Western
Western
Il primo film con ambientazione western di cui si abbia notizia è un film di un minuto del 1898
intitolato Cripple Creek Bar Room. Il primo western con una storia minimamente articolata è La
grande rapina al treno (The Great Train Robbery, r. di Edwin Porter, 1903, anche su Youtube), una
produzione Edison. Il film è importante per la storia del cinema in generale perché incoraggiò, negli
USA, la diffusione del cinematografo come mezzo di intrattenimento: in poco tempo sorsero migliaia di
piccole e malridotte sale cinematografiche chiamate "nickelodeon" dove si proiettavano film da un
rullo (poco meno di 15 minuti) di ogni genere. E uno dei generi che guadagnò maggior successo tra
un pubblico fatto di lavoratori e immigrati fu proprio il western.
Gli ultimi anni del west si sovrapposero ai primi anni del western cinematografico, così alcuni
dei protagonisti del Vecchio West si ritrovarono a recitare se stessi in qualche film. Buffalo Bill,
consumato uomo di spettacolo, interpretò e diresse un film su se stesso nel 1911. Al Jennings (1863-
1961) fu un bandito molto conosciuto (assaltava treni), ma, una volta graziato si lanciò prima in
politica poi nel mondo del cinema. Fu attore in diversi film, anche dirigendoli, e apportando un forte
realismo (non nascondeva la povertà che la gente del West pativa). Della vita del West ebbe a
dichiarare: "C'erano molti momenti brutti, molti momenti di noia e qualche momento bello. Però non
c'era proprio niente di romantico: era una vita dura, sordida e tragica". Su di lui venne girato un biopic
nel 1951: Al Jennings of Oklahoma, r. di Ray Nazarro.
Il padre del cinema statunitense, David Wark Griffith, apportò al genere una maggior cura per
l'inquadratura con film quali ad esempio The Massacre (1912, il film si trova su Youtube). E' la storia di
una strage compiuta da un gruppo di indiani a spese dei passeggeri di un treno: un soldato, alla
disperata ricerca della moglie e del figlio, alla fine li ritrova sotto una pila di cadaveri.
Thomas Ince, altro padre nobile del cinema USA nel suo periodo muto, produsse western con una
maggiore attenzione alla sceneggiatura e all'organizzazione. Fece ricorso ad uno show del "Selvaggio
West", quello dei fratelli Miller, che metteva a disposizione tutta l'attrezzatura necessaria (carri
coperti, diligenze, ecc.). Nei suoi studi Ince produsse vari western, non sempre diretti da lui, come
Custer's Last Fight (1912) interpretato da Francis Ford, fratello maggiore di John, dal quale fu presto
eclissato, e per il quale si sarebbe poi ridotto a girare parti secondarie.
Di film con una ambientazione western se ne produssero dunque sin dall'inizio della storia del
cinema. Ma non si poteva ancora parlare di "genere", cioé di una nutrita serie ininterrotta di
film con caratteristiche comuni. Perché un genere abbia successo occorre che un immaginario
venuto a maturazione, incontri i desideri del pubblico di quella determinata fase storica. Il
western come genere nacque dunque non certo grazie ai film di Griffith o Ince, ma ad alcuni
attori che divennero essi stessi personaggi, e a volte diressero, scrissero e produssero i propri
film. Si trattava di film a bassissimo costo, spesso si presentavano come "serial", erano cioé film
a puntate, ed avevano una struttura semplice e riconoscibile. Al centro era l'eroe, duro, spesso
fuorilegge, ma dal cuore tenero. Era ben rasato, vestiti puliti e in ordine, cappello riconoscibile,
spesso bianco. Gli avversari erano dei cattivi senza ombra, mal rasati, coi baffi e spesso con una
gran pancia. A volte il cattivo era un banchiere o un politico, che la gente del Sud agricolo vedeva
come il fumo negli occhi, oppure indiani, oppure banditi particolramente crudeli. Montavano cavalli
che riproducevano le caratteristiche dell'eroe: abili, intelligenti e coraggiosi e divennero popolari
presso le vaste platee quanto gli stessi eroi. I protagonisti di questi film furono: Gilbert Anderson
(Broncho Billy) per tutti gli anni Dieci, William Hart tra la fine degli anni Dieci e la metà degli
anni Venti e Tom Mix dalla fine degli anni Dieci per tutti gli anni Venti.
Gilbert Anderson (1880-1971) fu un membro del cast de "L'assalto al treno" (dove recitava in tre
ruoli). Il suo vero nome era Maxwell Aronson che cambiò perché rivelava la sua origine ebraica. Nel
1907 creò la casa di produzione Essenay e si spostò in California. Tra il 1910 e il 1916 recitò, scrisse
e/o diresse circa 180 western da uno o due rulli dando vita al primo eroe western del grande schermo:
Broncho Billy, un bandito dal cuore tenero.
La fama di Broncho Billy fu superata da quella dell'attore scespiriano William Hart che cominciò a
girare film nel 1914, a 44 anni, prima con Ince poi con la Paramount. I suoi film erano realistici nelle
ambientazioni e nei costumi, ma le trame erano molto sentimentali e moralistiche. Di solito il climax
dei suoi film coincideva con la redenzione dell'eroe che lui stesso interpretava (di solito un fuorilegge),
facilitata da una donna o da un prete o da un bambino. Resistette alla richiesta delle case di produzione
di modernizzare il suo stile lento e tragico, che era stato superato da quello veloce e leggero di Tom
Mix. Così, per realizzare il suo ultimo film, La lotta per la terra (Tumbleweeds, r. di King Baggot, 1925,
anche su Youtube) fondò una sua casa di produzione rivolgendosi alla United Artists per la
distribuzione. Nel film c'era allo stesso tempo realismo e melodramma e l'eroe salvava tutti: un
serpente, un lupacchiotto, un bambino, una vecchia coppia, una vedova...
Tom Mix interpretò invece, al contrario di Hart, un eroe di pura fantasia. Entrò nel mondo del cinema
come magazziniere e poi come attore secondario. Dal 1910 e al 1917 lavorò per la Selig con western da
uno o due rulli che spesso, oltre che interpretare, scriveva e dirigeva. Passò poi alla Fox e da quel
momento la sua carriera spiccò il volo divenendo una grandissima celebrità per tutto il periodo del
muto. Hollywood gli inventò anche una biografia fittizia, dove risultava aver combattuto in numerose
guerre, quando in realtà era stato dichiarato disertore. La sua fonte di ispirazione erano gli show del
"Selvaggio West" per i quali aveva lavorato: nei suoi film indossava vestiti pittoreschi, i cowboy erano
coinvolti in avventure rocambolesche, e non mancavano scene comiche. Il suo cavallo Tony
divenne celebre quanto chi lo cavalcava. Tom Mix inoltre non mancava di galanteria e aveva successo
con le donne. I suoi finali erano allegri, mentre quelli di Hart erano pessimisti. Girò circa 300 western
nel periodo del muto. Un esempio dei suoi film, Sky High del 1922, si trova su Internet Archive.
Film western era sinonimo a Hollywood di film a basso costo. Non occorrevano grandi scenografie
per produrli e ogni studio aveva il suo magazzino di attrezzi (pistole, carri, ecc.) che quando era il caso
riciclava. Il successo popolare era tale da indurre però le grandi case di produzione all'inizio
degli anni Venti a tentare la realizzazione di western di maggiore investimento. Il periodo era
propizio: gli USA stavano attraversando una fase di formidabile crescita economica, sorsero
nelle città sale cinematografiche fastose per una classe media in espansione che poteva
permettersi di spendere, le majors di Hollywood erano più potenti che mai e avevano smesso di
farsi concorrenza costituendo un solido monopolio.
Nel 1923 la Paramount produsse il primo film epico di genere western. Raccontava della marcia
dei pionieri lungo l'Oregon Trail: I pionieri (The Covered Wagon, r. di James Cruze), tratto dal romanzo
di Emerson Hough. Il film richiese molti investimenti e mesi di riprese. "I pionieri" si sforzava di
mantenere la veridicità storica: fu girato nei luoghi dove gli avvenimenti accaddero, tra Nevada e
Utah, e ciò in un'epoca in cui tutto si ricostruiva in teatro di posa. Ci fu un vero attraversamento di un
fiume, vennero ingaggiati centinaia di nativi, si utilizzarono più di 500 carri, molti dell'epoca. Costò
cinque volte il budget di un western tipico, ma fu un grande successo, che incoraggiò la produzione
di altri film epici. Nel 1924 uscì infatti Il cavallo d'acciaio (The Iron Horse, r. di John Ford), dove una
trama che era tipica dei western (un cowboy era alla ricerca dell'assassino del padre) si diluiva nel
racconto della costruzione della ferrovia transcontinentale, vista come grande impresa collettiva.
Mentre "I pionieri" era piuttosto statico, "Il cavallo d'acciaio" offriva scene d'azione per l'epoca
entusiasmanti. Fu uno dei maggiori successi del cinema muto. Seguirono altri film epici: Ai
confini della civiltà (North of 36, r. di Irvin Willat, 1924) e Pony Express (The Pony Express, r. di
James Cruze, 1925), caratterizzati anche questi da un forte accento nazionalista, ma il pubblico li
abbandonò molto presto. Ford girò solo un altro western in quel periodo: I tre birbanti (Three Bad
Men, 1926). I governi conservatori in carica erano espressione di un clima politico, quello degli
anni Venti, che virava verso il nazionalismo e le politiche liberiste, e i film epici risentivano di
questa ideologia tesa ad esaltare il passato degli Stati Uniti anche a costo di deformare
radicalmente la realtà storica. Il pubblico però mostrava di apprezzare di più i veloci film
d'azione di eroi dai costumi sgargianti tipici dei serial e dei B-movies. Di western a grande
investimento non se ne fecero più molti, dunque, fino alla fine degli anni Trenta, e il western
tornò nei piccoli centri, nelle periferie, nelle seconde visioni o ad accompagnare gli A-movies.
Alla fine degli anni Trenta si ebbe il grande ritorno del western a forte investimento. Le major
hollywoodiane investirono grandi quantità di risorse in un genere che era stato sempre
popolare, ma quasi sempre confinato nel mondo delle produzioni di serie B. La ragione si deve
alla particolare fase storica che stavano attraversando gli Stati Uniti: era la vigilia della seconda
guerra mondiale, gli USA erano ancora neutrali ma era cominciata la corsa al riarmo per
prepararsi al peggio. Questo clima favorì un crescente nazionalismo, in parte spontaneo e
popolare, in parte veicolato e stimolato dall'alto. Il genere western, genere snobbato dalle
majors (con la parentesi di inizio anni Venti), si prestava molto a questo compito di
"educazione nazionalista delle masse", dato che era popolarissimo sin dagli anni Dieci grazie a
serial e B-movies. Si doveva però operare un grosso cambiamento: gli eroi senza macchia e
senza paura tipici dei western a basso costo, erano quasi sempre decontestualizzati: non si
capiva dove agivanoe quando, le loro avventure si svolgevano in un ambiente piuttosto
astratto, privo di riferimenti storici. Così, il cowboy, il bandito di buon cuore, il valoroso
sceriffo, il capitano coraggioso, vennero inseriti in determinati momenti della storia USA,
opportunamente glorificati e privati di ogni accento critico.
Per fortificare il senso di appartenenza ad un unico destino nazionale uscirono una serie di film
che glorificavano il passato di ogni stato che costituiva la federazione, e dai titoli già esplicativi. Tra
gli altri: Arizona (r. di Wesley Ruggles, 1940), Texas (r. George Marshall, 1941), Wyoming (r. di
Richard Thorpe, 1940), In old Oklahoma (r. di Albert Rogell, 1943), Dakota (r. di Joseph Kane, 1945),
California (r. di John Farrow, 1946), che compongono il quadro di una celebrazione
dell'espansionismo statunitense.
Si rispolverò il pantheon di tutti gli eroi realmente esistiti del West, con nessuna attenzione
però alla veridicità storica, puntando alla esaltazione del personaggio ed al rafforzamento della
leggenda che li circondava: da Kit Carson con La grande cavalcata (Kit Carson, r. di George B. Seitz,
1940) a Sam Houston con la Strage di Alamo (Man of Conquest, r. di George Nichols, 1939), dal
generale Custer con La storia del generale Custer (They Died With Their Boots On, r. di Raoul Walsh,
1942) a Buffalo Bill con Buffalo Bill (r. di William Wellman, 1944). La rievocazione positiva degli
eroi non si fermò nemmeno di fronte ai banditi, la cui esistenza fu rivista in chiave apologetica.
Tra questi: Terra selvaggia (Billy the Kid, r. di David Miller, 1941), Belle Star (r. di Irving Cummings,
1941) su una donna bandito realmente esistita, Il terrore dell'Ovest (The Oklahoma Kid, r. di Lloyd
Bacon, 1939), un fuorilegge che sta dalla parte dei deboli e vendica l'assassino del padre.
Altri film rivisitarono in chiave eroica e idealizzata i passaggi che avevano segnato il progresso
della conquista del West: Gli avventurieri (Dodge City, r. di Michael Curtiz, 1939) girato in
technicolor esalta il passaggio di Dodge City da villaggio di frontiera a capitale del commercio di
mucche; Fred il ribelle (Western Union, r. di Fritz Lang, 1941) racconta l'espansione della rete
telegrafica nel West; La via dei giganti (Union Pacific, r. di Cecil DeMille, 1939) è dedicato alla
costruzione della ferrovia, rievocata in termini epici.
I film vennero utilizzati per ricomporre alcune delle ferite del passato e consolidare l'unità
nazionale dei bianchi: per questo gli indiani rimangono acerrimi e irriducibili nemici (come in Gli
invincibili, Unconquered, r. di Cecil DeMille, 1947, che glorifica la lotta dei coloni contro i nativi nella
metà del XVIII secolo), ma sono realizzati invece film riparatori, ad esempio nei confronti dei mormoni
La grande missione (Brigham Young, r. di Henry Hathaway, 1940) contro i quali nel passato c'erano
stati atteggiamenti discriminatori, e altri riconciliatori come in Carovana d'eroi (Virginia City, r. di
Michael Curtiz, 1940) ambientato durante la Guerra di Secessione e che celebra la riunificazione tra
Nord e Sud. Sparì il genere cappa e spada che metteva in scena le ambientazioni aristocratiche
ed europee e non a caso l'attore tipico di questi film, Errol Flynn, fu riciclato come eroe del western.
Gli anni Trenta era stato un periodo di perdurante depressione. I governi di Roosvelt avevano
dato vita ad una politica che favoriva in parte la redistribuzione del reddito a favore dei ceti meno
abbienti, attraverso, ad esempio, programmi di lavori pubblici. Questa linea di intervento si
ammantava di una visione ideologica che passa con il nome di New Deal, in cui l'uomo della strada era
valorizzato e veniva invece indicato come nemico lo speculatore e il banchiere, visti come i magigori
responsabili della crisi scoppiata nel 1929. Non era una visione anticapitalista, perché invece gli
industriali e i commercianti erano visti molto favorevolmente. Questa ideologia è chiaramente
riscontrabile nei film western del periodo. Ad esempio in L'uomo del West (The Westerner, r. di
William Wyler, 1940) dove protagonista è un cowboy accusato ingiustamente da un giudice che, tra
l'altro, vuol espellere dalle loro terre un gruppo di contadini, in Jess il bandito (Jesse James, r. di Henry
King, 1939), il primo western a colori, si mostra il famoso bandito come un contadino in rivolta contro
i soprusi dei potenti, in Ombre Rosse (Stagecoach, r. di John Ford, 1939) l'unico bianco tratteggiato in
maniera negativa è un banchiere che fa discorsi simili a quelli dei repubblicani, avversari di Roosvelt.
Il film più significativo di questo gruppo di film nazionalisti è Ombre Rosse. Era il primo western di
Ford dopo "I tre birbanti" ed è il film che lanciò John Wayne come attore di A-movies, avendo
partecipato sino a quel momento quasi esclusivamente a B-movies e serial. La location era indovinata
e divenne la prediletta da John Ford: la suggestiva Monument Valley (si deve dire però che girare
all'aperto era comune nei western a basso costo). L'inseguimento della diligenza da parte degli indiani
fu ripresa da automobili che correvano a 60 Km all'ora, cosa che poteva accadere solo su terreno
pianeggiante. E ciò spiega una delle tante incongruenze del film, dato che era il luogo meno verosimile
per un assalto indiano. Il film è modesto da vari punti di vista, ma un elemento decisivo concorse
a farne un classico del genere western: l'intreccio e i personaggi. Il film narra di un "bandito dal
cuore tenero" che cerca la sua vendetta, e questo è il classico pretesto dei western sino ad allora
realizzati. Questa linea narrativa viene però accompagnata e intrecciata con varie altre: sulla diligenza
che deve attraversare un territorio ostile trovano posto diversi personaggi le cui particolarità
caratteriali e sociali disegnano il quadro della variegata società bianca. Alla fine riusciranno,
nonostante le differenze, a "fare gruppo" per fronteggiare il nemico comune: gli indiani crudeli e i
messicani inaffidabili. Il gruppo costituiva la metafora di una nazione che, secondo Ford, seppur divisa
al suo interno per classi sociali e origini territoriali, doveva trovare, di fronte al pericolo esterno, la
strada dell'unità. Non a caso il modello della struttura narrativa (un gruppo di persone
eterogeneo e litigioso che però alla fine si unisce contro gli avversari) fu poi preso a prestito in
alcuni film del genere che nacque sull'onda dell'entrata in guerra degli USA, il war film (ad
esempio in Air Force, r. di Howard Hawks, 1943).
Ford continuò anche dopo la seconda guerra mondiale la serie di western che ne faranno il regista più
conosciuto del genere western. Del 1946 è Sfida infernale (My Darling Clementine) un film che
riprende la leggenda di Wyatt Earp, ne ignora la realtà storica, ma rinuncia ad esaltare l'uso della
violenza (il duello finale all'Ok Corral, è descritto in modo sommario) per sottolineare invece la
positività dell'inserimento del protagonista nella comunità del paese che lo ospita. L'enfasi posta sulla
comunità, come metafora dell'unità nazionale (dei bianchi), viene ripresa anche nei tre film dedicati
alla cavalleria statunitense: I cavalieri del Nord Ovest (She Wore a Yellow Ribbon, 1949), Il massacro
di Fort Apache (Fort Apache, 1948) e Rio Bravo (Rio Grande, del 1950). Protagonista di questi film è
la comunità chiusa di un "forte", avanposto militare di frontiera costruito storicamente per contenere
o reprimere i nativi. Ford ne sottolinea positivamente la gerarchia (che è funzionale allo scopo solo se,
a parere di Ford, è illuminata e paternalista), il valore di ogni soldato (nessuno è mai preda della
paura), il ruolo delle donne come sostenitrici dell'ordine maschile, la presenza minacciosa degli indiani
(che vanno trattati con fermezza, ma senza esagerare). In questo microcosmo i drammi di tipo
personale, sentimentale o personale dei protagonisti (sempre appartenenti alla casta degli ufficiali), si
intrecciano ad episodi minori, legati a macchiette che danno vita a numerosi siparietti comici (quasi
sempre soldati semplici o sottufficiali un po' sempliciotti, che fanno scherzi e alzano il gomito, ma non
si tirano mai indietro nella battaglia). L'esaltazione della Cavalleria, uno degli strumenti di sterminio
più temibili utilizzati nella colonizzazione del West, può apparire strana se si considera che all'epoca in
cui sono stati girati i film, non esistevano più questi reparti (gli USA smobiliteranno l'ultimo nel 1944);
si deve considerare però che furono girati negli anni immediatamente successivi alla seconda guerra
mondiale e che gli USA mantennero un atteggiamento aggressivo in campo militare a causa della
Guerra Fredda (la guerra di Corea scoppia nel 1950). Questi film vanno dunque inquadrati nella
dominante cultura nazionalista che era prevalsa prima della guerra e che, dopo la guerra, sparito
Roosvelt e il New Deal, vedeva sostituire il militarismo al populismo. In questi tre film Ford raggiunge
il massimo di sofisticatezza nell'utilizzo di alcuni stilemi del linguaggio cinematografico, ad esempio
nella relazione tra paesaggio e personaggio o in quello, insuperato, dei campi lunghi e lunghissimi.
Non vi furono molte eccezioni ai western nazionalisti. Tra queste Alba fatale (The Ox-Bow Incident,
1943) per la regia di William Wellman. Questo autore aveva già girato western atipici e con uno stile
formale attento alla ricerca. Nel 1936 aveva ad esempio diretto il film Robin Hood dell'Eldorado (The
Robin Hood of El Dorado) ispirato alla figura semileggendaria del messicano Joaquin Murrieta (1829-
1853) che si oppose alla colonizzazione della California. In Alba fatale, centrato su un linciaggio, la
tensione è tutta psicologica drammatizzata da una illuminazione espressionista, non vi è traccia di eroi
completamente positivi e l'azione ridotta al minimo. In Cielo giallo (Yellow Sky, 1948) il duello finale
a tre è addirittura ripreso con camera fissa. Nel 1951 diresse Donne verso l'ignoto (Westward the
Women.) imperniato sulle vicende di una carovana composta esclusivamente da donne.
Dopo la guerra il clima di repressione sessuale che caratterizzò gli anni Trenta si rilassò. Ciò fu dovuto
a vari fattori, tra i quali la fine della lunga depressione economica, il clima di euforia postbellica,
l'accresciuto ruolo sociale delle donne causato dal coinvolgimento nella mobilitazione nazionale. Nel
western, genere soprattutto maschile, questa dinamica sociale prese la forma di richiami erotici più o
meno espliciti, incarnati quasi sempre da figure di donne che rendevano evidente il proprio desiderio
sessuale. Il ruolo era considerato però troppo "forte" per essere affidato a personaggi "bianchi": le
donne anglosassoni del western dovevano continuare ad essere gran lavoratrici, figlie più o meno
innocenti e fidanzate magari maliziose, ma in trepida attesa del matrimonio. Queste figure furono
dunque rappresentate da messicane o indiane (anche se le attrici che le interpretavano erano
bianchissime), con abbigliamenti che ne mettevano in evidenza il corpo, gli atteggiamenti disinvolti, il
temperamento fiammante e finalizzato alla conquista dell'uomo. Inutile dire che in questi western
fanno quasi sempre una brutta fine. Il film che dà il via a questa tendenza è il mediocrissimo Il mio
corpo ti scalderà (The Outlaw, r. di Howard Hughes), una sgangherata rievocazione del mito di Billy
The Kid, terminato nel 1941. Non poté uscire se non nel 1946, a causa di scene considerate troppo
esplicite e del gran impegno che Hughes impiegò nell'esaltare il seno di Jane Russell, che da allora
divenne una icona sexy. Anche Duello al sole (Duel in the Sun, r. di King Vidor, 1946) mette in scena il
conflitto suscitato dalla carnalità della protagonista, una meticcia interpretata da Jennifer Jones. Ford
in Sfida Infernale rappresenta un personaggio simile (l'amante di Doc Hollyday, dal nome
Chihuahua). Un altro film della stessa tipologia è Gli amanti della città sepolta (Colorado Territory, r.
di Raoul Walsh, 1949). E persino il capolavoro Mezzogiorno di fuoco (High Noon, r. di Fred
Zinnemann, 1952) non sfugge al clichè, anche se il personaggio latino e focoso che presenta ha tratti di
originalità (è fiera e indipendente).
Nel dopoguerra fece il suo ingresso nella cinemtografia commerciale statunitense la psicologia, in una
versione estremamente semplificata della psicoanalisi freudiana, condita di rievocazioni prese
sbrigativamente a prestito dalla tragedia greca e scespiriana. Apparvero anche nel western una serie
di film che mettevano in scena conflitti basati sul senso di colpa, su complessi edipici irrisolti, rapporti
familiari padre/figlio malati, e psicologie contorte e negative, segnate da un passato duro, pur non
precludendo loro una finale redenzione. Gli eroi a tutto tondo diminuiscono ed aumentano quelli
complessi e contraddittori. La psicologia arriva al western con Notte senza fine (Pursued, r. di Raoul
Walsh, 1947), dove le azioni del protagonista sono dettate dai traumi dell'infanzia. Ne Il fiume rosso
(Red River, r. di Howard Hawks, 1948) il personaggio interpretato da John Wayne è spietato e
vendicativo. Persino Ford non può farne a meno con un film quale Sentieri selvaggi (The Searchers,
1956) dove l'agire del protagonista è dettato dall'odio irragionevole, ma che si suppone frutto di
passati traumi, verso gli indiani. A questo filone si rifanno anche i western girati da Anthony Mann e
interpretati da James Stewart, quali Winchester '73 (id., 1950) e L'uomo di Laramie (The Man from
Laramie, 1956).
Nel dopoguerra le donne acquisiscono un ruolo maggiore nei western. Come accadde anche nel corso
della prima guerra mondiale, anche durante la seconda gli stati furono costretti a coinvolgere le donne
nello sforzo bellico: dovevano sostituire gli uomini nei posti di lavoro che grazie all'espansione
dell'industria bellica si erano molitplicati, ad esempio. Questo favorì l'inserimento delle donne ad un
livello superiore nella società. Così uscirono vari western che offrivano figure femminili forti e
determinanti, che utilizzavano il loro potere, o il carisma, o capacità, ma non mezzi seduttivi per
raggiungere i propri scopi. Ad esempio in Johnny Guitar (id., r. di Nicholas Ray, 1954) dove Joan
Crawford interpreta una donna che da sola riesce a tener testa a decine di uomini e che alla fine
affronta un'altra donna in un inedito duello tutto al femminile. Altri film con donne protagoniste: Le
furie (The Furies, r. di Anthony Mann, 1950), Rancho Notorius (id., r. di Fritz Lang, 1952) con Marlene
Dietrich, Quaranta pistole (Forty Guns, r. di Samuel Fuller, 1957).
Nel western classico di stampo fordiano c'era la comunità come protagonista: il paese, la carovana, il
ranch, con l'eroe al servizio del gruppo e le cui gesta non erano troppo enfatizzate, non quanto i suoi
sforzi di integrazione. La comunità era una metafora dell'unità nazionale (dei bianchi) e per questo il
cinema di Ford collimò con il sentimento predominante negli anni tra i '30 e i '40. Quel sentimento
però era destinato al tramonto negli anni Cinquanta. Mentre il governo degli USA era impegnato nella
Guerra Fredda, la società, sotto, andava in un'altra direzione, voleva altro. Dagli anni Cinquanta appare
la figura dell'eroe solitario, emblema di un mondo in via di sparizione. Eroi crepuscolari che sono
coscienti di far parte di un'epoca che va sparendo, aiutano la comunità a cavarsela, ma loro vi si
autoescludono. Anche in Sentieri Selvaggi il personaggio alla fine se ne va, consapevole che lui coi suoi
limiti non potrà più far parte di quella comunità in costruzione. Il personaggio tipico è Il cavaliere
della valle solitaria (Shane, r. di George Stevens, 1953) il cui successo ne fece una sorta di prototipo.
A segnare la fine del classico eroe del western è lo stesso John Ford con quello che probabilmente è il
suo miglior film: L'uomo che uccise Liberty Valance (The Man Who Shot Liberty Valance, 1961). In
esso l'ambiente classico del western è rievocato da un lungo flash back, che mette a confronto l'uomo
dell'Est, istruito, che non usa le pistole, intepretato da James Stewart, con il classico rude cowboy
interpretato da John Wayne. Sarà il secondo a salvare il primo, uccidendo un pericoloso bandito. E non
a caso sarà il primo a conquistare la donna del secondo. I giornalisti che ricevono questa confessione
decidono di non pubblicarla, per salvagaurdare la leggenda del west, come cemento dell'unità
nazionale.
In ogni caso anche nella contrapposizione eroe/comunità, la comunità viene sempre vista
positivamente anche nel western degli anni Cinquanta. Vi è però una notevolissima eccezione:
Mezzogiorno di fuoco (High Noon, r. di Fred Zinnemann, 1952), il capolavoro del genere western. Il
film fa coincidere tempo cinematografico e tempo reale. Narra di uno sceriffo che sta per lasciare il
paese perché si sposa con una quacchera, ma che è costretto a ritornare indietro perché un pericoloso
bandito che lui aveva fatto imprigionare è stato rilasciato. Il film è scandito da una tensione tutta
psicologica dove il protagonista è impegnato a chiedere aiuto, ma uno ad uno tutti gli abitanti si
defilano. Alla fine rimane solo ad affrontare la banda avversaria. Con una regia e una qualità delle
inquadrature abbastanza inusuali nel genere, Zinnemann si sofferma sulla solitiudine dell'eroe
sottilineandone la fatica, il sudore, la paura. Anche il classico personaggio della donna messicana è sì
disegnata come sessualmente disinibita, ma è forte, orgogliosa, e sta sempre dalla parte giusta. L'eroe
alla fine ce la farà grazie all'aiuto della moglie e se ne andrà dal paese gettando nella polvere la stella di
sceriffo. Il film fu un enorme successo di pubblico, segno che questo chiedeva qualcosa di
profondamente diverso, ma in piena caccia alla streghe fu accusato di essere antiamericano. In effetti il
film è leggibile come una metafora della solitdine in cui furono lasciati gli intellettuali
progressisti dalla isteria anticomunista innescata dalla guerra fredda. Il film indignò talmente la parte
più reazionaria del cinema che spinse John Wayne a caldeggiare una risposta cinematografica. Un
dollaro d'onore (in inglese "Rio Bravo", 1959 diretto da Howard Hawks, con John Wayne, Dean
Martin ed Angie Dickinson) riprendeva una trama simile a Mezzogiorno di fuoco ma dove le persone
del villaggio aiutano lo sceriffo, che ovviamente è senza paura. Per accattivarsi le simpatie del popolo
si largheggiò in scorci sexy del personaggio femminile e si inserì un personaggio
giovanile genere teddy boy. Un film mediocre, che ebbe comunque un certo successo.