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PONTIFICIA UNIVERSITA'LATERANENSE

Istituto di Pastorale “Redemptor hominis"

“LA PARROCCHIA"
Prof. Sergio Lanza
Le critiche che Cassiano Floristan muove all'istituto parrocchiale di matrice tridentina
partono da ciò che la Chiesa è in assoluto dando così adito al fraintendimento che il volto
della parrocchia si possa determinare ecclesiologicamente. In realtà non può essere così!
Sarebbe possibile qualora una parrocchia di Roma, una della Corea, ecc. fossero tutte uguali,
sia pur con qualche piccolo adattamento: ma la parrocchia, anche se elemento istituzionale
non può essere concepita in tal modo.
La parrocchia non è deducibile dal dato ecclesiologico. Non per questo però la
parrocchia è meramente un dato di fatto analizzabile solo dal punto di vista sociologico.
Approccio storico
La parrocchia nasce storicamente nel IV secolo: dunque fino a Costantino e soprattutto
anche nel dopo Costantino1 la Chiesa ha vissuto senza parrocchie, come termine e anche
come figura. Da tale dato non si può peraltro dedurre che, essendo nata storicamente, ne
possiamo fare tranquillamente a meno: in teoria la prospettiva è sostenibile, certamente non
nella pratica. Dunque, nella sua figura territoriale, la parrocchia nasce, così come noi ancora
in fondo la conosciamo, a partire da alcuni fattori ed elementi concreti del vissuto ecclesiale.
In particolare i fattori che generano la parrocchia sono due, che andranno poi ripresi in
considerazione in quanto sarà proprio il diverso configurarsi di questi fattori che ha condotto,
nel nostro tempo, la parrocchia alla sua svolta critica.
1. Dalla città il cristianesimo di estende nel territorio circostante, in quei luoghi che prima
non erano cristiani, ma pagani2. Si impone, evidentemente di seguire queste comunità. Ecco
allora che la
struttura della comunità cristiana che fino a quel momento, essendo cittadina, era tutta
concentrata nella persona dei vescovo, coadiuvato dal suo presbiterio, che gli rimaneva

1
E' infatti con l'Editto di Teodosio del 392 che il cristianesimo diventa religione di stato.
2
Il termine pagano deriva da pagus, che significa villaggio, piccolo paese; il cristianesimo era fino
ad allora entrato nelle città ma non in questi altri luoghi, dove gli abitanti dei pagi, i pagani, erano
rimasti esclusi dal cristianesimo. Ora anche i pagi diventeranno cristiani.
sostanzialmente intorno, vede un iniziale adattamento di questa struttura: il vescovo manda
dei presbiteri ad occuparsi di queste singole comunità. In seguito si passa da questo
adattamento ad una vera e propria modificazione della struttura per mezzo di una ripartizione
del territorio e la fondazione di comunità autonome, in qualche modo, individuate appunto
nelle singole parrocchie. Per cui fino a questo momento ogni comunità cristiana era
presieduta e curata personalmente dal vescovo con l'assistenza del collegio dei presbiteri e
dei diaconi, in un contesto in cui il cristianesimo non era ancora, neppure nelle città, un
fenomeno di massa. Da qui in avanti nascerà, progressivamente, la parrocchia.
Il problema non è piccolo in quanto inizialmente si procedeva moltiplicando i
vescovadi: città piccole ed anche abbastanza vicine puntavano non solo all'autonomia
pofitico-amministrativa ma anche a quella ecclesiale pretendendo di avere il proprio
vescovo3, sia pur con una esigua consistenza numerica. Questa nuova struttura che nasce, la
parrocchia, che è affidata ai presbiteri, fa di questi dei vescovi oppure no4? Dal punto di vista
pastorale e canonico questa questione arriverà poi a quella formulazione che è molto simile a
quella del rapporto tra papa e vescovi per cui il parroco è pastor proprius, secondo il dettato
del Codice di Diritto Canonico, non semplicemente un delegato del vescovo.
Nata in questo modo la parrocchia riceve progressivamente tale nome che la
contraddistingue che significa "coloro che abitano accanto": attenzione all'accezione
escatologica secondo cui parrocchia significherebbe "coloro che sono in viaggio". E
vocabolario greco certamente sotto la voce παραοικεο permette le due accezioni che
derivano da un'unica radice: abitare presso, che può essere di chi abita vicino o di chi abita
presso come ospite di passaggio nel suo cammino. In questa accezione la παραοικια
indicherebbe la condizione di chi è in cammino, in pellegrinaggio: una bella idea,
dottrinalmente vera; storicamente non c'entra nulla con l'adozione del termine parrocchia che

3
Si può pensare al caso di Ippona e Tagaste oppure, più vicino a noi, al moltiplicarsi delle sedi
episcopali nell'Italia centrale dove, grazie al fionre dei Comuni si innescò la logica appena
evidenziata.
4
La questione non è da poco, Lo stesso Vaticano H ritornerà sul tema della sacramentalità
dell'episcopato in quanto, dal punto di vista magisteriale, molti sostenevano che l'episcopato è
soltanto unapotestas iup1sdWonis e non attribuisce nessuna potestas ordinis maggiore di quella
del presbiterato.
è stato adottato per l'altra allusione, quella dell'abitare presso5. Parrocchia quindi indica
primariamente la questione della territorialità.
2. Si modifica il rapporto dei soggetti con la religione, in particolare con la religione
cristiana. Capita cioè che tutti diventano cristiani: tutti ritengono di dover essere religiosi, lo
stato è religioso e la religione è quella cristiana. Comincia qui il fatto per cui la parrocchia
comincia a svolgere le funzioni della religione civile, funzione che nei paesi di antica
tradizione cristiana, continua a compiere, nonostante l'evidente modificazione del rapporto
dei soggetto con il fatto religioso. Una delle ragioni che spiegano tale configurazione di
parrocchia con la caratteristica indipendenza relativa in ordine ai centri maggiori è dovuta
probabilmente al fatto che, anche dal punto di vista politico, questi villaggi, questi paesi, non
avevano un'autonomia amministrativa, come precisato in nota precedentemente. Tale aspetto
è di fondamentale importanza in quanto viene a dirci che la parrocchia, anche nel suo
sorgere, si configura a partire dal vissuto concreto delle persone che vi fanno parte: dove c'è
pienezza di funzioni amministrative, giuridiche, sociali, c'è parallelamente una sede
episcopale, altrimenti no. La Chiesa si realizza in un luogo tenendo in massimo conto le
modalità storico-sociali del vissuto della gente di quel luogo: si struttura quindi non a partire
da un'idea astratta ma da una situazione storica concreta, con pregi e inevitabili rischi.
Significativo in questo senso è la storia dell'impianto basilicale o dei templi prima dedicati ad
altri culti non cristiani. il problema diviene quello di rapportare in maniera corretta il dato di
fede e il dato storicoantropologico, secondo la regola della reciprocità dialettica asimmetrica.
A suffragio di questa prospettiva si può ricordare quanto afferma, nel 343, un canone sancito
dal concilio di Sardica, secondo cui non si deve mettere un vescovo in ogni villaggio o
piccola città, dove è sufficiente un presbitero, affinché non sia svilito il nome del vescovo e
l'autorità episcopale. Il vescovo attribuirà quindi al parroco soltanto alcune facoltà,
limitandone fortemente altre creando una sorta dì fragilità nella struttura parrocchiale dal
punto di vista dell'autorità del parroco e dal punto di vista economico.

5
Fraintendimento simile si pone sul termine laico, fatto derivare da laos per indicare la dignità di
chi appartiene, secondo una particolare condizione, al popolo di Dio. In realtà, nella cultura greca
i laikoi erano coloro che abitavano ai margini delle città e non avevano nemmeno diritto di voto:
diventa difficile quindi far derivare da qui un'accezione indicante dignità. Congar commette tale
errore in una sua opera. Ciò non significa che non se ne possa parlare riguardo ai cristiani
battezzati non costituiti nel sacramento dell'ordine.
Tale aspetto favorirà il sorgere di chiese private, cappelle di determinate famiglie, che
ottengono abbastanza facilmente i servizi di qualche presbitero per ragioni prevalentemente
economiche: si indebolisce sempre più la struttura parrocchiale anche perché spesso il
signore, provvisto di cappellano, entra in conflitto con il vescovo.
Una prima strutturazione giuridica in senso vero e proprio viene tentata da Carlo
Magno, in relazione alla strutturazione feudale; abbiamo qui l'inserimento di un elemento che
durerà fino al Concilio Vaticano II: il legame tra parrocchia e beneficio, secondo cui ad un
certo feudo, ad un certo incarico è legato un determinato beneficio con i corrispettivi di
natura economica. (;osi avviene anche per le chiese cattedrali, le parrocchie, i canonicati. La
rendita legata al beneficio doveva essere sostanzialmente in grado di mantenere la parrocchia
al punto che, secondo il dettato del Concordato precedente all'attuale, non si poteva erigere
una parrocchia se non vi era un beneficio disponibile. Quando il beneficio non era sufficiente
a sostenere le esigenze dei parroci, interveniva lo Stato italiano con il supplementum
congruae substentationis, a significare che ci doveva essere un cespite
di reddito legato alla parrocchia in relazione al quale questo assegno entrava ad integrare. E'
chiaro che il legame con il beneficio viene a comportare una struttura che appare
economicamente solida, socialmente rilevante ma anche dipendente dalle fonti del beneficio
stesso.
Con l'intenzione di consolidare la parrocchia si è inserito qui un fattore di gravissimo
inquinamento che supera di gran lunga quello della lotta per le investiture che di solito viene
presentato come la piaga di questo periodo storico: tale problematica è soltanto la punta di
una questione molto più ampia e diffusa nella quale tutto il tessuto ecclesiale viene
minacciato, soprattutto nel legame tra sistema feudale e parrocchiale. Tutto ciò insinua un
aspetto di decadenza: Lutero si ribellerà contro certe forme e istituirà per primo
sistematicamente la catechesi parrocchiale (Piccolo Catechismo, 1529) entro il quadro di
un'azione assolutamente capillare di catechesi. La severità di alcune regole qui contenute,
oltre ai testi controversistici, ci lascia intuire quanto fosse decaduta la cura pastorale e quanto
fossero assolutamente necessarie altre prospettive, Da questo punto di vista lo scossone
luterano ha fatto riprendere in mano una situazione che si era degenerata; nella Chiesa non
erano mancati movimenti di riforma, basti pensare ai domenicani o ai francescani, però si
erano svolti non dal di dentro della struttura parrocchiale ma come movimenti in qualche
misura distinti, se non distanti, rispetto al tessuto parrocchiale vero e proprio.
In maniera significativa la ripresa coinciderà grossomodo con il periodo d'oro della
Scolastica, in cui abbiamo non solo una fioritura culturale ma anche una ripresa di vigore
pastorale anche se non si toccherà la fisionomia, la struttura, l'impostazione che rimane
quella precedente. A riprendere in maniera strutturale la questione sarà invece il Concilio di
Trento che stabilisce alcune prescrizioni che incidono strutturalmente sulla vita e sulla
configurazione della parrocchia. La prima decisione fu quella dell'obbligo della residenza per
i vescovi e per i parroci a cui si accompagnerà l'obbligo della messa festiva da parte del
parroco che doveva pure l'obbligo di tenere la catechesi e la dottrina domenicale (unitamente
a quello di possedere il catechismo Ad parochos). Trento acquisirà pertanto un altro dato
fondamentale, quello per cui è inutile incidere su una struttura se poi le persone non sono
adatte, ragion per cui si provvederà all'istituzione dei seminari per la formazione dei
presbiteri che fino ad allora non era codificata ma procedeva secondo criteri del tutto generici
stabiliti dalle decisioni dei singoli vescovi. In terzo luogo Trento punta sul territorio, sulla
territorialità: si accentua cioè la responsabilità interna e si insiste sulla precisione della
delimitazione delle parrocchie a partire dai decreti di erezione con finalità pastorale, quella di
indicare il rapporto con un territorio preciso e con chi vi risiede.
La parrocchia viene cioè qui pensata a partire dal parroco e dal territorio; pare non
essere nominata la comunità che in realtà coincideva con il territorio, come invece oggi non è
Trento offre, per il contesto a cui si riferisce un modello avanzato e progressista per quel
riferimento culturale e per quella concezione della vita sociale.
Il modello tridentino di parrocchia è stato pensato pastoralmente nel senso che i
riferimenti categoriali al parroco e al territorio non sono di stampo burocratico ma di natura
pastorale come si può desumere dalle numerose indicazioni che Trento dà ai parroci e ai
vescovi sul modo di rapportarsi alla loro gente in termini di disponibilità, preparazione,
celebrazione, ecc. Ad es. pur facendo la scelta controversista della lingua latina, per opporsi
alla Riforma che invece aveva scelto la lingua nazionale, Trento consiglia di dare delle
spiegazioni brevi in lingua volgare affinché la gente possa capire: se poi non è mai stato fatto
la colpa non può essere rimandata al Concilio!
L'approccio storico ha sufficientemente messo in luce come la parrocchia, così come
noi la conosciamo, non è venuta configurandosi attraverso un discorso meramente
ecclesiologico, ma attraverso una costante incarnazione del dato ecclesiologico (la Chiesa si
realizza in un luogo, in un concreto storico) nelle diverse e specifiche realtà storico-sociali.
Emerge quindi l'esigenza di impostare metodologicamente in maniera corretta la questione
relativa alla figura parrocchiale a fronte di una gran parte di impostazioni dei discorso, a
carattere tautologico (come dire che perdo la pazienza perché non sono paziente). Si ridicono
cioè alcune esigenze ecclesiologiche, a livello generale che servono solo a creare
frustrazione, dei tipo: la parrocchia deve essere una comunione, che se da un lato è ovvio
dall'altro, tale pronunciamento non risponde al come e attraverso quali modalità e forme
realizzative. Si salta indebitamente dall'ecclesiologia alla spiritualità! I fenomeni hanno da
essere analizzati nella loro natura senza sovrapporre loro un modello ideale o astratto di
Chiesa.
Che cosa causa la crisi della parrocchia attuale?
Sostanzialmente: la modificazione del rapporto dei soggetto con il fatto religioso6; la
modificazione dei rapporto soggetto-istituzione; la modificazione dei rapporto soggetto-
terrítorio e la modificazione (da aggiungere) necessaria del modello pastorale della cura
d'anime.

La bella immagine dì Giovanni XXIII della parrocchia come “fontana del villaggio”,
non tiene più, non tanto perché esiste un'altra fontana quanto piuttosto perché ne esistono
tante e ciascuno fa ad attingere dove gli pare. La profezia della secolarizzazione si è mostrata
completamente sbagliata. L'uomo contemporaneo doveva uscire dall'incantamento (Max
Weber aveva parlato di età del disincanto) portando a frutto i passi iniziali compiuti
dall'illuminismo con il trionfo definitivo della ragione. In realtà le cose non sono andate così
al punto che a metà degli anni Ottanta si è cominciato
a parlare di ritorno. del sacro. A questo punto molti, nei nostri ambienti, hanno
prematuramente gioito, capendo poco e male. Siamo in realtà di fronte ad una grave crisi
della dimensione religiosa e il ritorno del sacro significa soltanto un mantenere un'apertura
mobile e differenziata sulla dimensione religiosa, senza ancoraggi, senza certezze
6
Vedi contributo di S. Lanza in Orientamenti Pastorali 7-8, 1999.
consolidate, senza riflessi specifici sui comportamenti. Si può notare una ripresa della
religiosità, non una ripresa religiosa in virtù dell'indebolimento del rapporto con le
istituzioni. La parrocchia soffre perché si è differenziata la domanda religiosa: l'offerta
religiosa di cui è portatrice appare, a questa domanda, scarsamente convincente, poco
soddisfacente. Il desiderio di religiosità non viene per niente soddisfatto dalla pressoché
unica forma rimasta, che è la celebrazione della messa, in quanto altre forme sono andate
quasi tutte in disuso: le esigenze della cosiddetta religiosità popolare si sono effettivamente
smarrite. Il modulo celebrativo "messa" è spesso, quanto di più lontano ci possa essere
rispetto ad un atto capace di suscitare movimenti interiori di religiosità. Bisogna riconoscere
ai nostalgici del passato, senza dar loro ragione, che la celebrazione nella figura post-
tridentina del messale di Pio V, in quel contesto, era capace di suggestione religiosa
maggiore della figura celebrativa di fatto realizzata a partire dalla riforma del Vaticano II e
dal messale di Paolo VI. Oggi la messa rischia di essere celebrata esecutivamente come
quella tridentina con lo svantaggio di non disporre più di una lingua di copertura con
funzione lontanamente esoterica. Il celebrativo avviene oggi in un ambiente difficilmente
capace di spiritualità.
La parrocchia continua peraltro ad essere, sul territorio, l'istituzione privilegiata per la
richiesta e fornitura di determinati servizi. Non viene però considerata un'istituzione religiosa
nel senso della religiosità, per cui se uno vuole pregare oggi, non necessariamente va in
chiesa, anzi. Tale modificazione. in quanto fenomeno macroscopico è indubbiamente uno dei
fenomeni maggiormente responsabili nella crisi della figura parrocchiale. Essa si sente
fortemente emarginata inoltre anche perché siamo passati da una situazione in cui i tempi
della vita erano ritmati sui tempi ecclesiali (suono delle campane, modificazione dei
comportamenti nei diversi tempi liturgici ...), mentre oggi si tratta di due mondi diversi e a sé
stanti.
Inoltre, come annunciato, si è sostanzialmente modificato il rapporto della religione
dal punto di vista della persona e della società: la vita religiosa della persona si struttura e
organizza in un altro modo. Non solo ci solo più fontane, per restare nel nostro esempio, ma
è anche cambiato il modo con cui si attinge l'acqua. Ciò comporta due sostanziali evidenze:
l'una maggiormente personale, l'altra a carattere più sociale, sia pur sempre legata alla
persona. Ci sono cioè alcuni fatti della vita che mantengono un connotato religioso pubblico
e vengono celebrati pubblicamente anche se sempre come fatti della persona e del suo
entourage, mentre altri costituiscono il soddisfacimento delle domande religiose del
individuo, peraltro non nell'ottica di una religione che è in grado di segnare il vissuto sociale,
come ad esempio accade nei paesi a tradizione islamica. Nel nostro caso si tratta invece di un
tipico rapporto di utenza, di clientela. Tale modificazione, insieme a tutta la costellazione dei
fenomeni che la accompagnano, produce un differente approccio alla domanda religiosa in
quanto tale: molti genitori, anche tra coloro che ordinariamente non frequentano, accolgono
di buon grado l'invito di un'istruzione catechistica per i loro figli anche se non ritengono che
la religione abbia un ruolo guida nell'esistenza.
Per cui, da quanto detto, certamente privatizzazione del fatto religioso, ma anche entro
il contesto di una forte soggettivizzazione, per cui non è semplicemente che invece di essere
la religione il polo guida di una società, lo diventi rispetto al singolo, quanto piuttosto la
religione non è più il polo guida di un bel niente in quanto il polo è il soggetto che si
autocostruisce il proprio universo religioso attingendo alle varie offerte che si trovano sul
mercato.
La parrocchia, costruttivamente, risponde invece ad un mondo completamente diverso
e il suo funzionamento è psicologicamente e operativamente legato al precedente modello
socioreligioso e assolutamente non rapportato a questa nuova situazione. Dietro ciò sta tutto
il problema della scarsa capacità della fede cristiana di apparire come una illuminazione
convincente dell'esistenza che rivela una radicale incapacità di evangelizzazione che ha
generato l'amplificazione progressiva della pastorale delle emozioni o delle organizzazioni.
Tale panorama implica una presenza diversa, giocata sulla evangelizzazione, una
presenza modificata che non mette in crisi la figura parrocchiale in quanto circoscrizione
ecclesiale quanto piuttosto lo stile della sua vita, il suo investimento o attrezzatura pastorale
e di coloro che ne regolano l'agire; non siamo cioè ancora giunti alla necessità di una
riconfigurazione generale del realizzarsi della Chiesa in un determinato territorio, quanto
piuttosto a precise istanze di rinnovamento che riguardano l'azione pastorale in quanto tale,
indipendentemente da chi la faccia, e quindi si istituiscono priorità e modulazioni
profondamente diverse rispetto ad esigenze di un passato che non c'è più. Il problema è però
costituito dal fatto che se nell'ambito del privatizzato individuale il riferimento parrocchiale è
sempre meno presente tra quelli che costituiscono l'orizzonte mentale, culturale della
persona, d’altra parte, nell'ambito del privato-sociale rimane forte la richiesta della
prestazione della struttura pastorale parrocchiale. Insomma, una parrocchia che non riesce ad
essere significativa dal punto di vista dei riferimenti di vita, riesce ad essere interpellata dal
punto di vista delle prestazioni: non sono più io che mi chiedo cosa Dio vuole da me, ma io
so cosa voglio e chiedo a Dio che mi esaudisca. Questo comporta di fatto che se la
parrocchia soffre perché non riesce ad essere più significativa per la vita delle persone,
riprende, per così dire, quota come fornitrice di servizi religiosi e in questo senso viene
richiesta e generalmente apprezzata. L'unico punto in cui la soggettivizzazione in qualche
maniera intacca ed erode spazio alla presenza ecclesiale parrocchiale è quello del matrimonio
che sempre meno viene precauzionalmente scelto, mentre per il resto si ottengono ancora la
stragrande maggioranza delle presenze. In questo senso la Parrocchia funge da presenza e da
figura di religione civile dimezzata.
'Religione civile" indica, da un punto di vista sociologico, la funzione che la religione
esercita nel configurare una società, nel dare alla società il proprio animus, evidentemente in
senso democratico e non teocratico; ora, nel nostro caso, abbiamo un mantenimento di una
forma di presenza civile sostanziale, sia pur peraltro dimezzata in quanto ha una presenza
civile vissuto della gente di carattere occasionale e non incidente sul modo di pensare e sul
vissuto: un po' come la carrozza a cavalli che viene usata solo per determinate circostanze,
non certo per il quotidiano. Ecco perché la parrocchia si è venuta sempre più configurando
come agenzia fornitrice di servizi religiosi.
Ha peraltro da essere precisato che una tale modificazione non colpisce solamente l'istituto
parrocchiale o la Chiesa in generale, ma un po' tutte le istituzioni e i ruoli istituzionali.
Queste, in generale, non godono di particolare aggancio nella psicologia delle persone, sotto
un certo profilo anche in forma positiva nel senso che viene meno la facile rilevanza della
istituzione in rapporto al potere che essa rappresenta, magari simboleggiata da alcuni segnali,
come l'insistenza sulla divisa o su coloriture eccessivamente clericali che, al massimo,
assumono tonalità folcloristica7.
Ci si trova, in qualche modo, costretti ad essere piuttosto che apparire entro un
contesto che produce peraltro anche una sostanziale perdita di consistenza, ben sapendo che
quando l'istituzione è in grado di tenere da sé riesce anche a trascinarsi dietro le persone che
7
Che è ben diverso dal parlare della valenza simbolica dell'abito religioso.
vi fanno parte in maniera diretta, mentre nel caso reciproco o riacquista una presenza
significativa oppure si indebolisce fortemente con il rischio, sempre presente, che questa
riacquistata significatività della presenza, venga attribuita alla singola persona che agisce
nell'istituzione piuttosto che a questa, per cui, ad esempio, tutto il rispetto e l'onore per
Madre Teresa che non si riflette in alcuna maniera sulla Chiesa.
Diviene quindi necessario costruire ed operare in modo tale che questa fragilità delle
istituzioni venga recuperata attraverso l'autenticità di coloro che vi fanno parte ma un tale
recupero andrebbe maturato anche dalle istituzioni in quanto tali. Queste sono infatti
composte dall'elemento personale e da quello strutturale rispetto al quale i momenti di crisi
hanno il pregio di dimostrare la necessità dì configurare in maniera diversa un aspetto
strutturale che non è più pertinente. Se la parrocchia identificata con il parroco non tiene più
ciò afferma non solo che il parroco deve svolgere bene il proprio ministero ma anche
l'urgenza di rivedere la plausibilità di questa identificazione. Si tratta comunque di un
compito delicato.
La disaffezione istituzionale non si può sanare con il moralismo (: se la parrocchia è in
crisi ciò non significa che tutti ì parroci non facciano il loro dovere) ma si tratta di fare i conti
con un aspetto che sta caratterizzando la realtà del nostro tempo mettendolo in preventivo,
senza peraltro abbandonarsi al quietismo. Si tratta cioè dì prendere in considerazione e di
incidere sui fattori strutturali. Nel frattempo possono supplire le figure cosiddette
carismatiche, ben sapendo che si tratta di una supplenza, tra l'altro con rischi piuttosto alti,
pastoralmente parlando, in quanto opera un recupero spesso fondato su un'ulteriore critica
all'istituzione.
Nel contesto della critica istituzionale va tenuto presente che la parrocchia gode di una
forte emarginazione per cui dal punto di vista del vissuto essa si trova collocata ai margini
della leadership della vita sociale urbana, un po' meno nelle realtà paesane. Questo si riflette
in maniera pesante nella sua immagine, al di là degli sforzi di coloro che ne sono
responsabili e coinvolti, per cui va in crisi anche la stessa spiritualità del far bene almeno il
proprio dovere e si trasforma nell'eseguire bene i servizi richiesti, così da ottenere la
conseguente gratificazione. Qui soggiace il grave pericolo secondo cui si ritiene che la
parrocchia possa recuperare se stessa trasformandosi in una agenzia fornitrice di servizi
sociali considerando questa strategia come quella che dovrebbe essere in grado di far
recuperare quella rilevanza perduta dal punto di vista della simbolica di riferimento
dell'esistenza. Tale pericolo è peraltro presente anche nell'ottica di una soddisfazione delle
richieste dei servizi richiesti da un punto di vista religioso.
Altra modificazione da considerare, questa senza dubbio più importante in ordine ad
un discorso sulla parrocchia, è quella che riguarda il rapporto del soggetto con il territorio. E'
il punto veramente decisivo nel chiedere non solo un ripensamento serio della pastorale
parrocchiale, ma altresì una revisione fondamentale della stessa configurazione territoriale
della Chiesa.
Per molti secoli la vita delle persone si è svolta legata ad un territorio identificato,
circoscritto e stabile; da alcuni decenni non è più così, grazie a quel fenomeno tipico della
modernità che è la mobilità, anche da un punto di vita mentale, culturale. A questo riguardo
si ricordi quanto affermato nel corso di pastorale fondamentale circa la pastorale d'insieme di
matrice francese.
Nel suo sorgere, così come anche nel contesto del concilio di Trento, la parrocchia ha
dimostrato una vera e propria intelligenza nella capacità modificare la propria struttura
assumendo il vissuto psico-socio-territoriale come un parametro assolutamente ineludibile
per costruire la figura concreta della Chiesa locale. Storicamente si è quindi adottato un
metodo teologico-pastorale perfetto pur non avendo le conoscenze teoretiche circa
l'epistemologia e la metodologia della TP; ciononostante si è capito perfettamente che non si
trattava di fare una Chiesa campata chissà dove per poi trame delle applicazioni, ma di
costruire la Chiesa assumendo quella situazione come elemento e fattore della costruzione
medesima della Chiesa, quindi come fattore teologico.
E' oggi assolutamente insostenibile l'impostazione che parte dalla parrocchia così
come essa è per tentare un adattamento alle nuove situazioni: non si tratta di essere a favore
o contro la parrocchia o la realtà dei movimenti, quanto piuttosto di porsi in posizione critica
in ordine alla figura parrocchiale circa la sua capacità di localizzare la Chiesa. Non tutte le
realtà esistenti vanno di per sé difese per il fatto che esistono: i dogmi di fede sono già
sufficienti. L'ipotesi, perché di ipotesi si tratta, risulta quindi molto semplice: se la parrocchia
nella configurazione che noi abbiamo ereditato, la chiamiamo tridentina per intenderci, è nata
come adeguata rispetto all'essere Chiesa in un luogo in relazione ad una determinata
configurazione socioculturale di quel luogo, la modificazione di questa configurazione
comporta inevitabilmente la modificazione della configurazione della realtà che esprime
storicamente l'essere della Chiesa in un luogo. Non si tratta di adattare ciò che c'è ad una
nuova situazione ma di capire che quel modello è finito, che non è procrastinabile per
adattamento. Tutti i vari moduli di rinnovamento della parrocchia commettono l'errore di
partire dalla parrocchia; ciò non significa non partire dall'esistente perché questo è ovvio, ma
bisogna distinguere quella che è la riflessione, la produzione dì un modello e la realizzazione
complessiva. Nel metodo, un conto è la decisione, un conto è il progetto ed un altro è la sua
realizzazione in un determinato programma, L'importante è capire che si va verso la
produzione di un nuovo modello, anzi, questo nuovo modello si è già prodotto, nel caso della
parrocchia, nella configurazione di una stazione fornitrice di servizi sul territorio, un modello
che, a differenza di quello tridentino, in ordine al contesto cui si riferiva, non può dirsi
egregio. Non solo quindi è sbagliato il metodo della applicazione deduttiva, ma anche quello
dell'adattamento diretto o indiretto cioè come mera soddisfazione delle esigenze che paiono
apparire dall'incrocio con la realtà che, se da un lato hanno da essere considerate, dall'altro
non possono costituire l'assoluto punto di riferimento.
Dunque, la realtà dei vissuto delle persone, sia dal punto di vista soggettivo ma anche
dal punto di vista delle istituzioni, stabilisce una configurazione territoriale più ampia di
quella della parrocchia singola. La pastorale parrocchiale si può fare solo in relazione
all'habitat reale della gente e, proprio per questo, diventa complicata, in quanto l'habitat che
contraddistingue il vissuto delle persone non è più standardizzato ma si vive in una realtà si
lavora in un'altra, si fa sport in un'altra ancora... Ciò comporta, ad esempio, che le varie
pastorali di riferimento non sì declinano mai nella dimensione parrocchiale, con il rischio di
non declinarsi mai in termini assoluti. Le cose, evidentemente, si complicano ancora di più in
contesto cittadino dove incide in misura maggiore la questione del fine settimana. Tutto
questo obbliga a concludere che nemmeno la pastorale cosiddetta ordinaria si possa più
calibrare nella sola forma parrocchiale-circoscrizionale.
Da qui deriva un'altra conseguenza. Il nostro tempo ha sempre più divaricato il mondo
della vita dal mondo dei sistemi (o tra comunità e società come dicono alcuni altri). Per
ambiente di vita si intende quel contesto dove le persone vivono un rapporto a tu per tu, dove
si conoscono per nome dove realizzano una vera comunicazione; l'ambiente dei sistemi è
invece quello dove di sono diverse segmentate realtà rispondenti funzionalmente ai diversi
bisogni. La problematica che da qui deriva è evidente. Da un lato la progressiva
impenetrabilità sia del mondo della vita nei confronti del mondo dei sistemi, sia dei vari
sottosisterni tra di loro che si nutrono di logiche che non interessano oltre i loro stessi
confini, si creano cioè tutti mondi autoreferenziali, che non comunicano all'estemo8. In tale
prospettiva viene coinvolto anche l'aspetto etico, in quanto per ogni sistema si danno anche
delle norme specifiche che non considerano globalmente tutti gli aspetti coinvolti.
Un certo tipo di impostazione conduce fatalmente la parrocchia sempre più sospinta
dentro il mondo dei sistemi e sempre meno dentro il mondo degli ambienti di vita, per cui
essa diviene una realtà in cui la persona non si trova come a casa propria quanto piuttosto
quella di un sottosistema rispondente a determinate funzioni sociali. Essa coniuga il proprio
agire attorno ad un polo pastorale (interno) ed ad uno diaconico, quello cioè di fornire servizi
(esterno).
Tutto questo è vero a tal punto che si tenta di recuperare questa spinta al mondo dei
sistemi attraverso la formazione di alcuni gruppi all'interno della parrocchia all'interno dei
quali si cerca di costruire il clima di un ambiente di vita, peraltro producendo in tal modo
dentro la parrocchia, la stessa divaricazione di cui pure lei si trova ad essere vittima, senza
riuscire a far mai comunicare le due realtà.
Prima di riprendere la questione in maniera progettuale, dobbiamo mettere a tema la
questione stessa da punto di vista del metodo, cioè, per dirla in termini non epistemologici: la
parrocchia è un tema della teologia, è una realtà teologica, o è semplicemente una figura
concreta o al massimo, come qualcuno dice, canonico-pastorale ma che non ha una valenza
propriamente teologica. La questione è dunque notevole perché conduce a determinare la
necessità o la non necessità della parrocchia. In altri termini: si può fare a meno della
parrocchia? Facilmente si può rispondere che si può fare a meno della parrocchia e non si
può fare a meno della parrocchia. Da un punto di vista teoretico-astratto si può fare a meno
della parrocchia nel senso che questa forma dell'essere Chiesa non è obbligatoria, tanto è
vero che per ben quattro secoli non è esistita, a patto di dover però subito aggiungere che se
non ci fosse bisognerebbe inventarla.

8
Si pensi, come esemplificazione alla logica che soggiace all'attuale riforma della scuola e a
quella invece che ha prodotto gli organismi di partecipazione con i famosi decreti delegati: una
distanza, tra le due prospettive, enorme. Nel contesto contemporaneo la questione scuola viene
trattata da alcuni che procedono pressoché indipendentemente dai vari ambienti di vita che
compongono il. sistema scolastico.
E' molto importante partire dalla prima affermazione, che la parrocchia cioè non è un
dogma di fede, perché le questioni hanno da essere affrontate con libertà intellettuale, quella
libertà che non deve pregiudizialmente porci a difesa o contro la parrocchia: sono
atteggiamenti che non hanno senso. In ambito pastorale si tratta piuttosto di capire qual è la
volontà di Dio qui e ora. Dal punto di vista propriamente epistemologico la domanda più
opportuna non è parrocchia si o parrocchia no, quanto piuttosto il chiedersi in quale modo
noi dobbiamo edificare la Chiesa nel nostro tempo, per l'uomo del nostro tempo? Un
panorama a tale riguardo, anche se non proprio giocato su questo taglio è rinvenibile nel
volume "Chiesa e parrocchia" della Facoltà Teologica di Milano, in particolare il contributo
di Bruno Seveso (la parrocchia e la teologia) e quello di Franco Giulio Brambilla, così come
anche si può vedere H contributo di S. Lanza nel volume "La parrocchia in un'ecclesiologia
di comunione".
Si può molto semplicemente osservare la posizione abituale nell'ambito
teologico-dogmatico, in quello canonistico e in quello pastorale. Nel primo ambito la
parrocchia non è tema teologico; nel secondo la parrocchia non è di diritto divino; nel terzo
ambito, quello pastorale, si conclude che la parrocchia è necessaria ma non si sa perché. Per i
canonisti si può vedere la posizione del Vescovo Coreco, non particolarmente acceso verso
la parrocchia in quanto proveniente dall'esperienza di un movimento; circa la prospettiva dei
teologi dogmatici si può confrontare la posizione di Dianich, ad esempio nel volumetto
"Parrocchia e pastorale parrocchiale", secondo cui appunto non siamo di fronte ad una
tematica teologica in quanto non sarebbe compito della teologia indicare le vie da percorrere
per risolvere le questioni pratiche che angustiano la vita della Chiesa. Anche nel volume
della facoltà di Milano la riflessione fondamentale sulla parrocchia nella Chiesa viene
affidata ad un teologo-dogmatico, il che è alquanto sintomatico. Tutte queste impostazioni di
caratura teologicodogmatica muovono tutte dall'equivoco che teologico sia uguale a
teologico-dogmatico. Evidentemente la parrocchia non è un tema rinvenibile entro i dati della
rivelazione e pertanto, da questo punto di vista, si può al massimo affermare che la
parrocchia è locus theologicus, in quanto nemmeno l'ecclesiologia può elaborarsi a partire
dal nulla ma appunto dalla Scrittura, dalla tradizione e dal vissuto ecclesiale che è un locus
theologicus: questo è il massimo avvicinamento che si può fare della parrocchia alla teologia
dogmatica. Rovesciando il discorso si può peraltro fare un altro tipo di accostamento,
secondo la prospettiva contenuta nel contributo di Brambilla, dove si giunge ad affermare
che la parrocchia non può essere dedotta esclusivamente dalla sua identità teologica e dai
suoi elementi essenziali (resta peraltro da verificare se questi ultimi appartengono alla
parrocchia in quanto tale o non piuttosto all'essere Chiesa, che si configura nella parrocchia).
La sua posizione
resta comunque la migliore per un teologo dogmatico, anche se ciò non significa che sia
quella giusta, come emerge anche da quel passaggio dove lo stesso afferma che "la formula
pastorale della parrocchia, sanzionata canonicamente, rimanda dunque al discorso
teologico": no! E' piuttosto un discorso teologico; semmai rimanda ad altre elaborazioni
teologiche, nel senso che se io voglio ricostruire una teologia della parrocchia non lo farò in
maniera conveniente se non mi riferisco anche all'ecclesiologia. Attenzione però: anche se
voglio fare una buona ecclesiologia non lo potrò fare se non riferendomi anche alla vita
concreta e alla teologia pastorale della parrocchia. Un esempio di perfetta reciprocità.
Sempre secondo Brambilla la teologia (che viene sempre intesa come teologia dogmatica) ha
essenzialmente due compiti: fornire le condizioni di possibilità da un lato e dall'altro
presentare i criteri dì giudizio. Se io parto dalla ecclesiologia indico le condizioni di
possibilità, nel senso che qui emerge il dato secondo cui la Chiesa deve realizzarsi
concretamente, storicamente entro forme determinate che, in humanis, sono forme spazio
temporali (a partire da Kant). Questo peraltro non dice la necessità assoluta di una forma tipo
parrocchia e non dice nemmeno che questa sia l'unica forma possibile. 1 criteri di giudizio
rappresentano il discorso preso dall'altro versante: posso prendere qualsiasi forma di
comunità cristiana e confrontarla con l'ideale Chiesa espresso dalla fede ed elaborato dalla
dogmatica per vedere la corrispondenza o meno, in senso molto generale.
La parrocchia sarebbe dunque, in se stessa, una realtà non teologica, tuttavia avrebbe a
che fare con la teologia in quanto può essere confrontata con le affermazioni
dell'ecclesiologia per verificare se vada d'accordo o meno, oppure nel senso che appare
essere una realizzazione plausibile di quei principi e di quelle affermazioni. Questa
posizione, pur corretta, deve essere perfezionata. E difetto sta proprio nell'aver identificato
teologia con teologia dogmatica e, nella fattispecie, con il trattato di ecclesiologia. Questa,
indubbiamente, non può e non deve andare oltre, ma non è detto che non ci possano andare
altre elaborazioni teologiche.
Per lo stesso motivo la posizione di Coreco è chiara quando dice che la parrocchia non
è di diritto divino: peraltro se nella Chiesa vigessero soltanto le cose che sono di diritto
divino, ce ne sarebbero molto poche di veramente vincolanti. In ogni caso è evidente che la
domanda da porre è un'altra. Dire che non è di diritto divino quella forma non significa
appunto affermare che non sia teologica, che non ha valore teologico. Un esempio fuori del
tema: quasi tutto nella vita presbiterale è determinato da norme che non sono di diritto divino
ma questo non significa assolutamente che siano norme prive di valore teologico, pur non
essendo necessarie di necessità metafisica.
Sì pone quindi veramente il problema di come si determinino teologicamente le realtà
esprimenti l'essere Chiesa, non in senso generale, ma in una prospettiva storico-concreta. Qui
si colloca la figura propria e specifica della teologia pastorale che appunto si occupa
dell'azione ecclesiale, di tutto ciò che appartiene al vissuto ecclesiale9 connettendo sempre, in
relazione alla propria epistemologia, elementi di fede ed elementi storico-antropologici.
Attenzione bene: non elementi teologici con elementi storico-antropologici, formula che pur
usata comunemente è sbagliata. Nel caso specifico della parrocchia, la teologia pastorale non
prende elementi della ecclesiologia, elementi della sociologia per poi metterli insieme e
ricavarne qualcosa; come ogni altra disciplina teologica, la TP fa riferimento alla rivelazione,
nel senso di Scrittura, tradizione, magistero, e vita della Chiesa (sensus fidelium) in un
determinato ambito e contesto e secondo un proprio itinerario epistemologico. La parrocchia
è quindi oggetto della teologia perché non si può determinare la modalità concreta dell'essere
Chiesa se non a partire e alla luce del dato di fede, e se è vero che questo discorso non si può
fare deduttivamente, allora lo si può fare esclusivamente attraverso quel processo di
reciprocità dialettica asimmetrica che radica la scienza teologico pastorale. Si tratta dunque
di mettere in correlazione ciò che noi capiamo dell'essere Chiesa nella fede cattolica
(ecclesiologia) con ciò che noi capiamo dell'esserlo in questa situazione, in questa
condizione storica, culturale e di assetto sociale (sociologia) e dunque la TP intratterrà
rapporti con queste discipline, però non si tratta dì un discorso che connette la teologia con la
realtà, un discorso in cui la teologia dogmatica elabora l'identità ideale della parrocchia che
poi bisogna cercare di realizzare in qualche modo entro coordinate storico-sociali. Così
facendo si dimentica che la stessa identità ideale della parrocchia può esistere solo

9
Vedi impostazione di fondo del corso di Teologia Pastorale Fondamentale I.
storicamente e datatamente: esiste un ideale cattolico di comunità, non di parrocchia. La
collocazione entro una realtà storico-temporale è dunque il compito della TP.
L'immagine ideale di parrocchia non esiste e non può esistere, in senso generale.
Esistono dei riferimenti che sono propri della fede cristiana, e in quanto tali sono costanti,
che non sono l'immagine ideale di parrocchia ma sono gli indicatori fondamentali dell'essere
Chiesa che devono trovare certamente, in ogni forma concreta dell'essere Chiesa. una
realizzazione adeguata che non può certamente essere delineata deduttivamente.
Il nodo della fisionomia teologica della parrocchia si risolve dicendo che si tratta di
realtà e di azione ecclesiale e quindi teologica nel senso proprio e specifico della teologia
pastorale di cui riflette tutte le esigenze di carattere metodologico. Questo discorso è tutt'altro
che chiaro tanto è vero che quando si trattò della elaborazione finale dell'esortazione
post-sinodale Christifideles laici, dove si voleva sottolineare che la parrocchia è una realtà
teologica, non si poté far altro, in mancanza di questa comprensione che dire che essa è
teologica in quanto è eucaristica. In realtà questa determinazione eucaristica, particolarmente
sviluppata da Cassiano Floristan ai tempi del Vaticano Il, dove appunto si ebbe modo di
precisare tale prospettiva, può valere per altre comunità cristiane che non siano quella
parrocchiale. Altro sentiero percorso è stato quello di affermare che nella parrocchia abbiamo
tutte le ministerialità: ciò può essere vero per quel che riguarda H ministero ordinato, ma
anche una comunità monastica, se è cattolica, è connessa con il vescovo. Attraverso questa
strada è venuta poi fuori l'idea della parrocchia come grande contenitore a cui tutti devono
ricondursi, secondo la logica del principio parrocchiale, da Klostermann in avanti. Anche
questa forma totalitaria dell'essere Chiesa in un luogo non può che lasciare perplessi.
La parrocchia è invece realtà teologica perché è una realizzazione dell'essere Chiesa; è
un capitolo vissuto dell'azione ecclesiale, e come tale non può essere definito nella sua
concretezza storica, se non teologicamente. Noi non pensiamo alla teologia come quella
disciplina che determina le verità della fede in senso solo dogmatico-immutabile (ciò non è
vero nemmeno per la teologia dogmatica), tantomemo possiamo pensare così la teologia
pastorale. Il vissuto concreto di una comunità cristiana non si determina né deduttivamente
né empiricamente, ma secondo una determinazione teologica adeguata che sarà teologica nel
suo determinarsi entro il concreto-storico. Proprio per questo motivo noi parliamo di
parrocchia ma dovremmo invece parlare delle diverse forme dell'essere Chiesa in un luogo
che chiamiamo con un singolare collettivo, quello appunto di parrocchia.
Tale prospettiva mette in luce la profonda limitatezza della teoria circa il principio
parrocchiale in quanto non è vero che la parrocchia possa godere di un assoluto predominio
nel realizzare la Chiesa in un luogo; essa non risulta il grande contenitore in cui tutti trovano
il comune punto di riferimento, criterio che poi ha trovato spazio nell'indicazione giuridica
secondo la quale comunque ogni atto riguardante la vita del battezzato ha da essere registrato
nella parrocchia di appartenenza territoriale. 19 richiamo al fatto che i sacramenti devono
essere celebrati in parrocchia ha senso se ciò significa che questi non possono essere un atto
privato, ma già questo crea problema: il fatto che si celebrino in parrocchia contribuisce
veramente a far sì che non siano un atto privato? Assolutamente no! Allora? I sacramenti
devono essere celebrati piuttosto nella Chiesa. Quando si determina la forma dell'essere
Chiesa bisogna auspicare che la parrocchia sia quella realtà rispetto
alla quale tutto si riconduce e si determina oppure che vi sia sul territorio una realtà più
articolata e variegata che ha pur senso ecclesiale e che quindi la Chiesa si riconduce
sostanzialmente al vescovo nelle diverse modalità e forme? Ciò non significa in alcun modo
la fine della parrocchia ma attesta piuttosto le esigenze di superamento di un certo modello di
parrocchia, legato ad un territorio circoscritto e generalmente, rispetto a quel territorio,
egemone.
Se noi facciamo riferimento alla forma parrocchia così come la conosciamo,
certamente siamo giunti al capolinea anche se questo non significa che la determinazione
della comunità cristiana fondamentalmente legata al territorio (caratteristica tipica della
parrocchia), non sia oggi necessaria, almeno, quanto ieri, sia pur in modalità indubbiamente
diverse. Il Codice di Diritto Canonico definisce la parrocchia come comunità di fedeli anche
se certamente non è l'unica comunità cristiana; la sua tipicità sta nel fatto di identificare la
comunità attraverso le persone che vivono entro un determinato territorio. Non è quindi
assolutamente vero che la dimensione territoriale debba essere in qualche modo relativizzata
in quanto quella comunitaria sarebbe sufficiente, altrimenti dovremmo chiamare parrocchia
tutte le forme di comunità.
Quando parliamo di parrocchia non dobbiamo mai dimenticare che essa è comunità
storica e comunità locale: essa rappresenta un localizzarsi della Chiesa nella forma della
communitas e di una communitas territoriale: tale connessione è fondamentale in ordine alla
formulazione dei criteri basilari in quanto anche un monastero è una forma di communitas
posta in un luogo, in un territorio. Il primo elemento caratterizzante la figura parrocchiale è
dunque proprio il fatto del collegamento singolare tra i due elementi, quello comunitario e
quello territoriale: una comunità che nasce dal suo essere legata a quel territorio. Da subito
appare che questo criterio della comunità territoriale (che non è più solo quello della
territorialità) non è semplicemente riducibile al territorio in quanto circoscrizione territoriale
ma è proprio il fatto che vale in tanto in quanto c'è una realtà di comunicazione, da meglio
determinare, che dà una fisionomia a quel territorio, per cui quella gente che vive lì non è
quella che vive da un'altra parte: una fisionomia socio-storica. Tali considerazioni mettono il
luce come molte difficoltà della parrocchia non siano endogene quanto piuttosto esogene,
vengono cioè dall'esterno, dalla modificazione di quei parametri che per secoli sono stati
sostanzialmente stabili quindi avevano reso stabile il quadro di riferimento. Noi siamo di
fronte ad un orizzonte in cui non tiene più il quadro di riferimento.
Il problema della teologia della parrocchia è tema importante anche per la pastorale
concreta in quanto molte delle incapacità del pensare la pastorale trovano proprio qui la loro
radice. La nostra pastorale vive comunemente di grandi quadri che non essendo di teoria
pastorale ma di teoria dogmatica o qualche volta di teoria spirituale o spiritualistica, sono
belli e lì rimangono: si veda il destino dell'ecclesiologia di comunione spesso richiamata in
vari documenti, per sommi capi, spesso in maniera piuttosto sbrigativa e sommaria, non
approfondita, per cui si traccia un bel quadro ideale della comunità cristiana ma poi questo
non ha nessun influsso reale se non come intenzione, nella prassi nel senso che non
costruisce dentro la realtà, il proprio modello. Si tratta quindi di cogliere criticamente le
posizioni dei vari teologi per poterle capire ed eventualmente riformulare, in quanto
conducono inesorabilmente alla separatezza tra teologia e pastorale. Sorprendentemente
anche tra i teologi cosiddetti pastoralisti questa riflessione diviene per lo più latitante nel
senso che viene totalmente omessa oppure si fanno dei richiami generali che solitamente si
risolvono in due
prospettive: uno all'ecclesiologia di comunione e l'altro all'eucaristia come radici dell'essere
teologico della parrocchia, Sono ambedue veri ma certamente insufficienti in quanto radice
dell'essere teologico non solo della parrocchia: ma di tutte le altre forme della comunità
cristiana, un po' come le gambe del tavolo: sono vere ciascuna ma il prenderne 2 al posto di 4
non permette al tavolo di stare in piedi. Come quando si dice che la catechesi è l'educazione
della fede. Sbagliato: la catechesi è piuttosto una forma di educazione della fede non la
catechesi tout court. Spesso il discorso teologico, nell'ambito che stiamo trattando, rischia di
essere lirnitato alla determinazione ecclesiologici (vedi la posizione della scuola milanese su
questo tema): qui la teologia non mi dà il progetto della parrocchia ma mi consegna soltanto
alcuni elementi essenziali di cui devo tenere conto se voglio fare la parrocchia: un po' come
se nel voler fare la casa invece di darmi il progetto mi desse il calcolo del cemento armato
per fare stare in piedi la casa. La teologia svolgente cioè soltanto funzioni di controllo su
alcune qualità essenziali che poi, abbiamo visto, nemmeno sono esclusivamente tipiche della
forma parrocchiale. E' del tutto assente da un discorso che viene chiamato peraltro teologico,
l'esigenza di pensare, progettare e programmare la pastorale e sono dunque assenti le
modalità concrete.
Si può quindi dire che l'ecclesiologia non ci può dare l'identità della parrocchia, come
spesso si scrive, né teologica né non teologica, al massimo di dà la natura profonda della
parrocchia in quanto comunità cristiana: tutti gli uomini appartengono alla natura umana pur
avendo ciascuno la propria identità che appunto esprime qualche cosa di più concreto che
non la natura sic et simpliciter, l'ecclesiologia dunque si occupa della natura mentre la
teologia pastorale determina l'identità, considerando peraltro che anche la natura dell'essere
Chiesa (ecclesiologia) non può essere determinata a prescindere dal vissuto ecclesiale10. In
effetti l'ecclesiologia della Dei Filius del Vaticano I e quella della Lumen Gentium del
Vaticano II sono profondamente diverse anche in quanto nascono e maturano in due contesti
profondamente diversi tra loro e che certamente hanno esercitato la loro influenza nella
determinazione teoretica di quelle due prospettive.
A livello teologico-pastorale la contestualità non è soltanto l'ambiente nel quale si
colloca la riflessione ma è il tema della riflessione, cioè il tema della riflessione
ecclesiologica è: che cos'è la Chiesa? La risposta, pur contestuale, dovrebbe esprimere cioè
l'in sé della questione. Per la TP invece il tema è il contesto stesso e risponde alla domanda

Si ricordi l'impostazione dei corso fondamentale nella sua parte epistemologica secondo cui non
10

esiste alcuna teoria avulsa dalla prassi: anche la teoria più concreta esiste infatti. sempre in un
contesto in una situazione, secondo una precompressione, un interesse ed una contestualità
per la quale ci si interroga sulla modalità di realizzazione della Chiesa in un luogo, qui e ora,
concretamente.
E' chiaro che il primo e fondamentale rimando di una sana teologia della parrocchia è,
oggi indiscutibilmente, il concetto di comunità, talmente ribadito da essere ormai quasi
diventato un luogo
comune. Sembrerebbe un po' la scoperta dell'acqua calda anche se questo tipo di insistenza
non può non suscitare qualche contesto per cui si insiste molto sulla parrocchia come
comunità proprio perché essa non riesce ad incarnare in sé questo requisito. Bisogna dunque
prestare attenzione a non dare come risolto per via dichiarativa ciò che costituisce problema
in ambito esecutivo-attuativo per cui la determinazione lessicale rischia poi di essere un
placebo nominalistico ma niente di più, anche perché la determinazione di che cosa significhi
comunità cristiana è tutt'altro che liquida, a meno che si faccia riferimento ai suoi connotati
generali, ma non risolviamo H problema. Ancor più difficile poi risulta la determinazione più
specifica di quel particolare tipo di comunità che è la comunità parrocchiale: qual è il suo
connotato? A questo riguardo ciò che risulta problematico dal punto di vista della trattazione
che stiamo sviluppando è proprio quando di vuole sostenere attraverso ragioni dogmatiche
ciò che invece è determinazione ecclesiale, pratico-pastorale. Tale prospettiva tradisce la
solita mentalità accostata ormai più volte per cui si dovrebbe fare in questo modo in quanto
esiste quella particolare verità di fede che richiederebbe in sé di essere determinata in quel
particolare modo. Quasi a chiedersi in termini assoluti, ad esempio, si sia migliore il sistema
proporzionale o quello maggioritario nel governo del nostro paese, senza accorgersi che
uscendo da una dittatura era normale tendere ad una maggiore rappresentazione possibile
della rappresentatività di tutti per evitare il pericolo da cui appunto si stava tentando di
prendere congedo.
Nell'ambito della pastorale non si danno dogmi quanto piuttosto verità e quindi bisogna
sforzarsi di realizzare la verità cioè vedere che cosa veramente fa vivere la Chiesa qui e ora:
questa è una verità pratica che non ha da essere dogmatízzata per essere riconosciuta come
verità. La TP non risponde alla verità dogmatica quanto piuttosto alla verità pratica,
trattandosi peraltro non di due verità tra loro in contrasto; la stessa verità pratica,
costruendosi secondo il principio della reciprocità dialettica asimmetrica, tiene in
considerazione il dato di fede che dunque non solo c'è ma mantiene una propria consistenza e
priorità sul dato storico-antropologico. Applicato al nostro discorso: qual è l'immagine ideale
di parrocchia? Non esiste. C'è un'immagine ideale di comunità cristiana, che peraltro è
certamente molto sfumato, molto astratto, dal quale bisogna ricercare l'immagine di
parrocchia da realizzare qui ed ora, secondo un quadro concettuale teologico spesso assente
dal comune modo di argomentare, quello appunto teologico-pastorale. 0, al massimo, se
esiste non viene frequentato e tantomemo praticato. Serve cioè una forte onestà intellettuale
per poter strutturarsi in questo senso, entro una metodologia dove non si dà nulla per
scontato.
La prospettiva dell'ecclesiologia di comunione è molto importante, così come è
importante che vi si faccia concreto riferimento. Lo sfondo da questa rappresentato appare
come sollecitante, adeguato, antropologicamente rilevante e socialmente altrettanto
importante. La prospettiva della ecclesiologia di comunione sembra davvero la prospettiva
utile per il confronto teologico. Di per sé l'elaborazione teologico-pastorale non fa
riferimento diretto alla ecclesiologia, quanto piuttosto alla fede, però l'ecclesiologia è
evidentemente quell'approccio che sviluppa il dato della fede che interessa da vicino alla TP.
Un dato però che deve appunto essere determinato ulteriormente. Non si trovano studi
abbondanti da questo punto di vista e quelli che ci sono mostrano la difficoltà dell'impresa:
uno degli articoli più spesso citati è quello di Lehmann, nella collana Gemainde (=
comunità), così come si può vedere anche il secondo volume della TP di Zulehner. Manca
peraltro un approccio fondamentale, tantomemo si trova un tentativo di mostrare in che senso
la parrocchia sia comunità in cui si evidenzi lo specifico della parrocchia come comunità
cristiana,
Nel testo "La parrocchia in un'ecclesiologia di comunione" si può vedere il tentativo di
Lanza circa la rilettura, da un punto di vista teologico-pratico, delle quattro note
caratterizzanti la comunità cattolica, preceduto da alcune puntualizzazioni sulla tematica del
principio comunità che ha messo in attenzione la parrocchia ad opera soprattutto del
pastoralista di Vienna, F. Klostermann (1965). Egli riprende un'idea che si era fatta strada
intorno agli anni '30 in ambito mitteleuropeo in coincidenza con la temperie del nazismo
tendente generalmente a sciogliere le associazioni, l'unica associazione era quella dello stato,
in risposta al concetto dello stato etico hegeliano. Anche in ambito ecclesiale si operò in
questo senso peraltro riuscendo a salvare almeno la realtà parrocchiale entro la quale,
dunque, ogni altra forma di realizzazione della Chiesa, doveva necessariamente confluire. A
metà degli anni '60, di fronte alle prime percezioni del cambiamento e della difficoltà della
pastorale a farvi fronte, ecco la proposta di concentrare ogni sforzo sulla comunità
intendendo peraltro la comunità parrocchiale. La questione cruciale diventa quindi il ruolo
della comunità nell'azione e nella vita della Chiesa: è un luogo fra i tanti in cui la vita
cristiana può realizzarsi oppure si tratta di un luogo centrale che non può essere facilmente
assimilato agli altri ma al quale piuttosto tutti gli altri, almeno misticamente, sono legati e
ordinati, se si vuole che l'intero sistema non esca dai cardini e finisca col perdere il suo
baricentro, il suo fondamento, la sua direzione ed il suo equilibrio. La prospettiva
klostermaniana, così delineata, disegna tutta una prospettiva, un'impostazione, della teologia
e della pastorale della parrocchia, così come anche del diritto canonico riguardante la
parrocchia, destinata ad incassare tutti i contraccolpi provenienti dalle altre forme ecclesiali
che difficilmente potevano trovare dimora entro questo quadro, a meno che questa non sì
risolva in una sorta di affitto di uno spazio. Il pastoralista pone la questione in termini
disgiuntivi, cercando di precisare se si tratta di una forma accanto a tante altre o non
piuttosto della forma privilegiata, dove la strutturazione linguistica pone necessariamente
l'accento sulla seconda parte, quella che dichiara la centralità della forma parrocchiale.
Operando in termini disgiuntivi l'autore non prevede una ulteriore possibilità che peraltro può
essere ritenuta plausibile anche non consistendo necessariamente in una sorta di via di
mezzo, se non nel senso che non si tratta di una prospettiva così esclusiva, Egli stesso
peraltro pare non essere pienamente convinto quando usa l'articolo indeterminativo "un luogo
centrale" al posto di quello determinativo “il luogo centrale".
Klosterman peraltro opera una sorta: di restrizione terminologica del termine comunità
all'ambito parrocchiale e questa fu una critica fatta abbastanza presto al suo impianto. In
secondo luogo certamente la parrocchia è una figura emergente e i cui caratteri di ecclesialità
la rendono pastoralmente irrinunciabile, tuttavia non si può riconoscerle l'assolutezza
rivendicata dal pastoralista; si può affermare comunque che in essa la Chiesa si realizza in
una forma necessaria ma certamente non sufficiente. Parlando di comunità è dunque
necessaria un'altra cautela riguardo la deriva secondo cui comunità equivarrebbe ad una
situazione psico-sociale di rapporti stretti, secondo una visione di stampo pressoché
romantico che deve essere fortemente criticata perché dentro questa ci sta tutta la ipertrofia,
teologicamente certificata, delle forme delle piccole comunità con la pretesa che quella sia
veramente la comunità. La dimensione comunionale e l'innegabile tendenza comunitaria
della Chiesa non configurano immediatamente e necessariamente i tratti della piccola
comunità. L'alternativa tra una Chiesa di comunità o una Chiesa di popolo costituisce una
falsa alternativa. Da questa deriva emerge poi tutta una teologia fondamentale e pastorale,
soprattutto di area tedesca, che glorifica le comunità di base, la quale peraltro rimane anche
dentro il difetto che critica, quello cioè della chiesa gerarcologica, proponendo una base che
si contrappone dialetticamente con un vertice entro il quadro non di una ecclesiologia di
comunione ma di rivendicazione. La correzione linguistica "ecclesiale" non risolve l'aspetto
problematico.
Dal canto suo, il termine piccole comunità non è compromesso e quindi lo si può usare
più tranquillamente pur dovendo precisare che cosa si voglia intendere con questa
espressione.
Significativa in ordine alla rivalorizzazione della valenza territoriale può essere la ripresa (a
livello di criteriologia interna) delle 4 note che il Credo riserva alla Chiesa 11, cercando di
collocare queste note dentro il contesto socioculturale12.
Anzitutto la Chiesa è una13. La comunità parrocchiale, come ogni comunità cristiana, è
comunità organica, corresponsabile e di riconciliazione. Dire comunità organica mette in
evidenza la fisionomia propria e specifica della com. cristiana, dove esiste pari dignità tra
tutti i membri (can. 204 e 208) anche se nella diversità dei vari uffici che possono costituire
pure una differente qualificazione
ontologica: comunque tiene sempre il fatto che non può esistere dignità maggiore dell'essere
diventati figli di Dio. Tra i componenti (persone) esiste dunque una pari dignità mentre
sussiste una diversità tra le funzioni che le diverse persone sono chiamate a svolgere: alcune
funzioni sono necessarie, altre costitutive e altre opportune. A questo riguardo bisogna

11
A riguardo si veda sempre il contributo di Lanza in "La parrocchia. in un'ecclesiologia di
comunione".
12
La criteriologia si forma infatti sempre, sulla base del principio di incarnazione, sulla base della
legge della reciprocità dialettica asimmetrica.
13
Si ricordi che molte di queste caratteristiche sono condivise dalla comunità parrocchiale con
altre forme possibili di comunità cristiana: in tal caso l'impegno sarà quello di sottolineare
l’angolatura tipicamente parrocchiale di tali caratteristiche comuni. Ad esempio la fondazione
eucaristica della comunità locale, non solo parrocchiale. Si tratta di capire se l'eucaristia che si
celebra in una parrocchia abbia una fisionomia diversa da quella che si celebra in un monastero o
in un gruppo.
prestare molta attenzione alla sottile distinzione tra necessario e costitutivo in quanto a volte
si pensa, sbagliando, che ciò che non è necessario nemmeno sia costitutivo: salvare il
necessario permette di sopravvivere ma non con tutti gli elementi costitutivi. L'organicità
mette dunque in luce una situazione ecclesiale in cui la varie realtà costitutive, dunque non
solo quelle necessarie, siano auspicabilmente presenti (carismi, ministeri, servizi e tutto ciò
che lo Spirito suscita) sotto la saggia guida dei pastori. Ci si può chiedere se e in che modo la
organicità ecclesiale si tipizzi rispetto ad una organicità meramente funzionale e se e in che
modo la organicità ecclesiale parrocchiale si tipizzi nei confronti della comunità cristiana
globalmente intesa. Non è facilissimo individuare sotto questo profilo una vera e propria
concretizzazione del discorso: pur tuttavia alcuni elementi possono essere individuati. E'
chiaro che la organicità ecclesiale mette in evidenza come ogni vocazione abbia una propria
indispensabile opportunità e come quindi nella comunità cristiana la organicità sia non un
dato di riconoscimento del diritto di ciascuno quanto, almeno contemporaneamente, forse
prima, riconoscimento di un dato teologico, la comune chiamata ad essere figli di Dio: qui
pare essere la tipicità cristiana del discorso. Non siamo cioè di fronte ad un modello di
democrazia rappresentativa ma ad un modello di comunione organica. Possiamo anche dire,
benché il tema sia dibattuto, che la stessa idea di democrazia rappresentativa venga proprio,
almeno in matrice, da questo tipo di sensibilità cristiana anche se ciò non rende possibile la
reciprocità della prospettiva! Esiste peraltro sempre la possibilità che la prevalenza del dato
cristologico sul dato ecclesiologico si trasformi in un assorbimento di funzioni da parte di chi
sacramentalmente rappresenta Cristo capo e cioè il ministero ordinato, pur non essendo
questo nella natura delle cose. Evidentemente il diritto non può arrivare a sancire tali
prospettive, nemmeno forse sarebbe corretto, anche perché non ne esiste la necessità essendo
la pastorale non la derivazione o applicazione delle informazioni codiciali: sarebbe un po'
come una famiglia che regola la propria convivenza esclusivamente in base alla legislazione
del codice civile.
L'organicità, nella comunità parrocchiale in particolare, si esprime specificamente nella
articolazione, più ampia possibile, di questa ministerialità secondo i vari carismi, senza alcun
tipo di esclusione, cosa che invece non sarebbe possibile, ad esempio, nella comunità
monastica. Altra prospettiva tipicamente parrocchiale è la molteplicità delle strutture
partecipative previste e anche da prevedere. E' dunque riduttiva quella situazione in cui si
mettono in atto soltanto quelle ritenute obbligatorie e magari soltanto per questioni di puro
contorno e di nessuna incisività parrocchiale14. Questo per dire che una corresponsabilità
molto articolata esprime bene l'organicità tipizzante la comunità cristiana nella forma
parrocchiale. '
A questo ambito appartiene anche la capacità di gestire la conflittualità che è
inevitabile in una comunità che voglia essere dinamica ed ecco dunque apparire la
caratteristica della riconciliazione che anch'essa si tipizza in una particolare coloritura
parrocchiale: la riconciliazione a volte si fa anche separando gli itinerari (il caso di Paolo e
Barnaba oppure, in parte, quello di Pietro e Paolo) senza che questo fatto vada ad inficiare la
stessa organicità. La parrocchia in quanto tale si trova in una situazione specifica che le può
chiedere di operare, eventualmente delle distinzioni evitando che diventino nette separazioni.
Tali considerazioni spingono anche alla necessità di rivedere la norma canonica riguardo
all'appartenenza, parrocchiale, da intendere globalmente in termini meno rigidi, anche da un
punto di vista canonico, ma non per questo meno precisi o non volti a far percepire la
necessità di appartenere ad una comunità. Dunque, la capacità di assumere i conflitti deve
essere caratteristica di ogni comunità cristiana, in quanto si tratta di un aspetto che pur non
essendo bello è comunque normale, e quella parrocchiale si tipizza nella modalità che
abbiamo più sopra accostato.
Per quanto riguarda la Chiesa Santa va ricordato che la comunità cristiana è di Dio: questo
dovrebbe mettere in guardia, in particolare la comunità parrocchiale che forse tra le forme di
comunità cristiana è quella più coinvolta con le realtà mondane, a non lasciarsi catturare da
alcune logiche che allontanano dal significato profondo di questo essere "di Dio". La stessa
amministrazione di sacramenti rischia di essere un modo attraverso il quale la comunità
cristiana snatura se stessa nel senso che si può ridurre ad un modo in cui, la parrocchia in
particolare, mantiene un proprio ruolo dal punto di vista psico-sociale. Bisogna cioè
domandarsi se effettivamente è vero che si continua a fare in un certo modo in quanto meglio
poco che niente oppure se, inconsciamente, non si tratti della paura di perdere un ruolo che la
gente sostanzialmente ancora riconosce. Un fatto può risultare significativo a questo
proposito: quando vengono pubblicate le percentuali sull'aumento dei matrimoni civili si può
notare che, soprattutto da certo mondo pastorale soprattutto ecclesiastico, appare una certa

14
Attenzione a questo proposito alla tentazione della sublimazione dogmatizzante.
preoccupazione che invece appare in tono minore quando si pubblicano le statistiche, ben più
gravi dei matrimoni religiosi che vanno a rotoli. Questo ci dice quanto essere il popolo di Dio
possa costare anche caro.
E' invece la categoria di cattolicità quella su cui è necessario attirare maggiormente
l'attenzione. Qui troviamo un aspetto dove si possono cogliere in maniera specifica per la
parrocchia aspetti concernenti il suo rapporto con il territorio. La parrocchia, nella sua
configurazione ante Vaticano II è stata spesso messa sotto accusa in ragione della sua
territorialità che pareva essere una pura determinazione amministrativa, burocratica, una
suddivisione della diocesi che ha come unica ragione quella di ricoprire tutto il territorio. In
questa accusa c'è indubbiamente del vero; tuttavia dobbiamo immediatamente ripensare a
come la parrocchia sia nata per accorgerci che la parrocchia si è legata al territorio non tanto
in nome di una esigenza di suddivisione totalizzante dello stesso, quanto piuttosto per
rispondere alla realtà vissuta della gente che in quel territorio viveva la propria esistenza e
esprimeva se stessa. La configurazione territoriale procede dunque da un'esigenza corretta
alimentata dal punto di vista dell'evangelizzazione e dell'azione cristiana. Solo nel momento
in cui la determinazione territoriale delle parrocchie non corrisponde più alla realtà del
vissuto, la territorialità emerge come un elemento meramente burocratico. Il territorio allora
non ha più alcun valore? Sotto il profilo sostanziale bisogna ribadire che il territorio viene ad
essere caratteristica costitutivo-connotativa della parrocchia che normalmente si configura
come comunità territoriale, in qualche modo definita dal territorio. Tale riaffermazione della
valenza territoriale non contraddice la constatazione precedente in quanto dire che la
parrocchia è legata al territorio e che si configura come comunità cristiana in relazione ad un
territorio non significa in alcun modo che debba ripetere gli stessi confini territoriali che
hanno costituito problema e tantomemo che questi stessi debbano essere intesi in senso
meramente burocratico-amministrativo. Il territorio (da individuare in ragione della sua
congruità alla comunità) non rappresenta, se ben inteso, un limite ma la vera caratteristica di
cattolicità della comunità cristiana al punto tale che difficilmente si può immaginare una
forma di comunità che risponda, nella stessa maniera e misura, a questo requisito
irrinunciabile della cattolicità. Questo fondamentalmente perché la territorialità garantisce la
cattolicità antropologica. A tale riguardo va ricordato che solitamente la cattolicità viene
intesa in termini di universalità geografica che se legittimi non sono peraltro esclusivi. Si può
cogliere infatti la Chiesa come cattolica in quanto accoglie tutti senza fare discriminazioni e
nessuna realtà antropologica è così immediatamente confacente con questa caratteristica più
del territorio in quanto in esso si trova la gente così com'è. E' la fraternità cristiana. Questa
caratteristica di cattolicità antropologica diviene allora tipica per la forma parrocchiale della
comunità cristiana.
Il territorio costituisce inoltre il campo della missione nel senso che la comunità
cristiana è responsabile del territorio: è qui che avviene la vera identificazione della
parrocchia con il territorio. Non è più lo stesso orizzonte che valeva in un contesto di
cristianità dove i parrocchiani coincidevano con coloro che abitavano entro quel territorio.
Questi si presentano piuttosto come persone di cui la parrocchia è responsabile per
l'evangelizzazione, la missione e globalmente per tutta l'azione ecclesiale che essa esprime15.
Questo comporta una elaborazione della pastorale stessa in relazione al territorio: si apre qui
tutto il grande capitolo che va sotto il nome di religiosità popolare, come grande patrimonio
che ormai risulta essere praticamente distrutto. E' fuori di dubbio che le forme di religiosità
popolare che avevamo ereditato non potevano essere portate più avanti ma ciò non significa
abbandonare la valenza popolare della religiosità che è tra i capitoli più difficili nella sua
elaborazione in quanto non abbiamo una situazione culturale definita ma di passaggio in cui
non è agevole identificare delle forme che possano godere di una certa stabilità.
Circa la questione della apostolicità si dirà trattando le ragioni teologiche e non
soltanto pratiche della ridefinizione del territorio (come si farà ad esempio parlando delle
cosiddette unità pastorali).
Circa le varie modalità che sono state approntate per il rinnovamento della parrocchia
(vedi fotocopie) deve essere fatta una considerazione di carattere pregiudiziale: in primo
luogo il fatto che tutti coloro che si sono adoperati per dar vita a queste forme di
rinnovamento della parrocchia hanno capito che questa aveva bisogno di rinnovarsi (non si
sono cioè accontentati di interventi sporadici o tendenti alla ripetitività). D'altro canto però
deve essere evidenziato che tutte queste iniziative muovono dalla parrocchia non
riconsiderando, tutto sommato, in profondità la sua stessa configurazione. Sempre la Chiesa
si è realizzata in un luogo e sempre si realizza nella forma comunitaria. tuttavia questi due
fattori ed elementi non presentano una figura stabile ed univoca. Quando noi diciamo

15
Si può vedere al riguardo il n. 44 di Comunione e comunità.
parrocchia, inevitabilmente, abbiamo una precompressione di parrocchia o esistente o ideale.
Dunque, pur mettendo in evidenza limiti difetti e quant'altro in questo senso sull'istituto
parrocchiale, si intende la parrocchia come soggetto e come figura sostanzialmente adeguata.
Tutte queste forme non mettono in discussione la parrocchia come configurazione territoriale
del realizzarsi della Chiesa in un luogo. Se si vuol fare un discorso serio bisogna essere
invece più radicali, in termini assoluti. La domanda di partenza non può cioè essere "come si
rinnova la parrocchia" (pur lodevole resta corta, insufficiente), quanto piuttosto quella
secondo cui ci si interroga sul modo più opportuno e conveniente con cui la Chiesa realizza
oggi se stessa nel tempo e nello spazio, in una parola, nella realtà.
Subentra qui una questione metodologicamente importante: dal punto di vista della
operatività bisogna sempre procedere secondo la legge della gradualità. Cioè: pastoralmente
si argomenterà sempre a partire dalle concrete realtà parrocchiali che sono esistenti e non da
un modello ideale, però, per sapere dove andiamo dobbiamo porre la questione in termini
fondamentali: ecco perché non ha senso il dibattito che talvolta si è realizzato tra
parrocchialisti e movimentisti.
Nelle tipologie considerate circa il rinnovamento della parrocchia si parte dalla
configurazione territoriale di questa come un elemento sostanzialmente non in discussione. Il
tema delle unità pastorali. spinge in effetti in tutt'altra direzione anche se esso stesso non è
stato posto a partire dalle modificazioni sostanziali che noi abbiamo posto all'inizio della
trattazione ma muovendo da una necessità contingente scaturente dalla contrazione numerica
del clero. Tutta la tematica risulta quindi viziata da questo difetto di fondo pur coperta da
diverse fumoserie ecclesiologiche.
La parrocchia viene considerata come una grandezza autonoma, in grado cioè di darsi
legge per conto proprio, autoreferenziale ed autocefala. Per prendere solo uno di questi
tentativi, la NIP. Qui tutto si svolge all'interno del territorio parrocchiale secondo una
determinata logica, pressoché presente in tutte le diverse proposte, che è quella delle piccole
comunità in cui il territorio parrocchiale andrebbe suddiviso, scandita da un lungo
programma di rievangelizzazione così articolato che viene da chiedersi se un parrocchiano
medio può avere la grazia di cogliere qualche frutto di uno sforzo così grande! Le finalità
sono indubbiamente positive anche se bisogna poi vedere se queste sono di fatto perseguite o
non si riducono ad espediente nominalistico. La visione di questi tentativi è di tipo
fortemente introverso in quanto:
- la parrocchia è in buona sostanza avulsa dal resto della realtà
- il territorio parrocchiale viene riconsiderato a partire pressoché esclusivamente dalla
problematica parrocchiale: difetto tipico della pastorale16. indicante la già presentata ottica
autoreferenziale.
Sulla base di tali presupposti i progetti considerati difficilmente riescono ad affrancarsi
dalla logica accostata poco sopra. Il punto nodale è invece proprio quello di trasformare
questa prospettiva secondo l'esigenza di un'autentica conversione pastorale. Le domande che
noi ci poniamo abitualmente, per intenderci quelle autoreferenziali, sono legittime fin quando
c'è identità tra parrocchia e società o realtà in genere, nel caso cioè in cui la correlazione è
data dai fatti. Quando però questa identificazione viene meno ciò che riguarda la stessa
identità e funzione di parrocchia viene distaccato da tutto il contesto in cui la parrocchia
stessa è inserita. Ci sono dei fatti, come la catechesi, che pur essendo nostri vengono
considerati socialmente rilevanti fino ad un certo punto, peraltro. Ora non lo sono più nel
senso che sono diventati fatti che interessano soltanto a noi. Dunque o facciamo un discorso
di bottega, per cui ci interessa vendere il prodotto a qualsiasi costo, oppure dobbiamo
ritrovare il modo per ripristinare quella connessione che è venuta meno. Non si può quindi
dire che il tipo di preoccupazione che noi ora definiamo autoreferenziale sia nato come
sbagliato: era giusto in un contesto diversissimo; la situazione in cui non ci troviamo ad
esistere non legittima più un argomentare calibrato entro queste prospettive. Per questo
motivo è necessario modificare la prospettiva per poter realizzare un autentico rinnovamento
che non sia solo riorganizzazione o incremento delle forze o delle strategie e questo
comporta appunto la modificazione fondamentale del modello pastorale di riferimento che
non più essere quello di cristianità. Senza questa conversione pastorale fondamentale ogni
tentativo di rinnovamento non può condurre a risultati significativi nel senso che, ben che
vada, si riesce ad attivare o rimotivare le persone che sono già presenti e raggiunte

In altro ambito, quello catechistico, ad esempio, le problematiche sono: perché non vengono,
16

perché si stufano, perché non imparano? Difficilmente ci si interroga a partire dal soggetto: come
questo bambino, ragazzo, fanciullo, adulto, può crescere nella sua dignità di persona; in qual
modo l'annuncio evangelico può incontrare questa esigenza? Che cosa è necessario porre in atto
per giungere a tale obiettivo? Il discorso diviene cioè quello della educazione globale della
persona, evidentemente orientata in senso cristiano.
dall'azione ecclesiale normalmente espressa dalla parrocchia. Alcuni casi di "conversioni"
non devono trarre in inganno.
Prescindendo da questi punti critici fondamentali, che appunto sono determinanti, ci
sono in queste varie proposte molti elementi indubbiamente positivi in vista di un
miglioramento della vita cristiana più che della parrocchia in senso proprio ed è per questo
che possono raggiungere e colpire e singoli ma non il volto e la configurazione della
parrocchia: l'impatto psico-sociale resta sostanzialmente ancora clericale e burocratico nel
senso che la sua immagine viene recepita bene se il parroco tratta bene, se lo si trova quando
lo si cerca e se vengono offerti i servizi commissionati.
Le prospettive accostate presentano inoltre la distorsione secondo cui se noi trasformiamo i
singoli si riesce anche a trasformare le grandezze in questo caso del realizzarsi della Chiesa:
questo è vero ma fino ad un certo punto in quanto rischia di dimenticare il nesso sussistente
tra causa formale e causa materiale. I soggetti eventualmente trasformati debbono incontrarsi
poi con un funzionamento della realtà in questione e con una impostazione che si ponga
come naturale ambito in cui poter vivere ciò che si è. L'impostazione strutturale è
fondamentale anche se spesso, purtroppo, tale aspetto viene minimizzato. Così è accaduto
anche, ad esempio, riguardo alla catechesi: abbiamo insistito sulla formazione dei catechisti
ed abbiamo fatto bene, ma non abbiamo considerato i fattori strutturali dell'atto catechistico
come, per dirne uno, il fatto che coloro che vengono alla catechesi della catechesi non gliene
importa niente e tantomemo della vita cristiana. Il bravo catechista non peggiora la
situazione ma indubbiamente non la cambia di molto.
Tali prospettive spesso non vengono colte in quanto manca una mentalità
teologico-pastorale propriamente detta che deve fare i conti con la realtà, capita e pensata, e
non con le fantasie. Non serve una continua produzione di documenti e strumenti se prima
non si cambiano quegli elementi che altrimenti inficiano il processo nei suoi elementi
germinali.
Le proposte di rinnovamento parrocchiale che abbiamo accostato lasciano molto
sfumato il rapporto di questa con il territorio e la complessiva realtà socioculturale rischiando
posizioni di arretratezza. L'analisi iniziata da noi compiuta circa le modificazioni che
caratterizzerebbero il contesto contemporaneo abbiamo avuto modo di incontrare la
modificazione del rapporto del soggetto con il fatto religioso. Da questo punto di vista queste
proposte offrono elementi abbastanza buoni, forse piuttosto limitati per quanto riguarda la
vera analisi del fenomeno: si constata il fatto senza approfondire più di tanto le ragioni per
cui questo si verifica; si tratta cioè di proposte che paiono aver sottesa la tesi secondo cui è
necessaria una maggior dose di impegno nell'annuncio, nell'apostolato... Tutto questo fa
parte dell'ambito parenetico e rischia di infondere nella realtà un certo volontarismo pastorale
che non produce poi grandi risultati per quanto riguarda l'azione ecclesiale: come si di fronte
alla situazione del sacramento della confessione ci si limitasse a richiamare l’obbligo dì
questo per la remissione dei peccati. Tutto questo indica un rimanere all'interno di un proprio
schema mentale come se ci fosse ancora una società dì tipo omogeneo che ancora riconosce
determinate istanze di fondo.
L'altro grande elemento di modificazione è il rapporto con le istituzioni: qui si rischia
di dare ancora come scontata la rilevanza socioculturale dell'azione ecclesiale o della
parrocchia come figura di Chiesa presente sul territorio dimenticando che quand'anche
questo fosse ancora vero, certamente sono cambiate le ragioni di tale rilevanza e si è
effettuato uno spostamento deciso verso l'ambito dei servizi richiesti e prestati.
Circa poi la modificazione dei rapporto del soggetto con il territorio, tali proposte
tengono ancora conto della parrocchia così come questa è delimitata da un punto di vista
geografico. C'è qui una gravissima, distorsione.
A questi tentativi ha da essere considerata la proposta, di matrice tedesca della
integrierte gemeinde (comunità alternativa) elaborata dai fratelli Lofhink i quali hanno
sviluppato questa tesi17 : la comunità cristiana sarebbe da intendere non come
necessariamente numerosa, non tanto in nome della retorica secondo cui piccolo è bello,
quanto piuttosto perché si tratta della comunità escatologica che rappresenta, per così dire, il
gruppo dei discepoli che nel mondo hanno la funzione di porre in risalto l'alternativa a cui
tutti siamo chiamati ma non tutti poi rispondono. La comunità cristiana avrebbe quindi un
modo di costruirsi che la porrebbe in alternativa, da questo punto di vista, con le altre società
umane. Ora, una prospettiva di questo genere mette in scacco l'assetto parrocchiale che
invece riposa sull'idea della coincidenza, almeno ipotetica, tra territorio, gente che vi abita e
comunità cristiana, così come emerge dalla figura parrocchiale post-tridentina. Qui si parte
invece dal fatto che questa coincidenza sarebbe improponibile come punto di partenza in

17
Esplicitata nel volume dal titolo "Come Gesù voleva la sua comunità?"
quanto la comunità cristiana, sarebbe quella comunità che nel mondo sceglie di vivere,
differenziandosi, secondo lo spirito delle beatitudini. Si intende quindi comunità cristiana
come fraternità che smentisce, che contraddice le modalità in cui comunemente si reggono i
rapporti tra le persone nella società. Da qui viene una duplice contestazione alla struttura
parrocchiale: l'idea secondo cui si darebbe coincidenza tra parrocchia e territorio e l'idea per
la quale questa dovrebbe essere il luogo in cui si pongono per tutti le esigenze minime
dell'essere cristiani nella società18. Lo stesso Sequeri, nella sua opera 'Il Dio affidabile",
arriva a distinguere tra discepoli e ospiti.
Certamente c'è stato un modo sbagliato di interpretare il luogo della parrocchia, un
modo secondo cui, quasi per una sorta di legge matematica, se la quantità si allarga si perde
necessariamente in qualità: che storicamente le cose siano andate così magari è anche vero
ma che questo sia un principio da cui poi magari, poter dedurre che non. è necessario
impegnarsi nella missione e nell'evangelizzazione, risulta un po' troppo eccessivo.
Addirittura, di fatto, talvolta si intende la parrocchia come il luogo dei cristiani comuni, nel
senso di disimpegnati, mentre per il resto ci sono altre realtà come gruppi, movimenti,
associazioni.
Dalla proposta si può comunque raccogliere l'idea che la comunità cristiana è chiamata
ad essere comunità profetica ed escatologica (non elitaria), più che alternativa, così come vi
sono chiamate, in maniera diversa, tutte le altre forme di comunità cristiana. Tutte
preoccupate della qualità d'insieme della vita cristiana. L'attributo alternativa è pericoloso
perché se questa nota fosse costitutiva della comunità cristiana si dovrebbe supporre che la
comunità cristiana non riesce mai a realizzare la proprio missione in maniera adeguata in
quanto, appunto, dovrebbe essere sempre e comunque alternativa rispetto ad una data
situazione.
Tutto questo mette radicalmente in discussione la parrocchia intesa come agenzia
fornitrice di
servizi e di prestazioni richieste per il semplice titolo di cittadinanza territoriale: qui è
possibile parlare di una vera e propria alternativa non ulteriormente rimandabile! Non si può
cioè continuare a far finta che la domanda che ci viene posta coincida con l'offerta che poi

18
"L'elemento decisivo non è la grandezza della città ma il fatto che questa sta sul monte ".
"Nell'insegnamento di Gesù non si può fare a meno di distinguere quello. che è un ethos della
sequela da quello che invece è un ethos del popolo di Dio"
oggettivamente viene resa disponibile. Potremmo quindi dire che se non si tratta
propriamente, per la comunità cristiana, di società alternativa, essa spesso è chiamata a
proporsi in situazione alternative: non cioè il gusto di essere diversi ma il gusto di essere
secondo Gesù Cristo; se tutti gli altri sono d'accordo meglio, non c'è più bisogno di essere
alternativi. In sintesi si potrebbe dire che il carattere proprio della comunità cristiana è
proprio quello di essere comunità cristiana, cioè dì non smarrire la propria dimensione
specifica di carattere profetico-escatologico. Un punto irrinunciabile che non produce le
medesime modalità nelle diverse situazioni.
Altro punto. fondamentale è quello secondo cui la comunità parrocchiale si dovrebbe
presentare come comunità cristiana aperta globale, peraltro non onnicomprensiva. Le molte
forme della comunità cristiana conoscono spesso realizzazioni che sono volutamente parziali
e settoriali. E' invalso l'uso di identificare comunità con parrocchia realizzando
un'equivalenza non legittima: anche una comunità religiosa è comunità o un gruppo o
un'associazione. La parrocchia resta peraltro comunità di tipo globale nel senso che non si
costituisce sul fondamento di una scelta specifica all'interno della prospettiva cristiana, ma
sulla scelta di questa nel suo insieme e quindi non suppone criteri di appartenenza che non
siano quelli della sequela di Gesù Cristo nella forma più intensa possibile, tenendo
evangelicamente conto anche dei piccoli. Tutto ciò non giustifica peraltro la sua eventuale
ormicomprensività, il suo essere cioè una sorta di contenitore di tutte le realtà ecclesiali
presenti sul territorio. L'unica comunità globale onnicomprensiva e autosufficiente è piuttosto
quella che si forma attorno al vescovo. Si pone qui la critica a quella che abbiamo visto
essere la pretesa del principio parrocchiale nella determinazione klostermaniana (= principio
comunità), anche se li erano in gioco anche fattori di tipo storico.
Resta pur vero che dev'essere riconosciuto alla parrocchia il carattere di forma tipica
della comunità cristiana, cosa che non può essere detta per le altre forme comunitarie che si
pongono come forme specifiche, non tipiche. In tal senso è vero che pur non essendo il
contenitore delle diverse realtà, sarebbe impensabile che queste diverse realtà esistessero
senza rapportarsi con la parrocchia, oltre che tra di loro, anche se magari, di fatto, questo
avviene. La determinazione territoriale, che deve essere ribadita e riaffermata anche a livello
teologico, come visto, non può essere spinta ed esasperata fino al punto di autosufficienza
onnicomprensiva, anche dal punto di vista soltanto socioculturale, in quanto il territorio
stesso ha assunto una valenza molto più dinamica che non nel passato. Dunque un rapporto
sostanziale., teologicamente forte che però rischia di rimanere inadeguato se vuole tradursi in
esaustivítà e comprensività. Qui sarebbero da rivedere determinate norme che vengono di
fatto a restringere sulla parrocchia molte forme di prestazioni sacramentali che scambiano
per assoluto e dogmatico ciò che assoluto e dogmatico non è. Si tratta cioè di far attenzione a
quelle comunità reali che non sono parrocchiali e nemmeno parte di una parrocchia.
Raramente il diritto canonico è la forma adeguata a modulare la vicenda pastorale della
Chiesa anche se non si può prescindere da determinate attenzioni di tipo burocratico le quali
devono il più possibile essere interpretate pastoralmente.
Nel caso delle città, ad esempio, si verifica spesso il fenomeno della parrocchia di
elezione, dove cioè uno va perché ha scelto di andare, al di là della propria appartenenza
territoriale ad un'altra parrocchia. Ora non si può continuamente, da un punto di vista
pastorale, ignorare questo fenomeno o considerarlo come dannoso originante una colpa. Si
tratta, in definitiva di superare certo
rigorismo parrocchiale-pastorale certamente non in nome o in virtù di un più dannoso
individualismo pastorale, ma attraverso una valutazione ponderata fondata su ciò che
abbiamo definito come spazialità antropologica. Limitarsi alla proibizione e conseguente
costrizione, certamente non fa uscire da certo anonimato in quanto non è la condizione
migliore per intessere relazioni significative non solo da un punto di vista soggettivo ma
anche, e soprattutto, pastorale. Non sarebbe peraltro un progresso nemmeno quello secondo
cui potessero esistere una pluralità di appartenenza che si ignorassero l'un l'altra: forse qui sta
il vero problema, cioè nel costruire una mentalità ed una prassi pastorale in cui le diverse
forme di comunità cristiana (così anche come le diverse comunità cristiane parrocchiali)
agiscono in correlazione ed integrandosi. Una cosa è vivere secondo la mentalità di uno
schedario che raggruppa tutte le forme e le informazioni ed un'altra è tentare di vivere la
logica scaturente dall'ecclesiologia di comunione.
Dunque la tipicità della forma parrocchiale, rispetto alle altre forme che configurano la
Chiesa, è data dal fatto che tutto ciò che è sostanziale nel seguire Gesù e formare il popolo di
Dio nella parrocchia trova una sua espressione ed una sua possibilità di realizzazione: da
questo punto di vista bisognerebbe ben dire, come è stato scritto, che se la parrocchia non ci
fosse bisognerebbe inventarla. In altri termini: non si vede come la Chiesa possa realizzarsi
senza una forma che sia più o meno quella che noi chiamiamo abitualmente parrocchia, pur
da rivedere e riconfigurare.
Nel corso della trattazione non è certo mancata occasione per richiamare che il termine
parrocchia ha una valenza semantica plurima per cui non indica una realtà univoca quanto
piuttosto realtà differenziate tra di loro: parrocchie urbane, rurali, piccole, grandi...
Bisognerebbe però capire che non si tratta solo di dimensioni differenti ma di modalità
profondamente diverse. Prima dì accostare tale tematica è opportuno qualche altra
precisazione su alcuni modelli che intervengono nel discorso parrocchia ancora intesa come
realtà univoca, poi procederemo alla differenziazione.
Da questo punto di vista si possono distinguere parecchi modelli sia pur abbastanza
generici. Dal canto suo, per il contesto a cui si riferiva da un punto di vista socioculturale ed
ecelesiologico, la parrocchia tridentina rappresenta una buona realizzazione di
un'ecclesiologia di comunione, anche se allora non la si definiva con questa terminologia.
Tale modello19 di parrocchia si trasforma, come visto, e dà origine almeno ad altri due
modelli che sono l'uno la parrocchia burocratica e l'altro la parrocchia organizzativa o
organizzatrice. Il primo realizza un'immagine di parrocchia che assolve il proprio compito
come risposta alle domande di prestazione d'opera: è il modello che meglio realizza la
parrocchia intesa come agenzia fornitrice di servizi religioso-assistenziali, nel senso
minimale, senza cioè particolari richieste o impegni. Il secondo esprime invece una
parrocchia in cui ci sono
molto iniziative. magari anche particolarmente curate, da un certo punto di vista; si tratta di
quel modello in cui si tenta, rimanendo sostanzialmente nel disegno post-tridentino, di fare in
modo che la parrocchia non diventi progressivamente una sorta di mortorio mantenendo, in
qualche modo, un
ruolo significativo nei confronti della popolazione della parrocchia. Si manifesta qui, magari
a livello inconscio, la percezione della crisi del modello post-tridentino di parrocchia, per le
ragioni già considerate, ed il tentativo, appunto, di far in modo che questa non diventi
proprio insignificante: intenzione positiva, giocata però sulla logica di mercato secondo cui
per poter essere significativi è necessario offrire i prodotti richiesti.

Si intende con modello una figura ipotetica che permette di identificare i punti caratteristici di
19

una certa realtà, rispetto ad un'altra.


Questi due modelli conoscono una gamma molto vasta di figure realizzative. Di solito
in ambedue rimane prevalente la struttura di tipo piramidale con conseguente concentrazione
sul personale ecclesiastico: ciò non significa che non vengano coinvolti i laici ma lo sono
come esecutori, dimenticando che la corresponsabilità tocca necessariamente i livelli
decisionali, di prospettiva, altrimenti è collaborazione ma certo non nel senso della
corresponsabilità. li modello comunicativo che qui viene adottato è quello di tipo
discendente. Non vengono quindi, di fatto, nemmeno sfiorati i fattori di crisi che sono stati
individuati e che spingerebbero ad una parrocchia maggiormente estroversa, giocata cioè di
più sull'evangelizzazione che non sulla propria organizzazione, così come ancor meno ci si
verifica sulle possibilità di impatto socioculturale, cioè si considera sufficiente la rilevanza
ottenuta a livello di gradimento delle singole realtà locali dimenticando la sostanziale
irrilevanza dal punto di vista complessivo. In tal modo la parrocchia non si rende conto che i
suoi problemi hanno un perimetro che supera in larga misura quelli del proprio territorio e
dunque, almeno da questo punto di vista fa fatica a convincersi che è impossibile affrontarli
se non si rivede radicalmente la separatezza della distribuzione delle parrocchie sul territorio
così come questa si è venuta configurando soprattutto a partire da Trento, momento in cui si
è sancita in termini specifici la suddivisione delle singole parrocchie soprattutto per
rafforzare la responsabilità del parroco o, specularmente del vescovo per quanto riguarda la
diocesi. Ciò non giustifica la sovrana illusione di poter risolvere i problemi soltanto
ridisegnando i confini delle parrocchie: si tratta di operazioni di retroguardia che lasciano
pressoché intonso il nucleo fondamentale del problema.
La non coincidenza tra Chiesa e società, come era invece nella societas medievale
cristiana, è ormai, più praticamente che teoricamente, dato acquisito. In realtà la cosa andò
anche un po' oltre l'epoca medievale quando, dopo la guerra dei Trent'anni, nella pace di
Westfalia si stabilì il principio del Cuius regio eius et religio. L'avvento dell'illuminismo e
l'emergere di modelli di convivenza umana di tipo democratico hanno peraltro posto fine a
questo tentativo. La stessa teologia pastorale e la ecclesiologia nascono, come trattati
specifici, a partire da questa separazione in quanto prima non si poneva il problema di
costruire la Chiesa perché ciò coincideva con la costruzione della società. Anche per questo
la pastorale dei paesi di antica cristianità è appunto una pastorale di cristianità dove cioè
ancora si ragiona in termini di pratica coincidenza tra gli abitanti del territorio parrocchiale
ed i cristiani: non si avverte la diversità del problema.
Lo slittamento semantico effettuato da parrocchia, territorio, cristiani, a comunità
cristiana non è stratagemma sufficiente: si tratta di vedere che cosa significhi in realtà
definire la parrocchia come comunità cristiana. Ora, definire la comunità cristiana nei suoi
snodi essenziali è più compito della ecclesiologia che non della teologia pastorale e dunque
le *trattazioni che sono a disposizione si pongono maggiormente sul versante ecclesiologico
(rischio di un modello deduttivo). Peraltro, lo stesso dato ecclesiologico non esiste mai in
forma astratta ma sempre entro i confini di un'ecclesiologia contestuale in rapporto cioè con
una determinata sensibilità culturale ed un preciso vissuto storico esprimente una precisa
esperienza di Chiesa. La stessa ecclesiologia inoltre, oltre a questo primo aspetto che
potremmo definire congenito, deve poi rapportarsi con la realtà per verificarne la fattibilità e
cogliere il modulo effettivo da porre in essere in quella particolare situazione oltre che per
portare all'ecclesiologia stessa altre nuove acquisizioni, sempre in termini di reciprocità
dialettica (qui non asimmetrica in quanto l’ecclesiologia non è più importante del vissuto
ecclesiale),
Per quanto ci riguarda è dunque possibile giungere ad una conclusione: la comunità cristiana,
quindi anche quella particolare forma di comunità che è la parrocchia, non è
predeterminabile dalla sua figura storica-concreta ma questa si determina sempre nel
confronto tra ciò che la fede dice circa l'essere Chiesa in un luogo ed i dati che appartengono
a quel luogo in reciprocità dialettica, questa volta anche asimmetrica in quanto è in gioco il
dato di fede (non quello ecclesiologico). Non si può quindi dire che cosa sia la comunità
parrocchiale, mentre è possibile tracciare un insieme di fattori ed elementi che concorrono in
questo senso entro la cornice di un metodo. A questo riguardo, circa cioè i fattori, si può
considerare la rilettura compiuta in chiave teologico-pastorale dei quattro attributi del Credo
riferiti alla Chiesa. A ciò si aggiunga il fatto che la comunità cristiana parrocchiale deve
mantenere e realizzare quei fattori secondo cui la si può considerare forma tipica dell'essere
appunto comunità cristiana. Mentre, ad esempio, una comunità religiosa realizza ed accentua
in maniera significativa soltanto alcuni aspetti e alcune vocazioni cristiane e per questo è, per
natura sua, selettiva, la comunità cristiana parrocchiale è chiamata ad articolarsi in modo tale
che in essa trovino posto e spazio le espressioni variegate e molteplici, comuni e meno
comuni dell'esistenza cristiana: non però nel senso di un grande contenitore. Dunque la
parrocchia nella sua vivacità esprime le molteplici forme dell'essere cristiani al punto che
potremmo dire più ce n'è meglio è.
Gli altri caratteri della comunità cristiana parrocchiale sono di più semplice
determinazione in quanto si tratta di concretizzazioni di quei caratteri che si individuano
nella Chiesa nel suo insieme: fraternità, reciprocità, corresponsabilità... A questo riguardo
non è esatto dire che la parrocchia tridentina è una parrocchia dove non c'è partecipazione,
anzi forse ce n'era fin troppa, basti pensare alle innumerevoli confraternite alle fabbricerie
alle varie conferenze e a tutti i loro litigi; addirittura in molte parrocchie vigeva la legge
dell'elezione del parroco da parte dei parrocchiani, privilegio poi soppresso in quanto
rischiava di creare una frammentazione che aveva poco a che spartire con la
corresponsabilità.
Sempre per ciò che riguarda i toni caratteristici la comunità cristiana si è sempre
espressa almeno come una comunità di partecipazione al punto che alcune forme delle
moderna democrazia, sia pur in modalità diverse, trovano origine in alcune regole di tipo
monastico e nella partecipazione dei monaci al governo del monastero. Inoltre attenzione ai
vari carismi e doni da coniugare con la capacità creativa nell'offrire spazi adeguati dove
questi possano nascere e maturare possibilmente evitando la loro negativa concorrenzialità.
Pur non essendo contenitore delle altre figure di Chiesa tutte queste, con il loro
esistere, dicono, opportunamente, riferimento alla comunità cristiana nella forma
parrocchiale anche perché in essa è stabilito nella forma più propria il ministero apostolico
esercitato dal parroco in forma specifica in quanto non né è semplice assistente o delegato,
quanto piuttosto pastore proprio. In qualche modo si tratta dello stesso ministero episcopale
che è in qualche modo presente nella comunità parrocchiale stessa per mezzo della figura e
del ministero dei parroco e del legame che questo intesse con l'intero presbiterio e con il
vescovo.

LA UNIDAD PARROQUIAL

La acción pastoral como corresponsabilidad y participación. La participación es la expresión


de la responsabilidad a diferentes niveles.
La parroquia logra ser parroquia de comunidad cuando logra sublimar los conflictos, ello
implica la teología moral y a la teología espiritual.
Lo primero es crear un ambiente, establecer una técnica para expresar lo que eventualmente
genera conflictividad. La primera forma es crear la modalidad de información, pues si no hay
una comunicación surge el desinterés.
Decir parroquia como comunidad de comunidades significa introducir la modalidad para
ello.
De la información se pasa a la comunicación y luego a la comunión, que por definición es
unión de diversos y por tanto no elimina la diversidad con lo que se abre el capítulo de la
relación entre la parroquia y los movimientos.
Se debe entender que la parroquia no es el contenedor, ni el párroco el manager o quien
acumula en sí mismo todos los carismas, pero como la parroquia es la forma típica de
comunidad, ella se mantiene abierta a las relaciones.
La modalidad de relación es diversa en relación a la parroquia, algunas veces será necesario
hacer una separación. Pero siempre la parroquia debe evitar el asumir la forma de un grupo o
movimiento determinado, lo mismo cuando un grupo se apropia de la pastoral de una
parroquia. En principio los grupos deben enriquecer la vida de la parroquia. Esto es si son
movimientos operativos, pues si son de espiritualidad es una situación diferente.
Esto mismo pasa con el sacerdote, pues el no es la síntesis o la suma de todos los carismas,
por eso, un sacerdote no puede inscribirse a un movimiento específico, esto es diferentes si
son formas de espiritualidad personal. Si esto pertenece a su realidad es diferentes, pues no
puede ser párroco y pertenecer a un grupo (aparte de que crea un conflicto de intereses) pues
sobre todo contradice la naturaleza del ministerio.
La configuración del mapa parroquial debe corresponder a estos tres problemas (a la relación
del hombre con la religión, con la institución y con el territorio) y no al número de
sacerdotes. Plantear las cosas desde el número de presbíteros, es correcto sólo
“canónicamente”, pero no así pastoralmente.
Esta planeación “canónica” tiene algunos defectos:
1º Incrementa la fisonomía de la parroquia como agencia de servicios.
2º Despersonalización del sacerdote y de la comunidad. Con ello se reduce el sacerdote aun
funcionario de bajo nivel (lo que tampoco incide desde el punto de vista vocacional). Este
modo e proceder es dañoso, pues no es tenida en cuenta la comunidad y menos aún la unidad
pastoral).
Se habla de eclesiología de comunión, pero se realizan acciones contrarias a ello. Por eso, lo
mejor es conocer los grandes riesgos y tratar de poner en acto lo que reduce el riesgo.
Aquí surge la pregunta ¿se deben hacer o no unidades pastorales? Se pueden y quizá se
deban hacer, pero ello no debe tener como base la falta de sacerdotes, sino aún donde no
faltan, pues la base es otra, y tomar esto como base es vicia toda la unidad pastoral desde su
raíz.
La unidad pastoral se debe hacer con los sacerdotes que se tienen por la siguientes causas:
1º Una institución como la parroquia, que nace en base a unas coordenadas, y que al entrar
en la ciudad actual ha encontrado otras coordenadas diferentes a las de la parroquia como
circunscripción territorial ha producido una separación mayor. Hoy, la parroquia se
encuentra en una relación de disimetría mayor a la de cualquier tiempo de su historia.
2º Se debe revisar radicalmente la configuración de las comunidades cristianas, si al interno
uno de los puntos fundamentales es la ministerialidad y la estructura parroquial no ayuda y
es insuficiente, , se trata de pasar de una unidad pastoral cerrada a una más abierta. Por eso,
se necesita partir no de la parroquia, sino de una estructura más amplia aún y que englobe a
la parroquia misma. La Iglesia se realiza en un lugar hoy y se tiene que buscar que al pasaje
de un “modelo” de pertenencia al de evangelización, ello se refleje en un modo de ver la
pastoral (de modo centrífugo: cercanos lejanos) y construye su actividad pastoral del punto
de vista del servicio interno de la ministerialidad.
El otro aspecto es la articulación de la parroquia con las otras comunidades dentro y fuera de
la parroquia.
Esto vale para las grandes parroquia y aún para las parroquia rurales.
Desde el punto de vista pastoral, se debe distinguir la pastoral urbana de la rural, ello en
razón de la unidad pastoral que no es uniformidad.
3º La unidad pastoral se ve desde el párroco. Se habla de redes y ello se relaciona a la
jerarquía (hay muchos títulos que solo aumentan la vanidad de los presbíteros). Se deben
tener estructuras que permitan la corresponsabilidad real. Cuando se habla de la unidad, se
debe entender también la organicidad. Se requiere dimensionar la parroquia como parte de
una realidad más amplia. No se puede confundir la gradualidad con la relevancia.
La urbanización, primero de ser un hecho demográfico o topográfico, es un hecho cultural,
todos piensan así, y aún las pequeñas comunidades están urbanizadas. Por ello, se requiere
una acción pastoral impostada de una forma más amplia y organizada.
No se hace una pastoral sanitaria, sino de asistencia y lo mismo pasa en los demás campos
como la escuela, y lo que sale de la vida dela gente queda fuera de la pastoral. Esto, a nivel
de la parroquia es inalcanzable.
Esto, aparecerá como algo inalcanzable y lo será, si dentro del presbiterio continúa la
mentalidad clerical, que abre una posibilidad y unas exigencias de renovación.
Esto comporta la revisión de algunas normas canónicas, como la independencia de las
parroquia, pues sin eso no hay nada. Y aún con eso será difícil, por lo que se debe
acostumbrar a trabajar de esa forma.
Para esto, se requiere la proyección de una pastoral.
La pastoral de la ciudad media, puede ser una pastoral unitaria (cuando se tiene la idea de la
ciudad como una misma unidad), pero ella es algo distorsionado pues no implica a las
comunidades, pues se hace la distinción de la pastoral parroquial de la del ambiente, escuela,
hospital, etc, por lo que se requiere crear sobre el territorio instancias que ayuden a responder
a esa realidad ambiental (por ejemplo a la pastoral bíblica). El defecto es estructural, quizá
de mentalidad, pues no hay una mentalidad de comunión.
La pastoral de comunión es sobre todo una reestructuración profunda que implica muchos
cambios, es el verdadero modo de hacer la unidad pastoral.
Un problema son los grandes centros urbanos, donde se pueden hacer diversas
articulaciones: el problema va más allá de la parroquia, pero toca a ella, es el problema de la
diócesis y su articulación. Las grandes ciudades tienen necesidad de un repensamiento
radical de las expresiones de la vida cristiana, y la configuración rural esta definitivamente
fuera de lugar.
No estamos en una situación análoga a la de la primera comunidad cristiana.
Si la urbanización es un fenómeno cultural, una pastoral que sienta extraña esta realidad no
puede hacer nada, por lo que debemos dejar atrás la pastoral que parece estar anclada a otro
tiempo.
1º Modificación de la relación de la con la religión.
La nuestra es una situación donde el hecho cristiano tiene un papel poco relevante, no sólo
en el mundo de la cultura, sino también en la vida cotidiana, en la gente simple y en su modo
de ver, decir, juzgar y actuar la existencia. Aquí podemos señalar un conjunto de factores
como la privatización (el fai da te); la inconsistencia (es decir, la emigración de la fe a
referencias culturales significativas); separación de los lugares y de los signos de la fe;
politeísmo de valores. Hay un proceso que pone en discusión el suceder del cristianismo en
el mundo moderno (hoy un número siempre mayor de personas no se dejan más determinar
por el poder de vida de la Iglesia), en la mayor parte de los ámbitos, las decisiones de la
persona vienen tomadas sin tener en cuenta los programas de vida de la Iglesia.
La parroquia no es ya la fuente, el problema hoy es que hay muchas fuentes, e incluso, la
secularización ha lanzado la tesis del fin de la religión, M. Weber había pronosticado “el
final de la edad del desencanto”. Las cosas no han sido así y en los 80s se ha dado una vuelta
al sacro, pero no ha sido como un volver nuevamente a casa, pues estamos de frente a otra
crisis muy grave, pues ese retorno al sacro significa una apertura nueva y diferenciada a la
estructura religiosa, pero sin anclajes, sin estructuras, y en medio de todo ello se da una
persistencia de la religiosidad.
La parroquia sufre porque se ha diferenciado la demanda religiosa, y ante ello, la oferta
religiosa de la parroquia aparece poco atrayente y poco satisfactoria, tal como se presenta
hoy, cuando se ha dado una reducción de la vida parroquial a la Misa, con lo que la
parroquia esta lejos de un acto capaz de suscitar movimientos interiores de oración y
religiosidad. Quizá sea necesario reconocer que la celebración es la figura postridentina (en
su contexto), era capaz de mover a actitudes interiores más que las actuales celebraciones, tal
vez porque eran acompañadas de todo un conjunto de celebraciones que acompañaban a la
celebración., pues era todo un modo ritual, incluso las reglas eran más estrictas, lo que
creaba un ambiente espiritual. Hoy el ambiente celebrativo carece de esa “red” que lo
sostenga.
El modelo celebrativo postridentino ha permanecido, y la diferencia es que allá funcionaba
por todo el contexto cultual que tenía y aquí no.
El cambio en esta relación, ha producido que la parroquia sea una institución a donde se van
a solicitar algunos servicios, no se le ve como una institución espiritual, por eso, también,
nadie que quiera ir a orar a la Iglesia.
La vida no es más regida por los ritmos del tiempo sacro, es ya un sacro separado y marginal
“un tiempo cotidiano secularizado, estructurado por un obrar marginalmente lógico, es un
tiempo extraordinario”
La parroquia se siente fuertemente marginada, pues anteriormente los tiempos y ritmos de la
parroquia marcaban trascendentemente los tiempos y ritmos de la ciudad o del pueblo, tanto
en la cultura y en la vida de la persona, cuando antes todos los tiempos eran regidos por la
vida parroquial.
2º Modificación de la relación de la persona con el territorio.
La modernidad ha producido un movimiento simultáneo de rarefacción de la presencia
eclesial en la vida de la persona por un lado y una acentuación de los aparatos
organizativos por otro.
M. Weber adscribe al aparato burocrático:
+ prestaciones por parte de personal especializado.
+ organización y jerarquización
+ rígida división de las competencias y formulación de roles
+ asignación de los medios necesarios con procedimientos administrados del alto
(impuestos).
Esto favorece la deformación de la imagen de la Iglesia, entendida como institución vuelta a
la prestación de servicios y a la creación de la mentalidad del fiel-consumidor, e incide
negativamente en el proceso de socialización y pertenencia.
Entre más se limita la parroquia a responder a las solicitudes del “mercado”, tanto más se
incrementa su figura administrativa, distanciada y anónima, que responde solo
ocasionalmente a las esperanzas religiosas, pero no puede ser vista como ambiente vital de
una fe vivida.
a). Enrarecimiento de la relación con la Iglesia institucional.
En la situación de cristiandad, la relación Iglesia-mundo era comprendida en términos de
identidad, el espacio de la Iglesia coincidía con el del mundo, pero en la unidad actual, esta
situación se ha fracturado.
La sociedad tiende a diferenciarse en sistemas relativamente cerrados y cada uno tiene la
solución a problemas y necesidades bien determinadas, pero ninguno a la clarificación y
transmisión del sentido de la vida. La misma parroquia no esta llamada a desempeñar esta
tarea, pues esta vista como agencia proveedora de servicios, y tomada quizá más por
funcional sectorial
Pero no es la Iglesia la única que padece esta situación, esto lo encuadramos en un
reconocimiento de las instituciones. La modernidad manifiesta una marcada dificultad de
relación entre la conciencia de libertad e individualidad y las instituciones. Hoy prevalece
lo privado, y las instituciones son vistas cuando mucho como instancias que satisfacen las
exigencias individuales. En esta sociedad, los hombres se asocian en cuanto portadores de
necesidades, en cuanto productores o consumidores, en este sentido, la religión, que no
tiene que ver con los fines principales de la sociedad, solo es reconocida en una función de
desagravio y compensación.
Esto produce las dos polaridades simétricas y antitéticas, que son el conformismo y el
subjetivismo
Esto explica la escasa notoriedad y relevancia social de la religión cristiana, ella parece
más como una ética que se expresa solo como exigencia abstracta: el amor cristiano emigra
de la esfera de la justicia al del orden social. La sociedad moderna no cree tener necesidad
de instituciones que garanticen los valores y las normas éticas (y la identidad cultural). En
cierto sentido se puede decir que en la sociedad actual, la fe cristiana es irrelevante, no
porque el mundo es menos creyente, sino porque no hay ya necesidad de ella en este
concepto de sociedad “las sociedades modernas han aprendido a mantenerse en equilibrio
en modo tal que las funciones de una cultura normativa, caracterizada de ideas
condivididas por todos, vienen siempre más superfluas” (artículo de lanza).
En este sentido, la universalidad de la parroquia, corre el riesgo de asumir un perfil
decididamente minimalista.
Se acentúa esa esquizofrenia pastoral para parroquia real y parroquia anagráfica, con lo
que también se generan dos configuraciones de la pastoral, la de la cuidado de la fe y la de
la administración.
Se confirma aquí la tendencia a considerar la parroquia como agencia y no como
institución pública.
b).Crisis de las figuras institucionales de guía.
“Hoy las autoridades religiosas no tienen sino un rol folclórico que desempeñar: aquello
que era función, se ha vuelto ficción”.
Se puede notar que esto no toca solamente a la Iglesia. No es que haya vendo a menos la
exigencia de figuras simbólicas y de guía, sino que ellas no vienen buscadas en ámbitos
institucionales, ni religiosos, ni culturales, ni políticos, sino más bien en le territorio de lo
efímero (deportistas, actores, cantantes opinan sobre temas para los que no tienen ninguna
competencia) o en los de la religiosidad dispersa (dalai lama). En general, la Iglesia ha
permanecido al margen de la dirección social urbana, de las formas de control social, de
los valores y de las formas de comportamientos de la vida ciudadana. Poco a poco, el
sacerdote se ha vuelto también un hombre marginal en sus preocupaciones y en sus
acciones. Probablemente el nivel no sea aún el folclórico, y se dé talvez una caída en la
figura de funcionario y no muy lejano de la percepción sociocultural difusa.
3º Modificación de la relación sujeto / territorio.
Todas las instituciones están en crisis, la pertenencia no esta de moda, ninguno fácilmente se
inscribe a una institución, y menos aún de modo permanente, las relaciones que ahora se dan
son sobretodo móviles. Por otra parte hay un resurgimiento de las figuras de “guía” (ej. el
dalai lama).
La figura presbiteral es la figura representativa de la parroquia, y esta figura esta cayendo,
ahora la figura del presbítero es entendida como la de un funcionario, que ejerce
determinadas funciones sobre un territorio. En el pasado había la cobertura sacral de la
persona, y hoy ya no es así, algunas veces hay algunos intentos de resurgimiento de la figura
y su cobertura sacral. La decadencia en la figura del sacerdote, influye fuertemente en la
crisis vocacional.
Punto neurálgico y clarificador en esta cuestión, puede ser la modificación de la relación
entre la persona y el territorio. El cambio, entendido como comporta entre otras cosas una
situación de movilidad que hace no más proponible una pastoral centrada sobre una unidad
territorial estáticamente entendida. Estamos convencidos de la referencia parroquial, pero la
parroquia no se debe limitar a tentativos afanosos de sobrevivir a sí misma. Resuena la
afirmación del Papa Juan Pablo II a los párrocos de Roma en 1988 “la parroquia debe
buscarse a sí misma fuera de sí misma”, añade “se requiere una metodología. Se debe prever
una metodología. Como andar al encuentro a este mundo secularizado, mundanizado, pero
no del todo desenraizado del contexto cristiano“20. Bajo el perfil de las estructuras operativas
(las otras consideraciones a propósito del cambio, se deben poner bajo un perfil
estrictamente cultural), esta metodología pastoral tiene su punto saliente precisamente en la
consideración de la nueva relación que la movilidad establece con el territorio.
Aquí la modificación de la mentalidad se entiende en la articulación de la vida en referencia
a estructuras distribuidas de manera más amplia y segmentada que en el pasado (los
sociólogos hablan de sociedad sistémica). Mientras en el pasado, la mayoría de las personas
transcurría la vida ligada a un territorio circunscrito (frecuentemente el de su nacimiento),
ahora se extiende la movilidad personal y la familiar, existe además la movilidad de la
comunicación.
A este fenómeno de dilatación se añade la fragmentación de los sistemas de referencia (por
ejemplo el pueblo), ahora esta unidad de referencia, representada casi siempre por la
parroquia, se ha fragmentado. Las personas establecen relaciones diversificadas y no
comunicantes, según los diversos lugares de la jornada o de la semana. Son relaciones
separadas sin un centro de referencia unitaria.
Estos fenómenos hacen del todo inadecuada la estructuración normal de la parroquia:
• Porque su modelo (circunscripción anárquica, autosuficiente), no corresponde a los
conceptos socioculturales de la vida, no sólo en un contexto urbano, sino siempre cada
vez más en contextos provinciales, y no pocos rurales.
• Pluriformidad de referencias territoriales: según las exigencias y las “frecuentaciones”
de cada uno.
• Anonimato, relaciones funcionales.
Incide fuertemente sobre la pastoral parroquial el fenómeno de la urbanización. No se ve
ahora donde es el centro de la ciudad, pues no se le liga a una identidad, faltan puntos de
referencia significativos. .Se pierden así los valores de la vida cívica, y vienen a menos los
códigos de comportamiento, pues no hay nada que haga reconocer esa realidad y la haga
sentir como algo común. En las grandes ciudades, donde el sentido de la comunidad y del
vecinazgo (como base geográfica) ha desaparecido, la parroquia se ha vuelto una asociación
de tipo secundario, asociativo. Quizá el ideal para la sociedad parroquial sería ser de tipo

20
“L’Osservatore Romano”, suplemento 21.02.1988.
comunitario, pero nuestras búsquedas empíricas demuestran claramente que es un ligamen
asociativo.
La urbanización produce un desfiguramiento de la “civitas”, y consecuentemente el barrio, y
por tanto el territorio de la parroquia, no es de ningún modo una patria, no es la realización
cristiana de un destino natural o de un destino asignado a las formas histórico-sociales de la
esperanza humana.
Estas dificultades, son un fenómeno estructural, no se tata de fenómenos pasajeros, de los
que se pueda salir con transformaciones internas al modelo (como la comunidad de base). La
cuestión es más radical y compleja, si la Iglesia quiere de verdad estar más cercana a los
hombres en todos los sectores de la sociedad, deben ser vecinas a la movilidad.
Conclusión.
Los problemas de la parroquia, ahora que estamos cerca del tercer milenio, no vienen por
parte del clero, esto debe considerarse más que causa, un efecto de toda esta situación.
El análisis teológico-pastoral muestra claramente los puntos débiles y los riesgos que una
vista acelerada implica.
Podemos reunir sintéticamente las instancias críticas como sigue:
1º Sobre el plano de la impostación teorética. Bajo el perfil de las impostaciones de la
cuestión, así como comúnmente acontece, se evidencian las siguientes insuficiencias:
• El problema es enfrentado al revez, en vez de poner en el tema a la comunidad
cristiana local, como ella pueda y deba realizarse en sus articulaciones, estructuras y
funciones en las condiciones socioculturales presentes, en ello se limitan de hecho a
poner sobre el tapete de la discusión, la disminución numérica e los presbíteros,
orientando toda la reflexión a una redistribución del clero sobre el territorio, para
permitir un mínimo de servicios sacramentales.
• El modelo, según esta reorganización del personal, cuando es realizada, presenta
características tales de tener que considerar necesariamente a las antipodas del
modelo-comunidad (y de la subyacente eclesiología de comunión), al que según todas
las indicaciones del Magisterio y de la teología pastoral deben inspirarse la vida y la
organización de la Iglesia.
• Viene relativizado sobre todo el relieve de la comunidad local dotada de fisonomía y
consistencia propia, que es absorbida en el nuevo sujeto organizativo.
• Se acentúa también el peligro de la burocratización, las unidades pastorales tienen el
riesgo de volverse una especie de “pronto auxilio” de la zona, al que se hace referencia
para las necesidades urgentes.
• Esto afecta finalmente la presbítero, quien se debe ver reducido a la figura de la
prestación de obras, más que a una relación personal en un contexto comunitario.
2º Sobre el plano de la praxis pastoral. Bajo el perfil de las realizaciones concretas (la praxis)
surgen esos riesgos:
• Atenuación del ya débil sentido de comunidad y de pertenencia eclesial.
• Sobrecargo para los presbíteros, con la agravante de la despersonalización y de la
fragmentación psicológica.
• Reforzamiento de la negativa tendencia a la clericalización de las nuevas figuras de los
colaboradores laicos.
En realidad, la “unidad pastoral” es, mucho más, antes que una forma de organización de la
pastoral sobre el territorio, una nota de eclesiología originaria. Unidad en la pastoral, por
tanto entre los sujetos, las formas, las instituciones, según el criterio principal de la unidad de
misión en la diversidad de ministerios, oficios y funciones (Chl 23). Con el intento,
sobretodo, “que se rehaga el tejido cristiano de las mismas comunidades eclesiales” (Ch L
34).
Estas consideraciones, buscan acabar con el “facilismo” y el “pragmatismo” con el que este
problema crucial suele ser enfrentado. Ellas señalan la insuficiencia de cada solución
meramente organizativa y reclaman un repensamiento sustancial de la figura y de las
actividades de la pastoral sobre el territorio (ello implica no sólo a la pequeña comunidad
parroquial por la falta de sacerdotes, sino también a la reconfiguración de las formas de ser
Iglesia en un lugar en la ciudad).
La cobertura teológica que frecuentemente viene dada a la elección de las unidades
pastorales, se mantienen de hecho a nivel de consideraciones generales y exhortaciones
abstractas. No se va a la raíz del fenómeno, no se indagan las causas, no se verifican los
modelos pastorales subyacentes, no se interroga sobre cuales formas de Iglesia local se
deben asumir no en su ideal general (eclesiología de comunión) sino en su figura
operativa (nuevos modelos de parroquia). El motivo que ocasiona la discusión es la
creciente falta de sacerdotes, pero aunque esto es cierto, solo con una aproximación
auténtica se podrá conducir a una renovación de la pastoral, lo que se ha hecho
necesario por razones mucho más profundas que por la falta de sacerdotes.
Soluciones solo de tipo práctico-organizativo no son lo más adecuado (es como poner un
parche nuevo sobre un vestido viejo). Esta situación impone concepciones,
percepciones, mentalidad, además que estructuras y formas del todo nuevas, nuevas
desde lo profundo. En caso contrario, la unidad peligra en ser una especie de
“gatopardismo” pastoral, donde todo cambia porque todo permanece como antes. La nueva
evangelización, exige una verdadera conversión pastoral. Si la unidad pastoral no es un
nuevo modo de hacer pastoral, se llegará la frustración. Por eso, se debe tener una actitud
positiva, sin temer las situaciones de crisis.
El modelo tridentino, centrado en la parroquia, territorialmente circunscrita, fue en su
contexto, una solución valida y eficaz, que ha permanecido egregiamente durante siglos,
pero nuestro tiempo, radicalmente cambiado, presenta problemáticas que de ningún modo
pueden ser resueltas actuando al interno de tal impostación.
Es necesario un repensamiento desde la raíz, capaz de individuar la justa dirección, de
perfilar horizontes y procesos, de tomar la oportunidades del hoy, volviéndose a las
situaciones sin prisas y aventuras. E impensable que un cambio radical encuentre soluciones
completas en breves tiempos.
El modelo de la unidad pastoral, por lo menos como se ha realizado de hecho, no parece el
más adecuado, se trata de iniciar transformaciones pastorales que hagan posible una
comprensión “extroversa” de la parroquia y una verdadera pastoral interparroquial, no solo
como una redefinición burocrático-administrativa de las circunscripciones territoriales, sino
como reconfiguración de las instituciones de los roles eclesiales, con la introducción de
figuras dotadas de responsabilidad y autoridad. Siempre más frecuentemente los problemas a
afrontar y los recursos requieren un superamiento delos confines de la parroquia, sobre todo
en la ciudad, y la constitución de agregaciones laicales interparroquiales.

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