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© 2006, Ayres Marques Pinto, Fotografo e Animatore – fototerapia@libero.

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La Fototerapia in Italia: una ri-scoperta

Ayres Marques Pinto, 2006


Non sapevo niente sull’esistenza della fototerapia quando mi è venuta in mente l’idea di
condividere il piacere di scattare delle foto con persone che attraversavano un momento
difficile della loro vita. Semplicemente ero consapevole dei cambiamenti che occorrevano
dentro di me ogni volta che uscivo portando con me la mia macchina fotografica: prestavo
più attenzione alle cose intorno a me, le emozioni diventavano più forti e si creava un
nuovo tipo di contatto visivo con le altre persone.
Basandomi su questa percezione ho elaborato il progetto Foto-Inconscio che consisteva
sostanzialmente nel coinvolgere attivamente gli ospiti di una comunità psichiatrica nei vari
momenti del processo fotografico: dalla posa allo scatto (dentro e soprattutto fuori della
comunità), dalla creazione dei loro album di famiglia alla scrittura dei racconti che ne
scaturivano; dallo sviluppo dei rullini alla stampa delle foto in camera oscura; dalla
scansione delle foto ai ritocchi delle immagini al computer; dalla scelta delle foto
all’organizzazione di una mostra.
L’idea di questo progetto è nata a Natal, nel Rio Grande do Norte, in Brasile, quando nel
1995 realizzavo la video-antologia “Um Dia – A Poesia” (Un Giorno – La Poesia), per la
Festa Nazionale della Poesia, il 14 Marzo. Il poeta visuale Dottor Franklin Capistrano è
stato il primo ad accettare l’invito a partecipare al video, facendo la sua performance nel
suo posto di lavoro: il manicomio della città.
Mentre lo psichiatra diceva i suoi poemi visivi lungo i corridoi dell’ospedale, ho notato che i
pazienti ci osservavano con curiosità e che molti di loro volevano prendere parte alla
performance. In quel periodo ho iniziato a immaginare come sarebbe stato interessante
fare un percorso fotografico insieme alle persone con disturbi mentali.
L’opportunità di concretizzare quella idea si è presentata nel 2001, quando un’amica
psicologa, Rita Messi, ha parlato del mio lavoro a Loredana Chielli, direttrice della
comunità psichiatrica Il Filo di Arianna, gestita dalla cooperativa sociale ASS.COOP di
Ancona.
Nella mia prima visita al Filo di Arianna, sono stato ricevuto da un signore molto elegante e
attento che ha ascoltato con interesse la mia proposta di progetto. Alla fine della
presentazione, il gentile signore mi ha condotto all’ufficio della direttrice. Soltanto allora ho
capito di non aver parlato con lo psichiatra ma piuttosto con un ospite della comunità.
Nell’ufficio, oltre alla direttrice, si trovavano due persone: un giovane che masticava
nervosamente le punte dei suoi capelli, e una signora fortemente truccata, dai capelli
rosso Ferrari, che parlava con una voce da baritono mentre fumava accanitamente.
Notando il mio disagio nel parlare del progetto in presenza di quelle persone strane,
Loredana me le presentò: erano due educatori.
Con meno entusiasmo ho presentato la proposta di realizzare un percorso fotografico,
“Foto-Inconscio”, insieme agli ospiti e operatori della comunità. È stato approvato.
Per due anni abbiamo girato per Ancona scattando delle foto, sviluppando dei rullini e
stampando le immagini che più tardi sarebbero state organizzate in una mostra che ha
sorpreso tutti per la sua forza e originalità.
Questa esperienza ci ha permesso di capire quanto e in quale modo gli atti del fotografare
possono avere una valenza terapeutica.
Qualsiasi attività è potenzialmente terapeutica: camminare, dormire, praticare sport,
andare al cinema, suonare uno strumento, ridere, chiacchierare; perciò, anche scattare,
guardare o mostrare delle foto può essere profondamente terapeutico, ma lo è in una
maniera molto particolare che risulta dalla propria specificità della creazione dell’immagine
fotografica.
Dato che l’immagine fotografica non è costruita manualmente, ma viene catturata
direttamente dal mondo esteriore, il fotografo è obbligato a uscire da sé, a stabilire un
contatto con la realtà e così facendo crea una connessione tra il suo mondo interiore con
quello che lo circonda. Inoltre, questo tipo di rapporto “dentro-fuori” mediato da una
macchina fotografica dà al fotografo un potere decisionale che poche altre attività possono
offrire. Il fotografo è l’unico a decidere, in mezzo ad infinite possibilità, ciò che sarà
immortalato.
Lungo questo percorso ho potuto osservare alcune persone, che di solito erano
completamente assorbite dai loro pensieri, alzare gli occhi e cominciare a guardare il
mondo, semplicemente perché portavano con sé una macchina fotografica. Ho visto delle
persone con una bassa autostima mostrare al pubblico orgogliosamente le bellissime foto
che loro stesse avevano scattato e stampato.
Una volta ho domandato a un ospite cinquantenne, F.D., che aveva trascorso gran parte
della sua vita in svariate istituzioni psichiatriche, perché a lui piaceva così tanto prendere
parte al progetto; e in quale maniera riteneva che la fotografia lo stesse aiutando. Lui mi
ha spiegato di essere sempre stato ansioso, ma quando usciva per fotografare era in
grado di passare tanto tempo a guardare attraverso il mirino e mentre aspettava il
momento esatto di scattare una foto nel modo che lui voleva, la sua ansia spariva.
“Al contrario, mi sento come se fossi sospeso nel tempo, come se non ci fosse un passato
o un futuro da preoccuparmi, ma mi sembra che ci sia soltanto il momento presente”.
F.D. si è rivelato un fotografo molto originale con un senso acuto di composizione di tipo
geometrico, nelle sue foto la città sembrava un paesaggio sempre vuoto, senza abitanti.
Ho fatto una domanda simile all’ospite più giovane della comunità, L.C., un’adolescente
che aveva abbandonato casa precocemente e che nonostante l’età aveva già un
importante vissuto alle spalle prima di trovarsi in comunità. Lei ha spiegato di aver
condotto la sua vita in una specie di simultaneità a 360 gradi: “Ho sempre voluto vedere
tutto, sperimentare tutto contemporaneamente. Quando scatto però, nonostante mi senta
libera di fotografare quello che voglio e come voglio, sono obbligata a scegliere una
piccola fetta del mondo alla volta”. Questo limite imposto dalla sua macchina fotografica le
ha fatto capire che lei poteva essere se stessa e esprimersi liberamente anche quando era
chiamata a fare i conti con le restrizioni imposte da un mezzo espressivo o, per
estensione, dalle regole della società. Per l’allestimento della mostra L.C. ha preferito
mostrare un gran numero di piccole fotografie messe insieme che formavano dei grandi
pannelli, mentre gli altri hanno preferito fare delle stampe più grandi di una piccola
selezione di foto.
Queste due persone hanno lasciato la comunità subito dopo la mostra. L.C. si è iscritta
all’università, al DAMS di Bologna. F.D. è andato a vivere per conto suo e vive una vita
normalissima, fa dei corsi di lingue straniere e viaggia in Europa, addirittura in aereo.
Non ritengo certamente che sia stata la fotografia la responsabile del lieto fine di questi
due casi, ma credo soltanto che abbia avuto un ruolo, forse importante, nel processo della
loro cura.
Fra i tanti fattori che hanno contribuito all’esito di questo primo intervento vorrei
menzionarne tre:
1. il fatto di aver rifiutato il ruolo di istruttore di fotografia. Non mi sono mai preoccupato di
insegnar loro a fotografare; al contrario, sono stato io ad aver imparato tanto da loro. Le
nozioni tecniche della fotografia venivano prese in considerazione soltanto quando loro ne
avvertivano il bisogno. Ho sempre ritenuto più importante valorizzare l’originalità e l’unicità
del loro sguardo piuttosto che insegnare loro a creare delle belle immagini per piacere agli
altri.
2. la familiarità che abbiamo con la fotografia. La fotografia è di casa per tutti noi. Siamo
stati fotografati dalla nascita, da sempre vediamo delle foto appese sui muri e la maggior
parte di noi ha almeno un paio di volte scattato qualche foto. Per questa ragione la
fotografia è più rassicurante e richiede paradossalmente una minore esposizione da parte
nostra rispetto ad altre forme di espressione molto più antiche e può rappresentare un
ponte verso la pittura (attraverso il collage per esempio), il racconto, il teatro, la danza e la
musica. La fotografia è diventata parte della nostra forma mentis; secondo Marshall
McLuhan, l’uomo del novecento vede fotograficamente.
3. la fotografia fa gruppo!
Al termine di questa prima esperienza ho avvertito la necessità di formarmi e di informarmi
sulle modalità di utilizzo della fotografia come strumento riabilitativo e terapeutico. Ho
iniziato a chiedere agli psicologi e agli psichiatri con cui lavoravo se potevano suggerire
una bibliografia su questo tema, senza ottenere alcun risultato. Ho cercato delle
informazioni presso gli amici fotografi e anche un professore di psicologia. Ma la ricerca
non mi aveva portato a nessun titolo. Mi sono rivolto a internet e ho scoperto che la
fototerapia era molto utilizzata in campo dermatologico per trattare alcune patologie della
pelle per mezzo dell’applicazione della luce. A questo punto ho cominciato a credere che
forse avevo casualmente scoperto qualcosa di nuovo, qualcosa che ho chiamato
“fototerapia attiva”.
Finché un giorno L.C. mi ha invitato a partecipare alla lezione di apertura dell’anno
accademico di Fotografia al DAMS di Bologna, tenuta dal professor Claudio Marra. Prima
di partire per Bologna, sono passato in una libreria per cercare un libro del professor
Marra. Ho visto un titolo molto interessante: “Le idee della fotografia”, pubblicato dalla
Mondadori. Questo libro raccoglie un centinaio di testi sulla fotografia scritti da filosofi,
storici, esperti della comunicazione e della semiotica, artisti, poeti, scrittori, sociologi e
anche psicologi e psichiatri. Barthes, Eco, Calvino, Valery, Sontag, Wenders, McLuhan,
Dubois e Bazin sono alcuni nomi famosi che compaiono in questa validissima antologia.
Fra questi testi si trovava anche un brano del libro “Fototerapia e Diario Clinico” di Giusti e
Proietti, pubblicato da Franco Angeli. Questo libro, che non è più in commercio, è una
guida all’utilizzo della fotografia e della scrittura in forma di diario in ambito
psicoterapeutico. Gli autori dichiarano di aver seguito le strade aperte da due studiose
della fototerapia: Linda Berman e Judy Weiser.
Il libro di Linda Berman “Beyond the Smile: The therapeutic Use of Photography” è stato
pubblicato in Italia dalla Erickson Edizioni nel 1993 col titolo “La Fototerapia in Psicologia
Clinica”. In questo libro l’autrice ripercorre il suo itinerario di scoperta e di utilizzo della
fotografia nella sua pratica di psicoterapeuta. La Berman racconta la sua esperienza e
espone le sue riflessioni che vengono sostenute da numerosi casi clinici.
Judy Weiser, psicologa americana, ha scritto il libro “PhotoTherapy Technics – Exploring
the Secrets of Personal Snapshots and Family Albums” e gestisce il sito sulla fototerapia
del phototherapy centre.
Ho trovato particolarmente interessante la distinzione proposta da Judy Weiser fra
fototerapia e fotografia terapeutica. Secondo l’autrice, il termine fototerapia dovrebbe
riferirsi soltanto all’utilizzo della fotografia come strumento coadiuvante del processo
psicoterapeutico, ossia, la fotografia in terapia all’interno di un formale setting terapeutico
nel quale una figura professionale della salute mentale aiuta un paziente a risolvere le
sue difficoltà emozionali. In altre parole, fototerapia significa fotografia in terapia.
Fotografia terapeutica a sua volta sarebbe l’uso della fotografia come terapia fatto da
professionali, non necessariamente terapeuti, al di fuori del setting terapeutico. In questo
caso, terapeutico ha lo stesso significato che i greci attribuivano alla parola “terapeia”,
cioè, cura, attenzione, trattamento. Questa nomenclatura non è universalmente
riconosciuta. Joe Spence e Rosy Martin, due importanti pioniere in questo campo, hanno
una opinione diversa rispetto alla definizione della fototerapia. Per Joe Spence fototerapia
significa “letteralmente, utilizzare la fotografia per curare noi stessi” e osserva che “la
fototerapia dovrebbe essere vista in un contesto più ampio della psicanalisi, prendendo
sempre in considerazione la possibilità della TRASFORMAZIONE ATTIVA”.
In questa prospettiva, il progetto Foto-Inconscio, realizzato presso la comunità psichiatrica
Il Filo di Arianna sarebbe considerato un intervento di fototerapia secondo la definizione di
Joe Spence e di fotografia terapeutica secondo Judy Weiser, considerandosi che le attività
non avevano luogo all’interno di un formale setting terapeutico e non servivano come
punto di partenza per la verbalizzazione di sentimenti, emozioni o ricordi. Il nostro unico
obiettivo era il piacere di trovarsi insieme per fotografare. La nostra attenzione era rivolta
alle cose e alle persone che ci circondavano, dimenticando per un momento le nostre
preoccupazioni e i pensieri quotidiani, e era precisamente questo atteggiamento che
trasformava i nostri incontri in qualcosa di terapeutico senza che fosse tuttavia terapia nel
senso formale della parola.
La ricerca bibliografica è andata avanti grazie all’impegno del bibliotecario della Biblioteca
Comunale di Loreto, Alessandro Finucci, che cercato titoli riguardanti la fototerapia presso
le biblioteche di mezzo mondo. E così è arrivata alle mie mani una raccolta di saggi che,
secondo me, rappresenta ancora oggi una guida teorica per chi desidera utilizzare la
fotografia sia in terapia che come terapia. Si tratta del libro “Phototherapy in Mental
Health”, organizzato da David A. Krauss e Jerry L. Fryrear, pubblicato dalla Charles C
Thomas Publisher. Questa opera intende “offrire una visione generale nel campo della
fototerapia, introdurre il lettore alla storia della fotografia e del suo utilizzo terapeutico,
mostrare come la fotografia viene usata in terapia e quali concetti di psicoterapia sono
maggiormente applicabili”. Questo libro mi è stato molto utile per la progettazione
dell’intervento “La Mente nel Mirino – A Spasso per la Città” realizzato presso il Centro di
Salute Mentale di Osimo, dal 2004 al 2006.
Questa iniziativa è stata caratterizzata dal lavoro di équipe, che era formata da due
psichiatri, uno psicologo, tre infermieri e da me nel ruolo di animatore socio-culturale con
esperienza in fotografia terapeutica.
La figura professionale dell’animatore socio-culturale è ancora poco conosciuta e poco
utilizzata. Questa nuova figura, il cui scopo è il benessere dei soggetti, individuali e
aggregati, si serve di specifici strumenti ludici, espressivi e di attivazione culturale. Guido
Contessa, pioniere dell’animazione italiana professionale, dimostra come l’animazione
possa far parte di un processo educativo, di un processo artistico o di un programma
terapeutico pur mantenendo la sua specificità.
La ridefinizione del mio ruolo nel lavoro di gruppo, il coordinamento del responsabile
dell’équipe, dottor Vinicio Burattini e gli incontri regolari di programmazione e valutazione
ci hanno permesso di condurre un intervento multidisciplinare in maniera consapevole e
organizzata. Il gruppo di utenti era formato da pazienti tra i 25 e i 40 anni, con disturbi
gravi, che abitavano con la loro famiglia e frequentavano il CSM di Osimo per le visite e il
trattamento ambulatoriale. Le principali attività del progetto consistevano
nell’organizzazione di spedizioni fotografiche nei paesi della Provincia di Ancona e di
Macerata e nell’elaborazione del materiale fotografico raccolto.
Il progetto si è concluso a Loreto con la mostra-seminario “150 Anni di Fototerapia”.
Professionisti di diverse aree hanno presentato e discusso le iniziative connesse alla
fototerapia realizzate nella Regione Marche. L’evento ha ricevuto il sostegno degli
Assessori ai Servizi Sociali e alla Cultura del Comune di Loreto, il Signor Francesco
Baldoni e la Signora Maria Teresa Schiavoni e ha contato sull’esperienza organizzativa
della psicologa del CSM – Ancona Nord, Dottoressa Assunta Lombardi che ha coordinato
il dibattito.
Il Professor Franco De Felice, docente di Psicologia all’Università di Urbino e presidente
della cooperativa sociale ASS.COOP, ha fatto alcune considerazioni sul progetto Foto-
Inconscio, realizzato presso la comunità Il Filo di Arianna e ha parlato delle tesi di laurea
sulla fototerapia di cui è stato relatore presso l’Università di Urbino.
Il Dottor Vinicio Burattini ha analizzato alcuni aspetti del programma riabilitativo “La Mente
nel Mirino – A Spasso per la Città” del Centro di Salute Mentale di Osimo.
In questa occasione ho presentato il libro che avevo pubblicato l’anno prima: “Il Volto e la
Voce del Tempo” (Associazione BrasiLeMarche). Il libro raccoglie varie esperienze in cui la
fotografia è stata utilizzata allo scopo di costruire ponti generazionali per avvicinare
persone di differenti età. In una delle iniziative raccontate, gli studenti della scuola media
ricevevano delle foto di anziani residenti in case di riposo e erano stimolati a scrivere la
biografia immaginaria delle persone di cui conoscevano soltanto il volto. In un secondo
momento, “biografi e biografati” si incontravano di persona per la prima volta, ma si
sentivano già come se fossero vecchi amici.
La mostra-seminario “150 Anni di Fototerapia” ha rappresentato un importante incentivo
alla formazione del Gruppo di Ricerca sulla Fototerapia (GRIFO).
Alla conclusione del seminario, una giovane psicologa si è avvicinata per commentare la
sua sorpresa nello scoprire che la fototerapia esisteva da tanto tempo e non riusciva a
nascondere il proprio disappunto nel constatare che la fototerapia non era una sua
invenzione. La capivo molto bene, visto che anch’io avevo provato questo sentimento
alcuni anni prima. Credo che ancora oggi molte persone non sappiano che il 22 maggio
1856, il Dottor Hugh Welch Diamond, fotografo amatore e psichiatra nel manicomio di
Surrey, presentava alla Royal Society of Medicine, a Londra, la sua relazione sulle
possibilità di applicazione della fotografia nel trattamento di pazienti psichiatrici. Hugh
Diamond ha avuto l’idea di valersi del nuovo strumento tecnologico, la fotografia, per
documentare con maggior precisione i casi di patologie mentali. Lo psichiatra inglese ha
notato che alcuni pazienti rispondevano all’osservazione delle loro fotografie in maniera
sorprendente: diventavano più consapevoli della loro identità fisica e prestavano più
attenzione alla loro apparenza, poiché la loro autostima era rafforzata ogni volta che
vedevano una loro foto in cui “stavano bene”. Le fotografie fatte da Hugh Diamond, la sua
relazione e i disegni ispirati alle sue foto sono stati pubblicati nel libro “The Face of
Madness”, organizzato da Sander L. Gilman, 1997, pubblicato dalla Citadel Press.
Spero comunque che molte altre persone, in tutto il pianeta, continuino a ri-scoprire la
fototerapia per molti e molti anni. È con questo spirito che propongo il brindisi:
Fototerapeuti di tutto il mondo, unitevi!
Loreto, 22 maggio 2006
Ayres Marques Pinto – Fotografo e Animatore
fototerapia@libero.it