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Unità Pastorale S.

Cristoforo, Gallarate

Madeleine Delbrêl

Vacanza insieme a Gisse (Bz), Valle Aurina


31 luglio – 7 agosto
strumento per la riflessione personale e comunitaria della
vacanza

Nome
«Noialtri, gente della strada,
crediamo con tutte le nostre forze
che questa strada,
che questo mondo dove Dio ci ha messi
è per noi il luogo della nostra santità.
Noi crediamo che niente di necessario ci manca.
Perché se questo necessario ci mancasse Dio ce lo
avrebbe già dato.»

«Le nostre radici sono in terra.


Bisogna metterle in cielo»

«Annunciare il Vangelo con il linguaggio delle persone con


cui si vive non è sufficiente.
Bisogna annunciare il Vangelo nel linguaggio del Vangelo,
nel linguaggio di Gesù Cristo … .
E questo linguaggio del Cristo è quello di un cuore
fraterno e buono.»

da: MADELEINE DELBRÊL, Noi delle strade, Ed. Gribaudi, Milano, 2002

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La Parola ogni Giorno

Noi dobbiamo ascoltare la parola di Dio nella


“attualità”, con le risonanze che vi prende. (M.Delbrêl)
Sabato 31 luglio
Lettura del Vangelo secondo Matteo 13, 54-58
54Venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva
stupita e diceva: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? 55Non è
costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi
fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? 56E le sue sorelle, non stanno
tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?». 57Ed era per
loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato
se non nella sua patria e in casa sua». 58E lì, a causa della loro incredulità, non
fece molti prodigi.
Domenica X dopo Pentecoste - 1 agosto
Lettura del primo libro dei Re 3, 5-15
5A Gàbaon il Signore apparve a Salomone in sogno durante la notte. Dio
disse: «Chiedimi ciò che vuoi che io ti conceda». 6Salomone disse: «Tu hai
trattato il tuo servo Davide, mio padre, con grande amore, perché egli aveva
camminato davanti a te con fedeltà, con giustizia e con cuore retto verso di
te. Tu gli hai conservato questo grande amore e gli hai dato un figlio che
siede sul suo trono, come avviene oggi.7Ora, Signore, mio Dio, tu hai fatto
regnare il tuo servo al posto di Davide, mio padre. Ebbene io sono solo un
ragazzo; non so come regolarmi.8Il tuo servo è in mezzo al tuo popolo che hai
scelto, popolo numeroso che per quantità non si può calcolare né contare.
9Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo
popolo e sappia distinguere il bene dal male; infatti chi può governare questo
tuo popolo così numeroso?». 10Piacque agli occhi del Signore che Salomone
avesse domandato questa cosa.11Dio gli disse: «Poiché hai domandato questa
cosa e non hai domandato per te molti giorni, né hai domandato per te
ricchezza, né hai domandato la vita dei tuoi nemici, ma hai domandato per te
il discernimento nel giudicare,12ecco, faccio secondo le tue parole. Ti concedo
un cuore saggio e intelligente: uno come te non ci fu prima di te né sorgerà
dopo di te. 13Ti concedo anche quanto non hai domandato, cioè ricchezza e
gloria, come a nessun altro fra i re, per tutta la tua vita.14Se poi camminerai
nelle mie vie osservando le mie leggi e i miei comandi, come ha fatto Davide,
tuo padre, prolungherò anche la tua vita». 15Salomone si svegliò; ecco, era

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stato un sogno. Andò a Gerusalemme; stette davanti all’arca dell’alleanza del
Signore, offrì olocausti, compì sacrifici di comunione e diede un banchetto
per tutti i suoi servi.
Sal 71 (72)
® Benedetto il Signore, Dio d’Israele.
Dio, affida al re il tuo diritto,
al figlio di re la tua giustizia;
egli giudichi il tuo popolo secondo giustizia
e i tuoi poveri secondo il diritto. ®
Le montagne portino pace al popolo
e le colline giustizia.
Ai poveri del popolo renda giustizia,
salvi i figli del misero e abbatta l’oppressore. ®
A lui si pieghino le tribù del deserto,
mordano la polvere i suoi nemici.
I re di Tarsis e delle isole portino tributi,
i re di Saba e di Seba offrano doni. ®
Prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 3, 18-23
Fratelli, 18Nessuno si illuda. Se qualcuno tra voi si crede un sapiente in questo
mondo, si faccia stolto per diventare sapiente, 19perché la sapienza di questo
mondo è stoltezza davanti a Dio. Sta scritto infatti: Egli fa cadere i sapienti
per mezzo della loro astuzia.20E ancora: Il Signore sa che i progetti dei sapienti
sono vani.21Quindi nessuno ponga il suo vanto negli uomini, perché tutto è
vostro: 22Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro:
tutto è vostro! 23Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio.
Lettura del Vangelo secondo Luca 18, 24b-30
In quel tempo. Il Signore Gesù disse: «Quanto è difficile, per quelli che
possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio. 25È più facile infatti per un
cammello passare per la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno
di Dio!».26Quelli che ascoltavano dissero: «E chi può essere salvato?».
27Rispose: «Ciò che è impossibile agli uomini, è possibile a Dio».28Pietro allora
disse: «Noi abbiamo lasciato i nostri beni e ti abbiamo seguito». 29Ed egli
rispose: «In verità io vi dico, non c’è nessuno che abbia lasciato casa o moglie
o fratelli o genitori o figli per il regno di Dio, 30che non riceva molto di più nel
tempo presente e la vita eterna nel tempo che verrà»

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Lunedì 2 Agosto 2010
Lettura del secondo libro delle Cronache 5, 2-14
In quei giorni. 2Salomone allora convocò in assemblea a Gerusalemme gli
anziani d’Israele e tutti i capitribù, i prìncipi dei casati degli Israeliti, per far
salire l’arca dell’alleanza del Signore dalla Città di Davide, cioè da Sion. 3Si
radunarono presso il re tutti gli Israeliti nel settimo mese, durante la festa.
4Quando furono giunti tutti gli anziani d’Israele, i leviti sollevarono l’arca 5e
fecero salire l’arca, con la tenda del convegno e con tutti gli oggetti sacri che
erano nella tenda; li facevano salire i sacerdoti leviti. 6Il re Salomone e tutta la
comunità d’Israele, convenuta presso di lui, immolavano davanti all’arca
pecore e giovenchi, che non si potevano contare né si potevano calcolare per
la quantità. 7I sacerdoti introdussero l’arca dell’alleanza del Signore al suo
posto nel sacrario del tempio, nel Santo dei Santi, sotto le ali dei cherubini.
8Difatti i cherubini stendevano le ali sul luogo dell’arca; i cherubini, cioè,
coprivano l’arca e le sue stanghe dall’alto. 9Le stanghe sporgevano e le punte
delle stanghe si vedevano dall’arca di fronte al sacrario, ma non si vedevano
di fuori. Vi è rimasta fino ad oggi.
10Nell’arca non c’era nulla se non le due tavole, che vi aveva posto Mosè
sull’Oreb, dove il Signore concluse l’alleanza con gli Israeliti quando uscirono
dall’Egitto. 11Appena i sacerdoti furono usciti dal santuario – tutti i sacerdoti
presenti infatti si erano santificati senza badare alle classi – 12mentre tutti i
leviti cantori, cioè Asaf, Eman, Iedutùn e i loro figli e fratelli, vestiti di bisso,
con cimbali, arpe e cetre stavano in piedi a oriente dell’altare e mentre
presso di loro centoventi sacerdoti suonavano le trombe, 13avvenne che,
quando i suonatori e i cantori fecero udire all’unisono la voce per lodare e
celebrare il Signore e il suono delle trombe, dei cimbali e degli altri strumenti
si levò per lodare il Signore perché è buono, perché il suo amore è per
sempre, allora il tempio, il tempio del Signore, si riempì di una nube,14e i
sacerdoti non poterono rimanervi per compiere il servizio a causa della nube,
perché la gloria del Signore riempiva il tempio di Dio.
Sal 83 (84)
® La gloria del Signore risplende nel suo tempio.
Quanto sono amabili le tue dimore,
Signore degli eserciti!
L’anima mia anela
e desidera gli atri del Signore.
Il mio cuore e la mia carne

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esultano nel Dio vivente. ®
Anche il passero trova una casa
e la rondine il nido
dove porre i suoi piccoli,
presso i tuoi altari,
Signore degli eserciti,
mio re e mio Dio. ®
Signore, Dio degli eserciti, ascolta la mia preghiera,
porgi l’orecchio, Dio di Giacobbe.
Sì, è meglio un giorno nei tuoi atri
che mille nella mia casa;
stare sulla soglia della casa del mio Dio
è meglio che abitare nelle tende dei malvagi. ®
Perché sole e scudo è il Signore Dio;
il Signore concede grazia e gloria,
non rifiuta il bene
a chi cammina nell’integrità.
Signore degli eserciti,
beato l’uomo che in te confida. ®
Lettura del Vangelo secondo Luca 11, 27-28
In quel tempo. 27Mentre diceva questo, una donna dalla folla alzò la voce e gli
disse: «Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!».
28Ma egli disse: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la
osservano!».
Martedì 3 Agosto 2010
Lettura del secondo libro delle Cronache 7, 1-10
In quei giorni. 1Appena Salomone ebbe finito di pregare, cadde dal cielo il
fuoco, che consumò l’olocausto e le altre vittime, mentre la gloria del Signore
riempiva il tempio. 2I sacerdoti non potevano entrare nel tempio del Signore,
perché la gloria del Signore lo riempiva.3Tutti gli Israeliti, quando videro
scendere il fuoco e la gloria del Signore sul tempio, si prostrarono con la
faccia a terra sul pavimento, adorarono e celebrarono il Signore perché è
buono, perché il suo amore è per sempre. 4Il re e tutto il popolo offrirono un
sacrificio davanti al Signore. 5Il re Salomone offrì in sacrificio ventiduemila
giovenchi e centoventimila pecore; così il re e tutto il popolo dedicarono il

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tempio di Dio. 6I sacerdoti attendevano al servizio e così pure i leviti, con tutti
gli strumenti musicali che il re Davide aveva fatto per celebrare il Signore,
perché il suo amore è per sempre, quando salmodiava per mezzo loro. I
sacerdoti suonavano le trombe di fronte ai leviti, mentre tutti gli Israeliti
stavano in piedi.
7Salomone consacrò il centro del cortile che era di fronte al tempio del
Signore; infatti lì offrì gli olocausti e il grasso dei sacrifici di comunione,
perché l’altare di bronzo, eretto da Salomone, non poteva contenere
l’olocausto, l’offerta e i grassi. 8In quel tempo Salomone celebrò la festa per
sette giorni: tutto Israele, dall’ingresso di Camat al torrente di Egitto,
un’assemblea grandissima, era con lui. 9Nel giorno ottavo ci fu una riunione
solenne, essendo durata la dedicazione dell’altare sette giorni e sette giorni
anche la festa. 10Il ventitré del settimo mese Salomone congedò il popolo,
perché tornasse alle sue tende contento e con la gioia nel cuore per il bene
concesso dal Signore a Davide, a Salomone e a Israele, suo popolo.
Sal 95 (96)
® Grande è il Signore e degno di ogni lode.
Grande è il Signore e degno di ogni lode,
terribile sopra tutti gli dèi.
Tutti gli dèi dei popoli sono un nulla,
il Signore invece ha fatto i cieli.
Maestà e onore sono davanti a lui,
forza e splendore nel suo santuario. ®
Date al Signore, o famiglie dei popoli,
date al Signore gloria e potenza,
date al Signore la gloria del suo nome.
Portate offerte ed entrate nei suoi atri,
prostratevi al Signore nel suo atrio santo. ®
Tremi davanti a lui tutta la terra.
Dite tra le genti: «Il Signore regna!».
È stabile il mondo, non potrà vacillare!
Egli giudica i popoli con rettitudine. ®
Lettura del Vangelo secondo Luca 11, 29-30
In quel tempo. 29Mentre le folle si accalcavano, Gesù cominciò a dire:
«Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma
non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona. 30Poiché, come Giona

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fu un segno per quelli di Ninive, così anche il Figlio dell’uomo lo sarà per
questa generazione.
Mercoledì 4 Agosto 2010
Lettura del secondo libro delle Cronache 8, 17 - 9, 12
In quei giorni. 17Allora Salomone andò a Esion-Ghèber e a Elat, sulla riva del
mare, nel territorio di Edom. 18Curam per mezzo dei suoi marinai gli mandò
alcune navi e uomini esperti del mare. Costoro, insieme con i marinai di
Salomone, andarono a Ofir e di là presero quattrocentocinquanta talenti
d’oro e li portarono al re Salomone.
1La regina di Saba, sentita la fama di Salomone, venne a Gerusalemme per
metterlo alla prova con enigmi. Arrivò con un corteo molto numeroso, con
cammelli carichi di aromi, d’oro in quantità e di pietre preziose. Si presentò a
Salomone e gli parlò di tutto quello che aveva nel suo cuore.2Salomone le
chiarì tutto quanto ella gli diceva; non ci fu parola tanto nascosta a Salomone
che egli non potesse spiegarle. 3La regina di Saba, quando vide la sapienza di
Salomone, la reggia che egli aveva costruito, 4i cibi della sua tavola, il modo
ordinato di sedere dei suoi servi, il servizio dei suoi domestici e le loro vesti, i
suoi coppieri e le loro vesti, gli olocausti che egli offriva nel tempio del
Signore, rimase senza respiro.5Quindi disse al re: «Era vero, dunque, quanto
avevo sentito nel mio paese sul tuo conto e sulla tua sapienza! 6Io non
credevo a quanto si diceva, finché non sono giunta qui e i miei occhi non
hanno visto; ebbene non mi era stata riferita neppure una metà della
grandezza della tua sapienza! Tu superi la fama che ne ho udita. 7Beati i tuoi
uomini e beati questi tuoi servi, che stanno sempre alla tua presenza e
ascoltano la tua sapienza! 8Sia benedetto il Signore, tuo Dio, che si è
compiaciuto di te così da collocarti sul suo trono come re per il Signore tuo
Dio. Poiché il tuo Dio ama Israele e intende renderlo stabile per sempre, ti ha
posto su di loro come re per esercitare il diritto e la giustizia».
9Ella diede al re centoventi talenti d’oro, aromi in gran quantità e pietre
preziose. Non ci furono mai tanti aromi come quelli che la regina di Saba
diede al re Salomone. 10Inoltre gli uomini di Curam e quelli di Salomone, che
portavano oro da Ofir, recarono legno di sandalo e pietre preziose. 11Con il
legname di sandalo il re fece le scale per il tempio del Signore e per la reggia,
cetre e arpe per i cantori; strumenti simili non erano mai stati visti nella terra
di Giuda. 12Il re Salomone diede alla regina di Saba quanto lei desiderava e
aveva domandato, oltre l’equivalente di quanto aveva portato al re. Quindi
ella si mise in viaggio e tornò nel suo paese con i suoi servi.

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Sal 71 (72)
® La gloria del Signore risplende in tutto il mondo.
Ai poveri del popolo renda giustizia,
salvi i figli del misero e abbatta l’oppressore.
Ti faccia durare quanto il sole,
come la luna, di generazione in generazione. ®
E dòmini da mare a mare,
dal fiume sino ai confini della terra.
A lui si pieghino le tribù del deserto,
i re di Saba e di Seba offrano doni. ®
Tutti i re si prostrino a lui,
lo servano tutte le genti.
Viva e gli sia dato oro di Arabia,
si preghi sempre per lui,
sia benedetto ogni giorno. ®
In lui siano benedette tutte le stirpi della terra.
Benedetto il Signore, Dio d’Israele:
egli solo compie meraviglie.
E benedetto il suo nome glorioso per sempre:
della sua gloria sia piena tutta la terra. ®
Lettura del Vangelo secondo Luca 11, 31-36
In quel tempo. Il Signore Gesù diceva alle folle: « 31Nel giorno del giudizio, la
regina del Sud si alzerà contro gli uomini di questa generazione e li
condannerà, perché ella venne dagli estremi confini della terra per ascoltare
la sapienza di Salomone. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Salomone. 32Nel
giorno del giudizio, gli abitanti di Ninive si alzeranno contro questa
generazione e la condanneranno, perché essi alla predicazione di Giona si
convertirono. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Giona.
33Nessuno accende una lampada e poi la mette in un luogo nascosto o sotto il
moggio, ma sul candelabro, perché chi entra veda la luce. 34La lampada del
corpo è il tuo occhio. Quando il tuo occhio è semplice, anche tutto il tuo
corpo è luminoso; ma se è cattivo, anche il tuo corpo è tenebroso. 35Bada
dunque che la luce che è in te non sia tenebra.36Se dunque il tuo corpo è
tutto luminoso, senza avere alcuna parte nelle tenebre, sarà tutto nella luce,
come quando la lampada ti illumina con il suo fulgore».

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Giovedì 5 Agosto 2010
Lettura del secondo libro delle Cronache 9, 13-31
13Il peso dell’oro che giungeva a Salomone ogni anno era di
seicentosessantasei talenti d’oro, 14senza contare quanto ne proveniva dai
mercanti e dai commercianti; tutti i re dell’Arabia e i governatori della
regione portavano a Salomone oro e argento.
15Il re Salomone fece duecento scudi grandi d’oro battuto, per ognuno dei
quali adoperò seicento sicli d’oro battuto, 16e trecento scudi piccoli d’oro
battuto, per ognuno dei quali adoperò trecento sicli d’oro. Il re li collocò nel
palazzo della Foresta del Libano.
17Inoltre, il re fece un grande trono d’avorio, che rivestì d’oro puro. 18Il trono
aveva sei gradini e uno sgabello d’oro. Vi erano braccioli da una parte e
dall’altra del sedile e due leoni che stavano a fianco dei braccioli. 19Dodici
leoni si ergevano di qua e di là, sui sei gradini; una cosa simile non si era mai
fatta in nessun regno.
20Tutti i vasi per le bevande del re Salomone erano d’oro, tutti gli arredi del
palazzo della Foresta del Libano erano d’oro fino; nessuno era in argento,
perché ai giorni di Salomone non valeva nulla. 21Difatti le navi del re
andavano a Tarsis, guidate dai marinai di Curam; ogni tre anni le navi di Tarsis
arrivavano portando oro, argento, zanne d’elefante, scimmie e pavoni.
22Il re Salomone fu più grande, per ricchezza e sapienza, di tutti i re della
terra. 23Tutti i re della terra cercavano il volto di Salomone, per ascoltare la
sapienza che Dio aveva messo nel suo cuore. 24Ognuno gli portava, ogni anno,
il proprio tributo, oggetti d’argento e oggetti d’oro, vesti, armi, aromi, cavalli
e muli. 25Salomone aveva quattromila stalle per i suoi cavalli e i suoi carri e
dodicimila cavalli da sella, distribuiti nelle città per i carri e presso il re a
Gerusalemme. 26Egli dominava su tutti i re, dal Fiume alla regione dei Filistei e
al confine con l’Egitto.
27Il re fece sì che a Gerusalemme l’argento abbondasse come le pietre e rese
il legname di cedro tanto comune quanto i sicomòri che crescono nella
Sefela. 28Da Musri e da tutti i paesi si importavano cavalli per Salomone.
29Le altre gesta di Salomone, dalle prime alle ultime, non sono forse descritte
negli atti del profeta Natan, nella profezia di Achia di Silo e nelle visioni del
veggente Iedo riguardo a Geroboamo, figlio di Nebat? 30Salomone regnò a
Gerusalemme su tutto Israele quarant’anni. 31Salomone si addormentò con i
suoi padri e lo seppellirono nella Città di Davide, suo padre; al suo posto
divenne re suo figlio Roboamo.

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Sal 47 (48)
® Come avevamo udito, così abbiamo visto.
La tua santa montagna, altura stupenda,
è la gioia di tutta la terra.
Il monte Sion, vera dimora divina,
è la capitale del grande re. ®
Come avevamo udito, così abbiamo visto
nella città del Signore degli eserciti,
nella città del nostro Dio;
Dio l’ha fondata per sempre. ®
Come il tuo nome, o Dio,
così la tua lode si estende
sino all’estremità della terra;
di giustizia è piena la tua destra. ®
Lettura del Vangelo secondo Luca 11, 37-44
In quel tempo.37Mentre stava parlando, un fariseo lo invitò a pranzo. Egli
andò e si mise a tavola. 38Il fariseo vide e si meravigliò che non avesse fatto le
abluzioni prima del pranzo. 39Allora il Signore gli disse: «Voi farisei pulite
l’esterno del bicchiere e del piatto, ma il vostro interno è pieno di avidità e di
cattiveria. 40Stolti! Colui che ha fatto l’esterno non ha forse fatto anche
l’interno? 41Date piuttosto in elemosina quello che c’è dentro, ed ecco, per
voi tutto sarà puro. 42Ma guai a voi, farisei, che pagate la decima sulla menta,
sulla ruta e su tutte le erbe, e lasciate da parte la giustizia e l’amore di Dio.
Queste invece erano le cose da fare, senza trascurare quelle. 43Guai a voi,
farisei, che amate i primi posti nelle sinagoghe e i saluti sulle piazze. 44Guai a
voi, perché siete come quei sepolcri che non si vedono e la gente vi passa
sopra senza saperlo».
Trasfigurazione del Signore - Festa del Signore
Venerdì 6 Agosto 2010
Lettura della seconda lettera di san Pietro apostolo 1, 16-19
Carissimi, 16vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del Signore
nostro Gesù Cristo, non perché siamo andati dietro a favole artificiosamente
inventate, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua grandezza. 17Egli
infatti ricevette onore e gloria da Dio Padre, quando giunse a lui questa voce
dalla maestosa gloria: «Questi è il Figlio mio, l’amato, nel quale ho posto il

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mio compiacimento». 18Questa voce noi l’abbiamo udita discendere dal cielo
mentre eravamo con lui sul santo monte.19E abbiamo anche, solidissima, la
parola dei profeti, alla quale fate bene a volgere l’attenzione come a lampada
che brilla in un luogo oscuro, finché non spunti il giorno e non sorga nei vostri
cuori la stella del mattino.
Sal 96 (97)
® Splende sul suo volto la gloria del Padre
Il Signore regna: esulti la terra,
gioiscano le isole tutte.
Nubi e tenebre lo avvolgono,
giustizia e diritto sostengono il suo trono. ®
I monti fondono come cera davanti al Signore,
davanti al Signore di tutta la terra.
Annunciano i cieli la sua giustizia,
e tutti i popoli vedono la sua gloria. ®
Tu, Signore, sei l’Altissimo su tutta la terra,
eccelso su tutti gli dèi.
Una luce è spuntata per il giusto,
della sua santità celebrate il ricordo. ®
Lettera agli Ebrei 1, 2b-9
Fratelli, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le
cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo.
3Egli è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza, e tutto
sostiene con la sua parola potente. Dopo aver compiuto la purificazione dei
peccati, sedette alla destra della maestà nell’alto dei cieli,4divenuto tanto
superiore agli angeli quanto più eccellente del loro è il nome che ha
ereditato. 5Infatti, a quale degli angeli Dio ha mai detto:Tu sei mio figlio, oggi
ti ho generato? E ancora:Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio?
6Quando invece introduce il primogenito nel mondo, dice:Lo adorino tutti gli
angeli di Dio.
7Mentre degli angeli dice:Egli fa i suoi angeli simili al vento,e i suoi ministri
come fiamma di fuoco,8al Figlio invece dice:Il tuo trono, Dio, sta nei secoli dei
secoli; e :Lo scettro del tuo regno è scettro di equità;9hai amato la giustizia e
odiato l’iniquità,perciò Dio, il tuo Dio, ti ha consacratocon olio di esultanza, a
preferenza dei tuoi compagni.

12
Lettura del Vangelo secondo Marco 9, 2-10
In quel tempo.2Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su
un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro 3e le sue
vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra
potrebbe renderle così bianche. 4E apparve loro Elia con Mosè e
conversavano con Gesù.5Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è
bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e
una per Elia».6Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati.
7Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce:
«Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». 8E improvvisamente,
guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro.
9Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò
che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti.
10Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere
dai morti.
Sabato 7 Agosto 2010
Lettura del Vangelo secondo Luca 13, 23-30
In quel tempo. 23Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si
salvano?». Disse loro: 24«Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché
molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno. 25Quando il
padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a
bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici!”. Ma egli vi risponderà: “Non so
di dove siete”. 26Allora comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in
tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”.27Ma egli vi dichiarerà:
“Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di
ingiustizia!”. 28Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo,
Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori.
29Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e
siederanno a mensa nel regno di Dio. 30Ed ecco, vi sono ultimi che saranno
primi, e vi sono primi che saranno ultimi».

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Madeleine Delbrêl (1904-1964 )..cenni di vita

Nasce in Francia nel 1904. La famiglia, gli amici e gli insegnanti dell’infanzia e
della giovinezza la portarono all’agnosticismo "A quindici anni ero
strettamente atea e trovavo ogni giorno il mondo più assurdo". A 17 anni il
suo manifesto di vita è "Dio è morto ... viva la morte".
Toccata dalla testimonianza di un gruppo di cristiani, a 20 anni Madeleine si
converte "Scelsi ciò che mi sembrava il miglior modo di tradurre il mio
cambiamento di prospettiva: decisi di pregare. Dopo, leggendo e riflettendo,
ho trovato Dio, ma pregando, ho creduto che Dio mi trovasse e che è realtà
vivente, e che lo si può amare come si ama una persona". Convertita, pensa di
entrare in Carmelo, ma in seguito alla malattia del padre decide di restare
vicino alla famiglia.
A 23 anni è certa di fare la volontà di Dio restando a lavorare per lui nel
mondo. È dunque alla piena vita laica che ella si orienterà. Incontra padre
Jaques Lorenzo che sarà il suo confessore per 30 anni e la avvicina ad una
nuova lettura del Vangelo per cui lei dirà: "Il Vangelo è diventato non solo il
libro del «Signore Vivente» ma anche il libro del Signore da vivere".
Il mondo come Carmelo
In quella stagione (siamo nel 1925, anno delle canonizzazione di Teresa di
Lisieux), la ricerca di fede la porta a pensare al Carmelo. Vi rinuncia anche
per poter assistere i suoi genitori malati. Ma se il Carmelo non è possibile,
allora ne segue inevitabilmente che il mondo dovrà diventare il suo Carmelo,
il suo monastero. Prega molto, si applica a vivere il Vangelo. Ed è lasciandosi
plasmare, trasformare dal Vangelo che Madeleine trova quella che potrà
essere la sua strada.
Con una ventina di ragazze del gruppo scout (il cappellano è l’abbè Lorenzo)
nel quale si è buttata a capofitto (1926), passa poi a formare un gruppo detto
«Carità», nel ricordo dell'impresa di san Vincenzo de' Paoli che aveva dato
questo nome alle comunità di donne che si prendevano cura dei malati e
degli emarginati. Ha un solo progetto chiaro:
«Essere volontariamente di Dio, quanto una creatura umana può volere
appartenere a colui che ama. Essere volontariamente proprietà di Dio, nella
stessa maniera totale, esclusiva, definitiva, pubblica con cui lo diviene una
religiosa che si consacra a Dio».
In altre parole: ciò che di più profondo c'è nel sacramento del matrimonio e
ciò che di più totale c'è nella vocazione religiosa, ella vuole viverlo nel mondo.
A tale scopo, la scelta della verginità è indiscutibile (e ciò rende necessario

14
anche un orientamento contemplativo), ma ella vivrà tutto ciò senza
allontanarsi dal mondo. E’ ancora il Vangelo che indica la strada.
Il Vangelo divenuto “non solamente il libro del Signore Vivente ma anche il
libro del Signore da vivere!”.
Il suo progetto è di «far calare i consigli evangelici nella vita laica, votarsi cioè
alle beatitudini in un dono totale di sé, non per vivere tagliata fuori dal
mondo ma nel mondo».Come vivere lo spirito delle Beatitudini nel cuore di
un mondo ignorante di Cristo, senza essere obbligati da certe disposizioni
istituzionali a separarsene? L’esigenza missionaria di Madeleine richiedeva
più elasticità e più disponibilità. Occorreva immaginare forme future di una
nuova vita comunitaria e religiosa.
Madeleine sceglie un lavoro che la possa tenere a stretto contatto con i
poveri, assoggettandosi agli studi necessari per divenire assistente sociale.
Nel 1930 ciò significa essere destinate ai bassifondi delle città dove si
ammassano poveri e operai, il vero proletariato, soggetto a sfruttamento, che
pone nel marxismo le proprie speranze di riscatto. Quei poveri che “non sono
soltanto fratelli da amare come fratelli ma come i nostri padroni perché il
povero è il nostro Signore”.
Nel 1933, pur restando laica, decide di consacrarsi al Signore e il 15
ottobre – festa di santa Teresa d’Avila - in place d’Italy parte per Ivry. Con lei
ci sono due compagne: Hèlene e Suzanne. Davanti al tram in partenza per
Ivry vi sono alcuni amici che portano fiori ed auguri. Le tre donne portano con
loro una statua della Vergine Maria. A Ivry – città segnata profondamente
dalla rivoluzione industriale - Madeleine si confronta anzitutta con i poveri in
carne ed ossa. Dopo qualche diffidenza iniziale (all’inizio le tre donne
dell’equipe vestono con una divisa simile agli scout ma capiscono di essere
“pinguini” e scelgono abiti comuni per confondersi tra la gente; poco dopo si
trasferiscono all’11 di Rue Raspail lasciando la casa offerta loro dalla
parrocchia perché si rendono conto di essere fagocitate, in cambio
dell’alloggio gratuito, dentro gli impegni parrocchiali) l’amministrazione
comunista le offre un lavoro come assistente sociale: lei accetta e, giorno
dopo giorno, ha la possibilità di scoprire quella miseria e quell’ingiustizia
tanto combattute dai suoi «amici-avversari».
Scopre che i cristiani sono rassegnati all’ingiustizia e che molti dei proprietari
delle 310 fabbriche di Ivry sono cattolici che versano somme ingenti per la
costruzione delle due nuove chiese ma ignorano deliberatamente la miseria
dei 43 mila operai delle loro fabbriche.
Alla luce del Vangelo, meditato ogni giorno, matura una chiara distinzione fra

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l’ideologia marxista, da rifiutare nettamente, e le persone concrete, che
meritano attenzione e amore qualunque sia la loro militanza politica.
Lotta a fianco dei comunisti in favore dei poveri e della giustizia, senza però
confondere l’emancipazione del proletariato con l’ideale evangelico.
Per lunghi anni si impegna nel servizio sociale; la sua casa è aperta a tutti.
Scopre la dura realtà in cui vivono molte famiglie di operai, ma anche la
generosità di numerosi militanti comunisti, con i quali collabora. La questione
dei rapporti tra cattolici e comunisti non è teorizzata o discussa da
Madeleine, ma risolta di schianto in base a un semplicissimo principio:
«Dio non ha mai detto: Amerai il prossimo tuo come te stesso, eccetto i
comunisti», perciò c'è solo da accogliere l'evidenza: i comunisti sono di fatto
«il suo prossimo» più immediato. Perciò non li evita, come raccomandano i
benpensanti, ed è pronta a riconoscere quel che c'è di buono - come
aspirazione alla giustizia e dedizione reciproca - in quei rudi militanti della
prima ora. E perfino pronta a un dialogo con loro quando si tratta di assistere
i disoccupati. Si ferma soltanto quando si scontra col problema della violenza.
Noi gente della strada
Ancora una volta è il Vangelo a indicare loro che luogo della missione è la
strada. Nel 1938 Madeleine scrive un testo programmatico che resterà
celebre.È intitolato: «Noi, gente della strada» e proclama che ci sono cristiani
per i quali «la strada» - cioè: il pezzo di mondo in cui Dio, di volta in volta, li
manda - «è il luogo della santità», come lo è il monastero per le persone
consacrate. E' la vocazione specifica della «gente qualunque», in un «luogo
qualunque», che svolge «un lavoro qualunque», assieme ad altri «uomini
qualunque» e che, tuttavia, «si tuffa in Dio» con lo stesso movimento con cui
«si immerge nel mondo».
Ma dove trovare il silenzio che le claustrali custodiscono nei loro monasteri?
Madeleine spiega che nel mondo non è certo difficile trovare «ammassi
umani dove l'odio, la cupidigia, l'alcool segnano il peccato», ma proprio qui
diventa possibile esperimentare «un silenzio di deserto nel quale il nostro
cuore si raccoglie con facilità estrema». E dove trovare la solitudine?
Risponde: «La nostra solitudine non è essere soli... La nostra solitudine è
incontrare Dio dovunque». Insomma, a Madeleine Gesù non dice soltanto:
«Seguimi!», ma: «Seguimi in strada!», e le chiede di camminare con Lui, a
fianco di tutti i poveri della terra, soprattutto di quelli che non sanno più
dove portino i sentieri dell'esistenza. Se, dunque, il monastero è per lei
semplicemente il mondo - senza distinzione tra spazi sacri e profani -,

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nemmeno la preghiera deve più distinguersi dall'azione, non perché si
dimentichino i tempi dell'orazione, ma perché anche l'azione diventi
preghiera. A chi le obietta, secondo una mentalità assai diffusa, che non è
possibile essere tutti di Dio quando si è chiamati a vivere da laici, in mezzo al
mondo, Madeleine ribatte: «Non è concepibile che un Dio onnipotente,
mentre vuole essere amato, dia ai suoi figli una vita nella quale non possano
amarLo». Ritrovando i più begli insegnamenti di santa Teresa di Lisieux, ma
compresi da laica, scrive: «Ogni piccola azione è un avvenimento immenso in
cui ci è dato il paradiso e in cui possiamo dare il paradiso. Parlare o tacere,
rammendare o fare una conferenza, curare un malato o battere a macchina.
Tutto questo non è che la scorza di una realtà splendida: l'incontro dell'anima
con Dio, incontro ogni minuto rinnovato, ogni minuto che diventa, nella
grazia, sempre più bello per il proprio Dio. Suonano? Presto, andiamo ad
aprire: è Dio che viene ad amarci. Una informazione?... Eccola: è Dio che viene
ad amarci. È l'ora di mettersi a tavola? Andiamoci: è Dio che viene ad amarci.
Lasciamolo fare».
Tra eremo e metropoli: testimoni di Dio nella città plurale.
E’ l’abbozzo – trent’anni prima del Vaticano II – di una spiritualità del
quotidiano! Rifiutando la fondazione di una nuova comunità religiosa con
proprie regole o con una consacrazione particolare, in realtà – molto prima
del Concilio! – Madeleine fonda un nuovo statuto della condizione laicale o,
meglio ancora, una sorta di monachesimo dell’età metropolitana. Eremo e
metropoli per stare, da credenti, nella città plurale. Alla tradizionale
descrizione del missionario vestito di bianco che sbarca su rive lontane e
contempla la lunga distesa delle «terre non ancora battezzate», ella
sostituisce un'altra immagine:
“Il missionario, in abito o giacca o in impermeabile, dall'alto di una scalinata
del metrò, vede di gradino in gradino, nell'ora di punta, una distesa di teste,
distesa che freme aspettando l'apertura dei cancelli: una distesa di baschi,
berretti, cappelli, copricapo di tutti i colori. Centinaia di teste, centinaia di
anime. E noi lì in alto. E, più in alto, dappertutto, Dio...». E quando diceva che
si poteva pregare ed essere missionari anche accalcati nel metrò, intendeva
questo:
«Si semina Dio all'interno del mondo, sicuri che germoglierà da qualche
parte, perché: “Dove non c'è amore, mettete amore e raccoglierete amore».
Tutto questo avviene mentre la chiesa francese – guidata dal cardinal
Suhard, arcivescovo di Parigi - con grande acutezza intuisce che la Francia sta

17
diventando «terra di missione». Egli dichiara: «Un muro divide la Chiesa dalle
masse. Bisogna abbatterlo a ogni costo per riportare a Cristo le folle che lo
hanno smarrito».
Madeleine è convinta che sia possibile vivere e annunciare il Vangelo anche
in questa nuova situazione, ma solo a tre condizioni:
1.assimilare personalmente la fede e lo spirito evangelico, senza
annacquamenti;
2. accettare una certa solitudine, quel «deserto» che sono le strade piene di
gente in attesa di salvezza;
3. scommettere sul valore di una evangelizzazione «nascosta», che esige dai
cristiani di immergersi nella vita quotidiana per imprimervi la forza e la novità
del Vangelo. Da Charles de Foucauld impara che si deve comunicare l’amore
di Dio anzitutto con il linguaggio della fraternità.
Semplicemente…laiche
Intanto il suo gruppo, la sua piccola comunità, continua la ricerca di una
identità: tutti cominciano a chiedersi quale sia il «posto» che essa occupa
nella Chiesa. C'è chi vorrebbe che Madeleine aggregasse la sua comunità a
qualche ordine religioso già esistente o a qualche organizzazione ecclesiale.
Come si può lasciare una comunità di vergini, protese all'amore di Cristo e al
servizio ecclesiale, senza nessuna regola e nessuna salvaguardia giuridica?
Tentata per un attimo dall’idea di creare un nuovo Ordine religioso, vi
rinuncia con questa motivazione: «Noi siamo veramente laiche, non abbiamo
altri voti se non le promesse del nostro battesimo. Siamo un gruppo di donne
laiche, anche se ciascuna di noi si è donata interamente a Cristo per tentare di
vivere e di stare in mezzo a coloro che non lo conoscono».
Per fortuna, a Roma, un monsignore francese che ha una qualche influenza
protegge la comunità con la sua amicizia e la sua guida. Si chiama mons.
Veuillot. In seguito diventerà Cardinale Segretario di Stato di Paolo VI.
Nel 1956 costui pone a Madeleine la domanda decisiva: che cosa pensa «lei
stessa, per lei stessa?».
Di getto scrive un testo in cui le frasi si susseguono tutte ritmate da un
appassionato: «Avrei voluto...». «Avrei voluto unicamente, appartenere
interamente ed esclusivamente a Gesù, Nostro Signore e nostro Dio; avrei
voluto provare a vivere il suo Vangelo, essere completamente disponibile alla
sua volontà, nel più intimo della Chiesa e per la salvezza dell'uomo... Avrei
voluto che ciò bastasse a spiegare tutto». Senza saperlo, però, Madeleine non

18
sta soltanto offrendo alla Chiesa un fedele in più che prende sul serio la
vocazione alla santità: sta descrivendo un «nuovo
tipo di cristiano» tutto appartenente a Gesù e tutto innestato nel mondo.
Il mio augurio è che siate veramente libere
Madeleine muore il 13 ottobre 1964, mentre si sta celebrando il Concilio
Vaticano II indetto da Giovanni XXIII, un papa che lei ha apprezzato molto per
la sua coraggiosa semplicità. Nel suo messale, le compagne trovarono alcune
parole risalenti a dieci anni prima, e da lei scritte per commemorare il
trentesimo anniversario della propria “conversione”. Per segnare il proprio
radicale abbandono a Dio, maturato in quegli anni, aveva scritto: “Io voglio
ciò che tu vuoi/senza chiedermi se lo posso/senza chiedermi se lo
desidero/senza chiedermi se lo voglio”).
Il programma che lasciava alle sue figlie e a innumerevoli amici - per giungere
a tanta assolutezza - poteva essere espresso con una frase soltanto: “Leggere
il vangelo – tenuto dalle mani della Chiesa – come si mangia il pane”.
Nei suoi documenti fu rinvenuto il suo testamento, sottoforma di semplice
consiglio, destinato alle sue amiche: “vi lascio un parere: non sia il mio ricordo
a farvelo seguire.. poiché il mio augurio è che voi siate veramente libere”

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PRIMA GIORNATA DI RIFLESSIONE

“Dio è morto... viva la morte”


Madeleine ha 17 anni. È atea. Se un giorno Dio, per lei, sarà Tutto, è perché
essa oggi va al fondo del nulla. Non si amerà Dio che scarsamente se non lo si
è ignorato che mediocremente.
Madeleine, sotto l’influenza di un contesto razionalista, aveva creduto
all’”Intelligenza” con la I maiuscola: «se persone eccezionali mi avevano dato,
da sette a dodici anni, l’insegnamento della fede, altre persone non meno
eccezionali mi diedero in seguito una formazione contraria. A quindici anni
ero strettamente ateae trovavo ogni giorno il mondo più assurdo»;
ma ecco che «il mondo e la storia del nostro mondo si rivelano come la farsa
più sinistra che si possa immaginare»: la scienza suprema dell’uomo è di
sapere che muore. E, colmo dell’assurdo, c’è una parola del Cristo che spinge
fino allo stremo l’angoscia nata dall’assurdo: “che cosa serve all’uomo
guadagnare tutto l’universo se perde la sua anima?”:
«in quel momento io avrei dato tutto l’universo per sapere cosa ci facevo
dentro»
Il brano che segue è tratto dal libro “noi delle strade”, che raccoglie alcuni
degli scritti di Madeleine. Quello che ci colpisce di questo in particolare è
l’estrema durezza delle parole.
Dio è morto… viva la morte

«Si è detto “ Dio è morto ”.


Poiché è vero, bisogna avere l’onestà di non vivere più come se vivesse.
Si è regolata la questione con lui: resta da regolarla con noi.
Ora siamo fissati. Se non conosciamo la misura esatta della nostra vita,
sappiamo che sarà piccola, che sarà una vita piccolissima. Per alcuni
l’infelicità ne occuperà tutto il posto. Per altri la felicità ne occuperà più o
meno. Non sarà mai una grande infelicità o una grande felicità, perché sarà
tutta contenuta nella nostra piccolissima vita.
L’infelicità grande, indiscutibile, ragionevole, è la morte. È davanti ad essa
che bisogna diventare realisti, positivi, pratici. Dico “ diventare ”.

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Io sono stupita dalla generale mancanza di buon senso. E' vero che non ho
che diciassette anni e che mi resta ancora molta gente da incontrare.
I rivoluzionari m’interessano, hanno però capito male il problema: essi
possono ordinare il mondo al meglio… ma occorrerà sgomberare!
Gli scienziati sono un po’ bambini: credono sempre di uccidere la morte:
invece uccidono soltanto i modi di morire, la rabbia, il vaiolo. La morte, lei,
sta benissimo.
Ho molta simpatia per i pacifisti, ma sono deboli in calcolo. Se nel 1914
fossero riusciti a mettere la museruola alla guerra, tutti coloro che la guerra
non avrebbe ucciso, nel 1998 sarebbero stati definitivamente sistemati nei
loro cimiteri personali.
La gente perbene mi sbalordisce per la sua sicurezza: manca di modestia.
Sono sicuri di lavorare per la felicità degli altri. È almeno discutibile: più la vita
è buona, più è duro morire. La prova: la gente si ammazza da sé quando
viene ammazzata la loro ragione di vivere.
Gli innamorati sono radicalmente illogici e restii a ragionare: "Ti amerò per
sempre…". Non vogliono prendere coscienza del fatto che saranno infedeli
per forza; e che questa infedeltà si avvicina ogni giorno di più…, senza
contare la vecchiaia, questa morte a rate. Io non vorrei restare accanto
all’uomo che dovessi amare: egli vedrebbe i miei denti cadere, piegarsi la mia
schiena, il mio corpo mutarsi in un otre o in un fico secco... Se amerò, sarà
come in istantanea, come in un attimo di tregua, in fretta e furia.
Le madri, poverette, fanno fatica a non dire, a non fare follie: "Il mio
bambino, vorrei tanto che fosse felice…". Sarebbero capaci d’inventare la
felicità pur di poterla donare al loro piccolo. Ci sono quelle che non vogliono
fare della carne da cannone – ma andate a raccontare loro che faranno
sempre carne da morte… Io non voglio avere bambini. Mi basta seguire tutti i
giorni in anticipo i funerali dei miei genitori.
I più logici sono forse i muratori, i falegnami, i fotografi, gli artisti, i poeti.
Fanno delle cose che durano e fanno durare qualcosa della gente. I re sono
morti, le loro poltrone restano nei musei. Avere la propria fotografia in
qualche luogo, è un modo di esistere. I monumenti tengono bene.
La Gioconda non avrebbe più la sua testa da parecchio tempo se non gliene
avessero fatto il ritratto.
Quando in classe si recita una favola di La Fontaine, quel che lui pensava
continua un poco a vivere.

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Poi ci sono coloro che si divertono, che ammazzano il tempo aspettando che
il tempo ammazzi loro… Io sono una di questi. Le persone serie ci disprezzano
in nome delle loro occupazioni serie.
Ah! Ma intanto non è stata liquidata la successione di Dio. Ha lasciato
dappertutto delle ipoteche di eternità, di potenza, di anima… E chi ne è stato
l’erede? La morte… Egli durava: non c’è più che lei a durare; egli poteva tutto,
a capo di tutto e di tutti viene lei. Egli era spirito - non so troppo che cos'è -
ma lei è dappertutto, invisibile, efficace; dà un colpetto e toc! L’amore cessa
di amare, il pensiero di pensare, un bimbo di ridere… e non c’è più nulla.
Una volta qualcuno ha detto: “ noi danziamo su un vulcano ”. Va bene, io
danzo. Ma voglio sapere che è sopra un vulcano. Vicino ai vulcani ci sono ville
e capanne, giovani e vecchi, genii e imbecilli, malati e campioni; bene-amati e
mal-amati; quando il vulcano erutta non c’è più che fuoco: come diciamo,
non si vede più che del fuoco.
Siamo tutti vicinissimi alla sola vera sventura: abbiamo o non abbiamo il
fegato di dircelo? Dirlo? E con che? Anche le parole Dio ha schiantato… Si può
dire a un morente senza mancare di tatto: “ Buongiorno ” o “ Buonasera ”?
Allora gli si dice “Arrivederci ” o “ Addio ”…finché non avremo imparato come
dire “ A nessun luogo ”…“ Al niente assoluto ”… »
Dal libro del Qoèlet

- Capitolo 1
1Parole di Qoèlet, figlio di Davide, re di Gerusalemme.
2Vanità delle vanità, dice Qoèlet, vanità delle vanità, tutto è vanità.
3Quale utilità ricava l'uomo da tutto l'affanno per cui fatica sotto il sole?
4Una generazione va, una generazione viene ma la terra resta sempre la
stessa.
- Capitolo 4 (La società)
1Ho poi considerato tutte le oppressioni che si commettono sotto il sole. Ecco
il pianto degli oppressi che non hanno chi li consoli; da parte dei loro
oppressori sta la violenza, mentre per essi non c'è chi li consoli. 2Allora ho
proclamato più felici i morti, ormai trapassati, dei viventi che sono ancora in
vita; 3ma ancor più felice degli uni e degli altri chi ancora non è e non ha visto
le azioni malvage che si commettono sotto il sole.
- Capitolo 9 (La sorte)
1Infattiho riflettuto su tutto questo e ho compreso che i giusti e i saggi e le
loro azioni sono nelle mani di Dio.

22
L'uomo non conosce né l'amore né l'odio; davanti a lui tutto è vanità.
2Vi è una sorte unica per tutti,
per il giusto e l'empio, per il puro e l'impuro,
per chi offre sacrifici e per chi non li offre,
per il buono e per il malvagio, per chi giura e per chi teme di giurare.
3Questo è il male in tutto ciò che avviene sotto il sole: una medesima sorte
tocca a tutti e anche il cuore degli uomini è pieno di male e la stoltezza
alberga nel loro cuore mentre sono in vita, poi se ne vanno fra i morti. 4Certo,
finché si resta uniti alla società dei viventi c'è speranza: meglio un cane vivo
che un leone morto.5I vivi sanno che moriranno, ma i morti non sanno nulla;
non c'è più salario per loro, perché il loro ricordo svanisce. 6Il loro amore, il
loro odio e la loro invidia, tutto è ormai finito, non avranno più alcuna parte
in tutto ciò che accade sotto il sole.
- Capitolo12
8Vanità delle vanità, dice Qoèlet,e tutto è vanità..
13Conclusione del discorso, dopo che si è ascoltato ogni cosa:
Temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché questo per l'uomo è tutto.
14Infatti, Dio citerà in giudizio ogni azione, tutto ciò che è occulto, bene o
male
Dal libro di Giobbe

- Capitolo 10
1Stanco io sono della mia vita! Darò libero sfogo al mio lamento,
parlerò nell'amarezza del mio cuore.
2Dirò a Dio: Non condannarmi! fammi sapere perché mi sei avversario.
3È forse bene per te opprimermi, disprezzare l'opera delle tue mani
e favorire i progetti dei malvagi? 4Hai tu forse occhi di carne o anche tu vedi
come l'uomo? 5Sono forse i tuoi giorni come i giorni di un uomo, i tuoi anni
come i giorni di un mortale, 6perché tu debba scrutare la mia colpa e frugare
il mio peccato, 7pur sapendo ch'io non sono colpevole e che nessuno mi può
liberare dalla tua mano? 8Le tue mani mi hanno plasmato e mi hanno fatto
integro in ogni parte; vorresti ora distruggermi?
9Ricordati che come argilla mi hai plasmato e in polvere mi farai tornare.
10Non m'hai colato forse come latte e fatto accagliare come cacio?
11Di pelle e di carne mi hai rivestito, d'ossa e di nervi mi hai intessuto.
12Vita e benevolenza tu mi hai concesso e la tua premura ha custodito il mio
spirito. 13Eppure, questo nascondevi nel cuore, so che questo avevi nel
pensiero! 14Tu mi sorvegli, se pecco, e non mi lasci impunito per la mia colpa.

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15Se sono colpevole, guai a me!
Se giusto, non oso sollevare la testa, sazio d'ignominia, come sono, ed ebbro
di miseria. 16Se la sollevo, tu come un leopardo mi dai la caccia e torni a
compiere prodigi contro di me, 17su di me rinnovi i tuoi attacchi, contro di me
aumenti la tua ira e truppe sempre fresche mi assalgono.
18Perché tu mi hai tratto dal seno materno? Fossi morto e nessun occhio
m'avesse mai visto! 19Sarei come se non fossi mai esistito; dal ventre sarei
stato portato alla tomba! 20E non son poca cosa i giorni della mia vita?
Lasciami, sì ch'io possa respirare un poco 21prima che me ne vada, senza
ritornare, verso la terra delle tenebre e dell'ombra di morte,
22terra di caligine e di disordine, dove la luce è come le tenebre.

- Capitolo 42
1Allora Giobbe rispose al Signore e disse:
2«Io riconosco che tu puoi tuttoe che nulla può impedirti di eseguire un tuo
disegno.3Chi è colui che senza intelligenza offusca il tuo disegno?
Sì, ne ho parlato; ma non lo capivo; sono cose per me troppo meravigliose e
io non le conosco.
4Ti prego, ascoltami, e io parlerò; ti farò delle domande e tu insegnami!
5Il mio orecchio aveva sentito parlare di tema ora l'occhio mio ti ha visto.
6Perciò mi ravvedo, mi pento sulla polvere e sulla cenere»

Per approfondire..

Il secolo XX, appena trascorso, si aprì con uno slogan molto triste: «Dio è
morto», aveva lasciato detto Nietzsche, credendo di annunciare la nascita di
un uomo finalmente “superiore”.
Ma, già nei primi vent’anni, due terribili sventure ( la prima guerra mondiale
che provocò nove milioni di morti e un’epidemia che ne uccise altri ventidue
milioni) mostravano che era l’uomo che continuava a morire, e spesso in
maniera assurda. Così dunque si presenta Madeleine: il componimento è
frutto di una lucida disperazione.
Si intuisce una sconfinata voglia di vivere e una inesauribile voglia d’amare,
ma in un cuore che ha imparato di non dover attendere nulla, di non aver
nemmeno il diritto di dire “addio”, dato che la parola contiene già quel Nome
di un morto (Dio!) che ha trascinato tutto via con sé.
Che ne sarà di una ragazza così? Madeleine ha una vitalità prorompente e
non pensa certo a lasciarsi andare.
Con le amiche, in un bel giorno di primavera, sceglie “la sua vocazione”:
”restare sempre giovani, qualunque cosa accada, per quanti anni passino!..”

24
A diciott’anni si innamora: lui, Jean, è alto, sportivo, serio, pieno d’interessi,
intellettualmente e politicamente impegnato ed evidentemente dotato di
una profonda vita spirituale. fanno coppia fissa e tutti dicono che sembrano
nati uno per l’altra..
Improvvisamente il ragazzo scompare: sconvolta, Madeleine viene a sapere
che Jean è entrato nel noviziato dei domenicani, ed è una separazione
assoluta. Non capisce. Il suo anticlericalismo si riaccende violento, e per di più
anche in famiglia la sofferenza dilaga. il papà di Madeleine – ferroviere e
poeta mancato – diventa cieco e va gridando la sua angoscia perfino nelle
strade, per le quali si trascina disperato come un barbone.
«in quel momento – scrive – io avrei dato tutto l’universo per sapere cosa ci
facevo dentro»
Il problema della fede si pone, ma non perché sia in cerca di conforto. scrive.
«Cento mondi, ancora più disperati di quello in cui vivevo, non mi avrebbero
fatto vacillare, se mi avessero proposto la fede come consolazione.»

Dio vive, viva la vita! –la conversione!


Nel 1924, a vent’anni, il cambiamento. E’ il ricordo della bella umanità di Jean
e di altri amici conosciuti in quel periodo felice: «Non erano nè più vecchi, né
più stupidi, né più idealisti di me, che vivevano la mia stessa vita, discutevano
quanto me, danzavano quanto me. Anzi, avevano al loro attivo alcune
superiorità: lavoravano più di me, avevano una formazione scientifica e
tecnica che io non avevo, convinzioni politiche che io non avevo... Parlavano
di tutto, ma anche di Dio che pareva essere a loro indispensabile come l'aria.
Erano a loro agio con tutti, ma – con una impertinenza che arrivava fino a
scusarsene – mescolavano in tutte le discussioni, nei progetti e nei ricordi,
parole, idee, messe a punto di Gesù Cristo. Cristo avrebbero potuto invitarlo a
sedersi, non sarebbe sembrato più vivo...».
E’ una conversione violenta. Fatta nel nome del Vangelo. In questo modo e
anche grazie all’incontro con un grande prete, l’abbé Jacques Lorenzo, si
avvicina alla fede.
Passa un anno e mezzo a leggere l’Antico e il Nuovo Testamento.
Si riavvicina al mistero del Dio-Crocifisso, un Dio che non se ne sta lassù a
guardare dal cielo le sofferenze umane, ma che si fa "compagno" del dolore
degli uomini condividendolo nella carne.
Madeleine racconta così la propria conversione: "Triste, angosciata,
inquieta... decisi di pregare... non potevo più lasciare Dio nell'assurdo". E la
preghiera conduce la giovane Madeleine dal Nulla del mondo al Tutto di Dio.

25
"A vent'anni fui letteralmente "abbagliata da Dio" - confesserà anni più tardi -
ciò che avevo trovato in Lui non l'avevo trovato in nient'altro". “E’ l’abate
Lorenzo che, per me, ha fatto esplodere il Vangelo… Esso è diventato non
soltanto il libro del Signore vivente, ma il libro del Signore da vivere”. Un
Signore che scopre stare dalla parte della vita. Il suo slogan non è più: “Dio è
morto viva la morte!” bensì “Dio vive, viva la vita!”. La sua ossessione per la
morte cedette il passo ad una passione per la vita. E insieme la scoperta che
Dio non negava tutto questo. Danza, poesia, musica, letteratura, teatro,
filosofia… “Ormai considero la vita come i preludi delle splendide sonate che si
aspettano in seguito. Nel preludio è già contenuta tutta la loro potente
ricchezza”.
Ora che vede la vita in questo modo “ogni minuto acquista un’importanza
singolare” 1.

1
cfr. ANTONIO SICARI, Il secondo grande libro dei ritratti di santi Ed. Jaca Book, 2006,
pp.766-785
26
Le mie riflessioni

27
SECONDA GIORNATA DI RIFLESSIONE

“Noi delle strade”


Il vangelo e la testimonianza
NOI DELLE STRADE (1938)

Ci sono luoghi in cui soffia lo Spirito,ma c'è uno Spirito che soffia in tutti i
luoghi. C'è gente che Dio prende e mette da parte.
Ma ce n'è altra che egli lascia nella moltitudine, che non «ritira dal mondo».
E' gente che fa un lavoro ordinario, che ha una famiglia ordinaria o che vive
un'ordinaria vita da celibe. Gente che ha malattie ordinarie, lutti ordinari.
Gente che ha una casa ordinaria, vestiti ordinari. E' la gente della vita
ordinaria. Gente che s'incontra in una qualsiasi strada.
Costoro amano il loro uscio che si apre sulla via, come i loro fratelli invisibili al
mondo amano la porta che si è rinchiusa definitivamente dietro di loro.
Noialtri, gente della strada, crediamo con tutte le nostre forze che questa
strada, che questo mondo dove Dio ci ha messi è per noi il luogo della nostra
santità. Noi crediamo che niente di necessario ci manca, perché se questo
necessario ci mancasse Dio ce lo avrebbe già dato.
Il silenzio
Il silenzio non ci manca, perché lo abbiamo. Il giorno in cui ci mancasse,
significherebbe che non abbiamo saputo prendercelo.
Tutti i rumori che ci circondano fanno molto meno strepito di noi stessi.
Il vero rumore è l'eco che le cose hanno in noi. Non è il parlare che rompe
inevitabilmente il silenzio. Il silenzio è la sede della Parola di Dio, e se, quando
parliamo, ci limitiamo a ripetere quella parola, non cessiamo di tacere.
I monasteri appaiono come i luoghi della lode e come i luoghi del silenzio
necessario alla lode.
Nella strada, stretti dalla folla, noi disponiamo le nostre anime come
altrettante cavità di silenzio dove la Parola di Dio può riposarsi e risuonare.
In certi ammassi umani dove l'odio, la cupidigia, l'alcool segnano il peccato,
conosciamo un silenzio da deserto e il nostro cuore si raccoglie con una
facilità estrema perché Dio vi faccia risuonare il suo nome: «Vox clamans in
deserto».

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Solitudine
A noi gente della strada sembra che la solitudine non sia l'assenza del mondo
ma la presenza di Dio.
E' l'incontrarlo dovunque che fa la nostra solitudine.
Essere veramente soli è, per noi, partecipare alla solitudine di Dio.
Egli è così grande che non lascia posto a nessun altro, se non in lui. Il mondo
intero è come un faccia a faccia con lui dal quale non possiamo evadere.
Incontro della sua causalità viva dove le strade si intersecano accese di
movimento. Incontro con la sua orma sulla terra. Incontro della sua
Provvidenza nelle leggi scientifiche. Incontro del Cristo in tutti questi «piccoli
che sono suoi»: quelli che soffrono nel corpo, quelli che sono presi dal tedio,
quelli che si preoccupano, quelli che mancano di qualcosa.
Incontro con il Cristo respinto, nel peccato dai mille volti.
Come avremmo cuore di deriderli o di odiarli, questi infiniti peccatori ai quali
passiamo accanto?
Solitudine di Dio nella carità fraterna: il Cristo che serve il Cristo; il Cristo in
colui che serve, il Cristo in colui che è servito.
L'apostolato come potrebbe essere per noi una dissipazione o uno strepito?

CREDERE È sapere ( E “saper fare”)


Sapere
Gli ambienti contemporanei sono, con atteggiamento assai generalizzato,
sotto il dominio del “reale” Coloro che vi figurano da eroi, e che spesso lo
sono, hanno la passione di conoscere la vita o la passione di viverla.
Quelli che non sono eroi hanno, molto spesso, la passione delle cose, le cose
che danno agevolezza, sapore, distrazione alla vita quotidiana. Chi non è
realista non è contemporaneo.
Quel che crediamo non interessa, molto spesso. la gente fra cui viviamo.
Non è su quel che crediamo che gli ambienti contemporanei ci interrogano a
tutta prima. L'insistenza delle loro domande, anche se sono mute, verte su:
“Per voi che cosa è credere?”
E ci accorgiamo abbastanza presto che noi stessi non Io sappiamo molto
bene. Ed arriviamo a porre a noi stessi la domanda che gii altri ci pongono: la
fede, a che serve? Ora, se non schiviamo la questione, se ci mettiamo di
fronte ad essa, ci rendiamo conto che la fede era insensibilmente diventata
per noi una maniera di pensare, una maniera di ','edere la vita, una maniera
di considerare il nostro comportamento interiore, ma che non cl servivamo

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più della fede per agire, per fare. La fede, in noi, non aveva più “pieno
impiego”, perché, assai più imparentata con I'ambiente contemporaneo di
quanto non potessimo pensare, non sentivamo bisogno di lei. Non vedevamo
più molto bene a che cosa potesse servirci per fare quel che dovevamo fare.
E la prima tappa della nostra riconversione alla fede è scoprire che è essa
stessa, interissimamente, un realismo.
Se cercassimo un'analogia che possa far comprendere che cosa è la fede, non
troveremmo quest'analogia in sistemi filosofici, in regole di morale, in
aspirazioni artistiche.
La troveremmo nella scienza, in una delle scienze della vita, per esempio
nella biologia. Una scienza della vita insegna le leggi della vita, fa conoscere
una realtà sulla quale si può agire mediante le leggi che vi si scoprono.
Fin dalle prime conversazioni che si possono avere con compagni comunisti,
ci accorgiamo che per essi siamo “idealisti”. E andando più a fondo nella
questione ci accorgiamo ancora che bisogna prendere la parola ”idealista”
nel suo significato filosofico.
Credere, per i comunisti, significa appartenere ad un sistema filosofico
idealista. E, nuovo servizio che ci viene reso, siamo indotti a costatare qual
parte di “idealismo” serbiamo nella nostra vita cristiana.
Ci accorgiamo di un vero disordine nella nostra vita di fede. Quel che la fede
ci insegna lo sappiamo male ed incompletamente e, quel che ne sappiamo
non lo applichiamo che parzialmente o lo applichiamo a ciò per cui la fede
non è fatta. Da molti brancolamenti, da molte ricerche si districano allora per
noi verità pratiche semplicissime. Riterremo allora seriamente la fede come
la scienza di un reale che ci oltrepassa e ci concerne. Un reale su cui ci ha
informato Dio stesso. Questo reale si chiama la vita eterna.
Le leggi che Dio ha enunciato per noi sono dunque le leggi di una vita. La
realtà di questa vita e le leggi che la reggono non dipende da noi far che siano
altre. Non ci si chiede di supporre come sarebbero se fossero altrimenti.
Ci si chiede di prenderle per quello che sono: di viverle come sono.
Non si fa appello né alla nostra iniziativa, né alla nostra immaginazione per
modificarle; per contro, tutto quello che dipende dalla nostra vita naturale
d'uomini chiede e la nostra iniziativa e la nostra curiosità e la nostra
immaginazione i nostri interventi.
Ora, sul piano in cui ci è chiesto soltanto di conformarci alla realtà che noi
conosciamo e di obbedire alle sue leggi vitali, noi siamo straordinariamente
agitati. Mentre là dove, per obbedire ad altre leggi vitali, bisogna essere attivi
e intraprendenti, siamo straordinariamente passivi e timidi.

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La fede, a che cosa serve? a che fare?
Ci tormentiamo in modo impressionante circa la nostra efficacia: ora, è stata
malintesa I'efficacia di cui si tratta, ed io mi vergogno che ci si senta così
paralizzati da un complesso di inferiorità per ragioni che sono false.
Di fronte ai problemi della nostra efficacia, abbiamo altro da fare, in realtà,
che complessarci. Questi problemi stessi debbono condurci a ricercare che
cosa sia I'efficacia propria della fede; perché la fede non è soltanto una
scienza: è una scienza pratica, una scienza applicata.
La fede ci fa sapere, ma la fede è anche un saper fare.
Saper fare
Di questo saper fare si può avere un'idea tornando un po' indietro. Questi
lavori pratici non risiedono altrove se non in quello che facciamo noi stessi,in
quello che dobbiamo fare con gli altri e per gli altri. Nella misura in cui
dimentichiamo la condizione temporale della fede, dimentichiamo tutta una
parte del vero lavoro della fede e dunque della sua efficacia: vivere come
Gesù Cristo ha detto di vivere e fare quel che Gesù Cristo ha detto di fare; che
è il vivere e il fare nel nostro tempo.
È una vita per la quale non abbiamo cliché in cui tradurla.
È un lavoro per il quale non esiste modellino prefigurato.
La volontà del Padre è sempre la stessa, ma si rinnova continuamente. La sua
opera è sempre la stessa, ed è sempre a nuovo che noi dobbiamo lavorare a
quel che di essa dobbiamo compiere.
La fede ha il carico di farci compiere nel tempo l'eterno.
Ha il carico di farci agire sugli episodi delle nostre storie, della nostra storia,
per costruire, con ciascuno di questi episodi passeggeri, in evento eterno. Un
evento eterno, non solo per noi, ma per tutta I'umanità.
La fede è l'impegno temporale della carità di Dio, è I'impegno della vita
eterna nel tempo. È mancanza di fede non lasciarsi ammaestrare dalla fede
sul senso del temporale, come non lasciarsi ammaestrare da lei sul senso
dell'eterno.Quando impariamo dalla fede ciò che è la vita eterna, come
viverla, che cosa fare per essa, siamo allievi di Dio. Non c'è fortuna più
grande per una intelligenza umana. Di questa fortuna non ci rendiamo
conto, né ci rendiamo maggior conto delle responsabilità che ne derivano.
Credere è conoscere Dio dall'interno, per una partecipazione al suo spirito,
per una partecipazione alla sua opera,è entrare nell'intimità di Dio, per
raggiungere una scienza alla quale non avremmo accesso da soli: la scienza
della vita eterna.

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Si parla molto di onestà e dignità scientifica; davanti alla realtà di Dio è
un'umiltà infinitamente più grande, è un'onestà molto più grande che
dovremmo avere:
- Avere per certo quello che è certo, e la fede non ci indica tante certezze.
- Avere per necessario quel che è necessario,e la fede non ci indica molte
necessità.
- Ma non ingombrare il piano del necessario e il piano del certo con dei
“forse”e con obblighi.
Quel che è necessario obbliga a degli obblighi. Ma si tratta della conseguenza
di una necessità. Gli obblighi non esistono in se stessi. Sono interamente
relativi; il che non vuol dire che siano per noi relativi.
Ora, una necessità che ci è rivelata dalla fede è che coloro i quali hanno
ricevuto la fede annuncino la fede a coloro che la fede non hanno ancora
ricevuto. E che dicano quello in cui credono a coloro che non lo conoscono.
E poiché il prossimo degli ambienti contemporanei ha sempre in sé dei non
credenti, noi, in questi ambienti, siamo tenuti per necessità soprannaturale
ad evangelizzare.
Oggi c'è sempre della gente, vicino a noi, che dice con Prévert: “E noi non
sappiamo che cosa è la vita e noi non sappiamo che cosa è il giorno e noi non
sappiamo che cosa è I'amore”.
La fede è la scienza della nostra ignoranza fondamentale.
Non ho bisogno di dirvi che per sapere occorre lavorare e che per lavorare
occorre talvolta soffrire. Il saper fare della fede non si acquista senza
sofferenza: e i tipi di lavoro pratico per i quali bisogna passare comportano
in maniera quasi permanente un elemento comune: le tentazioni. Ora, noi ci
sorprendiamo di essere tentati, visto che ci lamentiamo di essere tentati. E,
scusiamo, per il fatto di essere tentati, il fatto di fare a modo nostro.
Essere tentati, nondimeno, è avere una chance: è avere I'occasione di sapere:
noi pensiamo generalmente che la carità fraterna è abbastanza facile da
comprendere e che noi la conosciamo. *…+
Se noi ci teniamo aggrappati a quel che la carità fraterna ha di assoluto,
di senza eccezione e senza limite, arriviamo a comprendere come ciò che ci
sembra sorprendente è il fondo stesso della condizione di un amore normale
del prossimo.
Finché saremo sulla terra, quando ameremo il nostro prossimo ameremo
esseri umani che sono peccatori. Finché un cristiano sarà sulla terra, sarà un
peccatore che ama un altro peccatore, perché non ci sono uomini che non
siano peccatori. E finché un cristiano sarà sulla terra, non potrà amare suo

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fratello di un amore che non sia amore di redenzione.
E potrei moltiplicare gli esempi di avventure, brevi e lunghe, drammatiche o
un po' comiche, nelle quali, attraverso le tentazioni, si arriva a scoprire che
cosa è la vera volontà di Dio su di noi.
Credere e parlare,
Negli ambienti più contemporanei credere è sapere,ma credere è anche
parlare. Non so dove si sia andati a pescare I'opinione così corrente oggi che
parlare sia facoltativo quando si è cristiani.
Vi dicevo poco fa che in un ambiente di non credenti c'è necessità cristiana di
evangelizzare. Io vado più lontano: dico che se non si può scegliere fra
evangelizzare o non evangelizzare, fra parlare o tacere, non si può neanche
scegliere di che si parlerà.
Un esempio fra mille: una sera, riunione di una quindicina di persone,
maggioranza di uomini, e conoscevo tutti bene. Uno uri dice: “Ascolta, non
vorrai farmi credere che tu credi, tu, che Gesù Cristo dopo essere morto ha
ricominciato a vivere? Ci credi?” .
Ebbene, vi assicuro che fra il dire “è risuscitato dai morti il terzo giorno” nel
Credo o rispondere “sì, ci credo” non c'è differenza di fondo in quel che si
dice, ma c'è un bel po'di differenza nell'effetto che vi produce.
Se ci fosse lasciata la scelta, la resurrezione di Cristo non sarebbe certo il
tema che sceglieremmo per un inizio di evangelizzazione. Ma, in un ambiente
non credente, soprattutto quando sia comunista, bisogna rispondere a
domande e queste domande non sempre ci lasciano margini di iniziativa.
Bisogna anche che noi sappiamo bene che evangelizzare non è convertire.
Che annunciare la fede non è dare la fede. Noi siamo responsabili di parlare
o di tacere, non siamo responsabili dell'efficacia delle nostre parole.
La fede, è Dio che la dà. E qui ci sono ancora delle cose da mettere in ordine.
Accade spesso che, per noi, “l’albero nasconde la foresta”. L 'incredulità o
I'inquietudine religiosa di alcuni che conosciamo più intimamente rischia di
renderci un po' loro prigionieri. Tuttavia, anche se abbiamo di fronte ad essi
una responsabilità particolare, questa non deve impedirci di vedere un po' al
di là, non deve restringere il campo del nostro sguardo.
Evangelizzare è parlare,è parlare per annunciare una “Buona Novella”. È
parlare a qualcuno per annunciargli una buona novella.
Perciò, bisogna essere anzitutto quello che si chiamerebbe in linguaggio
contemporaneo un informatore. Presso gente che è nostro prossimo, di cui
siamo il prossimo, dobbiamo essere gli informatori di una “notizia”.

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Informare significa reperire mezzi pratici per annunciare a questa gente una
notizia che non conoscono ancora. Ma se gliela si annuncia deve riguardarli,
e, perché I'ascoltino, bisogna che essi sentano che li riguarda, bisogna che la
notizia si collochi nell'insieme delle informazioni che ritengono di loro
interesse. Bisogna avere delle qualità di informatore.
L'informatore del Vangelo deve essere qualcuno che in campi diversi da
quello del Vangelo è conosciuto come veridico, esatto, ed è conosciuto per
uno che non prende fumi per fatti.
Si tratta della notizia di una cosa che sta accadendo, di un evento che è in
corso. Non è una lezione di storia antica, è una informazione sul nostro
tempo,è una notizia fresca.
In tema di contatti con I'ambiente operaio, o più esattamente con gli
ambienti operai, si è molto parlato dell'importanza del vocabolario. Quale
che sia I'ambiente in questione,tale importanza è, credo, la stessa. Il
vocabolario più familiare ad un ambiente è generalmente estraneo ad un
altro. Bisogna avere I 'abitudine di tradurlo con spontaneità.
Si è forse parlato meno del pericolo che rappresenta una determinata lingua
morta in uso per tutto quello che concerne il piano religioso.
E soprattutto si è parlato molto meno d'una sorta di pronuncia feltrata,
intorpidita,di parole per se stesse comprensibili ovunque, e che, per il fatto di
questo intorpidimento e di questa feltratura. non possono evocare che
morte o noia. Un vocabolario fuori della vita non può significare per la gente
che cose fuori della vita. E questa pronuncia noiosa non può significare che
cose esse stesse noiose.
Se volete prendere una lezione di buona pronuncia, vi invito ad ascoltare
Edith Piaf, per esempio, quando canta I' Inno all'amore. Parole come
“eternità”, “immensità”,”Dio”,”cielo”, prendono attraverso la sua voce un
senso percettibile, un senso evidente.
E non credete che questi problemi di vocabolario siano utili soltanto per gli
altri. Sono altrettanto utili per noi, perché non si può parlare della vita con
parole morte. O queste parole morte sono il segno che noi non trattiamo là
verità soprannaturali come viventi, o a forza di parlare della vita eterna con
parole morte finiamo noi per prenderne coscienza come di una cosa morta.
Bisogna ora che termini, perché questo fervorino, come tutte le altre cose del
tempo, è una cosa che deve finire.
Che prendere, per finire, fra le riflessioni che lascio in magazzino?
Ebbene,prenderò qualche annotazione sul Linguaggio del Vangelo.
Annunciare il Vangelo con il linguaggio della gente con la quale si parla non è

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sufficiente. Bisogna annunciare il Vangelo nel linguaggio del Vangelo, nel
linguaggio di Gesù Cristo.
Il linguaggio del Vangelo è interamente accompagnato dalle parole della
bontà, della bontà di Gesù Cristo. Su questa bontà ci sarebbe molto da dire,
molto da dirci. Si è minimizzato e vilipeso il nome della bontà - vedi:
un “buon” affare, una ragazza”buona” - e si è preso a dispregiare la bontà
stessa. Ora, la bontà di Gesù Cristo vissuta. o che si tenta di vivere in tutte le
dimensioni, senza eccezioni, senza limiti, è un miracolo in se stessa perché è
come il segno sensibile della carità di Dio.
Non dimentichiamo che anche se la novella che annunciamo echeggia alle
orecchie dei nostri fratelli come una notizia, come una attualità, non è questo
che ne farà una buona notizia. Questa notizia apparirà buona se è annunciata
da qualcuno che compie i gesti della bontà di Gesù Cristo, gesti visibili e gesti
invisibili. Questa novella apparirà buona se la seconda caratteristica del
linguaggio di Gesù Cristo è da noi realizzata, se, come Gesù Cristo, noi siamo
un uomo che parla a un altro uomo. un uomo libero che parla a un altro
uomo libero, un cuore libero che chiama un altro cuore libero di uomo.
Tutto il Vangelo è pieno di questi richiami personali ad una libertà che può
dire sì o che può dire no.
Perché. per liberare I'umanità da quelle che si chiamano le sue alienazioni,
accade che si alieni la libertà stessa come esiste, come vive, come è in
concreto, nel cuore di ciascun uomo di questa umanità.
La lotta per la libertà noi è una lotta contemporanea: sono contemporanei
determinati suoi episodi. Il fatto contemporaneo concernente la libertà è che
la libertà si pone delle domande, è messa alla tortura, è messa in questione.
Il nostro tempo assegna alla libertà di ciascuno di noi il destino che questo
medesimo tempo assegna a Dio.
Potrei cominciare qui un'altra conferenza… Ma non temete. Vi dirò soltanto
quel che in questa prospettiva concerne voi maggiormente. Ancora ieri la
giovinezza aveva con il tempo due specie di convenzioni. Era probabile vivere
il nerbo degli anni, era possibile accedere ad una vecchiezza.
Oggi queste convenzioni sono rotte: la giovinezza è stata falcidiata nelle sue
libertà di partenza. L'avvenire non ha il suo abituale coefficiente di
probabilità.Oggi, in questo tempo che può finire questa sera, la fede è come
sempre segno di contraddizione, ma la sua contraddizione, come sempre, è
contemporanea. Essa prorompe nella nostra attualità più immediata, perché
testimonia a un tempo di Dio e di noi designando per unico interlocutore di
Dio, in noi stessi e nel mondo, il nostro libero cuore.

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Le mie riflessioni

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TERZA GIORNATA DI RIFLESSIONE

Preghiera e Obbedienza
La preghiera, la vita comune e la carità.
La fede non deve essere vissuta per essere donata - è dono di Dio, non
nostro! - ma per farla esplodere dentro di noi.
Il filo conduttore della sua vita spirituale è la preghiera: ne parla in termini
profondi e appassionati, ma insieme suggerisce modi molto semplici per
praticarla in mezzo alle occupazioni quotidiane. Si può pregare sul metrò,
durante l’attesa dell’autobus e mentre si sbrigano le faccende di casa. In uno
scritto del 1956 Madeleine dichiara: «Senza la preghiera, non ameremmo il
Dio d’amore. Saremmo forse i suoi servitori, i suoi combattenti, perfino i suoi
discepoli; ma non saremmo né dei bambini che amano il Padre, né gli amici o
gli innamorati di Gesù Cristo. Qualunque sia la forma della preghiera, è
attraverso di essa che incontriamo il Dio vivo, il Cristo vivo.”
Come avevano auspicato all’inizio, sarebbero state le normali circostanze
della vita a indicare loro nel modo migliore la linea di condotta. Due
riferimenti: Charles de Foucauld e Teresa di Lisieux. Laiche, semplici
cristiane, legate a Gesù Cristo dal vincolo del battesimo, esse non pensano a
far voti ma vogliono mettere al centro della loro vita i precetti del Vangelo.
“Va vendi…” Né individualmente né collettivamente saranno proprietarie.
Condizione da salariate – tutto in comune – preferenza per incarichi modesti.
Non si tratterà in alcun modo di far carriera.
La vita comune è fondata sulla carità fraterna: la vita di preghiera, che si
vuole intensa, sarà vissuta il più spesso in solitudine. Unico elemento
istituzionale è un ricorso comunitario al Vangelo. Ogni settimana si dedicherà
una serata ad accoglierne insieme gli insegnamenti e a confrontare con esso
la vita. Perché, ancora una volta, è il Vangelo a indicare la via. Al processo per
la sua beatificazione un’amica ha reso questa bella testimonianza: «Una volta
conosciuta Madeleine non la si può più separare dal libricino che era la sua
vita. Tutto il suo essere è stato plasmato dal Vangelo, e ad esso faceva
continuamente riferimento in modo naturale, spontaneo, nella maniera più
concreta». Grazie alla guida di padre Lorenzo che le trasmette il gusto di una
lettura orante, comprende che leggere il Vangelo significa incontrare la
persona viva di Gesù Cristo: «Quando padre Lorenzo parlava del Cristo, il più

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delle volte diceva: il Signore Gesù. Il Vangelo era il Signore Gesù che si faceva
conoscere; il Vangelo era il Signore Gesù che potevamo amare con tutta la
passione terrena e insieme con tutta la carità del cielo». E aggiunge: «Il
Vangelo va letto come si mangia il pane. Non si può incontrare Gesù per
conoscerlo, amarlo, imitarlo, senza un ricorso continuo, concreto e ostinato al
Vangelo».
IL BALLO DELL’OBBEDIENZA (1949)
Noi abbiamo suonato il flauto
e voi non avete danzato
E’ il 14 luglio
Tutti si apprestano a danzare.
Dappertutto, dopo mesi, dopo anni, il mondo danza
Ondate di guerra, ondate di ballo.
C’è proprio molto rumore.
La gente seria è a letto.
I religiosi recitano il mattutino di sant’Enrico, re.
E io, penso
All’altro re.
Al re Davide che danzava davanti all’Arca.
Perché se ci sono molti santi che non amano danzare
Ce ne sono molti altri che hanno avuto bisogno di danzare,
Tanto erano felici di vivere:
Santa Teresa con le sue nacchere,
San Giovanni della Croce con un Bambino Gesù tra le braccia,
E san Francesco, davanti al papa.
Se noi fossimo contenti di te, Signore,
Non potremmo resistere
A questo bisogno di danzare che irrompe nel mondo,
E indovineremmo facilmente
Quale danza ti piace farci danzare
Sposando i passi che la tua Provvidenza ha segnato.
Perché io penso che tu forse ne abbia abbastanza
Della gente che, sempre, parla di servirti
con l’aria da capitano,
Di conoscerti con aria da professore,
Di raggiungerti con regole sportive,
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Di amarti come ci si ama in un matrimonio invecchiato.
Un giorno in cui avevi un po’ voglia d’altro
Hai inventato san Francesco,
E ne hai fatto il tuo giullare.
Spetta a noi ora di lasciarci inventare
Per essere gente allegra che danza la propria vita con te.
Per essere un buon danzatore, con te come con tutti,
Non occorre sapere dove la danza conduce.
Basta seguire,
Essere gioioso,
Essere leggero,
E soprattutto non essere rigido.
Non occorre chiederti spiegazioni
Sui passi che ti piace fare.
Bisogna essere come un prolungamento,
Vivo ed agile, di te.
E ricevere da te la trasmissione del ritmo che l’orchestra
scandisce.
Non bisogna volere avanzare a tutti i costi,
Ma accettare di girarsi, di andare di fianco.
Bisogna sapersi fermare e sapere scivolare invece di
camminare.
Ma non sarebbero che passi senza senso
Se la musica non ne facesse un’armonia.
Ma noi dimentichiamo la musica del tuo Spirito,
E facciamo della nostra vita un esercizio di ginnastica;
Dimentichiamo che fra le tue braccia la vita è danza,
Che la tua Santa Volontà
E’ di una inconcepibile fantasia,
E che non c’è monotonia e noia
Se non per le anime vecchie,
Che fanno tappezzeria
Nel ballo gioioso del tuo amore.
Signore, Vieni a invitarci.
Siamo pronti a danzarti questa corsa da fare,

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Questi conti, il pranzo da preparare, questa veglia in
cui avremo sonno.
Siamo pronti a danzarti la danza del lavoro,
Quella del caldo, e quella del freddo, più tardi.
Se certe arie sono spesso in minore, non ti diremo
Che sono tristi;
Se altre ci fanno un poco ansimare, non ti diremo
Che sono logoranti.
E se qualcuno ci urta, la prenderemo in ridere;
Sapendo bene che questo capita sempre quando si danza.
Signore, insegnaci il posto
Che tiene, nel romanzo eterno
Avviato fra te e noi,
Il ballo singolare della nostra obbedienza.
Rivelaci la grande orchestra dei tuoi disegni;
In essa quel che tu permetti
Dà suoni strani
Nella serenità di quel che tu vuoi.
Insegnaci a indossare ogni giorno
la nostra condizione umana
Come un vestito da ballo che ci farà amare da te,
tutti i suoi dettagli
Come indispensabili gioielli.
Facci vivere la nostra vita,
Non come un gioco di scacchi dove tutto è calcolato,
Non come una match dove tutto è difficile,
Non come un teorema rompicapo,
Ma come una festa senza fine
in cui l’incontro con te si rinnova,
Come un ballo,
Come una danza,
Fra le braccia della tua grazia,
Nella musica universale dell’amore.
Signore, vieni a invitarci.

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L’obbedienza

Noialtri, gente della strada, sappiamo benissimo che sino a quando la nostra
volontà sarà viva non potremo amare davvero il Cristo.
Noi sappiamo che solo l'obbedienza potrà fondarci in questa morte.
E invidieremmo i nostri fratelli religiosi se non riuscissimo anche noi a morire,
ogni istante, un po' di più. Le piccole circostanze della vita sono dei «
superiori » fedeli. Non ci lasciano un attimo, ed i «sì» che dobbiamo dir loro si
succedono gli uni agli altri.
Quando ci si abbandona ad esse senza resistenza, ci si ritrova
meravigliosamente liberati da se stessi. Si galleggia nella Provvidenza come
un turacciolo di sughero nell'acqua. E non facciamo gli orgogliosi: Dio non
affida nulla al caso; le pulsazioni della nostra vita sono sconfinate, perché egli
le ha volute tutte. Ci afferrano dall'attimo del risveglio. Il trillo del telefono. La
chiave che gira male nella toppa. L'autobus che non arriva, che è zeppo, o che
se ne va senza aspettarci. Il nostro vicino di sedile che occupa tutto il posto, il
vetro che vibra fino a stordirci. E', ancora, l'ingranaggio della giornata: una
pratica che ne chiama un'altra, un certo lavoro che non abbiamo scelto.
E' il tempo con le sue variazioni raffinate perché assolutamente pure da ogni
volontà umana. E' l'avere freddo o avere caldo, l'emicrania o il mal di denti.
La gente che si incontra. e conversazioni che i nostri interlocutori scelgono. Il
signore maleducato che ci urta sul marciapiede. Le persone che hanno voglia
di perdere tempo e che ci acchiappano.
L'obbedienza, per noi, gente della strada, è piegarci alle manie della nostra
epoca quando sono senza malizia.
È avere i vestiti di tutti, le abitudini di tutti, il linguaggio di tutti. È, quando si
vive in parecchi, dimenticare di avere un gusto e lasciar le cose al posto che
gli altri han dato loro. L'esistenza diventa così una specie di grande film al
rallentatore. Non ci dà la vertigine. Non ci fa ansimare. Corrode a poco a
poco, fibra per fibra, la trama dell'uomo vecchio, una trama non più
raccomandabile e che bisogna rinnovare totalmente. Quando ci saremo
abituati a consegnare la nostra volontà all'arbitrio di tante piccole cose, non
troveremo più difficile, all'occasione, fare la volontà del nostro caposervizio,
di nostro marito, dei nostri genitori.
Allora possiamo sperare che ci sia facile anche la morte. Non sarà una cosa
grande, ma una successione di piccole sofferenze ordinarie accettate una
dopo l'altra.

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Anzitutto ubbidire alla Vita

L'ubbidienza è la contemplazione della volontà di Dio, volontà che si offre alla


nostra. Si tratta di un'ubbidienza inventiva, nella quale ogni atto è la scoperta
di ciò che esso è già in precedenza in un disegno di Dio.
Perché tale ubbidienza sia feconda, è necessario decifrare la propria vita, la
propria giornata. Lo sa Dio quanti libri spirituali ci sono e quanti libri sacri ci
istruiscono. Ma, se noi non sappiamo decifrare la nostra vita, i libri non
possono nulla.
Bisogna lasciarsi afferrare dalla circostanza che si presenta: niente passato,
niente futuro, immersi totalmente in tale circostanza. Ciò non significa che ci
si debba mettere in tensione o rompere la testa: no, ma avere gli occhi aperti
sui desideri di Dio, è una carità di desiderio.
Il primo libro di preghiera che ci permette di pregare la nostra vita, è la nostra
stessa vita. Il grande ininterrotto respiro di ubbidienza che riempie tutto il
Vangelo non dilaterà l'intera nostra vita con unità, con pace, con intenso
anelito, se non decifriamo la nostra stessa vita, se nella nostra vita non
decifriamo la volontà di Dio in tutte le sue «dimensioni», se non cogliamo
«l'altezza, la profondità» dell'amore di Dio.
Niente nella nostra vita sfugge alla vita di Dio: tutto in essa è permesso o
voluto da lui. Tutto ricevere dalla sua mano, tutto accogliere dalla sua mano,
tutto quanto egli ci vuol dare desiderarlo: questo non è solo cercare Dio, è
molto di più: è trovarlo nella più grande intimità, è sottrarci al falso problema
che ci tormenta: pensare a Dio e agire per lui, pregare e fare; è dare una
risposta autentica all'amore preveniente del Signore, è vivere in spirito e
verità, è vivere un amore sereno e forte, sempre crescente.
L'accoglienza attiva della volontà di Dio: ecco il centro della nostra fedeltà.
Dopo, potremo... trafficare più o meno bene quello che ci capita, ma questa
accoglienza ci preserverà da qualsiasi vero male.
Ciò potrà riuscire molto fallimentare, noi però saremo rimasti fedeli. Ed è la
gioia costante il segno della fedeltà di questa accoglienza.
La nostra obbedienza nasce dalle volontà di Dio precisate dallo stato di vita di
ognuno, dai suoi doveri relativi a tale stato, da quella parte di responsabilità
che deriva ad ognuno nelle particolari circostanze della sua vita.
I nostri doveri di stato derivano - come il loro nome indica - dal nostro stato
di vita, quell' elemento stabile al quale abbiamo aderito.
Si può essere religioso o laico, sposato o celibe, eccetera. Lo stato di vita
deriva da una scelta e noi consideriamo nostro dovere di stato una
disponibilità alla volontà di Dio, indicata dall'esempio e dagli insegnamenti di

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Gesù nel Vangelo, mai in conflitto con le direttive generali della Chiesa né con
quella che è la ragione stessa del Vangelo: la carità verso Dio e la sua
conseguenza che le è simile: l'amore verso i fratelli. Certi avvenimenti, a
volte, sono demoralizzanti o shoccanti per il nostro povero organismo
sensibile, spirituale e soprannaturale.
Fortunatamente, proprio in tali momenti Dio dilata ed attiva in noi i famosi
occhi di civetta, rendendoci così capaci di raccapezzarci nelle cose che sono
sue. Mi soffermo molto a pensare ad un aspetto della vita di fede. Non è
affatto originale, ma lo si deve assimilare lentamente; infatti, quasi tutte le
grandi guide ne hanno fatto una base del loro insegnamento, pur dandogli
nomi diversi.
Lo scrittore convertito Léon Bloy lo esprime bene quando mette sulla bocca
de La Femme Pauvre: «Tutto ciò che capita è adorabile».
Sempre più mi vado convincendo che qui sta la fedeltà fondamentale:
nell' accoglienza adorante di ciò che capita... anche se dopo si rabbercia più o
meno ciò che si voleva fare con ciò che è accaduto.
La sola cosa necessaria per servire il regno di Dio è di usare tutta la nostra
«volontà» e tutta la nostra «capacità», che sappiamo essere limitate e
difettose, in un lavoro anch’esso alquanto scombinato. E’ la sola cosa che
dobbiamo mettere a disposizione in un mondo malato ed incosciente, ma che
la Provvidenza sa cos’è: «Quando hai sopportato bene la tua pena e
compiuto bene il tuo lavoro, fidati di Dio».
Vale a dire… vedi sempre come buone, permesse da Dio, le cose che sono
esattamente il contrario di ciò che tu avresti voluto. E’ una verità che mi
sembra sempre più evidente e sempre più difficile da mettere in pratica:
dobbiamo fare tutto ciò che osiamo e con il massimo impegno, consapevoli
però di essere in tutto semplici operai, che non incominciano nulla, non
portano a termine nulla, e da soli non realizzano proprio nulla.
Quando diciamo che dobbiamo fare la volontà di Dio, punto per punto, non
dobbiamo dedurne che quando si sbaglia un punto tutto il lavoro si disfi.
No, per quanti sbagli facciamo, è un tessuto che non si smaglia, resistente a
tutto, e sempre la stessa volontà di Dio ci attende nell'istante che segue la
nostra ribellione, piccola o grande che sia.
Per amare bisogna accettare che la nostra ragione venga totalmente
superata dal mistero.
Un’obbedienza senza mistero è una disciplina umana: non è il mistero
dell’obbedienza. La nostra ragione? Ci serve per scoprire che cosa vi è di
necessario nel mistero dell’obbedienza…

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Poi ci serve per essere obbedienti come uomini, non come degli oggetti
inanimati. Ci serve soprattutto per gioire di poter essere introdotti nel
mistero in cui noi diventiamo un «altro»; in cui noi siamo plasmati come
piace a Dio per diventare quella creatura che egli ha desiderato unire a sé.
Se noi cerchiamo l'obbedienza è perché, senza di essa, non abbiamo le mani
per afferrare l'amore, senza di essa la nostra volontà rimane «sovrapposta »
alla volontà di Dio ma non può perdersi in essa.
Siamo convinti che l'obbedienza è la perla per la quale si vende tutto il resto,
la perla che si può allora acquistare. Noi vogliamo appartenere a Dio perché
vogliamo amarlo. Appartenere a Dio comporta di scegliere a priori la sua
volontà, comporta di accettarla come se la si scegliesse.
Questa volontà, bisogna conoscerla. E questo non si fa senza lotta, senza
fatica, perché il peccato originale ci ha reso ammalati di ignoranza.
Una volta conosciuta questa volontà bisogna non soltanto accettarla, ma
volerla, volerla come se fosse nostra. Soltanto una vita di fede ci permette di
compiere la volontà di Dio, essa soltanto può farcela conoscere o
riconoscere, essa soltanto vince l'attrattiva per ciò che Dio non vuole. La
grande obbedienza è l'amore di Dio il più possibile svincolato da tutto ciò che
amore di Dio non è e che vorrebbe farsi passare per tale.
Detto tutto questo, rimane ancora una cosa da dire. L’obbedienza sarebbe
ben lontana dal condurci a Dio se, per obbedire, dovessimo sempre
conoscere la volontà di Dio.
L'obbedienza può spesso legarci intimamente a Dio, proprio quando
crediamo di ignorare la sua volontà. Dobbiamo sapere che «fare la volontà di
Dio» può significare accettare da parte nostra di non sapere in che cosa
consista la volontà di Dio e, non sapendola, attendere - quando è possibile;
quando non è possibile, agire con la nostra oscurità, come ciechi che sanno di
essere tali, ma che si mettono egualmente in cammino. una mistica «di
strada»

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Le mie riflessioni

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Preghiamo con Madeleine

Signore, Signore,
questa scorza che mi copre non sia almeno uno sbarramento per te.
Passa, Signore.
I miei occhi, le mie mani, la mia bocca, sono tuoi.
Questa donna così triste di fronte a me:
ecco le mie labbra perché tu le sorrida.
Questo bambino quasi grigio, tant’è pallido:
ecco i miei occhi perché tu lo guardi.
Quest’uomo così stanco:
ecco tutto il mio corpo perché tu gli dia il mio posto,
e la mia voce, perché tu gli dica dolcissimamente “siediti”.
Questo ragazzo così fatuo, così sciocco, così duro:
prendi il mio cuore per amarlo con esso,
più fortemente di quanto non gli sia mai accaduto
(da: “Missionari senza battello”, in “Noi delle strade”)

Corriamo contagiosi di gioia


Poiché le tue parole, mio Dio,
non son fatte per rimanere inerti
Un vestito da ballo!
nei nostri libri,ma per possederci
e per correre il mondo in noi, Rivelaci la grande orchestra dei
permetti che, tuoi disegni:
da quel fuoco di gioia da te acceso, in essa, quel che tu permetti
un tempo, su una montagna, dà suoni strani
e da quella lezione di felicità, nella serenità di quel che tu vuoi.
qualche scintilla ci raggiunga e ci Insegnaci a indossare ogni giorno
morda, ci investa e ci pervada. la nostra condizione umana
Fa’ che, abitati da esse, come un vestito da ballo, che ci
come “fiammelle nelle stoppie”, farà amare di te
corriamo per le vie della città, tutti i particolari. Come
e fiancheggiamo le onde della folla, indispensabili gioielli
contagiosi di beatitudine,
contagiosi della gioia...

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Due abissi
Se la nostra forza maggiore è la passione di Dio, abbandoneremo senza
neanche accorgercene le strade missionarie pericolose. La via che ci rèsterà
aperta sarà vertiginosa, ma sarà senza pericoli. Più esattamente, il pericolo
non reggerà il confronto con la nostra forza.
Questa passione di Dio ci rivelerà che la nostra vita cristiana è un cammino
fra due abissi. L'uno è I'abisso misurabile delle reiezioni di Dio da parte del
mondo". L'altro è I'abisso insondabile dei misteri di Dio.
Apprenderemo di marciare sulla linea mediana in cui i lembi estremi dei due
abissi si toccano. Così comprenderemo come siamo mediatori, perché siamo
mediatori. Comprenderemo di quale “alleanza” siamo depositari, di quale
alleanza siamo a un tempo beneficiari e procuratori.
Cesseremo d' essere perpetuamente distratti: distratti dal mondo per
guardare a Dio, distratti da Dio per guardare al mondo.
È personalmente, sotto il nome con cui ha chiamato ciascuno di noi, che
saremo fedeli a Dio, che saremo liberamente sottomessi alla sua storia,
Ma è ponendoci dalla parte del mondo, dalla parte di ciascun uomo, di tutti
gii uomini, che saremo fedeli personalmente a Dio, che saremo sottomessi
personalmente alla sua gloria: e non a causa del mondo, non a causa degli
uomini, ma a causa di Dio che ha amato il mondo,ì che ha amato i! mondo di
un amore primo e gratuito.
La salvezza e la felicità
Noi dobbiamo ascoltare la parola di Dio nella “attualità”, con le risonanze che
vi prende. Per esempio. questo passaggio di Isaia: " Io. Signore, ti ho
chiamato nella giustizia, e ti tenevo per la mano, e ti tenevo forte: ho fatto di
te un'alleanza peî il popolo, una luce per le nazioni, per aprire gli occhi ai
ciechi, fare uscire i prigionieri dal carcere, e dalla prigione coloro che siedono
nelle tenebre”(Is 42, 6-7).
Ascoltarla nella nostra “attualità” nella nostra attualità storica, nella nostra
vita quotidiana, nella nostra attualità d'esistenza, ne11a nostra relazione
permanente con Dio, nelle nostre relazioni mobili con gli uomini. Dio ci ha
fatti alleanza. Siamo un fatto di alleanza divina. Di questa alleanza ciascuna
messa ci ricorda I'ampiezza totale.
Ma, perché questo fatto sia vero, perché questa alleanza sia da noi vissuta,
universalmente in spirito e grazia, bisogna che sia praticata concretamente là
dove siamo, quotidianamente, fra uomini che conosciamo.

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Compagni di viaggio

1. Baiguini Francesca 26. Maraggia Andrea


2. Baldin Davide 27. Mazzucchelli Mario
3. Bardelli Silvia 28. Molani Silvia
4. Bergomi Giorgio 29. Narcisi Silvia
5. Bernasconi Mario 30. Pavan Camilla
6. Bianchi Rossana 31. Piantadina Giovanni
7. Bielli Giorgia 32. Piantanida Matteo
8. Brambilla Benedetta 33. Quirino Elena
9. Buffoni Cristina 34. Saulle Mattia
10. Carù Pierangelo 35. Senaldi Luca
11. Corteni Erika 36. Senaldi Enrico
12. Costa Michele 37. Silipigni don Stefano
13. Curioni Edoardo 38. Sironi Alessandro
14. D’ambrosio Serena 39. Tenconi Andrea
15. Di Marco Arianna 40.Tenconi Stefano
16. Fallico Rosa 41. Torresi Giulia
17. Fattore Alice 42. Trotti Edoardo
18. Ferrari Davide 43. Ubaldino Eleonora
19. Ferri Margherita 44. Vecchiato Giulia
20.Guzzo Francesco 45. Visonà Riccardo
21. Lico Patrizio 46. Zaccara Alice
22. Longinotti Davide 47. Zambon Chiara
23. Macchi Luisa 48. Zambon Marta
24. Macchi Francesco 49. Zanzottera Luisa
25. Mamprin Aurora

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