Sei sulla pagina 1di 4

1

ALESSANDRO MANZONI/''Storia della Colonna infame'':Il rapporto con la Filosofia dell'Illuminismo nel Manzoni lo troviamo senza ombra di dubbio in questa opera ,essa appartiene a quelli che potremo chiamare gli scritti storici di Manzoni.Una problematica questa della ''Storia'' al centro delle sue riflessioni e della sua opera.Egli si interess ad esempio del periodo storico relativo alla presenza dei Longobardi in Italia e allo loro scontro con i Franchi ,''Discorso su Alcuni Punti della Storia Longobarda in Italia''.E ancora...Nella tragedia ''Adelchi'' Manzoni tratt proprio di questo periodo storico,egli in seguito consider troppo Romanzeschi i personaggi della tragedia in particolare Adelchi , ecco allora che fini per cercare un contrappeso nel Vero Storico,(vale a dire un equilibrio tra dimensione Storica e quella romanzesca,vero poetico) proprio nel discorso sopra la storia Longobardica, egli notava:'' Un'immensa moltitudine d'uomini ,una serie di generazioni,che passa sulla terra ,inosservata e senza lasciare traccia"Manzoni spostava i propri interessi verso le classi sociali subalterne , vi era dietro l'idea liberale di Nazione, con un popolo che cosciente della propria storia e cerca di dare un senso a quest'ultima(identit,lingua, tradizione ecc) proprio attraverso la Nazione , ma questo a Manzoni non poteva bastare egli sapeva che la Storia spesso priva di senso piena di tragici misteri , il cattolicesimo(la Provvidenza) integrer questa mancanza della cultura Illuministica. Storia della colonna infame: Questo saggio storico fu pubblicato come appendice ai P.S. nella edizione del 1847, una vera e propria integrazione al Romanzo ,il lavoro pass attraverso diverse stesure e ripensamenti e non ebbe molto successo , oggi considerato un completamento del pi famoso Romanzo. L'argomento costituito dai processi milanesi del 1630 di cui furono vittime il barbiere Giangiacomo Morra e il commissario del sanit'Guglielmo Piazza accusati dalla voce popolare di aver fatto gli untori vale a dire di aver complottato per propagare la peste! Mediante unguenti e polveri magiche.I due poveretti furono processati torturati e condannati ,prima di Manzoni si era interessato di quest'argomento P. Verri illuminista milanese tra i pi importanti,ricorda che di questo gruppo d'intellettuali faceva parte anche C. Beccaria autore di un saggio fondamentale ''Dei delitti e delle pene'' ove si condannava la tortura e la pena di morte. Manzoni imparentato col Beccaria(nonno) riprende quindi un tipico argomento della cultura liberale e illuministica. Manzoni sostiene che i giudici potevano scegliere, non furono schiavi dei tempi ''oscuri '' fatti d'ignoranza e superstizione ,(come aveva sostenuto Verri) preferirono invece seguire l'opinione pubblica del tempo venendo meno alla propria coscienza. Manzoni quindi legge la vicenda da un punto di vista etico ,rispetto alla coscienza dei singoli giudici. Manzoni analizza i testi confuta le diverse opinioni, rievoca quelle scene con tecnica narrativa. Il testo quindi riconduce al rapporto tr Vero Storico/Vero poetico (Significa quanta fantasia devo mettere in un romanzo e quanta realt storica?) forse la pubblicazione unita ai Promessi Sposi stava proprio a significare un equilibrio tra le diverse due anime e tendenze del romanzo storico manzoniano. Il Libro da intendere come integrato al Romanzo,vuole proprio indicare la dimensione storica dei P.S. ;inutile dire che I Promessi Sposi diventarono un romanzo popolare e istituzionale(lettura nelle scuole) perdendo in parte la componente tragica del Manzoni ( il lieto fine del romanzo),oggi comunque il testo secondo gran parte della critica parte integrante del Romanzo Ricordiamo infine che Pietro Verri analizz la questione addebitando il processo alla superstizione dei tempi,una polemica contro una cultura arretrata. Alessandro Manzoni :Storia Della colonna Infame INTRODUZIONE Ai giudici che, in Milano, nel 1630, condannarono a supplizi atrocissmi alcuni accusati d'aver propagata la peste con certi ritrovati sciocchi non men che orribili, parve d'aver fatto una cosa talmente degna di memoria, che, nella sentenza medesima, dopo aver decretata, in aggiunta de' supplizi, la demolizion della casa d'uno di quegli sventurati, decretaron di pi, che in quello spazio s'innalzasse una colonna, la quale dovesse chiamarsi infame, con un'iscrizione che tramandasse ai posteri la notizia dell'attentato e della pena. E in ci non s'ingannarono: quel giudizio fu veramente memorabile ed questa che presenta al pubblico, non senza vergogna, sapendo che da altri stata supposta opera di vasta materia, se non altro, e di mole corrispondente. il soggetto fosse gi stato trattato da uno scrittore giustamente celebre (Osservazioni sulla tortura, di Pietro Verri), gli pareva che potesse esser trattato di nuovo, con diverso intento. E baster un breve cenno su questa diversit, per far conoscere la ragione del nuovo lavoro.Pietro Verri si propose, come indica il titolo medesimo del suo opuscolo, di ricavar da quel fatto un argomento contro la tortura, facendo vedere come questa aveva potuto estorcere la confessione d'un delitto, fisicamente e moralmente impossibile. E l'argomento era stringente, come nobile e umano l'assunto.

2
Ma dalla storia, per quanto possa esser succinta, d'un avvenimento complicato, d'un gran male fatto senza ragione da uomini a uomini, devono necessariamente potersi ricavare osservazioni pi generali e d'un'utilit, se non cos immediata, non meno reale. Anzi, a contentarsi di quelle sole che potevan principalmente servire a quell'intento speciale, c' pericolo di formarsi una nozione del fatto, non solo dimezzata, ma falsa, prendendo per cagioni di esso l'ignoranza de' tempi e la barbarie della giurisprudenza, e riguardandolo quasi come un avvenimento fatale e necessario; che sarebbe cavare un errore dannoso da dove si pu avere un utile insegnamento. L'ignoranza in fisica pu produrre degl'inconvenienti, ma non delle iniquit; e una cattiva istituzione non s'applica da s. Certo, non era un effetto necessario del credere all'efficacia dell'unzioni pestifere, il credere che Guglielmo Piazza e Giangiacomo Mora le avessero messe in opera; come dell'esser la tortura in vigore non era effetto necessario che fosse fatta soffrire a tutti gli accusati, n che tutti quelli a cui si faceva soffrire, fossero sentenziati colpevoli. Verit che pu parere sciocca per troppa evidenza; ma non di rado le verit troppo evidenti, e che dovrebbero esser sottintese, sono in vece dimenticate; e dal non dimenticar questa dipende il giudicar rettamente quell'atroce giudizio. Noi abbiam cercato di metterla in luce, di far vedere che que' giudici condannaron degl'innocenti, che essi, con la pi ferma persuasione dell'efficacia dell'unzioni, e con una legislazione che ammetteva la tortura, potevano riconoscere innocenti; e che anzi, per trovarli colpevoli, per respingere il vero che ricompariva ogni momento, in mille forme, e da mille parti, con caratteri chiari allora com'ora, come sempre, dovettero fare continui sforzi d'ingegno, e ricorrere a espedienti, dei quali non potevano ignorare l'ingiustizia. Non vogliamo certamente (e sarebbe un tristo assunto) togliere all'ignoranza e alla tortura la parte loro in quell'orribile fatto: ne furono, la prima un'occasione deplorabile, l'altra un mezzo crudele e attivo, quantunque non l'unico certamente, n il principale. Ma crediamo che importi il distinguerne le vere ed efficienti cagioni, che furono atti iniqui, prodotti da che, se non da passioni perverse? Dio solo ha potuto distinguere qual pi, qual meno tra queste abbia dominato nel cuor di que' giudici, e soggiogate le loro volont: se la rabbia contro pericoli oscuri, che, impaziente di trovare un oggetto, afferrava quello che le veniva messo davanti; che aveva ricevuto una notizia desiderata, e non voleva trovarla falsa; aveva detto: finalmente! e non voleva dire: siam da capo; la rabbia resa spietata da una lunga paura, e diventata odio e puntiglio contro gli sventurati che cercavan di sfuggirle di mano; o il timor di mancare a un'aspettativa generale, altrettanto sicura quanto avventata, di parer meno abili se scoprivano degl'innocenti, di voltar contro di s le grida della moltitudine, col non ascoltarle; il timor fors'anche di gravi pubblici mali che ne potessero avvenire: timore di men turpe apparenza, ma ugualmente perverso, e non men miserabile, quando sottentra al timore, veramente nobile e veramente sapiente, di commetter l'ingiustizia. Dio solo ha potuto vedere se que' magistrati, trovando i colpevoli d'un delitto che non c'era, ma che si voleva furon pi complici o ministri d'una moltitudine che, accecata, non dall'ignoranza, ma dalla malignit e dal furore, violava con quelle grida i precetti pi positivi delle legge divina, di cui si vantava seguace. Ma la menzogna, l'abuso del potere, la violazion delle leggi e delle regole pi note e ricevute, l'adoprar doppio peso e doppia misura, son cose che si posson riconoscere anche dagli uomini negli atti umani; e riconosciute, non si posson riferire ad altro che a passioni pervertitrici della volont; n, per ispiegar gli atti materialmente iniqui di quel giudizio, se ne potrebbe trovar di pi naturali e di men triste, che quella rabbia e quel timore. Ora, tali cagioni non furon pur troppo particolari a un'epoca; n fu soltanto per occasione d'errori in fisica, e col mezzo della tortura, che quelle passioni, come tutte l'altre, abbian fatto commettere ad uomin ch'eran tutt'altro che scellerati di professione, azioni malvage, sia in rumorosi avvenimenti pubblici, sia nelle pi oscure relazioni private. Se una sola tortura di meno, scrive l'autor sullodato, si dar in grazia dell'orrore che pongo sotto gli occhi, sar ben impiegato il doloroso sentimento che provo, e la speranza di ottenerlo mi ricompensa . Noi, proponendo a lettori pazienti di fissar di nuovo lo sguardo sopra orrori gi conosciuti, crediamo che non sar senza un nuovo e non ignobile frutto, se lo sdegno e il ribrezzo che non si pu non provare ogni volta, si rivolgeranno anche, e principalmente, contro passioni che non si posson bandire, come falsi sistemi, n abolire, come cattive istituzioni, ma render meno potenti e meno funeste, col riconoscerle ne' loro effetti, e detestarle. E non temiamo d'aggiungere che potr anche esser cosa, in mezzo ai pi dolorosi sentimenti, consolante. Se, in un complesso di fatti atroci dell'uomo contro l'uomo, crediam di vedere un effetto de' tempi e delle circostanze, proviamo, insieme con l'orrore e con la compassion medesima, uno scoraggimento, una specie di disperazione. Ci par di vedere la natura umana spinta invincibilmente al male da cagioni indipendenti dal suo arbitrio, e come legata in un sogno perverso e affannoso, da cui non ha mezzo di riscotersi, di cui non pu nemmeno accorgersi.

3
Ci pare irragionevole l'indegnazione che nasce in noi spontanea contro gli autori di que' fatti, e che pur nello stesso tempo ci par nobile e santa: rimane l'orrore, e scompare la colpa; e, cercando un colpevole contro cui sdegnarsi a ragione, il pensiero si trova con raccapriccio condotto a esitare tra due bestemmie, che son due deliri: negar la Provvidenza, o accusarla. Ma quando, nel guardar pi attentamente a que' fatti, ci si scopre un'ingiustizia che poteva esser veduta da quelli stessi che la commettevano, un trasgredir le regole ammesse anche da loro, dell'azioni opposte ai lumi che non solo c'erano al loro tempo, ma che essi medesimi, in circostanze simili, mostraron d'avere, un sollievo il pensare che, se non seppero quello che facevano, fu per non volerlo sapere, fu per quell'ignoranza che l'uomo assume e perde a suo piacere, e non una scusa, ma una colpa; e che di tali fatti si pu bens esser forzatamente vittime, ma non autori.Non ho per voluto dire che, tra gli orrori di quel giudizio, l'illustre scrittore suddetto non veda mai, in nessun caso, l'ingiustizia personale e volontaria de' giudici. Ho voluto dir soltanto che non s'era proposto d'osservar quale e quanta parte e' ebbe, e molto meno di dimostrare che ne fu la principale, anzi, a parlar precisamente, la sola cagione. E aggiungo ora, che non l'avrebbe potuto fare senza nocere al suo particolare intento. I partigiani della tortura (ch l'istituzioni pi assurde ne hanno finch non son morte del tutto, e spesso anche dopo, per la ragione stessa che son potute vivere) ci avrebbero trovato una giustificazione di quella. - Vedete? - avrebbero detto, - la colpa dell'abuso, e non della cosa. - Veramente sarebbe una singolar giustificazione d'una cosa, il far vedere che, oltre all'essere assurda in ogni caso, ha potuto in qualche caso speciale servir di strumento alle passioni, per commettere fatti assurdissimi e atrocissimi. Ma l'opinioni fisse l'intendon cos. E dall'altra parte, quelli che, come il Verri, volevano l'abolizion della tortura, sarebbero stati malcontenti che s'imbrogliasse la causa con distinzioni, e che, con dar la colpa ad altro, si diminuisse l'orrore per quella. Cos almeno avvien d'ordinario: che chi vuol mettere in luce una verit contrastata, trovi ne' fautori, come negli avversari, un ostacolo a esporla nella sua forma sincera. vero che gli resta quella gran massa d'uomini senza partito, senza preoccupazione, senza passione, che non hanno voglia di conoscerla in nessuna forma. In quanto ai materiali di cui ci siam serviti per compilar questa breve storia, dobbiam dire prima di tutto, che le ricerche fatte da noi per iscoprire il processo originale, . non han giovato che a persuaderci sempre pi che sia assolutamente perduto. D'una buona parte per rimasta la copia; ed ecco come. Tra que' miseri accusati si trov, e pur troppo per colpa d'alcun di loro, una persona d'importanza, don Giovanni Gaetano de Padilla, figlio del comandante del castello di Milano, cavalier di sant'Iago, e capitano di cavalleria; il quale pot fare stampare le sue difese, e corredarle d'un estratto del processo, che, come a reo costituito, gli fu comunicato. E certo, que' non s'accorsero allora, che lasciavan fare da uno stampatore un monumento pi autorevole e pi durevole di quello che avevano commesso a un architetto. Di quest'estratto, c' di pi un'altra copia manoscritta, in alcuni luoghi pi scarsa, in altri pi abbondante, la quale appartenne al conte Pietro Verri, e fu dal degnissimo suo figlio, il signor conte Gabriele, con liberale e paziente cortesia, messa e lasciata a nostra disposizione. quella che serv all'illustre scrittore per lavorar l'opuscolo citato, ed sparsa di postille, che sono riflessioni rapide, o sfoghi repentini di compassion dolorosa, e d'indegnazione santa. Porta un titolo: Summarium offensivi contra Don Johannem Cajetanum de Padilla;. e simili, che sono evidentemente appunti presi dall'avvocato del Padilla, per le difese. Da tutto ci pare evidente, che sia una copia letterale dell'estratto autentico che fu comunicato al difensore; e che questo nel farlo stampare, abbia omesso varie cose, come meno importanti, e altre si sia contentato d'accennarle. Ma come mai se ne trovano nello stampato alcune che mancano nel manoscritto? Probabilmente il difensore pot spogliar di nuovo il processo originale, e farci una seconda scelta di ci che gli paresse utile alla causa del suo cliente. Di questi due estratti abbiamo naturalmente ricavato di pi; ed essendo il primo, altre volte rarissimo, stato ristampato da poco tempo, il lettore potr, se gli piace, riconoscere, col confronto di quello, i luoghi che abbiam presi dalla copia manoscritta. Anche le difese suddette ci hanno somministrato diversi fatti, e materia di qualche osservazione, e siccome non furon mai ristampate, e gli esemplari ne sono rarrissimi, non mancherem di citarle, ogni volta che avrem occasion di servircene. Qualche piccola cosa finalmente abbiam potuto pescare da qualcheduno de' pochi e scompagnati documenti autentici che son rimasti di quell'epoca di confusione e di Dopo la breve storia del processo abbiam poi creduto che non sarebbe fuor di luogo una pi breve storia dell'opinione che regn intorno ad esso, fino al Verri, cio per un secolo e mezzo circa. Dico l'opinione espressa ne' libri, che , per lo pi, e in gran parte, la sola che i posteri possan conoscere, e ha in ogni caso una sua importanza speciale.

4
Nel nostro, c' parso che potesse essere una cosa curiosa il vedere un seguito di scrittori andar l'uno dietro all'altro come le pecorelle di Dante, senza pensare a informarsi d'un fatto del quale credevano di dover parlare. Non dico: cosa divertente; ch, dopo aver visto quel crudele combattimento, e quell'orrenda vittoria dell'errore contro la verit, e del furore potente contro l'innocenza disarmata, non posson far altro che dispiacere, dicevo quasi rabbia, di chiunque siano, quelle parole in conferma e in esaltazion dell'errore, quell'affermar cos sicuro, sul fondamento d'un credere cos spensierato, quelle maledizioni alle vittime, quell'indegnazione alla rovescia, ma un tal dispiacere porta con s il suo vantaggio, accrescendo l'avversione e la diffidenza per quell'usanza antica, e non mai abbastanza screditata, di ripetere senza esaminare, e, se ci si lascia passar quest'espressione, di mescere al pubblico il suo vino medesimo, e alle volte quello che gli ha gi dato alla testa. A questo fine, avevam pensato alla prima di presentare al lettore la raccolta di tutti i giudizi su quel fatto, che c'era riuscito di trovare in qualunque libro. Ma temendo poi di mettere troppo a cimento la sua pazienza, ci siam ristretti a pochi scrittori, nessuno affatto oscuro, la pi parte rinomati.