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Larticolo che segue, pubblicato dal Manifesto del 29 settembre 2012, fornisce uninterpretazione dellorigine della crisi economica

e finanziaria in atto Allorigine della crescita del debito pubblico nel nostro paese c il divorzio consumato negli anni Ottanta tra Banca dItalia e governo politico delleconomia per ripristinare il comando del capitale sulla societ. Un percorso di lettura di Luigi Cavallaro Nellautunno 1980, gli indicatori delleconomia italiana mostravano un andamento contrastato. Nonostante una rilevante crescita del reddito nazionale, in decisa controtendenza rispetto agli altri Paesi industrializzati, la bilancia dei pagamenti era passata dal consistente avanzo realizzato nel biennio 1977-78 ad un ancor pi largo disavanzo. Linflazione viaggiava al ritmo del 2% al mese, con aspettative di peggioramento rese evidenti dal sostenuto aumento dei prezzi dei beni-rifugio. La Banca dItalia, bench avesse riconquistato quellautorevolezza che aveva visto vacillare durante laffaire Baffi-Sarcinelli, faticava non poco nella gestione della liquidit: cinque anni prima, in occasione della riforma dellemissione dei Buoni ordinari del Tesoro (Bot), si era infatti impegnata ad acquistare tutti i titoli pubblici che fossero rimasti invenduti in asta, accettando di fatto di finanziare i disavanzi del Tesoro con lemissione di moneta. Non solo, ma il Tesoro poteva attingere ad unapertura di credito in conto corrente pari al 14% delle spese iscritte in bilancio e deteneva il potere di modificare il tasso di sconto, vale a dire il tasso a cui la Banca presta denaro alle altre banche del sistema e che di fatto decide dellintera struttura dei tassi dinteresse. I quali, nonostante il brusco rialzo subito sui mercati internazionali a seguito della svolta monetarista voluta lanno precedente dal Governatore della Federal Reserve, Paul Volcker, si mantenevano perci ancora negativi, ossia al di sotto dellinflazione. Un problema di potere Al Ministero del Tesoro si era appena insediato il democristiano Nino Andreatta. Gi consigliere economico di Aldo Moro, negli anni Sessanta era entrato in contatto con diversi giuristi ed economisti che, pur avendo gravitato a lungo intorno ad Antonio Giolitti (ministro socialista al tempo dei primi governi di centrosinistra e deciso sostenitore della programmazione economica), si stavano gradatamente spostando su posizioni pi conservatrici, timorosi che lassetto istituzionale, gi spinto su posizioni assai progressive dallazione combinata dei governi del decennio precedente e della ribellione operaia e studentesca, potesse subire ulteriori slittamenti in senso statalista. Ne facevano parte, tra gli altri, Giuliano Amato e Francesco Forte, e Andreatta condivideva le medesime loro preoccupazioni: Quando la spesa pubblica raggiunge il 55% del Pil avrebbe detto ad esempio nel 1981, in occasione di un intervento allassemblea nazionale della Dc si sono raggiunti livelli oltre i quali lequilibrio tra area amministrata e area libera delleconomia appare impossibile da salvaguardare. Appena dissimulato dietro il linguaggio felpato delleconomista fedele al mainstream, emerge qui con chiarezza un punto politico: il comando pubblico sulla moneta si traduceva di fatto in un comando pubblico sul capitale monetario, perch la Banca centrale, obbligata ad emettere tutta la base monetaria di cui lo stato necessitava per perseguire le proprie finalit produttive, redistributive e di stabilizzazione, non poteva pi assecondare la tendenza del capitale monetario a rarefarsi allorch mancassero adeguate prospettive di profitto. Keynes aveva colto in questa attitudine della moneta a ritrarsi dalla circolazione il potere oppressivo e cumulativo del capitalista di sfruttare il valore di scarsit del capitale, e aveva avvertito che in una societ che fosse finalmente riuscita a venire a capo dei propri problemi di arretratezza non vi sarebbe stato logicamente posto se non per un saggio medio del profitto progressivamente decrescente; ci che deliberatamente aveva omesso di dire era che ne sarebbe venuta la tendenza delleconomia pubblica a socializzare sempre pi la produzione e riproduzione sociale questo e non altro era leutanasia del rentier! Di questo rischio era invece consapevole Carlo Azeglio Ciampi, da poco asceso al soglio di Governatore della Banca dItalia. Proprio per ci, a suo avviso bisognava sopprimere il legame in quel momento esistente tra il potere di creazione della moneta e quello di decidere lammontare della spesa pubblica, il che imponeva che si rimettesse mano ai modi in cui la Banca centrale

finanziava il Tesoro: In particolare, urgente che cessi lassunzione da parte della Banca dItalia dei Bot non aggiudicati alle aste, si legge nelle Considerazioni finali del 1981. E Andreatta, pur essendo daccordo, si trovava ostaggio di una compagine governativa che per dirla con le sue stesse parole era ossessionata dallideologia della crescita ad ogni costo e non intendeva affatto abbandonare quella combinazione di alta spesa pubblica, tassi dinteresse negativi e cambio debole che fino ad allora laveva resa possibile, nonostante gli sconquassi internazionali generati dal secondo shock petrolifero. Si arriv cos allidea di una congiura aperta (la definizione fu dello stesso Andreatta) tra il ministro del Tesoro e il Governatore della Banca dItalia, che potesse restituire allistituto di emissione lagognata autonomia. Il 12 febbraio 1981, Andreatta scrisse a Ciampi una lettera in cui esprimeva i propri dubbi sullopportunit che la Banca dItalia si facesse garante della collocazione dei titoli di stato al tasso voluto del Governo e dovesse per giunta finanziare il Tesoro con lo scoperto di conto corrente, auspicando che la Banca recuperasse la propria libert di autodeterminazione su entrambi i fronti. Il 6 marzo, Ciampi rispose manifestando il suo assenso sulle linee di ragionamento dellinterlocutore e ricordando come a conclusioni similari fosse pervenuto in occasione della relazione tenuta il 18 febbraio precedente allAssociazione Nazionale di Banche e Banchieri. Fu il divorzio. Il quale non venne neanche portato allapprovazione del Comitato interministeriale per il credito e il risparmio (CICR): le proteste e le critiche levatesi da parte socialista, repubblicana e anche democristiana allindomani della pubblicazione dello scambio epistolare con Ciampi indussero infatti Andreatta a trincerarsi dietro un paravento giuridico escogitato dai tecnici del Tesoro (secondo i quali la revisione delle disposizioni impartite alla Banca dItalia rientrava nella competenza esclusiva del Ministro) allo scopo di scansare il rischio che la sua decisione venisse affossata. Socializzare gli investimenti Nellopinione dei due congiurati il controllo amministrativo del credito ossia il comando pubblico sul capitale monetario non consentiva pi di tenere leconomia italiana al riparo dallinflazione e dagli squilibri della bilancia dei pagamenti: per restare al riparo dal rialzo dei tassi dinteresse internazionali sarebbe stato necessario procedere ulteriormente sulla strada keynesiana della socializzazione dellinvestimento. Una strada agghiacciante, come avrebbe scritto Guido Carli nelle sue memorie, perch implicava che la Banca centrale e il sistema bancario diventassero semplici organi esecutivi delle decisioni allocative del Governo e che gli eventuali vincoli allespansione monetaria derivanti dallo squilibrio della bilancia dei pagamenti potessero influire solo sul volume di credito disponibile per il settore privato: giusto come in URSS. Le conseguenze del divorzio furono immediate: le aste dei Bot tenutesi a partire dal secondo semestre 1981 segnarono il ritorno dei tassi dinteresse su livelli positivi, scongiurando il pericolo incipiente delleutanasia dei redditieri. Cera per un problema, perch in un contesto internazionale dominato da alti tassi dinteresse il ricorso dello stato ai mercati finanziari era destinato inevitabilmente ad aumentare la quota di spesa pubblica destinata alla semplice remunerazione del denaro preso a prestito. Nellottica dei congiurati, in effetti, il venir meno dellobbligo della Banca centrale di finanziare il Tesoro avrebbe dovuto indurre la classe politica a ridurre la spesa pubblica e, con essa, lo spazio dellintervento pubblico nella produzione e riproduzione sociale: prendendo a prestito le parole di Andreatta, lequilibrio tra area amministrata e area libera delleconomia avrebbe dovuto ricostituirsi ad un livello che vedesse questultima tornata in una posizione di supremazia. Complice una Costituzione repubblicana decisamente interventista, non la penser propriamente allo stesso modo la classe politica al governo, nemmeno quando a Palazzo Chigi salir Bettino Craxi. E accadr cos che, sebbene nel decennio successivo il saldo tra entrate e uscite pubbliche al netto degli interessi si mantenesse quasi costantemente positivo, il debito pubblico giunger praticamente a raddoppiare, passando dal 58% del 1981 al 124% del 1992. Leonardo Sciascia lavrebbe probabilmente definita una storia semplice. Mostra che allorigine

del nostro debito pubblico non c affatto un eccesso di spese sociali rispetto alle entrate, e nemmeno la famigerata evasione fiscale: c solo unaumentata spesa per interessi, a sua volta conseguenza del divorzio fra Tesoro e istituto di emissione. Pi che una tangente, come titol questo giornale ventanni fa per definire la pesantissima manovra finanziaria con cui il governo Amato dava lavvio ad una stagione non pi consentanea rispetto allespansione della spesa pubblica, si trattava di una tassa: una tassa che il capitale nuovamente egemone tornava a imporre alla societ per riprodursi come modo di produzione dominante. La riduzione del danno Si comincia solo adesso a far strada lidea che la lotta di classe si dispiega oggigiorno intorno al debito pubblico. Sfortunatamente, a prevalere (anche a sinistra) sono ancora visioni del problema ispirate da concezioni essenzialmente libertarie, che nel debito pubblico o privato che sia vedono semplicemente quel rapporto di potere e di asservimento che indusse Nietzsche a collocarlo a monte della genealogia della nozione di colpa: in lingua tedesca, infatti, Schuld vuol dire sia luna che laltra cosa. Sfortunatamente, da Nietzsche non simpara mai nulla dal punto di vista propriamente storico: egli parla sempre del presente, il presente del suo tempo dominato dal capitale finanziario, e tutte le sue ricostruzioni sono puramente mitiche. Pensate e scritte ad uso e consumo della piccola borghesia austro-tedesca di fine Ottocento, oppressa da banche e cartelli la cui storia reale fu invece magistralmente narrata da Rudolf Hilferding, giammai possono offrire una base scientifica per comprendere il nostro presente e tentare di trasformarlo. La riprova che tutte le suggestive fenomenologie delluomo indebitato apparse in questi quattro anni ormai trascorsi dallesplosione della crisi finanziaria precipitano inevitabilmente nellidea alquanto naif del ripudio del debito, magari dietro preventivo audit. Sovviene al riguardo un celebre articolo del giovane Gramsci sui tardivi piagnistei degli indifferenti: eterni innocenti di una storia che si fatta anche e soprattutto grazie al loro lasciar fare e che, quando gli eventi che hanno lasciato che accadessero gli si voltano contro, bestemmiano o piagnucolano di fallimenti ideali, di programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze. La generazione del baby boom ne offre purtroppo un vasto campionario. I vincoli esterni Daltra parte, la pur giusta rivendicazione della necessit del debito pubblico (o meglio, di una spesa pubblica non condizionata da obiettivi di remunerazione del capitale) non pu non misurarsi con il problema rappresentato dallassenza di un meccanismo internazionale del tipo di quello che Keynes aveva prospettato nella sua celebre proposta della Clearing Union (1941), ossia capace di evitare che lonere dellaggiustamento degli squilibri nelle bilance dei pagamenti ricada per intero sui Paesi debitori: il problema del vincolo esterno, dietro il quale si nasconde la propagazione allestero degli effetti moltiplicativi della spesa pubblica interna, non infatti allo stato in alcun modo eludibile, se non (e non indefinitamente) dagli Stati Uniti, che battono la moneta di riserva mondiale. In questo senso, hanno ragione quanti individuano una linea di continuit tra la proposta di austerit che fu di Enrico Berlinguer e la politica dei sacrifici che ci viene imposta dal Governo in carica. Salvo che, nellun caso, si trattava di farsi portatori di un modo diverso del vivere sociale, attento alla qualit dello sviluppo e proprio per ci orientato dallesigenza di spostare gli obiettivi della produzione dallo stimolo ai consumi privati al soddisfacimento in forma pianificata di bisogni collettivi, mentre nellaltro si tratta banalmente di deflazionare la domanda interna allo scopo di pareggiare lo squilibrio della bilancia dei pagamenti e di spezzare le reni al lavoro dipendente in modo da garantire il mantenimento dei margini di profitto a produzioni private non pi competitive sul piano internazionale. Non una differenza da poco. Scheda Il nodo dell'autonomia monetaria (lu.c.) Le vicende che portarono al divorzio tra Tesoro e Banca d'Italia sono accuratamente ricostruite - in chiave apologetica, beninteso - in un imperdibile volumetto dell'Arel, L'autonomia della politica monetaria. Il divorzio Tesoro-Banca d'Italia trent'anni dopo, con scritti di Andreatta, Ciampi, Draghi, Monti e altri (il Mulino, pp. 130, euro

11). Per le visioni attualmente prevalenti nella sinistra d'alternativa circa il debito, si vedano in specie Franois Chesnais, Debiti illegittimi e diritto all'insolvenza (DeriveApprodi, pp. 165, euro 10) e Maurizio Lazzarato, La fabbrica dell'uomo indebitato (DeriveApprodi, pp. 179, euro 12), che nei mesi scorsi hanno dato vita ad un ampio dibattito su queste colonne e su Alias. Sulla necessit del debito pubblico tornato recentemente a insistere Giovanni Mazzetti (Ancora Keynes?!, Asterios, pp. 93, euro 8). La questione del vincolo esterno invece ben presente nell'ottimo pamphlet di Emiliano Brancaccio e Marco Passarella, L'austerit di destra. E sta distruggendo l'Europa (il Saggiatore, pp. 153, euro 13), gi recensito criticamente su queste colonne da Andrea Fumagalli lo scorso 7 giugno. Tutti che guardano allo spread, intanto questa crisi ha cambiato completamente i connotati ai fondamenti dello Stato di diritto Pi esattamente, questa crisi sta cambiando i connotati a quella peculiare declinazione dello Stato di diritto che lo Stato sociale, a cominciare dalla sua pretesa di governare i processi economici. Si tratta in effetti della maturazione di un trend che ormai data da lontano. Per capirci, quando i nostri costituenti vararono la Costituzione, inserirono nel terzo comma dellarticolo 41 il principio secondo cui lo Stato doveva indirizzare e coordinare sia leconomia pubblica sia quella privata. Lo Stato, ai loro occhi, non doveva essere solo il regolatore delliniziativa economica e nemmeno il produttore di beni e servizi da offrire in alternativa alle merci capitalisticamente prodotte: doveva porre sia liniziativa economica pubblica sia quella privata nellambito di un proprio disegno globale, che individuava priorit, strategie, mezzi. Un obiettivo del genere, sebbene fermamente voluto sia dai cattolici che dai comunisti, era particolarmente inviso ai liberali, che erano ben disposti a godere dei benefici della spesa pubblica, ma certo non volevano saperne di cedere allo Stato poteri di indirizzo e controllo sulla loro attivit. Si opt allora per un compromesso che grazie alla mediazione di Luigi Einaudi, capofila dei liberali tra i costituenti prese la forma dellart. 81 della Costituzione: ogni legge di spesa doveva indicare la corrispondente fonte di entrata. Era un modo per dire che nemmeno lo Stato poteva sottrarsi al principio del pareggio di bilancio, perch Einaudi sapeva bene che, se si fosse consentito allo Stato di indebitarsi (come invece predicavano i keynesiani ortodossi), leconomia pubblica, che gi si trovava collocata su una posizione di primazia, avrebbe preso il sopravvento sulleconomia privata. Un compromesso per la propriet e il capitale S, ma nel 1966 la Corte costituzionale lo fece saltare, perch in una sentenza stabil che anche il debito costituiva una forma di entrata. A quel punto ricordiamo che in quel periodo il 90% del sistema bancario e unelevatissima percentuale di quello industriale erano di propriet pubblica cerano tutte le premesse perch anche leconomia italiana potesse avviarsi lungo i temuti (da Confindustria, beninteso) sentieri della bolscevizzazione: nel corso degli anni 70 Guido Carli lo denunci a pi riprese e trov ascolto, oltre che nelle classi proprietarie, in una nuova leva di economisti e giuristi che presto ne divennero gli intellettuali organici: penso a Eugenio Scalfari, Nino Andreatta, Romano Prodi, Giuliano Amato. In effetti, quando finalmente si scriver la storia degli anni 70, bisogner pur dire che quella che and in scena dietro il paravento delle crisi petrolifere, del balzo dellinflazione, delle stragi e del terrorismo fu una vera e propria guerra civile, innescata dai tentativi di rivoluzione dallalto che furono portati avanti dai tanto vituperati governi di solidariet nazionale e del compromesso storico voluti da Moro e Berlinguer. Ma lasciamo stare, perch quel che ci interessa qui la reazione capitalistica. La quale, pi ancora che nella marcia dei 40.000, si manifest nel cosiddetto divorzio tra il Tesoro e la Banca dItalia. Su iniziativa di Andreatta e Ciampi (appena asceso al soglio di Governatore della Banca dItalia), la nostra Banca centrale venne esonerata dallobbligo di acquistare i titoli del debito pubblico che fossero rimasti invenduti in asta. Quellobbligo, in pratica, significava che lo Stato poteva indebitarsi al tasso desiderato, perch tutti i Buoni del tesoro che i privati non avessero acquistato finivano alla Banca centrale. Era il modo in cui lo Stato

comandava il capitale monetario. Con il divorzio, invece, lo Stato venne costretto a indebitarsi ai tassi dinteresse correnti sul mercato, i quali giusto in quel periodo schizzavano verso lalto a causa della svolta monetarista impressa da Paul Volcker allazione della Federal Reserve, la banca centrale americana. Pu essere interessante ricordare che un giovanotto di nome Mario Monti scrisse allora che il correlato inevitabile del divorzio doveva essere la dismissione progressiva delle aree dintervento pubblico: se lo Stato non poteva pi indebitarsi ai (bassi) tassi precedenti, cera il rischio che la sua azione provocasse un aumento del debito pubblico. Ma la maggioranza pentapartito fu di diverso avviso, e cos il nostro debito pubblico, che nel 1981 era pari al 58% del Pil (nonostante il profluvio di spese anticicliche sopportate nei sei anni precedenti), arriv nel 1992 al 124% del Pil. E bada bene, non perch ci fosse un eccesso di spese sociali rispetto alle entrate: il debito raddoppi solo per effetto dellaumento della spesa per interessi causato dal divorzio. E dal 1992 ad ora che successo? E successo che quel processo di dismissione delle aree dintervento statale, che fino ad allora non si era potuto realizzare perch la nostra Costituzione era interventista, stato finalmente intrapreso grazie alla nostra adesione ai Trattati europei. I quali, dal punto di vista delle prescrizioni economiche, sono praticamente antitetici rispetto alla nostra Costituzione: per dirla con una battuta, come se da Keynes fossimo tornati ad Adam Smith e David Ricardo. Peggio, alle armonie economiche di Bastiat. Si cominciato a privatizzare, si sono tagliate le piante organiche delle amministrazioni pubbliche, si sono riformate la sanit e le pensioni in modo da umiliare i malati e impoverire i pensionati. Sono tutte politiche dettate dalla volont di spazzar via lo Stato dal processo economico, che per hanno generato una diminuzione della domanda, perch non esiste alcuna domanda interna o estera capace di soppiantare la minor domanda pubblica di beni e servizi. Lunica fiammata di (relativo) benessere la nostra economia lo ha conosciuto tra il 1995 e il 1996, quando si fecero finalmente sentire gli effetti della pesantissima svalutazione della lira attuata (a danno dei lavoratori, grazie alla disdetta della scala mobile) nel 1992. Ma da quando siamo entrati a far parte della banda ristretta di oscillazione che poi (dal 1999) porter alla moneta unica, le nostre esportazioni sono crollate e con esse la domanda, il reddito e loccupazione. Guarda i tassi di crescita del nostro Pil dal 1997 a oggi e scoprirai che la decrescita ce labbiamo in casa fin da prima che Latouche inondasse con la sua bibliografia gli scaffali delle librerie. Quindi il fiscal compact non una novit come sembra La modifica che stata adesso apportata allarticolo 81 della Costituzione, che ha reso davvero stringente il vincolo del bilancio in pareggio, assolutamente coerente con lingresso del nostro paese nellUnione europea. Lattivit dello Stato, ci dice lEuropa, possibile solo in quanto non interferisce con liniziativa privata. Non c pi alcuna politica economica possibile: non una politica fiscale (perch si devono solo ridurre le spese), non una politica monetaria (perch ci pensa la Banca centrale europea), non una politica industriale (perch ci pensa Marchionne). Si devono solo abbassare i salari, perch non sono compatibili con un sistema produttivo arretrato come il nostro, che campa ancora di agroalimentare, abbigliamento, arredo casa e un po di automazione meccanica. E dunque via alla balcanizzazione dei contratti nazionali in una miriade di contratti aziendali: a questo serve la modifica dellarticolo 18, sebbene molta parte del sindacato non se ne dia per inteso. Ma non cerano alternative possibili? Quello che pi triste dover constatare che anche quanti avrebbero dovuto denunciare e contrastare per tempo questa follia di ritornare allo Stato ottocentesco, allo Stato veilleur de nuit, hanno avuto un ruolo che possiamo definire di agevolazione colposa. Mi riferisco allantistatalismo viscerale che ha ispirato ed ispira molta parte della cosiddetta sinistra dalternativa, che nei ventanni trascorsi anni ha coltivato e diffuso nelle generazioni pi giovani

una quantit impressionante di mitologie protese a ricercare improbabili terze vie tra privato e pubblico, tra capitale e Stato: prima era il terzo settore, adesso sono i beni comuni e in mezzo ci sono sempre le utopie regressive dellecologismo radicale. Sono i cascami dellanarchismo, dellautogestionarismo e dellassemblearismo post-sessantottino e post-settantasettino, che va da s hanno assai pi mercato editoriale e visibilit massmediatica rispetto alle pi classiche posizioni marxiane o keynesiane: in fondo, non fanno altro che ripetere che la via pubblica sbagliata e comunque non percorribile, dunque al capitale fanno molto comodo. Quando vedo le marce contro la privatizzazione dellacqua (e va da s, per lacqua bene comune), sorrido e mi vien da pensare a una battuta di Flaiano, che pi o meno diceva che quando in Italia si organizza un convegno sullimportanza del bovino vuol dire che i buoi sono scappati dalla stalla. No alla privatizzazione dellacqua: bene. Ma dove eravate, vien fatto di dire, quando si privatizzavano le banche e le industrie? Ci siamo dimenticati che il grosso delle privatizzazioni si fatto a partire dal 1996, quando Presidente del Consiglio era Romano Prodi e Rifondazione Comunista sosteneva il governo? O ci siamo dimenticati che il dibattito timidamente avviato da un centinaio di economisti e intellettuali, che nel 2006 avevano sostenuto la possibilit di stabilizzare il debito in rapporto al Pil, fu stroncato da Fausto Bertinotti in persona, che mise il veto alla stessa possibilit che Rifondazione potesse esprimersi in merito per non ostacolare lennesima manovra lacrime e sangue voluta dal compianto Tommaso Padoa-Schioppa? Oggi siamo alla conclusione di un processo avviatosi trentanni fa: il fiscal compact approvato in sede europea di fatto rimuove qualunque idea di direzione pubblica dei processi economici per i prossimi cinquantanni. Il fatto che ci sia una tremenda crisi economica in corso pu forse offrire una qualche speranza che tutto il marchingegno salti. Ma se questo meccanismo salta, salta da destra: la sinistra, come scrisse ormai quasi dieci anni fa Luigi Pintor nel suo ultimo editoriale, morta da un pezzo. A proposito di crisi, come giudichi il protagonismo della Bce? Il fatto che la banca centrale prometta di diventare prestatore di ultima istanza non risolve le contraddizioni del sistema capitalistico: su questo punto, Marx obiett a Bagehot con considerazioni che mi paiono ancora decisive. Quel che si pu dire con certezza che, se lItalia rester nelleuro cos com strutturato adesso, andremo incontro a un impoverimento progressivo e crescente: basti dire che per i prossimi ventanni dovremo fare tagli di spesa per 45 miliardi allanno Ma la giustificazione che se il debito non diminuisce lo spread aumenta Questa una delle pi colossali mistificazioni spacciate per verit dalla borghesia dominante e dagli intellettuali suoi lacch. Se landamento dello spread dipendesse dallammontare del debito pubblico, il divario tra i nostri titoli e quelli tedeschi dovrebbe essere superiore a quello che c fra quelli spagnoli e quelli tedeschi: la Spagna ha infatti un debito pubblico di molto inferiore al nostro. Invece non cos, e la ragione che lo spread risente assai pi dallandamento della bilancia commerciale. In pratica, come se i mercati scommettessero che i Paesi che si trovano con una bilancia commerciale in rosso saranno presto o tardi costretti o a svendere tutte le loro industrie ai tedeschi (o ad altri possibili compratori esteri) o a uscire dalla moneta unica e a ripudiare il debito in euro. Grecia, Portogallo, Spagna e Italia sono i Paesi maggiormente indiziati perch sono i Paesi con la struttura produttiva pi debole. Sta qui detto per inciso la vera finalit delle manovre finanziarie cui ci sottopongono da ventanni e da ultimo della stessa spending review: lobiettivo quello di deflazionare i consumi interni per abbattere il fabbisogno di importazioni e riportare in pareggio la bilancia commerciale. Funzioner come funzionavano i salassi praticati dai cerusici ai malati di un tempo: terapie efficaci, ma solo perch uccidevano il paziente. Anche in Confindustria cominciano a sospettarlo.