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LE NOZZE CHIMICHE

Johann Valentin Andreae – anno 1459

PRIMO GIORNO

L
a sera prima del giorno di Pasqua, me ne stavo seduto ad un tavolo. Come di consueto, avevo
colloquiato a lungo con il mio Creatore in umile preghiera, e avevo meditato su quei misteri che il
Padre della Luce, nella Sua Maestà, mi aveva voluto svelare in gran numero. Ero in procinto di
preparare, nel mio animo, del pane azzimo che fosse immacolato, da dedicare al mio amato Agnello
pasquale, quando, all’improvviso, si levò un vento talmente forte che pensai che la montagna nella quale era
scavata la mia abitazione sarebbe crollata a causa della sua violenza. Sapendo però che il demonio, pur
avendomi causato delle sofferenze, non era in grado di arrecarmi tali danni, mi feci coraggio e proseguii la
mia meditazione, finché, inaspettatamente, qualcuno mi toccò sulla spalla. Ne fui tanto spaventato che non
avevo nemmeno il coraggio di voltarmi, mi sforzai però di rimanere sereno, almeno per quanto, in tali
circostanze, me lo consentiva la debolezza umana. Ma quando questo essere iniziò a tirarmi parecchie volte
per la giacca, finalmente mi voltai. Vidi davanti a me una donna di meravigliosa bellezza, con una veste
turchina tutta finemente guarnita di stelle d’oro, al pari del cielo.
Nella mano destra teneva una tromba d’oro sulla quale era inciso un nome che potei leggere chiaramente, ma
che mi fu poi proibito di rivelare. Nella mano sinistra teneva un grande fascio di lettere, scritte in varie
lingue, che essa, come appresi più tardi, doveva portare in ogni Paese del mondo. Aveva anche due grandi e
belle ali, tutte ricoperte di occhi, con le quali poteva librarsi in volo e volare più velocemente di un’aquila.
Forse avrei potuto notare anche altri particolari, ma essa si soffermò presso di me solo brevemente e io ero
talmente pieno di spavento e di meraviglia che non sono in grado di narrare altro.
Appena mi fui voltato, essa cominciò a frugare fra le sue missive. Finalmente tirò fuori una letterina che
posò sul tavolo con grande riverenza e poi se ne andò, senza proferire parola. Nel prendere il volo soffiò
nella sua tromba con tale potenza che ne risuonò l’intera montagna e, per quasi un quarto d’ora, non riuscii
nemmeno a sentire la mia stessa voce.
Io, povero me, non sapevo più cosa fare dopo un evento così inaspettato: allora caddi in ginocchio e pregai il
Creatore che nulla potesse compromettere la mia salvezza eterna. Poi, tremante e pieno di paura, presi la
lettera che pesava più che se fosse stata d’oro massiccio. Osservandola con attenzione vidi che era chiusa con
un sigillo. Sopra vi era incisa una croce sottile con la scritta: “In hoc signo  vinces”.
Trovando questo simbolo mi consolai, perché sapevo che un tale sigillo non era precisamente ciò che gradiva
il demonio e che tanto meno ne faceva uso. Quindi aprii con cura la lettera e vi trovai i seguenti versi scritti
in lettere d’oro su sfondo blu:

Oggi, oggi, oggi


Sono le nozze del re.
Se tu sei nato per questo,
Eletto da Dio per la gioia,
Puoi sopra il monte salire,
Là dove sorgon tre templi,
Per contemplare l’evento.
Vigila,
Osserva te stesso,
D’esser puro sii certo,
O dalle nozze avrai male.
Quivi l’impuro è in perielio,
Chi è troppo leggero si guardi!

Sotto era scritto: Sponsus et Sponsa.


Appena ebbi letto questa lettera fui preso da un forte capogiro. Mi si rizzarono i capelli ed un sudore freddo
mi corse lungo il corpo. Mi ero accorto che queste erano le nozze che mi erano state predette sette anni prima
da un volto umano e che avevo atteso a lungo e con grande desiderio, e sebbene ne avessi calcolato la data,
studiando accuratamente il corso dei pianeti che le riguardavano, mai avrei immaginato che tali nozze
sarebbero avvenute in condizioni così difficili. Avevo pensato che avrei dovuto solo presentarmi alle nozze
ed unicamente in veste di ospite gradito, ora invece capivo che tutto dipendeva dalla Grazia divina, della
quale non ero ancora certo. Ero costretto a constatare che in me vi era ancora molta ignoranza e cecità nei
riguardi delle cose segrete e che neppure riuscivo a comprendere bene quanto mi stava sotto i piedi e ciò con
cui vivevo ogni giorno. Ancor meno capivo perché dovessi essere proprio io il prescelto, colui che doveva
venire a conoscenza dei segreti della Natura; secondo la mia opinione, la Natura avrebbe potuto trovare un
altro discepolo, più virtuoso di me, al quale affidare i propri tesori, che erano preziosi pur essendo temporali
e passeggeri.
Oltretutto mi pareva che sia il mio corpo, sia il mio comportamento esteriore ed il mio amore per il prossimo
non fossero ancora abbastanza puri e privi di macchia. In me si manifestava ancora l’impulso della carne a
trovar soddisfazione unicamente nel raggiungere una posizione elevata e nel fasto terreno, e non nell’aiutare
il prossimo. Pensavo sempre con quale arte avrei potuto, in minor tempo, trarre il maggior profitto possibile
per me, o costruire magnifici palazzi, o procurarmi nel mondo un nome immortale; insomma, avevo ancora
questi ed altri simili desideri materiali. In particolare però, mi turbava quella frase sibillina sui tre templi che
non riuscivo a spiegarmi con nessuna riflessione; forse perché era la prima volta che mi trovavo di fronte ad
un simile mistero da svelare.
Indugiavo in tali timori e speranze, ponderando una cosa e l’altra, ma riuscivo soltanto a mettere a nudo la
mia debolezza e la mia incapacità, e dato che non trovavo alcuna via per aiutare me stesso e quel compito
che mi era stato affidato mi terrorizzava moltissimo, optai finalmente per un metodo, che mi era usuale e che
ritenevo fosse il più sicuro: mi misi a letto dopo aver pregato intensamente e fervidamente. Forse, in questa
situazione così disperata il mio buon angelo, per decisione divina, mi sarebbe apparso – come già era
successo altre volte – per dirmi cosa poteva accadere che potesse servire alla gloria di Dio, al mio bene ed a
migliorare ed ammonire di cuore il mio prossimo.
Appena mi fui addormentato, mi parve di trovarmi all’interno di una torre tenebrosa assieme ad una
moltitudine di altri prigionieri avvinti da pesanti catene. Eravamo nell’oscurità più totale e stavamo uno
addosso all’altro, come insetti brulicanti, accrescendo così la nostra sofferenza reciproca. Benché nessuno di
noi fosse in grado di vedere alcunché, sentivo che, ogni tanto, qualcuno tentava di alzarsi montando sopra un
altro, come se in quel modo le catene o i ceppi potessero diventare più leggeri. Tuttavia non riuscivamo a
sollevarci tutti insieme perché eravamo collegati gli uni agli altri come gli acini di un grappolo d’uva.
Rimasi per un bel pezzo assieme agli altri in questa brutta situazione e ci davamo a vicenda del cieco e
dell’incapace, quando finalmente udimmo risuonare uno squillo di tromba. Rullarono anche dei tamburi di
guerra e con tale maestria che, pur nella nostra miseria, ci sentimmo rallegrati e rinfrancati. In mezzo a tale
fragore la volta della torre si sollevò e lasciò passare un po’ di luce. E doveva essere davvero un bello
spettacolo vederci rotolare l’uno sull’altro. Nella confusione generale chi si era sollevato troppo finiva per
ritrovarsi sotto i piedi degli altri. Insomma, il risultato fu che ognuno voleva stare sopra. Anch’io, come gli
altri, cercavo di arrampicarmi sul mucchio, trascinando le mie pesanti catene. Nel fare ciò, mi aggrappai
forte ad una pietra che ero riuscito ad afferrare e sulla quale mi ero sollevato, pur venendo aggredito varie
volte dagli altri. Mi difendevo in tutti i modi e come meglio potevo, con mani e piedi. Avevamo tutti un
unico pensiero, quello di essere liberati. Ciò che poi accadde fu invece ben altro.
Poiché dopo che i Signori, i quali ci avevano osservati da sopra attraverso l’apertura della torre, si furono
divertiti un po’, per via del nostro dibatterci e piagnucolare, un vecchio, grigio come il ghiaccio, ci intimò di
stare fermi e detto questo, incominciò – ancora me lo rammento – a parlarci così:

Se la povera razza umana


Sì arrogante non fosse,
Molti doni riceverebbe
Da mia madre a buon diritto.
Ma l’uomo non vuole obbedire,
Nella sua miseria rimane
E resterà quindi prigioniero.
La mia cara madre ancora
Perdona i vizi dell’uomo,
E lascia splendere il sole
Su troppi suoi beni preziosi,
Anche se raramente li dona,
Affinché questa realtà sia palese;
Ma se ne conservi il valore.
Ma per onorare la festa,
Che oggi vien qui celebrata,
Lei mostrerà la sua grazia,
Compiendo un’opera buona.
Una fune verrà calata,
E chi alla fune si aggrappi,
Verrà liberato.
Appena ebbe terminato di dire queste parole il coperchio venne rimesso al suo posto e la torre fu richiusa. Di
nuovo si levò il suono dei tamburi e delle trombe. Tuttavia, per quanto quel suono fosse forte, si udiva
ancora l’amaro lamento dei prigionieri uscire dalla torre e ciò mi fece salire le lacrime agli occhi.
Quindi la vecchia dama e suo figlio si accomodarono su un seggio che era stato loro preparato, e la Signora
ordinò di contare coloro che erano stati salvati. Appena ebbe appreso il nostro numero e lo ebbe scritto su
una tavoletta d’oro, espresse il desiderio di sapere i nomi di ognuno e anche questi vennero trascritti da un
fanciullo. Ci guardò, l’uno dopo l’altro, poi sospirò e si rivolse al figlio, in modo che anch’io la potessi udire,
dicendo: “Oh, quanta pena mi fanno, quegli uomini nella torre! Dio volesse che li potessi liberare tutti”. A
queste parole il figlio rispose: “Madre, questa è la volontà di Dio. Non dobbiamo opporci. Se fossimo tutti
dei padroni e possedessimo tutti i beni della terra, se ci volessimo sedere a tavola, chi ci porterebbe da
mangiare?”. A queste parole la madre rimase in silenzio.
Subito dopo però disse: “Adesso liberate questi uomini dalle loro catene”. Fu subito obbedita ed io fui
l’ultimo ad essere liberato. Non potei più trattenermi; senza dare un solo sguardo a tutti gli altri, m’inchinai
davanti alla vecchia dama e ringraziai Iddio che, attraverso di lei, con clemenza e maternamente, aveva
voluto condurmi dalle tenebre alla luce. Anche gli altri seguirono il mio esempio e s’inchinarono di fronte
alla Signora.
Alla fine ad ognuno venne donata una moneta per ricordo. Su una faccia essa recava inciso il sole nascente,
sull’altra, da quello che ricordo, vi erano queste tre lettere:

D. L. S.

A questo punto venimmo congedati, ed ognuno di noi fu mandato ad assolvere le proprie incombenze con
l’incarico di vivere lodando Dio, di essere utile al prossimo e di serbare il silenzio su quanto ci era stato
confidato. Dichiarammo che avremmo mantenuto queste promesse e infine ci separammo. Tuttavia, a causa
delle ferite che mi avevano inflitto le catene, non riuscivo a camminare ed arrancavo con fatica. La vecchia
dama se ne accorse, mi chiamò a sé ridendo e quindi mi disse: “Figlio mio, non preoccuparti di questa
menomazione, ricordati invece delle tue debolezze e ringrazia il Signore che ti ha permesso di scorgere
questa luce divina restituendoti al mondo nonostante la tua imperfezione. Dunque conserva pure queste ferite
in mio ricordo”.
In quel momento squillarono nuovamente le trombe e mi spaventarono a tal punto che mi svegliai, e solo
allora mi accorsi che era stato un sogno. Ebbene, mi rimase così impresso nella mente che continuavo a
ricordarmi con angoscia della torre, e che mi sembrava che le ferite dei piedi mi dolessero ancora.
Dopo questo sogno compresi che Dio mi concedeva di partecipare a quelle nozze segrete ed occulte.
ringraziai la Sua Divina Maestà con la fiducia di un bambino e lo pregai di aiutarmi a vivere nel timore di
Lui, di colmare ogni giorno il mio cuore di saggezza e comprensione e di condurmi infine, con clemenza, al
traguardo desiderato anche se non lo meritavo.
Quindi mi preparai ad affrontare il viaggio. Indossai il mio bianco abito di lino, mi cinsi i fianchi di una
fascia vermiglia che s’incrociava dietro le spalle e infilai quattro rose rosse nel mio cappello. Speravo, con
questi segni, di farmi notare maggiormente tra la folla. Come nutrimento scelsi del pane, del sale e
dell’acqua; e di questi mi sono poi servito dietro consiglio di un saggio a mio vantaggio sul momento giusto.
Prima di lasciare la mia casetta, interamente rivestito del mio equipaggiamento e con indosso l’abito per le
nozze, caddi in ginocchio e pregai Dio che, qualsiasi cosa dovesse succedere, mi lasciasse giungere a buon
fine. Giurai anche di fronte a Dio che tutto ciò che aveva fatto grazia di rivelarmi non l’avrei mai usato per
accrescere il mio onore e la mia reputazione, bensì per onorare il Suo nome e per servire i miei fratelli. Con
questo giuramento abbandonai la mia cella pieno di gioia e di speranza.
SECONDO GIORNO

L
asciai la mia cella e giunsi nel bosco. Qui mi parve che il cielo intero e tutti gli elementi si fossero
adornati per quelle nozze. Mi sembrava che persino il canto degli uccelli fosse più dolce di prima. I
piccoli caprioli passavano saltellando così gioiosamente da rallegrare il mio vecchio cuore
disponendolo al canto. Cominciai a cantare ad alta voce:

Rallegrati uccellino,
nel lodare il tuo Creatore.
Leva la tua voce chiara e sottile,
perché in alto è posto il tuo Dio.
Egli il tuo cibo ti ha preparato,
che al momento giusto ti sarà donato.
Sii felice così.

Che mai giova esser triste,


che giova adirarsi con Dio,
se uccellino ti creò,
che mai giova turbarti,
se uomo non sei.
Taci, profondo è il pensiero di Dio,
sii felice così.

Io, misero verme della terra,


discutere con Dio non potrei,
non posso assaltare il suo Cielo
e battermi validamente.
Iddio non si può violentare;
si ritiri dunque l’empio,
uomo, sii lieto.

Se imperatore non sei,


tu non sentirti umiliato.
Disprezzeresti il nome di Dio,
che di ciò terrà conto.
Sono chiari gli occhi di Dio
e ti leggono in cuore,
non ingannerai il Signore.

Camminando per il bosco cantavo dal profondo del mio cuore; il mio canto risuonava ovunque e le montagne
riecheggiavano le mie ultime parole. Finalmente scorsi un bel prato verde e lasciai il bosco per attraversarlo.
Su questo prato si ergevano tre cedri, alti e belli e così grandi da offrirmi quella bella ombra che desideravo,
e me ne rallegrai. Sebbene non avessi camminato tanto, l’ardore del mio desiderio era tale da farmi sentire
stanco, sicché mi affrettai ad avvicinarmi a quegli alberi per riposarmi un poco sotto di essi. Appena fui più
vicino, scorsi una tavoletta fissata su un tronco sulla quale, in caratteri sottili, si trovava questa scritta:

“Salve, forestiero! Se hai già sentito parlare delle nozze del Re, rifletti bene su queste parole.
Attraverso di noi lo sposo ti offre la scelta di quattro vie sulle quali potrai giungere al suo palazzo regale se
riuscirai a non smarrirti per vie traverse.
La prima è corta, ma pericolosa. Ti conduce su per gli scogli rocciosi dai quali ti sarà quasi impossibile
ridiscendere. La seconda è più lunga, ti porta su sentieri tortuosi, ma non su strade errate. È piana ed è
facile da seguire se, con l’aiuto della bussola, non devierai né a destra né a sinistra. La terza è la Via Regia
che il nostro re ti renderà gradevole con divertimenti o spettacoli di ogni genere, ma soltanto uno su mille è
destinato a questa via. A nessun mortale, invece, è permesso arrivare al reame attraverso la quarta via,
perché solo le creature che possiedono un corpo incorruttibile hanno la possibilità di seguirla.
Scegli dunque fra le tre vie quella che vuoi percorrere e non allontanartene. Perché sappi che, a cagione
della legge immutabile del destino che ti è stato assegnato, una volta intrapresa una via non ti sarà concesso
di tornare indietro che a rischio della tua vita.
Questo è quanto vogliamo farti sapere, ma stai in guardia! Tu non sai quali sono i pericoli che ti attendono.
Se dovessi renderti colpevole anche del minimo fallo contro le leggi del nostro re, allora ti scongiuriamo –
finché sei ancora in tempo – riprendi la strada che ti ha portato fin qui e ritorna subito alla tua casa!”

Appena ebbi letto questa scritta tutta la mia gioia svanì di nuovo. Se prima avevo cantato allegramente,
adesso cominciai a piangere disperatamente, perché vedevo di fronte a me le tre vie e dovevo fare la mia
scelta. La via che attraversava le rocce mi angosciava perché temevo di morire precipitando. Se fossi stato
destinato alla strada lunga, invece, avrei potuto smarrirmi per vie traverse o comunque morire in qualche
modo durante un viaggio troppo lungo. Inoltre non osavo certo sperare di essere, tra migliaia di persone,
proprio colui al quale era destinata la Via Regia. Scorgevo di fronte a me anche la quarta via, ma era
circondata da fuoco e vapori in tale misura, che non ardivo neanche avvicinarmi troppo.
Riflettevo sull’una e l’altra cosa, e cioè se dovevo scegliere una di quelle vie oppure tornare indietro. Ero ben
consapevole della mia indegnità. Tuttavia, mi consolava il sogno che avevo fatto, nel quale venivo liberato
dalla torre, ma affidarsi ad un sogno era rischioso per cui riflettei ancora a lungo finché, preso da grande
stanchezza, non cominciai ad avvertire fame e sete. Presi dalla bisaccia il mio pane e lo tagliai. Non mi ero
accorto però che sull’albero stava una colomba bianca come la neve; essa vide il mio pane e, com’è abitudine
di questi uccelli, volò giù e si posò accanto a me e così divisi il mio pane con lei. La colomba lo accettò e,
ammirando la sua bellezza, mi sentii un po’ rincuorato.
Il suo nemico, un corvo nero, ci vide e piombò immediatamente su di noi; non voleva prendere la mia parte
di cibo, ma quella della colomba ed essa non trovò altra difesa che la fuga. I due uccelli volarono entrambi
verso Sud e l’accaduto mi fece adirare e mi rattristò a tal punto che rincorsi il corvo disturbatore per quasi
mezzo chilometro, nella direzione del suo volo, finché non riuscii a spaventarlo, salvando così la colomba.
Soltanto allora mi accorsi che, nella mia inconsapevolezza, avevo imboccato una delle tre vie e ormai non
avrei potuto allontanarmi da essa, senza incorrere in un grosso castigo.
Mi consolai pensando che in un certo modo questa era una soluzione, quando mi accorsi che avevo lasciato
la mia bisaccia ed il pane sotto l’albero e che ormai non potevo più tornare e riprenderli. Infatti, appena mi
voltavo, si levava contro di me un vento così forte da farmi quasi cadere a terra. Se invece continuavo per la
mia strada, il vento non soffiava. Era chiaro quindi che tentare di camminare contro quel vento mi sarebbe
costata la vita. Poiché il destino mi aveva fatto giungere fin là, accettai pazientemente la mia croce e mi misi
in cammino, sperando di arrivare alla fine del sentiero prima che scendesse la notte. Ogni tanto dal sentiero
partivano deviazioni e dovetti servirmi spesso della bussola per non deviare di un passo dalla direzione Sud
sebbene, a volte, la strada che si presentava fosse aspra e impraticabile, facendomi sorgere il dubbio che non
fosse la via giusta. Strada facendo, pensavo in continuazione alla colomba e al corvo, ma non riuscivo a
capire quale significato potessero avere. Finalmente vidi in lontananza un bellissimo portale, posto in cima
ad un’alta montagna, e m’incamminai rapidamente verso di esso, senza curarmi della grande distanza che
avrei dovuto percorrere, dato che il sole cominciava già a calare dietro alle montagne e non scorgevo da
nessun’altra parte un posto dove avrei potuto trovare rifugio. Fu per volontà di Dio, ne sono certo, che riuscii
a scorgere quel portale. E, grazie alla Sua volontà, avrei potuto percorrere quella strada persino ad occhi
chiusi. Così mi avviai di buon passo verso il portale, in modo da giungervi alla luce del giorno per poterlo
esaminare bene. Era un portale davvero regale e bello con molte meravigliose sculture in pietra, alcune delle
quali, come appresi più tardi, possedevano un significato particolare. In alto vi era una lapide piuttosto
grande su cui erano riportate le seguenti parole:

Procul hinc, procul ite, Prophani1

Vi erano scritte anche altre cose, delle quali mi è stato severamente proibito parlare.
Ero appena giunto al portale quando un uomo, con un abito azzurro cielo, ne uscì, e io lo salutai
cortesemente. L’uomo mi ringraziò e mi chiese subito la lettera d’invito. Oh, come ero contento di essermi
ricordato di portarla con me! Come il custode mi raccontò, ad altri era successo di lasciarla a casa. Gliela
porsi. Egli si mostrò molto soddisfatto e, con mia grande sorpresa, mi trattò con particolare rispetto e mi
disse: “Entrate, fratello mio, siete il mio caro ospite”. Poi mi pregò anche di rivelargli il mio nome. Quando
gli ebbi risposto che ero un fratello della rossa Rosacroce, ne fu stupito e contento e disse: “Fratello mio,
1
Lontani da qui, andatevene da qui, o profani
avete un po’ di denaro per poter acquistare un segno che vi distingua?”. Gli risposi che il mio capitale era
esiguo, ma che se avesse notato qualcosa addosso a me che gli fosse piaciuto possedere, avrebbe potuto
prenderlo. Così quando mi chiese la borraccia dell’acqua gliela diedi ed egli mi donò un segno distintivo
d’oro, con sopra incise solo queste due lettere:

S.C.
(Sanctitate Constantia; Sponsus Caro; Spes Charitas)2

Egli mi raccomandò, poi, di pensare a lui il giorno che avessi tratto beneficio da quel segno. Gli chiesi
quante persone fossero entrate prima di me ed egli me lo disse. Alla fine, in segno di amicizia, mi diede una
letterina sigillata da consegnare al secondo custode.
Mi ero trattenuto piuttosto a lungo con lui e nel frattempo era scesa la notte. Sopra il portale venne accesa
una grande torcia di pece affinché chi si trovava ancora per via potesse seguirla e procedere in fretta. La
strada che portava al castello era cinta sui due lati da mura e da begli alberi con frutti di diverse specie. Da
ambo i lati, ad un albero ogni tre, erano state appese lanterne. Una bella vergine, che indossava un vestito
azzurro, le aveva accese con una fiaccola splendente. Il viale era così luminoso e suggestivo che mi trattenni
ad ammirarlo più a lungo del necessario. Alla fine però, ricevute informazioni sufficienti e alcune utili
istruzioni, mi congedai dal primo custode.
Mentre mi avviavo, pensai che mi sarebbe piaciuto sapere cosa mai potesse contenere la mia lettera. Non
ritenevo il custode capace di perpetrare qualcosa ai miei danni, e quindi riuscii a frenare la mia curiosità e
proseguii fino all’altro portale che era quasi uguale al precedente, ma era decorato con figure e simboli
occulti diversi da quello di prima. Sulla lapide stava scritto:

Date et dabitur vobis3

Sotto questo portale giaceva un leone legato ad una catena che, appena mi scorse, balzò su e mi accolse con
un forte ruggito.
Il rumore destò il secondo custode che dormiva sul pavimento di marmo. Egli mi disse di entrare senza
timore o apprensione, cacciò il leone e si mise a leggere la lettera che io, tutto tremante, gli avevo
consegnato. Dopo che l’ebbe scorsa, mi parlò con grande riverenza:
”Benvenuto sia l’uomo che da tanto tempo desideravo vedere!”. Dicendo questo, estrasse lui pure un altro
segno distintivo e mi chiese se potevo dargli qualcosa in pegno per pagarlo. Non possedevo più niente al di
fuori di un po’ di sale. Glielo offrii e lui accettò con gratitudine. Sul segno vi erano scritte di nuovo solo due
lettere:

S.M.
(Studio Merentis; Sal Memor; Sponsus Mittendus; Sal Mineralis; Sal Menstrualis)4

Avrei voluto trattenermi a parlare con lui, ma nel castello qualcuno suonò il campanello e il custode mi
esortò a rimettermi velocemente in cammino, altrimenti la fatica e il lavoro che avevo compiuto fino a quel
momento sarebbero stati vani, perchè su nel castello iniziavano già a spegnere le luci. La paura mi mise le ali
ai piedi. Dovevo assolutamente affrettarmi, ma nonostante corressi velocemente, la vergine dal vestito
azzurro riuscì a raggiungermi. In quello stesso momento, tutte le luci si spensero e io non sarei mai riuscito a
trovare la via se non mi avesse fatto luce con la sua fiaccola.
Allungai il passo il più possibile e riuscii miracolosamente ad entrare insieme a lei;infatti un lembo della mia
veste rimase impigliato tra i battenti del portone che era stato richiuso mentre passavo. Dovetti lasciare lì la
veste perché compresi che nemmeno i presenti che mi avevano amorevolmente sollecitato ad entrare
sarebbero riusciti a convincere il guardiano a riaprire il portone. Questi, diede la chiave alla vergine che si
allontanò verso il cortile portandola con sé. Nel frattempo ripresi ad esaminare il portone: non credo che ne
esista un altro al mondo simile per bellezza e magnificenza. Accanto alla porta si rizzavano due colonne. Su
una di esse si vedeva un’immagine che ispirava gaiezza, e l’iscrizione:

2
Costanza nella santità; Sposo amato; Speranza nella Carità
3
Date e vi sarà dato
4
Desiderio di meritare; Sale del ricordo; Da mandare allo Sposo; Sale minerale; Sale mestruale
Congratulator5

Sull’altra invece vi era una figura che nascondeva tristemente il suo volto, e l’iscrizione:

Condoleo6

Insomma, le scritte e le immagini che vi erano raffigurate erano talmente oscure e misteriose che nemmeno i
grandi saggi della Terra sarebbero mai riusciti a spiegarle. Tuttavia, se questa sarà la volontà di Dio, un
giorno le renderò manifeste e ne svelerò il senso. Anche presso questa porta dovetti dichiarare il mio nome
che fu l’ultimo a venire registrato su una pergamena e che poi venne inviato allo Sposo. Solo adesso mi
venne dato il contrassegno che distingueva i vari invitati. Era leggermente più piccolo degli altri, ma molto
più pesante. Su di esso vi erano le lettere:

S.P.N.
(Salus per naturan; Sponsi praesentandus nuptiis)7

Inoltre mi fu dato anche un paio di scarpe nuove perché il pavimento del palazzo era completamente rivestito
di marmo lucente. Ebbi il permesso di donare le mie vecchie scarpe ad uno qualsiasi dei poveri che, in
genere, sedevano presso il portale. Le regalai quindi ad un vecchio.
Poi un fanciullo, seguito da due paggi che portavano delle torce, mi condusse in una piccola camera. Mi fu
ordinato di sedermi su una panca, e così feci. I fanciulli infilarono le torce in due buchi del muro, poi se ne
andarono e io restai solo.
Poco dopo sentii un rumore, ma non vidi nulla. Improvvisamente mi sentii aggredito da parecchie persone
che non vedevo, sicché fui costretto a lasciar fare ed attendere ciò che sarebbe accaduto. Mi accorsi con
stupore, che s’interessavano alla mia capigliatura. Li pregai allora di non trattarmi ruvidamente perché non
intendevo opporre resistenza, ed essi rilasciarono libero subito. Uno di loro, anche lui invisibile, mi tagliò in
forma circolare i capelli al centro della testa, senza toccare però quei lunghi capelli grigio ghiaccio che mi
spiovevano sulla fronte e sulle tempie. Devo ammettere che, a causa di questa aggressione, ero quasi caduto
in preda ad una grande disperazione. Infatti, l’assalto dei barbieri era stato tanto violento che avevo temuto
che Dio mi avesse abbandonato a causa della mia presunzione. Infine, quegli invisibili barbieri raccolsero i
capelli tagliati e li portarono via con loro.
Due dei paggi rientrarono e mi canzonarono affettuosamente per il mio spavento. Mi avevano appena detto
qualche parola quando un campanellino iniziò a suonare. I fanciulli mi dissero che quel segnale annunciava
la riunione. Perciò attraverso un’infinità di corridoi, porte e stanzette, i fanciulli mi condussero con le loro
torce in una grande sala, nella quale era riunita un’enorme folla d’invitati. Vi erano imperatori, re, principi e
signori, nobili e plebei, ricchi e poveri e gente di ogni specie, e ciò mi riempì di stupore.
Dentro di me pensai: quale stoltezza la tua, intraprendere un viaggio così aspro e difficile; sai bene, ormai,
che gente è questa, è gente che non hai mai stimato molto. Adesso sono tutti qui e tu, che hai tanto supplicato
ed implorato, sei appena l’ultimo arrivato.
Questo ed altro ancora mi suggeriva il diavolo, anche se cercavo di fare di tutto per allontanare questi
pensieri. Nel frattempo, chi qui, chi là, quelli che mi conoscevano, mi dicevano: “Ma guarda, fratello
Rosacroce, anche tu sei qui?”. “Sì, fratelli miei”, rispondevo io, “la misericordia di Dio mi ha aiutato ad
entrare”. A queste mie parole, essi mi prendevano in giro e mi schernivano perché avevo avuto bisogno della
misericordia di Dio per compiere un’impresa così insignificante. Quando chiesi loro per quale strada fossero
venuti, mi risposero che avevano dovuto compiere gran parte del cammino arrampicandosi sopra a delle
rocce.
A questo punto iniziarono a squillare delle trombe, a noi invisibili, per annunciare il pranzo. Tutti si sedettero
a tavola e ognuno scelse un posto che ponesse in evidenza la propria superiorità rispetto ad ogni altro. Perciò
io riuscii a trovare appena appena un posticino, assieme ad altra povera gente, nell’angolo più oscuro del
tavolo. Ben presto i due paggi tornarono ed uno di loro recitò una preghiera tanto bella che il mio cuore ne
gioì. Parecchi di quegli spacconi, invece, non vi fece nemmeno caso e continuarono a ridere, a salutarsi e a
combinare sciocchi scherzi.

5
Mi congratulo
6
Compatisco
7
Salvezza per mezzo della Natura; Da presentare alle nozze dello sposo
Poi vennero portate le pietanze e, sebbene i servitori fossero invisibili, il servizio era così accurato che ebbi
l’impressione che ogni singolo invitato avesse il proprio cameriere. Non appena quella gente si fu un po’
rilassata e il vino ebbe cancellato dai loro animi ogni ritegno, allora boria e millanteria salirono alle stelle.
Uno voleva tentare questa impresa, l’altro quell’altra, e gli stolti più vanitosi erano quelli che facevano più
baccano. Oh, se penso a tutte le cose impossibili e soprannaturali di cui li ho sentito vantarsi, ancora ne
provo indignazione!
Alla fine, invece di rimanere seduti ai loro posti, questi adulatori s’infilarono qui e là tra i nobili signori e
cominciarono a vantarsi di tali gesta che né Sansone né Ercole, con tutta la loro forza, sarebbero mai stati
capaci di compiere. Vi era chi voleva liberare Atlante del suo peso e chi, addirittura, voleva tirar fuori
dall’inferno Cerbero dalle tre teste. Insomma, ognuno faceva lo spaccone alla propria maniera. Ed i principi
erano così sciocchi da credere alle loro vanterie. Quei mascalzoni erano tanto temerari che anche se, qui e là,
qualcuno di loro veniva ammonito con leggeri colpi di coltello sulle dita, essi non vi badavano neppure. E
quando uno di loro si fu impadronito di una catena d’oro, anche gli altri vollero immediatamente
appropriarsene. Sentii uno che pretendeva di udire il fruscio delle sfere celesti; un altro credeva di poter
vedere le idee di Platone ed un terzo voleva contare gli atomi di Democrito.
Ed erano anche parecchi coloro che pretendevano essere gli inventori del perpetuum mobile. Secondo la mia
opinione, alcuni non mancavano d’ingegno, ma a loro detrimento attribuivano a se stessi facoltà maggiori di
quante ne avessero in realtà. Infine, ce ne fu uno che voleva persuaderci tutti che riusciva a vedere gli
invisibili valletti che ci servivano a tavola. Sarebbe andato avanti a litigare con gli altri ancora per un bel
pezzo se, ad un certo punto, uno dei servitori invisibili non gli avesse dato un forte colpo sulla bocca
bugiarda, così da zittire lui e tutti gli altri, che divennero subito silenziosi come statue.
Ciò che però mi fece maggior piacere fu che tutti coloro per i quali avevo maggior considerazione,
mantenevano un atteggiamento molto tranquillo, senza vociferare assieme a tutti gli altri, perché si sentivano
ignoranti e insignificanti rispetto ai grandi misteri della natura.
In mezzo a tanto tumulto stavo quasi per maledire il giorno in cui ero arrivato lì perché mi crucciava vedere
quella gente malvagia e frivola seduta ai posti migliori, mentre io, in quell’angolo oscuro, non riuscivo ad
avere nemmeno un po’ di pace; infatti, uno di quei mascalzoni non faceva che insultarmi e schernirmi
dandomi del buffone. Allora non sapevo che avremmo dovuto passare per un’altra porta ancora, ma credevo
di dover rimanere lì per tutta la durata delle nozze, tra lo scherno e il disprezzo di quella gentaglia; eppure
non pensavo di aver meritato di subire una cosa del genere, né dallo Sposo né dalla Sposa. Lo Sposo avrebbe
potuto scegliere altri come buffoni per le sue nozze, mi dicevo. E dai pensieri che nutrivo si può capire
quanta insofferenza possa provocare le disuguaglianza terrena in animi semplici come il mio. Questo era, in
parte, il motivo per cui, nel sogno di cui ho parlato in precedenza, camminavo zoppicando. Intanto, più
passava il tempo, più cresceva lo schiamazzo. Vi erano anche alcuni che si vantavano di aver vissuto storie
che invece erano false e frutto della loro immaginazione; volevano convincerci che i loro sogni, palesemente
menzogneri, erano invece reali.
Vicino a me stava seduto un uomo distinto e silenzioso che ogni tanto parlava di cose interessanti. Alla fine
egli disse: “Guarda, fratello mio, se ora arrivasse qualcuno che tentasse di ricondurre questi impenitenti sulla
retta via, pensi che lo ascolterebbero?”. “No”, dissi io. “Allo stesso modo”, mi disse lui, “il mondo vuole
essere ingannato e non vuole dare ascolto a coloro che hanno delle buone intenzioni nei suoi riguardi. Anche
tu puoi notare di quali folli idee e metafore si serve quell’adulatore per attirare gli altri a sé. E lì ve ne è un
altro che cerca di ingannare la gente con discorsi misteriosi ed incredibili. Tuttavia, credimi, verrà anche il
giorno in cui a quel ciarlatano sarà tolta la maschera. Ed a tutto il mondo verrà indicato quale genere di
truffatori vi sono in giro. Allora, forse, ciò che tutti disprezzano acquisterà di nuovo valore”.
Nel frattempo, nella sala il clamore si era esteso e stava diventando sempre più forte quando, d’un tratto, si
udì risuonare una musica tanto sublime e solenne che in tutta la mia vita non avevo mai ascoltato niente di
simile. Tutti tacquero in attesa di ciò che sarebbe avvenuto. Il suono di quella musica era prodotto da
strumenti a corda di vario genere, ma tutti in perfetta sintonia. Ero totalmente immerso nell’ascolto e
dimenticai me stesso a tal punto che la mia immobilità causò lo stupore dei miei vicini di tavola. Questa
musica durò circa mezz’ora. Nessuno diceva una parola perché appena qualcuno stava per parlare riceveva,
inaspettatamente, un colpo sulla bocca, senza sapere da dove venisse. Per quanto mi riguarda, pensavo che
avrei desiderato almeno discernere gli strumenti che venivano usati, dato che non era possibile vedere le
persone che li suonavano.
Dopo mezz’ora la musica, improvvisamente, cessò e, per un po’, non sentimmo né vedemmo altro. Poi,
presso la porta della sala, si levò un forte suono di trombe, di tromboni e di timpani da guerra. La musica era
eseguita con tale solennità che pareva dovesse entrare perlomeno l’imperatore di Roma. La porta si aprì da
sola e lo squillo delle trombe divenne così forte che riuscivamo a malapena a sopportarlo.
Pieni di meraviglia vedemmo quindi entrare nella sala migliaia di piccole luci che procedevano in fila. Alla
fine arrivarono anche i due paggi di cui ho parlato in precedenza, con in mano delle torce luminose. Essi
precedevano, illuminando la via, una bella Vergine seduta su un magnifico seggio trionfale, tutto rivestito
d’oro. Mi parve che fosse colei che prima aveva acceso e spento le luci poste lungo la strada, accanto agli
alberi, e io mi immaginai che queste luci fossero al suo servizio. La Vergine non indossava più, come prima,
un abito azzurro, bensì aveva una veste splendente, bianca come la neve e che riluceva tutta di oro puro. Era
talmente luminosa che non osavamo guardarla. I due paggi indossavano dei vestiti simili al suo, ma meno
appariscenti.
Quando la Vergine fu arrivata al centro della sala, scese dal suo trono e tutte le piccole luci le resero
omaggio. A questo punto tutti noi ci alzammo in piedi, sempre restando ai nostri posti. Dopo aver preso atto
dei nostri segni di riverenza e rispetto, la Fanciulla cominciò a parlare con voce dolcissima:

Il re, mio grazioso signore,


che adesso non è lontano,
e la sua Sposa adorata,
affidatagli con onore,
del vostro arrivo già sanno,
e ad ognuno di voi doneranno
la grazia lor e dal cuore
vi augurano ogni bene,
ché delle nozze future
alla gioia, non debbiansi unire
di alcuno il pianto e le pene.

A questo punto essa s’inchinò cortesemente assieme a tutte le piccole luci e subito dopo iniziò a dire:

Sappiate alle nozze l’invito


non fu rivolto a nessuno
che già non avesse ottenuto
da Dio il dono fiorito.
E chi di tal dono sia adorno
è degno d’invito in quel giorno.
Nessuno avrà l’arditezza,
io credo, di giungere qua,
senza avere in cuore certezza
di grazia e di carità,
senza aver meditato
a lungo alle nozze in passato.
E grande è la loro speranza,
l’augurio di gioia per voi,
vedendo nel tempo presente,
godere con voi tanta gente.
Eppure, si sa, non son rari
i villani temerari
che si spingono sfrontati
anche se non invitati.
Gli indegni da qui stian lontani
ché mai potranno arrivare
dove, senza nulla occultare,
nozze pure si vuol celebrare.

E domani verrà preparata


degli artisti la bilancia
per pesare accuratamente
ciò che ha scordato a casa la gente.
Se in voi stessi la fede è assente,
allontanatevi in fretta
perché chi così resti
non grazia avrà, ma vendetta.
Chi non ha serena coscienza
per oggi potrà rimanere
e libero domani andare,
ma che non osi ritornare!
E chi sa delle sue debolezze,
entri e segua il valletto:
gli mostreranno il suo letto
e oggi potrà riposare
e attender la gloria del peso.
O dormirà male, in sospeso
sul suo destino. Ma i puri
restino e dorman sicuri.
Chi non vuol bene a se stesso
è meglio che fugga adesso.
Si augura la migliore fortuna ad ognuno.

Appena la Vergine ebbe finito di parlare, s’inchinò di nuovo e risalì gioiosamente sul suo seggio. Le trombe
ripresero a squillare, ma molti di noi non riuscirono a rallegrarsi e sospiravano in continuazione. Poi fu
condotta in maniera invisibile fuori, ma la maggior parte delle piccole luci rimase nella sala e ciascuna di
esse si accostò ad uno di noi.
Nello sconcerto generale che vi fu, è impossibile dire quali gravi pensieri e sentimenti sorsero nell’animo di
ciascuno. La maggior parte della gente era però decisa a tentare la prova della bilancia e sperava, in caso di
risultato negativo, di poter lasciare tranquillamente il castello.
Avevo riflettuto in fretta e siccome la mia coscienza mi aveva convinto di quanto fossi indegno e ignorante,
decisi di restare nella sala assieme ad altri e di accontentarmi del pranzo che ci era stato offerto piuttosto che
andare incontro a future delusioni.
Intanto, chi qui, chi là, la gente veniva condotta dalle piccole luci dentro delle stanze e così appresi che
ognuno aveva la propria camera. Nella sala restammo in nove; con noi vi era anche l’uomo che a tavola
aveva conversato con me.
Anche le nostre luci non ci avevano abbandonato e dopo un’ora arrivò uno dei paggi di prima, portando con
sé dei grossi rotoli di funi, destinate a legarci, e ci chiese se eravamo davvero decisi a rimanere lì. Noi
assentimmo sospirando; allora il paggio condusse ciascuno di noi in un punto particolare della sala e dopo
averci legato se ne andò assieme alle nostre piccole luci lasciando noi, poveretti, al buio. Allora alcuni
cominciarono a piangere e io stesso non riuscii a trattenere le lacrime. E sebbene ci fosse stato proibito di
parlare, bastavano la pena e la tristezza che provavamo a trattenerci dal farlo.
Le funi erano state fabbricate in modo così singolare che nessuno di noi era in grado di tagliarle o di sfilarle
dai piedi. Tuttavia, mi consolava il pensiero dell’onta ancor più grande che avrebbero dovuto subire
l’indomani alcuni di coloro che adesso erano andati a riposare, mentre noi avremmo potuto scontare la nostra
presunzione in una sola notte. Finalmente, in preda a tormentosi pensieri, mi addormentai. La stanchezza mi
vinse e non mi accorsi nemmeno che erano davvero pochi quelli che riuscivano a dormire.
Dormendo feci un sogno che ritengo utile narrare, sebbene esso non abbia molti significati occulti: mi
sembrava di trovarmi in cima ad un’alta montagna. Davanti a me vedevo una grande ed ampia vallata. In
questa valle era radunata una quantità indicibile di persone. Alla testa di ognuno era attaccato un filo sottile
che saliva fino al cielo. Qualcuno era appeso più in alto, qualcun altro più in basso. Vi era poi un vecchio
che, volando per l’aria con una forbice in mano, tagliava il filo di ciascuno. Coloro che al suolo erano più
vicini, cadevano subito a terra e senza fare alcun rumore. Invece, quando era il turno di qualcuno che
pendeva dall’alto, questi cadeva in giù facendo tremare il suolo. Ve n’erano anche altri che arrivavano a terra
prima che il filo fosse tagliato perché esso si era già lentamente abbassato. Mi divertivo molto a veder cadere
questa gente e mi rallegravo di cuore appena una di quelle persone che erano appese molto in alto, crollava
giù ignominiosamente, trascinando con sé anche alcuni dei vicini. Mi dava anche soddisfazione se qualcuno
che si era sempre tenuto vicino al suolo, scendeva toccandolo delicatamente, senza farsi notare nemmeno da
chi gli stava accanto.
Ero al colmo della mia gioia quando venni urtato da uno dei miei compagni prigionieri e mi svegliai, e ciò
non mi garbò affatto. Riflettei sul mio sogno e lo raccontai a quel fratello che mi stava a fianco dall’altra
parte. Il mio sogno non gli dispiacque ed egli espresse la speranza che celasse un presagio di aiuto.
Passammo quindi il resto della notte conversando ed attendendo con desiderio il giorno.
TERZO GIORNO

S
i era fatto giorno e il sole lucente si era levato al di sopra delle montagne per riprendere il suo posto in
cielo. Gli altri miei compagni di avventura avevano già cominciato ad alzarsi dai loro letti e a
prepararsi alla prova. Entrarono uno dopo l’altro nella sala, ci augurarono buon giorno e ci
domandarono come avevamo passato la notte. Vedendo che ci avevano legato, molti ci presero in giro perché
ci eravamo subito scoraggiati ed arresi invece di tentare il destino come avevano fatto loro. Alcuni, tuttavia,
non alzarono troppo la voce perché avevano il cuore in gola.
Noi ci scusammo per la nostra ignoranza e dicemmo loro che speravamo di poter essere finalmente liberati e
che il loro scherno ci sarebbe servito da lezione, dato che nessuno di loro era ancora scampato al pericolo ed
anzi, proprio ora li attendeva la prova maggiore.
Quando tutti si furono di nuovo radunati, le trombe e i timpani ricominciarono a suonare. Pensammo che
sarebbe arrivato nientedimeno che lo Sposo stesso, di cui molti di noi avevano notato l’assenza. Invece tornò
nuovamente la Vergine del giorno precedente. Aveva un vestito di velluto rosso con un nastro bianco attorno
alla vita. sul capo portava una verde corona di alloro che la adornava mirabilmente. Al suo seguito però non
c’erano più le piccole luci, bensì circa duecento uomini armati tutti vestiti di bianco e di rosso come lei.
Appena si fu alzata dal suo seggio, la Vergine venne verso di noi che eravamo ancora prigionieri. Dopo
averci salutato, ci disse brevemente: “Il mio signore ha apprezzato che alcuni di voi si siano resi conto della
propria miseria e desidera quindi ricompensarvi”. Riconoscendomi poi dalle mie vesti, la Vergine si mise a
ridere e disse: “Allora, tu pure ti sei sottratto al gioco? Pensavo, invece, che ti sentissi pronto a tutto”. A tali
parole mi montarono le lacrime agli occhi.
Poi fece sciogliere i nostri legami individuali e ci fece legare tutti assieme e condurre in un luogo dove
potessimo vedere bene la bilancia. Quindi disse: “Per voi le cose andranno meglio che non per qualcuna di
queste persone che ora sono libere da ogni legame”. Nel frattempo la bilancia d’oro venne appesa al centro
della sala e fu portato un tavolino ricoperto di velluto rosso con sette pesi. Il primo peso era piuttosto grande,
poi ve n’erano quattro piccoli e infine ancora due grandi, anche questi a parte. Questi pesi erano, rispetto al
loro volume, sproporzionatamente pesanti, al di là di ogni umana immaginazione. Ciascuno di quegli uomini
armati aveva, oltre alla spada, anche una grossa fune. Essi vennero divisi in sette gruppi, lo stresso numero
dei pesi, ed ogni gruppo fu abbinato ad un peso.
La Vergine riprese il suo posto sul suo alto trono e dopo che tutti le ebbero reso omaggio, essa iniziò a dire
con voce forte:

Chi entra nella stanza di un pittore,


e non s’intenda di pittura,
ma ne parla con presunzione,
avrà di tutti la derisione.
Chi entra nell’Ordine degli Artisti,
ma non vi è stato eletto,
e l’arte pratica con presunzione,
avrà di tutti la derisione.

Chi alle nozze si presenta,


ospite non invitato,
ed avanza, tuttavia, con presunzione,
avrà di tutti la derisione.
Chi monta su questa bilancia,
risultando leggero al peso,
balzerà in aria con sua delusione,
e avrà di tutti la derisione.

Appena la Vergine ebbe finito di parlare, i paggi ordinarono a tutti di mettersi in fila e di salire sulla bilancia
uno dopo l’altro. Uno degli imperatori obbedì subito a questo ordine; prima s’inchinò leggermente davanti
alla Vergine e poi salì sulla bilancia nelle sue vesti sfarzose. I comandanti di ciascun gruppo di guardie
deposero i rispettivi pesi e con grande stupore di tutti, l’imperatore riuscì a sostenere parecchi pesi. Tuttavia
l’ultimo peso fu troppo per lui e l’imperatore balzò in alto sul suo piatto. Mi sembrò che alla Vergine ciò
dispiacesse, infatti fece cenno ai suoi servitori di rimanere in silenzio. L’imperatore venne legato e
consegnato al sesto gruppo.
Dopo di lui venne un altro imperatore che montò orgogliosamente sulla bilancia. Teneva sotto la veste un
libro grosso e spesso, pensando che sarebbe stato sufficiente per sostenere la prova. Tuttavia, arrivò appena a
sostenere il terzo peso, dopodichè venne spietatamente sbalzato verso l’alto e il libro scivolò fuori dalla sua
veste. Tutti i soldati si misero a ridere ed egli venne consegnato al terzo gruppo. Altrettanto accadde ad altri
imperatori, che vennero tutti beffardamente derisi e imprigionati. Dopo di loro arrivò un omino basso, anche
lui un imperatore, che aveva una barbetta castana e ricciuta e che si accinse alla prova dopo il consueto
inchino. Resistette con tanta costanza che pensai che se vi fossero stati altri pesi ancora, avrebbe sopportato
anche quelli. La Vergine si levò immediatamente in piedi, s’inchinò davanti a lui e gli fece indossare una
veste rossa. Poi prese uno dei tanti rami d’alloro posti sul suo trono, glielo diede e gli disse di sedersi sui
gradini del trono.
Quanto accadde ad altri imperatori, a re e signori sarebbe troppo lungo da raccontare; voglio dire però che
solo pochi di questi grandi capi superarono la prova dei pesi, anche se, contrariamente a quanto mi aspettavo,
risultò che parecchi di loro possedevano molte nobili virtù. Uno era in grado di resistere a quel certo peso, un
altro a quell’altro; alcuni resistevano a due, altri a tre, quattro o cinque pesi. Tuttavia, furono solo pochi
coloro che riuscirono a dimostrare di possedere la vera perfezione. Chi venne trovato manchevole, fu assai
deriso dai gruppi. Dopo che furono esaminati nobili, sapienti e altri, si scoprì che per ogni ceto sociale vi
erano qualche volta uno, qualche volta due individui meritevoli, ma spesso non ve n’era nessuno.
Alla fine venne il turno dei nostri cari imbroglioni e di quei parassiti che si vantavano di saper fabbricare la
panacea universale. Questi vennero posti sulla bilancia in mezzo a tale ludibrio che, nonostante il mio
cruccio, quasi mi scoppiava la pancia dal gran ridere. Persino coloro che erano già stati fatti prigionieri, non
riuscirono a trattenere le risa. Alla maggior parte delle persone di quest’ultimo gruppo non venne neppure
accordato un giudizio serio, perché venivano scaraventati giù dalla bilancia a colpi di frusta e di bastone e
condotti presso gli altri prigionieri che appartenevano al gruppo a cui erano destinati. Di quella grande folla,
tanto pochi furono gli eletti che mi vergogno di rivelarne il numero. Tra i prescelti vi erano anche uomini di
alto rango e ciascuno fu onorato con un abito di velluto e un ramo di alloro.
Quando la prova fu terminata ed eravamo rimasti solo noi, tutti legati assieme come cani, uno dei capitani
delle guardie si fece avanti e disse: “Nobile signora, se a Sua Grazia non dispiace, penso che sarebbe giusto
far montare sulla bilancia anche questa povera gente che ha riconosciuto la propria ignoranza, senza che
alcuno di loro ne tragga danno e unicamente per nostro piacere; forse anche le loro anime possiedono
qualche buona virtù”.
All’inizio questo mi rattristò perché, nella mia sofferenza, ciò che mi consolava era di non dover subire
alcuna onta, né di dover essere cacciato dalla bilancia con la frusta. Infatti non avevo alcun dubbio che ora
molti di coloro che erano prigionieri avrebbero preferito aver passato dieci notti nella sala assieme a noi.
Tuttavia, la Vergine aveva dato il suo consenso e, quindi, così doveva essere. Fummo liberato e, uno dopo
l’altro, venimmo posti sulla bilancia. Sebbene molti fallissero, non vennero né derisi, né frustati, bensì
furono posti tranquillamente da una parte. Il mio amico era il quinto. Egli resistette così degnamente che tutti
ne esultarono, soprattutto il capitano delle guardie, e la Vergine gli tributò il consueto onore. Dopo di lui ve
ne furono altri due che vennero sbalzati per aria. Io ero l’ottavo. Quando salii tremando sulla bilancia, il mio
amico, che nel suo abito di velluto aveva già preso il suo posto d’onore, mi guardò affettuosamente. Persino
la Vergine sorrideva un po’. Tutti i pesi furono provati, ma il mio piatto non si sollevò e allora la Vergine
ordinò di farmi sollevare con la forza. A questo scopo tre uomini furono posti sull’altro piatto della bilancia e
tuttavia non riuscirono a concludere nulla.
Allora uno dei paggi si alzò e gridò con voce tonante: “È lui!”. E un altro rispose: “Allora donategli la
libertà!”.
La Vergine acconsentì. Mi vennero tributati i dovuti onori e poi ebbi il permesso di liberare, a mia scelta,
uno dei prigionieri. Non stetti molto a pensare e scelsi il primo degli imperatori che mi faceva più pena di
tutti. Egli venne subito liberato e fu fatto sedere in mezzo a noi con tutti gli onori.
Dopo che l’ultimo di noi fu posto sulla bilancia risultando per lui i pesi troppo pesanti, la Vergine scorse le
rose che avevo tolto dal mio cappello e che tenevo in mano e me le fece graziosamente chiedere da un
paggio. Io gliele donai volentieri. Così, alle dieci di mattina, si concluse il primo atto. Di nuovo squillarono
le invisibili trombe. Intanto tutti i gruppi di guardie furono fatti ritirare assieme ai loro prigionieri in attesa
del giudizio.
Poi, il consiglio formato dai sette capitani delle guardie, da noi e dalla Vergine, in qualità di presidentessa,
diede inizio al dibattito. Ognuno voleva dire la propria opinione riguardo a quanto doveva accadere ai
prigionieri. La prima proposta fu quella di farli uccidere tutti, uno in modo più duro dell’altro, a seconda
della misura in cui ognuno aveva osato trasgredire alle condizioni che erano state dettate con tanta chiarezza.
Altri, invece, volevano che fossero tenuti prigionieri. Entrambe le proposte non piacquero né a me né alla
presidentessa. Infine, l’imperatore che avevo liberato, un principe, il mio amico ed io regolammo le cose nel
modo seguente: prima sarebbero stati condotti fuori, con discrezione, i principi e i signori di alto rango; gli
altri, invece, avrebbero potuto essere portati fuori anche in mezzo al ludibrio. Altri ancora avrebbero dovuto
venir spogliati e fatti correre in giro nudi. I quarti sarebbero stati bastonati o fatti cacciare via dai cani.
Coloro che ieri avevano rinunciato di loro volontà, sarebbero stati mandati via senza alcuna punizione. Infine
i temerari e quelli che durante il pranzo del giorno prima si erano comportati tanto indecentemente, sarebbero
stati puniti o con la tortura o con la morte, a seconda delle loro colpe. Questa proposta piacque molto alla
Vergine e venne quindi accettata. Ai prigionieri venne accordato ancora un pasto e ciò venne loro subito
annunciato. Il giudizio però fu rimandato a mezzogiorno.
Dopodichè il consiglio si sciolse. La Vergine si ritirò col seguito nella sua dimora abituale, mentre a noi fu
assegnata la tavola più alta della sala e fummo pregati di accontentarci di questa sistemazione fino al termine
del processo, perché poi ci avrebbero condotti dallo Sposo e dalla Sposa.
Nel frattempo i prigionieri furono fatti tornare nella sala e ad ognuno di loro fu dato un posto a sedere, a
seconda del ceto sociale a cui apparteneva. Dopodichè fu loro ordinato di comportarsi in modo più decente
del giorno prima, ma ormai non vi era più bisogno di divieti, perché la loro arroganza era scomparsa del
tutto. Vorrei aggiungere, non per adulazione ma per amore della verità, che le persone di alto rango erano
quelle che si comportavano meglio, data la situazione in cui si trovavano. Vennero serviti in modo semplice,
ma decoroso, ed ancora non potevano vedere i valletti che li servivano, che invece si erano resi visibili a noi,
e questo mi rallegrò molto. Comunque, anche se il destino ci aveva favoriti, noi non ci ritenevamo superiori
agli altri, ma conversavamo con loro e li incoraggiavamo dicendo che le cose non sarebbero finite poi così
male.
Gli altri avrebbero desiderato volentieri sapere da noi la sentenza definitiva, ma ci era stato severamente
proibito di far trapelare qualcosa. comunque cercammo di consolarli più che potemmo. Bevemmo anche
assieme a loro, sperando che il vino li rendesse più gai.
La nostra tavola era ricoperta di velluto rosso e sopra di essa erano stati posti boccali d’oro e d’argento. Gli
altri se ne accorsero con stupore e con rammarico. Prima che ci sedessimo, entrarono due paggi e, per volere
dello Sposo, ci onorarono con l’Ordine del Toson d’Oro che recava l’immagine di un leone volante. I paggi
si raccomandarono che lo indossassimo subito e che mantenessimo sempre la gloria e l’onore dell’Ordine del
quale ci aveva fatto dono Sua Maestà e che, presto, ci sarebbe stato confermato con la dovuta solennità. Noi
accettammo questa notizia con grande umiltà e promettemmo di compiere quanto Sua Maestà desiderava. Il
nobile paggio aveva con sé anche un foglio sul quale erano scritti i nostri nomi secondo l’ordine che ci
spettava per rango e per merito.
Desidererei non dover tacere qual era la mia posizione, sebbene ciò venga considerato segno di superbia,
vizio che non resiste al quarto peso. Venivamo trattati con tale magnificenza che chiedemmo ad uno dei
paggi se sarebbe stato possibile inviare anche ai nostri amici e conoscenti un pasto discreto. Questi non fece
obiezioni e così ognuno di noi inviò cibo in abbondanza tramite i valletti invisibili. E dato che gli altri non
capivano da dove venissero quelle pietanze, volli portare io stesso del cibo ad uno di loro. Mi ero appena
alzato da tavola, quando uno dei valletti mi esortò a rimanere al mio posto. Se uno dei paggi mi avesse visto,
mi disse, l’avrei pagata cara, ma dato che lui era stato l’unico a notarlo non mi avrebbe tradito. D’ora in poi,
però, avrei dovuto portare più rispetto per la dignità che mi conferiva l’Ordine.
Le parole del valletto mi fecero ammutolire e rimasi a lungo immobile sulla mia sedia. Tuttavia, tra la fretta e
lo spavento, ringraziai il valletto come meglio potevo per il suo avvertimento sincero. Subito dopo iniziarono
a squillare le trombe alle quali eravamo ormai abituati sapendo che annunciavano la Vergine, e ci
preparammo quindi a riceverla. Essa arrivò, seduta sulla sua portantina, assieme al suo seguito abituale. I due
paggi la precedevano, uno portando una grande coppa d’oro e l’altro una pergamena.
Dopo che la Vergine si fu graziosamente alzata dal suo seggio, il paggio le porse la coppa ed essa la passò a
noi, dicendoci che ci veniva data a nome di Sua Maestà e che avremmo dovuto farla circolare in suo onore.
Sul coperchio della coppa vi era l’immagine della Fortuna, finemente disegnata in oro colato; in mano teneva
un piccolo vessillo che garriva al vento. Bevvi con un po’ di tristezza perché ormai conoscevo bene
l’incostanza della fortuna.
La Vergine portava anche lei la decorazione del Toson d’Oro col leone per cui, deducendo che fosse la
presidentessa dell’Ordine, le domandammo il nome dell’Ordine stesso. Essa ci rispose che non era il
momento per simili rivelazioni perché bisognava prima regolare la faccenda dei prigionieri. Essi
continuavano ad ignorare il loro destino e il trattamento che avevano ricevuto aveva provocato in loro rabbia
e risentimento, nonostante questo fosse ancora niente rispetto all’onore che ancora doveva venirci tributato.
L’altro paggio porse quindi alla Vergine la pergamena, che era divisa in due parti. Al primo gruppo di
prigionieri essa lesse all’incirca questo: “Confessate di aver creduto troppo facilmente a libri falsi e
menzogneri e di aver loro attribuito troppo valore, per cui siete arrivati in questo castello senza essere
qualificati per l’invito. La maggior parte di voi era interessata solo ad arricchirsi per poter poi vivere
lussuosamente e sfarzosamente. Comunque vi siete istigati l’uno con l’altro e siete finiti in tale ludibrio e
vergogna meritandovi una adeguata punizione”. I prigionieri ammisero i loro errori con umiltà e le diedero la
mano.
Poi ad un altro gruppo venne severamente detto quanto segue: “Sapevate molto bene ed eravate consapevoli
nella vostra coscienza di aver scritto dei libri falsi e menzogneri, di aver truffato ed ingannato gli altri e con
ciò aver sminuito agli occhi di molta gente l’onore del re. Sapevate di quali immagini empie e fraudolente
facevate uso e non avete risparmiato nemmeno la Divina Trinità, anzi avete abusato del Suo nome per
ingannare la gente. Ma ormai le pratiche con le quali avete teso insidie ai veri invitati e avete ingannato gli
ignoranti, sono state scoperte. È anche saputo che avete praticato la prostituzione, commesso adulterio e
partecipato a gozzoviglie e altre simili cose impure, e tutto ciò è contrario all’ordine pubblico del nostro
regno. Insomma: eravate consapevoli di avere screditato Sua Altezza il re agli occhi della gente comune.
Dovete riconoscere di essere dei pubblici e convinti truffatori, degli adulatori e dei mascalzoni che meritano
di essere separati dalla gente onesta e di essere puniti duramente”.
A tale dichiarazione i presunti artisti si sottomisero molto malvolentieri. Ma dato che la Vergine li aveva
minacciati di morte e inoltre l’altro gruppo li aveva aggrediti e li accusava unanimemente di averli ingannati,
per evitare incidenti maggiori ammisero infine di aver commesso questi reati. Aggiunsero però che quanto
era successo non doveva venir loro addebitato con tanta severità. Poiché i Signori avevano voluto entrare nel
castello, essi si erano ripromessi di approfittarne per procurarsi parecchio denaro e avevano impiegato ogni
astuzia pur di trarne profitto. Ma che tale proposito fosse inopportuno, non doveva essere addebitato a loro
più che ai Signori, che avrebbero dovuto avere il buonsenso di scegliere una maniera più sicura per entrare
nel castello. In tal caso, essi non avrebbero corso grossi rischi nello scalare le mura, unicamente per ottenere
un falso vantaggio.
Ciò fu necessario perché i loro libri si vendevano poco. E per chi non si poteva guadagnare da vivere in altro
modo, fu questo imbroglio l’unica soluzione. Dissero anche che speravano che sia loro che i Signori
sarebbero stati giudicati in modo equo, e supplicavano insistentemente che non venisse inflitto loro alcun
maltrattamento. Con questi ed altri simili discorsi, essi cercavano di giustificarsi. Ma venne loro risposto che
Sua Maestà il re era deciso di punirli tutti, l’uno più duramente dell’altro, perché quanto avevano affermato
era vero solo in parte. Tuttavia, anche i Signori non si sarebbero sottratti ad una punizione. Coloro però che
si erano deliberatamente comportati in modo malvagio e che avevano voluto ingannare gli ignoranti, si
dovevano preparare a morire, come anche coloro che avevano leso la Maestà del re con libri menzogneri,
dato che questo era quanto risultava dalle loro opere e dai loro scritti.
A tali parole molti cominciarono a lamentarsi e a piangere da far pietà. Supplicarono, pregarono e si
prostrarono a terra, ma tutto fu inutile. Mi stupii che la Vergine riuscisse a rimanere irremovibile, perché la
miseria di quella gente, per quanto prima avessimo dovuto subire le loro angherie, ci impietosiva e ci faceva
salire le lacrime agli occhi.
Poi la Vergine ordinò ad un paggio di chiamare tutte le guardie che quel giorno erano state fatte adunare
presso la bilancia. Ad esse venne dato l’ordine di prendere i loro prigionieri e di condurli in fila ordinata, un
prigioniero per ogni guardia, nel grande giardino. Mi meravigliai molto quando vidi che ogni guardia
riconosceva subito il proprio prigioniero.
Coloro che il giorno prima erano stati i miei compagni, ebbero il permesso di andare nel giardino, liberi da
ogni laccio, per assistere all’esecuzione. Appena tutti furono usciti, la Vergine scese dal suo seggio dicendoci
che desiderava che ci sedessimo sui gradini del trono per andare ad assistere al giudizio. Noi assentimmo,
abbandonammo tutto sulla tavola, all’infuori della coppa che la Vergine aveva dato in custodia al paggio, e
adornati dei nostri paramenti fummo trasportati sul trono assieme alla Vergine. Infatti questo trono si
muoveva da solo e mentre avanzavamo ci pareva di fluttuare dolcemente nell’aria, finché arrivati nel
giardino non scendemmo tutti quanti.
Questo giardino non possedeva particolari bellezze. Mi colpì unicamente l’ordine in cui erano stati posti gli
alberi. Vi era una bella fontana ornata di statue, d’iscrizioni meravigliose e anche di strani simboli di cui, se
questa sarà la volontà di Dio, parlerò in un prossimo libro. In questo giardino era stata eretta un’impalcatura
in legno intorno alla quale erano stati appesi dei bei drappi dipinti. Era formata da quattro piani. Il primo, il
più sfarzoso, era ricoperto da una tenda di taffettà bianco ed era impossibile capire che cosa celasse. Il
secondo piano era vuoto e senza alcuna copertura, mentre gli ultimi due erano ricoperti di taffettà rosso e blu.
Appena arrivammo presso l’impalcatura, la Vergine si inchinò profondamente sino a toccare il suolo,
provocando la nostra emozione, perché comprendemmo subito che il Re e la Regina si trovavano nelle
vicinanze. Dopo che ci fummo inchinati anche noi, la Vergine ci condusse su per una scala a chiocciola al
piano superiore, dove essa occupò il posto più alto, mentre noi restammo nell’ordine in cui eravamo. Non
intendo raccontare ora, a discapito della gente pettegola, quale fu, nei miei confronti, il comportamento
dell’impe-ratore che avevo liberato.
Egli doveva ben rendersi conto di quale angoscia ed affanno avrebbe provato, se si fosse trovato assieme agli
altri prigionieri in mezzo al ludibrio ed in attesa dell’esecuzione, invece di stare con noi nella dignità e nel
decoro.
Nel frattempo apparve la giovane che mi aveva portato la lettera d’invito e che da allora non avevo più
rivisto. Essa fece squillare la sua tromba e con voce potente declamò la sentenza:
“Sua Maestà il Re, mio graziosissimo signore, avrebbe desiderato di cuore che tutti coloro che sono qui
riuniti fossero stati così virtuosi come lo richiedeva l’invito, in modo da poter celebrare la festa nuziale, che
sarebbe stata onorata dalla loro presenza. Ma dato che Dio onnipotente ha voluto disporre altrimenti, Sua
Maestà, anche se ciò non corrisponde al suo desiderio, ha decretato, conforme alle antiche ed illustri
tradizioni di questo reame, che la sentenza venga eseguita. Tuttavia, affinché l’innata clemenza di Sua
Maestà possa venir celebrata nel mondo intero, egli ha deciso, assieme ai consiglieri e ai rappresentanti di
questo regno, di mitigare notevolmente la sentenza: ai signori e ai governanti sarà non solo fatta grazia della
vita, ma verrà donata loro anche la libertà. Sua Maestà li prega anche con grazia e con gentile benevolenza di
non essere in collera se non potranno assistere alla festa in suo onore e di meditare sul fatto che a loro è stato
imposto da Dio onnipotente un fardello più pesante di quanto siano in grado di sopportare e che, comunque,
quando Egli distribuisce i suoi doni, molti sono i suoi pensieri imperscrutabili.
E così se essi verranno espulsi dal nostro Ordine, il loro nome non ne sarà danneggiato perché non è dato a
tutti portare tutto a compimento. Tuttavia l’inganno perpetrato su di loro da malvagi adulatori non rimarrà
impunito. Sua Maestà ha deciso di far pubblicare fra breve un catalogo degli eretici o un indice di tutti i
divieti, così che in futuro sia possibile giudicare con maggior saggezza ciò che è male e ciò che è bene. Sua
Maestà desidera controllare le vostre biblioteche e tutti gli scritti menzogneri verranno bruciati. Sua Maestà
desidera che vi poniate cortesemente al suo servizio. In futuro ciascuno di voi dovrà governare il proprio
regno in modo da porre rimedio ad ogni malvagità ed impurità. Inoltre, d’ora in poi, siete tutti ammoniti di
non presentarvi mai più in questo castello in modo così sconsiderato, perché in tal caso la scusa di essere
stati ingannati non potrà più essere accettata e vi meritereste unicamente il disprezzo e lo scherno di tutti.
Infine, se i governatori di questo paese esigessero qualcosa da voi, Sua Maestà spera che nessuno di voi si
lamenterà di pagare il proprio pegno o con una catena o con altri ornamenti. Adesso potrete prendere
commiato da noi e tornare alle vostre case assieme ad una nostra scorta.
Sua Maestà avrebbe preferito che coloro che non hanno potuto resistere al primo, al terzo e al quarto peso
non venissero rilasciati, ma affinché anch’essi potessero accorgersi della sua indulgenza, abbiamo l’ordine di
farli denudare e di mandarli via senza altre punizioni. Chi è invece risultato più leggero del secondo e del
quinto, oltre ad essere denudato verrà segnato con due o più marchi, a seconda del peso dimostrato. Coloro
che non hanno superato la prova del sesto e del settimo peso verranno trattati con maggiore clemenza. E così
ognuno riceve il castigo meritato.
Così coloro che ieri hanno volontariamente rinunciato alla prova saranno lasciati liberi di andarsene senza
alcuna punizione. Infine i truffatori, cioè coloro che non avevano resistito a nessuno dei pesi, dovranno
essere puniti con la tortura e con la morte per mezzo della spada, della corda, dell’acqua o del bastone,
affinché tale esempio possa servire da monito agli altri.”
A questo punto la Vergine spezzò in due il suo bastone, in segno di condanna. La giovane che aveva letto il
verdetto fece subito squillare la sua tromba e si avvicinò poi, con grande rispetto, alle persone nascoste sotto
la tenda bianca dell’impalcatura. Qui non posso omettere di fare al lettore qualche accenno riguardo al
numero dei prigionieri. Erano 7 quelli che avevano resistito ad un peso, 21 resistettero a due pesi, 35 a tre
pesi, 35 a quattro pesi, 21 a cinque pesi e 7 a sei pesi. Una persona sola era riuscita ad arrivare fino al settimo
peso, ma non voglio tenerlo in conto perché era colui che avevo liberato. Molti avevano fallito
completamente la prova, mente solo pochi avevano resistito a tutti i pesi.
Potei contare accuratamente tutti i prigionieri che erano in piedi di fronte a noi e così annotai ogni cosa sulla
mia tavoletta. C’è da stupirsi che di tutti quelli che erano stati pesati nessuno fosse risultato uguale ad un
altro. Infatti, benché 35 persone avessero resistito ai tre pesi, una aveva resistito al primo, al secondo e al
terzo peso, un’altra invece al terzo, al quarto e al quinto, mentre un terzo aveva resistito al quinto, sesto e
settimo peso per cui, con mio grande stupore, tra 126 persone che avevano sostenuto la prova, nessuna era
risultata uguale all’altra. Mi piacerebbe poter menzionare ciascuno assieme al rispettivo peso sostenuto, ma
per adesso mi è stato proibito di farlo. Spero che in futuro tutto quanto potrà essere svelato assieme al suo
significato.
Dopo la lettura della sentenza, i signori, quelli che erano stati giudicati per primi, furono molto soddisfatti,
perché di fronte a tanta severità non si aspettavano un verdetto così mite. Per questo motivo, essi donarono in
pegno molte più cose di quante ne venissero loro richieste: dettero via collane, gioielli, oro, denaro ed altre
cose ancora e infine si congedarono con rispetto. Sebbene i servi avessero ricevuto il divieto di schernirli
mentre si allontanavano, pure alcuni di loro non riuscirono a reprimere le risa mentre quei signori si
allontanavano. Infatti era piuttosto divertente osservare quanta fretta avessero e come fuggissero via senza
nemmeno voltarsi indietro. Alcuni dei nobili signori chiesero che fosse fatta loro pervenire la lista degli
eretici annunciata dal re; dissero anche che, per quanto riguardava i loro libri, avrebbero agito secondo il
volere di Sua Maestà. Infine, quando giunsero la portale, venne data loro la bevanda dell’oblio, in modo che
dimenticassero tutto quello che era accaduto.
Poi partirono anche quelli che avevano rinunciato volontariamente alla prova. Essi vennero lasciati liberi in
merito alla loro onestà. Tuttavia, ricevettero l’ordine di non ripresentarsi mai più in stato di peccato. E dato
che sia loro che alcuni altri erano più avanti sulla via della conoscenza, avrebbero potuto tornare in futuro in
veste di invitati.
Intanto gli altri venivano già svestiti e puniti a seconda della gravità delle colpe commesse. Alcuni furono
solamente spogliati e scacciati senza subire maltrattamenti. Altri furono allontanati al suono di campanelli e
sonagli. Altri ancora vennero frustati. Insomma le punizioni erano talmente varie che non mi è possibile
enumerarle tutte. Alla fine venne il turno dell’ultimo gruppo. La loro esecuzione durò più a lungo. Infatti,
prima che una parte di loro venisse impiccata, un’altra parte decapitata, un’altra ancora fatta annegare o
giustiziata in vari modi, trascorse parecchio tempo. Durante l’esecuzione di queste sentenze mi salirono le
lacrime agli occhi, non tanto per pietà perché erano castighi che si erano meritati a causa della loro empietà,
quanto a causa della cecità umana che ci trascina sempre a voler ottenere proprio ciò che ci è stato proibito
fin dai tempi della caduta di Adamo.
Così il giardino che prima era pieno di gente, rimase comple-tamente vuoto. Non era rimasto più nessuno
all’infuori delle guardie.
Terminate le esecuzioni, vi furono cinque minuti di silenzio, dopodichè apparve un bellissimo unicorno,
bianco come la neve, che portava un collare d’oro su cui erano incise delle lettere. La bestia si diresse verso
la fontana e lì si piegò sulle zampe anteriori, come per tributare omaggio al leone che stava immobile sopra
la fontana stessa, quasi fosse anche lui di pietra o di bronzo. Il leone afferrò la spada che teneva tra gli artigli
e la spezzò in due e, mi parve che i due frammenti s’inabissassero nella fontana. Il leone ruggì poi
lungamente finché non arrivò una colomba bianca che portava nel becco un ramoscello d’ulivo. Il leone lo
inghiottì e quindi si calmò.
Infine, l’unicorno tornò gioiosamente da dove era venuto. La nostra Vergine ci fece scendere
dall’impalcatura per la scala a chiocciola e arrivammo di fronte alla tenda bianca, e lì ci inchinammo
rendendo nuovamente omaggio a chi essa celava. Poi ci ordinarono di lavarci le mani e il capo nell’acqua
della fontana, dopodichè attendemmo, sempre in fila come eravamo, che il Re rientrasse nelle sue stanze
attraverso un corridoio segreto. Infine in corteo, con musica e pompa, fummo condotti nelle nostre stanze
conversando piacevolmente. Questo avveniva alle quattro del pomeriggio. Affinché non ci annoiassimo
troppo, la Vergine assegnò a ciascuno di noi un paggio. Questi paggi non solo indossavano vesti preziose,
ma erano anche mirabilmente eruditi. Sapevano discutere su qualsiasi argomento con tale competenza, da
farci provare vergogna per noi stessi. Allo scopo di distrarci, i paggi avevano ricevuto l’ordine di farci
visitare alcuni angoli particolari del castello.
Intanto la Vergine si accomiatò da noi, assicurandoci che sarebbe tornata in occasione della cena per
celebrare alcune particolari cerimonie. Ci pregò anche di pazientare fino al giorno seguente perché
l’indomani saremmo stati presentati al re. Dopo che essa ci ebbe lasciati, ognuno di noi fece ciò che più
gradiva. Alcuni di noi si misero ad osservare le belle tavole sulle quali erano incisi anche i loro nomi,
meditando sul significato che potevano avere i bizzarri simboli che vi erano raffigurati. Altri di noi ebbero
bisogno di rifocillarsi con cibo e bevande. Io mi feci condurre dal paggio in giro per il castello assieme al
mio amico. Fu una passeggiata che per tutta la vita non rimpiangerò di aver fatto, perché oltre ad alcune
splendide antichità mi vennero mostrati anche i sepolcri dei re, dai quali appresi cose che nessun libro
avrebbe potuto insegnarmi. Laggiù si trovava anche la meravigliosa fenice, sulla quale due anni fa ho scritto
un piccolo libro molto singolare. Desidererei parlare anche del leone, dell’aquila, del grifone e del falco e
dedicare ad ognuno un libro, affinché la mia descrizione sia più consistente, un trattato particolare con
aggiunte immagini ed iscrizioni. Mi dispiacque che i miei compagni si fossero lasciati sfuggire un tale
tesoro, ma questa deve essere stata la volontà di Dio.
Gradii molto la guida del mio paggio. Ognuno di noi, a seconda della sua indole, veniva condotto nei posti
che desiderava. Proprio al mio paggio erano state affidate le chiavi per accedere ai sepolcri dei re, per cui
ebbi miglior fortuna degli altri. Tuttavia, quando chiamai alcuni dei miei compagni ad ammirarli, essi
pensarono che questi sepolcri si trovassero in un cimitero e mi risposero che avrebbero avuto anche dopo il
tempo per visitarli.
Comunque questi monumenti, che io e il mio amico abbiamo riprodotto in un disegno accompagnato da una
descrizione scritta, non rimarranno segreti a quei miei discepoli che mi saranno più riconoscenti. Fra le altre
cose ci venne mostrata la magnifica biblioteca, intatta quale era dai tempi prima della Riforma. Sebbene il
mio amico se ne rallegri ogniqualvolta mi rammento di essa, preferisco non raccontare niente di ciò che vidi
perché i cataloghi della biblioteca verranno presto pubblicati. Accanto all’entrata di quella sala vi era un libro
talmente grande che in vita mia non ne avevo mai visto uno simile. Esso contiene la riproduzione di tutte le
statue, le sale, i portali e anche delle scritte e dei simboli segreti del castello.
Anche se avrei piacere di raccontarvi tutte queste cose, per ora mi devo trattenere dal farlo perché il mondo
deve prima arrivare ad una maggiore comprensione. Accanto ad ogni libro della biblioteca vi era un ritratto
del suo autore. Da quanto ho capito, però, molti di questi libri verranno bruciati affinché il loro ricordo sia
cancellato dalle menti degli uomini onesti. Assorti nei nostri pensieri, eravamo appena usciti da lì quando un
altro paggio arrivò correndo, mormorò qualcosa all’orecchio del nostro e ricevette da lui delle chiavi, con le
quali egli corse su per le scale a chiocciola. Il nostro paggio era impallidito e dato che lo supplicammo con
insistenza ci comunicò finalmente che Sua Maestà non voleva che nessuno vedesse né la biblioteca né i
sepolcri. Poi il paggio ci pregò, se ci era cara la sua vita, di non rivelare niente a nessuno perché aveva già
negato quanto era avvenuto. Noi lo rassicurammo tra lo spavento e la gioia. Così la cosa fu tenuta segreta e
comunque nessuno ci fece alcuna domanda a riguardo.
Avevamo passato tre ore in ciascuno di questi luoghi e io non lo rimpiansi. Erano già suonate le sette, ma
nessuno ci chiamava a tavola. Tuttavia, grazie al nutrimento spirituale che avevamo ricevuto ci fu più facile
resistere ai morsi della fame fisica; in siffatta maniera potrei digiunare anche per tutta la mia vita. Visitammo
anche le fontane, le collezioni di minerali e diversi studi d’arte, ciascuno dei quali da solo era superiore
all’intera arte umana. Tutte le stanze del castello erano poste in semicerchio, in modo che il prezioso
orologio che adornava il centro della torre potesse essere visto da tutti. Su di esso erano stati mirabilmente
disposti tutti i pianeti, in modo che ognuno potesse osservare il loro corso e regolarsi su di esso. guardando
tali opere, compresi quali sono le carenze dei nostri artisti, ma non è mio compito informarli di ciò.
Alla fine arrivai in una grande sala che gli altri avevano già visitato da parecchio tempo. Al centro di essa si
trovava un mappamondo che aveva un diametro di circa 30 piedi 8, sebbene la metà di esso sprofondasse nel
suolo. Due uomini potevano far girare questo globo in modo tale che era possibile vedere in parte solo
quanto si trovava al di sopra del suo orizzonte. Mi resi conto che questo globo doveva avere qualche
funzione particolare, tuttavia non riuscivo a capire a cosa potessero servire alcuni piccoli cerchietti d’oro
posti in alcuni punti di esso. La mia perplessità fece ridere il mio paggio che mi esortò a guardare meglio il
globo. Infine, mi accorsi che il punto dove si trovava la mia patria era contrassegnato in oro. Anche il mio
amico trovò la sua, segnata da un cerchietto d’oro. In questo modo riuscimmo a trovare la terra natia di tutti
coloro che erano venuti con noi. Il paggio ci spiegò anche che il giorno prima, il vecchio Atlante, questo era
il nome dell’astronomo, aveva annunciato che tutti i cerchi erano in corrispondenza precisa fra loro. E dato
che la nostra patria corrispondeva ad uno di quei cerchi, Atlante aveva convinto uno dei capitani delle
guardie a chiedere che anche noi fossimo posti sulla bilancia senza che ci fosse data alcuna punizione,
qualsiasi fosse stato il responso, perché le nostre patrie erano contraddistinte da particolari segni di buon
auspicio. Per questo motivo mi era stato anche assegnato il paggio che aveva più potere di tutti. Ringraziai il
paggio per avermi dato questa spiegazione e mentre osservavo meglio il punto in cui era segnata la mia
patria, vidi che attorno al cerchietto erano stati posti anche tanti raggi, e non lo dico né per vantarmi né per
farmi onore. Su quel globo potei osservare tante altre cose, ma preferisco non rivelarle. Che ognuno rifletta
da solo come mai ogni città non abbia il suo Filosofo.
Poi fummo condotti all’interno del globo, e ciò avvenne nel modo seguente: sopra il mare era stata posta una
placca sulla quale erano riportate tre dediche e il nome degli autori. La placca poteva essere sollevata e
attraverso un asse mobile era possibile arrivare al centro del globo dove c’era spazio per quattro persone. Vi
8
Circa 9 metri (NdR)
era solo una panca rotonda sulla quale ci sedemmo. Da lì era possibile contemplare gli astri anche in pieno
giorno, ma ormai era già notte. Le stelle mi sembravano tante pietre preziose ed erano così belle e luminose,
poste nel loro ordine e secondo il loro corso, che non avevo più voglia di uscire da lì. Il paggio lo riferì alla
Vergine che spesso si divertì poi a punzecchiarmi in proposito. Arrivò l’ora della cena, ma ero talmente
infatuato del globo che fui quasi l’ultimo ad arrivare a tavola. Alla fine non indugiai oltre, indossai
nuovamente l’abito che avevo tolto ed arrivai a tavola. I servitori mi resero omaggio con tanto rispetto che,
per l’imbarazzo, non riuscivo ad alzare lo sguardo da terra. Passai così, senza neanche scorgerla, davanti alla
Vergine che mi stava attendendo. Essa lo notò, mi tirò per il vestito e poi mi condusse a tavola. Penso che
sarebbe inutile parlare più ampiamente della musica e di tutti gli splendori di quella cena, sia perchè è
impossibile descriverli esaurientemente, sia perché, in precedenza, ho già cercato di esporli come meglio
potevo.
Comunque, per dirla in breve, fu tutto incantevole ed eseguito con arte.Dopo che ci fummo narrati
reciprocamente le nostre avventure pomeridiane – sulla biblioteca e sui sepolcri fu mantenuto il silenzio – e
ci sentivamo un po’ eccitati dal vino, la Vergine cominciò a dire:
”Miei cari signori, ho avuto una grossa lite con mia sorella. Nella nostra stanza teniamo un’aquila della quale
abbiamo tanta cura che ciascuna di noi due vorrebbe essere la sua preferita. Per questo motivo ogni tanto
litighiamo. In questi giorni abbiamo deciso di presentarci entrambe all’aquila e quella tra noi due che
avrebbe ottenuto da lei le maggiori manifestazioni di affetto, ne sarebbe diventata la padrona. Accadde
questo: io, come al solito, avevo in mano un ramoscello di alloro, mentre mia sorella non ne aveva alcuno.
Appena l’aquila ci scorse, portò subito a mia sorella un ramoscello che teneva nel becco e chiese invece il
mio che io le diedi. Ora ciascuna di noi due crede di essere la favorita. Cosa devo pensare adesso?”
Il modo in cui la Vergine aveva posto il quesito ci piacque molto. Ciascuno di noi avrebbe desiderato sentire
la soluzione del problema, ma tutti i presenti guardarono me e vollero che fossi io a parlare per primo. Ne fui
talmente confuso che non seppi far altro che rispondere con un’altra domanda:
“Gentile signora, il quesito sarebbe facile da risolvere se non vi fosse un’altra cosa che mi rattrista. Avevo
due amici e tutti e due mi amavano moltissimo. Tuttavia, essi erano in dubbio a quale dei due volessi più
bene. Decisero allora di venire da me all’improvviso e colui che avrei abbracciato per primo sarebbe stato il
prescelto. Così fecero, ma accadde che uno dei due non riuscì a seguire l’altro, restò indietro e si mise a
piangere, e io ricevetti l’altro con grande stupore. I due mi spiegarono l’intera faccenda, ma io non seppi dar
loro una risposta. Così ho rimandato la mia decisione, ma forse qui potrei trovare qualche buon consiglio”.
La Vergine si meravigliò di questa storia e comprendendo il senso del mio apologo disse: “Noi due siamo
pari. Chiediamo dunque la soluzione a qualcun altro”.
Il mio contributo aveva acuito lo spirito dei miei compagni, e così un altro cominciò a dire: “Di recente, nella
mia città, una giovane donna venne condannata a morte. Il giudice ne ebbe pietà e fece proclamare che se vi
fosse stato qualcuno disposto ad essere il suo campione, ciò gli sarebbe stato concesso. La giovane aveva due
amanti. Uno si preparò immediatamente ed arrivò sul luogo del duello per attendere il suo avversario. Nel
frattempo si presentò anche l’altro. Questi, essendo arrivato in ritardo, pensò di combattere ugualmente e di
farsi vincere di proposito, in modo che alla giovane fosse risparmiata la vita, come infatti accadde. Allora,
signori miei, secondo voi, a chi dei due appartiene la donna?”.
La Vergine non riuscì a trattenersi e disse: “Pensavo di poter apprendere molte cose, ma sono caduta nella
mia stessa rete. Sentiamo se vi è ancora qualcuno che ha altri argomenti”.
“Ma sì”, rispose un terzo, “anzi non è mai stata narrata avventura più straordinaria di quella che è capitata a
me. Nella mia gioventù amavo un’onesta giovane e affinché il mio amore giungesse al fine desiderato,
dovetti servirmi dell’aiuto di una vecchietta che finalmente mi condusse da lei. Ma i fratelli della giovane
arrivarono proprio nel momento in cui eravamo tutti e tre insieme. Essi si adirarono a tal punto, che volevano
uccidermi. Dopo che li ebbi supplicati a lungo, mi fecero infine giurare di prendere in moglie ambedue le
donne, ciascuna per un anno. Ora ditemi, signori miei, quale dovevo prendere per prima, la vecchia o la
giovane?”.
Questo indovinello ci fece ridere parecchio, e sebbene molti mormorassero tra di loro, nessuno si decise a
dare la risposta definitiva. Allora iniziò a parlare il quarto: “In una città abitava una donna onesta e di nobile
stirpe che era amata da tutti. L’amava in particolare un giovane nobiluomo, ma le sue richieste nei confronti
della donna stavano diventando fin troppo pressanti. Alla fine ella gli diede questa risposta: se egli l’avesse
condotta, nel cuore dell’inverno, in un bel giardino verde e pieno di rose, gli avrebbe concesso quanto
desiderava da lei, altrimenti non avrebbe più dovuto farsi vedere. Il gentiluomo percorse tutto il mondo
cercando una persona in grado di attuare una cosa del genere. Finalmente trovò un vecchietto che gli promise
di realizzare quel progetto, se in cambio il gentiluomo gli avesse donato la metà dei suoi beni. Egli
acconsentì ed il vecchio eseguì quanto gli era stato richiesto. Infine, il gentiluomo invitò la donna nel suo
giardino e, inaspettatamente, ella lo trovò completamente verde, piacevole e tiepido. Si ricordò allora della
promessa; chiese di poter tornare ancora una volta da suo marito al quale, tra lacrime e sospiri, essa confidò
il suo dolore. Il marito della donna, capendo quanto essa fosse fedele, la rimandò dall’uomo che l’aveva
corteggiata con tale dispendio, affinché mantenesse la sua promessa. Il gentiluomo, però, fu così commosso
dalla rettitudine del marito della donna che gli sembrava di commettere un grosso peccato toccando una
donna tanto onesta e la rimandò dunque a casa senza attentare al suo onore. Quando il vecchietto venne a
conoscenza della nobiltà d’animo dei due uomini, non volle essere da meno e, pur essendo molto povero,
restituì all’uomo tutti i suoi beni e se ne andò. Ora, miei cari signori, non saprei proprio dire chi tra queste
persone ha dimostrato la maggior probità”.
Questa storia ci fece rimanere tutti in silenzio. anche la Vergine, come unica risposta, chiese se qualcun altro
voleva continuare a parlare. E così anche il quinto non si tirò indietro e cominciò a dire:
“Cari signori, sarò breve: Chi è maggiormente felice; colui che contempla ciò che ama o colui che immagina
di contemplarlo?”.
“Colui che lo contempla”, disse la Vergine.
“No”, replicai io.
Così sorse una discussone finché il sesto non gridò: “Devo prendere moglie e ho di fronte a me una vergine,
una donna sposata e una vedova. Aiutatemi a risolvere il mio dubbio e io vi aiuterò a risolvere i vostri”.
“Poter scegliere è già una buona cosa”, rispose il settimo, “ma il mio caso è diverso: durante la mia gioventù
amavo di tutto cuore una bella ed onesta giovane ed essa mi ricambiava. Tuttavia, a causa del diniego dei
suoi parenti non ci fu possibile sposarci. Essa venne data in sposa ad un altro giovane, anche lui bravo ed
onesto. Egli le dimostrò rispetto e amore finché essa non rimase incinta e si ammalò a tal punto che un
giorno tutti pensarono che fosse morta e, con grande dolore di tutti, venne seppellita. Pensai allora che, dato
che quella persona non mi era stata assegnata durante la sua vita, volevo almeno poterla baciare e
abbracciare nella morte. Portai con me un servo che durante la notte la disseppellì. Dopo che ebbi aperto la
bara, mentre l’abbracciavo, sfiorai anche il suo cuore, e mi accorsi che batteva debolmente e, a causa del
calore, cominciò a battere sempre più forte.
Scoprii così che era ancora viva e la portai a casa mia in segreto. Dopo che ebbi riscaldato il suo corpo
immergendolo in un bagno d’erbe, l’affidai a mia madre. Dopo qualche tempo essa diede alla luce un bel
bambino che io feci amorevolmente curare. Due giorni dopo raccontai alla mia amata, piena di stupore,
quanto era successo e la pregai di rimanere con me come mia sposa. Ma essa si dispiacque perché pensava
che suo marito, che era buono e onesto, se ne sarebbe addolorato. Tuttavia, a causa di quanto era successo,
essa sentiva che l’amore la legava a entrambi. Due mesi dopo dovetti partire, ed invitai suo marito a casa
mia. Ad un certo punto, gli chiesi se sarebbe stato disposto a riprendere con sé la moglie morta se essa fosse
tornata a casa, ed egli piangendo mi rispose di sì. Allora condussi davanti a lui sua moglie e suo figlio. Dopo
che gli ebbi narrato quanto era successo, gli chiesi di ratificare col suo consenso la nostra unione. Dopo
lunghe discussioni egli fu costretto a darmi ragione e a lasciarmi la donna. Poi ci fu un’altra lite riguardo al
figlio”.
A questo punto la Vergine lo interruppe, dicendo: “Mi meraviglio di come abbiate potuto raddoppiare la
sofferenza di quel pover’uomo”.
“Ma come”, disse questi, “non era forse mio diritto?”. Allora vi fu una discussione fra noi e la maggioranza
dava ragione a lui.
“No”, disse lui, “ridonai a quell’uomo sia la moglie che il figlio. Ora ditemi signori, cosa fu più grande, la
mia onestà o la gioia di quell’uomo?”.
Queste parole rallegrarono la Vergine a tal punto che essa fece fare un brindisi in onore di entrambi. Gli altri
racconti furono tutti alquanto confusi, per cui non riesco a ricordarli. Ve n’è solo uno che ricordo ancora:
qualcuno raccontò che alcuni anni prima aveva incontrato un medico che aveva acquistato della legna per la
stagione fredda e durante tutto l’inverno l’aveva usata per scaldarsi. Arrivata la primavera egli aveva
rivenduto la stessa legna, trovando così il modo di riscaldarsi senza pagare nulla.
“Questo avvenne per magia”, disse la Vergine, “Ora però non abbiamo più tempo”.
“Chi non riesce a risolvere tutti i quesiti”, disse il mio amico, “mandi un messaggero a chiedere le soluzioni.
Non penso che le risposte debbano essere tenute segrete”.
Intanto cominciammo a recitare la preghiera del ringraziamento. Poi ci alzammo tutti da tavola e ci
sentivamo sazi e contenti senza aver mangiato troppo. Sarebbe da augurarsi che tutti i pranzi e i banchetti si
svolgessero allo stesso modo. Mentre passeggiavamo su e giù per la sala, la Vergine ci chiese se
desideravamo che iniziassero le nozze.
“Sì, o fanciulla nobile e virtuosa”, rispose uno.
Allora essa in segreto mandò un paggio a portare un messaggio e poi continuò a conversare con noi. Ormai
eravamo così in confidenza con lei che ebbi l’ardire di chiederle il suo nome. La Vergine sorrise per la mia
audacia, ma non si lasciò commuovere e mi rispose così: “Il mio nome è composto da 55 lettere eppure ne ha
solo 8, e la terza lettera è un terzo della quinta. Se si aggiunge alla sesta, forma un numero la cui radice
quadrata è già più grande della prima lettera di quanto non lo sia la terza stessa; esso è la metà della terza.
Così la quinta e la settima lettera sono uguali e l’ultima è uguale alla prima. Insieme esse danno la sesta, la
quale non ne ha che quattro di più di quanto la terza ne abbia, moltiplicandola per tre. Allora, mio signore,
ditemi come mi chiamo”.
La risposta era stata fin troppo intricata, ma io tenni duro e dissi: “Nobile e virtuosa fanciulla, posso sapere
almeno una lettera?”.
“Sì, questo è possibile”, disse lei.
“Che valore ha la settima lettera?”, chiesi io.
“Essa corrisponde”, disse lei, “al numero dei signori qui presenti”. Questo mi bastò, perché trovai facilmente
il suo nome9. Anch’essa ne fu contenta e ci accennò che molte altre cose ancora dovevano venirci svelate.
Intanto, parecchie damigelle, pronte per la cerimonia, avanzarono con grande solennità. Due giovanetti le
precedevano, illuminando loro la strada. Uno aveva un volto allegro, occhi chiari ed era di proporzioni
armoniose; l’altro aveva l’aspetto iroso e io notai che tutto ciò che desiderava era legge. Li seguivano per
prime quattro fanciulle. Una teneva lo sguardo pudicamente abbassato e tutti i suoi gesti denotavano umiltà.
La seconda era anche lei casta e pudica, mentre la terza entrando nella sala ebbe un moto di spavento. Da
quanto appresi, essa non poteva rimanere in un luogo dove vi fosse troppa allegria. La quarta portava con sé
dei mazzolini di fiori, in segno di amore e di generosità.
Dopo queste quattro fanciulle ne arrivarono altre due che erano splendidamente vestite e che ci salutarono
cortesemente. Una delle due aveva un abito azzurro, guarnito di stelline d’oro. L’altra ne portava uno verde,
decorato con strisce bianche e rosse. Sul capo avevano dei sottili veli fluttuanti che le abbellivano molto.
Alla fine arrivò una giovane, tutta sola, che aveva una piccola corona sul capo. Il suo sguardo era rivolto
piuttosto verso il cielo che non verso terra. Tutti pensammo che fosse la Sposa, ma eravamo ben lontani dal
vero. Questa giovane era per nobiltà, ricchezza e rango, di gran lunga superiore alla Sposa e fu lei a dirigere
la cerimonia nuziale. Seguimmo l’esempio della nostra Vergine e ci inginocchiammo tutti. Per quanto questa
regina si mostrasse umile e devota, essa porse la mano ad ognuno di noi esortandoci di non meravigliarci
troppo di ciò, perché questo non era che uno dei suoi doni più piccoli. Piuttosto dovevamo innalzare lo
sguardo verso il nostro Creatore e imparare a riconoscere la Sua onnipotenza e perseverare nella via in cui ci
eravamo impegnati, usando tale grazia per la gloria di Dio e il bene dell’umanità. Le sue parole erano diverse
da quelle della nostra Vergine che era più terrena, e mi penetrarono fino al midollo delle ossa: “E tu”, mi
disse la regina, “hai ricevuto più degli altri, cerca quindi di donare di più”. Questo consiglio mi fece uno
strano effetto in quel momento, perchè quando avevamo visto quelle fanciulle e sentito la musica, avevamo
pensato di dover ballare, ma non era ancora tempo per tali cose.
I pesi di cui ho parlato in precedenza, erano ancora tutti al loro posto. La regina sconosciuta ordinò a
ciascuna damigella di prenderne uno. Essa diede quindi alla nostra Vergine il suo peso che era l’ultimo e il
più grosso e ci ordinò di seguirla. Dal comportamento di questa regina compresi che la nostra Vergine era
stata fin troppo cortese con noi perché, in realtà, non meritavamo tanta stima quanto avevamo creduto. Ci
schierammo dietro di lei e fummo condotti nella prima stanza dove la nostra Vergine appese per prima il
peso della regina, mentre veniva cantato un bell’inno religioso.
In questa stanza non vi era niente di prezioso all’infuori dell’essenziale: dei libricini di preghiere. Al centro
della sala vi era un inginocchiatoio sul quale si pose la regina. Anche noi ci inginocchiammo e ripetemmo le
preghiere che la Vergine leggeva da un libricino affinché le nozze si compissero a gloria di Dio e per la
nostra salvezza. Entrammo poi in un’altra stanza. Lì, la prima delle giovani donne appese il suo peso ed

9
Fu Leibniz che in una lettera a Cochianski del 26 marzo 1696 risolse l’enigma del nome della Fanciulla. In effetti, è
sufficiente far corrispondere i numeri dello stesso ordine delle lettere dell’alfabeto latino. Si ottiene così: 1 = A, 12 = L,
3 = C, 8 = H, 9 = I, 13 = M, 9 = I, 1 = A. Cioè in totale il numero 56. la Fanciulla si chiama dunque: ALCHIMIA.
Il risultato, benché sia 56 e non 55, è verosimile con l’impostazione generale del testo. Esso è stato ottenuto
considerando che nell’alfabeto latino sia presente una lettera che non c’è, la J, presente invece negli alfabeti tedesco e
inglese: H = 8, I = 9, J = 10, K = 11, L = 12, M = 13, N = 14. raggiungere il risultato 55 è possibile, come nota Bernard
Gorceix, scalando di una lettera con l’eliminazione della J (il K anche se usato in pochissime parole e poi assorbito dalla
C esisteva nell’alfabeto latino): H = 8, I = 9, L = 11, M = 12, N = 13. il risultato è però ALCHINIA. Un errore, ipotizza
J. P. Bayard, che potrebbe essere voluto.
anche le altre fecero altrettanto, finché ogni cerimonia non fu terminata. A questo punto la regina porse la
mano a tutti e se ne andò con le sue damigelle. La nostra presidentessa rimase ancora un poco con noi, ma
dato che erano già le due di notte, non volle trattenerci a lungo. Mi parve che stesse volentieri in nostra
compagnia. Infine, essa ci salutò dandoci la buona notte, augurandoci di dormire tranquillamente e si
congedò da noi un po’ a malincuore.
I nostri paggi avevano già ricevuto le dovute istruzioni e mostrarono ad ognuno la propria camera. Ciascuno
di noi avrebbe dormito col proprio paggio che riposava in un altro letto della stessa stanza, in modo che, in
caso di bisogno, avremmo potuto subito essere serviti. La mia camera – non so come fossero le altre – era
ammobiliata in modo regale ed era ornata da bellissimi quadri e tappeti. Comunque, più di ogni altra cosa mi
era cara la compagnia del mio paggio. Egli sapeva conversare in modo eccellente ed era così esperto in tutte
le arti che rimasi sveglio un’altra ora ad ascoltarlo e mi addormentai solo verso le tre e mezzo. Fui disturbato
solo da un incubo: avevo a che fare con una porta che non potevo aprire. Alla fine ci riuscii. Passai la notte in
preda a queste fantasie finché non mi svegliai che era quasi giorno.
QUARTO GIORNO

G
iacevo ancora nel mio letto e stavo placidamente osservando i magnifici quadri e le immagini che si
trovavano qua e là per la mia stanza, quando, improvvisamente, udii la musica di alcune cornette,
come se la processione fosse già iniziata. Il mio paggio guizzò giù dal suo letto come un folle e col
viso stravolto. Aveva la faccia di uno che fosse più morto che vivo. Ci si può facilmente immaginare quale
fosse il mio stato d’animo quando egli mi disse che i miei compagni stavano per essere presentati al re. Non
potei fare altro che mettermi a piangere e maledire la mia pigrizia.
Ero ancora in procinto di vestirmi, quando il mio paggio, che era già pronto da un pezzo, corse fuori dalla
camera per andare a vedere quale era la situazione. Tornò quasi subito con l’allegra notizia che non ci
eravamo lasciati sfuggire niente; mi ero soltanto perso la colazione.
Infatti, a causa della mia età avanzata, non mi avevano voluto svegliare prima. Adesso però era tempo che
andassi assieme al paggio alla fontana, dove la maggior parte dei miei compagni si era già radunata. Dopo
avere ascoltato questa consolante notizia, ritrovai la mia padronanza. Terminai subito di vestirmi e andai col
paggio alla fontana che era situata nel giardino.
Dopo che ci fummo salutati e la Vergine mi ebbe canzonato per la mia lunga dormita, mi condusse per mano
fino alla fontana. Lì vidi che il leone, invece della spada, teneva fra le zampe una lastra piuttosto grande.
Quando la esaminai, mi accorsi che era stata tolta da uno degli antichi monumenti e posta lì per celebrare
quell’occasione. L’iscrizione, a causa dell’età, era stata leggermente cancellata. Perciò desidero riportarla qui
così com’era scritta, affinché ognuno possa riflettervi sopra.

HERMES PRINCEPS.
POST TOT ILLATA
GENERI HUMANO DAMNA,
DEI CONSILIO :
ARTISQUE ADMINICULO,
MEDICINA SALVBRIS FACTVS
HEIC FLVO.
Bibat ex me qui potest : lauet, qui vult :
turbet qui audet :
BIBITE FRATRES, ET VIVITE.

Era una scritta facile da leggere e da capire 10 e forse era stata posta lì proprio perché era più semplice di tutte
le altre.
Ci lavammo tutti alla fontana e bevemmo un sorso della sua acqua da una coppa d’oro. Seguimmo poi,
nuovamente, la Vergine dentro la sala ed indossammo degli abiti nuovi, tutti d’oro e magnificamente guarniti
di fiori. Ad ognuno di noi fu dato un altro Toson d’Oro, decorato con pietre preziose, che possedeva virtù
magiche. Ad esso era appeso un pesante medaglione d’oro sul quale erano raffigurati il sole e la luna, uno di
fronte all’altra. Sul rovescio vi era il motto: “La luce della luna diventerà come la luce del sole, ed il sole sarà
sette volte più luminoso di adesso”.
I gioielli che avevamo portato finora vennero posti in una piccola cassapanca che fu data ad un servo. Ci
schierammo poi dietro alla Vergine e uscimmo con lei. Davanti alla porta ci attendevano già i musicisti, tutti
vestiti in velluto rosso bordato di bianco. Venne quindi aperta una porta, che era sempre stata chiusa, che
dava sulla scala a chiocciola e conduceva dal re. La Vergine ci condusse assieme ai musicisti per questa
scala, su per 365 gradini. Vi erano molte preziose opere d’arte e più salivamo, più le decorazioni diventavano
mirabili. Arrivammo in cima alla scala dove c’era una volta completamente affrescata. Là ci attendevano 60
damigelle, tutte riccamente vestite. Esse s’inchinarono davanti a noi e anche noi rendemmo loro omaggio nel
miglior modo possibile. I musicanti vennero congedati, scesero di nuovo giù per la scala e la porta venne
richiusa dietro di loro. Si udì suonare un campanellino ed ecco che apparve una bella vergine, che porse ad

10
Principe Ermete. Dopo tutto il danno / causato dal genere umano, / per ordine di Dio, / con l’aiuto dell’arte, / divenni
un rimedio salutare. / Io qui scorro. / Mi beva chi può; si lavi chi vuole; / chi osa mi intorbidi. / Bevete, fratelli, e vivete!
ognuno di noi una corona d’alloro. La nostra Vergine, invece, ricevette da lei un ramo. Venne poi sollevata
una tenda ed io vidi che dietro di essa erano seduti il re e la regina. E se quella regina sconosciuta che avevo
visto il giorno precedente non mi avesse già avvisato, mi sarei lasciato trasportare dall’entusiasmo e avrei
paragonato l’indicibile bellezza di ciò che vedevo a quanto vi è in cielo. A prescindere dal fatto che tutta la
sala riluceva d’oro e di pietre preziose, il vestito della regina era di una tale bellezza, che non riuscivo a
reggere la sua vista. In confronto a tutti gli splendori che avevo visto finora, quanto vedevo adesso potevo
paragonarlo in bellezza solo alle stelle del cielo.
Nel frattempo anche la Vergine era entrata nella sala e ciascuna delle damigelle prese per mano uno di noi e
fummo tutti presentati al re. Poi la Vergine disse quanto segue:
“Per onorare le Vostre Maestà, graziosissimi re e regina, questi signori sono venuti sin qui sfidando la morte.
Ciò rallegrerà sicuramente Vostra Maestà perché parecchi di loro sono qualificati per ingrandire il regno e il
paese della Vostra Maestà. Ciascuno di questi uomini lo potrà dimostrare da solo. Ho voluto rispettosamente
presentarli a Vostra Maestà ed aggiungo umilmente la preghiera di volermi esonerare dal mio incarico e di
prendere benevolmente atto del comportamento di ciascuno di loro”.
Poi la Vergine depose a terra il suo ramo d’alloro. Sarebbe stato opportuno ora che ognuno di noi avesse
parlato, ma dato che nessuno riusciva a dire qualcosa, si fece avanti il vecchio Atlante e parlò a nome del re:
“Sua Maestà Reale è felice del vostro arrivo ed accorda a ciascuno di voi il suo favore. È molto soddisfatta
del lavoro che hai compiuto, cara Vergine, e per questo avrai diritto a ad una ricompensa regale. Sua Maestà
vorrebbe però che tu ti occupassi di queste persone ancora per oggi, data la fiducia che finora essi hanno
riposto in te.”
Allora la Vergine raccolse di nuovo umilmente il suo ramo di alloro e noi ci ritirammo tutti assieme a lei. La
parte anteriore della sala era rettangolare ed era cinque volte più larga della sua lunghezza.
Verso l’uscita, però, s’incurvava in una specie di grande abside in cui si trovavano tre troni disposti a
semicerchio. Il trono centrale era leggermente più alto degli altri. Su ciascun trono erano sedute due persone.
Il primo lo occupava un vecchio re dalla barba grigia; la sua consorte invece era molto giovane e bella. Sul
terzo vi era un re nero di mezza età ed accanto a lui stava una vecchietta minuta che, invece della corona,
portava un velo. Il trono centrale era occupato da due giovani. Sul capo avevano entrambi delle corolle di
alloro e al di sopra di essi stava sospesa un’enorme e preziosa corona. Essi non erano belli come me li ero
immaginati, ma la realtà era questa. Dietro di loro vi erano diversi uomini anziani, seduti su una panca
rotonda. Mi meravigliai che nessuno di loro portasse una spada o altre armi perché non vedevo nessuna
scorta armata. Alcune di quelle vergini che ci avevano tenuto compagnia il giorno precedente erano sedute
nell’abside, tutte da un lato. Non posso ora tacervi anche l’esistenza di un piccolo Cupido che svolazzava in
giro per la sala andando persino ad arrampicarsi e a dondolarsi in cima alla corona d’oro. Anzi, alcune volte
si metteva seduto con il suo arco tra i due innamorati e sorrideva loro. Insomma, questo fanciullino era così
malizioso che non risparmiava nemmeno gli uccellini che volavano a frotte per la sala e li tormentava appena
poteva. Faceva divertire anche le damigelle che, se riuscivano ad acchiapparlo, non se lo lasciavano scappare
tanto facilmente. E così questo fanciullino era la gioia e il divertimento di tutti.
Di fronte alla regina si trovava un altare piccolo e grazioso con sopra un libro ricoperto di velluto nero e
ricamato in oro. Accanto al libro ci era un lumino posto su un candeliere d’avorio; sebbene il lume fosse
piccolissimo, bruciava senza spegnersi mai. Una cosa è certa, se Cupido non vi avesse soffiato sopra, non
avremmo mai creduto che fosse fuoco. Accanto al lumino giaceva una sfera, o corpo celeste, che girava
diligentemente attorno al proprio asse. Vi era poi un piccolo orologio a soneria con sopra una fontanellina di
cristallo dalla quale sgorgava dell’acqua limpida, d’un color rosso sangue, ed infine vi era anche un teschio.
Dietro al teschio vi era un serpente bianco. Esso era talmente lungo che, pur essendo tutto arrotolato attorno
al teschio, si poteva ancora vederne la coda in una delle orbite mentre la testa si affacciava attraverso l’altra.
Il serpente non si allontanava mai dal teschio e se Cupido lo tormentava, si rifugiava all’interno a tale
velocità da lasciarci stupiti.
Oltre al piccolo altare, in alcune parti della sala vi erano dei quadri prodigiosi. Si muovevano tutti come
fossero vivi ed erano così strani e fantastici che mi è impossibile descriverli. Appena uscimmo dalla sala si
levò un canto singolare e non capivo se fosse stato intonato dalle vergini che si trovavano nella sala o dalle
immagini stesse di quei quadri.
Soddisfatti della nostra giornata, ce ne andammo assieme alle vergini che ci accompagnavano. I nostri
musicisti erano già arrivati e ci condussero giù per la scala a chiocciola mentre la porta veniva chiusa e
sprangata. Appena fummo tornati nel salone di prima, una delle vergini disse: “Sorella, mi meraviglio di
come tu abbia potuto stare in mezzo a tanta gente”.
“Sorella mia”, rispose la nostra presidentessa, “non mi sono preoccupata tanto di loro, quanto di
quell’uomo”, ed indicò me.
Queste parole mi crucciavano perché capivo che mi prendeva in giro a causa della mia età, infatti ero il più
vecchio di tutti. Ma essa mi consolò di nuovo con la promessa che se mi fossi comportato bene con lei, mi
avrebbe aiutato a sbarazzarmi del fardello della vecchiaia.
Intanto venne servito il pranzo e a ciascuno di noi fu posta accanto una delle vergini. Esse seppero
intrattenerci con discorsi incantevoli. Non posso però svelare il soggetto delle loro conversazioni e dei loro
scherzi. Comunque la maggior parte degli argomenti riguardava l’arte e da ciò potei facilmente capire che
nel castello giovani e vecchi, si occupavano tutti di arte. Tuttavia ero sempre tormentato dal pensiero di come
tornare nuovamente giovane e mi sentivo un po’ triste. La Vergine se ne accorse e disse: “So benissimo cosa
manca a questo giovanotto. Scommetto che se questa notte dormissi con lui, domani sarebbe più allegro”. A
queste parole tutti si misero a ridere. Io arrossii, ma fui costretto a ridere anch’io della mia infelicità.
Uno dei miei compagni, punto dall’ironia della Vergine nei miei riguardi, disse allora: “Prendo tutti a
testimoni, compresa la nostra presidentessa in persona, che essa ha promesso di dormire con lui questa
notte”.
“Ciò mi darebbe gran gioia”, rispose la Vergine, “ma temo che le mie sorelle non riterrebbero giusto che
scegliessi per me l’uomo migliore ed il più bello senza avere il loro assenso”.
“Sorella mia”, disse una delle damigelle, “ci rendiamo conto che la tua alta carica non ti ha reso superba e,
dato che abbiamo deciso di tirarci a sorte questi signori per sceglierceli come compagni di letto, ti
concediamo volentieri questo privilegio”.
Noi lo considerammo uno scherzo e riprendemmo le nostre conversazioni. Ma la nostra Vergine non voleva
lasciarci in pace e cominciò a dire: “Signori miei, facciamo decidere alla sorte quali saranno coloro che
dovranno dormire assieme questa notte”.
“D’accordo”, risposi io, “se così dev’essere, non possiamo rifiutare una tale proposta”.
Dato che era stato stabilito di fare questo tentativo dopo pranzo, senza attardarci troppo a tavola ci alzammo,
ed ognuno di noi andò a passeggiare assieme alla fanciulla che lo accompagnava.
“No”, disse la Vergine, “non è ancora arrivato il momento di scegliere. Vediamo invece come ci vorrà
accompagnare la sorte”.
Così le donne furono separate dagli uomini. Si accese allora una discussione su come regolare la faccenda,
però a livello di gioco. Infatti la Vergine ci chiese di formare tutti un cerchio. Essa avrebbe poi iniziato a
contarci ed ogni settima persona avrebbe dovuto unirsi alla settima persona che la seguiva, sia che fosse
donna, sia che fosse uomo.
Noi non sospettammo nessun trucco e la lasciammo fare. Avevamo creduto di esserci disposti a caso, ma le
fanciulle erano molto astute e avevano calcolato già in precedenza quale posto scegliersi. La Vergine iniziò a
contare e toccò ad una damigella uscire dal cerchio per prima. La settima persona dopo di lei fu di nuovo una
damigella e così pure la terza persona scelta. Si andò avanti in questo modo finché, con nostro grande
stupore, tutte le damigelle uscirono e nel cerchio rimanemmo solo noi uomini. Le vergini cominciarono a
canzonarci e dovemmo riconoscere che eravamo stati abilmente beffati. Infatti, chiunque avesse osservato da
fuori il nostro cerchio, avrebbe pensato che era impossibile che nessun uomo venisse prescelto. E qui lo
scherzo finì e noi non potemmo fare altro che accettare la furbizia delle vergini.
Nel frattempo arrivò il piccolo e malizioso Cupido. Era stato inviato da Sua Maestà e ci offrì una bevanda
contenuta in una coppa d’oro. Disse poi alle nostre damigelle che erano state convocate dal re e ci spiegò
anche che non poteva soffermarsi troppo tempo con noi. Così non potemmo dilettarci a lungo della sua
presenza e lo lasciammo di nuovo volare via con i nostri più umili e rispettosi ringraziamenti.
Dato che ai miei compagni la gioia aveva fatto venire il desiderio di ballare e le vergini non erano contrarie,
iniziarono subito una piccola e casta danza. Invece di parteciparvi, rimasi ad osservare questi miei compagni
così vivaci, ispirati dal patrono Mercurio, che si movevano così bene da sembrare dei veri esperti in
quest’arte.
Dopo alcune danze la nostra presidentessa tornò e ci annunciò che artisti e studiosi avevano ottenuto il
permesso di Sua Maestà il re, di poter rappresentare in suo onore un’allegra commedia prima della sua
partenza. Anche noi avremmo dovuto assistervi ed avremmo accompagnato Sua Maestà alla Casa del Sole. Il
re avrebbe gradito molto la nostra presenza e voleva concederci questo onore. Non solo noi ringraziammo
umilmente Sua Maestà per questa sua offerta, ma dichiarammo anche che eravamo pronti ad offrirgli i nostri
modesti servigi. La Vergine riferì il nostro messaggio e ci fu dato l’ordine di attendere Sua Maestà nel
corridoio, schierati in fila, come sempre. Fummo condotti subito sul posto, senza dover aspettare troppo,
perché la processione reale era già iniziata, ma senza alcun accompagnamento musicale.
Davanti a tutti camminava la regina, di cui ignoravamo il nome, che era stata assieme a noi il giorno
precedente; sul capo aveva una coroncina preziosa e indossava un vestito di raso bianco. Portava un piccolo
crocifisso di madreperla e, quel giorno, camminava tra il giovane re e la sua sposa. Dopo di lei venivano, a
due a due, le sei vergini di cui ho parlato in precedenza. Esse portavano i gioielli del re che prima stavano sul
piccolo altare. Dopo venivano i tre re con lo Sposo al centro, tutto vestito di nero, alla moda italiana. Sulla
testa aveva un piccolo copricapo rotondo e nero, adornato da una piuma nera ed appuntita. Passando davanti
a noi, lo Sposo si levò cortesemente il cappello in segno di saluto e noi, debitamente, ci inchinammo davanti
a lui. Dopo i re venivano le tre regine. Due di esse erano vestite con sfarzo, mentre quella che stava al centro
era completamente vestita di nero e Cupido le reggeva lo strascico.
Infine, ci fu detto di seguire la processione. Dietro a noi venivano le damigelle e il vecchio Atlante chiudeva
il corteo. Durante questa processione attraversammo alcuni corridoi mirabilmente arredati e arrivammo alla
Casa del Sole. Lì, sopra un palco imponente, prendemmo posto accanto al re e alla regina per assistere alla
commedia. Noi eravamo seduti alla destra dei re; le vergini, all’infuori di quelle che portavano gli stendardi,
erano sedute alla loro sinistra. A queste ultime era stato dato un posto particolare. I servi, invece, dovettero
accontentarsi dei posti in piedi, in basso fra le colonne. Dato che la commedia rappresentata fu piena di cose
interessanti, non vorrei tralasciare di descriverla brevemente.
Nella prima scena compariva un vecchio re con alcuni servitori. Innanzi al suo trono venne portata una
piccola cassetta e fu annunciato che era stata trovata in mare. Aperta la cassetta, si vide che dentro vi era una
bella bambina oltre ad alcuni gioielli e una pergamena sigillata. Il re aprì subito la pergamena e dopo che
l’ebbe letta, si mise a piangere. Egli annunciò che il re dei mori aveva invaso il regno di sua cugina
devastandolo, e aveva sterminato tutta la discendenza reale eccetto quella bambina. Il re aveva intenzione di
maritare la figlia di sua cugina al proprio figlio, decise quindi di giurare odio eterno al re dei mori e ai suoi
alleati e di vendicare quanto era stato perpetrato. Diede poi l’ordine di iniziare i preparativi per la guerra
contro i mori. Durante la seconda scena assistemmo ai preparativi per la guerra e all’educazione della
bambina che era cresciuta, ed era stata affidata ad un vecchio precettore. Tutto il primo atto fu raffinato e
dilettevole.
Nell’intervallo fra un atto e l’altro assistemmo ad un combattimento tra un leone e un grifone. Il leone risultò
vincitore; fu uno spettacolo piacevole.
Nell’atto seguente apparve il re moro: era un uomo nero di pelle e malvagio. Era in ansia perché aveva
appreso che i suoi crimini erano stati scoperti e che una principessa era stata tratta in salvo con l’astuzia, e
studiava il modo di far fronte ad un nemico tanto potente.
Alcuni ospiti che si erano rifugiati presso di lui a causa di una carestia, lo consigliarono bene e così, contro
ogni aspettativa, la giovane cadde di nuovo nelle sue mani. Egli l’avrebbe fatta immediatamente strangolare
se i suoi stessi servitori non l’avessero tradito. E così l’atto si concluse con la sconfitta del moro.
Nel terzo atto si vide il re radunare una grande armata contro il re dei mori ed affidarla al comando di un
vecchio e coraggioso cavaliere. Il cavaliere attaccò il paese del moro e liberò con la forza la giovane che era
prigioniera dentro ad una torre. Venne poi eretto velocemente un magnifico palco sul quale venne posta la
giovane donna. Infine, arrivarono dodici messaggeri del re ai quali il cavaliere tenne un discorso,
annunciando che il re non solo aveva salvato la giovane una seconda volta, ma le aveva anche dato
un’educazione regale; essa, però, non si era sempre comportata come avrebbe dovuto. Sua Maestà il re
l’aveva anche scelta come sposa per il giovane signore, suo figlio, purché venissero rispettate determinate
condizioni che il cavaliere lesse poi da un documento.
Le condizioni poste dal re erano veramente assennate e varrebbe la pena di enumerarle, se ciò non prendesse
troppo tempo. Alla fine la giovane giurò di rispettare questi accordi, esprimendo anche la sua gratitudine per
i grandi favori che le erano stati concessi. Poi tutti inneggiarono a Dio, al re e alla giovane e infine uscirono.
Come intrattenimento durate l’intervallo furono fatti entrare i quattro animali che erano apparsi al profeta
Daniele durante una visione dal profeta stesso descritta. Questo non accadde a caso.
Nel quarto atto alla giovane venne ridato il regno perduto. Essa fu incoronata e portata in trionfo per la
piazza tra la gioia della gente. Vennero anche alcuni ambasciatori non solo per augurarle fortuna, ma anche
per ammirare la sua bellezza. Ma qui la principessa parve scordarsi la sua dignità, cominciò a guardarsi
sfrontatamente attorno e ad ammiccare sfacciatamente ad ambasciatori e signori.
Il re moro venne presto informato del comportamento della giovane donna e non volle perdere questa
occasione. Poiché i precettori della giovane non vegliavano a sufficienza su di lei, fu facile lusingarla con
grandi promesse finché essa perse la fiducia nel suo antico protettore, il re, e poco a poco cedette alle
adulazioni del moro che ben presto apparve alla corte della giovane. Essa cominciò ad assecondarlo a tal
punto da venire completamente assoggettata al suo volere, e il moro proseguì con le sue lusinghe finché non
ebbe esteso il suo potere all’intero regno della giovane donna. La terza scena del quarto atto mostrò come il
moro riuscisse a condurla via. La fece poi spogliare nuda, legare ad una colonna posta in cima ad un rozzo
palco di legno, e infine la fece frustare e condannare a morte. Era una scena molto triste e ad alcuni di noi
vennero le lacrime agli occhi. La giovane fu gettata nuda in una prigione, in attesa dell’esecuzione. Avrebbe
dovuto morire avvelenata, ma invece di ucciderla, il veleno la fece diventare lebbrosa. Fu un atto molto
drammatico.
Come intermezzo fu portata in scena un’immagine di Nabuccodonosor. La sua figura era decorata con
stemmi di tutti i tipi, posti sulla testa, sul petto, sulla pancia, sulle cosce e sui piedi, ma di ciò ne parleremo
in seguito.
Nel quinto atto il giovane re, dopo essere stato informato di quanto era avvenuto tra il moro e la sua futura
consorte, intercedette per la giovane presso il padre, affinché non la abbandonasse. Il re acconsentì e così
vennero inviati degli ambasciatori che andarono dalla giovane, che era malata e prigioniera, e la consolarono,
pur rimproverandola per la sua incoscienza. Tuttavia, la giovane non volle ravvedersi, ma continuò a voler
restare la concubina del moro. Tutto questo venne riferito al giovane re.
Dopo che l’atto fu terminato, arrivò un gruppo di buffoni. Avevano tutti dei bastoni in mano, coi quali
costruirono, in brevissimo tempo, un grande mappamondo. Fu una fantasia raffinata e divertente.
Nel sesto atto, il giovane re decise di dare battaglia al moro, e così avvenne. Il re moro fu ucciso, e molti
pensarono che fosse morto anche il giovane re. Invece egli rinvenne, liberò la sua compagna e diede poi
inizio ai preparativi per le nozze, affidando, nel frattempo, la sposa al suo precettore e al cappellano di corte.
All’inizio il precettore la castigò duramente, poi, a sua volta, il prete divenne arrogante e malvagio e
pretendeva che tutti gli ubbidissero. Finalmente il re lo venne a sapere e mandò un suo inviato a destituire il
prete; intanto la sposa poté iniziare ad adornarsi per le nozze.
Dopo la fine di questo atto, fu portato in scena un elefante artificiale, di dimensioni enormi, che recava sul
dorso una grossa torre piena di musicanti, e che fu applaudito da tutti.
Nell’ultimo atto, apparve lo sposo in mezzo a tale fasto che mi stupii di come avessero potuto realizzare una
cosa simile. La sposa gli venne incontro con altrettanta pompa. Tutto il popolo gridò: <Vivat sponsus! Vivat
sponsa!>. E così questa rappresentazione fu uno splendido mezzo per presentare le congratulazioni al re e
alla regina, e io vidi che entrambi erano molto soddisfatti. Poi, in solenne corteo, tutti fecero diverse volte il
giro della scena e infine cantarono:

Questo momento .
Ci porta una grande gioia
Con le nozze del re.
Perciò cantate tutti,
Affinché riecheggi il canto,
Felicità vi sia, per colui che la dona.
La bella sposa,
Che aspettammo a lungo,
A lui è finalmente affidata,
Abbiamo ottenuto
Ciò per cui lottammo,
Felice colui che la mira!
I buoni genitori
Siano ringraziati.
A lungo essa fu tutelata.
Moltiplicatevi nell’onore,
Che ne escano mille
Dal vostro sangue!
Alla fine vi furono i ringraziamenti e la recita terminò tra la gioia e il diletto delle Loro Maestà, il re e la
regina. Si era fatta sera e noi ci mettemmo in fila, come di consueto, per andare via, ma dovemmo
accompagnare il re e la regina, attraverso la scala a chiocciola, fino alla sala, dove le tavole erano già state
splendidamente imbandite. Era la prima volta che venivamo invitati alla tavola del re. Il piccolo altare fu
collocato al centro della sala e sopra vi furono poste le sei insegne reali. Il giovane re si comportò molto
cortesemente con noi, ma non riusciva ad essere del tutto allegro e, sebbene ogni tanto conversasse con noi,
sospirò diverse volte, provocando così le maliziose canzonature del piccolo Cupido.
I re e le regine vecchi erano tutti molto seri, all’infuori di uno che era piuttosto vivace, ma non saprei dire il
perché. Nel frattempo le persone reali presero posto alla prima tavola. Alla seconda ci sedemmo soltanto noi
e alla terza si accomodarono alcune nobili damigelle. Gli altri uomini ed alcune vergini avevano il compito
di servirci. Lo fecero con tale raffinatezza e solennità che esito a parlarne troppo. Vorrei però menzionare
che, prima del pranzo, re e regine indossarono degli abiti lucenti e bianchi come la neve e, solo dopo, si
sedettero a tavola. Al di sopra della tavola era appesa la grande corona di cui ho già parlato, e le sue pietre
preziose splendevano tanto che, da sole, avrebbero potuto illuminare l’intera sala.
Tutte le luci della sala erano state accese per mezzo del lumino che si trovava sopra l’altare, ma non saprei
spiegarne il motivo. Mi accorsi che ogni tanto, il giovane re faceva portare del cibo al serpente bianco sul
piccolo altare, e questo mi rese pensieroso. Durante il banchetto, le spese della conversazione le fece quasi
unicamente il piccolo Cupido che, coi suoi motteggi, non lasciava in pace nessuno di noi e me in particolare;
riusciva sempre a combinare qualcosa di buffo. Tuttavia, l’allegria non predominava e la cena si svolse moto
quietamente. Immaginai che incombesse qualche grave pericolo. Non si udiva musica alcuna e se ci facevano
domande, ci sentivamo in dovere di dare solo risposte brevi e succinte. Insomma, tutto era così strano che
cominciai a sudare freddo e pensai che, in quella situazione, anche l’uomo più intrepido si sarebbe perso di
coraggio.
Verso il termine della cena, il giovane re si fece portare il libro che stava sul piccolo altare e lo aprì. Ci fece
poi chiedere da un vecchio se fossimo determinati a stargli accanto nella buona e nella cattiva sorte. Quando
noi, tutti tremanti, rispondemmo affermativamente, ci fece domandare allora, con grande tristezza, se
fossimo disposti a batterci per la sua causa e a prometterlo per iscritto. Ci fu impossibile non acconsentire:
uno dopo l’altro ci alzammo e, di nostro pugno, scrivemmo la promessa nel libro.
Venne allora portata la fontanella di cristallo assieme ad un calice, pure di cristallo, e tutte le persone reali
bevvero la sua acqua. Porsero il calice anche a noi e infine a tutti gli altri. E questa veniva chiamata Haustus
silentii, la bevanda del silenzio. Infine, re e regine ci porsero la mano e ci dissero che se non fossimo rimasti
loro fedeli non li avremmo più rivisti, e questo ci fece salire le lacrime agli occhi. Anche la nostra
presidentessa prestò giuramento di fedeltà a nostro nome, ed essi ne furono felici.
Si udì il suono di un campanellino e le persone reali impallidirono così visibilmente che piombammo nello
sconforto. I monarchi deposero le vesti che portavano e ne indossarono altre completamente nere. Attorno a
tutta la sala furono appesi drappi di velluto nero e di velluto nero furono coperti perfino il pavimento e il
soffitto. La tavole furono portate via e noi ci sedemmo su delle panche. Nel frattempo anche noi avevamo
indossato delle tonache nere. La nostra presidentessa uscì dalla sala tornando poi con sei bende di taffettà
nero, con le quali bendò gli occhi ai sei re e alle loro regine. Appena tutti furono bendati, i servitori portarono
sei bare coi rispettivi coperchi e le deposero a terra. Un seggio nero venne posto al centro della sala. Infine,
entrò un uomo altissimo e nero in viso come il carbone, che teneva in mano un’ascia affilata. Il vecchio re fu
fatto sedere sul seggio e gli venne tagliata la testa che fu poi avvolta in un panno nero. Il sangue venne
raccolto in una grande coppa d’oro che gli fu messa al fianco nella bara che era stata preparata in precedenza,
indi coperta e messa da parte.
Gli altri monarchi subirono la stessa sorte, tanto che pensai che presto sarebbe arrivato anche il mio turno.
Invece non accadde niente perché dopo la decapitazione il negro uscì di nuovo dalla sala. Ma un uomo lo
seguì e lo decapitò presso la porta e la sua testa e l’ascia che era stata usata, furono messe in un piccolo
cofano.
Mi sembravano delle nozze davvero sanguinose, ma non sapendo che piega avrebbero preso gli eventi, mi
costrinsi a far tacere la mia mente. La nostra Vergine cercò di calmarci, perché alcuni di noi, impauriti, si
erano messi a piangere. Poi essa ci disse: “Adesso la vita di queste persone è nelle vostre mani; se mi seguite
la loro morte darà la vita a molti altri”.
La Vergine quindi ci ordinò di andare a dormire e di non essere tristi, perché ai re sarebbe stata resa giustizia.
Ci augurò la buona notte annunciando che lei stessa avrebbe provveduto a vegliare le salme. Seguimmo il
suo consiglio e fummo condotti alle nostre stanze dai paggi. Il mio paggio conversò a lungo con me a
proposito di cose che ancora mi fanno riflettere; la sua intelligenza non mancava mai di stupirmi. Mi accorsi
poi che cercava di farmi rilassare e dormire, per cui feci finta di addormentarmi profondamente. Tuttavia,
non potei dormire perché non riuscivo a dimenticare i decapitati.
Le mie stanze davano su un grande lago che distinguevo chiaramente perché le finestre erano molto vicine al
mio letto. A mezzanotte, mentre erano appena suonati dodici colpi, scorsi un enorme fuoco sul lago. Aprii in
fretta la finestra per vedere cosa stava succedendo e vidi, in lontananza, sette imbarcazioni illuminate che si
stavano avvicinando alla riva. Sopra ciascuna di esse brillava una fiamma. Questi fuochi si agitavano qua e là
ed alcune volte sembravano spegnersi, e io compresi che dovevano essere gli spiriti dei decapitati.
Lentamente le imbarcazioni raggiungevano la riva. A bordo di ciascuna vi era solo il pilota. Quando furono
giunte sulla riva, vidi la nostra Vergine andare loro incontro con una fiaccola in mano. Dietro di lei vennero
portate le sei bare chiuse e il piccolo cofano. Ciascuna fu collocata in una delle barche.
Svegliai il mio paggio che mi ringraziò cortesemente dicendomi che durante il giorno si era talmente
affaticato che, pur essendo a conoscenza di quanto doveva accadere, la stanchezza gli avrebbe impedito di
assistere a quegli eventi se non l’avessi destato. Caricate le bare sulle barche, vennero spente tutte le luci.
Una fiammella continuò però a brillare su ogni imbarcazione, e così la seguii con l’occhio durante tutto
l’attraversamento del lago. Alcune centinaia di guardie si erano accampate sulla spiaggia, ma la Vergine
tornò al castello. Essa sprangò ogni porta così accuratamente che pensai che, prima dell’arrivo del giorno,
non si sarebbero verificati altri eventi. Tornammo nuovamente a riposare. Tra i miei compagni, io ero l’unico
ad avere una stanza che desse sul lago, ed ero stato il solo ad osservare quegli avvenimenti. Mi sentivo
piuttosto stanco e, sebbene fossi in preda a diverse emozioni, mi addormentai.
QUINTO GIORNO

L
a notte terminò e giunse l’alba, desiderata e sognata. Mi alzai dal letto in un baleno: la mia curiosità di
sapere quanto sarebbe ancora accaduto era più forte del desiderio di dormire. Mi vestii e, come di
consueto, scesi al piano inferiore, ma era ancora presto e non trovai nessuno nella sala. Allora pregai il
mio paggio di condurmi a visitare il castello e di mostrarmi qualcosa di interessante, ed egli, come sempre,
assecondò il mio desiderio. Mi fece scendere per alcune scale che conducevano sottoterra, finché non
giungemmo ad una grossa porta di ferro. Sopra di essa, a grandi lettere di rame, lessi la seguente iscrizione:

Ricopiai l’iscrizione11 e la annotai e la annotai sul mio taccuino. Il paggio aprì la porta e mi condusse,
tenendomi per mano, per un corridoio buio fino ad un’altra porticina.
Questa era socchiusa, ed il paggio mi disse che era stata aperta soltanto il giorno prima per portar fuori le
bare e non era stata ancora richiusa. Là dentro vidi la cosa più meravigliosa che la natura abbia mai creato.
La volta non aveva altra luce che quella che emanavano alcuni enormi diamanti. Quello era il tesoro del re.
Tuttavia, l’oggetto più splendido e raffinato della stanza era una tomba posta al centro: doveva essere
preziosissima, e mi meravigliai che non fosse meglio custodita. Il mio paggio mi disse poi che dovevo essere
grato alla mia buona stella perché, grazie al suo influsso, avevo avuto la possibilità di vedere cose che nessun
altro essere umano aveva mai visto, all’infuori dei servitori del re. La tomba era triangolare e al centro di
essa si trovava una bacinella di rame lucido. Tutto il resto era coperto d’oro e di pietre preziose. In piedi su
questa bacinella si ergeva un angelo che sorreggeva un albero di specie a me sconosciuta, da cui stillavano
gocce che andavano a cadere sulla bacinella. Anche i frutti dell’albero vi cadevano e si liquefacevano; da lì
tutta l’acqua scorreva in altre tre vaschette d’oro, poste ai lati. Tre animali sostenevano questo altarino:
un’aquila, un bue e un leone, collocati sopra un prezioso piedistallo.
Chiesi al mio paggio di spiegarmi il significato di quanto vedevo, e lui mi disse: “Qui giace sepolta Venere,
la bella dama che a molti uomini illustri fece perdere la felicità, l’onore, la serenità e il benessere”. Detto ciò
mi mostrò una porta di rame nel pavimento. “Se a voi aggrada, possiamo continuare a scendere da questa
parte”.
“Ti accompagnerei ovunque”, dissi io, e scesi giù per le scale nel buio totale. Il paggio aprì subito un
cofanetto in cui brillava una luce perpetua e con essa accese una torcia che vi si trovava. Spaventato e
preoccupato, gli chiesi se avesse il permesso di svelarmi tali segreti.
Il paggio mi rispose: “Le persone reali stanno riposando, quindi non ho nulla da temere”. In quel momento
vidi un prezioso letto a baldacchino; una delle sue tende era scostata. E per quella apertura potei scorgere
Dama Venere che giaceva sul letto, tutta nuda, poiché il paggio aveva sollevato anche la coperta che
l’avvolgeva. La meravigliosa bellezza di quella donna mi colpì a tal punto, che restai a guardarla immobile.
Ancora adesso non so se quanto vidi fosse una statua scolpita oppure una morta, perché era del tutto immota
e io non potei toccarla. Poi il paggio ricoprì la donna e tirò la tenda, ma io continuavo ad avere sempre la sua
immagine davanti agli occhi.
Dietro al letto vi era una lapide, su cui potei leggere12:

11
“Qui giace sepolta Venere, la bella dama che a molti uomini illustri fece perdere felicità, onore, serenità e benessere”.
La scritta fu decifrata da Richard Kienast dal testo occulto contenuto nel manoscritto originale.
12
“Quando i frutti del mio albero saranno tutti sciolti, io mi desterò e diverrò madre di un re”. Scritta decifrata da
Richard Kienast.
Domandai al mio paggio il significato di questa iscrizione, ma egli rise, promettendomi che l’avrei saputo in
seguito. Poi il paggio spense la fiaccola e tornammo al piano di sopra. Lì esaminai più attentamente tutte le
porticine e scoprii che in ogni angolo brillava un piccolo lume, di cui prima non mi ero accorto perché le
piccole fiamme brillavano più come diamanti che come lampade. Il loro calore faceva fondere l’albero
ininterrottamente, eppure esso produceva sempre nuovi frutti. “Ascoltate”, disse il paggio, “questo è quanto
ho sentito Atlante dire al re: Quando l’albero sarà completamente fuso, Dama Venere si sveglierà e sarà la
madre di un re”. E forse stava per aggiungere altre cose, quando arrivò volando il piccolo Cupido. All’inizio
la nostra presenza lo inquietò, ma quando vide che eravamo più morti che vivi, scoppiò finalmente a ridere e
mi chiese quale spirito mi avesse mai condotto fin lì. Tremando gli risposi che, essendomi smarrito per il
castello, ero capitato lì per caso e che il paggio, cercandomi incessantemente, mi aveva finalmente trovato in
quel luogo. Aggiunsi che speravo che non mi avrebbe biasimato per quanto era successo.
“Mio vecchio e curioso amico”, disse Cupido, “non è successo niente di grave, ma avreste potuto facilmente
commettere un’azione scortese nei miei confronti, se aveste aperto questa porta. Devo sbarrare meglio questo
passaggio”. E dicendo questo assicurò con un grosso lucchetto la porta di rame per la quale eravamo discesi.
Ringraziai Dio che non ci avesse trovato prima ed anche il mio paggio fu molto felice che l’avessi aiutato ad
uscire da quella situazione. “Tuttavia”, disse Cupido, “non posso lasciare impunito il fatto che stavate quasi
per sorprendere nella sua intimità, la mia cara madre”. Tenne la punta di una freccia su uno dei lumi, per
scaldarla, e mi colpì con essa sulla mano. Non vi feci molto caso perché ero troppo felice sia della mia
avventura che del suo esito.
Nel frattempo anche i miei compagni si erano alzati dai loro letti e si erano riuniti nella sala. Mi aggregai a
loro e feci finta di essermi appena svegliato. Dopo che Cupido ebbe accuratamente sprangato tutte le porte, ci
raggiunse ed io non potei fare a meno di mostrargli la mia mano, su cui vi era ancora una stilla di sangue.
Cupido si mise a ridere, ma ai miei compagni comunicò di tenermi d’occhio. Ci meravigliammo tutti, sia
della sua allegria, sia del fatto che non fosse per niente turbato, nonostante i tristi avvenimenti del giorno
precedente. Fummo, quindi, tutti più sereni.
Intanto anche la nostra presidentessa si era preparata per la partenza. Apparve tutta vestita di velluto nero con
un ramo di alloro in mano. Anche le sue damigelle avevano tutte dei rami di alloro. Quando tutto fu pronto,
la nostra Vergine ci consigliò di dissetarci e poi di prepararci per il corteo funebre. Senza por tempo in
mezzo, la seguimmo fuori della sala fino al cortile, dove erano state collocate le sei bare. I miei compagni
erano convinti che esse contenessero le sei persone reali. Io sapevo, invece, come stavano veramente le cose,
ma ignoravo la funzione di queste altre bare. Accanto ad ogni bara vi erano otto uomini mascherati. Appena
la musica iniziò – era una musica triste e solenne – gli uomini sollevarono le bare e noi ci mettemmo in fila
dietro di loro e li seguimmo in giardino.
Al centro del giardino era stato eretto un edificio in legno, il cui tetto era stato adornato da una meravigliosa
corona, sostenuta da sette colonne. All’interno dell’edificio erano state preparate sei tombe e presso ciascuna
era stata posta una pietra. Al centro invece vi era una pietra rotonda e concava. Dopo molte cerimonie, le
bare furono deposte dentro a queste tombe, che furono poi ben sigillate, ciascuna con una pietra. Dentro alla
tomba centrale fu posta la piccola cassa. In questo modo, i miei compagni vennero ingannati perché
pensavano che le bare contenessero effettivamente le salme. In cima all’edificio, vi era anche un grande
stendardo sul quale era dipinta una fenice, forse per confonderci maggiormente le idee. Avevo di che essere
grato a Dio che mi aveva concesso di conoscere la verità.
Dopo le esequie, la Vergine salì sopra la pietra posta al centro del sepolcro e ci tenne un breve discorso. Ci
disse avremmo dovuto mantenere la nostra promessa senza lasciarci intimorire da fatica alcuna, e per
riportare in vita le persone che erano state temporaneamente seppellite avremmo dovuto metterci subito in
viaggio e arrivare con una nave fino alla Torre dell’Olimpo, e lì avremmo potuto trovare il farmaco adatto
allo scopo.
Noi acconsentimmo immediatamente e la seguimmo attraverso una porticina che dava sulla riva del lago.
Laggiù trovammo le imbarcazioni di cui vi ho già parlato, che erano completamente vuote. Le vergini vi
appesero i loro rami di alloro e dopo averci distribuito su sei barche, ci fecero salpare benedicendoci. Esse
rimasero a guardarci finché fummo visibili e poi tornarono al castello assieme alle guardie. Ciascuna delle
nostre imbarcazioni recava una grande bandiera che era contraddistinta da un’insegna particolare. Cinque
insegne recavano i Corpora Regularia13. Invece la mia nave, sulla quale si trovava anche la Vergine, recava
una sfera.
Le nostre navi avanzavano affiancate, secondo un determinato ordine; su ciascuna vi erano solo due marinai.
La prima era la piccola barca A, sulla quale, credo, era stata collocata la cassetta contenente la testa del
negro. Su di essa vi erano anche dodici musicanti che suonavano in modo eccellente; il suo emblema era una
piramide. La seguivano altre tre imbarcazioni che veleggiavano una accanto all’altra, B, C e D, sulle quali
eravamo stati fatti salire noi. Io stavo sulla barca C. Al centro di questo schieramento vi erano le due navi più
belle ed imponenti, E ed F, che erano ornate da parecchi rami di alloro. Erano vuote e sulla loro bandiera
erano dipinti il Sole e la Luna. Per ultima veniva la nave G, che trasportava 40 vergini.

Navigammo attraverso il lago e poi per uno stretto che sboccava nel mare e dove ci attendevano sirene, ninfe
e dee del mare. Esse ci inviarono una ninfa marina a portarci il loro dono di nozze assieme ai loro auguri. Il
dono consisteva in una grossa e preziosa perla incastonata; era rotonda e lucente e non se n’era mai vista una
simile né nel nostro né nel nuovo mondo. La Vergine accettò amabilmente quel dono e la ninfa la pregò di
arrestare, per breve tempo, la nostra navigazione per ascoltare il loro canto, e la Vergine acconsentì. Diede
l’ordine che le due navi centrali arrestassero il loro corso e che le altre imbarcazioni formassero un
pentagono attorno ad esse, poi le ninfe ci circondarono e cominciarono a cantare con dolce voce:

I.
Non vi era niente di meglio sulla terra .
Del dolce e nobile amore,
Per poter essere simili a Dio
E affinché nessuno turbi l’altro.
Cantiamo quindi per il re;
Che tutto il mare ne risuoni.
Noi chiediamo, rispondete voi.
II.
Chi ci ha portato la vita?
L’amore.
Chi ci ha ridato la grazia?

13
Cioè: Saturno, Marte, Terra, Venere e Mercurio (nota di Gerhard Wehr).
L’amore.
Come siamo nati?
Per amore.
Come saremmo perduti?
Senza amore.
III.
Chi ci ha creati?
L’amore.
Perché ci hanno allattato?
Per amore.
Cosa dobbiamo ai genitori?
L’amore.
Perché sono così pazienti?
Per amore.
IV.
Cosa ci fa superare tutto?
L’amore.
Come si può trovare l’amore?
Con l’amore.
Dove appaiono le buone azioni?
Nell’amore.
Che cosa può nutrire due persone?
L’amore.
V.
Cantate dunque tutti
Che vi sia una grande eco
In onore dell’amore,
Che deve aumentare,
Presso il nostro re e la regina,
Il loro corpo è qui, la loro anima laggiù.
VI.
Per tutta la nostra vita
Dio concederà che,
Dato che amore e grande affetto
Li ha separati violentemente,
Così noi con la fiamma d’amore
E con la felicità li uniremo nuovamente.
VII.
E quindi questa pena
Per l’eternità sarà trasformata
In una grande gioia,
Anche se dovessero passare migliaia di anni.

Appena ebbero terminato questa canzone che aveva sì meravigliose parole e melodia, mi chiesi stupito
perché mai Ulisse avesse tappato le orecchie ai suoi compagni. In quel momento mi sentivo l’uomo più
infelice sulla terra perché la natura non mi aveva permesso di essere una di quelle adorabili creature. Ma ben
presto la Vergine si accomiatò dalle ninfe e diede l’ordine di ripartire, dopo aver dato loro, come ricompensa,
un lungo nastro rosso. Infine, le ninfe si separarono di nuovo e si sparsero per il mare.
Questa volta sentii che l’opera di Cupido cominciava a farmi effetto, e ciò non torna certo in mio onore.
Tuttavia, dato che le mie bugie non possono servire al lettore, preferisco non lasciare la cosa in sospeso.
Questo era infatti il significato della ferita che avevo ricevuto alla testa in sogno, del quale ho parlato nel
primo capitolo. Se qualcuno desiderasse comunque un mio consiglio, che eviti il letto di Venere perché
Cupido non tollera che alcuno lo veda.
Dopo alcune ore, durante le quali avevamo coperto buona parte del percorso conversando amabilmente,
cominciammo a scorgere la Torre dell’Olimpo. La Vergine ordinò allora di tirare alcuni colpi di cannone per
dare il segnale del nostro arrivo. Dopo breve tempo, vedemmo innalzarsi una grande bandiera bianca ed una
piccola navicella dorata ci venne incontro. Quando ci raggiunse, scorgemmo su di essa un vecchio, che era il
guardiano della torre, assieme ad alcuni valletti, tutti vestiti di bianco. Il vecchio ci accolse amichevolmente
e ci condusse alla torre. Questa torre si ergeva su un’isola quadrata, circondata da un grosso bastione, solido
e spesso. Calcolai che doveva misurare 360 passi. Al di là del bastione vi era un bel prato con alcuni
giardinetti, nei quali crescevano degli alberi da frutto esotici. Un alto muro circondava la torre. Essa era stata
fabbricata in modo tale che pareva fatta da sette torri rotonde, una sovrapposta all’altra. La torre centrale era
leggermente più alta delle altre. Anche all’interno le torri erano state costruite l’una dentro l’altra, formando
così sette piani sovrapposti.
Quando arrivammo alla porta della torre, notai che ci condussero prima verso un lato del muro, in modo che
fosse possibile portare le bare all’interno della torre senza che noi ce ne accorgessimo. Infatti i miei
compagni non si accorsero di nulla. Ci portarono poi al piano inferiore della torre, che era pieno di affreschi.
Non avemmo molto tempo per distrarci, perché quel luogo era niente di meno che un laboratorio. Ci fecero
lavare e macinare erbe, pietre preziose ed altre cose ed estrarne il succo e l’essenza che poi versammo in
fiale di vetro, affinché tutto si potesse conservare. La nostra Vergine era così energica che sapeva come farci
lavorare tutti quanti. E così su quell’isola lavorammo parecchio per riuscire a preparare quanto era necessario
per rianimare i corpi dei decapitati. Seppi poi che, nella prima di quelle sale, tre vergini stavano lavando
accuratamente i cadaveri.
Quando finalmente terminammo i preparativi, ci venne portata solo della zuppa e un po’ di vino, e io
compresi che non eravamo lì per il nostro diletto. Alla fine di quella giornata di lavoro, ciascuno di noi, per
dormire, non ricevette che una coperta da stendere per terra, e dovemmo accontentarci così. Non riuscendo a
prendere sonno, mi misi a passeggiare per i giardini ed arrivai al bastione. Il cielo era estremamente limpido
e potei passare il tempo ad osservare le stelle. Così, per caso, arrivai sulla grande scalinata di pietra che
portava sopra il bastione. La luna era molto luminosa, così salii arditamente su per i gradini e mi misi a
guardare il mare che era molto calmo. Avendo una buona opportunità per meditare sull’astronomia scoprii
che quella notte sarebbe avvenuta una congiunzione planetaria di tale portata che sarebbe dovuto passare
sicuramente molto tempo prima che se ne ripetesse una simile. Ero lì da un bel pezzo e guardavo sempre in
direzione del mare quando a mezzanotte, sul rintocco delle dodici, vidi in lontananza le sette fiamme che
attraversavano a volo il mare, dirigendosi verso la cima della torre. Mi sgomentai un poco perché, appena le
fiamme si furono posate sulla torre, si levò un vento che rese il mare tumultuoso ed alcune nuvole nascosero
la luna. La mia gioia si tramutò in una tale paura che riuscii a malapena a ritrovare la scalinata e a rifugiarmi
nella torre. Non potrei dire quanto tempo le fiamme siano rimaste sulla torre, perché, in quell’oscurità, non
osai più uscire. Mi sdraiai sul mio giaciglio e mi addormentai facilmente al mormorio calmo e piacevole
della fontana che si trovava nel nostro laboratorio. E così, anche il quinto giorno si concluse con dei prodigi.
SESTO GIORNO

L a mattina, dopo esserci svegliati reciprocamente, ci sedemmo tutti assieme per discutere sull’esito di
quella vicenda. Alcuni sostenevano che quei morti sarebbero resuscitati tutti assieme. Altri
replicavano che la scomparsa dei vecchi avrebbe dovuto ridare ai giovani non solo la vita, ma anche la
facoltà di riproduzione. Altri pensavano che in realtà non fossero stati uccisi, ma che altre persone fossero
state decapitate al loro posto.
Discutemmo a lungo finché non arrivò il vecchio che ci salutò e controllò se tutto era pronto e se i processi si
erano svolti nel modo giusto. Avevamo tutti lavorato così bene che dovette riconoscere il nostro zelo, poi
raccolse tutte le fiale e le mise dentro un recipiente. Ben presto arrivarono alcuni ragazzi portando delle
scale, delle funi e delle grandi ali, le deposero davanti a noi e se ne andarono. Il vecchio ci disse: “Figli miei,
ciascuno di voi dovrà portare con sé, durante il giorno, uno di questi tre oggetti. Dipende da voi, ora, se
preferite sceglierne uno oppure tirarli a sorte”.
Rispondemmo che desideravamo sceglierli noi. “No”, disse il vecchio, “dovranno essere sorteggiati”. Fece
tre biglietti e su di uno scrisse “scala”, su un altro “fune” e sul terzo “ali”. Li mise dentro ad un cappello e
ciascuno di noi dovette tirarne fuori uno ed accettare l’oggetto che gli era capitato. Quelli che avevano avuto
in sorte la fune, pensarono di essere i più fortunati. A me capitò la scala e ciò mi crucciò assai perché era
lunga dodici piedi e piuttosto pesante, ed avrei dovuto portarmela sulle spalle, mentre chi aveva la corda
poteva facilmente arrotolarla. Il vecchio applicò poi le ali ad alcuni miei compagni, e lo fece con tale
maestria che sembrava fossero cresciute loro addosso. Infine, chiuse un rubinetto e la fontana cessò di
scorrere e noi la spostammo dal centro della sala. Dopodichè, presa la cassettina con le fiale, il vecchio si
accomiatò da noi, chiudendo la porta dietro di sé con tanta cura che pensammo volesse tenerci prigionieri
nella torre.
Dopo quasi un quarto d’ora, nella volta si spalancò un’apertura rotonda e vi scorgemmo la nostra Vergine.
Essa ci augurò il buon giorno e ci pregò di salire. Quelli che avevano le ali, salirono in fretta su per l’apertura
e ci accorgemmo tutti del buon uso che potevamo fare delle nostre scale. Quelli che avevano le funi, invece,
si trovavano in una brutta situazione perché appena noi che avevamo le scale fummo saliti, ci fu ordinato di
riturarle. Infine, le funi furono attaccate a dei ganci di ferro, e ognuno di essi dovette arrampicarvisi come
meglio poteva e con sforzo non indifferente. Appena fummo tutti arrivati sopra, l’apertura venne richiusa e la
Vergine ci accolse amabilmente.
Ci trovavamo ora in una sala grande quanto l’intera torre. Salendo tre gradini, su un piano leggermente più
elevato, vi erano sei belle cellette. Fummo distribuiti in queste sei celle e poi ci venne detto di pregare per la
vita del re e della regina. Intanto, la Vergine continuò ad entrare ed uscire per la porticina.
Terminate le nostre preghiere, vedemmo entrare dodici uomini, nei quali riconoscemmo i nostri musicanti,
che trasportarono nella stanza uno strano oggetto di forma oblunga, che i miei compagni ritennero fosse una
fontana, e lo posero al centro della sala. Io però ebbi l’intuizione che contenesse i cadaveri, perché la parte
inferiore di esso, di forma ovale, aveva tali dimensioni da poter contenere sei persone una sopra l’altra. Poi
uscirono, tornarono con i loro strumenti e accompagnarono l’entrata della nostra Vergine e delle sue ancelle
al suono di una musica deliziosa. La Vergine recava un piccolo cofano, le altre donne, invece, chi dei rami e
delle piccole lampade, e chi delle torce accese. Ci vennero subito date le torce e ci mettemmo tutti in fila
attorno alla fontana disposti nel seguente modo: prima veniva la Vergine A che formava un cerchio assieme
alle sue ancelle c, che reggevano lampade e rami. Poi c’eravamo noi con le fiaccole in mano b. poi c’erano i
musicanti a, disposti su una fila retta, ed infine vi erano le altre damigelle d, in fila anche loro.

Non saprei dire da dove venissero queste damigelle, se abitassero nella torre o se vi fossero state condotte
durante la notte, perché tutte avevano il viso coperto da un sottile velo bianco, per cui non fui in grado di
riconoscerne nessuna.
La Vergine aprì il cofanetto che conteneva un oggetto rotondo, avvolto in taffettà verde. Essa lo collocò nella
prima vaschetta della fontana, chiudendolo poi con un coperchio forato e provvisto di un bordo. Versò quindi
sul coperchio un po’ dell’acqua che noi avevamo preparato il giorno precedente e la fontana iniziò a
zampillare. Dalla vaschetta uscivano quattro tubicini e sotto di essa ve n’era un’altra, provvista di ganci, ai
quali le damigelle appesero le loro lampade. Il calore di queste riscaldava le vaschette e portava l’acqua in
ebollizione.
Bollendo, l’acqua gocciolò sui cadaveri attraverso tanti piccoli fori che erano stati praticati in A. era talmente
calda che riuscì a sciogliere tutti i cadaveri, liquefacendoli. I miei compagni però non sapevano ancora che
cosa fosse l’oggetto rotondo, avvolto nel panno, che si trovava nella vaschetta superiore. Io invece compresi
che si trattava della testa del negro e che era essa che trasmetteva all’acqua quel grande calore. In B, attorno
alla grande vasca, vi erano pure molti piccoli fori nei quali furono infilati dei rami. Non so se servissero
effettivamente a qualcosa o se si trattava semplicemente di un cerimoniale. Ad ogni modo, quei rami
ricevevano continuamente degli spruzzi della fontana, e l’acqua che da lì gocciolava giù nella vasca era
leggermente giallastra. Questa operazione durò quasi due ore e la fontana continuò a zampillare da sola,
sebbene, a poco a poco, il suo getto diminuisse.
Nel frattempo i musicanti uscirono e noi ci mettemmo a passeggiare su e giù per la sala, che era arredata in
modo tale da darci diverse possibilità di distrazioni. Quadri, effigi, orologi, fontane zampillanti e altre cose
simili non mancavano. Finalmente l’acqua della fontana cessò di fluire; allora la Vergine fece portare una
sfera d’oro. Sotto la fontana vi era un rubinetto, e attraverso di esso fu possibile far colare nella sfera tutta la
materia che si era sciolta e trasformata in gocce bollenti. Così raccolse parecchi boccali di quel liquido così
rosso. L’acqua rimasta nella vasca superiore fu gettata via e la fontana, che adesso era molto più leggera di
prima, fu trasportata fuori. Non posso dire se poi lì venisse aperta oppure se ancora contenesse dei residui
utili dei cadaveri. So, però, che l’acqua contenuta nella sfera era talmente pesante che nemmeno sei di noi o
più, sarebbero riusciti a trasportarla, nonostante a giudicare dalle dimensioni della sfera si potesse supporre
che non sarebbe stata troppo pesante nemmeno per un uomo solo.
Portata fuori la sfera con fatica, venimmo lasciati di nuovo soli. Mi accorsi però che vi era qualcuno che
camminava nella stanza sopra di noi e cercai la mia scala. Intanto, i miei compagni stavano facendo le
congetture più bizzarre riguardo alla fontana. Pensavano che le salme giungessero nel giardino del castello e
non capivano il senso di tutti quegli esperimenti. Io, però, ringraziai Dio per essermi svegliato al momento
giusto ed aver visto quanto mi aiutava a comprendere meglio l’opera delle damigelle.
Un quarto d’ora dopo, il soffitto della stanza si sollevò e ci fu ordinato di salire. E questo avvenne nello
stesso modo di prima, con l’aiuto delle ali, delle scale e delle funi. Mi seccava non poco che le vergini
avessero la possibilità di salire per un’altra strada, mentre noi eravamo costretti a fare tutti quegli sforzi. Mi
accorsi però che ci doveva essere un motivo particolare e che dovevamo lasciare al vecchio qualcosa di cui
occuparsi. A quelle le ali non sarebbero servite per salire attraverso l’apertura.
Superato anche questo ostacolo, l’apertura venne richiusa e vidi che ci trovavamo in una sala al centro della
quale vi era una robusta catena con appesa la sfera. In quella sala non vi erano che finestre e tra ogni finestra
vi era una porta. Ciascuna porta nascondeva un grande specchio lucido. Finestre e specchi erano stati posti,
le une rispetto agli altri, secondo una determinata posizione ottica, in modo che se il sole splendeva, e in quel
momento infatti era particolarmente luminoso, colpiva solo una delle porte. Se venivano aperte sia le finestre
che si trovavano dalla parte del sole, sia le porte davanti agli specchi, si produceva n effetto ottico per cui in
qualsiasi punto dell’intera sala non si vedeva che il sole. Oltretutto, i raggi, a causa di una rifrazione
artificiale della luce, andavano tutti a colpire la sfera d’oro appesa al centro.
Quest’ultima era anch’essa estremamente lucida ed emanava una tale luminosità che nessuno di noi era in
grado di tenere gli occhi aperti. Fummo costretti a guardare fuori della finestra finché la sfera si scaldò a tal
punto che fu ottenuto l’effetto desiderato.
A questo punto posso dire che per mezzo di questi specchi, potei assistere allo spettacolo più meravigliosi
che la natura avesse mai creato, perché in ogni punto vi era un sole e la sfera al centro era ancora più
luminosa, tanto che il nostro sguardo non riusciva a sostenerne la vista, al pari del sole stesso. Alla fine, la
vergine fece ricoprire gli specchi e chiudere le finestre, affinché la sfera si potesse raffreddare un po’, e
questo avvenne verso le sette. Ne fummo felici, perché così avremmo avuto il tempo di rifocillarci con una
colazione. Anche questa volta il trattamento fu, per così dire, filosofico: nessuno di noi poté mangiare in
eccesso, ma nemmeno ci venne fatto mancare il necessario. La speranza in una gioia futura, con la quale la
Vergine spesso ci consolava, ci aveva reso così allegri che non ci spaventavano né la fatica, né i disagi.
Per amore della verità, devo anche dire, riguardo ai miei compagni di alto lignaggio, che per loro non erano
importanti né la cucina né la tavola, ma che trovavano soddisfazione unicamente nell’occuparsi di questa
scienza stravagante e nel meditare sulla saggezza e sull’onnipotenza del Creatore.
Dopo questo spuntino ci mettemmo di nuovo al lavoro, perché la sfera si era ormai raffreddata a sufficienza.
Con grossi sforzi e con molta fatica, la staccammo dalla catena per deporla sul pavimento. Vi fu pure una
discussione su come dividerla, perché ci era stato odinato di tagliarla in due nel mezzo. Alla fine, un
diamante aguzzo compì l’opera. Appena aprimmo la sfera vedemmo che essa non conteneva più del rosso,
bensì un uovo, bianco come la neve, grande e bello. Fummo molto lieti che fosse riuscito così bene, perché la
Vergine si era sempre molto preoccupata che il suo guscio potesse restare troppo molle.
Pieni di gioia, stavamo attorno all’uovo come se l’avessimo covato noi stessi. Ma la Vergine lo fece subito
portare via e se ne andò anche lei richiudendo, come al solito, la porta. Che cosa essa abbia fatto con l’uovo e
se l’abbia usato per qualche esperimento segreto, non so, ma non credo che lo abbia fatto. Fummo di nuovo
costretti a fare insieme un quarto d’ora di pausa, finché non si spalancò la terza apertura e noi arrivammo al
quarto piano. In quella sala trovammo una grande vasca di rame piena di sabbia gialla, che fu fatta scaldare
con un semplice fuoco, dopodiché l’uovo fu sepolto dentro di essa affinché maturasse del tutto. La vasca era
quadrata e su un lato vi erano scritti, a grandi lettere, i seguenti versi:

O. BLI. TO. BIT. MI. LI.


KANT. I. VOLT. BIT. TO. GOLT.

Sull’altro lato vi erano queste tre parole:

SANITAS. NIX. HASTA

Sul terzo lato vi era una sola parola:

F.I.A.T.

Sull’ultimo lato vi era un’intera iscrizione che diceva14:

QUOD.

Ignis: Aër: Aqua: Terra:


SANCTIS REGUM ET REGINARUM NOSTR:
Cineribus.
Eripere non potuerunt.
Fidelis chymicorum Turba.
IN HANC URNAM
Contulit.

Lascerò che discutano i sapienti su ciò che sia stato detto in riferimento alla sabbia e all’uovo. Io cerco solo
di fare il mio dovere senza dimenticare nulla.

14
Il significato è il seguente:
“Ciò che / fuoco, aria, acqua e terra / non poterono strappare / alle sacre ceneri / dei nostri re e delle nostre regine / lo
raccolse / quest’urna / la fedele schiera degli alchimisti” (Nota di Gerhard Wehr).
Per quanto riguarda la prima delle iscrizioni, è molto difficile decifrarle; una soluzione potrebbe trovarsi pensando che
non si tratti di latino, ma di tedesco, per il quale è rintracciabile qualche radice verbale.
Appena l’uovo fu pronto, venne estratto dalla sabbia. Non ci fu bisogno di rompere il guscio perché l’uccello
che vi era all’interno si liberò da solo. Si muoveva vivacemente, sebbene il suo aspetto fosse sanguinoso e
deforme. Per prima cosa lo posammo sulla sabbia calda. La Vergine ci ordinò di legarlo per bene prima di
dargli da mangiare, affinché non ci creasse problemi, e così accadde. Gli fu portato del cibo, che sicuramente
non era altro che il sangue dei decapitati, fatto nuovamente sciogliere per mezzo di quell’acqua che era stata
preparata. Dopo aver mangiato, l’uccello crebbe a dismisura sotto i nostri occhi e noi capimmo perché la
Vergine ci avesse messo in guardia contro di lui. Infatti graffiava e beccava tutti in modo così ostile, che se
avesse afferrato uno di noi l’avrebbe subito ucciso.
Era tutto nero e selvaggio, ma poi gli venne portato dell’altro cibo, forse il sangue di un altro re. Ed ecco che
perse tutte le sue penne nere e gli crebbero invece delle penne bianche come la neve. adesso era diventato un
po’ più mansueto ed era facile avvicinarglisi, sebbene noi non ci fidassimo ancora. Dopo un terzo pasto, le
sue penne cominciarono ad assumere dei colori così belli che non ne avevo mai visto di simili in tutta la mia
vita. Era anche diventato oltremodo docile e si comportava così amabilmente con noi che, col consenso della
Vergine, lo liberammo dai suoi lacci. “Adesso è giusto”, disse la Vergine, “che si festeggi con gioia, perché a
questo uccello, grazie al vostro impegno e al consenso del Vecchio, è stata donata la più sublime
perfezione”. Poi essa ordinò di servire il pranzo e ci disse di riposarci perché ormai la parte più difficile
dell’opera era stata compiuta ed era giusto dopo il lavoro, di assaporare il piacere.
Incominciammo a scherzare tra noi, ma avevamo ancora addosso i vestiti da lutto che non si addicevano
molto alla nostra gioia. La Vergine continuava a farci delle domande, forse per indagare chi fra di noi
avrebbe potuto esserle particolarmente utile per portare a termine i suoi progetti. Quello che maggiormente la
interessava, era il processo della fusione ed appariva contenta se qualcuno di noi dimostrava di essere pratico
di certi accorgimenti precisi, come si conveniva ad un vero artista.
Il pranzo non durò più di tre quarti d’ora e lo passammo per la maggior parte in compagnia del nostro
uccello, cui dovemmo dare in continuazione un po’ del nostro cibo. Adesso però le sue dimensioni erano
diventate stabili. Dopo il pranzo non ci fu lasciato molto tempo per riposare, perché appena la Vergine se ne
fu andata via con l’uccello, ci fu aperta la quinta sala, nella quale entrammo nella maniera già descritta, ed
offrimmo i nostri servigi.
In quella sala era stato preparato un bagno per il nostro uccello. Il bagno fu colorato con una polvere bianca
in modo che prendesse l’aspetto di latte. Quando vi immergemmo l’uccello, l’acqua era fredda, ed esso ne fu
soddisfatto e si mise a bere e a giocare. Ma dopo che sotto la vasca furono poste delle lampade per riscaldare
il bagno, diventò così difficile per noi tenervi dentro l’uccello che chiudemmo la vasca con un coperchio. La
testa dell’uccello poteva sporgere fuori attraverso un’apertura del coperchio, e lo lasciammo lì finché non
ebbe perso tutte le sue penne, diventando glabro come un uomo. Il calore non gli causò altro danno ed io me
ne meravigliai perché le sue piume erano andate completamente distrutte ed il bagno si era colorato di blu.
Finalmente lasciammo uscire l’uccello che saltò fuori da solo dalla vasca, ed era così lucido e liscio che era
un piacere guardarlo.
Dato che era un po’ selvaggio, dovemmo mettergli attorno al collo un cordone con una catena e passeggiare
con lui su e giù per la sala. Intanto, sotto la vasca venne acceso un fuoco e l’acqua del bagno evaporò a tutto
ciò che rimase era una pietra blu. La tirammo fuori, la pestammo e la strofinammo per polverizzarla, e infine
con questa polvere dipingemmo la pelle dell’uccello. Esso acquistò così un aspetto ancora più singolare,
perché era tutto blu all’infuori della testa che restò bianca.
Il nostro lavoro su quel piano della torre era terminato, e dopo che la Vergine si fu allontanata assieme al suo
uccello blu, ci fu ordinato di arrivare al sesto piano sempre attraverso l’apertura del soffitto, e così avvenne.
Qui si svolse una scena che ci rattristò molto.
Al centro della sala fu posto un piccolo altare, simile a quello che avevamo visto nella sala del re, e di cui ho
parlato in precedenza. Sopra di esso vi erano i sei oggetti da me menzionati, ai quali fu aggiunto l’uccello,
che divenne così il settimo. Prima gli venne posta davanti la fontanella, alla quale si dissetò; si mise poi a
beccare il serpente bianco finché questi non cominciò a sanguinare abbondantemente. Noi raccogliemmo il
sangue del serpente in una coppa d’oro e poi lo versammo nella gola dell’uccello che ci opponeva una forte
resistenza. Infine, immergemmo la testa del serpente nella fontanella ed esso si rianimò, strisciò dentro al
teschio e per parecchio tempo non si fece più vedere.
Nel frattempo, la sfera che si trovava sull’altare continuava a girare, e finalmente si produsse la congiunzione
desiderata. Il piccolo orologio batté un colpo. Un’altra particolare congiunzione si verificò e l’orologio batté
due colpi. Quando avvenne anche la terza congiunzione, anch’essa annunciata dall’orologio, il povero
uccello, spontaneamente e con umiltà, posò il collo sopra il libro che stava sull’altare e si lasciò decapitare da
uno di noi. Tuttavia, non ne sprizzò una sola goccia di sangue finché non gli fu aperto il petto, da cui il
sangue zampillò così chiaro e fresco che pareva una fontana di rubino. La sua morte ci commosse molto.
Sapevamo che con l’uccello da solo non avremo ottenuto niente, e così accettammo l’accaduto. Rimettemmo
a posto il piccolo altare ed aiutammo la Vergine ad incenerire l’uccello e le tavolette che vi erano appese,
con l’aiuto del lumino. Questa cenere venne poi purificata diverse volte e fu serbata in un cofano di legno di
cipresso.
A questo punto non posso fare a meno di raccontarvi del bel tiro che fu giocato a me e a tre dei miei
compagni. Dopo che avemmo raccolto con cura la cenere, la Vergine cominciò a dire: “Cari signori, ora ci
troviamo nella sesta sala e ne abbiamo ancora una davanti a noi, dopodiché la nostra fatica sarà terminata e
torneremo al nostro castello, dai nostri graziosi signori e signore. Mi ero augurata che vi sareste comportati
tutti in modo tale da meritarvi la lode presso le loro Altezza il re e la regina, ed avreste ottenuto tutti la
meritata ricompensa. Purtroppo, quattro di voi si sono dimostrati troppo pigri e lenti come assistenti” – e
indicò me e altri tre miei compagni -. “Ma dato che voglio bene a ciascuno di voi, non desidero punirli, ma
una tale negligenza non può essere tollerata, e così devo escluderli dalla settima operazione che ci attende,
che è la più prodigiosa di tutte. In questo modo non sarà necessario che il re infligga loro alcuna punizione.”
Vi lascio immaginare quale poteva essere il mio stato d’animo dopo un tale discorso, perché la Vergine
riusciva a dimostrarsi molto severa: ci sentimmo gli uomini più infelici della terra. Poi la Vergine fece
chiamare i musicanti da una delle sue ancelle – ve ne erano sempre molte presenti – che ci accompagnarono
alla porta suonando le loro cornette, in mezzo a tanto scherno e dileggio che loro stessi riuscivano appena a
suonare per il gran ridere. Tuttavia, quello che ci addolorò di più fu vedere che perfino la Vergine rideva
delle nostre lacrime e della nostra rabbia e rammarico. Sicuramente anche alcuni dei nostri compagni si
rallegravano della nostra disgrazia. In seguito, però, tutto si svolse in ben altra maniera.
Appena arrivammo alla porta, i musicanti ci dissero di stare allegri e di seguirli su per la scala a chiocciola.
Ci condussero ad un piano superiore al settimo, posto proprio sotto il tetto, e lì trovammo il Vecchio che fino
ad ora non avevamo più rivisto; stava in piedi di fronte ad un piccolo forno rotondo. Ci ricevette
amabilmente e si congratulò con noi di cuore, perché eravamo stati scelti dalla Vergine per compiere una
grande opera. Egli ci ascoltò parlare del nostro spavento e dolore, e sembrava che gli scoppiasse la pancia dal
gran ridere per la nostra reazione a tanta fortuna. “Imparate dunque”, disse, “miei cari figli, che l’uomo non
sa mai quanto bene Dio gli voglia!”.
Durante questa conversazione, arrivò anche la Vergine portando con sé il cofanetto, e dopo aver riso di noi
vuotò le ceneri del cofanetto in un altro recipiente, riempiendo il suo con altre sostanze. Ci comunicò inoltre
che ora si sarebbe presa gioco degli altri nostri compagni, mentre noi avremmo dovuto seguire il vecchio
signore e fare quanto ci avrebbe ordinato con lo zelo abituale. Infine si accomiatò per andare nella settima
sala, nella quale fece entrare i nostri compagni. Ignoro cosa si sia svolto là dentro fra la Vergine e loro,
perché non solo fu proibito loro di parlarne, ma anche perché, nel contempo, eravamo impegnati ad eseguire
il nostro lavoro e non ci fu possibile osservarli.
Il nostro compito era il seguente:dovevamo inumidire le ceneri con l’acqua che era stata trattata da noi in
precedenza per ottenere un impasto di grana molto fine.
Quindi questa pasta fu posta sul fuoco e portata ad ebollizione, dopodiché la versammo in due stampi e la
lasciamo raffreddare per qualche tempo. Approfittammo di questa pausa per osservare i nostri compagni
attraverso una fessura del pavimento: sembravano tutti molto impegnati davanti ad un forno, e ognuno
doveva attizzare il fuoco soffiando attraverso un tubo. Stavano ritti in piedi e soffiavano fino a restare senza
fiato, ed erano ancora convinti di essere più capaci di noi. Soffiavano ancora quando il Vecchio ci richiamò
al nostro lavoro, per cui non so che cosa avvenne in seguito.
Aprimmo gli stampi ed apparvero due figurine chiare, quasi trasparenti. Mai occhio umano aveva visto
qualcosa di simile. Rappresentavano un giovane e una giovinetta. Entrambi misuravano quattro pollici di
lunghezza. Ciò che mi stupì maggiormente, fu che le figurine non erano rigide, ma morbide e carnose, come
esseri umani, benché fossero senza vita. Oggi sono convinto che anche l’immagine della Dama Venere era
fatta con il medesimo materiale.
Posammo questi due fanciulli, belli come angeli, su due cuscini di raso e li contemplammo a lungo, incantati.
Ma il vecchio signore ci distolse dalla nostra contemplazione e ci ordinò di versare loro in bocca, una
gocciolina dopo l’altra, il sangue dell’uccello che era stato raccolto in una coppa d’oro. Ed ecco che le
statuine cominciarono a crescere a vista d’occhio. Crescevano di proporzioni e cresceva la loro bellezza. E se
tutti i pittori del mondo fossero stati presenti a questa creazione della natura, si sarebbero vergognati della
loro arte.
Le figurine erano ormai diventate talmente grandi che dovemmo sollevarle dal cuscino e deporle su un lungo
tavolo, ricoperto di velluto bianco. Il Vecchio ci ordinò di coprirle fino al petto con della seta bianca e sottile
e, data la loro indicibile bellezza, eseguire quell’ordine quasi ci dispiacque. Per dirla in breve: prima ancora
che avessimo terminato di somministrare loro tutto il sangue, i due avevano già acquistato la statura di un
adulto. I loro capelli avevano il colore dell’oro, e l’immagine di Venere che avevo visto in passato mi parve
sbiadita al loro confronto.
Tuttavia, esse non possedevano ancora né il calore delle persone vive né alcuna percezione sensoriale. Erano
delle immagini morte, sebbene il loro colorito fosse fresco e naturale. Dato che vi era da temere che
crescessero troppo, il Vecchio ci disse di non alimentarle più, quindi ricoprì anche i loro volti e fece piantare
delle fiaccole tutto attorno al tavolo. Vorrei avvisare il lettore che queste torce non avevano alcuna
particolare funzione; l’intenzione del Vecchio era quella di nascondere ai nostri sguardi l’attimo in cui
l’anima sarebbe entrata nei loro corpi. Anch’io non mi sarei accorto di nulla se non mi fosse già stato
concesso di vedere due volte le fiamme. Comunque non avvisai dell’inganno gli altri tre. Così neppure il
Vecchio seppe che avevo visto qualcosa.
Egli ci disse di sederci sulla panca di fronte al tavolo e presto arrivò anche la Vergine insieme ai musicanti
ed al resto del seguito. Essa aveva portato due abiti bianchi, molto belli; persino al castello non avevo mai
visto simili vesti e mi è impossibile descriverle. Mi sembravano fatte di puro cristallo, sebbene fossero
morbide e non trasparenti. La Vergine le depose sul tavolo e dopo aver fatto accomodare le sue vergini sulle
panche lei, e il Vecchio inscenarono attorno al tavolo una sorta di cerimonia che aveva come unico scopo
quello di distrarci. Tutto ebbe luogo, come ho già detto, proprio al di sotto del tetto, che aveva una forma
bizzarra perché era composto da sette semisfere concave. Quella centrale era un po’ più alta delle altre ed
aveva in cima una piccola apertura rotonda che prima era chiusa,e alla quale nessuno aveva fatto attenzione.
Dopo che molte cerimonie erano già state eseguite, entrarono altre sei damigelle. Ciascuna di loro recava una
grande tromba con attorno una sostanza verde e luminescente come una ghirlanda. Il Vecchio prese una di
queste trombe, fece portar via alcune delle torce poste più in alto e scoprì i volti delle figure. Poi posò la
tromba sulla bocca di uno dei corpi, puntando la parte superiore di essa in direzione di quel foro di cui ho
appena parlato.
I miei compagni tenevano lo sguardo fisso sulle due figure, ma io ero preso da altri pensieri. Infatti, appena
venne dato fuoco a quelle foglie secche o ghirlanda che circondavano la canna della tromba, io notai che si
apriva il foro superiore e che una striscia di fuoco entrava attraverso di esso e calava dentro il tubo,
penetrando nel cadavere. Poi il foro si richiuse e la tromba fu portata via. I miei compagni si lasciarono
ingannare, credendo che la vita in quell’immagine umana fosse stata provocata dal fuoco delle foglie.
Ricevuta l’anima, il corpo aprì e chiuse gli occhi. Tutto si ripeté di nuovo: il Vecchio pose la canna di
un’altra tromba sulla bocca, l’accese e l’anima calò dal foro dentro di essa. Ciò avvenne tre volte per ognuna
delle figure.
Infine, furono spente tutte le torce e furono portate via, e la coperta di velluto che era sul tavolo fu ripiegata
sopra i corpi. Fu allestito un corpo su una portantina ed i corpi, avvolti nella coperta, vennero deposti sopra
di esso. Poi la coperta venne tolta e i due giacquero uno accanto all’altro. E così dormirono a lungo dietro le
cortine chiuse.
Ormai era tempo che la Vergine andasse a controllare cosa stesse succedendo con gli altri nostri artisti. Li
trovò tutti di ottimo umore perché, come poi mi raccontò, avevano dovuto lavorare l’oro. Anche ciò è una
parte dell’Arte, ma non è la più nobile, né la più utile, né la migliore. Pure ai nostri compagni era stata data
una parte della cenere ed essi pensavano che tutta l’operazione con l’uccello fosse stata svolta unicamente
allo scopo di fabbricare oro, e che questo sarebbe servito a ridare la vita ai decapitati.
Eravamo dunque tutti seduti in silenzio, attendendo che i nostri sposi si svegliassero. La nostra attesa durò
circa mezz’ora. Ed ecco che apparve di nuovo il malizioso Cupido. Ci salutò e volò verso gli sposi,
infilandosi sotto la tenda: li molestò a lungo, finché si svegliarono. Aprendo gli occhi si mostrarono molto
stupiti perché credevano di aver dormito dall’ora della loro decapitazione fino a quel momento. Dopo che
Cupido li ebbe svegliati e si furono riconosciuti reciprocamente, egli si mise un po’ in disparte per
permettere loro di riprendersi meglio. Nel frattempo cominciò a stuzzicare noi, e ci costrinse a far accorrere i
musicanti per festeggiare l’evento.
Poco tempo dopo arrivò la Vergine: salutò con rispetto il giovane re e la regina, che accusavano ancora una
leggera debolezza, baciò loro le mani e infine porse loro quei bei vestiti di cui ho parlato. Essi li indossarono
e si presentarono a noi. Erano stati preparati per loro due magnifici troni sui quali presero posto, e noi ci
inchinammo con grande rispetto. Il re ci ringraziò cortesemente per quell’omaggio.
Nel frattempo si erano già fatte le cinque; non era più possibile continuare ad indugiare. Gli oggetti più
importanti furono raccolti, e accompagnammo la coppia reale giù per le scale a chiocciola, attraversando
diverse porte e posti di guardia, fino ad arrivare alla nave. Essi vi salirono assieme a Cupido e ad alcune
vergini e si allontanarono tanto velocemente che li perdemmo di vista. Seppi poi che alcune grosse
imbarcazioni erano andate loro incontro, in modo che nel giro di quattro ore poterono ricoprire sul mare una
distanza di quattro miglia.
Dopo le cinque venne ordinato ai suonatori di portare tutti gli oggetti a bordo delle navi e di prepararsi alla
partenza. Dato che i preparativi si stavano protraendo per le lunghe, il vecchio signore fece uscire una parte
dei suoi soldati che fino a quel momento si erano tenuti nascosti. Non ci eravamo mai accorti che avessero
un riparo segreto all’interno dei bastioni. Mi accorsi che la torre era davvero bene strutturata per opporre
resistenza a qualsiasi attacco. I soldati terminarono presto di caricare la nostra roba e a noi non restò altro che
andare a cenare.
Le tavole furono apparecchiate ed ecco che la Vergine condusse nella sala gli altri nostri compagni.
Dovemmo far finta di essere afflitti, cercando di nascondere le nostre risa. Alcuni di loro ci tenevano il
broncio, sebbene altri mostrassero di avere pietà di noi. Per la cena, rimase assieme a noi anche il Vecchio.
Egli era un osservatore acuto. Nessuno poteva affermare qualcosa senza che egli sapesse esattamente cosa
replicare, come rettificare quanto veniva detto o come dare dei buoni consigli. Da questo nobile vecchio ho
appreso più che da qualsiasi altra persona. Se tutti tenessero in considerazione le sue parole e si attenessero ai
suoi consigli, molte cose andrebbero meglio.
Dopo questa cena, il Vecchio ci condusse a visitare varie stanze, dove teneva le sue collezioni d’arte, sparse
qua e là per i bastioni. Potemmo ammirare delle strane creazioni della natura e anche altre cose a immagine
della Natura copiate dall’ingegno umano. Avremmo dovuto avere a disposizione almeno un anno per visitare
tutto quello che c’era da vedere. Infatti, la nostra visita iniziò che c’era ancora luce e si protrasse fino a notte
inoltrata. Alla fine decidemmo di andare a dormire e di rinunciare a vedere altre cose strane.
Fummo alloggiati in alcune stanze all’interno del bastione e vi trovammo non solo dei letti eccellenti, ma
anche un arredamento molto raffinato. Me ne stupii molto, pensando al trattamento che avevamo ricevuto il
giorno precedente. In quella stanza potei riposare bene e dato che mi ero liberato di molte preoccupazioni, il
mormorio del mare mi aiutò a sprofondare in un sonno dolce e profondo, durante il quale ebbi anche un
sogno, e che si protrasse dalle undici di sera alle otto di mattina.
SETTIMO GIORNO

M
i svegliai dopo le otto e mi rivestii in fretta. Volevo tornare alla torre, ma all’interno del bastione vi
erano un’infinità di corridoi oscuri, sicché andai vagando per un bel pezzo prima di poter trovare
un’uscita. La stessa cosa avvenne ai miei compagni, ma alla fine ci ritrovammo tutti nella sala
inferiore della torre.
Ci vennero date delle tonache gialle assieme al nostro Toson d’Oro. La Fanciulla ci spiegò che ora eravamo
Cavalieri della Pietra d’Oro, cosa che prima ignoravamo.
Dopo colazione, il Vecchio onorò ciascuno di noi con un medaglione d’oro. Su un lato vi erano scritte queste
parole:

AR. NAT. MI.


(Ars Naturæ Ministra,
cioè: l’arte è l’ancella della natura).

Sull’altro lato vi era scritto:

TEM. NA. F.
(Temporis Natura Filia,
cioè: la natura è figlia del tempo).

Poi il Vecchio ci raccomandò di non agire mai contro lo spirito di questo motto.
Quindi uscimmo ed andammo al largo, dove le nostre navi erano state allestite con tale magnificenza che non
sembrava possibile che cose tanto belle fossero state portate lì soltanto allora. Le navi erano dodici, sei
nostre, sei del Vecchio. Egli fece salire sulle navi dei soldati tutti in grande uniforme e prese posto sulla nave
sulla quale eravamo riuniti noi. Sulla prima nave salirono i suonatori (il Vecchio ne aveva parecchi al suo
servizio) e questa nave procedeva davanti alla nostra, in modo da procurarci diletto. Sulle nostre bandiere
sventolavano i dodici segni dello Zodiaco. Noi eravamo sulla nave con il segno della Bilancia. Tra le altre
cose, la nostra nave era anche quella provvista di un orologio, mirabilmente bello, che segnava il tempo
indicando tutti i minuti.
Il mare era così calmo che navigare era un vero piacere. Ma la cosa più bella erano i discorsi del Vecchio.
Per farci passare il tempo egli ci raccontò storie bizzarre, sicché avrei voluto navigare con lui per tutta la vita.
nel frattempo, le navi avanzavano molto velocemente: prima ancora che fossero passate due ore da quando
eravamo salpati, il marinaio ci disse che vedeva quasi tutto il lago ricoperto di imbarcazioni. Deducemmo da
ciò che ci stavano venendo incontro. Ed infatti era vero, perché quando dal mare arrivammo al lago,
attraverso lo stretto di cui ho parlato, le cinquecento navi si fermarono lì. Una di esse riluceva d’oro e di
pietre preziose, ed era quella che recava il re e la regina assieme a nobili signori, dame e damigelle. Appena
essi ci videro, fecero sparare tutti i cannoni e vi fu un tale frastuono di trombe, tromboni e tamburi, che fece
scuotere tutte le navi che erano sul lago.
Quando fummo vicini, essi circondarono le nostre navi e si fermarono. Il vecchio Atlante ci tenne un breve,
ma elegante discorso a nome del re. Ci diede il benvenuto e chiese se il dono per il re era pronto.
Gli altri miei compagni si stupirono che il re fosse già resuscitato, perché pensarono che sarebbe toccato a
loro il compito di risvegliarlo. Li lasciammo al loro stupore, fingendo che anche a noi ciò sembrasse strano.
Dopo il discorso di Atlante, si fece avanti il nostro Vecchio e rispose con un lungo discorso, augurando al re
e alla regina felicità e abbondanza, e consegnò loro un elegante cofanetto. Non so cosa ci fosse dentro,
comunque esso fu dato in custodia a Cupido che continuava a svolazzare fra loro due. Quindi i cannoni
tuonarono di nuovo in segno di gioia e navigammo insieme per un bel po’ di tempo, finché non arrivammo
ad un’altra riva che si trovava in prossimità del primo portale del castello, quello attraverso cui ero entrato
all’inizio.
Sulla piazza vi era una grande folla di servitori del re e vi erano anche un centinaio di cavalli. La nave
attraccò e scendemmo a terra. Il re e la regina porsero la mano a tutti con particolare amabilità, e infine
montammo a cavallo. Qui chiedo al lettore di credermi alla lettera, e di non attribuire quanto narrerò al mio
orgoglio personale o alla mia vanità. Se non fosse stato necessario raccontarlo, avrei volentieri taciuto
l’onore che mi fu tributato.
Ci si divise, uno dopo l’altro, fra i signori. Al Vecchio ed a me, persona indegna, fu permesso di cavalcare
accanto al re. Ciascuno di noi portava uno stendardo bianco come la neve, con sopra una croce rossa15. Credo
che questo onore mi fosse stato concesso a causa della mia età, perché la mia chioma e la mia barba erano
lunghe e grigie come quelle del Vecchio. Avevo attaccato al mio cappello tutti i contrassegni che avevo
ricevuto e il giovane re li notò subito. Mi chiese se ero io colui che alla porta avevo lasciato un pegno per
ogni contrassegno. Risposi umilmente di sì. Il re sorrise e disse che tali formalità non erano necessarie
perchè io ero suo padre. Poi mi chiese che cosa avessi dato in pegno. Acqua e sale, risposi io. Egli si
meravigliò della mia saggezza. Allora mi feci più ardito e gli raccontai quanto mi era accaduto col pane, la
colomba e il corvo.
Il racconto piacque molto al re, egli aggiunse però che Dio mi doveva aver concesso di essere un uomo
particolarmente fortunato. Infine, giungemmo la primo portale, dove c’era il custode vestito di blu, con in
mano una supplica. Quando mi vide accanto al re, mi porse la sua supplica, pregandomi umilmente di
ricordare al re l’amicizia che aveva dimostrato nei miei confronti. Chiesi poi al re quale fosse la storia di
questo custode. Egli mi rispose cortesemente, dicendo che era stato un famoso ed eccellente astrologo, che il
signore suo padre aveva tenuto in grande stima. Egli aveva però peccato contro Dama Venere perché l’aveva
guardata mentre giaceva nel suo letto e, per punizione, gli era stato assegnato l’incarico di custodire
l’ingresso della prima porta, finché qualcuno non lo avesse liberato. Io chiesi se era possibile salvarlo, e il re
rispose che se qualcun altro avesse commesso il suo stesso peccato, costui avrebbe dovuto stare in guardia al
suo posto e lui sarebbe stato libero.
Queste parole mi toccarono il cuore perché la mia coscienza mi sussurrava che ero io il colpevole, ma non
parlai e diedi al re la supplica. Non appena l’ebbe letta, ne rimase così sconvolto che se ne accorse persino la
regina che cavalcava dietro a noi assieme ad alcune damigelle e ad un’altra regina che aveva partecipato alla
cerimonia di sospensione dei pesi. La regina gli chiese che cosa dicesse la lettera, ma il re lasciò cadere il
discorso e mise da parte la lettera.
Arrivammo al castello verso le tre. Scendemmo da cavallo ed il re ci accompagnò nella solita sala, poi
convocò presso di sé il vecchio Atlante e gli mostrò la lettera. Questi, senza alcun indugio, tornò a cavallo
dal guardiano della porta per informarsi sui particolari della faccenda. Intanto il giovane re si sedette assieme
alla consorte, altri cavalieri, dame e damigelle. La nostra Vergine allora iniziò a lodare altamente il nostro
zelo e gli sforzi e il lavoro da noi compiuti, aggiungendo la preghiera che venissero ricompensati in modo
regale e chiese pure d’essere d’ora innanzi esonerata dal suo incarico.
Anche il Vecchio si alzò e confermò quanto aveva detto la Vergine aggiungendo che sarebbe stato giusto
premiare entrambe le parti. Fummo poi invitati a ritirarci per breve tempo. Si stabilì che ognuno di noi
avrebbe dovuto esprimere un desiderio, promettendoci di esaudire quanto avremmo desiderato. Non veniva
posto in dubbio che la nostra saggezza ci avrebbe ispirato il desiderio migliore. Ci diedero tempo per
pensarci fino all’ora di cena.
Nel frattempo il re e la regina, per ingannare l’attesa, incominciarono una partita di un gioco simile agli
scacchi, ma con regole diverse. La virtù e il vizio combattevano l’uno contro l’altra. Ed era palese con quali
artifizi il vizio tendesse dei tranelli alla virtù ed in che modo fosse possibile opporvisi. Era un gioco davvero
ingegnoso e ci sarebbe da augurarsi che presso di noi se ne diffondesse uno simile. Durante il gioco Atlante
ritornò e comunicò in segreto qualcosa al re. Io arrossii perché la mia coscienza non mi dava tregua. In quel
momento il re mi porse la supplica, affinché la leggessi. Il contenuto era all’incirca il seguente: innanzitutto,
augurava al re felicità ed abbondanza e di avere molti eredi. Diceva poi che era ormai venuto il giorno della
sua liberazione, secondo quanto il re gli aveva promesso, perché Venere era stata sorpresa anche da uno degli
ospiti. La sua osservazione non poteva essere sbagliata e se Sua Maestà il re avesse fatto compiere accurate e
rigorose indagini, avrebbe appurato che la sua scoperta era giusta. Se quanto supponeva fosse invece falso,
era disposto a rimanere di guardia al portale per tutta la vita. Egli pregava quindi molto umilmente che gli
venisse concesso, a rischio della vita, di partecipare alla cena che vi sarebbe stata quella sera. Voleva
scoprire da solo il colpevole e ottenere così la bramata libertà.
La lettera era stata scritta con abilità e rigore. Da quanto avevo letto, potevo comprendere bene quale fosse il
temperamento dello scrivente, ma trovai la lettera oltremodo intransigente ed avrei preferito non saperne
niente. Mi chiedevo se quel desiderio che il re aveva promesso di esaudire e che dovevo ancora esprimere,
avrebbe potuto aiutare il re liberare il custode con qualche altro accorgimento.
“No,” rispose il re, “perché questo è un caso particolare; posso però esaudire il suo desiderio di partecipare
alla cena”. Pertanto mandò a chiamare il custode. Nel frattempo vennero imbandite le tavole in una sala che
non avevamo mai visto. Questa sala era di una perfezione unica ed era arredata in modo tale che mi sarebbe
impossibile anche solo iniziare a descriverla. Vi fummo condotti con un cerimoniale particolarmente
15
È il simbolo di San Giorgio dell’Ordine dei Templari.
solenne.
Questa volta Cupido era assente. Appresi che l’oltraggio che sua madre aveva subito l’aveva irritato in modo
particolare. Insomma, quella mia azione e la supplica che era stata consegnata, erano state cagione di grande
cruccio. Il re si faceva degli scrupoli ad interrogare i suoi ospiti, soprattutto perché così anche chi non era
stato a conoscenza di questa faccenda avrebbe appreso tutto. Decise allora di far compiere al custode, che era
già entrato, le sue rigorose osservazioni e fece il possibile per mostrarsi gaio e sereno.
Ben presto ridiventammo tutti allegri e conversammo piacevolmente. È inutile che racconti del trattamento e
delle cerimonie relative, perché sono particolari non utili né al lettore né ai miei propositi. Comunque, più
che essere resi pesanti dal bere ci soddisfecero l’arte e l’ingegno umano. Questa fu l’ultima e la più splendida
delle feste alle quali partecipai.
Dopo il banchetto, le tavole furono portate via in fretta ed alcuni bei seggi furono posti in cerchio. Vi
prendemmo posto, sedendoci accanto al re e alla regina, al Vecchio e a dame e damigelle. Un bel paggio aprì
il libretto, splendidamente rilegato, di cui ho già parlato, e Atlante si pose al centro della sala e ci tenne un
discorso.
Ci disse che Sua Maestà il re non aveva dimenticato quanto avevamo fatto per lui e con quanto zelo avevamo
compiuto il nostro lavoro. Perciò in premio ci aveva nominati tutti, senza eccezione, Cavalieri della Pietra
d’Oro. Sarebbe stato ora necessario non solo mantenere un corretto comportamento nei confronti di Sua
Maestà, ma anche di osservare una serie di articoli, affinché anche il re sapesse come comportarsi nei
riguardi dei propri alleati. A questo punto il paggio lesse gli articoli, che erano i seguenti:

I. Voi, signori cavalieri, dovete giurare che mai attribuirete il vostro Ordine a nessun diavolo né spirito, ma
unicamente a Dio, vostro Creatore e alla sua ancella, la Natura.
II. Odierete ogni genere di prostituzione, di lussuria, di impurità e mai macchierete il vostro Ordine con tali
vizi.
III. Soccorrerete coi vostri doni chiunque se lo meriti o ne abbia necessità.
IV. Non userete questo onore per acquisire lusso mondano o una autorità elevata.
V. Non desidererete vivere più a lungo di quanto vi abbia concesso la volontà di Dio.

A quest’ultima frase ci mettemmo a ridere, ed è probabile che fosse stata aggiunta per scherzo. Come sempre
dovemmo giurare sullo scettro del re. E così, con la consueta solennità, fummo investiti Cavalieri e, oltre ad
altri privilegi, ci fu dato il potere di essere immuni da ignoranza, povertà e malattia, anzi, avremmo potuto
dominarle a nostro piacere. Tutto ciò ci venne confermato all’interno di una piccola cappella, nella quale
eravamo stati condotti in processione. Ringraziai Dio per ciò che mi aveva voluto concedere. In onore di Dio
e come eterno ricordo, lasciai lì appeso il mio Toson d’Oro e il mio cappello, e dato che ciascuno di noi
dovette porre il proprio nome, scrissi così:

summa scientia nihil scire


Fr. CHRISTIANUS ROSENCRETZ,
Eques aurei lapidis;
Anno 1459.

Gli altri scrissero altre cose ed ognuno espresse ciò che gli sembrava più opportuno. Fummo poi
riaccompagnati nella sala dove ci sedemmo di nuovo. Fummo avvisati di meditare in fretta sul desiderio che
volevamo esprimere. Il re si era ritirato in una piccola stanza assieme alla sua gente, e lì avrebbe ascoltato i
nostri desideri.
Fummo chiamati dentro la stanza singolarmente, per cui non so dire quali fossero i desideri dei miei
compagni. Io pensai che non ci sarebbe stato niente di più lodevole che dar prova, in onore del mio Ordine,
di qualche encomiabile virtù, e che nessuna era tanto degna di lode quanto la gratitudine, che era al
contempo anche la più amara da manifestare. Anche se avrei potuto desiderare qualcosa di più piacevole,
vinsi me stesso e decisi di salvare colui che era stato il mio benefattore, anche a costo di incorrere in qualche
pericolo.
Quando venni chiamato, mi chiesero prima di tutto, dato che avevo letto la supplica, se avessi notato chi
poteva essere il colpevole, o per lo meno se avessi intuito qualcuno di esserlo. Allora cominciai a raccontare
senza paura quanto mi era accaduto e come, a causa della mia ignoranza, fossi arrivato in quel luogo. Mi
offrii di assumermi tutta la responsabilità riguardo all’errore che avevo commesso.
Il re e gli altri signori furono molto sorpresi di questa confessione così inaspettata e mi ordinarono di
ritirarmi per un po’ di tempo. Quando fui richiamato, Atlante mi disse che per Sua Maestà era molto penoso
che proprio io, che egli amava più degli altri, fossi finito in quella situazione disgraziata. Purtroppo non era
possibile trasgredire alle antiche tradizioni, per cui non potevano fare altro che donare la libertà a quell’uomo
e mettermi di guardia al suo posto. Speravano che presto qualcuno si sarebbe macchiato della stessa colpa, in
modo che sarei potuto ritornare a casa, ma sicuramente questa faccenda si sarebbe risolta non prima della
festa di nozze del figlio che sarebbe loro nato.
Questa sentenza mi costò quasi la vita. maledissi la mia lingua troppo loquace che mi aveva impedito di
tacere. Tuttavia, alla fine, mi feci coraggio, e dato che pensavo che ormai così doveva essere, raccontai anche
come il custode mi avesse donato un contrassegno e mi avesse raccomandato presso gli altri. Col suo aiuto
ero stato in grado di superare la prova della bilancia e avevo potuto partecipare ad onori e gioie, e quindi era
giusto che fossi riconoscente al mio benefattore. E dato che questa era l’unica soluzione, dissi che li
ringraziavo per quella sentenza e che avrei fatto volentieri un favore a colui che mi aveva aiutato a
raggiungere una simile posizione. Comunque, se era possibile che il mio desiderio risolvesse qualcosa, allora
avrei desiderato tornare a casa. Così il custode avrebbe avuto in dono la sua libertà e io mi sarei liberato per
mezzo del mio desiderio.
Mi venne data la seguente risposta: il mio desiderio non poteva essere esaudito, altrimenti sarebbe stato già
possibile desiderare la sua libertà. Comunque, Sua Maestà il re aveva apprezzato molto che avessi accettato
di buon grado la situazione. Erano tuttavia molto preoccupati per me, e io non mi ero reso ben conto in che
situazione miserabile mi ero cacciato, a causa della mia audacia.
Così quel brav’uomo venne prosciolto dall’accusa e io mi accomiatai tristemente dopo di me furono chiamati
nella stanza anche i miei compagni. Uscirono tutti contenti, e fu penoso per me osservarli, perché pensavo
che avrei dovuto terminare la mia vita facendo la guardia alla porta. Continuavo a rimuginare su quello che
avrei dovuto fare e a come avrei passato il mio tempo. Alla fine, pensai che, essendo già vecchio, avrei avuto
ancora solo pochi anni di vita, così la tristezza e la malinconia mi avrebbero facilmente portato alla morte e il
mio compito di guardiano sarebbe finito. Forse io stesso avrei potuto lasciarmi morire nel sonno. Tali erano i
pensieri che mi passavano per la mente. A volte mi sentivo crucciato per aver visto cose tanto belle, solo per
doverne essere subito privato. Altre volte, invece, mi sentivo felice per aver potuto godere tante gioie prima
della mia morte e per non aver dovuto abbandonare quel luogo in modo vergognoso. Comunque, questo era
l’ultimo e il più duro colpo che avessi mai ricevuto.
Mentre ero in preda a tali tristi pensieri, i miei compagni terminarono i loro colloqui e dopo che essi furono
congedati dal Re e dai Signori, ciascuno venne condotto nella propria stanza. Io, pover’uomo, invece non
avevo nessuno che mi indicasse la via. Oltretutto, avrei anche dovuto subire lo scherno degli altri. E per
rendermi conto del mio futuro incarico, avrei dovuto infilarmi l’anello del mio predecessore.
Alla fine, il re mi esortò, dato che era l’ultima volta che lo vedevo in quella veste, di comportarmi sempre
conformemente alla mia vocazione e di non agire mai contro l’Ordine. Poi egli mi abbracciò e mi baciò ed io
pensai che si comportasse così perché il giorno seguente avrei dovuto iniziare il mio lavoro presso il portale.
Dopo che tutti ebbero amabilmente conversato ancora un poco con me, mi diedero la mano
raccomandandomi alla protezione divina. Allora i due vecchi, il signore della Torre e Atlante, mi condussero
in una stanza sontuosamente arredata, dove vi erano tre letti. ciascuno di noi si sdraiò su un letto. Lì
passammo quasi due…

Qui mancano circa due fogli in quarto, in cui egli, l’autore stesso, il quale credeva che la mattina avrebbe dovuto stare
di guardia alla porta, tornò invece di nuovo a casa.

FINE