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n

STUDI DI STORIA ANTICA


PUBBLICATI DA GIULIO 3E3LOCH
Fascicolo YII
GIOVANNI NAFOLETANI
IV
I
H
1 > l^ IV
CON UNA PLVNTA E TRE TAVOLE
n?]\T
ROMA
ERMANXO LOf:SCHER & C."
(
W . R E ( ; E X B E R G
)
rju7
rKOPKIETA
LETTERAinA
Kotella, Stab. Graf. X. P. De Saiictis & C.
ALL- ONOREVOLE
MTTNICIPIO
DELLA
NOBILISSIMA CITTA DI FERMO
L'AUTORE
SOJ^JVL^I^IO
-Cenni Bibliograflci pag*. L
PARTE PRIMA
iNLOIiXO ALLA FeIIMO PRE-ROMANA
Valore dcl torminc pri'-)-oiii(iiio. 9-10. Di^ciissiono dogli
argonienti di eoloro cho eredono monzionato Finniim
prima della eonqiiista romana, 10-
17. Prove indirette
deir esistenza ^^''''-''Oiiiciiia di Fermo, 17-18.
Hassegna etnografica del Piceno. .... 19
Popolazioni oho si voi;iinno stanziate noUa nostra re-
g-iono, 19-22. I Siouli. Distinziono fra Sieiili e Siee-
lioti, 22-28. I Sieuli eouio nazione non hanno stan-
ziato nol Pieono, 28-29.
1 Liburni. ..........
29
Loro orii;ino illiriea e loro ])ratiea marinara, 29-30. Prove
dolla loro preseuza sidle eosto adriatiehe, 30-33. Le
Iserizioui I'aleo-SabeUir/ie e popolazione a eui possono
attribuirsi. 33-37.
Gll Etruschi
37
Loro pretoso dominio siil Pieeno, 37-41. Valoro dell' ap-
pellativo Tin-eiio nolla tostimonianza di Strabo-
ne, 41-45. La dea Kupra o la llona Dea, 45-49. Re-
g-ioni in eui si devo partiefilarnu-nto rieercare il culto
di queste divinit^, 49-52.
VI
SOM.MARIO
G-li Umbri.
pag.
Loro alta autichita e diffusione nell' Italia settentriona-
le, 52-53. Espansione, in seguito alle lotte con gli E-
truschi, nell' Italia centrale e meridionale sul ver-
sante adriatico, 53-58. I Picenti ; loro affinita etnica
con gii Umbri mediante
1'
anello di cougiunzioue dei
Sabini. 58-65. Testimouiauza della leggenda che mette
in stretto rapporto gii Umbri e i Piceuti, (J5-72. E-
migrazione dei Sabini uel Piceuo, 72-74.
PARTE SECONDA
Origine Umbro-Sabina di Fermo. .... 75
L' origiue di Fermo nou puo attribuir^i ue ai Liburui.
ue ai Sicelioti. 75-77. Grandi probabilita auzi quasi
certezza della fondazione per opera degii Umbro-Sa-
biui. 77-83.
II nome FIRMmi PICENUM 84
Testimoniauze iutoruo al uouie autico della uosti-a cit-
th, 84. Strane ipotesi formulate circa
1'
aggettivo Fi-
cennm, 84-87. Ketta iuterpretazione dei due vocabo-
li. 87-88. Siguificato del nome Firmum e popolazione
a cui se ue puo far risalire I' origine. 88-91.
Topografia dell' antica Fermo ..... 92
Idea generale sullo sviluppo della citta, 92-94. Viceude
deiracropoli fermaua e sua distruzione, 94-98. Seconda
cerchia di mura, 99-103. Tcrza corchia. 103-107.
Svolgimento della tecnica delle costruzioni nei tempi
antichi ......... 107
Eta approssimativa della costruzione delle mura fer-
mane ......... 110
II primo nucleo di Fermo nou puu ripetere la sua ori-
gine dai coloni latini, 110-116. Ipotesi dell' architetto
fermano G. B. Carducci iutorno al popolo che a-
SOMMARIO
VII
yrohlK' iiialzato ]c piime iiiura di Ferino, 11(5-117.
Aiiipliamcnto della citta e costriizione di iina qxiarta
cerchia di miira all' arrivo della colonia niilitare di
Augusto. 117-l"2o.
Le antiche porte di Feriiio. ......
V^g-
12o
Le antiche strade di Fermo. . . . . . 127
II Foro 128
I Monumenti antichi di Fermo. ..... 131
L' Anfiteatro. 131-182. II Teatro, 132-140. La Piscina
Epuratoria, 110-143.
Intorno al Castellum Firmanorum
. . . 143
Firmuin oppiduiu e Castdluin Firmanoruin, 143-144.
Descrizione del Piceno fatta da Plinio secondo lo
Pseudo-Brandimarte, 144-147. Opinione del prof. jMec-
chi circa la origine di alcuiie citta picenti per opera
dei Siculi, 147-152. Interpuuzione di un passo Plinia-
no, 152-155. Postura del Castello Fermano secondo
il Cluverio e il Catalani, 155-158. Discussione delle
idee del Colucci, 158-170. Posizione reale del Castel-
lo, 170-174.
Le vie che passavano a Fermo. . . . . . 175
^Oenni dell' antica storia di Fermo 176
Deficienza di testimonianze storiche anteriormente alla
seconda guerra punica, 176-177. Menzione dei Fir-
viani nel periodo della g-uerra Annibalica, 177-178.
Valore militare dei Firinani nella guerra contro An-
tioco, re di Siria, 178-180. Altri ricordi di Fer-
mo, 180-182.
IFermo Colonia Augustea 182
CENNI BIBLIOGRAFICI
Tralascio di ricordare qui partitamente i diversi autori
antichi, greci e latini, i quali fanno esplicitamente menzione
di Firmum, riserbandomi di nominarli a mano a mano che
si offrira Toccasione nei corso del lavoro, per accennare so-
lamente a quegli scrittori municipali che, piu o meno am-
piamente, si sono occupati di Fermo e delle sue vicende
storiche dai primordii della citta fino alla disgregazione del-
1'
impero romano. poi che il mio obbietto non riguarda di
proposito i tempi posteriori.
In tale breve rassegna, quindi. non dovrebbe entrare
Antouio di Niccolb, notaro e cancelliere del comune di Fer-
mo, vissuto verso la meta del secolo XV, avendo egli scritto,
in rozzo latino, una Cronaca delle cose piu notabili della
sua citta dei tempi medievali. Ma, poi che anche in questa
Cronaca sono contenute alcune notizie, delle quali do-
vremo tener conto in seguito, cosi mi e sem1)rato indispen-
sabile ramnientar pure questo Cronista.
II primo storico fermano, jier ordine di tempo s' in-
tende, che abbia trattato, quantunque di volo, deile origini
e delle antiche vicende di Fermo, e il canonico Francesco
Adami, il quale ha scritto un' opera dal titolo : De rebiis
in civitafe prmana gestis, fragmentorum libri dno
,
pubbli-
cata in Roma nel 1591, e inserita poi dal Grevio nella sua
2
CEXNI BIBLTOGRAFICI
rijsca collezione. Ma l'opera dellWdami e di poca o nessuria
utilita, giacclie egli, come per la storia della sua citta nel-
Teta medievale e moderna non ha fatto che togliere di peso
le relatjve notizie dai cronisti municipali. vissuti prima di
lui, cosi, per cio che riguarda Fermo e il Piceno nei tempi
remotissimi. ammette, come fatti di certezza indiscutibile, i
miti e le leggende che si hanno in proposito nella tradizione,
senza preoccuparsi di discuterli atfatto al lume di una cri-
tica qualsiasi. Per lui al Piceno sarehbe derivato il nome
dal re Pico, liglio di Saturno e padre di Fauiio, che avrebhe
regnato in questa regione e nel Lazio, secondo che il huon
canonico credeva di poter desumere da una moneta, che di-
ceva di possedere, nella quale erano scolpite le imagini di
Pico e di Fauno. con la seguente iscrizione : Pater Picus
Fauui, Rex Piceni et totiiis Latii, iscrizione che presenta
proprio tiitti i caratteri di quelP altissima arcaicita, alla
quale si vorrebbe far risalire ! E il iiostro autore seguita :
Himc Picmn in Italia rerjnasse, teste Eatropio, i)Ost
Satnr-
num costat
;
post enm Faniinin plinin, mox Latinnm, quo
regnante a Graecis Troia capta est. Di guisa che per T A-
dami miti e leggende, risalenti a centinaia e centinaia di
anni priuia di Cristo. divengono fatti storici per V autorita
d' uno scrittore del secolo IV delT era volgare !
Al lavoro delF Adami va unita anche un' orazione, che
un dotto giureconsulto ferniano, Cesare OllinelU, nel 1589
diceva a Sisto V, con rintento di magnificargli i meriti della
citta di Fermo, affinchri il pontefice, che vi era gia stato
vescovo, si inducesse a concederle ia sede metropolitana,
onore clie le contenievano molte altre citta marchigiane.
II canonico MicJieJe Catalani, nato nel 1750 e morto
nel 1805, e con ragione ritenuto come il piu benemerito e
felice cultore degli studi sulle cose antiche della siia citta
natale. Certo, considerando il teinpo in cui visse. non puo
non apparirci degna di grande encomio la sua opera delle
Origini e antichita Fermane , Fermo, Bolis 1778, fifuse
poi integralmente dal Colucci nella collezione delle Anti-
chita Picene >. Con un buon inetodo critico il Catalani in-
CENNI BIBLIOGRAFICI
3
vestiga ed esamina tutto il materiale che ha a disposizioue;,
e, se non giunge sempre a conclusioni accettabili o sodisfa-,
centi, piu che la deficienza delTautore io credo se ne debba
incolpare lo stato delle cognizioni scientifiche, riguardo alla
nostra materia, nel tempo suo. Anche del Catalani e
1'
ano-
nima Ijettera critica diretta ad un cavaliere fermano sul
Tomo II delle iVntichita Picene dell'Abate (Tiuseppe Colucci,
patrizio camerinese, per cio che riguarda la citta di Fermo ,
stampata con la finta data topica di Lucca nel 1789, nella
quale, come di altre cose, si riprende meritamente il Co-
lucci di aver riportato in detto Tomo quasi tutte le iscrizioni
di Fermo, che fino allora si conoscevano, ma non troppo cor-
rettamente, e senza sceverare le genuine dalle apocrife o false.
Degli altri scritti del Catalani ricordero il a De Firmana
Ecclesia eiusqite episcopis et archiepiscopis Fermo, 1788, in
cui si fa qualche accenno a cose antiche; una a Sylloge in-
scriptiouKui firmauaruni , che si conserva manoscritta nella,
biblioteca comunale di Fermo, e la Dissertazione Lella
origine clei Piceni , inclusa ancli' essa integralmente nel
Tomo IT deir opera del Colucci.
Segue r abate Bouienico Maggiori, di cui abbiamo un
poemetto, in versi elegiaci, pul)blicato in Fermo nel 1789^
dal titolo (c Ds Firuiauae itrhis origiue atqne ortiauieutis
,
di un valore molto relativo.
Anche V abate Giuseppe Coliicci merita di essere anno-
verato fra gli storici municipali di Fernio, per le sue osser-
vazioni e continuazione alle Antichita Fermane del Ca-
talani. E, poi che (^uesti scrisse la Lettera critica ecc. ,
di cui sopra abbiamo fatto cenno, il Colucci rispose con al-
tra Lettera ad un amico, in difesa delle osservazioni e
della continuazione alle origini e antichita fermane, inserite
nel Tomo II delle Antichita Picene, contro la lettera critica
di un anonimo, stampata in Lucca nel corrente anno 1789 .
Se non che, cio che del Colucci a noi ora maggiormente in-
teressa e la sua operetta Iiitorno airantico Navale di Fer-
mo , di cui dovremo discutere in seguito, per vedere se
4
CENXr BIBLIOGRAFICI
possa accettarsi la sua ipotesi circa la localita. nella quale
sarebbe esistito il navale fermano.
Raccogliendo notizie dagli autori, vissuti prima di lui,
il canonico conte Giuseppe Porti compilo le Tavole Si-
nottiche di cose piu notabili della citta di Fermo e suo an-
tico stato, redatte sopra autentici documenti , Fermo 1836,
del valore delle quali, s^mpre riguardo alla citta antica, pos-
siamo farci un concetto quando nella Tavola I
-
B leggiamo
che Fermo ebbe il ias civinni romanornm fin dalla prima
deduzione della colonia. e quindi 17G anni antecedentemente
alla promulgazione della lex laJia!
Altro lavoro di compilazione, inolto piii pregevole pero
di quello del Porti, perche fatto con granle cura e diligenza,
di guisa che, quantunque a tratti rapidissimi, si ha un qua-
dro quasi completo della storia di Fermo dalle origini fin
verso la meta del secolo XIX, e V operetta deir avv. GiU'-
scppe Fracassrffi. pubblicata in Ferrno nel 1841 e intitolata:
Notizie storiche della cittu di Fermo ridotte in coinpen-
dio >\ alle quali V autore fa seguire un' appendice delle no-
tizie topografiche e statistiche della citta e del suo territorio,
e i passi degli scrittori classici, latini e greci, i quali, nel-
r un modo o nelTaltro. fecero menzioiie di Fermo e dei fer-
mani nelle o[iere loro.
Senza duhbio di tutti coloro. che negli ultiuii tempi
scrissero di Fermo. tiene il primo po.sto I' avv. Gaetano
De- Miuicis. nato nel 179o e morto nel 1871. Cultore appas-
siouatissimo della storia fermana, si diede con pazienza e
cou ardore auimirevoli a riutracciare tutti gli argomenti e
tutte le testimonianze, a partire dall' eta piu remota, che
potessero conferire lustro e decoro a Fermo, dettando al-
r uopo una serie di mouogratie, che si raccomandano spe-
cialmente per la diligenza usata nella raccolta del materiale
storico. Le operette del De-Minicis, le quali riguardano piu
direttamente il nostro argomento, suno le seguenti
:
CENNl BIBLIOGRAFICI
5
Osservazioni sopra un quadrante di Fermo
-
1838 (Bol-
lettino deir Istituto Archeologico di Roma).
Sovra alcune antiche iscrizioni, trovate recentemente in
Fermo
-
Perugia 1838.
Cenni storici e munismatici di Fermo ecc.
-
Roma 1839.
Sopra due monete gravi di Fermo
-
1841.
Eletta di monumenti pid illustri, architettonici, sepol-
crali ecc. di Fermo
-
Roma 1841.
Sulle antiche ghiande missili e sulle loro iscrizioni
-
Roma 1844.
Intorno alla piscina epuratoria in Fermo
-
Roma 1846.
Come adunque ben si vede, il De-Minicis si occupo di-
ligentemente dei resti archeologici fermani, di ogni specie
;
monumenti, iscrizioni, monete ecc. illustrandoli con grande
amore, e, con le sue pazienti ricerche, era riuscito anche a
formare un museo di antiehita locali, ricchissimo per una
cittadina di provincia, e avuto anche riguardo ai mezzi, di
cui puo disporre un privato. Non si potra quindi mai de-
plorare sufficientemente V incuria dei reggitori del Comune
fermano del tempo, i quali, aUa morte del proprietario, non
si curarono di acquistare il museo, per accrescere la sup-
pellettile di ((uello civieo. hisciando cosi che tanti oggetti
antichi, molti dei quali storicamente preziosi, raccolti dal
De-Minicis con amoi-evoli cure, andassero inevitabilmente
dispersi.
Del fratello di Gaetano, Ratfaele, nato nel 178l> e morto
nel
18r)9,
ricorderemo
1"
opera : Le iscrizloni fermaue au-
tiche e modei-ne, con note eJita a Fermo nel 1857.
L" avv. Aehille Gennarelli, morto recentemenle ottanta-
duenne, uomo fornito di grande dottrina archeologica, inseri
nel 1839 nel Bollettino della pontificia accademia romana di
archeologia un pregevole articolo sopra i marmi ottovirali
editi e inediti, e sopra alcuni monumenti e iserizioni fer-
mane , ripubblicato poi in opuscolo separato ; e nella sua
dissertazione : La moneta e i monumenti primitivi delT I-
talia initica , coronata dalla medesima accademia, diseor-
6
CEXNI BIBLTOGRAFICI
reva anche deU' aes yrace fermano, che egli pero riportava
ad un tempo anteriore alla conquista del Piceno da parte
di Roma.
II prof. Filippo Engenio Mecclti e forse 1'unico fermano
vivente, che: abbiaunaconoscenza sicura delle notizie ar-
cheologiche locali. Come Tavv. De
-
Minicis, anche 11 Mecchi
ha scritto raoltissime monografie sopra argomenti di storia
formana antica e raoderna, delle quali citeremo qui quelle
che piii direttamente riguardano hi nostra raateria :
Della coltura scientifica e letteraria degli antichi fer-
mani, Saggio ktorico
-
Fermo, Paccasassi 1860.
Yita di Lucio Equizio, Caio Quinzio Greco, Caio Au-
sonio, Numerio Quinzio Greco, illustri Fermani
-
Fermo,
Paccasassi 18G2.
Lattanzio e la sua patria
-
Fermo, Bacher 1876.
Alcune iscrizioni fermane della raccolta De
-
Minicis e-
mendate
-
Fermo, Bacher 1878.
La fondazione deirantico Xavale di Fernio e delle citta
Asculnm, Novana, Cluana e Pofenfia secondo Plinio il vec-
chio
-
Foligno, Sgariglia 1884.
Compendio deUa storia civile e politica di Ferino, inse-
rita nella Guida della Provincia di Ascoli Picenu edita
dal Cliil) AlpiHO Italiano -
Foligno, 1889.
II prof. Lucio ^lariani. ordinario di Archeologia nella
it. Universita di Pisa^ in uiiopuscolo <(
La Cavalcata del-
r Assunta in Fermo
, pubblicato per cura della regia so-
cieta romana di storia patria, nel 1890, da qualche notizia
interessante riguardo a cose anticiie.
Nel
]'.)()().
]ioi, r avv. Gittscppc Spcransa, di Grottam-
mare, pul)bli('ava un grosso volum(> dal titolo : II Piceno
dalle origini alla fine di ogni sua autonoinia Ascoli Pi-
ceno, Cardi. Se non tutto (juello che I' egregio avvocato
asserisce e sempre accettabile, perch(!! non corroborato da
argOHKMili validi. cho reggano ad una critica imparziale,
certo penj dcve maravigliarci grandemente la erudi/ione di
CEXM LUBLIOGPiAFICI 7
quest' uoiiio venerando, e il lungo studio e il grande amore
con cui egli ha investigato le antiche vicende della nostra
nobilissinia regione: esenipio onorevole per tutti coloro della
medesima sua classe sociale i qiiali, non costretti all' eser-
cizio di una qualche professione per condurre innanzi la vita,
passano beatamente il tempo nelT ozio e nelF ignoranza. A
mano a mano clie ci si presentera T occasione noi discute-
remo le idee del dotto avvocato.
E dopo di questi ci sembra inutile ricordare i nomi di
altri i quali, saccheggiando gli scritti editi e inediti di
scrittori precedentemente vissuti, compilarono opere, talune
delle quali voluminosissime (come, per esempio, quella del-
r Erioiii di 22 o 24 volumi) che si trovano nella biblioteca
di Fermo, ma che a noi poco o nulla interessano, contenendo
notizie o conoscibili altrimenti, se storiche, o vero mitiche
leggendarie, e <juindi di miuima importanza.
:p_a.i^te i^-i^ijycj^
Intorno alla FERMO preporRana
Non credo di dover spendere molte p^irole per localiz-
zare, anzitutto, nello spazio l'antica Firnium. Esiste tuttora
la citta di Fermo, e percio la prima supposizione, che logi-
camente possa farsi, e clie essa corrisponda alla citta an-
tica
;
della qnal cosa, oltre la tradizione concorde di tutti
gli scrittori, abbiamo la testimonianza inoppugnabile, forni-
taci dagli avanzi e delle mura e degli edifici dell' antico
centro abitato, che si rinvengono ent]'o la cerchia di mura
delhi citta odierna. Su (juesto fatto, adunque, non pno as-
solutamente cadere dubbio alcuno, e, di conseguenza, non
mette conto insistervi ulteriormenle.
L' origine prima di Ferjno, come quella di quasi tutte
le citta antiche, si perde nella caligine dei tempi, e non
solo, quindi, non possiamo asserire con certezza, ma ne
pure ci e dato di stabilire entro limiti cronologici approssi-
mativi la data di sua fondazione. Ne cio deve recarci mera-
viglia alcuna, poi che noi ci troviamo in tempi, nei quali
-agli uomini mancava ancora ogni mezzo per trasmettere
10 PARTE PRIMA
alla posterita la menioria delle loro gesta, e, a traverso la
hinghezza dei secoli, spari anche qualsiasi traccia di ricordi
trarnandati da generazione in generaziono, animesso pure
che se ne fossero avuti.
Quello solo, per tanto, che, allo stato delle nostre co-
noscenze storiche, possiamo affermare indubbiamente, e la
esistenza preromana di Fermo, intendendo pero il termine^re-
romaiio nel suo valore relativo e non assoluto, intendendo,
cioe, che Fermo preesistesse alT arrivo dei coloni romani,
dedottivi al principio della prima guerra punica : Initio
primi belli piniici Firmiim et Castriim colonis occnpata
(Vell. I 14, 17), e non gia che la sua fondazione sia ante-
riore a quella di Roma, fissata, secondo la cronologia con-
venzionale varroniana, all' anno 754 av. T E. V.

Prove
dirette a sostegno della nostra asserzione non ne abbiamo,
non vedendo nella storiografia romana o negli antichi docu-
menti hicali fatta mai menzione di Firmnm antecedente-
mente al tempo della deduzione della colonia, quantunque
alcuni storici municipali abbiano creduto il contrario. II
De-Minicis, infatti, e il (xennarelli hanno sostenuto a tut-
V uomo. ed altri dopo di loro ripetuto, che i pezzi delT aes
gravG con la leggenda FIR, ritrovati in territorio piceno,
siano da attribuirsi alla Fermo preromana, e le considera-
/ioni i^rincipali, su cui il De
-
Minicis credeva basare con
certezza il suo avviso, sono le segnenti
:
1.'''
-
I Romani erano gelosissimi del diritto di mone-
tazione, e quindi essi non avrebbero potuto concedere un
privilegio cosi segnalato ai debellati Piceni :
2''
-
Le testimonianze degli scrittori e dei monumenti
ci attestano che Roma diniinui sensibilmente tutta la sua
moneta imminenti primo hsllo piinico, perche bastasse alle
spese e ne fosse piu agevole il trasporto ; ma noi non tro-
viamo nel Piceno diminuzione alcuna, e per ci6 doljbiamo
con fondamento asserire clie i Romani avessero gia in pre-
cedenza astretti i vinti a chiudere le proprie zecche :
:}.''
-
L' asse fermano non segue nel peso e nella di-
visione il sistema
della monetazione romana, ma risponde
in tutto al sistenia decimalc dei popoli adriatici, cio che non
INTORXO ALLA.
"
FERMO ,,
PREROMANA 11
sarebbe certo potiito avvenire, ove fosse stato coniato poste-
riormente alla deduzione della colonia :
4.^ -
Le lettere del nostro asse sono arcaiche e la for-
ma della scrittnra retrograda.
Ora, in linea generale, si potrel)l)e avvertire clie il De-Mi-
nicis ripeteva in parte gli stessi argomenti di altri scrittori
munic-ipali' di citta adriatiche, i quali attribuivano a un'eta
anteriore alla colonizzazione romana V aes grave delle ri-
spettive citta, mentre poi, col progresso di un tal genere di
studii, si e riconosciuto doversi riportare a un tempo poste-
riore molti pezzi di tali monete.
Ma, a prescindere da questo, e rispondendo direttamente
agli argomenti del nostro autore, noi in primo luogo osser-
veremo che qui non si trattava di concedere un privilegio
segnalato al popolo debellato, ma di concedere un diritto a
coloni latini, mandati ad occupare una parte del territorio
conquistato, e un diritto limitato, poiche non era loro per-
messo che battere solamente monete di rame, come si era
fatto e si fece in seguito con altre colonie, per esempio con
Avhnhinm nelT agro gallico, con Beneventani nel Sannio,
con Copia (Thurii) nella Lucania, con Valeutia (Vibo) nel
paese dei Brattii, ecc. Non si puo dunque in alcun modo
sostenere ehe Roma fosse talmente gelosa del diritto di mo-
netazione, da negarlo assolutamente alle colonie che dedu-
ceva, essendo una tale opinione smentita irrefragabilmente
dai fatti. Ed invero : e noto che nel 26S av. C. fu dedotta
una colonia latina ad Ariminani ed un'altra a Beneventum,
la quale, proprio in questo tempo, ebbe cambiato cosi dai
Romani il suo autico nome di Mateventaui : Cstera intas in
secanda recjione Hirpinoram colonia ana Beneventum aa-
spicatias matato nomine cpiae (piondam appeltafa Male-
ventum (Plin. III 105). Ora noi abbiamo monete di questa
citta con la leggenda Beneventod : dunque esse sono evi-
dentemente di data posteriore alla deduzione della colonia.

E Tesempio di Benevento non e unico nella storia: anche


altre citta, come per esempio le gia ricordate Copia e Va-
lentia, ci han lasciato monete, posteriori al tempo in cui
furono occupate da coloni latinij secondo che ci dimostrano
12
PARTE PRIMA
chiaramente i nomi nelle stesse monete impressi, che sono
i nuovi imposti a quelle citta dai Romani. Se. dunque, la
colonia di Benevento, dedotta in quel territorio sannitico, la
conquista del quale aveva costato fiumi di sangue a Roma,
pote battere moneta, perche non doveva essere concesso e-
gual diritto alla colonia latina di Fermo, nelT agro piceno,
la quale non fu dedotta che appena 4 anni dopo della Be-
neventana ?
Riguardo, poi, al secondo e al terzo argomento, dal
De-Minicis addotto, ci limitiamo a rispondere che Fermo,
come colonia latina, godeva di una completa autonomia, e
quindi, come in ogni altro ramo della propria amministra-
zione interua, cosi anche nella coniazione della sua moneta
non era affatto tenuta ad uniformarsi nel peso e nella di-
visione al sistema di monetazione della metropoli. ed' avra
per cio preferito, per ragioni commerciali e per maggiori fa-
cilita di scambio, seguire piuttosto il sistema monetario
divisionale, in uso nella regione Adriatica.
Circa la vetusta delle lettere, poi, noteremo che, se esse
sono arcaiche, sono pure nuUa di meno prettamente latine,
e manca in modo assoluto qualsiasi segno, che possa auto-
rizzarci a ritenerle come appartenenti a un alfabeto italico.
E per la forma retrograda della scrittura, specialmente, dalla
quale si potrebbe rilevare qualche indizio per fare attribuire
air aes grave di Fermo un' antichita, maggiore di quella
che noi crediamo gli possa in realta convenire, lo stesso
De-Minicis ci offre una testimonianza, che toglie tutta Tef-
ficacia al suo ragionamento. Poi che, se la forma di scrit-
tura da destra a sinistra fu proprio degli antichissimi Umbri
ed Ktruschi, e vero altresi che il iiostro autore illustrando,
insieme con le monete gravi. alcune (jhinnde inissili, ne
riproduce due spetranti alla citta di Fernio, di cui una porta
impressa la leggenda FIR, regolarmente scritta da sinistra
a destra, meutre pero T altra ha la stessa leggenda con
scrittura retrograda, e il De-Minicis sostiene che di queste
(jhiande i Fermani facessero uso nella guerra sociale, du-
rante la quale, essendo rimasti fedeli a Roma. avrebbero
impresso nei missili il nome della propria citta. Or bene, e
TXTORNO ALLA
"
FERMO ,, PREROMANA 13
noto come la insurrezione degli Italici contro Roma non ri-
monta che al 90 av. V E. V.
;
e allora, se in un tempo, re-
lativamente cosi recente, si continuava ancora a scrivere
da destra a sinistra, come si puo addurre ragionevolmente
la forma retrograda della scrittura quale prova per assegnare
a iin docuniento una data piu antica del
'264
av. C. ? Del
rimanente, non crediamo di dover fare carico soverchio al
De
-
Mini^cis se, preso da eccessivo amore per la sua citta
natale, si sforzasse di circondare deir aureola di un' anti-
chita veneranda i documenti che le appartengono. Nel tempo,
in cui egli scriveva, la scienza della numismatica antica non
si trovava certo in quelle condizioni di progresso, a cui I' han
portato specialmente gli studii del Mommsen, del Garrucci
e deir Head, quantunque del Mommsen egli conoscesse il
trattato intorno alla moneta romana, dissentendone pero
circa la datazione deirp.'; grave fermano. Del quale ne pure
lo stile ha nulla di particolare che ci possa permettere di
risalire oltre il secolo III av. C, e dalle figure, che vi sono
scolpite, non e lecito trarre alcun indizio per riportarlo ad
un tempo anteriore alla deduzione della colonia. Poi che,
la testa di bue, che vi si vede impressa di prospetto, nulla
attesta per se, in quanto che il bue era una delle tante vit-
time, che si immolavano alla divinita nei sacrifici di tutti
i popoli antichi. Vero e che il De
-
Minicis credeva potervi
dedurre un argomento a suo favore, appoggiandosi all' au-
torita di Strabone, il quale nel libro V, parlando dei Sabini,
narra come essi prendessero un bue a guida delle loro sacre
trasmigrazioni, e rorigine sabina dei Piceni e indiscutibile.
Ma noi osserveremo che, se le cose stessero realmente cosi,
vale a dire, se la rappresentazione di questo animale nelTaes
grave fermano rispondesse ad un" idea osca, allora del bove
si sarebbe impressa la figura intera e non la testa sola,
come di fatti vediamo nelle monete dei Sanniti i quali, se-
condo la leggenda e la tradizione concorde degli antichi, di-
scendevano dai Sabini. Ma, oltre a cio, non e lecito sup-
porre che, ove il nostro aes grave fosse appartenuto realmente
al popolo picente, ancora nel pieno diritto della propria in-
dipendenza. invece di una testa di l)ue, il cui simbolo, oltre
t4
PARTE PRIMA
die di uso comune presso varie popolazioni, poteva avere
significati diversissimi, i Picenti vi avrebbero impresso la
figura del loro Pico leggendario, tanto piu che da questo
uccello, per loro sacro, avevano tratto la denominazione per
il paese nuovamente occupato ?
L' opinione del De-Minicis, quindi, e degli altri, che
lo hanno seguito, ci sembra inammisibile. ed e legittimo in
conseguenza concludere che V aes grave fermano non puo
offrirci una valida testimonianza a dimostrazione dell* esi-
stenza prcromana della citta.
Ma neppure nelhi storiografia si trova menzionata espli-
citamente la citta di Fermo in tempo anteriore alla coloniz-
zazione hitina, quantunque anche riguardo a questo punto
altri sia stato di avviso contrario. II prof. Mecchi, infatti,
nel suo Lattanzio e la sua patria , nella Guida storico-
artistica delhi provincia di Macerata (che va sotto il nome
del Mar. Filippo PJaffaelli, ma il contenuto della quale si
deve, in gran parte, alla penna del Mecchi) e altrove, riporta
un passo degli Stratagemmi di P>ontino, dal quale appari-
rebbe nominato espressamente Firmitm anclie prima dei 264
av. C : P. Valerio consuli senatns praecepit exercitnm ad
Sirim vicfnni dncere Firmum, ihiqne castra mnnire et hie-
viem snh tentoriis exigcre. (Frontinns, Stratag. IV, J, 24).
Ora e noto che il disastro, a cui qui si accenna, la.
prinia grande sconfitta. fatta toccare alle legioni Romane da
Pirro nella giornata, conosciuta nella storia sotto il nome di
!K Battaglia di Eraclea , avvenne neir anno 280 av. C., e
percio la testimonianza di Frontino sarebbe per noi a dirit-
tura preziosa, non solo perche confermerebbe inoppugnabil-
mente che Firmnm
preesisteva alla sottomissione dei Pi-
centi, ma anche perche porrebbe fuori di ogni discussione
che tale era pure il nome, prima che vi si deducesse la co-
lonia IJomana. Se non che, con nostro grande rammarico,
noi dobbianio
rinunciare al l)eneficio di una si grave auto-
rita, perche le ultime edizioni critiche di Frontino ci danno
corretto, nel passo riportato, il nome di Firmum, che se-
gnano poi in nota come variante della lezione. E vero che
IXTORXO ALLA
"
FERMO ,, PREROMAXA 15
non vi e.accordo tra gli editori e i critici di Frontino, e fra
gli storici, circa il nome sostituito, poi che alcuni ci danno
SaepiHtini, altri S"r/ini)}i, altri ancora SetinKiii. mentre il
Niel)uhr, dal canto sno, propose Samnium . Ma, checche
sia di queste discrepanze, e innegabile che, mentre puo so-
stenersi la lezione di due specialmente di tali nomi, Saepi-
num e Samninm, nessuna probabilita puo certo avere Cjuella
di Firmum. Non si riuscirebbe. infatti, a trovare nna ra-
gione plausibile per cui il Senato Romano dovesse ingiun-
gere al Console Valerio Levino di condurre Tesercito battuto .
nel Piceno, a centinaia di miglia lontano dal teatro di guerra,
senza che per il momento si avesse nella nostra regione in-
dizio alcuno di complicazioni contro Roma. Lo Speranza,
(R Piceno, Lil). IL Cap. II) che accetta la lezione di Fir-
mum, la giustifica sostenendo che, air annuncio della scon-
fitta di Eraclea, come i Locresi e la legione campana. che
teneva Reggio. si ribellarono a Roma, come gli Appuli ne
disdissero V alleanza, cosi anche i Picenti dovettero tenten-
nare nella fede verso ralleata. mal soddisfatti delle mancate
promesse di lei, e che in conseguenza il Senato facesse oc-
cupare il cuore della regione da un esercito, per soffocare
anzi tempo negli abitanti ogni velleita di sommossa.
Ma e attendibile cio? Quale antico storico lo narra? Noi
ci troviamo attualmente al 280, e la sottomissione del Pi-
ceno non avvenne che 12 anni dopo. Come spiegare, dunque,
che Roraa attendesse un si lungo intervallo di tempo per
far sentire 11 peso delle armi ai suoi alleati, che avrebbero
approfittato delle sue strettezze per crearle nnovi imbarazzi,
mentre dopo soli due anui era rlusclta a liberarsi dall' in-
cubo delFEpirota? E, d' altra parte, poteva Roma trattare
indifferentemente 11 territorio di un popolo alleato come
paese di conquista? Xe vale il dire, come scrive Tavv. Spe-
ranza, che II provvedimento del Senato Romano era legitti-
mato dal timore di una probabile sommossa da parte degli
alleati, essendo leclto supporre che in tal caso la rlbellione,
invece che repressa, sarebbe stata fomentata e fatta esplo-
dere violenta, giacche non si puo ragionevolmente credere
che 1 Plcenti se ne sarebbero restatl spettatori indifferenti,;
16
PARTE PRI.MA.
dinanzi alla occupazione straniera del loro territorio. E cio-
equivarrehbe a dire cbe, mentre da una parte Roma, conscia
di tutta la grandezza del pericolo, che nell" estremo mezzo-
giorno della penisola minacciava la sua potenza, si affret-
tava a comporre le cose nel centro d" Italia. pacificandosi
con
1'
Etruria. per avere cosi la possibilita di convergere
tutti i suoi sforzi contro Pirro, dall' altra, con suprema leg-
gerezza, avrebbe offerta essa stessa l'occasione ad un popolo
valoroso, come il Picente, di sollevarsele contro, pericolo
che ci deve apparire molto piii grande, qualora si ponga
mente alla vicinanza degli indomiti Sanniti, che mordevano
ancora rabbiosamente il freno della servitu. Ora e possibile
ammettere che il Senato Romano facesse una politica cosi
leggiera e tanto poco oculata ?
Se non clie. tralasciando anelie tali considerazioni di
ordine generale, che pure ci sembrano giustissime, il se-
guito del racconto dello stesso Speranza dimostra tutta la
improbabilita della sua tesi. Scrive, di fatti, il nostro autore
che in primavera il console Levino ebbe ordine di riprendere
la via del mezzogiorno, e lo fa arrivare nelle Puglie con un
esercito formidabile. venendo cosi a dichiarare implicita-
mente che nessun forte presidio fu lasciato sotto le mura di
Fermo. Uunque, prima i romani avrebbero invaso il Piceno
per il semplice pericolo di una sommossa da parte degli a-
bitaiiti di questa regione, ed ora, invece, lo avrebbero sgom-
brato inditTerentemente, mentre pure avrebbero dovuto con-
siderare chc il pericolo delhi ribellione sarebbe stato molto
maggiore in questo momento. dopo la partenza deiresercito,
poi che e naturale supporre che i Picenti dovessero essere
fortemente intignati {'d inaspriti per l;i vidlazinne deir inte-
grita dcl loro territorio.
Ndi i'itrnvi;iui<i, e vero, il
i-dnsoli' Lrviini (lnpn l;i lcit-
taglia di Er;u-lea nel Mezzogiorno (rit;ili;i. iii;i d;i qui egli
non si er;i iii;ii allontanato. E evidente, (juindi, ciie iiel passo
di FroiitiiKi non puo leggersi in alcun modo Firmum, ma
che si deve accogliere la lezione o di Samninm, o di Sae-
pinum, citta del Sannio, donde Levino dovette portarsi nella
Campania con Tesercito riorganizzato ed accresciuto di nuove
INTORNO ALLA
"
FERMO ., PREROMANA 17
reclute, pronto ad attaccare alle spalle Pirro, che nella sua
passeggiata niilitare contro Roma era giunto ad Anagni, men-
tre l'esercito del consule Coruncanio, rimasto lil^ero per l'av-
venuto rappacificaniento dell' Etruria con la Repubblica, di-
sponevasi ad assalire di fronte
1'
Epirota, se questi, vedendo
frustrato il suo o])iettivo principale, vale a dire la ribellione
a Roma delle citta latine, non avesse stiniato piii prudente
riprendere la via di Taranto.
XX
XX
Ma, se testinionian/e esplicitc ci faniio difetto, noi cre-
dianio di j^oter provare egualmente, per via indiretta, la esi-
stenza preromana di Fermo. E noto, infatti, come fosse re-
gola generale presso i Romani di fondare colonie in luoghi
di gia abitati e in conumi gia esistenti, ed appunto a (luesto
proposito il Niebuhr (II, P. 4!() nota la differenza tra il co-
stume del popolo Romano e ([uello dei Greci, le colonie dei
([uali, in genere, erano citta fondate interamente di nuovo.
Siculus Flaccus (Groni. ed. LacJnii. pag.
1'.]'))
scriveva : Co-
loniae anteni hide dicfae siinf, qnod Roniaiii in ea nimiicipia
miserinf cofoiios, vcl ad ipsos priores niiinicipioriiin popnfos
coerceitdos, vef ad hosfinni incnrsns repeffendos. E Servio
(Aen. I, V2): Sane veteres cofonias ita depninnt: Cofonia est
Coetns cornni hoininnin, qni nniversi dedncti sunt in focnin
certnni aediftciis mnnifnni, qneiii ccrfo inre oJjfinenf.
Ma, se si volesse opporre che con (juesta legge generale
non puo in modo assolnto essere provato il caso speciale di
Fernio, allora noi faremo osservare che il passo gia citato di
Velleio Pntcrcolo dccide nettamente la (|uestione: Initio priiiti
fjeffi pnnici Firmum cf Castrum cofonis occnpata, dicc il no-
stro autore : Fermo adumine fu occnpata e non fondata, ed
allora e superfluo notare che la occupazione di una citta sup-
pone necessariamente la esistenza della citta stessa: e assurdo
pensare altrimenti. Ne si vorra obiettare che qui Velleio con
occnpata intendess&dir questo, che cioe, furono occupati (luei
tratti di tci-ritorio, su cui poscia si fondarono Firmum e Ca-
strnm, ])oich(3 la occiipazionc di tutto il territorio picente, e
18
PARTE PRIMA
quindi anche di (juei due tratti speciali, era jj^ia avvenuta da
quattro o cinque anni addietro. In conseguenza, mentre la no-
stra interpretazione e naturalissima, Taltra, airincontro, non
puo non apparire strana e stiracchiata, e presenta una invo-
hizjone di pensiero, che certo Velleio non ha avuto, perche
in questo caso avrehbe scrittn ninlto piu semplicemente con-
dita e non gia occnpaia.
Come se cio non hnstasse. ])oi, altro valido argomenlo lo
dedurremo dall' esame di alcuni avanzi delle antiche mura
fermane, esistenti dentro il perimetro delhi citta odierna, la
costruzione delle quali, e per hi tecnica e per il materiale, e
impossibile farla risalire solo alla meta circa del III se-
colo av. C, poiche i monumenti, al pari degli uomini, por-
tano scolpiti in se stessi i segni della propria eta. Ma, doven-
donii occupare di un tale esame in seguito, (luando, cioe,
trattero della iopofjrafia di Fermo antica, per non essere ob-
hligato a ripetermi, mi propongo di dimostrare allora hi ve-
rita di (juesto argomento.
Se non per via diretta, adunc[ue, certo indirettamente io
credo potersi ritenere come dimostrata la esistenza di Fermo
air arrivo dei primi coloni romani, osservando, da ultimo,
come semhrerebbe da vero strano e inconcepihile che di tanti
popoli, i quali ebhero stanza nella regione picente prinia della
coiKpiista romana, nessuno avesse creduto opportuno di crearsi
un centro ahitato, per <|ii,int( si voglia ristretto, in una po-
sizione quale e ({uella. su cni aiiclic oggi sorge la citta, la
quale, recinta di fortiticazioni. dovcva riuscire senza dubbio,
per (juegli anticliissimi t('Ui})i. fonuidaliile e inespugnabile.
Rassegna efnografica del Piceno
Ma, per (|uaiit<) a})})aris'-a certa la preesisteiiza di Feriiio
alla sottomissione del Piceno, altrettanto e ineerto, coine gia
si noto in principio, il tempo in cni primieramente dove sor-
gere il nucleo della citta ; e allora, invece d' indugiarmi a
fantasticare inutilinente sulla data, sia pure approssimativa,
della sua fondazione, credo
i)iu
opportuno trattenermi a di-
scutere al^iuanto intorno alle diverse popolazioni clie in quelle
eta remotissime el)l)ero stanza successivamente nella regione
picena, sostiiuendosi e sovra})poneiidosi, assimilandosi o fon-
dendosi le uiie con le altre, per cercare di stal)ilire a quale
di esse con nniggiore probabiliia })Ossa atiril)uirsi
1'
origine
prima di Fermo. Sen/.a dubhio i risulhiti (iella iiostra inda-
gine non potraiino mai darci la certezza storica assoluta, aj)-
puiito perche iioi ci troviamo nel campo tenebroso della prei-
storia e in (juello nebuloso della protostoria, per cui ci man-
cano documenti c moiiumenti siciiri, clie valgano a gettare
sprazzi di luce o a diradar le dense nebliie, da cui sono av-
volti (j[uei tempi aiiticliissimi.
Una tale osservazioiie, iii vero, puo ai)})arire superflua,
essendone evidentissima la verita, nia pure mi e sembrato u-
tile farla, poi che tutti gli storici locali, che si sono occupati
di tale questione, ne hanno discusso come se si fosse trattato
di un periodo di j^iena luce storica.
20
rARTE PPJMA.
Ora, che face^^sero cosi scrittori aiiti<[uati, (iuali per e.sein-
pio, il Clnverio, V Adami, il Colncci, il Catalani, il De-Mi-
nicis ecc. poco ci sorprende, ina iinn puo noii recarci inveee
grande ineraviglia clie alibiano fatto
1"
e;^aiale anclie i recen-
tissiini, per citarne uno l'avv. Speranza, il qiiale pure ha puh-
hlicato a pena cinque anni fa il siio voluine II Piceno ed
avrehbe quindi potuto trarre tutto il vaiitaggio dall' enorme
progresso, fatto dal nietodo critico storicu iiegli ultiini teinpi.
Quest' autore, per esempio, al Cap. II del lil). I. non dubita
di scrivere, a conclusione del suo ragionamento, le seguenti
testuali parole : Fu quindi la razza ligure dei Liburni, fra
le straniere, la prima occupatrice del Piceno ecc. , e alla
fine del Capo III : che non sara certo esagerato il cal-
colo che i Liburni, e poscia i Siculi, invadessero le coste oc-
cidentali deirAdi-iatico nel 4.
e nel o. millennio av. C. . Se
non che, come supporre che affermazioni precise e recise co-
me queste possano pretendere a un grado di certezza storica
indiscussa, se es^e si riferiscono a uii eta, di tre o quattro
mila anni anteriore all' E. Y., mentre e risapnto che per
1'
I-
talia, iii genere, e per le singole sue regioni. in ispecie, la
stovia non puo incominciare prima delTarrivo dei Greci iiella
nostra penisola, vale a dire a pena dal
7.
od
8.
secolo av.
C, essendo stati aiqtuiito i Greci che introdussero iii It;ilia la
conoscenza e V uso della scrittura "?
XX
XX
Si sono fatte per la indagine etuografica riguardo al Pi-
ceno, (coine, del rimanente, per la etnografia di tutte h' altre
regioni d' Italia autica) ipotesi inminierevoli, disparatissime e
iiitricatissiiiie,
poi che i singoli storici regionali, credendo di
addurre validi argomenti in difesa delle ])roprie asserzioni,
altro non hanno fatto, in vece, che recare iii mezzo nuovi e-
lementi di confusione.
Ne poteva essere altrimenti, pretendendo
oguuuo di essi di basare le proprie congetture sull' autorita
di aiitichi scrittori,
le tevstiinoiiianze <ki (piali. pei'<'io, cia-
scuno era costretto
interpretare a proprio talento. E, (pnisi
nou bastasse la confusione ingeuerata. nella etnografia della
RASSEGXA ETXOGRAFICA DEL PICEKO 21
re.uioiio picente, da
1111'
erroiiea iiiforiuazione di Plinio, i no-
stri siiirici l'hanno senipre pin e piii accresciuta, perche, non
conlenti di ripetere cio che un altro aveva precedenteniente af-
ferniato, lianno <-rednto di rinvenire nel Piceno, in (|uei tenipi
antichissinii, la diniora di nuove, fantasticlie popolazioni. Cosi
il Catah^ni, per esenipio, nella sua dissertazione
-
Della o-
rigine dei Piceni oltre i Siculi, i Lihurni e gli Umhri, so-
spetta che vi avessero anche avuto stanza gli Ausoni e gli
Etruschi. ^lons. Mario Gnarnacci, nella sua opera Delle
0-
rigini Italiche , Lil). I, Capo 4, ragionando dei Piceni, li fa
discendere, nieute di meno, dagli Etruschi, siccome gia tutti
gli antichi popoli Ita!ii'i, addncendo in prova il seguente sil-
logismo : I Slculi e i Lil)urni erano Etruschi; nni i Picenti
erano uno stesso popolo con i Siculi e co' Lihurni : dunque
i Picenti erano Etruschi .
Per sostenere, poi, la identita etnografica dei Siculi e dei
Lihurni con gli Etruschi, Mons. Guarnacci ragiona a lungo
della citta di Adria Yeneta, e con I' autorita di Livio (V
33)

Adria Tnscorum Coloiiia



la dichiara etrusca ; in se-
guito, poi, passando a discorrere della citta di Adria, situata
neir agro i^retuziano, la dice a])itata un tempo dai Lihnrni,
appoggiandosi a cio clie scrive Plinio nel lihro III 14: Sicali
et Lihitmi jjlnriina eiiis tractus tenuere, iu priniis palmensem,
praetutiavmin adrianumque agrum, per concludere testual-
mente cosi : Plinio dice che Adria era dei Liburni, e Livio
air incontro, scrive che Adria .era dei Toscani : dnn(|ue,
unendo insieme il detto di (juesti due, e chiaro che i Lihnrni
erano Toscani . Ora io non so se dehha prendersi sul serio
il ragionamento di uno scrittore, 11 quale, con un' ingennita
meravigliosa, per non dir altro, confonde hellamente le testi-
monianze di-due autori riferentisi a due citta- diverse, dato pure,
ma non concesso, che dal discorso generale di Plinio si possa
desumere la presenza dei Liburni nelPAdria pretuziana. E da
questo breve, ma signiflcantissimo saggio, efacile dedurre quante
altre stranezze della medesima specie possa aver scritto il no-
stro Prelato, per provare poi che 1 Picenti fossero uno stesso
popolo con i Siculi e i Liburni, giacche mi sembra proprio
un fuor d'opera stare semplicemente a riferire tutti i suoi pe^
22
PARTE PRIMA
regrini ragionanieiiti. II Guai-narri, adnnijue, e altri })riina e
(lopo (li lui, ammette un dominio etruseo nel Piceno.
L' autore del libro intitolato : Plinio Seniore illustrato
nella descrizione del Piceno , il (|uale, con la massima in-
dififerenza, fa anch'(^;j:Ii dei Lil)urni e dei Siculi una niedesinia
unita etnografica, mette in campo anche i Pelasgi, allo stesso
modo che crede pure ad una occupazione del nuoIo piceno da
parte (iegli Etruschi, che chiama Tirreni.
II March. Raffaelli (Gnida storlco-aHistica di Macerata,
p-ag.
4),
per il ([uale la storia comincia semplicemente con
gli Aborigeni, dice che appunto (luesti furono i primi abita-
tori delle nostre contrade, suir aut(irit;t di Catone presso Ser-
vio fAen. 1-6) .... primo Itatiam tennisse qnosdam, c[ni
appellahantnr Atjorigenes; di Dionigi d'AIicarnasso e di Giu-
stino, localizzando in tal mo:lo anche nel Piceno ([uesfipote-
tici al)itanti dell' Italia in generale.
Prima dei Picenti, adumiue, nclla nustra regione avreb-
])ero stanziato gli Ansoni, gli Enotri, gli Aljorigeni, i Siculi,
i Libnrni, i Petasgi, gli Umhri e gli Etrnschi. Ora, noi cre-
diamo che neppure metta conto indugiarsi, sia pure un solo
momento, sopra gli Ausoni, gli Enotri e gli Aborigeni, popoli
I)reistorici che la tradizione colloca in altre parti d' Italia, e
che parimenti sian da lasciare i]i pace i leggendari Pelasgi,
che ([uasi tutti gli storici moderni, dietro V erronea intVirnur-
zione di qualchi' autore antico, hanuo veduto diffusi antica-
mente non solo in tutta la penisola italica. ma in molte altre
parti del mondo allora conosciuto, perclie per noi i Pelasgi
costituiscono una popolazione, la (piale in tempi storici oc-
cupava (juella parte della Tessaglia, che dal bacino del 1)asso
Peneo andava fino al golfo di Pagasae, tanto vero che (]uel
paese da essa occupato portava il nome di Petasgiotide. Ri-
marrebbero percio in campo i Siculi. i Libunii, gli Etruschi
e gli Umbi'i, e ([uesta tradizione e anche accettata dallo Spe-
ranza, con la ditTerenza, pero, che egli esclude gli Etruschi
per sostituirvi i Pelasgi, e che, mentre altri fa abitare nel
Piceno i Siruli
contemporaneiunent^> m Liburni, o pure quelli
anteriormente a ([uesti, lo Speranza, in vece, pone con cer-
tezza i Liburni come primi abitatori della nostra regione.
I SICULI
o<\
I SICU lil
Da quanto abbiaino detto, jDer tanto, lisulta evidente ehe,
per tutti i nostri scrittori, i Siculi, stanziati nel Piceno, non
sono gia i Siculi dei tempi storici, quelli, cioe, mandati da
Dionisio, tiranno di Siracusa, a colonizzare le coste adriaticlie
con la fondazione di Ancona e la occupazione di Adria sulla
foce del Po, ma quel popolo preistorico che, al pari dei Pe-
lasgi, secondo la credenza generale avrebbe occupato, in an-
tichissime eta, non sohj buona parte d' Italia, nia altre re-
gioni eziandio, quali la Dahnazia,
1'
Epiro, la Tracia.
E r errore comune, circa la preienza dei Siculi preisto-
rici nelle nostre contrade, e derivato da una testimonianza di
Plinio, il liuale nel descrivere la sesta regione augustea, si
esprinie cosi : Imifjeiuv his sexfa regio, Umhriam complexa,
agramqHe gaUicum circa Ariminum. Ah Ancona gallica ora
incipit, Togatae Galliae cognonime. SicuU et Lihurni plnrima
eius tractus tenuere, iti primis Pcdmensem, Praetufianuni
Adrianiimque agrum. Umhri eos expuJere, hos Etruria, hanc
Galli.
Xon e mio compito fermarmi qui a discutere sopra C|uesti
tre agri pliniani, che han dato origine ad ipotesi innumere-
voli ed a questioni vivis^inu^ intorno alla estensione dei con-
fini del Piceno, per la semplice ragione che non sl e saputo
distinguere t:a Piceno efnograpco, ptolifico e geografico, e cio
aufora pei'<;he non si sono fatl;e le de])ite distinzioni di tempo.
A me ba^ta solo sapT^re che .uli ogri adrlano, pretuziano
e palmense per Plinio costituiva il Pir.-no, descrivendo il
quale poco prima aveva detto (Cap. 1:)) : Quinfa regio Piceni
est .... Tenuere (Picentesj ah Aterno amne uhi nunc ager
haclrianus Ager praetntianiis palmensisc[ue ; ed e
percio fuori di dul)l)io he, quando lo scrittore latino afferma
che i Siculi e i Liburni avevano occupato, e per di piu ag-
giunge

in prinris

i tif tcrritnri. sojira nnniinati, egli
vuole intender il Piceno. Ora Plinio confonde evidentemente'
i Siculi dei tempi storici, la dimora dei luali in (pieste coste
adriatiche e documentata, con gli ipotetici Siculi preistorici,-
dei quali noi non possiamo tener conto alcuno, confusionc,'.
.24
PAPvTE.PRIMA
che apparisce manifesta daire.saine, sia pure superficiale, dei
relativi passi pliiiiani.
Ma, prinia di tutto, in tanto, noterenio che, anche a-
straendo dalla presente questione dei Siculi, sarebbe niolto
desiderabile, generalmente parhindo, dal nostro autore una
maggiore precisione di linguaggio ed una piii netta distinzione
di co.se. Riprendiamo, per esempio, la sua testimonianza
:
Sicnli et Lihurni plnrima eins tractns temiere etc . . . . Umhri
eos expnlere, Jios Etrnria, Jiauc Galti. I Siculi c i Liburni,
adunque, sparsi di qua e di la dal promontorio di Ancona,
sarebi)ero stati cacciati dagli Umbri, <|ue-;ti poi dagli Etruschi,
e gli Etrusehi alla loro volta dai Galli ; vale a dire che, in
ultimi analisi, (pii si vik! atfarmare come finalmente i G-alli
s' impadronissero di tutti i posserlimenti anticamente tenuti
dai Siculi e dai Liburni. Ora (juale sarebbe hi conseguenza
immelinta dl un tale ragionamento "? Semplicemente ([uesta
:
che i Galli (a prescindere dagli Etruschi, di cui dovro occu-
parmi poscia di proposito) avessero estesa la loro doniina-
zione fino alF Aterno, perche e appunto Plinio chc i dice avere
i Siculi e i Liburni occui^ato specialmente i territori pal-
mense, pretiizicmo e adriano. Ma una simile ipotesi e assurda,
poi che nessuno degli antichi scrittori si e mai sognato di asse-
gnai'e al dominio Gallico un confine piii meridionale deir^es^s.
Ora, ogni peric(do di errate deduzioni si sarebl)e facilmente
evitato, (jualora Plinio avesse avuto ravvertenza di notare la
presenza dci Siculi c dci Libunii ncl Piceno a tenipo oppor-
tuno, ([uando, cioe, descriveva la (luinta regione, in vece che
tornarvi sopra posteriormente, perche in ([uesto caso, trovan-
dosi gia alla regione sesta e scrivendo : Umhri eos expulere,
hos Etriiria, hanc Galti, tutto, in riguardo degli Etruschi e
dei Galli, sarebbe andato di pieno accordo con la geografia e
con la storia.
Veraniente, pero, queste imperfezioui, che riscontriamo nel-
1'
opera pliniana, a noi non recano soverchia meraviglia, ri-
cordando che gia 1' autore ci aveva prenumito contro di esse,
'
quando nel cap.
.">'>
del Lil). III scriveva che per la sua ora-
iione uticjne praepropera non avrebbe potuto conservare uii
ordine rigoroso (e si puo aggiungere anche una grande preci-
I SICULI 2
sione di liiiguaggio latiiio) nelle sue descrizioni geografiche.-
Di con">8gueniza,
1'
osservazione precedente a noi sembre-
rebbe supertlua, se non sapessimo che vi son coloro i (iuali, o
credendo Plinio infallibile, o temendo altrimenti di otfendere la
pura latlnita di hii, cercano di interpretare a proprio vantaggio
<iualche testimoniaiiza o erronea o incerta del nostro autore.
Ed ora torniamo aUa questione dei Siculi.
Dicevamo, dunque, che Plinio confonde i Siculi della
preistoria con il popolo omonimo dei tempi storici. Di fatti,
quando egli parla dei Siculi, che gli Umbri avrebbero espulso
dalle sedi, da essi occupate lungo le spiaggie adriatiche, a
nord e a sud di Ancona, evidentemente si vuol far menzione
dei Siculi preistorici, giacche non si puo sostenere iii alcuiia
maniera che qui si volesse alludere ai coloni siracusani di
Dionisio. E in vero: la colonizzazione greco-sicula, sulle coste
adriatiche, e un fatto avvenuto in i)iena Iiice storica, iion ri-
salendo che al 2. decennio del IV secolo av. TE. V. Ma gia
al principio del III, e precisamente nel 296, con la sangui-
nosa battaglia di Sentinum, vinta sui Gralli, si compie la con-
quista romana di questa parte d' Italia; dunque noi, a partire
dairarrivo dei coloni siracusani ad Ancona, avreinmo a pena
90 anni per collocarvi dentro le tre successive dominazioni
volute da Plinio, umbra, etrusca e gallica, anteriori a quella
diRoma; e cio e seinplicemente assurdo, essendo troppo noto,
perche io debba indugiarini a dimostrarlo, a quale i)iu
alta
antichita rimonti, lasciando stare qnello dei Galli, il dominio
etrusco sulle coste Adriatiche, a settentrione di Ancona. e,
piu ancora, la dominazione umlirn tanto a nord cho ;i sud
della niedesima citta.
E indubitato, aduiKiue, che nel passo pliniano, soi.ra ri-
ferito, s' intenda fare allusione ai Siculi preistorici. Ma nella
descrizione della regione quiiita Plinio, noininandone la citta,
aveva scritto : Intus Novana ; in ora Cluana, Poientia, Nn-
mana a Slculis condita. Ah iisdem colonia Ancona, adposita
promontorio Cunero. Per tanto, se noi non avessimo altre
testimonianze esplicite in proposito, non potremmo forse com-
battere vittoriosamente le oplnioni di coloro, i quali soste-
nessero doversi anche qui intendere che appunto dai Siculi
S6
PARTE PRIMA
leggendarii della preistoria ripetono le lom prime origini le
diie ritta di Niimana e di Ancona : fortunatamente, pero,
r autorita di un altro antiro scrittore deride nettamente la
questione.
Strabone (V
341)
passando in rassegna le eitta di questa
stessa regione Adriatiea, scrlve cosi : IldXs'.? o "Avv.ojv "_i3v
'EXXTjVic, Zor^axoo^^uov /.ricjaa, roiv '^oYOvrojv Aiovoaioo "tOiOawloa.
Ora a me non riguarda stahilire se fossero veramente dei
Siracusani, che sfuggivano alla tirannide di Dionisio, i fon-
datori di Ancona, o vero se il Tiranno stesso facesse coloniz-
zare questa citta, se l)ene apparisca molto piu evidente la se-
eonda ipotesi, ove si abbia presente la grande ambizione, che
in questo frattempo doveva avere Dionisio (siamo al 397 av. C.
ed egli era padrone incontrastato di quasi tutta la Sicilia e
dell' estremita della penisola italica), di estendere la sua po-
tenza in tutte le direzioni, sia neirAdriatico che nel Tirreno,
riuscendo pero piii facilmente nell' Adriatico, perocche quivi
fondo, oltre la colonia di Aclria veneta, anche quella di Faro
6 di Issa (oggi isola di Lesina e di Lissa). A me basta asso-
dare che, tralasciando per un momento Niimana, per
1'
ori-
gine di Ancona concordano pienamente le testimonianze dei
due scrittori; solo che, mentre Strabone nomina semplicemente
i Siracusani, Plinio (e questa volta senza dubbio con maggior
verita di quella deiraltro scrittore, poi che non saranno certo
stati in modo esclusivo tutti abitanti di Siracusa i colonizza-
tori di Ancona) adopera il termine piu generale di Sicnli. 11
fatto, adunque, della colonizzazione greco-sicula o siracusaiia
di Ancona, e qui possiamo aggiungere anche di Nnmana, di-
stante solo qualche chilometro dall' altra- citta, e di certezza
inoppugnabile, giacche, essendoci attestata dalla testimonianza
conforme di Plinio e di Strabone, e segno che entrambi do-
vettero trovare I' informazione nella comune fonte geografica,
a cui ciascuno per conto i>roprio atLLuj^ava, fonte che sap-
piamo essere stata i rsojYp^y/footj-sva di Artemidoro di Efeso, fio-
rito intorno al 100 av. C. I Siculi, dunque, nominati da Pli-
nio nella descrizione della qninta regione italica, sono una
frazione del popolo che noi gia conosciamo in piena luce-
storica.
I sicuLi 27
Ora, come spiegare la coiifusione pliniana tra i Siruli
storici e gli omonimi della leggenda, confusione che, fatta
pure da altri scrittori anticlii,. ritroviamo anclie in quasi tutti
i moderni, che hanno accolto cecamente la tradizione "? Evi-
dentemente cosi : il latino Siciihis non corrisponde solamente
al greco Sr/.sXo; nia eziandio a 2t,xsX'.wTrj?, appellativo clie com-
prendeva tutti gli abitanti della Sicilia, cioe gli indigeni tro-
vativi dai Greci al loro arrivo, e poscia grecizzati, e i Greci
stessi colonizzatori dell' isola. E che Six=X'.wrY]c avesse real-
mente nn tale significato, ci e dimostrato irrefragabilmente
dalle monete di Gerone di Siracusa, nelle quali vediamo im-
pressa la leggenda SIKEAIiiTAN, e Gerone sara certo stato re
di tutta la popolazione della Sicilia (eccezione fatta, ben in-
teso, dei Cartaginesi, che ancora vi avevano possedimenti). II
valore comprensivo, quindi, dei due termini Sicnlns e StvcsXtwTT]?
e perfettamente eguale. E allora, nel caso nostro, dovendo
dire Plinio che N^iniiaiia e Ancona erano state fondate dai
Sicelioti, e non avendo a disposizione nella lingua latina un
vocabolo che rendesse con precisione il termine greco, di ne-
cessita era costretto ad adoperare V appellativo Sicnlns, che
qnasi tutti hanno preso con il solo valore di Sr/,Xd?. Ma noi
la riprova dell' origine greco-sicula di Ancona I' abbiamo nel-
r affermazione esplicita e recisa di Strabone, gia citato: 'Ay-
y.ojv ij,sv 'EXXtjVi;;, SopaxoDCJtcov XTta{j.a.
A Plinio, adunque, era nota la occnpazione da parte dei Si-
culi di alcuni punti delle coste adriatiche, che entravano nella
(juinta e sesta regione italica di Augusto. Ma, non ritrovando
piu stanziata una tale popolazione nel Piceno e nell' Unibria
al tempo in cui egli scriveva, necessariamente doveva imma-
ginare che fosse stata espulsa da qualche altro popolo soprav-
venuto, e, poi che non si aveva alcuna notizia positiva in
proposito (e pure, se il fatto fosse stato vero, sare])be stato
conosciuto certamente, dovendo essere avvenuto in un periodo
di tempo relativamente recente, cioe dopo la colonizzazione
siracusana) il nostro autore attribuisce agli Umbri respulsione
dei Siculi, vale a dire, secondo come egli si esprime, ammet-
tendo altre quattro dominazioni, umbra, etrusca, gallica e
picente, dopo quella sicula, riporta airet"i preistorica un fatto
28
PARTE PRIMA
che, pure amniesso, dovreltbe essere storico, essendo di piena
luce storica la popolazione a cui si riferisce.
Ora, cio e sicuramente avvenuto perche Plinio poneva
nella nostra regione la popohizione dei Siculi come nazione,
e di conseguenza era ol)bIigato ad ammettere anche un loro
dominio. Noi, in vece, che non crediamo ad un tale dominio,
ci rendiamo altrimenti ragione della scomparsa dei Siculi dal
Piceno e dall' Unibria, e cioe, tenendo sempre conto dell' ar-
rivo dei Sicelioti in Ancona e Nitma^ia, poi che e noto che le
regioni circostanti erano gia occupate da popoli valorosissimi,
i quali dovevano avere gia una densita al)l)astanza grande,
siamo d' avviso che i nuovi arrivati, in quantita certo iion
eccessivamente numerosa, non abbiano avuto campo di espan-
dersi troppo nelle varie direzioni, e che percio in progresso di
tempo, assorbiti dalle popolazioni
i)iu
forti, si siano fusi e
confusi con
1'
elemento indigeno preesistente, scomparendo
cosi alla fine anche il nome, che piu non stava a rappresen-
tare una personalita etnografica distinta.
E questa nostra congettura, clie cioe i Sieelioti uon ab-
biano raggiunto ne una larga diffusione, ne una vera signoria
nelle nostre contrade, e rafforzata dal fatto che nessuna i-
scrizione greca e stata finora riuvcuuta nel Piceno e neirUm-
bria adriatica.
Iii tal modo, p(M' tauto, mentre sono salve le ragioni della
storia, crediamo di dare una sjjiegazione logica al fatto con-
fuso da Plinio. senza bisogno di crearci arbitrariamente un
popolo leggendario.
Del rinnmente i Siculi. come nazione. iioi li annnettiamo
soltanto neir isola, alla (juale dettero il nome, e in quella
parte deiraftuale Calabria, che si estende a mezzogiorno del-
r istnio di Catanzaro, vale a dire nella regione a cui era ri-
stretto originai-iamente, secondo Antioco di Siracusa, il nome
(V Italia. Ne ci si opponga che la somiglianza di qualche no-
me, ricdrdaiile i Si<-uli, deve legittimare la loro presenza in
altre ])arti della peiiisola, perche il criterio delle omonimie e
sempn^ incertissiino, e d' altronde la omonimia potrebbe aver
avuto origine molto diversa da quella che comunemeiite le
I LIBURNI 29
si vorrebbe attribuire. Cosi, perelie anche oggi nelle vicinanze
di Tivoli un paese si ehiania Cicilkuio, vorrii questo addursi
come argomento per sostenere la diniora dei Siculi nelP anti-
chissimo Lazio, mentre invece un tal nome potrelibe esser de-
rivato a quel paese dalla gens Caecilia, ehe vi avesse posse-
duto va=ite proprieta fondiarie ? Anzi, a me sembra piu vero-
simile questa ipotesi, giacche, per non discostarmi dalla mia
regione picena, nei dintorni di Riniini sono comunissimi nonii
simili, dati a fondi e ville, o, nieglio, a gruppi di case, che
potrebbero esser chiamati liorghi, come per es. Yergiano,
Campiauo, Cornelicmo, Flaciano, Galeriano, Saviniano ecc. :
e qui come negare che Corneliano, Flaciatio, Galeriano ab-
bian tratto la denomlnazione dalla rispettiva gcns Cornelia,
Flavia e GaJeria? In eonseguenza noi escludiamo i Siculi,
sempre come nazione, dalla penisola italica, ad eccezione di
quella parte, di cui gia si e fatta parola: dal Piceno, Ciuindi,
come dal Lazio, ma con molto niaggiore certezza dal Piceno,
dove troviamo i Siculi storiei elie, per rispondere meglio alla
verita dei fatti, ehiameremo Siceiiofi.
I UIBUHJ^I
Ed ora veniamo ai Libunii. . .
Plinio, III 189,
descrivcndo ii loro paese, diee eosi
:
Arsiae gens Liburnormn imigitar ascine acl Flunioi Tiiijnni.
Pars eins fuere Mentores, H/jniani, Enclieleae, Bnri et
qaos Callinachiis Pencetias appellat: nioic totmn nno noniine
Illyricmn vocatnr generatini.
La Lil)urnia, quindi, cra la regione lungo la eosta del-
rilliria, tra i fiunii Arsia (Oggi Arsa) e Tityns (ora Kerka),
dei quali il primo la separava dalT Istria, il secondtj dalla
Dalmazia, venendo cosi a comprenlere la parte oceidentale
deirodierna Croazia e la settentrionale della Dalmazia. I Li-
burni, pertanto, erano un popolo di razza illirica, e cio e fuori
di diseussione, tanto vero clic gi;'i a])l)i;inio visto eome Plinio
30 PARTE PRIMA
ci attesti che il loro territorio era compreso, ai tempi suoi,
sotto il nome generale di Illirico, nunc totiim uno nomine
lUyricum vocatur generatim.
II territorio liburnico costituito, in gran parte. da aspre
montagne (i monti Albii, per esempio, oggi Alban) era poco
fertile, e di conseguenza gli abitanti, costretti a cercare altri-
menti i mezzi di sussistenza, si dettero per teinpo alle cose di
mare, nelle quali ben presto divennero espertissimi. Cosi a.
tutti e noto come fossero famose le Lihurnicae naves, cioe
navigli sottili, leggeri e velocissimi al corso, costruiti per lo
piu di pino e di abete, che all' eta imperiale erano adoperati
anche in guerra, dopo che Ottaviano ad Azio aveva ricono-
sciuto la pratica utilita contro i grossi e pesanti legni di An-
tonio.
E di questa loro pratica marinara i Liburni si servirono
per esercitare su vasta scala la pirateria, nella quale fin dal-
r antichita li troviamo tristamente celebri : Illyrii Libnruique
et Istri, gentes ferae et maxima ex parte latrociniis mari-
timis infames, ci dice Livio, X 2;
finchfc' i Romani, sotto
r impero di Augusto, dopo lotte secolari avute con essi non li
sottomisero insieme coi Dalmati (Appiano, IIspl xwv "IXXof^i-
y.wv
-
XYII 21). E che per le loro ardimentose scorrerie aves-
sero libero campo non solo V adriatico, ma anche il lonio, ce
lo dimostra il fatto che erano giunti ad inipadronirsi perfino
deir isola di Corcira, secondo che ci attesta Strabone (VI
269) . . . XEOo-./.parrj 'j-jvoix-.oDvra Tr^v vOv Kspy.-ipav y.aXooasvr/.^,
~ooTE[>ov 03 l"/sfyiav. "Ezsivov ;j.3v o'jv 3/.!;aAov:a Ai^oopivooc v.ars-
/ovra; o-.y.i-ja'. ':y,v vy^oov .... Se, dunque, dalle coste'nord-est
deiradriatico si eram iotuti spingere cosi lontano, occupando
stabilmente nel lonio una grande isola, e, non diro gia facile
ma naturale supporre che i Liburni approdassero anche nelle
spiaggie orientali dell' adriatico, dalle quali non li divideva
che una traversata di dieci o dodici ore, quante appunto ne
potevano inqiiegare dagli scogli di Zara airopposto punto piu
vicino, cioe al promontorio di Ancona.
Ora e per me di poca importanza la (luestione se popola- .
zioni illiriche, sbarcate in .lualclie parte delle nostre coste,
si espandessero poscia col tcnq^o a nord e a sud, o vero se
I LIBURNI 31
(lirettainente dalla madiv patria si reeassero, con le lorp navi,
ad oecn})are localita diverse sii fiueste stesse coste. A nie
prenie solo notare che testinionianze della storia, della leg-
genda e della toponomastica ci confermano in modo assoluto la
presenza di tali popolazioni lungo tutto il litorale adriatico,
dal paese dei Ye:ieti all' estrema lapigia. Cosi, per esempio,
anche presentemente una contrada sul versante meridionale
del porto anconetano e detta MandrkUo, nome che evidente-
mente si deve riportare al Mandridiiim della Lil)urnia, (Plin.
III 22),
e nel paese dei Frentani un monte, sulla sinistra del
Tiferno, era chiamato Lihiirxo (denominazione che conserva
tuttora) come possiamo rilevare da Polilno (III 100) : 6 os
arpair^Yoc "Avv[,jac .... ~{jorf(s.
7co'.o6[j-svo? tt^v zorjsly.v rapa zb
AipOjOVov opo:; kzl xoo? ;rpiOtpr]|iVooc xottooc.
E dalla toponomastica crediamo di non poter addurre al-
cun altro esempio perspicuo come i precedenti, mentre I' Av-
vocato Speranza ha creduto di spingersi molto piu oltre, poiche
egli non dubita di riconnettere, tra gli altri, Fanuni, Sena
Gallia e Truentnm con i FUmates, Senia e Trafjitrium, po-
polazione e centri abitati della Liburnia, laddove e positivo
che Fano trasse il suo nome dal Fannm Fortmiae, erettovi
dai Romani, e che Sinigallia fu fondata nel territorio gallico
conquistato, come colonia marittima in appoggio della na-
scente flotta adriatica, e fu cosi chiamata, Sena Gallia, iii
ricordo del popolo sottome-iso, i Galli Senoni, secondo I' e-
splicita affermazione di P()lil)in (II 10): Etc r^v v.al 7i[jMzr^v
zriQ
raXaiiac a~or/.iav saTs-Aav xyjV ^Lr^Yf^y TrpoaaYopiOoasvTjV rJAv^,
oacovoaov ooaav xoic Trpotspov aoiYjV xa.Tor/.ooac raXdia'.?. Per
Truentimi, poi, le leggi della morlologia difficilmente ci per-
mettono di comparare questa voce, derivante molto proba-
bilmente da un originario italico droventos, con Tragnrium.
Se poi e vero, secondo il passo di Plinio, gia citato, che
pure i Peucezii

et qaos Pencotias CaUimachns appellat

erano una frazions del poj^olo stanziato nella Liburnia, e evi-
dente che anche dalla onomastica noi avremo un valido ar-
gomento a sostegno della nostra ipotesi.
Le testimonianze antiche, poi, storiche o leggendarie, che
ci mostrano gente illirlche in diverse parti del litorale adria-
32
PARTE PRIMA.
tico, iion sono poche. Plinio, olke il noto : Stculi et Lihnrni
plurima eius tractus .... etc, e il Truentum cum amne
quocl solum Liburnorum in Italia reUquom est. al
|
101 del
medesiino Lib. III scrive: Brundisium LMpass. ah Hyclrunte
in primis Italiae portu nohile ac velut ".certiore transitu sic
titique longiore excipiente Illyrici urhe DuraccJiio CCXXVM
traiectu. Brundisio contcrminus Pediculorum ager. VIIII a-
dulescentes totidemciue virgines ah lUyriis XVI populos ge-
nuere. Festo alla sua volta ei diee: Peligni ex Illyrico orti,
e alla voce Salentini : Salentinos a salo dictos. Cretas et II-
lyrios, qui cum Locrensihus navigantes societatem fecerint eius
regionis Italiae ([uam dicunt ah eis ; e Nicandro (ap. Anton.
Liheral. metamorph. XXXI) ce li niostra anche tra i lapigi e
i Dauni.
E, se quanto siarn venuti fin qui esponendo non basta per
dimostrarci \\\ presenza di popolazioni di nazionalita illirica
lungo tuthi la costa adriatica, a partire alnieno da Rimini alla
penisola salentina, soggiungeremo che anche verso
1'
IUiria ci
riportano due gruppi di documenti, ritrovati in territorii, che
la storia e la leggenda ci dicono occupati uu tenipo da quelle
pop(il;i/.iiiii. Infatti, le Iscrizioni Messapiche, dette cosi pcrche
trovate nella Terra d' Otranto, centro di dimora dei Messapii,
e nei paesi limitrofi, non sono ne osche, ne hitine, ne greche,
e, quantunque i caratterl siano dell' alfal)eto greco, pure non
si riescc ad interpretarne che (pialche parola isolata e qualche
forma grammaticale, analoga ad altre di lingiui del ceppn a-
riano. Se, duiique, !a lingua deile Iscrizioni Messapiclic \vm
apparticne al gruppo italico, c evidente che si deve mettcre
in relazione con il linguaggio di (jualche jx^polo stanziato
fuori dclla no-;tra j^enisola
; e, poi che resta escluso anche il
greco, l;i |)iiiii;i ipotesi che possa farsi, guardando la posizione
geografica delle Puglie, e di pensare agli Illiri, divisi solo
dallc coste puglie->i per me/.zo del canale di Otranto, largo
iion ])iii di 70 chilometri.
E noi abbiaino di latti vediito come, secondo la leggenda,
riferita da Plinio, da maritaggi fra indigeni Pediculi e Illirici
si sarebbero generati seilici jiopoli, che potrebbero aver rela-
I LIBURNI
33
zione con gli Illirici, di cui e fatta anche menzione fra i Sa-
lentini, i lapigi. i Dauni e i Peligoi: che, se la leggenda ha
sempre un valore rehitivo,
i)ure potrebbe darsi che in questo
caso essa si formasse appunto in seguito alle osservazioni sulle
analogie etniche fra gli abitanti le due sponde opposte del
canale d' Otranto.
Ma, cio che a noi (jui importa molto di piu, perche in in-
timo rapporto con il nostro Piceno, e 1' altro gruppo di docu-
menti, le cosi dette Iscrizioni Sahelliche o, meglio, Paleo-
Sabelliche, denominazione inesatta, pero, perche derivata dal
fatto che in origine erroneamente si credettero appartenessero
ai Peligni. ai Marrucini o a (pialche altro popolo di razza
sabellica : ricordiamoci, (juindi, che (juesta denominazione e
puramente convenzionale.
Tali iserizioni sono le seguenti sette :
1'^
scoperta in S. Oniero, prov. di Teramo, nel 1S43,
ma pubblicata solo nel 1851 dal De-Guidobaldi negli Annali
deir Istituto Archeologico
;
2
detta di Cupra, ma in realta trovata in Ac(|uaviva
Picena (prov. di Aseoli Piceno) nel 1847 e riprodotta dal De-
Minicis nel Bollettino delV Istitiito cU Corrispondensa Arclieo-
logica iiel 1849
;
o^ rinvenuta in Bellante nel 1867 e pubblicata dal De-
Guidobaldi nella Gazzetta di Teramo
;
4^
scoperta iiure in Bellante nel 1876 e resa pul)blica
dallo stesso De-Guidobaldi
;
5*
ricomparve alla luce nel 1890 in Castignano, nelle
vlcinanze di Ofiida, e fu pubblicata dal Gabrielli.
Delle altre due una fu rinvcnuta a Crecchio, tra Ortona
e Lanciano, nel paese dei Marrucini, e 1' altra nel territorio
dei Peligni, presso I' antica Snperaeqiinm (oggi Castelvccchio
Subequo). Tutte queste iscrizioni soiio scritte in una lingua
che nessuno finora e riuscito ad interpretare, per (luanto uo-
mini del valore di Mommsen, Corssen, Fabretti, Huschke,
Fiorelli, Gamurrini, Lignana e altri molti vi si siano trava-
gliati soi)ra, con apparato meraviglioso di dottrina glottolo-
gica e filologica. Qualsiasi tentativo, fatto per da;'e delle sin-
Si
PARTE PHIMA
^ole epigrafi una spiegazione soddisfacente, e caduto, e le
mille ipotesi, messe in campo in proposito, per quanto ge-
niali. finora sono riuscite vane, tanto vero, clie molte volte
una e in perfetta contradizione con un' altra : per la prima
iscrizione di Bellante, per esempio, non si e potuto avere
nemmeno V accordo tra il Lignana. il (Ijiniurrini e il De-
Ouidol)aldi circa il punto donde dovesse iui-ominciarsene la
lettura.
Xon interpretandosi, aduniiue, e giocoforza concludere
che le dette Iscrlziom Paleo-Sahelliche non possono apparte-
nere a popoli di razza italica, poi che i documenti epigrafici
delle popolazioni italiche si spiegano tutti.
Notiamo intanto questo : si e detto che due di tali iseri-
zioni si sono rinveiuite nel paese dei Marrucini e in quello
dei Peligni, tribu che unitaniente ai Vestini, e con molta
i^ro-
bal)ilita anche ai Pretuzii, a partire almeno dalla
2^
meta
del secolo IV av. C, parlavano dialetti italici, strettissima-
mente at!ini alla lingua osca e in intima parentela tra loro.
cosi che si possono considerare come appartenenti alla lingua
osca, tanto vero che ora son chiamati dialetti oschi-setten-
trionali. In questo territorio, quindi, si hanno iscrizioni di dUe
specie : da un lato, quelle in dialetto osco seUenfrionale, con
alfabeto latino, quindi provenienti da popolazioni italiche, e
dair altro le Iscrizioni Paleo-SahellicJie, inesplicabili finora,
e quindi appartenenti a qualche popolazione piu antica : bi-
sogiia. in conseguenza, ammettere che in questa parte degli
Abruzzi siasi verificato lo stesso fenomeno che riscontriamo,
per esempio, nella Campania, vale a dire che gli Oschi siansi
sovrapposti ad uno strato di popolazione non italica. A set-
tentrione deir Aterno, in vece (rinianiMido, pero, senipre entro
i confini del Piceno) nulla assolutamente d' italico pre-latino
o pre-romano e stato rinvenuto insienie con le Iscrizioni Sa-
belliche, accanto alle quali si hanno subito iscrizioni in latino,
sia jiure arcaico quanto si voglia. ma pur sempre latino, con
tali particolaritii locali, che lo riavvicinano moltissimo al
dialetto unibro. E da ritenersi dunque, alnieno fino a prova
contraria, che nella nostra regione Picena a quel popolo pre-
italico. il (luale ci ha lasciati i misteriosi documenti epigrafici.
1 LIBUENI 35^
di cui ci stianio occupando, si sia sovrappostQ direttamente uno
strato di popolazione italica, che parlava un dialetto umbro.
Ed allora noi ci domandiamo : A quali de^li anticlii a-
bitanti del Piceno apparterranno mai le Iscvizioni FaJeo
-
Sabelliche ?
Si t' gia detto che la tiadizione storiografica ci da come
stanziati successivamente nella nostra regione, prima dei Pi-
centi, i Siculi, i Liburni, gli Umbri, a prescindere dagli Etru-
schi, di cui (jueste iscrizioni evidentemente non sono. Lasciando
in disparte i Siculi leggendari intorno ai quali, secondo che
gia si e visto, nuUa sappiamo, e chiaro che devono escludersi
anche i Siculi del tempo storico, vale a dire i Sicelioti di
Dionisio, in quanto che, parlando essi il greco, avrebbero
dovuto lasciarci documenti nel loro linguaggio. Ma anche gli
Unibri e i Picenti e d' uopo porre fuori di discussione, pe-
rocche, sia che si considerino coine etnicamente distinti, sia
che si ritengano, in vece, secondo che noi cercheremo di di-
mostrare in seguito, strettissimante affini di parentela, essi
son pur senipre di razza italica. E cosi, eliminati tutti gli
altri, rimangono in canipo i soli Liburni, dei quali, giusta
la testimonianza pliniana piu volte citata, restava in Italia
la citta CastnuH Tnientam, clie era situata quasi iiel centro
di tutte quelle localita, iielle (juali si e rinvenuto il gruppo
dei documenti epigrafici in (luestione, e di conseguenza a
([uesto popolo soltanto crediamo di poter attribuire le Iscri-
zioni Paleo-Sahelliche, alnieno finclie iiuova Iiice non sia
fatta suir argomento. E la nostra conclusione e confermata
dairautorita del Pauli, il quale ha precisamente veduto la
lingua illirica in (jueste Iscrizioni. Li tal modo documenti
epigrafici concordano pienamente coii V informazione storica
e leggendaria per attestarci un pcriodo di dominazione libur-
nica nel Piceno.
Ed ora : A qual tempo dovi-a farsi risulire la dimora di
(luesto pojioio iliirico nellc iiostre contrade ?
E evidentc che ad una tale domanda nou ^i pu(")(larc una
sicura risposta. Xoi troviamo, t' vero, stanziati i Liburni sulle
coste adriatiche durante il i^eriodo della protostoria, ma il loro
36
PARTE. PRIMA
primo approdo sui nostri lidi dove senza du})ijio effettuarsi
neir eta preistorica ; e impossi]:)iIe, per tanto, indagarne V c-
rigine, perche a noi piace meglio confessare la nostra igno-
ranza in proposito, che seguire il vezzo di coloro i quali,
con ingenua sicurezza, credono di poter indifferentemente pre-
cisare non solo il secolo, ma talvolta anche il decennio per
avveniinenti, ravvolti nelle tenebre delhi preistoria. Quando
Plinio, descrivendo la regione sesta, ci dice che gli Umbri
cacciarono da quelle localita i Lil)urni e i Siculi, parrebbe
che volesse riferirci il fatto coine accaduto in tenipo antichis-
simo. Ora noi non abbiamo elementi per poter discutere
1'
af-
fermazione pliniana; ma, ricordando che la riteniamo vera
(a prescindere dai Siculi, s' intende) qualora si prenda come
riferita soltanto alla regione a nord nell' Esi, o di Ancona, se
si voglia, la espulsione dei Liburni da quelle parti dove certo
avvenire in un' eta abbastanza remota, conoseendovisi le suc-
cessive immigrazioni degli Umbri, degli Etruschi e dei Galli.
Per il Piceno, in vece, le cose cambiano alquanto d' a-
spetto. II Cluverio, e vero, non du))ita di asserire che i Li-
burni fiirono espulsi dai Picenti in temi^i remotissimi ; Qiios
(Liburnos) iam inde antiqi(issiniis tempovihus a Picentihas
eiectos fiiisse hand duhinm est, ma non ne addu.'e alcuiia
prova; per noi, all' incontro, questa presunta antichita renio-
tissima scema di molto, poi che, se le Iscrizioni Paleo
-
Sa-
ielliche appartengono ai Liburni, noi siamo costretti ad am-
mettere la occupazione del nostro territorio da parte loro
ancora in un tempo relativamente recente, forse anche durante
il secolo V av. C. essendo rarissime in Italia le iscrizioni
be risalgano ad un' eta di questa plfi aiitica. D' altra }):irte,
pern. (juando Plinio parimenti ci dice cln^ la <'itt;i di Tniento
ra la sola, la (piale ancora rimanesse ai Liburni n-lla nostra
penisohi, non si credeia certo ch' egli voglia attestarci coine
anche a tempo suo questa popolazione illirica occupasse quel
tratto di coste adriatiche, sembrandoci inconcepibile una per-
manenza di Liburni sulle rive del Tronto. ancora 50 o 60
anni dopo
1'
E. V. ; ma si deve ritenere che egli trascrivesse
di peso la informazione daHa sua fonte geografica, vale a
dire da Artemidoro, il quale, come gia si e detto, fiori in-
GLl ETRUSCHI 37
torno al 100 av. C, tempo questo, per cui iion evvi alcuiiche
di stiano ammettere che un rimasuglio degli antiehi pirati
illirici potesse essere tuttora annidato su quel baluardo del
litorale adriatico.
GLil ETfjUSCHl
Per hi questione degli Etruschi, relativamente
ai
nostro
argomento, crediamo utile avvertire anzi tutto, a scanso di
possibili equivoci, che noi in (j[uesto caso, parlando di Piceno,
intendiamo di prendere questo termine nel suo valore com-
prensivo originario, vale a dire lo riferiamo a quel territorio,
che aveva tal nome prima che i Romani vi annettessero an-
che il paese conquistato ai Galli; in conseguenza, adunque,
qui noi per Piceno prendiamo la regione, che si estendeva
dair Esi al Tessuinum, fiume assegnatole da Plinio come li-
mite meridionale, quantunquo per il momento a noi poco im-
porti se a sud si voglia liinitare al Tesino (fra Grottannnare
e San Benedetto del Tronto), o estenderla, piii tosto, sino a
comprendere anche il resto della
5^
regione geografica aiigu,-
stea, ossia sino all' Aterno, poi che quello che ora qui ci in-
teressa e il confine settentrionale.
lo non so veramente come si sia potuta generare la cre-
denza che gli Etruschi abbiano un tempo soggiornato nelle
nostre contrade. La dimora, e il conseguente doniinio di un
popolo in una data regione, puo soltanto essere ammessa o
in base all' autorita di scrittcri, i quali esplicitamente ne fac-
ciano parola, o in liase a testimonianze di antichi documenti
e monumenti, ritrovati in tal regione e a quel dato popolo
spettanti. Cosi, per esempio, noi sappiamo che per un certo
periodo di tempo, antecedentemente air invasione sannitica,
in quella parte deiritalia meridionale, la quale poscia dai
nuovi abitanti si ebbe il nome di Campania, ebbt'i'o sfanza gli
Etruschi ; ma la j)resenza degli Etruschi nella Canq^ania. oltre
che esserci attestata dagli storici antichi, ci e conlVrmata in
^
PARTE PRIM\
modo assoluto dalle iscrizioui etnisco-cauipane. e dalle mo-
nete ritrovate in quel territorlo, documenti scritti tatti in un
lin.uaiaggio il quale, dopo i recentissimi studi, non lascia piu
il menomo dubbio cirea
1'
affinita strettissima fra il dialetto
campano-eirnsco e la lingua parlata nell' Etruria propriamente
detta. E 1' identico ragionamento si pu6 ripetere per 1' Italia
settentrionale, dove pure sappiamo cbe si espandessero gli
Etruschi.
Nulla di tutto ciuesto, all' incontro, noi abbiamo per poter
ammettere un dominio etiusco nel Piceno. Cominciando dalle
testimonianze storiografiche, nessun autore antico ne fa pa-
rola, poi che non si vorra citare in proposito, credo, il noto
passo di Plinio : Siculi et Lihurni pluruma eius tractus fe-
miere, in primis Palmensem, Praetutianum Hadrianumque
agrum : Umbri eos expulere, hos Etruria, Jianc Galli, a mo-
tivo che, dopo quanto sopra si e ragionato,
1'
informazione
pliniana, non troppo precisa per il hiogo ove e stata data,
per rispondere aUa verita storica e geografica pu6 e deve es-
sere solo intesa nel senso che V autdre volesse riferirsi al
paese ultimamente occupato dai Senoni. nel (inal
caso, pero,
non varcheremmo mai a sud il fiume Esi.
Alcuni han i-reduto di poter trarre un valido argomento
in proposito dalle parole di Livio (V 3o) : Tuscorum ante ro-
manum imperinm late terra maricine opes patuere
;
mari in-
fero snperoqiie, quihus Italia insulae modo cingitur, quan-
tnm potuerint nomina sunt argumento ; cptod nlternm Tu-
scnni commnni vocahuJo gentis, alterum Adriaticum ah Adria,
Tnscorum colonia, vocavere itaticae (/e?fes, rafiforzando poi
tale pretesa testiuionianza con raltro j^assd del medesimo
scrittore (I %\ tanta oplbns Etruria eraf, uf iani non terras
solum secl mare efiam pcr fotam Itatlae tongifudlnem ah Al-
pihus ad Frcfum Sicutum
fama nominis sui implesset.
Ma non e d'uopo da vero di giande acunie per avvertire
che, adoperando il Padovano in ambedue i hioghi la parola
opes, egli intende parlare in genere delhi potenza degli Etru-
schi, delhi grande floridezza economica, a cui essi perven-
nero mediante V industria e il commercio, e non gia di un
doniinio territoriale, che gli Etruschi avrebbero effettivamente
GLI ETRUSCHl 39
raggiiinto sopra tutta la penlsola italica. E in vcro : nello
stesso capitolo del libro V il nostro aiitore ci indica chiara-
mente in qual modo debbano essere intese le sue parole, sopra
riferite, seguitando a scrivere : Et in iitrumcpie mare vergen-
tes, iiicolueruiit urhibHs duodeiiis terras jjrins cis Apeiiuinam
totidem quot capita originis erant cotoniis missis, quas trans
Padum onniia loca excepto Yenetorum angulo, qui sinum
circumcotunt maris, usque ad Atpes tenuere.
E se e vero che i (xalli, nel loro movimenti di espansiona
da nord a sud, si stanziarono in C|uelle sedi, da cui avevano
espulsi gli Etruschi, poi che lo stesso Livio attesta (V
35)
:
Senones ah Utente fluniine usque ad Aesim
fines
hahiiere,
mi sembra evidentissirao che anche
1'
Esi doveva essere stato
il contine meridionale degli Etruschi ad est dell' Appennino,
e quindi a scttcntrione e non a mezzogiorno di questo fiume
deve ricercarsi il dominio territoriale degli Etruschi. Ora, a-
vendo cio presente e ricordando che per un certo tempo que-
sto popolo riusi'i a siguoreggiare anche nella Campania, si
comprendera facilniente che grande da vero dovette essere,
per quei tempi antichi specialmente, la potenza etrusca, e
che percio con ragione Livio poteva esclamare : Tuscorum
ante romanum imperium tate terra marique opes patnere,
e : Tanta opihus Etruria erat, ut iam non terras sotuni sed
mare efiam per totam Itatiae tongitudinem ah Atpihus ad
fretum Sicutum fama nominis sui imptesset, dalle quali af-
fermazioni, pero, nientre si deve rilevare che la fama o il
nome <lel popolo etrusco si era sparso dalle Alpi allo stretto
di Messina (noi anzi aggiungeremmo anche fuori della peni-
sola), non si puo in alcun modo dedurre che effettivamente
gli Etruschi avessero dominato sopra le singole regioni d' I-
talia, e percio anche sul nostro Piceno.
Ne meno esplicita in pr(q)Osito e la testimonianza di Po-
libio. Egli, di fatti, nella sua rassegna geografica della parte
settentrionale e centrale d'ltalia, dopo aver parlato dei Liguri,
passa a discorrere degli Etruschi e (luindi degli Uml)ri ad
essi limitrofi (If IB, 17): 'E^y^? 5s Tof-prjVoi. To-jto'.? 0 o-jvs/si?
ExdTsfjOV zb '/Xbi.y. vs[xovTa'. twv :rf;oE'.[>r^asvcov 6f/cbv "Oj.^fyO'.:
c poi
rche qui lo storico s' indugia a descrivere a grandi linee la
40
PARTE PRIMA.
eonfigurazione del territorlo italico dal paese dei Ligiiri in
giii, dopo aver detto che
1'
Appennino, attraversando nel
mezzo la penisola. giunge al mare di Sieilia, fa menzione di
quei campi che, compresi fra
1'
Appennino e V Adriatico, si
estendono fino a Sinigallia : zb o a-oX=c~6a=vov ixirjo:; ztov/o'^
zfi^
7:X=o,oa;,
3-1 9-iXar-av /.al zoXiv
y.a9-Y/.=
i ^Lr^yr^'^. per comin-
ciare poscia il capitolo 17 con queste parole : -XyjV zy.bxcf. 7=
zy. -=o'a zb raXaiov svsaovro T'j;j;>r,voi. v.yAV ooc /oovooc v.al zy.
<I>A3Y0'3''-^.
TTOTs y.aXooaEVa zy. -sol Ka-or^v y.al XcoArjV.
Am-he Polil)io, adunque, ci attesta apertissimanieiite rhe
la ditminazione etrusca nella parte est dell' Italia centrale
non si estese piu a sud di Sena, tanto vero, che dopo aver
detto come gli Etruschi avessero ahticamente occupato le con-
trade, le <]iiali. comprese tra TAppennino e l'Adriatico, arri-
vavano a Sinigallia, pa=;sa immediatamente a notare gli an-
tichi loro possedimenti nella Campania. senza aver neppure
una parola, che ci autorizzi a credere come anche nel terri-
ti)rin intermedio, occupato dai Picenti. dai Pretuzii. lai Pe-
ligni, dai Yestini, dai Murrnccini, dai Frentani e dalle altre
popolazioni sabelliche, avesse un giorno signoreggiato la me-
desinia nazione. In somma, dalF esame dei passi di (luegli
autori antichi, dai quali potremmo attenderci un po' di luce
per la questione che agitiamo, nuUa assolutamente e lecito
rilevare per poter ammettere, non diro gia con certezza, ma
ne pure in grado di hmtana iirol^ahilita. uu ijualsiasi dominio
etiusco sul Piceno.
E alla stessa conclusione ci conduc' la nianraiiza di do-
cnmenti e monumenti. Si saranno ben^i trovati e si troveranno
ancora oggetti delP industria di quella nazione nel nostro
siioln e nelle tombe. accidentalinente veiuile alla kice siste-
maticamente esplorate, ina nessuno. credo, vorra per (juesto
solo sostenere con serieta che la pre>en/adi oggetti delT arte
e deir industria di un popolo iu un luogo debl)a di necessita
comlnrre ail
auiniettere iii ({ucl hujgo la presenza del popolo
stesso, essendo troppo evidenti le conclusioni assurde a cui
un simile
ragionamento condurrebbe. Cosi. per non allonta-
iiar.i dall" Etruria,
(">
risaputo che le necropoli di tutte le sue
GLI ETRUSCHI
-
^l
iintiche eltta sono ripiene di oggetti della piii pura arte greca:
e bene, chi si e mai sognato di pen^are ad una dominazione
dei Greci in Etruria"? Testimonianze inoppugnabili, in vece,
ai sarebbero fornite da quei documenti che, o non sono tra-
sportabili per raglonl di commercio. come le epigrati, o, se
tras])ortabili, pure cl rivelano sempre la citta e U popolo, a
cui sono originariamente appartenuti. portando Impresso II
nome delle citta o altra leggenda nei caratterl alfabetici dl
quel popolo, che per un certo tempo In essa ha dominato. Or
bene: quante eplgrafi e quante monete Etrusche, spettanti per 6
a cltta picenti, sono state rinvenute nel tratto di territorio dall'E-
si al Tesino, o, se sl vuole, airAterno"? Assolutamente nessuna.
Esistono, e vero, in Fermo due urne cinerarie, in cla-
bcuna delle quall e scolplta una brevlssima iscrizlone (una dl
esse e iina semplice parolaV con i segnl dell" alfabeto etrusco
,-
ma. a parte la que>tIone se esse racchludano realmente le
cenerl di qualche indlviduo di quella nazlone, essendo a tutti
noto come gli Etruschl praticassero dl preferenza il rito della
Iiiumazlone dei cadaveri, anzl che quello della cremazione,
piu proprio degli Uml)rl. e concesso pure che quelle urne
slano di fattura e dl pertinenza etrusca, esse sono sempre
troppo povera cosa per costitulre iin valldo argomento in ap-
poggio deiroplnione, che nol combattlan.o. E la raglone e
facile a comprendersl : tutt' al plii, (lue^te due urne potranno
provarci la presenza di qualche Individuo o di qualche fa-
miglia Isolata sul suolo plcente a scopo, per esemplo, d' In-
dustrla o dl commerclo, non mai pero una dominazione etru-
sca sul medesimo suolo, giacche, se tanto poco bastasse a
legitimare la sovranlta di un popolo su di una data contrada,
che cosa si potrebbe rispondere a chi, con identica induzione,
'sostene->se che anche In Egltto un tempo signoreggiarono
gli Etruschl, per il sempllce fatto che appunto dalF Egitto e
provenuta la celebre Mummia del Museo dl Agram (Croazia),
sulla fascia della quale e dipinto il piii lungo testo etrusco
che finora si possegga'?
Se non che i fautori della oplnione alla nostra contraria
c-redono di trovare- una prova incontrastabile In Strabone, il
:4^
,
PARTE PRIMA
quale, descrivendo la costa adriatica da nord a sud, si e-
sprime cosi (V 241) :
'E'f
^lr^c os zh zr^z KO-pac ispov, Topf/r^vojv
tSjOoaa '/.r/X v.Tiau,a' tr^v o "Hpav sxstvot KoTrpav xaXooaiv. Senza
dul)bio a prima vista una tale testimonianza non puo non ap-
.parire di una gravita eccezionale e, non potendosi ripudiare
ed essendovi esplicitamente nominati i Tirreni, e stata causa
di dispute vivissime e di erronee interpretazioni da parte dl
tutti coloro i <[uali, come il Catalani, il Colucci, il Giordani
Ulivieri ed altri, impugnarono giustamente un periodo di
dominazione etrusca nel Piceno. Cosi il Catalani, (DelV ori-
gine dei Piceni C. II) ricordando come gli Etruschi fossero
stati peritissimi neir arte di fabbricare e sommamente ac-
creditati nell' augurale, crede che i Picenti, volendo costruire
questo loro tempio a Giunone, chiamassero dalP Etruria i
fabbriceri e i sacerdoti, i quali poi, ad opera compiuta, do-
vettero tornarsene in patria, e cita
1'
esempio di Tarquinio
il Superbo che, per inalzare il tempio a Giove sul Campidoglio,
fece venire artefici e auguri etruschi, secondo ([uanto atte-
sta Livio (I 55) : . . . . vates, quicpie in tirhe erant, qiiosqiie
ad eam rem consiiltandam ex Etritria acciverat, e poco piu
sotto : Inteiitns perficieiido templo, fahris undiqiie ex Etru-
ria accitis.
Ma noi non crediamo che luesta spiegazione possa reg-
gersi, o, almeno, cL sembra arbitrario ricorrere a una tale
ipotesi, non potendo V esempio di Tanpiinio aver molta au-
torita in proposito, a motivo che, mentre per la costruzione
del Tempio di Cupra appare strana la necessita di ricnrrere
ad operai e sacerdoti etruschi,
i)er
quella del tempio di ( riove
Capitolino, in \ece, il fatto si spiega molto piu naturahnente,
giacche il re Tarquinio, etrusco egli stesso di origine, se-
condo la leggenda, non aveva certo difficolta di chiamare
fabbriceri e auguri deir Etruria, tenendo anche iH^^-^^snte
che Veio era a pena dodici miglia lontano da Ptoma.
Di tutti coh)ro, adunque, che, pur convenendo con noi
nel cacciar via gli Etruschi dal Piceno. si sono giustamente
preoccupati del nome Topf/rjVtov del citato passo di Strabone,
nessuno ha finora avvertito tutto il valore comprensivo di
tale vocabolo : di qui le deduzioni errate.
GLI ETRUSCHI 43
L' appellativo ToOjOr//'6;; ha aviito
i^er ^^H scriltori j^n-eci iin
significato molto elastieo, poi che essi non hanno . limitato
un tal nome al solo popolo etrnsco. nia lo hanno esteso fino
a comprendere popolazioni di altrc parti d" Italia. E una
tale estensione di signifieato l,i trnviamo gia in Esiodo il
quale, verso la fine della sua Tcogonia, dopo aver detto che
Ulisse ebbe da Circe due figlinnli
"AYry.o- e Aaxivoc, sog-
giunge che questi avrel)hero di)niinato sopra i Tirseni, po,-
polo molto lontano, abitanti nell' interno delle sacre isole
;
(v. 1015, 1016)
01 br^ xoi [xdXa rr^Xs
IJ-'-7<;>
vy^oojv '.spacov
TTaatv To[>Tr,voia'.v 'rjr^nyj.iizol^y. avao^ov.
da cui risulta chiaro che il j^oeta vnole intendere tntte le
popolazioni delle parti occidentali d' Italia. a partire dal
monte Circello in su, senza rignardo alcnno alle divergenze
etiiografiche, che tra queste popnlazioiii intcrccdevano. E con
r affermazione esiodea concorda pienamente V altra di Dio-
nigi d' Alicarnasso (I 25)
: T^ifjrj r^^/.a^
tjiv
Yao 0/^
ovoM.a tov
yrjo^m^j izsivov ava -YjV 'EXXa5a y^v. y.a'. "a^ja r^ Troo:;^';"^;;'.^? Ita-
Aia Tac "/.a.Ta i6 z^^^o:: rjyr,\i.'j.'z{'j.z -jc^aijOsO-Ei^ja tYjV zr.iyj.rp'.'^ ixsi-
vr^v sAdai^avsv, e al capo 29 dello stes^o libro segnita: Tr^v z= 'Pw-
.{j.rjV a-jrr^v ::oAAol twv a-j-fCjia^pscov
T-jpr/rjvloa roXiv sivai ''j-3).a,3ov,
e altre te.stimonianze ancora potrebbero recarsi d"aut(iri antichi,
ma credo che le sole addotte siano piii che sntTicienti per di-
mostrare la elastieita del termine T-jf^ryrjVoi
per i Greci, e (|uindi
,che non si abbia alcnna certezza clie Stral)one. o la sua fonte
geografica, intendesse riferirsi esclusivamente agli Etrnschi,
parlando della costruzione e dedicazione del tempio di
Cupra.
Ne si puo obbiettare che, (piantunque sia vcro che con
T-jpf/rjVot si comprendono, oltre gli Etruschi, anche popoli i-
talici, (luesti pero rimarrebbero sempre circoscritti all' occi-
dente d' Italia, mentre non consta dalla storia che alcuna
popolazione di ([uesta parte della nostra penisola abbia oc-
upato il tratto delle coste adriatiche, su cui sorse il tempio
di Gupra, e clie di conseguenza la interpretazione piii natu-
44 PARTE PRIMA.
rale in questo caso sia qiiella comiine
;
perche nello stesso
cap. 29 del libro I Dionigi ci attesta fornialmente : i^v
77.^
or^
"/povoc ozs. y.y.l AaTivoi, y.al Oa,3o'.xoL -/.al A^jaovs?, xal ao/vol
aXXo'. ToofyTjVol 'rr' EXXyjVcov sXsyovto.
Ora non solo potremmo presumere di ricavare dal xal
Go/vol aXXot 11 nome di quel popolo che noi vogliamo vedere
nei
TDfyfyr^vo-l
di Strabone, ma troviamo invece che in modo
esplicito r Alicarnasseo ci assicura che un tempo i Greci
comprendevano sotto
1'
appellativo generale di Tirreni anche
gli 'Oa|ip'.y.o'[, i quali effettivamente si diffusero per queste
l^arti del litorale adriatico, come meglio avremo campo di
vedere in seguito. E non e solo Dionigi ad affermarci che i
Greci chiamarono Tirreni pure gli Umbri, giacche anche
Stefano di Bisanzio ci d;i. a cagion d' esempio, per Tirrena
r umbra Titder : che, se si volesse dire che la sua autorita
puo aver sohj nn valore relativo, essendo egli di un tempo
troppo recente (V secolo dopo C), noi faremmo osservare
che Stefano Bizantino dove certo trovare la sua affermazione
nelle opere antiche di cui egli, come e noto, si servi per
compilare i suoi "EO-v.y.a. Che piu ? AHa fine del lib. Y
Strabone. parhindo dei Picenti stanziati sulle rive dei Tir-
reno, che egli stesso dice parte di (|uelli sottomessi dai Ro-
mani sulle rive deH' Adriatico e trapiantati poscia nella
Campania, nota che hi loro capitale era appellata n-.xsvT-la.
Or bene : Stefano di Bisanzio anche questa citta chiama tir-
rena: ITty.svT-la, zokic T'jf>f,T,v':a?
! Aggiungeremo, poi, che da un
altro luogo dello stesso Stral)one si possono trovare nuovi
indizii, favorevoli alhi nostra intcrpretazione. Egli, in fatti,
scrive che Rimini fu colonia degli Umbri, comeRavenna: T6
Ss ''Af>'l|A'.vov "Oa,3,oojv In-l y.aToix^la, 7.a\>a-s,o v.al t^ 'Pao'jEVva (V'217).
Non spetta "ini a me avventurarmi nella critica del passo-
straboniano, potendo sembrare alquanto strano che, mentre
poco prima, parlando in modo particolare di Ravenna, Ta-
veva dichiarata colonia dei Tessali : xa.'. r^ 'Pao'!)=vva Ss Oet-
TaXwv sioT,Ta'. -/.TiTj.a (V
214),
ora la dica in vece degli Umbri
come Rimini. A me qui basta solo constatare il fatto deiro-
rigine umbra di Rimini, affermata da Strabone. E allora,
senza dubbio fra Rimini e Arimno Arimnesto, di cui
GLI ETRUSCHI 45
parla la leggenda, deve essere interceduta una relazione
niolto stretta, sia che
1'
eroe leggendario fondasse la citta,
dandole il suo nonie, sia che, al contrario, ricevesse il nomd
da lei per averla signoreggiato, o per aver sortito in essa
i natali (come Tarquinio da Tarquinii}, o per (iualsiasi al-
tro motivo che si voglia. Ma noi da Pausania (V 12) sap-
piamo che cjnesto Arimnesto fu re fra i Tirreni : iv Top-
cr^voic dice il Periegete: avaO-r^ij.aTa ok o-o^^a svoov -q sv tw Tifiovdo)
Xitra.'., ^d^^jrj^^o^ sar'.v Wficavrproo. to'j jjao'.X=',)oa.vTO- sv T'jr>arjVoi?:
dun(jue, ravvicinando le due testimonianze straboniane e
1'
af-
fermazioiie di Pausania, crediamo che non sia affatto desti-
tuita di fondamento V ipotesi, secondo la quale nel T-jppr^vwv
di Strabone si vuol vedere piu tosto un' ullusione agli Um-
bri che agli Etruschi.
XX
XX
Se non che, piu gravi difficolta seniI)rano sorgere contro la
nostra interpretazione dal seguito dej passo citato: TyjV S' "H-
pav ixsivot
K'3-f;av /aXoiiaiv : poi che, affermando Strabone che
in Etruria Hera o Giunone chiamavasi con il nome di Ku-
pra, si e creduto generalmente che (juesta .fosse una Dea
tutta propria della mitologia etrusca, e (luindi che appunto
dagli Etruschi fosse fondato il famoso tempio sulle rive del-
r Adriatico.
La Dea Kupra, all" incontro, 'e una divinita parti(-'oIar-
mente umbro-sabino-picente, e neir Umbria, nella Sabina e
nel Piceno era in modo speciale venerata. In tanto b fuori
di dubbio che il nome si ricoUega con la radice sabina Kup,
e([uivalente a homis, secondo la j^reziosa testinionianza di
^'arrone (de L. L. Y 159) : Cuprmn seti Cyprnm Sahine
Bonum, dalla quale radice sono note molte altre formazioni,
come per esempio, il Vicus Cuprins della citta di Roma,
il CupencHs (Da Cuj) Ancus ossia, bonus Sacerdos) il Marti
Cyprio delF iscrizione trovata nelle vicinanze di Gubbio, ri-
portata nel CIL. XI 5805.
Nel nome e nell' essenza, poi, la Dea Kupra corrispondea
alla Bea Bona dei Romani, nella mitologia dei quali questa
4^
PARTE PRIMA
Dea era fatta eciuivalere a inoltissime altre deita femminili.
Festo ci dice: Daminm Sacrificium qaod
fiehat in operto, in
honorem Bonae Beae^i dictunt a contrarietate, quod niinime
ess.et oau.o-jiov, id est puhlicuui. Bea quoque ipsa Damia et
Sacerclos eius Bamiatrix appellahatur.
Del rimanente, senza l)isogno di andare racimolando qua
e la testimonianze di autori latini, per dimostrare quanto
fosse multiforme la Dea Bona nel mondo teologico e teogo-
nico ronuiun, l;)astera solo recare un passo di Macrobio 11
quale, giusta (luanto esplicitamente dlchiara egli stesso, ha
avuto cura di riunire In un sol luogo tutto cio che sapeva
Intorno a questa Dea : (Saturn. I 12-20 ss.) Affirmant qul-
dam, quibus Cornelius Labeo consentlt, hanc Malani, cul
mense Maio res divina celebratur, Terram esse, hoc adeptum
nomine a magnitudine, sicut et Mater Magna in sacris vo-
catur ; assertionemque aestinuitionis suae etiani hinc colli-
gunt, quod sus praegnans ei mactatur, quae hostia est pro-
pria Terrae... Auctor est Cornelius Labeo huic Maiae aedem
Kalendis Maiis dedicatam sub nomine Bonae Beae ; et eam-
dem esse Bonam Beam Faunamqiie et Opem et Fatuam ponti-
ficum libris indigitari. Bonam; quodomnium nobis ad victus
bonorum causa est. Faunam: quod omni usui animantum
favet. Opem : (|uod ipsius auxilio vita constet. Fatuam ; a
fando... Sunt qui dicant hanc deam potentiam hal)ere lu-
nonis, ideoque sceptrum regale in sinistra manu ei additum;
alii Proserpinam cre(lunt. }(orca(pie ei rem divinam tieri
;
(luia segetem quam Ceres mortalibus tribuit porca d( pasta
est; alii /O-oviav 'EyAzr^y. Boeoti Semelem credunt nec noi. eam-
deni Fauni niiani dicunt. (^bstitlsseque voluntati patris in a-
imorem suum lai^si, ut et myrtea virga ab ea verberaretur,
cum desiderio patris nec vino ab eodem pressa cessisset
:
transfigurasse se tamen in serpentem pater ereditur, et coisse
cum filia... Quidam MerJeam i^utant : (piod in aede eius omne
genus herbarum sit, ex (piibus antistites dant plerunKpie me-
dicinam. Haec apud Graecos r^
{')=f-j-
Yova-.xsia dicitur, quam
Varro Fauiii filiam esse tradit, adeo pudicam, ut extra y'>
va-.y.coviTiv num(j;uam sit egressa, nec nomen eius in publico
-fuerit auditum, nec viruni nun^iuam nec a viro visa sit : e
GLI ETUUSCHF 47
quindi, ritornando a Maia ag^^iuiige : Ecce occasio noniinis,
quo Maiam eanidem esse et Terram et Bonam Deam dixi-
mus, coegit nos de Bona Dea quaecunKiue comperimus pro-
tulisse .
Da questi due soli passi, adunque, di Festo e di M-Jicro'
bio noi rileviamo che Maia, Damia, Terra, Mater Magna,
Faiina, Opi, Fatua, Giunone, Proserpina, Semele, Medea e-
rano tutte indistintamente comprese sotto
1'
appellativo cot
mune di Dea Bona. Cicerone, (iuandu parla della religione di
questa Dea [De harusp. respons. 27. 37), attesta clie cosi ap-
pellavasi una deita femminile indeterminata, dicendo che,
<|nantun(jue non fosse neppur lecito agli uomini conoscerne
il nome, pur tuttavia essi la chiamavano Bona
.- u . . . quod
(i. e. sacrificium) fit per virgines Vestales, fit in ea domo
quae est in inqjerio. fit incredibili caerimonia, fit ei Deae,
cuius ne nonien (piidem virnm scire fas est, (|uani iste id-
circo Bonam appellat. e Plntarco nella i^ita di Ce-
sare c. 9 conferma dal canto suo la notizia dataci da Macro-
bio, che cioe la Bona Dea fosse una cosa sola con la x^Bbc;
7')va'.7,=(a dei Greci: 'Eatl ok 'Po)\ic/.[o'.c &s6? TjV W(y.d-f^v ovo[j-d-
Co'ja'.v (o^Ttspi "EXXtjVsc r^jvaixsiav.
Ma non t)asta ancora della polionimia di qucsta divinita.
Da una iscrizione riportata nel CIL. V 761, noi vciliamu che
essa corrispondeva pure alla Cerere italica:
AVGVSTAE. BOXAE. DEAE
CERERIaE. SACRVM
////YSTIS. L. TyCHE. AEDEM
/////I. DE. PECVNIA. SVA. FECIT
FAVSTVS. BARBONIVS. IIII. VIR. D. D
e nella iscrizione al N. 70 del Vol. VI e fatta nguale alla
Yenere di Cnido
:
48 P-ARTE TRIMA
BOKAE. DEAE. YENERI. CNIDIAE
IVNIVS. AXXLOCVS. HYMEXAEVS. ET. INVICTA. SPIEA. ET. IIAEDBUAXA
Anche Minerva e la Dea Matnta dagli antichi e moderni
mitografi a huon diritto snno ravvicinate alhi Dea Bona, per-
cht"' Minerva da mens, memini. memoria. rmde nna Minerva
memoria, che si ricongiunge con la Bona mens, con hi Boua
memoria, e Minerva clicta quod bene moneat, c' insegna Fe-
sto. il quale scrive ancora:
Matrem Matntam antiqui ob honitatem appelhihant, et
matnrntn idoneum usui. et mane principium diei et inferi di
Ma nes, ut sulipliciter appelhiti hono essent, et in Carmine
Saliari Cerns Manus intelligitur Creator honus
e piu sotto:
Mane a Dis Manihns dixerunt. Xain Mana Bona dicitur
unde et Mater Matnta et poma matnra .
Plutarco inoltre <-i ricorda -che i morti in antico erano
appellati Boni { Forma detta Lnna c. 28): y.al rooc VEXfio'!)?
A\)-r,vaio'. Ar/j/rp|:;s'lo'3? wv6;j.a!ov to ~aXa'.6v , e ancora: "H oia
t6 "/or^aro'!)^ y.oa-iiw^ ASY^iS-a'. to-jc TsXs-jrwvTac, alviTT6|j.vo'. oio.
TYjC vi'/:7^z (Qnest. Rom. c.
52),
perche gii uomini vengono
dalla terra da cui sono alimentati e nascosti, d' onde hi Ops
Mater di Varrone : dicitur Ops Mater qnod terra Mater,
haec oiim terris (fcntis om)iis peperit et resumit denno
quae dat ciJjaria, ut ait Ennius {de L. L. V 10)
: e noi
gia ahliiamo visto in Macrohio che anche Opi era compresa
sotto il noine di Dea Bona.
Potrei recare molte e molte altre testimonianze ancora,
da cui desumere che nel mondo mitologico pagano il nome
della Bona Dea non sta a rappresentarci una particolarc deita
femminile. ma che a niolte ih esse si applica indistintan.ente,
sia Damia o Maia, Proserpiina o Matnta, Ye)iere o Ginuone
ecc: deita del rinianente, le quali/ quantunque considerate
sotto diversi ;ittri]uti e jdiversamente denominatf. ad altra
non si riducevano, iu ultima analisi. clie ad un unico prin-
cipio sincretistico, ad una sola essenza divina, giusta Tosser-
vazione di S. Agostino : (De Civ. Dei IV 2) : hi omnes dii
deaeque sunt unus luppiter ; sive sunt, ut quidam volunt,
pmnia ista partes eiubV siv.e virtutes eius, sicut eis v-idelur
quibus placet eum esse mundi animum
;
se non che, cred^
GLI ETRUSCHl
49'
clie U' ,^ia addotte siano piu che siitTicienti per diniostrare
clie la Dea Bona non pun alTatio ritenersi una divinita esseu-
zialniente etrusca.
Ma allora: in (piale regione italica noi dol)l)ianio in niodo
speciale ricercarla? Indagliianiolo.
Si e gia visto dal passo (ti Macrohio che anche Proserpina
era identificata con questa Dea: ma Proserpina, a sua volta,
forniava una persona sola cou Feronia, secondo clie espres-
samente ci dice Dionigi d' Ali<'aruasso (III, 82):
Ahta toOtov tov -oX=aov icsoo: 'Ptoaaiotc ivc toO Xaliivtov s\>-
voo?, ocp/Yj Oc a'jToO y.al -oo^^a^jic sYivsTO TOiaos" '.s^oov soti 7.0'.vrj
Ttacoiisvov OTTO Aa.Ttvfov Ts /.al Xa|iiv(ov aytov 3V Totc -dvo ^sd?
4>S[:>ojVtac ovoaa.wOaiVfjr, TjV ot 'j.sTa-^jvd^ovTsc stc tY|V EXXdoa yXw^j-
oav ot j.sv 'Avi>o'^6f>ov . . . . ot 03 lUf/as^povTjV -/.aXooatv.
Se Cjuesta testimonianza di Dionigi, poi, non bastasse
per assirurarci della derivazione del culto di Feronia m Ro-
ma, citeremo a conferma del fatto V autorita suprema di
Yarrone, {de L. L. IV idO) il ((uale scrive recisamente cosi :
Feronia, 2Iinerva, Novensiles a Sahineis, e seguita: Panlo
aliter ab eisdem dicimns Laram, Ve$tam, Salutem, Fortem
Fortiinam, Fidem. Ea re Sahinornm linguam olent, quae
Tatii regis voto simt Bomae dedicatae. Nam, ut annales di-
cunt, vovit Opi Floraeque, Diovi Satnrnoque, Coeli Ljunae-
que, etc.

Ora r Huschke,
(M
parlando dell' iscrizione di Velletri.
a proposito della voce ferom che confronta con il greco '^s-
pitaTOc, tcspTSfvOc, 'fsfjToc
e con il latiuo forctus, fortis, ne tra(>
fuori retimologia di Fcronia cioe Buona, che il Monnnscn,
dal canto suo, accetta spiegando cou iustuni, e noi ahhiamo
visto che, oltre Feronia, eziaudio Opi e Minerva, identificate
pure con la Bo}ia Dea, sarebbero state introdotte a Ronni
dal leggendario re Tito Tazio.
Anche Vesta, poi, era un' antichissinni divinita sahina,
(die riuniva in se i due principi del fuoco
ceutrale ed elemen-
(1)
Osk. u. Sab. spr.
p. 2(i2
4
50 PARTE 1'ltIMA
tare e della feeonditji terrestre, ed e iii cniiseguenza del tiitto
analoga a Demetra e Cerere, a proi)osito della (|uale aljbianio
gia riportato
1'
AYCtYSTAE boxae deae
CERERI SACRYM.
Avendo, (lunipie, tutto cio presente, e ricordando che Cl-
cerone cl attesta come il sacrificio della Bona Dea doveva
essere celebrato dalle Yestali

fit per Virrjines Vestales

r istituzione delle <|uali veniva da un costunie originario sa-
bino, non si puo fare a nieno di aniniettere che fossero ap-
punto i Sabini ad introdurre in Roina il culto di (^uesta deita,
culto da prinia severo, conie il loro costume, poscia caduto
fra le piu infanii lascivie, sapendo ognuno da Cicerone V im-
pudenza di Clodio, e da Giovenale (Sat. YI, v. oli,
84) le ne-
fandita commesse in quelle orgie orribili.
K un altro complesso di elenicnti uiitologici ci riconduce
ad un" (triginc unibro-sabina della religione della Bona Dea.
Al)bianio gia visto da Yarrone che la Dea Fortnna era pene-
trata in Roma con il iiuovo pojxilo arcolto nella citta ; eb-
bene, Dione Cassio, nominando (piesta divinita, la cbiama
precisamente
To/Ti or/xo^jia. Macrobio ci attesta che a 2Iaia,
identica alla Terra e alla Mater Marjna, era sacrificata una
troia pregnante, ed ora e notissimo come a Cerere, a Matuta,
alla Dea Bona, in somma, fosse ofiferta dagli Osci e dai Sa-
belli la porca tenera e pregnante, il sacrificio della (juale era
il piu diffuso fra quelle popolazioni. secondo che puo facil-
mente vedersi nelle monete della confederazione italica, in cui
piii forte appare il sentimento religioso
(>
piu potente lo spirito
di nazionalita. Ncl broiizo di Agnonc. ritrovato nelle vici-
nanze di Bovianani retns, in mezzo ai Sanniti Pentri, uno
degli ultimi l)aluardi dove la insurrczione d(igli Italici contro
Roma fece gli ultimi eroici sforzi. si stabilisce che le feste
di Amma Flora si celebrassero ncllc Florali ; ma Flora non
era che un' antica divinita sabina, passata nel Pantheon dei
Romani, ed Amma non rispondeva che allo stesso concetto di
r.LI ETRUSCHI 51
Bawia. il Boinis Evenixs di Moiiiiiisen (Unferif. Bial.
p. 138)
iitfe^tamlnci Esicliio, citato dal Lobeck (AgfaopJi. pa^^ M-2"2)
:
"Aaaac r^ t^oo'^6c 'Apts|icooc xa'. r^
'-'-V''/^
''''^-
''i
I'^^- ''^-'- '^j
II Fabretti, nel siio ^dossario, identifica Feronia c<n la
VesiiKa Fesiiuia de^di Unibri, noniinate cosi spesso nelle
Tavofe Euijiil)iiie, e, oltre a cio, una Dea Vesuna la ritrovia-
nio anche in altre rej^doni sabelliche, conie nella iscrizione
marsica, riportata (hil Monimsen, CIL. I 1S2 = IX 3808
:
1".
A[t]iedin[s]
I
ye[s\({He
\
Erinie et
\
Eriiie pafre
'
ifoiio iue{i-\e
\
fif)[s\
Ravvlciniarno ancora : Faiina nio;^die di Faiiiio e fi^dia di
Pico ; il Picns Feroniiis, il Picits Martius (per ;.,di au<.,airL
felici, come si le.sx^^^e in Festo) il (piale non pu(') non ricordarci
e il Mars C[fprins e la Ciipra Bea, come pure il Piqnier
2Iarfier delle Tavofe Engnbine, e noi avremo altri ar;.romenti
validissimi in favore dell' opinione che difendiamo.
E inutile, dun(|ue, insistere oltre, temendo anche di riu-
scire soverchi;unente noiosi, tanto piii clie fra breve dovremo
tornare suirargomento, e ci send)ra per tanto lecito poter af-
fermare, non gia con probabilita ma con certezza, che la Dea
Boiia, anzi che etrusca, deve ritenersi essenzialmente una di-
vinita umliro-sabino-picente, ed e per questa regione che noi
la ritroviamo venerata in territori occupati gia da (|ueste po-
jiolazioni. Cosi, per estmipio, non molto distante dal luogo
dove sorse il tem})io di Knpra, ntd cerdro proprio del Piceiu),
cioe a Falerio, iioi troviamo cziandio tracce di lei, come si
rivela nella seguentc iscrizione : (CIL. IX, r)4'-21)
/>R0 salnfe
ATEL AE

N
PICENTINA

L
BONAE .
DEAE

V

S
Ricj)ilogando, (piiiidi, pcr ritornare la dondc abl)iaiiio
preso le mosse, e per trarre la conseguenza -^-he c' interessa.
52
PARTE PRrMA
e inipossibile spie^^^are il passo di Stral)one, come fiiiora ge-
neralinente si e fatto, ma e da eredersi, in veee, ehe Tineiso
TYjV
"Rrjyy h.ilvrji Ko;:pav -/.aAoO^j-.v, iinzi che op})orsi alla
interpretazione da noi data al Topi,orjVwv dei medesimo passo,
la rafforzi maggiormente : poi rhe e risaputo che, oltre al
tempio di Knpva sul litorale adriatico. nn altro se ne aveva
pure in territorio piceno, o, meglio, nnd)ro, tempio localiz-
zato nel Massaccio di lesi, donde la Kupva Monfan-a ; e fi-
nalmente la Knhrar Matrer della iscrizione di Fossato di
Yico, non lontano da Gubbio, pone definitivameide il suggello
in favor nostro alla (|uestione.
Iii conclusione : o noi nel Toppr|V(ov di Strabone inten-
dianio nominati gli Umliri. iiel (pial caso vedremnio nuovamente
esclusi gli Etruschi dal Piceno; o si s(>guita a sostenere la
spiegazione, diremo cosi, tradizionale, e allora non possiamo
fare a meno di atfermare che, se Strabone dichiara Kiipra
una divinitii etfiisca. ha formalmente e recis;imente contro di
se tanto il nome della Dea, (|uanto il fatto indiscutiliih^ che
in tutti i monumenti e i documenti etru.^chi non si e finora
trovala traccia alciina di lei.
cm UiwBf^i
Li])eratici, in tal modo, dagli elementi maggiormente in-
gombranti il campo delle nostre ricerclie. volgiamoci ora a
parlare di
(iuel popolo, il (iuale ci otfVe un terreno piu solido
e piu sicnro di discnssione, sempre relativamente al nostro
soggetto, s' intende, in quanto chc
("
i! prinio nucleo di popo-
lazioiic di razza italica, chc noi riii>ciauio ail affei-rare con
sicuiczza iii'lla rcgioiic picena : vogiiaiiio (lirc degii CniJn'/.
11 .Aloiiniisi'11 scrive: (Sf. Iioiii. I, S) 1-] iina melani-(nia
])arlare di (juesto popolo. di cui la memoria ci giuiige come
il suono delle cami^ane di uua citta s})rofondata nel mart' .
E sta beiie : ma senza (lui)l)io le [^arolc dcl grande storico
tcilesco voglioiio c del)l)ouo riferirsi iiiiicauiciiti' a coloro, che
GLI UMBRI 53
Itresuiue^sero d' iiida;^fare ron certezza le vicende antichissinie
di questa nazione, le origini della (^uale si perdono nel luntj;o
ordine dei se^-oli, e sono (luindi ravvolte fra le teneljre piu
fitte delhi preistoria. Noi, pert'), non intendianio affatto di
s(|uareiare e ne pure di sollevare tale densissinio velo, per
tentar di leg>?ere nel passato assai renioto di ({uesta popola-
zione : a noi per ora basta sorprendere gli Umhri nelle sedi
da essi oeeupate nel periodo della protostoria italica, allo
scopo di assodare che fra le regioni della nostra penisola, in
cui ehbero stanza, deve annovei-arsi anche il Piceno.
E fuori di duhhio che nei tenipi reniotissinii il pdjtolo
iimbro occupo neiritalia settentrionale e centralc un' esten-
sione di territorio molto piu vasto di ([uello, in cui noi lo
troviamo ai primi alhori delTeta storica, ed
(-'
ancor noto
che furono gli Etruschi la causii della decadenza degli Um-
bri, ai (|uali avrelibero tolto trecento citta, secondo
1'
affer-
mazione di Plinio

Trecenta eoriim oppida Tusci dehellasse
repei-iiintnr

affermazione, per(\ evidentemente iperholica,
riguardo al numero delle citta sottomesse, o riguardo alla
natura di ciuesti oppida, dei ([uali, se alcuni avranno potuto
meritare il nome di citta. la massima parte, in vece, saranno
stati semplici l)orghi. o cici, vale a dire piccoli aggregati di
popolazione. Costretti, (luimli, gli Umbri a sgombrare dai
loro possedimenti del settentrione d'Italia, per cederli ai for-
tunati Etruschi, i (luali. inalzatisi suUe rovine dei vinti, rag-
giunsero in tal modo (juella potanza che, quasi con senso di
iimmirazione, cosi hene ci de^crive il Padovano, essi si stiin-
sero }):u a sml in una sola regione, che aveva ite:'
contine
rAppc^nnino, il Tevere, la Nera e rA.clriatico, e che, secondo
alcuni, luiigo (iU35to
mare si sarehl)? estesa fino a R;ivenna.
Strabone ci dice (V 227) : T-(j Tofy^or^vla zy.^jy.^ji^jhr^zai v.aTa
xb TTf/O- sw Tj '0[J.|jf/'.XTp
lYjV af//YjV a~b rcov "Attsvvivcov Xajjooia
y.al zzi TzirjyMirjd)
;j.l/f>i
zob Aopioo. 'A;:6
'[y.rj
ot, 'Pao')3Vvr|C a,o-
|a;j.9Vou zar3/o'jatv o'jtoi t6 -Xr^^iiov /al ksiz:?^:; Xdpaivav,
Wijby.-
vov. Xr|Vav (xai. Md,o'.vov).
Ma (3 certo che in progresso di tempo gli Umbri furono
espulsi dai loro vincitori anche dalle sedi, conservate luiigo
-54 PARTE PRIM.V
il lit(r;ile iidriatlco, come gia abl)i;uu(> veluto da Polibio, il
(iuale ci attesta che la douiiuazioue etrusca si estese fiuo a
comprendere le piauure iutoruo a Siuigaglia, in armonia cou
la testimoui;iuz;i di Pliuio : Unihri eos expiileve, Jios Etniria
hanc Galli. Sospiuti iu tal niodo sempre piii a mezzogiorno,
essi dovevano naturalmente cercare in altre direzioni un com-
penso ai gr;ivi d;umi territoriali sofferti, e nou potevauo
(juiudi uou rovesciarsi sui luo/hi liiiiitrufi, vale a dire uella
p;irte setteutrionale del Piceu(^t, la s(jl;i regione che avessero
libera per il processo di espansione, diremo cosi, forzata. A
(luesto
tempo, adanijue, deve risalire l:i (ii-cupazioue di cj^uelle
localita piu prossime alle uostre, in cui l;i storia ci fa vedere
stanziati gli Umbri, v;ile a dire Sejifinuni, le sponde deJlEsi
6 CingoJi, secondo che possi;iiuo ril(-v;uv dalle parole esplicite
di Straboue, il (iu;ilt' ud lilin) sopr;) cit;ito contiuua a scri-
vere : A-jtoO o iarl y.al 6 Ala'.? roraaor y.ai tc K-.yvoOaov opo?
y.al XsvTC/ov y.al MsTaof/Oc ::ora;j.6c y.al tc ispcv zr^z T-y/Tp, nel
(juale passo sarebbe iu vero desider;ibile uu m;iggior ordine
geografico, perche Ciugoli, che e l;i l()c;ilit:'i piia meridiouale
delle ;dtre. si sarel)l)e dovuta nomiuare iu })riucipio. couside-
r;in(li) l;i direzioue da sud :i uord s('guit;i (hiH" ;uit(ire uella
^su;i rassegna, e uou gia nel mezzo.
Altri, invece, potrehbe ritenere la espulsione degli Umbri
(billc spiagge adriatiche verso il promontorio di Ancona, da
parte degli Etruschi, come caus:i uou uecessaria per ammettere
che quelli si spingessero fino ;i Cingoli, potendosi ugualmente
credere che ;u'riv;issei"ii i|uivi dalle loro sedi centrali, ossia
riversandosi p;icific;uiiente ad est dcir Appeuuiuo, tauto piii
che d;i Cameriuo, poteute citt;i umbra proprio nel confine
del Piceuo, l:i distanza nou e gr;uide. Questo, pero, non
Jii' import;i iuiiiiiiuimeute : ;i me cerio sembr;i piii proliabile
credere che la l(itt;i incessante, fattii d:igli Etruschi ;igli Uiubri
allo scopo di restriugerne sempre piu, ;i pro})rio vantaggio, i
limiti territoriali, fosse la causa determin;uite dell' invasioue
delle nostre contriide da parte degli Unibri. i (iiiali. ric;icci;ui
ormai fino all' Esi, nou potev;uio uou essere indotti a var-
carne le spoude: ma, del riiuaueute, coiuu!i([ue siauo audate le
cose, io (|ui teugo solo a tar coustat;u'e chc I;i 2U"esenz;i del
GLI UMBRI OO
popolo uiiibro a nord, o, se si vuole piu precisaniente, a
nord-ovest del territorio piceno, ,L(ia ci e accertata dalla storia.
Ora, i|uantun(iue noi non avessinio assolutaniente alcun
altro eleniento o altro indizio di sorta, per poter provare ehe
anclie in direzione sud dovettero espandersi gli Unibri, j)ur
tuttavia sareninio egualniente })ortati ad ammettere bi loro
occupazione del resto del Piceno da un semplicissinio sguar-
do, gettato su questa regione. Situata lungo il litorale Adria-
tico, non attraversata da alcnn fiunie di grande portata (po-
tremmo arrestarci anche al Tronto, volendo), ne da monti
importanti, che potessero presentare ostacoU serii ad uiui
niarcia in avanti, e, d'altra i^arte,
irrigata da numerosi corsi
d' ac<iua,
lungo i (juali si aprono valli fertilissime, sormon-
tate alla loro volta da ridenti colline, certo h\ nostra regione
non poteva non offrire grandi attrattive a (luel
popolo, che
gia ne avesse occupata hi parte settentrionale.
Sembrerebbe, per tanto, a dirittura inconcepibile che gli
Unibri, una volta arrivati a Cingoli, ivi si arrestassero, senza
affatto curarsi di spingersi a mezzogiorno, ove avrebbero tro-
vato un compenso ai possedimenti perduti nei fertilissimi
X)iani della Lombardia e neir Etruria, o vero che (luelli, i
quali dalle loro sedi centrali si erano spinti fino a Camerino,
in progresso di tempo, con f aumento della popolazione, non
dovessero sentire il bisogno di avanzare ad est, verso il mare
non lontano, occupando tutte (luelle campagne, che dall' alto
si abbracciano con lo sguardo.
Se non che, noi fortunatam;'nle della espansione umbra
lungo tutto il litorale Adriatico. fino dlV Aterno (se pure non
si voglia al Gargano, come })ii"i sotto accenneremo),
abbiamo
te4imonianze sicure dalla toponoma^tica, dalla storia e dalla
leggenda. Per cominciare dalla toponomastica, vicino a Ca-
merano di Ancona si ha il monte Uinhriaiio, e lo stesso Ca-
merano non piio non ricordarci Caiiieriiio, che gia ab])iamo
visto colonia degli Umbri, a cui ci ri})orta anche S. Maria
in Camerano, a sud-est di Montelparo, poco distante dalPJ.so,
e Camerata Picena. Seguono (piindi i tanti nomi di contrade
derivati dalP Umhro, che si trovano neir antico regesto ve-
scovile di Fermo : cosi neiramio 107!), sotto il nome di iara
7)6
PARTE PRIMA
S. Elpidii. e fatta meiizione di iiiia Cnvte de Paradiso et de
Vmhvemano,
iiomt' ehe si iiicontra altre volte; neirainio 1088
e ricordata iina donatio de castrtlis Latio et Uinhriaiio et
Circolo cnm portnhiis et piscutionihas, e il finnie Tenna,
Tinna \n latino. ci richiama evidenteniente il Tinia, oggi
Topino, deir Umbria, nelle vicinanze di Fuligno.
Yarcato il Tronto, a prescindere da Interamna (Teramo)
omonima .iWInteramna Xahartinm (Terni), a soli 16 Km. da
Teramo in direzione ove^t. snlla via che nnisce luesta citta
con Antrodoco, Tantica sal)ina Interocrinm. noi c'imbattiamo
in Poggio Umhricchio, a proposito del qualH nii piace ripor-
tare le parole del Pahna, (Storia di Teramo Vol. IV, pagi-
ne 137-lo8) : Xon ho ritegno a ravvisari' in (lucsta domi-
nazione un" altra prova di essere stati gli Uml)ri tra i primi
abitanti del nostro suolo. Se gli eruditi dalla dimora degli
Umbri stimano derivati i nomi di Yalte degti Umhri, di Bo-
^co Umhricchio e di Cognetto d' Umhri nei niunti del Grargftne,
o\e e appena credibile che gli Uml)ri si siano estesi, sia a
me anche lecito inferire che Poggio Umtirircliio nella regione
j)retuziana, certamente dagli Umbri tenuta, da costoro ripeta
r origine. Altronde troppo vantaggioso e quel sito sopra 11
Voniano. })erche di bnona ora non allettasse a i^iantarvi di-
mora . Xel quale passo, pero, iion si puo fare a meno di
non riprendere il Palma di quell' errore. che i filosofi chia-
mano petiiio principii, giacche mentre prima egli ste.sso dice
chf dal nome di Poggio Umhricchio gli sembra lecito trarre
nna prova per un' antiia occupazione umbra delF agro pre-
tuziano. poco dopn. in veee. afferma come assolutamente
certa una tale occupazione, dalla qualc. dj iiece^-^ita. inferi-
sce il nome di qmd poggio : egli, iusomniii, diniostra ideni
per idem.
E qui pntr.'i arrestarmi, perchc con I;i toj)o)iomastica a-
vremnio seguito con sicurezza Ic tracce degli Umhri fino al-
rAterno: ma, come trascurare indifferentemente quei vestigi,
che ci restano ancora sui nionti del Gargano "? Se fosse un
.sol nome, e riferibile a pena lontanarnente a quello del nostro
popolo, potremmo certo non tenerne conto : ma sono tre lo-
calita. Vatle degli Umhri, Boscj Umhricchio e Cognetto d'Um-
GLI U.MBRI 57
hri, nelle quali, come si vode, la derivazione originaria e
evidentissima, ed e giocoforza ([uindi pensare a (jualche cosa
di pin che a una seniplice omdnimia casuale. Del rima-
nente. pnr es-endo mia convinzione personale che gli Umbri,
padroni in tempi h)ntanisslmi delle migliori contrade dell'I-
talia settentrionale e centrale, e respinti poscia sempre piu
a sud dagli Etruschi, una volta varcato T Esi, cercassero di
rifarsi sopra tutto il litorale adriatico, a sud di Ancona, dei
domini perduti a nord, diffondendosi lentamente fino al Gar-
gano (unica barriera naturale, che potesse opporre seri osta-
coli ad una ulteriore espansione), dove infatti noi troviamo
le loro tracce, non di meno mi limiter(j ad affermai^e che la
toponomastica gia ci p^^rmette di sorprendere gli Umbri nel
territorio piceno.
Se non che, una preziosa testiuKjniaiiza storica conferma
luminosamente le nostre induzioni; vogliamo dire della testi-
monianza di Scilace. Premettianio, in tanto, che (luesti non
deve confondersi con Scilace di Cariancla, ammiraglio di Da-
rio d'Istaspe, re di Persia, perincarico del (juale fece alcune
ricognizioni geografi(die. iierch("', mentre con Scilace <Ji Ca-
riancla noi dovremmo risalire alla fine del VI o al principio
del Y secolo av. C, il Periplo in vece, che ci interessa, e
di uno scrittore della ineta circa del IV secolo ; non opera
originaria pero, ma solo la rifazione o nuova edizione di
altra piii antica, A scanso di e^iuivoci, adunque, chiameremo
il nostro autore con il nome di Psendo-Scilace.
Che (luesti, poi. non scrivesse in tempo posteriore al oOO
ce lo prova, fra le altre cose, (|uesto (die, cio(i, egli non co-
nosce i Bruzi i quali, assoggettati gia dai Lucani, appunto
intorno al S.")!) insorsero furiosamente contro i dominatori,
ne scossero il giogo e si rivendicarono in liberta, formando
cosi una potente confederazione che. a partirc da (|uesto
tempo, sali a grande importanza politica nell" Italia meridio-
nale. E impossibile perci(') supporre che, qualora V opcra
dello Pseudo-Scilace fosse di data posteriore a queUa da noi
indicata, non vi si dovesse trovare traccia del popolo l)ruzio,
.affermatosi gia rome nazione.
58
PARTE 1'RIMA
Lo Psendo-Scilace, aclunque. farendo la geografia delF I-
talia verso il 380-350 av. C, nella descrizione del litorale
adriatico. da sud a nord, ai Sanniti fa succadere immediata-
mente gli Unibri, che occupavano quel tratto di costa in cui
e Ancona: Mstoc os Xaovitac sO-voc saT-.v "0[j,|'jp'.xoL xal ~6X'.? sv
Xotiamo, intanto, che altri in vece di la-y/iT^ac legge
Aa'jv'l-:ac, lezione non affatto destituita di fondamento e che

anclie noi potremmo indifferentemente accettare : anzi. te-


nendo presente che i Dauai a nord si estesero precisamente
fino al Gargano, non potremmo vedere nelle tre localita. che
gia abbiamo trovato su questo monte dominato dagli Umbri,
11 primo anello della catena dei possedimenti di questo po-
polo lungo il niare fino ad Ancona "? Checche sia, pero, di
tale discrepanza, a noi non reca nocumento alcuno, perche
In un modo, o neH' altro, come meglio vedremo in seguito,
11 passo riportato ci offre sempre un argomento inopiiugna-
hile a sostegno della presenza di nna popolazione di razza
uml)ra nelle nostre contrade.
E adesso noi <i domandiamo : lo Pseudo-Scilace intende
qui parlare direttamente degli Umbri come nazione, val
^
a
dire, crede che gli Umbri del Piceno e anche dei paesi sa-
bellici. dei I^rentani, dei Marrurini. dei Peligni, dei Ve>tini
6 dei Pretuzii, se si vuole, non siano che una semplice di-
ramazione di quelli che noi troviamo nelle loro sedi storiche,
alle quali jioscia lasciarono II nome, o vero egli vuole com-
prendere nelF appellativo '0;j.3rv.y.oi non solo gli Umbri-na-
zione, ma anche popolazionl ad essi strettissimamente affini?
Una tale fjuestione dl necesslta, ci conduce a discorrere dei
Picenfes.
La prinia volta che noi vediaino apiKiiii-,' iiflla storia
(lue-
st 1 noaie
<"'
nel '2W) av. 1' E. V.. nrl ([uale anno Livio (X l(i>
fissa la conchrsione del trattato di alleanza fra Ronia e i
Pifeiiti
:
eo miHus cmictanter foeclus ictum cum picenti po-
pnlo esf, alleanza che probabilmente fu chiesta dai Piceati
stessi, in seguito ai timori destati dal Galli. i quali, sempre
irrequieti, avevano o])e:'ato una nnova incaisione verso I' Ita-
GLI UMBItr 59
lia rentrale e, spiutisi siil territorio roiiiauo, lo avevauo sac-
cheg^^iato.
La deriva/ioue del popolo piceute dai sabiui e uuo dei
fatti (leir autichita uieKlio accertati dalla Storia. E celebre
/'
orN siDit (i Sahhiis vofo vere sacro di Pliuio, couferuiato
da Straboue : (ofjaTjV-a'. o' s"/. ir^c Xa3ivrjC oi Hty.svrlvo'. opooxo-
XaTTTOo TTjV ooby iyirp'y.<Li'^rj') zolc. ao/rjYita-.c. v.z oo xai TOovo|j.a,
e poco priuia aveva detto : To-jicov (i. e.
Xajj'>Aov) o' a7ro'.-/vOt
11 '.-/.= viLvo'. xal Xa'jvita'., a cui, tralasciaudo le altre, a^^giuuj^^ere-
luo solo la testiuiouiauza di Festo. Picena regio iri qua est
Ascnlnin, dicta qiiod Sahini, ciini AschIhdi profjciscerentnr,
in vexillo eoruin picus consederit.

In.tal uiodo risulta auclie evideutissiuio clie i Picentes, e
da es3i poscia la regioue iu cui si stauziarono, furono cosi
cliiaiuati dal picas, noto uccello cht' i Sa])iui avevauo consa-
<-rato a Marte, secoudo che, fra gli altri, ci dice lo stesso Stra-
boue. il (piale seguita a scrivere : W./.oy '[ap tov opviv toutov
6vo;j.aCo'3aLV, y.'y.[ yo[v.'C,o\)'j'.v "Apscoc i=,oov, e nel territorio degli Er-
nici si discute intorno al nouie del })aesello Piglio, (die potrebbe
essere derivato da PicKlns, essendo nota
1"
origiue saliiua di
questo popolo, che aveva Marte per uiassiuia divinita. Un
nome di popolo, iu fatti, puo l)euissiiu() derivare da (_|uello di
uu auiuiale; cosi in territorio pure sabellico troviauio gli Hir-
pini da hirpns, e possiauio anco ricordare, per esenipio, i Taii-
rini del uord-ovest (ritalia: solo la ('oucezione varia, ora per
r abbondauza di ciuel tale aniniale iu quel dato territorio, ora
per le dottrine genetiche o genealogiche, per cui la zoologia
si viene a confondere cou
1'
autropologia. E vi e pur uuo che
ignori cou (|uale auiuiale vada riconnesso il nome d' Italia ?
Assodato, dun(|ue, clie il Piceno fu cosi chiamato dal PiccJiio,
cadono luituralnieute tutte le fantasticherie degli antichi e dei
moderui, clie hauuo favoleggiato allegrauiente iutoruo a un
Re Pico, figlio di Saturuo e padre di Fauno, che avrebl)e do-
ininato nel Lazio e nel Piceno, e di (Uii il buou Cauonico A-
danii diceva di possedere una luoucta auteiitica !
Al)biamo gia avuto cainpo di notare i vari strati di po-
polazione, che (|uasi tutti gli storici locali dict)no o successi-
vamente o conteinporaneamente stauziati nella uostra regione,
60
PARTE PP.IMA
diindoci pero sempre coine etniranieiite distinti ^di Uniliri e i
PLcenti
;
per noi, al eontrario, secondo che gia si e per inci-
denza accennato, se qnesti due popoli non formano nna rigo-
rosa nnita etnografica, sono pure tuttavia tia loro talmente
affini di parentela. da ])otersi considerare come un popolo
solo.
E (ipiiiione concord.e di tutti .uli storici chc gli L'nil)ri fos-
sero gli al)itanti piii antichi d"Italia. tanto vero, che erano
ritenuti i superstiti dtdla inondazione della terra, lontanissimo
ricordo, senza dul)t)io. del diluvio mosaico, nel concetto cri-
fetiano, del diluvio di Deucalione, in vece, nell' idea pagana.
Glottologicaniente, in fatti,
\)[j,,3f^r/.6?
copre I" hnher latino, e
quindi con grandi-^sima probabilita ''0;j.|iryO'. od "Oa^.oixoi cor-
rispondono ad aqiiicolae. h\ Plinio (III 14) noi troviann) gia
espressa (luesta credenza degli antiihi :
TJmhrornm gens atiitqnissima Ifaliae exisfimafur, ut
qnos Omhrios a Graecis piifent clictos, qaorl umndatione ter-
rarum imbrihus superfnissent, e Dionigi di Alicarnasso, (I 19)
oltre che conferma la remotissima niitichita di (piesta gente, ci
attesta anche la sua grande diffu^^ionc pe-r ritalia .... slc rrjV
'O|j.,3,o'.7.(bv a'^'.7.voOvTa'. /woav. rcov (iaooo-jVTOjv
"Af;op'.Yi'3'..
J\uXri.
03 7.a'. a/./.a -.'(^z iTaXiac /ojp'la oV/.o-jv o: ()'j.3p'-7.o'^ 7.al r,v -/izo
To slhvoc sv TOic ~dv'j |J.;7a te 7.ai dp/aiov.
Ora
("
noto che aiKdie i Sabini erano considprati popolo
antichi-^imo. Vari'oiif ci dice che gli Abi^rigeni erano Sabini, e
allora e evidentc chc iicH"
"A|3op'.Yia'. di Dionigi si vuole anclie
alludere a ({ue^a j^opolazioiie, conie parimenti fra poco vedremo
che lo stesso Alicarnasseo comprendera promiscuamente sotto
r appcllativo
a'j()-'.YsvEic gli Und)ri c i Sa1)ini. Slrabonc alla
sua volta (V. 22S) chiamava (luc^li ultiiiii ((nfichissimi <'d
antocfoni.
Diiii'|iic
p-r (lucsti scrittori i tcniiiiii itiffiffoii, Ahorigeni,
anfocfoni si ('|uivaIgouo, c })erci(') (iiiando iioi vcdiamo lunni-
nati dalla storia gli Aftorigeni sui nioiiti dclla Sabina e nelle
viciiiaii/.c. iii (r.rczioiic di iiord-cst, altro non dobhiamo inten-
dere chc gli ste^sj Umbri e Sabini, |)erocche il vocaholo Aho-
rigenes non sta a rai^i^resentare alcuna entita etnografica, ma
'e un terminc convciizionale, o, diremo cosi, di ripiego, escogi-
(,LT UMBRI 61
tato div^li aiitichi per coprjrt' pietosainente la loro ignoranza,
e (juiiiili anrhe hi nostra, circa il nome e le vicende di quelle
popohi/ioui, antecedentemente nl tempo in cui le sorpresero
uelle loro seii i itriuii h:)gogratl o storiografi o geografi, che
ce ne lasciarouo poi il uouu', cou cui uoi le couosciamo nelhi
storia. Con Ahorigeni, aduu([ue, itidigenl, an^ocfoni, si vo-
ghono iudicare popoli stanziati iu ([uei luoglii, ah origine,
vale a dire popoli (U anticliita si remota, da essere assohita-
mente iuipossi])ile rintracciare l" epoca di immigrazione ueHe
hiro sedi storiche, e il luogo di proveuieuza, perch("' uessuno
credera mai che ivi fossero stauziati (htl }triucipio del mondo.
Ora, teneudo presente quauto ahhiauu riportato dagli autori
sopra citati, considerando che daUa storia uon al)biamo uotizie
di guerre couihattute tra Umbri e Sal)iui, e dau(h) anche uuo
sguardo alla coutiguita del territorio sal)iuo cou ([uello a cui
gli Uuibri lasciarono il loro nouie, ci sembrerel)be gia lecito
poter pensare ad uua couuuiau/a di razza dei due popoli, i
([uali iu riguardo ap[)uuto ai viu('oli di sangue da cui sono
astretti, vivono paciticameute gli uui agli altri viciui. Ma for-
tuuatameiite abl)iauu) una testimouiau/a storica, dalla ([uale
si rileva clie gli Umbri e i Sabiui uou solo luinuo una stret-
tissima })areutela fra loro, ma souo a dirittura fratelli: ZtjVo-
ootoc o'6 Tf/otC^^jVioc aoYYpa'^ s'jc*** '0|j,ijf>'.xooc s\>voc a^jO-rcsvsic
'--
otoijei to [J.3V T^rjGiiov o'.7.r^aai -3pl z-f^y y.aXo-JiJ.svr^v Pzy.ziyqV sxsi-
{^sv 03 h~b litXaoYwv sisAa-jlHvrac. slc Ta^jirjV a/^cxs-ji^ai Tr^v
Y'^^^
ivx^a Vfjv or/.Ofja'.v y.ai, [j.3Ta,jaXovTac a[j,a to) t6~(.) TO'jvo[j.a, Xa,3'[-
^'o-j?
3c
(h.[j^j'.yMy ^rpoaa.Yoos-jl^rjVa'.. Ka.Tojv 6s Worjy.io- zb [isv
6-
vo[j.a T(j) Xa|i'lvojv si>vsi TsO-rjVai rprpiv sxl }:^a|jivo'j too XaYXOo,
6a''[j.ovoc s7r'."/ojf>'lo'j (Dion. d' Alic. II 4!^)).
Ora ([ui niente e di iuvoluto e di oscuro. Se uoi trovas-
simo il racconto di Zeuodoto iu aperta ojtposizione cou altre
notizie storicameuto acrertati', o cou altri elemcidi di fatto,
lo rifiuteremmo di certo ; uui, [)()i che [)er (puuito si sa[)[)ia,
iiulla assolutameute fiiiora lo coutradice, [)erch(' dovremmo, a
pviori, r('s[)iugerh) '? Pariuieiiti : se uiui tale iuformazioue ci
veiiisse da Diouigi, coiue direttamente dataci da hii, e da lui
s(ilta!it(i, forse ci sarebbe sospetta, sa[)eud() iioi che nou })ii6
seiiipre [)restarsi iiitcra fedc a (piesf aiiualista, s})ecie })oi })er
62
PARTE rPJMA
la parte
antichissima deH' opera siia
;
ma, per nostra biinna
ventura, egli ha avnto cura di farei conoscere la fonte, da
cui ha attinto \a notizia tramandataci, e allora, giacche anche
Plutarco (Bom. 14) dice rhe Zenodoto da Troezene fu autore di
una Storia dei Sahini, integrando cosi la notizia di Dionigi,
perche negare, per il semplice diletto di fare una critica de-
molitrice, credito allo scrittore greco il qualc (dtre che sugli
elementi sopra di 'ui iioi fondiamo il nostro giudizio, potrebbe
aver formulato la sua atfermazione in base ad altri dati po-
sitivi, forse anche sopra una tra^lizione scritta da logografi
storiografi anteriori, a noi non giunti "? Cio che si attesta
da Zenodoto e semplicemente questo
;
che, cioe. allorquando
gli Umbri dalle armi dei Pelasgi furono cacciati dall' agro
reatin(. j)arte di essi, cangiato con le sedi il nome, si chia-
marono Sabini, in luogo di Umbri, e da se nominarono h\
regione novellameute occupata. A dirittura niente di strano,
adun(jue : checche sia dei Pehisgi, altro ndnie piu ehistico e
piu ingombrante che (luello dei Tirreni, (rn i (juali moltis-
simi li iianno compresi, si ammetta o pui' iio la espulsione
degli iudigeni, a-jO-iYEVEir. dal loro centro (iriginario, da parte-
di un [Kqiolo che ci e assolutamcnte impos>il)ile identificare,
sta di fatto che qui si parki della scissione di una raz/i in
due rami, I' uno dei quali, caml)iaudo sede. assume anch un
nuovo nome. Ma qual e questo nome e da chi derivato'? Sahino
da Sahtts figlio di Sanco, che Catone, fra gli altri, dice
divinita epicoria degli Umbri, e non fantasticamente questa
volta, perche h\ sna asserzione trova })ienissima conferma nei
docaiuicnti snperstiti piu imi)ortanti dclla lingua di questO'
poi)ol(), le Tahulae EHgnhinae, uelle iuali il nome di Sanco
ricorre ad ogni pie sospinto : nella sola tav(da YI-B, per e-
sempio, s' incontra l>cn Hxdici vnWt^ ! II nuclco,
dun^iue, che
si sciude porta via anclie il culto del Dio adorato dalla fami-
glia comuue, preso pero non nella sua persona medesima, ma
su quella del supposto figlio, Sabo, Sabino, nou altri che il
leggendario eroe eponimo della stirpe, innalzato poscia agli
onori divini. E non e lecilo. allora, scorgere in questa filiazione
di Sabino da Semone Sanco un altro indizio dclla discendenza
dei Sahini dagli T'nil)i-i, sccondo cjic ci affcruia Zenodoto
"?
GLI UMBRI B3
Ma vi ha di piu : si e j^na visto clie Strabone dice Ra-
venna cittd degli Uuihri, nientre alF incontro Plinio (III 115)
vi pone i Sabini : RaveHiia Sahinorum oppidnm cum amue
Bedese : qui a nie non importa indagare quale dei due geo-
^rafi al)l)ia riprodotto piu fedelniente
1'
espressione, clie do-
veva essere nella loro fonte eonuine, o se pure in (|uella citta
debba aniniettersi una diinora eonteniporanea o suecessiva
delle due poi)olazioni : a me preme solo rilevare (|uesto, che
cioe a Plinio e a Strabone, o alla loro fonte comune. doveva
essere noto il fatto della identita etnografica degli Unil)ri e dei
Sabini, per cui agli uni ed agli altri liaimo promiscuamente
attribuito I' origine di Ravenna, pero che pensare piii tosto
che la divergenza fra i due geografi debba assumersi come una
testimonianza per una distinzione netta di razza fra i due po-
jioli, ci condurrel)l)e alla necessita di ;innnettere la })resenza
clei Sabini, conie nazione, nelle pianuro padane, e di conse-
guenza una lotta con gli altri al)itanti di Ravenna, fossero
anteriori o posteriori nel domiiiio di essa, cose (|ueste, pero,
di cui nessuno trova le minime tracce nella storia.
Ed ai medesimi risultati, circa la stretta parentela inter-
cedente fra gli Umbri e i Saliini, perverremmo certo in seguito
a considerazioni sull' affinita dd loro linguaggio, affinita che
doveva essere molto grande. Disgraziatamente, per^j, non ci e
concesso di fare una conveniente comi^arazione fra lc lingue
dei due pop()li. non pos-iedendo testi di (luella sabina, e dob-
bianio quindi accontentarci di giungere indiivttamente al no
stro obiettivo, notando clie la lingua degli Umbri presenta
una cospicua somiglianza con il linguaggio degli Osci, tanto
vero, che i dialetti italici sono divisi comunemente in due
gruppi : Osco-Umbri e Latini. Ma e noto che i territori oschi,
nel mezzogiorno d' Italia, furono occupati da popolazioni sa-
])elliche, oriunde sal)ine, e di consegueiiza nessun dubbio cjie
I' affinita del linguaggio und)ro con qu(dlo osco sia derivato
precisaniente da potenti infiltrazioni ddla lingu.a sabina nel-
r osco originario, con che si torna a dimostrare. (piantun^iue
indirettaniente, coine gia abbiamo avvertito. la grande somi-
glianza, se piire non voglia dirsi addirittura uguaglianza,
delle Itngue umbra e sabina. E la nostra induzione fortunata-
64 PARTE PPJMA
ineiite e corroborata deir autoritH di Servio. il <|iialt' al
verso
2:^)3 del III libro deir Eneide iiota : Sahiui et Umhri
quae nos mala dira apijellant, autorita che, (juantunque i-
solata, non puo non avere ugualmente per il nostro proposito
la sua alta iiiii)ortanza.
Giunti fin ({ui riuscira nianifesta ad ognuno la conclusione
che io intendo trarre dalhi strettissinia affinita etnografica,
orainai iudultbia, fra Uiiib]-i e Sabini
; poi che, se questi due
popoli sono raiiii di uno stesso tronco, e possono considerarsi
(juindi fratelli, e chiaro che pu(3 medesimaniente inferirsi,
con legitima conseguenza, hi cognazione tra gli Uinliri e i
Picentes, essendo uu fattn di certezza storica assoluta hi de-
rivazione di (juesti ultimi dai Sabini. Ed ecco perche, ritor-
nando ora alla nota testimanianza dello Pseudo-Scilace. iioi
dicevamo che si potrebbe accettare anche la lezione che ci
da Aa-jviTac in vece di Xa-jvirac, giacche con "j,=ia oi AaoviTac
il geografo avrebbe compreso sotto il nome di "0|j,,3;>'.y.oi
anche le popolazioni sabelliche, stanziate ad est delfAp-
pennino dal Gargano ad Ancona, e certo, (luesto, per la
ragione che allo Psendo-Scilace dovevano essere noti i vincoli
di sangue, intercedenti fra gli abitanti da lui trovati dal
Gargano al promontorio Cunero (piu a settentrione di qr.^^sto
non c' importa), discendenti tutti o immediatamente o media-
tamente da un ceppo comune, di modo che essi alla coscienza
delk) sci'ittore dovevano apparire come un popolo solo.
Clic poi nella deiioininazione
T)|j.fi;7'.-/.o{
il nostro geografo-
includessc anchc i Picpittrf^. e facile dimostrarlo. In tanto
egli iiel suo Pcriplo non li noinina, c a ncssuno verra mai
in mente, credo, di sostenere che una tale omissione debba-
attribuirsi al fatto che al tempodello Pseado-Scilace i Pi-
centi non si fossero ancora stabiliti nelle loro sedi storiche.
Abbiamo gla visto, con Livio, che vcrso il 800 av. C. il po-
polo picente strinse alleanza con i romani, c d' altra parte-
si e detto pure che il nostro geografo non pote scrivere che
nei decenni iiiimediataiiiente precedcnti la meta del sec. IV
av. C. Or dunque se. a pena mezzo secolo dopo la data, a
cui risale la nostra testimonianza, noi troviamo stanziati i
Picenti dal Tessuimim SiWAesiSy e ve li troviamo corhe po-
OLI UMBRI
65^
polo numeroso e valoroso, con il qiiale Roma stipula un
trattato di alleanza a condizioni perfettamente uguali, si po-
tra ragionevolniente affermai^e che la immigrazione sabina
nel nostro territorio dovesse solo avvenire qualche decennio
innanzi al principio del III secolo, vale a dire proprio poco
prima che noi vediamo nominati i Picenti nella storia come
nazione saldaniente costituita? Si agginnga. inoltre, che 1'
i-
potesi contraria alla nostra e assolutamente inaccettahile an-
che per la semplice considerazione che, (jualora la presunta
priniavera sacra di Plinio fosse avvenutii dopo il 380-o50
avanti V era volgare, noi ne dovremmo avere in qnalche
modo notizia, trattandosi di un fatto accaduto in un tempo
relativamente cosi recente.
Avevano, quindi, ragion di dire fin dal principio che la
testimonianza dello Psendo-Scilace c a dirittura preziosa per
il nostro assunto. poi che, mentro da una parte ci offre con
sicurezza un terniitiKs ante quem per T immigrazione dei
Sabini in queste nostre spiaggie adriatiche, dalT altra ci da
la prova assoluta a sostegno della grande aflfinita fra i Pi-
centi dei tempi storici e gli rmhri, e della dimora di ([uesti
ultimi nel Piceno.
Adesso, per tanto, che ci e lecito prender come umhro-
picente, o, meglio forse, umbro-sabino-picente la popolazione
che sorprendiamo nel nostro territori() al principio dell' eta
storica. vogliamo riportare, secondo che gia si e piu in-
dietro accennato, anche V argomento tratto dalla leggenda, a
proposito della presenza degli Umbri nella regione picena,
allo scopo di poterci con maggior sicurezza avviare alla con-
clnsione, alla (piale tende (luesta rassegna delTantica etnogra-
fia del Piceno. Che, se la leggenda non puo avere un valore
assoluto, non si pu(') d'altra parte sostenere che essa non con-
tenga mai alciin fondo di verita, essendo altrimenti inconce-
pibile la sua formazione, c la nostra poi, avnto riguardo ai
nomi di cui si fa cenno, deve appari]'e molto significativa.
Ce r Jia conservata (Plutarco) al cap. 33 dei
z=f>i
-apaXXr^Xcov
'EXXyjV.zwv /al 'P(o;j,a'.-/.(7jv ed alla fine, come vedremo, ci dice
egli stesso di averla tratta dal libro
:')"
delle iTaX-.xa di Do-
66
PARTE PRIMA
siteo : "lI|i'.oc ToXUil Yr/|J-a;
Xooxspiav sa/ ooo -aioa^ r/. "cao-
TY|C. Ey/e 03 y.al 3^ azsAsoQ-spa? 7.aXX='. irsfii^XsTrTOV $tp[j.ov. 6v
Tto)v YVTji-lojv j.aXXov saTSf/Ys.
'H
i?;
Xo'jy.s,o''a zrjbc zhw tt^ooyovov
[v.ooizoYf^rjOic i5ca7.si|j.svrj, to'jc -aioa:; avs-soO^sv (a'jT6v avacpsiv).
TcijV S^J^jSJjWC
aVaVS^JOaVTtOV. a-JTY, t6v
'^ry^ry^
hr^O'(rp=, 7.al V'J7.-
t6c to'j acoaaTO'^'jAaxoc t6 ibbo:; s/z/.^jia^ja 7.a'.o''ojc stoojos tov y,o'.-
j.(t);j.svov, rf/.aTaXi-oa^ja t6 ^'1'/0c. To'j ok 'JCoaaTO'^''jAa7.oc 'j-o-
ttts-jO-svtoc, 6 TTatc tt^v aXrjy-siav asys'..
'0
os to'jt<}v -S-a-liac. tt,v
Yuvaixa i'^'JYa5s'jasv.

ii; AojaiO-soc sv TpitTw lTaXt7.wv,
Ora chi non vede che Xiiceria e Firmos richianiano evi-
dentemente due citta poste in due regioni liniitrofe, rUmbria
e il Piceno '? Pero, se si volesse cavillare rhe, piu tosto che
della Xiiceria umbra. qui potrebbe esser fatta menzione della
Nnceria Alfaterna, nella Campania, a noi ciu poro importe-
rebbe, perche sappiamo da Plinio (III 60) che. fra i vari altri
popoli, anche gli Umbri un tempo ebbero stanza in questa
regione : . . . . Et hoc quoque certanieu Jiumanae volnptatis :
tenuere Osci, Graeci, Umbri, Tiisci, Campani, e d' altro
canto e superfluo ricordare che anche i IIt7.svT[vo'. vi furono
trapiantati dai Romani dopo la sottcmissione del Piceno.
E adesso cerchiamo di identificare
"Ili^toc ToXtst^.
Qui e necessario tnrnarr a discorrere alquanto delle di-
vinita, adorate principalmente nel territorio umbro-sabino-
picente, poi che, mentre nel nostro e^ame riscontreremo il
fondo di una religione comune alle tre popolazioni, ne de-
durremo anche una maggiore conf< rma cin-a quanto abbiamo
gia detto intorno alla Dea Bona.
Xon sappiamo veramente se Tolieix sia una forma alte-
rata. o meno, poi clie noii ne troviamo ri-contri in altri
luoghi. La desinenza ce lo mostra un nome (rinq)ronta osca,
come per es. Meddix, e V etimo ci ri})orta a Tolenus, iiume
sul confine fra la Sabiua o il paess dcgli E(|ui, e a Toleriis
detto anche Trerus, V odierno Sacco, fra gli Ernici e i Vol-
sci
: ritorniamo per cio sempre o nel paese dei Sabini, o in
altri, a cui senza dnbbio si estese la loro influenza.
Prescindendo, per tanto, da Tolieix, ri fermeremo a con-
siderare solo la prima parte del nome del })rotagonista della
leggenda.
GLI UMERI 67
Fra gli aiini 1S69-1870, eseguendosi in Ferniu lo sterro
])er la via detta Della Barriera , venne fiiori, fra le altre
anticaglie, nn roccio rozzo di forma e di niateria, di terra
arenaria, propriamente un opcrcolo circolare, con ogni pro-
babilita di un" nrna vinaria. Intorno al bottoncino centrale,
che evidentemente serviva pcr prendere in mano il coperchio,
si vedevano rilevati dei segni ej^igrafici. nei quali il profes-
sor Mecchi lesse la parola LOFAS. Noi non abbiamo la pos-
sibilita di riscontrare la lezione delF egregio professore, poi
che disgraziatamente V opercolo inii non si conserva, ma co-
noscendosi la singolare diligenza del Mecchi nella lettura
di documenti epigrafici antichi, spettanti alla sua citta na-
taU", non abbiamo ragione di non aecettare la interpretazione
data da lui a quei segni alfabetici, per cui in LOFAS e facile
vedere LOFASIUS, uguale a LoeJxisins, allo stesso modo
che Lofertos corrispondente al latino Lihertns, e Loebashis
nella lingua sa])ellica significava Libero, dio del vino, se-
condo che ci assicura Servio : Qiictmvis Sahini Cererem Pa-
iiem appettent, Liherum Loehasinm . E, tenendo presente Tuso
cui doveva servirc rurna. alla quale apparteneva V opercoto
in (juestione, si avra una ragione di piii per ammettere che
in esso in realta fosse scritto LOFAS, nonie indiscutibilmente
umbro di (juella divinita, che i Sabelli chiamavano Loeha-
sins, attestandolo la spirante interna, alla (juale i Sabini poi
risposero con la tcihiate. Ora il Mommsen, {Ann. cletV Istit.
cti corr. arcti.
1S48
pag, 460 ss.) in una lettera alT Henzen,
relativa air iscrizione del I)ronzo di Agnone, a proposito
della divinita ivi nominata evktid ed erJdid paterei, scrive co-
si : II Dio eddiis, dovendosi rintracciare fra quei pochi che
comunemente diconsi patres, niun altro puo venire in pen-
siero fuori che il Lil>er Pater, stanteche il Giove si trovera
piii tardi, e il Xcttiino padre, il Martc padrc troppo si al-
lontanano d;il cuUo rustico. AH" incontro
("
cosa conume di
trovare congiunti il Silvano con il LiJ)er Pater. Qnanto al
nome, evktiis non somiglia ne al latino uc' al greco nonie di
Bacco, ma ci(j sta bene. essendosi detto il Bacco dei Sabini
Elione, ne dul)ito di riconoscere qui la forma epicoria di co-
tal nonie, ritenendo il ctiis per nna giunt;i derivativa, sic-
68 PARTE PRIMA
come trovo il Priapo in due mie lapidi detto Priapisco, iii
quella giiisa che Marte dagli anticlii Roniani e Sanniti ve-
niva spesso chiamato col raddoppiamento Marniars, da che
deriva il Marmar del cantico degli Arvali e il Maniers degli
Osci. Cosi pure da Ebone, ossia Eho, si {'orma Ebicuhis, Ev-
klits, come privichis da privo ecc. Ed e notissimo essere
YEbone un Bacco vecchio, che rettamente dicesi ^jfer . Con
le quali parole del sommo maestro conviene pienamente THu-
schke, (die Osk. tmd Sab. Spr. pag. 7) il ijuale iione sen-
z' altro EvMiti=Evio, ossia Baccho.
Xon si puo fare a meno, adunque, di non ravvicinare a
questa divinita. di cui il Mommsen cosi saitientemente sta-
bilisce il nome che aveva preso i Sanniti. V "ri,3'.oc, che la
nostra leggenda da come marito a Xiiccria e padre a Fir-
mos, ravvicinamento che a})parira tanto piii legittimo, qua-
Jora si ricordi che
1'
eponimo della stirpe sabina, da cui
trassero origine Sanniti e Picenti, e da Yirgilio appellato
pater Sabinus Vitisator. (Jnde e lecito inferire clie colonie,
propagatesi da juella gente, ritenessero 11 culto della mas-
sima divinita nazionale, e che Ebio nc fus.se il nome osco,
donile 1' Ebiciilus dei Sanniti e V Ebius della leggenda, che
ricollcga i Picenti e gli l'mbri con gli ().->ci ilella Campania,
secondo che si rileva chiaramente dai nomi in essa contenuti
e dall^esilio, di cui vi si fa menzione. Per tanto: o si ritiene
ii nostro Evio come appartenente alhi famiglja di SaJxj o Sa-
hino, si crcdc pifi tosto identico a SaJiiuo stesso, cio poco
importa
; a noi basta che si ravvisi in esso rattributo prin-
cipalo ed universalmente riconoscinto di Pacco, chc si ri-
trova iicl Vitisafor di \'irgiIio npjjlicato '<\l ^iafcr Sabiuus :
ed allora, ricordando la grande coltura della vite nel Piceno
e fautichissima rinomanza dei vini di questa regione, come
possiamo desumerc da Plinio (XIV ()7) . . . . ex rctiqiiis (vi-
nis) autem a supero mari Praetutia atciue Anconc )iascen-
tia, et quae a palma una forte enata palmensia appetlavere,
conchideremo che le tracce, che noi troviamo di Bacco, sotto
il nome
Lofasius nelP opercolo delP urna vinaria di Fermo,
non possono non otfrirci anch' esse un indizio molto signi-
iicativo per la relazione fra il Picen.), particohirmente poi
GLI UMBRI 69
la iiostra citta, e V Umbria, relazione che noi credianio di
vedere manifesta nei nomi e nel contennto della leggenda,
narrataci da Dositeo. E sembrerebbe che ad arte lo stesso-
Plinio avesse volnto -oncorrere <-on noi nel mettere in rap-
porto i due territori contermini nmbro-picente in niateria
vinicola, confermaudo anclie in tal modo quanto si e detto
intorno al Ebio. allorche nel inedesimo libro XIV 37 scriveva
che
1'
Uva Itriuki, Unihriae Mevnnatiqne et Piceno agro jpe-
cnliaris est.
'.iti
"..
D' altra parte, poi, appare chiarissimo perche ad Ehios,
considerato come identico o affine a Bacco, cioe a Liher o
Loehasiits, sia data in moglie nna liberta, doiide il figlio
Firmos, sapeudosi ciie la diviuita protrttrice dci lil)erti era
Feronia, divinita essenzialmeute sabiua, venerata auche fra
i Pirenti. come da uu' iscrizione di Septenipeda, e fra gli
Umbri e i Sabelli. Alibiauio gia visto sopra che Feronia e
ideutica . alla Yesana dei Mar.-i, Volsci e Umbri : aggiunge-
remo qui che Mommseu raffrouta VesHiia cou la Giuuone
dei Latini, scriveudo iu propo.sito : (A]ni. delV Ist. di corr.
archeol. 184S pag. 101, ss.) Sarel)be la Vesnna a paragouare
con ]a Ginnone latina ; e di cio parmi potersi traric buou
argomento da questo che. per cin clr io ne sappia, uou av-
viene inai d" iucontrare il uome di Giunone nei monumeuti
di alcnn popolo che adorava Yesnna. E qnesta, non dico i-
dentita, ma somiglianza si confermera vieppiu qnaudo si ri-
fletta che, fatto il confronto dei uomi Yesnjia e Feronia, o-
gnnno li avra per identici, come sono infatti. Con la quale
opinione ben si coucorda cio che dice Varroue che i Roraani
ebbero la Ferouia dai Sabini, e clie quanti testimoni abbia-
mo negli scrittori del culto della Feronia presso i Volsci,
Marsi e Umbri. altrettanti ne porgono in favore della Yesnna
le lapidi degii stessi popoli. La strettissima relaziouo poi
della Feronia con la Giuuone fu da un pezzo dimostrata (hil
Fabretti. Chiarameute ce lo dice Servio (Aeneid. VII.
sni))
:
Inno Yirgo Feronia dicehatnr e piii pregevole e autore-
vole ancora e il racconto di Livio, il (juale narra che meutre
le matr^yne port luo un dono ;illa Giunone regiua, aJla d(\a
Feronia uu simile viene offerto dalle libertiue: .... matro-
70
PARTE PRIMA
naeqiie, pecnnia collata qaantum conferre cuiqaam com-
modum esset, donum Innoni Reginae iu Aventinnm ferrent,
lectisterninmqne fleret
et nt lihertinae et ipsae, nncle Fero-
niae donnm daretnr, pecnniam pro facnltatihns snis confer-
rent (XXII 1). Aiiche fr;i i iuarmi ne abbiamo uno (che non
-so pero qiiale autorita abbia e a qual paese appartenga, ma
che amnietto perche non ne ha dubitato il Borghesi e non
lo crederei fatto sul passo di Livio citatu) Innoni Beginae
et Feroniae ; e poi un altro collocato nella cattedrale di La-
rino, intitolato Innoni. Feron.

L' identita di Giunone con Feronia pun quindi dirsi di-
mostrata. e di conseguen/a cin clie la Feronia era nel paese
dei Sa1)ini, o Sabelli. ed rnibri, a lioma era rappresfutato
da Giunune, e, quando anche in (piesta citta fu introdotto il
culto della Dea Feronia, e^so veniva i)raticato dalle liberte.
Noi abbiamo gia trovato nella iscrizione marsica Yesnne
Erinie et Erine Patre. Ma che cosa e Erlnie P Non essendo
genitivo, e non poteiido quindi esprimere un' idea matroni-
mica, evidentemente o indiea una divinita distinta da Ve-
sniia. m\ appellativo di questa. Ci sarelibe indifierente
r una e 1'altra ipotesi, perche eutrambe tornano al nostro
proposito
;
a nni. })er6. semlira piu pr(>i)al)ile la seconda. E
allora : che cosa vuol dire la Feronia Erinia? Ben puo a
<iuesta ravvicinarsi la Heries Martis. la Heries Innonis,
la Inno Fehruata ecc, elementi tutti che ci riportano in ter-
ritorio sabino, i).'rclie. ad es.
Febraum sabine purgamen-
tum, ct id i)i sacris iiostris vertjnm
ci fa .^apere Varrone
(de L. L. V.
')).
Ala non soltanto le voci Feronia ed Heries
stanno a rappresentarci la stessa divinita. ma esse sono
anche foneticanieute identiche, alnieno neiretimo: chi non
conosce, in fatti. che la spirante iniziale sabina si cam-
bia neir as])irata suUa bocca dei Latini ? Basterebbe il solo
hircns quod Sahini
fircns
di Varrone, sempre autorita su-
prema in proposito : ma egli fa anche sabino faedus che per
i Boniani sara poi haedus, e agli antiqui, ossia ai Sabini, si
attribuiva fostis per hostis. fostia per hostia, fordenm per
hordeum ecc. Ed ecco perche noi crediamo che nella iscri-
zione marsica i due nomi Yesune Erinie rappresentino una
GLI UMBRT 71
sola peisona, vale a dire quella diviiiita, clie nel fondo mi-
tologico sabino era raffignrata in Feronia e in quello romano
nella Giunone, e quindi che Feronia ed Erinia sian, in realta,
la cosa medesima. Ne dee recare alcuna meraviglia vedere
congiunti questi due nomi identici, trovandosene altri esempi
eguali, come Anna Pereuna, e da Varrone abbiamo : Dies
Fortis Fortanae appellatns a Servio Tullio rege, quod is
faniiui Fortis Fortimae secnndiim Tiherim extra iirhem
Romam dedicavit lunio mense.
E, quando avremo ricordato che da Yirgilio (^) ci e detto
come un figlio del dea Feronia si chiamasse Herilns, re di
Praeneste, al quale la madre aveva dato tre anime, cosi che
dovette essere ucciso tre volte da Evandro, che altro si pre-
tendera per poter ammettere che anche fra i Sabini era vene-
rata uua deita femminile, rispondente non solo nell' essenza
ma anche nel nome alla Hera dei Romani, o, se si vuole,
dei Greci? E allora : poi che e un fatto iiicoutrasta])ile che
11 termine Cyprnm o Cnprnm e essenzialmente o unicamente
sabiiio, come dovremo e potremo rassegiiar</i a i^ortar fede a
Strabone se ci atferma che Knpra e una divinita degli Etru-
schi, perche questi cosi chiamavano Hera (ben inteso questo,
se nel
TDfjfyrjvtov
del passo straboniano si presume veder nomi-
nati gli Etruschi, contro tutte le probabilita), mentre noi
troviamo che proprio iu territorio sabino eravi una citta de-
nominata da questa dea, dalla quale aveva tratto il suo nome
anche un re, che ci e dato quale f5glio di una divinita uni-
camente del Pantheon sabino i
Tanto avevamo in animo dl aggiungere iiitoriio ;illa Bea
Bona, non avendo potuto esaurire la questione allorche so-
pra fu discorso degti Etrusclii, j^oi che non si era aiicora fatto
(V)
Aeneid. VIII, rm ss.
Et regem hac Erulum dextra sub Tartara misi,
Nascenti cui tres animas Feronia mater
(Horrendum dictu) dederat

terna arma movenda
Ter Leto sternendus erat
;
cui tunc tamen omnis
Abstulit haec animas dextra et todidem exuit armis.
72 FARTE PRIMA.
ceniio (li alruiii eleinenti, che si riuvengoiio uella leggenda
traniandataci da Dositeo.
Ritornando adesso al nostro obiettivo priuripale, ci pia-
cerebbe (lui
addurre a confernia della presenza degli Uuiltri nel
Piceno la testiuujnianza fondanieutale, decisiva, vale a dire
r argomento linguistico, giacclK':' il precipuo carattere etnogra-
fico di uu popolo e senipre la lingua. Disgra/.iatameute. pero,
noi non abbianio alcun documento snperstite deir antico lin-
guaggio picente, essendosi gia detto clie un gru})po di docu-
menti epigrafici, ritrovatisi nella nostra rfgloue, e noti sotto
il uome puraniente conveu/.iouale di Iscrizioni Paleo-SahelU-
che, non appartengono nt!' pure ai dialetti italici, e le poche
iscrizioni iu lingua italica, riuvenutevi fiuora, sono gia in
latino, sia pure arcaico
;
cio die (Hniostra come il processo
di latiuissazione uel nostro territorio dovette cominciare
molto per tempo. Non ci e possibile, (juindi, fare la compa-
razioue con il linguaggio um])ro delle Tavole Euguhine ; ma
intanto ci basti sapere che auclie il criterio, se vogliamo
chiamarlo negativo, liuguistico in (|ualche modo e in nostro
favore, perche i competenti della uuiteria ci assicurano che
nelle isci'i/ioui in latiuo arcaico, ritrovate nel Piceno, si no-
tau tali particolarita locali. clie le ravviciuauo alla Hugua
umbra.
E cosi credo di aver dimostrato a sutfnMen/a la grande
affiuiia, se non la identita, etnografica degli Umbri e dei
Picenti, per niezzo dell' anello di congiunzioue, la colonia
sabina. Xiuua meraviglia che i Saliiui, popolo sauo e vigo-
roso, che Cicerone (Lig. 11, '.VI) chiama forNssinios viros,
florei)i Italiae ac rohnr reipuhlicae uella seui})Hcita della
vila cani})estre. come la troviaiuo descrithi iu Virgilio (Georg.
II ^)'-V2) Hanc olini veteres vitani cohtere Sahini cresces-
sero in tanta moltitudine, da essere obbligati a uiandar fuori
dcl loro teritorio
1"
ec('edeu/a di popolazione, perche andasse
a cercarsi in altre sedi i ueces.sari mezzi di sussistenza, che
la patria non poteva a lutti fornire. Varrone paragona la
trasmigrazione dei Sabini alle schiere delle api allorquando.
GLI UMBRI 73
essendo molte venute prosperaniente a luce, sen partono
dai loro alveari (de re ritst. III 1")):
CHni exameyi exiturum
est, qnod
fieri
solet cnni adnatae prospere siint mnltae, et
pjrogeiiiem veteres mittcre volnitt iti cotouiam, nf otim crehro
Sahini factitavernnt propter mnttitnclinem liberornm.
Era, dunque, semplicemente un problema economico, come
lii in Grecia, per esempio, e come disgraziatamente avviene
oggi in Italia, clie spingeva i coloni ad abbandonare il loro
montuoso paese originario, e di conseguenza noi possiamo
spiegarci con un naturale processo di emigrazione il loro
passaggio nella regione, alla quale poscia da essi derivo il
nome di Piceno. sen/.a il bisogno di ricorrere al rer sacrnm
pliniano. del quale non troviamo altrove alcun vestigio, po-
tendosi credere che Plinio molto facilniente non ci abbia la-
sciato che il ricordo di tradizioni locali. Gli ernigranti sabini,
adunque, dietro
1'
insegna del Piccliio leggendario. dalle
loro sedi centrali avviatisi pcr la vallata del Tronto, giun-
sero neir agro ascolano, e di ([ui, se piu o meno rapidamente
non importa. si ditTusero a nord, incontrandosi cou una po-
polazione uinbra, la quale dovette l)ene accogliere i nuovi
venuti, per la coscienza di consanguinita intercedente fra
loro. Per noi. qulndi, il p^qiolo piccnte, che sorprendiamo
stanziato nel nostro territorio ai primi albori delPeta storica,
altro non e che il risultato della fusione e confusione dei co-
loni sabini, qui arrivati per processo naturale, o sia pure,
se si vuole, ineno proba1)ilmente pero. per roto di priniavera
sacra, con un elemento di popolozione umbra, preesistente
nella contrada. fusione e confusione facilitata in massimo
grado della grande atRnita ctnica dei due popoli.
L' avv. Speranza
(oi.
cit. pag. 148) fissa in 10 mila i
Sal)ini innnigrati nella nostra regione. Certo ancli' io sarei
felicissimo di poter detcrminarc il numero di quei fortissimi
montanari, trasferitisi in queste spiagge adriatiche
;
ma mi
sembra che non torni il conto avanzare delle ipotesi, campate
I)uramentc in aria. non avendosi elementi di sorta su cui
poter basare il ragionamento. Alla cifra, poi, dello Speranza
non sai)piamo quale valore possa ragionevolmente attribuirsi,
riflettendo che I' egregio avvocato per arrivare a stabilirla
74
PARTE PRIMA.
non si perita di assegnare alla Sabina del VII o VI. sec. av.
C. 100 abitanti per Km. quadrato : il che e addirittura e-
norme.
Parimenti non tentero ne pure di localizzare nel tempo,
sia pure approssimativamente, V arrivo della colonia sabina
nel uostro territorio, non essendocene rimasto ne nieno un
lontauissiuio ricordo, e trattaudosi, per ciu, di un fatto ac-
caduto uel pieno dominio della preistoria. Quasi tutti i no-
stri scrittnri locali, allMucontro, sono stati di avviso opposto
fissaudo all" uopo delle date, che hanuo il solo pregio di es-
ser disparatissime fra loro. Ma, mentre di nessuno di essi
mi meraviglio, dato, diro cosi, il metodo piii che antiquato
dei loro studi, nou posso, in vere, nou fermarmi a rilevare
la iugeuuita del prof. Mecchi, (Guida della Provincia di A-
scoli Piceno, pag.
287), il quale erede niente di meno di de-
termiuare perfiuo
1'
auno di quella immigrazioue, che dice il
68 di Rnma! Come se la data della foudazioue di Roma noi
la conoscessimo di certezza mateuuitica! Piu modestamente,
per tanto, io mi limitero a dire che la testimoniauza dello
Fsetido-Scilace, esamiuata iunauzi, considerando il tempo in
cui egli scrisse, ci permette solo di tissare uu ierminus ante
quem di tale immigrazione, ossia che verso gli ultimi de-
ceuui della l.-' meta del secolo IV av. C. essa gia doveva
essere avveuuta.
Non mi si vorra, spero, attrilmire a rolpa la sosta al)])a-
stauza luuga da me fatta uella trattazioue dclla parte, dire-
mo cosi, iutroduttiva, poi che oramai al pensiero di ogiumo
deve essersi nettamente delineata la conseguenza, che intendo
trarre dai risultati della rassegna etuografica intrapresa, e
(iuiudi mi importava graudemente, dopo di avcr spazzato via
il comi)Iesso degli errori, o delle iue^attezze, o delle ipotesi
cervellotiche fiuora circolanti iutoruo al Pireuo, mettere in
evidenza solo
<iuanto iii proposito si puo storicameute docu-
mentare. Ora pero chc, cou i risultati delT iudagiue com-
piuta, uii sono assicurato un terreuo piu cousisteute, cer-
chero di essere piu sbrigativo.
FJLS.TS} SECOItTX)^
Origine Ombpo.Sabina di FERMO
Ora qui iioi. (liiii(|iie, ci douiandiamo : a quale popolo
deve attribuirsi
1'
origine prima di Ferino
"?
La risposta, per conto nostro, non pm') essere niolto dub-
bia. L' indagine rigorosa ci ha condotto ad eliminare dal Pi-
<*eno tutte quelle [)opolazioni o mitiche o leggendarie, arbitra-
riamente collocatevi dagli scrittori regionali, ma delle quali
noi non possiamo tener conto, poi che non se ne ha guaren-
tigia alcuna nella storia, riuscendosi soltanto a documentare
la dimora dci Si((dioii, dei Liburni e degli Umbro-Sabini,
dei (piali iiltimi abbiamo formato i Piceuies dei tempi storici.
E ehiarissimo. (piindi. die solo ad uno di (^uesti strati di
])opohizione deve attribuirsi la foiidazione del primo nucleo
della nostra citta.
In tanto. per('), nc restano eschisi anche i Liburni, per-
che si e giii visto che Plinio ci dice come ai suoi tempi (ri-
<^ordiamoci di prendere la testimonianza come dataci diretta-
mente dalla fonte geografica di Plinio, e quindi di riferirla
al tempo in cui scrisse Artemidoro, vale a dire intorno al
100 av. C). deUe citta dei LiV)urni iii Italia non rimanesse
76
PARTE SECOXDA.
che il solo Truentum, afferiiiazione (luesta che c[
disiiensa
deir aggiungere altro in proposito.
II campo, adunciue, viene senipre piii limitato,- rimango-
EO, cioe, i Sicelioti e i Picentes. Ora noi non dubitiano di
eschidere dalla fondazione di P\'rnio anchc i coloni siracusimi.
E di vero : Plinio ci da Xitmaiia a Stcnlis cotidita, et ab iis-
clem colonia Ancona, e per Ancona Torigine greca e confer-
mata dall' "Ayxwv j.sv 'EaaTjVic, SopaxooaUov -/.ihaa di Stra-
bone, vale a dire i due geografi hanno avuto cura di notare
le citta fondate dai Greci, intorno alle <iuali si poteva avere
certezza assoluta, risalendo h\ colonizzazione greca, su que-
sto tratto della spiaggia adriatica, ad un tenipo rdativamente
recente. E, oltre che dalla storia, aiiche dai nonii si rileva
r origine di qualche ritta mcnzionata :
\\Y7,tdv
e prettamente
un vocabolo del lessico greco che vale gomito , cioe il
centro aliitato trasse la denominazione dalla forma ivi de-
scritta dalla linea di costa. I/etimo di Nnmana poi, e facile,
riconnetterlo con la base greca vs;j.-. vo|j.-, e quindi con vo[j.o?.
Di piu : se altri ha creduto di sostcnere che anrhe Pesaro
(Pisanrum
-
riicja'j[>ov) sia stata fondata dai Greci, noi. senza
entrare affatto nel merito della (|uestione, noteremo che il
nome stesso, intanto. ne oftre il primo indizio, allo stesso modo
che il nome del non lontano
Msraof/oc
rivela chiaranicnte la
nazionalita del popolo che glie lo imj^ose.
Ma ora e facile osservare che Xmnana, Ancona, e anche
Pesaro, se si vuole, sono citta situate sul mare, e con (][uesto
e gia spiegato lo scopo di loro fondazione. Perche con An-
cona, e, piu a nord, con
1"
oi-<upazione di Adria, come pure
cpn le colonie di Faro c di Issa, oggi isole di Lesina e di
Lissa, Dionisio intese stabilire delle localita, nelle quali po-
tessei'o ricoverarsi le navi commerciali greche e stazionare
n:ivi da giierra siracusan.'. contro la iiirateria che allora in-
festava V adriatico. Ora nessuna di queste circostanze milita
in favore della f(ndazionc di Fermo da parte dei Sicelioti
:
(biila storia, in tanto, non sapjiiamo nulla a dirittura : il
nome Firmum evidentemente non ha alcun' impronta greca,
poi che ci senibra superfluo rilevare che, se fosse di origine
ellenica, luu dovremmo avere non gia Firmmn ma Plurmnmy
ORIGIXE UMBRO-SABINA DI FERMO
7f
rispondendo il latino con hi lal)iale aspirata e noii con la
seniplice spirante ad un
'p
greco; e inoltre c^uesta citta, quan-
tumiue (lal niare non moUo lontana, pure ne dista da sette a
otto chilumetri, e difficilniente, quindi, poteva essere fondata
da una popolazione clie aveva in modo particolare i suoi in-
teressi sul mare.
II processo di eliminazione, pertanto, ci conduce a con-
vergere tutte le probabilita sugli Umbro-Sabinl. Se non che,
per nostra buona ventura, questa non e una semplice conget-
tura, che puo apparire solo verisimile in seguito ai risultati
della nostra indagiue, ma e avvalorata da elementi tali di
fatto. clie la elevano, direi qna^i. al grado di certezza.
Nel 17(t2 fn rinvenuta neir orto dei Minori OssenHDiH
di Fermo una lapide, (die ora trovasi inurata alla sinistra del
portoiie di casa S.rnlnoni, alla (piah' faniiglia fu donata dal
guardiano- del convento, con istruaiento rogato nel medesimo
anno dal notaro Filippo Maiia Vagnozzi. In que^ta lapide si
legge la segiiente is^-rizione :
Gloria Sabbioni sit semper ubique leoni
Qui decoris fontein elato tangit pede inoiitem,
Sidera ([ui spectai licet armis fascia nei^tat
Hinc etenim crescit Francisci gloria prisci
Illius hic natus nam ])almis est decoi-atus
Angelus Ursina coninnctus stirpe latina
Sabbiones fortes instrncto Marte cohortes
Miscuit Ursinis patrioque in inontc vicinis
Samnites vanos perfregit et Asculanos
Et (pieni donavit mont(>ni j)atrie(|ue sacravit
Nuiic patrie servat patrianique a clade reservat
Mons Sabuli nonien gcidi dcdit invicta noinen
Sabionum gens monti auxit sibi nomen et a....
Imn iniet hic iirbi Firinaiia(> collis et u....
Dicas letetur donatum se(jue fa....
Bis patrie atquc inonet (juod....
Genti Sabbioiium vix iieii....
78
PARTE SECOXDA
Essa e riportatu da Raffaele De-Minicis al N. 963 delle
sue
Iscrisioni fermane antiche e moderne e anche dal
Prof. Lucio Mariani nell' opuscolo La cavaJcata delV As-
sunta in Fermo. Con questa iscrizione, poi, concorda pie-
namente cio che scrive il gesuita Bardi Nicohi, ueHa raccolta
degli Epigrammata variornm antistitnm et pontipcum romano-
rum etc. Finm 1726, Lih. II ep. 11(1: Iti.mo comiti Nicolao
Sahhioni. Qni felix
Sal)hione tnis est versihns heros, etc.
Nota.
-
Alliiditur ad tnontem Firmo imuiinentem otim a
Sabnlo dictum (nunc vnlgo Girone) ntide agnomen Familiae,
quae iJJnni oh arcem condendam patriae donavit. Item ad
vetustissimam eiusdem Sahhionae familiae cnm TJrsinis et
Aniciis sen Frangipanihns procerihns cogncdionem, haec ex
monnmento pnhtico et antJientico firtnano an. 1017.

Ora a rae non inconilie
1'
ol)hHgo di fai'e il coniento sto-
rico delhi iscrizione, e assodare, per esempio, a quale popo-
hizione volesse alludere il huon poeta quando ricordava i
Samnites rotti insieme con gli Ascohini da Angelo Sahbioni,
aiuhiti d;ii parcnti Orsini. lo devo rilevare solo dall' epigrafe
che 11 monte, rac<-hiuso nella cerchia di mura ferman(\ sul
quale sorse un tempo la rocca formidahile, era chiamato
Mons SahuJi, nonie che dalla nota pii riportata dcl Bardi
apparisce molto antico oJim a SahnJo dictnm.

II prof. Lucio Mariani, a pag. 35 dell' opuscolo, or ora
citato, scrivc : II Girone si chiamava anche in antico Mons^
Sahins o SaJmli ed apparteneva alla famiglia Sahhioni. L'i-
scrizione su citata da la spiegazione del nome SahnJi, di-
cendo che la famiglia Sahhioni lo trasse dal ]\Ionte. C )me
poi al Monte sia venuto questo nome, non si sa di ccrto
;
par naturale il riferirlo alla sahhia di cui e formato. Ma da
SahnJnin o SahnJo non credo che possa precedere altro che
il Mons SaJmti, non gla Mons Sahins. II Mecchi pensa che
questa denoniinazione possa avere (luah-lic nnalogia col dio
S(d)0
o Sahino.
Ma con tutto il rispelto alT ilhistre professore di Pisa,
io mi permetto dissentirc dalla sua o])inione, e non so pro-
prio capacitarmi comc a lui possa scmlirar natnrale supporre
che il nonie di SahuJi sia derivato al monte dalla Sahhia di
ORIGINE UMBRO-SABINA DI FERMO 79
esso e formato, parendo legitimo osservare, iii linea generale,
se sotto il riguardo della statica sia possibile ritenere la sal)-
])ia come elemeiito essenzialmente costitutivo di un monte,
sul quale nelT antichita sorse I' acropoli, nei tempi di mezzo
la cattedrale, un castello munitissimo e il palazzo dei ret-
tori della citta, restandovi oggi salde la cattedrale e la villa
Paccaroni, attualmente di proprieta del conte Guglielmo
Vinci, ediflci addossati in parte anche ai fianchi del monte, il
rhe vorrebbe dire esposti agli scoscendimenti inevitabili di
uu terreno mancante di coesione, quale quello sabbioso in
declivio. Che, se il significato della parola Sahhia si vo-
lesse estendere fino a comprendere qualche cosa di piu che
la sabbia stessa, alhra si riuscirebl^e ancor meuo a ca}ire
quale criterio avessero avuto presente gli antichi nello stabi-
lire una tale domiuazione, quando anch' essi dovevano certo
sapere che tutti i monti i (^uali, come il nostro, non si ele-
vano piu che 300 metri sopra il livello del mare, sono costi-
tuiti di argilla, di terriccio, e anche di materia areuaria, se
si vuole, e non gia di calcare e di altra specie di roccia.
Per me, adunque, la ({ualche analogia del Mons Sahuli
con il dio Saho o Sahino, veduta dal prof. Mecchi, appare
certezza: certo non mi pronunzierei cosi recisamente, se trat-
tassi di uu paese in cui di Sal)iui, e in conseguenza delle
loro divinita. non si avesse il minimo sentore : ma noi. in
vece, ci troviamo in una localita, in cui di Sabini tutto
parla : le famiglie Sahhioni e Saviui; le chiese e le valli :
vallis de Sahhjue, vallis S. Saviui citra ecclesiani S. Savini,
secondo che si legge nei documenti fcrmani; la via Scthina ecc.
Che piu? snl vei'tice del monte, intoruo al quale appunto di-
scutiamo
i^er
la sua denominazione di 2Ions Sahnli, gran-
deggia la statua di S. Savino, che i Fermani venerano come
loro precipuo patrono, e che qui a nie poco importa ritenere
Santo autentico, o autenticato i^iuttosto dalla coscienza po-
polare cristiana, in ricordo deirantico nume indigete Sahino.
E tutto ci('). poi. in riguardo del solo nome Mous Sa-
huli. Ma, accanto a (luesto, a])])iamo anche Mons Sahins, e
gia si e visto che lo stesso prof. Mariani ha notato come
questo appellativo non si possa far procedere da Sal^alnnt o
80
PARTE SECONDA
SabuU. Ed allora, se per la denominazione di quello che e
oggi il Girone di Fernu in antico si avevano le forme pa-
rallele Mons Sabitts e Mons Sabuli, non si vorra convenire
con noi se le ravviciniamo al nome delTeponimo della stirpe
sabina, e con tanto maggiore ragione, in quanto che anche
quest' eroe leggendario era in duplice modo appellato Sabo o
Sabinns ? Per conto mio, per tanto, sono d' avviso che il
nome di Mons Sabiits sia
1'
originario. e che j^oi dalhi co-
scienza poi^olare si modeUasse su questo
1*
altro di 2Ions
Sabuli, favorendo specialmeiite hi nuova formazione ridentita
delle radici di Sabiiis o SabHlnm, se, giusta
1'
opinione del
l^rof. Mariani, si vuol sostenere che dalla Sabbia del coUe
fermano il nome di Mons Sabnli abbia la sua derivazione.
Nel loro processo di espansione, adunque, da sud a nord,
i nuovi coloni, giunti su quest' altura, non potevano non e-
leggerla per fondarvi uiia loro stazione, presi dalla bellezza
e deir opportunita del luogo, fortissimo per natura e domi-
nante tutto all' intorno le valli, i monti. il mare, e il colle
occupato consacrarono alla lor nuissima divinita nazituiale,
denominandolo da lei, in testimonianza di lor sentimenti re-
ligiosi e in pari tempo augurio di svolgimento e incremento
prosperoso. Ed ecco che sorse il primo nucleo di Fermo.
Ma non si deve gia credere che noi arbitrariamente ab-
biamo innanzi manifestato hi opinione circa Torigine umbro-
sabina della nostra citta. A settentrione di essa, e solo a
brevissima distanza, sorge un altro eolle, quasi gemello del
Mons Sabins, alquanto piii alto pero: oggi h) chiamano <; La
Montagnohi , ma nei tempi passati aveva il nome di Monte
Yisiano . Oltre che la tradi/ione popohire h)cale, ce lo at-
testa anclie S. Gregorio Magno,
C)
il quale scrive cosi: Gre-
gorins Passivo Episcopo Firmano : Valerianus Notarius
Ecclesiae Firmanae Fraternitatis fnae, pefiforia nobis insi-
nnatione sngrjerit, qnod Jiabctnr in snhditis, in Fnudo Vi-
(1) Sancii Grcgrorii cof/)ioiiieiifo Magiii oppra. Pari<ii 1675. Tom. II
Lib. 7. epist. 72.
ORIGIXE IMBRO-SABINA. DI FERMO 81
siario inris sni injiia mi<ros cifiiatis Firmanae oratorium
se pro sna devotioue fundasse, quod in honore beati Marty-
ris Savini desiderat co)isecrari. Et ideo, frater carissi-
me, ete. etc. .
II Pontidcato di S. Gre^^orio Magno va dal 590 al 604, e
qiiindi noi sappianio che alla fine del VI e al principio del
secolo VII deir E. V. la Montagnola di Fernio era chiamata
ancora 2Ionte Visiano. Tenianione conto, in tanto. Ora tutti
riconosceranno senz' altro in Visiauo la forina Visidiano,
con la semplice caduta delhi dentale intervocalica.
Ma chi era Visidiano? Una divinita iimbra, e ce lo atte-
sta Tertulliano (^) : Uniciiique efiam provinciae et civitati snus
deus est.... qul per ipsam quoque Italiam municipali conse-
cratione censefur : Casinienfium Detventinas, Xarniensiuni
Visidianus.... Anrlie nelfUmbria oggi abluamo la citta di
Visso, e Visidianus, Visiano, Visso, e la Santa Vissia, che
pure troviamo in Fermo, evidentemente si riconnettono con
V ocre Fisei, Fisi, Fisiem, Fisiu delle Tavole Eugiibine, neWe
(piali un tal nome ricorre innumerevoli volte. Nessun dubbio,
adunciue, ctie il Monte Visiano di Fermo fosse cosi chiamato
direttamente dagli Umbri, e per cio la testimonianzia di San
Gregorio Magno ci e importanti^sima per vari rigaardi. E, in-
nanzi tutto. essa sta a sostegno deUe nostre idee sulla dimora
degli Umbri nel Piceno: in secondo hiogo conferma indiretta-
mente quanto abbiamo detto intorno alla derivazione di Mons
Sahins o Sabuli al Girfalco di Fermo; poi che, piii tosto che
pensare alla sabbia, qui e naturalissimo supporre che i coloni
sabini, giunti su que^to colle, e trovando V altro vicinissimo
denominato da una divinita di (piel popolo, gia stanziato sul
luogo, imponessero anch'essi il nome di un loro dio al monte,
di cui prendevano j^ossesso. In terzo luogo, poi, ci offre il piu
valido argomento
i^er
Porigine uml)ro-sabina di Fernio, che
noi sosteniamo, giacche, se la presenza degli Umbri sul monte
Visiano e indiscutil)ile, scomparendo essi dopo Tarrivo dei
Sabini, e ovvio che ci(") dovette accadere unicamente perche-
assorbiti dairelemento nuovo arrivato.
il I Apol. c. 24.
^^ PAIITE SECONDA
L'Avv. Speraiiz;) (^) a ([ue-^to pi'0})0.sito scrive: " Dal limi-
trofo iiionte Visiano non e a dire ehe ne scaceiassero gli Um-
bri, prima di stabilirsi detinitivamente snl Sabio . II nostro
autore, quindi, fa espellere gli Umbri dal monte Visiano per
le arnii dei Sabini, e ein risponde al i-oncetto generafe :cir e-
g\[ ha intorno allo stabilimento dei Picoites nella nostra re-
gione, poi che ritiene che questi, ditTondendosi progressiva-
mente dalTronto al Ciiifiiti, prima, e sino a! confine storico
del Piceno, poi, entrassero in lotta con la j)opolazione indi-
gena, vincendola scmpre e cacciandola coniiuuameufe dalle
proprie sedi. Ora, quantumpic iioi mm crcdiamo ail una tale
lotta costante, pure potremmo ammetterla inditTerentemente,
pur che se ne deduca una consequenza legittima. Vale a dire,
anche concesso che i Sabini riuscissero sem})r.' vittoriosi negli
scontri con gli in li,u'''iii, (ciu clic c mnUo prol)lcmatico, perche
dinanzi al pericolo imminente, certo questi avrebbero alla fine
riunito in un sol fascio le forze comuni. per opporre una bar-
riera in->ormoiitabiIe ai coloni inva^ori, il niimero dei quali
non doveva essere sufficient-:^ a contrasiare con tutti i contin-
genti di una intera regione,) non e pero necessario ritenere
he i vinti venisiero continuament^^ ca
'
-iati dai loro j^osse-
dimenti, pot3ndo>i anche p.^-.nare alla lor.j sottomissione, Si^
pure non si voglia dire union? con i vin 'itori. E.l e

'o per-
che dicevamo che noi potremmo anche ammettere la lotta. di
cui parla il dott > Av\Mv?ato, })?:'.
h"', cio."', pe:' n oi il jiopolo
j)icente sarebbe il risultato d^.dla fu-iio.ie o sovr.ippodzione d.'gli
immigrati sabini con relemento umbro, stanziato nel pae^e,
8 diclamolo {mve sorjgiogato, se })iace.
E regregio Avv. Speranz;i si^guita imm '(liatamentc a
scrive;'e: Anzi abbianc) iiu iii'lizio che a 8i'ancellai';ie |jer-
fiiio il no:ne della divinita iiml);';i Visicliaiio, ond' er:i })erve-
n;ito il suo iiome, vi avc^sero i PiCi^ni ilc:licato uu t'mpio al
loro Saho, perche vi troviamo fondato in antii'0 un nionastero
al protettore della citta S. S.ivino, derivazione di Saho o
Sabino.

il) Op. cit. pay. IGl.
ORIGINE UMBRO-SABINA Dl FERMO
83-
Ora e possibilt' tutto questo ? Come dire che i Picenti
avessero cancellato al inonte il suo antico nonie di Viskliano,
se una tale denoaiinazione vigeva ancora alla fine del YI se-
colo dell' Era Yolgare f E se a pag, 159 il nostro autore a-
veva detto che il dio unibro Visidiano fu poi personificato
nella S". Vissia, non e questo un iiidi/io che prova tutto il
contrario di quanto egli crede, prova, cioe, che il culto del
nunie Visidiano a traverso i Picenti era rimasto a Fermo
fino ai primi secoli cristiani, quando appunto da quello di
/S. Vissia fu soppiantato '? Poi che, a noi sembra niolto piu
logico credere che, se realmente suUa Montagnola di
Fermo fosse sorto un tempio all'eroe eponimo dei Sabini di-
vini/zato, nel corso dei seculi a quel monte sarebbe dovuto
rimanere il noine di que-;ta divinita, anzi che quello di Vi-
siano
.
E non andiamo oltre, mentre pure potremmo seguitare a
muovere altre osservazioni alF egregio Avvocato, domandan-
dogli, per esenipio, come si spieghi il fatto che, se nella co-
scienza cristiana S. Vissia so3tituisce Visidiano, ugualmente
nello stesso luogo il culto di 8, Savino possa essersi sovrap-
posto a quello di Sabino, che a sua volta per V avv. Spe-
ranza avrel)be so})[)iautato
1'
umbr.) Visidiano.
Riccogliendo. a lunque, le nodre idee, se al monte limi-
trofo alla nuova stazlone sabina rimane il nome che ricorda
la pre^enza di un elemento umb'o, che noi pin non vi ritro-
viamo dopo sorta Fermo, cio avviene peL'ehe qiie-;to elemento
si e fuso e confu-^i) coji i nuovi a-L-rivati, con i ([uali concor-
rono alla fjniazion. della nuova citta. unione cementata
maggiormente dalla co-;cienza delF origine comune, per cui
iion si ha difficolta di continuarr' V adorazione ad un nume,
che anche i coloni sal)ini pos-;ono quasi ritenere na/ionale
;
e cosi, mentre il colle recinto di mura si chianiera da Sabino,
il suo gemello continuera ad avere la denominazione da V^-
sidiano, in memoria degli antichi abitanti e per deferenza
verso di essi.
84
PARTE SECOXDA
II noma piHf^^OjVI PICENl^M
E indubitatu clie aiitii-Aiiiente la no->tr;i citta rvd ciiianiata
Finnnm Picennni. Di fatii, nel lihei- coJouianini noi vedianio
noniinato piu volte Firmo Piceno ; nella Tavola Peutingeriana
si lia Firmo Viceno, con evidente sostituzione della spirante
la])iale alla labiale sem})Iice; in Yalerio Massimo (IX. 15.
1)
si legge : Xcdh iif EjititiKui Firnio Piceno nionsirnm ve-
niens etc. ; Strabone (V.
p. 241) sri-ive : slra XE-TS[j,:r=oa, v.ai
Ilvsosvria. '/.al IIorEvria, */.ai <I>lo;j.ov nty.TjVov* s-ivsiov os taoiTiC
KdiTsX/.ov: finalniente, per tacere di aliri, ni i Laferciila Prae-
torianonim, riportati daLMomnisen al X".
"2:379'^
del Vol. VI
del CIL. leggianio : Ij. Annins Severins Firni. Pic. testinio-
nianza che a noi ba4a per tutte.
Ora, intorno all' appellativo I^iccnnni, aggiuido al nonie
di Fernio, luinno avuto canipo di sbiz/.arrirsi tutti gli scrit-
tori municipali, senza-pero che alcuno di es^i riuseisse a di-
panare la }nata-;-;a, la (piale, d.'l rinianente. da e^si soltanto
e stata aggrovigliata. Poi che, in seguico ad un' erj'onea in-
forniazio]ie di L. Alt)erti,
C-)
a cominciare dairAdaini ide re-
hiis in clvitafc Finnana gestis, Cap. I) per finir." al Moi-; hi
{Latlanzio e la sna patria pag. 1*20) e stato ripetuto che a
Firmnm fos.-se aggiunto 1' appellativo Piccnnm per essere
sorto sulle rovine dl u:ia rilta preesistente, o sul luogo stesso
o nelle vicinanzc, la fp.nil;' avrt-bb jivuto appiiuto la denomi-
na/ione di Picennm o Picenfia.
E;'i'o cio che scrive
1'
Alberti C:iminan'l() piti hnigo il
lido della marina, appare la borca del fiumc L.'te Morto (-
vrefjfje dovnto clire Ete Vivo) a cui sono vicini al.aini vestigi
di una cltta molto rovinata, riie pare fosse assai grande.
Della quale diroiid gli h;il)it;iiori (^icl par.se fosse noniinata P/-
ceno, da riii pigli(') il noiiie (|m'sta regionr Vero i' che io
ho ritrov;t;i in uif iii(ic;i Cron;ir;i srii/a iioinr di ;intore che
(1)
Descrizione di tntht Itdl/ci. 1;j5U, pag-. 249.
IL XOMK FIRMUM PICEXUM 85-
(|uesta eitta di PiCfiio fosse (nlificata in (^^iiesti liioghi du Pieo,
re degli Enotri.

Laseiamo stare la Cronaca senza nome di autore
;
certo
la sehiusura vale a caratterizzare tutto il valore dell' informa-
zione dell" Alberti per il caso nostro, mentre rn veee essa po-
tra tornarci iitile in segiiito per altra ragione. A me, ehe in-
tendo sempre doeumentare (iiianto asserisco, noii possono
eerto bastare i si dicc degli habitatori del lliogo inter-
rogati dall" All)erti. iicr potcr ammettere la esisteuza di una
citta chi amata P/ceMO sulla foce deirEte, citta di cui non si
ha traccia alcuna in tutta V antichita classica. Ora, clie un
centro ahitato, posto neirinterno del continente, o nascosto sui
monti, vale a dire tagliato fuori dalle ordinarie comunicazioni
con il restante degli uomini, sia potuto sparire senza che la
storia ce ne abbia lasciato il ininimo ricordo, non stentiamo
atfatto a ritenerlo possibile; nia che ima citta, clie si vuole
situata sulle spiagge del mare, e su di una spiaggia conosciuta
a palmo a palmo e descritiaci minutamente da Strabone,
Pliiuo, Pomponio Mela, e da altri. le iiutizie dei quali s' in-
tegrano a vicenda. scomparisse con la medesima facilita, scnza
clie alcuno j)ur iina volta la nominasse, lo creda chi pud).
;\Ia i( (jui sento obiettarmi : E naturale che non si trovi
alcuiia menzione della citta Piccunni nella storia e nella geo-
grafia, poi chs es^a disparve per dare orlgine a Firmum.
Ora ad una tale obiezione io vorrei rispondere con qiiesta
semplice domanda : Giacche coloro, che ammettono la esi-
stenza della ipotetica citta di Piccnum. si basano principal-
mente sulla testimonianza deir Alberti e di altri, che dicono
hi stessa cosa (e con ci('), intanto, devono ammettere le fa-
vole relative a Pico degli Enotri), scrivenrlo (juesf autore
:
cui soiio vicini alcuni vestigi di una citta niolto
rovinata, che pare fosse assai grande , e p(3ssibile che, a
tempo della sottomissione dclla regione da parte di Roma,
deir arrivo della colonia romana a Ferino, della guerra an-
nibalica, della guerra marsica, d(dle lotte fra Cesare e Pom-
peo, piir essendo il Piceno corso e calpestato in tiitte le di-
rezioni. non si prescntass(> mai ad alcuno V occasione di
ricordare, auche una sola V(dta, la citta di Picenum, la quale-
86 rARTE SECONDA.
pure (la 15 a 20 secoli priina che srrivesse l'All)erti doveva
trovarsi ancora in uno stato relativainentc buouo di conser-
vazioue, se nel 1550 quest' autore riusciva a vederla, quan-
tunque molto rovinata, e. quel che piu nionta, se essa si
trovava lungo la grande strada litoranea dell' Adriatico ?
Peggio, poi, deve apparire quel che dice il prof. Mecchi,
nel luogo citato, ripetuto poi nella Gnida Storico-ArtisUca
della provincia di Macerata, \y<\g. 15 e dalTAvv. Speranza
a pag. 160, che, cloe, Picenum sia nome proprio e Firmnm
* V appeilativo rilevante il fatto del loro stanziarsi (cioe dei
Picenti) definitivo, V liic nnotehinnis optime del Centurione
romano aggiunge
1'
avv. Speranza, che i)ure
non crede a
quanto dice
1'
Alberti. Poi rhe le testimonianze citate dal
prof. Mecchi, cioe quelle di un Xotkero del secolo IX, 11
<juale nel suo martirologio chiania sem})licemHnte Picoium la
citta di Fermo, presso la (juale snrel)he stato sep(dto il corpo
di S. Marone, e quello delTignoto nutore degli Atti di S. E-
midio. Vescovo di Ascoli, da cni l;i stessa cittii e detta Ci-
vitas Picenorum, sono pei' noi trascurabili. non })otendosi
certo in questioni filologiche ricorrere p;M" autorita a scrittori
dei secoli IX. X, XI delTEia Volgare, v^ale a dire dei secoli
piii bassi d(dla latinita. c di si-rittori, }:oi. di Martirologi e
di Yite di Santi !
Non mette conto, adumjue. insistcr." ultcriormente nel
dimostrare che non solo noii \)\\b ammoitt^rii (juanto scrive
rAllierti. FAdami e gli altri che li han seguiti. intorno a
un" antica Piceno, chc s;ire])])p stat;i poscia soppiant;jta dii
Fermo, m;i ne meno V o})inioni' delT :ivv. S})eranza, per il
quale iii Firmum Piceniitti il sccondo tcrmine s;irel)t)e il no-
me proprio e il primo T ;i})})cll;itivo, c;u!i])ianiosi cosi indif-
ferentemente il significato e la funzione delle p;irole.
II c;inon!co C;ital;iiii, })oi. (}u;intiniqiic iion f;iccia men-
zione alcun;i della notizia delFAlberti. dico })er6 che rap})el-
lativo Picenum fu dato a Fermo comc ;iggiuntivo dioristico,
per distingiici l;i d;i un' :iltr;i citt;"i omonima : c, dopo aver a
lungo ragionato sul luogo dove si s:irebbe dovuto ricercare
la Fermo scomparsa, cioe, non nello stesso Piceuo, ma in
IL NOME FIUMUM PICEKUM /
una regione vichia a (iiiesta, perche non era il caso di pen-
sare ehe si fosse detto FrnnHin Picenum per contrapporlo al
Firniuni luliuni (^) della Spa<i;na, a pag. 55 seguita cosi: per
le addotte ragioni io non so persnadermi che il nostro Fermo
d' Italia fosse con soprannonie distinto per non essere equi-
Yocato col Fermo di Spagna. Che se altri se ne persuadera,
io non glie ne menero rumore. A me sia lecito di credere
che r altro Fermo non fosse dal nostro moltissimo distante,
e clie e {terito senza lasciare di se memoria alcuna, o, a dir
piu giusto, a me
'
non e riuscito di rinvenirla. Che se altri
piu fortunatamente la rinverra, io non invidia ma somma
ohbligazione gli professero.

Veramente cdii ci6 la nostra (.[uestione rimane allo stato
primiero, e da uu uonio della penetrazione del Catalani non
ci saremmo da vero aspettato tanto poi-o,
pero che, (juando
si devono l)asare le ipotesi sull' ignoto, e molto meglio non
avanzarle affatto.
Dovendo ora noi mauifestare la nostra o])inione al ri-
guardo, e ricordaudo cln^ innanzi al)l)iamo detto conie il pro-
blema non sia poi tanto intrigato (juanto conumemente si e
creduto, diremo che V appellativo Picenuni
(' stato aggiunto
a Firnxnm unicamente per (jucHto, perche, cioe, essendo Fir-
iiinnt il st'ni{)!ici' neutro delT aggettivo firinus, si voleva avere
un mezzo facilissimo per determinare, o, meglio, individuare
tale ritta, aftinche non potersse sorgere ei(uivoco di sorta
ognl ({ual volta si incontrasse s-ritto il solo Ftrinuin. che,.
per di piu, si sarebbe potnto })rendere anche {)er
1'
accnsa-
tivo del nome {)roprio Firmus : ed e naturale che per (lue-
sto scopo si dovesse ricorrere all" aggettivo tratto dal nome
(lella reglone in cui la citta si trovava. In conclnsione, Pice-
nnm qui non rap{)resenta \\b un sostantivo, in ricordo di una
citta Picenum o Picenfia, sorta alla foce dell' Ete (poi che
noi conosciamo bensi uno Piceiitia, ma nella Campania. sul
(1) Non sappiaiiin doiuU' il Catalani al)bia tratto la iiotizia di
questo Finuntn Inlinin della Spagna, di cui non si ha traceia alcuna
in tutta la lcttcratura antica, storica o ox.oo-ratica.
88
PARTE SECONDA
golfo di Salerno, eapitale dei n'//,vrivo'., iiominata da Stra^
l)one e che Stefano di Bisanzio cliiania 11
'.y.svria. 7:6X1? T-jr.-
f/T^vlac, e non altrove), ne un aggiuntivo dioristico, giacclie
non occorreva distinguere la nostra cittii da altre onionime
deir Italia, non esistenti, allo stesso modo che era necessario
fare per Asciiliim Picennm, avendosi un Ansc>.dnm ApuJum.
Veniamo ora al nome Firmuni.
Nel supplemento delV Archivio Glottologico italiano, di-
spensa 5, il prof. Pieri, sotto la guida di Graziadio Ascoli,
esamina circa 3000 nomi della valle del Serchio, e in que-
sto lavoro, che puo essere considerato come il prototipo del
genere, egli staljillsce la seguente divisione :
Categoria
1:
Nonii locali dtM-ivati da nomi pcrsonali
;
2^
di piante
;
3* di animali
;

4'*'

formati (hi aggettivi :
5*
attinenti alle condizioni d(d suolo;
(!

di varia originazione
;
7^
di ragione oscura o incerta.
E evideid>'.
i^er <-\o. r\\(^
il nonie della nostra citta devc an-
noverarsi fVa iiucHi della
4^
categoria, vale a dire fra i nomi
locali derivati da aggettivi, poi clie Firmiim. secondo che
abbiamo veduto, non e chc il iieutro di prmns.
Se la
f
fosse in posizione interna. noi potrcmnio dare per
sicura
1'
origine della parola. giai-clic si rivclerel)he suhito
r impronta umhra : ma, trovandosi I' aspiraiite in i^osizione
iniziale, non e lecito ])iu ])ronunciarsi co:i certezza.
Che 1'elemento formativo della parola, o suffisso, nmm
da mom {11 atono latino risalo ad o) sia italico. o induhitato;
e lo stesso suftisso che troviamo.
per (vsempio, in legitimiis,
infimus, maritimus, e noii c" v (juindi da fare alcumi osser-
vazione.
In quanto airelemento radicale Fir, esso esprime Tidea
di altura, elevazione, eminenza, e quindi di saldezza, stahi-
lita, fortezza. Sappiamo, infatti. che il tedesco Fir-st, ma-
schile (e Fir-ste, femminilc). signitica cima, vetta, sommita
IL XOME FIRMU.H riGENUM
89
di iiii moiite, e comigiiolo, culmine di uu edificio. II saiiscrito,
poi, con dhar-a indica il monte, e con dhar-nia il fisso, il
fermo, lo stahile, donde apparisce chiarissimo clie le due idee
di elevazione e di fortezza sono espresse con la medesima ra-
dice, e credo superfluo rilevare che le radici pr e dhar si co-
prono perlettamente, poi che e noto che la
f
puo risalire
tanto ad una labiale aspirata, hh, (pianto ad una dentale aspi-
rata, dh; latino fero, greco
'fspoj,
sansm-ito hharanii, e per lo
scambio della / con
1'
a basta citare il pater latino,
TaTrjp
greco, cui il sanscrito risponde con pitar.
In greco non abbiamo pre^dsamente un elemento radicale
/?r, ma possiamo riscontrare una certa anologia con
(luesto
nel
'fsp-
del comparativo difettivo '^zrjziyj-, coii i relativi su-
perlativi
'fspTatoc
e '^s^oioto?, voci che, oltre all' idea di pih
hiiono, ottinio, ci danno anche (xuella di piii forte, fortissinio.
Allora le radici pr dtd latino e del tedesco,
for
del latino
fortis,
'^=rj-
delle voci greche citate, e dhar del sanscrito, altro
iion sono che altrettante digradazioni di iin unico elemento
radicale originario, con significazione dell' idea fondamentale
di altura, e (piindi di saldo, forte iu luogo elevato. In Fir-
mnm, (piindi, noi troviamo ({uesto elemento radicale origina-
rio, sia pure digradato, con il suffisso nmni uguale al nta
del sanscrito dJiar-nia, neutro an(di'esso, ed al )j/r< gi-eco, pa-
rimenti neutro, suffisso che indica I' eft'etto dell' azione, la cosa
recata in atto. Prendiamo, per esempio, la base zoi=-: se noi
aggiungiamo il sufi"isso
-
tTjC, avremo r.oir^
-
zr^c V antore, il
poeta :
con il suffisso
-
oic
ci dara TzoiTj-aic
-
la poesia, meii-
tre aggiungendo
-
[j.a formercmo r^oir^
-
[xa
-
il poenia, cosi
TTjOa.Y
-
;j-a e il fatto, T[j,T^-[j.a il taglio, dal tenia verbale tejj,
-
di Te[j.v(j), coii metatesi.
Da (|uanto abl)ianio discorso, per tanto, si rileva facil-
mente clie Firnuini pu(') significare tanto la eininente, la ele-
vata, quanto la
forte, la salda, potendosi cosi porre Firninm=
Fortezza. Di conseguenza, noi vediamo clie il nome della
nostra citta racchiude
1'
idea della saldezsa e della fermezza,
qual si e un monte per natura, specialmente poi se reso piu
forte dalTopera deiruomo, e allora ogiiuno vede che Firmiim
,si deve ascrivere bensi fra la categoria dei nomi locali deri.-
90 PARTE SECOXDA-
vanti (la a;,'gettivi, ma che e uii aggettivo questo, il quale ha
strettissiiiia attinenza con la postura del centro abitato, di
modo clie un tal nome va compreso non solo sotto hi
4=^
ma
anche sotto la l^ delle categorie stahilite dal prof. Pieri.
Ed ora qui noi ci facciamo la domanda:da qual popola
sara stato imposto alla nostra citta il nome di Firmuni ?
II Catalani, a pag. 97 delPopera piii volte citata, scrive:
Mal si appone chi la origine di una citta rintracciando, fa
gran tVniilamento sulla lingua. daHa (luale deriva il suo nome,.
e mal sarel)he per la citta nostra poiche, essendo il suo nome
Firmum pretto, prettissimo latino, ne seguirebbe che questa
traesse origine dai Romaiii, che abbiamo dimostrato essere
afTatto impossibile. Stabiliscasi dunqufi che questo nome Fir-
mum fu alla nostra citta imposto dai Romani, allorquando
vi condussero colonia. e diverso era il nome primitivo e piu
antico, del quale non ci
("'
rimasta memoria alcuna. A tutti
e noto che i Romani nell' impadr(UiiiNi di nna citta, spesso
spesso ne mutavaiKi il nome.
Che i Romaiii tnlvdlta ranihiassero i nomi delle citta
con([uistate, e verissimo, ma il superlativo dell' avverhio usato
dal Catalani spesso spesso a me sembra eccessivo, e pa-
rimenti io non sarei stato tanto reciso nel dare conie cosa
certissima che a Fermo fosse imposto tal nonie dai Romani,
dedottivi in colonia. E vero })ure che Firmum e pretto, pret-
tissimo latiiio, ma nrii dohlnamo aver presente che la nostra
citta ripete la sua prima origine dai Sal)ini. la Iingu;\ dei
quali senza dul)l)io aveva grande afitinita con la latina, gir. -che
e noto che i Romani tolsero integralmente molti vocr.boli
dalla bocca dei Sabini, e se li appropriarono, ricordando noi,
per esempio, di aver gia citato la suprema autorita di Var-
rone, il (luale era appunto sahino : Feronia, Minerva, Xoven-
siles a Sahineis. Paiilo alifer ah eisdeni dicimus Laram,
Yesfani, Salnfrin. Forfeni ForfHnam. Fidem. (Queste voci
con la spirante iniziale di origine sahina non possono non es-
sere per il caso nostro molto significative.)
E un fatto. jxii. clie di (luelle citta, alle (juali i Romani
cand)iai'oii(i il udiiic. iioi conosciaiiio aiiche la denoniinazione
IL XOME FiriMUM PICEXUM
9]
antica : eosi, per esempio, Copia era Ihnrii; Valentia-Vibo
;
Beneventum-Maleventum
;
Tarracina-Anxur
; Nursia-Nequi-
num ece.
;
ci sembra, per eio, moito strano che il nome an-
tico di Fermo possa essere sj)arito senza lasciare di se memoria
alcuna, come credeva il Catalani (il quale, pero, credeva pure,
come ablViaino veduto, che anche un' altra Fermo sia sparita
dai nostri dintorni senza hisciar traccia di se,) poi che la sot-
tomissione del Piceno da parte di Roma e avvenuta in tempo
relativamente recente. Come, adunque, noi sianio certi clie le
altre citta delhi nostra re;j:ione, o delle vicinanze, le quali in-
dubbiamente esistevano prima che le armi romane giunges-
sero in queste spiagge adriaticjie, conservarono il loro nome
antieo anche dopo la con^juista romana, cume Hatria, Asctir-
Imn, Cupra, Sentinum, Numana, Ancona, Ariminmn ec'., e
Asculum, Sentinum, Ariminum presentano anch' essi V ini-
pronta pretta, prettissiina hitina, cosi possiaino avere legittima-
mente la medesima presunzione per Firmum. Ricordiamoci, i-
noltre, che noi abbiamo gia rilevato come nella regione picena
si siano trovati doeumeuti epigralici in uii hitino talmente ar-
caico, da poterne dedurre ehe in essa il procesao di latiniz-
zazione dovette cominciare molto per tempo, di modo clie
non deve apparire atf.itto strano se iioi ainmt'- tianio nel Pi-
ceno una intlaeuza latina j^ocu prini.i drlla m;'tj, (hd III seeolo
av. r Era Yolgare.
Coneludendo, per tanto, mentrc nuj cunfessiaiuu che, allu
stato delle nostre conuscenze, sia iiiipu^si])ile risolvere con
certezza as^oluta la (jue-itione, clie stiann) agitan'lo, ei sem-
bra soverehiaine:it^ arrischiato aminettere coma un fatto si-
curo che alla nostra citt'i fussi' imi^osto il nume Fininim,
dai coloui romani,
i)oi che, se noii ci peritiamo asserire che
questo fosse preeisainente il noiiie uriginario del primo nucleo
di Fermo, fondato dai Pleenti, crc.liamo, d' af.ra parte, che
si possa almeno le itamente ritenere Firmnui uii vocabulo
preesistente all' arrivo dei Romani nel Piceno, tanto piu, poi,
dopo aver veduto che Fir non e uua- base esclusivamente la-
tina.
92
PARTE SECOXn.V
Topogpafia dell' antiea
pEHJ^O
Siilla vetta del Mo)is Sahius o Sahuli, cliiainato piii tardi
Girfalco
o Girifalco, ed anche Girone, sorse adunque il prinio
nucleo della citta di Fermo, la quale, estendendosi con il
tempo sempre piu, doveva pervenire l)en presto ad una grande
importan/.a fra le altre della re^none. ]Ma
lui
intendiamoci
hene sul)ito, pero : non si deve esager;u*e, come pur troppo si
fa in generale, sulla grandez/.a dell" antichissima Firmum,
perocche, se noi la diciamo citta, non si
i)u6
ne pure inten-
dere questo termine nel senso con cui presentemente lo si at-
tribuisce aHMnfima categoria di centri abitati, che portauo
un tal nnme : oggi un aggregato di popolazione di otto o die-
cimila pi^rsone e una citta trascurabile, mentre un egual nu-
mero di abitanti per quei tempi antichi non potevano non
costituire una citta gran'^.e. E questa osservazione tanto piii
vale nel caso nostro in (luanto che proprio nel Piceno, come
pure nel bacino dell' Aterno, nel Sannio ecc, fino a molto
tardi mancarono centri abitati a cui si potesse dare yerar
mente 11 nome di citta, cssendosi in (lueste regioni conservata
i)iu a lungo iiuella Cdndi/ion;' di cose. che si aveva per tutla
1"
Italia al ]>rincipi() della coloni/zazione greca : Livio scrive
(II i')'2) : Alter consul Aemilius i)i Sahi)iis heUum gessit, et
ihi, quia hostis )iioe>iihus se tenehat, rastati agri su)it. In-
coifliis (lei)ifle, no)i vilJarum sed etiaiu vicornm, quihus fre-
quenter hfO>it(Ojatur, Sahi)ii exciti.... : testimonianza cl .'
ha
maggior peso per noi, sia perche si rifcrisce intorno al 470
av. C, sia anche percht'' riguarda proprio i Sabini. ai quali
noi attribuiamo la fondazione di Fermo. La (juale, per tanto,
iii oiigine altro non dovette essere che un cantone, un pagns,
i cui abitaiiti iu progresso di tempti. avvertirono la necessita
di avere una rocca fortificata, cu^x, castelhon, che offrisse loro
u'n sicuro rifugio negli eventuali assalti nemici, e custodisse
eziandio le cose sacre dcl cantone medesimo. Dionigi d' Ali-
carnasso (lY 15) ci atlesta che la rocca stessa chiamavasl
2iagus : o'.=Xojv ^'oov 6 T-V/.X-.oc ='.c ozoiy.c oijzoxi 'yA^jo.c ty^v yt^v
TOPOGRAFIA. DELL' ANTICA FERMO 93
y.aTd ro'jc 6fiE'.vo'jc /.al -oX-j zb aa'^aXsc toic yeco[>7oic ~a^03/s'.v o'j-
vr,aoa3vo'Jc o/.^-o-jc /,or,a'^'J7=ia xaTE^^y.s^jaasv, 'EAXrjV'.7.o[c ovoaaoiv
a^jtd y.yXOy/ ~dYO'jc. svO-a a'jV3'X'J70v sv. tojv aY^oojv dravisc. o~6rs
Y^vocTO -oA3'j.ictjv zzooo- : e iu tal luoclo c]^uesta deuoniiuazioue
puo rifeiirsi a <|iiella piazza forte uiurata, iutoruo alla quale
si steude jl cautoue, e clie per via di siiccessive agglouierazioui
si va iugraudeudo.
Lo sviluppo to])()grafiro della uostra citta e uu fatto ua-
turalissimo, aualogo a cpiello degli ampliameiiti di tutte le
citta del mondo : cresce la popolazioue, ed e necessita c|uindi
che aumeutino gli edifici per conteuerla ; cosi nell' autichita
e cosi oggi, sotto i uostri occhi. La differenza consisie iiui-
cameute in c^uesto, che, cioe, meutre uei tempi antichi dopo
clie i uuovi fahhricati avevano raggiunto uu numero conside-
revoie venivano rerlnti con una c;'r<'hia di uiura, per metterli
a\ riparo dagli assalti del nemico, oggi, in vece, i nuovi
(iuar-
tieri si lasciano aperti, Ciuasi altrettanti sohhorghi della citta
jirimitiva. Ma, per le citta odierue di prim' ordine, (juesta dif-
ferenza iion e. che superficiale, dipeudendo uuicameucc dai
metodi drdife3a praticati uell' antichita e nei tempi moclerni
;
allor;i la difesa ciella citta c ra costicuita AwW agrjeye, dalle
iiiHra e dal vallo : preseutemeute, iu vece, il nemico, })rinui
di giuugere alle mura, deve sorp;issare la linea dei forti, di-
sposti circolarmente tiitt' intoruo alla citta, ad uu raggio piu
<) meno grailde da essa
;
allora le mura dovcvano essere hat-
tut(^ iu hreccia dalP ariete o dalla te^tuggine, oggi airiucou-
tro e compito clel caunone aprire a traverso le mura il pas-
^aggio agl' invasori.
Guardando la nostra Pianta t(_)i)ogratica, si scorge a pri-
ma vista il processo dei succes:^ivi ingraudimeuti di Firninm :
resasi troppo augusta la vetta del colle per contenere la cre-
sciuta popolazioue. era nccessario occu})are con ; dificii anche
i flanchi del medesimo. c naturalmeute la scelta del terivno
per le nuove costruzioni doveva cadere sulla parte orieutale,
sia perche piij aprica, sia i)erch('' (e (juesta io ritengo ragioiie
precipua) dal lato est la citta sarebhe stata in piu diretta co-
/omuuicaziout' cou il suo iiaraJc CasteUo e 11 mare. In tal
94
PARTE SECONDA.
modo, (lal primo niicleo di pdifici costruiti siilla sommita del
Mons Sahias, si sviluppera progressivameiite la Firmum
dalle quattro cercliia di mura, che noi abbiamo segnato sulla
Pianfa, seguendo le vestigia che ancora oggi rimangono, e che
con la maggior diligenza possi])ile al)bianio cercato di rin-
tracciare. Cosi Fermo ci ofFrc
1'
identico processo verificatosi
in Ardea, dove possiarao distinguere il primo nucleo della
citta antichissima (quella collina dove sorge il paese attuale)
c poi tracce di tre ampliamenti successivi, due aggeri di terra,
come quello serviano, pero senz;i il rivestimento di mura, che
racchiudevano le altre parti dclla medesima collina, e un
quartieiv fortificato sopra una coliina limitrofa, quando sulla
prima non si trovo piii V area per un" ultcriore estensione
della citta.
Seguendo, dunque, le traccc forniteci dai resti delle co-
struzioni o fortificazioni antiche, noi cercheremo di reintegrare
le cinte delle mura, determinandone la direzione. Ma crediamo
opportuno di avvertire fin dal ])rincipio che non dobbiamo
atteiidcici molti av;iii/i dfir aiiticliit;'i. jxii clie. essendo stata
Fermo, conie oggi, abitata lungo tutto il Medio Evo, e la
citta antica, dopo innumerevoli distruzioni parziali, comple-
tamente assorbita dalla moderna, dei materiali gli abitanti si
son servifi i-oiitinuamente per le nuove costruzioni, e in fatti
i resti noi li troviamo o nei sotterranei, o addossati alle mura
di questi fabbricati posteriori. Tali, per es., quelli che si scor-
gono sotto le carceri. a fianco dclla Chiesa di S. Francc ico,
nel Cortile Porti ecc, e quelli ancora clie fino a due am.I or
sono si amniiravano sul lato orientale deH' Episcopio, e che
furono iiHiiiiciitfiiicnte uiiscosti sotto I" iiitnnaco, non ostanti
le energiclK! })roteste del detto Canonico Filoni. adducendosi
a prtitesto il pericolo della sicurezza dell' edificio, conie se la
ingegneria moderna non sapesse provvedere alla solidita di un
fabbricato, e in pari teiiipo all;i conservazione di un monu-
mento cittadino, coti qucsto f;i])l>ricato connesso.
Dclic jnur;i dcir Aci'0i)oli lcrin;iiia non si con.servano
oggi avaiizi cos{)icui sopr;i il siioln. nia di ciT) e facile com-
TOrOGRAFlA DELL' ANTICA FERMO
95
})i'eii(lt'rt' a priiiia vista la ra^noiie, ove si abbiano prcseiiti le
fortunose virende da essa contiiiuaniente attraversate, fiiio alla
totale sua distruzione, avvenuta verso la ineta del sec. XV.
he essa. iii tanto, dovesse essere recinta di fortificazioni for-
iiiidai)ili, oltre che dobl)iaino persuadercene j^er la cognizione
che abbianio delle cinte di mura intorno a tutte le acropoli
delle antiche citta, ce lo prova chiaraniente il fatto che Poin-
peo Strabone, sconlitto dalle scliiere degli Italici, coiidotte da
ludacilio. Afranio e Ventidio, si rifugio con
1'
esercito in
Fernio. potendovi sostenere T assedio strettissimo dei colle-
gati, fino alT arrivo dei rinforzi portatigli da Sul})icio.
Dopo la disgregazione delF iinpero roinano d' occidente,
segueudo la sorte di tutte le altre citta d' Italia. specialniente
di quelle situate lungo le spiagge del mare, sottoposte di
})referenza agli assalti della ferocia l)arbarica, la rocca fer-
maiia sostenne altri strettissimi assedi, in conseguenza dei
quali dovette certo subire danni molto rilevanti.
Xel il7ti, poi, fu occupata dalT Arcivescovo di Magoiiza,
capitano di Federico Barbarossa, e niessa barliaraniente a
ferro e fuoco coii tutta la citta, secondo che ci attesta An-
tonio di Xiccolo nella sua Cronuca ]);ig. 1 : In miUesiino
MCLXXVI, iri festo heati Mattitei, de Mense Sepienthris, ci-
vitas Firiiiana fait itivasa, occnpata ac dsstnicta ciJ) Arcliie-
piscopo Magantie, clicto atias CanceJlario Christiaiio.

Xel
1192 fu })resa dair im]).in'atore Enrico VI, e doj^o di liii da
Ma]"Cualdo, siniscalco deiriinpero, duca diRaveiina e inarchese
di Roniagni. Xel
120S il cont^^ di CeLin.) invase il Piceiio e,
tra le altre citta, cinse d' asscdio anchc Fermo.
E facih' duni{ue })ensare che, in ine/.zo a t.mii rivolgi-
menti e chita anche L azione demolitrice dcl temi)o, a beii
misera cosa dovevano cisere ridotte le fortificazioui del Gir-
falco, quando Onorio III ordiiio clic le citta del Piceiio fos-
sero recinte di niura, a difesa contro le continue scorrerie dei
barliari, che in quel tempo erano rappreseniati specialmente
dai Saraceni. Come gli abitanti delle altre citta marchigiane,
anche i Fermani iiel 1236, sotto Gregorio IX, deliberarono di
riedificare coinpletamente la rocca, la quale nel 1288 era gia
compiuta, secondo che ci attesta un' epigrafe, L originale
yb PARTE SECONDA
della qiiale iion si sa dove esista, ma clie ci e stata tramaii-
data dal Catalani nelle sue Memorie della zecca fermana

pag. 33, e che il De-Minicis riporta sotto il N. 941 della sua
Raccolta :
en gregorio papa dominante
frederico secundo domino regnante
gulielmo regimen firmi gubernante
idem complevit filius regens civitatem
tomasinus nomine habens puritatem
ille semper habet omnem sanitatem
a natale domini anno post milleno
sexto cum trigesinio atque ducenteno
decus hoc.
falcum adspectis, (^) freno
sumpsit lioc exordiuni mire decoratum
post per prol)runi extitit quasi terminatum
de rubertis militem ugonem clamatum
ipsi sunt de optima civitate nati
regiumque dictis ex ipsa vocati
a firmanis omnibus viri peramati
fulget inter alias civitas firmana
verl)is et operil)us nuni(|uaiii fuit vaii;i
et ipsa legalitas hoc sciet romaiia.
11 disegno dclla iniova turtez/.a fcrmana si conserva tut-
tora dipinto nel palazzo municipale o iu un Messale della
Metropolitana, in pergamena, donde lo riiirodusse il Maggiori
nel De Firmanae urhis origine afqiie orna mentis, e poi Tav-
vocato Gaetano Dc-Minicis nella sua Eletfa di moniunenti
architettonici ccc.
A pena tre anni dopo la sua riedificazione, vale a dire
nel \'H\, il castello vcimc in potere di Federico II: nel 1245
passo a Manfredi, re di Napoli ; nel 1270 a Ruggero Luppi
;
nel 1331 a Merceiiario da Moiiteverde, che lo tenne fino al
1310. Tii scgiiito lo chljcro (Tciitilc da Mogliano, Giovanni Vi-
(1)
falfoneum aspectu scrono.
TOPOGRAFIA DELL' ANTICA FERMO 97
soonti da OlejJjgio, Riiialdo da Moiite Verde, Aiitonio Aceti
e, ultinianiente, Franceseo Sforza, il quale dal luogo donde
scriveva datava le sue lettere : Ex Girfalco nostro prmiano,
inmto Petro et Paulo. Alla fine pero i Fermani, stanchi di
sottostare continuamente alla merce degli avventurieri, in-
sorsero contro lo Sforza, lo cacciarono dalla citta, e, com-
prendendo clie appunto la rocra costituiva la causa di tutte
le loro sciagure, poi clie, a clii se ne fosse impadronito, sa-
rel)l)e riuscito cosa facilissima tiranneggiare impunemente.
Fermo, chiesero ad Eugenio IV la facolta di demolirla, e il
pontefice non solo accordT) la faeolta, ma concedette anche
1'
indulgenza a (lii avosse preso parte all' opera di distruzio-
ne, secondo che ci attesta il Catahini nella Vita clel CarcU-
naJe Capranica
pag. 2o(i. Fu si grande il furore con cui il
})op()lo coni})! la devastazione del castello, che, come espri-
me-;i un cronista cittadino del tempo, la pietra cli sotto veniva
cli sopra. In una figulina o latercolo, che fu gia in casa Zam-
beccliiui, si leggeva la segueiite isc-rizione, clie Raffaele De-
Minicis riporta al N".
OSO :
ICCCCXLV
qui
Fo bricolado
Lu Giron. De
Ruj^ado :
ma il cronista Antonio cli Xiccold ci attesta che Popera demo-
litrice comin-i(> il
'21)
febbraio 1446; a noi, del rimaneute,
(jui non importa la differenza delle date.
lu tal modo per mano degli stessi Fermani, per i (|uali,
in vece che propugnacolo di liberta, eran diventati pericolo
continuo, permanente di servitii, furono rasi al suolo, ad ec-
cezione della Cattedrale, gli elifici e le nuira delT acro-poli,
nella quale dovevano certo conservarsi niolte vestigla delle
o^tru/ioni originarie e di cui Bartolomeo Facci
0)
ci ha la-
s<-iato questa descrizion:' ciie, per le sue particolarita, ci di-
(li
De rehns gestis ah Alphonso I neapol. reye, llb.
38,
pag'. 23.
98 PARTE SECONDA
inostra come egli avesse visto persoiialniente la fortezza :
Erat ea nrbs magna et opiilenta et totiiis Piceni longe mn-
nitissima. In ea eminebat rnpes qaaedam tantae aJtitiidinis,
ut ex ea perinde atqne e spectila qtiadam excelsa omnis prope
Piceni ager despectaretnr. In eiiis rupis cacumine planities
modica ineraf, qnae mnro cincta, crebris turribns interpositis,
arcem inexpngnabilem fecerat. Eam vero arcem, qnod in orbis
prope formam natura circumcisa rnpes fnerat, Gironem vulgo
appellabat, qnam qni tenebat universa Picentinm provinciam
tumnltn ac terrore qnatiebat.
E nel 1448, in seno airasseinl)lea dei rappresentanti della
citta, fuvvi perfino chi propose doversi conipletaniente spia-
nare il Girfalco, affinehe nnn si offrisse niai piu ad alruno la
possibilita di erigervi una nuova fortez/.a: tanto dovevano es-
sere esacerbati gli animi dal ricordo delle sciagure, di cui la
rocca era stata sempre cagione al cittadini : DD. sententiave-
runt vacare circa rninam girifaJchi et montis ipsins, ita
nt omnino rninetnr, si legge nei Concit. et Cernit. Civitatis
Firmi, die 19 decembris 1448.
E ovvio dun(|ue spiegarsi con quanta ferocia dovesse il
i)0-
polo attendere alla demolizione di tutte le altre costruzioni, di
modo che, questa volta non iperbolicamente, non ne rimane-ise
pietra su pietra; ed eceo perche deirantichissima arce fermana
-oggi non si ha piu traccia, se ne togli un rudero addossato
alla balza orientale del colle, alla l):ise dcl (pialc si scorgono
alcuni massi enorml, appa"t':Mi?nti sen/a duhbio alla cerchia
primitiva di mura, secondo che meglio ci dimostra la loro
disposizione, che e nel senso della lunghe/za, parallelamente
al fianco stesso del monte.
Non per questo, per('), ci puo riuscire difficile segnare per
il Mons Sabius la direzione che dovevano seguire le sue anti-
chissime fortificazioni, poi che la natura stessa del luogo ci
traccia la via. Di fatti, sorgendo il coUe isolato comi^letamente
in mezzo alla citta, e evidente che le nun-a dovevano recin-
gere tutt' intorno la vetta, e crediamo (juindi di non andare
lungi dal vero dicendo clie esse originariamente circondassero
r Acropoli, fornumdo (|uella grossolana elissoide che si scorge .
nel centro delle nostra Pianta.
TOPOGR^FrA DELL"' ANTICA FERMO
99-
XX
XX
Yeiiendo ora alla ricostiTizioiie della cinta suecessiva, noi
ab])i;iino Insogno di nn pnnto di partenza, clie sia piu o meno
prossimo alle fortifica/ioni (lclla rocca, con le (lUiili la se-
Cduda cerchia di mura doveva certamente ricongiungersi. E
allora noi sceglieremo a Cjuesto scopo la torre circolai-e ciie
dalla parte nord-ovest del colle si ammira tuttora dentro il
cortile della casa del Marchese Trevisani, a massi riquadrati,
con gli angoli smussati, per ;idattarli alla forma cilindrica
della torre, dalla quale si diramavano le fortificazioni che da
un lato si riattaccavano a (luelle delF Acropoli, e dalT altro
si pr(dungavano in direzione est, verso la Chiesa del Carmine,
parallelamente, o (juasi, alT odierna via principale di Fermo,
che chiamano Corso Cavonr. E in fatti a lato della torre, a
sinistra di chi la guarda dal cortile, si scorge pure (jualche
metro di muro antico. Veramente il tratto che da qni si e-
stende fino alla casa dei Conti Bernetti e C[ueIlo che ci offre
la maggior penuria di resti visil)ili di questa cinta : non di
meno, per(\ ne abbiamo trovato vestigia dinanzi alla Chiesa
del Carmine, e un vecchio muratore, il quale cortesemcnte
mi informava intorno alla costruzione interna di un;! torre
qu;idrata. ; ridosso di una parete di casa Bernetti, d;i Ini in
p;irte chiusa a motivo di lavori f;itti eseguire dal proprict;irio
nel sotterraneo dell' edificio, mi diceva che nelle varie cir-
costanze, in cui egli aveva dovuto esercitare il sno mestiere
nelle case situate appunto nella p;irte inferiore del Corso Ga-
rour, tra gli estremi Trevisani-Bernetti, si era continuamente
im));ittuto in grandi massi sovr;ipposti, evidentemente a so-
struzione dei miovi f;il)bric;iti. Xoii pu(j credersi, adunque, che
noi arbitrariamente abl)iamo eseguito il tracciamento delhr
nostra cint;i, nel primo tratto Trevisani-Bernetti. Giunti ora
alla casa di questi ultimi, ncl hito nord-ovest di essa e ancora
visibile parte di quella torre qu;idrangolare, teste nominata,
format;i dalla sovrapposizione di pietroni, in forma di paral-
lcllipedi rcgohiri, e delhi quale ci spi;ice di non poter stabilire
100
PAKTE SECOXlJA
la grandezza, perche nessuna faccia della costruzione prinii-
tiva e rimasta completamente libera dalle opere murarie ad-
dossatevi posteriorniente.
La posizione della ca^a Bernetti e i resti della torre, che
vi si scorgono, ci assicurano che questa casa e sorta tutta
sopra costruzioni primitive, poste alla periferia delhi citta, e
da questo punto ora a noi non e affatto difficile, per glMn-
dizii clie ne abbiamo a esuberanza, reintegrare completamente
la nostra cerchia di mura. Di fatti, poco lungi da casa Ber-
netti, nei sotterranei di un edificio posto tra essa e la resi-
denza municipnle. tnivasi un avanzo di antico nnu"o, che si
prohmga per ninlti uietri. fino a perdersi nei fabbricati esi-
stenti fra la fai-i-iata jiosteriore del Palazzo romunale e la
casa Ridolfi, per ricomparire poscia nelle vicinanze della fon-
tana. che chiamano delle piscerelle, a fianco della quale si
vede un frammento di costruzione con tracce di cemento, o
calce, che evideiitemente dnl^liiamo riteurre un rifacimento po-
steriore.
Segue la facciata orientale dell" E})i.^copii). iii cui, come
gia a])biamo notato, le vestigia delle mura antiche sono state
recentemente nascoste dall' intonaco : e da qui, a pochi metri
di distanza, noi entriamo nel cortile di <-asa Porti, dove ci si
presenta un avanzo splendido, formatn da massi di natura
aspramente brecciosa,
d
conglomerati, tagliati anch' essi a
forma quadrangolare, piu o nieno regolarmente, secondo che
la qualita della roccia permetteva. E da notare che nel cor-
tile Porti questi pietroni non seguono solamente la direzione
generale di tutta la cinta, ma per parecchi metri sono anche
disposti i^erpendii-olarmente alla direzione di essa, mentri;
nella parte inferiore della casa, dove ora trovasi un fornn, in
un locale umido e scuro, si torna ad ammirare, nel senso
della lunghezza del terreno, il resto piu grandioso, a mio
credere, delle antichissime nmra fermane, sia perche formato
da macigni colossali, taluno dei quali misura perfino la lun-
ghezza di due metri, sia perche conservato in modo da co-
stituire da solo tutto un lato di quell' ambiente, destando
una profonda imj)ressione nell' animo dello spettatore, a cui
lOPOGHAFIA DELL' AXTICA FERMO

101
iioii puo non richiainare alla nientt' tutta la ^'i^indiosita del-
r opera originaria.
Procedendo innanzi. noi ritroviamo tracre della nostra
cinta nel giardino del Connn. Monti. entro il quale il Can. Fi-
loni nii diceva di aver visto nn tratto di ninro priniitivo,
lun<j:o da 10 a 15 nietri, che io pero non ho potuto osservare,
lierclie presentemiente ricoperto di terra, diraniandosi poi ne-
gli orti attigni delhi Chiesa di S. Donienico, nei quali ne lio
trovato delle vestigia. Ora, giunti (jni, pin tosto che per la
deficienza, noi ci vediann iniharazzati a causa delT abhon-
danza dei resti nel segnire il vero corso delle antichissinie
fortificazioni cittadine, poi che in questi dintorni esse si rad-
doppiano e si aggirano varianiente. Noi, pero-, sulla scorta
della linea offertaci dagli avanzi di casa Porti e del giardino
Monti, seguirenio (pielli che, c<ni tutte le pro))ahiIita, ci rap-
j.resentano la direzione della cerchia originaria. Vale a dire,
osservando la posizione occupata dalla casa del Conte Mor-
rone-Mozzi, dalla scuderia dcl niedesinio, nn tenipo casa
Giannini, e dalla casa delT onor. Conte Falconi, prima di
proprieta Spinucci, nelle (luali
localita tutte sono ancora vi-
sihili, ed esternamente, e nei sotterranei, avanzi copiosl di
queste costruzioni anticiiissime, a grandi massi quadrati. piu
o meno regolari, non importa, secondo che comportava la na-
tura della roccia hrecciosa adoperata, non ahhiamo il niinimo
duhbio che la nostra cerchia di nnira risalisse, a traverso
r odierno largo Spinucci, fino ad incontrare, al princi})io di
Via XX Settembre. ([uei resti che si vedono incastrati alla
parete meridionale delle carceri. in vicinanza della porta che
immette nella piazza Vittorio Enninuele.
riuardando ora la disposizione di ({uesti massi di puddin-
ghe o conglomerati, la quale e da oriente ad occidente. ci
('
facile staV)iIire che le fortificazioni a cui essi appartenevaiio,
prolungandosi oltre, in linea retta, sul luogo delle carceri
stesse. della casa Gioventn, del Teatro delT A^iuila e degli
altri fahl)ricati successivi, tnlti di proprieta del Conte Colli,
fiandieggianti la via, oggi denominata da re Umberto, an-
dassero a ricongiungersi su in alto con la cinta dell' Acropoli,
alquanto a destra della villa (.iuglielmo Vinci, gia Paccaroni,.
102
FARTE SfCONDA
e forse proprio nel punto, in cui entro la sua nicchia gran-
deggia la statua nella quale i Fermani jjanno creduto di rap-
presentareil vescovo S. Savino.
In tal niodo noi, partiti dal lato n()rd-()vest del Mons
Sahiiis, e precisaniente dalla Torre Trevisani, e ijrocedendo
ad est, sulla sinistra del Corso Cavoiir, sianio giunti alla
Torre Bernetti, donde, per la parte i^osteriore del Palazzo
muni<'i[)ale, la ])ul)l)lica fontana, rEpisco])io. la Casa Porti e
il giardino Monti, gli orti della chiesa di S. Donienico. le
case Morroni, Giannini, Falconi e il carcere giudiziario, ri-
-collegahdo i resti ancora visibili delle ])rimitive fortificazioni,
abbiamo cercato di seguirne 1' intero svolgimento, fino a ri-
congiungerle con la cerchLa delF arce dal lato di sud-ovest.
Non pretendo giu di averne ricalcato sulla Pianta V anda-
mento reale con precisione assoluta, ma ccrto ])otro dire
di essermi avvicinato di molto al vero, ])oiche io non ho
fatto altro, nella ricostruzione, che tener dietro agli indizii
fornitimi dagli avanzi che tnttora ne rimangono, e che scru-
polosamente ho di persona rintracciato, con
1'
ussistenza del
compianto canonico Filoni, prima, e del gentiliasimo cav. Ca-
millo Fracassetti, ])oi, prefetto della biblioteca conumale, al
<]uale, ])ercii"), io devo rendere i ])ii"i vivi scntimenti di grazie.
Abbiamo detto so])ra cbe ad un certo ])unto le nostre
nnu'a ci offrono tracce visibili anclie in direzioni diverse
dalla j)rincipale. E, in fatti, dalla casa del conte Morrone
sembia che (]uesta cerchia si scinda in due i'ami, F uno dei
(luali csternamente, e noi gia lo abbiamo s(\guito,
1'
altro
dalla ])arte su])eriore, riappar^Mido ])ress() al portone di detta
casa e nei sotterranei di altri fabbricati vicini, seguendo una
direzione tale, che, se ancht> (]uesti frammenti fossero apj)ar-
tenuti ad uiia cinta continua, essa doveva aiKhire necessaria-
mente a ricollegarsi con la precedente in prossimita del ])a-
lazzo della Sotto Prefettura, dove in fatti, dietro hi statua
di A.miibal Caro, si veggono pure avanzi di costruzioni ori-
ginarie, e a pochi metri di distanza, verso ovest, abbiamo
.-gia notato i resti nella fac^nata meridionale del carcere giu-
diziario. II canonico Filoni ])ropendeva appunto per Li coesi-
TOPOGRAFIA DELL' ANTICA FERMO

103:
stenza di iiir altra cinta con quella da noi descritta, e dalla
parte interna, diraniandosi anch' essa dalla Torre Bernetti, a
da nn punto nnjlto pros^inio, per correre poi in senso pa-
rallelo all' altra, a non grande distanza dalla parte inferiore;
della Piazza. A me, pero, non e stato possibile rinvenire
tracce sicure di essa se non a partire da casa Morrone, e di
conseguenza, pnr non volendo contradire all' opinione del sa-
piente canonico, che dell' antica topografia delhi sua citta
poteva certo avere cognizioni piii anipie di ciuel che non
posso aver io, non nii sono peritato di reintegrare completa-
niente anche questa cinta interna, segnandoia su\h\ Picmta, non
ritenendo suflficienti gli elementi clie avevo a mia disposizione
e sembrandomi, per eio, di agire arbitrariamente. Giacclie
potrebbe essere che in antico le cose stessero come credeva
il Filoni, ma potrel)l)e anche darsi che quegli avanzi non
appartengano a una cerchia continua di mura, sibbene a po-
tenti sostruzioni in quei pressi elevate a sostegno del terreno.
sovrastante, perclre appunto in (^uesti dintorni il fianco del
monte comincia ad apparire piii scosceso, tanto vero che,
procedendo innanzi di non molto, da est ad ovest, noi arri-
viamo alla zona che e rimasta e clie rimarra perpetuamente
sgombra di fabbricati, a cagione del suo ripidissimo pendio.
Del rimanente, clie tra la parte inferiore della Piazza Yitto-
rio Emanuele e I' attuale via (jiacomo Leopardi corressero-
parallele due linee di fortificazioni, a me sembra non solo
arriscliiato, ma quasi impossibile sostenere.
Ed ora veniamo alla ricostruzione della terza cinta. An-
che qui noi sceglieremo nn puiito sicuro da - cui prendere le
mosse, per compiere il giro che da I' un lato e r.altro dovra
ricondurci alla cerchia precedente, e a questo scopo non po-
tremmo non scegliere (luella traccia visibilissima, che abbia-
ino in prossimita della Chiesa di S. Francesco, uno dei resti
piii cospicui della bellezza e della grandiosita delle primitive;
fortificazioni fermhne. Che quei massi enormi appartenessero
realmente ad una cerchia di mura ce lo dimostra il fatto che
essi trovansi vicini ad una Porta; ma non vogliamq intendere;
quella attuale, chiamata da S. Francesco, aperta da noii
104 PAUTE SECONDA
molti aiini, e quindi di nessuna autorita per noi, sil^bene Fan-
tica detta Porta Romana

(nome che ad ognuno deve ajDparire
molto significativo), Porta che fu api)unto murata quando si
apri la presente, ma di cui si scorge anche adesso tutta
r impronta di fronte alla Chiesa. I^ la conferma assoluta alla
nostra asserzione e data dalla presenza. in questo stesso
luogo, di una torre quadrata, visibile solo in parte, perche
ahch' essa addossata a costruzioni posteriori, formata al so-
lito di grandi massi sovrapposti a secco. Non puo, quindi,
revocarsi affatto in dubl)io che questo fosse 1' estremo limite
della terza cinta di mura, e in pari tcmpo il punto della
massima estensione delhi citta verso levante.
Disgraziatamente, i^ero, dopo (piesto indizio sicurissimo,
noi a destra non ne abbiamo potuti trovar altri, benche
molte siano state le ricerclie fatte e le persone interrogate,
che ci servissero di guida nel tracciato preciso di tali forti-
ficazioni. Se non che, guardando la direzione dei massi no-
tati vicino aHa porta S. Francesco, e avcndo presente la na-
tura e ie accidentalita del terreno della parte nord-est della
citta, chiaramente si rileva che il tratto della terza cinta, il
quale da questa Porta si inalzava fino ad inrontrare la se-
conda, siaccandosi a destra della torre quadrangolare, si j^ro-
lungava alquanto a nord. sul luogo dei sotterranei della
Chiesa, e poi, piegando ad luigolo da est ad ovest, risaliva
quasi i^arallelamente alla linea di fortificazioni medievali,
tuttora intatte, dalla parte intcrna poro, staccandosene ad
un ccrto punto, per andare a rirongiimgcrsi con la sei'onda
cinta nella Torre Bernetti. Nc si dica che tale ricostruzione
puo sembrare arbitraria, poi che, facendoci difetto indizii
reali, noi ci attenianio l)t'nsi ad indicazioiii ideali. nia le l)a-
siamo suU' osservazione scrupolosa della natura del terreno,
la sola, in questo caso, che possa venirci in aiuto. Guardia-
mo la Pianta : in tanto vi sono le mura del Medio Evo, e
dicendo che quelle antiche dovevano svolgersi internamente
ad es-,e, ci fondiamo non solo sulle accidentalita presentate
dal suolo, anche in questa parte ripidissimo, ma ancora
sulla semplicissima riflessione che, mentre in tutti gli altri.
pmiti la citta medievale ci presenta un ampliamento di
TOPOGRAFIA. DELL' AXTICA FERMO 105
fronte alT antica, ([ui, per un caso strano, che nessuno ci
sapra giustificare, essa si dovrebbe dire ristretta. Dumiue la
ipotesi piu naturale che possa farsi e che, non i^otendo i
Fermani del Medio Evo tenersi piu a nord nella costruzione
delle nuove inura, non permettendohi hi configurazione del
terreno, essi abbiano seguito, (juanto piii era possibile, hi
linea delle fortificazioni primitive. Che ciuesto tratto di mura,
poi, dovesse reahnente aiKhire a metter capo alhi Torre Ber-
netti, nelle sue vicinanze, l)asta, per persuadersene, guar-
dare semplicemente sulla Piaufa la posizione di (juesta torre
e di quella a hito della Chiesa di S. Francesco, ed anciie
della Piazza Yittorio Emanuele, in parte della quale uoi tr(3-
veremo V antico Foro.
Ed ora volgiamoci a sinistra. NV pure da (juesta banda,
fino alla Piazza Ostilio Ricci, ci occorrono avanzi abbondanti,
ma tuttavia non ci difettano completamente, poi che il cano-
nico Filoni. interrogato da me se sapesse qualche traccia
delle autiche mura nell' iiitervallo tra la Chiesa di S. Fran-
cesco e la Piazza su detta, mi rispondeva di conoscerne a-
vanzi cospicui nei sottei"rauei dci fabltricati posti nelle vici-
nanze del Ponte di Cecco. che a ine per(j e stato impossibile
visitare. Xotiamo, intanto. che tutti gli edifici sorti suITarea
di quel triangolo approssimativamcnte isoscele. i cui I.iti
minori sono formati dai duc troiichi dell' odiei"na Via (lari-
ribaldi e il maggiore dalla Via Tivvisr.ni, sono di costiaizione
recentissima, risalente a non piu di 80 anni addietro. priina
del qual tempo tutto il terreno compreso fra i lati (luasi u-
guali del triangolo e le mure cittadiue, tranne la striscia
lungo la parte inferiori; della Via Garibaldi, era messo ad
orti e giardini. Non pu(!) dunque, ne pur per un momento,
cadere in mente ad alcuno che le fortificazioni antiche po-
tessero avere il loro svolgimento lungo la Via Trevisani. che
prima di 30 anni or sono non esisteva, e ne meno dentro I' a-
rea stessa del triangolo, poiche nei molti sterri e scavi, e-
seguiti per le fondamenta dei nuovi fabbricati, se ne sareb-
bero certamente incontrate le vestigia, nientre il canonico B^i-
loni mi assicurava che egli, nel tempo, non aveva avuto
mai notizia di ritrovamenti di mura antiche. E allora, la
106 PARTE SECONDA.
informazioiie da lui stesso datami, circa
1'
esistenza di resti
delle antiche costruzioni nelle vicinanze dell' attuale Ponte
di Cecco, non puo non avere per me un grandissimo valore,
poi che, osservandosi che questo ponte trovasi precisamente
sulla strada piu importante della parte meridionale di Fer-
mo, (prescindendo, si capisce, dalla Yia Trevisani, costruita
recentemente) che prima denominavasi Vin del Pianto, dalla
Chiesa della Madonna del Pianto, e volgarniente Yia Postale^
perche vi transitava la diligenza, e riflettendo ehe non ab-
hiamo alcun motivo per non credere che a sud questa fosse
anche neirantichita la via principale, che doveva correre in-
ternamente lungo la cerchia di mura, a me sembra di avere
elementi piu che bastanti per seguire a sinistra della Porta
S. Francesco tutto lo svolglmento di questa terza cinta. La
quale, per tanto, diramandosi da quella torre quadrata, che
ivi abbiamo scorto, doveva risalire lungo la parte inferiore
della Via Garibaldi e, giunta in prossimita del Ponte di
Cecco, piegare a sud-est, seguendo V altro tronco della me-
desima via, in modo da servire contemporaneamente da po-
tentissimo sostegno al terreno scosceso sovrastante.
Ora noi ci troviamo nella Piazza Ostilio Ricci, e da qui
gua)'dando in alto, al punto dove dobbiamo ricondurre le no-
strc uiui-a,
('
noii dimenticando mai di porre attenzione alla
(onfigurazione del suolo sulla nostra sinistra, ci vedremo
segnato dalla natura stessa lo svolgimento che doveva avere
rultimo tratto delle no^tre fortificazioni. Se non che, inve-
stigando con diligenza in quelle localita, per cui io ero per-
suaso che, approssimativamente, la terza cinta dovesse pas-
sare, per mia grande ventura sono riuscito a trovare av.inzi
di essa, in due punti della linea che idealmente mi ero trac-
ciato, e ciot"^ dentro il piccolo cortile adiacente al fabbricato
della Congregazione di Carita, che gia fu casa Ricciardi, e,
j)iii oltre, presso la casa Vittorozzi. Anche i resti, cOnservati
nei cortile della gia casa Ricciardi, sono severamente gran-
diosi, avendo alla base pietroni enormi, taluno dei quali di
circa due metri di lunghezza, e in pari tempo curiosi perche
ci offrono le tracce di risarcimenti posteriori, come ben ci di-
mostra la calce con pietre e rottami di. niattoni introdotta
SVOLOIMENTO DELLA TECNICA DELLE COSTR. NEI TEMPI ANT. 107
([iiSL e la nelle commessure^ deturpando in tal modo la purita
della linea primitiva, la quale e rimasta intatta nella parte
superiore. E evidente, dumiue, ehe la terza cercliia di inura,
dal punto ove e oggi la Piazza Ostilio Ricci, piegando a
nord-ovest, dopo aver ra<'cliiuso l'area, su cui presentemente ;
sorge la casa dei conti Vinci, e quella occupata dalla vicina
Chiesa di S. Michele Arcangelo, risaliva al fianco del colle,
passando nou lontano da casa Censi, e sul luogo occupato
dal fabbricato attualniente di proprieta della Congregazione
di Carita e dalla casa Yittorozzi, dove fortunatamente se ne
veggono tuttora le rilevantissime vestigia, fino a collegarsi
con hi seconda cinta al principio di Yia XX Settembre.
In tal modo abbiamo ricostruito, con la massima esattezza
possibile, le linee di fortificazioni che circondavano da ogni
l)arte la nostra Fermo, hi (juale, come ben si vede, nei tempi
antichi trovo i suoi maggiori ampliamenti dal Lato orientale
<lel monte, prospiciente rAdriatico, per le ragioni preceden-
temente ricordate.
Svolgimento della tecniea
delle costPUzioni nei tempi antiehi
Ed ora noi, ricordando di aver promesso, in sul princi-
pio del lavoro, come dalT esame degli avanzi delle primitive
mura fermane avremmo dedotto V argomento principale a
favore della esistenza della nostra citta air arrivo della co-
lonia romana, procederemo ad un tale esame, mandando
pero innanzi alcune nozioni elementari sullo svilupi)0 della
tecnica delle costruzioni neiranti<-hita, allo scopo di poterne
trarre legittimamente conclusioni da applicare al nostro caso,
Cominciamo, in tanto, dall' assodare un punto d' impor-
taiiza fonda-mentale, vale a dire che nell' arte edificatoria
<legli antichi si verifico im profondo rivolgimento, quando si
trovo che si poteva far uso della calce nelle costruzioni.
108 PARTE SECONDA
giaccbe, prima clie si avesse questo mezzo. era assolutamente
impossibile inalzare opere sollde soltanto con j)ietre di pic-
cola mediocre grandezza. rendendosi neeessario, per otte-
nere \-a stabilita, T impiego di massi enormi. Ed ecco la
semplicissima ragione par cni tutte le mura primitive sono
formate di tali massi poderosi. mentre dopo la scoperta del
calcestrr.zzo si rese possibile legare insieme pietre anche
molto piu piccole, ottenendosi contempoianeamente costruzio-
ni piii solide, con minore spendio di tempo. di denaro e di
fatica. Ora la scoperta del calcestruzzo risale al III secolo a-
vanti
1"
E. Y.. ma si comprendera bene che la sua applica-
zione non poteva ditTondersi se non gradatamente, diventando
generale solo durante V ultimo secolo della repul)blica ro-
mana,
Noi non staremo qui a ricordare che fiivvi un tempo in cui
non si conosceva in Europa
1"
uso di co-truire in pietra, a-
doperandosi il legno e coii ipif-tn
1"
argilla pcr le pareti :
sai^piamo. per esempio, che di legno erano i tcmpli di Gre-
cia, e che anche in Italia originariumente le fortificazioni si
fecero di questa materia ; anzi si racconta che Aeclannni,
nel paese degl" Iipini, fosse difesa da nna palizzata perfino
ai tempi della guerra sociale. Ecco perche le prime costrn-
zioni in pietra sono rozzissime, non avendosi che grandi
pezzi di roccia.
1"
iiii sopra T altro ammucchiati disordinata-
iiieiite. seiiza uii nual.^iasi criterio tecnico direitivo. perche
cio che premeva era semplicemente opporre un riparo agli
assalti nemici. Tali mura, a massi irregolari sovrapposli, si
dicdiio. pcro con termine coiivciizinnalc, Cich/jjicJie. a < ifTe-
renza di quelle PeJasgiche, rozze anch'esse, ma levigate dalla
parte esterna, senza dubbio per togliere agli assalitori ogni
possibilita di arrampicarvisi, delle quali si distinguono due
specif, Ja poJigonaJe pnra e Ja poJigonale a strati. A questo
genere, poi, tien dietro la costruzione regolare. a massi pa-
rallelipedi quadrangolari. collocati in niodo chc all' uno. in
un senso. nc e sovrapposto un altro ncl seiisn iiivcrso. Ora
(pii intendiamoci bciie : la maggiore o minore regolarita nel,
taglio dclle pietre delle mnra antiche non puo sempre of-
frirci un criterio assoluto pcr una distinzione netta delle eta
SVOLGIMENTO DELLA. TECXICA DELLE COSTR. NEI TEMPI AXT. lOt)
relative alle costru/ionL medesime, come se una maggiore
pcrfezione di forma, dovessp sempre rispondere, iiecessaria-
mente, anche a iin progresso di tempo. Occorre distinguere
fra luogo e luogo, o meglio, fra le materie che i varii luoghi
offrivano all' uomo per le costruzioni. Cosi, per esempio, la
Grecia e una regione che ha hi roccia 'alcarea o a schisti
cristallini, di difficile lavorazione, che non puo essere ben ta-
gliata a parallelipedi, e per conseguenza in Grecia molto tardi
si ebbe lo sviluppo delle inura regolari, In Italia, in vece, la
cosa e diversa : da Napoli al Monte Argentaro si ha preva-
lentemente una regione tufacea, con roccie qnindi che non
offrono difficolta di lavoro, anzi molto piii facili ad essere
tagliate a parallelipedi che poligonalmente. Cosi e che in
Roma sul Palatino, e nell' agnet'
serviano, per esempio, tro-
viamo splendidi monumenti di costruzioni a parallelipedi re-
golari, e in tutta I' F^trnria meridionale non si ha che un
solo esempio di costruzioni Pelasgiche.
Nei tempi primitivi i massi erano seniplicemente sovrap-
posti, senza il minimo tcntativo di legatura : al piu, al piu
si sara introdotta I' argilla nci fori, cosa questa. del rima-
nente, che ne pure possiamo asserire con certezza, perche
r argilla potrel)])e anche esservi stata inserita dall' ac^jua
lungo il corso dei se:;'oIi. (^iiando, poi, in Grecia comincio
a diffondersi il genere di costrnzioni regolari. allora la me-
tallotecnica aveva gia preso uu certo sviluppi), c (|uindi
nelle mura i massi superiori venivano collegati con gli infe-
riori mediante spranghe di ferro o di bronzo, sistema che
sappiamo praticato auche nell' Anfiteatro Flavio, secondo
che ci attestano i fori che si seorgono esternamente.
L,a scoperta del calcestruzzo, adumiue, doveva di neces-
.slta portare una rivoluzione completa nell' arte editicatoria.
Non essendovi piu bisogno di savrapporre massi enormi, per
ottenere la solidita, si potevano unire insieme con la calce
piccole" pietre, venendosi cosi a formare V opns incertum dei
Romani, e le pietre erano levigate soltanto esternamente,
nella parte, cioe, visibile deiropera. Ma, giacche un tal
genere di costruzioni airocchio appariva poco estetico, cosi,
qualora non si fosse voluto coprire cou uno strato di calce o
110 PARTE SECONDA
di stiicco, si rendeva necessario adoperare pietre delle me-
desime dimensioni, ottenendosi allora V opiis reticnlatitm, il
quale non e che uua semplice trasformazione del genere pre-
cedente. Non insistero qui ulteriormente intorno alle varie
combinazioni o reciproclie relazioni di tali specie di costru-
zioni, poi che, non restandocene tracce ueUa nostra Fermo,
esse non possouo presentemente interessarci.
E allora giovera piu tosto rilevare V uso che comincio a
farsi del mattone dopo la scoperta del calcestruzzo, uso che
divenne anch' esso generale tra
1"
ultinio secolo della repuh-
blica e il prinio delT impero. La distinzione di etii, nelle
costruzioni in mattoni, ci e dato dairesame delle dimensioni
dei medesimi : se noi ci trovianio dinanzi a mattoni sottili,
uniti insieme da un leggiero strato di calce, e certo che To-
pera appartiene al periodo piu antico, tra la fine della re-
puhblica e i primi due o tre secoli delP impero : quando,
in vece, il mattone e pifi grosso e piu spesso lo strato di
calce, senza dubbio V opera muraria deve riportarsi a un
tempo posteriore.
Eta apppossimativa della costpuzione
delle mupa fepmEine
Ed ora, dopo aver premesso que^te lirevissime ed elei-ien-
tarissinie notizie intorno alla tecnica delle costruzioni neiran-
tichita, noi ci domandiamo : A quale tempo si possono far
risalire le nuu-a di Fermo ?
Si
<"'
gia detto preeedentemente che questa citta fu recinta,
neir ela piu antica, da tre linee di fortificaziuni, che noi al)-
l)ianio cercato di traf-ciare fedelmente sulla nostra carta to-
pografica. Ricordiamoci, iii tanto, clie la colonia romana fu
dedotta a Fermo al principio della l'^ guerra punica : initio
primi belli pnnici Firmum et Cdstrum colonis occupata, ci
dice Velleio Patercolo, clie gia abliiamo citato. Ma nessuno
ETA APPROSSIMATIVA DELLA COSTR. DELLE MURA FERMAXE 111
^i rassegnera certo a credere che le diie cinte di inura fernia-
ne, che si veggono daUa parte orientale della citta, o, per lo
nieno, la terza, cioe la piu esterna, sorgessero contenipora-
neaniente a quella dell' acropoli, su nel Mons Sahius, poi che
senibrerel)be da vero niolto strano che i fondatori di Fernio
fin dai priniordi hi recingessero coii triplice giro di fortifica-
zioni, cosa che d' altra parte ci obbligherebbe ad amniettere
come, anche nei fenipi piii belli di sua floridezza, la citta
fosse rimasta fossilizzata entro i suoi limiti originari. Per
tanto, secondo che gia iioi abbiamo notato, lo sviluppo topo-
grafico di Ferino avvenne per processo naturale semplicissi-
1110 : quando la cresciuta popolazione iion trovo piu spazio
sufficiente entro le mura dell' arce, si vide nella necessita di
occupare con edifici I' area esterna circostante, e, dopo che
tali edifici avevano raggiunto un iiuinero coiisiderevole, si
misero al riparo dal nemico, circondandoli di mura.
E possibile, dunque, credere che la nostra citta debba ri-
petere la Sua prima origine dai coloni romani "? La (|uestione
non ha bisogno di ampia discussione : basta solo aver pre-
sente la data della deduzione della colonia, data ajne per buona
ventura noi conosciamo, e gettare uno sguardo sugli avanzi
delle priniitive iniira fennane, ricliianiaiido alla niente i ra-
pidissimi cenni teste esposti intorno allo sviluppo della tecnica
delle costruzioni nei tempi antichi. E, affinche iieir aninio dei
miei illustri lettori non rimanesse il miniino dubbio circa le
mie asserzioni, che altriiiienti potrebbero apparire gratuite,
io ho fatto ritrarre le aiinesse zincotipie di questi avanzi, in
punti diversi ove sono visibili, fornendo in tal modo a tutti
la possibilita di assicurarsi con i propri oci-hi di ([uanto io af-
fernio. Se, per tanto, e assurdo supporre che le tre cerchie di
rnura sorgessero contemporaneamente, e ovvio clie due di esse
debbano attribuirsi ad ulteriori ampliamenti della citta. Ain-
messo, quindi, secondo
1'
opinione da noi combattuta, che i co-
loni romani, giunti a Fermo, si fortificassero sul Mons Sahius,
quaiito teanpo sara trascorso da allora prima che si avver-
tisse la necessita di costruire un' altra cinta di fortificazioni
attorno agli edifici sorti fnori del perimetro della primitiva?
E asSoIutamente impossibile rispondere, aiiche con approssi-
112 PARTE SECONDA
inazioiie, ad iiiia tale doinanda: ma certo, anche che si con-
ceda solo il piu breve spazio di tempo che logicamente possa
imaginarsi, bisognera pur sempre pensare alla successione di
tre quattro generazioni fra la costruzione della prima e
delhi seconda cerchia di mura. Ma tre o quattro generazioni
di uomini abbracciano lo spazio di oltre un secolo, e cosi
noi saremmo riportati verso il 150 av. C. con hi edificazione
della seconda cinta. E allora per la terza"? E inutile fantasti-
care : noi sappiamo che Augusto dedusse anche in FermO'
una delle sue colonie militari, e di conseguenza la supposi-
zione piii logica che potrebbe farsi, intorno all" origine di
questa llnea piu orientale di forfcificazioni antiche, sarebbe
di attribuirla appunto alla colonia militare augustea, con che
si dovrebbe hcendere, nel tempo, fin quasi al principio del-
r Era Volgare. Ma e possibile questo "? E risaputo che, lungo
tutto r ultimo secolo della Repubblica,
1'
uso del calcestruzzo
e del mattone si era diffuso universalmente, ed anzi si puo
asserire che per T Ihili.i il liiiiite di separazione fra T antica
e la miova maniera di costruire e seginita, all' ingrosso, dal
200 circa av. C. Si guardi la
2-^
delle nostre zincotipie, la
quale ci otTre un saggio intorno alla tei-nica della cerchia
piii esterna delle mura fermane, e noi domandiamo all' intel-
ligente osservatore se egli sappia rassegnarsi a ritenere un
nuu'o, al quale gli avanzi che presentiamo fotografati appar-
tenevano, soltanto opera degli uUimi anni della Repubblica
romana o dei primi dell' Impero. Se V impressione, che si
prova alla semplice visione della zinr-otipia, non e certo in-
differente, quella riportata sul luogo v a dirittura enorme. Xoi
ci troviamo innanzi a blocchi inimensi di caleare, tagliati a
parallelipedi regolari, e:I a massi di puddinghe o conglome-
rati, della medesima forma geometrica, costituenti un avanzo
grandioso di parecchi metri di lunghezza, che spontaneamente
ci riprrsenta alla niente tutta la tenace solidita e
1'
aspetto
aspro, selvaggio. che doveva offrire Topera completa. E con-
tcmporancamcnte non ])ossono non riaffacriarsi al nostro pen-
siero tutte le gigantesche fatiche ciii dovettero sobbarcarsi i
costruttori di tali fortificazioni, pcr il trasporto della enorme
qiiantita dcl materiale necessario, poi che e bene si sappia
ETA APPROSSIMATIVA J>ELLA COSTR. DELLE MURA FERMAXE 113
che le localita piii jr<ssiiue a Fenno, dalle quali si potevaiio
trarre pielre di qnella specie, (-lie noi ^^diamo adoperate per
la costruzione delle sue antichissinie mura, si trovano sem-
pre a un raggio di dieci a rjuindici chilometri di distaiiza
!"
Se, dunque, a noi sembra soverchiamente arrischiato' ere-^
dere di soli due secoli av. C. ('oncerlendo anrhe trojipo) la'
seconda cerchia di mura, che vediamo tutta costruita di grandi
massi parallelipedi, senza hi minima traceia dell' opiis incer-
tum, mentre in (juel temjx T uso del calcestruzzo doveva ])viYe
conoscersi a Fermo, sapendo noi che questa citta. e il Pi-
ceno in generale. specialmente per le vicinanze del mare,
fin dalle origini ebl)c frecjuentc contatto con le altre parti
d' Italia, non j)ot:renio assolutaniente adagiarci alla persua-
sione che ai tenipi di Augusto. o, quando anche si voglia,
durante
1'
ultimo secolo della Repubblica, si costruisse se-
condo la tecnica piu antica una intera cinta di mura in un
luogo, dove il terreno roccioso, da cui si potesse trarre tutta
1h coi)ia di quei massi smisurati, difettava coinpletamente !
Giacche non si saprel)be da vero comprendere in alcuna ma-
niera perche quei buoni antichi Fermani dovessero preferire
un metodo di costruzione, che importava uno spendio ini-
menso di tempo, di denaro e di fatica, specie per il trasporto
del materiale a quell' altezza non indifferente, quando con
eomodita e facilita molto maggiori avrebbero potuto ottenere
iin' opera non meno solida, ma ineno ccstosa.
E parecchie altre considerazioni noi p(^treinino (jiii fare
per mettere sempre piii in evidenza la iinpossibilita che la
nostra terza linea di fortificazioni sia stata inalzata poste-
riormente al III sec. av. I' E. V. Noi noii sappiamo, e vero,
(juanti fossero i coloni mandati in (juesta citta, ma, riflettendo
che le colonie che si deducevano con diritto hitino, a diffe-
renza di quelle a cui era concessa la cittadinanza romana, si
com.ponevano, in genere, di nioltissimi membri, poiche noi
rileviamo da Livio (X, 1) che Sora, per esempio, ne ebbe
4000 e AIh.a Fucentia 6000, e cic) avvenne solo nel 303, valo
a dire a j^ena 40 anni prima della colonizzazione di Fermo,
inferirenio che anche i coloni qui dedotti non potevano non
essere numerossimi, dovendo essi tenere a freno 1'intera re-
114
PARTE SECONDA
gtoue pLcente, che pure era popolosa e valorGsissiiiia. E al-
lora i no5tri oontraddittori sarebbero di necessita indotti ad
arnmettere che la
2^
cinta di mura fennane sorgesse contem-
poraneamente alle fortificazioni deir acropoli, ipotesi questa
del tutto gratuita, e che, del rinianente, aiu-lie ammessa per
un momento come verosimile, lascerel)be impregiudicata la
questione, perche noi non avremmo mai uno spazio suffi-
ciente entro cui rollocare edifici per tre o quattro mila per-
sone, pur ritenendo che a non piu ascendessero i coloni, 1
quali sarebbero in nuniero e?i;j:uo, al confronto di quelli de-
dotti a Sora ed in Alba, sul Fiii'iiio. pero che nel caso nostro
si deve aver ani-he })resentc chc la natura scoscesa dci fian-
chi del Moiis Sahias non permetteva, coine non periuette pre-
sentemente, una densita abbastanza grande di fabbricati. Ben
avevamo noi, dunque, ragione quando, sul principio del uo-
stro lavoro dicevamo che, se la esistenza^reromawa di Fermo
non ci era attestata direttamente dalla storia, noi per via in-
diretta
1'
avremnio ugualmente dimostrata. con V esaine degli
avan/.i delle sue antichissime iniira. I R<mani seguendo la loro
regola generale, che era quella di fondare, a dlfferenza dei
Grei'i, le loro colonle in comuni gi;i csistenti, trovarono in
Ferino un centro abitato il qiiale, non })otendo certo conte-
nere anche i niimerosi nuovi inquilini, dovette essere note-
volmente ampliato, e allora si che abl)iaino una citta relati-
vamente grande per quei te\n\n antichi, iiella (jiiale Ronia
poteva scorgere quella formidabile fortezza che era iiei suoi
disegni piantare nel cuore del Piceno, minaccia perpetua al
popnlo recentemente soggiogato, a cui facev.i comprendere
(he (lualsiasi V(_'lU'ihi di riscos-^a si sarcl^bc infranta contro
(jiicl lialuanlo.
I/ i|)ott'si
i)iu
attendibilc, (luindi, chc secondo me assorge
(piasi al grado di certezza, e clie racropoli fcrmana costituisse
il primo nucleo fondato dagli Umbro-Sabini, vale a dire
dai Picenti, stabilitisi pacificainente, in numero non limitato,
sul Mons Sahius, e che quando, volgendo prospere le sorti
tli Fermo, la popolazione noii pote essere piu contenuta entro
r area troppo angusta dell' arce,
ia un tempo. che a noi rie-
sce a dirittura impossibilc precisare, si avverti la necessita
ETX APPROSSIMATIVA DELLA COSTR. DELLE MURA FERMAXE 115
di allargare la zona abitata e si costrusse allora la seconda
cerchla di mura. Questa era la citta che i Romani troyiirono:
quando vi farono -dedotti in colonia. E non ci si vorra certo
opporre che essa,
iin tal caso, non potrebbe piu ascriversi al
numero delle ville o doi vlci che anche noi, con rautoritadi,
Livio, abbiamo ammesso essere stata la categoria di centri a-:
bitati mantenutasi prevalentemente nel Piceno fino a tempi;
molto avanzati, poi clio, oltre che non e detto come tutti as-
solutamente i centri abitati di (luesta i-.egione fossero sem-;
plici borgate, a quella parte di Fermo costituita dall' acropolL
e dair area, limitata dalla seconda cerchia di fortificazioni,-
a mahi pena potrebbe darsi il vero nome di citta, sia pure
secondo il concetto degii antichi ; e, d' altronde, giova riflet-
tere che in essa doveva esservi senqjre uno spazio sufficiente
per accogliere gli abitanti del territorio con gli armenti, o-,
gni ({ualvolta fosse pfovocata in guerra dai vicini. E allora
si }>uo affermare, quasi j)Ositivamente, che le mura piu orien-
tali della citta, di cui ci restano gli splendidi avanzi di fianco.
alla Chiesa di S. Francesro, fossero inalzate dai coloni romani,
perche in (piesto caso noi iion ci troviamo piu in opposi-
zione con quanto abbiamo detto intorno allo sviluppo della,
tecnica delle costruzioni nell' antichita. La colonia romana,
in fatti, fu dedotta in Ft-rmo nel 264 o 263 (lo vedremo me-
glio in seguito) av. I' E. Y. ; ora e noto che appunto nel IH
secolo av. C. si comincio ad adoperare il calcestruzzo nelle
costruzioni, nia non sappiamo i^arimenti in quale decennio.
del secolo invalesse un tale uso. Arnmesso pure, sempre gra-
tuitamente per(\ che cio avvenisse nella prima meta del 300,
e sempre molto difficile credere che nel 263 si dovesse tro-
vare necessariamente V opus incertmn nelle nuira fermane,
giacche si comprende che I' uso del calcestruzzo non poteva
certo diffondersi cosi rapidamente, e si e gia notato che per
r Italia il liniite di sef^arazione tra rantica e la nuova ma-
niera di costruire e segnata dal 200 av. C, airingrosso per(\
dovendosi -piu tosto scendere che risalire oltre questa data
per trovare adoperato universalmente il calcestruzzo.
Non dair aes (jrave, adunque, ue dalla pretesa testirao-
nianza di Frontino, secondo il (luale (per un errore, per('), di
tl6
-.':-. ^''
PARTE SECONDA
'A^-
(:.:..':>
qualche editore degli Stratagemmi) il Senato dl Roiiia a--
vrebbe imposto al eonsole Levino, battuto da Pirro sul Siri,'-
di condurre le reliquie deir esercito a Fermo, e di prendervi
i quartieri d' inverno, ma da considerazioni d'ordine generale,
e, anche a prescindere da queste, unicaniente dall'esanie dei
resti delle sue antichissime fortificazioni, ci e attestata, fuor
d'o,i^ni dubbio, hi preesistenza, delki nostra citta alla sotto-
missione del Piceno.
II fermano G. B. Carducci, architetto, niolto competente
qnindi nello studio dei monumenti. fin dal 18()8 stampava
in quattro pagine alcuni cenni sitlla scoperta di una cittd
primitiva (cosi egli chiamava la 2^/rmHm delle origini); e nel
1876 pubblicava in 7 pagine la prefazione del suo lavoro, che
e poi rimasto inedito presso la sede della locale Cassa di Ri-
sparmio, gli amministratori della ({uale lo tengono custo-
dito molto gelosamente, mentrc sarebbe piu conveniente che,
pur dovendo seguitare a rimanere inedito, passasse alla biblio-
teca del comune. In questi fogli a. stampa, adunque, le an-
tichissime mura di Fermo sono dal Carducci dichiarate aper-
tamente d' opera etrusca, appartenenti al piii perfetto modo
di edificare delV arte etrasca, ecc. perche egli sosteneva a
tutt' uomo che, nel tempo di loro masslmo splendore, gli E-
trusrhi signoreggiassero, cou le altre regioni d"Italia, anche
la picena. Noi, invece, che a un tale dominio non crediamo
affatto. e che abbiamo diniostrato come non sia punto ne-
cessario vedere gli Etruschi nel T'jryr,7^v(ov di Stral)one, tanto
meno potremo adattarci a ritenere come opera essenzialmente
etrusca le mura fermane. Sc si trattasse di un edificio, nel
quale si riscontrasse uno stile architettoni<o piu tosto che un
altro, per esempio, il dorico. il ioiiico n 11 corinzio, forse si
potrebbe fare, sempre con molta riserva pero, (jualche indu-
zioiic intorno alla nazionalita del j^opolo che lo inalzarono: ma
voler as.segnare determinatamente a ([uesta o a quella gente
uua cinta di mura, la quale non offre alcun carattere par-
ticolare, ma che risulta costruita secondo una tecnica, prima
della scoperta del calcestruzzo universalmente adottata non
solo in Italia, nui in Grecia, e nell' Egitto, valc a dire con la
semplice sovrapposizione, a secco, di enorini massi di pietra,
ETA APPROSSIMATIVA DELLA CaSTR. DBLLE MURA FERMANE 117
tagiiatr iii forma di parallelipedi regolari, ci.sembra, per; I0
meno, arl)itrario. E iniitile, del rimanente; qnando si ragionia.
con i^ee preconcette nel cervello, non possono seguire che
consegnenze errate. Se non ciie, quello che ci sorprende niag-'
giormente e che da un architetto del valore del Carducci, il
qnale ha pur cosi bene illustrato gli antichi monumenti di
Ascoli, nel Piceno, si sia potuto scrivere come la tecnioa
delle costriizlaui a inassi riquadrati sorgesse coutemporanea-
mente a quella di costruire con massi tagliati poligonalmeiite,
procedendo entramhi i geiieri costantemente di pari passo,
senza che si debba crtnlere affatto che la forma (iiuadrango-
lare sia una trasformazione di quella poligonale a strati, e
che
/'
uso del cemento, o della calce, per accrescere 1a solidita
delle murazioui, fosse conosciuto dalV uomo niente di ineno
che
fln
dalle prime etd del ino.ndo ! Queste cose ho letto
\Q
stesso nel manoscritto cardncciano, che, a traverso mille dif-
ficolta, potetti arrivare a vedere fugacemente I'anno passato;
ma peggio ancora sarebbe quello che mi dice il prof. Mecchi,
che. cioe, per il Carducci il sistema poligonale delle costru-
zioni avrebbe indicato piu tosto una trasformazione del genere
<i[uadrangolare, rappresentamlo la forma del poligono una
perfezione di fronte al parallelipedo !
Che in Fermo, adunque, esistano avanzi di mura antiche
della stessa specie di quelli che ci offrono Fiesole, Chiusi.,)
Perngia, Arezzo e le altre citta antiche dell' Etruria, per noi
dice perfettamente nuUa per la ricerca della nazionalita del
popolo da cui furono inalzate, ])oi che la sovrapposizione a
secco di grandi massi ritpiadrati non sta ad indicarri in al-
cnna maniera un' arte tntta particolare degli Etruschi, ma ci
rappresenta una tecnica la ([nale, prima della scoperta del cal-
cestruzzo, era universalmente adottata sia in Italia clie fuori.
Fin (lui noi al)biamo scmprc parlato di tre cerchie di
fortificazioni delT aidichissima Firmum, rultima delle ([uali,
secondo lii nostra ferma convinzione, sarebbe stata inalzata
dai coloni romani, dedottivi al princdpio della prima guerra
})unica. Ora noi dimostreremo in segnito che anche in (luesta
citta Augusto dedusse una dclle sue 28 colonie militari ; e
118
TARTE SECOXDA
l)ene, i nuovi inquilini costrussero anetie essi una nuova cinta
4i fortificazioni ?
-
'
In tesi^generale, non e affatto obblicfato credere che de-
durre una colonia in una citta, gia esistente, importasse.di
necessita V ampiianiento del circuito delle mura, specie poi se
si fosse trattato di colonie militari come (luelle di Augusto,
in riguardo delle quali la <|uestione consisteva essenzialmente
nel collocare' i veterani entro le case dei cittadinl, assegnando
loro una parte delle terre. di cui venivano s})ugliati i legrt-
timi possessori.
'.
Se non che, pur stando cosi le cose, j^er la nostra Fermo
noi siamo in grado di dimostrare che, anche all' arrivo dei
veterani di Augusto, essa ebbe ad estendere il perimetro della
zona abitata, e che, in conseguenza, intorno a questo nuovo
ampliamento della citta dovette essere costruita un' altra cer-
chia di mura.
A tale proposito, in tanto. e opportuno ricordare che an-
ticamente la citta di Fernio fu divisa in sei contrade, e noi
qui non possiamo far meglio che riportare cio che scrive il
Coiite Can. Giuseppe Porti, a pag. 40 (lcllc Tavole Sinottiche
di cose piii notahiJi della citta di Fermo. La prima (con-
trada) detta Castello, prese tal nome dalla vicinanza per la
quale potevasi piu facilmente che d' altre contrade difendere
^ soccorrere il castello del Girone. Pila, la seconda, perche
JPili si chiamavano le armi dei Romani, come si legge in Tito
Livio e in Varrone, e che si custodivano in (piesta parte della
citta. Campolege fu detta cosi la tcrza, dal!" legioni che in
esse alloggiavano, Campiis Legiouis. Questa contrada chiama-
vasi anche cosi innanzi alla venuta a Fermo di Giovanni Vi-
.sconti da Oleggio : lo che dimostra quanto sia falso clie da
lui prendesse il nome

L'avv. Gaetano De-Minicis. a suavolta, mWc aunotazioni
e giuiite alla Cronaca della citta di Fcrmo di Antoiiio di Nic-
olo. [)ag. 10(), riportando queste informazioni del Porti, scri-
ve : Esisteva questa porzione di citta (cioe la contrada Cam-
polege) innanzi alla venuta ([ui di Giovanni Visconti da
Oleggio (da cui alcuni voglioiio che derivi il iionie della con-
trada. riob Campo d' Oleggio.) poiclu'' (piesto Signore I' abbelli
ETA APPROSSIMATIVA DELLA COSTR. DELLE MURA FERMANE 119
e la circondo di iiiura.
Entraml)! gli storici municipali con-
cordano nell' afferniare ciie, noii solo la contrada, ina anclie
11 suo nome preesistevano all' arrivo in Fermo di Giovanni
lsconti da Oleggio, da alcuni scrittorl ritenuto figlio natu-
rale dl Oiovannl Yisconti, Arclvescovo di Milano, mentre in-
vecc sembra accertato che suo padre fosse Filippo Visconti
da Oleggio, in (luel (ii Novara.
E le affermazioni del Porti e del De-Minicis non sono
gratuite, poi che alla prima pagina della Cronaca, teste ricor-
data, si legge: MCCLXXVI, de mense odohris, in festo
heati
Francisci, fiiit ignis niagmis in contrata CampiletU, et com-
hnrit nsque ad Portam S. Zenonis. Ora una tale informa-
zione per noi e a dirittura preziosa, poi che da essa rileviamo
moltissime cose, che confermano pienamente (juanto asseria-
mo. Di fatti se nel 1276 un grande incendio arse in contrada
Campiletii, e posto fuori di discussione che (luesta
contrada
esistesse gia molto priuia clic giungesse in Fermo il Visconti
<hi Oleggio, il (iuale el>i)e hi signoria della citta dal 1360 al
1366. Quanto al nome, \\o\, non ci deve recar grande meravi-
glia se, nel rozzo hitino niedicvale, esso non ahbia conservato
troppo fedelmente rimpronta della sua derivazione originaria:
certo, pero. in Campiletii e facile riscontrare, diremo cosi,
la fisiononiia di Caiiipas Legiouis, e del rimanente, la diffe-
renza tra i due nomi non
(">
cjic superficiale, giacche nella fu-
slone in una sola parola di Canipns Legionis, la gutturalc e
stata dentalizzata, fenomeno che sappiamo essere prettamente
latino, e che per di ])iu iiel nostro cronista troviamo ampliato
maggiormente, dentalizzando t^gli sempre la gutturale sorda
anclie nei nomi propri e nei cognomi, scrivendo, per esempio,
comitis Lntii; Corradns Panlncfii : Cola Menecuctii
ecc. Se,
dun(|ue, sia il (luartiere chc il nome di Campolege o Campole-
gio, come dicono promiscuamente i Fermani, preesistevano alhi
signoria del Visconti, come poter dire che la contrada si de-
nominasse da lui f Certo potra apparire un caso molto strano,
ma non per ciuesto cessa di rimanere sempre un puro caso,
ciic il nome della terra di origine dl Giovannl Visconti, per sei
anni signore dl Fermo, ab))ia una grande somiglianza con la
se<-ou(hi parte (lell' appelhitivo Campolegio, somiglianza
clie
120
PARTE SECONUA
ha tratto iii (jrrore ehi ha cre,iluto che dal Visconti d'01eg;^io
traesse e origine- e nonie (juesta contrada.
Inoltre il nostro cronista <-i infornia che V inc^endio si e-
stese fino alla porta S. Zenone, e ([uesta notizia ha per noi
un valore anclie maggiore (lclla ]recedente. In tanto si })(tre])l)e
sollevare la (luestione se ({ui si debha intendere che il fuoco
si propagasse agli edifici, })osti dentro o fuori la porta, questione
<>he a noi servirehhe per trarne una conoscenza dell' estensione
della citta nel r27(i, .e chc risolvercninio sostcni-ndo clie 1' in-
cendio distruggesse un sohhor.uo di Feriuo, anzi che una })arte
circondata da mura. perchc altrinienti non ci sapreninio spie-
gare in alcun nioi^ la raglone per cui il cronista, in vece di
in;'icarci il punto fino al ([uale il fuoco e-;ercit(') la sua azione
distruttrice verso il centr( (^ella citta, volesse pitj tosto ricor^
darci il limite raggiunto alla pcrifcria, cosa perfettamente i-
nutile, avendolo }(tuto inimaginare da noi medesimi.
Se non che, pur tralasciauilo questo, a noi preme rilevare
clie r esistenza di luvd porta, denominata da S. Zenone, im-
])rn-a necessariamiMite la coesi-itenza di una cinta di mura.
Si guardi ora sulla Fianta il punto dove trovasi la Chiesa di
questo Santo. Chiesa clie si riticne la ])iu antica di Fermo, e
dalla semplice inspezione del luogo, ne! (luale converg(no
tutte le arterie principali della citta, sia da oi'iente che da
occidente, si v indotti a riconoscere. senza il minimo duhhio,
II punto in cui si doveva tro^are la i^orta di S. Zcnone, vale
a dire di fronte alT ingrcsso principale ('ella Chiesa, dove oggi
si apre la piazza F(:gliani. E allora
('
giocoforza ammettere
che, anche da (luesta ])arte nord-ovest della citta, ])rinia che
si costruissc la cinta di mura medievaii, cjic tuttora si con-
servano intattc, esistesse in antico una linea di fortificazioni,
il cui ])unto ])iu occidentale era segnato (hilla porta di S. Ze-
none. lo mi sono molto adoperato ])er rintracciare qualche
avanzo di tali mura. ma inutilmente: tutti i cittadini, da me
interrogati, non mi han saputo dare alcuna risposta positiva,
e nel manoscritto delTarchitetto Carducci non so se ne sia
fatta menzione, poi clic n(n mi
("
stato j^ossihile scorrere tutta
(juella farragine di carte, da cui
('
com])Osto. Solo il dotto
ETA APPROS.SIMATIVA DELLA COSTR. DELLE MCRA FERMANE 121
canonleo Filonl mi aveva fatto intr.awedtu^e la speranza <U
rejidermi faeile anclie la rico.struzione della linea (!i tali for-
tificazioni, dicendomi che e^li cono.srcva in alcuni sotterranei
avatr/i di antiche costru/ioni. fatte eschisivainente di niattoni
di piccolo spessore. ]\Ia, dis^^raziatamente, ii })Overo canonieo
un ;^norno fu colto da iiiorte repentina, e jjorto seco nella
toinl)a la j^^rande conoscenza drlia topo^^n^afia aiitica della sua
citta, venendo meiio in tal inodo a me la possil)ilita di fare
delle inda.uini a questo rif^uartio, ^^iacche non ini son noti
i
nomi dei ])roprietari delle case entro cni potrol)])cro rinvenirsi
Cjuei resti di inura, dei quali ini |)a]'!ava il compianto Filoiii,
Del rimanente, 1' informazione data da lui ha j^er me sempre
una grande importanza : olti"e clic essa ci f,i intendere la ra-
gione per ciii nulla si cono^ca (ia.Kli sti^ssi Ferniaiii intorno alle
antiche mura della contrada Canipolegio, perche. cioe, essendo
fitate anch' esse di mattoni, nelle innumerevoli devastazioni
della citta. facilmente andarono distj-ntte, conlbndendosi poi i
resti con le costruzioni, fatte della niedesiina opera laterizia,
mentre gli avanzi delle fortificazicni del lato orientale della
oitta, componendosi di inassi enormi, colpiscono a prima vi-
sta lo sguardo dello spettatore, iioi. d,'altra ])arte, siaino ai>
certati che ({ueste inura a
nord-ovest della ciiita delT Acrojx)!!
non possono ritenersi sorte contcm})oraneamente i'on iiualsiasi
altra delle tre cerchie, gia iii j)recci!eD/a descritte, ])erche si
e visto che in nessuna di esse si trova la ininima traccia del
calcestruzzo, o del cemento, a prescindere. s' intende, da (piei
rifacimenti posteriori, apportativi iii seguito a danni, ])er a-
zione o del tempo o degli assalti nemici sofferti (ialT 0])era
primitiva.
Stando cosi le cose, noi ora creiliamo di })oter legittiina-
mente rispondere in modo aftermativo alla domanda che teste
ci facevamo, ossia che anche alla colonia iuilitare di Augusto
dovette I' antica Fermo un ain})liainento della sua zona ahi-
tata. Giacche, escluso assolutamente clie la contrada Canipo-
legio avesse e origine e noinc dal Visconti d' Oleggio, non
ci resta che accettare la tradizionc, la (}uale ci dice che il
nuovo quartiere di Fermo dalle legioni, clie in essa })re-
sero stanza, fu cosi denominata. Solo, in vece di legioni io
122
PARTE SECONDA.
direi legione (e in fatti tanto il Porti che il De-Minieis in la-
tino (iifono Compus Legionis) e credo clie non metta conto
rilevare che solo la legione dei veterani di Augusto qui puo
essere intesa, per un complesso di considerazioni facilissime
a comprendersi e che non mi fermo ad esporre, sembrandomi
che ^'ia mi sia trattenuto alibastanza intorno a tale argomento.
Per
1'
ammissibilita di quanto noi sosteniamo, che cioe il
quartiere e il nome di Campolegio debbano ritenere hi loro
origine dai veterani di Augusto, noi troviamo un valido aiuto
nella storia, la (juale ci dice appunto che anche a P'ermo fu
dedotta nna colonia milltare augustea, mentre alP incontro
ogni altra coiigettura non potreltbe non apparirci arbitraria.
Come sostenere, in fatti, che hi nostra citta possa avere e-
steso la sua area nei secoli dell" alto Medio Evo"? E possibile
credere che mentre, dopo la disgregazione delPimpero d'occi-
dente, le orde der barbari, irrompendo da ogni parte sopra
le misere citta d' Italia, parte di esse mettevano a ferro -e
fuoco, parte radevano completamente al saolo, come avvenne,
a cagion d" esenipio. per non andar lungi da Fermo, a Truen-
tum, a Kupra, a FaJerio e a Cluana. solo la nostra citta, che pur
ebl)e a soffrire continuamente assedii, saccheggi e parziali di-
struzioni. conie per esenipio ([uella del 1176 per opera di Cri-
stiano. arcivescovo di Magonza, cancelliere dell' impero e capi-
tano dell' esercito di Federico Barbarossa.
(M
volgesse in
condizioni cosi eccezionalmente favorevoli. da riparare non
solo con sollecitudine i danni dalle devastazioni subite, ma
da trovare anche il niodd di aUargare notevohnente il pe-
rimetro della zona aViitata
".*

A noi senibra di no.


Dovendo ora segnare sulla carta il corso seguito (hilhi
cerchia di mura, intorno alle (luali stiamo discutendo, non
pare molto difficile il farlo. quantunque non siano a nostra
conoscenza ([uegli avanzi di cni [larlava il Filoni, che indub-
(li Croii. cif. di Antoiiio di Xiec-olo. pag. 1: Iii iiiinesiitio
MCLXXVI. iii festo lieati Matthei, de meii.se Septeiiibri, ciritas firmana
fiiit iiirasa, occupata ac destructa ah archiepiscopo Maguntie, dicto a-
lias cancellano Cristiano.
LE ANTICHE PORTE DI FERMO
123
biamente devono essere aneora visibili in (iualche sotterraneo
di moderno fabbricato. Poi che. per buona ventura, ci e nota
r esistenza dell' antica porta di S. Zenone, e la Chiesa omo-
nima e ancora in piedi, noi abbiamo in tal modo un punto,
e fortunatamente il piu oecidentale della periferia, da cui far
partire la nostra reintegrazione. CoUochiamoci nella piazza
Fogliani e guardiamo ad est : evidentemente noi dobbiamo
condurre hi nostra cerchia di mura a ricollegarsi con le for-
tifieazioni preesistenti, vale a dire, a siiiistra con la torr6
Trevisani e a destra con la cinta deli" acropoli, e allora la
natura stessa del terreno e, princi])almente, il corso delle vie
principali della contrada, ci offrono la direzione da segnire,
perche a sinistra risaliremo, dalla parte esterna, il tratto del
corso Cavour che ci mena direttamente alla torre Trevisani,
e a destra I' attuale via Lattanzio Firmiano, coniprenden-
dola quasi tutta fino a piegare iii un dato punto verso le
mura della rocca.
In tal niodo, certo senza pretondere di aver riprodotto
con fedelta assoluta lo svolgiinento delle antiche fortificazioni
di Fermo, giacche ognuno (^oniprende essere questo umana-
mente impossiblle, ma potendo tuttavia asserire con tutta
coscienza di essermi adoperato per avvicinarmi, quanto
i)iu
si poteva, al vero, io ho seguito, segnandolo sulla Pianfa,
il quadruplice giro di mura, avut(> un tempo dalla nostra
citta
;
e, se poniamo anche mente al luogo elevato, ove essa
sorge, ci persuaderemo di leggieri che ben a ragione Ca-
strum vocabulo ef nafura Firtnum poteva chiamarla lo
storico Liutprando, poi che, specialmeiite per quei temi)i nn-
tichi, Fermo doveva essere da vero inespugnabile.
Ue antiehe PoPte di FEJ^jWO
Ora, poi, cercheremo di rintracciare le Porte e le princi-
pali vie dell' antica citta : qui, pero, saremo brevissimi, per-
che la mancanza assoluta di notizie a questo riguardo ci ini-
124
<
;."!": TARTE se;cokda :;.
.
pedisce di diluiigar(?i soverchianiente, a meno che non volessimo
fantasticare, -cosa cbe e pero contraria .alle hostre abitudini,
e air indole dei nostro lavoro. Ma, giacche tutta la Fermo
9,iitica e riniasta costantemente abitata lungo il Medie Evo, e
dalla Pianta si puo rilevare che essa e statai.completamente
assori)ita dalla citta moderna, a noi e permesso di ritenere
coji fondamento, considerando in modo speciale il ^terreno sco-
sceso-su cui sorge Fermo, che le condizioni della viabilita
interna nei tempi antichi, riguardo alle arterie principali.,
s' jntende, non dovessero differire molto da quelle a-ttpali. An-
7A, guardando la Pianta, non puo non colpire grandemente il
fatto che le costruzioni medievali e moderne sembrino distri-
biiite, direi quasi in proporzlone presso che uguale- tutt' intorno
alla periferia deH' antica zona abitata, ad eccezione, natu.ral'-.
mente, di (luelle localita che non offrono, per il loro rapido
pendio, area adatta agli edifici; e allora noi sjanio confermati
maggiormentc nella persuasione che hi topografia
originaria
della nostra citta si sia conservata, a traverso i secoli, quasi
intatta fino ad oggi.
Quante Porte avj';i adunque avuto T acropoli fermana ?
Di (hic iion si pu(") dubitare : una, cioe, a sud-ovest, sul
luogo per cui anciie adesso si accede al Girone, e
1'
altra a
nord, a poca distanza deil' ingresso della cattedrale, dove in
fatti si vedc tuttora un arco isolato di Porta medievale, che
evideutcmente dovette essere aperta o sul posto medesimo, o
nelle vicinanze dell'antica. Ad occidente la natura del terreno,
tagliato (piasi a j^icco, noii permette T ascesa alla som nita
del collc, e per la parte orientale. poi, e impossibile pro mn-
ziiirsi con sicurezza. Ma, se si considera che, in seguito allo
svihqipo della citta, verificatosi iu origine esclusivamente da
questo lato, V accesso all' acropoli solo pcr le due Porte ricor-
date sareb])e rimasto troppo lontano egli abitanti deila peri-
feria. si sara indotti piu tosto ad ammettere
1'
esistenza di
uii" iiltni Porta anchc verso oricnte, che noi abbiamo segnato
ncl punto dove jiresentemente convergono le vie, le quali da
nord-ovest della Piazza Yitttorio Emanuele si dirigono alla
partc orieutale del Girone.
Per hi secouda ciuta, bi torrc cilindrica Trevisani e quella
LE ANTICHE POKTE DI IT'ERM0 * DS5
quadrata Bernetti.ci assicuraiio positi^^amente: che a loro ri-
aosso, nelle vicinanze immediate, si aprissero altre due
Porte; e, per il lato meridionale, la natura del terreno ci di-
mdstra parimenti che un altro inj^a-esso si doveva avere o sul
luogo medesimo, per cui ora (ia Via XX Settembre si entra
nella Piazza, o alquanto pii^i ad est, poi che ad ovest il fiancq
del colle presenta un troppo ripido pendio. Se non che, dalla
torre Bernetti al Palazzo della sotto Prefettura, il giro della
mura era abbastanza ampio, t> si reiideva necessario. in con-
seguenza, una Porta, che noi crediamo poter tracciare nol
punto, dove le vie degli Aceti e di Cecco si incontrano con
quella teste intitolata a Giacomo Leopardi.
Riguardo alla terza cerchia di fortificazioni, poi, a pre-
scindere dagli ingressi che doveva offrire necessariamente la,
dove si ricollegava con la seconda, noi abbiamo gia notato
ehe di fianco alla Chiesa di S. Francesco non piu di 80 anui
addietro fu murata la Porta Eoniana, a lato della quale si
ammirano gli avanzi grandiosi delle antiche mura, che ab-
biamo presentato nelle zincotii^ic. c di una torre, formata o-
sclusivamente di niassi riquadrati, sovrapposti a secco : non
mette conto per cio insistere nel rilevare che, o la Porta Ro-
mana fosse veramente la originaria. o deve dirsi che essa fu
costruita sul luogo della medosima.
Per la parte centrale e meridionale. in veco, ci difettano
le traccie, ma si potra revocare in dubhio che questa cinta
di mura non avesse uua Porta snl luogo o nelle immcdiate
adiacenze dell' attuale Piazza Ostilio Ricci? Ricordiamoci che
non si ha ragione alcuna per ammettere che nei tempi tra-
scorsi gli amplianienti della citta si verificassero in condizioni
diverse da quella deireta attuale: sotto i nostri occhi vediamo
che da pcr tutto gli edifici, i (juali si costruiscono novella-
raente fuori della cerchia di mura cittadine, sorgono in prossi-
mita delle Porte, ed e naturalissinio che sia cosi, pendie si pro-
cura sempre di essere nella piu dindta comunicazione possibile
con la citta. Nella nostra Fermo noi al^biamo gia trovato una
Porta S. Zenone, che la semplice insj^ezione del luogo, oltrc la
tradizione, ci dice fosse alF estremita ovest della Piazza Fo-
gliani, dove appunto rimane tuttora la Chiesa di detto Santo.
12fi PARTE SECONDA
Conie, (lunque, il nucleo di fabbricati, sorti a mano a
mano lungo il Medio Evo fuori di questa Porta, condusse col
t^mpo alla costruzione di un piu ampio circuito di mura e
alla conseguenza necessaria delTapertura di una nuova Porta,
denominata da S. Lucia, che noi vediamo precisamente sul
prolungamento della vla che in linea retta usciva dalla Porta
S. Zenone, cosi riteniarno, diremmo quasi con certezza asso-
luta, che
1'
odierna Porta S. Caterina non ci rappresenti che
un semplice spostamento verso mezzogiorno di quella che an-
ticamente doveva aprirsi nei pressi della Piazza Ostilio Ricci.
E per tutto il tratto di mura, che da qui si diramava fino
alla Chiesa di S. Francesco, rivelandosi da se stessa la neces-
sita, data la eccessiva lunghezza del circuito, di unaltro in-"
gresso verso la sua parte centrale, noi lo lisseremo nelle
vicinanze del Ponte di Cecco, potendosi ripetere anche qui le
considerazioni fatte teste. ma ponendo mente, in modo parti-
colare, alla condizione del luogo, secondo che facilmente si
puo rilevare gettando lo sguardo sulla Pianfa.
Passando ora airuUiui;i linca di fortificazioni, a Ciuella,
cioe, inalzata dai veterani di Augusto in Campolegio, e certo
intanto che essa nel punto. iu cui si andava a ricongiungere
coii If mura gia esistenti, ossia nella Torre Trevisani, o ivi
prossimo, doveva avere anche un ingresso, come e certo pure
che la Porta, dal cronista Antonio di Niccolo detta di S. Ze-
none, fosse la origina.ria, demoninata da <|uesto Santo nei
tenii)i iuedievali. e di fatti tnfte le attuali Porte di Fermo
sono chiamate da un Santo

S. Ciiuliano

S. Lucia

S. Marco

S. Antonio

S. Francesco e S. Caterina, il che
ci indica chc noi ci trovianio iii una citta eminemtemente cat-
tolica (alnieno per il passato). Se, poi, a sud-est della Piazza
Fogliani, nei pressi della localita in cui e solo possibile sup-
porla, vale a dire la dove la via Lattanzo Firmiano incontra
le vie Sabina, Elisei, e Offnisanti, si trovasse un' altra Porta,
per niezzo della ([uale ascendere piii direttamente al colle, noi
non possiaino ne afferinarlo. ne negarlo. Si potrebbe trarre
un iiidi/io pcr V atTcrtiiativa dal fatto che delle sei attuall
Porte fcrnianc qnattvo. niciitc di nicuo. si trovano nella parte
occidcntale
?
LE ANTICHE STRADB DI FERMO

127
Iie antiche strade di pEJ^IvrO
E veniamo alle vie, occupandoci pero soltanto delle prin-
cipalissinie, poi che per le altre e a dirittura impossibile avan-
zare qualsiasi ipotesi.
Che la Yia Re Umberto, ridotta alla forma presente
verso la fine del secolo XVIII, e allora denominata Strailone
di S. Savino, ricalchi, se non esattamente, certo molto da
vicino le orme dell" antichissimo Clirus, si persuadera facil-
mente ognuno che consideri coine questo fosse il niezzo di
piu diretta e facile comunicazione coii
1'
Acropoli per la cit-
ta che le sorgeva a levante.
Allo stesso modo noi possiamo essere sicuri che, dalla
parte settentrionale, quel tratto del Corso Cavour, che dalle
case Trevisani

Fracassetti risale fino al Palazzo Munici-
pale, ci riproduca lo svoigimento della via principale origi-
naria, racchiusa dalle fortificazioni, le (luali dalla Torre Tre-
visani si dirigevano a quella dei Conti Bernetti. E impossibile,
in fatti, pensare a un andamento diverso, perche interna-
mente, avvicinandosi troppo alle radici del Mons Sabins, si
sarebbero incontrate difficolta enornii per la ripidezza ecces-
siva, e all' esterno si aveva una balza, che non permetteva in~
alcun modo la costruzione di una via diretta. j)rati('abile. E
allora
1'
andamento del Corso Cavour, che immette nella
Piazza Vittorio Emanuele, chiaro ei indica che anche Pantica
via principale nord
-
est della citta doveva seguii-e la mede-
sima direzione, ed entrando nel Foro (ch(^ tra poCo "vedremo
essere stato in antico una parte delh) Piazza attuale) ne
usciva per andare a ricongiungersi con il Clivo, in prossimita
del Palazzo della Sotto Prefettura. Quindi possiamo dire quasi
con certezza che la principale arteria stradale, che correva
entro la seconda cerchia di mura, partendo dalla Porta at-
tigua alla Torre Trevisani, e risalendo al Foro, secondo le
tracce riprodotte piu e meno fedelmente dal relativo tratto del
Corso Cavour, procedeva oltre fino a condurre, con il Clicus,
alla Porta sud
-
ovest dell' .\cropoli: arteria stradale, dcl ri-
128
PARTE SFXONDA.
inane'iite, c\w non e se non (juella tracciata dalla natura stessa
intorno ai fianchi del monte.
Per la zona successiva, raccliiusa dalle fortificazioni piii
orientali della citta, non potendoci piii affidare agli indizii
naturali del terreiio, e evidente ciie ci e lecito solo attenerci
e-a!la linea seguita dalle inedesinie fortificazioni, e, piu par
ticolarinente, al corso [delle attuali vie principali di quest.a
zona. Crediamo, per tanto, che dalhi Porta, notata di fianco
alla Chiesa di S. Francesco, una strada risalisse verso I' in-
terno della citta, secondo T andamento di quella che oggi e
Via Perpenti, mentre un" allra. diramandosi a sinistra,- doveva
seguire, internamente. tntto lo svolgimento delle mura, iino
a Piazza Ostilio Ricci, in modo che la Yia Garibaldi, (prima
chiamata Via del Pianto. e dal popolo Via Postale), ci rap-
presenterehlie la via antica. E se, nelle vicinanze del Ponte
di Cecco, secondd chc ndi crediamo quasi positivamente, in
origine si trovava una P(U"ta, e chiaro che da qui doveva
partirsi anche una via, ora detta di Cecco, la c^uale, ricon-
giungendosi con un' altra della zona superiore, attualmente
Yia degli Aceti. si dirigeva al Foro.
Per r antico ([uartiere di Canipolegio, poi, se noi ci col
lochiamo sul luogo dove si apriva la Porta S. Zenone, vale
a dire in Piazza Fogliani, guardando verso oriente, noi ci ve-
dremo tracciate dinanzi le tre arterie principali originarie della
contrada; quella a sinistra nel tratto di Corso Cavour, per
andare a ricongiungersi con la via settentrionale, racchiusa
dalia seconda cerchia, che noi ahhiamo gia visto dirigersi al
Foro: ([uella a destra, nelF attuale via Lattanzio Firmia:!0, e
nel centro la via Bianca Yisconti deve indicarci, sia pure
air ingrosso, la coniunicazione jtrimitiva piu diretta dalla
Porta alla rocca.
II
F
o p o
Abbiamo detto iiuianzi che rantico Foro di Fermo non fu
che una parte dell' attuale Piazza principale, denoniinata da
IL FORO 12^
Vittorio Emanuele II. Iiitanto che anche la nostra citta, come
tutte le altre, nei tempi anticlii avesse un Foro, non vi sara
alcuno che lo revochi in dubbio, e che esso poi si trovasse
nello stesso luogo della Piazza odierna ce lo dimostra aper-
tamente il fatto che questa e nata da un gigantesco taglio (^)
sul fianco meridionale del Mons Sabms, perche sarebbe sem-
plicemente assurdo pensare che mentre da tutte le parti il
terreno, su cui sorge Fermo, si presenta ripido, scosceso, qui
in vece il colle, interrompendo bruscamente il suo pendio,
offrisse naturalmente uno spazio pianeggiante, che si dovrebbe
dire amplissimo in relazione della piccola mole del monte.
Che il taglio del monte, poi, sia opera antica e non gia me-
dievale, lo vedremo meglio in seguito. Parimenti, che
1'
at-
tuale Piazza Vittorio Emanuele abbia un' estensione molto
piii vasta di quella del Foro antico, possiamo asserirlo sa-
pendo che essa fu ridotta alla forma presente solo fra il
1438-1442, per ordine di Alessandro Sforza (che teneva la si-
gnoria di Fermo a nome del fratello Francesco) quando que-
sti vi si reco da Milano con la sposa Bianca Visconti, se-
condo che il cronista Antonio di Niccolo, qui veramente storico
contemporaneo (essendo egli vissuto appunto verso la meta
del secolo XV) ci attesta sotto gli anni 1438 e 1442: Anno
Domini MCCCCXXXVIII die .... mensis maii, mandato do-
mini Alexandri Sfortie, per commnne et homines civitatis Firmi
fiierunt dirtite stationes, apotece et ecclesia sancte Marie pla-
tee maioris, pro faciendo dictam plateam magnam et pul-
chram , e alquanto piii sotto: Anno Domini MCCCCXLII
de mense iamiarii, platea Sancti Martini mandato domini
Alexandri Sfortie fuit refodita et riducta ad planum per ho-
mines et commune Firmi, et die X iunii fuit reducta totaliter
ad planum et non fuit in ea amplius laboratum. Ora la
Piazza di S, Martino esiste tuttora in Fermo, nelle vicinanze
del palazzo del Comune e all'ingresso di quello arcivescovile,
(1)
La piazza attuale e lunga 135 metri ; la larghezza poi e^
compresi i Portici, metri 34, esclusi i medesimi, 24.
130
PARTE SfeCONDA
Bia io creilo che si sia voluto piii tosto conservare il nouie
per rlspetto all' antichita e alla tradizione (poi che si deve
notare che la Chiesa del niedesinio Santo ne restava distante
C[ualche centinaio di metri, ed ora poi essa e stata denio-
lita) clie indicare una vera Plazza, giacche non e anipia
che poche decinc di nietri (|uadrati, essendo rimasta taj^liata
fuori dalla principale da uua linea di fahl)ricati, inalzati
per costruirvi il porticato del lato orientale. Cosi, giacche
noi ahhiamo visto che nel 1442 Alessandro Sforza fece li-
vellare la Piazza di 3. Martino, per accogliere degnamente
la sposa del fratello, mentre in vece presenteniente il piano
di (luesta Piazza si trova qualche metro piu hasso di quello
della viciiia princii^ale, e giocoforza sup})orre clie anche V an-
tico Foro avesse il suo j^iano isiri bas^o di quello della
Piazza Yittorio Emanuele, e che questa fosse ridotta definiti-
vamente alla forma attuale o nel
1446, quando il Cardinale
Capranica, Vescovo di Fermo, fece incominciare la costruzione
dl una grande scala di pietra, la quale dalla Piazza condu-
cesse alla Cattedrale, su nella vetta del Girone, o jjoste-
riormente, iii uu tempo che ci e impossibile prei-isare,
dopo che furono rimosse quelle pietre della scala gia niessa
a posto, (^) non essendosi piu condotto a compimento il di-
segno del Cardinale Capranica. Del i'imauente, (piesto a noi
poco puo interessare, giacche non ci occupiamo di tenipi
medievali : a noi importa solo rilevare che Fernio in an-
tico ebhe il suo Foro, che questo fu dovuto costruire su un
piano artificiale, eseguendo uu taglio euorme sul fianco o-
rientale del Mons Sabiits, e che si trovava (luasi ai piedi
del Cliviis.
(1)
Cron. Cit : Dido miUpsimo ^1446^ et dte .... iiiensis Iidii. fiie-
runt incepte scale lapid"e in platea S. Martini, causa eundi ad Sanctam
Mariam de Castello, quas reverendus in Christo pater et dominus no-
Mer dominus Dominicus de Capranica, episcopus Firmanus, fecit ad'
sui niPiiioriam.
-
'
I MOXUMEXTI AXTICHI DI FERMO

131
I IVLonumenti antiehi di FEt^jVIO
Li' flnfiteatpo
La scala, che il Card. Capranica aveva in aninio di far
costruire per ascendere direttainente dalla Piazza a S, Maria
in Castello, avrebbe occupato T area, sulla quale sorse nei
teinpi anticlii V Anfiteatro di Fermo. Di questo monumento
oggi noii resta traccia alcuna ed e naturale, essendo stato il
terreno coperto tutto da editici di costruzione relativamente
recente; ma rAdami (op. cit. lib. I. c.
3.*^')
ci dice che verso
la parte orientale del colle si osservavano ancora ai tempi suoi
(pubblico la sua opera nel 1591) i resti di un grandioso An-.
fiteatro. e riporta il frammento di una iscrizione, trovato sul
luogo ed ora perduto, dicendolo scolpito a caratteri cubitali e
riproducendolo, certo erroneamente, in una sola linea :
LIVS. HADRL\. RGITVS. ERAT. ET. RE.
II Can. Catahuii credette di poter reintegrare e disporre
r iscrizione in questo niodo :
S. P. Q. F. ex pectmia quam Imp. Caes.
T. eLIVS HADRIAmhs AntoHhms etc.
^arRGITVS ERAT refecit ET REstitiiit
reintegrazione che ha avuto, diremo cosi, I' onore della san-
zioue di Bartolomeo Borghesi, il quale, scrivendone al De-Mi-
nicis, diceva che il supplemento, senza essere in tutte le sue
parti sicuro, era generalmente savio. II Mommsen lo riporta-
al N. 5353 del C. I. L. Volume IX :
^ .itnp. caes. . . ^ cLIVS. HADRIAXVS aiitoninus avg. pius
cx pecunia quam divus hadrinnus torGITVS. ERAX, ET. EE
;
, . .... M
e al
>f."
5356 riproduce (luesf altro frammento che 1' Adaniir:
132
PARTE SECOXDl.
ci dice esistesse ai suoi teinpi in suggestu mannoreo in Ca-
thedrali Ecclesia, poscia smarrito, ma da aliiuanto tempo
ritrovato nella villa Pacraroni, ora del Conte Guglielmo Vinci,
pure sul Girfalco :
/ILIUS DlVi
t'ETVSTATE COBRYptnm
che il prof. Mecrhi vorrebhe collegare con il precedente, e
forse non del tutto arbitrariauiente, considerando e il luogo
dove entrambi i frammenti si rinveanero, e il loro contenuto.
E dell' Anfiteatro fermano c impossibile dire di piu, se
non si vuol lavorare di fantasia, giacche, se e un fatto indi-
scutibile che esso sia esistito, e vero altresi ch3 di pre^ente
non ne conosciamo che il luogo, non avendocene alcuno degli
scrittori locali, vissuti quando le rovine erano ancora visibili,
lasciato una ({ualsiasi descrizione, per <iuanto si fosse som-
maria.
II Teatpo
Mentre dell' anfiteatro ci e noto solamente il luogo, in
cui esso si trovava, del Teatro antico di Fermo possiamo
dire qualche cosa di piu, rimanendo tuttora in pieli nelle sue
linee generali. Intanto rettifichiamo un errorr" niaterlale del-
r attuale Pianta della citta di Fermo, vale a dire, mentre
1'
antico anfiteatro si trovava sul lato orientale del colle, e
il teatro sul lato nord, dove se ne vede tuttora T ossatura, i
Fermani, di non so qual tempo, credettero di invertire indif-
ferentemente le localita dei due editici, perche ad una via
ad est del Girone imposero il nome dl Via del Teatro antico,
denominando in vece uu' altra, che in parte segue precisa-
mente il circuito delle niura dcl Teatro, Via deW Anfiteatro
untico, come si legge sulla Pianta.
Era certo da sperare che, nell' ultimo censimento, in cui
piire si fecero molte sostituzioni di nomi a piazze e strade, un
I MONrMEXlI AXTICHI DI * FERMO
*
13-?
tale errore sarebbe stato eliminato, ma indarno: seguitiamo
quindi a sperare in un qualche altro censimento futuro.
II Catalani, pag. 37, scrive cosi: .... al lato settentrionale
di questo colle vi fu un magnifico teatro, e di una grande am-
piezza, fabbricato colla solita industria degli antichi, per dirla
col Maffei, di valersi con niolto risparmio di spese del pie dl
una collina, collocandovi sopra la gradazione dell' uditorio.
Si osserva ancora di questo nostro aiitico teatro una conti-
nuazione di molti pezzi di archi, i quali procedono iii figura
semicircolare, o semielittica. Diro di questi, come il Maffei
degli archi Veronesi, che sono le piii sensibili e cospicue reli-
qiiie del nostro stabile teatro, dalle quali pero, per la gran
trasformazione seguita nel sito, e poco men che del Veronese
vanissima imaginazione il pretendere di poter ricavare la
pianta, e precisa conformazione. Altre reliquie di questo nostro
teatro apparvero nei gia accennati scavi, intrapresi per la fab-
bric.a. del conservatorio delle proiette, le quali erano porzione
della scena, che si stendeva, siccome e noto, dairuno airaltro
corno del teatro. Si ritrovarono ancora moltissimi pezzi di
marmo, che furono gia posti in uso nella fabbrica del teatro .
Ma r avv. G. De-Minicis, cosi benemerito, al pari del
Catalani, delle antichita di Fermo, si accinse con grande dili-
genza a ricercare altre tracce del teatro antico e, indagando
minutamente nei locali del brefotrofio (ora convertito parte in
ricovero di mendicita per le vecchie, e parte in asilo, sotto
hi direzione delle Suore di Carita), del palazzo e giardino
Matteucci, della Chiesa del Carmine e del Seminario, riusci
a reintegrare quasi completamente, nelle sue linee generali,
s' intende, V opera originaria, facendone dall' architetto Pietro
Dasti rilevare il disegno.
lo sono stato piu volte ad osservare il monumento, ma,
molte di quelle parti, rintracciate dal De
-
Minicis, ora non
sono piii visibili, giacche, in seguito ai continui rifacimenti
adattamenti praticati negli edifici, esse sono state o di-
strutte nascoste, e di conseguenza non mi resta di meglio
che riportare la descrizione fattane dal De
-
Minicis stesso nei
*-MonHmenti di Fermo e dintorni > fascic. V, dove si puo
anche vedere, volendo, la pianta da lui ricostruita.
134
PARTE SECONDA
L' edificio e costrutto :i ridosso del colle, e pero in
ameiia e salubre postura: e, poiche dovevasi evitare che tosse
sitiiato incontro al meriggio, atfinche il sole non avesse a fasti-
dire e nuocere gli spettatori, durante lo spettacolo, fu la curva
delle mura del perimetro esterno volta verso tramontana.
Nfel che troviamo praticate due bellissime avvertenze di Vi-
truvio, intorno a questa sorta di fabbriche. Da leTante a
ponente era diretto il diametro maggiore del teatro, parallelo
alla scena. II muro del perimetro esterno a ridosso del colle,
notato nella pianta con le lettere A, A, A, e quello che prin-
(ilahnente si conserva, giacche esiste ancora su tutta la
curva semicircohire col diametro di m. 37,20. Questa solidis-
sima muraglia e di opera laterizia, e serve tuttora di so-
struzione al coUe, sulla cui sommita e il Girone. Tutti gli
<4)portuni argomenti delfarte vennero impiegati dai valenti co-
struttori per renderla perpetua; poiche vi si osserva un accu-
ratissimo collegamento dei mattoni, contrafforti a, a, a, . . . .
l)Osti a varie distanze, e dove prohabilmente era maggiore il
blsogno della resistenza per la friabilita del terreno che sosten-
gono: finalmente tubi e canali di terra cotta che in vari ordini
traversano la grossezza del muro, destinati a raccogliere ed e-
sitare le filtrazioni d' acqua, che dal monte poteva scaturire.
r Sopra (juesto muro si appoggiavaiio i voltoni che soste-
nevano le gradinate, ed apparisce la linea ove le masse mn-
rarie di questi voltoni s' impostavano sul detto muro.
. Si conserva altro muro concentrico al prinio, che e da esso
distante per metri 2,50, il (juale evidentemente serviva a co-
struire rultima precinzione della gradinata: in tutto il tratto C,
C, C e nel giardino Matteucci luor di terra, ed anche-nella parte
che era sottoposta ai voltoui della gradinata: negli altri
punti H, H sta nel cortile del brefotrofio, ove il terreno es-
scndo colmato a molto maggiore altezza, non se ne scuoprono
che alcune sommita informi. Sotto le volte della gradinate, e
neir andamento circolare di questo muro, eravi un ambu-
hicro, col quale comunica un' apertura con arcuazione che
s';innoltra, per quanto pare, sotto del colle, e che probabil-
mente era un acquedotto. Non si e potuto per^) visitarla, es-
sendo interqimente ostruita nel suo interno.
I MONUMENTI AXTICHI DI FERMO 135^
.
I (liie vomitnrii aicorni deir eiiiiciclo sono tuttora in,
hiKuio stato di roiiservazione colla lor volta semicircolare,.
e sono segnati nella pianta coii le lettere B, B: vi si veggono
i due pilastri che sosteiigoiiu l'arco dMngresso verso T orche-
stra.
Nel vomitorio del corno sinistro sono conservati cinque
gradini F, pei quali ad esso si ascendeva,. e sono ben costrutti
di pietre tagliate. II vomitorio del corno destro merita consi-
derazione, perche in (piel lato essendo incassata nel monte
restremita del diametro della curva, non potea quel vomitorio
aver entrata diretta, e perj si vede ripiegato ad angolo per
condurre V apertura ove poteva essere accessibile.
La scena h (piella parte del teatro di cui rimangono ap-
pareuti ininori vestigi, giacclK^ nella costruzione del brefotrofio,
avvenuta nel 178H, o se ne demolirono per gran tratto le
mura, o vennero racchiuse nel nuovo edificio. Solo esplorando
singolarinente le parti fondamentali di (|uesto brefotrofio, si
soiio riscoritrate due masse di murameiito D, E, che sono
chiarain(?nte opera roniana simile nel sistema di costru/ione
e nei materiali al resto del teatro, le quali masse di muro ap-
partenevano senza dul)bio al proscenio e al postscenio, come
lo dimostra la loro direzione parallela al diametro della curva.
Tutti i sopradescritti elementi, che costituivano le parti
principali del teatro, conducono a poterne determinare la in-
tera pianfa. Questo antico edilicio tornerebbe poi per intero
alla luce, e forse in tutte le sue piu niinute parti, se si fa-
cessero escavazioni nel giardino Matteucci e nel cortile del
brefotrofio. Nell' area di esso giardino, sebbene siano certa-
mente rovinate le gradinate, apparirebbe tuttavia la dispo-
sizione di tutti i muri che ne sostenevano le volte, e nel
cortile del brefotrofio si troverebbero le gradinate stesse
ancora superstiti, come il dimostra il livello del siiolo ed al-
cune tracce del loro muramento che si veggono a fior di terra.
Senza tali escavazioni non piio rilevarsi qual fosse la di-
stribuzione dei cunei, e solo seinbra potersi affermare che iino
dei niuri divisorii dei medesimi si trovasse nella direzione di
uno dei lati del sopraedificato edificio del brefotrofio, e dap-
presso tale osservazione si e tentato di tracciare neUn ^iianta
136 PARTE SKCONDA
una distribuzione di questi ciinei. L' anno 1853 alcuni ritro-
vamenti vennero eseguiti nell' attigua Chiesa della Madonna
del Cannine, i quali avendo importato di fare alcune esca-
vazioni, produssero delle nuove scoperte. E principalmente
si rinvenne un nmro I, I di lavoro romano nella direzione del
postscenio con una nicchia esterna L corrispondente all'ambu-
lacro del corno destro, e lateralmente alla nicchia il piantato
di un pilastro. Uno scolatoio, o acquedotto, venne parimenti
scoperto, il quale discendendo dal teatro avea la direzione
M, M, M di ottima costruzione laterizia, e coperta con tego-
loni ben fra loro connessi. Questo scolatoio serviva a far
iscorrere le acque piovan^, che dalle gradinate scendevano
nella platea ed orchestra.
Le parti che adornano lo scoperto muro I, I hanno fatto
supporre' che il medesimo appartenesse alla fronte o prospetto
del teatro, e pero si e congetturato che somiglianti decorazioni
di nicchie e pilastri fossero anche di fronte al corno sinistro,
6 si sono delineate nella pianta, facendo corrispondere un
ingresso di fronte a quello F esistente nel vomitorio.
Altri antichi nuiri N, N, N dei tenipi romani si trovarono
j)ure nelle e^cavazioni eseguite entro la Chiesa del Carmine,
che non possiamo affermare a qual uso servissero. Due di
questi nmri racchiudevano un' area o lastricato, ove si tro-
varono frair.menti di vasi cretacei.
L' altro muro P, rinvenuto egualmeiite nelle dette esca-
vazioni, appartiene certamente al medio evo, ed e avanzo di
una piii antica chiesa. Venendo ora a investigare il tempo
della sua erezione, e d' uopo confessare che nulla puu affer-
marsi di certo, e dee ricorrer.si alle (^ongetture. Perocche con-
sideramlo la qualita del muramento, ei ne pare che questo siasi
operato al coniinriare delF impero, ma tuttavia che vi fossero
fatte ai tempi successivi aggiunte e ristoramenti. E in vero, se
in altre colonie vicine a Fermo, e meno antiche e fiorenti di
questa, quali furono quella di Faleria, di Ricina, di Urbisa-
glia ecc. si costruirono teatri regnando Claudio e i primi
imperatori, non e a credere che solo in Fermo si fosse pen-
sfito a fabbricarlo nei secoli posteriori.
Nelle escavazioni eseguite 1' anno 178(5, quando si eresse
I MONUMENTI ANTICHI DI FERMO 137
il conservatorio dei proietti, oltre il rinvenimento di lapidi e
statue, fra eui quella di un Genio, dall' Arcivescovo Minucci
donata al Papa Pio VI, si disotterro la iscrizione che qui ri-
feriamo:
M. AELIO. AVRELIO
CAES. COS II. FIL
IMP. ANTONINI. AVG. PII
P. P. D. D. P.
Si conosce dagli storici che Antonino Pio adotto Marco
Aurelio nel secondo suo consolato. Quindi la nota cronologica
COS. II attribuita a Marco Aurelio mette fuor di dubbio
ch' essa fu incisa non prima dell' 898, in cui venne I' ado-
zione, o se vuolsi, qualche anno piu tardi. Incontrastabile e
la spiegazione delle sigle Patris Patriae Decreto Decuriomim
Puhlice. E questa la forma comunissima usitata per la dedi-
cazione delle statue, ne crediamo che questa iscrizione non
sia stata fatta al medesimo scopo solo perche non e incisa
in una base, ma sopra uua lastra. Imperocche simili statue
non furono collocate solamente nev fori, ma anche nelle ba-
siliche, nelle curie e nel teatri ; onde che la diversa forma
del marrao nuU' altro provera se non che questa era situata
in una nicchia che ancor si conserva. (Veggasi nella picmta
la lettera L). Si e pensato da taluno che da questa iscrizione
si potesse dedurre essere stato il teatro dedicato a Marco
Aurelio; noi pero stimiamo che se cosi fosse, la dedicazione
si' sarebbe indicata iii modo piu esplicito e con parole piu
onorevoli e chiare, e se la lapide e stata trovata nel teatro,
cio a parer nostro non prova altro se non che questo e piu
antico della lapide stessa. Quindi puo congetturarsi che fosse
stato eretto ai tempi di Augusto o dei successivi imperatori,
e ristorato da M. Aurelio, figlio adottivo di Antonino, e che
percio si volesse dai Fermani a lui innalzare la statua con
sottovi la riferita iscrizione.
Si e pur creduto che le figuline trovate nel teatro con la
impronta IMP. ANTO. AVG, PII. provassero che neirimpero
di Antonino Pio fosse stato esso edificato. Noi pero siamo
138- PARTE SECOXDA
fermi iiell* opiniout' giii maiiifestata allorche iiegli Aunali
delV Istitiito di covrispomletiza Archeol. riportammo il
facsi-
mile di questo mattone trovato nella Piscina di Fermo, posta
non molto lungi dal teatro. Qnivi fu dinio-;trato. coll' autorita
del dottissimo Borghesi, che ii mattone non appartiene ad
Antonino Pio, poiche altri bolli identici furono trovati in
una fornace ancor carica dei tempi di Caracalla; il perche a
questo imperatore si dehbono attrilmire. Xe puo recar dub-
biezza il considerare che, se Caracalla non innalzo (juesto
monuniento, il quale sorgeva da lunga pezza innanzi, non
sarebbesi fatto uso per fabbricarlo di materiale preparato ai
tempi di lui, potendosi ben concepire che tal fatta di edifizi
per la lunghezza dell' eta, per gli scoscendimenti del colle, e
per esssere esposti a tutte le vicende delle stagioni, vanno
ruinando ed alibisognano di spesse riparazioni. Egli e certo
che 1 inoniinifuti d" artf. i quali })in soggiacciono alla di-
struzione, sono gli architettonlci, concios^iache debbono essi
direttamente far fronte alle ingiurie del tempo, il quale da
solo, senza 11 concorso della niano deiruomo, basta a lenta-
mente consumarli. Ora, se il teatro fu edificato nei primi anni
dell' impero, e restaurato ai tempi di M. Aurelio, peiche non
potra dirsi che il fosse di nuovo a C[ueIIi di Caracalla, che
regno da poi settanta anni '?
Allorquaudo nel 178G furono eseguite alcune escavazioni
in qufsto teatro, come sopra si disse, e in ([uelle che si prati-
carono nel i'i^torauit'nto del tempio del Carmiue, nel 1853, si
scoprirono ali-uni frammenti marmorei di colonne con or-
namenti di sculture, uua lamina di bronzo, che sembra fa-
cesse parte di una statua, due lucerue di terra cotta, ^ arie
monete degli imperatori Til)erio, Nerone, Domiziano, Yespa-
siano, Adriano^ Antonino Pio, M. Aurelio, Alessandro Severo,
Gordiano Pio, e anche due con lettere greche indiscernibili.
Fra gli oggctti, pero, clie sono piii degni di osservazione e
una statua d' altezza inetri 0, 80, mozza di capo e braccia.
Due sono le vesti che la ricoprono con poche e semplici
pieglie: la fuiiica lc scende sino ad talos, il peplo, o pallio,
non piii oltre della meta del corpo; la solea o il sandalo
ordinario veste le piante dei piedi, restando nude le paxti
I MONUMENTI ANTICHI DI FERMO 139^
superiori. E di iiel marmo statuario, ma la scultura e trattata
<'on mediocre stile e maniera. Non puo tuttavia aecertarsi,
per essere mutilata essa statua, se sia di figura maschile o
muliebre, ne qual soggetto rappresentasse. Noi pero, osser-
vando la foggia delle vesti e i piedi, teniamo fosse di donna.
Si manifestano di buono stile due teste: V una di traver-
tino ad alto rilievo, rappresentante un Sileno con aria di
gioia e orecchie puntute volte nella parte superiore; la barba
ricciuta e mustacchi. L' altra di marmo figura una Gorgone
di molta avvenenza e di bella chioma con serpe ed ali. Noi
crediamo che tali sculture^ trovate nel suolo del teatro, servis-
sero ad ornamento di esso.
Varie tessere altresi si trovarono presso il nostro edificio.
Si apprende dagli storici ch' era necessario vi fossero le tes-
sere di bronzo, d'avorio e d'osso per entrare nel teatro, nel-
r anfiteatro, nel circo, nella naumachia; luoghi piu celebri
in che dai Romani si davano gli spettacoli. Che posto gra-
tuito vi avesse il popolo e inanifesto da cio che nari^a Sveto-
nio (in Cal. 26) che, cioe, Caligola inquietatus fremitii gra-
tiiita loca in circo de media nocte occupantiiim, omnes
ftistibi(s abegit. Ma, poiche vi erano i posti distinti per le
Vestali, pe' fratelli Arvali e per altri CoIIegi, cosi il popolo
non poteva occupare tutto quanto lo spazio, quindi era d' uopo
che per essere ammessi a quei particolari posti gratiiiti, pre-
sentassero le tessere ai regolatori {designatores locoriim) che
fin dai tempi di Plauto avevano I' ufRcio di accompagnare le
srngole persone al posto de^ignato. Le te^sere, per tanto, alla
giiisa di monete, erano, il piu, segnate da ambe le parti;
nel diritto eravi o una testa di Apollo o di Ercole, o di altre
deita presidi e tutelari del teatro, o un altro einblema o
simbolo spettante a un collegio, ed anche vi erano impressi
1 titoli delle commedie, e i nomi di tragici, e nel rovescio
era notato sempre un numero che indicava il posto in cui
era dato sedere. Due di tali tessere di bronzo da noi si posseg-
gono, ed in esse si osserva nel dlritto la testa di Augusto a
destra, laureata, e nell' intorno una corona, nel rovescio il
numero romano VII in corona
;
I' altra e simile, ma di altro
-
conio, poiche la testa 6 vblta a sinistra. IL nuniero VII cre-
140 PARTE SECONDA.
-j/:'::.
diamo dinotasse il gradino assegnato nella seconda cavea a
chi presentava la tessera, non essendovene bisogno ne per
la prima ne per
1'
ultima.
Gli aghi crinali o comatorii, che si rinvennero in questo
teatro, soleano adoperarsi dalle donne per V abbigliamento dei
loro capelli, e per trattenere le chiome onde non iscendessero
al collo. Molti autori parlarono di essi, fra i quali Isidoro,
che scrive acus sunt quibiis in feminis ornandorum crinium
compago retinetur ne laxius fluant (lib. 19). Petronio Barto-
lini e il Guasco (Delle Ornatrici) dicono esser questi di di-
versa conformazione e grossezza secondo
1'
uso a cui erano
destinati, cioe, o a sostenere tutta la capigliatura, o parte di
essa, anche per separare e dividere il crine in trecce. Face-
vansi si d' osso come di argento, di avorio e di metallo a
seconda della dovizia della femmina che doveva portarli.
Quelli che qui furono escavati sono di avorio e di osso.
Piu di questo il monumento non ci ha somministrato
da poter dire, ma cio basta a far conoscere che fosse il tea-
tro assai vasto da contenere gran numero di spettatori, e che
corrispondesse alla grandezza di una fra le piu antiche e
florenti colonie del Piceno.

Iia Piscina cpupatopia
Un altro, anzi, senza alcun dubbio, il piii splendido de-
gli antichi monumemti fermani sia per la sua vastita sii! per
lo stato di conservazione, quasi perfetto, e
1'
edificio che tro-
vasi nei sotterranei delPex
-
Convento dei Domenicani, esten-
dentesi, pero, anche sotto le case circonvicine. Consta esso di
due piani arcuati, dei quali e assolutamente impossibile de-
terminare il numero preciso dei vani, poiche alcuni di essi
sono restati ostruiti completamente. II Can. Filoni e il Cav.
Fracassetti mi dicevano che fossero 36: io non sono in grada
di accertare
1'
esattezza di questa cifra, perche non li ho po-
tuto visitare tutti.
In ambedue i piani
1'
altezza dei vani, fino alla sommita.
I MOKUMENTI ANTICHI Dl FERMO

141
della volta e di m. 5,
-20; la luughezza di m. 9 e la larghezza
di 6; i vani, poi, sono tutti uguali; solo qualcuno varia per
uua uiiuore luugliezza o larghezza di 15
-
o
-
20 centim. Nel
piauo iuferiore si uota uu iuterrimento, conseguenza dell' a-
(^qua, la quale in piccola ([uautita vi si trova ancora stagnante.
lo non star(') qui a fare la descrizioue minuziosa delle
singole parti dell' edificio, poi che, tranne la grandiosita
dell' insieme, nou ofYre gran che di particolare. E costruito
tutto con materiale laterizio, e i muri del perimetro esterno
sono coperti daIl'intonaco signlno, (^) o cemento idraulico, non
completamente, pero, ma fino all' imposta delle volte, che
sono a tutto sesto, o semicilindriche, per un' altezza da terra
di m. 2, 30.
Meuti-e tutti gli scrittori locali, che hanno parlato di
(jue.st' edificio, soiio stati concordi nel rilevarne la magnifi-
cenza tutta romaua, hanno dissentito per(j moltissimo circa
r uso a cui era destinato.
li Colucci,
(-)
per esempio, era di avviso che questi sot-
terrauei anticamente servissero di abitazioni, rimaste poscia
sotto il livello normale della cittii, a motivo che il suolo in
progresso di tempo si e rialzato.
Altri, poi, opinarouo che fossero carceri o sepulcri; altri
avanzi delle case di Ponipeo Magno, delle quali I' ex
-
Con-
vento di S. Domenico avrebbe occupato parte dell' area, ed al-
tri ancora li credettero poteuti sostruzioni, ivi inalzate a so-
stegno del fianco meridionale del colle, specialmente richiesto
dopo che vi fu praticato il taglio gigantesco per la costruzione
del Foro, a cui sovrastava immediatamente 1' Anfiteatro. I piii
pero, e fra essi I' avv. Fracassetti, vi han veduto terme o
bagni pubblici, in parte, e iu parte conserve o serbatoi di
acqua, mentre I' avv. Gaetano De
-
Minicis ha sostenuto che
quella fosse una piscina epnratoria o limaria, per rendere
potabili le acque piovane. In vero, che V edificio un tempo
abbia accolto grande (iuantita di acqua, lo mostra alP evi-
{1) Cosi lo chiaina 11 De-Minicis.
(2)
Antich. Pic. Tomo II, pag-. IbS.
142 PA.RTE SECONDA
deiiza il liiuo o fango depositato nel pavimento e
1'
incrosta-
mento durissimo, del genere degli stallattiti, che si osserva
sulle pareti e che diminuisce di spessezza a mano a mano
che si eleva da terra.
Se non che, qui sorge una gravissima quistione: donde
proveniva tutta la copia delle acque per poter riempire quel-
le stanze, cosi vaste e numerose ?
Poi che dalle dimensioni, che ahbiamo date dei vani,
risulta che qui noi abbiamo un edificio della capacita com-
plessiva di parecchie migliaia di m.^
Di fronte a tale problema tutti sono rimasti perplessi, ppi-
che non si puo pensare ad una derivazione di acque dai fiumi
vicini, trovandoci noi ad un' altezza di 250 metri sopra il
livello del mare. II De
-
Minicis pensa che le acque plu-
viali alimentassero principalmente questa piscina : questo,
pero, io lo concepisco bene per la stagione invernale, e,
solo eventualmente, per primavera e autunno : ma, e per
il resto deiranno"? E, dato poi, come lo stesso De
-
Mi-
nicis ammette, che con questo medesimo serbatoio si prov-
vedesse anche ad abbeverare il sottoposto Castello, la que-
stione diviene piu seria perche, in tal caso, la conserva si
esauriva piu celeremente e d' altra parte nel nostro litorale
da Maggio ad Ottobre talvolta si hanno, disgraziatamente, pe-
riodi di siccita lunghissimi. Per non dire, adunque, che il
serbatoio rimanesse temporaneamente asciutto bisognerebbe
ammettere che nelT antichita dal colle sovrastante zampilasse
qualche sorgente, sia pure di non grande volume, in prog -jsso
di tempo inaridita
p
dispersa, giacche presentemente non se
ne ha alcuna traccia, e di fatto fino a pochi anni or sono il,
problema dcll' acqua- potabile era forse il piii grave per Fer-
mo, non avendosi che acqua cattiva, e a dirittura insuflficiente
per i bisogni della popolazione. Del rimamente, qualunque
ipotesi io avanzassi non potrebbe non sembrare gratuita, es-
sendo umanamente impossibile investigare le condizioni locali
del colle di due mila anni or sono; e in conseguenza, fedele
al mio principio di non asserire co^e che non si.possano in
qualsiasi modo sostenere, preferisco confessare ingeuuamente
I MONUMEXTI ANTICHI DI FERMO
14^
k mia igiioranza in proposito. Questo solo e certo clie, cioe,
noi ci troviamo dinanzi a un edificio grandioso, di una soli^
dita straordinaria e di una vastita enornie, poi che se, pei
essere molti vani ostruiti completamente, non si
i)uo deter-'
minare con precisione matematira la grandezza totalc, pure
e lecito dedurre clie quelle stanze dovessero diramarsi infe-
riormente per la lunghezza totale dell' attuale piazza Yittorio
Emanuele, estendendosi anche sotto, e nelle vicinanze della
piazza S. Martino. Ed allora con (piesto si viene a dire che
gli antichi Fermani, costruendo lo splendido edificio di cui
e*paroIa, si prefiggevano di raggiungere due scopi: utilizzarlo
quale serbatoio di acqua, o, giusta I' opinione del De
-
Minicis,
<'ome piscina epiiratoria, e in pari tempo servirsene per po-
tentissinKj sostegno nl terreno sovrastante, la qual cosa d di-
mostra, secondo quanto abbiamo detto precedentemente, che
r antico Foro, sull' area del quale e sorta in gran parte
r odierna j^iazza maggiore, nacque da un taglio gigaiitesco
fatto sul fianco meridionale del Mons Sahius ; e, poi che
r Anfiteati'0 si elevava immediatamente sopra il Foro, ([uesto
piano artificiale noii nvrebl)e potuto (;in'taniente sostenerne
il peso enorme, oltTe a ([uello, poi, degli altri edificii circo-
stanti, se non ave-^se avuto sul pendio sostruzioni colossali.
E, i^rima di al)bandonare tale nionumento, piacemi osser-
vare che da otto anni esso e tornato, in parte, al suo ufficio'-
antico, vale a dire e^stato ripristinato a serbatoio di aci[ua, di-
cui il Comune di Fermo ha pVovveduto la citta, derivandola-
dal monte Polesio, o deir Ascensione.
Intopno al
"
Castellum pipmanopum
o l^avale Castellum

Cominciamo, intanto, dairassodare che Firmum oppidtim
era un centro abitato diverso dal Castellum Firmanortim,
avendone noi testimonianze esplicite tali, che non lasciano la
minima ombra di dubbio sulla questione. Cos^i nella Tavola-
144
PARTE SECONDA.
Peutingeriana noi vediamo segnato Firmo Viceno e Castello
Firmani; nell' Itinerarium Antonini e nominato Firmum
quando si segue 11 corso della strada neirinterno della regione,
mentre si fa menzione del Castello Firmano allorche la strada
passa lungo 11 litorale adriatico:
A Septempeda Castrum Truentinum
Urhs Salvia
Firmiim M. P. XVIII
Asculum, M. P. XXIII
Castrtim Triientiniim M. P. XX
A Mediolano per Picenum et Campaniam ad Columnam
:
Potentia Civitas
Castello Firmano M. P. XX
Truento Civitas M. P. XXVI
Castro Novo Civitas M. P. XII
Iter Flaminia ab Urbe per Picenum Brundusium usque
:
Ancona
Numana M. P. VIII
Potentia M. P. X
Castello Firmano M. P. XII
Castro Truentino M. P. XXIV
Castro Xovo M. P. XII
Strabone pol, nel passo piii volte citato, non solo conferma
la distinzione del due luoghi, ma ha avuto cura di specifi-
carcl anche lo scopo per cui 11 Castellum Firmanorum era
stato costruito.... slxa IjTrrsjtTrsSa, xal IIvsovTia, /tal IIoTsvTta,
xai 4>[f>|j.ov
IlixrjVdv' sttivsiov os Taorrj? v.aaTsXXov. Plinio (III, 111)
nella descrizione della 5.^ regione augustea, seguendo l.i dl-
reziono Inversa dl quella dl Strabone, scrlve cosl: Cupra op-
pidum, Castellum Firmanorum et super id colonia Ascur
lum, Piceiii nohilissima. Intus Novana. In ora Cluana,
Potentia, Numana a Siculis condita.
Ed ecco sorgere nuovamente un' altra vexatissima quae-
atio riguardo a tale testimonianza pliniana, e parrebbe quindl
^he si dovesse proprio ripetere 1' osservaziane fatta preceden-
mente, che, cioe sembra^ una vera fatallta che Plinio, in vece,
di chiarlrci le condizioni geowrafiche ed etnognifiche. del no-
stra antico Piceno; ce le annebbii piu tosto, poiche, oltre alla
INTORXO AL CASTELLUM FlRxMANORUM
14")
confLisioiie tra Siciili e Sii-.-lioti e al nodo gordiauo dei tre
agri Adriano, Pretuziauo e Paluieuse, ora otTre uuova ina-
teria di vivissima disrussiou.' cou le sue parole CastelUim
Firmanorniii cf sirpcr id coloiiia Ascnhim, Piccni iwhiJissima.
Certo il geografo nou avra ne nieno per un momento du-
bitato che la su)i iuforma/ioue, coucepita ed espressa iu quel
modo, ave:;-;3 potuto e^ser causa di straue ed erronea inter-
pretazioui ; nia sta di fatto clie, almeuo appareutemente, e
al(]uauto ambigua da vero, e clie (piasi tutti gli srrittori re-
gionali vi si souo travagliati sopra, traendone quelle couclu-
sioni, clie agli intendiuieuti particolari di ciascuuo maggior-
mente interessavano. Cosi, meutre aleuni Iianno creduto di
riprendere Pliuio per una imperdonabile omissione, altri gli
hanno attribuito a' colpa uu errore geografico, e fra essi il
Cluverio il quale dice (Ifalia anfiqna II, 11)
: Certe non Ascu-
Iniit sed Flnnnm nominasse dehnit snper Castellnm Firma-
Hornm . Lonrjins afjcraf Ascnfnm. Af, qnia Firmiim qnasi
alfernm eraf capnt fjentis Picenae errorem ea res ei praehnit.
Noi non possiamo teuer cout(j di tutte le fautasticherie
messe in circolazioue iu proposito, tauto piu, poi, (die la
questione non entra direttauieute uel nostro argomento; ma
non possiamo fare a meuo di riportare le opinioni di due
storici locali, che si sdho o-cupati iu modo particolare dclla
questione.
L' autore del Iil)ro iutitolato: <.< Pfinio Seiiiore illnstrato
nella descrizione del Piceno (che noi chiameremo Pseudo
-
Brandimarte. perche in fatti il P. Autonio Brandimarte si
approprio V opera), pretendeudo di restituirci nella sua iute-
grita originaria V intero passo pliniano, si permette in vece
di deturparlo mostruosamente, in modo da renderlo a dirittura
irriconoscibile. Cosi a pag.
2"),
dopo aver preteso di dimo-
strare che Plinio sarebl^e uu anfor fafso, iiicoerente a se
stesso e stordito, se avcssc nomiuato Ascnfnm subito dopo
il Casteffnm Firmanornm, sentenzia precisamente in tal modo:
Ma possibile, dico io, (die Egli, che per tanti secoli riscosse
d^applauso dei dotti, c cht> da tutti fu riconosciuto' per Prin-
<'ipe dei Latini Geografi, comc lo e, sia caduto in tali bas^
10
146 PAKTE SECOND.V
sezze? No, iion passo iiniii.i;,'iiiaiio, (jV iniperiti Copisli lo
trasfigurano e gli fecero dire quel, clie non iscrisse. Si tolga
a qiiesto te->to la sola parola Asciilum, ed allora subito ava-
nisce la contradizione, la falsita e la storditezza di Plinio.
Si legga coine egli scrisse : Castellnm Firmanorum et super
id Colonia Piceni nohilissima iiitns, c vale a dire il Castello
dei Ferraani e sopra di esso nei Mediterranei la Colonia dei
medesimi la pivi nobile del Picano . E iion vado oltre sein-
Ir;in(lomi di perdere iiiutilmeiiti' il tenipo iiel rilevare tutte
le peregriine, mirabolanti stranez/.e che seguK i a scrivere
quest' uoino il quale, intento a magnificare le lodi di Fer-
ino, si assume I' ingrato compito di dlmostrare che Ascoli
nnii fii m li colonla, perche, se fosse stata tale. non si sarebbe
imihi colle altre citta d' Italia nella guerra sociale per avere
la rittadinanza romana, perche essendo Colonia gia la pos-
sedeva, ed avrebbe disputato per ottenere una cosa che aveva;
come se dalla guerra sociale al tempo iii <'ui scrisse Plinlo,
vale a dire iii un intervallo di tempo di oltre un se olo e
niezzo, questa citta non fosse potiita divenire rolonia. Ma
gia : per lo se P.seudo-Brandimarte Ascoli iioii era cotonia iie
pure r aiiiio 117 di nostra salute!
E quindi niolto coraodo il sistema di caucellare con un
frego di penna da un passo di (pialche scrittore delle parole,
che in quel luogo possono apj)arire ingoinbranti, perche esse
non rispondono ad una data interpretazione, e sostituirle,
trasportarle a proprio capriccio : mi chi opera cosi iion puo
certo esser preso sul serio. K. aftin iie ognuno possa assi-
curarsi con gli stessi occhi suoi del niodo con cui V autore
ha creduto di poter ratTazzonare il passo di Plinio, relativo
alla descrizione della
5.-
reglone augustea. credo opportuno
riportarlo qui integralraente, quantunque, d' altra parte, non
metterebbe conto sciuparci tempo e fatica :
Qiiinta regio
Piceui est, qnondam nlierrimae mnUitndinis. Tercenta LX
mittia Picentinm in fidem poputi romuni venere. Orli snnt
a Suljinis voto Vere sacro. Tenuere atj Aterno amne, iihi
nunc est ager Hadrianus, et Hadria Cotonia a mari VII
m. pass. : flnmen Vomanum : ager Praetutianns, Patmensis-
qiie; item Castrum Xovnm,
flumen Vihatinnm, Trnenfum cnm
TNTORXO AL CASTELLUM FIRMANORUM 147
auuie, qi(od solum Lihiirnoriini in ItciUa reliqiiiun est: fiumina
AlbuJa, Tessuinum, Helvinum, qiio pnitnr Praeiutiafia regio
et Palmensium incipit: Cupra oppidum, Castellum Firmano-
riim, et super id Cotonia Piceni nolnUssima inttis. Novana in
ora, Clucntum, Potentia, Numa^ia a Siculis condita; atj iisdem
cotonia Ancona, apposita promontorio Cnmero, in ipso
fe-
ctentis se orae ciihito, a (Targano CLXXXIII m. pass. : Intus
Ascutani, Auximates, Beregrani, Cingutani, Ciq^renses cogno-
mine Montcmi, Falerienses, Pausutani, Pteninenses, Rici-
nenses, Septempedani, Tolentinates, Treicnses, cum Urhe
Salvia Poltentini iunguntur.

E dire ehe, prima di riportare per esteso (juesto passo,
lo Pseudo-Brandimarte aveva scritto : Ecco che non senza
fatica rimisi in ehiara luce e ripuri^ai dagli errori il caj^itolo
init^ro , allo ste-^so moiio che sopra aveva detto che gl' im-
periti Copisti trasfigurano Plinio ! Quanto sarehhe stato me-
glio ciie i! .Ituou fraie aves^e impiegato piu utilmeute il su(^
tempo e la sua fatica !
L'altro dei due scrittori locali. a cui iutendevo alludere prt^-
cedentemente, e il }rof. Mecclii. In un ()})uscolo dal Titolo
(( La fondazione delV Autico Xarate di Fermo e dette citta
Asculum, Novatia, Cluana e Potentia secondo Ptinio il
Vecchio egli si e occupato di proposito del passo contro-
verso, e non si e limitato solamente alla (juestione intorno
al Castetlum Firmanorum et super icl cotonia Asculum, Pi-
ceni nobilissima, ma ha proposto tutta una nuova inter})re-
tazione, tendente a stabilire una relazione di comune origine
tra lo stesso Castellum e le citta da Plinio poco dopo nomi-
nate. Cosi, mentre
1'
egregio professore a pag. 9 riprende
r audacia meravigliosa del Brandimarte (per lui e (piesti lo
scrittore del libro) per le sue stiracchiate emendazioni al testo
pliniano, senza pur avvedersene reca in mezzo nuovi elementi
di confusione, anzi si puo dire che in audacia superi il Pseudo-
Brandimarte stesso, poi che, mentre (luesti almeno si era li-
mitato alla (luestione geografica, egli in vece si avventura in
una (juestione etnografica, dalla (piale si districa niolto mala-
gevolmente.
148
PARTE SECONDA
In tanto, preso da scrupolo per la purita della lingua
latina di Plinio, la quale rimarrel)be gravemente ofTesa se
nel Castelliim Firmanorum et super id colonia Asciilum,
Piceni nohilissima si ponesse una virgola dopo la parola
colonia, anzi che dopo AsfAilmn, (perocche in tal caso al
colonia si dovrebbe sottintendere un Firmanornm \m' poter ve-
dere indieata hi citta di Fermo, e allora si avrel)be una colonia
Firmanoriim, che non potrebbe non apparire semibarbaro, in
luogo di colonia Firmum), il Mecchi segue hi lezione piii
comune; ma, pur non volendo aramettere che Plinio abbia o-
messo di nomiuare la colonia di Fermo, sostieue che ueirin-
tendimento del geografo latino ha menzionc di questa eitta sia
stata compresa nel nome del popdlo, allorchr si e ricordato il
CasfeJlo dei Fermani. Certo gl,i scrupoli linguistici di un
vecrliio professore di latino non possoiio non essere rispetta-
l)ili, ma d'altra parte conie non meravigliarsi rhe egli presuma
di trovar sempre hi precisione assoluta (U linguaggio nelVhisfo-
ria Natiiralis di Pliniof Di ben altre colpe di froule alla chissica
purita di Cesare, Sallustio e Cicerone
('
reo il nostro geografo
latin(, ma noi (l(il)l)iamo chiedergli cdnto di i|iialrh(^ negli-
geuza inesattezza geografica c stoi'iea, c noii gia dclle mende
linguistiehe o grammatieali, riguardo alle (piali. del rima-
nente, beu egli si e premuuito con la dicliiarazione che tutti
conosciaino.
Non l' il easo, adunquc, di mctterc in rilievo le impro-
l^ricta di linguaggio latino, clic deriverebbcro punteggiando in
un iiioilo piu tosto che in un altro la dibattuta esj^ressione
])liniaiin. pcr assodare se ivi si faccia menzione della colo-
nia di l-'crmo. e piu sotto vedremo che In lczione, la (piale
pouc la virgola doj^o colonia. anzi clic dojio Ascnfnin, v la
piu Matin'alc e sostenibilc.
K, dopo ehe
1'
egregio profcssore lia ci'ediito di stabilire
chc il CasfefJnm Firmanornm di Plinio da ncl seeondo ter-
mine la notizia (h uir ;iltra citta. politicainente e geografiea-
mente soprastantc al luogo indicato dal i^rimo termine, passa
a trattiire hi parte piu scabrosa dclla sua interpretazione, af-
fermando chc, in scguito a quanto ha prinia ragionato, ne
viene per conseguenza incvitabile clie supev id (cgli verameute
INTORNO AL CASTELLUM FIRMANORUM 149
scrive snpra id) iion si possono piu intendere sopra (jUfllo
ossia non possono assohitainente significare un rapporto geo-
grafieo tra quel CasteJlmn e Colonia Asciilum, altrimenti Pli-
nio sarebbe caduto in ([uel mostruoso errore (circa la localita
su cui sorgeva Fermo), di cui molti lo riprendono; e, peggia
ancora, il Mecchi segiiita a scrivere che in tal caso il geo-
grafo avrebbe collocata la colonia Asciilnm entro V ager
fir-
manns : quando supra, sono sue parole, dovesse prendersi
proprio nel significato di sopra...., colonia Asculum in Pliuio
si troverebbe collocata tra Firinnm e il detto suo Castcllnm .
Ora ecco : annnessa pure per un momento la lezione comune,
sostenuta anclie dal Mecchi, che si voglia riprender Plinio di
una inesattezza geografica (io non direi errore, perche in realta
Ascoli resta sopra a- Fermo nel senso della longitudine) si
puo concedere: ma che neir espressione Castellum Firmano-
rnm ef snper id Cotonia Ascnhini, Piceni )iobilissima, si possa
inteiidere collocata Ascoli ciitro
1'
ager firmanns, quaudo, in
tal caso, la citta di Fermo iion e nominata affatto, io non so
proprio doiKle' ritrarlo. E cosi, sostenendo che snper (pii iion
deve prendersi come preposizione di luogo, ma, dir(' cosi,
come preposizione di misura, nel senso di praeter oltre , I'e-
gregio professore viene alla conclusione del suo ragionamento,
esponendo la nuova interpretazione che, secondo il suo avviso,
deve darsi al passo pliniano. Sara bene, pero, che io riporti
le medesime sue parole affinche non incorra nel pericolo di
fraintenderne le idee :
Ma che relazione segnera supra intesa cosi nel luogo
controverso"? Ripigliamo il punto tutfintero: Cnpra oppidum,
Castettnm Firmanojutm ef snpra id cotonia Ascntnm, Piceni
notntissima: intus Novana, in ora Ctuana, Potentia, Nnma-
na, a Siculis condita. Ed applicando a supra id il senso che
ogni ragion vi richiede, troveremo che la relazione, alla (iuale
accenna quella preposizione, sta espressa nelle ultime i^arole
a Sicutis condtta , le ({uali, in forza appunto di quel su-
pra id, vaniio riferite a tutti i luoghi anzi detti, tranne Cu-
pra. In altri termiiii: s/(^jr iJ non significa punto che Ascoli
stava sopra il Castello di I^^ermo, ma che otfre a questo Ca-
stello erano state fabbricate dai Siculi le citta di Ascutum Co-
150 PARTE SECONDA
lonia. Xovana-Cliiana (forse roiiiun:' doppio) Pofenfia e Xn-
mana....
0:'
l;i notizla dell' origin Sii'ula di Ascoli, che
abl)iauio ritrovata in Plinio, lia niirabile conferma in un passo
di Ponipeo Festo, da cui chia:'o apparisce clie Ascoli preesi-
steva alla venuta dci Piceni, nati, com
>
dice anche Plinio,
dai Sabini : Picena regio, in qua est Asculitin, dicta quod
Sabini cnni AscHlmn proficiscerentnr, in vexillo eoriun picHS
consederit. AU' incontro Cnpra oppidiim, che Piinio esclude
dalla s.^rie dei paesi Piceni di orii^nue sicula, appartiene di
fatto a un" epoca posteriore al dominio dei Siculi in questa
regions, e ripete la sua origine da tutfaltro popolo, come ne
fa chiarissimo t;rstimonio Strabone. che la da per un Santuario
della D3a Cupra, fatto e dedicato dai Tirrenl. Se le prece-
denti parole a Siciilis condita fossero da riferire solo a Nu-
mana, come hau creduto (juauti hau preso snpra id nel senso
escluso da Plinio stesso, ([uesti avrebbe fatto contro al proprio
proposto, ponendo con due diverse espressioni una notizia
che poteva dare cou una sola, unend.o Xumana ad Ancona
anzi che a Potentia, Xovana-Clnana, Ascnlnni, Castellnm
Firmanornm.... Ed ora si spiega pura beuissimo perche Pii-
nio al)bla ([ui nominato direttameute il Castello, e solo indi-
rcttamente la citta di Fernio. Egli doveva mettere insieme i
paesi piceni fondati dai Siculi: v'ha posto Castetlum Firma-
nornm e non Firmiim oppidnm o piuttosto colonia Firmnm,
e ci(") evidentemente e stato perche egli sapeva che i Siculi a-
vevano fondato quel Castello, non per<'j ipiella citta. Cosi, dove
altri han trovato un' irragionevole e sconveniente omissione
o uu mostruoso errore geografico, noi, in luogo di tutto que-
sto, vi abbiam trovato
1"
importantissima notizia deirorigine
sicala del Castellnm Firmanorxim e dellc citta Ascnlnm., Xo-
vana-Cliiana e Potentia.

Ma, a aialgrado della stima e del rispetto. che io nutro
per il venerando prof. Mecchi, non posso trattenermi dal dire
che egli ha malmenato il passo pliniano piii di quanto non
abbia fatto lo Pseudo-P>randimarte, del quale nel suo opuscolo
pure biasima severamente
1'
audacia, e debl)0 pur troppo rile-
Tare che lo ha da vero superato nello stiraiudiiarne 1'interpre-
tazione. No, non e vero che la testimonianza di Festo confer-
INTORXO AL CASTELLUM riRMAXORUM 151
ma, e taiito iiieno mirahilniente, rorigiiie sicula di Asculnyn,
perche, anche supponendohi conie rigorosaniente storica, essa
ci dimostrera, tntfal piu, la [ireesistenza di Ascoli all" arrivo
dei coloni Sabini nella nostra regione, ma non mai la sua
f(tndazione da parte dei Siculi, cosa che ne Pompeo Festo ne
alcun altro scrittore d<'ir anticliitT si e inai peritato di afler-
mare. E come puo sostenere V ottimo profes^ore che
1'
im/iso
a Sicnlis condihi del)l)a riferirsi a tutti i luoghi sopra accen-
nati, tranne Cnpra, se egli stesso pone una semplice virgola
tra Capra opjpiduni e CastcJJam Firmanorum
"1
Soggiunge
clie Plinio stesso Ja esclade ;
ma Plinio ne la esclude ne la
include, sempllcemente perche non si occupa affatto di noti-
ficarci V origine di Cnpra : e lui stesso che la esclude, per-
che heu conosce iPcelebre izt^f^:; ok zb z?^c Kozpia? '.spov, To^o-
f>TjVwv ior>o;ia v.a'. v.rbaa, e percio ci fa comprendere troppo chia-
ramente che egli fa una critica di tnrnaconto, non trattando
alla medesima stregua tutti (piei nomi di localita che pure,
secondo la lezione da lui stesso seguita e T interpretazionc
da lui stesso dataci di (piel periodo, non possono essere in
alcuna inaniera separati.
Non regge ne pure, inoltre, rosservazione che, se Va SicnJis
condita si riferisse solo a Xamana, Plinio avrebbe dovuto u-
nire (luesta citta con Ancona pifi tosto che con i luogiii nonii-
nati precedentemente, per la semplice ragione che Ancona era
colonia Augustea, che il geografo aveva precipuamente in animo
di ricordare.... coJoniariim mcnfione signata, quas iJJc (Au-
gustus) in eo prodidit nnmero, mentre Niimana non era af-
fatto tale. E dire che il mio egregio amico aveva premesso
nel suo opuscolo che gli illustratori di Plinio lo avevano ab-
huiato anche la dove era chiarissimo e ci(j non perche iii
essi facesse difetto la dottrina necessaria a cosiffatto genere
di studi, ma perche, lasciandosi guidare qual piu qual meno
da prevenzioni, che riescono (piasi sempre funestissime al
buon risultamento di tali ricerche, vollero cavare da Plinia
indicazioni e notizie affatto insussistenti !
Ma, pur troppo, le prevenzioni del Mecchi, mi spiace da
vero rilevarlo, questa volta han superato tutte quelle degli al-
tri comentatori del medesimo passo pliniano, compreso lo
ir)'2 PARTE SECOXDA
Pseiido-Braiidlmarte. perche, fittnsi \n rapo (die i Siriili conie
\n tnnte altre regioni, ba,:^niate dal Mediterraneo, dominaronb
anticamente anclie nel nostro Piceno, non lia dnbitato affatto
di accomunare Torigine di Ancona e Xinnana, fondate in nn
tempo di piena luce storica, con cjuella di altre citta di cui
perfettamente niilla sappiamo. sperialmentc poi di Ascoli, la
fondazione della ({uale si perde nelle tenebre piu fitte della
preistoria. Del rimanente, noi sopra abbiamo trattato esau-
rientemeiite la ([iiestione dei Sicnli, rilevando in (jual modo
essa, alnieno per (juanto riguarda il iiostro Piceno, pu(') e
deve e3se:"e risolnta, vale a dire scindendo i Siciili leggendari,
la cui esistenza eome nazione nel Piceno nessuno ci puo
storicamente documentare, dai Slcelioti, mandati da Dio-
nisio a colonizzare le coste adriatiche, scissione o distinzione
che il prof. Mec.-hi non hi c:'eiiito oppo:'tuno di fare, v3:iendo
perci(') a ([uella conclusione del tutto arbitraria, sopra ricor-
data. Anzi, da (juanto siani veauti e-;ponendo. risulta chia-
ramente che pur troppo tutto e arbitrario nell" opnscolo del-
r ottimo professore !
E pure egli stesso accenna egregiamente a (juella lezione
del testo pliniano, che anche a noi sembra la pii"i naturale,
salvandosi con es^a e le ragioni delia storia, contro ([uegli
scrittori locali caiiipanilisti. i (juali iion si pcritaiio di affer-
mare che una citta come Ascoli non era ne pure colonia
uel 117 deir Era Volgare, e la diligenza ed e^attezza del geo-
grafo, a ciii, nel nostro caso, non si puo piii incidpare nc
una ingiustificabile omis^ione, ne un crrore geografico che,
al trar dei conti, non sarebbe poi taido mostruoso.
A pag.
6, adunque, il Mecchi srrive: ^NIa il nostro Ca-
talaiii co:i altri parecchi sosteniie clije a salvare Plinio da o-
gni coli^a bastava mottere u:i punto e virgola fra Colonia e
AscHlnm ; onde si dovrebbe leggere Casfelhtm Firmanornm
ef snper id colunia : Ascnlnm Piceni nofjilissima. Cosi rife-
rendo anche a Colonia il genitivo Firmanornm si avrebbe
l)eir e indicata la (dtta di Fernio
; e sottintendendd poi colo-
nia ad Asculnm, Piceni nohilissima, si avrebbe 11 norne da
rdggere quesfaggettivo, che senz'esso dovrebbe evidentemente
trovarsi in genei'e nentro. Certo, se veramente si potesse con
IXTORNO AL C.-VSTELLUM ITIlMANORrM ITyH
uu seiuplice caiigiiuiiento
(1'
iiitcrpnnzione riintHliarc a tutto,
ogni uoni, che abbia senn(. ac('oglierel)be senza ineno siffatta
eniendazione.
Peccato, dunqiie, che il nostro professore, preoc^Tipato
del semibarbaro Colonla Firnianornni, non abbia ('rednto di
nderire all' opinioiu' dcl dotto Catalani, egli a cui non fa da
vero difetto la dottrina iiecessaria a cosiffatto gtTiere di
studi. Giacche, in (|uesto inodo, senza violentare minima-
mente il testo e il significato natnrale dellt' parole, noi ve-
dremnio rinios^i tutti (^iiegli inconvenienti a cui con le altre
lezioni si va inevitabilniente incontro. E imi^ossibile, in fatti,
rhe Plinio trascurasse di menzionare Fermo, la piu antica co-
lonia della regione. e jxt' Io piii colonia Augustea, coine e
inipossil)iIe egnalniente che egli omettesse il ricordo di Ascoli,

la piii nobile citta del Piceno. e. con buona pace dei troppo
zelanti magnificatori della grandezza delF antichissinia Fir-
mnm, la capitale della nostra regione : domiti hiiic Piccntes
et capnt (jentis Ascnlnm, ci dice Floro al capo 19." del Lil). I.
del suo Compenclio cli storia romana.
Ma, prinia di andare innanzi, sara bene di riportare (jui.
la dichiarazione che Plinio premette al libro III alla sna de-
scrizione geogratica deiritalia: Xniic amhitnm eins (Italiae)
-nrhisqne ennmerahiiiins, qiia iii re praefari iiecessarinm cst
anctorem iios (liroiii AiKjustnm sccntnros, descriptioiieinqne cdj
eo factain Itxdiae totins iii rejiones XI, sed ordine eo qni li-
tormn tractu fiet nrhium qaidein vicinitcdes or(dione iitiqne
pracpropera servari iion posse, ita(ine interiore parte dije-
stionem in litteras einsdem nos secntnros, cotoiiiarnm mcn-
fione sirpiata, (ptas ille in eo prodidit nuinero.

Se non che Ascoli, son solo era la capitale dcl Piccno,
ma indnl)])iamente doveva essere anche colonia. Certc), i^rinia
che divampasse la gnerra marsica o soclale, che per nn mo-
mento diede una scossa cosi tremenda alla potenza di Roma,
Ascoli era nna citta federata, per la semplice considerazione
che altrimeiiti la face della rivolta non sarebbe partita da 11.
Ma, anche tralascitlndo
i^er
un istante la questione della pun-
tcggiatn a, scrivendo Plinio.... Castellnm Firmanornni et sti-,
prr id ('olonia. Ascntiwt Picrni iioJ)iJissiiiia, evidentcTnente
154 PARTE SECOXDA
ci fa coiioseere che Ascoli era [)roprio coloiiia, altrimenti egli
non avrebbe usato il femniinile, si bene il neutro dell' agget-
tivo, vale a dire )iohilissii)uiiii da rifcrirsi ad AscidttDi opiiidn^n.
Di conseguenza se, quando il geografo scriveva, Ascoli giii
apparteirn-a al numero delle coloiue, e neee .sita concludere
che essa era diventata tale fra il tempo in cui fu composta
r opera pliniana e la fine della gnerra sociale, epercio, o era
coloma silUoia o colo)iia attgnstea. II Mommsen, CIL. Yol. IX
la dice colo)iia forse clei T)'i(i))iviiu, e e(ime colo)iia e men-
zionata al X." olT? dcl nicdesimo volunie. e al N." l")!! del
Yol. YI : C. Sallio Aristaoieto, deciirio)ies et plfhs coloniae
Ascitlaiioriit)i. Ecco dunque perchi'' Plinio ne fa inenzione.
Ne dee recar meraviglia se dalla costa adriatica egli salta
bruscamente nell' interno della regione, poi (die altre volte
proeede cosi, e, per non andar lungi, qui, in questo stessa
passo, non ricomineia forse il periodo eon un I)ittts Novana,
mentre avrel)])e pure potuto attcndere, per nominare questa
(dtta, r ordine alfabetico che segue a pena dne righe piu sot-
to "? Ricordiamoei che, de-crivendo le altre regioni d' Italia,
Plinio aveva sott' ocidiio il eatalogo d(^ile eUta, poste Inngo
il litorale, e il catalogo augusteo in cui erauo segnate, per
ordine alfa])etico, tutte le citta piu imi)o:"tanti delle singole
regioni ; nominata (luimli Fermo, eoglie roecisione per nomi-
narc innnediatanieute an^die Ascoli, j^iu illustre di Fermo e,
al pari di (iue-;ta, colo)iia, e cio per la sempliee ragione di non
essere o])])ligato a tornarvi sopra ulteriormente, data la sua
oratiotie ittiqiie praepropcra, tanto pifi, iiioltre, che si sar d)l)e
dovuto occupare nuovamente di eolonie, uell' interno, ijci' la
sola Ascoli. E questa noi crediamo la ragione precipua per eui
si debba accettare la lezione del passo pliniiuio, sostenuta dal
Catalani.
lo non intendo miea negai'e che il nostro geografo non
avesse potuto eliminare ogni controversia, di cui e stato
origine il suo eoneiso modo di esprimersi, bastanrlo semplice- .
niente altre due parole, le quali alla fine non avrebbero ne
pur esse noeiuto alla sua concisione, perche tutto riuscisse
e regolare per il linguaggio latiuo, e perspieno per la geo-
grafia e la storia, vale a dire un FintiiiDi aggiunto al snper
iXTORXO AL CASTELLUM FIRMAXORU.M 155
id coJonia, e iin colonia aggiuiito- -aW Ascahini \ iiia, d' altra
parte, avendo e;^dL preferito scrivere secondo che noi con il
Catalani crediamo che realmente abbia scritto, e dovendo
supporre che
1'
espre.-^sione adoperata alla sua coscieuza
d" autore sia apparsa chiara e precisa, non ci senibra che in
questo caso Plinio nieriti le riprensioni, che per
1'
uno o
r altro motivo gli vengono fatte. Giacche, opportunaniente
interpretato e punteggiato, nel passo cotanto dibattuto Cupra
oppidiim, Castellnm FinHaiionon et super id colo)iia ; Ascn-
Imn Piceni nohilissima, noi e vi trovianio meuzionata Fernio
sopra il suo Castello, spiegando cosi rigorosamente il saper
non solo nel senso della longitudine nia anclie in quelhj del-
1'
altitudine, e non espungiamo afTatto V Ascnlnm per far
piacere allo Pseudo-Brandimarte, e tanto meno poi, conce-
diamo al prof. Mecchi che al Castellnni Firmanornm, Xovana,
Clnana, Potentia, e Ascnlum si possa attribuire hi medesinia
origine sicula (noi veramente diremmo siceliota) di Xnmana,
idea che dalla mente di Pliuio sara stata lontano delle miglia
piu di millanta. (^)
XX
XX
Ed ora passiamo ad un' altra queitione, dibattuta non
meno della precedeute. Qui pero Plinio non entra diretta-
mente, perche la controversia si agita fra i suoi comentatori
intorno alla vera localita in cui dove sorgere anticamente il
Castello di Fermo.
In tal niodo, e lo ab])iamo gia ripetuto a sazieta, lo
chiaaiano il nostro geografo, I' Itinerario di Antonino e la
TavoJa Pentingeriana, mentre da Strabone e detto zrJyv.o^j
KaaxsAAov, vale a dire egli ha avuto cura di notare, diremo
{D A me spiace di dover conibattere talvolta le opinioni storiche
del venerando prof. Mecclii, rna come fare altrimenti se le opinioni
combattute non reggono all' esame della critica scientitica ? Del ri-
manente, le mie parole non possono detrarre mdla alle benemerenze
deir amico professore verso la storia di Fermo, e al suo valore per-
sonale che gU procaccio La stima e 1' amicizia di Teodoro Monimsen.
156 PARTE SECOXDA
cosi, r ufficio clie doveva adempiere il Castello, che era quello
di proteggere il porto o Navale. Dunque noi abbiamo tre
entita che non possoiio in alcun modo scindersi fra loro ; non
il Navale dal Castello, da cui doveva ripetere eventualmente
la sua difesa: non il Castello dalla cittd di Fermo hi quale,
a sua volta, doveva essere in grado di accorrere prontamente
a presidiare o a rinforzare hi difesa delhi sua fortezza sul mare.
lo non staro ([m a ricordare le parti in cui anticamente
dividevasi un porto, ed e cosa troppo nota che generalmente
questo costruivasi alla foce di un fiume, la quale quasi sem-
pre presentava le condizioni favorevoli per un porto naturale,
giacche nell' antichita le navi non pescavano certo molto pro-
fondo. Con questa semplicissima osservazione di fatto, adun-
que, noi veniamo a rigettare implicitamente
1'
opinione del
Cluverio, il (luale ci dice senz'altro che il Castelluni Firma-
noriini era la dove oggi trovasi Porto S. Giorgio ilt. Ant.
Lib. II, Caj). 11): Hodie oppiduni id duohus miltihns, qiiae
haljet lahuta a Tennae ostio, ah Firnio autem trihus dissitum:
vulgo dicitur incolis Porto di Fermo . Non per questo, pe-
ro. io intendo attribuire a colpa del Cluverio il suo errore
t(q)ografico, pero che il vastissimo argomento noii gli poteva
certo i)ermettere di fare tutte le opportune indagini intorno
allc singojc citta autiche, sparite dalla faccia della terra. Ma
non egualmente buona possiamo menarla al nostro Catalani,
che ha seguito ciecauiente il Cluverio
; e, meutre (juesti non
si b occupato deir i-ivE-.ov di Stral)one. egli, per poter piu
facilmente localizzare il Castello, sostiene che anticamente i
Fermani costruissero un porto artificiale sul luogo del/at-
tuale Porto S. Giorgio: Yeggonsi in luogo presentemente abi-
tato del nostro Porto due lunghe continuazioni di archi distanti
mille palini 1' uno dall' altro. Questi archi verso terra, pro-
cedendo pcr dirctta linea, termina in un antico muro, il quale
uei passati tempi era uii nuiro castellano, e in cui tuttora
veggonsi alcuni grossL anelli dl ferro, nei (piali gia legavansi
le funi dcllc barche. A (luali usi fossero questi archi desti-
nati. iu (jual tcmpo fal)bricati, a me non appartiene di ricer-
care
; non sono essi certamente di antica fabbrica romana.
Ma ben sono di fabbrica indubitatamente romana alcuni ruderi
INTORXO AL - CASTELLUM FIRMAXORUM

157
di non piccola mole, i quali veggonsi a quelle estremita degli
archi, le quali riguardano il mare, e possiamo ragionevol-
mente sospettare clie anche una porzione di detti archi sia
stata su di altri antichi ruderi fabbricata. Gia poi questo e-
dificio era certamente fabbricato nel mare e in notabile di-
stanza dall' antica spiaggia. Che altro dunque poteva essere
qnesto edificw
se non appunto nn porto di mare"^ Xon pos-
siamo da questi avanzi misurare
1'
ampiezza del iiostro antico
Porto, non potendo noi affermare che parte di esso costituis-
sero. Ma assai e al mio intento che c^uesti ne siano indubitati
avanzi, e di aver poco nien che vendicato dall'oblivione 1' an-
tico castello o navale di Fermo. Cosi il Catalani al cap. IX.
Ora, lasciando stare che, contro il suo solito, qui il no-
stro scrittore esprime male talvolta il suo pensiero, come,
per esempio, quando dice : gia poi (juesto edificio era cer-
tamente fabbricato nel mare e in notabile distanza dalF antica
spiaggia . e che altro dunque poteva essere quest' edificio
se non un porto di mare "? perche un edificio non costitui-
sce da vero un porto, cio che a lui sembra completamente
chiaro a noi non e affatto tale. Xoi, in fatti, sappiamo che
Porto S. Giorgio e di origine medievale, giacche solo nel 1268
Fermo stabili di costruire ivi un porto: in secondo luogo non
riusciamo proprio ad imaginarci perche niai gli antichi Fer-
mani dovessero sobbarcarsi airingente fatica di costruire ai-
tificialmente un porto, su una linea di spiaggia completa-
mente aperta, contro la consuetudine del tempo, che portava
ad utilizzare le bocrhe dei fiumi, quando ad appeua uu mi-
glio piii a sud, avevano a loro disposizione la foce delT Ete,
ad uguale, se non forse a niinore distauza dalla citta di ([uella
ove ora e Porto S. Giorgio : in terzo luogo, poi, noi ci per-
mettiamo di domandare al Catalani come inai dol Castelliim
Firmanornni, che per la sua grande importanza, rivelataci
dal fatto che tutti gli scrittori, i (j[uali si sono occupati della
nostra regione, e la Tavola PeHtingeriana e V Itinerario di
Antonino- ne fanno menzione, non doveva da vero essere co-
stituito da un solo edificio, non dovesse rimanere wb pure una
sola pietra o uii (jualche altro ricordo sulle colline immedia-
tamente sovrastanti
1'
attuale centro abitato di Porto S. Gior-
158 PARTE SECOXDA
gio. Di (ii) che dice 11 Catalaiii. a(luii(|iie. noi presentemente
teniamo conto soltanto che ai suoi tempi si notavano alcuni
ruderi Ji noii picciola mole alla estremita di certi archi, e
sicconic (jualciino di (|uesti archi resta ancora oggi a Porto
S. Giorgio, e proprio sulla strada nazionale litoranea Ancona
-
Potenza Picena
-
Cupra Marittinia
-
Tronto
-
(xiulia Xova
(Castrum Xovum) ecc, cosi noi vedrenm fra non molto a che
cosa postra servirci una tale testimonianza.
Degli altri stdrici inunicipali ikui tutti si sono occupati
di determinare la localita precisa dell' antico Castelhim Fir-
manornm. II Prof. Mecchi, tutto pieno il capo dei suoi Si-
culi, non ha creduto di farne parola : lo Pseudo-Brandimarte
segue il Colucci, ma preso egli. alla siia volta, di santo ar-
dore per fahbricare un' antica citta Palma, camhia il navale
fermano in navale palmense, e confonde hellamente iin Ca-
stello con un porfo : * se il sin (jui detto, sono sue parole^
non persnade, allora rimanga pure Palma, clie
("
piii antica
di Fermo, senza il Navale, che V era vicino e formato dalhi
natura, e si dica pure che il Porto Cognoht era il Castellum
FirmaHornm di Pliiiio, perclif'' rinianendo e^^so tra Fermo e
Cupra, Stra])one e la Tavola Peutingeriana non ci permettono
di dultitare che ivi non esistesse, e perche veramente rimane
Ropra di esso nei Mediterranei la Cotonia dei Fermani piu
nohile del Piceno : Cupra oppidnm, Casteltum Firmanornm et
super id colonia Ficeni nobilissima inius.

Non fa pro-
prio una grinza ! Fa d' uopo, ({uindi, restringerci a i)ren lere
in esame
1'
opinione del Colucci.
Cominciamo dal notare, in tanto. che nella sua dissjrta-
zione intorno a Cupra Marittima
> egli i^rinia aveva loca-
lizzato il navale di Fermo sulle foci delFEte. Dopo che que-
sta dissertazionc fu pubhlicata, un tale ahate Eugenio Polidori,
nato a Grottammare ma residente iii Offida, dove era Cano-
nico, sdegnato che il Colucci avesse osato togliere a Grottam-
mare
1'
onore di rappresentare
1'
antica Cupra scrive delle
Ot)biezioni alta Cupra Marittima itlustrata malmenandone
aspramente
1'
autore, accumulando in pari tempo ogni genere
(li strafalcioni di storia di gr.iiiiiiiatica e di logica. giacche.
INTORXO AL CAS1ELLI'.M riRMAXORUM >
1.")!)
per esenipio. coii la piu graiidi' indifterenza di questo luondo
il grottese Polidori nega clie il )iavale fosse un porto, e, con-
tbndendolo evidenteniente con il Castello, lo trastVriscc siilla
cinia di una collina !
Di fronte a tante stranez/e il Colucci uon puo acquietarsi
e risponde con le Osservazioni crificlie alle Ohhiezioni
del Polidori, ripagando con buona inisura V avversario, e con-
seguenza di queste Osservazioni c una nuova dissertazione
intorno al CasteUo Xavale dcrjli aufichi FcrDuoii iu lui
torna a sostenere la localita deU' autica Cnpra nella valle del
torrente Menocchia, in contrada Civita di ^arano, ina sposta
in vece quella del Castellnni Firnianoram che trasporta note-
volmente piu a sud, sotto
1"
attuale Torre di PalniP, non
avvedendosi di fare cosi il giuoco delFavversario, perche, sce-
niando in tal niodo la distanza segnata dalia Tavola Pentin-
geriaua fra il Castellniu Firmainirniii e la Citpra oppidum. coii
-lo spostare verso sud il luogo dcU" antico navale di Ferino, e
naturale che si venga in pari teinpo a rendere piu i^rohabile
anche T esistenza deir autica Ciipra \n un luogo piu nieridio-
jiale di (piello iu cui cnn tutta verita il Colucci la tissa.
* Quasi due iniglia discosto dalla foce deIl'Ete , egli
scrive a pag. 18 della sua dissertazione, e piii di tre dal
Porto di Ferino (distanza esattissinia, percht"' niisurata,) nel tcr-
ritorio del Castello detto Torre di Palma, lungo la strada
inarittima, propriamente sul lido, sorgono due alte colline,
come due scogli. Dentro a questi. cjie custodiscouo in certa
maniera V ingresso, si apre un largo seiio, ricettacolo d' ac-
qua in altri tempi, nei (piali il mare sulle loro falde con le
oiide hatteva. Questo seno intorno intorno e difeso da altre
<-oIline, che lasciando soltanto ncl nuvzo uu largo spazio pro-
fondo e piano, ivi riceve a giorni iiostri le acque, che vi de-
})Ositano le circostanti colline, le (jiiali radunate servono pcr
uso di un niulino, che a capo di (juel seno vetlesi fahbrica-
to II iiome che oggi si da a questo luogo e di Fosso
ognolo, perclie di fatto altro non e restato che uii fosso .
A leggere questa descrizione (_>gnuiio crederebbe di trovarsi
4inanzi a uii anipio seno, a un targo spazio profoudo, atto
proprio perclie fosse scelto dagli antichi per la costruzioiie di
IHO PARTE SECONDA
1111 portn n per iiiia stizione n;ival;'; ma io, ('he mi soiio re-
eato a l)t'lla posta ad osservar.' la localita, noii lio potuto e
11011 posso fare a meno <li notare in questo caso la ingenuita
(lel Colucci. Che nn porto natnralf potesse trovarsi alla foce
(li 1111 tiuiiie, lo sapevaiiKi, ma che anticaiiiente si usasse
creare dei porti o delle stazioni navali neir interno del coii-
tinente non lo credevamo da vero. Perche, sia pure clie non disti
molto dal lido del mare, ma non per (luesto e iiien vero che
il luogo descritto dal Colucci, e scelto per stal)ilirvi il suo na-
vale fermano, non si trovi fra i inonti, tagliato fuori dalla
linea di spiaggla da dne colline, secondo che dice il nostro
stesso autore, e di nn' ampiezza non gia grande, nia inolto
relativa, direi (juasi irrisoria (nou superando il diametro una
cimiuantina di iiietri), dovuta unicamente all' azione dell' ac-
(iua del fosso, che ha eroso all' intorno le radici delle colline,
quando nei momenti di piena, iion potendo preclpitarsi lil)e-
rainente nel mare a causa dei (Ine scorjJi, notati dal Colucci,
per pochi passi V mio clalV altro dislanti, che ostruiscono
r ingresso di (juella localita, e costretta ad andare a hattere
violentemente i fianchi delle colline. E potrebhe ({uindi darsi
henissimo che
'20
o 25 secoli or sono (luesto preteso ampio
86)10 ivi non esistesse nejipure.
Egli poi credette di scorgervi tutte le altre parti neces-
sarie per clistinguere la stazione clal Porto, e perfino cinelle
stanse, se pure ie possiamo cosl chiamare, disposte in giro
attorno attorno alla cr^pidine, dove si facevano entrar le navi
per riporle o per acconciarle.
Ma (jueste stanze saranno esse state scavate entro i fiau-
chi dei iiionti ? I^i (die se, secondo il Colucci, un teiiipo i|ue-
sta localita era ricoperta dairacc[ua del mare, la (|uale, d'altra
partc. (lovcva essere abbastanza profonda per poter sostenere
lc iiavi, dove trovare lo spazio necessario non solo per la
costruzionc Ylclle stanse navati. ma miclie jx-r la libera cir-
colazione dei niarinai, intenti a!le loro faccende, se. i fianchi
dei monti circostanti scendono ({uasi a picco, come pu(") im-
magimirsi chi ritletta ch(Mioi ci ti'ovi;imo in iiiia })iccol;i conc;i,
creata alle radici delle colline dalT impeto delle ac([ue t.orren-
'Ziali, clie si vedono.improvvisanicntc precluso il Libero sbocco
INTORN'0 AL CASTELLUM FIRMAXORUM 161
nel mare^? Avranno forse i marinai manovrato dall' alfo dei
monti? E si dica pure, se piace.
Se non clie al)l)iamo gia veduto clie Strabone ci dice btzI-
vsiov Kd^^TsXXov, espressione che non permette assolutamente di
separare il ^jorto dal CasteUo, il quale percio doveva sorgere
nelle immediate vicinanze del navalc, e in posizione elevata
per dominarlo rom})letamente, affinciie potesse rispondere allo
scopo di protezione e di difesa. E bene: dove sono le vestigia,
siano pure debolissime, del Castcttnm Firmauorum nelle
colline circostanti al Porto Cognnlo -? II Colucci, che prevede
r obiezione, a pag, 28 scrive:
Mi dira forse taluno dove sono di tal porto
1'
emporio,
dove le abitaziuni, dove i templi; ornamenti richiesti anche
negli antichi navali, e dove il rinomato castello, che piu del
porto si distingueva nel territorio fermano "? lo con ogni in-
genuita qui rispondo che motti rnderi, o altri visihili segni
di tali cose oggi piu non ci restano in quelle convicine con-
trade, ma ragion vuole che uoi crediamo che tali fabbriche
sieno state contigue al navale, ma verso la parte di Torre di
Palma, verso cui resta situata la citta di Fermo, e che tali
fabbriche fossero nella parte piu elevata, cioe sul dorso di
quelle collinette, che sovrastano al mare, e che sono parallele
all'altezza dei due promontori. Sito piu acconcio per un ca-
stello marittimo non e possibile di sognarselo su <|uel lido,
non solo perche resta vicinissimo a Fernio, perciie in altri
tempi era i^arte del loro territorio, ma molto piii perclie da
queir eminenza si scuopre tutto il tratto di mare dalla punta
del monte di Ancona, detta Cunero dagli antichi, fino a un
bel tratto verso mezzo giorno, cioe fino al Tronto, e piu oltre.
Dovendo il castello come luogo di difesa esser stimato (forse
r autore avra scritto sitnato) in maniera, che possa osservare
comodamente tutte le parti dalle quali si puo temere la
sorpresa, niun altro piii proprio di questo ce ne possiamo noi
figurare, ed ecco un altro motivo per credere il navale fer-
mano ivi situato e non altrove : tanto piii che ivi trovavasi
questo porto naturale, che sara stato di grande profitto ai
Neo
-
Fermani e ai Fermani medesimi, che il castello di difesa
vi collocassero .
162
FARTE SECOXDA
Meno male ch3 il Cokicei stesso lia premesso di rispon-
dere con ingenuita alla obiezione la qiiale, dopo la risposta,
rimane piii salda che priuia. Egli. in fatti, non ci da che
semplici parole, e allora noi gli possiamo applicare il filoso^
fico gralis asserltnr, necjcittir gratis, poi che noi non intende-
vamo conoscere che quel tal luogo. prescelto da lui, fosse il piu
idoneo alhi costruzione di un casteHo, ma si bene volevamo
sapere se realmente un tempo ivi si;i sorto il CasteUnm Fir-
manormn, e se vi resti tuttora una ({ualsiasi traccia del nome,
degli edifici e di quegli altri ornamenti di cui parla egli
stesso. Che il Colucci, per conto suo, ipoteticameute costrui-
sca un castello sulle alture di Torre di Palme, a me poco
importa: io tengo a far notare come egli stesso sia stato co*
stretto a confessare che motti rnrJeri o attri visihili segni cli
tali cose oggi piu non ci restano in quelle circonvicine con-
trade. dove io, inveee di moJti riideri avrei scritto con piu
verita niitta assotutamente.
Ma, piu tosto che dilungarci in osservazioni, che possono
convincere solo perfettamente chi sia pratico dei luoghi, sara
bene fare alcune considerazinni.
1"
cvidcnza delle quali non
possa sfuggire ad aicuno.
Noi sappiamo che uno dei sussidi. di cui va tenuto spe-
cialmente conto per determinare con hi maggiore precisi(jne
pos^ibilc il luogo di un antico centro abitato, scomparso dalla
superfiee del suolo, e la distanza clie intercedeva fra ^\\\e\
centro abitato e un' altra localita antica. che ci sia in qua-
lunque modo indiscutibilmente nohi. Ora, per buona fortuna,
noi ci troviamo in queste condizioni rispetto al Casiellam
Firmanorum, conoscendo con certezza assoluta la distanza
che lo separava da una citta sparita anch'essa, nia di cui ci
e noto il luogo. il iiiimIi'. d" nltrondc, c stato deternunato dal
nostro stesso Cokicei in modo ino})pugnabiIe. E questa la citta,
di Cupra Maritima, che sorgeva nnn precisamente dove oggi
trovasi il comune omonimo, sul litorale. nia a (jualche chilome-
tro a nord-ovest, in una loealita che, eonservando indubbiamente
il nome antico, e detta la Civita di Marano.
Riportiamo, in tanto, i trattl deW Itinerario cli Antonino
che fanno a nostro proposito :
INTORN'0 AL CASTELLUM FIRMANORUM 163-
A Mediolaiio per Piceniim et Campaniam ad CoJi(tmiam :
Pofentia Civitas
CastcUo Firmano M P. XX
Trnento Civitas M. P. XXYI
Castro Novo Civitas M. P. XII
Iter Flamiiiia ah Urlje per Picenum Brundiisinm asqtie :
Potentia M. P. X
Castelto Firmano M. P. XII
Castro Trneiitino M. P. XIV
Castro Xovo M. P. XII.
Inoltre iielhi Tavota Peutiinferiana troviaiiio se<^Miato
:
Sacrata VI
Flasor
ft.
Tiiina
Fl. Tinna
Castello Firiiiaiii W
Cnpra Maritima XII
Castro Truciitiiio XII.
Da qui. duniiLie, risulta chiarissiino che, nientre vi sono
diverjJ^enza e confu-^ionc sia tra i nonii e le distanze segnati dai
due tratti delV Itiiierario, s!:i tra (luesti e la Tavola, la di-
stanza, invece, fra il Castello Fermano e Cupra Maritima ri-
mane senipre inconcussa. E vero che nei tratti ({(AV Itiuerario
Cupra Marittima non e notata, ma cio poco importa, perche
osservando noi che dal Castello Fermano si passa diretta-
mente al Castro Truentino e si pone la distanza di XXIV
miglia, e evidentissimo che questo rappresenta il numero cumu-
lativo delle XII miglia, che correvano dal Castellmn Firmano-
rum a Cupra, e delle altre XII da qui al Castrum Truentinum
dateci dalla Tavola Peutiiigeriatia, e di conseguenza, intorno
alla distan/a intercedente fra il Castello dei Fermani e Cupra
Marittima non
i)u6
cadere il minimo dul)bio.
Ora a me piacerelibe poter stabilire il luogo del nostro
antico Castello, ragguagliandone la distanza non solo con
una citta posta a sud di esso, si bene anche eon un centro
abitato o con una qualsiasi altra localita nota ad occidente
a settentrione: ma questo mi e dirittura impossibile, poi che
neir Itinerario noi troviamo una grande confusione nelle cifre
164
PARTE SECOXDA
se^Miatc fia il Castelliim Firmanornm e Potentia civitas, il
luo;,^o (Ifllii qiiale, per giuiita, e fissato (jua e la, secondo lei
particolari vedute degli scrittori regionali, e per di piu nella
Tavola Pentingeriana, oltre clie non vi e notata alruna distanza
fra il Castello e Flrmnm, si e incorso in un madornale errore
cirra la i^ostura di (jueUa citta, ]a quale e stata collorata a
nord del fiunie Tenna, miMitre invece sorge per (|ualclie clii-
lonietro a sud di es-io. N("' pos^ianio. pariiuenti. t(Mier conto
alcuno delle dae miglia clie nclla medesinia Tarola si veg-
gono segnate fra 11 Tinna c il CasteUo Firmani. giacch("' in
e^sa troviamo mimzionato Tiniin duc volte, come fiume e
come centro abitato, di cui n()n si lia assolutamenie alcun' al-
tra inemoria. e non sappiamo quindi se
1'
autorc della Tavola
nelle dn? luiglia vole-;^e intendcre la distanza fra Tinna fiume
o citt:"i e 11 Ca-itello dei Ferinani, o pure fra Tinna centro
abitato, e 11 fiunie oinonimo : mdr an caso oneiraltro, per(j,
rifletto ch^ lo svantaggio sarebbc tutto del Colucci. giac(die
dal Tenna all' Ete corrono circa otto chiloinetri. e il Fosso
Cogn("do rimane ancora a inezzogiorno deH' Ete (luasi ;> chi-
lometri e mezzo. Xon ho duni|ue alcuna difficolta a ricono-
scere anch"io nel numero II po>to fra il Tinna e 11 Castello
Firmani un grossolano ei-rore. E allora volgiamoci a mez-
zogiorno.
II Colucci si l)asa egli pure sulla di^tanza d(dle XII mi-
glia intcrcedente fra il CastelJam Firmanoram e Cupra Mari-
tima, ma, fissando egli 11 navale nel fosso cognbto, oggi fosso
del Mulinetto, abbrevia talmente la distanza, dataci dalla Ta-
vola, che non si luunio dodici miglia antiche, ma a ])ena
dodici o tredici chilometri. E l)ene: come fa cgli a mcttere
in armonia la distanza delle XII miglia con la lunghezza
reale della strada ? Udiamolo da lui mcdesimo (pag. 1'2) :
E noto clie il litorale fermano da qualche centinaio di anni
a questa parte si b variato notabilmente. I suoi relitti sono
tuttora visibilissimi a (;hiun(pie passa an(die una volta lun-
ghesso di quella spiaggia, e visibilissimi sono i segni della
sua maggiore estensione a (jualche luogo. La strada per cui
oggi andiamo dal Porto di Fermo a Marano (Cupra Marit-
tima) rcsta tuttora per la spiaggia marittima, e rade le radici
INTORXO AL CASTELLUM FIRMANORUM
1H5
di <|iiella serie di colline clie da Torre di Palnia fino a Pe-
daso e (inindi pas^ato 1' Aso (espressione inesatta, perch'' ve-
nendo da nord Pedaso sta doj^o non prinia delT Aso) fino a
Bocca])ian(*a (<3g,^i Yilla Yinci) sovrastano il mare. Malicrado
questo ritiramento. lc acijue dcl mare i,^iunwno talvolta a
bagnare la strada modernn detta tuttavia Slrada Consolare,
purch("^ non sia in una calma ])erfetta. Per assicurarci di
questo basta aver veduto (lue.^li ar.ijini di forti muraglie che il
pub1)lico (H Fermo vi lia dovuto costruire in qualche sito per
difendere c mantenere la strada. Cio posto, cosi rifletto. II mare
lunghesso la strada si e ritirato. Nulla ostante va a battere
(ahiieno in certi siti) snli' orlo della strada, che s' apre lungo
di quel litorale. lUuKjue niille aimi sono, quando il mare si
estendeva piu verso noi, soi-passava la strada, e liatteva sulle
radici delle stesse colline. Dun^iue per V antica strada Fla-
minia non vi era luogo tra il mare e i colli ma dobl)iamo
credere o che. fosse aperta sal dorso delle collhie, o che gi-
rasse dietro alle medesime. Ua (juesto ne doveva derivare una
luughe/.z;i maggiore. Lunghc/za tale, per altro, che alla fine
la possiamo ridurre a due o tre miglia. Cosi almeno io credo
per le accurate osserva/ioni (Ui me fatte per chiarirmi di (|ue-
sto punto .
Ora, ecco: dare alla strada antica proprio uno sviluppo
di due o tre miglia maggiore di (luello della strada odierna, puc)
sembrare comodo per raggiungere il numero delle dodici mi-
glia antiche, che intercedevano fra il Castellmn Firnianoram e
Cupra Oppkhim: ma, se possa ritenersi ugualmente legittimo
il farlo, non lo sappiamo. II nostro autore crede di fondare
specialmente il suo calcolo, osservando che mille anni or sono
(an/i io avrei detto dne mila) il mare doveva andare a bat-
tere direttamente le radici delle coUine, se e un fatto che
lentamente esso si ritira.
E l)ene io non nego affatto che sul nostro litorale adria-
tico la linea di spiaggia tenda ad allontanarsi, per quanto in-
sensibilmente, dal continente, ma dico che questo si verifica
non Inngo' tutta la linea, inintcrrottamente, liensi ad inter-
valli, iu qualche punto soltaido, in proporzione molto csigua
rispetto alla totalita, la dove si hanno le condizioni favore-
166
TARTE SECONDA
voli, vale a dire siilla fronte dei ceiitri aljitati, per i quali e
superfluo rilevare che 11 terreno dl necesslta e In continuo
rialzamento, e alla foce dei fluml e torrenti, a causa del de-
trlti trasportatl a valle dal monti. Per chl conosce 11 nostro
lltorale, almeno dal Tronto al Tenna, seml)reranno inutili le
mie parole. La strada na/ionale, che da Porto S. Giorgio sl
dirige a mezzogiorno, rade, come dice henissimo 11 Colucci, le ra-
dici di quella serle di colllne che. numerosissime, sovrastano
11 mare. Or bene, che osserviamo noi "? Che la dove attraversa
i centri abitati, specie Porto S. Giorgio, Grottammare e S.
Benedetto del Tronto, o le valli dei corsi d' acqua piii impor-
tanti. quei tratti di litorale in cui (|uesti corsi d' a<'<iua
sono plu numerosi, come fra Grottammare e S. Benedetto,
ove ne al)biamo quattro entro uiio spazio di soli due chilo-
metri (e fra essi 11 Tessniiinui). e fra S. Benedetto e Porto
d' Ascoli, in cui se ne contano parimentl quattro e tutti vlo-
lentissiml in tenipo di piena, specie poi V Alhnla e 11 Bagnola,
la strada nazionale sl allontana dal lido dcl mare per una
diBtanza che da ([uattro o cinqnei^cnto metri va fiiio al chilo-
metro ; mentre altrove, per tratti luiighissimi, la distanza si
restrlnge fino a diventare, direl (piasi, nulla. non superando
i dieci o i venti metri ! E chi (rederel^bc che. a. farla a ])0-
sta, proprio dal punto dove il Coluccl flssa 11 Navale Ferniano
fino al torrente Menocchia. nella pianura della quale si tro-
vava la citta di Capra, la strada segue costantemente la
splaggia, separatane solo dalla via ferrata. sugll arglnl della
quale arrivano a battere le onde del mare in tempesta '? Se,
dunque, noi vediamo che In molti puiiti la strada e incas-
sata fra le arginature della linea ferroviaria e il fiauco dei
monti, e se il mare dista da essa solo pochissinil mctri, non
ci sara legittimo concludere che v assoiutamente impossibile
sostenere clie, essendo in coutinuo ritiramento le ac^jue del
mare, niille auui atldieti"0 (pieste dovesscro giungere alle ra-
dicl delle colllne, e che in conseguenza non vi potesse correre,
come oggi, una strada ? Ma se a Pedaso, per esempio, al
Jtianco della colllna su cui sorge il Faro apparlsce evidentis-
slmo 11 tagllo praticatovl per incassarvi la strada; e se,
d' altra parte, questa e contigua alla ferrovla, esposta in quel
TNTORNO AL CASTELLUM FIRMANORUM

167
punlo air ira dei iiiarosi, e segno manifesto che, prinia della
costruzione della via ferrata, non piu di 40 anni addietro, du-
rante le tempeste il niare dovesse giungere a colpire la strada
nazionale, con che si viene a dire che quivi presentemente si
ha r identica condizione di cose che si doveva avere a tempo
dei Romani. Dunque non e affatto vero, secondo quanto dice
il Colucci, che tra il lido del mare e il fianco delle colline
non si potesse svolgere una strada: se dal mare alle medesime
colline oggi non corre che un intervallo di pochi metri, e
fuor di dubbio che le condizioni di 18 o 20 secoli or sono
non dovevano essere molto differenti, e la conformazione del-
la nostra spiaggia, rispetto al continente, non risale mica
agli ultimi secoli della Repubblica Romana o ai tempi del-
]'Impero, perche uon sipossa dire che ab origine fino al tempo
in cui fiorirono il Casfello dei Fermani e la citta di Cnpra,
alle radici di quelle colline non si fosse potuto avere o creare
uno spazio per adattarvi una strada, che non dobbiamo
poi credere soverchiameute ampia. Secondo il ragionamento
del Colucci si dovrebl)e dire che, stante il ritiramento delle
acque del mare, la strada avrebl)e dovuto sempre avvicinarsi
al lido, piu tosto che allontanarsene nei suoi rifacimenti
posteriori. Invece che e avvenuto".' Che in parecchi punti,
ossia fra Grottammare e Cupra Marittima, fra Cupra e Pe-
daso essa, riadattandosi, e stata spostata verso i monti, scor-
gendosene tuttora i tronchi abbandonati, e a partir da Torre
di Palme (sembra jDroprio una fatalita per il Colucci) fino
air Ete, per un tratto di circa due chilometri e mezzo la
strada nazionale e stata deviata verso ovest per due o tre-
cento metri di distanza dal corso deirantica, il relativo tratto
della quale, pero, riniane tuttora aperto (la chiamano la
strada vecchia). Dunque che la furia delle onde, eventual-
mente, potesse giungere in antico a minacciare la strada, al-
lo stesso modo che oggi arriva a colpire gli argini . inferiori
della via ferrata, nessuno lo revoca in dubbio; ma ci reca da
vero meraviglia conie il Colucci non abbia ritlettuto che ai
Romani i -iuali, per le loro costruzioni di ogui specie, mira-
bili, colossali, non sono meno famosi nella storia che per le
gloriose gesta militari compiute, non poteva certo apparire
168
PA.RTE SECONDA
cosa eccessivamente difficile, o straordinaria, difendere con
potenti arginature quei tratti della strada esposti alla violenza
del mare in tempesta.
Potevano dunque farlo. Ma. lu avrannu fatto realmente"?
Lo Pseudo
-
Brandimarte a pag. 153 scrive:

A questa tradizione tanto universale (dell' esistenza del


Porto Cognolo, che egli, a sua volta. sostiene a spada tratta
fosse il Navale Palmense) deve aver dat<) motivo una corona
di grossi Archi, a simiglianza di quelli che servono di Con-
dotto alle acque. Restavano pochi passi lungi dal fosso Co-
gnolo, e sotto il colle, che avrebhe formato il Corno Setten-
trionale dell' Ostio. Nell' anno
1S06
ve ne trovai cinque, e
benche fossero nella maggior parte sotto terra, pure sporge-
vano al di fuori per I' altezza di dieci palmi. Dai ruderi os-
servai che (juesti successivanientc giungevano sino al Fosso,
ed un contadino mi disse che alcuni erano stati da lui de-
moliti, colle mine, perche non aveva potuto in altra maniera
attcrrarli, e che aveva avuto ordine dal padrone di gettarli
tutti a terra. volendo servirsi di tal materiale per fare le
nuu'a di un giardino. Xotai che il terreno virino agli Archi
poco si poteva lavoi-are i^erche era pieno di antichi fonda-
menti. Una simile corona di Ardii rimaneva nella punta del
Corno meridionale dell' Ostio. Si osservano avanzi di essi e
in qualche piccola distanza ancora esistono pezzi di antichi
muraglioni. Or questi Archi davano troppo nelT oi-chio di chi
passava iiella strada loro vicinissima. Spinto uno dalla cu-
riosita domandava cosa significassero. NelT udire rispondere
che vi era stato un porto, la tradizione divoniva universale
per tutto il litorale. Ora questa si raffreddera perche e stato
tolto il motivo, e vale a dire, sono stati demoliti gli Archi.
Yi ritoinai ncl 1SI)7,
e non ve li trovai e senza alcun utile
si distruggono i moiuimenti antichi pei giardini. Dissi seiiza
alcun utilc, perche essendo stati distrutti collc mine, deve
essere stata })iu la spesa, che il guadagno. Non so perche il
Colucci abbia omessa la descrizione di questi Archi, che gli
avranno dato suir occhio, piu di ogni altra cosa. Forse lo
fece perche non sapeva, a qual uso servissero. lo pure non
lo so, ma ho voluto riportarli .
IXTORKO AL CASTELLUM FIIIMANORUM 169
E questa volta dobhiaiuo esser grati da vero a questo
scrittore, per averci lasciato uua uotizia di iuiportauza fouda-
meutale. Egli si lanieuta perche il Colucei abbia omessa la
descrizioue di quei tali ai"rhi. e coufessa di uou saper ue pur
lui a quale uso essi servissero. Ma uoi, rieordaudoci di aver
gia uotato eome il Catalaui ri atferiui elie a Porto S. Giorgio
vedevausi due luughe contiuazioui di arehi, distanti mille
palmi
1'
uua dall' altra, e che ei-auo di fahhrica induhitata-
mente ronuuia alciuii ruderi di uon picciola niole clie vede-
vausi a quelle estreniita degJi archi, le qiiali rinnardcmo il
mare, e che uno di questi arclii resta tuttora proprio sulla
strada naziouale, dopo la testimonianza dello Pseudo
-
Braudi-
marte. che ci dice come auche uelle vicinanze del Fosso Co-
gnolo queste costruzioni c p(^zzi di antichi muraglioni si os-
servavauo ancora nel ISDIi alla strada vicinissimi, uou abbiamo
difficolta di aiTermare clie (juei resti di muraglioui antiehi e
quei ruderi di uon picciola mole dovevauo appartenere alle
argiuature costruite dai Romani a sosteguo del lato orieutale
della strada, iucassata alle radici dclle colline, e iu pari tempo
a difesa
_
di questo medesimo lato dalT impeto delle onde
del mare.
Ci (i-. duuque, assolutameutc iiiipo-;sibilc couveiiire cou il
uostro autore, pur cotanto benemerito delle autichita del Pi-
ceno, (luaudo asserisce che per la strada Flamiuia uon v' era
luogo tra il mare e i colli, e per cio che si deve credere o
che fosse aperta sul dorso delle coUiue, o che girasse dietro
alle medesime. Per farla (jirare dietro alle niedesime liisogna
darle allora uno sviluppo maggiore delT attuale non di due o
tre miglia, quante ue servouo al Colucci per raggiungere le
XII seguate dal Castetto Ferniano alla Citta. di Ciipra, ma
del doppio o del triplo della lunghezza odierna; e per dire
che fosse aperta sul dorso delle colline e giocoforza sup-
porre che C[uei nostri buoni progenitori avessero in animo nou
gia di costruire una strada comoda, ma, mi si permetta
r espressione, uno zig-zag fastidiosissimo, giacche cosi indi-
scutibilmehte sarebbe riuscita uua strada aperta dal Fosso Co-
gnolo a Cnpra, e da ({ui a Trnento, a traverso le colline che
si succedono numerosissime iu questo tratto di litorale, per-
170
PARTE SECONDA
pendieolari alla linea di spiaggia, e alcune di esse con si ri-
pido pendio, da non permettere non diremo gia la costruzione
di una strada consolare, ma ne meno di un qualsiasi sentiero.
E non avrel)lie, forse, dovuto ricordare anche il Colucci
che, se non tutte, molte alineno di queste colline
"20
secoli
addietro dovevano ancora essere coperte di densissime selve,
giacche, oltre clie il diboscamento generale dei monti non ri-
sale che ad un tempo relatlvamente recente, noi sappiamo in
modo positivo che anticamente la regione picena era celebre
per i suoi boschi, secondo che ci attesta Vitruvio (II,
19),
Plinio (XYI, 39) e Paifo Festo Avieno: (DescripUo orhis terrae
V. 500-501): Nemorosi maxima cernes

Cnhnina Piceni?
E mio fermo intendimento, per tanto, che
1'
odierna
strada nazionale, se pure noii ricalca i^recisamente le orme
dell' antica, ne segua non di meno
1'
andamento generale, e
clie, in conseguenza, non avendosi dal Fosso Cognolo al luo-
go dell' antica Cnpra che doclici o tredici chilomelri e non
gia le XII miglia romane dateci dalhi Tavola Peutingeriana,
la localita del Castelliim Firmanorum debba ricercarsi piu
a settentrione; e tanto piii, poi, perche se, giusta quanto os-
serva rettamente il Catalani (pag.
20), il castello era come una
porzione o contrada della stessa citta, e amhediie insieme
uniti formavano uti sol paese e per un solo venivano consi-
derati, talmente che, allor (juando uopo non vi era di una
spe"ial distin/ione, lo stesso era dir Fermo che Castello Fer-
viano, io non posso in alcuna maniera rassegnarmi a credere
che i Fermani andassero a costruirsi un navale e un castcllo
giu fra i monti di Torre di Palme, distante da otto a f"i3ci
chilometri dalla citta e da questa completamente invisibili,
vale a dire sottratti a qualsiasi sorveglianza, e per colmo di
misura separatine da un torrente e dal liume Ete, con quanta
utilita pcr le rapidc comunicazioni, nel caso di urgente biso-
gno contro gli assalti nemici in tenqto di piena o nella sta-
gione invernale, ognuno vede facilmente.
Giunti a questo punto, noi non abbiamo bisogno di molto
piii lungo discorso per localizzare con precisione il Xavale e
il Castello dei Fermani, e affermiamo recisamente che 11
INTORXO \L CASTELLUM FIRMANORUM 171
Navale si trovava h\ dove siille priiue io aveva collocato lo
stesso Colucci, vale a dire alla foce dell' Ete (s' intende bene
in (juella che doveva essere la foce antica di questo fiume) e
il Castello sulla collina sovrastante, al^iuanto a nord del Vil-
lino Fracassetti, altura che a solo mezzo chilometro dall' e-
stremo limite settentrionale delhi pianura
f^ia
si eleva un cen-
tinaio di metri sopra il livello del mare.
Vediamo che cosa pensasse il Colux-iprima che traspor-
tasse infelicemente il porto di Fermo al Fosso Cognolo (Cii-
pra Marit. lll. Cap II.
|
11): Ivi ahbiamo le foci del fiume
Ete, sito, come ognun sa, piii acconcio per Navali, atteso il
maggior fondo d' acqua da sostenere le navi. V e un' amena
pianura. Quinci e quindi vi sono due colline, le quali e da
sospettare che fossero p"iii elevate nei tempi addietro. Questo
e un sito non solo di piu facile accesso ai Ferinani, ma tutto
alla vista della citta sottoposto.
Laddove, se dir si dovesse che fu (il Navale) dov' e il
Porto (S. Giorgio) presentemente, non sarel)l)esi ncppure ve-
duto dalla ('itta. ]\Ia nella idea concepihi nii eoniVrmano mag-
gioriuente (jiiei rimasugli di anticlie mura che su per le
spiagge deir Ete, venendosi verso Fermo, s' incontrano, e
per le molte anticaglie che per (luei terreni alla gi()rnata si
disotterrano . Stupendameiite, e tanto meno. quindi. iioi
sappianio capacitarci perche inai il nostro valentissimo illu-
stratore del Piceno antico dovesse d* un tratto gettare in ac-
(jua tante buone ragioni, senz- averne alciin' altra plausibile,
per trasportare il navale fermano tre o (|iiattro chilometri piii
a sud, al Fosso Cogn(Mo, senz' acqua, senza valle, con la foce
cristallizzata la dove
1'
avea due mila anni addictro. vale a
dire a poche decine di metri dalle radici delle colline, intri-
candosi cosi, direi quasi, scientemente in una rete fittissima
di difficolta insormontabili.
Esistono tuttora, e noi li vediamo segnati nella Carta
dello Stato Maggiore, giii nella pianura alla sinistra dell' Ete
6 ad oriente della Villa Fracassetti, in iin fondo di proprieta
del medeSimo, due grandiosi riideri di anticbi scpolcri di co-
struzione perfettamente romana, {Vopns incerfjun), e dal Cav.
Camillo Fracassetti e dal compianto can. Filoni ho appreso
17"J
PARTE SECONDA
che fino a 40 nnni fa altri rud^ri coipicai, della medesima
specie. si osservavano a non grande distanza, verso occidente,
da (|U('lli teste"' indicati, alil^attiiti poscia per impiegarne il
matcriale nclla costruzione della vicina strada ferrata. E non
basta : dalle cronaclie cittadine e dalla bocca dei vecchi si
rilcva che ivi si sono disdttcrrati Cdntinuamente oggetti di
antichita: il conte Yincenzo Brancadoro, per esempio, un fer-
mano della seconda meta del secolo XVII, in una sua cronaca
manoscritta, esistente neUa l)iblioteca camunale, ci attesta
che la seguente iscrizione. riportata al N. 5369 del Corpus^
Yol. IX, fu trovata con altri marmi nella escavazione fatta
dalJa corrente dell' Ete nel 1652 :
ATTIVS. C. F.
scPTVMIVS. L. F.
AID.
caSONIVS. P. F.
(,). AQVAM
D. D.
CVRAVERVXT
Ora ci sembra suprrflno rilfvare I' alta im})ortanza che
doveva avere la localita a cui il cnntcnuto di tale iscrizion-e
si riferiva.
E (]ui ora cadc in acconcio di ricordare la tcstimonianza
di L. Alberti, deUa (juale noi abbiamo preso nota preceden-
temente: Caminando poi lungo il lido della marina appare
la bocca (icl fiume Ete Yivo, a cui sono vicini alcuni vestigi
di una Citta molto rovinata, che pare fosse assai grande.
Della (pialc dicono gli habitatori del paese fosse nv ni-
nata Piceno, da cui pigli(" il nome questa regione . Abbiamo
gia dctt(t di metter da l)anda le fantasticherie intorno ad una
cittu nominata Piceiiuni o Piceiitia, non mai esistita ivi se
non nclla mcntc di (|ualche cronista locale, e allora la te.sti-
monianza dclF Albciti in (pusto caso viene a confermare
mirabilmente la nostra ipotesi. giacche
!'
evidente che. non
avendosi notizia alcuna di altri auticlii centri abitati in (pielle
localita, Ic rovine osservate daH' Alberti dovevano ccrto ap-
partcncrc ad cilificii sorti nclle vicinanzc dcl navale fermano
clic sappiaiiio csistito in i|uei paraggi.
INTORNO AL CASTELLUM FIRMANORUM

llo
E quanto all' esistenza del Castello sulla coUiiia sovra-
stante la pianura, che a guisa di ampio anfiteatro verso
oriente le si stende ai piedi, basterebbe a renderla <|uasi certa
il fatto che su (iuelhi collina fino a non molto tempo addie-
tro si vedevano ahbondantemente sparsi grandi massi ta-
gliati a forma di parallelipedi regohiri, vale a dire uguali a
quelli ehe abbiamo osservato negli avanzi delle mura fermane,
adoperati poscia eontinuamente in costruzioni posteriori, ma
in specie racimohiti a tempo della costruzione della ferro^Wa,
quando, come abl)iamo gia veduto. vandalicamcntc furono
abbattuti auche i resti dei Sepolcri lungn la via Pompeiana,
per usufruire di quei miserabili materiali. Cio pern non to-
glie che pur adesso non si incontri qua e la alcuno di que-
sti massi enormi, o abbandonati sui cigli dellc strade cam-
pestri, scavati eventualmente nella pendice dalle acque
torrenziali precipitantisi a valle, e parecchi contadini sono
stati concordi nelT atfermarmi che sovente Taratro va ad ur-
tare in inacigni inamoviliili, che essi tornano a coprire
di terra.
Ma quel che risolve la qucstionc a nostro favorc c il fatto,
io mi meraviglio che ne il Colucci ne il Catalani lo a!)-
biano rilevato, che un ricordo indelebile deir antico castello
e rimasto nel nome della contrada, detta Casticjlione. e nei
secoli andati CastelUone, la cui derivazione da CasteUmn non
esige ne pur una parola di schiarimento, nome che ])orta
anche una chiesa rustica di quelle vicinanze, S. Maria di Ca-
stiglione, segnata su tutte le Mappe del Catasto e sulla Carta
dello Stato Maggiore, e la strada che da S. Maria a Mare,
alla foce dell' Ete. per il Yillino Fracassetti si dirige a Fer-
mo, molto piii breve di quella Pompeiana, la quale tortuo-
samente le si svolge a mezzogiorno. E si noti ancora che,
prima della costruzione dell' attuale strada Fermo

Porto
S. Giorgio, che risale solo a poche decine d" anni, c pari-
menti della Pompeiana or ora mcnzionata, recentissima an-
ch' essa-, la stracla cli CastigJione era la comunJcazione piu
comoda e diretta tra Fermo e la marina, il che deve avere
un grandissimo valore.
Senza andar oltre, per tanto, giacche, seguendo il no-
174 PAKTE SECOXDA.
sti'0 metodo di eliminazione, noi abbianio dimostrato es^ere
impossibile colloeare rsrivsiov KaaT=XXov dei Fermani sia dove
vogliono 11 Cluverio e il Catalani, neirodierno Porto S. Gior-
glo, sla dove lo ha trasportato 11 Coluccl, sui dirupi dl Torre
dl Palme, noi dobblamo ricercarlo nella locallta per me In-
dicata, non gla arbltrarlamente, ma basandoml sopra un com-
plesso di circostanze che confermano flno all' evidenza la
niia opinione. Ivi In fatti trovlamo tracce abbondantissime
dl antichl ediflci ; la foce ampla di un fiume, porto naturale
per ciuei remotlsslmi templ ; 11 slgnificantlssimo nome di Ca-
stiglione, rlmasto alla contrada, alla strada, ad una chiesa
;
la
relazlone strettisslma dl viclnanza, notata gia dal Catalani,
delle tre entita Xavale, Castelluni Firnianornm e Firnium Op-
pidum, non intercedendo fra 1 due centri abitati che tre o quat-
tro chilometri, e situato in modo Tun luogo rispetto all' altro
che, mentre dairaltura dl Fermo 1 cittadini avevano contl-
nuamente dinanzi agll occhi quella loro fortezza avanzata sul
mare, questa, a sua volta, domlnava tutta
1'
antica foce del
fiume, rlspondendo cosl completamente allo scopo dl protezione
e di difesa per cul era stata Inalzata. E da ultimo aggiun-
giamit lii' in tal modo, senza alcun ])isogno di ipotesi fanta-
stiche, noi cl troviamo mirabilmente in armonia con la di-
stanza che intercedeva fr;j il CasteUo dei Fermani e la citta
dl Cnpra: poi che. se da qui al Fosso Cognolo corrono da
1'2
a lo chilometri. noi. spostandoci verso settentrlone, abbianio
circa tre chUometri e mezzo dal Fosso Cognolo a S. Maria
a Mare, e un altro palo di chllometrl da S. Maria a Mare
air altura, che sl eleva a poche centlnaia di metrl dieti' > 11
Yillino Fracasetti, dove slamo proprlo nel centro del ricordl
del CasteUnm, ottenendosi cosi in complesso da 17 a 18 chl-
lomctri clic rispoiidono con precisione uiatcmatlca, ma non
gia con calcolo ipotetico, alle XII miglia scgnate fra 11 Casfel-
Inm Firmanorum e Cupra Maritima dalla Tavola dl Peu-
tingero.
E crediamo che, dopo tutto (jucsto. non si possa da noi
pretendere umanamente dl })iu.
'
LE VIE CHE PASSA.VaK'0 A FERMO ITS
Iie vie ehe passavano a Fepmo.
Dai tratti riportati deW Itinerario di Antonino e della
Tavola Peutingeriana risiiUa evidentissimo che tanto a Fermo
quanto al Castello Fermano facevano capo tre vie.
A Fermo: 1.*
Una diraraazione della Salaria, la quale
da Roma, a traverso il Lazio e la Sabina, valicato I' Apcn-
nino, jj^iungeva in Ascoli, dove si divideva in due ranii, I'uno
dei <iuali, per la valle del Tronto. menava al niare, e
1'
altro,
per Pausola, conduceva a Fermo.
2.'^
Una diramazione della via Flaminia Roma- Rimi-
ni, la quale, staecandosi a Nocera
-
Umbra, per Septenipeda
e Urbs Salvia metteva parimenti a Fermo.
3.<^
La strada che veniva dal Castello.
Al Castello Fermano, jtoi, giungevano:
!.*
la strada
di Fer-mo:
2.^
il ramo della via litoranea Ancoiia
-
Xninana Po-
tentia
-
CasfeUo Firmano, e
3.'^
da mezzogiorno Y altro ramo
della medesima via Castro Xovo
-
Castro Traentino
-
Cnpra
Maritima
-
Castello Firmano.
Fermo, adunque, data la sua grande vicinanza con il suo
Navnle Castello, era in comunicazione diretta con tutte le
altre parti d'ltalia; con Roma e con la parte occidentale del
centro del continente per mezzo delle diramazione della Sa~
laria e della Ftaminia; con il nord e con il sud mediante la
grande linea litoranea Brindisi
-
Ancona
-
Rimini e su, su fino
a Milano, vja sotto ogni rap})orto, ma in specie strategica-
mente, d' importanza fondamentale per
1'
immediata congiun-
zione del mezzogiorno con il settentrione della penisola, per
cui aappiamo che anche in antico permise mosse rapidissime
agli eserciti che correvano V Italia, famosissima fra tutte la
marcia forzata del console Ti])erio Claudio Nerone, che in po-
chissimi giorni vola dalF Apiilia al Metauro dove, congiun-
tosi con il collega, sorprende V esercito cartaginese e taglia
a pezzi cinquanta mila uoniini con Asdrubale loro capitano.
176 PARTE SECOXDA
Ccnni dell' antica stopia di pet^mo.
Poco, anzi porliissimo sappiamo delle vieende storiche
dell' antica Fermo, e cio e naturale, poi che se, come ab-
liiamo dimostrato, assohitamente certa e la esistenza pre
-
ro-
mana delhi citta, inteso sempre questo termine nel suo
yalore rehitivo. d' altra parte non conosciamo ah-una notizia
dei suoi avvenimenti nel tempo antecedente alla conquista
romana: e, posteriormente aUa deduzione della colonia, giac-
che rimase costantemente fedele a Roma, non puo la sua
storia otfrire grande materia di discussione, essendo stata,
diremo cosi, assorbita da f[uelhi delhi madre
-
patria. Dopo
che per Fermo, adunque, comincia il periodo storico, a noi
non resta di essa che il ricordo di (jualche fatto particolare,
da cui rifulge la virtu militare degli antichi Fermani, e la
memoria di quelle vicende, che sono iiitimamente collegate
alla storia generale della regione.
Sottomesso il Piceno con la sanguinosissima battaglia di
Ascoli, nel 268 av. C, in cui il valore dei Picenti cedette
alla superstizione. ma non all" impeto delle legioni del con-
sole Sempronio Sofo, le quali gia erano state sbaragliate,
r intera nostra regione fu ridotta alla trista condizione di
Prefettura. Se non che, non doveva Firmnm rimanere molto
a hmgo in questa condizione miseranda : pero che, appa:"3c-
chiandosi Roma alla lotta con Cartagine, vale a dire ;illa
prima grande impresa estera, dell' esito della quale doveva
dipendere essenzialmente il predominio assoluto dell' uno o
deir altro degli stati belligeranti, non poteva sfuggire all' ac-
corta politica del Senato Romano il bisogno di consolidare sta-
])ilmente la signoria di Roma sul territorio recentemente conqui-
stato. la cui popolazione, che Plinio ci dice numerosissima, e
del valore militare della quale i Romani sulle rive del Tronto
avevano pur troppo fatto dura esperienza, avrebbe senza dub-
bio approfittato della distrazione delle eure dei vincitori verso
altra direzione, per tentare di riacquistare
1'
indipendenza.
CENNI dell' ANTTCA STORIA D[ fermo 177
Per tanto, a pena quattro anni <lopo la eonqnista, eioe
neir anno eonsolare '264 - ;'>
av. C, furono dedotte le due co-
lonie di Finnuni e Casfrnin yovidn, secondo la testimonianza
piu volte citata di Velleio Patereolo : luitio primi helli pn-
nici Firmnm ef Casfritm cofonis occiipata: con che Roma,
oltre a raffrenare (jualsiasi velleita di insurrezione del popolo
sottomesso, veniva a guarentire le coste picenti, lungo le
quali gia si trovava la colonia di Hatria e piu a nord (juella
di Sena Gallica, da ogni possibile sorpresa da parte della
fl(ftta cartaginese, padrona incontrastata dei niari.
Delle gesta dei Plcenti, in genere, e dei Fermani iii
ispecie, durante (juesta prima guerra punica, uon al)l)iamo il
minimo ricordo, poi clie presso gli storici noi vediamo tutto
concentrato nel nome grande di Pioma, senza clie sia fatta
alcuna menzione particolare dei contingenti delle singole
regioni, e tanto meno,' (juindi, delle singole citta, che erano
reclutati per la formazione degli eserciti consolari, e della
loro condotta nel coml)attimento.
Scoppi^j (juindi la seconda guerra punica, e gia Annibale
da otto dieci anni campeggiava vittoriosamente rilalia,
dopo aver inflitto ai Romani le sconlitte del Ticino, della
Trebbia, del Trasimeno, e cpiella sanguinosissima, memorabile
di Canne. Le condizioni di Roma sembravano disperate: oltre
ai disastri militari, ella vedeva sorgersi contro di giorno in
,
giorno nuovi neniici, aizzati dall' odio feroce del capitano
cartaginese, e di (lui
la necessita di imporre gravissimi tri-
buti di uomini e di denaro ai popoli soggetti, per poter far
fronte a tante sciagure. Se uon che, le continue richieste di
enormi sacrificii avevano finito per stancare anche la pa-
zienza di molte colonie latine, dodici delle (luali, senza dul)-
bio sobillate da emissarii di Annibale, vedendo quasi immi-
nente la rovina di Roma, rifiutarono apertamente qualsiasi
ulteriore contribuzione alla madre
-
patria. Immenso fu lo
sbigottimento prodotto nel Senato da qiiesta eccezionale riso-
luzione, temendosi, e giustamente, che, qualora tutte le altre
colonie avessero seguito I' esempio delle ribelli, actum esset
de imperio. Ma le altre diciotto colonie inviarono ambascia-
12
178
PARTE SECONDA
tori a Roma, riprotestandole la loro obbedienza (Liv. XXVII,
10)
: Pvo dnodevighifi colouiis M. Sej-filius FrerjeUauns re-
spondit : et nrilites ex fontiuta pavafos esse, et pltiribus
si opns esset, ptnres datnros : et qnidqnid atind iniperaret vet-
letqne Pop. Ronianus, enixe factnros. Ad id sitji neqne opes
deesse, aninium stiam snperesse. E quindi tutti gli am-
basciatori furono condotti al ('((spf^to del Senato che, rin-
graziatili e colmatili di onori, ordin(") ai consoli di presentarli
anche al popolo e di rammentare, oltre agli altri molti e de-
gni beneficii, che a Koma avevam r;itt<i in passato quelle
diciottC' colonie, anche quest' ultima bcnemerenza verso la
Repubblica: Ne nmic qnideni post tof saecnta siteantnr
fran-
denturve taiide sna. Signini fnere ef Xorlja)ii, Scdicntani-
qne ef Brnndisini, ef Fregettani, et Lncerini, et Yennsini,
et Firmanl, et Ariminenses Harnm cotoniarnm suh-
sidio tnni imperinm poputi romani stetit, iisque gratiae et
in Senatn et ad popntnm acfae.
Plutarco, nella 17/ di Catonc Maggiore, cap. XIII, ci
lia lasciato una splendida tcstinionianza del valore militare
del coraggio personale dei f>rmani, testimonianza che con
linguaggio militare moderno potremmo chiamare un encomio
sotemte posto alVordine clet giorno del Reggimento sul canipo
di battagtia. Antioco III, che signoreggiava il regno dei
Seleucidi, sollecitato da Annibale, aveva imprudentemente
mosso guerra ai Romani, e con 10 niila uomini nel 192 aveva
sbarcato in Grecia, fortificandosi attoiiio alle Termopili.
Roma gli mand(") contro il console Manio Acilio Glabrione,
che condusse seco Catone in (jualita di Tribnnns mitifinn.
Vedendosi preclusa la via per la Grecia centrale, i Romani
dinanzi alle Termopili cercarono di aprirsi il passo ad ogni
costo. Una notte Catone, presa seco parte dell' esercito, si
avventur(j per le cime dei monti, sotto la guida di un pri-
gioniero di guerra. Ad un tratto, perc"), regnando fittissime le
tenel)re, smarrirono la strada e dopo molte peripezie, supe-
rate le alture del monte Callidromo, mentre sul far del
giorno si trovavano per la discesa, parve ad alcuno di udire
<ielle voci e subito dopo videro il vallo dei Greci e la loro
CENNI dell' axtica storia di fermo 179
avanguardia sotto ui dirupi : Ootw? oov sTii^Jirpy.:; ivTauOa ty^v
OTpaTtdv KaTojv sxsXsocjsv aoT(]) Tipo^sXO-siv avso tcov aXX:ov tooc;
^ipij-tavooc.oic a='. ziaToi:; kyyr^zo y.al 7rpoO"j;j.otc. Xovopa|j.6vTojv
xai 7:sp'.^TdvTcov a-jTov di>p6tov sittsv : ^Avopa
ZpfiCw
XaiSsiv
Twv 7roX~[X'[cov LcbVTa '/,y.i 7:'jl)-;a8-ai, t'1vsc '^- ^tpo^^-jXdTTOVTsc ootol
TT^GOV 7rXr^9-oc a'jTcbv, t'1;; 6 tcov dXXcov o'.d%oa[j.o<; tj xd^ii; xa'. Tra-
paaxso-<j, {j.sd-' i^? o7ro[jL3Vooacv r/j-dc- To
5'
spYov dpTra.Yij.a 5si Td-
Xoo? YsvsaO-at xai T6X[j.rjC,
f^
xal Xsovtss; dvo7rXot i)-appoovTsc sttI
Td osiXd Tcbv t>rjpuov |3a5iCooG'.v . TaoTa sl7r6vTOc too Kd.Tcovo?
aoT^Q-sv opo^jaaVTS?. coaTtsp si/ov, oi <J>'.p[j.iavo'. zaTd Tcbv opcbv s-
t^-sov 7rl Tdc TTpo-roXay.dc" y.y.l 7rpoa-sa6vTsc d7rpoao6*/wr|TO'. ^rdvrac
{J.SV 5'.sTdpa^a.v, iva o' a'jToic 07rXo'.c dp7rdaavTsc svs/s^lpiaav tc])
KdTcovi. iCat. 13). E Plutareo seguita a narrare ehe, avendo
appreso dal prigioniero ciuanto gli importavn maggiorniente
di eonoseere, subitamente, sguainata egli per primo la spada,
muove eontro il nemico con un gran frastuono di trombe e
di grida. Ma il nemico, vedendo i Romani precipitarsi giu
dalle roece, se ne fugge al corpo principale dell' esercito che
e messo tutto in iseompiglio e che, attaecato in seguito dalle
legioni eonsolari, viene eompletamente sbaragliato. Se, dun-
(lue, fu possiliile alle armi romane trionfare completamente
degli avversari, obbligando Antioeo a fuggire preeipitosa-
mente neir Eubea, e di (jui poseia uell' Asia, e se Catone
pote insuperbire fuor di misura di si lieto sueeesso e ri-
petere ehe (;[uelli, i (juali lo avevano veduto inseguire e
battere i nemici, erano ben persuasi non essere Catone tanto
debitore al popolo romano, (^uanto il poi^olo era debitore a
Catoue , e ehe lo stesso console Manio, caldo ancora della
vittoria, nbbraceiando lui ehe ne era pur tutto caldo, e te-
nendogli lungamente le braceia al eollo, grid(') eon allegrezza
che ne egli, ne tutto il popolo romano avrebbe mai potuto
con ugual eontraeambio compensare le beneficenze di Catone,

non e forse debito di giustizia riconoscere che in questo caso
i Fermani si ae^iuistarono un grandissimo titolo di beneme-
renza verso la Repubbliea, essendo stati a punto essi la
causa precijjua della vittoria? E uon ci piaeerebbe
(juindi
eonoscere in quali altre oecasioni a Catone era potuta essere
nota r eecellenza mititare dei Fermani, se Plutarco i)ote
180 PARTE SECONDA
lasciarci scritto che riatone li aveva senipre esperimentati
fedeli > ?
Altra nienzione onorevole di una coorte Ferniana e fatta
<la Livio al libro XLIV 40, nel racconto della famosa batta-
^lia di Pidna, vinta da Paolo Emilio su Perseo, figlio di Fi-
lippi). re di Macedonia : Stib C. Cluvio legato tres cohortes,
Firtnana, Yestina, Cremonensis sostennero valorosamente il
primo combattimento con il nemico, dando cosi tempo al
onsole di schierare opportunamente le sue legioni in ordine
di battaglia, la <iuale segui fiiriosissima da parte delle fa-
langi dei Macedoni, e che decise definitivamente la sorte di
quello che era stato il regno di Alessandro.
E siamo alla insurrezione generale degli Italici, alla
guerra marsica, o sociale, che tanto spavento doveva incu-
tere nel popolo di Floma. Che cosa volessero gli insorti e
noto ed e anche noto quanto celeremente divampasse rincen-
dio. Gli Ascolani furono i primi a inalberare la l)andiera
della rivolta, osando provocare audacemente I" ira della po-
tente dominatrice. col trucidare quanti Romani si trovavano
nella loro citta. Certo Ptoma non mette tempo in mezzo a
vendicare Tonta softerta e spedisce quindi tosto nel Piceno un
esercito sotto il comando di Gn. Pompeo Strabone. Se non che
r^i'/. oi zb <I>a/.EOvov o^ooc Fvaiov Iloa-r/.ov loooay.r/.ioc "/.a'. T-lro?
Az^jyy.oc xa'. [lo-/.'.oc (hr^zidioc sc ta-jiov aX///,AO'.c 'jOveXv)-ov:sc
irosrovto. '/.ai, xarsoLco/.ov ir 7:oX'.v <l>''|j[j,ov. Kai. oi \ih a-Ktbv zz^ i-
T3;va (o/ovTO. A^ioav.oc os -aosy.ay-r^ro Iloa-r/lfp sc zb <l>io|j.ov y.a-
Ta7.s"/.Xs'.'j[j.3Vw.
*"'()
a'iT'//.a [j.sv ottXiuwv to'jc 'j7roXo'lzo'Jc ? /.s^r-'^-'
0'j7. r='.. TTjjo-js/.i^ovToc ok
3TSf/0')
'^ToaTCj So'3X-ix'.ov 7:=y.i~=>i.~v/
0-
rliu) To-j \'s^jyylo') Ysvs^jv^a'.. xal a-jToc v.aTa [J-STcorov =z*(,s'.. r-
vo[j.svr,c 3V /so^jl Tr^c [J.a/r^: v.al ~ovo'j[j.svo'.v a[j.'^oiv. 6 ^0')\z'.-
XOOC SV = -i[J.-r,r, TO TWV ZOAS[J.{(OV ^TOaTO-SOOV, 7.al TO'J>' 0'. -oXs[J.'.0'.
xaTLOovTsc
3C
"'A-j/.Xov 3-^s')70v, a7.6'3[j.coc a[j.a 7.a'. aoTpaTr^YrjTco?. A-
'^pdv.oc
v^r^
sns-Tti//.!'. [j.a/6;j.svoc. no|ji,7rr^'.oc os 7.a'l t6 "AaxXov
7:sX0-(}jv
s-oA'.6f-7.s'. I.Vppiano 'E[j,'^'jX'lajv I, 47). Non e mio com-
pito narrare
(lui partitamente le vicende di questa guerra,
disastrosa non meno pe;- i vinfi cju' per i vincitori ; a me tocca-
solo rilevare come Firmiini e
ier
la posizione formidal)ile del
CENXI DELL'ANTrCA STORIA F! FERMO
181
liiogo e per la sua fede iiicrollabile nei destini della inadre-pa-
tria rimase in quei frangenti terribili il baluardo del dominio
r.omano nella nostra regioue. Che, se anche la nostra citta
fosse caduta in potere degP Italiei o ne avesse spontanea-
iiiente abbracciata la eau?a, forse gli avvenimenti avrebbero
preso altra piega, forse i Romani, privi di qualsiasi punto di
appoggio, base d' operazione, nelle nostre contrade, non
sarebbero riusciti giammai a prendere Ascoli, che Strabone
(V. 2il) disse e per natura e per arte ine^pugnabile: "AaxXov
t6 Ilixr|Vov, if>o;xv6rarov y-jyAo^ xai sto) 'Ailzy.i zb rsi"/oc, v.ai
xa 7r=poxia=va opY] arpaTo:r2ooi- oo paai;xa : chi sa, quindi, coine
sarebbe potuto e^sere diverso l'esito della guerra !
Altro ricordo dei Fermani lo abbiamo nella seconda fase,
diremo cosi, delhi guerra civile, nella lotta iiigaggiata dal
Senato contro M. Antonio, nel 45 av. C, in occasione della
quale Appiano ci narni (111, 65) che il Console Pansa, la-
sciato il comando delle legioni al collega Irzio, si diede a
radunare milizie perritalia, e dovette quindi passare anche
per il nostro Piceno, ottenendo aiuti di uomini e di denaro-
da Fermo, se Cicerone [PJiilipp. YII
8,23) credette quasi un
dovere di rendere grazie in pieno Senato ai cittadini di Fer-
mo: An (M. Antonio) ciim mitnicipiis pax erit; qiiorum tanta
studia cognoscuntur in decretis faciundis, miUtihiis dandis,
pecuniis pollicendis, ut in singulis oppidis curiam popuU
romani non desideretis ? Laudandi sunt ex huius ordinis^
sententia Firmani, qui principes pecuniae polUcendae fuernnt.
L' ultima menzione esplicita dei Fermani nella storia antica
la troviamo in un decreto emanato dall' imi^eratore Domi-
ziano, a proposito di una lite da lungo tempo mossa dai cit-
tadini di Fermo ai Faleriensi, per alcuni subseciva che si
trovavano sui contini dei territori delle due popolazioni, e di
cui quei di Fermo rivendicavano il diritto sui loro vicini, che
ne avevano il possesso. Ecco il decreto imperiale, che leggesi
al
N.o
5420 del Vol. IX del C. I. L.
Caesar Divi Vespasiani
f.
Domitianus Augustus ponti-
fex maximus trih. potest. imp. II Cos. III Designat. VIIII
P. P. salutem dicit IIII viris et decurionibus Faleriensium^
182
PARTE SECONDA
ex Piceno. Qiiicl constitnerim cle snhsiciris cogjiifa cansa
inter vos et Flrmanos nt nofnm hafjerefis hnic epistnlae su-
hici inssi P. Vaferio Pafrnino cos.
XIIII K. anrjnsfas Imp. Caesar. Divi Vespasiani
f.
Do-
mitianns Ang. adhibifis utriuscpie orclinis spfencliclis viris
cognita cansa inter Faferienses ef Firmanos pronnntiavi qnod
snscriptnm esf.
Et vetnsfas fifis C[ne posf tof annos retractafnr a Firma-
nis adversns Falerienses vehemoifer me movet cnm posses-
sornm secnritnti vef mi^ms mnlfi antii snfficere possinf et
Divi Angnsti clifigenfissimi ef indnlgoifissiini erga cinarfa-
nos snos Principis epistoia c^na admonnit eos nt omnia snh-
psiciva sna coffigerent et venderent ciuos tam safuhri admo-
nitioni paruisse non cfnhifo. Propfer cpiae possessorum ius
confirmo. Vafefe. D. XI K. ang. in Alhano agente curam T.
Bovio Vero legafis P. Bovio Sahino P. Petronio Achilfe
D. D. P.
Ed abbiamo finito con i cenni sturici.
Fermo Colonia Augustea
Se non che, il ditcuniento qui riportato ri offre il destrc
di trattare breveniente una qui.^tione dibattuta <-ou niolto ca-
lore fra Yalentissinii storici e ari-be<i]o;,M. (luc^lioue tendente a
stabilire se Firmnm dobba ascriversi, o })ur iio, fra il nu-
mero delle colonie dedotte da Augusto.
Notianio, in tanto, ' che sotto 1' insegna dcll" Ai|uila nei
palaz/o dfl rdiiiuiie di Fermo si legge la seguente iscrizione:
BIP. CAES. AVG.
POXT. MAX. PARENS
COLOXIAE. DEDIT
ET. EX. ARCE. GERIONIS
IN. AYLAM. SEXATVS
INDE. AD. PERPET. MoXVM.
CIVITAS. HVC. TRASTVLIT
FERMO COLOXIA AUGUSTEA 183-
Ora non occorre w pur rilevare che noi non ci oceu-
piamo affatto delle (luattro nltinie righe deir epigrafe, le
Cjuali non riproducono altro che il decreto dei Rettori del
comune, che faimo trasportare V Aqnila, gia esistente sul
Girfalco. neir aula del Senato, apponendole sotto la iscrizione
contenuta nelle tre prime righe e trovata pure sul Girfalco,
intorno a cui per cio si agita tutta la controversia. Ma anche
qui dobbiamo intenderci bene: nessnno pensa di sostenere
che si debba credere materialmente autentica, o sia come
scolpita proprio nei tempi anticlii, la nostra iscrizione. A noi
questo ne importa, ne serve : fra tanti rivolgimenti a cui
ando soggetta V acropoli fermana. fra gli innumerevoli gua-
sti e saccheggi sofferti fino alla distruzione totale avvenuta
alla meta del secolo XV, poti'" accadere benissimo che la
lapide originaria andasse infranta. Si tenga quindi presente
che noi iuteniliamo parlare delF aiitichita. diremo cosi, del
contenuto, e non gla di quella del niarmo; o, in altre parole,
che noi escludiamo assolutamente che tale epigrafe sia stata
creata da qualcuno degli autori delle Baccolte, in cui la tro-
viamo, i quali in vece ce T hanno semplicemente conservata.
Prima della pubblicazione del Vol. IXdel Corpus, nessuno
aveva mai minimamente dubitato deirautenticita di questa iscri-
zione, mentre il Mommsen nel predetto volume ha creduto di por-
la fra le sospette o false,
riproducendola a pag.
'28*,
X.'^ 540 cosi:
DIP. CAESAR. AYGVSTVS
PONTIFEX. MAXIMYS
PARENS. COLONIAE
DEDIT
e al N.''
r)4n'** da la seguente, pure come sospetta o falsa:
CAESARI. I
PARENS. SVM
COLONIAE
Lasciamo ([uesta, che meno ci interessa, e fermianoci al-
la precedente.
II Mommsen, neir esporre le ragioni che gli fanno cre-
dere falso il documento, comincia a dir^ cosi: Qiiae qui scrip-
sit hoc significavit aqiiilam, suh qua hocUeqae titulus legitur,
tamquam pro stemmate ah Augusto Firmanis datam esse.

184
PART2 SECOXDA
Ora noi non sappiamo se (jui lo scrittore volesse alludere sem-
pliremente ad un' autorizzazione, concessa da Augusto ai co-
loni di Fermo, di poter elevare
1'
aquila cnme stenima della
citta, vero se intendesse dire anche clie Augusto facesse
scolpire e quindi inviasse ai Fermani un' a^iuila di marmo,
che questi poi apposero sulla facciata di qualche edificio. Qui,
in vece, non occorre affatto pensare alP una o all' altra
delle due ipotesi, poi che basta semplicemente supporre che
Augusto contribuisse con denaro proprio, in gran parte, se
non si vuol dire, anzi, che facesse costruire interamente a
sue spese qualche edificio pubblico fermano, o
1'
anfiteatro,
un tempio, o qualsiasi altro monumeuto sul Mons Sahins.
E che vi sarebbe di strano in tutto questo ? XuUa assoluta-
mente, mi pare, e aUora
1'
epigrafe non avrebJje relazione a-l-
cuna con
1'
aqiiila, opinione questa che fra poco vedremo da
chi sia anche sostenuta.
Dopo alcunc altre osservazinni. rou le quali si dimostra
il carattere ab])astanza recente delle due epigrafi. il Mommsen
continua: Fieri adeo potesf nf ancfor nfrinsqne fifnli sit ipse
Cijyiacns, scificef priuinin ediderif ennt qnem Firnuoii in fapiclc
inciifeuffnni cnravernnt, cnris secnuffis emn qneni in coni-
menfariis posnit ; e piii sotto si fafsi snnt titnli cluo,
neqne ante Cyriacnm neqne pjosf cnin conscrihi potuemnt
potnerunt scrihi ab eo.

Prendiamo in tanto nota clie
Ciriaco di Ancona diede
i)er
veduta da Ini V iscrizione nel
1434. E bene, nella biblioteca comunale di Fermo esiste
una lapidc. e il Prof. Mecclii (jui in IJoma ne possiede il calco
(che credo, anzi, abbia donato -aW Istitnto Germanicoj, del
genere dei docnmenti rescrifti, poi che in (>ssa sono sta.ti al)rasi
gli Miilichi <'aratt(M'i per scrivervi so]r;i iniMvamcntc. L" abra-
sione,
i)er('),
non t^ stata completa di modo che, quantunque con
grande difficolta, il lodato Prof. Mecchi
(";
riuscito a leggere parte
del contenuto antico. Di essa si sta occupando presentemente
Tegregio professore, in un suo lavoro intorno alle relazioni avute
daFederico H con hi citta di Fermo. Or dunque, che cosa si o
potuto leggere del contenuto originaiio, o primitivo, della no-
stra Carta fapidaria? Apprendianiolo da! Mecclii stesso, il quu-
le, incidentalincnte, lia gia fatto nicnziniie dd document(j in un
FERMO COLOXIA AUGUSTEA 185
siio opuscolo, Latomha di S. Pielro e V iscrisione clella Croce
d' oro postavi da Costantino; Ronia, 1893: Fermo, gia colonia
nel 490 di Roma (av. C. 264) fu tra le rinnovellate da Augusto,
eome anclie il Borgliesi argomento da questa iscrizione, ehe
Ciriaco di Ancona diede per veduta da lui il 1434 nel castello
di Cjuella citta, rliianiata GirfaJco. (E ({ui riporta I' iscrizione).
Se non clic sulla sincerita della medesima e stata con-
troversia fra parccchi archeologi, segnataniente fra il Mom-
msen e il Dc Rossi, di ciascuno doi (luali pu(j ben dirsi dav-
vero : tauto nomini nnllam par elogiam. Questi, come ho
veduto ora, ricercando per il presente lavoro nelle sue In-
sriptiones Christianae nrbis Romae, V lia ritenuta genuina,
dopoche (|uegli V ehbe sospettata falsa e fattura di Ciriaco
medesimo lo per(j mi provai pure a difendernc la sin-
cerita in uno scritto inedito, di cui v^ copia nella Biblioteca
niuuicipalc di Fermo. e i)oi
nel 1890. esaminando le lapidi
raccolte per ordinarsi un Museo, in una, ch' era stata detta
ebraico-rabbinica, con moltissinK) stento, per essere quel-
la assai malconcia, ma con tutta sicurezza lessi, fra altre,
cj^ueste parole : {Fi)rmanis cpiibiis imp. Caesar Anga-
stns Pontifex Maximus parens colo)iiae dedit ed in tine
r anno MCCXXXV. Onde resta escluso il sospetto che Ciriaco
abbia inventata quella iscrizione, che, desunta ccrto dal-
r antico marmo, si trova riportata in C|uesl:a, la (jualc (Uce
da se di quanto preceda I' eta di Ciriaco .
E ci senibra che non mctta conto aggiungcre pur una
l^arola.
Da ultimo, poi, il Mommsen clnude con (|ucste par^jle :
Imitatur iifercpie (titnlns) ladestinnm, \o\. III,
'2907: Imp.
Caesar divi
f.
Ancj. parens coJouiae uinrnm et tnrris dedit ;
certe parens coloniae
nnscincim cdibi redit. E proprio vero
che il patrocinio delle cause disperate fa cadere anche i som-
mi in distrazioni, altrimenti non ci saprcnnn(j da vero
spiegare come mai il Mommsen potesse affermare recisamente
cho il pareps coloniae in luogo di jjcder coloniae non
ricorra in alcun altro luogo, quando il Bormann nel Corpns,
Yol. XI, parte I, al N." 720 ci riporta un frammento di iscri-
zione di Bologna, in cui si trova appunto un parens , e
186
-PARTE SECONDA
qiian lo il Borghesi cita
1'
altro eseiiipio del famoso frain-
luento Ponipeiano del Reale Mnseo di Napnli. E, giacThe ab-
biamo nominato il Bor^die^i, ndiamo clie cosa pensasse qne-
sto sommo e})igrafista e archeologo a j^roposito delhi nostra
questioii'^, anche per evitare il fastidio di dovervi tornar so-
pra ulteriormente (^):
lo credo dl poter aserivere anche Firmnni fra le (co-
lonie) rinnovenate da Augiisto, atteso ch'egli stesso si dichiara
parens

di quella colonia nella segiiente iscrizione serbata
nel [)alaz/o pubblico di quella citta, ove fu trasportata quando
si atterrarono le mura deir antica rocca del Girone, siccome
si noto nel marmo medesimo da scalpellino moderno:
IMP. CAESAR. AVG
POXT. MAX. PARENS
C0L(3NIAE. DEDIT
L" argomento si rinforza pel paragone con tre altre la-
pidi dflla ste-sa natura. La prima vedesi nel Museo Vero-
nese, e il Maffei confe^sa che gli proveniva da Zara :
IMP. CAESAR. DIVL F. AVG
PAREXS. COLONIAE. MVRVM
ET. TURRIS. DEDIT .
(Nel Corpits trovasi al N."
'2'M)7 del Vol. III. part. I).
Poscia il IJorghesi rijxirta
1"
altra iscrizione di Trieste, am-
messa per genuina aiiclie dal Monnnsen, e quella che si vede
tuttora suir autica porta di Eano : indi continua : Niuno
nega che Zara, o laclera, sia una colonia della Liburnia,
fondata da Augusto, onde pote giustamente dir.sene Paro.is .
Al contrario si astenne da que4o titolo a Trieste e a Eano,
perche queste furono dedotte da <l. Cesare e dai Triuuviri.
Sembra ctnio, adunque, che Firmiim fosse nella stessa con-
dlzione di ladera. E con lui finisrono le colonie che ho tro-
vato potersi con buon fondamento riconoscere per Augustee .
E, poiclie mancano ancora (juattro colonie per raggiungere
il
N.o
'iS dedotte da Augusto, avendone notate 24 il Borghesi
dice che per un' altra di esse la questione potrebbe risolversi
(1)
Oufres conipIMps de Bariol. Borghesi eoi-. Vol. V pag'. 27^
FERMO COLONIA AUGUSTEA
187
ji favore di Bologna, coirautorita di questo di frammento di la-
pide bolognese, se fosse un po' piu chiaro, che gia abbiamo.
visto e.sere data per genuina dal Bormann :
DIVVS. AVG. PARENS
DEDIT
AVGVSTVS
GERMANICVS
REFECIT
... Ma il PARENS, il Borghesi seguita. e fiui il
pa-
rens coJoniae cOme a Fermo e a Zara, o pure il
pa-
rens palriae invece di pafer come in (|uel fram-
menf.o pompeiano del Reale Museo di Napoli : aagnSTO.
CAESARI divi f. PARENTI. PATRIAE .
E, quantunque io sia piu ciie persuaso che a nessuno
oramai potra piu rimanere il minimo dul)bio circa
1'
au-
tenticita della nostra iscrizione. pure non posso fare a meno
di addurre un'ultima testinionianza che ci viene da un uomo,
la cui autorita e sovrana nella materia di cui trattiamo. G. B.
De Rossi, adunque, scrive co^i ; (Inscrip. Christ. Tomo II.
pag. 3S1.) Xtoic clicendHni de (luplici exeniplo inscripfio)iis
Firmanae, qiia commemoratnr Caesar Angiistns parens co-
loniae. (C I. L. 540\
540**). Utrnnique Momnisaiw vicle-
ttir novicium et Cyriaco auctori iniputanclum. Exemplum in-
tegrum
540* illustravit Borghesius (Ouvres V. p. 272), cle
sinceritate miniine duljitans. colJatis simiJibus, ([uae testan-
tur Caesarem Augustuni coJoiiiis suis declisse nmrum et turres.
Mo)nmsenus fatetur tifuJum ifa concepfum imper. caesar
etc. parens coloniae dedit Jicdjeri jjosse pro genuino, scd ei su-
spjicionem movet aJtcrum ciusdem fere
tifuJi exempJuni Japidi
incinum saeculo (ut videtur) XV, uf puhJice pruponercfnr
suh signo aquiJae tamciuam donato Firma)iis rd) Augusfo.
"
Mira siniiJitudo et diversitas duoruni tifuJorum aJiqucdenus
vicletm\ (Mominsowj expJicari si iure auctoris Cyriacus sua
mutavit.et e))iendavit.
,,
Be))i aJia raiio)ie expJicari et posse-
et cJeheri opinor. TituJuni
541)'^
Cyriacani codices jjonunt in
Girfalco'Firmano, scilicet castello, quod dirufnm (nino 1437 (^)
i'l) En-oneo per 1447.
188
PARTE SECONDA
Cyriacus anno 1434 appeUavil arceiii augiistam girofaleoneam
praecelsam. Itaqiie fitnluni Caesaris Angiisti descripium
anno 1434 e lapide sito in Girifalco interpretatiis est de arce,
qtiam Angnstam dixit et quae vere antiqna erat: minime vero-
de aquila, cnius haud meminit, sita intra arcem snjira sedem
iudicnm in trihnnali. Potnit postea civibns petentibns, vel
sponte concepta opinione de imagine aqnilae ab Angnsto do-
natae coloniae Firmanae, similem titulnm incidendum cnrare
literis imitantibns antiquitatem. qucm suh anaglypho mar~
moreo Firmani publice ponerent. Id si fecit (enm autem
fe-
cisse minime constat) neminem faltere votuit. Cetermn hdec
novicla inscriptio adeo crassis erroribns foedata est et a
stilo antiquitatis adeo ahhorret, nt Cyriaco auctori parum veri
similiter possit adiiilicari .
Dopo tutto cm, per tanto, io non so pi-oprio capaeitarniL
come mai il Mommsen abbia potuto persistere cosi ostinata-
mente nella sua opinio:ie, per negare a Fermo il titolo di
colonia augustea, che egli crede di poter donare a Faterio,
scrivendo nel breve comento al decreto, gia da noi riportato,
di Domiziano : Coloni videntnr deducti esseprimum Firmum
a Triumviris, deinde Faterionem ab Augnsto, opinor post
pugnam Actiacam. Ma eome mai questo, se egli stesso nel.
medesimo luogo, poco piu sotto, atferma: Qnartani igitnr
coloni sunt non Falerienses, sed Firmani ? A noi per il mo-
mento poco importa discutere intorno ad una deduzione trium-
virale a Fermo o a Falerio ; noi qui atfermiamo recisamente-
che, giacclie anclie il Mommsen ammette che i Qnartan'' fu-
rono da Cesaro Ottaviano dedotti non gia a Falerio, i:ia a
Fermo, questa e non gia quella citta deve essere annovjrata
fra le colonie di cui Augusto a buon diritto poteva esser
chiamato parens, e ci sorprende da vero in questo caso come
mai alla penetrazione del grande Maestro non sia apparsa net-
tamente decisa la questione dal divi Augusti ditigentissimi
et indatgentissinii erga quartanos suos
* del deereto di
Domiziano.
Del rimaneiite, per Fermo si hanno testimonianze che ci
autorizzano a ritenerla eolonia augustea
;
ma per Falerone
che abbiamo? Assolutamente nulla. Intanto Plinio non i' ha
FERMO COLONIA AUGUSTEA
189
iiominata affatto come tale; dalle iscrizioni, ritrovate siil luo-
go, non se ne ha la minima traccia, e di tutti gli scrittori,
i (luali si sono occupati di proposito della quistione delle co-
lonie triumvirali, augustee e del Monumentiim Ancijranum
nes^uno a dirittura ha creduto di accennare sia pure lonta-
namente a Falerio come possihile colonia dell' una o delT al-
tra specie.
E inutile ditYondersi maggiormente, perche
1'
evidenza
con il ragionamento si ottenehra ; concludendo, <[uindi, sem-
hrami di non potere far meglio che riportare le parole del-
r illustre Ettore Pais, le quali decidono autorevolmente la
<]uestione in nostro favore : (^)
II Rudorft". Gramat. Institntionem pag. 456, spiega cosi
la lettera di Domi/.iano :

Augustus hatte Veteranen der vier-


ten Legion in Falerio colonisirt und da das Gehiet dieser
Stadt nicht ausreichte, der Triumviralcolonie Firmum Land
ahgenommen. Die^ war nicht assignirt \m(\ Firmum vindi/.irte
die Snhseciva etc. ,, Che i veterani delhi 4 legione non fossero
in Falerio, come vuole il RudortT, ma hensi in Firmnm, e
cosa ahhastanza chiara, ed e ammessa anche dal Mommsen
C. I. L. IX. pag. 517, il quale pero e d' accordo con il Ru-
dorft" nel credere che Augusto avesse dedotta uiia colonia a
Falerio. Perche cio si dehha pensare non so. dacche FaJerio
e testimoniato colonia non prima del tempo degli Antonini,
V. IX. n.
54'28
e nella lettera di Domiziano delT anno H'l d. C.
sono nominati espressamente i llll viri, ne parmi giusto cio
che osserva il Mommsen ad I, ossia che i quatuorviri riden-
tur ita poni ut dnoviri et aediles coninnfjantnr, poichr se cio
suole avvenire in qualche iscrizione municipale, non so se
possa ammettersi nel caso di un decreto imperiale. Del resto,
il Inogo del lil)cr coton. pag. 227, non prova punto resisten/a
di una -olonia augustea in Falerio, nominandovisi solo i ftni
augustei, i quali si spiegano l)enissimo pensanlo, non gia con
(1.) Ett. Pais:

Le colonie inilitari dedotte in Italia dai Trium-
viri e da Augaisto ed il Catalogo delle colonie italiaue di Plinio

studio pubblieato uel Mnsco Italicuto di (uitich. clas.s. diretto dal Coui-
paretti, Vol. I, puntata I, ISSl.
190 PARTE SECONDA
il Rudorff e il Momnisen, che Augu.sto abbia tolto delle terre
Si Firmum per darle a Falerio, ma che le abhia prese a Falerio
per donarle ai siioi veterani dedotti r Finuum. Eeco il passo
sostanziale della costitutio di Domiziano : Ft vetustas litis
quae post tot annos retractatur a Firnianis adversus
Falcrienses vehementer nie moi^et, cuni possessoruni securi-
tati vet )ninus
\
multi anni sufficere possi)it et divi Augusti
diligentissimi et indulgentissi)ni
\
erga ciuartanos suos prin-
cipis epistula cpia admonuit eos ut o)nnia
\
subseciva sua
coltigeroit et venderent, quos tam salntjrl admonitioni
\
paruis-
se non duhito; propter quae possessorum ius
confirmo. Vatcte .
La spiegazione che mi si presenta come naturale e questa
:
Augusto, non Ijastando le terre di Fermo per i suoi veterani,
ne prese una parte di quelle di Faterio, nella cui pertica in-
fatti fu trovato il titplo sopra citato o~)-27. Rimanevano i
suhsiciva dclle terre di quesfultima. Ora grimperatori alle
volte regalavano alle colonie tali ritagli di terra : cfr. Front..
de controv. II.
p. 53; Hygin. de gen. co)itr. pag. 133; de li-
mit. constit.
p.
202: alle volte, invece, furono restituiti ai
paesi ai *|uali s"erano tolte h- terre : cfr. Hygin. de condic.
p.
118 ;
Siriil. Flacc. de cond. agr.
p.
iHo. Augusto ordino ai
vetennii di Fernin di restituire i suhseciva a Falerio, salvo
ri'-(im}ii'nsa pccunaria. Se essi Id al)biano fatto o no non sap-
piamu. For.se li vendettero, forse non ubbidirono ad Augusta
6 li detteru in affltto, cf. Hygin. de gener. controv. pag. 133,
ne sappiamo in quanto li colpisce la legge di Ve.spasiano che
si rivendicu i suhseciva non venduti o non posseduti dietro
concessione imperiale. Ma Domiziano, mosso dalle moltg le-
gazioni, confermo il diritto dei vecchi possessori, e rinunzio a
qui'lli del fisco : cfr. Frnntiud II.
p. ')-i ;
Hygin. de limit
i>a.Q.
111. de genere controv.
p. 133; Sicul. Flacc.
p. 163. I Fer-
mani colscro roccasione per pretendere il posse.sso dei loro
suhscciva, il chc vuol dire che sorta era una di ({uelle irre-
golarita che sogliono geiierare i processi. For.se li avevanc
venduti, ma o a torto o a ragione, negano avere ricevuta o
tutta parte della somma cui lorn dovevano i Falerionenses
;
forse si erano contentati di darli in fitto, e questi ultimi di-
cevano invcco di averli conqtcrati. II fatto sta che Domiziano
FERMO COLOXIA AUGUSTEA. 191
si decise in favore di Falerio, perciio fece questo ragionamento:
In primo luogo vi e il diritto di prescrizione, dacche i Fale-
rfojienses posseggono da niulto tempo. In secondo luogo tutte
le buone ragioni fainio credere clie posseggano legittimamente,
perche Augusto consiglio ai veterani di Firmnm di vendere
i suhseciva e questi lo devono avere ubljidito. Forse Domi-
ziano penso ma non lo scrisse : se i Fermani non le vendet-
tero peggio per loro .
PIB nl" ^
Pt LLR
^iTr^ pi rrRHs
^^/^Ld 1.4 000
i Oas Porti.
2 Caaa Oonte Morrone.
3 Scaderia Morrone, giii C. Giannini.
i Casa Conte Falooni, gia Spinucoi-
5 Congreg. di Carita, gia Casa Ricciard
6 Casa Vittorozzi.
7 Sotto Prefettm-a.
8 Ponce di ()ecco.
9 Piazza S. Martino.
10 Piaoina Epuratoria.
-Cerchia prcromana
Cerchia della Colonia latina
Cerchia aiiguslea
TAV I.
N. 1 - Seconda Cerchia. Nel cortile di Casa
Porti.
N. 4: - .Seconda Cerchia. In via XX Set-
tembre, sotto le Carceri.
X. 2
-
Tei'za Cercliia. Di lianco aliii, Cliiesa
di y. Fraucesco.
J
_
'^s^
!^^^^^^^^^^
^^-
-11
N. 5
- Seconda Cerchia. Nel cortile di casa
Ricciardi.
N. 3
-
Terza Cerchia. Di fianco alla Cliiesa
di S. Francesco.
i
N. 6
-
Seconda Cercliia. Nel cortile di casa
Porti.
o
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