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Raphael 

ALLE FONTI DELLA VITA

Raphael.

Alle Fonti della Vita.

Domande e risposte sull'ultima Realtà.

EDIZIONI ASRAM VIDYA.

Edizione riservata per la Biblioteca dell’O.M.A.T. – Ne è vietata la diffusione in qualunque forma

 

Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

SOMMARIO 

PREFAZIONE. ................................................................................................................................................................................... 3 
L'IDEALE DELL'UOMO. ................................................................................................................................................................ 9 
IL VERO AMORE. .......................................................................................................................................................................... 12 
IL NEMICO DELL'UOMO. .......................................................................................................................................................... 13 
I LIMITI DELLA MENTE. ........................................................................................................................................................... 16 
SIAMO FIGLI DEL DESIDERIO. ............................................................................................................................................... 22 
LA REALTA'‐ASSOLUTO. .......................................................................................................................................................... 28 
EVOLUZIONISMO. ....................................................................................................................................................................... 34 
IL MAESTRO. ................................................................................................................................................................................. 36 
IL RISVEGLIATO. .......................................................................................................................................................................... 38 
ADVAITA. ........................................................................................................................................................................................ 40 
SOGGETTO‐OGGETTO ............................................................................................................................................................... 43 
IL TEMPO. ....................................................................................................................................................................................... 47 
IMMORTALITA' E BEATITUDINE. ........................................................................................................................................ 49 
CI SONO VARI SENTIERI. .......................................................................................................................................................... 51 
OCCULTISMO E POTERI PSICHICI. ....................................................................................................................................... 53 
L'ARTE. ............................................................................................................................................................................................ 56 
LA VIA DEL FUOCO. CONTEMPLAZIONE DELL'AGIRE. ............................................................................................... 57 
JiVANMUKTA. ........................................................................................................................................................................... 61 
BRAHMAN. ................................................................................................................................................................................ 66 
LIBERTA' E SCHIAVITU'. ..................................................................................................................................................... 73 
EDUCAZIONE. ........................................................................................................................................................................... 76 
PROIEZIONE. ............................................................................................................................................................................ 78 
SOLUZIONE. .............................................................................................................................................................................. 81 
VIA DI RISVEGLIO. .................................................................................................................................................................. 85 
 

   

 

Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

PREFAZIONE. 

Ogni opera di Raphael è preziosa perché costituisce un mezzo importante, un canale non
indifferente, attraverso il quale si può far giungere a molti una voce che, specialmente qui
in Occidente, può essere di valido aiuto e che andrebbe perduta se l'Autore non ci desse
nei suoi scritti ciò che ha sperimentato e realizzato nella vita.
La prima parte di Alle Fonti della Vita è esposta in forma dialogica; generalmente dove c'è
un'interrogazione c'è un vuoto da riempire, un'ignoranza da far scomparire, un dubbio da
chiarire e, conseguentemente, una verità solo da svelare perché: essendo tutto in noi,
anch'essa verrà trovata nella profondità del nostro essere; partendo da questa certezza
spesso l'Autore risponde con altre domande a quelle che gli vengono rivolte e, con un'arte
che lo avvicina alla maieutica socratica, costringe il richiedente a un movimento a ritroso
che lo fa rientrare sempre più in se stesso fino a scovarvi ciò che cercava.
Evidentemente, le domande risposte di Raphael sono quelle stesse che, in altri tempi, si
imposero a lui e ne determinarono la ricerca; anche se ormai tutto ciò è superato, risuona
ancora, nell'incalzare pressante del suo dire, l'eco di quel lungo travaglio spirituale che
ebbe come approdo le dottrine orientali e, conseguenzialmente, il Vedanta Advaita e
l'Asparça Yoga.
Vediamo ora la tematica del testo il quale, volendoci portare alle Fonti della Vita, ci
configura l'uomo nella sua costituzione psichica e intellettiva, ce ne precisa gli ideali, le
deviazioni, le debolezze, ce ne evidenzia i conflitti e le sofferenze ricercandone le cause e,
contemporaneamente, ci offre l'investigazione sulla Realtà ultima e sulla posizione
dell'uomo di fronte a questa; l'analisi profonda e vasta apre orizzonti inaspettati, sì che il
discorso via via si allarga in direzioni impensate, tocca vertici inesplorati; già all'inizio si
delinea il concetto di comprensione che è amore, quell'amore che, dalla morte di Gesù, non
è più germogliato nel cuore degli uomini, l'amore inteso non egoisticamente come un do
ut des, ma quello che tutto e sempre dà senza nulla chiedere, che è Gioia senza desiderio,
che è capace di arrivare alla perfetta fusione dell'oggetto e del soggetto: sì, il vero amore
deve dare, ma che cosa donare se si hanno le mani vuote, l'aridità nel cuore, l'avidya nella
mente? Quindi prima cerchiamo di arricchirci riscoprendo i veri valori della vita,
trasformandoci per realizzarli e poi, solo quando saremo rivestiti di questa ricchezza,
facciamoci donatori.

 

Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

Per trasformarsi occorre conoscersi, studiarsi, capire quali sono i nostri nemici e
combatterli perché molto spesso noi sbagliamo nell'individuarli e, nella valutazione dei
nostri errori, attribuiamo talvolta all'oggetto l'importanza che invece dovremmo dare alla
nostra risposta a esso; questa è una precisazione che ci porta molto lontano e può avere
conseguenze incalcolabili sulla società e sul modo di impostare la nostra esistenza. Infatti
noi addossiamo gran parte delle nostre angosce, delle nostre ansie e, soprattutto, dei nostri
stress, alla direzione tecnicistica dell'attività umana da cui consegue il consumismo che ci
prende in un vortice di necessità e ci costringe a un folle ritmo di vita, causa di tante
alienazioni e nevrosi; se invece di condannare il progresso valutassimo la nostra reazione
al suo prodotto vedremmo che l'uomo è libero di accettarlo con indifferenza o con
interesse: nel primo caso resterà tranquillo nella sua intima pace, nel secondo si sentirà
obbligato a una corsa affannosa per possederlo. Lasciamo dunque che la scienza e
l'intelligenza dell'uomo facciano il loro cammino ed equilibriamo piuttosto le nostre
reazioni; verremo così ad assumere una posizione coscienziale del tutto nuova e giusta
anche di fronte a una gran parte dei desideri, noi, che del desiderio siamo i figli. Infatti
desideri di ogni genere e calibro ci condizionano e dirigono le nostre energie,
inchiodandoci al conflitto, alla sofferenza, all'incompiutezza.
Il problema del desiderio è stato affrontato da tutte le filosofie; Raphael ne offre una
soluzione con autorità e chiarezza e, soprattutto, con intento realizzativo, riferendosi alla
condizione del Liberato che, fuori dall'attrazione-repulsione, non è mosso da niente di ciò
che la vita planetaria gli può offrire a qualsiasi livello. Poiché noi non siamo degli
illuminati e non comprendiamo che il nostro Sé non vuole niente perché ha tutto, ma che è
l'io a inventarsi tanti bisogni, e poiché non possiamo eliminare tutte le cause del desiderio,
né fermare l'attività della mente dove origina il processo stimolante, l'unica soluzione è
dosarlo, nel giusto dosaggio del desiderio sta la vera virtù di un popolo e, una volta
compreso, risolverlo (sutra).

 

Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

Finora abbiamo seguito la trasformazione dell'uomo (che nei sutra acquisterà altro tono ed
altro peso, attraverso l'azione della comprensione, dell'amore e della soluzione del
desiderio), ora dobbiamo vederne la necessità; infatti noi, che indaghiamo sull'ultima
Realtà, che non può essere pensata dalla mente dato che non ha né contorno né
qualificazioni, possiamo sapere che cosa essa sia solo realizzando la Realtà, il che vuol dire
essere Realtà; ma non ci arriveremo mai se non trasformeremo tutto in noi, se non
discrimineremo il relativo dall'Assoluto, se non tenderemo sempre con tutte le nostre forze
verso la Verità, se non ci applicheremo a un'opera di svelamento più che di evoluzione per
scoprire in noi ciò che c'è sempre stato: l'atman che, secondo la dottrina vedantica
upanishadica, da Raphael esposta con magistrale chiarezza, è già il Brahman; ma in tutto
questo vasto processo trasformativo, che deve impegnarci a fondo, dobbiamo vedere di
mantenerci in una posizione coscienziale tale che ci dia la giusta Visione, e a questo
proposito l'Autore ci avverte che niente può essere validamente concettualizzato se la
Conoscenza non nasce da un centro stabile ed equidistante da tutti i punti della
circonferenza, perché solo da questa posizione si può comprendere la Totalità, liberi dal
divenire e quindi dal tempo-spazio-causalità, costrutti mentali che ci impediscono di
vedere il Tutto in un eterno presente.
Bisogna proprio dire che ogni argomento trattato ne oggettiva altri e l'indagine si estende
in cerchi sempre più ampi. Si è accennato al divenire, quindi al mutevole, e ciò porta alla
riflessione che ordinariamente è là che l'uomo cerca la soluzione dei suoi problemi e la
speranza di felicità ma, per quanto non l'abbia mai trovata perché sbaglia il luogo della
ricerca, è sempre là che l'io lo spinge: io, fantasma samsarico la cui natura è schiavitù,
mostro di desideri assetato di immortalità e di perpetuità, sempre in cerca di nuove prede;
questo io, a cui non è stato dedicato nel presente testo alcun capitolo specifico, è sempre
presente con i suoi inganni, i suoi alibi e la sua pericolosità, per cui l'Autore ne addita
l'incompiutezza, la disonestà, la falsità, l'astuzia quasi con un senso di pietà per l'uomo che
ne è vittima e che non riesce a liberarsene; lo responsabilizza di tante negatività sì da far
nascere in noi l'avversione per questo nemico che ci ferma nel nostro sforzo di ascesa;
vorremmo abolirlo, trascenderlo, annullarlo, e i sutra sono una risposta all'avversione che
si è creata in noi e che porterà alla logica conclusione che la morte dell'io è necessaria per
chiunque voglia svelare il proprio Sé, ma tanto più per l'Asparça yoga che, non poggiando
su alcun sostegno, non può accettare quelli che l'io vuole offrirgli.
Non c'è altro mezzo per neutralizzare la sua potenza perché anche dandogli altro potere
non rettificheremmo mai la sua costituzionale debolezza e povertà, ma anzi userebbe
questa nuova forza per renderci ancora più schiavi. Qui si entra in una valutazione del
potere che sarà poi ripresa nei sutra e soprattutto ne La Filosofia dell'Essere.

 

Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

Lungo tutto il testo si è sempre parlato di mente, e in un intero capitolo vengono presi in
esame i complessi processi mentali, e la mente è vista quale limitato strumento di
percezione di dati esterni; nell'impossibilità di rivolgersi sul soggetto conoscente (nessuno
può salire sulle proprie spalle) essa inizia la sua opera di proiezione e crea l'io, il tempo, lo
spazio, la causalità e ci impedisce di conoscere l'ultima Realtà; da qui la necessità di
ridurla al silenzio, ma siamo ostacolati dal cumulo di cristallizzazioni che il passato ha
formato in noi, dalle larve vaganti, dai fantasmi che odorano di cipresso, da cui ci
dovremo liberare mediante una purificazione che ci dia una possibilità di eliminare tutto
ciò che ci rende schiavi del passato, di correggere quelle discordanze e disarmonie che
hanno alterato l'armonia dei nostri ritmi.
Con un'esortazione a ricordarci che siamo l'Assoluto e con un accenno all'Arte come
mezzo di trasformazione delle idee in colori, parole, suoni, ecc., tanto più perfetti quanto
meno qualificati dall'io, terminano le domande e le risposte.
Ora ci troviamo di fronte una pagina bianca espressiva e significativa come se fosse scritta,
dove Raphael sembra dire al lettore: Fermati! Finora ho risposto alle tue domande, ho
risolto i tuoi dubbi, colmato i tuoi vuoti; ti ho dato la possibilità di trasformare in
conoscenza l'ignoranza che era alla base della tua richiesta, ma ora fermati, rifletti, fai
silenzio in te e in questo bianco silenzio che ti trovi davanti, medita! Non avere fretta, e
solo quando ti sembrerà di avere capito quanto ho cercato di far giungere al tuo cuore,
allora prosegui e, se oltre ad aver capito avrai anche compreso, la tua conoscenza diverrà
coscienza.
Poiché la Via del Fuoco è definita da Raphael come pensieri che vibrano, per comprendere
i sutra-aforismi è necessario mettersi in una posizione coscienziale che permetta di
captare, quanto più è possibile, queste vibrazioni; allora si potrà entrare nello spirito della
metafisica realizzativa, mèta che l'Autore sempre tiene presente e rispetta e sollecita, e
l'insegnamento che fin qui ci è stato dato non resterà pura erudizione ma diventerà carne o
espressione.
In questi sutra Raphael si esprime con una modalità simile a quella dei più noti espositori
della dottrina Vedanta; mentre le domande-risposte hanno un tono più discorsivo che ben
risponde alla forma dialogica, qui c'è la sicurezza incisiva del Maestro che, pervenuto a
una sintesi realizzativa dell'Unità della Tradizione, può additare, a chi è ancora lontano
dalla mèta ultima dell'uomo, la via per raggiungerla, con una forza e una vibrazione così
potenti che scuotono e penetrano quasi fisicamente.
Si veda, per esempio, il sutra 54 che, in fondo, è la risposta alla domanda che apre il testo:
Ha un senso la vita? Dopo avere, con un esame spassionato, obiettivo e deciso, enumerato
le risposte che comunemente l'uomo si dà e dopo averne polverizzato l'attendibilità,
incalza con altre domande che stringono sempre più il cuore della questione, superando
perfino il pessimismo del richiedente fino a portarlo a un estremo limite di rottura, per cui
può dire che se la lotta nella quale l'uomo è impegnato portasse solo verso qualche cosa di
perituro sarebbe una terribile beffa, un inganno, una crudeltà irrazionale.
 

Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

Se la vita non avesse un significato che trascende l'individuo e la sua materialità, sarebbe
veramente un assurdo. Nella prima parte si è così insistito sulla transitorietà del corpo
fisico e della materia che in questi sutra diventa logico dedurre il vero scopo dell'esistenza
dell'uomo, di questo Dio decaduto (sutra 38, 39) che ha la libertà e la possibilità di
reintegrarsi nella propria essenza dove affonda le sue radici (sutra 53), come il seme che,
attraverso il crescere e il fiorire della pianta, ritorna seme.
Egli ha in mano la possibilità di crearsi il proprio destino, ne è il Demiurgo; non c'è nessun
Dio che si opponga al direzionamento delle sue energie. Si rende così all'essere la
responsabilità delle sue azioni che, con troppa indulgenza verso se stesso, aveva
demandato a un Dio: è tanto comodo scaricarsi delle proprie responsabilità! Ecco il
pericolo del dualismo che ci può quietare con una falsa valutazione del nostro stato
coscienziale (sutra 40-45). Allontaniamo dunque da noi ogni velo col quale l'io cerca di
nascondere i propri alibi e vediamoci quali siamo, consci di poter essere ciò che pensiamo
di essere.
Così, all'incertezza angosciosa dell'uomo moderno, al suo vuoto interiore pieno solo di
confusione, di solitudine, di alienazione, di paura Raphael offre la pietra salda e sicura di
un valido perché della vita e mostra che fermarsi alla propria grossolanità vuol dire
perdere i contatti con la Realtà Universale (sutra 4, 10, 30, 53, 59), diventare un cadavere
vivente, creare una società già morta.
Ecco che il concetto si estende al campo sociale e politico (sutra 60); nell'opera: La Filosofia
dell'Essere, sarà chiaramente indicata la soluzione per questi problemi, qui già
sinteticamente accennata in una politica, l'unica possibile, che si basi su una condotta etica
trascendente l'individualità e allacciata alle leggi universali. Ma per arrivare a questo è
necessario che l'uomo sveli a se stesso, cercandola in sé, l'essenza del suo essere; ed ecco
che tutto quello che attraverso le risposte è stato detto sul vero amore, sulle limitazioni
della mente, sulla nostra posizione di fronte al desiderio, sulla continuità del divenire,
sulla necessaria libertà dall'io, dai ricordi del passato, da ogni causa duale e quindi
conflittuale, dai poteri della maya che negano ogni possibilità di trascendenza, di amore e
di identità, porta ora, nei sutra, altri frutti, assume un valore propedeutico di fronte a essi
per cui, chiariti i punti di maggiore importanza, ribadita con un continuo martellare la
necessità, anzi il dovere, di avviarsi verso la realizzazione con costanza, decisione e
coraggio, sì da riconquistare la potenza solare che risolva le forze lunari (sutra 99).
Raphael affronta, in un crescendo vertiginoso, tutti i gradi dell'Opera di trasformazione
che Egli espone con termini sia alchemici sia qabbalistici (sutra 99, 100, 101, 103, 104, 108).

 

Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

Vi sono, in questi sutra, una forza, una sicurezza davanti alle quali il lettore, se ben
comprende, trema di commozione e di sgomento, preso dalla sublimità dei concetti e dalla
consapevolezza del proprio ristretto limite, che allontanerà nel tempo la possibilità di
avvicinarsi all'altezza di certe sfere! Il processo di trasformazione dall'individualità alla
cosmicità vivente rende indispensabile l'uso del Fuoco, anzi di tutti i Fuochi necessari per
risolvere, gradualmente, sia ciascun elemento simbolo di realtà più profonde in un altro,
sia il mondo dell'oggetto e quello del soggetto. Bisogna abbandonarsi al Fuoco
Onnipervadente che è Armonia, carpirlo dal Mondo Superno, lasciarsene bruciare, fare di
tutti i Fuochi un unico Fuoco e avere il coraggio di osservarlo spegnersi.
In modo analogo a quanto avviene negli altiforni, il ferro solido viene risolto nell'infinita
vita universa, la massa in libera energia. Raphael mostra al lettore, e naturalmente
all'eventuale candidato alla Realizzazione, tutti i gradi attraverso i quali dovrà passare,
tutte le difficoltà che incontrerà e che dovrà superare; non gli presenta in forma allettante
l'opera che lo attende, ma gliene svela l'estrema durezza con la sicurezza di chi l'ha
sperimentata in se stesso; lo mette in guardia dai facili entusiasmi, dalle illusioni, dai
giochi del pensiero; non gli nasconde niente; gli parla di agonia, di morte a se stessi, di
croce alla quale si dovrà inchiodare; non si può proprio dire che il tutto sia invitante o che
questo Conoscitore dell'Advaita cerchi dei proseliti per l'Asparça Yoga, si direbbe anzi che
li voglia allontanare.
Egli comprende che solo chi possiede le dovute qualificazioni può mettersi su questa via
dato che ce ne sono altre che possono rispondere adeguatamente alle diverse
qualificazioni di ognuno. Ma non per questo Egli cessa di ripetere che l'imperativo di oggi
è: trasformarsi. In questi sutra Raphael vibra la sua nota, e il suo grido diviene sferza,
sprone, sollecitazione, comando per chi ancora perde tempo e sonnecchia, per chi continua
a nutrirsi di terrestrità invece di dedicarsi a domare il proprio cavallo e a conquistare se
stesso: Se una mattina svegliandoti ti sei proposto di fare qualcosa che poi non hai fatto
vuol dire che non ti sei svegliato. (sutra 6).
Non si deve credere che questi sutra siano dei voli lirici espressi in una forma poetica fine
a se stessa; è lo stile della pura metafisica realizzativa, quella che ti insegna a osservare
l'estinguersi di quell'ultimo Fuoco centrale in cui tutti gli altri si sono risolti: è la morte
conclusiva finale nella Solitudine divina.
L'opera è compiuta e l'ente, liberatosi di tutto ciò che lo tratteneva sul piano della
manifestazione, è arrivato Alle Fonti della Vita, a svelare l'Essere in se stesso e vi si è
identificato: il ciclo umano è concluso.
Marina Zannelli.

 

Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

L'IDEALE DELL'UOMO. 

D. Mi sono sempre posto un Ideale, ma presto o tardi esso mi è crollato.


Disperatamente cerco qualcosa che mi dia il senso della vita, ma ogni qualvolta mi guardo attorno
non vedo altro che le macerie di questi ideali. Oggi arrivo a chiedermi se la vita abbia veramente uno
scopo. Che cosa mi può dire?
R. L'uomo erra nella foresta del divenire, corroso dal dubbio, dal conflitto e
dall'incompiutezza. In questo intero processo di solitudine e d'ignoranza cerca di
aggrapparsi a dei sostegni che noi chiamiamo ideali. Ma col tempo dovrà arrendersi
proprio perché gli sfugge il vero scopo dell'esistenza. Quale potrebbe essere questo scopo?

D. Penso, quello di comprendersi?


R. Che cosa intendiamo per comprensione? Vi prego, cerchiamo di afferrare assieme
questo concetto, altrimenti il nostro non è un dialogo realizzativo, ma una semplice
conversazione da salotto. Se a un individuo viene detto che la strada che sta seguendo è
senza alcuna uscita, che se desidera arrivare alla mèta deve prendere quella opposta e lui,
pur affermando d'aver capito, continua a percorrere il vicolo cieco, vuol dire che non ha
invero compreso.
Comprendere significa prendere con sé un dato, integrare un contenuto concettuale,
penetrare l'essenza di una cosa. Dunque, se comprendiamo la nostra vera Essenza, non
possiamo non essere quell'Essenza, in ogni luogo, tempo e causalità.

D. Questo atto del comprendersi richiede tempo, ritiro dal mondo e solitudine.
Come posso io, che lavoro quotidianamente e che mi trovo in questo mondo così frenetico, giungere
a quello stato favorevole?
R. Per comprenderci dobbiamo proprio ritirarci nella giungla o in montagna? Sia che
stiamo in città, in campagna o altrove, noi portiamo ovunque il nostro conflitto e la nostra
incompiutezza. Possiamo trovarci in alta montagna, circondati da solitudine, e avere una
mente irrequieta e tutt'altro che silenziosa; ciò può non accadere invece dimorando in città.
Il raccoglimento è un'attitudine mentale. La comprensione di sé non dipende dal luogo e
dal tempo; l'io, purtroppo, cerca sempre di evadere il problema di fondo.

 

Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

Possiamo comprenderci quando siamo oberati dal lavoro? Chi è che lavora? Che relazione
c'è tra noi e il lavoro? Che cos'è il lavoro? Possiamo lavorare pur stando altrove con la
mente? Mentre camminiamo, per esempio, possiamo pensare a un qualunque
avvenimento? Scoprire tutto ciò significa comprendersi e questo processo lo si può
realizzare in qualunque condizione psico-fisiologica.

D. Ho sempre pensato che l'ideale dell'uomo debba essere quello di amare il suo prossimo. Crede che
ci sia un ideale più alto?
R. Per rispondere a questa domanda mi occorrerebbe più tempo; cercherò comunque, nei
limiti che mi sono consentiti, di puntualizzare il problema. Prima di tutto vorrei chiedere
che cosa intende lei per amore; dobbiamo partire da un punto ben preciso e chiaro sennò
non potremo... comprenderci.

D. (dopo qualche reticenza) Essere utili agli altri, servire gli altri, non combatterci. Tutto questo
per me è amore.
R. Dunque, occorre servire ed essere utili agli altri; ma ciò implica un conoscere, oltre a
una maturità del donante, non le sembra? Un cieco può mai guidare altri ciechi?

D. Certamente no.
R. Chi dà deve avere, chi vuole insegnare deve conoscere, chi vuole amare gli altri deve
possedere l'amore, altrimenti che cosa dà? Lei annuisce, ma forse non mi segue in modo
adeguato. Mi seguite tutti voi? Il problema è molto delicato e impegnativo. Cerchiamo di
creare una giusta attenzione senza resistenze subconsce. Possiamo scoprire assieme tante
cose inusitate.

D. Noto che ci sono molte implicanze nella mia domanda...


R. Non ha importanza, il problema è stato posto. Portiamolo avanti per quanto ci è
consentito. Facciamo un esempio: un potenziale educatore se vuole educare gli altri, e
quindi servire e amare, che cosa deve fare?

D. Arrivare prima di tutto alla conoscenza.


R. Bene. Diciamo dunque che deve arrivare alla vera comprensione delle cose, la quale, a
sua volta, maturerà un effluvio e un irraggiamento qualitativi che potranno dimostrarsi
come donazione pedagogica o altro. Possiamo anzi dire che l'atto d'amore si matura
quando vive in noi la vera comprensione.

 
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Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

Comprendere significa amare, donare; significa condividere, non è vero? L'Ideale


dell'uomo consiste nel realizzarsi, nel vivere la vera Essenza principiale, tutto il resto è una
conseguenza logica. Il fiore che è arrivato a maturità non può non profumare, e tutti coloro
che gli si avvicinano possono assaporare la fragranza del suo profumo e la bellezza della
sua geometria. Un Risvegliato è Bellezza, è Profumo, è Geometria e, con la sua sola
presenza, impone un ritmo nello spazio. Questa condizione è non-duale.

 
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IL VERO AMORE. 

D. Che cosa significa quest'ultima affermazione?


R. Significa che il vero amore non è quello emotivo o sessuale che implica desiderio
esclusivo e conflittuale, appropriazione e ritorno di qualche cosa.

D. Quell'amore di cui parlavamo prima non implica ugualmente dualità, non devono sempre
esserci due persone?
R. Ritorniamo allo stato di libera attenzione. Queste sono sfumature troppo delicate per
permettere alla mente di divagare. Quando dico che il fiore profuma, la qualità profumo si
svela in modo indipendente dall'esistenza o meno di persone o cose esterne. Il sole brilla
di luce propria in modo indipendente dall'esistenza o meno dei pianeti. In questo moto
non ci sono appropriazione, desiderio, schiavitù, non ci sono né memoria né dualità:
comprendete? Questa condizione Patanjali la chiama kaivalya, isolamento da tutte le
possibili dualità, Solitudine divina. Ciò implica un irraggiare, un dare senza ricevere,
senza il ritorno di qualche cosa. Là dove c'è desiderio c'è sempre dualità e conflitto, quindi
incompiutezza. Noi abbiamo scambiato più o meno il desiderio con l'amore. L'io desidera
sempre: macchine, sesso, poltrone di comando e perfino il paradiso, ma è solo per godere,
per trovare la sua tranquillità emotiva, per soddisfare le sue brame subconsce.

D. Allora, se io amo una persona non devo chiedere niente? Devo lasciarla andare?
R. Mi sembra ovvio; se c'è puro amore non può esserci alcuna richiesta; se invece c'è
desiderio le cose stanno in modo diverso. Cerchi di riflettere, la prego. Noi siamo qui per
comprenderci, quindi per amarci.
Può la luce volere la luce se è essa stessa luce? Può la conoscenza volere la conoscenza se è
essa stessa conoscenza? Può la vita volere la vita se è essa stessa vita? Può l'amore volere
l'amore se è esso stesso amore?

D. E' meraviglioso tutto questo; nello stesso tempo è terribile, almeno per me, riconoscere certi
comportamenti o certi impulsi umani.
R. Non deve rattristarsi; l'uomo deve avere il coraggio di affrontare i propri nemici interni
se vuole raggiungere la sua vera mèta, il suo più autentico Ideale: la Realizzazione
dell'Essenza.

 
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IL NEMICO DELL'UOMO. 

D. Qual è il più terribile nemico dell'uomo?


R. L'ignoranza.

D. Come possiamo sconfiggerla? Sa indicarci una strada?


R. Solo con la Realizzazione, con il risvegliarsi a quello che in realtà si è, e ciò implica la
comprensione di cui parlavamo prima.

D. Come si può ottenere questa Realizzazione?


R. Non si tratta di acquisire, conquistare o ottenere qualche cosa; invero, non potremo mai
conquistare qualche cosa che non abbiamo in modo potenziale.
Virtualmente noi siamo già realizzati, occorre solo dimostrarlo a livello conscio.

D. Il sentiero Vedanta, che io apprezzo molto, afferma che noi siamo Brahman, ma non ci
riconosciamo come tale perché la maya si frappone tra noi ed Esso. In che modo posso eliminare
questo velo che m'impedisce di trovarmi in quello che realmente sono?
R. Con la spada della discriminazione e con la luce dell'illuminazione che ne è una
conseguenza. Occorre separare il Reale dall'irreale, il Sé dal non-Sé, la vera Conoscenza
dalla cognizione eruditiva e dall'accumulo, il noumeno dal fenomeno, l'atman dal
complesso veicolare o strumento di contatto.
Riconosciamo prima di tutto che siamo l'atman, o, per parlare in termini occidentali, una
Scintilla di Dio. Dobbiamo riprendere questa condizione principiale. L'ignoranza
metafisica ha obnubilato la nostra coscienza, ma questa ignoranza è solo un fantasma che
va e viene e può essere distrutto; dipende dalla direzione che vogliamo dare alla mente.
Aa‘kara afferma che la mente ci ha portati nella schiavitù, ma è la stessa mente che ci
porterà alla Liberazione.

D. Capita che la mente, pur comprendendone la necessità, si rifiuti di seguire una certa linea.
Perché questo?

 
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Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

R. La mente è oberata dai ricordi, dal passato, da erudizioni, inibizioni, paura, dubbi e così
via. I contenuti mentali costituiscono la nostra fatale incompiutezza. Come ripulire la
mente da questi detriti? Come spazzare i fantasmi subconsci che ci succhiano il sangue e ci
impoveriscono giorno per giorno? Questo è il problema.

D. Può la mente riconoscere tutta questa incompiutezza se è essa stessa incompiutezza?


R. Deve scoprirlo da solo. Prenda l'invidia, per esempio. Cerchi di seguire dentro di sé
questo moto energetico: quando nasce, perché nasce, come nasce, come si matura, come la
spinge a determinare un certo tipo di comportamento.
Segua questo processo d'incompiutezza dalla nascita fino alla maturazione e conseguente
estroversione. Deve fare, cioè, dell'invidia un oggetto di conoscenza, ciò implica la
presenza di un soggetto operandi. Se l'uomo fosse solo la mente non potrebbe mai
realizzarsi, per fortuna la mente è solo uno strumento, il riflesso di qualche cosa che sta
dietro a essa.

D. L'invidia nasce per un oggetto esterno.


R. Non credo. L'invidia nasce da una sua reazione interna, da una sua risposta all'oggetto
esterno. Non le pare? Molte persone rispondono in modo differente a quello stesso
oggetto. Ciò dimostra che l'oggetto non c'entra affatto; ciò che invece risulta fondamentale
è la sua risposta o reazione a esso. Se vogliamo comprendere noi stessi dobbiamo
distogliere l'occhio dal mondo esteriore e volgerlo alla fornace degli impulsi reattivi
interni. I nostri nemici sono dentro, non fuori di noi.

D. Questo, veramente, mi apre nuovi orizzonti. Mi perdoni questa considerazione: in base a quello
che abbiamo detto non è il comportamento di una persona che mi produce un certo tipo di
irrequietezza, ma è la mia risposta o reazione interna? Vorrei afferrare sempre meglio, sono qui per
comprendere.
R. Penso che questo processo dovrebbe essere chiaro. Noi non dipendiamo dagli oggetti-
comportamenti esterni, ma dalle nostre reazioni a essi. Ciò che occorre è rieducare proprio
queste reazioni, non gli oggetti-eventi esterni.

D. Allora l'attuale condanna a tutti i beni di consumo non è giusta, se c'è qualcosa da condannare è
proprio la nostra particolare reazione?
R. Sì. Ogni bene di consumo è un innocente strumento di servizio, dipende da noi esserne
più o meno schiavi.

 
14 
Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

D. Occorre, naturalmente, capovolgere tutta la morale corrente. Non pensa che l'uomo scarichi
all'esterno la sua debolezza o incompiutezza, come lei la chiama?
R. Sono d'accordo. E' per questo che a volte è difficile la Realizzazione.
L'io non vuole mai riconoscere di essere ciò che è. Per comprendere occorre una grande
attenzione, una grande umiltà, un'accettazione intelligente, occorre fare tabula rasa di
tutto il nostro passato e della nostra erudizione. L'io vuole nuove sensazioni, in
meditazione e fuori della meditazione; l'io cerca il mistero, non la verità, questa può
svelargli delle cose non troppo piacevoli.

 
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Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

I LIMITI DELLA MENTE. 

D. La mente può comprendere l'Assoluto-Brahman? La conoscenza intellettiva può penetrare il


mistero dell'Essere?
R. La mente, abbiamo detto, è uno strumento percettivo alla stregua di quello fisico;
costituisce un semplice veicolo mediante cui l'ente viene in contatto con certe possibilità di
essere. Come tutti i veicoli, o strumenti di contatto, è limitata e contingente. Essa apprende
la verità, diremo, per via indiretta; ciò implica che compara, paragona, seleziona e poi trae
le conclusioni che, ovviamente, non sono assolute, né possono esserlo. L'uomo, in fondo, si
è accorto dell'imprecisione della mente, e per sopperire a questa deficienza ha cercato di
scoprire sistemi logici e forme di ragionamento analogiche, sillogistiche, ecc., basate su
certi presupposti induttivi o deduttivi.
Ma tali sistemi sono scaturiti proprio da quella mente condizionata, quindi non possono
ritenersi assoluti. La stessa scienza deve di continuo modificare i suoi concetti ritenuti in
precedenza validi. La forma-immagine della materia di un fisico dell'Ottocento non è la
stessa del fisico atomico di oggi. Nella vita universa ci sono diversi piani di manifestazione
e di coscienza; l'uomo possiede differenti finestre, ciascuna essendo atta a mettersi in
contatto con un particolare piano di esistenza.
La vista fisiologica, per esempio, serve soltanto se sussistono certe modalità di ambiente.
Se la luce dovesse mancare, la rètina dell'occhio non registrerebbe più niente. Ora, la
mente afferra le percezioni analizzandole, comparandole e concettualizzandole, ma
rimane nell'ambito del sensoriale, del duale, del frammentario, del tempo e della causalità.
Inoltre, osserva solo dati esterni a sé, voglio dire che riconduce tutto a oggetto di
percezione. Ma come possiamo comprendere il soggetto che conosce? Se ci affidiamo
ancora alla mente, essa riporta in modo automatico il soggetto, che vogliamo conoscere, a
oggetto e questo oggetto presuppone un'altra volta un soggetto conoscente.
In questo processo la mente proietta una forma-immagine del vero soggetto ed è su quella
forma-immagine che determina la sua attività pensativa. Ciò significa che essa non opera
sulla cosa in sé, ma sulla proiezione della sua stessa immaginazione. Così, abbiamo una
interpretazione dell'universo secondo la forma-immagine mentale dell'uomo, non secondo
l'intrinseca realtà.

 
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Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

Un proverbio indù dice: Possiamo ballare sulle nostre spalle? No. Ebbene, la mente non
può comprendere se stessa. Qui possiamo notare il limite di uno strumento conoscitivo e
ammettere con umiltà e accettazione una tale constatazione. Ma la mente, che produce l'io,
il tempo, lo spazio e la causalità, non si arrende e nel suo moto ignorante tenta di definire,
concettualizzare, afferrare ciò che è senza tempo, senza causa, senza spazio: insomma, non
è autorisplendente, autoconoscente. Dietro a essa esiste qualcosa da cui trae un modesto
riflesso conoscitivo. Questo qualche cosa lo possiamo paragonare al sole che risplende di
luce propria. Compito del processo realizzativo è quello di ritirare la coscienza in questo
Sole centrale che non abbisogna di nessuna mente-pensiero per conoscere poiché
comprende e si autocomprende. Se questo Atman centrale viene paragonato al sole e la
mente alla luna, a che cosa serve quel pallido riflesso della luna, quando il sole splende
allo zenit?

D. Se la mente è un impedimento alla conoscenza dell'atman, come posso superarla?


R. La mente può costituire un impedimento quando si ostina a esercitare una prerogativa
che non le appartiene. Se riesce a comprendere, tramite l'illuminazione supermentale, i
suoi giusti limiti, può essere di valido aiuto come lo sono, d'altra parte, gli altri veicoli.

D. Si tratta solo di riportarla alle sue giuste dimensioni, darle il suo giusto posto e la sua giusta
funzione?
R. Sì. Occorre dare alla mente la sua propria dimensione, che è misura, poi portarla al
silenzio attivo. In tale solitudine mentale emergerà l'Ignoto.

D. Come è possibile riportare la mente alle sue giuste dimensioni se è essa la causa dell'inganno?
R. Stiamo girando attorno allo stesso problema. Cerchiamo di uscirne.
Comunque, il fatto che possiamo in modo conscio formulare, direzionare, inibire il
pensiero, vuol dire che noi non siamo il pensiero-mente. Se potete fare le affermazioni che
avete fatto adesso, vuol dire che esiste un centro dietro la mente che può intervenire e
vedere lo scorrere delle idee-immagini mentali.
D'altra parte, occorre sperimentare quella condizione in cui si rimane senza pensiero,
senza immagini.

D. Io ho provato questa condizione e ne riconosco la validità, ma vorrei capire meglio quel


meccanismo che purtroppo mi strappa dalla condizione di assenza di pensiero. Insomma, che cos'è
che mi spinge a uscire da quella, chiamiamola, posizione di quiete, di silenzio, di solitudine?

 
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Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

R. Per comprendere questo evento prima di tutto dobbiamo esaminare il dinamismo del
processo pensativo e poi risalire alla causa che spinge la mente a riprodurre un'idea-
immagine. La mente è una forgiatrice e nello stesso tempo un registratore di immagini;
non sa pensare se non con modelli ideali; una pura astrazione è, appunto, impensabile.
Possiamo, così, paragonarla a una pellicola cinematografica sulla quale si plasmano
immagini, intere sequenze pensative.
Patanjali nei suoi Yoga Sutra, dice che la mente prende la forma dell'oggetto pensato o
percepito, e a sua volta il jva-soggetto interno (anima cristallizzata e individuata) assume
quella delle funzioni mentali. Dunque, abbiamo che il jva-io s'identifica con la forma-
immagine proiettata dalla mente la quale, a sua volta, diventa l'oggetto percepito; tutto
questo è un gioco mentale.
Vi prego, seguiamo questo processo con grande attenzione, potremmo pervenire a delle
interessanti scoperte.
Facciamo un esempio: la mente di un attore proietta l'immagine di Giulio Cesare (in
quanto sta recitando questa parte), l'io-attore, quindi il jva-individuo, s'identifica con la
sua immagine mentale a tal punto da dire: io sono Giulio Cesare. Ciò produce una scissura
tra l'entità reale e quella che potremmo chiamare illusoria. Fino a quando dura la scissura,
ci troveremo di fronte a una condizione esistenziale di... sogno.
Ed è proprio da questa condizione che dobbiamo svegliarci. Il vero Risvegliato è appunto
colui che ha risolto tutte le scissure ritrovandosi incondizionato.
Dunque, abbiamo sovrapposto allo sfondo dell'Assoluto in noi una serie di immagini e di
non-realtà fino a scambiare lo stesso Assoluto con queste immagini di sogno.
E' ciò che vuol dire Aa‘kara quando afferma che scambiamo la corda per il serpente. Il
serpente non è altro che una nostra modificazione di pensiero, una nostra innocua
proiezione-immagine con la quale il jva-io si è fuso cadendo nell'avidya-ignoranza. Non è
il caso d'inoltrarci su come la mente riproduca in immagini le forme oggettive o le varie
indefinite percezioni sensoriali.
Ora, se rammentiamo quel cinematografo mentale che ci porta di continuo nel mondo del
divenire, scopriremo che tra una percezione e un'altra esiste uno iato, un vuoto; come lo
abbiamo anche tra un fotogramma della pellicola cinematografica e un altro, o come la
stessa scienza lo ha scoperto tra un fotone di luce e un altro. Che l'universo fosse un
continuo-discontinuo, la metafisica Vedanta lo sapeva da tempo.
La meditazione dello Yoga Vedanta porta al rallentamento della sequenza pensativo-
immaginativa fino a quando non si entra in quel continuo non-manifesto che è vera Realtà
non soggetta a cambiamento. Che cosa sia questo Vuoto-Realtà, questo Silenzio divino,
questa possibilità non oggettivante e proiettante lo dovremo scoprire; ogni speculazione
intellettiva sarebbe vana ché il pensiero non farebbe che creare altre immagini illusorie,
altre concettualizzazioni che appagherebbero solo i mentalisti.

 
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Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

Veniamo alla seconda istanza della domanda.


Che cos'è che ci riporta nel divenire? Mi sembra questa la domanda.
Se abbiamo sperimentato non dico la fase ultima del processo del samadhi, perché quella
condizione-non condizione di cui abbiamo parlato prima rappresenta proprio un tipo di
samadhi, ma almeno quella dell'autopresenza o dell'osservatore, ci saremo accorti che
appena realizzata la quiete della mente, questa si ritrova nell'ingorgo pensativo perché
delle forme-immagini sono entrate con prepotenza nella nostra spazialità. Possiamo dire: il
dinamismo energetico delle immagini immagazzinate in noi ci condiziona in modo
considerevole. Solo chi ha vissuto questo processo meditativo può riconoscere che cosa
siano i contenuti psichici, il loro potente dinamismo e la loro esuberante capacità di
condizionamento. Liberarsi da questo passato, da questo accumulo, da queste larve
vaganti, da questi fantasmi che odorano di cipresso è condizione del vero aspirante alla
Realizzazione.
E' proprio questo dinamismo, dunque, che ci spinge, ogni qualvolta tentiamo di portare
silenzio nella mente, a estrinsecarci ed esteriorizzarci. E occorre fare molta attenzione
perché inibire la mente non serve a niente, anzi è controproducente. Il silenzio mentale è il
risultato non d'inibizione, ma di soluzione dell'intero accumulo energetico imprigionante.
Così, due sono i fattori che inducono la mente a plasmare immagini-sogni: il primo è
prodotto dalla nostra immensa risorsa energetica subconscia di ideali cristallizzati che
chiedono soddisfacimento; il secondo dall'abitudine della mente estrovertita, non
controllata, che modella e solidifica le varie percezioni.
Il controllo della tendenza all'estroversione oggettivante della mente e la soluzione delle
forze subconsce costituiscono i due più importanti pilastri del tirocinio yogico vedantico.

D. Lo psicanalista può risolvere questi problemi?


R. Lo psicanalista non risolve, ma asseconda l'istanza subconscia. Sta qui la differenza tra
lo yogi e lo psicanalista; questi opera a livello dell'individualità maturando istanze relative
all'io in conflitto, quegli, invece, tende a risolvere e trascendere l'intera individualità
umana. Tra i due non ci sono opposizioni, ma metodi e finalità diversi per cui è bene
astenersi da ogni paragone.
R. Riprendiamo il dialogo dell'altra sera e cerchiamo, come è nostra abitudine, di
realizzare quella giusta attenzione che ci potrà portare nel mondo del significato. Ci sono
persone nuove questa sera; mi è stato detto, comunque, che molti hanno già sentito la
registrazione. Possiamo dunque procedere con le domande.

 
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Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

D. Ho sentito la registrazione dell'ultima sera e ho trovato la soluzione a certi miei dubbi di


discepolo; non ho compreso però la differenza tra mente, pensiero, idee, ecc. Che cos'è che devo
risolvere: la mente, i pensieri o altro? E' importante questa risposta per me.
R. Quando parliamo di veicoli, di involucri o di guaine, ci riferiamo a quel composto
energetico che è mantenuto in una certa forma dalla potenza vitale di un Centro interiore.
Quando tale Centro ritira la sua forza coesiva da un veicolo, questo si disintegra e si
disperde nello spazio. Possiamo notare un tale processo osservando la fine del corpo
grossolano che indossiamo. Ogni veicolo si esprime con certe qualità e caratteristiche che
sono inerenti alla sua natura.
Così, quello mentale è un composto energetico che risponde a determinate possibilità;
diremo, è sensitivo al mondo delle percezioni, delle idee, dei concetti. La mente ha la
capacità di visualizzare o proiettare interi universi e di percepirli in modo simultaneo.
Ciò che condiziona lo stesso veicolo è la solidificazione energetica delle idee-immagini.
Un'immagine mentale è carica d'energia, costituisce un potenziale di vita che deve trovare,
presto o tardi, una via di sfogo, di scarico, altrimenti si trasforma in tensione. Un
contenuto mentale costituisce una bottiglia di Leida, può scoppiare nella nostra spazialità
psichica da un momento all'altro; rappresenta un tumore psichico che, non risolto,
produce turbamento e conflitto. Quindi, non è il veicolo in quanto tale che bisogna
distruggere, ma i prodotti fossilizzati che ristagnano nella sua stessa circonferenza e che
condizionano e avvelenano.
Come il corpo fisico produce certe cristallizzazioni che col tempo diventano rifiuti e vanno
eliminati per non avvelenare il sangue, così la mente produce certe cristallizzazioni ideali-
concettuali che vanno eliminate se non si vuole andare incontro a malattie psichiche.
L'individuo, purtroppo, si attacca con forza ai suoi contenuti mentali fino a creare veri stati
anormali o di grave conflitto; egli non è mai quello dell'oggi, del presente; è sempre quello
del passato, della sua memoria; vive di continuo nel tanfo dei suoi cadaveri psichici
putrefatti. La coscienza dell'essere è dilaniata tra il peso determinante di milioni di giorni
defunti, solidificati e il momento presente che è la sua vera condizione di esistenza.

D. Sarebbe questa una sorta di purificazione a un livello profondo?


R. Esatto. Il Vedanta pone il problema della purificazione in termini vibratori.

 
20 
Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

Mi spiego. Un contenuto psichico di orgoglio o senso di separatività produce in noi un


certo stato vibratorio che, a sua volta, si sintonizza con altri stati similari, venendo così ad
accentuarsi. Noi attiriamo vibrazioni corrispondenti al nostro stato. Il nostro odio attira
odio, la nostra superbia attira superbia, e così via. Se vogliamo rompere questo cerchio
vizioso di squallore, dovremo saper vibrare in modo da toccare quelle armoniche superiori
che trascendono la nostra peculiare condizione umana egoica. Tutto ciò costituisce un
profondo processo alchemico, e significa operare con intelligenza oltre che con
comprensione della legge delle vibrazioni. Invero, non c'è idea, concetto, contenuto di
coscienza, che non sia la risultante di una possibilità energetica vibratoria. Le idee
viaggiano su armoniche di luce. La parola è sostanza che vibra. Un'entità, a qualunque
dimensione possa appartenere, è una modalità coscienziale vibrante; ogni forma è un
effetto-moto energetico, è un ritmo, una sinfonia ondulatoria di luce.
Un minerale, un vegetale, un animale, una stella, un bel viso o un bel fiore, un sorriso o
uno sguardo di bimbo: tutto questo non è altro che armonia di ritmi.
La perfetta commensura vibratoria dà l'armonia. Come possiamo notare, non è soltanto
pronunciando la parola amore che possiamo farlo emergere, ma prima di tutto evocando
in noi stessi un adeguato ritmo o un rispondente stato armonicale. Purificare significa
eliminare tutte le disarmonie vibratorie. Non è una questione moralistica, tutt'altro; è
armonizzarsi con il suono universale dell'Essere.

 
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Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

SIAMO FIGLI DEL DESIDERIO. 

D. Mi chiedo perché sono qui. Può darmi una risposta?


R. Penso che si riferisca al fatto di trovarsi su questo piano di esistenza.
Discutiamo assieme questa domanda. Riesaminando la sua vita trascorsa, può chiedersi:
qual è stato l'incentivo che mi ha determinato e portato all'azione?

D. Mi è difficile dirlo in questo momento.


R. Le vengo in aiuto. Che lavoro svolge?

D. Sono funzionario in un ufficio...


R. Bene! C'è stato un tempo in cui ha manifestato un certo desiderio di essere, diciamo,
qualcuno nel suo campo?

D. Veramente mi ero impiegato con il desiderio legittimo di fare carriera, di farmi, come si suol dire,
una strada.
R. Dunque, in quel periodo viveva per soddisfare un suo desiderio, per coronare un suo
sogno, per appagare un suo ideale.

D. Certo, vivevo per questo.


R. Così, in una certa epoca è stato spinto a muoversi pressato da una particolare esigenza
di potere, di vanità, di miglioramento economico, ecc.
Prendiamo un altro periodo della sua vita. Quale potrebbe essere?... Ha famiglia?

D. Sì. Sono sposato e ho due figli.


R. Abbiamo ancora un periodo caratterizzato dal desiderio di una famiglia, di una
compagna, di avere figli, ecc.; dal desiderio di fugare la solitudine. Ciò costituisce
l'appagamento di una nostra istanza di appropriazione, di sensazione, di soddisfazione
egoica. Potremmo continuare, ma fermiamoci qui.

 
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Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

Per che cosa viviamo, dunque, questa condizione coscienziale planetaria? Per saziare le
nostre esigenze sensoriali, per coronare certi nostri ideali, per godere beni materiali,
intellettivi, spirituali; siamo qui per estrinsecare la nostra sete di orgoglio, di vanità, di
potere, ecc. Lei si trova qui per accontentare indefiniti desideri, buoni o cattivi, elevati o
meno, altruistici o egoistici e così via. Noi siamo figli del desiderio e solo la sua cessazione
potrà affrancarci.

D. Ma è possibile vivere senza desiderio?


R. Ha solo da sperimentarlo, potrei risponderle. In effetti, la Realizzazione non è semplice
discorsività. D'altra parte, potremmo chiederci: o esiste una modalità coscienziale senza
desiderio, una condizione di Compiutezza, di Assolutezza, di Gioia senza oggetto, di moto
sul proprio asse, oppure siamo destinati a vivere in eterno nel conflitto e nel dolore, senza
via di uscita; in tal caso il suicidio potrebbe forse risolvere il problema.

D. Ho riscontrato che il desiderio è sempre duale.


R. Là dove c'è un desiderio c'è altresì l'oggetto del desiderio, un moto ellittico intorno a un
dato-evento, ma la dualità è incompiutezza.

D. Il Buddha nei suoi sermoni si è riferito a ciò che stiamo dicendo?


R. Il pensiero filosofico orientale predominante è questo: Che cosa sono il conflitto e la
sofferenza umana? Qual è l'origine del conflitto e della disarmonia? Come può essere
eliminato tale conflitto? Come dovrebbe vivere l'uomo per essere armonico con se stesso,
con i suoi simili e la stessa natura? Rispondere a queste domande significa risolvere il
problema dell'individuo, significa fare della filosofia di vita; commensurarsi
nell'esperienza pratica con tale filosofia, significa Realizzarsi.
La problematica orientale è di ordine pratico, empirico; il processo realizzativo è
altrettanto empirico e pratico; la risultante è metafisica.
Il Buddha, con la sua Illuminazione, ha scoperto che la vita samsarica è permeata di
conflitto e di dolore. Le Quattro Nobili Verità trattano della sofferenza, dell'origine della
sofferenza, della soppressione della sofferenza, della via che porta alla soluzione della
sofferenza o del conflitto. L'origine della sofferenza, per il Buddha, è la sete del piacere-
godimento, è il desiderio di essere questo o quello, è l'avidità di vivere certe esperienze
duali.
Il nirvana rappresenta la Pax profunda, la Compiutezza, la Pienezza, il moto sul proprio
asse e la Gioia senza desiderio. Ma nel nirvana, è ovvio, non esiste più quell'io egoistico,
appropriatore e samsarico, bensì il Sé, la Vita in quanto tale senza alcuna denominazione e
qualificazione. Lo stesso Cristo non svelò l'Amore che è Gioia senza desiderio?
 
23 
Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

D. La gioia, allora, non esiste nell'uomo?


R. Se esiste il dolore deve esistere anche la gioia. Tocca a lei scoprire dove e come afferrare
l'uno o l'altra.

D. Il dolore non occorre scoprirlo, purtroppo lo si vede spesso...


R. In quanto alla gioia, però, lei rimane incerta, non sa dove trovarla, né come possederla.
Non è vero?

D. Qualche volta l'ho vissuta, ma è talmente avara!


R. Può anche darsi, poi, che era una semplice gioia sensoriale, derivata dal coronamento di
qualche desiderio. Quando godiamo siamo felici; però non parlo di questa felicità
sensoriale e fuggente. Parlo della Gioia senza desiderio.

D. Mi vuol dare un esempio?


R. La prego, creiamo la giusta attenzione. Qui sul tavolo può vedere la mia cartella. In
questo momento penso che non provi nessun desiderio per essa.
La vede, la può anche toccare, ma non riceve nessuno stimolo che possa modificare la sua
coscienza; in lei, insomma, non c'è nessuna reazione; rimane paga dell'attuale stato
vibratorio, non esce fuori dal campo della sua spazialità psichica per determinare
un'azione, un moto ellittico, un cambiamento di pensiero. Possiamo ancora dire che vive
nella sua pienezza in riferimento a questo oggetto. Non è vero?

D. Certo. Non può condizionare la mia coscienza, né in modo attrattivo né repulsivo, non provo
nessun sentimento, sono indifferente.
R. Dunque, pur trovandosi di fronte un oggetto, rimane nella pace più profonda, in una
divina indifferenza. Estenda questa condizione a tutti gli oggetti che può offrire la vita
materiale planetaria: comprese l'invidia, la competizione, la distinzione, ecc..

D. E' questa la condizione del Liberato?

 
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Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

R. Come ci sono particelle elementari (per esempio il neutrino) che entrano ed escono dal
campo elettromagnetico dell'atomo senza subire modificazione alcuna, quindi né
attrazione né repulsione, così ci sono personalità che entrano ed escono dal campo
elettromagnetico umano senza subire alterazioni. Questi individui si chiamano Liberati,
Risvegliati, Realizzati viventi, jvanmukta, per dirla con il Vedanta.

D. Per essere Liberati occorre solo eliminare ogni desiderio?


R. Si esprime in modo da far sembrare facile il distacco dalla vita dell'io e dai suoi attributi.

D. Lei sostiene che uccidendo tutti i desideri ci si libera. Riconosco veramente efficace questa
operazione chirurgica. In altri termini, corrisponde all'amputazione della gamba per eliminare il
dolore-conflitto nel paziente.
R. Riconosce che la causa del conflitto umano è rappresentata dal desiderio, dal non poter
afferrare ciò che si vuole?

D. Dall'interesse.
R. Interesse per qualche cosa, desiderio-interesse-sentimento di ottenere oggetti-eventi:
materiali, intellettuali, spirituali. Il desiderio si esplica in mille modi, da quello semplice ed
elementare per un infantile giocattolo a quello più raffinato per ricchezze anche spirituali.
Ne conviene che se quella causa cessasse, cesserebbe anche il conflitto, la sofferenza e la
dualità?

D. In che modo posso eliminare il desiderio?


R. Vogliamo vedere insieme questo problema? Potremmo inibirlo: sarebbe l'amputazione
di cui lei parla. Oramai è noto che ogni forma d'inibizione non risolve il problema; d'altra
parte, fino a quando sussistono le radici dei desideri, l'inibizione rappresenta un
controsenso.
Potremmo eliminare, amputare tutti gli oggetti che suscitano desideri, così questi, non
avendo la stimolazione esterna, non potrebbero estrinsecarsi. In fondo sarebbe un'altra
inibizione, un'operazione che faremmo in modo forzato non più al soggetto, ma
all'oggetto. Come abbiamo già visto, non è l'oggetto esterno o interno che ci condiziona,
ma la nostra risposta, la nostra reazione a esso.
Ci sarebbe un altro mezzo: quello d'inibire il pensiero, in modo che, non pensando più,
l'emozione-desiderio non verrebbe percepita a livello conscio.

 
25 
Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

Soluzione di ripiego, ma non risolutiva, perché quando si ritorna a pensare l'emozione


riaffiora. Poi avremmo il metodo dell'evasione con i vari sports, il sesso, il divertimento in
genere, oppure la dedizione a opere pie o meritorie, l'andare di qua e di là a predicare il
verbo della propria evasione e incompiutezza.
Non dobbiamo inibire, uccidere o evadere il desiderio. Non si tratta, d'altra parte, di farlo
tacere o di dargli sbocchi più o meno innocenti e moralmente superiori; noi dobbiamo
invece risolvere il desiderio. Come vede la nostra problematica è diversa.
Risolvere un qualunque problema significa eliminare lo stesso problema. Ora sappiamo
che un dato si risolve con una sola possibilità: comprendendolo. Non è vero? Quando
comprendiamo il desiderio, quando seguiamo questa energia che nasce, avanza e ci spinge
nel conflitto, quando comprendiamo il suo reale moto ci troviamo affrancati dalla
limitazione e dalla schiavitù, e là dove c'è comprensione non può esserci inibizione, fuga o
altro.

D. Lei pensa che con la comprensione del desiderio abbiamo la soluzione del problema umano?
R. Fratello mio, è con la comprensione del nostro stesso moto che ci possiamo trascendere.
Con la comprensione dell'origine del conflitto e quindi della dualità possiamo da ultimo
trovare la nostra Compiutezza.

D. Mi occorrerà un Maestro per comprendermi?


R. Solo un cuore che sappia svelare se stesso, un cuore che abbia cessato di desiderare
anche le cose più belle, più spirituali e più alte, un cuore che abbia ripreso la Quiete senza
oggetto. Ogni essere umano può essere di grande aiuto a un altro, ma la vera soluzione
della nostra incompiutezza tocca a noi affrontarla e realizzarla.

D. Questa comprensione come può essere ottenuta?


R. Con la discriminazione tra Reale e irreale, tra noumeno e fenomeno, tra Sé e non-Sé. La
via dello jnani non è costituita però da semplici deduzioni e induzioni filosofiche. Essa
rappresenta solo una modalità conoscitiva mediante cui vengono eliminate le
sovrapposizioni concettuali e fenomeniche che celano la Realtà.

D. In altri termini, eliminando quell'idea del serpente sovrapposta alla corda?


R. Samkara dà appunto questo esempio per far capire meglio il meccanismo mentale
proiettivo. L'abbiamo già visto in precedenza.
R. Riprendiamo questo ciclo di conversazioni con l'augurio che possa portarci a una
maggiore comprensione di noi stessi.
 
26 
Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

Teniamo presente che le nostre sono conversazioni che servono da stimolo e che
richiedono attenzione consapevole e penetrazione intuitiva, le quali, a loro volta, possono
svelare la verità che dimora nell'intimo del nostro cuore.
Personalmente, non sono il depositario della Verità, né oso pormi in condizione
missionaria o di apostolato; la Verità non ha bisogno di banditori, Essa è là, è stata sempre
là e sempre sarà in ogni luogo e in ogni tempo; si svela da sé quando la giusta
discriminazione e l'intelligente riflessione sono attuate.
La Verità non può essere racchiusa in uno schema, in un insegnamento, in un sistema
filosofico, né può essere regalata come si trattasse di una scatola di dolciumi; si concede a
chi sa amarla. Ma l'uomo non ama la Verità, bensì l'erudizione della mente, il proprio io
con i suoi indefiniti contenuti, la vita della forma cangiante e fluttuante, la gloria del
potere materiale e spirituale, la propria salvezza purché operata e donata da altri.
Quando comprendiamo che la Verità non è il nostro passato, fatto di orgoglio, di superbia,
di separatività, di egoismo, di brame mondane e spirituali; quando scopriamo che la Verità
è qualcosa di Innocente, di Essenziale e di Semplice, dimorante in ogni espressione di vita,
allora con grande umiltà sapremo bandire tutto ciò che la nostra mente ha accumulato
finora.
L'amore svela la realtà e la realtà è permeata di amore; comprendere è amare e l'amore si
trova nei puri di cuore, in coloro che si rivolgono all'aspetto Vita e non agli oggetti che
incatenano e rendono schiavi e avidi.

 
27 
Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

LA REALTA'‐ASSOLUTO. 

D. Abbiamo parlato spesso di Assoluto, di reale, di verità; ma che cos'è poi la realtà?
R. Noto che entra subito nel cuore del problema, ma la sua è una semplice curiosità
oppure è un'istanza che nasce dal profondo del suo essere? La semplice curiosità non ha
mai svelato i misteri della vita.

D. Non è curiosità. Mi sono sempre chiesto che cos'è la realtà, ma non l'ho trovata né l'ho scoperta
tramite i molti libri, anche spirituali, che ho letto.
Forse non mi sono volto nella giusta direzione.
R. Se vuole un'erudizione sull'illimitata modalità del mondo dei nomi e delle forme, legga
certi libri: ce ne sono di molto interessanti e documentati.
Non sono da scartare o da rifiutare; essi spiegano la molteplicità della vita delle forme su
ogni piano manifesto, ciò che sono le entità inferiori, superiori e divine, il concatenamento
delle energie cosmiche e la possibilità di venirne a contatto. Ma la Realtà non è tutto ciò,
Essa dimora dietro questo intero scenario o grandioso spettacolo vitale; Essa non è scritta
nei libri, ma svelata da un cuore che sappia interrogarsi e comprendersi. La Realtà non è
un'idea, un concetto o una proposizione morale, Essa non si percepisce con l'udito
sensoriale o con la rètina dell'occhio.
Stabiliamo certi princìpi basilari, in modo d'avere una possibilità stimolante.
Leggo un pensiero di Max Planck, premio Nobel per la fisica, tratto dal suo libro
Autobiografia scientifica: Nel primo paragrafo di questo schema autobiografico,
sottolineai che per me la ricerca di qualcosa di assoluto è lo scopo più nobile e più degno
della scienza. Il lettore potrebbe ritenere contraddittorio questo mio confessato interesse
per la teoria della relatività.
Ma sarebbe fondamentalmente erroneo considerare le cose in questo modo: poiché tutto
ciò che è relativo presuppone qualcosa di assoluto e ha un significato solo quando è
confrontato con qualche cosa di assoluto.
La solita frase tutto è relativo, è ambigua e priva di senso. Anche la teoria della relatività è
basata su qualcosa di assoluto, cioè la determinazione metrica del continuo spazio-
temporale; ed è un compito particolarmente importante la ricerca dell'assoluto, che solo
può dare senso a qualcosa di relativo. Tutte le nostre misure sono relative. La materia che
forma i nostri strumenti varia a seconda della sua origine geografica; la loro costruzione
dipende dall'abilità del progettista e del costruttore; il loro impiego è contingente al
particolare scopo perseguito dallo sperimentatore.

 
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Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

Il nostro compito è di trovare in tutti questi fattori e dati l'assoluto, l'universalmente


valido, l'invariante che vi è nascosto.
Questo concetto, nella sua essenza, è metafisico, e questa sera cercheremo di penetrarlo
insieme. Quando parliamo di Reale, senza neanche accorgercene, lo identifichiamo a
qualche cosa di assoluto, di eternamente valido, di indipendente da ogni determinazione,
a qualcosa che non deve dipendere da altro se non da se stesso.
Se un dato è assoluto deve avere una vita autonoma, a sé, un'esistenza intrinseca, al di
fuori di qualunque altro dato. Se altri dati esistono o non esistono, per quello che abbiamo
preso in considerazione non ha nessuna importanza poiché appunto esso esiste quale
realtà indipendente, inalterabile, diremo, Assoluta.
Se invece questo nostro dato non ha una vita autonoma, intrinseca, a sé, inalterabile, vuol
dire che la sua esistenza è subordinata a qualche altro dato e quest'ultimo contribuisce a
dargli vita e nome. In questo caso esso non è Realtà assoluta perché si dimostra come un
semplice fenomeno relativo, contingente, transitorio.
Una Realtà è tale se non dipende da altre realtà. Se reputiamo valido questo enunciato,
possiamo, con la spada del discernimento, rifiutare tutto ciò che non gli corrisponde. Il
neti, neti, (non questo, non questo) vedantico, si riferisce appunto a questo modo di
procedere. Abbiamo così, prima di tutto, la presa di coscienza di un valore assoluto, poi il
discernimento conoscitivo per scartare ciò che non corrisponde a quel valore, infine, un
avanzare, diremo meglio, cadere in Quello la cui natura è Silenzio.
Ogni cosmogonia si riferisce alla manifestazione oggettiva, al dato sostanziale, al mondo
dei nomi e delle forme, come abbiamo accennato in precedenza; mentre la metafisica si
riferisce all'Essenza, all'Assoluto invariante, al Principio senza inizio e fine, quindi senza
tempo e spazio, al di fuori di ogni dualità.
E' bene tener presente questa distinzione perché ci sono insegnamenti che trattano della
manifestazione (il mondo dei nomi e delle forme) e altri che invece osano superarla e
trascenderla. Da qui molta incomprensione e addirittura delle polemiche inutili e infantili
tra i cultori dei due punti di vista.
Il Realizzato, comunque, ha trasceso entrambi gli insegnamenti e si è posto sul piano di
kaivalya che è Silenzio onnicomprensivo.
Dunque, che cos'è la Realtà? Poiché essa non può essere pensata, altrimenti creeremmo
una semplice immagine mentale della realtà, va realizzata, e per realizzarla è necessario
trasformare noi stessi, occorre esaminare in profondità il valore della nostra percezione.
Eliminando dal campo della nostra coscienza ciò che non è la realtà, comprenderemo che
cos'è la Realtà e solo così saremo la Realtà.

D. Come posso trovarmi Assoluto quando sono relativo?

 
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Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

R. Questa sua relatività, a sua volta, la considera assoluta o relativa? Se assoluta, ci


troviamo di fronte due assoluti; se relativa, allora, come tale, deve dipendere da qualche
altra cosa che, ovviamente, deve cercare e dimostrare.

D. Mi spiego meglio, alla mente sembra inconcepibile che io debba essere un assoluto.
R. Non potrebbe essere in modo diverso perché la mente non è che un relativo.
Se lei interroga la sua mente concluderà, appunto, di essere un contingente, ma se
interroga il suo Cuore avrà una risposta opposta. Tutta l'umanità si comporta come se
dovesse vivere un'eternità, ciò è dettato da un profondo istinto inconscio di assolutezza.

D. Stando alla nostra definizione del Reale-assoluto, devo concludere che tutto ciò che mi circonda è
solo un relativo. Allora mi chiedo: per quale motivo vivo questa esistenza non-reale, con il mio
lavoro e la mia famiglia? E se tutti abbandonassero questa vita che cosa ne sarebbe del pianeta?
R. Alla prima parte della domanda possiamo rispondere che là dove ci sono
sovrapposizione, cambiamento, nascita, sviluppo, maturità e morte, là vi sono
incompiutezza, fenomeno, relatività e conflitto. Ciò è un'evidenza sperimentale.
La seconda parte della domanda è mal posta. La Verità non tiene conto della problematica
dell'io empirico e della sua particolare sfera di esistenza.

D. Posso vivere il relativo senza entrare nel conflitto? E' possibile ciò?
R. Precisiamo che il relativo è tale se confrontato con il Reale ultimo.
Il conflitto nasce solo quando pensiamo il relativo come un assoluto e ci identifichiamo
con esso. In altri termini, scambiamo la corda per il serpente.
Volgiamo le spalle alla Luce e percepiamo soltanto le ombre degli oggetti che
consideriamo come realtà effettive. Questa è anche l'idea di Platone.
L'identificazione con ciò che non si è, presto o tardi, conduce al conflitto.

D. Perché questa opposizione tra relativo e assoluto? Non è anche questa una dualità da superare?

 
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Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

R. La dualità esiste quando vogliamo assolutizzare il relativo, come di solito facciamo


quando ci poniamo dal punto di vista empirico. Se affermiamo che un dato è relativo,
significa che ci troviamo di fronte un semplice fenomeno che non è assoluto. Quando lei
sogna non fa altro che proiettare dei dati relativi che svaniscono appena si sveglia. Il sogno
viene sovrapposto alla sua realtà in quanto Essere, ma questi non è il sogno. L'Essere
permane, il sognatore esisteva prima del sogno e continua a esistere anche dopo. Il mondo
dei nomi e delle forme nasce, cresce e sparisce, ma non sparisce l'Assoluto, l'Invariante, il
Costante, Quello che non ha nascita né morte. La Realtà è di là da ogni dualismo.

D. La vita che viviamo è allora un sogno?


R. Per colui che vi è identificato non può essere un sogno. Il suo sogno notturno è
abbastanza reale perché lei soffre, gioisce, agisce, si entusiasma, odia e ama; come può
essere dunque un'illusione? Solo al risveglio, e dal punto di vista della veglia, potrà
constatare di aver sognato, non prima.

D. Dunque, io sto sognando anche da sveglio e non me ne accorgo? Tutto questo mi riesce nuovo,
divertente, ma nello stesso tempo preoccupante e drammatico.
R. Che cosa ha fatto fino a oggi se non perseguire dei sogni-ideali? Da giovane non ha fatto
altro che sognare-immaginare di essere questo o quello, oggi ha già in gran parte vissuto il
suo sogno e più in là dovrà di certo abbandonarlo.
Ogni essere umano sta recitando la sua parte, più o meno modesta, proiettata dalla sua
potenza mentale. Quando sul palcoscenico della vita l'intera serie delle parti è finita,
abbiamo il Risvegliato. Questi ha infine scoperto la verità sullo spettacolo e sullo
spettatore-attore.
Vorrei ancora sottolineare che tutta la vita empirica costituisce un semplice sogno-
sovrapposizione solo se visto dall'aspetto ontologico; così il sogno notturno è tale solo se
considerato dal punta di vista della veglia.

D. Ogni percezione non è una realtà? Se io percepisco questa sedia che mi sta vicino, è essa un
sogno? Tutto ciò che la scienza scopre non è reale?
R. Anche nel sogno percepisce la sedia e se ne serve, e fino a quando sogna quella sedia è
senza dubbio reale. Altrettanto da sveglio la sua percezione della sedia è reale. Ma la
percezione sensoriale in sé non ha nulla di definito, di compiuto e di assoluto.

 
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Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

Nel nostro caso, inoltre, il concetto di sedia è una semplice rappresentazione elaborata in
modo arbitrario. La verità materiale della sedia è la risultante concettuale di un dato
considerato cristallizzato, immobile, compatto; però il concetto di materia del fisico
nucleare è diverso; per lui non c'è niente di compatto e definito, ogni cosa diviene, e se
diviene non la si può concettualizzare e fissare. Come possiamo fermare il divenire? Lei ha
un concetto percettivo della materia diverso da quello del fisico perché entrambi vi trovate
su un segmento di una circonferenza conoscitiva chiusa entro certi limiti.
La Conoscenza deve scaturire invece da un Centro, da un Punto che non è né di ordine
personale-individuale né universale (in quanto contrapposto al particolare). Solo in questa
sfera di esistenza non parziale, ma totale possiamo comprendere la Totalità.
Dal punto di vista metafisico, il pezzo di pietra che lo scienziato investiga non è altro che
un lampo perché non fa in tempo a definirlo che già gli scompare dalle mani. Le forme
materiali svaniscono nell'informale. Il suo stesso corpo fisico, che percepisce e sta usando,
rappresenta, a sua volta, un lampo nel continuo flusso del tempo o del divenire.
La prego di considerare, comunque, che tale lampo non è un'illusione; nessun fenomeno è
un'illusione con l'accezione che in Occidente si dà a questo termine.
Il divenire, poi, è tale se confrontato con un centro che non diviene, che è fuori del tempo.
La nostra coscienza, purtroppo, fluisce con la forza del divenire, scorre con il tempo
identificandovisi di continuo; quindi subisce il processo senza comprenderlo.
Ma è la percezione che falsa la Realtà. Essa ci dà il senso del tempo, dello spazio, della
causalità, del movimento e del processo; occorre, però, esaminare con attenzione se tale
percezione sia capace di giusto rapporto e di giusto conoscere. Dobbiamo renderci agenti
autonomi, distaccati, dobbiamo realizzare l'Immobilità metafisica da dove comprendere
l'eterno cangiamento della natura, senza esserne più travolti o menomati.

D. Tutto questo che noi diciamo non è puro nichilismo?


R. Se non dessimo un valore positivo o non riconoscessimo l'Assoluto in quanto tale,
avrebbe ragione. L'Assoluto, invece, è la sola Essenza reale, la sola Verità che meriti questo
nome, e questo Assoluto siamo noi stessi. Ciò è l'opposto del nichilismo. Il fatto che il
relativo-fenomenico scompaia non è nostra congettura filosofica, è una constatazione di
fatto, un'evidenza di per se stessa. La scienza ci dice che il nostro pianeta ha solo pochi
miliardi di anni di vita. Ricordiamoci ancora che stiamo trattando la questione da un
punto di vista realizzativo-metafisico, non empirico, religioso, occultistico.

D. Trovo, in fondo, che vivere un piacevole sogno è sempre bello. Perché dovrei privarmene?

 
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Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

R. Dove c'è il bello c'è anche il brutto, dove c'è il piacere c'è anche il dolore, dove c'è la luce
ci sono anche le tenebre. L'individuo tenta con bramosia di accogliere e afferrare l'uno e
scartare l'altro, ma è impossibile.
La dualità è una moneta a due facce che non può scindersi.

 
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Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

EVOLUZIONISMO. 

D. Se considero quello che abbiamo detto, devo scartare il concetto di evoluzione. Ora l'evoluzione
rappresenta il cardine di molte scienze anche spirituali. Che cosa mi può rispondere in riguardo?
R. Che cosa intende per evoluzione? Sta qui il punto.

D. Che la manifestazione passa da uno stadio a un altro più progredito fino alla perfezione finale.
R. Se non erro, vuole affermare che un non-perfetto possa diventare perfetto, un meno
possa diventare un più, un non-Dio un Dio. Dal punto di vista metafisico questo non è
possibile. Il fiore è tale in quanto è già contenuto nel seme, altrimenti non potrebbe
dimostrarsi come fiore. L'intera manifestazione è un libro che si squinterna, afferma il
Poeta. Il concetto di divenire, poi, presuppone il tempo e questo è un semplice costrutto
mentale, non ha realtà ontologica. Nella mente di Dio tutto è compiuto e presente; è la
nostra coscienza velata dalla maya che non riesce ad abbracciare l'Intero. Il vero
Risvegliato vede la fine sin dall'inizio.

D. Da quando sono nato non mi sono evoluto? E non mi sto ancora evolvendo? Mentalmente mi
riesce impossibile afferrare il concetto di non-evoluzione.
R. Non proprio evolvendo, ma svelando quello che era racchiuso nel suo embrione.
L'umanità sta solo svelando quello che in potenza ha sempre avuto nel segreto del cuore.

D. Allora che cosa devo fare per evolvermi, voglio dire, realizzarmi?
R. Per evolvere niente, per realizzarsi deve comprendersi e risvegliarsi a ciò che è sempre
stato e sempre sarà.

D. Posso realizzarmi in questa stessa vita o devo reincarnarmi molte altre volte?
R. Se noi siamo già il Sé incondizionato, in ogni momento e luogo possiamo riprendere la
nostra natura di Essere.

D. Com'è che molti muoiono senza pervenire alla Realizzazione? R. Che cos'è che muore e nasce? I
contenuti egoici subconsci sono così tanti e potenti che oppongono un serio ostacolo alla presa di
coscienza del Sé.
La Realizzazione è vicina o lontana a seconda degli ostacoli che vi si frappongono.
 
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Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

D. Ci sono delle teorie spirituali le quali insegnano che solo in un ciclo molto lontano si può
realizzare la perfezione finale. Che cosa pensa di questa conclusione?
R. La Realizzazione non dipende da condizioni di tempo; quest'ultimo, abbiamo visto, è
un costrutto mentale. La Perfezione esiste di già, come è sempre esistita; è in noi, con noi e
in mezzo a noi; in Essa ci muoviamo, viviamo e siamo.

D. Possiamo afferrare l'Assoluto, e quindi prendere la più alta iniziazione, stando nel nostro
pianeta? Mi hanno detto che la Perfezione si ottiene su altri pianeti.
R. L'Assoluto esiste in terra, in cielo e in ogni luogo. Se il nostro pianeta non fosse sorretto
dall'Assoluto, diventerebbe di conseguenza un assoluto a sé, in contrapposizione a
quell'unico Reale-assoluto. Non possono sussistere due assoluti. Lei stesso non potrebbe
vivere se non avesse in sé quest'assolutezza; un relativo empirico esiste solo se sostenuto
dall'Assoluto.
D'altra parte, se la Realizzazione non dipende dal tempo è ovvio che non dipende neanche
dallo spazio. Spazio e tempo sono costrutti mentali, forme-immagini logiche utili a una
mente che non sa comprendere l'Infinito e l'eterno Presente.

D. Ci sono, però, pianeti più evoluti del nostro dove si possono fare adeguate esperienze.
R. Perché questa distinzione planetaria o cosmica? Il nostro sistema solare è un semplice
rione dell'intera galassia. Andare da un rione a un altro non è niente di straordinario. La
vita è Una, le distinzioni e le differenziazioni appartengono solo alla mente separativa e
distintiva la quale ha bisogno sempre di dividere, sezionare, disunire per poter carpire un
semplice granello di verità, ma la sintesi e l'unità le sfuggono. La mente è tempo-spazio-
causalità.

 
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Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

IL MAESTRO. 

D. Come posso fare per trovare il Maestro o il Guru? Noto che molti aspettano questo incontro,
quindi lo ritengo necessario. Mi può indicare una strada, o mi vuole fare lei da Guru?
R. Il fine della vita non è quello di cercare un Maestro, ma la Verità. Quando amerà la
Verità più del suo io, allora il Guru le verrà incontro e questi potrà essere anche un libro,
un amico o meglio ancora il suo Sé, Maestro nel cuore.

D. Però esiste una gerarchia di Maestri che va cercata e servita.


R. Deve servire solo la Verità e questa non alberga solo nei Maestri, ma nei cuori di tutti gli
esseri. Quando serviamo i Maestri ci combattiamo in modo reciproco perché il proprio
Maestro è sempre migliore di quello degli altri: il Maestro Gesù è migliore del Maestro
Gautama o viceversa, il Maestro Samakara è migliore di S. Francesco o viceversa; i Santi
della propria religione sono sempre migliori di quelli di un'altra religione e così via. La
catena dei Guru di un certo tipo di Yoga è migliore di un'altra catena di Guru di altri tipi
di Yoga. Non l'amore verso un Maestro è il nostro traguardo, ma l'amore verso la Verità, la
sola che dà la Liberazione e la Realizzazione.

D. Dobbiamo rifiutare i Maestri?


R. Non ho detto di rifiutare. Tutti siamo maestri di qualcuno. La Verità include i Maestri e
tutta la Vita, per cui amando la Verità lei ama tutti i Guru passati, presenti e futuri, di
qualunque razza, religione e confraternita.

D. Perché tutti cercano i Maestri?


R. Perché è più semplice cercare un Maestro che la Verità, è più facile essere servizievole
verso un Maestro che verso la Verità, è più comodo concedersi a un altro individuo che
alla Verità, è più agevole servire in modo passivo che cercare creativamente e con
atteggiamento positivo.

D. Ho sempre pensato che senza i Maestri l'umanità non potesse evolvere.


R. Fino a quando quel Sole centrale brillerà nel cuore del sistema, Esso illuminerà i giusti e
gli ingiusti, i grandi e i piccoli, i deboli e i forti, i reprobi e i Santi, malgrado le varie
opinioni degli uomini.

 
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Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

D. Non dovrei invocare il Maestro Gesù? Io sono cristiana e quindi sono devota a Gesù.
R. Perché non evoca l'Amore, non cerca l'Amore e serve l'Amore? Si metta al servizio
dell'Amore ed entrerà nel cuore non di un solo Maestro, ma della stessa Divinità, Maestra
di tutti i Maestri. Quando penetrerà l'Essenza Una comunicherà con tutti gli esseri e con
tutte le cose universali.

D. Non le dice niente la morte di Gesù?


R. Quella di Gesù, no; quella dell'Amore, sì. Gesù risuscitò dopo appena tre giorni, sano e
salvo più di prima, ma l'Amore ancora devo vederlo germogliare nei cuori degli uomini.
Quel lontano giorno non hanno calpestato e offeso Gesù, ma l'Amore e la Comprensione,
la Carità e la Compassione.

D. Quando mi trovo nel silenzio mentale, che cosa posso fare per penetrare sempre più il mistero
della mia esistenza?
R. Quando si trova in quella condizione può mai determinare un moto pensativo?
Significherebbe ricadere nel processo-divenire mentale. D'altra parte, è bene tener presente
che il semplice silenzio della mente è solo una finestra aperta verso il Sé, non l'effettiva
realizzazione del Sé. Quando per lungo tempo quel silenzio si sarà instaurato in noi come
naturale conseguenza del distacco e dell'eliminazione di ogni sovrapposizione, allora,
presto o tardi, avremo la consapevolezza del Sé.

 
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Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

IL RISVEGLIATO. 

D. Il Sé come potrebbe vedere il mondo dei nomi e delle forme?


R. Quel potrebbe vedere, significa che lei non è ancora il Sé. E se non è il Sé perché si
preoccupa di quello che ancora è lontano?

D. Mi potrebbe stimolare la presa di coscienza del Sé.


R. Il Risvegliato vede solo il Sostrato del tutto, lo schermo indifferenziato senza tempo-
spazio e causalità, là dove, invece, il dormiente osserva gli oggetti evanescenti e mutevoli.

D. Mi può dire come considera la morte il Risvegliato? C'è in me un'inconscia paura di morire, la
morte mi ossessiona.
R. Per il Risvegliato non vi sono né nascita né morte, né sofferenza né felicità sensoriale. La
paura, ogni genere di paura, sorge quando la coscienza è identificata all'io conflittuale.

D. Perché parla allora di sofferenza e di conflitto?


R. Uso il linguaggio appropriato all'esperienza del dormiente. Questi afferma di soffrire o
di gioire e così via, a seconda dei casi.

D. Come si può riconoscere un Risvegliato?


R. Come si può riconoscere uno scienziato? Che differenza esiste tra uno scienziato e un
uomo, diciamo, comune? Nessuna all'esterno; la differenza è all'interno della loro mente-
coscienza.

D. Lei si crede un Risvegliato?


R. E' l'io che si crede questo o quello; quando l'io è sparito è svanita altresì ogni
problematica di distinzione e qualificazione.

D. Mi può dire com'è visto dal Risvegliato il problema del male e del bene?

 
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Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

R. Ci sono verità che è opportuno serbare nel cuore. Il dormiente, vivendo nella dualità e
sotto l'imperio del fantasma samsarico che è l'io, potrebbe stupirsi o non comprendere
certe cose. Per gradi la Verità si farà strada in tutti noi, se saremo abbastanza umili e
coraggiosi. In ogni modo, la problematica dualistica riguarda l'io e non il Sé.

D. Non so se è una semplice curiosità la mia, ma mi può dire come si muove un Liberato vivente?
R. Un jvanmukta non si muove, non produce azione incatenante, né crea alcun moto
traslatorio; egli rotea su se stesso svelandosi in quanto Principio, senza nome e forma. Per
il dormiente, il Risvegliato può costituire una pura astrazione.

D. Quale missione potrebbe compiere un Risvegliato?


R. Sono tanti i missionari: scienziati, artisti, letterati, santi, ecc.; tutti contribuiscono a
stimolare il cuore dell'uomo. Perché restringere il campo ai Santi, ai Risvegliati o a coloro
che si professano spiritualisti? La grande Vita Una, per raggiungere certi fini, si serve
dell'umile madre di famiglia come di un genio scientifico o politico.

D. Ci sono però missioni particolari e di grande portata.


R. Queste distinzioni appartengono alla mente selettiva, comparativa e competitiva, non
all'Uno-senza-secondo.

 
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Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

ADVAITA. 

R. L'Advaita è una via alquanto particolare, diremo, un sentiero controcorrente; mediante


la comprensione di ciò che non è realtà perviene all'accettazione di ciò che è Assoluto. Con
il rigetto della dualità soggetto-oggetto, base del processo pensativo, perviene a
trascendere il pensiero, la stessa mente e l'intero tessuto speculativo, compreso quello
metafisico.
Questa strada ci conduce alla vera pienezza, alla Gioia-Beatitudine senza oggetto, al Sat-
Cit-Ananda (Esistenza pura, Intelligenza-Coscienza pura, Beatitudine-Gioia pura).
Il mondo dei nomi e delle forme è una produzione della Mente cosmica, e l'avidya emerge
quando consideriamo questo mondo come separato dal sognatore cosmico, come una
Realtà a sé, un assoluto. Con la spada del discernimento il discepolo jnani separa il
fenomeno dal noumeno, il prodotto dal produttore, il divenire dall'Essere.
E' un processo a ritroso perché occorre ritirarsi con gradualità al Centro dell'Essere e ciò
senza sforzo, senza opporre alcuna resistenza, senza forzare la psiche o determinare
un'attività volitiva, ma semplicemente usando l'osservazione, il discernimento intuitivo e
la meditazione senza oggetto.
Ogni desiderio umano tende alla felicità, ma questo impulso alla ricerca di ciò che produce
Pienezza è diretto erroneamente verso l'esterno, verso ciò che la percezione sensoriale
definisce mutamento: da qui il conflitto e la conseguente sofferenza. Quello che è mutevole
non può dare mai qualcosa di stabile, di durevole, di costante.
Il desiderio non è che il riflesso di una gioia obliata, di un paradiso perduto.
Quando sapremo dirigere le nostre energie verso il Centro immutabile dell'Essere, allora
potremo riavere quello che abbiamo perso. Quando riconosceremo che la mente
estrovertita non produce altro che separatività e conflitto, la riporteremo allo stato di
quiete o di silenzio ricco di Vita.

D. Questa visione filosofica dell'universo non si riallaccia all'idealismo assoluto di molti filosofi
occidentali?
R. Dietro il pensiero c'è la mente, dietro questa c'è il pensatore, dietro il pensare c'è
Brahman Incausato e Indeterminato, sostrato del tutto. Come vede non si tratta di un
idealismo assoluto poiché la Realtà ultima non coincide con lo stato di pensiero o della
stessa mente.

D. Però il manifesto diventa soggettivo.

 
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Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

R. Il soggetto-oggetto non è che una modificazione mentale e una preordinata


concettualizzazione provocate da una scissura dell'essere. Quando sogna, lei ha una
condizione soggettiva, eppure nel sogno stesso percepisce oggetti apparentemente fuori
del quadro mentale soggettivo a tal punto che il soggetto ne viene influenzato. Ma il
soggettivo e l'oggettivo di sogno non sono che produzioni pensative: sono la stessa mente.
Tenga presente che dove esiste un oggetto, là deve esistere anche un soggetto.
Questa dualità nasce in modo simultaneo.

D. Il mondo intelligibile esiste in funzione della mia particolare percezione o ideazione soggettiva?
R. Non proprio; questa concezione riguarda il solipsismo (idealismo soggettivo).
Noi possiamo annullare la nostra particolare ideazione, ma non quella di Brahma o di
U'Cvara. Il nostro sogno, per capirci meglio, si svolge in una ideazione-sogno più grande.
Così, per noi, il mondo che ci circonda è reale; diremo, oggettivo, fino a quando non
entriamo nella coscienza di Brahma.
Quello che prima avveniva a livello d'ideazione individuale da quel momento avviene a
livello cosmico. Come vede, il mondo empirico è reale e irreale nello stesso tempo,
soggettivo e oggettivo; dipende dalla posizione coscienziale in cui vogliamo porci e dal
particolare livello esistenziale.
Se riusciamo ad afferrare tutto questo avremo messo al giusto posto la problematica della
percezione in quanto possibilità del conoscere, e l'altra, ancor più significativa, che vuole
l'oggetto esterno come indipendente dal soggetto percipiente.

D. Ma il Risvegliato dove si pone in questo quadro di vita cangiante?


R. Dipende dall'altezza alla quale siamo pervenuti. I dualisti si fermano all'Unione con
Brahma, cioè con il Dio manifesto, il Jva cosmico. Il Vedanta Advaita con la Realizzazione
dell'Uno-senza-secondo scavalca tutte le possibili dualità fino a trascendere la stessa Unità,
causa di ogni manifestazione.

D. Incomincio a comprendere che il Vedanta non è quella teoria dell'illusione come mi era stato
detto.
R. C'è molta incomprensione su questo punto. Il darcana Vedanta è una metafisica
realizzativa (una metafisica semplicemente speculativa rimane sempre nell'àmbito della
filosofia teoretica e discorsiva) e costituisce, soprattutto quella Advaita, la più alta
realizzazione che si conosca. Diremo, è unica per la sua visione. Gli Orientali, poi, danno
alla parola illusione un significato diverso dal nostro, e occorre tenerne conto.

 
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Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

Abbiamo visto che lo stesso sogno notturno, a rigor di termini, non può essere considerato
un'illusione. Quelle nostre varie impressioni, reazioni, deliberazioni non sono illusorie.
D'altra parte, quando un evento o dato riesce a modificare la nostra preesistente
condizione di coscienza, non può dirsi un'illusione. Un'illusione propriamente detta non
produce niente.
Quel serpente, di cui abbiamo parlato e che modifica la nostra coscienza, per sussistere
deve pur avere un punto di partenza o una base reale. Esso non può nascere dal nulla, e la
sua base è appunto la corda. L'illusione-errore consiste nello scambiare un oggetto per un
altro: ciò è, in fondo, la condizione di maya.
Questa fa in modo che una cosa appaia diversa da quella che è. La maya ha due aspetti:
uno proiettivo (immagine del serpente), l'altro velante (quell'immagine a sua volta copre
l'oggetto reale, la corda). Dunque, maya non è illusione con l'accezione che l'Occidente dà
a questa parola.

D. Forse è per questo che si tiene in gran conto la discriminazione intuitiva?


R. Abbiamo detto altrove che l'uomo si basa non sulla realtà in sé (corda), ma
sull'immagine di quella realtà (serpente) che il suo mentale proietta. Da qui la necessità di
modificare di continuo la sua interpretazione del mondo. Possiamo riscontrarlo nei
concetti di Dio e della materia. Tali concetti, lungo il tempo, hanno subìto diverse
interpretazioni o modificazioni concettuali.

D. La maya ha un suo fondo di realtà?


R. Se fosse reale non potremmo eliminarla. Le dò un esempio: quando al posto del
serpente riconosciamo la corda in quanto ultima realtà, dov'è andata a finire la maya?
Cerchi di intuire questo mistero.
Vorrei rilevare che stiamo parlando di fatti, accadimenti, eventi che sono di fronte a noi;
potremmo lasciare la terminologia e la stessa visione Vedanta, ma il problema sarebbe
sempre con noi. Quelle percezioni e interpretazioni erronee dei dati si trovano in noi,
costituiscono un fatto e dobbiamo di conseguenza provvedere. Non stiamo prospettando
dogmi, schemi filosofici chiusi o convinzioni che bisogna accettare o rifiutare in blocco. Né
infine è questione di fare propaganda per un sistema o per un altro; stiamo esaminando
una certa esperienza umana, una modalità di pensare, un comportamento psicologico che
purtroppo producono errore e conflitto.

 
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Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

SOGGETTO‐OGGETTO 

D. Vorrei ritornare sul concetto di soggetto-oggetto; è importante, almeno per me. Ha detto prima
che esso è una nostra ideazione, in che senso? Questi due termini a che cosa li possiamo far
corrispondere?
R. Vogliamo esaminare assieme questa domanda? Iniziamo con l'ideazione notturna; c'è
un soggetto sognante?

D. Sì, sono io che sogno.


R. Ne è sicuro?

D. Penso di non avere dubbi, non può essere un altro che sogna per me.
R. Dunque, la mente è il soggetto che proietta immagini, interi universi, non è vero?

D. Non abbiamo detto nei giorni scorsi che la mente è solo un veicolo?
R. Sì, ma che possiede certe caratteristiche, certe modalità di funzionamento e peculiari
qualità proprie. Come la glandola produce particolari secrezioni, così la mente secerne
illimitate proiezioni o immagini pensative. D'altra parte non è la mente che sogna? D.
Senza dubbio, il mistero dell'essere risiede nella mente o in ciò che noi chiamiamo mente.
R. Non è che abbia tutti i torti. Comunque la mente secerne il pensiero che prende le
caratteristiche di onde o modificazioni mentali; una modificazione mentale è
rappresentata proprio dal concetto-immagine: soggetto percipiente.
Là dove c'è un soggetto percipiente, deve esserci altresì un oggetto; così la stessa mente,
con la sua ideazione o proiezione di indefiniti dati, produce anche l'oggetto. Soggetto-
oggetto sono produzioni mentali.

D. Come! Il soggetto non è l'io? Non è me stesso?


R. Vediamo. Quando si sveglia riconosce, in fondo, che l'esperienza notturna non era altro
che sogno. In altri termini, il soggetto di veglia non accetta più la precedente esperienza
del soggetto di sogno. Difatti, svegliandosi lei si scopre, diremo, un'altra persona. D'altra
parte, se sparisce l'oggetto di sogno deve altresì sparire il soggetto corrispondente. Se il
soggetto fosse sempre quello notturno, anche da sveglio dovrebbe determinarsi come
soggetto di quel particolare mondo, invece occorre scegliere di essere l'uno o l'altro.

 
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Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

D. Questo soggetto è dunque l'attore che recita le varie parti della commedia della vita?
R. Possiamo dire di sì, e nella misura in cui le varie parti rimangono scolpite nella nostra
sostanza psichica (mente-emozione) possono di tanto in tanto riprodursi, riemergere e, se
non siamo d'accordo o in armonia con il soggetto-io del momento, possono anche
provocare conflitti e complessi.

D. Comprendo meglio l'importanza di frenare il pensiero. Così è quel soggetto che vive certe
esperienze, che gioisce o si affligge. Ma l'io, cioè il mio essere, diciamo, la mia realtà vivente dove
sta, dove vive, che cosa fa? Se quel soggetto è una produzione mentale, dev'esserci un altro ente che
favorisce il tutto, mi sembra.
R. Fratello mio, questa sera stiamo entrando nel vivo di una questione molto importante.
Dobbiamo comprenderci, dobbiamo scoprire chi siamo e chi non siamo, dobbiamo
discriminare ciò che è semplice contingenza in noi da ciò che è eterna Beatitudine,
riconoscere ciò che è l'io e ciò che non è l'io; così possiamo scartare ciò che non siamo e
considerarci ciò che siamo. Ma prima di continuare, vorrei dirvi che stiamo parlando di
metafisica realizzativa, la quale può essere attuata nella misura in cui trasformiamo la
nostra visione mentale.
La comprensione avviene quando viviamo un particolare stato di coscienza; l'erudizione
non conduce a niente. Se, per esempio, sperimentiamo il riconoscimento che questa sera
abbiamo condiviso, faremo attenzione alla produzione mentale affinché essa non avvenga
né di notte, tramite il sogno, né di giorno.
Quando ci accostiamo a un bel fiore, abbiamo subito il soggetto percipiente e l'oggetto.
Questo, a sua volta, procura piacere e il soggetto percipiente ne gode. Se dopo un po' di
tempo cambiamo il quadro e ci troviamo di fronte non più al bel fiore, ma a un oggetto
ripugnante, abbiamo un altro soggetto e un oggetto che suscita angoscia, ansia e
repulsione. Il soggetto attuale non è più quello di prima perché, se lo fosse, avremmo un
valore assoluto e in questo caso ci troveremmo con un soggetto sempre gioioso. Invece,
non è assoluto per cui in ogni istante abbiamo un soggetto-oggetto diverso e di
conseguenza una nostra reazione sempre differente, fluttuante e cangiante.

D. Condivido la sua precisazione. La semplice curiosità non può svelare la realtà; ho già preso degli
appunti in modo che possa rivedere e comprendere meglio queste nostre scoperte. Sono arrivato a
capire che la sperimentazione la compie questo soggetto prodotto dalla mente. Devo comunque
capire altre cose.

D. (altra persona). Mi ricorda la parabola upanishadica dei due uccelli che dimorano sullo stesso
albero; l'uno produce azione e sperimentazione, mentre l'altro sta immobile, silenzioso e
impassibile.
 
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Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

R. Possiamo riprendere quest'immagine perché ci fa comprendere tante cose. Un


momento, lei ha finito la sua domanda? (rivolgendosi al penultimo interrogante).

D. Volevo scoprire chi sta dietro a tutto questo processo.


R. Per prima cosa, ha compreso che tutto ciò che scaturisce dalla mente è movimento
ellittico, cangiamento, modificazione continua? Ha compreso che questo movimento è
relativo, fenomenico e che fino a oggi gli ha dato valore assoluto? Il nostro intento, d'altra
parte, è quello di cercare l'Assoluto in noi, l'eternamente valido, il costante, quello che non
dipende da fluttuazioni o da reazioni prodotte da un soggetto-oggetto capriccioso. Se ciò
che abbiamo esaminato è incompiutezza, dove dobbiamo dirigerci per trovare la Gioia
senza oggetto? La mente non è altro che conflitto e dualità, essa produce il soggetto
sperimentatore e l'oggetto da sperimentare; l'oggetto lo può offrire la nostra subcoscienza,
dove sono registrate le varie impressioni, o il mondo che ci circonda, ma che sia interno o
esterno ha poca importanza. Abbiamo visto l'immagine dei due uccelli: l'uno rappresenta
l'instabile, il mobile, lo sperimentatore e il fruitore karmico; gode, gioisce o rimane
angosciato; in altri termini, esperimenta la dualità. L'altro corrisponde al Testimone che
non partecipa ai giuochi imprigionanti dello sperimentatore; l'uno è il pianeta terra con il
suo moto ellittico, duale e conflittuale, l'altro è il sole sempre identico a se stesso, roteante
sul proprio asse e testimone silenzioso di tutti gli accadimenti terrestri.
Una volta compreso questo intero processo, diremo che il prossimo passo sarà quello di
non condividere più il moto mentale e di creare con gradualità, ma con persistenza, una
condizione di quiete, di calma, di assenza di pensiero e di soggetto-oggetto. Quando
saremo padroni delle nostre stesse ideazioni, potremo rivolgere l'occhio al Testimone; la
comprensione di Quest'ultimo potrà avvenire solo nel totale silenzio mentale,
diversamente la mente non farebbe altro che creare nuove proiezioni e la speculazione
avverrebbe di conseguenza su questa rappresentazione mentale; in altri termini,
cadremmo nello stesso errore in cui siamo caduti fino a oggi.
Ogni veicolo del jva sperimentatore si estrinseca con certe modalità, possiede certe qualità,
presenta particolari caratteristiche; quando il jva segue passivamente la modalità
espressiva del veicolo abbiamo l'identificazione, per cui noi stessi, quali entità distinte dai
veicoli, ci confondiamo con quella sperimentazione affermando: sono questo o quello,
sono debole, forte, angosciato, felice, giovane, vecchio, ricco o povero erudito o ignorante,
schiavo o libero1.

D. Mi chiedo se i veicoli non li ha creati la stessa mente.

 
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Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

R. Se partiamo da un contesto scientifico, e cioè che la materia non è altro che elettricità a
vari gradi di condensazione, dobbiamo concludere che la mente può solidificare una sua
immagine, può renderla, diremo, materiata. I veicoli sono elettricità attiva a diversi gradi
di condensazione. Ciò che la mente ha prodotto, la stessa mente può risolvere e
trascendere.

D. Se riesco a estrapolare il pensiero da tutti i veicoli e dagli oggetti, rendendolo puro e non
contaminato, posso comprendere la Totalità?
R. Chi si porta nel principio Cit (intelligenza-coscienza pura) è già in Brahman. Questi è
Sat-Cit- nanda e possiamo raggiungerlo anche mediante una di queste tre modalità
principiali.

D. Riconosco che se comprendo sempre più la mente, il suo meccanismo e il suo modo di
comportarsi, posso trascendere tutti gli altri tipi di Yoga che ho fatto. Attualmente sto seguendo il
Bhakti Yoga, ma penso che la comprensione del pensiero sia molto importante. Che cosa mi
consiglia?
R. Non posso additarle un sentiero, né distoglierla da un certo tipo d'insegnamento. Deve
scoprire da sé la giusta risposta. In linea generale, possiamo dire che solo interrogando il
nostro stesso moto pensativo possiamo conoscerlo e risolverlo. Quando comprenderemo il
pensiero e la sua dinamica, saremo già di là dalla mente e dallo stesso pensiero empirico
selettivo.

 
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Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

IL TEMPO. 

D. Mi capita spesso di pensare di non essere destinato a realizzarmi in questo ciclo. Come posso
allontanare questo pensiero?
R. Che cos'è il tempo? Che cosa sono il passato, il presente e il futuro? Che cosa
rappresentano il basso, il mediano e l'alto? Per determinare questi dati ci occorre un
termine di paragone iniziale, un contenuto immobile. Ora, dove sta il futuro? Da quale
base o immobile lo possiamo far scaturire?

D. Dal presente.
R. Quale presente?

D. Dallo stato di coscienza in cui mi trovo in questo momento.


R. Questo momento di cui parliamo è già... passato.

D. Allora il passato è quell'immobile da cui nasce il futuro.


R. Così abbiamo che il futuro è un tempo che dovrà venire, mentre il passato è già venuto;
ora l'avvenuto potrà mai produrre il non-avvenuto? Il già nato potrà mai produrre il non-
nato? Il fatto potrà mai produrre il non-fatto? D'altra parte, per considerarlo passato,
dobbiamo ancora rapportarlo a un altro dato da cui desumere un prima riguardo a un poi.

D. Abbiamo detto che dal passato nasce il futuro, quindi è questo futuro il termine di paragone.
R. Ma il futuro è il non-avvenuto, il non-esistente, il futuro è una pura astrazione, una
semplice rappresentazione mentale.

D. Allora il presente è quell'immobile da cui nasce la certezza perché sono conscio di viverlo.
R. Se lei è conscio di vivere il presente, significa che la sua attenzione, e quindi la sua
consapevolezza, è sempre in condizione d'Identità con la sua Presenza, e questa Identità
costituisce la realtà immediata. Ma è difficile vivere questa condizione di sospensione del
pensiero.

D. Ho sperimentato questa condizione che lei dice e devo riconoscere che in simile stato non si può
avere la nozione del passato e del futuro.

 
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Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

R. Attenzione, il signore parla di nozione del passato e del futuro.


Incominciamo, credo, a comprendere qualcosa.
Dunque, quando viviamo l'Identità non possiamo conoscere altro che la nostra vera
Essenza sempre identica a se stessa; quando invece cadiamo nell'ideazione vengono fuori
le varie nozioni del tempo; il passato emerge dal ricordo, se non avessimo ricordo non
avremmo passato, ma il ricordo è memoria di qualcosa; il tempo esiste in quanto lo
rapportiamo a cose, a oggetti, accadimenti; l'ieri non è altro che un certo evento e processo
il cui ricordo ci riporta non all'ieri-tempo che non esiste, ma sempre all'oggi; diremo, al
presente con un contenuto proiettivo che si ripete e si perpetua imprigionandoci nella
cristallizzazione e nel divenire.
Abbiamo che il tempo è oggetto sensibile; ora, tutti gli oggetti sensibili non sono altro che
ideazioni e rappresentazioni mentali che vivono di relatività.
Uscire dalla rappresentazione-ideazione significa altresì uscire dal quadro tempo-evento.
Vivere il presente significa realizzare l'identità con il Sé che non dipende da alcuna
immagine mentale, quindi neanche dal tempo. Concludiamo: il tempo, essendo un
semplice dato di percezione, non può essere reale o assoluto. Di là dal tempo c'è il
Testimone solitario quale sostrato dell'intero processo percettivo.
La mente crea le ore, i minuti, i secondi; crea gli anni e gli eoni, ma tutti questi dati non
sono altro che sue concettualizzazioni effimere, cristallizzazioni per sentirsi tranquilla e
rassicurata. Essa produce immagini per propiziarsi sicurezza e perpetuità, ma altresì
conflitto e miseria. Non afferrando il senza-tempo, che è Assolutezza, plasma costrutti
formali per compensare la sua incompiutezza.
Non è forse la mente che vuole concettualizzare il senza-nome, il senza-spazio, il senza-
causa, o ciò che per essa costituisce l'Ignoto? Le sue ideazioni sono sempre sul noto perché
è essa stessa il tempo, il divenire e la sperimentazione sensoriale. Non ha forse costruito il
concetto di Dio, natura, individuo, ecc.
secondo il suo modo di proiettare e immaginare? Ciò che chiama divinità è sempre un'idea
rapportata alla sua limitatezza spazio-temporale, è sempre un oggetto di percezione,
quindi un prodotto, un processo e un accumulo.

 
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Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

IMMORTALITA' E BEATITUDINE. 

D. Sono profondamente religiosa e Le chiedo se alla mia morte posso raggiungere l'immortalità,
praticando ovviamente tutti i precetti che ora mi si chiedono.
R. Chi è che pone questa domanda in lei?

D. Come sarebbe a dire! Sono io che la pongo.


R. Mi spiego: è quell'Assoluto in lei, lo Spirito incausato, oppure è l'io, la mente
individuata e solidificata?

D. (dopo qualche esitazione). E' l'io che la pone... Penso che sia la mente individuata.
R. E' proprio questo io-fantasma che, sapendo di morire, cerca l'immortalità, la perpetuità
e il divenire. Ma potrà mai diventare immortale ciò che è mortale? Potrà mai eternarsi ciò
che è effimero e contingente? Potrà mai ciò che è del tempo appartenere al senza-tempo?

D. Che cosa dovrei chiedere a Dio? Come dovrei pregare?


R. Si chieda ancora chi è in lei che vuole qualcosa.

D. Se non dobbiamo chiedere o pregare Dio, che è nostro Padre, per che cosa esistono gli
insegnamenti religiosi? Le religioni non ci sono solo in Occidente.
R. Quando l'io è debole, assetato e affamato prega Iddio e ubbidisce ai precetti religiosi,
anche ai più duri; quando invece è tronfio, espanso, non più affamato, volta le spalle alla
religione e al tempio. L'io è un mostro di desideri e quando ottiene soddisfazione volge
subito lo sguardo altrove in cerca di altre prede.

D. Perché non dovrei chiedere la Beatitudine della mia anima?


R. O l'anima possiede in sé la Beatitudine o non potrà mai ottenerla. Non si può ottenere
ciò che non si ha virtualmente.

D. Che cosa dovrei fare allora per trovare la Beatitudine e la grazia di Dio?

 
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Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

R. Deve solo comprendere la Beatitudine, comprendere quali sono gli ostacoli che ne
impediscono la realizzazione, e meditare su ciò che si è. Quindi, non deve attendere la
morte corporale per svelare la Beatitudine e l'immortalità perché queste potrà svelarle
stando in vita, con gli occhi aperti, la mente silenziosa, tranquilla e pacificata.

D. Lei parla di ananda o Beatitudine senza oggetto. Che significa ciò, mi vuole spiegare meglio?
R. L'ananda è Gioia o Beatitudine spontanea, naturale, innocente, non cercata; in essa non
c'è l'io che vuole, che si appropria di qualcosa, che si esalta.
Nella felicità sensoriale c'è piacere, ricerca di godimento, c'è programmazione, c'è
aspettativa, c'è esaltazione emotiva, c'è ricordo.
Nell'ananda non ci sono né dualità né conflitto emotivo; non c'è memoria; non c'è
acquisizione. L'ananda non è gratificazione del contenuto sensoriale, quindi non è sgravio
di tensione.
Nel piacere l'io si esalta, nell'ananda l'io si annulla.
L'ananda può scaturire dalla semplice contemplazione di una zolla di terra, di uno
scroscio di acqua, di una distesa di papaveri, di un viso umano, di un riflesso argentato di
luna; se in codesta contemplazione c'è un cercare qualcosa, un voler acquisire, un
impossessarsi, allora l'incanto dell'ananda sparisce ed emerge il piacere. Questo è
autoappagamento, è effetto d'insoddisfazione, di frustrazione: l'individuo è in conflitto e
tenta di risolverlo cercando il piacere; il piacere è dunque una fugace illusione per
acquietare l'insoddisfazione. L'amore è ananda perché nell'amore non c'è l'io, non c'è
aspettativa, richiesta, gratificazione.

D. Perché in molti esiste l'istanza di essere superiori agli altri?


R. L'io sa di essere impotente, misero e contingente, quindi escogita ogni modo e mezzo
per compensare questa sua incompiutezza; ma la sua superiorità è precaria, effimera e
illusoria. Nessun senso di superiorità può dare la compiutezza, tutt'al più uno stordimento
o godimento sensoriale che è duale, quindi conflittuale. Ci sono molti io i quali, pur
riconoscendo che gli altri si accostano e si sottomettono a loro per la particolare posizione
temporale che occupano, non se ne curano.
L'io va mendicando di continuo compensazioni per vivere e perpetuarsi; abbandona ogni
dignità pur di raccattare qualche ossequio e riconoscimento. L'io si vende, anche a poco
prezzo, pur di apparire quello che non è.

 
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Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

CI SONO VARI SENTIERI. 

D. Pratico l'Hatha Yoga e i suoi esercizi, o asana, mi danno molto giovamento: sono più pronto, con
un vigore che non avevo mai avuto, e più capace nel mio lavoro. Per me questa è completezza e
pienezza. Perché non consiglia di fare questo tipo di Yoga?
R. C'è chi cerca la pienezza corporale, chi quella mentale, chi quella dello Spirito puro.
Dipende dalle istanze interne.

D. Un corpo sano e brillante non produce a sua volta la completezza dell'anima?


R. Se ciò fosse vero, l'umanità dovrebbe essere tutta compiuta e vivere la pienezza
integrale; infatti, gli ammalati sono pochi in confronto ai molti che sono sani e vigorosi,
soprattutto in Occidente.

D. Nel corso di queste conversazioni si è parlato di Bhakti Yoga, Hatha Yoga e Yoga Vedanta; mi è
sembrato di capire che ci sono vari sentieri, potrebbe darci qualche indicazione?
R. L'Oriente tradizionale è venuto incontro intelligentemente, non dogmaticamente,
all'uomo che cerca di accostarsi alla Realtà o alla Divinità indicando, a tal fine, varie strade.
Secondo l'insegnamento tradizionale orientale, l'individuo è caratterizzato dai tre guna o
qualità costitutive: sattva (armonia), rajas (attività) e tamas (inerzia) e questi guna
determinano le diversità psicoenergetiche di un individuo.
Il tamasico, condizionato da qualificazioni materiali fisico-praniche, è lento, inerziale e
istintuale. Il rajasico è estrovertito, passionale, prima agisce e poi pensa, brillante e
irrequieto, esteriorizza con facilità i suoi contenuti.
Il sattvico è armonizzato, contemplativo, tende alla riflessione, all'astrazione.

D. In uno stesso individuo si possono trovare i tre guna?


R. Certo, anche se si può avere la prevalenza di un guna sull'altro.

D. Ha accennato alle diversità psicoenergetiche dell'individuo, in che modo i vari tipi di Yoga
vanno incontro a tali diversità?

 
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Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

R. I vari sentieri rispondono alle qualificazioni di chi intraprende la via; e secondo il


risveglio coscienziale sono in relazione ai tre corpi di manifestazione dell'individuo: fisico,
emozionale e mentale. Considerando alcuni tipi di Yoga possiamo dire in sintesi che lo
Hatha Yoga prende come supporto il fisico e le funzioni vitali, il Bhakti Yoga rivolge
l'attenzione al corpo emozionale e il Raja Yoga si occupa della mente.

 
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Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

OCCULTISMO E POTERI PSICHICI. 

D. Studio l'occultismo; ho seguito più o meno tutte queste conversazioni e rimango un po'
perplesso. Vorrei formulare questa domanda: mi può dire come posso servirmi dell'occultismo per
realizzarmi?
R. Questo lo deve scoprire da sé. Che cos'è l'occultismo, o che cosa s'intende con tale
nome?

D. L'occultismo studia e s'interessa di tutti quei fenomeni sovrannaturali, cerca di capire il mondo
invisibile o sovrasensibile. I fatti oggettivi hanno le loro cause nel mondo soggettivo; tutto ciò è
molto interessante per me, mi fa comprendere tante cose.
R. Pensa che la conoscenza dei molti fenomeni naturali possa risolvere il problema del suo
conflitto? I veri occultisti sono gli scienziati che scoprono ogni giorno la combinazione
causale di molti effetti. Non crede che quegli scienziati atomici, scopritori dell'energia
nell'atomo, fossero dei veri maghi? Ma la conoscenza dei fenomeni vitali, benché degna di
attenzione e di approfondimento, può risolvere le cause del conflitto umano? Può
spazzare l'invidia, l'orgoglio, la vanità, la competizione e la miseria dell'io? Pensa che
l'acquisizione di un potere, umano o superumano, possa risolvere il fondamentale
problema dell'uomo?

D. L'io si completa nella sua espansione. Ogni acquisizione di conoscenza integra l'individuo; non
comprendo perché il potere della conoscenza debba essere escluso o guardato come immorale quando
per l'individualità umana l'autoaffermazione, per esempio, è la sua migliore completezza.
Se ci guardiamo attorno constatiamo che la maggior parte della sofferenza deriva dall'impotenza
dell'io ad appagare le sue istanze e a reagire di fronte a certi fatti. Se la natura ha in serbo quei
poteri adeguati perché non darli all'uomo per dominare le cose e la stessa vita?
R. Se non erro, potremmo sintetizzare la domanda in questi termini: l'io è impotente,
debole e incapace di fronte a certi eventi-fenomeni; se gli diamo lo strumento di potenza
adatto sarà forte, capace, imperioso, per cui ne conseguiranno la felicità, la beatitudine e la
compiutezza.
Quindi, possiamo concludere: se un uomo è ammalato, diamogli la possibilità di guarire e
così raggiungerà la beatitudine; se è povero, diamogli la ricchezza e così sarà serafico; se
non può volare, diamogli la capacità di volare e così sarà gioioso; se vuole uccidere,
diamogli la potenza adatta e così, uccidendo, sarà felice; se è un oscuro personaggio,
fornito però d'ambizione, diamogli un'altissima carica sociale e così sarà soddisfatto.

 
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Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

Per il signore che ha posto la domanda, il conflitto, la sofferenza e il travaglio, quanto a


dire la malattia, la povertà, la fame, l'ambizione, l'invidia, ecc., possono essere risolti
offrendo all'io la possibilità di appagare i suoi desideri. Però per soddisfare un qualunque
desiderio occorre un adeguato potere-strumento. Che cos'è un potere? Mi vuole aiutare lei,
signore?

D. Un potere per me è la capacità d'influire o praticare un esercizio su qualcuno o qualche cosa.


R. Però, per esercitare un potere, a qualunque dimensione possa appartenere, occorre da
una parte il detentore del potere e dall'altra l'oggetto-evento che subisce l'influenza di
potestà, oltre, ovviamente, al potere stesso.
Per praticare un potere occorrono dunque tre dati: il possessore del potere, la potenza-
strumento o il mezzo di potere e l'oggetto su cui esercitare l'influenza.
Vorrei sottolineare che la potenza in sé e per sé riveste carattere d'impersonalità e dipende
dalla direzione che le si vuole dare. Così l'energia-potenza dell'atomo è impersonale; a
seconda dell'uso che se ne fa si possono avere effetti benefici o meno.
Ritornando alla tripartizione, possiamo dedurre che la potenza non rappresenta il soggetto
detentore; quindi identificare il possessore del potere con il potere stesso significa
incorrere nell'ignoranza-avidya, significa scambiare la corda per il serpente. In questa
identificazione cadono molti occultisti per cui spesso sono chiamati adoratori di
Hiranyagarbha (mondo dell'energia-potenza).
Ciò che conta è comprendere il possessore del potere più che la potenza, la quale
rappresenta un semplice attributo qualitativo. Dobbiamo comprendere ciò che in realtà
siamo, dobbiamo pervenire all'Essenza ultima, all'Assoluto in noi che non dipende da
qualità o attributi di qualsivoglia natura.

D. Può il potere risolvere il conflitto e la miseria dell'uomo?


R. Giriamo sempre intorno alla stessa domanda. Comunque, la ricchezza materiale, che è
un potere, risolve il vero, intimo problema dell'individuo? L'Occidente è ricco, ma ha
risolto il suo problema conflittuale? Qualunque notorietà (dell'io), che è essa pure un
potere, risolve forse la sofferenza? Ha raggiunto la beatitudine il dittatore che detiene per
sé tutto il potere di una nazione? Oggi l'uomo possiede la più grande potenza attualmente
concepibile: l'energia nucleare; possiamo però considerare che, con essa, l'umanità abbia
realizzato la beatitudine? C'è ancora un quesito di fondo: ogni potere, umano o
superumano, esige un'istanza di soddisfacimento e di maturazione. Una potenza senza
l'istanza di esercitarla decade come tale e non sussiste più.

 
54 
Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

Il potere è la capacità d'influire, ma se nasce in noi un pur modesto desiderio d'influire,


siamo già nel conflitto, quindi non siamo veramente compiuti. Chi ha raggiunto la
Compiutezza non ha necessità di esercitare alcuna influenza sugli altri. Chi ha raggiunto il
Centro, ha realizzato l'Unità isolata, l'Assoluto e in questa Unità non può esserci un
secondo su cui praticare una qualsivoglia influenza.

D. (lo stesso interrogante che aveva posto la domanda sull'occultismo). Se l'occultismo


s'interessa delle energie-potenze, con esso non posso trovare la mia Realtà ultima. Che cosa mi può
consigliare?
R. Non sono contro nessun tipo di speculazione; ci sono insegnamenti che riguardano solo
il lato forma della vita, altri che s'interessano dell'aspetto qualità o psiche di quella vita,
altri ancora di quell'Uno-Tutto, che è la Vita stessa e che sta dietro a tutto questo scenario
cangiante. Dipende dalla nostra risposta interiore l'accostamento all'uno o all'altro aspetto
conoscitivo.
Chi, dunque, si dirige verso l'Assoluto si presume che abbia finito di giocare (o farsi
giocare) con quel mondo qualificante e qualificato. La maturità iniziatica dell'Essere si
desume dalla direzione che suole prendere la sua coscienza.

D. Quando parla di aspetto Vita si riferisce al vedantico Brahman-Atman?


R. Sì, ma non è la vita come noi l'intendiamo.

D. Quindi, per pervenire alla Compiutezza di cui parla, occorre trascendere tutto il mondo
oggettivo-soggettivo?
R. Certo; come per trascendere l'oggettivo bisogna vincere le resistenze della forza-massa,
così per trascendere il mondo soggettivo occorre vincere le resistenze delle energie-
potenze che spingono di continuo all'azione incatenante, all'estroversione imprigionante,
al conflitto. Ricordiamoci che siamo l'Assoluto, l'Atman, il Brahman, il non-nato,
l'incausato e il senza tempo, malgrado ogni resistenza soggettivo-oggettiva. La nostra
autentica Realtà dimora di là da qualunque soggetto-oggetto o dualità.

 
55 
Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

L'ARTE. 

D. Diremo che sono una personalità creativa, un artista; pensa che tramite l'arte si possa arrivare
all'ultima Realtà?
R. Che cosa intendiamo per creare? Nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma;
invero non facciamo altro che trasformare idee o intuizioni in colori, parole, musica, ecc., e
queste forme musicali, di colore, e così via, mutano nel tempo e nello spazio. Abbiamo,
così, che una forma-colore dell'Ottocento non ci è più congeniale e una forma letteraria del
Duecento non è più accettabile.
Non dobbiamo restringere il campo della trasformazione ideale solo a coloro che
denominiamo artisti. Migliaia e migliaia di esseri umani sono artisti, il più delle volte
sconosciuti. Ma il fattore determinante, o il soggetto operandi è l'io che qualifica la
trasformazione secondo i suoi contenuti, le sue limitazioni le sue incompiutezze e la sua
sensibilità.
Quando gli archetipi intuiti scorrono con fluidità, non trattenuti dalle colorazioni dell'io,
allora si ha una commensura perfetta tra l'idea e l'espressione, tra il contenuto e la forma,
tra il mondo delle cause e quello degli effetti.
L'arte, e ogni canale di espressione creativa, è solo un mezzo e non va confuso con l'ultima
Realtà; man mano che ci accostiamo all'Uno-senza-secondo ogni strumento si trascende
perché non serve più allo scopo. Così, nella misura in cui ci innalziamo all'Uno, ogni
scrittura sacra o profana che sia, ogni tecnica Yoga, qualunque insegnamento, metafisico o
meno, si perde e si abbandona come cosa che ha servito al suo fine. Trovarsi prigionieri
dello strumento o del canale di espressione o ancora dello stesso prodotto manifestato
significa cristallizzarsi lungo una certa linea.

 
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Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

LA VIA DEL FUOCO. CONTEMPLAZIONE DELL'AGIRE. 

1. Quando esperimenti un'emozione (paura, ansia, piacere, dolore, ecc.) prendi


consapevolezza di chi sta sperimentando l'evento. Chiediti: chi è che sta fruendo del frutto
di percezione?

2. Se stai osservando un qualche dato, come un albero, un tavolo, una casa, ecc.,
domandati: chi è che sta osservando?

3. Se stai pensando a qualche cosa, interrompi il flusso pensativo e domandati: chi è che
sta pensando? Che rapporto c'è tra me che penso e il pensiero-immagine? Quale dei due è
la costante, l'invariante?

4. Se il tuo corpo fisico-grossolano si è ferito, chiediti: chi è che sente dolore? Ti pensi
esclusivamente corpo fisico? Allora perché addolorarti? Non vedi che questo ammasso di
carne e ossa non fa in tempo a nascere che già è in putrefazione? Perché violenti la tua
natura che è quella di sperimentare il piacere-dolore? Se ti credi corpo fisico, abbandonati
alla sua natura, che è poi la tua natura, e segui i ritmi del suo essere.
Ma se pensi che Colui che sperimenta è di là dallo sperimentato e dalla stessa
sperimentazione, allora che cosa hai a che fare con il dualismo conflittuale, con il corpo
fisico-grossolano e le sue modificazioni? Se tu sei immortale, che cosa hai a che fare con ciò
che immortale non è? Strappa dunque quel riflesso di coscienza (che ti fa sentire ciò che
non sei) dall'impermanente ed evanescente mondo della maya, rettifica la credenza che tu
sei questo o quello, e vola ad abbracciare Quello.
5. Svegliandoti una mattina ti sei detto: oggi attuerò questo piano, compirò questo
proposito. A sera, però, hai dovuto riconoscere che quel proposito è sfumato. Perché? Se tu
sei una coscienza sola, una volontà singola e senza secondo, se tu sei un'unica intelligenza,
non può assolutamente darsi che la tua deliberazione possa essere frustrata e distolta da
qualcuno o qualcosa che non esiste.

 
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Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

Se il tuo proposito è stato stornato vuol dire che tu non sei solo, non sei unità; vuol dire
che in te c'è un secondo in opposizione; vuol dire che siete due. E di questi due, allora, chi
è il risolutore, l'assertore? Chi è che veramente delibera e propone? Se siete in due, in tre o
in quattro non può esserci unità di intento. Quando molteplici voci discordanti divorano la
tua coscienza, se sei in profondo conflitto, sei dilaniato dal mostro dalle mille teste. Hai
pensato come risolvere il problema della tua dualità, della tua conflittualità e della tua
frammentarietà? Potrai leggere tutti i Veda, i Purana, tutte le filosofie e tutti i saggi più
dotti di questo mondo, ma se non tenti da te stesso di risolvere la tua problematica
costringente e samsarica, non c'è alcun saggio che ti possa elargire la soluzione e la
Realizzazione.

6. Se una mattina svegliandoti ti sei proposto di fare qualcosa che poi non hai fatto vuol
dire che non ti sei svegliato.

7. Ti stai dilettando troppo a produrre pensieri, a secernere idee, a proporre immagini.


Attenzione! ti stai costruendo una fitta ragnatela che prima o poi ti imprigionerà, ti
costringerà, ti violenterà.
Si diventa ciò che si pensa, questo è l'eterno mistero, dice l'Upanishad.
Se non comprendi e non direzioni la tua natura, essa ti annienterà. Gli onanisti si dilettano
a manipolare il pensiero. Coloro, invece, che affermano, pensano e sono. L'idea deve
diventare carne o espressione.
Chi ha deciso non può attendere, né lasciare che il pensiero divaghi in quel sottofondo di
incompiutezza che è privo di speranza. A chi sa affermare è dato impossessarsi
dell'immortalità.

8. A sera, ricoperto di polvere e di stanchezza, osa riconoscere tutti gli alibi che il tuo io si è
creato per sfuggire alla mannaia risolutrice. L'io è assetato di sostegni; a sera chiediti:
quanti sostegni ho dovuto mendicare?

9. L'io per non morire sfrutta istintivamente il tuo sentimentalismo e anche qualche
ideologia. L'io ti fa credere che devi donarti, che sei degli altri, che devi lavorare per gli
infelici, che l'isolamento è contro l'altruismo e cose di questo genere. Devo dirti:
attenzione, l'io ti sta intrappolando, sta procrastinando la sua dipartita; l'io ti sta
accarezzando l'udito con una musica che può sembrare sublime.

 
58 
Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

10. L'io si serve di piacevolezze, di vanità, di vellutato orgoglio. Una delle tante
piacevolezze è di sentirsi utile, indispensabile, essenziale. Tutti gli io si sentono missionari
per qualche cosa: a livello politico, economico, culturale e spirituale. Non c'è un io che non
parli in nome di un ideale, di un'etica, di una filosofia; però, strano a dirsi, queste cose
sono sempre per gli altri, mai per se stessi.

11. Siamo seri: chi è intento a scavarsi la fossa con le proprie mani non ha tempo di
credersi questo o quello, né di andare di qua e di là a mendicare inutili e inopportuni
sostegni, né di procacciarsi alibi compensatori.

12. Se senti un impulso a voler fare, chiediti il perché di questo moto.


Se senti un incentivo a voler parlare, chiediti il perché della tua parola.

13. Chi è intento a scrollarsi di dosso gli incubi di un sogno angosciante non ha tempo di
trastullarsi con credenze, con morali e filosofie sociali.

14. Amico, dimmi: ti sei erudito con la Qabbalah, con il Sufismo, col Pitagorismo, con la
Magìa, con i Veda, e cose di questo genere? Adesso, forse, stai cercando di intrappolare
qualcuno con la tua erudizione? Forse ti senti al sicuro da lacune e da imprevisti? Forse
stai andando alla ricerca dell'avversario per atterrarlo con sofisticate perifrasi a effetto?
Forse ti stai predisponendo a recitare un'ulteriore parte sul grande palcoscenico della vita?
Amico mio, ascoltami: metti da parte tutta questa abilità parolaia e inchioda la mente al
silenzio, inchioda la vanità sulla croce della Realizzazione.

15. Se veramente sei sulla strada della vidya, scrivi sul muro della tua cameretta: Qui si è
intenti a morire, non a offendere.

16. Forse qualcuno ti sospinge a vivere con gli altri, assieme agli altri, gomito a gomito con
gli altri facendoti credere che ciò significhi amare l'umanità. I consigli dei soliti amici!
Riconosci che si può vivere in una grotta in cima all'Himalaya ed essere profondamente
uniti all'umanità, sentirsi per l'umanità e con l'umanità. Chi crede di amare l'uomo
toccandogli il gomito o la mano, si illude. Ma s'illude pure chi crede di dargli la possibilità
di soddisfare i suoi desideri.

17. Forse hai seguito l'estrema sinistra, poi l'estrema destra; infine, deluso, ti sei buttato al
centro per ritrovarti ancora più deluso. Comprendo! Sei confuso.
 
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Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

Da che parte andare? Forse ti stai costringendo nell'isolamento e nello scetticismo? Anche
questa è una strada, ma non è quella giusta. Chi si pone sulla linea orizzontale incontra
sempre i due estremi e quello mediano.
E' il serpente che si morde la coda. Perché non provi ad abbandonare la via orizzontale e
seguire quella verticale? Il punto al centro è il vertice del triangolo, non la base ove
incontri, appunto, i due estremi e quello mediano.
Due estremi consistono nell'affermare che è e non è. Evitàti questi estremi, il saggio non si
sofferma neanche nel mezzo.

18. La via di mezzo è dove non sono né mezzo né lati; quando la tua mente è turbata tu sei
su un lato, quando non è turbata tu sei sull'altro. Quando nulla di ciò esiste, via di mezzo
non c'è, e questa è la via di mezzo.

19. Se vivi nella semplicità non ci sono brame o desideri, e se non ci sono desideri sei in
pace perché hai trasceso la causa dell'irrequietezza e del conflitto. Sii semplice, innocente,
povero; svela la divina Indifferenza, e quando cammini non lasciare alcuna orma.

20. Lottare disperatamente per acquisire qualcosa che magicamente si dilegua è da


alienati. Eppure quanta energia, quanta violenza per impossessarsi di cose che non
facciamo in tempo a tenere in mano che già spariscono! O miserevole sete di illusioni; o
Malìa di seducenti miraggi; tu che costringi milioni di esseri a vivere nell'evanescenza e
nell'oblìo; tu che ti fai scherno dei deboli e dei bramosi, sai piegarti docilmente a colui che
osa strapparti il velo ingannatore.

21. Senza uscire di casa, si può conoscere il mondo.


Senza affacciarsi alla finestra, si possono apprendere le vie del Cielo.
Più si va lontano, e meno si conosce.
Per questo il Saggio pur non camminando arriva, pur non guardando conosce i nomi
(delle cose), pur non agendo agisce. (Lao-Tze).

22. Con lo studio ogni giorno si acquisisce, con il Tao ogni giorno si perde, si perde sempre
più fino a quando si perviene al non-agire... (Lao-Tze).

 
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Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

JIVANMUKTA. 

23. Come vi sono particelle elementari che entrano ed escono dal campo elettromagnetico
terrestre senza subire modificazione alcuna, così vi sono anime che entrano ed escono dal
campo elettromagnetico del genere umano senza subire alcuna modificazione attrattivo-
repulsiva. Queste anime si chiamano Liberati, Realizzati, Jvanmukta.

24. Ogni azione o semplice movimento sensoriale, ogni modificazione coscienziale è


qualcosa di non-compiuto.

25. Sono identico a me stesso perché non ho parti, sono di là dall'agire e dal non-agire.
Quello che è Uno, infinito ed eterno, simile al cielo, come può muoversi?. (Vivekacamani).

26. Come potrei avere merito e demerito, io che sono senza organi sensori, senza mente,
senza modificazioni e senza forma?... (Ibid).

27. Il Testimone non è toccato dalle proprietà delle cose perché è distinto da esse, perché
egli è senza modificazioni e indifferente, come una lampada che rischiara una stanza non è
toccata dalle proprietà di questa. (Ibid).

28. Come il sole è testimone delle azioni degli uomini, come il fuoco distrugge ogni cosa
senza distinzione, come il pezzo di corda è connesso a ciò che gli viene sovrapposto, così
io sono identico a me stesso, impassibile atman, intelligenza suprema. (Ibid).

29. Io non agisco più, né faccio agire gli altri, non sperimento né faccio sperimentare gli
altri, non vedo né faccio vedere gli altri, sono il risplendente e trascendente atman. (Ibid).

30. Che questo corpo inanimato cada qua o là, sulla terra o nell'acqua, io non me ne
preoccupo perché non sono più toccato dalle sue proprietà, come non lo è l'aria nei
confronti della brocca. (Ibid).

31. Se nella prakti avvengono dieci, cento o mille modificazioni, che cosa ho io da spartire
con esse? Io che sono conoscenza assoluta. Le nuvole possono mai scalfire il cielo? (Ibid).

 
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Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

32. Non ci sono modificazioni, alterazioni, turbamenti della Realtà, ci sono solo aspetti vari
della maya. La Realtà suprema rimane sempre inalterata, incondizionata; è la maya, è il
fenomeno che appare e scompare, che è e non è.

33. O Beato, in questo corpo fetido e privo di essenza, ammasso di ossa, pelle, muscoli,
midollo, carne, sperma, sangue, muco, lacrime, cispa, escrementi, orina, bile e flemma, a
che serve il fruimento dei desideri? In questo corpo assalito da desiderio, collera, brama,
ottundimento, timore, dispiacere, gelosia, separazione da ciò che ama; unione con ciò che
non ama, fame, sete, vecchiaia, malattia, morte, debolezza, eccetera, a che serve il
soddisfacimento dei desideri? Noi vediamo, inoltre, che tutto questo universo è perituro
come i tafani, le mosche e gli altri insetti, o come i fili d'erba e gli alberi della foresta che
nascono e dispaiono. Ma perché parlare di questi? Vi sono altri, ben più alti, possenti
arcieri, Sovrani Universali dei tempi passati, Sudyumna, Bhuridyumna, Indradyumna,
KuvalayaCva, YouvanaCva, VadhryaCva, ACvapati, AaCabindu, HariCcandra, Ambarsa,
Nanaktu, Aaryati, Yayati, Anaranya, Uksasena e ancora altri; oppure vi furono dei re
come Marutta o Bharata.
Sotto gli occhi di tutti i parenti essi lasciarono la gloria possente e trapassarono da questo
all'altro mondo. Ma perché parlare di costoro? Vi sono altri esseri ancora più in alto:
Gandharva, Asura, Yaksa, Raksasa, Bhuta, Gana, PiCaca, Geni serpentini e vampiri,
eccetera: anche costoro noi abbiamo visto distrutti. Ma perché parlare di costoro? Vi sono
altri ben più alti: i grandi oceani si sono prosciugati, montagne sono cadute, la stella polare
si è spostata dal suo sito, la ruota dei venti si è spezzata, terre sono sommerse, esseri divini
hanno abbandonato le loro antiche magioni. In un tale perpetuo flusso a che serve la
soddisfazione dei desideri, a causa dei quali colui che di loro ha fruito dovrà tornare più di
una volta? Voglia tu liberarmene! Io sono in questo perpetuo flusso come una rana in un
pozzo disseccato. O Signore, tu sei il cammino che ci mena alla liberazione! Tu sei il
cammino che ci mena alla liberazione! (Maitry upanishad).

34....Quanto a colui che non desidera, che è privo di desiderio, che si è liberato dal
desiderio, che ha conseguito l'oggetto del suo desiderio, perché non desidera altro che
l'atman, i suoi soffi vitali non gli sfuggono; non essendo egli che il Brahman, si
ricongiunge con il Brahman.
A tale proposito vi sono i seguenti versi: Quando tutti i desideri, riposti nel cuore, si
dileguano, allora il mortale diventa immortale e già quaggiù fruisce del Brahman.
(BRhadaranyaka upanishad).

35. Nell'aureo involucro sublime risiede il Brahman immoto, puro, indiviso, brillante, luce
delle luci: Esso è quello che conobbero i conoscitori dell'atman.

 
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Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

In Esso non riluce il sole, né la luna né le stelle, non balenano i lampi, non parliamo poi del
fuoco. Esso tutto è splendore e tutto ciò che esiste brilla della sua luce. Questo è il
Brahman immortale; il Brahman che si distende a est, a ovest, a nord e a sud, in alto e in
basso; Brahman è tutto, è l'eccellente.
(Munfaka upanishad).

36. Un brahmana, considerando che i mondi sono il risultato di karma accumulato, di loro
si disgusta pensando che mediante ciò che è creato non si può conseguire l'Increato. (Ibid).

37. L'Ajati vada (Asparça yoga) di Gaufapada sostiene che la maya fa sì che la realtà dei
sogni e i sogni della realtà non evolvano verso qualche cosa, ma spariscano
completamente al tocco della Realizzazione dell'atman.

38. La Tradizione iniziatica ci dice che l'uomo è un Dio... decaduto, involuto; dallo stato di
Armonia è caduto nella disarmonia. Compito della Realizzazione e dell'Iniziazione è
proprio quello di reintegrare l'essere nella sua essenziale natura.
Dunque, l'uomo non è evoluto ma involuto, e oggi la sua involuzione e degradazione sono
molto accentuate. Non è il tempo che porta l'essere a se stesso, ma è la sua presa di
consapevolezza e il suo risveglio a ciò che veramente è.

39. La Dottrina cristiana, parimenti, afferma che l'Adamo primordiale decadde dal suo
stato armonico-paradisiaco per cui affievolì il suo legame con Dio. Il Cristo è venuto per
reintegrare l'uomo decaduto in Dio.

40. L'essere può pensare l'Armonia o la disarmonia, o ciò che noi chiamiamo il bene-male;
è libero di costruirsi prigioni o di scegliere la libertà; l'uomo può direzionarsi lungo
illimitate possibilità vitali perché è libero, per natura, di edificarsi il proprio destino.

41. L'uomo, prima o poi, deve rendersi consapevole che non è Dio a volere e determinare
la sua direzione energetica, ma la sua essenziale natura.
Fino a quando non si rende conto che egli stesso è l'arbitro del suo destino non solo
rimanda i suoi problemi d'incompiutezza, ma si crea l'alibi di scaricare su una Divinità
personale, la causa dei suoi conflitti e dei suoi affanni.

 
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Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

42. Al bambino che ancora non si è assunto la responsabilità dei propri atti, fa comodo
scaricare sugli altri gli effetti del suo operato; ma quando diviene adulto è suo dovere
prendere consapevolezza delle sue decisioni.

43. Questo pianeta di conflitto e di dolore è tale perché l'uomo lo pensa tale.
Più gli individui si rendono conto che essi sono ciò che pensano, più potranno rettificare la
direzione delle loro energie pensative.

44. Se l'uomo vuole veramente il Bene e il Bello ha solo da realizzarli. Nessun Dio
individuale e capriccioso gli si contrappone, nessun demonio malefico e burlone gli è di
ostacolo.

45....Così per questa e consimili trasformazioni è l'espressione risveglio la più adatta. La


nozione di creare, del resto, nell'accezione moderna e soprattutto idealistico-storicistica,
risente di un larvato evoluzionismo: essa presuppone come punto di partenza un meno,
avente dinnanzi a sé qualcosa che possa accrescerlo. La veduta iniziatica è l'opposto: lo
stato di giustizia dell'essere, quello originario, in signo rationis, non ha un più, ma semmai
un meno di là da sé (da qui la dottrina alessandrina della decrescenza dei gradi di luce nel
pr¢odos, termine che letteralmente dovrebbe tradursi con progresso).
Così non si parla del divenire Dio e Creatore da parte di un non-Dio e di un non-
Creatore... ma si parla invece di uno svegliarsi e di un reintegrarsi, o tornare a sé, di un
Dio che dorme (Clemente di Alessandria), di un Angelo tramortito. (Bohme).
Si deve inoltre rilevare che l'espressione creare una Realtà che prima non esisteva, se presa
alla lettera, in senso ontologico e non di esperienza interna, incontrerebbe la difficoltà di
introdurre col prima e poi il tempo nella realtà metafisica, mentre il tempo, almeno così
come lo si concepisce comunemente, è una condizione ristretta al solo stato corporeo.
(Introduzione alla Magìa).

46. Se l'empirico-evoluzione fosse reale, allora l'Assoluto sarebbe determinato dal relativo-
empirico. Se il tempo-spazio fosse reale, allora l'Assoluto atemporale sarebbe condizionato
dal tempo. Se il finito-contingente fosse reale, allora l'Infinito sarebbe limitato dal finito.
Se l'Infinito e il finito, se il Senza-tempo e il tempo, se l'Assoluto e il relativo fossero
entrambi reali, allora avremmo due ordini di realtà nello stesso Principio.
Se la dualità fosse reale, avremmo una contraddizione nel Principio, e la contraddizione
annullerebbe il Principio. Se la dualità fosse reale, chi dei due sarebbe il primo?

 
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Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

47. La dualità nasce dalla mente bambina e irrequieta dell'uomo che vuole evadere dalle
sue responsabilità.

48. Nel Parinama vada (dottrina dell'emanazione) l'atman ci appare come causa di tutto;
nell'Arambha vada (dualismo evoluzionistico) l'atman ci appare come opposto alla nostra
realtà fenomenica.
Il Vivarta vada, o Ajati vada (dottrina della non-generazione), conclude che la realtà
empirica non è né reale assoluta né irreale, ma una semplice apparenza (fenomeno) che,
appunto, appare e scompare (maya).

 
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Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

BRAHMAN. 

49. C'è un Principio di assoluta semplicità, onnipresente e onnipervadente tutto ciò che è
manifesto e non-manifesto. I yogi lo realizzarono come Silenzio assoluto.

50. Brahman viene designato come Sat-Cit-Ananda (Essere, Coscienza, Beatitudine).


Questi termini non sono suoi attributi, ma sono l'espressione della comprensione
intellettiva dell'uomo. Sat è essere puro, assoluto, inqualificato e infinito; Cit è intelligenza
consustanziale a Sat; Ananda è la pienezza di Sat.
L'Essere assoluto dimora nella sua pienezza-beatitudine e nella sua intelligenza o
autocomprensione. In altri termini, Sat si autocomprende come pienezza assoluta. L'Essere
vive in se stesso, per se stesso e con se stesso. Fuori dell'Essere non possono esserci né
esistenza né non-esistenza.
Nella sua assolutezza e indeterminatezza Brahman non è Sat-Cit-Ananda perché
l'Assoluto va di là dall'Essere e dal non-essere, dall'eterno e dal contingente, perché va di
là dal soggetto e dall'oggetto.
Spesso viene anche designato come Non-Essere perché rappresenta la negazione di ogni
attributo, determinazione e classificazione. La mente può solo concepire qualche cosa in
termini di positivo o negativo; ogni concetto empirico è sempre un concetto di relazione,
di rapporto, ma Brahman è di là da ogni relazione e da ogni rapporto.

51. Se l'individuo fosse solo espressione della sua mente empirica, non potrebbe
comprendere Brahman. Però egli non è solo la mente empirica per cui, aprendosi al
sovrarazionale empirico, riesce prima a intuire e poi a realizzare Brahman.

52. Brahman, per il fatto che rappresenta l'Assoluto e l'Uno-senza-secondo, non può essere
percepito, pensato o concettualizzato, ma semplicemente realizzato.
La Realtà essenziale, ultima e senza secondo può essere svelata, ma non oggettivata. La
vita dello stesso individuo può essere solo realizzata e svelata, ma mai oggettivata.
L'individuo, in quanto unità, non può scindersi e guardarsi come altro da se stesso.
L'unità ultima non può essere scissa; l'unità non può avere in sé contrapposizione, dualità,
alterità e contraddizione. Non v'è altro assoluto fuori dell'Assoluto.

53. Ciò che non può essere capito empiricamente, può essere realizzato con la coscienza.
L'individuo può realizzare la sua Essenza ultima perché in essa affonda le sue radici.

 
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Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

Se l'uomo si definisce come semplice pensiero di relazione, non potrà mai ricollegarsi con
la sua Essenza, con l'Assoluto. Pensarsi solo pensiero, significa creare una irriducibile
scissura con la Realtà, significa costringersi in un relativismo assolutistico; in altri termini,
significa riconoscersi contraddizione.

54. Chi si crede semplice pensiero-corpo, si crede relativo e contingente, e vivere per un
relativo-contingente è veramente paradossale e privo di senso.
Se un pianeta o un sole nasce, cresce e muore, mi domando: perché lottare disperatamente
quando abbiamo di fronte non la speranza dell'esistere, ma la certezza del morire? Che
senso può avere l'affannarsi per qualche cosa che tende all'annientamento? Mi si può
rispondere che si lotta per gli altri che si trovano con noi nella stessa barca.
Ma, fratello mio, quelli che tu chiami altri sono perituri quanto te; a che cosa può servire a
essi il mio servigio se già li vedo freddi cadaveri? Mi si può rispondere che si lotta per
coloro che verranno.
Però, come posso determinarmi per qualche cosa che ancora non esiste? E poi, ciò
concesso, non scenderanno anche loro nell'abisso del nichilismo? Costruire una società
sulla certezza della sua distruzione non mi sprona certo a lottare. Se la lotta non è
strumento per raggiungere un eterno, essa è priva di mordente. Se la lotta non porta verso
la Vita ma verso la morte e l'annientamento, è una lotta che si beffa dell'intelligenza e della
logica.
Se la vita dell'uomo non avesse un più profondo significato, trascendente la stessa
dimensione individuata, essa sarebbe solo un inganno e una crudeltà irrazionale: il buon
pensante potrebbe rifiutare un tal genere di vita senza domani.

55. Occorre abbandonare la mente che non comprende o che irrazionalmente ci pone in un
vicolo cieco e carpire la buddhi (intuizione superconscia) che ci offre dimensioni inusitate,
verità che non sono di questo mondo.
La mente sensoriale vive per il contingente e per l'illusione; la mente sensoriale da una
parte si àncora disperatamente alle cose e agli eventi, e dall'altra pronostica la sua morte, il
suo annientamento, la sua vacuità. Chi si definisce mente sensoriale è un cadavere vivente
e, non volendo riconoscersi tale, va in cerca di alibi compensatori.

56. Brahman è la certezza del tuo esistere, è il porto ristoratore, è la Realtà stessa del tuo
pensare. La tua lotta ha un senso perché devi ritrovarti, devi svegliarti, devi riconoscere te
stesso come assoluta pienezza. Brahman è l'àncora di salvezza per la tua mente nichilista e
unilaterale, è la tua Essenza immortale, è la tua dimensione atemporale.

 
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Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

Una società ha senso se è protesa verso il suo ritrovamento atemporale, se il suo agire è in
funzione del comprendersi quale Beatitudine, se i suoi rapporti sono intessuti di speranza
verso un ritrovarsi unità e sintesi vitali.
Una società che vive solo per la propria forma, il proprio corpo, per i bisogni e i desideri
irrequieti, è una società senza domani, una società già morta per quanto apparentemente
in vita, è una società vegetale più che di uomini sapienti.

57. Brahman è non questo, non questo (neti, neti); non è la pseudo-realtà contingente e
beffarda di cui abbiamo parlato. Brahman è satyam jnanam anantam: verità, conoscenza
infinite.
Brahman è di là da tutti quei ragionamenti sofistici della mente sensoriale ignorante che
tenterebbero di dimostrarlo o confutarlo. Brahman è solo oggetto di realizzazione, di
svelamento, di esperienza, e se qui se ne parla è per stimolare la coscienza al
riconoscimento della sua immortalità.

58. Brahman è la costante, quella assoluta, non quella che è soggetta a ulteriori rettifiche.
Brahman è la costante, e tutta la vita fenomenica è quell'apparenza evanescente che può
essere percepita solo perché c'è la costante. Se il fenomeno va e viene, la costante permane.
Se i tuoi corpi fenomenici vanno e vengono, c'è in te la costante, quella costante che dà
senso e valore ai corpi.
Se vediamo la vita fenomenica evolversi sul nostro pianeta è perché esiste il sole quale
datore di vita e inalterabile costante.
Max Planck, premio Nobel per la fisica, dice:...il nostro compito è di trovare in tutti questi
fattori e dati l'assoluto, l'universalmente valido, l'invariante che vi è nascosto.
Ebbene, ciò costituisce la finalità del Ved†nta Advaita e dell'Asparça Yoga.
Il neti, neti è proprio lo strumento operativo che ti sospinge verso la costante brahmanica,
l'universalmente valido, l'invariante che sta dietro i fenomeni vitali, dietro il mondo dei
nomi e delle forme. Se non vedi la costante è perché stai guardando con l'occhio sensoriale;
un elettrone non puoi vederlo, ma non per questo devi crederlo inesistente o irreale.
Come per vedere l'elettrone occorre un'appropriata apparecchiatura, così per vedere
Brahman occorre una totale trasformazione della coscienza sensoriale.

59. La soluzione del tuo conflitto, della tua sofferenza e delle tue contraddizioni non sta
nel promuovere campagne moralistiche o di cambiamento delle strutture sociali; non sta
nell'acquisizione di cose-eventi materiali, ma sta nella realizzazione del Brahman, della tua
vera e profonda essenza; sta nel ritrovare la tua immortalità e la tua pace profonda.

 
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Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

Ogni qualvolta cerchi un'acquisizione di ordine materiale, sentimentale o mentale è solo


perché manchi di qualcosa. Tutto ciò che tenti di portare alla bocca, come toccasana per la
tua incompiutezza, sappi che rappresenta un evasivo trastullo che ti costringe sempre più
nella necessità e nell'alienazione.
Una società basata sul consumismo o sulla dittatura del materialismo corporale-formale è
una società che evade il suo problema di fondo, che cerca di stordirsi ma non di risolversi
e ritrovarsi. Brahman è la costante che risolve il tuo conflitto, il tuo rapporto, la tua
indecisione, la tua sete di acquisizioni e la tua violenza autoaffermativa.

60. C'è solo una religione: quella che porta al Brahman-Infinito. C'è solo una politica:
quella che addita una condotta etica impregnata di universalismo, di sdrammatizzazione
dei valori prettamente materiali, di armonia del capitale-lavoro.
C'è solo una filosofia: quella che sa forgiare le coscienze alla realtà della costante
brahmanica. C'è solo una scienza: quella che sa comprendere l'illusione fenomenica della
vita formale, quella che si pone come mèta finale la costante universale.

61. C'è solo una Realtà assoluta: Brahman nirguna (Infinito inqualificato o senza attributi).
L'uomo sensoriale può solo concepire la Realtà in termini di umanità, di qualità, di
attributo. L'uomo si crea Dio a sua immagine: buono, cattivo, amorevole, potente,
benefattore, giustiziere, vendicatore, lacrimevole, gioioso, ecc.: ma questi sono attributi
inerenti alla natura umana sensoriale.
La Realtà è fuori di ogni determinismo qualitativo, è fuori di ogni prospettiva mentale, per
quanto elevata e accettabile possa essere. La Realtà sfugge al pensiero che oggettivizza
attributi, tendenze e scopi.

62. Brahman nirguna (Realtà-costante) è l'Uno-senza-secondo del perfetto realizzato e


liberato advaitin e asparCin. Brahman saguna (Persona) è semplicemente il secondo per
coloro che ancora non sono morti a ogni qualificazione e determinazione esistenziale. C'è
chi anela all'autentica unità e infinitezza, e chi anela alla dualità e determinazione.
Ma tra il Brahman nirguna e quello saguna non vi sono contraddizioni né dualismi: questi
esistono solo nella mente dell'individuo sensoriale.
La Realtà non può non essere una sola, e su questo, penso, siamo tutti d'accordo, ma
ognuno se la configura in tanti modi. Brahman-costante è immaginato da molteplici punti
di vista, come Saguna, Aiva, Kether, Jehovah, Allah, Krsna, Rudra, Agni; come il tempo e
lo spazio; come l'Incosciente; come il Bene, il Bello, il Giusto; come l'Infinito; come il niente
o la vacuità.

 
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Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

Ogni figlio dell'uomo aderisce alla sua proiezione preferita ed è capace di lottare e
uccidere per difendere la sua proiezione deificata. Gli individualismi, le sette, le dittature,
di ogni ordine e grado, nascono e si perpetuano per un atto proiettivo fortemente
qualificato.
Il Brahman nirguna è dietro tutte queste oggettivazioni, è la Costante intorno a cui roteano
le possibili proiezioni spazio-temporali, è il sostrato unico e permanente su cui si intessono
i chiaroscuri manasici.
Se ami l'immortalità e l'unità della vita, risolviti nel Nirguna; se vuoi trascendere tutti i
possibili punti di vista, risolviti nel Nirguna; se vuoi risolvere l'intera apparente
molteplicità vitale, sprofonda nel Nirguna; se vuoi deporre le armi della lotta, della
contraddizione, dell'opposizione, della distinzione, risolviti nel Nirguna.

63. Al Nirguna pervieni con il nirvikalpa samadhi, al Saguna con il savikalpa samadhi.
L'uno ti dà l'esperienza della soluzione integrale, totale, universale; l'altro ti dà
l'esperienza dell'unione con il tuo Ideale oggettivato. Il secondo è esperienza, come
generalmente s'intende questo termine; riguardo al primo non si può parlare di esperienza
duale.
Il Saguna non risolve né cancella le determinazioni, le limitazioni e le distinzioni, ma le
armonizza, le unifica e le sintetizza.
Il Nirguna trascende, dilegua, fa sparire, come nebbie al vento, ogni distinzione e
determinazione.
Se hai ardire e Dignità, valica l'abisso e ti ritroverai senza tempo.
Se hai paura e manchi di Dignità, puoi sempre integrarti in ciò che di più bello la tua
anima può concepire.

64. Se la Costante è ciò che permane, l'apparenza fenomenica è ciò che è incostante,
relativo, impermanente e conflittuale. La costante non può essere annullata da nessuna
esperienza, da nessuna concettualizzazione, da nessun evento; l'apparenza è ciò che nel
tempo-spazio può essere svalutato, contraddetto e annullato.
L'apparenza (maya) può avere diversi gradi di valutazione e di prospettive; diremo,
differenti gradi di verità, che nel tempo-spazio possono essere considerati reali, ma non in
senso assoluto; con linguaggio scientifico possiamo dire che ha diversi sistemi di
coordinate.
Una nuvola in cielo è vera, ma, avendo essa una nascita e una morte, non può considerarsi
una costante o un assoluto; quindi risponde a un certo grado di verità relativa.

 
70 
Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

Quando osserviamo la luna e per un semplice gioco di luce ne vediamo due, diciamo che
c'è stata un'errata percezione; cioè, siamo caduti in un'illusione; così, quando osserviamo
un miraggio nel deserto diciamo altresì che abbiamo avuto un'illusione ottica. Questo
miraggio è un altro grado di verità... meno vero, naturalmente, del primo.
Quando affermiamo che un figlio è nato da una donna sterile, che un cane ha le corna, o
che il cerchio è quadrato, sosteniamo una non-realtà; siamo cioè nel non-vero.
Come un sistema di coordinate può essere contraddetto da un altro sistema di coordinate,
così la verità relativa può essere contraddetta da un'altra verità relativa. Il cielo nuvoloso è
contraddetto dal cielo limpido e luminoso.
Il sogno, verità relativa al sognatore, è contraddetto dalla veglia, la luce è contraddetta
dalla tenebra, la vita formale è contraddetta dalla morte, ecc.
L'errata percezione è altrettanto contraddetta da altre eventuali percezioni.
Possiamo percepire due lune e qualcuno anche tre. Il miraggio che percepiamo nel deserto
è contraddetto dalla sua stessa sparizione.
La verità relativa e la verità apparente rappresentano comunque dati di esperienza. Un
sogno è una precisa esperienza per la coscienza sognante, come è una particolare
esperienza l'osservare un miraggio. L'irreale è ciò che non può essere esperito. Un oggetto
è irreale quando, a causa della sua autocontraddizione, non può offrirsi come un dato di
esperienza sensoriale.
La verità relativa, o di relazione, e quella apparente costituiscono la maya.
Sostenere che la verità relativa o quella apparente sono verità assolute che poggiano su se
stesse, che non dipendono da altre verità, che sono autosufficienti, che la maya, in altri
termini, ha una sua validità assoluta, è sostenere un errore metafisico, è cadere
nell'ignoranza (avidya).
Eppure molti uomini di cultura sostengono che le mezze verità rappresentano verità per
intero.
Ogni vita formale non può non essere classificata come fenomeno, vale a dire come verità
relativa, quindi come maya. Per l'Advaita, e dal punto di vista empirico, il fenomeno non è
irreale, ma è maya, quindi un percepibile; però è una verità relativa che può essere
contraddetta da un'altra verità relativa: ciò implica che non è verità assoluta.
La Verità assoluta è solo Brahman perché non può darsi un fenomeno (movimento) che
dipenda da se stesso. L'universo è movimento conformato, è fenomeno formale vitale, è un
miraggio, è una grande nuvola che appare e scompare.

 
71 
Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

65. Realtà, apparenza e irrealtà sono i tre ordini di essere e di non-essere che la mente
umana può riconoscere e proporsi di sperimentare. Questi tre ordini, comunque, sono
sempre concezioni logiche per discriminare e sceverare: dal punto di vista della Realtà
esiste solo il Reale assoluto perché tutto il resto è non-Brahman, è non-costante.
Quando tutte le oggettivazioni del soggetto-oggetto sono trascese non esiste più alcun
dato da percepire né da esperire.
Quando il sogno è stato risolto, esso non esiste più; così dal punto di vista della veglia non
esiste alcun sogno.
Quando questo pianeta sparirà, dileguandosi nello spazio interstellare, le nuvole non
esisteranno più, ma dal punto di vista della Realtà assoluta non esiste alcuna nuvola.

66. La maya non può essere afferrata perché nel momento in cui la osserviamo essa
svanisce. Così nel momento in cui consciamente vogliamo percepire e osservare il sogno,
la veglia ci viene incontro con la sua nuova espressione.
La maya esiste e non esiste. Esiste perché rappresenta una constatazione di fatto; non
esiste perché non è costante e reale.

67. Dire che l'universo esiste senza Brahman è come dire che noi camminiamo senza le
gambe. Siamo soliti affermare, con grande sicurezza, che l'universo esiste per se stesso e in
se stesso, che non vi è altra verità se non quella che vediamo fenomenicamente.
Affermiamo cioè che l'uomo cammina senza le gambe, o che la luce, che dà la vita al
nostro pianeta, è luce terrestre e non solare.
Il più grande conflitto dell'uomo non deriva dal fatto che non risolve i suoi problemi
sociali, ma dal fatto che vive nell'ignoranza (avidya); ignoranza che verte sulla natura della
sua stessa essenza.
La realizzazione del Brahman è la cessazione di ogni illusione, di ogni verità relativa, di
ogni conflitto e dolore.

68. Chi è ancora troppo identificato alle sue passioni (nobili, meno nobili o ignobili), ai suoi
ideali, alle sue realtà relative; chi è ancora troppo avvilito dal martello della necessità e
della disperazione reattiva; chi è ancora troppo preso dal suo cercare e filosofare mentale e
immaginativo, non è pronto per la Beatitudine brahmanica.
Chi è ancora avido di piaceri sensoriali e di ricchezze materiali evasive; chi è necessitato
dal voler donare ad altri quello che non ha non è pronto per la Compiutezza brahmanica.
Ogni individuo, comunque, nel suo turbinio angoscioso d'estroversione, si trova al suo
giusto posto perché: Si diventa ciò che si pensa, questo è l'eterno mistero.
 
72 
Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

LIBERTA' E SCHIAVITU'. 

69. L'estremo confine della schiavitù è la non-consapevolezza di essere schiavi.


Il mondo della schiavitù è il mondo del Sé svuotato del Sé.
L'appetire è la sorgente della schiavitù: la Libertà è equanimità in azione. Se desideri non
sei libero, se desideri di non desiderare sei ancora nella schiavitù.
L'alienazione, l'oggettivazione, la proiezione all'esterno della coscienza significano un
perdersi nelle nebbie della maya-avidya, un rendersi schiavi del divenire e della
frammentarietà. Una libertà che risulti dalla necessità non è libertà vera, è solo un
elemento nella dialettica della necessità.

70. La sparizione della schiavitù è la scomparsa dell'avidya oggettivante, è la soluzione del


gioco accattivante del piacere conflittuale. Chi pensa che da schiavo debba diventare
padrone non ha compreso. Non cercare la poltrona del comando, ma cerca semplicemente
e unicamente di essere libero. Il padrone è esso stesso uno schiavo. L'asservimento
dell'altro è anche asservimento di sé.
Padrone e servo sono legati a una stessa fune: la schiavitù.
Schiavo e padrone sono una triste polarità. Vidya (Conoscenza) ti dona la libertà che
trascende ogni possibile polarità.

71. Il padrone è uno schiavo che tenta di rendere schiavi gli altri.
La volontà di potenza non è altro che volontà-rivalsa da povero, da servo, da oppresso. Il
Liberato è integralmente libero; libero da umane istituzioni di ogni ordine e grado, libero
di agire e non-agire; ciò che lo lega agli uomini è l'Amore non vincolante, non passionale,
non gratificante, non duale.

72. La libertà è libertà non solo dai padroni, condizionati dalla volontà di potenza, ma
anche da coloro che sono schiavi, condizionati dalla debolezza mortificante.

73. Per quanto il mondo tenti di asservirlo, il Liberato è sempre un essere libero. Per
quanto costretto fisicamente, il Liberato vola in libertà.

74. L'avidya si manifesta spesso nella volontà di potenza. La volontà di potenza può essere
esercitata tramite l'invidia, la vanità e persino tramite l'amore.
 
73 
Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

L'amante può essere un appassionato oppressore.

75. L'uomo è schiavo della paura, del complesso di colpa, del sentimento, delle proprie
idee, del proprio ambiente, della propria notorietà, della propria violenza, della propria
intelligenza, delle proprie allucinazioni e della propria nullità; è schiavo dell'invidia, della
reazione, della propria posizione sociale, del proprio miglioramento economico e
culturale. L'individuo è nato schiavo perché la natura dell'io è schiavitù.
La vera libertà risiede di là da questa incompiutezza, e può essere afferrata e svelata
quando la coscienza integrale dell'essere prende, appunto, consapevolezza della sua più
profonda e incondizionata Essenza.

76. Quella stessa forza che assoggetta lo schiavo, asservisce anche il padrone.
L'identificazione con l'energia è fonte di dolore. L'uomo libero non fa servo nessuno, né ha
bisogno di adulatori perché non è divorato dalla volontà egoica di potenza, dalla vanità e
dall'orgoglio. Una volontà libera è libera da tutto: anche dalla stessa idea di libertà.

77. Una delle cose più difficili è rendere liberi gli schiavi, siano essi padroni o servi. Il loro
io è imbevuto di avidya, e l'avidya è una potente forza che fa incurvare la schiena e
rimandare l'Ascesi. La rinuncia alla Dignità di essere, l'accettazione di dissolversi nel
mondo della necessità, possono qualche volta alleviare il dolore e la sofferenza, possono
anche appagare gli istinti e i desideri per cui l'uomo spesso cede e si vende.
Quando l'individuo ha preso l'abitudine al gusto della schiavitù, rimane difficile fargli
odorare il profumo della libertà.

78. La via della Liberazione si trova di là da ogni concetto relazionato d'immanenza e


trascendenza, di positivo e negativo. Volare verso la Libertà significa non sottomettersi
alle dicotomìe inventate dall'uomo, ma sottomettersi alla Verità che è Via, Porta e Vita.
La Verità è inseparabile dalla libertà; essa si ricerca e si svela attraverso la libertà. La
schiavitù e la volontà di potenza sono negazioni della Verità, quindi della libertà. L'amore
per la libertà, prima o poi, sconfigge il fantasma deformante e patologico della paura, del
dubbio, del potere coercitivo, del passato che si perpetua nel presente.

79. Il tempo asservisce, ma la Verità sconfigge il tempo. Il tempo è memoria, è passato, è


storia, è agonia che cerca di accattivarsi le simpatie del presente.
Chi vive di passato è un defunto senza saperlo.

 
74 
Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

80. Il vero Liberato vive al di fuori di ogni tipo di contrapposizione soggetto-oggetto, di


ogni mito storico e cosmologico. La società dei Liberati è una società in cui l'Essere ha
ritrovato se stesso nella sua integralità esistenziale. La società dei Liberati è una società di
Compiuti.
Nella società dei Compiuti non ci sono né padroni né schiavi perché in essa non vive l'io
acquisitivo che appetisce e stordisce, che desidera e paragona.
Ai Liberati compete il compito di preparare il regno della libertà, libertà dall'io e dallo
stordimento ch'esso inesorabilmente cagiona. Gli schiavi non possono preparare il regno
della compiutezza e della libertà.
Capita spesso che la loro stessa ribellione crei nuove forme di schiavitù.
Colui che è schiavo della competizione, del desiderio, della vanità, della volontà di
potenza, della demagogìa conscia o inconscia, della paura e del dubbio non può preparare
il regno dell'Armonia. Tocca alla società dei Liberati preparare la strada dell'ordine e del
giusto.

81. Bisogna scegliere tra due filosofie: la filosofia che riconosce il primato della libertà
dall'io e quella che riconosce il primato della libertà dell'io.
La prima porta a risolvere i problemi dell'individuo e del suo rapporto con la vita, la
seconda porta alla volontà di potenza, all'orgoglio separativo e alla competizione violenta.
La felicità riposa sulla libertà dall'io, sulla consapevolezza che l'individuo è una maglia
della catena universale dell'essere. L'io di distinzione e acquisitivo non può né generare né
determinare la libertà. Nel suo mondo non esistono presupposti per la libertà, ma rotture,
eruzioni, abissi, paradossi, antinomìe e conflitti psicologici. Liberazione significa ritorno
allo stato primordiale, ritorno all'unità. Liberazione significa reintegrarsi nel Principio.

82. Quando l'insaziabile desiderio di oggettivare, di gratificare, di accumulare viene a


cessare, allora l'essere scopre la sua più profonda natura che è gioia senza oggetto. Per non
oggettivare occorre saper direzionare le proprie energie, comprendere il dinamismo
psichico, capire che la mèta dell'individuo non è quella di soddisfare esigenze egoiche, ma
di creare commensura con la vita.
L'essere ha il compito di svelare Armonia, Amore e Accordo.

 
75 
Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

EDUCAZIONE. 

83. L'educazione nelle scuole più che alla cultura della storia dovrebbe mirare a rieducare,
a dominare e riorientare il complesso energetico (pensiero, emozione, istinto) dello
studente.
Fino a quando il giovane non riuscirà a direzionare armonicamente le sue energie si
troverà in conflitto e di conseguenza renderà conflittuale la società.
In genere l'educazione è di natura storicistica. Il giovane non fa altro che esercitare la
memoria con la storia della filosofia, della letteratura, della matematica, della fisica, e così
via.
Un'educazione storicistica non può produrre individui integrati e creativi.
Nella Società Tradizionale l'educazione mira a far comprendere, direzionare e
armonizzare le energie psico-spirituali; a educare la coscienza al riconoscimento che
l'individuo deve creare interrelazione con la vita circostante perché egli è parte integrante
della vita dell'Essere.

84. Se i mali della società hanno nome vanità, volontà di potenza, senso di separatività,
violenza, competizione individualistica, ecc., allora per eliminarli occorre usare il bisturi
perché ne tagli le radici.
La procrastinazione di tale operazione significa desiderare inconsciamente o consciamente
quel male apportatore di sofferenza. Tutte le politiche adottate per guidare l'umanità non
hanno potere risolutivo perché si rivolgono alla sfera degli effetti, senza minimamente
toccare le cause profonde.
L'armonia dei rapporti umani dipende dall'armonia della mente dell'individuo.
Date all'individuo una mente armonica e avrete una società armonica e integrata.

85. Come avere una mente armonica? Prima di tutto occorre prendere consapevolezza che
la mente, a seconda di come viene direzionata, produce armonia o disarmonia.
Sul piano del relativo non c'è un bene assoluto come non c'è un male assoluto; sostenere
quindi che l'uomo è nato buono o cattivo non ha senso. L'uomo, in quanto tale, può creare
intorno a sé bellezze o laidezze, gioia o dolore.
Per produrre una mente armonica occorre che ci sia una preparazione fin dall'età
giovanile. La famiglia dovrebbe essere il primo gradino dell'educazione, il secondo
dovrebbe essere la scuola, il terzo gradino è rappresentato dal rapporto individuo-lavoro.

 
76 
Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

E' ovvio che senza istruttori idonei (familiari, accademici, imprenditoriali, ecc.), non si può
concepire un effettivo programma nel senso armonico imposto dalla vita e dalla ragione.

86. La società politica da una parte esige accordo, armonia e giusto rapporto, dall'altra
sospinge verso un'azione competitiva, liberticida, individualistica, aggressiva: ciò
rappresenta la contraddizione o il paradosso di chi manca di visione.
La società economica da un lato esige, da parte degli utenti, la politica del risparmio per
finanziare le attività imprenditoriali, dall'altro lato sospinge lo stesso utente alla
concezione consumistica e acquisitiva. E' il serpente che si morde la coda.
L'armonico rapporto tra domanda e offerta determina il giusto equilibrio economico, e
l'armonico rapporto è conseguenza dell'adeguata educazione coscienziale dello stesso
individuo.
Il regolato e ordinato desiderio determina giusto rapporto politico ed economico per cui
l'educazione del desiderio deve costituire la più efficace e immediata aspirazione dei
popoli.
La più elevata etica che l'uomo possa perseguire è proprio quella di comprendere,
dominare e direzionare il mondo del desiderio quale fuoco di vita, creatore di movimento,
attività e rapporto.

87. Nel giusto dosaggio del desiderio sta la vera virtù di un popolo. Quando l'umanità
avrà saputo regolare e guidare il fuoco del desiderio avrà instaurato una felice osmosi a
molteplici livelli. Troppo fuoco può bruciare il tessuto sociale, poco fuoco può inaridire e
svilire il rapporto. Chi dirige il fuoco del desiderio è dominatore del fuoco, e solo chi
domina il proprio fuoco può realizzare il benessere e la felicità.

88. Chi ha trasceso il desiderio, nelle sue indefinite espressioni, è con gli Dèi.

 
77 
Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

PROIEZIONE. 

89. Occorre distinguere tra Brahman in sé e l'idea che ci si fa di Brahman, tra Brahman
quale esso è e Brahman quale oggetto o semplice oggettivazione mentale.
L'uomo oggettivizza il Reale, antropomorfizza la Divinità e proietta nell'Assoluto persino
l'idea del bene e del male.

90. L'individuo prima oggettivizza il suo Dio e poi diviene schiavo della sua
oggettivazione. Ma il Dio oggettivato è fuori dell'uomo, fuori del suo cuore; è un Dio
alienato.
Un Dio creato dalle limitazioni umane non è l'Essere, ma il fantasma che schiavizza e
domina la coscienza. L'uomo ne è perseguitato; cade nella schiavitù della propria
proiezione irrequieta, della sua allucinazione di maya.

91. La mente, si è già detto, crea la Divinità a propria immagine e somiglianza,


attribuendole le sue qualità migliori, ma anche quelle peggiori. Lungo la storia abbiamo la
rappresentazione del Dio buono e cattivo, vendicativo e caritatevole, umano e celeste,
spirituale, psichico e materiale.
Il Dio che si rivela alla mente porta il marchio della debolezza di questa, il suggello
dell'individualismo, della volontà di potenza.

92. Il Dio oggettivato è sempre un Dio di potenza, di affermazione, di assolutismo, di


dominio. Ma la relazione tra Persona ed Essere è motivata dall'unione, dall'amore,
dall'accordo. E l'amore non ammette sottomissione, autoaffermazione, dominio e
prevaricazione; l'amore non concede debolezze e incompiutezze del genere.
L'amore è armonia di accordo, è affinità elettiva; è unione di due soggetti non di un
soggetto con l'oggetto. L'amore accorcia le distanze, annulla le differenze; è fusione di
essenze fino ad arrivare all'identità.
Amore è libertà, dona liberazione perché l'Essere è libertà.
L'Essere ispira il senso della liberazione non quello della sottomissione.
L'Essere è amore, e l'amore non conosce rapporti di signoria, di soggezione, di differenza o
di supremazia, neanche di giudizio; l'Essere non è giudice di nessuno, non è il giustiziere
che fa cadere la mannaia sull'ingiusto.
L'Essere è legge, è armonia, è ordine, è bellezza, e chi infrange le leggi universali non può
trovare che conflitti.
 
78 
Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

La libertà è sempre libertà nell'ambito delle leggi. Spesso si confonde la libertà con il
libertinaggio. Capita che l'io si rappresenti l'Essere nella condizione di libertinaggio.
Questa è sempre una proiezione di ciò che egli stesso vorrebbe attuare. L'Essere è armonia,
amore, legge, ordine, e nella natura dell'armonia non può esserci libertinaggio di
qualsivoglia natura e specie.

93. L'Essere non asservisce nessuno; è l'individuo che si autoasservisce con le sue
proiezioni-esteriorizzazioni, con le sue rappresentazioni mentali.
I servili e schiavistici rapporti sociali sono trasferiti nella natura dell'Essere. L'individuo,
per tranquillizzare la sua coscienza, traspone nel Dio oggettivato la sua incompiutezza e le
sue nefandezze.

94. L'Essere lo si può definire per simboli, ma la mente gli dà voce, qualità e destino.
Nell'alienata concezione teologica trionfano l'esteriorizzazione e l'oggettivazione
dell'Essenza, del Dio antropomorfo, qualitativo, quantitativo; oggettivazione che non solo
distorce la Realtà quale essa è, ma preclude l'esperienza diretta del Divino in se stessi.
Le forme-immagini del Divino o della Realtà ultima sono un evento allucinatorio
sovrapposto a Quello; in ultima analisi, sono maya, e nella sfera della maya non può
esserci trascendenza, amore, identità. E' proprio il trascendente oggettivato che,
paradosso, imprigiona nei limiti dell'immanente, nelle spire della necessità.
Fino a quando si idealizza l'assoluto non si può uscire dal relativo.

95. La Costante assoluta non è un ente, né una persona, né un individuo, non è neanche
Essere, in quanto principio di una serie. Nella persona, nell'individuo, nell'Essere, micro o
macrocosmico, c'è sempre movimento e relazione. Quando la controparte di sé, quale
Essenza, viene proiettata all'esterno, si ha l'ente alienato, quindi scisso, duale, prigioniero
della sua ombra, del suo fantasma.
La Costante-realtà non può scindersi, non può uscire da se stessa, non le si può attribuire
cangiamento, evoluzione o pensiero, non è oggetto di preghiera perché non è il Dio
sensitivo concepito dalla mente immaginativa individuata.

96. L'individuo proietta fuori di sé la conoscenza e l'armonia, poi inventa i mezzi, o


strumenti di rapporto, mediante cui trovare la sua intera pienezza.
Ma ciò che può trovare e sperimentare all'esterno sarà sempre un riflesso illusorio di
quella Realtà vera che invece è dentro di lui.

 
79 
Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

Ente, movimento, forma-immagine oggettivata: chi risolve questi tre aspetti nell'Unità
trascendente e metafisica, ha risolto la proiezione, l'alienazione, il conflitto e il desiderio
estrovertito.
Chi vive nell'Unità è fuori del movimento samsarico perché l'Unità metafisica è pienezza,
è compiutezza, e il Compiuto non cerca e non desidera, né crea distinzioni.

97. L'individuo, proiettandosi all'esterno, è costretto a costruirsi un mondo artificiale che


compensi la sua solitudine e la sua alienazione.
L'appagamento sempre insoddisfatto del suo desiderio estrovertito lo costringe, fra l'altro,
a diventare schiavo del lavoro e del consumismo a ogni livello.
Capita anche che l'identificazione con il mondo artificiale e compensatorio sia tale da
accettarlo come un dato reale e assoluto. Egli, così, pur di trovare un attimo di piacere
sensoriale, di autoimportanza, si attacca disperatamente alle ombre, ai fantasmi samsarici.
L'io vive di miserie e si costringe a considerarle verità per non andare verso la sua stessa
rovina.

 
80 
Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

SOLUZIONE. 

98. Quando ti sei liberato dal nome, dalla forma, dal desiderio proiettivo e dalla paura
conflittuale che essi creano, che cosa rimane da fare?

99. Siediti, rendi quiescente la tua mente e medita profondamente su ciò che ti sospinge a
pensare, a proiettare eventi-cose, ad accumulare superbia, notorietà, importanza (agli
occhi degli altri), vanità, ricchezze materiali o eruditivo-intellettive, ecc.
Segui l'energia di piacevolezza o di sofferenza, osserva il tutto come potresti osservare un
oggetto esterno che ti sta di fronte. Sii costante nella pratica dell'osservazione: per giorni,
mesi o anni.
Osservando rimani osservatore distaccato, punto al centro nel tuo stesso flusso e riflusso.
Devi essere come il sole che rotea su se stesso, non devi farti trascinare dalla forza-
movimento dei contenuti-pianeti energetici che esiste nella tua spazialità psichica.
Se persisterai, la tua riconquistata potenza solare risolverà le forze lunari, che ti
costringono, fino al dissolvimento finale.

100. L'opera procede per gradi: il contenuto solido lo devi rendere più plastico, quindi
liquido (il tamas devi renderlo rajas). In questa fase bada all'aspetto umidità, è di estrema
importanza. Devi rendere sciolto il solido.
Passa adesso alla fase successiva: il liquido devi evaporarlo, dissolverlo e trasformarlo così
in aeriforme, cioè aria. Il giusto dosaggio del Fuoco solare e la giusta distanza dal
contenuto ti renderanno spedita l'operazione.
Attenzione a questa fase: se il Fuoco si allontana troppo, cristallizzi il liquido senza
scioglierlo; se ti avvicini più del necessario, lo porti in esaltazione, operi delle scissure, e
poi non potresti sopportare un mare emotivo in ebollizione, bruceresti il tutto con gravi
conseguenze.
Ciò che ti occorre, a questo punto dell'Opus, è vigilanza, direzione energetica univoca
verso l'alto: molla qualunque presa a terra. Il giusto rapporto tra Fuoco solare e forza, o
elettricità lunare, completerà il tutto.
Se riesci nell'operazione, trasformi il rajas in sattva, il movimento emotivo e passionale
attrattivo-repulsivo in movimento lineare, armonico e rarefatto.
Se hai ancora coraggio, conoscenza e sete di Unità, allora apprestati a risolvere l'aria, il
pensiero stesso. Come puoi notare, uso i vari elementi come simboli di realtà più
profonde.

 
81 
Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

101. Questo stadio è delicato e richiede impegno. Hai eliminato i supporti oggettivi, adesso
devi eliminare quelli soggettivi. Hai risolto il mondo dell'oggetto e ti stai apprestando a
risolvere quello del soggetto. Qui sei solo con i tuoi pensieri e non potrai neanche
materializzarli perché ti manca l'acqua, il fluido forgiatore di cose, ma anche di conflitti.
Se in te c'è aspirazione alla soluzione, non mollare la presa e continua nell'opera. Ma non
guardare né a destra né a sinistra, soprattutto in questo momento. Prendi la Via della
Freccia e vola verso l'Unità solare, la Corona non-manifesta o principiale.
A questo punto l'azione è duplice: da una parte devi bruciare ogni idea esistente nel tuo
pianeta, ormai composto solo di aria. Che il Fuoco solare dardeggi con i suoi raggi
risolutori. Dall'altra, devi incominciare a vivere senza... aria. Per te il pensiero stesso non
serve più. Esso esiste solo per risolvere qualche problematica individuata, ma per chi non
ha più problemi di ordine individuato, dimmi: che valore può avere un simile strumento?
L'azione del Fuoco solare deve essere incisiva e misurata; se qualche riverbero di Fuoco
liquido ti riprende, usa vigilanza e decisione; la tua mèta è incenerire i semi aeriformi che
sono le radici dell'ignoranza (avidya).

102. Fai attenzione: l'aria è sottile, leggera, saettante, ma infida; ti sembra di averla in
pugno e invece non è così. Credi di averla aggiogata e invece ti ha aggiogato; pensi di
averla giocata e invece ti ha giocato.
Il pensiero è veramente diabolico, è capace di formularti persino una filosofia
apparentemente accettabile, ineccepibile pur di non farsi incenerire. L'acqua è troppo
pesante e rozza per mascherare il suo movimento, ma l'aria è fuoco che splende, ti sa
cullare dolcemente, ti dà voli maestosi e inebrianti.
Ti dico che se non sai osare sarai intrappolato sul piano dell'aria e in esso vi potrai
dimorare per lungo tempo, ritardando l'opera finale. Molti pensatori la stanno ritardando.
Ma se hai decisione, volontà robusta e sai adoperare saggiamente la potenza del Fuoco,
allora vedrai lentamente diminuire e rallentare il ritmo ideale proiettivo.
Puoi usare due strumenti potentissimi: il colore e il suono. In ultima analisi, è tutto luce,
anzi Fuoco (Agni), ma il Fuoco ha tante frequenze, bande luminose o sonore. Con un
raggio laser bianco puoi incenerire il seme fino a completa soluzione. Oppure puoi
adoperare il suono (mantra, frase di potere, ecc.) e in questo caso lo schianti, lo disintegri.
Con il silenzio, la vigilanza e la disintegrazione dei semi concettuali andrai certamente
avanti. Se hai completato questo processo hai azzerato la tua sostanza planetaria
aeriforme, l'hai resa placida, calma, come un mare in profonda quiete.

 
82 
Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

A questo punto sei veramente con te stesso. O che sublime realtà! Ma non crederti di
essere quell'io o quell'individualità del passato. Non c'è più niente in te di ciò che un
tempo ti è appartenuto. Adesso sei cosmicità vivente, sei datore di vita non più fruitore
d'incompiutezze. Hai risolto tutti i pianeti che imprigionavano la tua coscienza, sei
rimasto, così, Fuoco incolore in libertà, sei Agni stesso, il dio del Fuoco e di tutti i fuochi.

103. Ora devi spegnere lo stesso Fuoco. Questo è un passaggio che implica solitudine e
maturità. E' la morte conclusiva, finale; è la morte che concede l'Infinità e
l'Incondizionatezza. Non si tratta più di guardar fuori, perché non hai più niente di fronte
a te. Sei solo con te stesso e con quella potenzialità di ritornare aria, acqua, terra o cose di
altro genere, tanta è l'indefinita possibilità espressiva che puoi manifestare.
Solo a questo stadio puoi comprendere la vera natura e funzione del Silenzio.
Se diventi padrone del Silenzio, il tutto procede da sé. Comprendi? Hai risolto il
movimento ellittico traslatorio samsarico delle tue forze o fuochi minori lunari che si
alimentavano e si perpetuavano con il calore del Fuoco centrale; adesso devi risolvere lo
stesso movimento rotatorio o Fuoco centrale che ti costringe sul piano della
manifestazione, per quanto sopraformale e principiale.
Se la maturità te lo impone, allora ti dico: fermati e attendi.
Se tu sei in cammino o in movimento e mi chiedi che cosa devi fare per non muoverti più,
ti rispondo semplicemente: fermati.
Se mi chiedi che cosa potrà succedere nel fermarsi, ti rispondo: chi si preoccupa di ciò non
è ancora pronto, non è ancora maturo. A certi livelli c'è solo un prepararsi all'agonia, senza
lacrime, senza parole, senza perché. Se hai Dignità affronti l'evento, diversamente è bene
non tentare neanche.

104. L'elemento ferro-solido, negli altiforni, possiamo renderlo liquido fino a un punto tale
da dissociare le sue stesse molecole. Con ciò lo rendiamo aeriforme ed elettronico,
invisibile all'occhio sensoriale. Se, ancora, andiamo avanti nell'opera, quell'elemento lo
possiamo risolvere nell'infinita vita universa: la massa si risolve nell'energia in libertà.
Come vedi, il processo è lo stesso. In entrambi i casi il Fuoco è l'elemento necessario, in
entrambi i casi ci sono certi passaggi che l'Alchimia conosceva già da tempo. Come in
basso così in alto e viceversa.
Se vuoi trastullarti con il piombo e con il ferro, fai pure, potrai diventare ricco
materialmente, ma rimarrai pur sempre un incompiuto. Se invece consideri l'atanor come
il tuo stesso sistema psicofisico, allora le cose cambiano: l'opera esige maturità, dignità e
solitudine, oltre che intelligenza e grande ardire; ma se osi non ti necessiterà più la
ricchezza materiale perché riconquisterai la tua assolutezza.

 
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Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

Sappi che puoi seguire la Via dell'Immortalità o quella dell'Eternità, a te la scelta. Puoi
trovarti libero di scendere e salire nei diversi Domìni, ma puoi trascendere tutto il
divenire. Ricorda che anche gli Dèi sono macerati dal tempo.

 
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Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

VIA DI RISVEGLIO. 

105. Ogni epoca ha il suo richiamo: l'imperativo dell'oggi è trasformazione.


Che cosa aspetti per trasformarti? I più classificano i fatti, gli avvenimenti.
Prospettano i cicli cosmici, fanno anche congetture per il futuro; sono degli storici, dei
cronisti, a volte dei pronosticatori. Sono nel tempo.
Se la freccia della Parca ti ha fatto sanguinare, impugna la spada solare e fendi il tempo.
L'Iniziazione non è per gli adoratori del tempo.

106. Può darsi che stai disperdendo le tue energie, può darsi che vai di qua e di là in cerca
di mistero, di qualcuno in cui porre la tua malferma speranza.
Possiedi di certo una mente irrequieta e i tuoi occhi vedono incertezze.
Ricordati che il volo è di chi dispiana le ali nell'etere della certezza, della decisione e dello
slancio univoco. Se pensi che qualcuno ti possa togliere la spina conficcata nelle carni,
sappi che ancora non sei pronto.
Il medico prescrive solo la ricetta, al resto deve pensare il paziente.
Se l'irrequietezza emotiva del mondo ti sovrasta, devi serrare le mascelle e rieducare i tuoi
fuochi interni. Chi barcolla non è degno di abbracciare la morte dei Filosofi.

107. Stai studiando i processi del pensiero? Stai erudendoti per comprendere quella mente
che vuoi fermare? Vai vagabondando per carpire dogmi e messaggi sulla mente? Svegliati.
Chi vuole veramente fermarsi deve solo... fermarsi.
Hai costruito fantasmi che ti negano la certezza della Beatitudine e adesso che cosa fai? Ti
lasci colpire dal martello della tua incauta inquietudine? Ti ferisci ancora con le punte del
tuo mortale pensiero? Ardisci. Con l'Arte dell'accordo solleva il velo e con lo Sguardo
incenerisci il drago imprigionante.
In verità ti dico: sei nato per strappare il Fuoco del superno Mondo. Ma se questo lo cerchi
in contrade inusitate ti sbagli. Rivolgi entro te stesso lo sguardo indagatore e lasciati
bruciare dal Fuoco onnipervadente. Trascendi la tua epoca, svilisci il tuo mortale destino,
fai che i tre diventino uno, poi segui le fasi dello spegnersi dell'unico Fuoco. Se hai ardire
saprai uscire dal mondo della necessità, ma ricordati che l'Opera richiede Dignità.

108. Se ami la Qabbalah ti grido: o tu che dimori in Yesod, prendi il sentiero della Freccia,
ardi nel Fuoco di Tiphereth e saetta con decisione verso lo splendore di Kether senza
voltarti a destra o a sinistra.
 
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Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

Gli Eroi amano le cime nevose di Ain Soph.


Ehjeh = Io sono; Ahamsi = Io sono: sii Essere e lascia gli attributi a coloro che seguono la
via dei Mani.
Kether è il Padre, Tiphereth è il Figlio e Yesod è lo Spirito Santo.
Se pensi di operare con la luna di Yesod senza il sole di Tiphereth, sei sulla via dei morti.
Alcuni ci hanno provato, altri ci provano, ma la loro epoca è segnata. Se hai Dignità e la
spada risolvente, incarnati Figlio; poi folgora il Padre.
La Via del Fuoco è la via diritta di susuxna, non quella di ifa né quella di pilgala né ancora
quella dello svadhisthana cakra.
Ti avvinci al nebuloso triplice mondo di maya e non ti accorgi che lo splendore della
Beatitudine ti attende nel Quarto o Turya (Essenza assoluta).
O tu che aneli al Polo, trascendi il moto pensativo, fendi il filo dell'avidya e sprofonda
nell'Abisso senza nome. Ai deboli lascia le briciole del sostegno e il trastullo ingannatore.

109. Ama gli impavidi, esalta i magnanimi, ma difendi i deboli e gli insicuri.
E' debole chi non domina la propria irrequietezza, chi risponde con la reazione, chi usa
violenza, chi si balocca con le forze dell'avidya, chi depaupera le proprie energie, chi vive
di vanità e di ambizione. Gli Eroi vivono e marciano con compostezza, con commensura,
con il silenzio nel cuore.
Se cadi, non trastullarti con le lacrime della commiserazione. I Forti possono cadere, ma
non è dato loro di compiangersi miseramente. La dignità s'impone anche nella caduta.

110. Foggiati al Fuoco del Silenzio e sarai robusta fiamma plasmatrice di eventi. La
sostanza ignea si modella nel Silenzio del tuo incedere volitivo.
Se pensi che la Volontà sia autoaffermazione sei ancora nell'avidya.
Il mondo dei Compiuti non è fatto di debolezze e di vanità. Se fai silenzio nel tuo Tempio
di carne, prima o poi riceverai la consapevolezza diretta del Fuoco onnipervadente che
illumina i simboli della Bellezza.

111. Ad atti reattivi rispondi con il magico lampeggiare di mansuete note.


Cavaliere è colui che ha domato il proprio cavallo.

112. Se hai decisione, dissolvi il dirupato divenire che hai promosso; se osi, conquisterai il
tuo Centro polare immortale; se infrangi la tua torre, sarai Silenzio di compiutezza.
 
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Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

Prima osserva, poi dissolvi, poi congela il rimanente, infine abbandonati alla Beatitudine
del senza-tempo. I veri Filosofi sovrastano la storia. L'Opera si compie tramite i fuochi del
Volere e della Conoscenza. La Conoscenza che non svela l'Essere rimane semplice nozione
imprigionante. Il Volere senza Conoscenza diviene forza cieca, bruta.

113. Capire è una cosa, comprendere è un'altra, realizzare è ancora altra cosa.
I molti capiscono e discettano, i pochi comprendono e meditano, i pochissimi realizzano e
sono.

114. Hai tutto in mano e ancora tergiversi? Domandati che cosa stai cercando.
Spesso per realizzazione s'intende l'acquisire qualcosa.
Oppure fantastichi su che cosa potrai essere fra cinque eoni? Oso dirti che sarai
l'incompiuto di oggi se non poni mano all'Opera e non spegni subitamente il fuoco del
divenire.
Non cullarti pensando che gli altri ti traghettino all'altra sponda. Affidarsi agli altri
costituisce il balocco dei deboli. Sappi che gli altri ti forniscono solo la zattera. Osserva,
ardisci, sferra il colpo folgorante e fermati. Dopo la bufera viene sempre l'ora del ristoro.

115. Vai in giro per mendicare vanità, autoaffermazione e orgoglio separativo? Mio caro
dissennato, a che cosa vuoi giocare? Non vedi che le termiti rodono la tua forza vitale e
l'avidya ti offre briciole di artificioso piacere? Pensi di crearti una casa, una famiglia, un
lavoro? Ma è solo per nascondere la tua incompiutezza e la tua solitudine.

116. La mente che si rifugia nella superstizione, nella passione politica, nell'abilità di un
mestiere, nella vanità di relazioni mondane, scivola, prima o poi, nel conflitto e nella
sofferenza. Una mente che tenta di crearsi porti tranquilli sul piano dell'irrequietezza è
una mente che non ha compreso.
Il pensiero è processo, è produzione, è evento, è tempo e anche spazio. Chi crede di
costruire la salvezza sul pensiero discorsivo e distintivo, presto o tardi non potrà non
vedersi crollare l'intera costruzione.
Il pensiero costruisce immagini con cui baloccarsi. Costruisce l'immagine del bene, del
male e dell'ideale politico; l'immagine della propria famiglia, del proprio lavoro e del
proprio silenzio: ma tutte queste immagini non hanno niente a che fare con la Realtà.
La Bellezza non accetta la contaminazione del pensiero.
L'atto creativo è frutto d'illuminazione, di folgorazione che non sono pensiero.

 
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Raphael  ALLE FONTI DELLA VITA

L'attenzione del Filosofo tradizionale non riposa sulla mente distintiva.


Chi aspira al Silenzio, che è Beatitudine senza oggetto, deve trascendere il pensiero. La
Beatitudine si svela solo quando il pensiero svanisce.
La più illusoria esperienza di Silenzio si ha quando il pensiero stesso tenta di creare
l'immagine del Silenzio. Il pensiero costruisce immagini, formule, proiezioni e sogni, ma la
Realtà non è proiezione, non è sogno, non è semplice immagine né rappresentazione
concettuale.
La virtù e ogni etica costruite dal pensiero distintivo egoico sono strade che portano
all'autogratificazione. La virtù dell'io è sempre gratificazione edonistica. Spesso la
donazione di sé è la virtù edonistica di un io avido di mendicità. Nella virtù dell'io non c'è
amore ma un semplice pitoccare per potersi perpetuare.
L'amore sboccia in una mente che si è pacificata.

FINE.

 
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