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I"

C
G.

COSTA

EELIGME E POLITICA
NELL'IMPEKO ROMANO

^A ^.

TORINO FRATELLI BOCCA EDITORI


1923

PEOPEIETA LETTEEARIA

1^3. Stab. Tipo-Litografico

FRATELLI

STLA.NTI

Sancaaciano-Pesa.

Gli

studi che

compaiono

in

questo

vori-

lume non sono che


dell'

la sintesi delle

mie

cerche delV ultimo quiulicennio sulla storia

impero romano, considerata da qualche

particolare punto di vista. Alleggeriti

V apparato di

daU erudizione che accompagnava


in riviste o pubblicazioni

alcuni di essi nella loro prima redazione,

quando apparvero
speciali, creduto

bene modificarne o corin relazione li pili


il

reggerne
tal

il

testo dove fosse necessario. In

modo rappresentano,

recenti studi altrui o miei,

mio pensiero
ne

attuale sull'argomento
pili

forse

resa

facile la lettura

non solo

alle

persone

colte che si interessano della storia di

Roma,

ma

a quanti

si

preoccupano dei problemi


conoscenza della

politici e religiosi che la

storia prospetta agli spiriti pi acuti.

Lo scopo

della

loro
filo

raccolta in volume

determinato dal

conduttore che

li

VI

una viromano mlle

collega e che permette per V appunto


'^^ione della storia dell'impero

sue grandi linee politiche e religiose, se-

condo a

me

pare, completa ed unica. Essi

anno cio per substrato una concezione eminentemente latina della storia dell'impero,
inquinata nelle scuole storiche pi recenti,
sopratutto straniere

non

esiste,

diciamolo

a nostro disdoro, un solo studioso italiano


che abbia ancora esposto
al

gran pubblico

in sintesi generale le sue visioni della storia


dell'

impero dulie origini al

IV'^

sec.

da un duplice immiserimento tendente a


falsarne le linee grandiose che costituiscono
la

massima

la

pi,

fondamentale tradi-

zione unitaria del nostro spirito nazionale.

Da un

lato cio la corrente apologetica cri-

stiana che riversato sulV impero e sulla


civilt dei nostri padri e
tutti gli obbrobri

ne

im,picciolito tutte le energie per eri-

gervi contro
gliosa
tina

come originale quella ^meravifiliazione della romanit pagana lail

che

cattolicesimo.

Dall'altro

la

persistente e

tenace affermazione erudita


la

che non veduto nelV impero se noin


sopratutto orientali,
spesso

pi
ci-

o Tneno felice assimilazione di diverse


vilt,

persino


barbariche,
le

VII

quali avrebbero apportato a


nella religione e nella

Roma, specialmente
ed ogni vero
e

politica imperiale, ogni

seme pi fecondo

proprio incentivo alla co-

struzione di una civilt salda e duratura.

Contro queste visuali, in principal modo,


le

mie

ricerche, sintetizzate in questi saggi,

che spero di sviluppare in forma pi

analitica in un'altra opera

si contrappon-

forme che mi sembran decisive. Per subbettiva che possa essera

gono

in

maniera

una concezione ed
spirito
il

un' esposizione storica,

probabilit di im^porsi e di fissarsi nello


storico di un'et sol

quando

elevi

proprio

romanzo

contro quello altrui

su di una paziente e completa raccolta di


tutti gli elementi storici di cui

disponiamo

e su di una larga preparazione culturale che

ne renda possibile
io sia riuscito lo

la sintesi.
i

Se a questo

diranno

lettori e lo pro-

ver

il

tempo.

Alla prhna parte di questi saggi mi sa-

rebbe piaciuto preporre un titolo di questo


genere

presupposti storici del cattolice-

simo

se

non avessi temuto

di incorrere


titoli

vili

nella taccia di aver voluto far colpo con

sulVanimo dei

lettori.
ii

I quali vedranno

per facilmente come,

fondo, tale titolo

non fosse affatto

errato.

La seconda
in

parte invece di carattere apil

parentemente speciale, <ma per


cui
i

momento
vengono in quinto
di quel

problemi
soluzione,
la

ivi

analizzati
capitale,

alla

loro
ci

che

mostra

storia
il

esteriore

critico periodo in cui

cristianesimo, tra-

sformandosi da vinto in vincitore, da perseguitato in persecutore, da vivente nelle

tenebre a trionfante nella luce, prepar alla


societ occidentale quel ristabilimento della
civilt latina contro cui era partito in lotta e di cui

aveva contribuito a
le

fare, per

un

'momento, tentennare

basi.

La

terza parte

non

che

una raccolta di
i

'medaglioni pi

meno

brevi

quali ten-

dono a fissare nella mente dei


periodi
storici

lettori alcuni

religiosamente

importanti

per mezzo delle figure di imperatori rappresentativi la cui fisonomia religiosa (priacipes pii) in senso assoluto caratterizzata nella
lativa,

tradizione

storica,

naturalmente

re-

dalVappellitivo con cui ne fu trjai posteri I2

mandata

memoria.

IX

Licenzio

alle

stampe questo i>olume in

un momento in cui V Italia afferma di riprendere romanamente, pur attraverso incertezze ed errori, il suo cammino storico con un indirizzo nazionale suo proprio, oscurato
finora dalle debolezze e dalle deficenze di

un caotico periodo postbellico. Se sia questa la buona strada e sopritutto la sua strada
lo

diranno gli eventi.

bene in ogni

modo

che quanti ve Vanno avviata o V avviano


su di essa non dimentichino che la missiofie
storica d' Italia per tradizione orinai millenaria

non

in

up,

nazionalismo

ed

in

un imperialisfmo immanentistico, bens in un nazionalismo trascendentale che


cia
sentire,
li fac-

pensare ed agire con la pi

alta visione delVumanit e della civilt.

G. C.

RELIGIONE E POLITICA
NELL'IMPERO ROMANO.

PAETE

I.

LA POLITICA IMPERIALE
DI FRONTE ALLE GRANDI CORRENTI RELIGIOSE

Religione e politica nell' impero romano

Con molta leggerezza


ligiose dell'

superficialit

si

non di rado asserito die le manifestazioni reimpero romano non erano se non
folle

pure

personali,

semplici aberrazioni di

maligne di uomini di poco conto. E ci non solamente per l'affermazione religiosa che pi aveva attinenza con la politica verso i cristiani, ma pur anche per quelle affermazioni che si potrebbero chiamare, con frase moderna, vere e profolle eccitate,

infiltrazioni subdole o

prie

riforme

rivoluzioni

religiose

conse-

guenti

moti di reazione o restaurazione. Ecco perch, se non m'inganno, occorre provista,

spettare la storia politico-religiosa dell'impero

da un altro punto di

da quello sociale:

indagare cio se, invece dello scomposto movimento di maniaci, la storia religiosa dell'impero non
cristiani
ci

mostri, naturalmente prescindendo


delle cos

dall'episodio

dette

persecuzioni di

cui riservato

un altro studio

4
che

una linea di condotta ben chiara e sicura si mette in evidenza quando si esamini la
evoluzione
sociale dell'impero.

I.

Non

stato

ben valutato,
fatto

forse, nella storia

religiosa di
di nota,
rito

Roma un

della cui segnalazione spetta

degno veramente il me-

soprattutto a quel geniale studioso della

romana che fu il Warde Towler, ossia fondamentale monoteismo, rojcruanp, affermantesi nel culto tradizionale e supremo di Giove Ottimo Massimo. A malgrado di un'apparente espressione politeista, chi ben consideri il fereligione
il

nomeno
il

religioso di

Eoma,

suoi

monumenti

suo sentimento di religiosit non potr non

concludere col dar ragione al Fowler e col


fare quindi del monoteismo, pi o
e pi o

meno
il

larvato

meno

latente, dei

Eomani
Augusto
le

fatto cen-

trale della loro manifestazione religiosa.

Ora, col formarsi sotto

di

una nuova

aristocrazia che tendeva a rimettere in onore


le

tradizioni,

sentimenti e

forme di culto

dei padri, a questa tendenza monoteistica fon-

damentale veniva a dare un impulso non piccolo


dalle
,

il

fatto che alcune forze sociali, costituite

che,
\

masse sempre pi indistinte e poliedritendevano a quella forma di monoteismo


che

politico

la

monarchia.

Non

torto

l'Unamuno quando afferma: Monarqua y cosas gemelas Onde pi monoteismo son che vedere, come molti di noi anno creduto
.

sinora di dover vedere, nella storia religiosa


di

Koma

imperiale un continuo cozzo tra moe politeismo,


il

noteismo
l'

primo importato dal-

Oriente e dai suoi rappresentanti, imperatori


il

o folle che fossero,

secondo affermato dai


folle gelose delle

Latini e dai loro rappresentanti, fossero essi


provinciali saliti
all'

impero o

tradizioni romane,
religiosa di
e

devesi vedere nella storia

Roma una

tendenza, con gli uni

con

gli altri, al

rasso^inento monoteistico,

parallela al rassodamento monarchico. L'orien-

talismo non c'entra affatto in quest'evoluzione


religiosa
e

politica:

esso,

pi che

una leva

religiosa di manifestazioni politiche assoluti-

zione religiosa che non trova,

semplicemente una forma di rivolucome vedremo, mai consenzienti i Romani. I quali, invece, sono notevolmente e pur
stiche,

nella generalit della

massa soprattutto pi

colta e intellettuale, favorevoli al monoteisruo.

Se non che qui entra in giuoco l'affermazione


politica di alcune classi sociali che rende pi

lento e pi lontano

il

raggiungimento del cul-

mine della evoluzione monoteistlca.


Indiscutibilmente cio la classe che maggiormente avversa il potere monarchico o, per dir meglio, la sua formazione, l'aristocrazia, ossia quella folla di homines novi che i subiti guadagni e la sparizione della vecchia aristo-

G
Grazia agricola
politica
e

avevano lanciato sulla scena


sentendosi

che,

giunta al potere,

tentava allacciare le nuove con le antiche tradizioni per farsene seggio al suo tranquillo

dominio. Essa che nelle formule antiche inquadrava i nuovi sentimenti non sentiva nel

fondo del suo spirito quel senso monoteistico di cui i padri erano stati maggiormente dotati e si aggirava perci in manifestazioni pi politeistiche che non fossero le antiche. D'altra parte, avida di approfittare del potere mal raggiunto, e pur vedendo col grande consenso, anzi col grande concorso delle masse, affermarsi la monarchia, non era aliena dall' appoggiarla purch le fosse riserbato un posto non trascurabile nella direzione dell' impero e specialmente nella partecipazione al potere supremo. Essa tendeva cio a fondere in un fascio due forze che affermava dissocibiles: libertas (ossia il diritto di concorrere al governo della cosa pubblica) e princi^Datus (ossia la monarchia)
.

comie

credesse di risolvere
insolubile,

il

problema,
Tacito

apparentemente
(Hist, 1. 16),
nel
il

ce

lo

dice

quale pone in bocca a Gallm,


cui

momento

in

esprime l'intenzione di

un discorso che tutto un programma politico e che si riassume per la


adettare Pisone,
soluzione della questione posta, nell' enunciazione test espressa:
tarie,

tolleranza

di

cui si

pervenga col

niente monarchie erediuna monarchia elettiva, mezzo dell'adozione. Sub'

Tiberio et Gaio et Claudio unius familiae quasi

hereditas fuimus; loco lihertatis erit quod eligi

coepimus;

et

finita

luliorum Claudiorumque
inveniet.

domo optimus queinque adoptio

D'altra parte Plinio nel suo panegirico (e. 7 e 8) insiste quasi con le stesse parole sulVadoptio di un optimus all'impero a proposito
dell'adozione di Traiano fatta da Nerva:
nel

Im

peraturus omnibus eligi debet ex omnibus.


100 d.
Cr.

Siamo e sono ormai 32 anni che caduta la dinastia dei Giuli e dei Claudi.
avvenuto nel frattempo? che aveva preso il sopravvento nel periodo tumultuoso succeduto alla caduta dei Claudi, tanto che Vespasiano era salito al potere pi per il beneplacito suo che per quello dell' esercito, aveva finito col doversi ritrarre dalla scena politica a mano a mano che i Flavi avevano affermata V intenzione loro di costituire la dinastia ereditaria. L'ultimo dei Flavi, Domiziano, era stato per l'appunto colui che maggiormente aveva voluto liberarsi dagli antichi compartecipanti al potere e per

Che cosa

L'aristocrazia,

ci pi accanita era stata contro di lui


lit senatoriale,

l'

osti-

che rappresentava il fior fiore della classe, la quale vantava di avere il monopolio della libert.

con Domiziano per l'appunto la manifesta.zione tangibile della monarchia si afferma con un rinvigorimento del culto di Giove Capitolino.

Se non che per impedire che le sfugga un'altra volta il potere e per poter rassodare non solo la sua posizione, ma benanche di fronte
alle

masse

la manifestazione esteriore del suo


salita
al

potere,

l'aristocrazia,

sommo
il

delle

cose con Nerva, mette in opera

suo gran

dioso piano
dissociabiles,

politico

di

conciliare
et

res

olim

libertatem

principatum

fonda la monarchia elettiva col principio dell'adozione. Ci, mentre le d il modo di avere delle proprie creature al potere, le permette di dare origine ad una forma di dinastia che as-

sume religiosamente
caratteri della

politicamente

tutti

monarchia ereditaria. Ecco perch alla nuova forma di adozione


discorso
citato

.*-

Plinio attribuisce nel

pi

su

un'importanza che non pu comprendere se non chi veda le cose dal nostro punto di vista. ( L'adozione non quella augustea, grazie alla \ quale privatamente il principe si eleggeva un ) figlio se non l'aveva e quindi tentava imporlo / allo Stato per affermare il diritto di eredita / riet, il diritto cio famigliare. Ecco perch l'adozione di Traiano da parte di Nen^a. un'afI fermazione di libert (la parola si ripete con I \ r insistenza fraseologica d' un programma politico) ed una garanzia religiosa. Itaque \ non in cubiculo sed in tempio, nec ante g^
.
-

nialem torum, sed ante pulvinar lovs O. M. adoptio peracta est; qua tandem non servitus nostra sed lihertas et salus et secaritas fundabatur, Ora, sebbene vi siano stati, come vedremo,
>

intervalli e lacune nella tradizione

monarchica
si

di

Roma, nella

storia dell'impero

inizia

con

questo momento (97 d. Cr.) una vera rivoluzione politico -religiosa che dura ininterrotta sotto la medesima forma per ben pi di due
\

secoli.

Quando

cio

Massimiano nel 305

d. Cr.

Giove il potere gi ricevuto in dell' adozione fattane da Diocleziano e / virt /pronuncia le parole: Recipe, luppiter^ quod
I
1

restituisce a

commodasti
ripetere nel

>

(Pan.

6.

12),

non

fa

se

non
che

momento

dell'abdicazione

avviene per la prima volta cerimonia di affermazione della monarchia elettiva che l'aristocrazia aveva inaugurato per
la

medesima

assicurare

il

proprio potere.

N basta

tutto ci. Giove non solamente

Cesare in cura , dimostro altrove


|>articolare dal

ma
(v.

si

identifica^ cgii4ui,
3J;

ha come

pag.

segg.) in

modo
quel

punto

di vista religioso, e

che

pi

il

capostipite divino di una dinastia


il

celeste che in Ercole

figlio

adottivo,' al

assegnato il compito di dare un carattere morale all'opera monarchica. Dalle teorie politico-etiche di Dione Crisostomo noi apprendiamo difatti come Ercole sia non tanto l'incarnazione del domatore di mostri e sterminatore di briganti, quanto il liquale


beratore del

10

il

mondo

dalla tirannia,
il

salvatore
il

degli uomini dai malvagi ed


di tutte le virt,

sostegno e

cu-

stode del governo, concepito

come

il

modello

incarnate nel principe.

Ora noto che tra Dione Crisostomo e Traiano correvano ottime relazioni, tanto che altri credette di vedere nelle orazioni del primo

una specie di programma politico imperiale, messo in evidenza da un filosofo di corte. Certo si che grazie a tali teorie Traiano chiamato nuovo Ercole e che pii tardi si perpetuer il ricordo di questa identificazione sopratutto per i sovrani pi bellicosi e poi per
i

loro

collaboratori,

posti

cos

in

terra nelle
si

identiche relazioni in cui Giove ed Ercole

voleva stessero in cielo.

Siamo, in conclusione, alle origini lontane di quella stirpe divina di Giovii ed Erculei che
Diocleziano pare, ben pi tardi, inaugurare con un' incomprensibile novit e con un inesplicabile giuochetto monarchico di nessun valore. Se invece consideriamo come questa apparente leggerezza abbia presupposti filosofici e politici in un lontano periodo in cui si afferma per la prima volta veramente la carta

romano voluta dall'aristocrazia senatoriale, non stenteremo a credere che il sistema di Diocleziano sia un ritorno all'antico, e sia come il capo di un
costituzionale dello Stato
filo

conduttore che il grande riformatore vuol riprendere per non discostarsi dalla forma tradizionale ortodossa della monarchia di Roma.

cos che nei

11

e nei

monumenti

documenti

dell'epoca ci rimane traccia della dinastia fon-

data da Nerva per lungo ordine di imperatori e precisamente dal 96 d. Cr. alla fine del II secolo, quindi per pi di un secolo. Onde
Settimio

Severo

designato

nelle

iscrizioni

come
Divi M. Antonini G-erma
Divi Pii Antonini nepos
li
:"i

Sarniati,i fiius

Divi Hadriani pronepos Divi Nervae adnepos.

Divi Traiani Parthici abnepos

Al principio del III sec. d. C. adunque l'impero romano ci si mostra saldamente in mano dell'aristocrazia merc un sistema costituzionale che tende a rendere stabile una monarchia elettiva per adozione, la cui espressione religiosa si riassume in un monoteismo, quasi dinastico, celeste che rassoda e illumina della sua luce il potere della dinastia terrena.

La

tradizione storica, in

mano
si

tutta o quasi
fa quindi la

latta della classe senatoriale,

panegirista di questa situazione politica e leva


alle stelle
i

sovrani, rispettosi dell'autorit del

senato

questo liberamente ossequioso della


imperiale.

sovranit
discosta

Ma

non appena

il

crisi

terio individualistico di
damila

qualche imperatore
senatoriale

magna charta


tenta

12

dell'ereditariet

affermare

il

principio

nella propria famiglia, ecco la storiografia aulica rappresentarlo

come prepotente,

dissoluto,

sperperatore
di

pazzo. Si forma cos quella tra-

dizione storica antimperiale che ci offre una


S'Crie

sovrani

scomunicati l dove non

ci

sono molto probabilmente se non degl'individualisti che ritengono debba porsi la salvezza dello Stato in una monarchia assoluta ereditaria di carattere orientale.

In quest' ultimo caso naturalmente


tarsi

fautori

di questa forma di governo non possono limi-

a un' importazione di forme politiche e dall' Oriente che urterebbe la coscienza romana, la quale sempre avuto una vera fobia per l'orientalismo. Essi debbono camuffare le divinit orientali sotto nomi e specie romane e, grazie a questa fusione, avviare
religiose

Eoma verso forme che gramma politico e le


di cui sono
i

favoriscano

il

loro pro-

aspettazioni delle folle

portavoce.
le folle, ricche di

Se !non che
nieri,

elementi stra-

che in

Roma

sopraffazioni, le
se

possono tentare queste quali in fondo non sono altro

non colpi di stato e riforme religiose vionon anno mai, in ultima analisi, forze tali da stabilire definitivamente un sistema costituzionale che si contrapponga validamente a quello tradizionale. Questo non per s solamente la classe dirigente, l'aristocrazia senatoriale cio, ma, quel che pi, la communis opinio che l' impero, cos com' statuito, e il
lente,

13

culto di Giove Capitolino, sono una cosa sola,


indissolubile, attentare alla quale equivale at-

tentare alla compagine dello Stato.

Prima

di accennare per alle vere e proprie

rivoluzioni politiche e religiose dell'impero

non
che

sar inopportuno far riflettere che pura legesse cio

genda quella che corre tra non furono se non


e

gli
il

storici,

frutto di
alla

una
si

lenta
arriv

necessaria

evoluzione,

quale

a tappe facilmente riconoscibili nella

storia politica e religiosa.

Poich sicuro, invece, che fino a Settimio Severo non vi alcuna forma di sincretismo

che si infiltri nella religione ufficiale romana. L'esistenza sotto Adriano di templi privi di simulacri divini (detti dall' imperatore Radriani), che anche a me parve per un momento
se non l'indizio di una simile tendenza, per lo meno l'accenno ad una concezione filosofico-re-

ligiosa che potesse dar origine


religioso, credo

ad un sincretismo non possa ormai essere invocata a testimonianza di un tale stato d'animo. Essa
connette indiscutibilmente al culto di Ercole Gaditano, i cui templi ci consta essere stati assi

solutamente privi di imagini o statue divine: Maiestate locum et sacro implevere timore ,

come dice

Silio

Italico.

Onde

la

notizia

del

biografo di Severo Alessandro che, pur essendo nella sostanza sicura e certa, per la forma e
la

tradizione

paleografica

pu

lasciare

dei

dubbi, va presa nel senso che Adriano ordin


la costruzione

da per tutto

di templi aniconici


(
cris

14

';

tempia in omnibus civitatibas sine simulaiusserat fieri ) simili al tempio di G-ades. Senoncb la cosa fUv sfruttata dai partiti religiosi cristiani cio salutarono questo i disegno imj)eriale come un avviamento alla propria vittoria e forse pensarono o fecero spargere la voce che l'imperatore volesse introdurre il culto di Cristo, i cui fedeli dichiaraivano di non avere imagini ( quod [Christo
:

jten.plum facere voluit


=*cipere]
f

eumque
cogitasse

Inter deos re-

et

Hadrianus

'

Romani invece se la notizia non un'aggiunta paleografica che compresero il pericolo, divulgarono la voce che questo avrebbe permesso al mondo di divenir cristiano e di abbandonar gli altri templi ( qui consulentes

fertur );

sacra,
I

si

id

fecisset,

reppererant omnes Christianos futures, et tempia reliqua deserenda ).

Se

ci

vero,

una
.

fine psicologia religiosa, se

Romani diedero prova di non popalare


classi
dirigenti,
dei,
le

per lo
nella

meno
loro

delle

quali

ormai non credevano agli


filosofia

onde se esse
sentimentalii

o nel loro
cristiani

smo

orientalizzante avessero preferito simulacri,


se
se
i

templi
avesse

senza

li

avessero
li

adottati,

una parte del popolo

seguiti, si sarebbe effettivamente prodotto inil fenomeno costantiniano di adattamento del mondo ad una forma di culto sincretistica che avrebbe, se non soddisfatto tutti, per lo meno appagato moltissimi. Del resto tutto ci che sappiamo di Adriano

nanzi tempo

15

esclude in lui la tendenza ad un sincretismo religioso: tutt'al pi si pu vedere in lui il fondatore della monarchia d'origine divina, stabilita su di un compromesso tra l' elezioneadozione,

cara alle classi aristocratiche, e la

successione ereditaria cara ad altre classi ed


agli imperatori saliti al trono.

II.

Il

primo imperatore, su cui sembrerebbe che


i

realmente avrebbero potuto contare

seguaci

dei culti orientali e stranieri, in genere, sarebbe

Commodo. Egli avrebbe

introdotto

in

Koma

a tutto rigore vi era chi diceva il primo Oaracalla e le spiegazioni date dai moderni per chiarire queste due dil'avesse

fatto per

verse versioni, contro cui gi


ziano, non sono soddisfacenti

si

elevava Sparil

culto isiaco

sul

quale

veramente

si

anno notizie
Ora non
di
qui
il

ante-

riori, e

quello mitriaco, e di essi sarebbe stato,

dicesi, fervente seguace.

luogo

di esaminare qual fosse la coscienza religiosa


di

Commodo

tanto
in

meno

come entrassero
culti

Eoma

per

studiare se sua volont i

stranieri.
sia

Non pu
la

per non osservarsi

quanto

falsa

notizia

che

si

nelle

storie dell'introduzione dei culti stessi in

Roma
a

quando

si

accenna a
si

Commodo come

un

prende la cosa all' incirca come un indice di una situazione orcredente in essi e

mai matura.
Se

16

perci

dobbiamo

accettare

senza controllo i dati degli storici, dobbiamo per lo meno metterli nella cornice in cui essi anno tramandati. Ora a tutte queste ct li
notizie particolari si deve preporre la seguente che carattere generale ed pi importante: deorum tempia polluit stupris et humano E se noi scendiamo da quest'acsanguine. cusa generale ai fatti particolari, vediamo che
i

templi ed
si

culti profanati sono proprio quelli

a cui

vuole sarebbe stato pi attaccato. Che

razza di credente fosse questo che nelle processioni isiache batteva la testa dei sacerdoti

con la statua di Anubi, che li costringeva a il petto con le pigne sino a morirne, che celebrando i sacrifici mitriaci li profanava facendo sj)argere sangue umano, l dove le cerimonie avevano un puro carattere simbolico, che ai sacerdoti di Bellona che si tagliuzzabattersi

vano
serio,
si

le

braccia imponeva di
si

tagliarsele

sul

cosa che merita riflessione e studio.


tratta di un mi-

tratta di un pazzo, o

scredente.

orientali o egiziani che fossero,

n Eomani potevano trarre incentivo a fede da questo comportamento, n potevano esserne soddisfatti. Perch ci avvenisse senza reazione non doveva esistere affatto una coscienza religiosa per questi culti in Eoma. Si potrebbe dubitare della veracit della notizia e indubbiamente sulla tradizione storica commodiana vi molto da osservare ma anche ammettendola si deve convenire che


essa
di
i

17

non valore di sorta come sintomo uno stato religioso maturo in Roma verso
introdotti.

culti

quel che pi, vi sta

contro tutta l'autentica devozione


ricca di manifestazioni
in genere
folli,

sia

pur

sulle quali,

come
bene

sulle follie degl'imperatori,

far delle riserve finch tutta la tradizione storica dell'impero

non sar

ricostr-uita su serie

basi

la

devozione,
culti

dico,

per Giove e per


ufficiali

Ercole.

Nelle manifestazioni
stranieri,

non

vi

cenno di

se si eccettua Se-

rapide, la cui identificazione indiretta per-

ch d'origine greca. Si pu dunque parlare di

sebbene per i culti egizi Roma fosse naturalmente pi accessibile, data la posizione dell'Egitto nell'impero S'C non ai tempi post-dioclezianei: appena ap-

un loro qualsiasi influsso non ammettono Iside

in

Roma? Le monete

pena essa appare in qualche bronzo di Faustina,

di

Settimio

null'altro.

Postumo e Com' che essa manca per un creSevero


e
di

dente quale Commodo ? Quindi, se azione da parte dei culti stranieri, che io chiamer commodiani, vi fu, ben [maggiore fu la reazione

romana contro

di essi.

Perci Commodo sotto questo aspetto non importanza storica. Di Settimio Severo invece deve dirsi qualche cosa anche dal punto di vista, per dir

non insistiamo qui sulla sua fedelt e sul suo attaccamento ai culti tradizionali. Noteremo piuttosto l'infiltrarsi
cos orientalizzante:


dell'

18

culto

africanesimo grazie al
,

per

<;

dii

patrii

prima prova

cio e per Bacco. la un sincretismo imperiale non dubbio. La seconda la si pu vedere nella divinizzazione di Giulia Domna, ancor vivente, permessa in Mesia: 'louia A^va Oed, con una novit che da Livia di Augusto non si vedeva pi. E si pu aggiungere che essa fu identificata con la dea Celeste, punica. Ma vi

per Ercole
di

di pi ancora.

Ammone,
genda lom
Severo
logia e
giati

nelle

victori,

monete, appare con la legonde si una prova uffi;

ciale di sincretismo

aggiungiamo che Settimio


tanto romanamente spre-

un non dubbio credente nell'astroconsulta


i

Un avanzo di una testimonianza architettonica grandiosa di tale fede ci rimane nel suo settizonio. Essa in ogni modo non pu non completarci scultoriamente questo breve riassunto della sua posizione religiosa nell'impero. La quale del resto conmathematici
e c/zaWae.

fermata dalle disposizioni


dei ed
i

liberali verso

Giu-

cristiani e dalle

che, incise sotto di lui,

numerose iscrizioni dimostrano realmente,

per effetto delle sue tendenze personali e per un voluto av\'iamento ai nuo\ culti, un senso
di disagio psichico

che pare voglia preludere


il

a qualche cosa Se non che

suo orientalismo

e questo Settimio
E2:li volle,

di realmente nuovo.

lato politico del


si

Severo

inimic

l'aristocrazia per mire imperialistiche dinasti-

che indiscutibili.

divinizzando

Com-

19

modo, crearsi una stirpe regale, farsi figlio di M. Aurelio, fratello di Commodo, e dare all'impero, come Antonino Pio, dae reggenti, non
per adozione,
cos
la

ma

stirpe

degli

per se genitos e prolungare Antonini, le cui origini

quindi per effetto delle adozioni rimontavano


ufficialmente a Traiano e costituivano un grandioso contrappeso alle dinastie dei lulii e dei
Flavii.

Ora questa pretesa urt l'aristocrazia ed il senato ed egli dov trovare appoggio nell'edi

donde il suo militarismo e la necessit una restaurazione di cose in senso monarchico che doveva viceversa costituire il magsercito,

gior ostacolo alle sue tendenze orientalistiche.


Difatti l'appoggio sull'esercito in

un senso

di

ricostituzione imperiale, in cui dovevano essere

seguite le antiche tradizioni militari romane


dell'

impero,
in

direttive

non poteva non apportare nelle una corrente fedele alle tradizioni
genere,
le

romane
che
le

quali dovettero d'altra

parte trarre vigore dall' opposizione senatoriale

tenne

vive

che

costitu,

come

al

una tradizione storica contraria a lui, quo praesebbene la sua reale grandezza clarior in republica fuit nemo finisca ad essere confessata a denti stretti. Tutto ci,
solito,

per,

fece

che

l'

opera sua, religiosamente

parlando, andasse quasi completamente fallita.


Il

tentativo di Elagabalo, quindi, sfrondato


caratteri

dai

personali
lo

forse
si

morbosi delpossa
sotto

l'uomo che

ide,

sebbene

20
molti aspetti giudicare giustificato dai precedenti religiosi e politici, come prodotto di

tendenze sincretistiche. va considerato come un vero moto rivoluzionario religioso. Il tradizionalismo romano violentemente abbacidi

nato da tanta sfacciata novit, dal tentativo completa distruzione del culto pi antico,
di
e

anzi

ogni- culto

romano

straniero,

dal

subito

violento
in

sincretismo,

dall'orientali-

smo dilagante
per
i

Roma

su

uomini

cose,

dal rifiuto assoluto di salire sul Campidoglio


voti annuali, dal dileggio e dalla profa-Lazione

dei

pi

sacri

e
il

pi antichi

culti

romani. Si aggiunga che

senato, naturalrivoluzione, di-

mente

ostile

ad una simile

che i cavalieri ed i maggiori sono umiliati e derisi; che orientali e gente forse di bassa levatura, certo ignota, indubbiamente antipatica ai Romani per i modi sempre malvisi di orientali, spadroneggiano in Roma, e si capir come la rivoluzione di Elagabalo non solo non potesse avere buone accoglienze, ma trovasse viva opsprezzato,

maltrattato;

magistrati

posizione e lasciasse
loro credenze,

Romani

incrollabili nelle

tanto che. se essi pregano per


si

l'imperatore,

rivolgono

ancora e

sempre

Herculi invicto. Severo Alessandro che gli succede e la sua corte, abbattuto il culto orientale imposto da
questa rivoluzione religiosa, iniziano una contradizionali.

troriforma fondata sul ristabilimento dei culti Nelle sue monete Giove gli

appellativi
iscrizione

e
ci

le

raffigurazioni

antiche:

attesta

positivamente

una T antica

p(eratoris).

forma del culto: I. O. M. conservatori imSappiamo d'altra parte come egli recasse a venerare le divinit capitoline si con un' applicazione septimo quoque die
di

della festivit semitica settimanale alle divi-

nit

Eoma da buon
ci

siro

latinizzato
il

che
culto

voleva rendersi caro ai Eomani. Per

d'Ercole

basta conoscere che egli

amava

con Alessandro Magno, per accettare la notizia che presiedesse 1' Agone Erculeo in onore appunto di Alessandro, agone forse da lui istituito, rimanendoci ricordo del suo nome e di quello del pontefice del dio Ercole Aur, Vibio Petroniano. Onde natuconfondersi
rale che nel 233,

Mesopotamia,
Ercole
si

si

quando ritorna vincitore dalla facciano ringraziamenti ad


la

preghi la stessa divinit per


si

sua salute. N deve dimenticarsi com'egli

proclami

sacerdos urbis per reazione certo al culto straniero del suo predecessore che si dichiarava
sacerdote di Elagabalo, tanto che
io forse

non

sarei alieno dall' attribuire a lui l'incremento

che sembra avere nel 3o secolo

il

culto della

dea Roma. Indubbiamente

egli

personalmente fu un mo-

dernista in religione e da buon orientale, che

voleva essere o sembrare romano, un sincretista (e ci spiega come l'orientalismo continui ad

aver favore sotto di lui);

ma ad

onta di

ci.

22

come vedemmo, non impose il suo culto ai Komani, anzi tent di ravvivare l'antico. Questo andava d'accordo col suo ossequio al senato che faceva all'autore della sua vita torcere la lode di Erodiano che il suo regno fosse stato incruento , nel senso che gli era stato detto cos perch senatorum nullum
occiderit

Chi legga, anzi, con piena conoscenza generale degli avvenimenti politici e religiosi dell'impero, la sua biografia, quale ce la tra-

manda

la tradizione degli scriptores historiae

augustae, non pu non essere colpito dallo sforzo che fa l'A. per presentare nella versione cara ormai agli storici romani dell'im-

pero

rappresentanti la tradizione aristocra-

tica di tipo tacitiano, vuoi per le note ragioni

politiche sempre vitali


tino,

da Augusto a Costan-

vuoi per un atteggiamento invalso nella la sua forma retorica della storiografia figura come quella di un principe veramente ideale ad onta della sua origine, delle accuse che gli si muovevano, dei difetti che gli si

riconoscevano.

La conclusione
fini

della biografia,

anche se abbia

tendenziosi e possa essere

l'eco dell'esperienza dell'impero dioclezianeo

ed

un ammonimento per quello costantiniano, non pu, sotto questo aspetto, nou essere interessantissima. Essa tenta il supremo salvataggio della tradizione storica favorevole ad Alessandro, dimostrando la legittimit di un governo retto da uomini onesti, di un imperatore cir-

23
condato da valentuomini, di un uomo che non
si fid su eunuchi, ma volle vivere a contatto con i governanti e non volle separarsi da essi anche essendo d'origine straniera, con evi-

dente allusione alla segregazione di Diocleziano

che se ne sarebbe accorto da s stesso, dopo e con facile allusione ad una possibile simile politica di Costantino!
avere abdicato,

cinquantennio che corre tra la morte di l' elezione di Diocleziano caratterizzato da feroci lotte ed aspri dissidi religiosi e politici. La breve durata dei regni di numerosi imperatori che si succedono
Il

Severo Alessandro e

al

potere rende pi difficile che mai


il

il

se-

guire

filo

conduttore
si

degli

avvenimenti:
si

azioni e reazioni

susseguono e

intralciano
naturali.

spesso accavallando fenomeni passeggeri e individuali

con

fenomeni
il

duraturi

Quello che certo la fiera ultima opposizione che fanno

senato ed

il

partito conser-

vatore

all'

instaurazione della monarchia mili-

tare ed assoluta. Si a torto negata nel III

secolo l'importanza delle manifestazioni di vo-

supremazia che agita il senato: la storia convulsa di questo cinquantennio sta l a dimostrarla. Naturalmente da ci consegue pure una lotta religiosa che, mentre tende a restaurare l'antico, produce
e

lont di dominio

di

24:

da un lato un'altra rivoluzione religiosa meno


radicale di quella di Elagabalo e pi conciliativa, la rivoluzione d'Aureliano, e dall' altro

note manifestazioni contro i cristiani, che sono l'esponente tangibile e visibile dell'orienf talismo intransigente. Koma, pur feroce nel suo tradizionalismo religioso, dimostra di esser \ pronta a concedere ai nuovi tempi quel tanto \
le
\

di sincretismo, fondato sull' antico politeismo,

\cbe
jali

sufficiente
i

a
e

raccogliere
tutti
i

sotto

le

sue

tutti

popoli

credenti,

ma non
Cos
il

|vuol saperne di
Igli

un sincretismo che distrugga


e
le

antichi
si

culti

antiche fedi.

(mondo

trova in un'aspra lotta che lo insanil

'guina e lo prostra:

folle orientalismo

sin-

cretistico di Elagabalo
il

non accontenta nessuno, sincretismo politeistico di Aureliano non


la

accettato dai cristiani,

restaurazione reli-

i tempi ormai sorpassati e crolla, il sincretismo monoteistico di Costantino inizier solo l'accordo, per quanto la reazione religiosa in senso tradizionale di Massenzio e il sincretismo solare politeistico di Giuliano dimostreranno ancora,

giosa tradizionale di Diocleziano trova

fino alle ultime convulsioni sentimentali-letterarie del periodo grazianeo,


servi vive le
tieri ceda.

come Koma consue energie religiose e mal volenla^s,fiiQjidai_,rivolu-

Aureliano tenta dunque


zione religiosa^
i

cui caratteri sono troppo noti


il suo sincretismo che molte delle sue forme pi

perch qui
trae

si

ripetano:

dall'oriente

25
speciose
,

in fin dei conti, politeistico, onde


e

non rinunzia affatto


e nelle aspirazioni. e sussiste.

la tradizione antica: la

non cancella per nulla sostituisce nelle forme

Ercole vive, per dir cos,


il

Possiamo aggiungere che Giove non


culto tradizio-

mai dimenticato, che tutto


imperatore.
1'

nale
dell'

rimane in vigore per espressa volont

Se non che
orientale,
la

uomo

troppo sotto

l'

influsso

sua anima troppo ormai fuori del mondo di Roma perch egli non tenti di imporre le sue idee ed i suoi sentimenti sul vecchio substrato latino che non l'appaga pi.
solo la fede

Non

materna pu aver esercitato tutta

la sua efficacia su di lui per vedere nel Sole


il

supremo dio del mondo,

ma

pur la sua con-

cezione politica che faceva della divinit la

suprema ed unica depositaria del potere politico,

espresso dalla persona dell'imperatore.

aggiunga a questo la tendenza generale del momento, anelante verso un nuovo mondo reSi

ligioso e si avr

il

substrato psicologico delle

riforme aureliane.

Purtroppo la fonte massima della sua opera colora con intenti e con idee del IV secolo la sua figura e le sue opinioni. Se ci non fosse, essa ci offrirebbe dei dati interessanti. Possiamo invece affermare di passaggio qui, ci che svolgeremo meglio altrove, che la vita Au\ reliani non se non un libello anticristiano ^cbe tenta di contrapporre all'invadente e in^calzante progresso del cristianesimo costanti-


niano

26

religiose
'

una figura ed un' opera

pi

conformi alla tradizione patria, sebbene arieggino i nuovi tempi ed i nuo^ sentimenti, onde sia possibile ai malcontenti ed ai bisognosi del nuovo di ritornare alle forme auguste dell'antico culto pur sempre corrispondenti ai nuovi bisogni. Valeriano si rivolge di fatti citiamo qualche passo per esemplificazione ad Aureliano chiedendo l' aiuto di Dio, deo favente egli risponde facendo appello alla propria coscienza ( conscientia mea ) ed invocando la di\'init perch lo aiuti deus faciat et deus certus, ut ecc. . Dallo stesso di;

scorso in favore della consultazione dei libri


sibillini

tenuto da Ulpio Silano per assecon-

dare la proposta fatta in


tore
di

nome

dell'

impera-

da Fulvio Sabino, appare


grazie
la

CA-idente lo sforzo

conciliare,

alle

sue affermazioni e

protestazioni,

religiosit di

Aureliano con
l'ef-

l'antico formale attaccamento ai riti religiosi.

X
fetto,

basta.

La

rivoluzione

religiosa

come

fu per Costantino, di
di^ina.

una vera

propria
ch, se

intromissione

Se

Aureliano

batte gli Alamanni non che divina ope, poi-

non

monstris quibusdam speciebusque


,
i

divinis impliciti essent barbari

Romani non

avrebbero vinto. L'autore della vita vuol vedere in ci un effetto della consultazione dei libri sibillini e delle cerimonie sacre, ma non

detto che la pensasse cos Aureliano.


certo

Per
al-

Emesa

non poteva esser sostenuto

27
trettanto,

onde
era

il

retore

amico del seaato


nell'

della religione dei padri affermava che l'im-

peratore
della

stato

aiutato

espugnazione
i

citt vi

numinis, quando gi

soldati

fuggivano,
spinto le

come pi tardi la manus dei aveva pi numerose truppe di Massenzio


disfatte

ad esser

da quelle

di

Costantino.

Aureliano anzi, come poi Costantino, avrebbe raccontato che, entrato nel tempio di Ela-

gabalo in Emesa a sciogliere il voto fatto, aveva ivi trovato la forma della divinit battale quale l'aveva veduta durante la taglia aiutare i suoi: illic eam formam numinis repperit, quam in bello sibi faventem vidit Difatti lo storico aveva prima ricordato che la vis numinis si era manifestata
,

quadam divina forma , non senza aggiungere, come Eusebio pi tardi, quod po

hortante

stea est proditum

Chi ricorda

particolari
es-

della leggenda costantiniana

non pu non

sere colpito dalla quasi identit dei particolari.

Per la presa di Palmira viceversa nulla ci stato tramandato; ci vien detto per che Aureliano implorava con fede i veros deos, qui nunquam nostris conatibus defuerunt Ma pur lasciando per ora da jDarte questo interessante problema letterario e religioso, non possiamo ad onta della povert delle fonti e del de\damento di quella che per noi era la massima e quindi del suo venir meno allo scopo cui ora tendiamo non affermare che

la

28

fu
possibile

rivoluzione

aurelianea

uono-

stante la contrariet romana, come fu poi possibile


Il

la

rivoluzione

costantiniana.

I
;

il Sole venne imposto cos a con una magnificenza senza pari, con pompe e sacerdozi che anno colore orientale, Roma si incliina poich l'imperatore saputo piegarla, poich Aureliano favorito, accarezzato, saziato il popolo ( ncque enim populo romano saturo quicquam potest esse lae-

culto per

Boma

tius

avrebbe

detto

egli

stesso

),

ri-

incusso terrore al senato che accettato la


voluzione tentando di coonestarla ai propri
Il

fini.

biografo

troppo fine per non compren-

dere tutto

ci,

onde ritorna anche nella


la

vita

d'Aureliano

visione

dell'eterno
di

conflitto

per l'elezione del principe,

cui tra senato

dopo la sua morte e ritorna pure, come la morale d' una favola, la conferma della posizione storica dell' imperatore tra la democrazia e 1' aristocrazia
e soldati viene palleggiato l'onere

nelle parole che ci sintetizzano tutta la storia

dell'impero,

in questo studio:
vit.

come gi accennammo pi volte Populus eum romanus ama

senatus et timuit

III.

Riassumendo,
1

dallo
e

sguardo

gettato

sulla
reri-

storia- religiosa

politica dell' impero in

',

lazione all'affermarsi delle classi dirigenti

29
sulta evidente che dopo le prime lotte sotto la

dinastia dei Giuli e dei Claudi l'aristocrazia senatoriale accett l' impero con l' esplicita

condizione ch'esso fosse elettivo e vi potessero

giungere

migliori dei senatori o della classe

loro per mezzo dell'adozione. Naturalmente questo sistema, che colleg fortemente la dinastia degli Antonini, si trov in opposizione al

ben esplicabile sentimento individualistico dei sovrani che volevano rendere la monarchia ereditaria e con l'aiuto dell'esercito sbarazzarsi della tutela del senato. Verso la monarchia ereditaria, d'altra parte, lo spirito orientalizzante

delle folle, soprattutto militari, e la formazione

di

una nuova coscienza portavano anche


Cos,

pi

caldi fautori del romanesimo.

mentre

si

rafforzava

il

monoteismo ca-

pitolino che

concorso dell' interpretazione delle forze morali di Ercole aveva preso valore dall' affermarsi della monarchia, ostava
col

all'introduzione

della

forma

orientalizzante

dell'impero la istintiva e tradizionale ripul sione del popolo romano per tutto ci che era
orientale.

Quindi nella ininterrotta vicenda di lotte per la monarchia adottiva e per quella ereditaria che va dalle origini dell'impero a

Costantino si staccano per effetto di forze sociali che prendono il sopravvento le rivoluzioni politiche e religiose che tentano deviare

Koma

dalla sua tradizionale forma monarchica

senatoriale.

Come

tutte

le

rivoluzioni,

anche

30
per r efficacia delle reazioni della religione uf-

perdono a mano a mano d'intenadattano alla forma mentis romana, in quanto che col sincretismo e con
ficiale esse

sit e di vigore e si

l'omaggio politico' al senato tentano vincere gli ostacoli che impediscono loro di rassodare i principi di cui sono apportatrici.
Cos attraverso Elagabalo ed Aureliano si giunge a Costantino, non senza avere avuto, C9me reazione al primo, Severo Alessandro che con animo neoterico ritorna all'antico, e, come reazione al secondo, Diocleziano che con maggior spirito modernizzante e con pi fine senso politico tenta di conciliare la monarchia e la religione tradizionali con le nuove forme ed bisogni del momento storico. Se non i nuovi vi riesce perch la restaurazione religiosa cozzn con il sistema costituzionale ideato, che trovano invece il loro punto di equilibrio nella forma religiosa e politica conciliative ideate da
Costantino.
Dell' anticristianesimo

dell'impero non

ab-

biamo tenuto conto qui non solo, come dicemmo, perch ce ne occupiamo altrove (v, pag, 88 segg,), ma perch in questo schema di
concezione della storia politica religiosa dell'impero la politica verso
stiani
i Giudei ed i cris'inquadra facilmente nell'abbozzo del

programma
rigenti
lineato,
e

politico e religioso delle classi di-

degl" individui
si

quale l'abbiamo de-

purch
cos

modifichi alquanto la concepoliteismo

zione

del

detto

romano

nel

31
senso che esso fu

meno

politeistico

di

quel

che si crede abitualmente. Concludendo, la storia dell' impero romano, veduta sotto questo punto di vista, fa crollare molte delle opinioni abituali, quali la pretesa democrazia dell'impero, il suo carattere religioso prettamente politeistico, il suo inorientamento per tendenza popolare romana e via dicendo. Non sarebbe male che in questo senso
gli studiosi di storia esercitassero
il

loro

acume

non solo in forma generale, ma scendendo pure ad esami parziali per conto nostro, sotto questa visuale presenteremo prossimamente
:

tutta la storia dell'impero.

32

La

latinit religiosa dell'impero

qualche tempo ormai prevale negli studi storico-religiosi dell'impero romano un indirizzo

Da

pi

assolutamente unilaterale. Studiate meno compiutamente, le religioni

cio,

e
si

le

idee filosofiche dell'oriente mediterraneo,

creduto di vederne in qualsiasi manifestazione politico -sociale di Koma una larga traccia e
raccogliendone quindi i pi disparati elementi e le pi minuscole indicazioni si costruita tutta una poderosa metodologia storica contro la quale nessuno osa dar di cozzo. L'occi-

dente rimane come allagato da una marea di ricerche e di conclusioni che debbono soffocarne qualsiasi movimento di vita e pur di reazione. L'oriente domina incontrastato su ogni forma del pensiero e del sentimento latino, n si sa pi qual manifestazione di vigo-^ ria si conceda ancora a questa calanniata latinit, la quale pur nelle rettoriche in voga
riconosciuta
derazione.

come degna

di

una certa consi-

Recenti stadi, invece, mi anno condotto a


conclusioni,
se

non

contrarie,

indubbiamente

33
molto diverse, onde dovuto convincermi che una vigorosa esistenza ed un' importanza capitale ebbero durante l'impero i culti di Giove e di Ercole tanto da dover esser considerati durante tale epoca, come lo furono nella repubblica, i culti tradizionali e supremi della religione romana.

Esaminando quindi

la

loro

manifestazione

imperiale al di sopra e al di l del pregiudizio


corrente di veder da per tutto l'infiltrazione

possente

tentatrice

dei

culti

orientali,

io

credo di riuscire a mettere in luce la persistenza della religione repubblicana di Eoma attraverso l'impero e la vigoria con cui reag all'influsso dei culti stranieri e la forza che Impresse a tutta la tradizione imperiale. In poche parole, io ritengo in questo modo di

dimostrare, contro

le

idee prevalenti, la asso-

luta e potente latinit religiosa dell'impero.

L'indagine
litica

ci

permetter

di

vedere

quale

possente elemento di coesione religiosa e po-

furono
e

le divinit di

Giove e di Ercole

in

Roma

come da esse

non da

culti este-

derivarono forme e caratteri che sposso vennero un po' troppo affrettatamente conriori

siderati

come aventi

origini esotiche.

I.

Non

entra naturalmente ne' limiti di questo

studio r esporre

l' importanza e la preminenza che ebbero nel tempo repubblicano in Roma

34

Giove e di Ercole: n d'altra parte la pena, trattandosi, specialmente varrebbe ne per il primo, di cose note ed ormai acquisite
culti di

dominio culturale non solo degli studiosi religiosa e politica romana, ma pur della storia religiosa generale. Sar sufficiente mettere in luce, in breve, la posizione dei due culti verso la fine della repubblica, in anodo che il lettore possa facilmente orienal

della storia

tarsi attraverso le

tendenze religiose dei vari

imperatori

non

debba

giudicare,

ci

che

spesso stato fatto,

come

unicamente persoin condizioni

nali le vedute di alcuni sovrani, le quali tro-

vano invece

il

loro

fondamento

d'ambiente, gi preesistenti e bene assodate. Insieme con la triade capitolina Giove, che

ne personificava la potenza e ne oscurava le minori di Minerva e di Giunone, fin dai tempi pi antichi ci appare come l'incarnazione del supremo impero di Eoma, come il fulcro sul quale poggia tutta la vita dello Stato. Dall'inizio dell'anno civile e politico Giove dirige tutti gli avvenimenti: a lui salgono i nuovi magistrati, a lui i trionfatori, a lui i voti ed i doni degli amici e degli alleati del popolo romano. Il colle capitolino accentra tutta la vita di Eoma e dei suoi domini, la suprema meta di tutte le aspirazioni, protegge come una grande ombra i suoi figli e ne personifica la potenza. Per la repubblica baster citare Scipione che, fosse calcolo o misticismo, ne sente la srrandezza e
figure

35
r importanza
in
e

la

sfrutta

in

modo da
il

iarsi

ritenere di stirpe divina. Egli

primo che
cos
dire,

nome

di

Giove

si si

investe,

per

del potere divino e

impone a Roma ed

al

suo incipiente impero. Quello che fu detto, pi o meno propriamente, l' imperialismo ro-

mano, non avrebbe avuto un valore veramente tangibile se non l' avesse reso tale il culto a Giove ottimo massimo. Questi quindi fin dai tempi pi remoti lo statar, il Victor, V invictus. Secondo Dione", quando Cesare muore la sua divinit viene riconosciuta sotto la forma di Giove Giulio e onorata di templi e sacerdoti. E similmente Augusto, che un cullo superstizioso per Giove Capitolino, che edifica dopo uno scampato pericolo, in un temporale, un tempio a Giove Tonante, che accetta in Atene che il suo Genio sia venerato insieme con Giove Olimpio, che,
vivo, detto

come Giove

custos imperi ro-

, dopo morto, confuso col dio supremo: lovi deo dicono le monete che pur prima avevano inciso la leggenda lovi Tonfanti), lovi Olymcon Augusto si afferma per la (pio). E prima volta quella venerazione per il luppltsr

mani, totiusque orbis terrarum

accomunato

plificarsi

conservator che vedremo poi svolgersi ed esemdurante tutto l'impero in una costante forma di tradizionalismo religioso e politico,

assolutamente immutato.

Sotto Nerone, minacciato dalla congiura pisoniana.. Giove incarna ni che mai il DrincDo

36
divino protettore del capo dell'impero (custoe)
e

allontanatore da esso delle furie dei mal-

vagi (liherator).

Con Vitellio si pure il ricordo di Giove 0. M, capitolino e nelle preghiere degli Arvali appare per la prima volta l' appellativo di vincitore: lovi vict(ori), forse in omaggio all'effimera vittoria che gli aveva dato
il

potere.

Vespasiano ricostruisce
chiarato che gli dei non

11

tempio capitolino

nell'antico sito, poich gli aruspici avevan di-

amavano cambiare grande pompa ne getta l'antica forma, e con un'altra volta le fondamenta, fatte innalzare
sides ionperi. Nelle

preghiere alla triade capitolina e agli dei prae-

monete si afferma pi che mai la protezione di Giove sull'imperatore merc l'appellativo di lovis custos. La qual forma di culto strettamente imperiale acquista un pi personale significato quando Domiziano non si accontenta di elevare a Giove conservatore, vivo ancora il padre, un piccolo sacello, ma, conseguito l'impero, costruisce un superbo tempio a Giove custode e pone l'effigie propria in seno alla divinit. Si pu anzi asserire che con il figlio di Vespasiano si consolidi pi che mai il culto che collega strettamente il dio supremo al supremo signore del mondo. L'a istituzione dell'agone capitolino offre il modo a Diomiziano di confondere la propria con la personalit divina poich egli vi appare coronato con una corona aurea su cui vi l'effigie della triade ca-

pitolina,

mentre
oltre
le

sacerdoti portano nelle loro

corone,
riale.

imagini divine, quella impe-

E giungiamo

a Traiano. La sua adozione che,

a rigor di termini, dovette essere un' adrogatio,

una prima prova di quel persistente rinvigorimento che acquista il culto capitolino durante l'impero. Xerva non lo adotta semplicemente come erano stati adottati i precedenti
principi o imperatori:
o meglio, se lo fa con

una
altri,

lex
lo

curiata,

conie

fa

convocando

erano stati adottati comizi curiati in i

Campidoglio e, come pontefice massimo, proclamando, chiamati gli dei e gli uomini a testimonio, Traiano suo figlio dinanzi al pulvinar di Giove 0. M.

Se non che, prima di proseguire, non sar male fermarci su quest'importante momento storico per studiare le \acissitudini di un altro
culto tradizionale di

Roma

che viene ora, pi

che mai per


tolino e

ad unirsi al culto capiad avviare la monarchia su di una


l'

innanzi,

strada sempre pi nazionale ed unitaria, anzi

tanto nazionale ed unitaria quanto incomincia

ad essere straniero
parte.

e disgregante l'assalto che

batte contro di essa, religiosamente, da ogni

Pu sembrare

strano,

ma

realmente

logico e naturale, che uno stato, come il romano, cos violentemente dominato da prin-


cipi

38

cos

sempre pi

stranieri,

vigorosamente

sconvolto dai culti pi esotici e lontani dal-

l'animo latino, reagisca con tanta energia da dare carattere romano ad una monarchia che dovrebbe sembrare ormai assolutamente
orientale.
Il

culto cui intendo alludere

il

culto di

Ercole.
Sia di origine italica, come a me pare, o sia unicamente di derivazione ellenica, esso avuto ben presto in Koma un' importanza quale non l'ebbe se non il capitolino. Come quello di Marte, non fu nelle origini se non un culto di gente data ai commerci ed agli affari, gente

che voleva assicurarsi la protezione della divinit


e

pi

propizia

per

le

per

un buon guadagno,
al dio

malsicure offrendone il destrade

cimo

vero quel che dice

che l'avrebbe difesa e tutelata. Se una tradizione tardiva,

che l'appellativo di Victor fu dato al dio da un credente che, dopo aver vinto con una nave di carico i pirati, fu ammonito in sogno da Ercole che la vittoria era stata ottenuta per opera sua, non si potrebbe avere una conferma pi esplicita di questo carattere pacifico e domestico del dio. Il quale mentre conservava di fronte alla gran massa dei credenti una simile ragione fondamentale per il suo culto, mutava insensibilmente, specialmente nella sua accezione di dio dello stato, l'aspetto religioso; in una comunit divenuta per necessit di cose guerriera era naturale che le imprese di Er-

39
anche quelle solameute di origine indiacquistassero forma bellicosa e che i trionfatori, non dissimili dai semplici cittadini favoriti dalla di^-init negli affari e ne' com|merci e protetti mei duro cammino della guerra,
cole,

gena,

come

quelli nel pericoloso viaggio per le strade

infestate
in patria,

da ladroni del tipo

di Caco, ritornati

sacrificassero a lui la

decima delle
farto,

spoglie.

Non diversamente avrebbe


la

del

resto, Ercole verso G-iove,

onde un pretore di

Tivoli restituiva

sua epigrafe dedicatoria:

lovi Praestiti, Hercules Victor dicavit, Blan.

dus pr(aetor) restituit E mentre cos sorgeva la figura di un Hercules lovius, le pi antiche iscrizioni ci provano il culto che i
generali reduci dai trionfi gli
jjr estavano

de-

dicandogli

come Mummio, Achaia capt(a) Corinto deleto, e come prima


statue
e

templi,

di lui Minucio, Fulvio Nobiliore, Emilio Paolo,


e

gico,
e

dopo di lui Siila, Mario, Fabio AllobroFabio Massimo, Lucullo, Aurelio Cotta
via.

cos

L'Ercole Victor o Invictus, che si denomina pure triuniphalis e che in occasione dei trionfi
vestito dell'abito trionfale,
si

identifica cos

con Marte ed sacerdoti e culti non dissimili da lui e personifica i vincitori con tanta maggior apparenza con quanta maggior ampiezza di spazio e di tempo la gesta loro pu essere paragonata alla gesta divina. Non quindi da meravigliarsi se Pompeo adotti per suo

motto

Ercole invitto

se

Antonio per

le

40
sue imprese d'Oriente venga assomigliato ad
Ercole.

Ecco perch Orazio quando Augusto ritorna


dalla Spagna, non per pura fantasia poetica,
lo saluta Victor quasi novello Ercole; egli serba

fede all'antica leggenda latina che poneva le

Caco durante il Spagna. Ecco perch non reca meraviglia che Caligola tra gli attributi delle varie divinit di cui vuol prendere le sembianze, chieda pure la pelle leonina e la clava; e Nerone si faccia acclamare, oltre che Nerone Apollo, Nerone Ercole, e nelle monete faccia imprimere la leggenda Herculi Augusto. Galba lascia coniare delle monete che anno ancor maggiore importanza. Egli viene, com' noto, dalla Spagna, e come Ercole trionf di
vittorie del figlio di G-iove su

suo ritorno dalla

Caco
cos

e liber

il

territorio di

Koma

dal mostro,

Galba trionf di Nerone e ridette a Eoma la libert: egli perci un novello Ercole, anzi un Hercules adsertor. noto che nel diritto

romano

gli

adsertores

erano

coloro

che rappresentavano

gli schiavi nel giudizio di

vindicatio in libertatem
difensore,

colui quindi che


e,

rivendica in libert un altro


il

come

tale,

il

liberatore. Vespasiano pi tardi

nelle

monete

per

l'

sertor lihertatis publicae

una

identificazione di
>'

appunto chiamato ad Noi abbiamo quindi Galba con Ercole come


.

adsertor
Giulio

della libert. Gi, a quel che pare,

Vindice,
<;

pi tardi

che Plinio doveva chiamare adsertorem a Nerone libertatis ,

all'aveva esortato a farsi

hiimano generi ad-

. Xoii ci meraviglia sertorem ducemque quindi questo appellativo, bens ci dimostra come il culto d'Ercole entrasse per volont di uomini e per forza di cose nel dominio pub-

blico e

si

materiasse,

per dir cos,

di

avve-

nimenti e di sentimenti. Onde se Vespasiano fa per la prima volta apparire nelle monete la figura di Ercole, dopo tutto ci, non ci stupisce: e ci stupisce ancor

meno che Domiziano


con
le

si

faccia elevare statue

forme

e gli attributi di Ercole nel cui

come vuole Marziale, egli si degna di manifestarsi; egli permette di essere chiamato Ercole maggiore, nel tempo stesso in
volto,

cui presume,

se

stiamo a Marziale stesso, di

uguagliarsi, notiamo bene, a Giove.

Chi ci seguito fin qui deve convenire che con Traiano noi siamo per tutto ci ad una svolta della storia. I culti di Giove e di Ercole, che ormai possiamo riconoscere fondamentali dell' impero, anno acquistato un' importanza
politica

che

culto di gi che Giove Capitolino: vedemmo come sino a lui il culto di Ercole si affermasse Wgorosamente. Possiamo con sufficiente preparazione perci studiare quali fossero i sentimenti e

nessuno pu negare. cosa Nerva pensasse del

Vedemmo

42
le

idee di Traiano su queste coucezioui reli-

giose che venivano a corroborare in tal


la fortuna dell'

modo
lo

impero e delle dinastie che


Traiano,

reggevano.

Effettivamente
alla

che

intende

dare

monarchia una forma di repubblica aristocratica con un presidente elettivo, scelto da un corpo di grandi elettori (senato), vuol dimostrare il suo ossequio al culto supremo dello stato e non solo non si identifica da s stesso con Giove, ma non chiede neppur
culto per
si

s,

come
porre

lo chiese

Domiziano. Egli

limita a

la

propria statua bronzea

nel vestibolo del tempio di Giove O.

M.

L'opi-

nione pubblica per per bocca del senato dapprima, per bocca del suo porta voce poi, Plilo pone in stretta relazione e dipendenza con la divinit: Koma deve tutto a Giove, perch lui che le elargito Traiano; Traiano assolutamente degno de' titoli riconosciutigli di ottimo e di massimo, che comuni con la divinit suprema. Come altri prima di lui non stato chiamato ottimo, cos chi usurper indebitamente questa denominazione, in avvenire, non far che mettere in evidenza la distanza che lo separer da chi per primo l'ebbe e ne fu degno. Ora tutto ci trova una rappresentazione tangibile nella raffigurazione delle monete, in alcune delle qaali si l'aquila di Giove che d lo scettro a Traiano, mentre in altre con la leggenda di Giove conservatore del padre della patria apnio,


tegge;
in

43

pare Traiano alla destra di Giove che lo pro-

ancora si pu persino dubitare che Traiano sia rappresentato nella, figura di Giove stesso. Siamo quindi in presenza di una concezione religioso-politica che si impone anche a malgrado degl'individui e che trova conferma pi che mai nell'altro culto fondamentale dell'impero, in quello di Ercole. Se gi Plinio nel 100 d. Cr. trovava modo di rassomigliare Traiano a questo dio, non stupisce affatto il vedere come nel corso successivo del suo regno e con l'evolversi e l' ampliarsi della fortuna politica e guerresca dell'imperatore, l'avvicinamento, e forse anzi la identificazione, del fortunato sovrano con Ercole si facciano pi
altre
precisi
e

pi

evidenti.
in Oriente, le imprese contro i
di

Le spedizioni
Parti,
la

convinzione

esser

succeduti

ad

Alessandro Magno nella conquista al proprio dominio di quelle favolose regioni dell' India, che siembravano non potersi separare dal 'bicordo dei trionfi di Dioniso, dalle preferenze dinastiche ellenistiche per Ercole, dalle cerimonie

avventure degli dei orientali, esercitarono sempre sui Romani un fascino bene spiegabile. Traiano che primo, e poi unico degl' imperatori, port le armi di Roma fin dove nessuno le aveva portate, rimase a questo titolo, forse anche pi che per la sua savia politica, nella coscienza popolare come un essere suiDeriore e pi ancora che con
e dalle fantastiche

44
l'appellativo di optimus ne fu tramandata ai
posteri
la

memoria con quello

di

Farthcus.

non solo chiamato vog Aivuaog, ma paragonato ad Alessandro il Grande e ricordato con lui quando si fa menzione di imprese orientali: onde il progenitore della dinastia macedone, Ercole, entra anche da questo punto di vista pi che mai nel culto e nella
tale

Come

religione

dell'impero.
le

Ercole,

come Dioniso,

secondo
cole,

leggende, era giunto in India; Ersi

come Dioniso,

diceva fosse stato uno

dei primi re dell'Oriente. Gi Eumene, il generale d'Alessandro, per cattivarsi i soldati ne

esaltava la gesta dicendola superiore a quella


di

Dioniso e di Ercole. Del resto tutto l'Oriente


Persi,

era, per cos dire,


Siri,

pieno di Ercole;
nici,

Assiri,

Lidi,

Fe-

avevano delle divinit armate di clava o di bipenne che i Greci avevano identificato con Ercole ed avevan non di rado fatto progenitrici e modello dei re. Le dinastie ellenistiche, sorte dopo la morte di Alessandro, autorizzate in qualche modo all' omaggio dalla memoria del duce che, come test dicemmo,
riconosceva in Ercole
il

suo capostipite,

li

ave-

van seguiti
litici

e l'esempio, trovando filosofi e po-

sociale

che lo appoggiavano dal punto di vista e filosofico, si diffondeva nell'Occi-

dente.

Poich appunto quel che completa definitila visione della concezione religiosa di questo momento storico riguardo ad Ercole

vamente

45

ed alle sue relazioni con l' imperatore ed in maniera speciale con un imperatore conquistatore dell' Oriente, l' importante documentazione che ci dato di ricavare dallo studio del pensiero filosofico del tempo. Gri altri messo in luce la grande importanza che anno le opinioni monarchiche di Dione Crisostomo (1) per l' affermazione dell'idea monarchica universale nel II sec. d. Cr. Dione, facendo sue le teorie ellenistiche, diffuse anche dai filosofi, secondo cui il monarca-tipo era Alessandro il Grande, ritiene che il sovrano
deve essere non un semplice re di Grecia, ma signore dell'impero su cui non tramonta mai il sole. Come tale egli il discendente di Giove, r ordinatore e il distruttore della tirannide, un Ercole redivivo, in qaanto che Ercole il
il

salvatore del mondo, non per averlo liberato


dai mostri,

ma

per aver punito

malvagi, di-

prepotenze. Ercole rivive quindi nell'imperatore che, come tale, compie tuttora le imprese di Ercole ed
le

strutto le tirannidi,

abbattute

di

il

sostegno Giove (xa


(se.

e la difesa del

supremo impero

vvv exi xoiJTO q xal PoTjOq sati xal

(fuXal ooi
?.xjcov).

Io vi)

xr\q

Qyr\q, ecog cv xvy/id\r[q paoiil

Traiano perci

modello del sovrano

di

Interessante a questo proposito ora il lavoro L. FBANgois, Essai sur Dion Chrysostome, Paris, 1921, che non uno scopo storico-politico, ma che pu sempre servire in attesa di un lavoro pi completo nel senso da me delineato in Bilychnis, 1923, fase, di aprile.
(1)

4:6

secondo le teorie del filosofo greco le cui relazioni con l'imperatore ci permettono di concludere ad un vero e proprio reciproco influsso da una parte di idee, dall' altra di fatti per la formazione di una concezione politico religiosa che, avendo il suo substrato nelle profonde credenze popolari, nelle antiche tradizioni latine, le quali rendevano onore a Giove e ad Ercole come divinit supreme, non potevano non rassodare la monarchia nel senso vagheg-giato da quanti cercavano la formula necessaria a contemperare in un potere superiore il sogno dell' aristocrazia senatoriale che voleva restaurare una repubblica per proprio uso e

consumo e quello dell' oclocrazia popolare che voleva trovare in un impero retto da una sua
creatura
role
di
il il

modo
il

di

far

del

libito,

licito

in

sua legge. Era insomma,


Tacito
anno,
unire
crazia)

se togliamo alle pa-

valore subbiettivo che esse

res olim dissociabiles,

tema che doveva svolgere Traiano: imperium (oclolibertatem


le

et

(aristocrazia).
fin dal

In corrispondenza a c^ueste teorie ed a queste


concezioni
d.

monete riproducono

100

un bassorilievo dell' arco di Benevento mostra una scena allusiva agli omaggi degli orientali a Traiano, raccontata da Dione Cassio, nella quale si vede uno dei capi o re Parti nelle sembianze
Cr.
il

tipo di Ercole e nel 115

e con

orli

attributi di Ercole.

47

Adriano, che succede a Traiano, gi per gli antichi in eam formam statuii l'impero, qnale
era
nei

tempi post-costantiniani.
si

senza giungere a questo eccesso,

Ma anche pu indub-

biamente con certezza sostenere che il sistema religioso e politico che si era andato formando con Nerva e Traiano trovava in lui un deciso costruttore che lo completava con elementi orientali, pur lasciandogli le basi prettamente romane. Pi che mai con lui Giove Cesare
in cura

egli inizia cio la coniazione di

me-

daglioni in cui la concezione di Giove protettore e conservatore dell'imperatore espressa

tangibilmente.

Il

dio vi rappresentato
sinistra
e

nudo
destra

con
il

lo

scettro

nella
il

nella

fulmine: per
il

sollevarsi di questa in atto


gli

di protezione

mantello che

pende dalle
si

spalle

si

stende e forma quasi un ricovero al


racil

sovrano, che in dimensioni pi piccole


coglie
sotto
la

protezione di^-ina.

concetto gi espresso da Plinio e leggenda incisa su questi medaglioni,


ter

Secondo secondo
il

la

luppi-

conservai or appare cos il protettore ed il conservatore dell' imperatore e quindi dell' impero.
poi, per quel che riguarda Erche Adriano, come Traiano, spagnuolo per parte della madre, nata a Gades (Cadice),

Si

aggiunga

cole,

48
onde non meraviglia veder sorgere con lui nelle monete il tipo e la leggenda del celebre Ercole Gaditano: Herc(uli) Gadit(ano), del quale, secondo me. egli introdusse il culto nell'impero e procur la diffusione.

lui stesso forse devesi l'introduzione nelle

monete della raffigurazione

di Ercole seduto, con la destra appoggiata sulla clava e con la sinistra reggente la vittoria, o qualche cosa di simile, ed ai piedi la corazza e lo scudo, quale,

in profilo,

stiche e quale,

appariva gi nelle monete elleniall' incirca, si vede in un meda-

glione dell'arco di Costantino, alla cui deter-

minazione cronologica, oscillante tra Traiano ed Adriano, credo si possa portare cos un contributo di qualche peso. Chi paragoni questa rappresentazione di Ercole con le note raffigurazioni di Giove Vincitore,

quali

ci

risultano dalle monete e dalle


di

notizie che

abbiamo sulla statua argentea

Cirta che reggeva pure con la destra una Vit-

non potr non convenire con noi che con questi tipi si voluto ricordare 1' Hercules Victor o Invictus del culto. E l'iniziazione di Adriano ai misteri eleusini av^dene, probabilmente per sua dichiarazione, sull'esempio di Ercole e su quello di Filippo il Macedone che, come vedemmo, riconosceva questo dio per suo progenitore; e la fondazione della villa, in cui con qualche senso d'invidia
toria,

ut beatis locupletibus

est
si

mos

una

fonte tardiva diceva ch'egli

era dato ai pia-


ceri,

49

cai
il

era fatta presso quella Tivoli iu

culto d'Ercole era antichissimo e celebre; difatti la localit non di per s stessa tale da

spiegarne la scelta.

d'altra parte questa concezione politico-

religiosa che fa di Giove ed Ercole gli Atlanti,

per dir cos, della nuova costituzione monar-

imperatori

chica dell'impero, rimane circoscritta ai due che la vollero attuata. Sotto gli
stessi Antonini, sotto cui

pur si insinuano con qualche favore e con qualche insistenza elementi nuovi, essa prosegue nella sua affermazione.

certo che sotto Antonino il Pio Giove ed Ercole furono pi che mai in onore tra le molte raffigurazioni riferentisi ad antiche leggende o di\'init romane trova posto iu modo speciale il mito d'Ercole nelle sue varie forme, specialmente indigene (Caco e i Pinari). Con M. Aurelio nel 177 abbiamo d'altra parte Giove propugnatore che fulmina un barbaro. Viceversa con L". Vero si inizia nelle monete la rappresen:

tazione di Ercole pacifero, tenente nella destra

un ramo

d' olivo

e nella sinistra la clava,

con

allusione alla pace che l'imperatore intendeva


largire al
I

mondo, stanco delle molte guerre

divi fratres, coniano poi delle significantis-

sime monete in cui Giove conservatore appare accogliere sotto il suo mantello i due principi da un lato protetti col fulmine, dall' altro con lo scettro, cui il dio si appoggia. Esaminata dopo queste premesse e sotto que-

sosto nuovo punto di vista, la stessa esagerazione


di
ai

Commodo
culti

nelle manifestazioni di ossequio

non pu apparire, come a troppi appare, pura follia cos come non ci apparve tale neppur quella di Domiziano. Giove raffigurato nelle sue monete non solo come O. M., ma pur come difensore della salute augusta (lovi def&ns(ori) salutis aug.), come mallevadore dei tempi augusti (I. O. M. spontradizionali
sor(i)

saec(uU) aug.)

in esse

il

dio posa la

destra sulla spalla dell'imperatore che regge


il

globo e lo scettro

e si rivolge
l'

lui,

ed

in-

fine, identificato

con
Giove

imperatore come Giove


Insuperabile
si

iuvenis o con l'appellativo fortemente criticato


e

travisato

di

(lovi

ex-

super(antiss7no). Nel quale non dere, come pure si voluto,


.un

deve veprova
di

la

sincretismo

pagano-semitico,

poich

esso

non

altro

che un documento dell'identifi-

con il dio Noi sappiamo difatti da Dione che voleva esser chiamato v:xQaQO)\ =
cazione

dell'imperatore

supremo.

Commodo

exsapela

rans

exsuperatorius
invincibilit,
se

per

indicare

sua

suprema
rabilit,

la

sua

somma
il

insupe-

cos

lecito

dire;

che trova

perfetta testimonianza in un'iscrizione del 192

con

la

dedica

ooDiiwm virtutum exsupcrant[i

vana pretesa di dar nuovo nome a novembre, chiamandolo exsuperatorius, pretesa la quale aveva illustri precedenti, com' noto, non solo cio Cesare ed Augusto ma pur Domiziano ed Adriano. Del resto quest'ambio issino] e nella sua

51
zione di

Commodo

di esser ritenuto invincibile

non

molto dissimile da quella di Costantino

che nelle m.onete salutato come exsuperator omyiium gentium. L'identificazione ad ogni modo indiscutibile perch la leggenda delle

monete unisce al nome divino non solo l'attributo che abbiamo studiato, ma tutte le massime
cariche
imperiali:
lovi

Exsuper(anti)
p(otestate)
p(atri) p(a-

p(ontifici)

')n(aximo)

tr(ihunicia)

XI

imp(eratori) Vili co(n)s(uli)

triae).

Abbiamo detto che

la pretesa di esser rite-

nuto invincibile non era una semplice follia. Commodo, favorito dalla fortuna con le vittorie dei suoi generali, aveva trovato nella tradizionale religione d'Ercole il suo vero punto d'appoggio. Non solo identificandosi con esso egli
si

sente

invitto,
il

\'ittorioso,

invincibile,

come
come

}o yoleva per
dizione,

figlio di

Giove l'antica trapacificatore

ma

si

sente pure

Ercole stesso. Cos scrivendo al senato, come


nell'epigrafe surriferita del 192, egli
si

pacator orhis ^=
scudo,
il

zlQy\\o-:iovbc, xr\c, oly.ovu.i\'i\c

chiama onde per

ci in un'iscrizione greca del 186 detto

lo

difensore (v. sopra lovi defensori) del

mondo

= do^tioTiig

[xr\q\

oLxoun[viig].

Egli l'Ercole

Commodiano, come dicon le monete, ma sempre ed unicamente Viivictus Romanus Hercules dei titoli ufficiali e privati, come nella letitera

gi citata al senato e nell'epigrafe del 192,

ed appare coperto della pelle leonina nelle


effigi

delle

monete imperiali

nelle

statue.

Le raffigurazioni monetarie poi alludono per lo pi a miti tradizionali o ad adattamenti alle leggende con le acclamazioni Herculi romano conditori o Aug(usto). Quando si pensi, dice non a torto uno scrittore antico, Ateneo, che Alessandro scolaro d'Aristotele, aveva simili manie di assomigliarsi agli dei e persino ad
Artemide, ci si mera\glier di Commodo? Noi aggiungeremo che per noi la meraviglia ben minore, giacch sappiamo che le opinioni
politiche e filosofiche

da Aristotele

in poi ri-

conoscevano in Alessandro e nella


narchica da
gitare.
lui

forma moimpersonata, quanto di meglio


potuto
fin'

l'arte politica avesse

allora

esco-

Prima di accennare a Settimio Severo ricorderemo come Pertinace si rivolgesse ai dis custodihus, ossia agli dei protettori dell'impero

secondo la nota frase di Plinio e di Tacito, tra quali naturalmente primeggiava quel Giove che sotto la leggenda lovi prae(sidi) orhis figura nelle monete di Pescennio Nigro. E lo stesso Settimio Severo riproduce questi ultimi tipi, mentre ripete per il dio supremo l'ormai vecchio appellativo di conservatore e non dimentica Ercole, accanto al quale per pone Bacco con la leggenda dis auspicihus gi nel 194. Si detto non a torto che l'omaggio reso a queste due divinit che appaiono anche con l'attributo di dii patrii, l'omaggio dell'Africano di Leptis Magna, che le riconosceva appunto per patrone della citt; ma si pur
1

53
riconosciuto che, apparendo in monete del 204

con la leggenda ludos saecul(ares)


torno
all'imperatore
sacrificante
esse, si

fec(it), in-

dinanzi

ad

deve convenire che sono pur venerate come le divinit massime, sotto la cui protezione sono posti per l'appunto i ludi secolari. Occorre per, accanto a ci, non dimenticare che nel II e III secolo d. Cr. si opera un sincretismo de' culti di Ercole e Bacco che 'non pu non trovare il suo fondamento nella comune tradizione della loro gesta orientale. Gi vedemmo come ai sovrani celebri per imprese neir Oriente fosse attribuito non solo il nome di Ercole, ma pur quello di Dioniso, sopratutto in Grecia; aggiungiamo che in questo periodo Ercole non di rado appare sotto la forma di
ebro (Ercole bibace), dominato dall'altro dio,

con qualcuno dei suoi attributi e non dimentichiamo che dopo le fattorie partiche Settimio Severo, che si dice anche lui pacator orbis , eleva ad ambedue le divinit un tempio e
e

che l'imperatore appare, non diversamente da Commodo, con il capo coperto dalla pelle leonina. Come la divinit suprema con cui si
identifica,

Settimio

Severo,

che ridato la

pace all'Oriente,

salutato rector orbis, e

come

Commodo
egli

detto Ercole romano conditor, cos

fundator imperii. Caracalla continua le tradizioni paterne dei


un'importante iscrizione

dii putrii e di Ercole;

del 215, rinvenuta recentemente in Africa, lo

pone in questo significantissimo modo sotto

Sila protezione

di

Giove:

lovi

optinio nriaximo

conservatori ac protectori i'mp(eratoris) Caesaris, ecc.

vero che cominciano ormai a introdursi


nella religione dei padri elementi nuovi
e

per

qualche periodo i culti fondamentali si oscurano: ci non impedisce che Giove appaia con
l'antico appellativo di conservatore sotto
crino,

Ma-

con quelli di conservatore, statore, vincitore sotto Severo Alessandro, che Valeriano saluti non solo Giove vincitore, ma pacator orhis ; che Gallieno tra l'ondeggiar delle diverse forze religiose che agiscono nell'et sua, tra un politeismo vigoroso, cio, dominato dall'esenipio paterno, ed una restaurazione politeistica arcaizzante, lasci insinuarsi quel sin-

cretismo

solare

che permise forse a

lui

di

vedere gli enti religiosi con un senso di superiorit e di filosofia che ci si manifesta nel contegno liberale tenuto verso i cristiani. Cos ci spieghiamo come accanto ad Ercole conservatore ed a Giove conservatore, vincitore, propugnatore, statore, ultore, pacator orbis si trovino tutte le maggiori divinit dell' Olimpo greco-romano e quelle dell'Olimpo puramente romano: lana patri, deo V oleario, Deae Segetiae;

quelle

straniere

come Serapidi
il

corniti

Aug(usti) o Soli invicto, mentre


litare dell'imperatore si

carattere mile

afferma con
e

nume-

rose allusioni alla virtus sua e del padre ed

a quella del suo esercito


i

come
la

segni erculei,
del

trofei

d'armi,

la

clava,

pelle

leone


zione.

55

coperto la testa
sa-

e persino Teffigie del sovrano,

della pelle leonina, abbiano larga esemplifica-

Onde non reca meraviglia vederlo


nelle
iscrizioni

lutato

jnagnus et invictus,

sanctissimns et clementissimus princeps . Ma quel che pi interessante ancora, per-

ch ci mostra come l' identificazione di Giove con la persona dell'imperatore sia ormai completa

sono
la
gli

le

monete

di

Salonino,

figlio

di

Gallieno,

cui

puerizia

fu

troncata

prima

dei nutrtores, come volevan le sue monete che rappresentavano con questa leggenda Giove che consegna una vittoria al-

che

stesse

l'imperatore, per significarne la loro parteci-

pazione

all'imperiale

potere,

gli

dessero

il

tanto auspicato impero. In esse appare la leg-

genda lovi exor(enti)


ficazione

o crescenti: dall'identi-

di Commodo con Giove giovane a questa di Salonino non si pu dire che la concezione non abbia fatto progressi se la divina persona imperiale sorge e si evolve come incarnazione di Giove. Postumo, pi modesto, grazie alla sua somiglianza con Ercole barbato, si serve dell'altra divinit imperiale per sentirsi protetto. Ercole il suo Comes, l' invictus, il pacifer, il dio dai mille attributi, greci, romani, celtici, germanici. Ci non gli impedisce per di salutare in Giove, come aveva fatto Commodo, lo spon-

sor saeculi Aug(usti).

Sotto Claudio accanto a lovi fulgerat(ori) abbiamo Ercole con la leggenda luventas Aug(u-


sta)
lo

56

con probabile allusione ad Ebe e sotto che pur tende a diffonil sincretismo solare, abbiamo la dedere suo dica: Herculi Aug(usto) consorti d(onmi) n(ostri) Aureliani invidi Augus(ti). E pure Probo, che pare preferisca le imagini solari a quelle politeistiche classiche, numerose rappresentazioni di Ercole con le leggende di Herculi pacif(ero), Herculi Romano aug(usto) e simili, nonch con la propria imagine
stesso Aureliano,
il capo della pelle leonina. Per questi filoni giungiamo alla restaurazione dioclezianea che l' ultimo anello di que-

coperta

sta catena, nel senso dell'ortodossia romana,

come

dismostrato in
ci

uno studio speciale

(v.

pag. 183 segg.). Chi


politico
che,

seguito fin qui vede


e

maturarsi con Traiano quel sistema religioso

perseguito con fede e costanza

veramente romane,

sebbene

abbia

qua

Subito modificazioni e scosse, fu ripreso con

un carattere costituzionale e

religioso, insieme,

pi concreto dall'imperatore dalmata. L'a


filosofi, delle teorie dei politici, della

mo-

narchia dal terreno mobile delle opinioni dei


fede dei
credenti passava sul fondamento solido di una
specie
cole
di

carta

costituzionale:
i

Giove ed Ernatali ne ga-

come ne avevan vegliato rantivano la maturit.

ot

IL

Da
quale
si

questo
ci

modo

di

concezione

di esposi-

zione dello stato religioso e politico di

Roma,

stato suggerito dall' indagine sulla

persistenza dei culti fondamentali dell' impero,

deducono delle conseguenze importanti.


il

Si

detto cio

specialmente dai fautori della tesi

sincretismo solare prese piede in Roma fin dal II sec, che i titoli assunti dagl'im-

che

peratori romani soprattutto dall'inizio del III


sec.
il

sono di

origine

orientale
il

solare:

gi

sovrano era pnis lui conserver seule devotion peut perch sa la faveur particulire que le ciel lui accord che era felix perch il est illumin par la grace divine che era ivictus perch la d;
;

Cumont sosteneva che

ennemis de l'empire est le signe le plus clatant que cotte grace tutlaire ne cesse pas de l'accompagner Naturalmente da tutto ci doveva conseguire che il sole era le maifaite des
.

tre

de la fortune des rois , ch'egli era il Comes, il coiservator il f autor dell'imperatore. 1. Ora, con buona pace di quanti anno sostenuto una simile tesi, io ritengo che queste conclusioni siano assolutamente contrarie alla
,

modo completamente contraGi nel 539 d. Cr. un atto ufficiale dichiarava che la denominazione di plus derivava ai sovrani da Antonino Pio (sia pur
verit ed in ogni
rie alle fonti.

58
coufondendolo con Caracalla)
vvog Tri5 ecePeiag

s'

(ootoq yg 'Avccoeie.

n;cvu|iOc, % ovTieQ xa

r[\iq

xr\q

nQoay\yoQaq xavxt^q xaOVixEL...

ed a
I

questa spiegaerano adattati


altre

zione pi o

meno felicemente

tutti gli studiosi antichi.

pi recenti fallisorgenti

vano

la

strada

ricercando in
di

l'origine di tali attributi, attratti specialmente,

come vedremo, da quello

invictus.

Incominciamo col notare come, a prescindere da qualsiasi denominazione speciale, per


gli

appellativi

imperiali

soprattutto

ufficiali

vi

fosse una, naturale tendenza alla trasmis-

sione ed alla persistenza nel


Il

nome

imperiale.

senso d'inferiorit che


titoli

successori avrebriferivano a qua-

bero provato di fronte ai predecessori se non avessero avuto de'


lit

che

si

inerenti alla

carica che

occupavano, era
si

evidente. D'altra parte la trasmissione del potere, sia

che

si

facesse per adozione, sia che


la violenza e

con il conseguente effettuasse con riconoscimento, dava sempre luogo all'attribuzione de' titoli avuti dal sovrano precedente, salvo il caso di quelle spontanee e personali rinunce che specialmente dagli Antonini in
poi

furono,

per necessit di

cose,

assoluta-

mente

non impossibili. Cos, dopo che vediamo Augusto esser chiamato salus generis humani vediamo pur acclamato in pari modo Nerone {xCg otoxfioi xr\q, olxourare, se
\i\-]g)

e pure Galba. banale appellativo di optimus princeps finch r optimus , come vedremo, con Traiano
Il


lui

59

valore,
il

non acquista un nuovo


Claudio, senza pur farne

dato gi a

e prima di a Caligola che chiamato optimus maximus Caesar , mentre nello stesso modo si chiama sacratissimus imperator Domiziano e naturalmente non si dimentica, pi tale titolo n per Traiano, n per Adriano, n per Antonino Pio, n per Aurelio e L. Vero, n

nome

per

Severo, in genere, questo titolo abitualmente sparisce: entrato ormai in vigore il plus e poco dopo il felix ed gi iniziato r uso dell' invictus.
l

Commodo. Con Settimio

pius trae la sua origine, indiscutibilmente,

dall'

la

optimus attribuito in forma ufficiale per prima volta a Traiano, sebbene, come ditest,

cemmo
il

se lo facesse gi dare Caligola:

senato molto probabilmente lo salut

oj)ti-

mus

nel 100 d. Cr.,

se

non che prima del

114 non sembra sia stato usato avanti la parola augustus.

Ora dopo Traiano

pur chia-

mato Adriano optimus princeps, non impro

babilmente per effetto dell'adozione. Quel che certo che egli, come il suo predecessore, optimus maximusque princeps. Quando si passa per ad Antonino Pio si la fusione dei due appellativi: nelle monete, cio, si legge
S(^senatus)

p(opulusque)
f(elice'mque)

r(o7nanus)

aQnnum)

f(austuvi)

optimo principi pio.

Egli continua ad essere


sori Voptinius

come

suoi predeces-

tre

^maximusque princeps, ma menvivente Adriano non porta il qualificativo

Gosuccede chiamato Augustus pius, ePaoTg Eospi'jg. Cos sorge effettivamente l'appellativo di pius sul quale le fonti
di

pius,

quando

gli

sono cos discordi.


lo

ritennero dovuto

noto difatti che esse ad una singola o a pi


a)

delle

seguenti cause, insieme:

per

le

sue

premure verso

il vecchio suocero; h) per la sua cura di sottrarre alle ire di Adriano dei senatori; e) per gli onori prestati ad Adriano, dopo morte; d) per la sua clemenza (la quale

riassume tutte). si noti che la raffigurazione della pietas nelle monete dopo Pompeo, Cesare e Antonio si trova su quelle di Livia, Caligola, Galha, Domitilla e Domizia. Come si vede per i sovrani essa costituisce un'eccezione: da Traiano in poi, invece, non cos. Egli ne diritto per la sua pietas erga patrem, come Adriano ne diritto per la stessa ragione verso Traiano; Antonino quindi viene terzo in questa giustificazione, la quale tutti vedono bene non esser
le

Ora

se

non una finzione per


finzione

la

trasmissione del
trova
la

sua motivazione fondamentale nell'adozione che si vuole leghi i sovrani con un vncolo che di fronte alla ragion di stato non deve creare differenze dal vincolo naturale. Le cause che le fonti vedemmo attribuire a questa denominazione sono difatti una sola (a <? d); V unica che fa eccezione quella della clemenza (b d) verso il senato, ma sebbene possa avere in astratto il suo valore, per le
titolo,

del

resto

che

= =

61
ragioni gik dette di tradizione storica e per

preponderare delle ragioni precedenti ci sembra debba essere scartata perch tendenziosa. Il principe, in conclusione, pius perch egli la suprema concezione della bont (optiil

^lus)

come
i

tale

non pu "non essere anidi doverosa venerazione la patria. Egli perla quale,

mato dal sentimento


verso gli dei,
sonifica

genitori,

appunto questa patria

come

diceva Plinio, religionibus dedita semperque deorum indulgentiam pietate merita , vuole
avere a capo qualcuno che ne esprima i sentimenti. Perch l'imperatore ne sia degno occorre che egli la esprima verso gli dei e verso

nomini: il pius Aeneas da Augusto in poi, che faceva risorgere in lui il tipo del pius romanus antico, il modello del princeps, che venera i suoi predecessori (parentes) come
gli
il

figlio

il

padre, grazie al nuovo legame di-

nastico che lega l'impero.

la sua pietas

si

manifesta
Tiberio;

sopratutto

nel

culto

degli

dei

nella cura della religione: cos Augusto, cos

Vespasiano salutato conservator caerimoniarum publicarum et restitutor aedium sacrarum di Traiano detto che sacrarla numinum vetustate collapsa a solo restituit ad Antonino Pio dedicata una iscrizione onoraria come optimo maximoque principi et cum summa benignate iustissimo ob insignem erga caerimonias publicas curam
; ;

ac religionem

62
2.

La

felcitas,

da

cui

tratto

il

se-

condo appellativo che entra in vigore all' incirca nello stesso momento, stata sempre una delle massime preoccupazioni romane: una delle virt che deve avere il generale
{ scientiam
rei

militaris,
,

virtutem,

auctori-

tatem,
Lia si

felicitatem

come diceva Cicerone).


i

augura a
si

tutti

sovrani, a loro ed allo

stato, la si nota in tutte le guerre fortunate,

non

la

resche:

il

disgiunge mai dalle imprese guersinonimo della fortuna, la dote

he questa elargisce agli uomini; felices debbono essere tutti coloro che intraprendono qualche cosa, che rivestono delle funzioni religiose, amministrative, militari. naturale
quindi che gl'imperatori siano salutati in tutte
le loro

manifestazioni con questo appellativo.


stupisce

perci veder Traiano in senato acclamato con tale aggettivo: egli felix, dice Plinio, perch ritenuto degno della felicit, perch i cittadini si ritengono felici

Non

se gli dei
cipe,

li

se

nulla allo stato

ameranno come li ama manca per


gli

il

prinfeli-

la

cit

tranne

che

dei

gli

siano

benevoli

<3ome benevolo l'imperatore.

Se non che il felix non figura ancora nei monumenti dell' epoca: il primo imperatore sotto cui appare , come ora vedremo, Commodo.- Prima di lui Marco Aurelio e Lucio Vero non pare abbiano adottato gli appellativi di pius e felix se non sporadicamente e

63
quasi inconstantemente,
pius

sebbene il titolo di sembri riconosciuto a M. Aurelio dopo la morte. Quanto a quello di felix esso appare indirettamente gi nelle monete di Marco Aurelio, ma per opera di Commodo evidentemente. Le monete difatti del 176-178 ci offrono
la raffigurazione di
la

una nave sulla cui prora leggenda dice Felicitati Aug(usti) Irnp(eratoris) Vili co(n)s(ulis) II s(elutus) c(onsulto). Ora ci consta che verso la fine del 176 una tempesta mise in pericolo la vita di M. Aurelio e di Commodo, che era con lui, onde nelle monete sue si Felicitati Caes(aris). Data la tendenza cui test accennammo a veder una felicitas in tutte le fortune personali dell'imperatore, soj)rattutto, come poi si vedr, da parte di Commodo, non difficile connettere questo avvenimento all'attribuzione poi divulgatasi. un fatto intanto che nello stesso 177 abbiamo un ricordo di un'acclamazione all'imperatore fatta
sta Nettuno:
in

questi
.

f elicia

termini: felici imperatori omnia quindi una pura tirata retorica


si
l'

quella che l'autore della sua vita

permette
uccisione

ponendo in relazione
di Perennis,
la

il

felix

con

quale pare debba esser posta

il 185 ed il 186. Difatti mentre nel 183 monete anno te7nporun felicitas, le iscrizioni lo denominano gi pius felix. D'allora in poi tutti i monumenti usano ed abusano di

tra
le


ambedue
guisa.
gli

6i

omni[u]m monete si
il

aggetti\a insieme o di uno solo

o di frasi combinate con essi nella pi varia


Egli

il

nobilissimus

et

felicissimus princeps
nohilitas Aiig.),
il

(nelle

la

fel.
si

Aug.,

suo trionfo

augurano (a. 190) a lui pio imp(eratori) omnia felicia e via dicendo. Le fortunate vicende del suo impero, come vedremo, lo autorizzano a fregiarsi pi che mai di questo titolo che grazie alia acclamata temporum felicitas trova la sua espressione sia pure un po' enfatica nel KofiH80V ^aaiXevovxoq xo^og evxvyjei: regnando Comdel 186 felicissimus,

modo

il

mondo

felice!
si

tutta questa concezione


pietfatis)
egli

sintetizza poi
egli

nell'asserzione delle

monete secondo cui


;

Vauct(or)

cio

individuan-

dosi con Ercole e dichiarandosi figlio di Giove


e quasi Giove stesso, pi che mai la causa prima della pietas dei suoi concittadini e dello

Stato.
3.

Ma un

altro appellativo introduce

Com-

modo
cules

nell'uso dei documenti imperiali: quello


nell'iscrizione
invictus romanus Herche pi volte citammo

d' invictus. Egli si dice

del 192.

Accennammo

gi alla cosa,
si

ma

sic-

come

di questo aggettivo di invictus

fatto

un attributo esclusivo delle divinit solari, esaminiamolo in relazione all' uso che ne fanno g' imperatori romani per vedere se ci sussista o no. Ebbene, Ercole detto vietar ed invictus e la critica rimasta esitante dinanzi


alla

65

cronologica dei due agconcludendo alla precedenza del primo sul secondo ammesso 1' uso promiscuo in genere, in tutti i tempi, dei due attributi. La stessa ricerca fatta per Giove non apportato neppure a concludenti risultati e non a torto. Si pu accogliere difatti la precedenza di Victor su invictus, se si [DJiovei vietare e l'iscrizione di Mummio, ma non si deve dimenticare che gi Cicerone, Orazio, Ovidio, anno invictus e che nelle iscrizioni esso appare fin dal I sec. mentre vietar si trova ancora in quelle del III sempre per Ercole. Se non fosse troppo lungo per si potrebbe dimostrare che l'uso dei due aggettivi va molto probabilmente determinato con una parabola che partendo da vietar e passando per invictus ritorni a vietar, naturalmente con una certa larghezza: conforme cio alla fortuna che
classificazione
gettivi e pur

idee e sentimenti nelle epoche di cui possiamo seguire lo svolgimento con sufficiente compiutezza. Dalle origini e
dalle forme pi
tive,
si

ebbero parole,

meno

derivate,

ma

primi-

teri

passa alla maturit che caratpropri, e quindi si discende all' epoca di

esaurimento in cui lo spirito ripiegandosi ritorna all'antico ed adotta forme vecchie per cose gi nuove: l'arcaico si fonde nell' arcaizzante. Ci si prova anche con 1' uso greco dvixTixos = invictus, vixxrig = vietar. N vi mai confusione tra le due parole, tanto che i glossari le distinguono con molta accuratezza, onde
5.

~ 66
si

deve concludere che


e

l'

uso loro fosse bea


l'

distinto

preciso

fosse

effetto

di

una

corrispondente distinzione
si

voluto, d'

non, come un uso greco derivato da idee


latina,

orientali

religiose.

ci

tanto pi che nei

primi tempi per tradurre invictus i Greci oscillano non solo tra aiTiiito; e dvixiiTog, ma quel che

pi adoperano

viy.iicf-Q05.

Se non che
victus di
di Ercole,

si

Commodo,

potrebbe opporre che l' intratto sia pure dal culto

tato poi

non che fare con V invictus adotda gl'imperatori che gli successero.
dimostrato
sovrani ag-

quello invece che pu essere luminosamente: V invictus che i giungono ai loro titoli non se tolo di carattere militare che si
culto d' Ercole,

non un

ti-

connette al

come protettore

dell'

imperatore
la re-

per le sue imprese guerresche.

Gi

il

titolo d' invictus si


ai
il

d durante
per

pubblica
in Africa

generali:

s'i

ricordi,

es.,

che

noti bene

nome

degli Scipioni passava

si

per felix et invictum, ed erano


i

chiamati invicti anche


cui lo stesso Annibale.

generali nemici, tra


Tiberio dopo l'imil

presa illirica alcuni vogliono attribuire

co-

gnome

di pius, altri di invictus.

Quando

Plinio

accenna all'esordio del regno di Traiano, alla Vittoria pannonica che Nerva consacr a Giove nel momento dell'adozione di lui, dice: Adlata erat ex Pannonia laurea, id agentibus dis ut invicti i^nperatoris exordium victoriae
insigne decoraret.

67
Ma vediamo quel che avviene dopo Commodo. Pescennio Nigro nelle sue monete la rappresentazione di un trofeo con la leggenda Inviato imp(eratori) tropae(u7n) che figura pur nelle monete di Settimio Severo. Ora chi rifletta agli avvenimenti guerreschi di cui pieno r impero dei Severi non potr non connettere
questi evidenti accenni alle vittorie imperiali

con altre

simili,

come

victor(ia)

iust(i)
o,

Auper

g(usti) per Pescennio e Settimio stesso

questo, Victor. Sever. Aug. o alle varie divinit

(Minerva, Marte) salutate come vincitrici od


invitte.

Non

si

potr perci non collegare con

esse l'uso dell'appellativo di inviotus che per


i

Severi

cos

ampiamente esemplificato
imperiale,

di cui devesi

Commodo

l'adattamento, come

vedemmo,

al

nome

non senza larghi

ed espliciti precedenti. Ecco perch, quindi, lui e Caracalla son detti dopo la vittoria partica imp(eratores)
invicti
pii

Aug(usti) nelle

monete; e nelle
si

iscrizioni, sopratutto Tnilitari,

noti, d(omini) n(ostri) iivicti imp{eratores),

usato solo o con pius

che lo stesso aggettivo felix quando non si aggiunge dopo Parchicus Tnaximus semplicemente o nella fore

mula

fortissimus felicissimus
felicissimus

o in quella di

princeps

Tutto ci avvalorato da una notevole leggenda e raffigurazione che appare nelle monete di Settimio Severo: l'imperatore a cavallo che abbatte un prigioniero con la leggenda
Inviata virtus, la quale troppo evidente per

68
non essere conclusiva. Albino del resto aveva
gi coniato imonete in cui la virtus imperiale

accompagnata dalla figura di Ercole. Indubbiamente con Caracalla l'uso si va generalizzando: nelle iscrizioni militari non manca mai il plus mvictus Aug. o l' invictus imp. Antoninus plus felix Aug. e si comincia ad avere la formula che per lungo tempo diera
4.

verr poi tipica di plus felix invictus Aug.

mentre

le

monete abbondano

delle

allusioni

alla felicit:

felicia

tempora,

felici tas

sae-

culi, f elicitatem

italicam
Severo,

Geta

d' altra parte

indicato,

come

invicti Aug(usti) pii

fil(ius) .

Interessante a questo proposito la seguente

comprova e dimostra pi che mai come l'aggettivo invictus


inscrizione greca d'Egitto che

fosse riservato per le cose [militari. In un'epi-

grafe scolpita per la vittoria dell'imperatore

Marco Aurelio Severo Antonino,


gusto, e di Giulia

felice pio

Au
vei]

Domna

Augusta, questa
[m^titqi;

detta
xTiTcov

mater invictorum castrorum


.

oTQaTOJTcov

lu uu' altra della Siria essa

figura pure col titolo pi scolorito, dato agli accampaquenti ed al senato, di sacri (Isqwv), ma qual madre dell' imperatore Antonino pio, felice, invitto (dveixi][T](ou) ed forse una delle prime iscrizioni greche in cui quest'aggettivo appare per gl'imperp/tori. 5. Ormai non sarebbe pi il caso di proseguire nella dimostrazione: tutt'al pi
si

pu

aggiungere

qualche

schiarimento

per

coloro

69
che volessero ancora delle conferme e delle spiegazioni su qualche uso eccezionale o apparentemente discordante. L' invictus sacerdos Aug(ustus), per es., conile, chiamato Elagabalo nelle sue monete, non indubbiamente che

V invictus dei sovrani precedenti: egli il sacerdos amplissimus dei invicti solis Elagahali e come tale pu essere pure invictus: ci non toglie per che anch' egli sia detto invictus pius felix Aug(ustus) altrove con l'accezione comune. Si pu invece dubitare dell' invictus di Gallieno nelle monete in cui appare la raffigurazione del Sole, m.entre nelle
fare con

comunemente accompagnato da pius e


iscrizioni

lo

stesso aggettivo

alcun dubbio in conformit alla tradizione. La quale poi riprende i suoi diritti anche nelle monete in
felix senza

cui

abbiamo

la lode della virtus Gallieni

Au-

gusti con la rappresentazione di Ercole, a cui

alludono anche dell'aquila con


simboli,
la pelle

le

raffigurazioni
lettere
S.

del
Q.

leone e

le

P.

R.

come
la

quelle con virtus valeri(ana) e con, fra altri

leonina e la clava.

Con

con il S. P. Q. R. optimo principi si accenna evidentemente ad un ritorno all'antico, che par di vedere anche per Aureliano negli attributi: magnus Augustus, princeps tnaximus, imp. fortissimus ; simili a quello che pi tardi si avr nel maxvmus riconosciuto dal senato a Costantino.
quale
e

Non parler di Postumo di cui gi detto sufficientemente: accenneremo piuttosto

70
a Probo nelle cui monete e ne' cui medaglioni l'uso, anzi l'abuso di mvictus mal si pu spiegare con le pi contrarie correnti religiose che si manifestano in quest'epoca. Indubbiamente accanto alle antiche raffigurazioni classiche si diffondono i simboli della religione solare che tende a dominare e accanto agli appellativi ormai stereotipati di p. f. invictus con le solite leggende (virtits Probi invicti Aug. o simili) si la nuova iscrizione victorioso seynper che prelude al Victor invece di invictus che prender posto tra breve nei monumenti uhique Victor, uhique
:

Victor es, victor

omnium gentium

e simili.

con Diocleziano in questa incertezza di tendenze religiose della quale par sia simbolo la moneta di Carino in cui la virtus Augustor(u:m) attribuita ad una raffigurazione dei sovrani che si stringono le destre, coronati da Ercole l'uno e da Apollo l'altro. Prevale ancora fors' anche con Costantino stesso che nel 312-3 dopo la vittoria, cio, su Massenzio, f' coniare sulle medaglie: Invictus Costantinus Max.
la reazione tradizionale prevale

Ma

Aug.; prevale

poi,

come

tutti

ammettono,

con Massenzio che offre appunto la miglior prova della vitalit e dell' energia della tradizione romana. 6. Un notevole appoggio a quest'interpretazione puramente tradizionale dei titoli imperiali di pius, felix, invictus, ci viene offerta
dall'

uso di denominare piae felices,

ma

sopra

71

tutto piae le legioul. Perch fossero deaojninate cos facile capirlo. Vedemmo gi il significato di felx, ne deriva per conseguenza

che per
tra

gli

eserciti
1"

per

soldati

rimane

quasi stereotipato
parte,

aggettivo felix. Pia, d'aldetta una legione per la sua

pietas erga principew, ed erga patriam.

Ora
il

noi sappiamo con sufficiente certezza che tra


il

42 ed

il

100,

circa,

d.

Cr.,

ricevettero
I

titolo di piae fideles le legioni:

adiutrix, I

VII Claudia, X gemina, XI Claudia, XIII gemina e XXII primigenia e che gi sotto Vespasiano e Traiano sono felices la IV Flavia e la VII gemina. Ne consegue che l'aggettivo gi in uso in questo senso indubbiamente fin dalla prima
minervia, II adiutrix,
victrix,

VI

met
che
i

del I secolo. Si deve quindi concludere


titoli

imperiali che anno una cos noculti orientali,

tevole corrispondenza coli' uso del linguaggio

militare derivano anzich dai


dall' origine

stessa

della

sovranit imperiale

che puramente militare. L'imperatore per naturai ordine di cose come le sue truppe
plus,
felix,

invictus

(per le

legioni

victrix),

e pi tardi aeternus

come gi

sotto Settimio
,

Severo tale la

legio II parthica

come

Roma

stessa felix, invicta, aeterna.

72

III.

Se uon che una facile obbiezione a questa


tesi sollevano
i

sostenitori della tesi contraria,


l'

contrapponendovi
e

uso e
ne'

l'

dei

simboli

solari

abuso dei termini monumenti romani


si

dell'impero specialmente dal III secolo in poi.

Ma

a proposito del simbolismo che


I

nota

soprattutto nelle monete occorre fare un'av-

vertenza preliminare.
in quella primordiale

Komanl furono maestri


di

forma

simbolismo che

non
sero

altro,

se si riflette bene, se

non

la con-

tinuazione della primitiva ideografia. Essi re-

con molta facilit figurativamente nomi personali e concetti astratti e per ci adoperarono cose le quali pi che avere una rappresentazione veramente simbolica avevano un semplice rapporto nominale tra loro. Basta ricordare quel che avveniva per le indicazioni
cio

dei

cognomi

delle genti sulle


:

scudi dei guerrieri


ai

Mures, un fiore

monete e sugli un topo (mus) alludeva (flos) ai Fiori, un toro (tau-

rus) ai Torli e cos via.

Similmente nell'uso dei cognomi e quindi


dei concetti astratti.
L'a raffigurazione

della

piet alludeva

a un

plus, quella della felicit

ad un felix, senza che perci vi fosse un culto, come alcuni vollero, della piet o della felicit, e via dicendo, nella gens. Cos non improbabile che una vera e propria determi-

73
nazione per la raffigurazione del sole nelle monete, il quale dopo i tempi repubblicani non appare in esse sino ad Elio, Adriano e successori, sia prodotta da una voluta corrispon-

denza tra il nome greco del sole e quello di Elio, che ebbe, si noti bene, ta-le nome da Adriano e non lo port dalla nascita,
1.

D'altra parte,

come

altri

gi osserv,

sul culto solare non di rado si anno idee erronee per l'eccessiva preponderanza che jDr-

sero le pi recenti conclusioni sul sincretismo

Ora tra il culto chiameremo imperiale, per intenderci, qualunque siano le loro relazioni primordiali corre una differenza nosolare negli studi d'antichit. solare classico e quello che

tevole di miti, di credenze, di teologie.

Eoma

ebbe

il

culto del Sole fin dai tempi pi an-

tichi, A proposito della congiura pisoniana Tacito dice: Tum dona et grates deis decernuntur, propriusque honos Soli, cui est vetus

qui

ades apud circuvi, in quo facinus parabatur, occulta coniurationis numine retexisset. il sole per il quale giura Diocleziano dopo scoperta la congiura di Apro per rendersi padrone dell'impero: quindi un culto classico che si perpetua attraverso i secoli e che offr naturalmente largo appiglio al sincretismo orientale di tendenza solare, ma che ciononpertanto occorre tener presente per distinguerlo da questo nei momenti e nei periodi in cui

non deve esser confuso. Vi , inoltre, un altro elemento

di confusione

nella termiuologia e uel simbolismo solare, del

quale non

si tiene conto, ed , come gi accennammo, l'importanza che ebbero per i Komani le vittorie orientali. Non solo essi sen-

tivano che realmente

il

pericolo maggiore per

l'impero veniva da

l,

ma

qualsiasi

\'ittoria

grazie alla distanza ed al tempo che impiegava

r annuncio di essa ed il ritorno dei vincitori per giungere in Eoma, acquistava un'aureola che rendeva tutto leggendario. Ne consegue una tendenza a rappresentare in modo tangibile questo reale trionfo e quest' imaginaria grandezza sopratutto con un generico simboli-

smo

allusivo all'oriente,

sic

et simpliciter, e

per conseguenza al Sole come incarnazione del-

da quello panteo che figura nelle monete di M. Antonio. Si aggiunga la sempre viva, la tradizionale tendenza romana a far propri gli dei dei vinti per averne il favore e scongiurarne l'ira, sicch il miracolo della Giunone di Veio logicamente vicino al miracolo del Sole di Emesa e Camillo da porre idealmente accanto ad Aureliano, ad onta dei sei" secoli che corrono tra loro e
l'oriente a cominciare

delle

probabili

di quest' ultimo

falsificazioni
^

della

tradizione

e si

avr un altro elemento

di cui tener conto nello studio del

fenomeno
solare

religioso

romano

in relazione al

e alto

primitivo e a quello pi recente.

Perci l'apparizione nelle monete imperiali


del
Sole

che

sorge,

della

testa

radiata

del

Sole con la leggenda Oriens od Oriens Aug(u-

Tsti) che gi abbiamo con Traiano e che poi prosegue con Adriano e con gli Antonini non affatto origini sincretistiche. Esso non che la manifestazione grafica delle vittorie di

oriente: come Plinio dice di Pompeo, si pu pur dire di Traiano oriens triumphs occidensque lustratus. Qualunque vittoria orientale, prima magnificata dai poeti con il semplice accenno vago all'oriente: oriens noster eris

(Ovidio)
si

spoliis

orientis

anustum
di

(Virgilio),

fissa poi nella prosa

con la stessa indeter-

minatezza:
orientis
e

Svetonio

parla

un

regnum

che si credeva vagheggiato da Tito, Giustino prima di lui chiamato Ciro vit

torioso

universo oriente

e cos via sino al

propone di far la storia di totum orientem ac positas sub vicino sole provncias , passando per il biografo di Aureliano che lo dice, dopo la vittoria di
che
si

tardo Eufo Festo

Palmira, totiusque iam orientis possessor


Cos dopo le vittorie
orientali
di

Settimio

Severo la testa del Sole appare sulle monete

con la leggenda
cezione religiosa,
racolla.

pacator orbis
e

indiscutibil-

mente allusiva ad esse

non ad alcuna consi

lo stesso

dica per Ca-

N, per quanto nelle successive rappresentazioni


si

possa dubitare di una voluta o di

un'inconscia assimilazione della divinit classica con quella orientale oppure di un simbolismo politico che voglia pur essere religioso,
vi

ragione di respingere in moltissimi casi

76
rinterpretazione puramente politica. Valeriauo,
sotto di cui la coscienza i'eligiosa pubblica jjur

gi evoluta, naturalmente nelle classi sociali

pi elevate, in un senso che io chiamerei modernista,


un' azione

sebbene egli spieghi personalmente tradizionalista, fa evidentemente

un'allusione politica e non religiosa nell'onen* Aug(ustorum duorum) delle monete, confermata da quelle che danno restitut(or) orientis. Sotto lo stesso Gallieno, di cui gi dicemmo
esser innegabile la tendenza religiosa sincre-

par politeistica, si anche restiPersino con Aureliano l'indiscutibile simbolismo solare che il risultato della sua rivoluzione religiosa, che pur non da confondere con una pura e semplice adozione di culti stranieri, permette di vedere attraverso lo spiraglio delle monete con la leggenda restitutor(i) orientis la persistenza della rappresentazione politica accanto a quella retistica,

sia

tut(or)

orientis.

ligiosa,
2.

Ma
prima

si

parlato

di

altre
e

prove delpoi
culto
si

l'infiltrazione
lieve
e

lenta
poi

da prima
violenta
del

rapida,
solare

nel culto tradizionale di


la

Eoma, E

citata

prova

clarus e
qui,

uso di aeternus ed aeternitas, di clariias, di sanctus e saictitas. Anche


dell'

a mio modo di vedere, si esagerato e non si tenuto conto degli elementi prettamente romani di queste concezioni e de' dati politici che le anno motivate o provocate. Sostenere che il concetto di aeternitas

77
prescindiamo sempre dalle origini primordiali

sia sorto in

Koma

per virt dei culti orien-

assolutamente erroneo. Esaminando qualunque lessico storico della lingua latina si vede r uso della parola e lo svolgimento del concetto e se ne deduce che esso connesso naturalmente con la divinit: gi Accio alludendo a Giove diceva in domum aeternam patris . Dall'uso ne' rapporti con la divinit esso pass a quello ne' rapporti umani e sopratutto, naturalmente, nelle istituzioni, nella
tali

vita

degli

stati,

degl' imperi,

delle

citt

quindi di Eoma. Li'aeternitas romani imperli,

V aeternitas rerum romanaruTn, le aeternae opes roTianae sono un luogo comune degli storici
Velleio,
Livio,

Tacito,

per non
far

citare

che

pi antichi
cui
rica,
si

per non
nelle

uso di

Cicerone

potrebbe imputare l'esagerazione reto-

sebbene
di

frasi

stereotipate

come

da vedere un luogo e non una espressione individuale. Ed ecco gi sotto Augusto e Tiberio nelle monete di Emerita la leggenda aeternitati Augustae. Ecco nel 32 d. C. un'iscrizione dire di Tiberio nati ad aetemitatem romani nominis essa si riprodurr poi nella formula seriore consueta bono
quelle citate o simili sia

comune

concezione

popolare

rei

pubblicae natus

detta dell'imperatore.
si

Negli atti degli Arvali del 66


per r aeternitas imperii
gli atti dei ludi secolari.

fanno voti

e cos pi tardi ne-

scono templi aeternitati

E mentre si costruiRomae et Augu[sti]

si faoiDO fin

dal primo secolo

voti.,

come dice

Plinio,

'pi-o

aeternitate imperii et pr salute

principum, immo pr salute principum ac propter illos pr aeternitate imperii Quindi con Vespasiano, con Tito, con Traiano si ini.

zia anche nelle

monete

la raffigurazione del-

VAeternitas, deV Acternitas Aug(usti) e final-

mente con Adriano quella della

citt,

urhs
cos

Roma

aeterna.

Si

estrinsecava
gli

per

dir

in questa

forma tutta

la pertinace concezione

romana che attraverso

scrittori pi anti-

chi aveva augurato, aveva voluto per la citt

e per l'impero una immortalit comparabile


solo a quella degli dei. G-i per
il

351 a. Cr.

Livio

se la frase sua e se derivata dal-

l'annalistica anteriore, la prova ancora pi

aveva parlato di una beatam et invictam et aeternam con un impiego di aggettivi che farebbe pensare ad Ammiano Marcellino anzich a lui. Noi vediamo quindi questa concezione e quecoii\ncente

urbem romanam

st'uso di aeternus e di aeternitas sorgere e


svolgersi
al

di

fuori

di

qualunque influsso

orientalistico recente.

La

raffigurazione .2lVaeternitas tutt'al pi


collegarsi

potrebbe

con

le

credenze

astrolo-

giche divenute gi da tempo dominio comune della religione e della pseudo scienza greco-

romana:

la figura

femminile tenente nella de-

stra e nella sinistra le teste del Sole e della

Luna pu esser quindi ritenuta mero simbolo, pura allusione all'eternit del mondo, dell'uni-


capitolo
neti

79

verso: supra lunam sunt aeterna omnia diceva gi Cicerone e di tale sentenza e del
stesso

da cui

tratta

sembra una
i

illustrazione

grafica la luna tra

sette pia-

che rappresentata in una moneta di Pescennio con la leggenda Aeterntas Aug(usti). Potrebbe essere questo in proporzioni mi-

segno precursore del Settizonio di Setvedemmo gi credente negli astrologi e per cui si pregava cos: Soli aeterno, Lunae pr aeternitate imperii et salute
il

nime

timio Severo che

imp. Caes.

L',

Septimi Severi
delle

Ju'aeterntas poi

monete

di

Pertinace

come quella di sopratutto, non


particolare agli

altri imperatori
altro

e imperatrici

che un'allusione tutta


resi loro

omaggi
di

poich
di

aetemitas in
futura,

tal

caso
e

era

dopo morte, sinonimo


dicendo,

vita

dei

mani
orme

via

senza che a mio


casse,

modo

di vedere

essa rical-

come

si

vuole, le

di simili concetti

orientali;

cui in effetto corrisponde senza de-

rivarvi direttamente.

Con
sopra,

Severi,

come vedemmo
dei

or ora e pi
si

dicendo

ludi

secolari,

nelle

monete Aeternit(as) imperii, che con Caracalla trova un sinonimo nella luventa(s) imperii,
il ringiovanimento, il rinvigorimento dell'impero dovuto alla vittoria partica degVimp(era-

tores) invicti pii aug(usti duo).

Pu

esser dubbia la concezione oVaeterni-

tatibus di Severo Alessandro, mentre molto probabilmente sincretistica quella di Filippo

80
che nelle monete rappresenta
il

Sole in piedi

coD la destra alzata e nella sinistra la sferza

con la leggenda Aeternitas imper(i), ma che pur l'altra Aeternitas Augfustonwi duorimi) con r elefante simboleggiante la diuturnit della vita per la sua longevit. Se VAeternitas Auglustoruni duoruTn) delle monete di Valeriane faccia fare un passo innanzi
alla

concezione

religiosa

sincretistica,
di^'init bar-

mediante

la raffigurazione di

una

bata che pare possa identificarsi con Saturno, dubbio: la presenza di questo dio pi che
tendere ad un sincretismo potrebbe spiegarsi

con r attitudine di riformatore dei culti traLo stesso dubbio pu sorgere j)er le ragioni gi note per Gallieno, mentre la tradizione romana pare riprender il suo corso con Tetrico, sulle cui monete la consueta leggenda accompagna un'effigie puramente simbolica, una figura femminile con il globo e la fenice leggendaria. E neppure V aeternitas di Tacito sembra aver nulla da vedere con l' oriente poich la raffigurazione dell'imperatore che si volge a Saturno, rappresentato come dio del tempo, pare voglia alludere piuttosto ad un simbolo temporale. Intanto da Pescennio a Macrino non mancata, in
dizionali presa da Valeriano.

relazione a questa persistente tradizione politica che fa .e\V aeternitas imperiale,

come

ve-

demmo

in

Plinio,

un simbolo
:

dell'

aeternitas

dello stato e della citt sovrana, la monetazione con

Eomae aeternae

1'

energia con cui

siaffermata costantemente monete di Probo, ve Aug(usti) oscilla, per la rapprel' Aeternitas sentazione, tra il sole in piedi e la lupa allattale

tradizione

si

noi la riconosciamo nelle

poteva meglio siancor vivo contrasto tra due concezioni che tentavano di sovrapporsi e di annullarsi per crearne una sola. Che se anche si volesse interpretare la lupa come un simbolo allusivo alla presunta origine latina di Probo (cfr. Origini Aug(usti) con la lupa allattante i gemelli) non perci verrebbe meno qualunque attribuzione di sincretismo sotante
i

gemelli.

Non

si
l'

gnificare materialmente

lare
e

alla

maggior parte delle raffigurazioni

leggende monetarie allusive all'imperatore, in cui si vedeva l' eternit di Eoma e del suo impero. Tj evidente perci che non per un adattamento della terminologia dei culti orientali
e

sopratutto di quelli

siri

l'aggettivo aeternus

entra nel linguaggio ufficiale di Roma, bens

per un puro sentimento romano che vuol ve-

dere nell'imperatore
lerio

il

simbolo tangibile del-

l'eternit dell'impero romano.

Come

dice

Va-

Massimo, Cesare aveva infuso nell'impero di Roma un soffio di eternit aeternum ro-

mano imperio
turale

spiritum ingeneraverat nache questo soffio si perpetuasse pur senza immobilizzarsi in una fraseologia ufficiale, come avvenne nei tempi pi tardi, ed pur na:

turale che di esso approfittassero quanti, per


le

ragioni che

vedemmo, tendevano a cogliere


religione dell'impero.

82

nella romanit gli elementi che potessero servire all' orientalizzazione della politica e della

Cos fin da Vespasiano entra nel linguaggio,

per dir cos, di corte, sebbene non ancora in


quello ufficiale, l'aggettivo aeternus per tutto
ci che allusivo all' imperatore
la pax della sua do7nus aeterna, come aeterna la Victoria di Adriano e di M. Aurelio e come sono
:

aeternae la pietas, la memoria e via dicendo. Solo con Costantino questa terminologia sembra essere adottata pure nel linguaggio ufficiale,

sovrano pius felix aeternus atque aeternus Aug. e via dicendo, sono aeternae tutte le cose che da lui eman^ano, il nome, le leggi, la corte e simili.
il

onde come
o

Aug.

invictus

Aveva gi, del resto, come dicemmo, sin dal tempo dei Severi, la II legione partica assunto
3.

le

denominazioni di

pia, fidelis, aeterna.

Non meno

erroneo, a

mio modo

di ve-

dere,

quanto

si

sostiene a proposito

della

derivazione orientale della claritas Aug(usta o


volta con
ratore

Augusti) che nelle monete appare per la prima Postumo intorno alle due teste del
della

Premettiamo che l'impenon pare, sotto alcun aspetto, esser stato un seguace del culto solare anche il pi ortodosso possibile: egli sembra piuttosto un restauratore della romanit in G-allia. Il suo biografo lo mette tra gli adsertores romani nominis e, come gi dicemmo a suo luogo, tutti i pochi documenti
Sole e della L'una.
Gallia

83
che ci rimangono dell'opera sua non fanno che confermare ci. Che con la claritas si alluda quindi ad un'identificazione solare dell'imperatore poco probabile, tanto pi che
vi
il

anche

il

capo della luna. Piuttosto come

Sole e la L'una splendono e

mandano

luce

Postumo, celebre per la sua belli scientia, emana splendore: lo pseudo biografo di lui e di effettivamente non che un libelliLeliano sta dice^'a gi: .virtute enim clari non nobilitatis pondero vixerunt , ripetendo all' incirca quel che di Traiano aveva detto Plinio:
cos

generis tui claritatem virtute superasti

noi sappiamo

come
le

le

monete

ci

attestino quel
circa
la

che

dicono

fonti
ci

letterarie

sua

assolutamente d' uopo di ricorrere al sincretismo solare neanche qui. S pi possibile che vi si debba ricorrere posteriormente, quando anche durante la restaurazione dioclezianea tra le forme pi frevirfus,

onde non

quenti e pi significanti del culto tradizionale

nuovo sentimento religioso dela mala pena ufficialmente represso. Pu darsi che la figura del Sole radiato circondata dalla leggenda claritas Aug(ust) alluda allo splendore imperiale identico a quello
si

insinuava

il

l'epoca,

solare.

Io

non

sarei

alieno per dal veder\'i claritas


virtute
i

un'allusione

simbolica alla

non generis
contano
in
i

degl' imperiali signori, per

quali

gli storici si

sforzano di dimostrare che nulla

natali,

ma

tutto le opere e le virt


la

relazione

quanto

filosofia

politica


gi
nel
II
sec.

S-1

stabilendo
natali

aveva affermato,
g' illustri

per principio che


e
i

non erano
o

indispensabili al principe ideale. Pili di Traiano

come Postumo
recenti
sovrani,

come

tutti
e

pi
i

meno
coUedel-

Diocleziano

suoi

gli,

Costantino

e la

sua famiglia, ad onta di

genealogie inventate o piegate ad


phini avevano bisogno

usum

che l'aristocrazia romana passasse loro per buono il principio che i retori, a loro malgrado, strombazzano, senza
convinzione,
4,

deirinutilit
sia

degrillustri

aatali.

N parmi
si

da accettare per

l'agget-

tivo sanctus e per la nozione della sanctitas,

che essi vengono introdotti nella religione romana insieme con l'orientalismo religioso. A provare la irragiouevolezza d' una tale opinione basterebbe renvuole,
la tesi

come

dere noti
la

risultati cui giunto

il

Link con

sua ricerca sull'uso pagano della parola sanctus (Knisberg, 1910). Egli dimostra per l'appunto, senza necessit di ricorrere ad alcun culto orientale, senza ammettere alcuna infiltrazione straniera, come il vocabolo sanctus dal significato giuridico di determinato .,

inviolabile

riferito ai luoghi abitati

dagli

spiriti

ultraterreni,

passi a quello di
divenire
il

vene-

rando
niuni
delle

in

modo da
e

cognoTnen oinsi

deorum
sole

non quindi, come


astrali,
il

voluto,

divinit

surdo.

Naturalmente ne

che un asconsegue che come

sono santi gli dei, i mani, i sepolcri, i templi, sono pure sante le parti dei corpi divini, le

85
parole,
re,
i i

simulacri
gli

quindi che sono santi


e

tribuni,

ambasciatori

via dicendo.

sanctitas degl' imperatori non perci collegata a nessuna nozione di purezza propria

La

degli dei orientali,

ma

loro attribuita giu-

perch essi sono investiti della trihunicia potestas che li rendo sacrosanti, come diceva Augusto; in secondo luogo perch sono sacerdoti; in terzo luogo perch loro riconosciuta una natura distamente,
in

primo luogo

vina. Cos

abbiamo sanctus princeps,

do'ninus

sanctus, sanctus Augustus, imperator sanctissimus, come del resto abbiamo sanctus senatus.

comincia gi con Augusto e prosegue non solo con Domiziano, ma con Vespasiano, Traiano e naturalmente con gli Antonini.
L' uso

Nel pi volte citato panegirico di Plinio l'aggettivo ed il sostantivo ritornano spesso: Nerva per lui sanctissimus senex. Nel III secolo esso si diffonde fino a divenir poi come sacer, aeternus, perpetuus, divinus, ecc., d'uso co-

mune
il

nella terminologia ufficiale dell'impero.

Questi,

Link,

per ci

sommariamente, i risultati cui giunge come insistemmo sopra, senza che egli debba ricorrere a nessun influsso
e,
1'

orientale per spiegare l'origine,

uso e l'adatdella nozione


contri-

tamento della parola sanctus


di

sanctitas.

Aggiungiamo che dov

buire a dar valore pi

speciale all'aggettivo

sanctus ne' rapporti con l' imperatore il fatto della sua frequente identificazione con Ercole, il quale con Giove, Apollo, Minerva, una

86
anche ne' tempi pi lontani dal facile contatto con i culti orientali, a cominciare da Mummio che
delle divinit pi spesso chiamate sante
cos
lo invoca.

Dobbiamo, dopo ci, concludere che non vi alcuna necessit di vedere nei pretesi simsolari,

boli
tali,

nelle

pretese
esclusivi
eternit,

terminologie orienconcetti
santit,

ne' pretesi

di

culto
in-

orientale,
filtrazioni

come

lustro,

o imposizioni di
si

origine

straniera
ci

in

Eoma. Ripetiamo, non


questi puri filoni
di

nega con

che
reli-

di

tradizionalismo
rivoluzionari,
si

gioso
o
i

romano
o
i

si

siano

successivamente valsi
o
i

sovrani
nelle

religiosamente
sacerdoti;

filosofi,

non

nega con ci
vi

che

lontanissime

origini

siano

tra

queste espressioni della religiosit occidentale


e orientale punti di contatto e di

comune dee

rivazione;
litica

si

nega che
siano

la

religione

la po-

di

Eoma

state
di

premute da una
orientale

cos

possente

spinta

religiosit

da adattarvisi non solo con una facilit supina che l'energia della stirpe non fa neppur lontanamente supporre e che del resto contrastata dalle manifestazioni sue
negli altri

campi dello spirito, ma benanche da non reagire neppure con quella forza di assimilazione che fu
latina
il

costante vanto della civilt

87

IV.

vede l' indagine brevemente esposta. ci condotto a seguire il filone ortodosso della religione romana e ci mostrato la notevole importanza da esso assunta nella storia dell'impero contro la tesi prevalente nella critica contemporanea. Che la nostra sia forse la giusta potrebbe provarlo anche un'altra considerazione che chiudendo non male proporre
si

Come

al

lettore.

L'occidente rimasto cos profondamente pa-

da non riuscire neppur dopo dominio cristiano a trasformarsi. L'oriente ancor oggi fanatico come
gano
e politeista

tanti

secoli

di

lo era ne' primi secoli dell'era volgare:

l'oc-

cidente ancor oggi sereno

come

lo era allora.

Ortodossia, eterodossia, islamismo o giudaismo dominino in oriente, tutto ivi violentemente e profondamente religioso: riforma o cattolicesimo dominino in occidente, tutto quivi serenamente e politicamente religioso. Ci non si spiega se non ammettendo la forte reazione

romana

ai culti stranieri, la violenta reazione

latina, alle

imposizioni orientali, la salda enersi

oppose alla religione in veste politica. Sia bene o male, non qui il caso di indagare, bene per proclamarlo e dimostrarlo.

gia politica che con la veste religiosa

88

Impero romano

e cristianesimo

La

tradizione

cristiana

gi

adulta,

cio

al principio del

secolo,

desiderosa di tro-

vare nell'Antico Testamento la soluzione dei problemi che la recente storia della nuova religione aveva imposto, si era sforzata di vedere
nelle dieci piaghe d'Egitto l'imagine o la mi-

naccia delle prove per le quali, come gi il popolo eletto, avrebbero dovuto passare i nuovi
credenti prima di giungere alla pace. In tal

modo

si

erano

create

le

dieci

persecuzioni,

contro la cui rigida serie gi la mente acuta di

Agostino insorgeva; serie che alla fine del IV secolo per Eusebio si limitava, all' incirca ad otto persecutori, mentre al principio del secolo stesso Lattanzio non ne conosceva che sei, in conformit del resto con quanto Tertulliano aveva fissato intorno al 200 quando sotto Settimio Severo egli ricordava due soli persecutori, Nerone e Domiziano.

89

Vedremo a suo tempo come

la

moderna

cri-

tica storica abbia proceduto nello stabilire la

parte pi attendibile della tradizione di fronte


alla parte che

appare poco credibile nella forma

in cui venne trasmessa con errori ed esagerazioni troppo naturalmente dovute non tanto a mancanza di documenti e di discernimento critico, quanto al sentimento di giusto orgo-

glio dei pi recenti per le prove subite dagli

antichi ed alla pia intenzione di magnificarne


la gesta.

Quello che pu dirsi fin d'ora che

per fissare una serie cronologica sufficientemente sicura degli atti violenti dello stato

romano contro

il

cristianesimo vero e proprio


i

e per distinguere

differenti periodi che se-

gnarono una diversa fase persecutoria, occorso alla critica moderna di determinare precedentemente altri punti controversi della
grave questione. Erano, cio, e forse lo sono ancora, in discussione la forma giuridica in grazia della quale lo Stato tent con la forza di impedire ai cristiani la loro diffusione; la forma che assunse la societ cristiana per essere tollerata sotto alcuni principi ed osteggiata da altri; la ragione prima, fondamentale, dell'ostilit dell'impero contro un culto che poteva, se non doveva, esser considerato da spiriti larghi o superficiali alla stre-

gua

del culto giudaico che era pur tollerato,


protetto, privilegiato.

90

punti

capitali

si

Solamente fissati questi poteva veder chiaro nella

grave questione, che naturalmente, d'altra parte,

non poteva esser tenuta negli angusti campi


dello

sviluppo

dell'idea

della

societ

cri-

stiana in relazione alla politica dei vari imperatri,


e

ma
e

doveva essere studiata nell'ampio


delle

non sempre sicuro cerchio


religiose

opinioni
della

filosofiche
litica

dell'impero,

povarie

religiosa

degl'imperatori,

delle

tendenze delle
gistrati del

folle,

delle j)rovince e dei

ma-

mondo romano.
basterebbe, di certo,
il

Non mi

tempo per
le

esporre qui, anche sommariamente,

opinioni

espresse da vari studiosi su questi interessanti

punti

controversi
pi o

del

grave

risultati,

meno

accertati,

problema e sui che costitui-

scono la comviwnis opinio del mondo de' dotti, formatasi grazie a questa lunga e laboriosa
serie di ricerche.

Non

si

pu, per, fare a

meno
la

di

ricordare

come costituiscano quasi per


il

punto di partenza di ogni indagine minore, in questo campo, alcune ipotesi o congetture presentate da uomini autorevolissimi sulla procedura giuridica
generalit degli studiosi
delle persecuzioni, sulla personalit della chiesa

primitiva

e sulle cause sociali determinanti l'atteggiamento dell'impero verso il cristianesimo.

La prima
che
colpisce

di

tali

questioni,

difatti,
gli

quella
in

pi

facilmente

studiosi,

grazia di quale istituto giuridico un popolo.

siche aveva fatto del diritto una sua creazione speciale, colpisse i cristiani, trovato nel Mommsen chi la condusse, se non alla sua

un terreno eminentemente positivo e tale da offrire per lungo tempo una solida base alle ricerche. Il principio da lui sjfcabilito^^^clLe .iiella^,_gen.eralit
definitiva soluzione^

almeno

s^u

di

delle

persecuzioni .religiose

lo

stato

romano

procedesse grazie, al ius coercitionis contro i colpevoli e cio, senza applicar leggi speciali,

con una misura di polizia


di

r eprime ss-e^li

abusi

carattere religioso, certamente un prin-

cipio

degno della fortuna che trovato quasi


e

presso tutti gli studiosi. Segna indubbiamente

un notevole progresso negli studi


ai

risponde

effettivamente in un notevole numero di casi

dubbi che sorgono in chi

li

esamina. L'e-

steso diritto di cui disponeva ogni governatore


5

provinciale per garantire la sicurezza dell' or1' ossequio alle leggi romane, permesso sia di punire individualmente quanti dimostravano di voler insidiare al primo e di tener in non cale il secondo, sia di procedere a condanne o a pro-

dine pubblico e

avrebbe

I l

I
i

scrizioni

di

carattere

collettivo.

Meno

felice

forse

il

Monmsen

stato

quando

volendo

ricercare sotto quale titolo in alcuni casi spe-

'

iciali si

proceduto contro

cristiani, gi assi-

curati alla giustizia in virt dello stesso diritto,


e

risposto che la colpa eradi lesa (maest;


lo

anno seguito

stesso indirizzo nell' inda-

gine giuridica altri che anno creduto di poter

92
determinare diversamente il delitto di cui si sarebbero resi colpevoli i cristiani. Che se si pu -ammettere che in alcuni casi di persecuzioni regionali o speciali
il

ius cosroitionis

risponda pienamente, se non unicamente, al nostro bisogno di veder applicato un principio legale alla procedura penale, non si pu ugual-

mente riscontrare sopratutto


fu

nelle varie e co-

stanti tradizioni nostre, asserenti che la colpa

riconosciuta

nel

nomen,

un

fondamento

sicuro nel titolo di lesa maest, di ateismo,

di sacrilegio

via dicendo.
di questo lato del

Non meno grave


cristiana
si

problema
la societ

era, d'altra parte, quello del

come

fosse presentata di fronte alle aui

torit imperiali durante

primi secoli sia nelle


quelle
di
ostilit,

relazioni

di

pace,

sia

in

quando maggiormente

infieriva contro di essa

l'ira repressiva. L'ipotesi fatta dal

De

Rossi,

che cio la chiesa primitiva, considerata come uno dei tanti collegia tenuiorum cui nel II secolo era stato concesso di provvedere alle cerimonie funerarie dei propri membri, avesse sottostato alle formalit necessarie per poter sotto una tal veste possedere 1 cimiteri e godere di una vita relativamente tranquilla, venne per l'autorit del nome del proponente accolta da molti. Disgraziatamente il progredire delle ricerche e la lucida opposizione di argomenti che seppe raccogliere il Duchesne contro di essa ne mostr tutta l'inanit, onde agli studiosi non rimase se non l'ultima ratio di ac-

93
cogliere la tesi un po' vaga del dotto francese^ che riconosce alle comunit cristiane del III

secolo

una personalit giuridica

religiosa re-

golare nella sua irregolarit, tanto da essere


colpite
liceit.

ogniqualvolta se ne constatasse

l'il-

Questa soluzione, che non neppur soddiil merito di ricondurre la ricerca da un campo molto ristretto e troppo tradizionale quello dell' opinione che la.
sfacente, avuto per

chiesa primitiva vivesse nelle tenebre e non


potesse alzare

minimamente

il

capo sotto pena


alle stesse tradi-

di aspre e sanguinose violenze contro di essa

ad
zioni

un campo pi conforme
cristiane
letterarie
e

documentarie

ed

alla

concezione che gli studi progrediti per-

mettevano della societ romana quello dell' opinione di una comunit cristiana vivente
alla luce del sole, libera nelle sue manifestazioni e ne' suoi

membri

sin tanto che in virt

delle proprie caratteristiche o per malevolenza


altrui,

non venisse a cozzare contro

le

leggi

Kesta naturalmente, come vedremo a suo luogo, il problema della


le

autorit costituite.

forma sotto cui tale relativa libert


luppo
le

di

svi-

era permessa.

Questi risultati degli studi

sull'

impero e sul

cristianesimo trovavano recentemente un com-

pletamento nell'esame fatto dal Bouch-Ueclercq


Paris,
(JC'

intolrance religieuse et la politique,

1911) della questione fondamentale di

elogili
cui,

ricerca del genere:


sia

del motivo cio per

pure
sia

Mommsen,
si
l'

sotto la forma indicata dal pure nella veste pi o meno

riconosciutale dal Duchesne, la chiesa cristiana


era vista combattuta cos aspramente dal-

impero che era

stato,

verso la religione da

cui essa traeva l'origine e che aveva con essa

comuni tanti

tratti,

largo di tolleranza e di

indulgenza. Questo arcanum imperii egli a creduto di vederlo nell' antisemitismo, per dir cos,

Eomani. In altre parole egli^ trovato causa delle persecuzioni cristiane nella preoccupazione degli imperatori, romani di veder trionfare col cristianesimo l'intolleranza religiosa di cui avevano avuto un saggio col giudaismo. Per provare la sua tesi il BouchLcrten^q esaminava, forse per la prima volta con la compiutezza consentitagli dai limiti imdei
la

posti al

suo lavoro, la politica religiosa dei


si

vari imperatori e di essa specialmente quella

parte che

riferiva al giudaismo. In tal

modo

gli riusciva di stabilire

che cominciando, spe-

cialmente, da Domiziano, gl'Imperatori romani,

ammaestrati dall'esperienza fatta durante la guerra giudaica, anno veduto ne' cristiani, o meglio, anzi, non anno veduto i cristiani per
se stessi,

ma

de' proseliti giudei

il

cui

nomen

ne svelava appunto l'origine e ne costituiva la colpa. A tale titolo quindi li anno perseguitati

ed anno tentato
Quest'opinione
'rito di aver in

di estirparli dalla societ.

secondo me, il grande meprimo luosfo rimesso lo studio


,

95
della questione in tutto
storico in
cui
in
il

complesso ambiente

sorta per lo svolgersi degli

avvenimenti;

secondo luogo di aver dato

una soluzione del problema per me definitiva, ma che, se tale non dovesse sembrare alla maggior parte degli studiosi, offrirebbe almeno un risultato positivo delle ricerche fin qui condotte con tanta pazienza e con tanto amore dagli scienziati. Cionondimeno non si pu affermare senza offendere la verit che la tesi dell'illustre storico francese abbia riempito tutte le lacune che apre lo studio del problema e che anno quasi sempre lasciato tutte le soluzioni fin qui proposte da altri. Il lato giuridico della questione, per quanto non sia stato trascurato, non appare ugualmente soddisfacente nella ricostruzione ideata dal Bouch-L'eclercq e qualche punto della storia degli avvenimenti non aj)pare corrispondente sia all' insieme della teoria, sia all' indagine speciale

pu essere fatto oggetto. per, del maestro francese che, ripeto, costituisce, a mio modo di vedere, un vero progresso nel campo scientifico, non avuto l'accoglienza che meritava se lo si giudichi da alcune recenti pubblicazioni, anche di grande stile, per dir cos, che quasi contemporaneamente anno trattato presso di noi l'argomento di cui ci occupiamo (1). Sotto questo
di cui
L'o

studio,

'politica

E. BuoxAiuTi, 7/ Cristianesimo primitivo e la imperiale romana, Roma, 1913; U, FeacassiNi, L' Impero e il Cristianesimo da Nerone a Costan(1)


96
aspetto,
anzi,

esse
studi,

costituiscono

gresso

degli

uu vero reperch invece di riprenin cai le ricerche

dere

il

cammino dal punto


l'

il che si pu fare anche rifacendo la storia degli avvenimenti interamente ed anche essendo di opinioni per-

precedenti

anno condotto

fettamente contrarie ai pi recenti studiosi le opere cui accenno nn,o, in massima parte; te-

nuto l'indagine sotto il medesimo antico punto di vista e non anno apportato risultati notevoli se non in qualche particolare e se mai
nel

campo
in

della

letteratura

divulgativa.

Perci mio intendimento di parlare di tali


lavori
tori

modo non
loro

solo

da informare
opinioni in
il

let-

sul

valore e

sulle

essi

espresse,

ma

di prospettare pure

problema,
alla

per quanto brevemente


L'eclercq,

mi sar consentito,

stregua dei risultati dello studio del Bouch-

che io procurer di completare, di integrare e di confermare servendomi della


un' opera

recente pubblicazione di

che viene

ad
in

ad alcune mie idee proposito, un valido contributo di documenoffrire alla

sua

tesi,

tazione: intendo alludere all'opera dello Juster


sui Giudei nell'impero

romano

(1).

Bartelli e Yerando, 1913; A. Giobbio, Stato ne' primi secoli del Cristianesimo (40-476), Milano, L. F. Cogliati, 1914; A. Maxakesi, L'Impero romano e il Cristianesimo, Torino, F.Ui Bcca, 1914. (1) J. Juster, Les Juifs dans V Enpire romain, leur condition jnridique, conomique et sociale, Paris, P. Geutliner, 1914, voi. 2 (Il III che doveva comtino, Perugia,

Chiesa

97

II.

noto per
di

gli

studi copiosi ed autorevoli

storia

del

cristianesimo quanto iudiscutidi

bilmente ormai sia riconosciuto per la nuova


religione
nel
il

legame

dipendenza dall'antica
della
storia
realistica,

campo non

solo

ma benanche in quello, che sembrerebbe aver dovuto essere pi estraneo ad influssi, degli ordinamenti giuridici, per dir cos, e della liturgia. L'a nuova fede non sorse solamente in Giudea per opera di Giudei, non solo si diffuse grazie alle numerose e potenti colonie della Diaspora, non solo ebbe ne' suoi primi propagatori uomini
spirituale e religiosa,
di idee, di fede, di patria giudaici,

ma

segu

ne'

poderosa costituzione delle comunit giudaiche e facendo suo centro della sinagoga ne segu in grandissima parte la liturgia, ne adott le feste, ne copi le istituzioni maggiori. Fu in altre parole, una cellula che si form nel tessuto gi adulto e che se ne stacc sol quando
suoi

ordinamenti

gerarchici

la

prendere
g' indici,

testi

epigrafici,

letterari
l'

giuiidici

e
di-

non

stato

pubblicato,

A.

essendo

sgraziatamente morto).

98
pot
procurarsi
e

vita

organismo

indi-

peudenza Tutto ci bene non vuole intendere appieno

si

dimentichi da

clii

non solo

l'organiz-

zazione interna del cristianesimo,

ma benanche

la sua vita esterna: i recenti scrittori o lo dimenticano, perch danno solo delle notizie

sommarie

in proposito,

o,

peggio ancora, at-

tribuiscono alla nuova fede un rapido e quasi

immediato processo di individuazione. Noi vedremo quanto sia errato un tal modo di considerare le cose, dal quale, pure, il BouchL'eclercq

aveva

richiamato
il

gli

studiosi.
sia

In

pur compendiosamente e a grandi tratti, un'idea di quello che era il giudaismo intrinsecamente ed estrinsecamente al tempo dell'impero, noi raccogliamo in appendice a questo studio un breve cenno su di esso e sulle sue relazioni con Eoma, quale possiamo desumerlo dall'opera
lettore

ogni

modo perch

abbia,

dello Juster.

Ad

esso

rimandiamo ogni qual-

volta vi sia bisogno di particolari schiarimenti


sui rapporti

tra cristianesimo e giudaismo o

tra Eoma ed Israele con l'indicazione A seguita dal numero del . Quello che mi pare evidente, a questo proposito,
il fatto che pur ammettendo col Minocchi che il nome di ChresUanus (Xenanav;) abbia avuto origine romana intorno al 50 d.

non si pu ammettere in nessun modo che nuova denominazione non definisse agli occhi dei Eomani una semplice setta giudaica
Cr.
la

99
che avesse per impulso?' un Chrestus qualunque (1). Ed , a mio modo di vedere, indiscutibile che questa confusione persistette per lungo tempo: degli autori recenti il solo Manaresi pare l'accetti per tutto il primo secolo, mentre il Fracassini ed il Giobbio vi si ribellano, questi con un violento antisemitismo senza ragione, quello con un'argomentazione molto ingegnosa, ma altrettanto insostenibile a proposito del primo processo di Paolo, sulla quale
ci tratterremo tra breve. Prima di giungervi dobbiamo accennare brevemente alle relazioni tra l'impero, il giudaismo ed il cristianesimo

nel periodo anteriore a Nerone.

(1)

Questo

scritto
di allora

fu
il

pubblicato

in.

Bilychnis

Loisy. dato alle stampe la sua poderosa opera sugli Atti (Les actes des aptres, Paris, 1920) la quale pu, sotto il punto di vista considerato nel testo, permettere una differente visuale. Il Loisy ammette, cio, che la denominazione di Chrestianus sia sorta in Antiochia secondo la esplicita dichiarazione degli Atti. Il luogo (XI, 26) apparterrebbe quindi alla edizione genuina dell' opera di Luca e sarebbe stato incorporato nel testo del rifacimento. A me invece sembra che il passo il quale si presenta, stilisticamente abbastanza staccato, sopratutto in alcuni codici, jDOssa considerarsi piuttosto come un'aggiunta del rifacitore e debba perci riportarsi all' inizio del secondo secolo. L' obbiezione che il nostro testo di Tacito sui Cristiani permetta, come \T.iole il Loisy, di confermare la tradizione degli Atti, accertando che nel 6-4 d. Cr, i Romani usa^'3.no gi l'appellativo di clirestiani non concludente, in quanto che il testo stesso fa piuttosto ritenere che ci fosse sicuramente al principio del II sec.
nel 1915.

Dopo

quando

gli

Annali furono redatti.


La
tradizione
salire a Tiberio
1"

100

cristiana
fa
ri-

leggendaria

origine dei rapporti tra cri-

stianesimo e impero:

pi in l naturalmente
sintomatico
i

non poteva

risalire.

Ma

il

con-

statare -come pure sotto Tiberio

rapporti tra

giudaismo e impero, che datavano appena da un secolo in forma pi stretta, assumessero un nuovo aspetto, quello cio di un vero e proprio cozzo tra due idee e quindi dessero origine ad un conflitto che doveva perpetuarsi per lungo tempo, sebbene subito si fosse trovata una via d'uscita all'impressionante osti-

nazione religiosa dei Giudei.

Il

riconoscimento

dei privilegi concessi a costoro da Cesare (A,

avvenuto maneggiatore presto il suo nante criterio


8),

per opera di Augusto, sapiente


di uomini e di cose, mostr ben

lato debole
politico di

quando

il

predomi-

Roma

si

elev contro

concezione religiosa intransigente del popolo ebraico. Sotto Seiano, perci, che esigeva per Tiberio e per s un' iconolatria che
la

non ammetteva

eccezioni,

scoppi

la

prima
Seiano,

persecuzione giudaica finch,


il

sparito

Tiberio non cap che era meglio per lo stato seguire


la

politica

di

Augusto,

oontinuadi

trice della conciliante politica dei Lagidi,

quello che imitare quelli dei Seleucidi che ave-

vano dovuto spegnere nel sangue le rivolte religiose degli Ebrei, e ne conferm i privilegi
eccezionali.

In relazione a questi avvenimenti storici la


tradizione cristiana in via di formazione co-

101
nosceva un Tiberio con Ponzio Pilato persecutore dei Giudei e favoreggiatore dei cristiani, nella semplice forma in cui ci appare Traiano che non volle si desse ascolto ai delatori anonimi: egli quindi rimaneva nella mente degli uni e degli altri come 1' uomo che aveva resa
possibile la vita

ad ambedue
scoppiava

culti.
le

Sotto
e

Caligola

per

identiche

ragioni ideali la famosa rivolta alessandrina

minacciava una maggior lotta in Palestina, la persecuzione caiana aveva un carattere pi particolare che generale, onde con essa non pot e non volle confondersi la tradizione cristiana che tende nella formazione della serie delle persecuzioni a quel cattolicismo che

ma

gi nelle sue mire sin dall'inizio del III


Cr.
e

afferma vittorioso e strapotente quando la tradizione chiude la sua prima fase costitutiva tra la fine del IV ed
secolo d.

che

si

il

principio del

secolo dopo Cristo.

Quel che avvenne sotto Claudio forse un po' meno chiaro, ma cionondimeno non pare possa negarsi che durante il suo principato troviamo la prima menzione storica esteriore dei cristiani, per quanto di essi non si parli distintamente dai Giudei. Per i quali .la politica di Claudio ci appare verso la generalit benevola, s
cite

da produrre conferme
gi
in

espli-

dei

privilegi,

loro
si

dagli
dire

imperatori;
delle

precedenza largiti non altrettanto per


disposizioni

pu

sue

verso

la

colonia di

Koma, ritornata ad essere numerosa


dopo
che,

102

cambiata

la politica di Tiberio, gli

scacciati poterono ritornare in citt, forse gi

sotto Caligola,

certo sotto

primi anni del-

l'impero di Claudio. certo che sin d'allora


la turbolenza dei G-iudei costrinse il sovrano, che pa-ventava di provocare una rivolta or-

dinandone l'espulsione, a limitare il loro diritto di riunione. Con ci non ottenne per lo scopo, anzi ebbe ancora a lamentare gli
identici inconvenienti per ragioni religiose, che
si attribuivano all'opera d'un certo Chrestus. Allora dov piegarsi ad espellerli non solo da

Eoma.
batori
tres

e ad estendere il provvedimento anche ad altre categorie di disturdall' Italia


dell'

ma

ordine
i

pubblico,

pro^*^'edendo

al-

a punire

loro complici o simpatizzanti.


si

Anche qui per non

tratta di contatto

diretto ti-a l'impero ed il cristianesimo: annuente anche la tradizione cristiana, si pu vedere in questi rapporti un semplice episodio della lotta pag-ano-giudaica, merc il cozzo manifestatosi tra lo stato ed una comunit giudaica qualunque, causa di disordini.

Invece, secondo la tradizione cristiana una-

vero cozzo diretto tra i due luogo Nerone: disgraziatamente se si eccettuano testimonianze poco lontane dall'avvenimento, ma incomplete, il ragguaglio che ci

nime,
sotto

il

1U3

rimane tardivo sia he si cousultino le fonti pagane, sia che si ricorra alle cristiane. Da queste appare e%ddente non solo lo sforzo di attribuire a Nerone una colpa di pi, ma benanche di servirsi della relazione di Tacito

come

di

fondamento della narrazione ora Tacito


:

pure la fonte degli altri autori che ricordano

l'avvenimento, a cominciare da Svetonio, e se

pur visto l'incendio ne trattato piti o meno storicamente circa un mezzo secolo dopo, quando tra l' impero ed il cristianesimo si erano gi affermate nuove relazioni. L' questioni che

sorgono quindi dinanzi allo storico

moderno sono due: quando Nerone volle reprimere i fedeli del nuovo culto e sotto qual forma legale li combatt. Alcuni, e recentemente il Fracassini, anno sostenuto l'indipendenza della persecuzione dall' incendio di Roma del 64 ed anno quindi datato la prima con un momento anteriore al secondo e per conseguenza anno trovato la causa legale della repressione dei cristiani nel loro nonen. Pur riservandoci di trattare poi di questa formula che avrebbe permesso la punizione dei nuovi credenti, crediamo di dover respingere assodutamente la premessa di tale proposizione, che .i fonda alla fin fine su di un erroneo apprezzamento del testo di Svetonio. Chi volesse sostenere, difatti, tale opinione avrebbe due mezzi di ricerca apparentemente di qualche valore, uno estrinseco: le testimonianze di Svetonio e di Sulpicio Severo per


cui

104

non
in-

sembra che
la

la persecuzione neroniana

abbia connessione con l'incendio;


trinseco,

l'altro

cronologia

paolina,

determinata

e alla scoperta della celebre iscrizione delfica che permette di fissare il proconsolato di G-allione al 52. Ora chi volesse trarre una conclusione di

carattere cronologico dalle vite svetoniane, al-

meno per quel che riguarda

la

dipendenza o

indipendenza degli avvenimenti narrati in un gruppo di fatti da quello precedente o seguente, errerebbe e dimostrerebbe di non conoscere Svetonio. Maggior valore avrebbe, a mio modo di vedere e contrariamente, com' la cronoto, alle opinioni negative di altri nologia paolina, se la si potesse fissare con tutta sicurezza. Ma pur ammettendo che nel 60 o 61 Paolo di Tarso fosse liberato dal suo primo processo non si pu rigorosamente con-

cludere

per

ci

eh' egli

venisse

sottoposto

ad un nuovo processo per cristianit prima dell'agosto 64 e cio in un momento che ci


permetterebbe di vedere tra la persecuzione cristiana e l'incendio neroniano la concatenazione che creduto di vedere Tacito. Non essendovi prove storiche che ci impongano di
accettare per la morte di
altro

Paolo
64
di

il

63

un

momento

anteriore al

giovandoci
stabilisce

d' altra

parte dell' opinione

chi

queste date per affermare la non contemporaneit della morte dei due apostoli,
trario essendo
il

con-

molto difficile a sostenersi, non vedo per qual ragione si dovrebbe rifiutare

poich tra
il

105

credito alla tradizione che lo fa morire nel 67


61 o 62 ed
il

G7

potremmo

colio*

care l'evangelizzazione dell'estremo occidente,

ritomo in Eoma per le tristi notizie che dovevano essergli pervenute nella saa peregrinazione e quindi il secondo processo come complice di sediziosi ed incendiari e infine la
il

decapitazione

questa una prova che viene ad avvalorare la versione tacitiana a me pare indiscutibile che i cristiani, dir meglio,
e

Perch

come dimostrer
stiani,

tra breve, i Giudei ed i crivennero condannati dopo l'incendio ne-

roniano semplicemente come sediziosi ed incendiari: lo dimostrano le pene che subirono.

Pu essere
dicazione

utile per la

completa ricostruzione
il

storica degli avvenimenti

ricercare se

l'

in-

come

colpevoli dei cristiani sia pro-

venuta dai Giudei o dalla plebe romana che


odiava gli uni e gli
in
altri,

ma

ci

non

toglie

nessun modo il fatto che Nerone condann quelli che gli capitarono tra le mani come incendiari e sediziosi.

Quattro generi di condanne a morte

ci

sembra

poter rilevare dalle testimonianze che ci riman-

morte semplice (decapitazione), quella per mezzo del fuoco, quella sulla croce e quella con l'esposizione alle belve. Se queste pene furono inasprite con raffinata crudelt sia facendo dei destinati al rogo delle torcie illuminanti i giardini imperiali, sia formando con i ccnla

gono sulla persecuzione neroniana:

lOG

dannati quadri viventi di una truce verit, ci dovuto dal punto di vista politico al tentativo fatto da Nerone di dare maggior soddisfazione al popolo che voleva vedere i
presunti colpevoli atrocemente suppliziati

sentimento che ispira

le folle di tutti

tempi

contro coloro che sono accusati di disturbarne e dal la pace ed i godimenti materiali

punto di vista legale con


Eccellenza
vicini
,

l'arbitrio di

Sua

come

a noi,

diceva in tempi ancor ossia con la facolt che aveva


si

l'imperatore di aumentare o diminuire


facolt

le

pene,

che gi aveva avuto

il

senato.

Ci

non toglie per che le forme della pena di morte comminata ai rei fossero appunto quelle
che erano richieste dal reato d'incendio e di sedizione: le nostre cognizioni di diritto penale ci permettono di giungere a queste conclusioni con tutta sicurezza. L'a stessa pena di morte per decaj)itazione cui fu sottoposto Paolo di Tarso, cittadino romano, ce lo prova: altre eccezioni non ci constano, perch la massa dei condannati era formata da gente di poco cnto, socialmente parlando, e quindi non tale da permettere una elevazione del grado della pena di morte.

Dunque non
avuti

vi

nessun mezzo per dimosi

strare che nella persecuzione neroniana

siano

come determinanti

dei

motivi estranei

a quelli d'ordine pubblico: la religione non c'entra per nulla, in nessun modo. errata perci la tesi di coloro i quali sostengono


con
il

107
il

Giobbio che la ragione nomen, ossia che i della persecuzione fu cristiani vennero condannati solamente perch
Fracassiul ed
il

tali,

quasi che l'appartenere alla loro setta


rendersi colpevole dei delitti attri-

l'essere quindi cristiano importasse di neil

cessit
buiti al

nuovo culto. Per affermar ci bisogna ammettere che gi nel I secolo d. Cr. il cristianesimo
occhi
dei
si

fosse talmente individuato agli


total-

non Giudei da distinguersi


religione
di

mente dalla

costoro,

il

che ve-

demmo
e

gi non essere stato per lungo tempo possiamo pure stabilire non fosse neppure sotto Nerone. Questi colpisce i Giudei e tra essi, probabilmente per istigazione loro, i correligionari della nuova setta: il racconto di Tacito che, come dicemmo, nell'esposizione evidentemente falsato dall' affermarsi degli avvenimenti di circa un mezzo secolo corso tra

l'incendio e la sua narrazione storica, e ci


pi o

meno consciamente, permette


correre nel 64.
di
'L'

cionondiexitiabili^

meno

di rilevare le traccie della versione ori-

ginale che dov


superstitio

era

origine

giudaica
i

Qper lu-

deam, originon eius mali) ed


erano stati per
i

colpevoli che

primi acciuffati avevano dato

prove di essere rei dell' odiun generis humani che veniva appunto imputato ai Giudei. Il che non permetteva di condannarli, poich la misantropia non costituiva un delitto,

ma

dava

agio di considerarli come


di sedizioni e di

complici od autori

incendi e quindi di colpirli

108

con la severit della pena. Ne coasegue che V ing&ns liultitudo di Tacito non la folla dei cristiani solamente, ma quella anche dei Giudei, o meglio di una parte di essi, confusi, nella tumultuaria caccia dei colpevoli, nel volutamente affrettato loro processo, nella deliberata loro condanna in forma raffinata, ad onta delle denunzie, delle delazioni, con quelli
delitto. I Giudei erano
rei del grave notoriamente degli incendiari e degli anarchici, dal punto di vista
si

che

volevano maggiormente

sociale

romano

[A, 4 e 7], essi stessi dichiara-

vano

tali gli

aderenti ad una loro nuova setta,

v' era ragione di non colpirli quando se ne offriva il destro. Nerone che non ne conosceva la forza e che vedeva rivolgersi una parte dell' opinione pubblica contro di s, sia che ne fomentassero le ire i partiti conservatori, sia che il popolo vedesse di mal occhio che

non

alla

fin

fine

al

principe

ed al

suo circolo

l'incendio fortuito era stato gradito e benvenuto, subdidit reos e per solleticare i bassi
istinti del

popolino quaesitissimis poenis ad-

fecit eos.

III.

Questa posizione dei cristiani di appartenenti ad una setta giudaica qualsiasi e quindi
coinvolti nel generale disprezzo e oppressi dalle

medesime accuse

necessariamente sottoposti


agli
stessi doveri

109

gli

godenti

stessi

diritti

non muta per mutar

di principi

neppure,

dice Tertulliano, sotto Vespasiano, pur debel-

completa il pensiero, logicamente persecutore anche dei cristiani, che non sono altro se non una setta giudaica. Muta invece sotto Domiziano? La concorde tradizione cristiana fa di costui, difatti, un persecutore, sebbene Tertulliano gli riconosca delle resipiscenze e quindi veda in lui il persecutore soltanto perch lo ritiene lina specie di Nerone redivivo. A tutto rigore per neppur Domiziano ci appare in lotta con il cristianesimo: egli comquesto certo batte invece il giudaismo e per conseguenza colpisce pure i giudaizzanti
latore dei Giudei e quindi,
se si

in genere,

cristiani in ispecie.

Ma

per com-

prendere appieno questa lotta non debbono dimenticarsi le nuove condizioni in cui dopo la guerra giudaica e la distruzione di Gerusalemme era venuto a trovarsi il giudaismo.

combatteva qualsiasi manifestazione nazionalistica del popolo la cui sottomissione gli era costata tanto sangue e tanto sforzo: da ci l'istituzione del fiscus

La

politica imperiale

iudaicus e le persecuzioni contro la discendenza davidica vera o presunta che fosse. Do-

miziano continu su questa direttiva e con il sistema delle delazioni da un lato, con quello
delle vessazioni fiscali dall'altro tent di ab-

battere la razza che

si

elevava come

l'

unica

oppositrice reale della potenza romana.


cozz
solo

110

l'

evidente che con questi intendimenti

im-

peratore, senza piet per ragione di stato,

non

contro l'antica religione, ma benanche contro la nuova che dinanzi alla mente romana si presentava sempre con i caratteri
di una setta giudaica qualunque. L'

non

si-

cure tradizioni cristiane sulla persecuzione domizianea, le proscrizioni degli stessi congiunti
imperiali
sospetti
di

filogiudaismo o di cri-

stianesimo, rinacerbimento della fiscalit giu-

daica e
i

le

rivolte

scoppiate e represse sono

unica politica che non poteva avere per fine la distruzione del cristianesimo, in quanto che questo era ancora alle
vari

sintomi

d' un'

sue prime armi e non appariva agli occhi esteriori

diversamente da una delle tante sette

giudaiche.

La reazione manifestatasi con Nerva a


questa politica vessatoria a base di delazioni, sebbene non modificasse il principio politico contrastante il proselitismo giudaico e tendente ad abbattere le velleit nazionalistiche dei Giudei se da un lato sotto Traiano permette allo spirito rivoluzionario del popolo

turbolento di scoppiare nella rivolta che as-

sunse carattere di vera guerra contro

Eo-

mani ed

Greci, contro

g' infedeli

insomma
si

dall'altro

sotto

Traiano stesso

ci

mostra


La famosa
riduce,
l'

Ili

si

chiaramente benevola nella disposizione imperiale a favore dei cristiani.


risposta alla lettera pliniana
difatti,

come disposizione nuova,

al:

affermazione di questo principio di libert

Alle denunzie anonime non degno del tempo nostro di dare valore Per il resto essa di
.

chiara che se
stiani

cristiani denunciati

sono

crie

provati

si

puniscano,
si

se

lo

negano

sacrificano agli dei

rilascino.

Pi difficile ad interpretarsi la questione che risulta gi essere stata la base dei processi anteriori:
la

nunciata per
vi

il

nomen

condanna deve essere proipsuin, anche se non


al

siano colpe da punire o perch s'intendano

queste

come

co ucomi tanti
Jioonini)
?

nonei

(fla-

gitia cohaerentia

Le condanne pro-

nunciate da Plinio prima della risposta impenon sono motivate da un vero e proprio reato, ma da una misura quasi di polizia, fondata suH' imperium proconsolare; occorre
riale

quindi avere
si

la decisione sovrana e questa determina nel senso che abbiamo visto: basta esser provato cristiano per essere punito. Eisorge adunque in questo punto la questione che abbiamo visto risolta dal Fracassini e dal Giobbio all'inizio del periodo in cui si svolgono i rapporti tra lo stato ed il cri-

stianesimo pi o meno direttamente: per darle una soluzione per occorre tener conto, a nostro
di

modo di vedere, di un elemento giuridico grande valore per l'interpretazione della

112

formula legale trovata da Traiano, occorre cio


vedere come fossero considerati in quel momento e fino allora i cristiani dal punto di
vista
legale.

Se

la

setta

giudaica

che

essi

formavano agli occhi dei Eomani non era diversamente trattata dalle altre sette giudaiche, religiosamente e socialmente parlando, la

veste legale sotto cui doveva mostrarsi nello

porti,

svolgimento della sua vita e nei suoi rapdiciamo cos, di pace con lo stato era quella cui aveA^ano diritto tutti i Giudei o era
differente
?

Abbiamo veduto
cuni
stiani

gi
il

come finora
primo

solo

durante

per alcrisecolo
i

neir opinione

comune non

fossero

di-

sappiamo d'altra parte che i primi aderenti al novo culto erano Giudei della Palestina o della Diaspora; ne segue logicamente che essi dovessero essere considerati legalmente e socialmente come non distinti dai Giudei. Dovevano perci sottostare agli
stinti dai Giudei;

identici doveri e usufruire degli stessi diritti


e

poich fino a che non ci fosse una formale opposizione delle autorit giudaiche competenti, la nuova setta doveva
privilegi,

stata

essere considerata sia pure dissidente,

ma

sem-

pre d'origine, di culto, di nazionalit giudaica.

Ora l'opposizione venne, ma in forma tale cio religiosa da non permettere alle autorit romane di escludere in modo asso-

L"

luto

perentorio

cristiani
ai

dal

giudaismo.
tra

impero di fronte

contrasti sorgenti


le

113

lottail

due religioni che incessantemente vano tra loro affermando di essere


di

vero

Israello,

essere

la

sola religione
fatto

vera ed

unica,

come avevano gi

Samaritani e

Giudei e di fronte alle competizioni dei loro


fedeli
di

diritto

dov mantenere intatti i suoi principi opposizione al proselitie cio:


riconoscimento

smo
e

dei

privilegi

religiosi

Perci la nascente Giadei. dei god fin dalle origini di libert e di privilegi che spiegano l'accanimento con cui si dichiar il vero Israello, laddove a mano
sociali

chiesa

a mano che si estese e si differenzi dalla religione -madre trov l'ostacolo della mancanza della nazionalit ebraica dei suoi membri e il divieto di fare proseliti, sebbene godesse
dei

privilegi

dei

diritti

giudaici,

poich

anche ai Giudei ci era vietato di fare. Ne consegue quindi che bast dichiararsi cristiano
per
essere

colpevole;

chi

si

confessava

cri-

implicitamente a constiano difatti fessarsi reo di proselitismo e di abusiva professione religiosa, senza dire dei reati minori
veniva
di

cui

potevano essere convinti

gli

accusati

caso per caso.

Le quaestiones
di diritto penale:
il

dei cristiani dovettero perci

avere sino a Traiano, e pur dopo, queste basi


il

nomen

cio fu

veramente

non il nomi n iiteso nel senso di appartenenza ad un culto pi o meno in\so, non il nomen nel senso dell'essere seguaci del Cristo, ossia d'un coltitolo di colpa degli accusati,
fi.


pevole,

lU

ma

il

nom&n

nel senso puro e semplice

della confessione di appartenere,


liti,

come prosead una setta giudaica, vietata dalle leggi generali dello stato, alle quali non era stata quindi fin' allora aggiunta alcuna nuova disposizione, nessun institutum neronianum , nessun divieto non licet Christianum esse.

IV.

Effettiva/mente,

poich

prima di procedere

innanzi a considerare la storia esteriore del


cristianesimo,
la

non

male esaminarne anche

struttura interiore, avevano fatto qualche


i

cosa

nuovi credenti per differenziare la nuo\'a

organizzazione dall'antica o avevano procurato

d'imitarla in tutto per non suscitare opposizioni dalle autorit civili?

Per quanto vaghe e saltuarie ed imperfette


siano le notizie che possiamo mettere insieme

per la comunit cristiana del tempo anteriore a Settimio Severo, e sebbene non possiamo in

questa breve nostra memoria trattare

il

tema

come dovrebbesi, non


nostre

difficile ricavare dalle

fonti gli elementi che ci offrono il seguente quadro che i lettori potranno utili

mente confrontare con quello dato per


dei nell'Appendice.

Giu-

Naturalmente
vive

fin tanto

che

il

cristianesimo

suh uiiibraculo insgmssmae religionis, certe licitae non possiamo parlare di una p-


testa
centrale,

115

univer-

di

un' organizzazione

sale: la

vedremo sorgere pi tardi quando esso


lotta
la

sua individualit: traccio per se He possono trovare gi, nascoste, come si capisce, nelle maglie della rete giudaica. I primitivi missionari che sotto profeti, dottori formail nome di apostoli, vano per dir cos il personale viaggiante che univa le varie comunit locali in un grande corpo universale e la cui origine e derivazione dal giudaismo concordemente ammessa [v. A, 2], non sono altro che il nucleo su cui pi
acquister nella
tardi
si

eriger

il

potere centrale di
si

Sotto un eguale aspetto

Eoma. pu forse consi-

derare l'inizio dell'istituzione dei sinodi.

Maggiori sono

le notizie

che abbiamo sulla coXqi-

munit
oTiavoi,

(xoivv,

corpus,
:

oi XQiOTiavoi, ol %.Ey\izyo\,

Christiani)

essa

ci si

presenta relativa-

mente presto come un ente


ponderante

in cui la parte pre-

assegnata ai jtQeaPweQoi (^seniores), il senato di Dio e il collegio degli apostoli , secondo Ignazio, ed in cui ben presto tutta l'organizzazione si impernia su di un triplice ordine gerarchico costituito da essi, dai diaconi e dal vescovo, senza dei quali non esiste VxKlY\aia, ossia non esiste l'assemblea religiosa
dei credenti.
Il

vescovo

(moxojtoq

praepositus)

il

capo

della

comunit

e corrisponde all' archisinagogo

delle organizzazioni giudaiche e cristiane pri-

mitive,

le quali per qualche tempo adottarono l'appellativo awaycoyai per le loro assem-

blee,

IIG

con
y.y.h]aiai

sostituito

beu

presto

pi

corrispondente al linguaggio sacro ebraico e


pi differenziale dai vecchi credenti.

Non

vi

neppur di nome, tra i due ordini secondari, sapendosi che quelli che i cristiani chiamarono diaconi avevano per il giudaismo e per il cristianesimo l'appellativo pi generico e pi largo di servitori della comudifferenza,
nit, KKh]aiag ^eov vnr]Qxai,

come dice Ignazio. La comunit una cassa (arca), il contributo fstips) alla quale, pienamente facoltativo alinizio,

l'

va facendosi sempre pi obbligatorio


la

per tutti gli aderenti, senza per che ne sia


fissata

misura.
il

Ci costituisce l'elemento

forse

maggiore

di distinzione tra la

comunit
si

cristiana ed

collegio funerario col quale


il

voluto identificarla:
i

senatoconsulto che
l'

autorizzava

collegi

funerari imponeva

ob-

bligo di una contribuzione mensile (siips

')ien-

strua) per pagar la quale era permessa una

unica assemblea. Ora non consta affatto che

da principio questa contribuzione fosse mensile, poich anzi Giustino sembra escluderlo dicendo che quelli che potevano, e lo volevano, davano qualche cosa secondo il loro intendimento; dunque nulla di determinato n per il tempo, n per la misura; e Tertulliano che parla di un contributo mensile aggiunge

vel

cum

velit,

et si "modo velit et s viodo

possit,

apponit;
;>

nam nemo

compellitur.

sed
era,

sponte confert
Si

aggiunga che l'assemblea permessa

117

come dicemmo, mensile, mentre

cristiani iiou

facevano mistero di adunarsi come e quan.io volevano, in ogni modo per lo meno sempre una volta la settimana, dapprima il sabato e,
pi, tardi, la

domenica
{coetus,

[cfr. A, 3].

Essi anzi insistevano sulla necessit di adunarsi

insieme

congregatio,

aitvavwYi'i.

x"/.A.Tioia),

il pi frequentemente che mediante inviti nominativi, di tenere banchetti sacri, di dedicarsi a letture sacre, canti e preghiere, non diversamente da quel che facevano i Giudei. Secondo l'inchiesta fatta da Plinio le adunanze de' fedeli anno luogo
<:

possibile, an-

stato die ante lucem

e consistono in canti
)

carmenque Christo quasi deo dicere


solenni di pratiche morali.
si

ed

in impegni
di

Dopo

che l'assemblea

scioglie

si

riunisce

un'altra volta ( rursus ) per le agapi. Per dimostrare di aver diritto a non esser disturbati nelle loro cerimonie insistono non solo
sul loro carattere puro,
rit

ma

sulla loro regola.

pregano per l' imperatore e per le autorit dello stato non diversamente Cm Giudei e non diversamente da essi festeggiano gli anniversari imperiali con cerimonie del propoich
prio culto, rivolgendosi per la salute dei principi e dello stato

a Dio. Per quel che riguarda

il

culto imperiale

cristiani si sentono disposti


i

ad accettare, come
che concili sono

Giudei,

una formula
con

di ossequio

la loro fede

le esigenze dello stato:

disposti cio

a giurare per

la salute dei prin-

118

cipi, ma non vogliono giurare per il loro genio non sono alieni dal chiamarli anche domini, purch a questo appellativo non si dia il valore di dio. Insomma non fanno nulla di diverso

da quel che fanno i Giudei scono di sentir dichiarare


illecite.

[A, 6] e si stupile

loro adunanze non anno avuto T approvazione dello stato, ma vivono all' ombra d' una religione lecita- e non vi ragione perch siano

vero, esse

dichiarate illegali.
I

fedeli,

che

si

sono veramente

tali

chiamano tra loro fratelli, perch anno tutto in co-

danaro raccolto nella cassa sociale viene dispensato a scopi di beneficenza e di solidariet: a nome e con il danaro della comunit si affrancano gli schiavi, che anno

mune.

Il

fatto professione di fede cristiana, sebbene

si

consigli loro di

non attendersi

tutti dalla co-

munit un

tale sacrificio.

Per quel che riguarda la vita esteriore, essi respingono l'accusa di viverne appartati, l dove la loro partecipazione sia conciliabile con
le

leggi

dell'onesto;

nella

milizia,

nel fro,

negl'impieghi, nel commercio anno esteso le


loro propaggini.

Se non prendono parte agli

spettacoli lo fanno

di principio, in ci del resto

appunto per una questione non diversi dagli

Ebrei che vi furono costretti poi,

ma

che in

massima vi erano alieni [cfr. A, 5]. L'a comunit cristiana possiede


i

del proprio

luoghi in cui essa

si

raccoglie {conventioulay


conciliahulu,
k%YX\oiux),

119
i

(xoi|.uTi'Qia,

cimiteri
i

coe-

Tneteria), in cui seppellisce

suoi morti, e sui

quali
trollo

non respinge
delle

in

nessun modo quel concui


le

autorit pagane
secta

leggi

la

obbligano di

farli sottostare [cfr. A, 3].


<

Cos costituita, la
le

cristiana trova

nel seno della religione madre, del giudaismo,


lotte aspre

suscitatele dai privilegiati del

culto nazionale che ne vogliono a tutti costi


l'esclusione dal proprio seno.
stione aperta perennemente
sia
l'
:

Da

qui la que-

il

quale dei due culti vero Israello e se all' uno quindi od ali

altro convengano

privilegi

largiti
si

dall'au-

torit romana. Il popolo eletto


schiavo ormai, punito

reso

imme-

ritevole dei benefici cui Dio l'aveva riservato,

con la dispersione e

con la distruzione di Gerusalemme e i cristiani ne sono i successori unici, per dir cos autorizzati. Ma gli Ebrei non si lasciano vincere da tali argomenti, tentano di mettere in luce quel! che li distingue dai nuovi credenti, tentano
smascherarli, esporli alla persecuzione dell'autorit civile,

acuendo ancor pi
,

1"

odio vicen-

devole,

come si vede, profonde radici religiose, ma non meno profonde radici sociali. In questo senso dunque anno ragione
che
e
gli

apologeti

gli

autori

degli

atti

dei

martiri, pi veritieri, di chiamare le

comunit
le

ebraiche fontes persecutionum: ammettendo


naturali esagerazioni, ci giusto.

Ma non

meno

giusto

il

dire che la lotta si acuisce so-

120
pratutto nel

momento

in

cui

le

stanno per staccarsi e per iniziare separata dalT altra (1).

la vita

due cellule 1' una

V.

adunque, cos asprainterni ed esterni, nemici mente combattuto da non poteva durare: negato il diritto di considerarsi come la vera comunit giudaica; imtale stato di cose

Un

pedita l'esistenza all'ombra di questa non solo


Questo e quello die segue, a proposito del princarattere dell' apologetica, sopratutto primitiva, a\'valorato ora, a un quinquennio di distanza dal mio scritto, dall' opera sopra citata dal Loisy sugli atti degli apostoli. La sua ricostruzione storica dell'opera di Luca il cui testo primitivo scritto intorno all'SO d. Cr. sarebbesi perduto e ci sarebbe stato conservato solo nel rifacimento posteriore, che
(1)

cipale

daterebbe cogi' inizi del regno di Traiano e che corrisponderebbe al testo attuale degli Atti, per base fondamentale il riconoscimento del carittere apologetico ed antigiudaico del nuovo lavoro, di cui evidente d'altra parte il filoromanismo appunto per ingraziarsi l'autorit di Roma. Riporto a testimonianza le parole del L. pi significanti sotto questo punto di vista.... Fon voulait dmontrer
si

tous et aux paiens d' abord. l' autorit romaino surtout, que le christianisme n' tait pas une secte nouvelle, trangre tout et en contradiction avec que e' tait, au contraire, la forme parfaite les lois et authentique de la religion juive....; qu' ainsi la
;

etre acquise

tolrance officielle dont jouissait le judaisme devait (p. 107). au christianisme

>


che
e

121

clall'orgoglio stesso

dalle autorit romaaie,

ma

la coscienza dell'altezza delle proprie idee

della

grandezza

del

proprio

culto provo-

cavano; oscillante (nel trattamento giuridico, so non generale almeno particolare, dei vari governatori provinciali, cio) il giudizio su
queste collettivit cui la folla attribuiva tutte le colpe e tutti i delitti, sebbene preponderasse
il

principio che

il

nomen

solo costituiva

un delitto in quanto esso svelava i colpevoli i cristiani, consci di proselitismo giudaico

di essere giunti

loro storia,

ad un momento critico della avevano iniziato con gli scritti una


loro applicate in senso favorevole,
la loro individua-

violenta azione per ottenere che le leggi co-

muni fossero

che fosse cio riconosciuta

lit religiosa. L' apologetici!, chi

ben consideri,

trover non esser altro che l'espressione di questo stato di malessere che caratterizza special-

mente la met del


il

societ cristiana dalla

III secolo: essa tende

cristianesimo

come culto,

met del II alla ad individuare come dottrina, come

corporazione;

a staccarlo da qualunque organismo, a mostrarne, per un eccesso spiegabilissimo non solo per le ragioni intrinseche dei
suoi principi religiosi, che erano imperialistici,

ma

benanche per le ragioni estrinseche dell'argomentazione polemica, la superiorit. Dicendo ci noi prescindiamo naturalmente dai lato filosofico e teologico dell' apologetica, che

par sempre

il

lato che merita

poich

riteniamo

esame e studio, debba esser fatto risaltare


deve o pu darsi a
gli

122

si

quello realistico (elementi di fatto su cui


tali

insiste) e quello giuridico (valore sociale che


fatti).

Naturalmente

storici dell'apologetica

(Harnack, Zckler,

Puech, Geffcken) trascurano questo lato che

non

se

non

jae'

particolari, e

non nel generale,


pri-

esaminato dagli studiosi del cristianesimo


mitivo.

L'affermazione che
sopra di tutte
(Aristide);
la
il

il

cristianesimo al di-

le

razze e di tutte le civilt

tentativo di
cristiana

dimostrazione che

religione

non

antifilosofica

antiellenica

nei

suoi

principi

(Giustino)

la

difesa

assurde colpe attribuite ai cristiani e la vantata loro superiorit morale di


delle

fronte al politeismo

(Atenagora)

il

ridicolo

versato a piene mani sulla ci\dlt e sulla religione greco-romane per opporvi la grandezza
e la seriet del cristianesimo (Taziano); l'analisi

violenta e minuta dell'insussistenza delle

colpe volute vedere nei cristiani, della vacuit


delle leggende mitologiche, dell'inanit dei titoli

giuridici

sotto cui

si

potrebbe procedere
della san-

alla
tit

condanna
delle

dei nuovi credenti,

che la collettivit o i semplici fedeli si riconoscono (Tertulliano); la larga e quasi ellenica dichiarazione della bont
virt

dei

principi

di

dottrina

di

culto

dei

cri-

a malgrado delle innegabili e indiscutibili confessioni che sfuggivano agli apologeti stessi sul carattere fondamentalmente antisociale del cristianesimo puro
stiani

(Minucio)

tri

123

il

non erano

se

non altrettanti argomenti per


cristianegli al-

convincere la societ romana che

simo aveva
culti,

diritto,

per lo

meno come

ad un'esistenza indipendente e riconosciuta di comunit religiosa. E per far


ci essi si dirigono per lo pi agl'imperatori, poi ai governatori ed alla folla dei credenti, ponendo a fondamento di ogni apologia questa affermazione: noi siamo perseguitati ed ingiustamente. Ne segue che l'elemento religioso, teologico, filosofico subordinato a questo
di

carattere pratico.

Fu dato

ascolto a tali insistenze e quando?

ormai accettato da

tutti

critici

gli

storici del cristianesimo che l'editto di Costantino non fatto che ripristinare la situazione in cui si trovavano i cristiani prima di esso, situazione che per alcuni, come gi sappiamo, giuridicamente netta e precisa, bench non ci consti in quali termini, mentre

per altri situazione di libert in fatto e non


in diritto.

Ed

pure

tuazione rimonta per


prima, sebbene non
attribuito
sia
il

ammesso che questa silo meno ad un secolo

conosca a chi ne vada merito di averla concessa e si d'accordo nel ritenere che durante questo
si

periodo di
nit

tempo

tale

posizione della comu-

cristiana

ebbe

vita

ogniqualvolta

non


ne

124

i"u sospesa la validit con gli editti di persecuzione che colpivano appunto uno stato di

ose determinato in fatto, se non in diritto. Per poter vedere se ci riesca di stabilire con qualche probabilit a chi si debba attribuire
il

riconoscimento della societ cristiana e la cui tale riconoscimento si ebbe, necessario riprendere la storia delle sue rela-

forma in

aioni

con l'impero dal punto sciammo.

in

cui

la

la-

La
in

politica di tolleranza, inaugurata formal-

mente da Traiano, che non voleva ammettere


nessun modo
i

le delazioni e

che quindi fa-

ceva colpire
sassero
sizioni
tali

quando si confesed ammettessero implicitamente


cristiani
sol
le

di essere proseliti dei Giudei, contro


legislative

dispo-

vigenti

continu

pure

sotto Adriano e sotto gli Antonini.

Senza entrare in particolari sulle questioni che fanno sorgere gli avvenimenti che ci mettono sotto di essi in condizione di valutare
le

loro idee e la loro posizione


si

di

fronte ai
di

cristiani,

pu asserire che

la

politica

Traiano non sub modificazioni di vera importanza; tutt'al pi si pu ammettere che con Adriano ed Antonino Pio si sia manifestata una tendenza anche pi benigna per il fatto che questi imperatori avendo avuto rapporti pi diretti con il giudaismo compresero

come

fosse effettivamente diversa la religione

dalla giudaica, onde, pur non potendo concepire se non sotto la forma del prcristiana

125

selitismo la posizione della prima nel monda romano, cominciarono a sentirne l'individualit ed a richiedere quindi che colui il quale volesse accusare un cristiano trovasse il capo di accusa in un delitto specifico, non nella semplice dichiarazione di essere un proselit% Si andava, quindi, gi delineando uno stato
di

cose

favorevole
del

all'individuazione

sociale

religiosa

cristianesimo

merc la con-

danna fatta con scrupolo

e con precisione giu-

ridica del vero e proprio proselitismo giudaico

e grazie ai lievi indizi di un sincretismo religioso

che avrebbe permesso ai cristiani di

trionfare del politeismo e di rafforzare la propria comunit.

Adriano pu sino ad un certo punto primo rappresentante imperiale di questo movimento, e in qualche modo anche lo stesso Antonino Pio, altrettanto non pu dirsi di Marco Aurelio che, ad onta della sua professione di stoicismo, fu nella forma cos attaccato al culto officiale da non seguire pi
se
il

Ma

dirsi

la

via

tracciata
i

dai

suoi

predecessori

nella

politica verso

cristiani.

Egli difatti ritorn,

per

che ci consta, al principio fissato da Traiano per i processi contro di loro, e quando non li colp in questo modo, si serv per eliminarne l'influsso negativo che seconda
quel


lui

126

societ,

esercitavano

nella

della

legge da lui emanata sui fondatori di


religioni.

nuova nuove

la

Tra il 163 ed il 166, difatti, si deve porre promulgazione del famoso rescritto, di cui
il

ci consr\'ata

con

quale
<^

si

memoria (Paul. Seni. 5. 21, 2) commina la pena di morte a


ex quibus animi

coloro

qui sectas vel ratione incognitas re-

ligiones

inducunt,

hominum

moveantur. Gli avvenimenti per di vario genere eh segnalarono alla societ romana i cristiani
sotto della

Commodo
religione

ricondussero
cristiana
nelle

la

concezione
lu-

menti pi

cide dell' impero verso la nuova corrente


nifestatasi

ma-

essa

si

con Adriano ed Antonino Pio ed afferm in modo solenne sotto Set-

timio

Severo.

Le tardive testimonianze che pongono sotto di quest' imperatore una persecuzione di qualche importanza, si possono facilmente dimostrare come molto poco storiche: la tradizione
delle
lui

dieci piaghe

pot collocare sotto di

la quinta

grazie

ad un duplice ordine

di

fatti

che vedremo ira breve rampollare dalla storia religiosa del suo impero: conservatori-

smo

politeistico

antiproselitismo giudaico e
il

<;ristiano.

Africano, di Leptis Magna, dove

127

paganesimo non dimenticava le origini semitiche della, prima civilt che era apparsa su quelle coste; marito di una sira colta e reimperiale che avuto da per tutto aveva girato il mondo ed contatto con genti e culti di vario genere Settimio Severo si sentiva attirato verso un sincretismo religioso forse pi empirico che filosofico e quindi non poteva non vedere di
ligiosa;

soldato

funzionario

buon occhio il cristianesimo. E difatti egli sempre e costantemente lo protesse e gii fu benevolo: non vi nessuna attestazione cristiana, prossima ai suoi tempi, che ne metta in luce anche lievemente V opera contraria,
anzi Tertulliano che visse sotto di lui e che

non era certo tale da risparmiare nessuno, ne parla sempre bene, anche nelle stesse opere
posteriori di data al periodo della cosiddetta

persecuzione. Basterebbe citare


pallio

il

e.

2 del

De

a conferma di questa disposizione di animo che talmente favorevole a Settimio Severo ed ai suoi figli da veder nell'impero loro la benedizione di\dna: Quantum reformavit orbis saeculum istud! quantum urbium aut produxit, aut auxit, a ut reddidit praesentis imperii triplex virtus [Settimio Severo,

Caracalla,
del 211],

Cleta,

dalla

fine

del
in

209

all' inizio

Deo

tot augustis

unum

f avente!

quot

gnati!

quot populi repuquot barbari exclusil . In famiglia ed a corte Settimio Severo ebbe dei cristiani che tenne cari, prcensus
transcripti!

quot

ordines

illustrati!


tesse

128
di

dignit
senatoria,

alcimi

di

essi

fronte aperta resistette agli odi furiosi della


folla contro di essi. Non si deve dimenticare per che Settimio Severo un soldato, che , nella sua politica, la mira di conservare e

di riorganizzare le istituzioni imperiali,

onde

non intende assolutamente indebolire in nessun modo la religione dello stato e comprometterne le sorti merc la diffusione consentita del giudaismo e del cristianesimo che gli era affine. Ecco perch, senza essere n anticristiano, n antisemita, anzi, avendo per queste due religioni delle disposizioni benevole, egli
fieri

ne imped il proselitismo. ludaeos sub gravi poena vetuit: idem etiam de

antigiudaiche noi

vero che se delle leggi siamo informati anche da altre fonti con qualche ricchezza di particolari, di quelle anticristiane non sappiamo nulla. Per qualche indizio ci mette nella conchristianis sanxit

dizione di restituirne lo spirito e di stabilirne

l'importanza.
L'attestazione dello
ci

storico

latino,

difatti,

permette di fissare un principio di notevole interesse: non solo, in conformit dei privilegi antichi, non fu proibito ai Giudei di conservare la loro religione,
riflette

ma

per la prima volta


i

in stabilito altrettanto per


si

cristiani.

Ora se

al

cristianesimo

riamente
cristiana

che questo consentimento ufficiale doveva condurre necessaal riconoscimento della societ come ente autonomo, poich ve-


mvsb
sjia

129

parassitaria
sul

meno

la

prima ragione d'essere della


per dir
si

esistenza,

cos,

giudaismo; se

riflette ai dati di fatto

che
cri-

abbiamo gi ricordato, secondo i quali i stiani non solo furono tollerati da Severo,
protetti e difesi

ma

dagli stessi odi della folla,

onde per farlo dov trincerarsi in disposizioni


legislative di carattere liberale per

non essere

travolto contro la sua stessa volont; se si riflette che le disposizioni da lui prese in

favore dei Giudei e contro

il

loro proseliti-

smo

e contro quello cristiano debbono essere

stat prese
sposizioni,

dopo

il

202 in un corpo di didall' esposizione

motivate

fattagli

in Palestina dagl'interessati e forse dai

masperi-

gistrati romani, che


la

tendevano a disciplinare
di

libert

di

culto

quei
tra

popoli,
loro;

l
si

cialmente in
flette

contrasto
ci

se
vi

che

tanto
i

vero

che

eran

pure compresi
pria fede,
sione,

Samaritani, cui non era nepil

pure negata la libera professione della prosibbene


solo rito della circonci-

permesso unicamente ai Giudei; se si riflette che non pi di un ventennio dopo il cristianesimo appare in maniera indiscutibile come ente che facolt di acquistare e possedere e che da questo momento si inizia una non nuova politica imperiale verso di esso si sar di certo alieni dal vedere con noi in Settimio Severo, il constantissimus princeps

di

Tertulliano,

il

fondatore della libert

cri-

stiana.


La
politica

130

verso
le

liberale

associazioni

inaugurata da Settimio Severo, ci autorizza ancor pi a giungere ad una tale conclusione. vero che per noi la comunit cristiana non costituiva una societ cultuale, e quindi un collegio vero e proprio, poich doveva essere
riconosciuta nella forma consentita alla co-

munit

madre,

dalla

quale

proveniva,
si

alla

chiesa giudaica; pur tuttavia non

pu ne-

gare che una politica benevola e larga verso collegi costituisse un ottimo ambiente favorevole
e in

a quell'autorizzazione a vivere liberaforma legalmente ammessa che noi crediamo sia stata concessa da Severo ai cristiani. Ora sotto Severo non solo furono permente
messi i collegi dei tenuiores a condizione che si adunassero una volta al mese per la raccolta della contribuzione, ma per sua iniziativa si permise ai collegi autorizzati di raccogliersi in assemblea quando volessero religiouis causa. In ogni modo il riconoscimento della comunit cristiana era avvenuto insieme con il divieto di proselitismo cristiano secondo la testimonianza di Tertulliano (od Scap. 3): sicut et sub Hilariano praeside [a. 202-203], cum de areis sepulturarum nostrarum acclamasseut Areae non sint Questa manifestazione popolare contro il diritto che veniva ricono:

sciuto ai cristiani di possedere

il

terreno in

cui venivano poste le loro necropoli

effetto

dell'erezione in ente giuridico della societ cri-

stiana

doveva essere una delle forme di


sistere.

131

pressione popolare alle quali sappiamo da Tertulliano che Settimio Severo aveva saputo re-

tempi erano maturi per ci: il sincretismo religioso che si andava affermando ogni giorno pi e che portava necessariamente
Del resto
i

con s

il

riconoscimento del cristianesimo come

ente religioso a s, ne faceva balzare la sua


individualit religiosa e sociale.

La quale per

apportava un'altra conseguenza


triste

questa

si

iniziava
il

cio

un nuovo periodo
e

di

lotta per

cristianesimo

questa volta
contro
il

non una lotta pi o meno sporadica, pi o

meno

parziale,

contro

g'

individui,
si

rendevano colpevoli, non una lotta interiore della comunit ancor innucleata nel giudaismo; ma una lotta generale, una lotta di religione contro reliproeselitismo giudaico di cui
gione,

zante contro
fante.

una persecuzione del politeismo agonizil monoteismo ognor pi trionCol


sincretismo

monoteistico
il

che

si

rafforzava nel culto e nella filosofia

cristia-

nesimo aveva

la pace, trovava nella


il

bile adattabilit

sua miramezzo per esplicare la sua


invece ogni

rigogliosa vitalit e per cimentarsi alla con-

quista del

mondo;

qualvolta

il

sincretismo declinava per opera dell'imperatore


regnante, imbevuto ancora delle idee politei-


stiche tradizionali,
1'

132

He
altre dottrine
se

dar

di

cozzo contro
il

unica religione che andava una tale concezione

era proprio
teistiche,

cristianesimo,

sincr&tisticlie
il

non rifiutavano, anche


il

loro incenso agli dei di

monoEoma, il

loro culto all'imperatore;

giudaismo continuava a godere degli antichi pri\alegi; non rimaneva quindi che il cristianesimo, il quale pretendeva per s la stessa tolleranza, laddove il politeismo era deciso a negargliela, a costo di qualsiasi violenza. E poich ormai la comunit cristiana aveva avuto in tutte le forme legali il suo riconoscimento, occorreva con altrettanta formalit legale combatterla: ed ecco
l'editto di persecuzione, la

condanna dei capi

delle chiese cristiane, la distruzione delle sacre

scritture
sacri.

e,

quando

fosse possibile, dei luoghi

Cos

la

storia

primitiva del

cristianesimo

viene di\dsa dagli avvenimenti stessi che n^ sono l'oggetto e dal diverso modo in cui essi

prospettano dinanzi allo storico moderno in tre periodi ben distinti che denomineremo: lo il periodo (49-202 d. Cr.) del giudaismo
si

o della formazione della comunit; 2o il periodo (202-313 d. Cr.)

della per-

secuzione o dell'individualit religiosa;

133
3o
il

periodo (313-395 d. Cr.) della lotta

primato o della libert religiosa (1). Nel primo la lotta contro il politeismo individuale ed i mezzi che i due avversari ado* perano sono quelli che usa il giudaismo e si usano contro di esso: i martiri di questo periodo sono pochi, al dir di Origene (e. Cels. 3.8.) e facilmente numerabili: nel secondo la lotta
per
il

collettiva,

materiale e spirituale,

il

vero

periodo delle persecuzioni e della vera lotta


tra cristianesimo ed impero; nel terzo spirituale e solo sporadicamente materiale, e grazie

ad essa

il

cristianesimo facendosi scudo del


la realizzazione dei suoi ideali

sincretismo moaoteistico ufficiale procede ra-

pidamente verso
all'impero.

sociali imperialistici e si

impone con Teodosio

VI.

Ma
tesi

per per
il

dimostrare

la

bont della nostra

periodo della persecuzione e per mettere in evidenza le forme sotto cui asse-

rimmo

essersi

questa manifestata e

le

idee

(1) posto la fine del 3 periodo della storia primitiva del cristianesimo con Teodosio, perch in quel torno di tempo credo debba porsi anche la fine del mondo antico, come si pu vedere nel mio saggio sulla /ine dell' ra romana (pag. 168 segg.).


vemente nella storia

134

il

dei sovrani clie la vollero, occorre seguirci bredi quel secolo calamitoso.

Dopo Settimio Severo

sotto

quale non c'


il

persecuzione perch quella che va sotto

suo

nome

la semplice lotta contro

il

proselitismo

cristiano che,

come quello giudaico, non po-

teva essere permesso, noi giungiamo a Massi-

mino senza trovare una vera e propria persecuzione imperiale. Sotto Severo Alessandro non solo si una politica benevola verso i cristiani ( Christian OS esse passus est
,

del bio-

grafo) merc le sue idee sincretistiche in


teria
"di

ma-

religione,

ma

ancora

il

noto fatto del

rescritto (rescripsit) in favore di essi che pre-

tendevano

il

possesso di un tratto di suolo

pubblico per edificarvi

un tempio, contro

il

collegio dei trattori che voleva costruir\ un

albergo

(v. Alex. 8ev., 49, 6).

La qual

politica

in relazione con la politica di Severo Ales-

sandro a favore delle corporazioni d'ogni specie.

N d'altra parte la notizia del biografo di Severo Alessandro pu esser posta in dubbio, essendo confermata da fonti cristiane, da cui
si

rileva gi sotto

Massimino l'esistenza
il

al-

l'aperto di edifici per


teri,

culto,

quali (cimi-

basiliche

ed

altri

immobili)

erano pur
verso la

nella chiesa africana allo

scoperto,

met

del III secolo.


il

Del resto la politica di Massimino pi


di Severo

carattere di un' opposizione politica al governo

Alessandro di quello che un carattere


in

religioso:

ogni

modo

per colpisce

capi


di

135

delle chiese probabilmente cou regolare editto

carattere permanente
stabilito

fondato sul prinil

cipio

da Settimio Severo contro

proselitismo cristiano (235-238 d. Cr.).

Massimino dobbiamo scendere sino a Decio per trovare un vero e proprio persecutore (250): l'editto da lui emanato doveva
di

E dopo

chiedere ai sudditi l'assoluta adesione al culto


dello stato e perch tutti fossero in grado di

soddisfare alle disposizioni imperiali stabiliva

nomina di commissioni locali composte di cinque membri sotto la presidenza d' un magistrato con r incarico di raccogliere dinanzi
la

a testimoni la professione di fede del cittadino e la prova materiale della sua adesione al e alto
dello stato. Particolari maggiori ci mancano,

ma

modo

pare che anche in questo editto fossero in speciale segnalati alle autorit i capi

delle chiese.

Valeriano (257)
crifizio,
i

che ne segae

l'

esempio a

breve distanza, rinnova l'imposizione del savieta le assemblee cristiane, confisca


(lo

cimiteri

editto);

di

condanna a morte il morte e con la confisca dei beni


stri

successivamente (258) clero, colpisce con la pena


i

pi illueditto).

aderenti
si

al
si

culto

cristiano

(2o

Come

vede

tratta di

della libert data alla

una revoca completa chiesa cristiana da Setci consta,


si

timio Severo, pur ne' limiti della sua esistenza


attuale.

Con Decio, da quel che


i

tenta di richiamare tutti


al culto nazionale in

cittadiiji dello stato

una forma

g-iuridica che,

13G

prescindendo dall' effettiva convinzione personale, copra come di una vernice la molteplice variet delle religioni dell'impero. ancora il vecchio spirito di Roma formalistico che parla per bocca di questo restauratore delle vecchie istituzioni. Con Valeriano le cose mutano: si tenta la distruzione della comunit cristiana, dopo averne revocato tutti i diritti
riconosciuti
loro

fino

allora:

diritto

di

riu-

nione, diritto di possedere, diritto di profes-

sare la propria fede.

La reazione a questa politica, affermata cos validamente da Gallieno, ci dimostra in modo


tangibile

come

la

posizione della chiesa cri-

stiana fosse netta e perfettamente giuridica:

altrimenti non sarebbero concepibili delle disposizioni di benevolenza cos altamente pro-

clamate in un momento in cui la semplice tolleranza, anche senza dar carattere ufficiale ai provvedimenti che la concedevano, sarebbe stata pi che sufficente, G-aUieno difatti riconosce ne' vescovi i capi delle chiese e d ordine che i luoghi del culto, in genere, ed i cimiteri siano restituiti alle comunit cristiane dallo
stesso fisco.

Un'altra conferma di questa situazione della


di comunit religiosa, mente costituita e riconosciuta,

chiesa,

cio,

regolar-

la

si

fatto importantissimo di cui vi ricordo

in un un


decennio
lieno.
all'

137

la

incirca

dopo

restituzione del

cristianesimo al pristino stato voluta da Gal-

Accenno
inveoe
cui

al noto episodio della deposi-

zione del vescovo di Antiochia, Paolo di Sa-

mosata,

del

quale

era

stato

eletto
l'in-

Domno,
riuscirvi

egli

non voleva permettere

gresso nella casa della comunit.


si

Per poter
la

ricorse al potere secolare, deferendo

ad

Aureliano,

allora

impianto,
quant' altra

risolu-

zione della controversia. Ora la decisione imperiale


tutti
i

importante

mai sotto

punti di vista. Anzitutto lo stesso fatto

al

da parte della chiesa fatto ricorso temporale per una questione che aveva caratteri religiosi prova che la chiesa godeva di tutte le libert e di tutta la pienezza dei diritti che le spettavano come ente
dell'essersi

potere

riconosciuto. Se,
stata

come

si

voluto,

essa fosse

solamente tollerata ed avesse abusivatanti


diritti

mente usufruito di

questi

le

fossero stati consentiti

come collettivit e nou come corpo che avesse determinata personalit giuridica, l'imperatore non avrebbe potuto prendere una decisione in merito alla
questione sottopostagli.

La decisione
sima:
essa

poi di Aureliano notevolisil

attribuisce

diritto

di

decidere

della questione ai vescovi d'Italia e di

Roma;

riconosce all'autorit secolare

il

dovere di dare

esecuzione al giudizio.

difatti Paolo di Sa-

mosata viene allontanato dalla sede della comunit con l'intervento del braccio temporale.


Donde Aureliano

138

il

tratto

principio per l'ap-

plicabilit d' un simile criterio giuridico che Eusebio dichiara felicissimo? Secondo me non
v'

dubbio,

dalla legislazione speciale e pri-

il che conferma la posizione analoga che in diritto la comunit cristiana. Quella assicurava al patriarca, come sappia.mo [v. A. 2]. un diritto incontestabile in materia religiosa, un

vilegiata esistente a favore dei Giudei,


ci

giudizio
alle

inappellabile

riconosceva l'obbligo

dare esecuzione, l dove fosse necessario, alle decisioni sue o a quelle del sinedrio quando questo era in vita. Aureliano, sia perch gli venne fatta conoscere l' importanza che avevano allora i sinodi vescovili, sia perch vuole che il vescovo di Roma (= patriarca ebraico) e quelli d' Italia (= sanhedrin) abbiano j)reponderanza sulla chiesa cristiana per ragioni di opportunit politica connesse alla sua concezione acautorit
di

romane

centratrice dello Stato, costituisce, agli effetti


politici,

se

pur

egli

non

vero Alessandro che

preceduto da Sedov attribuire il suolo

pubblico di cui
religiosa

dicemmo
del

alla

comunit

cri-

stiana nella persona del suo capo, l'autorit

superiore

cristianesimo,
cattolico

della

chiesa
pero,
e

cio
le

cattolica,

com'

l'im-

demanda
cui

la risoluzione della

que-

stione di

non

si

sente competente, assi-

curandone poi l'esecuzione da parte dell'autorit civile.

Emerge dunque chiaramente da quanto ab-


biamo
sin

139

come comunit
applicava N merita
le
il

qui detto,

che la chiesa cristiana


resi

era libera e riconosciuta


ligiosa e che

ad essa
gli

diritto

vigente
fede
aia
il

per

Ebrei.

maggior
sulla
notila

di

quel

che
di

meritan
Settimio

notizie

persecuzione

Severo

che
era

Aureliano
il

intendeva
sincretismo
in

perseguitare
religioso
di

cristianesimo:
stato
l'

cui

inauguratore

una forma

ufficiale e rigorosa ci fa propendere

in lui

a vedere un uomo tollerante anche verso il crisi

stianesimo che, alla fin fine,


l'imperatore,
allora e

sarebbe adat-

tato a conciliare la sua fede con quella del-

come aveva fatto sempre sino come poi avrebbe fatto sotto Costantino, quando questo gliene porse il destro. Cionondimeno non improbabile che la forma
un po' troppo paganeggiante e politeistica del culto del Sole inaugurato da Aureliano e il
suo

assolutismo

intransigente

gli

avessero

alienato alla fine dell'impero gli


stiani,
i

quali non ancora provati

animi dei crida una nuova

e lunga persecuzione, favoriti dalla libert di

cui godevano,

non potevano sentire da principio


inconciliabili le proprie idee con

come fossero
quelle

iKando
bile,

Forse essi andarono bucciche la lotta sarebbe stata immancache Aureliano l'avrebbe certamente voimperiali.

quando l'imperatore mor e cos sfum questa che venne pur catalogata tra le persecuzioni e, strano a dirsi, al tempo stesso dichiarata fallita per volont divina.
luta,

140

E
e

la vera e propria persecuzione pi

a quella che fu veramente sanguinosa il cristianesimo pi duratura che incontr


cos si giunge

nella sua strada, alla cosiddetta persecuzione


di Diocleziano

ledizioni

che accumul su lui odi e manon meritate e contribu a malfa-

marlo ingiustamente. Ma- prescindendo da ci. quello che importa a noi far emergere qui. il carattere degli editti di cui ci rimane memoria per confermare quanto gi rilevammo a proposito dell'esistenza

giuridica

del

cristianesimo.
di

Essi
or-

stabilivano difatti

una
in

serie

pene,

in

dine ascendente,
lo
si

seguito alle

quali:

procedeva alla distruzione del culto e arredi sacri o oggetti d' uso della comunit) e si notava d'infamia quanti vi appartenevano;
(templi,
libri

2o si colpivano i capi delle chiese per distruggere queste anche spiritualmente, come
erasi gi fatto materialmente (obbligo per essi

del

sacrificio)

3o

si

escludevano

cristiani

che non sa-

crificavano dal beneficio dell'amnistia; 4o si imponeva a tutti il sacrificio agli


dei nazionali.

Come

si

vede due sono


il

mezzi con cui

si

tenta di abbatter

cristianesimo: lo distru-


corpo;
2o

141

come
la

zione materiale e spirituale della chiesa


divieto
di

professare

religione

anche
civile

ai singoli indi\-idui

punendoli nella vita


i

prima, ed in quella fisica poi. quindi


suoi cae

questa la massima persecuzione per ratteri legali, per la sua intensit


sua.

per la

durata.
la

Essa

tolleranza di

sua controprova nell'editto di Galerio del 311, il quale con-

fessione della propria fede ed

cede un'altra volta ai cristiani la libera proil riconoscimento


i

della loro comunit con

diritti inerenti.

Ut

denuo sint Christiani et conventicula sua componant (L'act., de nn. per., 34, 4). Nella prima parte del qual editto ( 2) si potrebbe, secondo noi, vedere l'accenno al periodo giudaico
del cristianesimo, anteriore cio all'individuazione sua ed al suo riconoscimento:

ut

non

illa

veterum instituta sequerentur, quae

forsitan

primum parentes eorundem

constitue-

atque ut isdem erat libitum, ita sibimet leges facereut quas observarent, et per diversa varios populos congregarent La qual interpretazione sarebbe certamente preferibile alle tante che, nel complesso, vedevano in Galerio un restauratore della primitiva purezza cristiana! Finalmente l'editto di Nicomedia del 313 con maggiore ampiezza determina le medesime cose, comprendendo nelle disposizioni di libert tutti i culti dell'impero nel nome di un sincretismo monoteistico che rende alla divinit surant, sed pr arbitrio suo
.


prema l'omaggio che
gioni
di
le

142
i

speciali

fedeli delle varie reliriti

rendono con
tradizioni.

nel

nome

speciali

Tutta la legislazione in favore della chiesa cattolica, che si inizia con Costantino, trova i suoi precedenti, di cui gi da tempi antichissimi si mostrava scrupolosa ricercatrice l'amministrazione romana, solo nella concezione dei rapporti tra
il

cristianesimo e l'impero, quali

li

ab-

biamo
per

fin qui delineati.

Essa

in

modjo speciale

calcata sulla legislazione privilegiata vigente


i Giudei, ai quali gradatamente la religione a mano a mano trionfante fa una posizione

conformit delle leggi dell'impero, ma sempre consentanea alle proprie teorie teologiche ed alle proprie affermazioni di imperialismo. Baster accennare a questo proposito qualcuno dei punti pi importanti di tale legislazione per convincere facilmente chi non conservi pregiudizi n storici, n res

di eccezione, in

ligiosi.

La

giurisdizione civile dei vescovi che con-

cessa ai cristiani nel 318 non che un'applicazione


della legislazione vigente gi per i Giudei che avevano la piena libert della giuri-

sdizione stessa, tanto vero che

quando essa
in

verr loro tolta, verr pure tolta ai cristiani.

La manomissione
concessa nel
di
321,

degli

schiavi

chiesa,

non

che l'applicazione
di quel che gli

quanto era concesso

ai Giudei di fare nelle

loro sinagoghe,
altri

ad imitazione

facevano ne' templi.


Non meraviglia
vano
che
i
i

143

di

affatto

veder

nel
si

320
recasi

messo a disposizione dei vescovi che


ai

concili

il

cursus publicus, quando


ai Giudei per
il

pensi a tutta l'opera di aiuti e di protezione

Eomani prestavano

tra-

sporto del loro danaro sacro, per render liberi


pellegrinaggi a Gerusalemme, per garantire
la libert delle loro riunioni e cos via.

L'esenzione dai carichi pubblici, bench la


legislazione soffra delle oscillazioni,
al
le

comune
di

clero cristiano

come

a quello ebraico per


ne'

medesime

ragioni,

salvo

momenti
si

maggiore

crisi del

decurionato

[cfr. A, 2 e 3].

Persino la situazione privilegiata che


al cattolicismo di fronte alle

crea

sette dissidenti

non

se

disposizione

non l'applicazione della medesima che riconosce una comunit orebraica

todossa
scontro,

ufficiale

ed alle
di

sette

solo
di ri-

alcune libert

[cfr.

A, 3]: una

forma

insomma, al principio un potere supremo centrale per i


i

riconoscere

cristiani

come

per

Giudei e ci per
nulla
ci

le

gi dette ragioni di

libert e di ordine pubblico.

Insomma

costringe a vedere nella


i

legislazione di Costantino per

cristiani delle

novit o dei tralignamenti dai principi di quel

sincretismo religioso monoteistico che fu

il

suo

scopo supremo in questa parte del suo pro-

gramma

di

governo.

144

VII.

Non

nei limiti del

mio lavoro

di seguire

la storia del cristianesimo primitivo nella sua

lotta per
diosi
le

il

primato, tanto pi che degli stuopere

cui

mi anno

offerto

l'

occa-

sione di manifestare in contrapposizione alle


loro
le

mie idee sull'argomento

trattato,

il

solo Giobbio continuato la sua ricerca sino al

476 e ci senza alcuna ragione, perch n il 476 un termine di storia civile che abbia
valore [v.
fuori

il

saggio a pag. 168 segg.]


convenzionalit,
Preferisco
n,

all'

in-

delle

tanto

meno,

una data che abbia importanza nella storia


cristianesimo.

del

quindi

aggiundi

gere

poche parole al mio studio a mo'

conclusione.

Le opere recenti venute


sulle relazioni tra
il

alla luce in Italia

cristianesimo e l'impero

romano offrono il vantaggio, in generale, di una diligente esposizione della questione, se non in tutti i termini in cui essa si presenta, per lo meno ne' maggiori. Raccomandabile specialmente sotto questo aspetto il lavoro del Manaresi in cui la media cultura trover pi di quanto generalmente si richiede per conoscere questa magnifica pagina di storia che a moltissimi anche dei migliori sol nota
per
sentito
dire.

E raccomandabile

riuscir


ancor pi
urtare
ne'
il

145

che per
del
la
i

sao lavoro a quanti non vogliono


gravi
ostacoli
la

il

credenti
esposi-

ortodossi
primitivo,

solleva

storia

cristianesimo

tanto

sapiente

sua
di

zione e prudente
tuir

suo

modo

contenersi

dinanzi ai problemi insidiosi. Forse ci costi-

da parte degli specialisti un' accusa e da parte degli ultraortodossi un torto: sia pure, gli rimarr sempre il merito di aver
senza
gravi
difetti

reso

accessibile

a molti

cose, come dissi, ignorate dai pi; se gli si rimproverer che la forma troppo prolissa, che una gran quantit di pagine sulla letteratura cristiana primitiva superflua e che troppo larga la

messe di

atti di martiri ri-

portata, egli potr bene rispondere che contribuito di certo alla conoscenza (ed in altri
al

desiderio

dello

studio diretto)
stile,

di

pagine
per so-

belle

non

di

rado per
pi

spesso

stanza, sempre per virt: ed avr ragione.

Pi

conciso,

scientifico
letto

quindi
dai

non

atto

ben ininiziati il lavoro del Fracassini, formato e buon critico delle opere dei moderni ci che fa di rado il Manaresi il quale^ adottando il sistema di porre in fine la bibliografia, dimentica spesso che un torto il non dimostrare ai lettori l'erroneit d' una opinione corrente, specialmente se molto nota, il difetto capitale per un' opera scientifica, di mancare dell'idea motrice, del fatto nuovo da esporre e da far notare le poche novit che

ad essere

se

non

gi

10.


egli

146

tenta non sempre sono resistenti anche una critica benevola. Si tratta insomma ad d' un ottimo corso di lezioni universitarie e non altro. Il che invece non pu dirsi, neppure nel

senso ortodosso

il

pi rigorosio, del lavoro del


ecclesiastica

Giobbio che
logetico
lica,

un manuale di carattere apocatto-

della

tradizione

disgraziatamente neppure sotto que mia opinione, sto aspetto raccomandabile che a sostenere la tradizione si debba impiegare pi critica e pi dottrina di quello
:

ma

criticarla. Io, che non sia necessario per esempio, credo di aver dimostrato che talvolta sono d'accordo con lui e con la tradizione, ma per vie ben diverse e, non esito a dirlo senza modestia, per vie a me pi faticose

per

che a

lui.

vero che

egli

la fede e

igli

basta, pia ci troppo poco per uno storico

ed anche per un apologeta, se anche gli procura l'omaggio di quanti sentono l'efficacia d' una fede che loro manca e ne ammirano
la gagliardia.

Della ricerca del Buonaiuti,


il

si

pu dire

in-

noto ex ungue leonem perch i due vece elementi che ne fa emergere (1' odio delle folle come causa provocatrice delle persecuzioni ed il millenarismo come tendenza di una parte dei cristiani avversa alla societ) sono elementi che sono ricostruiti su basi solide e larghe, sebbene nello studio delle relazioni tra l'impero ed il cristianesimo acquistino solo un carattere


periodo,

147

subordinato, essendo fatti che, concorrenti con altri, spiegano numerosi momenti dei grande

senza per essere tali da mettere in


il

piena luce tutto

quadro.

mio modo di vedere, di cui parlato, anno avuto, come i critici dissi, il torto di dimenticare il nuovo punto di
far la qual cosa, a
tccrca e di considerare,
io,
il

partenza stabilito dal Bouch-Leclercqperla ricome procurato di fare

Se,

problema da quel nuovo punto di vista. anche con l'aiuto della magistrale opera
si

dello Juster,

tenga conto di esso, lo

si

coor-

forme giuridiche e non si rigettino gli elementi parziali che vennero in luce dalle altrui ricerche, si avr ben chiaro, se non m'inganno, l'importante problema dei rapporti che corsero tra cristianesimo ed impero.
dini con le dovute
I

cristiani

come

tale

si

giudaica e mantennero e nella vita interna


sorsero
setta

come

ed in quella esterna fino a quando la lotta che neir una duravano gi da lungo tempo con i Giudei, nell'altra con il mondo che li
attornia-s-a,

non port alla loro indi-\dduazione

religiosa e sociale, ottenuta con Settimio Se-

vero in forma giuridica.

Naturalmente per questo riconoscimento non pot estendersi al proselitismo e la societ cristiana si trov colpita nella sua forma fiunt. non nascuntur Chripi vitale. Al
;:

stiani
fieri

di Tertulliano veniva a rispondere

il

vetuit

dello stato.

Ne

era necessaria

148

conseguenza la persistenza della persecuzione che fin' allora si era accanita sugli individui, non sulle comunit cristiane. Queste erano sette ebraiche che non avevan ragione di incontrar ostacoli nella loro vita regolare,
quelli

ma

respingeva

erano proseliti del giudaismo, che li bastava quindi che si dichiarassero cristiani (nomen) per essere colpevoli dinanzi
:

che non volevano proselitismi. La larga messe di odio che i Giudei raccoglievano intorno a s, che aveva suscitato persecuzioni vaste e numerose, che si manialle autorit dello stato

festava in tutti

momenti ed

in tutti

luoghi,

circondava ancor pi questi nuovi Giudei, pi intransigenti degli stessi Giudei, e provocava
scoppi d'ira pubblica violenti e spesso contrastanti a tutte le disposizioni
vigenti.

Per

questa ragione, per speciali tendenze dei governatori misoneisti, per odi di parte, per invidie religiose di pagani e di Ebrei si avevano
persecuzioni anche quando
lo
i

criteri vigenti
il

non

avrebbero dovuto permettere:


il

diritto d'*m-

perium,

ius coercitionis dei vari funzionari

dello stato coonestavano cose inammissibili con


i

principi fissati nei rescritti che gli imperatori

emanavano per
teria
.

disciplinare

la

difficile

ma-

Ed una tale forma di persecuzione continu anche quando, affermatasi la chiesa come comunit avente personalit giuridica regolare, la lotta fu intrapresa contro di essa e non pi
control fedeli individualmente alle cause pree:

149
dicemmo, di persecuzione, un quando il sincretismo del sempre agenti, sovrano regnante non concedeva una larga tolleranza anche al cristianesimo, la necessit che aveva il politeismo di abbattere il rivale temuto. Era gi troppo che stesse contro di
sistenti,

come

test
si

giudaismo: l'antichit dei privilegi consua potenza numerica, il principio di nazionalit parlante a suo favore, facevano s che non si potesse annientarlo. Si poteva per annichilire e distruggere il suo proselitismo e quella sua nuova forma che qualcuno aveva voluto e voleva libera e indipendente come il giudaismo, con mente, sia pur filosofica, ma non pratica; ed allora si intralui
il

cessigli, la

prendeva la lotta, non concedendo quartiere. Si aggiunga che la corrente millenaristica


tro cui
il

viva nel cristianesimo sin dalle origini, condi adattabilit

buon senso opportunistico o meglio si era sempre sollevato, agiva


i

nel senso di acuire la lotta, inasprendo

ca-

ratteri antisociali della dottrina del fondatore.

Avevano un
spontaneo,
se ne
l'

bel

da fare

capi a

vietare,
il

impedire, a sopprimere per dir cos,


offerta

martirio

pazza di se stessi come


e

vittime al potere politico imperante

avevano da per ogni dove

esempi rendevano

ancor pi difficile la conciliazione tra l'impero ed il cristianesimo. Se non che l'affermarsi e l'espandersi del sincretismo monoteistico offrivano alla chiesa
il

destro di adattarsi
la fasciava e

ognora pi alla vita sociale che


la

150

modificava e non fu quindi se non dopo che in un' ultima lotta sanguinosissima si combatterono i principi di intransigenza con quelli
di transigenza, che vinsero questi e
il

cristia-

nesimo ebbe
alla pari

la via libera.

Eaccolta nella riconosciutale libert,


degli
altri

messa
osse-

culti

dello

stato,

quiosa del vago sincretismo monoteistico che


era tutto ci che lo stato ormai chiedeva ai
vari credenti sotto la
riale,

la

forma del culto impenuova religione ebbe finalmente la

pace e prepar il suo trionfo. Eicca di elementi imperialistici li esplic gradatamente tutti ed in breve volger di anni, neppur un secolo, ebbe la supremazia su tutte le religioni e si impose.

Ecco
secondo
rabile

la
il

storia primitiva

del

cristianesimo,

mio modo
di

di vedere;

adattabilit,
storia

ma

storia di mipur storia di grandi

eroismi,

innegabile finezza politica,

ma

cipi.

pur storia di notevole gagliardia di prinEssa, veduta in questo modo, ci rende

pur lucida e mirabile la politica imperiale, in quanto che fu politica degna dei fondatori
del diritto, dei formatori della compagine statuale,

degli uomini che avevano una fede reli-

gioso-politica potente, una linea chiara quindi


di

condotta per la loro vita e per

la

fortuna

dell'impero di Eoma.

151

Appendice

Roma

Giudei

1.

Prima del 70

d.

Cr.

Giudei sono dei

peregrini e possono essere naturalmente cittadini greci nelle varie citt della Diaspora,

ove questo diritto loro concesso o riconosciuto: possono essere poi cittadini romani o
schiavi (II. 1-18) (1).

Dopo

il

70 invece

come

sono considerati? Secondo il Mommsen, sparito il popolo giudeo, resta solamente dinanzi alle leggi romane il culto: i Giudei

non sono quindi altro che

Lo Juster invece sostiene, secondo me, con maggior copia d'argomenti e con maggior ragione, che i Giudei non anno cambiato affatto il loro
dei
dediticii.

status civitatis, che

sono perci riconosciuti

come

nazione,

o romani o divengono tali.

che rimangono cittadini greci Per quel che ri-

(1)

romano

Le indicazioni tra parentesi con un numero e arabico rimandano ai volumi del Juster

ed alle pagine rispettive.


guarda
i

152

ma
per

peregrini che presero le armi contro


forse

Roma,
i

essi

divennero dedticii

breve tempo, perch con Caracalla, come tutti


sudditi dell'impero, divengono cittadini.

Ed

noto che la disposizione imperiale che


tutti gli abitanti dell'

dava a
'Pwfiaiwv

impero

7t[o?aT]eiav
i

ne escludeva in
2.
Il
i

modo

esplicito

dediticii:

XCOQflg] xtv [8e8]8itixicov (II,

19 segg.).

capo,

riconosciuto dai

Romani, di

Giudei cos della Palestina come della Diaspora l'etnarca e quando, dopo il 70,
tutti

procura di impedire con tutti i mezzi la ricostituzione nazionale dei Giudei, Roma riconosce l'autorit di un loro capo spirituale,
si

successore dell' etnarca, del patriarcha. Esso potere, onori ed insegne di re, ma il terreno in cui la sua autorit riconosciuta il religioso. Gli imperatori ne riconoscono la nomina, quando pur non lo nominino essi, gli

danno
di

la

cittadinanza

romana anche prima


la

Caracalla,

ne garantiscono
politica,

successione

ereditaria. Egli assistito dal sinedrio (sanhedrin),


ziaria,

assemblea

legislativa e giudi-

ed sotto di s dei magistrati minori

provinciali (primati o patriarchi o esarchi) con

giurisdizione non ben definita e degl' ispettori

con funzioni di controllo e con poteri financhiamati apostoli che, certamente per il periodo dopo il 70, sono dei missi doTninici colleganti il potere centrale con le comunit della Diaspora. Tutti questi funzionari anno un carattere ufficiale nell'impero, la legge ne
ziari


garantisce
1'

153

esercizio delle attribuzioni e con-

cede
(I,

loro

certe

immunit

certi

privilegi,

388 segg. 391 segg.).


3.

Ai Giudei riconosciuto
e
di

il

diritto

di

riunirsi

associarsi,

salvo,
tale

naturalmente,
diritto

nei

casi

di persecuzione:

loro

attribuito anche

quando
il

lo si toglie agli altri

sudditi dell'impero,
di culto. Grazie

che,

del

resto,

non

che un corollario del principio della libert

ad esso
delle

essi costituiscono nelle

varie

localit

speciali

comunit,

debi-

tamente riconosciute e aventi personalit giuridica,

sulle

quali

interessante

trattenersi

sia

pur brevemente
ecc.,

(I,

409 segg.).
nniversitas,
ovyayoy-fq,

La comunit
noXixsia, '^-og

{corpus,

aoi

ot

'EPQaoi)

oppur anche ludaei, ol 'lounon affatto un collegio,


il

come anno voluto


Ziebarth,
riore al 70,

Mommsen,

il

Mitteis, lo

specialmente per il periodo postema un vero e proprio ente politico che dotato di un'assemblea (jtQeoPweQoi o se-

anche dopo il 70, quando cio il Mommsen, che pone nell'esistenza di questa la differenza fondamentale tra collegio e comunit, credeva di non rinvenirla pi. Della comunit si fa parte per diritto di nascita, i non Giudei quindi ne sono esclusi; essa posniores}
siede un' organizzazione amministrativa, finanziaria e

giuridica,

una giurisdizione
sugli atti

civile

e penale speciale anche sui rapporti reciproci


dei suoi

membri

della loro vita

civile e religiosa;

ma

fa parte legalmente della


nazione giudaica
al potare del

154

ed legalmente sottoposta giudaismo (I, 413 segg.). Lfe. comunit un' arca communis, riconosciuta esplicitamente dalle autorit romane, con entrate, ordinarie e straordinarie, ed uscite, ben determinate, per il culto, la beneficenza e via dicendo. Essa il diritto di acquistare e di possedere (la sinagoga di sua propriet),
di

dare e di ricevere, salvo


o
le

le

norme

di diritto
speciali,

generale

disposizioni

imperiali

ed i diritti che ne derivano; forma delle assemblee di carattere culturale, amministrativo


e politico, ed diretta dal consiglio degli an-

cui gi accennammo, a capo del quale un presidente assistito, a quel che pare, dagli arconti, dal segretario e forse da funziani,

sta

zionari minori
Il

(I,

424 segg.).

clero

della

comunit sotto

la

direzione

archisinagogo si compone, nelle comunit maggiori, di vari membri con cariche speciali (sacristani r= v.^TloTal], lettori, traduttori, esedell'

geti);

essi

godono

di privilegi

speciali

come
cura,

quelli che synagogis deserviwnt.


difatti,

Hanno
tale

della
al

sinagoga,

del

tempio cio dedalle

stinato

culto,

riconosciuto per

leggi romane, protetto e privilegiato insieme

con
la

libri santi

che contiene

(I,

368, n. 4 e 5),

maggiore naturalmente

delle istituzioni della

comunit.
scuole,

La quale ne

biblioteche,

archivi,

aveva ancor altre: ospizi, bagni e,

quel che pi importa a noi, cimiteri. Questi,


l

dove esistevano, erano garantiti dalle leggi


generali sui sepolcri,
dei

155

grazie alle qaali

Giu-

erano riusciti a compiere i loro riti funebri in piena sicurezza, anche se avessero do\mto subire in qualche caso il controllo dei magistrati pagani a ci addetti (I, 450 segg.).
Simili organizzazioni

nelle quali natural-

mente potevano sorgere associazioni professionali

avevano pur le

sette dissidenti del Giu-

daismo, quando esse non fossero state escluse dalla religione ufficiale; si consideravano come
facenti parte della nazione giudaica e godevano

quindi dei diritti di cui godeva


(I,

il

Giudaisimo
questi

485 segg.).
4.

Per

la

necessit

di

contenere

cenni in limiti ristretti e di mettere in evi-

denza specialmente quanto deve servirci 9, lumeggiare la costituzione primitiva della societ cristiana, ometteremo in queste pagine quanto lo Juster rilevato nella sua opera sul diritto privato degli Ebrei in rapporto alla
legislazione

romana

(II,

28 segg.) e la parte

del suo studio che riflette la giurisdizione (II,

93 segg.), limitandoci a mettere in evidenza


di

questa

ci

che costituisce

l'eccezionalit

assoluta in favore degli Ebrei e la parte che


il diritto penale e la criminalit poche forma un elemento prezioso per conoscere il giudizio del mondo romano sui Giudei e quindi sui cristiani.

riguarda
litica,

vore per
parir in

Ora noi notiamo delle disposizioni di fai Giudei quanto alla dispensa di comgiudizio
il

sabato e

giorni ritenuti


da
(II,

156

essi festivi

121

segg.).

ed al giuramento testimoniale E quanto alla giurisdizione

penale nel campo religioso la massima indipendenza, tanto che il sinedrio pu condannare a morte Ebrei e non Ebrei e persino
cittadini romani nel caso che questi si permettano di entrare nella cerchia del tempio
di

Grerusalemme, esplicitamente vietata sotto

pena, di
si

morte

(II,

126 segg.).
il

Dopo

il

70 non
lascia

riconosce ai Giudei

potere di applicare

la

pena di morte,
il

ma

in

compenso

si

rimanente giurisdizione religiosa. Ed importante notare come questo riconoscimento, che non straorloro
libero

esercizio

della

dinario almeno

sino

al

70 per la Palestina,

veramente tale quando si sappia che pur attribuito alle comunit della Diaspora (II,
153 segg.).

Le pene che

Giudei

applicano
e
il

sono

la

morte, la scomunica, la prigione


lazione e di fronte

la flagel-

ad

essi

diritto

romano
speciali

non armi
lidariet

speciali,

se

non in

casi

di criminalit loro propria: cos contro la so-

religiosa

sociale

dei

Giudei

si

forma una solidariet legale a sostrato della


quale sta
l'

unit dei privilegi loro accordati

e in relazione alla quale tutti pagano per uno o per pochi (solidariet penale). Cos
le espulsioni generali,
1

si
il

anno
con-

massacri
in

legali,

finamento
(ghetto)

dei

Giudei

quartieri

speciali
ci

(II,

156 segg.).

Tutto ci

mette

nella condizione di stabilire che in materia di


diritto
ciale

157

modo
spe(e

pubblico

Giudei sono in
sediziosi

sempre per motivi religiosi), mentre in materia di diritto comune si rendono colpevoli di tutti i delitti, nessuno escluso: essi insomma non furono immuni da nessuna colpa, come non ebbero alcuna tendenza speciale verso qualcuna
turbolenti
e

quasi

di

esse,

salvo,

s'intende,

per la rivolta

(II,

182 segg.)
vi
si

e, aggiungeremo noi, peri delitti che connettono (linciaggio, incendio) (v. II,

158 e 205).

Per quel che riguarda la vita esteriore i Giudei potevano circolare nel mondo romano costums et dnomms la romaine sans que rien ne dcelt leur origine (II, 226). Onde prescindendo dalle numerose combinazioni di cui davano prova nei loro nomi, unendovi nomi latini con greci, giudaici, ecc., noi metteremo in evidenza, perch adottate pur dai cristiani, due forme di denominazioni: quella- della traduzione in latino dei nomi ebraici (Agnella=Rachele, Bonus=Tobi, Donatus Noemi, Hilarus Xathan, Dulcitia=:
5.

Isacco) e quella dell' applicazione al


l'

nome

del-

attributo
i

Giudeo

come
cui

cristiani

face-

aggiungevano Cristiano (Andronico Giudeo, Tolomeo Giudeo, Teodoto Giudeo, Avilia Aster ludea (sic), Cefaius ludaeus, Creticus ludaeus e cos via) (II,
propri
221 segg.).

vano con

nomi

Quanto

alle

altre

alla vita esteriore

forme di partecipazione possiamo dire come i Giudei


di

158

239 segg.); fossero


agli spet-

prendessero parte alla distribuzione gratuita

grano o di danari

(II,

obbligati in vari periodi


tacoli, per

ad assistere

quanto ne fossero contrari e spesso


(II,

avessero ottenuto di esserne esentati


segg.
e
I,

239

345);

avessero

il

diritto

da Set-

timio Severo in poi di essere ammessi a tutte


le

funzioni senza obbligo di far cosa contraria

alle loro credenze,


stati

esonerati

dal

non compiere
prestavano

riti

mentre ancor prim^ erano decurionato appunto per pagani (II, 243 segg.). Essi
servizio

pure

militare

sia

come

corpo organizzato speciale, sia individualmente

dopo Traiano e Adriano, a quel che pare, sebbene vi sia qualche caso di esenzione (II, 265 segg.), ed erano obbligati, dopo il 70, al pagamento dell'imposta speciale di due dracme al tesoro imperiale (fiscus iudaicus), essendo
l'imperatore
il

rappresentante
contributo
(II,

terrestre

di

Giove a

cui,

invece che al tempio di Gerusail

282 segg.). 6. Dopo ci che abbiamo veduto non reca meraviglia il rilevare come la tolleranza e
l'indulgenza che
ligione,

lemme, spetta

Roma mostrava
il

verso

Giu-

dei dovessero raggiungere

colmo per la reritenuta evidentemente come l'espres-

sione pi geniiina della nazione, verso cui si era cos larghi di privilegi e di benevolenze. Ed
il

s largamente applicato che riconobbe ai Giudei peregrini il diritto di conservare il proprio culto intatto

principio

fu

non solo

si

e protetto,

ma

pur anche

ai cittadini

romani


si

159

giunse persino, vinto, secondo

criteri ro-

mani, Jahve stesso nel 70, a permettere alla sua religione una continuit di vita grazie ad

un'imposta che, in un certo qual modo, fosse il riconoscimento della sua inferiorit dinanzi a Giove Capitolino (II, 213 segg.). Durante l'impero la maggior prova dei riguardi usati ai Giudei da questo lato salvi i periodi di persecuzione formata dal modo in cui loro permesso di comportarsi di fronte al culto imperiale, dinanzi al quale Koma non

transige.

Essi
lui

nominano l'imperatore
in

giu-

rano
dalla

per

una
il

formula
titolo di
(Sea^rtTiQ)

semplificata,
dio

{Qsq),

quale

tolto
di

l'appellativo

signore

sostituito

in

di tutore (xuqio^); celebrano le feste onore dell'imperatore (dies natalis, vittorie, anniversari) ma, generalmente, con cerimo-

da quello

Jahve dedicano templi, come dio, ma dedicano sotto il suo nome i loro edifici del culto per onorarlo. Non si prosternano davanti alle statue ed alle imagini imperiali, non le accolgono nelle sinagoghe specialmente in Palestina, dove questo rispetto arriva all'esagerazione (le truppe non anno signa con imagini,
nie nelle loro sinagoghe, rivolgendosi a

per lui;

non

gli

monete non anno figura umana); meno rigorosamente nella Diaspora, ove qualche cosa permesso (II, 338 segg.). Ai Giudei riconosciuto il rispetto delle
le

loro

feste

specialmente

del

sabato,

tanto

che in questo giorno non

sono chiamati in


giudizio,
sorta,

160

non si pu loro richiedere servizio di non si fanno distribuzioni gratuite a loro favore, ma se ne fa una supplementare
e speciale per essi
il

giorno dopo.-ri.nno per e

feste e per

il

sabato la dispensa dal servizio

militare, possono festeggiare l'anno sabatico.

Durante
nerale

le

loro feste possono riunirsi a ban-

chettare (agapi), contrariamente al diritto ge-

che

limitava

la

cosa;

si

usano loro
gratuite,

degli speciali riguardi per l'alimentazione, sia nella milizia,


sia sia nelle distribuzioni

obbligando le citt greche a provvederli degli alimenti loro permessi. Nessuno li obbliga ad abbandonare la lingua materna, a
parlare latino o greco:

anno

il

permesso di

cantare
narli.

leggere in ebraico ed delitto di


il

sacrilegio

rubare

loro libri santi o profa-

era solo loro concesso di recarsi in

pellegrinaggio annuale in Gerusalemme,

ma

il

contributo che essi

mandavano ogni anno


i

al

Tempio era, insieme con come danaro sacro (lega

doni,

considerato
e la

xQy]naia)

spedi-

zione ne era protetta dallo stato. Questo defi-

niva poi come sacrilegio il furto di tutto il danaro sacro dei Giudei, anche se effettuato fuori
del Tempio,
i

colpevoli erano privati del diritto


il

di asilo e consegnati ai Giudei stessi per


dizio.
All' incirca
le

giu-

un uguale trattamento era


j)er il

usato per

contribuzioni annuali fatte

patriarca (auruyn coronariuyn), cui era riconosciuto il diritto di fissarne la somma, regolarne
il

modo

di percezione e cos via

(II,

354 segg.).


Ma
il

161

giudaismo aveva nelle vene, per cos dire, la tendenza al proselitismo e doveva quindi fatalmente venir a cozzare contro Eoma su questo punto di contatto: non che altri punti deboli non vi fossero nelle relazioni tra lui e l'impero, essi per pi che mai si rendevano vivaci ed operosi in questo. Chi diveniva proselito non era colpevole in quanto era tale, in quanto le sue opinioni si staccavano nettamente da quelle che servivano di sostrato alla religione ufficiale, ma in quanto veniva a dichiararsi ateo, cio non aderente al culto dello stato, il giorno in cui questo richiedeva il compimento di un rito che riteneva necessario. Quando poi non solo questa

ma

manifestazione esteriore delle proprie opinioni, pur il marchio corporale, la circoncisione,


ai

Romani, il proselitismo giudaico fu colpito a morte. Rimase, vero, ai


venne proibito
simpatizzanti della religione

giudaica aperta

la via del semi-proselitismo {metuentes, oepnevoi,


'lovSat^ovreg)
,

il

quale richiedeva la sola adee,

l'adattamento a qualche rito particolare. In tal modo, salvo il caso di un divieto speciale di questo rito, non essendovi nel fedele l'intransigenza del vero e proprio Giudeo e lo stato non preoccupandosi dell'opinione o della fede degl'individui, non vi erano ostacoli seri a questo mezzo di diffusione del giudaismo. Il paganesimo, grazie alla sua tolleranza, non veniva ad accorgersi che in tal modo minava
sione al
se mai,
11.

monoteismo

162

questo sordo lavorio di disgregazione approfittava pi che mai il cristianesimo (I, 253 segg.)7. I Giudei si erano estesi in tutto il mondo conosciuto con la mirabile espansibilit della razza ed avevamo invaso tutti i gradi,
la propria esistenza: di
i

mestieri, le professioni sociali

(I,

180 segg.);

schiavi

nella

vano

finito

massima parte all'inizio, avecol non darne pi verso la fine del

secolo; avevano accaparrato molti mestieri,

erano entrati nel commercio, per senza raggiungere quel numero e quel!' importanza eccessiva che fecero pi tardi di Giudeo e commerciante un sinonimo; si erano dati, nella

Diaspora specialmente, all' agricoltura. Tra loro vi erano i ricchi, vero, ma non in una
proporzione maggiore della comune:
i

poveri
gra-

non mancavano
tuite,

affatto,

le

distribuzioni

la

beneficenza
si

stanno

dimostrarlo,

pensi alle cause storiche che influirono sulla formazione della miseria giu-

quando non

daica. Pregiudizi quindi di vario genere e di

corrono ancora pur sui Giudei dell'antichit, come, del resto, correvano, sebvaria
origine

bene in altro senso, nell'antichit stessa


291 segg.).

(II,

L dove questa sembrava aver ragione


nell'assoluta
cos
I

era

intransigenza
diffusa e di

religiosa

di

que-

sta razza cos

questa religione largamente propagantesi per il mondo.


i

Eomani temevano
loro

Giudei, indiscutibile; l'esclusivismo

la

grande

diffusione,

con


cui
si

163

abbandonavano a
la
ri-

erano imposti, la facilit con la quale


si

per ragioni religiose


volte
e

sedizioni
la

sanguinose,
ostilit

loro
il
li

tenace

solidariet,

loro
li

contro

esteriore

mondo
trattava

che

odiava e che

nel peggior

modo

(atei [II, 206 e 207,

accusa

che
dei,

si

scambiali tra loro pagani. Giudei, cri-

stiani],

nemici del genere umano, odiati dagli popolo inutile, gente nata per la schiacrudeli,
astiosi,
vili,

vit,

viziosi,
I,
i

libidinosi,

sporchi,

dannosi,

dispregevoli:

45

segg.)

non potevano non essere per

trettanti motivi di

Romani alpreoccupazione per la com-

pagine sociale quale essi l'avevano ideata e la volevano. Per rendersi conto dell'intransigenza religiosa dei Giudei si pensi solamente
alla
folle

tenacia con cui rispettavano

il

ri-

poso del sabato e delle loro feste, anche se fossero in campagna contro un nemico (II,
269),

anche

se

si

trovassero
n.
5).

in

pericolo

di

naufragio

(II,

324,

torto quelli dei

Onde non avevano Romani che, come Seneca o

come l'alto magistrato cui Filone attribuisce un discorso antigiudaico, inveivano contro un
tale costume (I, 276 e 355, n. 2) e ne mettevano in evidenza tutto il carattere antisociale
(1).

(1) Altre prove dell' intolleranza giudaica le troverai in Bouch-Legleecq, p. 103 e per il primo dei fatti citati nel testo potrai vedere lo stesso nella sna Hist. des Sleuc. 1. p. 381. Inoltre a p. 265, 277, 375. 381. 415 di quest' opera troverai altre osserva-

164

Quando si voglia capire qual fosse lo stato d'animo dei Romani di fronte ai Giudei si pensi a quello nostro di Europei di fronte
ai

musulmani:

il

disprezzo
il

all' incirca,

r identico come

identico

timore, con una

maggior ragionevolezza a favore di quello dei Romani, in quanto che i Giudei avevano doti
di attivit e di

titudini sociali

invadenza ed operosit e atben superiori e, senza l'argine


il

posto dalla legislazione romana al proseliti-

smo

e,

forse,

senza

cristianesimo,
il

tali

da

imporsi realmente nella societ. Che

nostro

paragone non sia fuori della realt, lo provano le cifre, per quanto approssimative possano
essere.
Il

numero
7
il

dei

Giudei
su

nell'antichit
54,

pu calcolarsi a
calcola avesse

milioni

quanti

si

mondo

allora conosciuto

(I,

210 segg.), quindi un ottavo della popolazione


totale. L' Isim pu calcolare circa su di un settimo di fedeli in relazione della popolazione complessiva del globo (Marinelli: 212 milioni su 1408; Sderblom-Pioli 235 su 1630) o, se si vuole escludere dal computo l'America (90
:

importanti sul medesimo argomento n dovranno sembrare eccessive le sue deduzioni sulle religioni derivate dal giudaismo, quando, per citare un fatto moderno, sia pure di importanza secondaria, ma ben in relazione con quello della sospensione della marcia d' Antioco contro i Parti per due giorni, si ricorder che se l' inseguimento degli Austriaci dopo la battaglia di Goito non raggiunse il suo obbiettivo, lo si deve all' ordine dato da Carlo Alberto che le truppe lo cessassero per andare a sentire la messa, il giorno dopo essendo domenica!
zioni
:

165

ma
oltre alle ra-

milioni), anclie su di un sesto,

gioni gi dette deve ricordarsi che la


in cui diffuso ora

Thora era

diffusa in centri di maggior civilt di quelli

Isim e che essa allora si trovava nel suo momento eroico, terminato air incirca con i Severi, e ripreso poi con l'afl'

fermarsi
segg.),

ufficiale

del

cristianesimo

(II,

195

mentre l'Isim perduto la sua forza ormai come lo dimostra la non riuscita della
Il

recente guerra santa.

pericolo giudaico
e

quindi per

il

mondo greco-romano

per la

ben maggiore del pericolo islamitico per noi: io sono anzi disposto a credere che il secundum genus avesse maggior probabilit del mitriacismo di
convertire
il

civilt latina ed ellenistica era

mondo

se

non fosse sorto

il

ter-

tium genus onde il celebre giudizio di Renan andrebbe meglio parafrasato: Se il cristianesimo fosse stato arrestato nel suo sviluppo il

mondo sarebbe
8.

stato giudeo! Del resto i Romani avevano avuto ben campo di constatare come con i Giudei non si

che essi avevano loro di cui avevano dato prova non erano un risultato puro e semplice della loro sapienza politica, del principio che si erano stabiliti, di rispettare gli usi ed i coi

scherzasse:

privilegi

concessi,

la

tolleranza

stumi, popoli

la

religione

le

leggi

nazionali

dei

soggetti

dalla esistenza e

massimo consentito dalla vitalit dell'impero. La


sino
al
i

legislazione speciale a loro favore

Giudei se

l'erano procurata

dapprima con una saggia


politica, pi tardi

IGG

con una lotta sanguinosa e

disperata. Ogni qualvolta un imperatore aveva

voluto derogare dalla politica favoreggiatrice


di

Cesare,

dimenticando quella

serie
e

di

di-

sposizioni ch'egli aveva loro largite

che

stata giustamente chiamata


i

una Magna Charta,


i

Giudei

si

sollevarono e difesero

loro diritti

pari. I quali

specialmente religiosi con accanimento senza dovevano quindi ben presto esser

ripristinati: la stessa guerra del 70

non

glieli

fece abolire, perch se ci

si

fosse fatto sarebbe

insorta anche la Diaspora e fu quindi saggio

non

irritarla e

non averla nemica. Vi fu perci


ebraiche che

tutta una serie di persecuzioni


e citt;

fecero vittime numerose, che devastarono paesi

erra chi sostiene che l'antichit non


le

conobbe

guerre

di

religione,

poich

ba-

sterebbero le persecuzioni giudaiche con le loro


centinaia di migliaia di vittime per smentire

una tale affermazione. Noi non possiamo seguire


sottomissioni sanguinose;
il

in questo

modesto

riassunto la storia di tali conquiste e di tali


lettore potr ve-

derne

il

catalogo con

le

necessarie indicazioni
I,

nell'opera dello Juster


e II, 182 segg. Ci

213

segg.,

361

n.

siamo limitati pi sopra ad accennare alle une ed alle altre in relazione alla storia del cristianesimo pnmitivo per dimostrare come per lungo tempo la storia di questo non sia altro che la storia del giudaismo j>erseguitato, ad onta dei privilegi di cui godeva, dalla politica di alcuni imperatori o dalla


polare
(I,

1G7

1),

parzialit di alcuni governatori o dall'ira po-

351;

II,

13 e 169, n.

cos

come

doveva successivamente capitare


Solo tardi
il

ai

cristiani.

cristianesimo

si

stacc dal tronco,

ci avvenne su di esso si era immarchio del peccato originale e la politica imperiale non poteva pi cambiare.

ma quando
il

presso

168

La

fine

delPra romana

P-eriodizzare la storia opera

eminentemente

subbiettiva e sei periodi, accettati a scopo didattico dalla consuetudine, non fossero per se
stessi convenzionali ognuno di noi avrebbe da proporne dei suoi propri in relazione al modo in cui il suo pensiero storico si afferma. Per

parte mia io amerei, ad esempio, una divisione


storica che avesse
all'

incirca questi periodi:

ra "mediterranea fino al

1000 a.

Cr,
al

circa:

semitica sino al

700;

ellenica

fino

200;

romana
l'

sino al 400 d. Cr.

barbarica sino alneoclassica (?)

800; roTianica sino al 1200;

al 1800;

nazionalistica, ancora in vigore.

Na-

turalmente bisognerebbe fissare pi precisamente i termini tra le varie re e si potrebbe


farlo

I.

Per ora mi limito ad esporre gli elementi che mi inducono in special modo a stabilire
invece
dell'

usato 476 la fine

dell' ra

in cui


la

169

come forza, ad un' altra

romanit ebbe vita a s come idea agente non come idealit sottoposta Di fronte ai problemi forza. della storia religiosa dell' impero mi pare sopratutto interessante vedere quale momento storico con maggior pienezza possa mostrarsi
distaccato dall'antichit pagana per
i

suoi ca-

ratteri di novit sui quali influ

naturalmente

in

prima linea

il

cristianesimo.
dalle caufficiale,

Alcuni anno creduto di vedere questo mo-

mento nel sorgere del cristianesimo tacombe e nel suo riconoscimento


altri addirittura nell'avvento di

trono;

ma non

v'

chi

non

Costantino al capisca come

ambedue
ciet

questi limiti siano formali, perch n


e la

per l'uno n per l'altro de' due fatti la so-

romanit decadde. Osserviamo invece quanto avviene durante il regno d' uno dei meno conosciuti imperatori
del secolo IV, dell'imperatore Graziano. L'ele-

mut

mento etnico che


barbaro:
ai posti

costituisce
i

la

societ

il

a poco a poco

barbari

anno

in-

vaso ogni cosa. Dalle alte cariche dello Stato


pi umili della milizia, dal trono al
senato, dalla burocraza alle cariche sacerdotali,

vuoi dell'antica,
essi

vuoi della nuova

reli-

gione,

e sono la vera classe ancora romani o meglio latini, esiste ancora, anzi vira pi che mai, la ripugnanza per l' elemento straniero, ma ci nondimeno esso si afferma. E questo un primo fattore importantissimo per il cam-

dominano

dirigente:

esistono


biamento
sociale.
I

170

per
cui

barbari nuo portato con

g, oltre la loro

rozzezza e la loro crudelt, una


di

grande a\dit
burocrazia,

godimento,

nella

gi facile alle seduzioni dell' oro,

ma
del

sempre rigida nelle sue formule e superba nome romano, essi anno introdotto la corruzione. Si vendono i decreti imperiali a beneficio del maggior offerente e si abrogano con la maggior facilit, e le pene severe, che il sovrano commina, lasciano il tempo che trovano: gl'impiegati, che costituivano una delle maggiori forze dell'impero, abusano ormai del loro potere, fanno pagare i tributi a chi vogliono, fanno man bassa sul patrimonio dello Stato. Il popolino non solamente la feccia avida di
giuochi e di distribuzioni gratuite di cui gi

da tempo era costituito il popolo signore del mondo, ma ormai caduto anche nell' abbiezione della mendicit individuale, dopo aver
culmine di quella collettiva. Il proclamando in mezzo a quel fior di furfanti la massima della carit, aveva provocato un nuovo mezzo di vivere a spalle della gente onesta: il chiedere l'elemosina-. E 1 rescritti sovrani avevano un bel da fare per cercar di togliere tanto male, e il vescovo di Milano, Ambrogio, poteva pur tuonare contro questa canaglia. Le carestie frequenti, frutto delle guerre continue e della diminuizione di popolazione, accrescevano il numero dei mendicanti e degli oziosi. Non si trovavano pi
il

raggiunto

cristianesimo,


soldati,

171

le

quelli

che eran sotto

armi

di-

sertavano.

In questa societ, gi per ci solo cos didalla romana, si effettuava un cambiamento ancor pi notevole, si stringevano cio lentamente, ma rigorosamente i legami

versa

che trattenevano le varie classi, e tra di queste si innalzavano barriere insormontabili: vietati,
per espressa disposizione sovrana,
tra classi differenti,

impediti

i matrimonii passaggi da-

gl' impieghi militari ai civili e viceversa, rimossi tutti i possibili avvicinamenti de' pic-

coli

ai

grandi,

si

andava

formando quella

rigida divisione che doveva costituire per qual-

che secolo la base della societ. Ed i privilegi non solo cementavano pi che mai questa opera, i privilegi contro cui lo stesso imperatore doveva legiferare, impressionato, ma

conducevano alle sovrapposizioni delle varie classi. Gi l'ordine sacerdotale cristiano accennava alla sua supremazia, esonerato com'era dalle piccole tasse commerciali e dagli obblighi personali ed onorato anche in altri modi. Tutta una gerarchia complicata e rigorosa, nella cui determinazione
il

sovrano
se fu

si

gin-

gillava

ogni tanto,

assicurava la formazione

di quella piramide sociale che,


la raffigurazione pi o

sempre

meno

precisa delle condello stato

dizioni di

un popolo, nel cosidetto medio evo


e

fu

la

vera

propria

fotografia

sociale.

172

Ma non basta. Che questa societ sia veramente una societ nuova, che essa non sia pi la romana, lo prova anche un altro fatto
:

il

continuo, l'acre e bizantino battagliare suo

intorno a questioni che avrebbero lasciato indifferente


il

buon senso

latino.

Il

cristiane-

simo, d'origine ellenistica o per lo

meno
il

per-

venuto in occidente con questa veste, port


la

smania della dialettica

tutto

fardello
e

filosofico

greco cos ricco di questioni

di

sofismi e naturalmente trov, non appena la


societ
si

mut
di

ne' suoi
il

elementi,

una larga
sovrani

accoglienza. Cos
e

periodo fu ricco di scismi


e di
rescritti

sette,

concili

tendenti a disciplinare la materia religiosa, ed

anche il cosidetto libero pensiero ebbe le sue prime vittime intorno a quel tempo. Difatti Priscilliano condannato a morte, sotto Massimo, fu la prima \-ittima dell' intolleranza religiosa: indubbiamente il vero capo della chiesa d'allora, Ambrogio, la disapprov ed probabile che essa fosse un effetto degli odii e degli antagonismi episcopali, ormai acutissimi. Cionondimeno il fatto sussiste in tutta la sua gravit. E cos la letteratura del IV sec. una letteratura di battaglia che di romano non che la forma ed il nome; di cristiano,
di medioevle, per usare la vecchia parola, la

sostanza.

173

Ed a
volmente
di

capo

di

questa
e
vi

societ,

cos

note-

cambiata
sovrano
di
funi,

tanto
1'

trasformazione,

ancora in via imperatore Gra-

ziano,

un

barbaro,

un
di di

nipote
e

di di

venditore

pannone

nascita
di

costumi.

Buon
i

giovane,

ma

quella bont

che

per

regnanti

titolo

biasimo,

tendente alla melanconia, amante di discussioni retoriche e di divertimenti venator,

preoccupato pi di colpire il bersaglio con la freccia e di sapere se veramente una questione religiosa si debba risolvere in uno piuttosto
dell'impero

che in un altro modo, di quello che del bene e della pace de' suoi sudditi. Giovane d'anni e privo di qualsiasi attitudine al

regno, egli passa da un'influenza ad un'altra, dominato sempre o dalla madre o dalla corte o dal vescovo di Milano. E quando costui, uomo veramente superiore, esercita un dominio assoluto sull'animo suo, Graziano, sempre titubante, sembra acquistare coscienza di s, sembra valere qualche cosa, ed allora il cristianesimo si impone, il paganesimo abbattuto ed anche sotto questo aspetto la societ mutata. L'influenza d'Ambrogio, del primo uomo di chiesa che esercit su di un sovrano il suo potere, appare in tutta la legislazione
del

giovane,

si

manifesta perfino nello

stile


dei rescritti

174

mediato bellamento dell'antica. Questa viene esautorata,


stessi

ed decisiva per l'avvento imdella nuova religione e per il deviene addirittura


colpita
ne'

anzi

suoi

mezzi di sussistenza; ed il culto, se non ancora proibito di diritto, lo ormai


di
fatto.

Gli

antichi
noti

credenti
la

delle

alte

delle basse classi sociali ne piangono la caduta,

sentono
cale

si

trasformazione

ed

all'ira degli dei attribuiscono quel cos radi-

cambiamento cui ormai indecorosamente

costretto l'antico e glorioso impero.

quanto simpatici questi ultimi


de'

quali
i

quel

Simmaco

E per a capo che vorrebbe in


lottatori,

tutti

modi dar ancora

vita

alla

morente

come tutti quelli che lottano per un'idea, non trovano natureligione de' padri, simpatici

ralmente ne' contemporanei nessun punto d'appoggio sicuro. Com'un'eco disperata ci giunge da quelle remote delusioni spirituali l'espressione veramente ricca del nuovo sentimento religioso che pervade l' epoca, di quel fedele di Mitra che provvede del suo al culto del suo dio antra facit sumptusque tuos nec, Roma, requirit. Damna piis meliora lucro:
;
\

quis ditior ilio est,


di

qui
?

cum
.

coelicolis par-

cus bona dividit heres


fronte
l'ara

Ma

un masso granitico,

a costoro sta Ambrogio, e

della Vittoria, simbolo del passato, strappata dalla Curia e negato 1' uso de' beni da cui traggono vita le vestali ed i pontefici.

Non siamo

pi

come

sotto Costantino al sem-


plice

175

riconoscimento della nuova religione, siamo alla sua imposizione in tutte le sue forme: a Graziano la morte non permette di compiere l'opera; Teodosio sar il suo continuatore, sar egli che porr il punto fermo, che consacrer ufficialmente l'avvenuta trasformazione con i suoi editti e col suo codice. Ed cos che Graziano l' ultimo de' pontefici massimi del paganesimo, ci che dimostra ancor pi come fosse mutata fin dalle sue basi la societ, se permetteva ci che Costantino, effettivamente pagano, ad onta delle sue benemerenze per il cristianesimo, non si sarebbe mai permesso di fare. Graziano, pius
e

per

cristiani e per

pagani, soggetto alle

influenze di corte che se lo disputano, prende

un bel giorno
pi
del
il

la

pontifex naximus e ricusa

pontificato

determinazione di non essere le insegne ed il coraggio di confesdi in-

sare che
dossarle.

non conviene ad un cristiano

Fino a suo padre la tolleranza romana, per quanto Valentiniano fosse cristiano, era stata la norma di governo; ormai essa non buona a nulla con l'impulsivo ragazzo che sul trono e con le influenze che lo circondano. Continueranno ancora, pi per consuetudine che con cerimonia religiosa, le apoteosi de' sovrani, e come il padre stato fatto divus, lo sar anche Graziano, ma la religione non le determina pi, il sovrano non ne pi il capo riconosciuto Anzi egli il capo d' un altro culto, il primo princeps
.

176

chrstianissimus che vanti la crlstiaiiit, cosa


di notevole importanza che ci dimostra ancor meglio quale profondo cambiamento si fosse verificato nella societ. Ambrogio difatti d a Graziano questo titolo ufficialmente nell'inBeatissimo Augusto testazione di una lettera: Gratiano et christimiissimo principi Ambrosius episcopus ecc e comincia cos la , serie degl' imperatori che proteggeranno la
^<.

chiesa
cetto

cattolica

come sovrani
imperiale

cristiani,
il

per

disposizione divina.
della

E veramente anche
si

con-

si afferma in mostra adottato dal criquesto momento e stianesimo col mezzo di Ambrogio: non per nulla costui l'uomo rappresentativo di questo passaggio della romanit nella cristianit, della prima avendo nel temperamento, nel procedere, nel sentire tutte le doti, della seconda portando seco e l'entusiasmo che lo investe e l'erudizione che la base dei suoi scritti

divinit

la

purezza

delle
cos

intenzioni
egli

che

regolano

l'opera sua.

attribuisce l'elezione

del giovane sovrano all'ispirazione divina ( di-

vino

electe

iudicio )

ed allo

Spirito

Santo
reli-

crede sia dovuta tutta l'opera sua per la

gione. Naturalmente le feste pagane non deb-

bono aver pi valore per questo imperatore che tanto fa per il cristianesimo e che in nulla, differisce
secoli

dagl'imperatori
dell'et

germanici

dei

primi
e

seguente,

mentre
vuol

le

cristiane

anno

un

valore

che

egli

estendere

far conoscere al

mondo;

quindi, se suo padre


gioia
il

177

concesse delle amnistie in occasione della Pasqua, egli non solo lo imita, ma bandisce con
decreto perch in quel giorno tutti
ci,

godano.

Dopo tutto
affermare

domando

io,

chi

pu mai

coscientemente che l' ra romana sia ancora in vita? Quale concezione veramente romana domina ancora la societ? La maggioranza di essa non sente pi la romanit, ne serba tutt'al pi le forme e le adatta alle nuove esigenze: non si giunti al momento
si avr vergogna del nome romano, ormai esso, in tutto ci di attivo che r reso venerato o temibile al mondo, non pi e verr fra breve il giorno in cui se ne vergogneranno i popoli. Esso rientra cos nelle coscienze e nelle menti e va a fecondare nuove idee per balzare poi pi sicuro che mai, pi immortale che per il passato sotto nuove

in

cui

ma

forme.

Intanto

monumenti anche materiali


suoi
colpi
di

della ci^-ilt antica vengono abbattuti, e Teo-

dosio prepara
per

stato

religiosi

completare l'opera di Graziano, ed Ambrogio, attendendo alla prima Canossa l'impero a Tessalonica (a. 390), precede i vescovi
di

Roma

nelle loro lotte e nelle loro influenze

sui sovrani

ed effettivamente

il

primo papa

del cosidetto

medio

evo.

12.

178

II.

con quanti elementi


riore alla
fine

Concludendo noi vediamo ora con qaali e si disegni in epoca antedel

secolo dell' ra volgare

la cessazione di un'era e l'inizio di un'altra.


Se, adunque, come non dubbio, dobbiamo determinare il momento in cui dal cosidetto evo antico si passa al cosidetto evo medio non vi periodo pi opportuno di questo che ci permetta di fissare un termine che abbia un

certo valore. E, poich il regno di Graziano va dal 375 al 383 d. Cr., omessi gli anni di correggenza col padre, che naturalmente a lui non lasciava una reale partecipazione nel governo, in questo periodo noi stabiliremo esser avvenuto il cambiamento accennato. Tuttavia, siccome non possibile restringere a pochi anni l'evoluzione della societ da una ra ad un'altra, noi crediamo che con la dinastia pannonica si dovrebbe por fine all' ra romana: Valentiniano I ancora un imperatore che sente la romanit. Graziano tentenna pannonico Amleto poi cade verso l'ra nuova. Con Teodosio per siamo fuori addirittura della romanit sostanziale: la pubblicazione del codice teodosiano avvenuta il 15 febbraio 438 seppellisce del tutto un'epoca

e codifica nelle sue linee principali un'altra


del tutto nuova.

179

Ad onta di ci e per la contemporaneit di gran parte del regno di Teodosio con quello di Graziano e perch con la fine del IV secolo gli avvenimenti politici si completano con la di\'isione dell'impero, molto pi netta che in antecedenza, ne' due di Occidente e di Oriente, con l'introduzione uffinel territorio del popolo ciale dei barbari
romano, fatta con la qualifica e zioni di foederati, con gli ditti
via dicendo
le

attribue

religiosi

io

non

sarei alieno di fissare

come data approssimativa

della divisione tra

le due r; l'anno in cui Teodosio resta padrone di fatto, se non di nome, di tutto l'impero, il 388 cio, dopo che egli vendicato Graziano uccidendo Massimo. In ogni modo con la fine del IV secolo dichiarerei assolutamente terminata l'ra romana ed ini-

ziata quella barbarica.

l!J

PAETE n

ARCAISMO E NEOTERISMO RELIGIOSI NEL IV SECOLO.

La restaurazione

religrosa di

Diocleziano

Quando Diocleziano fu assunto al trono per volont del partito militare che ne ammirava le doti politiche e militari, scoperto per il
fetore che

mandava
il

il

cadavere di Numeriano,

sovrano legittimo,
pretorio

una specie di vicer che s chiamava Apro (in latino cinghiale ), e che intendeva di impossessarsi del supremo il nuovo eletto estrasse potere per insidia la spada dal fodero e la conficc nel petto dell'omicida, dopo averla sollevata in alto ed aver proclamato dinanzi al Sole la sua innocenza e la colpabilit dell' uccisore. Diocleziano compiva cos la profezia della druidessa che gli aveva promesso il trono il

misfatto del prefetto del

giorno in cui avesse ucciso il cinghiale: e siassicuia che egli lo attestasse ad alta voce con un senso quasi di liberazione per il tanto atteso

compimento d'una profezia


Questo fatto

sin' allora

mancata.

sintomatico sotto un duplice

aspetto per la ricostruzione della mentalit dio-


nelle

184

clezianea: nou solo ci svela una fede tremebonda

promesse degl'indovini, che noi vedremo poi esplicarsi in provvedimenti legali a loro

quando fossero costituiti in collegi ufed una fede che temeva di essere delusa dalla lunga aspettativa, perch prorompe lontano dalla natura in un colpo di audacia dell'individuo che era alieno dallo spargimento quasi a celebrare la propria lidi sangue ma ci dimostra pure berazione dall' incubo
favore,
ficiali,

unA fede di carattere arcaico, per dir cos, in quanto che la divinit invocata e chiamata a
testimonio
il

Sole, l'antico svelatore di cose

nascoste, di congiure, di falsi.

torto perci

il

tare questo fatto

Cumont creduto di porcome prova di una propen-

sione di Diocleziano al culto del Sole, venerato

secondo
di
sini,

le

credenze orientali come rivelatore


di Zaccaria Sco-

crimini occulti e vendicatore degli assas-

aggiungendo che un testo

lastico, posteriore al fatto, assicurava che nei

misteri del sole


divine
il

per provocar

le

apparizioni
di

sacerdote brandiva una spada mac-

chiata del sangue di un


violenta

uomo morto

morte

Questo particolare non entra af-

fatto neir a\^'enimento descrittoci dalle fonti


letterarie

come accaduto
il

all' inizio

dell'impero

di Diocleziano:

gesto di costui semplice

atto di appello alla divinit creduta suprema

conservatrice della verit, quando pur non debba esser piuttosto V istintivo atto di chi prima di punire il colpevole chiama la divinit

185
in

testimonio della

giustizia

dell'

opera prosi

pria;

quello del sacerdote invece per scopo


apparizioni divine e vi

la provocazione di

confondono elementi (sangue, morte violenta si noti, e non come nel caso di Diocleziano, dopo) che sembrano indicare un ben differente indirizzo di credenze e di sentimenti. E non mi metter qui ad analizzarli

prima dell'atto,

per

il

colto lettore.

D'altra parte che sol per la diffusione dell'astrolatria e dell'astrologia di carattere orien-

tale

si

sia

avuta una credenza nel sole come


di

rivelatore

cose

occulte e discacciatore

di

tenebre,

non

ci

cosa che deve respingersi, perch dimostra affatto un carattere speciale

del culto del Sole orientale di fronte a quello


del culto occidentale. Difatti la credenza nell'astrologia gi ariana e deve ammettersi per
i

primordi dello sviluppo religioso dei popoli greco e latino, se non pure per un' epoca in
cui essi erano ancora uniti. Certo
si

che gi
di di-

Omero dava
con
lui tutti

al sole

un simile attributo,

vinit che tutto vede ed ascolta e lo ripeterono


i

poeti greci e latini che lo se-

guirono. Si era perci radicata ne'

Eomani anprestato

che questa credenza


tanti
attributi

ne era derivato uno dei


cui
si

del

Dio,

era

culto fin dalle origini senza che nuovi e diretti

ed accertabili influssi orientali fossero venuti a vestirlo di caratteristiche che dovessero dimostrarne un' origine recente o per lo meno una recente trasformazione.

186

Il Sole elle invoca Diocleziano non il SoleMitra e neppur forse il Sole aurelianeo, il Sole quale lo intendevano e veneravano i Eomani, quando si scoprivano misfatti o si sfatavano congiure. Ce lo conferma Tacito quando (Ann, 15, 74) parlandoci della congiura di Pi-

sene dice: Tum dona et grates deis decernuntur, propriusque ionos Soli, cui est vetus aedes apud circum, in quo facinus parabatur,
qui occulta coniurationis numine retexisset

dopo che nel 288 Diocleziano assume per collega e correggente Massimiano, non ci pu far meraviglia se li vediamo ambedue prestare culto al Sole: Dea Soli DioAug(usti) cletianus et Maximianus invicti ma non dobbiamo considerare (JCIL. 5, 803) questo fatto come un indice di un culto moStabilito ci,
si
;

noteistico

orientalista

speciale,

giacch

le

divinit che ebbero onori e

omaggi dai sovrani

sono varie, come ora vedremo, e fanno pensare ad una religione politeista con prevalenza classica, che ad una predilezione per una o pi determinate divinit dell'Oriente. Difatti gli dei che si trovano maggiormente onorati durante l'impero di Diocleziano, da lui, dai
pi
suoi colleghi o per probabile loro ispirazione

sono: Apollo, Marte,


tone, Ecate,
il

Mercurio, Pallade, Plu-

Genio del Popolo romano, ed in modo speciale, naturalmente, Giove ed Er-


cole.

187

Come si vede siamo in pieno olimpo grecoromano. La stessa iscrizione di Como che noi abbiamo datato (Eeligio, I, 94) con uno degli anni anteriori al 293 non pu essere portata come documento di questo culto orientale. Essa dice difatti: Templum dei Solis, iussu d((yminorum) n(ostrorun) Diocletiani et Maximiani Aug(ustorum), T(itus) Fl(avius) Post(uTnius) Titianus, v(ir) c(larissimus), corr(ector)
Ital(iae), perfecit

oc dedicavit, curante Axilio


curatore
[r(ei)

luniore.

v(iro)

c(lariss7no),
.

p(uhlicae) Come7is(ium)]

Notiamo innanzi tutto che la dedica del tempio non fatta dai sovrani stessi, come pur altre volte avvenuto per i medesimi imperatori, ma per loro comando (iussu) da un
funzionario imperiale che termin l'opera (perfecit). In tal modo vien meno al nuovo docu-

mento quel carattere personale che lo renderebbe se non addirittura probativo, per lo meno
pi interessante.
il T. Flavio Postumio Tiziano che esegu r ordine imperiale un alto funzionario

Inoltre

di

nota la carriera da questore a e che oltre ad aver coperto delle magistrature municipali fu, si noti bene, augure e pontifex dei Solis (CIL. 6, 1418). Non appare quindi improbabile che siano docui
ci

prefetto di

Eoma

vuti

pi all'iniziativa sua
il

principi
al

compimento

e la

che a quella dei dedica del tempio

Sole.
Il

quale poi non sembra affatto possa esser


identificato

188

con la divinit solare mitriaca; n nell'iscrizione di Como, n in quella di

Roma
nomi
un

il

dio ci appare, difatti, sotto uno dei

speciali del mitriacismo;

semplicemente

detirS Sol e la regione in cui esso stato

onorato di quelle nelle quali era maggiormente diffuso il culto del Sole. Si pu con-

con molta probabilit che si locale, confuso, volutamente o no, con la divinit dell'olimpo greco-romano, alla quale i sovrani rendevano, sia pur indirettamente, un doveroso omaggio. Nella
cludere quindi
tratti di

un culto

Gallia transpandana noi conosciamo altre iscrizioni dioclezianee che


tere:

anno un simile caratdedicate dagli


stessi

due

di

Aquileja,

sovrani Diocleziano e Massimiano, una al deus

Sol e

l'altra

ad [Apollo] Belenus

(JJIL.

5,

803 e 732).
24),

proposito del quale anzi non

male ricordare come gi Tertulliano (Apol.,


notasse la specializzazione regionale del

politeismo:
civitati suus
celtico,

unicuique deus est

etiam provinciae et ne facesse il nome

dente
vinit

che noi sappiamo ora significare splen brillante e denotare perci una disolare
celtica

sincretisticamente chia-

mata Apollo.
Per conseguenza manca qualsiasi elemento sicuro che possa farci documentare con l'epigrafe di
il

Como
anzi,

fatto,
ai

mente
ancora

il mitriacismo di Diocleziano; che essa appartiene indubbiaprimi anni del suo regno, quando

la restaurazione relisriosa

non era

suf-


peratore,
ci

189

ficientemente delineata nella mente dell'im-

propendere ad un' interpretazione del suo valore, diametralmente opposta. In quel momento poteva essere iniziata, non compiuta ne' divisamenti imperiali la via della
fa

riforma, poich gi era fissato nelle sue linee


principali quell'indirizzo arcaizzante della religione,

mancanza

che costituisce la miglior prova della del carattere neoterico nella sua

restaurazione. Ora neoterismo e mitriacismo erano la medesima cosa nel III secolo d. C.

E non

poteva esservi tendenza pi contraria a questo movimento sincretistico di quello che rivendicando i diritti dell'antico politeismo classico si prefiggeva di distogliere le menti e<l i cuori dei credenti dalle nuove fonti di religiosit per avviarli verso le antiche. Piuttosto sar prezzo dell' opera il ricercare

meglio

il

carattere fondamentale della restau-

razione del culto di G-iove e di Ercole e ve-

dere se mai in esso possa ritrovarsi una qual-

che traccia di mitriacismo. Che se invece noi fossimo costretti a vedervi tutti gli elementi
dell'antico culto politeistico,
totale di

dovremmo concludere che non vi alcun dubbio sull'assenza


intenzioni
sincretistiche solari
nel-

l'imperatore;
egli
si

che anzi delle antiche forme valse per combattere le nuove tenper raccogliere intorno all'antica re-

denze

compagine sconnessa delle ancor valide energie da cui poteva trarre forza
ligione di Stato la

l'impero.

190

Il

culto specialmente tributato a Giove ed


i

Ercole,

capostipiti divini della duplice dina-

stia imperiale dei lovii e degli Herculii ve-

ramente sintomatico per la concezione religiosa N si tratta di un Giove che nella sua persona nasconda una qualsiasi delle somme divinit orientali, si tratta di un Giove Ottimo Massimo senza altri attributi, di un Giove chiamato consemator il pi frequentedioclezianea.
,

mente, come era antico uso di chiamarlo, poi-

ch fin sotto Augusto troviamo esempi di un tale appellativo, di un Giove infine compagno
(Comes), protettore (tutator), vincitore (victor),

vendicatore (ultor) e cos via.

Similmente
zione
di

prettamente arcaica la concel'altro

Ercole,

protettore

imperiale
so-

della stirpe in sottordine,

della linea di

vrani che debbono fornire a quelli che sono


la

mente dell'impero,
solamente
il
il

il

braccio.

Egli non
dinadehellator,

quindi
stia,

conservator della
il
1'

Comes, ma il pacifer o pacator terrarum, e due divinit per la felicit del


Vinvictus,
la sconfitta dei ribelli

(i

unione delie
e per

mondo

Titani della leggenda)

magnificata dai retori del tempo. Anzi la

concezione dell'Ercole classico permette di concludere con maggior sicurezza sull'occidentalit,

per cos dire, della religione dioclezianea, poich l'Ercole mitriaco che simili attributi
si

e simili leggende se

vuole, piccola e ri-

stretta efficacin nel culto d'origine persiana.


Ed

191

persiana,

proprio

l'origine

straniera

dunque, della nuova e fortunata religione che deve confermarci la latinit della riforma di questo sovrano che pure, inconsciamente e consciaanente, port tanto d'Oriente nell'impero: p.e testimonio il disprezizo con cui parla nel rescritto del 296 a proposito
d-ei

Manichei,' della

doctrina Persarum, proveniente de Persica ad versarla nobis gente e la ferma volont con
cui esprime
il

suo divisamento di non concedere

quartiere ai nuovi culti a scapito delle antiche


fedi.

Si

ripete quasi
i

l'editto contro

come un ritornello nelManichei, l' anatema contro la

nova religio, contro le

novelLae et inauditae
et

sectae

contro

l"

inaudita
secta

turpis

atque
si

per omnia infamis

contro cui

ele-

vano la vetus religio, le veteres religianes in una prosa che acquista per un momento un
senso
di

misticismo

sincero

che

conquide.

Onde non pu assolutamente negarsi fede ad Aurelio Vittore quando ci assicura che l' antico culto fu da Diocleziano scrupolosamente sostenuto:

Veterrimae
il

religiones

castissime

curatae
pretato

(Cae.y.

39,

45);

n pu essere inter-

suo passo in opposizione al cristianesimo, dacch, come test vedemmo, la sua attestazione trova cos appropriato commento
nei testi ufficiali dell'epoca.

A
vi

proposito de' quali bene ricordare che

pur poca probabilit che si debba ammettere il mitriacismo di Galerio, il quale si ne fu anzi afferma come il continuatore

in

192

pi
rigoroso
lui

parte

l'ispiratore

pi

convinto dell'opera di Diocleziano,


di

figlio
, lui

deorum montium che prostituiva sua madre per


una donna
di

cultrix
farsi

credere

che nell'editto del 311 confessava con un rimpianto forse sincero di aver voluto iuxta leges veteres et pubblicam disciplinam Eomanorum cuncta corrigere ed insisteva sul desiderio di veder ripristinati i veterum instituta
figlio

Marte,

lui

con Diocleziano ad un molto probabile rinvigorimento della fede neir aruspicina, nell'arte augurale, negli oracoli se vediamo iniziarsi con un sacrificio augurale mal riuscito l'epurazione militare, se assistiamo ad una vera persecuzione dei mabasta:
noi

assistiamo

thematici, degli astrologi a pr' dell'aruspicina


ufficiale
e

se

all'Apollo

Didimeo,

all'antico
il

oracolo ormai in decadenza,

come per

pe-

netrare dei culti orientali era decaduta l'aruspicina, affidata dallo scrupoloso e religioso sovrano la decisione della necessit di infierire contro i cristiani. Diocleziano ci si mostra quindi anche in ci il devoto e sincero ammtore e seguace di Marco Aurelio del quale voleva emulare il tenore di vita ed i sentimenti.

Cos

l'indiscutibile

religiosit

del

sovrano

riformatore, religiosit alla quale egli doveva


tenere, poich
i

testi dell'epoca, ufficiali o no,

sono concordi nell'affermarla, si ricostruisce nel senso politeista pi perfetto e nel senso


classico del

193

culto

greco-romano. La religio-

sit che pervade l'opera stessa politica di lui

di

intenti arcaici: il Giove Ottimo Massimo cui egli si crede l'incarnazione terrestre,

come l'Ercole
del

cui

egli

affida

la

protezione
il

braccio

che

deve permettergli

conso-

lidamento dell'impero,

sono

gli

antichi

im-

mortali dei Romano nomini, ut semper fuerunt, faventes , come dice un documento
legale del tempo. Dinanzi a Giove

Massimiano
sia

giurer di

deporre

quando che

la

por-

pora

avuta

per volont

Apollo, a Marte,

ad a Plutone, a Mercurio egli


divina; a Giove,

ed i suoi colleghi dei quali i testi ufficiali lodano la pietas erga deos innalzeranno templi ed offriranno doni e domanderanno ai
sudditi,

nell'interesse dell'impero,

tributo di

venerazione. Gli archi di trionfo,


di

come quello
se

Salonicco,

non avranno raffigurazioni


classiche

non di Marte

divinit

Giove,

Ercole,

e personificazioni allegoriche di ca-

rattere generale.

Vediamo ora quale carattere assume


forma
in quei

tale

del

culto

delle

due supreme divinit

negirici, nei quali;


di

documenti pur ufficiali che sono i paqualunque sia la rettorica cui fanno mostra, non impossibile vedere


con molta perspicuit

194
il

fondamento della
tra-

dizione da cui tale culto deriva.

Ora nell'orazione (X) del 289 l'A. incomincia subito con l'appellarsi all'Ercole della tradizione
xinia

romana
del

il

l'Ercole cio dell'ara nna-

culto

famigliare

dei

Pinarii

per dichiararlo
cui

capostipite della schiatta da


l'origine

ed il nome: principem illum tui generis ac nominis , ed aggiunge che l'Ercole vincitore (vietar) ebbe

Massimiano traeva

ospitalit l dove ai suoi posteri

doveva esser
nella

costruita la residenza (e. 1). L'a ragione dell'antico

culto

egli

la

trova

poi

nota

leggenda del ritorno di Ercole vincitore dalla Spagna e della sua fermata sul Palatino, in modo che a buon diritto Roma onora i templi
erculei

iuxta
2).

parentes

urbis

et

statores

deos

(e.

E
e

pi

lungi neir apostrofare

due sovrani
4)

magnificarne le doti (e. tuus Hercules lovem vestrum


nel

ricorda:

iuvit

nel

momento

in cui questi era in lotta coi Giganti:

quindi anche qui

la tradizione classica.

scrupolosamente seguita La quale non meno


si

rispettata nel passo in cui

attribuisce l'or-

dinamento
all'opera

di tutte le cose celesti e terrestri


dei,

subordinata di pi

ma

princi-

pale di Giove, rettore del cielo, e di Ercole,


pacificatore della terra.
Il

che

quasi a complemento ed a conla

clusione, sintetizzato nel punto in cui (e. 13),

lamentandosi

mancata

visita

dei

sovrani

a Eoma,
si

195

dice

di averli dinanzi

che il popolo si imagina aedes vestrorum niiminum

frequentando et identidem, sicut a Tnaiorihus institutum est, invocando statorenn lovem Herculemque victorem L'A. poi del panegirico (XI) del 291 alludendo ai par&ntes degli imperatori che a
loro

sul

nomina et imperia tribuerunt ritorna tema favorito dei retori, della titanomail

chia, ricordando
e

Diocletiani auctor deus


della

rammentando a proposito
le

virtus

di

Ercole
e
il

sue benemerenze terrestri, celesti ed

infernali, onde,
il

dopo la sua assunzione in cielo connubio con Ebe, egli sarebbe divenuto perpetuo protettore degli uomiini forti e il fa[cfr. Ov., Fasti,

voreggiatore dei giusti: post adoptionem cae-

litum luventaeque connubium

VI, 65] perpetuus est virtutis adsertor [Hercules adsertor, gi nelle monete di G-alba e successori

sopra p. 40] omnibusque fortium virorum laboribus favet et in omni certamine conatus adiuvat iustiores (e. 3). E prosegue
V.

accennando al cognome di Victor. Come si vede non potrebbe esservi maggiore e migliore
prova del tradizionalismo ufficiale del culto
classico di
Griove
e

di

Ercole.

Trascuriamo per brevit autori e luoghi che non anno negli accenni alcuna importanza n pr n contro la tesi che sosteniamo e passiamo al panegirista (VII) del 307: vi troviamo la persistente tradizione dell'Ercole romano protettore dell'imperatore Erculio. Mas-


simiano

196

quod accepit a deo


fabulosis,
.

colui clie noinen,

principe generis sui, dedit vobis, qui se proge-

niem esse Herculis non adulationibus sed aequatis virtutihus comproba vit

(e.
(e.

8).

per ultimo nello stesso discorso

12)

possiamo veder proiettarsi l'ombra di Giove Capitolino a proposito dell'abdicazione di Massimiano, fatta con giuramento nel tempio stesso: Recipe. luppiter, quod commodasti . Concludendo non vi nessun accenno che non sia, per dir cos, ortodosso, nessun elemento sincretistico in questo culto delle due divinit imperiali, le quali ci appaiono formare un sistema religioso, i cui caratteri fondamentali

sono

seguenti: autori e protettori della

Giove O. M. Capitolino ed Ercole Vincitore. Questi, assunto per adoptionevi nel numero degli dei. il progenitore del sovrano minore, al quale in
di\na progenie imperiale sono
virt delle sue doti di invincibilit e di pacificazione,

offre

il

suo appoggio perch


nei

il

so-

vrano maggiore, novello Giove, regga e governi


il

mondo. Caratteri questi

quali

ricono-

sciamo facilmente la concezione etico-religiosa affermata dalla filosofia politica di Dione Crisostomio e posta a base della monarchia elettiva di Traiano [v. sopra pa>g. 45]. In questa gerarchia umana, che conforme vi qualche cosa di alla- gerarchia, divina, indissolubile che la rende ancor pi simile all'altra da cui rispettivamente gl'imperatori traggono e i nomi e la sovranit.

197

Ora-

questo sistema religioso, prettamente ro-

mano, trova perfetto riscontro nelle monete e nelle iscrizioni. Giove vi appare come propugnator, tutator, vietar, ultor, fulgurator e in

modo

speciale conservator degli Augusti, dei

Cesari, di Diocleziano (si ricordi la frase che

citammo sopra:
la si
lovii con(sulis)

Diocletiani auctor
il

deus

confronti con

luppiter conservator

delle monete);
si

ad esso Dio;

cleziano in persona

rivolge (CIL. 10, 5576)

ad esso per ordine dei sovrani nel tempio di Minerva Iliense si elevano statue (CIG. 3607). Ercole non da meno: egli il conservator, debellator, pacifer, invictus, il comes dei
so\Tani {CIL.
8,

18230:

cfr.

ed i dediche {CIL. 3. 12310); a lui a Giove insieme le monete attribuiscono


lui

gl'imperatori

Cohen, 230-232); Cesari si rivolgono


ed
la
e
i

nelle

conservazione
284)
;

lui

Augusti (Cohen, 186 e Giove sono rappresentati come


degli

protettori

dietrostanti

ai

sovrani

Erculio

Giovio.

Tutta l'espressione ufficiale della religione


dell'epoca assume cos un'impronta eminente-

mente classica, in opposizione alle nuove tendenze dello spirito pubblico. Il sovrano che aveva fede nell'araspicina nelle monete la leggenda auspic(iis) fel(icibus) o quella fatis


victricibus che

198

arbitro

summo

sembrano far pensare al lovi exsuperantissimo divinarum hamanadi

rumque rerum rectori fatorumque una nota iscrizione (CIL. 3, 1090).


Tra
trebbero,

gli appellativi usati nelle iscrizioni

po-

sembrare molto atti a mostrarci una tendenza prettamente orientalistica in Dioclezfiano e quindi nella sua riforma due formule speciali conservateci in due importanti documenti epigrafici: CIL. 5, 2: DoTnino et deo deorum sacr(um) ; CIL. 3, 710:
cionondimeno,
Diis genitis et
n(ostris) Diocletiano et [Maximiano].
improbabile per

deorum creatorihus d(ommis) Ora non

il fatto che effettivamente data dalla riforma l' origine dioclezianea d'una stirpe imperiale divina in terra, non improbabile, dico, che la prima delle due iscrizioni sia proprio dedicata a Diocleziano. Non

ne siamo certi per, ed anche ammessolo, non ne troviamo affatto speciale la fraseologia,
poich non solo nell' uso del tempo era frequente chiamare una divinit ritenuta superiore
alle altre

deus deorum (e Diocleziano, pater Augustorun, come si sa, meritava questo titolo secondo la costituzione da lui fondata), ma

benanche in quello della pi antica liturgia romana non era raro trovare un tale appellativo. Difatti se ne una prova nei carmi Saliari ove Giano detto deus divom senza che certamente per essi si possa supporre alcuna filtrazione delle forme e degli usi dei culti
i'"'

orienta]:.

N
il

199

pi convincente la fraseologia dell'altra


geniti
et

delle due iscrizioni citate se,

diis

come notissimo, deorum creatores un

ragguardevole precedente nel virgiliano dis genitas et geniturus deos detto di Giulo (Aen. 9. 642) e da Seneca giustamente riferito
agi' imperatori

politico-religiosa
tali,

Indubbiamente accanto a questa concezione si infiltrano leggende moneespressioni culturali, manifestazioni reli-

anno differente origine e diversa Sono le prove dell'esistenza di uno stato di cose che nessuna costrizione ufficiale pu sopprimere od impedire. Il culto solare, le tendenze ad un modernismo, per cos dire, religioso, un sentimento ed una concezione lontani dall'antico politeismo non potevano scomgiose cbe

forma.

parire per

il

solo fatto che

il

sovrano regnante

voleva ritornare all'antico. Essi balzavano qua


e l

come potevano per opporsi all'imposizione


e riprendere
il

suprema

loro dominio dopo

il

breve seppur violento oscuramento dioclezianso.


*
* *

Contro queste prove quindi mal pu regr opinione che vede in Diocleziano un seguace del culto di Mitra. Chi propende per quest' ultima spiegazione e vede nel mitriacismo la fede di Diocleziano si fonda principalmente su di un unico documento, un'iscrizione trovata nelle ruine del famoso mitreo di Carnunto (CIL. 3, 4413) la
gersi

quale dice: D(eo) s(ancto) i(nvwto) M(ithrae)

200
fautori impcrii sui, lovii et Herculii religiosissimi Augusti et Caesares sacrarium resti-

tuerunt.

Come

si

vede, l'iscrizione dedicatoria

di questo tempio restaurato

non

datata: gli

avvenimenti storici per permettono ad alcuni (Mommsen) di ritenere che essa rimonti all'anno 307, quando convennero in Carnunto Diocleziano e Massimiano con Galerio e forse Licinio che fu allora eletto Augusto, sebbene altri (Toutain) forse con maggior ragione dichiari assurda una tal datazione. Bisogna por mente per al fatto che i due primi sovrani avevano abdicato fin dal 305 e che quindi la loro intromissione negli affari di Stato non pi carattere ufficiale, ma dovuta allo scopo
di
ripristinare
l'

ordine turbato dalle pretese

dei

vari antagonisti imperiali e dalla neces-

sit di sah'are la costituzione dioclezianea for-

temente compromessa, ormai. Ammesso tutto e chi segue la cronologia comune deve ammetterlo, qual valore per stabilire il
ci,

carattere della riforma di Diocleziano un elemento, non sicuro in tutti i suoi particolari, che non rimonta molto probabilmente neppure al lungo periodo del suo regno? N pu bastare all'appoggio di questa tesi il fatto che nel-

chiamato da sovrani lovii da sovrani che traggono il loro appellativo dalla nuova costituzione dioclezianea, fautor imperii sui . perch non sarebbe difficile vedere come tale denominazione potrebbe essere dovuta a Galerio, anzich
l'

iscrizione Mitra

et

Herculii

cio

201
a Diocleziano. Sebbene per parte mia sia dubbio che anche il primo tendesse al mitriacismo, anzich al vecchio paganesimo romajio, come dissi sopra, si potrebbe, accettando l' interpretazione moderna non con\ancente, in vero, di una notizia antica non molto chiara, attribuire a Gralerio una certa tendenza al culto di Mitra e quindi, nel momento del restauro del celeberrimo sacrario pannonico. il suggerimento o l'approvazione di una frase atta a far pensare ad un riconoscimento ufficiale
della protezione del dio orientale sull'impero
ricostituito.

Tutt'al pi se anche Diocleziano fu tra


in Carnunto,
f autor iniperii

suggeritori dell'iscrizione dedicatoria a Mitra


il

sui fu

una delle
al-

tante

resipiscenze

dioclezianee

posteriori

l'abdicazione. Egli dov riconoscere nel falli-

mento
si

dell'opera sua, nella cruenta opposizione

dei cristiani,

come

solo nel

trovasse

il

fauior imperii,

monoteismo solare non nel politeismo,

fosse pur posto sotto l'egida di Giove.

L'obbitto adunque

del

culto

della

reli-

gione dioclezianea prettamente arcaico, ma il carattere della religiosit che avvolge tale oggetto, il suo sentimento, invece eminente-

mente
pi

orientale: la religiosit dioclezianea

romana,

siriaca, persiana,

non come si

voglia,

ma non romana. Ecco perch questa restaurazione arcaizzante debole, falsa; ecco perch scoppier, una


volta
suoi

202

che

essa

sar
la

determinata in tutti
lotta

particolari,

contro

cristiani:

erano ben morti; raffigurarli sugli archi di trionfo, magnificarli nella retorica, imperli nella prosa ufficiale era inutile, poich il sentimento che nei tempi primitivi li aveva sorretti erasi trasformato e
gli dei di

Koma

chiedeva nuove forme di culto. Diocleziano fu

un restauratore inabile di cose morte come Giuliano: questi da letterato, quegli da politico, ambedue con sincerit, per, e con
in questo

vero spirito religioso.

Ambedue necessariamente dovevano

fallire,

poich l'unica e sola strada che l'impero doveva seguire per la sua salvezza era quella

che segu Costantino, spirito pi sagace e pi acuto di essi. La riforma politico-religiosa non poteva resistere se non si fondava sul sincretismo!

203

La

politica religiosa di Costantino

L'c notizie

l'impero

romano

che sugli avvenimenti politici delgiungevano alla fine del

primo decennio del IV sec. d. C. in Salona dovevano contristare l'imperatore Diocleziano che si era ivi ritirato da qualche tempo. L'impero per cui tanto aveva oprato col senno e con la mano, dal d della sua abdicazione pareva precipitare nuovamente in rovina e trascinare con s tutti i suoi disegni politici. Massimiano, il suo compagno e collega d' un tempo, era morto recentemente dopo aver ripreso,
l'

contro la fede giurata,


i

le

redini

del-

impero e sconvolto cos


In

suoi piani costitudi


lui

zionali.
si

Roma

il

figlio

Massenzio

era proclamato sovrano e nella lontana Brii soldati avevano elevato al potere, connuovo principio di diritto costituzionale

tannia
tro
il

contro

il

gi

legalmente eletto Licinio,

il

figlio di Costanzo, Costantino. Nell'Oriente Gra-

lerio

aveva dovuto dividere l'impero con Mas-

204
simino Daia, gi suo Cesare, e, ammalato, si dibatteva nelle convulsioni della j>olitica incristiani.

provocata dalla persecuzione contro i Il piano costituzionale di Diocleziano era quindi in completo sfacelo e non
terna,

10

era

meno
Con

quella
il

specie

di

restaurazione

religiosa che

cepito.

la

grande imperatore aveva concaduta, ormai sicura, delle

nuove dinastie dei Giovii e degli Erculei, gi moribonde, le quali avrebbero dovuto intorno
alle divinit di Giove e di Ercole raccogliere

decadente compagine delle religioni antiche era prossimo a precipitare nel vuoto il tentativo fatto con la violenza di impedire ai sudditi pi restii, i cristiani, di scuotere le fondamenta del piano religioso. 11 mite vecchio vedeva con dolore, al di sopra della sua volont e al di l dei suoi propositi, degenerare il tentativo violento in una temla

dell'impero,

pesta di sangue ed
battere
e

fedeli

del

Cristo com-

com'egli aveva preveduto, con fermezza e con entusiasmo. E non era ancor tutto. L'imperatore dalmorire,

mata doveva veder


rata fortezza:
soluto
di
tutti
il
i

di

peggio dalla sua dodisegni


costituzionali,

fallimento completo ed assuoi

poich nel 311 Galerio, Costantino e Licinio erano costretti a promulgare il primo editto di tolleranza ed i cristiani riportavano cos
la

prima

vittoria;

e in quello stesso
Galerio,

anno e
la

nel

seguente,

morto
i

s^^oppiavia

guerra civile tra

vari pretendenti al potere:

205
tra Costantino e Massenzio e poi tra Licinio
e

Massimino Daia.

Si

poteva dire ormai che

nessuno volesse raccogliere l'eredit del vecchio sovrano, il quale si estingueva lentamente nell'angoscia e nella solitudine; che nessuno volesse sacrificare s stesso ed i propri appetiti per la salute dell'impero, cui egli

aveva ridato se non la solidit e la resistenza di un tempo, per lo meno una grande saldezza ed una forte compagine. E Diocleziano dov lasciarsi morire rammaricandosi di non aver provveduto in altro modo alla salvezza dello Stato, di aver anzi accresciuto intorno ad esso le bramosie, dividendo il potere tra parecchi, e di aver aperto ancor pi, dal punto di vista politico e religioso, il solco gi profondo che
esisteva
tra

l'Oriente
difatti

l'Occidente.

che la quasi spartizione dell'impero da lui inaugurata, bench politicamente e amministrativamente resa indispensabile dalle nuove vicissitudini della storia del mondo, aveva dovuto acuire la divisione^, per dir cos, naturale tra le due parti del vasto territorio che si accentra intorno al grande lago del mare Mediterraneo e che
ragioni

innegabile

geografiche,

etniche

storiche
l'

ave-

vano tenuto e tengono ancora


dall' altra

una divisa

L' Occidente,
fine
l'

tutto
sec.
d,

all'

del

III

Cr.

opposto di ora, alla relativamente alse


si

Oriente era sempre barbaro,

eccettua

il

grande ponte

dell' Italia,

gettato dalla Na-

206
multiforme civilt orientale e quella ellenistica avevano reso ipopoli su cui si erano affermate pi fini e pi intellettuali, e le grandi correnti del pensiero religioso che avevano o scosso o attraversato quella parte del mondo facevano agevolmente
tura per congiungerli:
la

rilevarne

la

diversit

dall'altra,

su

cui

ap-

pena da poco tempo con le aquile di Koma era giunta una civilt non ancora evoluta, anche se originale. Questa opposizione di gusti, di idee, di sentimenti
si

era intensificata nel II e III sec.


di

merc la propagazione

due culti che si erano, per ragioni intrinseche ed estrinseche, estesi alle due parti del mondo in maniera da dividersene quasi equamente il dominio:
del

culto

cristiano,

cio,

del culto

solare,

r uno dei quali era principalmente padrone


dell'Oriente,
l'altro

dell'Occidente.

Ambedue

erano religioni d' origine orientale, ma mentre quella aveva dei presupposti storici e filosofici pi profondi nell' Oriente e solo dopo una certa esitazione si era avviata debolmente verso r Occidente e vi aveva trovato ostilit ed ostacoli d'ogni maniera, questa aveva varcato i confini europei con islancio e con rapidit seguendo le legioni romane ed aveva trovato neir Occidente elementi di successo e ragioni di buon accoglimento. Tutta l'ampia vallata del Danubio era gi da tempi immemorabili devota al culto solare e quindi la nuova religione vi aveva preso piede facil-

207
mente;
era la
fu

non meno ricca di tradizioni solari G-allia ove ben presto il culto stesso
e
si

accolto,
la

propag,

si

parte
il

recente

forma

che

impose. aveva

D'altra assunto

con l'avvento della monarchia militare non poteva non giovare alla divulgazione del culto solare ed noto difatti che r imperatore Aureliano nel 274 aveva reso
governo
dell'impero
ufficiale tale culto, istituendone sacerdozi ufficiali e

costruendo templi al nuovo dio.


dio,
il

poi, non forse esatto: Aureprimo imperatore veramente accentratore che abbia vivo il sentimento politico di quel bisogno, reso manifesto dalla filosorefia dell' epoca e dal decadimento delle

Nuovo

liano

ligioni

antiche,
in

che pu
narsi:

un

eccessivamente formalistiche, certo qual modo denomireligioso.


Il

sincretismo
nel

Sol

nvictus
di-

perci

suo

sistema di

riforma la
nelle

vinit
bella

suprema dell'impero, nel cui


posta
classicheggiante

culto,

a
di

forme

Apollo e Diana e delle divinit solari minori dell'Olimpo greco-latino, si appagano cos i
vecchi
il

credenti

come
e
1'

nuovi monoteisti che


esso poneva tutta

jieoplatonismo portava verso la divinit su-

prema, tra la quale

uomo

una
Il

serie di divini spiriti mediatori.

cristianesimo invece non aveva avuto una


ricco di
nell'

simile fortuna:

doveva trovare
di

elementi irreducibili Occidente fra gli ostacoli


si

varia

indole

che

opponevano alla sua

propagazione, quello dello sviluppo del culto


solare,

208

che rimase in massima parte a quelle regioni dell' Oriente nelle quali era nato ed aveva potuto pi largamente espandersi grazie al giudaismo e ad una maggior adattabilit della mente orientale a forme

ond'

limitato

e credenze del tutto aliene dai sentimenti dei

popoli occidentali.
Anzi, per queste ragioni, a tutto rigore
si
,

potrebbe dire che una


se cos

questione cristiana

possiamo esprimerci, non esisteva che nell'Oriente; l'Occidente non era n turbato, n preoccupato dall' avvento dei cristiani, che ancora non si poteva bastantemente apprezzare ne' suoi effetti politici ed economici. Tutte le nostre fonti, tutti i nostri documenti ci mostrano l' Oriente travagliato aspramente dalla questione religiosa, mentre se ci volgiamo all' Occidente rileviamo pi che altro il disprezzo del popolo di Eoma per i novelli Giudei o troviamo parziali persecuzioni o notiamo lott'3 di carattere assolutamente sporadico. Da Plinio all'imperatore Giuliano, passando attraverso l'impero di Diocleziano e di Costantino, esaminando Lattanzio ed Eusebio, si una sola impressione, generale e sicura: che in Oriente i due partiti religiosi e politici stanno l'uno di fronte all'altro, sentono vicendevolmente i danni economici della loro azione, vedono gli effetti della loro propaganda ostile, onde si combattono con tutte le armi, da quelle spirituali a quelle militari, si lanciano accuse anonime ed a viso aperto, si


insidiano

209

con

polemiche

con

calunnie,

si

ostacolano nell'espansione sociale e si servono


degli scrittori, degl'impiegati, degl'imperatori

per tentar di sovrapporsi l'uno sull'altro;

finiscono col provocare guerre di religione che

r Occidente non conosciuto

se

non

in

tempi

relativamente recenti. L'Africa sola fa in parte


eccezione a questo stato di cose, quasi anello
di congiunzione tra i due mondi, in conformit della funzione assegnatale dalla sua posizione geografica e tiene dell' uno e dell'altro r Italia, la Grallia, la Spagna, la Britannia, la Germania e le regioni danubiane sono del tutto lontane dal considerare come viva in esse una
:

questione cristiana

Chi dia uno sguardo alla carta geografica disegnata dall' Harnack, si convincer completamente di questo stato di cose che gli stessi
critici di

fede religiosa pi ortodossa

ammet-

tono:
le

il

cristianesimo colonizza, per dir cos,

coste dell' Occidente, dell'Africa, della Spae

gna

territori;

appena appena penetra nell'interno dei laddove nell'Oriente domina da Bisanzio al Caucaso e si estende, con una certa
altri
culti,

preponderanza sugli
che qui dapprima
invada,
poi.
si

nella

Siria,

nella Palestina e nell'Egitto.

evidente quindi
ed

affermi silenziosamente
Diocleziano,

al di sopra delle leggi e delle consuetudini

come

sotto
il

ogni

luogo,
di per-

essendo ancora

governo in

mano

sone d'altro culto, tenti la scalata al potere.

14

210
impetuosamente e sanguinosamente, nisca col vincere sol dopo aspra lotta.
cozzi
Il

e fi-

giorno

per

in

cui

Diocleziano,

il

se-

aveva voluto dare alla religione dell'impero un'impronta arcaica, ripristinando con la dinastia

condo grande imperatore riformatore,

dei

Giovii
il

degli

Erculei,

vicari

divini

in

terra,

culto del classico Giove e del non

meno

classico Ercole

questo stato di cose

aveva subito un violento colpo verso un brusco orientamento nuovo. Senza essere un entusiasta del culto solare, aveva creduto e
alla possibilit di
religiones, e

mo-

strato di credere, anche in documenti ufficiali,

nesimo ed
essenziale
e
gii

ai

un ritorno alle veterrimae dando ampia libert al cristiacristiani, senza comprendere la


che
vi

differenza
culti,

era

tra

questo

aveva creduto di poter palentamente riuscire a quella recificamente e staurazione politico -religiosa, che era naturalmente anche nelle sue mire come in quelle di Aureliano, sebbene avesse caratteri opposti alle costui idee in quanto che era piuttosto dealtri

centratrice che accentratrice.

Ma

il

tentativo

di

Diocleziano

fall

com-

pletamente ed ebbe per sola conseguenza di


ritardare l'avvento del monoteismo a religione

perch mentre da un lato ufficialimped lo sviluppo del culto solare, dall'altro fu causa della sanguinosa rottura con i cristiani. Il grande imperatore non aveva
di

Stato,

liiente

211
compreso che questi ultimi av^rebbero potuto trovar pace ed adattamento non con il politeismo classico, ma soltanto col monoteismo dei neoplatonici e del culto solare. Tanto ci
vero,

che

l'

unico

imperatore della cosidetta


si

tetrarchia

il

quale

salv dall' ira dei cri-

stiani e dalle loro invettive, fu Costanzo, pa-

seguace del culto del Sole, convinto monoteista e per sua fortuna sovrano di regioni ove il cridre di Costantino,
che,

come quegli

stianesimo era poco diffuso, come la Britannia


e la Grallia, non ebbe ragione di perseguitare
i

cristiani,

ai quali

lo

legava anzi la simpain


al

tia di

della
cui,

comune credenza
si

un

sol

dio

massimo a distruggere qualche tempio quando dall'editto


quindi,
limit
di

Diocleziano

fu

costretto

mostrarsi
poli-

solidale

con

colleghi

nell'indirizzo

tico e religioso.

Prove di ogni specie si possono portare per dimostrare la tenacia con cui Costanzo per ragioni individuali, dinastiche e politiche, tenne fede al culto del Sole, pur non potendo negare ossequio alla religione ufficiale che poneva lui nella stirpe degli Erculei. E naturalmente dov procurare che suo figlio Costantino crescesse con le medesime idee e con la stessa fede, poich questi ci appare sin dal primo suo avvento al potere credente nel culto paterno. Lo stesso Eusebio che vorrebbe farcelo passare quasi come cristiano o imbevuto di dottrine cristiane, non pu negare ci

212
e

non pu non presentarcelo come d'identici


Cos,

sentimenti di Costanzo.

quando verso la fine del primo decennio del sec. IV la costituzione dioclezianea si
sfasci, e

con essa la sua concezione religiosa

classicheggiante fu travolta, Costantino fu pi

che mai il sostenitore aperto della religione monoteistica del padre. Nessuno osa respingere questo fatto, tante e cos esplicite sono le dichiarazioni delle nostre fonti e, per verit, critici d'ogni scuola ammettono ormai questa

da

credenza di Costantino, credenza che non fu lui messa a nudo prima che non fosse

avvenuto l'accennato tracollo della religione ufficiale. Dal qual momento in poi, per, tutte le fonti, letterarie e monumentali, sono concordi nel darci la prova sicura delle sue idee e delle sue tendenze che si possono riassumere cos onorare il Sole e desiderare di
:

essere onorato

come suo

cultore.

II.

Ora quando nel 311 scoppi tra Costantino Massenzio la guerra che doveva condurre all'eliminazione di uno dei due, nessun fatto nuovo era intervenuto nella politica mondiale a turbare questo stato di cose, che abbiamo veduto aver ripreso il suo corso dopo che gli antagonismi costituzionali e di credenze
e

213
avevano fatto rovinare il sogno di Diocleziano. Se lo stato di persecuzione continuava ufficialmente contro i cristiani od era interrotto da
editti di

tolleranza spesso effimeri e

non

di

rado poco efficaci, nessun motivo religioso poteva determinare un conflitto tra il figlio di Costanzo e quello di Massimiano. Massenzio era da questo lato uno di quegli uomini che s
rivengono facilmente nei momenti di crisi religiosa: privo di una determinata fede, barcamenantesi tra differenti culti per ragioni politiche e pronto per queste ad indulgere

a comunit anche avverse come la cristiana, aveva nel fondo della coscienza quell'abisso di pauroso, di ignoto, di mistico che non alieno dai grandi libertini e che si risolve in uno stato di inquietudine superstiziosa che produce le pi strane conseguenze. Come tale egli non avrebbe di certo combattuto per nessuna fede, cosa che del resto pu dirsi di Costantino. Questi, bench seguace del culto paterno,

confacente alle sue opinioni ed al suo

non era alieno da una certa tendenza superstiziosa che non gli avrebbe certamente permesso nessuna lotta violenta e nessuno spargimento di sangue per la bellezza di un'idea. Quello che preponderava in lui
carattere,

era l'elemento ambizioso.

Non pu

darsi quindi alla lotta tra Costanil

tino e Massenzio
giosa, e tanto

carattere d' una lotta reli-

di un grande avvenimento d'importanza mondiale, intorno a cui graviti

meno


il

214

il meraviglioso vi fu, opera di un uomo di genio e di doti militari e politiche eminenti contro quella di un uomo lasciatosi facilmente impressionare, sebbene avesse a sua disposizione forze soverchianti. Costantino difatti con un

meraviglioso, poich se
1'

esso non fu che

esercito la

met

all'

incirca di quello di
lui

senzio os

condurre contro di

Masuna cam-

pagna rapida e sicura, os con cesariana velocit e con romana audacia approfittare delle
innegabilmente
sario
folli

esitazioni del suo avver-

venire

sulle

sponde del Tevere con

circa 40,000 soldati a sbaragliarne per lo


il

meno
Alpi,

doppio.

In

un mese

egli

valica

le

prende Susa, Torino, vince a Brescia, fa cadere Verona e, dopo aver vinto a ponte Milvio il suo
avversario

Ad

il 28 ottobre 312, entra in Eoma. onta dei precedenti successi, per, il 27 ot-

tobre 312 Costantino doveva esser impressionato delle forze che gli stavano di fronte e contro cui doveva cozzare, sapendo di giuocare tutto per tutto: cionondimeno, fedele al suo principio di aver con s pochi, ma buoni e sicuri soldati, pens di sfidarle temerariamente

scegliendo tra

suoi devoti

cavalieri galli e

germani di religione uguale alla sua e di provata lealt, un nucleo con cui mettersi a capo delle sue truppe, incitarle cos con l' esempio
contro
prima,
il

nemico, scompigliarlo e vincerlo.


in quel tempo,
di

Era uso militare


del resto,

come anche
tutti
i

dare ai

soldati

mezzi

necessari per impedire

che durante

il


combattimento
si

215

sbandassero e per tenerli raccolti intorno al duce, con cui dovevano formare un sol corpo: perci si disegnavano o incidevano sugli scudi dei segni che valessero a farli riconoscere come appartenenti ad una data coorte, di stabilire loro un unico vessillo
o stendardo e di distinguere i loro ufficiali con un pennacchio obliquo sull'elmo perch

non
di

li

perdessero di vista. Costantino


questi
militare
Il

si

serv

tutti

mezzi

suggeriti

dall' ordina-

mento
quanto.

vigente,

gallicizzandoli

al-

segno di riconoscimento dei suoi

cavalieri fu tratto
di croci, di

appunto da quelle congerie


di simboli di vittoria

monogrammi,
il

di cui era ricco

culto solare gallico e di cui


costituito
stesso,

restano prove evidenti nelle monete e nei mo-

numenti e

cos fu

il

monogramma
se-

costantiniano.

Egli

anche in ci

guendo

l'uso gallico che

ammetteva elmi
suo
casco
il

ricchi

di segni di ogni specie, invece di adottare

un

simbolo di vittoria dato ai suoi soldati e prepar cos il massimo elemento di successo per il d sepennacchio,
ripet
sul

guente
garsi

Solo in tal
1'

modo probabilmente pu

spie

origine del

codeste signum dei

che

secondo Lattanzio, la fonte pi veridica, pi vicina all'avvenimento e pi sicura di cui disponiamo, fu il segnacol di vittoria di Costantino. un fatto per che dalle sue parole non si ricava chiaramente come fosse formato
il

monogramma che

fu ritenuto poi nell'Oriente

216
abbrevazione
ferenti
alle

del
lo

nome
si

di

Cristo.

In

dif-

modi

disegnato
:

attenendosi
servendosi

sue

sibilline

parole

pure,

monete che ci rendono la sua forma primiti\'a, non si pu esimersi dal confrontarlo con i segni g-alUci attinenti al culto solare. A
delle

questi risultati, oltre


di tempo, ci spinge

il

fatto che la politica

costantiniana non sub scosse in questo torno

un duplice ordine

di consi-

derazioni: quello anzitutto, che Costantino non

poteva abbre-viare il nome di Cristo in greco, come vorrebbe la tradizione, che vede in esso una X ed una P intrecciate, iniziali del nome greco di Cristo, ma doveva farlo in latino; e quello che i segni crociformi ci appaiono fin
dagl' inizi dell' umanit

come

posti in relazione

col culto solare in tutte le regioni del mondo, comprese in esso anche l'America con il Messico. Recentemente anzi l'Egitto ne fornito una nuova messe. Errerebbe per, ed err gi.

chi volle veder in essi


dei
tal

precursori delle croci


di

vari

culti:
ci

la

facilit

formazione di

segno

spiega abbastanza la sua origine

quindi pi naturale volgersi per spiegazione alla vicina Gallia, dai monumenti della quale tali segni si traggono a dovizia; in cui il culto solare viveva di una
indipendente.
vita rigogliosa, e dalla quale provenivano l'im-

peratore Costantino ed

suoi soldati.

Come
non

la battaglia si sia risolta in

una com-

pleta yittoria per


qui
il

Costantino cosa nota e caso di occuparsene. Le truppe

di

217

competitori fecero prodigi di panico da cui furono prese quelle di Massenzio, male ammassate nella pianura ora detta di Tor di Quinto, fece risolvere la
i

ambedue

\'alore,

ma

il

una definitiva sconfitta per costui. otto mesi dopo questa battaglia, il 13 giugno 313, veniva affisso in Nicomedia un editto che doveva meravigliare i suoi lettori e sollevare tra di essi discussioni e commenti l'imperatore Licinio che aveva vinto e messo in fuga il lo maggio di quell'anno
lotta in

Circa

presso Adrianopoli

mino

Daia,

provincia la

il suo competitore, Massiannunziava al governatore della ferma volont sua e del suo col-

lega Costantino,

di

ridare

ampia

libert
i

di
cit-

culto ai cristiani e di garantire a tutti

tadini ogni libert di culto e di fede. Natu-

ralmente, ripristinando

il

riconoscimento della

personalit giuridica della societ cristiana se

ne derivavano
e si esigeva la

corollari capitali e

immediati

scrupolosa

rigorosa applica-

zione dell' editto


I

moderni pi che

gii antichi dinanzi

a que-

sto editto sono rimasti scossi e meravigliati;

recentissimamente, anzi,
clercq, pur scevro

uno dei maggiori e


il

dei pi geniali storici francesi,

Bouch-L'e-

da preoccupazioni di carattere politico-religioso, osava chiamare l'avvenimento da esso sancito un brusco voltafaccia. A mio modo di vedere ci non esatto: il fatto costituisce s una grande vittoria del cristianesimo, ma non un brusco voltafaccia

218
della politica imperiale.

La

vittoria del cristia-

nesimo

pi che personale^

generale:

grazie

all'opera sua, cio, viene riconosciuto all'uomo


in diritto, quel che romana.mente solo in
gli

era stato riconosciuto

fatto, la libert di culto e

di fede. La politica romana per non .cambiamenti di sorta, poich allargando il principio liberale che l'aveva sempre distinta non fa se non codificare quel che era stato il suo programma: tolleranza e libert, anche quando pro\^-edimenti eccezionali le avevano fatto per

un momento dubitare dell'opportunit del proprio indirizzo. Unico errore suo fu quello di
ritenere che il cristianesimo si sarebbe adattato a vivere come tanti altri culti in sottordine ed avrebbe permesso all' individuo la libera osservanza del proprio rito, senza esigere la propria preminenza. Nel 313. e precisamente nell'inverno, Licinio e Costantino si erano dati convegno in Milano per stabilire la linea di condotta che dovevano seguire per liberarsi di Massimino Daia e per concretare un comune piano di governo. Questo lo ricaviamo con sicurezza dall'introduzione dell'editto del 13 giugno 313: ora la questione religiosa era naturalmente una di quelle da regolare e per 1' Oriente essa si concretava nella questione cristiana. Avere i cristiani amici o nemici voleva dire avere o no nelle mani un elemento sicuro di successo; stanchi com'essi erano della lunga e cruenta persecuzione, stanca com'era la stessa societ

219

pagana di tale lotta, nessuno doveva certamente essere ben disposto alla nuova battaglia che Massimino Daia, seguendo la politica di Gralerio, aveva iniziato con non minore crudezza. La tolleranza di cui Costantino dava
prova,
la

religione

monoteistica di

cui

era

banditore, erano arra anche per gli orientali di

poter vivere tranquillamente sotto verso di essi. Per favorire quindi


"

un impeil

ratore che avesse preso un'identica posizione

successo

della

Licinio,

campagna che stava per intraprendere non vi era di meglio e non im-

probabile

che a consigliar ci fosse proprio

di favorire i cristiani, di afferCostantino mare pubblicamente la libert di tutti i culti e per rimediare ai danni economici che la persecuzione aveva apportato sopratutto nelr Oriente fare quel che aveva fatto in Roma Massenzio, rendere i beni confiscati alle comunit cristiane, ricostituendole in ente per sanare in un certo qual modo le ferite e col-

mare

vuoti che la restituzione stessa doveva

trovare.

Insomma
e

la politica religiosa di

Co-

stantino intendeva ritornare ai tempi di Setti-

mio Severo
per,

Gallieno,
di

non ponendo

limiti,

all'attivit

proselitismo del cristia-

nesimo e proclamando quindi il diritto di ognuno a seguire la fede che pi gli piacesse,
senza imposizioni di
fu
religioni
di

stato.

Pia

illusione che dur ben poco in diritto e

non
l'

mai attuata in fatto! Che questo dovesse essere,

non

altro,

in-

220
tento di Costantino lo
si

pu dimostrare qoq

solo con la benevola considerazione di cui go-

devano neir Occidente i cristiani, ma meglio e pi precisamente con l'editto che Massimino qui Daia promulgava con brusco voltafaccia subito dopo quello s che il caso di dirlo di Licinio, ricopiandone il tenore e mettendo in esecuzione, ipso facto, una persecuzione contro i pagani. Evidentemente egli voleva annullare gli effetti del colpo che gli si assestava usando le stesse armi, tanto ormai era indi-

spensabile al successo dei contendenti


vorire o no
il

il

fa-

cristianesimo!

Esaminato dal punto di vista politico il cosidetto editto di Milano si riduce a questo; come ben visto Seeck, se in Milano ci fu un accordo, nulla ci permette di credere che ivi fosse promulgato un editto, onde bisogna attenersi solamente e semplicemente a quello che conosciamo del 13 giugno 313. L'accoglienza che a quest'editto fecero i cristiani non fu solamente, com' era da atteni-I

qualcosa di pi, fu, per dir cos, imperialista: i cristiani avevano sino allora accettato in Occidente il culto solare di Costantino come un minor male di fronte alla persecuzione orientale che era in vigore di diritto e di fatto, e di fronte a quella occidentale vigente solo di diritto, ma sempre viva se qualche zelante o malevolo magistrato avesse voluto serWrsene. Essi gi dai tempi di Tertulliano avevano accettato con una non
dersi, benevola,

ma

221
grande repugnanza
del
sole
e

di esser creduti adoratori


e

tanto

talmente

due

culti

si

erano confusi nelle menti e negli animi meno acuti che Sant'Agostino ancor un secolo dopo
gli avvenimenti che studiamo doveva tuonare contro questi falsi cristiani e nel V secolo

Leone doveva insistere due culti per scacciare


S.
lari

sulle
le

differenze dei
so-

superstizioni

dall'

In quel

annebbiata fede dei credenti. momento per il cristianesimo vinculti, nell'

citore aveva voluto stravincere e nel confusio-

entusiasmo della rinnovellata libert aveva voluto trascinare a s anche i fedeli uguagliati ad esso e fare del segno inaugurato dall'imperatore nel conflitto con Massenzio un segno "esclusivamente pro-

nismo dei due

prio.
al

E cos per virt dell'Oriente cristiano monogramma constantiniano fu dato il siCristo e


di

gnificato, che ave\':a nell'Oriente ai tempi an-

cor anteriori al
tutti
i

successivamente in

nesso abbreviativo. Come il culto che era pi diffuso in queste parti del mondo, il segno di vittoria costantiniano
periodi,

doveva essere un prodotto suo proprio, un frutto della civilt ellenica ed ellenistica: va-

come simbolo solare di vittoria, veniva interpretato come abbreviazione iniziale dell'augusto nome del Cristo! Diveniva cos il
leva

simbolo
quale
1'

di

una specie di sincretismo religioso

al

Occidente per mezzo delle Gallie dava il significa, to sostanziale, 1' Oriente con il cristianesimo ellenizzante il significato formale.

Ed ecco sorgere in vt del meraviglioso proveniente dal fatto stesso l'audacia e la

vittoria

di

un uomo

di

met del suo avversario


lazioni e delle piaggerie

forze

appena della
e della

in virt delle adu-

pagane

men-

talit orientale dei cristiani, grata per la con-

quistata

libert,

il

meraviglioso che aleggia

tuttora intorno all'avvenimento maturatosi nel-

r Occidente tra il 312 ed il 313. Gi l'anno dopo la battaglia a ponte Mil\-io

vi

era

chi

si

domandava

come

si-

avvenuta contro le previsioni dei sacerdoti era un pagano costui contro i consigli dei generali e non poteva non rispondersi che la divinit ave\-a secondato i fini dell'imperatore, anzi, essendo immedesimata con lui, aveva potuto vedere, provvedere, compiere. Pi tardi, un decennio dopo, all' incirca, dagli stessi pagani si favoleggiava
mile
vittoria

fosse

addirittura di legioni celesti accorse in aiuto al-

rimperatore, delle quali era duce, secondo qualcuno, lo stesso Costanzo, padre di Costantino.

Un

venimento,

autore cristiano, pochi anni dopo sosteneva pi discretamente


il

l'av-

che

era intervenuto sotto veste del sogno; e poich ci non era mancato neppur a
la

divino

Massenzio, bisogna
storico tedesco

convenire con un arguto


che,

(Seeck)

qualunque fosse

stato

il

vincitore della famosa battaglia deil

finitiva,

merito in ultima analisi non ne

sarebbe stato attribuito agli uomini,


dei.

ma

agli

non

ai fatti,

ma

ai segoni

tiniano

Solo tardi, verso la fine dell' impero costanper bocca d' Eusebio, pari cristiani,
addirittura
di
di

lavano

visioni

avut^

dal

so-

avrebbero confermato vrano, l'ammonimento celeste, di meravigliosi fatti palesi a tutto l'esercito, ma questa era la
sogni

che

forma ormai letteraria della leggenda e come non aveva alcuna originalit. L'insistenza, difatti, con la quale Eusebio parla della croce formata dall'armatura del labaro, della croce sulle armi dei soldati, della
tale

croce figurante nel palazzo imperiale vera-

mente una prova della sua poca originalit, la quale per giunta di un anacronismo fae ci cile a rilevarsi quando si sappia

noto a

che il culto, l'imagine, la diffusione del simbolo della croce solo relativamente recente, poich anche dopo Costantino predomina il monogramma, che da
tutti
lui

prende

il

nome, su qualunque segno del ge-

nere. Ora che nell'insegna romana, all' incirca

un panno formata come i nostri stendardi pendente da un bastone orizzontale fissato su si potesse vedere la di un'asta verticale croce l'avevano gi detto e ridetto gli antichi apologisti. Minucio Felice e Tertulliano l'avevano notato e l'avev^ano rinfacciato ai pagani, accusandoli di essere essi, non i cristiani,

adoratori della croce, di cui anzi questi respin-

gevano il culto. L'insistenza quindi di Eusebio non che una prova dell'aver voluto derivare dall'incrocio casuale di due aste lignee quel


segno cristiano che
i

224

come

suoi pi originali e pi

consapevoli predecessori avevano trattato

un segno di idolatria. Eusebio anzi ci conduce pi in l: vuole che la statua che fu eretta a Costantino per opera del Senato in Roma avesse la croce nella mano,
e nell'iscrizione sottopostale l'imperatore di-

chiarasse di aver vinto sol per virt di essa.

Ora che una statua

sia stata eretta al vinci-

tore di ponte Milvio certo, che essa avesse

dei simboli solari dubbio, che

il

segno della

croce o

monogramma, od
respingersi,
sia

altro che fosse, fa-

cesse allusione al culto cristiano assoluta-

mente da

perch

l'

iscrizione

eusebiana lascia molto a dubitare sulla veridicit della sua lezione, sia perch Roma era
troppo
ci e ne

pagana ancora per poter permettere vedremo ben presto la prova.


il

Invece facile
era effigiato

convincere
dio

dubbiosi che

Costantino nella statua dedicatagli in

Roma

come un

solare.

Difatti

noto che il culto imperiale, entrato in Roma dal punto di vista religioso con l'ellenismo, da quello politico con l' egizianismo, aveva gradatamente preso forma ed aspetti grandiosi tfino a che con Aureliano e Diocleziano era stato elevato a principio costituzionale, come vedemmo, e faceva quindi del sovrano un vicario di Dio in terra, nel cui nome si giurava e di
cui
si

prescriveva

il

culto sotto le forme che

pi gli erano care. naturale perci che Costaaitino fosse rappresentato con gli attributi


e nella specie di
i

225

un dio solare

come

tale egli

esigesse che la statua fosse venerata da tutti


sudditi, ora in

Roma,

pii

tardi in Costanti-

nopoli. In altre parole che egli vi avesse

una
si-

statua
rista.

sotto aspetto di
divinitatis
,

divinit

solare,
il

mulacrum

come dice
ci

panegi-

Tutto questo adunque

prova con quale

saldezza Costantino persistesse nella religione

paterna e le monete dell' epoca ce lo confermano, poich la divinit che vi appare pur sempre la di\nit solare coni consueti appellativi e coi

segni abituali. Se la croce figura tra

quest' ultimi

non fa mestieri quindi


il

ritenere,

come vuole
stiano
e

Maurice, che fra Costantino crisua amministrazione pagana vi fossero dei dissensi od un differente modo di pensare e che essi si esplicassero con l'introduzione nelle monete, da parte degl' impiegati
la

minori, di segni di carattere cristiano per distintivo delle varie squadre.

Ma
che

la falsa interpretazione dei fatti esposti


all'

non porta solamente


Costantino
e

erronea
gi

conclusione
in

era

cristiano

questo

tempo
lo

convertito di punto in bianco per indal

tervento divino, porta ancora a scorgere o per

meno ad esaminare con mente oscurata

pregiudizio, un altro documento, l'arco famoso,

eretto al vincitore, probabilmente nel 316. noto


difatti che nell'iscrizione dedicatoria si

accenna
in-

alla vittoria riportata su

Massenzio

e sul partito

militare che lo sosteneva,

come ottenuta

226
stinctu divinitatis mentis wagnitudine ed pur

noto che questo instinctu divinitatis ( ispi in traduzione letterale) si sempre ritenuto, con troppo generale conrazione della divinit
senso,

come

allusivo al miracolo avvenuto prima

della battaglia a ponte Milvio. Eppure,

meno questo

nemun argomento inoppugnabile:

che cosa costringe noi a intendere questo latino nel senso che l' impulso venne dato a Costantino dalla divinit e che la grandezza della sua mente fece il resto? Ma perch non riferire la frase instinctu divinitatis come la seguente mentis ^nagnitudiyie a Costantino? Gli si erige l'arco cio per aver vinto Massenzio ed i suoi seguaci spinto dalla sua divinit, dal nume suo stesso, dalla divinit di imperatore e dalla grandezza della sua mente Cos del resto dicono i panegiristi che nel 313 magnificavano il suo nume divino, il suo divino pensiero: divino Consilio, imperator, hoc est tuo ,
.

per divino consiglio, o imperatore, ossia per

consiglio tuo ; cos essi magnificavano la sua

animi magnitudo la sua grandezza d'animo, che corrisponde alla mentis magnitudine dell'arco. E lo confondono con la di\-iuit suprema, con la mente divina dei neoplatonici ed aggiungono che il Senato ben fatto di elevare a lui, dio, una statua signum dei divinitatis simulacrum E faccio ,a meno, per

il
.

brevit, di altre prove.

di questo tempo.

Neppure nulla jprovano i rescritti imperiali Anche ammesso che quelli che

possiamo leggere nei nostri

codici,

il

giusti-

nianeo ed il teodosiano, siano di data sicura, ci che non , come lo provano le differenti
opinioni degli studiosi su di essi, le disposizioni

contenutevi non
politica.

ci

ligione di Costantino,

dimostrano affatto la rema semplicemente la sua


i

Se

egli

esenta

sacerdoti

cristiani

dagli obblighi municipali non vi da meravigliarsi:

prima di morire, quando ormai pare

fosse davvero cristiano o per lo

meno

vi

fosse

molto pi vicino che nel 313, far lo stesso con i pagani; e tanto meno ci meraviglia il
vederlo convocar concilii
e

permettere di afsi

francar gli schiavi dinanzi la Chiesa. Egli


stato,

attiene rigidamente a due principi ai quali


se non sempre fedele, per lo meno per maggior parte della sua vita: al principio politico ed a quello giuridico. In virt di la

questo

evidente

che ripristinato

il

riconosci-

mento
che

Chiesa come ente ne consegue permettano molte cose che prima non le si potevano concedere, come l'affrancamento degli schiavi e la protezione della potest impedella
le si

riale

per la convocazione dei concilii, applilei

cando a
Se poi
si

quasi integralmente quella legislaci,

zione privilegiata di cui godevano gii Giudei.

aggiunga a
cui
si

che del resto la base


il

formalistica

informa tutto

diritto

romano,
e non

il principio politico non meno rigoroso meno importante per un uomo come

Costantino, che comprese perfettamente quanto


fosse difficile condurre la barca del oroverno

228
in

del

momenti sec. IV

litigiosi

e pericolosi

come

quelli

si

avr

il

delle ragioni che spinsero

il

quadro completo grande imperatore


Occorreva evitare
i

ad agire nel senso


discussioni,
culti

in cui ag.

persecuzioni,

questioni tra

vari

ormai lasciati

liberi di
il

espandersi e d'al-

tra parte far loro sentire


e

peso della volont

della potest superiore.

conversione di
rizzo

Tutto ci adunque non implica affatto una Costantino al cristianesimo, come si voluto; esige semplicemente un indiconscio di
s,

sicuro,

forte:

tutto ci

non

religione, politica.

III.

Nel 314 per termine la prima campagna Costantino contro Licinio e si la conseguente pace Costantino arrotonda i suoi dominii e lascia la Tracia e l'Oriente a Licinio. Naturalmente questo non che un primo passo verso la conquista dell'impero universale che l'ambizioso uomo matura: di fronte ad un buon oppositore e ad un buon
di
:

generale come Licinio occorre aver pazienza,


il

momento
stesso

propizio

non
al

ancora venuto.
collega
il

Egli

suggerito

pro-

gramma
dito
il

della libert de' culti, onde ingraziarsi

l'Oriente, Licinio

seguito l'esempio ed bandel

culto monoteistico

Sole in

modo


da
L'a

229

tutti
i

far

andare

in

visibilio

cristiani.

sua preghiera al

sommo

iddio

prima
ri-

della battaglia contro Masslmino, stata

tenuta come preghiera cristiana. Pi tardi Costantino la imiter, tanto sapiente: per ora meglio attenil combatterlo sarebbe follia.
dere e preparare gli eventi. Nessuno pu negare che la politica costantiniana non sia la

sagace politica di Koma. La politica religiosa di Costantino continua a procedere sulla via segnatale dagli eventi: libert di culto per tutti, ma al di sopra dei culti minori i due maggiori, il solare ed il
tradizionale
cristiano
o,

ci che vai meglio,

il

monoteismo.
proporli
agli
libe-

Per
altri

consolidarli,
egli tende

equipararli
possibili

Tarco della sua mente,


i

randoli

da

tutti
i

pericoli.

Il

culto

cristiano

Donatisti e poi Ario che ne mi-

nacciano resistenza, egli li perseguita; il culto solare contro di s tutti i venditori di cerotti religiosi, gl'indovini, i maghi, i girovaghi commercianti di ciurmerle che si insinuano
nelle

proclamano i buoni effetti dell' aruspicina ed egli proibisce il loro indegno commercio. Vadano, dice l'imperiale ammonimento, a far le loro cerimonie nei templi pubcase
e
blici,

santifichino

il

giorno del

sole

col

ri-

poso!
vi

Ma
la

al di

sopra di cristiani e di pagani

maest dell' impero personificata nel sovrano, onde a questo deve esser riferito il responso degli aruspici quando si consultino

per

la

caduta

del

fulmine

sul

palazzo

im-

230
periale o sugli edifici pubblici, al sovrano che

continua ad essere
religione
nella
ufficiale.

il

pontefice massimo della La quale splende ancora


nelle monete, ove

forma del culto solare


n(ostri),

B/Ccanto alle solite leggende: Soli corniti


(usti)

Augve-

Soli

invicto

corniti,

noi

diamo un segno tangibile del riconoscimento della divinit solare da parte di Costantino e dell'attribuzione ad essa delle sue vittorie
nella rappresent^azione della

figura imperiale

che riceve dal Sole

il

globo del dominio uni-

versale. Marte poi figura ancora sulle monete emesse in occasione dell' elevazione dei suoi
figli.

Crispo e Costantino, a Cesari

e p'inoipes

iuventutis o capi della cavalleria.

D'altra parte nella legislazione

le

deduzioni

dal principio di diritto fissato nell'editto del

313 a favore della comunit cristiana continuano. La Chiesa un ente: non vi ragione perch,
l'epoca,

come

tale,

secondo

le

idee del-

non possa ricevere per testamento. Si dato libert di culto a tutti: non vi quindi
rimangono
le

ragione di perseguitare coloro che per ragioni


religiose
celibi
e
si

abrogano per

conseguenza
il

disposizioni antiche ancor vi-

un culto non deve dargli sopravvento sull'altro: si proibisce perci alle municipalit di obbligare i cristiani ai
genti. L'ufficialit di
sacrifici di rito.

cos via.

231

IV.

Contro un uomo

di

cos

chiaro e di cos

sicuro indirizzo ecco Licinio farsi trascinare dai partiti religiosi dell'Oriente e farsi iniziatore d'una politica contraria; eccolo bandire
la

persecuzione
dalla
Corte,
il

cristiana,

allontanare
e

cristiani

processarli.

Costantino
sergli

naturalmente coglie vendosi del primo

momento buono
favorisce

pretesto

offertogli,
i

muove
stiani e

guerra,

lo

combatte,

cri-

quando il suo avversario vinto ed abbattuto non gli d che un effimero perdono
e lo fa uccidere.

Cos nel 324 Costantino


di

era unico signore


e se-

ambedue

le parti

del

mondo romano

deva arbitro delle due lo di\idevaiio, pur mostrando ancora per

principali religioni che


il

culto paterno la predilezione propria. Difatti

dopo la vittoria su

Licinio,

babilmente di quel corpo di cavalieri della morte che vedemmo aver reso a ponte Milvio a Costantino un grande servigio e che nelle battaglie contro r ultimo competitore si era non meno notevolmente segnalato. A questo corpo di cavalleria di cui era capo l'imperatore vien dato ufficialmente non sappiamo se lo avesse anche prima in una forma non ufficialmente
l'istituzione

definitiva

deve porsi proe formale

232
determinata un vessillo formato di un panno rosso quadrato sul quale vi erano le
di Costantino e dei suoi figli. Esso pendeva da un'asta orizzontale incrociata su di una verticale sormontata dal monogramma, ormai adottato nella sua forma definitiva che trovasi anche successivamente e che gi era apparsa qualche tempo innanzi (pare nel 317) sulle monete, aventi l' imagine imperiale con l'elmo, su cui brillava tale distintivo. Ora il hi baro, sebbene il suo monogramma possa

effigi

esser

stato accettato

come abbreviazione

del

nome

di Cristo nell' Oriente, non aveva ancora un valore prettamente cristiano. Il Sole era raffigurato su di una tela o su delle stoffe anche dai Persiani ed il labaro perci, in una delle sue rappresentazioni, non ci sembra diversifichi da esso.

E neppure
J-^usebio,

le

monete,

coniate
il

per avervi visto

allora, che sovrano raffigu-

rato con gli occhi elevati al cielo, crede siano


ascetiche, per dir cos, tanto da dire che l'im-

peratore vi rappresentato in figura di orante,

sono
tino,

espressione

di

culto

cristiano.

Costan-

come
di
e

gi Alessandro
solare

Magno,
vi

cui spesso

volentieri rassomigliato,

presentato in
occhi
volti
al

forma
cielo

dio

con

gli

con tratti idealistici. Ancora, dunque, l'imperatore che unificato un'altra volta l'impero sotto le sue armi, un seguace del culto solare e per tale ancora lo possiamo giudicare nel 330. quando

233

inaugurata la nuova
e sul

capitale,

Costantinotrasportata

poli,

carro del
e

Sole

viene

la

statua di Costantino, tenente in

mano

la

Fortuna della citt


fa mettere
il

quando

nella citt stessa

simulacro della divinit imperiale sotto la forma di dio solare ed obbliga anche i cristiani a prestargli culto, s da autorizzare

pochi decenni dopo uno scrittore ad

inveire contro di lui per aver voluto imporre

sudditi una tal forma di idolatria. Avesse non avesse, come vogliono alcuni, la croce nelle mani o il g:lobo sormontato da questa o la lancia, cosa che non ci riguarda, poich sicuro che all'idolo fu domandata la venerazione anche di coloro che non potevano e non dovevano adorarlo. Se la croce vi fu
ai

pot esser conciliata nella coscienza loro l'obbedienza all' imperatore con la credenza religiosa, ma con i precedenti che conosciamo noi a questa croce non possiamo attribuire se non un significato prettamente solare. E quasi ci non bastasse, a rendere dubbioso l'animo degli storici, eccolo poco prima della morte legiferare a favore dei pagani e

concedere loro quei vantaggi e qaei benefici che aveva concesso ai sacerdoti cristiani.

Ma

d'altra parte nel 326 quest'uomo distin-

gu3 i cattolici dagli eretici e dai scismatici ed impone a costoro obblighi e carichi dai quali i primi sono esonerati! nel 326 sconfessa il culto ufficiale non andando sul Campidoglio a
sacrificare
agli
dei

per

il

vente-

234

Simo anniversario del suo regno, sconsigliando persino i soldati a farlo. Non sappiamo se ci fosse dovuto ad un monoteismo solare di nuo^"a. concezione o al neoplatonismo antireligioso, ma sappiamo che Roma non perdon l'oltraggio fatto alla religione dei padri.
Il

pa-

ganesimo era ancor vvo


veterani
in
di
le

e fiorente:

gli stessi

tutte

Costantino che l'avevano seguito sue vittorie da ponte Milvio ad

Adrianopoli erano ancor pagani, tanto che queir anno, se non l' anno precedente, lo avevano salutato con l' acclamazione d' uso Dii te servent L' ambiente romano poi era il centro di queste credenze, onde Costantino non pot resistere alla corrente sfavorevole manifestatasi contro di lui e dov fuggire. Roma aveva gi cacciato da s Diocleziano, cacciava ora Costantino: questi imperatori orientalizzanti che avevano la loro capitale prediletta in Oriente o stavano per fondarla
.

Nicomedia

l'

uno,

Bisanzio

l'

altro

non

potevano esserle ben visi. Avevano un bel da fare essi a volere eguagliare le loro citt a Roma, questa sentiva la sua superiorit e la sua grandezza e nell'agonia del suo impero, non potendo far altro, rimandava in Oriente chi non sapeva pi combattere e vincere nel suo nonue. Data questa posizione che i fatti fanno assumere a Costantino noi saremmo incerti se debba o no ammettersi che egli ormai nella sua
politica religiosa fa%-orevole
ai

cristiani

por-

235
tasse

non come prima

il

solo contributo del

suo acume di uomo di Stato, ma ancora la sua convinzione di cristiano, se a dichiararcelo per tale non intervenissero proprio quegli scrittori

pagani che avrebbero indubbiamente fatto


il

tutto

possibile per disputarlo agli avversari

qualora l'avessero potuto: essi lo dichiarano francamente cristiano. Dai fatti per che si sono test delineati risulta evidente che nell'animo

dubbio e si agit qualche cosa di vitale dal punto di vista spirituale. La mente sua non pi la lucidit d' una volta, la sua politica non pi sicura e ferma come prima; vacilla l'uomo di Stato e nello spirito sin' allora rigido passa la crisi religiosa: il problema religioso evidentemente lo preoccupa. Monoteista quale sempre stato, si sente incerto qual culto debba seguire ed
dell'imperatore pass
il

oscilla

tra

l'

uno e

l'

altro finch fine.lmente

una

crisi

pi violenta, quella del rimorso, proil

babilmente, non lo decide a piegare verso


cristianesimo.

Costantino aveva commesso dei delitti: fossero essi politici o no, siano dal punto di vista etico giustificabili o no,

non

lo

si

deve
figlio,

qui ricercare.

Il

fatto

ch'egli
le

se

ne sent
del

rimordere
della

la

coscienza:
del

ombre del
del

moglie,

suocero,

cognato,

nipote

non lo lascia\'ano tranquillo proprio quando era giunto all'apice dei suoi desideri; senti\Ta quindi il bisogno di una purificazione^
che desse pace e tranquillit all'animo suo^


il

236

di qualcuno o di qualcosa che gli concedesse

perdono. Pare che neoplatonico

sacerdoti del culto paforse

gano, imbevuti di neoplatonismo,


filosofo
stesso,

un

non ritenessero

che per i delitti famigliari fosse possibile la espiazione ed ecco quindi Costantino volgersi ad un cristiano. probabile che fosse costui
all'imperatore

Oslo di Cordova, un vescovo che aveva servito come intermediario in questioni


Egli gli avrebbe dichiarato
cristiana
la
e

politico-religiose.

che

religione

concedeva

il

per-

dono

l'avrebbe invitato

ad entrarvi ed a
si

pjtrificarsi

con

il

battesimo.
sar alieni dal
si

questa spiegazione non

prestar fede quando

consideri anzitutto che


il

allora la religione cristiana era un po'

re-

fugium peccatorum

di molte coscienze

non per-

fettamente candide e poi che Costantino fu battezzato, a quel che pare, solo in fin di vita e che non fu neppure catecumeno prima
di allora,

periodo

di

onde si potrebbe vedere in ci un prova e di esitazione impostogli

dalla religione alla quale voleva passare, tanto


pi che gi allora
il battesimo aveva, a quel che pare, un carattere magico, era un mez2:o

di

purificazione
d'altra

santificazione.

si

poOsio

trebbe,

rimproverare ad di Cordova di aver attirato in questo


parte,
e

modo

l'imperatore al culto cristiano, poich la mente

l'anima cortigianesche
e

di

Osio non erano la


;

V anima superiori di Ambrogio n il <;ristianesimo era ancora giunto a quel grado

mente

237
di

potenza al quale doveva pervenire un mezzo secolo pi tardi quando, dopo il massacro di
Tessalonica,

la

Ambrogio imponeva all' impero prima Canossa, esigendo riparazioni relie

giose
si

politiche dall'imperatore Teodosio che

era reso colpevole.

Da questo momento

per Costantino tra-

scinato non solo ad una politica religiosa di

favoreggiamento del culto cristiano,


e battaglianti.
rele di

ma

a mi-

schiarsi addirittura nelle sue sette battagliere

Dal concilio

di

Nicea

alle que-

Ario

e di

Atanasio, Costantino passa dipassato,

battendosi in atti non sempre logici e chiari

come

quelli

del

ma

contraddittori

spesso e contrari alla politica iniziale, prende

per suggerimento di ariani provvedimenti ariaueggianti, entra in tutte le querele dei teologi

ed assiste impotente a miserie e delitti. Non si tratta pi ormai di politica religiosa,


si

tratta di politica cattolica


Si agita viva pi

il

cristianesimo

vinto.

di quale delle sue

che mai la questione comunit prender il posto

che esso si assicura nell'impero del mondo: l'arianesimo trionfante e trionfer ancor pi tra non molto. Ma questa lotta non ci riguarda. Quello che sicuramente si poteva fin d' allora divinare era che il cristianesimo non poteva essere dominato, doveva dominare: la storia, la dottrina, la forza, il substrato di cultura e di ci\'ilt dell'impero al quale si era imposto, del quale aveva ereditato lo spirito e le energie lo dovevano portare al di sopra

238
degli altri culti in circostante a lui favorevoli
di ambiente, di
g'

momento

e di persone,

poich

imperatori

illirici

o pannonici

erano quasi

tutti privi di coltura.

Da

perseguitato divenne

quindi facilmente persecutore.

Intanto per queste ragioni la psiche del dominatore tormentata da dubbi e da esitazioni dagli atti che considerammo e da altri minori che omettiamo, questo ci appare evidente come se assistessimo al passaggio di grandi nuvoloni su di un cielo azzurro. Non l'amministrazione dello Stato in conflitto con il g-overno. sono gli atti di Costantino che sono indeterminati ed incerti. Accanto alla costruzione di chiese cattoliche, pur sicura in linea generale per l'accusa fattali in questo senso da uno storico pagano, ma sulla cui tradizione particolare bisogna procedere con molta cautela, tanti sono gli er:

rori

infiltratisi

in essa

le

falsificazioni

di

ogni genere subitevi,

e della

quale non percui

mette

di meravigliarci

il

modo con
le

abbiamo

qui e altrove prospettato

relazioni tra cri-

stianesimo
e
il

e impero e la politica imperiale riconoscimento della comunit cristiana si la permafatto fin da Settimio Severo nenza in Costantinopoli stessa di alcuni templi

pagani e forse la costruzione di qualche nuovo ed accanto a ci la spogliazione di altri per adornare con le loro statue divine gli edifici
pubblici.
Il

mondo ormai

assiste

ad una strana meta-

239
inorfosi,

di

cui

sembra esser una espressione


Rea; questa possente dea della le braccia che

plastica la mutilazione che ebbe in Costantinopoli la statua di

natura,

le

braccia troncate,

reggevano le fiere simbolizzanti la forza feconda della terra, e sostituite con altre tese
verso
il

cielo nell'attitudine della preghiera.

Una
dalle

forza spirituale tenta strappare gli uomini

fosche bassure della vita e dalle sue continue e crudeli battaglie per spingerli verso il cielo. Par di veder passare sul mondo stanco
di
lotte
e

di

materialit l'ombra del Cristo,


:

mormorante

agli uomini

Regnum meum non

est de hoc oriundo.

240

Monumenti

docnmeuti

della politica e della religione di Costantino

Sono state recentemente (1) raccolte in volume e pubblicate le conferenze promosse dal comitato romano per il XVI centenario della proclamazione della pace della Chiesa, tra cui si trovano quelle dei due chiarissimi studiosi. Grossi -Gondi e Marucchi, che mi fecero Ponore di combattere le opinioni da me
espresse sulla politica religiosa di Costantino.

Farmi quindi doveroso rispondere loro pi che per difendere le mie idee personali sull'argomento, per mettere in luce la seriet dei risultati cui sono giunto con le mie ricerche
e
la

serenit della

mia posizione

di

studioso

di
e

Le une appaiono completamente misconosciute nell'opera che viene alla luce non tanto dai singoli conferenzieri quanto in gefronte all'avvenimento analizzato.
l'altra difatti
(1)

Letture Costantin une. Eoma; Descl;

1914.


coloro
i

241

ma
per tutti

nerale da tutti, non solo per me,

quali avversarono l'interpretazione tra-

dizionale della figura di Costantino.

detto
intenzione.

interpretazione tradizionale

con

La controversia

difatt svoltasi tra

me

ed

miei illustri contraddittori una que-

stione che nel

campo
cos:
ai

teoretico

pu

definirsi

E con
rica,
il

semplicemente ci non nego

critica contro tradizione.

miei avversari

il

ba-

gaglio critico necessario alla concezione sto-

ma

piuttosto credo che essi subordinino

loro criticismo alla visione


spirito
di

immanente

nel

loro

pinto Eusebio. Ora

che non
tino,

un Costantino quale l' diio, e con me tutti coloro sentono questa figura di Costaneffetto

la

quale divenuta tradizionale per la


della

formazione di una errata visuale storica, che permesso di far derivare da lui ogni protezione ed ogni favore; io, dico, non posso subordinare il criticismo al tradizionalismo e quindi assumo

Chiesa per

di

fronte ai problemi che fa sorgere la raf-

figurazione del Costantino tradizionale, la posizione di chi rappresenti la critica.

Ma inel far ci a me preme dichiarare che nessun altro motivo che non sia il motivo scientifico mi spinge a combattere la tradizione. Libero studioso il che non equivale alla formula demagogico-massonica di libero

pensatore
siasi

mi ritengo

alieno
is.

legame di da qualsiasi opposizione

da qualimposizione religiosa, come


cos sciolto
di carattere po-

242
onde nella voluta conservazione della tradizione storica costantiniana, fatta da uomini di fede e di parte cattolica, non vedo se non un grande errore storico. Ora che questo errore si divulghi in quei momenti che sembran fatti a bella posta per creare delle
litico,

figure
di

storiche

convenzionali,

negli

anniver-

sari cio, cosa che a ime parsa meritevole


un' opposizione
I

di

carattere

precisamente

popolare.
di
errori,

miei illustri contraddittori anno


confusioni
e

trovato la mia concezione storica non scevra


di di

incertezze:

mi

concedano non di scolparmi, ma di spiegare come e su che cosa io la fondi e mi permettano di combattere, se mi bisogna, gli argomenti da essi addotti. Io pur essendo convinto che il subbiettivismo storico permetta le pi opposte ricostruzioni storiche, non posso naturalmente ammettere che possano formarsi visioni storiche le quali non tengano conto di tutti gli elementi della nostra conoscenza o non giustifichino la messa insieme dei dati e delle testimonianze con
un' interpretazione che ne critichi V espressione
3

ne sani

le

contraddizioni.

Dopo

di ci sola-

mente

una narrazione che trovi la solidit della sua costruzione in un saldo sentimento delle cose. Ponendo tra i miei egregi contradittori anche Pio Franchi dei Cavalieri che in Studi Romani (I, 161) scritto acutamente sul labaro descritto da Eusebio qua e l compossibile la formazione di

243
biittendomi, ecco su quali capisaldi io deter-

mino
lo

la divergenza delle loro dalle

suir origine

ed

il

valore

del

mie idee: mono-

gramma
stantino;

costantiniano;

2o sulVinstinctu divinitatis dell'arco di Co-

3o sulla religiosit e sulla politica di Co-

stantino.

II.

Incominciamo dal primo. Secondo i miei critici sull'origine del monogramma non v' alcun dubbio: Eusebio credibilissimo e sicuro e la sua narrazione
doli'

apparizione della croce a Costantino e dell'avvertimento divino che nel sonno gli sugger di fare di essa

dubbi
fonte

di

sorta.

Io

uno stendardo, non lascia non far qui questione

dell'autorit di Eusebio e del suo valore


storica,

come

condurrebbe troppo in lungo. Al valore storico della vita di Costantino non credo, questo necessita il dirlo essa per me non una storia, un romanzo, vale storicamente parlando quanto vale la Ciropedia di Senofonte o la vita di Castruccio
ci
ci
:

Castra/cani del Machiavelli:

manuale del mi baster il tempo dar della mia tesi un'ampia dimostrazione un'altra volta. Cionondimeno

il

perfetto principe cristiano e non altro. Se


di

244

riconosco in Eusebio molto maggiore veridicit

che altri critici gli attribuiscono quando e ne dato altre volte la prova, si trattava sopratutto della storia ecclesiastica. Del resto voglio ammettere che Eusebio sia fonte indiscutibile e che lo storico moderno col suo innato scetticismo si trovi dinanzi alla sua narrazione del meraviglioso costantiniano: la respinger e perch? Premetto che anche il pi Gcattico degli studiosi
quella
si pu trovare nelle narrazioni degli avvenimenti storici dinanzi ad un meraviglioso che se anche soggettivamente pu sembrargli inaccettabile, deve oggettivamente lasciarlo indeciso. In questo caso per anche la forma della narrazione del meraviglioso non pu sottrarsi alla critica. Ora quale garanzia ci offre Eusebio del suo racconto? il giuramento imperiale. Non so se Eusebio fosse del parere di Arriano che riteneva che i sovrani fossero ottima fonte storica, perch a loro era vergogna mentire; so che a noi tale attestazione fa ridere. Se Costantino ammettiamolo per un momento, ci che a mio modo di vedere non avesse egli stesso raccontato la visione avuta ad Eusebio, non saremmo perci dinanzi ad una fonte ineccepibile, perch egli era

interessato a far passare per verit la sua

men-

zogna che
il

lo

circondava di un'aureola glo-

riosa e divina. Poich alla narrazione

aggiunge

giuramento, si rende meno credibile che mai, quando testimoni, non indeterminati come

quelli eh' egli

245 porta soldati


i

ma

deter-

non potevano mancargli. E quando poi dice di non ricordare dove il fatto fosse avvenuto d il colpo di grazia al racconto. E tutto ci poi non si sostiene pi se si riminati,
flette
la

che Eusebio racconta


fattagli
egli era in vita,

la visione

secondo

narrazione

dall'imperatore,

mentre
costui!
vi

ma dopo

la e

Chi mai poteva smentirlo

non morte di che male

era poi nel falsare la storia se era neces-

sario di farlo per ragioni

supreme?

pure per un momento la veridicit d'Eusebio: sono disposto ad accettare il racconto della visione se questa in diretta e necessaria relazione col fatto che le conseguenza, se cio quel che costituisca la novit del labaro eusebiano il monogramma un monumento che non pu tro-

Ma ammettiamo

vare origine se non nel

comando

divino.

L'intervento celeste secondo Eusebio

pone di due

fasi,

la

si comprima dell'apparizione

diurna della croce, la seconda dell'apparizione notturna di Cristo con lo stesso segno apparso in cielo , a somiglianza del quale egli ordina di foggiare un vessillo. Perci il labaro col monogramma, quale risulta dalla descrizione di Eusebio non nessuna relazione con la visione, poich la croce formata dall'asta A'erticale con l'antenna da cui pendeva

drappo (sipharwm) esisteva gi in tutti romani del genere e non occorreva affatto un ordine divino per imporla alle
il

vessilli

246
truppe:
i

cristiani
i

avevano gi notato, detto


costituivano la croce
essi,

e ripetuto che
e che, se mai,

vessilli

non
Il

ma

pagani giuravano
invece,
sodel-

per quei signa. l'insegna


la

monogramma,
costituiva la

prastante all'asta,

novit
di
il

costantiniana,

ma

su

essa

per

quale avrebbe dovuto aversi

comando

Eusebio non fa motto: nessun cenno che Costantino l'avesse introdotto per invito celeste. La visione ordina di far della croce
divino,

un

vessillo,

non

altro:

il

vessillo

costanti-

niano un'altra cosa, contiene qualcosa che non c' nell'ordine divino; perch e come dunque l' imperatore l' ha foggiato ? Eusebio tace; Sozomeno trova il nesso logico tra i

due
essi

fatti,
il

il

divino e

l'

umano,

pone tra
i

di

colloquio di Costantino con

sacerdoti

cristiani e

fa introdurre

naturalmente su suggerimento loro il monogramma. Ora, con buona

pace dei critici


seintito

pi acuti dei quali anno

questa lacuna,

ma

anno

cercato

di

ovviarvi infelicemente o sono caduti in con-

Eusebio non Sozomeno, anzi i rapporti tra l'imperatore ed il clero cristiano sono posteriori: ne segue perci che
traddizione

per lui

la visione

tutta una superfetazione inutile

nella sostanza,
Si

quanto meschina nella fattura. comprende invece meglio ogni cosa se si guarda Lattanzio: anche qui c' il meraviglioso, ma noi non lo discutiamo, perch vediamo che ne conseguenza l'impressione sugli scudi dei soldati del segno ordinato

247
dalla divinit nel sogno. Esso
ci

spiega

l'ori-

gine di un tal segno: chi vuole accettare la


spiegazione pu farlo senza commettere
gicit,
illo-

chi no, pu rintracciare

l'

origine del

fatto altrove. Eusebio


in

non pu esser trattato

egual modo, perch la sua narrazione illogica, non spiega nulla, puerile, ed ecco
per quali motivi
si

deve in questo caso prefelo

rire

anche per ragioni intrinseche

scrit-

tore latino al greco.

Noi possiamo adunque stabilire che

il

mo-

nogramma appare
l'elmo imperiale

per la prima volta sugli

scudi dei soldati a ponte Milvio e quindi sule soltanto dopo sul labaro, come vedremo, la sua forma si era trasformata da simbolo gallico a monogramma cristiano. un distintivo, come gi

quando

gi,

dissi, della

guardia del corpo dell'imperatore,

stretta intorno a lui a sfidare la morte e ad

afferrare la vittoria.
Stabilita
cos

l'origine

storica

del

monose

gramma
possibile,

costantiniano,
l'origine

dobbiamo
e

studiarne

possibilmente la forma

rintracciarne,

simbolica. Gli unici docu-

menti che ci rimangono ad attestarci lo sviluppo del tipo monogrammatico costantiniano sono le monete. Studiando le quali il Maurice giunto alla conclusione che la prima forma sia quella fatta di due rette intersecanti si ad angolo retto, tagliate al centro da una verticale * e che solo successivamente appaia La che coq, X greca, tagliata al centro dalla

248
stituisce
il

cosiddetto

monogramma
erro,

costanti-

non vi raffigurazione della croce monogrammatica. Le fonti letterarie di queste tre forme non ci indicano sicuramente che la seconda mediante Eusebio: la prima non ci risulta affatto da Lattanzio, come voleva erroneamente il Maurice, la terza dubbio, per lo meno,
niano:
nelle
sia

monete, se non

quella

voluta

descrivere

dallo

scrittore

latino.

Le
sidio,

fonti epigrafiche

non sono

di valido susci

ancora,

in

ogni

modo non

pK)s-

sono servire perch lo studio loro ci condurrebbe in lungo e ci lumeggerebbe tutt'al pi


la

storia del

quella

del
poi.

segno

compendium scripturae , non costantiniano, come ve-

dremo

Ora per ricercare l'origine di questo segno, qualunque sia l'interpretazione data ad esso dagli scrittori, non si deve rimontare alla forma che i documenti ufficiali mostrano aver esso avuto all'inizio? Se Lattanzio crede vedervi un monogramma pi in uso in oriente,
sia la croce

monogrammatica
Eusebio
vi

il

monogramma
il

obliquo;

se

vede chiaramente

X e Q delle

monete posteriori al 312 ci non pu essere che una prova della diversit di

interpretazione data dai cristiani orientali al

segno primitivo da loro non visto: lo storico sino a prova contraria deve attenersi al risultato delle ricerche numismatiche. Ed allora con licenza dei miei critici, io riprendo

249
la

mia

teoria e ne trovo rorigine,

molto pro-

babile, nei simboli gallici simili.

Eipto, nei simboli gallici, non,


si
e,

come mi

voluto far dire, nelle monete galliche;

mia opinione, che mancheranno cos a me come ai miei oppositori sinch le nostre cognizioni non versenza

aver

le

prove

della

ranno allargate dalla felice scoperta di qualche monumento probatorio, espongo le ragioni che la rendono probabile per lo meno altrettanto quanto l'opinione contraria. Monete e monumenti gallici ci mostrano questa specie di asterisco,

come

altri

segni

si-

mili, connessi al culto gallico solare. Il

com-

mend.
che
i

Serafini torto di credere ch'io ignori

segni schematici apparenti nelle monete


tipi
il

galliche non sono che degenerazioni dei primitivi


puerile
delle

monete greco-romane.

credere

ripeto la sua frase

ch'io affermi tale connessione per effetto di

elementare ignoranza. No! io sostengo che di segni simili al salutare segno di Costantino nel culto gallico vi erano e che ne fanno prova le monete ed i monumenti: pu essere ch'egli l'abbia attinto tale e quale o l'abbia formato sotto l'impulso del culto paterno e suo? non vedo perch si potrebbe
s

una

negarlo.
e

Fatti innegabili giustificano la per-

sistenza dell'imperatore nel culto solare: fatti

considerazioni

rendono dubbia sino


di\'ino.

all' in-

verosimile la narrazione della conversione del

sovrano per intervento

Questo, di fatti,


come vedemmo,
tile
si

'250

ed illogico

di fronte agli

dimostra assolutamente inuavvenimenti po-

steriori.

Ma non

basta: la probabilit offertaci dalla

comparazione poggiante sull'identit del culto e sulla fede dei soldati, anche altre basi. Vinto Massenzio a Ponte Milvio, al vincitore per decreto del senato viene eretta una statua, sulla qual cosa sono d'accordo con Eusebio i
panegiristi

pagani.

Eusebio per la descrive

e ne riporta l'iscrizione traducendola. L'o storico

della

Chiesa non un felice riprodut-

tore di documenti ed

un intelligente tradutpure che la

tore dal latino,

ma ammettiamo

epigrafe abbia accennato al salutare siffnwm

che la statua reggeva nella destra. una prova ci che il segno fosse cristiano? no, anzi una prova del contrario. Il senato non era cristiano, i soldati non erano cristiani,

Roma non

era cristiana:

un'iscrizione quindi

che richiamasse l'attenzione su di un segno che potesse facilmente rilevarsi come un com-

pendium scripturae cristiano era impossibile.


segno doveva essere pagano, solare, poich solo cos si poteva comprenderlo ed accetta.rlo. Ma non basta ancora: io accennai, come far si poteva in una conferenza, ad un'altra prova. Se si ammette che il monogramma costantiniano del 312 sia un'abbreviazione greca del nome di Cristo, si un controsenso, perch non vi era ragione alcuna perch esso
il

Ne segue che
quindi per

me


ci,

251

fosse greco, anzich latino. Pare che, dicendo


io abbia detto un'eresia storica: il male che non solo non vedo dove sia l'errore^ ma vi insisto, sia pur bestialmente, se si vuole. Costantino era sovrano d' un impero la cui

lingua ufficiale era

il

latino,

perch avrebbe

adottato allora per notare Christum un monogramma greco anzich uno latino, tanto pi

che l'apparizione divina non


sto se non di notare coeleste

gli

aveva impodei"? Si

signum

l'aria,

combattendomi a questo proposito^


il

di insegnarmi che

greco era la lingua quasi

Romani la conoscevano e che so io. Veramente sino a qui ci arrivo; quello che non vedo e che amerei mi
ufficiale dei cristiani,

che

venisse
sero

insegnato

il

perch
greco.
passi,

proprio

Costannella

tino doveva usare


stati

Se

soldati fos-

orientali,

ma

erano

maggior parte occidentali, Galli e Cermani, e mentre dovevano conoscere qualche parola di latino, potevano ignorare anche semplicemente l'alfabeto greco. Concludendo, solamente supponendo che il segno fosse rituale e come tale fosse inteso da tutti i soldati, seguaci o no del culto solare, impostosi nele cos largamente diffuso, si risponde ai numerosi punti interrogativi che, considerando anche da questo lato il problema, si impongono.

l'occidente

L'evoluzione del
e la sua definiti^'^

monogramma
forma greca

costantiniano
ci

dente se

appare eviammettiamo che dal simbolo solare

252
interpretato dai cristiani, dopo l'editto di Ni-

comedia, quale abbreviazione di 'I(iiooij?) X(qiot<;) si sia tratto il monogramma pi abitualmente


usato come compendium scripturae del
di Cristo formato da x e q e cio >F tino
.

nome

Costan-

non aveva interesse alcuno per opporsi ad una tale interpretazione, anzi dov accettarla di buon grado: essa gli garantiva finalmente l'esecuzione del suo piano, di unire i due culti maggiori in un sincretismo monoteistico che fosse la base religiosa della sua

monarchia assoluta (1). A questo punto accenner brevemente ai documenti epigrafici cristiani, l'ignoranza dei quali mi si voluto rimproyerare pi o meno velatamente. Come dicevo sopra, essi non ci
'tori

servono a nulla. Se i miei egregi contradditcredono che pur scrivendo di Costantino e del suo monogramma io ignorassi non solo' le
fonti e la lettei'atura sull'argomento,
le

ma anche documentazioni dell'epigrafia cristiana, se essi suppongono che parlandomi del monogramma nell'epigrafia, di abbrevazione prima e dopo di Cristo, prima e dopo di Costantino, mi abbiano aperto un nuovo orizzonte scientifico,
(1) Ora che correggo le bozze posso confermare queste mie conclusioni del 1914 con le identiche conclusioni cui giunge il Clermont-Ganneau nel faecicolo di maggio-giugno 1920 delle Reme de l'histoire des Religions a proposito di un asterisco rinvenuto a Baalbek a fianco di una dedica a Mercurio. Egli ne ricorda poi uno simile di Roma e dell' a. 269.

253

non so proprio che farci. Tanto peggio per loro se anno scelto un avversario cos ignoraate! Io ripeto che tutto il documento delle iscrizioni cristiane non illumina che parcamente il grave problema. Stabilito che sia su monumenti datati la serie dei monogrammi' e quindi l'evoluzione della loro forma e della ci che non ancora perloro accezione fettamente fattibile con la dovuta sicurezza

e copia di dati
lire

si possa stabirapporto tra questa serie e quella derivata dai monumenti costantiniani. E ammesso che ci riuscisse non

occorre che
il

con eguale certezza

sarebbe
l'origine

ancora,

come

io

credo,

lumeggiata

ed

il

momento

di adozione del

moae

nogramma:

tutt'al pi

e ci noto

ne vedrebbe la larga applicazione fattane dopoassicurata la pace alla Chiesa.


ferir invece dir

Quindi non insister su questo punto, predue parole sulle conseguenze-

mia interpretazione del monogramma costantiniano come originario simbolo del culto solare. Mi si rimprovera infatti
cui

conduce

la

di

relazioni

aver con ci contribuito a confondere le tra il culto solare ed il culto cristiano, senza che vi siano tra i due rapporti

Ora questo non ormai da studiosi degni di stima e superiori ad ogni sospetto che scambi reciproci tra i due culti vi sono stati, che punti di contatto tra di essi si trovano ad ogni passo, che il sincretismo redi derivazione o di contatto.

esatto: stato dimostrato

254
ligioso costantiniano fondato per l'appunto
sul monoteismo e sul substrato filosofico comune, il neoplatonismo. La statua di Costantinopoli, in cui Costajitino era adorato da cristiani e da pagani sotto la forma del Sole,

la

tismo,

manifestazione tangibile di tale sincrein grazia del quale il cristianesimo


:

trionf

negarlo, a
di

mio modo
la

di vedere e senza

l'intenzione

offendere

fede

di

alcuno.

negare la luce.
III.

E passiamo

all'

instmctu divinitatis

della

iscrizione apposta su quello strano

monumento

che l'arco di Costantino. Ch'io sappia, nessuno finora dubitato ohe queste due parole significassero per ispirazione di Dio Dal De Rossi in pK)i, accer-
.

tata l'integrit materiale della frase cos

come
senso
in

posta,
stesso

si

dato a queste parole

il

oggettivo che d loro la traduzione italiana.

Lo
t-al

illustre
il

uomo soggiunto che

modo

senato, senza offendere la fede di

Oostantiuo, convertito, salvaguardava la propria,

conservatrice. Ma, domajido

io,

si

crede

proprio che vi fosse bisogno di quel divinitaa per esprimere ci? Se questa fosse una pa^
rola di carattere eccezionale, raramente usata

e opportunamente adattata, passi,


sa che
teista

non
se

vi

era nel
fosse, la

i'Oco colta

che

ma chi non IV secolo persona per quale non fosse mono-

non altro per le tendenze neoplatoniche del momenco? L'uso delia parola di-

255
vinitas non pu alludere in alcun modo alle nuove idee di Costantino, alla fede dei sena-

meraviglioso che era gi forse di dominio pubblico, per quanto in forma vaga ed indeterminata: questo per lo meno il risultato d'una prima riflessione. Ma vediamo ancora: poi necessario assolutamente dare alle parole un valore oggettivo? Qual latinista avrebbe da criticare una traduzione che le rendesse: per l'ispirazione della sua divinit cos come le seguenti, onentis magnitudine vengono tradotte concordemente per la grandezza, della sua mente? Spinto dal suo proprio nume e indotto dalle sue grandi vedute, Costantino vinto il nemico, egli cio voluto e saputo vincere! per l'appunto questo sostengono i panegiristi. Ora r unico argomento che mi si oppone contro questa interpretazione ben debole, si chiede cio per qual ragione non si dovrebbe avere dopo divinitatis un suae. E facilmente rispondo che esso sarebbe necessario qualora esistesse gi dopo mentis: e poich manca ed a nessuno vien in mente di dare perci a ^magnitdine un significato oggettivo, devesi convenire che non ve ne bisogno neppure dopo divinitatis. Per di pii la forma
tori, al

della frase intera chiastica:


vinitatis,

instinctu di-

porre
lit,

mentis magnitudine , il che fa supche piuttosto che esservi opposizione

di concetti, vi sia contrapposizione delle qua-

sicch

non debba intendersi nel magnitudo

256

qualcosa di inferiore ad instinctus, ma semplicemente un attributo differente l della


mente, qua della divinit della stessa persona. Nulla adunque, n storicamente, n grammaticalmente, n stilisticamente obbliga noi ad intendere l'iscrizione dell'arco di Costantino come la si intende tradizionalmente. Nel
qual caso, anche ammesso che manchi la voluta certezza della spiegazione ch'io sostengo, come si pu fare ad asserire che essa un

documento
Questo,
se

della conversione dell'imperatore?

non

altro,

deve ormai escludersi

formalmente.

IV.

E veniamo
I
il

all'ultima parte della questione.

a dir con molta, forse con eccessiva facilit, danno cio per dimostrato, quel che da dimostrare, che Costantino abbia fin dal 312 dato le prove di essersi convertito al cristianesimo ed abbia quindi provveduto al suo incremento non solo come sovrano, ma come credente. A chiarire quindi la mia tesi converrebbe scrivere un volume per mettere in luce fatti e dati che la sostengono: ma poich questo saggio anche cos troppo lungo e
vero,
d' altra

miei contraddittori se la cavano,

parte in linea schematica

l'

fatto gi

nel lavoro di cui questo complemento,

mi

si

257
permetter di combattere in queste pagine il pi brevemente possibile uno dei tanti luoghi

comuni

della tradizione

costantiniana,

la

le-

gislazione di carattere nuovo, come si dice, evidentemente posta sotto l'influsso del cri-

stianesimo.

tutto rigore per porre in evidenza la pe-

culiarit della legislazione

costantiniana,
i

so-

pratutto per chi non abbia presenti


dell'epoca

caratteri

ed

suoi

precedenti

storici,

con-

verrebbe descrivere le condizioni di ambiente,

mettere in luce tutti gli elementi che contribuirono a darle l'espressione che essa assunse in quel dato momento, piuttosto che in un altro. Non potendolo fare qui, vi accenneremo
sol
gli

quando sar indispensabile


studiosi per
il

rimanderemo

resto agli altri saggi qui

raccolti.
rita

La

questione difatti molto chiadi vista

cui

esamina dal punto abbiamo veduto altra volta


se la si

da

privilegiata del
il

la posizione giudaismo, dal quale deriv

dare la

e se non si dimentica che pace alla Chiesa , come si usa dire con linguaggio moderno, equivaleva per il IV sec. in parte a rimettere il cristianesimo nelle

cristianesimo

coudizioni di libert degli altri culti e nella

forma

di cui aveva, salvo

qualche restrizione,
i

gi goduto, in parte a non negargli

privilegi

cui dichiarava di aver diritto per esser esso


il

vero Israello

esempio che Costantino tentato di sopprimere i ludi gladiatori: ed vero,


Si dice per
17

2B8
ma quando?
315 egli
voli alle

nel 325 (1), mentre il lo agosto ordinava ancora di gettare i colpe-

belve
Si

o
dice

di

presentarli

nei

giuochi

gladiatori.

zione penale egli

ancora che nella legislaapport una maggiore dol-

cezza, abolendo la crocifissione, impedendo di imprimere sul volto umano il marchio d'infamia, addolcendo il carcere preventivo: vi qualcuno che lo nega (Juster), ma mentre il primo di questi provvedimenti si pone molto probabilmente nell' ultimo periodo della vita

di Costantino,

1'

condo

del

3151

ultimo del 320 e solo il seE si dimentica, per non

dir altro,

qual delizia di pena stabilisse nel


e

318 per

le nutrici istigatrici dei ratti e delle

fughe delle ragazze


ritornasse per
il

come

nello stesso

anno

parricidiun alla barbara pena

lettori ricorderanno pensando ad Aligi. merito che gli si riconosce di aver procurato di impedire il disgregamento famigliare non un merito suo personale e quindi non lo si deve attribuire alla sua conversione: un merito che spetta a tutti i grandi riformatori e specialmente al suo immediato pre-

che

Il

decessore, Diocleziano,

Ma
il

se

lo

vediamo

le-

giferante per limitare


colpire
gli

divorzio e tentar di
gli

adulteri,

non
la

buire

in

alcun
le

modo

visione

possiamo attridi qualche

citazioni per brevit: chi vuole del Codice teodosiano e del giustinianeo e per le date le rettifiche del Seeck nella Zeitschrift f. Rechtgesch. 1889 p. 210 segg.
(1)

Ometto

veda

rescritti

259
nuovo principio a questo proposito, neppur quando, come era da aspettarsi, la nuova religione poteva suggerirgli disposizioni pi clementi per le unioni con schiavi o schiave. Cos pure se Costantino con provvedimenti speciali procur di prevenire la vendita dei

fatta dai genitori per fame e miseria, pare in diritto rendesse pi grave la cosa, perch mentre Diocleziano aveva dichiarato figli per nessuna causa in alium trani
figli

aveva reso possibile la vendita e cercato solo delle modalit che permettessero il ritorno allo statu quo ante. Per quest' ultime ragioni e per la tendenza generale che vi gi nell' epoca dioclezianeasferri posse
,

egli

costantiniana a rendere
tra
i

meno

aspri

rapporti

padroni e gli schiavi a noi non pare che Costantino abbia meritato la lode di antischiavista che molti gli rivolgono, egli che per i casi di fuga degli schiavi commin pene
severissime e non certamente di principi pi
liberali
si noti,

dei

precedenti.

se

egli

nel

337,

chi, ci

dichiarava non dovervi essere pi eunucommuove molto, quando ci consta come


la

sempre ne fosse stata piena


Se considerassimo
d'

sua corte.
imperiale

la

legislazione

sotto queste visuali credo che qualche presi-

dentessa

una qualsiasi societ


il
i

di protezione

degli animali porrebbe anche

nome

di

Co-

grandi precursori del grande fra stantino movimento che le starebbe a cuore! Il suo rescritto del 316, difatti, a favore degli animali

260
del cursus puhlicus potrebbe da un ottimista,

come l' espressione non di una preoccupazione materiale per l'integrit del patrimonio dello Stato, ma di un sentimento idealistico francescano!
esser considerato

Ma lo spazio ci obbliga a tralasciare altri esami di documenti, onde preferiamo piuttosto, prima di terminare, dare uno sguardo alla legislazione religiosa, con l'intenzione di vedere se essa sia veramente tutta e sempre di
eccezione.

detto a suo tempo qual fosse


dell'editto del

il

movente

13 giugno 313:
religiosa

detto pure

come

la

legislazione

costantiniana

non ne fosse che la conseguenza e come ci fosse dovuto allo spirito formalistico del diritto romano da un lato e dall'altro alla volont di Costantino di metter pace tra
culti
i

vari

peso della potenza imperiale. Ora poich il cosiddetto editto di Milano un editto di piena libert di culti e di erezione in ente della societ cristiana, fatto appunto pr quiete temporis e nel senso di un ritorno, pi largo indubbiamente, ma non meno fondato su precedenti giuridici alla legislazione di Settimio Severo e di Gallieno evidente che tutta la legislazione seguente
il

merc

si

impernia su questi due


e

fatti e sul relativo

corollario: necessit di garantire la concessa

libert

necessit

di

difendere

l'affermata

esistenza contro tutte le insidie,

ancora nucivile,

merose, a costo di qualunque aiuto

ma

261
sempre sotto la dipendenza del sovrano. Repubblicano o monarchico che fosse il governo, per Roma valse sempre il salus pablica su-

prema

lex

basterebbe a provarlo
si

il

rescritto

aggiudica al fisco tutta la propriet di chi costruisce troppo vicino ai granai pubblici, non dandosi cura dei possibili daTnna puhlica. Cos, costituita in ente la Chiesa, si assicura Ew essa la facolt di ricevere per testamento e la ragione viene esplicitamente detta
del 22 luglio 319 in cui
nel relativo rescritto, del
che,
si

noti,

appena

321

Nihil est, quod onagis hominibus,

debeatur, qwaw, ut supremae voluntatis, postquam aliud iam velie non possunt, liber sit
stilus et lic&ns,
.

quod iterum non redit, arbitrium Similmente si riconosce il diritto con un rescritto del 18 aprile 321 di manomettere

Chiesa alla presenza della folla ed anche qui non vi novit, n specialit di provvedimenti. In primo luogo gi gli Ebrei godevano di questo diritto, che esercitavano proprio nella sinagoga e poi le manomissioni erano permesse in tante forme che non vi nulla di straordinario in questa forma che tutte le cagli schiavi in

e coir assistenza de' capi:

ratteristiche della 7nanomissio insta, dovendosi

riconoscere nel vescovo o in chi lo rappresenta


la

capacit di

un magistrato

apud quem
si

legis actio est.

Di fatti fin dal 318

era

attribuita ai
limitata,

vescovi una giurisdizione civile non differente da quella che era la-


sulle

262

sciata ai magistrati municipali e ci del resto

orme della simile giurisdizione ricono-

sciuta agli Ebrei e la ragione di tale equi-

parazione doveva trovarsi molto probabilmente


nel fatto che le altre religioni

certo
dei

tempo anche
nei

la

e per un cristiana avevano


sacerdoti,
i

magistrati

propri

quali,

quando coprivano funzioni pubbliche, dovevano trovarsi in un e\ddente grado di superiorit di


fronte
sioni
e
ai

cristiani.

Ad

evitare

perci

di\-i-

provvedeva il potere supremo che appunto per questa ragione d'ordine pubblico ripetutamente l'editto di Nicomedia aveva messo in evidenza questo scopo della concessa libert di culto emanava questa ed altre disposizioni. La prova poi di questa nostra ricostruzione storica la si nel fatto che quando tale giurisdizione venne ridotta per i Giudei venne tolta anche ai cristiani (nel 398). Quanto aspra difatti fosse la lotta religiosa
lotte

in

quel momento, noi lo arguiamo da molti

fatti,

ma

in

modo

speciale da quella legisladi difesa e prote-

zione che viene giudicata erroneamente di privilegio,

mentre non che

zione.
le

Cos se nel 326 Costantino ordina che vergini cristiane esposte da qualche ma-

lintenzionato,

per

forza,

ne'

lupanari

siano

comperate solo da ecclesiastici o da cristiani, non fa che impedire con ci una soperchieria che se non si fosse impedita nel modo test detto avrebbe e\'identemente peggiorato ed
inasprito
il

male.

263
Cos pure a chi rilegga
il

rescritto del 22

giugno 320 apparir evidente come l'aver permesso ai vescovi che si recavano ai concili r uso del cursus puhlicus non costituisse un privilegio ed un favore imperiale di carattere straordinario, bens una facilitazione che doveva salvaguardare il principio della libert della religione, poich non improbabile che anche per ci come per altre esplicazioni del
loro ufficio fosse fatto ai sacerdoti cristiani

una specie di ostruzionismo tendente appunto ad impedire la propagazione delle loro


dottrine.
Cos, difatti, e
la esenzione

non

in altro

modo

si

spiega

concessa al clero cristiano dagli uffici pubblici. Contro i perseguitati di ieri si dovevano accanire i fedeli ed il clero degli altri culti se il 21 ottobre 313 Costantino

comprende che
loro

essi

ministero

perch

non possono esercitare il vengono obbligati a


e
li

soddisfare agli uffici pubblici


alle tutti

sottratti cos

cure ecclesiastiche,
i

onde

dispensa da
in in oriente, di

doveri

siccome,

ciononostante,

Africa, ove erano vivaci, quasi


le

come
il

lotte

religiose,

si

trovava

modo

co-

ad entrar nella curia, di l a poco ritorna sull'argomento, non fa eccezioni alla concessione e mostra in modo chiarissimo come
stringerli

voglia con ci opporsi alla violenza altrui.

apparentemente eccessiva dispoconfermare i privilegi gi emanati a favore del clero, limitandoli solamente ai
la

Anche

sizione di


cattolici
sette,

264

ed escludendone

seguaci delle altre

da lui pubblicata nel 326, sebbene si ormai nel periodo pi ortodosso della vita di Costantino, trova a mio modo di vedere
sia

ragione

nel

principio

di

libert

il

pre-

cedente
le cui

nella legislazione per gli Ebrei, tra


si

sette era scelta quella che

riteneva

la

legittima e sola rappresentante dell'auten-

tica religione su

conforme parere delle autorit


(v.

ebraiche

riconosciute

sopra
i

pag.

112)

ad essa venivano
cessi dall' impero,

estesi tutti

privilegi con-

mentre

le altre

ne godevano
i

solo in parte. Naturalmente perci anche tra


cristiani
l'

impero doveva tra le molte e varie

che si disputavano il primato della Chiesa, determinare quale fosse quella che cochristianorum . ed stituisse il corpus quindi da credere che, sui dettami di chi gli stava vicino, e non inverisimiknente applicando il criterio discriminante di Aureliano che aveva
sette

riconosciuto nel vescovo di

Koma

in quelli
(v.

d'Italia un'autorit pari a quelle ebraiche

pag. 137 segg.). scegliessei cattolici, come altri poi sceglier gli ariani e cos via, e facesse pre-

ponderare costoro appunto per opprimere le altre ed ottenere facilmente la pace religiosa che

lui

stava tanto a cuore.

Ed

in

nome

di essa

noi crediamo che fin dal 18 aprile 321 avesse

proclamato festivo il giorno del sole, ordinando forse con un'altra disposizione di osservare anche il sabato. Egli si serviva cio di

265
questa forma di culto per estendere a tutti i cultori del dio unico, cristiani o no, il suo principio sincretistico, su cui si fondava la monarchia di carattere assoluto da Aureliano vagheggiata, da Diocleziano iniziata, da lui
attuata.

Ecco come, anche brevemente e sommariamente esaminando la legislazione costantiniana, non si trova nulla o ben poco che
debbasi a spirito di nuovi tempi, a fede
reli-

giosa personale, a speciali e straordinari privilegi. Ecco come e perch se a questo si collegano fatti e date che
io

qui non ram-

che in parte ricordai nella mia conferenza, in parte si trovano in tutte le storie usuali, si deve negare che la religione e la politica di Costantino fossero quali la tradizione volgare li presenta. Che se mi si citassero per contraddirmi fatti come quello del 326, del rifiuto cio a salire
mentato,
il

ma

colle

capitolino

a celebrarvi

le

consuete

cerimonie o come quello del 333-337 a proposito del tempio di Spello, che egli non volle
fosse contaminato
perstiti onis

cuiusquam contagiosae su,

fraudibus

io

potrei

rispondere

ricordare la statua di Costantino-Sole a Costantinopoli, che si adorava ancora dai cricol


stiani nel 403!

O non

forse questo sincretismo monotei-

no solare o cristiano, propendesse Costantino pi per quello in un pestico? fosse esso o

266
riodo
della
vita
o

per

questo in

un

altro,

che importa?

quello che certo che esso

non era

il

cristianesimo di Eusebio e di co-

loro che adesso giurano in lui.

Ed

ora concludiamo.
le

Con

osservazioni che

lettori

anno avuto
di

la pazienza di leggere io

non mi lusingo

aver espugnato la rocca della difesa della tradizione

costantiniana,
:

eretta

avversari

sono

sicuro

dai miei dotti che la loro dottrina

avr ben altre riserve, forse pi poderose, da opporre alle mie ragioni. D'una cosa solo mi illudo, di aver cio se non a loro, a qualcuno dei miei lettori, dimostrata la debolezza degli argomenti portati in favore della tradizione costantiniana e di aver quindi fatto sentire la necessit di una posizione di dubbio,

di

scetticismo,

di

agnosticismo,
tesi del

meno, tra chi sostiene la


tradizionale
e

per lo Costantino

chi difende quella del Costan-

tino della critica.

mia convinzione naturalsia


il

mente che

quest' ultimo

Costantino

storico e forse, or che son chiuse le feste co-

stantiniane che anno tanto contribuito,

come

la celebrazione di tutti gli anniversari del resto,

a dare agli studi storici sull'argomento un


s

falso

indirizzo

ed

un

retorico

sfondo,

267
potr prepararsi una monografia completa, la
quale studiando tutta l'epoca dioclezianea-costantiniana
nella
religione,

nelle

istituzioni,

nella storia, nella letteratura e nell'arte, nelle

persone e nelle cose, dia alla figura di Costantino il posto che veramente gli compete n pi, u meno. Solo con l'esposizione di tutto questo complesso di elementi e con la conseguente dimostrazione della profonda ed esatta

conoscenza di tutti i loro lati, anche gli studiosi tradizionali diverranno propensi ad ammettere fatti ed interpretazioni di cui ora non vogliono sentir parlare. Costantino abbastanza grande di per s^ perch alle sperticate lodi dei panegiristi ed alle elevazioni blasfematorie di Eusebio non si uniscano quelle dei moderni, i quali possono essere sereni studiosi della grande figura e dei grandi avvenimenti da lui rappresen-

grandissimo avvenimento della libert definitivamente data alla Chiesa cristiana, sebbene ci trovi in alcuni apprezizamenti
tati. L'o stesso

essere universalmente accettato

ed in alcuni commenti all'editto discordi, pu come un avveunirci nelpu nimento di carattere storico e r ammirazione e nella lode. Ma ammirazione non di chi lo eman, lode non di chi ne sent la necessit: ammirazione dei cristiani, lode dell'opera loro.

Quel che dissi gi altra volta lo ripeto nel chiudere queste mie osservazioni e sono d'accordo con tutti, credo: il merito spetta unicamente a loro. Essi rappresentano

268

nella storia del pensiero, nella serie delle con-

quiste e dei fallimenti che costituiscono la' civilt, di fronte ad un vecchio mondo cadente

ed

uno
il
l'

nuovo

sorgente

tra

stenti

diffi-

colt,

merc

umana

tratto di unione, il ponte di passaggio, affermazione del diritto della coscienza alla propria libert. Poco importa se
i

la storia poi reso nulli

loro sforzi, se nel

cammino lungo
energie
si

e doloroso

dell'
i

umanit
ideali

le loro

siano perdute,

loro

siano

stati falsati.
li

La

storia della Chiesa cattolica


la di-

mostra tralignanti dai loro principi:

sfatta o quasi subita dal cristianesimo con la


storia del papato storia per l'appunto dell'

impero romano

d' occidente,

non

storia del

cristianesimo; storia dell'azione di un'altra

potente idea, propria di un'altra civilt.


e sino a quel

Se

punto
qui
il

1'

una abbia

influito sul-

r altra non

caso di indagare.

Solo

contemperando disfatte con vive immortale nel? azione

vittorie lo spirito
!

2^1

PARTE m.

PRINCIPES PII

Decio "

il

mostro maledetto

Nell'anarchia in cui nel III sec. dell'impero

tumultuariamente la vita sociale sola sembra reggere durevolmente all' urto che da ogni parte scuoteva la compagine costituzionale dell'impero e talvolta dalle stesse pi acute crisi trarre nuova \-ita e nuovo vigore: il senato. Il flusso di nuovo sangue che gli proveniva dall'ammissione degli homines novi delle province, il maggior senso di latinit che essi portavano dai lontani semenzai della romanit, ove si era rifugiato quel che di meglio Roma aveva ispirato e tenuto desto merc le sue istituzioni la sua religione, la sua forza calma e sicura aveva ridato alla latinit senatoriale un valore che aveva potuto affermarsi nel III sec. con una vivacit che solo chi non osserva bene pu trovare l' effetto d* una ricostruzione stosvolgevasi
un'istituzione

ricia

prevenuta.
noi

In non pochi de' senatori del III sec.

risentiamo per l'appunto un sentimento del dovere cos alto, un senso di romanit cos
grande, una lucidit di vedute cos completa

97 ">

e tanto pi quanto essi sono figli di lon-

tane Provincie

dell'impero

siamo non dimostra quale vigoria avessero ancora le antiche istituzioni repubblicane e come la lotta che sostennero nell'impero non servisse se non a renderle spesso pi vitali e pi tetragone. vero che questa coscienza di potenza e urtava talmente contro i rotdi grandezza
restar colpiti

che non posda questo fatto che

tami delle altre istituzioni che di tanto in tanto subivano un crollo e perdevano le loro maggiori forze nell'anarchia travolgente, ch si doveva risolvere in uno stato di continue
lotte

per

la

propria esistenza e

per

quella

dell'impero.

L'esercito non era pi la rocca

dello Stato: le sue singole unit per capriccio,

per paura, per ambizione,

si

foggiavano
allo

capi
fi-

che volevano

si

imponevano
e
i

Stato,
di

dando nelle proprie forze


dagnarsi, per coprire

procurando

gua-

loro misfatti col

manto
societ

della legalit, l'autorit del senato.

La

divisa dalle lotte religiose,


basi dalla

minata

fin

dalle

propaganda
il

cristiana, colpita nelle

sue forze finanziarie dallo stato di anarchia

che impediva
oscillava
filosofie
tello,

normale andamento della


tra
superstizioni,
le

vita,

indecisa

culti

che non

offrivano alcun solido punlei

ma

piuttosto alimentavano in

quella

forma di incontentabilit che caratteristica


di ogni periodo

che non trova

il

suo stabile

equilibrio.

Allora questi uomini che avevano appreso


nelle

273

loro e

Roma

pro\'ince a sentire la potenza di ad apprezzarne i benefici; che ave-

^ano identificato con le sue divinit e col suo

Giove capitolino la salvezza della societ umana ed il vantaggio di un viver civile; che venuti a Roma con il senso religioso della romanit avevano visto materializzarsi il loro sentimento ed il loro pensiero nelle bellezze e nelle magnificenze della citt regina; che avevano ^'issuto nell'ambiente di Roma altamente suggestivo tutta la grandezza della sua storia, tutto lo spirito di energia e di fede che l'aveva animata dai t^mpi leggendari a quelli in cui
vivevano; che, ammessi nel senato, eletti alle
cariche antiche,
fatti

parte di quel meravi-

glioso corpo che tante cupidigie e tante adulazioni aveva visto sollevarsi intorno, avevano avuto modo di confrontare il passato glorioso col presente calamitoso e, idealizzando quello e criticando questo, avevan sentito prepotente il bisogno di cooperare a ristabilire l' uguaglianza dei due termini posti in paragone questi uomini avevano chinato meditabondi il capo chiedendosi se e come dovessero operare per far s che Roma restasse sempre ci che di maggiore vedeva il sole. Ecco perch gl'imperatori del III sec. ci appaiono come riformatori, non appena in essi sia non la sfrenata bramosia di servirsi dell'impero per godere bestialmente la vita, ma la coscienza di uno stato di cose al quale occorre porta-re riparo nell' interesse comune. Ma-

is.

274
turi di senno e di et essi, saliti al potere
di

non

rado di mala voglia, consapevoli che la forza che li ha portati su quella stessa che ne spia i mo\dmenti per rovinarli, si preoccupano di arginare le correnti che si abbattono d'ogni
parte e di fissare su basi solide quegli elementari capisaldi che debbono permettere all'im-

pero di
trascorsi.

riprendere

la

vita

sicura

di

tempi

Fra

il

fiorire

dunque

di

queste

meravi-

gliose energie che l'impero romano del III sec. esprimeva dalla compagine sociale sempre pi

dissolventesi,

una specialmente
il

ci

appare sul

limitare di un nuovo periodo storico con una


vigoria veramente notevole che
la brevit del

contrasto con

tempo
il

in cui stette

pu

farci

apparire maggiore,

senatore C. Messio Decio,

panno ne di nascita. Dal primo momento in cui vediamo la sua figura sbalzata sullo sfondo cupo degli avvenimenti del suo tempo, Decio
ci
si

manifesta
calmo,
fiaccate
si-

come un uomo
curo,

dal

polso
nell'
dell'

fermo,

tutto compreso
delle

opera di restaurae

zione

energie

impero,

tentennanti. Chi allora al potere non pu certamente raccogliere i suoi plausi: Filippo r Arabo, un volgare soldataccio, privo

275
di senso politico, proato
siasi

a smarrirsi

in qual-

vi sia

frangente in cui pi che di forza xuateriale bisogno di forza morale. Eppure quando costui, appreso che nella Mesia scoppiata

una

delle solite rivolte militari che

a capo delle truppe Marino, corre in Senato e domanda consiglio


contro
di
lui

messo un tal

e tutti tacciono,

alcuni forse per paura, altri

mal repressa gioia, Decio solo si alza, esamina la situazione con freddezza e vede neir Arabo non 1' uomo indegno del potere, ma il rappresentante della maest di Roma, delper
l'autorit del Senato, della volont degli or-

gani costituiti. Rifuggendo dal calcolo della


speculazione di
pi meritevoli,

una condizione
egli

di

cose

che

forse potrebbe essere sfruttata in vantaggio di

dimostra la necessit di
di

combattere

ribelli,

usufruire della situa-

zione loro sfavorevole e di sostenere l'autorit


costituita dall'impero.

Tale ci appare Decio fin dall'inizio della sua breve storia e tale continuer ad apparirci simbolo di autorit e di ordine anche quando gli eventi pi forti degli uomini sopratutto in periodi di sconvolgimento generale si imporranno a lui e lo trasformeranno in ribelle, a suo malgrado. Non poteva Filippo, il violento quanto pavido imperatore trovar nel silenzio impressio:

nante del Senato, un uomo cui affidare meglio le sorti del proprio potere e dell'impero di Roma. Il senatore che si offriva cos sincero

276
tutore dell' ordine e cos scrupoloso difensore
dell'autorit

non poteva non apparirgli come un amico personale; bisognava approfittare di questa tavola di salvezza, mandar lui contro i ribelli a salvar la situazione. Decio si scherm, forse prevedendo quel che doveva avvenire;
insistette,

l'altro

impose,

obblig.

Ed avvenne
truppe
ribelli,

che doveva avvenire: le fosse maggior fiducia nel senatore


quel
farle rinsavire, fosse de-

mandato a punirle ed a
bisogno
di

pena minacciata, fosse governo di Filippo, acclamarono il missus dominicus imperatore. Di fronte ad un tal fatto che sconvolgevasuoi principi e deviava le sue intenzioni. Decio che sapeva non potersi opporre con la forza senza forze che non fossero prevalenti, finse di accettare, ma avvert secretamente Filippo che pazientasse e non badasse alla forma; non appena possibile egli avrebbe restituito a chi doveva le insegne del potere. Filippo non accett il saggio consiglio: impulsivo e violento, ritenne tutto una comme dia, fid neir unico mezzo in cui poteva fidare, nella forza, e si avvi a grandi giornate verso
siderio di sfuggire alla

sottrarsi

al

di lui.

Decio, a suo malgrado,

era imperatore:

il

18 settembre 249 la battaglia di Verona gli

assicurava

il

la strada di

potere nelle mani e gli apriva Roma, ove non poteva non essere

bene accolto.

277

Due anni soli doveva durare l'impero di quest'uomo che la fortuna poneva sul trono e ricco di ne aveva 48 gi maturo d'anni senno e di buoni propositi: in due anni, che una vittoria iniziavano ed una sconfitta chiu-

maggiori della restaurazione dell'impero, procurando di raffordevano,

Decio

tent

le

vie

zare le basi costituzionali dello Stato, riorga-

nizzando l'esercito, assicurando alla religione dei padri quella predominanza eh' egli cre-

deva necessaria per


ziaria. Egli

il

bene

di

Eoma,

non

lasciando intentata neppur la riforma finan-

appare cos nella duplice corrente

storica che informa del suo pensiero la tra-

dizione storiografica,

come

il

rappresentante
il

per gli uni della virtus romana, come


bestia,
I

messo

per gli altri delle forze demoniache, la malal'esecrabile mostro,


il

maledetto.
l'

barbari minacciavano dal di fuori

impero

in quel

momento sopratutto

Goti dall'oriente
fianco
orien-

balcanico impendevano
tentasse di aprire
tale.

come una spada che


il

all' Italia

troppo facile assunzione al potere, non poteva dare a Decio una garanzia di stabilit che gli permettesse di andare incontro al pericolo con animo tranquillo. Non
facile,

La

sicurezza milit-are, non fiducia costituzionale,

non tranquillit

sociale. Il

sovrano vedeva nel-

278
l'ormai libero diffond'ersi del cristianesimo
pericolo
il

costante per la societ;

gli

dei

di

accoglievano pi l'unanime consenso che aveva garantito all'impero la podi tenza, e la gloria. Bisognava assicurare nuovo alla societ la sua antica base granitica. L'opposizione dello Stato a questo spirito d'anarchia si era fin' allora manifestato in forme sporadiche: per un malinteso senso di libert, per un falso principio di apprezzamento religioso vi era stato perfino chi aveva concesso alla nuova fede una tranquilla vita all' ombra del diritto sovrano di Roma. Occorreva procedere diversamente, garantirsi della
di voti

Koma non

fede dei sudditi, assicurare alla religione di

Roma
Ed
suoi

il

culto che le aveva dato la potenza,

la pace, la gloria.

ecco

il

severo

romano,

di un antico, sempre una dottrina pi acuta, nelle espressioni, del modello da cui trae il prin-

principi

fermo ne' perch l'arcaipi

smo

sua esistenza, concretare l' opposizione al cristianesimo nella forma pi grave, quella della legalit. Un apposito editto ordina
cipio della

tutti

sudditi dell'impero di attestare l'adei

sione alla fede dello Stato. Liberi


di professare

cittadini

ma

un culto piuttosto che un altro, poich chi non ne professa alcuno non

accetta

gione

neppur i dominante

riti
,

essenziali
quelli

della

reli-

del

sacrificio

dell'assaggio delle carni dei banchetti sacri,


fatto obbligo

ad ogni cittadino

di

dimostrare

279
di aver

sempre prestato omaggio agli dei munendosi di un certificato che attesti questa sua lealt. Apposite commissioni sono incaricate di verificare tale stato di cose e di rilasciare ai sudditi
il

documento
si

richiesto o di
di

procedere

contro

chi

rifiuta

prestare

omaggio

all'editto

imperiale.

cos precisa

ad una disposizione da un certo lato, cos logica, la coscienza cristiana non insorgere e non inveire. Le persecuzioni parziali, i provvedimenti
poteva, di fronte
e,

Non

capricciosi e malevoli

dei

governatori e de-

gl'imperatori,

le

insurrezioni delle folle pavide

non mettevano le comunit cristiane in cos grave pericolo come questa imposizione fredda nella sua espressione, matematica nella
o
vili,

sua
eroi,

legalit.

Quelle

erano

le

valvole

spi-

della mediocrit da cui uscivano gli questa era l'abbassamento ad un solo livello di tutti i credenti: quelle provocavano la grandezza, questa favoriva la vilt.
rituali

Noi comprendiamo perci la protesta e l'inmostro eh romanamente tendeva a livellare la societ ad un minimo comun denominatore religioso: il certificato, A dimostrarne la ragionevolezza basterebbe tutto il grave problema che sorse con
vettiva cristiana contro questo

questa persecuzjone, quello degli apostati. La caccia al titolo di comprovata lealt non dov
essere piccola, la corruzione di molti [magistrati

non

imbrogli per procurarsi il certificato numerosi, la coscienza di molti abbadifficile, g'

280
stanza elastica:
]\ra
i

lapsi perci, quelli che cad-

dero nel peccato, non furono pochi.


l'implacabile

uomo procede severamente


speciale
i

per colpire in
e

modo
lo

grossi papaveri

scompiglio in molte sedi vescovili di grande importanza: Roma per la prima perde il suo vescovo Fabiano, che soport quindi

stenne il martirio; Cartagine rimase senza del suo per la fuga di Cipriano; Gerusalemme perdette il proprio. Ma la vacanza di Roma dov essere pi gradita a Decio: la comunit

numerosa ed esser sicuri di Roma un procedimento legalmente esemplare e tenerne vuota la sede, dov apparire di buon augurio a questa mentalit di antico romano, che voleva rimettere in onore gli dei
era
ivi

gi

in virt di

ristabilire

la

societ antica

nelle

antiche

forme.

Decio credeva di aver la strada libera: la ripristinata, lo Stato avrebbe ricuperato la sua solidit. Per assicurargliela, occorreva ora partire verso l' oriente, ove le forze
legalit
il capitano che le guidasse nemico. Per lasciarsi sicure le spalle studi con i colleghi del senato una riforma costituzionale che gli parve ottima: dal consesso illustre, quando ne fosse sentito il bisogno, doveva essere eletto un uomo che potesse

militari aspettavano
il

contro


rappresentare
zioni.

281

nelle

l'imperatore

sue

fun-

L'antica censura
dall'imperatore
staccarla

era stata
nelle

ormai ascariche:
e

sorbita
si

sue
volta

poteva

un'altra

inve-

un senatore che avesse esercitato cos un controllo non facile, se vuoisi, per quei se l'uomo tempi, ma indubbiamente efficace
stirne

era rigido

su tutte
i

le

classi

sociali,

ecce-

pochissimi che coprivano le cariche supreme. Il censore avrebbe potuto essere cos il designato all' impero e preparare quella stabilit costituzionale che a Decio
zione fatta per

doveva sembrare indispensabile per


rezza dello Stato.
Decio, quindi, tranquillo
tire:
si

la

sicu-

prepar a par-

ma

a fargli dare un'altra prova della sua

lealt alla costituzione senatoriale gli giungeva


Il governatore Lucio Prisco, era chiamato all'impero dalle truppe ribellatesi. Per batterlo con la. ragione che venivagli dal diritto, Decio si volge al senato perch lo dichiari nemico della patria: non, come Filippo, si presenta al consesso impaurito, pronto ad abdicare, bisognoso di aiuto; chiede semplicemente la dichiarazione antica, che metteva alla merc dell' ordine di cose costituito chi gli si opponeva e quindi

una

notizia non certo piacevole.

della-

Mesia,

si

avvia,

investito anche di
1'

questa autorit,
si

ad eseguire
il

ordine senatoriale di distruggere

nemico della patria. Non


Suo
figlio

potrebbe esser

pi conservatori di cos.

Erennio

1"

aveva preceduto nel-

282
r
Illirico

per tener a freno


sicurezza
il

Goti, riattare le

striade,

per preparare la

campagna maggiore

che doveva dar


quindi
si

all'impero, Decio suo pretendente, che aveva chiajnato i Goti in suo aiuto, e batt questi in una prima battaglia presso Nicopoli

port contro

poscia

si

avvi verso Filippopoli assediata per

liberarla.

Ma

presso Beroea Cniva, che capi-

tanava i barbari, lo sorprese e lo sconfisse. Sebbene nella battaglia di Beroea cadesse Prisco, la sconfitta non doveva per questo essere meno dolorosa a Decio. Per quanto la Dacia fosse libera, il nemico era sul territorio dell'impero occorreva riorganizzare 1' esercito, impedire qualche altra incursione gotica, prevenire una delle tante ribellioni militari con
:

conseguente nomina di pretendenti al Comprese perci che la sua dimora in non sarebbe stata breve e scrisse al perch provvedesse alla nomina del in conformit degli accordi presi.
Il

potere.

Oriente

senato

censore

senato rispose acclamando censore Valeriane che era con Decio, ma Valeriane non
volle accettare: gli parve intempestiva la no-

mina,

non opportuna la carica, preg


e

lo

si

dispensasse
sostituire

forse

Decio annu,

facendogli

un altro nella censura, Valente. Ricuperata cos momentaneamente la tranquillit, Decio si die a riorganizzare l'esercito. Se non che le formule non salvano gli uomini dagli eventi, quando la forma spirituale di
.nn

momento

storico rende instabili le basi della


vita sociale.
I

283

poi, armo troppomenti per poter vedere oltre la rigidit delle loro concezioni matematiche, oltre il vecchiume dei loro capisaldi, l'anima delle cose, la vita che pulsa, lo spirito che crea: essi si attengono pi alla lettera, che

riformatori,

geometriche

le

alla vita e fallano.

Cos mentre Decio nell'inverno balcanico del 250-251 ordinava l'esercito, disciplinava i soldati,
li

faceva lavorare e sperava di aver

in,

un saldo mezzo di offesa contro il nemico che si sarebbe mosso nell'estate prossima, pago e soddisfatto che il suo buon senso antico gli facesse risuscitare dal vecchio mondo le sempre giovani forze dell'impero, due notizie gli giunsero, da lontano e da vicino, gravi. in Koma il popolo non gli poteva essere
essi

amico: in genere coloro che erano benvisi al senato, che ne accrescevano l'autorit, ne favorivano il rispetto, mal si adattavano ai gusti ed alle esigenze del popolaccio e questi se ne vendicava prima o tardi. La persecuzione contro i cristiani gli doveva aver alienato questa comunit; abbastanza potente specialmente nel popolino, la sua tirchieria, la sua durezza non gli potevano aver procurato l'affetto

dei

soldati

in

Roma come non


Forse
il

glielo

avevan che era stato nominato censore dopo di lui a\ieva saputo formarsi pi larga base di favori popolari; forse la sua lontananza aveva consigliato, grazie ai rumori che spesso si diffondeprocurato
fuori.

Valente


vano ad
arte,

284

di

di

disfatte,

morti, di solle-

vazioni, l'elezione di Valente. Fatto che gli

giunse la notizia che con largo favor di popolo Valente era stato cupientissimo vulgo

eletto imperatore.

Nel tempo stesso gli veniva riferito che comunit cristiana di Roma aveva rieletto
suo capo.

la
il

Qual fosse nell'animo del rigido sovrano l'eco non ci consta: da vicino gli giungevano altre nuove non buone, di insidie dei suoi generali, di minaccie barbariche. Uomo ancor giovane, soldato e senatore, con spirito saldo di romano antico, con fede nella sua opera, Decio non deve aver tremato. Se la vittoria avesse arriso alle sue armi egli non avrebbe esitato a correre a Eoma per vedere quale fosse il reale stato di cose. Gi altra volta nella Gallia era scoppiata una breve guerra civile ed egli l'aveva repressa: forse anche la rivolta di Roma era cosa da poco.
di queste notizie
Si intensificasse la persecuzione contro
i

sovsi

vertitori

d'

ogni
all'

ordine

umano

divino,

usurpatore ed egli avrebbe provveduto. Tra lui ossequente agli dei ed al


tenesse testa
senato, tra lui nel

nome

di

Roma

rigido cu-

stode delle tradizioni militari e costituzionali, e quelli che tradivano il culto e la fede dei
padri,

Giove Gapitolino non avrebbe esitato.

si avvi contro i Goti. piano era semplice: i Goti avevano svernato al di qua dell" Emo in attesa di poter

E Decio
Il


guadagnare
ritirarsi

285

il

in

primavera

Danubio

di

bottino oltre il fiume. Egli che era succeduto nel governo della Mesia a Prisco, a guardia del Danubio e si avvi verso l'Emo per prendere i barbari tra due fuochi e distruggerli. L'incontro delle sue truppe con quelle di Cniva avvenne intorno alla palude di Abritto: Gallo, chiamato in aiuto, giunse quando gi due delle schiere gotiche erano state distrutte: se non che egli che aveva combinato con i Goti l' insidia per
col

mise

G-allo,

garantirsi
sigli

il

potere, titub nell'attacco e con-

Decio di traversare la palude che lo divideva dal nemico, invece di girarla, per distruggere pi direttamente la colonna ch'egli intanto teneva a bada. L'imperatore non esit.

Come

gi l'antico Decio
il

si

era votato alle di-

bene dei suoi alla battaglia di Sentino, cos il nuovo Decio si gett
vinit infernali per

con

suoi nel pantano.

Ma

ahim!

le

evoluzioni

delle truppe nel fango della palude erano im-

pacciata

e difficili,

Goti rapidi e senza piet.


si

Una

pioggia di dardi

rivers sull'esercito:

Erennio cadde per il primo e mentre il padre con animo di antico romano consolava i soldati avviliti a resistere e a non perdersi

d'animo per la perdita grave, ma non irreparubile, una freccia lo colp e lo mand a rotolare nel fondo del pantano. La disfatta fu
allora completa: tutta la colonna fu distrutta,

nessuno scamp alla strage. Gli stessi cadaveri non potei*ono esser ricuperati. I Goti raggiun-

286
sero

senza

molestie
riuscito

le

loro

terre,
Il

ricchi

di

bottino e di spoglie romane.


Gallo era
(6

tradimento di

settembre 251).

Quando giunse

in

Roma

la

notizia

della

morte di Decio Yalente era stato gi ucciso da un pezzo, onde l'impressione fu enorme. Il senato onor i due Deci con l'apoteosi ufficiale che era concessa a tutti i sovrani la cui memoria non appariva assolutamente nefasta. Ma l' onore questa volta era ben meritato. Uomo colto e dotato di ottime qualit di governo, bravo soldato, socievole e di buon temperamento, Decio nella decadente romanit fu il rappree della disfatta di Abritto,

sentante di quella vigoria antica che


tuzioni
le

le

isti-

romane avevano saputo infondere nelanime ingenue de' provinciali, fu la figura

quasi simbolica di quel ringiovanimento della


latinit che a

Roma

gettato nelle province.

proveniva dal buon seme i due La sua morte

consacrano alla patria cadendo come cantava la leggenda degli antichi nel
Deci che
si

folto della battaglia

assume quasi

il

ca-

rattere d'un simbolo, la bellezza d'una raffi-

gurazione poetica nella prosa triste del tempo. Se i cristiani dannarono la memoria di Decio e tra
i

principes pii

dell'antico regime

287
egli apparisce per opera loro con

u epiteto

come possiamo dicemmo. Egli fu il primo che sistematicamente procedette alla loro distruzione; se non r ottenne indubbiamente merito de' cristiani e della loro salda fede. Non dobbiamo diinfamante,
noi
giustificarli,

menticare per che il fallimento della sua opera pur forse anche colpa di quella triste mentalit ricca di razionalismo e di geometricit che ritiene di attraversare la strada alle idee costringendo il sentimento ed il pensiero in formule alle quali questi sol momentaneamente si adattano per balzarne poi con maggior violenza, con pi feconda freschezza, con pi pura bellezza!

288

Diocleziano "

il

tiranno

Nello spasmodico svolgimento di avvenimenti che rendono il III. sec. dell' E. V. cos interessante per la storia di

Koma

e della civilt,

una figura si leva a dominarne la seconda met. Essa sta dapprima taciturna come ombra e sol dopo lungo silenzio agisce; frattanto
in rapidi baleni di luce, diradanti la tenebra

per

che l'avvolge, a lunghi tratti appare vagante il mondo romano, cinta d'armi, silenziosa ed austera. I piani dell' Africa, le osterie della Gallia e le giogaie dell'Asia minore la vedono passare pensosa, come se tutto il pondo dell'impero gravasse sulla sua giovinezza e sulla sua maturit ed essa portasse nell' arcano dell'anima il disegno chiaro e preciso del modo in cui il gi scosso potere di Roma poteva ricostituirsi e riprendere

forza.
i

G' imperatori si succedono,

culti si

com-

battono,
pi

barbari

si

accaniscono contro l'imfollie,

pero: tra orgie e tra

tra fedi cieche e


storia
di

cieche

intransigenze,

la

Roma

passa dinanzi al severo sguardo del dalmata.

289
pensoso che tutto annotava e tutto fissava nell'avido spirito. Ei portava nel cuore sentimenti pieni di fuoco, sotto un'apparenza di
ghiaccio
:

un culto

illimitato per

Eoma,

il

culto

che a
plice

lei,
i

lontana, attribuivano con axiimo semdi

provinciali

tutto

il

mediterraneo,
secoli

quelli dalmati sopratutto, che

avevano da
i

trasfuso nel sangue ribelle tutti


della latinit;

globuli rossi

un culto assoluto

e superstizioso

per la relig'ione de' padri propri e di quelli che avevano fatto la grandezza di Eoma, culto che si estrinsecava nel rispetto rigido e quasi
bigotto della religione romana,
O.
di

cui

Giove

M. Capitolino era

la

suprema espressione.

Questi due sentimenti erano cos potentemente fusi nello spirito di Diocleziano che avevano generato un sentimento nuovo nella
men|;e del sobrio, austero e duro soldato che

aveva fatto

le

prime armi a quel confine pan-

nonico, ove la vita era aspra e piena d' insidie,

ove vivere voleva dire, pi che altrove, lottare in una costante vigilia d'armi. Grazie ad esso Roma era divenuta nella mente e nel cuore di quell'acuto osservatore la suprema idea, alla quale conveniva sacrificare ogni cosa per affermarne la potenza e
proiettarla nell'avvenire.

Eoma

fu quindi la

preoccupazione,
ei
si

il

sogno,

l'ideale:

per

essa

propose di far piegare ogni volont ed


sicch dalle trasfuse energie af-

ogni forza,
fluisse all'

ormai affievolita idea nuova forza

nuova
19

vitalit.

290
Cos,
di
lui,

come a pochissimi

era avvenuto

prima

Diocleziano fu imperatore per diritto

ideale,
si

prima ancora forse che nelle sua mente con qualche contorno preciso il sogno di avere nelle proprie mani il potere supremo. Cos per una volont di ferro in
fissasse

questo figlio della pi latina delle province,


in questo soldato della pi desolata delle rein questo statolatra che sottometteva tutto a Koma, in questo monoteista che affermava il suo incondizionato ossequio a Giove 0. M. Capitolino, che ne esprimeva la potenza suprema, l'impero divenne una necessit spirituale prima ancora che un fatto materiale. E quando l' impero gli fu dato nel settembre del 284 non parve che un avvenimento

gioni

la

Pannonia

esteriore entrasse nella vita del soldato e del

pensatore, parve che una forza oscura

si

spri-

gionasse dall'animo suo e creasse


rit per

l'esterio-

compiere un atto dello

spirito.

L'

impero pericolava
le

barbari tentavano da

ogni parte

sue frontiere per scendere bra-

piosi e sitibondi l dove pi esso racchiudeva le

sue ricchezze affascinanti ed allettanti: gl'interni appetiti lo dilaniavano in acerrime lotte per meschini interessi, rendendo il potere su-

premo

instabile

e,

appunto perch

tale,

quasi

291
oggetto di preda da disputarsi in disperate lotte; r esercito e Tjamministrazione scosse non legavano pi l'ampia compagine in un sol
fascio potente e minaccioso; nello spirito delle

masse, da cui salivano


energia spirava
dere,
'id"

contendenti al go-

verno, nessuna fede, nessuna idealit, nessuna


il

suo soffio possente per ren-

in

nome

di
e

una divinit o in

nome

un' idea,

forte

sicura l'azione che l'im-

pero doveva svolgere.


il geniale soldato, non disdegnoso dell'aiuto dei suoi commilitoni, largo ad essi degli onori della compartecipazione all' impero, attraversare il vasto dominio su cui, come poco tempo prima avevan detto i retori con ragione, il sole non tramontava mai, radunare forze, mostrarsi ad ogni confine o solo o accompagnato o per mezzo dei suoi rappresentanti ed affermare con le armi la potenza di Roma. Eccolo respingere assalti, sgominare avversari, vincere barbari; circondare r impero di fortificazioni e trincee, allontanare cos le minacele e g' insulti. Cos la restaurazione militare di Roma si afferma ai

Ecco, allora,

confini.
allora, quando le antiche velleit danno per vinte e fremono e tumultuano nell'interno, non aver dubbi, non provar esita-

Eccolo,
si

non

zioni: eccolo colpire senza piet. Dalla Gallia

ad Alessandria come una lava

prima effervescente il calmo ed abile rettore nel sangue l. ove d' uopo di
la massa,

fresca, si rassoda;

292
terrore,

nella generosit,

ove d' uopo di

prudenza, affoga
razione civile di

le ribellioni.

Cos la restaunell' interno.

Koma

si

afferma

Accovacciata
suo domatore.
darle
percli

ai suoi piedi

come pantera,

la
il

barbarie cittadina e straniera riconosce in lui

Ma
l'

occorre rinsaldar la vittoria,


avvenire,

vita

per

darle

uno spirito

sua volta domini e conduca. L'amministrazione provinciale e quella militare abbisognano di un indirizzo sicuro e di
essa a

una mano ferma per avviarle a maggiori fortune. Diocleziano escogita una ripartizione provinciale pi consona ai tempi, in modo clie sia evitato ai governatori di ampie province,
supremi reggitori di forze militari a loro
insidie contro
l'

di-

sposizione, di abusare del potere per tramare

impero

tentare cos la scalata

al trono per fini e interessi privati.

Una
il

saggia
potere

separazione, l dove possibile, tra


civile
e,

militare,

gli

facilita

questo intento

dove non

possibile,

una non meno

p.d

saggia restrizione delle forze militari in mano uno solo rende pi facile il raggiungimento
Cos la resi

dei supremi interessi dello stato.

staurazione

amministrativa

di

Roma

af-

ferma nell'impero. Su queste fondamenta

il grande riformatore basa la costituzione imperiale. L'impero che non aveva avuto mai costituzione, 1' unico impero veramente anarchico del mondo, l' impero che viveva di tradizioni fluttuanti a seconda del vario sorgere e cadere delle classi che

293
accedevano alla superficie della societ alla fine una magna charta costituzionale che gli assicura stabilit di governo, preparasi

zione di uomini di stato, successione regolare


di rettori

supremi. Cos la restaurazione co-

stituzionale di
Neil' incolto

Eoma si ma fine e

afferma nel governo. sagace spirito di Diovi

cleziano, neir astuto sfruttatore di uomini per


la

salvezza

suprema della romanit,

era

una tendenza geometrica che farebbe pensare ad un costruttore idealistico del secolo XVIII Tutto si inquadrava con romana mente in formule, ma non in formule come le antiche vuote
e starei per dire letterarie,
precise,

bens in formule
la

zione di

sagomatiche che avevano un teorema matematico.


le forze

costru-

Aumentate

generali dell'impero che

per i nuo^d bisogni non aveva milizie bastanti a proteggerne i confini, aumentati gli uffici e
i

governatorati, accresciute le spese e curato tesoro dello stato,

il

onde non fossero

fatti

vani dispendi,

rinsaldata la costituzione col-

r affidare ad un binomio di eletti all'impero la successione regolare dei due supremi moderatori che ne avevano uno per ciascuno come dipendente ed allievo, pur essendo concentrata sempre la somma delle cose nelle mani del l'impero riceve con pi vecchio di essi matematica crudezza limiti e norme che devono assicurarne la vita, elevarne la potenza,

garantirne la perpetuit.

Questo \dvificatore minuzioso della vita di


Roma
perfino dei
della
prezzi
dell'

294

si

imperiale tenta di chiudere tutto nelle

sue categorie nette e ben distinte,


delle

occupa

derrate e nel

nome
con

maest

impero, della moralit pubcosto delle cose necessarie

blica, della felicit delle sue truppe, fissa

scrupolosa cura

il

e delle superflue.

E perseguendo l' innata tendenza dei riformatori a costruire nella pietra quel che costruiscono nello spirito, Diocleziano si costruisce il suo huen retiro presso di Salona, appartato dalla tumultuosa citt, lungo il sonante mare, e lo costruisce severo come lui e F opera
sua,

saldo

l'interno molle

come un accampamento, come lo spirito di un

sol

nel-

costrut-

tore che racchiude delle strane mollezze nella


rigidit esteriore; nell'interno leggero e quasi

sognante ed anelante verso quelle plaghe d'odalmata pensoso sentiva fremer nell'anima sua di latino. Se non che le doti di questo grande orgariente che ogni
inizzatore
e

restauratore

nel

nome
i

di

Roma
fatali

portano,

come sempre

avviene,

germi

che insidiano di debolezza

la pi forte

opera

umana. Non solo

l'irrazionale troppo piccolo,


lui

troppo meschino in

per poter dare calore

e vitalit all' opera sua,

ma

1'

estrema logicit

della sua costruzione

lo

spinge ad errori di

visuale che gli sono fatali.

occorreva dare a
vivificarne
l'

Per infondere un afflato divino alla riforma Roma uno spirito purch fosse,
opera,

avvivarne

la

potenza col

295
Occorreva quindi, poich nell'animo del pio dalmata, veneratore degli dei come i suoi padri antichi, rendere un'altra volta a Giove Ottimo Massimo il culto vivo e sentito che gli avevano reso i prischi padri latini che avevano avuto fede nel monoteismo e ne avevano derivato il culto per
fascino di un'idea.

Eoma dominava

la famiglia e per lo stato.

Ecco cos un'altra volta Diocleziano lanciato col suo fatale razionalismo a fondere nel

l'impero con la religione, ad affermare contro le nuove tendenze individuadi


listiche,

nome

Roma

contro

suoi

stessi

sentimenti mo-

dcrnizzanti, contro la sete religiosa del

tempo,

avida di sostanze

costruzione logica e

non di formule, la sua matematica. Tutto l'imil

pero deve sottostare al culto restaurato, tutti

debbono sentire nello spirito

premo che freme

in lui

la religione per

sentimento suGiove

ossia la religione di

Roma.

tutto piega dinanzi alla volont sovrana:

in lui,

uomo

alieno dal sangue e dalle violenze,

la costrizione

derate,

ma

assume forme latinamente moquando al vecchio, debole e malato

ormai, succede nel dar gli ordini di ubbidienza


il

genero, altro feroce statolatra, la lotta di-

viene cruenta e crudele e la restaurazione re-

afferma su fiotti di sangue. Diocleziano non trema ci nondimeno; pur in s triste fase dell' opera sua di restauratore non vede che Roma e per Roma; non risparmia neppure i suoi: sua moglie e sua figlia ne
ligiosa di
si

Roma

296
provano
elevarsi
l'ira e

Eoma

pare per un
divinit
cui

momento
tutti,

come suprema

trasportati dal sentimento o obbligati dalla violenza, rendono onore. Se non che il superbo trionfo che aveva incarnato in Roma stessa la potenza cui era

sagace riformatore viene travolto nel suo significato morale dalla resistenza passiva dei cristiani; e al riso di scherno dei
giunto
il

Romani che mal sopportano questo barbaro


d'ingegno, che pur sente pi e meglio di loro la latinit, fa eco ben presto il pianto degli
orbati,
l'

urlo dei martiri,

la

maledizione dei

perseguitati.

Un'ombra

di delusione si disegna

dalmata che aveva voluto tutto restaurare in Giove e in Romti e la Imente,


sul volto severo del

scossa, vacilla nel dubbio.

Nessun poeta, per la malignila della storia che fu nemica nel nome dei vincitori al vinto di allora, nessuno degl'inquieti spiriti moderni
tent di approfondire, tra le scarse linee della

l'anima di questo corrucciato signore che trasse la sua vita nel silenzio, nel
tradizione,
dolore, nel lavoro e nella preoccupazione.

Ma

se alcuno con le ali dello spirito scendesse nell'animo di questo padre dalmata, vedrebbe dischiudersi al chiaroveggente occhio meravigliosi abissi in cui attingere magnifici sensi.

297
Ei
viedrebbe

nel

305

l'accigiiato

sovrano

una fermezza adamantina dal trono per assistere al funzionamento della sua
scendere

con

costituzione; lo vedrebbe con dolore scegliersi


forse
la sua Salona in

non degni successori e partir privato per un modesto convoglio.


pi vedrebbe, durante
il

Ma

decennio di vita

privata trascorsa quasi sempre nel palazzo di

Aspalatos,

disinganni e

le

delusioni salir dal

fondo dell'animo suo e incidersi sul suo volto. L'impero pericolava un'altra volta nelle lotte
dei contendenti desiderosi per s o per
pri figli di afferrare
il
i

pro-

potere,

barbari tu-

multuavano,
A^ano

cristiani vincevano e sovverti

cos appariva allora

la

compagine
i

dello

Stato.
i

sprezzanti,
sullo

La famiglia raminga, compagni e gii amici


vecchio
le

parenti
anni,

spergiuri,
i

stanco

fatiche,

gli

dolori e le angoscio ebbero facile preda, onde


la

canuta testa pieg al colpo fatale del deIl

non aveva mai piegato! che barcollante videro le onde deir Adriatico, tra g' intercolumni del suo solitario palazzo, in cerca di tutto ci che aveva avuto caro, e che gli svaniva e si perdeva nel vuoto, conobbe cos l'ultima grandezza quella che stoicamente avevan conosciuto molti
stino: essa che

vecchio

grandi di

Roma

nell'

ansia di aspettare

l'

ora

suprema

298

Fu

vera gloria?

posteri ricostruendo pa-

di tra le straziate zientemente e le malevoli pagine degli storici, di tra i conobrottami delle sue stesse costruzioni bero qual fosse in lui la massima grandezza: quella di aver dato a Roma con l'amministrazione e r esercito rinnovati gli elementi della \talit per un lungo periodo di tempo ancora e quella, di aver sentito con sentimento veramente nuovo il senso della patria, il bisogno di sacrificio per la collettivit, l'amore per

l'opera

sua

la terra e la gloria di
I

Roma.

dalmati lo ebbero per nume; mentre dall' Albania al Quarnero la sua ombra non mai cessato di vagare nella coscienza popolare, orgogliosa di aver dato a Roma l'imperatore pi grande, la latinit dalmata, salda nei suoi difensori, luminosa nei suoi confessori, tenace nei suoi martiri, lo salut sempre come personificazione del suo inizio, saldo e profondo in modo da escludere un fine contro qualunque negazione di tempi, contro qualunque ostinazione di uomini.

299

Costantino

"

il

grande

Fla\-io Valerio Costantino,

che per un trensec.

tennio (306-337)
sorti
dell'

resse nel

IV

d.

Cr.

le

impero romano,

venne terzo nella


ne continu

serie dei grandi riformatori, Aureliano e Dio-

cleziano, ne

assomm

la genialit,

r opera, ne raccolse la fortuna. Salito al potere per ^^rt d'armi contro la \gente forma costituzionale, ebbe subito
lucida la iasione della strada da percorrere. In quanti brancolavano intorno al trono o
vi

tendevano

bramosi

le

mani per

elevarvi

s stessi o per rovesciarne gli altri, riconobbe

non
a
s,

ferree volont,

ma

pallide parvenze,
l'

onde

solo uomo,

sent spettare

unificazione
all'

dell'

impero nelle proprie mani

intento

drizz lo
saglio.

spirito

come

si

tende arco al ber-

Cresciuto

tra

le

legioni
le

di

Diocleziano
e di

di Galerio seppe trattar gli armati, contare sul

armi

dominare
pochi,

^'alo^e

ma

300
fedeli,

ed osare romanamente.
abile

Educato

alla

scuola di Diocleziano,
di di

ed astuto cono-

scitore e maneggiatore d' uomini, conobbe l'arte valersi ai

propri fini delle lotte altrui e

aspettarne pazientemente il termine o di intervenire a tempo nel proprio interesse.


Cos,
servitosi
e

liberatosi
si

tempo

dello
nelle

suocero,

Massimiano, non

intromise

lotte dei vari pretendenti al potere,

occupandosi
vide nel-

tranquillamente di rendersi amiche e sicure


la Brittannia e la Gallia;

ma quando
lui,

l'occidente rimanergli unico antagonista Massenzio,

mosse contro di

lasciando che in-

tanto Licinio e Massimino si combattessero in Oriente. Sicuro del piccolo esercito dei suoi,
stretti intorno

lui,

duce del loro manipolo,

signore delle loro terre, difensore del loro culto,


rise delle paure dei generali e dei vaneggiamenti degli aruspici ed os spezzare con fulminea rapidit e con magnifica audacia costringendola a inique posizioni, la forza nemica, duplice per numero, salda per disperazione. La leggenda, ricompensatrice poetica, aleggi intorno a lui vittorioso. Cos, vinto e perito poi Massimino, coglie
il

momento

in cui Licinio

accumula

errori su

errori e lo obbliga a rendersi a discrezione e

diminuisce materialmente e moralmente. Ma non gli d tregua e finisce coli' abbatterlo completamente sol quando commesso l' ultimo errore. Licinio perseguita i pi numerosi e i
lo

migliori suoi

sudditi,

cristiani.

Pi che

la

301
leggenda, ormai insufficiente, la politica fedele
e glorificante dei redenti ricompensa
citore.
il

vin-

Con amica fortuna, dunque, per tenacia balzante da innate qualit, fondandosi sulla debolezza e sugli errori altrui, Costantino diviene
nel 323
d.

Cr.

unico e benviso signore del-

l'impero.

La

genialit e la vivacit dell'ingegno perlui,

misero a

vissuto lungamente alla corte di

Diocleziano, di comprendere e sentire la necessit e la bont della costui riforma. Nella


difficile,
l'

impero

per quanto migliorata, situazione delegli port tutta l' esperienza e la


nell' esercito,

coscienza derivategli da tale constatazione, e


nell'amministrazione come
finanze
nelle

come

nella legislazione prosegu l'opera

dioclezianea di restaurazione delle forze e della

compagine imperiale. Imperni questa intorno all'antica Bisanzio, come gi Diocleziano intorno a Nicomedia,
Je lasci il

ma

pi fortunato di lui
1'

nome:

Costantinopoli

ricordano ai posteri materiata

e Costantina opera sua, che

pur nelle costruzioni continu Diocleziano, prepar Giustiniano. Spirito pi che religioso superstizioso, nella religione sent da romano, oper da barbaro. Seguace del culto solare, ereditato dal padre.

302
intese la libert dei culti

come mezzo
solare

di pa-

cificazione delle lotte religiose e la proclam

la

sostenne;

nel

sincretismo

volle

la deificazione dello Stato onde in suo

nome
ed a

domand a

cristiani e pagani,

Roma

Costantinopoli tributo di culto. Corroso per dalla tabe orientale delle logomachie, prese
parte a

meschine querimonie,

picciolette

questioni, a lunghe e vane discussioni,

onde

brutt s e la soma.

Dominato dall'idea
Stato in s secondo
il

politica, personificato lo

principio costituzionale

dei grandi riformatori,

non ebbe scrupoli, non prov esitazioni sulla via intrapresa; non lo spavent il delitto, neppur famigliare, ma il delirio del sangue lo trascin nel fango del
Pi tardi nel fondo della coscienza superstiziosa sent la debolezza vindice del rimorso e

delitto volgare e brutale.

vag chiedendo tregua


seguitava,

al

demone che

lo per-

finch

il

cristianesimo prepar al

pentito la pace, a s la gloria.

Con
roci

vita ed intendimenti siffatti non ebbe

giudici nei contemporanei, ebbe detrattori feo adulatori


lo

smaccati;

non trov
biografi

storici

che

giudicassero,

ebbe

che

lo

divinizzarono, panegiristi che lo idealizzarono,


scrittori

che

ne

dissimularono

difetti,

che

303
ne esagerarono
i

meriti.

L'odio

l'amore

lo

perseguirono anche nelle et lontane: quella che lo segu, priva di discernimento critico
e proclive alle falsificazioni di parte, lo fece
il

fondatore del dominio temporale dei papi;


pi critiche,

le altre,

sfatarono la leggenda,

ma

debellati fecero di lui

stiano,

grazie all'editto di

un campione criMilano e ne esa-

gerarono la grandezza; gli altri lo trascinarono volgarmente per le gemonie. Santificato dalla
magnificato da quella d'occidente, ebbe dagli storici che tentarono assi-

Chiesa d'oriente

dersi arbitri in mez^o a loro,


Iodi,

non vanit

di

ma

gloria d'apprezzamenti.

Fu

l'ultimo

grande imperatore romano!

304

Oraziano "

il

cristianissimo

Trarre, sopratutto per chi non abbia in special

modo dimestichezza con


le

la storia dall'im-

pero di Roma, dall'oblio dal quale coperta,

anche per

ziano, equivale

persone colte, la figura di Graa fornire un elemento di pi

completa comprensione della formazione della civilt, a mettere in evidenza l'opera svolta
dal cristianesimo nei primordi della sua storia
politica.
Il

primo principe
si

cristianissimo

assomi-

glia siffattamente ai princij)i cristianissimi che


poi

succedettero nella storia da sembrare

fatto sul loro

stampo

e chi ne studia la vita

ed

esamina

gli

avvenimenti entro

cui

egli

svolge la sua opera per poco che non badi ad


alcuni elementi che la contraddistinguono, pu
credersi assolutamente fuori dalla storia del-

l'impero romano.

Ma

per

dare

un'eguale

sensazione

anche

agi' inesperti

non

necessario

seguirne sin nei

minimi particolari la stvuria e valutarne in ogni avvenimento del suo breve regno la funzione, sia essa di primo attore o sia, invece, di

305
personaggio
secondario.

Baster rilevarne
si

tratti pi vivi in rapporto ai grandiosi eventi,

sopratutto di pensiero, che

svolgevano in-

torno a

lui

e,

per metterlo in luce, mostrarlo,

accompagnato dalle grandi figure contemporanee, vagante come ombra tra uomini e cose. Ci baster a fissarne in mente la caratteristica forma.

Quello che colpisce


istoria

l'

osservatore della sua

mancanza di romanit nell'ambiente in cui egli si muve e il senso starei per dire di medioevalit che emana dalla sua persona. Noi slamo appena a mezzo secolo
per
l'

appunto

la

dall'

in

impero di quel Costantino che dato forma definitiva e conclusiva la libert al


e
le

cristianesimo

che quasi

riconosciuto

al

cattolicesimo

funzioni di una religione pri-

vilegiata, preparandogli la via al potere, sicch

eppure il da ogni opprimente nuovo culto appare cos parte che pi che ad un secolo ancora di distanza dalla fine del cosiddetto impero d'occidente, ci pare d'essere sotto l'impero d'uno dei figli di Carlomagno. Se non vi fossero che annunziano balenii di luce dei grandi
presto divenisse religione di stato

lampada della religione clasnon notassimo in alcune figure principali dell' epoca il riflesso delle lotte del momento, ci attenderemmo un maggior colorito medioevale dell'ambiei .e e ci aspetteremmo pi
l'estinguersi della
sica,

se

feroci prove e pi dure dimostrazioni del vi-

gore della

'

nuova.

>

religione.

306

uomini che caratterizzano l'epoca: Ausonio, poeta di corte e professore, mezzo pagano e mezzo cristiano; Ambrogio vescovo di Milano, saldo e fiero rappresentante del cristianesimo^ di cui pu dirsi il pontefice massimo, anche se in Koma la sede episcopale sia occupata da Damaso; Teodosio uomo dotato di fede e coraggio spagnuoli prima ritirato in Spagna e poi chiamato all'impero; Girolamo, ancor giovane, descrittore,
gli

Guardiamo per un momento

anzi pittore dell'ambiente storico dell'epoca;


il rappresentante delle antiche trar illuso sulla perenne grandezza di Eoma, il rettorico, ma con\dnto sostenitore dei diritti dell'antica religione, ormai decaduta

Simmaco,
dizioni,

e intorno

ad

essi tutta

una torma

di generali

o pretendenti all'impero o illusi che esso stesse

per loro virt e per loro beneplacito.

Su queste figure

si

abbattono

le

correnti

politiche e religiose dell' epoca con una vio-

lenza inaudita. L'esercito in


fiacco e senza tradizioni,

mano

ai barbari,

come quello che non si sente pi abbastanza romano e non pu d'altra

parte ancora farsi del cristianesimo imperante n una ragione per l'azione, n uno scudo per
l'inazione;
la

burocrazia solida

per la potradizione

tente energia

comunicatale

dalla

della sapienza di

Koma, ma

facile alle corru-

307
zioni,

pronta agli intrighi, subdola e meschina;

la legislazione feroce,

quanto debole,

la societ

sfiduciata
correnti
si

sono

gli

elementi di cui queste

avvalgono per lottare.

D'intorno

intanto la
pi ed
le loro
i

pressione barbarica aumenta sempre


altro dell' impero per opporre

sovrani debbono affaticarsi a correre


all'

da un punto
pano
:

vecchie forze alle giovani che strari-

sembrano gli stanchi marinai d' una debole nave che mentre turano una falla apprendono che un'altra si aperta e corrono a chiuderla in un affannoso viavai che li estenua senza che la nave n' abbia un giovamento
decisivo

E
ciso,

tra costoro un giovane di carattere inde-

male istruito per

la vita

che deve constiracchiato in

durre, allevato tra barbari e

opposte direzioni da maestri e consiglieri, passa come un' ombra, determina appena qualche corrente in un senso qualsiasi secondo che riceve
l'im.pressione fugace dagli avvenimenti e

muore a 25 anni senza lasciare rimpianti o provocare


maledizioni, ucciso senza colpa, deificato contro le sue opinioni
!

Graziano difatti non aveva che 16 anni quando, mortogli il padre, rimase l' unico signore dell'occidente: bello della persona, dagli occhi pieni di dolcezza,

di carattere mite,

modesto e

pio, era stato allevato tra l'eserci-

zio delle doti

fisiche e quello delle doti ret-

troriche. Il giovanetto,

addestrato cos a dispuo,

tare

di

cose

filosofiche

per

dir

meglio,

308
pseudofilosoficlie ed a tirar d'arco,

non aveva

avuto una direttiva sicura che facesse del suo temperamento una tempra d'acciaio e lo potesse avviare con prudenza tra gli scogli dell'impero. Decimo Magno Ausonio che gli era stato precettore, carattere indeciso pur egli, propenso ora a dichiararsi fedele alle antiche tradizioni, ora a inchinarsi al nuovo culto, poteva s insegnargli la retorica, non certo la saldezza di una dottrina o comunicargli l' entusiasmo di una fede. Il padre Valentiniano, uomo rozzo, se non completamente, certo abbastanza per non poter influire sul figlio; soldato, pi che uomo di pensiero, ariano di fede pi per influsso delle donne che l'attorniavano che per convinzione, poteva s condurlo con s nelle spedizioni milit-ari per farlo partecipe ufficialmente delle sue glorie, pur tenendolo lontano dai pericoli, ma non certo avviarlo a quella capacit di governo che i tempi
richiedevano.

Cos

cristiano

senza

fede

sicura,

Graziano
di

non aveva, salendo

al potere,

la forza

op-

che imponevano la divinizzazione degl'imperatori defunti, e diveniva il figlio del divo Valentiniano.
porsi alle consuetudini
ufficiali

Quel che peggio, subendo l'influsso dei generali che ne avevano tutelato l'assunzione al trono, in mano della madre che dal padre era stata allontanata dalla corte, non solo

condannava
strativo,

colpevoli d'un intrigo

ammini-

ma

ne faceva venire uno a Treviri,

309
Doriforiano, per desiderio della
le^'a

madre che

vo-

tormenti per sfogare non sappiamo bene quali odi personali contro di lui. Tanto il cristianesimo aveva ingentilito
vederlo morire tra
i

gli

animi di questa razza

di

barbari!

Se non che un tale inizio di governo, non certo esemplarmente cristiano/annunciato con
roboanti parole nel messaggio al senato del

gennaio 376 non poteva non dar bene a Simmaco che credeva vedervi un avviamento alle tradizioni antiche, e ne salutava il cooperatore in Ausonio, magnificando
lo

sperare a

nel giovane sovrano proprio quelle doti reto-

riche della eloquenza e della poesia che mai

che mai in quel momento calamitoso, potevan servire a reggere l'impero!


forse,

ma meno

L" impero era, come da tanto tempo ormai, minacciato dai barbari: lo zio Valente che governava r oriente chiedeva aiuto contro i Goti, la Gallia stava per essere invasa dagli Alemanni. Sebbene le condizioni delle province d'oriente dovessero essere gravi se il superbo ed invidioso Valente si adattava a domandare soccorso al giovane nipote, l'occidente, che era pi vicino, attrasse naturalmente dapprima

l'attenzione dei generali di Graziano.


si

Mentre
si

preparava

la

spedizione orientale e

in-

310
viava un primo scaglione che riusciva ad ap-

Graziano stesso avanli sconfiggeva fortunatamente ad Argentarla (Hofburg presso Colmar).


portare aiuti
efficaci,
i

zandosi contro

Germani

Ma quello che nel nostro disegno della figura specialmente spirituale di Graziano ci interessa maggiormente in questo episodio della sua vita l' influsso che sul giovanetto diciottenne pot esercitare uno dei grandi uomini che abbiamo ricordato, Ambrosio. Mentre l'imperatore preparava la sua spedizione contro i Goti egli grindirizzava i due primi libri del suo trattatene de fide, eccitandolo ad avviarsi

sicuro alla vittoria.


i

Sin
si

qui nulla di

erano formati da qualche decennio in qua era purtroppo ancristiani

male. L'animo che

tirivoluzionario

essi

avevano

acquistata,

in

tutto e per tutto la forma onentis

romana

so-

vrapponendovi la campana di vetro della cristianit, cos come altri vi sovrapponeva quella del paganesimo. L' invasione dell' impero non era perci se non un pericolo da allontanare con le armi

come
g'

si

era

fatto

sin' allora,

sopratutto

se

invasori invece

di

essere

cattolici

fossero

non diremo pagani, ma ariani come erano i Goti! vero che pi tardi Agostino esaminer il problema e si chieder se a lui dovesse importare, come cristiano, che l'impero e Koma
fossero preda di invasori o se dovesse veder
la cosa con
i

soli

occhi dell'

uomo

di

fede e

311

giudicare dal punto di vista cristiano, unicamente. Ambrogio in quel momento, forse con l'intento di guadagnare il giovane principe alla sua fede non faceva se non quel che

avrebbe fatto Simmaco: lo eccitava alla guerra.


Quello per che ripugna in uno spirito elevato come Ambrogio l' uso degli stessi argo-

menti che avrebbe adoperato un qualunque sacerdote pagano, che avesse consultato i libri sibillini. Come questi avrebbe promesso a Graziano la vittoria ed affermato che i libri sacri tanti secoli prima l'avevano preveduta, cos anche Ambrogio compulsa i libri sacri del suo culto e trova che Ezechiele parlando della sconfitta di Gog aveva evidentemente voluto alludere alle vittorie di Graziano A tal punto di meschinit era stata condotta la divina dottrina del Cristo a pochi secoli dal suo annuncio, a pochi decenni dal suo ultimo e definitivo riconoscimento ufficiale Non importa: il debole ragazzo aveva vinto gli Alemanni, circondato dall'aureola divina che sembrava promettergli vittoria anche su nemici ben maggiori di essi; si preparava ora con lo stesso animo, con l' identico entusiastico trasporto a battere i Goti. Se non che l'improntiI 1

tudine invidiosa dello


faccia alle cose: per
e per

zio,

gl'intrighi del mili-

tarismo che lo circondava, avevano cambiato

non attendere il suo arrivo non dovergli quindi la vittoria. Valente aveva attaccato battaglia subendo la sconfitta di Adrianopoli e trovando nel combattimento la


morte.
All' infatuato

312

il

Ambrogio dov restarci male per suo Ezechiele cos malamente soornato!
parir terribile: non
si

gio\ane la sventura dov apsentiva la forza di regdell'

gere

da solo r impero. V onda


si

invasione

straripava minacciosa e mentre


vesse vedere
consigli
di
il

avviava verso

l'oriente l'occidente un'altra volta


i

sembrava dol'

barbari riversarsi su di esso. Chi

giovanetto a sanare

ingiustizia

due anni prima? a riabilitare nel figlio la memoria del padre? fatto che dalla lontana Spagna venne chiamato un uomo di fede e di coraggio, Teodosio. Suo padre forse ingiustamente accusato di malversazioni, era stato condannato a morte ed il figlio, che i nemici avevano pur tentato di colpire, era riuscito a riparare in patria. Ora nel fulgore della giovent matura, a 33 anni, soldato gi provetto, veniva chiamato a difendere quell'impero che l'aveva obbligato a rendersi fuggiasco e per cui il padre gli era stato brutal-

mente tolto! Qualunque fosse


peto
desse,

il

consigliere, o fosse V im-

giovanile
fatto

di

Graziano

che

vi

provve-

che Teodosio ubbid e argin l'invasione. Allora il giovane imperatore cap

ancor meglio quale aiuto avrebbe potuto portargli lo spagnuolo s'egli l'avesse assunto all'impero. Gi l'occidente gli bastava e poi gli era pi caro discutere con Ambrogio i
suoi scrupoli di fede, darsi alle cacce, circon-

darsi di quei baldi Alani che lo proteggevano

O Dio
1

>

con selvaggia riconoscenza, di quello che occuparsi ancora di un'altra parte del mondo, non certo n la pi tranquilla, n la pi sicura, per quanto fosse la sua patria. Cos il 19 gennaio 379 Graziano dava all'oriente per imperatore, a
s per collega
il

generale Teodosio.

Ma
godere
suoi

Graziano poteva poco


delle

poco a lungo
o

sue

quisquilie

retoriche
era

dei

esercizi

vena tori:

l'impero

sem-

pre in subbuglio per le violenze barbariche, Teodosio stesso doveva spesso ricorrere a lui per aiuto. Ci nondimeno, ormai sottrattosi alquanto all'influsso di Ausonio, procurava di

abbandonarsi
teologiche.
Il

alle

sue predilette meditazioni fondo retorico, che T istruzione


la

impartitagli da Ausonio aveva lasciato, deter-

jminava in lui un deciso orientameftto verso


retorica teologica.

Volendo, con l'entusiasmo

che

trasportare dalla essendo di carattere debole, non pu non impressionarsi di tutte le innumerevoli quisquilie che la teologia faceva sorgere allora
gli era proprio, lasciarsi

fede,

ma

sullo sfondo filosofico dell'epoca:

egli

ne era
>,

impaurito,

si

confessava infirmus et fragilis


lui:

supplicava Ambragio di venir da


corresse, lo assistesse

lo soci

come un padre,
suoi

suoi

dubbi erano

gravi,

bisogni

spirituali

314
grandi; non
fede,
gli bastava pi il trattatello sulla a completarlo ce ne voleva un altro, sullo

spirito santo,

glielo scrivesse,

glielo inviasse.

accontentava: in quell'anima esuberante l'affetto per questo ragazzo su cui


lo

Ambrogio

pesava un carico ch'egli non aveva la forza di sopportare era grande, la piet per la sua debole anima, per il suo pavido sentimento era profonda. E sinceramente lo aiutava e lo confortava, non senza, come aveva fatto Ausonio, avvalersi della sua posizione di mentore per informare il tenore della legislazione, sopratutto religiosa, del suo spirito, come Ausonio aveva informato del suo quella civile, Ambrogio era per un uomo che rifuggiva dagl'imbrogli e dalle piccolezze di Ausonio: mentre questi aveva avvolto il principe in una fitta rete di interessi da soddisfare, aveva
s

fatto

legiferare

in

pr'

dei

monumenti

delle bellezze di

pur a beneficio dei suoi parenti e dei suoi amici, Ambrogio, abituato a veder le cose in grande e da un punto di vista pi alto, procurava di mitigare la legislazione, di assicurare la giustizia. Se Ausonio favoriva e curava gl'interessi di classe, quelli

Eoma,

ma

dei suoi colleghi specialmente,

Ambrogio

cer-

cava

di frenare le spese

pazze che rovinavano

,un erario

che Graziano aveva ricevuto in buone

condizioni e che era ormai ridotto in una si-

penosa per i continui sperperi. Ma ad Ambrogio, uomo di fede, e quindi di parte, questo non poteva bastare: egli sentuazione

315
tiva che doveva valersi del suo ascendente sul

giovane principe per abbattere completamente quel paganesimo che era ancor vigoroso e che poteva rialzar la testa quando che fosse. Ve-

dendo la malleabilit morale del principe e notando quanto a lui fossero care le parole di lode e di incoraggiamento che lo avviavano verso la fede, che lo ammaliava, Ambrogio gi nel 379 l'aveva salutato con l'epiteto di re cristianissimo.... Beatissimo Augusto Gratiano et christianissimo princpi Ambrosi us etc e aggiunto con fine psicologia: non posso dire
nulla di pi vero
e

di

pi glorioso,
verius
et

nihil

enim habeo quod dicam .


Cos Graziano
in
il

hoc

gloriosius

primo

re cristianissimo

/>,

re per volont di Dio,

divino electe iudicio

modo che la romanit nel suo convulso svolgimento dal paganesimo al cattolicismo nou nulla perduto, mutato solo di forma. L'imperatore,
fatto

rappresentante
lui

di

Giove
virt

in

terra,,

membro anche

in

della

sua
di-

carica di una progenie divina, non

muta
il

nanzi ai sudditi la sua sostanza,

rappre-

sentante del Dio dei cristiani in terra, eletto

per suo volere. Il compromesso completo: Roma non nulla perduto, chi perduto la
dottrina del Cristo.

316

Ma
la

occorreva rendersi degni


la

dell' onorifico

epiteto: per esser cristianissimo non bastava


fede,

coltura teologica,
il

la

legislazione

timone della nave statale verso destra e mostrare la volont demite;


cisa

occorreva drizzare

di

favorire la religione vera.

Fin' allora

Graziano aveva favorito s la religione con i provvedimenti pi o meno tradizionali, ora occorreva dell'altro: nel 378 era gi entrato in
pr religione catholicae sanctitatis ed aveva espropriato i luoghi in cui gli eretici
lizza
si adunavano per il loro culto; ora occorreva qualchecosa di pi! Se agitato dai suoi intimi dubbi aveva fatto qualche eccezione in favore di alcune sette eretiche, lasciando loro libert di culto (379), ora, pi sicuro, era il caso di abrogarne l' editto e di inveire severamente contro tutti i loro rappresentanti. Essi infa-

mano, dice
falsano
preti
!

il

rescritto,

il

nome

di vescovi,

la

religione

Bollati cos
si

assumono quello di a sangue gli eretici, quando


se
di vescovi ariani

nel 381
il

aduna per desiderio


di

concilio

Aquileia,

l'impero
ufficiale
le

raccoglie

frutti di questa politica:


in

la Chiesa stabilisce

forma ajDertamente

preghiere

per la salute degl' imperatori.

Dopo

ci

occorreva ben poco per colpire a

-- 317

riusc

morte
luardi

la religione

ancor ufficiale: moralmente


vi

distrutta, bisognava abbatterne gli ultimi ba-

ed Ambrogio

in

un
i

triplice

modo:

sostanzialmente,

tagliando

beni

fi-

nanziari che davano vita al culto dello Stato;

dimostrativamente, facendo rinunciare a Graziano alla carica ed alle insegne di ponti f ex

maximus che l'imperatore aveva

fin'

allora co-

stantemente rivestito; formalmente strappando dal senato quella statua della Vittoria che fin dai tempi di Cesare aveva tutelato idealmente le sedute di quel mirabile consesso di uomini. Nel 382 difatti vengono aboliti tutti i pri\'ilgi ai pontefici, viene soppresso dal bilancio dello Stato la spesa per le vestali, sono confiscati i beni dei templi, impediti i lasciti a il culto che fatto la forza ed loro favore stato il pernio intorno a cui gravitato la potenza di Roma, crolla. Onde quando i pontefici minori vennero a Graziano per vestirlo degli abiti di pontefice massimo, onde presidiasse una cerimonia cui ancora era uso assistessero in questa veste gl'imperatori. Graziano ebbe forse per la prima volta il coraggio tranquillo dell' opposizione. Rifiut di indossare la veste, che a lui cristiano non poteva convenire. I sacerdoti si inchinarono e si allontanarono silenziosi: forse qualche animo sensibile accolse con le lacrime agli occhi quel rifiuto che dimostrava come qualchecosa di nuovo si maturasse nel mondo

318
almeno
cose.

nella forma, se

non nella

sostanza, delle

Ma

quello che colp pi di altri fatti l'immail

ginazione popolare, che rese feroce


senatorio pagano e
gli

partito

permise di seminare per r Alano egli amava camuffarsi delle vesti di Alano quando stava tra la sua guardia alana e si esercitava con essa al tiro del giavellotto r odio che gi covava nel malcontento di Eoma, fu l'ostinazione con cui Graziano rifiut che fosse messa a posto la statua della Vittoria nella Curia. Simmaco, che era il pi autorevole rappresentante del partito, fu incaricato di esporre al sovrano le ragioni per cui il Senato teneva che ancora fosse conservato quell'emblema dell'antica virt. La retorica di Simmaco poteva essere infelice, la causa era felicissima: nulla avrebbe perduto la nuova fede, ormai latinizzatasi, se quel simbolo fosse rimasto l a ricordare un'antica grandezza da cui la nuova traeva le sue linfe

pi vitali.
l'

Ma gli uomini, inconsapevoli delessenza intima delle cose, si baloccano con la vanit delle forme e credono, se queste
di

cambiano,
I cattolici

aver

cambiato spirito e vita!

erano ben agguerriti, Ambrogio po-

tente e sicuro di s e dell'imperiale alunno.

vescovo di Eoma Damaso non era evidentemente ancora cos forte da potersi rendere autorevolmente interprete dell'animo dei cattolici: il promemoria fu perci presentato da Ambrogio e giunse a corte. Quello degli avII


319
versari

non

vi

giunse,

onde Simmaco chiese

udienza al sovrano, sicuro che avrebbe avuto


vittoria

della sua debolezza. L'amministrazione, invece, era facile agl'imbrogli ed alle corruzioni: Ambrogio seppe de-

streggiarsi in

modo che

1'

udienza fu rifiutata
accorato, prote-

Simmaco dovette andarsene

stando contro i malvagi che gli avevano impedito di vedere l'imperatore, ed ottenerne sicuramente la grazia! Non vi era pi che fare, era finito tutto, gli dei erano vinti
* * *

Se fosse vissuto ancora, come V et glielo permetteva evidentemente, Graziano avrebbe soneir impero ormai divenuto momentaneamente ateo, al culto dei padri antichi,
stituito

quello di Cristo.

Nella concezione dell'epoca

non poteva

esistere

uno stato

laico,

occorreva
evi-

.una religione di Sta,to;

Ambrogio avrebbe

dentemente chiesto che il cattolicesimo fosse imposto come tale. Gi Graziano si era messo
sulla strada proibendo le apostasie: era preci-

samente lo stesso prov\'edimento che altre volte avevano adottato g' imperatori contro i cristiani. Christianos fie'i sub gravi poena vetuit era stato detto di Settimio Severo: altret-

tanto ora
fieri
il

si poteva dire dei pagani. In paganos sub gravi poena vetuit poteva tradursi rescritto grazianeo che veniva cos a to-

gliere

la libert

di

fede.

Ma

la

veste di

morte impediva al giovane teologo in imperatore di completare 1" opera alla


quale
si

320
Il

malcontento special-

era dedicato.

Eoma. ancor abbastanza pagana, era grande. Essa si vedeva colpita non solo nei
mente
suoi
iu

sentimenti,
la

ma

tutta
i

moltitudine

pur nei suoi interessi di persone che traeva


:

guadagni dal culto veniva colpita dalla di Graziano e ncu tutti coloro che ancor avevano viva la fede potevano provsuoi
politica

vedere alle spese delle cerimonie e dei templi con le loro sostanze, come quel fedele adoratore di Mitra che rifaceva del suo gli antri

mitrei e rifiutava gli aiuti


ditior ilio est qui

ufficiali,

lieto

di

dividere con gli dei le sue parche ricchezze:


qitis

cum

coelicolis pareti

hoia dividit heres?

E
di
il

Roma come

altrove serpeggiava
i

contento pur fra


quelle

cattolici.

il malEra sorta una

interminabili

querele

che

dividono

cristianesimo dei primi tempi.


I

Priscillianisti

avevano spaventato i cattolici


l'ira

col loro esagerato rigorismo, coni lro principi


eccessivi ed avevano attirato facilmente

e l'attenzione di Graziano che

li

aveva colpiti

come

si dettero per vinti, tentarono di trarre dalla parte loro la

eretici.

Priscillianisti

non

burocrazia e
nisti,

vi

riuscirono: Macedonio,
si

il

gran

cancelliere, fu. se

ascoltano gli antipriscilliaall'

corrotto e grazie
del

opera sua fu facile

ottenere dall'imperatore un editto di abrogazione

precedente.

Cose
vi

fanno

meraviglia,

tanto

che adesso non siamo abituati,


I

ma

allora colpivano

gravemente l'imaginazione


di

321

e
nell'

Quel rimettere nei propri beni


Priscilliano.

ugua-

glianza di diritti coi cattolici gli odiati seguaci


quell' accogliere

tra

ben visi

que' severi spagnuoli o spagnuoleggiailti che


si dicevano corruttori e malvagi, dette un grave colpo alla fama di Graziano. Ambrogio stesso, della cui potenza tutti parlavano e su cui tutti contavano, era stato messo al bando

dalla

Macedonio era riuscito ad al vero che la fortuna non era che precaria, perch l' uragano si adden.sava e prometteva un cambiamento di scena, ma questo i contemporanei non vedevano e covavano il loro malcontento, attendendo di esser liberati dall'inetto ragazzo che era al trono. Ben presto il mondo seppe che Graziano stava
corte.

lontanarlo.

per cadere: voci dall'estremo occidente narravano

che

le

truppe

si

erano ribellate, che un alsi

tro spagnuolo, un commilitone di Teodosio,

era

(messo a capo di esse e che era ormai imminente

un conflitto tra
si

due imperatori.

Si

poteva

perci attendere che la questione tra di essi


risolvesse pe,r chiedere giustizia:
cos pen-

savano

gli antipriscillianisti. Gli stessi


il

pagani,
gli

Simmaco per

primo,

convinto che

dei

preparavano al sacrilego una trista fine, attendevano se salisse al potere chi potesse ridar loro almeno quel simbolo della Vittoria, cui ci tenevano, quando non potessero ottenere
l'abrogazione delle
feroci

leggi

di

confiscai

Effettivamente Massimo, uno spagnuolo, commilitone di Teodosio, invidioso delle fortune

322
di costui e sentendo forse in s delle doti che

Graziano non aveva, capitanando una rivolta militare della Britannia si era fatto nominar imperatore, era sbarcato in Germania ed avanzava nella Gallia. Graziano atterrito gli corse incontro con le truppe fedeli, fidando in un generale che Y aveva per cos dire portato alMerobaude, ma quando ebbe di l' impero, fronte le truppe avversarie a Parigi non seppe
o non
giorni.
volle,

l'eterno indeciso,

attaccar batle

taglia e stette con le armi al piede per cinque

Avvenne quel che doveva avvenire:

truppe ancor fedeli passarono al nemico, con a capo Merobaude, il generale su cui egli contava! Graziano avvilito, sfiduciato, raccolse qualche centinaio dei suoi che ancor gli erano fedeli e si die alla fuga sperando di raggiungere i domini di Teodosio e di
aver da lui aiuto e salvezza.
di

Ma

che!

inse-

guito, insidiato, tradito, serbando a

malgrado
fede dei
e,

tutto delle ultime illusioni

sulla

suoi,
il

ne ascolt

il

consiglio mentitore

sotto

pretesto di veder la moglie, cadde in un'im-

boscata pi*esso Lione. Il sicario che Massimo aveva lanciato sulle sue piste, lo colse e lo sgozz miseramente (25 agosto 383). Ambrogio fu forse il solo a sentire il rammarico di quella morte che il povero suo pupillo non meritava: fece di tutto per ricuperarne il cadavere e dargli sepoltura, come ottenne poi a suo tempo che venisse vendicato da Teodosio, onde Massimo non godesse

del suo misfatto. L'ombra del giovane uomo, nato pi per essere prete, che per essere imperatore, ebbe cos riposo quando Teodosio e Valentiniano, che gli succedettero, sciolsero il voto fatto di vendicarlo e ricordarono ai posteri la

sua memoria: Divo Gratiano tyrannids

vindicata, Theodosius et Valentinianus Aug(u3ti)

ex voto p(osueru7it) (Movins).

Nei sudditi

che non l'amavano l'episodio


soliti

apparve come uno dei

tristi
:

episodi di

quel periodo agitato e feroce indubbiamente l'impressione che e cattolici e pagani ne riportarono fu di espiazione per una giusta ven-

detta celeste. Quelli credettero fosse il proprio Dio offeso per la soluzione sfavorevole a loro della querela priscillianista, questi videro nella mano celeste che lo puniva il segno
dell'ira degli
dei,

offesi

per lo strazio fatto

del loro culto.

Cos immeritatamente periva il debole e pavido Graziano a 25 anni. La sua import-anza storicamexite negativa. Egli mette in luce,

come

fosse
i

cogliere
reazione,

un provino chimico, atto a racliquidi che debbono stabilire una

quello che fu l' epoca sua nell' affannoso accavallarsi di correnti di pensiero,

movimento di idee e di sentimenti che scardinavano il mondo. Avendo sol per rinel furioso

324
flesso la fede, giovane di anni e di mente, 'ebbe

per

il

culto ufficiale di

Roma

l'

non ebbero altri che pur avevano fede ed et ben maggiori delle sue.

importanza che e senno


dell'

Uomo
e

pi

che

dell' oriente,

occidente

del

settentrione,

perduto in nebbie teoloal

giche, vago di giovanili diporti e infastidito

dalle

cure
il

dell'

impero,

quale

si

sentiva

inetto, fu

primo della

serie di quei sovrani

per diritto divino che furono

cristianissimi

quanto

si

vuole,

ma

pi che uomini furono


al
il

om-

bre e sol

come ombre danno


loro

quadro degli

avvenimenti storici

contributo.

N 13 I e E
po-g-

Pbefazionb

PARTE
di
1.

I.

La politica impeeialh feontb alle grandi cobbenti rhligi08h.


nell'impero romano. mo\inenti religiosi dell' impero dal punto
V^^g-

Religione e politica
I

di vista sociale
I.

Le

classi sociali e le fedi religiose nell'im:

pero

monoteismo e politeismo

alla costituzione dello stato.

di

fronte

La monar-

chia elettiva del


religioso di

II. sec. e il

Dione Crisostomo.
Carattere

sistema eticoIl cozzo

politico e religioso della latinit

con l'oriendegli

talismo.
ariani
II.

speciale

hap(^g-

Latinit

coscienza religiosa romana Orientalismo e polisotto Commodo. teismo nella politica imperiale e militaridella

stica di Settimio Severo.

La

rivoluzione
di

religiosa

gabalo.

La reazione religiosa e politica della monarchia senatoriale di Severo Alessandro. Politica monarchica accentratrice di Aureliano e sua riforma classicoorientale. La vita Aureliani, un libello
anti-cristiano del TV.
sec.

l'

as-solutismo politico

Ela-

pag.

15

III.

Conciliazione del politeismo classico romano in un sistema etico-religioeo di mo-

narchia elettiva senatoriale.

Le

rivolu-


zioni
al

326

religiose

sincretismo

forma
sione

le loro reazioni tendono ed al monoteismo in una monarchica assoluta. Conclu-

p<^g-

28

2.

La

latinit religiosa- dclV impero.

Esagerapoliticopagf.
:

zioni

orientalistiche

nello

studio

religioso dell' imiter


I.

32

culti

fondamentali romani fino a Traiano

Giove 0. M. capitolino, espressione delimperialismo religioso e politico Ercole, manifestazione delle garanzie civiche e
l'
;

delle fortune militari della latinit.


filosofia

La

politico -religiosa

di

Dione

Cri-

della

sostomo come sostrato etico-costituzionale monarchia romana classica (elettiva-

adotti va- senatoriale).


religione

Persistenza della
le

nazionale
sotto

attraverso
della
gli

vicende
trai

religiose e politiche

monarchia
Claudio,

dizionale
Severi,

Adriano,

Antonini,

G-allieno,

Postumo.

AuP<ig-

reliano,
II.

Probo

33

L' origine solare dei titoli imperiali secondo


il

Cumont.
1.

Indagine della latinit dei


2.

titoli:

Pius.

Felix. 3. Invictus. 4.

Le

iscrizioni
5.

militari

severiane

ininctns.

Le

differenti concezioni religiose e Vin6.


:

victus.

L' uso dei titoli imperiali per le

legioni
III.

anteriorit dell' uso militare pag.

Simbolismo romano.
ternus e Aeternitaa.
e Sanctitas

57

1.

Il

culto solare

classico e quello orientale:


3.

Oriens. 2. Ae-

Claritas. 4. Sayictus
P<^g-

^2
87

IV. Conclusione:
l'

Violenta,

reazione

latina

al-

introduzione dei culti orientali

P^g-

3.

I.

Impero romano e cristianesimo. La tradizione cristiana delle persecuzioni


le

dieci piaghe.

La

critica

storica e le


questioni

327

studio
:

foudamentali dello
Kossi,
vista,

delle

relazioni tra impero e cristianesimo

msen, De punto di
II.
Il

Duchesne.

Momnuovo
V^Q-

Il

del Bouch-Leclercq e al-

cuni studiosi recenti cristianesimo considerato come


le

^
97

setta, giu-

daica e r impero.
cristiani
III. Politica

sue

prime vicissitudini sotto Nerone condanna giudei e

come sediziosi e incendiari antigiudaica di Domiziano,


liberale

pag.

La
:

reazione
il

sotto

Nerva e Tiuiano

proselitismo giudaico colpito nel

nomen
pcig-

di cristiano

108

IV. Organizzazione interna della

secta
suoi

del

cristianesimo
V.
Sforzi

porti con la religione


cristiani
j)er

come giudaica madre


dare
dall'i

rap-

alla

V^dsecta

H^

un' individualit,

religiosa

per farla riconoscere


getica
stico.

mpero

indipendente e l' apolo:

cristiana

il

suo

carattere

reali-

Politica, religiosa liberale dell'im-

pero

sotto

Adriano
e
il

Marco Aurelio
di

e gli Antonini. suo rescritto contro

fondatori di nuove religioni.

Eeligiosit

Severo e suo favore verso i riconoscimento ufficiale della comunit cristiana e limitazione della Concorso di sua attivit come religio licita.
culti dello

Settimio

Stato

condizioni religiose favorevoli all'affermazione


cristiana.

I tre periodi della storia del cri-

stianesimo primitivo

pag. 120
libert
e

VI. Testimonianze
dro.

della

del

ricono-

scimento della chiesa sotto Severo AlessanMassimino. Il formalismo religioso di Decio. La persecuzione di

Valeriane: reazione liberale di Gallieno. Aureliano e la sua costituzione di un' autorit

centrale

del

sciuta dall'impero.

cristianesimo,

ricono

Caratteri della

per-


seduzione
>

328

cristiana

di Diocleziano e di Galerio.
libert religiosa

Ripristino della

con Costantino.*

Politica

costantiniana

di ritorno allo statu quo ante delle perse-

cuzioni per editto,

sua
della

politica

religiosa

nel

Allargamento della riconoscimento

Legislalibert di tutti i culti. zione a favelle dei cristiani sulle orme della legislazione di privilegio per gli Ebrei pag. 133 VII. Pi^i e difetti di alcune opere studiate
porti
:

Manai"esi, Fracassini, Giobbio,

naiuti.

Buo-

tra

Riepilogo dell' indagine sui rapr impero e il cristianesimo.


i

1^*

Conclusione Appekdice: Roma e


1.

P<^Sf-

Giudei

Diritti personali dei Giudei.

zionari ebraici riconosciuti.


di riunione e di associazione

3.

2.

Fun-

Diritto

Privilegi ri4. sue prerogative. conosciuti ai Giudei nel diritto penale. 6. Rispetto 5. Vita esteriore tributi. Proseliufficiale per il culto giudaico. 7. Diffusione dei tismo e suoi limiti. rapporti Giudei e loro invadenza sociale
le
:

La

comunit

demografici tra Giudei e pagani e loro confronto con i rapporti tra le popolazioni Il pericolo odierne e i mussulmani. giudaico a causa deiP intolleranza giu8. daica. Tenacia eroica delle lotte Le religiose giudaiche e sue vittime. dell'antichit. pag. 151 guerre religiose

>^

>^

4.

La
I.

fine

dell'era

romana.

Pariodizzazione
pag.
168

della storia

Termini cronolc^ici convenzionali della storia romana. La- societ alla fine del

IV. sec.
ciale.

coadizioni etniche e spirituali.


della

le

Cristallizzazione

stratificazione
ideoloerico

so-

Il

bizantinismo

329

Graziano il barbaro sue vittime. Abbattimento imperatore dei romani. L'ultimo deir antico culto dello stato. pontifex maximus ed il primo princeps
christianissimus gione di stato.

cristianesimo Teodorico e la prima Ca.

Il

reli-

nossa
II.

dell'

impero

pag- 168
la fine dell'im-

La

fine dell'era

romana con

Il codice teodosiano pero di Graziano. Teoe il seppellimento del romanesimo. pag- 178 dosio e r inizio dell'era barbarica

PARTE

II.

AeCAISMO e NEOTEEISMO religiosi nel


1.

SEC.

IV.

La restaurazione
Il

religiosa

di

Diocleziano.
all'

giuramento solare di Diocleziano


al
ti-ono

sione
solare

classico.

sue

relazioni religione

ascencol culto

La

politeistica

sotto Diocleziano e la dedica di


al
sole.

Culto solare celtico nella Gallia Assenza di mitracismo transpandana. Il culto per nella religione dioclezianea. Giove ed Ercole nell' epoca dioclezianea. Ostilit contro le religioni straniere a favore

un tempio

gioso:

Arcaismo Omaggio alle divinit classiche. Ercole e Giove latini nelle fonti letterarie ufficiali. Monete ed epigrafi atripristino del culto nazionale. testanti
delle

veteres
l'

religiones.

reli-

aruspicina.

il

La prova
valore.

epigrafica del mitracismo ed

il

suo
pcg- 183

Arcaismo

di culto e neoterismo di

sentimento
2.

La
I.

politica

religiosa

di al

Costantino.
fallimento
e

Diocleziano

assiste

del

suo

piano

di

riforma

religiosa

costituzio-


naie.

330

e le loro

fortune religiose: cristianesimo e culto solare. Crollo della concezione politeistica


dioclezianea e rinvigorimento del monoteismo solare e orientale pag. 203
II.

L* Oriente e

V Occidente

La

lotta

ti-a

Costantino e Massenzio
della
religiosit

ca-

ratteristiche

dei due competitori.

individuale

Il

27 ottobre 312

preparativi
le

combattimento.
Milvio e

di

militari

morali

La

vittoria

sue caratteristiche.

del 313: sue caratteristiche.


tica

di

per il Ponte
vittoria

L' editto

La

del cristianesimo e le direttive della poli-

imperiale

Costantino.
dei
cristiani

Accoeditto

glienza

favorevole

all'

e loro accettazione del sincretismo solare monoteistico. Il meraviglioso entro cui si svolgono nella coscienza dell' epoca gli

avvenimenti del 312-3.


riori

Deviazioni ultedelle narrazioni contemporanee la conversione > di Costantino. Persistenza di Costantino nella religione paterna: prove monumentali
e
falsificazioni

posteriori
:

del
III.

momento.

Politica

religiosa,

non

sentimento religioso dell' imperatore pag. 212 Einvigoiimento dell' indirizzo politico imperiale.

Logicit della legislazione copa^r.

stantiniana

IV. Costantino
Istituzione
lieri

unico

signore
del

ufficiale

impero. corpo dei cavadell'

228

della morte,

imperiale.
stantino.
stiani.

il

seguati col

monogramma
di
ai

Monoteismo
Politica

solare

Cocri-

favorevole

Esitazioni individuali dell' impe-

ratore

rimorso e il bisogno d' una puConversione di Costantino Regnum mcum non e sue conseguenze. est de hoc miiido V^G- 231
:

rificazione.


3.

331

e della

Monumenti
religione
I.

documenti della politica

II.

Costantino. Critica e tradizione nelle ricerche storiche. Punti fondamentali di divergenza con alcuni studiosi, pag. 240 Origine e valore del monogramma costandi

tiniano.

illogicit.
zio.

Il

Il

racconto di Eusebio e le sue meraviglioso in Lattan-

esso

del

gano.

Simbolismo gallico e derivazione da monogramma, reale segno paIl compendium scripturae doveva

eesere greco o latino ?

monogTamma.
religiosa della
III.
Li'

E.

L' epigrafia e il culto solare e la forma

politica costantiniana pag. 243 instinctu divinitatis dell' arco di Costantino pag. 254

n'. La

legislazione
>^

come prova
di

delia

versione

religiosa
storici

Costantino.
legislazione

conI
i

precedenti

della

per

cristiani nella legislazione di privilegio per gli Ebrei. Caratteri sociali e politici

della legislazione religiosa di Costantino.

di

Monoteismo
imperiale V. Conclusione
:

solare

baae

della
dell'

politica

pag. 256

apprezzamento

opera

Costantino e dei cristiani e suo valore pag. 266

PARTE

III.

Peincipes

pii

l.

Decio
lo

ili mostro

maledetto^.

Il

spirito di riforma nel HI.

natore C. Messio Decio. I certificati di lealismo religioso sotto De<iio imperatore. Vicisvsitudini lielliche, civili e politiche dell' impero restaurando: morte di Decio. L'opera di Decio e il giudizio dei cristiani

sec.

senato e
Il

se-

pag, 271


2.

332
y^.

Diocleziano l' impero.


l'

Restaurazione diocIeTauea delimpero e riforme politiche; ammiDif^ti-ative,


:

il

tiranno

La

vigilia

del-

religiose

rimiovamento deDo spirito di

e anticristianesimo.

mo.
talit
3.

Roma
vi-

L' opera

dell'

La tragedia uomo e la

dell'uo-

sua

Costantino

il

riformatore.

grande

pag. 288
Il

terzo

Avviamento

dell'

poliarchia alla monarchia.

restaurazione dioclezianea e

pera
e

costantiniana

nella

religiosa deli' impero.

)>

Ripresa della fortuna dell' ocostituzione civile L' ultimo grande

grande impero dalla

4.

imperatore romano pcig- 299 Graziano il cristianissimo La medioevalit di Graziano e la sua importanza cul.

Uomini e correnti spirituali delLe vittorie di Graziano e le previsioni di Ambrogio: camuffamento cristiano della mentalit latina. Il primo re cristianissimo e l' influsso di Ambrogio sul
tui"ale.
l'

impero.

teologizzante imperatore.

Legislazione

gra-

zianea antiromana
sico,

distruzione del culto eia sintercristane,


:

abbattimento della statua della Vittoiia

in

Senato.

Le querele

la
di

burocrazia

il

priscillianesimo

caduta

Gi*aziano per tradimento e disfatta.

vendicazione.
di

Sua Importanza storica negativa


pag. 304

Graziano