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Questo ebo Prima edizione E-book: Dicembre 2011 ISBN: 9788863696837-PDF Narcissus Self-publishing DRM Free (Watermark)

Prima edizione E-book: Dicembre 2011 ISBN: 9788863696837-PDF Narcissus Self-publishing DRM Free (Watermark)

Data di pubblicazione:14/02/2012

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Prefazione

INDICE DEI CONTENUTI

CAPITOLO 1 Primi passi: dall’italiano all’inglese senza soffrire troppo

pag. 8

Perché questo testo?

 

L’inglese: come, perché e soprattutto

perché no?

 

Imparare una nuova lingua:

 

metodologie, contesto generale e punti di riferimento

 

Che inglese vogliamo imparare?

Alcuni riferimenti internazionali:

il

Quadro Comune Europeo di Riferimento per le Lingue (CEFR)

e

gli esami Trinity GESE

La storia insegna:

 

l’albero genealogico dell’inglese

 

L’A, B, C… Cerchiamo di capire meglio con cosa abbiamo a che fare

Prima di proseguire oltre

 

un piccolo glossario di termini utili!

 

CAPITOLO 2

 

Fuoco alle polveri!

 

pag. 37

I

pronomi soggetto

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Il verbo

Il Simple Present: significato

Morfologia: la strada del verbo essere

Aggettivi di nazionalità

Question words

Aggettivi possessivi

Personal information

Numeri cardinali

Greetings – Forme di saluto

There is / there are

Colours

Da non dimenticare…

Tips (consigli)

CAPITOLO 3

Parole, parole, parole…

pag. 100

e qualche nuovo verbo!

Le parole che non vi ho detto…

I sostantivi

Le maiuscole

Il plurale

Sostantivi numerabili e non numerabili

Sostantivi collettivi

Gli aggettivi (e simili…)

Posizione degli aggettivi/attributi di un nome

Nomi composti

a\nGiuseppe

L’ordine degli attributi

Elementi determinativi

Gli articoli

THE (il, lo, la, i, gli, le)

A / AN (un, uno, una)

I dimostrativi (this/that/these/those)

Simple Present dei verbi diversi da essere

Daily routine: vocabolario

Il modo imperativo dei verbi

TRINITY GESE GRADE 1 Quello che serve per passare l’esame

pag. 138

L’esame: come e perchè

Animali

Parti del viso e del corpo

Capi d’abbigliamento

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Oggetti di uso comune nell’ambiente che ci circonda

Come si svolgerà l’esame

 

Siti utili

Ringraziamenti

L’autrice

a\nGiappartieneebookQuesto

Prefazione

Forza e coraggio!

Sebbene sia ormai di moda, molti pensano che imparare una lingua straniera in

ma posso garantire che non è poi così dura e la

maggior parte delle volte il gioco vale la candela. Per essere sicuri di partire col piede

giusto e tenere alto il morale ci sono alcune considerazioni che ci conviene fare prima di accettare la sfida. In primo luogo è dimostrato che conoscere più di una lingua oltre alla propria lingua madre (dialetti compresi) facilita l’apprendimento. Se abbiamo già faticato per imparare una lingua seconda, la prossima volta che ci troveremo a dover imparare un linguaggio sarà tutta in discesa! E diciamocelo, chi di noi non mastica qualche parola di dialetto? Chi non ha studiacchiato i rudimenti dell’inglese o del francese a scuola? Per capirci, prendiamo l’esempio di un’auto e di un qualsiasi ciclomotore a marce. Chi ha già guidato in strada la propria vespa farà meno fatica ad abituarsi all’auto, perché i meccanismi e le strategie di base sono simili. Chi non ha mai nemmeno guidato una bicicletta o uno scooter sarà invece alle prese con una realtà completamente nuova: dovrà imparare il codice della strada, imparare a valutare gli spazi e le velocità dei mezzi in movimento, infine dovrà prendere confidenza con il traffico e con un voluminoso mezzo di trasporto. Forse non ci sembrerà di fare meno fatica, perché la sfida è comunque impegnativa e apparentemente nuova, ma perfino i nostri dialetti in realtà ci danno una marcia in più! Nonostante tanti possano già godere di questo vantaggio linguistico, è comunque necessario applicarsi per ottenere buoni risultati. Imparare una lingua è un po’ come avvicinarsi ad un nuovo sport o ad un nuovo gioco di carte. Ogni pratica ha le sue regole; sebbene due giochi possano sembrare simili, come per esempio la pallavolo e la pallamano, oppure possano utilizzare le medesime carte, come il ramino ed il bridge, le regole da seguire per vincere la partita sono differenti. Chi pretende di giocare una partita di pallavolo applicando le regole della pallamano non potrà mai vincere. Allo stesso modo non ci si può avvicinare all’inglese seguendo le regole dell’italiano, sebbene l’alfabeto sia più o meno lo stesso e tante parole siano simili (immaginate di dover imparare il russo, che ha addirittura un alfabeto completamente diverso!). In realtà è meglio pensare all’inglese come ad un nuovo gioco di cui non si conoscono le regole. Solo in questo modo, senza lasciarci influenzare troppo dalla nostra prima lingua, potremo diventare dei buoni giocatori ed ottenere risultati soddisfacenti. Non dimentichiamo poi che i migliori giocatori sono generalmente coloro che hanno molta esperienza e quindi si allenano spesso, facendo

realtà equivalga ad una vera impresa

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quanta più pratica possibile. E' molto importante coltivare la propria determinazione ed

esporsi il più possibile all’inglese! Leggere, ascoltare, completare esercizi fondamentale.

Al giorno d’oggi è piuttosto facile trovare materiale per fare pratica: la tv a

pagamento offre innumerevoli canali e programmi che possono essere visti in lingua

originale, internet è una fonte inesauribile di file video, audio e di esercitazioni; le librerie,

infine, sono piene zeppe di testi propedeutici. In questo panorama variopinto gli insegnanti

fungono da guida, indicando la direzione da seguire ed aiutando gli studenti a scegliere il

materiale più appropriato per il proprio livello. Questa grande varietà di stimoli è una vera

ricchezza! Fortunatamente stiamo parlando di apprendere una lingua e le lingue sono fatte

per descrivere ogni aspetto della vita, sia a livello umano che sociale. Questo significa che

con ogni probabilità qualcuno ha prodotto materiale in lingua inglese che riguarda proprio il

campo di studio che ci è più congeniale. Se la nostra passione è il calcio allora sarà molto

più facile e stimolante cercare di leggere un articolo sportivo piuttosto che un trattato di

grammatica. E allora perché non tentare di leggerlo in inglese? All’inizio può essere

impegnativo, perché quando ci si misura con le basi di una lingua gli strumenti a

disposizione sono limitati e così anche gli argomenti che si possono affrontare. Eppure un

basta non perdersi

d’animo. Per l’inglese poi, una lingua parlata e insegnata da tantissime persone, c’è una

grande abbondanza di materiale semplificato e adatto ad ogni livello.

Questa missione linguistica, quindi, non è affatto impossibile! Non è nemmeno una

passeggiata, ma ci sono tanti fattori che giocano a nostro favore. Basta un poco d’interesse,

impegno e buona volontà per ottenere ottimi risultati. Insomma, se siete pronti a mettervi (o rimettervi) in gioco, vi aspetto nelle prossime pagine… Cominceremo con un capitolo discorsivo che ci farà riflettere sul nostro trascorso scolastico e linguistico, affrontando le

problematiche che potremmo avere già incontrato o che forse incontreremo in futuro. Qualche riferimento normativo, alcune considerazioni riguardo alle metodologie d’apprendimento più diffuse e poi via verso l’inglese, partendo dallo spelling e dall’alfabeto. Con i capitoli successivi ci addentreremo sempre più nella grammatica/lingua anglosassone, grazie a spiegazioni approfondite e semplici esercizi di comunicazione completi di analisi e soluzioni. Niente paura: non sarà una traversata difficile e non perderemo mai di vista la luce in fondo al tunnel, ossia il nostro scopo principale:

cominciare seriamente a capirci qualcosa!

margine di scelta c’è sempre, anche quando si è solo agli inizi

tutto questo è

Questo ebook appartiene a\nGiuseppe Ferrari CLI_20120040024011

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Perchè questo testo?

Il desiderio di scrivere per insegnare mi è venuto in seguito al confronto con tanti studenti, di diverse età. Come insegnante, il mio cuore va a tutti coloro che hanno sempre faticato con l’inglese, spesso per ragioni che non dipendono interamente da loro. Per alcuni tornare a studiare è un pensiero sconsolante, perché i tempi della scuola sono ormai lontani. Per altri semplicemente non si presenta l’occasione giusta. In effetti c’è una vasta categoria di persone là fuori che vorrebbe sapere un po’ d’inglese, magari tenta qualche approccio alla materia e poi lascia perdere. Non è mai il momento opportuno, oppure non ci si sente sufficientemente motivati per dedicare tempo e soldi ad un progetto apparentemente impegnativo. Tra coloro che tentano ci sono molte persone che s’incagliano alle prime fasi dell’apprendimento, perdendo motivazione e compromettendo le proprie possibilità di riuscita. Vi sentite tirati in causa? Ebbene, come si fa a raggiungervi tutti e realizzare il vostro potenziale? In realtà basta poco. Un buon paio di scarpe, uno zaino pieno di provviste e sarete, anzi saremo pronti per affrontare il cammino senza rischiare di scoraggiarci. Una volta rotto il ghiaccio sarà tutto più facile; per scegliere con entusiasmo una scuola, un gruppo e un percorso basta raggiungere la riva anglosassone e toccare terra. Compiuto il primo, lungo passo sarete sicuramente in grado di trovare la vostra strada…. la chiave di volta infatti è la comprensione, che nell’apprendimento linguistico precede sempre la produzione: quando vi renderete conto di capire sarete già a metà dell’opera. Basteranno infatti tempo e costanza per riuscire ad utilizzare in prima persona tutte le espressioni che sarete già in grado di comprendere e riconoscere! La mia intenzione è proprio quella di fornire uno strumento di facile consultazione per tutti coloro che vorrebbero compiere quel primo passo, colmando il vuoto che li separa dal comprendere, imparare ed apprezzare l’inglese. Mi rivolgo quindi a tutti voi, che siete rimasti a guardare dall’altra sponda, e vi offro un passaggio amichevole al di là della Manica. Non ho la bacchetta magica e non sono un’enciclopedia vivente, quindi non posso

ma posso condividere quello che so ed il frutto delle mie

esperienze in classe, nella ferma convinzione che a qualcosa serviranno di certo. In effetti

garantirvi una riuscita perfetta

insegnare è un bellissimo mestiere, quasi una missione, e se le cose vanno per il verso giusto chi impara di più è spesso l’insegnante. La parte più interessante dell’intero processo

è proprio lo studente, maestro inconsapevole e prezioso. Giovane o maturo, estremamente

competente o appena agli inizi, lo studente è sempre un mondo da scoprire. Bisogna capire

quanto e cosa sa, fino a che punto è cosciente delle proprie capacità o competenze acquisite

soprattutto cosa pensa dell’inglese. Queste domande sono importanti; nell’affrontare un

e

Questo ebook appartiene a\nGiuseppe Ferrari CLI_201200

percorso di studio autonomo come quello che ci aspetta conoscersi bene è di grande aiuto, soprattutto per imparare a lavorare al meglio con se stessi. Per alcuni è tutto semplice e divertente, per altri esattamente il contrario. Un insegnante poco azzeccato, una classe appesantita dalla presenza di studenti con abilità troppo diverse, una piccola difficoltà iniziale mai guarita… basta poco per metterci i bastoni tra le ruote. Ognuno reagisce alle situazioni spiacevoli a seconda della propria personalità: alcuni vivono l’ostacolo come una sfida e si applicano duramente, altri si chiudono in se stessi o cedono le armi, sentenziando di non essere portati per le lingue o addirittura di averle odiate fin dal principio. E voi, che studenti siete? Come avete reagito all’inglese finora? In realtà imparare una lingua straniera è un percorso di crescita e di apertura mentale, uno slancio verso nuove forme e nuovi modi di pensare. Questa bella frase è molto più concreta di quanto sembra: pensare in inglese, parlare inglese, attiva dei percorsi neuronali nell’area linguistica del cervello che sono completamente diversi da quelli tipicamente italiani! E’ come se il nostro cervello fosse un bosco di ramificazioni neuronali ed ogni lingua disegnasse nuovi sentieri al suo interno. In un certo senso l’inglese ci porta quindi ad esplorare nuove prospettive e a sondare noi stessi. Sembra una banalità e quelli tra voi che hanno rinunciato all’apprendimento (o che lottano anno dopo anno accontentandosi della sufficienza) inarcheranno a questo punto le sopracciglia, pensando di aver già sentito questa bella favola, che non si è mai tradotta in realtà. Ebbene, io e questo testo siamo qui per rendervi l’inglese facilmente accessibile, offrendo una rampa di lancio verso nuove prospettive; spero sarò in grado di convincere tutti voi, a volte scettici e

sfiduciati, a fare un tentativo… a concedere alle lingue straniere, e in particolare all’inglese,

un’altra chance.

Prima di entrare nel vivo ci tengo a precisare che questo libro non ha nessuna

pretesa di onniscenza. Il frutto delle mie riflessioni ed esperienze vuole essere condiviso

con un po’ di leggerezza, senza per forza essere esaustivo, definitivo e soprattutto

scientifico. Ho spesso generalizzato di proposito, ripetendo varie volte alcuni concetti, nel

tentativo di semplificare la vita ai non addetti ai lavori che non hanno ancora avuto

occasione di fare amicizia con l’inglese. Qualche competenza è stata messa in campo (a

volte entrando nel dettaglio, per cercare di essere precisi) ma i contenuti del libro si basano

sulle mie conoscenze, che sono e mi auguro saranno sempre in continuo miglioramento. Io

stessa in realtà sono uno studente ed intendo continuare ad esserlo per lungo tempo. Sono

qui per condividere il mio bagaglio, ma là fuori ci sono molte persone più ricche di me e

sarei ben felice di ricevere appunti, correzioni e precisazioni in merito ad ogni aspetto del

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appartieneebookQuesto

testo che necessitasse revisione o suscitasse un dibattito. Infine, ci tengo a dirvi che il libro è stato pensato come una lunga progressione didattica, che procede gradualmente verso argomenti sempre più complessi e completi. Potete seguire il percorso che ho pensato per voi oppure muovervi liberamente tra le pagine, saltando le parti che non vi interessano e gli eventuali argomenti che conoscete già!

L’inglese: come, perchè e soprattutto

perchè no?

Il succo di tutto quello che c’è da sapere sull’inglese è che pare sia ormai parlato da circa un miliardo di persone nel mondo. Lo parlano in tanti, lo capiscono in tanti, può salvarci da un disastro in terra straniera oppure rendere le nostre ferie indimenticabili. Al giorno d’oggi l’inglese è capire cosa succede anche quando non si ha a che fare con il mondo che si conosce, venire assunti più facilmente, poter studiare o lavorare anche all’estero e soprattutto conoscere cose, persone e culture nuove. Non male, che ne dite? Secondo molti esperti (e anche a parer mio) l’inglese dovrebbe essere imparato soprattutto per usarlo, per parlarlo e per farsi capire. Una volta fuori dalla classe, che sia una classe serale per adulti o una classe di scuola superiore, cosa serve agli studenti? Conoscere a memoria tutte le eccezioni di una regola? Sapere cos’è un gerundio? Non tanto, no. Quello che serve è poter avere una conversazione, di lavoro o piacere, poter prenotare un hotel per le vacanze, capire cosa mangiare e dove trovare una banca o un ufficio postale quando ci si reca all’estero. Come molti insegnanti credo fermamente nella precisione e nell’accuratezza grammaticale, perché più a fondo si conosce una lingua, meglio ci si esprime. Con una solida competenza grammaticale le possibilità, siano esse lavorative o di altro genere, aumentano proporzionalmente. La grammatica non è sorpassata né inutile, anzi… dico solo che bisognerebbe concentrarsi sulla grammatica come aiuto per imparare a parlare e capire la lingua, non come fine ultimo dello studio. Non aboliamo la grammatica: rimettiamola solo al suo posto! Purtroppo, almeno da questo punto di vista, l’Italia sembra aiutarci poco. Il nostro sistema educativo non pare granché studiato per incoraggiare gli studenti a portare le lingue straniere nella loro vita quotidiana, a vederle più come un dono e un vantaggio piuttosto che come un peso inutile. Io stessa, appena diplomata, mi sono ritrovata negli Stati Uniti a tentare una conversazione con alcuni studenti stranieri (turchi e indiani) e mi sono vergognata di me stessa. Questi ragazzi erano più giovani di me e parlavano l’inglese che avevano imparato nel loro paese (neanche all’università, ma alla scuola superiore!). Tra noi studenti italiani e questi ragazzi c’era un vero abisso. Non è un ricordo piacevole. Non dico

Quest

che fossero perfetti, ma esprimevano i propri pensieri in un tempo più che accettabile per mantenere viva la conversazione, non erano mai a corto di parole e capivano bene tutto quello che veniva detto, anche quando erano alle prese con accenti molto diversi. Al di là delle classiche frasi standard, che comunque dicevo con timidezza per via della mia pronuncia (in cui avevo perso ogni fiducia appena sbarcata dall’aereo), la mia capacità di comunicare s’incagliava nella ricerca delle parole giuste, nel dubbio che fossero o meno corrette, nella scelta di un tempo verbale che non fosse atrocemente fuori luogo… per ogni mia frase, incerta e ridotta all’osso, loro ne avevano pronunciate dieci. Che potevo fare? Sommergerli di casi, definizioni grammaticali, spiegazioni ed eccezioni? Erano le uniche cose che forse conoscevo meglio di loro. Eppure sono stata fortunata, ho sempre avuto buoni insegnanti ed ottimi voti! Quello che mi è successo in realtà succede a tanti. Penso sia dovuto al fatto che chi ha studiato inglese a scuola si è spesso trovato ad imparare dosi massicce di grammatica, ripetuta in italiano da insegnanti italiani, magari con pronunce per larga parte Italian-friendly. Abbiamo letto tanti testi, senza capirci un gran che, per poi imparare a memoria qualche frase per l’interrogazione. Conosciamo per filo e per segno le parole del libro di grammatica, che ci descrivono con profusione di dettagli quando si usa il Present Perfect, ma ci occorrono almeno dieci minuti per decidere di usarlo in conversazione. Insomma, il sistema educativo italiano in tante occasioni non ci favorisce, e questo ve lo concedo. E’ però doveroso aggiungere che molti istituti ed insegnanti offrono una formazione di elevata qualità; numerose scuole pubbliche e private si adoperano per creare un’offerta che sia all’avanguardia ed incentrata sulla comunicazione. In questi ultimi anni qualche tentativo di revisione del sistema scolastico nazionale è stato effettuato, sebbene alcuni provvedimenti siano discutibili. Col tempo vedremo che cosa ci porteranno le recenti riforme in campo educativo volute dal governo… speriamo che si rivelino un aiuto, anche se è ormai tardi per chi è già uscito dalla scuola dell’obbligo oppure sta per uscirne. Qualunque sia la situazione, le condizioni più o meno spiacevoli in cui versa il nostro ambiente educativo non sono una valida scusa. L’Italia ha molti problemi, come tanti altri paesi, ma questo non deve impedirci di fare il meglio che possiamo, per noi stessi.

Imparare una nuova lingua:

metodologie, contesto generale e punti di riferimento

Eccoci qui, pronti a gettare un salvagente a quegli studenti italiani, rigorosamente principianti assoluti o quasi, che hanno deciso di tuffarsi in acque straniere. In realtà

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esistono molte strade per raggiungere chi è alle prime armi. Per coinvolgere questi studenti, arricchiti da un variopinto background di esperienze sociali e scolastiche tipicamente italiane, occorre prenderli rispettosamente per mano e condurli il più serenamente possibile nel magico mondo della lingua inglese. Tantissimi linguisti, studiosi ed insegnanti si sono applicati per formulare, analizzare e codificare metodologie efficaci, alcune anche molto

diverse tra loro. Negli anni si sono modificati ed evoluti anche gli obiettivi da raggiungere. In questo senso l’Unione Europea ha fatto grandi cose, cercando di unificarci tutti nel perseguire obiettivi linguistici comuni e che siano i migliori possibile. Ormai sono tutti d’accordo nel dire che lo studente va compreso e rispettato, aiutato a formarsi in modo autonomo e costruttivo; la motivazione e l’interesse sono fondamentali e bisogna assolutamente insegnare agli studenti di lingua straniera ad usare la nuova lingua per comunicare.

Come già anticipato non credo che la maggior parte dei veri principianti italiani (o

almeno la maggior parte degli studenti principianti che ho conosciuto, soprattutto quelli già

sottoposti a qualche anno di scuola superiore) traggano immediati benefici da metodi

marcatamente grammaticali, che si concentrano principalmente sulle strutture della lingua

tralasciando in genere la gentile arte della conversazione. Allo stesso tempo, non credo

nemmeno che molti di questi studenti siano del tutto pronti per il puro approccio

comunicativo. Questo ottimo metodo (o meglio gamma di metodi) varia a seconda delle

scuole di pensiero; in genere prevede lezioni con insegnanti madrelingua o bilingui che spiegano relativamente poca grammatica e invece chiacchierano quasi esclusivamente in inglese. Con l’aiuto di vignette, dialoghi ed esercitazioni interattive, questi insegnanti introducono in effetti intere frasi ed espressioni che servono in molte situazioni quotidiane. Nelle scuole private si tende a preferire e caldeggiare questo approccio, che è molto simile all’apprendimento spontaneo che si verificherebbe se avessimo l’opportunità di vivere in un paese di lingua straniera (in via ufficiosa questo approccio viene quindi contrapposto a quello tendenzialmente grammaticale che si preferisce nella scuola pubblica). Anche nei casi in cui l’approccio comunicativo è un poco più concentrato sulla grammatica, avvicinandosi quindi a ciò che conosciamo dai tempi della scuola dell’obbligo, si tratta in realtà di una metodologia fruttuosa e divertente per chi qualcosa sa già. Il vero principiante, quello che voleva partire dall’Abc o che si porta dietro lacune fin dalle scuole medie, rischia di sentirsi inadeguato e cedere le armi. Penso che questo succeda per varie ragioni. In primo luogo, il metodo comunicativo è divertente e attuale, ma mette un sacco di carne al fuoco. Per poter comunicare fin da subito è preferibile che le frasi siano semplici, ma dovrebbero comunque essere intere e

Ferraria\nGiuseppeappartieneebookQuesto

corrette! Ciò significa che un principiante assoluto (o quasi) si ritrova di colpo a gestire nomi, pronomi, aggettivi, verbi, avverbi, ausiliari, ecc… (ossia la maggior parte degli elementi grammaticali che compongono una lingua, tutti insieme appassionatamente!). Il

povero studente rischia di restare spiazzato e fatica a gestire ed interiorizzare tutti questi

contenuti; quando finalmente gli pare di aver capito qualcosa si rende conto che

l’insegnante è già passato all’unità successiva. Questo, ne converrete, è deprimente!

Diverso sarebbe avere l’occasione di vivere in terra straniera, dove l’esperienza quotidiana

è totale e l’immersione linguistica è obbligata, continua, necessaria ed associata a situazioni

concrete (che aiutano moltissimo ad incidere termini ed espressioni nella memoria…).

Ne consegue che un aspetto da non sottovalutare è la quantità di cose nuove che un principiante si trova ad affrontare. Il livello principianti è in effetti un gradino che pare essere molto più alto e difficoltoso dei successivi. Questo è rispecchiato anche nel contenuto di tutti quegli esami che vengono sostenuti per ottenere certificazioni di competenza della lingua inglese. Da quando l’Unione Europea ha stabilito una scala unitaria che classifica i vari livelli di padronanza delle lingue straniere, il programma dei corsi d’inglese per principianti è più o meno standard per tutti e comprende una lunga lista di cose. Il programma A1, che costituisce appunto il primo livello, consente allo studente che lo padroneggia di cavarsela in tante situazioni, ma proprio per questo prevede tutta la fase d’iniziale introduzione alla nuova lingua e a molti degli elementi fondamentali che formano ogni frase. Per intenderci, imparare a scrivere richiede molto più tempo e fatica di quanto sia poi necessario per imparare a scrivere una poesia piuttosto che un tema. Con l’inglese è la stessa cosa: imparare ad orientarsi e prendere confidenza con le parti e le regole di una seconda lingua è più impegnativo di quanto non sia aggiungere parole o elementi nuovi quando si hanno già solide basi. Al termine del livello A1 le cose cominciano infatti ad avere più senso, anche perché le lingue tendono ad essere coerenti: le regole che valgono a livello base continuano spesso a valere anche a livelli più alti. Purtroppo in molti casi lo scoglio del livello A1 può essere fatale. Come abbiamo già detto, il maggior numero di abbandoni e rinunce si verifica proprio agli inizi del percorso di apprendimento. Un gruppo di principianti adulti è in genere uno dei gruppi più eterogenei che si possa avere… principianti assoluti, che non hanno mai visto una parola d’inglese, vengono necessariamente raggruppati con altri principianti che hanno magari studiato inglese alle scuole medie o superiori ma sostengono di non ricordare gran che. La differenza tra questi studenti tende ad emergere piuttosto in fretta e le cose si complicano. Chi non sa nulla deve iniziare da capo, mentre chi pensa di aver dimenticato inizia a ricordare ed allunga le distanze… Nella scuola pubblica a volte è anche peggio. Non si può

a\nGiuappartieneebookQuesto

certo pensare che ogni nuovo insegnante, prima alle scuole medie, poi alle scuole superiori,

inizi il proprio percorso educativo da zero. Se i ragazzi vengono promossi al ciclo

successivo occorre dare per scontato che qualche abilità l’abbiano acquisita. Purtroppo in

tanti casi le cose non stanno esattamente così ed i ragazzi si portano dietro lacune che non

riescono a colmare, demoralizzandosi e concludendo di non essere portati o di odiare

l’inglese. Non dimentichiamo infine che studiare lingue nella scuola pubblica italiana

significa generalmente studiare grammatica, analisi logica, analisi del periodo… il nostro

approccio alle lingue straniere non è molto comunicativo (e in tanti casi neanche molto

divertente)! Tutto questo ha numerose conseguenze sullo studente. Tanto per cominciare ci abituiamo a pensare/imparare in un certo modo, che per comodità chiameremo analitico- grammaticale. Ognuno di noi è passato, in qualche grado e misura, attraverso la scuola pubblica. In quegli anni eravamo (o siamo, se siete ancora alle prese con interrogazioni e compiti in classe) terreno fertile, predisposti all’apprendimento, anche se magari ci sembra o sembrava tutto il contrario. Gli anni della prima infanzia e dell’adolescenza sono i migliori per imparare e ci sono delle prove scientifiche che lo dimostrano… insomma, quando si è giovani si è al massimo delle proprie capacità di apprendimento e qualcosa si impara sempre, anche se non si vuole. In questi anni così sensibili la nostra organizzazione mentale, almeno dal punto di vista linguistico, è stata lentamente ma inesorabilmente impostata sulla seguente modalità: ricevo informazioni dettagliate, imparo a memoria le informazioni, comprendo il significato di queste informazioni e le inserisco in una banca dati più o meno organizzata che andrà poco a poco a costituire la mia conoscenza. E’ chiaro che mica tutti sono portati per questo metodo così preciso e sistematico… alcune persone sono dei veri e propri computer e sviluppano un’efficientissima catena di montaggio, ottenendo alla fine una conoscenza molto vasta, precisa e sempre a disposizione. Per questo la preparazione degli studenti italiani è spesso apprezzata all’estero: molti di noi imparano ad incamerare moltissime informazioni, ad organizzarle in modo coerente e a reperirle in fretta e con efficienza. Tanti complimenti a tutti questi studenti! Ma che dire di coloro che non sono organizzatori nati? Molti altri purtroppo si perdono per strada. L’accumulo d’informazioni, invece di essere fluido e organizzato, nel corso del tempo diventa sempre più caotico, confuso, casuale. Ci si distrae, non si hanno forti motivazioni allo studio, si è pigri, si trova di meglio da fare oppure, semplicemente, per quanto ci si provi non ci si riesce proprio. La differenza tra lo studente computer e lo studente caotico è la stessa che intercorre tra un archivio perfettamente organizzato ed un vecchio magazzino polveroso, dove le scatole sono state riposte alla rinfusa per anni e i topi

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mangiucchiano allegramente le etichette. Che siate o meno un computer umano, la maggior parte di noi ha comunque ricevuto questa impronta di stampo organizzativo e analitico. Siamo abituati a cercare di analizzare in profondità piccole porzioni e poi comporle in un insieme complesso, un poco alla volta. Il metodo comunicativo invece, in tutte le sue varianti, prevede principalmente

un approccio olistico, ossia totale. Invece di partire dalla definizione di articolo e nome per

poi passare a tutte le forme ed i tempi del verbo, il metodo comunicativo ci mette a

confronto con intere frasi, dicendoci quando si usano, cosa vogliono dire e lasciando a noi il

compito di assorbire inconsciamente le nozioni grammaticali che sono alla base della

lingua. Nel complesso, l’approccio comunicativo è decisamente valido, frizzante e molto

stimolante… dobbiamo solo abituarci alla novità! Questo testo si pone a metà tra i due

approcci che abbiamo discusso finora, partendo dalla grammatica per poi approdare, con

calma e nel dettaglio, alle sue applicazioni pratiche. Quando saremo a nostro agio con

l’inglese e avremo un’idea di come funzionano le cose potremo godere appieno della più

moderna offerta formativa rivolta agli adulti e soprattutto della flessibilità e naturalezza del

metodo comunicativo, che è decisamente stimolante. Alcuni di noi prenderanno il via in

breve tempo, mentre altri apprezzeranno la ricorrenza di certe spiegazioni e la mia tendenza

a

meglio, adattandole al vostro personale stile e ritmo d’apprendimento!

In generale ci conviene comunque ricordare che ci sono degli accorgimenti sempre

validi che possono semplificarci il percorso, indipendentemente dal metodo, dall’approccio

o

sezione. Uno studente giovane sarà pure biologicamente predisposto ad apprendere (e

certamente impara con più facilità di un adulto) ma l’adulto ha maggiore esperienza, consapevolezza e capacità critiche! Sulla lunga distanza, un apprendente adulto che applichi con serietà le proprie abilità cognitive alla materia otterrà risultati di gran lunga migliori rispetto ad un giovane poco motivato. Lo studente adulto può quindi imparare benissimo, a patto che applichi al meglio le proprie capacità critiche, cognitive e soprattutto metacognitive. Per sfruttare appieno le potenzialità dello studio autonomo occorre essere consapevoli dei propri pregi, limiti e delle proprie caratteristiche dominanti. Analizzare criticamente le proprie capacità e attitudini, controllare con attenzione il proprio processo di apprendimento… queste attività metacognitive sono alla base del successo. Ne consegue che è decisamente meglio riflettere prima di lanciarsi a capofitto: che tipo di studenti siamo? Quali e quante conseguenze hanno avuto le nostre eventuali esperienze precedenti con l’inglese? Quale approccio fa davvero per noi? Quale metodo

dall’insegnante che scegliamo. Pensiamo per un attimo alle questioni sollevate in questa

non lasciare quasi nulla all’immaginazione. Comunque sia, utilizzate queste pagine al

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può aiutarci a superare le difficoltà iniziali e mantenere viva la motivazione? Quanto tempo abbiamo a disposizione e quante energie potremo dedicare al nostro progetto linguistico? Cercando di essere realisti ed obiettivi possiamo informarci e scegliere per il meglio, evitando di prendere impegni a scatola chiusa ed assumendo il controllo del nostro processo d’apprendimento. Se non siamo adulti che vogliono imparare l’inglese ma siamo invece giovani adolescenti alle prese con la scuola dell’obbligo possiamo comunque scegliere tra varie alternative, trovando un buon insegnante che ci dia ripetizioni private, lavorando con alcuni compagni oppure scegliendo testi per approfondire e studiare in autonomia. In ogni caso, la cosa migliore da fare è sfruttare al meglio tutto il tempo che decidiamo di investire nell’inglese, ottimizzando gli sforzi. Una breve lettura critica e consapevole, a cui dedichiamo tutta la nostra attenzione, sarà sempre più utile di qualche ora di esercizi fatti contro voglia e con scarsa concentrazione. Per aiutarci in questo frangente conviene quindi scegliere materiale che ci interessi: armiamoci di tanta pazienza e cerchiamo in tutti i modi di rendere piacevole l’apprendimento.

Che inglese vogliamo imparare? Alcuni riferimenti internazionali:

il Quadro Comune Europeo di Riferimento per le Lingue (CEFR) e gli esami Trinity GESE

Il Quadro Comune Europeo di Riferimento per la conoscenza delle lingue è stato voluto dal Consiglio d’Europa e sviluppato negli anni ‘80 e ‘90. Questo documento contiene una classificazione costituita da 6 livelli di competenza linguistica, che vanno da un livello base (A1) ad un livello molto avanzato (C2, grosso modo equivalente alla competenza di un madrelingua). Il Quadro Comune, che viene sempre più frequentemente citato ed utilizzato in Europa, fornisce delle indicazioni generali in merito ai risultati raggiunti e da raggiungere nello studio delle lingue straniere. In sostanza, l’Europa ha voluto farci presente che la lingua e cultura di ognuno dei suoi popoli e delle sue nazioni sono significative e degne di attenzione; la più grande ricchezza dell’Europa è proprio la sua multiculturalità ed è importante imparare altre lingue per allargare i propri orizzonti e facilitare la comunicazione/comprensione reciproca tra cittadini di nazioni diverse, che peraltro devono imparare a considerarsi cittadini europei. Per questa ragione si è deciso che avere delle indicazioni e dei livelli linguistici che fossero uguali per tutti avrebbe facilitato l’insegnamento e la comunicazione, rendendo possibile una maggior internazionalizzazione: in questo modo le abilità linguistiche acquisite in un paese possono

a\nGappartieneebookQuesto

essere riconosciute anche in altre nazioni (tanto il metro di valutazione è sempre lo stesso!). Ed eccoci quindi alle prese con questa classificazione, che potete trovare un po’ ovunque, soprattutto su internet, in molte versioni e lingue diverse. Vi riporto parte della tabella che l’Unione Europea propone perché ognuno di noi possa auto-valutare le proprie competenze linguistiche e riportarle poi all’interno dell’Europass (ossia un formato di Curriculum Vitae che viene teoricamente riconosciuto in tutta Europa). Qui sotto vediamo la descrizione delle abilità di livello A1, mentre la tabella completa si trova a questo link:

http://europass.cedefop.europa.eu/LanguageSelfAssessmentGrid/it.

LIVELLO A1

COMPRENSIONE

PARLATO

   

Ascolto

Lettura

Interazione

Produzione

Produzione

orale

scritta

Riesco a riconoscere parole che mi sono familiari ed espressioni molto semplici riferite a me stesso, alla mia famiglia e al mio ambiente, purché le persone parlino lentamente e chiaramente.

Riesco a capire i nomi e le persone che mi sono familiari e frasi molto semplici, per esempio quelle di annunci, cartelloni, cataloghi.

 

Riesco a interagire in modo semplice se l’interlocutore é disposto a ripetere

Riesco a usare espressioni e frasi semplici per descrivere il luogo dove abito e la

Riesco a scrivere una breve e semplice cartolina, ad esempio per mandare i saluti delle vacanze. Riesco a compilare moduli con dati personali scrivendo per esempio il mio nome, la nazionalità e l’indirizzo sulla scheda di registrazione di un albergo.

o

a riformulare

gente che conosco.

 

più lentamente certe cose e mi aiuta a formulare ciò che cerco di

 

dire. Riesco a porre e rispondere

 
 

a

domande

semplici su

argomenti molto familiari o che

riguardano

bisogni

immediati.

 

In seguito a questa evoluzione programmatica ogni nazione ha pensato che toccasse a lei e alle sue scuole, università e/o istituti di formazione determinare nello specifico i contenuti da imparare ad ogni livello per la sua o le sue lingue… così in ogni paese una serie di scuole si sono date un gran da fare per decidere i contenuti che devono essere

imparati per ogni livello di competenza, per creare degli esami significativi e per diventare

le prime e più famose istituzioni a rilasciare certificati linguistici secondo le linee guida

europee. In Spagna, per esempio, abbiamo l’Istituto Cervantes, che rilascia importanti

certificati che si chiamano DELE (Diploma di Spagnolo come Lingua Straniera). In Italia

appebookQuesto

abbiamo le certificazioni di italiano come lingua straniera CELI, rilasciate dall’Università per Stranieri di Perugia, CILS, rilasciate dall’Università per Stranieri di Siena e PLIDA, rilasciate dalla Società Dante Alighieri. Nel Regno Unito poi, visto che si tratta dell’inglese, ci sono molti enti importanti che rilasciano una varietà di certificazioni, enti come il British Council, l’Università di Cambridge ed il Trinity College. Prendiamo per esempio i programmi degli esami GESE che vengono organizzati dal Trinity College (http://www.trinitycollege.it/esami/gese.php). Il Trinity College nasce a Londra nel 1870 e oggi rilascia le proprie certificazioni in più di 60 nazioni. Gli esami GESE sono incentrati su contenuti generici, non trattano argomenti eccessivamente specializzati ma hanno un programma linguistico ben definito; sono costituiti da colloqui orali che diventano sempre più lunghi e complessi man mano che si avanza di livello. Per varie ragioni questo formato d’esame si presta ad essere sostenuto da più o meno chiunque, dai bambini agli adulti, dagli studenti di scuola superiore a quelli della scuola primaria. Tanto per cominciare si tratta di esami orali, una simpatica chiacchierata con un esaminatore madrelingua inglese. L’oralità, come abbiamo visto, è uno degli aspetti meno coltivati in Italia e quindi gli esami GESE incontrano proprio le nostre esigenze. A livello di contenuti e struttura i GESE sono inoltre esami pratici, con una buona attinenza al mondo reale. Il fatto poi che il Trinity College offra esami progressivi per ogni livello del Quadro Comune Europeo facilita l’inserimento in un percorso scolastico e soprattutto motiva gli studenti a tenere duro, proponendo una serie di obiettivi parziali facilmente raggiungibili. Insomma, quel che sta capitando è che sempre più scuole statali offrono ai propri studenti (di ogni età) la possibilità di sostenere questi esami, anche perché non c’è bisogno di fare chilometri per trovare un centro abilitato: i GESE possono facilmente essere sostenuti nella propria scuola o in scuole della propria città. Ci sono tantissime certificazioni di competenza linguistica che potremmo scegliere come riferimento, ma i GESE sembrano fare particolarmente al caso nostro, soprattutto perchè sono rivolti a tutti, giovani e maturi, studenti e lavoratori! Prendiamo quindi una decisione: per questo nostro approccio all’inglese ci limiteremo ad affrontare i livelli A1.1 e A1.2, i primi passi codificati per noi dall’Unione Europea, basandoci sui programmi e sulle indicazioni previste dai primi due esami GESE offerti dal Trinity College, i GESE Grade 1 e 2 (che insieme equivalgono appunto al completamento del livello A1). Questo volume si concentra in particolare sul programma del GESE Grade 1. Ne riprende tutti i contenuti in modo da consentire un’adeguata preparazione all’esame e allo stesso tempo arricchisce ed approfondisce quanto basta per rispondere alle esigenze pratiche d’imparare l’inglese per comunicare, avvicinarsi alla mentalità analitico-grammaticale tipica di tante generazioni di

CLI_20120040024011Ferraria\nGiuseppeappartieneebookQuesto

studenti italiani e preparare il terreno ad esperienze d’apprendimento più comunicative! Il secondo volume si occuperà invece del programma della certificazione GESE Grade 2. Ecco qua entrambi i programmi d’esame, tratti direttamente dal sito web del Trinity College

(http://www.trinitycollege.it/esami/pdf/syllabusgese1013-it.pdf).

Grade 1 (di nostro interesse in questo primo volume!) Articolazione Durata complessiva: 5 minuti L’esame si articola in una fase che consiste in una conversazione con l’esaminatore (fino a 5 minuti). Risultati attesi Durante l’esame il candidato deve dimostrare le seguenti abilità comunicative e soddisfare i requisiti linguistici sotto elencati.

Abilità comunicative

- Scambiare saluti con l’esaminatore

- Dimostrare di comprendere istruzioni semplici mediante azioni appropriate

- Fornire risposte molto brevi a semplici domande e a richieste di informazioni

Requisiti linguistici

Funzioni linguistiche

- Scambiare saluti

- Fornire informazioni personali, es. nome, età

- Individuare e dire i nomi degli elementi lessicali sotto elencati

- Accomiatarsi

Grammatica

Il candidato deve dimostrare l’abilità di comprendere:

- Imperativi relativi ad azioni comuni, es. go, come, show, point, give, touch, stand up

- Domande con what? how many? how old?

- Dimostrativi this, that, these, those

Il candidato deve dimostrare l’abilità di comprendere e usare:

- Il present simple tense del verbo to be

- Sostantivi comuni al singolare e al plurale (regolari e irregolari), es. shoe/shoes, foot/feet

- Aggettivi semplici, es. small, tall, green

20

aappartieneebookQuesto

- Determinanti a, the, my, your, his, her

- Pronomi I, you, he, she, it, they

Lessico

Il candidato deve dimostrare l’abilità di comprendere ed utilizzare

il lessico relativo a:

- Informazioni personali

- Ambiente circostante, compresi oggetti di uso scolastico

- Parti principali del viso e del corpo

- Animali comuni (domestici, della fattoria e selvatici)

- Numeri cardinali fino a 20

- Colori

- Capi di abbigliamento comuni

- Le funzioni linguistiche sopra elencate

Fonologia

- Pronuncia corretta di parole comuni relative alle aree lessicali sopra elencate

Grade 2 A1 CEFR Articolazione Durata complessiva: 6 minuti L’esame si articola in una fase che consiste in una conversazione con l’esaminatore (fino a 6 minuti). Risultati attesi Durante l’esame, in aggiunta agli elementi elencati nel grade precedente, il candidato deve dimostrare le seguenti abilità comunicative e soddisfare i requisiti linguistici sotto elencati.

Abilità comunicative

- Comprendere domande, richieste ed affermazioni brevi e semplici

- Rispondere con azioni appropriate e risposte brevi affermative e negative

- Partecipare alla conversazione utilizzando espressioni memorizzate e frasi brevi

- Usare una gamma elementare di parole e locuzioni semplici relative a dati e situazioni personali

- Chiedere informazioni personali molto semplici, es. su ciò che si possiede

CLI_20120040024011Ferraria\nGiuseppeappartieneebookQuesto

Requisiti linguistici Funzioni linguistiche

- Indicare la posizione di persone ed oggetti

- Descrivere in modo molto semplice persone, animali, oggetti e luoghi

- Esprimere fatti semplici

- Fornire informazioni su ciò che si possiede

- Fare domande molto semplici su dati personali

Grammatica

Il candidato deve dimostrare l’abilità di comprendere:

- Domande al simple present

- Domande con who? when?

- Domande al present continuous

- Determinanti some, any

Il candidato deve dimostrare l’abilità di comprendere e usare:

- Il simple present

- There is/are and has/have got/have you got? Do you have?

- Pronomi e avverbi interrogativi, es. where? how?

- Preposizioni di luogo in, on, under, between, next to

- Determinanti their, its

- Pronomi possessivi mine, yours, his, hers

- Risposte del tipo yes/no a domande al present continuous

Lessico

Il candidato deve dimostrare l’abilità di comprendere ed utilizzare

il lessico relativo a:

- Stanze della casa

- Oggetti della casa

- Famiglia e amici

- Animali domestici

- Ciò che si possiede

- Giorni della settimana e mesi dell’anno

- Numeri cardinali fino a 50

- Le funzioni linguistiche sopra elencate

22

aappartieneebookQuesto

Fonologia

- Pronuncia corretta delle parole appartenenti alle aree lessicali sopra elencate

- Tipologie elementari di intonazione per domande semplici

- Contrazioni, es. I’ve, I’m, he’s

Le abilità comunicative e i requisiti linguistici del grade 2 corrispondono al livello A1 del

QCER (CEFR).

Adesso abbiamo proprio tutto quello che ci serve. Infatti ci siamo posti tante domande, abbiamo individuato un approccio all’insegnamento, abbiamo stabilito il livello linguistico con cui ci confronteremo e abbiamo pure deciso a quale programma ed

eventuale certificazione fare riferimento

decidere di tentare l’esame GESE Grade 1! La sezione conclusiva di questo testo è dedicata

all’esame e a come prepararsi per ottenere un buon voto, sebbene sia comunque

consigliabile rivolgersi a professionisti per consolidare di persona le nostre abilità orali.

In ogni caso, il fine ultimo di tutto questo lavoro rimane quello di compiere un

primo vero passo in un nuovo ambiente linguistico, senza pregiudizi e paure, con la mente

aperta. Questo testo è come una guida turistica: lo scopo è quello di trasmettere ciò che

occorre per visitare in sicurezza un mondo nuovo, godendo delle sue attrattive in modo

spontaneo. Purtroppo un libro può fare relativamente poco per rafforzare significativamente

abilità come la conversazione e l’ascolto. Inoltre, un libro non può fornirvi risposte fortemente personalizzate, correggere i vostri errori in diretta e darvi più di qualche semplice feedback… ma non disperate. Là fuori ci sono ottimi materiali interattivi e tante scuole ed insegnanti che non aspettano altro che qualche studente motivato, con solide fondamenta e tanta voglia di portare l’inglese nella propria vita vissuta. In generale vorrei infatti consigliarvi di affrontare sia le parti teoriche che le parti pratiche di questo testo in buona compagnia. Non che da soli i risultati siano peggiori, anzi. E' piuttosto una questione di divertimento, motivazione e praticità. Immaginate di seguire questo piccolo corso qualche ora alla volta, quando avete tempo, magari dopo una simpatica cenetta tra amici, comodamente seduti sul divano. Oppure nelle pause di studio, con qualche compagno di classe che come noi farebbe meglio a consolidare le proprie basi. Ragionare insieme sulle spiegazioni, confrontarsi e fare qualche esercitazione in coppia o in gruppo rende il lavoro più divertente e anche più facile; a volte i nostri compagni di studio hanno una visione diversa dalla nostra e questo può farci riflettere, approfondendo la nostra comprensione. Ricordate: il lavoro in gruppo ha tantissimi vantaggi! Ma adesso basta con questi discorsi generici: è giunto il momento di mettere un po’ di carne al fuoco…

al termine di questo piccolo corso potreste

Questo ebook appartiene a\nGiuseppe Ferrari CLI_20120040024011

La storia insegna: l’albero genealogico dell’inglese

Vediamo di chiarirci un poco le idee riguardo alla lingua che abbiamo deciso

d’imparare, ripercorrendone rapidamente la storia e lo sviluppo. Il passato risponde a molti

pensiamo a questa sezione come ad una carta d’identità, una specie di

presentazione.

quesiti

L’inglese è ufficialmente nato in Gran Bretagna. All’inizio dei tempi le isole

britanniche erano abitate da popolazioni celtiche; immaginiamo quindi druidi, querce, scudi

legno, magia e astronomia, una religione fortemente legata alle forze della natura e

grandi clan familiari in cui la donna aveva esattamente gli stessi diritti e possibilità

dell’uomo. Affascinante, no? Ma il tempo dei druidi era destinato a finire. I primi ad

arrivare sulla scena celtica ed importare una lingua ed una cultura straniere (assumendo il

controllo, ossia istituendo una dominazione) furono i Romani. Linguisticamente i Romani

portarono il Latino, di cui resta traccia nel nome di luoghi e città. Dopo una lunga

permanenza (con tutte le sue conseguenze), l’impero Romano allentò il controllo sulle isole

e molti soldati Romani se ne andarono, lasciando l’attuale Gran Bretagna in balia di una

nuova ondata d’invasori, ossia le tribù Anglosassoni che provenivano dal nord ovest

Europeo.

Alcuni ritengono che la leggenda di Re Artù e di Merlino sia nata in questo periodo

passaggio, quando i Romani rimasti dovettero riorganizzarsi e si unirono ai Celti per

difendersi dai conquistatori stranieri (Artù sarebbe quindi un personaggio realmente

esistito, un condottiero che difese la Cornovaglia dai Sassoni). Tante cose tuttavia non sono

chiare… può essere che tra queste tribù d’invasori vi fossero gli Angli, i Sassoni e gli Juti,

che potrebbero anche essere stati la stessa tribù, semplicemente stanziatasi in posti diversi e

perciò chiamata con vari nomi. Alcuni studiosi pensano che sia stata un’invasione

sanguinosa, mentre altri ipotizzano che le popolazioni native (i Britanni di origine celtica,

precedentemente mescolatisi ai Romani) possano aver giocato un ruolo attivo nell’arrivo di

questi nuovi popoli. Comunque sia, la lingua parlata dagli invasori Anglosassoni è la base

del moderno inglese. Le lingue di origine celtica, come il gaelico, sono sopravvissute solo

in certe zone (Irlanda, Galles, Scozia e Cornovaglia).

A questo punto della storia quindi, intorno al 400-500 DC (dopo la venuta di Cristo) l’inglese cominciò effettivamente il suo viaggio, che l’ha portato ad essere una delle lingue

più parlate al mondo. Era un inglese ancora in fasce, parlato da popolazioni Cristiane (Sant’Agostino arrivò poco dopo la venuta degli Anglosassoni e li convertì tutti). Ecco però

di

in

Questo ebook appartiene a\nGiuseppe Ferrari CLI_20120040024011

che nel nono secolo DC cominciarono pure le invasioni vichinghe, provenienti dalla Norvegia, dalla Danimarca e dalla Svezia. Dobbiamo immaginare la situazione: i Britanni (discendenti di Celti e Romani) e gli Anglosassoni convivevano in questi territori già da

diverse centinaia di anni. Gli Anglosassoni cristiani non pensavano certo a se stessi come a degli invasori… queste isole erano diventate a tutti gli effetti la loro casa, il loro territorio; il loro sangue si era da tempo mescolato con quello celtico e romano. Conseguentemente, questa gente difese le proprie terre dall’invasione dei vichinghi scandinavi, che erano pagani, in un susseguirsi di guerre e battaglie sanguinose che durò un paio di secoli. In tutto questo tempo molti vichinghi si stabilirono nelle isole britanniche. Mentre le guerre proseguivano, con numerosi re vichinghi ed anglosassoni che si alternavano al potere, la gente comune conviveva e le influenze linguistiche si facevano sentire. Un chiaro segnale di tutte queste stratificazioni linguistiche è nuovamente evidente nella modificazione dei nomi geografici… i nomi di luoghi, abitati ed occupati da persone che parlavano lingue diverse, si modificarono di conseguenza. Infatti le invasioni vichinghe,

compiute da diversi popoli scandinavi in diverse zone, hanno portato a numerose differenze

linguistiche tra il nord e il sud dell’Inghilterra, differenze che sono ancora molto evidenti

nei dialetti locali. Dopo i Romani, gli Anglosassoni ed i Vichinghi (tutti avevano ormai

vissuto in queste terre per lungo tempo e avevano lottato per averle) nel 1066 arrivarono i

Normanni, che erano francesi. Erano pochi rispetto al numero complessivo degli abitanti

delle isole britanniche, ma le conquistarono lo stesso ed occuparono tutte le posizioni di

prestigio, facendo del francese la lingua della classe dominante. Teniamo presente che

l’inglese (di base anglosassone) è una lingua germanica, mentre il latino ed il francese

(come l’italiano e lo spagnolo) sono lingue romanze: sia il lessico (le parole) che la struttura

portante delle lingue germaniche sono sostanzialmente diversi da quelli delle lingue romanze. Storicamente, la lingua inglese si è quindi sviluppata alla maniera di un essere umano, ricevendo diversi contributi: la base anglosassone è stata arricchita dal latino dei missionari cristiani, dalle lingue scandinave portate dai Vichinghi ed infine dal francese. L’infanzia dell’inglese è il periodo dell’Old English, l’inglese alle prime armi e più lontano nel tempo, che va dall’arrivo degli Anglosassoni all’arrivo dei Normanni. Con i Normanni comincia il periodo del Middle English, l’inglese di mezzo, adolescente, che si protrae indicativamente fino al momento in cui fu introdotta e si diffuse la stampa, attorno al 1500. Da quel momento in poi si parla di Modern English, l’inglese maggiorenne, che a sua volta si divide in Early Modern English (fino al 1750 circa), un giovane adulto, e Late Modern English, che invece è l’inglese nella piena maturità. Per intenderci, l’inglese di Romeo e

CLI_20120040024011Ferraria\nGiuseppeappartieneebookQuesto

Giulietta (Shakespeare) è già inglese moderno, sebbene fosse da poco entrato nell’epoca della sua effettiva maturità. Questa breve cronistoria della vita dell’inglese ci aiuterà a contestualizzare certe informazioni che verrà spontaneo fornire nel corso delle spiegazioni che seguiranno. Per

esempio, una delle prime cose che gli studenti in genere si chiedono è: perché questa lingua

si scrive in un modo e si pronuncia in un altro? Perché le regole di pronuncia sono così

varie e confuse? Questo è uno dei primi scogli da superare, un fattore che può rendere

l’inglese antipatico. Noi italiani parliamo una lingua che si legge come si scrive, perché

questi inglesi no? Ebbene, la colpa è dei nostri antenati cristiani. Infatti l’Old English,

l’inglese antico, era grosso modo scritto come si pronunciava, alla maniera dell’italiano. E

poi, cos’è successo? Poi sono arrivati i missionari, insieme a Sant’Agostino, che hanno

convertito le popolazioni delle isole britanniche al Cristianesimo.

A quel tempo la gente comune, la maggior parte del popolo delle isole, non sapeva

scrivere, proprio come nel resto del continente. Il grosso della popolazione lottava ogni

giorno per mangiare e sopravvivere; chiaramente non c’era un sistema educativo che

rendesse l’istruzione obbligatoria per tutti. Gli abitanti delle isole avevano però un loro

alfabeto e un loro modo di scrivere, che era profondamente legato alla loro cultura,

religione e tradizione: questi popoli infatti utilizzavano le rune. Tuttavia, quando arrivarono

i

(proprio grazie ai missionari, che diffusero anche la pratica della scrittura). Con il

diffondersi del Cristianesimo si diffuse anche il latino come lingua letteraria e le rune poco

a

abbastanza tempo per dedicarsi alla cultura, per tenere vive le conoscenze e le grandi

tradizioni scritte del passato, erano gli esponenti della Chiesa. I monasteri possedevano

terre e ricchezze, ed è lì che i monaci potevano custodire e ricopiare i manoscritti del

passato.

Più la nuova religione prendeva piede più si diffondeva anche l’alfabeto latino. Il

povero e soppiantato alfabeto runico aveva rune per rappresentare la maggior parte dei

suoni della sua lingua, proprio come l’italiano. E l’alfabeto latino, invece? Questo alfabeto,

l’alfabeto di un’altra lingua, comprende 26 lettere (infatti include anche J, K, W, X e Y, che si aggiungono alle attuali 21 lettere dell’alfabeto italiano). Quindi a disposizione c’erano solo 26 lettere, eppure in inglese ci sono più di 40 suoni diversi. Come si possono scrivere 40 suoni con sole 26 lettere?! Inoltre, l’inglese ha circa 20 suoni vocalici e ci sono solo 5 vocali latine da utilizzare per iscritto. Ecco perché facciamo così fatica! Per noi una “o” oppure una “a” non hanno numerose pronunce, mentre in inglese sì, e non c’è nessun segno

poco scomparvero. Non dimentichiamo che nel medioevo europeo gli unici che avevano

cristiani la nuova religione prese piede e con essa anche una maggior alfabetizzazione

CLI_20120040024011Ferraria\nGiuseppeappartieneebookQuesto

scritto che ci aiuti a capire quale dei tanti suoni possibili dobbiamo utilizzare. Cerchiamo quindi di essere comprensivi. La corretta ortografia è un problema ben più grosso per i madrelingua inglesi di quanto l’ortografia italiana non lo sia per noi: fanno fatica anche

loro! Ecco perché nei paesi di lingua inglese sono così diffuse le gare di spelling (in cui i

ragazzi si sfidano a ricordare con precisione come si scrivono parole sempre più

complesse). Questa situazione spiega anche perché molti di noi sappiano cos’è lo spelling

(una parola inglese ormai usata anche in italiano) pur masticando poco English. La povera

lingua inglese è come un piede di taglia 44 infilato a forza in una scarpa di misura 36, una scarpa che è pure completamente inadatta al clima, al terreno e alla temperatura delle isole britanniche. Oltre alla rinomata questione dello spelling, che tanto ci fa penare, c’è un altro fattore interessante… in inglese le parole di origine latina o francese tendono ad essere considerate ricercate e formali, mentre le parole di radice anglosassone (quelle che per noi risultano più astruse e incomprensibili) vengono considerate comuni ed informali. E certo! La gente normale parlava l’anglosassone, mentre i ricchi monaci amanuensi e la classe dominante francese usavano un lessico di derivazione latina! Per noi è una specie di fregatura… potremmo parlare inglese scegliendo parole latineggianti che comprendiamo bene, ma risulteremmo poco colloquiali e ci prenderebbero per topi da biblioteca. Se invece vogliamo attenerci al detto “parla come mangi” dovremo fare fatica ed imparare numerose parole di origine anglosassone, che per noi sono completamente nuove.

Questa sezione e tutte le informazioni linguistico-filologiche che seguiranno sono tratte dal testo History of English di Jonathan Culpeper (Second Edition, Language Workbooks, Routledge 2005), professore presso il Dipartimento di Linguistica e Lingua Inglese all’Università di Lancaster nel Regno Unito.

L’ A, B, C Cerchiamo di capire meglio con cosa abbiamo a che fare…

Siccome abbiamo appena parlato di spelling, vediamo in breve di cosa si tratta. Come potete immaginare, il povero piedone anglosassone (la lingua inglese) una volta infilato in una scarpa troppo piccola (l’alfabeto latino) ha un poco lottato, rifiutandosi di cedere alla nuova, dolorosa condizione. Quindi all’inizio alcuni suoni troppo diversi dalle lettere latine che c’erano a disposizione continuarono ad essere scritti con la propria runa e poco alla volta, quando anche le ultime rune sparirono, questi strani suoni iniziarono ad

Questo

essere indicati con gruppi di lettere invece che con una lettera sola. Ma come si fa a sapere come si pronunciano questi gruppi di lettere? A noi sembrano appunto solo due normali lettere una accanto all’altra. Per risolvere questo problema è stato creato l’alfabeto fonetico, ossia l’alfabeto dei suoni. Questo alfabeto non si usa per scrivere normalmente, anzi, si usa per spiegare alla gente cosa deve fare con la bocca, la lingua e i denti per

emettere ogni suono nel modo giusto. Infatti ogni suono è stato associato ad un simbolo (indicato tra due barrette di questo tipo / per evitare confusione) che dovrebbe farci venire

in mente come pronunciare bene il suono corrispondente. Non dimenticate che anche

l’italiano, che a noi sembra così elementare da pronunciare, per uno straniero che non conosce i nostri suoni diventa molto difficile (infatti uno straniero che parla o cerca di parlare italiano è facilmente riconoscibile per moltissimi di noi, perché spesso non riesce ad imitare bene i suoni della nostra lingua)! Se non ci fosse l’alfabeto fonetico a spiegare al povero straniero che in italiano “gn” corrisponde a ɲ (la parola “gnu” in alfabeto fonetico si

scrive /ɲu/) come farebbe lui a saperlo? Tant’è che in inglese il gruppo “gn” si pronuncia separato, prima “g” poi “n”! E’ evidente che certe corrispondenze che a noi sembrano scontate non lo sono affatto. La famosa coppia di lettere “th”, per esempio, che in alfabeto fonetico (l’alfabeto dei suoni) spesso si rappresenta θ, non si pronuncia né “t”, né “f” e nemmeno “d”, ma nella

maggior parte dei casi occorre appoggiare la punta della lingua tra i denti e produrre una via

di mezzo tra tutti questi suoni/lettere che sia anche sibilante, in una maniera che per noi

italiani è a dir poco aliena! E’ chiaro che il famigerato “th”, questa meraviglia di complessità, all’inizio si tenne la sua runa… con che lettera latina avrebbero mai potuto scriverlo? Nel corso del tempo però si è cominciato a scriverlo come un gruppetto di due lettere, il “th” appunto. Peccato che “th” sia stato scelto (non per cattiveria, ma per forza)

anche per rappresentare un altro suono, lo ð, e quindi ci ritroviamo ogni volta ad un bivio: o conosciamo bene la parola che abbiamo davanti e sappiamo come pronunciare quel particolare “th” oppure dobbiamo andare sul dizionario a vedere la trascrizione fonetica della parola stessa. Fortunatamente ogni dizionario ha una tabella che riporta tutto l’alfabeto fonetico e ci da indicazioni su come pronunciare ognuno dei suoi simboli…

Vediamo un piccolo esempio:

La parola Hello e la parola Hi corrispondono a due modi per dire “ciao”. Uno studente italiano alle prime armi sarebbe tentato di pronunciare Hi come “i”, e diciamocelo, perché mai dovrebbe pensare che la pronuncia è diversa? In italiano la lettera “h” a inizio di parola

28

Ferraa\nGiuseppeappartieneebookQuesto

non si pronuncia proprio e la “i” si legge, appunto, “i”. Invece Hi si pronuncia /haɪ/, con la

“h” aspirata, che si sente bene, e con una lettera “i” che corrisponde a ben due dei nostri

suoni vocalici, sia la “a” che la “i”. Se si controllano nella legenda dell’alfabeto fonetico i

simboli /h/, /a/ e /ɪ/ si capisce subito che le cose stanno così. Ne consegue che l’alfabeto e

le trascrizioni fonetiche sono nostre amiche e anche se sembrano complicate non lo sono

affatto! Le trascrizioni fonetiche sono anche le migliori amiche dei ragazzini americani che

fanno gare di spelling

Adesso che sappiamo come aiutarci per migliorare la pronuncia (e soprattutto siamo consapevoli del fatto che l’inglese segue regole di pronuncia ben diverse da quelle italiane), vediamo brevemente l’alfabeto inglese, corredato di trascrizione fonetica per pronunciare correttamente ogni lettera. Tuttavia, siccome non siamo ancora dei professionisti, non siamo necessariamente tenuti ad utilizzare sempre l’alfabeto fonetico. Infatti c’è un piccolo accorgimento che possiamo adottare per ricordarci le pronunce… invece di imparare ogni simbolo dell’alfabeto fonetico possiamo semplicemente sfruttare il più possibile quello che conosciamo già, ossia l’italiano. Potremmo infatti prendere appunti su come si leggono le parole semplicemente scrivendole così come le sentiamo. Per esempio, se dovessi segnarmi la pronuncia corretta di Hi mi limiterei a scrivere “ai”, magari con una nuvoletta davanti alla “a” che mi ricordi che devo aspirare la “h”, oppure con una piccola “h” tra parentesi, così: (h)ai. Se dovessi scrivere la pronuncia della parola spelling la riscriverei esattamente uguale, perché questo termine si legge grosso modo come si scrive. Prendiamo un altro esempio: la città di Napoli in inglese si scrive Naples, ma si pronuncia “Neipols”. Per comodità chiamiamo questo semplice sistema annotazione italianizzata; è un piccolo aiuto fai da te e quindi riporterò un esempio di questa annotazione accanto ad ogni lettera dell’alfabeto, subito dopo aver scritto anche la trascrizione fonetica ufficiale.

A annotazione italianizzata: ei

/eɪ/

/biː/

/siː/

/diː/

/iː/

/ɛf/

B annotazione italianizzata: bii

C annotazione italianizzata: sii

D annotazione italianizzata: dii

E annotazione italianizzata: ii

F annotazione italianizzata: ef

G annotazione italianizzata: gi

H /eɪtʃ/ oppure /heɪtʃ/ annotazione italianizzata: (h)eic

/dʒiː/

[con la c di Cina, non (h)eich/(h)eik]

I /aɪ/ annotazione italianizzata: ai

J /dʒeɪ/ oppure /dʒaɪ/

annotazione italianizzata: gei

K /keɪ/

annotazione italianizzata: chei

CLI_20120040024011Ferraria\nGiuseppeappartieneebookQuesto

L

M

N

O

P

Q

R

S

T

U

V

W

X

Y

Z

/ɛl/

annotazione italianizzata: él

/ɛm/

/ɛn/

/oʊ/

annotazione italianizzata: ém

annotazione italianizzata: én

annotazione italianizzata: ou

/piː/ annotazione italianizzata: pii

/kjuː/

annotazione italianizzata: chiu

/ɑr/ annotazione italianizzata: aar

/ɛs/

annotazione italianizzata: és

/tiː/

annotazione italianizzata: tii

/juː/

/viː/ annotazione italianizzata: vii

annotazione italianizzata: iu

/ˈdʌbəljuː/

annotazione italianizzata: dabol iu

/ɛks/

annotazione italianizzata: ecs

/waɪ/ annotazione italianizzata: uai

/zɛd/ oppure /ziː/

annotazione italianizzata: z(s)ed oppure z(s)ii

Dopo aver letto questo alfabeto ci sono due cose che potrebbero venirci subito in

mente: è bello sapere l’alfabeto, ma cosa me ne faccio? In italiano lo usano praticamente

solo i bambini delle elementari! E anche… perché alcune lettere hanno due trascrizioni

fonetiche?

Partiamo dal punto 1. L’alfabeto inglese serve tantissimo, fin da subito! Se per

esempio andassimo all’estero e dovessimo registrarci in un hotel potremmo dover fare lo

spelling del nostro nome, perché il nostro nome straniero potrebbe essere frainteso. Lo

stesso potrebbe succedere al telefono, oppure sarebbe utile capire bene uno spelling se

fossimo noi a dover annotare i nomi stranieri di una persona o di un luogo che non ci sono

per niente familiari. Per fare pratica e consolidare questa abilità basta scegliere qualche parola o nome inglese ed esercitarsi a farne lo spelling. Se siamo in coppia possiamo fare qualche spelling a turno e cercare di scrivere i termini computati a voce alta dal compagno… all’inizio potrebbe essere divertente, potremmo finire per dire o scrivere l’otto per il diciotto, ma poco alla volta diventeremmo sempre più bravi. Passiamo ora al punto 2. Perché certe lettere hanno più di una trascrizione fonetica? Vuol forse dire che persino le lettere possono essere pronunciate in più di una maniera? Ebbene si. La questione è molto ampia: parte dalle singole lettere e si allarga a parole, frasi e addirittura regole grammaticali. Al di là dei diversi accenti, dialetti e delle variazioni regionali (che ha anche l’italiano), l’inglese viene parlato come prima lingua in numerosi paesi, anche molto distanti tra loro (pensiamo agli Stati Uniti, il Regno Unito, l’Australia, il

Canada e la Nuova Zelanda). In questi paesi e anche nelle diverse regioni che li compongono, si parlano versioni della lingua inglese più o meno diverse tra loro sia

Questo ebook appartiene a\nGi

grammaticalmente che come pronuncia e accento. E’ come se l’Italia avesse avuto successo nelle sue imprese coloniali e adesso nel mondo ci fossero, ipotizziamo, almeno altre due nazioni diverse dalla nostra madre patria dove i cittadini parlano italiano come lingua ufficiale. Molto probabilmente li capiremmo e riusciremmo a comunicare con loro, ma sicuramente il loro italiano si sarebbe evoluto in modo diverso dal nostro, con regole, pronunce e accenti differenti. Questo italiano diverso sarebbe forse meno importante del nostro? Meno ufficiale? Direi proprio di no. Solo perché l’italiano è nato qui in Italia non vuol dire che un altro italiano, che avrebbe potuto svilupparsi altrove, non avrebbe dovuto essere considerato una lingua a tutti gli effetti. Prendiamo l’esempio dell’inglese britannico e dell’inglese americano. L’inglese è certamente nato in Inghilterra, e questo è un fatto significativo, ma ad un certo punto si è

anche trasferito al di là dell’Oceano insieme ad un gruppo di coloni, dando origine ad una nuova nazione e ad una lingua alternativa che si è per lungo tempo sviluppata su un binario del tutto diverso da quello del ceppo originario. Nello sviluppo delle lingue il fatto che certe forme, parole e accenti siano percepite come “prestigiose”, più “pure” o “migliori” ha sempre giocato un ruolo molto importante. Siccome l’inglese è nato in Inghilterra, tante volte gli studenti italiani richiedono di poter imparare “il vero inglese”, intendendo l’inglese britannico e dimostrando così una limitata comprensione del panorama linguistico a cui si stanno avvicinando. Questa concezione un po’ imprecisa è piuttosto diffusa; in genere è dovuta ad una percezione generale, un cliché o pregiudizio che sembra partire proprio dai britannici: a detta di molti l’inglese americano è troppo semplificato e grossolano negli accenti e nella pronuncia. Quante volte avete sentito dire: “L’accento americano è incomprensibile e poco elegante, sembra che parlino con la bocca piena di fagioli”? Tanto per cominciare bisogna sapere che l’inglese americano si è limitato a mantenere molte delle caratteristiche che l’inglese britannico aveva ai tempi in cui i coloni si trasferirono in America. Eh già! Alcuni britannici potranno anche pensare che la loro versione dell’inglese sia la migliore di tutte, ma gli americani non fanno altro che parlare

una lingua che possiede alcune delle caratteristiche che l’inglese britannico aveva nel 1600,

quando i padri pellegrini lo esportarono in America (ossia tardo Middle English e primo

Modern English). La cosa simpatica è che queste stesse caratteristiche sono proprio tra

quelle che molti britannici citano per giustificare la presunta “superiorità” del loro inglese!

Quello che stanno facendo in realtà è contestare una forma antica e non più in uso della loro

stessa lingua, non certo una sua versione corrotta e troppo semplificata.

Questo ci fa capire quanto sia importante avere un’idea chiara di come stanno

realmente le cose. L’inglese americano ha ricevuto influenze diverse dal suo progenitore

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europeo e si è sviluppato in autonomia per più di 400 anni… direi che ha acquisito il diritto

di essere considerato una lingua a tutti gli effetti, degna di essere chiamata tale. E quando

una lingua raggiunge questo status, si procede in genere a stabilirne uno standard di riferimento. Il modello linguistico per l’italiano è detto Italiano Standard, il modello per l’inglese britannico è detto Standard Written English per lo scritto e RP (Received Pronunciation) per l’oralità, mentre per l’inglese americano si parla di GA (General American English). Teniamo presente che questi modelli sono molto applicati nello scritto, soprattutto quando si parla di scritti accademici, ufficiali e di alto registro, mentre nel parlato gli accenti modello, neutri e senza connotazioni regionali, sono quasi introvabili. L’italiano standard è infatti quello insegnato a chi lavora in Tv o a teatro, mentre l’RP corrisponde alla pronuncia della regina d’Inghilterra. C’è davvero poca gente che parla in

questo modo nella propria vita quotidiana, quindi non preoccupiamocene troppo. E’ bene sapere che questi modelli esistono, ma se andassimo in giro parlandoli e scrivendoli la maggior parte della gente ci guarderebbe come se fossimo un poco matti. In definitiva la cosa migliore da fare è decidere quale inglese apprendere, a seconda delle nostre esigenze e preferenze, e cercare di restare fedeli a questa idea. Al livello a cui ci troviamo ora, ossia al principio, questa scelta non è ancora di fondamentale importanza, perché le due lingue inglesi più popolari (britannico e americano) condividono numerosissime caratteristiche, soprattutto quando si parla di conoscenze di base. In realtà chi di voi va ancora a scuola non ha molta scelta… l’insegnante, a seconda delle sue preferenze e capacità, ha già deciso per voi, almeno finché non sarete del tutto autonomi. Per quanto riguarda la pronuncia ed il vocabolario resta comunque interessante vedere le differenze, prenderne atto ed eventualmente tenere presente che ci conviene essere coerenti nelle nostre scelte, soprattutto in vista di un futuro in cui diventeremo sempre più bravi. Per

tornare al punto di partenza… ricordate la lettera Z dell’alfabeto? Abbiamo visto che ha due

diverse pronunce. Ebbene, una è britannica (/zɛd/) mentre l’altra è americana (/ziː/)!

Nonostante tutte le precisazioni che abbiamo appena fatto, più che altro per essere

poco più informati sull’argomento, non dovremmo in realtà fissarci troppo con l’assoluta

purezza di una o dell’altra varietà d’inglese da noi prescelta… il nostro scopo è comunicare

un

efficacemente in maniera generalmente corretta e ci sono talmente tante varianti dell’inglese nel mondo che una pronuncia un poco imprecisa o magari lievemente incoerente con il resto del discorso è solamente una piccola goccia nel mare, una goccia di cui non dobbiamo preoccuparci più di tanto. Infatti, imparare bene uno degli “inglesi” parlati nel mondo non è una garanzia di universalità… ci saranno comunque tanti altri “inglesi” che faremo molta fatica a capire e che ci metteranno in difficoltà, almeno finché

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Quest

non li avremo interiorizzati ben bene. Per intenderci, non dovremo scoraggiarci se la nostra competenza in inglese britannico sembrerà aiutarci relativamente poco quando incontriamo un americano per la prima volta; è perfettamente normale e succede spesso anche ai madrelingua. Infine, cerchiamo di non essere troppo severi nei nostri giudizi. Gli “inglesi” del mondo, come tutte le altre lingue, sono sempre in cambiamento. I linguisti hanno dimostrato che ci sono delle tendenze generali che guidano in qualche modo il continuo cambiamento di tutte le lingue. Per esempio, è normale che tante forme che appartengono al parlato (come parole di recente invenzione, termini colloquiali, parole prese in prestito da altre lingue) entrino pian piano a far parte della lingua standard che viene accettata e descritta ufficialmente nei dizionari. Non si tratta di contaminazione, ma di evoluzione! La perdita del congiuntivo in italiano, per esempio, non è necessariamente un segno di decadenza ma piuttosto un chiaro esempio di una forte tendenza che tutte le lingue hanno:

la tendenza alla semplificazione. La gente, senza cui le lingue non esisterebbero, preferisce sempre soluzioni che siano il più regolari, coerenti e meno faticose possibile. Questo processo coinvolge anche l’inglese… pensate che una volta questa lingua aveva i casi, come il latino ed il tedesco! Al giorno d’oggi è una lingua diffusissima, con tante varianti e una grammatica decisamente poco complessa (almeno rispetto a tante altre lingue, compresa la nostra). Per quanto l’inglese possa sembrarci difficile, ricordiamoci che la grammatica della nostra lingua madre è decisamente molto più complicata, piena di eccezioni, e spesso si rivela un vero incubo per il povero straniero che cerca di imparare a parlarla ad un buon livello. Nel complesso, adesso sappiamo un poco meglio con che cosa abbiamo a che fare, ma sappiamo anche che non sarà il caso di preoccuparsi troppo se ci scappa una parola pronunciata all’americana in un discorso fatto in inglese britannico o una parola in inglese colloquiale in un discorso tendenzialmente formale.

Prima di proseguire oltre

un piccolo glossario di termini utili!

Siccome stiamo per affrontare un viaggio che prevede una certa dose di grammatica (senza paura, cercheremo di renderla il più simpatica e comprensibile possibile), sarà meglio rispolverare alcuni concetti di cui non si può proprio fare a meno. Partiamo dalle varie categorie di parole che possiamo incontrare:

Nome – Un nome può essere comune (casa, sasso, sedia…) oppure proprio (Roma, Elisa, Germania…) ed indica una cosa, animale o persona. Un nome può anche indicare una cosa non concreta, come per esempio tristezza, amore, filosofia.

Ferraa\nGiuseppeappartieneebookQuesto

Articolo – E’ una particella che viene messa davanti al nome quando serve e ci da qualche piccola informazione in più… gli articoli sono di vari tipi, ma quelli che c’interessano in questa sede sono quelli indeterminativi, partitivi e determinativi. Gli indeterminativi/indefiniti si usano quando il nome che li segue non è determinato da nulla, nel senso che è probabilmente la prima volta che lo introduciamo nel discorso. Gli indeterminativi accompagnano un nome qualsiasi, che indica una cosa non ben precisata (es. un cane, una bambina). Questo discorso funziona bene per il singolare, quando si parla di una sola cosa o persona, ma si è mai sentita un’espressione tipo uni bambini? Quando si parla di nomi vaghi e indeterminati al plurale allora si usano gli articoli partitivi, che individuano una parte, un gruppetto vago. Ecco allora che abbiamo, per esempio, dei cani, delle bambine (nel senso di alcuni cani/qualche cane, alcune bambine/qualche bambina). Se poi vogliamo indicare una quantità non precisa al singolare allora possiamo dire del pane, della farina (i partitivi esistono anche al singolare!). Infine, ci sono gli articoli determinativi/definiti. Questi articoli individuano qualcosa con precisione, lo determinano ben bene e la loro presenza ci informa che la cosa o persona di cui stiamo parlando non è una qualsiasi, anzi è in genere già stata introdotta nel discorso in una fase precedente. I determinativi vanno bene sia al singolare che al plurale: il cane (un cane preciso), la

bambina (magari quella di cui ho già parlato anche prima), i cani, le bambine. Pronome – E’ una piccola parolina generica che sostituisce il nome quando questo avrebbe dovuto essere ripetuto troppe volte di seguito. Infatti non è sempre necessario riproporre il nome che c’interessa; se per esempio abbiamo già detto di cosa parliamo e non vogliamo ripeterci nelle frasi successive possiamo utilizzare, appunto, un pro-nome (che prende il posto del nome e svolge la sua stessa funzione!). Ecco un piccolo esempio: Luisa (nome) è

una ragazza simpatica. Lei (uso il pronome lei invece di ripetere Luisa) racconta ottime

barzellette.

Aggettivo – L’aggettivo è una piccola aggiunta. E’ una parola che si associa sempre ad un

nome e ci informa di una delle caratteristiche possedute dal nome stesso. E’ un poco come

un vestito… senza l’essere umano (il nome) a cui appoggiarsi, il vestito (l’aggettivo) non

potrebbe certo andarsene in giro da solo! Ogni nome può mettersi tutti i vestiti che vuole, e

sarà anche vero che l’abito non fa il monaco, ma gli aggettivi possono fornirci molte

informazioni sul nome a cui si riferiscono. Ci sono tante diverse categorie di aggettivi e tra

queste ci sono gli aggettivi qualificativi (che qualificano, che esprimono una qualità) come

bello, simpatico e verde, gli aggettivi dimostrativi (che dimostrano, mostrano, indicano

qualcosa) come questo e quello, gli aggettivi possessivi (che indicano a chi appartiene il

nome a cui si riferiscono) come mio, tuo, nostro e infine quelli indefiniti (che indicano una

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ebookQuesto

quantità indefinita, non precisa) come alcuni, qualche. Preposizioni – Le preposizioni sono brevi parole che forniscono un’introduzione per qualcos’altro e vengono poste prima (pre-poste!) di termini più significativi. Vediamo

in mezzo, non

qualche esempio: Da

Milano è il concetto più

importante). Dove vai? A

Da Milano è il concetto più importante). Dove vai? A dove vieni? Vengo da Milano (vengo

dove vieni? Vengo

da
da

Milano (vengo Milano, senza

da
da

avrebbe avuto molto senso, anche se avremmo capito lo stesso

avrebbe avuto molto senso, anche se avremmo capito lo stesso casa / Verso casa. Congiunzioni –

casa /

Verso
Verso

casa.

Congiunzioni – Sono parole che uniscono, congiungono. Sono come la calce che tiene uniti i mattoni, come le giunture di un macchinario. Ce ne sono di tanti tipi, a seconda del tipo di legame che stabiliscono tra le frasi e parti del discorso. Ecco qualche esempio: La

mio padre dorme

sul divano.

Tv è accesa

ma Sebbene
ma
Sebbene

nessuno la sta guardando. Mia madre legge il giornale

lei mi sia simpatica, non credo che la inviterò.

e
e

Verbo – Il verbo è una parola che esprime un’azione, come essere, correre, mangiare… Sia in inglese che in italiano il verbo si modifica per spiegarci meglio quando e come l’azione si verifica. Avremo quindi un verbo coniugato al passato se l’azione si è svolta nel passato, al presente se si è svolta nel presente e così via. Avverbio – L’avverbio è una parola che modifica un poco il significato del verbo. Da solo l’avverbio non può fare nulla, infatti è sempre accoppiato ad un verbo. Potremmo dire che l’avverbio è un accessorio del verbo, come dire un bel paio di occhiali, orecchini o una

sciarpa. E’ un discorso simile a quello fatto per il nome e l’aggettivo: senza verbo,

l’avverbio non ha senso (al nome aggiungo l’aggettivo, al verbo accosto l’av-verbio).

Vediamo qualche esempio:

mangiare (verbo) piano (in che modo mangio? Mangio piano); mangiare lentamente; correre rapidamente (avrei potuto anche correre piano… vediamo che l’avverbio può fare una bella differenza!).

Passiamo ora alle parti che compongono una frase. A livello logico, la frase è costituita da un soggetto, un predicato verbale, eventualmente un complemento oggetto ed altri complementi di diversa natura. Ecco una breve spiegazione di questi termini:

Soggetto – Si tratta della cosa o persona che è al centro dell’attenzione. L’intera frase parla principalmente di lui/lei, è la star incontestata. Che compia o subisca l’azione principale espressa dalla frase non è importante, tanto sempre di lui/lei si parla! Predicato verbale – Il predicato verbale (da “predicare”, cioè dire/affermare qualcosa) è l’azione compiuta dal soggetto, oppure l’azione che associamo al soggetto. In genere il predicato verbale coincide pressappoco con il verbo. Perché si parli di “frase” è necessario

CLI_20120040024011Ferraria\nGiuseppeappartieneebookQuesto

che ci siano sia un soggetto che un predicato/verbo; infatti queste componenti sono fondamentali e solo in rari e particolari casi possono essere omesse e sottintese. In inglese soggetto e predicato sono chiaramente presenti nella frase nel 99,9% dei casi; è proprio obbligatorio che ci siano!

Ecco invece gli altri elementi della frase (o proposizione, come viene anche chiamata quando si parla sul serio di grammatica), che sono certamente importanti ma non necessari per l’esistenza della frase stessa:

Complemento oggetto – E’ un completamento della frase (come dice il nome stesso, “complemento”, “complementare”, che completa…). E’ il più importante tra i completamenti possibili perché risponde alla domanda “Chi? Che cosa?”. Questo

complemento non è sempre presente, perché alle volte il verbo non ci permette di porci queste due piccole domandine. Se per esempio la frase a cui siamo interessati fosse: Lei è un’insegnante, avremmo lei come SOGGETTO, è come PREDICATO e poi ci chiederemmo “Che cosa è lei?”. La risposta sarebbe appunto il COMPLEMENTO OGGETTO, ossia un’insegnante. Se invece la frase fosse: Mia sorella va a casa, avremmo mia sorella come SOGGETTO e va a casa come PREDICATO. La domanda “Chi o che cosa?” al seguito del verbo andare (va) non ha proprio senso! Chi o che cosa potrebbe andare la mia povera sorella? Il verbo andare non va d’accordo con i complementi oggetti, infatti preferisce reggere la domanda “Dove?” piuttosto che la domanda “Chi? Che cosa?”

(e “dove” è la domanda che indica un altro tipo di complemento, non certo il complemento

oggetto

Altri complementi – Esistono infatti altri completamenti della frase che vengono inseriti a

seconda delle esigenze. Questi complementi rispondono a domande di varia natura come

“Di che materiale è?”, “Quando”, “Di chi?”, “Dove?”, “A causa di chi/che cosa?” ecc…

Tutte le lingue tendono ad organizzare questi importanti elementi in un determinato ordine, che è l’ordine che preferiscono. L’italiano, come l’inglese, preferisce piazzare per primo il soggetto, poi il verbo ed infine l’oggetto (i complementi). Questo ordine viene quindi chiamato SVO (soggetto-verbo-oggetto). In italiano l’ordine è un po’ più flessibile che in inglese, ma in inglese è davvero raro trovare questi tre macroelementi (soggetto, verbo e oggetto) in una sequenza diversa. Ciò significa che spesso e volentieri SVO sarà per noi una specie di mappa; non dovremo litigare troppo con sconosciute parole inglesi perché almeno sapremo già in che ordine si trovano le parti della frase. Insomma, sapremo cosa aspettarci.

a\nGiuseppe Ferrari CLI_2012004002401

Questo ebook appartiene

Le componenti della frase di cui abbiamo appena parlato (soggetto, predicato verbale e complementi) sono una specie di grossi contenitori. Sono come delle scatole, che possono contenere ben più di una parola; un soggetto, per esempio, al suo interno potrebbe contenere un articolo, un nome e qualche aggettivo. La cosa strana è che a volte la scatola del soggetto contiene un’intera frase! Infatti una volta che si è capito come costruire una frase si sale al livello superiore e si scopre che le lingue sono come una matrioska russa. La frase principale, la più importante, è la bambola più grande, che contiene tutte le altre. Se la

apriamo per analizzarla potremmo trovare altre frasette al suo interno, frasi a tutti gli effetti, anche loro con almeno un soggetto e un verbo. Queste frasi più piccole, che sono contenute

in quella principale, sono dette subordinate, perché sono meno importanti, di ordine

inferiore. Vediamo qualche semplice esempio:

[La bambina bionda] Soggetto [sta mangiando] Verbo [una mela] Oggetto Fin qui tutto ok. Ma guardiamo la seguente:

[La bella bambina bionda che ti ho presentato prima] Soggetto [sta mangiando] Verbo [una

mela] Oggetto

Accidenti,

subordinata!

Infatti abbiamo: (che) [io] Soggetto sottinteso [ti (a te)] Complemento [ho presentato prima] Verbo

però…

dentro

alla

scatola

del

soggetto

c’è

un’altra

piccola

frase,

una

La grammatica in realtà è molto più estesa, precisa e dettagliata di così. Tuttavia a noi può bastare avere un’idea generale di come funzionano le cose, anche perché nel corso

di questo libro avremo modo di applicare molte di queste semplici nozioni in modo da

capire meglio la lingua inglese. Adesso, armati fino ai denti, siamo davvero pronti a

cominciare…

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a\nGiuseppappartieneebookQuesto

CCAAPPIITTOOLLOO 22

FFuuooccoo aallllee ppoollvveerrii!!

CLI_20120040024011Ferraria\nGiuseppeappartieneebookQuesto

I PRONOMI SOGGETTO (Subject pronouns)

Ricordando tutte le cose che abbiamo detto nel capitolo precedente, il primo

mattoncino che ci serve per costruire una frase inglese è proprio un soggetto, ossia un nome

o

un pronome che ci indichi la cosa/persona di cui vogliamo parlare oppure la persona che

compie/subisce l’azione espressa dal verbo. Come abbiamo visto, la scatola del soggetto

può essere riempita con tante parole diverse ed anche intere frasi ma agli inizi, quando le

frasi sono ancora semplici, la scatola spesso contiene solo dei nomi propri (come Luisa),

oppure nomi comuni (il cane, la nonna, la scuola).

Esempio: Luisa è una ragazza simpatica. Lei racconta ottime barzellette.

Ecco qui due belle frasi. La prima ha Luisa come soggetto, mentre la seconda invece di

Luisa ha lei.

Luisa è una ragazza simpatica. (Lei – invece di ripetere Luisa) racconta ottime barzellette.

In questa frase Lei è un pronome soggetto. In italiano questi pronomi sono spesso superflui

e

non vengono espressi (infatti in italiano avremmo probabilmente detto: Luisa è una

ragazza simpatica. Racconta ottime barzellette. Avremmo quindi costruito la seconda frase

senza mettere lei, lasciando il soggetto sottinteso). Questo è possibile perché i verbi italiani

hanno una forma diversa per ognuna delle sei persone che individuano tutte le possibili

categorie di soggetti (io, tu, egli, noi, voi, essi), mentre le forme dei verbi inglesi tendono

ad essere quasi tutte uguali! Se non specificassimo il soggetto non potremmo quasi mai

capire di che cosa parla una frase inglese, perché il verbo inglese non ci da indicazioni al

riguardo.

Ecco una tabella riassuntiva dei pronomi soggetto inglesi:

I

IO

1° PERSONA SINGOLARE

you

TU

2° PERSONA SINGOLARE

he - uomo she - donna it - oggetto/animale

EGLI/LUI

 

ELLA/LEI

3° PERSONA SINGOLARE

ESSO

we

NOI

1° PERSONA PLURALE

you

VOI

2° PERSONA PLURALE

 

LORO

 

they

ESSI

3° PERSONA PLURALE

ESSE

Tra i pronomi inglesi e quelli italiani possiamo subito notare due differenze importanti:

- La 3° persona singolare inglese si divide in tre categorie precise, come per l’italiano, ma

appartieebookQuesto

la terza persona plurale non si divide affatto. Per descrivere un gruppo di ballerine l’italiano utilizzerebbe il pronome “esse”, ma l’inglese utilizza il pronome “they” sia che si tratti di uomini, donne, cose o animali. - La 2° persona singolare e la 2° persona plurale sono uguali. E’ quindi impossibile usare i pronomi per creare delle forme di cortesia come invece si fa in italiano con la forma del “Voi”. Se poi ci venisse in mente di dare a qualcuno del “Lei” usando “She” (oppure “He”) la persona inglese con cui parliamo comincerebbe a sforzarsi di capire chi è questa donna o uomo misterioso di cui ci siamo improvvisamente messi a parlare. Per rivolgersi direttamente a qualcuno l’unica possibilità in inglese è infatti “You”! Per essere cortesi e dimostrare rispetto si possono specificare i titoli che appartengono alla persona con cui o di cui si parla. Se ci si rivolge ad un professore universitario, per esempio, è opportuno chiamarlo “Professor Smith” oppure “Dr. Smith”. Per gli uomini si tende ad utilizzare Mr. e Mrs. (una donna sposata) / Miss (una signorina) / Ms. (nel caso non sia possibile sapere se la donna in questione è sposata o no) per le donne. Se ci trovassimo a parlare con il presidente degli Stati Uniti ci rivolgeremmo a lui chiamandolo “Mr. President”, ma useremmo comunque il pronome “You” e le forme verbali corrispondenti.

INOLTRE, COME ABBIAMO DETTO, IL SOGGETTO DELLA FRASE INGLESE VA SEMPRE SPECIFICATO! Ecco il perché:

I

AM

 

IO SONO

I LOVE

 

IO AMO

YOU ARE

TU SEI

YOU LOVE

TU AMI

HE/SHE/IT

EGLI/ELLA/ESSO

HE/SHE/IT

EGLI/ELLA/ESSO

IS

 

E’

LOVES

   

AMA

WE ARE

NOI SIAMO

WE LOVE

NOI AMIAMO

YOU ARE

VOI SIETE

YOU LOVE

VOI AMATE

THEY ARE

ESSI SONO

THEY LOVE

ESSI AMANO

Se non specificassimo il pronome soggetto, come faremmo a capire di chi si parla? Il verbo “are” si usa per i due “You”, “We” e “They” ed il verbo “love” (proprio come tutti gli altri verbi con significati diversi da essere) si usa per i due “You”, “I”, “We” e “They”. In italiano invece i verbi sono più difficili da imparare (amo, ami, ama, amiamo, amate, amano) perché sono tutti diversi, ma per questa stessa ragione si può anche evitare di specificare il soggetto.

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appartiene a\nGiuseppe Ferrar

Questo ebook

IL VERBO

Tante porte per tanti significati…

Adesso che abbiamo una serie di facili soggetti da utilizzare passiamo al verbo. Il

sistema verbale inglese è diverso da quello italiano sotto molti punti di vista. Tra i due

sistemi ci sono anche delle similitudini, ma il modo migliore per capire e ricordare i tempi

verbali inglesi è quello di non cercare di collegarli ai verbi italiani. Quello che sappiamo dei

tempi verbali dell’italiano è certamente una buona indicazione, ma purtroppo la logica inglese è sostanzialmente diversa dalla nostra. Immaginiamo che l’italiano sia un’automobile e l’inglese una barca. Sono entrambi mezzi di trasporto a motore, ma i principi che li regolano sono differenti, così come i gesti necessari per condurli correttamente. Imparare ad utilizzare il sistema verbale inglese è come prendere la patente nautica dopo aver già conseguito quella di circolazione. Cerchiamo di tenere la mente aperta a nuove possibilità e non illudiamoci: le regole del codice della strada non sempre valgono in mare aperto.

del codice della strada non sempre valgono in mare aperto. Visualizziamo il processo di comunicazione come

Visualizziamo il processo di comunicazione come un percorso. Davanti a noi si aprono molte porte, le porte che conducono ai tempi verbali. Ogni porta ci introduce ad un significato diverso e per esprimere quel particolare significato dobbiamo necessariamente scegliere la porta giusta e quindi anche le forme grammaticali che essa nasconde. Le forme grammaticali ed il preciso significato che ogni porta esprime sono due facce della stessa medaglia; per esprimere un determinato significato occorrono proprio quelle forme

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Questo ebook

grammaticali e quelle determinate forme grammaticali indicano unicamente quel preciso significato. La prima porta che varcheremo è la porta del SIMPLE PRESENT

porta che varcheremo è la porta del SIMPLE PRESENT … IL SIMPLE PRESENT Il Simple Present

IL SIMPLE PRESENT

Il Simple Present è un tempo della famiglia dei Simple. In generale è il tempo della costanza e dell’assenza di cambiamento.

SIGNIFICATO

Si sceglie di aprire questa porta quando:

1) Si vuole parlare di abitudini, routine, azioni ripetute nel corso del tempo più o meno frequentemente (HABITS AND REPEATED ACTIONS). Osserviamo questa linea del tempo, che comprende passato, presente e futuro: le crocette nere rappresentano azioni che si ripetono con continuità, come per esempio il sorgere del sole ogni mattina.

come per esempio il sorgere del sole ogni mattina. 2) Si vuole descrivere qualcosa che si

2) Si vuole descrivere qualcosa che si ha ragione di pensare non subirà alcun cambiamento (DESCRIPTIONS, UNCHANGING SITUATIONS).

3) Si vuole parlare di verità generali, ossia di cose che sono sempre uguali a se stesse e tendono a non cambiare (GENERAL TRUTHS). Per rappresentare una cosa che si verifica sempre, che è sempre in quel modo nel corso del tempo, tracciamo una linea continua e parallela alla linea del tempo. Per intenderci: se vogliamo dire che “i gatti miagolano e non sanno parlare” useremo il Simple Present perché questa frase descrive una situazione che è sempre stata tale e probabilmente sempre lo sarà.

Simple Present perché questa frase descrive una situazione che è sempre stata tale e probabilmente sempre

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CLI_20120040024011Ferraria\nGiuseppeappartieneebookQuesto Adesso dobbiamo fare un poco d’esercizio! 1) Associamo ad ogni

Adesso dobbiamo fare un poco d’esercizio! 1) Associamo ad ogni frase una delle tre categorie descritte nella spiegazione precedente (a, b o c). In futuro saremo tutti in grado di tradurre queste semplici frasi ma chi lo desidera può già fare un tentativo…

Esempio: Vado a scuola ogni giorno - a (abitudine!) 1) La mia casa è molto grande

2) Non guardo mai film dell’orrore

3) Gli asini non volano

4) L’Italia è una penisola

5) I gatti odiano l’acqua

6) Nel mio salotto ci sono due poltrone

7) Non ceno mai prima delle otto

8) Sono spesso in ritardo

9) Vado al cinema due volte a settimana

2) Nella lista che segue indichiamo quali frasi possono o non possono essere espresse

usando il Simple Present.

Esempio: Domani sera vado al cinema con alcuni amici.

di quello che avverrà domani, e domani è già futuro! Questa non è una descrizione riferita a

qualcosa di stabile, né una verità generale né un’azione ripetuta e costante…

1) Non mangio carne.

2) Mio nonno è nato in Argentina.

3) Dono il sangue tutti gli anni.

4) Si sta facendo tardi. Adesso preparo la cena.

5) – Cosa fai? – Studio matematica.

6) Vivo in una grande casa sul fiume.

7) Ora vivo qui, ma tra due mesi faccio trasloco.

SI

NO
NO

Perché? Perché si parla

SI

NO

Perché?

SI

SI

NO

Perché?

NO

SI

SI

Perché?

NO

NO

SI

NO

Perché?

Perché?

Perché?

SI

NO

Perché?

8) Non ci penso quasi mai.

SI

NO

Perché?

9) Mi sveglio sempre tardi.

SI

NO

Perché?

10) Se mi dici cosa devo comprare vado subito al negozio.

11) Al martedì vado in palestra, mentre al giovedì ho il corso di cucina.

12) Mi sposo a Settembre del prossimo anno.

SI

NO

Perché?

SI

NO

SI

NO

Perché?

Perché?

Questo ebook appartiene a\nGiuseppe Ferrari CLI_20120040024011

13) Vado in ferie tre volte l’anno.

SI NO

Perché?

14) Ho già il biglietto. Parto il 5 di Agosto.

SI NO

Perché?

15) Si vive una volta sola.

16) Ho 25 anni e lavoro in una ditta come impiegata.

17) Mia madre è un’ottima cuoca.

18) Mi alzo alle 7 e faccio una doccia. Poi mi fermo al bar per un caffè e vado al lavoro.

SI

NO

Perché?

SI

NO

SI

NO

Perché?

Perché?

SI

NO

Perché?

19) Domani mi alzo alle 7 per fare una doccia.

SI

NO

Perché?

Soluzioni:

Esercizio 1

Esempio: a. Stiamo parlando di un’azione abitudinaria.

1) b. Stiamo descrivendo una casa.

2) a/b. Stiamo spiegando che una certa azione non si verifica mai (e quindi stiamo

illustrando una nostra abitudine) e stiamo anche descrivendo i nostri gusti.

3) c. Stiamo illustrando una verità generale.

4) b/c. Stiamo descrivendo l’Italia e anche illustrando una cosa che si suppone sarà sempre

vera.

5) b/c. Stiamo descrivendo i gatti e al tempo stesso illustrando una verità generale.

6) b. Stiamo descrivendo il nostro salotto, che si suppone non cambi ogni giorno!

7) a. Stiamo descrivendo una nostra abitudine, parlando di qualcosa che evitiamo

ripetutamente di fare.

8) a/b. Stiamo descrivendo una nostra abitudine e anche una nostra caratteristica.

9) a. Stiamo descrivendo una nostra abitudine.

Esercizio 2

1) si. Stiamo descrivendo una nostra abitudine e anche i nostri gusti. 2) no. Stiamo parlando di un anno preciso nel passato, quando nacque il nonno, non certo di abitudini o di cose che si verificano con continuità e sempre uguali a se stesse. 3) si. Una cosa che si verifica tutti gli anni è certamente un’abitudine, un’azione ripetuta. 4) no. Come potrebbe questa concatenazione di azioni essere un’abitudine? E’ un caso preciso, legato al momento presente: ora si sta facendo tardi, quindi tra un attimo preparerò la cena (nel futuro). Questa situazione è temporanea, legata al momento contingente, e quindi non può essere espressa usando il tempo del non cambiamento, della continuità. 5) no. Questo scambio di battute riguarda il momento presente! Tra 5 minuti potrei smettere

Questo ebook appartiene a\nGiuseppe Ferrari CLI_2012004

di studiare matematica e fare invece qualcos’altro, quindi anche in questo caso non possiamo usare il tempo del non cambiamento. 6) si. Sto descrivendo una parte della mia vita che si spera non sia destinata a cambiare a breve termine. 7) no. In questo caso il fatto che io viva in questo posto è chiaramente solo temporaneo! Questa sistemazione cambierà presto (con un’azione singola che si verificherà nel futuro) e non è certo la sistemazione che considero definitiva e destinata a non cambiare.

8) si. Stiamo descrivendo un’abitudine, ossia una cosa che evitiamo sempre di fare. 9) si. Stiamo descrivendo una nostra abitudine. 10) no. Nel dire “vado subito al negozio” sto in realtà dicendo che tra poco ci andrò (azione singola nel futuro, non certo ripetuta!). 11) si. Stiamo descrivendo una routine settimanale. 12) no. Sposarsi non è in genere considerata un’azione abitudinaria… in teoria succede solo una volta nella vita! Tra l’altro, in questo caso si parla proprio di un momento singolo nel futuro in cui questa azione si verificherà. 13) si. Stiamo descrivendo una nostra abitudine, un’azione che viene compiuta con una certa frequenza e continuità. 14) no. Ancora una volta stiamo parlando di un’azione singola che si verificherà nel futuro. 15) si. Detti e proverbi, come tanti altri esempi di saggezza popolare, di solito vengono

espressi con il Simple Present perché intendono illustrare delle verità generali.

16) si. Stiamo descrivendo una persona e soprattutto il suo lavoro (che in genere è una parte

importante della routine settimanale di tutti noi).

17) si. Stiamo illustrando una caratteristica della mamma. Avremmo anche potuto dire che

lei cucina molto bene, descrivendo un’abilità che lei possiede. 18) si. Stiamo illustrando una routine quotidiana.

19) no. Stiamo parlando di un’azione che si verificherà domani, nel futuro, e certamente

non in modo continuativo e abitudinario.

Analizzando l’esercizio numero 2 possiamo notare che in molti casi l’italiano usa un

tempo presente, anche se in realtà l’azione di cui si parla si verificherà nel futuro. Questo

fatto non deve trarci in inganno e spingerci ad usare il Simple Present ogni volta che

pensiamo ad una frase italiana che contiene un tempo presente! Nello scegliere il Present

Simple stiamo applicando un ragionamento che non ha nulla a che vedere con il modo in

cui l’italiano utilizza il tempo Indicativo Presente (es: io vado, tu scrivi, egli mangia). Per

utilizzare correttamente questo tempo verbale inglese dobbiamo dimenticare

45

CLI_20120040024011Ferraria\nGiuseppeappartieneebookQuesto

momentaneamente l’italiano, analizzare l’azione espressa dalla frase e chiederci: “Questa

azione è ripetuta, abitudinaria? Esprime una caratteristica che qualcuno o qualcosa possiede

in modo più o meno permanente e non destinato a cambiare? Descrive cose non temporanee

e/o sempre vere?” Se la risposta a una o più di queste domande è sì, allora possiamo aprire

la porta del Simple Present e scegliere le precise forme grammaticali che si nascondono

dietro questa porta. In questo modo le persone che leggono o ascoltano quello che abbiamo

da dire capiranno perfettamente il significato che abbiamo voluto esprimere, senza

fraintendimenti.

MORFOLOGIA

Una volta che si è deciso di varcare questa soglia (per esprimere i significati sopra descritti) ci si trova di fronte ad un bivio: da una parte abbiamo il verbo TO BE (verbo essere) e dall’altra ALL OTHER VERBS (tutti gli altri verbi).

e dall’altra ALL OTHER VERBS (tutti gli altri verbi). Se il verbo che si vuole utilizzare

Se il verbo che si vuole utilizzare è il verbo essere occorre seguire una strada, mentre per qualsiasi altro verbo occorre seguire l’altra.

Analizziamo ora la strada del verbo essere, TO BE*. * TO BE. BE è l’infinito del verbo essere e TO è la preposizione che lo precede per indicare appunto che il verbo è all’infinito. L’italiano utilizza le desinenze -ARE, -ERE, -IRE (es:

mangiare/bere/dormire) ma l’inglese si limita ad aggiungere il TO davanti alla forma base del verbo. Esempio: TO BE = ESSERE; TO LOVE = AMARE.

Questo ebook appartiene a\nGiuseppe Ferrari CLI_201200400240

+ Forma affermativa

 

Forme estese

Forme contratte

Regole

I AM [em] IO SONO

I’M

CONTRAZIONE: Come possiamo

vedere ognuna di queste voci ha la

YOU ARE [ar] TU SEI

YOU’RE

sua forma contratta, che è usata

praticamente sempre nel parlato

(a meno che non sia un discorso

 

HE IS [is] LUI/EGLI E’

HE’S

molto ufficiale) e solo nelle forme

colloquiali di comunicazione

SHE IS

SHE’S

scritta. Nello scritto infatti le

LEI/ELLA E’

abbreviazioni e contrazioni non

 

sono ben viste. Come abbiamo

IT IS ESSA/ESSO E’

IT’S

realizzato queste contrazioni?

Semplicemente unendo le due

 

WE ARE

WE’RE

parole (soggetto e verbo) con

NOI SIAMO

l’aiuto di un piccolo apostrofo, che mettiamo nel punto in cui togliamo una vocale (l’apostrofo serve per

YOU ARE

YOU’RE

VOI SIETE

THEY ARE LORO/ESSI/ESSE SONO

THEY’RE

ricordarci che la vocale c’era). Tra le due lettere vicine (quella finale

appartenente al soggetto e la vocale iniziale del verbo) noi togliamo quella del verbo, lasciando ben chiaro il soggetto.

? Forma interrogativa

 

Forma

Forma interrogativa

Regole

affermativa

I AM

AM I?

LA FORMA INTERROGATIVA SI CREA invertendo la posizione del soggetto e del verbo. Spesso in italiano ci limitiamo ad indicare che la frase appena pronunciata è una domanda sfruttando l’intonazione della voce, ma in inglese l’intonazione ed il punto interrogativo non sono affatto sufficienti! Per formulare una domanda OCCORRE FARE QUESTA INVERSIONE.

IO SONO?

YOU ARE

ARE YOU…?

HE IS

IS HE…?

LUI E’?

SHE IS

IS SHE…?

IT IS

IS IT…?

ESSO E’?

WE ARE

ARE WE…?

YOU ARE

ARE YOU…?

THEY ARE

ARE THEY…?

47

CLI_20120040024011Ferraria\nGiuseppeappartieneebookQuesto

- Forma negativa

 

Forma

Forma negativa

Possibili forme contratte

Traduzione

affermativa

I AM

I AM NOT

I’m not

IO NON SONO

YOU ARE

YOU ARE NOT

You aren’t / You’re not

TU NON SEI

HE IS

HE IS NOT

He isn’t / He’s not

LUI NON E’

SHE IS

SHE IS NOT

She isn’t / She’s not

LEI NON E’

IT IS

IT IS NOT

It isn’t / It’s not

ESSO NON E’

WE ARE

WE ARE NOT

We aren’t / We’re not

NOI NON SIAMO

YOU ARE

YOU ARE NOT

You aren’t / You’re not

VOI NON SIETE

THEY ARE

THEY ARE NOT

They aren’t / They’re not

ESSI NON SONO

Partendo dalla forma affermativa, vediamo che la FORMA NEGATIVA si crea semplicemente aggiungendo la negazione NOT (ossia non) subito dopo il verbo. In pratica si aggiunge NOT al termine della forma affermativa.

POSSIBILI CONTRAZIONI:

Evitando sempre di menomare l’importantissimo soggetto, adesso abbiamo due parole con cui giocare (il verbo e NOT)! Possiamo unire soggetto e verbo (come già visto), lasciando stare il NOT, oppure possiamo unire verbo e NOT, lasciando stare il soggetto. Se decidiamo per questa seconda soluzione dobbiamo unire il verbo al NOT mettendo un apostrofo al posto della O di NOT, visto che in questo caso è lei la vocale scelta per andarsene. Attenzione: I AMN’T non esiste, non si può fare! Probabilmente perché le due consonanti M e N vicine sono davvero orribili da

pronunciare…

Vediamo

italianizzata:

ora

le

pronunce

(molto

semplificate),

utilizzando

la

nostra

annotazione

48

Que

I AM NOT - [ai em not]

I’M NOT - [aim not]

YOU ARE NOT - [iu ar not]

YOU AREN’T - [iu àrent]

YOU’RE NOT - [iòr not]

HE IS NOT - [hi is not]

HE ISN’T - [hi ìsent]

HE’S NOT - [his not]

SHE IS NOT - [sci is not]

SHE ISN’T - [sci ìsent]

SHE’S NOT - [scis not]

IT IS NOT - [it is not]

IT ISN’T - [it ìsent]

IT’S NOT - [its not]

WE ARE NOT - [ui ar not]

WE AREN’T - [ui àrent]

WE’RE NOT - [uiir not]

YOU ARE NOT - [iu ar not]

YOU AREN’T - [iu àrent]

YOU’RE NOT - [iòr not]

THEY ARE NOT - [dei ar not]

THEY AREN’T - [dei àrent]

THEY’RE NOT - [dèir not]

Non dimentichiamo che abbiamo a disposizione anche l’alfabeto fonetico per comprendere bene come si pronunciano le parole. Il dizionario riporta una tabella che spiega i suoni della lingua, associandoli ai simboli fonetici, ed ogni termine è accompagnato dalla sua trascrizione fonetica.

Torniamo ora al discorso verbale. Tenendo conto delle regole che abbiamo visto finora, che continuano a valere, perché non proviamo a completare la seguente tabella in autonomia? Partiamo dalla forma negativa e cerchiamo di creare la forma interrogativa negativa con tutte le sue possibili contrazioni. Per capirci: un esempio di forma interrogativa negativa potrebbe essere il seguente… “Ma tu non sei la cugina di Marco?” Questa frase ci fa capire che la forma interrogativa- negativa, anche se sembra una stranezza, in realtà è usata comunemente.

?- Forma interrogativa negativa

 

Forma

Forma

Forme contratte

Traduzione

negativa

interrogativa

negativa

I am not

Am I not…?

Non si può fare!!

Io non sono…?

You are not

Are you not…?

Aren’t you?

Tu non sei…?

He is not

Lui non è…?

She is not

Lei non è…?

It is not

Esso non è…?

49

ebookQuesto

 

We are not

Noi non siamo…?

You are not

Voi non siete…?

They are not

Essi non sono…?

Soluzioni

Forma

Forma

Forme contratte

Traduzione

negativa

interrogativa

negativa

I am not

Am I not?

Non si può fare!!* AREN’T I?

Io non sono…?

You are not

Are you not?

Aren’t you…?

Tu non sei…?

He is not

Is he not?

Isn’t he…?

Lui non è…?

She is not

Is she not?

Isn’t she…?

Lei non è…?

It is not

Is it not?

Isn’t it…?

Esso non è…?

We are not

Are we not?

Aren’t we…?

Noi non siamo…?

You are not

Are you not?

Aren’t you…?

Voi non siete…?

They are not Are they not? Aren’t they…?

Essi non sono…?

* in realtà in questo caso si prende in prestito AREN’T, visto che AMN’T è orrendo, creando quindi la forma AREN’T I?

Come possiamo vedere prima si crea la forma interrogativa, invertendo le posizioni del soggetto e del verbo. Siccome NOT non è né soggetto né verbo ci limitiamo a lasciarlo dov’è, in fondo alla lista. Se applichiamo la stessa regola (invertire soggetto e verbo) partendo dalla forma contratta, ci rendiamo subito conto che il verbo è diventato una parola sola con NOT (es. She isn’t – il verbo is e la negazione NOT sono uniti). A questo punto è logico invertire tutto, spostando anche il NOT contratto, siccome è diventato parte del verbo! Nel caso dell’altra contrazione (es. You’re not) risulta impossibile invertire la posizione del soggetto con quella del verbo proprio perché contraendo abbiamo fatto in modo che soggetto e verbo diventassero una parola unica.

Short answers (Risposte brevi)

 

Forma

Risposte brevi YES

Risposte brevi NO

Precisazioni

interrogativa

 

Am I

?

Yes, I AM

No, I’M NOT

Are you

?

Yes, YOU ARE

No, YOU AREN’T / YOU’RE NOT

CLI_20120040024011Ferraria\nGiuseppeappartieneebookQuesto

Is he

?

Yes, HE IS

No, HE ISN’T / HE’S NOT

In

inglese dire

 

semplicemente

 

di

si (YES) o

 

Is she

?

Yes, SHE IS

No, SHE ISN’T / SHE’S NOT

no (NO)

non è molto gentile. Le risposte brevi sono molto

di

Is it

?

Yes, IT IS

No, IT ISN’T / IT’S NOT

Are we

 

?

Yes, WE ARE

No, WE AREN’T /

WE’RE NOT

comuni

e

importanti per

piuttosto

 

Are you

 

?

Yes, YOU ARE

No, YOU AREN’T /

esprimersi in

 

YOU’RE NOT

modo corretto

 

e

cortese.

 

Are they

 

?

Yes, THEY ARE

No, THEY AREN’T /

 

THEY’RE NOT

Per formulare correttamente le risposte brevi ci limitiamo a ripetere il soggetto ed il verbo

usati nella domanda, ma con le regole e l’ordine che si usano per le affermazioni e le

negazioni (prima il soggetto poi il verbo, e non viceversa, come nelle domande; infatti in

questo caso stiamo rispondendo/affermando, non domandando!). Attenzione però: le

risposte brevi si chiamano così proprio perché devono essere brevi e immediate.

Guardiamo questo esempio:

IS YOUR BROTHER TALL? (Tuo fratello è alto?)

YOUR BROTHER (tuo fratello) è il soggetto della frase e infatti viene dopo il verbo IS,

perché questa è chiaramente una domanda.

YOUR BROTHER però non è un pronome! In questo caso abbiamo usato un nome e un

aggettivo per spiegare bene di chi stiamo parlando. Dopo aver pronunciato questa frase la

persona con cui stiamo parlando ha capito a chi ci riferiamo/riferiremo e quindi possiamo

permetterci di usare il pronome soggetto che corrisponde a YOUR BROTHER, ossia LUI,

ossia HE. Torniamo ora alla domanda:

IS YOUR BROTHER TALL?

Per utilizzare una risposta breve (equivalente a dire solo si o no in italiano) non

possiamo certo dire: YES, MY BROTHER IS. (Si, [mio fratello è]).

Questa risposta non è molto breve! Occorre allora che pensiamo bene a cosa significa

YOUR BROTHER e scegliamo subito un pronome soggetto (che è breve e incisivo) da

mettere nella risposta breve. Come abbiamo detto YOUR BROTHER = LUI = HE, quindi

la risposta breve perfetta per il nostro caso è:

YES, HE IS.

Questo ebook appartiene a\nGiuseppe Ferrari CLI_20120040024011

Ne deriva che YES, HE IS è la risposta breve perfetta per dire SI ogni volta che il soggetto è un LUI, di qualsiasi LUI si tratti!

Se per caso la domanda fosse stata… IS YOUR SISTER BEAUTIFUL? (Tua sorella è bella?) … la risposta sarebbe stata una delle seguenti: YES, SHE IS oppure NO, SHE ISN’T.

Tutte le risposte brevi seguono questa regola, mettendo yes/no + il pronome soggetto appropriato + il verbo più importante della frase alla forma negativa o affermativa. In questo caso, con il verbo essere, il verbo della frase è uno solo, ma andando avanti vedremo che alle volte nella frase servono due o più pezzetti verbali (in genere verbi di aiuto, detti ausiliari, ed il verbo principale). Quando si presentano più pezzetti verbali le risposte brevi riprendono il più importante nella gerarchia dei verbi presenti nella domanda, che è sempre il primo a comparire nella domanda stessa. Infatti non è possibile ripetere tutte le parole che compongono l’intero predicato verbale, altrimenti avremmo di nuovo una risposta lunga, non breve!

Le risposte brevi in generale contengono sempre e solo 3 parole:

- YES oppure NO

- IL GIUSTO PRONOME SOGGETTO

- IL VERBO CON IL RUOLO PIU’ IMPORTANTE ALL’INTERNO DELLA DOMANDA

(ossia la prima tra le parole che compongono la domanda! Questo deriva necessariamente

dalla regola dell’inversione).

Ora che abbiamo visto tutte le possibili forme del verbo essere, mettiamo un altro po’ di

carne al fuoco, per fare pratica.

Ecco qualche vocabolo utile:

Girl (ragazza/bimba) -- Boy (ragazzo/bimbo) [nomi]

Cat (gatto) -- Dog (cane) [nomi]

Student (studente) -- Teacher (insegnante) [nomi]

Married (sposato) -- Single [aggettivi]

Old (vecchio) -- Young (giovane) [aggettivi]

Big (grande) -- Small (piccolo) [aggettivi]

Sunny (soleggiato) -- Cloudy (nuvoloso) [aggettivi]

52

a\nGiuseppappartieneebookQuesto

Cold (freddo) -- Hot (caldo) [aggettivi] Beautiful (bello) -- Ugly (brutto) [aggettivi] Happy (felice) -- Sad (triste) [aggettivi] Well (in salute) -- Ill (malato) [aggettivi]

Per conoscere la pronuncia corretta di tutti questi termini possiamo utilizzare il dizionario oppure avvalerci di un simpatico sito internet (uno dei tanti siti a disposizione) che io e i miei studenti abbiamo particolarmente apprezzato: www.howjsay.com. Una volta raggiunta la home page basta digitare la parola in questione nello spazio di ricerca (Word or Phrase:) e cliccare il pulsante Submit (oppure cliccare sulla parola che ci interessa, scegliendola dalla lista in ordine alfabetico). A questo punto basta accendere le casse del computer ed ascoltare la parola pronunciata da un madrelingua. Un altro sito di questo tipo, ma di utilizzo un poco meno immediato, è www.forvo.com.

ma di utilizzo un poco meno immediato, è www.forvo.com . Adesso concentriamoci sulle seguenti “immagini” e
ma di utilizzo un poco meno immediato, è www.forvo.com . Adesso concentriamoci sulle seguenti “immagini” e

Adesso concentriamoci sulle seguenti “immagini” e costruiamo delle frasi secondo l’esempio canino (smalldog.wordpress.com), utilizzando il vocabolario sopraelencato ed i pronomi soggetto.

+ The dog is sick / It is sick [Ricordiamo: the dog = IT]

- The dog isn’t well / It isn’t well

? Is the dog well? No, it isn’t

? Is the dog sick? Yes, it is

Guardiamo anche le interrogative negative, giusto perché potremmo incontrarle e

soprattutto perché ci aiutano a capire bene il meccanismo delle regole finora spiegate:

?- Isn’t the dog sick? Yes, it is

[Attenzione: La domanda negativa si limita ad esprimere il dubbio di chi chiede… in realtà

la risposta è uguale a quella che daremmo alla domanda posta senza la negazione.

Osserviamo: Il cane è malato? Si, lo è! /§/ Ma il cane non è malato!? Si, lo è!]

?- Isn’t the dog well? No, it isn’t

[Il cane è sano? No, non lo è! Ma il cane non è sano?! No, non lo è!]

Ora esercitiamoci…

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Questo ebook appartiene a\nGiuseppe Ferrari CLI_20120040024011

1) Immaginiamo una ragazzina seduta composta ad un piccolo banco, con la mano alzata

+ The girl is a student / She is a student (La ragazza è una studentessa)

2) Pensiamo ora ad un bimbo con giaccone, sciarpa e cappello che trema per il freddo…

+ The boy is cold / He is cold

(Il ragazzo è infreddolito = lui ha freddo)

3) Visualizziamo una coppia di sposini appena usciti dalla chiesa, ancora coperti di riso!

+ They are married

(Loro sono sposati)

4) Ecco invece un micio acciambellato sul divano…

+ It is a cat

([Esso/l’animale] è un gatto)

5) Pensiamo ad una bella giornata di sole intenso!

+ It is sunny

([Esso/il tempo] è soleggiato = c’è il sole)

6) Immaginamo infine una grande casa coloniale:

+ The house is big / It is big (La casa è grande)

Soluzioni:

THE GIRL (la ragazza). + The girl is a student / She is a student [Ricordiamo: the girl = SHE]

-

The girl isn’t a teacher / She isn’t a teacher

?

Is the girl a student? Yes, she is

?

Is the girl a teacher? No, she isn’t

?-

Isn’t she a student? Yes, she is

?-

Isn’t the girl a teacher? No, she isn’t

[Attenzione: mettiamo sempre un solo soggetto nella frase! Possiamo scegliere tra the girl

oppure she, ma non mettiamoli mai tutti e due insieme, perché significano sostanzialmente la stessa cosa!]

54

CLI_20120040024011Ferraria\nGiuseppeappartieneebookQuesto

Tenendo presente la lista di parole che abbiamo visto qualche pagina fa, ora possiamo fare ulteriore pratica con:

+ She is beautiful

+ She is young

THE BOY (il ragazzo) Il povero ragazzo ha freddo. Traduciamo letteralmente la frase inglese: THE BOY (il

ragazzo) IS (è) COLD (freddo). Ma come?! Il ragazzo è freddo? Ricordiamoci che IS vuol proprio e solamente dire E’, perché è una forma del verbo ESSERE! Ecco che già a questo

semplice livello incontriamo una delle più grandi difficoltà che si hanno quando ci si

avvicina ad una lingua straniera: noi diciamo le cose in un modo, utilizzando certe parole

(in questa frase l’italiano usa il verbo AVERE), mentre loro dicono le cose in un modo

completamente diverso, usando altre parole (in questa frase l’inglese mette praticamente

sempre il verbo ESSERE, non certo il verbo AVERE). In questi casi la traduzione letterale,

ossia parola per parola, non fa altro che confonderci e trarci in inganno! Ora terminiamo la

correzione, ma tra poco riprenderemo questo argomento per spiegarlo un poco più

approfonditamente.

+

-

?

?

?-

?-

The boy is cold / He is cold [Ricordiamo: the boy = HE]

The boy isn’t hot / He isn’t hot

Is the boy cold? Yes, he is

Is the boy hot? No, he isn’t

Isn’t he cold? Yes, he is

Isn’t the boy hot? No, he isn’t

THE MARRIED COUPLE (la coppia sposata)

+ They are married [Ricordiamo: loro = THEY]

- They aren’t single

? Are they married? Yes, they are

? Are they single? No, they aren’t ?- Aren’t they married? Yes, they are ?- Aren’t they single? No, they aren’t

Tenendo presente la lista di parole che abbiamo visto qualche pagina fa, ora possiamo fare

ulteriore pratica con:

+ They are happy

Questo ebook appartiene a\nGiuseppe Ferrari CLI_20120040024011

THE CAT (il gatto)

+ It is a cat [Ricordiamo: esso (animale) = IT]

- It isn’t a dog

? Is it a cat? Yes, it is

? Is it a dog? No, it isn’t

?- Isn’t it a cat? Yes, it is ?- Isn’t it a dog? No, it isn’t

THE WEATHER (il tempo meteorologico) Per parlare del tempo l’inglese preferisce dire che è soleggiato o nuvoloso oppure coperto, mentre l’italiano dice anche che fuori c’è il sole. Questa seconda versione, ossia una descrizione di quello che c’è in cielo, non è affatto usata in inglese per descrivere che tempo fa.

+ It is sunny [Ricordiamo: esso (una cosa) = IT]

- It isn’t cloudy

? Is it sunny? Yes, it is

? Is it cloudy? No, it isn’t ?- Isn’t it sunny? Yes, it is ?- Isn’t it cloudy? No, it isn’t

THE HOUSE (la casa)

+ It is big [Ricordiamo: essa (una cosa) = IT]

- It isn’t small

? Is it big? Yes, it is

? Is it small? No, it isn’t ?- Isn’t it big? Yes, it is ?- Isn’t it small? No, it isn’t

Torniamo ora al discorso anticipato quando abbiamo parlato del ragazzo che ha

freddo (THE BOY). Quello che ogni lingua esprime, di volta in volta, è un SIGNIFICATO.

Possiamo pensare che il significato corrisponda ad un’immagine, una specie di vignetta

nella testa di chi parla. Per esempio, l’immagine di un ragazzo che trema sotto le neve è

chiara per tutti, qualsiasi lingua queste persone parlino. Purtroppo la telepatia sembra essere

solo una bella favola; non siamo ancora capaci di vedere le immagini direttamente nella

testa delle altre persone… e non è certo il caso di andare in giro con carta e penna per

56

Questo ebook appartiene a\nGius

comunicare unicamente tramite simboli e disegni. Tra parlanti di una stessa lingua quello

che succede alla vignetta che si crea nella testa è grosso modo questo: sappiamo cosa

vogliamo esprimere ed il nostro cervello si mette alla ricerca delle parole giuste perché la

persona davanti a noi, che condivide la nostra lingua (il nostro codice per comunicare)

possa esattamente capire a quale cosa/situazione stiamo pensando. Nel cercare le parole

giuste per creare nella testa degli altri una vignetta uguale alla nostra finiamo per scartare

più o meno inconsciamente tutta una serie di parole e combinazioni che sappiamo bene non

dipingerebbero un’immagine precisa. Tra italiani per rendere l’idea del freddo, del ragazzo

che trema, difficilmente diremmo “il ragazzo prova freddo”, sebbene “provare” voglia anche dire “sentire, sperimentare” e non si può certo negare che il ragazzo stia sentendo e sperimentando la sensazione del freddo. Non diremmo nemmeno che “il ragazzo assapora freddo”, proprio come non diremmo mai “il ragazzo è freddo”. La combinazione (o COLLOCAZIONE) di parole più comune per questa vignetta è infatti “il ragazzo ha freddo”. Dicendo queste precise parole nessuno penserebbe che siamo strani o che usiamo un linguaggio assurdo (ma lo penserebbero di certo se dicessimo “il ragazzo sperimenta freddo”). Eppure, riflettiamoci un attimo… il ragazzo HA freddo? In che senso? Nel senso che POSSIEDE la sensazione del freddo? Nel senso che ha il freddo dentro una tasca? Come possiamo vedere le cose stanno così: “il ragazzo ha freddo” è la collocazione più giusta per esprimere l’idea del freddo nella lingua italiana, la collocazione (o scelta di parole) più azzeccata per farci capire da un altro italiano. Eppure quando pensiamo bene al significato delle singole parole ci rendiamo conto che non hanno molto senso. Ebbene, nelle altre lingue capita esattamente lo stesso: tra inglesi la collocazione giusta per esprimere l’idea del freddo è “the boy is cold”, con il verbo essere, che noi italiani non useremmo mai. Dicendo “the boy is cold” stiamo centrando l’obiettivo e creando nella testa degli inglesi la vignetta giusta. Se dicessimo invece “the boy has cold” (letteralmente “il ragazzo ha freddo”) i nostri amici inglesi penserebbero che siamo molto strani, che non sappiamo bene la loro lingua oppure che il ragazzo possiede qualcosa di freddo e ci siamo dimenticati di specificare di cosa si tratta. Il trucco per parlare altre lingue è capire quali sono le collocazioni/combinazioni giuste perché gli stranieri capiscano esattamente cosa vogliamo dire e quale immagine vogliamo dipingere nella mente dei nostri ascoltatori. Spesso e volentieri queste collocazioni sono casuali, apparentemente non tanto logiche e soprattutto diverse da lingua a lingua. Tradurre parola per parola a volte può servire, ma altre volte non fa altro che confonderci le idee. Ecco un ulteriore esempio: in italiano si dice “dare per scontato” quando si vuole intendere che una cosa si considera già fatta, sistemata ecc… La stessa idea

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in inglese si esprime con la collocazione “take for granted”, che tradotto in italiano parola per parola sarebbe “prendere per scontato”. L’italiano usa il verbo dare, l’inglese il verbo prendere e non c’è proprio nulla da fare: bisogna conoscere questa differenza di collocazione e sfruttarla per farsi capire, parlando quindi in modo corretto. Per imparare una lingua non occorre solo conoscere la grammatica e memorizzare il maggior numero possibile di singole parole! Imparare le collocazioni idiomatiche (ossia proprie di ogni lingua) è infatti decisamente importante… è una grossa fetta del lavoro che ogni studente deve fare. Ogni volta che cerchiamo di esprimerci in inglese dovremo quindi abbandonare le parole e collocazioni tipicamente italiane per risalire alle immagini mentali che stanno alla base della comunicazione. A questo punto dovremo pensare alle parole e collocazioni inglesi che conosciamo, per vedere se per caso ce ne fossero alcune che possono trasmettere proprio quell’immagine. Se non siamo in grado di trovarne nemmeno una di cui siamo convinti possiamo sempre consultare un dizionario, internet oppure chiedere a qualcun altro. Non dimentichiamo questo semplice concetto: I SIGNIFICATI VENGONO ESPRESSI INCARNANDOSI IN UNA SERIE DI COLLOCAZIONI CHE SONO TIPICHE DI OGNI LINGUA; QUESTE COLLOCAZIONI (O COMBINAZIONI DI PAROLE) POSSONO VARIARE ANCHE DI MOLTO DA UNA LINGUA ALL’ALTRA. Adesso che cominciamo ad avere un’idea più chiara di come funziona questo gioco linguistico vediamo di arricchire ulteriormente il nostro vocabolario. Una delle prime cose che normalmente si insegnano sono gli aggettivi di nazionalità. Sapendo che italiano si dice Italian, come potremmo chiedere ad una persona se per caso è italiana? Prima di tutto ci serve il verbo essere e ci serve alla forma interrogativa. Immaginiamo di parlare con qualcuno che abbiamo appena incontrato… siamo in Inghilterra e stiamo conversando in inglese, ma dall’accento abbiamo il sospetto che l’altra persona possa essere italiana come noi! Che ne dite di provare a chiedere: Are you Italian? Può andare? Sembra proprio di si…

Vediamo altri AGGETTIVI DI NAZIONALITA’, accompagnati dal nome del paese a cui si riferiscono (in inglese e in italiano) e dal nome che deriva dallo stesso aggettivo di nazionalità (italiano è un aggettivo, ma UN italiano è un nome, perché significa una persona italiana).

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Country

Adjective

Person

Nazione/paese in lingua italiana

(nazione/

(aggettivo di

(persona di

paese)

nazionalità)

quella

 

nazionalità)

Afghanistan

Afghan

an Afghan

Afghanistan

Argentina

Argentinian

an Argentinian

Argentina

Australia

Australian

an Australian

Australia

Austria

Austrian

an Austrian

Austria

Belgium

Belgian

a Belgian

Belgio

Brazil

Brazilian

a Brazilian

Brasile

Britain

British

a Briton

Bretagna

Canada

Canadian

a Canadian

Canada

Chile

Chilean

a Chilean

Cile

China

Chinese

a Chinese

Cina

Colombia

Colombian

a Colombian

Colombia

Croatia

Croat or

a Croat or

Croazia

Croatian

a Croatian

Cuba

Cuban

a Cuban

Cuba

Denmark

Danish

a Dane

Danimarca

Egypt

Egyptian

an Egyptian

Egitto

England

English

an

Inghilterra

Englishman/

Englishwoman

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Finnish

a Finn

Finlandia

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Francia

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Germania

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Grecia

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Dutch

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Netherlands

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Polish

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