


linea d’intransigenza rivoluzionaria propugnata da Mussolini, il quale
«era stato in quei mesi la voce trascinatrice del partito tramite l’
«Avanti!» portato a una diffusione doppia rispetto alla fine del 1912»9.
Amaro, invece, il giudizio delle urne per i repubblicani, che scontavano
le loro carenze organizzative e le laceranti divisioni manifestatesi in
occasione dell’impresa libica (coi sostenitori dell’avventura coloniale, in
primis Salvatore Barzilai, che avevano finito per abbandonare il partito o
n’erano stati espulsi), e che tuttavia, proprio dalla sconfitta elettorale,
dietro la spinta del dinamico segretario Oliviero Zuccarini10, avrebbero
tratto la forza di rinnovarsi nel segno di una più decisa virata a sinistra.
Non è dunque un mero esercizio di alternate history affermare che i
moti del giugno 1914, scoppiati all’apice di un clima di effervescenza
rivoluzionaria e di estremizzazione dello scontro politico, in piena crisi
del giolittismo, avrebbero forse potuto avere ben altre conseguenze nel
breve e medio periodo se non fosse sopraggiunta, di lì a pochissimo
tempo, la crisi balcanica che aprì la strada alla lunga e terribile
conflagrazione mondiale, con ciò sparigliando completamente le carte in
tavola. Allo stesso tempo, le vicende della Settimana rossa prefigurarono
alcuni aspetti della lotta politica degli anni a venire, nel segno di quella
polarizzazione alle estreme che, a sua volta alimentata dalla campagna
interventista e dalla radicalizzazione del “fronte interno”, sarebbe stata la
cifra distintiva del difficile primo dopoguerra italiano.
Come ben noto, all’origine dei tragici fatti di Ancona11 da cui scaturì la
Settimana rossa vi fu l’accesa propaganda antimilitarista12 che da almeno
una decina d’anni, e con sempre crescente intensità durante e dopo
l’improvvida guerra italo-turca del 1911-’1213, figurava al centro dei
                                                            
9
Lotti, La settimana rossa, cit, p. 39.
10
Su Zuccarini, insieme a Giovanni Conti principale protagonista del rinnovamento del Pri in quella
fase della vita politica nazionale, v. F. Paolini, L’esperienza politica di Oliviero Zuccarini. Un
repubblicano fra Mazzini, Mill e Sorel, Marsilio, Venezia 2003.
11
Per i quali, soprattutto Lotti, La settimana rossa, cit, pp. 61 e ss.
12
Sul movimento antimilitarista nelle sue diverse declinazioni si vedano G. Oliva, Esercito, paese e
movimento operaio. L’antimilitarismo dal 1861 all’età giolittiana, Franco Angeli, Milano 1986; R.
Giacomini, Antimilitarismo e pacifismo nel primo Novecento: Ezio Bartalini e “La Pace”, 1903-
1915, FrancoAngeli, Milano 1990; e, con riferimento specifico al movimento anarchico,G. Cerrito,
L’antimilitarismo anarchico in Italia nel primo ventennio del secolo, R. L., Pistoia 1968.
13
Guerra sostanzialmente inutile, dal momento che il decrepito Impero ottomano, tale ormai più di
nome che di fatto, sarebbe stato disposto, pur di evitare il ricorso alle armi, a concedere all’Italia
l’amministrazione di Cirenaica e Tripolitania in cambio del mantenimento della sovranità formale
su quei territori; ma guerra voluta a tutti i costi da Giolitti, essenzialmente per motivi di politica
 
42

programmi di tutti i partiti estremi, per il resto divisi quasi su ogni cosa.
Il comizio interpartitico del 7 giugno 1914 alla sede repubblicana di via
Torrioni, la cosiddetta Villa Rossa (destinata a rimanere a lungo
nell’immaginario collettivo della sinistra italiana14), nella città che in
quello scorcio di secolo poteva ben considerarsi la capitale del
sovversivismo15, fotografa alla perfezione questa unità d’intenti, con
socialisti, anarchici e repubblicani, usi in passato a contendersi palmo a
palmo l’egemonia nel campo proletario, accomunati dal medesimo ardore
rivoluzionario.
In generale, la convergenza intorno a una comune piattaforma
rivoluzionaria imperniata sull’antimilitarismo (che beninteso non
annullava ma quanto meno attenuava i molti motivi di contrasto fra le
diverse forze dell’Estrema) era stata possibile grazie soprattutto al
progressivo, deciso spostamento a sinistra del Partito repubblicano,
accentuatosi – come si accennava – a seguito del fallimento elettorale
dell’autunno 1913 e giunto a maturazione al XII congresso nazionale di

                                                                                                                                            
interna. E, soprattutto, guerra gravida di conseguenze sciagurate, in quanto avrebbe messo in moto
un processo di destabilizzazione degli equilibri europei destinato a sfociare nel cataclisma del
giugno-luglio 1914. A tale riguardo, si veda l’analisi di F. Cardini, S. Valzania, La scintilla. Da
Tripoli a Sarajevo: come l’Italia provocò la prima guerra mondiale, Mondadori, Milano 2014.
14
«Luogo sacro […] al ricordo proletario di tutta Italia». Così Luigi Fabbri in una significativa
pagina di diario alla data del 15 settembre 1915. L’anarchico fabrianese scriveva molti mesi dopo la
svolta interventista dei repubblicani e la conseguente rottura del “blocco rosso” e commentava
amareggiato la notizia secondo cui il Pri di Ancona avrebbe avuto in animo di affittare la Villa
Rossa. «Oggi – proseguiva – la repubblica è passata da Villa Rossa alla Prefettura, in Ancona,
come a Roma è passata dalla Giuditta Tavani Arquati [l’Associazione repubblicana intitolata alla
patriota romana uccisa dagli zuavi durante l’assalto al lanificio Ajani, il 25 ottobre 1867. N. d. A.]
al Quirinale. È giusto che i vecchi locali, disoccupati come i loro antichi proprietari o affittuari,
siano affittati o subaffittati per trarne l’unico ed ultimo utile che è possibile trarne. Se non erro, i
giornali repubblicani, fino a poco fa, avevano in serbo una sommetta raccolta per sottoscrizione, da
impiegare in un ricordo marmoreo ai caduti di Villa Rossa. C’è da sperare che anche il progettato
monumentino vada in fumo, altrimenti non si saprebbe ove collocarlo». L’originale del diario di
Fabbri, scritto fra il 1° maggio e il 20 settembre 1915, si trova depositato presso l’Internationaal
Instituutvoor Sociale Geschiedenis di Amsterdam e in copia fotostatica presso l’Archivio Storico
della Federazione Anarchica Italiana a Imola; è stato solo in parte pubblicato in A. Luparini, Luigi
Fabbri e la guerra mondiale (1914-1918), in M. Antonioli, R. Giulianelli (a cura di), Da Fabriano
a Montevideo. Luigi Fabbri: vita e idee di un intellettuale anarchico e antifascista, Bfs, Pisa 2006,
pp. 99-124. Sull’immagine mitico-simbolica della Villa Rossa, M. Papini, Ancona e il mito della
Settimana rossa, affinità elettive, Ancona 2013.
15
Più in generale, per i dati sulla consistenza delle associazioni sovversive italiane (repubblicane,
socialiste, anarchiche, sindacaliste rivoluzionarie) alla seconda metà del 1914, Lotti, La settimana
rossa, cit., documento III in appendice, Situazione parziale e generale, per provincia e per colori
politici, delle associazioni sovversive e movimento avvenuto nelle associazioni stesse durante il 1°
semestre 1914.
43

Bologna del 16-18 maggio 191416. Netto ridimensionamento delle


tematiche irredentistiche, distacco definitivo dai radicali, giudicati ormai,
nonostante il recente disimpegno dalla maggioranza di governo,
irrimediabilmente compromessi con la compagine monarchico-
conservatrice, critica feroce al riformismo turatiano e al gradualismo
della Cgdl (al punto che in occasione del II congresso nazionale dell’Usi
del 4-7 dicembre 191317 i repubblicani avevano addirittura preso in
considerazione l’ipotesi di confluire nell’organizzazione sindacale
guidata da Alceste De Ambris); erano i tratti distintivi di un partito
nuovo, fieramente antagonista, che ambiva a porsi alla testa del
movimento sovversivo e che non a caso suscitava il plauso convinto del
leader anarchico Errico Malatesta, presente al congresso, a sua volta
salutato dai delegati repubblicani con vere e proprie ovazioni18.
Un mese prima, del resto, il XIV congresso nazionale socialista
(Ancona, 26-29 aprile 1914) aveva riconfermato la linea intransigente già
affermatasi alla precedente assise di Reggio Emilia, compattando il
partito intorno all’asse Lazzari-Mussolini, quantunque sul versante
sindacale la Cgdl rimanesse saldamente in mano alla corrente riformista
capitanata da Rinaldo Rigola, come avrebbe dimostrato di lì a pochi
giorni il suo IV congresso nazionale (Mantova, 5-9 maggio 1914)19.
All’estrema sinistra dello scacchiere politico si agitavano i sindacalisti
rivoluzionari di De Ambris e Corridoni, i quali, messa da parte la
strategia dell’azione diretta, fiaccata dall’esito fallimentare delle ultime
vertenze operaie e contadine, concordavano ora sulla «necessità di
organizzare un movimento complessivo di stampo politico per giungere a
una vasta agitazione di carattere insurrezionale nel 1915»20. Ma
                                                            
16
Per tutto questo si veda M. Tesoro, I repubblicani nell’età giolittiana, Le Monnier, Firenze 1978,
pp. 279 e ss.
17
Sul quale si veda A. Osti Guerrazzi, L’utopia del sindacalismo rivoluzionario. I congressi
dell’Unione sindacale italiana, 1912-1913, Bulzoni, Roma 2001, pp. 185 e ss.
18
G. Berti, Errico Malatesta e il movimento anarchico italiano e internazionale 1872-1932,
FrancoAngeli, Milano 2003, p. 523. Al congresso repubblicano era presente anche Luigi Fabbri, lui
pure rimasto favorevolmente impressionato dal nuovo indirizzo rivoluzionario degli eredi di
Mazzini (se ne veda l’articolo, firmato con lo pseudonimo Catilina, Ancora del Congresso
repubblicano, in «Volontà», 6 giugno 1914).
19
Su questi punti v. Z. Ciuffoletti, Storia del PSI, I, Le origini e l’età giolittiana, Laterza, Roma-
Bari 1992, pp. 447 e ss., nonché G. Galli, Storia del socialismo italiano, Laterza, Roma-Bari 1980,
pp. 65 e ss. Nello specifico, sul congresso della Cgdl, A. Pepe, La CGdL e l’età giolittiana, Ediesse,
Roma 1997, pp, 546-548.
20
E. Serventi Longhi, Alceste De Ambris. L’utopia concreta di un rivoluzionario sindacalista,
FrancoAngeli, Milano 2011, p. 48. Sui programmi e gli assetti organizzativi del sindacalismo
 
44

soprattutto si andavano vieppiù mobilitando gli anarchici21, da tempo,


ormai, usciti dalle secche in cui si erano auto confinati con la propaganda
del fatto e – fatta eccezione per gli anti-organizzatori a oltranza e
beninteso per la composita galassia dell’anarchismo individualista –
generalmente orientati al programma politico rivoluzionario elaborato da
Malatesta già alla fine degli anni novanta dell’Ottocento22.
Proprio il ritorno in Italia del carismatico capo anarchico, nell’agosto
1913, dopo un esilio durato ben 14 anni23, viene a ragione considerato
dalla storiografia un evento chiave per la comprensione degli eventi del
giugno ’1424, non essendovi dubbio che la propaganda appassionata e
incendiaria del nuovo giornale da lui promosso in Ancona, «Volontà»
(che fin nell’intestazione riassumeva la carica volontaristica
dell’anarchismo malatestiano)25, in una situazione del tutto propizia come
quella che si è fin qui sommariamente descritta, contribuì non poco a
incrementare le già diffuse aspettative rivoluzionarie. Persuaso che,
esauritosi l’esperimento giolittiano, i tempi fossero maturi per un colpo di
mano insurrezionale, Malatesta si fece il principale portavoce del
cosiddetto “blocco rosso”, ovvero della necessità di un’intesa d’azione
fra tutte le forze sinceramente sovversive, anarchici e repubblicani per
primi26, avente quale fine immediato l’abbattimento della monarchia
                                                                                                                                            
rivoluzionario nel 1914, O. Lupo, I sindacalisti rivoluzionari nel 1914, in Il Psi e la grande guerra,
La Nuova Italia, Firenze 1967, pp. 43-82.
21
Sul movimento anarchico italiano al giro di boa dell’età giolittiana v. G. Cerrito,
Dall’insurrezionalismo alla settimana rossa. Per una storia dell’anarchismo in Italia (1881-1914),
CP Editrice, Firenze 1977, pp. 117 e ss.; poi anche M. Antonioli, Il movimento anarchico italiano
nel 1914, in «Storia e politica», 1976, n. 2, pp. 235-254.
22
Vedasi E. Malatesta, Il nostro programma, in «L’Alleanza libertaria», 26 giugno, 3 luglio, 7
agosto, 9 ottobre 1908 e 8 gennaio 1909.Il programma malatestiano era stato pubblicato
originariamente nel settembre 1899 su «La Questione sociale» di Paterson (USA) e sarebbe stato
riproposto negli anni in svariate altre edizioni. Nel primo dopoguerra divenne il riferimento
ideologico fondante dell’Unione Anarchica Italiana.
23
Per quanto precedette e seguì il rientro di Malatesta, Berti, Errico Malatesta, cit., pp. 479 e ss.
24
Su tutti ibidem, pp. 527 ss. Giova notare che, anni dopo, Malatesta avrebbe rigettato ogni
responsabilità diretta nello scatenamento dei moti di giugno: «Corre in certi ambienti la leggenda
ch’io sia stato l’organizzatore della “Settimana Rossa” del 1914. Grande onore per me, ma
purtroppo non meritato! La “Settimana Rossa” non fu un movimento preparato e voluto, ma
avvenne impensatamente per la reazione spontanea di un popolo fiero ad una provocazione
insensata e sanguinosa della forza pubblica». E. Malatesta, Movimenti stroncati, in «Umanità
Nova», 28 giugno 1922.
25
Il periodico, che iniziava le pubblicazioni nel giugno del ’13, conobbe da subito un’ampia
diffusione, raggiungendo dopo un anno di vita una tiratura ragguardevole di 10.000 esemplari.
26
Quello del rapporto fra anarchismo e repubblicanesimo in età giolittiana è un aspetto che
meriterebbe d’essere approfondito, specie nell’ambito della ricerca locale. Pur limitata nel tempo,
del resto, la militanza repubblicana di Malatesta ebbe un peso tutt’altro che trascurabile sulla sua
 
45

sabauda. Era, quella auspicata dall’antico internazionalista, un’unità


puramente “sentimentale”, spontanea, «nel momento in cui si tentava di
attuare un fronte unico saltando la fase di mediazione politica e facendo
perno su alcune idee-forza (le istituzioni statali, il militarismo, la
monarchia ecc.)»27, che come tale trovava facilmente consensi anche
fuori del campo anarchico.
Se dunque dentro il variegato fronte sovversivo s’immaginavano e si
progettavano alleanze in vista di una prova di forza ritenuta imminente,
vi era chi, alla parte opposta, non stava a guardare. Tra il 16 e il 18
maggio 1914 i nazionalisti si ritrovavano a congresso, il loro terzo, al
Castello Sforzesco di Milano28. Congresso decisivo, a partire dal quale,
sulle basi dell’elaborazione dottrinaria di Rocco, Federzoni e Maraviglia,
il movimento nazionalista italiano avrebbe acquisito la sua compiuta
fisionomia, rescindendo ogni residuo legame col liberalismo (al termine
dei lavori congressuali la frazione liberale lasciava definitivamente
l’Associazione) e caratterizzandosi in senso radicalmente
antidemocratico, per divenire sempre più «un punto guida per tutte le
volontà e le velleità di azione antiproletaria e antipopolare, dai siderurgici
e dagli zuccherieri […], agli insegnanti medi»29; perno di un blocco
d’ordine in aperta antitesi a quello rosso di Malatesta e compagni,
determinato a opporsi con risolutezza a ogni deriva rivoluzionaria, e a cui
proprio le vicende della Settimana rossa avrebbero offerto l’occasione di
scendere nelle piazze a misurarsi coi sovversivi sul loro stesso terreno.
Questo dunque, per grandi linee, lo stato delle forze politiche italiane
nel momento in cui risuonavano gli spari di Ancona e, con la
proclamazione dello sciopero generale di 48 ore, prese a dilagare
l’insurrezione. Non è questa la sede per ricostruire le diverse fasi e

                                                                                                                                            
formazione; anzi, come messo in evidenza da Berti, Errico Malatesta, cit., p. 15, l’etica del
mazzinianesimo, col suo richiamo insistente al sacrificio e la sua tensione volontaristica, costituì
per il rivoluzionario anarchico «un lascito spirituale» al quale egli rimase in fondo fedele tutta la
vita. Più in generale, è da rilevare come, specie in certe zone di più radicata tradizione mazziniana
(le Marche, la Romagna), gli anarchici avrebbero sempre mantenuto una sorta di rapporto
preferenziale coi repubblicani, dei quali soprattutto apprezzavano l’intransigentismo
antimonarchico, contrapposto al possibilismo istituzionale di tanti socialisti.
27
M. Antonioli, Gli anarchici e l’organizzazione, in M. Antonioli, P. C. Masini (a cura di), Il sol
dell’avvenire. L’anarchismo Italiano dalle origini alla prima guerra mondiale, Bfs, Pisa 1999, p.
161.
28
Molinelli, Per una storia del nazionalismo italiano, cit., pp.166 e ss. E si veda anche F. Perfetti,
Il nazionalismo italiano dalle origini alla fusione col fascismo, Cappelli, Bologna 1977, pp. 37 e ss.
29
A. d’Orsi, Saggio introduttivo, in Id. (a cura di), I nazionalisti, Feltrinelli, Milano 1981, p. 51.
46

manifestazioni del moto, peraltroampiamente conosciute30. Per limitarci


all’atteggiamento dei partiti, la prima cosa da notare è che, ad onta di tutti
i loro roboanti propositi barricadieri, le forze di sinistra furono in realtà
colte alla sprovvista da questa ribellione improvvisa che esplose
spontaneamente in tutta Italia, in forme tanto violente quanto
sconclusionate, toccando l’apice in Romagna (massime nelle
zonebracciantili del Ravennate) e nelle Marche31. Mancò così
nell’immediato qualsiasi tipo di coordinamento, non diciamo di direzione
o di guida politica. Soli – ma troppo pochi e troppo poco organizzati – a
tentare davvero di dare uno sbocco insurrezionale allo sciopero, magari
facendo leva sulla partecipazione del potente Sindacato ferrovieri32, gli
anarchici; con Malatesta il quale, abbagliato dalle notizie provenienti
soprattutto dalle campagne romagnole e marchigiane, rimaste a lungo
isolate dal resto del Paese, annunziava entusiasta niente meno che la
caduta della monarchia33.
Per il resto, fu un misto di frenesia e dientusiasmi incontrollati, ma
anche d’incredulità e di smarrimento. In buona sostanza, i dirigenti dei
partiti estremi, che per così tanti mesi avevano soffiato sul fuoco della
rivolta, si trovarono di punto in bianco nella necessità di dover decidere
rapidamente come comportarsi dinanzi a questa dirompente
manifestazione di protesta popolare: se sollecitarla, per cercare di farne
qualcosa di più grande, costasse quel che costasse, oppure se contenerla,
in attesa di capire come evolveva la situazione. Per poco più di 24 ore in
                                                            
30
Imprescindibile ancora una volta Lotti, La settimana rossa, cit., pp. 108 e ss.
31
Sulla Settimana rossa in provincia di Ravenna mi permetto di rinviare ad A. Luparini, Settimana
rossa e dintorni: una parentesi rivoluzionaria nella provincia di Ravenna, Edit Faenza, Faenza
2004. Per una visione allargata alla Romagnasono molto importanti i saggi di M. Martini, Giugno
1914. Folle romagnole in azione, in «Rivista di Storia Contemporanea», 1989, n. 4, pp. 517-559,
perspicace analisi della Settimana Rossa come movimento di masse; e di E. Baroncini, «Quella
musica barbara». Linguaggi popolari nella Settimana rossa in Romagna, in «Memoria e Ricerca»,
2012, n. 39, pp. 139-156, che ne considera soprattutto gli aspetti simbolici e folclorici. Per quanto
invece concerne l’area marchigiana è fondamentale G. Piccinini, M. Severini (a cura di), Settimana
rossa nelle Marche, Istituto per la Storia del Movimento Democratico e Repubblicano nelle
Marche, Ancona 1996, ma, per la centralità del personaggio, si deve vedere anche M. Severini,
Nenni il sovversivo. L’esperienza a Jesi e nelle Marche (1912-1915), Marsilio, Venezia 2007, pp.
87 e ss.
32
Si muoveva per questo, a Bologna, il sindacalista libertario Armando Borghi: E. Falco, Armando
Borghi e gli anarchici italiani 1900-1922, QuattroVenti, Urbino 1992, pp. 71 e ss.; G. Landi,
Armando Borghi protagonista e critico del sindacalismo anarchico, Edizioni Bruno Alpini, s. l.
2012, pp. 39-40.
33
E. Malatesta, Manifesto degli anarchici al popolo. La rivoluzione in Italia. La caduta della
monarchia sabauda, in «Volontà», supplemento al n. 23, 13 giugno 1914.
47

molti oscillaronofra l’una e l’altra posizione, dopodiché, anche per la


pronta e ferma reazione delle autorità, fu chiaro cheil moto non avrebbe
potuto averesbocchi ulteriori e ch’era anzi opportuno frenare le istanze
insurrezionali. E in tale direzione si mossero praticamente tutti, tranne
appunto gli anarchici e pochi altri. Emblematico il caso di Alceste De
Ambris, che dapprima – almeno a dar credito alle allarmate segnalazioni
del questore di Parma –«non si peritò di emettere i più perniciosi
propositi ed a farne vivi eccitamenti a commettere delitti»34, quindi, non
appena appresol’ordine di cessazione dello sciopero, si prodigòin giro per
le campagne del Parmense aplacare gli animi sovraeccitati degli insorti35,
giustificandosi poi con Malatesta con «l’evidente impreparazione militare
del proletariato e il rischio di eccidi ben peggiori»36. Il deputato
repubblicano Giovanni Battista Pirolini, eletto nel Collegio Ravenna I,
che fu diretto testimone dei tumulti ravennati, ora entusiasmandosene, ora
prendendone le distanze e infine minimizzandone la carica eversiva37,
avrebbe ben descritto questo stato d’animo, che potremmo riassumere
con la formula del “volere ma non potere”, in un racconto a freddo per
l’organo provinciale del Pri ravennate.

Cosa sono i quattro soldati di Ravenna contro i ventimila operai di cui la


campagna può disporre? Questa sensazione di una forza formidabile e
irresistibile prende i cervelli e sembra che una nuova diana riscuota e entusiasmi
gli operai che guardano sprezzanti la forza pubblica, accesa di sospetto e pronta
all’attacco. Intorno alla Casa del Popolo [repubblicana, dove il 10 giugno, al
culmine dei disordini di piazza, si era insediato un Comitato di agitazione
formato da tutti i partiti sovversivi. N. d. A.] rugge la tempesta. Da un momento
all’altro siamo alla tragedia. Corre una voce ardente: Alfonsine, Mezzano sono
in fiamme, bruciano le chiese, i municipi, le stazioni. Sulle piazze dei paesi
verso il Lughese s’innalzano gli Alberi della Libertà. Quanto più le notizie
                                                            
34
Citato in Lotti, La settimana rossa, cit., p. 120.
35
Ma altrettanto – per dire – fece Pietro Nenni ad Ancona, adoperandosi «con ogni mezzo per
smorzare la tensione in città che raggiunse livelli parossistici nel corso dei funerali delle tre giovani
vittime, il pomeriggio di martedì 9 giugno», da una parte «esaltando la battaglia rivoluzionaria»,
dall’altra invitando «alla calma e a comprendere se fosse davvero giunto il momento dell’azione».
Severini, Nenni il sovversivo, cit., p. 97.
36
Serventi Longhi, Alceste De Ambris, cit., p. 50.
37
D’accordo col cooperatore Nullo Baldini e altri esponenti del socialismo riformista, e in aperta
polemica col presidente del Consiglio Salandra, il quale aveva adombrato l’esistenza di un
“concerto criminoso”, ossia di un complotto politico preordinato, dietro i gravi disordini ravennati,
Piroliniavrebbe sostenuto l’indole esclusivamente economico-sociale dei moti, attribuendone
l’origine prima all’endemica disoccupazione bracciantile che affliggeva le plaghe del Ravennate e
della Bassa Romagna. A. Luparini, Settimana rossa e dintorni, cit, pp. 31 ss.
48

ingigantiscono, altrettanto i miei nervi si calmano. Se il popolo vuol fare la


repubblica, come potrebbe esservi contrario il deputato repubblicano? Potrebbe
distruggergli colla vigliaccheria la creatura del suo sogno? Io non posso in
quest’ora terribile, quasi solo coi miei pensieri, né ingannarlo né tradirlo. Ma un
incubo mi sorprende: e se per un malaugurato spirito di imitazione anche a
Ravenna scoppiasse l’incendio? Questa città ha cimelii [sic] d’arte in ogni
angolo. Come ci avrebbe giudicato il mondo se il popolo esasperato da qualche
strage provocata dal contatto colla truppa. esaltata dalle notizie degli incendi di
campagna, in un impeto di follia, si fosse sfogato incendiando qualche parte
artistica dell’antica città?38

Insomma, alla prova dei fatti sul grande sogno rivoluzionario prevalsero
il realismo e, se vogliamo, il senso di responsabilità. Così, non fa
meraviglia che, se fu la moderata Cgdl a porre senza esitazione fine allo
sciopero39 (ma primo in ordine di tempo a decretare lo stop alle agitazioni
fu il segretario della Camera del lavoro di Venezia, e massimo
rappresentante della corrente rivoluzionaria, Giacinto Menotti Serrati40),
l’estremista Usi si accodò quasi senza battere ciglio. Ragion per cui la
dura polemica intentata da Mussolini contro la centrale sindacale
riformista, con la famosa accusa di “fellonia” scagliata all’indirizzo di
Rigola e compagni durante un infuocato comizio all’Arena di Milano41
(giudizio che peraltro il futuro duce avrebbe almeno in parte
ridimensionato42), lasciava in effetti il tempo che trovava, esaurendosi in
una logomachia fine a se stessa. Il socialismo riformista, come anche
d’altronde buona parte del mondo repubblicano, non poteva certo
riconoscersi in una sollevazione scomposta e fondamentalmente
anarchica come la Settimana rossa (esemplare in tal senso l’analisi
fattane da Claudio Treves43, ma giova ricordare che anche un intellettuale
                                                            
38
G. B. Pirolini, La settimana rossa di un deputato, in «La Libertà», 27 giugno 1914.
39
Sull’atteggiamento tenuto dalla Cgdl verso la Settimana rossa si veda in prima battuta Pepe, La
CGdL e l’età liberale, cit., pp. 549 e ss.
40
«Noi non potevamo, non dovevamo obbedire alla massa amorfa, ai non organizzati. Ciò non
significa ch’io non sia per la rivoluzione e la barricata. Ma non credo che la situazione in Italia
permettesse di pensare sul serio alla rivoluzione […]. I sassi contro la truppa non bastano; e
predicare la rivoluzione alla gente inerme è un assassinio». Così, con parole che esprimevanoil
comune sentiredi tanti leader rivoluzionari, Serrati spiegava la sua decisione al Consiglio nazionale
della C.Gd.L, riunitosi a Genova il 16 giugno. Citato in Lotti, La settimana rossa, cit., p. 153.
41
Il comizio di ieri all’Arena, in «Avanti!», 12 giugno 1914.E si veda R. De Felice, Mussolini il
rivoluzionario, Einaudi, Torino 1965, pp. 204-205.
42
B. Mussolini, La settimana rossa, in «Utopia», nn. 9-10, 15-31 luglio 1914.
43
«Ora è palese che lo stesso sciopero generale di protesta è incontenibile nei confini della protesta,
esso porta fatalmente nel suo seno la sommossa anarchica […] e perciò lo sciopero generale diventa
 
49

radicale e non certo moderato come Gaetano Salvemini ebbe parole


durissime verso l’inconcludenza parolaia del massimalismo socialista44),
e però è un dato indiscutibile che i capi rivoluzionari, socialisti,
sindacalisti, repubblicani di sinistra che fossero, non seppero – o più
verosimilmente – non vollero premere sull’acceleratore della rivolta,
consapevoli dello scarto esistente fra i proclami e la realtà, salvo poi,
appunto, rifarsela coi “pavidi” riformisti. Il fatto che, di lì a non molto,
non pochi di costoro avrebbero barattato la rivoluzione con la guerra, sia
pure nell’improbabile accezione della “guerra rivoluzionaria”, doveva
solo dimostrare l’inconsistenza delle loro convinzioni45. Poi, sarebbero
rimasti gli anarchici a parlare ostinatamente di occasione persa, di
rivoluzione tradita46, rinnovando di tanto in tanto la polemica e il
rimpianto per ciò che, a loro dire, avrebbe potuto essere e non era stato.
Come si diceva,la prontezza e la fermezza dimostrate dalle autorità
valsero non poco a raffreddare gli entusiasmi dei partiti sovversivi. Il
governo, nondimeno, reagì con compostezza, «con un atteggiamento

                                                                                                                                            
una facile occasione o un comodo pretesto alla borghesia per giustificare le più audaci
controffensive reazionarie, potendo essa contare sulla pienissima concordia di tutti i suoi partiti
[…]. Ora la lotta di classe in Italia deve necessariamente tendere a culminare nell’azione
parlamentare piuttosto che nell’azione diretta. Perciò né sindacalisti né anarchici né (ancor meno) la
teppa sembrano servire la causa della rivoluzione socialista». Il Vice (C. Treves), La teppa e la
Rivoluzione socialista , in «Critica Sociale», n. 13, 1-15 luglio 1914.
44
I quali avrebbero fatto meglio a indirizzare il proletariato verso obiettivi concreti come la lotta
contro il dazio sul grano, largamente condivisibili anche da quella «massa centrale della
popolazione che di fronte agli incidenti e ai vandalismi senza scopo si era sentita urtata e irritata»,
piuttosto che agitare parole d’ordine generiche ed evanescenti come l’anticlericalismo
«commediante». G. Salvemini, Una rivoluzione senza programma, in «L’Unità», 19 giugno 1914.
45
Concordo con F. Cammarano, La settimana rossa dalla storia al mito, in «Storia e problemi
contemporanei», n. 64, 2013 (recensione al citato volume di M. Papini, Ancona e il mito della
Settimana rossa), p. 225, là dove afferma che «se era vero che, come aveva constatato Bakunin un
quarantennio prima, la coscienza di classe in Italia ancora continuava a latitare, divenne ben presto
chiaro, proprio nei mesi successivi alla settimana rossa, che non pochi dei fustigatori della casta dei
professionisti della politica e fautori della spontaneità delle masse, sedicenti intemerati
rivoluzionari, erano pronti a scambiare lucciole per lanterne e farsi entusiasticamente trascinare nei
gorghi della prima guerra mondiale».
46
«Senza intesa, senza preparazione, tutta Italia insorse indignata, ed in molte parti lo sciopero
generale di protesta assunse subito aspetto di rivolta aperta contro le istituzioni dello Stato. Ed il
movimento si andava allargando ed intensificando e nessuno può dire dove sarebbe finito, se in sul
bel principio non fosse venuto a fermarlo quell’ordine della Confederazione Generale del Lavoro,
che se fu un segnalato servizio reso al governo, fu perciò stesso il più nero tradimento perpetrato
contro il proletariato italiano»; scriveva E. Malatesta, E ora?, in «Volontà», 20 giugno 1914,
giudizio ribadito ancora a distanza di otto anni nel succitato articolo per «Umanità Nova», supra,
nota 24.
50

giolittiano»47, senza affidarsi più di tanto alla repressione militare, come


pure avrebbe potuto, ma limitandosi tutto sommato agli ordinari
strumenti di pubblica sicurezza48. Nel dibattito che si aprì alla Camera
nell’immediatezza dei fatti49(e anche ciò mi pare indicativo: se la
Sìsinistra estrema si lasciò imbrigliare in un normale, ancorché
surriscaldato dibattito parlamentare voleva ben dire che non ci si trovava
di fronte a una vera rivoluzione), Salandra, attaccato violentemente dai
banchi dell’Estrema, si compiacque nell’affermare che sarebbe stato
facilissimo stroncare il moto in un batter d’occhio ma che il governo
aveva preferito non calcare troppo la mano e ricondurlo gradualmente
alla normalità, nell’interesse di tutti. Da parte liberale, dunque, si dette
indubbiamente prova di notevole accortezza politica.
Ma, se le istituzioni liberali ressero senza problemi all’urto sovversivo
di quella che Giolitti nelle sue memorie avrebbe sprezzantemente
liquidato in due parole come «una specie di agitazione semi-anarchica
nell’Italia centrale»50, non dobbiamo dimenticare che, come i partiti
estremi ebbero – o vollero avere – la reale percezione che ci si trovasse
alle soglie della rivoluzione, altrettanto credettero i partiti d’ordine. Se
dunque, da una parte, prevalsero sentimenti come l’entusiasmo, la
speranza e l’orgoglio proletario di classe, dall’altra dominarono la paura,
lo sdegno e lo sgomento. È, quest’ultimo, un aspetto generalmente
trascurato dalla storiografia, che si è per lo più concentrata su chi la
Settimana rossa la fece, piuttosto che su chi la subì come un intollerabile
attentato all’ordine e ai valori più sacri della patria e della religione51. La
                                                            
47
Severini, Nenni il sovversivo, cit., p. 95; il che, soggiunge correttamente l’autore, valse a
smorzare gli slanci rivoluzionari «palesando i caratteri improvvisati e le antinomie profonde
dell’agitazione: l’assenza di precisi obiettivi, la disarticolazione logistica di fondo, la carenza di una
struttura direzionale, l’effimera durata e l’insanabile contrasto tra le diverse correnti della sinistra
italiana».
48
In un’intervista concessa a «Il Giornale d’Italia» dal suo nuovo esilio londinese, Malatesta stesso
avrebbe riconosciuto che il governo non aveva usato la mano pesante, attribuendone però la ragione
alla presa d’atto della forza inarrestabile del movimento rivoluzionario. «Esiste in Italia –
dichiarava all’intervistatore, il giornalista Gino Calza Bedolo – uno stato d’animo che è ansioso di
un mutamento di regime. Il Governo lo ha capito: e non ha creduto di reprimere violentemente
l’insurrezione per salvare le istituzioni monarchiche. Ed ella ha visto che non ci sono state leggi
eccezionali, non ci sarà domicilio coatto, non c’è stato il sequestro di giornali, non ci saranno
scioglimenti di circoli. Noi continueremo a combattere». In «Il Giornale d’Italia», 1° luglio 1914.
49
Per il quale si veda Lotti, La settimana rossa, cit., pp. 165 e ss.
50
G. Giolitti, Memorie della mia vita, volume secondo, Treves, Milano 1922, p. 511.
51
Nel vuoto di studi specifici segnalo l’eccezione rappresentata dall’ottimo lavoro di L. Orlandini,
L’“altra” Settimana rossa. Conservatori e cattolici di fronte ai moti ravennati del giugno 1914,
tesi di laurea in Storia contemporanea, relatore Alberto De Bernardi, Università degli studi di
 
51

reazione delle forze conservatrici, in particolare in ambito cattolico e


nazionalista, è invece della più grande importanza per capire certi futuri
sviluppi della politica italiana. I fatti del giugno’14, infatti, dovevano
cementare il réalignement fra la destra liberale e gli ambienti del
conciliatorismo cattolico, in una specie di conferma sul campo del Patto
Gentiloni, allargando l’intesa al battagliero movimento nazionalista. Si
trattava di far argine al comune nemico, l’anarchia sovvertitrice che
minacciava le fondamenta stesse della convivenza civile con la
complicità diretta del liberalismo democratico e anticlericale, del
radicalismo e – spauracchio sommo – della massoneria52.
La stampa cattolica fuunanime nell’attribuire la responsabilità prima di
quanto accaduto all’opera di scristianizzazione e di laicizzazione della
società condotta in modo avventato dalle classi dirigenti liberali post-
unitarie. Cos’altro – accusava l’influente rivista della Compagnia di Gesù
–, se non l’«esagerato amore di falsa libertà inoculato […] nelle moderne
generazioni dal liberalismo» era«il fomite prossimo ed operosissimo
delle moderne tendenze anarchiche»53? Ai liberali di buona volontà,
sinceramente amanti dell’ordine non restava che fare mea culpa,
abbandonando ogni riserva nei confronti della Chiesa, unica vera
garanzia di pace sociale, e archiviando definitivamente l’anticlericalismo.
I giornali di area clerico-moderatane traevano il destro per riaffermare la
propria linea politica54, ma era lo stesso organo ufficiale vaticano che,
dopo aver paragonato le nefandezze della Settimana rossa a quelle della
Repubblica romana di Mazzini e Garibaldi, fonte originaria di ogni
nequizia (ché «gli attentati allora commessi, istigati ed in tutti i modi
celebrati, contro il principio d’autorità, erano un seme che, fecondato dal
laicismo demoralizzante delle scuole moderne, doveva per necessità
germogliare e produrre i frutti amari»), esortava «la parte sana del paese,
                                                                                                                                            
Bologna, a. a. 2005-2006; da cui è stato estrapolato il saggio “La forza di Dio è ancor con noi”. I
cattolici ravennati e i moti della Settimana Rossa, tra riti di espiazione e blocco d’ordine, in
«Romagna arte e storia», n. 90, 2010, pp. 69-84. Pur incentrata sulle vicende del Ravennate,
l’analisi dell’autrice offre numerosi spunti di riflessione in chiave nazionale e comparata.
52
La campagna antimassonica era d’altronde, ormai da tempo, il principale punto d’incontro fra
cattolici e nazionalisti. Si veda, al riguardo, quanto scrive F. Conti, Storia della massoneria italiana
dal Risorgimento al fascismo, il Mulino, Bologna 2003, pp. 203 e ss.
53
Fasti ed avvisaglie recenti dell’anarchia, in «Civiltà Cattolica», 1914, vol. 3, 9 luglio.
54
A titolo di esempio, Il dovere presente, in «L’Avvenire d’Italia», 14 giugno 1914; Se
comandassero loro!.., in «Il Piccolo», 21 giugno 1914, con l’esortazione a quanti nel campo
liberale avevano davvero a cuore le sorti del Paese ad «unirsi a chiamava la religione, la patria, il
popolo, il benessere e la pace sociale e tentava con l’opera individuale e collettiva di ogni giorno di
mettere una diga efficace al dilagare della fiumana sovversiva».
52

nella quale i cattolici erano in massima parte», a compiere tutto ciò che
era nelle sue facoltà «per circoscrivere e limitare»55 la marea montante
del sovversivismo; lamentando che per troppo tempo «le maggioranze di
ordine […] fedeli alle istituzioni vigenti» non avessero saputo
contrapporvi «che una passiva, per quanto forzata, acquiescenza»56. E gli
accorati appelli provenienti dal mondo cattolico non sarebbero rimasti
inascoltati, tutt’altro.
Le elezioni amministrative del giugno luglio 1914, svoltesi
immediatamente a ridosso degli avvenimenti rivoluzionari57, furono il
primo banco di prova di questa rinnovata unione sacra anti-sovversiva.
Vero è che i socialisti conquistarono quattro province e centinaia di
comuni, fra i quali Bologna e Milano (dove però prevaleva largamentela
corrente riformista turatiana, mentre Mussolini finiva soltanto
cinquantottesimo su 64 consiglieri eletti)58; ma le alleanze clerico-
moderate e i blocchi d’ordine sostenuti anche dai nazionalisti
s’imponevano a Firenze, Genova, Torino (con la significativa
affermazione del nazionalista “moderato” Giuseppe Bevione59), Venezia
e, soprattutto, a Roma, dove un’importante vittoria arrideva all’accordo
fra il fronte liberal-nazionalista e l’associazione elettorale dell’Unione
romana, quella che aveva «subito come uno scacco, come un’umiliazione
senza fine il regno di Nathan»60.
La riscossa conservatrice prese però in quei giorni anche altre forme,
quelle di una mobilitazione frontale contro le forze rivoluzionarie; una
controrivoluzione en plein air che vide all’avanguardia i nazionalisti. A
Bologna, Firenze, Roma, Torino e in altre città, mentre infuriava lo
sciopero generale, i giovani dell’A.M.I. si riversavano in strada a
scontrarsi fisicamente con i “rossi”. Per la prima volta si sperimentavano
tecniche di violenza piazzaiola che i nazionalisti avrebbero perfezionato
nella imminente bagarre interventista, rivelandosi «fra i più attivi
organizzatori delle manifestazioni pubbliche […] a favore dell’intervento
e fra i primi responsabili di quel forsennato terrorismo ideologico, e non

                                                            
55
Per tornare all’ordine, in «L’Osservatore Romano», 18 giugno 1914.
56
E poi?, Ibidem, 19 giugno 1914.
57
La lunga tornata elettorale cominciò in realtà proprio il 7 giugno, in singolare coincidenza con
l’inizio della Settimana rossa.
58
Ciuffoletti, Storia del PSI, cit., pp. 464-465.
59
D’Orsi, Saggio introduttivo, cit., p. 51.
60
Spadolini, Giolitti e i cattolici, cit., pp. 349-350.
53

solo tale, che venne messo in atto contro i fautori della neutralità»61,
coincidenti in molti casi con i sovversivi della Settimana rossa.
La rivoluzione non passò ma restò la paura della rivoluzione, lasciando
negli uomini d’ordine la convinzione che occorresse far quadrato e non
disarmare. Un ordine del giorno votato dai gruppi nazionalisti bolognesi
subito dopo il ritorno alla normalità indicava la via da seguire: l’unione
permanente di tutte le forze nazionali.

L’Assemblea Nazionale dei Gruppi Nazionalisti anziano e giovanile di Bologna,


di fronte al moto rivoluzionario che ha agitato l’Italia e che è indice di
sistematica opera di dissolvimento dell’organismo statuale, delibera di prendere
l’iniziativa per la costituzione di una “Lega permanente” fra gli uomini di sicura
fede di tutti i partiti dell’ordine col preciso scopo di opporre una pronta e valida
resistenza contro le abituali violenze dei partiti sovversivi e di ostacolare con
ogni mezzo ogni moto che attenti alla sicurezza dello Stato; riafferma la
imprescindibile necessità di sviluppare nella coscienza italiana, mediante una
assidua, intensa e popolare propaganda, dei principi cui si forma la fede
nazionalista, la concezione dello Stato Nazionale subordinante il libero cittadino
al libero Stato.62

Ed è quanto mai sintomatico che tali chiamate alle armi trovassero


sponda nei più autorevoli ambienti cattolici. Con argomenti non dissimili
il foglio portavoce della Santa Sede esortava all’azione: di fronte al
rischio più che concreto di nuove sfide sovversive i cittadini avevano il
diritto dovere di difendersi, se necessario anche sostituendosi ai tutori
dell’ordine costituito.

Non bastano gli articoli dei giornali, per quanto sensati ed opportuni; non basta
gridare nell’ora del pericolo; bisogna fare qualche cosa di positivo e di concreto
per quando il pericolo tornerà, e purtroppo non tarderà molto. Se ogni città, ogni
paese, ogni borgata, avessero il loro gruppo di cittadini pronti a difendersi,
pronti a non permettere la manomissione della libertà di chicchessia, alla
incolumità di chicchessia; pronti a non permettere alcun danneggiamento a
quello che in fondo è il patrimonio nazionale ed a rifarlo costa molti e molti
quattrini, i moti rivoluzionari neppure scoppierebbero e si risparmierebbero
conflitti sanguinosi, con tutto quello che viene dopo. Si dirà, ma non vi è la forza
pubblica per fare ciò? Prima di tutto il regime democratico, la propaganda
socialista ed il lasciar fare della borghesia hanno snaturato la stessa compagine
                                                            
61
R. Molinelli, I nazionalisti italiani e l’intervento, Argalia, Urbino 1973, p. 142.
62
In «Il Resto del Carlino», 15 giugno 1914.
54

dell’esercito, e poi il Governo non ha quasi più il coraggio di servirsene. Che


cosa conta avere i picchetti schierati in piazza, quando questi debbono assistere
impassibili all’assalto delle case, all’incendio delle chiese? Forse, quando il
Governo saprà che i cittadini sono pronti a difendersi da sé, interverrà con
maggiore energia e maggiore prontezza in difesa dei diritti di tutti. Ecco dunque
la necessità di organizzare la difesa; fino a che vi è tempo; difesa che nella
stessa sua denominazione mostra il suo carattere eminentemente pacifico, ma
contemporaneamente mostra la risolutezza di non lasciare che nessuna
minoranza si imponga in barba al Governo ed al codice penale.63

Ma esisteva veramente il rischio, paventato peraltro non solo a destra64,


di una ripresa rivoluzionaria in grande stile? Passati lo stordimento e lo
scorno per lo smacco subìto, davvero i partiti sovversivi avevano in
animo di riorganizzarsi per tentare la spallata decisiva allo Stato
borghese, alla monarchia, all’esercito, alla Chiesa? A giudicare dal
dibattito che si aprì nelle file dell’Estrema, dai rinnovati progetti
“bloccardi” (nonché dai resoconti allarmati dei prefetti che si trovavano
in prima linea nelle regioni “rosse”65), parrebbe proprio di sì. Vi era in
effetti, nelle avanguardie del sovversivismo italiano, la convinzione
diffusa che la Settimana rossa avesse costituito solo la prova generale di
una rivoluzione che si dava in ogni caso per imminente e che occorresse
battere il ferro finché caldo. Con un po’ più di preparazione – notava
ancora a distanza di un mese un mazziniano intransigente –, la Settimana
rossa avrebbe potuto avere tutt’altro esito; stava quindi ai partiti popolari,
                                                            
63
Difendiamoci, in «L’Osservatore Romano», 26 giugno 1914.
64
Si prenda per esempio quanto sostenuto da Ivanoe Bonomi, il quale, rivolgendosi a Filippo Turati
e ai riformisti rimasti obtorto collo dentro il Psi, domandava loro se fossero davvero disposti a
lasciare il socialismo nelle mani di estremisti irresponsabili come Mussolini. Nel qual caso –
chiosava –, l’Italia avrebbe dovuto prepararsi «ad assistere, dopo una breve tregua, ad una nuova e
più intensa convulsione, inutile e senza profitto» quale si era rivelata essere la Settimana rossa. I.
Bonomi, Gli avvenimenti recenti e il socialismo italiano, in «Azione Socialista», 20 giugno 1914.
65
Già si stava profilando la frattura interventista, già i repubblicani andavano rispolverando le
camicie rosse, eppure così riferiva il prefetto di Ravenna: «La calma succeduta agli ultimi moti
rivoluzionari era soltanto apparente. I partiti contrari alle istituzioni, infatti, fallito il tentativo
insurrezionale, lungi dall’avere abbandonato i loro tristi propositi, si sono già accinti ad un’opera di
più larga e cauta propaganda per ritentare la prova in un avvenire non lontano, quando riterranno
maggiore la probabilità di successo. A questo lavoro di intensa propaganda e preparazione
attendono i repubblicani, i socialisti e gli anarchici, e si parla anche della costituzione di comitati
segreti aventi lo scopo sia di riunire le forze sovversive, sia di raccogliere armi, munizioni e tutto
quanto possa esser materiale idoneo per l’insurrezione». Archivio Centrale dello Stato, Direzione
Generale di Pubblica Sicurezza, Ufficio Riservato, 1915, b. 27, Movimento sovversivo. Agitazione
pro vittime politiche/Ravenna, Lettera riservatissima del prefetto di Ravenna Giovanni De Giorgio
al Ministero dell’Interno, Ravenna, 25 agosto 1914.
55

fatto tesoro degli errori commessi, predisporre gli strumenti politici e


soprattutto militari per affrontare con successo un prossimo cimento
rivoluzionario, affinché «nel giorno tanto atteso […] il proletariato tutto
sapesse scendere in piazza armato» per «contrapporre piombo a
piombo»66. E nel medesimo periodo, mentre già in Europa imperversava
la guerra e dentro le file della sinistra cominciavano i primi travagli di
coscienza, il repubblicano Piero Pergoli67, echeggiando le prese di
posizione dei maggiori capi rivoluzionari, da Malatesta a Mussolini68,
invocava sulle colonne de «Il Lucifero» la «sospirata unione dei rossi di
ogni tendenza»69. Trascorso neanche un mese, il giornale di Pietro Nenni,
principale espressione della sinistra repubblicana, pubblicava, al pari di
tutti i fogli del Pri, il manifesto della Direzione nazionale redatto da
Arcangelo Ghisleri per la “sorella latina” e la liberazione di Trento e
Trieste; e lo stesso Pergoli avrebbe cercato, invano, di arruolarsi nella
Legione garibaldina delle Argonne, per poi comunque partire volontario
una volta dichiarata la guerra all’Austria-Ungheria. Come lui tanti altri
protagonisti della Settimana rossa, repubblicani, socialisti, sindacalisti
rivoluzionari, finanche anarchici, già nemici giurati del militarismo
(Antonio Moroni, il soldato milanese refrattario sul cui nome, accanto a
quello di Augusto Masetti, era stata imbastita la campagna antimilitarista,
che correva a indossare la camicia rossa è forse l’immagine più
emblematica di quel momento come minimo confuso70), trascinati chi dal
sogno mazziniano dell’Europa dei popoli, chi dal mito nuovo della guerra
rivoluzionaria71.

                                                            
66
R. Falangola, Dopo la “Settimana Rossa”. Prepariamoci, in «La Voce Mazziniana», 12 luglio
1914.
67
Un profilo aggornato del personaggio, con relativa bibliografia, in M. Severini, Dizionario
biografico del movimento repubblicano e democratico delle Marche 1849-1948, Codex, Milano
2012, pp. 222-225.
68
Fra i tanti articoli di questo tenore, B. Mussolini, Tregua d’armi, in «Avanti!», 13 giugno 1914;
E. Malatesta, E ora?, cit.
69
P. Pergoli, Per la concentrazione rossa, in «Il Lucifero», 26 luglio 1914.
70
«Non è ancora spenta l’eco dolorosa dei luttuosi fatti della settimana rossa – avrebbe notato
amaramente un commentatore di parte anarchica –, che l’ex antimilitarista Antonio Moroni, per cui
la stampa sovversiva sentì il bisogno di insorgere […] allo scopo di sottrarlo alle torture delle
compagnie di disciplina, tutto dimenticando ha indossato la veste del volontario garibaldino».
Pulcino, Moroni l’ingrato, in «L’Avvenire Anarchico», 28 gennaio 1915.
71
Sull’interventismo rivoluzionario, vera e propria nemesi della Settimana rossa, si vedano le note
di sintesi di uno dei maggiori studiosi dell’argomento: U. Sereni, L’italianismo rivoluzionario e gli
interventisti dell’Estrema, in M.Isnenghi, D. Ceschin (a cura di), La grande guerra. Uomini e
luoghi del ’15-18, I, Utet, Torino 2008, pp. 93-105. Importante, per la comprensione del fenomeno
 
56

L’interventismo frantumava sul nascere il “blocco rosso”,


disperdendolo in mille pezzi che non si sarebbero mai più ricomposti.
Naturalmente non sapremo mai se senza la guerra i partiti del “blocco
rosso” avrebbero riprovato sul serio a fare la rivoluzione, né se questa
sarebbe stata coronata da successo. Quel che è assolutamente certo è che
la rivoluzione che, meno di dieci anni più tardi, doveva travolgere e
seppellire le istituzioni liberali avrebbe avuto un altro colore.

                                                                                                                                            
del “sovversivismo nazionale”, è la raccolta di saggi di M. Antonioli, Sentinelle perdute. Gli
anarchici, la morte, la guerra, Bfs, Pisa 2009.
57

La vicenda anarchica:
sogno infranto o progetto rivoluzionario?
di Lucio Febo

1. L’inevitabilità dell’insuccesso

Anche un fatto di sangue può contribuire a turbare il corso degli eventi,


ma non basterebbe un singolo episodio per dare il via a un processo
insurrezionale come la Settimana rossa. Se è azzardato – benché utile –
caricare sull’evento che prese il via ad Ancona il 7 giugno 1914, la
risposta proletaria a una sommatoria di ingiustizie per mano delle forze
dell’ordine contro il popolo, tuttavia non possiamo dimenticare che mai
uno sciopero in età liberale era degenerato in un’insurrezione su larga
scala, secondo una forma che, va detto, faticherebbe a riconoscersi
pienamente nella rivoluzione, ma che è, anche, espressione emotiva di un
malcontento allora diffuso da nord a sud.
Se analizzata dal punto di vista degli esiti, possiamo affermare che la
Settimana rossa è stata un episodio di breve durata, divenuta acme della
radicalizzazione politica nell’Italia post-giolittiana. Ma se dovessimo dire
che cosa è stata davvero la Settimana rossa, di sicuro essa non attiene
interamente allo schema dell’insorgenza quarantottesca, seppure vi si
ritrovano alcune tracce di quelle esperienze, come le barricate per le
strade o la rapida diffusione del fenomeno. Senza eccedere nelle
definizioni, basterebbe dire – seppure brevemente – che si è trattata di
una lotta proletaria, laboratorio originale di forme nuove e antiche della
58

rivolta, ma anche «rivoluzione senza programma», per usare


l’espressione “a freddo” di Gaetano Salvemini1.
Questa prima riflessione ci spinge a vedere nell’insorgenza scoppiata ad
Ancona e, a seguire, nelle Marche settentrionali e nelle Romagne, un
segnale di rottura nella società italiana del Novecento, mai sanato e di
conseguenza assurto a “tornante” della storia nazionale, in bilico tra due
passaggi cruciali: la crisi irreversibile del giolittismo e lo scoppio della
Prima guerra mondiale. Forse sono proprio i suoi confini storici che,
giganteggiando sul suo esito, la fanno quasi del tutto scomparire dallo
scenario nazionale. Se l’inizio delle ostilità sul continente avrebbe spinto
l’Italia a ritagliarsi di lì a breve un ruolo da spettatore interessato
all’evolversi degli eventi, pilotando di conseguenza l’attenzione pubblica
altrove, il tramonto politico di Giovanni Giolitti aveva ingenerato tra le
pieghe della politica italiana incertezza governativa e nuove fratture
parlamentari: scenario perfetto per lasciare al conflitto il compito di
superare le difficoltà della maggioranza e di soffiare, di conseguenza,
sulla litigiosità delle sinistre.
A radicalizzare la lotta di classe, con un rafforzamento dell’ala
rivoluzionaria del ceto popolare, contribuirono diversi fattori, tra i quali
la fine del giolittismo. La china discendente del Primo ministro
piemontese era iniziata con la guerra di Libia, un’impresa coloniale in
grado di far emergere tutte le contraddizioni del decennio precedente2. In
seconda battuta, va segnalato l’arrivo in Italia di Malatesta dopo il suo
esilio a Londra. A questi due elementi, possiamo aggiungere
un’accentuata crescita delle componenti estremiste, la nascita dell’Usi
(1912) e la rivalutazione dello sciopero nel 1913, non più manifestazione
sterile e limitata come negli anni delle lotte bracciantili del 1906, 1907 e
delle tematiche antimilitariste del settembre 1911 contro la guerra di
Libia, quanto, per utilizzare le parole di Mussolini, arma «utile e

                                                            

1
M. Visani, La Settimana rossa, La Nuova Italia, Firenze 1978, p. 1.
2
G. Berti, Errico Malatesta e il movimento anarchico italiano e internazionale (1872-1932),
FrancoAngeli, Milano 2003, p. 479.
59

tagliente»3. Senza dimenticare, infine, l’uso massiccio della violenza da


parte delle forze dell’ordine contro le rivendicazioni operaie, cresciute
sensibilmente per effetto dello spauracchio massimalista, anche alla luce
dell’avanzata socialista nelle elezioni del 1913.
L’urto violento delle piazze nel giugno del 1914, visibilmente spostato
a sinistra, chiamò a raccolta masse operaie, artigiani, semplici cittadini da
nord a sud. Se interpreti privilegiati dello scenario insorgente restavano i
partiti antimonarchici, all’anarchismo spettò un posto in prima fila tra i
rivoltosi, in binomio con i rivoluzionari dell’Usi. Tale ruolo emerge
prima, durante e dopo gli eventi del 7 giugno 1914, i quali inquadrano
soprattutto una città, Ancona, «epicentro di tutta la Settimana rossa»4,
patria adottiva di Malatesta e luogo di proliferazione operaia per larga
parte votata all’anarchismo.
La lotta all’anarchismo da parte dello Stato liberale premeva sull’unico
rimedio possibile, dopo il fallimento delle leggi antisocialiste e gli esili
politici di Crispi. La strategia puntava a creare terra bruciata attorno al
movimento. L’anarchismo dopotutto viveva nella consapevolezza che lo
Stato o il socialismo, avrebbe mirato allo svuotamento progettuale del
movimento (si pensi all’espulsione dei bakuninisti dall’Internazionale
socialista nel 1872). Costringere alla resa un “nemico comune”,
comportava da parte liberale varcare il proprio “confine” naturale,
dialogare con l’altro socialismo, quello riformista, già legittimato a
livello parlamentare. Il tentativo del mondo liberale di disfarsi della
feccia incorreggibile, era iniziato all’alba del Novecento con l’invito fatto
a Turati affinché accettasse di appoggiare sul piano ministeriale i governi
Zanardelli e Giolitti. Imprigionare dunque le correnti vicine al
sovversivismo più acceso – nel tentativo di controllarle –, avrebbe
costretto gli anarchici all’insuccesso politico e organizzativo.
A preoccupare il governo non erano più i terroristi anarchici pronti a
immolarsi per abbattere teste coronate sullo stile di Gaetano Bresci,
ormai sempre avversati anche dagli stessi organizzatori malatestiani,
                                                            

3
B. Mussolini, La Settimana rossa, in «Utopia», 15-31 luglio 1914.
4
Berti, Errico Malatesta e il movimento anarchico italiano e internazionale, cit., p. 539.
60

quanto dal temutissimo scenario insorgente, quello allargato e strisciante


del mondo operaio. La Settimana rossa divenne il prototipo del pericolo
fin lì immaginato e mai realizzato su larga scala, tanto da indurre le forze
dell’ordine a escogitare nuovi “antidoti”, come un controllo più capillare
e scientifico nella galassia sovversiva.
Il ritorno sullo scenario di masse proletarie attestava da diversi mesi un
malessere diffuso, in un susseguirsi di mobilitazioni incessanti, facili a
finali burrascosi. Va pur detto che non sempre un eccidio nell’Italia
liberale, quand’anche di massa come nel caso del fuoco dei cannoni
voluto dal generale Bava Beccaris su cittadini inermi, scatenasse sic et
sempliciter reazione esplosive. Il 6 gennaio 1913 gli scontri di
Roccagorga, nel basso Lazio, dove persero la vita 8 dimostranti e
rimasero feriti 23 lavoratori, non produsse alcuna conseguenza sul piano
insurrezionale5. Per l’organo socialista era tuttavia intollerabile la facilità
con la quale le forze dell’ordine premevano il grilletto su manifestanti.
Ma la probabilità che un eccidio restasse impunito o meno dipendeva
anche dal luogo nel quale lo stesso si consumava.
Non è un caso che il detonatore dell’insurrezione del giugno 1914 fosse
esploso ad Ancona. E qui ritorna la funzione pilota che il centro
marchigiano svolse nel corso dell’insurrezione. Un punto sul quale
conviene insistere. Se non in tutte le Marche, ad Ancona si manteneva
elevata una predisposizione all’insurrezione da oltre mezzo secolo6. Lo
stesso clima riapparve anche nel dopoguerra con la rivolta dei

                                                            

5
Agli scontri seguirono analoghi incidenti nel Parmense e a Palermo, che avevano portato a dodici
morti nel corso della stessa settimana. L’eccidio di Roccagorga passò nel dimenticatoio, nonostante
il direttore de «l’Avanti», Benito Mussolini, lo avesse indicato «assassinio di Stato» accusando in
prima persona Giovanni Giolitti. La Settimana rossa divenne l’occasione per l’organo del Partito
socialista per ritornare sui tragici fatti di Roccagorga: «Si ammazza per ammazzare, si stende al
suolo un uomo solo per non farlo passare. Si fa il fuoco di fila – 70 colpi – perché qualcuno poteva
andare in città dove si celebrava lo Statuto, che è la festa delle libertà costituzionali». B. Mussolini,
Si ammazza per ammazzare, in «l’Avanti», 8 giugno 1914.
6
D. Fioretti, Persistenze e mutamenti dal periodo giacobino all’Unità, in S. Anselmi (a cura di),
Storia d’Italia. Le regioni dall’Unità a oggi. Le Marche, Einaudi, Torino 1987, pp. 57-58.
61

bersaglieri7. Oltre ad ospitare – per la seconda volta – l’agitatore


anarchico più ricercato d’Italia, Errico Malatesta e, già per questo, assurto
a capoluogo dell’anarchismo italiano negli anni precedenti la Prima
guerra mondiale, il centro adriatico si confermava facile all’insorgenza,
sensibile alle tematiche proletarie, meta prediletta di agitatori, fucina di
suggestioni anticlassiste pronte a riattivarsi al minimo accenno
ribellistico. Non è un caso se il giovane Pietro Nenni, ancora
repubblicano, trasferì ad Ancona la sua residenza dalla sua Romagna,
dopo una breve esperienza giornalistica nella vicina Jesi, attratto dall’idea
di «sperimentare sul campo» azione diretta e sogno sovversivo8.
Nell’ultimo biennio del XIX secolo il proletariato dorico era riuscito a
far parlare di sé, in un crescendo di eventi che culminarono mesi dopo nei
tragici scontri di Milano del 1898. Le dimostrazioni del giugno del 1914
coinvolsero un orizzonte più vasto, con iniziative spontanee e forme
improvvisate di autogoverni cittadini. Per la prima volta, anche le
campagne restarono coinvolte nell’insurrezione, insieme a centri di
piccole e medie dimensioni. Vennero riesumate forme arcaiche della
protesta contadina, come i riti di inversione del potere e redistribuzioni di
grano sulle piazze dei villaggi9.
Lo scenario della protesta per i morti di Ancona e Fabriano del 7 giugno
1914 chiamò a raccolta quasi tutte le principali regioni, ad esclusione del
Veneto dove, a parte Venezia e Rovigo, non si segnalarono scioperi.
Poco clamore nel sud, con la sola eccezione dei grandi centri. A Bari già
da aprile gli operai del settore edile, e non solo, erano in lotta per le
condizioni economiche insostenibili. Il braccio di ferro più lungo era
durato trenta giorni, in un crescendo di attriti con le forze dell’ordine per
                                                            

7
Sull’argomento si rimanda a R. Giacomini, La rivolta dei bersaglieri e le Giornate Rosse. I moti
di Ancona dell’estate 1920 e l’indipendenza dell’Albania, Assemblea legislativa delle Marche,
Ancona 2010, pp. 378.
8
M. Severini, Nenni il sovversivo. L’esperienza a Jesi e nelle Marche (1912-1915), Marsilio,
Venezia 2007, pp. VII-VIII.
9
M. Martini, La Settimana Rossa, in M. Isnenghi, S.L. Sullam (a cura di), Gli italiani in guerra.
Conflitti, identità, memorie dal Risorgimento ai nostri giorni, II, Utet, Torino 2009, p. 614.
62

impulso delle organizzazioni sindacali coordinate dall’anarchico


Domenico Serino, Enrico Meledandri e il giovane Giuseppe Di Vittorio
(all’epoca segretario della Cdl di Minervino Murge)10. Le manifestazioni
(praticamente ininterrotte), fecero da apripista allo sciopero generale per i
fatti di Ancona.
A Napoli, in particolare, gli scontri di piazza tra anarchici e forze
dell’ordine aggiunsero due nuovi morti11. Un bollettino che, sul piano
generale, si tinse di drammaticità: caddero 17 rivoltosi e si contarono
circa 600 feriti. Tra la forze dell’ordine vi furono 2 morti e 408 feriti12.
Per il Comitato rivoluzionario cittadino dorico, all’interno del quale
vivevano le differenti anime antisistema, la monarchia doveva arrendersi
all’avanzata insurrezionale delle masse, pronte nel breve a intonare lo
stesso canto di protesta sul piano organizzativo. Le principali città
caddero nel giro di poche ore in mano ai rivoltosi. Mancava tuttavia un
vero coordinamento insurrezionale, senza il quale l’insurrezione si apriva
all’istintività ribellistica, con assalti alle chiese e scontri con le forze
dell’ordine.
Nonostante la larga mobilitazione militare richiesta a gran voce dal
governo Salandra, non fu l’esercito a fermare la rivolta. Mentre la lotta
infuriava da nord a sud, l’11 luglio la circolare del segretario della Cgdl
Rinaldo Rigola e diramata alle Cdl locali, impose la «cessazione dello
sciopero entro mezzanotte»13. Il riflusso, tra incredulità sconforto, fu
pressoché immediato. Seguirono il ripristino della legalità e dell’ordine
pubblico. Cessava allora la Settimana rossa, con la stessa rapidità che
                                                            

10
Archivio Centrale dello Stato, Ministero dell’Interno, Direzione generale di pubblica sicurezza
(d’ora in poi ACS, MdI, Dgps), Divisione affari generali e riservati, “Interrogazioni parlamentari su
questioni di ordine pubblico” (1911-1915), b. 1.
11
Il 10 giugno 1914 cadde Giuseppe Onesto, in un primo momento scambiato per il socialista
Francesco Sabatelli e, l’indomani, l’anarchico Giuseppe Cacace. G. Aragno (a cura di), La
Settimana Rossa a Napoli, La città del sole, Napoli 2001, pp. 37 e ss. Sugli scontri nella città
partenopea si veda F. Giulietti, L’anarchismo napoletano agli inizi del Novecento. Dalla svolta
liberale alla settimana rossa (1901-1914), FrancoAngeli, Milano 2008, p. 212.
12
F. Giulietti, Storia degli anarchici italiani in età giolittiana, FrancoAngeli, Milano 2012, p. 314.
13
L. Lotti, La Settimana rossa. Con documenti inediti, Le Monnier, Firenze 1972 (1° edizione,
1965), pp. 152-153.
63

l’aveva partorita. Gli anarchici assistettero increduli alla sua conclusione,


per una somma di ragioni che pochi riuscirono a comprendere. Su tutti
vinse lo sconcerto per la conferma di una regola tutta italiana:
l’inevitabilità dell’insuccesso rivoluzionario.

2. Sintomi di un’occasione mancata

Tra i primi a non comprendere la scelta dell’organizzazione sindacale fu


Malatesta. Qualche ora prima che la circolare di Rigola venisse diffusa,
l’agitatore campano aveva incitato i barricadieri alla rivoluzione dalle
colonne di «Volontà», con un articolo che sarebbe diventato per lui il
maggiore capo d’imputazione delle autorità14. L’articolo infuocato
serviva a contrastare la presa di distanza della Cgdl. L’impianto
malatestiano inchiodò l’organizzazione sindacale di tradimento,
nell’intento di evitare che una simile presa di posizione coinvolgesse
l’Usi.
Sono parole che meritano una riflessione, anche per non smarrire la
divaricazione politica rimasta intatta tra i protagonisti ideologici della
Settimana rossa. La rivoluzione per Malatesta e per gli anarchici viveva
di un processo continuo, non necessariamente isolato e, di conseguenza,
finalizzata a ingenerare un “dopo”. Un concetto che meglio si intuisce se
ritorniamo all’ontologia del pensiero anarchico, formatosi nel passaggio
dall’anarchia all’anarchismo, processo storico da intendersi in senso
evolutivo. In questo impianto giocava una partita decisiva il significato di
rivoluzione nel confronto con i socialisti, per i quali, al contrario, la
stessa appariva un mezzo per un fine e non essenzialmente un fine.
Il radicarsi nella storia del socialismo al concetto di rivoluzione contro
il sistema esistente, aveva spinto l’anarchismo a fare della rivoluzione un
elemento estromesso dalla storia o, in altre parole, una continua
insurrezione contro il potere possibile. I valori di libertà e di uguaglianza
                                                            

14
E. Malatesta, La Rivoluzione in Italia – La caduta della monarchia sabauda, in «Volontà», 12
giugno 1914.
64

divennero nel tempo momenti essenziali al processo di emancipazione


dell’uomo e, pertanto, assunti in chiave rivoluzionaria, inscindibili e mai
assunti in modo indipendente l’uno dall’altro. Se dunque il socialismo,
nelle forme massimalista e riformista, combatteva per sete di uguaglianza
e di libertà nella società classista, l’anarchismo lottava perché quei sacri
principi erano innati nell’uomo, che però non aveva bisogno di una
società politicamente strutturata, bensì “svuotata” dei crismi istituzionali.
Basterebbero questi elementi per comprendere come la Settimana rossa,
benché evento inevitabile per una serie di ragioni che si comprendono
non appena se ne respira l’humus, restasse in mano a coloro che,
formalmente uniti, attribuissero alla rivoluzione significati e modalità
inconciliabili. Anche in questa divaricazione, per larga parte insuperabile,
convivevano i segnali premonitori che condussero nel giro di pochi giorni
al “fallimento” della Settimana rossa.
Il mondo dell’insorgenza restava patria di divisioni e luogo di attriti,
capaci di alzare steccati anche tra le forze sindacali. Insistere sulla fine
della monarchia significava fare muro contro muro con le istituzioni,
restie a non cedere su principi non negoziabili. Segnali di divergenza vivi
anche all’interno delle componenti politiche democratiche, con i socialisti
divisi tra massimalisti e riformisti (o legalitari), ancora intenti nel
maturare una tattica di azione democratica che li spingesse a una cauta
lotta operaia nel rispetto delle istituzioni.
Scopo dei riformisti restava l’integrazione nel sistema, in vista di una
scalata parlamentare. Per un buon numero di anarchici, al contrario,
andava riesumata la tattica individualista, ma si faceva sempre più strada
l’idea malatestiana di un’unità organizzativa, utile a non disperdere le
potenzialità del movimento, superando la “gabbia” auto-costruita dei
libertari e, infine, i repubblicani i quali, convinti di intaccare la
monarchia attraverso una sollevazione di popolo, vivevano in perenne
disaccordo con i massimalisti sul modello rivoluzionario da “dare in
pasto” alle masse.
A queste divergenze era ormai sempre più netta la convinzione che il
fronte antimilitarista, dopo la delusione registrata nella campagna contro
la guerra di Libia, difficilmente fosse riuscita a catalizzare lo scenario
proletario senza un vero scossone. La guerra, qualsiasi guerra, appariva
sempre più sbocco di civiltà e di crescita economica. Lo stesso Giolitti
aveva presentato l’impresa libica come un’opportunità per milioni di
lavoratori italiani, nonostante lo scetticismo di Salvemini sulla reale
fertilità della terra africana.
65

Un punto a favore di Giolitti prima del suo tramonto giunse dalla


riforma elettorale, capace di annullare la distinzione tra ceto possidente,
fino ad allora principale titolare del diritto di voto, e il resto della
popolazione maschile. Le elezioni del 1913 avevano fatto sentire il
proletariato italiano meno respinto dalla vita politica nazionale. Per
recuperare terreno, gli anarchici avevano bisogno di un sussulto in grado
di scuotere le coscienze. Tuttavia, quel voto concesso dall’alto alle masse
rurali e operaie, nascondeva un prezzo da pagare: l’accettazione tacita
alla natura guerrafondaia della monarchia. Non fu facile per gli anarchici
far comprendere al popolo le ragioni del “voto di scambio”, ma insistere
sull’antimilitarismo, specie dopo il fallimento dell’impresa libica,
appariva una ghiotta opportunità per tentare di avanzare sul governo.
Il presidente del Consiglio Antonio Salandra dovette porre riparo al
clima infuocato dell’estate, evitando che il dibattito politico di inizio
agosto sul conflitto europeo venisse perturbato da nuove manifestazioni
di piazza, propense a scivolare verso incontrollabili obliquità. A destare
allarmismi restavano gli atteggiamenti più impulsivi, potenzialmente in
grado di riattivare sentimenti antiaustriaci. Preoccupava soprattutto la
campagna antimilitarista sostenuta in funzione antimonarchica15.
Restava ancora vivo l’episodio di Giuseppe Sabbadini, l’irredentista
originario di Udine, addetto al servizio di usciere presso la prefettura di
Bologna. Alla sua morte, sopraggiunta il 18 aprile 1913, una
dimostrazione di studenti inneggiante al fervore patriottico dell’impiegato
(sue le responsabilità nel tentato regicidio del 1882), convinse le autorità
a lasciare che la salma fosse trasportata – come richiesto dai familiari
dell’impiegato – nella città natale, nonostante la spesa del viaggio a
carico dello Stato.
La decisione del prefetto in un primo momento intese sottrarre al Partito
radicale il vessillo patriottico e antiaustriaco, per lucrare elettoralmente
su un trasferimento della salma tra due ali di folla lungo il tragitto ferrato

                                                            

15
Archivio Centrale dello Stato, Ministero dell’Interno, Direzione generale di pubblica sicurezza
(d’ora in poi ACS, MdI, Dgps), Divisione affari generali e riservati, “Interrogazioni parlamentari su
questioni di ordine pubblico” (1911-1915), b. 2.
66

da Bologna a Udine. L’idea era partita dall’onorevole Genunzio Bentini,


convinto di recuperare su un clima politico ostile alla maggioranza alla
vigilia delle prime elezioni a suffragio universale maschile. A impedire
l’attuazione del piano “elettorale” furono gli stessi studenti, contrari a
offrire la scena politica al governo. Le loro insistenze costrinsero in
ultimo il prefetto a un nuovo ripensamento, evitando di inimicarsi la
componente più propositiva di Bologna e tecnicamente utile in caso di
nuova propaganda antiaustriaca16.
Posizioni prossime all’insorgenza erano visibili in Romagna come nelle
Marche, ancor prima dei morti del 7 giugno. A Cesena in particolare,
come nel resto della provincia forlivese, il 4 aprile erano stati affissi dei
manifesti di intonazione anarchica, pronti a spronare la popolazione
affinché rifiutasse la benedizione pasquale nelle proprie case e a
partecipare a riunioni private in tema di antimilitarismo («il soldo al
soldato»). Il primo manifesto voluto dall’Associazione libero pensiero era
stato affisso nei diversi centri della Romagna il 18 marzo, giorno
dell’anniversario della Comune di Parigi, con un invito esplicito alla
rivoluzione sociale:

Non dunque vane commemorazioni, gli antesignani di una rivoluzione che


diviene vogliono essere vendicati.17

Una terra ferita, quella romagnola, anch’essa ad alta concentrazione


anarchica. Il 15 novembre 1913 una decina di manifestanti di Rimini
erano caduti sotto i colpi delle forze dell’ordine nel corso di una
manifestazione antigovernativa. Vittime anarchiche e socialiste strette da

                                                            

16
ACS, MdI, Dgps, Divisione affari generali e riservati, “Interrogazioni parlamentari su questioni
di ordine pubblico” (1911-1915), b. 1.
17
ACS, MdI, Dgps, Divisione affari generali e riservati, “Interrogazioni parlamentari su questioni
di ordine pubblico” (1911-1915), b. 2.
67

un unico destino, incapaci tuttavia di scuotere dal basso la società


classista18.
Tra le città più “indisciplinate”, in quel passaggio cruciale per gli eventi
futuri che va dal 1913 all’estate del 1914, vi era ancora una volta Ancona.
“Nervo teso” della forza anarchica dorica risiedeva nel quotidiano
«Volontà», come lo era stato sul finire del secolo «l’Agitazione», casse di
risonanza di una propaganda energica, spregiudicata. Sulle sue colonne
ritornavano a tamburo battente le tematiche antimilitariste, da tempo
impostate in difesa dei soldati Augusto Masetti e Antonio Moroni,
vittime eccellenti di una logica che respingeva a priori qualsiasi
contrarietà all’uso delle armi.
Il 9 maggio 1914 la Cdl di Ancona organizzò un comizio contro le
compagnie di disciplina. Nell’occasione venne approvata la proposta di
Armando Borghi, diretta a convertire la prima domenica di giugno, festa
dello statuto, in una giornata di sciopero e di disobbedienza proletaria
nazionale19. Il tema antimilitarista doveva irrompere in uno scenario
favorevole al Re e al controllo dell’opinione pubblica. L’anarchismo, in
altre parole, puntava a impossessarsi di una parte della piazza, evitando di
chiudersi in una campagna antimilitarista affidata al solo ruolo – benché
non trascurabile – della propaganda su carta stampata. La manifestazione
era anche una risposta al nazionalismo, fenomeno politico gradito nelle
sale del Quirinale e, pertanto, doppiamente pericoloso.

                                                            

18
«Lavoratori, la nostra Romagna è stata per la seconda volta macchiata di sangue proletario!
Sabato scorso [15 novembre] a Rimini, mentre cittadini uscivano pacificamente dal Comizio ove
civilmente avevano affermata la loro avversione contro il contegno degli agenti dell’ordine, questi,
senza una ragione plausibile e senza dar tempo che i comizianti si sciogliessero, fecero fuoco sui
petti inermi di vecchi, di donne d ragazzi. Una decina i colpiti. Dinanzi ai luttuosi fatti di sangue,
questa Camera del Lavoro – mentre manda al proletariato Riminese i sensi della più alta, fraterna,
illimitata solidarietà – protesta con forza in nome della tradizione civile ond’è gloriosa la terra di
Aurelio Saffi, di Eugenio Valzania e di Andrea Costa e si augura vivamente che sappia chi può,
colpire e condannare le responsabilità». Ibidem.
19
G. Boyer, La Camera del lavoro di Ancona dal 1908 al 1914. La stagione sindacalista
rivoluzionaria, in 1900-2000. 100 anni di lavoro per il lavoro, – Atti del convegno di Ancona 29
novembre 2000, Camera del lavoro territoriale di Ancona, Ancona 2001; Giulietti, Storia degli
anarchici italiani in età giolittiana, cit., p. 310.
68

L’idea di aprire un varco nell’opinione pubblica, di presentare il soldato


Masetti vittima dello Stato, che lo volle al contrario malato di mente per
non scardinare l’idea tutta monarchica dell’innata vocazione dell’uomo
all’arte militare, apparve il modo più immediato per ricucire le trame di
un nuovo fronte anarchico, avversando spiriti nazionalisti, troppo
pericolosi perché restassero liberi di agire20. Tenere dunque alto il
vessillo dell’antimilitarismo, significava lanciare una provocazione nelle
piazze.
Tuttavia, se la scelta dell’invocare uno sciopero apparve
significativamente possibile, con pochi scetticismi e molto entusiasmo,
specie tra gli anarchici, molto più difficile, nelle ore successive il 7
giugno, divenne convogliare gli eventi singoli in un unico binario
insorgente, a fronte di una scala di azione in grado di aprire un ventaglio
di voci plurali che resero più duttili le interpretazioni sulle forme di lotta
possibili.
Tra il 5 e il 9 maggio, la Cgdl nel corso del IV congresso nazionale a
Mantova, si era pronunciata in favore dello sciopero generale
nell’eventualità di “massacri” proletari, benché ne circoscrivesse nel
contempo i tempi di durata, non oltre le ventiquattro o, al massimo le
quarantotto ore, per non rischiare morti e feriti per il protrarsi dei
disordini, come facilmente poteva accadere, «caricandosi di contenuti
antilegalitari»21.
L’idea dello sciopero non rimase un fatto isolato, nonostante
l’insuccesso – se così possiamo dire – della Settimana rossa, che in realtà
esplose come incidente di percorso. Tra luglio e agosto le denunce si
sprecarono, gli allarmismi tra le prefetture e il ministero dell’Interno si
animarono di bollettini per tenere alta la guardia contro un probabile
ripetersi dello scenario insurrezionale e per tacitare la propaganda
anarchica, scatenata contro la monarchia per l’uso eccessivo della

                                                            

20
Masetti era stato rinchiuso nel manicomio di Padova dopo aver colpito con una fucilata il proprio
ufficiale. Atti Parlamentari, Camera dei Deputati, Discussioni, Legislatura XXIV, I sessione,
tornata del 9 giugno 1914.
21
Giulietti, Storia degli anarchici italiani in età giolittiana, cit., p. 311.
69

violenza e della tattica da “terra bruciata” praticata dalle prefetture del


centro nord.
Non vi erano dubbi sul fatto che il fronte anarchico italiano si
presentasse molto più compatto che in passato. Il ritorno di Malatesta
aveva riannodato le fila tra gli anarchici, assumendo implicitamente il
ruolo di “dirigista”: fattore di coesione per il movimento politico dorico.
Per impulso diretto e indiretto dell’agitatore di Santa Maria Capua
Vetere, l’anarchismo tra aprile e agosto 1914 si era forgiato di otto
convegni regionali svoltisi in diverse puntate a Pietrasanta, Santa Croce
sull’Arno, Pisa, Biella, Novara, Roma, Fabriano, Forlì, Torino, Genova e
Sampierdarena, dai quali presero il via l’Unione anarchica toscana,
l’Unione anarchica marchigiana e umbra, la Federazione anarchica
romagnola, l’Unione anarchica ligure e l’Associazione anarchica
piemontese22.
L’organizzazione dello sciopero in programma per la prima domenica
di giugno spettava al capoluogo marchigiano. Un compito informativo,
oltreché politico, volto a mantenere un canale diretto con i rispettivi
organismi nazionali23. Il giorno prima, il 6 giugno, Malatesta aveva
chiarito il tono di ciò che sarebbe accaduto di lì a qualche ora dalle
colonne di «Volontà»:

La scelta della prima domenica di giugno per questa manifestazione non è


dovuta a una smargiassata. Essa vuole avere un alto significato simbolico, di
affermazione contro il nazionalismo, che da più di tre anni offende la dignità del
popolo italiano e lo disonora, non lasciando passare occasione alcuna senza
inscenare per le vie e per le piazze d’Italia le sue macabre dimostrazioni
guerrafondaie, protetto da poliziotti e dai gendarmi, mentre la guerra da essi
esaltata, non da essi restati a casa fu pagata e sofferta sui campi di battaglia. Sia
la manifestazione del 7 giugno il principio di quell’azione concorde, concertata,

                                                            

22
A queste vanno aggiunte altre formazioni ancora in fase gestante, come il Fascio comunista
anarchico laziale. La ricomposizione organizzativa, venne considerata «il tratto dominante
dell’anarchismo italiano nel 1914». M. Antonioli, Il movimento anarchico italiano nel 1914, in
«Storia e politica», 12, 1973, n. 2, pp. 235-254.
23
A. Borghi, Mezzo secolo di anarchia (1898-1945), Esi, Napoli 1954, p. 146.
70

contemporanea, di tutti i paesi d’Italia che, dovrà condurre il popolo alla


vittoria.24

L’agitatore campano, dal suo ritorno da Londra, si era adoperato per


una propaganda più efficace. Lo attesta con preoccupazione la relazione
del prefetto di Ancona alla fine di aprile 1914, per il quale andava
riconosciuto:

Che il Malatesta non ha lavorato invano da quando ha fatto ritorno in Italia. Egli
ha preso parte attivissima al movimento, [e anche ultimamente] voleva servirsi
dello sciopero ferroviario come mezzo per un moto insurrezionale e antistatale.
[La sua presenza] è reclamata spesso nei centri più irrequieti, [dove continua
nella sua] «opera nefasta»25.

Il grado di preoccupazione rispose dopotutto, specie in considerazione


della propaganda messa in atto da parte dell’agitatore campano nelle
settimane successive, al tentativo di “alzare il tiro” attraverso un
continuum del tono sovversivo, di cercare cioè l’occasione ideale per
sfidare lo Stato sulle tematiche care allo Statuto albertino.
Poteva semmai la Settimana rossa – ed è la domanda controfattuale che
ricorre nel dibattito storiografico –, qualora non fosse venuta meno
l’obbedienza del mondo operaio all’ordine della Cgdl di cessare le
ostilità, l’insidia che al suo apice tramutò l’insorgenza in una rivoluzione
apparente, portare a un radicale mutamento della situazione italiana? In
base ai fatti, la risposta più naturale inviterebbe a rispondere
negativamente, anche perché la sollevazione generale non dipese da un
disegno ben architettato da parte degli ideologici della rivoluzione
quanto, più semplicemente, da una risposta proletaria, dunque istintiva e
politicamente eterogenea, a un fatto di sangue.
Le masse dunque non erano preparate a un tale evento. Lo
dimostrerebbe la natura del coordinamento, visibilmente disaggregato,
                                                            

24
E. Malatesta, Per Antonio Moroni, per Augusto Masetti e per tutte le vittime militari, in
«Volontà», 6 giugno 1914.
25
ACS, Ministero dell’Interno, Casellario politico centrale, b. 2950, f. Malatesta Errico.
71

rumoroso, partorito da una reazione spontanea a una provocazione


sanguinosa. Ma tutto ciò apparirebbe ingeneroso verso quelle forme di
autogoverno, protagoniste di uno scenario insolito per l’Italia e che si
dimostrarono, al netto di tutto, ivi compresi gli incendi e gli assalti alle
chiese, il nucleo insorgente più interessante, e anche il più lucido, della
Settimana rossa.

3. Le “lenti appannate” dell’anarchismo italiano

La risposta all’ultimo interrogativo probabilmente risiede nella


prospettiva finale che le due anime, socialisti e anarchici (trascurando le
altre componenti), avevano elaborato negli anni. Senza questa sfumatura,
la Settimana rossa apparirebbe uno scenario impulsivo, capace di rilevare
più i limiti del movimento operaio, come di quello anarchico, entrambi
incapaci di coinvolgere nello stesso abbraccio le masse lavorative del
nord con i contadini del sud. Anarchici e socialisti, pur originando dalla
stessa famiglia, pur mantenendosi in una convivenza forzata nelle Cdl
locali, pur lottando in quell’occasione fianco a fianco, erano da tempo di
fatto su due percorsi paralleli. Risiede qui, probabilmente, il fallimento
del sogno di una rivoluzione socialista, non solo della Settimana rossa,
ma dell’età pre-giolittiana, giolittiana e post-giolittiana.
Il cortocircuito risiedeva nel concetto di Stato: la sovrastruttura per
eccellenza da abbattere per i malatestiani, da riformare per i socialisti. I
due linguaggi, chiusi nel loro alveo ideologico, non seppero sfruttare
l’occasione, partorita troppo in fretta perché le due anime ne
comprendessero fino in fondo l’eccezionalità del momento. Tutto ciò ci
aiuta a vedere come da un’ottica più equilibrata, gli esiti interni alla
Settimana rossa non vivessero affatto di processi fallimentari. Il problema
semmai risiedeva nella condizione attendista dei nuclei proletari
insorgenti, bisognosi cioè di un segnale dall’alto che non arrivò, fatta
eccezione del solo ordine di restituire le armi alle forze dell’ordine. La
conferma arrivò da un rivoluzionario di primissimo piano, l’allora
direttore dell’organo socialista Benito Mussolini, per il quale la
Settimana rossa «non è stata una sommossa cieca, ma un’insurrezione
con obiettivi abbastanza precisi; se è mancato lo stato di fatto
72

rivoluzionario, c’era però un diffuso e profondo stato d’animo


rivoluzionario: il desiderio, l’aspettazione di qualcosa di nuovo»26.
Eppure, definire tout court la Settimana rossa un vero fallimento è, dal
mio punto di vista, ingeneroso. Al contrario, l’evento in sé spaventò
terribilmente la monarchia come non era mai accaduto in passato. Le
forze militari non erano pronte a un tale evento. L’esercito viveva ancora
di parate, di giuramenti, in poche parole di espedienti. Si viveva nella
convinzione che le ultime forme resistenziali del popolo fossero un
lontano ricordo, tutte tra l’altro finite malissimo e comunque in funzione
antistraniera o contro il potere pontificio, non certo contro altri italiani.
Possibili rigurgiti dipendevano al massimo da problemi di povertà,
dunque, come nel caso dei Fasci siciliani di epoca crispina, o delle lotte
bracciantili del Ferrarese in età giolittiana, tutti fenomeni episodici e
geograficamente circoscritti. Solo con il primo conflitto mondiale venne
a galla l’impreparazione dei comandanti.
Ma certo non basterebbe il grado di inadeguatezza che aleggiava
sull’esercito per fare della Settimana rossa una irripetibile opportunità
rivoluzionaria. L’insorgenza stavolta era riuscita a far emergere in forma
drammatica due verità nel tessuto sociale: «il disagio economico
inquietante» e «la crescente sfiducia per i legislatori e governanti dello
Stato»27. Due punti nodali che, se ben sfruttati, avrebbero riacceso le
piazze in poche ore, anche senza dispute interne e dispacci sindacali.
Pertanto, più che di rivoluzione apparente, varrebbe la pena parlare di una
ghiotta occasione mancata.
Rielaborare la Settimana rossa divenne in seguito un modo per scorgere
l’impreparazione dei teorici della rivolta, come nel caso del socialista
Giacinto Menotti Serrati, tra i primi tra l’altro a mettere la parola fine

                                                            

26
«Utopia», luglio 1914.
27
G. Scalia (a cura di), La cultura italiana del ‘900 attraverso le riviste, IV, «Lacerba» «La Voce»,
Einaudi, Torino 1961, pp. 300-314.
73

all’insorgenza, in anticipo su Rigola28, ma anche il vuoto di finalità, come


nel caso dell’anarchico Borghi29. A questi si aggiunse la riflessione di
Ottavio Pastore, allora segretario della Federazione socialista torinese,
che ebbe modo di sostenere quarantuno anni dopo come la Settimana
rossa fosse stata per i giovani socialisti un’occasione «per esaminare
tutto: teoria e pratica»30.
L’analisi più netta, e forse quella che più di ogni altra fece clamore sul
conto della Settimana rossa, giunse dunque da Borghi, tra i più
“indisciplinati” dello scenario insorgente tra Imola e Bologna. Il suo
tentativo di trasformare l’esperienza insorgente in una vera rivoluzione si
arrestò sul nascere per inconsistenza organizzativa e per mancanza di uno
sbocco pratico al semplice “scioperare”. Già nel 1913 le sue posizioni si
erano parzialmente distanziate dall’anarchismo italiano, avvicinandosi al
sindacalismo rivoluzionario, tanto da entrare in dissidio con Malatesta su
tematiche nucleari, come ruolo dell’anarchismo nelle masse e binomio
sciopero-rivoluzione31. Per l’anarchico imolese era stato Giolitti, e non
Salandra, il «vincitore della partita». Una vittoria arrivata «per
l’interposta persona dei riformisti», titolari della Cgdl32. In altre parole,
aveva vinto il governo grazie all’aiuto della Cgdl.
Se, tuttavia, la nettezza di Borghi appare ancora oggi in parte
condivisibile, la stessa non intacca di un millimetro il vero problema che
attanagliava il mondo anarchico, venuto a galla anche per merito della
Settimana rossa. Altrimenti, perché mai l’anarchismo dovette nascondersi
dietro l’organizzazione confederale per certificare la fine della Settimana
rossa? Eppure, il giudizio dell’anarchico imolese rimase parziale per
anni: salvò dalle responsabilità l’anarchismo e addossò la colpa del

                                                            

28
Lotti, La Settimana rossa. Con documenti inediti, Le Monnier, cit., pp. 249-250.
29
A. Borghi, La Settimana rossa e gli anarchici, in «Rinascita», settembre 1955.
30
Ottavio Pastore sarebbe passato anni dopo al Partito comunista italiano, divenendo senatore della
Repubblica. O. Pastore, A. Borghi. Mezzo secolo di anarchia (recensione), in «Rinascita», giugno
1955.
31
G. Landi, Borghi, Armando, in M. Antonioli, G. Berti, S. Fedele, P. Iuso (a cura di), Dizionario
biografico degli anarchici italiani (A–G), Biblioteca Franco Serantini, Pisa 2003, p. 230.
32
Borghi, Mezzo secolo di anarchia (1898-1945), cit., p. 148.
74

fallimento sul popolo, reo di serbare ingiustificate sudditanze verso i


graduati dell’esercito33.
Con Borghi, tanti anarchici incorsero nello stesso errore.
Nell’arroventato dibattito cha si aprì negli ambienti rivoluzionari sulla
circolare Rigola, emerse incontrastata l’idea che la responsabilità del
fallimento insurrezionale fosse da attribuire unicamente alla Cgdl34.
Malatesta non perse occasione nei giorni successivi per rovesciare sui
dirigenti confederali commenti infuocati e accuse di servilismo verso il
governo. Ma, senza nulla togliere all’attacco frontale, l’agitatore dovette
immediatamente offrire una giustificazione di cosa intendeva quando,
immediatamente dopo i fatti delittuosi di Ancona, invitava
all’insurrezione generale. A poche ore dalla diffusione della circolare
Rigola, quella ribellione – correggendone il tiro – non poteva che essere
«una vigilia d’armi, un movimento di preparazione». Abigaille Zanetta
aggiunse, «che la rivoluzione si dovrà fare quando il popolo saprà bene
maneggiare le armi»35. Quanto agli attacchi di Malatesta alla Cgdl, un
estratto degli stessi rende giustizia del tono severo dell’agitatore
campano:

Senza intesa e senza preparazione, tutta l’Italia insorse indignata, ed in molte


parti lo sciopero generale di protesta assunse subito aspetto di rivolta aperto
contro le istituzioni dello Stato. Ed il movimento si andava allargando ed
intensificando e nessuno può dire dove sarebbe finito, se in sul bel principio non
fosse venuto a fermarlo quell’ordine della Confederazione Generale del Lavoro,
che se fu un segnalato servizio reso al governo, fu perciò stesso il più nero
tradimento perpetrato contro il proletariato italiano.36

Ma, subito dopo aggiunse:

                                                            

33
Ibidem, pp. 148-149.
34
Giulietti, Storia degli anarchici italiani in età giolittiana, cit., p. 315.
35
Lotti, La Settimana rossa. Con documenti inediti, cit., p. 149.
36
E. Malatesta, E ora?, in «Volontà», 20 giugno 1914.
75

Gli avvenimenti impreveduti danno quel che possono dare, ma che per riuscire
bisogna prepararsi metodicamente secondo piani preordinati. Ed abbiamo visto
ancora che le occasioni possono capitare quando uno meno se lo spetta, e che
perciò bisogna star pronti sempre.37

La sollevazione si era allargata in modi e tempi non unitari tra le varie


realtà geografiche, difficile da controllare nonostante la robusta
mobilitazione delle forze militari. Ciò non toglie che al semplice ordine
emanato dalla Cgdl per voce di Rigola, dunque un’esigua minoranza
(senza dimenticare che il sindacato confederale si era espresso con largo
anticipo sulla necessità di non prolungare la lotta oltre le quarantotto ore),
le forme insorgenti tacquero all’unisono. Pertanto, sarebbe bastato un
intervento di un gruppo minimo per controllare le diverse anime
barricadiere.
Va pur detto che pochi tra i più autorevoli rappresentanti della galassia
sovversiva credessero veramente nella riuscita insurrezionale38. In questo
senso, si potrebbe evincere che tutto sommato la circolare Rigola avesse
evitato l’emersione del vuoto programmatico degli esponenti
movimentisti o, per dirla diversamente, che si fosse rivelata un alibi
provvidenziale all’incapacità della regia rivoluzionaria nel guidare in un
unico coro la rivolta e di offrirle uno sbocco39.
Una volta spenti i fuochi, di lì a breve il dibattito politico parlamentare
cambiò radicalmente “ordine del giorno”, lasciando che le emergenze
nazionali, non ultimo il contrasto tra interventisti e neutralisti, passassero
come un rullo compressore sull’organizzazione del mondo operaio,
mentre ogni tentativo di riesumare in forma esplosiva quel laboratorio di
idee e di autogoverno popolare, che furono indubbiamente – vale la pena
                                                            

37
Ibidem.
38
Giulietti, Storia degli anarchici italiani in età giolittiana, cit., pp. 317-318.
39
«Non c’era alcuna preparazione rivoluzionaria, non c’era obiettivo al di fuori della protesta contro
l’eccidio […]. La “Settimana rossa” fu indubbiamente una clamorosa manifestazione della crisi
della società italiana nella quale larghe erano le possibilità di azione per le classi lavoratrici, ma
anche una clamorosa prova dell’incapacità ideologica e politica dei gruppi che dirigevano il
movimento proletario» O. Pastore, La settimana rossa e gli anarchici, in «Rinascita», settembre
1956.
76

ripeterlo – le vere novità della Settimana rossa, apparve definitivamente


sfilacciato.
Ventuno giorni dopo i fatti di Ancona, l’attentato di Sarajevo avrebbe
messo fine alla parola “rivoluzione rossa”. Quando gli anarchici se ne
resero conto, era già scoppiato il primo conflitto mondiale. A luci spente,
l’occasione mancata risultò ancor più bruciante.
77

Echi sulla stampa


di Andrea Pongetti

1. Capire la Settimana rossa attraverso la stampa

Le definizioni nei confronti della Settimana rossa non si sono


generalmente discostate da giuidizi caustici e polemici.
Gli stessi repubblicani, che furono tra i promotori del moto contro i
simboli dello Stato, successivamente contribuirono a rinnegarlo,
rimodulando, in conseguenza agli esiti deludenti degli eventi del giugno
1914, le stesse linee direttive del partito: la Settimana rossa avrebbe
dimostrato che «i tempi non erano maturi» per un «sovvertimento
istituzionale» e che «l’auspicata unità delle forze di sinistra per una
comune azione insurrezionale era ben lungi dal conseguirsi, in ragione sia
delle evidenti differenze ideologiche tra i soggetti interessati sia della
persistente difficoltà di certa cultura rivoluzionaria a radicarsi nel tessuto
sociale e politico italiano»1.

                                                            
1
M. Severini, Conti, Nenni e la “scelta di sinistra” (1912-14), in G. Giubbini (a cura di), Giovanni
Conti e la memoria repubblicana, Archivio di Stato di Ancona-Istituto regionale per la storia del
movimento di liberazione nelle Marche, affinità elettive, Ancona 2007, p. 40. È da condividere
l’interpretazione di Lotti secondo il quale solo l’antimilitarismo univa i partiti insurrezionali,
altrimenti «ogni giorno divisi da un’inesausta polemica»: si veda L. Lotti, La Settimana rossa, Le
Monnier, Firenze 1972 (1ª ed. 1965), p. 53. Già prima dei moti di giugno, la necessità di un
progetto comune delle sinistre, ma al tempo stesso le difficoltà nel realizzarlo, erano espresse dalla
stampa progressista, che in vista delle elezioni amministrative si chiede incerta «che cosa resta ai
sovversivi» in caso di accordo tra «monarchici-preti-nazionalisti»: si veda La conquista del
Comune, in «La Sveglia Democratica», 30-31 maggio 1914, p. 1. Dopo la Settimana rossa, questo
giornale parlerà di un «radicale mutamento nei rapporti tra partiti politici ed organizzazioni operaie
che fino ad ora si erano dilaniati in polemiche»: si veda La concorde protesta di repubblicani e
socialisti romagnoli, in «La Sveglia Democratica», 27-28 giugno 1914, p. 1. Un idillio
praticamente già svanito nel momento in cui il periodico repubblicano veniva pubblicato.
78

Pietro Nenni2, con Benito Mussolini3 ed Errico Malatesta4 principale


animatore col suo linguaggio «vibrante e tribunizio»5 dei turbolenti giorni
anconetani, anni dopo avrebbe ammesso che, decidendo di porre fine allo
sciopero in segno di protesta per le tre vittime, la Confederazione
generale del lavoro «Non ci aveva traditi ma più semplicemente
ricondotti nella realtà»; a detta del leader repubblicano e poi socialista
quelle della Settimana rossa furono soltanto «tenui faville», nulla più che
«una parvenza di rivoluzione […]. Piccolissime cose»6. Un giudizio
condiviso sostanzialmente anche dai socialisti Mario Alberto Zingaretti e
Luigi Bennani: anni dopo, i due avrebbero ricordato rispettivamente la
scarsa «sostanza» dei moti, la cui organizzazione fu limitata a «qualche
bandiera rossa sul tetto di qualche palazzo»7 e il rapido
ridimensionamento degli stessi8.
Pur indubbiamente fondate, tali interpretazioni rischiano ad un’analisi
superficiale di sottovalutare la portata storica degli eventi scatenatisi ad
Ancona, le conseguenze sul piano politico, con l’accentuarsi della frattura
tra socialisti riformisti e massimalisti, la scelta interventista dei
repubblicani e il fronte sempre più unitario tra irredentismo e battaglia
sociale9. I fatti del capoluogo marchigiano trassero origine dal clima di
                                                            
2
L’esponente repubblicano, poi socialista, vive dal 1912 al 1915 a Jesi, dove fomenta le battaglie
dei contadini anche attraverso la propaganda dei giornali che dirige, prima «La Voce» e poi
«Lucifero». Su questo periodo in particolare si veda M. Severini, Nenni il sovversivo: l’esperienza
a Jesi e nelle Marche (1912-1915), Marsilio, Venezia 2007.
3
Si veda R. De Felice, Mussolini il rivoluzionario: 1883-1920, Einaudi, Torino 1965, pp. 201-205
e ss.
4
Si veda M. Antonioli, G. Berti, S. Fedele, P. Iuso, Dizionario biografico degli anarchici italiani, 2
voll., Bfs, Pisa 2005, ad nomen.
5
Severini, Nenni il sovversivo, cit., p. 45.
6
P. Nenni, Lo spettro del comunismo 1914-1921, Modernissima, Milano 1921, pp. 27-28; riportato
pure da M. Papini, Ancona e il mito della Settimana rossa, affinità elettive, Ancona 2013, p. 71. Lo
sciopero generale fu proclamato dalla Cgdl e dal Psi dalla mezzanotte di martedì 9 giugno e
interrotto 48 ore dopo, al termine di un lungo e sofferto confronto sulla durata dello stesso: alcune
città – come Ancona – entrarono comunque in sciopero già dall’8 giugno su iniziativa della locale
Camera del lavoro.
7
P.R. Fanesi, M. Papini (a cura di), Proletari e sovversivi. I moti popolari ad Ancona nei ricordi di
un sindacalista (1909-1924): Mario Alberto Zingaretti, Il lavoro editoriale, Ancona 1992, p. 34.
8
N. Sbano (a cura di), Avvocati politici, Politici avvocati, Il lavoro editoriale, Ancona 2006, p. 105.
9
Per tutti i movimenti politici, la Settimana rossa fu «nel bene e nel male, una sorta di spartiacque,
addirittura una fonte ispiratrice della rigenerazione della politica»: si veda M. Papini, Partiti e
movimenti politici, in G. Piccinini (a cura di), Le Marche e la Grande Guerra (1915-1918),
Assemblea legislativa delle Marche-Comitato di Ancona dell’Istituto per la storia del Risorgimento
italiano, Ancona 2008, p. 13. Con lo scoppio del conflitto mondiale essa si configurò come «la
madre di tutte le contraddizioni: alcuni dei suoi protagonisti diventano interventisti nel giro di
pochissimo tempo, senza rinnegare quell’esperienza, ma, anzi, sentendosene eredi, mentre altri,
 
79

tensione che animava in particolare le regioni dove i partiti radicali


attiravano un ampio consenso popolare, pubblicizzandosi attraverso i
numerosissimi fogli politici che venivano stampati in ogni provincia: la
presenza di un ideologizzato associazionismo politico, della sede del
combattivo sindacato nazionale dei ferrovieri, nonché il ripetersi di
scioperi e proteste di massa, e – da ultimo (maggio 1914) – il congresso
nazionale del Partito socialista animato dal massimalismo di un giovane
Benito Mussolini, ponevano l’anconetano «in una posizione di chiara
egemonia politica»10, vera e propria «culla del sovversivismo italiano»11.
Se – come evidenzia Massimo Papini – di quei giorni per lungo tempo
sono rimaste soltanto una debole attenzione storica e una spesso confusa
mitologia12 – circondata da un alone leggendario progressivamente
sbiaditosi nel giudizio degli stessi partecipanti – oggi appare dunque più
che mai opportuno comprendere come fu vissuto dai contemporanei il
tentativo di abbattere le istituzioni della società borghese, la cui risposta
fu immediata, col governo Salandra che – pur in carica soltanto da poche
settimane – non tergiversò, inviando circa 100.000 soldati per riportare il
paese nell’ordine. Ecco quindi che diventa necessaria un’analisi dei
mezzi di comunicazione – allora limitati alla stampa cartacea ma assai
influenti – ed in particolare del giornalismo locale, nazionale ed
internazionale13.
                                                                                                                                            
proprio perché si sono infiammati nelle calde giornate del giugno 1914, si dichiarano apertamente
contrari alla guerra»: si veda M. Papini, Ancona: il mito della Settimana rossa, in M. Severini (a
cura di), Memoria, memorie: 150 anni di storia nelle Marche, Il lavoro editoriale, Ancona 2012, p.
157. Sulla Settimana rossa restano fondamentali il già citato libro di Lotti e, per il territorio
marchigiano, G. Piccinini, M. Severini (a cura di), La Settimana rossa nelle Marche, Istituto per la
storia del movimento democratico e repubblicano nelle Marche, Ancona 1996.
10
M. Severini, L’Anconetano, in Le Marche e la Grande Guerra, cit., p. 130. Si veda pure M.
Papini, Ancona e il mito della piazza sovversiva, in M. Carassai, N. Lucantoni, M. Mazzoni (a cura
di), 1815-1915 le Marche, i marchigiani, il Risorgimento, l’Italia, affinità elettive, Ancona 2011,
pp. 49-52.
11
Severini, Nenni il sovversivo, cit., p. 83.
12
Papini, Ancona e il mito della Settimana rossa, cit. pp. 5-7. Ruggero Giacomini evidenzia che
nella memoria locale si tenda a confondere ancora oggi la Settimana rossa del 1914 con la rivolta
dei bersaglieri di sei anni dopo (26 giugno 1920), rispetto alla quale vi sono comunque «alcune
somiglianze di durata e forme di lotta»: si veda R. Giacomini, Moti popolari e attese rivoluzionarie,
in M. Papini (a cura di), Le Marche nel primo dopoguerra (1919-1924), Assemblea Legislativa
delle Marche, Ancona 2010, p. 29.
13
Sulla stampa marchigiana si veda il recente L. Balsamini, F. Sora (a cura di), Periodici e numeri
unici del movimento anarchico in Provincia di Pesaro e Urbino. Dall’Internazionale al fascismo
(1873-1922): bibliografia e collezione completa, Edizioni Archivio Biblioteca Travaglini, Fano
2013; P. Boldrini, Piccoli giornali, grandi giornalisti. Stampa e politica nelle Marche, in Le
Marche nel primo dopoguerra, cit., pp. 147-169; M. Guzzini, Due giornali ultracentenari: il
 
80

I media svolsero un ruolo primario nel raccontare la tensione che –


alimentandosi da Ancona – nel giugno 1914 animò larghi strati della
penisola. «La Stampa» – il quotidiano, fondato nel 1867 a Torino come
«Gazzetta Piemontese», più venduto in Italia assieme al «Corriere della
Sera» – lunedì 8 giugno dà spazio a tutta pagina ai «dolorosi fatti» del
giorno precedente: la percezione immediata è che il moto – pur
scatenatosi nel capoluogo marchigiano e in alcuni centri minori limitrofi,
dove in alcuni casi si issano bandiere rosse sui municipi, si sospendono le
cerimonie religiose e si tagliano le comunicazioni – possa estendersi ad
altre città, nelle quali probabilmente «sarà ventilata la proposta di
sciopero generale» di protesta, sulla scia di quanto già avvenuto
nell’anconetano su decisione della locale Camera del lavoro14. All’inizio
del pezzo, il corrispondente da Ancona – che comunica via telefono e
telegrafo nella notte del 7 giugno – riassume così il contesto in cui si è
verificata l’esplosione dei tumulti:
Per la giornata d’oggi da alcuni sodalizi del partito anarchico, socialista
e repubblicano era stato indetto un grande comizio pubblico di carattere
prettamente antimilitarista: il comizio era stato organizzato e annunciato
per una solenne protesta contro le compagnie di disciplina e favore di
quel tale Masetti che a Bologna mentre stava per partire per la guerra
libica, sparò un colpo di fucile contro il colonnello che parlava di patria e
di disciplina ai giovani partenti. Le autorità, data l’eccitazione degli
animi e in considerazione della solennità dello Statuto che chiama in città
molta gente del contado e dalle altre terre marchigiane, proibirono il
comizio. Allora gli organizzatori indissero una riunione suburbana a Villa
Rossa, dove ha sede la sezione del partito repubblicano15.
                                                                                                                                            
«Corriere delle Marche» e il «Lucifero», in S. Anselmi (a cura di), Le regioni dall’Unità a oggi,
vol. VI, Le Marche, Einaudi, Torino 1987, pp. 753-793; Per una storia del giornalismo nelle
Marche, a cura di C.E. Bugatti, presentazione di F. Ciceroni, Provincia di Ancona, Ancona 1990;
G. Castagnari, N. Lipparoni (a cura di), Lucifero: un giornale della democrazia repubblicana, con
presentazione di G. Spadolini, Bagaloni, Ancona 1991; G. Castagnari (a cura di), La stampa
democratica e repubblicana nelle Marche, 1867-1925, con presentazione di R. Molinelli, Istituto
per la storia del movimento repubblicano e democratico nelle Marche, Ancona 1986; N. Tranfaglia,
V. Castronovo (a cura di), Storia della stampa italiana, vol. III, La stampa italiana nell’età liberale
(con curatela anche di L. Giacheri Fossati), Laterza, Roma-Bari 1979; F. Dolci (a cura di), Giornali
politici marchigiani: 1870-1950. Catalogo della mostra della Biblioteca nazionale centrale di
Firenze, Biblioteca nazionale centrale, Firenze 1978.
14
La situazione ministeriale, in «La Stampa», 8 giugno 1914, p. 1.
15
Una giornata di tumulti ad Ancona, in ibidem. La campagna antimilitarista era stata sostenuta
dalle forze estremiste sui casi di Augusto Masetti e Antonio Moroni. Alcuni comizi privati furono
organizzati per il 7 giugno – provocatoriamente scelto in quanto coincidente con la festa dello
 
81

2. Tra cronaca e analisi politica

Nonostante gli «ordini severissimi per impedire disordini», gli arresti di


numerosi anarchici, tra i quali l’«agitatore e oratore libertario Enrico
Malatesta» (poi rilasciato), il pomeriggio fu «triste e fosco» per la
cittadinanza, che ha vissuto «qualche ora di angoscia profonda» con
«molti tumulti […], continue zuffe» e una sparatoria da parte dei
carabinieri – forse provocati da una sassaiola proveniente da alcuni
dimostranti16 – che ha causato alcuni feriti gravi e la morte di Attilio
Giambrignoni, ventidue anni, Antonio Casaccia, ventiquattro, e Nello
Budini, appena diciassette. Secondo la ricostruzione ufficiale dei fatti –
che parla di diciassette feriti tra i militari – «i carabinieri avrebbero
cercato di opporsi con tutti i mezzi pacifici e meno gravi all’irruzione
delle masse», che da Villa Rossa si sarebbero volute muovere verso la
città una volta rotti i cordoni istituiti. Pur non essendo un giornale
ideologicamente vicino agli estremisti, il giolittiano «La Stampa»
ammette che «sull’origine e sulle cause dello scontro corrono stasera
versioni diverse e anche opposte: è impossibile, per ora, mentre le
autorità procedono a un’inchiesta, e data l’eccitazione degli animi,
controllare quale sia la verità». Il corrispondente ritiene pertanto
«opportuno interrogare un testimone oculare» che assicura che dai
dimostranti – valutati in circa un terzo dei seicento stimati dalle autorità –
«non si son lanciati sassi contro i carabinieri», dai quali sarebbero invece
stati sparati «non meno di 30 colpi» d’arma da fuoco17. Sconcerto viene
espresso dal filogovernativo «Il Giornale d’Italia» di Roma, secondo cui
la forza pubblica avrebbe reagito ad un’aggressione sparando senza aver
ricevuto ordini18.
Non ha incertezze invece nel ricostruire i fatti la stampa repubblicana,
con «La Sveglia Democratica» che tuona: «Le vittime – così dicevano
pure i quotidiani non di parte nostra – sono cadute senza provocazione di
sorta, per l’inconsulto ed omicida proposito, dei gendarmi al servizio
della monarchia, di sopprimere chi dell’inviolabile diritto di libertà si

                                                                                                                                            
Statuto albertino – in quanto il governo Salandra aveva proibito ogni manifestazione pubblica: si
veda Lotti, La Settimana rossa, cit., pp. 54-60.
16
Una giornata di tumulti ad Ancona, cit.
17
Ibidem.
18
Riportato in ibidem. Per il corrispondente de «La Tribuna» di Roma i colpi sparati furono invece
tra i cinquanta e i settanta: l’informazione è riportata da Lotti, La Settimana rossa, cit., p. 70.
82

valeva per una manifestazione di pensiero»19. Lo stesso foglio accrescerà


il tono polemico dopo la fine della Settimana rossa pubblicando un
Martirologio del proletariato italiano, nel quale contesterà l’assenza di
punizioni per «i così detti agenti dell’ordine», anzi premiati nonostante le
«violenze sanguinose»20. Sulla stessa lunghezza d’onda il socialista «Il
Progresso», che parla di «assassinio» con «responsabilità […] gravissima
dei governanti», maturato in seguito ad una «Agitazione generosa e
giusta»21; immediatamente è compreso da chi scrive dal luogo
dell’eccidio che ovunque l’«impressione per i tragici fatti di Ancona è
molto grande e dolorosa»22.
L’8 giugno i quotidiani nazionali riportano sulle prime pagine la notizia
dell’arresto a Milano di due giovani, accusati di aver fatto esplodere un
bomba, a detta di sovversivi e sindacalisti posta dalla polizia23. Il moto si
sta propagando come temuto, e le conseguenze dei fatti anconetani non
sono più soltanto locali. Tuttavia, fin dai primi momenti, il timore che le
proteste si diffondano sembra nascere più da motivi di ordine pubblico
che politici, in quanto sui fogli moderati traspare una scarsa stima delle
capacità rivoluzionarie degli insorti: sono indignazione e sarcasmo a farla
da padrone, un aspetto che puntualmente avrebbe caratterizzato i servizi
dei corrispondenti di grande testate.
L’interesse della stampa non scema nei giorni successivi: il 9 giugno
riporta a tutta pagina l’ordine del giorno dell’onorevole anconetano
Alessandro Bocconi24 e dei suoi colleghi socialisti, finalizzato a
sospendere la seduta della Camera in segno di lutto per il «triste eccidio»,
compiuto senza «giustificazione alcuna» due giorni prima dalla forza
pubblica25; il dibattito parlamentare è rinviato al giorno successivo e ciò
viene interpretato come una «vittoria morale dell’Estrema Sinistra», resa
possibile dall’incapacità di gestire con fermezza la delicata situazione da
parte del presidente del Consiglio Salandra, uomo «privo di cose

                                                            
19
7 giugno 1914, in «La Sveglia Democratica», 6-7 giugno 1914, p. 1.
20
Martirologio del proletariato italiano, in ibidem, 20-21 giugno 1914, p. 1.
21
Grandiosa manifestazione di protesta per l’eccidio di Ancona, in «Il Progresso», 13 giugno 1914,
p. 1.
22
Una giornata di tumulti ad Ancona, cit.
23
Ibidem.
24
Sul deputato si veda M. Papini, Alessandro Bocconi. Una vita per il socialismo, Clueb, Bologna
2012.
25
La seduta della Camera rinviata per la mancata votazione di un ordine del giorno socialista, in
«La Stampa», 9 giugno 1914, p. 1.
83

essenziali: l’animo, la volontà, la poesia dell’uomo di Stato»26. In realtà il


capo del governo si dimostrò lungimirante: non facendo ricorso a
eccezionali misure repressive, ma ordinando alla numerosa forza
pubblica schierata di evitare lo scontro violento col proletariato, riuscì a
rinsaldare la maggioranza, non perdendo l’appoggio dei giolittiani, più
sensibili al rispetto delle garanzie sancite dallo Statuto.
È però la proclamazione dello sciopero generale – decisa dalla
Confederazione generale del lavoro e dal Psi già per martedì 9 giugno – a
preoccupare i quotidiani conservatori e rispetto al giorno precedente i
toni sono più angosciati. Da un corrispondente nelle Marche così viene
descritta l’astensione dal lavoro dell’8 nel capoluogo, «ormai in mano
alla plebaglia imperversante»27.
La città sembra un cadavere, tanto essa è inerte, chiusa, pallida sotto il
sole velato. Le saracinesche dei negozi sono tutte calate e perfino le case
rimangono senz’aria con le persiane ermeticamente serrate. Stamane la
città si è rovesciata fuori per le compre nelle botteghe rimaste aperte per
breve ora, ma non tutti conoscevano l’ordine di sciopero generale
proclamato stanotte dalla Commissione esecutiva della Camera del
lavoro e numerose sono le famiglie che devono adattarsi a far senza di
molte cose28.
La popolazione sarebbe spaventata e «tutta barricata in casa» mentre
Errico Malatesta appare stanco ma ugualmente «padroneggia […] la
folla»: è proprio l’agitatore anarchico il protagonista riconosciuto di
queste drammatiche ore, specialmente dopo che, sia attraverso i suoi
articoli sul «portavoce di tutto l’anarchismo italiano»29 – «Volontà» –, sia
col suo parlare «violentissimo», ha sostenuto alla Casa del popolo «la
necessità di un moto armato contro lo Stato», anche «sparando
all’occorrenza sulla forza pubblica e sull’esercito»30. La descrizione
giornalistica della città dorica sembra un bollettino di guerra, tra incidenti
che continuano, violenze di facinorosi che «si ripetono qua e là» e
giornali locali che – fatta eccezione per il «repubblicano Lucifero, a cui,
fuori della legge dello sciopero è permesso di narrare i luttuosi
avvenimenti» – da due giorni non vengono più pubblicati, ma nella
ricostruzione dell’episodio scatenante si continua a rimanere cauti: le
                                                            
26
Il Ministero Salandra, ibidem, 13 giugno 1914, p. 1.
27
Carabinieri presi a sassate che sparano e feriscono, ibidem, 9 giugno 1914, p. 1.
28
Brutta giornata ad Ancona, ibidem.
29
Lotti, La Settimana rossa, cit., p. 9.
30
Brutta giornata ad Ancona, cit.
84

versioni raccolte dai cronisti si confermano totalmente divergenti, ma


un’«inchiesta obiettiva» de «La Stampa» accerta la sassaiola contro i
carabinieri all’uscita dal comizio di Villa Rossa, ma pure «viene esclusa
energicamente» la possibilità che i primi colpi d’arma da fuoco possano
essere partiti dai dimostranti31. Pure Zambrano, giornalista inviato da «Il
Giornale d’Italia», ammette che «L’impressione generale è che
effettivamente […] [le forze dell’ordine abbiano] ecceduto»32. Da
Ancona, la protesta si è ormai allargata e ai fatti del capoluogo
marchigiano nelle prime pagine dei giornali si associano puntualmente
quelli di alcune grandi città e di altri centri minori (in particolare di
Marche e Romagna), dove si ripete il «carattere anarcoide» e «teppistico»
della sollevazione, facendo temere nuove, ulteriori, «manifestazioni
gravi»33.
Non ovunque il malcontento assume comunque le stesse proporzioni,
oscillando tra la contenuta protesta popolare e la vera e propria
insurrezione contro l’istituzione monarchica e la borghesia liberale, le cui
pur significative riforme dell’ultimo governo giolittiano – tra le quali il
suffragio universale maschile – si erano rivelate insufficienti per mediare
tra le esigenze di forze politiche sempre più contrapposte: se a sud
l’agitazione è limitata ad alcune città come Bari e Napoli – dove
comunque gli scioperanti non sono numerosi – nella capitale si osservano
«scontri di notevole gravità»34, a Firenze durante lo sciopero generale del
9 giugno cade un dimostrante35, mentre a Milano nella confusione dei
ripetuti scontri con la forza pubblica pure Benito Mussolini rimane
colpito in testa da uno sfollagente36. Gravissime le conseguenze dello
sciopero pure a Torino dove «l’assembramento più numeroso di tutta la
Settimana rossa in Italia»37 (30.000 operai radunati attorno alla Camera
del lavoro) genera scontri che causano tre vittime38, ma è particolarmente

                                                            
31
Ibidem.
32
Riportato da Lotti, La Settimana rossa, cit., p. 87.
33
Il Sindacato dei ferrovieri ha già deliberato lo sciopero?, in «La Stampa», 9 giugno 1914, p. 6.
34
Lotti, La Settimana rossa, cit., p. 110.
35
Ibidem, pp. 114-115. Si veda pure Due giornate tragiche a Firenze, in «La Stampa», 11 giugno
1914, p. 1.
36
Lotti, La Settimana rossa, cit., p. 126. Si veda pure Da una città all’altra, in «La Stampa», 11
giugno 1914, p. 3.
37
Lotti, La Settimana rossa, cit., p. 129.
38
Ibidem, pp. 128-132.
85

tangibile pure la partecipazione dell’Emilia Romagna, unica regione dove


lo serrata ha ovunque «un’attuazione totale, intensissima»39.
Nelle Marche, la protesta si allarga più rapidamente, benché l’8 giugno
– nonostante le tante serrande abbassate e la tensione palpabile nelle
piazze – sia generalmente tranquillo con l’eccezione di Fabriano40, dove
si assiste ad un’insurrezione con l’occupazione della stazione ferroviaria,
il taglio di ogni comunicazione telegrafica e telefonica, la sospensione
delle cerimonie religiose e il prelievo violento di denaro alle classi più
abbienti41. A Pesaro, «gli scioperanti visto che il gas non funzionava
pretesero lo spegnimento anche degli archi elettrici, minacciando di
sfasciare tutto. E così per desiderio della plebe, Pesaro rimase al…chiaro
di luna. […] nessuno è capace di reagire contro i prepotenti che ci
governano in questi giorni»42.
Sebbene nell’Anconetano intanto solamente il «Lucifero» continui a
pubblicare, il ruolo della stampa si mantiene comunque assai rilevante,
non solo perché i principali agitatori svolgono la professione giornalistica
e proprio dalle pagine dell’«Avanti!» (Mussolini), di «Volontà»
(Malatesta) del «Lucifero» (Nenni) e di altri ancora hanno caldeggiato la
protesta popolare. Tra stampa e politica si crea una connessione e non
deve sorprendere che lo stesso corrispondente da Ancona del socialista
«Avanti!», oltre a pubblicare articoli su quanto sta accadendo, sia pure
invitato come relatore alle riunioni del Consiglio generale delle leghe
aderenti alla Cgdl43. In una intercettazione telefonica della sera dell’8
giugno 1914, Mussolini ordina all’inviato del suo giornale a Roma di
ingigantire gli incidenti che in giornata si sono verificati nella capitale: il
collega risponde che scriverà «una colonna e mezzo.[…] Abbiamo il
Ministero in pugno»44. Il celebre e – col senno di poi – assai poco
propizio supplemento pubblicato su «Volontà», nel quale Malatesta parla
                                                            
39
Ibidem, p. 117.
40
Ibidem, pp. 113-114; si veda pure M. Severini, La Settimana rossa a Fabriano, in La Settimana
rossa nelle Marche, cit., pp. 97-115.
41
Avvocati politici, Politici avvocati, cit., p. 103. A Fabriano giovedì 11 giugno 1914 un sedicenne,
Nicolò Riccioni, muore colpito dal fuoco dei carabinieri. Complessivamente furono 16 gli
scioperanti uccisi in tutta Italia negli scontri con la forza pubblica, che pianse invece un
commissario: i dati sono riportati da Lotti, La Settimana rossa, cit., p. 241, che utilizza
parzialmente come fonte «L’Internazionale» (20 giugno 1914).
42
Lo sciopero. I fatti, in «L’Idea», 13 giugno 1914, p. 2.
43
Proletari e sovversivi, cit., p. 35.
44
Riportato da Lotti, La Settimana rossa, cit., pp. 278-279. L’intercettazione completa si trova in
Archivio Centrale dello Stato (d’ora in avanti ACS), Ministero dell’Interno, Direzione generale di
P. S., Ufficio riservato (1911-1915), b. LXXXIII, fasc. CLXXXVI (III), sottofasc. Milano.
86

senza mezzi termini di monarchia «condannata» e destinata a cadere


«sicuramente e presto» sotto i colpi di repubblicani, socialisti, sindacalisti
e anarchici – finalmente uniti «in bella concordia»45 –, nasce e va
inquadrato in questo clima, fuorviato dagli entusiasmi rivoluzionari e dal
pullulare di false notizie, non di rado ingigantite «dalla fantasia
popolare»46. Le informazioni si diffondono rapidamente ma si presentano
frammentarie e confuse, specialmente nei centri rimasti isolati per i
disordini e in periferia, dove regolarmente «Gruppi di operai e di cittadini
commentano le scarse, monche e contraddittorie notizie che giungono
dalle altre città vicine»47.
Non è facile svolgere correttamente la professione giornalistica in un
contesto simile, inficiato dall’eccitazione del momento e dalle inevitabili
strumentalizzazioni politiche, che si sprecano negli articoli degli organi
di partito, specialmente quando locali: i corrispondenti nelle piazze
italiane, inoltre, «adempiono tra difficoltà enormi il loro servizio», tra la
non nascosta «ostilità dei dimostranti»48 più accesi. E se al giornalista
dell’autorevole «Corriere della Sera» non è sufficiente la semplice
qualifica per avere accesso senza un’attenta perquisizione (dettata dalle
troppe «facce sospette» infiltrate) nella sede della Camera del lavoro –
dove Malatesta successivamente rifiuta un’intervista alla stessa testata in
quanto non intende comunicare «col nemico [la borghesia] […] durante
la guerra»49 – un giornale cattolico come il fabrianese «L’Azione» si
oppone ai proletari «In Campo» e «Il Popolare» non brillando per
deontologia professionale: pur di screditare le idee e le azioni dei ribelli
non fa infatti alcun cenno alla morte violenta per mano della forza
pubblica di uno di questi, il giovane Nicolò Riccioni. A Forlì e Rimini le
copie de «Il Secolo» e de «il Resto del Carlino» vengono addirittura
bruciate in piazza quando riportano la decisione della Cgdl di porre fine

                                                            
45
Lotti, La Settimana rossa, cit., p. 226: riporta Manifesto degli anarchici al popolo. La rivoluzione
in Italia. La caduta della monarchia sabauda, supplemento a «Volontà», 12 giugno 1914. Si veda
pure La lezione delle giornate rosse, in «Volontà», 11 luglio 1914.
46
La seconda giornata. L’ordine di cessazione dello sciopero, in «La Stampa», 11 giugno 1914, p.
6. Su alcuni giornali – come «l’Ordine. Corriere delle Marche» – si sostennero tesi complottistiche,
che screditavano lo spontaneismo della protesta: si veda Papini, Ancona e il mito della Settimana
rossa, cit., pp. 95-100.
47
La terza giornata, in «Il Progresso», 13 giugno 1914, p. 2.
48
Ore paurose trascorse ad Ancona, in «La Stampa», 11 giugno 1914, p. 1.
49
Papini, Ancona e il mito della Settimana rossa, cit., pp. 29-30. Riporta G. Berri, Nella roccaforte
della rivolta. La visione di Ancona mentre ritorna la calma, in «Corriere della Sera», 15 giugno
1914.
87

allo sciopero dall’11 giugno, ritenendo la notizia «un espediente delle


autorità per ostacolare la rivoluzione»50.
Le attenzioni della stampa nazionale per la giornata di martedì 9 giugno
sono ancora principalmente rivolte ad Ancona, che non solo attende
un’altra giornata di totale paralisi per lo sciopero, ma accoglie anche
l’«imponentissimo»51 corteo funebre per le tre vittime di due giorni
prima: la città è invasa dalle truppe militari, ma nonostante la presenza di
ben ventimila persone viene fortunatamente evitato un altro eccidio,
anche se nel clima di sospetto ci vuole poco per scatenare qualche
momento di pericolosa tensione52. La stampa però non nasconde fastidio
e indignazione, e stavolta non si tratta soltanto di quella borghese: se da
parte liberale si grida che «Mai sciopero generale fu meno scusabile»
considerando che gli spari dei militari ad Ancona furono causati «senza
che da nessun superiore partisse il comando»53 – e dunque per errore e
non certo «per eccitare l’anima popolare» – un socialista riformista come
Claudio Treves condanna l’astensione dal lavoro in quanto espressione
«degli elementi più riottosi, irresponsabili, diciamo pure, della teppa»54.
La stessa cittadinanza viene dipinta come «preoccupatissima date le
                                                            
50
Lotti, La Settimana rossa, cit., p. 219.
51
Ore paurose trascorse ad Ancona, cit.
52
Per l’accreditata versione del «Corriere della Sera» (11 giugno 1914) il corteo funebre si arrestò
improvvisamente quando le prime file scorsero su un balcone un uomo che – forse in maniera
provocatoria nei confronti dei manifestanti – fumava una sigaretta: mentre chi si trovava in testa
inveiva contro lo spettatore, chi si trovava in fondo fu preso dal panico considerando lo stop dettato
da un intervento della forza pubblica. Pure «La Stampa» (si veda Ore paurose trascorse ad Ancona,
cit.), offre la stessa ricostruzione. Secondo il bolognese «Giornale del Mattino» (12 giugno 1914) il
caos sarebbe nato dalla caduta di uno dei manifestanti al vertice del corteo, mentre per «Lucifero»
(21 giugno 1914) all’origine vi sarebbe stata la chiusura della serranda di un negozio. Poco dopo vi
fu un nuovo fuggi fuggi generale quando alcuni giovani cominciarono a sparare verso un palazzo
dal quale in precedenza sarebbero partite alcune revolverate, in realtà mai avvenute: tutte queste
versioni sono riportate da Lotti, La Settimana rossa, cit., pp. 99-100.
53
Il nuovo ciclone, in «La Stampa», 12 giugno 1914, p. 1. Nello stesso articolo il quotidiano si
preoccupa pure delle conseguenze a livello d’immagine che una «reazione così sproporzionata e
ingiusta» ha determinato all’estero, dove questa «ci ha nociuto più che una battaglia perduta». La
testata è particolarmente critica nei confronti dei ferrovieri, e retoricamente si domanda: «Può il
Governo lasciare impunito l’avvenuto sciopero […] ferroviario? È tollerabile che una
organizzazione degli impiegati dello Stato si sovrapponga (ed in che modo!) allo Stato e che la
Nazione debba essere esposta ogni momento alla paralisi della vita nazionale?»: si veda La
deplorevole lentezza dei lavori parlamentari, in ibidem, 17 giugno 1914, p. 1. Quella che sembra
emergere è una condanna tour court dello sciopero, strumento pericoloso perché «sempre
determinato da criteri più politici che economici»: si veda Reazione o legalità?, in ibidem, 7 luglio
1914.
54
Riportato da Papini, Ancona e il mito della Settimana rossa, cit., p. 39, da C. Treves, Cause ed
effetti, in «Critica sociale», 16-30 giugno 1914.
88

minacciose voci che circolano» e se calma c’è, si tratta di una «calma


paurosa», visto che «i cittadini si accingono a difendersi loro stessi»,
complice il «vivo disagio per la mancanza di commestibili»55. La
manifestazione di protesta fu invece «doverosa» per i socialisti locali e
accolta «favorevolmente» da tanti operai, che si improvvisarono ciclisti
«per recarsi nei diversi cantieri e stabilimenti a portare la decisione della
C. del L. [Camera del lavoro]»56.

3. Dopo la Settimana rossa: la stampa nazionale ed estera

L’eco delle turbolente giornate di piazza arrivò – pur con un certo


ritardo – fino all’estero ed in particolare in Francia, tradizionale punto
d’appoggio per tanti sovversivi italiani. Oltralpe, le notizie giungono
ancora una volta frammentarie e confuse, e la stessa ambasciata italiana a
Parigi non smentisce la falsa informazione – diffusasi il 16 giugno grazie
all’agenzia «Paris Télégrammes» – che a Ravenna sia stata instaurata la
Repubblica57: nell’arco di poche ore gli stessi giornali assicurano la
falsità di quanto riportato per primo dal «Paris-Midi» e il clamore attorno
alla notizia, dopo l’iniziale «impressione enorme», si spegne in fretta58.
La stampa transalpina apre comunque un dibattito, senza rinunciare a un
certo sarcasmo: secondo l’autorevole e liberale «Le Temps» «Il
movimento che è scoppiato […] era preparato da lungo tempo» ed è
inutile tentare di individuarne le cause nelle scelte dei ministeri Giolitti o
Salandra: coloro che lo fanno «rassomigliano a quei signori pieni di
fantasia del 1830, che covavano delle tesi secondo le quali si credeva ad
una influenza dei pesci sull’agitazione del mare»59. Le conseguenze
potrebbero essere «devastatrici» se la sollevazione non venisse
immediatamente sedata, ma pure indolori perché questa potrebbe indurre
«a riflettere» su come sia ormai terminato «il tempo in cui la civiltà
poteva svolgersi con una serie di repubbliche»60. Nei giorni successivi
ancora «Le Temps» avrebbe approfondito la discussione individuando
nell’anarchismo il principale responsabile dei gravi eventi italiani, perché
                                                            
55
Ore paurose trascorse ad Ancona, cit.
56
Grandiosa manifestazione di protesta per l’eccidio di Ancona, cit.
57
Dopo le “giornate rosse,,, in «La Stampa», 16 giugno 1914, p. 2.
58
Ibidem.
59
Ibidem: riporta «Le Temps».
60
Ibidem: riporta «Le Temps».
89

questo ha determinato una «deplorevole deviazione del sindacalismo»,


sulla scia di quanto «preconizzato in casa nostra per diversi anni»61. Dal
più moderato «la Croix» – principale organo dei cattolici d’oltralpe –
arrivano invece vere e proprie speculazioni dall’evidente impronta
nazionalista: secondo il quotidiano «l’Italia, l’Inghilterra e la Germania
hanno eccitato presso di noi gli appetiti dell’Estrema Sinistra per
accrescere la confusione e le debolezza francese: ora è giusto che
l’Inghilterra e l’Italia soffrano dei mali che ci hanno procurato»62.
Decisamente differente l’interpretazione dei giornali socialisti ed
anarchici, che dopo aver seguito il caso Masetti, segnalando la necessità
impellente di una solidarietà internazionale tra le masse europee contro
militarismo e repressione63, lodano l’impegno degli estremisti italiani,
capaci di una concreta dimostrazione di coraggio, mentre quelli francesi
sembrano affondare nell’inerzia64.
Con l’esaurirsi della Settimana rossa, e dopo la sua fine, la stampa
conservatrice – oltre a perdersi in monotoni e reiterati articoli elencanti i
danni economici causati da devastazioni e disordini65 – propose un
giudizio generalmente assai negativo nei confronti dei rivoltosi e dei loro
sostenitori66: alcuni fogli moderati, come «Il Giornale d’Italia», si
prodigarono per raccogliere fondi a favore degli uomini di Stato rimasti
feriti negli scontri, ottenendo con una sottoscrizione tra i lettori circa
diecimila lire67. Altri, scelsero di condannare la sollevazione dando voce
alle testimonianze di comuni cittadini68, strumentalizzando le loro
vicissitudini personali soprattutto in funzione anti Psi, principale pericolo
nelle imminenti elezioni amministrative: «Elettori, dimostrate di essere
uomini. Fate il vostro dovere di cittadini: non proteste rumorose sulle vie;
non grida di “abbasso”; non insulti; non reazioni inutili o dannose»69,
                                                            
61
Echi della rivolta, in ibidem, 20 giugno 1914, p. 2: riporta «Le Temps».
62
Ibidem: riporta «la Croix».
63
Si vedano ad esempio Contre les Répressions, in «Le Libertaire», 21 febbraio 1914 e Solidarité
internationale, in «La Bataille Syndacaliste», 7 aprile 1914.
64
L’Exemple de l’Italie, in «Les Temps Nouveaux», 13 giugno 1914.
65
Tra i tanti, per una breve descrizione della situazione nella capitale, dove «La calma è completa»,
ma «le vie della città rimangono in uno stato di grande luridume» in seguito al conflitto tra il
Municipio e il personale della nettezza urbana, si veda Roma ha quasi ripreso il suo aspetto
normale, in «La Stampa», 11 giugno 1914, p. 7.
66
La Settimana rossa nelle Marche, cit., p. 45.
67
Lotti, La Settimana rossa, cit., p. 241.
68
Eccidi proletari, in «La Stampa», 14 giugno 1914, p. 1. Il quotidiano presenta una testimonianza
di un certo Alberto Geisser, fortemente critica nei confronti dei rivoltosi.
69
Le elezioni amministrative, in ibidem, 13 giugno 1914, p. 6.
90

raccomanda alla vigilia della tornata elettorale del 14 giugno «La


Stampa», che rammenta che non lo «sbigottimento di borghesia
minacciata», ma «semplicemente [il] buon senso»70, «non consente
divisioni» e le proteste «con offesa sicura di ogni diritto legittimo» sono
un «danno»71 per gli stessi lavoratori.
Tra i cattolici, «L’Idea», in maniera minuziosa e particolarmente
indignata soprattutto per il «fattaccio dell’invasione delle Chiese, da tutti
aspramente biasimato»72, descrive le gesta della folla che in Emilia
Romagna ha partecipato allo sciopero generale, gettandosi
«furiosamente» – «in preda ad un parossismo incontrollabile» – su «tutto
quanto le si è presentato davanti senza ascoltare ragioni, preghiere o
minaccie»: ciò che è avvenuto «è più facile immaginarlo che
descriverlo»73. Non mancarono tuttavia delle eccezioni tra gli stessi
periodici di ispirazione religiosa: se dalle riviste più vicine alle posizioni
papaline di Pio X la condanna è «senza se e senza ma», altrove si operano
distinzioni, con la sinistra cattolica in particolare che ne approfitta per
una vigorosa critica alla borghesia74.

4. Verso un progressivo oblio

Di Settimana rossa per qualche settimana si continuerà a parlare, ma in


maniera sempre più scarna, principalmente focalizzandosi sulle
conseguenze per i lavori parlamentari – bloccati dall’ostruzionismo
socialista –, sull’avventurosa fuga di Errico Malatesta75 – trattata pure
dalla stampa borghese senza celare una forte attrazione per la fascinosa
figura del leader anarchico –, e sul processo che ad Ancona vedrà
imputati tra gli altri, oltre allo stesso Malatesta, Nenni e Marinelli76,
                                                            
70
Una tranquilla giornata di elezioni amministrative, in ibidem, 15 giugno 1914, p. 1.
71
Le elezioni amministrative, cit..
72
Lo sciopero. I fatti, cit., p. 2.
73
Ibidem, p. 1.
74
Papini, Ancona e il mito della Settimana rossa, cit., pp. 41-42.
75
Si vedano Malatesta è tornato a Londra?, in «La Stampa», 22 giugno 1914, p. 7; Malatesta nella
Repubblica di San Marino, in ibidem, 23 giugno 1914, p. 2; Com’è fuggito Malatesta, in ibidem, 24
giugno 1914, p. 3. Visto ad Ancona per l’ultima volta il 14 giugno, Malatesta – verso il quale era
stato spiccato un mandato di cattura – varcò il confine svizzero, riprendendo la via dell’esilio a
pochi mesi di distanza dal suo ritorno in Italia: si veda Lotti, La Settimana rossa, cit., p. 233.
76
Esponente di spicco del Pri marchigiano, Oddo Marinelli, tra i relatori del comizio di Villa
Rossa, dopo un articolo pubblicato su «Lucifero» fu oggetto di un mandato di cattura per «oltraggio
al pudore» e di una condanna a due mesi di reclusione, sventata espatriando clandestinamente in
 
91

accusati (soprattutto per i toni di alcuni loro scritti) di associazione e


istigazione a delinquere nonché di insurrezione contro i poteri dello
Stato77. Su quest’ultimo aspetto la stampa nazionale si esprimerà con un
linguaggio generalmente infervorato, reclamando condanne esemplari ed
esprimendo contrarietà per ogni forma di amnistia per i rivoltosi, da
evitare per ragioni di «disciplina sociale» e perché questa sarebbe «una
vittoria, un trionfo» per gli estremisti e «un’umiliazione, una diminuzione
per quelli che vogliono vivere nella legge», come avrebbe scritto «La
Tribuna»78.
Saranno altri e più gravi i fatti che già dalla metà del mese di giugno
occuperanno le prime pagine dei fogli locali e nazionali, anche se le
sommosse di qualche giorno prima e le loro conseguenze continueranno a
influenzare in maniera determinante il quadro politico. La Grande guerra
segna una cesura nei rapporti tra le forze rivoluzionarie. Dopo un breve
frangente di illusoria e temporanea coesione, emergono le differenti linee
politiche tra le forze estremiste, già incapaci di guidare con autorevolezza
la caotica sommossa popolare, così come si palesa l’enorme distanza tra i
leader di partito e sindacali e le masse: così il mazziniano «La Sveglia
Democratica» contesta agli ormai ex alleati socialisti posizioni
                                                                                                                                            
Svizzera: si veda Avvocati politici, Politici avvocati, cit., pp. 120-121. Anche lo storico esponente
repubblicano anni dopo si sarebbe dichiarato pentito delle scelte politiche compiute durante la
settimana anconetana: si veda Papini, Ancona: il mito, cit., pp. 166-168. Sulla figura di Oddo
Marinelli: G. Giubbini (a cura di), Una vita per l’ideale. L’impegno politico e sociale di Oddo
Marinelli nella prima metà del Novecento attraverso il suo archivio: mostra documentaria, con
catalogo a cura di P. Pizzichini, affinità elettive, Ancona 2006.
77
Il processo per la “settimana rossa,,, in «La Stampa», 19 novembre 1914, p. 4. Si vedano pure Il
Presidente narra ai giurati i fatti e interroga i primi imputati, in ibidem, 21 novembre 1914, p. 4;
Fine degli interrogatori degli imputati al processo per la “settimana rossa,,, in ibidem, 22
novembre 1914, p. 4; Sfilata di testi d’accusa al processo di Aquila, in ibidem, 25 novembre 1914,
p. 4; La propaganda rivoluzionaria di Malatesta confermata da altri testi al processo per la
“settimana rossa,, di Ancona, in ibidem, 30 novembre 1914, p. 2; Il carattere del movimento di
Ancona nelle impressioni dei testi di difesa, in ibidem, 4 dicembre 1914, p. 4. Inoltre P. Marchetti,
Inchiesta penale e diritto politico. Il processo per i fatti della “Settimana rossa” ad Ancona, in
Idem (a cura di), Inchiesta penale e pre-giudizio: una riflessione interdisciplinare. Atti del
convegno, Teramo, 4 maggio 2006, Edizioni scientifiche italiane, Napoli 2007, pp. 185-190.
L’amnistia del dicembre 1914 affrettò la soluzione della vicenda giudiziaria, sulla quale
l’attenzione era già scemata col trasferimento del processo da Ancona all’Aquila. Sull’amnistia
influì la linea difensiva sostenuta dagli imputati, che considerò i moti solamente un atto politico –
pur violento – e non un tentativo finalizzato a sovvertire le istituzioni; «Smorzare i toni e
ridimensionare alla fine sembra convenire a tutti, sia per chi è soddisfatto per l’ordine ristabilito, sia
per chi è rimasto deluso per il mancato esito rivoluzionario»: si veda Papini, Ancona e il mito della
Settimana rossa, cit., p. 26.
78
Riportato in «La Stampa», 16 novembre 1914, Per la disciplina sociale, p. 2. Si veda pure Il
decreto d’amnistia, in ibidem, 30 dicembre 1914, p. 2.
92

dogmatiche79 e attacca duramente il direttore de «Il Progresso» Amleto


Montevecchi – anche segretario del Psi pesarese – per le sue posizioni
neutraliste, che sostanzialmente non riescono a comprendere e dunque
sviliscono l’intervento bellico dei garibaldini al fianco della Francia,
«un’altra gloriosa pagina dell’epica virtù italiana»80. «Il Progresso»
replica biasimando la mobilitazione militarista – il «vero disordine»81 –
che fa sì che tanti proletari siano «richiamati nelle caserme mentre
urgono tuttavia i lavori dei campi»82. A soli quattro mesi dagli eventi di
giugno, proprio il periodico del Psi avrebbe dedicato soltanto un trafiletto
nelle pagine interne ad un convegno organizzato ad Ancona in favore
delle vittime proletarie83. In precedenza, il sindacato dei ferrovieri aveva
addirittura tuonato contro i lavoratori, sui quali a sua opinione cadeva «la
responsabilità» delle condanne per i fatti di Ancona, visto che questi si
erano sostanzialmente «ritirati dalle lotte ingaggiate per la liberazione
delle vittime»84: un’analisi sostanzialmente condivisa dal segretario
repubblicano Oliviero Zuccarini che nel novembre 1914 pubblicamente
«deplora che solo poche centinaia di persone siano presenti al comizio
romano contro le punizioni per quanto accaduto appena cinque mesi
prima»85.
Nella seconda metà del Novecento, la Settimana rossa tornerà
timidamente sulle pagine di quotidiani e periodici in occasione di
anniversari col tempo sempre più dimenticati o celebrati in maniera
sbrigativa e non di rado confusa, se non addirittura completamente
errata86. Non mancheranno tuttavia ricostruzioni adeguate e sobrie, prive
                                                            
79
Dogmatismo socialista, in «La Sveglia Democratica», 22 novembre 1914, p. 1.
80
Il direttore del “Progresso,, invoca la grande bontà d’animo degli avversari, in ibidem, 6
febbraio 1915, p. 1.
81
Il vero disordine e i più pericolosi sobillatori, in «Il Progresso», 18 luglio 1914, p. 1.
82
I danni del militarismo, in ibidem.
83
Il convegno di Ancona pro-vittime dei moti di Giugno, in ibidem, 31 ottobre 1914, p. 2. Più
ampio invece lo spazio concesso dal cattolico «L’Idea», che nel mese di dicembre 1914 sarebbe
tornata sull’argomento con un incisivo articolo pubblicato in concomitanza del processo per i gravi
fatti di alcuni mesi prima: si veda Apologia di reato, in «L’Idea», 5 dicembre 1914, p. 1.
84
I comizi contro le punizioni pei fatti della “settimana rossa,,, in «La Stampa», 16 novembre
1914, p. 2.
85
Ibidem. Su Zuccarini si veda M. Severini, Dizionario biografico del movimento repubblicano e
democratico delle Marche 1849-1948, Codex, Milano 2012, pp. 297-301.
86
Si veda ad esempio L’episodio insurrezionale di Ancona alla Assise di Aquila, in «La Stampa», 4
giugno 1926, p. 4. Nell’articolo si menziona il «processo per i tragici fatti della settimana rossa di
Ancona», confondendo però l’insurrezione del 1914 con la rivolta dei bersaglieri del 1920: un
errore tutt’altro che insolito specie nella stampa del periodo successivo, indicativo di una rimozione
di memoria già presente a pochi anni dai fatti citati; si veda pure la nota 14 di questo saggio.
93

del settarismo che aveva contraddistinto tanto inchiostro sparso negli


articoli del 1914, ma anche della vitalità e del coinvolgimento emotivo di
questi ultimi, straordinari testimoni diretti di un momento difficile, ma
anche entusiasmante, della storia italiana. Sulla scia del cinquantenario la
pubblicazione del «documentatissimo ed equilibrato» volume di Luigi
Lotti, più volte citato in questo lavoro, fornirà lo spunto per una
riflessione che vedrà partecipe pure parte della stampa nazionale,
sostanzialmente convergente nell’interpretazione: il moto «fu
disarticolato e caotico» e rivelò «l’assoluta impreparazione dei dirigenti
politici e sindacali, sorpresi e travolti dagli avvenimenti» che si
manifestarono come un «tumulto» che «non divenne mai rivoluzione»87.
A distanza di mezzo secolo, anche quando ricordata, la Settimana rossa
aveva ormai smesso di evocare, nelle pagine di chi la raccontava,
speranza, allarme e indignazione.

                                                            
87
La realtà e le leggende della «settimana rossa», in «La Stampa», 21 dicembre 1966, p. 11. Sulle
celebrazioni per il cinquantenario si veda anche La solenne cerimonia della Settimana Rossa ad
Ancona, in «Lucifero», 28 giugno 1964.
94

Il dibattito parlamentare
di Silvia Serini

1. Da una sponda all’altra

Non passò troppo tempo perché l’eco della domenica di sangue


anconetana approdasse in Parlamento. Che quella scoppiata nel
capoluogo dorico non fosse una rivolta come tutte le altre ma una
«grande prova della provincia sovversiva»1 destinata a segnare un salto
qualitativo rispetto a ogni altra forma di ribellione serpeggiante nel paese
emerse chiaramente dal dibattito parlamentare che infuocò il palazzo del
potere.
Il governo e i principali partiti politici rimasero spiazzati dinanzi alle
conseguenze imprevedibili e non facilmente gestibili dei fatti del 7
giugno. A essere preso in contropiede fu in primis il fragile esecutivo
presieduto da Antonio Salandra entrato in carica il 21 marzo di quello
stesso anno, neanche tre mesi prima. Ben deciso a non correre ulteriori
rischi, il governo optò per l’invio massiccio di truppe che non si arrestò
nemmeno dopo la revoca dello sciopero da parte della Cgdl e che gli fece
guadagnare l’appellativo di «novello Pelloux»2.

                                                            
1
M. Degl’Innocenti, Socialismo e classe operaia, in G. Sabbatucci, V. Vidotto (a cura di), Storia
d’Italia, vol. 3, Liberalismo e democrazia (1887-1914), Laterza, Roma-Bari 1995, p. 193.

2
Il riferimento è alle parole dell’onorevole socialriformista De Felice-Giuffrida in Atti
parlamentari, Camera dei deputati, Sessione 1913-1914, Legislatura XIV, Discussioni, vol. IV,
tornata del 9 giugno 1914, p. 3874. Sull’atteggiamento del governo Salandra si faccia riferimento a
C. Seton-Watson, Italy from Liberalism to Fascism: 1870-1925, Methuen & Co., London 1967,
trad. it, Storia d’Italia dal 1870 al 1925, Laterza, Bari 1967, pp. 460-463; L. Guazzatti, L’idea
sovversiva ed i moti della Settimana rossa: analisi e significato, in G. Piccinini, M. Severini (a cura
di), La Settimana rossa nelle Marche, Istituto per la storia del movimento democratico e
repubblicano nelle Marche, Ancona 1996, pp. 17-20; M. Clark, Storia dell’Italia contemporanea,
 
95

Alla riapertura della Camera, già il giorno seguente, la situazione si fece


incandescente. Tutto nacque da una richiesta dell’onorevole jesino
Bocconi3 il quale aveva proposto, incontrando il sostegno dei radicali e
dei socialisti, la sospensione dei lavori parlamentari in segno di protesta
per la strage di Ancona. Di tutt’altro avviso il portavoce dell’esecutivo, il
sottosegretario Celesia che - forte anche dell’appoggio dei liberali e dei
cattolici - si rifiutò di accoglierla contestando che un simile
provvedimento avrebbe implicato «un giudizio di merito»4 che, alla luce
delle informazioni confuse di cui si era in possesso, sarebbe stato
prematuro esprimere. Messa ai voti, la proposta fu respinta e il tutto, in
assenza comunque del numero legale, rimandato alla giornata
successiva5.
Martedì 9 giugno – lo stesso della proclamazione da parte della
Confederazione della fine dello sciopero –, la discussione sui fatti
accaduti ad Ancona monopolizzò i lavori dell’aula. Conciso e arido
quanto bastava, Salandra prese la parola per primo per controbattere la
pioggia di interrogazioni rivoltegli6, precisando che le risposte si
basavano sulle informazioni che a mano a mano gli giungevano. Il suo
discorso era in sostanza una difesa dell’operato della forza pubblica. La
ricostruzione delle campagne in favore di Masetti e Moroni7, la lettura
del telegramma prefettizio che proibiva le manifestazioni antimilitariste
del 7 giugno, l’esposizione degli scontri anconetani e romani e l’annuncio
del deferimento all’autorità giudiziaria degli agenti che avevano sparato

                                                                                                                                            
Bompiani, Milano 1999, pp. 245-246; E. Gentile, Le origini dell’Italia contemporanea. L’età
giolittiana, Laterza, Roma-Bari, 2003, pp. 225-229.

3
Per il quale si veda G. M. Claudi, L. Catri (a cura di), Dizionario biografico dei marchigiani, Il
lavoro editoriale, Ancona 2007, p. 84; M. Severini, Protagonisti e controfigure. I deputati delle
Marche in età liberale (1861-1919), affinità elettive, Ancona 2002, pp. 113-114.
4
L. Lotti, La Settimana rossa, Le Monnier, Firenze 1965, p. 171.
5
Atti Parlamentari, Camera dei deputati, Sessione 1913-1914, Legislatura XIV, Discussioni, vol.
IV, tornata dell’8 giugno 1914, pp. 3857-3860.
6
Esse furono presentate dagli onorevoli Bocconi, Marangoni, Pietro Chiesa, Gaudenzi, Mazzoleni,
Saraceni, De Felice-Giuffrida, Mostri-Trotti, Maffi, Berenini, Dugoni, Pacetti, Eugenio Chiesa e
Modigliani.
7
Augusto Masetti, soldato, nell’ottobre del 1911 aveva sparato con il suo fucile d’ordinanza contro
il comandante del reggimento in partenza per la Libia. Una volta dichiarato pazzo, fu internato in
un manicomio criminale. Antonio Moroni invece, a causa della sua militanza nelle fila del
sindacalismo-rivoluzionario e soprattutto per aver denunciato in una lettera al fratello il duro
trattamento militare, venne inviato in una compagnia di disciplina. I moti della Settimana rossa
furono originati proprio da un comizio per la liberazione di Masetti.
96

erano i passaggi decisivi di un intervento mirante non solo a schivare ma


a respingere in blocco ogni tipo di accusa8.
Le reazioni dell’aula però non si fecero attendere. Se i repubblicani
Eugenio9 e Pietro Chiesa10 tacciarono il premier rispettivamente di essersi
lordato le mani di sangue e di aver tenuto, in quanto capo del governo,
nonché accettato, da parte dei suoi funzionari, comportamenti deplorevoli
in nome di un «concetto troppo ristretto ed errato della libertà»11,
Marangoni ne sottolineò polemicamente la «prosa questurinesca» e la
«politica liberticida»12. Tutti concordarono nel ritenere che l’aver inibito
le manifestazioni popolari aveva innescato quella spirale controversa di
violenza dagli esiti tristemente noti. Alla presenza di agenti incapaci di
comprendere e gestire la situazione, privi di «senso della misura e di
responsabilità»13, fu ascritta la degenerazione degli eventi e dei vari
episodi di violenza tra cui, tuttavia, veniva operata una distinzione
sostanziale. Per quanto fosse da stigmatizzare il lancio di oggetti da parte
dei manifestanti, restava però il fatto che non vi poteva essere alcuna
proporzione «tra la sassata e la revolverata»14. Pertanto «se qualche cosa
vi è da dire è che è opera vostra l’eccidio di Ancona come è opera vostra
lo sciopero generale d’Italia; ed io penso che, più che noi, voi, signori del
Governo, e voi, signori della parte opposta della Camera, dovete pensare
seriamente che andiamo incontro a fatti dolorosissimi»15.
Il forlivese Giuseppe Gaudenzi16 - esponente «di quel particolare filone
del repubblicanesimo proletario di Romagna che identificava la
repubblica con la rivoluzione sociale»17 - contestò apertamente Salandra
e la sua lettura del moto anconetano. In esso il repubblicano non vedeva,
al contrario del presidente del Consiglio, una manifestazione di
sovversivi, quanto piuttosto una forte venatura in senso popolare e quindi
pacifico che si sarebbe mantenuta tale sino alla fine se non fosse stato
                                                            
8
Atti parlamentari, Camera dei deputati, cit., tornata del 9 giugno 1914, pp. 3863-3867.
9
Si veda il profilo curato da M. Miele, Chiesa, Eugenio, in Dizionario biografico degli italiani,
Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma (d’ora in avanti DBI) 1980, vol. 24, ad nomen.
10
Ibidem, pp. 719-721.
11
Atti Parlamentari, Camera dei deputati, Sessione 1913-1914, Legislatura XIV, Discussioni, vol.
IV, tornata del 9 giugno 1914, p. 3868.
12
Ibidem, p. 3867.
13
Ibidem, p. 3968
14
Ibidem, p. 3869.
15
Ibidem.
16
Per un profilo biografico si faccia riferimento a F. Conti, Gaudenzi, Giuseppe, in DBI, vol. 52,
1999, ad nomen.
17
Lotti, La Settimana rossa, cit., p. 172.
97

avallato lo sciagurato intervento della forza pubblica. Le preoccupazioni


eccessive dell’esecutivo nei confronti di una manifestazione pure
legittima erano state alla base di un’erronea valutazione dei reali fattori in
campo. Così, se poteva dirsi accettabile la qualifica di «antimonarchici»
con cui il primo ministro aveva apostrofato i manifestanti, ciò non poteva
invece valere per quella di «antiitaliani» perché «Quando parla di
antimonarchici, dice giusto; noi siamo antimonarchici per il fatto che
siamo repubblicani; ma antiitaliani, no…»18.
Non meno indulgente verso il governo e il suo operato la posizione del
Partito radicale che, nel lungo e articolato intervento del suo
rappresentante Ercole Mosti Trotti19, prese le distanze dalla linea di
condotta adottata e additò delle responsabilità precise. Il grande senso di
dolore per «il fatto che, senza necessità civili, si siano insanguinate le vie
della nostra Italia»20 costituì la premessa a un rilievo polemico nei
confronti di Salandra le cui risposte alle interrogazioni parlamentari
presentate erano particolarmente preoccupanti poiché – a suo giudizio -
lasciavano intravedere una nuova direzione di politica interna. Lo
scenario che si delineava non era dunque roseo perché poneva una seria
ipoteca sul fatto che le più elementari libertà personali non solo fossero
«assicurate» ma rimanessero «intangibili».
I fatti della Settimana rossa anconetana avevano evidenziato, secondo la
sua opinione, due diversi gradi di responsabilità. La prima era nazionale,
in quanto di pertinenza governativa. La forza pubblica, alla quale si
doveva ovviamente rispetto, doveva però a sua volta – sottolineava Mosti
Trotti – essere rispettabile. Colpa dello Stato era stata proprio questa, cioè
«non aver abbastanza operato per elevare il nostro agente della forza
pubblica all’altezza della sua missione che è una delle più importanti e
una delle più civili missioni dello Stato moderno»21.
Successivamente si era configurata anche una responsabilità di carattere
locale, evidente dal comportamento delle autorità superiori della zona
che, anziché limitarsi ai propri compiti, erano intervenute con misure
eccedenti la loro sfera di competenze, con tutte le conseguenze di cui ciò
fu foriero. Ecco dunque - proseguiva il deputato bolognese –, che mentre
il sangue versato per la patria o per fini nobili era comunque sempre
                                                            
18
Atti Parlamentari, Camera dei deputati, cit., tornata del 9 giugno 1914, p. 3869.
19
Si veda il profilo, Mosti Trotti Estense, Ercole, redatto da C. Baja Guarienti in DBI, vol. 77,
2012, ad nomen.
20
Atti Parlamentari, Camera dei deputati, cit., tornata del 9 giugno 1914, p. 3871.
21
Ibidem, p. 3872.
98

segno di onore e gloria, quello che «rosseggia per una volgare piccola
controversia o per la vigliaccheria o la mancanza del voluto sangue
freddo di un agente di pubblica sicurezza»22 non poteva che suscitare
dolore e vergogna. Inoltre, come sostenuto dal collega socialista in
precedenza, ricordò – al di là della condanna per qualunque atto violento
– la palese sproporzione negli effetti prodotti tra il lancio di un sasso, che
«generalmente non uccide» e il colpo di un revolver che, invece, provoca
la morte.
A onor del vero, proseguì l’esponente radicale, andava reso merito al
presidente del Consiglio per aver segnalato a una menzione speciale quei
membri delle forze dell’ordine che avevano subito la sassaiuola senza
cedere all’impulso di rispondere. Egli, al contempo, si era anche
formalmente impegnato a deferire all’autorità giudiziaria competente per
materia i tredici agenti - dodici carabinieri e una guardia di città - che
spararono. Una linea di condotta che - puntando sull’attribuzione di
responsabilità da parte del soggetto che, senza ordini superiori, aveva
aperto il fuoco - forniva un contributo ottimale nell’organizzare in senso
civile e moderno un corpo essenziale nella vita dello Stato.
Erano decisioni come questa che potevano contribuire a infondere e
radicare nella popolazione la consapevolezza dell’alto compito esercitato
dalle forze di polizia. Soprattutto in una nazione come l’Italia che,
nonostante la sua breve esistenza come entità statuale unitaria, aveva già
sulle spalle un luttuoso carico di episodi di scontro tra masse popolari e
forze armate23. L’intervento si chiudeva in modo conciliante con un
monito rivolto a Salandra, affinché, data «la gravità dell’ora e la
responsabilità che le incombe in questo momento della vita italiana», non
facesse retrocedere il paese in quel faticoso cammino di conquista delle
libertà che solo poteva garantirne «la pace sociale» e «il progresso
economico e civile»24.

                                                            
22
Ibidem.
23
Tanti gli episodi di contrapposizione, spesso violenta e con esiti tragici, che avevano segnato la
storia del Regno d’Italia fino a quel fatale 1914. Uno tra i più gravi si era verificato durante le
proteste per il carovita - in particolare per l’aumento del prezzo del pane - del 1898. In quella
circostanza a Milano, nelle giornate dell’8 e del 9 maggio il generale Bava Beccaris ordinò di
cannoneggiare la folla che marciava pacificamente, provocando una carneficina (circa un centinaio
di morti e più di cinquecento feriti). In seguito, il generale venne insignito della medaglia d’oro
dall’allora sovrano Umberto I.
24
Atti Parlamentari, Camera dei deputati, cit., tornata del 9 giugno 1914, p. 3873.
99

Più circostanziata l’accusa lanciata da Berenini25 che imputò al governo


un’incontrovertibile responsabilità politica, condivisa anche dal socialista
Dugoni26 che rincalzò condannando sia la scelta di lasciare Ancona
orfana del suo prefetto - nella capitale per ragioni d’ufficio -, che gli
eccessi delle forze dell’ordine27.
A infuocare ulteriormente un’aula già vibrante di tensione, si
aggiunsero poi le parole dell’onorevole Modigliani28. Egli denunciò, oltre
ai nuovi episodi di scontro a Firenze, gli «spropositi giuridici»
dell’esecutivo, la decisione di proibire i comizi con cui si ratificavano
ipso facto gli abusi prefettizi, il sequestro preventivo della stampa
sgradita e gli attacchi strumentali agli anarchici usati per giustificare
l’adozione di misure repressive. Se dunque era con la violenza che
l’esecutivo intendeva rispondere al grido di dolore che prorompeva dalle
masse desiderose di libertà, allora esso avrebbe dovuto subire la mozione
di sfiducia da lui presentata29.
Per nulla intimorito dalle pesanti accuse a suo carico, lo statista pugliese
passò al contrattacco. «A voi che avete fatto al mio sentimento di uomo
la più crudele delle offese dicendomi responsabile del sangue versato, io
rispondo che la responsabilità è molto più vostra che mia»30. Relazionò
brevemente sugli incidenti fiorentini, spiegò che non si era verificato
alcun sequestro, ma si era semplicemente applicata la legge, che i comizi
di cui si contestava la proibizione erano in realtà «apologia del delitto e
istigazione alla rivolta»31 e che gli agenti colpevoli sarebbero stati
sottoposti a giudizio. Infine, esortava l’aula affinché discutesse al più
presto la mozione nei suoi confronti e inoltrasse moniti rivolti alla
pacificazione32.
In realtà le mozioni oggetto di discussione furono due. La prima portava
la firma dell’avvocato e giornalista frascatese Ulderico Mazzolani che
prese la parola dagli scranni del partito repubblicano. Fu lui infatti a
inoltrare una mozione33 in cui si richiedeva la presentazione di «un
                                                            
25
Si veda S. Rodotà, Berenini, Agostino, in DBI, vol. 9, 1967, ad nomen.
26
Si faccia riferimento a G. Sircana, Dugoni, Enrico, in DBI, vol. 42, 1993, ad nomen.
27
Atti Parlamentari, Camera dei deputati, cit., tornata del 9 giugno 1914, pp. 3876-3882.
28
Si veda G. Sircana, Modigliani, Giuseppe Emanuele, in DBI, vol. 75, 2011, ad nomen.
29
Atti Parlamentari, Camera dei deputati, cit., tornata del 9 giugno 1914, pp. 3883- 3887.
30
Ibidem, p. 3888.
31
Ibidem, p.3890.
32
Ibidem, pp. 3889-3892.
33
Essa fu firmata anche dai deputati Eugenio Chiesa, Gaudenzi, Pansini, Saraceni, De Felice-
Giuffrida, Sandulli, Senàpe, Sighieri, Marchesano e Marangoni.
100

disegno di legge per la nomina di una Commissione parlamentare


d’inchiesta»34 che accertasse le dinamiche e le responsabilità dell’eccidio
nel capoluogo dorico. La proposta nasceva sia dall’intento di fare
chiarezza su un fatto gravissimo sia dalla necessità di riportare al centro
dell’attenzione dell’aula un dibattito che Salandra aveva cercato di
indirizzare su un binario ben preciso. Vale a dire negare che la scintilla
che aveva dato il “là” agli eventi fosse stata la proibizione del comizio
pubblico nella mattinata di domenica. Chiamando direttamente in causa il
presidente del Consiglio e quella parte del Parlamento che lo appoggiava,
dichiarava che il partito repubblicano non era disposto ad accettare che il
carico di responsabilità di quei tragici eventi fosse fatto ricadere su di sé,
come pure si era cercato di attuare nella discussione del giorno
precedente. L’accusa veniva quindi rispedita al mittente.
La posizione di Mazzolani puntava piuttosto ad un riconoscimento
dettagliato delle responsabilità dei singoli che sarebbe stato pregiudicato
se tutto fosse stato “assorbito” dalla decisione del presidente del
Consiglio di avocare a sé ogni carico di responsabilità (sull’operato del
quale avrebbe deciso la Camera con la mozione dell’onorevole socialista
Calda35).
La mozione per la presentazione dell’inchiesta parlamentare invocava
appunto che chiunque fosse stato coinvolto, con gradi e misure diverse, in
quegli eventi fosse chiamato a rispondere in prima persona di quanto
accaduto, senza ripararsi sotto l’egida della responsabilità politica tout
court del presidente del Consiglio. Per ottenere ciò, sarebbe stata
fondamentale l’attività della magistratura la quale però - argomentava il
deputato laziale -, non si era fino a quel momento distinta per alcuna
condanna pronunciata contro coloro che avevano arrecato offesa ai liberi
cittadini. Questo spiegava perché forti e numerosi fossero i dubbi relativi
alla serenità e alla limpidezza dell’operato della magistratura sulla
questione e, nello stesso tempo, quanto urgente fosse l’istituzione della
commissione parlamentare chiamata ad appurare la tipologia e l’entità
della sanzione, penale o disciplinare, da applicare.
La mozione Calda invece puntava a delegittimare la politica interna
dell’esecutivo sempre più orientata in senso reazionario e contro la quale

                                                            
34
Atti Parlamentari, Camera dei deputati, Sessione 1913-1914, Legislatura XIV, Discussioni, vol.
IV, tornata del 10 giugno 1914, p. 3938.
35
Per un profilo di Alberto Calda si rimanda a B. Anatra, Calda, Alberto, in DBI, vol. 16, 1973, ad
nomen.
101

auspicava il ripristino delle libertà statutarie36. Sulla stessa lunghezza


d’onda gli interventi di Ciccotti e Altobelli37 – rappresentante
dell’Estrema -, entrambi preoccupati dall’impunità delle forze di polizia e
dalla deriva liberticida dell’esecutivo38. L’invito alla compattezza delle
forze di sinistra nel voto contro il governo rivolto dal socialriformista
Bissolati39 fu seguito dal pronunciamento in senso opposto
dell’onorevole Calisse40 che invece invocò come necessario, proprio in
quel difficile momento, il sostegno all’azione governativa. Più articolata
la posizione dei radicali che, attraverso le parole dell’onorevole Alessio41,
deplorarono sia la perenne spinta alla rivolta del popolo italiano sia
l’inaccettabile indirizzo reazionario dell’esecutivo, contro il quale si
sarebbero pronunciati nella successiva votazione. Il suo era un monito di
condanna molto recisa nei confronti di ogni tipo di violenza precisando
che la giusta condotta da tenere in quel momento era di opposizione a
Salandra, anche per scongiurare il pericolo che il partito socialista si
ergesse a unico difensore delle libertà42.
A quel punto giunse la replica di Salandra che, con un atteggiamento
tutt’altro che remissivo, difese la bontà dell’azione della compagine
governativa da lui presieduta precisando che la storia d’Italia insegnava
come tutti i suoi predecessori, da Zanardelli a Fortis fino a Giolitti,
avessero sempre proibito comizi. Cosa che quindi non giustificava la
denuncia di una presunta svolta autoritaria da molti intravista nella sua
politica.
Un discorso, quello dello statista pugliese, che aprì la strada
all’annuncio del ritiro della mozione Mazzolani circa l’inchiesta
parlamentare prima e alle dichiarazioni di voto poi. Una votazione che,
con i suoi 254 contrari 112 favorevoli e un astenuto, consentì a Salandra -
cui poco prima un’insolitamente caustico Turati aveva dato del

                                                            
36
Atti Parlamentari, Camera dei deputati, Sessione 1913-1914, cit., tornata del 10 giugno 1914, pp.
3941-3943.
37
Per il primo si veda P. Treves, Ciccotti, Ettore, in DBI, vol. 25, 1981, ad nomen; per il secondo,
A. Caracciolo, Altobelli, Carlo, in DBI, vol. 2, 1960, ad nomen.
38
Atti parlamentari, Camera dei deputati, Sessione 1913-1914, cit., tornata del 10 giugno 1914,
pp. 3944-3953.
39
Si veda almeno A. Ara, Bissolati, Leonida, in DBI, cvol. 25, 1981, ad nomen.
40
Si rimanda a Calisse, Carlo, in DBI, Appendice I, 1938, ad nomen.
41
E. Piscitelli, Alessio, Giulio, in DBI, vol. 2, 1960, ad nomen.
42
Atti Parlamentari, Camera dei deputati, Sessione 1913-1914, cit., tornata del 10 giugno 1914, pp.
3954-3959.
102

«magnifico umorista»43 - di riportare un successo molto importante ma


non ancora definitivo44.
Chiamato direttamente in causa da tutti gli interventi antecedenti oltre
che da una serie ulteriore di interrogazioni parlamentari45, nella seduta
dell’11 giugno il titolare dell’esecutivo rispose alle questioni di cui
veniva investito. Dichiarò che aveva predisposto l’avvio di indagini per
accertare la verità su quanto accaduto a Napoli, dove si era verificato un
morto e che non aveva autorizzato alcuna manifestazione inneggiante agli
autori delle stragi proletarie. Precisò inoltre che non era a conoscenza del
numero preciso di morti registratesi in quelle turbolenti giornate, che
deplorava il comportamento non ineccepibile di alcuni funzionari e
aggiunse che avrebbe compiuto tutto quanto in suo potere per garantire la
libertà della tribuna parlamentare46. Infine cercò di chiarire uno degli
aspetti più controversi dell’intera vicenda. E cioè come era potuta
avvenire «la consegna dei poteri di governo all’autorità militare di
Ancona»47. La sua tesi sottolineava come non vi fosse né nelle sue
intenzioni, né in quelle dei suoi colleghi, di conferire all’autorità militare
i poteri civili. E ciò non solo perché formalmente impossibile dato che
una tale decisione avrebbe dovuto essere ratificata tramite un apposito
atto del Consiglio dei ministri, ma anche e soprattutto perché si trattava di
una circostanza eccezionale «giustificabile solo in casi gravissimi per la
tutela dell’ordine pubblico»48.
Quanto accadde fu ascrivibile a quello che lo stesso Salandra definì
come un «momento di evidente smarrimento»49 del vice-prefetto di
Ancona il quale, unilateralmente e in modo non conforme alla legge,
consegnò i suoi poteri al comandante del Corpo d’armata, tenuto, per
obbligo militare, ad assumerli. Ancora prima di venire a conoscenza di
questa decisione deleteria - allarmato da altre non meno confortanti
informazioni che gli giungevano dal capoluogo dorico -, aveva
predisposto l’arrivo in città del prefetto di Perugia. Il commendatore

                                                            
43
Ibidem, p. 3969.
44
Ibidem, pp. 3959-3972.
45
Atti Parlamentari, Camera dei deputati, Sessione 1913-1914, Legislatura XIV, Discussioni, vol.
IV, tornata del l’11 giugno 1914, pp. 4024-4027.
46
Ibidem, pp. 4024-4033.
47
Ibidem, p. 4032.
48
Ibidem.
49
Ibidem.
103

Taddei50 era stato chiamato sia per vicinanza territoriale sia per la sua
nota capacità direzionale - oltre che per le sue doti personali - di cui diede
subito prova, riacquisendo la legittima potestà civile che incautamente e
per poche ore era finita in mano all’autorità militare. La decisione di
rimuovere il prefetto dall’incarico era in linea con un’altra scelta simile
dello statista, adottata poco tempo prima. Vittima del collocamento a
riposo era stato il reggente della prefettura di Napoli che, sul finire di
maggio di quello stesso anno, non aveva impedito analoghe
manifestazioni studentesche di carattere antimilitarista aventi come
bersaglio il consolato di Austria–Ungheria51.
La gravità di quanto successo non veniva dunque smentita da Salandra.
Egli però rivendicava la celerità nell’attuazione del provvedimento di
sospensione e di deferimento al Consiglio di disciplina di un funzionario,
il vice-prefetto anconetano appunto, il cui smarrimento – rivelatore della
sua inadeguatezza rispetto all’ufficio assegnatogli – era stato
adeguatamente sanzionato e che, alla fine, meritava nulla più «che un
po’di compassione»52.
Quello che Salandra cercava dunque di far leggere come l’errore di un
singolo appariva invece agli occhi di molti in tutt’altro modo. Se per il
socialista Altobelli esso era la prova di una «follia repressiva»53 tipica di
tutto l’apparato di polizia, Eugenio Chiesa rigettava la spiegazione del
presidente ritenuta non solo gravemente insufficiente, ma del tutto
inaccettabile54. Gli altri interventi di Treves, Bentini, Mazzoni, Cappa,
Giretti, Ferri, Cavallera55 e Pescetti condannavano tutti, nella sostanza, le
                                                            
50
Paolino Taddei (Poggio a Caiano, 22 gennaio 1860 – Pistoia, 15 ottobre 1925) fu prefetto,
senatore e ministro; per un profilo di più ampio respiro si rimanda alla trattazione nel saggio
Deuteragonisti. Si veda M. Missori, Governi, alte cariche dello Stato, alti magistrati e prefetti del
Regno d’Italia, Ministero per i beni culturali e ambientali – Ufficio centrale per i beni archivistici,
Roma 1989, ad nomen.
51
Si veda A. Salandra, Discorsi parlamentari, Deliberazione della Camera dei deputati, vol. II,
Roma 1969, p. 889 e F. Lucarini, La carriera di un gentiluomo. Antonio Salandra e la ricerca di un
liberalismo nazionale (1875-1922), il Mulino, Bologna 2012, p. 187.
52
Atti Parlamentari, Camera dei deputati, cit., tornata del l’11 giugno 1914, p. 4032.
53
Ibidem, p. 4035.
54
Ibidem, pp. 4042-4043. Lo stesso Eugenio Chiesa sarebbe ritornato sulla questione ponendo, il
23 giugno 1914, un’interrogazione nella quale chiedeva spiegazione circa il diverso atteggiamento
tenuto nei confronti del vice-prefetto anconetano rispetto a quello mostrato nei riguardi del prefetto
di Ravenna. Si veda Archivio Centrale dello Stato (d’ora in poi ACS), Ministero dell’Interno, dir.
gen. di Ps, Divisione Affari generali e riservati, Archivio generale, categorie annuali 1915, b. 27, f.
18, lettera al Direttore Generale di Pubblica sicurezza, 23 giugno 1914.
55
Per i singoli profili biografici, si rimanda a F. M. Biscione, Bentini, Genunzio, in DBI, vol. 34,
1988, ad nomen; G. Izzi, Mazzoni, Guido, in DBI, vol. 72, 2008, ad nomen; L. Rampazzo, Cappa,
 
104

scelte liberticide dell’esecutivo, la disparità di trattamento tra anarchici e


nazionalisti e la tendenza a coprire e tacitare gli abusi delle forze di
polizia56.
Il prosieguo della discussione si concentrò in gran parte nella difesa
dell’operato governativo, allorché il primo ministro, dopo aver
sottolineato che si era di fronte ad «una vera rivolta di carattere
anarchico», ribadiva con determinazione che «la colpa è dei rivoltosi, e
non della forza, che deve compiere il suo dovere»57 e, nel contempo, che
il governo, «consapevole della sua grande responsabilità, e del suo
penoso compito, è risoluto di compierlo con umanità, ma con
fermezza»58. All’analisi delle situazioni esistenti in alcune zone della
Romagna e in città come Parma e Napoli, seguì poi un duro attacco
dell’onorevole Lucci a Salandra, al quale rimproverava di non aver
predisposto indicazioni precise. E, nella fattispecie, di aver lasciato «alle
questure ed alle prefetture, abituate alle più grandi infamie,
l’interpretazione di quello che è il magistero più delicato del governo, il
mantenimento dell’ordine pubblico in certi momenti del conflitto»59.
Accusa che Salandra rispedì al mittente, aggiungendo che anzi proprio la
ferma condotta tenuta aveva consentito che fossero scongiurate ulteriori
degenerazioni60.
Ancora più pungenti le parole lanciate da Altobelli che, pur
riconoscendo la pesante situazione ricevuta in eredità dai precedenti
esecutivi, dichiarava quanto quello stesso gabinetto avesse contribuito a
rendere ancora più incandescente lo scenario politico e sociale,
ulteriormente aggravatosi a causa della guerra di Libia. Se la
pacificazione era l’obiettivo che egli indicava e che l’esecutivo
dichiarava di perseguire, era necessario che i partiti intervenissero per
placare le masse e il governo per formare adeguatamente i funzionari61.
Dinanzi alla gravità della situazione, le sue parole richiamavano quindi
                                                                                                                                            
Innocenzo, in DBI, vol. 18, 1975, ad nomen; D. Da Empoli, Giretti, Edoardo, in DBI, vol. 56,
2001, ad nomen; G. Sircana, Ferri, Enrico, in DBI, vol. 47, 1997, ad nomen; F. Manconi,
Cavallera, Giuseppe, in DBI, vol. 22, 1979, ad nomen.
56
Atti Parlamentari, Camera dei deputati, cit., tornata del l’11 giugno 1914, pp. 4036-4038, 4040-
4045.
57
Atti Parlamentari, Camera dei deputati, Sessione 1913-1914, Legislatura XIV, Discussioni, vol.
IV, 2ª tornata del 12 giugno 1914, p. 4112.
58
Ibidem, p. 4113.
59
Ibidem, p. 4116.
60
Ibidem, p. 4117.
61
Ibidem, p. 4120.
105

alla coesione sociale e a una compattezza politica che, sole, avrebbero


potuto riportare quella calma così «urgentemente necessaria»62 attraverso
la sospensione per alcuni giorni dell’attività parlamentare.
Se la doppia seduta del giorno precedente si era dunque conclusa con
moniti che auspicavano, nella sostanza, una soluzione pacificatoria
provenienti anche dai banchi della sinistra63, nella tornata del 13 giugno
si registrano invece le decise prese di posizione di alcuni esponenti dai
banchi della “destra”, quali Gustavo Fornari64 e Giovanni Monti-
Guarnieri 65. Nei loro interventi formularono richieste di chiarimento al
primo Ministro circa la situazione nel fabrianese, il primo, e nelle Marche
e nella Romagna, il secondo66.
Ad entrambi, nel rispondere, Salandra chiese di non generalizzare i fatti
ma piuttosto di circoscrivere ogni valutazione di merito ai singoli contesti
locali. Per quel che riguardava l’Emilia e le Marche occorreva
innanzitutto rilevare come le aree interessate da criticità fossero le sole
province di Forlì, Ravenna e Ancona, a cui si aggiungeva «qualche
incidente di nessuna importanza in provincia di Pesaro»67. La situazione
stava migliorando un po’ovunque, anche se non mancavano focolai di
resistenza, attivi perlopiù nelle campagne del ravennate – soprattutto a
Lugo –, dove si erano registrati incendi e devastazioni agli edifici
pubblici. L’unico episodio indicato come «veramente doloroso»68 si era
attestato il giorno antecedente a Fabriano con il pesante bilancio di un
morto e diversi feriti69. Salandra concludeva il suo intervento ribadendo
la necessità dell’uso della forza come «unico modo per evitare fatti
luttuosi e per impedire» che la polizia in prima istanza fosse «costretta ad
usare le armi per la propria difesa»70.
Del tutto insoddisfatto dalle parole pronunciate dal titolare
dell’esecutivo fu il giovane deputato marchigiano Gustavo Fornari, al suo
primo intervento da parlamentare. Camerinese di nascita ma fabrianese di
                                                            
62
Ibidem, p. 4121.
63
Ibidem, pp. 4122-4125.
64
Si veda Severini, Protagonisti e controfigure, cit., pp. 103-104.
65
M. Severini, Monti Guarnieri, Stanislao, in DBI, vol. 76, 2012, pp. 316-317.
66
Atti Parlamentari, Camera dei deputati, Sessione 1913-1914, Legislatura XIV, Discussioni, vol.
IV, tornata del 13 giugno 1914, p. 4174.
67
Ibidem, p. 4175.
68
Ibidem.
69
Per una ricostruzione più dettagliata dei fatti in questione si rimanda al saggio di apertura del
volume di Marco Severini.
70
Atti Parlamentari, Camera dei deputati, cit., tornata del 13 giugno 1914, p. 4176.
106

adozione - città a cui era particolarmente legato, anche in quanto ex-


sindaco -, l’onorevole Fornari, già ex consigliere provinciale, rivelava
subito che la sua sarebbe stata una «parola di risentimento verso il
Governo»71 colpevole di un atteggiamento reticente dinanzi ad
avvenimenti tanto seri. L’esecutivo aveva, a suo avviso, sottovalutato la
minaccia sovversiva tutt’altro che latente nella città dorica dove era
particolarmente attivo «il più grande agitatore dei nostri animi»72. A ciò
si aggiungeva la scelta del tutto deleteria di lasciare la città, già orfana del
suo questore provinciale, addirittura senza prefetto73. Assenze da cui si
sarebbe originata quella «mancanza d’ogni sorveglianza e d’ogni notizia
esatta al governo circa questo agitatore»74. Su tali premesse Fornari,
industriale cartaio e portavoce dei cattolici locali, approdava poi al nodo
focale del suo intervento. La legittima concessione della libertà di
riunione, associazione e manifestazione andava garantita a patto che
questa non arrivasse a ledere – come a suo giudizio era accaduto – la
sfera delle prerogative individuali dei cittadini, al punto da pregiudicare
l’inviolabilità del «sacro tempio della famiglia»75. Se il fragile esecutivo
presieduto da Salandra voleva continuare a contare sul sostegno del
partito liberale doveva operare con «voce schietta, chiara, netta»76 una
scelta di campo ispirata alla garanzia e alla protezione delle persone e
delle famiglie, in assenza della quale sarebbe stato lecito attendersi
scenari ancora più foschi.
Tra Fornari e Monti-Guarnieri si inserì l’intervento dal tono
decisamente meno astioso, anzi conciliante, del socialista Confucio
Basaglia77 che, dopo aver chiesto ragguagli circa la situazione nel
modenese, nel dichiararsi sollevato dall’apprendere che a Modena, sua
città natale, non fosse avvenuto nulla di particolarmente grave, invitava
l’aula a inoltrare un monito pacificatore che dai banchi del Parlamento
giungesse «a tutti i cittadini d’Italia»78.
                                                            
71
Ibidem.
72
Ibidem. Il riferimento è al capo del movimento anarchico Errico Malatesta, sul cui ruolo
all’interno della Settimana rossa si rinvia al saggio di apertura del volume di Marco Severini.
73
Le funzioni del prefetto venivano svolte dal vice-prefetto e, per gli atti di ordinaria
amministrazione, dal consigliere delegato.
74
Atti Parlamentari, Camera dei deputati, cit., tornata del 13 giugno 1914, p. 4176.
75
Ibidem.
76
Ibidem, p. 4178.
77
Si veda F. Montella, Confucio Basaglia e il socialismo riformista modenese, Edizioni arte
stampa, Modena 2012.
78
Atti Parlamentari, Camera dei deputati, cit., tornata del 13 giugno 1914, p. 4176.
107

Niente affatto esente da vene polemiche l’intervento del senigalliese


Monti-Guarnieri che non lesinò osservazioni taglienti al compagno di
partito Fornari. Del collega non condivideva le forti critiche riservate al
comportamento delle forze dell’ordine che, come egli stesso aveva potuto
direttamente osservare durante quelle turbolente cinque giornate trascorse
nell’epicentro della rivolta nelle quali, lontano da Roma «e separato dal
genere umano, come se fossimo in un’isola qualunque della Polinesia»79,
aveva potuto constatare ben altro. E cioè che – sia a livello di singole
realtà locali, come nei casi citati di Fabriano80, Pergola, Sassoferrato e
Foligno, sia come valutazione complessiva –, i tutori dell’ordine avevano
tenuto, a suo avviso, «un contegno ammirevole per calma e per spirito di
abnegazione»81 al punto da meritare «intero, unanime, il plauso della
Rappresentanza nazionale, perché essi hanno benemeritato dalla
patria»82.

2. Un bilancio

Ciò che emerge come dato politico evidente dalla disamina del dibattito
parlamentare è la brevità della discussione che si estese in un arco
temporale piuttosto circoscritto compreso tra il 9 e il 13 giugno e peraltro
in maniera nemmeno continuativa. Di lì a poco il Parlamento sarebbe
stato investito da una questione ancora più grave. L’attentato di Sarajevo
avrebbe inaugurato una nuova e non meno drammatica pagina nella vita
politica italiana. Ma d’altra parte, ancora prima di quel fatale 28 giugno,
l’eco parlamentare della Settimana rossa si era però già esaurita. Per
alcune specifiche ragioni.
Eppure sin dall’8 e poi ancora di più dal 9 giugno la questione si pose
innanzitutto in termini di urgenza e gravità politica, oltre che come fatto
di precipua rilevanza nazionale. A dare battaglia a Salandra erano stati
ovviamente i partiti di sinistra che, soprattutto con la mozione Calda,
avevano tentato di far venire meno al governo l’appoggio del Parlamento.
C’era la speranza, in realtà poco fondata ma da alcuni tenacemente
perseguita, che il collasso dell’esecutivo fosse davvero un risultato facile
                                                            
79
Ibidem.
80
Proprio sulla ricostruzione del comportamento delle forze dell’ordine a Fabriano, l’intervento di
Monti-Guarnieri si discostava maggiormente nei toni e nei contenuti da quello di Fornari.
81
Atti Parlamentari, Camera dei deputati, cit., tornata del 13 giugno 1914, p. 4180.
82
Ibidem, pp. 4180-4181.
108

da ottenere, tanto più per la piega che avevano preso gli eventi. In
particolare, i socialisti massimalisti auspicavano che la scossa
insurrezionale provocasse «la caduta di Salandra e l’avvento di un nuovo
governo»83. Tuttavia «le probabilità di far cadere il ministero, in quel
momento almeno e fintanto che non si fosse ripristinato l’ordine
pubblico, erano […] del tutto illusorie»84.
Ma una volta oltrepassato indenne e con un significativo margine
numerico quel momento potenzialmente rischioso fu chiaro che,
nonostante lo scoppio di altri focolai di rivolta più o meno lontani
dall’epicentro anconetano e le denunce di condotta irresponsabile da
parte degli organi di polizia, per il governo si trattava di contenere le
proteste e confermare la propria tenuta. «Superato lo scoglio
parlamentare, proclamata dalla Confederazione del Lavoro la fine dello
sciopero, [l’esecutivo] poteva ritenere che la burrasca fosse ormai
passata»85.
D’altra parte, l’analisi dei fatti mostra come neanche la proclamazione
dello sciopero generale e l’intenzione di alcuni esponenti sindacali e
partitici di protrarlo oltre le quarantotto ore deliberate dal referendum
confederale abbiano significativamente inciso circa l’andamento del
dibattito di Montecitorio. I contraccolpi provenienti dal mondo sindacale
non produssero scossoni sufficientemente ampi da orientare le
discussioni che si verificavano nel consesso parlamentare.
Lo statista pugliese cioè si era dimostrato particolarmente abile nello
sfruttare a suo vantaggio una situazione alquanto intricata, in cui gli
equilibri dell’esecutivo erano appesi a un filo sottile che fu comunque
bravo a gestire. La sua «calcolata freddezza» lo condusse a respingere
«con fermezza le accuse di essere un reazionario» e a rivendicare «al
contrario, la peculiare continuità con la nuova politica interna attuata in
Italia all’aprirsi del nuovo secolo»86.
Alla base dei moti di protesta però c’era stata anche l’intenzione dei
socialisti di mettere in difficoltà il capo del governo; quest’ultimo, allo
scoppio dei disordini, rispose con l’invio ai prefetti di una circolare con
cui si inibiva lo svolgersi di manifestazioni di protesta riallacciandosi
nella sostanza – e questa fu la lettura sposata dai socialisti – «a una

                                                            
83
M. Papini, Ancona e il mito della Settimana rossa», affinità elettive, Ancona 2013, p. 23.
84
Lotti, La Settimana rossa, cit., p. 169.
85
Ibidem, p. 189.
86
Lucarini, La carriera di un gentiluomo, cit., p. 192.
109

tradizione di governo ormai dimenticata da un quindicennio»87. Quanto ai


socialisti, l’aver denunciato il cammino illiberale dell’azione governativa
e, più in generale, della maggioranza che lo appoggiava – oltre che di
un’intera classe dirigente –, permise loro di attestarsi come i difensori
delle libertà ma non servì a compattare uno schieramento che non fu mai
capace di mettere davvero in discussione l’esistenza di quell’esecutivo
che intanto poteva comunque contare sull’appoggio effettivo dei
conservatori88.
La duttilità comportamentale di Salandra gli consentì di aver ragione
non tanto di quelle forze la cui opposizione era scontata (socialisti,
radicali e repubblicani), ma soprattutto del gruppo che più poteva creargli
dei problemi e quindi costituire il vero ago di bilancia, ovvero la fronda
dei giolittiani. Fece dunque in modo di «spegnere i moti senza dover
usare la mano pesante ma riaffermando, durante il dibattito parlamentare,
la legittimità della sua azione e di tutto quanto il governo aveva fatto»89.
Ci riuscì perché non si limitò ad un’efficace ma sterile difesa e appunto
perché passò al contrattacco, confinando i socialisti – che più di ogni altra
forza gli avevano dato battaglia in aula – in un autentico stato di
isolamento. Il momento di svolta fu sicuramente «la decisa assunzione di
responsabilità»90 con la quale pose il consesso parlamentare di fronte a un
aut-aut che non contemplava sfumature o compromessi. O si confermava
la fiducia nel governo in carica o se ne creava un altro, senza però
perdere tempo né lasciare il Paese privo di una guida rigorosa e
autorevole.
Resta comunque un dato incontrovertibile che tanto le divisione
intestine al partito socialista quanto lo iato e le incomprensioni che
dilaniarono il movimento sindacale contribuirono a rafforzare la
credibilità e l’opportunità dell’azione politica messa in atto dal governo,
che «agì con fermezza e calma riuscendo a dominare la situazione senza
troppe difficoltà»91. In sintesi, quindi, «Salandra e l’esecutivo da lui

                                                            
87
G. Carocci (a cura di), Il Parlamento nella storia d’Italia. Antologia storica della classe politica,
Laterza, Bari 1964, p. 485.
88
Carocci, Il Parlamento nella storia d’Italia, cit., pp. 484-486.
89
N. Tranfaglia, La prima guerra mondiale e il fascismo, in Storia d’Italia, diretta da G. Galasso,
vol. XXII, Utet, Torino 1995, p. 14.
90
Lucarini, La carriera di un gentiluomo, cit., p. 194.
91
G. Candeloro, Storia dell’Italia moderna, La prima guerra mondiale, il dopoguerra, l’avvento
del fascismo 1914-1922, Feltrinelli, Milano 1979, p. 22.
110

presieduto nonché indeboliti uscivano, al contrario, rafforzati dalle


drammatiche giornate di giugno»92.
Il fatto che gli eventi della Settimana rossa si fossero esauriti nel giro di
pochi giorni fu centrale per la vita dell’esecutivo che poté così, una volta
uscito vincitore dal confronto parlamentare, liquidare come singoli
fenomeni locali i pur gravi episodi segnalati a Firenze, Roma, Napoli. A
poco a poco, proprio perché la sollevazione era scevra di sbocchi concreti
e di una reale ed efficace conduzione da parte dei leader politici –
rivelatisi incapaci sia di guidarla che di organizzarla -, tanto la protesta
quanto la discussione in aula persero progressivamente di mordente,
circoscrivendosi sempre più in ambito locale e perdendo così quella
centralità nazionale che avevano avuto nei giorni immediatamente
successivi al 7 giugno.
D’altra parte è pur vero che la stessa storiografia, nonostante alcune
significative riletture complessive del periodo antecedente la prima
guerra mondiale e studi di carattere locale93, non ha mai davvero
approfondito con studi critici adeguati il dibattito parlamentare relativo ai
fatti del giugno 1914, eccezion fatta per il contributo citato di Luigi Lotti
che però, oltre ad essere incompleto sotto questo specifico aspetto, risulta
ormai datato.
Infine, non si può non tener conto di come il clima che si sarebbe
impadronito del paese di lì a poco avrebbe condotto ad un’insospettabile
convergenza di opinioni – seppur tra differenti motivazioni, aspettative e
obiettivi – politici e partiti sino a quel momento irriducibilmente
avversari. «Lo scoppio della guerra mondiale […] non consente di dire
quali avrebbero potuto essere gli sviluppi ulteriori di una situazione»94, di
cui il dibattito sulla Settimana rossa fu l’ultima emblematica
dimostrazione, prima che la frenesia interventista travolgesse tutto e tutti.

                                                            
92
Lucarini, La carriera di un gentiluomo, cit., p. 193.
93
G. Pescosolido, Il periodo 1870-1915, in L. De Rosa (a cura di), La storiografia italiana degli
ultimi vent’anni, Età contemporanea, vol. 3, Laterza, Roma-Bari 1989, p. 35 e ss.; M. Severini, La
Settimana rossa: un bilancio storiografico, in Rassegna storica del Risorgimento, 1998, fasc. II,
pp. 238-251.
94
R. Romeo, Scritti storici 1915-1987, Mondadori, Milano 1991, p. 149 (1ª edizione 1990).
111

La dimensione processuale
di Luca Frontini

1. L’istruttoria

Il 14 giugno 1914 la Procura di Ancona acquisisce una prima denuncia


sui disordini avvenuti nel capoluogo durante i sette giorni precedenti.
Con una logica piuttosto contraddittoria, si prefigura immediatamente,
già da questo primo documento1 redatto dall’ispettore generale di polizia
Giuseppe Alongi, la centralità di una determinata ipotesi accusatoria: gli
inquirenti sembrano convinti che la Settimana rossa sia scaturita da un
piano rivoluzionario, ordito con l’obiettivo di esautorare in maniera
violenta la monarchia. Secondo questa impostazione, sulla quale verrà
incardinato l’intero procedimento penale, a partire dal 7 giugno si sarebbe
verificato − come scrive l’ispettore di polizia − un consapevole «tentativo
di movimento insurrezionale per abbattere le Istituzioni Costituzionali, a
base di devastazioni, di saccheggi, di violenze, di attentati contro la
sicurezza dello Stato e dei trasporti»2. Una strategia sovversiva − secondo
il responsabile della pubblica sicurezza anconetana − preparata a partire
dal 1913 da Malatesta e dagli anarchici, e poi condivisa con altre forze
politiche vicine al movimento operaio e ai ceti popolari, repubblicani in
primis.
Il 17 giugno Alongi inoltra all’autorità giudiziaria una nuova e più
circostanziata denuncia, corredata da quattro allegati, funzionali alla
ricostruzione dei fatti criminosi avvenuti durante la Settimana rossa: un
diario dei sette giorni, i rapporti alla questura di Ancona degli agenti e dei
funzionari di pubblica sicurezza in servizio, le corrispondenze di un
giornalista per un quotidiano bolognese, e infine alcune copie della
                                                            
1
Archivio di Stato di Ancona, Fondo giudiziario, Processo Nenni Malatesta (d’ora in poi: ASAn,
PrNM), b. 1, fasc. 1, pp. 1-5.
2
Ibidem, p. 2.
112

«Volontà» e del «Lucifero» in cui compaiono articoli particolarmente


“incendiari” di Malatesta, Nenni e Marinelli. Nel testo della denuncia
viene ribadita e precisata l’ipotesi accusatoria profilatasi nel documento
del 14 giugno: «è indubbio [...] che alla manifestazione di protesta [...] si
accompagnò la esplicazione di un programma rivoltoso, preordinato e
premeditato da lunga mano, e che per l’applicazione aspettava soltanto un
pretesto»3.
Due giorni dopo l’ispettore fa pervenire alla Procura una terza denuncia,
con un elenco dettagliato di singoli fatti criminosi, commessi durante i
sette giorni di agitazione: si va dall’esposizione della bandiera
repubblicana alla proclamazione della repubblica, dallo svaligiamento di
armerie alla costituzione di bande armate, dagli spari contro la forza
pubblica agli inviti al saccheggio e alla devastazione, dall’occupazione e
danneggiamento di pubblici uffici e mezzi di comunicazione al sequestro
di mezzi di trasporto.
Nel contempo il teorema inquisitorio si rafforza:

I disordini [...] iniziatisi dopo il conflitto di Villa Rossa, continuarono nei giorni
successivi degenerando tosto in moti rivoluzionari, rivelanti una preparazione ed
un concerto criminoso tutt’altro che improvvisato. Di ogni reato si è fatta o è in
corso analoga singola denuncia, e continuano le indagini per integrarne le prove
generiche e specifiche e per designarne e individuarne i responsabili. Ma è
necessario anche coordinare in unica sintesi i reati, per mettere appunto in
evidenza la preparazione e il concerto che li determinò. [...] In Ancona [...] e
rapidamente nei maggiori centri della provincia lo sciopero di protesta prese
tosto il carattere di rivolta ed insurrezione, né ciò avvenne durante il primo
impulso ed in forma tumultuaria ed acefala, poiché ben presto si rivelò
l’esistenza di un centro direttivo che ai moti collettivi della folla designava ed
ordinava una serie di atti e fatti criminosi evidentemente orientati a finalità
rivoluzionarie. [...] Il metodo, le modalità nella esplicazione e nella preparazione
di questi reati sono identici per successione e per intensità, concomitanza che
non si spiegherebbe, se non rivelasse una preparazione di lunga mano, un
programma prestabilito che aspettava un’occasione per essere messo in
esecuzione. [...] Dalla teppa [...] fu tratto una specie di esercito volontario.4
                                                            
3
ASAn, PrNM, b. 1, fasc. 1, pp. 18-19.
4
ASAn, PrNM, b. 1, fasc. 1, pp. 59-63. C. Treves, Cause ed effetti, in «Critica sociale», 16-30
giugno 1914, deplora lo strumento dello sciopero generale perché «mette l’organizzazione alla
mercè della massa disorganizzata, e quella mette alla mercè degli elementi più riottosi,
irresponsabili, diciamo pure, della teppa» (corsivi miei): sebbene inserita in argomentazioni
concettualmente divergenti, colpisce la concordanza lessicale tra l’ispettore di polizia anconetano e
uno dei dirigenti nazionali del socialismo riformista.
113

Tuttavia gli indizi a carico dei presunti rivoltosi sono piuttosto esigui,
limitandosi sostanzialmente ad articoli di giornale, a frasi estrapolate da
comizi e a segnalazioni provenienti da informatori della polizia. Il circolo
repubblicano di Villa Rossa subisce una perquisizione a tappeto, ma le
forze dell’ordine non trovano nulla di compromettente5.
Sulla base degli atti di denuncia sopraesposti, tra il 20 e il 26 giugno il
giudice istruttore Raffaele Mastrocinque − dando seguito alle richieste di
arresto diramate dal procuratore generale − spicca dei mandati di cattura
per quattordici indiziati: Errico Malatesta, Pietro Nenni, Alfredo Pedrini,
Oddo Marinelli, Pietro Pelizza, Domenico Adorni, Luigi Armellini, Ugo
Bousquet, Ulderico Buchi, Riccardo Casciani, Salomone Levi, Enrico
Pucci, Cesare Stazio, Umberto Travagli. A loro carico ci sono i reati di
tentata sovversione dell’ordinamento costituzionale monarchico,
cospirazione, istigazione e associazione a delinquere, eccitamento alla
guerra civile.
Nei giorni seguenti, altri indiziati − in totale ottantasette − vengono
raggiunti da mandati di comparizione per reati minori. L’ingiunzione a
comparire viene comminata anche ai tredici carabinieri che il 7 giugno
hanno aperto il fuoco sui manifestanti6.
Come si è già accennato in apertura, esaminando gli atti dell’istruttoria
risulta evidente il tentativo − a tratti anche maldestro7 − di stigmatizzare
in senso terroristico la Settimana rossa. Tentativo determinato dalla
convinzione pregiudiziale degli inquirenti che all’origine dei disordini ci
                                                            
5
ASAn, PrNM, b. 1, fasc. 1, pp. 14-16, 37.
6
Alla ricostruzione probatoria dell’omicidio dei tre giovani manifestanti ha dato un contributo
decisivo Oddo Marinelli, allora ai primi passi nella carriera legale, oltre che dirigente del
movimento giovanile repubblicano. Subito dopo la sparatoria fuori Villa Rossa, Marinelli si reca
alla caserma dei carabinieri e impone la rivista delle armi al drappello intervenuto sul luogo del
comizio, individuando i tredici che hanno sparato sulla folla. Tuttavia, il processo a carico degli
esponenti dell’Arma verrà scorporato dal procedimento principale e tenuto in separata sede. Si
vedano: E. Santarelli, Le Marche dall’unità al fascismo. Democrazia repubblicana e movimento
socialista, Reprint a cura dell’Istituto regionale per la Storia del movimento di liberazione nelle
Marche, Ancona 1983, p. 240, n. 4; P. Marchetti, Inchiesta penale e delitto politico. Il processo per
i fatti della “Settimana rossa” ad Ancona, in Id. (a cura di), Inchiesta penale e pre-giudizio. Una
riflessione interdisciplinare, Atti del Convegno (Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di
Teramo, 4 maggio 2006), Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 2007, p. 204.
7
Ad esempio, gli inquirenti danno credito a una segnalazione piuttosto risibile − ma a cui sarà data
importanza anche in fase dibattimentale − di due informatori delle forze dell’ordine: sembra che
durante una riunione alla Camera del lavoro Malatesta abbia indotto alcuni suoi seguaci a prendere
a pugnalate un ritratto del re. ASAn, PrNM, b. 1, fasc. 1, p. 9; si veda anche ibidem, b. 1, fasc. 10,
p. 20; ibidem, b. 2, Verbale di dibattimento innanzi la Corte d’assise di Aquila, pp. 55-58, 70.
114

sia un complotto8, un piano avente come obiettivo l’abbattimento delle


istituzioni del Regno. Un disegno sovversivo che sarebbe stato
architettato dall’anziano Malatesta per gli anarchici e dai giovani Nenni e
Marinelli per i repubblicani, con la Camera del lavoro di Ancona a fare
da base operativa, e i suoi affiliati da braccio armato.
Dei presunti vertici della macchinazione sovversiva, rimane in loco il
solo Pietro Nenni, mentre Malatesta e Marinelli si rendono latitanti
riuscendo a espatriare, il primo in Inghilterra, l’altro in Svizzera. Il
direttore del «Lucifero» viene arrestato il 23 giugno nel centro di Ancona
mentre sta leggendo l’«Avanti!»9. Viene sottoposto a due interrogatori,
durante i quali il magistrato inquirente, non avendo in mano nessuna
prova concreta della fantomatica macchinazione, non può contestargli
altro che le sue opinioni politiche, già espresse in innumerevoli articoli di
giornale e in altre occasioni pubbliche prima del 7 giugno 1914. Il
faentino ha buon gioco nel difendersi dalle accuse (oltre alle
dichiarazioni rese a voce, presenta anche una memoria scritta): ribadisce
le sue profonde convinzioni repubblicane e riconosce alla Settimana
rossa, con il suo sciopero generale che ha bloccato la penisola, una
grande importanza come movimento spontaneo dei ceti popolari in un
contesto di grave malessere sociale; ma nega, al contempo, sia di aver
cercato o stretto patti sovversivi con altre forze dell’estrema sinistra, sia
di aver organizzato un complotto e di aver provocato un’azione violenta
al fine di abbattere le istituzioni politiche10.
Eccettuato il segretario Pedrini, che è riuscito a rendersi irreperibile,
vengono arrestati e sottoposti a interrogatorio anche diversi dirigenti della
Camera del lavoro, tra i quali il sindacalista dei ferrovieri Sigilfredo
Pelizza, il ragioniere Salomone Levi, l’impiegato Ugo Bousquet, il
muratore Domenico Adorni e il pastaio Enrico Pucci11.
Nel frattempo le indagini proseguono per gran parte dell’estate, fino
all’inizio di agosto: vengono perquisite le abitazioni degli inquisiti, ma −
a parte giornali, opuscoli politici e qualche lettera − non si trova nulla.
                                                            
8
La teoria del complotto anarchico trova una potente cassa di risonanza, anche con toni da
feuilleton, nella coeva e successiva stampa di orientamento conservatore e nazionalista; a ridosso
dell’intervento italiano nella Prima guerra mondiale, la “macchina del fango” mediatica arriva ad
accusare Malatesta di «aver scatenato la Settimana rossa sotto compenso della polizia austriaca».
M. Papini, Ancona e il mito della Settimana rossa, affinità elettive, Ancona 2013, p. 30, n. 44.
9
M. Severini, Nenni il sovversivo. L’esperienza a Jesi e nelle Marche (1912-1915), Marsilio,
Venezia 2007, p. 99.
10
ASAn, PrNM, b. 1, fasc. 1, p. 229; ibidem, fasc. 2, pp. 1-9, 104-105.
11
ASAn, PrNM, b. 1, fasc. 2, pp. 12-84.
115

Vengono raccolte deposizioni testimoniali, principalmente di carabinieri


e agenti in servizio nei giorni della Settimana rossa, che però non
arricchiscono il quadro probatorio. Soprattutto, non si riescono a trovare
prove tangibili di quel disegno sovversivo su cui invece sembra puntare
la magistratura inquirente, al punto da farne la materia cardine del
processo.
Sulla base dei risultati dell’istruttoria, il 10 agosto il pubblico ministero
deposita la sua requisitoria12. Degli ottantasette inquisiti, viene chiesto il
rinvio a giudizio per una decina: Nenni, Malatesta, Marinelli, Pedrini,
Pelizza, Levi, Bousquet, Adorni, Pucci e Strappa13. I gravi reati che
vengono loro contestati sono quelli previsti dall’articolo 118, comma 3
(«commissione di atti diretti a mutare violentemente la forma di
governo») e dall’articolo 134, comma 2 («concerto per commettere fatti
diretti a mutare la forma di governo») del Codice penale Zanardelli.
Quattro giorni dopo, gli avvocati degli imputati, riuniti in collegio,
presentano una dettagliata memoria difensiva in cui smontano
sistematicamente le tesi degli inquirenti, evidenziando numerose
debolezze di metodo e di merito della requisitoria14.
Il 20 agosto la Sezione d’accusa presso la Corte d’appello di Ancona −
composta dai magistrati Francesco Corbo, Francesco Notaristefano e
Raffaele Mastrocinque − respinte le contestazioni della difesa, accoglie le
richieste del pubblico ministero, rinviando a giudizio in Corte d’assise i
dieci imputati. Nella sentenza15, il rinvio a giudizio viene motivato
accogliendo in toto il teorema complottista proposto dalla magistratura
inquirente16.

2. Il dibattimento

Mentre la fase istruttoria del processo volge al termine, i maggiori


inquisiti per i fatti della Settimana rossa vengono candidati, anche se
ineleggibili, nelle “liste di protesta” presentate dai partiti popolari alle
amministrative del luglio 1914, favorendo la vittoria elettorale delle forze
                                                            
12
ASAn, PrNM, b. 1, fasc. 10, pp. 1-32.
13
Per quest’ultimo viene chiesto il rinvio a giudizio solo in relazione a reati di minore entità.
14
ASAn, PrNM, b. 1, fasc. 10, pp. 102-134.
15
ASAn, PrNM, b. 1, fasc. 10, pp. 173-205.
16
Una procedura quantomeno anomala permette al giudice Mastrocinque di far parte dell’organo
collegiale che dispone il rinvio a giudizio, dopo che lo stesso ha condotto l’istruttoria.
116

di sinistra ad Ancona e provincia. In questo clima simpatetico verso gli


imputati, la fase dibattimentale del processo in Corte d’assise, aperta al
pubblico, si preannuncia quantomai vivace. A smorzare le aspettative
degli anconetani, il 17 settembre interviene il giudizio di legitima
suspicione della Corte di cassazione, con il quale si dispone il
trasferimento del processo alla Corte d’assise dell’Aquila17.
I sei reclusi in attesa di giudizio a ottobre vengono tradotti dal carcere
marchigiano a quello abruzzese. Finalmente il 19 novembre si apre il
dibattimento pubblico:

Il processo durerà dai venti ai venticinque giorni. Presiederà il cav. De Simone.


Sosterrà l’accusa il cav. Potatauro. Il Collegio della difesa è composto dagli
avvocati onorevoli Giardini, Bocconi, Cappa, e dagli avvocati D’Eramo, Paletti,
Chiuriggia, Ferri, Pacetti, Leopardi, Ascoli, Marinucci. Gli imputati sono dieci,
di cui quattro latitanti, e sono: Malatesta Errico, Nenni Pietro, Marinelli Oddo,
Pedrini Alfredo, Pelizza Pietro, Pucci Enrico, Levi Salomone, Bousquet Ugo,
Adorni Domenico, Strappa Ferdinando. [...] I primi nove sono imputati: 1) del
reato di cui all’articolo 134 del Codice penale [...] per avere in Ancona
dall’agosto 1913 ai primi di giugno 1914, con accordi, rivelati specialmente da
discorsi tenuti in comizi e in conferenze, più di tutti da Malatesta Errico e Nenni
Pietro, dagli articoli inseriti dal Malatesta nel giornale La volontà e dal Nenni
nel giornale Lucifero [...], concertato e stabilito di commettere fatti inerenti a
mutare violentemente la forma di governo, sostituendo alla Monarchia
costituzionale la Repubblica [...]; 2) del reato, di cui all’articolo 118, numero 3,
del Codice penale, per avere in Ancona e fuori dal 7 al 13 giugno 1914,
commessi fatti diretti a mutare violentemente la forma di governo, sostituendo
la Repubblica alla Monarchia, dei quali fatti i principali sono: lo sciopero
generale ad oltranza proclamato a scopo politico per turbare l’ordine pubblico
impedendo i pubblici servizi e arrestando la vita cittadina in Ancona e fuori,
all’oggetto di avere mano libera nell’azione rivoluzionaria da essi intrapresa;
l’interruzione delle linee ferroviarie, telegrafiche e telefoniche impedendo così il
transito da un paese all’altro, che venne permesso solamente mediante
lasciapassare che si rilasciavano da essi a mezzo del correo Pedrini Alfredo, nel
mentre poi venivano sequestrate e condotto alla Camera del lavoro le persone
sprovviste di lasciapassare e ritenute sospette, e ciò allo scopo precipuo di non
far conoscere le notizie vere sulle condizioni dello altre parti d’Italia, nel mentre
poi con false notizie propagate in città, all’oggetto di indurre i cittadini ad
aderire alla Repubblica, davano a credere che questa fosse stata proclamata in
Romagna e altrove e che il Re era fuggito; fare abbattere e incendiare in Ancona
                                                            
17
Marchetti, Inchiesta penale e delitto politico, cit., p. 205.
117

i casotti del dazio consumo, per fare aderire il popolo alla Repubblica, facendo
così credere che, questa proclamata, restavano aboliti i balzelli; avere ordinato di
requisire grano, fagiuoli, ecc., fatti poi distribuire gratuitamente al popolo per
ingenerare nel medesimo la credenza che la Repubblica provvede ai suoi
bisogni; avere indotto un centinaio di rivoltosi ad invadere il negozio di armi
Alfieri, posto in Ancona al corso Mazzini, trarre ad esso circa duecento
rivoltelle, fucili, munizioni e armi bianche, per avvalersene contro gli agenti
della forza pubblica e i soldati; avere innalzato in Ancona e fuori bandiere
repubblicane, specialmente sulle automobili che andavano in giro per conto di
essi promotori della rivolta, che ne pagavano il nolo, e ciò principalmente per
stare in contatto coi rivoltosi della Romagna; per aver con una lettera fatta
scrivere dal suddetto Pedrini, diretta alla Camera del lavoro di Cesena, incitato
la medesima a indurre il popolo ad abbattere la Monarchia e proclamare la
Repubblica; avere costituito bande armate che tentarono l’assalto dei pubblici
uffici, assalirono la forza pubblica ferendo funzionari e militari, eccitando il
popolo alla guerra civile; infine, essersi costituiti presso la Camera del lavoro di
Ancona in governo provvisorio sotto la direzione dell’imputato Malatesta,
facendo proclamare la Repubblica specialmente a Falconara, e dando ordini e
disposizioni per il governo della città e dintorni. [...] I testimoni a carico sono
56, quasi tutti funzionari; i testi a discarico circa cento.18

Alla prima udienza del 19 novembre, iniziata in ritardo a pomeriggio


inoltrato, si teme che la folla solidarizzi con gli imputati, provocando
disordini, ma in realtà il popolo aquilano si disinteressa dell’evento:

Se il breve rinvio non servì ad accendere la curiosità della popolazione, la quale


non si è affatto interessata neanche dell’agitarsi più vivo che attorno al processo
fanno i giornalisti, dei quali alcuni sono venuti da fuori, così l’arrivo degli
imputati alla Corte di Assise, con traduzione ordinaria, come suol dirsi, passa
inosservato. [...] Né i carabinieri né il picchetto armato dovettero intervenire per
trattenere il pubblico, che è scarso e poco animato. Dietro la doppia fila dei
rappresentanti dell’ordine, la poca gente si è disposta con rispetto e nella
massima calma e silenzio. [...] Solo verso il Salomone Levi, che il terzo ad
apparire fra i carabinieri, fu rivolta qualche parola di incoraggiamento da
parecchi amici. Il Nenni, che ha l’aspetto d’un giovanotto, discese disinvolto dal
carrozzone, sostando un istante e guardando attraverso gli occhiali sulla folla
come per trovarvi qualche persona amica. Ugo Bousquet, invece, con un amaro

                                                            
18
Il processo per la “settimana rossa”. L’atto di accusa, in «La Stampa», 19 novembre 1914, p. 4.
118

sorriso leva in alto le mani per mostrare le manette che gli serravano i polsi; poi
si avvia affrettatamente, crollando il capo.19

Nelle udienze che si susseguono con cadenza quasi giornaliera,


vengono innanzitutto ascoltati gli imputati e i testimoni dell’accusa già
sentiti in fase istruttoria, la grande maggioranza dei quali si limita a
confermare quanto già deposto20. Il 3 dicembre iniziano gli interventi dei
testimoni della difesa, tra i quali spicca − con una perorazione a favore di
Nenni21 − il nome di Alceste De Ambris, sindacalista dell’Usi e deputato
dal 1913 (fattosi eleggere per ottenere l’immunità, non esercita il
mandato parlamentare per rispetto dei principi del sindacalismo
rivoluzionario).
Il 5 dicembre i membri della giuria popolare presentano un’istanza con
la quale chiedono di fare un sopralluogo ad Ancona, per avere una
migliore comprensione della dinamica e della logistica degli eventi sui
quali sono chiamati a giudicare. L’istanza viene accolta e le udienze si
interrompono per la trasferta nel capoluogo marchigiano.
Il 10 dicembre il presidente della Corte, la giuria, il pubblico ministero
e gli avvocati del collegio difensivo, insieme a un gruppo di giornalisti,
trascorrono l’intera giornata ad Ancona, visitando i luoghi in cui si è
svolta la Settimana rossa:

Per via Leopardi si scende in via Mazzini, ov’è il negozio di armeria Alfieri. Il
padrone eccitato inveisce contro la folla scagliandosi contro l’avv. Giardini,
accusandolo di aver fatto svaligiare il negozio. Il presidente cerca di calmarlo.
Per via 20 Settembre si recano poi alla Camera del Lavoro.22

Rientrati a l’Aquila, il 12 dicembre riprendono i lavori in aula, ma al


termine dell’udienza mattutina il presidente De Simone è colto da malore,
e il processo viene sospeso e rinviato al 4 gennaio.

                                                            
19
Il processo per la “settimana rossa”. La prima udienza (Dal nostro inviato speciale), in «La
Stampa», 20 novembre 1914, p. 4.
20
ASAn, PrNM, b. 2, Verbale di dibattimento innanzi la Corte d’assise di Aquila, passim.
21
Ibidem, p. 84.
22
Il sopraluogo ad Ancona del processo della “settimana rossa”, in «La Stampa», 11 dicembre
1914, p. 4.
119

Il 30 dicembre 1914, un’amnistia23 concessa da Vittorio Emanuele III


per celebrare la nascita della principessa Maria Francesca di Savoia,
estingue l’azione penale per i fatti anconetani della Settimana rossa.

                                                            
23
R. decreto n. 1408 che concede amnistia per vari reati e contravvenzioni, in «Gazzetta Ufficiale
del Regno d’Italia», Roma, 30 dicembre 1914, pp. 7158-7159.
120
121

Lo scenario internazionale
di Silvia Boero

1. Introduzione

Già dagli anni ottanta del diciannovesimo secolo, le classi operaie


statunitensi si erano distinte per le lotte altamente organizzate contro
l’oppressione dello Stato federale. Le riforme sociali fallivano poichè
inquadrate in un contesto economico ipercapitalista; gli squilibri fra le
classi, aumentati in modo esponenziale soprattutto nella seconda metà del
1800, ed ulteriormente accentuati dall’industrializzazione – avvenuta,
anche negli Stati Uniti, a macchia di leopardo – causavano il
rallentamento della modernizzazione e dell’applicazione delle riforme
stesse. Le classi dirigenti e le agenzie del potere utilizzavano, come
metodologia di controllo, sistematiche repressioni che quasi sempre si
traducevano in massacri. In questo clima entropico crebbe la paura nei
confronti di classi operaie sempre più consapevoli ed emancipate – paura
affiancata al timore di un’egemonia germanica, e, di pari passo,
l’allargarsi a macchia d’olio di quella che negli Stati Uniti verrà chiamata
The Great Red Scare1. Nello stesso periodo, nel Regno Unito, la scena
delle lotte operaie era altrettanto scottante, soprattutto in Galles, dove già
dal 1700 le masse erano in azione per una lotta di classe ante litteram
altamente consapevole. Non dimentichiamo che quest’anno ricorre il

                                                            
1
Benchè sia tendenza comune risalire al 1919 come riferimento per la prima fase della Paura
Rossa, già dal 1917 si può parlare di Red Scare, considerando le repressioni ad opera di J.Edgard
Hoover – allora giovanissimo ed inflessibile capo dell’FBI – che esplosero nel 1919 con
l’applicazione delle ordinanze del Procuratore Generale Mitchell Palmer, conosciute come Palmer
Raids. Si stima che circa 4000 persone furono detenute senza regolare processo. La national
histerya secondo la definizione dello storico Robert K. Murray ha comunque radici riconducibili
all’inizio della prima presidenza di Woodrow Wilson, dunque al 1913.
122

trentennale di uno dei più lunghi e sofferti scioperi2 dei minatori gallesi,
una battaglia che il tempo e la storia hanno finalmente dimostrato essere
stata più che legittima, vinta da coloro che difesero non solo il valore del
proprio operato, ma anche e soprattutto la propria dignità di persone;
battaglia condotta, con onore, per un anno intero, contro Margareth
Thatcher e l’establishment reazionario che rappresentava.
Primo martire – se possiamo usare questo termine – delle rivolte gallesi
fu Dic Penderyn, un minatore ventitreenne accusato dell’omicidio (mai
commesso) di un militare durante i disordini di Merthyr Tydfil, nel
Galles meridionale. Impiccato sulla piazza di Cardiff l’8 agosto 1831,
Penderyn è a tutt’oggi considerato dai gallesi un eroe simbolo delle
rivendicazioni operaie e dello spirito indipendentista. In seguito
all’omicidio di Penderyn, i minatori si organizzarono in quello che fu il
primo trade union, o sindacato, in Europa. Secondo Phil Carradice, della
BBC:

In many respects […] in his death, in his martyrdom, the young miner became a
symbol for those who tried to fight and resist oppression, wherever it was to be
found. He became a working class hero, a folk hero, who has remained in the
minds and the affections of all Welsh people.3

Dunque, la coscienza di classe in Galles andava di pari passo con la


conquista dell’identità nazionale (da non confondersi con il più gretto
nazionalismo) e la crescita di una cultura politica di cui l’Indipendent
Labour Party, fondato nel 1893 a Bradford, nel nord dell’Inghilterra, fu
propugnatore e propulsore. In tutto il Regno Unito, ed in Galles in
particolare, la presenza del socialismo come forza politica costante e
formativa è innegabile già a partire dalla metà degli anni ottanta del
diciannovesimo secolo, e continuerà fino alla vigilia del primo conflitto
mondiale; scenario, questo, assimilabile, benchè con le ovvie differenze
logistico-culturali, anche alla situazione statunitense ed italiana.

                                                            
2
Gli scioperi durarono un anno intero, dal marzo 1984 al marzo 1985. Famigerata fu la frase della
Lady di Ferro Margaret Thatcher, che definì i minatori «il nemico interno» (the enemy within) e
lo sciopero «il governo delle orde criminali» (the rule of the mob).
3
«Sotto molti aspetti[...] nella sua morte, nel suo martirio, il giovane minatore divenne un simbolo
di quelli che tentarono di combattere e resistere all’oppressione, ovunque essa fosse. Diventò un
eroe della classe operaia, un eroe popolare, rimasto nella mente e nell’affetto di tutti i Gallesi».
123

2. Precedenti

Il movimento operaio americano aveva trovato il proprio portavoce


nella figura di Eugene V. Debs. Nato a Terre Haute, Indiana, nel 1855, fu
elemento di spicco dell’American Socialist Party, fondatore del
movimento sindacalista, e cinque volte candidato alla presidenza. Guidò i
moti operai del 1894 durante i sanguinosi giorni dello sciopero contro
The Great Northern Railroad contro George Pullman, il controverso
innovatore del trasporto urbano e ferroviario, imprenditore geniale ma al
tempo stesso privo di scrupoli4. Pullman fece costruire, appena fuori
Chicago, sul lago Calumet, una città-fabbrica in cui gli operai erano
obbligati a vivere, sotto stretto controllo padronale benchè in relativo
comfort (la cittadina era dotata di negozi, teatri, giardini pubblici, e
biblioteche). Non erano permessi acquisti fuori dal perimetro urbano, nè
la frequentazione di scuole, chiese e perfino biblioteche esterne. Quando
le sue quotazioni in borsa scesero drasticamente, sulla scia della crisi
economica ricordata come The Panic of 1893, Pullman ridusse gran parte
dei posti di lavoro, imponendo orari estenuanti e tagliando i salari – ma
gli affitti ed il costo della vita nella sua cittadina “modello” aumentarono
in modo esponenziale, con tutte le imposizioni già citate. Non fu
necessario altro per portare ad uno sciopero di proporzioni enormi, in cui
Eugene Debs dimostrò la sua abilità come trascinatore di folle, ma anche
come organizzatore ed osservatore dello scenario socio-economico.
La reazione fu tra le più dure nella storia statunitense: il presidente
Grover Cleveland mandò un battaglione di truppe federali con l’ordine di
caricare gli scioperanti e sparare a vista, nonostante la fortissima
opposizione dello stesso goverantore dell’Illinois, John Peter Altgeld,
che, a causa della sua ferma opposizione al regime reazionario federale,
suscitò lo sprezzo di Theodore Roosvelt, il quale, durante la sua
campagna presidenziale nel 1896, lo definì «degno della massa dei
senzalegge rossi della Comune di Parigi»5.

                                                            
4
Si sono spesso discussi gli atteggiamenti apparentemente abolizionisti di Pullman, il quale favorì
l’ingresso nelle sue fabbriche dei cittadini afro-americani, in qualità sia di operai che di assistenti
di viaggio sulle sue linee ferroviarie, con paghe assai migliori rispetto alla media nazionale. Al
tempo stesso Pullman non esitò ad approffittare degli operai afro-americani spingendoli a lavorare
come scabs o crumiri durante gli scioperi del ‘94, tentando – pur senza riuscire nell’intento – di
sobillare scontri razziali.
5
W. Browne, Altgeld of Illinois, p. 287. B. W. Huebsch, New York, 1924. Tutte le traduzioni
presenti in questo articolo sono della scrivente.
124

A Chicago, tra il 29 ed il 30 giugno 1894, trenta operai furono uccisi;


Eugene Debs fu imprigionato con l’accusa di sedizione e ritenuto
responsabile del massacro perpetrato dalle truppe federali. Pur
rappresentando una sconfitta per i movimenti operai, i tragici eventi di
Chicago portarono all’attenzione la necessità di superare le differenze
etniche e corporative che ancora dividevano i lavoratori in fazioni
talvolta contrastanti, per unirsi in un sindacato unitario che costituisse
un’entità solida nella quale le classi operaie si identificassero, e
riconoscibile come forza d’opposizione dalle agenzie del potere. Furono
necessari altri dieci anni prima che l’unità fosse raggiunta; finalmente,
nel 1905, il Partito Mondiale dei Lavoratori Industriali, o The Industrial
Workers of the World – I.W.W. – fu ufficialmente fondato da William
Haywood e dall’insegnante di origine irlandese Mary “Mother” Jones.
Dal 1894 fino alla sua morte avvenuta nel 1926, Eugene Debs fu
considerato l’anima del partito – forse più dello stesso fondatore. Nel
1916 Debs fu accusato di spionaggio per essersi frequentemente opposto
all’ingresso degli Stati Uniti nel conflitto mondiale6. Già dal 1913 era
stato imprigionato con l’accusa di sedizione per aver tenuto discorsi
pubblici contro la guerra che aveva capito essere incombente7; fu, per
certi aspetti, il continuatore del pensiero di Henri David Thoreau, il
trascendalista ed attivista sociale, precursore della disobbedienza civile8.
Dall’altra parte dell’oceano, il 1898 fu l’anno rappresentativo per il
movimento sindacale gallese; fu una svolta epocale, di cui lo sciopero nel
Monmouthshire (Galles del sud) mirante all’abolizione della scala
mobile (che determinava il salario in base al costo sempre fluttuante del
carbone) segna il momento saliente. Sebbene le agitazioni, che durarono
sei mesi, si conclusero purtroppo con la sconfitta per i minatori, questa
non fu, tuttavia, totale. Infatti, The Great Strike of 1898, come ancora
oggi viene chiamato portò alla fondazione della South Wales Miners’
                                                            
6
Già più volte detenuto, verrà condannato a 10 anni di carcere nel 1918, pochi mesi prima della
fine del conflitto mondiale, con la messa in pratica dell’Espionage Act, emanato nel 1917, ed
ancora oggi effettivo.
7
Debs arringò alla folla anche contro l’intervento statunitense nella rivoluzione messicana. Infatti,
il generale George Patton era già in azione nel 1916 contro i combattenti per la libertà messicana.
Fece uccidere Cardenas, braccio destro di Pancho Villa; la presenza statunitense in Messico, già da
allora, confermava le ingerenze militari-politche contro le quali sia Reeds, ma prima di lui Debs, si
scagliarono, indentificando anche questa come una guerra dei padroni.
8
Nel 1846, Thoreau fu condannato a scontare mesi in prigione a causa del suo rifiuto di pagare la
tassa governativa i cui proventi sarebbero andati a finanziare il conflitto contro il Messico. Alcuni
teorici statunitensi lo considerano l’iniziatore del pensiero antimilitarista.
125

Federation, il più grande e potente sindacato che fino al 1986 si prese


cura non solo degli interessi dei minatori, ma delle classi operaie gallesi
in generale.
Robert Blachford, inglese to the bone9 ed interventista, fu al centro della
mobilitazione dello sciopero del 1898. Nato nel 1851 nel Kent, da una
famiglia di attori da strada, fu essenzialmente un romantico; socialista
politicamente indebitato con le teorie di William Morris10 come lui stesso
affermò11, Blatchford tentò di conciliare passione e praticità con gli
elementi socio-economici-politici, ma senza raggiungere la statura del
suo mentore. Chris Waters ne fa un ritratto politico impietoso ma
verosimile:

While Morris was able to develop a penetrating critique of capitalism, and base
his socialist agitation on that critique, Blatchford could never grasp the full
thrust of his mentor's teaching. While Morris finally mastered economic theory,
Blatchford did not. Moreover, the penetrating critique of society that informed
the latter work of Morris was largely absent in many of Blatchford's writings.12

A Blatchford va comunque il merito di aver “tradotto” Morris non solo


per le masse, ma anche per le classi medio ed alto borghesi, arrivando a
far smuovere i diversi schieramenti politici – dai tories agli whigs –
dalla loro altera indifferenza, costringendoli a prendere coscienza delle
terrificanti condizioni della classi subalterne britanniche come problema
collettivo e nazionale, e non visti, secondo l’ottica puritana ancora molto

                                                            
9
Fino all’osso, cioè autentico, inglese fino al midollo.
10
Morris, nato nel 1839, fu un grande artista preraffaellita, architetto, poeta e filantropo, co-
fondatore della Socialist League nel 1884 e del movimento artistico Arts and Craft Movement nel
1860. Seppe unire il pietismo di Dickens all’analisi teorica di Marx ed Engels, la sistematica civile
disobbedienza di Thoreau all’ardore poetico di Walt Withman, rivelando la situazione sociale
inglese per quella che era, grazie alla prosa efficace e diretta dei suoi romanzi sociali, tra cui News
from Nowhere, e alla poetica della sua arte visiva.
11
«I have always been a Socialist of the Morris School» (Sono sempre stato un socialista della
Morris School), da Clarion, 10 January 1913, p. 1.
12
Mentre Morris fu capace di sviluppare un’acuta critica del capitalismo e basare il suo attivismo
su tale critica, Blatchford non riuscì mai ad afferrare totalmente la forza degli insegnamenti del suo
mentore. Se Morris, alla fine, divenne completamente esperto in teoria economica, Blatchford non
ci riuscì mai. Inoltre, la penetrante critica sociale che è presente negli ultimi lavori di Morris è
totalmente assente in molti degli scritti di Blatchford.
Waters, C. William Morris and the Socialism of Robert Blatchford,p.21.
http://www.morrissociety.org/publications/JWMS/W82.5.2.Waters.pdf
126

in voga all’epoca, come una colpa circoscritta di “altri” e marchio di


predestinazione.

3. Guerra ai padroni

Eugene Debs fu uno dei più carismatici attivisti della storia politica
degli Stati Uniti. Nonostante una certa carenza di basi teoriche, Debs
risultava comunque magnifico dinanzi alle folle. Apparentemente
semplice ed ingenuo, si rivelava, al momento della lotta, strategicamente
creativo, acuto ed inarrestabile. A queste sue qualità si aggiungeva la
totale irreprensibilità dal punto di vista della condotta personale, pubblica
e privata. Così lo descrisse Emma Goldman al Congresso dei lavoratori a
Chicago, nel 1913

The most striking figure at the convention was Eugene V. Debs. Very tall and
lean, he stood out above his comrades in more than a physical sense; Debs […]
was so genial and charming as a human being that one did not mind the lack of
political clarity which made him reach out at one and the same time for opposite
poles.13

Debs, consapevole di quello che era (ed ancora è, e non solo negli Stati
Uniti) lo scenario della war economy, auspicava ad una presa di
coscienza da parte delle classi operaie, coscienza che, pur non operando
come deterrente contro il conflitto, avrebbe tuttavia contribuito alla
formazione di una consistente e costante opposizione. Anche per questo il
tribunale dello stato dell’Ohio lo ritenne colpevole di essere
antiamericano – in altri termini antimilitarista – a causa del discorso di
cui Howard Zinn riporta il passo seguente nel suo Seven Stories:

Debs made a speech in Canton, Ohio, in support of the men and women in jail
for opposing the war. He told his listeners: “Wars throughout history have been
waged for conquest and plunder [...] And that is war in a nutshell. The master
class has always declared the wars; the subject class has always fought the
                                                            
13
(La figura che più colpì al congresso fu Eugene V. Debs. Molto alto e slanciato, troneggiava sui
suoi compagni più che in senso fisico; [...] Debs era così cordiale ed affascinante in quanto essere
umano che nessuno badava più ad una sua certa mancanza di chiarezza teorica – una cordialità che
gli permise di aprire il dialogo a fazioni opposte).
Eugene V. Debs and American Socialism,
http://dwardmac.pitzer.edu/anarchist_archives/goldman/living/living1_17.html
127

battles.” He was found guilty, and sentenced to ten years in prison by a judge
who denounced those “who would strike the sword from the hand of this nation
while she is engaged in defending herself against a foreign and brutal power”. 14

«This is NOT our war»15 era il grido ed il motto di gran parte delle
masse operaie americane; non troppo dissimile da quanto sostenevano,
alla vigilia della Grande guerra, gli anti-interventisti e pacifisti europei;
sapevano che il conflitto contro la Pangermania non costituiva di per sè
una difesa nè una possibilità di liberazione da un oppressore endemico,
quanto piuttosto un’ulteriore scusa, per le oligarchie capitaliste, di
allargare il proprio potere sulle masse impoverite. Lo stesso presidente
Wilson16, nel 1916, comprendeva perfettamente il pericolo a cui si
andava incontro cedendo il passo all’interventismo, e come l’entrata in
guerra privilegiasse solo pochi e sempre gli stessi; secondo quanto
riportato da Robert K. Murray, si espresse, con il segretario della Marina
Militare, Josephius Daniels, come segue:

Every reform we have won will be lost if we go into this war. […] War means
autocracy. The people we have unhorsed will inevitably come into control of the
country, for we shall be dependent upon the steel, ore and financial magnates.
They will ruin the country.” Woodrow Wilson’s analysis proved completely
correct. 17

Howard Zinn sottolinea come nei primi quindici anni del ventesimo
secolo la crescita dell’adesione a movimenti socialisti-anarchici tra la
                                                            
14
(Debs parlò così dinanzi alla folla a Canton, Ohio, in sostegno delle donne e degli uomini
incarcerati per essersi opposti alla guerra [ndt, la Grande Guerra]: ‘La Storia tutta dimostra come le
guerre sono sempre state dichiarate per conquistare e depredare. [...] Questo, in sostanza, è la
guerra. La classe padrona ha sempre dichiarato le guerre; le classi subordinate ed oppresse le hanno
sempre combattute. Fu dichiarato colpevole e condannato a dieci anni di prigione da un giudice
che strappano la spada dalla mano di questa nazione mentre è impegnata a difendersi contro un
brutale potere straniero). Howard Zinn, On History. Seven Stories Press, New York, 1996,
http://www.thirdworldtraveler.com/Zinn/EDebs_Socialism_HZOH.html
15
Da J. Reed, Who’s War, in The Masses, June 1914.
16
Anche Wilson fu figura controversa, ed il suo ruolo è ancora oggi considerato ambivalente nel
quadro della Great Red Scare. Appartenente al partito democratico, altamente sospettoso quando
non sprezzante dello strapotere degli industriali, non riuscì comunque a sostenere la loro pressione
durante il suo secondo mandato, accettando, alla fine, di entrare nel conflitto mondiale.
17
(Ogni riforma che abbiamo conquistato andrà perduta se entreremo in questa guerra. [...] Guerra
significa autocrazia. Quelli che abbiamo spodestato ritorneranno inevitabilmente in controllo del
paese, e noi dovremo dipendere dai magnati dell’acciaio, delle miniere, e della finanza.
Rovineranno il paese). L’analisi di Woodrow Wilson si rivelò completamente corretta. Robert K.
Murray, Red Scare: A Study in National Hysteria, pp. 8-9. Minnesota Archive Edition, 1955.
128

popolazione statunitense fu esponenziale. Tra le masse lavoratrici – e,


seppur lentamente, anche tra coloro di estrazione piccolo borghese – si
andava concretizzando sempre di più l’idea di un movimento
internazionalista ed universalista, che potesse superare classi sociali e
divisioni razziali:

Those were years of bitter labor struggles, the great walkouts of women garment
workers in New York, the victorious multi-ethnic strike of textile workers in
Lawrence, Massachusetts, the unbelievable courage of coal miners in Colorado,
defying the power and wealth of the Rockefellers. The I.W.W. was born
revolutionary, militant, demanding “one big union” for everyone, skilled and
unskilled, black and white, men and women, native-born and foreign-born.18

Il partito I.W.W. aveva raggiunto, nel 1914, un altissimo numero di


adesioni. L’anno precedente l’ingresso degli Stati Uniti nel conflitto
mondiale, le azioni violente contro l’I.W.W. si acuirono, diventando in
alcuni casi particolarmente feroci, trasformandosi vere e proprie torture
con il beneplacito delle autorità statali e federali19. In questo contesto di
violenze e terrore Eugene Debs continuò, dal carcere, a rivolgersi ai
compagni, invitando alla resistenza non violenta, ma, quando necessario,
anche alla difesa, come nel discorso apparso su The International
Socialist Review durante gli scontri a Ludlow, Colorado, nell’aprile 1914:

If the corporations have the right to recruit and maintain private armies of
thieves, thugs, and ex-convicts to murder striking workingmen, sack their
homes, insult their wives, and roast their babes, then labor unions not only have
the right but it is their solemn duty to arm themselves to resist these lawless
attacks and defend their homes and loved ones. To the miners especially do
these words apply, and to them in particular is this message addressed […]

                                                            
18
(Quelli erano gli anni di lotte violente e di grandi marce delle donne lavoratrici a New York,
degli scioperi multietnici dei lavoratori delle industrie tessili a Lawrence, Massachusset,
dell’incredibile coraggio dei minatori in Colorado, che avevano sconfitto, se non materialmente,
almeno moralmente il potere dei Rockefellers. Il partito Industrial Workers of the World era nato
rivoluzionario, militante, ed esigeva un unico grande sindacato per tutti, lavoratori specializzati e
non, neri e bianchi, uomini e donne, nati o no negli Stati Uniti).
19
«One unlucky member in Oregon was tied to the front end of an automobile with his knees
touching the ground and driven until his flesh was torn to the bone». (In Oregon, un membro del
partito particolarmente sfortunato fu legato al muso di un’automobile con le ginocchia che
toccavano il suolo, e trascinato fino a quando la carne non fu lacerata fino all’osso) Howard Zinn,
http://www.ushistory.org/us/37e.asp.
129

Rockefeller’s hired assassins have no lawful right that you miners are bound to
respect. They are professional man killers, the lowest and vilest on earth.20

Un’altra figura centrale e internazionale in questo periodo di


ineluttabili cambiamenti socio-politico-economici fu Carlo Tresca,
italiano naturalizzato americano. Nato a Sulmona nel 1879, dapprima
socialista, ma in seguito anarchico – vicino alle posizioni di Emma
Goldman – nel 1904 emigrò, per motivi politici ed a causa di
persecuzioni di natura camorrista, negli Stati Uniti, poco dopo il
conseguimento della laurea in giurisprudenza. Grande amico di John Dos
Passos21 e sostenuto dalla penna graffiante di Upton Sinclair22, Tresca
rappresenta il trait d’union tra i movimenti italiani e statunitensi –
attraverso quel «corridoio europeo»23 – per i diritti dei lavoratori
mondiali. Durante i moti operai di Patterson, e soprattutto dopo l’infame
esecuzione di Joel Emmanuel Hägglund, meglio conosciuto come Joe
Hill24, Tresca si dedicò totalmente all’organizzazione della resistenza
                                                            
20
(Se le compagnie, le società hanno il diritto di reclutare e mantenere eserciti privati di ladri,
criminali, delinquenti per uccidere gli scioperanti, saccheggiare le loro case, insultare [violentare,
ndt] le loro donne, bruciare vivi i loro bambini, allora i sindacati hanno il diritto, e non solo, ma
anche il solenne dovere di armarsi per difendere le loro case ed il loro cari, e resistere contro questi
attacchi illegali. Queste parole siano messe in pratica dai minatori in particolare, ed a loro, questo
messaggio è rivolto in modo specifico. [...] Gli assassini ingaggiati da Rockfeller non possiedono
alcun diritto legale che voi minatori siate tenuti a rispettare. Sono assassini di professione, i
peggiori, i più vili su questa terra». Eugene V. Debs, The International Socialist Review, v. 15, no.
3 (Sept. 1914), pp. 161-162.
21
«John Dos Passos, nel suo romanzo La riscoperta dell’America (Mondadori, Milano 1954) titolo
originale Chosen Country, dichiarò la sua ammirazione per la nuova spregiudicata mentalità
italiana, quale la incarnava ai suoi occhi l’anarchico Carlo Tresca, a cui si era ispirato per la figura
di Nick Pignatelli, così come il processo dei due anarchici Sabatini adombrava quello di Sacco e
Vanzetti. [...] Poco prima di tornare in Italia John Dos Passos era stato avvicinato
dall’amico italiano Tresca ed avvisato sul pericolo stalinista ai danni dei compagni, come loro,
socialisti libertari». P. Sanavio, La Fine di Qualcosa, p.3
http://www.academia.edu/5335692/La_fine_di_qualcosa
22
Il romanziere socialista radicale Upton Sinclair, all’epoca già famoso ed aspramente criticato
dall’establishment per il suo romanzo The Jungle, uscito nel 1906, in cui descrisse le misere
condizioni di lavoro e salute degli operai nelle fabbriche di lavorazione delle carni a Chicago.
23
Si vuole intendere il flusso continuo di attivisti socialisti e/o anarchici e comunisti, o socialisti
libertari di svariata estrazione europea che dalla fine del diciannovesimo secolo ai primi anni venti
del Novecento arrivarono negli Stati Uniti come lavoratori specializzati e non, ma anche in qualità
di intellettuali ed operatori culturali.
24
Joe Hill, di origine svedese, nel 1912 si stabilì nello stato dello Utah, trovando lavoro nelle
miniere di rame, intorno alla cittadina di Murray, dove in seguito fu ingiustamente accusato di aver
ucciso un piccolo imprenditore. In realtà questo fu un modo – peraltro molto in auge all’epoca – da
parte dei magnati minerari per liberarsi dei cosiddetti agitatori, cioè gli attivisti sindacali in genere.
Dopo un processo farsa su sole basi indiziarie, Hill fu condannato alla pena capitale per fucilazione.
 
130

operaia; grazie al giornale da lui fondato, Il Martello, riuscì a divulgare


anche in Italia quanto stava accadendo negli Stati Uniti, permettendo lo
svuluppo, attraverso l’oceano, di una rete di contatti tra le due scuole di
pensiero del radicalismo operaio. Autentico intellettuale organico, fu
portato all’attenzione pubblica italiana e sostenuto da Gramsci stesso nel
luglio 1916, su Cronache Torinesi, in seguito alla notizia del suo arresto
a Duluth, Minnesota:

L’organizzatore Carlo Tresca accusato senza fondamento dell’uccisione di un


operaio avvenuta il 3 luglio 1916 [...] durante uno scontro fra polizia e
scioperanti, era stato incarcerato e minacciato di pena capitale. Appelli e
manifestazioni per la sua liberazione si erano avuti in quei giorni in numerose
città italiane.

Per gli italiani era difficile discernere tra le innumerevoli notizie che
giungevano da oltreoceano a proposito dei connazionali emigrati.
Soprattutto nei mesi precedenti lo scoppio della Grande guerra
arrivavano informazioni incomplete, quando non manipolate o totalmente
false e denigratorie riguardanti l’attivismo politico dei nostri emigrati. La
censura militare ed interventista era instancabile sul fronte delle
informazioni relative alle proteste contro il conflitto bellico imminente,
senza contare che nel clima dei mesi precedenti la Settimana rossa
vennero vietate tutte le forme di associazionismo a livello politico o
sociale, partendo da comizi, riunioni e semplici incontri. Tuttavia non
furono poche le manifestazioni di solidarietà in favore di Tresca, grazie –
almeno in parte – di nuovo a Gramsci che, sempre su Cronache Torinesi,
il 4 settembre 1916 definì Tresca un “martire futuro per i socialisti.”
Proseguì non solo con il suo sostegno ma anche con la condanna della
stampa clericale come il foglio Il Momento, sul quale il 12 dicembre
1916, ci fu un’indignato articolo a proposito della liberazione di Tresca.
Gramsci, nella rubrica torinese Sotto la Mole, si scagliò contro gli svariati

                                                                                                                                            
Wilson, allora presidente degli Stati Uniti, per ben due volte si mise in gioco per impedirne
l'esecuzione, ma i suoi tentativi fallirono dimostrando come già allora le lobbies locali minerarie
fossero più potenti di qualsiasi giustizia; Joe Hill fu assassinato il 19 novembre 1915. Compositore
di molte canzoni folk, fin dal giorno della sua morte, Hill divenne martire ed eroe, simbolo e
motivazione della tradizione radicale statunitense. Sono passate alla storia le parole che pronunciò
prima della sua esecuzione, un grido di lotta legittima ed incoraggiamento: “Don’t mourn, get
organized!” (Non piangete, organizzatevi!)
131

Don Abbondio che non comprendo(no) come esista già una forza
internazionale, che ha sorpassato il cattolicismo, e non sa(nno) che questa
forza si chiama desiderio di apparire giusto.[...] [Q]uesta forza è stata
imposta dal controllo che esercita il proletariato sul mondo
internazionale, [...] essa è in dipendenza di un fatto nuovo che è creazione
del proletariato e si chiama sensibilità internazionale.

Instancabile antifascista, Tresca si schierò anche oltreoceano, fino a


trovare la morte molto probabilmente per mano dei sicari di Generoso
Pope, organizzatore delle camicie nere fra gli emigrati negli Stati Uniti,
ed imprenditore corrotto legato alle mafie locali. Secondo alcune fonti
non trascurabili, il suo omicidio – avvenuto nel 1943 – potrebbe anche
imputarsi alla mano di agenti stalinisti. Tresca si era da sempre schierato
contro di loro, sin dai tempi della guerra di Spagna, dove furono
tristemente famose le loro azioni omicide ai danni degli anarchici e dei
socialisti.
John Reed conobbe personalmente Carlo Tresca durante il periodo
trascorso a Patterson, dove redasse il famoso articolo in seguito
pubblicato su The Masses nel 1913. Nella sua prosa a tratti enfatica,
incline al narcisismo e, talvolta, alla raffigurazione stereotipata
dell’emigrante italiano che tanto piace, ancora oggi, agli anglo-americani
– nonostante tutto questo Reed offre un quadro emblematico non solo
dell’ascendente che Tresca aveva sugli scioperanti, ma anche della
determinazione e dell’unità di ideali che in quegli anni pervase la
multietnica classe operaia negli Stati Uniti. Reed arrivò a Patterson nel
febbraio 1913, all’inizio dei disordini e per mesi seguì con il suo
reportage gli sviluppi della protesta. Accusato di sedizione per aver
oltrepassato i picchetti con l’intenzione di intervistare gli scioperanti, fu
condannato a venti giorni di carcere; nel passo seguente descrive la sua
esperienza di prigionia:

And so it was that I went up to the County Jail. […] [A]lmost half were strikers
[…] Faces scarred and bruised from policemen’s clubs grinned eagerly at the
thought of going back on the picket-line. […] But not one showed
discouragement […] As one little Italian said to me, with blazing eyes: “We all
one bigga da Union. I. W. W., dat word is pierced de heart of de people!” […]In
spite of the horrible discomfort, fatigue and thirst, these prisoners had never let
up cheering and singing for a day and a night! […]“Musica ! Musica!” cried the
Italians, like children. Whereupon one voice […] a rich tenor, burst into the first
verse of the Italian-English song, written and composed by one of the strikers to
be sung at the strike meetings. He came to the chorus:
132

“Do you lika Miss Flynn?” (Chorus)“Yes! Yes! Yes! Yes!”


“Do you lika Carlo Tresca ?”(Chorus) “Yes! Yes! Yes! Yes!”
“Hooray for I. W. W. !”“Hooray ! Hooray ! Hooray!!!”25

Patterson, detta anche silk city, la città della seta, era una cittadina del
New Jersey dove l’industria tessile aveva raggiunto cifre notevoli, sia di
produzione che di manodopera, ma soprattutto di guadagni per gli
imprenditori nel campo. Le richieste operaie si limitavano alle otto ore
lavorative senza riduzione di stipendio, contro gli orari estenuanti che
variavano dalle dodici alle quattordici ore. La manodopera, come
sottolineato da Reed, era costituita sostanzialmente da immigrati, quasi
tutti coinvolti negli scioperi, a differenza della minoranza
angloamericana, che, pur simpatizzando, preferì non esporsi. I lavoratori
afro-americani costituivano una piccola percentuale; i magnati tessili
puntavano esattamente su questa eterogeneità etnica, come aveva fatto in
passato Pullman, per sfaldare la coesione tra gli scioperanti, mirando a
creare tensioni razziali. Ma anche in questo caso la strategia padronale
non fu effettiva, e se lo sciopero fallì dopo sei mesi, fu dovuto piuttosto
all’incarcerazione “selvaggia” di 1850 persone, in gran parte operai, ma
soprattutto dei loro organizzatori. Infatti, tra gli arrestati, non solo Reed,
ma anche Carlo Tresca, la sua compagna Elisabeth Gurley, e lo stesso
fondatore dell’I.W.W., William Haywood.
Sempre dalla penna di John Reed, quasi due mesi prima della
Settimana rossa, scaturisce The Colorado War, pubblicato sul
Metropolitan26. È un resoconto dettagliato del massacro dei minatori di
carbone avvenuto il 20 aprile 2014 a Ludlow, Colorado, perpetrato dai
                                                            
25
(E così andai in prigione. Quasi tutti i detenuti erano scioperanti. Facce sfigurate e maciullate dai
manganelli dei poliziotti, sorridevano allegramente all’idea di tornare a far parte dei picchetti. Ma
non uno che mostrasse scoraggiamento. Come mi disse un piccolo italiano con gli occhi fiammanti
– ‘Noi una grande unione, I.W.W., questa parola incisa nel cuore di tutte le genti.’ Nonostante le
terribili condizioni, la fatica e la sete, questi detenuti non smisero mai di incoraggiarsi a vicenda e
di cantare, giorno e notte. ‘Musica, musica!’, gridavano gli italiani come bambini. Ed ecco che una
voce, profondamente tenorile, tuonò il primo verso di una canzone scritta in Italiano ed in Inglese
da uno dei detenuti per essere cantata agli incontri degli scioperanti. Il tenore si unì al coro: “Siete
con la signora Flynn?” (la compagna di Carlo Tresca, n.d.t.) “Sì , sì , sì!” “Siete con Tresca?” “Sì,
sì, sì! Urrà per il partito mondiale operaio, urrà, urrà, urrà!!!) J. Reed, War in Paterson, “The
Masses”, June, 1913 in http://www.marxists.org/archive/reed/1913/masses06.htm
26
Metropolitan Magazine, New York, 1914. La famosa rivista mensile, dapprima solo una
sofisticata pubblicazione per appassionati di teatro, dimostrò in seguito spiccate simpatie
antimilitariste. Fu pubblicata dal 1895 al 1925; vi apparvero articoli dei più conosciuti tra gli
attivisti politici ed autori americani, tra i quali non solo John Reed, ma anche Jack London, Francis
Scott Fitzgerald, Carl Sandburg e Theodore Dreiser.
133

National Guardsmen al servizio dei Rockefellers. Quattordici


manifestanti, tra cui alcune donne con i loro bambini, furono uccisi a
colpi di mitraglia o arsi vivi nelle tende che avevano eretto come
temporanee abitazioni, dopo aver abbandonato i villaggi di baracche – di
proprietà Rockfeller – dai quali erano stati cacciati dai Rockfeller stessi
all’insorgere delle proteste. Altre dieci persone morirono, tre membri dei
National Guardsmen e sette operai tra il quali il leader dello sciopero,
Louis Tikas, la cui esecuzione sommaria avvenne sul posto, assieme a
quella di tre suoi compagni minatori.
Nonostante le gravi perdite, gli scioperi in Colorado non portarono ad
una totale sconfitta. Come osserva Mark Walker:

The Colorado Coal Strike of 1913–1914 was one of the most violent strikes in
United States history. Although they were ultimately defeated, the coal miners
in this strike held out for 14months in makeshift tent colonies on the Colorado
prairie. Although the miners lost the Colorado strike, it was and still is seen as a
victory in a broad sense for the union, the United Mine Workers of America
(UMWA) (Foner 1980; Fox1990). The Coal War was a shocking event, one that
galvanized U.S. public opinion, turned John D. Rockefeller, Jr., into a national
villain, and eventually came to symbolize the wave of industrial violence that
led to the “progressive” era reforms in labor relations (Adams 1966;
Gitelman1988; Crawford 1995). Coal miners in Colorado did ultimately see
some material gains.27

I Rockfeller, infatti, persero totalmente credito anche presso altri


industriali, e non solo negli Stati Uniti; la condanna del loro
comportamento – unitamente a quello del governo federale – fu emessa
anche da parte dei conservatori; a non poco contribuirono gli articoli
degli intellettuali americani, che numerosi fecero sentire la propria voce,

                                                            
27
http://www.academia.edu/450627/The_Ludlow_Massacre_Class_Warfare_and_Historical_Memo
ry_in_Southern_Colorado, pagg. 67. (Lo sciopero tenutosi nelle miniere di carbone del Colorado
tra il 1913 ed il 1914 fu uno dei più violenti della storia degli Stati Uniti. Benchè fossero, alla fine,
sconfitti, i minatori resistettero per quattordici mesi nelle tende erette nella prateria del Colorado.
Nonostante la sconfitta, lo sciopero fu visto allora come oggi, come una vittoria – in senso lato –
del sindacato dei minatori. La Guerra del Carbone fu un evento scioccante, che galvanizzò
l’opinione pubblica statunitense, trasformando John D. Rockfeller Jr. in un delinquente, e alla fine
venne ad simbolizzare l’ondata di violenza industriale dalla quale si arrivò all’era “progressista”
delle riforme nel contesto dei diritti dei lavoratori. Alla fine, i minatori del Colorado, ottennero un
qualche guadagno a livello materiale.)
134

radicali e non. Upton Sinclair, denunciò i Rockfeller28 ed il loro troppo


pagato addetto alle pubbliche relazioni, Ivy Ledbetter Lee, definendolo
Poison Ivy29. Lee aveva cercato di insabbiare lo scandalo facendo passare
l’assassinio dei minatori come un incidente causato dall’esplosione di una
stufa da campo. Il poeta socialista radicale Carl Sandburg30 si spinse
oltre, rivolgendosi pubblicamente a Ledbetter Lee, con le seguenti parole:
«You are below the level of the hired gunman»31.
Se Debs rappresentava la forza spirituale invincibile ed inesauribile
dello sciopero, Reed ne era lo storico attento ed appassionato; entrambi
avevano compreso che questi eventi – quasi un’anticipazione di quelli
italiani – non erano circoscritti ai contrasti tra le classi dominanti e
quelle subalterne, ma erano piuttosto il riflesso di squilibri socio-
economico-politici in atto da molti decenni, che presto sarebbero
sfociati nella tragedia del primo conflitto mondiale. Sempre su The
Masses, guardando alla situazione internazionale, Reed si espresse con
molto pessimismo, ma pur sempre fiducioso nella forza insita nel
socialismo

The situation in short is this. German capitalists want more profits. English and
French Capitalists want it all. This war of commerce has gone on for years. […]
We, who are Socialists, must hope—we may even expect—that out of the horror
of bloodshed and dire destruction will come far-reaching social changes—and a
long step forward towards our goal of peace among men.32

Sulla scena politica inglese, alla fine del diciannovesimo secolo, un


altro pasionario infiammava e trascinava le folle, il già citato Robert
Blatchford, che, a differenza di Eugene Debs e John Reed, credeva

                                                            
28
Upton Sinclair trascorse svariate settimane picchettando la sede generale dei Rockfellers a New
York, indossando una fascia nera al braccio in segno di lutto ed in onore delle vittime di Ludlow.
29
Sinclair usò un gioco di parole, riferendosi all’edera velenosa – poison ivy in inglese, che causa
lacerazioni della pelle simili a gravi ustioni – per definire Lee ed il suo operato.
30
«Sei peggiore di un assassino prezzolato». Sandburg, poeta e storico, iscritto al Socialist
Democratic Party, fu un attivo membro del Civil Rights Movement per tutta la vita, e membro della
NAACP (National Association for the Advancement of Colored People) nel 1965.
31
S. Millies, The Ludlow Massacre and the Birth of Company Unions, in Workers World Service,
http://www.hartford-hwp.com/archives/45b/030.html.
32
La situazione, in breve, è questa. I capitalisti tedeschi vogliono maggior profitto. I capitalisti
francesi ed inglesi vogliono tutto. Questa Guerra di commercio sta andando avanti ormai da molti
anni. Noi, che siamo socialisti, speriamo – e potremmo persino apsettarci – che da dall’orrore di
questo bagno di sangue e tremenda distruzione deriveranno cambiamenti di vasta portata, ed un
lungo passo avanti verso le nostre mete di pace fra gli uomini.
135

nell’intervento militare contro la Germania, o meglio, confidava in una


Pax Britannica che potesse una volta per tutte risolvere i conflitti se non
mondiali almeno europei. Già sostenitore della guerra contro i Boeri, dal
1909 aveva arringato dalle pagine del giornale da lui fondato, The
Clarion, contro il pericolo pangermanico. Ipotizzava lo scoppio di un
conflitto mondiale, a cui riteneva necessario partecipare per poter
sconfiggere, una volta per tutte, la crescente minaccia tedesca. A chi lo
accusava di terrorismo psicologico e di usare il proprio giornale per
dissemanare panico rispondeva: “We were out for Socialism and nothing
but Socialism and we were Britons first and Socialists next.33” Le sue
posizioni lo misero in contrasto con i compagni dell’Independent Labour
Party, fino alla scissione34; Baltchford – come del resto altri socialisti
nostrani – non riusciva a vedere contraddizione alcuna nell’abbracciare le
convinzioni interventiste. Superò invece i contrasti tra inglesi e gallesi, in
nome della fratellanza tra lavoratori, dimostrando di avere a cuore la
causa gallese molto più di qualunque parlamentare dell’epoca.
Memorabili furono i suoi viaggi attraverso il Galles, dal 1895 al 1909, su
un carro dapprima trainato da cavalli, ed in seguito motorizzato, chiamato
The Clarion Van, dal nome del suo giornale, attraverso il quale
Blatchford ed i suoi collaboratori, tra cui anche diverse donne35,
divulgavano la stampa socialista, soprattutto la sua collezione di saggi
Merrie England, o l’Allegra Inghilterra, pubblicata per la prima volta nel
1893, che nel giro di pochi anni era stata tradotta in sette lingue ed aveva
raggiunto i due milioni di copie. The Clarion diventò un fenomeno
culturale, o meglio si creò un’autentica cultura intorno ad esso; la sua
importanza nel contesto dei movimenti operai in Galles fu dovuta anche
al fatto che dalle sue pagine scaturiva il sostegno non solo per la causa
operaia ma anche per quella dell’autodeterminazione gallese, a partire dal
riconoscimento della lingua. Blatchford capì che il problema linguistico
era primariamente politico, e prontamente provvide alla traduzione dei

                                                            
33
My Eighty Years, Great Britain, Cassell & Company Limited. 1931. «Noi siamo sempre stati in
prima linea per il Socialismo e sempre lo saremo, ma prima siamo Britannici e dopo Socialisti».
34
Così gli rispose il compagno pacifista Collin Coates, dopo la scissione e la fondazione del
Democratic Socialist Party di Blatchford: «We could not equate Socialism, as we had understood it,
with the organised killing of others of our own class» (Noi non potevamo equiparare il socialismo,
così come lo abbiamo inteso, all’uccisione organizzata di altri della nostra stessa classe).
http://radicalmanchester.wordpress.com/2010/08/11/the-clarion-movement/
35
Come Morris, anche Blatchford era un convinto suffragista universale.
136

propri testi in gallese che vendeva a prezzi popolari36. Blatchford ed il


suo movimento penetrarono anche nel Galles più rurale, secondo quanto
riferisce Martin Wright, e, grazie anche ed espedienti umoristici, a
sovvertire le paternaliste manifestazioni dei conservatori

[…] Clarion activists, albeit in small numbers, had even begun to penetrate
more deeply into rural Wales by the mid 1890s, introducing their characteristic
brand of leisure, humour and propaganda. One of them subverted a Primrose
League parade in Dolgellau on New Year’s eve 1896, by joining the procession
and sticking Clarion stickers to the marchers and their instruments.37

Merrie England era il libro più letto dai minatori che avevano tenuto
testa, nel 1911, ad un Winston Churchill, allora Segretario di Stato, che
non esitò a far caricare i dimostranti dai fucilieri armati anche di
baionette, durante i disordini di Llanelli. Il 19 agosto, i minatori, giunti
alla stazione della cittadina gallese, furono assaliti durante le
negoziazioni; mentre i delegati sindacali stavano cercando di giungere ad
una mediazione, un treno carico di crumiri fu fatto arrivare in stazione,
davanti agli scioperanti esterefatti. Alle loro proteste, i militari caricarono
la folla, senza esitare a sparare e a pugnalare38. Cinque operai morirono,
ed altre vittime si contarono tra gli abitanti della cittadina, i quali, pur non
coinvolti direttamente nei disordini, sostennero i lavoratori. Il maggiore
Stuart, comandante delle truppe, cercò di coprire gli omicidi affermando
che i suoi soldati avevano sparato in aria nel tentativo di avvertire la
folla, ma ci furono testimonianze inconfutabili che i militari spararono
deliberatamente per uccidere39. A Churchill, come a Woodrow Wilson
negli Stati Uniti, andò la palma dell’ambivalenza in ambito politico;
                                                            
36
Blatchford vendeva i suoi testi ad uno scellino, cifra relativamente ragionevole per un operaio del
tempo. La seconda edizione della raccolta dei suoi pamphlet venne invece ribassata ad un penny, e
quindi davvero alla portata di tutti.
37
(Già dalla metà degli anni novanta gli attivisti del Clarion, sebbene in numero esiguo, avevano
cominciato a penetrare sempre più a fondo anche nel Galles rurale, portando il loro tipico humor,
svago e propaganda. Durante la parata di fine anno della Primrose League a Dolgellau, uno di loro
mandò all’aria la manifestazione. Si unì al gruppo e appiccicò etichette del giornale e del
movimento addosso ai manifestanti e sui loro strumenti). La Primrose League, fondata da Randoph
Churchill, padre di Winston, nel 1885 ed esistita fino al 2004, fu l’espressione massima del
conservatorismo inglese. Sul loro giornale, The Primrose League Gazette, apparvero anche articoli
della Thatcher.
38
M. Head, Domestic Deployment of the Armed Forces: Military Powers, Law and Human Rights
Scott Mann, pp. 24-25.
39
J. Edwards, Remembrance of a Riot: The Story of the Llanelli Railway Strike Riots of 1911.
p.242. BPR Publishers, 2010.
137

Blatchford lo accusò – e giustamente – di negligenza ed incapacità nella


gestione dei disordini di Llanelli, “perdonandolo” solo nel 1933 quando
Churchill prese finalmente posizione contro Hitler. Sembra che le sue
poche ma oltremodo ironiche parole al riguardo fossero: «Ha ha, he’s
learning, now [...]»40. Anche se carente dal punto di vista teorico,
Blatchford mantenne sempre fede al suo impegno sociale. Durante i sei
lunghi mesi dello sciopero del 1898 lanciò una campagna, tramite il suo
Clarion, per la raccolta di denaro da devolversi ai minatori. Il giornale di
Blatchford continuò ininterrottamente le pubblicazioni per quarant’anni,
dal 1891 al 1931; pur perdendo popolarità durante la prima guerra
mondiale, a causa della sua tendenza interventista, resta tra i più famosi
ed influenti giornali politicizzati inglesi.
A soli due anni dai gravi fatti di Llanelli, una vera ecatombe avrebbe
colpito il Galles, il 14 ottobre 1914. A Senghenydd morirono 440
minatori, arsi vivi o soffocati a causa di un’esplosione con conseguente
incendio. William Thomas Lewis, Primo Baronetto di Merthyr,
proprietario della Universal Colliery – la miniera in questione – fu
sottoposto ad una multa di dieci sterline per non aver approntato le giuste
misure preventive che sarebbero dovute essere applicate entro la fine di
settembre. In questa occasione le differenze fra Baltchford ed i socialisti
pacifisti si appianarono, anche se non per molto. Per tre settimane si
estrassero i corpi dal fondo della miniera, o almeno dove si poteva
arrivare; i funerali delle 440 vittime durarono fino al novembre
successivo. A parte le già citate dieci sterline di multa, nessuna sanzione
fu applicata a Lewis, nonostante la sua responsabilità, condivisa con il
manager (questo multato per 25 sterline); come se non bastasse, il
magnate sfruttò ignobilmente la situazione minacciando, in caso di
sciopero, la rimozione coatta ed immediata dei superstiti e delle loro
famiglie.
Ma un’altra tragedia di proporzioni ben maggiori si era ormai abbattuta
sull’Europa, tale da far apparire il disastro gallese come un evento minore
nel contesto mondiale. Questo non giustifica tuttavia il silenzio che calò
sul massacro di Senghenydd; per 67 anni, nonostante altri gravi incidenti
e rivendicazioni per i diritti dei lavoratori, non ci furono
commemorazioni della strage. Le celebrazioni ripresero solo nel 1981,
quando finalmente una lapide fu dedicata in onore delle vittime.
                                                            
40
L. Thompson, Robert Blatchford: Portrait of an Englishman Victor Gollancz, London, 1951.
«Aha! Sta imparando, adesso».
138

4. Conclusioni

La prima guerra mondiale frenò in gran parte la forza rigenerante che il


socialismo e l’anarchismo libertario avevano rappresentato su entrambe
le sponde dell’oceano Altlantico e nell’Europa continentale, riaprendo la
strada a folli nazionalismi e dittature tristemente sperimentati, in seguito,
nel secolo breve. James Connolly41, martire della resistenza irlandese ed
acuto osservatore della scena economico-politica a lui contemporanea,
sosteneva, nel suo discorso redatto il 30 ottobre 1915, che il conflitto
mondiale era soprattutto una calcolata metodologia volta a debellare per
sempre – pur senza successo – i movimenti socialisti, anarchici e
libertari. L’unica via d’uscita era, come suggeriva, da cercarsi nella vera
lotta per conseguire la vera emancipazione delle civiltà, da perseguirsi
combattendo contro la schiavizzazione dei lavoratori:

[…][T]he great empires of Europe have suddenly been seized with a chivalrous
desire to right the wrongs of mankind […] giving their noblest blood […] to the
task of furthering the cause of civilization. […]But there is another war for
civilization in which these masses are interested. […] Civilization cannot be
built upon slaves; […] civilization is lost if they whose labour makes it possible
share so little of its fruits 42.
Parole non certo nuove, eppure sempre valide, che sembrano eccheggiare quelle
delle nostre donne italiane, alla vigilia del conflitto: «Solo nel socialismo che
tende ad affratellare tutti i lavoratori e ad emanciparli dal capitalismo, vi è la
salvezza dalla barbarie guerresca».43

                                                            
41
James Connolly, assassinato nel 1916 durante l’Easter Uprising a Dublino, fu totalmente
contrario all’intervento nel primo conflitto mondiale. Pur versando in condizioni gravissime, a
causa delle ferite riportate durante la difesa di Dublino, fu ugualmente fucilato dal plotone
d’esecuzione.
42
(I grandi imperi d’Europa sono stati improvvisamente colti da un cavalleresco desiderio di
raddrizzare i torti commessi dall’umanità, dando il loro più nobile sangue alla causa
dell’avanzamento della civiltà. Ma c’è un’altra guerra per la civilità a cui queste masse sono
interessate. La civililtà non può essere costruita sugli schiavi; la civililtà è perduta se coloro, il cui
lavoro la rende possibile, condividono così poco dei frutti raccolti).
http://www.marxists.org/archive/connolly/1915/10/wrfrcvl.htm, J. Connolly, A War for
Civilization, da Workers’ Republic, 30 ottobre1915.
43
Guerra al regno della guerra! I responsabili, in «La difesa delle lavoratrici», n.16, 16 agosto
1914.
139

Tutte queste voci dissidenti, valide ancora oggi, non sono state zittite,
nonostante la storia passata e quella corrente possano tentarci a credere il
contrario; sono ancora udibili e parlano a chi vuole ascoltare.
140
141

Filippo Corridoni e il movimento sindacale italiano


di Emanuela Sansoni

1. La formazione di un sindacalista

La Settimana rossa fu per Filippo Corridoni1 il momento culminante di


una lotta politica iniziata già dalla prima giovinezza nella città
marchigiana di Pausula2 e perpetuata con maggior vigore ed opportunità
                                                            
1
Per approfondire la vita e l’opera di Filippo Corridoni si veda L. Salciccia, Filippo Corridoni: una
vita per la rivoluzione, Tipo-Lito Grafostil, Matelica 1987; A. Benzi, «... Il fuoco sacro della
rivolta»: articoli di giornale, Barbarossa, Milano 2006; Id., «... Come per andare più avanti
ancora»: gli scritti di Filippo Corridoni, Barbarossa, Milano 2001; I. Laghi, Corridoni, Centro
Alfa, Roma 1987; I. De Begnac, L'arcangelo sindacalista: Filippo Corridoni, Mondadori, S.L
1943; M. Giusti, L'eroe della trincea delle frasche: Filippo Corridoni, Carroccio, Milano 1942; A.
Gabrielli, A piedi nudi: vita eroica di Filippo Corridoni: tre atti e sette tempi, Roma 1941; T
Santucci, Filippo Corridoni, O. Zucchi, Milano 1940; V. Rastelli, Filippo Corridoni: la figura
storica e la dottrina politica. Saggi critici, Conquiste d’impero, Roma 1940; A. Ferrari, Filippo
Corridoni: sindacalista e patriota, Reggio Emilia 1939; G. Murani, In collegio con Filippo
Corridoni, Stamperia Elzeviriana, Genova 1938; F. Testena, La canzone di Filippo Corridoni,
S.A.C.R., Roma 1938; E. Franchi, Filippo Corridoni eroe latino: fogli d'albo, Paravia, Torino
1937; M. Barilli, Filippo Corridoni: un uomo e un simbolo, E. Cavalleri, Como 1935; T. Masotti,
Corridoni, Carnaro, Milano 1933; L. Razza, L'eroe della trincea delle frasche, Tipografia
Moderna, Macerata 1931; U. Barni, Corridoni, Augustea, Roma 1929. Di Corridoni ci rimangono
gli scritti Contro la massoneria del 1910, Le rovine del neo-imperialismo italico. Libia e
antimilitarismo del 1912, Le forme di lotta e di solidarietà del 1912. I due manoscritti Riflessioni
sul Sabotaggio presso l’archivio De Ambris a Roma e Sindacalismo e Repubblica edito postumo a
Parma. Restano inoltre vari articoli da lui firmati, i discorsi politici e il carteggio privato.
2
Il nome del primo insediamento, formatosi assai prima del Mille era Castelvecchio. Ben presto
venne distinto con quello di “Monte dell’Olmo”, dizione che ebbe lunghissimo uso, per contrarsi
poi in quella di Montolmo. Con la crescente consistenza dell’insediamento, dovuta all’ottima
posizione geografica, alla fertilità del suolo ed all’intraprendenza della popolazione, il prestigio di
Montolmo si affermò ovunque. L’importanza della città è attestata dal ruolo ricoperto nella storia
regionale: fu sede del Parlamento Generale delle Marche nel 1306, 1307 e 1317. La sua decadenza
cominciò con l’occupazione di Francesco Sforza nel 1433. Sul finire del Settecento, alcuni notabili
del luogo, che volevano per Montolmo il titolo di città, presentarono istanza a Roma per
modificarne il nome in quello di Pausula, originario insediamento di epoca romana, il solo che in
quei tempi di fervente erudizione storica potesse conferire una patente di nobiltà. Nel 1851 Pio IX
cambiò il nome in Pausula innalzandola al grado ed onore di Città. Ne seguì anche la
 
142

a Milano. Quando partì per la capitale lombarda aveva diciotto anni e,


benché molto giovane, in un ambiente favorevole allo scambio riuscì ad
approfondire un’arte di governo, determinata già dalla prima giovinezza,
basata sulla lotta per il mondo operaio.
L’epistolario che iniziò dopo il suo arrivo e continuò fino al momento
della morte è di fondamentale importanza per analizzarne correttamente il
pensiero sindacalista3, quarantasette lettere, inviate ad amici e parenti dal
gennaio del 1904 al maggio del 1915, che raccontano non solo la
quotidianità di Corridoni in quegli anni, ma soprattutto la passione che
animò il suo lavoro. Veri e propri resoconti dell’importanza della sua
attività politica anche a scapito della vita sociale:

Hai ragione, Alceste, sono un maleducato, un lazzarone e nessuno più di me


deplora i miei torti; però oso sperare che il letterone, mastodontico, di oggi vi
abbia a rendere meno severi. Credimi, Alceste, la tua bontà e la gentilezza
squisita della signora Maria hanno lasciato nel mio animo tracce indelebili, e
vorrei potervelo dimostrare, e se non son sollecito a rispondere a qualche vostra
missiva non è già per aridità d’animo, bensì per il lavoro immenso che mi
incalza, che non mi lascia un minuto tranquillo e che mi fa rimandare da un
                                                                                                                                            
trasformazione del sigillo della Comunità: sopra l’olmo sui sei colli fu significativamente aggiunta
una fenice che risorge dalle sue ceneri. Nel 1931 Mussolini, per celebrare l'eroe sindacalista Filippo
Corridoni che qui era nato nel 1887, decretò di modificare il nome della città in quello di
Corridonia.
3
Immediatamente dopo la morte, intorno alla sua figura iniziò ad aleggiare un’aura di mito
perpetuata soprattutto da Benito Mussolini. Pochi giorni dopo la morte il primo corteo a Milano di
migliaia di lavoratori e cittadini depose corone commemorative presso il monumento delle Cinque
giornate a porta Vittoria. Seguirono Parma, il parmense e tanti altri luoghi d’Italia, compresa la sua
città natale. La guerra e i suoi esiti amplificarono il mito. Corridoni cominciò ad essere utilizzato a
fini politici contingenti. I sindacalisti di Parma e di Milano, la gioventù corridoniana sembrarono
essere i veri eredi del suo insegnamento, chiaramente di matrice classista e rivoluzionaria, afascista
nello spirito e nella dinamica politica. Il fascismo però giunse ormai al potere e dopo un periodo
iniziale di diffidenza, lo assunse come simbolo della propria “rivoluzione”. Il 3 aprile 1925 il
ministro della Guerra concesse alla memoria di Corridoni la medaglia di Benemerenza per i
volontari della grande guerra. Il 15 ottobre dello stesso anno, su proposta del duce, il re concesse a
Corridoni la medaglia d’oro al valor militare. Nel frattempo Parma dedicò un monumento all’eroe
della Trincea delle Frasche. Strenuamente difeso dai correligionari del fronte antifascista come
Alceste De Ambris, il mito e la figura di Corridoni vennero tuttavia definitivamente assunti dal
fascismo come propri: nel 1931 il decreto che cambiò il nome di Pausula in Corridonia, la
costruzione della piazza e del monumento nella città natale. Il mito di Corridoni fu difeso da
personalità del calibro di Giuseppe Di Vittorio, segretario generale della Cgil nel secondo
dopoguerra, ma fu voce isolata in quegl’anni in cui l’antifascismo identificava interventismo e
fascismo.
143

giorno all’altro una cosa pur utile, pur necessaria, ma non di una necessità
immediata,come poteva essere una lettera a te, o ai miei di casa, o a qualche
amico. Se si considerasse poi la mole delle cose che io avevo da dirti richiedeva
non i cinque o dieci minuti ma delle ore.4

Giunto a Milano proprio nel momento culminante della lotta tra


socialisti riformisti e rivoluzionari, Corridoni fu iniziato ai secondi da un
amico marchigiano, il maceratese Commando Braccialarghe, un
sovversivo che aveva preso parte attiva allo sciopero del 1903 e lavorava
nella stessa fabbrica5. Aderì quindi da subito alle idee del socialismo
rivoluzionario a maggioranza sindacalista e osteggiato dalla direzione del
partito, in quel momento a maggioranza riformista. In poco tempo si
trovò in prima fila a guidare il circolo giovanile. Il primo suo maestro fu
Giovanni Petrini, che difendeva i giovani sindacalisti dai vertici del
partito.

Giovanni Petrini fu il maestro di tutti noi, ala giovane della vecchia guardia
milanese. Fu lui che ci riempì il cervello di idee, il cuore di sentimenti, l’anima
di energie. Fu lui che a Milano sceverò la nuova dottrina sindacalista dalle
vecchie idee del socialismo rivoluzionario e propagò le teorie soreliane.
Cominciò allora la lotta asprissima con i socialisti riformisti, ma Petrini,
validamente sostenuto da tutti noi, condusse la campagna fino in fondo e cioè
fino al distacco di tutti i sindacalisti milanesi dal partito socialista. Il partito
aveva creato il sindacato e questo, adulto, voleva vivere al di fuori del partito e,
occorrendo, contro il partito.6

Nel biennio che va dal 1905 al 1907 Corridoni assunse un ruolo di


primissimo piano all’interno del movimento rivoluzionario milanese e
iniziò un’attività politica degna di nota che lo portò nell’arco della sua
breve ma intensa vita a essere fervente oratore in cinque grandi scioperi e
a conoscere, ben sette volte, il carcere e, altre tre, l’esilio.
Era stato intanto licenziato dalla Miani e Silvestri e assunto dalla ditta
Helvetica, sempre come disegnatore. Il 18 aprile si trovava all’adunata di

                                                            
4
A. Benzi, «Per le mie idee». Lettere, frammenti epistolari, cartoline dal fronte, cit., p. 46. Lettera
ad Alceste de Ambris del 20 maggio 1912.
5
Egli giunse nella capitale Lombarda nel gennaio del 1905 per lavorare come disegnatore alla
Miani e Silvestri. In questa grande industria metallurgica era stato chiamato da un suo ex
insegnante dell’Istituto industriale Montani di Fermo.
6
«L’Internazionale», 9 maggio 1914.
144

metalmeccanici radunatosi davanti al castello sforzesco. Qui avvenne il


battesimo pubblico:

Improvvisata una tribuna vi salì per primo un certo Corridoni. Costui incominciò
il suo discorso stigmatizzando la Commissione Esecutiva della Camera del
Lavoro per avere essa impedito stamane l’ingresso alla camera agli operai non
muniti di tessera […] l’oratore fu applaudito.7

Corridoni salì sul palco e consacrò l’esistenza al movimento operaio.


Il sindacalismo rivoluzionario8 era sorto in Francia verso la fine
dell’Ottocento sulla base delle teorie di Sorel. Quest’ultimo individuava
nello sciopero generale rivoluzionario lo strumento principale per
l’affermazione del proletariato e l’abbattimento dello Stato e per dare il
potere economico ai lavoratori. In Italia si affermò in primo luogo
all’interno del Psi grazie a un gruppo meridionale composto da Arturo
Labriola e Enrico Leone. I suoi leader incarnarono una rottura teorica e
pratica con il resto del movimento operaio, favorendo, da una parte, la
lotta di classe, ma recuperando, dall’altra, la teoria della libera
concorrenza fra capitale e lavoro che, secondo loro, avrebbe eliso a poco
a poco il profitto. Lo sciopero generale era lo sbocco e il mezzo corrente
di lotta.
In Italia l’influenza dei sindacalisti rivoluzionari si affermò al congresso
socialista di Bologna. Nel 1908 trovò uno dei suoi momenti più alti
quando Labriola e Leone promossero con Alceste De Ambris il grande

                                                            
7
«Corriere della Sera», 18 aprile 1907.
8
Sul sindacalismo rivoluzionario si vedano G. B. Furiozzi, Alceste de Ambris e il sindacalismo
rivoluzionario, Angeli, Milano 2002; M. Antonioli, Azione diretta e organizzazione operaia:
sindacalismo rivoluzionario e anarchismo tra la fine dell'Ottocento e il fascismo, Lacaita,
Manduria 1990; A. O. Olivetti, Dal sindacalismo rivoluzionario al corporativismo, Bonacci, Roma
1984; A. Roveri, Dal sindacalismo rivoluzionario al fascismo: capitalismo agrario e socialismo nel
Ferrarese, 1870-1920, La Nuova Italia, Firenze 1972; G. B. Furiozzi, Dal socialismo al fascismo:
studi sul sindacalismo rivoluzionario italiano, Esselibri-Simone, Napoli 1998; M. Pistillo,
Giuseppe Di Vittorio, 1907-1924: dal sindacalismo rivoluzionario al comunismo, Editori Riuniti,
Roma 1973; A. De Clementi, Politica e società nel sindacalismo rivoluzionario, 1900-1915,
Bulzoni, Roma 1983; A. Riosa, Il sindacalismo rivoluzionario in Italia e la lotta politica nel
Partito socialista dell'età giolittiana, De Donato, Bari 1976; G. B. Furiozzi, Il sindacalismo
rivoluzionario italiano, Mursia, Milano 1977.
145

sciopero di Parma del 1908 e fondarono, nel 1912, l'Unione sindacale


italiana di cui Corridoni divenne personaggio molto influente9.
Per l’oratore marchigiano il socialismo rivoluzionario era l’antitesi del
capitalismo. Esso nasceva dalla fabbrica, dagli operai e dagli uomini che
lottavano per ottenere alcuni fondamentali diritti. Due anni dopo
ricordando, dall’esilio di Zurigo, l’inizio della sua militanza politica
scrisse:

Quanti eravamo? Un centinaio appena: pochi, ma decisi, ma invitti, ma


entusiasti. Eravamo il terrore della Milano Borghese. Il tempo – organo del
socialismo serio, ben pensante, educato, prosciuttaio – ci chiamava i minorenni
sindacalisti, la teppa politica. Quest’ultimo non gentile appellativo, il giornale
semita l’aveva tratto da repertorio del Questore commendador Biondi. I
minorenni sindacalisti… la teppa politica….bah! Ce ne stropicciavamo noi.
Tanto ragli d’asino non vanno in cielo. In realtà eravamo i nervi del proletariato
d’avanguardia, una vera elite rivoluzionaria.

Gli anni dal 1908 al 1914 furono febbrili, caratterizzati da moltissimi


impegni che lo videro in prima linea a Parma, Milano e Modena, nello
sciopero dei gasisti e nei comizi contro la guerra di Libia10. Ma le sue
battaglie non si limitarono al piano sindacale.
Venni a Milano nel 1905 e vi esercitai fino al 1907 la professione di
disegnatore e tracciatore di macchine. Di idealità repubblicane fin dalla
prima fanciullezza, divenni socialista rivoluzionario fin dai primi mesi di
mia permanenza in questa città. Entrai nella milizia sovversiva nella
primavera del 1906 e il mio ardore giovanile ed una certa vivacità
d’intelletto mi condussero subito nelle prime file. Nel gennaio del 1907
ero già segretario del Circolo Giovanile Socialista, a marzo fondatore del
“Rompete le file” insieme a Maria Rygier e ad aprile Vicesegretario della
Federazione Provinciale Socialista.

                                                            
9
Nel dibattito del 1914-1915 sulle scelte di intervento o neutralità, la frazione interventista fu
battuta dal neutralismo antimilitarista dell'anarchico Armando Borghi e i suoi aderenti fondarono
l'Unione italiana del lavoro.
10
L’epistolario di Corridoni di questo primo quinquennio Milanese, formato da sole quattro lettere,
sembra essere andato perduto come egli stesso lamenta in una lettera a Federico Fabbri del 15
giugno 1909 da S. Felice sul Panaro «Caro Fabbri, si tanto gentile di notificare alla Norina che io
ho ricevuto il pacco, ma non vi ho trovato dentro tutto ciò che desideravo. Vi mancano, infatti, tutti
i miei manoscritti e tute le mie corrispondenze. Fra di esse ve ne sono addirittura delle preziose».
146

Fu proprio per la diffusione fuori dalle caserme del periodico


antimilitarista «Rompete le file» che Corridoni fu arrestato il 7 luglio
1907 e condannato11 nell’agosto seguente per apologia di reato a cinque
anni, rimanendo in carcere fino al 19 novembre. Liberato grazie a
un’amnistia, fu costretto all’esilio quando emerse che il provvedimento di
clemenza non era per lui applicabile. Giunse a Nizza il 9 dicembre 1907.

Ebbi a Maggio la mia prima condanna e da allora ne ho dovuto registrare ben


trenta. Per otto anni consecutivi la mia vita è stata asprissima, terribile. Ho fatto
ininterrottamente la spola fra una prigione e l’altra, con qualche puntata in esilio.
E ho sofferto, e tanto, ma ho il supremo orgoglio di poter attestare dinanzi
all’universo e senza tema di smentita che le giornate del dolore sono state da me
sopportate con coraggio e fermezza d’animo senza che nessuno possa buttarmi
in faccia un istante di debolezza o di viltà.12

Nei periodi di esilio Corridoni visse alla meglio, facendo mille lavori,
mantenendo un costante rapporto epistolare con i compagni a casa in
modo da non perdere il loro appoggio, scrivendo le sue opinioni in
articoli sull’«Internazionale» e saggi come Le rovine del neoimperialismo
italico in Libia contro la guerra.
Rimase a Nizza fino al 1° maggio 1908 quando venuto a conoscenza del
grande sciopero di Parma ritornò clandestinamente in Italia assumendo il
falso nome di Leo Celvisio per sfuggire ai controlli della polizia: aveva
adottato il nome in riferimento alla rocca di San Leo, prigione simbolo in
epoca pontificia di molti detenuti politici, mentre il cognome era ispirato
al cartello pubblicitario della birra omonima, visto a Ventimiglia al
rientro in Italia. A Parma si trovò nel bel mezzo di una durissima
battaglia tra la Camera del lavoro sindacalista, guidata da Alceste De
Ambris, e l’Associazione agraria guidata da Lino Carrara. Leo Celvisio
diventò in pochi giorni noto alle autorità locali e ai giornalisti. Il 20
giugno l’esercito decise di reprimere l’agitazione occupando la Camera
del lavoro e costringendo alla fuga De Ambris. Corridoni restò al fianco
dei lavoratori divenendo così il simbolo di un tipo di lotta ispirata ai

                                                            
11
In realtà era già stato arrestato, processato e condannato a 33 giorni di reclusione nel giugno dello
stesso anno ma era poi stato rilasciato perché incensurato. Visse l’esperienza del carcere altre due
volte: dal maggio all’ottobre del 1909 e dal 25 settembre al 30 ottobre 1911 a causa della
partecipazione alle rappresaglie contro l’azione militare italiana fortemente voluta da Giolitti.
Uscito dal carcere molto provato decide di passare un periodo di riposo in Svizzera.
12
Benzi, «Per le mie idee», cit., p. 135.
147

principi sindacalisti dell’azione diretta, contraria ad ogni mediazione


politica dei partiti e incentrata sul ruolo fondamentale del sindacato. Alla
fine di agosto, riconosciuto dalla polizia, fu obbligato di nuovo in esilio, a
Zurigo.
Una nuova amnistia gli consentì il rientro in Italia nel febbraio 1909.
Nei due anni successivi maturò la convinzione che la vera protagonista
della lotta rivoluzionaria doveva essere la classe operaia: era necessario
che i lavoratori fossero organizzati sulla base dell’appartenenza all’unità
produttiva, la fabbrica, e non sulla base della qualifica, come erano fino a
quel momento strutturati i cosiddetti sindacati di mestiere; si posero così
in essere alcuni modelli fortemente innovativi di organizzazioni e di
relazioni industriali.
Negli stessi anni, Corridoni partecipò al congresso nazionale
dell’Azione diretta a Bologna; fu nominato segretario della Camera del
lavoro di San Felice sul Panaro; diresse il giornale «Bandiera Rossa» e
collaborò con «Bandiera Proletaria», diretta da Edmondo Rossoni; fu
chiamato nella redazione de «La Conquista», organo del Sindacato
ferrovieri; assunse la guida del Sindacato gasisti, una delle punte più
avanzate del movimento operaio milanese, e organizzò il grande sciopero
dei gasisti milanesi; venne delegato a dirigere anche la Camera del lavoro
di Legnano.

2. Instancabile organizzatore

Nel settembre 1911 scoppiò la guerra di Libia: all’interno del


sindacalismo rivoluzionario si determinò una frattura insanabile tra il
gruppo degli intellettuali come Labriola, Olivetti, Orano, favorevoli al
conflitto, e le organizzazioni operaie, decisamente contrarie, guidate da
uomini come Alceste e Amilcare De Ambris, Tullio Masotti, e
naturalmente Corridoni; essi definirono la guerra “un atto di
brigantaggio”, del tutto inutile anche dal punto di vista dei vantaggi per il
proletariato.
Il 1912 si aprì con un peggioramento nelle condizioni di salute che lo
spinsero a dover soggiornare per un lungo periodo a Lugano. Nel
frattempo la lega addetti al gas di Milano, causa la sua assenza, iniziò ad
operare in una condizione particolarmente disagiata. Nonostante la
malattia, quindi, Corridoni fu costretto a rimpatriare, subendo i
rimproveri degli amici: le lettere che cercavano di farlo tornare sulle sue
decisioni si susseguirono a ritmo incalzante tanto che il 26 aprile
148

Corridoni rispose con ardore ad una missiva di richiamo che gli aveva
mandato De Ambris:

Caro Alceste, no, non merito i tuoi rimproveri. Nessuno meglio di me sa che la
vita che ora faccio finirà per ammazzarmi. Ma non posso scegliere. […] Figurati
che ho trovato la lega in sfacelo, con un ammanco di ben cinquecento lire, con i
consiglieri che non venivano più alle riunioni del consiglio, perché nessuno
prestava ascolto alle loro proposizioni e perché si abbondava solo di promesse e
di «farò» e «vedrò». Ebbene io ho dovuto rabberciare tutto, ricoprire tutto. Non
ho potuto dar la caccia neanche ai ladri, nella paura che tale porcheria venisse a
conoscenza dei gasisti e dei riformisti; ho dovuto fingere di aver trovato tutte le
cose in regola e che tutte le nostre faccende vadano per il meglio nel migliore
dei mondi possibili.13

E dalla lettera autobiografica:

Le mie idee non mi procurano che prigione e povertà: ma se la prigione mi


tempra per le battaglie dell’avvenire, se la prigione mi nutrisce l’animo e
l’intelletto, la povertà mi riempie di superbia e di orgoglio. Se avessi avuto
animo da speculatore o se avessi per un solo attimo transatto con la mia
coscienza ora avrei una posizione economica formidabile, ma io sento che un sol
soldo illecitamente guadagnato costituirebbe per me un rimorso mortale.14

A novembre, a Modena, ebbe luogo il congresso in cui nacque, come


scissione definitiva dalla Cgdl, l’Unione sindacale italiana.
Con Corridoni entrarono tra gli altri i fratelli De Ambris, Masotti,
Zocchi, Meschi e il giovane Giuseppe Di Vittorio, rappresentante delle
organizzazioni bracciantili di Cerignola. La scelta compiuta a Modena
dal sindacalismo comportò un cambiamento essenziale per il movimento:
la fine dell’unità dei lavoratori e l’inizio di aspre lotte fra gli opposti
schieramenti. I primi mesi del 1913 furono quindi dedicati
all’organizzazione dell’Unione sindacale milanese, associata all’Usi, che
ottenne l’adesione dei sindacati metallurgici, dei gasisti, dei tappezzieri,
dei sarti, dei decoratori. L’attivismo di Corridoni portò nel giro di pochi
mesi gli iscritti da 2.000 a 17.000.
Instancabile oratore Corridoni partecipò a vari comizi. Il 9 gennaio
1913 al Teatro del Popolo di Milano si scontrò fortemente con il
                                                            
13
Benzi, «Per le mie idee», cit., pp.39-40.
14
Ibidem, p. 135.
149

socialista Benito Mussolini; scrisse la settimana dopo ad Alceste De


Ambris:

Per Milano, carissimo, l’affare è imbrogliato. Io rimpiango con tutta l’anima di


essermi assentato. Mussolini poi è quasi venerato. Un uomo eccellente, sai?
Eccellente sotto tutti i rapporti. Ha un’anima d’asceta e tutte le qualità esteriori
del demagogo. Temibilissimo. Bada Alceste che non sono delle puerilità. Io so,
sento che Mussolini sarà il mio avversario per quanto ci leghi una forte
simpatia.15

La situazione a Milano preoccupava molto Corridoni che tra febbraio e


marzo tornò più volte a scrivere ad Amilcare e Alceste de Ambris,
chiedendo il loro immediato intervento:

Caro Alceste scrivo contemporaneamente ad Amilcare. Io non ne poso più. È


necessario, indispensabile, per la salute mia e per la salute dell’Unione
Sindacale Milanese, che tuo fratello venga a Milano senza indugi. E tu, Alceste,
compirai opera santa se gli scriverai in tal senso. Alceste, ti parlo franco: se
volete vedermi fra un mese all’ospedale, ridete alle mie parole e scrollate le
spalle alle mie lettere. E badate, una mia malattia vorrebbe dire la fine
dell’Unione Sindacale Milanese.16

Tra il 13 e il 26 maggio iniziarono una lunga fase di scioperi. Il prefetto


Panizzardi decise il 28 maggio l’arresto di Corridoni per aver istigato la
folla a commettere violenze e all’odio di classe. Il processo si tenne il 3
luglio: il sindacalista marchigiano venne condannato a 7 mesi e 15 giorni
di reclusione. Corridoni commentò il giorno dopo la sentenza:

I giornali ti avranno appreso la mia condanna, che non ti avrà meravigliato


certamente; ed i giornali ti avranno appreso anche come io abbia affrontato
questa novella prova con la maggiore serenità possibile. Oh, ci vuol altro per
mortificare lo spirito di un sindacalista.17

Uscì dal carcere il 14 settembre. Il 7 ottobre 1913 scrisse alla madre che
non sentiva da tempo:

                                                            
15
Ibidem, cit. pp. 80-85. Lettera ad Alceste de Ambris 16 gennaio 1913.
16
Ibidem, pp. 86-87.
17
Ibidem, pp. 88-90.
150

Cara mamma, perdona se non ho risposto prima alla tua graditissima lettera.
Tanto più gradita chè essa mi ha tolto l’amaro dubbio che anche tu, che mi hai
sempre voluto bene, ti fossi dimenticata del figlio tuo. E questo dubbio era stato
originato dal silenzio vostro in tutto il tempo in cui sono stato in prigione e dal
fatto che non avevate risposto alla mia lettera. Ma ora l’equivoco è ben chiarito
e io sono felicissimo di potere riallacciare la mia relazione con te e con il
babbo.18

D’altronde Corridoni nutriva una giusta preoccupazione:

I miei avversari da dieci anni a questa parte hanno avuto modo di far circolare
sul mio conto ogni sorta di voci calunniose ed hanno intessuto maldicenze
ignote. Ebbene, io non ho mai sentito il bisogno di raccogliere tanto fango, chè
la verità s’è fatta sempre strada naturalmente ed i galantuomini han fatto per
proprio conto giustizia sommaria di certe bassezze.19

3. L’ora della violenza

Dall’inizio del 1914, Milano fu scossa da una serie di turbolenti scontri


tra i quali la serrata di quattro mesi alla Miani e Silvestri e la protesta dei
tranvieri. Il 22 marzo all’assemblea generale Corridoni segnò un bilancio
di tutte le agitazioni che avevano visto in primo piano l’Usm, «impegnati
quasi 20 mila operai in lotte parziali di categorie e circa 25 mila operai
metallurgici per 25 giorni e 200 mila operai di tutte le categorie per 11
giorni con due scioperi generali di solidarietà»20. Sempre nello stesso
anno l’Unione sindacale milanese affiancò tutta la sinistra rivoluzionaria
per l’elezione di Amilcare Cipriani al VI collegio di Milano. A marzo a
Parma venne presa la decisione di frenare i movimenti rivendicativi in
modo da far convergere tutti gli sforzi verso la preparazione di un vasto
movimento generale fissato per la primavera.
Il sindacalismo rivoluzionario caldeggiò la violenza e il sabotaggio, ma
più come motivo di propaganda che come effettivo metodo di lotta, di
fatto limitato ai picchetti di scioperanti. Si riteneva che per motivi
elettoralistici e logica parlamentare il Psi trascurava gli interessi di classe.
Si pensava che l'azione dei sindacati liberata dai lacci del partito avrebbe
                                                            
18
Ibidem, pp. 96-97.
19
Ibidem, pp. 135.
20
Salciccia, Filippo Corridoni: una vita per la rivoluzione, cit., p.99
151

favorito l'autoeducazione e l'auto emancipazione dei proletari. Non si


voleva la concessione della legislazione sociale in luogo di conquiste
strappate senza mediazioni. L’obiettivo era di accrescere la capacità
tecnica e la coscienza dei lavoratori perché la gestione non solo della
produzione ma dell’intera vita sociale fosse in definitiva devoluta al
sindacato21.
Il 7 giugno, festa dello Statuto, erano stati organizzati in tutta Italia
delle pubbliche adunanze per la liberazione di Moroni, Masetti e di tutte
le vittime del militarismo. Corridoni partecipò a Milano a un comizio e il
suo discorso fu uno dei più violenti contro la repressione e il militarismo.
La sera giunse la notizia dei fatti di Ancona: in tutt’Italia si generò una
vasta mobilitazione antigovernativa che ebbe Corridoni tra i capi del
movimento22.
Corridoni concentrò tutte le sue forze per creare un grande movimento
di protesta: tutti dovevano essere uniti, nessun atteggiamento ambiguo
sarebbe stato tollerato; il 9 giugno venne proclamato uno sciopero
generale cui aderirono tutte le organizzazioni sindacali e lo stesso Partito
socialista. Verso le 15 si riunirono circa 12.000 persone presso l’Arena di
Milano, con relatori Corridoni e Zocchi per i sindacalisti, Mussolini per i
socialisti, Marioni per la Camera del lavoro, Merlino per gli anarchici e
Ghibelli per i repubblicani. Corridoni sottolineò come in Italia ci fosse
stato

un accanimento contro la folla inerme, troppo abituata alla pazienza ed alla


rassegnazione. È ora di finirla. Ma non facciamo della inutile retorica.
Dobbiamo cercare di non accontentarci della piccola politica, ma di fare della
politica antistatale. Dobbiamo mirare in alto perché non è soltanto contro la
bastonata del poliziotto che dobbiamo reagire, ma rivoltarci contro il Governo e
contro la Monarchia. Noi diciamo forte che il proletariato di Milano e d’Italia
                                                            
21
W. Gianinazzi, Sindacalismo rivoluzionario, in M. Isnenghi, S. Levis Sullam (a cura di), Le tre
Italie: Dalla presa di Roma alla Settimana rossa (1870-1914), Utet, Torino 2009; A. Riosa, Il
sindacalismo rivoluzionario in Italia, De Donato, Bari 1976; M. Antonioli, Il sindacalismo
rivoluzionario italiano, in Id. (a cura di), Il sindacalismo italiano, Biblioteca F. Serantini, Pisa
1997.

22
L. Lotti, La settimana rossa, Le Monnier, Firenze 1965; La Settimana rossa nelle Marche, a cura
di G. Piccinini e M. Severini, Istituto per la storia del movimento democratico e repubblicano nelle
Marche, Ancona 1996; A. Luparini, Settimana rossa e dintorni. Una parentesi rivoluzionaria nella
provincia di Ravenna, Edit Faenza, Faenza 2004.
152

non riprenderà il lavoro fino a quanto Casa Savoia non sarà mandata in
Sardegna. Noi siamo milioni e il Governo non può contare che su 130 mila
soldati.23

Alle 17, conclusi gli interventi, si formò un lungo corteo con lo scopo di
giungere in piazza Duomo: nel percorso scoppiò una sassaiola contro i
carabinieri che disperse gli scioperanti; un folto gruppo riuscì però a
resistere e si radunò, facendo partire alcuni colpi di rivoltella contro le
forze dell’ordine da dietro il basamento del monumento a Vittorio
Emanuele. Il prefetto riferì che questo gruppo era capitanato da Corridoni
che «eccitava alla rivolta e a colpire la forza pubblica ad agire colle armi
contro polizia»24. Alle 21 gli scioperanti erano stati dispersi:

durante la giornata vennero eseguiti circa 200 arresti fra cui noto Corridoni.
Confermo che comizianti oggi all’Arena avevano sassi e pezzi di mattoni in
tasca, il che prova la premeditazione dell’assalto alla forza pubblica perché né
all’Arena, né nelle vicinanze trovansi pietre di qualunque specie o materiale
laterizio.25

Sull’«Internazionale» del 20 giugno apparve un articolo nel quale si


supponeva che Corridoni fosse stato picchiato e vertesse in condizioni
abbastanza critiche:

nel tumulto si è trovato isolato dai compagni, sicché una squadra di poliziotti
sfrutta la buona occasione per stringerlo violentemente fra pugni e bastonate e
trarlo in arresto […] Giunse in Galleria di peso, sanguinante, colle vesti
completamente stracciate, irriconoscibile.26

Corridoni fu arrestato e portato in carcere dove scrisse Sindacalismo e


Repubblica: in quest’opera riesaminò analiticamente il pensiero
sindacalista, prospettando un’attenta revisione della dottrina e della
pratica sindacaliste. Quella che Corridoni cercava era un’autentica
rivoluzione sociale per opera del proletariato.

                                                            
23
«Corriere della sera», 11 giugno 1914.
24
Archivio Centrale dello Stato (d’ora in poi ACS), Ministero dell’interno (1911-1915), b. 93.
25
Ibidem.
26
«Corriere della sera», 11 giugno 1914.
153

La preoccupazione a Pausula intanto cresceva soprattutto dopo alcune


missive senza risposta. Il 5 luglio, avvertito dall’unione sindacale, rispose
ai genitori e ai fratelli per assicurarli sulla sua salute.

Ti disperi così facilmente e che ogni qual volta mi sai in prigione temi che io
non abbia ad uscirne più o che vi abbia a subire sofferenze inaudite. Che
diamine! Il frequente succedersi di questi miei infortuni giudiziari dovrebbero
avervi reso un po’ più forti, meno impressionabili, e dovrebbe avervi convinto
che la prigione, in fin dei conti non mangia gli uomini.27

Era soprattutto per la mamma che Corridoni si preoccupava,


raccomandandole:

Per carità, mamma, se vuoi che davvero la mia prigione non si trasformi in
inferno, sii brava, sii buona, sii quieta, sopporta con filosofia e con la calma dei
forti, queste prove che il destino ti manda e mostrati degna madre di un giovane
che non batte ciglio durante l’infuriare rabbioso ed insensato dei suoi nemici,
che non darà mai ad essi la gioia di vederlo avvilito ed affranto. Io sto bene,
mamma, non fingo sai! Sto bene e son contento perché so di avere la coscienza
pura e di aver fatto il mio dovere. Ti giuro sul mio cuore, mamma, che mai in
questi nove anni di lotte per le mie idee, ho affrontato la prigione con tanta
serenità e tanto coraggio morale, e mai l’ho sopportata con minor fastidio.28

Mentre si trovava in carcere, scoppiò la Grande guerra. La convinzione


che un conflitto rivoluzionario avrebbe rovesciato l’assetto internazionale
e gli equilibri sociali interni dei paesi, fu alla base del passaggio di
Corridoni dal neutralismo all’interventismo. Durante l’inverno e la
primavera del 1915 svolse una cospicua attività di oratore a favore della
lotta armata, che lo portò a condurre un’animata campagna propagandista
in diverse piazze italiane.
Secondo lui, la guerra avrebbe spianato la via della rivoluzione sociale,
eliminando «gli ultimi rimasugli della preponderanza feudale, colpendo
in pieno il principio monarchico, infrangendo le necessità storiche che
resero possibili gli eserciti permanenti». Sconfiggere l’Austria e la
Germania avrebbe chiuso l’era delle guerre di conquista e l’Italia,
completati i suoi confini, sarebbe giunta «al disarmo e alla utilizzazione
delle spese per l’esercito in opere pubbliche ed a favoreggiare le
                                                            
27
Benzi, «Per le mie idee», cit., 52.
28
Ibidem.
154

iniziative industriali e commerciali, sole fonti di ricchezza e di benessere


nazionale». In conseguenza di ciò «proletarizzando da un capo all’altro
l’Italia e gli operai si avrebbe assistito al trionfo del Sindacalismo»29.
Dopo l’ingresso del suo Paese nel comnflitto, Corridoni sentì la
necessità di partire per il fronte. Un mese prima di morire scrisse a Luisa
Pepi:

Se il destino lo vorrà, morirò senza odiare nessuno: neanche gli Austriaci;


con un gran rimpianto: quello di non aver potuto dare la somma delle
energie, che sento ancora racchiuse in me, alla causa dei lavoratori; con una
gran soddisfazione: di aver sempre obbedito ai voleri della mia coscienza.30

                                                            
29
Salciccia, Filippo Corridoni: una vita per la rivoluzione, cit., p.162.
30
Benzi, «Per le mie idee», cit., p.154.
155

Il Sindacato ferrovieri,
Ancona e la Settimana rossa
di Mario Fratesi

1. Origini e costituzione

Con la legge n. 137 del 22 aprile 1905, lo Stato si assume direttamente


la gestione della rete ferroviaria italiana e vengono poste le basi per la
istituzione dell’amministrazione autonoma delle Ferrovie dello Stato.
Questo fatto provoca una accelerazione nel percorso intrapreso dai
ferrovieri per giungere alla costruzione di un sindacato unico. Il 1°
maggio 1907 le due organizzazioni sindacali dei ferrovieri – La
Federazione e il Riscatto – danno vita al Sindacato ferrovieri italiani. Il
nuovo sindacato organizza 54.000 dei 120.0000 ferrovieri in servizio; dal
congresso costitutivo scaturisce un orientamento in linea con quello del
sindacalismo rivoluzionario: la tattica dell’azione diretta collegata
all’indipendenza del sindacato dai partiti politici e dalle istituzioni dello
Stato. La mozione che stabilisce l’adesione alla riformista
Confederazione generale del lavoro, costituitasi l’anno precedente e di
tendenza riformista, viene avversata da una forte minoranza costituita
sopratutto da anarchici e contiene un impegno a operare affinché questa
adotti una linea vicina a quella del Sindacato ferrovieri1.
Nel febbraio 1913, all’indomani della costituzione da parte dei
sindacalisti rivoluzionari guidati da Alceste De Ambris della Unione
sindacale italiana, lo Sfi esce dalla Confederazione generale del lavoro e
ribadisce una linea di autonomia tra le due confederazioni. Il macchinista
anarchico Augusto Castrucci scrive sulla rivista «In Marcia!», da lui

                                                            
1
M. Taborri, Dal mutuo soccorso al sindacato unitario, in Lavoro e identità, a cura di S. Maggi,
Ediesse, Roma 2007, p. 74.
156

fondata e diretta, che il programma del Sindacato ferrovieri «è più vicino


all’Usi che alla Cgdl»2.
Il nodo ferroviario di Ancona, fin dai primi anni settanta dell’Ottocento,
aveva assunto una particolare importanza e i ferrovieri erano numerosi.
Nel gennaio 1882 era nata presso il Deposito locomotive la Società di
mutuo soccorso tra macchinisti e fuochisti, prima forma associativa dei
ferrovieri anconetani. Nel corso dei primi anni del Novecento era emersa
la figura del capotreno Sigilfredo Pellizza; dirigente sindacale e
principale organizzatore dello sciopero dell’aprile 1905, volto ad
avversare il progetto di legge sulla nazionalizzazione delle ferrovie in
quanto conteneva norme che privavano i ferrovieri del diritto di sciopero.
Nel febbraio 1914, per dirimere forti contrasti interni, viene convocato a
Milano un congresso straordinario del Sindacato ferrovieri: l’assise si
conclude con l’elezione di organi dirigenti completamente rinnovati e con
la decisione di indicare Ancona come sede nazionale del Sindacato.
Questa eventualità era stata oggetto di discussione da parte della sezione
dello Sfi di Ancona, che si era espressp favorevolmente affermando che
«qui il proletariato, non diviso da competizioni è più compatto che
altrove, saprà al momento opportuno appoggiare i ferrovieri»3.
Certamente, oltre che per essere collocata al centro della penisola,
influisce sulla scelta di Ancona il fatto che la locale Camera del lavoro,
guidata dai sindacalisti rivoluzionari, non aderisce alla Cgdl e ha stretti
rapporti di collaborazione con il Sindacato ferrovieri. Sigilfredo Pellizza,
massimo esponente dello Sfi anconetano insieme ad Aroldo Marchetti, è
da poco stato chiamato a far parte della Commissione esecutiva della
Camera del lavoro. Gli organismi nazionali del Sindacato ferrovieri
vengono ospitati presso la Casa del Proletariato, ubicata nel rione Archi e
sede della Camera del lavoro. La redazione de «La Tribuna dei
Ferrovieri», quindicinale ufficiale del Sindacato, si stabilisce in corso
Mazzini 35.
I primi mesi del 1914 vedono la categoria dei ferrovieri in agitazione
per la mancata risposta della direzione generale delle Ferrovie dello Stato
a una serie di richieste riguardanti l’uguaglianza di salario per lavori
assimilabili, un salario minimo di 3 lire giornaliere e miglioramenti su
turni e orari di lavoro. Il Sindacato indice una serie di comizi in oltre
                                                            
2
M. Fratesi, Macchinista ferroviere, Edizioni Ancora In Marcia!, Firenze 2008, p. 19.
3
G. Boyer, Sigilfredo Pellizza e il Sindacato ferrovieri dal 1905 alla “settimana rossa”, in Il
Sindacato ferrovieri nelle Marche, Estremi, Ancona 1997, p. 49.
157

cento località per mobilitare i ferrovieri e sensibilizzare le altre categorie


di lavoratori; quello di Ancona – che si tiene il 25 febbraio – è
affollatissimo, sono presenti anche anarchici, socialisti, esponenti della
Camera del lavoro e Pietro Nenni, che porta il saluto dei repubblicani. Al
termine viene diramato un ordine del giorno che invita il governo «ad
accogliere i desiderata dei ferrovieri. Una ripulsa alle richieste del
personale darebbe pieno diritto ad una grave agitazione»4.
Il giornale moderato «L’Ordine» manifesta allarme per le conseguenze
di un eventuale sciopero dei ferrovieri, tanto che l’argomento viene
spesso trattato in prima pagina. Il Presidente della Camera di commercio
si reca a Roma per «ridurre il Governo a più miti consigli, facendogli
rilevare i danni economici che da un arresto ferroviario avrebbero
gl’interessi della borghesia industriale ed agricola»5. Il presidente del
Consiglio Salandra interviene in prima persona per cercare di portare a
soluzione la questione ferroviaria: il Comitato centrale del Sfi respinge
però la decisione di nominare una commissione per esaminare i problemi
della categoria e si dichiara contrario alla partecipazione di propri
rappresentanti ai lavori della commissione stessa. Anche l’incontro tra i
rappresentanti sindacali e il ministro del Lavori pubblici, Augusto
Ciuffelli, ha esito negativo.
A conclusione di una animata discussione nel corso della riunione del
Consiglio generale Sfi, che si tiene ad Ancona il 19 e 20 aprile, scaturisce
un documento in cui si decide di «mantenere viva l’agitazione e prende
l’impegno di portare il proletariato ferroviario alla vittoria con un
simultaneo energico movimento di resistenza quando l’organizzazione lo
reputi opportuno»6. La cautela con cui si affronta la decisione di
dichiarare uno sciopero generale dei ferrovieri è soprattutto motivata dal
rischio che la categoria rimanga isolata a causa dei disagi provocati alla
popolazione e al concreto pericolo di pesanti punizioni verso gli
scioperanti in base delle leggi vigenti. Pellizza non nasconde la sua
preferenza verso una più energica decisione, volta a portare allo sciopero
in tempi brevi7. Una nota della Prefettura informa che Pellizza ha da poco
lasciato il Consiglio generale del Sindacato ferrovieri ma che «egli si
occupa della agitazione di detto personale, e durante la recente fase si è

                                                            
4
Boyer, Sigilfredo Pellizza, cit., p.51.
5
«La Tribuna dei Ferrovieri», n. 171, 16 aprile 1914.
6
«La Tribuna dei Ferrovieri», n. 172, 1 maggio 1914.
7
Boyer, Sigilfredo Pellizza, cit., p. 53.
158

tenuto sempre in contatto con i membri più influenti del Sindacato»8. La


presentazione in Parlamento, da parte del ministro Ciuffelli, di un
disegno di legge mirante al miglioramento delle pensioni, all’aumento
delle paghe più basse e alla riduzione dell’orario di lavoro porta, nel mese
di maggio, ad un allentamento della tensione nei rapporti tra governo e
Sindacato ferrovieri

2. Alla prova

Nel pomeriggio di domenica 7 giugno sono cinque gli oratori che si


susseguono durante il comizio che si tiene alla Villa Rossa: dopo Errico
Malatesta e Pietro Nenni parlano tre sindacalisti del Sfi: Ettore Ercole,
Sigilfredo Pellizza e Livio Ciardi, direttore de «La Tribuna dei
Ferrovieri». La sera stessa dell’eccidio la Commissione esecutiva della
Camera del lavoro di Ancona proclama lo sciopero generale, la mattina
successiva analoga decisione viene presa dall’Unione sindacale italiana e
dal Partito repubblicano. Riguardo alla Confederazione generale del
lavoro, occorre precisare che vi era un accordo con il Partito socialista,
stipulato l’anno precedente, basato sul fatto che a un nuovo eccidio da
parte della forza pubblica avrebbe fatto seguito uno sciopero generale di
protesta della durata di 24 o 48 ore. La notizia riguardante la
proclamazione di sciopero da parte della Cgdl giunge ad Ancona, nella
serata di lunedi 8, per via indiretta; «la Confederazione ha ignorato che
esistesse in Italia il Sindacato Ferrovieri», polemizza lo Sfi in un
resoconto degli eventi9. Il Comitato centrale del Sfi si riunisce e decide di
chiedere ragguagli in proposito, e sostenendo che aderirà allo sciopero
solamente se esso verrà proclamato ad oltranza. Malatesta i dirigenti
socialisti e repubblicani di Ancona denunciano un atteggiamento
dilatorio, ma lo Sfi reagisce dicendo che – data la difficoltà nel
raggiungere oltre 100.000 lavoratori sparsi per tutta la penisola – non è
possibile proclamare uno sciopero di sole 24 o 48 ore. Nella mattinata di
martedì 9 arriva un telegramma della Direzione nazionale del Partito
socialista nel quale si precisa che la proclamazione dello sciopero non è
condizionata da limiti di tempo.

                                                            
8
Boyer, Sigilfredo Pellizza, cit., p. 54.
9
«La Tribuna dei Ferrovieri», n. 175, 26 giugno 1914.
159

Come si verrà in seguito a sapere, tra il Partito socialista e la Cgdl c’era


stato, come minimo, un difetto di comunicazione riguardo alla durata
dello sciopero: infatti per Rinaldo Rigola, segretario confederale, lo
sciopero doveva essere limitato alle 48 ore. Nella stessa mattinata il
contenuto del telegramma viene confermato dai quotidiani nazionali i
quali precisano che lo sciopero è stato concordato tra Psi e Cgdl. A fronte
di questi sviluppi, il Comitato centrale del Sfi procede immediatamente a
dichiarare lo sciopero e a diffondere la notizia tramite centocinque
telegrammi, indirizzati alle sezioni del sindacato ed alle Camere del
lavoro. Prevedendo che le autorità avrebbero bloccato i telegrammi, viene
spedita con lettera espresso la seguente circolare a tutti i segretari di
sezione:

Bisogna che immediatamente tu faccia proclamare lo sciopero generale. In


codesta sezione. Ad Ancona lo sciopero ferroviario è già iniziato ed è
completo... Il tempo stringe, sopperisci con la tua intelligenza e con la tua
pratica alle deficienze immancabili in momenti come questi. Lo sciopero
ferroviario deve avvenire. Ne va di mezzo la nostra organizzazione alla quale
siamo tutti attaccati da affetto sacro. Lo sciopero generale senza limiti di tempo
è stato proclamato dalla Confederazione Generale del lavoro, dall’Unione
Sindacale italiana e dal Partito Socialista. Il non parteciparvi significa la nostra
morte civile. Non aggiungiamo altro.10

Per maggiore sicurezza, anche le lettere non verranno infatti recapitate e


l’ordine scritto di sciopero viene affidato a cinque incaricati i quali
partono da Ancona, con gli ultimi treni ancora in circolazione, diretti in
diverse località della penisola. Alcuni di questi arriveranno però a
destinazione con molte ore di ritardo, essendo costretti a fare parte del
percorso in automobile: Ercole – inviato a Milano – vi arriva dopo 14
ore. In molte località l’adesione allo sciopero non può quindi che
manifestarsi con molto ritardo.
Nel pomeriggio di mercoledì 10 Rigola, senza consultare la direzione
del Partito socialista, decide la sospensione dello sciopero generale a
partire da mezzanotte. La notizia viene immediatamente diffusa dalla
agenzia Stefani e la mattina successiva appare su tutti i maggiori
quotidiani nazionali, alcuni dei quali scrivono che il Psi ha approvato la
decisione della confederazione. Secondo il giornale ufficiale del
                                                            
10
Ibidem.
160

Sindacato ferrovieri questa notizia arriva quando «lo sciopero era nella
sua fase ascensionale e quando i ferrovieri si accingevano ad estendere ed
intensificare maggiormente il loro movimento che già aveva assunto
proporzioni vastissime»; si avverte nel movimento una sensazione di
rilassatezza, si percepisce chiaramente che lo sciopero va spegnendosi e
in alcune località i ferrovieri si ripresentano al lavoro. La sera del 12
giugno iI Comitato centrale dello Sfi, che da giorni è riunito in
permanenza ad Ancona, decide di porre fine allo sciopero con il seguente
comunicato:

Il Comitato Centrale del Sindacato Ferrovieri Italiani constatata la situazione


creata nel paese dall’agitazione del proletariato;
constatata con grande soddisfazione la magnifica prova di solidarietà offerta
dalla classe dei ferrovieri;
rileva con dolore come la manifestazione operaia viene bruscamente interrotta
dalla Confederazione Generale del Lavoro a sole 40 ore dalla proclamazione di
sciopero e proprio nel momento in cui i motivi per i quali era sorta l’agitazione
erano accresciuti grandemente per le numerose vittime della reazione, cadute
sulle piazze d’Italia, e quando nella lotta era più impegnata la classe ferroviaria,
che per la sua stessa natura non può prestarsi a scioperi di breve durata e che
aveva già l’adesione di tutti i partiti politici;
delibera la immediata ripresa del lavoro.11

Sabato 13, alla Casa del Proletariato, il Consiglio generale della Camera
del lavoro si riunisce insieme a tutte le componenti che hanno dato vita
alla Settimana rossa: socialisti, repubblicani, ferrovieri e anarchici,
rappresentati dallo stesso Malatesta. Ai convenuti non resta altro che
prendere atto della situazione ed invitare i lavoratori anconetani a
riprendere il lavoro a partire dal giorno successivo, precisando però che
l’agitazione sarebbe stata ripresa qualora «il Governo si abbandonerà ad
atti di persecuzione contro i lavoratori e contro i ferrovieri»12.
Non tutti però accettano la decisione dei dirigenti dello Sfi: a Bologna
un gruppo di ferrovieri, in prevalenza anarchici, si riunisce in assemblea,
invita a proseguire lo sciopero e si investe dei poteri del Comitato
centrale dichiarandolo decaduto. Da Ancona rispondono esprimendo
dispiacere per le ingiuste accuse e invitano «i compagni di Bologna e
centri limitrofi» ad uniformarsi alle decisioni del Comitato centrale.
                                                            
11
Ibidem.
12
Ibidem.
161

Infine, il 17 giugno il comitato bolognese «delibera la ripresa del lavoro,


lasciandone la responsabilità alla risoluta opposizione del Comitato
centrale»13 .
Come ampiamente documentato da tutta la pubblicistica riguardante
questi avvenimenti, alla Settimana rossa fece seguito una serie di
velenose polemiche tra sindacati e partiti politici che ne erano stati
protagonisti; in particolare la Confederazione generale del lavoro viene
da tutti accusata di tradimento e il più polemico è il direttore dell’
«Avanti!» Benito Mussolini.
Dai settori più massimalisti piovono critiche anche sul Sindacato
ferrovieri che viene accusato di aver proclamato lo sciopero in ritardo,
facilitando così l’arrivo di reparti militari ad Ancona, e di non essere stato
coerente con la combattività manifestata a parole. Il sindacato risponde
con una puntuale ricostruzione dei fatti e precisa che non sarà permessa
alcuna speculazione su un movimento «nobile e generoso per colpire chi
se ne è reso partecipe»14.
L’adesione dei ferrovieri allo sciopero, se ci si limita al dato numerico,
non può considerarsi un successo: su 80.000 iscritti allo Sfi sono in poco
più di 20.000 ad abbandonare il lavoro.
Occorre però tenere presente che pesa sui ferrovieri la minaccia
dell’azienda a ricorrere a gravi provvedimenti disciplinari, possibilità
abbastanza concreta dato che alcuni ferrovieri licenziati dopo lo sciopero
del 1907 non erano ancora stati riassunti.
Inoltre, incide moltissimo il ritardo con cui le notizie, spesso anche
confuse e contradditorie, giungono ai destinatari. In molti centri, come ad
esempio è il caso di Casale Monferrato, non si sciopera perché l’ordine
non è arrivato.
Nelle Marche e nelle altre regioni dell’Italia centrale, dove vi sono
minori difficoltà a fare giungere l’ordine di sciopero, la partecipazione è
massiccia, mentre appare scarsa in quelle meridionali, fatta eccezione per
gli impianti di Castellamare Adriatico, Sulmona e Bari 15.
Nei giorni successivi, «In Marcia!», rivista mensile del personale di
macchina, esprime la fierezza della categoria di aver «protestato contro

                                                            
13
Ibidem.
14
Ibidem.
15
G. Sacchetti, Il Sindacato ferrovieri italiani dalla “Settimana rossa” alla grande guerra in Il
Sindacato ferrovieri italiani dalle origini al fascismo ( 1907-1905), Unicopli, Milano 1994, pag.
157.
162

un barbaro assassinio»16 e dileggia quei fuochisti che hanno accettato di


prendere il posto dei macchinisti scioperanti, in alcuni casi causando
danni alla locomotiva. Nella stessa pagina appare una graffiante poesia
titolata Al krumiro.

3. Reazione, conseguenze, riorganizzazione

La reazione governativa non si fa attendere: su tutti i ferrovieri che


hanno aderito allo sciopero si abbattono provvedimenti punitivi –
motivati in base alla legge n. 429 del luglio 1907, riguardante il definitivo
riordino delle Ferrovie dello Stato, e su alcuni articoli del regolamento –
di vario tipo: blocco degli aumenti salariali, trasferimento, retrocessione
di grado, licenziamento. I ferrovieri in prova che hanno partecipato allo
sciopero sono immediatamente esonerati dal servizio. Su 48 licenziati a
livello nazionale 10 sono ferrovieri in servizio presso il compartimento di
Ancona, gli esonerati sono 7 su un totale di 41, i retrocessi 42 su 380.
La situazione venutasi a creare viene esaminata in una riunione del
Comitato centrale dello Sfi tenutasi ad Ancona il 21 e 22 luglio che
emette al termine un comunicato in cui si dichiara che «non si accettano
consigli di pace. Alla vendetta che viene dall’alto si risponde coll’attesa
della prossima rivincita»17. È infatti convinzione di tutti che una
immediata reazione non farebbe altro che facilitare il compito di quei
settori politici che puntano alla militarizzazione dei ferrovie: secondo il
sindacato alcune misure preparatorie in tale senso sarebbero già in atto.
Nella stessa riunione viene deciso che i ferrovieri licenziati saranno
assunti nelle segreterie delle sezioni del sindacato, precisando che si tratta
di una misura provvisoria e limitata al tempo necessario a portare avanti
la battaglia per la loro riassunzione. A settembre continuano ancora a
piovere dall’alto punizioni, soprattutto la proroga degli aumenti salariali e
le sospensioni dal servizio di varia durata.
Il 22 agosto un gruppo di parlamentari socialisti si reca da Salandra per
chiedere una amnistia a favore dei ferrovieri: la risposta è che l’amnistia
è materia di stretta competenza del sovrano. Nel dicembre 1914 con un
regio decreto vengono amnistiati tutti i reati commessi in occasione di
scioperi, conflitti di lavoro, tumulti, e così via. Non si applica però a
                                                            
16
«In Marcia!», n. 7, luglio 1914.
17
«La Tribuna dei Ferrovieri», n. 176, 10 agosto 1914.
163

nessuno dei ferrovieri puniti. Alle rimostranze del sindacato il governo e


la direzione generale delle Ferrovie dello Stato rispondono che «la legge
è stata applicata a dovere e ogni insistenza e protesta intesa ad estendere
l’amnistia ai dimissionati è un fuor di luogo»18.
Il 27 maggio 1915, tre giorni dopo l’entrata in guerra dell’Italia, viene
emanato un decreto luogotenenziale motivato «dalle prove di zelo ed
abnegazione che il personale ferroviario di ogni grado ha dato per il
corretto andamento del servizio nel grave momento presente ed in
particolare per assicurare l’ordinata e rapida attuazione dei traslochi
militari»19.
Il decreto annulla tutti gli effetti dei provvedimenti emanati l’anno
precedente a danno dei ferrovieri che hanno partecipato allo sciopero di
giugno; per i dimissionati prevede però che ogni singolo caso venga
esaminato al fine di una eventuale riassunzione; il decreto lascia quindi
margini di manovra alla burocrazia aziendale; solamente 23 ferrovieri
verranno reintegrati in tempi brevi, per altri – come nel caso
dell’anarchico Camillo Signorini – occorreranno mesi e continue
pressioni da parte del Sindacato e alcuni non verranno più riassunti.
Nel frattempo, nel febbraio 1915, si era tenuto ad Ancona il VII
Congresso nazionale del Sindacato ferrovieri italiani. Come nelle assise
precedenti, uno dei dibattiti più importanti ruotava intorno al tema
autonomia o affiliazione a una delle confederazioni. L’ordine del giorno
che ribadisce l’autonomia ottiene 19 voti, quello che chiede l’adesione
all’Usi, presentato dalla sezione di Bologna, 13.
Alla fine del 1916, trovandosi la città di Ancona particolarmente
esposta agli eventi bellici, la sede nazionale del Sindacato ferrovieri
italiani viene trasferita a Torino. Permane però nei ferrovieri anconetani
un forte spirito di lotta e attaccamento al loro sindacato. Quando
nell’agosto 1922 l’Alleanza del lavoro, di cui il Sindacato ferrovieri è tra
i promotori, come ultimo tentativo di sbarrare la strada al fascismo,
avrebbe promosso lo «sciopero legalitario», la risposta dei ferrovieri
sarebbe stata all’altezza delle tradizioni della categoria, tanto che dei 51,
tra macchinisti e fuochisti licenziati per aver partecipato allo sciopero, 21
sarebbero stati anconetani.

                                                            
18
«La Tribuna dei Ferrovieri», n. 192, 1 maggio 1915.
19
«La Tribuna dei Ferrovieri», n. 194, 3 giugno 1915.
164
165

La massoneria nel tramonto dell’età giolittiana


di Fulvio Conti

1. Il quadro organizzativo

Fra il 1914 e il 1915 la massoneria conobbe forse il momento di


maggior successo nella storia ormai quasi bisecolare della sua presenza in
Italia. Il Grande Oriente d’Italia di Palazzo Giustiniani (Goi), la più
antica e più importante Obbedienza massonica della Penisola, raggiunse
nel 1914 la massima diffusione sia in termini di logge che come numero
degli iscritti.
I suoi affiliati, che al tempo della gran maestranza di Adriano Lemmi
(1885-1896) non avevano oltrepassato il numero di 5-6 mila, nel primo
ventennio del Novecento si attestarono intorno a 20 mila. In quest'ultimo
periodo si registrarono dalle 2 alle 3 mila iniziazioni ogni anno, un ritmo
nettamente superiore a quello verificatosi nell'ultimo scorcio del secolo
precedente, quando su base annua si erano avute in media 400-500 nuove
affiliazioni. Le logge in attività, peraltro colpite da un elevatissimo tasso
di mortalità, passarono dalle 100-150 dei primi anni postunitari alle 486
del 1914 (di cui 430 in Italia e 56 all'estero). Nel 1910 in Europa la
massoneria italiana, come numero complessivo di appartenenti, si
collocava alle spalle unicamente di quella inglese e di quella tedesca e
quasi sulla stessa linea del Grande Oriente di Francia1. Sempre nel 1910,
a conferma delle ripercussioni positive che l'allargamento della base
sociale produsse sulle finanze dell'ordine, il Goi procedette all'acquisto

                                                            
1
Geografia massonica (dal Bollettino del «Bureau international des relations maçonniques» di
Neuchâtel), in «Rivista massonica», marzo-aprile 1910. Per uno sguardo d’insieme sul periodo a
cavallo fra Otto e Novecento mi limito a segnalare F. Cordova, Massoneria e politica in Italia,
1892-1908, Roma-Bari, Laterza, 1985 e F. Conti, Storia della massoneria italiana. Dal
Risorgimento al fascismo, Bologna, il Mulino, 2003.
166

dell'intero immobile di Palazzo Giustiniani per la somma di un milione e


125 mila lire2.
Uno dei più attenti studiosi della massoneria italiana postunitaria, il
francese Jean-Pierre Viallet, conducendo un'accurata analisi sulle liste
delle logge aderenti al Goi nel periodo 1871-1911, è arrivato alla
conclusione che esso «n'eut jamais une implantation véritablement
nationale»3. Egli basa questa sua affermazione sul fatto che nel 1871
delle 69 province che contava allora il regno d'Italia ben 34 erano del
tutto prive di logge massoniche e che ancora nel 1891 questa condizione
si ritrovava in 31 province. Viallet pone assai poco l'accento invece sul
fatto, a mio avviso di straordinaria rilevanza, che nel 1911 solo una
provincia in Italia, quella di Udine, risultava priva di aggregazioni
liberomuratorie. Né questa importante testimonianza del grado di
diffusione raggiunto dalle organizzazioni massoniche, presenti in pratica
in ogni parte del territorio nazionale, può essere ridimensionata dalla
constatazione relativa alla forte concentrazione geografica delle
medesime in alcune regioni di più solide tradizioni iniziatiche. Anzi, i
dati del 1911 evidenziano una distribuzione delle logge, con l'eccezione
della Sicilia, che si confermava la regione a più alta densità massonica
della penisola, molto più equilibrata e capillare di quanto non fosse mai
avvenuto in passato e tale da far definire il Goi come una struttura
associativa veramente radicata sull'intera superficie nazionale.
Quali altre forme associative, del resto, potevano vantare nell'Italia a
cavallo fra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento una così
ramificata presenza nel territorio e un numero di aderenti altrettanto
elevato? Persino un moderno partito di massa come quello socialista nel
1897 risultava privo di proprie sezioni in 4 province su 69 e nel 1909, nel
pieno di una grave crisi organizzativa, vide scendere il numero dei suoi
iscritti a meno di 29.0004: non molti di più, come si è appena accennato,
                                                            
2
Acquisto del Palazzo Giustiniani, in «Rivista massonica», febbraio 1910.

3
J.-P. Viallet, Anatomie d’une obédience maçonnique: le Grand-Orient d’Italie (1870-1890 circa),
in «Mélanges de l’École Française de Rome», Moyen Age -Temps Modernes, t. 90 (1978), n. 1, p.
200.
4
M. Ridolfi, Il Psi e la nascita del partito di massa, 1892-1922, Roma-Bari, Laterza, 1992, pp. 28 e
33.
167

di quelli che il Goi, struttura associativa per sua natura necessariamente


elitaria, raggiunse qualche anno dopo. Occorre inoltre ricordare che le
cifre a cui si fa in genere riferimento per fornire un quadro
dell'evoluzione quantitativa della massoneria italiana sono relative
unicamente al Goi e non tengono conto delle Obbedienze, dei Corpi, dei
Riti che in vari momenti svolsero la loro attività all'esterno del nucleo
principale di Palazzo Giustiniani e che ebbero una rilevanza, dal punto di
vista del numero delle logge e degli affiliati, tutt'altro che disprezzabile.

Piemonte 28: Tortona, Torino (9), Novi Ligure, Torre Pellice, Rivarolo
Canavese, Borgosesia, Vercelli, Pinerolo, Bardonecchia, Casale
Monferrato, Novara, Forno Rivara, Varallo, Ivrea, Acqui, Domodossola,
Biella, Alessandria, Cuneo, Asti; Lombardia 26: Brescia, Milano (12),
Varese (2), Pavia, Castiglione delle Stiviere, Voghera, Monza, Como (2),
Mantova, Sondrio, Lodi, Bergamo, Cremona; Veneto 11: Verona,
Vicenza, Belluno, Dolo, Padova (2), Adria, Legnago, Venezia (2),
Treviso; Friuli 2: Pordenone, Udine; Liguria 23: Sestri Ponente, Genova
(5), Levanto, Marola (2), Savona (2), Chiavari, Spezia (4), San Terenzo,
Biassa, Ameglia, Porto Maurizio, Sanremo, Monterosso al Mare,
Sampierdarena; Emilia-Romagna 21: Parma (2), Bologna (5), Forlì,
Ravenna, Lugo, Vergato, Salsomaggiore, Ferrara, Reggio Emilia (2),
Rimini (2), Sestola, Modena, Piacenza, Cesena; Toscana 43: Sansepolcro,
Livorno (10), Siena, Firenze (7), Arezzo, Pisa (2), Chiusi, Volterra,
Carrara, Viareggio, Pistoia, Lucca (2), Piombino, Asciano, Pietrasanta,
Sesto Fiorentino, Empoli, Prato, Agnano, Pescia, Cecina, Massa, Rio
Marina, Grosseto, Montecatini, Massa Marittima; Umbria 8: Castiglione
del Lago, Perugia (2), Narni, Terni, Spoleto, Città di Castello, Orvieto;
Marche 17: Ancona (3), Cagli, Fossombrone, Fabriano, Ascoli Piceno,
Senigallia (2), Jesi, Macerata, Osimo, Fermo, Pesaro, Camerino, Urbino,
Fano; Lazio 34: Elena, Roma (19), Itri, Velletri, Manziana,
Civitavecchia, Cassino, Castel Gandolfo, Frosinone, Viterbo, Gaeta,
Rieti, Tivoli, Frascati, Monterotondo, Formia; Abruzzo 9: Chieti,
Lanciano, Pescara, Vasto, L'Aquila (2), Penne, Teramo, Popoli; Molise 2:
Isernia, Campobasso; Puglia 32: Spinazzola, Taranto (3), Trani, Lucera,
Molfetta (2), Corato, Bari (3), Canosa di Puglia, Lecce (3), Ruvo di
Puglia, Cerignola, Brindisi, San Severo, Altamura, Bitonto, Andria,
Bisceglie, Ostuni, San Nicandro di Bari, Torremaggiore, Foggia,
Casalnuovo Monterotaro, Gioia del Colle, Barletta, San Nicandro
Garganico; Campania 31: Avellino, Scafati, Pozzuoli, Salerno (2),
Mercato San Severino, Napoli (9), Barra, Piedimonte d'Alife, Torre
168

Annunziata (2), Castellammare di Stabia, Caserta, Sala Consilina, Sessa


Aurunca, Sant'Anastasia, Ariano di Puglia, Benevento, Vitulano,
Sant'Agata dei Goti, Portici, San Giovanni a Teduccio, Aversa; Basilicata
8: Lagonegro, Episcopia, Genzano, Matera, San Paolo Albanese, San
Severino Lucano, Potenza, Viggiano; Calabria 22: Diamante, Monteleone
Calabro, Radicena, Pizzo, Altomonte, Nicotera, Cosenza, Gerace Marina,
Nicastro, San Demetrio Corone, Gioiosa Jonica, Chiaravalle Centrale,
Paola, Lungro, Filadelfia, Reggio Calabria, Gioia Tauro, Mileto, Laino
Borgo, Siderno Marina, Palmi, Catanzaro; Sicilia 104: Messina (7),
Cammarata, Palermo (13), Acireale, Siracusa, Licata, Noto (2),
Barcellona, Campobello di Licata, Caltagirone (2), Adernò, Cefalù,
Catania (6), Alcamo, Modica, Trapani (2), Porto Empedocle, Lipari,
Termini Imerese (2), Agrigento (2), Piazza Armerina, Valguarnera,
Siculiana, Corleone, Palazzo Adriano, Caltelvetrano, Caltanissetta (2),
Niscemi (2), Mazzara del Vallo, Castroreale, Comiso, Patti (2), Raffadali,
Ravanusa, Partanna, Riesi, Favara, Lentini, Grotte, Avola, Paternò,
Vizzini, Marsala, Scicli, Terranova (2), Alessandria della Rocca, Gesso,
Bivona, Cianciana, Monreale, Aragona, Biancavilla, Racalmuto, Riposto,
Francofonte, Spaccaforno, Giarre, Rammacca, Canicattì, Taormina,
Comitini, Tusa, Sciacca, Ragusa, Alcamo, Leonforte, Naro, Milazzo,
Castellammare del Golfo, Bagheria, Bisacquino, Vittoria, Augusta;
Sardegna 9: Tempio Pausania, Cagliari (2), Sassari (2), La Maddalena,
Oristano, Iglesias, Alghero.
Estero: Colonie 7: Tripoli (2), Bengasi, Derna, Asmara, Rodi,
Mogadiscio; Romania 1: Bucarest; Bulgaria 1: Xanthi; Grecia 2:
Salonicco (2); Serbia 2: Uskub, Monastir; Turchia 7: Haidar Pascià,
Costantinopoli, Adana, Smirne (2), Tripoli di Siria, Angora; Egitto 11:
Alessandria (6), Cairo (3), Suez, Porto Said; Tunisia 5: Tunisi (3), Susa,
Sfax; Usa 6: Pittsburgh, Collinsville, Boston, Philadelphia, Newark,
Denver; Argentina 10: Boca del Riachuelo (2), La Plata, Buenos Aires
(4), Quilmes, Bahia Blanca, Barracas al Nord; Brasile 2: San Paulo,
Botocatù; Perù 1: Lima; Ecuador 1: Guayaquil.

Fonte: F. Conti, Storia della massoneria italiana, cit., pp. 202-203.

Particolarmente emblematico fu il caso della Gran Loggia d'Italia,


altrimenti detta di Piazza del Gesù, la nuova Obbedienza fondata nel
1910 dal pastore protestante Saverio Fera, che due anni prima aveva
capeggiato la scissione dal Goi di un gruppo di logge di rito scozzese.
Esse rappresentavano l'ala più moderata del Goi, quella più incline a
169

rispettare il modello liberomuratorio anglosassone che imponeva un


maggiore distacco dalla militanza politica e religiosa. Questo nucleo
aveva preso a pretesto della scissione l'aborrito progetto di fusione fra il
rito simbolico e quello scozzese, che era stato avanzato nel 1908 dai
vertici di Palazzo Giustiniani. Ma il vero elemento di divisione risiedeva
nella forte spinta all’impegno politico in senso democratico e radical-
socialista che Ettore Ferrari, insediatosi nel 1904 come nuovo gran
maestro del Goi, aveva impresso all’Obbedienza da lui guidata. La Gran
Loggia ottenne il riconoscimento di importanti istituzioni massoniche
straniere, fra le quali i Supremi Consigli del Rito Scozzese degli Stati
Uniti, e gettò radici soprattutto nell'Italia meridionale. Qui era ubicata la
maggior parte delle 90 logge e dei circa cinquemila iscritti che essa
vantava alla fine del 19155, quando con la scomparsa di Fera passò sotto
la gestione di Leonardo Ricciardi e di Giovanni Francica-Nava,
coadiuvati nel ruolo di segretario da Raoul Vittorio Palermi, futuro leader
dell'istituzione6. Fra il 1916 e il 1925, come ci rivelano i libri matricolari
recentemente tornati alla luce, la Gran Loggia d’Italia procedette a ben
20.414 iniziazioni o affiliazioni7. Senza erodere in maniera sostanziale il
consenso del Goi, essa si rivelò capace fin da subito di intercettare una
“domanda” massonica diversa - per dimensione politico-ideologica e/o
per natura iniziatica e rituale – rispetto a quella di Palazzo Giustiniani.

Logge in attività: Piemonte 2: Alessandria, Torino; Lombardia 1:


Milano; Liguria 4: Genova (2), Savona, Sestri Ponente; Emilia-Romagna
1: Bologna; Toscana 6: Firenze 3, Livorno, Prato, Volterra; Lazio 9:
Gaeta, Roma (7), Formia; Abruzzo 1: Chieti; Campania 9: Napoli (5),
Padula, Sala Consilina, Salerno, Torre Annunziata; Puglia 2: Barletta,
Foggia; Basilicata 1: Lagonegro; Calabria 5: Catanzaro, Cinquefrondi,
                                                            
5
Specchio dello sviluppo del rito scozzese regolare, in «La catena di unione (miscellanea
massonica)», fasc. 1, 30 novembre 1946, p. 58. Lo stesso documento è riprodotto in S. Spadaro,
Documenti per la storia della massoneria scozzese italiana (1912-1946), Milano, Centro di studi
storici, 1947, p. 170.
6
Su di lui si veda G..M. Tonlorenzi, Raoul Vittorio Palermi. Tra massoneria e fascismo, Bari, Ed.
Giuseppe Laterza, 2004 e F. Conti, Raoul Vittorio Palermi, in Dizionario biografico degli italiani,
Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2014. Sulla storia dell'Obbedienza di Piazza del Gesù si
rinvia a L. Pruneti, La tradizione massonica scozzese in Italia, Roma, Edimai, 1994 e Id., Annales.
Gran Loggia d’Italia degli A.L.A.M., 1908-2012. Cronologia di storia della Massoneria italiana e
internazionale, Roma, Atanòr, 2013.
7
A.A. Mola, 1916-1925: una fonte preziosa. I registri della Serenissima Gran Loggia d’Italia, in
«Officinae», XXIV (2012), n. 3, pp. 4-7.
170

Monteleone, Radicena, Reggio Calabria; Sicilia 27: Alcamo, Augusta,


Cammarata, Castronovo Siculo, Catania, Marsala, Mazzara, Messina (2),
Misilmeri, Modica, Noto, Palermo (8), Piana dei Greci, Prizzi, Santa
Teresa di Riva, Siracusa, Terranova Sicula, Trapani, Valguarnera
Caropepe; Estero 2: Cairo, Vienna.
Logge in formazione: Veneto 1: Venezia; Marche 1: Ancona; Lazio 1:
Civitavecchia; Puglia 1: Cerignola; Sardegna 1: Cagliari; Colonie 3:
Bengasi; Tripoli, Massaua.
Triangoli: Piemonte 1: Novara; Lombardia 1: Varese; Veneto 1:
Padova; Friuli 1: Udine; Liguria 3: Bottagna; Carnea; Spezia; Emilia-
Romagna 2: Reggio Emilia; Rocca San Casciano; Toscana 2: Carrara;
Pisa; Marche 2: Pesaro; Urbino; Abruzzo 1: Teramo; Campania 1:
Caserta; Puglia 8: Andria; Bari; Bisceglie; Canosa di Puglia; Corato;
Lecce; San Pietro Vernotico; Trani; Basilicata 1: Potenza; Calabria 6:
Crotone; Gallico Marina; Rogliano; S. Andrea Apostolo dello Jonio;
Siderno Marina; Sicilia 7: Bivona; Caltanissetta; Corleone; Agrigento;
Paceco; Sciacca; Termini Imerese; Sardegna 1: La Maddalena.

Fonte: F. Conti, Storia della massoneria italiana, cit., pp. 192-193.

Alla vigilia della Grande Guerra, dunque, le due principali Obbedienze


massoniche italiane contavano complessivamente circa 25 mila iscritti.
Erano numeri ragguardevoli soprattutto se consideriamo la qualità della
membership massonica. Durante il primo quindicennio del secolo essa
aveva indubbiamente conosciuto un abbassamento dal punto di vista
dell’estrazione sociale degli affiliati, con l’afflusso crescente nelle logge
di esponenti della piccola e media borghesia dei commerci e degli
impieghi e il relativo assottigliamento delle fasce reddituali e cetuali più
alte. Di lì a poco, quando si sarebbero formati in Italia i primi Rotary
Clubs, Antonio Gramsci, proprio sottolineando la ben più alta
provenienza sociale dei loro iscritti, li avrebbe efficacemente definiti
«una massoneria senza i piccoli borghesi e senza la mentalità piccolo
borghese»8.
Tuttavia nelle logge massoniche dell’Italia giolittiana si continuava a
incontrare una fetta consistente delle élites locali, specie coloro che
                                                            
8
A. Gramsci, Quaderni dal carcere, Torino, Einaudi, 1975, p. 2146. Sulla storia del Rotary cfr. E.
Rambaldi, Rotary International. A “Brotherhood of Leadership”. Il caso italiano tra fascismo e
primi passi della Repubblica, Roma, Carocci, 2006.
171

occupavano posti di prestigio nelle articolazioni del potere politico ed


economico-sociale: sindaci, consiglieri comunali e provinciali, presidenti
di Camere di commercio, di Ospedali e altri enti amministrativi, alti
ufficiali delle forze armate, rettori e professori di Università, magistrati,
dirigenti di associazioni. Questo composito universo borghese della
provincia italiana, accomunato da una cultura laica e progressista, aveva
individuato nelle logge un luogo ove ritrovarsi per esercitare una tipica
forma di sociabilità maschile dai connotati urbani ed europei, ma al
tempo stesso quello dove tessere, al riparo di occhi indiscreti, le trame
della gestione del potere economico e politico locale9.

2. La massoneria e la mobilitazione interventista

Dal punto di vista politico la massoneria era stata il grande elemento di


coagulo delle tante giunte bloccarde che avevano governato per periodi
più o meno lunghi tutte le principali città italiane. E valga soltanto la
pena di rammentare il caso più eclatante, quello di Roma, che vide
Ernesto Nathan, radical-repubblicano, ebreo, ex gran maestro del Grande
Oriente d’Italia, guidare la giunta capitolina dal 1907 al 191310.
In quel tramonto dell’età giolittiana la massoneria sembrava in grado di
esercitare ancora una forte influenza politica. Secondo fonti attendibili,
nella Camera eletta nel 1913 con il suffragio semi-universale maschile
entrarono ben novanta deputati appartenenti alla massoneria, cosa che
dimostra l'effettivo irradiamento dell'istituzione nella società civile e la
sua capacità, anche in un contesto profondamente modificato dalla
recente riforma elettorale, di condizionare le dinamiche politiche e i
meccanismi di selezione della rappresentanza11. E’ appena il caso di
                                                            
9
Fra i numerosi studi su varie realtà locali che sono apparsi negli ultimi anni si vedano Massoneria
e società civile. Pistoia e la Val di Nievole dall'Unità al secondo dopoguerra, a cura di F. Conti,
Milano, FrancoAngeli, 2003; A. Volpi, Viareggio laica. La Massoneria in provincia (1848-1925),
Pisa, Ets, 2005; La massoneria a Livorno. Dal Settecento alla Repubblica, a cura di F. Conti,
Bologna, Il Mulino, 2006; La massoneria a Firenze. Dall’età dei Lumi al secondo Novecento, a
cura di F. Conti, Bologna, Il Mulino, 2007; V. Prinzi – T. Russo, La Massoneria in Basilicata. Dal
Decennio francese all’avvento del fascismo, Milano, FrancoAngeli, 2012; Massoneria e cultura
laica in Sardegna dal Settecento ai giorni nostri, a cura di F. Conti, Roma, Viella, 2014.
10
Sulla figura di Nathan e sulla sua esperienza di sindaco di Roma esiste ormai una vasta
bibliografia. Riferimenti dettagliati si possono trovare in F. Conti, Ernesto Nathan, in Dizionario
biografico degli italiani, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2012, vol. 77.
11
Si tratta anzitutto di una nota riservata inviata ad Antonio Salandra nel 1914, di cui riferisce B.
Vigezzi, L'Italia di fronte alla prima guerra mondiale, I, L'Italia neutrale, Milano-Napoli,
 
172

ricordare che le elezioni politiche del 1913 furono caratterizzate, com'è


noto, dal Patto Gentiloni, ossia dalla massiccia mobilitazione
dell'elettorato cattolico per contenere l'influenza radical-massonica e
scongiurare il rischio correlato di una riproposizione su scala nazionale
dell'esperienza dei blocchi popolari sperimentata a livello locale12.
I parlamentari massoni, tuttavia, non si muovevano certo come una
formazione coesa e compatta che obbediva ciecamente alle direttive del
gran maestro. Intanto erano sparsi in vari gruppi politici: radicali,
repubblicani, socialisti, liberali di varie gradazioni. E poi vivevano il
legame con l’Obbedienza massonica con notevole elasticità, senza un
“vincolo di mandato” verrebbe da dire. E lo si era visto bene nel 1908 in
occasione del voto alla Camera sulla mozione Bissolati per l’abolizione
dell’insegnamento della religione nelle scuole, quando solo una piccola
parte dei deputati massoni aveva votato a favore: alcuni si erano astenuti,
altri avevano disertato la seduta, altri ancora, con grande rammarico del
gran maestro Ettore Ferrari, avevano addirittura votato contro.
La prova maggiore della capacità da parte della massoneria
d’influenzare le grandi scelte della politica italiana si ebbe fra il 1914 e il
1915, quando essa fu in prima linea nella campagna a favore
dell’intervento in guerra e, secondo autorevoli testimonianze dell’epoca,
ebbe un ruolo niente affatto marginale nell’orientare la decisione del
governo Salandra dell’aprile 1915. Già dall'estate del 1914 essa contribuì
alla campagna di mobilitazione dell'opinione pubblica e delle forze
politiche per sconfiggere lo schieramento neutralista e spingere il paese a
entrare in guerra al fianco delle potenze dell'Intesa13. In tale occasione la
massoneria, che peraltro tre anni prima già aveva dato la propria adesione
convinta all'impresa tripolina, dimostrò che una almeno delle accuse
scagliate contro di essa dai nazionalisti, quella di non avere a cuore gli

                                                                                                                                            
Ricciardi, 1966, p. 824. Essa va integrata con alcuni elenchi della Direzione generale della pubblica
sicurezza, conservati presso l'Archivio centrale dello Stato, sui quali si veda Conti, Storia della
massoneria italiana, cit., pp. 237 e 417 s.
12
Offre questa convincente lettura M.S. Piretti, Una vittoria di Pirro: la strategia politica di
Gentiloni e il fallimento dell'intransigentismo cattolico, in «Ricerche di storia politica», IX (1994),
pp. 5-40. Sul sostegno dato dalla massoneria ai candidati del Partito democratico costituzionale, di
cui si fece diretta promotrice, cfr. A. Scornajenghi, La sinistra mancata. Dal gruppo zanardelliano
al Partito Democratico Costituzionale Italiano (1904-1913), Roma, Istituto per la storia del
Risorgimento italiano - Archivio Guido Izzi, 2004, pp. 263 e ss.
13
G. Bandini, La Massoneria per la guerra nazionale (1914-1915). Discorso tenuto a Palazzo
Giustiniani il XXIV maggio 1924, Roma, Tip. Ferraguti, 1924.
173

interessi e la potenza della nazione, era assolutamente infondata. A


conferma che il sentimento patriottico, al di là di ogni proclama pacifista
e umanitario, restava come nei primi anni dopo l'Unità uno dei tratti
distintivi dell'identità massonica. In ciò, del resto, la massoneria italiana
non apparve molto dissimile dalle altre Obbedienze europee, ognuna
delle quali allo scoppio della guerra accantonò l'ideale internazionalista e
abbracciò senza troppi tentennamenti la causa del proprio Paese14.
Lo stesso Salandra, pur riconducendolo entro giusti limiti, riconobbe il
contributo importante che la massoneria aveva dato alla preparazione
dell'intervento. «Nel suo vanto - scrisse - è stata assecondata dai cattolici
italiani e tedeschi, che scambiavano per opera della setta invisa il
sentimento della nazione e l'opera del governo che a questo e non ad
alcuna setta o partito s'inspirava. Ma, se il vanto è eccessivo, non si deve
disconoscere il lavoro costante della massoneria fino alla costituzione in
novembre di un comitato centrale dei partiti interventisti»15.
L’istituzione massonica, insomma, fu sostanzialmente compatta nel
sostenere la necessità della partecipazione italiana alla guerra e fornì
addirittura l'impressione sia ad alcuni osservatori del tempo che ai più
avveduti fra gli studiosi di aver finito col trainare le scelte dei partiti e di
essersi a loro sovrapposta. «La massoneria - scrisse Francesco Saverio
Nitti - aveva rappresentanti e agenti in tutti i centri importanti di
popolazione e spesso anche in alcuni centri minori. Nessun partito poteva
nello stesso giorno e alla stessa ora, come la massoneria, inscenare
riunioni e dimostrazioni e far credere a movimenti della coscienza
nazionale che in realtà non esistevano. Ciò si vide chiaramente sopra
tutto nelle agitazioni superficiali ma imponenti e fragorose giudicate
dall'esterno per precipitare l'Italia in guerra nel 1915»16.
                                                            
14
F. Conti, De Genève à la Piave. La franc-maçonnerie italienne et le pacifisme démocratique
(1867-1915), in Les Etats-Unis d’Europe. Un project pacifiste, a cura di M. Petricioli, A, Anteghini
e D. Cherubini, Berne, Peter Lang, 2003, pp. 213-240 e Id., Massoneria e radicalismo in Europa
dall'età dei Lumi alla Grande Guerra, in La democrazia radicale nell'Ottocento europeo. Forme
della politica, modelli culturali, riforme sociali, a cura di M. Ridolfi, Milano, Feltrinelli, 2005
(Annale XXXIX della Fondazione G. Feltrinelli), pp. 33-56.
15
A. Salandra, La neutralità italiana (1914). Ricordi e pensieri, Milano, Mondadori, 1928, pp. 219-
220.
16
F.S. Nitti, Rivelazioni. Dramatis personae, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1948, p. 437.
Sulla questione si veda adesso A. Staderini, La massoneria italiana tra interventismo e fronte
interno, in La massoneria italiana da Giolitti a Mussolini. Il gran maestro Domizio Torrigiani, a
cura di F. Conti, Roma, Viella, 2014, pp. 31-46.
174

3. Fattori di debolezza e di declino

Fra il 1914 e il 1915, mentre la mobilitazione interventista le garantiva


un ruolo e una visibilità sulla scena pubblica che in passato mai aveva
potuto esibire, neppure quando alla guida del governo sedevano illustri
confratelli come Agostino Depretis, Francesco Crispi o Giuseppe
Zanardelli, la massoneria italiana dovette però cominciare a fare i conti
con alcune novità del quadro politico e sociale che l'avrebbero messa in
difficoltà, ridimensionando notevolmente la sua capacità d'influenza e
costringendola da quel momento in poi a recitare una parte tutto sommato
marginale nella vita del Paese. Richiamerò qui soltanto per grandi linee
alcuni fattori che contribuirono a indebolire il potere della libera
muratoria condannandola a un ineluttabile declino, almeno per quanto
concerne il ruolo importante nella sfera pubblica che aveva svolto per
tutta l'età liberale.
Anzitutto, come si è appena detto, le elezioni 1913 introdussero un
duplice elemento di rottura rispetto al precedente periodo postunitario.
Con la concessione del suffragio universale maschile e la conseguente
acquisizione del diritto di voto da parte di milioni di cittadini esse di fatto
posero fine a quel sistema notabilare che aveva consentito anche a
un'associazione d'élite come quella massonica di condizionare le
dinamiche elettorali e i meccanismi di selezione della rappresentanza.
Questa rottura si sarebbe definitivamente accentuata nel 1919 con
l'ulteriore allargamento del suffragio e l'introduzione della proporzionale.
Due novità che avrebbero scavato un fossato con la tradizione dei
decenni prebellici, favorendo l'avvento dei moderni partiti di massa.
Il secondo elemento di profonda innovazione rispetto al passato fu
rappresentato dall'ingresso in politica dei cattolici, la cui assenza
dall'agone elettorale aveva fino ad allora contribuito, sia pure
indirettamente, a esaltare il ruolo dell'istituzione massonica. Con il Patto
Gentiloni del 1913 e il definitivo abbandono del non expedit di Pio IX il
movimento cattolico irruppe sulla scena politica con tutto il peso della
sua macchina organizzativa e con la sua capacità di orientare le scelte
elettorali degli italiani. In prospettiva si crearono le condizioni per la
nascita di un partito cattolico che potesse godere del placet delle
gerarchie vaticane, il Partito popolare di don Luigi Sturzo, a cui non a
caso la massoneria post-bellica avrebbe guardato come al suo principale
nemico. La Chiesa cattolica non si sarebbe più limitata ad attaccare
175

l'istituzione liberomuratoria sul terreno dottrinario, attraverso le


encicliche dei papi e le invettive di vescovi e parroci, ma avrebbe
condotto la sfida sul piano della competizione politico-elettorale,
cercando di portare i suoi uomini in Parlamento. Dopo il congresso
antimassonico internazionale che si era tenuto a Trento nel 1896 la
Chiesa del nuovo secolo si presentava dunque molto più agguerrita e
attrezzata sul piano ideologico e organizzativo per cercare di sferrare un
colpo decisivo alla massoneria17.
Più in generale, sul finire dell'età giolittiana il fronte delle forze
antimassoniche s’irrobustì ulteriormente e si sfaldò invece quel rapporto
di empatia e collaborazione con alcuni dei partiti di sinistra che aveva
consentito l'esperienza dei blocchi popolari. Lo schieramento delle forze
avversarie, fino a quel momento composto quasi esclusivamente dai
cattolici, tradizionali e agguerriti nemici della «setta verde», si allargò
verso sinistra e verso destra fino a comprendervi i socialisti, una parte dei
repubblicani e i nazionalisti.
I socialisti già nel 1905 promossero un referendum fra i tesserati per
stabilire l'incompatibilità fra l'appartenenza al partito e all'ordine
liberomuratorio. Il risultato evidenziò l'esistenza di una netta ostilità della
base socialista per la massoneria, ma non ebbe valore prescrittivo per
l'insufficiente numero di votanti. Seguì poi una fase di appeasement, che
coincise con l'esperienza delle amministrazioni bloccarde, durante la
quale non pochi esponenti socialisti, perlopiù della corrente riformista,
fecero il loro ingresso nelle logge. Ma già nel 1910, nell'anno della morte
di Andrea Costa, salutato dal Goi come uno dei suoi fratelli più illustri, la
questione dell'incompatibilità venne riproposta all'XI congresso nazionale
del Psi attraverso due distinti ordini del giorno, uno dei quali presentato
da Gaetano Salvemini. E lo stesso accadde nel 1912 al congresso di
Reggio Emilia, dopo le divisioni prodotte dalla scelta del Grande Oriente
(e da alcuni dirigenti dell'ala riformista del Psi) di schierarsi a favore
della guerra di Libia. In entrambe le occasioni non venne raggiunto il
quorum necessario per dare validità al pronunciamento antimassonico dei
votanti, che non mancò invece al congresso nazionale di Ancona del
1914, dove fu approvato un ordine del giorno presentato da Benito

                                                            
17
Su questi aspetti si veda L. Pruneti, La Sinagoga di Satana. Storia dell'antimassoneria, 1725-
2002, Bari, Ed. Giuseppe Laterza, 2002.
176

Mussolini e Giovanni Zibordi, che definiva incompatibile la doppia


militanza e imponeva l'espulsione dei massoni dal partito18.
Sempre ad Ancona, ma nel 1912, si svolse il congresso nazionale del
partito repubblicano che segnò la vittoria del gruppo intransigente,
guidato da Giovanni Conti e Oliviero Zuccarini, e l'uscita di scena del
massone Salvatore Barzilai, autorevole esponente della componente più
moderata19. Da quel momento il partito prese le distanze dalla massoneria
(fra i critici più severi si distinse Pietro Nenni, all'epoca direttore del
giornale «Lucifero»20), individuata come responsabile
dell'annacquamento della pregiudiziale antidinastica e della tendenza al
compromesso con le forze politiche affini, che avevano fatto smarrire
l'identità repubblicana. Ciò tuttavia non spinse il Pri fino al punto di
stabilire l'incompatibilità fra l'appartenenza al partito e alla massoneria,
né impedì che nel maggio 1913 fosse iniziato nella loggia Propaganda
massonica un deputato repubblicano fra i più in vista come Eugenio
Chiesa, futuro gran maestro del Grande Oriente d’Italia in esilio21.
Quanto ai nazionalisti, l'odio per la massoneria rappresentava una
componente essenziale del loro codice genetico. L'ordine liberomuratorio
incarnava ai loro occhi ciò che di più negativo esprimeva la vita sociale e
politica del Paese: il riformismo borghese, un viscerale laicismo, un
internazionalismo umanitario che soffocava ogni velleità espansionistica
della nazione, una perenne tendenza al compromesso e agli accordi
clientelari che imbrigliava le energie vitali e spingeva l'Italia verso una
degenerazione morale e spirituale22. Perciò fin dalle prime apparizioni
sulla scena pubblica i nazionalisti individuarono nella massoneria un
                                                            
18
Sulla questione si veda adesso S. Moroni, Giovanni Zibordi. Biografia di un riformista
intransigente, Milano, Biblion, 2012, pp. 79-88.
19
E. Falco, Salvatore Barzilai, un repubblicano moderno tra massoneria e irredentismo, Roma,
Bonacci, 1996.
20
M. Severini, Nenni il sovversivo. L’esperienza a Jesi e nelle Marche (1912-1915), Venezia,
Marsilio, 2007.
21
Conti, Storia della massoneria italiana, cit., pp. 225 e ss.; di Eugenio Chiesa si vedano gli Scritti
e discorsi, 1893-1929, a cura di F. Conti e S. Moroni, Firenze, Centro Editoriale Toscano,
2003.
22
F. Gaeta, Il nazionalismo italiano, Roma-Bari, Laterza, 1981, p. 279. Sull’offensiva
antimassonica di questi anni si veda G. Padulo, Contributo alla storia della massoneria da
Giolitti a Mussolini, in «Annali dell'Istituto italiano per gli studi storici», VIII, 1983-1984, pp.
209-347 e F. Cordova, Agli ordini del serpente verde. La massoneria nella crisi del sistema
giolittiano, Roma, Bulzoni, 1990.
177

avversario da annientare e contro di essa promossero una dura campagna


di stampa, che toccò il culmine nel 1913 con l'inchiesta promossa dal
giornale «L'Idea nazionale»23. Tale inchiesta per l'autorevolezza delle
personalità interpellate e per i severi giudizi critici che vennero formulati
(la maggior parte si dichiarò assai preoccupata per l'ingerenza che il
sodalizio liberomuratorio esercitava sulla vita politica e sulle istituzioni)
gettò profondo discredito sul Grande Oriente. Esso cercò pertanto di
correre ai ripari dotandosi, fra l'altro, di un proprio organo di stampa, il
settimanale «L'Idea democratica», che iniziò le pubblicazioni il 9
novembre 1913 e fu affidato alla direzione di Gino Bandini24.
Proprio Gino Bandini, alto esponente del Goi e del Partito radicale25, in
un famoso discorso del 24 maggio 1924 avrebbe lucidamente colto il
diffuso senso d’incertezza e di smarrimento che s’impossessò dei vertici
massonici nei turbinosi anni del dopoguerra, mentre i vecchi referenti
politici erano in via di dissoluzione e quelli di più recente costituzione
mostravano di volersi affrancare da qualsiasi vincolo con le Obbedienze
liberomuratorie. «E' triste necessità – scrisse Bandini - riconoscere che,
comunque sia avvenuto, quel potere di influenza e di controllo sulla vita
nazionale che avevamo posseduto ed esercitato, così vigorosamente, nel
periodo della neutralità e della guerra, come già in tante altre ore della
storia d'Italia, ci è venuto sfuggendo dalle mani a guerra finita e la vita
del paese, non più permeata come prima del nostro pensiero e del nostro
sentimento, ha preso altre vie e segue ora altri cammini»26.
A un osservatore attento proprio i cambiamenti avvenuti nell’epilogo
dell’età giolittiana (l’ingresso nell’agone elettorale dei cattolici, la vittoria
dei massimalisti nel Partito socialista, la nascita di una forza politica e
culturale come quella nazionalista, interprete di consistenti segmenti delle
borghesie urbane, attestata su posizioni irriducibilmente ostili alla
massoneria) avrebbero dovuto far comprendere che per una struttura
associativa come quella massonica lo spazio di manovra nella sfera
politica si stava drasticamente restringendo. L’irruzione delle masse sulla
scena pubblica, che fu una delle grandi conseguenze delle trasformazioni
                                                            
23
Le risposte al questionario vennero poi raccolte nel volume Inchiesta sulla massoneria, con
prefazione di E. Bodrero, Milano, Mondadori, 1925.
24
A.M. Isastia, La massoneria al contrattacco: «L'Idea Democratica» di Gino Bandini (1913-
1919), in «Dimensioni e problemi della ricerca storica», 1997, n. 1, pp. 259-287.
25
G. Orsina, Senza Chiesa né classe. Il partito radicale nell'età giolittiana, Roma, Carocci, 1998.
26
G. Bandini, La Massoneria per la guerra nazionale, cit., p. 127.
178

prodotte dalla Grande Guerra, avrebbe ulteriormente ridotto quel «potere


di influenza e di controllo sulla vita nazionale», come lo chiamava Gino
Bandini, che l’istituzione liberomuratoria aveva avuto in passato e che da
allora non sarebbe più stata in grado di esercitare (almeno non in quella
forma e in quella misura). Dopo la guerra, in sostanza, fedeli e vicini alla
massoneria rimasero soltanto i radicali e i social-riformisti bissolatiani,
oltre a qualche pezzo del Partito repubblicano e ad alcune gradazioni del
liberalismo di sinistra di più spiccata connotazione laica. Poca cosa per
pensare di poter continuare a influenzare la vita politica del Paese, anche
se ancora la massoneria avrebbe avuto una parte di rilievo nella vicenda
di Fiume, nell’ascesa del primo fascismo e poi nell’organizzazione delle
frange antifasciste dall’Aventino in avanti27.

                                                            
27
Per una messa a punto su queste vicende e gli opportuni aggiornamenti bibliografici rinvio ai
saggi raccolti in La massoneria italiana da Giolitti a Mussolini, cit.
179

I cattolici e i moti della Settimana rossa


di Ilaria Biagioli

La redazione del nostro giornale, compresa dall’alta missione affidata


alla stampa, ha deliberato la completa soppressione della cronaca dei fatti
accaduti nella nostra città dall’8 all’11 giugno. L’oblio e il perdono si
stenda su tutto e giunga a tutti fiduciosi che l’opera educatrice dei buoni
risanerà le menti e i cuori dei cittadini fabrianesi1.

Di oblio e perdono scrive, alcuni giorni dopo gli avvenimenti della


Settimana rossa, il redattore del giornale della curia di Fabriano,
malgrado un ragazzo fosse rimasto ucciso e i festeggiamenti per il Corpus
Domini, che cadevano l’11 giugno, fossero stati rinviati per motivi di
ordine pubblico.
Chiese e simboli religiosi sono oggetto di assalti e devastazioni, e non è
un caso se chiesa e sacerdoti vengono equiparati ai luoghi e simboli del
potere, «terminale di rancori di un ribellismo accumulato e a lungo
latente»2, ma gli assalti avvengono con intensità e modalità diverse.
Nelle Marche3 i ministri del culto vengono attaccati soprattutto
verbalmente4, unica eccezione Senigallia, con aggressioni ai luoghi di
                                                            
1
«L’Azione», Fabriano, 21 giugno 1914.
2
E. Tramontani, La Settimana rossa nella Romagna del 1914. Tra mito barricadiero e risposte di
Dio, Longo, Ravenna 2005, pp. 47-48.
3
Sulla Settimana rossa nelle Marche rinvio a G. Piccinini e M. Severini (edd.), La Settimana Rossa
nelle Marche, Istituto per la storia del movimento democratico e repubblicano nelle Marche, Jesi
1996; M. Papini, Ancona: il mito della Settimana rossa, in M. Severini (ed.), Memoria, memorie.
150 anni di storia nelle Marche, il lavoro editoriale, Ancona 2012, pp. 153-177; Id., Ancona e il
mito della Settimana rossa, affinità elettive, Ancona 2013.
4
Già nei mesi precedenti, in diverse località, si verificano episodi di intolleranza verso sacerdoti e
religiosi: don Alfredo Gasparini minacciato e dileggiato; padre Francesco Cassoni dal Monte
accolto a sassate durante la predica quaresimale; sassi lanciati contro la casa di don Francesco
Giacomelli che risponde con colpi di pistola; furti e danni ad alcune chiese di campagna e così via.
Si veda M. Severini, La Settimana Rossa a Senigallia, in G. Piccinini e M. Severini (edd.), La
Settimana Rossa nelle Marche, cit., p. 57.
180

culto e chiese incendiate. Gli episodi violenti vengono descritti dalla


stampa nazionale come eccezionali, per il «carattere esclusivamente
religioso della rivolta»5, ma calmierati da parte laica che vi legge un
tentativo di speculazione cattolica: «esagerare, inventare, compiere
vendette, speculare per odio e per calcolo politico sui fatti»6.
Nelle diocesi di Ravenna e Faenza si registrano diversi assalti a chiese7:
«Un crescendo d’oltraggi impressionante contro le colonne portanti del
sentimento religioso: dalla persona del prete all’immagine della
Madonna, fino alla stessa presenza reale nell’eucaristia». A Mezzano, il
giorno del Corpus Domini, mentre i fedeli convenuti per la messa e la
tradizionale processione eucaristica sostano sul sagrato sgomenti alla
vista della chiesa semidistrutta, verso le 11.30 una folla sguaiata di circa
ottocento persone (uomini, donne, fanciulli) ebbra delle distruzioni testé
compiute nella stazione ferroviaria e nella vicina chiesetta di Villa Savoia
a Glorie, irrompe sulla scena completando l’opera iniziata nella notte.
Dell’edificio sacro, alla fine, non restano in piedi che i muri anneriti dal
fumo e sbrecciati. Non paghi, mentre alcuni invadono il pianterreno della
casa parrocchiale per un supplemento di distruzioni (particolarmente
nella cantina ove viene data la stura alle botti di vino e nell’ufficio della
Cassa Rurale), gli altri circondano il parroco obbligandolo a spogliarsi
dell’abito talare8.
I giornali cattolici locali insistono sulla gravità degli eventi guidati dalla
teppa forcaiola, fiere inferocite con facce da delinquenti – «La mano ci
trema mentre con l’animo rimboccante d’indignazione e d’amarezza
stendiamo la cronaca obbrobriosa delle giornate di terrore che la teppa

                                                            
5
A. Lasagna, L’assalto delle chiese a Senigallia, in «Il Corriere della Sera», 17 giugno 1914.
6
Papini, Ancona e il mito della Settimana rossa, cit., p. 42.
7
Sulla Settimana rossa in Romagna rinvio a L. Lotti, La Settimana rossa. Con documenti inediti,
Le Monnier, Firenze 1965; I. Fuschini, Sovversiva. La Settimana rossa in terra di Romagna e in
Italia, Longo, Ravenna 1988; M. Martini, Giugno 1914. Folle romagnole in azione, in «Rivista di
storia contemporanea», 1988, n. 4, pp. 517-559; G. Longobardi, La Settimana rossa, Pendragon,
Bologna 2004; A. Luparini, Settimana rossa e dintorni. Una parentesi rivoluzionaria nella
provincia di Ravenna, Edit. Faenza, Faenza 2004; Id., Il pane rivendicato: requisizioni popolari
durante la Settimana rossa nel ravennate, «Romagna Arte e Storia», 2004, n. 72, pp. 111-118;
Tramontani, La Settimana rossa nella Romagna del 1914, cit.; L. Orlandini, La Settimana rossa
ravennate e la reazione dei conservatori, in «Storia e futuro», 2007, n. 14, www.storiaefuturo.com.
8
Tramontani, La Settimana rossa nella Romagna del 1914, cit., p. 48.
181

forcaiola e sovversiva ha regalato a Ravenna e alla Romagna»9 – che


vengono ripresi dalla stampa cattolica nazionale10.
«L’Avvenire d’Italia», che non discosta le sue interpretazioni da quelle
de «L’Osservatore Romano», riprende i fatti del 7 giugno di Ancona per
allinearsi sulla versione delle forze dell’ordine, che avrebbe fatto il
possibile per avvisare prima di aprire il fuoco:

Dal muro della Villa Rossa venivano lanciati contro la forza pubblica una
fascina e poi un banchetto, e poi incominciò una vera gragnola di tegole, sassi,
tavoli, pietre, ecc. I carabinieri cercarono di indurre i dimostranti a tornare
indietro, avendo ordine assoluto di non farli passare. Poiché i tumultuanti, circa
trecento, fra i quali molti anarchici, non volevano cedere, il delegato di Pubblica
Sicurezza ha ordinato i tre squilli: è seguita una terribile colluttazione tra la
forza pubblica e i dimostranti.11

Spesso i toni, enfatizzando gli atti vandalici e ridicolizzando le


aspirazioni dei rivoltosi, sono ironici fin dai titoli: Sulle rovine delle
repubblichette di Romagna, titola «L’Avvenire d’Italia», con idee di
governo meno sviluppate di quelle degli africani12.
«Civiltà Cattolica»13 elenca i fatti avvenuti a Milano, Torino, Firenze,
Pisa, Prato, Livorno, Piombino, Vado, Mantova, Parma, Ferrara, Ancona,
Ravenna, Voltano, Fiorenzuola, Rimini, Fossato di Vico, Fabriano, Serra
San Quirico, Alfonsine, Gloria, Sant’Agata, Lugo, Cesena,
Castelbolognese, Castelnuovo, Faenza, Forlì, Ravenna, Imola, Ponte
Santo, Porto Recanati, Fologno, Terni, Roma, Tivoli, Napoli, Bari.
Sollecita il governo affinché stabilisca se si sia trattato di un vero
«complotto insurrezionale», visto che finché non seppe decidere sul da
farsi, «lasciò che alla Camera e fuori si inneggiasse alla ribellione e i capi
continuassero la trista apologia del loro operato sulla stampa e nei
comizi»14.

                                                            
9
Chi sono i responsabili?, «Il Risveglio», 18 giugno 1914.
10
Lo spettacolo ad Alfonsine è così desolante da muovere le lacrime; cfr. L'orribile rovina,
«L’Avvenire d’Italia», 15 giugno 1914.
11
«L’Avvenire d’Italia», 8 giugno 1914. «Civiltà Cattolica», 4 luglio 1914, riprende
sostanzialmente le cronache de «L’Osservatore Romano».
12
Sulle rovine delle repubblichette di Romagna, «L’Avvenire d’Italia», 15 giugno 1914; E poi?,
«L’Osservatore Romano», 9 giugno 1914.
13
Cose italiane, «Civiltà Cattolica», 1914, vol. 3, pp. 102-108; la rubrica riprende sostanzialmente
il compendio dei fatti de «L’Osservatore Romano» del 21 giugno.
14
Ibidem, p. 103.
182

Le rassicuranti parole di oblio e perdono del giornale della curia


fabrianese, in realtà non così diffuse nella stampa cattolica di quei giorni,
sono eventualmente funzionali a minimizzare la brutalità dell’intervento
delle forze dell’ordine.
Al contrario, nelle dettagliate ricostruzioni degli assalti e dei roghi nelle
chiese non manca lo spazio per stigmatizzare i colpevoli, che vengono
identificati indirettamente nelle conseguenze della politica liberale, e
direttamente nei dirigenti della estrema, e, sebbene in maniera minore,
nella setta infame massonica, che resta fermamente ancorata ai valori
laici e all’eredità anticlericale, facendo da cartina di tornasole delle
aberrazioni a cui conduce l’anticlericalismo.
La massoneria si sarebbe resa responsabile dell’organizzazione della
sommossa grazie ai repubblicani che si erano alleati coi socialisti:

I repubblicani si accostarono ai socialisti mascherando la maligna gioia che li


allietava, e proposero un’azione collettiva, alla quale avrebbe pur aderito tutto il
teppismo anarchico: non si trattava, dicevano, di una affermazione di partito,
bensì di una protesta che doveva trovare consenzienti tutte le organizzazioni
operaie.15

L’analisi non è né accurata, né credibile, visto il divieto socialista


all’adesione alle logge massoniche, eppure, nella necessità di identificare
il nemico, passa anche alla stampa locale che indica dove cercare i
responsabili:

Ma dinanzi a voi, signori della Romagna Socialista e della Libertà, e dinanzi


agli affiliati alla setta infame che è il vero cancro dell’Italia e dell’umanità,
nessuna compassione, nessuna scusa, nessuna attenuante! Vedete? Chiese
profanate, derubate, incendiate! Le sacre immagini, gli arredi sacri, ciò che la
pietà e la fede degli avi aveva attraverso i secoli offerto alla Religione, unica
vera maestra di civiltà, contaminato e infranto! Vedete? La folla briaca di odio e
di ferocia che quest’opera di vandalica distruzione compie ciecamente, è la folla
che avete educata voi! Vostre le donne scarmigliate e discinte dinnanzi alle quali
le furie sono pallide ombre! Vostra la gioventù incapace di virtù e di sacrificio,
schiava delle più ignobili passioni, senza legge e senza freno, che non
comprende altra vita che quella dell’immondo animale che si rivolta nel brago.16

                                                            
15
«L’Avvenire d’Italia», 15 giugno 1914.
16
Chi sono i responsabili?, «Il Risveglio», Ravenna, 18 giugno 1914.
183

Responsabili intellettuali, che negli anni avevano fatto ingoiare alle


plebi «tante spietate e false dottrine»17, approfittando della loro ignoranza
per fomentare la ribellione contro i principi religiosi, soprattutto in zone
nelle quali era più facile sfruttare il malessere della popolazione.
Quelle stesse zone avevano vissuto i moti della Repubblica romana
contro lo Stato pontificio, la cui eredità non era estranea alle profanazioni
della Settimana rossa e, dunque, è alla carità cristiana che è necessario
guardare per ricomporre il malessere sociale18.
La stampa cattolica invoca e ringrazia una pronta reazione delle
istituzioni e dell’esercito, a volte polemizzando contro la debole azione
dei prefetti troppo vicini ai partiti «estremi»19 o criticando il poco
tempestivo intervento degli organi statali per il temutissimo spavento di
passare per reazionari20. I cattolici sono sollecitati a svegliarsi di fronte
alla perfidia dei nemici di Cristo e ad agire per riportare la religione al
centro della vita del popolo. Una vera crociata viene lanciata dall’Unione
popolare a partire dalle scuole e dall’insegnamento religioso:

La legge della mal'ora ha colpito anche l'Italia. I nostri figli non sono più nostri.
Essi sono in balìa della setta che ne foggia l'anima e il corpo secondo i suoi
perfidi intendimenti. Il tempo dei voti, delle petizioni, delle proteste e dei
piagnistei è finito! Bisogna agire! Bisogna resistere!21

Le accuse di responsabilità rivolte ai partiti radicali e alla propaganda


sovversiva degli anni precedenti, collegate al pericolo di una rivoluzione
sociale che non facesse gli interessi del popolo, lasciano intendere la
necessità di stringere un’alleanza clerico-moderata come cardine di una
società a guida cristiana22. Si plaude per gli effetti che il disgusto per lo
sciopero generale e i tumulti «gravissimi» hanno prodotto nella «parte
seria della popolazione», che si è presa la rivincita nelle elezioni
amministrative dove le alleanze fra cattolici e moderati sono riuscite a
battere «le forze avversarie, non solo quando si presentarono alle urne

                                                            
17
Lettera pastorale dell’arcivescovo di Ravenna al clero e al popolo, «Rivista Diocesana»,
Ravenna, giugno 1914.
18
«L’Avvenire d’Italia», 14 giugno 1914; Per la difesa sociale, «L’Osservatore Romano», 16
giugno 1914.
19
Chi sono i responsabili?, cit.
20
«Civiltà Cattolica», 4 luglio 1914.
21
La libertà d'insegnamento, «Rivista Diocesana», giugno 1914.
22
L. Bedeschi, Le reazioni in campo cattolico ai fatti della ‘Settimana rossa’, «Civitas», n. 6, 1978, p. 18.
184

con liste particolari, ma anche quando si coalizzarono fra loro accettando


candidati comuni»23.
Le politiche liberali sono additate come le principali cause del
disordine, del quale si riconoscono e si usano gli elementi nuovi, dalle
espropriazioni di armi e generi alimentari alle famiglie borghesi, alle
invasioni della proprietà privata, per concludere che l’educazione
all’anticlericalismo avrebbe portato non soltanto a distruggere la
religione, ma anche il sistema istituzionale.
La grande e irrefutabile verità per «L’Osservatore Romano» è che il
liberalismo è il vero colpevole:

Il liberalismo, ecco il nemico della pace delle coscienze, della stabilità delle
famiglie, della prosperità, anche materiale, delle nazioni, dell’ordine e della pace
sociale.24

Ai cattolici non resta che proporsi come veri difensori dei valori della
patria, non avendo contribuito, come i liberali, alla diffusione della
mentalità rivoluzionaria delle masse:

la parte sana del paese, nella quale i cattolici sono in massima parte, può e deve
fare quanto le è permesso di fare per circoscrivere e limitare quanto è possibile
la crescente produzione di questi frutti, ma nel compiere quest’opera meritoria
ha sempre diritto e ragione di ricordare, a chi non disdegna l’opera sua: l’albero
non è stato piantato da noi, lo piantaste voi mezzo secolo addietro e lo diceste
della libertà, mentre era della rivolta: i presenti coltivatori non fanno che
cambiargli terreno.25

È ora di abbandonare l’eredità anticlericale della classe liberale italiana


e riconoscere nel cattolicesimo il garante dell’ordine sociale, nel
rinnovato impegno sociale popolare e nell’organizzazione dei lavoratori,
che può «opporre una barriera alla travolgente fiumana rivoluzionaria»26.
Una circolare della presidenza dell’Unione elettorale cattolica del 17
giugno invita le sezioni a lavorare «con lena» per affrontare le elezioni
amministrative in corso in vari comuni in quei giorni:

                                                            
23
Cose d’Italia, «Civiltà Cattolica», supra, p. 107.
24
Il vero colpevole!, «L’Osservatore Romano», 20 giugno 1914.
25
Per tornare all’ordine, «L’Osservatore Romano», 18 giugno 1914.
26
«L’Avvenire d’Italia», 9 giugno 1014.
185

Pensino nella bufera vandalica che ha imperversato sulle nostre belle contrade, e
che ha fatto sanguinare il cuore di tutti gli onesti […] Noi cattolici, che dalla
follia di demagoghi astuti e barbari abbiamo sofferto più degli altri il danno e
l’onta dei nostri altari violati, dei tabernacoli profanati, delle nostre chiese
bruciate, dobbiamo seriamente pensare alla difesa contro coloro che vorrebbero
piombare l’Italia nostra nel baratro della rivoluzione e del terrore. Elettori
Cattolici, la Patria attende oggi che ciascuno compia il proprio dovere.27

In un moto di accelerazione della partecipazione dei cattolici alla vita


istituzionale dello Stato che poi si compirà durante la prima guerra
mondiale, la scelta deve essere fra chiesa e patria o fra rivoluzione e
disordine:

occorre che risulti chiaro […] che non è idealmente possibile creare una
differenza sostanziale tra coloro che pugnalano i commissari di pubblica
sicurezza e coloro che sotto il pretesto della libertà vogliono la licenza; tra
coloro che prendono a sassate l’esercito e coloro che sull’esempio dei fratelli
francesi tentano di disgregarne la compagine; tra coloro che incendiano le chiese
e coloro che combattono il principio religioso, unico cemento dell’ordine
sociale.28

Gli unici veri difensori della società, gli unici garanti della
conservazione dell’ordine sono i cattolici, che sempre si sono sacrificati
per il bene comune: «Il conservatorismo dei cattolici non avrà mai occaso
perché dal suo seno non si sprigionerà mai la rivoluzione sociale, nemica
dell’autorità e della legge»29. Di fronte ai processi di scristianizzazione30
che sempre più capillarmente investono anche le popolazioni rurali,
l’alleanza clerico-moderata, l’abolizione del non expedit, il soffocamento
del modernismo costituiscono un argine e una prospettiva nuova che
consente, da parte cattolica, di chiedere l’azione della giustizia statale
contro l’anticlericalismo che ha fomentato la sommossa, segno del
degrado morale che ha portato a un vuoto di valori colmato dalle idee
sovversive31.

                                                            
27
L’appello è firmato dal presidente dell’Ueci, Ottorino Gentiloni, e dal segretario Augusto Grossi
Gondi, in Cose d’Italia, «Civiltà Cattolica», cit., p. 108.
28
Il dovere presente, «L’Avvenire d’Italia», 14 giugno 1914.
29
Conservatorismo autentico, «L’Osservatore Romano», 28 giugno 1914.
30
D. Menozzi, La Chiesa cattolica e la secolarizzazione, Einaudi, Torino 1993.
31
Orlandini, La Settimana rossa ravennate e la reazione dei conservatori, cit.
186

Diversa è la posizione del gruppo democratico-cristiano organizzato


nella Lega democratica cristiana che, su «L’Azione»32 diretto da Eligio
Cacciaguerra33, si affranca dalla ricostruzione dei fatti per darne piuttosto
una lettura politica. Le radici delle idee rivoluzionarie vanno ricercate nel
giolittismo, nel suo stile menzognero, di compromessi col male e
l’ingiustizia, nella sua fiacchezza morale. Senza modificare le cause
politiche, morali e religiose della rivolta non si possono domare le
rivoluzioni. Il giolittismo aveva trovato espressione e appoggi anche nel
governo ecclesiastico e nella politica clericale, sia perché il governo della
borghesia per larga parte corrotta è stato sostenuto con le elezioni del
1904, 1909, 1913, sia perché «entro la sfera ecclesiastica tutti gli
elementi più sinceramente cristiani, tutte le iniziative più creativamente
religiose sono state compresse, contorte, assopite (non distrutte grazie al
cielo) per la pressione di influenze materialistiche che dal di fuori sono
penetrate nella Chiesa». Cause più recenti andavano individuate nella
politica estera, nella guerra di Libia con la conseguente politica
finanziaria che non andava a intaccare le rendite dei capitalisti e dei più
ricchi. Per eliminare le cause di possibili rivolte una via possibile è quella
di «tagliare le fronde marce nella politica tributaria e finanziaria,
comprimere le smanie di avventure militari, economizzare nelle
amministrazioni, curare le sorti dell’agricoltura, raccogliere le più giuste
e sane esigenze popolari»34.

                                                            
32
C., Dopo i recenti tumulti popolari, «L’Azione», Cesena, 21 giugno 1914; La Chiesa di
Mezzano, «L’Azione», Cesena, 21 giugno 1914; S.M., I democratici cristiani e la politica di
Salandra nel recente sciopero, «L’Azione», Cesena, 21 giugno 1914; O. Bianchi, Ipocrisie
demagogiche, «L’Azione», Cesena, 21 giugno 1914.
33
Su mons. Cacciaguerra e il gruppo democratico cristiano si veda almeno L. Bedeschi, I cattolici
disubbidienti, Vito Bianco, Napoli-Roma 1959; C. Giovannini, Politica e religione nel pensiero
della Lega democratica nazionale (1905-1915), Cinque lune, Roma 1968; P. Colliva, G. Maroni, C.
Riva (a cura di), Eligio Cacciaguerra e la prima Democrazia cristiana, Cinque lune, Roma 1982;
L. Bedeschi, L’avanguardia cristiana e i cattolici democratici nel Forlivese, QuattroVenti, Urbino
1992; Id., Un'isola bianca nella rossa Padania : Momenti e figure del cattolicesimo democratico
faentino, QuattroVenti, Urbino, 1993; I. Biagioli, A. Botti, R. Cerrato (a cura di), Romolo Murri e i
murrismi in Italia e in Europa cent’anni dopo, QuattroVenti, Urbino 2005.
34
C., Dopo i recenti tumulti popolari, cit.
187

1. Animalesco e demoniaco: la belva scatenata

Nelle relazioni dei sacerdoti e nella stampa i sovversivi che profanano


le chiese vengono descritti come belve umane, turba furibonda35,
popolaccio, masse inferocite, forsennati che agiscono con belluina
ferocia; donne scarmigliate e discinte, sono furie e megere, gli uomini
sono belve inferocite in sembianza d’uomini, hanno facce losche di
teppisti dagli occhi fiammeggianti36. Descrizioni che indicano, nella
scelta semantica fra l’animalesco e il demoniaco, la perdita di ogni
inibizione e pudore e, dunque, il necessario degrado morale dei
sovversivi:

Un’orda di popolo scamiciato e urlante le più blasfeme imprecazioni,


inneggiante alla rivoluzione sociale, che passa devastatore per le borgate e le
città, che fa oggetto del suo odio furente tutto ciò che è simbolo di ordine e
autorità, che trascina nel fango i simboli più sacri di religione e di civiltà, ecco
lo spettacolo di tre giorni di dittatura del Comitato d’agitazione.37

In definitiva il popolo senza dio è una «belva scatenata»38. «Civiltà


Cattolica» definisce la socialista poi anarchica Maria Rygier39 una
«feroce repubblicana»40. Dopo un suo comizio a Imola veniva incendiata
la pretura e assalita una caserma di polizia; a Faenza, sempre dopo un suo
comizio, la folla aveva tentato di appiccare il fuoco al duomo e ad altre
chiese41. Braccata dalle forze dell’ordine è costretta a fuggire in Svizzera.
Soprattutto le popolane, che entrano sulla scena pubblica a fianco degli
uomini, destano sorpresa e preoccupazione nella stampa cattolica, che le
utilizza, descrivendole nella loro discinta indecenza, metafora del

                                                            
35
Relazione di don Luigi Tellarini su Alfonsine, in Tramontani, La settimana rossa nella Romagna
del 1914, cit., pp. 54-55; L. Lotti, La settimana rossa ad Alfonsine (due documenti inediti), in
«Studi Romagnoli», 1968, XIX, pp. 240-252.
36
Orlandini, La Settimana rossa ravennate e la reazione dei conservatori, cit.
37
Chi sono i responsabili?, cit.
38
Ibidem.
39
C. Gori, Crisalidi. Emancipazioniste liberali in età giolittiana, Franco Angeli, Milano 2003; E.
Scaramuzza (a cura di), Politica e amicizia. Relazioni, conflitti e differenze di genere (1860-1915),
Franco Angeli, Milano 2009.
40
Cose italiane, «Civiltà Cattolica», supra, p. 106.
41
Lotti, La Settimana rossa, cit., p. 145.
188

lassismo morale, quasi come streghe alleate del male, per dare ancora più
incisivamente il senso della gravità della situazione e del pericolo42.
La rivolta è, per i cattolici, così come avverrà per l’imminente conflitto
mondiale, un castigo divino per l’allontanamento della società dai
precetti e dalla pratica religiosa. Il «ferro e fuoco» serve a risanare la
società, che deve essere ricristianizzata attraverso la buona stampa e
l’associazionismo cattolico.
La provvidenza non tarda a fornire segni divini, fatti miracolosi43, che
lasciano presagire la vittoria del bene sul male. Così, insieme ai miracoli,
si compiono i riti di espiazione e raccolta delle offerte per la sistemazione
o ricostruzione delle chiese, con la riconsacrazione dei luoghi profanati
per placare lo sdegno divino e invocare la benedizione. L’odio delle folle
sovversive è sostituito dal giubilo dei fedeli: «E fu uno spettacolo
imponente e suggestivo, e fu bello vedere tanti cuori accostarsi a quel
tabernacolo che fu segno di profanazione e di odio, e cibarsi di quelle
Sacre Specie, calpestate ed arse dal furore cieco di una folla briaca
d’odio»44.
Nella documentazione degli Archivi Vaticani non si hanno particolari
notizie sulle agitazioni del giugno 191445, dunque oltre agli archivi civili
e diocesani, la stampa è la fonte principale per valutare le reazioni
cattoliche.
Le cronache locali condannano in maniera sostanzialmente uniforme le
sollevazioni, e propongono elementi interpretativi che non si discostano
da quelli che di lì a poco saranno proposti per spiegare il conflitto
mondiale: punizione per l’apostasia della società moderna; funzione
catartica; ristabilimento e mantenimento dell’ordine sociale sotto la
direzione della chiesa.
Allo stesso modo reagiscono «L’Osservatore Romano», «Civiltà
Cattolica» e «L’Avvenire d’Italia» espressione del clerico-moderatismo
del trust grosoliano.
Si accodano anche i cattolici intransigenti, che da «La Riscossa» agli
altri giornali collegati, indicano le cause dello sciopero e della rivolta
                                                            
42
Si veda la vicenda di Giacomina Tavolazzi, in La settimana rossa nella Romagna del 1914, cit.,
p. 58 ss.
43
L. Orlandini, “La forza di Dio è ancor con noi”. I cattolici ravennati e i moti della Settimana
Rossa, tra riti di espiazione e blocco d’ordine, in «Romagna Arte e Storia», 2010, n. 90, pp. 57-58.
44
Solenne riparazione, «L’Avvenire d’Italia», 7 giugno 1914.
45
A. Scottà, Giacomo Della Chiesa arcivescovo di Bologna, 1908-1914. L’ottimo noviziato
episcopale di papa Benedetto 15, Rubbettino, Soveria Mannelli 2002, p. 571.
189

nella propaganda antireligiosa invocando il rigore della legge contro i


promotori e proponendo il ritorno alla cristianità medioevale sotto la
guida della chiesa «puntello d’ordine»46.
Per gli intransigenti «le gesta delle folle briache, consumate in questi
giorni in Italia, sarebbero degne della forca o della ghigliottina; ma
d’altra parte è dolorosa la constatazione che un popolo intero non sa
reagire come si conviene rintuzzando le velleità anarchiche dei miserabili
che il socialismo ha sedotto»47.
Sulla sponda opposta, nei democratici cristiani, la lettura anticlericale è
sostituita da un’interpretazione politica. Il popolo che si solleva è fratello
del popolo dei carabinieri e dei poliziotti, e la democrazia borghese dei
radicali non si discosta dalla borghesia democratica dei moderati48. Sono
certamente frange di un cattolicesimo minoritario, sopravvissuto alla
repressione antimodernista, con poche capacità di penetrazione a breve
termine, ma con una coscienza nuova che prova a riscrivere i termini di
nemico da contrastare. Le letture e le risposte cattoliche alle aggressioni
della Settimana rossa sono, in questa prospettiva, il sintomo della nuova
necessità che la chiesa ha di riposizionarsi in contrasto e dialogo con la
modernità per non rischiare di essere definitivamente marginalizzata o
estromessa dallo spazio pubblico49.

                                                            
46
«La Riscossa», Breganze, 20 e 27 giugno 1914. I vari giornali della stampa intransigente usano
per lo più i suoi articoli: si veda Bedeschi, Le reazioni in campo cattolico ai fatti della ‘Settimana
rossa’, cit., pp. 9-10.
47
«La Riscossa», Breganze, 27 giugno 1914.
48
Bianchi, Ipocrisie demagogiche, cit.
49
D. Menozzi, Chiesa, pace e guerra nel Novecento. Verso una delegittimazione religiosa dei
conflitti, il Mulino, Bologna 2008.
190
191

La Romagna e l’Emilia
di Sara Samorì

1. La Settima Rossa: «appunti» per una rivoluzione

Per una settimana, in quell’ultimo scampolo di primavera del 1914,


sembrava che la rivoluzione in Italia fosse a portata di mano. Che l’utopia
dell’emancipazione sociale, politica ed economica delle masse popolari –
idea particolarmente cullata in terra di Romagna dagli uomini del
variegato mondo dell’Estrema – potesse avverarsi, trasformando la
ribellione in un progetto politico più solido. In realtà, anziché
raggiungere un livello d’azione capace di trasformare le aspirazioni in
leggi, progetti e strutture, la Settimana rossa rappresentò, di fatto,
l’epilogo di un’epoca. Pochi giorni dopo, infatti, i colpi sparati dal
giovane nazionalista slavo Gavrilo Princip a Sarajevo uccisero l'arciduca
Francesco Ferdinando, erede al trono dell’Impero d'Austria-Ungheria, e
la moglie Sofia, innescando le micce di tutti i nazionalismi e aprendo le
macabre danze della Grande Guerra. Merita una riflessione speciale il
fatto che mentre i lustrini, i decori e i costumi della Belle epoque
affascinavano l’Occidente, nel ventre di quelle stesse società si
muovevano filoni culturali e politici molto distanti fra loro: alcuni
spronati da visioni egualitaristiche e patriottismo; altri alimentati da
mentalità colonialista e sciovinismo. In mezzo a queste coordinate si
muovevano trasformismi di varia natura e sfruttatori di opportunità che
portarono – come, ad esempio, con il voto favorevole agli armamenti da
parte di storici partiti della sinistra europea – a far saltare alleanze ideali
di carattere internazionale, nel nome di una difesa che mascherava
frustrazione e velleità di supremazia. Nel vortice degli eventi di quel
drammatico giugno 1914 è possibile riconosce una soglia simbolica, con
l’inizio di un’epoca caratterizzata da conflitti di nuovo tipo, con lo
sviluppo tecnologico a decretare un salto di scala in termini di distruzioni
e morte, con il coinvolgimento progressivo della popolazione civile nelle
192

vicende belliche, con l’ampliamento degli scacchieri militari che


assunsero una dimensione mondiale.
Non fu sufficiente la carneficina della prima guerra mondiale a chiudere
questa stagione. Anzi, le tensioni pregiudicarono irrimediabilmente il
quadro internazionale da far piombare molte nazioni nella morsa di
regimi totalitari. E solo dopo aver pagato il prezzo di dittature, conflitti e
genocidi, quell’epoca si concluse consegnando il testimone, fra il 1944 e
il 1948, a un sistema mondiale strutturato su nuove regole e nuovi
equilibri.
Come è stato più volte sottolineato correttamente, in sede storiografica,
le vicende della Settimana rossa vanno interpretate seguendo il solco
delle forme di protesta radicale che, soprattutto in Romagna, aveva visto
negli anni precedenti momenti di altissima tensione – come le
manifestazioni contro la Guerra in Libia del 1911 e le proteste divampate
in seguito alla notizia della condanna a morte del repubblicano e
anticlericale catalano Francisco Ferrer – declinando, nel caso di Forlì, a
precise chirurgie politiche come l'assalto alla statua della beata vergine
nella piazza principale che ne determinò la rimozione1. Ma non basta. Le
vicende del giugno 1914, vanno contestualizzate in riferimento alle crisi
economiche e sociali determinatesi dalla fine dell'Ottocento in poi e
incalzate, da un lato, da un decorso naturale degli eventi prodotti dalla
grande politica, dai processi di omologazione dei partiti e dell'opinione
pubblica; dall'altro, dalle trasformazioni economiche che scandirono i
ritmi lunghi dei processi di modernizzazione e la formazione di una
prima base industriale. Per il giovane ghota romagnolo che stava
soppiantando il notabilato postunitario si trattava di suggellare una
saldatura, rapida e ideale, ai valori dominanti della nuova classe dirigente
italiana nata dopo la fine della parabola di Crispi e la reazione alle
manifestazioni contro il rincaro del prezzo della farina e del pane che
patirono a fine aprile del 1898 dalla Romagna e che culminarono con la
carneficina di Milano nelle giornate dal 6 al 9 maggio con le truppe del
                                                            
1
Si veda, a questo proposito, M. Isnenghi, S. L. Sullam, Le tre Italie: dalla presa di Roma alla
Settimana Rossa (1870-1914), UTET, Torino, 2009; G. Longobardi, La settimana rossa,
Pendragon, Bologna, 2004; T. Dalla Valle, I giorni rossi. Cronache e vicende della settimana
rossa, Maggioli Editore, Rimini, 1990; G. Monina, La Settimana rossa: Tra le ragioni
dell'insurrezione istanze di libertà e rinnovamento, in «Rivista di Ancona», 1964, n. 3; F. Giulietti,
L'anarchismo napoletano agli inizi del Novecento: dalla svolta liberale alla settimana rossa (1901-
1914), FrancoAngeli, Milano, 2008; A. Riosa, Il sindacalismo rivoluzionario in Italia dal 1907 alla
«settimana rossa», in «Movimento Operaio e Socialista», a. 2, n. 1, [s.n.], [s.d.], 1979.
193

generale Bava Beccaris che aprirono il fuoco sul popolo. Gli albori
dell’età giolittiana coincisero con l’avvento delle prime amministrazioni
popolari con repubblicani e socialisti pronti a guidare città e territorio.
A connotare drammaticamente lo scenario economico della Romagna e
dell'Emilia di fine Ottocento erano stati, da un lato, gli effetti della crisi
nazionale innescata dal fallimento della Banca Romana, dall'altro, in sede
locale, i fallimenti di diversi istituti di credito, come le Banche Popolari
di Forlì e Meldola e il Banco di Sconto Riminese. Da un punto di vista
economico, l’intero territorio romagnolo – che agli albori del XX secolo
stimava una popolazione di circa 700 mila abitanti – presentava una
vocazione prevalentemente agricola dove coesistevano segni di
arretratezza a effetti del processo di modernizzazione che aveva ricevuto
un forte impulso nel corso degli ultimi decenni dell’Ottocento.
Pur nel generale ritardo, la tradizione di cultura agronomica che era
stata lanciata dai Comizi Agrari, dalle Cattedre Ambulanti di Agricoltura,
dai primi Istituti sperimentali e dalla nascita di vere e proprie scuole
tecniche come il Regio Istituto Agrario di Cesena, cominciava a produrre
esiti. La trasformazione del panorama economico romagnolo dei primi
due decenni del Novecento ebbe come principali protagonisti il rapporto
di mezzadria in agricoltura – fondato su una solida flessibilità e capace di
assorbire facilmente le innovazioni – e le nuove funzioni delle città in cui
s’imposero il ruolo imprenditoriale della classe politica locale e una
dimensione commerciale imperniata su tre livelli: mercato cittadino, foro
boario e scalo merci della ferrovia. Da un punto di vista sociale e politico,
particolare rilievo assunsero le Leghe e le Camere del Lavoro che
organizzarono la lotta sindacale. Nel 1901-1902, le campagne furono
attraversate da conflitti sociali per la conquista di un nuovo patto di
mezzadria e dalle lotte bracciantili contro la disoccupazione. Un nuovo
corso, ormai, era nelle mani dei nascenti partiti popolari. Il segno, però,
più emblematico del percorso giolittiano nella nostra periferia venne
offerto, qualche anno più tardi, dalla reazione al devastante uragano del
23 giugno 1905 che piegò la fiorente agricoltura del territorio. Tuttavia,
la svolta liberale aveva portato con sé anche una rinnovata vocazione
pubblica che si concretizzò grazie all’azione di Alessandro Fortis2, che
era in quel momento Presidente del Consiglio dei Ministri, e che fece
estendere alla Romagna la legge sulla calamità naturali già in vigore in
                                                            
2
Per approfondimenti, A. Ghisleri, Il Parlamentarismo e i repubblicani: lettera esplicativa ai
delegati al congresso di Ancona del 1912, Libreria politica moderna, Roma, 1912.
194

Veneto, ed ottenere, quindi, sostanziali provvedimenti in campo


creditizio. Un decennio dopo, fra il 7 e il 14 giugno 1914, diversi focolai
politico-sociali in diverse parti d'Italia – anche in Emilia Romagna –
raggiunsero il punto apicale nella cosiddetta Settimana rossa che
precedette il Primo conflitto mondiale. La scintilla, infatti, che scatenò la
reazione popolare e operaia, ebbe origine ad Ancona, domenica 7 giugno
19143. Nei locali del circolo repubblicano Villa Rossa, una compagine
politica mista composta da repubblicani, anarchici e socialisti, ospitarono
un comizio antimilitarista, contro le famigerate Compagnie di disciplina
dell'esercito e protestando per le sorti del soldato bolognese Augusto
Masetti, inviato in un manicomio criminale a Imola per avere sparato
contro il proprio colonnello all'inizio dell'impresa libica, e Antonio
Moroni che per le sue idee anti-militariste, subì un destino analogo e
sevizie in una Compagnia di disciplina dove era stato coscritto4.
L'intenzione, nemmeno troppo celata, era quella di dirigersi in corteo a
piazza Roma per protestare contro le celebrazioni della Festa dello
Statuto, accarezzata, storicamente, dai favori liberali e monarchici. Per
impedire il passaggio del corteo, le forze dell'ordine spararono sulla folla
causando una decina di feriti e tre morti: due giovani repubblicani –
Nello Budini, appena diciassettenne e Antonio Casaccia, di soli
ventiquattro anni – e un anarchico, il ventiduenne Attilio Giambrignoni.
La notizia raggiunse rapidamente tutte le principali città e territori italiani
– da Milano, Torino, Roma e Bologna, a Parma, Reggio Emilia, Ravenna
e Forlì – sollevando una reazione a catena di rabbia e indignazione. La
nostra storia, inizia qui.

2. Il moto in Romagna: «il concerto criminoso»

Se nel resto della penisola – nell'Italia centrale, in particolare – il moto


aveva assunto una fisionomia a geografia variabile con gravi incidenti, a

                                                            
3
Si veda, nel «caso» di Ancona, La Settimana rossa nelle Marche, a cura di G. Piccinini e M.
Severini, Istituto per la storia del movimento democratico e repubblicano nelle Marche, Ancona
1996.
4
Si veda, a questo proposito, M. Martini, Giugno 1914: folle romagnole in azione, in «Rivista di
storia contemporanea», 1989, n. 4, pp. 517-559; S. Gnani, A. Varni, Dalla settimana rossa alla
guerra di Francesco Baracca, Nuova Editoriale Aiep, Milano, 1990; G. Cerrito,
Dall'insurrezionalismo alla settimana rossa: per una storia dell'anarchismo in Italia, 1881-1914,
Samizdat, Pescara, 2001.
195

Firenze, Roma e, nella stessa Emilia, a Imola, Parma e in provincia di


Bologna, nel resto della regione emiliano-romagnola, a Forlì, Ravenna e
Cesena, lo sciopero si tradusse presto in un autentico '48. Ci introduce a
quella atmosfera, più tipicamente romagnola, una breve prefazione di
Elio Santarelli, dal suo diario: «Fu soprattutto in Romagna ed anche nelle
Marche che esso [il moto sovversivo] assunse l'aspetto di una vera e
propria rivolta»5. «Furono sette giorni di febbre» – scrisse, più tardi,
Pietro Nenni – «durante i quali la rivoluzione sembrò prendere
consistenza di realtà, più per la vigliaccheria dei poteri centrali e dei
conservatori che per l'urto che saliva dal basso (..) Per la prima volta
forse in Italia colla adesione dei ferrovieri allo sciopero, tutta la vita della
nazione era paralizzata»6.
I fatti ebbero una eco agitata alla Camera dei deputati dove tanto i
repubblicani Eugenio Chiesa e il romagnolo, Giuseppe Gaudenzi, quanto
i socialisti Emanuele Modigliani ed Enrico Dugoni, manifestarono per
difendere la causa degli insorti. A partire dalla mattina di martedì 9
giugno, infatti, lo sciopero fu totale e si estese in tutta la regione: «Sono
state prese necessarie misure per tutelare ordine pubblico» – aveva
telegrafato nel primo pomeriggio il prefetto di Forlì, Maurizio Ceccato7.
Dietro al formulario burocratico, in realtà, si celava l’immediato rientro
nelle rispettive sedi delle truppe di guarnigione della provincia di Forlì-
Cesena, che al momento dell’insurrezione, contava solo 50 uomini di
truppa nel capoluogo, 150 a Rimini – inviati per il comizio antimilitarista
di due giorni prima – e quasi nessuno a Cesena. Nel frattempo, a Faenza
si svolgeva un convulso corteo, mentre a Ravenna – nel corso di un non
troppo affollato comizio di circa 2000 scioperanti – si erano tenute
febbrili dissertazioni da parte di alcuni esponenti politici, tra i quali
repubblicani, socialisti, anarchici e alcuni rappresentanti della
Confederazione del Lavoro. Tutto si era svolto, sostanzialmente, senza
incidenti. «Ordine indisturbato» – aveva telegrafato nel primo
pomeriggio il prefetto di Ravenna, Luigi Focacetti8. Il pomeriggio era
proseguito con vivaci comizi svoltisi a Rimini, Cesena, Forlì e Faenza,
dove i toni e i propositi enunciati erano stati proporzionali alla escalation
emotiva della protesta, ma non degenerarono in azioni violente. In verità,
                                                            
5
E. Santarelli, La settimana rossa a Forlì (9-10-11 giugno 1914), in «Fede e Avvenire», anno IV,
luglio-agosto 1964, cit., p. 45.
6
E. Santarelli, La settimana rossa a Forlì, cit., p. 46.
7
Ibidem, p. 17.
8
Ibidem, p. 19.
196

qualcosa era accaduto solo a Forlì dove, al termine di un comizio, buona


parte dei dimostranti si era riversata nell’androne e nel cortile della
prefettura al ritmo dettato dall’enfasi scandita dagli appelli alla
repubblica e alla rivoluzione9. In serata tutte le città emiliano-romagnole
rimasero al buio a causa dello sciopero degli addetti all’accensione dei
lampioni e alla distruzione dei medesimi da parte degli stessi scioperanti.
Nel corso della nottata il prefetto di Ravenna ebbe notizia di gravi
incidenti: a Castelbolognese i scioperanti avevano invaso la stazione per
impedire il transito dei treni e a Faenza un analogo tentativo era stato
impedito dall’intervento di tutta la forza disponibile, che aveva occupato
militarmente la stazione. Fu solo allora che l’allarme cominciò a
diffondersi e si levarono diversi appelli all’indirizzo del Comando di
corpo d’armata di Bologna, affinché inviasse al più presto rinforzi a
Castelbolognese e a Faenza, laddove il prefetto di Ravenna non avrebbe
potuto privarsi di nessun reparto «essendo questa guarnigione a stento
bastevole a fronteggiare situazione capoluogo»10.
Si trattava, ancora, di prime e improvvise avvisaglie di quanto sarebbe
accaduto in Romagna nei giorni successivi. Già Imola si distingueva,
nella regione, come capofila dell’insurrezione con l’assalto alla stazione
dopo il comizio nel pomeriggio, il rovesciamento e l’incendio di due carri
merci e la devastazione degli uffici: una notizia presto diffusasi nei centri
vicini, che spinse gli scioperanti che avevano già concluso,
pacificamente, i comizi pomeridiani, a ridiscendere in piazza. Nelle
stesse ore, dalla parte opposta della Romagna, arrivava una drammatica
notizia rapidamente propagandata, che avrebbe turbato profondamente la
città e paesi limitrofi sollevando ondate di sdegno a partire da Rimini e
risalendo, enfatizzata (e deformata) la via Emilia attraverso Cesena, Forlì,
Faenza, Imola, sino a Ravenna. La notizia si riferiva ad alcuni fatti
accaduti in Ancona, durante un corteo, poi degenerati in uno scontro a
fuoco fra la forza pubblica e i dimostranti. In realtà, si trattava di notizie
approssimative e vaghe ma, complice la latitanza della stampa che non
consentì di ridimensionarle, l’effetto domino fu immediato, isolando, a
tutti gli effetti, l’Emilia e la Romagna dal resto d’Italia. Nella città di
Forlì, già nella giornata di lunedì 8 giugno, furono affissi manifesti del
Partito Repubblicano e della Nuova Camera del lavoro ed esposte
bandiere al balcone del Municipio, alle sedi della Nuova Camera del
                                                            
9
Ibidem.
10 Per approfondimenti, si veda, I. Fuschini, Sovversiva: la Settimana Rossa in terra di Romagna e in Italia, Longo, Ravenna, 1988.
197

Lavoro e del circolo «G. Mazzini» per protestare contro l’eccidio. Il


martedì mattina – 9 giugno 1914 – prendeva avvio ufficialmente lo
sciopero generale con la chiusura di tutte le botteghe, opifici, osterie;
dominavano, su tutti, cartelli di protesta «contro gli assassini del popolo».
Nelle Memorie del diarista forlivese, Filippo Guarini: «gli studenti
(«sempre loro!») fischiavano i professori e le signorine che andavano alle
scuole superiori e le facevano tornare a casa: minacciavano di bastonare
il preside Menghini che a nessun patto voleva far chiudere il Ginnasio e il
Liceo... Nel pomeriggio si affiggevano altri manifesti del tenore solito,
repubblicano e socialista contro la borghesia e i suoi sgherri; in qualche
luogo attaccavano anche un fogliettino gli studenti ove era scritto che era
ora di farla finita, e di cacciar d’Italia come un tempo l’austriaco, il
tiranno sabaudo»11. Allo stesso modo, il locale settimanale «La Lotta di
Classe», non mancava di evidenziare la grande affluenza di «popolo» nel
corso di un comizio nella piazza centrale di Forlì, a cui parteciparono il
sindaco di Forlì, avvocato Giuseppe Bellini, il sindacalista Alberto
Macrelli, il repubblicano Armando Casalini e il socialista Aurelio
Valmaggi12. «Tutti parlarono con fanatismo» – scriverà il nostro diarista
non senza una vena di faziosità – «che
per eccitare la plebe [fu] violentissimo il Bellini»13. Nella notte, la
protesta si scatenò, in particolare, contro il sistema di illuminazione
lasciando la città al buio. Il giorno successivo, il 10, Forlì si trovò
completamente isolata dal resto della regione; la percezione fu che la
Romagna barricadera, rispondesse compatta allo sciopero14. Tuttavia,
anche se ricomposta la compagine politica dell’Estrema, il moto
romagnolo non sarà qualcosa di corrente: tanto più spontaneo,
immediato, dal basso, quanto più disarticolato e caotico. Basti pensare al
fatto che, al suo improvviso deflagare, non erano presenti sul territorio
nessuno dei deputati dei partiti popolari in Romagna, impegnati a Roma
nei lavori parlamentari e colti di sorpresa dall’immediatezza
dell’insurrezione. Non era presente il deputato socialista di Imola,

                                                            
11
F. Guarini, I terremoti a Forlì in varie epoche: memorie cronologiche, Stabilimento tip. Croppi,
Forlì, 1880, cit., p. 69.
12
«Lotta di classe», 10 giugno 1914.
13
Guarini, I terremoti a Forlì in varie epoche, cit., p. 71.
14
Nello specifico della Romagna, si veda, tra gli altri, E. Tramontani, La settimana rossa nella
Romagna del 1914: tra mito barricadiero e risposte di Dio, Longo, Ravenna, 2005; G. U. Majoli,
Tappe: azione scenica in quattro tempi: dalla Settimana rossa alla Marcia su Roma fra gente della
campagna romagnola, Arti grafiche T. Sbrozzi & f., Foligno, 1936.
198

Antonio Graziadei, non i quattro repubblicani – il rappresentante del


secondo collegio di Ravenna, Ulderico Mazzolani e il deputato di Forlì,
Giuseppe Gaudenzi – che, come Graziadei, giunsero ad eventi conclusi;
non Ubaldo Comandini che raggiunse la sua città, Cesena, solo il secondo
giorno, così come Giovan Battista Pirolini a Ravenna. Né fra i Comitati
d’agitazione – creati in ogni centro dai dirigenti repubblicani, socialisti e
anarchici – ci fu alcuna concreta intesa nonostante l’azione delle staffette.
Antonio Salandra – Presidente del consiglio in carica – colpito
dall’estensione e gravità del moto e sulla base delle poche notizie giunte
dai prefetti, riferì alla Camera, venerdì 12 giugno, che ci si trovava di
fronte a un «concerto criminoso». Una percezione, tuttavia, rivelatasi
presto errata. Gli stessi Comitati d’agitazione – confusi erroneamente
dall’idea di un «piano preordinato» – finirono per assumere il ruolo di
pacificazione degli scomposti moti locali piuttosto che guidarli verso una
medesima e congiunta prospettiva rivoluzionaria, provocando ripercussioni
molto diverse fra zona e zona, e soprattutto fra città e campagne. «nella
tragica giornata dell’11» – scriveva Rino Alessi sul «Giornale del Mattino»
– «soffermandoci nei vari centri abbiamo trovato degli organizzatori, che
con le lacrime agli occhi ci spiegavano la gravità della situazione e
invocavano da noi la notizia della cessazione dello sciopero»15.
Nelle città emiliano-romagnole, le forze dell’ordine riuscirono a
contenere il moto, sostanzialmente, nei confini di cortei e comizi, sia pure
incandescenti, o di scontri e incidenti, gravissimi ma isolati. Le campagne
rimarranno, invece, abbandonate a se stesse. Nella zona di Faenza, quasi
integralmente a vocazione cattolica non accadde niente di
particolarmente significativo; in questo senso in linea con il giovane
movimento cattolico-moderato, filo-governativo e antisocialista16. Una
situazione analoga si registrava nel forlivese e nel cesenate, sia perché la
fascia collinare era scarsamente politicizzata e restò sostanzialmente
estranea al moto, sia perché la campagna pianeggiante – quasi
interamente repubblicana – era vicina alle due città e gravitava su di
esse17. Ugualmente, i bersagli della sollevazione – a parte l’imposizione a
qualche proprietario di consegnare grano e denari – furono indirizzati ai
simboli dell’autorità, edifici, in particolare. In tutto il territorio ravennate
                                                            
15
R. Alessi, P. Mazzuccato, Un generale e 6 ufficiali in ostaggio a S. Savio, in «Il Giornale del
Mattino», 12 giugno 1914.
16
E. Baldini, Cent’anni fa la «Settimana Rossa», in «Libro Aperto», n. 1, 2014.
17
R. Molinelli, Studi e note di storia contemporanea, Istituto per la storia del movimento
democratico e repubblicano nelle Marche, Ancona, 2002, cit., pp. 80-82.
199

e lughese, nei paesi, nei borghi, nelle ville della «bassa», il sovversivismo
romagnolo aveva le proprie roccaforti con una significativa presenza di
braccianti che, in altre zone della Romagna, avevano scarsa influenza18.
A Ravenna, il 10 giugno, circa diciottomila scioperanti arrivarono da
tutto il circondario per il comizio proclamato sin dal giorno prima. Fu,
indubbiamente, la più grande dimostrazione alla quale la Romagna
avesse assistito, e resa possibile, in particolare, dalla recente diffusione
delle biciclette, divenute per tutti – specialmente per i braccianti –
strumento indispensabile di lavoro. Per fare solo un esempio, nel Comune
di Ravenna, che contava non più di 70.000 abitanti, ve n’erano quasi
trentamila, e 76.000 in tutta la provincia (su 247.000 abitanti). In
previsione dei disordini – scrisse più tardi il prefetto – dei 350 uomini di
truppa e dei pochi carabinieri e agenti dei quali poteva disporre, 200
furono concentrati nell’ingresso della prefettura – che era ad un tempo
l’ingresso dell’ufficio postale e telegrafico – sulla piazza centrale, ove
doveva svolgersi il comizio, e gli altri, compreso un’unità di cavalleria,
furono concentrati in altri punti della città, a tutela di edifici pubblici, e in
particolare del gasometro e dell’officina elettrica.
In mattinata giunsero a Ravenna altri cento uomini che, provenienti dal
Veneto e diretti ad Ancona, vi restarono bloccati a causa dello sciopero
ferroviario e furono trattenuti in stazione per salvaguardia da probabili
vandalismi. Per ironia della sorte, furono i primi, infatti, a dover
affrontare gli scioperanti, prima del comizio; impedirono loro di invadere
la stazione, ma non di rovesciare sul binario per Rimini due carri della
tramvia a vapore che univa la città alla darsena. Il comizio si rivelò una
violentissima requisitoria: intervennero il segretario della Camera del
lavoro socialista, Giovanni Bacci – il predecessore di Benito Mussolini
alla direzione dell’«Avanti!», di origini marchigiane19 – direttore della
«Romagna socialista», Umberto Bianchi, Antonio Giusquiano, direttore
della «Voce Mazziniana», l’organo del partito mazziniano intransigente,

                                                            
18
Per approfondire il «caso ravennate», si veda A. Luparini, Settimana rossa e dintorni. Una
parentesi rivoluzionaria nella provincia di Ravenna, Edit Faenza, Faenza, 2004; Id., Il pane
rivendicato: requisizioni popolari durante la Settimana rossa nel ravennate, in «Romagna arte e
storia: rivista quadrimestrale di cultura», 2004.72, pp. 111-118, Editrice Romagna arte e storia,
Rimini, 2004; D. G. Molesi, La settimana rossa 7-14 giugno 1914, [s.n.], [s.d.], 1994.
19
E. Sansoni, Dagli esordi parlamentari alla secessione aventiniana: il socialista Giovanni Bacci,
in «Storia delle Marche in età contemporanea», 2014, n. 4, pp. 8-18.
200

il segretario della Camera del Lavoro repubblicana Pio Schinetti, e


l’anarchico Giulio Zauli Sajani. In quell’occasione, fu affermato che «di
eccidi proletari era colma la misura e che il popolo aveva invano atteso si
cambiasse rotta»20. Il comizio concludeva che ormai non esistevano più
governo e prefettura, che il governo era il proletariato, che con la sua
mirabile organizzazione aveva dimostrato di essere maturo al destino che
egli aveva il diritto e la forza d’imporre»21. Al termine del comizio, molti
scioperanti proseguirono, protestando davanti alla prefettura per imporre la
chiusura delle poste e dei telegrafi, cui si accedeva dallo stesso portone. Il
tumulto fu affrontato dal commissario e dal tenente colonnello dei
carabinieri Giuseppe Fenoglio alla testa di un folto numero di carabinieri,
senza impedire, tuttavia, che il disordine degenerasse in atti di violenza: il
commissario fu mortalmente colpito alla testa con un colpo di bottiglia –
morì due giorni dopo senza aver ripreso conoscenza – e il colonnello dei
carabinieri tramortito da un colpo di bastone. Fu solo grazie alla presenza
di spirito di un tenente dei carabinieri che la rivolta non degenerò in un
conflitto a fuoco, nonostante il ferimento dei due dirigenti socialisti.
Ciononostante, la notizia che a Ravenna «era scoppiata la rivoluzione», si
estese in tutto il territorio emiliano-romagnolo come uno tzunami. Ad
Alfonsine si verificarono devastazioni al circolo monarchico, alla stazione
e alla chiesa, e ovunque furono istituiti posti di blocco22. Il prefetto di
Ravenna si rese conto solo più tardi della gravità della situazione fuorviato,
da un lato, dalla situazione di relativa tranquillità tornata in città e,
dall’altro, dalla notizia che la Confederazione aveva proclamato la fine
dello sciopero; appello che non fu evidentemente raccolto dal Comitato di
Agitazione che indicava agli scioperanti di proseguire nell’agitazione.
L’afflusso di gente dalla campagna, infatti, si manteneva al di sotto del
normale, sintomo, da un lato, che gli scioperanti rispettarono l’ordine di
restare nelle frazioni, ma anche, evidentemente, di proseguire nell’intento
di scioperare. Il prefetto, al contrario, convinto della efficacia della
deliberazione confederale, non considerò a sufficienza l’entità della
situazione di fatto sorvegliata dalla presenza di un numero esiguo di forze
dell’ordine che furono presto i protagonisti del più clamoroso episodio di
tutta la Settimana rossa in Romagna.

                                                            
20
«La Voce Mazziniana», 21 giugno 1914.
21
Ibidem.
22
Per approfondimenti, si veda, L. Lucci, Quando Alfonsine divenne famosa: giugno 1914: la
rivolta della Settimana Rossa, La voce del Senio, Alfonsine, 2004.
201

3. La Romagna «barricadera»

Ugualmente, il fatto più grave doveva consumarsi a Ravenna con


l’uccisione da parte dei rivoltosi del commissario di pubblica sicurezza
Giuseppe Miniagio, l’unica vittima, in Romagna, della Settimana rossa.
Sempre a Ravenna fu devastata la chiesa del Suffragio ed una statua della
Madonna fu decapitata, così come subì devastazioni il circolo liberale
«Patria e Progresso». Davanti alla Casa del Popolo repubblicana – centro
motore dei rivoltosi – si predisposero barricate con i banchi della chiesa
distrutta. Solo successivamente, le autorità militari riuscirono a
riprendere il controllo della situazione e a spegnere la rivolta. Nel
frattempo a Savio – frazione del comune di Ravenna – il generale Luigi
Agliardi, che si trovava sul luogo con altri ufficiali per compiere rilievi e
ricognizioni, fu al centro di una delle vicende più emblematiche della
Settimana rossa: il cosiddetto «fermo del generale Agliardi», il sequestro,
seppur di poche ore, di un generale e di altri sei ufficiali, disarmati e
trattenuti dagli scioperanti23. I repubblicani, ma soprattutto gli anarchici,
elevarono l’episodio a «simbolo della forza rivoluzionaria del
proletariato», mentre tutto il mondo liberal-costituzionale condannò con
sdegno l’accondiscendenza di uno dei generali di maggior prestigio
dell’esercito24. Più probabilmente, è legittimo affermare che si trattò di
un gesto di saggezza dettato dall’intento di evitare che la situazione
degenerasse. Un episodio –successivamente liquidato dal prefetto di
Ravenna Focacetti al ministero dell’Interno, con una raccomandata, il 21
luglio 1914 – che rimbalzò sulla stampa locale a firma di Rino Alessi, il
giovane direttore del quotidiano bolognese il «Giornale del Mattino»,
costituendo, a tutti gli effetti, il più grosso scoop giornalistico di tutta la
Settimana rossa, anticipando, di fatto, una notizia che il governo non
aveva ancora ricevuto da fonte diretta. A Fusignano – un’altra frazione
del territorio ravennate – si registrarono disordini, fu innalzato l’albero
della libertà con una bandiera rossa e, analogamente a quello che era
accaduto nel resto del territorio romagnolo – a Cesena, Forlì e Rimini – si
costituì un Comitato fra i partiti popolari, che aveva il compito di
mantenere l’ordine e di rilasciare permessi. Nel caso di Forlì, per fare un
esempio, leggiamo direttamente dal diario di un osservatore dell’epoca, il
diarista Filippo Guarini: «Una turba di forsennati, alle 10 e 12 del 10
                                                            
23
Santarelli, La settimana rossa a Forlì, cit., p. 16.
24
Ibidem.
202

giugno, approfittando del buio in cui era immersa la città (...) appiccava il
fuoco alla porta della chiesa di S. Mercuriale. Mons. Gaudenzio
Gaudenzi, primicerio, accortosi del fatto e non avendo alcuno con sé
correva subito al campanile, e suonava a rintocchi la campana grossa (...)
poi tornato in Chiesa, cercava alla meglio dal di dentro, di spegnere
l’incendio. A quel triste suono, al bagliore delle fiamme divampanti,
accorsero guardie, carabinieri, soldati, già raccolti nel cortile del Palazzo
Pubblico, mentre si suonava anche la torre. I pompieri, guidati dal tenente
Giulio Zauli Sajani, impedivano che il fuoco si estendesse, non senza che
la plebaglia li fischiasse e tirasse sassi»25. La forza pubblica ripiegò,
parzialmente, diverse persone furono arrestate perché trovate in possesso
di bottiglie di benzina, coltelli, rivoltelle e furono registrati danni a
diversi edifici. Il 10 giugno, si tenne un altro comizio in piazza Maggiore
– attuale piazza Aurelio Saffi – da parte di Armando Casalini ed Aurelio
Valmaggi. La truppa di stanza nella città – inferiore a trecento uomini –
era consegnata in caserma; in giro non si vedeva, né un soldato, né un
carabiniere, né una guardia di pubblica sicurezza. «Interrotti i mezzi di
comunicazione» – commenta il nostro cronista – «Forlì era isolata ed in
balia dei caporioni...»26.
Mentre a Ravenna le autorità ravennati cercavano di spezzare
l’isolamento nel quale si erano ritrovati e ristabilire il contatto con le
autorità centrali, queste, evidentemente allarmate, tentavano a loro volta
di ottenere notizie: «In confronto a quanto accadde a Ravenna e nel
ravennate» – afferma Luigi Lotti – «le agitazioni e i vandalismi degli altri
centri della Romagna parvero di poca entità»27. Analogamente, la
situazione a Forlì, Faenza, Cesena e Rimini rimaneva turbolenta, a causa
dell’esigua consistenza della forza pubblica, con difficoltà di
comunicazioni che presto si interruppero quasi del tutto. Tuttavia, anche
quell’11 giugno – che fu ovunque in Romagna, il giorno più difficile – il
prefetto di Bologna, riuscì a seguire lo sviluppo degli eventi nei centri
lungo la via Emilia. Indubbiamente, a parte la stazione di
Castelbolognese, mirino dei protestanti, nel resto del territorio emiliano-
romagnolo la forza pubblica fu in grado di contenere la protesta, come
del resto avvenne, successivamente, anche a Ravenna. Il prefetto di Forlì

                                                            
25
Guarini, I terremoti a Forlì in varie epoche, cit., pp. 71-72.
26
Ibidem.
27
Lotti, La settimana rossa, cit., p. 56
203

e i sotto-prefetti di Faenza, Cesena e Rimini – a differenza del prefetto di


Ravenna e del sotto-prefetto di Lugo – si trovarono, dopotutto, a
fronteggiare agitazioni perlopiù cittadine, che solo eccezionalmente
esplosero contemporaneamente in più punti della città, potendo così
concentrare le forze a disposizione ed evitando l’uso della forza.
Ovunque le stazioni costituirono la mira degli scioperanti – non solo nei
centri maggiori, ma anche a Forlimpopoli e Savignano sul Rubicone – ma
solo a Castelbolognese e a Rimini si verificarono i fatti più gravi. Allo
stesso modo, molto prima dell’epilogo cruciale di giovedì 11,
cominciavano a giungere i primi rinforzi. Lo sciopero, infatti, stava
progressivamente perdendo di intensità a causa – più probabilmente –
della mancanza di comunicazioni mentre i servizi postali, le banche, le
stazioni ferroviarie, tornavano alla normalità sotto la sorveglianza delle
forze dell’ordine. Nella stessa mattinata, anche le comunicazioni
telegrafiche cominciavano a riattivarsi e a passare i convogli militari.
«Tutto il giorno» – annotava Guarini – «biciclette e automobili con
bandiere rosse, giravano per portare notizie; facevano capo in Piazza e
alla Nuova Camera del Lavoro (repubblicana) che sembrava governasse
Forlì»28. Agli occhi delle autorità, quelle automobili con i vessilli rossi in
cerca di notizie – presumibilmente fra i diversi centri di Romagna –
sembravano costituire la riprova più evidente che il moto era stato
preordinato e diretto da una specie di Comando Supremo29. Giuseppe
Gaudenzi, in una intervista riportata nel «Pensiero Romagnolo» del 21
giugno precisava: «Si può concepire un moto insurrezionale in Romagna
e nelle Marche dove il partito ha il più forte nerbo delle sue milizie, senza
che i membri del Comitato Centrale ne avessero sentore e potessero
promuovere un’ azione simultanea e coordinata nelle altre parti del
Regno?»30. Guarini, d’altro canto, motivava la presa di posizione del
deputato forlivese come una sorta di «difesa» rispetto ai «rimproveri e
minacce perché non era ritornato subito nella sua città»31. A sostenere
questa ipotesi, ci soccorrono diverse testate giornalistiche dell’epoca.
Così, ad esempio, «L’iniziativa» faceva notare che se «Gaudenzi era stato
assente da Forlì non era rimasto estraneo agli avvenimenti della
Settimana rossa. A Roma nel grande comizio operaio, la prima parola che

                                                            
28
Guarini, I terremoti a Forlì in varie epoche, cit., p. 73.
29
Lotti, La settimana rossa, cit., p. 191.
30
«Pensiero romagnolo», 21 giugno 1913.
31
Guarini, I terremoti a Forlì in varie epoche, cit., p. 76.
204

suonò come squilla di guerra repubblicana, fu la sua, propagandatasi, poi,


in tutto il resto della penisola: E’ ora di marciare sul Quirinale»32.
Ugualmente, gli eventi precedettero i suoi protagonisti, dal momento che
il detonatore rivoluzionario della Settimana rossa, di lì a poco, si esaurì
definitivamente. La diffusione a Forlì, proprio in quei giorni, del giornale
«Il Secolo» che recava la notizia del cessato sciopero in tutta Italia,
ordinato dalla Confederazione Generale del Lavoro, divise gli animi. Nel
corso di un comizio organizzato per l’occasione, l’onorevole Pirolini,
repubblicano, ed il socialista Valmaggi, sostennero le ragioni concilianti
confederali, mentre Armando Casalini, di parere opposto, incitava la folla
a proseguire nello sciopero. Ebbe inizio una vivace discussione – mercé
la natura ambigua che avvolgeva la notizia – che si concluse con urla e
rimproveri all’indirizzo dei comizianti, Pirolini e Valmaggi, presto
etichettati come più «moderati». Ricordava Pirolini a questo proposito:
«il popolo attendeva una mia parola per agire. Il popolo poteva vincere
ogni resistenza in un impeto supremo. E poi? E poi la Romagna,
inutilmente insanguinata avrebbe maledetto il mio gesto vanitoso»33. I
rinforzi militari – giunti a Forlì e nel resto del territorio emiliano-
romagnolo il giorno dopo, 12 giugno – non trovarono resistenze, mercé la
diffusione di un manifesto congiunto ad opera di repubblicani, socialisti,
mazziniani, anarchici ed organizzazioni sindacali che informavano la
cittadinanza che lo sciopero era sospeso e i servizi riprendevano
normalmente. Analogamente, nel discorso alla Camera, lo stesso giorno,
il presidente del Consiglio, Antonio Salandra, informò che in Romagna
erano giunti «diecimila armati», precisando: «Si spera che basterà la
grande quantità della forza pubblica per ristabilire l’ordine senza o con
minore spargimento di sangue possibile»34. Ma furono gli stessi quattro
deputati repubblicani e il deputato socialista di Imola, tra i quali l’on.
Gaudenzi, l’on. Pirolini e l’on. Comandini – riunitisi a Forlì nella notte
fra l’11 e il 12 – ad ordinare con la forza del loro nome la cessazione
dello sciopero: «Lo scopo per cui ci eravamo mossi è raggiunto fu scritto
in un pubblico manifesto; raggiunto non è invece lo scopo ideale che
inspira tutto il nostro movimento. Un comitato unitario rappresentante di
tutte le forze sovversive organizzerà le nostre azioni avvenire. Ora
                                                            
32
«L'Iniziativa», n. 55, 22 novembre 1913.
33
G. B. Pirolini, La Settimana Rossa di un deputato, in «La Libertà», 13 giugno 1914.
34
Lotti, La settimana rossa, cit., p. 195. Sulla cronaca polemica dei lavori alla Camera di quel
giorno, si veda, Finì a tagliatelle la repubblica romagnola della «Settimana Rossa», in «Il Corriere
della Sera», Bologna, 10 giugno 1914.
205

torniamo tutti al lavoro e alle case lieti del dovere compiuto, orgogliosi
della rinnovata speranza che ci arde nel cuore»35. «Il Pensiero
Romagnolo», pubblicandolo, condivise: «Lo sciopero è finito, la
rivoluzione è cominciata »36. Dopotutto, le preoccupazioni di Salandra, si
rivelarono effimere: la situazione era saldamente nelle mani del governo
che si apprestava a colpire i responsabili delle «giornate rosse». Fu così
che prefetture e militari riprendevano i contatti interrotti, contestualmente
alle prime «rappresaglie».

4. Gli arresti e la fine dell’agitazione

Finita l’agitazione la questura fu costretta ad attendere che l’autorità


giudiziaria emanasse i mandati di cattura consentendo a molti di
allontanarsi. Non fu così per Nenni – la promessa repubblicana, uno dei
capi della rivolta anconetana – che rimase apertamente ad Ancona dove
fu arrestato qualche giorno dopo. Nel processo che seguì, mantenne un
comportamento esemplare rivendicando davanti a tutti la nobiltà delle sue
idee: «lo credetti con Giuseppe Mazzini che la vita è missione e che noi
siamo qui a collaborare alla lotta dell’umanità verso una società di liberi
e di uguali»37. Errico Malatesta fu invece visto per l’ultima volta all’alba
del 14; senza mandato di cattura il suo alloggio non poté essere perquisito
e solo dopo quattro giorni la pubblica sicurezza riuscì a infrangere la
cortina di silenziosa solidarietà che circondava Malatesta e avere la
certezza che egli avesse abbandonato la città e il 21 dello stesso mese
varcava clandestinamente il confine svizzero, seguito nell’esilio svizzero
da Oddo Marinelli, repubblicano, anch’egli importante protagonista
politico di quegli eventi. Come già evidenziato, in Romagna – eccezione
fatta per Ravenna – la reazione fu più blanda che in altre zone.
Ciononostante, fu qui che l’autorità giudiziaria colpì con maggiore forza,
costringendo i maggiorenti della rivolta a comparire davanti al giudice
istruttore, tra questi: Giuseppe Bellini, Cino Macrelli e Armando
Casalini, mentre Aurelio Valmaggi era riuscito a riparare a S. Marino.
Tra gli «imputati minori», Balilla Santarelli, Lolli Aurelio, Antenore
Colonelli, Quinto Gaudenzi, Marcello Fussi, Decio Fuzzi. Su tutti,
                                                            
35
Ibidem.
36
«Pensiero romagnolo», 7 luglio 1913.
37
P. Nenni, Taccuino,1942, Milano, Mondadori, 1967, cit., p. 21.
206

pendeva l’ imputazione «di aver eccitato la popolazione alla rivolta onde


abbattere le istituzioni dello stato vigente», insieme a diverse altre
imputazioni come «lancio dei sassi contro lo stemma di prefettura»,
«attentato alla libertà di lavoro» o «reato di incitamento alla
disubbidienza dei militari»38. Ai primi di agosto il Tribunale di Forlì si
espresse favorevolmente all’assoluzione di diversi protagonisti della
Settimana rossa – difesi dall’avvocato Gino Giommi – ottenendo la
libertà provvisoria, mentre nelle frazioni di Ravenna si registrarono una
ventina di arresti fra repubblicani, socialisti ed anarchici e a Savignano
sul Rubicone il sindaco socialista, Giovanni Vendemini, fu sospeso dalla
carica. A Cesena ci furono sei arresti, uno a Bertinoro, mentre a
Fusignano la forza pubblica operò un vero e proprio rastrellamento: l’11
luglio giunsero nella cittadina «alla spicciolata» – racconta Pino Grossi –
«guardie, carabinieri, delegati di pubblica sicurezza, oltre una compagnia
di cavalleggeri. In breve furono chiusi gli sbocchi delle strade ed
incominciò la retata..»39. Retata che in parte fallì a causa della delazione
di un militare che permise a diversi indiziati di fuggire. Alcuni ripararono
in Svizzera, altri a S. Alarino, mentre gli arrestati vennero tradotti alle
carceri di Ravenna. Al processo ci furono assoluzioni e condanne a pene
varianti da sei mesi a quattro anni, quando, nel dicembre 1914, la nascita
di una principessa reale, sortì una larga amnistia, liberando tutti i
condannati della Settimana rossa. Una triste ironia del destino, per dei
rivoluzionari.
A parte la Romagna e la provincia di Ancona, solo a Napoli, Bologna,
Modena, Parma e Milano, lo sciopero proseguì anche dopo che la
Confederazione generale del lavoro ne aveva proclamata la chiusura.
Ciononostante, la Settimana rossa fu, indubbiamente, la più imponente
agitazione che si fosse svolta nell’Italia liberale con effetti
particolarmente politicizzati. Il primo sciopero generale, infatti, del
settembre 1904, aveva avuto clamorose conseguenze nelle elezioni
politiche indette poco dopo da Giolitti, esaurendosi presto. I successivi
scioperi generali del 1906 e del 1907 avevano avuto caratteristiche
contingenti e limitate, quello del settembre del 1911 contro la guerra di
Libia aveva conservato effetti più simbolici, di protesta, e non fattivi.
Solo nel 1913 lo sciopero generale era tornato ad essere un’arma « lucida
e tagliente » – disse Mussolini – proprio per opera sua, in contrasto con
                                                            
38
Lotti, La settimana rossa, cit., p. 261.
39
Ibidem.
207

parte del suo stesso partito e della sua stessa frazione, e per opera dei
sindacalisti rivoluzionari. L’intensità e l’estensione dello sciopero, il 9 e
il 10 giugno del ‘14, erano state clamorose. Al Sud, certo, lo sciopero non
si era diffuso come al Centro e al Nord, ma data la locale situazione
politica e sindacale, era già molto che fosse stato attuato nelle tre
maggiori città, a Napoli, Palermo e Bari. Peraltro, anche al Centro e al
Nord, non tutte le categorie dei lavoratori organizzati avevano aderito.
Anche la rivolta non aveva registrato la stessa temperatura ovunque.
L’atmosfera della Parma sindacalista, o della Romagna repubblicana e
socialista rivoluzionaria (al di là del fatto che i maggiori esponenti del
socialismo romagnolo fossero riformisti, a cominciare da Nullo Baldini40)
o di Ancona repubblicana e anarchica era ben altra da quella della Biella
di Rigola e Quaglino, o di Genova di Canepa e di Reggio Emilia di
Prampolini. E così pure un fatto fu lo sciopero nei grandi centri
industriali come Milano e soprattutto Torino, o nelle piane agricole
emiliane e romagnole, là ove l’organizzazione operaia e contadina aveva
i suoi punti di forza, un altro fatto in quei centri ove il «sovversivismo»
era in netta minoranza e ove tutt’attorno vi era una campagna saldamente
cattolica. Questa consapevolezza, non alterò l’intensità dello sciopero era
stata notevolissima e per almeno due giorni la vita di quasi tutti i
maggiori centri italiani e dell’intera fascia di territorio da Piacenza ad
Ancona era stata paralizzata. Nonostante l’innegabile e clamoroso
successo dello sciopero, il mondo proletario, avrebbe provato ancora un
senso di frustrazione e di sconfitta. Su tutti dominò la bruciante
sensazione che l’ordine confederale avesse troncato un moto avviato a
ben maggiori, più consistenti e più decisivi, sviluppi. Laddove le
sollecitazioni provenienti dalla maggior parte dei dirigenti sindacali, al
contrario, andavano nella direzione di dividere lo sciopero al suo apice
prima che si spegnesse spontaneamente ed evitare anche la conseguente,
inevitabile, repressione. Fra i dirigenti della Confederazione e la base
operaia non ci fu mai un distacco così profondo come nei giorni
immediatamente successivi alla Settimana rossa. In questo stato d’animo,
dalla base, si sollevò – da parte di anarchici a repubblicani, da sindacalisti
(ma non Alceste De Ambris) ai ferrovieri – una corale e ferale accusa di
«tradimento» confederale. Su tutti, Benito Mussolini compendiando
                                                            
40
Si veda, a questo proposito, L'inchiesta del «Resto del Carlino» sui fatti di Romagna. Nostra
intervista con Nullo Baldini e cogli onorevoli Morgari e Modigliani, in «Il Resto del Carlino», 17
giugno 1914, Bologna.
208

nell’accusa di «fellonia». Su questa situazione già compromessa, si


scaricarono come un fulmine, a livello nazionale, le prime elezioni
amministrative a suffragio universale maschile nelle principali città.
Quasi ovunque prevalsero liste clerico-moderate, tranne che a Milano
dove prevalse il partito socialista che conquistò il municipio con il
candidato socialista Emilio Caldara41. Diversa ancora una volta fu la
situazione in Romagna. Ne fu esempio la chiamata alle urne dei cesenati
che, il 5 luglio, videro le forze dell’Estrema fare il pieno di consiglieri
con 32 repubblicani e 8 socialisti.
A sette giorni dal conflitto di Ancona e a tre dalla cessazione dello
sciopero generale, il risultato elettorale in Italia – con l’affermazione, per
l’ appunto, delle formazioni moderate – attenuò i clamori della Settimana
rossa. Già qualche giorno dopo, la situazione andava normalizzandosi
segnando un punto a favore di una tregua generale. Solo in Romagna,
anarchici prima e repubblicani poi, insistevano nell’addebitare alla
Confederazione il fallimento del moto insurrezionale, con una visione
limitata e deformata come se tutta Italia si fosse trovata nelle stesse
condizioni di Ancona e della Romagna. Ma sarà lo stesso Mussolini,
rampante leader socialista in vertiginosa ascesa e direttore
dell’«Avanti!», a stroncare ogni polemica: «Riconosco che avevo torto»–
scrisse su «Utopia» ritrattando l’accusa di fellonia – «quello della
Confederazione può essere stato un errore e una debolezza; non un
tradimento»42. Così, nel volgere di pochissimi giorni, la polemica contro
la Confederazione si spostò dalla sostanza alla forma, al modo con cui era
stata proclamata la cessazione dello sciopero, incendiandosi proprio
contro la «prosa» infiammata del suo direttore. Tutta l’ala riformista del
partito socialista si schierò con estrema veemenza in tutta una serie di
durissimi attacchi a Mussolini allo scopo di allargare la frattura tra le sue
concezioni e quelle della maggioranza. Dopo che il Consiglio nazionale
della Confederazione aveva votato il 16 giugno un ordine del giorno di
condanna di tutte le visioni di un socialismo catastrofico e non
gradualistico, fu la volta del Gruppo parlamentare. Il 20 giugno, questo
approvò all’unanimità un ordine del giorno che conteneva un rifiuto
perentorio della politica integralista di Mussolini, il quale sull’ «Avanti!»
non replicò. Mantenne la posizione anche nel corso di in un’intervista al
                                                            
41
Si veda, nello specifico, R. Del Carria, Storia del Partito Socialista Italiano, 1892-1914: dalla
fondazione del Psi alla «Settimana Rossa», Savelli, Roma, 1975.
42
B. Mussolini, La Settimana Rossa, in «Utopia», n. 9-10, 15-31 luglio 1914.
209

«Giornale d’Italia» del 24 giugno dove fu estremamente cauto, ribadendo


le sue posizioni, ma cercando di attenuare il tono del dissenso e della
polemica.
Mussolini, replicò solo più tardi – in un intervista al «Giornale d’Italia»
e di un lungo articolo su «Utopia» – reagendo duramente non sul fatto in
sé della Settimana rossa, ma sul piano ideologico. Attaccò il revisionismo
riformista a cui contrappose un revisionismo rivoluzionario, contestando
l’esistenza di «un vangelo unico di socialismo per tutte le nazioni, nel
quale tutti si debba giurare, pena di più la legittima difesa dell’ordine (...)
è una pregiudiziale, non è e non può essere un programma sostanziale
d’azione e di vita». Negò che la borghesia italiana – nel nome del
liberalismo – avesse un programma da « poter essere sperimentato con
speranza, o almeno con interesse». Negò la soluzione nazionalista, poiché
considerava il problema sociale secondario rispetto a quelli della difesa e
del dominio nazionale «pur apprezzando ed ammirando il tentativo
nobilissimo», ne respingeva il dottrinarismo, configuratosi dopo l’ultimo
Congresso del maggio del ‘14 come «imperialismo militarista» e «
utilizzazione politica della disciplina religiosa». Ribadì l’opposizione alla
lotta di classe, sia di parte proletaria che di parte borghese, e riaffermò la
validità del programma integrale del cattolicesimo militante43.

5. Il bilancio della Settimana rossa in Romagna

Non è questa la sede per approfondimenti ulteriori. Quel che è certo, è


che molti protagonisti dell’epoca uscirono «trasformati» dall’esperienza
della Settimana rossa: nessuno dei maggiori esponenti del
rivoluzionarismo italiano fu in grado d’influire sullo sciopero in senso
insurrezionale. In realtà, quella clamorosa e inaspettata dimostrazione
dello spirito e dell’effervescenza rivoluzionaria esistenti in larghi strati
proletari, era accompagnata alla dimostrazione agghiacciante che la
rivoluzione era per il momento impossibile. In altre parole, il contatto con
la realtà aveva bruciato molti sogni e se da un lato era risultata inebriante,
dall’altro aveva dimostrato che non si poteva fare la rivoluzione avendo
ostile tutto l’esercito, combattendo cannoni e mitragliatrici con i sassi. La
delusione di Mussolini doveva essere però più profonda: non solo il frutto
di una constatazione amara del rapporto di forza fra le parti, ma anche un
                                                            
43
Ibidem.
210

intimo svanire, nel proprio intimo, della visione di uno slancio poderoso,
irruento e travolgente del proletariato. La rivoluzione restava la sua mèta,
ma con meno «certezze». Non era solo questo. Si trattava di una
battaglia, antica e moderna, tra la «suggestione della parola e quella
dell’idea», poste di fronte alla concretezza di un moto insurrezionale e
alle sue conseguenze. Scrisse a questo proposito Alceste De Ambris tra le
righe dell’ «Internazionale»: «noi che sentiamo la fatale necessità della
violenza per la soluzione dei conflitti sociali ci dibattiamo continuamente
in una tragica contraddizione. Tutto l’anno si predica il dovere
dell’azione eroica e della consapevole non metaforica rivolta; ma poi
quando il momento auspicato del risveglio proletario viene e la massa
cessa d’esser prona e si leva negli impeti sublimi del più puro ardore di
sacrifizio, siamo ancora noi che accorriamo per contenerne lo slancio
superbo, per quetarne la tempesta di sdegno. Così neghiamo in un giorno
tutta la propaganda fatta durante mesi. La massa ci guarda sorpresa e
disorientata»44. Giovanni Papini, d’altro canto, s’interrogava
scetticamente, sulla possibilità che «oggi i partiti rivoluzionari avessero
tanti uomini nuovi in grado di fare meglio dei vecchi»45. Interessante, a
questo proposito, l’analisi di Gaetano Salvemini che, confermando come
la crisi morale fosse un prodotto di più di dieci anni di giolittismo,
aggiunse: «I tumulti dei giorni scorsi non sarebbero avvenuti invano se i
condottieri dei partiti democratici non avessero dedicato tanti anni delle
loro attività e delle loro scaltrezze a vuotare di ogni contenuto specifico
l’azione dei loro partiti, distraendoli sistematicamente da tutti i problemi
concreti della vita nazionale, esaurendoli nell’anticlericalismo
commediante e nella conquista di microscopiche leggine sociali o
nell’accattonaggio di lavori pubblici per i cooperatori disoccupati. Ma o
la rivoluzione dei giorni trascorsi non sapeva che cosa dovesse desiderare
e domandare, o si era sfogata in un conato incoordinato e sterile»46. E
continuava: «ad ogni modo o i tumulti dei giorni scorsi sono il segno di
una crisi, di cui noi stessi ignoravamo la larghezza e la profondità. Quei
tumulti si rinnoveranno. Occorre che non avvengano più invano. E anche
nella ipotesi che non avvengano più, il pericolo che essi avvengano è
necessario che sia utilizzato. Ora né nuovi tumulti avverranno utilmente,
né il pericolo di essi può essere utilizzato se non si presenta alle folle un
                                                            
44
«L'Internazionale», n. 15, 21 marzo 1914.
45
Ibidem.
46
G. Salvemini, Perchè vogliamo il suffragio universale, A. Frizzi, Mantova, 1911, cit., p. 111.
211

programma di conquiste immediate d’interesse generale [....] Oggi il solo


modo di essere rivoluzionari, è quello di essere riformisti: beninteso che
per rivoluzione si intenda una cosa seria»47.
Un dato certo è che – particolarmente per Mussolini e De Ambris – nei
giorni infuocati dello sciopero, era risultato determinante l’accordo di
tutte le folle rivoluzionarie. In questo senso, bisognava proseguire nella
protesta. «Per la prima volta», scrive Luigi Lotti, «superando odi radicati
e furiosi, oltrepassando talora le persistenti reciproche ostilità dei
dirigenti, socialisti, sindacalisti rivoluzionari e repubblicani si erano
trovati affiancati in una lotta comune, in una speranza comune. A tutti i
rivoluzionari parve che quella fosse l’eredità più valida della Settimana
rossa, la più foriera di conseguenze future. Ma era la premessa valida di
altri tentativi insurrezionali o non piuttosto l’ultima e postuma
conseguenza di una linea politica di rottura che aveva toccato il suo
culmine e svelato i suoi limiti nella Settimana rossa?. Quindi, gli effetti e
gli sviluppi di quelle giornate, era impossibile dirlo. Appena un mese
dopo quegli eventi, la storia fu trascinata nel vortice della Prima guerra
mondiale, sparigliando tutte le prospettive politiche».
Nel volgere di pochi giorni, dell’atmosfera della Settimana rossa non
restò più niente48. In un’Europa sconvolta dalla guerra, in un’Italia scossa
dal prorompere di nuove passioni, la Settimana rossa apparirà lontana e
sfocata. Nello stesso anno un’amnistia generale ne cancellava anche le
conseguenze penali. Ma quell’esasperazione politica e sociale, avrebbe
letteralmente proiettato l’Italia ad intervenire nel primo conflitto
mondiale. In questo senso, se da un lato, la guerra colse il partito
socialista su posizioni intransigentemente rivoluzionarie, dall’altro,
sorprese un proletariato organizzato nel colmo di un’esasperazione
militarista. Colse un paese spaccato, inesorabilmente diviso in due
proprio sul tema che ora, all’improvviso, diveniva fondamentale. Una
frattura che non si ricomporrà, trascinando l’Italia nell’esasperazione
della guerra e del dopoguerra e nel vortice della radicalizzazione estrema
della lotta politica.

                                                            
47
Ibidem.
48
M. Guzzini, La settimana rossa è la fine di un'epoca: 1905-1920, in «Corriere Adriatico», 04,
1905-1920, Corriere Adriatico, Ancona, 2011.
212
213

La Settimana rossa a Parma


di Margherita Becchetti

1. Due città in una città

Ancora all’indomani dell’unificazione italiana e all’alba del nuovo


secolo, il torrente Parma che divideva l’omonima città rappresentava
qualcosa di più di un semplice limite geografico: era piuttosto una
distanza sociale, culturale e politica. Da una parte Parma nuova, la città
borghese, che poteva far sfoggio di palazzi nobiliari, di piazze e ampie
strade lastricate, di vetrine sfarzose ed eleganti caffè, degli affreschi del
Correggio e di ricchi musei. Dall’altra parte, invece, i vicoli
dell’Oltretorrente, che immiserivano in condizioni igieniche e sanitarie
drammatiche, con le case dall’intonaco sbrecciato che marcivano per
l’umidità e la scarsa ventilazione, le strade che olezzavano di umori e
odori fetidi, provenienti dagli scoli di acque sporche prive di fognature.
Ma a separare Parma nuova e l’Oltretorrente non stavano solo il torrente
e le divergenti condizioni urbane quanto, si può dire, un intero mondo
che rendeva i loro abitanti diversi e lontani in tutto, nello stile di vita e
nelle abitudini, nel linguaggio e nei gesti, nel viso e negli abiti, negli
ideali e nella visione del mondo. Qualcuno dice vi si parlassero anche due
dialetti diversi.
Due città nella stessa città nella quale, tra le speranze degli anni
successivi all’unità d’Italia e la prima guerra mondiale, si avvicendarono
decenni fortemente segnati dal conflitto sociale e politico e dal
protagonismo delle classi popolari che in diverse – e potremmo dire
abbastanza frequenti – occasioni insorsero contro i simboli e i poteri dello
Stato. Nei primi cinquant’anni di vita unitaria i borghi della città vecchia,
quella «di là dall’acqua», e i suoi miseri abitanti furono spesso
protagonisti di rivolte, manifestazioni di protesta, tumulti annonari,
mobilitazioni sindacali, risse e scontri con le forze dell’ordine, mostrando
una carica antagonista presto resa celebre, anche in altre zone e città della
penisola, dalla penna entusiasta o indignata dei corrispondenti dei vari
214

giornali che, ogni volta, si recavano a Parma per raccontare le gesta del
suo popolo indocile.
Quella del ribellismo popolare parmigiano è dunque una storia lunga,
anche se oggi è conosciuta dai più solo per alcuni episodi clamorosi,
come lo sciopero agrario del 1908 o le Barricate antifasciste dell’agosto
1922. Eventi che hanno sbalzato prepotentemente le vicende della città
agli onori della cronaca nazionale, e sicuramente conquistato
all’Oltretorrente e ai suoi abitanti la fama di popolo ribelle e sovversivo.
Ma anche eventi che non possono essere compresi se non adeguatamente
collocati nella storia ben più lunga e complessa del ribellismo popolare
parmigiano1.
Una storia che iniziò prestissimo, fin dal 1868, quando la discussione
intorno alla tassa sulla macinazione dei cereali, ancor prima della sua
applicazione, zittì negli ambienti popolari ogni entusiasmo e ogni
speranza risorgimentale e innescò una rivolta anche urbana – non solo
rurale come in Romagna – che si declinò in guerriglia, barricate e scontri
con le forze dell’ordine.
Quindi, come altrove, già all’epoca dei moti per il macinato il rapporto
tra Stato unito e classi subalterne era piuttosto compromesso. Da quel
momento in poi fu una lunga sequenza di conflitti, tanto che, per lo meno
dall’ultimo decennio dell’Ottocento, da quando cioè il quartiere fu
protagonista di alcune furibonde rivolte – come quella contro la guerra
d’Africa nel 1896 – il mito della città ribelle si radicò con forza anche tra
le stesse classi popolari, che forgiarono presto il proprio collante
identitario su una visione del mondo orgogliosamente antagonista,
sempre più alternativa a quella borghese. Ulteriore segno di questo
antagonismo era anche l’insofferenza decisa e radicale che nei borghi
popolari aleggiava verso le forze dell’ordine, sentite come espressione di
codici morali e sociali altrui, come difensori di un ordine profondamente
inviso e dunque spesso aggredite, rifiutate, osteggiate e coinvolte in risse
clamorose.
In questi primi cinquant’anni di storia unita diverse culture politiche
cercarono di entrare in relazione con quel ribellismo, dal
repubblicanesimo mazziniano al garibaldinismo, dall’anarchismo al
socialismo, aprendo nuovi orizzonti e nuove prospettive a un ambiente
                                                            
1
Sulla storia del ribellismo parmense mi permetto di citare il mio Fuochi oltre il ponte. Rivolte e
conflitto sociale a Parma. 1868-1915, DeriveApprodi, Roma 2013 da cui è tratto anche parte di
questo saggio.
215

sociale che a lungo aveva vissuto uno strano rapporto con il potere, fatto
di parassitismo e ribellione. Il “popolino” parmense, infatti, come ha
osservato Eric J. Hobsbawm, era stato un interessante esempio di quel
mob cittadino che, con la perpetua minaccia di sommosse, faceva sì che i
governanti controllassero i prezzi o dessero lavoro ed elargizioni. Un
ribellismo spontaneo che, per quanto irrequieto, non aveva però mai
messo in discussione l’esistente, non si era diretto contro il sistema e non
aveva chiesto nient’altro che lo stretto necessario per vivere2.
L’incontro con la politica delle prime organizzazioni operaie, quindi,
indirizzò sempre più l’esuberanza del popolo dei borghi contro i poteri
costituiti e le classi padronali, cercando di disciplinare la massa d’urto di
quella rabbia sociale e di indirizzarla ai propri obiettivi. È vero però che
la facilità con cui le classi popolari della città erano solite rivoltarsi pose
non pochi problemi ai primi organizzatori – e soprattutto ai socialisti –
che faticarono parecchio ad entrare in sintonia con quello spirito, ben
poco disponibile alle richieste di disciplina e organizzazione, al rispetto
delle gerarchie di partito, delle sue norme e direttive, dei suoi equilibri
interni, delle sue necessità in un disegno strategico di lungo periodo e
incomprensibile ai più.
Chi riuscì a entrare meglio in sintonia con la turbolenza dei popolani, e
con la loro tendenza a muoversi nelle dinamiche della rivolta, furono
quindi quelle culture politiche che maggiormente ne legittimarono e
teorizzarono l’esistenza: prima il movimento anarchico, stroncato però
presto dalla repressione crispina del 1894, e poi il sindacalismo
rivoluzionario3.
Fu in particolare quest’ultimo – fondato su alcuni semplici principi
ideologici e soprattutto su un attivismo che rispondeva tanto alle esigenze
di miglioramento delle condizioni sociali quanto alle più radicali forme di
conflittualità – a corrispondere più di altri allo spirito e all’identità dei
borghi.
Ciò non significa che il sindacalismo rivoluzionario abbia incoraggiato
e giustificato sempre l’impulsività e la radicalità dell’Oltretorrente con le
quali, anzi, non mancarono momenti di frizione e di scontro. A differenza
d’altri, però, esso stimolò e rinforzò l’uso di quella forza d’urto,
                                                            
2
E. J. Hobsbawm, I ribelli. Forme primitive di rivolta sociale, Einaudi, Torino 1966, p. 149.
3
Sulla storia del sindacalismo rivoluzionario nel Parmense si vedano i numerosi studi di Umberto
Sereni tra i quali segnaliamo almeno Alla conquista del “Liberato Mondo”. La Camera del Lavoro
di Parma dal 1907 al 1923, in Nel segno di Garibaldi. Cent’anni di Camera del Lavoro a Parma,
PPS, Parma 1993, pp. 43-69.
216

elevandola a strumento principe dell’emancipazione sociale, tanto per le


necessità immediate quanto in un disegno strategico di più lunga durata.
Per questo, il sindacalismo rivoluzionario l’assunse fino in fondo, senza
mai distaccarsene o censurarla, anche nei momenti più critici.
Dal 1907 – quando Alceste De Ambris divenne segretario
dell’organizzazione sindacale cittadina – e per tutti gli anni
immediatamente precedenti alla Grande guerra, quindi, il sindacalismo fu
egemone nei quartieri popolari e la Camera del lavoro divenne per i loro
abitanti una casa, una chiesa, il luogo che avrebbe realizzato il riscatto
degli ultimi, l’origine di un nuovo e liberato mondo.
Il sindacalismo attivò nei borghi una sorta di «protagonismo della
povera gente» che si batteva certo per il miglioramento delle proprie
condizioni di vita, ma che era anche capace di sostenere grandi battaglie
ideali o politiche, come le proteste anticlericali o quelle contro la guerra
di Libia, le manifestazioni di solidarietà con i perseguitati dalla
repressione (come lo spagnolo Francisco Ferrer), le mobilitazioni in
sostegno alle lotte di altri lavoratori o le campagne antimilitariste.

2. Proteste e agitazioni

Proprio su quest’ultimo tema, già durante le agitazioni contro la guerra


di Libia si era accesa a Parma una serrata campagna di propaganda che
tra il marzo 1913 e il giugno dell’anno successivo, come altrove, acquistò
nuovo slancio con i casi dei due giovani soldati anarchici Augusto
Masetti e Antonio Moroni, l’uno internato in manicomio per aver sparato,
nel cortile della caserma, ad un proprio superiore prima della partenza per
la Libia, l’altro destinato ad una compagnia di disciplina per aver scritto
al fratello, mentre prestava servizio militare, una lettera di denuncia del
trattamento cui era sottoposto dalle autorità militari. Alla Camera del
lavoro, dunque, in quei mesi si erano susseguiti numerosi comizi contro
le compagnie di disciplina e a favore dei due soldati, manifestazioni cui,
di volta in volta, avevano partecipato i maggiori leader dell’agitazione e
del Comitato nazionale «Pro Masetti» – come Armando Borghi, Fulvio
Zocchi o Edmondo Rossoni – e gli stessi dirigenti dell’organizzazione
sindacale e della Federazione giovanile socialista, da De Ambris a Tullio
Masotti, da Attilio Longoni a Umberto Pagani e Alfredo Bottai.
Anche se il prefetto nelle sue relazioni al ministero dell’Interno
continuamente assicurava che la sorveglianza sul movimento
antimilitarista rimaneva stretta e che le manifestazioni si erano tutte
217

svolte in forma privata, l’attività organizzativa della Camera del lavoro


non si era lasciata intimidire e, alla fine del maggio 1914, un affollato
comizio ancora in favore dei due soldati si era concluso con la proposta
di indire una protesta per il 7 giugno – tradizionale festa dello Statuto
albertino –, obbligando i militari a rimanere in caserma e impedendo loro
di prender parte alla «rivista».
Per quel giorno, come altrove, il prefetto aveva vietato ogni forma di
dimostrazione pubblica e la mobilitazione contro i festeggiamenti dovette
limitarsi ad un comizio nel cortile della Camera del Lavoro. Non per
questo diminuì l’agitazione che, anzi, prese forma soprattutto il giorno
dopo, quando i fatti di Ancona suscitarono rivolte in molte zone d’Italia,
e diedero avvio alla settimana rossa. Come altre città, anche Parma per
tre giorni fu percorsa da violenti disordini nei quali però, diversamente
dal passato, non furono coinvolti solo le forze dell’ordine e «la teppa dei
borghi», ma anche borghesi vicini all’Associazione Agraria, che colsero
l’occasione dei tumulti popolari per sfogare antichi odi di classe. Odi
radicati in città per lo meno dallo sciopero agrario del 1908 quando ai due
mesi di agitazione nelle campagne, gli agrari parmensi avevano risposto
con la creazione di squadre di “volontari lavoratori”, rampolli della
borghesia agraria, figli di ricche famiglie cittadine e studenti provenienti
da altre città che, dotati di una gran quantità di armi e automobili, per
tutta la durata dello sciopero, si erano resi responsabili di ripetute
violenze verso gli scioperanti4.
La protesta per i fatti di Ancona era stata stabilita la sera dell’8 giugno,
in un’assemblea alla Camera del lavoro che, viste le decisioni già prese
durante la giornata dall’Usi, dalla Cgdl e dal Partito socialista, votò lo
sciopero generale per il giorno successivo. Il 9 giugno, dunque, anche a
Parma il lavoro si fermò, con la solidarietà dell’amministrazione
comunale che, fin dal mattino, fece esporre dal palazzo municipale e da
tutti gli edifici pubblici le bandiere abbrunate in segno di lutto, e impose
la chiusura dell’Azienda elettrica, delle scuole e degli uffici comunali.
                                                            
4
Con i volontari lavoratori l’Agraria aveva ostentato in maniera lampante la propria carica eversiva
nei confronti del sistema giolittiano ma, come ha scritto Sereni, queste bande armate non
rappresentarono che una parte di una strategia più ampia che, su diversi livelli, mirava a mostrare
l’incapacità del governo di difendere la proprietà terriera dai danni arrecati dagli scioperi dei
lavoratori. Nella stessa direzione, infatti, andavano anche i frequenti attacchi al personale
amministrativo e alle autorità statali in linea con la politica giolittiana, cui l’Agraria rimproverava
mancanza di polso e di determinazione verso il pericolo rappresentato dalla Camera del Lavoro.
Sull’Agraria parmense cfr. S. Adorno, Gli agrari a Parma. Politica, interessi e conflitti di una
borghesia padana in età giolittiana, Diabasis, Reggio Emilia 2007.
218

Anche il resto della città si era fermato: nessun banco al mercato, i


trasporti pubblici sospesi e i negozi quasi tutti chiusi, mentre gruppi di
manifestanti giravano per le strade per controllare che tutti rispettassero
lo sciopero.
Il clima in città era però troppo carico di malumori perché non vi
accadessero incidenti e non erano solo i morti di Ancona a suscitare
tensione. Questi, anzi, non furono che la goccia che fece traboccare un
vaso già colmo, da tempo, di un’insofferenza diffusa verso il prefetto
Adolfo Ferrari e l’ex questore Francesco Guarino – rimasto a Parma fino
al dicembre 1913 –, considerati negli ambienti popolari «strumenti di
reazione e di vendetta agraria»5. Spesso, infatti, «L’Internazionale» – il
giornale della Camera del lavoro – aveva polemizzato contro i due
funzionari, e soprattutto contro il prefetto, ricordando quanto il suo arrivo
in città – nel settembre 1911 – avesse coinciso con una recrudescenza
della repressione. Da allora, infatti, diverse agitazioni si erano concluse
con morti e feriti, come gli scontri sul cantiere della clinica chirurgica,
come lo sciopero generale a Langhirano (paese a una ventina di km dalla
città) contro la guerra libica e come la rissa tra carabinieri e contadini di
Baganzola nella quale, nel gennaio 1913, era rimasto ucciso un
contadino. Sei morti in meno di due anni – cui si sarebbe aggiunto
l’operaio ucciso in quei giorni – erano dunque, a Parma, il bilancio della
gestione dell’ordine pubblico, evidentemente segnata da una spiccata
intolleranza verso moti di piazza.

3. Gli eventi

Più elementi, quindi, ancora all’alba dello sciopero generale,


alimentavano la tensione in città. «Fin dalla mattina – scrisse il nuovo
questore Francesco Bianchi – si verificarono degli incidenti, perché dei
gruppi di scioperanti presero di mira gli agenti della forza pubblica e gli
ufficiali dell’esercito, contro i quali in particolar modo erano dirette le
manifestazioni»6. Poi, secondo la cronaca della «Gazzetta di Parma» –
organo della borghesia cittadina conservatrice e reazionaria – mentre

                                                            
5
Ferrari e Guarino, «L’Internazionale», 1 novembre 1913.
6
Archivio centrale dello Stato (ACS), Ministero dell’Interno (MI), Direzione generale della
pubblica sicurezza (DGPS), Categorie Annuali (CA), 1914, b. 24, fasc. “Parma”, Relazione del
questore, 15 giugno 1914.
219

nella piazza principale, ai piedi del monumento a Garibaldi, si


svolgevano i preparativi per il comizio, una folla di giovani e
giovanissimi popolani si era radunata in Oltretorrente e armata di
«poderosi e lunghi randelli di salice». Qui, dunque, erano scoppiati i
primi disordini, quando quei dimostranti armati di bastoni avevano
incontrato una guardia e l’avevano costretta a rifugiarsi nella caserma più
vicina. Poi, passati nella città borghese, il gruppo si era diretto verso la
piazza principale, senza dimenticare, passando sotto gli uffici della
«Gazzetta» – «per antica usanza» – di romperne i vetri delle finestre7. Ai
piedi di Garibaldi, intanto De Ambris e altri dirigenti sindacalisti
parlavano alla folla che si era accalcata in piazza, migliaia di persone,
oltre cinquemila secondo il prefetto, e prese da un’eccitazione
difficilmente contenibile. Terminato il comizio, infatti, parte degli
scioperanti si diresse lungo via Garibaldi, lanciando sassi contro le
automobili che passavano, imponendo la chiusura di tutti gli esercizi e
delle banche e rompendo i vetri di molti di essi, in «un continuo tintinnio
di vetri infranti che cadevano»8. Obiettivo del corteo era la stazione, dove
la folla voleva interrompere il traffico e costringere i ferrovieri ad aderire
allo sciopero. Quel primo tentativo di assalto venne però scoraggiato
dall’intervento della forza pubblica e gran parte degli scioperanti fece
ritorno in piazza, dove De Ambris tenne il suo secondo comizio di fronte
ad una folla sempre più numerosa, con parole che il questore Bianchi
descrisse come un concentrato di ferocia e di incitamento alla violenza:

L’on. De Ambris non si peritò di emettere i più perniciosi propositi ed a farne


vivi eccitamenti a commettere delitti: invitò i lavoratori a vender le biciclette per
comperare le rivoltelle ed ammazzare la porca borghesia; disse: non date
quartiere agli assassini, dente per dente, occhio per occhio, chi ha ucciso deve
essere ucciso, non si accordi la legge del perdono; picchiate forte sulla forza
pubblica. […] Aggiunse: questo è il momento di agire. Le donne che sono
presenti ci lascino, chi non è con noi, chi non ha coraggio, vada via.9

Ben diversa, invece, fu la versione che del comizio diede «Il Presente»
– giornale della borghesia democratica –, secondo cui De Ambris avrebbe
                                                            
7
Due giornate di sciopero generale, «Gazzetta di Parma», 11 giugno 1914. ACS, MI, DGPS, CA,
1914, b. 24, fasc. “Parma”, Telegramma del prefetto al Ministero dell’Interno, 9 giugno 1914.
8
Due giornate di sciopero generale, «Gazzetta di Parma», 11 giugno 1914.
9
ACS, MI, DGPS, CA, 1914, b. 24, fasc. “Parma”, Relazione del questore, 15 giugno 1914.
220

più e più volte raccomandato la calma, chiedendo che né violenze né atti


di vandalismo turbassero la manifestazione:

…non è ancora giunta l’ora in cui il popolo deve insorgere. Non c’è coesione tra
esso, non c’è forza abbastanza. Le forze che avete oggi, risparmiatele per una
futura ma prossima battaglia. Allora soltanto si potrà scendere in campo con la
certezza della vittoria. Non bisogna precipitare gli avvenimenti […]. Si vorrebbe
reagire ma frenate il vostro animo; non fate prorompere violenta la vostra
collera, né fate vincervi dall’ira. Attendete e preparatevi!10

Se non ci è dato ricostruire i toni e le parole del sindacalista è pur vero


che, immaginandoli ispirati dall’eccitazione del momento, non è difficile
supporli anche più accesi di quanto preferisse far sapere il giornale
democratico. Tuttavia, anche la relazione del questore appare poco
verosimile, soprattutto considerando che fu scritta a una settimana di
distanza, e con la necessità, pertanto, di giustificare tutto quanto successo
in quei giorni – la cui gravità, sul piano della repressione, era andata ben
oltre la risposta a qualche vetro rotto e qualche agente ingiuriato – e di
imputarne la responsabilità a individui precisi, De Ambris in primis.
Sempre lui, inoltre, era incolpato di aver aizzato nuovamente la folla
contro la stazione «per costringere il personale ad associarsi allo sciopero
[…] e a mettere la linea in condizioni di inagibilità con atti di
sabotaggio»:

Era l’eccitamento all’odio, alle violenze, alla ribellione, al danneggiamento, alla


rivoluzione. – scriveva ancora il questore – La massa, già esaltata, ne rimase
suggestionata. Suddivisa in forti gruppi scorazzò per la città, facendo violente
sassaiuole contro la Prefettura e la Questura, infrangendo i vetri delle finestre
della Caserma dei RR. Carabinieri, inveì contro gli uffici ed i negozi siti sulle
strade percorse, poi riunitasi e raggiunto il piazzale della Stazione, riprese una
fitta sassauiola, spezzando i vetri delle finestre della facciata della Stazione,
invase i locali del buffet, devastandone le vetrine, tentò di penetrare negli uffici
e nel telegrafo, fino a che, a mezzo dell’impiego della truppa, la folla venne
sbandata.11

                                                            
10
Due giorni di sciopero tumultuoso a Parma – il primo comizio, «Il Presente», 11 giugno 1914.
11
«La sommossa dei giorni scorsi – concludeva il questore – è l’epilogo dei tanti comizi tenuti
dagli oratori sindacalisti che in ogni occasione più o meno palesemente non hanno mancato di
istigare alla guerra civile. Dopo il ritorno in patria dell’on. Alceste De Ambris la propaganda ha
proseguito più intensa e più volte i suoi discorsi formarono oggetto di denunzia alla Autorità
 
221

Ancora una volta, dunque, le autorità finirono per sposare la tesi dei
«soliti sobillatori», che la «Gazzetta» e gli altri giornali conservatori
diffondevano a gran voce, ma a spingere quei giovani popolani a sfogare
sì gran collera non potevano essere state soltanto le pur accalorate parole
di De Ambris. Certo il suo consenso poteva rianimare antiche
predisposizioni allo scontro di piazza ma qualcosa di più profondo, più
radicato e più intimo doveva spingere giovani e meno giovani a disordini
così accesi. Non ultima, una certa cultura della ribellione, ormai entrata
nel mito e nello spirito del popolo dei borghi che, dopo anni di clamorose
rivolte, trovava anche nell’istinto alla sommossa tratti della propria
identità.
Tornati alla stazione, dunque, gli scioperanti iniziarono a disselciare le
cunette delle strade e a lanciar sassi contro la biglietteria, l’ufficio
telegrafico e l’ufficio postale. Poi, sfondate le porte, molti di essi
invasero il ristorante gettando tutto a terra mentre altri si arrampicarono
sul cavalcavia della linea ferrata per tagliare i fili telegrafici. Arrivate le
forze dell’ordine, la battaglia si scatenò a sassate poiché soldati e
carabinieri rispondevano ai rivoltosi con le stesse armi, raccogliendo le
pietre di cui erano bersaglio e lanciandole a loro volta contro la folla. E
così per ore, finché, alla fine, i dimostranti tornarono a fiotti verso il
centro con quel consueto atteggiamento di sfida alla città che tante volte
si era mostrato in momenti simili. Momenti in cui la rivolta pareva
sospendere il normale tempo della vita e, ribaltando i rapporti di potere,
rendeva padroni delle strade quei giovani subalterni che, a proprio
piacimento, ora, decidevano del destino di porte, finestre, carrozze, e di
qualunque altra cosa o persona venisse a trovarsi sul loro cammino.
In Parma nuova gli scioperanti se la presero con la caserma dei
carabinieri, mandandone in frantumi i vetri; poi, ritornati in Oltretorrente,
alcuni si diedero a rompere le lampade. Nel buio, quindi, per quel giorno
fu sedato quell’istinto alla ribellione che già tante volte era straripato da
manifestazioni più o meno organizzate, più o meno consapevoli, e che dai
conservatori, come anche dai socialisti riformisti, veniva identificato solo
come una forma di vandalismo, di teppismo. «Tutto sarebbe passato
tranquillo ed ordinato» – scriveva «L’Idea» – il giornale delle
organizzazioni sindacali riformiste aderenti alla Cgdl – «se se ne toglie
                                                                                                                                            
Giudiziaria», ACS, MI, DGPS, CA, 1914, b. 24, fasc. “Parma”, Relazione del questore, 15 giugno
1914.
222

l’opera di pochi sconsigliati che non ragionano e non vogliono ragionare


e sbucano sempre fuori in simili frangenti per rompere vetri e
abbandonarsi ad atti di vandalismo incivili»12. Era questo riaffiorare di
elementi spiccatamente arcaici nella forma della protesta che risultava
estraneo e impenetrabile ai commentatori socialisti.
L’indomani – 10 giugno – vista l’agitazione diffusa, il prefetto decise di
proibire il comizio che doveva tenersi in piazza Garibaldi e qualsiasi altra
forma di manifestazione pubblica. La città era traboccante di forze
dell’ordine, pattuglie di soldati e carabinieri con la baionetta in canna
controllavano le vie principali e i ponti, mentre in piazza erano
acquartierati diversi reparti di truppa; «pareva un sogno!» scriveva la
«Gazzetta di Parma» finalmente paga nelle sue pretese di controllo e
ordine13. Ma proprio queste misure preventive contribuirono ad
accendere nuovi fermenti negli ambienti popolari e, mentre i dirigenti
della Camera del Lavoro tentavano in Questura di chiarire le ragioni di
quei divieti, gruppi di popolani armati di sassi presero a riunirsi in vari
punti della città e a prendere di mira carabinieri e soldati che
rispondevano con cariche e arresti. Un disordine diffuso, che dovette
innervosire non poco le forze dell’ordine se, a tarda mattinata, giunsero
ad arrestare anche gli attacchini che, sui muri vicini alla piazza,
affiggevano un manifesto voluto e diffuso dal sindaco, nel quale il
vecchio e avveduto Giovanni Mariotti – a capo di una lista di radicali e
socialisti che ormai conosceva lo spirito della sua città e tante volte aveva
dovuto affrontarne le turbolenze – giustamente timoroso di nuovi e
peggiori eccessi, invitava i suoi concittadini alla calma in nome di un
dolore comune per ciò che era accaduto14.
Ma se per Mariotti i fatti di Ancona erano fonte di lutto e di dolore,
molto di più essi rappresentavano per le classi popolari che, in quegli
uomini uccisi dallo Stato, leggevano un’aggressione a sé, al proprio
patrimonio di ideali, alla propria volontà di emancipazione. Non erano
dunque solo dolore e lutto che serpeggiavano tra i borghi di Parma, come
di tante altre città, ma rabbia, desiderio di riscatto e voglia di farla finita,
una volta per tutte, con la violenza del potere. Contro tutto ciò poco
potevano gli appelli del sindaco.

                                                            
12
La protesta in città, «L’Idea», 13 giugno 1914.
13
Due giornate di sciopero generale, «Gazzetta di Parma», 11 giugno 1914.
14
Manifesto firmato dalla Giunta e dal sindaco Mariotti e pubblicato in Due giorni di sciopero
tumultuoso a Parma – Il manifesto del sindaco, «Il Presente», 11 giugno 1914.
223

In Oltretorrente, nei pressi della Camera del lavoro, dove più volte le
forze dell’ordine avevano ricacciato i dimostranti che tentavano di
attraversare ponte e passare nella città borghese, la folla si mise ad
abbattere la cabina delle tramvie e la fontana, a scardinare i tabelloni
delle affissioni e i portoni di diverse case circostanti e, con tutti questi
materiali, eresse una barricata per chiudere l’ingresso al quartiere dal
ponte. Sulla cima, poi, vi venne issata una bandiera rossa che,
sventolando innanzi alla truppa schierata dall’altra parte del ponte,
rimarcava, anche sul piano simbolico, una frontiera nel controllo militare
e politico del territorio.
Poco dopo, quello stato di raggelata tensione che separava i due fronti si
sfogò all’apparire di un gruppetto di ufficiali della vicina Scuola di
Applicazione di fanteria che aveva sede nel Giardino pubblico, a pochi
passi dalla Camera del lavoro. Al loro comparire si levarono fischi e
insulti e al contegno minaccioso della folla i militari risposero sparando
colpi di rivoltella, uno dei quali colpì un giovane operaio. Tanto bastò per
suscitare il finimondo. I popolani si avventarono inferociti verso gli
ufficiali – che nel frattempo si erano rifugiati in una casa – assalendo il
portone e cercando di scardinarlo, mentre i soldati, dalle finestre che
davano sul torrente, chiedevano aiuto alla truppa ferma sul ponte. Solo
l’intervento di De Ambris e di altri dirigenti della Camera del lavoro, che
a fatica riuscirono a raggiungere il portone su cui la folla si era scagliata,
riuscì a riportare la calma.
Intanto, cavalleria e truppa avevano preparato l’assalto e, poco dopo, i
soldati si avventarono contro la barricata e la folla lì radunata,
sgomberando le strade armi in pugno e scortando via gli ufficiali liberati.
Questa incursione agitò ancor più i popolani che si scaraventarono contro
tutto ciò che, in qualche modo, aveva legami, anche solo simbolici o
ideali, con la città borghese. Alcuni dapprima staccarono la croce della
chiesa delle Grazie e, irroratala di petrolio, le diedero fuoco, poi, sul
ponte di Mezzo, distrussero la cappellina di San Giovanni Nepomuceno,
gettando la statua decapitata del santo nel torrente. In massa, poi, si
diressero verso la piazza ma furono subito fermati da una violenta carica
di lanceri che, coi cavalli al galoppo, costrinsero i dimostranti a ritirarsi
di là dall’acqua, mentre alcuni soldati, per la veemenza dell’assalto,
caddero da cavallo.

Questa vista – scrisse il commissario di Pubblica sicurezza che dirigeva


le operazioni in piazza Garibaldi – eccitò gli animi dei nazionalisti che
nel frattempo in grandissimo numero permanevano dietro i vari cordoni
224

di truppa in piazza Garibaldi. Costoro, eccitatissimi, si riunirono ed


improvvisarono una dimostrazione favorevole all’esercito ed alle
istituzioni […]. Dopo di ciò si gittarono contro i cordoni di truppa per
sfondarli ed attaccarono essi stessi gli scioperanti che, intanto, si erano
riuniti di nuovo sul ponte di mezzo ed avevano iniziata una violentissima
sassaiola contro la forza pubblica15.

Dietro la cavalleria, dunque, questa volta non c’erano solo le truppe di


fanteria ma anche un nutrito gruppo di borghesi armati di rivoltella. E ciò
non fece che esasperare gli animi, rendendo vani i tentativi di De Ambris
e degli altri sindacalisti di richiamare «la turba a più miti consigli». La
voce che gruppi di giovani borghesi, e di “volontari lavoratori” legati
all’Agraria, «dietro i triplici e quadruplici cordoni delle truppe,
manifestassero propositi di sostituirsi alla forza pubblica troppo fiacca,
perché non sparava», imbestialì la folla che, dall’imbocco del ponte,
prese a lanciar sassi sulla cavalleria dall’altra parte del torrente16.

In quel momento così grave – proseguiva il rapporto del commissario –


fu mio obiettivo d’impedire ad ogni costo che i nazionalisti infrangessero
i cordoni, in modo da impedire che invadessero la via Mazzini e, nello
stesso tempo, opporre la maggior possibile resistenza alla massa dei
dimostranti di Oltre Torrente per impedire che varcassero il ponte. Io
stesso percorrendo continuamente via Mazzini (che tenevo sempre
rigorosamente sgombra) mi portavo ora sul fronte impegnato coi
nazionalisti in piazza Garibaldi, ora su quello degli scioperanti alla base
del ponte di mezzo, poi permanendo in quest’ultima zona, ove la
posizione facevasi sempre più critica, sia per la violenta sassaiola che
colpiva le forza pubblica non riparata, sia per la forte eccitazione degli
animi degli scioperanti, decisi a qualunque costo di affrontare la
dimostrazione nazionalista17.

Le cronache de «Il Presente» e de «L’Internazionale» non esitarono a


identificare quei borghesi armati come giovani agrari e “volontari
lavoratori”, mentre la «Gazzetta» tentò di minimizzare i toni e le
                                                            
15
ACS, MI, DGPS, CA, 1914, b. 24, fasc. “Parma”, Richiesta di gratificazione del commissario di
Ps, s.d.
16
Due giorni di sciopero tumultuoso a Parma – L’ultimo episodio, «Il Presente», 11 giugno 1914.
17
ACS, MI, DGPS, CA, 1914, b. 24, fasc. “Parma”, Richiesta di gratificazione del commissario di
Ps, s.d.
225

responsabilità dell’associazione padronale definendoli soltanto cittadini


stanchi delle violenze popolari. Tuttavia, il coinvolgimento dell’Agraria
era ben chiaro anche alle autorità che, nei loro rapporti al Ministero
dell’Interno, definirono quegli aggressori in borghese quali erano. Anzi
proprio la loro intromissione nei disordini forniva ulteriore motivo di
preoccupazione per il prefetto che, impegnato ora a gestire l’ordine
pubblico su due fronti, richiedeva al Ministero uomini e rinforzi:

I fatti gravissimi di ieri sera hanno destato una eccitazione pericolosa negli
animi perché, mentre da una parte i sovversivi raccolti alla Camera del Lavoro si
propongono ulteriore resistenza e oltraggi e ribellione alla Forza, dall’altra i
cittadini, e gli Agrari in ispecie, malgrado le mie ripetute raccomandazioni,
stanno armandosi fin da ieri sera per proprio conto. In questo momento la
posizione di Parma è gravissima, massime se si tien conto degli inveterati odi
del 1908 ed è perciò che io nuovamente mi raccomando per avere qui nel minor
tempo possibile 200 carabinieri […] 50 guardie.18

Nemmeno per il prefetto, dunque, il 1908 era molto lontano e,


soprattutto, affatto dimenticato: gli stessi uomini, animati dagli stessi
rancori, si ritrovavano sulle due sponde del torrente a contendersi il
controllo della città, col fatto relativamente nuovo, però, che gli ambienti
agrari si erano nel frattempo irrobustiti sventolando il vessillo del
patriottismo nazionalista.
In Parma nuova l’agitazione di giovani borghesi era cominciata a
crescere fin dal primo pomeriggio quando venne contestato il sindaco
Mariotti di ritorno dall’Oltretorrente dove era stato per tentare di mediare
una soluzione con la Camera del Lavoro. Mentre rientrava al palazzo
municipale, una folla di uomini lo aveva circondato, pretendendo che, a
fianco delle bandiere abbrunate, egli facesse esporre le bandiere nazionali
in segno di protesta per gli agenti e i militari feriti in quei due giorni di
disordini. Era poi stato anche il contegno della forza pubblica a irritare gli
agrari, un contegno giudicato troppo tollerante, troppo permissivo, troppo
debole, bisognoso, in qualche modo, di uno sprone da parte di chi, al
contrario, non aveva titubanze sul da farsi, impaziente di porre
energicamente fine al conflitto sociale. E quella loro prima apparizione

                                                            
18
ACS, MI, DGPS, CA, 1914, b. 24, fasc. “Parma”, Trascrizione della relazione telefonica del
prefetto 12 giugno 1914.
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dietro i soldati non era stata che una malaugurante avvisaglia di quanto
sarebbe invece accaduto la sera successiva19.
Ma intanto, quella seconda giornata di sciopero volgeva al termine,
lasciando la città in preda a tensioni che non accennavano a diminuire,
nonostante De Ambris avesse indicato la fine della mobilitazione allo
scadere della mezzanotte. Da un lato del fiume rimanevano i popolani, a
discutere animatamente su quale atteggiamento tenere verso le
provocazioni degli agrari e verso le indicazioni di ripresa del lavoro che
venivano dai dirigenti e che, per la verità, non avevano suscitato grandi
entusiasmi. Dall’altro lato, in Parma nuova, si organizzavano gruppi di
borghesi armati, a scorazzare per le vie del centro, ad aggredire gli operai
che diffondevano i manifestini che annunciavano la fine dello sciopero, e
a dimostrare la propria ostilità, con tanto di spari intimidatori, anche
verso la tipografia de «Il Presente» che, in quei giorni, aveva denunciato
la violenza delle cariche delle forze dell’ordine. Che lo sciopero finisse o
continuasse, ormai, non aveva più molta importanza.

L’annoso odio dei leghisti contro i liberi lavoratori, – faceva notare il


questore Bianchi – l’incidente avvenuto fra gli Ufficiali e gli scioperanti
ed il ferimento del Longhi, la manifestazione contro «Il Presente», la
uscita della teppa, mantenevano in città uno stato di agitazione e di
preoccupazione, foriero di avvenimenti gravi20.

In vista di nuovi disordini, il prefetto fece disporre presidi armati a tutti


gli edifici pubblici e in piazza Garibaldi e pattuglie di soldati nelle strade
principali. Così il sole si levò sulla città in quella terza giornata che,
sebbene con la ripresa del lavoro presentasse un aspetto quasi ordinario,
non tardò a mostrare i segni di un nervosismo ancora vivo. Fin dal
mattino si verificarono vari incidenti, «sintomi – secondo il questore –
che l’agitazione non era cessata»21. Risse tra popolani e giovani borghesi
che tentavano di avventurarsi oltre i ponti si susseguirono per tutta la

                                                            
19
Scriveva per l’appunto il questore Bianchi che «gli eccessi dei dimostranti ed il contegno calmo e
sereno della forza pubblica, provocarono una reazione da parte dei cittadini che vollero fare una
contromanifestazione in Piazza Garibaldi. […] Presentando pericolo di conflitto con i sindacalisti,
per evitare conseguenze che avrebbero potuto essere incalcolabili, per gli odi che covano, venne
provveduto a contenere ogni e qualsiasi manifestazione ed impedirla», ACS, MI, DGPS, CA, 1914,
b. 24, fasc. “Parma”, Relazione del questore, 15 giugno 1914.
20
Ibidem.
21
Ibidem.
227

giornata. «Si arrivò al punto che nessuna persona vestita per bene poteva,
ieri e ieri sera, permettersi di rincasare oltre i ponti senza dar conto del
proprio essere a dei teppisti irrompenti sul percorso», disse esagerando
forse i toni il prefetto che, come il questore, mirava a presentare quei
tafferugli come aggressioni, senza alcun motivo apparente, ai giovani
perbene, a «studenti, a coloro che erano ben vestiti, a quelli che
sembravano appartenere al partito dell’ordine»22. In realtà, come il
questore stesso poi indicò raccontandone i dettagli, gran parte degli
scontri erano accaduti in prossimità dei ponti dove i popolani, dopo
quanto accaduto il giorno precedente, vivevano la comparsa di chiunque
avesse aspetto di borghese come una provocazione da respingere oltre il
torrente. Quegli incidenti, dunque, non erano altro che il segno della
distanza irriducibile che separava due mondi, colma, ormai, di
intolleranza reciproca e che, nello scontro, trovava la sua dimostrazione
più concreta.
Nel frattempo, alla Camera del lavoro erano arrivati Maria Rygier e
Umberto Pasella con notizie di quanto stava accadendo in Romagna;
notizie che sommate all’irrequietezza diffusa in città, e al fatto che i
ferrovieri continuavano lo sciopero, spinsero De Ambris ad invitare i
lavoratori a riprendere l’agitazione.

Anche le notizie pervenute da altre città – commentava «L’Idea» –


avevano finito a produrre fermento. Si parlava di repubblica in Romagna,
e di stazioni incendiate. L’agitazione era tutt’altro che terminata. I
ferrovieri avevano aderito al movimento e queste notizie provocavano
fermento23.

Un fermento, dunque, che gli stessi sindacalisti gestivano con difficoltà,


come anche quella inversione di rotta sembrava dimostrare. Per due
giorni, infatti, più che a dirigere la rivolta essi si erano affannati ad
inseguirla, cercando di non perdere, da un lato, la fiducia della folla e,
dall’altro, il controllo delle schiere più turbolente che rischiavano di
rendere più dura la risposta dello Stato. Era stato lo stesso De Ambris, ad
esempio, il giorno precedente, a schierarsi sulla soglia della casa di via
Farnese presa d’assalto dalla folla e a patteggiare la liberazione degli
                                                            
22
ACS, MI, DGPS, CA, 1914, b. 24, fasc. “Parma”, Trascrizione della relazione telefonica del
prefetto, 12 giugno 1914 e Relazione del questore, 15 giugno 1914.
23
La protesta in città – Gravi fatti. Due nuovi feriti a morte, «L’Idea», 13 giugno 1914.
228

ufficiali che vi si erano rifugiati; era stato ancora De Ambris a contrattare


col questore il rilascio degli arrestati per evitare peggiori disordini. Ed era
ancora lui che, una settimana dopo, facendo un bilancio di quei giorni si
trovava ad ammettere:

Noi che sentiamo la fatale necessità della violenza per la soluzione dei conflitti
sociali, ci dibattiamo continuamente in una tragica contraddizione. Tutto l’anno
si predica il dovere dell’azione eroica e della consapevole non metaforica
rivolta; ma poi quando il momento auspicato del risveglio proletario viene e la
massa cessa d’esser prona e si leva negli impeti sublimi del più puro ardor di
sacrificio, siamo ancora noi che accorriamo per contenere lo slancio superbo,
per quetarne la tempesta di sdegno. Così neghiamo in un giorno tutta la
propaganda fatta durante lunghi mesi. La massa ci guarda sorpresa e disorientata
con gli occhi interrogatori: Foste voi ad indicarci la via ed ora che vogliam
percorrerla ci dite di tornare indietro? Ebbene sì. Confessiamo la nostra colpa;
confessiamola per purgarcene.24

Mentre l’Oltretorrente ribolliva di umori contrastanti, un’analoga


agitazione pervadeva la parte borghese della città, nei cui caffè
incalzavano i racconti, più o meno enfatizzati, delle aggressioni popolari
e, al tempo stesso, montava il malumore verso le autorità che non si
decidevano ad usare la mano forte. E il culmine della tensione si
raggiunse in serata quando, a ridosso del ponte, tre ufficiali della Scuola
d’Applicazione vennero presi a sassate da alcuni giovani al di là del
fiume. Immediatamente, in loro soccorso giunsero dalla vicina piazza non
solo soldati e agenti ma anche «un gruppo di cittadini indignati» – così li
definì questa volta il questore – che «impugnate le rivoltelle risposero al
fuoco, respingendo gli aggressori fin presso il Ponte»25. Ancora una volta
il funzionario regio si trovò a dover giustificare ai suoi superiori
un’azione poco giustificabile, soprattutto alla luce delle indicazioni
governative che, fin dal primo giorno della mobilitazione, avevano
impartito istruzioni perché i moti non fossero fomentati da reazioni e
repressioni troppo severe26. In quel momento, invece, soldati e civili,
                                                            
24
A. De Ambris, Dopo la bufera, «L’Internazionale», 20 giugno 1914.
25
ACS, MI, DGPS, CA, 1914, b. 24, fasc. “Parma”, Relazione del questore, 15 giugno 1914.
26
Il commissario di Ps, ad esempio, affermò che fin dal primo giorno dei disordini aveva ricevuto
indicazioni di «non ostacolare gli eventuali comizi e le pubbliche dimostrazioni che si sarebbero
fatte dagli scioperanti», ACS, MI, DGPS, CA, 1914, b. 24, fasc. “Parma”, Richiesta di
gratificazione del commissario di Ps, s.d. Ugualmente il prefetto affermò di aver seguito le
indicazioni del presidente del Consiglio, tentando di contenere i moti senza reprimerli nel sangue:
 
229

insieme, correvano armati verso il ponte, sparando verso l’Oltretorrente


quasi totalmente al buio. «La città rintronò di fucilate terribili, continue,
ripetute, per molto tempo»27. I soldati sparavano per le strade ad altezza
uomo e verso i tetti, mentre l’oscurità diffusa accresceva la drammaticità
della situazione:

Era qualche cosa di più di una repressione armata ed autorizzata – commentava


indignato «Il Presente» – erano invece ufficiali e borghesi che agivano
individualmente soppiantando la forza pubblica e l’autorità di Pubblica
sicurezza, che già era stata qualificata inetta per l’atteggiamento calmo e passivo
di fronte all’atteggiamento della folla.28

Anche da Parma vecchia, secondo alcuni testimoni, si levarono degli


spari. Una vera e propria battaglia, raccontava «Il Presente», con
«giovanotti che camminavano carponi protetti dalla curva del ponte e poi
sparavano», mentre altri erano «protetti dagli angoli delle case»29:

Cosa avvenne il quel buio profondo? Il 20 giugno 1908 una scena identica si era
verificata, ma allora vi era la luce, ieri il buio era profondo, spente tutte le luci.
La scena era solo illuminata dai bagliori sinistri delle scariche. Ci assicurano che
molte di queste erano dirette in alto, forse ai tetti, memore la forza pubblica di
quanto era avvenuto in tutti i disordini dell’Oltretorrente.30

Giungevano intanto altri reparti del 61° Fanteria, carabinieri e


funzionari di Pubblica sicurezza. In tutte le caserme venne fatto suonare

                                                                                                                                            
«Uniformandoci ai criteri espressi da S.E. il presidente del Consiglio, è stata mia cura di fare in
modo che le rivoluzionarie manifestazioni fossero contenute senza che i tentativi di sopravvento
degli elementi sovversivi scatenatisi compatti, fossero repressi nel sangue. Le disposizioni
energiche da me prese, mentre da un lato mi dettero i mezzi di fronteggiare il movimento e
dominarlo, dall’altro le istruzioni tassative impartite ebbero per risultato di evitare nuovi fatti gravi
e vittime che nell’ambiente eccitatissimo di questa città nei dolorosi giorni, avrebbero potuto
provocare ulteriori disordini con incalcolabili conseguenze qui e nell’Italia», ACS, MI, DGPS, CA,
1914, b. 24, fasc. “Parma”, Relazione del prefetto, 15 giugno 1914.
27
La protesta in città – Gravi fatti. Due nuovi feriti a morte, «L’Idea», 13 giugno 1914.
28
Una serata di fucilate nell’Oltretorrente, «Il Presente», 12 giugno 1914.
29
La calma è ritornata nell’Oltretorrente – L’intervento della truppa, «Il Presente», 13 giugno
1914. «I rivoltosi, approfittando della favorevole posizione che tenevano alla sommità del Ponte, si
trascinavano carponi e protetti dalla schiena del ponte e dalla completa oscurità per la estinzione
delle lampade elettriche fracassate, continuarono ad esplodere contro la truppa ed i funzionari colpi
di rivoltella ed a lanciare grossi ciottoli», ACS, MI, DGPS, CA, 1914, b. 24, fasc. “Parma”,
Relazione del questore,15 giugno 1914.
30
Una serata di fucilate nell’Oltretorrente, cit.
230

l’allarme e tutti i soldati furono fatti uscire a rinforzare i cordoni che


separavano le due città. I ponti vennero sbarrati mentre le stazioni dei
carabinieri di borgo Salici e Santa Croce furono sgomberate.
L’Oltretorrente rimase totalmente isolato, chiuso a chiunque, persino ai
giornalisti che dovettero attendere il giorno dopo per conoscere l’esito
della battaglia. Di nuovo, sembrava avanzare lo spettro del 1908:

L’accerchiamento della truppa alla Camera del Lavoro – scrisse


«L’Internazionale» – ci fece dubitare per un momento che i cosidetti “volontari
lavoratori” fossero riusciti nel loro intento. Pensammo cioè che, come nel 1908,
si tentasse la retata in massa. E allontanammo subito gli organizzati evitando
così nuovi disordini che sarebbero stati altrimenti inevitabili. Accerchiata la
Camera del Lavoro, occupata la Rocchetta, fatti salire sui tetti i soldati,
impostato un riflettore sul Ponte di Mezzo, l’autorità militare separava così le
parti in contesa ed i tumulti avevano fine.31

Totalmente al buio, intanto, l’Oltretorrente contava i feriti – parecchi –


anche se nessuno si recò all’ospedale pubblico per timore di esser
denunciato. Molti feriti e un morto, Orfeo Rosi, uno dei tanti lavoratori
dai mille impieghi precari che affollavano i borghi, colpito a morte di
fronte alla chiesa dell’Annunciata a poche decine di metri dal ponte.

4. La città stordita

Il mattino seguente la città stordita si trovò di fronte i segni della


battaglia, molte lampade rotte, sassi strappati alla strada, tracce di
proiettili sui muri e sulle insegne dei negozi nelle strade vicine al ponte.
Qua e là capannelli di persone, curiosi, giornalisti. «Fioriture di episodi,
racconti di spaventi provati» si dipanavano tra un borgo e l’altro, annotati
sui taccuini dei reporter di diversi giornali d’Italia che si trovarono,
ancora una volta, a raccogliere commenti, testimonianze, racconti delle
gesta di quell’ormai famosa gente32.
Per non rischiare nuovi disordini, la Camera del Lavoro era rimasta
chiusa mentre grossi reparti di truppa occupavano il quartiere. La sera
precedente, poi, erano giunti in soccorso alle guarnigioni cittadine anche

                                                            
31
Le giornate rosse di Parma – La tragica serata, «L’Internazionale» 20 giugno 1914.
32
La calma è ritornata nell’Oltretorrente, «Il Presente», 13 giugno 1914.
231

il 28° e il 10° Artiglieria da Berceto e Piacenza; molti soldati furono fatti


salire sui tetti, altri vennero disposti sui ponti e sui palazzi vicini. Truppa
ovunque.

Oltre Torrente è ancora rigurgitante d’armati. Soldati ovunque: Per le strade e


sui tetti delle case. Sembriamo proprio in stato di guerra. Tutto questo grottesco
apparato di forza è completamente ingiustificato e ci sembra che serve a
mantenere eccitati gli animi dei cittadini piuttosto che a calmarli.33

E per timore di nuovi conflitti, gli ufficiali della Scuola di Applicazione


che vivevano in Oltretorrente furono fatti traslocare nella città borghese,
scortati dai militari:

Ora se per disgrazia accadesse che un ufficiale della Scuola e dell’Esercito


avesse a patire ulteriore offesa o danno personale ad opera dei sovversivi, si può
essere certi che i 500 ufficiali addetti alla Scuola di Applicazione
insorgerebbero, come un sol uomo, per scendere nell’Oltre Torrente a rivoltella
spianata a cercarvi gli offensori e non sarebbero soli perché indubbiamente
avrebbero alleati, nel loro slancio, i così detti “liberi lavoratori”. Da
quell’unanime slancio, decisamente, si avrebbe in Parma il principio di una
guerra civile con le più sinistre conseguenze.34

A questa decisione, dunque, il prefetto sembrò spinto soprattutto dal


timore della reazione che un qualsiasi altro gesto del quartiere verso gli
ufficiali avrebbe potuto suscitare nei «così detti “liberi lavoratori”», cioè
in quei giovani borghesi legati all’Agraria che sembravano non attendere
altro che un’occasione per dar corpo a quella carica antisocialista e
antipopolare che da anni ne pervadeva gli ambienti e che, in sé,
prefigurava tutta l’asprezza del futuro biennio nero.
Ma di mezzo doveva esserci la Grande guerra e, prima ancora, i lunghi
mesi della neutralità italiana, durante i quali la radicalità di questo
conflitto sembrò smussarsi progressivamente nell’ebollizione
interventista che, a partire dall’autunno 1914, pervase sia gran parte
dell’Oltretorrente che la città borghese. Entrambi gli ambienti, infatti, si
trovarono a convergere su posizioni che, se rimanevano profondamente
distanti nelle motivazioni e negli obiettivi di lungo periodo, si

                                                            
33
Finiamola!, «L’Idea», 20 giugno 1914.
34
ACS, MI, DGPS, CA, 1914, b. 24, fasc. “Parma”, Relazione del prefetto, 16 giugno 1914.
232

incontrarono nella volontà di spezzare le titubanze del governo italiano e


di spingerlo a prender parte al conflitto europeo.
233

Roma e Firenze
di Alessia Pongetti

1. La sinistra a Roma: la crescita dell’anarchismo

Contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, la Roma di fine


Ottocento – inizio Novecento risulta essere una delle città più trascurate
dalla storiografia, soprattutto dal punto di vista sociale. A tale mancanza
da parte degli storici sarebbe quindi da attribuire la colpa di un’immagine
erronea e quasi totalmente fittizia della Capitale, che per molto tempo è
stata accreditata come reale: tradizionalmente, infatti, Roma veniva
descritta come una città «tranquilla», abitata da burocrati e impiegati;
«una società priva di una classe operaia numerosa e combattiva e
fortemente controllata dalla polizia, che per volontà dei governi impone
un rigidissimo controllo sull’ordine pubblico»1.
In realtà, come negli ultimi due decenni gli storici hanno cercato di
dimostrare, la situazione era ben diversa. Nonostante la ferma volontà
della classe dirigente di tenere la città lontana dallo sviluppo industriale2,
«che avrebbe rischiato di portare gli inevitabili conflitti operai accanto ai
palazzi del potere»3, fu proprio la società che si formò in seguito a questa
decisione ad indirizzarsi verso l’anarchismo. In una società di «servizi, di
uffici e di disoccupati», gli operai non avevano alcun valore e pertanto
non potevano considerarsi tra le pedine principali dello sviluppo
economico; inoltre, anche le categorie storicamente «più combattive»,
quelle dei tipografi e degli edili, erano limitate da «forti gelosie
professionali», che le spingevano a mantenere il loro tipico carattere
                                                            
1
A. Osti Guerrazzi, Prefazione, in R. Carocci, Roma sovversiva: Anarchismo e conflittualità
sociale dall’età giolittiana al fascismo (1900-1926), Roma, Odradek, 2012, pp. 5-6.
2
Carocci, Roma sovversiva, cit., p. 41.
3
P. Morelli, Quando Roma aveva il suo romanzo anarchico, «L’antifascista», 29 novembre 2013,
testo disponibile al sito: http://www.anppia.it/giornale/2013/11/29/quando-roma-aveva-il-suo-
romanzo-anarchico/.
234

corporativo.

A un siffatto proletariato urbano, mal si adattava il classico approccio


socialista – riconosce Roberto Carocci – Lontani dalla rigida disciplina
d’industria, i lavoratori romani erano maggiormente interessati alla
risoluzione immediata dei loro bisogni materiali e si lasciavano poco
affascinare dalla suggestione riformista e dalla mediazione di tipo
politico o sindacale. Piuttosto, per la loro particolare composizione, le
classi subalterne capitoline erano facilmente attratte dalla proposta
libertaria, mostrando una chiara predisposizione all’azione diretta e a
forme di lotta anche violente. In particolare, negli anni ottanta
dell’Ottocento, «attraverso l’esperienza dell’anarchismo», riuscirono a
«trovare la via dell’organizzazione di classe, fino allora invano tentata4.»

La «vena ribelle» di un proletariato in realtà vivace emerge facilmente


da uno studio più attento delle fonti archivistiche e giornalistiche:
esistevano, infatti, ben due Camere del lavoro e decine di luoghi di
ritrovo – come la Casa del Popolo – localizzati non solo in quartieri
popolari, ma addirittura in pieno centro. All’attività politica e sindacalista
si affiancava poi quella violenta e rivoluzionaria, dovuta a contrasti di
classe capaci di trasformarsi «in tumulti repressi con estrema brutalità
dalle forze dell’ordine»5.

Già negli anni settanta dell’Ottocento era frequente sentir parlare di


anarchismo: fin dalla proclamazione di Roma come capitale, infatti, gli
anarchici avevano trovato una «base sociale ideale» nel mondo dei
disoccupati, degli operai spesso senza alcun tipo di esperienza, degli
artigiani poveri. La crisi edilizia di quegli anni contribuì allo sviluppo
dell’elemento libertario, che riuscì a coinvolgere il popolo in sommosse
spesso eccessivamente radicali: gli organismi dei lavoratori erano ancora
troppo deboli e incapaci per garantire la riuscita di uno sciopero, e per
questa ragione, alla guida delle agitazioni si ponevano i capipopolo, che
cercavano di «agire per la risoluzione immediata dei bisogni materiali»6.

                                                            
4
Carocci, Roma sovversiva, cit., pp. 41-43. Carocci cita Luciano Carfagna, Anarchismo e
socialismo a Roma negli anni della “febbre” edilizia e della crisi (1882-1891).
5
Osti Guerrazzi, Introduzione, in Carocci, Roma sovversiva, cit., p. 7.
6
Ibidem, pp. 11-12.
235

Il duro atteggiamento repressivo delle forze dell’ordine, però, spinse il


movimento anarchico, ancora troppo giovane, ad agire secondo due linee
differenti: sebbene gli strati più umili della popolazione fossero più legati
all’attività cospirativa, alcuni libertari scelsero di associarsi al Fascio dei
lavoratori, al Partito socialista e al Circolo socialista italiano, «al fine di
garantirsi uno spazio di agibilità politica e propagandistica»7.

Con la crisi di fine secolo e l’attentato al re Umberto I, l’anarchismo


divenne infine una parte integrante del movimento operaio romano, «una
sua espressione, in qualche modo, naturale», riuscendo a forgiare, grazie
alla sua propaganda e con l’indiretto aiuto di un socialismo troppo
debole, intere generazioni di agitatori e sovversivi, che avrebbero reagito
alla loro emarginazione con «un’opposizione latente capace di
manifestazioni improvvise»8. In quegli anni, «la morsa poliziesca si
allentò», gran parte degli anarchici furono scarcerati ed iniziarono ad
organizzare conferenze ed incontri, in particolar modo nelle Marche, in
Toscana, in Emilia Romagna e Lazio9: la stessa Roma, dunque, «si
affaccia[va] per la prima volta con un movimento straordinariamente
consistente e impegnato» nel panorama dell’anarchismo nazionale10.
Nel programma dei capitolini si inseriva la proposta di Enrico
Malatesta, riguardante la fondazione di un organismo unitario che
sarebbe servito a collegare la direzione insurrezionale dell’anarchismo
con quella partitica, tipica invece dei socialisti. Nell’estate del 1897
nacque così la Federazione socialista anarchica del Lazio, che, a
prescindere dalle molteplici difficoltà incontrate a causa delle misure
repressive e dell’organizzazione territoriale, apparve subito intenzionata
ad esporsi in prima linea11. Nel Programma socialista-anarchico, infatti,
la Federazione rivendicava per gli anarchici il diritto «all’esistenza come
pubblico e civile partito», che avrebbe combattuto «contro l’arbitrio e la
violenza governativa». In più, i firmatari aggiungevano che:
                                                            
7
Ibidem, p. 15, in nota.
8
Ibidem, pp. 15-17.
9
Carocci, Roma sovversiva, cit. pp. 28-29.
10
P.C. Masini, Storia degli anarchici italiiani, cit. in ibidem, p. 29.
11
Carocci, Roma sovversiva, cit., pp. 29-34.
236

Errano coloro che quando ci diciamo rivoluzionari, credono che il nostro intento
sia di imporre ad un tratto, con la violenza, uno stato di cose anarchico. Noi
invece vogliamo andare verso l’anarchia per la strada della libertà, non per
quella dell’autorità e della violenza.

Considerato, inoltre, che la loro intenzione era «convincere, non […]


costringere», la via migliore per raggiungere l’obiettivo rimaneva quella
dell’associazionismo sindacale. Attraverso «le armi civili
dell’organizzazione, della propaganda e dell’azione popolare collettiva»,
la Federazione incitava quindi a scendere in prima linea e a
«combattere»12.

Il documento in questione suscitò grande interesse e fu fatto proprio da


diversi gruppi laziali; nelle altre regioni italiane, invece, sorsero nuovi
circoli e leghe, la cui attività, in ogni caso, rimase molto limitata. Fu
proprio la frammentazione a cui andò incontro a segnare il destino della
Federazione, che negli anni seguenti avrebbe avuto un carattere poco più
che formale13: le sue iniziative si limitarono all’organizzazione di
conferenze e alla nascita di un settimanale a carattere nazionale,
«Alleanza Libertaria», che aveva sede a Roma14.

Accanto alla Fsal, nel 1900 venne ricostituita la Camera del lavoro: la
prudenza tipica dei socialisti e repubblicani che prevalevano all’interno di
quest’organismo, però, «mal si adeguava all’intransigenza padronale e
allo spirito di ribellione che riprendeva ad aleggiare fra i lavoratori», e la
conseguenza di ciò fu una crisi, sicuramente non inaspettata, dell’intero
sistema15.

A tal proposito, è da ricordare la «secessione» di cui si resero


protagonisti gli anarchici nel 1907, quando, insieme al gruppo
sindacalista rivoluzionario romano, uscirono dalla Camera del lavoro per

                                                            
12
Programma socialista anarchico, «Avvenire Sociale», 27 giugno 1901, cit. in ibidem, p. 34.
13
Carocci, Roma sovversiva, cit., pp. 36-40.
14
Ibidem, pp. 72-73.
15
Ibidem, p. 43.
237

contrasti di carattere politico, e fondarono l’autonoma Lega generale del


lavoro, basata su un programma radicale e rivoluzionario, che sosteneva
l’«azione diretta in tutte le molteplici forme della lotta di classe.»
L’esperimento libertario, però, non durò a lungo: già nel 1910, infatti, la
Lega decise di riunirsi alla Camera del lavoro, in primo luogo per
fronteggiare le associazioni cattoliche, che speravano di poter approfittare
delle divisioni delle forze di sinistra, e inoltre perché avevano notato il
malessere dei socialisti, dovuto all’«atteggiamento remissivo della
Cdl»16.

Per completare il quadro relativo al panorama organizzativo è infine da


citare la creazione, nel novembre del 1912, dell’Unione Sindacale italiana
da parte dei sindacalisti rivoluzionari, «in contrapposizione alla
riformista Confederazione Generale del Lavoro17», costituita da «varie
componenti dell’azione diretta e della resistenza operaia», a cui si
unirono, in parte a sorpresa, gli anarcosindacalisti di Roma,
dichiarando18:

[A] questo congresso [dove] sono convenute tutte le forze rivoluzionarie del
proletariato italiano, vi rimandiamo il nostro saluto unito a quello di tutto il
proletariato rivoluzionario romano. Auguriamo sinceramente che da questo
Congresso l’Unione Sindacale Italiana esca rafforzata di numero e di energia e
che liberata da tutti i falsi pastori, possa in tempo non lontano, combattere le più
belle battaglie per la redenzione del proletariato. A voi tutti o compagni vi
salutiamo gridando: Viva il Sindacalismo. Viva lo Sciopero Generale.19

È evidente, quindi, che a dispetto delle ottime intenzioni e la buona


volontà, la sinistra era eccessivamente frammentata e appariva incapace
di mostrare la coesione necessaria al raggiungimento dei suoi intenti.
Nonostante lo sviluppo numerico e la notevole influenza, gli anarchici
rimanevano in uno stato di disorganizzazione, di cui essi stessi si
rendevano conto20. Scrisse a tal proposito Ettore Sottovia:
                                                            
16
Ibidem, pp. 51-58.
17
L. Lotti, La settimana rossa, Firenze, Le Monnier, 1965, p. VI.
18
Carocci, Roma sovversiva, cit. p. 59.
19
Lettera del 1913, 5 dicembre, sottoscritta da Ettore Sottovia, Francesco Galeotti, Guido
Costantini, Giulio Maglioni, Domenico Evangelista, Giuseppe Meucci, Antonio Tei, Amedeo
Trani, Pietro Verdecchi, Angelo Perella, Giovanni Zoppi, Vittorio Berrettona, Enrico Marchetti e
Artibio Galassini. Ibidem, p. 59, in nota.
20
Carocci, Roma sovversiva, cit. p. 75.
238

Il movimento anarchico è in gran parte d’Italia una bara aperta. […] È uno stato
di catalessi umiliante che pare vita e non lo è, che della vita ha le pulsazioni ma
non il moto. […] Ricercare le cause è doveroso, è indispensabile. […] È un atto
coraggioso l’analizzare le cause di una crisi che ormai nessuno può negare.21

In sostanza, insomma, socialismo, repubblicanesimo, sindacalismo e


anarchismo

erano quattro movimenti tutt’altro che concordi, e anzi fra loro ostili e polemici,
volti non a un’alleanza insurrezionale, ma orientati ciascuno per proprio conto a
«ritrovare sé stesso», a riscoprire la propria individualità ideologica dopo le
«commistioni bloccarde» e i «cedimenti riformistici». Ma tutti uniti nella
polemica contro il mondo liberale, nella comune aspirazione insurrezionale.22

2. L’eccidio di Rocca Gorga e le agitazioni successive

Parlando della Settimana rossa, Antonio Gramsci scrisse:

Se il fatto che diede origine agli avvenimenti si ebbe ad Ancona, bisogna


ricordare che l’origine risale all’Eccidio di Roccagorga, tipicamente
meridionale, e che si trattava di opporsi alla tradizionale politica di Giolitti, ma
anche di tutti gli altri partiti, di passare immediatamente per le armi i contadini
meridionali che elevassero una protesta pacifica, contro il malgoverno e le
cattive amministrazioni di tutti i governi.23

Il 6 gennaio del 1913, infatti, la popolazione di Rocca Gorga, un paese


della provincia romana, insorse contro il governo di Giolitti,
manifestando il proprio malcontento per una situazione politica,
economica, ma soprattutto igienico-sanitaria, divenuta ormai
insostenibile24. «La popolazione nei suoi elementi più impulsivi e

                                                            
21
E. Sottovia, Convegno anarchico laziale, cit. in ibidem, p. 75.
22
Lotti, La settimana rossa, cit., p. VI.
23
A. Gramsci, Quaderni dal carcere, cit. in
http://www.eccidio6gennaio.altervista.org/considerazioni.
24
http://www.eccidio6gennaio.altervista.org/eccidio.
239

suggestionabili andava covando da parecchio tempo dei rancori contro


l’amministrazione comunale ed assumeva un contegno che impressionava
la città» si può leggere nella Stampa25. L’intenzione era quella di
marciare fino alla sede del Comune e chiedere le dimissioni del sindaco e
del segretario comunale, ma gli animi si accesero quando i militari
intervennero, strappando dalle mani dei dimostranti la bandiera italiana.
A questo gesto seguirono risse e lanci di sassi da parte dei contadini, che
spinsero infine il Tenente dell’Esercito Giovanni Gregori, «forse il
protagonista maggiore, in negativo» a dare l’ordine di aprire il fuoco
sulla folla: persero la vita sette persone (tra cui un bambino di cinque
anni) e ne rimasero ferite più di trenta26.

Appena a Roma giunse la notizia dell’eccidio, i lavoratori si riunirono


in assemblea e la Camera del Lavoro deliberò che, poiché il governo
doveva considerarsi responsabile dell’accaduto, «qualunque movimento
che il Consiglio generale [avrebbe ritenuto] opportuno adottare per il
ripetersi di uccisioni di operai» sarebbe stato «giustificato»27. La risposta
di Giolitti fu pressoché immediata, come dimostrano le parole rivolte al
sottoprefetto di Frosinone:

La rivolta di Roccagorga […] è un fatto così grave che richiede una esemplare
repressione. Occorre quindi procedere ad arresti su lunghissima scala di tutti
quanti coloro che vi presero parte […] affinché la popolazione comprenda la
impossibilità che una così selvaggia ribellione vada punita.28

Le sue speranze, però, si sarebbero rivelate illusorie, perché i mesi


successivi non furono altro che un continuo susseguirsi di agitazioni
sindacali e scioperi generali dai tratti insurrezionali. A conferma del fatto
che una semplice agitazione operaia era in grado di «trasformarsi»
facilmente «in un attacco diretto, meglio se armato, nei confronti delle

                                                            
25
Una luttuosa dimostrazione popolare in provincia di Roma: un morto e vari feriti, «La Stampa»,
7 gennaio 1913.
26
http://www.eccidio6gennaio.altervista.org/eccidio.
27
L’eccidio di Rocca Gorga, «Avanti!», 8 gennaio 1913, cit. in Carocci, Roma sovversiva, cit., p. 80.
28
A. Restaini, Roccagorga città d'arte: Medaglia di bronzo al merito civile, Edizioni Associazione
Artisti Lepini, Roma 2011.
240

istituzioni statali»29, si può leggere la cronaca che «Il Pensiero


Anarchico» fece della giornata del 10 marzo 1914:

Largo a Sua Maestà il Popolo! […] Sua Maestà il Popolo travolge […] e
irrompe verso Corso Vittorio Emanuele […] non si ferma e prosegue ancora
verso Palazzo Braschi, dove risiede il Ministero dell’Interno […] il tumulto
continua ancora per un’altra buona ora […] Sua Maestà il Popolo anche questa
volta era inerme. Ma dove sarebbe giunto e quali prodigi avrebbe egli compiuto
se fosse stato armato di fucili e guidato da uomini sinceri e di fegato? Chi gli
avrebbe potuto impedire di impossessarsi di Palazzo Braschi, di Montecitorio,
del Quirinale, del Vaticano?30

3. La settimana rossa a Roma

La propaganda antimilitarista contro l’impresa coloniale in Libia e


contro le compagnie di disciplina, quindi, trovò a Roma un terreno
piuttosto fertile e non incontrò alcuna difficoltà ad intrecciarsi alle
agitazioni dei lavoratori. Il progetto degli anarchici, guidati da Malatesta,
prevedeva la promozione su tutto il territorio nazionale di cortei e comizi,
che si sarebbero tenuti il 7 giugno, prima domenica del mese, e quindi,
per tradizione, festa dello Statuto albertino.

A Roma l’invito fu accolto con fervore dal Fascio comunista anarchico


e in seguito da tutte le altre forze dell’estrema sinistra: il 30 maggio,
riunitisi alla Casa del Popolo, stabilirono di organizzare un comizio a
Porta Pia, lontano dai luoghi in cui si sarebbero tenute le celebrazioni
ufficiali e dove si presumeva che si concentrassero le forze di polizia31.
La pressante opera di volantinaggio si ritorse, però, contro i sovversivi: la
sera del 6 giugno, infatti, tutti coloro che vennero sorpresi durante
l’attività di propaganda, furono immediatamente arrestati: sarebbero stati
condannati al pagamento di una multa e alla reclusione dai quattro ai sei
mesi32.

                                                            
29
Carocci, Roma sovversiva, cit., pp. 81-82.
30
Editoriale, «Il Pensiero Anarchico», 2 aprile 1914, cit. in ibidem, p. 82.
31
Carocci, Roma sovversiva, cit., pp. 83-84.
32
Ibidem, in nota, pp. 83-84.
241

La manifestazione ebbe comunque luogo la mattina del 7, senza che la


pubblica sicurezza potesse impedirla. Secondo la testimonianza del
«Messaggero»,

Gli anarchici trovarono sul piazzale una grande quantità di guardie e di


carabinieri – agli ordini del cav. Bandelloni, comandante la squadra politica – i
quali vietarono ogni assembramento. Data la impossibilità di tenere il comizio,
tredici anarchici si allontanarono tranquillamente ed entrarono in un piccolo
caffè, al corso d’Italia, e dopo aver ordinato delle consumazioni, cominciarono a
conversare in amichevole cordialità. Ma, ecco, sopraggiungono nel locale – o
meglio irrompono, come se si trattasse di sorprendere dei cospiratori o dei
biscazzieri – agenti e carabinieri che, senza tanti preamboli, e nonostante le più
vive e giustificate proteste di quei cittadini, che evidentemente sorbendo delle
bibite non violavano alcuna disposizione di legge e non minacciavano l’ordine
pubblico, li dichiarano in arresto e li traducono al commissariato.33

Quando nella capitale giunse la notizia dei fatti di Ancona, la Camera


del lavoro proclamò immediatamente lo sciopero, in linea con le
decisioni prese in seguito all’eccidio di Rocca Gorga34. Seppur la
Confederazione avesse intenzione di avviare la serrata il martedì, il
Consiglio generale della Camera agì autonomamente: durante la riunione
del lunedì mattina, infatti, «fu deciso di pubblicare un manifesto di
protesta, poi fu discussa la opportunità dell’immediata proclamazione
dello sciopero generale», che venne deliberato «a cominciare da
mezzogiorno.» Si propose, inoltre, di rinviare i comizi elettorali in
programma nelle piazze romane, poiché «in queste ore di cordoglio […]
non debbono i candidati porre in rilievo le loro benemerenze nelle
riunioni pubbliche»35.

Terminata la seduta, poco dopo le undici, la Camera del lavoro fece


affiggere un manifesto sui muri della città, recante queste parole:

Lavoratori! Altro sangue si è sparso: l’assassinio di Ancona si aggiunge al


                                                            
33
36 arresti a Roma, «Il Messaggero», 8 giugno 1914.
34
Carocci, Roma sovversiva, cit., p. 85.
35
Lo sciopero già effettuato a Roma, «La Stampa», 9 giugno 1914.
242

martirologio del proletariato italiano. I lavoratori romani che conoscono ogni


solidarietà civile, incrocino da oggi a mezzogiorno le braccia per il lutto che li
ha nuovamente colpiti e a solenne protesta contro il ripetersi sistematico degli
eccidi proletari che solo volontà e coscienza di uomini saprà arrestare.

Lavoratori, cessate il lavoro nelle vostre officine, nei servizi pubblici, in ogni
luogo dove pulsa l’attività lavoratrice, per dimostrare ancora una volta che il
respiro della vita è in noi e in quelli che ieri caddero ad Ancona. Intervenite tutti
al Comizio che avrà luogo oggi, 8 giugno alle 17, alla Casa del Popolo. Domani,
alle 8 precise, i Comitati delle organizzazioni aderenti sono convocati alla
Camera del Lavoro per categorie.

Firmata: La Commissione direttiva.36

Già nel primo pomeriggio, quindi, il servizio tramviario venne sospeso


e i mezzi di trasporto pubblico bloccati37 («ma ancora buon numero di
carrozze circola per la città»); anche i tipografi abbandonarono il lavoro,
annunciando che i giornali non sarebbero stati stampati38. A prescindere
da questo, però, è opportuno riconoscere che la diffusione dello sciopero
era rimasta in realtà piuttosto limitata, e «la vita vi si era mantenuta quasi
normale con tutti i negozi aperti.»

La serata dell’8 giugno fece registrare anche i primi scontri: in seguito


al comizio tenutosi alla Camera del Lavoro, a cui avevano partecipato
oltre tremila lavoratori, la folla aveva cercato di raggiungere il centro
passando per via Nazionale, ma era stata fermata dalle forze di polizia39,
intenzionate a mantenere l’ordine attraverso una «cieca politica
repressiva» e ad impedire «qualunque contatto tra i manifestanti e quanti
dirigevano l’agitazione.» A ciò avevano fatto seguito sassaiole e

                                                            
36
Il manifesto dello sciopero, «La Stampa», 9 giugno 1914.
37
Lotti, La settimana rossa, cit., p. 108.
38
Il manifesto dello sciopero, «La Stampa», 9 giugno 1914.
39
Lotti, La settimana rossa, cit., pp. 108-109
243

tafferugli40. «Assistiamo a vari impressionanti episodi» raccontava il


corrispondente della «Stampa», citando, ad esempio, il caso di un soldato
caduto da cavallo e subito circondato dalla folla, che gli aveva tolto e
spezzato la sciabola41. E ancora:

Un operaio, il cui nome è rimasto sconosciuto, indignato per la brutale


repressione operata dalla forza pubblica, si è fatto contro il cordone dei
carabinieri che avevano puntato i fucili solo in atto di minaccia. Questo operaio,
toltasi la giacca l’ha buttata in faccia ai carabinieri ed apertasi la camicia ha
gridato:

– Uccidetemi se ne avete il coraggio!

L’operaio è stato allontanato da un gruppo di agenti di P.S42.

A questi episodi se ne affiancarono altri, tra i quali se ne può riportare


uno di maggiore gravità: l’onorevole Dugoni, socialista di Mantova, fu
schiaffeggiato e preso a pugni solo perché si era qualificato come
deputato43. Gli scioperanti riuscirono comunque a proseguire il loro
cammino, abbandonandosi «ad una vera orgia di brigantaggio»44, e
giunsero infine al Quirinale, dove vennero fermati e si dispersero
rapidamente dopo ulteriori scontri. Altri incidenti, di lieve entità, furono
registrati nelle ore successive, ma la pioggia impedì il degenerare della
situazione, e «a sera le strade tornano perfettamente tranquille45».

In sostanza, non era accaduto nulla di grave, o anche solo di


comparabile ai fatti di Ancona e Rocca Gorga. La partecipazione
numerica si era limitata a poche migliaia di lavoratori e la città, come si è
già detto, era rimasta piuttosto indifferente al proclama: tutti gli scontri,
anche i più violenti, si erano concentrati nelle vie intorno alla sede della
Camera del lavoro (nei pressi del Foro Traiano), senza quasi raggiungere
il resto della città. Nonostante questo, la mattina del 9, giorno per cui era
fissato lo sciopero nazionale, la prima pagina dell’«Avanti!», sotto il
titolo «Lavoratori d’Italia scioperate!» riportava la notizia di gravissimi
                                                            
40
Carocci, Roma sovversiva, cit., p. 85.
41
Cariche di cavalleria, «La Stampa», 9 giugno 1914.
42
“Uccidetemi se ne avete il coraggio!”, «La Stampa», 9 giugno 1914.
43
L’on. Dugoni ferito a pugni da una guardia, «La Stampa», 9 giugno 1914.
44
Devastazioni teppistiche, «La Stampa», 9 giugno 1914.
45
Nel centro della città, «Il Messaggero», 11 giugno 1914.
244

incidenti verificatisi a Roma. La sera precedente, infatti, il corrispondente


dell’«Avanti!» aveva telefonato a Mussolini, rivolgendogli una domanda
specifica: «Senti; gli incidenti di Roma vale la pena di gonfiarli molto?»
La risposta, naturalmente, era stata affermativa: la notizia di rilevanti
conflitti nella capitale, infatti, doveva servire da stimolo a tutti gli italiani
che si preparavano allo sciopero46.

Martedì 9 Roma si svegliò circondata da un servizio d’ordine


«imponente47», che si concentrava intorno a Palazzo Chigi, piazza
Colonna e piazza Venezia, ma in realtà «l’alba e le prime ore del mattino
della seconda giornata di sciopero sono caratterizzate dall’assenza
completa di movimento48.» Il servizio tramviario era ancora sospeso ma
la maggior parte dei negozi avevano effettuato regolare apertura49, e in
piazza Vittorio Emanuele, vari gruppi di dimostranti intimarono ai
commercianti di lasciare l’attività. Secondo le testimonianze, «qualche
vetrina va in frantumi» e «gli scioperanti, fra cui si sono infiltrati dei
malviventi, […] si sbandano per la piazza rovesciando i banchetti di
alcuni venditori di erbaggi»50.

Per quella mattina era stato indetto un comizio a Piazza del Popolo ma,
com’era prevedibile, gli accessi furono sbarrati e gli scioperanti trovati a
distribuire volantini vennero immediatamente sequestrati51. Dalla Camera
del lavoro, i dimostranti furono comunque incitati a rimanere compatti,
perché il comizio si sarebbe tenuto anche contro la volontà del governo52.
Malgrado le ingenti misure di sicurezza, l’agitazione proletaria era
impossibile da tenere sotto controllo e i negozi, per evitare ulteriori
complicazioni, si affrettarono ad interrompere i loro servizi. La mattinata
si concluse, comunque, senza incidenti di rilievo, «le misure adottate
dalla polizia hanno impedito che i dimostranti potessero aggrupparsi
anche dietro i cordoni. Piazza Colonna resta bloccata fin verso
mezzogiorno: a quest’ora la calma torna quasi completa e la circolazione

                                                            
46
Lotti, La settimana rossa, cit., pp. 109-110.
47
Ibidem, p. 111.
48
La seconda giornata, «Il Messaggero», 11 giugno 1914.
49
A Roma, «La Stampa», 11 giugno 1914.
50
In piazza Vittorio Emanuele, «Il Messaggero», 11 giugno 1914.
51
Lotti, La settimana rossa, cit., p. 111.
52
Alla Camera del Lavoro, «Il Messaggero», 11 giugno 1914.
245

è ristabilita»53.

Anche il pomeriggio trascorse abbastanza tranquillamente, le forze


dell’ordine dovettero intervenire soltanto una volta, per disperdere
qualche centinaia di uomini che avevano intenzione di raggiungere il
Quirinale passando per via del Tritone. Durante il tragitto, i contestatori
lanciarono sassi contro la ditta Coen e contro la sede del «Messaggero»54.

La Camera del lavoro, intanto, rimaneva riunita, e verso sera Monici si


affacciò da una finestra per comunicare al migliaio di scioperanti in attesa
nella piazzetta della Croce Bianca che il comizio sarebbe stato effettuato
la mattina seguente, sempre in Piazza del Popolo, nella speranza che,
«recedendo dal proposito preso, il governo tolga il già stabilito divieto.»
Al termine del discorso, i dimostranti lasciarono la piazza e si diressero
verso il centro cittadino, passando per via Alessandrina e intonando
l’internazionale. Il loro percorso fu però arrestato dalla carica dei
carabinieri, che spinse la folla a ritirarsi nei vicoli e a dare inizio ad un
violento tiro di sassi e selci nei loro confronti, a cui fece seguito la
costruzione di una barricata rudimentale, costituita da travi, ceste, pietre e
utensili vari. Sia i carabinieri a cavallo che la truppa sopraggiunta a piedi,
furono costretti a fermarsi e riuscirono a disperdere la maggior parte degli
scioperanti solo dopo aver sparato alcuni colpi a salve («in aria
beninteso», precisa il giornalista del «Messaggero»55). Il bilancio degli
scontri fu di duecento manifestanti arrestati56 e di numerosi feriti e
contusi, appartenenti soprattutto alla forza pubblica57.

Fu allora, al termine della seconda giornata di scioperi, che l’opinione


pubblica non di sinistra iniziò a farsi sentire. Guidati da un gruppo di
nazionalisti, infatti, circa quattrocento romani si presentarono in piazza
del Collegio, dove improvvisarono «una dimostrazione di simpatia al
comm. Castaldi, il quale per due volte, si affaccia a ringraziare»58.
Ancora più sorprendente fu l’accoglienza riservata ad un plotone di
carabinieri che stava rientrando in caserma: al loro passaggio per piazza
                                                            
53
A piazza del Popolo, «Il Messaggero», 11 giugno 1914.
54
Lotti, La settimana rossa, cit., p. 111.
55
Disordini in via Alessandrina, «Il Messaggero», 11 giugno 1914.
56
Lotti, La settimana rossa, cit., p. 112.
57
A Roma, «La Stampa», 11 giugno 1914.
58
Una dimostrazione al questore, «Il Messaggero», 11 giugno 1914.
246

Venezia e corso Umberto, infatti, la folla esplose in lunghi e fragorosi


applausi, segno della loro approvazione verso le misure repressive
attuate59. A poco sarebbe servita la reazione sdegnata dei socialisti
presenti, se non a scatenare qualche momentanea colluttazione: in meno
di ventiquattro ore, quegli applausi si sarebbero trasformati in vere e
proprie controdimostrazioni, come nel resto d’Italia60.

La mattina del 10 fu segnata da terribili incidenti: l’impossibilità di


tenere il comizio in Piazza del Popolo a causa del divieto ancora vigente
e di «plotoni di fucilieri e pattuglie di agenti» in servizio ovunque, aveva
spinto i dimostranti a dare il via alle consuete sassaiole contro le forze
dell’ordine, che, da parte loro, «distribuiscono pugni e bastonate senza
risparmio61.» Come la sera precedente, i manifestanti eressero anche una
barricata, questa volta in via Baccina, ammassando tavoli, ceste, tappeti e
sacchi, e riuscendo a bloccare di nuovo la carica della forza pubblica. Al
grido di «Viva la rivoluzione! Viva lo sciopero generale!», gli agenti
furono accolti da un fitto lancio di sassi, mattoni, tegole e vasi di fiori
dalle finestre delle abitazioni, e risposero sparando dei colpi di rivoltella
in aria62.

Dopo un’ora di tumulti, la pubblica sicurezza riuscì a superare la


barricata e a disperdere la maggior parte degli scioperanti (molti dei quali
vennero, invece, arrestati), e, come era accaduto il giorno prima,
carabinieri e agenti in divisa furono salutati dagli applausi della folla63.

Nelle prime ore del pomeriggio ebbero inizio le controdimostrazioni,


«come reazione alle violenze teppistiche avvenute a Roma64.» Ottenuto il
permesso dalla prefettura, infatti, il «partito dell’ordine» costituì un
corteo, protetto da numerose guardie e agenti in borghese, che, partendo
da via Nazionale, incontrò a piazza Poli una manifestazione dello stesso
genere, organizzata dai nazionalisti, e si unì ad essa. È chiaro che gli

                                                            
59
Un tafferuglio da Aragno, «Il Messaggero», 11 giugno 1914.
60
Lotti, La settimana rossa, cit., pp. 112-113.
61
La terza giornata: Il comizio in piazza del Popolo proibito per la seconda volta, «Il
Messaggero», 11 giugno 1914.
62
Le barricate in via Baccina, «Il Messaggero», 11 giugno 1914.
63
Lotti, La settimana rossa, cit., p. 142.
64
Entusiastiche dimostrazioni all’Esercito: La reazione allo sciopero – Un corteo di 6000 cittadini,
«La Stampa», 11 giugno 1914.
247

ambienti liberali e nazionalisti fossero indignati per l’intera situazione,


poiché ritenevano «uno sciopero politico indetto in nome
dell’antimilitarismo […] quanto di più blasfemo poteva esservi nell’Italia
liberale e monarchica, inebriata dalla guerra di Libia65», ma anche la
gente comune cominciava a sentirsi turbata, dopo tre giorni di scioperi,
intimidazioni e colluttazioni, e l’entusiasmo con cui parteciparono alle
controdimostrazioni, magari esponendo il tricolore dalle finestre, ne è un
segnale evidente66.

A tali opinioni vanno poi aggiunte quelle della stampa borghese, che
spesso si era rivolta ai lavoratori in sciopero usando il dispregiativo
appellativo di «teppa67». Significativo a tal proposito è il commento del
«Messaggero», pubblicato sulle pagine del giornale la mattina dopo la
conclusione ufficiale dello sciopero, alla ripresa dell’attività editoriale
interrotta per due giorni:

Come avevamo preannunziato, i luttuosi fatti di Ancona hanno determinato la


proclamazione e la effettuazione dello sciopero generale nella maggior parte
delle città d’Italia, e per oltre due giorni la vita della nazione è stata paralizzata e
angosciata da nuovi disordini, da nuovi conflitti e da nuovo spargimento di
sangue. […]

Difensori convinti e strenui di ogni civile conquista e di ogni diritto di popolo,


non possiamo approvare, non abbiamo mai approvato queste mal minacciate e
mal condotte insurrezioni, che rappresentano un enorme danno materiale e
morale per il proletariato, che con troppa ingenuità, che con troppa fiducia,
risponde sempre agli appelli, disgraziatamente frequenti, di capi tanto solleciti
alle proclamazioni di sciopero quanto negligenti nei doveri di assistenza e di
consiglio dalle masse lanciate su la via del disordine e del pericolo.68

Proclamata la conclusione dello sciopero, Roma tornò rapidamente ad


avere «una fisionomia relativamente normale.» La mattina dell’11, i tram
e le vetture pubbliche tornarono a circolare, i negozi effettuarono regolare
apertura e «la calma è completa»; solo il servizio della nettezza urbana
era rimasto sospeso, per un disguido tra il personale e il Municipio. La

                                                            
65
Lotti, La settimana rossa, cit., p. 142.
66
Entusiastiche dimostrazioni all’Esercito, «La Stampa», 11 giugno 1914.
67
Carocci, Roma sovversiva, cit., p. 86.
68
Né reazione né rivoluzione, «Il Messaggero», 11 giugno 1914.
248

Camera del lavoro aveva pubblicato il seguente manifesto, invitando i


cittadini a riprendere le loro attività:

Lavoratori! Il proletariato a Roma, prima che in ogni altra città d’Italia, è insorto
con unanime slancio per protestare contro i fatti luttuosi di Ancona. Esso ha
voluto affermare al disopra di ogni specifico interesse di classe, la necessità del
rispetto al più alto dei diritti umani, il diritto di vivere. Contro ogni
sopraffazione, contro ogni tentativo reazionario, contro la violenza e le lusinghe,
la protesta si è affermata solenne, e per tre giorni consecutivi la classe operaia ha
incrociato le braccia, e se, per la quasi abolizione del diritto di riunione, non è
stato possibile spiegare in comizi le ragioni ideali dello sciopero, queste sono
state egualmente sentite dalla grande anima del proletariato.

Lavoratori! A nome delle nostre più alte idealità, noi vi esprimiamo le nostre
grazie per la meravigliosa prova di solidarietà che avete saputo dare. Essa sarà
feconda di maggiore affratellamento operaio e di aumentata forza per le future
battaglie e per la fatale ultima vittoria. Vi invitiamo pertanto a riprendere il
lavoro per le ore 24 di quest’oggi, in armonia con quanto si è già deciso per gli
altri centri d’Italia, che hanno, come noi, lottato in quest’ora di virile ed umana
affermazione per il sacro diritto alla vita. Evviva il proletariato internazionale!

Firmato: La Commissione esecutiva69.

Gli anarchici, dunque, non poterono fare altro che arrendersi70, ma nei
giorni seguenti denunciarono l’eccessiva durezza delle misure repressive
e il desiderio di rivalsa delle «iene togate che condannano i malcapitati a
pene enormi, su semplice e interessata denuncia di un poliziotto […], una
giustizia che genera vendetta, perché appunto basata sulla vendetta di
classe.» La polizia non fu comunque l’unica contro cui venne puntato il
dito: il governo fu accusato di aver calpestato lo Statuto e oppresso «il
diritto di riunione […] il giorno medesimo che si celebrava, con parate
militaresche, la carta costituzionale»; i socialisti, invece, furono tacciati
di «servilismo» e «viltà cortigiana», per aver approvato «un ordine del
giorno che sconfessa le agitazioni delle piazze e i moti rivoluzionari»71.
Gli anarchici furono comunque abbastanza oggettivi da riuscire ad
osservare la situazione dall’esterno e dichiarare che le colpe maggiori
                                                            
69
Roma ha quasi ripreso il suo aspetto normale, «La Stampa», 11 giugno 1914.
70
Carocci, Roma sovversiva, cit., p. 85.
71
Solcati ancor dal fulmine, pur l’avvenir siam noi!, «Il Pensiero Anarchico», 1° luglio 1914, cit. in
ibidem, p. 86.
249

erano da attribuire a loro stessi, per non essere stati in grado di cogliere
l’occasione offerta dallo sciopero generale.

Al termine della ribellione, molti di coloro che vi avevano preso parte


furono costretti a trasferirsi all’estero per scampare alla dura rappresaglia
contro di loro72, ma secondo il movimento libertario, la cosa più
importante era vedere che «l’anima rivoluzionaria rivive nelle folle
d’Italia»73. La Settimana rossa aveva segnato il ritorno della lotta di
classe «quale elemento di chiarezza nei rapporti culturali», ma in realtà si
trattò dell’ultimo movimento unitario promosso dall’anarchismo
capitolino: lo scoppio della prima guerra mondiale, infatti, avrebbe presto
cancellato tutti i motivi che avevano garantito la momentanea coesione74.

4. A Firenze

Tra le regioni tirreniche, il Lazio non fu l’unica a raccogliere l’invito


delle forze di sinistra a proclamare lo sciopero generale. In Toscana la
situazione rimase tranquilla soltanto nelle città di Lucca, Grosseto, Siena
e Arezzo, mentre i lavoratori si fecero sentire a Massa, Carrara, Pisa e
Livorno, dove i cantieri navali e le officine sospesero ogni attività
lavorativa. La città che più di tutte sarebbe salita alla ribalta nelle
cronache giornalistiche, però, fu Firenze, dove lo sciopero fu assoluto ed
ebbe risvolti particolarmente tragici.

Già poco dopo la proclamazione ufficiale da parte della Camera del


lavoro, intorno alla mezzanotte, i manifestanti ordinarono ai gestori dei
bar ancora aperti di interrompere immediatamente l’attività, e la mattina
successiva, quella del martedì, rincararono la dose facendo tornare
indietro gli ortolani venuti dalla campagna75. Non avendo i fornai
lavorato durante la notte, la città rimase inoltre senza pane, e nemmeno
gli altri generi alimentari di prima necessità furono venduti. Il servizio
tramviario e quello delle vetture pubbliche venne sospeso, mentre le
botteghe, i negozi e i laboratori rimasero chiusi «per grave lutto

                                                            
72
Carocci, Roma sovversiva, cit., pp. 86-88.
73
Editoriale, «Il Pensiero Anarchico», 1° luglio 1914, cit. in ibidem, p. 87.
74
Carocci, Roma sovversiva, cit., pp. 86-88.
75
Lotti, La settimana rossa, cit., p. 114.
250

nazionale»76.

Intorno alle dieci, mentre «qua e là qualche schiamazzo o qualche


vandalismo» turbava la vita cittadina, migliaia di scioperanti («tremila
secondo il prefetto, diecimila secondo la stampa»77) si radunarono in
Piazza dell’Indipendenza, dove anarchici, socialisti, sindacalisti e
repubblicani stavano tenendo un comizio. Circa un’ora dopo, la folla,
intenzionata a raggiungere il centro, si divise e imboccò strade differenti,
colpendo con sassi e oggetti vari le guardie che cercavano di bloccare il
loro passaggio.

Una buona parte di manifestanti si indirizzò verso via Guelfa, cantando


l’Inno dei lavoratori e l’Internazionale, e giunti davanti alla Manifattura
dei Tabacchi di Santa Orsola iniziarono ad additare e fischiare gli
impiegati che si erano recati al lavoro, nonostante il proclama. Ne seguì
una colluttazione con due agenti che si trovavano sul posto, isolati dal
resto della truppa: secondo alcuni testimoni, le guardie spararono prima
in aria e poi sulla folla, per evitare che la situazione degenerasse; secondo
altri, invece, il fuoco sarebbe stato aperto per legittima difesa, poiché le
due guardie erano state colpite da bastonate. In ogni caso, comunque
fossero andati i fatti, uno scioperante morì sul colpo e altri due rimasero
feriti. Secondo «La Stampa», «avvenuto il conflitto, la folla è stata presa
da terrore e ha dato l’assalto alla Manifattura, che era stata chiusa.
Nell’atrio si erano rifugiati i due agenti»78. I vetri dell’edificio vennero
quindi infranti, i dimostranti sembravano pervasi da una «collera
furibonda» e si riuscì a placarli soltanto in seguito all’arrivo di ulteriori
guardie, carabinieri, cavalleria e truppa, «che sgombrarono risolutamente
la via in mezzo a un clamore assordante».

«Ma ormai l’eccitazione e lo sdegno sospingevano ai più decisi


propositi» e i disordini proseguirono per l’intera giornata in tutto il centro
storico: dal negozio d’armi assalito in via Condotta, alle barricate erette
in via Cerretani, piazza Strozzi e corso dei Tintori79; in serata, «il centro
della città è rimasto in balia della teppa, che compie una vera opera di

                                                            
76
Due giornate tragiche a Firenze: Il sanguinoso conflitto, «La Stampa», 11 giugno 1914.
77
Lotti, La settimana rossa, cit., p. 114.
78
Il sanguinoso conflitto, «La Stampa», 11 giugno 1914.
79
Lotti, La settimana rossa, cit., p. 116.
251

devastazione80», abbattendo le insegne, frantumando le vetrine dei


negozi, distruggendo i lampioni e bruciando infine due carri conduttori di
cavi elettrici in piazza Santa Maria Novella. La città rimase quasi
completamente al buio, e questo servì a trascorrere almeno la notte in una
relativa calma: le autorità preferirono non esporre altri agenti, tanto più
che oltre trecento manifestanti erano stati arrestati81.

La mattina seguente, Firenze si svegliò in un’atmosfera cupa e fosca:


«le strade deserte, buie, coperte di vetri, di sassi, di mattoni, davano un
aspetto triste come se vi fosse passata una orda di barbari»82.
L’eccitazione che aveva pervaso i manifestanti il giorno prima,
«un’eccitazione fatta di immaginazioni fervide e di esasperazione furiosa,
un’eccitazione foriera di subitanee fiammate», si era tramutata in una
ferrea volontà a resistere83.

I primi incidenti si verificarono nei pressi della Camera del lavoro, dove
avrebbe dovuto tenersi un comizio, proibito però dalle forze dell’ordine,
che impedivano alle persone presenti all’interno dell’edificio di uscirne84.
Un carabiniere che si muoveva in solitaria per via de’ Benci venne
attaccato da alcuni dimostranti, e l’accaduto spinse la forza pubblica ad
intervenire e ad indirizzarsi verso una barricata, da cui subito partirono
lanci di sassi, tegole e secondo il prefetto anche colpi di rivoltella. La
truppa sparò in aria («ma certo anche a terra», secondo Lotti), ferendo
diversi scioperanti con palle di rimbalzo e scatenando così la loro ira85.
La situazione fu mitigata dall’intervento dell’onorevole Pieraccini, che,
dalla Camera del Lavoro, «ha issato la bandiera bianca ed ha fatto sì che
la battaglia cessare da ambo le parti: parlamentando con il commissario
di P. ha potuto ottenere che coloro che erano barricati nell’interno della
Camera del Lavoro potessero uscire senza che la forza pubblica sparasse
altri colpi e facesse altri arresti»86.

La folla si diresse allora nelle vie circostanti, continuando a manifestare


                                                            
80
L’assalto a un negozio d’armi, «La Stampa», 11 giugno 1914.
81
Lotti, La settimana rossa, cit., p. 116.
82
Anche contro la Misericordia!, «La Stampa», 11 giugno 1914.
83
Lotti, La settimana rossa, cit., pp. 142-143.
84
Sanguinosa battaglia, «La Stampa», 11 giugno 1914.
85
Lotti, La settimana rossa, cit., p. 143.
86
Sanguinosa battaglia, «La Stampa», 11 giugno 1914.
252

il proprio dissenso: alcuni cercarono di irrompere in Municipio, ma il


tentativo fu subito bloccato; altri attaccarono carabinieri e soldati con
colpi d’arma da fuoco, «oltre alla ormai consueta sassaiuola» dalle
barricate87 e dalle finestre di una casa disabitata in via Verdi88. La
cavalleria rispose sparando a sua volta, uccidendo così due dei sovversivi
e ferendone numerosi, finché tutti non si dispersero89.

I disordini provocati dagli scioperanti e la paura di ulteriore


spargimento di sangue non potevano più essere tollerati dal resto della
città: nel pomeriggio, liberali e nazionalisti guidarono quindi «una
colonna di dimostranti», che «si recò acclamando davanti alla prefettura,
al comando di corpo d’armata e alla questura per portarsi poi Oltrarno,
ove fu accolta a sassate e replicò a revolverate»90. Dai balconi delle
abitazioni furono esposte bandiere e i cittadini continuarono ad acclamare
l’esercito per tutta la serata.

Intanto, il Comitato di agitazione aveva deliberato la cessazione dello


sciopero a partire dalla mezzanotte, e la cittadinanza ne era stata
informata attraverso un manifesto che invitava alla calma e alla ripresa
del lavoro. Anche i repubblicani esposero un proclama, condannando gli
atti di teppismo e le sconvenienti azioni degli scioperanti, che avevano
portato all’arresto di altre duecento persone91.

La mattina dell’11 Firenze aveva ripreso «il suo aspetto normale»: gli
operai erano tornati al lavoro92, i giornali erano usciti e i mezzi di
trasporto pubblici circolavano regolarmente93. La cavalleria, però,
continuava a perlustrare le strade della città, mentre reparti di truppa

                                                            
87
Lotti, La settimana rossa, cit., p. 144.
88
Un altro tragico conflitto, «La Stampa», 11 giugno 1914.
89
Lotti, La settimana rossa, cit., p. 144.
90
Ibidem, p. 151.
91
Un telegramma a Rosadi, «La Stampa», 11 giugno 1914.
92
Firenze rivive: Tre rivoltellate di un dimostrante contro il socialista Pieraccini, «La Stampa», 12
giugno 1914.
93
Firenze in calma completa, «La Stampa», 11 giugno 1914.
253

controllavano le piazze, secondo le misure di precauzione94. I nazionalisti


avrebbero voluto effettuare una nuova manifestazione, ma il prefetto la
proibì: la ripresa del lavoro era stata completa e non c’era motivo di
scaldare ulteriormente gli animi95. Anche a Firenze, come a Roma, il
moto poteva dirsi concluso.

                                                            
94
Firenze rivive, «La Stampa», 12 giugno 1914.
95
A Firenze: Tre revolverate contro l’on. Pieraccini, «Il Messaggero», 12 giugno 1914.
254
255

Torino, Genova e il nord-ovest


di Eliana Cerchia ed Emiliana Losma1

La rivoluzione è l’ambizione trasferita nella collettività,


la folle ambizione di una ascesa di tutti i lavoratori
fuori della condizione di lavoratori.

Simone Weil, “Prima condizione di un lavoro non servile”

1. Conflittualità e industrializzazione

Gli anni che precedono gli avvenimenti della Settimana rossa si


caratterizzano nel Nord-ovest d’Italia per una serie di cambiamenti
economici, politici e sociali strutturali. Nei primi quindici anni del
Novecento Torino compie un grandioso sviluppo industriale grazie
all’affermazione dell’industria automobilistica e del relativo indotto2: il
settore metalmeccanico, infatti, giunge a occupare un quarto della
popolazione torinese (100.000 addetti su una popolazione di 456.440
persone). D’ora in avanti il capoluogo torinese dominerà il panorama
delle relazioni industriali e dei conflitti sociali, sindacali e politici,
contribuendo a marcare la stratificazione professionale del proletariato di
fabbrica. Nel contempo la recessione economica agevola un processo di
concentrazione delle imprese più forti a discapito dell’artigianato:
l’industria tessile che deteneva il primato produttivo viene superata
dall’industria meccanica.
Torino si configura come luogo dello sviluppo industriale in senso
moderno anche per le esperienze sindacali del padronato – nel 1906 nasce
la Lega industriale torinese da cui nel marzo del 1908 si sviluppa la
Federazione industriale torinese e nel maggio 1910 la Confederazione
italiana dell’industria – e del movimento operaio – nel 1901 nasce la
                                                            
1
Il primo e l’ultimo paragrafo sono opera di Emiliana Losma, il secondo e il terzo di Eliana
Cerchia.
2
Storia del movimento operaio, del socialismo e delle lotte sociali a Torino e in Piemonte, ricerca
diretta da A. Agosti, G.M. Bravo, De Donato, Bari 1975, vol. I e II.
256

Federazione Italiana Operai, Metalmeccanici (Fiom) e nel 1912 il


Sindacato Unico Metallurgico (Sum) e l’anno seguente il Sindacato
Metallurgico Torinese fondato da Carlo Nencini.
Nelle altre zone del Piemonte il processo di industrializzazione avviene
sullo sfondo di una società rurale: il proletariato tessile rimane legato alla
proprietà delle terre e a condizioni comunitarie estranee al rapporto
capitalistico. Il ruolo delle organizzazioni sindacali, di conseguenza,
rimane circoscritto ai principi solidaristici delle società di mutuo soccorso
di fine Ottocento. A Torino, invece, le forze politiche e sociali presenti
sul territorio si contendono la guida del movimento operaio. Gli scioperi
del 1912 e del 1913 sono esemplari della situazione in cui versano le
relazioni tra gruppi dirigenti sindacali riformisti e masse operaie che,
autonomamente, sono per l’esasperazione dei conflitti. Il proletariato si è
distaccato dalla dirigenza e si sono spezzati i collegamenti con gli
organismi di base delle fabbriche, la fiducia e la stima dei lavoratori e la
capacità di movimento e di controllo delle lotte. I sindacalisti
rivoluzionari si inseriscono in queste manifestazioni, ma non hanno
capacità politica e sindacale di analizzare e dirigere secondo linee e
criteri alternativi a quelli dei riformisti e delle leghe padronali. Nello
sciopero di sessantacinque giorni del 1912, che si conclude con la
sconfitta del proletariato, nasce, per iniziativa di sindacalisti rivoluzionari
e anarchici, il Sum diretto da Pulvio Zocchi, che successivamente aderirà
all’Unione Sindacale Italiana (Usi). Alcune associazioni di stampo
rivoluzionario si stabiliranno anche ad Alessandria e Vercelli. Al
contrario, lo sciopero vittorioso del marzo-giugno 1913 restituisce
credibilità al metodo sindacale riformista, nonostante la direzione del
partito socialista sia per uno scontro frontale capitalismo-lavoro. Nella
primavera del 1914 si radicalizzano i conflitti di classe e politici con la
divisione della gioventù torinese in studenti nazionalisti e operai
socialisti.
Se il ciclo di lotte del biennio 1912-13 contribuisce a dare al movimento
operaio torinese la coscienza della propria forza e della propria
compattezza, nelle zone rurali del Piemonte questi scioperi si
caratterizzano per la richiesta del diritto dei lavoratori a organizzarsi in
fabbrica. In Valsesia, per esempio, lo sciopero alla Manifatture Lane3
                                                            
3
Per una ricostruzione dello sciopero si veda A. Pirruccio, Borgosesia 1914 sciopero alla
manifattura lane, Istituto per la storia della Resistenza in provincia di Vercelli Cino Moscatelli,
Vercelli 1983.
257

appare come il risultato della tensione instauratasi tra una fabbrica e una
comunità locale che su di essa ha plasmato la propria economia. Lo
sciopero contro la ristrutturazione aziendale e l’aumento dello
sfruttamento è inteso ancora come “festa del proletariato”,
manifestazione comunitaria, animata da relazioni sociali concrete. E
anche la direzione dello sciopero viene condivisa dalla socialista Lega di
resistenza e miglioramento tra tessitori, filatori e affini e dalla Lega del
lavoro di ispirazione cattolica.
A differenza delle moderne città industriali che preferiscono una
direzione più moderata, di stampo riformista, numerose città-fabbrica
liguri, come Voltri, Bolzaneto, Sestri Ponente, Savona e Cornigliano4,
optano per un sindacalismo anarchico e rivoluzionario che esalti i
caratteri delle masse operaie locali.
Il ponente ligure nella seconda metà dell’Ottocento subisce un processo
di industrializzazione e di trasformazione urbanistica: Sestri Ponente5
diventa città industriale con la costruzione di cantieri, officine e
l’insediamento di nuovi quartieri operai6. Già dal primo sciopero generale
nazionale contro gli eccidi proletari del 1904 la Camera del lavoro di
Sestri Ponente si pone come alternativa rivoluzionaria al riformismo di
Genova7. Gli anni seguenti, caratterizzati dal peggioramento delle
condizioni di lavoro e di vita delle classi operaie, intensificano il conflitto
di classe e contribuiscono al rafforzamento della Cdl di Sestri Ponente
che accresce il numero dei metallurgici iscritti. Anche nelle cittadine
limitrofe, Sampierdarena e Rivarolo, aumentano circoli anarchici e
gruppi socialisti attivi e consistenti. Dagli anni Dieci si susseguono
numerose lotte per i miglioramenti salariali e manifestazioni di solidarietà
verso altre categorie di lavoratori e lavoratrici: Ligure Meccanica (1911),
Stabilimento Artiglierie (novembre 1912), Allestimento Navi (aprile-
agosto 1913), Cantiere Navale Ansaldo e Allestimento Navi (gennaio
1914), Grandi Fucine Fossati (marzo-maggio 1914). Nel 1912 si
                                                            
4
Vedi A. Riosa, Il sindacalismo rivoluzionario in Italia e la lotta politica nel Partito socialista
dell'età giolittiana, De Donato, Bari 1976; E. Santarelli, Il socialismo anarchico in Italia,
Feltrinelli, Milano 1977.
5
Vedi G. Barroero, Sestri oh cara! Una cittadella proletaria, anarchica e sovversiva, in «Umanità
nuova», n. 21, 9 giugno 2002 e il capitolo dedicato alla Cdl di Sestri Ponente in Almanacco di
“Guerra di Classe” 1912-2012, Unione Sindacale Italiana (Usi-Ait), 2012.
6
A Sestri Ponente si insediano cantieri navali (Cadenaccio e Odero), ferriere (Raggio), officine
(Piaggio), viene aperta una sede della Manifattura Tabacchi e costituito il gruppo Ansaldo.
7
In quegli anni le Camere del lavoro di Sestri Ponente, Sampierdarena, Cornigliano e Voltri sono
sezioni staccate della Camera di Genova.
258

costituisce il Fascio operaio di Genova e Sampierdarena col compito di


organizzare le componenti rivoluzionarie che non appoggiano l’indirizzo
riformista della Cdl di Genova: questa organizzazione avrà un ruolo
centrale durante il giugno del 1914.
Infine un accenno alla Valle d’Aosta. In questa zona la crescita del
movimento operaio fu a lungo rallentata e inibita dalle dimensioni ridotte
del territorio e della popolazione, dal relativo isolamento e dalle difficoltà
di comunicazione, ma soprattutto dalla mancanza pressoché assoluta fino
a inizio Novecento di industrie e manifatture: il 90% della popolazione
(circa 17.000 persone) è occupata nel settore agricolo, in piccole
proprietà contadine a conduzione familiare. La Camera del lavoro di
Aosta8, infatti, nasce allorquando l’industria inizia a sfruttare le risorse
naturali del territorio. Precedentemente si registra la presenza di società
di mutuo soccorso che, tuttavia, non giungeranno mai a inserire tra i
propri compiti statutari l’obiettivo di sostenere i diritti di lavoratori e
lavoratrici. La conflittualità sociale è così debole che la penetrazione
delle idee socialiste e sindacaliste è assai lenta: le soms continuano a
occuparsi di assistenza ed educazione, mentre il socialismo valdostano
non coglie l’importanza dei processi di industrializzazione in corso.
Intorno agli anni Dieci si verificano pochi episodi di conflitti sul lavoro:
sono casi isolati, come per esempio lo sciopero dei minatori di
Champerdepraz per l’aumento dei salari, che non si traducono in
un’organizzazione stabile e permanente di lotta come nelle aree urbane e
nelle valli industrializzate del Nord-ovest.

2. Gli eventi sovversivi

La Settimana rossa è stato un avvenimento, fatta eccezione per i moti


delle Marche e della Romagna, messo in secondo piano dalla storiografia
ufficiale. Tant’è vero che gli stessi archivi locali sono poveri di materiale
dell’epoca. Di qui le grandi difficoltà nel reperire fonti primarie per
ricostruire la cronaca di quei giorni a Torino, a Genova come, a maggior
ragione, in tutto il Piemonte e la Liguria. Grazie alle pagine delle testate

                                                            
8
La nascita e lo sviluppo della Camera del lavoro in Valle d'Aosta sono ricostruiti in Lavoro e
diritti in Valle d'Aosta. Profilo storico dei 100 anni della Cgil Valle d'Aosta, 1905-2005, Aosta
2006; vedi in particolare il contributo di M. Scavino, Dal mutualismo alla lotta di classe, ibidem,
pp. 46-48.
259

giornalistiche di quel periodo è stato possibile “spolverare” e recuperare,


dopo cento anni, i vari episodi, di cucirli col filo ordito dalla cronologia.
Nel mentre, attraverso il confronto delle notizie, si è cercato di ridare luce
allo spirito che alimentava le diverse fazioni politiche e sociali del
periodo.

3. In Piemonte

Domenica 7 giugno, tra le lunghe vie porticate e i corsi alberati di


Torino, città a pianta gerarchica, fatta di strade parallele, già si respira un
clima oscillante tra il desiderio d’anarchia, di ribellione, e quello
d’ordine. Nel giorno della festa dello Statuto, gli anarchici e il fascio
repubblicano rivoluzionario tentano, invano, di organizzare in piazza
Venezia, di fronte alla Camera del lavoro, un comizio e una
dimostrazione antimilitarista «pro Masetti» e contro le Compagnie di
disciplina. Gli anarchici accusano i socialisti per il mancato comizio9.
Il mattino seguente – in segno di protesta per gli eccidi di Ancona –
spontaneamente, prima di conoscere le decisioni delle organizzazioni
sindacali nazionali e locali, i lavoratori metallurgici abbandonano il
lavoro10. Lo sciopero nel pomeriggio diventa totale. La proclamazione
ufficiale viene fatta solo alle ventuno al comizio presso la Camera del
lavoro dopo la ricezione del relativo telegramma della Confederazione
generale.
Fin dalle prime ore di martedì 9 giugno numerosi gruppi di operai si
recano da uno stabilimento all’altro per assicurarsi che l’ordine di
sciopero sia eseguito. Verso le nove una folla si raduna davanti alla
Camera del lavoro dove il segretario Marchetti comunica che lo sciopero
è “veramente” generale: anche i tramvieri si sono uniti alla
manifestazione del proletariato torinese11. Si forma così un corteo
composto da più di cinquantamila persone, le quali per corso Siccardi e
corso Vittorio Emanuele si avviano verso il centro della città bloccando
le vetture pubbliche e imponendo la chiusura dei negozi. Non ci sono
gravi incidenti. La folla poi da via Roma giunge in piazza Castello dove
dal monumento all’Esercito sardo parlano diversi oratori. Parte del corteo
                                                            
9
Tentate manifestazioni antimilitariste, in «Corriere della Sera», 8 giugno 1914.
10
P. Spriano, Torino operaia nella grande guerra (1914-1918), Einaudi, Torino 1960, p. 61.
11
Tumulti sanguinosi e violenze vandaliche, in «La Stampa», 11 giugno 1914.
260

successivamente imbocca via Garibaldi per ritornare alla Camera del


lavoro12. Un percorso che «La Stampa» descrive costellato da «violenze
vandaliche». Nel mentre un gruppo di scioperanti davanti all’Officina
costruzioni d’artiglieria, in via Arsenale, intima agli operai, ma senza
risultato, di uscire. Si scatena così una violenta sassaiola durata circa
mezz’ora – «ad ogni fragore di vetro rotto si alzavano cori di grida, di
giubilo con accompagnamento di fischi» – e poco dopo la richiesta viene
esaudita13. Altri dimostranti da piazza Castello raggiungono la piazza del
Municipio e chiedono l’esposizione della bandiera abbrunata. Il sindaco
Teofilo Rossi si rifiuta e avvengono i primi incidenti14. I dimostranti si
«abbandonano a indescrivibili scene di vandalismo, raramente successe a
Torino». In quel momento, quando da giorni in tutta Italia era già in corso
lo sciopero degli addetti delle Manifatture Tabacchi, passano tre carri
carichi di sigarette e sigari che vengono letteralmente distrutti15. I
manifestanti vengono dispersi dall’arrivo della cavalleria e della fanteria.
Nel pomeriggio la folla scioperante si riunisce davanti alla Camera del
lavoro per un altro comizio, i carabinieri tentano di disperderla, si scatena
un violento scontro a suon di sassate reciproche. Cessato il tumulto le
forze dell’ordine vengono ritirate su intercessione, presso il prefetto, da
parte degli onorevoli Quaglino e Sciorati16. «Che cosa sia avvenuto e
perché il contegno dell’autorità sia stato nel pomeriggio tanto differente
da quello del mattino non possiamo sapere»17, commenta l’«Avanti!».
Sciolto il comizio in corso Siccardi la folla si divide e alcuni gruppi si
recano nelle vie più centrali «teatro di scene sanguinose e violentissime»
come quelle in piazza Castello e nel tentato assalto all’Officina carte
valori18.
Il quotidiano torinese dà l’elenco dei morti – Umberto Oseletto, di anni
25, meccanico, domiciliato in corso Francia 38, ed Ernesto Lombardi,
decoratore, 61 anni, abitante in via della Zecca 10 – e dei feriti,
distinguendo tra dimostranti, guardie, militari, ufficiali e carabinieri e
precisando diagnosi e relativa prognosi19. Durante i conflitti vengono

                                                            
12
La manifestazione di Torino, in «Avanti!», 11 giugno 1914.
13
Tumulti sanguinosi e violenze vandaliche, cit., supra.
14
La manifestazione di Torino, cit., supra.
15
Tumulti sanguinosi e violenze vandaliche, cit., supra.
16
Tumulti sanguinosi e violenze vandaliche, cit., supra.
17
La manifestazione di Torino, in «Avanti!», cit., supra.
18
All’officina carte valori, in «La Stampa», 11 giugno 1914.
19
Due morti e sette feriti tra i dimostranti, in «La Stampa», 11 giugno 1914.
261

effettuati numerosi arresti e quaranta manifestanti vengono trattenuti in


questura. «La Stampa» tiene a informare i lettori che si tratta
prevalentemente di pregiudicati, ex-vigilati o «noti barabba», pochi sono
veramente operai20. In serata torna la calma e la truppa si trova
«acquartierata per ogni dove»21.
Il giorno seguente muore un altro dei feriti durante gli scontri: Giovanni
Fassio, panettiere appena diciottenne – abitante a Torino in corso Ponte
mosca 92 –22 originario di Asti; Fassio é un pregiudicato, che aveva già
subito una condanna per furto e per oltraggio al pudore23.
In merito ad uno degli altri due assassinati, invece, «La Stampa»
pubblica: «abbiamo appreso che il povero signor Ernesto Lombardi, il
quale non era né dimostrante, né operaio, né socialista, ma un tranquillo
impresario, decoratore, era uscito nel tragico pomeriggio di martedì dalla
sua abitazione di via della Zecca n. 10 per recarsi a visitare i suoi figli. Fu
nel passare in piazza Castello che un proiettile di rivoltella lo uccise. La
famiglia, che piange la fatale disgrazia, ci fa sapere che egli apparteneva
ai partiti dell’ordine»24.
Mercoledì 10 giugno sono organizzati due comizi uno al mattino e
l’altro al pomeriggio con altrettanti cortei che sfilano per le vie centrali
senza alcun incidente25. Gli scioperanti si riuniscono ancora in comizio:
Buozzi, Quaglino, Marchetti e altri comunicano che la Confederazione
generale del lavoro ha ordinato la cessazione dello sciopero da
mezzanotte. Il comizio si scioglie tranquillamente. Malgrado che in
questa giornata non ci siano successi incidenti molto gravi, la pubblica
sicurezza ha continuato nei suoi sistemi arrestando senza ragione, alcune
centinaia di individui26.
Giovedì lo sciopero è terminato, nonostante sia la giornata del Corpus
Domini che a Torino si festeggia con il riposo, il lavoro riprende in
qualche stabilimento.
Il quotidiano torinese, alla vigilia delle elezioni amministrative e
politiche, non disdegna di descrivere l’atmosfera: «un senso di reazione e

                                                            
20
Quaranta arresti, in «La Stampa», 11 giugno 1914.
21
La manifestazione di Torino, cit., supra.
22
La morte di uno dei feriti nel conflitto di Torino, in «Corriere della sera», 12 giugno 1914.
23
Chi era Fassio, in «La Stampa», 12 giugno 1914.
24
Il disgraziato caso del sig. Lombardi, in «La Stampa», 12 giugno 1914.
25
Il comizio di mercoledì, in «Avanti!», 11 giugno 1914.
26
Ibidem.
262

di disgusto per gli eccessi della plebaglia continua a serpeggiare nella


cittadinanza, che si sofferma in numerosi crocchi dinanzi ai manifesti»27.
I due manifesti più discussi sono quello del 10 giugno 1914 a firma del
sindaco di Torino Teofilo Rossi e della giunta comunale:

Concittadini! […] Gli insulti e le percosse contro gli Agenti ed i Funzionari


dell’ordine pubblico, contro gli Ufficiali ed i Soldati dell’Esercito, pei quali
dovrebbe sempre essere viva la riconoscenza di ogni cuore italiano;
l’aggressione di pacifici cittadini, di viaggiatori anche di nazionalità estera, che
porteranno in tutto il mondo, con danni incalcolabili, la eco ed il disgusto di
questa ora selvaggia; gli atti vandalici miseramente finiti con vittime umane e
molti feriti; tutto ciò costituisce un quadro così fosco che la nostra Torino ne
conserverà per molti anni il ricordo doloroso. Questo dolore è appena alleviato
dal pensiero che i fatti criminosi furono opera dei bassi fondi sociali che
trovavano sempre in questi momenti il modo di compiere le loro vendette contro
l’ordine e contro la libertà. Ma la gravità consiste nelle cause determinanti di
questi disordini.28

E quello del Partito socialista e della Camera del lavoro:

Lavoratori! La parola d'ordine non fu lanciata invano. Come un sol uomo, la


immane massa, che affatica nelle nostre officine, è scesa in piazza ieri a
testimoniare il suo sdegno per il nuovo lutto che ha colpito il proletariato, per
l'inaudito eccidio di Ancona. Questa spontanea e grandiosa dimostrazione ha un
significato ammonitore, che le classi dirigenti dovrebbero meditare. Essa indica
che i lavoratori hanno acquistato una tale sensibilità politica che non è più
possibile toccare uno di essi senza che tutti sorgano a difesa. Ancor di più essa
indica, che dinanzi all'impunità troppi volte concessa la pazienza è giunta al suo
limite estremo ed è pronta a prorompere arditamente. Ma, pur troppo, la
reazione non è ancora sazia. Ieri stesso a Torino le vie della città furono
insanguinate da nuovi episodi di reazione. Alle nuove vittime che si aggiungono
alla densa legione dei combattenti caduti vada il nostro commosso e memore
saluto. Lavoratori! II vostro sacrificio non è finito. La reazione che si è
abbattuta implacabilmente sul nostro Paese vi obbliga ancora a disertare le
officine e voi lo farete con quello spirito di solidarietà che vi ha fin qui guidati.
Ma nella impossibilità in cui ci troviamo di giungere ad ognuno di voi coi nostri
giornali a colla nostra parola, vi dobbiamo dire qualcosa, che sia per voi di
guida. Il Partito socialista e la Confederazione del lavoro con l'odierna

                                                            
27
Echi delle giornate di sciopero, in «La Stampa», 12 giugno 1914.
28
Archivio Storico della Città di Torino, Gabinetto del Sindaco, cart. 389, fasc. 11, 1914.
263

manifestazione hanno compiuto la più formidabile delle proteste e dicono al


Governo: cessino, finalmente, gli eccidi proletari, non vadano più impuniti i
colpevoli. Entro questi termini di civile protesta la nostra azione deve essere
mantenuta. Vigilate quindi, perché nessuno, per alcun pretesto, trascini la nostra
azione fuori del campo che le fu assegnato. Vigilate perché nessuno compia atti
che possano riuscire di pretesto per nuove repressioni e per diffamare II nostro
movimento. La protesta nostra, ricordiamolo, sarà tanto più efficace quanto più
dimostrerà la matura coscienza e la decisa volontà del proletariato a che sia
rispettato anche nel suoi riguardi il diritto alla vita. «Viva la solidarietà del
lavoratori!».29

La «Gazzetta del Popolo» del 13 giugno 1914 annuncia il ritorno alla


“normalità” dei lavoratori della Manifattura Tabacchi in agitazione già da
tempo:

Gli scioperanti della Manifattura tabacchi di Torino, riunitisi a comizio dopo


circa due mesi di lotta alla Camera del lavoro, volendo essere disciplinati al loro
Comitato nazionale, deliberano per domani la ripresa del lavoro in massa, colla
ferma volontà di continuare nell’agitazione lavorando; si impegnano
formalmente di costituirsi una Cassa di resistenza per poter validamente
riprendere la lotta […] Dichiarano di entrare in manifattura per fame.30

In Piemonte lo sciopero generale rimane lontano da Cuneo31, mentre ad


Alessandria, Biella, Novara e Vercelli è totale, ma senza gravi incidenti.
Il primo giorno di sciopero ad Alessandria si registra l’astensione dal
lavoro in tutti gli stabilimenti, il servizio tramviario è sospeso e gli
scioperanti impongono la chiusura dei negozi in segno di lutto.
Alessandria viene dipinta come città “calma e civile” che capisce lo stato
d’animo dei lavoratori tant’è vero che i negozi vengono chiusi senza
incidenti32. Così come nessun incidente si verifica in occasione del
comizio al Foro frumentario nel quale parlano diversi oratori tra i quali il
dott. Pugliese «lui socialista riformista, ha inneggiato alla rivoluzione
                                                            
29
Il manifesto del sindaco e quello del Partito socialista, in «La Stampa», 11 giugno 1914.
30
Echi a Torino degli scioperi di fuori, in «Gazzetta del popolo», 13 giugno 1914.
31
Negli stessi giorni della Settimana rossa a Cuneo scioperano i tramvieri. La stampa cuneese e
saluzzese, da una parte, chiede solidarietà verso gli operai e, dall’altra, insiste sulla natura
essenzialmente economica dell’agitazione che non ha nulla in comune con i luttuosi fatti che negli
stessi giorni si verificano nell’Italia centrale. Vedi A. A.Mola, Storia dell’amministrazione
provinciale di Cuneo dall’Unità al fascismo (1859-1925),Consiglio Provinciale di Cuneo Aeda,
Torino 1971, p. 301.
32
Lo sciopero generale, in «L’Osservatore», 13 giugno 1914.
264

sociale!!!.. e questo in vista delle non lontane elezioni provinciali per le


quali è candidato»33.
Anche la seconda giornata trascorre tranquilla, agli scioperanti si sono
aggiunti gli addetti ai tram a vapore della provincia e anche una settantina
di ferrovieri, per lo più operai addetti all’officina. Vengono effettuati
anche una ventina di arresti tra i quali non solo diversi pregiudicati, ma
anche Gino Galliadi segretario della Camera del lavoro34. Nella notte di
mercoledì, la squadra mobile addetta alla stazione arresta undici
ferrovieri che cercavano di impedire ai colleghi di recarsi alla stazione
per la partenza dei primi treni del mattino. Il lavoro è stato ripreso
ovunque e tutto procede normalmente da giovedì35.
Martedì 9 giugno lo sciopero generale viene proclamato, a partire dal
giorno seguente, anche dalla Camera del lavoro di Biella. L’«Avanti!»
pubblica il risultato dello sciopero:

Nel biellese lo sciopero generale è riuscito completamente. Il comizio


imponente in piazza Lamarmora, un corteo solenne, silenzioso, preceduto dai
vessilli abbrunati, percorre le vie della città. I negozi sono tutti chiusi. Nella
vallata d’Andorno si registra lo sciopero completo di tutti gli scalpellini,
cappellai e in tutti i comizi regna la protesta proletaria. Anche nella valle Mosso
chiudono tutte le fabbriche. Il lavoro riprende venerdì mattina.36

Il 10 giugno anche a Vercelli tutti gli stabilimenti sono chiusi e gran


parte dei negozi. Due i comizi organizzati, gli scioperanti in corteo
sfilano per le vie della città senza dar luogo a nessun disordine37. Qualche
notizia sulla vicina Trino: il proletariato è unanime nello sciopero
generale di protesta contro l’eccidio di Ancona. In questi giorni non
mancano cortei e comizi, nonostante i divieti delle autorità. I negozi
vengono chiusi. Il giovedì si apprende dai giornali che la Confederazione
e il Partito socialista hanno deliberato la cessazione dello sciopero.
Tuttavia, solo dopo un imponente comizio seguito a un grande corteo e a
un discorso del segretario Luigi Borghi si decide di riprendere il lavoro
l’indomani mattina38. La città di Trino è così sconvolta dai fatti successi

                                                            
33
Sciopero generale, in «Avvistatore della Provincia», 13 giugno 1914.
34
Ibidem.
35
Lo sciopero generale, in «L’Osservatore», cit., supra.
36
Lo sciopero generale in Italia, in «L’Avanti», cit., supra.
37
A Vercelli, in «Gazzetta del popolo», 11 giugno 1914.
38
Lo sciopero generale in Italia, in «L’Avanti», cit., supra.
265

il 9 e il 10 giugno, che vengono addirittura sospese le manifestazioni


religiose previste per la giornata del Corpus domini. […] A Trino non si
verificano incidenti eclatanti, ma a differenza dei paesi limitrofi è
attraversata da ripetute e turbolente dimostrazioni di piazza39.
Rimanendo nel vercellese, un capitolo a parte si deve riservare a
Borgosesia. Qui lo sciopero generale va a incastonarsi in quello della
Manifattura Lane scoppiato il 19 maggio precedente, come risposta alla
sospensione di una operaia iscritta alla Lega e al licenziamento di tre
operai: «la ”Settimana rossa” di Borgosesia era già in atto da più di venti
giorni e sarebbe ancora durata a lungo, ma in quella data la cittadina
valsesiana diede vita ad uno dei momenti di lotta più importanti e
significativi»40.
I giornali locali danno ampio spazio alle notizie sullo sciopero. Le
testate di diversa fazione politica si attaccano duramente. Nel giorno
dello sciopero generale operai e operaie delle varie fabbriche della zona,
in testa quelli della Manifattura Lane, si recano nei diversi stabilimenti
per invitare compagni e compagne ad associarsi alla protesta comune:
l’adesione è unanime. Il corteo sfila tra le vie e arriva alla tettoia
Milanaccio, dove ha luogo un grande comizio in cui interviene la
sindacalista Teresina Meroni con un discorso centrato soprattutto sulla
necessità di collegare la lotta della Manifattura con il più vasto
movimento proletario nazionale. Significativo poi il suo riferimento
all’apporto e al contegno coraggioso delle donne valsesiane che stavano
pagando di persona il proprio impegno41.
L’eco dei fatti di Ancona giunge la mattina di martedì 9 giugno anche a
Novara, dove «il proletariato novarese come un sol uomo abbandona il
lavoro»42. Si registrano sassaiole contro i vetri delle fabbriche dove gli
operai non intendono scioperare (Tosi, Wilde e Cascami Seta). Interviene
la pubblica sicurezza che li fa uscire in via precauzionale. I proprietari di
negozi chiudono le vetrine. La serata passa tranquilla anche se «nei
sobborghi gli elementi torbidi trovano più facile terreno per le loro gesta
teppistiche»43. Anche il secondo giorno scorre tra comizi e cortei, ma non
si contano incidenti. «L’autorità mantiene sempre rigorose misure
                                                            
39
F. Crosio e B. Ferrarotti, Il divenire del proletariato trinese. Rerum patriae (1728-1921),
Comune di Trino, studi trinesi, 10, stampa 1992, p. 273.
40
Pirruccio, Borgosesia 1914, cit., p. 57.
41
Ibidem, p. 59.
42
La nostra solenne promessa per l’eccidio di Ancona, in «Il Lavoratore», 13 giugno 1914.
43
Sciopero generale, in «L’ora nuova», 10 giugno 1914.
266

d’ordine»44. Nel corso poi di un imponente comizio viene comunicata la


cessazione dello sciopero generale e la ripresa del lavoro45.
Il settimanale cattolico «Azione novarese», lamentando i fatti di quei
giorni, scrive:

c’è una speranza però, una speranza vivida per l’avvenire: essa è concentrata
nella gioventù cattolica d’Italia che si moltiplica piena di vitalità e di fede.46

4. In Liguria

A Genova la Settimana rossa inizia il 9 giugno quando la Commissione


esecutiva della Camera del lavoro di Genova e Sampierdarena dà il via
allo sciopero generale di ventiquattr’ore. Il capoluogo ligure ha un
aspetto tranquillo: al porto l’astensione è quasi completa, aderiscono alla
protesta molti operai, i tramvieri a singhiozzo, tipografie e quotidiani
mentre i negozi rimangono pressoché sempre aperti47. Il palazzo
municipale espone la bandiera a mezz’asta. A Sampierdarena sono i
tramvieri a iniziare lo sciopero e la propaganda, tutti gli stabilimenti e i
negozi vengono chiusi48. Nel primo pomeriggio si tiene un comizio che
la stampa definisce dai toni «violentissimi». Al termine di questo i
dimostranti tentano di entrare in Genova, ma alla porta della Lanterna
vengono fermati dalle forze dell’ordine. Ci sono quindi una serie di
tafferugli e la colonna dei dimostranti viene dispersa così come quella di
cinquecento persone tentata in serata49.
Il mal tempo del giorno seguente scoraggia manifestazioni e incidenti
importanti. Qualche arresto al porto ed una trentina di scioperanti alle
Grazie, dove si tenta di impedire il lavoro agli addetti alla costruzione
della galleria omonima. Nel pomeriggio a Sampierdarena i manifestanti
invadono la stazione: vengono descritte «scene selvagge», atti vandalici e
diverse sassaiole contro i treni50.

                                                            
44
A Novara, in «Gazzetta del Popolo», 11 giugno 1914.
45
Lo sciopero generale in Italia, in «Avanti!», cit., supra.
46
Verso la rovina!, in «Azione novarese», 12 giugno 1914.
47
Astensione del lavoro in città e in porto, in «Secolo XIX», 11 giugno 1914.
48
Diario dello sciopero A Sampierdarena i primi episodi, in «Secolo XIX», 12 giugno 1914.
49
A Genova e Sampierdarena, in «Gazzetta del Popolo», 11 giugno 1914.
50
L’invasione della stazione scene selvagge, in «Secolo XIX», 11 giugno 1914.
267

A Genova giovedì 11 giugno, dopo la comunicazione della cessazione


dello sciopero generale della sera prima, tutte le classi lavoratrici tornano
al lavoro. Solo la maggioranza dei tramvieri, che dipendono dall’Unione
sindacale, continuano l’astensione. A Sampierdarena la ripresa è assai
limitata, al mattino si è tenuto un comizio sindacalista e subito dopo gli
scioperanti si sono riversati nuovamente all’assalto della stazione. Si
registrano gravi scontri tra la folla e le forze dell’ordine. La situazione si
aggrava nel pomeriggio mentre le manifestazioni continuano: in tutto il
giorno sono arrestate un centinaio di persone51. Il giovedì sera la Camera
del lavoro delibera la cessazione dello sciopero, il mattino seguente i vari
stabilimenti e i negozi riprendono il lavoro.
Anche a Savona lo sciopero ha inizio martedì 9 giugno. Disertano il
lavoro solo gli operai della siderurgia, quelli delle officine del gas e
dell’energia elettrica. Dopo il comizio della serata si verificano alcuni atti
vandalici lungo i corsi: vengono effettuati quattro arresti52. L’indomani
«Avanti!» da notizia di una città paralizzata: stabilimenti e negozi chiusi,
porto deserto, tram fermi53. Il «Secolo XIX» scende più nei particolari
descrivendo la turba di scioperanti che «vociando e minacciando»
impone la chiusura delle botteghe. Nel pomeriggio si tiene un comizio
organizzato dal Partito socialista a cui fanno seguito alcuni disordini. Si
forma un corteo che si avvia verso la stazione per impedire il transito dei
treni. I manifestanti scatenano una fitta sassaiola contro gli agenti di
pubblica sicurezza che si intensifica al passaggio di ogni treno. Si
registrano varie colluttazioni con molti feriti e arresti54. Il giorno dopo
iniziano a riaprire i negozi, mentre gli stabilimenti sono ancora chiusi.
Al comizio delle dieci in piazza Mazzini, Giuseppe Scotti, il segretario
della Camera del lavoro, anziché avvertire che lo sciopero era cessato a
mezzanotte mette ai voti la continuazione dello sciopero a oltranza. Solo
nel comizio del pomeriggio Scotti comunica la sospensione dello
sciopero a livello nazionale. La città ritorna alla normalità. Il risultato
delle agitazioni si traduce in ventiquattro arresti, di cui sette trattenuti55.
Il «Corriere della Spezia» e la «Gazzetta della Spezia», uscendo quando
tutto è terminato, oltre a raccontare la cronaca delle manifestazioni a La
Spezia possono tracciare un bilancio dell’agitazione. La prima testata
                                                            
51
Un'altra drammatica giornata a Sampierdarena, in «Gazzetta del Popolo», 12 giugno 1914.
52
A Savona, in «Gazzetta del Popolo», 12 giugno 1914.
53
A Savona, in «Avanti!», 11 giugno 1914.
54
Otto feriti a Savona, in «Gazzetta del Popolo», 11 Giugno 1914.
55
Savona due comizi, in «Secolo XIX», 12 giugno 1914.
268

sostiene che lo sciopero generale è stato subìto: non è scoppiato


spontaneamente e «il movimento anarcoide non ha trovato buon terreno e
i tre giorni sono passati in una calma ammirevole»56; la seconda dice che
«il vero elemento operaio, quello cioè che suda e lavora ha preso
pochissima parte a questi baccanali piazzaioli. Il grosso delle
dimostrazioni (come forse anche nelle altre città) era formato da quanto
di più lercio possono in dati momenti fornire i più bassi fondi sociali»57.
Gli arsenalotti hanno lavorato tutti i tre giorni, non sono mancati la luce
elettrica, il gas, il pane.
Nei diversi articoli di cronaca dello sciopero viene dato ampio spazio a
un episodio che coinvolge il sindaco Luigi Sindico, il quale avrebbe
negato riparo all’interno dell’atrio municipale ai marinai di guardia in
corso Cavour durante un violento acquazzone. L’episodio, tutt’altro che
secondario, trascina con sé un’ampia polemica e qualche dimissione
eccellente ed è strumentalizzato dalle varie testate locali in vista delle
consultazioni elettorali delle settimane successive58.
Altra polemica nasce sulla concessione della bandiera a mezz’asta del
palazzo comunale non condivisa dalle varie forze politiche. A tal
proposito, il «Libertario», testata di stampo anarchico, attacca i liberali:

non stuzzicate, o liberali dal collo torto, potreste all’ultimo far perdere la
pazienza ai lavoratori e allora peggio per voi. La stessa stampa ha commentato
aspramente perché l’amministrazione comunale ha aderito di esporre la bandiera
a mezz’asta. E se c’eravate voi, signori del Corriere della Spezia, del Popolo e
compagni a quel posto avreste dovuto fare altrettanto, se non volevate fare
accadere dei guai seri.59

Tra le pagine dei giornali consultati troviamo notizia della cronaca dello
sciopero generale in altri piccoli centri del Nord-ovest.
A Prà hanno scioperato tutti gli operai degli stabilimenti, compresi
quelli delle acciaierie. A Voltri lo sciopero generale è riuscito compatto. I
terrazzieri delle imprese per la costruzione della ferrovia scioperano
compatti a Nervi così come pure a Recco e Camogli dove si aggiungono
anche i minatori60.
                                                            
56
Lo sciopero generale, in «Corriere della Spezia», 13 giugno 1914.
57
Lo sciopero, in «Gazzetta della Spezia», 15 giugno 1914.
58
Il sindaco rifiuta l’ospitalità, in «Corriere della Spezia», 13 giugno 1914.
59
Lo sciopero generale di protesta, in «Il Libertario», 18 giugno 1914.
60
Liguria, in «Avanti!», 12 giugno 1914
269

A Rivarolo, martedì 9 giugno, abbandonano il lavoro muratori, operai


degli oleifici, delle officine, dei cotonifici e di stabilimenti grandi e
piccoli. A tal proposito la «Gazzetta del Popolo» scrive:

in seguito all’atteggiamento minaccioso delle masse scioperanti nel comune di


Rivarolo, ove i partiti avanzanti contano numerosi aderenti, furono inviati forti
reparti di bersaglieri ciclisti e di guardie di finanza, che furono posti a custodia
degli stabilimenti ferroviari e delle linee.61

I treni di passaggio in zona sono bersaglio di sassi e colpi di rivoltella


sparati dai dimostranti dispersi poi dalla forza dell’ordine.
A Sestri Ponente, già domenica 7, durante un comizio alla Casa del
popolo, si stigmatizza «la violazione della libertà della borghesia che
culmina in una giornata in cui si festeggia la proclamazione di una legge
che dovrebbe essere “di libertà”»62.
Secondo i giornalisti del «Secolo XIX» a Sestri Ponente l’astensione dal
lavoro in tutti gli stabilimenti è parziale nelle prime ore di martedì, poi
totale nel pomeriggio e il giorno seguente63. Dalla cronaca dell’«Avanti!»
emerge qualche dettaglio in più: «parecchi comizi affollatissimi. Guardie
carabinieri scorrazzano per la città commettendo ogni sorta di soprusi. Vi
sono stati alcuni feriti e sono stati operati parecchi arresti, che però non
verranno mantenuti. La città è ora calma»64. La Casa del popolo
comunica la decisione della cessazione dello sciopero a livello nazionale.
L’indomani, nonostante la disapprovazione dell’assemblea, il lavoro
viene ripreso in tutti gli stabilimenti di Sestri ad eccezione della
Manifattura tabacchi e della Piaggio. Il venerdì lo sciopero termina anche
alla Manifattura tabacchi in tutta Italia65.
A Novi Ligure, uno dei più importanti centri ferroviari dell’epoca, lo
sciopero è praticamente totale e non si registra nessun incidente66. A
Ronco Scrivia nella notte tra il 9 e il 10 giugno scoppia una mina lungo
un binario della linea ferroviaria Genova-Milano. L’attentato è stato
attribuito ai lavoratori-minatori, addetti alla costruzione di una galleria
lungo la stessa linea ferroviaria, aderenti allo sciopero. Operai che il
                                                            
61
Tentativi di sciopero ferroviario, in «Gazzetta del Popolo», 11 giugno 1914.
62
Comizi a Sestri Ponente, «Avanti!», 8 giugno 1914.
63
A Sestri Ponente un carabiniere e tre agenti feriti, in «Secolo XIX», 11 giugno 1914.
64
Sciopero generale in Italia, in «Avanti!», 11 giugno 1914.
65
A Sestri, in «Secolo XIX», 12 giugno 1914.
66
A Novi Ligure, in «Secolo XIX», 11 giugno 1914.
270

giorno seguente percorrono le vie del paese seminando il disordine. A


Cornigliano, sede di una delle più importanti Camere del lavoro a
indirizzo rivoluzionario della Liguria, i tre giorni di sciopero generale
sono trascorsi senza incidenti: tutti gli operai si sono astenuti dal lavoro e
la maggior parte dei negozi sono rimasti chiusi67.

5. Le conseguenze politiche, sociali e giuridiche dello sciopero


generale

Lo sciopero della Settimana rossa termina alla vigilia di importanti


elezioni amministrative. Viene registrata una notevole affluenza alle urne
in un clima assai politicizzato dalla contrapposizione tra socialisti e
clerico-moderati. L’eco dei sanguinosi avvenimenti è immediatamente
amplificata e utilizzata ad arte dai giornali costituzionali che appoggiano
le liste conservatrici, mentre i giornali socialisti tendono a ridurre gli
eccessi delle manifestazioni.
A Torino, per esempio, «Il Grido del Popolo» si impegna a fondo nella
battaglia elettorale per le politiche suppletive dove, per il IV collegio, si
fronteggiano il candidato dell’Unione nazionalista Giuseppe Bevione
(corrispondente della guerra di Libia de «La Stampa») e l’operaio
socialista Mario Bonetto. Il «Grido», preoccupato degli effetti negativi
degli eccessi, tende a incanalare le imponenti manifestazioni torinesi
negli argini della «calma» e della «compostezza». In risposta al manifesto
del sindaco Rossi contro la gravità dei disordini68 e le insane propagande
che li hanno alimentati e favoriti, viene pubblicata una dichiarazione
secondo la quale tutti i socialisti pur assecondando il movimento
proletario hanno fatto il massimo sforzo per far cessare lo sciopero
quando la Cgdl lo deliberò69. In un articolo de «La Stampa» dell’11
giugno si legge:

è passato come un ciclone a Torino e sull’Italia lo sciopero generale col suo


corteo di tumulti sanguinosi, di eccessi criminali, di saccheggi e di violenze
senza precedenti. È certo che lo sciopero generale del 1914 è stato più grave e
più sinistro del suo famigerato predecessore del 1904. Il socialismo

                                                            
67
Le gesta degli scioperanti a Ronco, in «Secolo XIX», 12 giugno 1914.
68
Archivio Storico della Città di Torino, cit., supra.
69
In «Grido del Popolo», 13 giugno 1914.
271

rivoluzionario ha il comune a portata di mano. Tutti si prenda il proprio posto di


combattimento...70

Anche il giornale clericale «Il Momento» sfrutta senza esitazioni la


possibilità con titoli come La plebaglia per due giorni spadroneggia a
Torino (11 giugno) o valutazioni del tipo:«lo sciopero generale con i suoi
eccessi e con i suoi lutti valse a ricondurre sul terreno della realtà chi se
ne era staccato per amore di fronda o per intransigenza»71.
I disordini registrati nei giorni precedenti spingono larghi strati del ceto
medio torinese verso posizioni conservatrici. La tornata elettorale non è
favorevole ai candidati socialisti: solo sedici consiglieri comunali contro i
sessantasette della lista costituzionale e Bonetto soccombe a Bevione per
poche decine di voti72. Aldilà della sconfitta elettorale la classe operaia
torinese non è piegata dalla disillusione per l’epilogo della protesta e
negli anni successivi sarà protagonista di lotte grandiose diventando
nell’affermazione di Gaetano Salvemini «uno dei centri più attivi del
socialismo rivoluzionario intransigente»73.
Nel resto del Nord-ovest, Vercelli e Cuneo restano conservatrici,
Novara e Alessandria confermano l’indirizzo socialista, l’alleanza tra
democratici e radicali conquista il Comune di La Spezia, e nel consiglio
comunale di Genova entra un solo rappresentante del Partito socialista.
La fase rivoluzionaria della Settimana rossa si spegne nella maggior
parte delle zone del Nord-ovest, ma lo sciopero alla Manifatture Lane di
Borgosesia continua fino alla metà d’ottobre perché nata e gestita su
presupposti diversi da quelli emersi altrove. Questo sciopero rappresenta,
pur nella sconfitta immediata, un patrimonio di indicazioni e di

                                                            
70
Elezioni generali amministrative, in «La Stampa», 11 giugno 1914.
71
«Il Momento», 16 giugno 1914.
72
In realtà già nelle elezioni politiche del 1913 si registra un'avanzata dei cattolici soprattutto a
Torino (vedi M.L. Salvadori, Il movimento cattolico a Torino 1911-1915, Giappichelli, Torino
1969) e in provincia di Cuneo e un cedimento dei socialisti (per una panoramica del movimento
socialista nelle varie zone del Piemonte vedi F. Rigazio, Il movimento socialista nel vercellese dalle
origini al 1922, stampa 1993, A. Ellena, Il movimento socialista nel cuneese dal 1892 al 1914,
Edizioni Lotte Nuove, Cuneo 1965, P. Gallo, La nuova Alessandria tra socialismo e liberalismo.
Cronaca e storia dal 1890 al 1914, Edizioni Il Piccolo, Alessandria 1991). Se a livello nazionale le
elezioni del 1913 confermano un'ascesa dell’Estrema sinistra (vedi M. Degl’Innocenti, Storia del
socialismo italiano, (diretta da G. Sabbatucci), vol. II, l’età giolittiana (1900-1914), Il Poligono
editore, Roma 1980, pp. 422-428), Piemonte e Liguria registrano risultati di segno opposto, anche
se la minore dispersione di voti consente l'aumento dei deputati.
73
Cultura e società nella formazione di Gaetano Salvemini, a cura di E. De Marco, Dedalo, Bari
1983, p.174.
272

esperienze nuove per l’intero movimento operaio valsesiano. Nonostante


il ritorno in fabbrica o l’emigrazione, una mobilitazione così completa
non si era mai avuta in Valsesia: la lunga sospensione dal lavoro accresce
la coscienza della classe operaia e fa sentire il proprio peso e la volontà di
riscossa del proletariato tessile anche sulle elezioni amministrative in cui
si afferma il blocco di sinistra (socialisti riformisti, soms, radicali) si
afferma contro i liberali.
Le conseguenze della Settimana rossa sembrano non intaccare, almeno
nel breve periodo, i comportamenti e le posizioni della Camera generale
del lavoro. Il 16 e il 17 giugno il Comitato nazionale della Cgdl si
riunisce a Genova: l’ordine del giorno rimane quello fissato dal Comitato
esecutivo nella riunione dell’1 giugno che aveva deciso la convocazione
per il 9-10 giugno, riunione rinviata per «i fatti di Ancona». Nelle
relazioni si parla di sciopero pacifico non di sommossa e ogni delegato
fornisce il resoconto di ciò che è accaduto nelle rispettive città. Tra i
presenti Giovanni Marchetti per la Cdl di Torino e Ludovico Calda per la
Cdl di Genova. L’operato nei giorni dello sciopero viene valutato
positivamente e ci si complimenta sull’inutile sangue non versato74.
Durante le giornate di sciopero generale vengono arrestate centinaia di
persone: ad Alessandria processi per direttissima, condannati diciotto
manifestanti da sei a diciotto giorni di carcere, senza condizionale per
«rifiuto d’obbedienza» (art. 434 del Codice penale). Gino Galliadi,
segretario della Camera del lavoro di Alessandria, è denunciato per
«violenza privata e attentato alla libertà del commercio e dell’industria»
(artt. 165 e 166 del Codice penale). Rifiuta il processo per direttissima e
resta in carcere fino al 23 giugno quando viene rilasciato in libertà
provvisoria. La sentenza del successivo 2 novembre lo assolve per
mancanza di prove75. In altri grandi e piccoli centri del Nord-ovest76 i
reati di cui vengono accusati i manifestanti sono «partecipazione a
pubblica processione senza autorizzazione» (artt. 1 e 7 legge di Pubblica
sicurezza), «disturbo della quiete pubblica» (art.457 del Codice penale) e
«rifiuto di obbedienza all’Autorità» (art. 434 del Codice penale).
                                                            
74
Il resoconto della riunione è contenuto in «La confederazione del lavoro», nn. 305-306, 15
giugno - 1 luglio 1914 e n. 307, 16 luglio 1914.
75
Sciopero generale, in «Avvistatore della Provincia», cit., supra; l’esito del processo a Galliadi è
riportato in G.. Pompilio, La Camera del Lavoro di Alessandria. Dalle origini alla prima guerra
mondiale, Le Mani, Recco- Genova 2003, p. 170.
76
Vedi per esempio Crosio e Ferrarotti, Il divenire del proletariato trinese. Rerum patriae (1728-
1921), cit., pp. 273-277.
273

Contro le mene reazionarie del governo Salandra e per la salvaguardia


del movimento operaio nascono nuove iniziative: a La Spezia, per
esempio, i rappresentanti del partito anarchico, del partito socialista, del
partito repubblicano e della Camera del lavoro decidono di costituire un
comitato permanente di agitazione contro le Compagnie di disciplina
contro la reazione governativa per la difesa degli arrestati e per la
raccolta di mezzi finanziari a beneficio delle famiglie delle vittime77.
Dalla questa ricerca emergono due considerazione: l’assunzione di un
ruolo paternalistico da parte degli esponenti della Camera del lavoro e del
Partito socialista, che tentano di controllare una rivolta scoppiata
spontaneamente, e la costruzione, da parte dei giornali conservatori e
reazionari, di un immaginario negativo attorno allo sciopero grazie
all’enfatizzazione e alla spettacolarizzazione di violenze e
manifestazioni.
La produzione di stereotipi sul movimento operaio si intreccia con i
mutamenti sociali e politici del Nord-ovest italiano, che si sta
configurando come centro della produzione in senso capitalistico. I
giudizi espressi sul proletariato in rivolta sono rivelazione di un
dispositivo capillare di sfruttamento e di dominio, di gerarchie e di classi
sociali, le cui tracce profonde sono ancora vive nell’immaginario comune
odierno e nella rappresentazione del sovversivo.

                                                            
77
Contro le mene reazionarie del governo, in «La Spezia», 2 luglio 1914.
274
275

Milano e il Nord-est
di Matteo Soldini

Mentre nella cupa e piovosa domenica del 7 giugno 1914, nella cittàdi
Ancona, sferzata dalla pioggia e battuta dalle truppe della forza pubblica,
la tensione cresceva fino ad esplodere nell’ennesimo eccidio proletario,
tra Lugo e Milano, otto corridori percorrevano in bicicletta i 430
chilometri dell’ottava e ultima tappa della VI edizione del Giro d’Italia,
l’ultima prima dello scoppio della guerra.
A Milano, la quiete domenicale di una bella giornata di sole era animata
solo dall’evento sportivo che dominava l’attenzione pubblica: l’annuncio
dei giornali cittadini che l’arrivo, tenuto segreto dagli organizzatori, si
sarebbe svolto al Musocco, fece affluire migliaia di persone – almeno
diecimila secondo le cronache – sullo stradale fuori Porta Sempione,
tanto che lo si dovette spostare a Ospiate –dodici chilometri da Milano –
dove pure, appena cominciati i preparativi per l’allestimento dell’arrivo,
iniziarono ad affluire i tifosi1.
In generale, fatta eccezione per una pacifica manifestazione che vide a
Milano – una delle poche cittàItaliane in cui si tennero manifestazioni
antimilitariste in dispregio al divieto governativo – gli interventi di
Filippo Corridoni per l’Unione sindacale, Franco Marani per il Sindacato
ferrovieri, Luigi Molinari per gli anarchici e Franco Ciarlantini per i

                                                            
1
Poco prima delle cinque, a Ospiate, gli otto corridori superstiti, degli ottantuno partiti all’inizio di
quello che è ricordato come il Giro più duro della storia, tagliavano il traguardo acclamati da una
folla di cinquemila persone, per poi spostarsi al ciclodromo del Sempione per il giro di velocità,
dove la folla si era cominciata a radunare già dal primo pomeriggio. Cronaca dello sport, in «La
Stampa», 8 giugno 1914, p. 5. Si vedano inoltre M. Franzinelli, Il giro d’Italia. Dai pionieri agli
anni d’oro, postfazione di M. Torriani, Feltrinelli, Milano 2013, pp. 85-86, C. Castellano (a cura
di), Giro d’Italia. La grande storia, vol. 9, L' alba della corsa rosa. 1909-1914, RCS, Milano 2012
e P. Facchinetti, Giro 1914, il più duro di tutti quei temerari delle macchine a pedali, Bradipolibri,
Torino 2009.
276

socialisti2, l’appello antimilitarista della Camera del lavoro anconetana,


pur formalmente accolto da tutta la sinistra, non diede luogo a
manifestazioni o incidenti.La Festa dello statuto trascorse dunque
tranquillamente, con l’attenzione delle forze politiche –dei socialisti in
primis –indirizzata verso l’imminente prova elettorale delle
amministrative, le prime a suffragio universale maschile, convocate per la
successiva domenica del 14 giugno.

1. Arrivano le prime notizie da Ancona

La notizia dei fatti di Ancona giunse dunque a Milano solo in tarda


serata, e la mattina seguente con l’inizio della settimana lavorativa e la
ripresa dei lavori, passòdi bocca in bocca dilagando nelle fabbriche e
nelle officine.
Alle dieci e un quarto della sera Arturo Vella, dalla direzione del Partito
socialista a Roma, a quell’ora ormai praticamente deserta, telefonò alla
sede dell’«Avanti!» a Milano, in cerca del direttore Benito Mussolini –
che però era ancora in viaggio da Forlìdove aveva tenuto una conferenza
su Marat –e informò dunque il redattore Sandro Giuliani – futuro capo
redattore de «Il Popolo d’Italia» – di quanto era avvenuto in Ancona.
Mussolini non partecipò alla riunione di redazione, ma giunse in tempo
per scrivere e pubblicare un articolo in cui pur non parlando di sciopero –
Vella si era raccomandato: «Entreremo nella clausola dello sciopero
generale in caso di eccidio […] non vi compromettete però, perché in
questo momento sono solo e non posso prendere alcuna deliberazione»3–
dando conto dell’«assassinio premeditato, assassinio che non ha
attenuanti», dichiaròcomunque piuttosto esplicitamente che «noi non
precorriamo gli avvenimenti néci sentiamo autorizzati a tracciarne il
corso; ma certamente, quali questi possano essere, noi avremo il dovere
di secondarli e fiancheggiarli. […] E speriamo che con la loro azione i

                                                            
2
Z. Ciuffoletti, Storia del Psi, Vol. 1. Le origini e l’età giolittiana, Laterza, Roma-Bari 1992, p.
459.
3
Si veda il testo dell’intercettazione telefonica tra Vella e Giuliani del 7 giugno 1914, alle ore
22.15, in Archivio Centrale dello Stato, Ministero dell’Interno, Direzione generale di Ps, Ufficio
riservato (1911-1915), b. 108, f. 238, cit. in Lotti, La settimana rossa. Con documenti inediti, Le
Monnier, Firenze 1972 (1ª edizione, 1965), p. 273, Si veda inoltre ibidem, pp. 71-72 e R. De Felice,
Mussolini il rivoluzionario. 1883-1920, Einaudi, Torino 1995 (1ª edizione, 1965), p. 201.
277

lavoratori italiani sapranno dire che è venuta veramente l’ora di farla


finita»4.
La sera stessa, poco dopo aver parlato con l’«Avanti!», Vella inviò un
telegramma a nome della Direzione socialista alla Cgdl a Milano per
chiedere le sue intenzioni in merito allo sciopero e l’indomani Rinaldo
Rigola, segretario generale della Confederazione, gli telefonòa Roma
dichiarandosi favorevole e proponendo di farlo proclamare al Consiglio
nazionale, la cui riunione era prevista per il giorno dopo a Genova per il
rinnovo delle cariche.
A Milano a metàmattinata, con iniziativa spontanea e autonoma, i
seicento operai dello stabilimento Bianchi di via Bixio deliberarono in
assemblea di abbandonare il lavoro in segno di protesta e di incitare gli
altri a fare altrettanto, muovendo prima verso il vicino stabilimento
Bertelli, dove ottennero la solidarietàdi altri seicento tra lavoratori e
lavoratrici, e poi insieme in via Frisi dove anche gli operai della Citterio
disertarono il lavoro, portando il numero dei dimostranti a quasi 1400. La
folla, che fino ad allora aveva marciato compatta, si divise in gruppi per
portare la notizia dello sciopero nelle altre fabbriche non riuscendo però,
nella maggior parte dei casi (come alle Officine Milani e Silvestri), a
superare il grande dispiegamento di polizia mobilitato intorno ai
principali centri industriali e a parlare con gli operai.
Nel corso della giornata il Partito socialista e la Confederazione
generale del lavoro proclamarono lo sciopero generale, nel pasticcio delle
comunicazioni assurdamente ostacolate daritardi, reticenze e malintesi
che caratterizzarono i rapporti tra la Cgdl e la dirigenza delpartito,in
particolare sulla questione della durata dello sciopero, fino alla
controversa deliberazione confederale che ne decretòla fine.
Per il Partito socialista, nelle intenzioni di Vella e del segretario
Costantino Lazzari, lo sciopero doveva essere proclamato a oltranza –
stabilire un limite in partenza ne avrebbe infatti smorzato l’impeto sul
nascere e avrebbe impedito allo sciopero di diventare la forza con la
quale il grimaldello dell’azione parlamentare avrebbe dovuto fare leva
per scardinare il ministero Salandra –, mentre per la Confederazione
                                                            
4
B. Mussolini, Un efferato assassinio di Stato ad Ancona, in «Avanti!», 8 giugno 1914, cit. in Id.,
Opera omnia di Benito Mussolini. Vol. 6. Dalla fondazione di "Utopia" alla vigilia della
fondazione de "Il popolo d’Italia" (22 novembre 1913 - 14 novembre 1914), a cura di E. Susmel e
D. Susmel, La Fenice, Firenze 1972 (1ª edizione, 1953), pp. 207-208. Si vedano inoltre Lotti, La
settimana rossa. Con documenti inediti, cit., p. 72, e De Felice, Mussolini il rivoluzionario. 1883-
1920, cit., p. 202.
278

rientrava nella fattispecie prevista dal referendum indetto dopo i fatti di


Rocca Gorga dell’anno precedente che aveva stabilito, in caso di eccidio,
la proclamazione di uno sciopero di 24 o 48 ore al massimo.
In ogni caso, pur nella confusione venutasi a creare, le organizzazioni
confederali ricevettero l’ordine di sciopero generale, indetto a partire
dalla mattina seguente e aderirono anche l’Unione sindacale italiana e il
Partito repubblicano, mentre il Sindacato ferrovieritergiversòfino
all’ultimo, subordinando la sua adesione alla certezzache non si trattasse
solo di un’effimera e formale manifestazione di protesta e quindi di uno
sciopero a tempo determinato5.
Uno sciopero di sole quarantotto ore non avrebbe infatti consentito una
mobilitazione generale, a causa della strutturale lentezza del settore nei
tempi d’attuazione, dovuta all’organizzazione dei turni e, in caso di
sciopero arbitrario, l’art. 56 della legge 429 del 1907 che assegnava ai
ferrovieri di qualunque grado o ufficio lo status di pubblici ufficiali,
avrebbe comportato il licenziamento immediato e la denuncia alle
autorità di polizia per interruzione illegale di servizio. Il sindacato
avrebbe quindi aderito solo con due giorni di ritardo–dopo
l’assicurazione da parte del Psi sulla durata indeterminata –, portando sul
piatto dello sciopero 20.000 ferrovieri che si astennero dal lavoro(appena
il 20% della categoria, un quarto degli iscritti), in una mobilitazione
caratterizzata da un avvio disorganico e ritardi che misero a nudo le
debolezze della struttura organizzativa del Sfi, al di làdelle difficoltàdi
comunicazione e del boicottaggio dello Stato che bloccava i telegrammi
diramati dal comitato centrale6.
Nella serata si riunirono Milano il Consiglio delle leghe e i dirigenti
delle organizzazioni della Camera del lavoro per la lettura della
deliberazione della Cgdl votando, dopo una breve discussione, a favore
dello sciopero generale e pubblicando un manifesto a firma della
Commissione esecutiva della Camera del lavoro: «Lavoratori! Un nuovo

                                                            
5
Si vedano Lotti, La settimana rossa. Con documenti inediti, cit., pp. 69-78 e De Felice, Mussolini
il rivoluzionario. 1883-1920, cit., p. 203.
6
Si vedano G. Sacchetti, Il sindacato ferrovieri italiani dalla “Settimana rossa” alla grande
guerra, in M. Antonioli, G. Checcozzo (a cura di), Il sindacato ferrovieri italiani dalle origini al
fascismo. 1907-1925, Unicopli, Milano 1994, pp. 153-156 e E. Petrucci, Il lavoro, la guerra e il
ventennio fascista, in S. Maggi (a cura di), Lavoro e identità. I cento anni del sindacato ferrovieri
(1907-2007), prefazione di F. Solari, postfazione di F. Nasso, Ediesse, Roma 2007, pp. 116-119.
279

eccidio proletario ha insanguinato ancora il cammino delle libertàumane.


Insorgete! Lo sciopero generale èproclamato»7.
Analoga determinazione presero le camere del lavoro di Brescia, Monza
–che organizzòun pubblico comizio di protesta – e Rovigo, mentre a
Venezia l’assemblea pomeridiana della Commissione esecutiva della Cdl
e dei rappresentanti delle leghe, non portò a una decisione chiara, che fu
invece presa la sera stessa in seno all’assemblea generale di tutte le leghe;
questa stabilìl’adesione allo sciopero e indisse un comizio pubblico in
Campo Santa Margherita, seguìto dall’assemblea del Sindacato ferrovieri.
A Pavia il Consiglio comunale, convocato in seduta ordinaria, in segno di
protesta sospese la seduta e le locali sezioni dei partiti socialista e
repubblicano aderirono allo sciopero. Anche il Consiglio direttivo
dell’Unione sindacale milanese, plaudendo all’iniziativa di quanti
avevano autonomamente scioperato la mattina stessa, deliberò la
proclamazione dello sciopero generale e lo stesso fece la Federazione del
libro, che invitò gli aderenti a partecipare al comizio di classe indetto per
le nove del giorno seguente alla Camera del lavoro8.
Dopo le assemblee per la proclamazione dei candidati alle venture
elezioni amministrative–che per il partito socialista annoveravano, tra gli
altri, i nomi di Mussolini, Virgilio Brocchi, Emilio Caldara, Claudio
Treves e Filippo Turati –, la sera dell’8 in Galleria e in Piazza del
Duomo, durante gli scontri tra circa duecento dimostranti e le forze di
polizia e carabinieri, oltre a Mussolini – che fu «morsicato ad una
mano»– si registrarono alcuni feriti e contusi da ambe le parti e una
decina di arrestati tra i manifestanti9.
Anche se a Roma –dove la locale Cdl aveva autonomamente
proclamato lo sciopero a partire dal mezzogiorno dell’8, prima che la
Confederazione impartisse l’ordine per il giorno dopo –la giornata
successiva ai fatti di Ancona era trascorsa senza incidenti e le
manifestazioni di protesta avevano visto una partecipazione limitata,
Mussolini la mattina dopo da Milano, annunciando sull’«Avanti!»la
proclamazione dello sciopero generale, pensò bene di raccontare gravi

                                                            
7
Si veda A Milano, in «La Stampa», n. 157, 9 giugno 1914, p. 2
8
Si veda A Brescia, A Monza, A Rovigo, a Venezia e A Pavia, in «La Stampa», n. 157, 9 giugno
1914, p. 6 e Anche la Federazione del libro delibera lo sciopero per Milano, in «La Stampa», 9
giugno 1914, p. 2.
9
La lista dei candidati a Milano, in «La Stampa», 9 giugno 1914, p. 6 e Tumultuosa manifestazione
a Milano. Mussolini morsicato ad una mano, in «La Stampa», 9 giugno 1914, p. 6.
280

incidenti romani, deformando e ingigantendo i fatti perchél’esempio della


Capitale ispirasse i lavoratori italiani nella prima giornata di sciopero10.
A Milano si attendevano disordini e fu predisposto, per il 9, un
massiccio servizio d’ordine, anche se la mancata adesione di una parte
dei tranvieri e il pattugliamento delle linee, consentirono in un primo
momento a chi non aveva aderito allo sciopero di recarsi al lavoro ma,
per timore di incidenti, i tram cittadini tornarono nelle rimesse – fu la
stessa Edison a ordinare la sospensione del servizio–e quelli
interprovinciali uscirono scortati dai cavalleggeri.
A metàmattinata la situazione era ancora tranquilla –il capitano dei
carabinieri comunicava che non avevano aderito allo sciopero «quasi
completamente metallurgici, tipografi, gassisti e parzialmente tramvieri,
muratori, vetturini, panettieri nonchégli operai di stabilimenti e opifici
secondari»11–quando gruppi di scioperanti usciti dall’Unione sindacale si
riversarono per le vie del centro e in Piazza del Duomo, dove infransero
alcune vetrine a malmenarono alcuni vetturini e tassisti che non avevano
aderito allo sciopero, imponendo la chiusura dei negozi e paralizzando il
traffico. Davanti alla chiesa di San Nazzaro, circa 300 scioperanti si
assembrarono pretendendo che anche i preti scioperassero e
sospendessero la funzione religiosa, prima di spostarsi in Piazza Duomo,
dove il corteo fu sgomberato dalle forze dell’ordine senza particolari
incidenti.
Nel pomeriggio, alle quindici, era previsto un comizio all’Arena che
accolse oltre dodicimila scioperanti e vide l’intervento di Mussolini e
diCorridoni che, sollecitato dai presenti sulla questione dei ferrovieri, che
ancora non avevano dato notizie, disse che avrebbero dovuto fare causa
comune con tutto il proletariato e insistette sulla necessitàdella
prosecuzione dello sciopero, sottolineando come riprendere il lavoro
sarebbe stato un tradimento. Parlarono poi Franco Mariani per la Camera
del Lavoro milanese, il repubblicano Mario Gibelli, il socialista belga

                                                            
10
B. Mussolini, Lavoratori d’Italia scioperate!, in «Avanti!», 9 giugno 1914, cit. in Mussolini,
Opera omnia di Benito Mussolini. Vol. 6. Dalla fondazione di "Utopia" alla vigilia della
fondazione de "Il popolo d’Italia" (22 novembre 1913 - 14 novembre 1914), cit., pp. 209-210. Si
veda anche Lotti, La settimana rossa. Con documenti inediti, cit., pp. 109-110. Si veda inoltre
l’intercettazione telefonica dell’8 giugno 1914, ore 20.55 tra Mussolini, Vella e il corrispondente da
Roma dell’«Avanti!», ACS, Ministero dell’Interno, Direzione generale di Ps, Ufficio riservato
(1911-1915), b. 83, f. 186, cit. in Lotti, La settimana rossa. Con documenti inediti, cit., pp. 278-
279, si veda inoltre ibidem, pp. 109-110.
11
Lotti, La settimana rossa. Con documenti inediti, cit., p. 123.
281

Renard, l’anarchico Libero Merlino e Pulvio Zocchi che tenne un


intervento dai toni particolarmente accesi.
Dopo il vivace comizio Mussolini e Corridoni incitarono la folla a
spostarsi in Piazza Duomo per far chiudere i negozi e bloccare il traffico,
dunque due drappelli di carabinieri cercarono di impedire la formazione
del corteo all’uscita dell’Arena e le truppe si dispiegarono per tutto Parco
Sempione per bloccare l’accesso alle vie del centro ma i dimostranti,
armati di sassi e bastoni, al riparo di una barricata ricavata rovesciando
un carro, indirizzarono una sassaiola alla cavalleria di guardia avanzando
poi verso Piazza Duomo facendosi largo a forza di sassate.
Diverse cariche di cavalleria riuscirono a rompere l’unitàdel fronte degli
scioperanti che, a piccoli gruppi e per vie traverse, giunsero al Broletto,
dove incontrarono nuovamente la resistenza della polizia, distrussero le
vetrine di un ristorante e di una pasticceria e incendiarono un furgone –e
il suo carico di due damigiane d’alcol – che si trovava a passare di làin
quel momento.
Per le vie del centro furono incendiati e distrutti diversi carri e
automobili mentre violenti tafferugli si accendevano con la forza
pubblica che stava convergendo verso la piazza dove, nonostante i
tentativi di blocco, la massa degli scioperanti stava affluendo numerosa a
piccoli gruppi.
In piazza, dove si era improvvisato un comizio attorno al monumento
equestre a Vittorio Emanuele II, un gruppo di manifestanti si scontrò
violentemente con gli agenti della squadra mobile e Filippo Corridoni,
malmenato e colpito alla testa, fu arrestato e portato in questura insieme
ad altri, suscitando la reazione dei compagni che cominciarono a
disselciare la piazza: una sassaiola costrinse le guardie a retrocedere –
sempre bloccando l’ingresso della galleria Vittorio Emanuele II –e fece
tacere un circolo aristocratico che da un balcone incitava le forze di
polizia, fino a che l’arrivo di due compagnie di fanteria non fece
disperdere la folla e un gruppo di agenti in borghese si
gettòall’inseguimento dei manifestanti in fuga mentre echeggiavano
nell’aria diversi colpi di pistola. Anche Mussolini, che nello stesso
momento entrava in piazza attorniato da un centinaio di dimostranti, fu
coinvolto in una colluttazione con gli agenti di polizia e, messo fuori
gioco da un colpo di sfollagente alla testa, fu tratto in salvo da Amilcare
De Ambris e dai suoi compagni che lo portarono alla redazione
282

dell’«Avanti!»12. La serata fu ancora animata da manifestazioni e


tafferugli senza che si verificassero particolari incidenti, salvo il ricovero
in ospedale di un ferito da arma da fuoco –di calibro diverso da quelli in
dotazione alla forza pubblica –e la piazza fu presidiata dalla cavalleria
fino a tarda ora, mentre gli scontri proseguivano per le vie del centro che
rimase paralizzato anche il giorno successivo.
A Bergamo, dove tutti gli stabilimenti erano rimasti fermi e le
organizzazioni socialiste avevano anche ottenuto la solidarietàdegli
operai delle Leghe cattoliche, i manifestanti, dopo un comizio, si
riversarono per le vie della cittàbassa ottenendo la chiusura dei negozi e
si spostarono nel pomeriggio sulla linea ferroviaria dove le donne si
misero sui binari per impedire il passaggio del treno13. Anche a Brescia lo
sciopero vide un’ampia partecipazione e si estese dalle fabbriche al
servizio tranviario, senza però che si verificassero incidenti. A Sondrio lo
sciopero fu completamente ignorato e a Como la partecipazione fu
irrisoria cosìcome a Pavia, dove pure lo sciopero fu proclamato dalla
mattina, ma si svolse solo un comizio in tarda serata alla presenza di 400
persone, cui seguìil tentativo di invadere uno stabilimento che si risolse
con una sessantina di arresti. A Cremona e Mantova fu proclamato solo la
sera, nel corso di due comizi, cui seguì, nella seconda, un tentativo –
bloccato senza incidenti dalle forze dell’ordine – di invadere la stazione e
l’officina elettrica e di imporre la chiusura dei caffèdel centro.
Nel resto del nord-est la situazione fu più tranquilla: in Veneto in
particolare, solo a Venezia e Rovigo fu proclamato lo sciopero, mentre a
Padova un’assemblea di circa centocinquanta persone riunita nella locale
Camera del Lavoro deliberò di non aderire, limitandosi
all’organizzazione di un comizio; a Vicenza si tenne una piccola
dimostrazione davanti al teatro Verdi nel tentativo diinterrompere lo
spettacolo in corso, ma fu sgombrata dalle forze dell’ordine senza
incidenti. A Rovigo invece lo sciopero fu partecipato ma non ci furono

                                                            
12
Da una città all’altra, in «La Stampa», 11 giugno 1914, p. 3. Si veda anche Lotti, La settimana
rossa. Con documenti inediti, cit., pp. 125-126. Si vedano inoltre la foto degli scontri in Piazza del
Duomo in «L’Illustrazione italiana», 21 giugno 1914, riportata in M. Isnenghi, S. Levis Sullam (a
cura di), Gli Italiani in guerra. Conflitti, identità, memorie dal Risorgimento ai nostri giorni, vol. 2.
Le «tre Italie»: dalla presa di Roma alla Settimana Rossa (1870-1914), UTET, Torino 2009, p. 618
e la foto dell’arresto di Filippo Corridoni, ibidem, p. 619.
13
A Bergamo, in «La Stampa», n. 159, 11 giugno 1914, p. 3.
283

scontri o episodi di violenza e nel pomeriggio si svolse un comizio alla


presenza di 1500 persone14.
A Venezia scioperarono, tra gli altri, gli operai dell’Azienda di
Navigazione Interna, della SocietàVeneta Facchini e le operaie della
Manifattura Tabacchi–che aveva visto un’adesione quasi totale con solo
una ventina di avventizie che si erano presentate al lavoro15–mentre
furono solo poche decine gli arsenalotti che disertarono, tanto che il
giorno dopo il direttore dell’Arsenale invitònel suo ufficio i capi tecnici
delle varie officine perchétrasmettessero l’encomio della direzione agli
operai che non avevano scioperato16.
Nel pomeriggio, dopo un comizio a Campo Santa Margherita che vide
la partecipazione di duemila scioperanti e gli interventi del segretario
della camera del lavoro Giacinto Menotti Serrati, del deputato Elia
Musatti e del prof. Ernesto Cesare Longobardi, gli scontri tra operai e
forze dell’ordine a San Pantalon, San Giuliano e San Marco provocarono
alcuni feriti da ambe le parti e la devastazione di un caffèinvaso dai
dimostranti e indussero i turisti a lasciare la città, ma mercoledìquasi tutto
era tornato alla normalità già prima che giungesse la notizia della fine
dello sciopero, anche se la stazione di Venezia continuò ad essere
presidiata dall’esercito a scopo precauzionale17.
Durante la giornata, i servizi ferroviari non avevano subito interruzioni
di sorta e a tarda sera si attendeva ancora la deliberazione del Sindacato
ferrovieri, ma l’ordine di sciopero doveva essere emanato dal Comitato
centrale – con sede in Ancona – che era stato convocato d’urgenza

                                                            
14
Si veda Lotti, La settimana rossa. Con documenti inediti, cit., pp. 121-123.
15
Sullo sciopero delle tabacchine a Venezia si veda N. Pannocchia e M.T. Sega, Lotte e
organizzazioni femminili nel movimento operaio e socialista tra Otto e Novecento, in N.M.
Filippini (a cura di), Donne sulla scena pubblica: società e politica in Veneto tra Sette e Ottocento,
pp. 311-313. Si vedano inoltre M.T. Sega, Manifattura tabacchi, Il poligrafo, Padova 2008 e, su
Anita Mezzalira, una delle principali fautrici delle mobilitazioni del 1914-1915, M. Balladelli,
Anita Mezzalira (1886-1962). Una vita per la democrazia e per il socialismo, Comune di Venezia,
Venezia 1984 e "Da una donna la forza delle donne”. Anita Mezzalira (1886-1962). Convegno-
testimonianze. Venezia, 22 ottobre 1988, Salemi, Roma 1989.
16
Arsenalotti encomiati, in «La Stampa», 11 giugno 1914, p. 7.
17
A Venezia, in «La Stampa», 11 giugno 1914, p. 3 e Servizio ridotto da e per Venezia, in «La
Stampa», 11 giugno 1914, p. 4. Si vedano Lotti, La settimana rossa, cit., pp. 121-122, D. Resini (a
cura di), Cent’anni a Venezia. La camera del lavoro, prefazione di M. Isnenghi, il Cardo, Venezia
1992, p. 385, G. Sbordone, Nella Repubblica di Santa Margherita. Storie di un campo veneziano
nel primo Novecento, prefazione di E. Franzina, Nuova Dimensione, Portogruaro 2003 e Id., Il filo
rosso. Breve storia della Cgil nel Veneto bianco, prefazione di M. Isnenghi, Nuova Dimensione,
Portogruaro 2007.
284

proprio per quella sera, mentre il segretario generale Giovanni Bitelli e


tre membri del comitato centrale erano ancora in viaggio da Milano18.
La delibera non tardò ad arrivare ma nella giornata successiva, salvo
casi isolati, anche clamorosi –come il tentativo di far saltare con la
dinamite il ponte sull’Arda all’altezza di Fiorenzuola, nella tratta
Piacenza-Bologna –, non si rilevarono particolari incidenti19; del resto
come aveva dichiarato Ferroni, membro del Consiglio generale del
Sindacato, avvicinato da «La Stampa» durante il suo servizio alla
Stazione Centrale il giorno precedente: «A Milano lo sciopero troverà
sempre piena adesione. Ma l’astensione dal lavoro non potrà avvenire
contemporaneamente in ogni centro, data la difficoltà di impartire gli
ordini da Ancona» – e concluse con una previsione troppo ottimistica –
«comunque, se il Comitato centrale deliberasse lo sciopero, domani
mattina abbandoneranno il lavoro almeno i ferrovieri dell’Alta Italia»20.

2. L’ordine confederale e la continuazione dello sciopero

Oltre a Venezia –che fu peraltro la prima città in cui la Cdl, guidata da


Menotti Serrati, deliberò ad ampia maggioranza la cessazione dello
sciopero21–, nella seconda giornata si assistette ad un rapido e
progressivo raffreddamento della situazione, anche nella maggior parte
delle province del nord-est, dove la giàscarsa partecipazione si fece
ancora più sparuta.Apparve chiaramente, ai dirigenti in primis, che lo
sciopero avesse rapidamente perso di vigore e partecipazione, pur
essendosi esteso a cittàche il giorno precedente non avevano risposto
all’appello: si era trattato infatti, nella maggior parte dei casi, di
un’adesione prettamente formale che non si era risolta, all’atto pratico, in
una protesta incisiva. Verona e Vicenza si erano unite allo sciopero che
proseguiva anche a Rovigo dove peròtutto si mantenne tranquillo, così
come a Padova e Treviso che furono solo teatro di comizi, senza che
l’ordine pubblico fosse minimamente turbato.
                                                            
18
Il Sindacato dei Ferrovieri ha già deliberato lo sciopero?, in «La Stampa», 9 giugno 1914, p. 6.
19
Lo sciopero ferroviario proclamato dal Sindacato ma non effettuato, in «La Stampa», 11 giugno
1914, p. 3.
20
Il Sindacato dei Ferrovieri ha già deliberato lo sciopero?, in «La Stampa», 9 giugno 1914, p. 6.
21
ACS, Ministero dell’Interno, Direzione generale di Ps, Ufficio riservato (1911-1915), b. 84, f.
186, dispaccio delle 11,35 del 10 giugno 1914, cit. in Lotti, La settimana rossa. Con documenti
inediti, cit., p. 150.
285

Quanto alla Lombardia, Mantova – dove gli scioperanti cercarono di


invadere la stazione e si scontrarono con le forze dell’ordine – e Cremona
si erano unite allo sciopero che continuava anche a Pavia, Como e
Brescia.
A Milano – dove era stato richiamato un reparto del 58ºfanteria che si
trovava ad Abano (Pd) per un esercitazione22–, nella notte e nella
mattinata della seconda giornata di sciopero ci furono, secondo il
rapporto del prefetto, «molti altri arresti, specialmente di elementi torbidi,
che giova togliere dalla circolazione, e molti altri per violenze»23 e la
situazione si mantenne tesa per tutta la giornata ma il clima era
evidentemente cambiato.
Anche se i tram non uscirono dalle rimesse, nessun giornale fu
pubblicato, il servizio di nettezza urbana fu sospeso e ci furono alcuni
scontri fra la forza pubblica e gli scioperanti che cercarono di far
chiudere i negozi e bloccare il traffico, non si segnalarono incidenti, molti
negozi riaprirono i battenti, alcune officine milanesi ripresero a lavorare
potendo contare sugli avventizi, e i trasporti delle ferrovie funzionarono
regolarmente24.
Nel pomeriggio si tenne all’Arena un secondo comizio che vide una
partecipazione ancora piùampia del precedente e giunse a radunare non
meno di 25000 scioperanti, in un’atmosfera particolarmente tesa per via
della situazione dei ferrovieri che sembrava non rispondessero allo
sciopero proclamato dal sindacato: Ettore Ercole, giunto dalla sede di
Ancona a portare la notizia della delibera, fu accolto solo da
un’assemblea di appena una settantina di ferrovieri25 e un piccolo gruppo
di essi fu salutato da acclamazioni all’ingresso del comizio all’Arena.
Giovanni Marinelli della Commissione esecutiva della Camera del lavoro
milanese, aprìla serie degli interventi confermando che il Sindacato
ferrovieri aveva deliberato in favore dello sciopero, ma che non si poteva
prevedere il tasso di adesione e, fatta eccezione per il barricadiero
intervento di Paolo Valera – che, per i suoi pubblici interventi milanesi

                                                            
22
Le grandi manovre nel Trevisano sospese, in «La Stampa», 11 giugno 1914, p. 4.
23
Dispaccio delle 10.45 del 10 giugno 1914 inviato dal prefetto Carlo Panizzardi, in ACS,
Ministero dell’Interno, Direzione generale di Ps, Ufficio riservato (1911-1915), b. 83, f. 186, cit. in
Lotti, La settimana rossa. Con documenti inediti, cit., p. 148.
24
Da una città all’altra, in «La Stampa», 11 giugno 1914, p. 3.
25
Dispaccio delle 21 del 10 giugno 1914, in ACS, Ministero dell’Interno, Direzione generale di Ps,
Ufficio riservato (1911-1915), b. 83, f. 186, cit. in Lotti, La settimana rossa. Con documenti inediti,
cit., p. 148.
286

tenuti durante lo sciopero, si guadagnò una denuncia


all’autoritàgiudiziaria per istigazione a delinquere ed eccitamento all’odio
di classe e fu condannato, con sentenza del 10 ottobre 1914, a sei mesi di
carcere e al pagamento di L. 3650 di multa26– gli altri mantennero toni
piùdimessi e chi parlò di rivoluzione, la rimandòa tempi migliori.
Ercole disse che «era stupido credere di affrontare le carabine coi sassi»
e raccontòche lo stesso Malatesta ad Ancona, prima di partire, gli aveva
detto che lo sciopero non era che una «vigilia d’armi», un «movimento di
preparazione»27. Sulle stesse corde suonarono gli interventi di Abigaille
Zanetta della Commissione esecutiva della Cdl milanese –una delle voci
dello sciopero delle operaie della manifattura tabacchi in agitazione
giàdall’aprile precedente28–, di Gibelli e di Zocchi; Mussolini e De
Ambris – che parlò al posto di Corridoni, ancora trattenuto dalle autorità
– si pronunciarono per la continuazione dello sciopero, insistendo
peròsoprattutto sulla ripresa della campagna antimilitarista.
La decisione unilaterale di Rigola era maturata con l’approssimarsi
dello scadere delle 48 ore stabilite dal referendum, mentre le notizie
provenienti da tutta Italia dimostravano sostanzialmente che non c’erano i
numeri per una prova di forza e l’ordine della confederazione giunse
poco prima dell’inizio della seduta parlamentare, per la discussione delle
mozioni presentate contro il governo.
La notizia della deliberazione confederale colse di sorpresa il Partito
socialista e, certamente, il Sindacato ferrovieri che, di fatto, aveva appena
cominciato la mobilitazione ma, come sottolineato da Lotti, non poteva
avere un reale impatto sul dibattito parlamentare, che vide al centro
dell’attenzione i problemi di ordine pubblico: nei fatti, nonostante la
manifesta ostilità dei giolittiani nei confronti di Salandra, le possibilità di
una crisi di governo erano del tutto illusorie29.
                                                            
26
In quanto direttore de «La Folla», fu anche rinviato a giudizio alla Corte d’Assise di Milano per
offesa al re e alla famiglia reale e vilipendio delle istituzioni costituzionali. Il processo, previsto per
il 4 luglio 1914 fu rinviato e Valera fu condannato con sentenza dell’8 maggio 1915, ad altri sette
mesi di carcere. ACS, Ministero dell’Interno, direzione generale di Ps, divisione A.G.R., Casellario
Politico Centrale, b. 5297, f. Valera Paolo (1898-1940). Si veda inoltre R.H. Rainero, Paolo Valera
e l’opposizione democratica all’impresa di Tripoli, L’erma di Bretschneider, Roma 1983, p. 34.
27
Si veda «Corriere della sera» n. 159, 11 giugno 1914, cit. in Lotti, La settimana rossa. Con
documenti inediti, cit., p. 149.
28
Si veda F. Imprenti, Operaie e socialismo. Milano, le leghe femminili, la Camera del lavoro.
1891-1918, prefazione di A. De Clementi, F. Angeli, Milano 2007, pp. 227-233.
29
Si veda Lotti, La settimana rossa. Con documenti inediti, cit., pp. 152-164. Sul dibattito
parlamentare, ibidem, pp. 165-189. Si veda inoltre F. Giulietti, Storia degli anarchici italiani in età
giolittiana, prefazione di G. Berti, Angeli, Milano 2012, pp. 317-318.
287

Dopo le movimentate dichiarazioni di voto, animate da interventi


particolarmente accesi, come quello di Turati, il primo ministro, sicuro
dell’esito a lui favorevole sulla mozione – di non approvazione
dell’indirizzo di politica interna del governo – presentata da Calda del
gruppo socialista, chiese un voto negativo che fosse di «approvazione
della politica del governo» ottenendo l’appoggio di 254 deputati contro i
112 che approvarono la mozione: una vittoria del governo che chiuse la
partita in sede parlamentare, mentre la piazza romagnola, estranea alle
considerazioni di opportunitàpolitica che sovrintendono i giochi di
palazzo, era esplosa in tumulto.
Intanto cominciava a manifestarsi violentemente l’ostilitàdella
popolazione, nonchédegli ambienti liberali e nazionalisti,nei confronti
dello sciopero: a Milano il passeggero di una vettura bloccata dagli
scioperanti e due esercenti cui si cercò di imporre la chiusura risposero a
colpi di pistola e, in tarda serata, una folla radunata in piazza Duomo e
via Torino fu dispersa dalla squadra mobile quando, a Porta Venezia, una
contro manifestazione di circa 3000 nazionalisti, organizzata per chiedere
la riapertura dei negozi, si scontròcon una colonna di operai che li
respinse a sassate impedendogli di imboccare Corso Buenos Aires,
mentre da ambe le parti si sparavano colpi di revolver. Dopo l’intervento
della polizia, a mezzanotte la calma era stata ristabilita con un bilancio di
una settantina di arresti e parecchi feriti30. Quella sera stessa il prefetto di
Milano segnalava come «la cittadinanza ètalmente irritata contro
accozzaglia che tenta mettere a soqquadro una grande cittàche, se ancora
continuasse attuale gazzarra, forse non esiterebbe opporsi armata mano
agli scioperanti»31 e, per evitare di inasprire la situazione, dovette vietare
l’affissione di un manifesto di protesta dei nazionalisti contro lo sciopero;
cosa che Salandra non aveva mancato di rimarcare il pomeriggio in
seduta parlamentare, per dimostrare l’«imparzialità» del governo32.
                                                            
30
Incidenti e conflitti serali a Milano, in «La Stampa», 11 giugno 1914, p. 4.
31
Dispaccio delle 21 del 10 giugno 1914 inviato dal prefetto Carlo Panizzardi, in ACS, Ministero
dell’Interno, Direzione generale di Ps, Ufficio riservato (1911-1915), b. 83, f. 186, cit. in Lotti, La
settimana rossa. Con documenti inediti, cit., p. 151.
32
«L’on. Salandra siede, ma subito dopo si alza per dire: – Mi sono dimenticato di fare un’ultima
comunicazione che dimostra la imparzialità del Governo. Il Prefetto di Milano ha proibito un
manifesto dei nazionalisti di Milano perché concepito in termini provocanti. Modigliani: - Ha fatto
male. Salandra: – non siete mai contenti (Ilarità)». Atto deplorato invece dal deputato repubblicano
Innocenzo Cappa: «perché egli desidera la libertà per tutti e per tutti parità di trattamento».
Venticinque interrogazioni sui dolorosi episodi dello sciopero. Le dichiarazioni di Salandra e gli
attacchi dell’Estrema Sinistra, in «La Stampa», 12 giugno 1914, p. 2.
288

Fatta eccezione per la Romagna e l’Anconetano, furono poche le cittàin


cui si continuòa scioperare nonostante l’ordine della Cgdl anche se, in
netto contrasto con la deliberazione confederale, la Direzione del Partito
socialista votòun ordine del giorno di continuazione dello sciopero: «La
direzione, constatato che il movimento dello sciopero proclamato
d'accordo con la Confederazione Generale del Lavoro ha in due giorni
sollevato i lavoratori di ogni parte d'Italia ad una grandiosa, superba
manifestazione di protesta contro gli eccidi che ancora una vota
insanguinano il paese: considerando che la Confederazione del Lavoro ha
ritenuto opportuno di assumersi esclusivamente la responsabilitàdella
cessazione dello sciopero ed ha giàcomunicato alle organizzazioni la
relativa deliberazione, mentre non puòche prenderne atto, invita le
sezioni del Partito e il gruppo parlamentare ad intensificare la protesta nel
Paese e nel Parlamento contro la rinnovata politica liberticida dell’attuale
Ministero onde affrettarne la caduta»33.
Analogamente si espressero l’Unione sindacale e il Comitato centrale
del Sindacato ferrovieri che ordinòlo sciopero generale a oltranza,
proposta approvata ad ampia maggioranza dall’assemblea dei ferrovieri
della stazione di Milano, presidiata dall’esercito per tutta la giornata.
L’assemblea milanese – che vide l’intervento di Ercole –, nella sala di via
San Gregorio, presenziata da diverse centinaia di ferrovieri, nominò
inoltre otto commissioni di vigilanza per l’attuazione dello sciopero.
Anche alla stazione di Venezia, ancora occupata dall’esercito, le squadre
di vigilanza cercarono di impedire l’accesso ai crumiri e continuarono a
partire ed arrivare pochi treni e tutti con grande ritardo, mentre l’esercito
inviò nuove truppe di rinforzo a Mestre dove pure la stazione continuava
ad essere presidiata34.
La Commissione esecutiva della Camera del Lavoro milanese,
protestando anch’essa contro la deliberazione della Cgdl, invitò i
lavoratori a resistere e rimanere compatti nella continuazione dello
sciopero indicendo, per l’11 giugno, un nuovo comizio all’Arena e, nella
mattinata successiva, anche gli operai tipografi della sezione Lavori
diversi si unirono nella continuazione della lotta35.
                                                            
33
L’ordine del giorno della Direzione del Partito Socialista, in «La Stampa», 11 giugno 1914, p. 4.
34
I ferrovieri di Milano votano lo sciopero generale a oltranza, in «La Stampa», 11 giugno 1914,
p. 4 e Lo sciopero ferroviario a Venezia, in «La Stampa», 11 giugno 1914, p. 7.
35
«La nostra camera del lavoro ha manifestato apertamente il suo profondo dissenso dalla
deliberazione confederale per la ripresa del lavoro dopo 48 ore, prolungando di un giorno lo
sciopero, e dando mandato i suoi rappresentanti di votare contro l'attuale indirizzo confederale nel
 
289

3. La fine dello sciopero e l’assassinio di Cesare Furiosi

Nella terza giornata di sciopero, a Milano, i tram non circolarono ma la


mattinata trascorse abbastanza tranquillamente, con un’adesione piuttosto
scarsa, soprattutto da parte dei ferrovieri tanto che, pur con qualche
ritardo, erano arrivati e partiti tutti i treni previsti. Si verificarono
peròalcuni incidenti, provocati da monarchici e nazionalisti –secondo il
prefetto Panizzardi –«inneggianti lodevolmente ma anche
imprudentemente agli agenti e ai carabinieri»36 e i deputati socialisti
Osvaldo Maffioli e Ferruccio Bernardini dovettero chiedere alla
prefettura di garantire la sicurezza della sede dell’«Avanti!». Era prevista
infatti una dimostrazione contro il giornale socialista e i gruppi
nazionalisti, non riuscendo a raggiungere la redazione, presidiata da un
cordone di polizia, dirottarono su Corso Venezia dove si scontrarono con
alcuni scioperanti; volarono bastonate e colpi di pistola ma la cavalleria
intervenne a calmare i tumulti37.
Nel corso del comizio pomeridiano organizzato di nuovo all’Arena, alla
presenza di circa 15000 scioperanti, i rappresentanti della Camera del
lavoro, dell’Unione sindacale e del Partito socialista, che si erano riuniti
per valutare la situazione, annunciarono la decisione di cessare lo
sciopero tra le proteste dei presenti che applaudirono solo per le invettive
contro la Cgdl, accusata di aver stroncato sul nascere lo sciopero dei
ferrovieri e di aver agito mettendo l’Unione sindacale e il Partito
                                                                                                                                            
Consiglio nazionale a Genova. Le ragioni di questo dissenso sono da ricercarsi nell’atto arbitrario,
compiuto dalla Confederazione, nel momento in cui la grandiosa manifestazione proletaria si
andava affermando solennemente, in quanto al Partito socialista innanzi tutto spettava il compito di
dirigere il movimento, che era preminentemente politico, e nella completa mancanza di
affiatamento, che la Confederazione doveva particolarmente avere (l’essere invitati o meno, a
parlamentare in certe gravi situazioni non ha alcun valore!) colla nostra Camera del lavoro, che non
è certo l’ultima d’Italia. Il proletariato milanese in quei giorni tragici ha luminosamente dimostrato
di non essere colla Confederazione del lavoro ma col Partito socialista. La superba manifestazione
di protesta del proletariato italiano». Cause, note di cronaca, riflessioni, in «Il Proletariato», 20
giugno 1914, cit. in Antonioli, Torre Santos, Riformisti e rivoluzionari. La Camera del Lavoro di
Milano dalle origini alla Grande guerra, cit., pp. 236-237. Si vedano L’Unione Sindacale e la
Camera del lavoro di Milano deliberano di continuare lo sciopero, in «La Stampa», 11 giugno
1914, p. 4, Dove si sciopera ancora, in «La Stampa», 11 giugno 1914, p. 7.
36
Dispaccio delle 12.45 del 11 giugno 1914, in ACS, Ministero dell’Interno, Direzione generale di
Ps, Ufficio riservato (1911-1915), b. 83, f. 186, cit. in Lotti, La settimana rossa. Con documenti
inediti, cit., p. 329.
37
In proposito C. Rossi, Mussolini com’era, Ruffolo, Roma 1947, pp. 59-60. Si vedano inoltre
Bozzetti, Mussolini direttore dell’”Avanti!”, prefazione di U. Alfassio Grimaldi, Feltrinelli, Milano
1979, p. 163 e P. Milza, Mussolini, Carocci 2000, p. 181 (edizione originale: Fayard, Paris 1999).
290

socialista di fronte al fatto compiuto. Parlarono Ciarlantini, Marinelli,


Celestino Ratti, Ercole –che definìla Cgdl «il migliore poliziotto del
governo»–, Zocchi –«la direzione del partito socialista èancora in tempo
a vedere dove risiede l’anima rivoluzionaria, se nella decrepita
Confederazione o nella giovane Unione Sindacale. E voi sindacalisti e
libertari, ritornate pure domani al lavoro ma ricordate che dovete usare le
armi non solo contro i poliziotti, ma contro i vostri traditori»–, De
Ambris e Mussolini38.
Anche quest’ultimo accusò la Confederazione di aver tradito lo sciopero
e averne causato il fallimento, criticando allo stesso tempo la direzione
del partito che aveva preso atto della deliberazione confederale e il
Sindacato ferrovieri che aveva aspettato troppo per unirsi alla causa e
concluse invitando a non lasciarsi andare a polemiche fratricide e
mettendo in guardia contro la minaccia nazionalista39.
Mentre Mussolini si recava all’«Avanti!» per scrivere il suo famoso
articoloTregua d’armi40, la rabbia proletaria, frustrata e delusa nelle
aspettative rivoluzionarie, dall’esito di una protesta, nei fatti,
inconcludente e galvanizzata da quello che si percepì come un tradimento
della Cgdl, esplose alla fine del comizio, dando luogo agli scontri
piùvolenti che si fossero verificati a Milano dall’inizio dello sciopero,
proprio quando ne era stata ufficializzata la fine.
Alcune cariche di cavalleria cercarono di disperdere la folla che usciva
dall’Arena e nella confusione generale i cavalleggeri, caricando un
                                                            
38
Lotti, La settimana rossa. Con documenti inediti, cit., p. 239. Si vedano anche le fotografie che
ritraggono il comizio all’Arena e i cordoni delle truppe in via Dante, pubblicate in «La Stampa», 13
giugno 1914, p. 3.
39
«Io comprendo perfettamente come molti di voi abbiano in questo momento la bocca amara.
Anch’io ho questa strana sensazione. Se non l’unanimità, certamente la maggior parte di voi che in
questi tre giorni di sciopero è qui venuta con l’anima profondamente commossa ed acerbamente
sdegnata per l’assassinio di Ancona, avrà pensato: è dunque giunta una buona volta l’ora in cui
riusciremo a farla finita? Purtroppo dobbiamo constatare che circostanze che non dipendono dalla
nostra volontà, o lavoratori, non hanno permesso la completa realizzazione di questo desiderio che
è nell’animo nostro. La continuazione dello sciopero sarebbe un magnifico gesto che certo qui a
Milano riuscirebbe completamente, ma io mi domando se non sarebbe esso un inutile gesto,
inquantoché nelle altre città d’Italia lo sciopero è finito e dove non è finito, agonizza. Vi dico con
sincerità che se lo sciopero è precipitato ciò l osi deve al deliberato – che non esito a definire una
vera fellonia – della confederazione del Lavoro». Lotti, La settimana rossa. Con documenti inediti,
cit., p. 240 e De Felice, Mussolini il rivoluzionario. 1883-1920, cit., p. 205.
40
B. Mussolini, Tregua d’armi, in «Avanti!», 12 giugno 1914, cit. in Mussolini, Opera omnia di
Benito Mussolini. Vol. 6. Dalla fondazione di "Utopia" alla vigilia della fondazione de "Il popolo
d’Italia" (22 novembre 1913 - 14 novembre 1914), cit., pp. 218-221. Si veda inoltre De Felice,
Mussolini il rivoluzionario. 1883-1920, cit., p. 205.
291

gruppo di scioperanti, investirono per errore un cordone di fanteria


facendo qualche ferito. Le cariche si protrassero fino al tardo pomeriggio
con i carabinieri applauditi dai gruppi nazionalisti, tra le sassaiole degli
scioperanti che riuscirono a strappare la lancia ad un lanciere e a
disarcionare qualche cavalleggero. Uno squadrone dei cavalleggeri
“Vicenza” travolse un gruppo di dimostranti urtando, nell’impeto della
carica, contro un plotone di cavalleggeri “Savoia”: in particolare due dei
soldati rimasti feriti, Francesco Capuana e Francesco Barbieri, furono
trasportati in una vicina farmacia, applauditi al passaggio dai nazionalisti
e il terzo, piùgrave, fu portato al sicuro in una casa privata, mentre in
piazza continuavano gli scontri provocando molti altri feriti.
Alle diciannove, proprio quando sembrava che la situazione si stesse
calmando e solo un gruppo di dimostranti rimaneva a tenere la piazza,
circondata dalla cavalleria, uno squadrone del 24°cavalleggeri “Vicenza”,
di ritorno dall’Arena verso Foro Bonaparte, all’altezza di via Laura
Mantegazza, finìin mezzo a una sassaiola che fece imbizzarrire i cavallie
molti cavalieri, perso il controllo delle bestie, furono sbalzati di sella.
L’ufficiale in comando, tenente Vasario, e un carabiniere a cavallo
riuscirono a frenare le loro cavalcature e rimasero indietro, isolati dal
resto dello squadrone, sotto la sassaiola degli scioperanti. Passando tra il
civico 16 e il 18, sfilarono davanti a un portone dove si trovava
ammassato, in cerca di riparo, un gruppo di manifestanti chelanciarono
sassi e frasi ingiuriose all’indirizzo del tenente. Quest’ultimo puntòla
pistola in direzione del gruppo e fece fuoco, imitato subito dal
carabiniere.
Cesare Furiosi, un muratore di Lodi, trentenne, fu colpito in pieno volto
riversandosi all’indietro senza dare segni di vita e sarebbe caduto se la
calca non l’avesse tenuto in piedi. Mentre gruppi di cittadini
soccorrevano i soldati caduti, accompagnandoli presso i cordoni della
truppa per il trasporto all’ospedale militare, centinaia di persone si
affollarono intorno a Furiosi riverso in terra e privo di sensi e lo
adagiarono nell’atrio della porta presso la quale si trovava al momento
dello sparo, finchéuna lettiga della Pubblica assistenza di via Paolo Sarpi,
accorsa sul posto, non lo condusse in ospedale. Ogni tentativo dei medici
Foà e Oreni fu vano e alle 20 Furiosi morì41.
                                                            
41
Nel pomeriggio di lunedì 15, si tennero i funerali di Cesare Furiosi cui partecipò una folla di
operai insieme ai rappresentanti delle Leghe iscritte alla Camera del Lavoro e dell’Unione sindacale
riuniti in un lungo corteo – preceduto da tre bande musicali – che sfilò per le vie del Musocco al
 
292

Toccato l’apice della violenza, con il proseguire della serata la


situazione si fece piùtranquilla, salvo a Porta Vigentina dove un gruppo
di sindacalisti aggredirono un carrettiere e poi, caricati dai cavalleggeri si
dispersero, trovando rifugio nei locali dell’Unione sindacale.
La mattina del 12 la città era tornata alla normalità con i tram che
circolavano per le strade e le officine che avevano ripreso a lavorare; il
tragico bilancio degli scontri milanesi si chiudeva così con un morto,
molti feriti tra i manifestanti e la forza pubblica e un gran numero di
arrestati: nelle tre giornate di sciopero complessivamente 1500 persone42.
Nel giudizio di Bruno Fortichiari: «la sinistra responsabile di Milano e
provincia non ignora che troppe vaste zone d’Italia sono silenziose, che le
più forti organizzazioni sindacali, dirette dai riformisti, frenano quanto
più possono; che la classe padronale è, sì, qua e là sbigottita ma in
generale è salda e compatta sulle sue basi e può contare sulla forza del
suo Stato. Non ignora quanto sia avventurosa, anzi avventata, una
battaglia affidata alla “volontà” pur generosa di minoranze
disorganizzate, mancanti dei mezzi più elementari per l’azione e
soprattutto prive di adeguato programma»43.
Anche a Brescia, l’11 si erano fatti sentire i colpi di coda dello sciopero,
senza però gravi conseguenze: i dimostranti ottennero la chiusura dei
negozi e la sospensione del servizio tranviario; il bar Milano che aveva
tentato di resistere alla chiusura forzata, fu bersaglio di una sassaiola che
ne distrusse le vetrine fino a che non intervennero due plotoni di
bersaglieri, anch’essi respinti a sassate. Gli scontri fecero qualche ferito e
si conclusero con trenta arresti. Nella serata, in Corso Zanardelli una
                                                                                                                                            
suono della Marsigliese e dell’Inno dei lavoratori, fino al cimitero Maggiore dove rese omaggio alla
vedova e ai figli di Furiosi. I funerali del dimostrante ucciso nei disordini di Milano, in «La
Stampa», 16 giugno 1914, p. 2.
42
Si vedano Sassaiole e cariche di cavalleria a Milano. L’urto di due squadroni - Parecchi soldati
e un ufficiale feriti - Un muratore morto, in «La Stampa», 12 giugno 1914, p. 1, La furiosa
sassaiola dopo il comizio all’Arena, in «Corriere della Sera», 12 giugno 1914, Le meravigliose
giornate proletarie di Milano, in «L’Internazionale», 20 giugno 1914, p. 2 e La calma a Milano ed
a Genova, in «La Stampa», 12 giugno 1914, p. 7.
43
Continua: «l’esperienza della settimana rossa tuttavia non è stata del tutto vana per la sinistra
della Federazione socialista milanese poiché i suoi esponenti hanno saputo svincolarsi dal
blanquismo di Mussolini e dal velleitarismo romantico di Costantino Lazzari e costruire la prima
cellula della nuova sinistra». B. Fortichiari, Appunti per la storia della sinistra comunista, in Id.,
Comunismo e revisionismo in Italia. Testimonianza di un militante rivoluzionario, prefazione di L.
Cortesi, Mimesis, Milano 2006 (1ª edizione, Tennerello, Torino 1978), p. 25. Si vedano inoltre M.
Mingardo, Mussolini, Turati e Fortichiari. La formazione della sinistra socialista a Milano, 1912-
1918, Graphos, Genova 1992 e G. Sircana, Fortichiari, Bruno, in Dizionario biografico degli
italiani, vol. 49, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 1997, ad vocem.
293

controdimostrazione di protesta contro lo sciopero che coinvolse anche la


banda municipale portò a ulteriori scontri aumentando il bilancio
giornaliero di feriti e arrestati44.
A Venezia, in piazza San Marco, era prevista una manifestazione
nazionalista, guidata da Mario Viana, contro le violenze dello sciopero,
all’ultimo momento rimandata al giorno successivo, ma verso le undici
della sera si formòuna folta colonna di nazionalisti che bruciòla bandiera
rossa e intonòcanti patriottici suscitando la reazione dei pochi socialisti
presenti che, pur inferiori nel numero, tentarono di intervenire ma furono
bloccati dalla polizia. Dopo aver intonato l’Inno di Mameli, la folla
ascoltòViana che, dalla loggia del campanile, improvvisòun comizio,
interrotto da un socialista che cercòdi colpirlo ma fu braccato da un
gruppo di nazionalisti e bastonato. Le guardie lo sottrassero agli sgherri e
lo portarono dalla guardia medica mentre Viana concludeva il suo
intervento al grido di «Viva l’esercito! Viva l’Italia!» e l’operaio Pietro
Nazzari, di 25 anni, gravemente ferito negli scontri, veniva trasportato
all’ospedale. A tarda sera il Sindacato ferrovieri, riunito alla Casa del
popolo deliberò per la cessazione dello sciopero – così come avevano
fatto anche i circoli di Padova e Verona – che aveva visto a Venezia una
partecipazione comunque limitata: quarantadue ferrovieri del personale
viaggiante, due manovratori della stazione, settantatré ferrovieri della
stazione marittima e sessantaquattro della stazione di Mestre45.
Nonostante la deliberazione del Comitato centrale, non dovunque ci si
adeguò alla direttive della dirigenza e in alcune cittàla mobilitazione si
protrasse fino al 16, quando fallì l’estremo tentativo del comitato di
agitazione bolognese di coinvolgere nella prosecuzione i compagni del
nord, organizzando un incontro al salone ferrovieri di via S. Gregorio a
Milano ma senza ottenere il risultato sperato. Il 13, nel primo
pomeriggio, il personale di manovra e di scambio della stazione di
Mestre entròin sciopero e, come la notizia si diffuse a Venezia, le stesse
categorie seguirono l’esempio dei vicini e il capo stazione dovette
supplire con gli allievi manovratori, rapidamente istruiti sul lavoro da
farsi46. Si trattò di promozioni d’emergenza che non costituirono casi
                                                            
44
La popolazione reagisce acclamando al Re ed all’Esercito, in «La Stampa», 12 giugno 1914, p.
5.
45
Colluttazione tra nazionalisti e socialisti a Venezia, in «La Stampa», 12 giugno 1914, p. 5 e A
Venezia, in «La Stampa», 12 giugno 1914, p. 7.
46
Il personale di scambio e di manovra lascia il servizio a Venezia ed a Mestre, in «La Stampa»,
14 giugno 1914, p. 7. Concluso lo sciopero la Direzione compartimentale delle ferrovie di Venezia
 
294

isolati, evidenziando un problema di crumiraggio all’interno della


categoria che suscitò le ire degli organizzati47.
Nelle linee secondarie, non statali, in particolare quelle gestite dalla
Società Veneta, l’astensione sarebbe proseguita ancora per molti giorni,
ma erano comunque gli ultimi guizzi di uno sciopero ormai
definitivamente concluso e le agitazioni si erano spente anche nelle
ultime, piùtenaci, sacche di resistenza; anche nell’Anconetano, dove tutto
era cominciato. La fine dello sciopero inaugurò per i ferrovieri una lunga
stagione repressiva di processi, provvedimenti disciplinari e addirittura
licenziamenti48:a Verona furono 200 i denunciati alle autorità e la
Direzione compartimentale delle ferrovie di Venezia denunciòal
procuratore del re ben 466 ferrovieri per indebito allontanamento
dall’ufficio49.
Tra le polemiche corali sul presunto tradimento confederale, i giorni
immediatamente precedenti le elezioni amministrative che, per via dello
sciopero, erano passate totalmente in secondo piano, si rianimarono di
comizi elettorali, nell’ultimo rush prima delle consultazioni50.
A Milano la vittoria socialista era già nell’aria, dopo gli importanti
risultati delle elezioni politiche del 1913 – con i liberali che persero tre
                                                                                                                                            
denunciò al procuratore del re, per indebito allontanamento dall’ufficio, 466 ferrovieri che in
occasione dello sciopero avevano abbandonato il lavoro. Reato previsto dall’art. 181 del codice
penale. Anche il segretario della Camera del Lavoro, Giacinto Menotti Serrati, fu denunciato per
attentato alla libertà d’industria, previsto dall’art. 165 che puniva «chiunque, con violenza o
minaccia, restringe o impedisce in qualsiasi modo la libertà dell’industria o del commercio». Si
veda 426 ferrovieri denunciati al Procuratore del re di Venezia, in «La Stampa», 23 giugno 1914,
p. 7.
47
Sacchetti, Il Sindacato ferrovieri italiani dalla “Settimana rossa” alla grande guerra, cit., pp.
158-160.
48
In totale 48 agenti furono radiati dai ruoli, 378 furono degradati, 1949 si videro prorogato di due
anni lo scatto per l’aumento della paga, 10370 subirono la proroga per un anno e 4833 per soli sei
mesi, 1334 furono sospesi dal servizio e dallo stipendio da 3 a 12 giorni e 41 agenti in prova furono
licenziati. Petrucci, Il lavoro, la guerra e il ventennio fascista, cit., pp. 118-119.
49
Reato previsto dall’art. 181 del codice penale. Anche il segretario della Camera del Lavoro,
Giacinto Menotti Serrati, fu denunciato per attentato alla libertà d’industria, previsto dall’art. 165
che puniva «chiunque, con violenza o minaccia, restringe o impedisce in qualsiasi modo la libertà
dell’industria o del commercio». Si veda 426 ferrovieri denunciati al Procuratore del re di
Venezia, in «La Stampa», 23 giugno 1914, p. 7. Si veda inoltre Sacchetti, Il sindacato ferrovieri
italiani dalla “settimana rossa” alla grande guerra, cit., pp. 161-162.
50
D’Aragona disse il 16 giugno al Consiglio nazionale della Confederazione a Genova: «Non
potevamo girare per le vie di Milano senza essere accolti a fischi; ci davano dei venduti, dei
traditori; io ho ritirato la mia candidatura a Milano pel Consiglio Provinciale perché mi si è fatto
chiaro capire che non ero più gradito. Sono andato domenica a votare e quasi sono stato bastonato».
«La confederazione del lavoro» nn. 305-306, 15 giugno - 1° luglio 1914, p. 573, cit. in Lotti, La
settimana rossa. Con documenti inediti, cit., p. 244.
295

deputati su quattro – che per le forze politiche milanesi assunsero un


significato particolarmente “cittadino” e furono preparate proprio
guardando alle amministrative dell’anno successivo. Il risultato delle
politiche portòinfatti la giunta Greppi a dare le dimissioni nel dicembre
1913, aprendo la strada al commissariamento regio per il governo del
Comune, affidato a Filiberto Olgiati, fino alle elezioni previste per
l’estate del 1914.
Le liste vedevano i socialisti contrapposti al blocco costituzionale
cattolico-liberale che presentava in lista il sindaco dell’ultima
amministrazione, Emanuele Greppi e nomi di cattolici quali Stefano
Cavazzoni51 e Ercole Casazza, insieme a quelli di parecchi liberali
dell’Unione Democratica come Cesare Saldini che fu assessore nella
giunta guidata da Ettore Ponti e, per l’astensione dal voto
sull’insegnamento religioso, aveva fama di anticlericale; il Partito
socialista candidò, tra gli altri, Edoardo Bonardi, Giovanni Allevi52,
Emilio Caldara, Vittorio Gottardi, Mussolini, Ugo Osvaldo Maffioli,
Turati e Treves mentre il Fascio democratico popolare presentò nomi
quali Luigi Della Torre, Angelo Salmoiraghi, Luigi Mangiagalli53,
Malachia De Cristoforis54, Giuseppe Ricchieri55, Cesare Goldman e
Achille Brioschi56.
Alle elezioni si presentarono 77584 votanti su un corpo di 141949
elettori, una partecipazione di oltre tre punti percentuali superiore rispetto
alle elezioni dell’anno precedente e proprio su sugli astenuti delle
politiche contavano i cattolici e i liberali per la conquista di Palazzo
Marino. I socialisti si presentarono peròcon un importante programma di
riforme e i liberali non riuscirono a sfruttare i disagi e gli scontri
                                                            
51
F. Malgeri, Cavazzoni, Stefano, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 23, Istituto
dell’Enciclopedia Italiana, Roma 1979, ad vocem.
52
E. Lodolini, Allevi, Giovanni, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 2, Istituto
dell’Enciclopedia Italiana, Roma 1960, ad vocem.
53
G. Armocida, B. Zanobio, Mangiagalli, Luigi, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 69,
Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 2007, ad vocem.
54
Si veda G. Armocida, G. Bock Berti, De Cristoforis, Malachia, in Dizionario biografico degli
italiani, vol. 33, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 1987, ad vocem.
55
G.L. Bettoli, Un geografo socialista alle soglie del "secolo breve". L'impegno politico e sociale
di Giuseppe Ricchieri, in «Atti dell’Accademia “San Marco” di Pordenone», vol. 9, 2007, pp. 131-
248.
56
Si vedano A Milano vivace lotta antisocialista dei costituzionali, in «La Stampa», 14 giugno
1914, p. 5 e A Milano. Si delinea la vittoria socialista per l’assenteismo dei liberali, ibidem, 15
giugno 1914, p. 2. Si veda inoltre M. Degl’Innocenti, Geografia e istituzioni del socialismo
italiano. 1892-1914, Guida, Napoli 1983, pp. 119-121.
296

provocati dallo sciopero in funzione antisocialista dato che, nonostante


gli episodi di violenza, la situazione si era ricomposta rapidamente. Le
elezioni videro dunque vincitrice la lista socialista – fu una vittoria
riformista, si consideri che Mussolini si trovava al 58°posto dei 64
consiglieri socialisti eletti – con circa duemila voti di distacco dalla lista
cattolico-liberale che comunque segnòun’importante avanzata (con il
41,39% dei voti rispetto al 36,33% delle politiche dell’anno precedente).
Le elezioni provinciali videro invece l’elezione di undici costituzionali e
nove socialisti –che incassarono complessivamente 34020 voti –
registrando un ampio successo nelle loro roccaforti dei quartieri
suburbani del V e VI mandamento. I costituzionali ottennero invece
30876 voti, il fascio popolare 8750 e i repubblicani 90057.
Il 30 giugno, dopo la rinuncia per motivi di salute di Luigi Majno58–
che aveva ottenuto il maggior numero di preferenze (34596) –, fu eletto
Emilio Caldara: primo sindaco socialista della storia di Milano, che
sarebbe stato sottoposto, di lìa breve, alle gravi prove
dell’amministrazione di guerra59.
                                                            
57
Il I mandamento ha visto eletti i costituzionali Stefano Cavazzoni (2408 voti) e Vittorio Ferrari
(2418). I socialisti Carlo Pagani e Alfredo Rota ricevettero rispettivamente 1209 e 1204 voti. Nel II
mandamento furono eletti i costituzionali G. Brugnatelli (2974), Giuseppe Tacconi (2974) mentre i
socialisti Paolo Solieri e V. Wais riportarono 521e 516 voti. Nel III mandamento i costituzionali
Giovanni Carones e Paolo Manusardi ottennero 1897 e 1929 voti mentre i socialisti Giuseppe
Garofalo e Adolfo Motta 823 e 624. Nel IV mandamento furono eletti i costituzionali Cesare Binda,
(2493) e Carlo Albertario (2476). I socialisti Angelo Filippetto e Riccardo Silvestrini riportarono
2688 e 2226 voti. Nel V Mandamento furono eletti i socialisti Vincenzo Ferrari (1647) ed Ernesto
Ghezzi (1647). I costituzionali Fausto Strada e Angelo Vittadini riportarono 1587 e 1588 voti. Nel
VI mandamento furono eletti i costituzionali De Capitani Da Vimercate (4973), Chierichetti (4941),
Agostino Perego (4954) mentre i socialisti Sisto Sisti, Giovanni Rizzini e Luigi Repossi ottennero
1587, 1587 e 1589 voti. Nel VII furono eletti i socialisti Giuseppe Cavalli con 14630 voti, Osvaldo
Maffioli con 14.200, Arturo Orsini con 14653, Cesare Sarfatti con 14586 mentre i costituzionali
riportarono i seguenti voti: Angelo Pellegrini 8809, Pizzamiglio 8874, Francesco Mazzarelli, 8858
e Carlo Ghidini 8826. Infine nel mandamento VIII furono eletti i socialisti Livio Agostini (11534),
Enrico Gonzales (11545) e Domenico Gismano (11634). I costituzionali ottennero invece i seguenti
voti: Bernardo Garbagni 5504, Riccardo Mussi 5499 e Carlo Mezzanotte 5569. Si vedano I
socialisti milanesi vittoriosi per circa 4000 voti, in «La Stampa», 16 giugno 1914, p. 52 e Luigi
Maino sarà Sindaco di Milano, ibidem, 18 giugno 1914, p. 7.
58
Su Luigi Majno si veda S. Trombetta, Majno, Luigi, in Dizionario biografico degli italiani, vol.
67, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 2007, ad vocem.
59
Su Emilio Caldara si veda la scheda biografica: R. Cambria, Caldara, Emilio, in Dizionario
biografico degli italiani, vol. 16, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 1973, ad vocem. Sulla
giunta Caldara si faccia riferimento a M. Punzo, Barbarossa a Palazzo Marino. I partiti milanesi di
fronte alle elezioni comunali del 1914, in «Rassegna storica del Risorgimento», 1982 pp. 26-66, Id.,
La giunta Caldara. L’amministrazione comunale di Milano negli anni 1914-1920, Laterza, Roma-
Bari 1986 e si veda E. Gonzales, A. Greppi, In memoria di Emilio Caldara: primo sindaco
socialista di Milano, Critica Sociale, Milano 1945. Si vedano inoltre U. Intini, Avanti! Un giornale
 
297

Mentre la polemica sul tradimento della Confederazione lasciòil posto a


quella, tutta interna al partito, sulla linea dell’«Avanti!» e di Mussolini
che fu oggetto di attacchi serrati da parte dell’ala riformista, alimentando
un dissidio che portò rapidamente alla frattura definitiva, la conquista del
comune di Milano da parte dei socialisti attenuò in parte la delusione per
la sconfitta della settimana rossa, che in tutto il nord-est non aveva in fin
dei conti portato a una mobilitazione paragonabile a quella della
primavera-estate dell’anno precedente e si era risolta in agitazioni
spontanee, asincrone e parcellizzate, che colsero del tutto impreparate
quelle forze politiche che avrebbero dovuto assumerne la direzione.

                                                                                                                                            
un’epoca. 1896-1993. Le sue pagine, i suoi giornalisti e direttori raccontano il secolo. Da Bissolati
a Mussolini, Gramsci, Nenni, Pertini e Craxi, Ponte Sisto, Roma 2012, pp. 112-114, la
testimonianza dello stesso sindaco in E. Caldara, Impressioni di un sindaco di guerra, Librerie
editrici La cultura, Milano 1924 e la relazione presentata al Consiglio comunale in E. Caldara, Il
socialismo municipale. Sei anni di amministrazione socialista, 3 luglio 1914 - 3 luglio 1920, M&B
Publishing, Milano 2005 (1ª edizione, Comune di Milano, Milano 1920).
298
299

Palermo e Napoli
di Lidia Pupilli

1. Giuseppe Chiostergi e i fatti di Palermo

L’onda d’urto dei fatti anconetani si riverberò su Palermo il 10 giugno


1914, quando in tutto il Sud si riscontrò un’accentuazione delle proteste,
benché con accenti alquanto diversi fra città e città.
Mentre Bari emergeva come l’unico centro di tutto il meridione ad aver
attuato la serrata già dal giorno precedente e le manifestazioni
napoletane, pur senza coinvolgere un gran numero di persone,
prendevano una piega decisamente «incandescente», il capoluogo
siciliano dava vita, dalla mattina, con gli operai del cantiere navale e
della Manifattura tabacchi, a uno sciopero che si sarebbe rivelato di breve
durata, esaurendosi sulla scia del comizio che si tenne lo stesso
pomeriggio1.
Già il 23 maggio il prefetto di Palermo scrisse al ministero dell’Interno
di essere stato allertato dalla Questura circa una possibile mobilitazione
antimilitarista delle Camere del lavoro del Regno che avrebbe avuto
come capofila quella di Ancona e di aver impartito «le opportune
disposizioni per impedire manifestazioni pubbliche contrarie alle
istituzioni»2.

                                                            
1
L. Lotti, La Settimana Rossa con documenti inediti, Le Monnier, Firenze 1972 (1a edizione 1965),
pp. 134-135. Per una più ampia trattazione sulle agitazioni antimilitariste a Palermo, E. Ghezzi
Ganazzoli, Le agitazioni antimilitariste in Sicilia e i socialisti: dalla guerra di Libia alla settimana
rossa, prefazione di R. Ugolini, Italo-latino-americana palma, Palermo 1981. Sulla storia della città
di Palermo, O. Cancila, Palermo, Laterza, Roma-Bari 2009.
2
Archivio Centrale dello Stato, Ministero dell’Interno, Direzione Generale di Pubblica Sicurezza,
Divisione Affari Generali e Riservati, 1914, b. 23, fasc. C2 Agitazione pro-vittime politiche e
militari, sottofasc. Palermo (d’ora in poi, ACS, Min. Int., Dgps, Div. Aff. Gen. Ris., 1914, b. 23,
Palermo), prefetto di Palermo al ministero dell’Interno, Palermo 23 maggio 1914, telegramma.
300

La mattina del 10 giugno, prima delle nove, il prefetto Carlo Cataldi


telegrafava al ministero che la notte precedente, «dopo una lunga
discussione», i rappresentanti della Camera e della Borsa del lavoro e
quelli del circolo repubblicano “Rosalino Pilo” avevano deciso per la
proclamazione dello sciopero generale che a quel punto della mattina
risultava attuato solo in parte; una comunicazione cui ne faceva seguito
un’altra verso le 12.30, in cui il medesimo prefetto, confermando la
parziale attuazione dello sciopero, «per quanto vada estendendosi»,
prevedeva un possibile allargamento delle manifestazioni in coincidenza
di un comizio pomeridiano che la stessa autorità non aveva ritenuto
opportuno vietare «per evitare gravi incidenti che potrebbero far
prolungare manifestazione solidarietà», confidando che così l’agitazione
avrebbe potuto avere un decorso pacifico3. Più tardi a telegrafare era il
capo dei carabinieri, capitano Iovine, che confermava la mancanza di
incidenti aggiungendo che gruppi di scioperanti, del Cantiere navale,
della Manifattura tabacchi, del Tele Olone e canapacci e vetturini,
circolavano per la città chiedendo l’esposizione della bandiera
abbrunata4.
Come visto, lo sciopero del 10 giugno venne deciso e gestito da Camera
del lavoro, Borsa lavoro e sezione repubblicana ma, nel rendere conto di
questi accadimenti e di quelli successivi, la fitta corrispondenza
intercorsa tra la locale Prefettura e il ministero dell’Interno si concentra,
in particolare, sulla figura del repubblicano Giuseppe Chiostergi che
emerge come una sorta di deus ex machina delle agitazioni:

Nei luoghi in cui, con più accanimento, la folla tumultuante commise vandalismi
e violenze fu sempre notata la presenza del detto professore, che non trovò
disdicevole alla sua posizione di accomunarsi alla teppaglia criminale e di
incoraggiarla, colla sua presenza, alla violenza.5

Chiostergi si trovava infatti a Palermo dalla fine del precedente anno


come professore di ragioneria presso l’Istituto tecnico commerciale
“Giuseppe Parlatore” e si era inserito nel contesto repubblicano locale

                                                            
3
Ivi, prefetto di Palermo al ministero dell’Interno, 10 giugno 1914, telegrammi.
4
Ivi, comandante della compagnia dei Carabinieri al ministero dell’interno, 10 giugno 1914.
5
Ivi, rapporto del prefetto di Palermo al ministro dell’Interno, 16 giugno 1914.
301

segnalandosi per il suo attivismo nell’ambito del circolo “Rosalino


Pilo”6.
D’altro canto, il giovane docente, nato a Senigallia (Ancona) nel 1889,
aveva già consumato un rapido apprendistato politico fra Marche e
Veneto, conoscendo il pensiero Mazzini sui banchi di scuola, iscrivendosi
alla Federazione giovanile repubblicana e all’associazione segreta
Giovine Italia e poi innestando i suoi ideali nel Nord-Est, dove era
approdato in quanto allievo della Scuola superiore di commercio di Ca’
Foscari: oltre ad aver partecipato a manifestazioni irredentistiche,
antigiolittiane e antitripliciste e ad aver subito pedinamenti e arresti, fra il
1911 e il 1912 egli si era ripetutamente mosso alla volta dei Balcani a
sostegno della libertà del popolo albanese e greco contro l’Impero
ottomano, nello spirito della sperimentata tradizione garibaldina; nel
primo caso al seguito del Comitato pro Albania, nel secondo della Croce
rossa italiana. Inoltre, nel 1913 aveva sostenuto la candidatura di Eugenio
Chiesa a Montebelluna e diretto lo sciopero del canapificio di Crocetta
Trevigiana7.
Ritrovatosi supplente a Palermo e lontano dalla fidanzata Elena Fussi,
conosciuta nel 1909 a Venezia dove la giovane studiava Lingue,

                                                            
6
P. Sanfilippo, Chiostergi a Palermo nel 1914, in AA. VV., Giuseppe Chiostergi nella storia del
repubblicanesimo mazziniano italiano, Associazione Mazziniana Italiana, Centro Cooperativo
Mazziniano “Pensiero e Azione” di Senigallia, atti del Convegno di studi – Senigallia, settembre
1978, Edizioni di Archivio Trimestrale, Roma, s.d., p. 14.
7
V. Parmentola, Giuseppe Chiostergi nel suo tempo, in G. Chiostergi Diario Garibaldino ed altri
scritti e discorsi, a cura di E. Fussi Chiostergi, Vittorio Parmentola, Associazione Mazziniana
Italiana, Milano 1965, pp. 7-17. Oltre ai testi già citati su Chiostergi si veda, B. Di Porto,
Chiostergi, Giuseppe, in Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell’Enciclopedia italiana,
Roma 1981, vol. 25, pp. 28-31; P. Permoli, Giuseppe Chiostergi, in Il Parlamento italiano. Storia
parlamentare dell’Italia 1861-1988, vol. XVI, 1950-1953 Il centrismo, Nuova Cei, Milano 1991,
pp. 246-247; G. Mari, Giuseppe Chiostergi, in R. Castagnola, F. Panzera, M. Spiga (a cura di),
Spiriti liberi in Svizzera: la presenza di fuorusciti italiani nella Confederazione negli anni del
fascismo e del nazismo (1922-1945), atti del Convegno di studi (Ascona-Milano, 8-9 novembre
2004), F. Cesati, Firenze 2006, pp. 135- 154; G. Chiostergi, Discorsi politici di Giuseppe
Chiostergi, a cura e con introduzione di M. Severini, Pensiero e Azione Editore, Senigallia 2008;
M. Severini, La crisi del repubblicanesimo senigalliese (1948-1956), in «Storia e problemi
contemporanei», 2008, n. 48, pp. 109-128; A. Pongetti, Giuseppe Chiostergi sul fronte francese, in
G. Piccinini (a cura di), Le Marche e la Grande guerra (1915-1918), Assemblea legislativa delle
Marche, Istituto per la storia del Risorgimento- Comitato provinciale di Ancona, Ancona 2008, pp.
237-252; Chiostergi Giuseppe, in M. Severini, Dizionario biografico del movimento democratico e
repubblicano nelle Marche 1849-1948, Codex, Milano 2012, pp. 80-86. In particolare sulla moglie
e la figlia di Chiostergi sia lecito rinviare a L. Pupilli, Unite dalla famiglia, separate dall’ideale. La
repubblicana Elena Fussi e la comunista Eugenia Chiostergi, in Ead., E. Sansoni (a cura di),
L’impegno politico e intellettuale delle donne nel Novecento, Aras, Fano 2014, pp. 85-101.
302

Chiostergi divideva la sua vita fra scuola e politica; come ebbe a


ricordare il compagno di battaglie Accursio Venezia:

alla fine dell’orario scolastico, teneva spesso comizi di propaganda repubblicana


in Piazza Bologni, dai gradini della statua a Carlo V, che ora non esiste più.
Molti lo seguivano poi alla sezione.8

Aspetto confermato dall’autorità prefettizia, secondo cui, da quando era


giunto nel capoluogo siciliano, il militante «si era dato a tutt’uomo a fare
propaganda repubblicana, specialmente fra gli studenti»9.
E proprio la franca rivendicazione delle idee politiche causò al docente
le prime grane giudiziarie in terra di Sicilia. Infatti, la Settimana rossa era
ancora di là da venire quando il 22 marzo 1914, durante una conferenza
sul pensiero politico e sociale di Mazzini tenuta da Francesco Mormina
Penna10 presso la filarmonica Bellini, vennero innalzate grida in favore
della repubblica e contro la monarchia, nonché contro il successivo
intervento della polizia. Le forze dell’ordine riuscirono ad arrestare solo
Bartolomeo D’Asaro, ma Chiostergi e i suoi sodali, il già visto Venezia,
Antonio Riina, Niccolò Maggio e altri dieci, vennero incriminati per aver
espresso piena solidarietà al fermato a mezzo di una raccomandata in
carta da bollo indirizzata al questore11.
Prima dei fatidici giorni di giugno, il politico marchigiano si trovò
impegnato nel Congresso regionale siciliano del Pri a Messina (26
aprile), e nella riunione precongressuale di Palermo, come relatore sul
tema stampa e propaganda e, fra il 16 e il 18 maggio, nel Congresso
nazionale di Bologna dove si recò come delegato della sezione Pri del
capoluogo siciliano insieme con Vincenzo Bucca. Come noto, il
congresso bolognese sancì, sulla scia di quello anconetano, la svolta
impressa dai giovani repubblicani con la guida Conti-Zuccarini, una linea
sostenuta anche da Chiostergi12.

                                                            
8
Citato in Parmentola, Giuseppe Chiostergi nel suo tempo, cit., p. 17.
9
ACS, Min. Int., Dgps, Div. Aff. Gen. Ris., 1914, b. 23, Palermo, rapporto del prefetto della
provincia di Palermo al ministro dell’Interno, 16 giugno 1914, cit.
10
Si veda G. Schininà, Mormina Penna, Francesco, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 77,
Istituto dell’Enciclopedia italiana, Roma 2012, pp. .
11
Parmentola, Giuseppe Chiostergi nel suo tempo, cit., p. 17.
12
Sanfilippo, Chiostergi a Palermo nel 1914, cit., p. 15.
303

Ma venendo ai giorni della Settimana rossa, il ricordo di Accursio


Venezia sembra avvalorare le fonti ufficiali in merito al ruolo preminente
svolto da Chiostergi dopo i primi atti dello sciopero:

A Palermo lo sciopero per la Settimana rossa cominciò al cantiere navale e si


estese ad altre categorie. Iniziato da due sindacalisti del quartiere, venne
continuato dalla fiorente sezione repubblicana capeggiata dal caro Chiostergi. A
lui si rivolsero gli scioperanti quando si videro traditi dai due dirigenti
sindacalisti in disaccordo fra di loro, e invocarono l’aiuto dei repubblicani.13

A seguire la “cronaca” risultante dai telegrammi che le autorità


palermitane inviarono a Roma fra 10 e 11 giugno e stando a quanto
riportato in una successiva relazione prefettizia, Chiostergi dalle ore 15
del giorno 10 si trovò, insieme ai segretari della Borsa e della Camera del
lavoro Raimondi e Guarrasi, impegnato come oratore in un comizio nella
già vista piazza Bologni, o meglio, secondo il linguaggio istituzionale del
tempo, prese «parte principale a quel deplorevole comizio» proferendo
«frasi violenti [sic] contro le istituzioni», tanto che «quando qualche
sconsigliato ebbe a gridare “Viva la repubblica!” egli soggiunse: “E
questo sia il grido che inizi la rivoluzione sociale per abbattere una
Monarchia che è la vergogna d’Italia»14.

Nel frattempo, durante il pomeriggio, la situazione della città conobbe


un’evoluzione rispetto alla mattinata, in quanto lo sciopero divenne
«quasi generale con completa chiusura dei negozi»; ciononostante nella
prima serata il prefetto riferì solo di lievi incidenti nelle zone periferiche
(«qualche rottura fanali»), senza nessuna «collisione fra scioperanti e
forza pubblica», «nessun serio turbamento nel centro» e nessuna
agitazione del personale ferroviario, «cui servizio procede indisturbato»,
augurandosi che, al termine di un secondo comizio in piazza
Castelnuovo, ancora in corso al momento del telegramma, tutto sarebbe
rientrato nei ranghi. Invece, conclusasi di lì a poco l’adunanza, l’autorità
palermitana dovette avvisare Roma che i fatti avevano preso una piega
inattesa: nonostante la proclamazione della fine dell’agitazione e gli inviti
alla calma impartiti dai leader della stessa, uno degli oratori aveva
                                                            
13
Riportato in Parmentola, Giuseppe Chiostergi nel suo tempo, cit., p. 19.
14
ACS, Min. Int., Dgps, Div. Aff. Gen. Ris, 1914, b. 23, Palermo, prefetto di Palermo al ministero
dell’interno, 10 giugno 1914, telegrammi. Ivi, Palermo, relazione del prefetto di Palermo al
ministro dell’Interno, 16 giugno 1914, cit.
304

dichiarato che lo sciopero andava continuato «ordine confederazione


lavoro sino ore 24», per cui dei manifestanti si erano incamminati verso il
centro città incappando in funzionari di servizio ed agenti che li avevano
affrontati disperdendoli15.
A patto di identificare questo oratore con Chiostergi, tale descrizione
dei fatti potrebbe collimare con la già vista testimonianza di Venezia,
secondo cui il giovane repubblicano, a un certo punto, sarebbe divenuto
referente dei manifestanti trovatisi in disaccordo con i capi sindacali.
Sempre Venezia ebbe a rievocare un episodio, che vide in qualche modo
implicato Chiostergi, occorso in via della Libertà, un’ampia arteria
cittadina che sbocca in piazza Castelnuovo:

In via Libertà, i poliziotti, capeggiati dal Commissario di P.S. Ausiello,


malmenarono a staffilate gli scioperanti. Rivolto a Chiostergi il Commissario
esclamò testualmente: – Lo vede, Professor Chiostergi, cosa stanno facendo i
suoi repubblicani? – E Chiostergi, di rimando: – e lei vede cosa stanno facendo i
suoi poliziotti?16

In ogni caso, fonti prefettizie ci dicono che la sera stessa del 10 il


militante repubblicano si presentò dai funzionari di pubblica sicurezza
per chiedere «se vi fossero arrestati di appartenenti ai partiti estremi che
durante il giorno avevano compiuto il loro dovere, perché, in tal senso,
sarebbero avvenuti fatti gravissimi»17.
Gli scontri, a quanto risulta dalle fonti ufficiali, si prolungarono nella
notte a causa di pregiudicati che si erano mescolati agli scioperanti,
mentre il nome di Chiostergi rispunta nelle carte solo qualche giorno
dopo.
In effetti nella notte fra il 10 e l’11 giugno il capo dei carabinieri
dovette informare il ministero su atti di teppismo: andarono in frantumi
vetri di vetture e tram e nacque una fitta sassaiola contro le forze
dell’ordine, tra cui si registrarono feriti. L’indomani era tornata a regnare
la calma e il prefetto relazionava fornendo ulteriori dettagli sull’accaduto:
i teppisti infiltrati, ignorando gli inviti dei dirigenti della Camera del
lavoro, avevano cercato di creare disordini «e mostrando di voler
invadere il caffè Italia furono iersera sciolti nei pressi di piazza Verdi ed
                                                            
15
Ivi, Palermo, prefetto di Palermo al ministero dell’interno, 10 giugno 1914, telegrammi.
16
Parmentola, Giuseppe Chiostergi nel suo tempo, cit., p. 19.
17
ACS, Min. Int., Dgps, Div. Aff. Gen. Ris, 1914, b. 23, Palermo, relazione del prefetto di Palermo
al ministro dell’Interno, 16 giugno 1914, cit.
305

energicamente dispersi dalla forza pubblica fra i ripetuti applausi cittadini


che si affollavano in quei pressi». Venne arrestato Felice Rizzo, «capo
del gruppo», insieme ad altri sedici individui, mentre altri quaranta
vennero fermati dalle pattuglie sparse per la città. A risultare feriti erano
due carabinieri, cinque guardie e il delegato di Pubblica sicurezza
Giuseppe Mancini18.
Come già detto, il nome di Chiostergi sarebbe balzato all’attenzione
delle autorità soprattutto in seguito alle vicende del 14 giugno, quando
per il repubblicano si aprirono le porte del carcere.
Infatti l’attività messa in campo da quest’ultimo non rimase circoscritta
al giorno dello sciopero: il 13 egli predispose un foglio volante da
distribuirsi con «La Fiaccola Repubblicana», quindicinale della locale
sezione del Pri. Si trattava di una scelta operata in vista della
manifestazione indetta dai nazionalisti palermitani per il giorno seguente
a sostegno dell’attività svolta dall’esercito durante i «recenti moti». La
questura era stata avvisata di possibili azioni di disturbo pianificate dai
sovversivi, «specialmente dallo scarso gruppo repubblicano, il quale
aveva spiegato, in occasione dello sciopero generale ultimo, una
eccessiva azione di violenza». Il foglio incriminato invitava a intervenire
al comizio nazionalista «ed era redatto con forma violenta e contro la
Monarchia e legittimava la insurrezione del popolo in Romagna»19.
In esso Chiostergi si scagliava contro la «provocazione nazionalista»
rivendicando, per i repubblicani di Palermo, il dovere di protestare in
difesa del «buon nome del Popolo d’Italia» che si era ribellato contro la
«reazione poliziesca» e lo «spargimento di sangue proletario in nome
della monarchia liberticida». Il foglio proseguiva marcando bene le
distanze fra i nazionalisti e quella parte del paese che aveva trovato il
coraggio di manifestare:

Cittadini! Non folla ubriaca, ma popolo generoso è quello che in Romagna sfida
anche la morte al grido di «Viva la Repubblica». E mentre là si muore, sotto il
piombo degli sgherri monarchici, i vigliacchi che si nascondono quando il
Popolo fa sentire la sua voce, osano, protetti dalla polizia, insultare e provocare.
Cittadini! Fieri di aver dato la nostra piena adesione alla solenne manifestazione
del Popolo italiano, vi invitiamo ad intervenire numerosi al Comizio indetto dai
                                                            
18
Ivi, capo dei carabinieri al ministero dell’Interno, 11 giugno 1914, telegrammi; prefetto di
Palermo al ministero dell’Interno, 11 giugno 1914, telegramma.
19
Ivi, rapporto del prefetto della provincia di Palermo al ministro dell’Interno, Palermo 16 giugno
1914, cit.
306

clerico-nazionalisti per far sentire la vostra dignitosa protesta contro questi primi
sintomi della nuova reazione.20

In seguito all’uscita di questo pezzo, sequestrato in numerose copie il


14 stesso al giornalaio Giovanni Chiappara sulla soglia della Borsa del
lavoro, tutti i sospetti degli inquirenti si addensarono sulla figura di
Chiostergi, il quale, chiamato in Questura, ammise di essere l’autore del
manifesto, pubblicato dalla tipografia di cui era comproprietario il
socialista Francesco Sanzo. Esso era stato stampato in tremila copie e
destinato alla distribuzione da parte dei repubblicani. Stando al rapporto
del prefetto, durante l’interrogatorio il sospettato si mostrò pienamente
consapevole della rilevanza penale di quanto scritto e altresì pronto ad
affrontarne «le conseguenze sicuro di giovarsene per la sua ascensione
politica». In seguito a ciò, Chiostergi, reo confesso, venne posto agli
arresti, con provvedimento convalidato dal procuratore del re, «avendo il
Questore ritenuto che il manifesto in parola contenesse gli estremi dei
reati previsti dagli articoli 126 e 247 del Codice Penale» ed essendo stata
provata la «pubblicità che il manifesto aveva avuto colla inserzione
integrale del medesimo sul giornale “La Fiaccola Repubblicana”
largamente diffuso»21.
Ma, tramite un telegramma del 21 giugno, il ministero veniva informato
che l’autorità giudiziaria, oltre a contestare i reati di vilipendio delle
istituzioni e di apologia di reato, procedeva contro Chiostergi in quanto
aveva promosso «attentati alla libertà del lavoro», macchiandosi di
«istigazione a delinquere» e danneggiamento, avendo il 10 giugno,
organizzato, diretto e incitato la «teppa che commise danneggiamenti alle
proprietà private, alle vetture elettriche ed ai fanali della pubblica
illuminazione in diversi punti della Città». Inoltre, in seguito alla querela
di due palermitani, il repubblicano era chiamato a rispondere di correità
per il furto di una caldaia di rame operato «dai giovinastri» che
capitanava e di «concorso alle lesioni» riportate dal proprietario durante
il furto stesso, nonché di violazione di domicilio e di danneggiamento di
un giardino perpetrati contro l’abitazione di un ingegnere22.

                                                            
20
Ivi, trascrizione del manifesto inviata dal prefetto di Palermo al ministro dell’Interno, Palermo 16
giugno 1914.
21
Ivi, rapporto del prefetto della provincia di Palermo al ministro dell’Interno, Palermo 16 giugno
1914, cit.
22
Ivi, telegramma del prefetto di Palermo al ministero dell’Interno, Palermo 21 giugno 1914.
307

In aggiunta il procuratore del re si preoccupò di segnalare la gravità del


caso al procuratore generale: facendo leva «sulla grave sconvenienza ed
anche il pericolo che un educatore dello Stato si faccia propagandista e
banditore di idee rivoluzionarie anarchiche», egli pregò il superiore di
interessare direttamente il ministro della Pubblica istruzione23. Dal canto
suo il prefetto soggiungeva:

Non so quali conseguenze penali potranno colpire per la sua azione il Prof.
Chiostergi. Qualunque esse siano però, a me pare assolutamente indispensabile
ch’egli sia tolto dall’ufficio che occupa in questo Istituto. Quì [sic], dove vi è
bisogno di educatori che veramente educhino ed insegnino, per rimuovere le
ultime vestigia del cattivo seme di educazione sociale lasciato dai passati
Governi, sarebbe atto assolutamente impolitico e grave mandare e tenere
insegnanti ed educatori che distruggano e combattano quella che è la parte
nobile di questa popolazione, cioè la fede e l’affetto alle istituzioni ed alla
Monarchia che l’hanno rigenerato.24

Quindi Chiostergi, dopo quello avviato in primavera, si ritrovava


invischiato in un ulteriore procedimento penale e posto agli arresti: le
carte parlano di una scarcerazione ottenuta il 17 giugno a seguito di
un’ordinanza del giudice istruttore che, in base all’art. 280 del Codice di
procedura penale, gli concedeva la libertà provvisoria25, «non
consentendo il titolo dei reati imputati al Chiostergi l’emissione del
mandato di cattura»26.
Nel frattempo ministero dell’Interno e Prefettura vennero chiamati a
fornire ulteriori particolari sulle circostanze di questo «arresto arbitrario»
dietro precisa richiesta del parlamentare Napoleone Colajanni, che aveva
presentato un’apposita interrogazione sul caso27.
Se il successivo 19 giugno il ministero della Pubblica istruzione dava
seguito agli auspici del procuratore del re procedendo alla sospensione di
Chiostergi dall’ufficio di insegnante, riservandosi, inoltre, «di provvedere
                                                            
23
Ivi, rapporto del prefetto della provincia di Palermo al ministro dell’Interno, Palermo16 giugno
1914, cit.
24
Ivi.
25
Ivi, telegramma del prefetto di Palermo al ministero dell’Interno, Palermo 21 giugno 1914, cit;
prefetto di Palermo a ministero dell’Interno, Palermo 28 giugno 1914, riservata.
26
Archivio di Stato di Ancona, Questura, (d’ora in poi Asan, Qsp.) b., fasc. Giuseppe Chiostergi,
annotazione del 18 giugno 1914.
27
ACS, Min. Int., Dgps, Div. Aff. Gen. Ris, 1914, b. 23, Palermo, Gabinetto del sottosegretario di
Stato al Direttore generale di Pubblica sicurezza, Roma 19 giugno 1914; ministero dell’Interno al
prefetto di Palermo, Roma 20 giugno 1914.
308

definitivamente» appena ricevute notizie complete, quest’ultimo già


all’inizio di luglio era giunto a Roma, dove aveva ritrovato la fidanzata
Elena e incontrato Eugenio Chiesa, e successivamente fatto rientro a
Senigallia, ormai proiettato verso il futuro arruolamento volontario, come
garibaldino, nell’esercito francese28.
A seguire i suoi processi l’avvocato Lorenzo Maggio, padre di Nicolò,
un giovane del circolo “Rosalino Pilo”: pendevano sul capo di Chiostergi
16 anni di reclusione, sfumati nel gennaio 1915 grazie all’intervento
dell’amnistia concessa per la nascita della principessa Maria di Savoia29.
Ma a questo punto il repubblicano era assai lontano, impegnato su un
altro, ben più concreto fronte, in bilico fra la vita e la morte.
Quando l’esito dell’avventura giudiziaria appariva ancora incerto, il
compagno di partito Antonio Riina aveva scritto a Elena da Palermo: «la
figura di Beppe da quel processo uscirà magnificamente bella! Si figuri
poi con lo spunto, per la difesa, di trovarsi lui in Francia per la difesa
della libertà»30.

2. I fatti di Napoli

Quando, nella seconda settimana del giugno 1914, in Italia si diffonde il


contagio della Settimana rossa, Napoli appare una città già in fermento da
mesi, essendo stata interessata a partire dall’inverno da «un’ondata senza
precedenti di lotte operaie» con la mobilitazione di innumerevoli
categorie di lavoratori e una sempre maggiore radicalizzazione31.
In questi mesi matura un gap fra masse operaie e Borsa del lavoro, i cui
esponenti vengono tacciati di eccessiva accondiscendenza verso il fronte
padronale, che fornisce un inusitato spazio d’azione alle componenti
anarchiche, le quali si trovano ad assolvere a un ruolo-guida in occasione
                                                            
28
Asan, Qsp., b., fasc. Giuseppe Chiostergi, annotazione del 20 giugno 1914.
29
Parmentola, Giuseppe Chiostergi nel suo tempo, cit., p. 19. Decreto dell’amnistia 29 dicembre
1914 in «Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia», 30 dicembre 1914, n. 312, pp. 7158-7159.
30
Parmentola, Giuseppe Chiostergi nel suo tempo, cit., p. 19.
31
F. Giulietti, L’anarchismo napoletano agli inizi del Novecento. Dalla svolta liberale alla
settimana rossa (1901-1914), FrancoAngeli, Milano 2008, p. 161. Sulla Settimana rossa a Napoli,
M. Fatica, La Settimana rossa a Napoli, in «Critica storica», 1968, nn. 4-5; Id., Origini del
fascismo e del comunismo a Napoli 1911-1915, La Nuova Italia, Firenze 1971; G. Aragno (a cura
di), La settimana rossa a Napoli: giugno 1914: due ragazzi caduti per noi, Scuola media statale
Bice Zona, La Città del Sole, Napoli 2000; Id., La settimana rossa. Appunti e note, in «Giornale di
storia contemporanea», 2005, n. 1, pp. 27-58.
309

delle mobilitazioni di più ampia risonanza nella primavera del 1914:


ferrovieri, tranvieri, tabacchine. Si segnala «l’anarchico napoletano più
autorevole e più amato dal popolo», Francesco Cacozza, che nel 1913
balza agli onori delle cronache per un’incursione “sotto mentite spoglie”
alla Camera dei deputati, sventata poco prima dell’inizio del dibattito
parlamentare, e che avrà modo di distinguersi anche nei fatidici giorni di
giugno32.
La notizia dell’eccidio di Ancona raggiunge la città partenopea l’8
giugno provocando una riunione d’urgenza dell’esecutivo della Borsa del
lavoro che convoca per la sera del giorno dopo i Consigli delle leghe,
quindi la giornata del 9 trascorre senza che si siano registrate
mobilitazioni, o quasi. Lo sciopero infatti è indetto dal Consiglio delle
leghe a partire dalla mezzanotte durante un incontro nel quale, pur a
fronte della comune condanna della violenza perpetrata e della volontà di
proclamare un’astensione generale da lavoro, emergono delle posizioni
diversificate: il delegato dei ferrovieri segnala l’assenza di un’apposita
circolare dallo Sfi di Ancona, quello dei tranvieri la difficoltà di avvisare
i lavoratori per via dell’ora tarda, mentre una parte dei sindacalisti e dei
socialisti insieme agli anarchici spingono per dare una piega
insurrezionale all’agitazione che, invece, la maggior parte del mondo
sindacale interpreta entro i limiti di una manifestazione di solidarietà.
L’unico deputato, Arturo Labriola, assicura la sua presenza a fianco dei
lavoratori. Dalla sintesi di queste posizioni emerge la proclamazione
dello sciopero «a tempo indeterminato» e di un comizio per il giorno
successivo nel chiuso dei locali della Borsa33.
Per la verità una folla operaia a guida anarchica tenta comunque nella
notte di provocare il blocco dei treni scontrandosi con le forze dell’ordine
e “incorrendo” nel primo arresto. L’indomani vengono avvisati dello
sciopero gli operai di cantieri e stabilimenti mentre il prefetto sospende il
servizio dei tram e le vetture che ancora circolano, se intercettate dagli
scioperanti, vengono investite da gragnole di sassi o costrette a tornare ai
depositi.
Ma a fronteggiarsi nella giornata del 10 sono soprattutto i due comizi,
quello indetto dalla Borsa del lavoro nel chiuso dei suoi locali e quello
anarchico, previsto in piazza Principe Umberto. Nel primo emergono
nuovamente due posizioni, quella che può dirsi «legalitaria», sposata dai
                                                            
32
Giulietti, L’anarchismo napoletano agli inizi del Novecento, cit., pp. 162-169.
33
Ibidem, p. 170-172.
310

partiti di sinistra e impersonata dal segretario della Borsa, Oreste Gentile,


inflessibile nell’avversare ogni atto di ribellione e ogni ricorso alla
giustizia sommaria, e quella degli anarchici, che, in particolare per bocca
del tribunizio Cacozza, infiammano la folla di lavoratori presenti, circa
un migliaio (a cui va aggiunto un assembramento ancor più numeroso
presente all’esterno e circondato da un cordone di sicurezza di agenti,
carabinieri e soldati), parlando di insurrezione. Gli animi vengono
parzialmente calmati solo da Labriola. Al termine della riunione, il
tragitto fra il primo e il secondo comizio, indetto per le 13, registra due
bombe carta lanciate contro la caserma dei carabinieri mentre la piazza,
già popolata, è presidiata da un imponente spiegamento di forze
dell’ordine, in buona parte nascoste (carabinieri a cavallo) dentro i
portoni degli edifici circostanti34.
Piove e Napoli è bloccata, «tutti i tram si sono ritirati e carrozzelle ormai
non ne circolano più. L’aspetto della città è squallido. Anche la
funicolare e la ferrovia cumana hanno sospeso il lavoro»35.
Se l’atmosfera è già tesa e segnata da lanci di sassi e cariche della polizia,
dopo l’arrivo del corteo proveniente dalla Borsa del lavoro e il comizio
dal già visto esponente anarchico, issato sulle braccia dai compagni, la
situazione precipita: Cacozza col suo discorso reclama sangue e vendetta
e cinquecento lavoratori capeggiati dagli anarchici muovono alla volta
delle ferrovie, del gasometro e delle stazioni elettriche intenzionati, a
quanto pare, a far saltare trasporti ed illuminazione pubblica, ma l’arrivo
di un altro corteo a guida socialista innesca ripetute cariche di fanteria e
di cavalleria da parte delle forze dell’ordine: le guardie temono di essere
circondate, così i carabinieri a cavallo escono dai portoni; nel parapiglia
generale un anziano operaio perde la vita e si hanno contusi e arresti.
Intanto il corteo anarchico finisce alla Manifattura tabacchi con tafferugli
e spari in via Depretis e assalti della folla presso la stazione e la ferrovia;
vengono sparati nuovi colpi di rivoltella che raggiungono in via Aquila
un trentenne scaricatore di carbone, Giuseppe Onesto, che, posto su di un
carro in direzione ospedale, muore dissanguato. Scrive «il Giorno»,
«Passava in quel momento un corteo funebre. La folla ha preso delle
corone dal carro funebre e le ha deposte sul cadavere […]. Il corteo
tragico si è diretto così verso piazza Principe Umberto dove […] un

                                                            
34
Ibidem, pp. 174-175.
35
Da un articolo del «Mattino», riportato in Aragno, La settimana rossa a Napoli, cit., p. 39.
311

nucleo di carabinieri e di guardie […] si è precipitato contro la massa per


disperderla».
Nei giorni successivi il prefetto dispone un’inchiesta sul caso, poi
trasmessa al ministero36. La relazione stesa dal questore parla di
«scioperanti, confusi ai più pericolosi elementi dei luridi vicoli dei
quartieri popolari» e di una massa «tumultuante e briaca di disordini»
che, suggestionata dai discorsi degli anarchici, «preferì l’azione»
dirigendosi verso la ferrovia, difesa da un drappello di artiglieri. Dopo
essere stata al primo urto respinta, «La massa, a tutto decisa, con fracasso
infernale in via Aquila di nuovo si aggruppa, si addensa, urla, minaccia e
si spinge a nuovo assalto. L’atteggiamento ostile e violento diventa oltre
misura». Il rapporto parla di spari dai balconi in via Aquila che mettono
in pericolo i soldati, i quali, «trovandosi in uno stato di necessità e di
legittima difesa», iniziano a sparare «ma certamente in alto». Invece,
steso al suolo presso il civico n. 23 giace tramortito il giovane scaricatore
che si specifica essere «pregiudicato, condannato per furto, estorsioni,
violenze e danneggiamenti»37. Nella stessa giornata diversi anarchici, fra
cui Cacozza38, vengono arrestati, mentre si moltiplicano i focolai di
scontri e sorgono barricate; si dà il via all’uso di sciabola e rivoltella e
anche il giornalista del «Mattino» Perez De Vera viene ferito alla gola39.
Il giorno successivo, 11 giugno, è segnato dalle esequie di Onesto,
celebrate pubblicamente, un po’ come accade in Ancona, grazie
all’accordo stretto fra il prefetto Vittorio Menzinger, il segretario della
Borsa del lavoro e i deputati socialisti Labriola e Arnaldo Lucci: le strade
attraversate saranno sgombre da polizia se la cerimonia avrà un decorso
pacifico40. Il corteo, cui prendono parte centoventimila persone, è
accompagnato dai deputati socialisti, dai capilega, dai repubblicani e
dagli anarchici. Ancora una volta, al momento dei discorsi si

                                                            
36
ACS, Min. Int., Dgps, Div. Aff. Gen. Ris., 1915, b. 27, fasc. Napoli, prefetto di Napoli a
ministero dell’Interno, Napoli 18 giugno 1914;
37
Ivi, relazione del vicequestore di Napoli al prefetto di Napoli, Napoli 15 giugno 1914. Il
medesimo fascicolo contiene, fra le altre cose, una cartina dei luoghi degli scontri. Sono diversi,
poi, i dispacci telefonici che il pomeriggio del 10 giugno informano in presa diretta la Questura di
Napoli.
38
Ivi, processo verbale di denunzia di Cacozza Francesco, Melchionna Carlo e di 7 altri individui,
Napoli 14 giugno 1914.
39
Sulle circostanze di questa uccisione, anche per la citazione dalla testata «il Giorno», Aragno, La
settimana rossa a Napoli, cit., pp. 45-50. Per dettagli circostanziati sul ferimento di diverse vittime
si veda alle pp. 51-53.
40
Ibidem, p. 54.
312

fronteggiano incitazioni alla vendetta e inviti alla calma. Le esequie, in


effetti, si concludono senza scontri che invece scoppiano in altre zone
della città: duemila operai guidati da anarchici assaltano la stazione
Napoli-Nola-Baiano e ha inizio una lunga serie di disordini che va avanti
sino a sera, senza che la cessazione dello sciopero generale, decisa dalle
leghe per le 16, riesca a sortire apprezzabili effetti. Anzi, nel pomeriggio,
esercito e forze dell’ordine attaccano gruppi di manifestanti ormai allo
sbando e privi di guida, coadiuvati in questa azione da studenti
nazionalisti. Per contro i vicoli divengono autentiche trappole per la forza
pubblica: vi piovono sassi e ogni sorta di oggetti contundenti, cosicché
gli agenti si trovano a sfoderare le armi da fuoco. La sera dell’11, feriti da
proiettile, perdono la vita Vittorio D’Angelo, diciassettenne disoccupato,
e un operaio tessile di un anno più giovane, Pietro Raimondi, il primo in
vico Spigoli, il secondo in vico Sant’Agostino41.
Infine, la mattina del 12 registra solo qualche sporadico episodio.
Pertanto, con queste ulteriori morti, che fanno salire a quattro la conta
delle vittime, cala il sipario sui moti napoletani della Settimana rossa che
lasciano dietro di sé uno strascico di almeno quaranta feriti e di oltre
cento arresti.

                                                            
41
Ibidem, pp. 59-61, 76-79.
313

Mussolini e la Settimana rossa


di Matteo Soldini

Dopo l’intenso biennio trascorso sotto la direzione di Mussolini,


un’insolita quiete interessava la sede dell’«Avanti!» nei giorni precedenti
l’eccidio di Ancona e, nonostante l’impegno nella campagna contro la
guerra di Libia profuso dal suo direttore, l’argomento delle compagnie di
disciplina e l’appello antimilitarista della Camera del lavoro anconetana
non furono al centro dell’attenzione del giornale1.
Come sottolineato da Renzo De Felice, il ruolo di Mussolini durante lo
sciopero generale fu «complessivamente piuttosto subalterno»2 giocando
un ruolo da animatore dalle colonne dell’«Avanti!» e nel corso di comizi
e manifestazioni, ma rimanendo estraneo ai processi direttivi,
appannaggio della Confederazione generale del lavoro. La stessa
dirigenza del Partito socialista, colta di sorpresa – come tutte le altre
forze politiche – dal moto di protesta che si sviluppò in tutta Italia in
                                                            
1
Particolarmente nutrita e qualificata è, a questo punto degli studi, la bibliografia su Benito
Mussolini. Per una sintesi sul percorso biografico di Mussolini si faccia riferimento alla scheda
biografica redatta da Emilio Gentile per il Dizionario Biografico degli Italiani, E. Gentile,
Mussolini, Benito, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 77, Istituto dell’Enciclopedia
Italiana, Roma 2012, ad vocem. Si veda inoltre, per il periodo di nostro interesse, in particolare il
primo degli otto tomi della biografia di Mussolini ad opera di Renzo De Felice, peraltro il tomo più
autenticamente biografico della serie, che progressivamente e al di là del progetto iniziale, si è
dilatata in una storia dell’Italia fascista: R. De Felice, Mussolini il rivoluzionario. 1883-1920,
Einaudi, Torino 1995 (1ª edizione, 1965), in particolare alle pp. 177-220, dedicate al congresso di
Ancona e alla settimana rossa. Si veda inoltre, per l’attività giornalistica svolta da Mussolini
durante la settimana rossa G. Bozzetti, Mussolini direttore dell’”Avanti!”, prefazione di U.
Alfassio Grimaldi, Feltrinelli, Milano 1979, pp. 159-175, U. Intini, Avanti! Un giornale un’epoca.
1896-1993. Le sue pagine, i suoi giornalisti e direttori raccontano il secolo. Da Bissolati a
Mussolini, Gramsci, Nenni, Pertini e Craxi, Ponte Sisto, Roma 2012, pp. 108-110 e, per i testi degli
articoli e degli interventi pubblici, B. Mussolini, Opera omnia di Benito Mussolini. Vol. 6. Dalla
fondazione di "Utopia" alla vigilia della fondazione de "Il popolo d’Italia" (22 novembre 1913 - 14
novembre 1914), a cura di E. Susmel e D. Susmel, La Fenice, Firenze 1972 (1ª edizione, 1953), pp.
207-221, 227-229, 256-264, 437 e 485-486.
2
De Felice, Mussolini il rivoluzionario. 1883-1920, cit., p. 206.
314

modo spontaneo e privo di coordinamento, si dimostrò impreparata ad


assumerne la guida e non seppe dare al movimento uno sviluppo solidale
e una svolta in senso autenticamente rivoluzionario, trovandosi a
rincorrere, anziché dirigere, l’iniziativa popolare. Nei giorni dello
sciopero l’attività di Mussolini si limitò dunque sostanzialmente alla
schermaglia giornalistica dalla poltrona dell’«Avanti!» e al pubblico
comizio, con una limitata partecipazione alle manifestazioni di piazza che
pure, in una occasione, lo videro uscirne malconcio, schivando l’arresto
davvero per poco; sorte che toccò invece ad altri protagonisti di quei
giorni, come al suo amico Nenni, nelle Marche o a Corridoni, nella sua
Milano3.
I giorni precedenti l’inizio della Settimana rossa lo avevano visto
impegnato nella campagna elettorale per le amministrative, previste per il
14 giugno, che lo annoveravano tra i candidati nella lista socialista, e in
un’agguerrita campagna antinazionalista per l’elezione nel IV collegio di
Torino, reso vacante dalla morte del deputato socialista Pilade Gay.
Proprio alla vigilia dei fatti di Ancona Mussolini aveva sfidato a
contraddittorio Giuseppe Bevione, candidato dai nazionalisti con
l’appoggio dei cattolici – cui si opponeva la candidatura socialista di
Mario Bonetto –, ma non fu possibile trovare un accordo tra i due
comitati sulle modalità di svolgimento e poi l’eccidio e lo sciopero fecero
passare la questione in secondo piano4.
                                                            
3
Il 21 luglio 1914 Mussolini scrisse a Nenni, in carcere ad Ancona: «Carissimo Nenni, vengo in
ritardo, lo so, a porgerti la mia parola fraterna di solidarietà, ma spero che non ti giungerà sgradita.
L’assenza di alcuni redattori – per le vacanze – mi ha costretto ad un lavoro intenso. Tu non hai
bisogno di conforti, non ne avevi bisogno quando abbiamo fatto un po’ di apprendissaggio
carcerario insieme. Se ripenso a quei giorni, sento un po’ di nostalgia! Del resto io credo che non
sarai condannato. Io sono ottimista. Se potrò giovarti in qualche cosa, scrivimi. Coraggio! Spero di
salutarti libero, se la giustizia non è veramente diventata un’ironia. Un abbraccio dal tuo B.
Mussolini». Si vedano G. Gerosa, Nenni, Longanesi, Milano 1972, pp. 73-74, D. Susmel, Nenni e
Mussolini. Mezzo secolo di fronte, Rizzoli, Milano 1969, p. 40 e Mussolini, Opera omnia di Benito
Mussolini. Vol. 6. Dalla fondazione di "Utopia" alla vigilia della fondazione de "Il popolo d’Italia"
(22 novembre 1913 - 14 novembre 1914), cit., p. 437.
4
Almeno fino al 17 giugno successivo, quando Mussolini, terminato un comizio alla sede del
partito, si presentò al comizio di Bevione in cerca del contraddittorio che poi si svolse, senza
incidenti. Una lettera di Bonetto, in «La Stampa», 6 giugno, p. 5, Per il contraddittorio Bevione-
Mussolini, ibidem, 7 giugno 1914, p. 6, Il contraddittorio Bevione-Mussolini non si farà, ibidem, 8
giugno 1914, p. 6, Bevione e Mussolini fanno il loro contraddittorio sulla piazza della Crocetta,
ibidem, 18 giugno 1914, p. 6 e Contraddittorio Bevione-Mussolini a Torino, in Avanti!, 18 giugno
1914. Si veda De Felice, Mussolini il rivoluzionario. 1883-1920, cit., p. 199. Si veda inoltre il
ricordo di Bevione: «Uno di questi comizi voglio ricordare: era indetto una sera in una piazza della
Crocetta. […] avevo cominciato il mio discorso davanti ad un grande pubblico, quando vidi la folla
aprirsi per lasciar passare un gruppo di persone, preceduto da un uomo deciso. Quest’uomo venne
 
315

Quando giunse la notizia dei fatti di Ancona, nella tarda serata di


domenica 7, Mussolini non si trovava a Milano: era di ritorno da Forlì
dove aveva tenuto una conferenza su Marat, l’amico del popolo e mancò
dunque la telefonata che dalla direzione del Partito socialista a Roma
informava l’«Avanti!» di quanto era successo, mentre il primo di una
lunghissima serie di telegrammi che nei giorni a seguire sarebbero stati
inviati alla sede del giornale era stato intercettato dalla prefettura di
Milano. Questo, da Ancona, informava brevemente dei morti e dei feriti
provocati dalla forza pubblica ma, nei giorni successivi, i telegrammi
indirizzati all’«Avanti!» sarebbero divenuti centinaia, indice – ha
sottolineato Bozzetti – delle aspettative rivoluzionarie riposte nel giornale
dalle masse socialiste di tutta Italia5; aspettative che lo stesso Mussolini
con la sua prosa incendiaria aveva innescato e alimentato, non riuscendo
poi a dimostrarsi capace di concretizzare l’afflato rivoluzionario in azione
rivoluzionaria, totalmente impreparato – come il resto della classe
dirigente socialista – all’imponente, quanto inattesa, manifestazione di
protesta per l’eccidio di Ancona.
Nonostante non avesse potuto partecipare alla riunione redazionale,
Mussolini riuscì a scrivere e mandare in stampa un articolo di commento
ai fatti di Ancona in cui lo sciopero – mai espressamente nominato, in
ottemperanza a quanto imposto telefonicamente da Vella6 – è un
minaccioso sottinteso che pervade l’articolo ed emerge a tratti nei

                                                                                                                                            
sotto il mio tavolo, e mi domandò con accenno imperioso se il contraddittorio era confermato.
“Certo, risposi. Lasci finire quello che sto dicendo, e poi parlerà Lei. Intanto dica chi è Lei”.
“Benito Mussolini, direttore, dell’Avanti!”. E il contraddittorio si svolse senza violenze, ciascuno
difendendo con calore le sue tesi» G. Bevione, Come fui eletto deputato, in «Almanacco
piemontese», 1970, pp. 111-113, cit. in L. Frassati (a cura di), Un uomo, un giornale. Alfredo
Frassati. Vol. 3, parte 1, Edizioni di storia e letteratura, Roma 1982, pp. 427-428. Su Giuseppe
Bevione si faccia riferimento a G. Sircana, Bevione Giuseppe, in Dizionario biografico degli
italiani, vol. 34, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 1988, ad vocem e si veda il fascicolo
personale in Archivio Storico del Senato della Repubblica, Segreteria del Regno, Fascicoli
personali dei senatori del Regno, f. Bevione Giuseppe.
5
Bozzetti, Mussolini direttore dell’”Avanti!”, cit., pp. 159-160.
6
Non avendo trovato in sede il direttore, Vella parò al telefono con il redattore Sandro Giuliani:
«Entreremo nella clausola dello sciopero generale in caso di eccidio […] non vi compromettete
però, perché in questo momento sono solo e non posso prendere alcuna deliberazione». Si veda il
testo dell’intercettazione telefonica tra Vella e Giuliani delle ore 22.15 del 7 giugno 1914, in
Archivio Centrale dello Stato, Ministero dell’Interno, Direzione generale di Ps, Ufficio riservato
(1911-1915), b. 108, f. 238, cit. in Lotti, La settimana rossa. Con documenti inediti, Le Monnier,
Firenze 1972 (1ª edizione, 1965), p. 273, Si veda inoltre ibidem, pp. 71-72 e De Felice, Mussolini il
rivoluzionario. 1883-1920, cit., p. 201.
316

riferimenti a Rocca Gorga7, sempre vividamente presente nella retorica di


quei giorni di lotta, e nella «risposta», «nell’ardore della protesta»,
nell’«azione» con la quale i lavoratori italiani – la cui «anima proletaria»
sarebbe stata «profondamente scossa» – «sapranno dire che è venuta
veramente l’ora di farla finita». Mussolini, nel dare conto dell’«assassinio
premeditato» di Ancona, scrisse che il giornale, «in nome del
proletariato, accoglie la sfida che lo Stato italiano ci lancia con basso
cinismo» e ne individuò il ruolo nel prosieguo: «noi non precorriamo gli
avvenimenti né ci sentiamo autorizzati a tracciarne il corso; ma,
certamente, quali questi possano essere, noi avremo il dovere di
secondarli e fiancheggiarli. Poiché le notizie che riceviamo da Ancona
sono tali da scuotere ogni nostra fibra, fino all’esasperazione»8.
                                                            
7
Proprio in seguito all’eccidio di Rocca Gorga del 6 gennaio 1913, la Direzione del Partito
socialista aveva deliberato per la proclamazione dello sciopero generale nel caso si fosse verificato
un altro eccidio e la situazione rientrava esattamente nel caso previsto. Lotti, La settimana rossa.
Con documenti inediti, cit., pp. 70-71.
8
«Da tempo bisognava punire Ancona, il “covo dei ribelli”. La lezione di sangue era nelle
intenzioni, nei desideri, nella necessità di Stato degli uomini dell’ordine. Malatesta, il Sindacato, la
sede del Congresso socialista, i gruppi repubblicani: troppa cronaca sovversiva aveva prodotto in
questi ultimi tempi la città adriatica, troppe fantasie aveva scaldate, troppo simbolo sovversivo
racchiudeva. Addosso, dunque, addosso a colpirla perché si sapesse che lo Stato , lo Stato potente e
punitore, non aveva paura di esigere da essa la taglia di sangue. Noi, Governo d’Italia, sappiamo e
vogliamo colpire anche quel simbolo perché tutta Italia sappia fin dove vogliamo giungere. Avviso
ai sovversivi. Avviso, dunque, ai sovversivi, cioè ai lavoratori tutti! […] Ad Ancona non c’è stato
altro che l’assassinio freddo, ingiustificato, premeditato. Si ammazza per ammazzare, si stende al
suolo un uomo solo per non farlo passare, si fa fuoco di fila – 70 colpi – perché qualcuno poteva
andare in città dove si celebrava lo Statuto, cioè la festa delle libertà costituzionali. Fino a questo
momento le versioni sono identiche [continua il parallelismo con l’eccidio di Rocca Gorga] su
questo punto: che niente autorizzava la strage. Ma domani, vedrete, sarà messa in moto la macchina
delle menzogne. E si inventeranno le nuove versioni, Ma ad Ancona non si può seminare il terrore
come a Rocca Gorga e si conchiuderà, forse, col dire che qualche milite ha sparato senza ordine.
Sarà così salvo il potere centrale, si cercherà di smorzare l’ardore della protesta. Ed è invece
proprio al potere centrale che risale la responsabilità del nuovo eccidio. Responsabilità di aver
creato ad Ancona uno stato d’Animo di provocazione e di esasperazione negli agenti dell’ordine
inoculando loro il convincimento che quella era la città dei più feroci delinquenti anarchici;
responsabilità per avere stupidamente, bestialmente tentato ogni mezzo per soffocare una nobile,
sentita protesta contro quell’avanzo di barbarie che sono le