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Programma Diritto

Programma di diritto internazionale

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CAPITOLO 1 - I CARATTERI PRINCIPALI DELL’ORDINAMENTO GIURIDICO INTERNAZIONALE

1. soggetti e attori

Nella società internazionale gli Stati sono i soggetti primari, mentre gli individui svolgono un ruolo
secondario. Gli Stati, tuttavia, possono agire solo tramite individui: un trattato ad esempio, viene negoziato
da agenti diplomatici di due stati e firmato dai rispettivi ministri degli affari esteri. Ciò che si manifesta è il
fenomeno della persona fittizia, ossia il fenomeno per il quale un individuo agisce non a titolo personale,
ma per esprimere pensieri, volizioni di gruppi di individui o intere collettività umane.

Ci sono poi altri soggetti che, a differenza degli Stati, hanno una limitata capacità giuridica, cioè una limitata
capacità di divenire centri di imputazione di diritti e obblighi internazionali. Questi altri soggetti sono:

- Insorti nel corso di conflitti armati non internazionali: gruppo organizzato di individui che combatte
contro il governo di uno stato per raggiungere determinati fini politici. Insorti e Stati sono i soggetti
tradizionali della società internazionale, nel senso che sono stati i protagonisti della vita di questa
comunità sin dalle sue origini, a differenza dei tre soggetti che seguono (hanno acquisito uno status
internazionale solo nel corso del XX secolo).
- Movimenti di liberazione nazionale: le ragioni dell’attribuzione di uno status internazionale sono di
natura ideologica e hanno a che fare con l’affermazione del principio di autodeterminazione dei
popoli. I MLN rappresentano infatti i popoli in lotta per liberarsi da un dominio coloniale ad
esempio.
- Organizzazioni internazionali: l’attribuzione della soggettività internazionale alle organizzazioni
internazionali ha una ragione pratica, cioè il fatto che gli stati hanno preferito rinunciare alla
gestione individuale di alcune problematiche in favore della creazione di enti cui attribuire il
compito di gestire tali questioni. Quindi le organizzazioni internazionali si sono diffuse proprio
grazie a questo e la loro attività oggi è fondamentale per l’applicazione e il monitoraggio del
rispetto delle regole.
- Individui: anche in questo caso l’attribuzione della soggettività internazionale è di natura
ideologica, ovvero un’ideologia liberaldemocratica di matrice occidentale. I paesi occidentali (in
primis USA) hanno infatti promosso la dottrina dei diritti umani che ha condotto gli Stati a conferire
agli individui il diritto di presentare reclami ad organi internazionali, per lamentare la violazione dei
loro diritti umani da parte di uno Stato. Alla dottrina dei diritti umani si sono poi affiancate nuove
ideologie che proclamano il pieno rispetto di valori fondamentali come ad esempio la pace. In
conseguenza di queste ideologie, nel diritto internazionale si sono gradualmente affermate norme
che impongono direttamente, a carico degli individui, determinati obblighi giuridici i quali
impongono a tutti gli individui il divieto di compiere crimini internazionali.

Altri attori sulla scena internazionale:

- ONG: associazioni private costituite da cittadini di paesi diversi con lo scopo di perseguire, senza fini
di lucro, finalità di interesse comune per la società civile.
- Imprese multinazionali: società che operano in diversi paesi e che hanno un impatto notevole
sull’economia e sugli scambi commerciali
- Movimenti e organizzazioni di stampo terroristico: al-qaida ad esempio, quindi organizzazioni che
agiscono in totale disprezzo del diritto internazionale e che hanno tra i loro obiettivi la
destabilizzazione delle relazioni internazionali. Per questo sono sottoposti a condanne e sanzioni.
2. la natura frammentata della società internazionale e il decentramento delle principali funzioni
dell’ordinamento

Gli stati moderni (fine medioevo) possedevano un modello comune basato sul divieto dell’uso della
forza fra i membri della comunità e sul monopolio dell’uso legittimo della forza da parte dell’apparato
di governo. Le tre principali attività tipiche di ogni ordinamento giuridico (produzione, accertamento e
attuazione del diritto) furono affidate ad organi centrali:

- Sovrano: produzione delle leggi


- Tribunali: accertamento delle violazioni del diritto
- Corpi speciali di funzionari (agenti di polizia): vegliare sull’attuazione coercitiva del diritto.

Si trattava di vere e proprie funzioni poiché tutte le attività dovevano essere svolte nell’interesse
dell’intera comunità.

Nella società internazionale nessuno Stato è finora riuscito a esercitare un potere così diffuso e
duraturo da imporre la propria volontà agli altri membri della società internazionale. Il potere è
frammentato e disperso e quindi non essendosi ancora affermato un apparato istituzionale
centralizzato, le relazioni internazionali si svolgono a livello orizzontale: le attività di produzione,
accertamento e attuazione del diritto sono decentrate, cioè spettano a ogni stato:

- Decentramento dell’attività di produzione normativa: ciascuno stato può creare o modificare


norme giuridiche.
- Decentramento dell’attività di accertamento e attuazione coercitiva del diritto: nella società
internazionale non c’è alcun organo internazionale munito di giurisdizione generale cui gli Stati
siano obbligati a sottoporre le proprie controversie. Gli Stati sono anzi liberi di non risolvere
affatto le loro controversie.

Gli Stati quindi non agiscono per il perseguimento degli interessi dell’intera comunità, bensì per quelli
propri→ le tre attività di produzione, accertamento e attuazione del diritto non costituiscono una funzione,
come invece abbiamo visto negli stati moderni (ordinamenti giuridici interni).

Alla fine della seconda guerra mondiale si è però voluto limitare l’uso lecito della forza armata: la Carta
delle Nazioni Unite ha imposto agli Stati il divieto della minaccia e dell’uso della forza nelle loro relazioni
internazionali.

3. la responsabilità per fatto illecito

Negli ordinamenti giuridici interni (Stati) prevale la nozione di responsabilità personale: la violazione di una
norma giuridica è attribuita alla persona fisica.

Nella società internazionale parliamo di responsabilità collettiva: l’intera comunità cui appartiene l’organo
di uno stato che commette un illecito internazionale sarà chiamata a rispondere dell’illecito subendone le
conseguenze sfavorevoli. Alla fine del XIX secolo però, si è iniziato a ritenere che alcune categorie di illeciti
internazionali (crimini di guerra, genocidi) comportavano la responsabilità penale individuale degli autori.
4. i rapporti tra l’ordinamento internazionale e gli ordinamenti giuridici interni

Le norme internazionali per essere concretamente applicate dagli Stati, necessitano di essere recepite dagli
ordinamenti interni, ossia “trasformate” in norme nazionali. Ciò consente agli Stati di mantenere il controllo
sugli individui sottoposti alla propria giurisdizione, decidendo se, e in che misura, le norme internazionali
possono essere applicabili all’interno dell’ordinamento. È chiaro quindi che il diritto internazionale non può
funzionare senza gli ordinamenti giuridici nazionali. Ma a volte possono sorgere conflitti tra gli obblighi
dell’ordinamento internazionale e quelli dell’ordinamento interno, in questo caso il giudice nazionale deve
fare due cose:

- Interpretazione conforme/protezione equivalente: conciliare il rispetto dei diversi obblighi


- Teoria dei controlimiti: porre una barriera a protezione dei principi fondamentali qualora vi sia
il rischio di immettere nell’ordinamento interno una norma che ne pregiudichi il rispetto.

5. il ruolo e l’evoluzione del principio di effettività

Il diritto internazionale è un ordinamento giuridico realistico e pragmatico, che tiene conto cioè dei
rapporti di potere esistenti e si sforza di tradurli in norme giuridiche. Esso è largamente basato sul principio
di effettività, secondo il quale soltanto le pretese e le situazioni solidamente costituite nella realtà
acquistano rilevanza giuridica. Tutto ciò deriva dal fatto che nella società internazionale vi è un’accentuata
dispersione del potere e quindi non c’è un’autorità superiore idonea a legittimare nuove situazioni. Il
sistema giuridico internazionale deve quindi fare affidamento su situazioni effettive quale principale
parametro per valutare, e dunque legittimare, nuovi fatti. In seguito alla prima guerra mondiale, si è cercato
di far prevalere la legalità sulla forza o autorità di fatto grazie alla dottrina Stimson, che stabiliva il principio
del non riconoscimento dei mutamenti territoriali imposti con la forza. Ciononostante, seppure
parzialmente ridimensionato rispetto al passato, il principio di effettività continua a svolgere
nell’ordinamento internazionale un ruolo di grande rilievo.

6. reciprocità e norme a tutela di interessi collettivi

Le norme internazionali regolano il comportamento degli Stati. Tali norme, anche quando si indirizzano ad
una pluralità di soggetti, in concreto operano a livello bilaterale, applicandosi nei rapporti reciproci fra una
coppia di Stati: queste norme vengono dette di natura sinallagmatica. Un’eccezione era costituita dalla
norma sulla pirateria: ogni Stato era autorizzato a ricercare e catturare in alto mare le navi che compivano
atti di pirateria, qualunque fosse la nazionalità delle navi pirata o di quelle che ne subivano gli attacchi.
Quindi in questo caso, gli Stati agivano per la tutela di un interesse comune, cioè quello di combattere un
pericolo. Anche se oggi l’ordinamento giuridico internazionale è basato largamente su norme basate sulla
reciprocità, esistono alcune norme che non si basano sulla reciprocità. Questa categoria di norme si è
formata a seguito dell’emergere di nuovi valori, che la comunità internazionale ritiene degni di protezione.
Le norme in questione pongono obblighi erga omnes, ossia obblighi che presentano queste caratteristiche:

- Proteggono valori fondamentali per la società internazionale


- Sono di natura solidale: incombono su ogni membro della società internazionale
- Ad essi corrisponde un diritto sostanziale che appartiene a ogni membro della società
internazionale
- L’azione a tutela di tale diritto è esercitata per conto di tutta la società internazionale

Quindi, l’insieme di norme internazionali che pongo obblighi erga omnes tutelano i beni e i valori di tutta
l’umanità, davanti ai quali devono cedere gli interessi e le singole pretese di ciascuno Stato.
Tali valor fondamentali possono essere concretamente tutelati ricorrendo a mezzi tradizionali di attuazione
del diritto come pressioni diplomatiche, ritorsioni ecc. In caso di violazione dell’obbligo di garantire il
rispetto dei diritti umani fondamentali, ogni Stato ha il diritto di reagire attraverso proteste diplomatiche,
condanne, disapprovazioni. Oggi però, c’è scarso ricorso ai meccanismi di tutela degli obblighi erga omnes
perché gli Stati, sebbene legittimati ad agire nell’interesse dell’intera comunità internazionale, di solito
preferiscono non occuparsi di questioni interne ad altri Stati. Essi preferiscono esercitare il loro diritto ad
agire solo ove siano in gioco i propri interessi economici o politici.

7. il diritto internazionale contemporaneo

Dalla seconda guerra mondiale il diritto internazionale ha subito importanti trasformazioni: la rete di
trattati che vincolano i membri della comunità internazionale è diventata sempre più fitta, restringendo la
sfera di libertà degli Stati, infatti gli Stati non sono più liberi di usare la forza armata come strumento di
politica estera perché è importante mantenere la pace e la sicurezza internazionale. Di solito però, gli
istituti giuridici tradizionali coesistono con quelli di nuova formazione per un periodo limitato e vengono poi
sostituiti dalle nuove istituzioni. Nella società internazionale questa sostituzione non si è realizzata e quindi
convivono due modelli differenti:

- Tradizionale/groziano: fondato su una visione statalista delle relazioni internazionali,


caratterizzato da regole che mirano ad assicurare la coesistenza e la cooperazione tra Stati
sovrani, ciascuno dei quali agisce per la realizzazione dei propri interessi.

Kantiano/universalistico/cosmopolitico: espressione delle tendenze evolutive contemporanee del diritto


internazionale, pone l’accento sulla solidarietà transnazionale, cioè lo ius cosmopoliticum

CAPITOLO 3 – LO STATO E LE DINAMICHE DELLA STATUALITA’

1. lo Stato come soggetto di diritto internazionale

Uno Stato è soggetto all’ordinamento giuridico internazionale quando possiede:

- Un popolo.
- Un territorio.
- Un apparato di governo che esercita la propria potestà d’imperio, a titolo originario (cioè in modo
autonomo e indipendente da qualsiasi altro Stato), su una data comunità territoriale.

Il diritto di esercitare in via esclusiva il potere di un governo su una comunità territoriale è definito come
sovranità interna, mentre per indicare il requisito dell’indipendenza ci riferiamo alla sovranità esterna.
Nella società internazionale infatti, uno Stato è necessariamente indipendente, cioè capace di provvedere
al proprio benessere e sviluppo senza alcuna interferenza da parte degli altri Stati. L’indipendenza è un
attributo indispensabile della sovranità esterna e implica che lo Stato non sia sottoposto ad alcuna autorità
superiore. Non possono quindi essere considerati Stati ai sensi del diritto internazionale gli Stati membri di
Stati federali perché difettano del requisito dell’indipendenza nelle loro relazioni esterne. In questo caso
quindi il soggetto delle diritto internazionale è solo lo stato centrale, come nel caso degli Stati Uniti.

2. le dinamiche della statualità: la successione in fatto

- Successione in fatto tra Stati: sostituzione di uno Stato con un altro nell’esercizio della potestà
d’imperio su una comunità territoriale.
- Successione in fatto totale: estinzione dello Stato sul cui territorio avviene il cambiamento di
sovranità e la formazione di uno o più nuovi Stati.
- Successione in fatto parziale: mutamenti di sovranità su parti del territorio di uno Stato
preesistente senza comportare l’estinzione di tale Stato.

Ci sono diverse categorie di mutamenti territoriali:

- Unificazione/fusione: si verifica quando due o più Stati preesistenti si estinguono per formare un
unico nuovo Stato.
- Smembramento/dissoluzione: uno Stato viene smembrato per dare vita a due o più Stati nuovi (es.
fine degli imperi quando cadono e vengono divisi).
- Incorporazione totale: quando uno Stato estende la propria sovranità sul territorio di uno Stato
preesistente che si estingue.
- Incorporazione parziale: quando uno Stato estende la propria sovranità su una parte di territorio di
uno Stato preesistente che perde la propria sovranità solo su quella porzione di territorio.
- Distacco/secessione: quando una parte di territorio di separa da uno Stato preesistente per
dichiararsi indipendente e formare un nuovo Stato o per unirsi a un altro Stato. Molto spesso
avviene a seguito di aspre guerre civili, ma ci sono casi in cui la secessione è effettuata
pacificamente→ secessione democratica: si tratta di una secessione legittima perché viene
sostenuta dalla volontà popolare espressa tramite referendum e successivamente negoziata con il
governo centrale. È stata formulata anche la teoria della secessione rimedio: riguarda le minoranze
residenti in Stati che le escludono dalla vita sociale ed economica e che viola i loro diritti. Sono
minoranze che quindi avrebbero il diritto di lottare per la propria autodeterminazione, ma il
principio di autodeterminazione dei popoli prevede che solo tre categorie di popoli (popoli
sottoposti a dominio coloniale, a occupazione straniera o a governo di stampo razzista) siano
titolari del diritto di autodeterminarsi e quindi a mettere in atto una secessione. Quindi non
possiamo ancora dire che ci sia una norma internazionale che rende lecita la secessione rimedio.

È difficile capire a quale mutamento territoriale corrisponde un determinato mutamento di sovranità,


quindi vediamo alcuni casi:

- Si ha incorporazione quando a seguito del cambiamento di sovranità nel governo di un territorio, vi


è uno Stato che presenta la medesima organizzazione di governo di uno degli Stati precedenti.
- Si ha fusione quando a seguito del cambiamento di sovranità nel governo di un territorio, NON vi è
alcuno Stato che presenta la medesima organizzazione di governo di uno degli Stati precedenti.
- Si ha secessione quando a seguito della perdita di sovranità su parti rilevanti del territorio, è
possibile individuare uno Stato residuo che mantenga inalterata l’organizzazione di governo dello
Stato preesistente.
- Si ha smembramento quando tra gli Stati residui non c’è nessuno che continui l’organizzazione du
governo dello Stato preesistente.

3.1 l’estensione della sovranità oltre il territorio originario dello Stato

In passato si verificava abitualmente l’occupazione di una porzione di terra non appartenente ad alcuno
Stato (terrae nullius). Con l’emergere del divieto assoluto dell’uso della forza però, oggi si è affermata
l’illiceità (=illegalità) della dottrina di occupazione di terrae nullius. Numerosi documenti internazionali
confermano infatti che l’annessione di un territorio conquistato con la forza non può più costituire un titolo
valido di acquisto di sovranità di esso e quindi nessuna acquisizione territoriale derivante dalla minaccia o
dall’uso della forza sarà riconosciuta come lecita. L’eventuale annessione di territorio realizzata da uno
Stato con l’uso della forza armata deve quindi essere considerata priva di effetti giuridici. Siamo infatti qui
in presenza di un caso in cui il principio di effettività cede il passo all’affermazione di valori fondamentali
della comunità internazione come appunto il divieto all’uso della forza armata.

L’annessione avvenuta grazie alla forza armata è però diversa dall’occupazione militare del territorio,
perché quest’ultima è regolata dal diritto internazionale dei conflitti armati (ius in bello) e dà origine a
determinati diritti e obblighi della potenza occupante sul territorio occupato; non dà però luogo al
trasferimento di sovranità.

Quanto alla perdita di sovranità da parte di uno Stato su un territorio, avviene quando uno Stato subentra
ad un altro nel governo di un territorio in maniera conforme alle norme fondamentali della comunità
internazionale. Ipotesi di perdita della sovranità:

- Nel caso in cui uno Stato che vanta un titolo di sovranità su un certo territorio manchi di reagire alla
condotta di un altro Stato a titolo di sovrano. In questo caso si realizza una situazione simile
all’usucapione nel diritto interno (acquisto della proprietà di una cosa mediante il possesso della
cosa stessa per un determinato periodo di tempo)
- A seguito di rinuncia: lo Stato rende definitiva la perdita di controllo su un territorio.

3.2 controllo effettivo del territorio e crescente rilevanza del principio di legalità

Affinchè uno Stato possa essere considerato soggetto di diritto internazionale il governo deve esercitare un
controllo effettivo sul suo territorio. Ma ci sono delle eccezioni:

- Governi in esilio: in questi casi, la soggettività internazionale riposa su una fictio iuris, giustificata
dalla possibilità che questi governi riacquistino il dominio sul territorio. Nell’ipotesi in cui tale
prospettiva venga a mancare, la personalità giuridica viene negata a questi governi.
- Stati fantoccio: enti formalmente indipendenti, ma sostanzialmente alle dipendenze di un altro
Stato il quale crea questo Stato fantoccio allo scopo di non vedersi attribuiti gli illeciti commessi in
quel territorio e ai danni di quella popolazione.

In certi casi vediamo la prevalenza del principio di legalità: possono esservi casi estremi in cui uno Stato
possiede tutti i requisiti necessari per essere soggetto di diritto internazionale, ma non viene riconosciuto
dalla maggior parte dei membri della società internazionale per aver compiuto fatti incompatibili con i
valori della società internazionale odierna, es. alcuni stati non riconobbero la Rhodesia del sud a causa della
sua politica razzista.

Caso dello Stato di Palestina: ancora oggi è difficile parlare di uno stato palestinese perché lo status di
Gerusalemme resta conteso; perché Israele non ha posto fine all’espansione degli insediamenti nei territori
palestinesi; perché le questioni relative alla politica estera e alla sicurezza dei confini sono materia di
competenza di Israele e quindi i poteri della Palestina sono limitati.

4.1 il valore del riconoscimento

A volte può risultare difficile stabilire se un determinato ente costituisca uno Stato ai sensi del diritto
internazionale. In queste situazioni può essere utile valutare l’atteggiamento degli Stati preesistenti e
vedere se hanno o meno riconosciuto quell’ente come Stato. L’atto di riconoscimento però ha solo valore
dichiarativo e non è costitutivo della personalità giuridica di uno Stato, anche se alcuni autori sostengono la
teoria del riconoscimento costitutivo secondo cui uno Stato, anche se effettivamente esistente, sarebbe
dotato di personalità giuridica solo se riconosciuto da Stati preesistenti. Questa teoria però non funziona:

- Contrasta il principio di effettività


- Contrasta il principio di uguaglianza sovrana degli Stati: secondo la teoria del riconoscimento
costitutivo infatti, gli Stati preesistenti eserciterebbero un potere di ammissione decidendo quali
Stati far entrare nella comunità internazionale
- Implica che un certo ente possa essere dotato di personalità giuridica solo nei confronti degli Stati
che lo hanno riconosciuto.

4.2 il ruolo del riconoscimento nei casi controversi

Alcuni Stati richiedono la presenza di altri requisiti prima di procedere al riconoscimento. Negli anni 30 ad
esempio, alcuni Stati cominciarono a richiedere che il nuovo Stato non avesse violato alcune regole
fondamentali della società internazionale. (es. divieto al ricorso alla guerra) e quindi nell’ipotesi in cui
questi valori fossero calpestati, il riconoscimento era negato. Più recentemente alcuni Stati hanno
cominciato a porre il rispetto dei diritti umani e dei diritti delle minoranze come ulteriore condizione per il
riconoscimento (riconoscimento condizionato). Il altri casi invece si può parlare di riconoscimento
prematuro, cioè effettuato prima che le necessarie condizioni di fatto per l’acquisto della personalità
giuridica si siano realizzate e quindi può equivalere ad un’illegittima ingerenza (intromissione) negli affari
interni dello Stato interessato.

I nuovi Stati, soprattutto se si sono formati a seguito di un mutamento pacifico, difficilmente riescono ad
ottenere in breve tempo il riconoscimento da parte di tutti gli Stati. Di solito, solo alcuni Stati accordano
subito il riconoscimento e quindi entrano in relazione con il nuovo Stato. Gli altri Stati possono invece
decidere di restare in disparte, atteggiamento dettato da motivazione di ordine politico (es. difetto di
affinità ideologiche con il nuovo Stato). In tale ipotesi, il nuovo Stato non potrà intrattenere rapporti con gli
Stati che non lo abbiano riconosciuto, ma ciò non significa che il nuovo Stato sia privo di personalità
giuridica nei confronti degli Stati che non abbiano proceduto al riconoscimento (es. anche gli Stati che
hanno negato il riconoscimento sono obbligati a rispettare il mare territoriale del nuovo Stato).

Il caso del Kosovo: il Kosovo ha dichiarato unilateralmente la propria indipendenza dalla Serbia nel 2008,
oltre 100 Stati hanno ad oggi proceduto al riconoscimento del Kosovo come Stato indipendente.
Ultimamente però alcuni stati, su pressione della Serbia e della Federazione Russa, hanno revocato il
riconoscimento precedentemente accordato al Kosovo. Casi simili risalenti al passato, dimostrano che la
situazione si sblocca quando il nuovo Stato viene riconosciuto dallo Stato dal quale si è distaccato (es.
Bangladesh riconosciuto dal Pakistan). Un caso contrario invece è quello del Taiwan che no può
intrattenere relazioni internazionale con altri Stati perché la Cina insiste nel considerare tale territorio come
ancora sottoposto alla propria sovranità territoriale. Un caso limite è invece rappresentato dal Somaliland,
un ente che ha dichiarato la propria indipendenza dalla Somalia ma ad oggi non è stato ancora riconosciuto
da nessuno Stato e per la comunità internazionale continua ad essere una regione dello Stato federale
Somalo. Ciò è dovuto al fatto che il riconoscimento di un nuovo Stato nella regione possa essere la minaccia
per altri tentativi di sessione e portare quindi alla disgregazione della Somalia, quindi in assenza di totale
riconoscimento, da parte di altri Stati, è impossibile considerare il Somaliland uno Stato. Interessante anche
il caso dello Stato islamico, un gruppo armato di matrice terroristica attivo nei territori di Iraq e Siria: non è
mai stato riconosciuto da nessuno Stato neanche come movimento insurrezionale, a causa del suo agire in
totale spregio di qualsiasi norma di diritto internazionale; anzi, la sua stessa esistenza è considerata una
minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale.
5. mutamenti extracostituzionali o rivoluzionari di governi

I cambiamenti rivoluzionari o extracostituzionali (es. guerra civile, colpo di stato) di governo non hanno
incidenza sulla personalità giuridica di uno Stato, di conseguenza lo Stato che subisce tali cambiamenti è
vincolato dagli atti internazionali posti in essere dal governo precedente. Quindi in tali situazioni sorge il
problema di verificare se le attività poste in essere dal governo preesistente e gli obblighi giuridici che ne
derivano vincolano il nuovo governo che è risultato vittorioso (es. Tinoco in Costa Rica aveva rovesciato il
governo e proclamato una nuova costituzione, ma dopo pochi anni il suo governo crollò e venne instaurato
quello precedente che però era vincolato dai contratti stabiliti da Tinoco in passato). Per gli Stati terzi si
pone il problema di stabilire se procedere al riconoscimento del nuovo governo: solo il riconoscimento di
un nuovo governo come governo de iure di un determinato paese comporta che il governo riconosciuto è il
solo e unico interlocutore e rappresentante dello stato nelle relazioni internazionali. Anche il
riconoscimento di governi è effettuato non solo sulla base del principio di effettività, ma anche del principio
di legittimità. È il caso del doppio governo di Venezuela, in cui la legittimità del governo di Maduro fu
contestata dalle forze di opposizione e per questo Guaidò decise di assumere la presidenza ad interim
(carica assunta provvisoriamente) in vista della convocazione di altre elezioni. Diversi Stati inoltre hanno
riconosciuto come governo legittimo quello di Guaidò in base a considerazioni ispirate alla tutela dei valori
democratici.

6. la dimensione interna della sovranità statale

Sovranità: diritto di esercitare in via esclusiva, entro una data porzione del globo, le funzioni dello Stato. La
sovranità comprende ampi poteri e diritti, tra cui il potere di imperio sugli individui ed i beni situati sul
territorio dello Stato, definito come “giurisdizione”. La giurisdizione può essere di diversi tipi:

- Jurisdiction to prescribe: imposizione di regole vincolanti.


- Jurisdiction to adjudicate: potere di risolvere le controversie in maniera vincolante.
- Jurisdiction to enforce: potere di garantire l’esecuzione coercitiva del diritto.

In secondo luogo, la sovranità implica che ogni Stato ha il potere di utilizzare e disporre liberamente del
proprio territorio, compiendo tutte le attività considerate necessarie per la popolazione. Un limite a questo
potere discende dall’obbligo di ogni Stato di non consentire l’uso del proprio territorio per il compimento di
atti che violino i diritti di altri Stati. Attualmente quest’obbligo ha una specificazione anche per quanto
riguarda la tutela dell’ambiente: gli Stati devono garantire che le attività svolte sotto il proprio controllo
rispettino l’ambiente degli altri Stati.

In terzo luogo, la sovranità implica che gli Stati hanno il diritto di darsi la forma di governo che
preferiscono. Non pare quindi che sia affermato l’obbligo per gli Stati di dotarsi si un’organizzazione di
governo democratica, ma ciò non significa che non vi siano sforzi da parte della comunità internazionale e
dell’ONU per favorire i processi di democratizzazione: l’ONU ad esempio è da tempo attivo nel prestare
massima assistenza agli Stati in transizione verso un sistema democratico.

7. la dimensione esterna della sovranità statale

Il diritto internazionale tradizionale consisteva di norme volte principalmente ad assicurare la coesistenza


degli Stati, nel rispetto della loro sovranità. A partire dal 1945 si parla esplicitamente di sovrana
uguaglianza degli Stati. Il principio che postula l’uguaglianza giuridica degli Stati è stato infatti affermato
anche dalla Carta delle Nazioni Unite. Il concetto di uguaglianza implica che nessun membro della società
internazionale può essere posto in posizione di svantaggio: tutti devono essere trattati su un piano di
parità. Il principio di uguaglianza sovrana di tutti i membri della Carta delle Nazioni Unite fu adottato ma
con qualche opposizione: il delegato belga osservò che la composizione del Consiglio di Sicurezza
attribuisce un seggio permanente ai “cinque grandi” per questo riteneva ironico parlare di uguaglianza dei
membri. Per questo, è evidente che si tratta di uguaglianza formale e non è un’uguaglianza sostanziale. Ci
sono varie norme che garantiscono il rispetto reciproco della sovranità degli Stati:

- Rispetto della sovranità territoriale: norma che obbliga gli Stati ad astenersi dallo svolgere funzioni
pubbliche in territorio altrui senza il consenso dello Stato territoriale, come avvenne per Adolph
Eichmann (ufficiale delle SS) rapito in Argentina da agenti israeliani senza il consenso dell’Argentina;
oppure Abu Omar catturato in Italia da agenti della CIA.
- Immunità giurisdizionale degli Stati esteri: norma che impone a tutti gli Stati di astenersi
dall’esercizio della propria giurisdizione nei confronti degli altri Stati: gli Stati non devono interferire
nell’applicazione delle leggi di un altro Stato, specialmente quando si tratta di atti iure imperii (atti
pubblici).
- Immunità giurisdizionale degli organi di Stati esteri: norma che attribuisce agli Stati il diritto di
pretendere per i propri organi l’immunità dalla giurisdizione civile e penale degli Stati esteri: le
attività poste in essere dagli organi dello Stato devono essere imputate allo Stato stesso, quindi se
l’organo di uno Stato compie un illecito internazionale non devono essere gli altri Stati a giudicarlo.
- Principio di non ingerenza: vieta agli Stati di attuare interventi volti a influenzare le scelte politiche
degli altri Stati.
- Divieto di assistenza ai ribelli: quando un’insurrezione scoppia all’interno di uno Stato, gli altri Stati
devono astenersi dall’aiutare i ribelli.

CAPITOLO 6 – INSORTI, MOVIMENTI DI LIBERAZIONE NAZIONALE E ALTRI ENTI

1. insorti e gruppi armati non statali

Capita spesso che i gruppi insurrezionali che riescono ad acquisire il controllo su una parte del territorio
reclamino una qualche forma di soggettività internazionale. Gli insorti però, originano una sorta di “ferita”
all’interno della comunità statale e per questo hanno difficoltà ad essere accettati dalla società
internazionale. Gli Stati, infatti, sono tradizionalmente ostili agli insorti, dato che questi ultimi cercano di
rovesciare il governo legittimo. Gli Stati tendono a trattare le insurrezioni come affari interni e quindi
negano ai ribelli qualsiasi soggettività internazionale. Per gli Stati terzi c’è il divieto di appoggiare
militarmente gli insorti, ma possono però prestare assistenza al governo legittimo. Questo divieto è stato
però frequentemente infranto (es. movimento anti-Gheddafi in Libia).

1.1 la soggettività degli insorti

Requisiti necessari affinchè un gruppo insurrezionale possa essere considerato soggetto di diritto
internazionale:

- Controllo effettivo di una parte di territorio dello Stato in cui si svolge l’insurrezione.

- Il gruppo armato non statale deve essere dotato di un apparato organizzativo responsabile delle
attività dei membri del gruppo.

Notiamo la rilevanza del criterio di effettività al fine di considerare gli insorti come soggetti di diritto
internazionale e spetta agli Stati, fra cui lo Stato nel quale si svolge la guerra civile, verificare la sussistenza
di questi requisiti. Tuttavia, l’esistenza degli insorti come soggetti di diritto internazionale dipende anche
dall’atteggiamento degli Stati preesistenti e quindi dal riconoscimento: se tutti gli Stati decidono che il
gruppo insurrezionale è privo dei requisiti necessari, esso non potrà essere considerato soggetto di diritto
internazionale. Poiché la comunità internazionale è divisa dotto il profilo ideologico e politico, ogni
movimento insurrezionale può solitamente contare sull’appoggio di uno o più Stati anche per ragioni
strategico-militari: ci sarà sempre qualche stato disposto a riconoscere un gruppo insurrezionale. A volte
può capitare che gli Stati in cui sorgono i gruppi insurrezionali siano disposti a riconoscerli quando sui
territori da loro (gruppi insurrezionali) controllati vivono cittadini stranieri, in modo tale la protezione degli
stranieri diventa responsabilità del gruppo insurrezionale e non più del governo legittimo. Il gruppo
insurrezionale ha natura provvisoria:

- Se vittorioso o andrà al potere sostituendo il governo preesistente, o costituirà un nuovo Stato o si


fonderà con un altro Stato.

- Se perdente si estinguerà e perderà la soggettività giuridica.

1.2 le norme internazionali applicabili agli insorti

Le norme internazionali applicabili agli insorti sono poche

- Regole in materia di condotta delle ostilità contro il governo legittimo: alcune di esse hanno natura
consuetudinaria come ad es. le norme sulla protezione dei civili.

- Regole in materia di mezzi e metodi di combattimento.

- Regole sulla responsabilità pensale per le violazioni gravi del diritto umanitario: queste violazioni
possono rappresentare quindi dei crimini di guerra.

I ribelli possono essere obbligati a rispettare anche norme convenzionali (trattati) sui conflitti armati interni,
come quelle sulla protezione della proprietà culturale in caso di conflitto armato, sull’uso delle mine e altri
dispositivi ecc. Anche se i ribelli non sono parte di questi trattati, sono comunque destinatari dei diritti e
degli obblighi ivi contenuti per la loro natura provvisoria: partecipano ai trattati sui conflitti armati solo per
il periodo in cui svolgono le ostilità. Questi trattati sono Stati fatti proprio per non lasciare i ribelli liberi da
vincoli internazionali.

I ribelli possono concludere accordi con Stati che intendano stabilire accordi con essi: gli insorti hanno
spesso concluso accordi con lo Stato contro cui lottavano (accordi di natura interna); possiamo parlare di
accordi internazionali solo quando gli insorti stipulano trattati con Stati terzi. Altre norme consuetudinarie
rivolte agli insorti riguardano il trattamento degli stranieri: gli insorti devono garantire agli stranieri che
risiedono sul territorio da loro controllato il trattamento previsto dal diritto internazionale. Regole in
materia di immunità degli organi di Stati esteri: i ribelli devono esercitare il dovere di protezione degli
organi di Stati esteri e riconoscere a beneficio di tali organi le immunità funzionali e quelle diplomatiche.

2. movimenti di liberazione nazionale

Si tratta di gruppi organizzati in lotta in nome di un popolo per realizzare il principio di autodeterminazione,
specialmente durante il secondo dopoguerra per liberarsi dal dominio coloniale. Attualmente assistiamo ad
un ampliamento dei propri scopi, includendo anche la lotta contro regimi razzisti. A differenza dei
movimenti insurrezionali, la lotta dei MLN è legittimata dal diritto internazionale perché mira alla
realizzazione del principio di autodeterminazione dei popoli.
2.1 il principio di autodeterminazione dei popoli

È emerso durante la rivoluzione francese e intendeva soppiantare l’ottica tradizionale basata sulla sovranità
dello Stato, secondo cui ogni Stato sovrano era volto a perseguire gli interessi della classe dominante,
considerando gli interessi dei cittadini solo quando erano minacciati dalle potenze straniere.
L’autodeterminazione quindi voleva che i popoli avessero voce in capitolo nelle relazioni internazionali,
quindi le potenze sovrane avrebbero dovuto rispettare i desideri della popolazione attraverso plebisciti o
referendum. I popoli avrebbero dovuto anche pronunciarsi sulla condotta degli affari interni e
internazionali, scegliere i propri governanti (autodeterminazione= principio democratico) ed essere liberi
dal dominio coloniale. Quindi questo principio introduce un nuovo parametro nelle relazioni internazionali
per valutare la legittimità del potere: il rispetto dei desideri e delle aspirazioni dei popoli e delle nazioni. Ciò
minava i vecchi principi tradizionali sui cui la società internazionale si era sempre basata come la
legittimazione dinastica del potere e la sovranità territoriale, infatti l’autodeterminazione infliggeva un duro
colpo agli imperi multinazionali e ai regimi coloniali. Tra i primi MLN ricordiamo il Fronte di liberazione
nazionale Algerino, il movimento in lotta contro il Marocco nel Sahara occidentale (POLISARIO),
Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP). Quando questo principio fu inserito tra i principi
fondamentali della Carta dell’ONU, gli Stati in realtà avevano in mente l’autogoverno dei territori non
autonomi e non la loro indipendenza. Oggi infatti, questo principio è alla base della legittimazione per la
lotta di solo tre categorie di popoli:

- Sottoposti al dominio coloniale

- Sottoposti a occupazione straniera

- Sottoposti a regime di discriminazione razziale

Non vengono quindi considerate minoranze religiose, culturali, etniche perché il riconoscimento del diritto
all’autodeterminazione a favore di tutti questi altri gruppi condurrebbe alla frammentazione degli Stati.

Per i popoli sottoposti a dominio coloniale o a occupazione straniera, questo principio comporta sotto il
profilo esterno

- il diritto di secessione dalla madrepatria per accedere all’indipendenza

- diritto di associarsi a uno Stato indipendente

- diritto di realizzare un qualsiasi altro status politico liberamente deciso dal popolo

Questi stessi diritti spettano anche ai popoli sottoposti a regime di discriminazione razziale, per i quali il
principio di autodeterminazione ha anche un profilo interno che comporta il diritto di perseguire il proprio
sviluppo politico, economico, culturale all’interno di uno Stato esistente. Quindi nel diritto internazionale
vigono un principio generale e un insieme di norme consuetudinarie che precisano il contenuto del
principio generale e che sono:

- la norma sull’autodeterminazione esterna dei popoli coloniali e dei popoli sottoposti a occupazione
straniera

- la norma sull’autodeterminazione interna ed esterna dei popoli sottoposti a regimi razzisti

Diritti e obblighi discendenti dal principio:


- gli Stati oppressori non devono impedire l’esercizio del diritto all’autodeterminazione con mezzi
coercitivi (se l’esercizio di questo diritto è negato con la forza, gli Stati terzi possono sottoporre la questione
alle Nazioni Unite)

- MLN hanno diritto di ricorrere alla forza armata per reagire contro lo Stato (deroga/eccezione al
divieto consuetudinario dell’uso della forza)

- i popoli in lotta per l’autodeterminazione hanno il diritto di pretendere che Stati terzi non inviino
truppe per assistere lo Stato oppressore

- gli Stati terzi sono giuridicamente legittimati a sostenere i popoli in lotta per l’autodeterminazione
fornendo loro ogni forma di assistenza (tranne invio di truppe armate)

Il principio di autodeterminazione ha quindi messo in discussione la legittimità della conquista coloniale e


l’acquisizione attraverso la cessione di sovranità sui territori d’oltremare. Impedisce inoltre agli Stati di
considerare terrae nullius quei territori abitati da aggregati organizzati, ma in cui manchino i caratteri
dell’autorità sovrana.

2.2 la soggettività dei movimenti di liberazione nazionale

Il controllo effettivo da parte del territorio non è una condizione essenziale per l’acquisizione di soggettività
internazionale, infatti in molti casi i MLN sono ospitati da paesi amici da cui conducono operazioni militari
verso i paesi avversari (OLP). Per essere considerati soggetti di diritto internazionale, i MLN devono disporre
di un apparato istituzionale che possa gestire le loro relazioni internazionali. I MLN hanno uno status
giuridico internazionale rilevante grazie allo scopo che perseguono, cioè la lotta per liberare i popoli e in
ragione di ciò, a molti MLN è stato riconosciuto lo status di osservatore presso le Nazioni Unite. Questo
status consente ai MLN di rappresentare le istanze dei popoli in lotta per l’autodeterminazione, avere
accesso ai documenti ufficiali, partecipare alle riunioni e prendere parola, ma non hanno il diritto di votare
e di partecipare a processi decisionali.

2.3 le norme internazionali applicabili ai movimenti di liberazione nazionale

In quanto soggetti di diritto internazionale, i MLN sono destinatari di alcune norme internazionali:

- diritto all’autodeterminazione

- norme che regolano i conflitti armati internazionali, molto più ampie rispetto alle norme sui conflitti
armati non internazionali

- norme sulla stipulazione dei trattati, ad esempio in materia di stazionamento delle forze armate nel
territorio di altri stati, cessazione delle ostilità ecc.

- norme sulla protezione e immunità degli individui che agiscono in nome e per conto loro (tali
movimenti infatti, sono indipendenti a livello internazionale)

- i MLN NON hanno il diritto di disporre del territorio oggetto di contesa o delle sue risorse naturali,
tale diritto comunque NON spetta neanche alla potenza coloniale, razzista o straniera, la quale non può
nemmeno stipulare accordi internazionali relativi al territorio su cui è stanziato il popolo in lotta per
l’autodeterminazione

3. soggetti sui generis


Sono enti che hanno acquisito una limitata soggettività internazionale in ragione di specifiche circostanze
storiche.

3.1 la Santa Sede

È l’organizzazione centrale della Chiesa Cattolica. Lo stato Pontificio fu incorporato nel Regno d’Italia dopo
l’unificazione nel 1861. Nel 1929 in virtù di alcuni accordi stipulati con l’Italia (patti lateranensi), alcuni
edifici collocati a Roma furono consegnati alla Santa Sede per dare vita allo Stato della Città del Vaticano.
Quest’ultimo è un ente distinto però dalla Santa Sede, ad essa attribuito come base territoriale, ma privo di
sovranità perché sottoposto alla supremazia della Santa Sede. La Santa sede può stipulare accordi
internazionali chiamati “concordati” quando stabiliscono il trattamento che l’altra parte contraente deve
garantire ai cattolici (es. patti lateranensi) e partecipa anche a vari trattati multilaterali (es. Convenzione di
Vienna 1961). La Santa Sede è anche membro di alcune di alcune organizzazioni internazionali (es.
organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa). Infine, può prendere parte a relazioni
diplomatiche internazionali inviando e ricevendo personale diplomatico. Gli stati, anche se non hanno
rapporti con il cattolicesimo, possono intrattenere relazioni internazionali con la Santa Sede in ragione
dell’autorità morale del Papa.

*Tuttavia in alcuni casi, è lo Stato della Città del Vaticano che conclude accordi internazionali con altri Stati
(es. convenzione monetaria con UE). Inoltre il Vaticano è anche membro (in rappresentanza della Santa
Sede) di alcune organizzazioni intergovernative che presuppongono una base territoriale per gli Stati che vi
aderiscono.*

In quanto soggetto di diritto internazionale, la Santa Sede beneficia dell’immunità dalla giurisdizione degli
Stati e tale immunità protegge anche i suoi organi, es. due dirigenti della banca vaticana furono accusati
dalle autorità italiane per la bancarotta del Banco Ambrosiano, ma non potevano essere tratti in giudizio
perché gli enti centrali della Chiesa sono esenti da ogni ingerenza da parte dello Stato italiano.

3.2 il Sovrano Ordine di Malta

Istituito intorno al 1050, dal 1530 al 1798 ebbe come territorio Malta ma poi Napoleone lo spossessò
dall’isola e si stabilì a Roma. Il SOM svolge assistenza ospedaliera e attività caritative. La sua presenza nella
società internazionale è legata a ragioni storiche che attengono al ruolo umanitario che il SOM riveste:
possiede quindi una soggettività internazionale. Per il resto, è dipendente dalla Santa Sede. SOM intrattiene
relazioni internazionali con molti Stati, prevalentemente cattolici, ma si tratta di relazioni di cortesia
(comity) più che di rapporti regolati dal diritto internazionale. SOM ha inoltre stipulato accordi bilaterali
con alcuni stati, tra cui con l’Italia l’accordo relativo ai rapporti in materia sanitaria nel 2000. Infine, anche il
SOM come la Santa Sede gode dello status di osservatore presso le Nazioni Unite.

3.3 il comitato internazionale della Croce Rossa

A differenza della Santa Sede e del SOM la cui presenza è radicata nella storia europea, il CICR è
un’istituzione moderna che riflette la tendenza della comunità internazionale a farsi sempre più carico delle
problematiche umanitarie. Venne istituito nel 1863 a Ginevra (Svizzera) come associazione privata dedita
allo svolgimento di attività umanitaria nel corso di conflitti armati. La sua importanza e il suo dinamismo
quindi spiegano come esso abbia acquisito una soggettività internazionale, seppur limitata:

- CICR non possiede un territorio, i suoi locali sono tuttavia inviolabili e quindi nessun agente
dell’autorità pubblica svizzera può entrarvi senza consenso del comitato.
- Promuove la stipulazione di trattati multilaterali in materia di diritto internazionale dei conflitti
armati.

- Può svolgere il ruolo di ente protettore e controllare quindi che i belligeranti rispettino le norme del
diritto bellico, quindi garantisce che siano rispettati anche i diritti delle vittime di guerra.

- Ha il diritto di offrire la propria assistenza umanitaria e i belligeranti sono obbligati ad accettare


l’offerta.

- Può stipulare trattati internazionali e accordi con organizzazioni internazionali.

CAPITOLO 7 – ORGANIZZAZIONI INTERNAZIONALI E NAZIONI UNITE

Nel tempo gli Stati hanno avvertito l’esigenza di istituire meccanismi per facilitare la gestione di interessi
comuni, creando enti autonomi per il perseguimento di determinati scopi e lo svolgimento di specifiche
attività: si tratta di organizzazioni internazionali (da non confondere con le ONG che sono invece enti
istituiti da privati). La creazione delle organizzazioni internazionali è avvenuta attraverso la stipulazione di
trattati istitutivi. Esse sono dotate di un apparato organico stabile che ha il compito di perseguire le finalità
indicate nel trattato istitutivo ed è costituito da: Segretario permanente, Organo assembleare e Organo
esecutivo

1. la soggettività internazionale delle organizzazioni internazionali

Le prime organizzazioni internazionali furono istituite a cavallo tra il XIX e il XX secolo ed erano piuttosto
rudimentali, mentre dopo la prima guerra mondiale nel 1919 con il Trattato di Versailles venne creata la
Società delle Nazioni, la prima organizzazione internazionale a vocazione universale che, a differenza degli
organismi precedenti che avevano competenze limitate, ha competenze generali come promuovere la
cooperazione internazionale, la pace e la sicurezza attraverso il disarmo ecc. e quindi è da questo momento
che inizia a porsi la questione della soggettività internazionale delle organizzazioni internazionali (la
soggettività internazionale dipende dall’idoneità dell’ente ad agire sul piano internazionale in maniera
autonoma e a manifestare una volontà propria che non sia solo la somma delle singole volontà degli Stati,
ma non a tutte le organizzazioni internazionali viene riconosciuta soggettività internazionale). Dopo la
seconda guerra mondiale, il processo di creazione di organizzazioni internazionali si è intensificato e sono
state create ONU, NATO ecc. e quindi il problema della soggettività internazionale si è posto con maggiore
evidenza. Si è giunti alla conclusione che le organizzazioni internazionali costituiscono soggetti secondari e
derivati della comunità internazionale perché sono un prodotto degli Stati che le hanno istituite e cessano
di esistere nel momento in cui gli Stati decidono in tal senso. Le organizzazioni internazionali possono però
svolgere soltanto i compiti che sono stati ad esse affidati: principio di specialità. Per stabilire se una certa
organizzazione è soggetto di diritto internazionale, si può far ricorso a due criteri:

- Bisogna verificare se gli Stati membri, nell’istituire l’ente e nel conferirgli determinate funzioni,
abbiano anche attribuito ad esso le competenze necessarie per lo svolgimento effettivo di quelle
funzioni: bisogna accertarsi che gli Stati intendano dar vita a un ente autonomo.
- Occorre che l’organizzazione agisca effettivamente in maniera autonoma e indipendente dagli Stati
membri.

Le organizzazioni che non soddisfano questi due criteri sono considerate organi comuni degli Stati membri
e ciò implica che gli Stati risponderanno anche degli illeciti commessi dall’organizzazione.
2. le norme internazionali applicabili alle organizzazioni internazionali

Le organizzazioni internazionali dotate di soggettività internazionale sono destinatarie di alcune norme


consuetudinarie:

- Hanno il potere di stipulare trattati internazionali


- Godono dell’immunità dalla giurisdizione civile degli Stati, ma anche cautelare ed esecutiva e quindi
godono di inviolabilità della sede, dei beni e degli archivi (perché quando si viene processati
vengono tolti anche i beni posseduti, in questo caso non accade perché le organizzazioni
internazionali sono immuni a processi messi in atto da altri Stati). Per le organizzazioni
internazionali possiamo parlare anche di immunità in relazione a violazioni di norme di ius cogens
(ius cogens: diritto internazionale consuetudinario inderogabile perché si tratta di diritti umani)
- Le organizzazioni internazionali hanno diritto alla protezione dei propri funzionari da parte degli
Stati in cui tali funzionari si trovino a svolgere le proprie mansioni

Le organizzazioni internazionali però non sempre hanno i mezzi necessari per assicurare il rispetto dei diritti
e dei poteri accennati sopra. In caso quindi di inadempimento da parte degli Stati dei propri obblighi
internazionali, le organizzazioni possono soltanto assicurare la possibilità di privare temporaneamente lo
Stato responsabile del diritto di voto, oppure espellerlo dall’organizzazione, quando appunto le
organizzazioni non hanno la possibilità di assicurare l’attuazione coercitiva di quegli obblighi.

3.1 la creazione dell’ONU

I principi fondamentali della futura Carta delle Nazioni Unite furono delineati in vari momenti, inanzitutto
con l’adozione della Carta Atlantica del 1941 accettata da 26 paesi con la Dichiarazione delle Nazioni Unite.
Dal 25 aprile al 26 giugno si tenne invece la conferenza diplomatica di San Francisco che elaborò il testo
della Carta delle Nazioni Unite, vi parteciparono 50 Stati che accettarono le norme fondamentali contenute
nel progetto di Statuto della futura Organizzazione. Fra queste norme ricordiamo quella che prevedeva
l’istituzione di un organo composto da cinque membri permanenti con potere di veto e la norma sul
dominio riservato (l’ONU non doveva intromettersi negli affari interni degli Stati). Fin dagli inizi però, la
nuova organizzazione fu concepita come istituzione politica dominata dalle grandi potenze e quindi, pur
assumendosi il compito di salvaguardare la pace e la sicurezza per conto di tutte le nazioni del mondo, le
grandi potenze non intendevano fare concessioni importanti agli Stati minori sulle questioni considerate di
importanza cruciale.

3.2 gli organi principali

 Assemblea generale: composta da tutti gli Stati membri ciascuno dei quali ha diritto di voto, essa
ha una competenza rationae materiae e quindi è autorizzata a discutere e pronunciarsi su qualsiasi
questione rientri negli scopi perseguiti dall’organizzazione (tranne per questioni riguardanti la pace
e la sicurezza in cui è subordinata al Consiglio di Sicurezza). Le delibere su questioni importanti sono
prese a maggioranza di due terzi, mentre le altre delibere sono prese a maggioranza semplice. Le
delibere dell’Assemblea non hanno natura vincolante per gli Stati membri, fatta eccezione per
quelle concernenti la vita interna dell’Organizzazione, es. delibere riguardanti la ripartizione delle
spese ordinarie dell’ONU tra gli Stati membri.
 Consiglio di Sicurezza: composto da 15 membri di cui 5 sono permanenti e hanno diritto di veto
(Cina, Francia, Regno Unito, Russia, USA) e gli altri vengono eletti ogni due anni dall’Assemblea
Generale. Ha la responsabilità di mantenere la pace e la sicurezza internazionali. Le delibere su
questioni procedurali possono essere adottate a maggioranza semplice, mentre le altre delibere
devono essere prese con il voto favorevole dei cinque membri permanenti. Le delibere inoltre
possono essere di due tipi: raccomandazioni (sprovviste di natura vincolante per i destinatari) e
decisioni (hanno efficacia giuridica vincolante per gli Stati).
 Segretariato: l’operato di AG e CDS è reso possibile grazie all’attività amministrativa ed esecutiva
del segretariato, guidato dal Segretario generale che viene nominato dall’AG su proposta di CDS.
 ECOSOC: composto da 54 Stati eletti ogni 3 anni dall’AG. Ha il compito di discutere e promuovere
studi nel campo della cooperazione economica e sociale e coordinare l’azione della maggior parte
delle agenzie specializzate dell’ONU, cioè organizzazioni collegate all’ONU tramite accordi di
collegamento, es. UNESCO.
 Consiglio di amministrazione fiduciaria: disciplinava le questioni concernenti paesi non
indipendenti, es. paesi sottoposti a mandati in seguito alla seconda guerra mondiale. Era composto
dai membri che amministravano territori in amministrazione fiduciaria, dai membri permanenti del
CDS e da alcuni membri eletti per tre anni dall’AG in modo da garantire che il numero totale dei
membri del consiglio si dividesse in parti uguali tra i membri che amministravano territori in
amministrazione fiduciaria e quelli sprovvisti di tale incarico. Poiché tutti i territori sottoposti ad
amministrazione fiduciaria hanno acquisito l’indipendenza, il consiglio ha smesso di operare.
 Corte internazionale di giustizia: composta da 15 giudici eletti dall’AG e dal CDS (nell’elezione dei
giudici i 5 membri permanenti non possono esercitare il diritto di veto). È l’organo giudiziario
principale dell’ONU e ha il compito di dirimere le controversie internazionali tra gli Stati. Ha anche
un sistema di soluzione delle controversie interne all’ONU che in passato spettava al Tribunale
amministrativo dell’ONU, dal 2009 invece è in vigore un nuovo sistema per la soluzione di queste
controversie che prevede due gradi di giudizio: di fronte al Tribunale del contenzioso delle Nazioni
e in appello davanti al Tribunale d’appello dell’ONU.

4. gli scopi e le attività principali delle nazioni unite

I fini dell’ONU sono enunciati nell’art.1 della Carta:

- Mantenere la pace e la sicurezza


- Promuovere la soluzione pacifica delle controversie internazionali
- Sviluppare relazioni amichevoli tra le nazioni
- Promuovere la cooperazione economica e sociale, il rispetto dei diritti umani, il disarmo e il rispetto
per il diritto internazionale

I principi fondamentali, in conformità ai quali l’ONU e gli Stati membri devono perseguire gli obiettivi
enunciati nell’art.1, sono chiariti nell’art.2:

- Principio della sovrana eguaglianza di tutti gli Stati


- Obbligo di buona fede
- Obbligo di soluzione pacifica delle controversie
- Divieto di minaccia e uso della forza armata
- Obbligo di leale cooperazione con l’ONU
- Principio di cooperazione con gli Stati non membri
- Limite del dominio riservato

4.1 il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale


Divenne il fine principale dell’ONU negli anni della seconda guerra mondiale, quando si iniziò a capire che il
mondo sarebbe andato incontro alla catastrofe a causa del ricorso alla violenza. Il sistema di sicurezza
collettiva ideato con la Carta delle Nazioni si fonda su alcuni pilastri fondamentali:

- Divieto della minaccia e dell’uso della forza da parte degli Stati membri e quindi l’obbligo di
soluzione pacifica di qualsiasi controversia tra Stati. A ciò fa eccezione soltanto la legittima difesa,
unico caso in cui gli Stati possono ricorrere alla forza fino a che il Consiglio non abbia preso misure
necessarie a ristabilire la pace (sono vietati solo la minaccia e l’uso della forza nelle relazioni
internazionali, quindi gli Stati membri possono ricorrere alla forza per reprimere moti insurrezionali
interni).
- Il monopolio dell’uso della forza da parte del CDS: se il CDS ritiene che le misure non implicanti
l’uso della forza siano inadeguate, può intraprendere con forze aree, navali o terrestri ogni azione
necessaria a mantenere la pace.

Il principale difetto strutturale del sistema di sicurezza collettiva risiede nel fatto che l’esercizio del
monopolio dell’uso della forza da parte del CDS, richiede l’accordo tra i cinque membri permanenti che
possono ostacolare quindi il funzionamento del sistema di sicurezza collettiva. In conseguenza a ciò, è
capitato molto spesso, soprattutto durante la Guerra Fredda, che il Consiglio autorizzasse gli Stati a
ricorrere anche alla forza armata per ristabilire la pace, oppure in altri casi il Consiglio ha fatto ricorso ai
caschi blu (personale e mezzi militari messi a disposizione dell’ONU da parte degli Stati ma che hanno una
limitata possibilità di ricorrere alla forza).

4.2 la soluzione pacifica delle controversie internazionali

Lo scopo dell’intervento da parte degli organi dell’ONU in questa categoria di controversie è prevenire lo
scoppio di conflitti armati, soprattutto quando una controversia rischia di diventare esplosiva e di mettere
in pericolo la pace.

Obblighi e poteri degli Stati:

- Ciascuna delle parti a una controversia ha l’obbligo di ricercare una soluzione attraverso negoziati,
inchieste, mediazione e altri mezzi pacifici di loro scelta.
- Ogni Stato può portare all’attenzione del CDS o AG qualsiasi controversia.

Poteri del CDS:

- Quando una controversia non è stata portata all’attenzione del Consiglio su iniziativa di alcuno
Stato, il CDS ha il potere di invitare le parti in causa a risolvere la loro controversia con mezzi
pacifici.
- Il CDS può raccomandare procedure o metodi appropriati di soluzione delle controversie, oppure
indicare una soluzione e quindi proporre i termini di regolamento.

Infine, AG può raccomandare misure per raggiungere una soluzione pacifica di qualunque situazione che
rischia di pregiudicare il benessere generale. SG invece è spesso incaricato di svolgere per conto di AG e
CDS funzioni di carattere conciliativo.

4.3 il disarmo

I lavori dell’AG e la Conferenza per il disarmo sono stati determinanti per l’adozione di importanti trattati e
convenzioni in materia di disarmo e riduzione degli armamenti:
- Il trattato del 1968 sulla non proliferazione delle armi nucleari
- Conferenza sul disarmo
- Convenzione sul divieto di armi biologiche e chimiche
- Trattati negoziati da un ristretto numero di Stati al di fuori dell’ONU, come ad esempio il trattato di
Mosca tra USA e URSS durante la guerra fredda sulla messa al bando degli esperimenti nucleari
- Trattati negoziati in ambito regionale: trattato di Tlateloco in Messico per la denuclearizzazione
dell’America Latina
- In epoca più recente ricordiamo la convenzione sul divieto delle mine anti uomo e il trattato
internazionale sul commercio delle armi

4.4 la protezione dei diritti umani

Nel 1945 non esisteva ancora un catalogo universale dei diritti umani e questa è una delle ragioni per cui
appariva inconcepibile che un organismo internazionale potesse fare delle raccomandazioni sul modo in cui
lo Stato trattava i propri cittadini. Quindi l’organizzazione non poteva occuparsi di questioni relative ai diritti
umani coinvolgenti un determinato paese perché queste questioni appartenevano al suo dominio riservato.
Le disposizioni contenute nella carta in relazione al rispetto dei diritti umani avevano natura
programmatica, cioè si limitavano a stabilire un piano di azione di natura generale. Nel corso degli anni si è
avuta una progressiva erosione del limite del dominio riservato e l’ONU è riuscita a dare un contributo
significativo alla tutela dei diritti umani adottando la dichiarazione universale dei diritti umani. In seguito
alla dichiarazione vennero adottati due patti: il patto sui diritti civili e politici e il patto sui diritti economici,
sociali e culturali che hanno trasformato le disposizioni contenute nella dichiarazione in vere e proprie
norme giuridiche vincolanti per gli Stati. Dopo i patti vennero adottati 10 trattati ognuno dei quali ha un
organo di controllo. AG inoltre istituì il consiglio per i diritti umani composto da 47 Stati eletti a
maggioranza dall’AG per un periodo di tre anni che ha il compito di promuovere il rispetto dei diritti umani.
A questo consiglio fanno capo anche i meccanismi speciali, cioè gruppi di lavoro con mandato tematico o
geografico.

4.5 la codificazione e lo sviluppo progressivo del diritto internazionale

Questo incarico spetta all’AG. In secondo luogo, abbiamo la commissione del diritto internazionale che è
un organo composto da esperti di diritto internazionale e che ha elaborato alcuni importanti progetti di
convenzioni contribuendo allo sviluppo progressivo di settori cruciali del diritto internazionale. Il testo di
questi progetti, dopo essere stato approvato dall’AG, è stato sottoposto ad apposite conferenze
diplomatiche e in seguito ratificato da un gran numero di Stati. Nelle aree dove il conflitto tra interessi
politici ed economici dei vari Stati è più acuto, l’AG ha ideato tecniche innovatrici come le dichiarazioni di
principi, ad es. la dichiarazione universale dei diritti umani del 1948. Questi testi sono privi di efficacia
giuridica vincolante, infatti si tratta di soft law, ma hanno diversi meriti: enunciano obiettivi e politiche che
gli Stati devono perseguire nelle aree dove è stata raggiunta una sorta di intesa, stabiliscono una sorta di
programma per l’azione nazionale e internazionale e predispongono una base per gli sviluppi successivi

5. fallimenti e successi delle nazioni unite

Durante la guerra fredda le rivalità sorsero soprattutto per quanto riguardava il controllo che ciascuna
superpotenza esercitava sui paesi in via di sviluppo. Dopo il crollo dell’URSS, USA estesero la loro influenza
su gran parte del globo, ma la crescente minaccia del terrorismo internazionale fece si che gli stati
continuassero a far ricorso all’uso della forza per legittima difesa: ONU ebbe quindi un ruolo molto limitato
nel mantenimento di pace e sicurezza. I fallimenti dell’ONU però, sono da attribuire in primis al fatto che il
modello dell’organizzazione è kantiano (basato sulla cooperazione) mentre quello della società
internazionale è groziano (gli Stati sovrani perseguono i loro interessi) e quindi l’ONU è costretto a fare
notevoli sforzi per ricondurre tutti gli Stati membri a principi generali. Inoltre l’ONU dipende anche dal
sostegno economico delle grandi potenze, che però danno il loro contributo solo quando ritengono che i
loro interessi coincidano con quelli dell’ONU. Ma tra i successi ricordiamo che l’ONU è riuscito a coinvolgere
molti attori non statali come ad es. le ONG e a stabilire rapporti con le organizzazioni regionali come ad es.
UE. Ad oggi l’ONU è così importante che nessun nuovo stato si può dichiarare legittimo se non ha ottenuto
l’ammissione all’ONU.

CAP.8 – INDIVIDUI E ALTRI ATTORI NON STATALI

1. l’individuo come soggetto di diritto internazionale: la svolta del processo di Norimberga

Nel diritto internazionale tradizionale (fino a inizio 900) gli individui erano sottoposti all’esclusivo dominio
degli Stati. Esistevano comunque delle norme che regolavano il trattamento degli individui, ma in realtà si
trattava di norme che tutelavano interessi ben precisi di uno Stato, come ad esempio:

 Diritto dei conflitti armati: insieme di norme che disciplinavano il trattamento di coloro che non
prendevano parte alle ostilità, come i civili nei territori occupati, allo scopo di rendere meno
disumane le guerre. Ma queste norme si occupavano solo di guerre internazionali tra Stati e non di
guerre civili all’interno di uno Stato, infatti lasciavano gli Stati liberi di reprimere le insurrezioni
all’interno del loro territorio con i metodi da loro scelti.
 Trattati di abolizione della schiavitù e tutela dei lavoratori: elaborati per evitare che la schiavitù
garantisse a determinati Stati un basso costo del lavoro con conseguente più elevata competitività
nel commercio internazionale.

L’unico settore in cui sorgeva il problema del possibile status giuridico internazionale degli individui era
quello del contrasto alla pirateria (pirateria= commissioni di atti illeciti di violenza in alto mare da parte di
individui che non agiscono per conto di alcuno Stato). La norma che vieta la pirateria prevede anche che
qualsiasi Stato che abbia catturato il pirata possa punirlo (universalità della giurisdizione penale). Era però
incerto se le norme internazionali sulla pirateria si indirizzassero direttamente anche agli individui o se
invece si limitassero a imporre obblighi a carico degli Stati. La svolta avviene nel 1945 con la costituzione
del Tribunale militare internazionale di Norimberga per la punizione dei maggiori criminali di guerra della
Seconda guerra mondiale. Gli Alleati decisero che i nazisti dovevano essere processati perché avevano
commesso crimini contro l’umanità: uccisione, sterminio, deportazione e ogni altro atto disumano
commesso contro qualsiasi popolazione civile, oppure persecuzioni per motivi politici, razziali o religiosi. Per
la prima volta si guardava agli individui come esseri umani meritevoli di tutela internazionale: viene
oltrepassata la sovranità statale. (paragrafo 4)

2. un ruolo nuovo per l’individuo: diritti e obblighi posti direttamente dal diritto internazionale

L’AG delle Nazioni Unite si adoperò subito per dare certezza normativa a questo nuovo modo di concepire
l’individuo nelle relazioni internazionali. Adottò due strumenti:

 Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio: impone agli Stati di
prevenire e punire la commissione di atti di genocidio.
 Dichiarazione universale dei diritti umani: contiene il primo catalogo internazionale dei diritti
umani.
Grazie all’attività dell’ONU il diritto internazionale ha intrapreso una notevole evoluzione, sono stati infatti
stipulati trattati che impongono agli Stati di garantire determinati diritti a tutti gli individui sottoposti alla
propria giurisdizione e che attribuisco agli individui il diritto di ricorso individuale davanti a un comitato di
esperti che siedono a titolo individuale (non rappresentano nessun governo) per lamentare la violazione dei
diritti convenzionalmente garantiti.

3. il diritto di ricorso individuale

Il primo strumento internazionale che ha previsto il diritto di ricorso individuale è il Trattato concluso tra 5
Stati dell’America centrale con il quale si istituiva la Corte di giustizia centroamericana, ma nessuno dei
reclami presentati dagli individui che lamentavano una violazione del diritto internazionale fu accolto. Oggi
invece il diritto di ricorso individuale è previsto da quasi tutti i trattati di garanzia dei diritti umani ed ha
natura internazionale: gli individui hanno la titolarità di questo diritto a prescindere dal suo concreto
riconoscimento nell’ordinamento giuridico interno degli Stati, tale diritto è quindi conferito agli individui
dalle norme internazionali e può essere esercitato a prescindere dal contenuto della normativa interna. Il
diritto al ricorso individuale ha dei limiti:

 È un diritto di natura procedurale, cioè un diritto che consente di avviare un procedimento davanti
a un organo internazionale allo scopo di accertare se lo Stato accusato abbia realmente violato
delle norme. Quindi è un diritto limitato alla presentazione del ricorso, infatti il ricorrente non ha
titolo per partecipare al procedimento internazionale.
 Solitamente l’individuo non ha alcun diritto quanto all’attuazione coercitiva di un’eventuale
decisione internazionale a lui favorevole.
 Gli Stati parte ai Trattati che lo prevedono possono rifiutarsi di rispondere del proprio operato su
istanza degli individui.
 Le procedure internazionali di garanzia, che gli individui sono legittimati ad avviare, sono diverse da
quelle del diritto interno perché sono abbastanza rudimentali e spesso queste procedure non si
concludono con l’emanazione di una sentenza vera e propria, ma solo con un rapporto che esprime
il punto di vista dell’organo internazionale.

Nonostante questi limiti, la posizione internazionale riconosciuta agli individui è comunque un progresso
importante. Inoltre, gli individui hanno diritto al ricorso indipendentemente dalla loro nazionalità (possono
essere cittadini dello Stato accusato, di altri Stati o anche apolidi), il diritto di ricorso spetta quindi alle
persone fisiche in quanto esseri umani.

4. la responsabilità penale dell’individuo per crimini internazionali

Dopo la svolta del processo di Norimberga, è oggi accertato che il diritto internazionale prevede il sorgere
di una responsabilità penale individuale per la violazione di alcune norme che ledono valori della comunità
internazionale, quindi in caso di crimini di guerra, crimini contro l’umanità, atti di genocidio, atti di
aggressione e tortura. In passato, le norme internazionali, che prevedevano la punibilità di determinate
condotte, raggiungevano gli individui solo grazie all’intervento del legislatore nazionale che trasformava
quelle norme internazionali in norme penali interne. Dagli anni 90 grazie a un diverso clima delle relazioni
internazionali, l’ordinamento internazionale ha cominciato a farsi direttamente carico della punizione di
alcune categorie di crimini internazionali, creando inanzitutto dei Tribunali penali internazionali ad hoc, i
quali procedono contro gli individui in base a norme di diritto internazionale penale. Anche gli Stati,
attraverso i loro apparati giudiziari interni, puniscono gli individui responsabili di crimini internazionali
esercitando quindi un azione punitiva per conto della comunità internazionale: i giudici penali interni
realizzerebbero così il dèdoublement functionnel ( fenomeno secondo cui un organo statale agisce anche
come organo di ordinamento internazionale). Possiamo affermare che le norme internazionali che vietano
i crimini internazionali pongono dei veri e propri obblighi internazionali a carico degli individui, i quali
devono astenersi dal violare gli obblighi in questione, pena la loro responsabilità penale sul piano
internazionale. Gli individui sono quindi considerati soggetti di diritto internazionale.

4.1 i tribunali penali internazionali ad hoc

Creati negli anni 90 per l’ex Jugoslavia e per il Ruanda per due motivi principali:

 la crescente importanza della dottrina dei diritti umani sulla scena internazionale.
 la fine del bipolarismo est-ovest che ha portato alla diffusione di ottimismo nel campo delle
relazioni internazionali.

L’ambito della giurisdizione del Tribunale per la ex Jugoslavia comprendeva crimini contro l’umanità,
genocidio e altre violazioni di guerra commesse nei territori della ex Jugoslavia. La svolta è segnata dalla
sentenza Tadic, la quale ha precisato che tali violazioni comprendono anche quelle commesse nel corso di
un conflitto armato interno (fino ad allora venivano considerate solo violazioni del diritto bellico commesse
in ambito internazionale). Per quanto riguarda l’ambito della giurisdizione del Tribunale per il Ruanda,
questo comprendeva crimini commessi sia nel territorio ruandese, sia nei territori confinanti (a patto che si
trattasse di crimini commessi da cittadini ruandesi). La giurisdizione di questi due tribunali doveva prevalere
su quella delle giurisdizioni nazionali (primacy dei due tribunali): nel caso in cui un tribunale nazionale
avviasse un procedimento contro una persona accusata di aver commesso uno dei crimini di competenza di
uno dei due tribunali, questi avevano il diritto di avocare a sé (= impossessarsi) il caso. Infine, grazie
all’istituzione di questi due tribunali, l’ordinamento internazionale ha cominciato a farsi direttamente carico
della punizione di alcune categorie di crimini internazionali e hanno fatto in modo che si diffondesse la
convinzione che certe condotte criminose non possono restare impunite.

4.2 la corte penale internazionale

È il primo Tribunale internazionale a carattere permanente, con sede all’Aia, competente a giudicare
individui che abbiano commesso gravi crimini di rilevanza internazionale previsti nello Statuto di Roma,
cioè il Trattato istitutivo adottato nel 98 ed entrato in vigore nel 2002. È costituita da diversi organi:

 Corte stricto sensu: composta da 18 giudici eletti per 9 anni dall’Assemblea degli Stati parte.
 Procura: diretta da un procuratore eletto dall’Assemblea degli Stati parte e affiancato da altri
procuratori aggiunti.
 Cancelleria: si occupa degli aspetti non giudiziari dell’amministrazione della Corte ed è diretta da un
cancelliere affiancato da cancellieri aggiunti eletti per 5 anni dai giudici.
 Assemblea degli Stati parte: rappresenta ogni Stato parte e attribuisce specifiche funzioni di natura
non giurisdizionale

La giurisdizione della corte può essere attivata da uno Stato parte o dal Consiglio di Sicurezza, i quali
possono deferire (=sottoporre) al procuratore una situazione in cui un crimine internazionale è stato
commesso. Inoltre, il procuratore può avviare indagini proprio motu (=di sua iniziativa) purchè ottenga
l’autorizzazione dalla Camera preliminare. La corte ha natura complementare rispetto alle giurisdizioni
nazionali: è chiamata a giudicare dei crimini previsti nello Statuto solo nell’ipotesi in cui uno Stato non
voglia o non possa giudicare o punire chi abbia commessi tali crimini. La corte non appartiene alla famiglia
dell’ONU, ma è legata ad esso tramite un accordo. Sono comunque importanti i poteri che il Consiglio di
Sicurezza dell’ONU esercita:

 Attivare la giurisdizione della Corte.


 Richiedere che le investigazioni/azioni penali non siano esercitate o vengano interrotte per un
periodo di 12 mesi rinnovabile.

5.1 le imprese multinazionali

Sono enti economici che operano in più di un paese e che quindi hanno un importante potere economico
che ha poi ripercussioni a livello politico, soprattutto per quanto riguarda rapporti con altri soggetti privati
ma anche con altri Stati e organizzazioni internazionali con i quali stipulano accordi. Nonostante ciò, ancora
oggi gli Stati ritengono che tali enti siano privi di soggettività internazionale. Ci sarebbero dei vantaggi nel
riconoscere personalità giuridica internazionale a questi enti: ciò consentirebbe di pretendere il rispetto di
norme internazionali, in particolare sui diritti dei lavoratori: spesso infatti, questi enti dislocano nei paesi
poveri le proprie attività in modo da approfittare del basso costo del lavoro. Ma non necessariamente il
riconoscimento della personalità giuridica alle multinazionali produrrebbe gli effetti sperati, perché si può
cadere nel rischio di rafforzare il loro peso piuttosto che controllarle. In queste circostanze è meglio quindi
incrementare la regolamentazione nazionale perché sono gli Stati che devono farsi garanti del rispetto dei
diritti umani, anche da parte delle multinazionali, in qualsiasi paese esse si trovino a operare. Dobbiamo
però ricordare l’esistenza delle norme sulla responsabilità della imprese multinazionali adottate nel 2003
dalla sottocommissione per i diritti umani della nazioni unite: queste norme prevedono che le
multinazionali rispettino e promuovano i diritti umani, quindi postulano che le multinazionali siano
destinatarie degli obblighi internazionali in materia di diritti umani e dunque parzialmente riconoscono loro
una forma limitata di soggettività internazionale.

5.2 le organizzazioni non governative

Sono associazioni private che hanno personalità giuridica sul piano dell’ordinamento interno, ma spesso
assumono anche una dimensione internazionale perché coinvolgono individui di molti paesi e svolgono
un’attività internazionale senza fine di lucro. Tipologie di ONG: Umanitarie, Di sviluppo, Ambientaliste,
Scientifiche, Economiche ecc. Si distinguono in base al luogo d’origine: Nord: paesi industrializzati, Sud:
paesi in via di sviluppo. Si distinguono in base all’ideologia: Laiche o Religiose. Si distinguono in base alla
grandezza: Operanti a livello mondiale, regionale o nazionale. Si compongono di tre organi principali:

 Assemblea dei soci


 Consiglio direttivo
 Revisori dei conti

Le ONG hanno il compito di indirizzare e correggere l’azione degli Stati, cercando anche di orientare
l’opinione pubblica, motivo per cui i rapporti tra ONG e Stati sono ambivalenti: da un lato i governi
guardano con diffidenza a queste organizzazioni perché possono denunciare pubblicamente alcuni
comportamenti statali e limitare la loro libertà d’azione, ma dall’altro lato essi hanno bisogno dell’appoggio
delle ONG. I rapporti tra ONG e organizzazioni internazionali si sono invece intensificati negli anni,
soprattutto perché le ONG sono viste come partner competenti e affidabili. L’ONU infatti, attribuisce
tramite l’ECOSOC lo status consultivo a determinate ONG, attestando che quelle ONG sono idonee a
svolgere ruoli internazionali e quindi ad accedere alle documentazioni dell’ECOSOC, a ricevere
finanziamenti ecc. L’importanza delle ONG nella società internazionale odierna è dovuto al fatto che si è
diffusa la consapevolezza che molto spesso i governi sacrificano valori fondamentali per il perseguimento di
propri specifici interessi nazionali e si è quindi reso necessario l’intervento delle ONG. Nonostante ciò, le
ONG non sono soggetti di diritto internazionale, ma ciò è un vantaggio perché altrimenti si ritroverebbero
con una libertà d’azione più limitata.

CAP.9 – CONSUETUDINE , CODIFICAZIONE E PRINCIPI GENERALI

1. fonti di produzione giuridica e rapporti tra norme

Le principali fonti di produzione giuridica sono:

 Trattati (diritto convenzionale): vincolano solo le parti contraenti.


 Consuetudine (diritto consuetudinario): vincolano tutti gli Stati.

Queste fonti sono contemplate da due norme fondamentali:

 Pacta sunt servanda: le parti a un trattato hanno l’obbligo di ottemperare alle norme in esso
contenute.
 Consuetudo et servanda: i soggetti internazionali devono rispettare gli obblighi imposti dal diritto
consuetudinario.

Altre fonti di produzione normativa:

 Atti unilaterali degli Stati aventi natura normativa


 Fonti previste da accordo (atti delle organizzazioni internazionali)

Le fonti si dividono in due gradi:

 Primarie: sono direttamente contemplate da norme fondamentali dell’ordinamento internazionale


(consuetudine, trattati e atti unilaterali degli Stati aventi natura normativa).
 Secondarie: sono previste da norme prodotte da una fonte primaria (fonti previste da accordo).

Il rapporto tra norme prodotte da fonti dello stesso grado è regolato da due principi:

 Principio della successione delle norme nel tempo: una norma successiva può modificare una
norma precedente.
 Principio di specialità: la norma speciale prevale su quella a carattere generale.

Per quanto riguarda invece il rapporto tra norme prodotte da fonti di diverso grado, una norma posta da
una fonte secondaria non può derogare (=venire meno) ad una norma posta da una fonte primaria.

2. la consuetudine internazionale: definizione e natura

I rapporti tra soggetti di diritto internazionale sono regolati da norme consuetudinarie non scritte, definite
come la prova di una pratica generale accettata come diritto. La consuetudine consta quindi di due
elementi:

 Prassi generalizzata (usus o diuturnitas).


 Convinzione che questa prassi corrisponda al diritto vigente (opinio iuris)

Gli Stati che partecipano al processo di creazione di regole consuetudinarie hanno come obiettivo
principale quello di salvaguardare determinati interessi economici, sociali e politici, per questo la
formazione delle norme consuetudinarie è un fenomeno di formazione spontanea. Altre norme
consuetudinarie, come le consuetudini particolari (=norme che vincolano una cerchia di Stati), si formano
per accordo tacito perché sono il prodotto della volontà degli Stati che tacitamente si impegnano ad
accettare come vincolante una disciplina giuridica (teoria volontaristica della consuetudine).

3. la dottrina dell’obiettore persistente

Una conseguenza della teoria volontaristica della consuetudine è che uno Stato potrebbe sottrarsi
all’applicabilità di una norma consuetudinaria se tale Stato si fosse opposto alla sua formazione (=se non ho
espresso la mia volontà di accettare la norma allora mi sottraggo alla norma): dottrina dell’obiettore
persistente. Oggi però la teoria volontaristica della consuetudine è stata superata perché prevale l’idea che
la consuetudine non necessiti del sostegno di tutti i membri della società internazionale, si richiede soltanto
che un certo comportamento sia diffuso tra la maggioranza dei soggetti internazionali. Quindi le norme
consuetudinarie vincolano anche i soggetti che non hanno partecipato direttamente alla loro formazione:
uno Stato non può invocare l’inapplicabilità, nei suoi confronti, di una norma consuetudinaria sostenendo
che esso si è opposto alla sua formazione.

4. gli elementi costitutivi della consuetudine e il fattore tempo

Secondo la teoria dualista o binaria, il processo di formazione di norme consuetudinarie richiede la


presenza di due elementi:

 Elemento oggettivo o materiale: prassi generalizzata, deve comprendere quella degli Stati che
potranno essere particolarmente interessati e deve essere sufficientemente diffusa e uniforme.
 Elemento soggettivo o psicologico: convinzione che la prassi corrisponda al diritto, gli Stati devono
convincersi che una certa prassi sia socialmente doverosa.

In alcuni casi (norme consuetudinarie che proibiscono genocidio, schiavitù ecc.), le esigenze dettate dalla
coscienza pubblica (elemento soggettivo) prevalgono sulla necessità della ripetizione di un comportamento
(prassi generalizzata) nella processo di creazione di norme consuetudinarie. Un esempio è la clausola
Martens, secondo cui le persone civili e i combattenti sono protetti dai principi umanitari dettati dalla
coscienza pubblica.

Fattore tempo: la formazione delle regole consuetudinarie richiede necessariamente il trascorrere di un


certo periodo, che è tanto più breve quanto più è diffuso un determinato comportamento. Per i sostenitori
della teoria volontaristica, invece, il tempo era un fattore irrilevante, parlando addirittura di consuetudini
istantanee.

5. la rilevazione delle norme consuetudinarie

Per rilevare le norme consuetudinarie bisogna considerare diversi elementi come: documenti diplomatici
degli stati, posizioni espresse da questi ultimi in seno a conferenze multilaterali, giurisprudenza
internazionale ecc. Molto spesso, gli Stati assumono determinati comportamenti al fine di influire sul
processo di formazione di norme consuetudinarie (interventi volontari). Nella rilevazione delle norme
consuetudinarie emerge quindi una certa circolarità: la prassi costituisce prova dell’opinio iuris; l’opinio
iuris, a sua volta, indica quali sono gli elementi della prassi che possono essere presi in considerazione al
fine di dimostrare l’esistenza di una norma consuetudinaria.

6. le consuetudini locali o particolari


Questa tipologia di consuetudini opera solo nei rapporti reciproci di Stati appartenenti a una determinata
area geografica e oltre a presentare i due elementi (oggettivo e soggettivo) tipici di ogni norma
consuetudinaria, devono presentare altri due elementi:

 devono essere state accettate da tutte le parti interessate (si configurano quindi come accordi
taciti).
 la loro esistenza deve essere provata dallo Stato che le invoca.

7. il ruolo della consuetudine nella società internazionale contemporanea

Dopo la seconda guerra mondiale la consuetudine nel processo di formazione di norme internazionali ha
perso importanza per diversi motivi:

 Crescente importanza dei paesi socialisti e l’emergere dei paesi in via di sviluppo che insistevano
sulla necessità di un processo di revisione delle norme consuetudinarie, le quali erano percepite
come il frutto di valori tradizionali occidentali.
 Aumento dei membri della comunità internazionale e le loro divisioni economiche, politiche e
ideologiche.

Il ruolo della consuetudine però non è in declino in tutti i settori del diritto internazionale, anzi ci sono aree
in cui svolge una funzione di crescente importanza:

 Aree in cui si delineano nuovi interessi economici (es. diritto del mare): le proposte avanzate da uno
o più Stati possono soddisfare gli interessi e le esigenze di diversi membri della società
internazionale e quindi portare alla graduale affermazione di norme consuetudinarie.
 Settori in cui ci sono marcati conflitti politici e istituzionali e in cui nuovi bisogni della società
internazionale possono condurre a disaccordi tra gli Stati.
 Parti del diritto consuetudinario che gli Stati di nuova indipendenza (=sorti dopo la
decolonizzazione) hanno reputato accettabili ma bisognosi di modifiche e specificazioni.

A facilitare il processo di creazione di norme consuetudinarie ci sono le organizzazioni internazionali: l’ONU


infatti costituisce un foro di discussione e dibattito in cui emerge spesso un consenso generale almeno su
principi di base cui gli Stati intendono ispirare i loro comportamenti.

8. la codificazione delle norme consuetudinarie

8.1 le convenzioni di codificazione

La codificazione è l’insieme di azioni e procedimenti il cui scopo consiste nell’elaborazione di norme


giuridiche vincolanti. Si può parlare di codificazione secondo due diverse accezioni:

 Codificazione stricto sensu: semplice formulazione in forma scritta delle norme consuetudinarie.
 Codificazione che intende influire sulle norme da codificare: formulazione in forma scritta delle
norme consuetudinarie, colmando però lacune ed eliminando contraddizioni.

Nei settori tradizionali (es. diritto del mare, diritto dei trattati ecc.) la commissione di diritto internazionale
delle nazioni unite ha elaborato progetti di convenzione che hanno poi portato all’adozione di convenzioni
di codificazione, mentre in altri settori gli Stati hanno preferito controllare in modo più diretto le fasi della
discussione e della negoziazione e quindi l’AG ha istituito comitati ad hoc composti da rappresentati degli
Stati incaricati di presentare progetti di convenzione.
(ci si interessa della codificazione delle norme consuetudinarie ai fini di una maggiore certezza del diritto)

8.2 convenzioni di codificazione e diritto consuetudinario

Le convenzioni di codificazione possono avere tre effetti sul diritto consuetudinario:

 Effetto dichiarativo: volto a contenere norme che si limitano a trascrivere le norme


consuetudinarie esistenti.
 Effetto di cristallizzazione: le norme contenute in una convenzione di codificazione possono
portare a compimento il processo di formazione di una norma consuetudinaria.
 Effetto di creare una nuova regola consuetudinaria, corrispondente alla norma inserita nella
convenzione di codificazione.

8.3 codificazione e risoluzioni non vincolanti

La codificazione delle regole consuetudinarie può avvenire anche attraverso risoluzioni di organi di
organizzazioni internazionali a vocazione generale, come l’AG. Queste risoluzioni sono utili laddove ci sia il
bisogno di delineare i principi generali su una materia di una determinata disciplina, rimandando in un
secondo momento l’adozione di una convenzione di codificazione che regoli la materia in questione in
maggiore dettaglio. Vantaggi della codificazione per mezzo di risoluzioni dell’AG:

 Si evita la lunga fase di preparazione di una convenzione di codificazione.


 La facilità di adottare queste risoluzioni senza una votazione formale, ma solo rilevando l’assenza di
opposizioni, facilita la più ampia partecipazione degli Stati.

Tali risoluzioni possono costituire la prova di una norma consuetudinaria esistente. Per verificare ciò, la
corte internazionale di giustizia ritiene che sia necessario guardare al contenuto specifico di tali risoluzioni e
alle circostanze esistenti al momento della loro adozione: ricordiamo infatti, che la corte ha escluso che le
risoluzioni dell’AG che vietano il ricorso alle armi nucleari riflettano il diritto consuetudinario, perché tali
risoluzioni sono state adottate con il voto contrario di numerosi Stati.

9. i principi generali di diritto

Ci sono due tipologie di principi generali:

 Principi generali del diritto internazionale: rappresentano parametri di comportamento che


possono essere estrapolati dalle regole convenzionali e consuetudinarie del diritto internazionale.
Alcuni di questi principi sono relativi a uno specifico settore del diritto internazionale (es. diritto del
mare, diritto umanitario). Gli Stati però manifestano diffidenza nei confronti di questi principi per
timore che possano restringere la loro libertà d’azione, di conseguenza li invocano quasi
esclusivamente quando vanno loro vantaggio o contro un altro stato.
 Principi generali di diritto comuni agli ordinamenti interni: principi che vengono trasferiti
dall’ordinamento interno degli Stati all’ordinamento internazionale al fine di integrare alcune
lacune. Il ricorso a questa fonte si manifesta già da inizio 900 quando i tribunali internazionali
istituiti per risolvere controversie tra Stati, in assenza di una disciplina consuetudinaria o
convenzionale applicabile, ricorrevano a questi principi generali comuni ai sistemi giuridici interni.

9.1 i principi generali di diritto nell’art.38 dello Statuto della Corte permanente di giustizia internazionale
Il comitato dei giuristi venne nominato nel 1921 dal consiglio della società delle nazioni ed era composto
da 10 membri. Il presidente Descamps propose che oltre alle norme convenzionali e consuetudinarie, la
corte potesse applicare norme di diritto internazionale riconosciute dalla coscienza giuridica della nazioni
civili, per fare in modo che la corte si conformasse anche ai dettati della coscienza giuridica delle nazioni
civilizzate. La maggioranza era favorevole (solo 3 membri si opposero), inanzitutto perché bisognava
ampliare le fonti del diritto internazionale, ma anche per impedire che la Corte si dichiarasse incompetente
nelle ipotesi in cui nessuna norma convenzionale o consuetudinaria fosse applicabile al caso di specie.

9.2 i principi generali di diritto nella giurisprudenza

La corte permanente di giustizia internazionale (CPGI) ha applicato di rado i principi generali di diritto,
ancora più raramente li ha applicati la corte internazionale di giustizia subentrata alla CPGI alla fine della
seconda guerra mondiale. Perché? gli Stati hanno intensificato il loro ricorso a trattati internazionali per
gestire i propri interessi, inoltre si sono formate numerose norme consuetudinarie e quindi non si avverte
più il bisogno di ricorrere a tali principi. Questa fonte è quindi rimasta inattiva per molto tempo, per poi
riattivarsi appena il diritto internazionale ha iniziato a disciplinare settori nuovi, come ad es. il diritto
amministrativo internazionale che regola i rapporti tra le organizzazioni internazionali e il loro personale.
Naturalmente, i principi generali di diritto possono essere applicati a livello internazionale solo se essi sono
compatibili con i caratteri essenziali dell’ordinamento giuridico internazionale. Infine, ricordiamo che essi
costituiscono una fonte sussidiaria del diritto internazionale, quindi si può ricorrere ad essi solo in assenza
di norme applicabili originate da una fonte primaria o secondaria.

CAPITOLO 10 – I TRATTATI

1. i trattati internazionali e la convenzione di Vienna

La stipulazione di trattati (metodo più usato per la creazione di norme internazionali) è disciplinata dal
diritto consuetudinario codificato dalla Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati del 1969, entrata in
vigore nel 1980 e applicata unicamente ai trattati in forma scritta conclusi fra Stati, quelli conclusi i forma
tacita o verbalmente sono scarsamente utilizzati nella prassi internazionale. Innovazioni della Convenzione
di Vienna:

 Pone limiti alla precedente libertà incondizionata degli Stati in materia di stipulazione: sono nulli i
trattati contrari allo ius cogens.
 Maggiore democratizzazione delle relazioni giuridiche internazionali: sono nulli i trattati conclusi
sono la minaccia o l’uso della forza.
 Cerca di garantire la prevalenza di valori internazionali sulle esigenze nazionali.

Irretroattività della Convenzione di Vienna: essa si applica solo ai trattati conclusi dagli Stati dopo la sua
entrata in vigore per gli Stati stessi. I trattati stipulati precedentemente restano quindi sottoposti alla
disciplina preesistente.

2.1 la libertà di scelta dei modi di stipulazione dei trattati o libertà delle forme

Stipulazione: espressione del consenso di uno Stato o altro soggetto ad essere vincolato dalla disciplina
giuridica contenuta nel testo di un trattato. Gli Stati hanno piena libertà per quanto riguarda le modalità
con cui esprimere tale consenso grazie al principio della libertà dei modi di stipulazione dei trattati.
Tuttavia ci sono due principali forme di stipulazione:
 Forma solenne: il consenso è espresso in un atto formale di ratifica da parte del capo dello Stato.
 Forma semplificata: semplice apposizione della firma da parte del plenipotenziario (rappresentante
dello Stato cui siano stati conferiti i pieni poteri ad intrattenere le trattative da parte degli organi
nazionali competenti) che ha negoziato il trattato (questi trattati si chiamano anche executive
agreements).

Secondo l’art. 15 della Convenzione di Vienna, uno Stato può manifestare il proprio consenso ad essere
vincolato da un trattato mediante adesione, quindi può stipulare il trattato anche se non ha preso parte alle
fasi che hanno portato alla sua elaborazione (quando ciò sia espressamente previsto dal trattato).

2.2 l’iter di formazione dei trattati

L’iter formativo ha inizio con i negoziati condotti dai plenipotenziari e nel corso dei quali le parti cercano un
accordo sulla disciplina giuridica che dovrà costituire il testo del trattato. (Come abbiamo detto sopra, i
plenipotenziari hanno pieni poteri ad intrattenere le trattative: questi pieni poteri sono la prova
universalmente accettata della qualità di rappresentante dello Stato autorizzato ad adottare/stipulare il
testo di un trattato. Tuttavia, la presentazione dei pieni poteri non è necessaria in alcuni casi, es. per
determinati organi come capi di Stato o ministri degli affari esteri). Se i negoziati vanno a buon fine, si
procede all’adozione del testo, la quale avviene all’unanimità, salvo che il trattato sia elaborato nel corso di
una conferenza internazionale perché in questo caso l’adozione avviene a maggioranza di due terzi. Dopo
l’adozione del testo, c’è la firma da parte dei plenipotenziari:

 nel caso degli accordi in forma semplificata, la firma basta a manifestare la volontà dello Stato a
ritenersi giuridicamente vincolato dalla disciplina giuridica e quindi l’entrata in vigore del trattato
avviene subito dopo l’apposizione della firma;
 nel caso invece di accordi stipulati in forma solenne, la firma ha solo valore di autenticazione del
testo e quindi deve seguire la ratifica formale del capo dello Stato. Successivamente, affinchè il
trattato entri in vigore, occorre che gli Stati procedano allo scambio degli strumenti di ratifica
oppure al loro deposito presso uno degli Stati che hanno partecipato ai negoziati.

3.1 la stipulazione in forma solenne e il potere di ratifica nell’ordinamento italiano

Il nostro ordinamento si limita a disciplinare espressamente solo il caso dei trattati stipulati in forma
solenne, stabilendo che il capo dello Stato ha competenza a ratificare i trattati internazionali previa
autorizzazione da parte delle Camere del Parlamento. Spetta tuttavia all’Esecutivo la decisione di
avviare le procedure di negoziazione dei trattati e di giungere a una loro conclusione. La necessità
dell’autorizzazione alla ratifica da parte delle Camere riflette l’esigenza del controllo democratico sulla
politica estera. La scelta di attribuire al capo dello Stato il potere di ratificare i trattati si pone in linea
con l’orientamento generale del diritto internazionale, che tende a riconoscere ai capi di Stato il ruolo
di organo principale delle relazioni internazionali degli Stati: il presidente della Repubblica rappresenta
l’unità nazionale. Sia l’ordinamento internazionale sia gli ordinamenti interni tendono quindi a
considerare il capo dello Stato come l’organo che meglio riassume e proietta verso l’esterno la volontà
dello Stato. Ora, bisogna chiedersi se il capo di Stato sia tenuto a ratificare i trattati ogni volta che ne sia
richiesto dal governo, e quindi anche nei casi in cui a suo giudizio si violerebbe una norma
costituzionale. Risposta: no, il presidente della Repubblica può rifiutarsi di ratificare il trattato per varie
ragioni:
 Il presidente ha il dovere di vigilare sul rispetto della Costituzione, quindi non può ratificare un
trattato che violerebbe una norma costituzionale.
 I trattati, una volta stipulati, possono cessare di produrre effetti giuridici a livello internazionale
solo secondo le procedure previste dal diritto internazionale, quindi non basta una denuncia
del trattato da parte dello Stato per porre fine agli effetti giuridici del trattato stesso.
 L’eventuale declaratoria d’incostituzionalità delle norme con cui un trattato è stato incorporato
all’interno di un ordinamento lascia aperto il problema della responsabilità internazionale dello
Stato per inadempimento del trattato: se lo Stato dichiara incostituzionali le norme che hanno
portato all’incorporazione del trattato nell’ordinamento interno, il trattato non può essere più
applicato e quindi lo Stato è responsabile a livello internazionale per inadempimento al trattato.

3.2 la previa autorizzazione alla ratifica da parte delle Camere e la natura del ruolo del Parlamento

L’intervento del Parlamento deve verificarsi prima della ratifica, in modo tale che le Camere possano
esprimere il proprio giudizio sul contenuto del trattato. Tuttavia, le leggi di autorizzazione alla ratifica
vengono spesso adottate con estremo ritardo e il Parlamento finisce per giocare un ruolo limitato. Quanto
alla natura del ruolo del Parlamento, ci sono due ipotesi:

 La legge di autorizzazione alla ratifica è un atto attraverso il quale il parlamento esercita un mero
controllo sulla conduzione della politica estera.
 La legge di autorizzazione alla ratifica è un atto di piena compartecipazione delle Camere alla
conclusione del trattato.

Le categorie di trattati per cui la Costituzione prescrive la previa autorizzazione parlamentare alla ratifica
sono cinque e sono tutti trattati la cui stipulazione può avere un’incidenza notevole su aspetti essenziali
della nostra vita nazionale, contenuti nell’art.80 della Costituzione:

1. Trattati di natura politica (solo quelli che hanno un grande rilievo politico comportando scelte
fondamentali di politica estera)
2. Trattati che prevedono arbitrati o regolamenti giudiziari
3. Trattati che importano variazioni del territorio
4. Trattati che importano oneri alle finanze
5. Trattati che importano variazioni di leggi

3.3 la legge di autorizzazione alla ratifica e referendum abrogativo

Le leggi di autorizzazione a ratificare trattati internazionali non possono costituire oggetto di referendum
di abrogazione totale o parziale, così facendo si evita che maggioranze popolari decidano di porre termine
alla partecipazione del nostro paese a trattati internazionali: su materie delicate e complesse attinenti ai
rapporti internazionali dell’Italia, possono pronunciarsi solo organi di democrazia rappresentativa
competenti e qualificati. Inoltre, è esclusa anche l’abrogazione di leggi di esecuzione perché attraverso il
referendum abrogativo di una legge si potrebbero provocare la mancata attuazione del trattato e la
conseguente responsabilità internazionale del nostro Stato. Riguardo ciò si è espressa anche la nostra Corte
che più volte è arrivata a configurare l’inammissibilità di richieste di referendum popolari il cui esito
avrebbe potuto contrastare con gli atti normativi emanati dagli organi dell’UE.

3.4 i trattati in forma semplificata


Alcuni accordi possono essere conclusi in forma semplificata, e dunque solo dall’Esecutivo, senza alcuna
partecipazione del capo dello Stato: si tratta di accordi che NON rientrano nei 5 trattati contenuti nell’art.80
della Costituzione (i quali richiedono unicamente la forma solenne) e trattati per i quali le parti contraenti
NON abbiano prescelto la stipulazione in forma solenne. Per ragioni di correttezza politico-costituzionale, il
governo dovrebbe però preferire la procedura solenne di stipulazione, e dunque richiedere la ratifica
presidenziale, ogni volta che il trattato presenti profili delicati o rilevanti sul piano politico, in modo tale che
il presidente della Repubblica possa esercitare il controllo di legittimità costituzionale che gli spetta per
arginare ogni scorrettezza. In ogni caso, tutti i trattati stipulati dall’Italia (sia in forma solenne che
semplificata) devono essere pubblicati in Gazzetta Ufficiale: si dovrebbe quindi concludere che gli accordi
segreti sono vietati, ma la legge sul segreto di Stato si riferisce alla possibile necessità di segretare atti, tra
cui anche accordi internazionali, al fine di proteggere la sicurezza nazionale.

3.5 la competenza a stipulare delle Regioni e delle Province autonome

Le regioni e le province autonome (Trento e Bolzano) possono stipulare accordi internazionali o accordi con
altri Stati finalizzati a favorire il loro sviluppo economico, sociale e culturale. L’esercizio della competenza a
stipulare questi accordi è però subordinato ad alcuni adempimenti procedurali:

 Occorre che la Regione o la Provincia autonoma dia tempestiva comunicazione delle trattative al
ministero degli Affari esteri e alla presidenza del Consiglio dei ministri, che ne danno a loro volta
comunicazione ai ministeri competenti.
 Prima di sottoscrivere l’accordo, la Regione o la Provincia autonoma deve comunicare il relativo
progetto al ministero degli Affari esteri, il quale conferisce i pieni poteri di firma previsti dalle
norme del diritto internazionale generale.

Per le Regioni e le Province autonome è quindi più semplice concludere intese con enti territoriali interni
ad altro Stato (purchè tali intese siano dirette a favorire il loro sviluppo economico, sociale e culturale) in
quanto più semplici dal punto di vista procedurale: viene richiesto alle Regioni e alle Province autonome
soltanto di dare comunicazione dell’intesa, prima della firma, alla presidenza del Consigliio dei ministri e al
ministero degli Affari esteri. In conclusione, l’iter procedurale che le Regioni e le Province autonome sono
obbligate a seguire per esercitare la propria competenza a stipulare accordi internazionali è così complesso
da scoraggiare l’esercizio di siffatta competenza.

4. le riserve ai trattati

Lo Stato che intenda divenire parte ad un trattato multilaterale, ma che tuttavia reputi che alcune delle sue
clausole siano troppo onerose, può formulare delle riserve:

 Eccettuative: quando attraverso la riserva, lo Stato intende escludere l’applicazione nei propri
confronti di talune clausole del trattato.
 Interpretative: quelle con le quali lo Stato intende modificare nei propri confronti l’effetto giuridico
di alcune norme del trattato.

4.1 la disciplina in materia di ammissibilità delle riserve: dal diritto tradizionale alla Convenzione di
Vienna

Nel diritto tradizionale le riserve, per essere ammissibili, dovevano essere accettate da tutte le parti
contraenti, in osservanza quindi del principio dell’integrità dei trattati. Gradualmente questo principio
viene abbandonato in favore del principio della flessibilità dei trattati, secondo cui l’assenza di una norma
che autorizza le riserve in una convenzione multilaterale non implica l’inammissibilità delle riserve. Secondo
la Corte, spetta però ad ogni Stato contraente valutare l’ammissibilità di una riserva, la quale deve essere
compatibile con l’oggetto e lo scopo del trattato. La disciplina della Convenzione di Vienna prevede che uno
Stato possa formulare riserve al momento della ratifica o adesione al trattato, purchè tali riserve non siano
espressamente vietate dal trattato e non siano incompatibili con l’oggetto e lo scopo del trattato. Circa
l’accettazione delle riserve da parte degli Stati contraenti, tale accettazione non è necessaria se la riserva è
espressamente autorizzata dal trattato. Nel caso contrario, lo Stato che formula la riserva deve notificarla
alle altre parti contraenti, che hanno a disposizione 12 mesi di tempo per formulare a loro volta
un’eventuale obiezione. L’obiezione consiste in una dichiarazione con la quale uno Stato esprime la propria
contrarietà a quella riserva. Ma l’obiezione semplice non è sufficiente ad impedire l’entrata in vigore del
trattato, il cui contenuto può quindi variare a seconda di quali sono gli Stati che intendono farne
applicazione:

 Per gli Stati che non hanno formulato riserve, il trattato entra in vigore nella sua integrità.
 Per gli Stati che hanno formulato riserve, il trattato entra in vigore con gli effetti giuridici prodotti
dalle riserve, tra di essi e le parti contraenti che hanno accettato le riserve o formulato obiezioni
semplici.
 Il trattato non entra in vigore fra gli Stati che hanno formulato riserve e gli Stati che hanno
dichiarato espressamente che tali riserve pregiudicano l’entrata in vigore del trattato.

Nonostante la Commissione di Vienna costituisca lo strumento internazionale che per la prima volta ha
riconosciuto l’esistenza di norme internazionali imperative (ius cogens), quando si tratta di ammissibilità
delle riserve, non indica che la riserva in contrasto con una norma di diritto imperativo debba essere
considerata invalida. Questo perché, forse, all’epoca della Convenzione gli Stati hanno ammesso con molta
diffidenza l’esistenza dello ius cogens.

4.2 la questione dell’ammissibilità delle riserve ai trattati in materia di tutela dei diritti umani

La Corte europea dei diritti umani e il Comitato sui diritti umani delle Nazioni Unite hanno affermato che,
quando uno Stato formula una riserva inammissibile (perché vietata dal trattato o perché incompatibile con
l’oggetto e lo scopo del trattato), la conseguenza è l’invalidità della riserva e quindi l’entrata in vigore del
trattato non è pregiudicata in conformità al principio utile per inutile non vitiatur (l’utile non è inficiato
dall’inutile). Il principio ispiratore di questo orientamento è quello di assicurare la prevalenza delle norme
in materia dei diritti umani rispetto alle esigenze dei singoli Stati sovrani.

4.3 la competenza a formulare riserve nell’ordinamento italiano

Nel nostro ordinamento il Parlamento deve pronunciarsi non solo sul trattato come tale, ma anche su
eventuali riserve formulate dall’Esecutivo. Non si è mai verificata nella storia repubblicana, invece, la
formulazione di una riserva da parte del Parlamento.

5. l’interpretazione dei trattati

È l’attività con la quale si intende chiarire il senso e la portata di una norme giuridica. La competenza ad
interpretare un trattato può essere attribuita a:

 un giudice o un arbitro internazionale


 un organo, es. Corte di giustizia dell’UE
 Stati membri
5.1 le regole in materia di interpretazione dei trattati

In passato non esistevano norme giuridiche vincolanti che regolassero l’attività di interpretazione dei
trattati. Questa problematica è stata risolta con la Convenzione di Vienna, la quale accolse l’idea secondo
cui anche l’attività d’interpretazione è subordinata a talune norme giuridiche vincolanti. La regola generale
d’interpretazione dà preminenza al metodo testuale o oggettivo, in virtù del quale occorre ricercare la
volontà delle parti al trattato nel testo del trattato stesso. L’interpretazione testuale deve avvenire alla luce
di:

 Oggetto e scopo del trattato (interpretazione teleologica).


 Contesto del trattato (interpretazione sistematica) costituito da preambolo, allegati, accordi relativi
al trattato intervenuti al momento della sua conclusione.
 Altri accordi intervenuti tra le parti sull’interpretazione del trattato.

La regola generale pone l’accento ance sul principio d’interpretazione effettiva (criterio dell’effettivo utile)
secondo cui non sono ammissibili interpretazioni tali da rendere le norme del trattato prive di significato e
quindi non autorizza interpretazioni contrarie alla lettera e allo spirito del trattato. La convenzione, inoltre,
stabilisce che i lavori preparatori o le circostanze in cui il trattato è stato concluso costituiscano unicamente
dei mezzi sussidiari d’interpretazione, hanno quindi lo scopo di determinare il senso del trattato quando
l’interpretazione lascia il senso ambiguo. Nel caso di trattati autenticati in più lingue, il testo del trattato fa
fede in ciascuna delle lingue (eccetto che il trattato non disponga la prevalenza di una determinata lingua).
Quando tra i testi emerge una differenza di senso, bisogna adottare il senso che permette di conciliare
meglio i testi in questione.

5.2 criteri ermeneutici e tecniche di interpretazione

La teoria dei poteri impliciti è un criterio ermeneutico (ermeneutica: metodologia d’interpretazione di testi
scritti) usato dai tribunali internazionali per interpretare una particolare categoria di trattati, cioè quelli
istitutivi di organizzazioni internazionali. Secondo questa teoria, si deve ritenere che gli organi delle
organizzazioni internazionali posseggano non solo i poteri espressamente previsti nei rispettivi trattati
istitutivi, ma anche tutti i poteri necessari allo svolgimento dei compiti espressamente previsti dal trattato
istitutivo dell’organizzazione. Questa teoria si fonda sull’analogia federale, sul presupposto che i rapporti
intercorrenti tra gli Stati membri di un’organizzazione e gli organi di quest’ultima siano analoghi a quelli
esistenti tra gli Stati membri di Stati federali e gli organi centrali. In dottrina c’è chi però ritiene che il ricorso
a questa teoria finisca con il riconoscere poteri eccessivamente ampi agli organi di organizzazioni
internazionali. Tra le tecniche di interpretazione citiamo la tecnica dell’interpretazione evolutiva
(interpretazione di un trattato al passo coi tempi), utilizzata di frequente per l’interpretazione dei trattati in
materia dei diritti umani oppure per l’interpretazione delle Costituzioni, testi che necessitano di un’attività
di interpretazione che li mantenga al passo con le trasformazioni del contesto sociale.

6. la successione degli Stati nei trattati e rispetto a beni, archivi e debito pubblico

A seguito di un cambiamento di sovranità su un certo territorio si pone il problema di stabilire se vi è una


successione giuridica (principio di continuità: diritti e obblighi dello Stato predecessore vengono trasmessi
al nuovo Stato) o se invece il nuovo Stato nasca libero dai diritti e gli obblighi dello Stato predecessore
(principio della tabula rasa). Per stabilire se vi sia o meno successione giuridica, bisogna distinguere tra
varie categorie di trattati:

 Trattati di natura territoriale


 Trattati in materia dei diritti umani
 Trattati di natura politica
 Trattati istitutivi di organizzazioni internazionali
 Altri trattati e la successione rispetto a beni, archivi e debito pubblico

6.1 i trattati di natura territoriale (detti anche localizzabili)

 Trattati di delimitazione delle frontiere: per questi vige il principio di continuità in modo tale da
garantire la stabilità delle relazioni internazionali. La regola che stabilisce la continuità di questi
trattati è espressa dal principio dell’uti possidetis iuris, secondo cui i nuovi Stati al momento
dell’acquisto dell’indipendenza ereditano i territori e le frontiere delle antiche province coloniali:
obbligo di rispettare da parte di un nuovo Stato le frontiere stabilite dal predecessore.
 Trattati che istituiscono regimi territoriali: es. diritti di navigazione. Anche per questi vige il
principio di continuità, fatta eccezione per i trattati che istituiscono le basi militari.

6.2 i trattati in materia di diritti umani

Sembra essersi formata in epoca recente una norma consuetudinaria che impone la continuità di tali
trattati perché ciò che conta è continuare a proteggere gli individui anche in seguito a un mutamento di
sovranità sul territorio.

6.3 i trattati di natura politica

Si tratta di trattati che stabiliscono diritti e obblighi connessi all’orientamento politico del regime, quindi
trattati che ad es. stabiliscono alleanze militare o trattati di neutralità. Per questi vige il principio di
discontinuità (tabula rasa).

6.4 trattati istitutivi di organizzazioni internazionali

Discontinuità nella qualità di membro di organizzazioni internazionali: il nuovo Stato dovrà presentare
domanda di ammissione all’organizzazione internazionale per acquisire la qualità di membro.

6.5 gli altri trattati e la successione rispetto a beni, archivi e debito pubblico

 In caso di incorporazione o nel caso in cui uno Stato subentri ad un altro nel governo di una parte di
territorio di quest’ultimo, si applica il principio di mobilità delle frontiere secondo cui gli accordi
stipulati dallo Stato predecessore cessano di produrre effetti giuridici solo sulla parte di territorio
che subisce il mutamento di sovranità.
 Nei casi di mutamenti di sovranità che portano alla formazione di uno o più nuovi Stati (secessione,
fusione o smembramento) si applica il principio di tabula rasa.

La Convenzione di Vienna però si discosta dal diritto consuetudinario perché accoglie il principio di
continuità per tutte le ipotesi di formazione di nuovi Stati in modo da garantire maggiore stabilità nei
rapporti giuridici internazionali, fatta eccezione per le ex colonie per le quali accoglie il principio di tabula
rasa per fare in modo che possano riaffermare sul piano ideologico il loro distacco dai vincoli giuridici
precedentemente assunti dagli Stati coloniali. Ma in realtà, al momento dell’adozione del testo della
Convenzione, il processo di decolonizzazione era quasi completato e la Convenzione non ha efficacia
retroattiva. La Convenzione prevede inoltre che lo Stato di nuova indipendenza possa, attraverso notifica di
successione, divenire parte a trattati multilaterali aperti (cioè trattati in cui possono divenire parti
contraenti anche stati che non hanno partecipato alla loro negoziazione). Gli stati di nuova indipendenza
possono quindi subentrare a trattati conclusi dalla ex madrepatria. Lo Stato di nuova indipendenza può
inoltre ripudiare le riserve del predecessore e apporre proprie riserve nuove. Per quanto riguarda i beni
pubblici, lo Stato che esercita il proprio potere di governo sul territorio ove il bene è situato succede nella
proprietà di quel bene e lo steso può dirsi riguardo agli archivi di Stato. Per i debiti pubblici invece, se sono
localizzabili (contratti a favore del territorio oggetto del mutamento di sovranità) vale la regola della
continuità, il debito generale invece resta in capo allo Stato predecessore.

7. il rispetto dei trattati e la loro efficacia per gli Stati terzi

I trattati internazionali, una volta entrati in vigore, devono essere adempiuti in buona fede dalle parti
contraenti: norma espressa dal brocardo (regola generale di diritto) pacta sunt servanda (i patti devono
essere osservati). La Convenzione di Vienna prevede che uno Stato non può invocare le disposizioni del suo
diritto interno come giustificazione per la mancata esecuzione di un trattato: irrilevanza del diritto interno
in caso di inadempimento del trattato. L’obbligo d’adempimento grava solo sulle parti contraenti, quindi i
trattati internazionali non possono creare diritti e obblighi per Stati terzi. Stati terzi possono però assumere
obblighi internazionali o esercitare diritti previsti in un trattato cui non sono parte contraente solo se essi
manifestano una specifica volontà.

8. cause di invalidità dei trattati

Oltre a contemplare la nullità dei trattati in caso di corruzione del rappresentante dello Stato che ha
condotto i negoziati e di violazione delle norme interne sulla competenza a stipulare, la Convenzione di
Vienna prevede l’invalidità anche per i trattati la cui conclusione è avvenuta con la minaccia e l’uso della
forza e per i trattati il cui contenuto sia contrario alle norme di ius cogens. Le cause di nullità si possono
dividere in due tipi:

 Relative: comprendono errore, dolo, corruzione e violazione delle norme interne sulla competenza
a stipulare (vizi della volontà). Queste cause di nullità possono essere invocate solo dallo Stato
vittima.
 Assolute: comprendono la minaccia e l’uso della forza e il contrasto con una norma di ius cogens.
Qualsiasi Stato parte al trattato può invocarne la nullità.

8.1 le cause di nullità relative

La violazione manifesta di una norma interna di importanza fondamentale sulla competenza a stipulare può
essere invocata come causa di nullità. Riguardo ciò, ci sono due visioni contrapposte:

 Dualista: le regole interne sulla competenza a stipulare non potrebbero avere rilevanza sulla
validità di atti formatisi nell’ordinamento giuridico internazionale, dato il principio di separazione
degli ordinamenti.
 Monista: le norme interne sulla competenza a stipulare hanno piena rilevanza nell’ordinamento
internazionale, dato il principio dell’unitarietà degli ordinamenti.

La soluzione accolta dalla Convenzione di Vienna si pone a metà strada tra le due visioni: si tratta di una
formula di carattere pragmatico secondo cui, a livello internazionale, bisogna sanzionare solo le ipotesi di
violazione manifesta (obiettivamente evidente per qualsiasi Stato) delle norme interne sulla competenza a
stipulare.
Il governo italiano si è trovato a stipulare in forma semplificata accordi internazionali che andavano
stipulati in forma solenne, rientranti nell’art.80 Cost. ritenuto di importanza fondamentale, e quindi l’Italia,
in quanto Stato il cui consenso è viziato (ha dato il consenso per errore), può invocare l’inosservanza della
norma costituzionale come causa di nullità del vincolo assunto sul piano convenzionale. Sul piano interno,
invece, se l’atto in questione pone norme regolamentari, queste possono essere annullate dal giudice
amministrativo o disapplicate dal giudice ordinario, se l’atto è costituito da una legge ordinaria, questa può
essere impugnata davanti alla Corte costituzionale e annullata. Ipotesi di nullità dei trattati secondo la
Convenzione di Vienna:

 Errore di fatto: falsa rappresentazione della realtà che ha indotto lo stato a stipulare un trattato che
altrimenti non avrebbe concluso.
 Dolo: caso in cui uno Stato viene indotto a concludere un trattato dal comportamento doloso di un
altro Stato che ha partecipato alla negoziazione.
 Corruzione del rappresentante dello Stato da parte di un altro Stato che ha partecipato ai negoziati.

8.2 cause di nullità assolute

Un trattato è nullo se la sua conclusione è stata ottenuta attraverso la minaccia o l’uso della forza. È il caso
delle ipotesi di violenza:

 La violenza sul rappresentante dello Stato: può essere o fisica o morale e può realizzarsi attraverso
atti o minacce.
 La violenza sullo Stato

Un trattato è nullo se, al momento della sua stipulazione, contiene disposizioni contrarie allo ius cogens. Le
norme consuetudinarie consentono anche agli Stati terzi di invocare la nullità di un trattato in contrasto con
norme di ius cogens (nonostante la Convenzione di Vienna stabilisca che solo le parti contraenti possono
invocare la nullità assoluta) perché tali norme riguardano un’area di valori che la comunità internazionale
considera meritevole di tutela particolare.

9. cause di estinzione e sospensione dei trattati

Si tratta di quelle circostanze che provocano il cessare degli effetti giuridici del trattato (estinzione) o la sua
provvisoria inefficacia (sospensione). In passato si trattava di regole poco numerose e ambigue, che sono
state poi chiarite dalla Convenzione di Vienna che ha stabilito quali sono le circostanze che provocano
l’estinzione dei trattati e quali invece la loro sospensione:

1) inadempimento del trattato: nel caso di accordi bilaterali, può essere sia causa di estinzione che di
sospensione; nel caso di accordi multilaterali, le parti al trattato possono decidere che l’estinzione operi
solo per l’autore della violazione o anche per tutte le parti contraenti, ma in assenza di una comune volontà
delle parti, si opta per la sospensione per evitare che un trattato sia travolto dall’inadempimento di una
sola parte contraente.

2) mutamento radicale delle circostanze esistenti al momento della stipulazione nell’ipotesi in cui:

 Il cambiamento non era previsto al momento della stipulazione.


 Quelle circostanze erano fondamentali per il consenso delle parti a essere vincolate.
 Il cambiamento delle circostanze trasforma la portata degli obblighi che devono essere adempiuti
in base al trattato.
3) sopravvenienza di una norma di ius cogens: nel caso in cui emerge una nuova norma di ius cogens,
qualsiasi trattato esistente che sia in conflitto con quella norma si estingue.

4) denuncia o recesso: salvo che nel trattato sia prevista questa la possibilità.

5) estinzione per comune volontà delle parti.

6) impossibilità sopravvenuta dell’esecuzione: derivante dalla scomparsa di un oggetto indispensabile


all’esecuzione del trattato.

Le cause di estinzione e sospensione non operano automaticamente, ma devono essere invocate dalla
parte che intenda avvalersene. Circa le cause di sospensione, esse devono comprendere anche la presenza
nel trattato di una condizione sospensiva o la stipulazione successiva di un accordo sospensivo da parte
degli Stati contraenti.

CAPITOLO 11 - LO IUS COGENS

1. ius cogens e obblighi erga omnes

Lo ius cogens è l’insieme di norme inderogabili di diritto internazionale, poste a tutela di valori
fondamentali per la comunità internazionale e perciò al vertice della gerarchia delle fonti. La nozione di ius
cogens venne inserita per la prima volta in un documento internazionale con l’adozione della Convenzione
di Vienna sul diritto dei trattati del 1969. Un anno dopo, la Corte internazionale di giustizia, con la sentenza
Barcelona Traction, ha fatto spesso ricorso a un altro concetto per affermare l’esistenza di una categoria di
norme che riflette i valori fondamentali della comunità internazionale: gli obblighi erga omnes, o di natura
solidale, i quali sono più ampi rispetto allo ius cogens e riflettono la natura non sinallagmatica (non
reciproca: queste norme vincolano ogni Stato alla comunità internazionale e quindi non creano vincoli
basati sulla reciprocità) delle norme che tutelano alcuni valori fondamentali.

2. l’introduzione della nozione di ius cogens nella Convenzione di Vienna

Il primo Relatore a sostenere che non è lecito un trattato stipulato in contrasto con i principi superiori di
diritto internazionale fu Lauterpacht nel 1953, mentre la denominazione “ius cogens” fu usata da
Fitzmaurice per la prima volta nel 1958,in un articolo che stabiliva la nullità dei trattati contrari allo ius
cogens. Waldock, infine, propose di inserire una lista di esempi di norme imperative. Cosa ne pensavano i
paesi?:

 Paesi in via di sviluppo: vedevano la proclamazione dello ius cogens come un modo per continuare
la lotta contro il colonialismo e per condannare la schiavitù, il lavoro forzato ecc.
 Paesi socialisti: vedevano lo ius cogens come il nucleo di principi che garantivano lo svolgimento
delle relazioni fra Stati con diversi sistemi economici e strutture sociali. Per loro quindi, lo ius
cogens costituiva lo strumento per cristallizzare l regole del gioco relative alla coesistenza pacifica
tra est e ovest.
 Paesi occidentali: alcuni espressero immediatamente forti dubbi, mentre altri si resero conto della
necessità politica di piegarsi alla volontà della maggioranza. Non esistendo però criteri certi per la
qualificazione di una norma generale come norma imperativa, i paesi occidentali richiesero che
l’accertamento in materia fosse operato da un organo giurisdizionale, indipendente e imparziale:
venne quindi individuata la giurisdizione obbligatoria della Corte internazionale di giustizia.

3. la definizione di ius cogens e la giurisdizione obbligatoria della CIG


Le disposizioni della Convenzione di Vienna sullo ius cogens sono 3 articoli:

 art.53: una norma imperativa di diritto internazionale generale è una norma accettata e
riconosciuta dalla comunità degli Stati nel suo complesso come una norma cui non è consentita
alcuna deroga e che può essere modificata solo da una norma successiva di diritto internazionale
generale della stessa natura .
 art.64: qualora sopravvenga una nuova norma imperativa di diritto internazionale generale,
qualsiasi trattato esistente che contrasti tale norma diventa nullo e ha termine.
 art.66: prevede la possibilità di un ricorso unilaterale alla CIG con riferimento alle controversie
relative alla determinazione del contenuto dello ius cogens per ottenere una decisione.

4. nullità dei trattati contrari allo ius cogens e diritto consuetudinario

Limite delle disposizioni della Convenzione di Vienna sullo ius cogens: esse possono essere invocate solo da
uno Stato che sia parte alla Convenzione e al tempo stesso parte al trattato bilaterale o multilaterale di cui
si sostiene la contrarietà a una norma imperativa. Di conseguenza, uno Stato terzo alla Convenzione e che
non sia parte al trattato bilaterale o multilaterale in questione, non può invocare l’applicazione delle
disposizioni contenute negli articoli 53, 64 e 66 della Convenzione. Questo limite è oggi attenuato grazie ad
alcuni sviluppi del diritto consuetudinario, il quale consente anche agli Stati che non sono parti ad un
trattato di invocare la sua nullità per contrasto con una norma imperativa. Inoltre, si è progressivamente
formata una norma consuetudinaria sullo ius cogens, secondo cui uno Stato che non ha ratificato la
Convenzione di Vienna del 1969, ma che è parte contraente ad un trattato di cui si sostenga la contrarietà
ad una norma imperativa, può invocarne la nullità (ma gli Stati parte al trattato in questione possono
contestare la pretesa di nullità e rifiutarsi di avviare procedure di soluzione alle controversie). Infine, si può
sostenere che la nullità operi soltanto rispetto alla disposizione contrastante con la norma cogente: ad es.
se una decisione di un’organizzazione internazionale contiene soltanto alcune norme contrarie allo ius
cogens, la nullità colpirà soltanto queste norme e non anche quelle conformi al diritto cogente.

5. l’identificazione dello ius cogens e delle norme poste a tutela di valori fondamentali per la comunità
internazionale nel suo insieme

Nella definizione di ius cogens non emerge però quali norme internazionali rientrino in tale categoria. Per
provare a identificare almeno in parte il contenuto di questo nucleo di norme poste a tutela di valori
fondamentali, occorre rifarsi a due nozioni:

 obblighi erga omnes: la CIG ha per anni preferito riferirsi a questa categoria, rispetto alla nozione di
ius cogens, sottolineando che questi obblighi vincolano gli Stati nei confronti della comunità
internazionale nel suo insieme e di conseguenza, tutti gli Stati hanno un interesse giuridico al
rispetto di norme come il divieto di aggressione, il divieto di genocidio, divieto di discriminazione
razziale, tutte norme che ponevano obblighi così essenziali per la tutela degli interessi fondamentali
della comunità internazionale che lo loro violazione era riconosciuta come un ↓
 crimine della comunità internazionale: nozione che riflette non solo importanza dell’interesse
protetto dal tipo di norma, ma anche la gravità della violazione.

I riferimenti allo ius cogens sono diventati più frequenti nella giurisprudenza recente: la CIG ha iniziato a
parlare di natura inviolabile dei principi fondamentali del diritto internazionale in riferimento ad alcuni
principi di diritto umanitario, in primis il divieto di genocidio.
Per accertare la natura cogente di una norma, occorre dimostrare non solo che una certa norma ha natura
consuetudinaria, ma anche che essa è accettata e riconosciuta come norma imperativa dalla comunità degli
Stati nel suo complesso: gli Stati devono dimostrare un’opinio iuris (convinzione sul carattere obbligatorio
di una norma e sulla sua inderogabilità). Per quanto riguarda la prassi, non esiste: l’identificazione delle
norme di ius cogens è avvenuta solo in considerazione dell’importanza del valore che si intendeva tutelare
e non in base alla rilevazione di casi nei quali questa tutela si sia tradotta concretamente nella nullità dei
trattati.

6.1 la funzione deterrente dello ius cogens

Funzione deterrente dello ius cogens: lo ius cogens ha il potere di distogliere gli Stati dal compiere
un’azione illecita→ questa funzione preventiva in parte spiega perché gli Stati, nelle loro controversie, non
abbiano finora invocato norme di ius cogens per pretendere la nullità di un trattato. Lo ius cogens opera
quindi come indicatore di parametri di un ordine pubblico internazionale, dissuadendo gli Stati dal porre
in essere specifiche condotte e obbligandoli a comportarsi rispettando alcuni principi fondamentali.

6.2 le norme di ius cogens come produttive di effetti diversi dalla nullità dei trattati

 Riconoscimento di Stati: quando un nuovo Stato si forma in violazione di norme cogenti, gli altri
Stati hanno l’obbligo di non procedere al suo riconoscimento.
 Riserve ai trattati: la riserva a un trattato che contrasti con una norma imperativa rende tale riserva
inammissibile.
 Adempimento ai tratti: lo Stato deve rifiutarsi di dare applicazione a un trattato nel caso in cui
l’adempimento potrebbe provocare una violazione di una norma cogente.
 Ius cogens come limite alla discrezionalità (=facoltà di libertà d’azione) del Consiglio di Sicurezza:
le decisioni del CdS vanno rispettate nella misura in cui esse non siano contrarie allo ius cogens.
 Immunità degli Stati: uno Stato non è mai legittimato ad invocare l’immunità dalla giurisdizione
estera per atti contrari allo ius cogens.
 Universalità della giurisdizione: la natura cogente delle norme che proibiscono crimini
internazionali ha come effetto l’attribuzione della giurisdizione penale universale (=qualsiasi Stato
può esercitare la propria giurisdizione sul crimine internazionale, in parole povere qualsiasi Stato
può punire il crimine).
 Nullità delle norme interne: lo ius cogens può impedire l’applicazione di norme nazionali
contrastanti con esso, es. leggi nazionali che implicitamente autorizzano il ricorso alla tortura.

CAPITOLO 12 – ALTRE FONTI DI PRODUZIONE GIURIDICA

1. le fonti previste da accordo: gli atti vincolanti delle organizzazioni internazionali

Le norme che stabiliscono procedimenti di produzione giuridica sono contenute nei trattati istitutivi di
organizzazioni internazionali: uno o più organi dell’organizzazione possono essere autorizzati (tramite voto
a maggioranza) ad adottare atti giuridici vincolanti. Le regole emanate dall’organo (= diritto derivato)
vincolano solo gli Stati che fanno parte dell’organizzazione, ma solo se questi hanno accettato, tramite
ratifica del trattato, il processo di produzione normativa contemplato dal trattato.

Il potere di emanare risoluzioni vincolanti è previsto nella Carta delle Nazioni Unite, in particolare per il
Consiglio di Sicurezza il quale ad esempio può decidere quali misure non implicanti l’uso della forza armata
debbano essere utilizzate per dare efficacia alle sue decisioni. Inoltre, dopo la fine della guerra fredda il CdS
ha emanato molte decisioni contenenti misure di carattere economico dirette contro Stati che si sono resi
responsabili di minacce alla pace, fra cui il divieto di esportazioni e importazioni e l’interruzione di altre
relazioni economiche con alcuni Stati. Gli Stati che non fanno parte dell’ONU non sono vincolati dalle
decisioni del CdS, ma allo stesso tempo l’organizzazione deve fare in modo che gli Stati non membri
dell’ONU agiscano in conformità ai principi fondamentali nel caso in cui ciò sia necessario per il
mantenimento della pace e della sicurezza internazionale. Alcuni istituti specializzati dell’ONU (ILO, FAO,
UNESCO ecc.), che svolgono attività nel campo economico, sociale, culturale e tecnico che richiedono
coordinamento tra gli Stati, sono autorizzati ad adottare atti vincolanti per gli Stati che ne fanno parte. Vi
cono poi organizzazioni internazionali indipendenti dall’ONU (es. organizzazione mondiale del commercio:
OMC) i cui organi possono adottare, in alcune occasioni indicate dallo Statuto, decisioni di carattere
vincolante.

L’UE può adottare numerosi atti di carattere vincolante nei confronti degli Stati membri:

 Regolamenti: hanno portata generale e astratta, sono obbligatori in tutti i loro elementi e
direttamente applicabili in ciascuno degli Stati membri.
 Direttive: vincolano gli Stati membri per quanto riguarda il risultato da raggiungere, lasciando
impregiudicata la competenza degli organi nazionali quanto alla forma e ai messi per raggiungere il
risultato prescritto.
 Decisioni: si indirizzano a un solo destinatario specifico che è obbligato a rispettare determinati atti
vincolanti, hanno dunque una portata concreta.

2. gli atti giuridici unilaterali degli Stati

Gli atti giuridici unilaterali sono compiuti da un solo soggetto di diritto internazionale e sono:

 Protesta: dichiarazione unilaterale con la quale si manifesta opposizione ad un atto di un altro


Stato; il suo scopo e i suoi effetti giuridici sono quelli di dimostrare che lo Stato che effettua la
protesta non riconosce o non accetta l’atto di un altro soggetto.
 Riconoscimento: atto unilaterale con cui si considera legittima una determinata situazione. Il suo
effetto giuridico è quello di impedire allo Stato che ha effettuato il riconoscimento di contestare
successivamente ciò che ha riconosciuto in precedenza.
 Rinuncia: abbandono volontario di un diritto in maniera chiara e volontaria.
 Notifica: atto unilaterale con cui uno Stato informa un altro Stato che una certa azione è stata
intrapresa. L’effetto giuridico prodotto è quello di precludere allo Stato al quale la notifica è
indirizzata di comportarsi come se non fosse a conoscenza del fatto oggetto della notifica stessa. Se
lo Stato al quale la notifica è indirizzata non protesta tempestivamente per opporsi, si parla di
acquiescenza (accettazione espressa o tacita di un effetto giuridico).
 Promessa: dichiarazione unilaterale attraverso cui uno Stato si impegna ad adottare un certo
comportamento.
 Denuncia o recesso da un trattato: produce come effetto giuridico quello di far perdere allo Stato
la qualità di parte al trattato stesso.

3. l’equità e le sentenze dispositive

Alcuni trattati attribuiscono ai tribunali internazionali il potere di emanare sentenze non sulla base del
diritto esistente, ma piuttosto sulla base di principi di equità (ex aequo et bono: l’organo giudicante ha la
possibilità di disapplicare le norme esistenti e decidere in base alla sua coscienza). Un tribunale
internazionale, quando ricorre a principi d’equità per risolvere una controversia, crea diritto per le parti. Si
parla in questo caso di sentenze dispositive: basate sul giudizio dei tribunali e non sul diritto internazionale.

4. le sentenze che non si fondano su principi di equità

Le sentenze emanate dai tribunali internazionali non creano diritto (tranne nel caso in cui si applichino
principi di equità) e nell’ordinamento internazionale di conseguenza non trova applicazione la dottrina di
common law dello stare decisis/dottrina del precedente: “rimanere su quanto deciso” il giudice è
obbligato a conformarsi alla decisione adottata in una precedente sentenza, nel caso in cui la fattispecie
portata al suo esame sia identica a quella già trattata nel caso in essa deciso. In questo modo, i precedenti
desunti dalle sentenze anteriori operano come fonte di diritto negli ordinamenti di common law (common
law sono ordinamenti in cui è la sentenza del giudice a creare diritto, negli ordinamenti di civil law invece
sono le leggi a creare diritto).

5. la soft law

Indica l’insieme di parametri, impegni, dichiarazioni congiunte, dichiarazioni d’intenti, dichiarazioni


politiche e risoluzioni dell’ONU o altre organizzazioni internazionali (contrapposta all’hard law: diritto
internazionale in senso proprio). La soft law si forma quindi all’interno di organizzazioni internazionali e i
suoi strumenti hanno tre principali caratteristiche:

 Sono emblematici di tendenze moderne emergenti nella comunità internazionale, delle quali le
organizzazioni internazionali si fanno promotori.
 Riflettono nuovi interessi della comunità internazionale, rispetto ai quali in passato vi era scarsa
sensibilità.
 Non impongono obblighi internazionali vincolanti per gli Stati, ma si limitano a suggerire
parametri di comportamento per gli Stati (differenza con l’hard law che invece è vincolante).

CAPITOLO 13 – DIRITTO INTERNAZIONALE E ORDINAMENTI GIURIDICI INTERNI

1. le principali impostazioni dottrinali

Tre principali teorie che riguardano i rapporti tra diritto internazionale e ordinamenti giuridici interni:

 Monismo “nazionalista”: il diritto interno comprende anche il diritto internazionale, prevalendo su


quest’ultimo.
 Dualismo: l’ordinamento giuridico internazionale è autonomo e distinto dai sistemi giuridici interni
e per poter essere applicato all’interno di ciascun ordinamento, è necessario che i precetti
internazionali siano trasformati in norme giuridiche interne. Data la separazione tra gli ordinamenti,
le norme internazionali non possono direttamente modificare o invalidare le norme interne, e
queste ultime non possono modificare o invalidare le norme internazionali.
 Monismo “internazionalista”: supremazia del diritto internazionale sui sistemi giuridici interni.
Secondo questa teoria, elaborata e sviluppata da Hans Kelsen, l’ordinamento giuridico
internazionale controlla tutti gli ordinamenti nazionali che sono ad esso subordinati. Ne discende la
prevalenza dei valori internazionali su quelli nazionali, nonché l’esigenza che gli organi dello Stato
perseguano gli obiettivi e le finalità derivanti dai precetti internazionali.

La teoria monista nazionalista è stata abbandonata per mancanza di fondamenta scientifiche. È stata invece
utilizzata fino alla prima metà del XX secolo la teoria dualista. Attualmente invece ci stiamo spostando verso
la teoria monista internazionale: molte regole internazionali si indirizzano oggi direttamente agli individui
senza l’intermediazione di sistemi giuridici interni, perché esse pongono obblighi o attribuiscono diritti che
devono essere adempiuti ed esercitati a prescindere da ciò che dispone l’ordinamento giuridico interno.
Insomma, il diritto internazionale non è più uno ius inter potestas (diritto che governa solo le relazioni tra
Stati sovrani), ma si rivolge direttamente anche agli individui. Molte regole internazionali però, per divenire
operative devono essere applicate dagli organi degli Stati e dagli individui dei vari ordinamenti statali. A
proposito di ciò, il diritto internazionale lascia liberi gli Stati di decidere se e come modificare il proprio
ordinamento interno per consentire la piena applicazione delle norme internazionali.

2. l’assenza di un obbligo generale di adattamento

Nella prassi sono rari i casi in cui gli Stati pretendono l’emanazione, da parte di altri Stati, della legislazione
interna necessaria per l’adempimento di norme internazionali. Ci sono però due eccezioni:

 Le disposizioni contenute in alcuni trattati internazionali richiedono espressamente agli Stati


contraenti di emanare la legislazione necessaria per l’attuazione di alcune norme stabilite dal
trattato.
 Le norme di ius cogens richiedono che gli Stati adottino la normativa di adattamento necessaria alla
loro attuazione all’interno dei rispettivi ordinamenti.

Motivi di queste eccezioni: gli Stati considerano che certe disposizioni abbiano tale importanza da
richiedere una garanzia di attuazione nei sistemi giuridici interni, così da prevenire le loro possibili
violazioni. Di conseguenza, uno Stato può essere chiamato a rispondere per la commissione di un illecito
internazionale se ha mancato di emanare la necessaria normativa di adattamento.

3. i meccanismi di adattamento degli ordinamenti interni al diritto internazionale

Generalmente gli Stati utilizzano due meccanismi per garantire l’adattamento del proprio diritto interno al
diritto internazionale:

 Adattamento automatico o procedimento speciale, il quale può essere di due tipi:


 Permanente: si realizza quando una norma interna provvede, in modo permanente,
all’incorporazione automatica delle norme internazionali nel diritto interno, senza che vi sia
necessità di ulteriori interventi del legislatore, imponendo agli organi dello Stato e a tutti gli
individui presenti sul territorio di applicare le norme presenti e future di diritto
internazionale. Questo meccanismo consente al sistema giuridico interno di modificarsi e
conformarsi in maniera continua e automatica alle regole internazionali.
 Ad hoc: si realizza quando le norme internazionali diventano applicabili nell’ordinamento
giuridico interno a seguito dell’emanazione di disposizioni nazionali che operano ad esse
con uno specifico rinvio, quindi spetterà poi agli organi e ai vari soggetti dell’ordinamento
interno (giudici) interpretare le disposizioni internazionali così recepite e applicarle
nell’ordinamento interno. Quindi la differenza con l’adattamento permanente è che
nell’adattamento ad hoc la norma interna che garantisce l’adattamento è emanata di volta
in volta.
 Adattamento normativo o procedimento ordinario: quando lo Stato emana un atto legislativo che
riformula integralmente il contenuto delle norme internazionali, stabilendo in dettaglio i vari
obblighi, poteri e diritti che da queste ultime discendono. Questo è il procedimento preferibile nei
casi in cui le norme di origine internazionale hanno carattere non self-executing (non sono
immediatamente applicabili nell’ordinamento interno).

4. il rango delle norme internazionali nei sistemi giuridici interni

 Se l’adattamento è avvenuto con un atto legislativo di rango ordinario, le norme internazionali


immesse nell’ordinamento avranno valore di legge ordinaria.
 Se l’adattamento è avvenuto con un atto legislativo di rango costituzionale, anche le norme
internazionali assumeranno valore di legge costituzionale.
 In caso di incompatibilità tra norme interne e internazionali, si applicheranno il principio della
successione delle leggi nel tempo (la norma successiva modifica quella precedente) e il principio di
specialità (la norma speciale prevale su quella a carattere generale).
 Nel caso in cui le norme di origine internazionale e le norme interne incompatibili non abbiano lo
stesso rango, si applicherà il principio secondo cui la norma di rango superiore prevale su quella di
rango inferiore.
 Nei paesi dotati di costituzione rigida (non può essere modificata da atti di rango ordinario) la
copertura costituzionale delle norme internazionali garantirebbe loro la preminenza rispetto alle
norme interne di rango ordinario. Ciò non accade nei paesi dotati di costituzione flessibile, perché
questa può essere modificata dalla legislazione ordinaria e quindi la copertura costituzionale delle
norme internazionali non assicura la loro preminenza rispetto alla legislazione ordinaria.

Quanto ai trattati: nei paesi in cui la norma di adattamento dei trattati è contenuta in una costituzione
rigida, i trattati internazionali prevalgono sulla normativa interna di rango ordinario. Nei paesi in cui, invece,
è previsto che i trattati abbiano lo stesso rango della legislazione ordinaria, sorge il problema dei rapporti
tra trattati internazionali e legge ordinaria successiva incompatibile: la giurisprudenza di alcuni di questi
paesi ha stabilito che le norme interne incompatibili con i trattati internazionali recepiti dall’ordinamento
devono essere interpretate in maniera il più possibile conforme a questi ultimi. La dottrina ha elaborato
una tesi sulla specialità della legislazione ordinaria che incorpora i trattati internazionali (e dunque sulla sua
prevalenza in caso di contrasto con la legge ordinaria successiva): la specialità risiede proprio nell’ordine e
nella funzione della legislazione di attuazione dei trattati internazionali, perché essa persegue lo scopo di
adattare l’ordinamento interno alle norme stabilite da un trattato.

5. adattamento dell’ordinamento italiano al diritto consuetudinario: 5.1 l’articolo 10, 1° comma, della
Costituzione

Il nostro ordinamento si adatta al diritto consuetudinario in virtù di un procedimento automatico


permanente contenuto nell’art 10, comma 1 della Costituzione, con il quale il diritto internazionale viene
automaticamente incorporato nell’ordinamento italiano. Di conseguenza, le norme interne contrarie alle
consuetudini internazionali sono costituzionalmente illegittime.

5.2 il rango delle norme consuetudinarie nell’ordinamento italiano

Secondo il criterio della rationae materiae è possibile ritenere che le norme consuetudinarie immesse
automaticamente nell’ordinamento in virtù dell’art.10, abbiano efficacia di norme costituzionali, di leggi
ordinarie o di norme regolamentari a seconda che la materia che esse disciplinano sia regolata,
nell’ordinamento italiano, con norme costituzionali, legislative o regolamentari. Questo procedimento di
produzione giuridica è definito polivalente. Inoltre le leggi ordinarie, che nel nostro ordinamento sono
contrarie al diritto internazionale consuetudinario, sono considerate illegittime. Ma le norme di diritto
internazionale consuetudinario, immesse nel nostro ordinamento, possono modificare o abrogare norme
costituzionali preesistenti? Si, tranne nei casi in cui infrangerebbe i principi fondamentali del nostro
ordinamento: i principi fondamentali dell’ordinamento costituzionale pongono un limite invalicabile
all’adattamento automatico al diritto internazionale consuetudinario, es. la norma internazionale
consuetudinaria dell’immunità degli Stati viene recepita, nell’ordinamento italiano, con l’eccezione
necessaria a renderla compatibile con i principi fondamentali sanciti dalla nostra costituzione, in particolare
con il diritto di agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi. Sono appunto questi i
principi fondamentali che agiscono come controlimiti, cioè come bastoni di difesa dell’ordinamento interno
e dei suoi valori fondativi (teoria dei controlimiti).

6. Adattamento dell’ordinamento italiano ai trattati: 6.1 la prassi dell’ordine di esecuzione

In Italia, l’attuazione dei trattati avviene tramite procedimento di adattamento automatico ad hoc, ossia
attraverso l’emanazione di appositi atti normativi che contengono il cosiddetto ordine di esecuzione.
L’adattamento dell’ordinamento interno avviene con un procedimento di rinvio alla norma internazionale,
rinvio che deve essere posto in essere ogni volta che l’Italia sottoscrive un trattato internazionale. La legge
con la quale si dà attuazione nell’ordinamento interno a un trattato concluso sul piano internazionale
consiste in un unico articolo contenente la formula “piena ed intera esecuzione è data al trattato” + testo
integrale del trattato. Per i trattati rientranti nelle categorie dell’art.80, la legge di attuazione consiste di
due norme: una che autorizza a ratificare il trattato (l’Italia si impegna sul piano internazionale), una che dà
piena ed intera esecuzione al trattato al trattato nell’ordinamento interno. Nell’ipotesi in cui il trattato
contenga norme non self-executing (non direttamente applicabili) c’è bisogno dell’emanazione di apposite
norme nazionali che integrino le norme di adattamento. Tutte le leggi contenenti autorizzazione alla ratifica
e ordine di esecuzione vengono pubblicate in Gazzetta Ufficiale insieme a tutti gli accordi che vincolano lo
Stato, compresi quelli in forma semplificata.

6.2 le competenze delle regioni e delle province autonome in materia di adattamento ai trattati

Ci sono due ipotesi in merito alle competenze delle regioni e delle province autonome di Trento e Bolzano
in materia di adattamento ai trattati:

 Alcuni sostengono che le competenze regionali in materia di esecuzione delle norme internazionali
convenzionali entrino in gioco solo una volta che tali norme siano state già formalmente introdotte
nell’ordinamento interno: l’immissione dei trattati nell’ordinamento interno, sarebbe infatti di
esclusiva competenza del potere centrale.
 Altri sostengono che le regioni siano abilitate a provvedere direttamente all’attuazione e
all’esecuzione degli accordi internazionali.

Soluzione migliore: i trattati stipulati dagli organi centrali (sia in forma solenne, sia in forma semplificata)
devono essere recepiti nell’ordinamento interno con legge nazionale. Solo dopo l’avvenuta incorporazione
del trattato, le regioni possono emanare la necessaria normativa regionale d’integrazione. Invece i trattati
internazionali stipulati direttamente dalle regioni devono essere attuati direttamente dalla regione che li ha
stipulati. Inoltre, in caso di mancato rispetto di norme e trattati internazionali o della normativa
comunitaria da parte delle regioni, il governo può sostituirsi agli organi di queste ultime nell’esercizio delle
competenze regionali.

6.3 il rango dei trattati nel sistema delle fonti e la soluzione dei conflitti tra obblighi: art.117 Cost.
La corte costituzionale ha affermato che le norme internazionali, una volta immesse nell’ordinamento,
assumono la forza giuridica dello strumento normativo che ha provveduto alla loro attuazione. Ma come
possiamo garantire, in caso di incompatibilità, la prevalenza delle norme di origine internazionale nei
confronti di norme interne successive pari-ordinate (così da evitare il rischio d’inadempimento di obblighi
internazionali da parte del nostro paese)? Inanzitutto, possiamo usare il canone dell’interpretazione
conforme: il giudice è tenuto a interpretare il diritto interno in conformità a norme che scaturiscono da
trattati internazionali, conciliandone il significato. In caso invece di conflitto con i principi fondamentali
della costituzione, ricordiamo la dottrina dei controlimiti, usata come argine all’ingresso nell’ordinamento
interno di norme contrarie ai principi fondamentali sanciti nella costituzione. In caso di conflitto tra legge
ordinaria e obblighi internazionali, il giudice ordinario deve accertarsi che tale conflitto non sia solo
apparente (nel caso fosse apparente sarebbe risolvibile per via interpretativa): l’obbligo di rinvio alla corte
costituzionale sorgerebbe pertanto solo con riguardo ad un vero e proprio conflitto. I trattati derivati
dall’UE (diritto comunitario) e i trattati in materia di trattamento degli stranieri godono della garanzia
costituzionale: prevalenza rispetto alle leggi ordinarie → nel caso del diritto comunitario avviene una
separazione dell’ordinamento interno rispetto a quello comunitario, così facendo la norma interna
incompatibile si ritrarrebbe in presenza della disciplina comunitaria; allo stesso modo, qualunque legge
interna contraria alla legge con cui si è provveduto all’incorporazione di trattati in materia di trattamento
degli stranieri è costituzionalmente illegittima. Tutti gli altri trattati non godono di tale garanzia
costituzionale.

7. l’adattamento agli atti delle organizzazioni internazionali

Alcune OI sono autorizzate ad adottare atti vincolanti, alcuni di rilevanza meramente interna, altri produttivi
di effetti esterni, ossia volti ad imporre agli Stati membri obblighi giuridici aggiuntivi rispetto a quelli
discendenti dal trattato istitutivo dell’OI. Questi atti di portata esterna, per essere adempiuti dagli Stati,
spesso devono essere recepiti dagli ordinamenti interni, i quali però nella maggior parte dei casi non
contengono disposizioni specifiche in materia di attuazione delle decisioni delle OI. Si deve procedere
quindi all’adozione di atti di adattamento normativo ad hoc, nella maggior parte dei casi con legge ordinaria

CAPITOLO 14 – LA SOLUZIONE DELLE CONTROVERSIE INTERNAZIONALI

Fino all’adozione della carta delle nazioni unite nel 1945, gli Stati erano legittimati a ricorrere alla forza per
imporre i termini di regolamento delle controversie da essi desiderati. Grazie alla creazione dell’ONU e
all’affermazione del divieto della minaccia e dell’uso della forza, si è affermato l’obbligo per gli Stati di
risolvere le controversie in modo pacifico.

1. l’obbligo di soluzione pacifica delle controversie

Gli Stati sono obbligati a cercare di risolvere le controversie in maniera pacifica, ma non hanno l’obbligo di
risolvere la controversia ad ogni costo, non vi è infatti nessuna norma che obblighi gli Stati a sottoporre le
loro controversie a determinati organi autorizzati a dettare termini di regolamento: gli Stati sono liberi di
scegliere qualsiasi procedura di soluzione, ciò comporta che le parti di una controversia possano non
trovare un accordo circa il metodo di soluzione cui ricorrere e dunque non risolvano la controversia. Questo
perché nessun metodo o procedura di soluzione di una disputa può essere imposto agli Stati senza il
consenso di tutti gli Stati parti a quella controversia (fondamento consensuale dei metodi di soluzione
delle controversie).

2. le procedure di soluzione delle controversie


È necessario ricordare che, poiché l’ordinamento internazionale manca di un’attività giurisdizionale
centralizzata, ci sono diversi mezzi per risolvere le controversie:

 Accordo fa le parti in lite: il raggiungimento di questo accordo può essere facilitato attraverso vari
procedimenti diplomatici (mirano a favorire il raggiungimento di un accordo tra le parti, non sono
vincolanti).
 Sentenza: emanata da un terzo, che, per volontà delle parti in lite, produce effetti vincolanti, si
tratta quindi di procedimento di tipo arbitrale o giudiziale (un terzo è autorizzato dalle parti a
dirimere la controversia mediante l’emanazione di una sentenza vincolante).
 Estinzione: si produce quando viene meno il contrasto tra le opposte pretese che sta all’origine
della controversia.

3. le procedure diplomatiche

 Negoziati: totale assenza dell’intervento di un terzo e quindi vantaggio di lasciare l’eventuale


soluzione della controversia alle parti in questione. Svantaggio: c’è il rischio che i negoziati si
rivelino uno strumento a disposizione degli Stati più potenti per piegare la volontà degli Stati più
deboli (esercitando pressioni politiche ed economiche) e risolvere la controversia a loro esclusivo
vantaggio.
 Inchiesta: attribuzione ad un organo internazionale, di solito istituito dalle parti o comunque con il
loro consenso e composto da individui indipendenti e imparziali, del compito di accertare i fatti
attraverso un’investigazione imparziale e coscienziosa. Spetta poi alle parti stesse decidere se
ritenere o no vincolante l’accertamento effettuato dall’organo che ha condotto l’inchiesta. Questa
procedura è spesso usata dalle Nazioni Unite in ambito di violazioni dei diritti umani: in questi casi
l’inchiesta non mira però alla risoluzione di una controversia, ma ad accertare in via preliminare
presunte violazioni per poi suggerire la creazione di meccanismi per far valere la responsabilità.
 I buoni uffici: il terzo svolge un ruolo limitato, che consiste nel cercare d’indurre le parti in lite a
sedersi al tavolo dei negoziati. Il terzo non è quindi coinvolto attivamente nel negoziato perché il
suo ruolo termina nel momento in cui le parti alla controversia cominciano il negoziato.
 Mediazione: il terzo partecipa attivamente allo svolgimento dei negoziati, promuovendo
informalmente termini di regolamento.
 Conciliazione: il terzo partecipa ancora più intensamente, infatti ha il compito di esaminare gli
elementi di fatto e di diritto della controversia e proporre formalmente termini di regolamento,
ossia una soluzione della controversia nel merito. La proposta dell’organo di conciliazione non
produce effetti vincolanti per le parti. Spesso le parti assumono convenzionalmente l’obbligo di
ricorrere a questa procedura, tramite trattati ad hoc o tramite inserimento di una specifica clausola
in un trattato, la quale riconosce il diritto delle parti contraenti di ricorrere unilateralmente a
questa procedura di soluzione di controversie. Questo spiega la tendenza della maggioranza degli
Stati che non vogliono obbligarsi a procedimenti di soluzione che si concludono con l’emanazione di
una decisione vincolante per le parti (arbitrati e regolamento giudiziale).

4. l’arbitrato e il regolamento giudiziale

Questi due procedimenti danno luogo a una soluzione vincolante per le parti attraverso l’emanazione di
una sentenza. Lo scopo è quello di garantire il mantenimento delle relazioni pacifiche, ma soprattutto
quello di appianare le divergenze in conformità a parametri giuridici preventivamente accettati dagli Stati in
controversia. La loro caratteristica comune è quella di fondarsi sul consenso degli Stati, la differenza invece
sta nella maggiore istituzionalizzazione del procedimento di soluzione giudiziale rispetto a quello arbitrale:
nel primo caso, l’organo ha natura permanente e quindi la composizione, il diritto e la procedura applicabili
sono prestabiliti; nel secondo caso, sono le parti alla controversia a doversi accordare su questi aspetti.

4.1 l’arbitrato e la corte permanente di arbitrato

Il processo che ha portato alla costituzione di organi di soluzione delle controversie di tipo giudiziale ha
avuto inizio nel 1899, quando la convenzione dell’Aia ha istituito la corte permanente di arbitrato per la
soluzione pacifica delle controversie internazionali. Questa corte consiste di:

 Un elenco di giudici al quale gli Stati in controversia possono attingere per costituire u tribunale
arbitrale.
 Un’infrastruttura amministrativa che svolge la funzione di segretariato quando le parti decidono di
istituire un tribunale.

Ci sono due modi per conferire giurisdizione alla corte permanente di arbitrato:

 Stipulazione di un accordo tra le parti volto a sottoporre alla corte una data controversia
(compromesso arbitrale) oppure un insieme di controversie che potranno sorgere in futuro tra le
parti stesse (trattato generale d’arbitrato).
 Introduzione in un trattato di una clausola in virtù della quale ogni parte contraente è legittimata a
sottoporre alla corte qualsiasi controversia relativa all’interpretazione e applicazione del trattato
stesso. (clausola compromissoria).

4.2 la corte permanente di giustizia internazionale e la corte internazionale di giustizia

La corte permanente di giustizia internazionale venne creata nel 1921 come organo permanente per la
soluzione delle controversie. Era composta da un gruppo di giudici permanenti, così facendo le parti alla
controversia non potevano più scegliere i giudici. Questa venne sostituita nel 1946 dalla corte
internazionale di giustizia. Gli stati accettano la giurisdizione della corte tramite diversi meccanismi:

 Clausola opzionale di giurisdizione obbligatoria: ogni Stato può in qualsiasi momento dichiarare di
accettare, senza la conclusione di un accordo speciale, la giurisdizione obbligatoria della corte nei
confronti di ogni altro Stato che abbia accettato il medesimo obbligo.
 Forum prorogatum: l’accordo delle parti all’esercizio di giurisdizione della corte si forma innanzi a
quest’ultima in maniera tacita o implicita.

4.3 l’intensificarsi del ricorso all’arbitrato e al regolamento giudiziale

Dopo la fine della guerra fredda, gli Stati (soprattutto quelli in via di sviluppo) hanno intensificato il ricorso
all’arbitrato e al regolamento giudiziale. Un altro fenomeno che è emerso è il proliferare di tribunali
internazionali a carattere permanente o semipermanente, come le Corti istituite nel settore di garanzia dei
diritti umani e i Tribunali istituiti per la repressione dei crimini internazionali. Questi nuovi tribunali
internazionali non sono strumenti di soluzione delle controversie tra Stati, bensì corti che esercitano la
propria giurisdizione penale su individui accusati di aver commesso gravi violazioni dei diritti umani. Inoltre,
hanno competenze settoriali e quindi possono fornire un importante contributo allo sviluppo e al
chiarimento delle regole internazionali operanti nelle specifiche materie rientranti nei rispettivi ambiti di
giurisdizione.

4.4 il ricorso obbligatorio all’arbitrato e al regolamento giudiziale


Due importanti convenzioni prevedono il ricordo obbligatorio all’arbitrato o al regolamento giudiziale:

 Convenzione di Vienna del 1969: le controversie relative all’invalidità dei trattati per contrasto con
lo ius cogens possono essere sottoposte alla corte internazionale di giustizia su richiesta unilaterale,
dopo che siano trascorsi 12 mesi dal sorgere della controversia senza che sia stata raggiunta una
soluzione.
 Convenzione sul diritto del mare del 1982: relativamente alle controversie riguardanti le attività
nell’area internazionale del fondo marino, la convenzione prevede che nel caso in cui non si
raggiunga un accordo un accordo sulla scelta di una procedura di soluzione, ciascuna delle parti alla
controversia ha il diritto di proporre il ricorso alla conciliazione. Se l’offerta non è accettata o se le
parti non si accordano sulla procedura conciliativa, ciascuna delle parti può dare inizio a un
procedimento giudiziale, ad esempio davanti al tribunale internazionale sul diritto del mare.

Occorre anche segnalare il ruolo svolto dal centro internazionale per la soluzione delle controversie in
materia di investimenti (ICSID), istituito dalla convenzione di Washington del 1965, che ha il compito di
amministrare arbitrati ad hoc. Lo scopo è stabilire un meccanismo che prenda in considerazione e protegga
gli interessi sia degli investitori, sia degli Stati in cui sono effettuati tali investimenti. Anche alla base degli
arbitrati ICSID c’è il consenso, che può essere espresso in diversi modi:

 Clausole arbitrali contenute nei contratti tra Stati e investitori stranieri in caso di controversie
relative al contratto.
 Clausole contenute in un trattato bilaterale di investimento (BIT) in caso di controversie tra
investitore straniero e Stato ospite.
 Il consenso dello Stato ospite può essere espresso attraverso la legislazione nazionale in materia in
materia di investimenti esteri: l’avvio del procedimento arbitrale da parte dell’investitore privato
straniero rappresenta la manifestazione del consenso alla proposta generale di arbitrato formulata
dallo Stato con la propria legislazione.

5. il controllo internazionale

Le procedure di controllo attuate per garantire il rispetto da parte degli Stati degli impegni assunti su base
pattizia si realizzano secondo 4 modalità:

 Esame periodico da parte di un organo di controllo del comportamento degli Stati parte a un
determinato trattato, al fine di verificare il loro adempimento agli obblighi:
 Esame di rapporti periodici: avviene generalmente nell’ambito dell’OIL e delle convenzioni
sui diritti umani.
 Revisione periodica universale: inerente ai rapporti tra ONU e Stati che ne fanno parte, per
verificare che questi ultimi rendano conto del rispetto dei propri obblighi in materia di
tutela dei diritti umani.
 Meccanismi ad hoc: predispongono rapporti periodici relativi a situazioni specifiche.
 Ispezione: si tratta di vere e proprie investigazioni sul posto che consente di verificare direttamente
(e non sulla base di informazioni fornite dagli Stati come nel caso dell’esame periodico) se lo Stato
adempie gli obblighi convenzionalmente assunti.
 Controllo quasi giudiziale: lo Stato sotto controllo e l’organo incaricato avviano un esame del caso
su richiesta di uno Stato parte o di individui che si sentono vittime di una violazione (ricordiamo il
caso del ricordo individuale).
 Controllo preventivo: misure volte a prevenire la commissione di illeciti internazionali da parte di
uno Stato, es. uso dell’energia atomica.

Perché sono stati istituiti questi meccanismi di controllo? Dopo la prima guerra mondiale gli Stati hanno
iniziato a disciplinare in via convenzionale materie che precedentemente rientravano nell’ambito del loro
dominio riservato. Gli Stati erano quindi restii a sottoporre a procedure arbitrali o giudiziarie obbligatorie
questioni in relazione alle quali avevano accettato obblighi prima impensabili, dunque si è optato per questi
meccanismi il cui rapporto che conclude la procedura di controllo è sprovvisto di valore vincolante.

Capitolo 15

Responsabilità collettiva : se un organo di uno stato viola una norma, quindi commette un illecito, allora
tutto lo stato avrà subito l’illecito anche se su piano internazionale non ne subirà le conseguenze,

quindi la disciplina tradizionale presentava alcune caratteristiche fondamentali:

regole rudimentali: che non precisavano gli elementi di illecito e le conseguenze, inoltre la responsabilità
internazionale si esauriva in un rapporto bilaterale tra i due stati ,era collettiva , la responsabilita era legata
agli obblighi di natura consuetudinaria. Invece la disciplina attuale prevede 3 innovazioni: si è svincolato
dalle norme sostanziali e quindi ora abbiamo una distinzione tra norme primarie, che pongono obblighi di
natura sostanziale e norme secondarie che stabiliscono le condizioni che determinano la violazione di una
norma primaria, poi chiarisce alcune regole che chiariscono gli elementi e le cause dell’illecito che prima
non erano chiarite e poi individua 2 forme di responsabilità:

- ordinaria: nei rapporti tra stati a seguito di un illecito

- aggravata: che avviene se si violano i valori fondamentali per la comunità internazionale. Si


aggiunge poi la responsabilità individuale in cui si applicano le norme internazionali ai singoli individui.

Ci sono altre 2 innovazioni: individui a prescindere dall’appartenenza di uno stato possono essere
responsabili a livello internazionale per violazioni del diritto internazionale come genocidio e terrorismo e
inoltre affermato un certo numero di regole internazionali in materia di responsabilità degli stati per attività
non previste dal diritto internazionale.

Per quanto riguarda l’illecito internazionale vediamo che può essere di due tipi:

- soggettivi: quando la condotta è da attribuire ad uno stato,

- oggettivi: quando la condotta è contraria ad un obbligo internazionale.

Inoltre gli stati agiscono sul piano internazionale per mezzo di individui e vediamo che lo stato è
responsabile del comportamento degli individui che rivestono la qualifica di organo dello stato all’interno
dell’ordinamento giuridico nazionale poi è responsabile dei comportamenti degli organi di fatto ma non è
responsabile a livello internazionale per atti compiuti da privati nel proprio territorio.

Per quanto riguarda la colpa è un atteggiamento psicologico della gente consistente nel:

- dolo che riguarda per esempio il fatto che non si è coscienti che si sta compiendo un illecito

- colpa grave consiste nella consapevolezza del rischio.


Il progetto della commissione del diritto internazionale però ha ritenuto che la colpa non è un elemento
costitutivo dell’atto illecito ma è un elemento soggettivo indispensabile se uno stato, quindi un
responsabile per il comportamento illecito possono essere dell’altro stato se è a conoscenza delle
circostanze e inoltre uno stato che costringe un altro stato a tenere un determinato comportamento
illecito, ne è responsabile se ne è a conoscenza e lo costringe quindi.

Lo stato abbiamo detto che è responsabile quando la sua condotta è illecita e il danno può essere di due
tipi: materiale: quando vi è un danno di tipo economico o patrimoniale nei confronti di uno stato.

Morale: quando si va a danneggiare la dignità di uno stato. Ci sono però 6 cause di esclusione dell’illecito

- Consenso: preclude l’illeceità dell’atto compiuto se vengono rispettate alcune premesse e deve
essere messo in forma scritta e prima della commissione dell’atto illecito

- Legittima difesa

- le contromisure che costituiscono l’atto di un illecito diverso dall’attacco armato

- Forza maggiore: il verificarsi di un evento che è impossibile adempiere all’obbligo giuridico

- L’estremo pericolo: un atto commesso per salvare la propria vita o quella di altri

- Necessita: la situazione di pericolo di uno stato

OBBLIGHI DI UNO STATO AUTORE DI UN ILLECITO

- Cessare immediatamente l’atto illecito

- Provvedere alla riparazione dei danni

Se si rifiuta deve accedere in buona fede alle proposte di soluzione pacifica della controversia. Il
risarcimento deve coprire ogni danno economicamente valutabile e se il risarcimento monetario non è
abbastanza, lo stato deve fornire la soddisfazione, cioè il riconoscimento della violazione dell’obbligo.

POTERI E OBBLIGHI DELLO STATO LESO:

3 categorie di stato leso:

- Illeciti per di violazioni di norme che istituiscono rapporti di sola reciprocità

- Illeciti per la violazione di norme che pongono obblighi solidali

- Illeciti per la violazioni di norme che pongono obblighi integrali cioè caratterizzati dal fatto che la
loro violazione immuta la posizione di ciascuno stato allo stesso obbligo .

Lo stato leso quindi ha degli obblighi: notificare allo stato responsabile le sue pretese specificando la
condotta e la forma da assumere inoltre deve cercare di risolvere la controversia attraverso dei mezzi
pacifici ed è autorizzato a ricorrere a contromisure nel caso in cui lo stato autore si rifiuti di iniziare i
negoziati o iniziare la riparazione. Poi le contromisure come abbiamo già detto costituiscono una delle
cause di esclusione dell’illecito e consistono nella risposta ad un illecito, quindi nella commissione di un atto
illecito nei confronti di uno stato autore devono essere proporzionate e la proporzione deve essere valutata
bilanciando sia il danno causato che quello inflitto e non possono consistere nella violazione di alcuni
obblighi che proteggono valori fondamentali per la comunità internazionale come per esempio i diritti
umani o lo ius cogens.

Ci sono poi le ritorsioni che è l’adozione di comportamenti inamichevoli. Possono consistere nella rottura
delle relazioni diplomatiche, nel non riconoscimento degli atti si uno stato, cessazione di assistenza
economica. In ogni caso devono rispettare due condizioni: essere proporzionati alla gravità dell’illecito che
gli è stato commesso e cessare con il venir meno della condotta in questione.

Entrambe sono risposte ad un illecito. Quindi la differenza tra le contromisure e le ritorsioni consiste nel
fatto che le contromisure sono un illecito a loro volta anche se costituiscono una delle cause di esclusione
dell’illecito quindi non possono essere processati per quello proprio perché è una risposta. Mentre le
ritorsioni a prescindere non sono degli atti illeciti

Capitolo 16

In questo capitolo analizziamo la responsabilità aggravata. C’è da dire innanzitutto una cosa fondamentale,
ossia che nella responsabilità ordinaria la cosa fondamentale è il danno e la colpa è secondaria, qui è tutto il
contrario.

Per applicare il regime di responsabilità aggravata le norme violate devono essere di natura solidale, cioè
pongono obblighi che tutelano i valori fondamentali della comunità internazionale e può essere invocata
dagli stati che hanno sofferto danni materiali o morali, ma diritti poteri e obblighi variano a seconda della
gravità.

Lo stato responsabile è sottoposto a tutti gli obblighi derivanti dal regime ordinario di responsabilità nei
confronti di tutti gli altri stati quindi gli obblighi che abbiamo detto prima per chi commette un illecito, per
la responsabilità aggravata sono uguali.

Ciascuno stato può chiedere la cessazione di un illecito e richiedere la riparazione del danno oppure la
riparazione a beneficio degli individui che hanno subito le conseguenze, nel caso in cui lo stato non cessi il
comportamento illecito allora devono essere richiamate le organizzazioni internazionali. Poi le sanzioni di
qualsiasi tipo sono spesso adottate e hanno lo scopo di indurre lo stato offensore a cessare il
comportamento illecito e devono essere utilizzate come strumento per perseguire vantaggi politici o
economici .

A emanare le sanzioni se ne occupa il consiglio di sicurezza dell’ONU e ha il compito di raccomandare o


decidere le misure da adottare in 3 tipi di situazione:

- Minaccia della pace

- Violazione della pace

- Atti di aggressione

Potrebbe pero ricorrere nel rischio dell’esercizio arbitrario dei propri poteri in quanto non è controllato da
nessun organo superiore, può adottare sanzioni che consistono :

- Confisca

- Congelamento dei beni di proprietà dei singoli o gruppi criminali situati nello stato destinatario
della delibera
Alcune volte vi possono essere interruzioni delle relazioni diplomatiche, vediamo che quelle di natura
economica pero possono causare danni sociali e economici e culturali ai membri della società, per cui è
necessaria comunque un’analisi approfondita . la reazione alla violazione di norme può scatenare una
reazione armata , pero il consiglio ha permesso l’uso della forza soltanto in 2 occasioni: nel 1950 per la
corea del sud e 1992 per il qwate . vediamo pero che gli stati e le organizzazioni internazionali non hanno
mai utilizzato a pieno le norme potenziali in materia della responsabilità aggravata .

Nel 1976 la commissione europea adotto un articolo importante cioè l’art.19 che prevedeva due categorie
di illeciti statali: crimini internazionali, cioè tutti i crimini istituiti dopo le due guerre mondiali che vedevano
tutte le norme sui diritti umani, ambiente ecc… e diritti internazionali (tutti gli altri). Questa proposta non è
mai stata accolta, perché gli stati non volevano approvare un qualcosa che non agevolasse i loro interessi
nell’immediato

Parte speciale

Nel diritto tradizionale i diritti umani non erano una prerogativa dei vari governi, mentre al giorno d’oggi la
situazione è cambiata: i diritti umani sono tra le norme internazionali di maggiore importanza. Oggi
sappiamo che un individuo può ricorrere ad una corte sovranazionale, sia contro il proprio Stato, sia
essendo apolidi. Con l’articolo 227 del Trattato di Versailles abbiamo per la prima volta una condanna
internazionale per responsabilità individuale: parliamo dell’ex kaiser Guglielmo II, il quale aveva causato la
Prima guerra mondiale. Con il secondo dopoguerra ci fu l’esigenza di proteggere i diritti umani il più
possibile e in maniera concreta, ma sorgeva un problema: imporre i diritti umani a tutti governi significava
sopprimere la diversità culturale, accettare tale diversità significava accettare pratiche contro i diritti umani,
come la mutilazione genitale femminile, pena di morte e il cannibalismo. Per gli scrittori di ispirazione
marxista, imporre la concezione di diritti umani universali significherebbe imporre la visione culturale
dell’Occidente; per i giuristi si parla invece di una visione he assicuri il rispetto dei diritti umani in un
contesto universale. Non a caso, abbiamo convenzioni universali e regionali dei diritti umani 
dichiarazione universale dei diritti umani, avremo poi convenzioni regionali in Europa, Africa e America. In
Asia non ne abbiamo una vera e propria, ma essa fu istituita da una ONG asiatica in Corea del Sud. Ad essa
aderiscono circa 200 ONG. Abbiamo poi la Carta araba dei diritti umani, entrata in vigore nel 2008 con la
Lega araba. La maggior parte degli Stati aderiscono a queste convenzioni, ma ciò non significa che essi
rispettino i diritti umani, ce lo dimostrano i vari censimenti di Amnesty International; c’è quindi da precisare
che l’adesione non sempre è data di spontanea volontà, ma è importante per dare una certa apparenza e
per motivi propagandistici. Risulta quindi uno scarto tra usus e opinio iuris, di cui la prima risulta essere
assente e la seconda semplicemente universale. Con opinio iuris si identifica la convinzione spontanea di un
soggetto che adotta una norma che essa sia giuridicamente obbligatoria perché corretta, giusta secondo il
diritto. Per questo motivo si identifica un comportamento improprio nel caso della violazione dei diritti
umani: la consuetudine si deve rispettare non solo a parole, ma anche nei fatti e nei comportamenti dei
soggetti; quindi, si parla di un’universalità riscontrabile di fatto e non solo citata.

LA CARTA DELLE NAZIONI UNITE non riporta una vera e propria considerazione dei diritti umani, né ne precisa
una definizione. È solo con l’emanazione nel 1948 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo che abbiamo un
cambiamento, accompagnato nel 1966 dalla Dichiarazione dei diritti civili e politici e quella dei diritti
economici, sociali e culturali. esse si basano su questioni sostanziali e procedurali, mirate all’identificazione
dei diritti fondamentali, come l’autodeterminazione dei popoli. La prima dichiarazione citata prevede anche
una deroga nel momento in cui ci sono problematiche che potrebbero mettere in pericolo l’esistenza dello
Stato, mentre la seconda non prevede alcun tipo di deroga. Il tutto si basa sui meccanismi di controllo del
rispetto dei patti:

1. Rapporti periodici  tutti gli Stati contraenti devono inviare dei rapporti periodicamente al
Segretario delle Nazioni Unite, che a sua volta lo consegna al Comitato dei diritti umani o al
Consiglio economico e sociale. Il tutto si conclude con commenti generali, quindi non rivolti a
nessuno Stato in particolare
2. Ricorsi inter-statali  gli Stati possono fare ricorso nel momento in cui un altro Stato contraente
viola il patto. Il Comitato può dunque redigere un documento finale non vincolante
3. Ricorsi individuali  anche gli individui possono fare ricorso nel momento in cui un patto non
viene rispettato dallo Stato, a patto che quest’ultimo accetti la validità e la competenza del
Comitato ratificato. Anche in questo caso il processo si concluderà con considerazioni non
vincolanti

Tra gli organi dell’ONU che si occupano dei diritti umani, abbiamo l’Alto commissario per i diritti umani
e il consiglio per i diritti umani, quest’ultimo istituito nel 2006. È costituito da 46 Stati membri eletti
dall’AG che agiscono con rotazione triennale e effettuano controlli universali periodici. Abbiamo anche
una serie di convenzioni settoriali, come la Convenzione per la repressione e prevenzione del genocidio,
quella sull’apartheid, razzismo ecc. In Italia è il 5 luglio 2017 che viene introdotto il reato specifico di
tortura. C’è da ricordare la repressione della scuola Armando Diaz durante il G8 del 2001, per la quale
l’Italia è stata condannata. Ad oggi la pena di base per tortura va dai 4 ai 10 anni di reclusione,
aumentabile se è svolta da un pubblico ufficiale che fa abuso di potere. Essa potrebbe andare dai 3 ai 6
nel momento in cui il pubblico ufficiale istiga a tale atto, 30 anni di reclusione se dalla tortura deriva la
morte della vittima (non premeditata), ci si avvia poi verso l’ergastolo se la morte era premeditata.
Prima dell’approvazione però, il commissario per i diritti umani inviò una lettera l Parlamento italiano
facendo comprendere che alcuni punti della legge non erano in linea con la giurisprudenza della corte
europea, facendo soprattutto leva sul fatto che nulla potesse fermare la vittima dall’ottenere giustizia.
Questo perché la formulazione di proposta di legge di allora permetteva eventualmente delle
scappatoie di impunità.

La Convenzione europea sui diritti umani è affiancata da 14 protocolli addizionali e da due ulteriori
inseriti successivamente. È stata firmata a Roma nel 1950 ed è entrata in vigore a livello internazionale
nel 1953 con 47 Stati membri, inclusa l’Italia. Gli Stati si ritrovano a operare anche al di fuori del proprio
territorio, basti pensare alle operazioni di peace keeping o state building, o ancora la presenza di vari
eserciti alleati dell’America in Iraq a partire dal 2003. I diritti previsti dalla convenzione sono: il diritto
alla vita, il diritto alla libertà di espressione, religione, coscienza, diritto al rispetto della vita privata e
familiare ecc. I protocolli addizionali alla convenzione europea sanciscono anche il diritto a libere
elezioni, all’istruzione, alla proprietà privata, divieto di espulsione collettiva degli stranieri. Essa è
derogabile in caso di guerra, ma resta inderogabile il diritto alla vita e vari divieti, tra cui quello di
tortura e schiavitù. La Convenzione contiene tra l’altro una serie di obblighi erga omnes: ciò significa è
applicabile a tutti gli Stati contraenti, dunque non bilateralizzabile. Nel caso di una violazione dei diritti
umani nei confronti di un cittadino di uno Stato, l’illecito non avviene solo nei confronti dello Stato in
questione, ma nei confronti di tutti gli Stati contraenti.

Il concetto di sovranità ha visto di per sé un cambiamento nel corso della storia e il concetto di
sovranità nella visione vestfaliana ha dovuto lasciare spazio al concetto di sovranità in quanto
responsabilità. Il tutto nasce dal libro “Sovereignty as responsibility” nel 1996, relativo ai conflitti in
Africa in seguito alla decolonizzazione. A tal proposito, l’allora segretario generale dell’ONU, Annan
aveva identificato la concezione secondo cui la sovranità di uno Stato è tenuta ad operare per i propri
cittadini e n on viceversa, lasciando quindi da parte qualsiasi forma di tirannia o autoritarismo. La
responsabilità dello Stato è identificata su tre basi: agisce nei limiti della sua sovranità, protegge i diritti
fondamentali della sua popolazione, gestisce le risorse fondamentali. Può anche accadere che uno
Stato assuma un comportamento irresponsabile senza compiere violazioni del diritto. L’articolo 15 del
Patto dell’ONU prevede il diritto a partecipare alla vita culturale, a godere del progresso scientifico e di
ogni produzione artistica o letteraria. Ma si discute molto sull’esistenza di un diritto ALL’IDENTITÀ
CULTURALE , particolarmente parlando delle minoranze e dei popoli indigeni. L’articolo 22 della Carta di
Nizza sancisce il diritto alla diversità culturale, ma come interpretazione è molto generica e lascia molto
a desiderare in determinati contesti. Negli Stati a forte immigrazione come l’Italia, sorge sempre più il
problema dell’eccezione culturale che viene presa in causa durante il processo di uno straniero, ci si
chiede dunque fino a che punto si può parlare di questo diritto e fino a che punto si può andare oltre la
Costituzione. Un caso è stato quello di Jatinder, un uomo indiano che nel 2013 fu fermato dalla polizia
con un coltello di 18 centimetri e che si rifiutò di consegnare in quanto strumento importante
all’interno della sua religione, il sikhismo. A quel punto il Tribunale di Mantova non decise di accordare
il concetto di eccezione culturale perché sulla base dell’articolo 2, è vero che l’integrazione non obbliga
all’abbandono della propria cultura, ma il multiculturalismo non deve causare pericoli per la comunità,
né un conflitto tra le varie parti. Un immigrato ha l’obbligo di conformarsi agli usi giuridici dello Stato in
cui vive e all’interno del quale ha scelto di inserirsi liberamente.

Quella degli indigeni è un’altra questione importante: essi sono definiti come quelle popolazioni che
mantengono un rapporto con le popolazioni ancestrali vissute prima dell’invasione e della
colonizzazione. Questa è una definizione non vincolante ma spesso citata; un’altra definizione è quella
di popolazioni tribali  popolazioni che vivono sulla base ella propria consuetudine e tradizioni. Le
popolazioni indigene non richiedono una vera e propria secessione dagli Stati attualmente esistenti, a
una semplice forma di autogoverno che gli permetta di usufruire anche delle risorse naturali che gli
spettano e una rappresentanza presso gli organi internazionali. Secondo la Dichiarazione dei diritti delle
popolazioni indigene, esse hanno il diritto all’autogoverno, all’utilizzo delle fonti naturali ecc. In ogni
caso, nella maggior parte dei casi, esse sono protette dai diritti umani, compresa la riparazione dei
danni subiti in passato. Un caso importante si ebbe nel 2017 con il caso dell’espulsione della
popolazione Ogiek dal Kenya. Lo Stato si era giustificato col fatto che ciò fosse dovuto alla salvaguardia
dell’ambiente e della foresta Mau, ma senza portare prove del fatto che la cuasa del degrado
ambientale fosse dovuta proprio a questa popolazione. La Corte ha analizzato anche i casi di
discriminazione culturale, religiosa e alla proprietà.

DIRITTO INTERNAZIONALE UMANITARIO  insieme di norme mirate a garantire la protezione delle vittime
di guerra o di conflitti armati. Durante una guerra, infatti, il diritto internazionale di pace smette di
operare tra le parti belligeranti sulla base di alcune norme (es. rispetto della sovranità) ed entra in
vigore quello dei conflitti armati. Esso si impegna a vietare atti di gratuità, dunque atti di violenza inutili
nel corso del conflitto. Il diritto internazionale umanitario è stato il primo settore ad essere oggetto di
una codificazione, a partire dalla Dichiarazione di Parigi sulla guerra marittima e la Convenzione di
Ginevra del 1864. Il diritto umanitario internazionale è applicabile su tutti senza distinzioni. Esso, a
differenza dei diritti umani, si applica in una misura di reciprocità tra gli Stati. Inoltre, alcune delle sue
norme sono così elementari he anche gli Stati terzi dovrebbero essere portate a rispettarle. Una fonte
controversa al diritto umanitario internazionale è la clausola Martens, la quale fu introdotta
originariamente nella II Convenzione dell’Aja e successivamente modificata durante la quarta  in
attesa che venga annunciato un codice più completo delle leggi relative alla guerra, le popolazioni e i
belligeranti rimangono sotto la protezione del diritto internazionale. Ci sono due considerazioni di
questa clausola: potrebbe essere configurata come fonte autonoma del diritto internazionale (ipotesi
troppo indeterminata) e come strumento per ribadire l’applicazione di norme umanitarie (in quel caso
sarebbe superflua). Un tentativo sarebbe quindi quello di considerarla come uno strumento per
permettere all’interprete di dare più peso all’opinio iuris che all’usus. C’è da precisare che nemmeno il
manuale di San Remo sui conflitti armati in mare costituisce una fonte di diritto internazionale.

Si parla di conflitto internazionale nel momento in cui uno o più Stato intervengono con la forza armata
contro un altro Stato; abbiamo invece un conflitto interno quando si crea una situazione di tensione
interna maggiore a quella che potrebbe essere considerata un’ordinaria e gestibile difficoltà dominata
da disordini. Come affermato più volte dai tribunali dell’ex Jugoslavia e del Ruanda, un conflitto interno,
per essere considerato tale deve presentare scontri all’interno di uno Stato tra il governo e il gruppo di
ribelli capace di portare avanti operazioni militari prolungate nel tempo. Non è chiaro se tra i conflitti
non internazionali rientri anche la guerra al terrore degli USA. C’è da ricordare il diritto neutrale
internazionale per quanto riguarda gli Stati e le parti che decidono di non prendere parte al conflitto. I
principi fondamentali del diritto internazionale umanitario sono tre:

- Distinzione  sono vietati gli attacchi contro i civili, i malati, personale medico e religioso, soldati
che si sono ritirati
- Proporzionalità  sono vietati gli attacchi contro gli obiettivi militari che causerebbero danni
anche ai civili, in virtù del fatto secondo cui i danni non sono proporzionati agli eventuali benefici.
Sono però ammessi gli attacchi contro obiettivi militari che porterebbero anche alla morte di civili
come danni collaterali, nel momento in cui i benefici sono maggiori rispetto ai danni causati
- Precauzione  sono vietati gli attacchi senza previo avvertimento alla popolazione civile

Gli insorti non sono considerati legittimi combattenti e, come sancito dalla convenzione di Ginevra, non
hanno lo status di prigionieri di guerra. Possono dunque essere processati e anche destinati alla pena
capitale, purché non siano minori di 18 anni, donne incinte, donne con figli in tenera età. La parte 3 del
Protocollo prevede la cura dei rifugiati, malati e naufraghi e prevede il rispetto del personale sanitario,
chiunque sia la persona curata. La parte 4, oltre all’obbligo generale, sancisce anche una serie di divieti,
quali la riduzione alla fame e compimento di atti di ostilità nei confronti di monumenti storici e patrimoni.

CRIMINI INTERNAZIONALI  è difficile dare una definizione univoca di crimini internazionali, ma il Tribunale di
Norimberga, istituito alla fine della Seconda guerra mondiale, si basa su gravissime violazioni dei diritti
umani, quali i crimini di guerra, l’aggressione (crimini contro la pace), crimini contro l’umanità (sterminio) e
il genocidio (istituitosi poi tramite una convenzione autonoma). Questi sono atti commessi da persone
individuali o persone-organo, le quali possono essere giudicate individualmente da un tribunale
internazionale, come quelli ad hoc, dal CdS o dalla Corte penale internazionale. La categoria dei crimini di
guerra viene ricondotta storicamente alle Istruzioni per il regolamento delle truppe degli Stati Uniti,
meglio conosciuto come piano Lieber, adottato dal presidente Lincoln nel 1863. Essa venne inserita nell’art.
6 dello Statuto di Norimberga. Ad oggi, con crimini internazionali si intendono anche quelli svolti nel
contesto di un conflitto non internazionale. Il requisito dei crimini in un conflitto armato non implica che il
crimine debba essere svolto solo da militari contro militari, ma anche da e contro civili. Tra l’altro, non è
detto che il cittadino di uno stesso Stato appartenga all’esercito nemico (caso raro ma non impossibile). Le
convenzioni di Ginevra indicano come violazioni gravi i crimini commessi contro le categorie protette,
ovvero militari feriti, civili, naufraghi ecc. Un comandante può anche essere condannato per
comportamento omissivo, nel momento in cui non dovesse impedire ai suoi subordinati di svolgere
determinati atti.
- Crimini contro l’umanità  nel tracciarli, risaliamo storicamente al genocidio degli armeni
perpetrato da parte del governo ottomano e condannato da Francia, Gran Bretagna e Russia.
Inizialmente, essi erano considerati tali solo se effettuali nel contesto di un conflitto armato, ma ad
oggi non è più così: si parla di violazione dei diritti umani indipendentemente dal nesso con un
conflitto. Oltre che diretto alla popolazione civile, esso deve essere esteso (elevato numero di
vittime) e sistematico (perpetrato da un’organizzazione esercitante un’autorità esclusiva). Le
condotte materiali sono molteplici e si riconducono all’omicidio volontario, stupro, deportazione,
persecuzione, schiavitù. Dal 2014 i crimini contro l’umanità sono stati introdotti nei lavori della
Commissione del diritto internazionale.
- Genocidio esso è considerato dalle Nazioni Unite come il rifiuto del diritto di esistenza di un
determinato gruppo etnico, nazionale, religioso o razziale, così come l’omicidio è considerato il
rifiuto al diritto di esistenza di un individuo. Esso rientra in una categoria autonoma con la
Convenzione di New York del 1948 sulla repressione e prevenzione del genocidio. L’ARTICOLO 1
della Convenzione identifica come genocidio qualsiasi atto di questo tipo che si svolge sia in
contesto di pace che in contesto di guerra e rientra in quelli che sono gli obblighi erga omnes.
Abbiamo poi L’ART. 2 che identifica l’elemento oggettivo (basato su azioni quali: uccisione dei
membri del gruppo, sottoposizione a condizioni di vita che possano pregiudicare l’integrità fisica e
mentale, atti che possano dolere l’integrità fisica e mentale, misure miranti al contenimento delle
nascite all’interno del gruppo, trasferimento di fanciulli da un gruppo all’altro) e soggettivo, ovvero
l’intento  intento di distruggere l’esistenza di un gruppo. Se manca l’intento, non si parla più di
genocidio ma di sterminio (uccisione di persone su larga scala). Dall’art. 2 evinciamo che non è
genocidio rientrante nella Convenzione l’applicazione del genocidio politico e quello culturale.
Inoltre, a differenza dei crimini contro l’umanità, qui non si richiede la prova di una prassi estesa o
sistematica. Nella sentenza Tolimir, il tribunale dell’ex Jugoslavia ha identificato come genocidio
anche atti che non erano volti direttamente all’uccisione della minoranza musulmana di Srebrenica:
il tutto si era verificato tramite atti che pregiudicavano sia la sanità mentale che quella fisica, come
privazione di cibo, cure mediche, espulsione sistematica dalle case; un altro caso è stato quello
della Commissione sull’inchiesta della Siria, quando l’ISIS fu condannato per il genocidio (ancora in
atto secondo alcune fonti) degli Yazidi e altre minoranze, tramite schiavitù sessuale, contenimento
delle nascite, trasferimento dei bambini in altre famiglie ecc. Ai sensi dell’articolo V della
Convenzione, i singoli Stati devono adattarsi alle sue disposizioni. L’Italia lo fece nel 1967, ponendo
come aggravante, e non come crimine autonomo, l’istigazione e la propaganda volta a negare
l’esistenza della Shoah o qualsiasi altro genocidio  si dà rilevanza penale al negazionismo. Il tutto
è basato su una pena dai 2 ai 6 anni.
- Aggressione, crimini contro la pace è identificata come atti quali l’invasione, il bombardamento,
il blocco dei porti e l’esercizio della forza armata da parte di uno Stato all’interno del territorio di un
altro Stato. Questo crimine non rientra nella regola di giurisdizione dei tribunali penali
internazionali, bensì in quello della Corte penale internazionale. Durante la sua revisione nel 2010 a
Kampala, in Uganda, si è adottato un articolo 8 bis, secondo cui sono condannabili anche atti quali
la pianificazione, preparazione o scatenamento dell’atto.

Quello di GIURISDIZIONE INTERNAZIONALE è un concetto abbastanza discusso. Esso riguarda la possibilità di un


individuo ad essere processato da qualsiasi tribunale, anche senza contatto con lo Stato in questione, cosa
invece richiesta per i crimini non internazionali. Questa è una pratica che era già diffusa nel contesto della
pirateria. In alcuni casi si parla anche della giurisdizione quasi universale, che si applica tra tutti gli Stati
contraenti di un determinato trattato che lo prevede. Tuttavia, diversi sono gli Stati che ne contestano la
validità, tant’è che è considerata facoltativa e molti sono restii a ricorrere ad essa. I motivi sono tre: non si
accetta che un proprio cittadino venga processato da un tribunale straniero, si dubita della reale
imparzialità dei giudici e in alcuni casi, come quelli degli Stati più deboli, non si assicura un processo equo.
Uno Stato che non accetta questa giurisdizione è l’America. Nel caso dei crimini internazionali non si può
invocare l’immunità di giurisdizione; quindi, di aver agito per conto del proprio Stato. Per quanto riguarda
l’inoperatività dell’ordine superiore come esimente, essa è considerata dai tribunali di Norimberga, Tokyo,
Ruanda ed ex-Jugoslavia come attenuante ma mai come esimente. Secondo gli ordini interni si parla anche
di scusabilità nel caso in cui abbiamo l’esecuzione di un ordine non rifiutabile o in cui non si conosceva
l’illegittimità. Il tutto ne va anche della dignità del militare che si ritrova a scegliere tra obbedire all’ordine
(punibile a livello giuridico) e rifiutarsi di ubbidire (punibile con la morte a volte)  ci si ritrova dunque a
bilanciare anche tra i vari rischi in entrambe le situazioni.

1. Estradizione  La consegna, da parte di uno stato a un altro stato (per lo più legati da un
preciso accordo internazionale), di un individuo che si trovi nel territorio del primo e contro il
quale sia stata intentata nel secondo un'azione penale o pronunciata una condanna.

Imprescribilità del crimine  un crimine non può essere prescritto; quindi, non può estinguersi anche se
entro un determinato periodo di tempo quel dato crimine non viene commesso. Ad esempio, abbiamo
l’imprescribilità dei crimini nazisti. Abbiamo due convenzioni a riguardo; quella dell’ONU, cui partecipano
22 Stati, e quella dell’UE, cui partecipano 8 Stati. L’Italia non partecipa a nessuna delle due.

Inamnistibilità del crimine  l’imprescribilità dei crimini internazionali include spesso anche
l’Inamnistibilità, ovvero l’illegittimità di qualsiasi legge di amnistia che estingua i crimini commessi.
L'amnistia è una causa di estinzione del reato e consiste nella rinuncia, da parte dello Stato, a
perseguire determinati reati. Essa è facoltativa, a meno che non sia indicata tra gli obblighi di un trattato

AMBIENTE NATURALE  a partire dagli anni ’60 del secolo scorso iniziò a sorgere l’esigenza di contenere
l’inquinamento e di salvaguardare l’ambiente, anche di fronte alle avanzate neoliberiste che mettevano a
repentaglio la vita sul pianeta. Il diritto internazionale non si è mai occupato dell’ambiente come
problematica principale, tant’è che non esistono dei trattati multilaterali che vincolano i vari Stati a
rispettare i vari principi esistenti  idea largamente riscontrabile nella prassi, non porta a particolari
obblighi. L’ Accordo di Parigi e l’Agenda 2030 non rappresentano una soluzione definitiva. L’unica eccezione
nel diritto internazionale tradizionale era data dal divieto di inquinare i territori confinanti con i propri.
Delle controversie simili si sono avute tra Canada e USA (Fonderia di Trail) e tra Spagna e Francia (Lago
Lanoux). La salvaguardia dell’ambiente rappresenta anche una forma di responsabilità nei confronti delle
generazioni future. Si parla di due principi essenziali:

- Principio delle responsabilità comuni  ogni Stato, in base alle sue condizioni, è portato a
rispettare una serie di principi. Dunque, gli Stati industrializzati sono portati a rispettare principi più
rigidi rispetto a quelli in via di sviluppo, ai quali è accordato un processo più flessibile
- Principio precauzionale  gli Stati sono tenuti a prevenire determinati disastri ambientali, anche
se non ancora provati dalla scienza. Intervenire solo dopo delle dimostrazioni scientifiche
significherebbe infatti agire troppo tardi.

Abbiamo poi il principio secondo cui l’inquinatore paga le spese di inquinamento in caso di impatto
ambientale. È un principio inserito nell’art. 6 della Dichiarazione di Rio, ma la sua non vincolatività è
innanzitutto espressa dal condizionale “dovrebbe”, ma anche dal fatto secondo cui i principi non sono
responsabilità del diritto internazionale, ma di quello interno. In tempi recenti si è affermata la tendenza a
considerare la valutazione dell’impatto ambientale come un affare rientrante nel diritto internazionale
quando si abbiano fondati motivi per pensare che una data attività possa portare ad un certo impatto.
L’INQUINAMENTO MARINO può essere causato da navigazione, scarico di rifiuti ecc. ed è una questione
importante alla quale è dedicata la parte XXII della Convenzione di Montego Bay, la quale si basa su una
serie di principi fondamentali: ogni Stato deve proteggere e preservare l’ambiente marino, per fare ciò si
parla anche di cooperazione regionale o universale e prendere tutte le misure compatibili per permettere
ciò. Una parte della dottrina sostiene che ciò non faccia parte del diritto internazionale. In ogni caso,
bisogna menzionare la sentenza del mar Cinese meridionale, quando sulla base della CMB, la Cina fu
condannata per aver tollerato o fornito strumenti ai propri cittadini per attuare tecniche di pesca delle
vongole che danneggiavano la barriera corallina e l’habitat della flora e della fauna.

L’INQUINAMENTO DELL’AMBIENTE GLOBALE è specialmente dovuto a centrali nucleari, riversamento in mare di


petrolio, scorie radioattive e tossiche, effetto serra, buco nell’ozono ecc. Si è discusso molto su questa
situazione e in particolar modo la difficoltà è posta dagli opposti valori tra Stati sviluppati o comunque in via
di sviluppo e quelli poveri, i quali incolpano i primi di essere la causa principale dell’inquinamento. Anche le
multinazionali giocano un ruolo importante, perché non sono disposte ad innalzare i costi di produzione o
diminuire la concorrenza nel mercato. Per questo motivo, nel 2017 l’Onu ha pubblicato un rapporto
all’interno del quale fa notare che l’inquinamento è un problema non nuovo, relativamente risolvibile, ma
spesso evitabile, se solo non lo si trascurasse. Il rapporto si divide in tre parti: prove dell’inquinamento,
misure in atto per risolvere, misure idonee per fronteggiare l’inquinamento per orientarsi verso un pianeta
pollution-free. L’ambiente globale è parte di una serie di trattati multilaterali, ovviamente non vincolanti e
raramente rispettati da tutti gli Stati contraenti: un solo caso di violazione sarebbe un problema
dell’umanità e soprattutto, nella maggior parte dei casi gli Stati procedono verso lo stesso comportamento,
causando un effetto domino negativo. Fra i principali trattati contro il deterioramento dell’ambiente globale
sono: Convenzione di Vienna, Convenzione di New York, Protocollo di Kyoto, Protocollo di Montreal,
Convenzione di Rio de Janeiro.

Abbiamo poi L’ACCORDO DI PARIGI, siglato nel 2015. Siamo nell’ambito della Cop21 ed è considerato un
accordo storico. In ogni caso, è debole su diversi aspetti e per certi versi sembra fare dei passi indietro
piuttosto che in avanti rispetto al protocollo di Kyoto del 1997. È infatti traducibile come un accordo
all’interno del quale ogni Stato (abbiamo 55 Stati che rappresentano il 55% delle emissioni mondiali di gas
serra) agisce come meglio crede con effetti collaterali minimi. È un accordo che prevede solo obblighi
procedurali, ovvero di comunicazione. È per questo che durante la Cop24 del 2018 è stato introdotto un
package volto a rendere operativo l’accordo di Parigi. Gli obiettivi dell’accordo sono tre:

1- Mitigazione  mantenere l’aumento della temperatura media al di sotto di 2° rispetto ai livelli


preindustriali per poi limitarlo sempre di più (l’idea è quella di progredire e non di regredire)
2- Adattamento  aumentare le capacità di adattamento agli effetti negativi e promuovere lo
sviluppo a basse emissioni di gas serra
3- Finanziamento  rendere i flussi finanziari coerenti

Tutte le parti hanno l’obbligo di adempiere a queste funzioni e impegnarsi in esse, senza una divisione tra
Paesi industrializzati e non (come invece indicava il Protocollo di Kyoto). Soprattutto c’è l’obbligo di
comunicare ogni due anni le informazioni relative alla quantità e qualità delle risorse messe a disposizione
anche dei Paesi in via di sviluppo e del procedimento del rispetto dell’accordo. Molti sono i dibattiti
riguardanti la vincolatività dell’Accordo e altrettanti sono i giudizi a riguardo (il libro lo considera un trattato
internazionale, e fin qui ci siamo, vincolante). Sarebbe utile però ricordare che Trump nel 2017 lo considerò
un trattato non abbastanza vincolante e lo cita come non-binding Paris accord, aggiungendo che esso porta
un grande svantaggio agli Stati Uniti, contro il grande vantaggio di cui godono gli altri Stati. Il diritto ad un
AMBIENTE SALUBRE venne considerato per la prima volta nella Dichiarazione di Stoccolma del 1972. È però un
concetto ricavato dalle dichiarazioni dei diritti umani, estendendo il concetto di diritto alla vita anche
questo. Possiamo ricordare il caso dell’Italia, la quale fu condannata per le emissioni dell’acciaieria Ilva di
Taranto. In questo caso le autorità italiane non avevano contenuto in maniera corretta i pericoli per
tutelare la salute dei ricorrenti. Importante è anche la questione DELL’INQUINAMENTO ACUSTICO  nel 2004
abbiamo la sentenza Moreno Gomez, per la quale la Spagna fu condannata per l’inquinamento acustico
causato dai nightclub che impediva ai ricorrenti di dormire, causando a lungo termine problemi di insonnia
e altri gravi problemi di salute. In questo caso la commissione europea dei diritti umani venne criticata
perché essenzialmente individualistica e non collettiva, vediamo come le varie sentenze venivano applicate
ad un gruppo circoscrivibile di persone e facilmente individuabili, piuttosto che ad una collettività
identificabile come umanità. Accanto a tutto ciò potremmo porre anche il concetto di DIRITTI AMBIENTALI
PROCEDURALI . Fondamentale al riguardo è la Convenzione di Aarhus, il cui obiettivo principale era quello di
assicurare un ambiente di salute e benessere, tramite uno sforzo individuale e collettivo che si otterrebbe
con una partecipazione attiva della cittadinanza ai processi decisionali e tramite l’accesso alle principali
informazioni. Una serie di trattati multilaterali ambientali prevede meccanismi di compliance, questo
perché in alcuni casi l’inadempimento ai trattati non è dovuto alla mancata volontà degli Stati, bensì alla
mancanza di materiale efficiente e valido per procedere verso determinate direzioni. In quel caso si
procede con aiuti a livello tecnologico ed economico, una volta individuati i problemi all’interno del Paese
in questione.

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