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31Allora Giacobbe chiamò quel

luogo Penuel "Perché - disse - ho


visto Dio faccia a faccia, eppure la
mia vita è rimasta salva".
Gen 32

Penuel
"Volto di
S. Koder, La Creazione
Dio"
Genesi 32, 25-31

Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino


allo spuntare dell'aurora.
Vedendo che non riusciva a vincerlo, lo colpì
all'articolazione del femore e l'articolazione del
femore di Giacobbe si slogò, mentre continuava a
lottare con lui. Quegli disse: "Lasciami andare,
perché è spuntata l'aurora".
Giacobbe rispose: "Non ti lascerò, se non mi avrai
benedetto!".
Gli domandò: "Come ti chiami?". Rispose:
"Giacobbe". Riprese: "Non ti chiamerai più
Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con
Dio e con gli uomini e hai vinto!". Giacobbe allora
gli chiese: "Dimmi il tuo nome". Gli rispose:
"Perché mi chiedi il nome?". E qui lo benedisse.
G. Moreau: Giacobbe e
Allora Giacobbe chiamò quel luogo Penuel l'angelo.
"Perché - disse - ho visto Dio faccia a faccia,
eppure la mia vita è rimasta salva".
Per introdurci..
Come la cerva
anela ai corsi
Secondo la Bibbia il desiderio di
d'acqua, così
incontrare Dio, di vedere Dio, l'anima mia
di stare alla sua presenza è molto anela a te, o Dio.
radicato nel cuore dell’uomo. L'anima mia ha
Questo desiderio è un filo rosso che sete di Dio, del
percorre tutta la Scrittura. Dio vivente:
Limitiamoci a due testi, l’uno tratto quando verrò e
dall’Antico Testamento, l’altro dal vedrò il volto di
Dio?
Nuovo.
(salmo 42)
Esodo 33.17-23

Disse il Signore a Mosè: "Anche quanto hai detto io farò, perché


hai trovato grazia ai miei occhi e ti ho conosciuto per nome".
Gli disse: "Mostrami la tua Gloria!". Rispose: "Farò passare
davanti a te tutto il mio splendore e proclamerò il mio nome:
Signore, davanti a te. Farò grazia a chi vorrò far grazia e avrò
misericordia di chi vorrò aver misericordia".
Soggiunse: "Ma tu non potrai vedere il mio volto, perché
nessun uomo può vedermi e restare vivo".
Aggiunse il Signore: "Ecco un luogo vicino a me.
Tu starai sopra la rupe: quando passerà la mia Gloria, io ti
porrò nella cavità della rupe e ti coprirò con la mano finché sarò
passato. Poi toglierò la mano e vedrai le mie spalle, ma il mio
volto non lo si può vedere".

Giovanni 14, 6-9

Gli disse Gesù: "Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se
non per mezzo di me. Se conoscete me, conoscerete anche il Padre: fin da
ora lo conoscete e lo avete veduto". Gli disse Filippo: "Signore, mostraci
il Padre e ci basta". Gli rispose Gesù: "Da tanto tempo sono con voi e tu
non mi hai conosciuto, Filippo? Come puoi dire: Mostraci il Padre?
Chi ha visto me ha visto il Padre.
“ Vogliamo vedere Gesù” (Gv 12,21)

Il cristiano condivide sempre,


fino in fondo, l’inquietudine di Cercatelo con gli occhi di carne
ogni altro uomo: la ricerca di un attraverso gli avvenimenti
volto, la contemplazione, della vita e nel volto degli altri;
l’assenza, la solitudine, ma cercatelo anche con gli
l’angoscia, la paura, la occhi dell’anima per mezzo
tentazione di non sperare più, il della preghiera e della
senso dell’abbandono, la meditazione della Parola di
domanda del “perché”. Dio, perché “la contemplazione
del volto di Cristo non può che
Questa profonda solidarietà ispirarsi a quanto di lui ci dice
umana è la ragione che rende la Scrittura”
possibile a ogni uomo, credente
e non credente, di ritrovare sé (Novo millennio ineunte, 17)
stesso nelle grandi pagine
bibliche e allo stesso modo
nell’arte di ogni tempo.
Le immagini di Gesù
La molteplicità delle immagini di Cristo manifesta la varietà dei
tentativi fatti per comprendere l'inesauribile ricchezza della sua
figura. Nello stesso tempo ogni immagine è leggibile come una strada
che l'uomo percorre per comprendere se stesso:
nei vari volti del Cristo l'uomo disegna il proprio volto.

Vedremo ora come nei secoli è raffigurato Gesù, dividendone le


immagini per tipologie.
Il Buon Pastore

Il pastore che porta sulle spalle un agnello non è una figura originale del
cristianesimo. La si trova anche presso i popoli mesopotamici, presso i
greci e presso le popolazioni che abitavano la Sardegna.
Nell'arte romana la figura del pastore che porta l'agnello è simbolo
dell'humanitas, della filantropia (amore per l'uomo);
Bisogna aggiungere però che per Israele (e quindi per i cristiani)
l'immagine del buon pastore ha un rilievo assolutamente originale.
Essa esprime il rapporto esistente tra Dio e il popolo: Dio è il pastore del
suo popolo. Così canta il salmista:

IL Signore è il mio pastore e nulla mi manca.


Su prati d'erba fresca mi fa riposare;
mi conduce ad acque tranquille, mi ridona vigore;
mi guida sul giusto sentiero: il Signore è fedele! [ .... ]
La tua bontà e il tuo amore mi seguiranno per tutta la mia vita;
starò nella casa del Signore per tutti i miei giorni.
Salmo 23,1-3.6
Il Messia è annunciato come il pastore che saprà riunire e portare
verso la salvezza tutto il popolo di Dio.
Gesù stesso usa questo linguaggio nel parlare di sé:
lo sono il buon pastore. Il buon pastore è pronto a dare la vita per le
sue pecore . Io conosco le mie pecore ed esse conoscono me
Giovanni 10, 11-14

Questa infatti è l'immagine più antica (inizio III secolo) e più ricorrente
nell'arte proto-cristiana. L'immagine è sempre di tipo simbolico: l'artista non
ha l'intenzione di fare un ritratto fisico di Cristo: il pastore può avere i tratti di
un giovane, senza barba, di bell'aspetto, e in tal caso è il segno della
giovinezza ad indicare la divinità del Cristo: oppure viene rappresentato
come un uomo maturo, con la barba,
solenne, e in questo caso
è la maturità che allude alla sua
saggezza e alla sua grandezza.
Il messaggio simbolico è comunque
lo stesso: Gesù ritrova il peccatore
pentito e lo porta verso la salvezza
Il Buon Pastore. Mosaico del VI
secolo, Mausoleo di Galla
Placidia in Ravenna.
Il Buon Pastore. Affresco dalla
Cripta di Lucina (IV secolo).
Roma, Catacombe di San Callisto.
Il Maestro

Uno dei nomi con cui I due discepoli lo udirono parlare e così si misero a
seguire Gesù. Gesù si voltò e vide che lo seguivano.
la gente chiamava
Allora disse: «Che cosa volete?».
Gesù era rabbi Essi gli dissero: «Dove abiti, rabbi?» (rabbi vuol dire
(o anche rabbino): maestro).
la parola maestro Gesù rispose: «Venite e vedrete».
(didaskalos nel greco Quei due andarono, videro dove Gesù abitava e
del Nuovo rimasero con lui il resto della giornata. Erano circa
Testamento) è la le quattro del pomeriggio.
traduzione del Giovanni 1, 37-39
termine aramaico.  
Indubbiamente si Gesù terminò di lavare i piedi ai discepoli, riprese la
trattava di un sua veste e si mise di nuovo a tavola. Poi disse:
Maestro «Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate
Maestro e Signore, e fate bene perché lo sono.
profondamente
Dunque, se io, Signore e Maestro, vi ho lavato i
diverso dai maestri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri.
del tempo. lo vi ho dato un esempio perché facciate come io ho
fatto a voi».
Giovanni 13, 12-15
A questo titolo si lega un'immagine di tipo allegorico entrata ben
presto nell'iconografia cristiana. Gesù viene rappresentato:
• Come un filosofo, un saggio.
• Negli esemplari più antichi come uomo barbuto, seduto su un
seggio, parte dei busto e una spalla scoperti; nella mano sinistra
un rotolo, la mano destra sollevata in gesto oratorio.
• Il messaggio è che Cristo è il sapiente che possiede la vera
saggezza.
• Come un personaggio nobile, completamente vestito (indossa
la toga o il mantello); il viso è solenne ed espressivo, imberbe e
bello come un Apollo, o barbuto e solenne come Giove; è
attorniato da discepoli o dagli apostoli. Il braccio levato verrà
conservato, ma gli si attribuirà il significato di gesto di
benedizione: lo si ritrova anche nelle immagini medioevali di
Cristo Giudice, posto al di sopra dei portali delle cattedrali (il
Beau Dieu di Chartres, di Amiens, di Reims).
• In Traditio legis. È una scena che rifà al cerimoniale imperiale:
Gesù porge in modo solenne il rotolo della Legge (simbolo della
legge divina o della dottrina della fede), a Pietro, nominandolo
così suo vicario.
Cristo con i discepoli. Affresco
dalla Cripta di Ampliato (IV
sec.) Roma, Catacombe
di Domitilla.
Cristo e i Dodici. Mosaico,
dalla Cappella di
Sant'Aquilino (IV sec).
Milano, Basilica di
San Lorenzo.
Gesù Maestro.
Pannello in avorio da
un reliquiario italico
(V sec.). Londra,
British Museum.
Gesù Re dei re

In questo caso l'artista ricorre ad una simbologia derivata dalla ritualità


tipica della corte di un re o di un imperatore: le vesti, il trono, le insegne
regali, gli assistenti al trono.

Questo schema è stato utilizzato per almeno un millennio, dai tempi di


Costantino fino alla fine del Medio Evo, per tutto il tempo cioè che la
figura regale ha avuto un potere effettivo.
Dio, quindi, è definito re dell'universo.

La fonte deve individuare le ragioni per cui Cristo veniva celebrato "Re
dei re, Signore dell'universo" e ancora una volta la Bibbia
(dove il concetto di regno di Dio è fondamentale) e la tradizione dei primi
secoli.
Rischiando forse di fare una semplificazione eccessiva, possiamo dire
che sono due i tipi di immagini ricorrenti:

- Gesù in trono, tra due angeli raffigurati come guardie imperiali (un
esempio molto bello lo si trova a Ravenna in S. Apollinare Nuovo);
- un grande busto di Gesù, con una mano levata in gesto
benedicente e nell'altra il libro. Questa immagine di solito occupa il
punto più importante della chiesa, la volta o l'abside, e Cristo è detto
Pantocratore (colui che regna sull'universo, l'onnipotente).

Quanto al volto di Cristo, il tipo più frequente è quello dell'uomo


maturo, con la barba; a volte tuttavia Cristo è rappresentato senza
barba, con il viso giovanile.
La solennità, l'impassibilità, la rigidezza delle figure a noi possono
apparire innaturali: per l'artista di allora questo è il modo di esprimere il
rispetto e lo stupore di fronte all'assoluta grandezza del personaggio
rappresentato.
Cristo in trono. Mosaico
(VI sec.). Ravenna, Basilica di
Sant'Apollinare Nuovo.
Cristo Pantocratore.
Mosaico del XII secolo.
Monreale, Duomo.
Nostalgia di un ritratto

A partire dal V secolo cresce in Oriente l'interesse


per un'immagine di Gesù che lo rappresenti il più
somigliante possibile.
Il ritratto era considerato tanto più potente e
miracoloso quanto più poteva essere detto vero,
non fatto da mano d'uomo (in greco
Cristo archeopita
acheiropoieitós).
Molte leggende si diffondono nei secoli seguenti e
narrano di vere icone di Cristo: tra le più
significative la leggenda della Veronica' e dei
mandilion del re Agdar di Edessa.
Uno degli esempi più belli di icona di Cristo è
quella proveniente dal monastero di S. Caterina
sul Sinai. Prodotta probabilmente a Costantinopoli,
appartiene ad un esiguo gruppo di immagini
scampate alla furia degli iconoclasti: venne
riscoperta sotto strati di pitture successive.
Abbiamo qui un volto umano
determinato; ma in esso, come
osserva André Grabar,
«l'artista ottiene un effetto di
distacco e di atemporalità, una
espressione pittorica della
natura divina». [ ... ] L'artista è
riuscito a usare con tanta abilità
«elementi astratti accanto a
elementi più naturalistici», da
riuscire ad «esprimere
pittoricamente il dogma delle
due nature di Cristo, la divina e
l'umana»

Cristo Pantocratore,
S. Caterina del Sinai
Sacra Sindone, Torino
Il Figlio dell’Uomo

Sul finire del Medio Evo matura una nuova sensibilità umana e religiosa
che cerca con il Cristo un rapporto più personale e assume verso il
mondo un interesse e una partecipazione nuova.
Il Cristo non è più soltanto una figura inarrivabile nella sua maestà:
acquista i caratteri di una presenza più immediata e i tratti di una più
tranquilla bellezza. Per comprendere questo nuovo orientamento può
essere utile pensare alla figura di Francesco d'Assisi.
Si deve a Francesco d'Assisi la riscoperta della natura; egli introdusse
nel mondo medioevale un gioire positivo del regno naturale, che aveva
pochi precedenti [ ... ] Corollario diretto alla scoperta della natura [ ... ]
era una nuova e più profonda coscienza dell'umanità di Cristo, come
svelato nella sua natività e nelle sue sofferenze [...]. L'esperienza di
Francesco come alter Christus, e particolarmente della sua conformità
alla croce, servì a dotare la pittura e la poesia di un nuovo realismo,
man mano che queste due si sforzavano di dare forma alla convinzione
fondamentale che nelle sofferenze e nella morte di Gesù sulla croce si
era manifestato il mistero sia della vita divina che di
quella umana.
J. Pelikan, Gesù nella storia
Del Cristo si evidenziano sempre più i tratti umani: si narra della sua
nascita, della sua infanzia, si privilegia il ricordo della sua sofferenza.
L'immagine della croce diventa più frequente: Cristo vi appare morto,
incoronato di spine.
Continua però una concezione che fonde in una sola realtà il mondo
sensibile e il cielo. Tutto è visto come inondato della luce di Dio: si
ricordino i fondi color oro di tutti i quadri di questo periodo.

L'attenzione per l'uomo cresce nel tempo fino a trovare il suo culmine nel
periodo del Rinascimento.
Il Cristo è rappresentato come l'uomo ideale e la perfezione della sua
bellezza umana diventa il segno della sua divinità. Temi molto cari
diventano la risurrezione, la trasfigurazione, l'ascensione. Anche il tema
della sofferenza è presente, ma viene espressa in forme di grandissima
compostezza: un esempio significativo a questo riguardo è la
Pietà di Michelangelo (Basilica di San Pietro).
Il tema delle sofferenze di Cristo e quello correlativo del peccato
dell'uomo diventano centrali nel periodo della Riforma: per il mondo
protestante, in particolare per il movimento calvinista, l'unica immagine
accettabile era rimasta la croce e il crocifisso. A questo si unisce il forte
fascino che esercitano sugli artisti le nuove tecniche espressive (la
prospettiva e lo studio della riproduzione oggettiva della realtà)
«il più bello
dei figli degli
uomini»
(Salmo 45).

Natività, Giotto, (1267 ca. -


1337) cappella degli
Scrovegni, Padova
Antonello da Messina (1430
ca.-1479), il
salvatore del mondo. Londra,
National Gallery.
Michelangelo, Pietà, Particolare
Cristo giudice

L'attenzione al tema del giudizio divino compare presto nell'arte cristiana.


Uno schema iconografico, inizialmente comune a tutta la Chiesa ma poi
frequente solo nella Chiesa ortodossa, va sotto il nome di Deesis (il termine
significa "intercessione").
Il Cristo è raffigurato in trono, con i caratteri dell'autorità di Dio; accanto a
Lui, in atteggiamento di chi intercede per gli uomini, c'è la Vergine Maria e
Giovanni il Battista; a volte ci sono anche gli altri apostoli.
Non è una rappresentazione
scenografica del giudizio,
eppure è di grande effetto
perché trasforma tutta
l'assemblea che contempla
quelle immagini (poste
sull'iconostasi delle chiese
ortodosse) nella folla degli
uomini che attendono
il giudizio finale.

Deesis, S.Sofia, Constantinopoli


In Occidente il tema del giudizio
finale ha avuto uno sviluppo
differente. Il giudizio di Dio, prende
forma lo schema da noi più
conosciuto: Gesù in trono, avvolto di
luce, un braccio levato in gesto di
benedizione (o di condanna), l'altro
posato sul libro che è il codice su cui
si basa la sentenza; a volte una
spada esce dalla bocca del Cristo ed è
rivolta verso i malvagi; attorno gli
apostoli, gli angeli, le figure descritte
nelle visioni apocalittiche; in basso le
schiere dei salvati e dei dannati...
Le immagini più antiche si trovano
nelle miniature, poi nelle sculture che
ornano gli ingressi delle cattedrali o in
grandi affreschi medioevali;
l'espressione artistica più alta di
questo tema è certamente il giudizio
Michelangelo, Giudizio universale che Michelangelo dipinse
universale, particolare tra il 1535 e il Natale del 1541 nella
Cappella Sistina in Roma.
Cristo nell’arte contemporanea

Siamo dunque arrivati all'età contemporanea: il rapporto


istituzionale della grande arte con i temi sacri si affievolisce.
In generale la religione cristiana, per l'arte, torna a essere un
colossale problema privato; torna, se si può dire così, nelle
catacombe dell'interiorità. Creativamente parlando, questo è
il destino dell'uomo occidentale contemporaneo: la
solitudine, e, nella solitudine, una speranza di salvezza, o
almeno di poesia.
L'era simbolista, negli anni Ottanta dell'Ottocento, apre un
capitolo di insinuante spiritualismo largamente sensibile ai
temi religiosi.
Paul Gauguin, Il Cristo giallo ,
1889

il Cristo giallo di Gauguin ha


immediatamente un'eco
fortissima.

«Una miscela inquietante e


saporita di splendore
barbaro, di liturgia
cattolica, di sogno indio, di
immaginazione gotica, di
Simbolismo oscuro e
sottile»
Octave Mir-beau
L'omaggio più bello
e più alto che l'artista fa a
Gesù è il Cristo nell'orto
degli ulivi (1889).
Gauguin compie un passo
in più nella identificazione
della propria immagine
con quella dell'artista
maledetto e martire.

«È il mio ritratto, che ho


fatto in quel quadro.
Ma ho voluto
rappresentare anche la
rovina di un ideale, un
dolore sia divino che
umano. Gesù è
abbandonato da tutti, i
suoi allievi lo lasciano.
Il quadro è triste come la Gauguin, Cristo nell'orto degli ulivi , 1889.
sua anima ».
Il Novecento si apre infatti con l'«urlo originario» (per usare le
parole degli espressionisti) di un pittore che è insieme frutto
delle avanguardie e portatore di un fortissimo spirito
religioso, Georges Rouault, appartenente al gruppo Fauves
Per Rouault, si tratta di «fare un viaggio all'inferno, ma con la
fede nella redenzione».

Cristo oltraggiato, dipinto verso il 1912, è un'opera forte ed


esemplare, che ci dice quanto Rouault influenzi i veri e
propri espressionisti tedeschi. Il segno duro e sgorbiato di un
artista che ha imparato il mestiere da un pittore di vetrate,
argina una materia densa, tormentata e dolorosa.
Georges Rouault, Cristo
oltraggiato, 1912

Quello è Gesù, un Gesù


quasi privo di pupille, che
forse non vede, perché ha
racchiuso tutto il dolore
del mondo dentro il suo
corpicino emaciato.
L’ Icona: incontro
degli sguardi
Il gioco simbolico dell’icona ci permette di
 
“dis-velare il velato” e giungere a una visione
«Per incontrare la bellezza “altra” e più “alta”, soprattutto se il “campo
a volto svelato, per di gioco”della raffigurazione è l’ eikôn del
attingere alla ricchezza Cristo, dove l'invisibile (Dio) si fa vedere .
della sua grazia,
occorre mediante una L’icona diventa veicolo di una
trans-ascendenza, sovrabbondanza di significato, simbolo di
mediante un superamento una Presenza e guida per la vita di quanti la
del sensibile e contemplano.
dell’intelligibile Una teologia ampiamente e finemente
oltrepassare le porte del elaborata dell’icona sorge in Russia fra il XIX
Tempio con l’icona. » e il XX secolo: è un vero e proprio
rinascimento dell’icona e un fiorire della sua
Pavel Evdokimov ermeneutica. In questo contesto si pone
l’opera di Pavel Florenskij (1882-1943)
« A dirla in breve, la pittura
d’icone è una metafisica
dell’essere – non una
metafisica astratta ma
concreta. Mentre la pittura a
olio è più adatta a riprodurre la
presenza sensibile del mondo,
e l’incisione il suo schema
razionalistico, la pittura d’icone
sente ciò che raffigura come
manifestazione sensibile
dell’essenza metafisica »
P. FLORENSKIJ

Iconostasi , Gerusalemme, Chiesa del Santo Sepolcro


L’oro, nell’interpretazione di
Florenskij non è un colore; è
cifra dell’altro, qualcosa di
diverso dalla pura struttura
metafisica delle cose: è il divino,
è la luce della grazia divina che,
nelle tracce dorate dei panneggi
a lisca di pesce, penetra dentro
il corpo santo raffigurato. 

« La luce [...] si dipinge con l’oro


[...] mare di dorata beatitudine,
lavata dai flutti della luce
divina.

Nel suo grembo ‘viviamo, ci


muoviamo ed esistiamo’, questo
è lo spazio della realtà autentica
Icona della S. Famiglia ».

P. Florenskij
L’icona permette di toccare il
divino e infonde la luce nella vita
umana e aiuta l’uomo a percepirsi
come immagine di Dio.
Il valore più grande dell’iconografia
consiste nella possibilità di
raccogliere insieme, di unire ciò
che è eterno e temporale;
incarnare l’incorruttibile in ciò che
subisce morte e passa.
« non esiste altrove nulla
di simile quanto a
potenza e a bellezza
artistica » (Evdokimov)

« Se esiste la trinità di
Rublév, l’icona della
trinità di Rublév, esiste
pure Dio » (P. Florenskij )

Icona della Trinità, dipinta da Andrej Rublév agli inizi del secolo XV
L’equivoco della bellezza
Come la bellezza può salvare il mondo?
Solo in Cristo rifulge la bellezza dell’Essere
di Dio, e solo in Cristo questa bellezza
diviene esperienza umana. Una bellezza,
segnata dal dolore, che nel dolore
acquisisce la sua più compiuta ed umana
verità. Come può il Figlio dell’Uomo
apparire glorioso e sfigurato insieme?
È la bellezza che si cela nelle smorfie del
dolore quella che mi apre alla Luce divina?

Icona della crocefissione - particolare


« L’essere dell’uomo è l’immagine Se è vero che la bellezza salverà
di Dio, e poiché il peccato ha il mondo, allora questa bellezza
compenetrato tutto il “tempio” del non potrà essere altro che la
creato, secondo l’Apostolo la manifestazione dell’Invisibile nelle
persona non soltanto non è cose visibili; sarà l’incontro fra
l’espressione esterna, ma anzi l’esperienza estetica, etica e
cela quest’essere. Come il religiosa.
peccato s’impadronisce della Questo incontro si esperisce
persona, il volto cessa d’essere la nell’icona, in una lotta tra lo
finestra da cui si effonde la luce Sguardo di santità dei “vivi
di Dio. Viceversa la sublime testimoni” dell’invisibile e la larva
ascesa spirituale accende nel del male.
volto uno sguardo luminoso, Questa lotta è contro ciò che è
cancellando tutta la tenebra» inautentico, che seduce e
inganna, contro il “sensuale” che
P. FLORENSKIJ allontana dall’essere “a immagine
di Dio”.
Di qui :

L’icona ci invita a vedere l’invisibile, «cercare attraverso il visibile,


malgrado il visibile, il recupero di una dimensione invisibile»; e
così ci costringe a un rimando alla salvezza, intesa in senso
simbolico di una unità che conserva in sé il segno di una frattura
che ci dischiude un mondo, un altro mondo, un aldilà.

Proprio nel verbo salvare è espresso il concetto di interezza e di


integrità. Salvare, dunque, per restituire integrità alle parti che
tendono a dissociarsi, per ricomporre la totalità.
Quest’idea di armonizzazione, di costituzione di un ordine ed
equilibrio, appartiene proprio al concetto convenzionale di
bellezza.

Possiamo pensare a un’altra idea di bellezza che non abbia nella


propria essenza l’armonia, la simmetria e l’ordine?
È su questo che Florenskij ci interroga ancora, quando scrive la
sua “prospettiva rovesciata”.
Nelle varie stagioni dell’arte
coesistono due modalità espressive
differenti, una di natura imitativa
della realtà e l’altra di natura
simbolica, due modi di vedere e
rappresentare ai quali
corrispondono “due esperienze del
mondo”, l’una “interiore”, l’altra
“esteriore”.
La “prospettiva rovesciata” è un
procedimento simbolico, sintetico,
corrisponde ad una determinata
concezione della vita e dell’umana
esperienza del mondo.
L’icona ci chiede di cambiare il nostro
sguardo sul mondo, di rinnegare la
simmetria e il calcolo della visione
prospettica, e di correre con gli occhi
per “altre vie”, e miracolosamente
riesce a non farci sentire a disagio.

Madre di Dio della Tenerezza di Vladimir Inizio del XII secolo


Due grandi autori: Congdon e Rupnik

Prenderemo ora in esame due autori contemporanei:


William Congdon e padre Marko Ivan Rupnik, hanno messo
dello “spirituale” nella loro arte, vivendo il dramma della
croce l’uno e la sacralità visionaria del Cristo l’altro.

Seguiremo questo ordine anche per presentarne e metterne a


confronto le opere.
« Nella misura in cui Cristo
aveva salvato la mia vita dal
naufragio e adesso era la
mia Verità, la Sua figura
cominciava a prevalere su
qualsiasi altra fonte di
ispirazione.

L’incontro con Cristo mi fa


scoprire che il suo dramma
di croce è pure mio.»

William Congdon , Crocefisso 2,1960


«..E questo mi porta al
Crocifisso tramite un
ritorno alla figura, figura
mai più da vedere o
dipingere disgiunta dalla
croce.
Mi interessava non la
figura in sé ma la figura
come Croce, in ciò che la
Croce fa del corpo di
Cristo

.. Il Crocefisso non è
altro che la nostra carne
sofferente/peccante...
E’ la mia carne
Crocefissa!»

William Congdon, Crocefisso 1b ,1960


« il nero è per me origine di
luce; è la morte cristiana;
non è superficie; non è
solo supporto;
io vivo per il nero – perciò
è sempre carico di luce »

William Congdon, Crocefisso 46 ,1969


Crocifisso 90 (1974)

la figura non ha più articolazioni anatomiche, il tutto è una larva,


quasi il bozzolo di quella nuova creatura che esploderà con la
resurrezione. Anche il rapporto cromatico è ribaltato: corpo scuro,
fondo luminoso.
Egli resta inchiodato a quel Crocifisso che vive e soffre il dramma della
Croce ieri come oggi, a Bombay in India nei corpi accasciati nelle
strade della città, fatti larve, non più uomini, come recita il Salmo 22

7
ma io sono verme, non uomo,
infamia degli uomini, rifiuto del mio popolo.
8
Mi scherniscono quelli che mi vedono,
storcono le labbra, scuotono il capo
 
15
Come acqua sono versato, sono slogate tutte
le mie ossa
Il mio cuore è come cera, si fonde in mezzo alle
mie viscere.
«[il Crocifisso 90] è tutto
una piatta schiacciata
colata di lava secca, ma
calpestata come se il
traffico del “peccato”
l’avesse da eternità
passato sopra, finché il
corpo, ciò che era corpo,
è diventato macchia. È la
strada di Bombay, è il
mondo che
continuamente schiaccia
il Cristo»

William Congdon, Crocifisso 90 ,1974


Il Figlio, nello splendore rosso della sua divinità, è ricoperto del blu dell’umanità. Si
abbassa, si umanizza nella sua Chiesa, eppure rimane sempre l’Onnipotente. Con uno
sguardo forte, ma misericordioso, ha un volto d’uomo. Per questo in Lui diventa
visibile il Padre, quel Dio che nessuno ha mai visto (cfr. Gv. 1,18).
La ferita sul costato di Cristo è bianca, trasfigurata.
Se in Cristo crocifisso la ferità è il
segno del peccato dell’umanità, in Lui
risorto le ferite non più rosse di
sangue, ma sono ormai trasfigurate
dall’amore, rese bianche, perché
l’amore è più forte del peccato.
Si vede anche una croce: vista dalla
prospettiva di Cristo sta alle sue
spalle, ma vista dalla nostra gli sta
davanti. Noi uomini, di fatto, vediamo
la morte davanti a noi, mentre in
Cristo la morte è già superata e gli sta
alle spalle.

P. M. Ivan Rupnik, Cristo Misericordioso che ben conosce il patire


Preghiera
A tutti i cercatori del tuo volto mostrati, Signore;
a tutti i pellegrini dell’assoluto, vieni incontro, Signore;
con quanti si mettono in cammino
e non sanno dove andare cammina, Signore;

affiancati e cammina con tutti i disperati sulle strade di Emmaus;


e non offenderti se essi non sanno che sei tu ad andare con loro,
tu che li rendi inquieti e incendi i loro cuori;

non sanno che ti portano dentro:


con loro fermati perché si fa sera
e la notte è buia e lunga, Signore.
 
David Maria Turoldo

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