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GIOACCHINO DA FIORE

Gioacchino da Fiore apparteneva all’Ordine di Sion, e progettò la Basilica di San


Marco a Venezia ispirandosi al Tempio di Salomone. Ne fece fare a Reggio un
primo “modello” dalla scuola orafa della Sambucina. Vicino al Teatro della
Fenice gli è intitolata una chiesa, “Chiesa di San Fantin Cavaliere e Calabrese”.
La leggenda cavalleresca di Lancillotto e del Graal è ispirata ai principî del
“Vangelo Eterno” di Gioacchino. E Gioacchino incontrò a Messina Riccardo
Cuor di Leone in partenza per le Crociate.
Il primo romanzo graaliano si deve a Chrétien de Troyes; a Troyes si tenne il
Concilio che sancì la nascita dell’Ordine del Tempio; un cofanetto del XII Secolo,
proveniente da quella città, raffigura la chiesa dell’Annunziata di Reggio. (Di
Troyes era pure originario Hugues de Payns, il fondatore dei Templari.)

Il miracolo eucaristico di Sant’Erasmo, che ha collegamenti con i “codici” di


Gioacchino da Fiore, è praticamente identico all’apparizione del Graal a Sir
Galvano descritta nel “Perlesvaus”, di autore curiosamente anonimo, opera che poi
ispirò il celebre “Parzival” di Wolfram von Eschenbach. Quest’autore identifica
il luogo della rivelazione del Graal a Galvano in “Pietracoppa” (oggi “Pietra
Cappa”, foto a dx), un gigantesco masso simile a una sfinge egizia, nei pressi
di Samo (centro della Riforma Valdese del 1500: fu in questa cittadina, e non
nell'omonima città greca, che nacque Pitagora?), sulla cui sommità sorgeva
una chiesa bizantina.
I FRATI CHE RINVENNERO IL TESORO DI ALARICO
Gioacchino si recò da giovane sul Monte Tabor e vi sostò in penitente digiuno.
L’Ordine di Sion fu fondato su questo Monte Tabor, a Gerusalemme, dagli Eremiti
Agostiniani di Val di Crati, monaci calabresi capeggiati da un vescovo di
nome Arnolfo e provenienti dall’eremo silano di San Martino di
Pietrafitta (foto) — il posto dove poi Gioacchino da Fiore si ritirò a meditare la
Riforma Cistercense e dove anche morì.
Papa Urbano II, amico di Matilde di Toscana, incaricò Arnolfo di San Lucido di
predicare la prima Crociata.
L’abbazia della Matina di San Marco Argentano, vicina alla Val di Crati, era diretta
da quell’abate “Ursus” che ricorre nella nascita dell’Ordine di Sion e nell’opera
del “consesso segreto” diretto da “frati calabresi” che offrì il trono a Goffredo.
In Val di Crati, nel letto della parte di fiume “Busento” adiacente Cosenza,
fu seppellito in segreto il re dei Goti Alarico con tutti i suoi tesori trafugati a
Roma (fra cui l’Arca dell’Alleanza e il Candelabro a sette braccia).
La tomba di Alarico non è mai stata ritrovata, ma alcuni antichi documenti
riportano la notizia che gli Eremitani di Sant’Agostino capeggiati da Ursus
(poi confluiti a Orval e fondatori dell’Ordine di Sion) avevano «trovato
qualcosa di interessante, intorno al loro insediamento (in Val di Crati), che
riguardava la “X Legio Fretensis” e il Tempio di Salomone» — e subito
avevano incominciato a predicare con impeto la necessità della Prima
Crociata.
Il “Beaucent”, il famoso gonfalone dei Templari, foneticamente è “Bosènt”, come
il fiume di Alarico.
(Curiosità non da poco: Joseph Ratzinger, eletto papa con il nome di Benedetto
XVI dopo essere stato per lunghi anni a capo dell’organo che nel Medioevo si
chiamava Santa Inquisizione, appena eletto fece sapere alla stampa che il suo
simbolo è l’Orso. Non solo: la prima “personalità” da lui ricevuta in Vaticano dopo
l’elezione al soglio di Pietro non fu né un capo di Stato né un alto prelato:
Benedetto XVI accolse

per primo il Gran Maestro dell’Ordine degli Ospitalieri di Malta, ossia il capo
di coloro che hanno ereditato i resti, da 7 secoli a questa parte, del defunto Ordine
dei Poveri Cavalieri di Cristo. Insomma, i più diretti discendenti dei
Templari! ...Papa Ratzi, cosa avevi da nascondere? Perché il tuo simbolo è
sempre stato l’animale tanto caro agli esoteristi, e che si originò in
Calabria?)

La Madonna Nera di Taureana, o Odigitria, più famosa come “Madonna dei


poveri di Seminara”, la più antica statua lignea della Calabria (foto), alta ben 92 cm
e seconda sola alla Madonna di Verdelot in Francia, così simile a quella presente
nella Basilica di San Marco, fu scolpita con legno di quercia proveniente da
Montaigu, in Belgio, adiacente a quella Orval nelle Ardenne dove, nell’abbazia
donata loro da Matilde di Toscana (“contessa di Bova”, madre adottiva di
Goffredo di Buglione), si stabilirono i monaci fondatori dell’Ordine di Sion. La
festa tenuta a Taureana, in onore di San Fantino e della Madonna dei poveri,
richiama da vicino lo “sposalizio del mare” che si tiene a Venezia. I legami fra
Calabria e Belgio sono ancor oggi evidenti e strettissimi: la regina del Belgio è
stata infatti a lungo Paola di Liegi Ruffo di Calabria (e d’altro canto come non
rammentare che i re crociati del XII Secolo che rinvennero “qualcosa di
innominabile” a Gerusalemme si chiamavano come gli ultimi regnanti belgi,
“Baldovino”?).

IL GOTICO E I ROMANZI CORTESI NACQUERO A


REGGIO?
A Reggio nacque la fusione fra gli stili architettonici bizantino e islamico
che diede origine all’architettura gotica. E fu nella Calabria bizantino-
normanna che si gettarono le basi della letteratura cortese e
cavalleresca francese: una di queste opere, citata dal trovatore anglo-normanno
Ambroise d’Evreux, ch’era al seguito di Riccardo Cuor di Leone nel 1190 in Sicilia,
si intitola “Chanson d’Aspremont” (Canzone d’Aspromonte) ed è di poco
anteriore al “Perceval” di Chrétien de Troyes, il primo romanzo del Graal.
Sui capitelli del portale dell’Abbazia di Santa Maria della Sambucina (foto)
sono scolpiti gigli quasi identici all’emblema del Priorato di Sion. In chiese e
abbazie di Terreti, Calamizzi e Calanna, intorno a Reggio, ci sono
decorazioni che richiamano la Rosacroce.
Nella reggina Chiesa degli Ottimati, il pavimento ha mosaici che raffigurano la
rossa Croce di Malta (eredità Templare-Ospitaliera) inscritta in una rosa
quadrilobata stilizzata (Rosa+Croce).
Di Reggio era quella romana “Decima Legione Fretense” (la “X Legio
Fretensis”, dove fretensis si riferisce allo Stretto di Messina) che crocifisse
Gesù Cristo e che più tardi agli ordini di Tito distrusse il Tempio di
Gerusalemme portandone a Roma i tesori ebraici (poi trafugati da Alarico).
Fu sempre in Calabria che, come narra velatamente Wolfram von Eschenbach,
autore del famoso “Parzival”, i Templari ricevettero la notizia dell’esistenza
del Graal.

Alcune tesi sostengono che Artù non sia altro che Lucius Arctorius:
funzionario romano appartenente alla reggina “X Legio Fretensis” di
stanza in Britannia, la cui esistenza è testimoniata da un’iscrizione funeraria
bretone, chiamato in soccorso dal re dei bretoni Vortigern per contrastare i
Sassoni. Suo capostipite sarebbe, come per i “Bretti” calabresi, quel Bretto figlio
di Ercole arrivato in Britannia dopo l’incendio di Troia. Detto in altro modo: il
primo nome della Calabria era “Brutium”, i Calabresi sono
ancora noti come “i Bruzi”, Bruto era il fondatore della
Britannia e capostipite di Artù. Non è perciò un caso che la leggenda
di Re Artù e della Fata Morgana (nome usato sullo Stretto per indicare un
fenomeno di rifrazione ottica molto particolare, ben visibile soprattutto dal
Castello dei Ruffo a Scilla: i Ruffo, come detto, sono ancor oggi i reali del Belgio, il
Paese con Orval e in cui nacquero i romanzi del graal; ma la cosa più bizzarra è che
un nome estratto da un mito nordico finisca giù a Sud in riva allo
Stretto: nessuno storico sa spiegare quando, come e
perché) venga da alcuni storici anglo-normanni localizzata sia sullo Stretto che
in un non meglio precisato “Regno di Locri” — ed è esistito un “Tristano”
compositore di canzoni nel Castello di Reggio —. Nell’ottica di questo strano
gemellaggio calabro-britannico, è curioso infine che il più classico dei tè
inglesi, l’Earl Grey, sia a base di bergamotto, agrume che cresce soltanto in
un tratto della costa jonica della provincia di Reggio...
CROCIATE? O PIUTTOSTO “ROSACROCIATE”?
Il calabrese Alessandro Amarelli, da Rossano, morto nella Prima Crociata,
era cugino di Ugo di Payens, primo Gran Maestro Templare. E la Calabria è
ricca di antichi insediamenti Templari.

Basiliani calabresi possedevano a Rocca Niceforo, vicino Mileto, un’abbazia che


era detta di “Santa Maria di Monsalvato”: il nome è fatalmente simile a
quel Montségur, rifugio degli ultimi Catari, che è anche il “Munsalväsche”
del Parzival di Wolfram von Eschenbach. L’abbazia era stata fondata dal Niceforo
che vinse i Saraceni in Calabria e che era Maestro dell’Ordine dei Cavalieri di
Rodi (i cui tanti possedimenti fra Monasterace e Stilo passarono ai Templari
“Gerosolimitani” con una rosa per simbolo); fu poi detta “di San Giovanni
Theresti” (foto piccola) e passò in mano agli Eremitani di Sant’Agostino —
quelli di Orval e di Sion —. Fra l’altro, San Giovanni Theresti ha intitolata una
chiesa, a Stilo, di derivazione Templare.
Johann Valentin Andreae, l’autore delle celebri “Nozze chimiche di Christian
Rosenkreutz” e dei Manifesti Rosacrociani del 1616, era di origine calabrese-
valdese (i suoi genitori erano scampati in Germania ai tempi della persecuzione
contro i Valdesi, anno 1561, e il vero cognome era probabilmente D’Andrea —
«Andreae» è genitivo latino) ed era fraterno amico di Tommaso Campanella,
il filosofo di Stilo dapprima affiliato alla Confraternita della Rosacroce e dalla
quale poi si affrancò quando essa entrò in connubio con il Protestantesimo. Andò
a trovarlo in prigione, e ne tradusse in tedesco le poesie.

A ‘Roseto’ Capo Spulico c’è un castello (foto), nel cui portale è inciso il simbolo
della Rosa, citato dall’alchimista Robert Fludd come uno dei “nove soli collegi
al mondo” in cui i Rosacroce “risiedevano visibilmente”; in questo
castello Federico II custodì la Sindone; nello stesso posto una principessa sua
discendente trovò un “onfale”, palla ovoidale in pietra, con i simboli templari
dell’Agnello mistico, della Croce e del Giglio — il che, accostato ai trascorsi della
Sindone del suo prozio, fece sospettare che all’interno ci fosse la Coppa del
Graal —. Nei dintorni c’è un altro castello, detto del “Piano delle Rose”, dove
Pitagora si ritirava a meditare e che la leggenda popolare indicava come “reggia di
Eolo”.
SHAKESPEARE COME LOREDANA BERTÉ
William Shakespeare, il più grande drammaturgo degli ultimi mille anni, era
originario. . . di Bagnara Calabra (come la famosa cantante). Il suo vero nome
era Michelangelo Florio Crollalanza, era figlio di Giovanni Florio (amico
di Giordano Bruno, professore di lingue a Oxford e precettore del principe
Enrico) e Guglielma Crollalanza, due coniugi perseguitati dall’Inquisizione e
riparati in Inghilterra (più o meno nello stesso periodo dei genitori di
Andreae/D’Andrea). Shakespeare avrebbe tratto dalla madre lo
pseudonimo con il quale è passato alla storia: William da Guglielma,
quindi Shake (scrolla) e Speare (lancia). A Giovanni Florio si deve il primo libro
tipografico in caratteri ebraici stampato al mondo, un commento cabalistico
al “Pentateuco”, tuttora conservato a Oxford. Alla famiglia Florio apparteneva quel
Vincenzo, nato a Bagnara nel 1799, che aveva fondato in Sicilia grandi stabilimenti
per la produzione di tonno sott’olio, aziende per la diffusione del vino Marsala e la
più grande società di navigazione a vapore del Mediterraneo.

SE GESÙ NON MORÌ SULLA CROCE, PASSÒ DALLA


CALABRIA
Leggende medievali vogliono che Gesù Cristo abbia curato le ferite del Calvario
alle Terme di Guardia Piemontese — alle quali attinse anche Enea sfuggito a Troia
—, per questo dichiarate sante da San Francesco di Paola; le stesse “voci” vogliono
che il vero nome di Giuseppe d’Arimatea sia “d’Amantea”. La Calabria è anche la
terra del “Giardino delle Esperidi”, e gli Ebrei vi si recano da millenni per
raccogliere il cedro (“l’Albero più prezioso del Paradiso Terrestre”) per le loro
funzioni religiose. Come attesta la sinagoga di Bova Marina, gli Ebrei erano già in
Calabria ai tempi di Gesù. E lo stesso Gesù, in base al “rito del pane e del vino”
testimoniato già a Qumran, forse apparteneva alla setta degli Esseni — i quali
potrebbero essere identificati con gli “Ausoni”, il primo popolo italico,
originario della Calabria: ne professavano l’identica dottrina monoteista,
antesignana del Cristianesimo, originata dal pensiero del... “calabrese”
Pitagora (nato a Samo: ma la Samo di Grecia o la Samo della zona grecanica
calabrese?), e adoravano il solo Giove, non a caso assonante al Geova ebraico.
Gli Esseni venivano anche definiti “terapeuti pitagorici”, e Plinio il Vecchio li
chiama “gens aeterna”, popolo eterno; e gli Ausoni calabri conoscevano già, al pari
dei cabbalisti ebrei, il Tetragrammaton, le “quattro lettere di Dio”, JHWH.
Lo stesso Parsifal corrisponderebbe a Japhet, o Italo Junior, nonno di
quell’Aschenez da Reggio, pronipote di Noè, dal quale discenderebbero i popoli
indoeuropei. E Rudolf Steiner localizzò a Reggio il castello di Klingsor, il
nemico del Graal e di Parsifal.
L’UNICO “ITALIANO” AL CONCILIO DI NICEA (325
d.C.) FU UN CALABRESE
Quello di Nicea è stato il primo concilio ecumenico — da oikoumenikos, che
letteralmente significa “mondiale” ma che al tempo indicava di fatto i territori
dell’Impero Romano — del mondo cristiano, secondo la prassi del “concilî di
Gerusalemme” di età apostolica. Convocato e presieduto dall’imperatore
Costantino I, preoccupato dalle dispute tra cristiani che stavano minacciando
l’unità dell’Impero, ebbe inizio il 20 maggio del 325 d.C.. Siccome la disputa
ariana era nata e coinvolgeva le chiese d’Oriente, di lingua greca, la
rappresentanza latina al concilio fu ridotta: il papa Silvestro era rappresentato da
due preti, e più in generale i 318 ecclesiastici presenti (si noti che, nell’Antico
Testamento, Abramo fa circoncidere i suoi “318 servi”) erano tutti orientali tranne
quattro europei — di cui uno solo italiano: Marco “di Calabria” — e un
africano. In effetti, molti dei termini poi usati nel concilio erano abbastanza oscuri
per coloro che non parlavano il greco; parole come “essenza” (ousìa), “sostanza”
(ipostasi), “natura” (physis) e “persona” (prosopon) contenevano una varietà di
significati che venivano direttamente desunti dai filosofi pre-cristiani e che non
potevano che introdurre gravi incomprensioni se non spiegati adeguatamente. La
parola homooùsion, “della stessa essenza”, in particolare — che tra l’altro viene
approssimativamente tradotta nel latino del “Credo” con consubstantialem —, fu
inizialmente poco apprezzata dai vescovi convenuti, per la sua vicinanza formale
con gli Gnostici che ne facevano uso abbondante nella loro teologia. Lo scopo
fondamentale del concilio era in ogni caso quello di rimuovere le divergenze nella
Chiesa di Alessandria e stabilire la natura di Cristo in relazione al Padre; in
particolare, stabilire se il Figlio fosse della stessa ousìa del Padre.

CALABRESI ANCHE DIETRO LA QABBALAH, IL


CALENDARIO GREGORIANO, GLI “AMANUENSI” E
L’ISTITUZIONE DELLE “UNIVERSITÀ”
Aloysius Lilius: nessuno lo sa, ma fu questo abitante di Cirò (vi nacque nel
1510) a regalare al mondo il Calendario Gregoriano come lo conosciamo oggi,
formulandolo nel 1582. «Trenta giorni, insieme a Novembre, sono Aprile, Giugno e
Settembre; di ventotto ce n’è uno, tutti gli altri son di trentuno»: il calendario
“giuliano” (introdotto da Giulio Cesare nel 45 a.C.) aveva perso 10 giorni in 1600
anni; il medico, matematico e astronomo Luigi Lilio (Aloysius Lilius) riuscì a
convincere il papa che i suoi calcoli potevano garantire il calendario perfetto. E
così, da allora, fu, solo con leggerissimi cambiamenti...
La tradizione ebraica calabrese è ancestrale; lasciando da parte la fondazione
leggendaria di Rhegium da parte di Aschenez (Askenazi) nipote di Noè, ci sono
prove ben più concrete dell’influenza askenazita nel Sud d’Italia. La sinagoga del
IV Sec. d.C., ricca di mosaici, di Bova Marina, è la più antica in Occidente dopo
quella di Ostia Antica; a Reggio fu stampata la prima opera in ebraico, il
commento di Rashi alla Torah; soprattutto, reggino fu Chayim Vital Calabrese,
il più grande studioso della Qabbalah, figlio di quel Yosef Vital noto come sofer
(scrittore) di pergamene di tefillin (filatteri), i cui manufatti erano conosciuti in
tutto il mondo come “tefillin del Rav calabrese”. Nel Medioevo moltissimi furono
gli ebrei che si stabilirono in Calabria, aumentando fino alla cacciata dell’inizio
del XVI Sec.; tornarono per pochi anni, richiamati dagli abitanti oppressi dai
banchieri cristiani, e furono definitivamente mandati via nel 1541. L’evento non fu
estraneo alla decadenza economica della Calabria, in particolare nel settore legato
alla lavorazione della seta.

Flavio Magno Aurelio Cassiodoro Senatore, semplicemente conosciuto


come Cassiodoro, politico, letterato e storico romano, visse un’importante
carriera politica sotto il governo di Teodorico; fu governatore della Sicilia nel 490
e della Calabria fino al 507. Al termine della Guerra Gotica si stabilì a in via
definitiva a Squillace, dov’era cresciuto (e forse nato) e dove fondò il monastero
di Vivario con la sua celebre biblioteca.
Al Vivarium trascorse il resto dei suoi anni, dedicandosi allo studio e alla scrittura
di opere didattiche per il clero. Qui istituì lo “scriptorium” per la raccolta e la
riproduzione di manoscritti che fu il modello a cui successivamente si
ispirarono i monasteri medievali: i codici prodotti nel monastero e oggi
conosciuti come “Scuola di Squillace” raggiunsero una certa popolarità e furono
molto richiesti. Il calabrese Cassiodoro, in pratica, può essere considerato
l’inventore degli “Amanuensi”, coloro che per tutto il Medioevo
preservarono la cultura antica dalla sparizione. Non solo: in questo famoso
cenobio Cassiodoro cercava un’efficace conciliazione della scienza sacra con
quella profana, e lasciava ai monaci la più totale libertà nella preghiera e nella
scelta degli interessi, pur procurando di trasmettere le opere ai posteri col
magistero dell’insegnamento e col fare trascrivere codici dai calligrafi. Oltre
perciò a raccogliere i tesori della sapienza degli antichi, istituì una “accademia di
studi divini e umani”: fu dunque anche il precursore delle Università.

ALTRE NOTIZIE SPARSE


Cicerone evidenziava il rapporto e le analogie fra i celtici sacerdoti Druidi e il
pensiero di Pitagora.

Talune credenze esoteriche vogliono che, dopo il Diluvio di Deucalione citato da


Tito Livio, la vita sia ripartita dalla penisola italica (da qui il nome Italia:
“Vitalia”).

La teoria eliocentrica di Copernico era in realtà ispirata all’opera del reggino


Gerolamo Tagliavia.

Il capo del gruppo che fondò i Templari, Ugo di Payns, non era il nobiluomo
francese Hugues de Payens bensì il nobile nocerino Ugo dei Pagani,
proveniente da Pagani in provincia di Salerno, ed era imparentato con la
famiglia calabrese Amarelli (tuttora esistente, e famosa per il commercio di
liquirizia). Il suo “vice”, citato sia da Guglielmo di Tiro che da Giacomo di Vitry,
Geoffroi de Saint Aldemar, era un altro nobiluomo meridionale (nell’XI Secolo, gli
Aldemari erano un casato salernitano e gli Ademaro erano conti di Nocera). I
traduttori dei libri di Guglielmo di Tiro e di Giacomo di Vitry — quanto
involontariamente non si sa — resero francesi i due capi del gruppo, che per il
resto era costituito da esponenti della nobiltà Franca.

La Gioconda di Leonardo è probabilmente il ritratto di Monna Lisa Gherardini,


moglie di un commerciante di pelli fiorentino, messer Francesco Zanobi del
Giocondo, morta di malaria a Lagonegro, di ritorno da un viaggio col marito in
Calabria. Il volto pallido, gonfio e giallognolo del dipinto testimonia forse la
malattia, e se effettivamente Leonardo accompagnò l’amico Zanobi in quel
viaggio, allora il paesaggio che si vede sullo sfondo non è altro che la
tortuosa Valle del Noce, che divide la Calabria dalla Lucania. Fra l’altro a Lago,
sopra Amantea, è conservato un impressionante dipinto cinquecentesco di
autore ignoto, unico in Calabria, che ricorda gli “sfumati” di Leonardo e
richiama la sua “Vergine delle Rocce”; in questo quadro è visibile un mercante,
accompagnato da una donna, che contratta con due uomini. I luoghi della vicenda
richiamano quel “confine calabro-lucano” citato da Robert Fludd come uno
dei “nove collegi” dei Rosacroce. Anche se i piani di monsieur Plantard col
fantomatico Priorato di Sion sono stati da tempo scoperti (vedere
sito Prioratodision.net), è comunque curioso che, al pari di Fludd, anche Leonardo
venga elencato nella lista dei Gran Maestri del Priorato di Sion...

Nel 1070 un gruppo di monaci provenienti dalla Calabria aveva raggiunto


nella foresta delle Ardenne una proprietà di Goffredo di Buglione, futuro
primo re di Gerusalemme dopo la “liberazione” del 1099 (termine della Prima
Crociata). Qui ricevevano un’eccellente accoglienza, la protezione di Matilde
di Canossa, Duchessa di Toscana, “contessa di Bova” e madre adottiva di
Goffredo, e un vasto terreno a Orval (oggi in Belgio), ove costruivano
un’abbazia; un membro di questo gruppo sarebbe stato l’istitutore di
Goffredo di Buglione (cfr. N. Tillière, “Histoire de l’Abbaye d’Orval”, Orval
1967).
Poco prima della fine dell’XI Sec. quei monaci abbandonavano l’abbazia di
Orval per scomparire apparentemente nel nulla. Benché non vi sia traccia
della loro destinazione, un’ipotesi accreditata è che questa fosse
Gerusalemme: è certo che Pietro l’Eremita, il carismatico ispiratore delle
Crociate, si fosse imbarcato per la Terrasanta (era a Gerusalemme almeno
fin dal 1099, con Goffredo di Buglione) e, quale membro della stessa
comunità di Orval (notizia incerta), è molto probabile che fosse stato ben
presto raggiunto dai suoi confratelli. Nel 1099 cadeva Gerusalemme, e il
trono veniva offerto a Goffredo «da un consesso anonimo capeggiato da un
vescovo venuto dalla Calabria» (cfr. Guillaume de Tyre, “Historia rerum in
partibus transmarinis gestarum (Storia delle imprese d’Oltremare)”, XII
Sec.). Per volontà di Goffredo veniva costruita sul Monte Sion un’abbazia
fortificata che assumeva il nome del luogo, e che veniva assegnata ai
personaggi che gli avevano offerto il trono.
I legami dei potenti con la Calabria erano del resto ai massimi livelli. Papa
Urbano II, amico di Matilde, nel 1094 a Guastalla (territorio di Matilde) aprì
un sinodo e lanciò il bando della Crociata; in seguito incaricò il monaco
calabrese Arnolfo di San Lucido di predicare la Prima Crociata nell’Abbazia
della Matina di San Marco Argentano (CS). E un “Arnulf”, amico del «vescovo
venuto dalla Calabria» (cfr. Guillaume de Tyre), fu eletto primo patriarca
latino di Gerusalemme al termine della stessa Crociata.
Su un colle denominato Monte Sion, posto a sud di Gerusalemme, nel
1099, c’erano le rovine di una chiesa bizantina del IV Sec., denominata “la
Madre di tutte le Chiese”. Per ordine di Goffredo di Buglione, proprio su
quelle rovine veniva edificata un’abbazia: un edificio imponente progettato
per una comunità autosufficiente. Un cronista del 1172 riferisce che essa
era saldamente fortificata, munita di mura, torri e bastioni di difesa, e
veniva chiamata “Abbazia di Nostra Signora del Monte Sion”. Era certo
occupata da qualcuno: un ordine che prendeva il nome dall’abbazia? Dalle
documentazioni pervenute fino a noi emerge che i cavalieri e i monaci che
occupavano la chiesa del Santo Sepolcro, instaurata dall’attivo Goffredo,
costituivano un ordine ufficialmente riconosciuto, detto appunto “del Santo
Sepolcro”: lo stesso principio potrebbe essere applicato agli inquilini
dell’Abbazia del Monte Sion. Già nel 1698 uno storico riferiva testualmente:
«Vi erano in Gerusalemme, durante le Crociate, Cavalieri legati all’Abbazia
di Nostra Signora di Sion». Sono stati portati alla luce gli originali di
documenti dell’epoca, che recavano il sigillo e la firma di vari priori di
“Nostra Signora di Sion”: uno di questi, datato 19 luglio 1116, è firmato da un
priore “Arnaldus”, mentre in un altro, del 2 maggio 1125, il nome di
“Arnaldus” è abbinato a quello di Hugues de Payens, primo Gran Maestro
templare (cfr. R. Röhricht, “Regesta Regni Hyerosolimitani”, Innsbrück 1893
- p. 19 n. 83 e p. 25 n. 105). Arnaldo e Arnolfo potrebbero essere
traslitterazioni, per uno dei frequenti errori di copiatura dell’epoca, di una
stessa persona?

– so tutta la storia dall’anno Mille, se ti interessa.


– parla pure, è un piacere starti a sentire.
– oh, se proprio ti va... – disse la Tanzor, e s’aggiustò ancora un po’ all’indietro, con grande sforzo. –
allora... su un colle denominato Monte Sion, posto a sud di Gerusalemme, nel 1099, c’erano le rovine di
una chiesa bizantina del iv Secolo, denominata “la Madre di tutte le Chiese”. per ordine di Goffredo di
Buglione, proprio su quelle rovine veniva edificata un’Abbazia. un edificio imponente progettato per una
comunità autosufficiente. un cronista del 1172 riferisce che essa era saldamente fortificata, munita di
mura, torri e bastioni di difesa. veniva chiamata Abbazia di Nostra Signora del Monte Sion. era certo
occupata da qualcuno: un Ordine che prendeva il nome dall’Abbazia? non era una possibilità
irragionevole, ma restava pur sempre una semplice ipotesi. dalle documentazioni pervenute fino a noi
emergeva un fatto nuovo: i Cavalieri ed i monaci che occupavano la chiesa del Santo Sepolcro, instaurata
dall’attivo Goffredo, costituivano un Ordine ufficialmente riconosciuto, detto appunto “del Santo
Sepolcro”. lo stesso principio poteva essere applicato agli inquilini dell’Abbazia del Monte Sion, ed i
documenti dimostravano che questa doveva essere la realtà. la comunità assumeva infatti il duplice nome
di Santa Maria del Monte Sion e del Santo Sepolcro. già nel 1698 uno storico riferiva testualmente: «Vi
erano in Gerusalemme, durante le Crociate, Cavalieri legati all’Abbazia di Nostra Signora di Sion». sono
stati portati alla luce gli originali di documenti dell’epoca, che portavano il sigillo e la firma di vari priori
di “Nostra Signora di Sion”. ad esempio uno di questi, datato 19 luglio 1116, è firmato da un “priore
Arnaldus”, mentre in un altro, del 2 maggio 1125, il nome di Arnaldus è abbinato a quello di Hugues de
Payens, primo Gran Maestro del Tempio.
– il primo boss Templare.
– esatto. era stato quindi accertato che l’Ordine esisteva fin dal tempo della prima Crociata. ma quando, e
da chi, era stato fondato? si sa che nel 1070 un gruppo di monaci provenienti dalla Calabria aveva
raggiunto la foresta delle Ardenne, proprietà di Goffredo di Buglione.
– dalla Calabria? la punta d’Italia?
– sì. erano capeggiati da un certo Ursus, un nome che nei documenti del Priorato è spesso associato alla
stirpe Merovingia. quei monaci ottenevano subito la protezione di Matilde, Duchessa di Toscana e madre
adottiva di Goffredo, che donava loro un vasto appezzamento di terreno a Orval, nei pressi di Stenay, il
luogo in cui era stato assassinato Dagoberto ii, l’ultimo dei re Merovingi. vi veniva subito costruita
un’abbazia, in cui i monaci trovavano sistemazione. non vi restavano molto però, poiché pochi anni dopo,
nel 1108, erano tutti misteriosamente scomparsi verso un’ignota destinazione. nel 1131 l’abbazia di Orval
veniva poi definitivamente assegnata a San Bernardo.
– quello che scrisse la “regola templare”.
– bravo. lo storico de Sède sostiene che tra quei monaci ci fosse Pietro l’Eremita, il carismatico ispiratore
delle Crociate. era a Gerusalemme almeno fin dal 1099, con Goffredo di Buglione.
– allora forse esisteva un collegamento tra i monaci di Orval, Pietro l’Eremita e l’Ordine di Sion.
– quei monaci si erano distinti dai soliti itineranti dell’epoca, dato che i loro movimenti, dalla Calabria
alle Ardenne, e poi la loro scomparsa misteriosa, evidenziavano grande coesione ed organizzazione, forse
anche una precisa sede ubicata però altrove. se veramente Pietro era in quel gruppo, è evidente che la sua
appassionata predicazione a favore della Crociata non poteva essere considerata come semplice
manifestazione di fanatismo religioso, ma di ben calcolate finalità politiche. infine, essendo anche
l’istitutore di Goffredo, doveva essere stato facile per lui convincere l’allievo a conquistare la Terrasanta.
inoltre i monaci spariti da Orval non erano mai ritornati in Calabria, ma si erano stabiliti a Gerusalemme,
molto probabilmente proprio nell’abbazia di Nostra Signora di Sion.

Cymetral toccò Bulvina su una scapola.


– dài, continua – le sussurrò, – tanto lo sai a memoria.
quella restò ancora in ascolto per qualche secondo, quindi si volse di nuovo di qualche ruga all’indietro.
– dov’eravamo? – gli chiese.
– i monaci spariti da Orval che non erano mai ritornati in Calabria...
– ah, sì. quei monaci di Orval si erano trasferiti in Terrasanta per organizzarvi un congresso segreto e,
diretti da “un vescovo venuto dalla Calabria”, forti dell’autorità di cui era investito l’Ordine di Sion,
nonostante l’opposizione di nobili potenti come il Conte di Tolosa, avevano proceduto all’elezione del re di
Gerusalemme. il trono veniva dapprima offerto a Goffredo di Buglione che lo rifiutava, accettando invece
il più modesto titolo di “Difensore del Santo Sepolcro”. alla sua morte, un solo anno dopo, nel 1100, suo
fratello Baldovino non esitava invece ad accettare il titolo regale offertogli. dagli “archivi segreti” del
Priorato di Sion emerge il fatto che nel marzo 1117 Baldovino i, che doveva il suo trono all’Ordine di Sion,
fosse costretto a negoziare la costituzione dell’Ordine del Tempio. ulteriore dimostrazione della potenza e
dell’influenza dell’Ordine. poteva conferire titoli sovrani e costringere un Re all’obbedienza. risulta
inoltre che l’Ordo Templi esistesse già, almeno in forma embrionale, quattro anni prima della sua
costituzione ufficiale. quindi i cavalieri Templari erano attivi ancor prima del 1118, molto probabilmente
in qualità di braccio armato ed amministrativo dell’Ordine di Sion, che restava quindi mascherato ed al
sicuro, arroccato nella sua abbazia fortificata.
(...)

– i ricercatori scoprirono le evidenti tracce di un immenso disegno, molto ambizioso, che potrebbe essere
riassunto così: verso la fine dell’xi Secolo un misterioso gruppo di monaci calabresi appariva nelle
Ardenne, ove riceveva un’eccellente accoglienza, protezione ed un vasto terreno ad Orval, ove costruivano
un’abbazia; un membro di questo gruppo sarebbe stato l’istitutore di Goffredo di Buglione, il personaggio
che aveva ispirato e promosso la prima Crociata; poco prima della fine del secolo xi quei monaci
abbandonavano l’abbazia di Orval per scomparire nel nulla; benché non vi sia traccia della loro
destinazione, è molto probabile che questa fosse stata Gerusalemme; è certo che Pietro l’Eremita si fosse
imbarcato per la Terrasanta: quale membro della comunità di Orval, è molto probabile che fosse stato ben
presto raggiunto dai suoi confratelli; nel 1099 cadeva Gerusalemme, ed il trono veniva offerto a Goffredo
da un consesso anonimo; uno dei capi della comunità di Orval era sicuramente di origine calabrese; per
volontà di Goffredo veniva costruita sul Monte Sion un’abbazia fortificata che assumeva il nome del
luogo, e che veniva assegnata ai personaggi che gli avevano offerto il trono; nel 1114 i Cavalieri Templari
erano già attivi come braccio armato dell’Ordine di Sion, ma la loro costituzione veniva esaminata solo
nel 1117, per essere poi approvata nel 1118 su istanza di Hugues de Payens ed Andrea di Montbard, lo zio di
san Bernardo; nel 1115 San Bernardo di Chiaravalle dirigeva un Ordine prossimo al tracollo finanziario,
mentre si imponeva come principale portavoce della cristianità; era allora che una svolta improvvisa
cambiava i destini dei Cistercensi, che dalla miseria cui erano ridotti si ritrovavano ad essere una delle
istituzioni religiose più eminenti, ricche ed influenti d’Europa; nel 1131 San Bernardo riceveva in dono
l’abbazia di Orval, già abbandonata da quei monaci venuti dalla Calabria; San Bernardo diventava
appassionato sostenitore dei Templari, contribuiva al loro riconoscimento ufficiale e ne redigeva la
Regola; tra il 1115 ed il 1140 i Cistercensi ed i Templari prosperavano, acquisendo ingenti somme di denaro
e vastissime proprietà territoriali. non è legittimo chiedersi, Dompson, se tale complesso intreccio di
legami rappresentasse una serie di coincidenze, o non fosse piuttosto il frutto di un piano ben
congegnato? ci si trovava confrontati con una serie di personaggi, eventi e fenomeni sostanzialmente
slegati tra loro, che casualmente e saltuariamente si incrociavano. emergeva e si imponeva la necessità di
valutare la presenza influente di un Ordine ignoto che avesse tenuto le fila di quel complesso gioco, visto
che Cistercensi e Templari sembrava avessero agito secondo una strategia politica abilmente pianificata.
dai documenti segreti del Priorato di Sion non emerge alcun riferimento al periodo intercorso tra il 1118 ed
il 1152. resta peraltro accertato che l’Ordine avesse mantenuto la propria base in Terrasanta. al ritorno
dalla ii Crociata, il re Luigi vii di Francia era accompagnato da 95 membri dell’Ordine di Sion. non è chiaro
il motivo di quel viaggio, come rimane oscura la ragione di tanta benevolenza regale. ma se l’Ordine era
veramente la potenza che si celava dietro i Templari, la spiegazione va cercata nel fatto che quel Re era
forte debitore dei Templari stessi, da cui aveva ricevuto denaro ed aiuti militari. quindi l’Ordine di Sion,
nella circostanza, poteva agire sia da garante che da esattore.
– cominciava il vizietto finanziario dei Templari...
– già. nel 1152 ritroviamo l’Ordine di Sion nuovamente attestato in Francia. ben 62 dei suoi monaci
venivano installati nel Gran Priorato di Saint Samson, ad Orleans, offerto da Re Luigi, mentre 26
entravano a far parte del piccolo Priorato di Saint Jean le Blanc. solo 7 di loro raggiungevano le fila dei
Templari.
– che memoria per numeri e date, Bulvina!
– sono tuttora esistenti gli atti con cui Luigi vii insediava in Orleans il Gran Priorato di Sion. esiste anche
una Bolla del 1178 emessa da Alessandro iii, che confermava tutti i possedimenti dell’Ordine, attestando le
loro proprietà in Francia, in Piccardia, in Lombardia, in Sicilia, in Spagna ed in Calabria, oltre a varie
località della Terrasanta.

– nel 1187 Gerusalemme veniva rioccupata dai saraceni, grazie all’inettitudine ed alla impetuosità
incontrollata di Gerard de Ridefort, Gran Maestro del Tempio, citato dai cronisti del tempo come
traditore. tutti i monaci di Sion, persa l’abbazia del Monte Sion, ritornavano ovviamente in Francia,
raggiungendo le sicure basi là costituite. con la caduta di Gerusalemme erano sorti disastrosi dissidi tra gli
Ordini di Sion e del Tempio. nel 1188 avveniva poi la netta separazione ufficiale tra i due Ordini: il padre
rinnegava ufficialmente il figlio. tale rottura veniva commemorata con una cerimonia rituale, denominata
“taglio dell’olmo di Gisors”, tenuta nel Campo Sacro, un luogo che i cronisti medioevali consideravano
consacrato fin dai tempi precristiani. il luogo era stato teatro, nel corso del xii Secolo, di vari incontri tra i
Re di Francia e d’Inghilterra. al centro di quel campo sorgeva un olmo enorme, vecchio di 800 anni, il cui
tronco poteva essere abbracciato solo con l’intervento di ben nove uomini. a quello storico episodio,
rimasto solo in parte chiarito, partecipava anche Riccardo Cuor di Leone, figlio maggiore ed erede al trono
di Enrico ii d’Inghilterra. quindi è certo che dal 1188 l’Ordo Templi era diventato completamente
autonomo. fino a quel tempo i due Ordini avevano addirittura avuto lo stesso Gran Maestro. il Gran
Maestro del Priorato di Sion eletto dopo il taglio dell’olmo non avrebbe avuto più alcun rapporto con il
gran Maestro del Tempio. come una sorta di sottotitolo, il Priorato di Sion avrebbe presto adottato Ormus,
usato poi fino al 1306, un anno prima dell’arresto dei Templari francesi. l’emblema di Ormus era una
specie di anagramma, formato da un certo numero di parole chiave e di simboli. era anche il simbolo
zodiacale della vergine, che nel linguaggio iconografico medievale significava Notre Dame. inoltre “orme”
in francese significa olmo. le prime due lettere, “or”, significano “Oro”, mentre le ultime due, “us”, sono una
contrazione di “Ours”, il francese Orso ed il latino Ursus, emblema di Dagoberto ii. secondo la Tradizione
massonica, Ormus era il nome di un saggio e mistico egizio, un adepto gnostico di Alessandria, vissuto nei
primi anni dell’era cristiana. nel 46 d.C. Ormus e sei suoi seguaci venivano convertiti al cristianesimo da
Marco, discepolo del Cristo. dalla conversione nasceva una nuova setta che fondeva il credo cristiano con
insegnamenti di altre scuole misteriche ancora più antiche. a quel tempo Alessandria era una vera fucina
di attività mistiche, una specie di crogiuolo, in cui le dottrine giudaiche, mitraiche, zoroastriane,
pitagoriche, ermetiche e neoplatoniche aleggiavano nell’aria fondendosi con innumerevoli altre. i Maestri
abbondavano, e non è strano che uno di essi avesse adottato un nome come Ormus, ispirato al principio
della Luce. sempre secondo la Tradizione massonica, Ormus avrebbe adottato per i suoi seguaci iniziati un
simbolo di identificazione: una croce rossa. la stessa portata sul petto dai Cavalieri Templari. ma dai
documenti del Priorato di Sion appare un chiaro riferimento ai Rosacroce, avendo nel 1188 adottato, oltre
all’Ormus, anche un secondo sottotitolo, ovvero il nome di “Ordre de la Rose-Croix Veritas”.

– Gioacchino da Fiore apparteneva all’Ordine di Sion, e progettò la Basilica di San Marco a Venezia
ispirandosi al Tempio di Salomone. ne fece fare a Reggio un primo “modello” dalla scuola orafa della
Sambucina. vicino al Teatro della Fenice gli è intitolata una chiesa, “Chiesa di San Fantin Cavaliere e
Calabrese”.
Gioacchino è un monaco cistercense vissuto nel paesino di Fiore, in Calabria, nella seconda metà del xii
Secolo. ricevette durante una notte di Pasqua un’illuminazione che lo portò a riempire diversi manoscritti
di visioni e profezie, molte delle quali contro il Papato. si racconta che Riccardo Cuor di Leone, mentre
andava verso la Terra Santa per partecipare alla Crociata contro il sultano Saladino, si fermò a Fiore, un
piccolo paese sulla punta dello Stivale, per chiedere consiglio ad un uomo che aveva fama di essere il
maggiore profeta dopo gli Apostoli. l’uomo in questione era Gioacchino, monaco cistercense morto nel
1201. fra il 1150 e il 1155 visse nel monastero della Sambucina, poi passò nell’abbazia di Corazzo, della
quale, nel 1177, venne eletto abate. nel 1191 però si separò dall’Ordine per fondare un proprio monastero a
Fiore. non si sa di preciso che cosa avesse profetizzato a Riccardo, se non che sarebbe giunto presto il
“tempo dell’Anticristo”. Gioacchino da Fiore non amava definirsi profeta, ma diceva di possedere soltanto
il dono dello “spirito di comprensione”. in una delle sue opere dice che, stando a meditare in una notte di
Pasqua, sentì come una vividissima luce illuminare la sua anima; ed ebbe la rivelazione divina di tutti i
misteri della Scrittura. egli sottopose alla Chiesa di Roma i suoi scritti, e sebbene molte delle sue profezie
fossero contro il Papato, alcuni papi, Lucio, Urbano e Clemente, tutti e tre “iii”, lo esortarono a non tenere
nascoste le profezie inviategli da Dio. Papa Onorio iii — un altro Terzo —, poi, suggellò le profezie
dell’umile monaco con la sua autorità, dichiarandolo buon cattolico.

– papa Urbano ii, amico di Matilde di Toscana, incaricò Arnolfo di San Lucido di predicare la prima
Crociata. l’abbazia “della Matina” di San Marco Argentano, città vicina alla Val di Crati, era diretta da
quell’abate “Ursus” che ricorre nella nascita dell’Ordine di Sion e nell’opera del “consesso segreto diretto
da frati calabresi” che offrì il trono a Goffredo di Buglione.–
in Val di Crati, nel letto della parte di fiume adiacente Cosenza, fu seppellito in segreto il re dei Goti
Alarico con tutti i suoi tesori trafugati a Roma, fra cui l’Arca dell’Alleanza e il Candelabro a sette braccia. la
tomba di Alarico non è mai stata ritrovata, ma alcuni antichi documenti riportano la notizia che gli
Eremitani di Sant’Agostino capeggiati da Ursus — poi confluiti ad Orval e fondatori dell’ordine di Sion —
avevano «trovato qualcosa di interessante, intorno al loro insediamento (in Val di Crati), che riguardava la
“X Legio Fretensis” e il Tempio di Salomone» — e subito avevano incominciato a predicare con impeto la
necessità della Prima Crociata.

...la tesi più intrigante


sulla natura dei
Templari:
Nel 70 d.C. gli abitanti di Gerusalemme vedono avanzare l’esercito di
Tito: i loro principali tesori materiali e spirituali (alcuni dei quali, i famosi
“Rotoli del Mar Morto”, verranno ritrovati a Qumran nel XX Secolo)
vengono quasi tutti occultati;

Qualche secolo dopo, Alarico, re dei Goti, saccheggia a sua volta Roma,
“prelevando” anche parte del bottino di Tito a Gerusalemme;

Alarico muore prematuramente in Calabria nel 410: la sua mitica tomba


nel fiume Busento non verrà, apparentemente, mai più rinvenuta;

Nell’XI Secolo gli “Eremitani di Sant’Agostino”, monaci calabresi


capeggiati da un vescovo di nome Arnolfo e provenienti dall’eremo silano
di San Martino di Pietrafitta, trovano la tomba di Alarico;

In mezzo ai vari monili, rintracciano anche dei “documenti” che hanno


forse a che fare con la “stirpe” (cioè, che Gesù ha avuto una moglie e dei
figli?);
Nel 1070 un misterioso gruppo di “monaci calabresi” appare nelle
Ardenne, a Orval, ove riceve eccellente accoglienza, protezione e un
vasto terreno sul quale viene costruita un’abbazia;

Un membro di questo gruppo è “Ursus”, l’istitutore di Goffredo di


Buglione — personaggio che tanta parte avrà nella prima Crociata e la
cui ‘madre adottiva’ è Matilde di Toscana (che ha titoli nobiliari e
possedimenti in Calabria);

Poco prima della fine del secolo i monaci abbandonano l’abbazia di


Orval per... scomparire nel nulla;

Nel frattempo, “quasi dal niente” (è passato un millennio dai fatti del
Cristo), è cominciata la predicazione per indire le Crociate; Pietro
l’Eremita, acceso sostenitore della necessità di riconquistare
Gerusalemme, è membro della comunità di Orval (uno dei quali capi, da
documenti che ancora esistono, è sicuramente di origine calabrese);

Alla fine del 1099 (dopo che all’appello di Papa Urbano II nel concilio di
Clermont, al grido “Deus lo vult”, i cristiani riconquistano la Terra Santa
“in mano agli infedeli”) cade Gerusalemme: il trono viene offerto a
Goffredo da un “consesso anonimo di monaci provenienti dalla Calabria”;
pur declinando l’offerta, Goffredo fa costruire sul Monte Sion un’abbazia
fortificata che assume il nome del luogo e che viene assegnata ai
personaggi che gli hanno offerto il trono;

Si presenta il problema di come difendere i luoghi santi e quei pellegrini


che ivi giungono da tutta Europa; nascono diversi Ordini religiosi: il
primo è quello del Santo Sepolcro, fondato da Goffredo, seguono quello
di San Giovanni dell’Ospedale (gli “Ospitalieri”), di Santa Maria di
Gerusalemme (i “Teutonici”), e quello “del Tempio” o “dei poveri cavalieri
di Cristo” (i “Templari”, che adottano come vessillo uno stendardo con lo
stesso nome, francofonizzato, del fiume Busento);

Nel 1118 il re Baldovino II di Gerusalemme dà ai “poveri cavalieri di


Cristo” alcuni locali del palazzo reale, situato in prossimità del Tempio di
Salomone: qui comincia la storia “ufficiale” dei Templari per come è
narrata da Guillaume de Tyre (Guglielmo arcivescovo di Tiro, il primo a
citarli per iscritto);

I Templari degli inizi: solo 9 uomini, 9 “monaci-guerrieri”, per difendere le


strade dell’intera Palestina... Qual è la loro vera missione in Terrasanta?
Scavare! Cominciano i loro “scavi segreti” sotto le Stalle di Re Salomone
(parte dei loro tunnel verrà ritrovata nel XIX Secolo);
Pochi anni dopo due di loro lasciano la Palestina e incontrano papi e
regnanti: il potente Bernardo ne scrive addirittura la regola, e il “piccolo”
Ordine dei Templari passa da 9 a centinaia di uomini e poi a decine di
migliaia, divenendo il ricchissimo organismo che condizionerà la politica
europea per duecento anni, fino alla distruzione da parte di Filippo il
Bello venerdi 13 ottobre 1307...

Si è palesata così la vera “mission” dei Templari:


* i monaci calabresi hanno rinvenuto, nella tomba di Alarico, qualcosa di
scottante sulla storia di Gesù Cristo;
* vengono “improvvisamente” indette le Crociate per trovare le “prove
definitive” a Gerusalemme;
* la missione di “trovare le prove” è affidata ai nobili capeggiati da
Hugues de Payens: viene data loro la “copertura” di un Ordine di
“monaci-guerrieri” incaricato di difendere (in nove!) le strade della
Terrasanta;
* compiuta la missione iniziale, l’Ordine viene “premiato” e diviene
potentissimo, tanto da fare immediatamente proseliti e da cambiare
natura e scopi.

Quanto rinvenuto dai Templari, se non è stato distrutto, è oggi


probabilmente celato negli Archivi Vaticani: in entrambi i casi, i comuni
mortali non potranno mai avervi accesso. Gli esoteristi, e gli scrittori
(Baigent Leigh e Lincoln, Dan Brown,), possono solo sfiorare la verità...