TIPI DI SOLUZIONI E SOLUBILITà
Già sappiamo che le soluzioni sono miscele
omogenee di due o più sostanze. Il solvente
è il componente maggioritario e determina
lo stato fisico della soluzione, tutte le altre
sostanze presenti sono dette soluti
I DIVERSI TIPI DI SOLUZIONI
Una soluzione può presentarsi in diversi stati
fisici: solido, come l’acciaio, l’ottone, il
bronzo e le altre leghe metalliche; liquido,
come l’acido il vino; gassoso, come l’aria.
Nella pratica di laboratorio le soluzioni più
importanti sono quelle allo stato liquidò, in
cui il solvente è un liquidò mentre il soluto
può essere un solido (come il cloruro di
sodio nell’acqua di mare) o un gas (come il
diossido di carbonio nell’acqua minerale
gasata). Queste soluzioni si definiscono,
rispettivamente, solido e liquido (o solido
/liquido) , liquido in liquido ( o liquido
/liquido) e gas in liquido (o gas/liquido ) . Le
soluzioni in cui il solvente è l’acqua sono
dette soluzioni acquose e sono le più diffuse
in natura.
LE SOLUZIONI SATURE
Tutti sanno che in una tazzina di caffè non è
possibile sciogliere più di una certa quantità
di zucchero. Ciò dipende dal fatto che la
quantità di soluto che si può dissolvere in un
determinato volume di solvente non è
illimitata. Si dice soluzione satura una
soluzione nel cui solvente è disciolta la
massima quantità possibile di soluto. Se a
una soluzione solido/liquido satura si
aggiunge una pur piccola quantità di soluto,
questo resta indisciolto e si deposita come
corpo di fondo. Tra il corpo di fondo e il
soluto disciolto si crea una situazione di
equilibrio dinamico: il numero delle
particelle che, nell’unità di tempo, passa dal
corpo di fondo in soluzione è uguale a quella
delle particelle che compie il passaggio
inverso.
LA SOLUBILITà
Si definisce solubilità di una sostanza la
quantità di questa che si scioglie, a una data
temperatura, in una quantità di solvente
prestabilita, dando origine a una soluzione
satura. la solubilità viene generalmente
espressa in grammi di soluto per 100
grammi di solvente. In 100 grammi di
acqua, per esempio, non si possono
sciogliere più di 36 g di cloruro di sodio, a
25 gradi /C ; a questa temperatura la
solubilità del cloruro di sodio e quindi di 36
g (100g di H 2 O) . Il concetto di solubilità è
applicabile, oltre che ai solidi, anche i gas
che si dissolvono in un liquido: anche in
questo caso esiste una quantità massima
solubile, pur non formandosi un corpo di
fondo. Per le soluzioni liquido/ liquido e
invece più corretto parlare di miscibilità.
Esistono liquidi che si mescolano tra loro in
qualsiasi proporzione (etanolo e acqua,
acido acetico e acqua eccetera), altri che non
si mescolano affatto, detti liquidi
immiscibili, e altre ancora che si mescolano
parzialmente. Il fatto che un soluto si sciolga
più o meno bere in un dato solvente dipende,
oltre che dalla natura chimica delle due
sostanze, dalla temperatura, e per i soluti
allo stato gassoso, dalla pressione
SOLUBILITà E TEMPERATURA
La solubilità dei solidi, in genere, cresce
all’aumentare della temperatura. Accade il
contrario solo se nel nel momento in cui il
soluto si dissolve nel solvente e si sviluppa
calore. Lo stesso principio vale anche per la
miscibilità tra liquidi. Nel caso di soluzioni
di gas in un liquido, invece, si ha una
diminuzione della solubilità al crescere della
temperatura del solvente, poiché le particelle
del gas in soluzione acquisto non energia
cinetica sufficiente per allontanarsi dal
liquidò. ecco perché i mari caldi, poveri di
ossigeno disciolto, sono meno viscosi di
quelli freddi.
SOLUBILITà E PRESSIONE
L’acqua minerale gasata e addizionata di
diossido di carbonio. Per aumentare la
solubilità di questo gas, esso viene immesso
nella bottiglia a pressione relativamente
elevata. Sino a quando la bottiglia rimane
tappata, si mantiene un equilibrio tra le
molecole dei gas sciolte nell’acqua e quelle
indisciolte, presenti in particolare nello
spazio tra il tappo e la superficie del liquidò.
Quando si stappa la bottiglia, la pressione
del gas diminuisce e di conseguenza anche
la sua solubilità. Io diossido di carbonio
forma così delle bollicine che abbandonano
la soluzione. Se poi si richiude la bottiglia
ermeticamente, si crea un nuovo equilibrio
in cui il gas disciolto e però presente in
quantità ridotta rispetto alla situazione
iniziale. La relazione tra solubilità e
pressione di un gas è espressa da una legge
formulata da William Henry (1775-1836) la
legge di Henry afferma che, a una data
temperatura, la quantità di gas che si scioglie
in un liquido è direttamente proporzionale
alla pressione che il gas esercita sul liquido
stesso
SOLUZIONI DILUITE, CONCENTRATE,
SOPRASATURE
Si dicono soluzioni insature quelle in cui il
soluto è presente in quantità inferiore alla
sua solubilità: si distinguono tra queste le
soluzioni concentrate, che si trovano in
condizioni vicine alla saturazione, e le
soluzioni diluite, nelle quali il soluto è
presente in quantità molto inferiore a quella
necessaria per la saturazione. Esiste, infine,
un altro tipo di soluzione oltre a quelle
sature e insature. Come si ottengono? Si si
aumenta la temperatura di una soluzione
satura, il corpo di fondo in genere si
scioglie, perché aumenta la solubilità del
soluto. Se successivamente la soluzione
lasciata raffreddare lentamente fino alla
temperatura che aveva in precedenza, in
alcuni casi il soluto in eccesso non precipita
(cioè non si deposita come corpo di fondo).
La soluzione che, a una data temperatura,
contiene di sciolta una quantità di soluto
superiore alla solubilità del medesimo e
detta soprasatura . Si tratta di una situazione
molto instabile: se in essa si introduce un
piccolo germe cristallino o se su di essa si
effettua un’azione meccanica (come
l’agitazione), tutto il soluto in eccesso
cristallizza.
LA SOLUBILIZZAZIONE
Il processo tramite il quale un soluto si
scioglie nel solvente è detto
solubilizzazione: essa dipende dalle
interazioni che si stabiliscono tra le
particelle del soluto e quelle del solvente,
interazioni che a loro volta sono determinate
dalla natura chimica dei componenti della
soluzione.
SOLUBILIZZAZIONE E VARIAZIONI
TEMPERATURA
La dissoluzione di un soluto in acqua o in un
altro solvente può sviluppare calore,
provocando un amento di temperatura della
soluzione, oppure assorbire calore,
provocandone una diminuzione. Nel primo
caso si dice che la solubilizzazione e un
processo esotermica, nel secondo caso è un
processo endotermico. Alcune sostanze
come H2SO4 o HaOH, liberano grandi
quantità di calore quando entrano in contatto
con l’acqua. Sali come il nitrato di
ammonio, al contrario, assorbono calore.
LA VELOCITà DEI PROCESSI DI
SOLUBILIZZAZIONE
Nelle soluzioni di un solido(soluto) in un
liquido (solvente) la velocità di
solubilizzazione dipende dall’estensione
della superficie di contatto tra soluto e
solvente. è possibile rendere più rapida la
solubilizzazione di una sostanza in diversi
modi:
• con l’agitazione, che disperde le molecole
di soluto appena passata in soluzione, le
quali altrimenti rimarrebbero intorno al
soluto in disciolto, rallentandone la
dissoluzione
• suddividendo maggiormente il soluto per
aumentare la superficie di contatto con il
solvente;
• aumentando la temperatura, per accrescere
l’energia cinetica delle particelle di solvente
e quindi anche la frequenza e la forza dei
loro urti demolitori contro la superficie dei
cristalli di soluto.
SOLUBILIZZAZIONE E VOLUME
DELLA SOLUZIONE
Il volume di una soluzione non è mai uguale
alla somma dei volumi del soluto e del
solvente che lo compongono. le interazioni
che si stabiliscono tra le particelle del soluto
e quelle del solvente possono infatti
provocare una concentrazione o
un’espansione del volume totale, la cui
entità dipende dalla natura chimica dei
componenti di una soluzione.
LA CONCENTRAZIONE DELLE
SOLUZIONI
Abbiamo detto che è una soluzione diluita
quando contiene poco soluto ed è
concentrata quando ne contiene molto: si
tratta però di una distinzione generica. i
chimici, i medici e i farmacisti hanno
bisogno di esprimere la composizione delle
soluzioni in modo preciso. un farmaco che è
un certo dosaggio a un effetto terapeutico, a
un dosaggio più elevato può essere infatti
[Link] definisce concentrazione o titolo di
una soluzione è la quantità di ciascun
componente in rapporto alla totalità della
soluzione o, più semplicemente, la quantità
di soluto presenti in una certa quantità di
soluzione o di solvente. La concentrazione
di una soluzione può essere espressa in
diversi modi.
LA CONCETRANZIONE
PERCENTUALE IN MASSA
Si dice concentrazione percentuale in massa
concentrazione percentuale massa/massa, e
si indica con il simbolo % m/m, la massa di
soluto, espressa in grammi, presente in 100
g di soluzione:
%m/m= Massa del soluto(g)/Massa della
soluzione (g) •100
La massa della soluzione è la somma della
massa del solvente e di quella del soluto
LA CONCENTRAZIONE
PERCENTUALE IN VOLUME
Si dice concentrazione percentuale in
volume o concentrazione percentuale
volume/volume, e si indica con il simbolo %
V/V, il volume di soluto, espresso in
millilitri , presente in 100mL di soluzione:
%V/V= volume del soluto(mL) / volume
della soluzione (mL)•100
La concentrazione percentuale in volume
delle bevande alcoliche si esprime come
gradazione alcolica: una gradazione di 40°
indica che il liquore è una soluzione acquosa
contenente il 40% V/V di etanolo. A partire
dalla concentrazione V/V È possibile anche
conoscere la massa di soluto presenti in
soluzione, moltiplicando il volume di soluto
per la sua densità: massa soluto=volume di
soluto•massa del soluto
LA CONCENTRAZIONE
PERCENTUALE MASSA SU VOLUME
Si dice concentrazione percentuale
massa/volume, e si indica con il simbolo
%M/V, La massa di soluto, espressa in
grammi, presenti in un volume di soluzione
uguale a 100 mL: %m/V= massa del
soluto(g)/volume della soluzione(mL)•100
LA CONCENTRAZIONE IN PARTI PER
MILIONE
Per esprimere quantità di soluto molto
piccole in rapporto alla quantità di soluzione
si fa uso della concentrazione in parti per
milione (p.p.m) o in parti per miliardo (dette
anche “parti per bilione” e indicate con la
sigla p.p.b). Una concentrazione di 1 ppm
indica la presenza di una parte di sostanza
(usando qualsiasi unità) in 1 milione di parti
totali (della stessa unità): corrisponde a 1mg
di soluto disciolto in 1 kg di soluzione, o
anche a un ml di soluto disciolto in millilitri
di soluzione. in molti casi, per esempio
nell’etichettatura delle acque minerali, la
concentrazione espressa in milligrammi per
litro. Sebbene in questo caso si mettono in
relazione due grandezze diverse (massa e
volume), il rapporto tra di esse è ancora di
uno a un milione.
LA MOLARITà
E il modo più utilizzato per esprimere la
concentrazione di una soluzione. la moralità
o concentrazione molare, e il numero di
moli di soluto presenti in 1 l di soluzione.
indicato con V il volume della soluzione e
con N il numero di moli di soluto, la
molarità M è espressa, in forma matematica,
da: M(molarità)= n(numero di moli di
soluto) / V (volume della soluzione).
La molarità si esprime in mol/L. Questa
unità di misura è spesso indicata con il
simbolo M: 1M=1mol/L
Una soluzione 1M (si legge “uno molare”) è
una soluzione la cui molarità è M= 1mol/L,
cioè che contiene una mole di soluto per
ogni litro. Invertendo la relazione M=n/V si
ricava il numero di moli di soluto presente in
una soluzione di molalità nota: n=M•V
Ricordiamo, inoltre che: n=m(massa del
soluto) / Mm(massa molare)
Dove m è la massa del soluto ed Mm la sua
massa molare,si ricava: M=m(massa del
soluto) / Mm(massa molare)•V(volume
della soluzione)
O, inversamente: m(massa soluto)=
Mm(massa molare)• MV(molarità•volume
della soluzione)
MOLARITà E DILUZIONI
Spesso si devono preparare soluzioni diluite
(poco soluto) a partire da una soluzione
concentrata, ottenuta in precedenza o
direttamente acquisita (soluzione
standard).per preparare una soluzione per
diluizione, si preleva il volume necessario
da una soluzione concentrata (che equivale
un certo numero di moli) e si aggiunge una
quantità di solvente tale da raggiungere il
volume desiderato. nella diluizione il
numero di moli N del soluto il resto uguale;
viene però aggiunto solvente. quindi, detti
M1 e V1 la moralità e il volume della
soluzione concentrata da cui si parte, e M2 e
V2 la molarità è il volume della soluzione
diluita, si ha: n=M1•V1 e n=M2•V2
ovvero: M1 (molarità della soluzione
concentrata)•V1 (volume della soluzione
concentrata)=M2(molarità della soluzione
diluita)•V2 ( volume della soluzione diluita)
Il volume da prelevare per ottenere la
soluzione diluita desiderata è:
V1=M2•V2/M1
LA MOLALITà
La molalitá, o concentrazione molale,
esprime il numero di moli di soluto presenti
in una soluzione per ogni kilogrammo di
solvente puro.
Il simbolo solitamente usato per indicare la
molalità m ( da non confondersi con una
massa); chiamando m solv la massa del
solvente ed n il numero di moli di solito si
ha: m(molarità)=n(numero di moli di
soluto)/m solv ( massa del solvente)
La moralità si misura in mol/kg. Questa
unità è spesso indicata con il simbolo m:
1m=1mol/ kg
Una soluzione 1m ( si legge “una molale”) È
una soluzione la cui molalitá é m=1mol/kg,
cioè che una mole di soluto per ogni
kilogrammo di solvente. poiché la massa del
solvente non varia con la temperatura (a
differenza del suo volume), la molalitá
Viene utilizzata in particolare in
ebullioscopia E in crioscopia, cioè nella
parte chimica che studia le variazioni dei
punti di ebollizione e di solidificazione dei
diversi solventi per aggiunta di soluti.
LE PROPRIETà COLLIGATIVE
Una soluzione a proprietà diverse da quelle
del solvente [Link] dipendono dalle
caratteristiche chimiche e fisiche del soluto
(acidità, colore eccetera), altre dipendono,
invece, quasi esclusivamente dalla quantità
di soluto disciolte vengono chiamate
proprietà collegati ive. Le principali
proprietà con Liga attive sono
l’abbassamento della pressione di vapore
saturo, l’innalzamento della temperatura di
ebollizione, l’abbassamento della
temperatura di congelamento e la pressione
osmotica
ABBASSAMENTO DELLA PRESSIONE
DI VAPORE
A parità di temperatura, la pressione di
vapore di una soluzione in cui è presente un
soluto non volatile (o meno volatile del
solvente) e minore di quella del solvente
puro in una soluzione, infatti si stabiliscono,
tra le molecole del soluto e quelle del
solvente, interazioni attrattive più intense di
quelle esistenti tra le molecole del solvente e
ciò inibisce l’evaporazione del solvente.
Inoltre, la presenza del soluto provoca la
riduzione della quantità relativa delle
molecole di solvente e quindi della
probabilità che queste passino allo stato di
vapore. l’abbassamento della pressione di
vapore, dipende dalla quantità di soluto
presente: quanto più la soluzione
concentrata, tanto più si abbassa la pressione
di vapore del solvente
INNALZAMENTO DEL PUNTO DI
EBOLLIZIONE
L’aggiunta di un soluto non volatile ( tutti i
soluti solidi alcuni liquidi) a un solvente
provoca l’innalzamento della sua
temperatura di ebollizione. ecco perché chi
ha fretta di preparare gli spaghetti deve far
bollire l’acqua prima di aggiungere il sale, la
cui presenza renderebbe necessari tempi più
lunghi di riscaldamento. Tra le numerose
applicazioni pratiche dell’innalzamento dei
punti di ebollizione vi sono i liquidi di
raffreddamento dei motori (a base di glicol
etilenico), Che bollono a una temperatura
più elevata rispetto all’acqua. La causa del
fenomeno va ricercata nell’abbassamento
della pressione di vapore del solvente,
provocato dalla presenza del soluto (sale):
un liquidò bolle quando la sua pressione di
vapore uguaglia la pressione atmosferica e
una soluzione raggiunge la pressione
atmosferica A temperatura più alta rispetto al
solvente puro. l’innalzamento del punto di
ebollizione, o innalzamento ebulliscopico, di
una soluzione rispetto al solvente puro è
direttamente proporzionale alla
concentrazione molale della soluzione
stessa. Indicando con delta Teb La
variazione della temperatura di ebollizione e
con m la molalità della soluzione sia: delta
Teb (innalzamento ebullioscopico) =
keb(costante ebullioscopica ) •m (molalità)
(formula per vedere di quanto si alza la
temperatura) dove keb è una costante,
espressa in gradi centigradi/m, caratteristica
del solvente è detta anche costante
ebullioscopica.
ABBASSAMENTO DEL PUNTO DI
CONGELAMENTO
L’aggiunta di un soluto non volatile ad un
solvente ne abbassa la temperatura di
congelamento. Questo il motivo per cui di
inverno si sparge cloruro di sodio sulle
strade: il sale forma una soluzione che
congela a temperatura minore di 0 °C( Sino
a -20 °C per una soluzione satura); di
conseguenza anche a temperature sotto lo
zero, non si formano pericolose lastre di
ghiaccio. L’abbassamento del punto di
congelamento e anche la proprietà per cui i
liquidi antigelo a base di glicol etilenico
aggiunti all’acqua del radiatore delle
automobili e impediscono la solidificazione.
L’entità del cambiamento dipende dalla
quantità del soluto aggiunto.
L’abbassamento del punto di congelamento
di una soluzione rispetto al solvente puro,
detto abbassamento crioscopico, È
direttamente proporzionale alla
concentrazione molale della soluzione
stessa. Indicando con delta Teb la
diminuzione della temperatura di
solidificazione e con m la molalità della
soluzione si ha: Delta Tcr (abbassamento
crioscopico) =kcr (costante crioscopico)•m
(molalità) (formula per vedere di quanto si
abbassa la temperatura) dove kcr è una
costante, espressa in gradi centigradi/m,
caratteristica del solvente è detta anche
costante Crioscopica
L’OSMOSI
Se lasciamo cadere una goccia di colorante
in un recipiente contenente acqua pura,
osserviamo che il colore si distribuisce in
modo omogeneo in tutto il volume della
soluzione: il fenomeno è detto diffusione,
come per il gas, e consiste in un flusso netto
delle particelle del soluto (coloranti) dalle
zone dove è più concentrato a quello dove lo
è di meno. Ma che Cosa accade se si
interpone un ostacolo alla diffusione del
soluto? Esistono particolari membrane(di
cellophane, pergamena, materiale ceramico)
che possiedono pori così piccoli da lasciarsi
attraversare solo dalle minuscole molecole
del solvente (spesso acqua) e non dalle
particelle del soluto, più grandi: sono dette
membrane semipermeabili e hanno grande
importanza in biologia (la membrana
cellulare e di questo tipo).Se si mettono a
contatto due soluzioni di diversa
concentrazione, separandole con una
membrana semi permeabile, si viene a
creare un flusso netto di molecole di
solvente dalla soluzione meno concentrata a
quella più concentrata. Definiamo osmosi il
passaggio del solvente attraverso una
membrana semi permeabile .Per evidenziare
il processo osmotico si possono mettere a
contatto , separati da una membrana semi
permeabile in un tubo a U una soluzione
concentrata di più solvente
puro .Supponiamo che all’inizio
dell’esperimento i livelli nei due rami del
tubo siano identici ciò che si osserva con il
passare del tempo e che il livello della
soluzione si innalza il livello del solvente
puro si abbassa. Questo fenomeno si verifica
perché le molecole di soluto non possono
attraversare la membrana, mentre quelle del
solvente lo possono fare: si produce quindi
un flusso netto di particelle di solvente, dal
solvente puro alla soluzione. In realtà, il
passaggio delle molecole di solvente
avviene nei tuoi sensi, ma in .modo non è
equilibrato: sono molto più numerose le
particelle di solvente che passano dal
solvente alla soluzione di quelle che
compiono il percorso opposto. La frequenza
degli urti delle molecole di solvente contro
la membrana e infatti maggiore della parte
del solvente puro che da quella della
soluzione, in cui una parte degli urti
coinvolge il soluto.
SOLUZIONI
ISOTONICHE ,IPERTONICHE E
IPOTONICHE
ISOTONICHE : si hanno due soluzioni con
uguale concentrazione , ma con soluti
diversi , hanno la stessa pressione osmotica
ex. Soluzione fisiologica
IPERTONICHE:da 2 soluzioni a diverse
pressioni . Quella che esercita maggiore
pressione è detta soluzione ipertonica ex.
Aggiungendo il sale carne in cottura
osserviamo che dalla carne esce acqua .
Quindi l’h2o esce dalla soluzione e va fuori .
IPOTONICHE : due soluzioni a diverse
pressioni quella che esercita pressione
minore è detta soluzione ipotonica ex. La
piantina di basilico ha bisogno di acqua
quando quest’acqua viene aggiunta essa
viene assorbita dalla pianta . Quindi
dall’esterno l’h2o va all’interno.
LA CLASSIFICAZIONE DEGLI
ELEMENTI
Intorno alla metà del XIX secolo, grazie al
contributo di insigni scienziati come
Lavoiser , Dalton , Avogadro e Canizzaro , i
chimici avevano accumulato conoscenze
fondamentali sulle proprietà fisiche e
chimiche degli elementi. Non sfuggì loro la
somiglianza esistente tra alcuni di essi, per
cui li raggrupparono in famiglie e si
cimentarono nel tentativo di individuare un
criterio di classificazione
I PRIMI TENTATIVI
Nel 1817 il chimico tedesco Johann
[Link] individuò alcune terne di
elementi con comportamento simile e
formulò la legge delle triadi . Riuscì però
individuare solo quattro terne . Alcuni anni
dopo l’inglese John A. Newlands ordinò gli
elementi per “peso atomico” crescente e li
numerò in modo progressivo a partire
dall’idrogeno. Dopo i primi sette, notò che
l’ottavo aveva caratteristiche simili al primo
e lo collocò sotto di esso; così proseguendo,
tutti gli elementi conosciuti a quei tempi
furono collocati in sette [Link]
analogia con le note musicali la legge fu
detta legge delle ottave. Tale regolarità si
interrompeva però dopo il diciassettesimo
elemento
LA TAVOLA DI MENDELEEV
Fu il russo Dmitrij Mendeleev a legare il suo
nome alla nascita di una moderna
classificazione .Nel 1869, in un articolo
pubblicato sul giornale “giornale della
società chimica russa”, propose una tabella
nota come tavola di Mendeleev tavola
periodica, in cui ordinava, i 63 elementi
allora conosciuti secondo valori crescenti di
“peso atomico“ (massa atomica relativa).
Aveva infatti notato che, così facendo, a
intervalli regolari (ma non sempre uguali)
comparivano nella tavola elementi con
proprietà simili. Gli elementi obbedivano,
cioè, a una legge periodica. Per evidenziare
questa periodicità, Mendeleev dispose gli
elementi uno sotto l’altro, in colonne. In
questo modo gli elementi con caratteristiche
simili venivano a trovarsi affiancati su una
stessa riga. Il chimico russo si scontrò però
con qualche incongruenza: gli elementi di
alcune coppie,(tellurio e iodio, cobalto e
nichel), ordinati in funzione della massa
atomica, si trovavano in posizione invertita
rispetto a quello che avrebbero dovuto
occupare in base alle loro proprietà
chimiche, per cui scambio la posizione
reciproca Sia di tellurio e gli audio, sia di
cobalto e nichel, anteponendo (in contrasto
con la legge periodica da lui stesso
enunciata) l’elemento che in ogni coppia
aveva massa atomica maggiore . Lascio
infine delle caselle vuote, ipotizzando
l’esistenza di elementi ancora da scoprire.
Egli riuscì a specificare molto bene quali
caratteristiche chimiche dovessero avere gli
elementi ignoti. Nel 1872 Mendeleev
Pubblico, questa volta in tedesco, una nuova
tavola con gli elementi organizzati sempre
righe e colonne, ma in cui elementi con
proprietà chimiche simili erano disposti uno
sotto l’altro, come oggi. La scoperta di molti
degli elementi mancanti, avvenuta nell’arco
di 15 anni dalla pubblicazione della prima
tavola, contribuì al successo di Mendeleev.
L’INTRODUZIONE DEI GAS INERTI
NELLA TAVOLA
Nel 1894 il chimico scozzese William
Ramsey isolò il primo gas inerte , che
chiamò argo (da una parola greca che
significa “in attivo“).Negli anni successivi
scoprì l’elio e altri gas rari. Si pose allora il
problema della loro collocazione nel sistema
periodico. I chimici conclusero che si
doveva aggiungere un’ottava colonna,
costituita da elementi di cui non esistevano
composti. Nel 1904 Mendeleev pubblicò
una nuova edizione sulla tavola
introducendo tutti gli elementi scoperti sino
allora: gli spazi vuoti erano rimasti pochi
BREVE DESCRIZIONE DELLA TAVOLA
PERIODICA
In ogni casella della tavola periodica è
posizionato un elemento chimico. Oltre al
simbolo dell’elemento, nella casella sono
indicati il suo numero atomico(Uguale al
numero dei protoni), la sua massa atomica
relativa, e spesso altre proprietà fisiche e
chimiche .Come la tradizionale tavola di
Mendeleev , Anche la moderna tavola
periodica si presenta suddivisa in righe
orizzontali e colonne verticali
• le righe orizzontali sono dette periodi e
sono numerate da 1 a 7 . In ogni periodo gli
elementi sono disposti da sinistra verso
destra in ordine di numero atomico
crescente. Il primo periodo, che contiene i
tuoi soli elementi, e il secondo e il terzo, che
ne contengono otto, sono anche detti periodi
brevi. I periodi dal quattro al sette vengono
invece chiamati periodi lunghi, perché il
quattro il cinque contengono 18 elementi
ciascuno, mentre il 6 e il 7 ne contengono 32
(il sette solo teoricamente, poiché non tutti i
possibili elementi artificiali sono stati
l’idrogeno); metalli alcalino- terrosi Quelli
del II A ; prodotti)
• le colonne sono chiamate gruppi: la
numerazione più comunemente usata
distingue due serie di otto gruppi ciascuna,
indicati ognuno con i numeri romani da I a
VIII e con le lettere A o B. In alcuni casi i
gruppi hanno un nome derivato dalle antiche
famiglie di elementi: metalli alcalini sono
detti gli elementi del gruppo I A (escluso
l’idrogeno)metalli alcano-terrosi di quelli
del VII A ; gas nobili, o gas rari, o anche gas
inerti quelli del VIII A . Tutti gli elementi
della zona centrale( dal gruppo III B al
gruppo II B) sono detti elementi di
transizione, o metalli di transizione
METALLI E NON METALLI : UNA
DISTINZIONE ANTICA , MA MOLTO
UTILE
Nella tavola periodica vediamo una linea
spezzata che separa i metalli, alla sua
sinistra, dai non metalli, alla sua destra; gli
elementi a cavallo della linea sono i
semimetalli
I METALLI
Sono solidi e lucenti a temperatura
ambiente, tranne il mercurio (I metalli hanno
in comune le seguenti proprietà:
• liquido)
• Sono duttili e malleabili, cioè si possono
agevolmente tirare in fili e battere in lamine
sottili, e quelli del gruppo I A sono teneri (si
tagliano con un coltello)
• sono buoni conduttori di calore e di
elettricità
• In natura sono quasi sempre combinati in
composti, e allo stato nativo (ossia come
elementi) e si trovano solo il rame, l’oro e
l’argento
Il carattere metallico è massimo negli
elementi dei gruppi I A e II A , e diminuisce
progressivamente lungo i periodi da sinistra
a destra ( I metalli di transizione come il
ferro o il rame hanno carattere metallico
meno elevato di sodio o potassio); nei
gruppi si accentua procedendo dall’alto
verso il basso (nel gruppo I A , Ad esempio,
il potassio proprietà metalliche più marcate
del sodio)
I NON METALLI E SEMIMETALLI
Anche i non metalli hanno un insieme di
proprietà generali che li contraddistinguono
• sono opachi e fragili allo stato solido
• A temperatura ambiente sono
prevalentemente gas, a esclusione del
carbonio, dello zolfo, del fosforo e dello
iodio , che sono solidi, ed è il bromo, che è
liquido
• sono cattivi conduttori di calore ed
elettricità, a eccezione del carbonio
sottoforma di grafite
• in natura sono quasi sempre combinati in
composti e si trovano nello stato elementare
solamente il carbonio, lo zolfo, l’azoto,
l’ossigeno i gas nobili
I semimetalli , infine, come il silicio e il
germanio , hanno proprietà intermedie tra
quelle dei non metalli: conduco infatti la
corrente elettrica e il calore , ma meno bene
dei metalli ( semiconduttori )